la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Anno X (1972)
N. 1-4 (genn.-ag.)
L'ANNO DI MAZZINI
Maestro, eroe, testimone*
Chiamato a commemorare Giuseppe Mazzini in questo primo centenario della sua morte, «esule in patria», in Pisa il 10 marzo 1872, a me non spetta, anzi m'è inibito di giustificare
una scelta e un incarico di cui debbo cercare, nel fatto, di dimostrarmi non immeritevole.
Per altro, a una premessa san tenuto, a voi ed a me che vi parlo: l'incarico, altamente
onorifico, si deve al giudizio che della mia capacità d'intender la storia s'è fatta la commissione
organizzatrice di questa solenne commemorazione col suo illustre presidente, On. Pertini. E' un
giudizio che mi conforta, ma ingenera un dubbio. Autore di romanzi storici, e sia pure storici in
senso vero e rigoroso, fino a che punto sono storiografo per i romanzieri e romanziere per gli storiografi?
La scelta, la chiamata mostra d'aver risolto tale un dubbio, che per altro serve e giova a
destar l'attenzione su una proposizione di critica, e storica e letteraria, vera in generale, ma particolarmente necessaria a intendere la personalità caratteristica ed essenziale di Mazzini. La
quale fu in vita, ed è nella storia, personalità, non pure in sé e di per sé, non pur nativa e di
vocazione, ma ben anche d'intenzione e volontà, mista, potentemente, di raziocinio e immaginativa.
A che questa non rimanga asserzione campata a mezzo tra fantasia ed arbitrio, conviene
considerare il valore propriamente letterario di quanto ha scritto Mazzini uomo di lettere, in
fatto ed atto di critica, di dottrina, di polemica, d'autobiografia. Conviene, ma non basta; in-
1972.
*Discorso alla Camera dei Deputati per le onoranze mazziniane del 10-3-
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fatti, qualità, virtù, essenza dell'opera sua di congiurato, di propagandista, di missionario
politico, fu d'esercitarsi da uomo a uomo, d'animo ad animo. E per questo egli intese a
conferire autorità e prestigio alla sua propaganda e alla sua azione coll'assumere e mantenere, sopra tutto e specificamente in Inghilterra, e nell'Inghilterra colta, figura rispettata e
rispettabile di uomo di cultura, inserito nella ancor viva tradizione dei letterati italiani
ospiti. In più, nel suo caso, rifugiato politico, egli era ospite attivo dell'Inghilterra liberale,
che lo protesse, lo favorì, se ne giovò. Un lume di patetica gentilezza involge poi la sua
figura di scrittore, in quanto essa è votata alla rinuncia di sé, della più propria e maggior
parte di se stessa; in favore della attività, che fu, come tutti sanno, formidabile, dell'organizzatore e propagandista politico. E commoventi sono le parole con cui egli confessa il
dolore, la fitta penosa di tale rinuncia, che porta il segno del sacrificio: segno per lui d'elezione e di conferma, di categorica certezza filosofica, di etica necessità, di mistica verità,
crisma razionale e morale e religioso di « diritto e dovere », di « pensiero e azione », nella
religione, che fu sua, di « Dio e popolo ».
E che fosse religione lo dice prima ed esaurientemente la storia dei Bandiera nel
Vallone di Cosenza, dei martiri di Belfiore a Mantova, di Carlo Pisacane a Sapri sul
colle di Sanza; lo dice la storia dei tanti più oscuramente periti come i maldestri congiurati,
gli intempestivi insorti milanesi del 6 febbraio '53; lo dicon pure anche le « anime perse »
di disperate e aberranti imprese, come gli attentati a Napoleone III del Piànori nel '55, e,
famoso, dell'Orsini nel '57. Lo dice la storia loro, poi che tutti una cosa ebber comune: dar
la vita all'imperativo, alla fede, al verbo mazziniano, per il cui trascendente Dio di verità
immane nella realtà di quell'immortalità dell'idea nel popolo, nelle nazioni, che per Mazzini è la via del pensiero astratto a farsi azione concreta, è il fine dell'esistenza umana, in
cui il dovere divien coscienza, l'azione testimonianza di fede, il sacrificio della vita giustificazione dell'esistenza.
Che sia una mistica, filosofica di là dalla filosofia, storicistica al di là dalla storia,
religiosa, e a suo modo anzi chiesastica di là dalle religioni costituite in chiese; che sia una
mistica, è superfluo dire, ma vale la pena di notarlo in quanto ebbe di efficacia politica di
là dalla politica, testimoniale, sacrificale, in una certezza, in un imperativo, nella fede che
il fiore dell'umano agire e pensare e credere sia nel sacrificio, e si giustifichi nel sacrificio.
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GIUSEPPE MAZZINI
di Paolo Vetri (Enna, 21.2.1855 – Napoli, 2.5.1937) datata al 1908. Il Vetri, che fu
il più diretto seguace di Domenico Morelli e operò sempre in Napoli, ci ha
lasciato con questa incisione, nel suo gusto un po’ ′ noir ′, il ritratto di fantasia
più suggestivo del Maestro.
(Centro Napoletano di Studi Mazziniani)
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Che una simile fede; né c'è altro termine per definirla; che una simile fede trascendentale, con la sua moralità ascetica, con la sua pratica e politica martiriche, avesse,
lungo ordine di più decenni di tempo e d'eventi tragici e d'eroiche prove, esistenza e resistenza, e fiamma ed alimento in sé e da lui, è cosa che soltanto nella storia dei fatti si fa
credibile, ma in essa è indubitabile.
E la storiografia ne dà vasta e poderosa documentazione, alla quale vorrei portare un fuggevole contributo personale, ma perciò ed in ciò vivo e dal vivo.
Ho conosciuto, molti anni fa, nella sua tarda ma vegeta e lucida vecchiaia, un
superstite dei processi mantovani del 1853, scampato alle forche di Belfiore: il Dottor
Luigi Pastro, quello fra gli imputati che insieme al Finzi avvocato, seppe valersi della
norma del codice austriaco per evitare, eludendo le inquisizioni dell'abilissimo inquirente
imperialregio, la pena capitale. Bisognava soltanto negare tutto, e bastava, perché il codice esigeva la confessione; ma non era facile, perché bisognava resistere alla tentazione di
scagionarsi, di innocentarsi, di attenuar la colpa, di discutere: ed è così che l'inquisito dà
ansia all'inquirente, che del resto, aggiungeva il Pastro, faceva il suo dovere.
Nel dir così, come nel parlare di errori e debolezze di altri imputati, nella nobile
modestia, nella serena semplicità del vegliardo, brillava la vecchia arguzia: bastava negare tutto, per scampar la forca, ma non era facile.
Cotesta arguzia avvalora quel ch'egli diceva di come aveva visto, condannato lui al
carcere, morire il Tazzoli da eroico prete, il Poma da laico santo, il Montanari da eroe stoico,
e tutti da patrioti, da fedeli della « Giovane Italia » mazziniana. Ma sulla testa di Tito
Speri, il prode bresciano delle « Dieci Giornate », il Pastro diceva che si era visto, andando al
supplizio, un lume, una luce di vittoria dello spirito e di trasumanata gioia della carne, la
luce di un sublime desiderio esaudito: da averne, diceva il Pastro umilmente, uno spasimo
d'invidia. Soggiungeva d'aver capito perché sul capo dei santi martiri vien dipinta l'aureola:
perché c'è stata vista.
Nel magistero della propaganda mazziniana, di per sé prodigiosamente attiva,
come si sa, c'è qualcosa di tanto inafferrabile quanto certo.
Che il suo mezzo fosse essenzialmente un sacrificio di sé, un olocausto, l'insurrezione, e magari l'attentato, più a morire che ad uccidere, più a morire che a vincere; che
il suo fine stesse in una profezia,
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in una utopia: l'Unità d'Italia; che quante speranze di attuazione ne offrisse il pensiero
patriottico nazionale fuori della dottrina democratico-repubblicana della « Giovine Italia
», fossero respinte da Mazzini; che le adesioni di lui alle imprese di Carlo Alberto e di
Vittorio Emanuele e di Garibaldi fossero condizionate ad esigenze che le rendevano
inaccettabili; che le sue partecipazioni a tentativi effimeri, come la spedizione di Pisacane
a Sapri, con lui Mazzini in Genova a tramar colpi di mano insurrezionali inattuabili:
il fine utopistico, le azioni ascetiche, le imprese fallite e destinate a fallire, tutto ciò rende
enigmatico, se non è assunto a definirlo, l'influsso, il prestigio, l'autorità, il potere di
Mazzini e della « Giovine Italia », quando non veniva chiesto a che servisse andare a
morire! Propaganda, come ho detto, da uomo a uomo, da un animo all'altro, d'una religione politica e d'una politica religiosa.
E per tanto s'intende e si comprende che e come movente tanto sensibile quanto
efficace nell'intimo dell'animo di lui e in quello dei suoi adepti, dovesse essere e fosse, non
che l'effusione, il senso di quanto è ineffabile negli affetti, nell'affetto umano. Il quale e i
quali, a principiare dall'amor patrio, pervadono d'intima, e quanto più intima, più fervida passione, la storia del mazzinianesimo eroico, della passione mazziniana, che fu
tanto, e non per caso, sentita e condivisa e sopportata da tante appassionate donne, madri e amanti.
Non pure il carteggio e la vita, ma l'opera letteraria e l'azione politica di Mazzini di passione sono pervase e animate. E' una singolarità, un'originalità, un carattere
vitale e umanissimo nella più alta accezione del termine, che vi significa ogni più eletta
nobiltà del sentire e del costume, del gusto e dello stile.
Non è un caso, non è un'esteriorità di maniera e usanza cospiratoria, se il legame fra congiurati della « Giovine Italia » è designato come «fratellanza»; e a verace e
sentita realtà spirituale e politica risponde il fatto, così evidente e parlante nelle mille e
mille lettere del carteggio e in tanti patetici e passionali aneddoti della biografia, che la
lega, la setta, la cospirazione mazziniana radicava e diramava e si reggeva e alimentava
in rapporto d'amicizia e di quella fraternità solidale, che è sì il fine supremo e universale
a cui secondo Mazzini deve tendere e tende l'umanità, ma intanto deve avverarsi come
solidarietà appunto amichevole, fratellevole, dei congiurati fra loro e con lui. E si avverava, di fatto, lui vicino o lontano, e fra i migliori più viva, nei conciliaboli e nelle carceri e
sui patiboli: si avverava come realtà
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politica in quanto fatto umano, consapevole.
Realtà e fatto singolare, complesso di varii e non facili elementi vitali ed attivi della
« Giovine Italia »: e uno, generale, costante, operativo sta non soltanto nella severa categorica, imperativa moralità missionaria di lui, ma in quell'alta ed ardua malinconia dell'indole sua affettiva, in quell'ansia d'azione e angoscia di dubbio, per cui, dopo la catastrofe
del Pisacane a Sapri, confessa amaramente che ormai « la sua mente è incline a credere
ch'egli sia una fonte perenne di male ». Ma tale un'alta, esistenziale tristezza, è pur quella che detta dentro, che ispira lo stile non pur naturale, giusto, necessario d'una propaganda, d'una persuasione missionaria, che non prometteva né proponeva successi né speranze
di successi, ma probabilità di un sacrificio, unico ed ultimo a giustificare sé in se stesso.
Mandava altri a morire, e non ci andava lui: volgare ma ovvio sarcasmo ne poteva
scaturire, e scaturiva: ma lo stile e l'umanità di di quella malinconia e tristezza e angoscia
erano il più efficace antidoto al veleno di quell'argomento, com'eran l'unica espressione conveniente, la sola consentita al mandante di quelle azioni sacrificali. Un lume di transumanante gaiezza, d'eroica allegria potevan mettercelo, ce lo mettevano quelli che andavano al
supplizio come Tito Speri, aureolato agli occhi del compagno suo Pastro, che diceva, ripeto,
d'averne provata una fitta d'invidia.
A comprender natura e accento della parola della religione mazziniana, può aiutare l'epigrafe dell'« Apostolato Popolare », che reca in testata una triade: Libertà,
Uguaglianza, e, illuminante sostituzione e integrazione, Umanità; ma vorrei pur anche,
a sentirla e farla sentire, invocare gli accenti di eroico dramma morale del Guglielmo
Tell di Rossini e dell'eroica elegia nell'opera di Donizetti. D'altronde qual parte avesse la
musica nel sentimento risorgimentale, e quanta la poesia, se non si sapesse, lo direbbe
Mazzini stesso.
E qui chi ha chiamato a commemorarlo un romanziere storico, gli consenta di ricordare che tratti essenziali della vivente personalità di lui si colgono al vivo in un romanzo
storico, il Lorenzo Benoni di Giovanni Ruffini, in cui vive il patriota e suscitatore di
patrioti, il cospiratore e riformatore della politica cospiratoria contrapponendo alla settaria
scoria della « Carboneria » la « Giovine Italia », vivida e vivente società umana.
E l'amicizia coi sodali primi, i tre Ruffini, con Jacopo suicida in carcere in crisi di
disperazione, primo nel martirologio mazziniano e
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con Agostino e Giovanni, figura, prima e per tutte, il significato e la funzione che nella
storia del mazzinianesimo ebbero le eroiche amicizie.
La figura, anche, in quanto Giovanni, chiamato alla sua spiccata vocazione di
scrittore, e Agostino alla sua di studioso, si staccarono da Mazzini. La figura, infatti,
in quanto, cadendo, cotesta secessione nel '37, nei primordi dell'esilio in Inghilterra,
incideva in un periodo di crisi politica, pratica, morale, tale da tentar Mazzini al suicidio; e lo salvò, dice, soltanto « un'idea religiosa »; ma tutto questo insieme di disperazioni, anche dalla separazione dai suoi primi due amici, e dalla morte del primo, derivò
ed immise nel dire e nell'agire mazziniano il tono di ardua e nobile e sensibile mestizia,
che frattanto si espresse generosamente col riconoscere le umane ragioni del loro abbandono, e col giustificarlo.
E' in ciò una sorta di prefigurazione. Infatti, era destino che l'affermarsi e lo sviluppo e il successo politico dell'idea unitaristica, la mutassero di democratica in liberale,
di repubblicana in monarchica, via via ch'essa prendeva più forza e più ne dava alla
politica d'iniziativa piemontese, sabauda, cavurriana.
E questo importava l'uscita di tanti, e di tanti fra i migliori intelletti politici,
dalla « Giovine Italia »; l'adesione ad un programma quanto mai inviso, detestato, odioso a Mazzini; la dissoluzione di quel sodalizio e fratellanza di spiriti amici, fraterni
in idea e dalla politica affratellati. E sarà Garibaldi e, per esempio, Carlo Pisacane,
come patriota, mazziniano, ma, vigorosa mente di critico militare e politico, come riformatore sociale, contrario a Mazzini per rigorosi concetti di economia socialistica.
Del resto, sorte e vocazione e genio suo proprio lo volevano quel ch'egli fu per la
sua dogliosa grandezza, quella che lo destinava a morir « esule in patria »: profeta dell'unità italiana e dell'idea di nazione.
Come dice, con uno dei suoi più spietati sarcasmi, Machiavelli? Profeta disarmato.
Però, nel fatto di Mazzini non ha luogo il sarcasmo, perché, se nella Milano delle Cinque Giornate nel '48 e, nel '60, nella Napoli della dittatura di Garibaldi, sembrò
dimostrata una fatale negativa di Mazzini a inserirsi nell'azione politica diretta e spiegata; se si confermò e consumò la sua incompatibilità coll'altro grande « esule in patria
», Carlo Cattaneo federalista, e poi col geniale pragmatismo di Garibaldi; questi esiti, e
gli altri minori ma analoghi, contribuirono a far di lui, propagandista dell'unità italiana, un profeta, il profeta, non che della
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patria, della nazione e dell'idea di nazione, e, come profeta, attivissimo.
Ed eccolo a Roma nel '49, sfornito delle armi militari e politiche di che l'implacabile Machiavelli inespiabilmente vuole armato il politico se non ha a finire come il
profeta disarmato: eccolo, profeta, che vi arrivò solo e solo ne ripartì, inerme in senso
machiavelliano, ma vincitore di quella sua guerra spirituale di cui Roma nel '49 segnò la
maggior giornata, un tratto indelebile, un segno storico inconfondibile, esemplare, intramontabile, e tutto mazziniano.
Prima di tutto, perché Repubblica Romana e governo di Roma investita dalle
armi francesi su mandato dell'Europa legale e legalitaria, compendiavano tutti i motivi
della politica mazziniana, in quello del lottare senza tregua né transigenza fino all'ultimo ed oltre, senza resa.
In secondo luogo, la difesa militare della città, che fu, come si sa, eroica e non affatto inefficace, col fatto d'aver adunato sulle difese del Gianicolo nelle colonne garibaldine volontari d'ogni parte d'Italia, opponendo alle milizie e più alle diplomazie europee
impegnate nella restaurazione di Roma papale, un atto d'incoercibile e inflessibile volontà di indipendenza e unità nazionale, di libertà rivoluzionaria, dimostrava col fatto e
per contrasto quanto fosse incerto e infido l'intento delle potenze coalizzate a restaurare
il dominio ecclesiastico, ma discordi, e quanto fosse anacronistico impedimento all'unificazione italiana il potere temporale ecclesiastico.
Uomo d'azione e uomo di governo, a Roma l'inflessibile uomo di principio, fu
profeta non inerme, e statista efficiente, in quanto pose all'Europa e al mondo, illuminò
loro quel che non si sarebbe più oscurato davanti alle coscienze e alle menti dei popoli e
dei governi, delle politiche e delle diplomazie, non che d'Italia, d'Europa.
Solo se n'usciva di Roma, rifiutando per sé quei patti d'una resa che avrebbero
menomato l'intangibile significato di vittoria futura, la promessa d'una sconfitta vittoriosa dalla Repubblica Romana e da lui Mazzini conseguita in tali termini di storia in
senso pieno, effettuale, assoluto, da valere nella perennità della storia ideale eterna, più
d'una vittoria contingente; che in ogni caso, per quanto splendida e piena, avrebbe dovuto
subire, ricevere dalla sua propria riuscita, la menomazione e l'oscuramento inevitabili.
Ch'egli, uscendo così, non patteggiato, da Roma, fosse consapevole di quel che ne
recava in salvo in lui, è dimostrato dalla sua precedente condotta di triumviro al governo
della Repubblica, virilmente e inflessibilmente informata alla volontà di tener fede ai
principi a qualunque
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costo, anche di perire, tutto sacrificando ad essi e alla loro integrità. Ma penso che uscendo da Roma quel 12 luglio del '49 fatidico, gli aleggiasse nello spirito quel verso del
giovine poeta morto alla difesa di Roma, del giovine soldato che tanto in sé aveva impersonato di spirito mazziniano, di quello spirito di cui è pervaso il primo verso del suo
inno: « Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta ». Ed era pure un'ora di pena e di dolore,
di desolazione, secondo l'umano, ultima e spoglia.
Forse, penso, fu anche allora, che in un ultimo sguardo a Roma, trovò quel motto
così patetico, quel modo così poetico di nominarla: « la città dei miei sogni ».
Per la storia, cominciava il ventennio che segnò la progressiva esclusione di lui e
del suo sistema della politica effettuale ed efficiente che unificò l'Italia nel modo a lui più
detestabile e odioso, in modo, per usar parola che dice la sua detestazione e il suo odio,
d'altronde, come si sa, ricambiati, in modo cavurriano.
Dal mio intento uscirebbe ciò che appartiene, proprio e pieno, alla storia politica;
di Mazzini ho detto qualcosa di cui, se non mi sono ingannato, sentivo in me l'accento
vivo. E si sente anche nel fatto, in sé e per la storia disperato, che l'antico cospiratore
tentasse di fomentar tentativi di ribellione contro il Regno, sicché, il 20 settembre del
1870 lo trovò carcerato nella fortezza di Gaeta. Amnistiato, dovendo pernottare a Roma fra due treni, non volle uscir di stazione, per non mettere il piede né l'occhio nella «
città dei suoi sogni » come disse con l'amarezza che non sto a commentare, perché il suo
accento così pateticamente personale mi trae a pensare a lui non come a maestro e attore
e profeta storico dell'unità nazionale italiana, ma come a morale martire, ossia teste e
vittima, in vita e in morte, storico e metastorico, della idea di nazione.
E Roma dei suoi sogni è la Roma del giovine romantico cospiratore e della millenaria tradizione; la Roma storica del '49 e la Roma di lui profetica; la Roma della
Giovine Italia e della Giovine Europa, anzi di un mondo liberato, affratellato,
redento, promesso alla sua messianica fede; la Roma in cui non volle metter piede quella
notte, e la Roma del suo Verbo.
Quale dovesse questo apparire, che sorta di risentimenti fosse atto a destare in
persone di mente spiccatamente politica e realistica, può dirlo il furore che Mazzini e il
mazzinianesimo destava, per esempio, in Carlo Marx; ma che dovesse apparire non pure
utopistico ma chimerico, non che impolitico ma assurdo, si vede in Camillo Cavour, anche,
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anzi specialmente in quanto del mazzinianesimo italiano egli accoglieva sentimenti e
tradizione, dottrina e realtà, giovandosene nei più diversi modi politici, anche per farne
un argomento di intimidazione diplomatica. Ma che in Cavour lo spirito rivoluzionario,
la dottrina mazziniana di « pensiero e azione » dovesse destare una sorta d'ira, non che
politica, psicologica, una specie di avversione tecnica, si scorge, per esempio quando, nel
'58, l'attentato di Felice Orsini a Napoleone III minaccia di far abortire il progetto
dell'alleanza franco-piemontese, e la reazione di Cavour non si limita a proclamare il
pericolo politico e sociale della insoluta « questione italiana », ma trascorre ad imputare
a Mazzini la « teoria del pugnale », con eccesso polemico, che trascende ad accusare
Mazzini d'un complotto contro la vita di Vittorio Emanuele, che, ci credesse o volesse
crederci Cavour, mancando le prove, fu errore, ed ispirò a Mazzini la protesta che costituisce una, non che nobile ed alta, vera e storica definizione di quel che fu nel Risorgimento il mazzinianesimo, « pensiero ed azione ».
E, non che storico, è comprensibile, è logico non che umano, che a Mazzini assertore religioso dell'unità d'Italia, l'attuazione tutta politica di essa da parte di Cavour,
apparisse usurpazione politica, sopruso diplomatico, profanazione mondana; ma che nel
'59 egli giudicasse l'alleanza franco-piemontese e la guerra all'Austria come un prodotto
della « trista politica », parole sue, di un « ministro che antepose le arti di Ludovico il
Moro alla parte di rigeneratore » d'Italia, costituì un giudizio siffatto che stare a rilevarne l'errore a cose compiute sarebbe superfluo quanto indugiarci a dimostrare che Ludovico il Moro è il proverbiale e malavventurato capro espiatorio di una situazione storica eccedente la sua e quella stessa dell'Italia, nella storia d'Europa, or son cinque secoli.
In concreto, un insofferente disprezzo tecnico di un Cavour per Mazzini, una
dottrinale detestazione di un Mazzini per Cavour, furono cose naturali e inevitabili,
come, allargando la visuale, i rapporti fra Vittorio Emanuele e Cavour, di costante
avversione e a tratti tempestosi, a volte fin meschini, e come il contrasto pratico fra Garibaldi e Mazzini, penoso per ambedue, e come quello, umano più che politico, e perciò
violento, fra Garibaldi e Cavour, in cui si legge perfino una animosità nizzarda verso il
torinese, quale fu pure, originariamente, fra il genovese e il piemontese, il Mazzini e
Cavour.
Opportunità politiche e moti affettivi ebbero ragione di velare e celare cotesta realtà di contrasti e incompatibilità e avversioni a cui
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non daremo neanche noi e neanche oggigiorno l'umano e cocente nome che umanamente li
qualifica; e non lo diremo, perché s'indovina e perché si tratta dei nostri padri storici e
dei fattori della nostra patria italiana moderna. Ma occorre conoscerli, contrasti ed avversioni, a conoscere la vera e storica natura del Risorgimento. E se il maggiore, e originario di tutti gli altri conflitti, stette nel fatto che il Risorgimento fu il prodotto storico di
una minoranza, ciò lo dichiara d'essenza religiosa mazziniana; eroica garibaldina; e,
proprio in quanto ebbe a vincersi nei riguardi del suo ministro, ardua quanto accorta in
Vittorio Emanuele; geniale in Camillo Cavour.
E vuol dire finalmente che il Risorgimento fu evento in cui si ha a vedere il conflitto eracliteo, mitico generatore di tutte le cose, la machiavellica severità effettuale delle
cose, la dialettica storica della metafisica hegheliana; tragico, eroico, geniale, e in quel suo
piglio giovanilmente patetico e fiero e impavido, d'impronta originaria mazziniana e di
mazziniano nome storico: Giovine Italia.
Non si può e non si deve far la storia di ciò che non è avvenuto e di ciò che ha
ancora da venire: è vero, ma con un'integrazione: che storia non si fa se non in riferimento con ciò che non è avvenuto e con ciò che avverrà, dunque in supposto ed in previsione.
Fatale fra quanti sono stati fatali anni storici, il 1914 ha portato, con la conflagrazione degli stati nazionali che chiameremo sommariamente di civiltà bianca, una
evoluzione e dissoluzione della civiltà e della politica di nazione, del concetto stesso di
nazionalità, per cui nulla più esiste di ciò che fu nei termini storici di tale civiltà e politica, nulla più è vero nei termini ideologici in cui quel concetto fu vero.
Giuseppe Mazini credeva nell'immortalità dell'uomo, in quanto la vedeva, per
fede, espressa in quella ch'egli credeva immortalità del popolo nelle nazioni storicamente
costituite e, al tempo suo, in via di costituirsi o di finir di costituirsi.
Che cosa ne sia nato nel '14 non sto a dirlo: d'altra parte, non è riducibile a concetto di storia senza aggredir con la più varia e tremenda apprensione un futuro tanto
ignoto quanto immanente.
Mazzini credeva in Dio, agente, credeva egli di saperlo, ma per fede, nelle storie
nazionali, nei termini a lui noti al suo tempo, e che credeva veri e certi.
Il vero è che Dio, o la storia, o il mondo, come che lo si chiami, non si esauriscono né nel passato né nel futuro: si esauriscono solo i
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concetti in cui c'illudiamo di aver esaurita l'infinità della conoscenza, e d'aver fermata
l'infinità del divenire.
Quanto all'idea di nazione, all'immortalità, in essa, dell'uomo, la dissoluzione
nel '14, l'evoluzione odierna, sono tali che continuano, eternano quel che chiameremo
martirio, cioè testimonianza, di Mazzini, poiché la sua fede, in quanto tale, ebbe quella
purezza, quel fuoco, quella sincerità di passione e dedizione, che lo fecero profeta e teste,
eroe e vittima, maestro e martire.
Non è l'immortalità in assoluto, ma è, sì, l'immortalità nella storia: è, in ogni
caso, la salute dell'anima, in cui Mazzini, puramente con la madre sua pia e generosa, e
coi maestri suoi primi, non per caso giansenisti severi, tormentosamente credeva.
RICCARDO BACCHELLI
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Relazione al bilancio di previsione
della “Provincia„ per l'anno 1972
La Giunta Provinciale, nominata fra i Consiglieri della maggioranza di centrosinistra eletti nelle consultazioni del 13-14 giugno 1971, tenendo fede agli impegni programmatici espressi dal presidente dott. Galasso nella seduta di insediamento dell'11
dicembre 1971, ha presentato al Consiglio Provinciale, entro i termini previsti dalla
legge, lo schema di bilancio di previsione per il corrente esercizio finanziario.
Il massimo consesso elettivo della provincia si è occupato del documento in tre
lunghe sedute: quella del 25 gennaio, quella del 1 ° e quella del 3 febbraio 1972.
Nella prima tornata si è proceduto alla lettura della relazione al bilancio, da
parte dell'assessore alle finanze, ins. Napoleone Cera. Nella seduta del 1° febbraio si
sono avuti gli interventi dei consiglieri prof. Pasquale Ricciardelli (per il P.C.I.), rag.
Francesco Saverio Biasco (per la D.C.), avv. Ferdinando Marinelli (per la «Destra
Nazionale»), dell'assessore all'assistenza e beneficenza dott. Nicola Damiani
(P.S.D.I.) e del cav. Alberto De Santis (ancora per la D.C.). Nella seduta conclusiva
sono intervenuti nella discussione i seguenti consiglieri ed assessori: ins. Maria Luigia
Schinaia (P.C.I.), dott. Michele Protano (P.S.I.), on. dott. Savino Vania (P.C.I.), per.
ind. Michele Lattanzio (P.S.I.).
Ha replicato l'assessore alle finanze, ins. Cera ed ha tratto le conclusioni del dibattito il presidente, dott. Franco Galasso.
Nella stessa seduta si sono avute le dichiarazioni di voto da parte dei seguenti
consiglieri ed assessori: ins. Francesco Maccarone (P.S.I.U.P.), avv. Ferdinando Marinelli (Destra Nazionale), on. dott. Savino Vania (P.C.I.), rag. Francesco Saverio Biasco (D.C.), dott. Michele Protano (P.S.I.), doti. Antonio Grosso (P.S.D.I.).
Il bilancio è stato approvato, nella sua interezza, con n. 16 voti favorevoli e n.
13 voti contrari, su n. 29 consiglieri presenti in aula e votanti (assente l'avv. Piacquadio).
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PREMESSA
Consentitemi, cari Consiglieri, prima di dare inizio alla lettura della
mia relazione sul bilancio di previsione per il 1972, di fare alcune personali
considerazioni; esse non vogliono significare mortificazione per nessuno di
noi, ma solo un richiamo ad una maggiore responsabilità.
Quello che vorrò dire non è altro che la constatazione di un fatto
abituale che ho verificato fin dal giorno in cui ho avuto l'onore di sedere
qui, in mezzo a voi. Ecco: spesso ci si lagna, da ogni settore, delle difficoltà
oggettive in cui si dibattono gli amministratori della pubblica cosa. Si è detto per esempio che lo Stato, con la sua asfissiante burocrazia ci soffoca; che
stronca ogni iniziativa degli amministratori di periferia per mancanza di aiuti diretti, per la lentezza dei suoi interventi, per la sua insensibilità ai problemi che ci affliggono da anni e che insorgono, giorno per giorno, man
mano che le nostre popolazioni acquistano maggiore consapevolezza di se
stesse e che reclamano più servizio e maggiore disponibilità da parte di noi
amministratori. In quest'aula si sono dette tante cose in proposito al fatto
che, per dichiarare la bontà o meno della volontà espressa dall'Amministrazione attraverso il discorso sulla programmazione fatto dal sig. Presidente,
ci sono volute tre lunghissime sedute consiliari durante le quali spesso, anziché discutere d'amministrazione abbiamo assistito col pubblico, mortificati, ad incontri e scontri sul piano di una stucchevole retorica politica fatta, a
volte, di difficili elucubrazioni mentali, di bizantinismi (scusatemi: è un vocabolo che ho imparato da voi, qui), di sterili sofismi, di paroloni (le famose
« sesquipedalia verba » come le definiva Orazio Flacco), dove tutto si diceva
e faceva, insomma, tranne che amministrazione. Ma quello che è più strano
è che, a volte, interessi preminenti d'amministrazione sono stati posticipati,
subordinati e condizionati a preamboli, a precisazioni, a considerazioni al di
fuori di ogni ragione amministrativa. E quì non mi si vorrà rimbeccare
dicendomi che tutte le vie conducono a Roma e cioé che fare politica è lo
stesso che fare amministrazione. Io risponderò che, altro è andare a Roma
(per stare alla metafora) con l'autostrada, e cioé per via diretta, ed altro è
andare a Roma, dopo aver toccato prima Palermo e, caso mai, Milano. In
sostanza dobbiamo onestamente riconoscere insieme e, per nostro rimorso,
che diciamo troppe chiacchiere e facciamo troppo fumo; che perdiamo
troppo tempo per fissare, a volte, un'idea, per centrare un argomento
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o per tradurre nella realtà della vita giornaliera qualche cosa di concreta
amministrazione, quella con la « A » maiuscola.
E' la prima volta che ricopro una carica a livello provinciale e, se dovessi esprimere un giudizio su questa mia nuova esperienza amministrativa,
vi confesserei candidamente, com'é mia abitudine, che esso è amaramente
negativo. Credo che, se i nostri elettori (che poi non sono altro che i nostri
amministrati), potessero essere presenti a qualificazione politica, e che attendono ansiosi di vederci all'opera con le maniche rimboccate; dicevo: che
se essi potessero essere presenti a certe nostre lunghe quanto superflue dissertazioni, ci squalificherebbero e non so fino a qual punto! Io penso ancora che tutti nostri elettori, sparsi sopra un territorio immenso che va dal
povero Gargano al disastrato Appennino, dalle sponde del Fortore a quelle
dell'Ofanto, ci hanno mandato qui soprattutto per amministrare. Non per
niente è questa l'Amministrazione Provinciale e noi, fino a prova contraria,
ne siamo i suoi amministratori, scelti da una competizione elettorale che ha
avuto per oggetto il rinnovo non di una carica politica ma di un Consiglio
di amministrazione di un Ente, anche quella competizione elettorale è stata
fatta all'insegna dei partiti che operano sulla scena della politica italiana.
Invece, abbiamo dovuto assistere a sedute nelle quali questa nostra aula è
sembrata solamente una tribuna politica, un podio da cui fare sfoggio di
una certa oratoria che certo non risolve i guai amministrativi della nostra
Provincia. Bei discorsi, senza dubbio, ma che andrebbero fatti in luoghi più
appropriati, e che dicono ben poco sul piano squisitamente amministrativo
e che, a parer mio, oltre a non convincere nessuno di noi consiglieri, fermi
alle proprie idee ed alle proprie impostazioni politiche, mostrano scarso
rispetto per questo nostro pubblico che ha la lodevole abitudine pazienza di
farci compagnia in queste nostre sedute-fiume e che noi dobbiamo credere
ormai profondamente e democraticamente maturo per giudicare uomini e
cose. Non voglio farmi bravo davanti a voi, credetemi; non è mio costume
nè voglio darmi l'aria del Catone a buon mercato. Ma accogliete questa mia
preghiera che è poi quella stessa che dalle labbra di tutte le popolazioni di
Capitanata viene rivolta a tutti noi. Facciamo pure politica (d'altronde, al
giorno d'oggi, è ormai diventata prassi costante, scusatemi il paradosso, ma
è la realtà, che tutte le cose, tutte le azioni, dalle più serie alle più insignificanti, siano viste in chiave politica anche quando in essa la politica non
c'entra un bel niente!). Facciamo pure
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politica ma non dimentichiamoci di fare un poco d'amministrazione. Lasciamo che l'Amministrazione viva e vada avanti nell'interesse di tutti. Non
vorrei augurare per me e per voi tutti che la gente, la nostra gente, ci accusasse di immobilismo.
Ed ora un'altra breve considerazione, propedeutica, indispensabile a
chi dovrà giudicare la relazione al bilancio. Durante le passate sedute mi è
capitato di ascoltare interventi di cui non saprei giudicare se migliori i loro
pregi tecnici rispetto a quelli politici oltre che letterari. Comparando quei
discorsi alla mia povera, nuda, cruda, sgrammaticata e forse imprecisa perché affrettata, ma certamente spontanea relazione, mi è parso di vedermi
come un pulcino nella stoppa. Ma vi confesso che poi, a conti fatti, non me
n'è venuto scoramento, anche quando mi è parso di sentire affilare (sulla
relazione, si capisce!) « nell'ombra le spade », per dirla col Manzoni. Da tanti anni, circa trenta, una mezza vita, come vedete, da quando faccio l'amministratore della cosa pubblica, dirò che ho sempre parlato così (e questo
mio modo di agire spesso m'è costato tanto): è il mio costume. Dirò che ho
preferito fare più che dire. E questo perché ho sempre creduto che per essere un buon amministratore non c'è bisogno nè della memoria di un Pico
della Mirandola o di un Massimo Inardi, nè dell'oratoria forbita di un Demostene o di un Segneri e molto meno di una mente elettronica, in materia
di cifre, alla Einstein. Ho pensato sempre che per essere un buon amministratore sono indispensabili queste cose, soprattutto: la modestia, la forte
volontà di servire gli altri, l'operosità e la disponibilità in ogni momento e,
principalmente, l'onestà, nel senso più vasto della parola. Per cui a conclusione di queste mie premesse, vi prego, quando andrete a giudicarmi, di tenere presenti, al di sopra di ogni fasulla demagogica considerazione, queste
mie parole.
Vi chiedo scusa; vi ringrazio dell'attenzione prestatami e passo veloce
alla lettura della relazione.
Signori Consiglieri,
è prassi costante che ogni anno l'Amministrazione di un Ente pubblico, per
piccolo che sia, presenti il suo bilancio.
Ed è giusto. Un buon amministratore sulle cui spalle pende la responsabilità della vita giornaliera e dell'avvenire di un Ente, deve preoccuparsi di assicurargli i mezzi per vivere o crescere. Ed è chiaro come, nella
misura in cui l'amministratore prevede, formula e redige il suo programma,
così viene giudicato. Certo, se stessimo al significato stretto della parola «
bilancio », cosa che vuol dire equilibrio di spese
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in rapporto alle entrate, redigerlo sarebbe almeno sulla carta, la cosa più
facile al mondo.
Il guaio invece è quando alla consapevolezza delle esigue entrate fa
riscontro, dall'altra parte, la situazione dell'Ente che, in fase di crescita, ha
bisogno prima di portare avanti, per una logica continuità di potere, un certo discorso impostato dalle passate gestioni e poi deve far fronte a tante
altre nuove esigenze da esaudire, man mano che la nostra comunità si sviluppa ed acquista maggiore coscienza di se stessa. E chi di noi consiglieri
infatti non conosce i problemi della nostra Provincia? Di questa nostra
Provincia che ha sul tappeto tutti i suoi immani atavici problemi la cui risoluzione importerebbe, per un certo tempo, l'impiego di tutte le finanze dello Stato? E non sono io che dico questo. Leggo, infatti, stralciando, quanto
ebbe ad affermare il collega De Santis nella sua relazione sul bilancio dell'anno finanziario che si è già chiuso. « Abbiamo studiato, dibattuto, approfondito, portato a conoscenza della pubblica opinione, risolto o cercato di
risolvere i maggiori problemi della nostra Provincia: approvvigionamento
idrico, irrigazione, emigrazione, disoccupazione, metano, università, turismo, collegamenti stradali, coltura, scuole, sport, assistenza, agricoltura ».
Ora, se questi erano i problemi principali che attanagliavano gli amministratori passati, non direte mica che gli stessi non siano quelli che si
ripresentano imperiosamente a noi, al mattino di questa nuova amministrazione. Vi prego di avere un po' di pazienza. Ascoltatemi e sono sicuro che,
alla fine, insieme ci accorgeremo che per alcuni di quei problemi, se non
siamo appena all'inizio poco ci manca mentre per altri siamo a zero e questo non per mancanza di volontà politica dell'Amministrazione passata ma
solo per cause tecniche, quelle famose cause tecniche che se la volontà del
popolo e la burocrazia dello Stato non si decideranno a superare, condanneranno tutti gli enti locali a morire di cancrena.
Così, velocemente, con qualche esempio e qualche considerazione,
esaminerò quei problemi al di sopra di ogni demagogia usando un linguaggio induttivo ma estremamente realistico.
Nello stesso tempo, per argomento, indicherò a voi quello che, al limite del sopportabile, è stato previsto dall'Amministrazione per il 1972 al
fine che quello che risulterà necessità effettiva possa concretizzarsi nella
visione generale di un programma annuale il più largo e il più pratico possibile.
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APPROVVIGIONAMENTO IDRICO
Forse pochi sapranno che a noi garganici l'estate scorsa come per
gli anni precedenti è stato negato il sorso d'acqua per dissetarci. Il dramma del mio comune, S. Marco in Lamis, di cui ero Sindaco, è stato e resta
lo stesso di Rignano, di Monte, di S. Giovanni, di Manfredonia città, di
tutto il Gargano Nord e, perché no?, della stessa Foggia, di S. Severo e di
tanti altri Comuni. Vi basterà pensare, per sottolineare la gravità della situazione idrica, che il sottoscritto, per assicurarsi un'autobotte dell'Acquedotto Pugliese, minacciò i Ministeri della Sanità e degli Interni di
chiudere con ordinanza un Ospedale zonale di 130 posti. E a nulla servono le continue giustifiche del predetto Ente che riesce sempre a farla
franca motivando la carenza dell'acqua a questa o a quell'altra improvvisa
disfunzione tecnica. Le verità sono due e amare. Primo: che acqua non c'è
o se c'è non basta né potrà bastare, tenute presenti le aumentate esigenze
sociali della nostra gente. Secondo: che, malgrado la mancanza dell'acqua
gli utenti di Capitanata continuano a pagare le bollette ivi compresa quella
dell'eccedenza. Oltre tutto questo è un problema di etica che quest'Amministrazione dovrebbe affrontare a tutela di tutti gli utenti della Provincia non serviti e per giunta beffati.
Una considerazione: il Prefetto, in un colloquio avuto con me la
scorsa estate, mi accennava al fatto che per produrre un solo chilo di zucchero occorrono in media circa cento litri di acqua. Io qui non voglio accusare nessuno e non voglio che mi si fraintenda. Ma, a lume di quanto ho
detto, non è possibile portare avanti una politica di industrializzazione,
che noi condividiamo e che è nell'attesa di tutti, se questa la si vuol fare
centellinando l'acqua alla gente che pur la paga a caro prezzo. Questo discorso diventa poi assurdo se rapportato al decantato futuro sviluppo turistico della Daunia in genere ma con particolare riferimento alla piana e
soprattutto al Gargano da cui l'estate scorsa, proprio per questa ragione,
sono fuggiti forse per sempre migliaia di turisti. Davanti a questa realtà
l'Amministrazione, per la prima volta, ha deciso di intervenire direttamente alla risoluzione del problema. Convinta che la penuria dell'acqua nei
Comuni più interessati potrà essere risolta col dare loro una certa autonomia idrica, ha stanziato come primo intervento al cap. 236bis la somma
di L. 50 milioni in conto capitale. Potranno così essere intraprese ricerche
idriche in loco tali da ridurre i disagi in cui versano tanti nostri
18
Comuni. Essa risulta fra le entrate e quindi in uscita al cap. 60 (titolo 5°
delle entrate) che suona: « Riscossione di capitali per mutui passivi per il
funzionamento di opere pubbliche, edilizia scolastica, ecc. ».
I R R I G A Z I O N E
Altro problema doloroso. Esso resta ancora il dramma di questa nostra sfortunata terra ipoteticamente ricca ma realisticamente bruciata, refrattaria a restituire, almeno in parte, i sudori che le nostre laboriose popolazioni agricole vi gettano da secoli, giorno per giorno. Benché questo problema non sia un preciso compito di istituto, quest'Amministrazione, come
la passata, non cesserà, con qualsiasi mezzo e maniera, di sensibilizzare chi
vi è preposto onde arrivare al traguardo nel più breve tempo possibile, giusto come è stato affermato nelle dichiarazioni programmatiche del Sig. Presidente ed ampiamente discusso, nelle ultime sedute consiliari tenute da
questo nobile consesso con particolare riferimento alla relazione del collega
Pizzolo e agli interventi dei consiglieri Sica, Vania e Piacquadio.
EM I GR AZI ONE E DI SOCCUP AZI ONE
Meglio non toccare queste tragedie della nostra Provincia. Si parla, si
predica a tutti i livelli, ma la verità è che dai nostri Comuni l'esodo della
gente continua mentre chi ha ancora la forza di restare aspetta e spera che
grazia arrivi dal cielo e soprattutto che il cuore e lo sguardo dei governanti e
degli operatori economici si fermino un poco sopra tanta nostra miseria.
Ma spera soprattutto che una briciola della loro generosità (se l'hanno ancora) non veda nella Provincia di Foggia una terra di conquista, da rapinarla
solo in quello che Dio le ha dato per trasferirlo altrove, lasciandoci con un
pugno di mosche in mano. Il metano del Subappennino, la bauxite di S.
Giovanni Rotondo, il legname dei nostri boschi, le pietre pregiate dei nostri
monti, il sale delle nostre saline, il vino, l'olio, la frutta, gli ortaggi delle nostre terre e tante altre cose sono a confermarci questo stato di fatto.
E, come volete che si risolva il problema dei settemila emigrati di S.
Marco in Lamis (cito solo il mio Comune ad esempio), città che nel 1970,
all'epoca dell'Unità d'Italia, contava 21 mila abitanti mentre oggi a stare alle
notizie di prima mano dell'ultimo censimento è sceso a poco più di diciassettemila, quando voi pensate che la Montecatini, pur operando da anni in
agro di S. Marco in Lamis, fino ad oggi, non
19
ha sentito la necessità di assorbire una unità lavorativa locale? E' la verità.
Davanti a questo stato di fatto noi, poveri uomini, ci sentiamo smarriti.
Ma com'è possibile tanta ingiustizia? E valeva la pena, cari amici del Subappennino, soffrire tanto, occupare i pozzi, finire in carcere, marciare su
Foggia, per restare beffati con una fabbrichetta che oltre tutto non è stata
levata al Nord ma ad altra zona forse altrettanto povera della nostra Provincia, alla stessa maniera come viene rabbonito con un confetto un bambino insofferente?
Sono considerazioni che ci dovrebbero far pensare, che dovrebbero
far meditare soprattutto noi amministratori di Capitanata. Ma, due battaglie perse non sono una guerra perduta, sono una guerra perduta se le accettiamo così, come per fatalità ed abulia. Dovremmo, invece, uniti tornare a lottare, a battere il chiodo per farlo penetrare nel cuore di chi dovrebbe non sfruttare i poveri ma aiutarli. Oltretutto anche noi siamo Italiani e non certo di serie B o C. Da parte sua l'Amministrazione, non v'è
dubbio, farà la sua parte. E' questa una volontà politica che poi è la volontà di tutti.
Per quanto riguarda i propri compiti di istituto, l'Amministrazione
ha pensato di intervenire in un modo più sostanzioso rispetto allo scorso
anno a sollievo della disoccupazione con particolare riferimento al periodo invernale. Gli stanziamenti, tutti imputabili alle spese correnti, per il
1972 sono i seguenti rapportati a quelli del 1971.
Cap. 190 - Cantieri di lavoro
1971
1972
Cap. 161 - Contributo ai Comitati ECA
a sollievo della disoccupazione (stabilito per legge nella
misura di L. 50 pro-capite, è
stato raddoppiato)
1971
1972
Cap. 197 - Rimborso ai Comuni per la
(ex 204) spalatura della neve sulle
strade prov.li ed interventi
diretti
1971
(nel 1971 spesi L. 31.093.260)
1972
L. 90.000.000
L. 200.000.000
L. 33.264.300
L. 66.528.600
L. 20.000.000
L. 100.000.000
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SCUOLA E CULTURA
Preminenti sono i problemi della scuola e della cultura in genere. Per
la qualificazione della massa dei nostri giovani è essenziale la istruzione tecnica e professionale. Bisognerà puntare i piedi a terra con lo Stato e la Regione, a cui ne è stato delegato il potere, per avere un maggior numero di
scuole tecniche e professionali. Bisognerà far capire loro che ciò è un atto
di giustizia verso quelle zone depresse della nostra Provincia (leggi Subappennino e Gargano) dove persiste da secoli la piaga delle masse degli operai
squalificati che finiscono poi di abbrutirsi nel calderone dello sfruttamento
sistematico e della miseria. Verrebbe così, in parte, risolto anche il problema dei pendolari la cui origine è, prevalentemente, dal mondo operaio già
tanto disastrato.
A questo scopo, per il 1972, è stata prevista come spesa in conto capitale al cap. 223 la somma di L. 500.000.000 per acquisto suoli ed edilizia
scolastica (voce nuova del bilancio).
Per gli alunni pendolari, sempre come spesa in conto capitale, sono
state previste al Cap. 224 L. 100.000.000 (vecchio Cap. 230 sbagliato. Legge
31.10.1966 n. 942, trasporto alunni scuola d'obbligo non pendolari).
Per quanto riguarda la cultura in genere si deve far rilevare con piacere e con nota di lode per la passata Amministrazione la costruzione della
nuova Biblioteca la cui ultimazione è prevista per maggio prossimo. Lode
anche all'instancabile prof. Celuzza, direttore di essa. Perché la Biblioteca
possa rispondere appieno alle nuove esigenze, l'Amministrazione ha fatto
sue le richieste dello stesso prof. Celuzza prevedendo tra le spese correnti
per il 1972 la somma complessiva di L. 241.960.343 somma superiore allo
scorso anno di L. 140.731.376 (1971 spesa L. 101.632.118).
I capitoli interessati del bilancio sono quelli che vanno dal numero 85
al 93.
UNIVERSITÀ
Per il 1972 al cap. 81, tra le spese correnti, si è mantenuto l'impegno
di L. 25.000.000, previsti anche per il 1971, in attesa di eventi. L'Amministrazione Provinciale si impegnerà a sollecitare, come ha già assicurato il
sig. Presidente nel suo discorso, il parere del Ministero della Pubblica Istruzione per la creazione del Consorzio Provincia21
Comune di Foggia da estendere, poi, come partecipazione interessata, a
tutti gli altri Comuni della nostra Provincia. Ma poiché la stesura di questa
breve relazione è anteriore alle discussioni che si sono avute in proposito
da parte di vari Consiglieri sulla relazione del signor Presidente (vedi Vania e Piacquadio), penso che da parte dell'Amministrazione non ci sarà
motivo di non tener, nel dovuto conto, tutti quei suggerimenti validi che
ne sono emersi sicché s: possa arrivare a concretizzare quello che è nella
aspettativa di tutta la Provincia di Foggia: la creazione dell'Università.
TURISMO
Sono d'accordo con chi sostiene la potenzialità turistica della Daunia che è tutta un mondo nuovo da scoprire ed ammirare. Si è convinti, da
parte di molti, che il turismo è l'avvenire di Foggia. Ma penso che, fin
quando le zone interessate, in modo particolare il Gargano e il Subappennino, resteranno allo stato embrionale, per quanto riguarda le infrastrutture di base, il turismo sarà un'utopia. Vi ho già accennato dell'acqua; ma ci
sono i problemi della luce e del sistema viario, quello dell'albergo e del
posto di ristoro. In una parola, in moltissimi posti, non c'è il minimo di
conforto che inviti un turista a fermarsi e a spendere. Eppure da anni si
parla e riparla, lo si scrive anche, persino lo si codifica (vedi piano Pitigliani) che la vocazione naturale di Foggia è quella turistica e così, a forza
di sentirci ripetere questa frase, ci si è abituati a pensare per esempio che
Pugnochiuso è tutto il Gargano ed invece non lo è.
Non lo è per il fatto che quella località è un caso a sè stante e che
da solo non risolve il problema dell'intero comprensorio turistico del
Gargano sicché, per la maggior parte degli italiani e degli stranieri resta e
resterà il sogno di una notte di mezza estate. Quello che si cerca, invece, è
un turismo spicciolo, alla portata di tutti, un turismo economico che faccia l'economia di tutti. Ma da questa realtà siamo tanto, tanto lontani.
Ad ogni buon conto, l'Amministrazione Provinciale, quest'anno, affronta il problema con un programma articolato su maggiori e nuovi investimenti rispetto agli anni precedenti per far capire a molti qual è la via
giusta da seguire. Le somme previste, per la maggior parte, appartengono
alle spese correnti. Noi le riportiamo distinte per capitolo raffrontate con
quelle dello scorso anno.
22
Cap. 199 - Contributo all'Ente Turismo
(annuale e fissato per legge)
1971-1972 L. 8.497.530
Per quanto riguarda i capitoli 200 - 201 - 202 - 203, avrete notato
che la previsione per il 1972 è identica a quella del 1971. Le somme dello
scorso esercizio le abbiamo volute lasciare invariate perché quest'Amministrazione non passasse per eliminatrice di Enti che esistono solo sulla
carta, in quanto, a parer mio, non assolvono ai compiti d'istituto, per cui
sono nati e per cui sono pareggiati dalla Provincia. Non mi è capitato,
infatti, per quanto sforzi io abbia fatto, di trovare agli atti dell'Amministrazione alcuna relazione di opere, di iniziative od altro di codesti fantomatici Enti che denoti una certa volontà costante di operare per uno sviluppo dinamico ed organizzato dalle potenziali zone turistiche della Daunia. Noi saremmo stati lieti, e voi con noi, signori Consiglieri, di aumentare questi stanziamenti, ma come si fa a giustificare la ragione quando questa ragione non ci sta?
Ma per stare alla premessa e per essere conseguenziali, vogliamo
avvertire, da questo posto di responsabilità chi a quegli Enti è preposto
che, ove mai (se restiamo benintesi!), durante quest'anno dovessimo vedere che la musica è sempre la stessa (non dico i musicanti!) e mi spiego meglio: ove mai dovessimo constatare che i soldi, per quanto pochi in verità,
della Provincia (che non è certo una congrega di carità!), dovessero servire
a niente, non avremo più motivo, per il prossimo esercizio, di erogare
queste somme. Le sopprireremo per un semplice atto di onestà amministrativo.
Qui vult capere, capiat! A bene a buon intenditore poche parole!
Cap. 200 - Contributo per la valorizzane di Siponto
Cap. 201 - Contributo per la valorizzane della marina di Chieuti .
Cap. 202 - Contributo al Consorzio per
la valorizzazione del Gargano
Cap. 203 - Contributo al Consorzio per
la rinascita del Subappenn.
Dauno
Cap. 98 - Contributi e sussidi per manifestazioni varie e iniziative
nel campo della cultura,
1971 - 1972 L.
4.000.000
1971 - 1972 L.
4.000.000
1971 - 1972 L.
500.000
1971 - 1972 L.
500.000
23
istruzione, ecc.
ridotte dalla Prefettura
Spese in conto capitale:
Cap. 246 - Costruzione laghetto artificiale nel bosco di Faeto
Cap. 245 - Potenziamento turistico
della zona di Monte Sambuco (voce riproposta in
aumento)
Cap. 244 - Lavori di completamento
dell'Albergo S. Cristoforo
in S. Marco la Cacola (voce riproposta)
1971
previste
1972
L. 50.000.000
L. 35.000.000
L. 100.000.000
1972
L. 60.000.000
1971
1972
L. 15.000.000
L. 30.000.000
1972
L. 30.000.000
COLLEGAMENTI STRADALI
Su questo argomento c'è da dare atto alla passala gestione per i risultati già conseguiti. Gli allacciamenti rapidi della nostra Provincia alle grandi
vie di comunicazione sono una realtà per la maggior parte di essi. La Foggia-Campobasso, la Foggia-Candela, la Lesina-Rodi-Vieste sono già in fase
di esecuzione. Per la Pedesubappenninica, per cui si prevede una grossa
spesa, l'Amministrazione, come ha già dichiarato il Presidente nel suo discorso, dovrà battersi presso la Cassa per il Mezzogiorno affinché il suo
progetto venga approvato e finanziato nel più breve tempo possibile perché
la sua realizzazione importerà la fine dell'isolamento ingiusto e secolare di
buona parte dei Comuni di quella zona.
SPORT
Per ciò che concerne lo sport, per il prossimo esercizio finanziario,
l'Amministrazione è addivenuta nella determinazione di qualificare i suoi
interventi e di indirizzarli prevalentemente agli sports dilettantistici (atletica
leggera), agli sports poveri, come si suol dire, ma che, in misura egregia,
educano il corpo e lo spirito della nostra gioventù.
Premesso che anche lo scorso anno l'Amministrazione allargava, per
la prima volta nella storia della Provincia la sua sfera di intervento ad altre
attività sportive che non fossero solo il calcio, croce e delizia di questi nostri tempi, per il prossimo anno, invece, gli interventi saran24
no prevalentemente avviati, come dicevo nel senso già esposto. E questo è
un segno soprattutto di sensibilità, di responsabilità e di giustizia verso tutti
quei clubs provinciali che non hanno mezzi per sostentarsi e quindi esplicare al massimo le singole specialità sportive. Ma c'è di più. In una delle ultime sedute la Giunta, rivedendo un cero metodo usato d'intervento (solo
per quei clubs riconosciuti ufficialmente perché affiliati al CONI) allargava
la sua mano d'aiuto anche a quei gruppi sportivi non riconosciuti di Foggia
e Provincia che, pur esplicando una certa attività sportiva, erano tagliati
fuori dagli aiuti dell'Amministrazione.
Così lo stanziamento al cap. 105 previsto per il 1972 è stato raddoppiato rispetto a quello precedente. Da 30 milioni si è passati alla previsione
di 60 milioni, somma che andrà imputata alle spese correnti. Invece, sotto
l'imputazione di spese in conto capitale, al nuovo capitolo 234 è stata prevista la somma di 150 milioni per la costruzione di una piscina coperta in
Foggia (è tempo che anche Foggia abbia la sua piscina!) e di L. 350 milioni
per la costruzione di otto impianti sportivi (non destinati al calcio) e ripartiti per metà ai Comuni del Subappennino e per l'altra metà a quelli garganici.
L'ubicazione di essi sarà frutto di successiva oculata scelta.
Si è voluto, in questa maniera, portare una nuova aria sportiva nella
nostra Provincia soprattutto in quelle zone depresse della Daunia dove le
tremende difficoltà economiche in cui languono quei Comuni non consentono loro di dare ai cittadini alcuna educazione sportiva.
ASSISTENZA
E' questo, come tutti sanno, uno dei compiti maggiori di istituto della
Provincia. Data la vastità e la varietà di intervento in questo settore, una
buona parte del bilancio viene assorbito da questa attività. La passata gestione prevedeva per il 1971 certe somme che, all'atto pratico, risultarono di
molto inferiori agli impegni assunti. Ciò, però non fu dovuto ad errore di
valutazione o di materiale contabilità da parte né degli amministratori né dei
funzionari preposti. Le cause sono state, in parte, l'aumentato costo della
vita ed in parte la richiesta di miglioramenti economici avanzati dal personale infermieristico in genere. Le varie amministrazioni degli Enti Ospedalieri, per fronteggiare quella situazione e quelle richieste, sono state costrette a deliberare aumenti delle rette di degenza e, quasi sempre, con più di un
anno di retrodatazione. Stando così le cose, si è dovuto, da parte degli Uffici
25
responsabili, far prevedere per il 1972 stanziamenti più adeguati alle nuove
esigenze.
Osserviamoli insieme.
Cap. 131 - Mantenimento infermi di
mente nell'Ospedale Psichiatrico «S. Maria» di Foggia - Spesa prevista per il
1971
ridotta dalla G.P.A
L. 1.868.800.800
L. 1.368.800.000
Durante quest'anno il Consiglio d'amministrazione del predetto Ospedale, attraverso ben quattro rettifiche di aumento di retta giornaliera,
partendo dal 1.3.1968, più che raddoppiava la retta elevandola da L. 2.450 a
L. 5.400.
In conclusione, a stare alla quantità di assistenza verificatasi nel 1971,
per essere in una certa previsione per il 1972, il capitolo 131 è passato a L.
2.520.000.000.
La stessa cosa si è verificata per il Cap. 132 riguardante il mantenimento di infermi di mente in altri ospedali psichiatrici. I 264 milioni, previsti nel 1971, sono saltati. Per una maggiore chiarezza contabile, per il 1972,
sono stati così distinti gli stanziamenti. Oltre al Cap. 132, che portava una
dicitura generica, si è stati costretti a creare un altro capitolo, il 133, che
suono così « Mantenimento infermi in Istituti Medico-psico-pedagogici ».
Così le previsioni per il 1972 per questi due capitoli (132 e 133) tradotte in
cifre e comprese per ognuna di arretrati che bisognerà pur dare saranno le
seguenti:
Cap. 132 - Mantenimento infermi di
mente in altri Ospedali
Psichiatrici- anno 1972
Cap. 136 - Pagamento rette arretrate
a favore di vari Ospedali L. 165.756.500
Psichiatrici
e Istituti Psico-Pedagogici
L. 60.000.000
L. 225.756.500
L. 150.000.000
L. 165.756.500
(A proposito di questo capitolo c'è da precisare, per maggiore
conoscenza, quanto segue:
Nel bilancio di previsione per il 1970, poiché erano state previste
rette arretrate per l'importo complessivo di L. 700 milioni circa,
la Commissione Centrale per la Finanza Locale,con decisione del
12.2.71 suggerì e quindi approvò che detto importo fosse suddiviso in tre annualità, a cominciare dal 1970 stesso. A lume di
quanto detto, la quota parte relativa per il 1972 è come dicevo di
L. 225.756.500 di cui 60 milioni per gli Istituti psico-pedagogici.
Le voci quindi che comprendono le quote arretrate e le previsioni per il 1972, per ciò che concerne gli Ospedali Psichiatrici, è
dell'importo complessivo di L. 555.756.500).
26
Cap. 139 - Rette arretrate mantenimento infermi
di mente in altri Ospedali
Psichiatrici
Cap. 215 - Aumenti di rette a favore
di diversi Ospedali Psichiatrici
L. 190.000.000
L. 50.000.000
L. 535.756.500
Cap. 133
L. 300.000.000
L. 300.000.000
(per il 1972 previsione)
(rette arretrate Istituti Psicopedagogici)
Cap. 142 - Spesa per il Brefotrofio.
Questo capitolo è stato leggermente portato in aumento: da Lire
182.152.951 si è passati a L. 200.000.000.
Altrettanto si è fatto per il capitolo 141 che recita « Spesa per l'assistenza agli illegittimi riconosciuti ». Per questo capitolo sono previsti non
solo rette arretrate ma anche aumenti di sussidi alle madri naturali. Da L.
188.500.000 del 1971 si è andati a L. 250.000.000.
Per analoghe ragioni i due capitoli, il 145 e il 146, hanno subìto notevoli aumenti nella previsione per il 1972. Il 145 riguarda le spese di ricoveri
per i ciechi rieducabili mentre il 146 interessa la spesa delle rette per i sordomuti poveri. Il primo da L. 50 milioni è passato a L. 80 milioni; il secondo dai 90 milioni previsti, ma ridotti dalla Prefettura nel 1971 a L. 60 milioni, passa a 120 milioni.
A questo punto bisognerà chiarire, prima di passare ad altro argomento
che, per tutti i capitoli interessanti l'assistenza, poiché le spese previste sono tra
quelle correnti, si andrà ad operare con mutuo a copertura, sperando maggiore
comprensione a parte del Ministero degli Interni (Commissione Centrale Finanza Locale).
AGRICOLTURA
Anche questo settore non poteva sfuggire all'attenzione dell'Amministrazione. La necessità per esempio di far funzionare al più presto possibile
il Laboratorio di analisi dei terreni ha suggerito l'aumento della spesa al cap.
175. Pertanto la somma prevista tra le spese correnti per il 1971 di L.
13.346.980, ridotta poi dalla Prefettura a Lire 10.746.980, è stata elevata per
i1 1972 a L. 20.000.000.
Dello stesso tipo di spesa sono il cap. 172 riguardante il contributo
all'Ente Fiera di Foggia e il nuovo capitolo 173 attinente il con27
tributo allo stesso ente per la manifestazione fieristica del bestiame in occasione dell'annuale festa di S. Caterina. I due stanziamenti dell'importo di L.
35.000.000 l'uno e di L. 10.000.000 l'altro desideriamo portarli rispettivamente a L. 50.000.000 e a L. 15.000.000. Non è possibile stare ai vecchi
stanziamenti col costo della vita aumentato e col pericolo che, per mancanza di mezzi, quest'unica manifestazione, che attira gli occhi del mondo economico su Foggia, possa morire di inedia quando assistiamo che altre città
d'Italia, per analoghe manifestazioni, profondono miliardi per la loro riuscita.
Noi dell'Amministrazione Provinciale non possiamo stare a guardare
che la Fiera, la nostra Fiera, vada avanti da sola, per opera e virtù dello Spirito Santo, soprattutto quando ci accorgiamo che la vicina Bari, incoraggiando nel proprio territorio simili iniziative (ma guarda caso, a volte in
concomitanza perfino di date!) mira probabilmente a levarci l'unica gemma
che abbiamo e a cancellarci così dalla carta economica d'Italia. Pensiamole
queste cose!
In proposito queste mie amare considerazioni sono state ribadite durante la discussione sulla relazione del sig. Presidente, dall'avv. Piacquadio
che ci ha portato una esperienza ed una conoscenza del problema a livello
regionale.
Sempre a beneficio del settore agricolo l'Amministrazione, tenute
presenti le vecchie e nuove richieste da parte dei nostri Comuni, ha ritenuto
opportuno prevedere per il 1972 al Cap. 243 la somma di L. 300 milioni
quale contributo per la costruzione e il riattamento di strade vicinali.
Lo scorso anno furono previsti 200 milioni. Ma nulla si è potuto fare
in quanto, poiché detta somma faceva parte delle spese in conto capitale,
l'avanzata richiesta di mutuo è rimasta, malgrado la buona volontà dell'Amministrazione dell'epoca, lettera morta per mancanza di adesione da
parte degli istituti mutuanti.
ARTIGIANATO
Tra le spese in conto capitale abbiamo voluto prevedere per questo
nuovo esercizio finanziario un sostanzioso contributo alla benemerita categoria degli artigiani nella misura di L. 50 milioni.
L'argomento interessa il cap. 233. E' arcinoto a tutti in quali difficoltà
economiche si dibatte da tempo il nostro artigianato a causa delle tante
congiunture che si abbattono su di esso. Il nostro aiuto deve
28
significare oltre che solidarietà, fattivo modo di dare una mano a chi ne ha
di bisogno.
PESCA
E' di tutti i giorni l'allarme che in ogni parte del mondo si eleva da
uomini responsabili circa l'attentato che la società di oggi perpetra a danno della pesca. Il pescaggio insensato, la frode, l'inquinamento sistematico
del mare e tanti altri pericoli, minacciano di distruzione il patrimonio ittico universale. Un po' di vigilanza, di attenzione, possono significare ancora la salvezza del nostro mare, dei nostri laghi e delle nostre acque interne.
Per questa ragione l'Amministrazione è addivenuta nella necessità di creare un primo nucleo di guardiapesca. Il cap. 166, per il 1972, dirà così: «
Intensificazione della produzione della pesca e relativa vigilanza ». La spesa, che per il 1971 era di appena 1 milione, sarà elevata a L. 10 milioni.
SANITÀ
Anche per questo settore si è operato in una prospettiva obbiettiva
e quindi responsabile. La necessità di adeguare alle nuove esigenze e alle
nuove tecniche di ricerca ci hanno obbligato a prevedere per il Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi un forte aumento di spesa. Dai
152.784.700 (cap. 129) del 1971 siamo passati a 284.486.870. Quell'Ufficio, allo stato attuale in materia di strumentazione tecnica, è rimasto indietro; ma, convinti dell'importanza di esso da cui, in gran parte, dipende
la salute fisica dell'intera Provincia, siamo stati spinti ad operare nel senso
su esposto.
Oltre che del Laboratorio provinciale di igiene e profilassi (cap.
130) ci siamo occupati del Consorzio antitubercolare per il quale, a causa
delle aumentate spese e per i contributi arretrati che dovremo dare (c'è
stato l'aumento del contributo capitario da L. 150 a L. 175), si è provveduto ad aumentarne lo stanziamento (tra le spese correnti) da L.
140.908.945 previsto per il 1971 ma ridotte dalla Prefettura a Lire
126.489.985 a L. 162.951.480.
VIABILITÀ
Poiché questo è il più importante dei compiti di istituto della nostra
Provincia l'Amministrazione ha dedicato ad esso uno studio ed un amore
tutto particolare.
29
Tra le spese correnti per il 1972, al cap. 184, riguardante la manutenzione ordinaria delle strade bitumate è stata prevista la somma di L. 1 miliardo. Detta somma, identica a quella del 1971 era stata ridotta dalla Prefettura ad appena 400 milioni.
Lo stesso è avvenuto per il cap. 185. Il miliardo previsto per il 1971 e
ridotto pure a 400 milioni è stato riproposto per il 1972, sperando nella carità e nella comprensione delle autorità di controllo. Questo capitolo tratta
della manutenzione ordinaria delle strade a Mach Adem.
Il capitolo 186 interessante la spesa per la manutenzione dei tratti
stradali interni, prevista nella misura di L. 25 milioni per il 1971, è stata elevata a L. 50 milioni.
Il cap. 192 riguardante lavori di costruzioni ed opere d'arte, consolidamento, frane, opere di difesa, rettifiche, manutenzioni straordinarie, ecc.
è stato portato da 150 milioni a 200.
E così è successo anche per il cap. 193. Per lavori di riparabioni di
danni alluvionali i 10 milioni previsti per il 1971 e ridotti dalla Prefettura a 7
sono stati portati a 30.
In più, nel rispetto delle leggi n. 1481 del 23.10.1963 e n. 76 del
19.2.1970 che prevedono la revisione dei prezzi delle opere appaltate, lo
stanziamento della passata gestione di L. 500 milioni, addirittura cancellato
dalla G.P.A., è stato elevato a 1.500.000.000 (cap. 216). Detta cifra, prevista
tra le spese correnti, non inventate, è saltata fuori dai calcoli presuntivi elaborati da chi di dovere per avviare ad esecuzione opere appaltate e non ancora iniziate, opere iniziate e non ultimate ed opere ultimate ma per le qual:
ci sono le legittime richieste delle ditte alla revisione dei prezzi come le predette leggi prescrivono. Né si vorrà augurare da parte vostra e nostra, Signori Consiglieri, che l'Amministrazione finisca sotto una valanga di azioni
giudiziarie e con le conseguenze che è facile immaginare.
Sempre tra le spese correnti al cap. 183 è prevista la spesa per la riorganizzazione dei servizi misti a tutela ed a conservazione delle strade provinciali. Detta spesa prevede la ristrutturazione del servizio cantonieri come
da suggerimento pervenutoci da parte di alcuni Consiglieri. Le previsioni di
spesa sono di 100 milioni.
Per far fronte poi a tanti nuovi compiti e per sopperire alle incombenze sempre più gravose derivanti dalle esecuzioni delle opere, si rende
ormai indispensabile procedere alla ristrutturazione ed al potenziamento del
nostro Ufficio tecnico che non è più in grado di seguire,
30
con la necessaria assiduità, la notevolissima mole di lavori che la nostra
Amministrazione intende eseguire.
Di conseguenza i capitoli 38 e 46, riguardanti il primo « Spesa personale » e il secondo « Spese varie » per l'Ufficio tecnico e per i servizi tecnici
provinciali sono stati elevati come segue:
Cap. 38
Cap. 46
per il 1971
per il 1972
per il 1971
per il 1972
L. 141.718.290
L. 162.483.515
L. 15.000.000
L. 25.000.000
Quest'ultimi argomenti, come quello riguardante il servizio cantonieri, per quanto dovrebbero interessare qualche altro settore (per esempio la
ristrutturazione dei servizi) pure li abbiamo voluto trattare qui per averne
ravvisato il più logico legamento alla soluzione del problema viario della
Provincia.
Sempre sul tema della viabilità, come spesa in conto capitale al cap.
240, sono stati previsti 2 miliardi, La voce riguarda la bitumatura a tappetino di tutte le strade provinciali.
Nel bilancio del 1971 per questo capitolo fu preventivata la somma
di L. 800 milioni, restata lettera morta per mancanza di adesione di istituti
mutuanti.
Con la stessa modalità al cap. 241 per strade nuove da bitumarsi a
tappetino, per il 1972, è stata prevista anche la somma di L. 2 miliardi.
Si spera solo che una certa promessa fattaci oralmente a Roma da
qualche istituto possa concretizzarsi in effettiva concessione. Quello di cui
vogliamo far certi voi altri signori Consiglieri, è che saranno tentate, se resteremo, tutte le vie per tradurre a realizzazione queste cose che riconosciute da tutti necessario, portate così sulla carta possono sembrare, a prima
vista, inutile gonfiamente di bilancio.
Mi avvio alla fine del mio dire e mi scuso di avervi tediato abbastanza. Ho cercato di richiamare la vostra attenzione sui problemi più impellenti
dell'Amministrazione.
Non ci direte che siamo stati superficiali, né ci direte che abbiamo
cercato di gettare cifre a caso. Infatti, non a caso è stata determinata la spesa presuntiva di L. 1 miilardo (cap. 213 spese correnti) per l'anno 1972, relativa ai miglioramenti economici a favore del personale in dipendenza del
riassetto delle carriere, in attesa di conoscere l'esatto importo che scaturirà
dalle singole liquidazioni. Esse sono state frutto di riscontro e ponderatezza.
31
I problemi sono quelli che sono ed i mezzi per risolverli sono gli
stessi. Voi mi scuserete delle eventuali omissioni in questa relazione, ma vi
assicuro che ogni capitolo del bilancio, dal più semplice al più complesso, è
stato vagliato, giudicato.
Sono state contenute le spese per certi capitoli dove esse si sono
dimostrate sufficienti; sono state, in qualche punto, perfino ridimensionate
dove le effettive necessità sono state inferiori ma ci si è dovuto giocoforza
adeguare in più dove la spesa sostenuta si è dimostrata di molto superiore
alla prevista.
Si è dovuto operare in questo modo perché non può né deve essere
elevato a sistema lo storno d: fondi per tirare avanti col pericolo di squilibrare continuamente un bilancio che certo, alla partenza, non brilla per
troppa salute. Non è da buon amministratore coprire un settore di intervento scoprendone un altro.
Lo stornare deve essere inteso come eccezione ad una regola costante a cui dobbiamo ispirarci giorno per giorno se siamo persone serie ed avvedute. E' ovvio che il disavanzo economico nostro, cosa che sarà facilmente riscontrabile dal prospetto che vi sarà trasmesso a parte ed in cui
troverete anche riportate le nostre entrate, è aumentato perché aumentate
sono state quasi tutte le spese e ciò non è stata nè colpa della passata gestione nè nostra nè vostra. Forse, nello stendere questa relazione avrei potuto fare meglio, non c'è dubbio. Ma non è stato possibile. Il tempo a nostra disposizione fissatoci dagli impegni assunti con voi e con le scadenze
della legge, ci hanno impedito di offrirvi qualcosa di meglio.
Una cosa è certa che ci lascia in pace con la coscienza: il fatto di avervi offerto per il prossimo esercizio finanziario, un bilancio reale e possibile, aperto alle istanze di tutti e rispondente, nel migliore dei modi, alle
maggiorate esigenze dei vari settori della vita della nostra Provincia.
NAPOLEONE CERA
32
COMPITI E RAPPORTI
dei Comitati regionali e provinciali di Controllo *
L'entrata in vigore del nuovo sistema del controllo sugli atti degli
enti locali è certamente un evento di rilievo per la nostra democrazia, una
tappa fondamentale del processo di riforma dell'ordinamento dello Stato
che, con l'attuazione integrale dell'ordinamento regionale, ormai irreversibile (le forze politiche parlamentari e burocratiche devono capirlo) dovrà
attuare, con la molteplicità dei centri di potere, la valorizzazione, il potenziamento e l'esaltazione di tutte le autonomie locali per una più larga partecipazione popolare al potere, per una più consapevole e razionale programmazione, per un più rapido sviluppo economico e sociale, per una
sollecita eliminazione dei gravi squilibri settoriali e territoriali.
Ma per avere una più esatta coscienza della importanza di tale evento è necessario dare uno sguardo al passato del nostro ordinamento, che
non offre motivi di compiacimento. Sin dal 1865 infatti quando vennero
emanate le leggi fondamentali di modificazione dello Stato italiano si è
sempre detto e sostenuto che la migliore soluzione per il benessere pubblico e per la libertà consisteva nel dare all'ordinamento del Municipio
una larga indipendenza ed autonomia.
Sta di fatto però che con la legislazione comunale e provinciale instaurata e con le varie leggi che intorno ad essa si aggrovigliano, si realizzò solo una vera e propria subordinazione e dipendenza del Comune e
degli enti locali e territoriali dallo Stato. Il timore che una maggiore libertà
nella gestione degli enti locali non seguita da un rigoroso e complesso sistema di controllo potesse nuocere all'Unità e alla libertà, in nome della
quale l'unificazione era stata compiuta, fece sì che si consolidasse un ordinamento nel quale i rapporti tra Stato ed enti minori venivano mantenuti sul piano di una quasi gerarchia.
* Dall'intervento svolto il 31 gennaio c.a. nella prima riunione di lavoro della
Sezione prov.le del Comitato regionale di controllo, riassunta in questo medesimo
fascicolo.
33
Tale condizione si è andata sempre più aggravando in dipendenza delle
ulteriori complesse forme di vigilanza e di tutela che lo Stato predispose,
riversando su quegli enti locali (e particolarmente sul Comune) una serie
di obblighi e di compiti, che invece sarebbero dovuti rimanere a suo carico, perché inerenti a servizi di sua spettanza e perché riflettenti interessi
generali della comunità nazionale (edifici per le carceri mandamentali, per
l'amministrazione della giustizia, per alcuni uffici del lavoro).
In un certo momento storico, all'inizio del secolo, si parlò di autarchia degli enti minori e quindi si sperò e si disse che il loro rapporto con
lo Stato doveva essere come tra soggetti distinti, in quanto dotati rispettivamente di personalità propria, ma per la somma delle attività e dei fini
che detti enti dovevano perseguire nell'interesse proprio e secondariamente nell'interesse dello Stato, si definirono tali enti come organi dell'Amministrazione indiretta dello Stato e quindi si finì col mortificare in effetti la
loro autarchia e personalità con tutte le inevitabili conseguenze.
La Costituzione della Repubblica italiana ha fatto giustizia delle false opinioni del passato ed ha mutato profondamente i rapporti tra Stato
ed enti minori, e conseguentemente la concezione dei controlli. Non si
parla più di autarchia, ma di autonomia; è caduto quindi il presupposto della
identità dei fini tra Stato ed enti minori, e c'è stata soprattutto - innovazione profonda e radicale - la creazione dell'Ente Regione, cui è demandato il controllo sugli enti territoriali autonomi, sia di legittimità che di merito, limitato questo alla unica e particolare forma dell'invito al riesame.
La Regione Puglia, a nostro avviso, ha compreso appieno lo spirito
dei tempi nuovi, almeno per quanto può ricavarsi dal suo statuto, dalla
formulazione della legge regionale per la costituzione e la funzionalità dei
Comitati di Controllo e dalla relazione che l'accompagna. Dai vari atti appare evidentissima la volontà di promuovere ed esaltare l'effettiva autonomia degli enti locali.
Il controllo sui loro atti discende essenzialmente dall'art. 130 della
Costituzione, dalla legge 10-2-1953, n. 62 che costituisce gli organi regionali, dall'art. 16 della legge 12-2-1968, n. 132, che affida alla Regione, e
precisamente al Comitato regionale di controllo ed alle sezioni decentrate
di esso, la vigilanza e la tutela sugli enti ospedalieri,
34
nonché dalla legge regionale di Puglia ultimamente approvata, sul funzionamento degli Organi di controllo.
In base alle indicate norme, il controllo poteva venire decentrato, ed
ha fatto bene la Regione Puglia a decentrarlo, proprio per quei rapporti di
vicinanza e di collaborazione che devonsi instaurare e devono intercorrere
tra controllori e controllati. Sono stati così costituiti il Comitato regionale
di controllo sugli atti delle province e degli enti ospedalieri regionali, e le
sezioni provinciali per il controllo sugli atti degli enti locali delle province di
Bari, Foggia, Lecce, Taranto e Brindisi.
Certo sarebbe stato auspicabile che, per il buon funzionamento del
servizio, fosse stato precedentemente eliminato dallo Stato l'intrigato tessuto delle sue interferenze con gli enti locali e fosse stato soprattutto emanata
una nuova e moderna legge comunale e provinciale al posto delle diverse
leggi in vigore, assolutamente inadeguate ai tempi ed alle esigenze moderne.
Abbiamo apprezzato la sensibilità politica e giuridica della Regione
Puglia quando, dettando « nella Regione Puglia il controllo degli atti sugli
enti locali è esercitato ... etc., » ha accolto la tesi che gli organi di controllo
facciano parte della Regione, ma non come organi gerarchicamente dipendenti e coordinati con la Giunta regionale e col Consiglio regionale, sebbene come parte autonoma dell'ordinamento regionale dal quale traggono solo le norme per l'esistenza e per il funzionamento; l'autonomia e l'indipendenza assicurata a tali organi garantiscono l'obbiettività e l'imparzialità dei
giudizi, che è esigenza primaria in uno Stato di diritto.
Va anche ricordato che soggetti al controllo sono solo gli atti e non
anche gli organi o le persone degli enti. E quelli interessati al controllo sono
le Province, i Comuni, i Consorzi tra Comuni e Comuni e tra Comuni e
Province, gli Enti ospedalieri, le Aziende municipalizzate, limitatamente al
controllo di legittimità, e col 1° aprile anche gli Enti comunali di assistenza
e i Patronati scolastici.
Per le concezioni innanzi accennate sull'ordinamento generale dello
Stato, secondo il nostro modesto punto di vista, il controllo dovrà in
35
effetti concretarsi non nel modo tradizionale e repressivo, ma secondo un rapporto di sincera collaborazione cordiale ed effettiva, anche se nel rispetto più
rigoroso dell'ordinamento e delle leggi. Devono i Comitati regionali e le sezioni
distaccate, nella esplicazione del loro esercizio, dare una mano alla Regione
nell'opera promozionale e di stimolo, che essa deve compiere verso gli enti
locali nella loro complessa attività amministrativa.
Va ricordato che le decisioni ed i provvedimenti, che i Comitati e le sezioni distaccate di controllo possono adottare sono esclusivamente: a) dichiarazione di presa d'atto per mancanza di rilievi; b) ordinanza motivata di annullamento per difetto di legittimità; c) ordinanza motivata di rinvio per riesame.
Nessun altro provvedimento è possibile, soprattutto non sono più ammissibili
quelle approvazioni condizionate, che nel passato tanto mortificarono gli amministratori.
Per il primo provvedimento e cioè la presa d'atto per mancanza di rilievi,
sempre augurabile per gli enti, e che dovrebbe corrispondere alla « approvazione » del passato, diremo solo che secondo noi esso non va concepito e considerato come strumento di convalidazione e di approvazione degli atti degli enti
soggetti a controllo, dovendo rappresentare una semplice attestazione di avvenuta verifica dell'atto soggetto a controllo e della sua conformità alla legge vigente.
L'annullamento per illegittimità si ha tutte le volte che l'atto, soggetto a
controllo, violi una delle norme che regolano l'attività amministrativa, ed ha lo
scopo di assicurare la conformità alla legge ed all'interesse pubblico dell'azione
amministrativa degli enti.
L'ordinanza di rinvio per riesame, è il provvedimento che ricorda il tanto
deprecato controllo di merito, la concezione del quale è stata dalla Carta costituzionale radicalmente mutata. Il controllo di merito può ritenersi in effetti
sostanzialmente abolito ed eliminato; sussiste infatti per l'organo di controllo la
possibilità di rinviare, e per una sola volta, nei casi previsti espressamente (1°
comma dell'art. 60, legge 10-2-1953, n. 62), l'atto all'Ente che ha prodotto.
Quest'ultimo ha l'obbligo di riesaminare e riconsiderare l'atto, con la facoltà di
revocarlo, modificarlo o confermarlo. All'organo di controllo non resta poi che
prendere atto di questa decisione.
A proposito del controllo di merito, per quei rapporti di collaborazione
che devono correre tra gli organi di controllo e gli enti interessati, il rinvio per
riesame dovrà significare non offesa o mortificazione per chi ha deliberato, ma
solo un invito alla riconsiderazione dell'atto,
36
nei confronti degli interessi rappresentati e che s'intendono tutelare. Nel
controllo di merito e di legittimità particolare cura ed attenzione dovrà
impiegarsi sugli atti degli enti locali riguardanti la programmazione economica. Si disputa a tale proposito se possa e si debba far luogo a controllo e se il controllo debba essere di merito o di legittimità. C'è da un lato
l'esigenza della programmazione nazionale e regionale da salvaguardare, e
dall'altro c'è la libertà e la sovranità degli enti che paure va garantita e sostenuta.
Gli organi di controllo potranno e dovranno usare tutta l'intelligenza e la elasticità di giudizio necessario, come abbiamo detto, al fine di non
ostacolare gli enti nel raggiungimento dei fini istituzionali, considerando
che il loro lavoro purtroppo è e sarà anche per il prossimo avvenire condizionato e frenato dalla presenza della legislazione vigente, dalle interferenze dello Stato nella gestione degli enti, nonché dalla coesistenza di altre
forme di controllo che ancora organi dello Stato continueranno ad esercitare sugli enti autonomi territoriali. Si impone quindi l'approvazione e
promulgazione con estrema urgenza di una legge-ordinamento, soprattutto per Comuni e Province, nella quale si riconoscano agli enti locali concreti spazi di libertà, per attuare autonomamente i propri ordinamenti interni. Una legge comunale e provinciale tutta nuova, non una riedizione «
del testo unico albertino » che ricalca le orme delle leggi amministrative
del Piemonte. L'ordinamento dei Comuni e delle Province ancora oggi in
Italia è retto in buona sostanza dal regio editto per l'amministrazione dei
Comuni e delle Province del 27 novembre 1847, n. 6594 col quale Carlo
Alberto di sua personale scienza e regia autorità ebbe a stabilire ed ordinare la materia stessa, poiché le modificazioni della legislazione comunale
e provinciale che si sono susseguite fino ai nostri giorni hanno introdotto
in tale testo limitati e parziali cambiamenti, per lo più nelle parti relative
all'elettorato attivo e nelle disposizioni tecnico-finanziarie. Tutta nuova
quindi, una legislazione che dia agli enti una libertà di azione e di movimento, che dia ai Comuni la possibilità di inserirsi seriamente e concretamente nel dialogo della comunità nazionale ed internazionale, che ampli i
compiti degli enti territoriali e le finalità che essi devono perseguire, che
dia all'azione degli amministratori discrezionalità e dimensioni più adeguate alla loro ambizione di perseguirne il pubblico bene.
BERARDINO TIZZANI
37
DOCUMENTI ARCHEOLOGICI
del Museo Civico di Lucera
Siamo lieti di poter presentare i principali monumenti archeologici del Museo « Fiorelli » di Lucera, non solo perché si tratta di
materiale di primo ordine, dal punto di vista storico ed artistico, ma anche perché
essi appartengono al patrimonio di uno dei
più illustri centri della Capitanata, raggiungibile in qualsiasi momento da chiunque,
dopo aver letto le note che seguiranno, si
sentirà spinto a conoscere « dal vero » gli
oggetti qui descritti, oppure a rivederli per
fissarne meglio certi particolari non sempre
Fig. 1 - Testa fittile dalla « stipe acquisibili ad una prima vista e, infine per
del Salvatore » (I sec. a. C.)
apprezzarne tutta l'importanza sia come irripetibili documenti del passato, sia come, aventi spesso un proprio incontestabile valore artistico.
A questo punto è opportuno precisare che il presente lavoro non va
considerato soltanto come utile strumento per una visita al Museo di Lucera, cioè, per così dire, come una « guida ». Il materiale qui presentato è in
parte poco noto o del tutto ignoto anche a molti studiosi di Archeologia,
che, da questa segnalazione, potrebbero essere indotti ad approfondire lo
studio di singoli monumenti, finora inediti, oppure appena menzionati in
qualche vecchia guida della città.
Per rendere organica la trattazione dei numerosi oggetti raccolti nel
Museo, si è pensato di procedere secondo le seguenti classi di ma38
teriale: I) Terrecotte votive; II) Ceramica e terrecotte architettoniche; III)
Mosaici; IV) Scultura in pietra. Di proposito, quindi, abbiamo tralasciato di
occuparci di altre classi di materiale, o perché rientrano in un campo di studio specialistico o perché cronologicamente estranee al mondo antico. In
particolare si tratta di numerose epigrafi latine, già peraltro abbastanza conosciute dagli specialisti, di monete romane, di età repubblicana ed imperiale; di pochi manufatti di età preistorica e, infine, di una raccolta di ceramiche e di sculture di età medievale.
I)TERRECOTTE VOTIVE
Questa classe di oggetti è fra le più importanti del Museo. Ad essa
appartengono oggetti in terracotta di vario tipo (figurine umane e teriomorfe, antefisse, modellini di edifici, parti anatomiche) accomunati in questo
capitolo per essere stati offerti come ex-voto ad una divinità.
La massima parte degli oggetti qui menzionati appartiene ad una unica stipe votiva, rinvenuta a Lucera, sul colle del Belvedere, presso il Monastero e la chiesa del SS. Salvatore. La stipe, nota con il nome di « stipe del
Salvatore », fu esplorata in maniera regolare nel 1934-35 dalla Soprintendenza alle Antichità e di essa è stata data una relazione preliminare dall'archeologo Bartoccini 1.
Gli oggetti più numerosi nella stipe sono costituiti da ex-voto riproducenti parti del corpo umano, offerti alla divinità, o per grazia ricevuta,
cioè per l'avvenuta guarigione di questo o quell'organo, o per invocare una
pronta guarigione. Si hanno, perciò, mani, piedi, bracci, gambe, organi di
riproduzione maschili e femminili, mammelle, ecc. Abbondanti sono anche
i modellini di bambini, da quelli ancora avvolti in fasce a quelli più grandicelli, con « bulla » legata al collo. Ci sono anche delle teste a tutto tondo di
giovinetti, dalle folte chiome fluenti, che rappresentano quanto di più valido artisticamente ci sia nella stipe. Anche fra queste teste, tuttavia, ci sono
forti differenze di qualità, cosicché si va da tipi ancora del primo Ellenismo
(il c.d. « Alessandro Magno ») a tipi più tardi, di fattura più propriamente
italica, dei quali alcuni, che conservano una spessa ingubbiatura rossa, appaiono di straordinario interesse per chi voglia ricercare le origini del ritratto italico-romano ( fig. 1).
1 R . BARTOCCINI, Arte e religione nella stipe di Lucera, in « Japigia », (Bari)
XI, 1940, pp. 185-213 e pp. 241-298. Altro materiale della stessa stipe era venuto alla
luce già prima, in più riprese, come attestano dei pezzi attualmente a Napoli, nella
Collezione Santangelo, formatasi nell'800, ed altri ancora immessi nel 1904 per donazione nella raccolta lucerina.
39
Va osservato che il grosso dei materiali della stipe è collocabile fra gli
inizi del III e la fine del I secolo a. C. In essa sono ancora frequentissime le
teste e le mezze teste femminili e vere e proprie statue virili, vestite alla greca (« chiton » ed « himation ») o alla romana (tunica e toga), di grandi dimensioni, anche se sono state rinvenute tutte in frammenti e rimangono
spesso molto lacunose.
Non è nota la divinità cui erano dedicati gli oggetti votivi della stipe,
ma fra questi c'è una testa femminile con ricco elmo, raffigurante Minerva;
si potrebbe pensare, allora, che a tale divinità fosse consacrato il tempio di
cui doveva far parte la stipe; si tratterebbe, in tal caso, di una Minerva «
Medica ».
Non mancano, tuttavia, fra le figure della stipe altre rappresentazioni
di dèi, come un busto (appartenente ad una statua maggiore del naturale)
dal torace nudo e possente, identificato con Giove, oppure il pezzo più eccezionale dell'intera stipe raffigurante Proserpina (resta il busto con la testa)
rapita da Plutone (fig. 2). Questo pezzo merita qualche ulteriore commento.
La dea, priva di braccia, è rappresentata con il torso nudo, cosicché è posto
in evidenza il bel seno fiorente; un manto saliva dalla spalla sinistra, ma esso appare spezzato in alto. Il volto, dal profilo purissimo, presenta le labbra
carnose socchiuse, gli occhi grandi ed assorti; i capelli, divisi al centro, sulla
fronte, da una scriminatura, sormontata da un diadema, scendevano con
due morbide ciocche su entrambe le spalle. Del rapitore resta soltanto una
grande mano sul fianco sinistro della dea. L'opera doveva essere appoggiata
a una parete, come dimostra la parte posteriore lasciata allo stato di abbozzo; essa è certo opera di un valente artista, non provinciale, e può essere
collocata agli inizi del II secolo a. C.
Molti sono pure i modellini fittili di animali, dei quali i più rappresentanti sono i cavalli, i buoi, i cinghiali. Di altro genere sono i frammenti raffiguranti il muso e lo zoccolo, completo di garetto, di un cavallo, che, per le
sue dimensioni eccezionali (superiori al naturale), faceva parte, probabilmente, del frontone o dell'acroterio di un tempio. Interessanti sono, a tal
proposito, dei modellini di edifici, dei quali uno, completo, ha un aspetto
molto sobrio 2, l'altro, invece, di cui resta solo un frammento della parte
sinistra, conserva la colonna con capitello ionico, il fregio ad ovuli, l'acroterio angolare, costituito da una
2 Cfr. R. A. STACCIOLI, Un «nuovo » modello di edificio nel Museo Civico di Lucera, in « Archeologia Classica », XXII, 1970, pp. 72-75,
40
grande voluta e, per finire, una figura frontonale costituita da un grosso
volatile rivolto verso il centro del timpano.
II) CERAMICA E TERRECOTTE ARCHITETTONICHE
CERAMICA
La ceramica conservata nel Museo di Lucera deriva, per la maggior
parte, da doni di collezionisti privati e mancano, quindi, gruppi di oggetti
derivanti dallo stesso corredo tombale; essa si articola in parecchie classi,
diverse fra loro per tecnica, per decorazione, per forme e per cronologia. Si
dà qui, pertanto, una loro breve sintesi, seguendo, per quanto possibile, un
ordine cronologico.
Ceramica d'impasto. - Con tale termine si indica la ceramica modellata
con un'argilla non depurata, ma piena di scorie di varia natura (« impasto »);
essa fu usata da fabbriche di vasai indigene, soprattutto in età pre-classica.
Gli esempi più antichi di tale ceramica, conservati a Lucera, sono un frammento con decorazione intagliata a meandro, di tipo « appenninico » (età
del Bronzo) ed alcuni vasi (brocche ed anforette) e fusaiole (elementi di
collana di terracotta) della prima età del Ferro (VIII sec. a. C.).
Ceramica dipinta di stile geometrico. - Questa classe rappresenta la più caratteristica ceramica indigena della Daunia (corrispondente, grosso modo,
all'attuale provincia di Foggia) e si sviluppa cronologicamente per circa
quattro secoli, dagli inizi del VII alla fine del IV secolo a. C. Oltre che per
la decorazione strettamente geometrica e, comunque, mai figurata, elemento questo comune alle altre ceramiche indigene del resto dell'Apulia (Peucezia e Messapia), essa si distingue per i colori della decorazione (bruno e rosso-vinaccia su fondo giallino ) e per alcune forme peculiari, come l'attingitoio con alta ansa cornuta, lo « sphagheion » con largo labbro ad imbuto ed
elementi plastici (protomi di toro, mani, ecc.), i vasi-filtro, gli askoi e così
via.
Verso la metà del IV secolo a. C. fino alla sua completa scomparsa,
cioè nel primo periodo ellenistico, tale ceramica assume delle modifiche
nella decorazione; al rigido geometrismo tradizionale si sostituisce, cioè,
una decorazione formata di elementi vegetali, come tralci di vite, racemi e
foglie di vario genere, fregi di linee curve, mentre appaiono, per la prima
volta, figurine di animali, soprattutto delfini. Tale produzione si attribuisce
alle fabbriche di Canosa, molto attive in questo periodo e che sembrano
raccogliere l'eredità delle fabbriche della Dau42
nia centrale (Ausculum, Herdonia), ormai in decadenza. La ceramica « canosina » conserva, del periodo precedente, ancora alcuni caratteri, come il
gusto per le forme ampie (urne, askoi) e per gli elementi decorativi plastici.
La decorazione pittorica può essere limitata a motivi neri su fondo giallino,
oppure può assumere un ricco aspetto policromo.
Ceramica apula « a figure rosse ». - Questa ceramica, che deriva dalla ceramica attica a figure rosse, appare alla fine del V secolo a.C. (ceramica protoitaliota) e si sviluppa soprattutto nel IV secolo, decadendo agli inizi del
III secolo a. C. E' una ceramica di imitazione greca, che ha avuto una grandissima fioritura in tutta l'Italia meridionale e soprattutto in Apulia (i vasi di
tale genere fino a pochi anni fa erano detti, infatti, « apuli »), dove sono stati rinvenuti vasi di grandissimo pregio artistico e di notevole impegno tecnico, come alcuni trovati a Ruvo, ormai giustamente famosi nella letteratura
archeologica.
Ceramica di Egnatia. - Tale classe di ceramica, che prende nome dalla
nota città sulla costa brindisina, è diffusissima in tutta l'Apulia ed ottimi
esempi di essa si trovano nel Museo di Lucera. Di questa ceramica, fiorita
fra il IV ed il III secolo a. C., sono presenti le forme più comuni, come la
kylix, L'oinochoe, L'epikysis; la decorazione, caratteristica, è costituita da un
fondo a vernice nera, su cui appaiono sopradipinti, in bianco, giallo, rosso,
motivi miniaturistici vegetali, come tralci di vate, calici di fiori e simili. Sono
rare, ma non del tutto assenti, le figurine di animali, pur se limitate ai vasi di
dimensioni maggiori.
Ceramica a vernice nera. - Questa classe di ceramica, completamente
verniciata in nero, è presente nel Museo di Lucera, con diversi esemplari,
che vanno dagli inizi del V secolo (tre kylikes) a tutto il III secolo a. C. Le
forme sono numerose e varie: kylikes, brocche, oinochoai, piatti con palmette impresse nel fondo. I vasi, artisticamente più belli, di questa classe
sono, però, i « gutti », che presentano un medaglione centrale con figure in
rilievo (notevoli fra tutti, due esemplari recanti, rispettivamente, una testa di
negro ed una scena di sacrificio).
Un posto a sé occupano, sia per la rarità della forma, sia per l'eccezionalità della raffigurazione, tre « rithà » (vasi plastici) di fattura apula, attribuibili al IV secolo a. C. Essi rappresentano, rispettivamente: una testa
femminile, una testa di Sileno e, il più insolito, un coccodrillo recante sul
dorso un giovinetto.
Lucerne, - La ceramica romana è, stranamente, piuttosto rara nel
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Museo di Lucera, tuttavia abbondano le lucerne, soprattutto di età romana
imperiale. Alcune di esse presentano, nel medaglione centrale, scene interessanti, come quella raffigurante la lotta fra due gladiatori; altre conservano
sul fondo il marchio di fabbrica (APRIO F; EVCARPI; AGILIS F; ecc.).
Numerosi sono i cosiddetti «pesi da telaio » a forma di piramide
tronca, dei quali alcuni presentano delle figure in rilievo, come il busto di
Athena con l'elmo e l'alto cimiero.
TERRECOTTE
Terrecotte architettoniche. - Numerose sono le terrecotte architettoniche,
che con la loro policromia ornavano la parte alta degli edifici pubblici e privati.
Antefisse. - Le antefisse, elementi terminali dei coppi, che coprivano le
giunture fra due tegole contigue, sono di vario tipo e di varia epoca; esse
possono essere collocate, nell'insieme, fra gli inizi del V e la fine del IV secolo a. C. Alcune hanno la parte alta terminante a cuspide, altre si presentano arrotondate.
La maggior parte di esse è decorata da un'ampia palmetta o dalla testa
di Medusa, ma non mancano quelle che recano scene più complesse: cavalli
alati, guerrieri a cavallo di un ippocampo, ecc.
Gocciolatoi. -- Le antefisse potevano essere sostituite da un'ampia
gronda fittile continua, interrotta soltanto, ad intervalli regolari, da aperture
che consentivano la caduta dell'acqua piovana; tali aperture sono modellate,
per lo più, a testa di leone, ma, oltre a quelle di questo tipo, sono presenti
nel Museo anche alcune gronde a testa di cinghiale.
Acroterî. - L'acroterio è un elemento decorativo più complesso dei
precedenti; esso era collocato sugli spigoli del timpano degli edifici antichi.
Di grande importanza è l'acroterio conservato nel nostro Museo,
raffigurante una divinità di lontana origine orientale (« Pothnia theròn » =
signora delle fiere), e che conserva ancora l'antica policromia (bruno ed
oro). Lastre con rilievi. - Notevoli sono, infine, due lastre fittili ornate con
scene in rilievo, che in origine erano collocate, probabilmente, come fregio
di un edificio. La prima lastra rappresenta, in uno stile vigoroso, la figura di
un combattente ignudo, la seconda raffigura due divinità, che affiancano un
trofeo; entrambe le lastre sono attribuibili ad età ellenistica (III-II secolo a.
C.).
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III) M O S A I C I
Il pavimento della sala X è ricoperto quasi interamente dal grande
mosaico « marino » 3 , proveniente, forse, da un edificio termale 4 , sito in
Lucera, nella attuale Piazza Nocelli, dove fu rinvenuto nel 1899. Tale mosaico, citato da tutti quelli che si sono interessati del Museo di Lucera, o
più in generale della Puglia, è formato di tessere bianche e nere e si articola in due parti ben distinte: quella di destra, che presenta una ricca ed ordinata decorazione geometrica e quella di sinistra, la più grande, che mostra una scena di ambiente marino con fregio di Ippocampi, tori marini,
Tritoni, Eroti con la vela, timoni, àncore e delfini. Il mosaico è databile
tra la fine del I secolo ed i primi anni del II secolo d. C.
Alle pareti della stessa sala sono affissi diversi frammenti di altri
mosaici, tutti ad ornati geometrici, alcuni bicromi ed altri policromi. Anche questi frammenti sono attribuibili all'età imperiale romana.
IV) SCULTURA IN PIETRA
La ricca raccolta di sculture in pietra del Museo « Fiorelli » si è formata, per la maggior parte, attraverso donazioni di privati ed è, pertanto,
ignota la provenienza dei singoli « pezzi », anche se è più che probabile
una loro provenienza da Lucera e dai dintorni.
Essa sarà qui suddivisa, per comodità di esposizione, in tre sezioni:
a) sculture di soggetto mitico ; b) altre sculture; c) ritratti.
a) Sculture di soggetto mitico. - La statua più celebre conservata a Lucera e, forse, il « pezzo » più noto dell'intero Museo è la Venere, che occupa
l'ampio salone dei mosaici. La statua fu rinvenuta nella zona dell'anfiteatro, nel 1872, e mandata, per il restauro, a Napoli, dove fu completata con
l'aggiunta del piede destro e con una parte del plinto. L'opera, in marmo
bianco, rappresenta la dea in atteggiamento pudico, avente alla sua sinistra
un delfino sul cui dorso sta ritto Cupido, nell'atto di sostenere, con entrambe le mani, un profondo bacile. La statua rappresenta il tipo della
Venere « pudica », che ha come lontano prototipo l'Afrodite « Cnidia »,
dello sculture greco Prassitele (IV secolo a. C.). Tale iconografia ebbe,
però, numerose e svariate rielaborazioni
3
4
Le misure sono le seguenti: m. 10,40 x m. 4,75.
Cfr.: A. SOGLIANO, Not. Sc., 1899, p. 275.
45
in età ellenistica, ad una delle quali si ricollega, più direttamente, l'opera
rinvenuta a Lucera, che costituisce una discreta copia romana (I secolo
d.C.).
Un'altra opera di notevole pregio artistico è la testa di Ercole (inv.
168), appartenente forse ad una statua intera. L'opera (fig. 3), in marmo
bianco, è tagliata alla base del collo; il dio è raffigurato, secondo l'iconografia più comune, fornito di una folta barba, che si ricollega alla ricca chioma,
cinta, tutt'intorno, da uno spesso cercine: il trattamento morbido e plastico
delle ciocche rivelano la buona qualità della testa. La bocca socchiusa, le
orbite cave, la fronte segnata da un profondo solco orizzontale sono tutti
elementi che concorrono a dare al dio invitto un aspetto stanco e sofferente. L'opera è una buona copia romana di un originale greco del grande Lisippo (seconda metà del IV secolo a. C.).
Pregevole è anche una testa marmorea di Venere (inv. 151), ta46
gliata subito sotto il mento ed appartenente ad una statua intera della dea. I
capelli formano una prima crocchia sull'occipite e sono raccolti, quindi, al
sommo del capo; poco sopra la fronte appare, inoltre, una sottile « tenia ».
L'originale di tale opera apparteneva certamente all'età ellenistica ; la
testa in esame, invece, è una buona copia romana della seconda metà del II
secolo d. C. Elementi seriori sono le iridi incise ed il modo con cui sono
rese le ciocche dei capelli, cioè mediante un largo impiego del trapano corrente.
Una statua in marmo bianco, di grandi dimensioni, ma di esecuzione
piuttosto scadente, è quella che rappresenta una figura virile seduta, con il
torso nudo e con il mantello che, dopo aver circondato il bacino, risale lungo la schiena ricadendo, con un lembo, sulla spalla sinistra. La figura, acefala, è rappresentata nell'atto di tenere con la destra una patera, con la sinistra
una cornucopia; per questa ragione è stata considerata comunemente come
la raffigurazione del « Genius populi Lucerini ». Essa è attribuibile ad età
romana imperiale.
Altra opera di un certo interesse è una doppia testa (inv. 153) marmorea, in cui appaiono raffigurati da un lato il dio-capro Pan, dall'altro un
imberbe satirello; è un'opera arcaistica attribuibile al I secolo d.C. (fig. 4).
Degne di menzione sono ancora: una testa di satirello (inv. 152), un
Heros giacente, nell'atto di dormire (s. inv.), una testa di Dionysos barbato
(inv. 175) e, infine, due statuette raffiguranti rispettivamente Dionysos ed
Apollo; si tratta di opere di età romana, aventi soltanto un valore decorativo.
Eccezionale importanza riveste, invece, il capitello collocato, sopra
un frammento di colonna con base ionica, al centro della Sala VI. Si tratta
di un capitello scolpito in calcare locale e recante una ricca figurazione in
rilievo, su quattro facce. Le scene, non sempre di facile interpretazione per
la cattiva conservazione di alcune figure, sembrano essere le seguenti: a)
Tetide sul dorso di un Ippocampo, mentre reca la corazza di Achille; b)
Scilla che divora i compagni di Ulisse; c) Polifemo e Galatea ( ?) ; d) Scena
di congedo.
L'opera può senz'altro essere considerata un originale di età ellenistica.
b) Altre sculture. - Annoveriamo sotto questo titolo sculture di vario
genere, di soggetto non mitico. La più importante, non solo per le sue dimensioni eccezionali, ma anche per i problemi che pone,
47
è il busto colossale che troneggia sul ripiano dello scalone di accesso al Museo. Il busto, in marmo bianco, presenta la testa intenzionalmente scalpellata in antico; esso faceva parte di una statua seduta, come è facilmente intuibile dalla presenza della spalliera del sedile in entrambi i lati e soprattutto a
destra, dove appare decorata con un motivo a tralci vegetali in basso rilievo.
La statua doveva essere addossata ad una parete e rappresentava un imperatore con il torso nudo, ma ricoperto parzialmente da un manto, che, coprendo la schiena, ricadeva a sinistra sul petto. Della testa, completamente
abrasa, si può dire soltanto che essa era cinta da una larga benda che, annodata sulla nuca, ricadeva con le due estremità sul petto; oltre che dalla benda la testa era cinta da una corona di quercia, di cui si vede ancora qualche
foglia nella parte posteriore. Il braccio sinistro, unico superstite, si eleva in
alto e la mano sembra stringesse uno scettro, come appare dal resto di un
tassello di appoggio nella parte interna del polso.
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Chiaramente siamo dinanzi ad una statua di un imperatore romano, il
cui volto fu scalpellato in seguito alla « damnatio memoriae » ; potrebbe
trattarsi di Domiziano, dal momento che una datazione all'ultimo ventennio
del I secolo d. C., non contrasterebbe con i tratti anatomici e stilistici dell'opera.
Altre opere degne di nota sono: un grande frammento di statua femminile panneggiata, in « pietra di Apricena », appartenente, forse, ad una
statua funeraria ed attribuibile ad età romana repubblicana ed ancora un
frammento di lastra calcarea decorata ad alto rilievo, con teste femminili
collegate fra loro da grossi festoni di frutta e fiori ed ornati da « vittae »
svolazzanti (I secolo d. C.).
Maggiore importanza sembra assumere, tuttavia, un frammento di
una grossa lastra in « pietra di Apricena », raffigurante, in rilievo, un uomo
che spinge dinanzi a sé degli animali (buoi?), che dovevano essere raffigurati nella parte sinistra della lastra, ora mancante. Il rilievo è stato interpretato
come la rappresentazione dell'atto dell'istituzione della colonia (tracciamento del solco) ed è databile ad età augustea.
c) Ritratti. - Ricca e di grande importanza artistica è la raccolta dei ritratti in pietra. Essi, che rappresentano, probabilmente, privati cittadini di
Luceria, occupano cronologicamente circa un secolo e mezzo di storia della
città, dalla prima metà del I secolo a. C. alla seconda metà del I secolo d. C.
I primi ritratti appaiono eseguiti in semplice pietra calcarea, soprattutto nella « pietra di Apricena », mentre i più recenti sono marmorei.
Primo nella serie cronologica sembra porsi un ritratto muliebre (inv.
155), eseguito in « pietra di Apricena ». Si tratta di una testa di notevoli dimensioni, priva della calotta cranica. Il taglio netto della parte superiore
della testa esclude che possa trattarsi di una lacuna accidentale e fa pensare
che vi fosse applicato un tassello di stucco, recante, fino alla sommità della
fronte, un lembo del manto, che si scorge dietro la nuca. Il viso presenta
larghe e possenti mascelle, labbra carnose, occhi grandi con i bulbi alquanto
sporgenti; le palpebre inferiori sono rettilinee, quelle superiori fortemente
arcuate. Dei capelli restano le due parti laterali che, discendendo probabilmente da una scriminatura centrale, mostrano una doppia serie di onde,
fitte, dal viso verso la parte posteriore del capo, ampie in senso perpendicolare alle prime. L'opera, che probabilmente faceva parte di una statua o di
un busto funerarî, è databile al secondo quarto del I secolo a. C.
Il ritratto n. 164 rappresenta un uomo in età giovanile ed è ese49
guito, parimenti, in « pietra di Apricena ». Esso appare sbozzato nelle parti
laterali ed è addirittura non finito nella parte posteriore; inoltre alla base del
collo appare l'orlo di una leggera tunica. L'uomo è rappresentato con il
mento prominente ed appuntito, le labbra serrate, gli occhi grandi con le
palpebre arrotondate ed i bulbi levigati, le orecchie a ventola, i capelli appena sbozzati a piccole ciocche; le guance sono leggermente cave e gli zigomi
un po' sporgenti.
Anche questa testa doveva far parte di una statua, o di un busto, a carattere funerario, probabilmente collocata in una nicchia in modo che fosse
visibile solo il lato anteriore. L'opera è databile intorno alla metà del I secolo a. C.
Il ritratto muliebre n. 154 è stilisticamente molto vicino a quello ora
esaminato (n. 164). Esso è eseguito in « pietra di Apricena » e manca della
parte posteriore, forse, in origine, integrata con lo stucco. Il volto della
donna mostra uno stile asciutto, ma estremamente incisivo: il mento è forte,
le labbra sottili e serrate, il naso dritto, gli occhi grandi, con le palpebre
curve ed i bulbi lisci, i capelli sono divisi al centro della fronte e tirati indietro; tracce di due lunghe ciocche appaiono ai lati del collo. Questo ritratto,
in cui si può scorgere un avvicinamento alla compostezza ed all'equilibrio
del ritratto greco-ellenistico, è assegnabile fra il terzo e l'ultimo quarto del I
secolo a. C. (fig. 5).
Di notevole pregio artistico, anche per il suo carattere aulico, è il ritratto muliebre, contrassegnato dal numero di inventario 166. Esso è eseguito in marmo bianco ed è tagliato all'altezza delle clavicole. Il ritratto raffigura una giovane donna, certo di famiglia patrizia. Il collo è lungo e sottile
ed il mento arrotondato; la bocca ed il naso sono, purtroppo, guasti per
varie scheggiature; gli occhi, volti verso l'alto, hanno un aspetto sognante,
dovuto, forse, alla forte consunzione delle superfici; l'iride e la pupilla non
sono segnate. Le sopracciglia si sviluppano con una linea sottile su due ampie arcate; la fronte è alta. La pettinatura appare elaborata soprattutto nella
parte posteriore; i capelli, tirati indietro, formano delle strette onde convergenti verso l'occipite, dove appare una complessa crocchia, formata dall'incrocio di varie trecce. Le orecchie appaiono semicoperte dai capelli e subito
davanti ad esse dovevano scendere delle ciocche supplementari, come suggeriscono dei tasselli tuttora ben visibili. L'artista ha ripreso, soprattutto
nella pettinatura, modi caratteristici dell'arte ellenistica, elaborandoli e complicandoli in un sottile giuoco decorativo. La testa, che
50
forse apparteneva ad una statua intera, è assegnabile alla prima età augustea.
Un altro ritratto degno di nota è quello di una donna anziana (inv.
165) ; esso è eseguito in « pietra di Apricena » ed è, purtroppo, molto mal
conservato. La testa ha, nel complesso, forma tondeggiante, le labbra sono
pressoché inesistenti, tendendo verso l'interno della bocca, gli occhi sono
eseguiti nello stesso stile riscontrato per i ritratti n. 164-154, i capelli sono
spartiti al centro della fronte, da cui si dipartono verso i lati con lievi ondulazioni, e presentano, inoltre, un contorno nettamente distinto; carattere
riscontrabile, in maniera più accentuata, nel ritratto precedente (inv. 166).
Nonostante il precario stato di conservazione, che non permette di
vedere tutti i particolari stilistici, l'opera può essere assegnata agli ultimi
anni del I secolo a. C.
Un'opera tipologicamente diversa dai ritratti qui esaminati è una lastra con due festoni ovali, entro cui appaiono scolpiti, ad alto rilievo, i busti
di due coniugi. La lastra, di pietra calcarea tenera, che presenta alle estremità due strette paraste decorate da elementi vegetali in basso rilievo, faceva
parte di un monumento sepolcrale ed è stata rinvenuta nella primavera del
1970, nei dintorni di Lucera. Il rilievo, nelle cui figure è accennata anche la
parte superiore del busto, nonostante certi caratteri di secca semplicità (evidenti nel ritratto virile) e certi elementi nell'acconciatura dei capelli, risalenti
ai primi decenni del I secolo d. C. (nel ritratto muliebre), è assegnabile ad
epoca tiberiana (14-37 d. C.) 5.
Il ritratto n. 169 è eseguito in marmo bianco con venature azzurrognole (fig. 6). Il busto è tagliato secondo una linea curva, giungendo poco al
di sotto delle clavicole; esso è vuoto nella parte posteriore. Il mento è arrotondato, le labbra serrate, il naso è scheggiato, gli occhi non presentano
alcuna incisione indicante l'iride e la pupilla; la fronte, solcata da rughe orizzontali, sembra bassa a causa della pettinatura che forma una frangia, con
le piccole ciocche ricadenti in avanti. L'opera, erroneamente identificata dal
Gifuni 6 con il ritratto di Traiano, è attribuibile, per il tipo di capigliatura e
per le dimensioni del busto, ad età giulio-claudia, più in particolare alla metà
circa del I secolo d. C.
Un ritratto virile in marmo bianco-azzurrognolo (inv. 167), pone
5 Di questo rilievo è in corso di pubblicazione uno studio più dettagliato da
parte dello scrivente.
6 G. B. GIFUNI, Lucera augustea, Urbino, 1939, p. 27, fig. 22.
51
numerosi interrogativi stilistici e cronologici, anche per il pessimo stato di
conservazione, che non permette un chiaro esame dei dettagli. E' una testa
massiccia e squadrata, resa ancor più tale dalle scheggiature del viso e dalle
abrasioni della calotta cranica. La parte inferiore è illeggibile, gli occhi fissi
nel vuoto presentano l'iride e la pupilla incise; la fronte, alta, reca una profonda solcatura orizzontale. L'individuo appare stempiato e con un piccolo
ciuffo al centro, alla sommità della fronte. L'opera rientra in quella corrente
di sano e rude realismo che caratterizza i ritratti dell'età flavia.
ETTORE M. DE JULIIS
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE *
SOGLIANO A. Notizie degli Scavi di Antichità, 1899, p. 275.
BRANCA F., L'antica Luceria, Napoli, 1909.
PAGENSTECHER R., Apulien, Leipzig, 1914.
DE TROJA A., Il Museo civico di Lucera, Napoli, 1925.
GIFUNI G. B., Lucera, Urbino, 1937.
IDEM, Lucera augustea, Urbino, 1939.
BARTOCCINI R., Arte e religione nella stipe votiva di Lucera, in « Japigia »,
XI, 1940, pp. 185-214 e pp. 241-298.
CATAPANO G., Lucera nei secoli, Lucera, 1950.
SCERRATO U., Il bronzetto bifronte del Museo di Lucera, in « Archeologia
Classica n, VII, 1955, pp. 192-94.
MARIN D. M., Luceria in Topografia storica della Daunia antica, pp. 57
segg. Napoli - Foggia - Bari, 1970.
STACCIOLI ROMOLO A., Un « nuovo » modello di edificio nel Museo Civico
di Lucera, in « Archeologia Classica », XXII, 1970, pp. 72-75.
* in ordine cronologico
Tutte le fotografie presentate in questo studio sono state eseguite dallo scrivente.
52
REGIONE
La Sezione Dauna
del comitato Regionale di controllo
All'inizio del 1972, con sede al corso Pietro Giannone (Pal. UPIM), ha
preso a funzionare la sezione provinciale di Foggia del Comitato regionale di
controllo per gli atti degli enti locali.
La riunione d'insediamento, svoltasi il 31 gennaio presso la sede dell'Amministrazione prov.le, è stata aperta col saluto del suo presidente, dott.
Franco Galasso, il quale si è compiaciuto della prassi che la Commissione
mostra di aver scelto, con la formula della più consapevole ed effettuale collaborazione, che supera le inevitabili tentazioni di ogni inizio, rispondendo
così alla prima e insuperabile istanza del metodo democratico.
Il presidente della Commissione, avv. Tizzani, ha svolto l'intervento,
raccolto in forma di articolo alle pagg. 31-35 di questo fascicolo.
Da vecchio amministratore comunale e provinciale, egli ha voluto testimoniare « la responsabilità morale e politica avvertita dalla Commissione,
per il compito affidatole dalla cui esplicazione dipende il giudizo che la opinione pubblica darà dell'ordinamento regionale.
« Io mi auguro », egli ha detto « che questa speranza non venga frustrata e delusa, e che il timore che il sistema nuovo di controllo non sia peggiore
di quello sino ad ora esercitato dalle Prefetture e dalla Giunta Provinciale
Amministrativa si dimostri, alla prova dei fatti, inconsistente. Desideriamo
innanzitutto ricordare che i componenti del Comitato hanno conosciuto sulle
Amministrazioni locali i condizionamenti, le umiliazioni che gli enti locali
sono stati costretti a subire, le ansie, i pericoli ed i rischi, anche di natura penale, cui sono esposti per la mortificante ed esautorante legislazione in materia. Con questo bagaglio di esperienza », ha cocluso l'avv. Tizzani, « e perfettamente consci dell'elevato spirito di sacrificio, di abnegaione, col quale i Sindaci, i Presidenti d'ospedali, gli Amministratori locali svolgono le funzioni e
le mansioni loro affidate, intraprendiamo oggi l'espletamento del nuovo incarico, al quale la Regione ci ha chiamati ».
E' seguita la discussione, che sintetizziamo qui di seguito.
On. De Meo (sindaco di Serracapriola) - Non abbandonarsi all'euforia,
ma rendersi conto che questo maggior respiro esige viva responsabilità e
franco spirito di collaborazione. Il controllo di merito per gli enti locali acquista un motivo nuovo che riguarda l'inserimento nella programmazione
regionale.
Avv. Salvatori (sindaco di Foggia) - Premessa indispensabile, la riforma della finanza locale e soprattutto delle leggi comunali e provinciali. E' necessario un decentramento effettivo nel quale l'autonomia locale si rafforzi e
assuma un ruolo primario.
Avv. Romano (assessore regionale) - Bisogna tendere ad un equilibrio
che armonizzi esigenze del comune, della provincia e della regione, secondo
prospet53
tive che vadano al di là di certe sterili posizioni campanilistiche. Certamente
bisogna tendere a porre gli enti locali, anche per quanto riguarda responsabilità
penali, in una condizione di maggiore autonomia.
Dr. Sarcina (sindaco di Trinitapoli e direttore amministrativo degli Ospedali Riuniti) - Negli enti ospedalieri esistono già delle proprie commissioni di
controllo. Come armonizzare, quindi, la materia del controllo con l'entrata in
funzione della commissione provinciale costituita dall'ente regione?
De Simone (sindaco di Torremaggiore) - Ogni discussione deve essere
collegiale e bisogna evitare che la commissione di controllo cada in valutazioni
ristrette e si lasci andare a delle discriminazioni.
Panico (consigliere regionale) - L'attività della commissione di controllo
deve essere nuova non solo per i compiti ma anche per gli obiettivi, eliminando
incongruenze tuttora esistenti che limitano i poteri della regione col permanere
di una ingerenza dello Stato quanto mai soffocante.
Dr. Bradascio (presidente del comitato regionale di controllo) - Il colloquio promosso da Tizzani è una prova concreta della « volontà » di stabilire sin
dall'inizio una apertura democratica fra tutti gli amministratori per approfondire insieme situazioni e problemi. Compito del comitato regionale è di coordinare e promuovere iniziative sulla base di un lavoro comune che si ispiri alla più
democratica e saggia collaborazione in rapporto di corresponsabilità.
Dr. Aprile (assessore regionale degli enti locali) - Con le commissioni decentrate il controllo si trasferisce da un potere prefettizio ad un potere democratico, un controllo cioè non più indifferente o neutrale e burocratico, ma politico, di partecipazione. Una delle innovazioni più notevoli è data dal controllo
di merito inteso non più come una valutazione rigida su singole delibere, ma
unicamente come criterio di esame della realtà del comune o della provincia
nell'ambito della realtà di un piano di sviluppo regionale che deve essere appunto la sintesi di impostazioni concrete che vengono dalla periferia e trovano
a livello regionale la loro armonica fusione. Qualificazione sul piano politico e
formazione di quadri direttivi costituiscono le direttrici di marcia, per rendere
gli organismi degli enti locali sempre più adeguati e dinamici alle esigenze dei
tempi moderni. Non solo, ma tenendo ben distinte la funzione amministrativa
degli enti locali dalla funzione squisitamente legislativa e promozionale dell'istituto regionale, l'attività futura dovrà essere indirizzata a superare difficoltà e
ostacoli ed a rendere la regione pugliese un organismo autonomo e vivo in tutte le sue componenti.
54
PALAZZO DOGANA
Sul programma della Giunta di C. S.
Replica del Presidente
Nella seduta consiliare dell'11 dicembre u.s. il nuovo presidente della
Giunta di C.S., dott. Franco Galasso, ne presentò il programma, elaborato dai
rappresentanti dei partiti della coalizione. Ii suo discorso fu da noi pubblicato nel
n. 5-6, parte prima, alle pagg. 208 e sgg. Alla relazione seguì un dibattito, con
la partecipazione di numerosi consiglieri e alla fine il dott. Galasso riprese la parola per la replica e le conclusioni. Riportiamo qui di seguito il suo intervento,
estratto dal verbale della seduta del 18 gennaio c.a.
Il Presidente, in seguito ad alcune considerazioni del dr. Vania circa
l'ordine di prosecuzione dei lavori, aderisce con la intesa che la votazione e quindi la « verifica concreta » - si avrà con l'esame del bilancio di previsione. Quindi dà corso alla replica sulle dichiarazioni programmatiche.
Tracciando le linee essenziali delle dichiarazioni programmatiche, egli
dice, la Giunta Provinciale ha inteso esprimere la precisa volontà di provocare un esame approfondito di tutti i problemi, nonché di consentire a tutte
le parti politiche di esprimere liberamente la propria opinione. E da questo
punto di vista l'obbiettivo prefisso è stato raggiunto, perché mai dibattito è
stato più ampio, critico e approfondito, avendo toccato tutti gli aspetti tecnici, amministrativi e soprattutto politici dei singoli problemi.
Condotto con spirito di concretezza e con tolleranza esso testimonia
della maturità e del senso di democrazia che anima l'Amministrazione Provinciale che si è dimostrata effettiva ed efficiente rappresentante delle
popolazioni amministrate. Questo risultato deve essere ascritto a merito di
tutti.
Ho ritenuto necessario fare questa premessa, proprio per dimostrare
con quanta attenzione e con quanto spirito di umiltà e di modestia abbiamo
seguito tutti gli interventi cercando di valutarli nella loro essenza, senza
preconcetti, ma soltanto rapportandoli e raffrontandoli alle nostre impostazioni onde avere, alla luce delle cose che sono state dette, un quadro effettivo della situazione, sia sotto l'aspetto politico che sotto quello amministrativo.
55
Negando poi quanto l'opinione pubblica, da cui possono venire i migliori suggerimenti, ha ritenuto circa la eccessiva lunghezza degli interventi
e la ripetizione di alcuni contenuti. Se diciamo che ciascun Consigliere, al di
là e al di fuori del gruppo politico o di appartenenza, ha il diritto di esporre
la propria idea, intesa come espressione della personalità e libertà individuale, e perché riteniamo che essa idea vada riconosciuta e verificata proprio in
queste occasioni al di là di limiti e confini, per non costringere l'azione di
ognuno in schemi preordinati e precostituiti che ridurrebbero gli interventi
ad un semplice gioco delle parti a ciascuno assegnate.
Partiti nella stesura delle dichiarazioni programmatiche - continua l'oratore, - da precise impostazioni, e guidati da precisi principi, abbiamo cercato di enunciare i problemi e di suggerire le soluzioni seguendo una certa
metodologia e, naturalmente, una base politica. Noi non crediamo l'Amministrazione pura convinti come siamo che non tutto può essere fatto affidato ai tecnici. La collaborazione dei tecnici e degli amministrativi è preziosa
per la soluzione di ogni problema, ma è dalle impostazioni politiche che
devono scaturire le indicazioni tecniche e logicamente possono essere diverse tra loro a seconda della visione politica di cui sono il frutto.
Enunciando, dunque, in linea generale i problemi, prosegue l'oratore,
e suggerendone le soluzioni abbiamo cercato di enuclearli dalla realtà della
comunità provinciale senza allargare il campo in visioni che, essendo al di là
delle competenze, sia pur vaste della Provincia, ci avrebbero portato lontani
dall'assunto. In ogni caso, si è cercato prima di tutto di individuare ed evitare le possibilità di sconfinamenti dell'Amministrazione altre i compiti d'istituto, per non vanificare gli sforzi e mancare gli obbiettivi che sono di stretta competenza della Provincia.
Ai fini della concretezza del programma che si vuole realizzare, bisogna prendere atto che l'Ente che vogliamo amministrare ha dei limiti ben
precisi, oltre i quali non si può andare; e questo mantenersi in contatto con
la realtà, nella sua vera dimensione è, secondo il Dr. Galasso, un fatto politico di fondamentale importanza. L'Amministrazione Provinciale deve essere non solo guida, ma polo di attrazione dei problemi della Capitanata, in
una visione nuova dei compiti che deve svolgere, specie nei rapporti con la
Regione da cui deve trarre un ruolo autonomo di vitale importanza.
Regionalisti convinti, affermando nelle dichiarazioni programma56
tiche che la Provincia riconosce il ruolo della Regione, ma rivendica il proprio, abbiamo inteso affermare il diritto a chiedere, con fermezza e vigore
che i poteri siano veramente decentrate alle autonomie locali, stante la naturale tendenza degli enti che sono al di sopra della Provincia a chiedere il
decentramento e a non concederlo agli Enti inferiori.
Proporzionare alcuni capitoli della nostra attività, consolidare certe
istituzioni, cercare di farle vivere in una realtà che si concretizza in maniera
sempre diversa giorno per giorno, aderire ai bisogni culturali delle nostre
popolazioni, significa fare un'analisi obbiettiva e costruttiva del passato, da
cui partire per cercare di precedere e prevedere lo sviluppo della realtà, attenuandone o accentuandone, di volta in volta, gli aspetti negativi e positivi.
Su questa base più ampia, continua il Presidente, possiamo permetterci di
continuare il discorso fatto dalle precedenti amministrazioni cercando di
non ripeterne gli errori e continuarne i pregi.
E proprio in questa analisi si evidenzia la originalità e la novità che
anima gli attuali amministratori. La brevità della citazione, dunque, non deve far credere a una nostra tiepida visione, o peggio, a un nostro disimpegno da questo problema che è di vitale importanza. Riferendosi all'intervento del consigliere Pizzolo sui problemi dell'agricoltura, il Presidente si duole
di non aver espresso un fatto, così come era suo intendimento. L'esponente
comunista, infatti, ha portato la problematica dell'agricoltura in uno spirito
diverso da quello che è stato alla base della tecnica di stesura delle dichiarazioni programmatiche. Parlando di tutto il problema dell'agricoltura italiana,
e cercando di inserire quelli riguardanti la Capitanata, ha dimostrato passione e competenza. Noi, però, dice, avvertendo il dilemma sulla precedenza
tra agricoltura e industria, sulla importanza di questi due problemi, sul modo di articolarli e di avviarli a soluzione, sulla interpretazione da parte alle
loro esigenze, che a volte sembrano contraddittorie proprio per il diverso
livello di civiltà esistente tra una società industriale e una società contadina,
abbiamo ritenuto che il mondo contadino sia alla base della nostra storia,
perché da esso derivano tutti gli aspetti della nostra cultura e della nostra
arte.
Se non siamo riusciti, per necessità di sintesi, a far bene intendere il
nostro pensiero, continua l'oratore, voglio rassicurare il Consiglio Provinciale circa la nostra sensibilità a questo tipo di problematica e la precedenza
che diamo alle necessità di crescita dell'agricol57
tura da cui, siamo certi, verrà la possibilità migliore dello sviluppo dell'intera Capitanata.
Dilatare, però, in maniera ossessiva i nostri programmi, puntare su
orizzonti che sono troppo lontani dalle nostre forze, circoscritte a una determinata comunità, significa essere degli immodesti presuntuosi, significa
non avere il senso della realtà che ogni uomo politico deve avere.
La nostra opera, perciò, protesa ad ottenere risultati concreti, non
potrà certo essere riformatrice - perché non abbiamo la forza giuridica, né
quella politica per farlo -; noi dobbiamo scoprire i nostri problemi e senza
farne una sterile elencazione, cercare di portarli a soluzione. Stabilito l'impegno a seguire quelli relativi alla irrigazione, ai laghetti collinari del SubAppennino, e ad altri di minore importanza, se alla fine saremo riusciti a
realizzarne anche solo il 50-60%, potremo affermare che il nostro contributo è stato veramente notevole per la risoluzione della problematica della
Provincia di Foggia.
Con le nostre affermazioni, quasi di principio, riguardanti i problemi
dell'industrializzazione della Capitanata, abbiamo fatto intendere, prima di
tutto, che essi passano attraverso l'industrializzazione dell'agricoltura. Non
si può concepire, infatti, che la crescita delle colture di un territorio vasto
come quello della provincia di Foggia non passi attraverso l'industrializzazione delle lavorazioni dei prodotti, che ne consenta l'utilizzazione immediata - in loco - nonché la loro collocazione sui mercati - attraverso apposite centrali di distribuzione che dovranno essere realizzate.
Questa è la industrializzazione più efficace della Capitanata, continua
il Presidente; quella che non tradisce la nostra vocazione e che ci porterà ad
un livello occupazionale notevole nella economia nazionale ed internazionale se sapremo fin da ora prevedere quello che economicamente sarà, in
tempi brevi, la Provincia di Foggia anche se, naturalmente, dobbiamo continuare a pretendere dallo Stato il decollo puramente industriale. E' l'insediamento di specifiche aziende, come l'Aeritalia, che ha ottenuto il riconoscimento obbiettivo della Regione, è un esempio di come siano in rapporto
le due cose, come la civiltà contadina trovi adesso la necessità di innestarsi
in questa civiltà industriale. Ma, naturalmente, non dobbiamo lasciare a
sciocchi campanalismi comunali o provinciale, alcuna possibilità di intralciare il nostro pacifico cammino sulla strada del progresso.
58
Un cenno particolare, poi, il Presidente Galasso ha fatto ai problemi
della cultura che, ha detto, è un argomento primario. Noi cerchiamo di dare
ad esso la più grande importanza possibile perché crediamo che un uomo
per essere libero ha bisogno di essere colto, ma non nel senso di sapere
questo o quello, ma piuttosto nel senso di prendere conoscenza e coscienza
di se stesso, di scoprire il proprio diritto alla parola, al dibattito, all'apprendimento dei propri problemi che possono e devono essere avviati a soluzione con i contributi di tutti. La classe politica deve sentire l'ambizione di
riuscire in questo obbiettivo che, se non produrrà clienti elettorali, contribuirà certamente a formare degli ottimi cittadini, degni di tal nome, e liberi,
perciò, di scegliere, senza inganni e senza plagi.
Passando poi a trattare dei problemi di carattere puramente finanziario, l'oratore ricorda che vi è una riforma della legge tributaria - in via di
approvazione - che certamente, pur con i suoi difetti, consentirà di fare un
passo avanti e di portare un po' più di equilibro nella ridistribuzione dei
redditi. Ma anche se nel passato si è stati sempre polemici con lo Stato a
questo riguardo, anche se la situazione finanziaria della Provincia è difficile,
sentiamo che è nostro dovere fare delle proposte per la soluzione dei problemi delle popolazioni con cui quotidianamente siamo a contatto.
Il Dr. Galasso continua la sua replica esaminando nei dettagli il documento politico sottoscritto dai tre partiti della coalizione di centrosinistra, che ha suscitato le maggiori perplessità negli interventi dei diversi consiglieri. Le contraddizioni che si sono ravvisate nel documento politico in
esame non mi sembrano significative, dice l'oratore, perché il fatto politico
importante da chiarire, e che è stato posto alla base della nostra dichiarazione, è il problema della continuità dell'amministrazione ordinaria. E già
all'atto del saluto al Consiglio Provinciale nel momento stesso in cui assumevo la carica di Presidente dell'Amministrazione, non vedendo nel documento politico sottoscritto le grosse contraddizioni che ci metterebbero
nelle condizioni di non poter degnamente continuare nella vita dell'Amministrazione, mi sono sentito impegnato come la legge consente e la morale
impone, a condurre avanti un'amministrazione ordinaria anche se scaturita
nella sua consistenza numerica dalla volontà dell'elettorato, può contare
solo sulla maggioranza relativa e non stabile.
La nostra vicenda, ispirandosi alle posizioni di carattere nazionale dei
partiti di centro-sinistra, obbedisce ai comuni ideali e trova
59
la sua giustificazione proprio nella possibilità di rappresentanza di forze
effettivamente popolari per la conduzione della cosa pubblica. Quindi per
dovere civico, prima ancora che politico, ritenendoci forze più o meno omogenee, siamo in grado di presentare una Giunta tripartita che, se pur limitata numericamente nella maggioranza dalla risposta dell'elettorato, può
dare buona prova attraverso il programma da attuare, nel pieno rispetto
della libertà e della giustizia sociale, sul quale potranno convergere e riconoscersi molte forze dell'arco politico italiano.
Quindi fino a quando noi ci sentiamo fedeli e aderenti ai nostri ideali
politici, protesi solo a garantire la libertà, la giustizia e la democrazia in senso moderno, noi crediamo di avere il dovere di cominciare il nostro cammino nell'interesse delle popolazioni che vogliano amministrare senza perciò, scendere a compromessi. Non abbiamo e non faremo, nel mondo più
assoluto, delle discriminazioni proprio in virtù della democrazia che vogliamo sia veramente viva tra noi; però da una parte e dell'altra vi sono delle
valutazioni di carattere storico che possono dividerci perché discordanti.
Abbiamo detto che la Resistenza è un movimento che ha riscattato tutti gli
italiani e non può perciò essere preso a patrimonio esclusivo di alcun movimento politico; ripeterlo ancora è come inflazionare delle cose sacre che
appartengono alla nostra storia.
Poiché dal settore missino è venuta qualche vivace battuta, il Dr. Galasso continua il suo discorso confermando il giudizio negativo sul passato
regime e riafferma che, a dividere il centro sinistra dal M.S.I., sono proprio
i giudizi storici che essi danno, e che sono agli antipodi, sul ventennio fascista, sulla lotta partigiana, su questa democrazia; perché di qua c'è il senso di
libertà; di un associazionismo libero; il senso di un rispettoso amor di patria
che tenga conto anche delle nostre patrie; e dall'altra parte troviamo la tensione ad una educazione unica; alla mitizzazione di una sola persona; al non
riconoscimento dell'opera di riscatto della Resistenza, i cui valori sono perenni.
Quando si chiede una Repubblica Presidenziale o una Camera delle
Corporazioni, dice il Presidente Galasso, io ho paura perché la Camera delle
Corporazioni l'abbiamo avuta, perché la Repubblica Presidenziale, l'abbiamo avuta, e la esperienza che ne abbiamo tratto ci dice che non dobbiamo
ripeterla perché il fascismo ha creato difficoltà di contatto con la realtà e ci
ha fatto perdere 20 anni di vita democratica. Il successo del M.S.I. non deve
incoraggiare, così come
60
non deve scoraggiare la perdita di alcune frange dell'elettorato della Democrazia Cristiana. Il documento politico che, insieme agli altri partiti del centro-sinistra abbiamo sottoscritto costituisce l'affermazione di ideali che abbiamo ereditato dal passato e dalla storia. Ma, continua l'oratore, per noi la
cosa più importante che vogliamo realizzare è l'incontro sul programma
che, se attuato, ci darà il merito di aver portato un contributo vero allo sviluppo delle nostre popolazioni. Ed è naturale che, pur tra le divergenze,
nella enunciazione di principio, delle diverse forze politiche con le quali
abbiamo condotto buona parte del cammino della nostra storia, ci riconosciamo negli ideali di libertà, di uguaglianza, di solidarietà civile, e di volontà riformatrice della quale ha bisogno il nostro Paese.
Circa poi le presunte contraddizioni in cui sarebbero caduti i diversi
esponenti dei partiti della coalizione e della stessa Democrazia Cristiana,
prosegue il Presidente, esse non sono altro che libere interpretazioni dei
problemi, e perciò più o meno restrittive. Sono diverse perché fatte da uomini diversi, che sono e si sentono liberi di esprimere una opinione personale, ma ciò non significa che siano contraddittorie perché hanno nel fondo
quei sentimenti intorno ai quali si riconoscono nel documento politico sottoscritto. Il loro atteggiamento, anzi, sta a significare quanta lealtà essi abbiano avuto esprimendo tutto intero, e senza riserve, il proprio pensiero a
testimonianza degli ideali per i quali si battono.
La richiesta del P.C.I. di dimissione della Giunta per aprire trattative
che avrebbero dovuto essere svolte all'esterno del Consiglio Provinciale, è
paradossale, afferma, infine, il Dr. Galasso, perché al Consiglio sono state
presentate le dichiarazioni programmatiche e dal Consiglio può e deve venire la verifica del confronto, non per togliere ad esso la libertà di scelta, ma
per invitarlo e dare eventuali impostazioni che si confacciano all'intero programma e alle ideologie che ne sono alla base. Noi non vogliamo il Commissario perché crediamo nella necessità dei Consessi democratici ed abbiamo, perciò, messo a punto un programma capace di suscitare quei consensi che ci permettano di attuarlo.
Purtroppo questo invito non è stato recepito, malgrado gli interventi
tecnici e qualificanti dei diversi Consiglieri.
Una sola voce, quella del Consigliere Maccarone del PSIUP, che, pur
sostenendo con molto spirito critico che nel programma esposto vi sono
ombre e luci, magari più ombre che luci, con una visione con
61
creta della realtà attorno a cui si articola il programma stesso, senza alcun
infingimento politico, cercando solo di vedere veramente quali possano
essere gli interessi vitali e vivi delle nostre popolazioni, si è dichiarata contraria alla gestione commissariale.
E sullo spunto di questa dichiarazione, dice il Presidente, noi sentiamo il dovere di dare alla Provincia di Foggia un'amministrazione che già ci
ha dischiuso degli orizzonti vastissimi nell'interesse delle popolazioni e nella
consapevolezza che il dovere deve essere compiuto fino in fondo senza
porre il problema della nostra permanenza. Se questa amministrazione durerà sarà certamente un'amministrazione che continuerà nella sua impostazione democratica, libera, tollerante, civile; se non continuerà non accadrà
niente di grave, perché noi avremo la coscienza a posto di fronte agli elettori nostri e di tutti i partiti politici.
62
PALAZZO DOGANA
Discussione e voto del Consiglio
sul bilancio di previsione per l'anno 1972 *
(continuazione dall'annata 1971)
Consigliere prof. Ricciardelli (P.C.I.)
La legge vuole che l'organo esecutivo di un ente elabori il Bilancio di
previsione e lo sottoponga alla sovranità del proprio Consiglio di amministrazione che lo esamina, lo approva, o lo respinge.
Il Bilancio che la Giunta in carica ci ha presentato, ubbidendo a precise norme di legge, noi del Gruppo comunista ci accingiamo ad esaminarlo
e a discuterlo con l'animo sgombro da preconcetti, ma nondimeno con tutti
gli accenti critici che le nostre modeste capacità permettono.
Per costruire, se possibile, sig. Presidente, nell'interesse delle nostre
popolazioni.
E' un bilancio che ci deve consentire anche, come giustamente lei ha
detto, di continuare il discorso sulle «Dichiarazioni programmatiche», perché il documento rappresenta o dovrebbe riflettere i propositi sociali e
amministrativi e politici nelle cifre, nelle scritture contabili, negli impegni di
spesa.
E noi che siamo d'accordo con Lei, signor Presidente, per la continuità di tale discorso, Le diciamo subito che Ella non ha risposto al nostro
discorso di fondo, che ha eluso le nostre domande, che non ha riportato la
coalizione paritaria di centro-sinistra nell'auspicata chiarezza, lasciando in
piedi l'equivoco, la confusione l'ambiguità. Il tutto, sovrastato da un melodioso canto di sirena diretto al PSIUP. Lo ha fatto con abilità, gliene do
atto, infiorando con la sua consueta garbatezza questa parte davvero disagevole del suo discorso. Comprendiamo che non è facile barcamenarsi in
un mare politico tanto agitato, stante la pluralità delle componenti del centro-sinistra e, peggio ancora, nel seno stesso del suo Partito e dei rappresentanti D.C. in questo Consesso.
* Seduta Consiliare del la febbraio 1972 in prosecuzione di quella del 25
gennaio.
63
A volte, signor Presidente, abbiamo avuto l'impressione che il suo
fosse un discorso isolato, il suo assolo, tanto ci è parso lontano dalle posizioni ora integraliste ed ora aperte dei suoi amici, ora velleitarie ed ora avanzate dei suoi alleati.
Fors'anche per ricucire gli strappi della coalizione, Ella ha dovuto
sfoderare la sua abilità, innalzando il discorso alla purezza dei principi, e
sfumando gli impegni d'alleanze e di convergenze.
Principi di libertà e di democrazia, d'ordine e di giustizia, di regionalismo e anticommissariali che, si figuri, signor Presidente, se non sono condivisi ed esaltati da noi. Ma libertà dal bisogno, ordine democratico, ordine
nella giustizia contro i profitti e le speculazioni, ordine civile per la Riforma
di fondo, dalla scuola alla casa, dai campi alle officine, per la difesa della
salute e per il lavoro a tutti. Ordine democratico che i lavoratori laici e cattolici esigono per creare una società nuova più civile, più giusta, più libera.
Quando avremo eliminate le ingiustizie, così parafrasando Paolo VI che ha
inteso collegarsi al messaggio Giovanneo, avremo liberato il mondo da ogni
sorta di miseria.
E tocca a noi uomini operare bene per non fallire alla prova dei fatti,
altrimenti anche la purezza dei principi è messa in non cale.
La sua Giunta, signor Presidente, pur nell'ambito ristretto di una
Provincia, s'ispira proprio a tali principi quanto rifiuta l'incontro nelle cose
e nei fatti, coi Partiti democratici e coi Sindacati, esasperando le « delimitazioni » e spianando la via alla gestione commissariale? o quando alla chiarezza preferisce eventuali compromessi sottobanco?
Signor Presidente, gli accenti umani che pure abbiamo colto nelle sue
«Conclusioni programmatiche » e che ci ricordano l'Abbé Pierre e Theilard
de Chardin, testimoniando ad un tempo delle sue preziose lettere, diventano vaniloquio se si ubbidisce « ad una brutta logica del potere » se si vuole
dare continuità ad una esperienza negativa amministrativa, se si vuole rimpiazzare una ambigua coalizione politica, se si ricorre alla gherminella di
possibili trasformismi.
E tutto questo noi vi contestiamo, signor Presidente, in nome appunto di quella morale universale che deve portare gli uomini ad operare con
responsabilità, chiarezza e convergenze d'intenti per il bene comune. Questo noi diciamo nella convinzione che ognuno di noi mediti sui destini della
nostra Provincia.
E passiamo al Bilancio, che è documento contabile e, nello stesso
tempo, politico.
64
Nel presentarcelo, l'Assessore del ramo ha dichiarato di non avere
avuto il tempo materiale per rendersi conto di tutto. Umanamente ne conveniamo, ma non possiamo sottacere che la sua relazione - dal tono dimesso che fa onore alla sua persona ed esalta la sua modestia - è soffusa di amare considerazioni. Le quali, a volte, in uno slancio di genuina impulsività
e forse d'ingenua verità, accusano, contestano, condannano un passato d'inefficienza, di scarse operosità e realizzazioni, d'improduttività amministrativa e sociale, trionfalismi e clientelismi a parte.
Con una denunzia siffatta, per noi gravissima perché è fatta da un
democristiano e che è altresì la riprova dell'armonia disarmonica ed inquietante che regna tra gli alleati e negli stessi D.C., noi ci domandiamo - e ci
punge vaghezza di chiederlo anche al compagno Maccarone - quale fiducia
possa essere conferita ad una Giunta che rappresenta un passato non edificante e che vuole continuare su quella scia; noi ci domandiamo quale senso
di fiducia possa scaturire dall'animo di chi, come noi, ha scelto ben altri
fronti di lotta per la difesa degli interessi dei lavoratori e della gente Dauna.
Ad ogni modo, nonostante gli « alti lai » dell'assessore Cera, il Bilancio in esame poggia ancora su pilastri vecchi, con scarso dinamismo sociale,
diremmo senza domani.
Noi ci sembra un Bilancio che si inquadri, con metodo e stile nuovi,
nella problematica socio-economica ed umana della nostra Provincia. Dove
non ci sono genericità ed ordinarietà, come nell'analisi particolare appresso
dimostreremo, ci sembra che manchi una proiezione razionale ed organica
nel futuro.
E' il Bilancio, sotto certi aspetta, della continuità nella statica, che
isola automaticamente, a nostro giudizio, le forze logorate del centrosinistra, dove non sono presenti autorevolmente nè la forza politica delle
componenti di sinistra, quella del P.S.I., nè quella della sinistra Cattolica
della D:C.
Ancora una volta, la nostra Provincia esce dalle « Dichiarazioni » e da
questo Bilancio come oggetto e non come soggetto di una programmazione
di sviluppo economico o come attrice nella realizzazione del suo processo
esecutivo.
Il nostro discorso sulle sue « Dichiarazioni », signor Presidente, era
per l'appunto un invito a liberarvi dai sorpassati schemi fissi e immobilisti, e
preludeva ad un Bilancio dinamico, ampio ed originale, che rigettasse gli
schematismi, e che, con impegni pluriennali impostati
65
sulla chiarezza politica e sulla saggezza amministrativa, fissasse degli obiettivi precisi a breve ed a lungo termine.
Se non fosse per il timore di rendere troppo severo il nostro giudizio,
direi che sotto un certo profilo la Relazione-Programma della Presidenza, o
della Giunta in carica se lo si voglia, pare ci proietti all'anno zero, cioè all'epoca dei buoni propositi, dopo il breve ma disastroso periodo della gestione commissariale.
E la storia degli ultimi dieci anni, fatta salva la parentesi della Giunta
Vania, sta qu a darci ragione.
« Dobbiamo preparare il decollo della nostra Provincia, che deve essere ente pilota... Dobbiamo risolvere il problema finanziario della Provincia, nel quadro della riforma della F.L.... Dobbiamo affrontare il problema
delle frane, esaltare il Gargano, riscattare il Subappennino, ... Coordinare i
servizi, promuovere collegamenti stradali e ferroviari, rivendicare opere di
civiltà e di cultura, affrontare in una visione d'assieme i problemi dell'acqua
e del metano, tecnici ed economici, agricoli e industriali, turistici e finanziari, scolastici e umani della Capitanata ... ecc. ecc. ».
Questi è, testualmente ed in sintesi, il presidente avv. Consiglio del
1963 e 1965.
Poi:
«La nostra programmazione dovrà armonizzarsi a livello regionale,
comunale e comprensoriale... per annullare gli squilibri territoriali, settoriali
e sociali... operare per l'approvvigionamento idrico per usi potabili, irrigui e
industriali, ... modernizzare l'agricoltura..., industrializzare la Provincia di
Foggia, ... sfruttare il metano in loco ... sviluppare il turismo ... migliorare i
collegamenti stradali, ferroviari e martitimi con possibili interventi diretti
nella gestione da parte della Amministrazione Provinciale ... potenziare il
centro di igiene mentale, costruire un istituto psico-medico-pedagogico,
ristrutturare il Brefotrofio, prevenire e curare bene le malattie mentali, assistere i dimessi per il loro reinserimento nella società... promuovere iniziative per la riforma della F.L.,... ristrutturare i servizi eliminando i disservizi,
riqualificare il Personale... provvedere al Gargano ed al Subappennino. potenziare la Scuola, ottenere l'Università, aiutare i pendolari... rimboscare le
colline, difendere i prodotti agricoli, creare fonti d'occupazione con
l'Aeritalia, ecc. per il decollo della nostra Provincia... ».
Questi è, testualmente ed in sintesi, il Presidente avvocato Tizzani del
1966 ed anni successivi.
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E, infine:
« Impegno di continuità... eliminare gli squilibri... rottura di vecchi
equilibri... insediamento dell'Aeritalia... risoluzione del problema dell'approvvigionamento idrico per usi potabili, irrigui e industriali... difesa dei
prodotti agricoli... sviluppo turistico del Gargano... collegamenti stradali...
iniziative per il centro universitario... problema dei pendolari... rete di servizi psico-medico-pedagogici... nuova sede dell'Istituto Psichiatrico... assistenza all'infanzia... risoluzione del problema del Brefotrofio... problema del
personale e dei servizi... sistemazione delle strade del Subappennino e dei
tratti franosi... Riforma della F.L. ... ecc. ecc. ».
E questi è lei, signor Presidente, oggi.
Conclusione: Presidente l'uno, Presidente l'altro e Presidente Lei. Le
stesse linee programmatiche in tre diversi momenti della nostra storia, e in
momenti ben lontani tra di loro.
Noi partiamo di qua, signor Presidente, oltre alle altre cose che diremo, e codesti richiami e raffronti sono fatti non già per spirito polemico,
ma per sostanziare e legittimare le nostre perplessità, la nostra diffidenza, il
nostro non credito alle cose che ella ci ha detto in sede programmatica e
che l'Assessore al Bilancio ci ha detto nella relazione. E' di qui che si deve
partire anche per conoscere gli uomini del Centro-sinistra, non proprio in
quanto uomini per carità, ma in quanto rappresentanti di certi Partiti, che
incarnano un certa politica, e che, alla prova dei fatti, non possono più riscuotere credibilità.
La prova dei fatti per la nostra Provincia è l'immobilismo di tanti anni di ordinaria amministrazione pure questa intessuta di crisi e lacerazioni
interne. Il treno della crescita civile della nostra Provincia, che lei oggi teme
di perdere, signor Presidente, è stato perduto già tante volte per colpa di
voi, del centro-sinistra che, neppure oggi, a distanza di anni, ci pare abbiate
individuata la stazione di partenza.partenza. Neppure oggi ci pare che abbiate compiuto o vogliate compiere il necessario sforzo per partire col piede giusto nel comune intento di operare le scelte giuste.
Premesso tanto, passiamo all'esame tecnico, contabile del Bilancio di Previsione 1972.
Esso ha una previsione di L. 30.008.074.933 contro quella di L.
18.337.209.770 del 1971. Una differenza in più, quindi, di circa L. 12 miliardi. Non è poca cosa, anzi la dilatazione è così notevole che, sul piano
tecnico-contabile, meritava un discorso illustrativo am67
pio. Si tratta di una dilatazione naturale, artificiosa, reale, demagogica! La
Relazione che accompagna il Bilancio ne fa solo qualche generico cenno,
ma non approfondisce l'analisi, non discute le variazioni, non legittima le
differenze, non traccia il quadro di raffronto in percentuale tra il bilancio
1971 e quello del 1972, non specifica se i mutui sono accesi, se sono ancora
da contrarre, o se sono con chi e come realizzabili. E' un lavoro improbo,
senza dubbio, ma doveroso.
Non credo che questo compito tecnico sia stato trasferito ai Consiglieri per riguardo, né che si tratti di cappietto per tradire la realtà economica e contabile del Bilancio! Probabilmente, il tempo a disposizione dell'Assessore è stato più tiranno del previsto.
Mancano, inoltre, le tabelle dell'Avanzo e del Disavanzo, obbligatorie
ai sensi dell'art. 307 della legge Comunale e Provinciale 1934. Forse sono in
realtà inesistenti, e forse non, ma la Relazione tace in proposito.
Certo si è che se un Avanzo di amministrazione esiste, la legge prescrive Tabelle e Relazione di merito, perché ne sia dimostrata la entità e
l'esigibilità di eventuali residui attivi o di crediti attivi. Ma la voce « Avanzo
» non figura affatto in Bilancio e ci pare lecito dubitare che, nel 1971, non
ci sia stata neanche una sola lira di residuo.
Un po' più strana, se non paradossale, ci sembra l'omissione della tabella del Disavanzo di amministrazione, la cui voce ufficiale diciamo così
non compare in Bilancio.
Il paradosso tecnico, però, si materializza nella esposizione della « Situazione Economica », nel riepilogo, laddove il « Disavanzo » è annotato
per l'importo di L. 8.697.025.870 e dove sono indicati anche i mezzi di Ripiano, e cioè:
- Supercontribuzioni (eccedenza)
L. 185.783.842
- Contributo dello Stato (legge 964)
L.
40.000.000
- Mutuo integrativo
L. 8.471.242.023
Fatti questi rilievi, signor Presidente, ci asteniamo da ulteriori commenti, che potrebbero sembrare inopportuni o « accademici ».
Analisi delle entrate - Al titolo I le imposte e le sovrimposte danno un
gettito maggiore di L. 121.695.293 rispetto al 1971. Chi e che cosa ha consentito tale previsione? Il centro meccanografico? Ecco, signor Presidente,
perché rivendichiamo la presenza decisionale degli enti locali in campo tributario. Sono stati interpellati forse i commercianti, i coltivatori diretti, gli
artigiani, ecc. per cadeste imposte? O l'Ente Provincia per la determinazione delle aliquote, per gli accertamenti e per l'even68
tuale contenzioso? Ecco perché abbiamo fatto quel nostro discorso sulla
brutta antidemocratica riforma tributaria che peggiora ed anzi annulla l'autonomia degli enti locali. Ecco perché nel Bilancio, per le infrazioni tributarie, leggiamo quelle risibili previsioni in Entrate di L. 1.000
L. 1.000+L. 1.000.
Al titolo II cap. 6, poi, ritroviamo la solita iscrizione di L. 2 milioni
per i contributi di miglioria specifica (legge 246), entrata fittizia, come si sa,
perché mai realizzata e mai realizzabile fino a quando la Giunta non predisporrà gli idonei strumenti tecnici, contabili e giuridici.
In proposito, signor Presidente, desidererei tornare, insieme con Lei,
alle conclusioni sulle « Dichiarazioni ».
Dopo averle dato atto che ella ci ha sempre seguiti con attenzione,
mi consenta di rilevare che, in occasione del nostro intervento sulle sue «
Dichiarazioni », ella si è alquanto distratta. Mi scusi se dico ciò, e lo dico
senza ombra di offesa o di rimprovero perché so che chi occupa lo scanno
presidenziale è distratto, a volte, da funzionari, da chiamate telefoniche ed
altro. Lei era certamente distratto, e poi non ci ha letti, se ha risposto al mio
discorso (e se l'Assessore ha poi addirittura polemizzato con me), soltanto
sul tema della Riforma Tributaria, la quale, brutta e punitiva com'è, specie
per i riflessi che avrà sul costo della vita mediante l'IVA, era da noi richiamata per gli agganci che con essa hanno gli EE.LL.
Il nostro era un discorso ben diverso e più ampio e s'attagliava perfettamente - secondo noi - alla situazione economico-finanziaria gravissima
del nostro Ente, che, per effetto delle leggi 246 e 964, e per le altre provvidenze invocate, deve poter uscire dalla crisi attraverso il maggiore gettito, i
crediti agevolati a breve e medio termine e con il congelamento tecnico della estinzione dei mutui.
Parlavamo di corretta ma ferma applicazione della legge 246 nei confronti di chi ha tratto vantaggi e profitti dalle opere di miglioria realizzata
dall'Ente Provincia. Parlavamo di negligenza delle passate Giunte, che hanno disatteso finanche l'art. 240 del T.U.F.L. del 1931 se è vero, com'è vero,
che agli uffici finanziari dello Stato, obbligati a farlo, non hanno mai o non
ancora hanno fatto richiesta di dati circa il trapasso, se vi è stato, degli immobili compresi nelle zone soggette a contributo. Parlavamo di accertamenti dell'incremento di valore, che le passate Giunte avrebbero potuto e dovuto fare d'ufficio, sia pure in via presuntiva, dopo un quinquennio dalla realizzazione delle opere a spese della Provincia.
69
Parlavamo, insomma, di scelte e di volontà e di preparazione degli
strumenti necessari per applicare la legge 246. Ella, invece, ha taciuto su
tutta la materia che riguarda la finanza locale e che ha oggettivato in modo
preminente il mio intervento, che è rimasto cosa senza risposta, anche se
Lei ha avuto l'amabilità di dirci che lo ha apprezzato, e se, con il garbo che
La distingue, ha voluto usare espressioni che onorano la mia modesta persona.
Il nostro, signor Presidente, non voleva essere un discorso tecnico,
ma un discorso di fondo sulla politica finanziaria dell'Ente, e che voleva e
vuole investire direttamente la Giunta e la coalizione di Centrosinistra per
le implicazioni, le scelte e la volontà operativa che esso comporta anche sul
piano delle responsabilità. Un Bilancio, adunque, che va rielaborato e che
va impostato in termini politici diversi e con scritture economicofinanziarie scaturenti da una realtà diversa, più moderna, più coraggiosa. Un
Bilancio da rielaborare, anche per le altre cose che appresso diremo, e che
deve essere il Bilancio in cui si riconosca l'apporto di tutte le forze democratiche.
Così è, compagni socialisti, quando in concreto si vogliono creare «
equilibri più avanzati »; così, quando si vogliono instaurare rapporti nuovi
con noi; così, quando la campana delle maggioranze precostituite non ha
più i suoi trionfalistici rintocchi e magari spera in uno stonato ritocco trasformistico, con buona pace dell'etica politica.
Al titolo II, e rientriamo nel vivo del Bilancio, notiamo non poche variazioni. Soprattutto le scritture « per memoria » ci rendono perplessi, tanto esse
sono oscillanti in aumento o in diminuzione rispetto a quelle del 1971. Sono
scritture reali? quale incidenza di fatto esse hanno avuto nella passata gestione?
quale ne avranno per il 1972? e perché la Relazione al Bilancio non vi dedica
neppure una riga?
Queste le nostre responsabili domande. Le risposte a chi di dovere.
Il titolo III prevede 10 milioni per concessioni su strade e aree provinciali, mediante disciplinari o altre forme di convenzione. Lo scorso anno
erano inscritte appena L. 370.000.
Le nostre perplessità sono inevitabili. Quale delle previsioni è la reale? Quanto è stato introitato nel 1971? Insomma, sono tanti o sono pochi i
10 milioni previsti? E, quel che più conta, codesti canoni vengono riscossi?
Non le pare, Assessore, che un'analisi del genere era necessaria e che
noi abbiamo diritto ed anche il dovere di sapere?
Così, per le ammende che da L. 70.000 passano a L. 500.000.
70
E' poco o tanto come previsione? quale il gettito del 1971? sono state denunziate e rilevate le violazioni dell'EAAP e dell'ENEL che rompono le
nostre strade, anche le più belle e tappezzate, e mai che le riducano allo stato pristino a perfetta opera d'arte. Altro che 500.000 lire per ammende! E
qui, oltre al silenzio della Relazione al Bilancio, va rilevato che il discorso
sul rinvigorimento e la ristrutturazione dei servizi non può essere più oltre
eluso.
Sempre al titolo III, notiamo che la legge n. 33, del 1963, relativa ai
contributi per la brucellosi bovina (L. 24 milioni), è applicata quest'anno,
mentre nel 1971 essa è stata disattesa. Ciò significa, a parte la scarsa entità,
che le nostre critiche passate o i nostri suggerimenti - dal centro-sinistra
respinti - erano fondati.
Così per il contributo al Centro di Igiene Mentale, non previsto lo
scorso anno. Previsione esigua, comunque, quella di L. 5 milioni, attese le
leggi vigenti e quelle emanate dall'Ente Regione.
Nell'uno e nell'altro caso, signor Presidente, dipende sempre
dall'impostazione che chi amministra dà ai problemi e se prepara in tempo e
bene gli strumenti di realizzazione di certe entrate.
Inoltre, al titolo III, cadono i contributi della Caccia. Vi è un notevole decremento di 36 milioni, previsionandosi 15 milioni al posto dei 51 del
1971. Perché? A parte che nella Relazione non si legge qual politica sarà
attuata dalla Giunta nel campo della Caccia e poco si legge sulla Pesca, non
si avverte neanche l'intento della Provincia d'inserirsi nel nuovo processo
che avvierà la Regione, che oggi ne ha la competenza.
Al titolo IV (cap. 58), in applicazione della legge 167, del 1971, riscontriamo una previsione di L. 500 milioni (ammodernamento strade provinciali). E' previsione di massima o discende da precisi calcoli? Sarà realizzata o realizzabile l'Entrata? Ce lo consentiranno il metodo di gestione e gli
strumenti burocratici a nostra disposizione?
I nostri non sono interrogativi pregiudiziali, ma preoccupati e responsabili. Essi invitano alla riflessione e tendono alla revisione ed alla rielaborazione del Bilancio sottoposto al nostro esame.
Analisi delle spese - A questo punto, molto brevemente, tratteremo la
Parte seconda del Bilancio nei limiti delle scritture contabili.
« Titolo I - spese correnti » - Rispetto al 1971, vi è una maggiore previsione di circa 4 miliardi (da Lire 11.395.809.644 a Lire 15.339.056.167).
Ci pare che il discorso programmatico del Presidente sulla relazione delle
spese correnti cada completamente.
71
« Titolo II - spese in conto capitale » - L'incremento di poco meno di
6 miliardi (da L. 292.400.000 a L. 7.899.282.000) ci pone dei seri dubbi sulla
realizzazione dei mutui, come avanti abbiamo dimostrato.
« Titolo III - spese rimborso prestiti » - Il decremento previsionale di
circa 500 milioni (da L. 2.964.651.610 a L. 2.489.162.807) ci sembra irreale se
si pensi alle sole anticipazioni del Banco di Napoli che, nel 1971, furono di
circa 6 miliardi.
« Titolo IV - contabilità speciali » - non merita alcun commento, trattandosi di scritture surrettizie (partite di giro).
In merito alla destinazione delle spese in conto capitale - a parte
sempre se i mutui saranno realizzati, siccome in atto la Provincia è già impegnata per L. 10.664.572.612 - desideriamo fare qualche considerazione e
rilevare la inopportunità di avere collocate alcune spese in questa parte del
Bilancio.
Ad esempio, come potranno essere erogati i contributi per il trasporto degli alunni obbligati (50 milioni) e quelli per i non obbligati ma studenti
« pendolari » (L. 100 milioni)?
La Giunta passata, concretando per la verità una nostra proposta, si è
fatto merito amministrativo ed elettorale di avere stanziato tanti milioni per
i « pendolari ». Beh! Cos'é avvenuto? Gli studenti sono rimasti beffati, sia
perché lo stanziamento è stato previsto nella parte sbagliata o non reale certamente in buona fede - sia perché non è stata regolamentata la materia.
Ecco come e perché, caro assessore Cera, non è stata data neanche « una
lira »!
Oggi, la Giunta in carica mena vanto degli stessi stanziamenti che anzi aumenta, epperò ripete la stessa inefficace operazione finanziaria, certamente ancora in buona fede.
Signor Presidente, se avete davvero volontà di affrontare il problema,
lo stanziamento deve avere una diversa collocazione e pertanto il Bilancio,
anche per questa scrittura, va modificato o rielaborato, fermo restando
l'obbligo di redigere e di approvare un regolamento. Altrimenti, gli anni
scolastici passano e la beffa continua.
A questo discorso dell'indisponibilità economica reale, se non a quella più grave della iscrizione in Bilancio « per memoria », leghiamo anche il
problema dei contributi alle Cooperative artigiane (50+50 milioni. (In proposito si veda quello che ha fatto la vicina Provincia di Bari per l'Artigianato e la Cooperazione e l'associazionismo, ne parlammo noi in altra occasione). Leghiamo il problema degli interventi
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per le strade vicinali (300 milioni), oltretutto senza avere prima regolamentato la materia. Lo scorso anno quali contributi e come sono stati elargiti,
nonostante gli stanziamenti in Bilancio? Questo ci doveva dire la Relazione
al Bilancio e questo desideriamo sapere.
E ancora: perché il contributo FEOGA (100 milioni), già « per memoria » nel 1971, e che è stato tanto vantato dalla Giunta passata, figura tra
queste scritture fittizie?
E ancora: piscina, campi d'atletica, laghetto turistico, ed altri investimenti sociali, perché con operazioni finanziarie da realizzare di là da venire?
E ancora: L. 4.270.432.000 per le strade. Così, senza un piano?
Signor Presidente, ci troviamo davvero nella necessità di rivedere e di
rielaborare il Bilancio se vogliamo fare gli interessi della Capitanata.
Basti pensare, per dirne qualche altra anche se non rilevante, che non
è stato previsto nemmeno lo stanziamento di 15 milioni, come nel 1971,
per l'assistenza alle madri e ai bambini tramite l'O.N.M.I., benché si tratti di
un carrozzone da eliminare.
E poi, cos'è quello stanziamento di L. 56.176.710 per la costruzione
del Conservatorio di Musica? Vi è una convenzione? E, a proposito, è vero
che la Provincia paga gli stipendi ai docenti del Conservatorio? E da quale
capitolo di Bilancio è stato fatto il prelievo nel 1971? E per l'anno in corso,
in quale parte del Bilancio è stato previsto il relativo stanziamento? Perché?
La Relazione al Bilancio non fa alcun cenno in merito; desidereremmo una risposta precisa, tecnico-contabile e amministrativa.
Un'ultima domanda, benché vi siano non poche altre cose da discutere e chiarire: l'allegato n. 7 del Bilancio prevede una spesa di L. 370.400 per
« assicurazione degli Amministratori » (c/o Le Generali « Venezia »). L'assicurazione riguarda tutti e 30 gli Amministratori? Anche su questo affare
gradiremmo una risposta. E chiudo qui il discorso sulla parte tecnicocontabile del bilancio 1972.
Vorrei discutere, adesso, con brevi cenni, alcuni aspetti particolari del
Bilancio, approfondendo, nel merito, solo qualche problema sociale e politico.
E prego tutti di avere la bontà e la pazienza di permettermelo.
Personale - La nostra Amministrazione, e da tutte le parti è stato ammesso, non certo ad onore delle Giunte passate, non è razio73
nalmente strutturata quando non è carente in fatto di personale.
Non vi è l'Ufficio copia (dattilografi), e neanche quello meccanografico, le sezioni tecniche non possono più fronteggiare le aumentate incombenze, i cantonieri sono quasi spariti (sul concorso grava sempre una coltre
di nebbia), le scuole reclamano personale non insegnante, il centro di igiene
mentale sembra un orfanello, ecc.
In questa situazione, è necessario programmare in maniera organica e
moderna la efficienza e la riorganizzazione degli uffici e dei servizi per essere preparati ai nuovi compiti della Provincia ed alle funzioni che le saranno
affidate dalla Regione.
Considerato, altresì, che diversi dipendenti qualificati, su propria istanza, saranno chiamati presso l'Ente Regione, riteniamo sia urgente e necessario potenziare i quadri direttivi. Quanto ai gruppi ed Uffici-studio, essi
devono diventare una cosa seria, se vi sono, o devono essere istituiti - in
uno con le commissioni di studio e di lavoro composte di rappresentanti
del Consiglio e della Giunta - per offrire alla Provincia idonei strumenti
operativi in campo sociale, economico, ecc. per il progresso civile delle nostre comunità. Insomma, personale sempre più qualificato, anche attraverso
corsi di aggiornamento e di perfezionamento, a carico e nell'interesse del
nostro Ente. Ed uffici ristrutturati e nuovi, con funzionari giusti ai posti
giusti.
Turismo, territorio, ecc. - Forse bastano le « lamentazioni » dell'ass. Cera
per denunziare come il Turismo sia trascurato e che una politica turistica
non è stata ancora attuata dall'Ente Provincia.
A proposito, che fine ha fatto il progetto-concorso per il villaggio turistico alla Foresta Umbra? E visto che facciamo riferimento al Gargano,
chiediamo di conoscere dov'è andata a finire la Commissione di studio per
la Ferrovia Garganica, tanto osannata in quest'aula, al punto che, nel 1965,
mi pare, la Giunta non esitava a chiedere a noi il voto favorevole sul Bilancio per quella... rivoluzionaria iniziativa. E' stata interessata la Regione in
merito?
Molte altre domande dovremmo rivolgere, siccome le « Dichiarazioni
» e la Relazione al Bilancio non offrono esaurienti spiegazioni. Cosa si intende fare in concreto per l'assetto territoriale, per la sistemazione idrogeologica, per il problema delle frane? Si continuerà a fare chiacchiere come
dai tempi della prima Giunta Consiglio si va facendo?
Signor Presidente, quando noi parliamo di incontro nelle cose e nei
fatti e di convergenze d'intenti operativi ci riferiamo anche a questi
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problemi annosi ed essenziali della nostra Provincia.
Irrigazione e approvvigionamento idrico - Ne abbiamo già ampiamente parlato in sede di « Dichiarazioni programmatiche ». Aggiungerò soltanto, per
conoscenza dell'assessore Cera, che in quest'aula si è detto tanto, tra denunzie ed accuse, in occasione di una trionfalistica relazione del rappresentante della Provincia in seno all'E.A.A.P., che solo un ente incallito all'imprudenza come quello dell'Acquedotto Pugliese poteva sopportare senza
alcuna reazione.
Qui si è parlato di frodi e di truffe, di contatori pazzi e di false eccedenze di consumo d'acqua, ma tutto è rimasto allo stato quo ante, se non
peggio. Da mesi, i Comuni non sono serviti e per mesi ancora - come annuncia il divinato dell'E.A.A.P. - dovranno starsene senza acqua. E tutto
questo, con la più ampia impunità per l'E.A.A.P., e con tanti milioni di metri cubi d'acqua che dalla diga di Occhito, per fare un esempio, viene scaricata a mare, per incompletezza della canalizzazione.
La Provincia deve far sentire la sua voce di protesta, ferma e vibrata,
fino alle più alte sfere responsabili, se non vuol venire meno alle sue funzioni politiche e umane.
Promuoviamo come Amministrazione Provinciale un convegno, riuniamo Sindaci, Partiti, Sindacati, categorie imprenditoriali e terziarie, organizzazioni femminili, studentesche, contadine, ecc. per dibattere il problema
e per rivendicare ed ottenere urgenti provvedimenti atti a sconfiggere « la
grande sete ».
Agricoltura - La parte del Bilancio riguardante l'Agricoltura ed i molti
problemi umani ed economici annessi, secondo noi, è tutta da rivedere e da
rielaborare, sia nell'impostazione che negli stanziamenti. E le motivazioni
sono state ad abundantiam sottolineate dal compagno Pizzolo. Una revisione di Bilancio tanto più necessaria, perché l'occasione dovrà essere utile per
trattare anche il problema delle comunità montane.
Industrializzazione ed occupazione - Un fiume di parole, signor Presidente, da anni e da parte di chiunque avesse un seggiolino di potere pubblico.
Una valanga di promesse per l'Aeritalia, per questa fantomatica manna che
non risolverà il problema di fondo, che invece è grave e di ben altra natura,
sia come fatto industriale che come livello occupazionale. L'Aeritalia, che il
ministro Piccoli nella scorsa campagna elettorale ci ha regalato durante un
comizio a Torremaggiore, che tanti ministri e sottosegretari e parlamentari
del centro-sinistra (ci
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si mette, ora, finanche l'on. Moro) a pie' sospinto, ma da tanti anni, ci offrono, è ancora nel limbo.
La verità è un'altra ed amara. Noi siamo ancora considerati dai monopoli e dalla classe di potere una riserva umana ed elettorale, se è possibile
che finanche il nostro metano, dono della natura, venga portato via, o che
non sia sfruttato in loco, a sollievo della disoccupazione.
La classe di potere ha consentito finora che nella nostra Provincia
nascessero soltanto le fabbrichette dell'illusione, che poi miseramente si
chiudono per fallimento, non già per avviare un processo d'industrializzazione, o per incrementare l'occupazione, o per franare l'emigrazione, ma
solo per sovvenzionare i ruffiani elettorali, gli speculatori, i furbastri, gente
squalificata in una parola che conosce bene il sottobosco della corruzione e
dell'intrallazzo.
Perciò la Giunta, al di fuori di tanto baillame propagandistico e beffardo, deve tracciarsi un chiaro programma di iniziative e di lotta politica,
chiamando tutte le forze democratiche e le popolazioni a rivendicare la rapida soluzione della questione meridionale. Un Mezzogiorno trasformato e
rinnovato significa automaticamente progresso economico, crescita sociale,
avanzata civile della Capitanata.
Lavori pubblici - Il problema è legato al discorso più generale finora
fatto sull'occupazione ed all'azione che l'Amministrazione Provinciale dovrà
svolgere sul piano politico, presso la Regione ed il Governo, per maggiori
investimenti nella nostra Provincia e nel Mezzogiorno, per la pronta utilizzazione per opere sociali dei 7mila miliardi dei residui passivi dello Stato,
per la revisione e quindi per l'applicazione meno rigida della legge 765 sull'edilizia, quasi che il Comune di Carapelle fosse quello di Milano, Torino,
Roma, ecc., per lo snellimento delle procedure burocratiche nel campo degli appalti. A questo proposito, giova ricordare che una delle cause della
revisione dei prezzi è proprio la sbagliata politica governativa degli appalti,
che impone un iter lungo e farraginoso, e poi consente agli appaltatori di
ottenere aumenti, mettendo in difficoltà gli Enti e ritardando la realizzazione delle opere.
Anche in questo noi vediamo una scelta di classe da parte del centrosinistra nazionale, perché da una parte si favoriscono le ditte appaltatrici
che nelle gare furbescamente si appaltano i lavori con un forte ribasso d'asta, e dall'altra permettono di ottenere la revisione in aumento dei prezzi, a
danno di ditte più oneste ed economicamente
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più deboli. Infine, con tale sistema, si generano ulteriore indebitamento ed
impoverimento degli EE.LL.
Quanto peso ha nel Bilancio di previsione la spesa per la revisione
dei prezzi? Essa incide per una buona quarta parte su tutte le Entrate ordinarie e tributarie della Provincia, trattandosi di una spesa (fors'anche inferiore alla realtà) di un miliardo e mezzo, imputata interamente alle spese
correnti (Tit. I, art. 216), e cioè, signori Consiglieri, a quel poco di ossigeno
economico-finanziario che dà vita al nostro Ente sia sul piano amministrativo, sia come cespiti delegabili per la contrazione dei Mutui.
Più specificamente, né le « Dichiarazioni » e né il Bilancio ci hanno
offerto, nelle rispettive Relazioni, un Piano organico dei Lavori stradali, che
possa tranquillizzare noi e l'opinione pubblica perché non si verifichino
scelte di zone d'influenza elettoralistica e perché vengano sistemate quelle
strade sinora trascurate e di primaria importanza per i collegamenti provinciali ed extraprovinciali.
Anche qui sono necessarie commissioni di studio e di programmazione, in cui siano rappresentate democraticamente le forze consiliari, al
fine di predisporre un nuovo sistema di gare d'appalto (magari quello della
media mediata), e di evitare scelte sbagliate e di parte, d'impedire ritardi
onerosi, di realizzare opere a perfetta regola d'arte e produttive d'interesse
civile per la gente dauna.
Assistenza Igiene e Sanità, Nosocomi e difesa della salute - Per l'Assistenza,
valga quanto rilevato dalla compagna Schinaia. Peraltro, ribadiamo l'apprezzamento nei confronti della Relazione Sica e le riserve a suo tempo espresse.
Il potenziamento del Centro di Igiene Mentale ed il progetto di costruzione, che sono ormai indilazionabili, ci trovano d'accordo, perché - a
parte i ritardi e i mutui da realizzare, e se si realizzeranno - traducono o dovrebbero tradurre in realtà un disegno da noi architettato da anni, ripreso
dalla Giunta Tizzani ed ora programmato dalla Giunta in carica. E speriamo
bene! Il tempo, è vero, non ha limiti, ma cerchiamo di non farne abuso.
Ci sia consentito, intanto, soffermarci su alcuni aspetti dell'intero
problema assistenziale e igienico-sanitario, che riteniamo urgenti e qualificanti per la nostra Provincia.
Saremo critici per omaggio alla verità e per stimolo ad operare bene.
Le prime critiche, e vigorose, che muoviamo alle Giunte passate, secondo
noi colpevoli di negligenza e d'indifferenza, attengono
77
alla grave situazione dell'I.P.P.I. e dell'annesso Brefotrofio. Il drammatico
problema non ci pare abbia trovato il giusto posto di rilievo né nelle « Dichiarazioni » e né nel Bilancio. Un I.P.P.I. (Brefotrofio) fatiscente che ha
bisogno di calore umano, oltre che di urgenti provvedimenti igienici e organizzativi. E l'assessore Sica ha visto e sa e ne è rimasto scosso, tanto gravi
sono stati l'incuria e il disamore di chi lo ha amministrato ieri. Poveri bambini fuori della vita e della società, quasi animaletti spauriti al contatto con
altre persone, con gli estranei dell'Istituto, chiusi in una casa che presenta
carenze paurose igieniche ed organizzative. Una cosa vergognosa, che ha
provocato lo sdegno del Giudice speciale per le adozioni e della Commissione di vigilanza sugli Istituti di Prima Infanzia.
Lei sa tutto questo, signor Presidente, e nulla potrà l'assessore Sica,
nonostante alcuni suoi decisi ed encomiabili colpi di scopa, che sconfessano
e condannano le Giunte passate di centro-sinistra, se i nostri radicali interventi saranno ancora rinviati. Un grosso problema umano questo dell'I.P.P.I., signor Presidente, ma anche qui emergono le vostre colpe. Basti
pensare che a distanza di un anno quasi nulla avete fatto per definire la pratica relativa all'ex Clinica Ventura, né per il modestissimo mutuo di 150
milioni (roba da bilancio ordinario), né per il progettino di trasformazione e
di sistemazione dei locali. Non funzionalità degli uffici o, invece, negligenza
colposa degli Amministratori?...
Nel campo dell'Igiene e della Sanità, occorre riorganizzare i nostri
servizi, o meglio bisogno andare ad una nuova organizzazione dei servizi.
Occorre altro personale specializzato e qualificato, a tutti i livelli, occorrono
attrezzature scientifiche adeguate per assolvere i nuovi compiti che la Società impone in difesa della salute umana, dal fatto ecologico alle sofisticazioni
dei prodotti e dei generi alimentari.
E' necessario che il Laboratorio Provinciale diventi un centro dinamico, a tempo pieno, in cui studi, ricerche, analisi, ecc. costituiscano un
presidio ideale di fiducia, anzi di certezza che la nostra salute ha dei coscienziosi, attenti e capaci vigili. Anche in questo campo abbiamo perso del
tempo.
Come abbiamo attuato le provvidenze legislative che emendano e
ammodernano il vecchio T.U. 1265, del 1934? Come abbiamo tradotto in
pratica gli essenziali articoli 82 bis e 83, sostitutivi del vecchio T.U., per
quanto attiene ai contributi ministeriali per impianti, attrezzature, ampliamento, corsi di aggiornamento del personale, vigilanza igienica,
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sanitario-annonaria, per le indagini profilattiche e di assistenza? Come sono
state attuate le nuove competenze dei laboratori medico e chimico? Ne
stiamo parlando dal 1963, ed ogni anno abbiamo ripresa la questione, ma
non ci sembra sia stato fatto quanto era necessario e urgente, se è vero che
nulla emerge dalle « Dichiarazioni programmatiche » e nulla risulta in Bilancio, a titolo di Entrata per contributi specifici del Ministero della Sanità.
Legando al problema dell'Igiene l'intento della Giunta di costruire
impianti sportivi di atletica in otto Comuni (se si realizzeranno, del che fortemente dubitiamo perchè condizionati a mutui, ecc.), ci permettiamo di
rilevare che ancora una volta, nonostante le nostre proposte di sempre, non
si fa cenno alla « ginnastica correttiva, formativa ed estetica ». Non vi è alcun cenno nelle « Dichiarazioni »; non vi è alcun stanziamento nel Bilancio.
Assenti ieri, assenti oggi in questo campo. Mai al passo coi tempi!...
E' verità amara anche questa, come non poche altre, che accentua le colpe
del centro-sinistra.
Nel registrarne il grave ritardo, segnaliamo che siamo stati preceduti
dall'ARCI, che è nata da qualche anno soltanto. A nostro avviso, però, l'Ente Provincia può inserirsi in questo processo ginnico-medico in fatto di palestre, attrezze e impianti speciali e, riteniamo, anche con priorità rispetto a
certi impianti, pure essi necessari, che si vorrebbero installare.
Apportiamo le opportune variazioni in questo Bilancio di concezioni
vecchie, e dimostriamo concretamente la presenza umana e sociale dell'Amministrazione Provinciale. Questo significa fare cose nuove, stare al
passo coi tempi incalzanti, essere anche originali.
Lei è medico e sportivo, signor Presidente, e sa meglio di me che ci
sono tanti ragazzi, oggi, affetti da scoliosi, piccole malformazioni, ecc.
Noi siamo convinti che, con interventi preventivi e tempestivi, di
concerto con l'ARCI e coi Comuni, è possibile operare in difesa della salute
dei nostri ragazzi.
Cose semplici, quindi, umane e realizzabili, caro Assessore al Bilancio, e che non sono né accademiche, né elucubrazioni.
Inoltre: che ne pensa la Giunta attuale della Riforma Sanitaria e del
Piano Ospedaliero? Crede essa nelle leggi 128, 130, 132 e nei decreti precedenti e susseguenti? Come ci inseriamo nel Piano Regionale?
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Se è vero che tocca ai politici, agli organi democratici elettivi esaminare le condizioni geopolitiche ed economico-territoriali della Provincia e
proporre costruzioni e trasformazioni di Ospedali, segnalando la più idonea
ubicazione e la più reale caratterizzazione, dai nosocomi di zona a quelli
specializzati, dalle unità sanitarie di base agli Ospedali regionali, noi chiediamo di conoscere chiaramente il pensiero della Giunta e di sapere che
fine ha fatto l'indagine iniziata dal gruppo di studio della Provincia, considerato che l'Ufficio del Medico Provinciale ne ha, in passato, più volte sollecitato il parere dell'Amministrazione Provinciale. E questo è noto anche al
signor Presidente ed al collega Grosso, che con me hanno fatto parte del
Comitato Regionale per la programmazione regionale ospedaliera.
Desideriamo sapere come ci muoveremo in tale contesto, e quali
scelte opereremo in difesa della salute e per assicurare assistenza a tutti, dal
bracciante al coltivatore diretto, dal commerciante all'artigiano, dal bambino
al vecchio, dagli uomini alle donne, attraverso presidi sanitari, dépistage,
istituti specializzati, ecc. fino alle cliniche per luogo degenti, ai convalescenziari, ai gerontocomi.
Ci sembra, signor Presidente, che la presenza della Provincia in questo campo sia un diritto-dovere, e che solo muovendoci subito e bene risponderemo ai compiti nuovi e alle funzioni moderne che spettano all'Ente
Provincia.
Infine, la dolorosa questione degli infermi di mente e la drammatica
piaga del locale Istituto Psichiatrico. Abbiamo sempre respinto, signor Presidente, la deteriore definizione della Provincia « l'Ente dei pazzi, degli illegittimi, ecc. ». E' un compito di istituto l'assistenza a chi, purtroppo, ha poca o pochissima luce nel cervello. Il Bilancio prevede una spesa di oltre
3miliardi, quasi tutti in favore di quella specie di gabbia che è il manicomio
foggiano. Negli ultimi cinque anni, signori del centro-sinistra, sono stati
elargiti circa 10 miliardi alla « Divina Provvidenza », « divina » terrena e privatistica, per la verità.
Diciamo subito che lo stanziamento è insufficiente, perché l'appetito
dello Psichiatrico non ha limiti e le rette aumenteranno; l'aumento, non ci
facciamo illusioni, ci vorrà imposto.
Soltanto, desidereremmo che l'assessore al Bilancio non mischiasse,
in questa non pulita faccenda il personale dipendente, che raccoglie solo
briciole, che è stato sempre maltrattato. Lei, caro Assessore, è arrivato qui
da poco. Se lo faccia dire dai suoi amici e soprattutto dal vice presidente dr.
Protano.
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In quest'aula è successo quello che Lei neppure immagina. Sono volate accuse dure e gravi, sono state usate espressioni da raccapriccio. Beh,
che cosa si è fatto in concreto per eliminare tanti lamentati e condannati
sconci? Da tanti anni, quasi come per appuntamento, si levano accuse, si
blatera sui provvedimenti, si ventilano propositi, ma il problema resta in
tutta la sua drammaticità.
In tanti anni e con tanti miliardi avremmo potuto costruire ed attrezzarci. Altroché! Ma non si è fatto un bel niente. E noi dovremmo credere ancora in certe affermazioni, che una perdurante brutta realtà respinge a priori? Che fine ha fatto la Convenzione approvata a maggioranza
(non da noi) dal Consiglio? E la Commissione di vigilanza che avrebbe
potuto mettere un po' - non molto - il naso nello Psichiatrico?
Col permesso dell'assessore al Bilancio vorrei ricordare la legge 431,
del 1968, sugli Istituti Psichiatrici, il cui art. 2 pure prescrive qualcosa in
fatto di personale specializzato, ecc. E' violata la norma dallo Psichiatrico
di Foggia? Possiamo dirlo? Come lo appuriamo? E se ne avessimo scienza, cosa potremmo fare? Veniamo meno ai nostri compiti non indagando?
Insomma, quanta colpevole complicità c'è stata o può esservi a carico della Giunta? E se continua l'andazzo, cosa dobbiamo pensare? Quanto meno che la « Divina Provvidenza » è protetta dall'alto. Ed è facile, forse
troppo facile, pensarlo.
Lei sa, infatti, signor Presidente, che, secondo le norme in vigore,
gli Ospedali Psichiatrici non devono avere più di 500 posti-letto. Allo Psichiatrico di Foggia, quanti posti-letto e quali posti-letto vi sono?
Forse, ciò è il meno. Perché, guarda caso, nonostante le chiare predette
norme restrittive, lo Psichiatrico è stato autorizzato ad ampliare l'Istituto, a costruire altre gabbie. Bel Governo che ci troviamo! E pare che la « Divina Provvidenza » abbia avuto un mutuo proprio dallo Stato! O addirittura dei contributi. Così si dice. Insomma, le leggi vengono disattese da chi legifera, e la speculazione sulla malferma salute mentale di tanta povera gente continua. E la Provincia e la sua Giunta, ieri ed oggi, stanno a guardare.
Intanto che cosa si è fatto per ottenere dei contributi da parte dello
Stato per i ricoveri manicomiali a carico della Provincia? La Legge lo
permette. E che cosa si è fatto per ottenere i necessari contributi per la
costruzione - così voi affermate di volere, e non è la prima volta - di un
Ospedale Psichiatrico? Da anni si afferma che bisogna acquistare il suolo,
da anni che bisogna bandire un concorso
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nazionale per il relativo progetto, da anni invece si trascina un'odiosa situazione per i nostri poveri malati di mente nonostante i tuoni e i fulmini che
hanno scosso quest'aula. Ci piacerebbe sapere qualcosa o saperne di più,
mentre assistiamo al lento ma continuo fluire dei miliardi della comunità
verso la terrena « Divina Provvidenza » di Foggia.
Signor Presidente, ci dica: è proprio un male denunciare codesti fatti?
E' male preoccuparsi della salute umana, condividere il dolore umano, sforzarsi di operare per eliminarne le cause, di prevenirle e, se possibile, di eliminarle? Né possiamo permettere alla nostra dignità di rappresentanti di un
terzo della Provincia di Capitanata di essere gabbati con quell'artificiosa
iscrizione in Bilancio « per memoria » della somma di L. 100milioni, più
115, al Titolo II, sez. IV, cap. 227 « Spese in conto capitale ».
E' un brutto artificio registrare « per memoria », come a dire non registrarle affatto, determinate somme per « Suoli e progettazione Istituto
Psichiatrico, ecc. ».
Pubblica Istruzione: Scuola e Cultura - Nelle spese in conto capitale, al titolo V, rileviamo un incremento di stanziamenti. Esso è dovuto parte alla
lievitazione dei costi generali dei servizi, in conseguenza dell'inerzia governativa nei riguardi dei profittatori che detengono le leve economiche della
nazione e che manovrano a proprio libito il termometro del costo della vita;
parte, invece, è dovuto ad intenzionali investimenti per la Scuola, la Biblioteca, gli alunni pendolari, suoli, ecc., anche se limitati.
L'analisi di questa parte del Bilancio c'impone un discorso ampio, anche perché ella, signor Presidente, non ha accolto la nostra voce allarmante
sulla « grande malata » che è la Scuola, anzi ce ne ha fatto un rimprovero
ritenendo che noi non ne avessimo parlato in sede di controdichiarazioni
pragrammatiche.. E quando Lei affermava ciò, mi son permesso, Ella consenziente, d'interromperla.
In generale, abbiamo sostenuto, che siamo per una Scuola nuova, a
tutti i livelli, da quella materna all'universitaria, che rompa col passato, con
la scuola di classe e di certe classi. Vogliamo una Scuola rinnovata e viva,
dinamica e seria, che offra cultura e non nozioni, che formi le coscienze ed
educhi i sentimenti e non spostati o robots o puntelli di una società dominata dai monopoli.
Vogliamo una Scuola attiva libera e democratica, senza autoritarismi
e apertura al dialogo ed alla ricerca, responsabile e con prospettive concrete, in cui vi siano docenti degnamente retribuiti, ma
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preparati ad educare le giovani generazioni alla libertà ed alla consapevolezza di diventare la classe dirigente di domani, in una società nuova, più civile, più umana, più giusta. Una Scuola di tutti e per tutti a spese della comunità nazionale, come vuole la Costituzione, ma che abbia, tra gli altri, due
obiettivi fondamentali: la formazione democratica della gioventù e l'inserimento dei giovani nella produzione. Una Scuola, insomma, che non sia più
malata, e che sia più aderente alla storia umana attuale, che sia efficiente,
attrezzata, in locali idonei, con una didattica ed una metodologia più valide,
con programmi rinnovati e testi revisionati, una Scuola che non mandi i
giovani allo sbaraglio dopo avere percorso il corso di studi scelto e da scegliere liberamente, che fughi le tante inquietudini di oggi, che garantisca un
avvenire a tutti secondo le proprie capacità. Una Scuola che curi radicalmente i suoi mali in barba alla caterva di circolari contraddittorie, confusionarie e cervellotiche dell'attuale Ministero Misasi. Una Scuola che non sia la
futura commercializzazione dei cervelli, l'utilizzazione dei cosiddetti « benpensanti » graditi ai vari SIFAR pubblici e privati, che non avvilisca l'ingegno umano, che non sia la « parcellizzazione della cultura » che è in pratica
la « parcellizzazione » del lavoro, così come oggi è condizionato ed imposto
dalle grandi centrali produttivistiche pubbliche e oligopolistiche private.
Una Scuola, infine ed invece, che deve esaltare la cultura in senso umano e
sociale, una cultura non unica - come Lei ha detto bene - ma una cultura
libera, che faccia spaziare la mente umana e che non neutralizzi la funzione
critica, dialettica, d'indagine e di ricerca dell'intellettuale.
In particolare, per quanto attiene alla nostra Provincia, occorre una
Scuola adeguata alle condizioni socio-economiche e territoriali della Provincia stessa. La proliferazione degli Istituti Scolastici non risolve il problema. Anche qui è una questione di scelta e di ubicazione e di indirizzi. In
fatto di ubicazione, bisogna avere una visione anche a livello comprensoriale, nella ricerca del baricentro territoriale. In fatto di indirizzi, occorre evitare le pletoriche sfornate di diplomati, candidati all'emigrazione ed alla disoccupazione.
In una Provincia che dovrà assolvere nuove e più moderne funzioni,
occorrono, quindi, tecnici e amministrativi diversi e più modernamente
qualificati, dai Laboratoristi ai Chimici alimentaristi, dai dirigenti aziendali e
cooperativistici e turistico-alberghieri ai periti agrari e di idraulica agraria.
Intanto, preoccupiamoci degli Istituti esistenti, attrezzandoli de
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gnamente e rendendoli ottimali. E cioè, diamo assistenza e cura alle creature già in vita prima di partorirne altre dalla vita incerta - e peggio elettoralistiche e campanilistiche - che potrebbero nascere asfittiche.
In merito all'Università a Foggia, signor Presidente ed egregi Colleghi, il punto di vista del gruppo comunista non ha fatto mai difetto di chiarezza. Noi siamo stati sempre contrari ad una Università qualsiasi, fasulla o
consorziata. Vi preghiamo di rileggere i nostri discorsi. Vogliamo una vera
Università, e anche questa nuova e moderna che scenda nel contesto di una
seria riforma universitaria ed in quello della nostra Provincia e del nostro
Mezzogiorno, nel quadro della programmazione della Regione Puglia, che
pure prevede il terzo centro universitario a Foggia. Una Università che già
poteva esistere con quelle peculiari caratterizzazioni se avessimo apprestata
una sede adeguata, anche con i mezzi ordinari del bilancio, con stanziamenti annuali e ricorrenti, come noi proponemmo sin dal 1964.
Oggi altro che sede avremmo! Invece, se dovesse pioverci dall'alto l'istituzione del terzo centro universitario, cosa faremmo? Raccoglieremmo le
domande d'immatricolazione nei giardini pubblici e le lezioni sarebbero
tenute per strada. Come dire: l'accademia dei peripatetici.
Ed anche in proporzione più ridotta, benché ciò non ci solletichi affatto, se davvero gli organi competenti dovessero autorizzare le sezioni o
compartimenti staccati dell'Università di Bari, per la facoltà di Medicina e
Chirurgia, come quel Senato accademico ha approvato con voto unanime,
che cosa potremmo offrire in fatto di locali, uffici, attrezzature, ecc.? Né
siamo sollecitati dall'irrazionale proliferazione delle Università che si va verificando in Italia. Ma discutiamo del problema, a diversi livelli, e muoviamoci nella direzione giusta, subito, giacché abbiamo perso troppo tempo
per la negligenza delle giunte passate, e prima che qualche altra Provincia,
magari selenitica, ci preceda e ci batta sul nastro di arrivo.
Il fatto si è, a parte qualche nostra battuta, che noi siamo preoccupati
dell'appiattimento professionale, soprattutto a livello universitario, che si va
consolidando sempre più nella nostra Provincia. I nostri giovani, come tutti
sappiamo, sono costretti a scegliere facoltà non obbligatoriamente frequentabili, vuoi per comodità per la distanza degli Atenei, vuoi per risparmio,
vuoi per l'insufficienza dei mezzi economici e di trasporto a disposizione.
All'appiattimento professionale, così, s'aggiunge la turba dei di84
soccupati, talora degli spostati. Proponemmo allora la costruzione di un
Palazzo della Cultura - futura allocazione dell'Università - prevedendo una
spesa in bilancio per un concorso nazionale per un progetto organico e
moderno. Oggi, per scuotere l'abulia culturale nella quale la nostra Provincia è caduta, proponiamo che quella proposta sia ripresa per costruire una
Casa della Cultura per conferenze, dibattimenti, seminari o per scambi culturali a tutti i livelli, anche internazionali. Una Casa in cui cinema, teatro,
concerti, letture e commenti di opere sociologiche, ecc., trovino posto, ad
esaltazione dei perenni valori del sapere umano, per la soddisfazione dell'uomo nel tempo libero, per formare e rinsaldare le coscienze alla civiltà,
alla libertà ed alla democrazia nel retaggio della Resistenza. Una sede aperta
a tutti, dall'intellettuale all'operaio, dai sindacati agli operatori economici,
dalla donna allo studente. E' un evento nuovo per la nostra Provincia, ma
certamente un cimento per l'umano ingegno della Daunia. Le cose nuove ed
originali, Lei mi insegna, signor Presidente, non sono mai cronaca o solo
cronaca, ma sono storia, fanno storia.
Inoltre, se allora proponemmo - per discutere l'angoscioso problema
della Scuola in tutti i suoi ordini e gradi - una conferenza provinciale, ora
proponiamo una conferenza regionale, in Foggia.
E per intanto, cerchiamo di attuare il conferimento di borse di studio
agli universitari bisognosi, traducendo in pratica un Regolamento che giace
in archivio sin dal 1962. Traduciamo in pratica, e chiedo scusa se torno sull'argomento, senza più oltre prendere per il bavero gli sfortunati « pendolari
», l'assistenza e i sussidi agli studenti medi bisognosi, i quali hanno sentito
strombazzare tali provvidenze durante la campagna elettorale ultima del
1971, ma poi non hanno visto una lira.
Legittima, pertanto, la sua amarezza, assessore Cera, ma lo stanziamento apposito nel passato Bilancio è stato un trucco, una scrittura surrettizia, una sparata elettorale e basta. E la stessa triste fine faranno gli stanziamenti del presente Bilancio se la materia non sarà regolamentata e se il
Regolamento non sarà approvato dal Consiglio e dagli organi di controllo.
Anche per quanto è avvenuto ieri per gli Istituti, per l'Università, per le
borse di studio, per i contributi ai « pendolari », e cioè per tanta amara constatazione di negatività e d'inefficienze della Giunta passata, non possiamo
dare credibilità alle promesse, ai propositi, agli stanziamenti di oggi, anzi
diventiamo più scettici e nient'affatto fiduciosi.
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Quanto alla Biblioteca, « la mia pupilla » come con garbato spirito fu
definita da alcuni colleghi in passato, vorremmo vederla crescere sempre
sana e ricca, per non vederla mai più ricadere nella tristezza in cui la Giunta
Vania la trovò subito dopo l'insediamento. D'allora è incominciata a rifiorire ed ha un brillante avvenire. Grazie all'ottimo direttore? Certo, anche a lui
ed ai suoi collaboratori.
E qui sarebbe opportuno riprendere una nostra vecchia proposta per
la creazione di biblioteche di quartiere, quante più possibili, di concerto con
il Comune capoluogo, per avvicinare di più gli uomini ai libri generosi e
dispensatori di sapere e di civiltà.
Un paleografo e celebre bibliofilo ci lasciò scritto: « Dove si apre una
biblioteca si chiude un carcere ». Crediamoci tutti, signor Presidente. E' bello credere, a volte, fors'anche per diventare più buoni.
E così, signor Presidente, Le abbiamo detto che cosa pensiamo noi
Comunisti della Scuola italiana e provinciale, dell'Università in Foggia e della Biblioteca, della cultura e dell'impiego dei cervelli umani. E questo, sia
pure con proposizioni molto stringate, lo dicemmo durante il dibattito sulle
« Dichiarazioni ». E questo e degli impegni che il problema impone nella
sua globalità, avremmo voluto leggere, nella sua Relazione o attraverso le
cifre del Bilancio.
Veda, signor Presidente, se ci permettiamo di dare dei suggerimenti o
di avanzare proposte responsabili è perché siamo davvero preoccupati della
sorte della Scuola e della cultura, che stanno scivolando sempre più lungo
una china pericolosa.
Il « tanto peggio, tanto meglio » è roba che si perde nella notte dei
tempi ed è da noi decisamente respinto, ripudiato e contrastato. E se insistiamo nel proporre e nel ricercare soluzioni valide per la nostra Provincia,
è perché sentiamo il dovere di farlo per il mandato ricevuto. E se quanto
diciamo dovesse essere producente e valido - e noi siamo convinti che lo sia
- mi pare che sia dovere anche dell'Esecutivo, cioè della Giunta, recepire e
darne attuazione pratica. Così crediamo di servire la nostra Provincia e gli
interessi dei giovani, partecipando attivamente ed anche criticamente alla
vita dell'Amministrazione Provinciale.
E conchiudo, signor Presidente, scusandomi con tutti per il tempo
che mi sono preso.
Il Bilancio di previsione 1972, allo stato attuale, e cioè con quegli elementi fisionomici negativi da noi rilevati e che vanno rielaborati, siano
essi contabili o finanziari, economici o sociali, e soprattutto per
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la sua fisionomia politica, non può avere il voto favorevole del gruppo comunista.
Fermo restando, signor Presidente, il nostro impegno responsabile e
critico, dialettico e costruttivo, teso a spronare la Giunta ed il Consiglio
stesso perché si possa operare per il progresso sociale e civile della Capitanata, il nostro voto complessivo sul Bilancio resta sostanzialmente negativo.
Votiamo contro il Bilancio 1972, in quanto esso è anche documento
politico di una logora formula di centro-sinistra, ed anzi neocentrista con
all'interno punte democristiane della destra integralista, insomma di una
coalizione senza una maggioranza e che non disdegna eventuali soluzioni
trasformistiche.
Votiamo dunque anche contro questo Bilancio, perché ancora una
volta ci costringete a farlo, perché non possiamo condividere le vostre scelte politiche ed economiche, etiche e metodologiche, che se confermano una
strategia del potere a qualsiasi costo, non contribuiscono a costruire una
nuova storia della Daunia.
Consigliere rag. Biasco (D.C.)
Prendendo la parola, il capogruppo democristiano fa rilevare che la
giornata di ieri ha fatto registrare un avvenimento di grande importanza ai
fini della determinazione ed esaltazione dell'autonomia degli enti locali.
Per la prima volta, infatti, alla vigilia dell'entrata in funzione delle
Commissioni di controllo degli atti degli enti locali, i Sindaci di tutti i Comuni della Provincia di Foggia hanno avuto la possibilità di prendere contatto con una realtà nuova che, introducendo quel sistema democratico che
è garanzia per la buona amministrazione della cosa pubblica, ha dato loro la
possibilità di valutare i termini nuovi entro i quali potranno muoversi.
Nel momento in cui stiamo vivendo questo « salto di civiltà », che
permette alla democrazia di farsi strada attraverso l'entrata in funzione di
nuovi istituti, prosegue il rag. Biasco, noi del Consiglio Provinciale stiamo
discutendo un atto qualificante qual è il bilancio, lo strumento che farà da
direttrice operativa dell'Amministrazione, caratterizzando, anche sul piano
politico, l'indirizzo che intendiamo opporre sul piano amministrativo.
A nome dei tre partiti della coalizione, continua l'oratore, ho ritenuto
di prendere la parola soprattutto per puntualizzare gli aspetti politici intorno ai quali ci siamo trovati uniti e che, racchiusi nel docu87
mento politico sottoscritto, sono stati visti, dalle altre forze politiche, attraverso il lungo dibattito che hanno condotto, come elementi di divisione e di
contrasto.
Invece, gli indirizzi politici che ne sono alla base restano i soli fili
conduttori che hanno consentito la realizzazione della Giunta di centrosinistra, che è l'unica soluzione possibile per dare alla Provincia di Foggia
un'amministrazione ordinaria e democratica.
Leggendo il citato documento a codesta Assemblea non ho avuto alcuna difficoltà ad ammettere che esso costituiva la sola soluzione politica
possibile perché, stante la risposta delle elezioni del 13 giugno, ci consentiva di ancorarci ad un'esperienza che nel passato aveva dato buoni risultati, e
che maggiori ne avrebbe garantiti in virtù di un piano di elaborazione più
aderente agli effettivi interessi delle popolazioni di Capitanata.
Ed è stato proprio su questo terreno, aggiunge il rag. Biasco, che si
sono registrati gli sforzi di tutti alla ricerca dei motivi che non soltanto dovevano unire le forze politiche che compongono la coalizione, ma soprattutto suscitare i consensi necessari delle altre forze politiche onde consentire la sopravvivenza di quest'Amministrazione.
Riproponendo, pertanto, in termini di attualità i valori della Resistenza e le esigenze di un fronte unitario, si è inteso combattere il fascismo strisciante che si annida in tutti gli strati, e che soltanto con la volontà e la presenza delle forze sinceramente democratiche può essere ostacolato al fine di
impedirgli che trovi possibilità di espressione e di espansione nella nostra
società.
Ancorandoci, dunque, a questi valori abbiamo fatto uno sforzo organico interpretativo delle esigenze più vere delle popolazioni della Provincia,
che ha portato alla elaborazione di un documento programmatico di grande
articolazione e di grande presenza perché ha toccato tutti i settori operativi
della vita economica.
E per queste considerazioni abbiamo presentato a codesto Consesso
il programma ed il bilancio, primo passo - quest'ultimo - che deve tradurre
in atti concreti gli indirizzi programmatici enunciati. Lo sforzo che abbiamo
dovuto compiere è stato grande ed è stato riconosciuto anche dal consigliere Ricciardelli, tenuto conto della ristrettezza dei tempi e soprattutto dello
stato particolare dell'assetto politico.
Per tutto quanto ho esposto, continua l'oratore, noi siamo fiduciosi
che il senso di responsabilità che alberga in ognuno di noi, nel momento
stesso in cui si delineano nuovi orizzonti per la crescita della
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vita democratica, e in cui si concretizzano le riforme delle strutture operative dello Stato, ci impedirà di abbandonare la trincea per lasciare campo libero ad un Commissario che certamente non interpreterebbe le esigenze e
le istanze delle nostre popolazioni.
Il trasformismo deteriore, insinuato dal cons. Ricciardelli, non è certo
la base su cui poggia la nostra azione che, anzi, denunzia il gran senso di
responsabilità che ci sta caratterizzando fin dal primo giorno: noi non cerchiamo di ottenere il potere per il potere; viceversa cerchiamo di attuare
un'opera di servizio verso le popolazioni, nella consapevolezza che soltanto
questo tipo di coalizione poteva determinare le condizioni indispensabili
per l'avvio di un discorso nuovo. Riconfermando, perciò, al presidente Galasso ed alla Giunta tutta la solidarietà dei partiti di centro-sinistra, conclude
il capogruppo DC, sono sicuro che il loro sforzo per la elaborazione del
documento programmatico e del primo bilancio non potrà rimanere un fatto a sé stante perché troverà certamente in questa sede il naturale conforto
per consentire a questo Consesso di sopravvivere.
Ove mai, però, ciò non dovesse avvenire, la responsabilità non può
essere certo imputata alle forze politiche che hanno sentito il dovere di fare
questo tentativo e di portarlo innanzi nell'esclusivo interesse delle popolazioni della Provincia di Foggia.
Consigliere Marinelli (M.S.I.)
A suo parere l'intervento del rag. Biasco non ha niente a che vedere con la
discussione sulle dichiarazioni programmatiche e sul bilancio; esso non è
altro che una dichiarazione politica fatta solo per ottenere un determinato
voto; infatti, dopo la dichiarazione di voto contrario al bilancio da parte del
gruppo comunista, un discorso come quello fatto dal capogruppo D.C. poteva essere diretto soltanto al rappresentante assente del PSIUP. D'altra
parte, che le cose si sarebbero svolte a questo modo lo si sapeva già, sia per
certe mezze notizie trapelate dai diversi ambienti, sia perché noi del M.S.I.,
dice l'avv. Marinelli, fin già dalle prime riunioni del Consiglio Provinciale,
avevamo avvertito l'esistenza di qualcosa di nuovo, di manovre in atto. Però faccio rilevare che questo discorso è stato fatto al di fuori di ragioni di
programma e di bilancio, al di fuori di ragioni amministrative, dato che esso
non ha alla base una dichiarazione di ordine amministrativo, o di politica
amministrativa, ma è solo una dichiarazione politica che, ol89
tre tutto, è in contrasto con la dichiarazione sul bilancio e con quella personale fatte dall'ass. Cera.
La babele e la confusione sono davvero al massimo, e regnano all'interno della stessa D.C., aggiunge l'oratore, se l'assessore al bilancio invita
non solo le forze politiche presenti in Consiglio, ma anche quelle del suo
gruppo, a fare una buona amministrazione, e il rag. Biasco risponde, invece,
in chiave esclusivamente politica, per far ricomparire il rappresentante assente del PSIUP ed ottenerne il voto favorevole per l'approvazione del bilancio. Questo fatto, chiaro come il sole, lo hanno capito tutti, ma, noi, che
pure siamo contrari al Commissario, avremmo preferito che l'incontro fosse
avvenuto su problemi di politica amministrativa seri.
Realizzata, invece, su aspetti esclusivamente politici che, peraltro,
non sono condivisi da alcuni consiglieri della stessa maggioranza, come ha
pure rilevato il consigliere Ricciardelli, questa Amministrazione è nata male,
e vive male. La « sortita » dell'intervento del rag. Biasco, continua il consigliere Marinelli, obbliga a denunziare pubblicamente in che modo si vuole
contrabbandare una solidarietà, una compattezza e una unità d'intenti che
sostanzialmente non esistono. Sottolineando il fatto che proprio per portare avanti un certo discorso si è preferito rimandare il voto sul programma
ed unificarlo con quello sul bilancio, c'è da chiedersi come e perché certe
affermazioni di carattere squisitamente politico si riverberano sul piano politico-amministrativo. I contrasti, le confusioni, chiare e latenti, che invano
a parole si cerca di contrastare, e che magari trovano giustificazione nella
particolare situazione di necessità, ci sono ed esistono: ma semplici affermazioni pretestuose e strumentali non devono esserci gabellate per assiomi
e per principi che non vanno discussi ma soltanto votati.
Entrando poi nel merito del Bilancio, l'avv. Marinelli si dice completamente d'accordo su determinati argomenti espressi dal consigliere Ricciardelli sul piano politico-amministrativo anche se dichiara che è difficile
discutere un bilancio (che si chiude a 30miliardi e che ha spese correnti per
15miliardi), sul punto di vista generale, contabile, amministrativo ed economico.
Dando atto della sincerità con cui l'ass. Cera ha stilato la relazione al
bilancio fa però rilevare che in essa non è contenuto alcun elemento di confronto con i precedenti. Nelle relazioni degli anni scorsi si davano non solo
le differenze ma anche le percentuali d'incidenza delle diverse voci di spese
e per quanto riguarda in particolare le spese
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correnti, malgrado l'impegno essenziale di contenerne i limiti, si è potuto
rilevare che esse sono state via via aumentate dal 38,30% del 1967, al
61,98% sulla carta, e al 70% circa in realtà, del 1971. C'è da domandarsi
quale sarà la percentuale del 1972 e quale raffronto se ne potrà fare ora che
l'entrate effettive sono di L. 6.610.627.000 e le spese correnti di L.
15.640.064.000 (con una differenza in più di oltre 9miliardi).
Le esigenze che portano alla lievitazione delle spese correnti non
possono essere disconosciute ma questi risultati, realizzati dalle forze della
coalizione, continua l'oratore, denunziano senz'altro il completo fallimento
di tutta la politica di centro sinistra, anche sul piano nazionale, e non solo
per quanto riguarda il mancato obiettivo del contenimento delle spese correnti.
Prendendo in esame, a caso, il problema dell'emigrazione, legato alla
disoccupazione, si può evidenziare, anche qui, un segno del fallimento della
politica di centro-sinistra; infatti, con la programmazione economica, si voleva in definitiva sanare tutti i mali del nostro Paese e cioè: far progredire il
Mezzogiorno, attenuare gli squilibri tra Nord e Sud, eliminare l'emigrazione.
Invece l'emigrazione all'estero permane massiccia (senza contare quella interna al paese); gli squilibri tra le diverse zone si accentuano (i centri montani si spopolano); l'approvvigionamento idrico non soddisfa, se prima l'acqua mancava solo d'estate ed ora anche d'inverno. Anche per quanto riguarda la disoccupazione non si è raggiunta la meta prefissa se circa i 2/3
dei disoccupati si trovano nel Mezzogiorno e se il 40-45% dei posti di lavoro, previsti non sono stati realizzati. Dunque è chiaro che i discorsi giusti
restano solo sulla carta ed i problemi restano tutti insoluti.
Dopo qualche battuta polemica con il cons. De Santis circa presunte
responsabilità con il passato regime, responsabilità che l'oratore non può
avere - non fosse altro che per ragioni anagrafiche -, il cons. Marinelli ribadisce ancora una volta il concetto di completo fallimento della politica di
centro-sinistra che ha dimostrato, a suo avviso, anche incompetenza degli
uomini riguardo all'impostazione di certi programmi, se per incompetenza
si intende inesatta previsione dei risultati che si vogliono raggiungere. Comunque resta il fatto che il problema del Mezzogiorno è unitario, riveste
carattere nazionale e non può essere svilito e immiserito da beghe interregionali che sono, purtroppo, già in atto.
Qualcosa di veramente valido si è fatto invece per la Biblioteca
91
Provinciale, prosegue l'esponente missino, della quale si dichiara assiduo
frequentatore e convinto difensore, dato che tutto quanto si fa per essa è
fatto bene, non soltanto perché vi è alla base un problema di cultura, ma
perché la Biblioteca sarà in grado di fornire l'attrezzature necessarie per
l'Università dauna che non potrà, però, sorgere soltanto per mezzo del
Consorzio.
Anche i problemi dello sport hanno impostazioni valide malgrado sia
lecito nutrire un certo scetticismo circa la loro realizzazione.
Diverso, invece è il discorso da farsi circa l'attuale sistema delle aste
per i lavori stradali, la sorveglianza dei lavori stessi, e l'Ospedale Psichiatrico. Problema, quest'ultimo, particolarmente sentito, e dibattuto a diversi
livelli in questi ultimi tempi con l'auspicio che sia per sempre seppellito il
concetto di « manicomio » e sempre più si affermi quello di « clinica psichiatrica ». Per ragioni professionali, continua l'oratore, sono portato ad
occuparmi dei problemi di psichiatria e in verità vi è ancora tanto da fare
perché il malato di mente deve essere considerato non solo un corpo da
curare, ma un uomo cui bisogna far sentire il calore umano, la comprensione per quelli che sono i suoi problemi. In proposito chiede di sapere in che
maniera funzioni la Commissione di controllo sull'Ospedale psichiatrico, a
suo tempo costituita.
Concludendo il suo intervento, l'avv. Marinelli richiama l'attenzione
del Presidente e della Giunta sulla erogazione dei contributi che si concedono « a ruota libera » e che risultano, dalle somme iscritte in bilancio, addirittura aumentati.
Riservandosi, infine, di fare qualche altra osservazione in sede di dichiarazione di voto al bilancio, ribadisce la sua chiara denunzia circa l'esistenza di determinate dichiarazioni e manovre.
Assessore Damiani (P.S.D.I.)
Ha l'impressione che il dibattito che oggi trova la sua collocazione
normale sul tema del bilancio, non sia nuovo all'Assemblea. Seguendo con
interesse ed attenzione gli interventi dei Consiglieri all'opposizione, si è sentito quasi sopraffatto dalla valanga delle pesanti critiche che hanno toccato
tutti i settori dell'attività della Provincia e che hanno risparmiato solo la
Biblioteca. Accettare la critica rientra nel nostro costume, nella nostra mentalità, ma essa deve, però, essere costruttiva: cioè deve essere ispirata alla
realtà in tutte le sue manife92
stazioni, tenendo presenti i limiti istituzionali ben precisi delle attività dell'Amministrazione Provinciale, che non può essere allargata fino ad implicare responsabilità politiche a livello governativo e né, tanto, meno, può
chiamare in causa la stessa natura dell'umanità.
Il discorso sagace e pacato del consigliere Ricciardelli, condiviso dal
cons. Marinelli, prosegue il dr. Damiani, ha messo in luce deficienze e manchevolezze, non fallimento e crollo totale. D'altra parte, noi della coalizione, nello stesso documento politico sottoscritto, abbiamo riconosciuto l'esistenza di un certo travaglio. Ma tenuto conto che l'umanità è quella che è,
che deficienze e difficoltà da voi denunziate e da noi riconosciute, si manifestano, forse, più profondamente e negativamente negli altri Paesi, che
sono diversi dal nostro, bisogna dire che non esiste un metodo che in teoria
possa risolvere i problemi, stante la natura stessa dell'umanità che è perfettibile, non perfetta, se lascia convivere nella stessa epoca la tribù dei cannibali con la civiltà dei consumi, se è l'artefice del bene e del male, se dà l'avvio a tanti altri contrasti che non potranno mai essere eliminati da nessun
uomo, in nessuna condizione, proprio per i limiti stessi della natura umana.
Passando a trattare più particolarmente del settore dell'assistenza; l'oratore riconosce che in effetti le cose non vanno benissimo; ma urgenza e
immediatezza dell'azione che l'assistenza richiede non consentono soluzioni
di continuità: infatti se è vero che con gli aumenti corrisposti si poteva ben
costruire un ospedale psichiatrico provinciale, è vero pure che bisognava
continuare a pagare le rette per tutto il tempo occorrente alla realizzazione
del complesso. Pertanto ritiene immeritato il richiamo all'osservanza di certi
principi dei quali ci sarebbe da vantarsi.
Se dal brutale manicomio, sia pure con tutti i difetti e le manchevolezze, si sta arrivando al criterio della clinica psichiatrica, se alla camicia di
forza (sistema medioevale in uso fino a 30-40 anni fa) si va sostituendo la
corsia, bisogna pur riconoscere che il merito è di quest'epoca, di questo indirizzo politico, e noi non ci vergogniamo - prosegue il dr. Damiani - di
essere espressione del tanto vilipeso governo di centro-sinistra perché con
tutti gli scompensi, le carenze e le deficienze, vediamo che il nostro Paese
cammina, progredisce e vive in condizioni migliori.
In prospettiva, si può porre il problema di un avvenire migliore, di
un'assistenza più completa, però in termini realistici, non potendo arrogarci
attribuzioni che vanno al di là dei nostri compiti, pur dando
93
assicurazione che la buona volontà nostra sarà tutta protesa ad operare nel
migliore dei modi per il bene delle popolazioni nella speranza di poter meritare un giudizio critico meno duro da parte dei consiglieri dell'opposizione.
Consigliere De Santis (D.C.).
Inizia il suo intervento mettendo in risalto un dato fondamentale del
bilancio: cioè il maggiore disavanzo economico del 1972 rispetto al 1971
che è di L. 2.415.242.028. Questo dato, indubbiamente preoccupante, conferma l'aumento cronico dei deficit dei bilanci degli Enti Locali, aumento
che, col passare degli anni, porterà ad una maggiore paralisi degli Enti stessi. Comunque il disavanzo di circa 2miliardi e mezzo è pur sempre notevole
anche se esso sarebbe risultato di circa un miliardo in più qualora non si
fossero verificate maggiori entrate extra tributarie, per tributi erariali, per
lavori stradali da realizzarsi con il contributo dello Stato.
Nel caso specifico della nostra Provincia bisogna rilevare che l'aumento delle spese correnti, nella misura rilevata dall'avv. Marinelli, non è
quello reale perché il raffronto è stato fatto tra il bilancio 1971, approvato e
ridotto dalla C.P.A., e il bilancio di previsione per il 1972, che dovrà invece
ancora essere approvato e ridotto dal competente organo di tutela.
C'è da precisare che se l'aumento delle spese correnti non ha inciso
sul bilancio nella stessa misura è perché le nuove leggi (riforma tributaria
compresa, contro cui si scaglia l'opposizione) hanno fatto sentire i loro benefici effetti.
I mali cronici rilevati dal cons. Ricciardelli riguardanti il pagamento
dei mutui per il pareggio dei disavanzi economici, la sezione di credito ordinario e a breve termine, che non funziona, l'erogazione dei contributi statali che avviene in ritardo e costringe alle anticipazioni di cassa con gli interessi relativi, ecc., sono tutti elementi che giustificano le nostre proteste ma,
continua l'oratore, ciò non significa che esse vadano globalmente e completamente demolite con una critica sterile, fine a se stessa, trascurando di apprezzarne gli aspetti sicuramente positivi.
Attaccare e denigrare sistematicamente le leggi e considerarle strumenti di ostacolo per il progresso della attività degli enti locali significa non
avere serenità di giudizio per saper sceverare quel che di po94
sitivo e di negativo esse hanno in sé. A due anni dall'entrata in vigore della nuova legge, noi abbiamo oggi il diritto-dovere come politici, come cittadini, e come amministratori di riconoscerne i difetti, ma anche i meriti.
Dunque proprio in forza dei vantaggi che le leggi incriminate hanno
portato alla Provincia il disavanzo del bilancio 1972 è risultato di oltre un
miliardo in meno.
Trattandosi in modo particolare della riforma tributaria il consigliere De Santis continua il suo discorso dicendo che le accuse e le critiche
mosse dai Consiglieri del settore comunista farebbero pensare che essa
non sia il frutto dell'esame, dello studio, del dibattito e dell'approvazione
da parte di un parlamento democratico che racchiude in sé tutte le forze
politiche; ma che sia stata ideata e studiata col preciso scopo di rovinare
l'economia italiana o, peggio, di dare un colpo mortale alla finanza degli
enti locali. La critica che noi accettiamo è quella che deve pungolare a fare
meglio, non deve solo e sempre distruggere quasi fosse possibile che il
male esista tutto da una parte e il bene tutto dall'altra.
La riforma tributaria merita una parola di difesa perché rappresenta
una riforma fondamentale di struttura dello Stato italiano sulla quale soltanto l'avvenire potrà dire se è stato un grande passo in avanti per la risoluzione di tantissimi problemi che erano connessi con il grande disordine
riveniente dalla selva di leggi entro cui i contribuenti più sprovveduti erano costretti a dibattersi, e da cui i più furbi riuscivano sempre a districarsi.
Quella tributaria, dunque, per riconoscimento unanime di insigni
studiosi della materia, è una riforma rivoluzionaria del sistema che più che
creare nuove tasse, modifica profondamente il concetto di accertamento
tradizionalmente eseguito dagli organi impositori, colta com'è alla ricerca
dei redditi effettivi, all'allargamento della platea dei contribuenti e (con
l'istituzione dell'anagrafe tributaria) ad individuare e a colpire gli evasori,
grossi o piccoli che siano. Quando tutti pagheranno le tasse, i ceti popolari certamente ne trarranno beneficio.
Se il progetto originario di questa legge, continua l'oratore, forse
per una visione troppo centralizzata dei problemi del settore, prevedeva
che lo Stato accentrasse tutti i poteri per l'accertamento dei redditi imponibili (escludendo i Sindaci da quella che era una delle loro facoltà impositive attraverso l'imposta di famiglia) noi, amministratori locali, attraverso
la nostra protesta e con sistemi democratici,
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siamo riusciti ad ottenere, per effetto dell'art. 10 della legge stessa, la partecipazione dei Comuni all'accertamento fiscale.
Questa partecipazione dei Comuni si concretizza con la segnalazione
di dati e notizie relativi ai soggetti possidenti, residenti ed operanti nei rispettivi territori; non solo, ma è prevista anche la costituzione di apposite
commissioni distrettuali formate - per la metà - da rappresentanti del Comune, che dovranno decidere sulle proposte di aumento di imposte e tasse
fatte dai Comuni stessi ma non condivise dagli uffici finanziari.
Questo abbiamo chiesto ed ottenuto a difesa delle autonomie locali
anche se, accentrare in determinati uffici i criteri di accertamento avrebbe
garantito l'applicazione di sistemi unitari di imposizione - validi in campo
nazionale - e avrebbero messo il cittadino residente in un piccolo paese al
riparo da tassazioni derivanti dall'applicazione di criteri non obbiettivi o
troppo personali.
Inoltre, per effetto dell'art. 14 della legge tributaria, i tributi, i contributi, e le compartecipazioni a favore degli enti locali aumentano e non diminuiscono perché a partire dal 1971 - e per la durata di quattro anni - è
previsto un aumento annuo del 10% e quindi complessivo del 40%.
Dal quarto anno in poi, e fino al decimo anno, è previsto il risanamento dei bilanci di quegli enti locali che abbiano deliberato ed approvato
apposito piano - graduale e proporzionale - da sottoporre all'esame dello
Stato che provvede a finanziarlo anno per anno fino al completo risanamento che deve avvenire entro i prescritti sei anni.
Dunque, pur con le sue lacune e i suoi limiti, la legge prevede entro
dieci anni il risanamento totale e completo dei disavanzi economici dei bilanci degli enti locali, sicché, alla luce della concretezza, è lecito vedere che
l'avvenire non è poi tanto buio.
Conviene perciò, prosegue l'oratore, unire gli sforzi di tutte le parti politiche per ottenere che questo obiettivo sia raggiunto, che sia varata la nuova
legge Comunale e Provinciale, sia per la definizione dei nuovi compiti nel campo dell'industria, dell'artigianato, dell'agricoltura, della qualificazione della mano
d'opera, del turismo, delle cooperative che deriveranno agli enti locali dalla realtà regionale, sia perché gli enti stessi siano sgravati delle spese che attualmente
sostengono per servizi statali, sia, infine, perché si decida l'eliminazione della
Commissione di controllo sulla Finanza locale, rimasta anacro96
nisticamente in vita malgrado l'ordinamento regionale.
Per tutte queste ragioni, e guardando alle possibilità future, aumentare le spese correnti è stato, per questa Giunta, un atto di coraggio e di onestà, stante anche la possibilità di usare scappatoie tecniche che avrebbero
reso meno vistoso il disavanzo. Esaminando poi brevemente i problemi
riguardanti i diversi capitoli di spesa, l'oratore conclude affermando che il
bilancio 1972, pur con le sue lacune e i suoi limiti finanziari, è coraggioso
ed onesto; respingerlo aprioristicamente è una responsabilità che ricade su
tutto il Consiglio provinciale. Conviene quindi ritrovarsi uniti intorno ad
esso dimenticando il credo politico personale e pensando solo che esso è il
corpo vivo delle nostre popolazioni che il Consiglio provinciale deve potenziare.
Il Presidente
sentiti i consiglieri dei diversi gruppi politici, decide di aggiornare ad
altra seduta li prosieguo del dibattito sul bilancio.
Il Presidente *.
Dichiarata aperta la seduta, dà la parola alla signora Schinaia, alla
quale porge un saluto e un ossequio non solo perché è la prima volta che
prende la parola, ma perché è la prima volta che una signora partecipa ad
un Consiglio provinciale.
Il cons. Schinaia (P.C.I.).
Ringraziando per le cortesi parole rivoltele, dice di partecipare alla discussione per riprendere alcune questioni che, così come sono state presentate
in sede di dibattito sulle dichiarazioni programmatiche e sul bilancio, le sembrano affrontate in modo vecchio e superato.
Ripetere l'affermazione che si intende continuare l'opera delle precedenti
amministrazioni significa che non ci si rende conto che la realtà va avanti, che i
problemi maturano, che la coscienza della gente si evolve. Basti pensare a come
si presenta oggi il grosso tema della assistenza per rendersi conto che ci troviamo di fronte a concezioni estremamente nuove: prima era carità cristiana;
oggi è diritto, posto in termini nuovi, in rapporto ai bisogni dell'uomo e allo
sviluppo della scienza e della tecnica. Addirittura, oggi, più che di assistenza si
parla di prevenzione, il che sposta il discorso verso i problemi dell'infanzia che
devono, perciò, essere affrontati in maniera diversa, e non solo in campo puramente assistenziale, ma anche in quello della
* Seduta del 3 febbraio 1972.
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cultura perché, con la istruzione generalizzata e il diritto di tutti allo studio,
bisogna preparare le nuove leve al rapporto professione-economia-esigenze
della società in continua espansione. Tratteggiati così questi problemi ci si
accorge subito che il programma presentato nel bilancio è, sotto questo aspetto, un programma vecchio.
Il discorso fatto in quest'aula intorno ai problemi che riguardano
l'occupazione - continua l'oratrice - non deve essere limitato agli 80mila
disoccupati, ma si deve allargare alle masse del lavoro e che una qualificazione professionale hanno già (come per esempio le insegnanti elementari, i
laureati, ecc.).
Malgrado l'Amministrazione Provinciale si sia resa promotrice, qualche anno fa, di un convegno che ebbe per tema proprio i problemi della
occupazione femminile, in questa sede li ha, oggi, completamente ignorati.
Ed è, questo, un fatto grave perché oltre ad investire il campo della istituzione di veri e propri posti di lavoro, limita lo sviluppo di una serie di servizi sociale che offrano praticamente alle donne la possibilità di inserirsi nel
lavoro.
La trattazione di questi problemi, specie di quelli relativi allo sviluppo
dei servizi sociali, ci metterebbe nella condizione di contribuire, in modo
concreto, allo sviluppo della nostra Provincia. La legge sugli asili nido, approvata da poco, dopo le battaglie delle forze più avanzate e progressiste
del nostro paese, prevede - in cinque anni - la istituzione di 3.800 asili nido
a carico dello Stato, ma programmati e gestiti dagli enti locali. La nostra
Provincia, che ha estremo bisogno di risolvere questo problema, dovrebbe
inserirsi, dunque, attivamente in questo campo, con impegni seri, acquisendo, già attraverso convenzioni con l'ONMI, tutto quanto già l'ONMI stessa oggi fa, dato che a tutti è noto che questo ente è soggetto di critiche tutt'altro che lievi.
Toccando la questione dell'infanzia sub-normale e dei disadattati in
particolare, e rilevata l'impressione che oggi sia diventato un po' di moda
riscontrare dovunque disadattati, la signora Schinaia sottolinea due aspetti
importanti con i quali attualmente viene affrontata: il dépistage e il tipo
d'intervento conseguente.
La soluzione del primo viene affidata a psicometristi che usano tests
vecchi, uguali ed inadatti, perché non tengono conto degli stimoli culturali
che i bambini dei ceti più elevati possono avere rispetto ad altri appartenenti ai ceti più poveri, sicché può accadere che un bambino - che per altri versi è del tutto normale - veda,
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nel fiume e nel mare, due mostri. Questo sistema usato per l'accertamento
di eventuali anomalie, essendo di carattere troppo generico, non si rivela
certamente valido ai fini dell'adozione del tipo di intervento più idoneo ai
singoli casi e succede che il caratteriale va in riformatorio e il disadattato
nella classe differenziale o speciale.
Entrambi questi interventi, avendo carattere di segregazione dell'elemento sub-normale, non portano a risultati positivi quali invece si potrebbero raggiungere mantenendo il subnormale nel suo ambiente naturale, lasciandolo, cioè, insieme agli altri, perché solo attraverso il continuo interscambio con capacità inferiori e superiori, può stimolarlo e migliorarlo.
La legge 118 sugli invalidi civili fornisce un appiglio per la soluzione
di questi problemi, là dove parla di un'azione da sviluppare a livello dell'infanzia con la creazione di una serie di istituti e scuole specializzate che consentano un tipo di intervento, sul bambino, teso ad evitare che diventi un
invalido.
Rilevato che la funzionalità del Centro di Igiene Mentale, così com'è
oggi, non garantisce né la prevenzione, né la cura delle malattie mentali perché assolutamente carente nel personale e vecchio nei servizi, la signora
Schinaia passa a parlare delle scuole speciali gestite direttamente dalla Provincia.
Esse, dice, sono senza direzione, né sanitaria, né psico-pedagogica
per cui l'azione che esercitano non riesce, malgrado la spesa, ad incidere
minimamente sui risultati che si vorrebbero ottenere, a parte il fatto che la
presenza di uno psichiatra non basta, perché non c'è da svolgere solo un'azione che riguardi la cura medica del bambino, ma c'è tutta una didattica
particolare da sviluppare per portare, gradualmente, ogni bambino al livello
normale, dov'è possibile.
Dunque, più che ricoverare il disadattato nell'istituto vero e proprio,
che lo dimette nelle stesse condizioni, perché non lo prepara professionalmente e lo condanna a rimanere escluso per sempre dalla società, che pure
ha pagato per recuperarlo, è necessario pensare ad istituti predisposti al seminternato che non lo obblighi a staccarsi dalla famiglia, a sentirsi rifiutato,
ma che lo prepari, con i laboratori protetti, alla condizione professionale
che, sola, può dargli l'autosufficienza. Per realizzare ciò, però, è anche necessario preparare professionalmente il personale che dovrà occuparsene;
cioè è necessario istituire le scuole per assistenti sociali, le scuole per le psicometriste, per le puericultrici, ecc.
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Le due questioni dei servizi sociali e disadattati, e dell'istruzione del
personale specializzato, fanno intendere la necessità che occorrono nuove
strutture per adeguare la società alle sue naturali esigenze, in evoluzione,
stante la carenza di esse sul piano nazionale. Così pure, conclude l'oratrice,
per una efficace lotta contro la diffusione dei tumori, è quanto mai indispensabile che si pensi ad un dépistage di massa da realizzare attraverso un
Consorzio tra Provincia, Comuni ed Ospedali esistenti.
Vice presidente dott. Protano (P.S.I.).
Dichiarandosi completamente d'accordo con quanto la signora Schinaia ha appena finito di illustrare, ricorda che in sede di discussione sul
programma non a caso egli parlò non di costruzione di Ospedale psichiatrico ma di costruzione di un centro per malattie mentali di recupero per disadattati e per sub-normali psichici e non per la cura di malati di mente.
Quindi prosegue dicendo quanto appresso: al compagno Ricciardelli che
ha criticato molto garbatamente il bilancio dal lato tecnico voglio far notare
che, è significativo della situazione in cui si trovano i Comuni e le Province
italiane il fatto che il nostro Bilancio di previsione per il 1972 è stato preparato
mentre il bilancio per il 1971, adottato puntualmente oltre un anno fa, non ci
veniva ancora restituito dall'autorità centrale.
Non è costituzionale l'esame della Commissione Centrale della Finanza locale ed una pronuncia della Corte Costituzionale l'ha chiarito. L'intervento sulla Finanza locale non può essere di questo tipo; la permanenza
di un controllo centrale di merito e analitico mantiene gli enti locali succubi
in fatto di spesa. L'autonomia è così ristretta fino a scomparire. Ed essa è
limitata ulteriormente dalla discrezionalità e dall'esosità con cui viene concesso il credito dagli Istituti finanziari.
Si deve constatare insomma un divario crescente fra ciò che è la realtà dell'Amministrazione pubblica locale e ciò che dovrebbe essere in una
società evoluta, in uno Stato fondato sulle autonomie. Noi amministratori
locali vogliamo portare avanti con coerenza la scelta del decentramento
democratico e dell'autonomia, specie ora che la Regione si appresta a trasferire agli enti locali compiti e competenze.
Il senso in cui ci muoviamo è dunque inverso; le assemblee elet100
tive locali puntano ad un rapporto sempre più diretto con le popolazioni,
con i sindacati, con le associazioni della società civile, si aprono cioè ad un
fecondo contatto democratico. L'Amministrazione centrale dello Stato è
invece restia a muoversi nella direzione di un rafforzamento della base nello
Stato.
Il modo come vengono affrontati i problemi finanziari degli enti locali ne è un esempio illuminante. La stessa visione con cui si guarda alla
spesa locale è antiquata e deformata. E' stata superata ormai l'idea che la
finanza pubblica debba essere condotta in pareggio; tale idea è stata definita
non solo inadeguata ai tempi, ma pericolosa e tale da impedire all'amministrazione pubblica di intervenire con una spinta propulsiva sui meccanismi
dello sviluppo.
La spesa in disavanzo è giudicata non solo opportuna ma consigliabile quando serve a nobilitare una parte di risorse per i servizi sociali in favore delle popolazioni. L'eccesso di risparmio può essere ed è di frequente un
male, conducendo al ristagno. La spesa pubblica costituisce un moltiplicatore di risorse se è bene orientata.
Se è vero che i governi, quasi tutti i governi, spendono in disavanzo,
non si capisce perché si dovrebbe guardare con scandalo al disavanzo degli
enti locali.
Se gli enti locali ottengono credito, se investono oculatamente, se
forniscono servizi indispensabili, questo è da considerare un elemento positivo della situazione finanziaria.
Entrando nel merito del bilancio di previsione 1972 bisogna onestamente rilevare che esso presenta in misura sempre più grave i segni di uno
squilibrio tra le entrate e le spese che ormai è divenuto una caratteristica
generale dei bilanci degli enti locali.
Una delle battaglie più importanti che dovrà essere affrontata dalle
forze democratiche sarà quella per l'attuazione di una nuova legge provinciale e comunale, che affronti in termini democratici il problema dell'autonomia e dei controlli: il problema cioè di sostituire la farraginosa legislazione attuale con un'unica legge, chiara, aperta che assicuri l'ampio esercizio
dell'autogoverno e gli spazi per la normativa regionale, in modo che i Comuni e le Province siano quegli enti autonomi nell'ambito dei principi fissati dalle leggi generali della repubblica che ne determinino le funzioni.
I punti essenziali e qualificanti del documento economico o programmatico per il 1972 sono: l'espansione della spesa nei settori d'intervento sociale, quali Scuole, Biblioteca provinciale, Assistenza, Sa101
nità, Ecologia, Turismo, Viabilità, Sports, la spesa per il personale, il riassetto delle retribuzioni dei dipendenti, le nuove assunzioni di personale rese
necessarie dalla espansione delle attività provinciali, particolarmente nel
settore dell'industria e dei lavori pubblici.
Si tratta dunque di stabilire nel bilancio provinciale quali sono gli interventi che lo caratterizzano e che tuttavia lo costringono a crescenti disavanzi; si scoprirà allora il costo che si deve pagare per supplire alle carenze
ormai croniche dello Stato nel settore dei servizi sociali che non possono
essere disattesi se non si vuole che la nostra Provincia e le nostre popolazioni subiscano i danni di un grave ritardo.
Sicché può senz'altro affermarsi che il disavanzo che per tali ragioni
può configurarsi come un vero e proprio disavanzo sociale, non si sarebbe
prodotto se la Provincia non avesse dato agli interventi sociali la dimostrazione e la qualità che lo caratterizzano.
Il disavanzo della Provincia è dovuto insomma allo sforzo della
Giunta di dotare la Capitanata di un'ampia attrezzatura di scuole, strade,
impianti sportivi, di un moderno ospedale psichiatrico ed istituto PsicoMedico-Pedagogico, di migliorare l'assistenza psichiatrica e la medicina preventiva, oltre che interessarsi per la prima volta dell'ecologia.
Il Consiglio Provinciale - a mio avviso - deliberato il bilancio di previsione per il 1972, sarà impegnato, previa consultazione con le forze sociali, a determinare le specifiche opere che dovranno essere programmate ed
attuate per l'anno 1972.
Ponendo la Provincia al centro dei bisogni o delle attese dei cittadini di
Capitanata, dando risposta ai problemi senza sottrarci alle responsabilità, senza
rinviare le scelte, daremo un contributo - credo - a rinsaldare la fiducia negli
istituti della democrazia e al progresso sociale e civile del Paese.
Vogliamo augurarci, colleghi Consiglieri, che il bilancio di previsione
per il 1972 sia piuttosto l'occasione di un incontro di volontà che non quello di uno scontro politico pregiudiziale e rituale.
Un incontro non formale, ma sostanziale perché il bilancio previsionale che abbiamo presentato è aperto a tutti gli apporti, a tutti i contributi
di critica costruttiva delle forze democratiche onde non è formale ma sostanziale la stessa discussione che stiamo facendo e che io mi auguro utile
ed impegnata nel nostro comune interesse di amministratori e soprattutto
nell'interesse dei nostri amministrati.
Il nostro atteggiamento in questo Consiglio Provinciale è stato
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sempre responsabile ed avanzato; abbiamo chiuso ogni varco alle forze
moderate e reazionarie ed a quelle forze che ne sono il supporto e l'espressione, garantendo con la nostra presenza un programma avanzato e
rinnovatore per dare vigore alla nostra economia.
Questi sono i temi sui quali siamo sempre disponibili per un serio
confronto con tutte le forze democratiche e popolari; sono temi e problemi che affondano le loro radici nella realtà del Paese e specialmente
nella nostra Provincia. E' bene ricordarlo nel momento in cui le forze politiche democratiche si accingono ad affrontare questa realtà. E' bene ricordarlo affinché ognuno si assume le proprie responsabilità.
Consigliere prof. Vania (P.C.I.)
Ritiene che gli intervenuti dei consiglieri appartenenti alla sua parte
politica - ritenuti da alcuni pregiudiziali e aprioristici - hanno invece posto
all'attenzione dell'assemblea grossi problemi, per la risoluzione dei quali le
forze della maggioranza non hanno ancora detto con chi vogliono operare. Comunque prima di addentrarsi nell'esame politico vero e proprio degli aspetti dei diversi problemi da risolvere desidera trattare più profondamente del tema generale della cultura.
Nella Provincia di Foggia, e nel Mezzogiorno d'Italia, dice, questo
problema non deve essere più discusso in forma generica così come è stato fatto finora perché in queste zone vi sono fenomeni di disgregazione,
esigenze della città e della campagna, iniziative diverse che vivacchiano
ma che non hanno un indirizzo. Cioè manca non solo l'organizzazione
della cultura, ma anche la sua gestione che è, poi, il problema più importante e del quale il Presidente non si è occupato. C'è da rilevare infatti che
attualmente convivono, da una parte, le unità familiari della città violentemente compresse entro le pareti domestiche, private di qualsiasi punto
di riferimento collettivo, e dall'altra il bisogno di partecipazione delle
masse in forme associative e culturali nuove, rispondenti alle condizioni
attuali della città e della campagna.
Le grandi lotte dei lavoratori, prosegue l'oratore, hanno introdotto
cultura, cioè hanno introdotto forme e modi di comportamento nuovi che
catalizzano le attrazioni, e le repulsioni, anche, di determinati gruppi sociali. Tutti questi elementi dove si possono fondere? dove possono trovare un centro di cultura? e quale cultura si va a dare a queste
103
masse che chiedono di essere elevate non alla cultura di élite, né di essere
trattati quali « oggetti di consumo » da parte dell'industria culturale, ma alla
cultura che matura le coscienze in una certa direzione? Questo è il punto di
eventuale incontro e scontro; cioè non apporto su una cifra, su un bilancio,
ma sulla caratterizzazione di una lotta politica che ha una sua visione e che,
secondo questa visione, va a cercare le alleanze, le aggregazioni politiche,
culturali, sociali, ecc. Questo modo di fare bisogna seguire se si vuole veramente arrivare a qualcosa che non porti ad accontentarsi di sole dichiarazioni, o della sola quantità; ma a qualcosa sul piano della qualità, della caratterizzazione, della gestione. Avere davanti l'idea che lo strumento culturale
(per es. la radio, il cinema, la televisione) debba e possa essere utilizzato in
funzione appunto della maturazione delle coscienze di cui si parlava prima
in modo da aiutare le masse lavoratrici a liberarsi dai condizionamenti e dai
valori prodotti dall'alienazione della società borghese e - quindi - dare la
possibilità ad ognuno di ritrovarsi uomo nella casa, uomo nella famiglia,
uomo nella strada. Verso questi strumenti le classi lavoratrici devono essere
messe in condizione di esercitare un ruolo attivo e non restare in posizione
passiva, cioè come detto prima, di semplice consumo. Ogni strumento di
cultura, infatti, diventa attivo solo se coinvolge le masse nella sua stessa
gestione. Tutto questo per evitare la netta separazione tra tecnici, artisti,
specialisti da un lato e consumatori del prodotto altrui dall'altro lato. Questo, sì, sarebbe un punto veramente qualificante di un'opera culturale che
voglia dare coscienza in senso democratico.
Noi sentiamo, dunque, di creare spazi culturali decentrati ai quali affidare la gestione delle attuali, e future, strutture culturali; così pure gli operatori culturali dovranno essere in grado di riqualificarsi secondo una funzione sociale e non individualistica, di mercato o di élite. In sintesi, vogliamo una gestione sociale della produzione culturale; il sorgere delle biblioteche di quartiere, che dovrebbero essere il portato delle esigenze del quartiere stesso, un'occasione di incontri, scontri, contatti e dibattiti che sarebbero
veramente produttivi nel senso democratico. Questa è la cultura da dare se
si vogliono mandare avanti le masse.
Ho ritenuto opportuno trattare di un problema di carattere generale,
qual è quello dell'impostazione culturale, continua il cons. Vania, perché
esso può aiutare la Provincia di Foggia a trovare la sua strada in quanto « il
blocco storico » che noi vogliamo porre (perché tutto
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non sia precario - come precario è il Mezzogiorno d'Italia -) passa anche
attraverso l'organizzazione e, soprattutto, la gestione della cultura. E' questa
anche una esigenza primaria che aiuta a portare meglio avanti gli altri problemi come quelli dell'occupazione, ecc.
Riprendendo il problema politico, l'esponente comunista rileva, poi,
che il dibattito fin qui condotto è stato caratterizzato da varie fasi che hanno portato allo sforzo finale di ricomposizione fatto dal capogruppo D.C.
E' chiaro che si vuole ricondurre il tutto in un certo alveo di discussione senza contare che i diversi problemi implicano un discorso che in un
certo senso dimostra che le scelte politiche non sono state affrontate. I socialisti e il compagno del PSIUP - data la conoscenza delle dichiarazioni
programmatiche e del bilancio - devono dire con quali forze politiche ritengono di risolvere, nella Provincia di Foggia, i problemi dell'occupazione,
dell'industrializzazione, dell'assistenza, ecc. Il problema che si pone è proprio quello di individuare le forze politiche che devono portare avanti questo discorso.
Non si può parlare soltanto di apporti da una parte e di incontro dall'altra perché i due termini si contraddicono. I comunisti, suggerendo quello
che c'è da fare e quel che non si deve fare, hanno già dato apporti alla discussione, non solo, ma hanno fatto anche osservazioni di fondo sulla politica che si deve sviluppare; quindi l'opposizione non può essere tacciata di
pregiudizialità e aprioristicità.
Il dibattito politico, continua l'oratore, è stato chiuso piuttosto bruscamente dalla lettura di un ennesimo documento del capo gruppo D.C.,
rag. Biasco (e non si sa ancora se esso sia veramente l'ultimo) a suggello
dello sforzo di ricomposizione delle diverse parti politiche del centrosinistra: prima, infatti, c'era Grosso che diceva che bisognava chiudere assolutamente a sinistra, poi Protano che parlava di apertura a sinistra, e così
altre cose; senza contare che in campo nazionale la situazione è molto grave, e rimette in discussione i rapporti tra i diversi partiti della coalizione.
Esempi clamorosi di contrasti esistenti nel centrosinistra si possono riscontrare un po' dovunque; oppure, alla Provincia di Foggia, dove non c'è maggioranza, si vuol far credere che il centro-sinistra va avanti bene e che non
ci sono contrasti?
Ricordata poi la proposta da lui stessa avanzata in una delle precedenti sedute, e che nessuno ha recepito, circa una inchiesta volta ad accertare, individuare e denunziare, il carattere nuovo delle forze fasciste in Capitanata, rileva che anche questo è un modo di dare ap105
porti, ma che nessuno lo ha accettato. Sul piano sociale e politico, come si
intende condurre la lotta contro queste forze? su quali problemi di scuola,
cultura, finanze, ecc. si realizza l'incontro delle forze veramente democratiche per combattere quelle fasciste? Caratterizzarsi solo come antifascisti
non basta; occorre fare un discorso anche con le sinistre, e non solo per i
socialisti. Il fatto vero è che varie sirene stanno incantando la D.C. la quale rimane, pertanto, indecisa sul da farsi; ed è paradossale, poi, che essa,
sapendo di non avere la maggioranza e di non sapersela creare, voglia addossare alla opposizione l'eventuale venuta del Commissario.
Messa poi in relazione la comunicazione ufficiale fatta dal
P.S.I.U.P., in un suo documento politico, circa la discriminazione operata
dai partiti del centro-sinistra nei confronti del P.C.I., e per la quale esso
pure si sente ugualmente discriminato, con l'eventuale 16° voto che verrà,
chiede che, proprio in ossequio alla chiarezza politica da tutti invocata,
venga precisata la natura stessa di questo voto: cioè se esso è del PSIUP,
in quanto tale, o se è personale del consigliere Maccarone.
Ribadito ancora una volta il fatto che il documento del centrosinistra non contiene un discorso politico chiaro, cioè non indica chiaramente
a quali forze politiche intende chiedere voti, il dr. Vania conclude il suo
intervento dichiarando che la coscienza dei comunisti ha voluto obbedire
a due esigenze: a una chiarezza delle cose e a una responsabilità di fronte
a una crisi generale della società e dei partiti, e alla crisi reale che esiste
per la Provincia di Foggia, dove non c'è maggioranza.
Ass. per. ind. Lattanzio (P.S.I.)
Rigetta prima di tutto l'affermazione secondo cui la continuità di alcune cose iscritte in bilancio dimostrerebbe che esse sono vecchie e sorpassate. Afferma, invece, che, se la continuità ha per base l'esperienza positiva di eventi precedenti, essa è giusta e giustifica pienamente il ripetersi
delle voci nel bilancio.
La critica serrata, che è stata fin qui condotta, è distruttiva perché
non è stata suffragata da ragioni valide ma preconcette.
A dimostrazione di quanto afferma, esamina nei particolari la questione degli aumenti di retta concessi all'Ospedale psichiatrico di Foggia e
sui quali si è già tanto parlato. E' stato detto qui che i benefici concessi al
personale non hanno influito sull'aumento delle rette.
106
Ebbene, è appena il caso di ricordare che il cessato Consiglio Provinciale in applicazione del decreto ministeriale 5-1-1970, approvò - all'unanimità - le nuove tabelle salariali per tutto il personale medico ed infermieristico degli Ospedali Psichiatrici. Dette nuove tabelle, che hanno fatto passare la base salariale del personale dalla quarta alla prima categoria, hanno
certamente, così come logica e realtà dicono, assorbito buona parte degli
aumenti che, d'altronde, erano stati accettati e corrisposti proprio per questo specifico scopo. Inoltre si è ridotto il numero delle ore lavorative da 48
a 42, ed aumentato il numero complessivo del personale dipendente (dal
1965 a oggi è quasi raddoppiato). Questi tre fattori, sommati insieme, giustificano, quindi, gli aumenti corrisposti e fanno cadere automaticamente i
motivi poco chiari che ne sarebbero alla base.
Per mancanza della convenzione, poi, prosegue l'oratore, non è stato
mai possibile controllare, all'interno, l'Ospedale Psichiatrico e noi abbiamo
provveduto a stipularla. Essa prevede due Commissioni di controllo: una di
vigilanza e controllo, nominata dal cessato Consiglio Provinciale (e della
quale fa parte lo stesso cons. Ricciardelli) sul finire del mandato e perciò
non funzionante perché deve essere ricostituita nei suoi componenti, e l'altra, paritetica tecnico-sanitaria, necessaria a dare l'indirizzo per seguire i
moderni sistemi di cure. La salute dei ricoverati deve essere tenuta in primo
piano, sia in rapporto al trattamento dietetico, sia in rapporto al trattamento
terapeutico vero e proprio.
Questa ultima commissione, importantissima, non è ancora stata
nominata con atto d'ufficio dell'Amministrazione perché essa deve essere
composta dall'équipe del centro di igiene mentale (il potenziamento di questo personale era stato già predisposto) e dagli amministratori da una parte,
ed in forma corrispondente e paritetica dal personale dell'Ospedale psichiatrico.
Altro punto qualificante della passata gestione è la istituzione delle
scuole speciali, gestite direttamente dalla Provincia di Foggia che, in questo
campo, è stata senz'altro una delle prime del Centro-Sud. Il discorso condotto sull'Ospedale psichiatrico può avere in sé delle verità e ci dà assicurazione che gli strumenti per affrontare queste verità sono già stati predisposti; si tratta solo di metterli in esecuzione.
Chiudendo la discussione che riguarda il campo dell'assistenza, l'assessore socialista passa poi a trattare della qualificazione della spe107
sa, dato che il bilancio che è stato presentato è - nella sua impostazione come la proiezione naturale delle validità delle dichiarazioni politiche sottoscritte dai partiti di centro sinistra.
Di fronte ad alcune cifre, che costituiscono un fatto innovativo per
gran parte dei capitoli di stanziamento, non si può non riconoscere che si
aprono vie nuove, capaci di creare una catalizzazione di interessi da parte
dei partiti democratici e antifascisti proprio per il contenuto stesso di questo bilancio. La qualificazione della spesa per lavori stradali ne è un esempio: problema d'istituto, con una previsione di miliardi: esso è un impegno
validissimo perché darà alla nostra Provincia la possibilità di avere, nell'arco
di cinque anni (quindi programma c'è) tutte le strade a tappetino.
Per altri provvedimenti importanti riguardanti più direttamente il settore assegnatogli, che è quello della caccia e della pesca, l'oratore fa rilevare,
invece, che gli orientamenti fin qui seguiti, e la politica fatta per i calendari
venatori, sono assolutamente centrati ed in contrasto con quelli che sono
gli obiettivi che si vogliono raggiungere per incrementare, con le presenze
attive, le possibilità della nostra terra.
E' chiaro che un calendario venatorio troppo contenuto, che contenga
cioè, nel corso di una stessa settimana, una riduzione delle giornate venatorie,
induce chi viene in questa zona per esercitare la caccia a limitare il proprio programma, se non addirittura a cambiarlo, dato che non è concepibile sparare un
giorno sì e due no, nella stessa settimana.
Questo fatto menoma anche le possibilità ricettive predisposte per
accogliere il flusso dei cacciatori e, quindi, danneggia anche il turismo che,
si sa, nel campo specifico della caccia, può godere di un periodo di attività
assai più lungo che non il turismo balneare o invernale. Di qui la necessità
che sia proposto un nuovo calendario e che, pur rifacendosi alla caccia controllata, si provveda al ripopolamento delle specie, all'intensificarsi della
vigilanza e del controllo, nonché all'abolizione delle speculazioni che si fanno sulle riserve di caccia.
Trattando poi dei problemi connessi all'agricoltura l'ass. Lattanzio rileva che l'illustrazione che di essi ne ha fatto il cons. Pizzolo è stata esauriente, però, essendo materia quanto mai vasta e complessa, non può trovare soluzione nell'ambito provinciale, ma regionale. Comunque la Provincia
di Foggia ha aumentato i contributi per le attività agricole, ed è riuscita a
svolgere una efficace azione intesa a mantenere sostanzialmente invariate le
condizioni dei lavoratori agricoli tramite
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un vero e proprio blocco degli elenchi esistenti.
A conclusione del suo intervento afferma, infine, che la dichiarazione
del comunista Vania riguardante la richiesta di apertura è stata abbastanza
chiara; essa, infatti, ribadiva il fatto essenziale che le forze politiche veramente democratiche, che si rifanno ai valori della Resistenza, non poteva
non tenere conto della eliminazione della destra fascista per una considerazione d'obbligo: col passare degli anni, i valori della Resistenza non si sono
sopiti per il semplice fatto che si convive insieme, dato che non si può dimenticare il diverso valore che alla Resistenza danno i partiti di destra, i
quali, perciò stesso, restano automaticamente esclusi dalle forze democratiche.
Assessore Cera
Ho cercato, attraverso gli interventi, di punteggiare alcune cose che
necessitano una certa spiegazione. A molte di esse ha già risposto egregiamente l'amico De Santis data la sua competenza a trattare argomenti che,
fino a poco tempo fa, gli appartenevano. E gliene sono grato. Ringrazio il
collega Lattanzio, per aver chiarito il problema dell'aumento delle rette degli
istituti psichiatrici, cosa che ha portato naturalmente alla enorme lievitazione delle somme previste in proposito per l'anno 1972. Lo ringrazio anche
per quello che ha precisato in materia di caccia e pesca. Cercherò pertanto
di osservare che per l'avanzo di amministrazione che il consigliere Ricciardelli diceva di non rilevare attraverso l'escussione del bilancio per il 1972,
dirò che, secondo quanto prescrive l'art. 307 della legge comunale e provinciale del 1934, non ne è obbligatoria la iscrizione in bilancio mentre è obbligatoria la iscrizione del disavanzo di amministrazione. Oltre tutto c'è una
ragione molto semplice. Sia l'avanzo che il disavanzo non sono stati determinati in quanto i bilanci, per gli esercizi finanziari 1970 e 1971, sono ancora in corso di esame da parte della Commissione della Finanza locale. Dalle
copie dei bilanci di altre amministrazioni in nostro possesso (cito per esempio quello di Ascoli Piceno, che è una amministrazione di sinistra) non figura nel bilancio 1971 né l'avanzo né il disavanzo di amministrazione per l'anno 1970. La stessa cosa riscontriamo anche nel bilancio della Provincia di
Bari.
Per quanto riguarda i divari di cifre rilevati tra la prima e la seconda
stesura della relazione sul bilancio dirò che essi vanno motivati dal fatto che
c'è stata assoluta esiguità di tempo materiale per i
109
nostri uffici interessati. Pertanto, per stare alle date di scadenza, fui costretto, ob torto collo, entro il 15 dicembre scorso, a presentare una relazione quando gli uffici non erano in condizione di offrire cifre esatte in
quanto il bilancio era in corso di preparazione. Ma c'è di più. All'epoca,
mancavano ai predetti uffici tutte quelle notizie di somme che sono fornite annualmente dai vari ministeri (vedi tassa automobilistica, E.C.A., ecc.)
notizie che, poiché ritardavano a venire, fummo costretti successivamente
a chiedere telefonicamente a Roma.
Per ciò che concerne il cap. 6 delle Entrate (cat. III - tributi speciali) e che tratta dei contributi di miglioria specifica, il consigliere Ricciardelli ha obiettato circa la esigua somma prevista (2.000.000). Alla Giunta
da qualche mese in carica non è sfuggito il problema riguardante le opere
di miglioria specifica in quanto la legge n. 246 presenta enormi e complesse difficoltà per cui il ricavato di questo provento si presenta di dubbia
realizzazione e, probabilmente di scarso valore economico per la Provincia. Tale entrata, all'atto della riscossione, ove mai fosse realizzabile, andrebbe ripartita tra gli enti che hanno contribuito alla spesa per la realizzazione dell'opera. Infatti questa amministrazione, generalmente, costruisce le strade col concorso dello Stato nella misura dell'87% (leggi 26 e
184) sulla spesa della intera opera. Ora, anche quando fossero predisposti
tutti i mezzi per la riscossione di questa tassa, la Provincia sarebbe tenuta
a versare allo Stato l'80% del ricavato, mentre ad essa spetterebbe solo
una striminzita aliquota. Tanto è vero che ho detto che, citando ad es. le
predette amministrazioni di Ascoli Piceno e di Bari, per stare sempre agli
esempi, dirò che mentre la prima, quella di Ascoli Piceno, per il 1971 previde appena L. 500.000 (cifra simbolica), la seconda, quella di Bari, l'ha
omessa completamente.
Problema dei pendolari - Vero è che l'Amministrazione lo scorso anno
deliberò L. 50milioni, da realizzare con mutuo. Ma poiché nessun istituto
mutuante aderì alla richiesta, la voce è stata riproposta in aumento per
100milioni per il 1972, sempre tra le spese in conto capitale, in quanto
trattasi di spesa a carattere facoltativo e non obbligatorio, giusto come
fece osservare, a suo tempo, la G.P.A.
Tuttavia il problema dei pendolari sta particolarmente a cuore a
quest'Amministrazione (dirò che personalmente mi tocca molto da vicino.
S. Marco in Lamis, mio Comune di origine, ha oltre 400 pendolari tanto
per es.) per cui diciamo che nulla sarà lasciato di intentato per la realizzazione del finanziamento, ferma restando la predi110
sposizione di apposito regolamento per la erogazione dei relativi contributi e su cui sarà chiamato questo Consiglio provinciale a decidere in merito.
Sport - Tra le spese correnti abbiamo previsto la somma di lire 60
milioni da devolversi per contributi agli sport dilettantistici ed in particolar modo per l'atletica leggera che rappresenta la vasta gamma degli sport
poveri com'è da tutti risaputo.
D'accordo con quanto si disse in questo Consiglio siamo del parere
che detti fondi siano assegnati da una commissione che, a suo tempo, valuterà l'opportunità o meno dell'erogazione dei contributi agli enti e alle
società richiedenti.
Sempre in materia di sport è prevista la spesa in conto capitale di L.
500milioni per la costruzione di una piscina coperta a Foggia e di otto
campi sportivi in Provincia (Gargano e Subappennino) per l'atletica leggera, pallacanestro e pallavolo.
Le opere sono di sicura realizzazione in quanto i relativi finanziamenti saranno concessi dal Credito sportivo e non da altri enti mutuanti.
Sussidi alle madri naturali - Per ciò che concerne la concessione di
sussidio a favore di madri naturali la previsione nel 1971 di lire 65milioni
è stata elevata per il 1972 a L. 85milioni.
Tale incremento è scaturito dall'aumento dei sussidi a favore di dette madri naturali regolarmente deliberati dal Consiglio provinciale della
passata gestione.
C'è quindi, com'è facile rilevare, una eccedenza di 20milioni.
Assicurazione per gli amministratori - Con delibera della Giunta provinciale in data 14-12-1953 (Presidente on. Allegato) n. 1563, fu deciso l'aggiornamento della polizza infortuni del Presidente e della Giunta provinciale. Le successive Amministrazioni hanno riconfermato quanto fu allora
deciso. Allo stato attuale tutte le macchine della Provincia, per infortuni a
terzi trasportati e per responsabilità civili, sono assicurate. Pertanto, ogni
qualvolta un Consigliere o altre persone, viaggiando per conto della Provincia, dovesse subire incidente alcuno, è ampiamente tutelato.
Conservatorio musicale - In base all'art. 13 della convenzione stipulata
per il Liceo Musicale « U. Giordano », l'Amministrazione provinciale ed il
Comune di Foggia, deliberata dal Consiglio provinciale con atto n. 1098
del 29-4-1970 ed approvato dalla G.P.A. nella seduta del 19-10-1970 n.
26779 div. 2a , si stabilì quanto segue (ri111
porto integralmente l'articolo per amore di verità): « qualora per effetto dell'inquadramento il personale consegua un trattamento economico complessivo lordo inferiore a quello fruito alla data del passaggio dell'Istituto Musica « U. Giordano » allo Stato per assegni fissi e continuativi ai medesimi
titoli, viene conservata a carico dei bilanci dell'Amministrazione provinciale
di Foggia e del Comune di Foggia, in parti uguali, la differenza come " assegno ad personam " non utile a pensione riassorbibile con i successivi aumenti.
Agli effetti di cui sopra dovrà calcolarsi la somma dello stipendio,
dell'aggiunta di famiglia e ogni altro emolumento, di cui al titolo fisso e
continuativo goda, all'atto del passaggio dell'Istituto dallo Stato, per servizi
inerenti all'Istituto stesso ». Nella convenzione è previsto inoltre un contributo annuo di L. 25milioni.
Turismo - A proposito del villaggio turistico dirò che la Provincia ha
bandito un concorso nazionale per la progettazione del complesso alberghiero, che come tutti sanno, dovrebbe essere localizzato nella Foresta
Umbra ove già esiste l'Albergo Rifugio. Sono stati spediti i bandi e sono
arrivati già, fin dallo scorso giugno, dei progetti. Devono essere solo esaminati dalla Commissione giudicatrice non appena il nostro bilancio sarà approvato (se sarà approvato). Questo lavoro non è stato fatto prima per il
fatto che da quel tempo l'Amministrazione non è stata più in condizioni di
funzionare.
Istituto Provinciale Prima Infanzia - D'accordo è l'Amministrazione sulla
sistemazione dell'IPPI. E' stato già deliberato l'acquisto della Clinica Ventura ed è stato anche approvato dalla Prefettura. L'Ufficio tecnico ha redatto finanche il progetto di riattamento dell'ex Clinica quale sede dell'IPPI.
Resta solo da approvare questo progetto.
Giova però ricordare a questo punto che non è stato possibile stipulare ancora il contratto di acquisto perché il mutuo previsto non è stato ancora perfezionato. Per notizia di cronaca diremo che a suo tempo fu interessato il Banco di Torremaggiore il quale, pur essendo dichiarato disposto
a venire incontro all'Amministrazione, si vide bloccato dal Banco d'Italia
che eccepì in sede di controllo. Così, l'Amministrazione, successivamente,
provvide a chiedere il mutuo all'INA che è in corso di perfezionamento.
Auguriamoci che esso possa essere portato a compimento nel più breve
tempo possibile. Ma, se resteremo, ove mai ci accorgeremo che il mutuo
non verrà subito sarà il caso che l'Amministrazione, facendo dei sacrifici
reperisca la spesa occorrente fra le spese correnti.
112
Bibliotechine di quartiere - Il problema delle Biblioteche di quartiere riguarda i Comuni più grossi e principalmente il Comune Capoluogo. Siccome la Provincia incoraggia la istituzione di nuove biblioteche, siamo disponibili per dare ogni collaborazione soprattutto sul piano tecnico con l'opera
del nostro direttore Celuzza e c on tutto il personale tecnico della nostra
Biblioteca.
A questo punto penso di aver detto quello che dovevo dire. Lascio a
voi il compito di giudicare il bilancio. Vorrei pregarvi ancora che al di là
delle imperfezioni tecniche che sono state rilevate e che noi condividiamo
(oltre tutto siamo degli uomini è quindi per l'umana natura soggetti a sbagliare), giusto come ha fatto rilevare nel suo squisito intervento l'ass. dr.
Damiani. Vorrei solo pregarvi, come dicevo, di giudicare soprattutto per la
volontà che noi abbiamo, nel caso che dovessimo restare, di lavorare a qualunque costo e subito per il bene della nostra Provincia.
Dichiarazioni del Presidente.
Espressa in via preliminare la propria soddisfazione per il modo con
cui il dibattito è stato condotto, rileva ché alle voci della maggioranza si
sono affiancate quelle della opposizione con interventi di notevole rilievo e
con argomentazioni che meritano seria considerazione da parte della Giunta.
La relazione dell'Assessore, che lo premia dello sforzo fatto per portare il proprio personale contributo di esperienza amministrativa e politica
ad un documento quale il Bilancio, che è certamente il più difficile da
compilare, è stata redatta con competenza, ma anche con la semplicità
propria della nostra gente, senza fronzoli, e con affermazioni che non
hanno risparmiato nessuno, perché hanno messo il dito in alcune piaghe del
nostro vivere amministrativo e politico. Senza dire che sul piano tecnico è
riuscita a tradurre molto bene le indicazioni generali contenute nelle
dichiarazioni programmatiche, costituendo così un documento che può
essere veramente considerato un passo importante per la nostra
Amministrazione.
Il dibattito fin qui condotto, ampio, pacato, garbato, ha toccato aspetti politici ed amministrativi. Per una chiara visione delle singole posizioni, per una vera fotografia della nostra realtà, era necessario, infatti, che
ciascuno portasse le proprie interpretazioni politiche ai fatti amministrativi
perché - non lo si ripete mai abbastanza – le
113
impostazioni amministrative a sé stanti, prive cioè di un supporto di idee
politiche sia di appoggio, che di opposizione, avrebbero solo un valore qualunquistico che rigettiamo.
Questo è avvenuto, continua il Presidente, nel nostro dibattito sia sul
programma che sul bilancio perché, distinguendo nettamente la fase di esposizione del programma da quella del bilancio, abbiamo avuto la possibilità di dire con chiarezza, pari a quella usata dall'apposizione, chi siamo,
cosa vogliamo e come vogliamo realizzare le cose, fermandoci - come dichiarazione politica - a quella essenziale fatta dal capo-gruppo D.C., ed integrata in maniera egregia dagli interventi degli assessori Protano e Lattanzio.
L'intervento tecnico del prof. Ricciardelli, non disgiunto da valutazioni politiche delle quali non si può non tener conto, è pregevole; ma è un
discorso di opposizione e contiene, perciò, una punta di drammatizzazione
e di esagerazione anche se questo effetto non è stato voluto, essendo esso
la riultante della visione della realtà che ciascuno osserva dal proprio punto
di vista.
Rilevato poi che i diversi oratori che lo hanno preceduto, De Santis,
Cera, Lattanzio, hanno dato - sul piano tecnico - risposte esaurienti, il dr.
Galasso contesta personalmente al cons. Ricciardelli l'affermazione secondo
cui nulla di nuovo - in ordine alla problematica dei diversi settori dell'attività della Provincia - contengono le dichiarazioni programmatiche.
Quando parliamo di continuità, precisa l'oratore, intendiamo parlare
di continuità storica della vita stessa dell'Amministrazione provinciale, vogliamo cioè significare che siamo venuti dopo altri, ma non che il nostro
occhio vigile non guardi alla realtà di oggi e non la veda diversa da ieri. Anzi proprio per adeguarci ad essa, per cercare di risolvere i problemi che essa
pone, noi sentiamo la necessità di fare - nel nostro piccolo - un'azione riformatrice del modo stesso di fare politica. I problemi che ora appaiono di
dettaglio, e che possono focalizzare la nostra attenzione, già prima esistevano, già prima sono stati intuiti ed individuati, e si cercherà di risolverli, pur
tra le grandi difficoltà che sono insite nella vita dell'uomo, della società,
delle generazioni. E per raggiungere questo risultato è necessario fare uno
sforzo comune, al di fuori e al di là delle cose che ci dividono e che abbiamo detto in appoggio o in opposizione alla tesi che ciascuno di noi, in buona o mala fede, ha dovuto sostenere.
Un fatto importante va, però, sottolineato; ed è un fatto che è
114
stato rilevato molti anni fa da uomini consapevoli e lungimiranti, e del quale
si deve prendere nota perché è il nocciolo della nostra crisi: il distacco degli
amministratori dall'opinione pubblica. Questa crisi deriva, infatti, dalla piena consapevolezza che essa non trova nessuna eco nell'opinione pubblica
che dimostra un disinteresse totale per quel che accade nella vita politica
italiana. La nostra meta dovrebbe essere quella di non rimanere fantasmi
aggirantisi in vuote stanze, impegnati a parlare delle loro cose e ignari che
fuori ci sono gli uomini, ci sono i cittadini, c'è il popolo. Se vi è un motivo
vero di cui dobbiamo preoccuparci, è, dunque, quello del nostro distacco
dalle masse popolari e del quale forse non siamo colpevoli, perché coinvolti
in un certo ingranaggio, ma che dobbiamo cercare insieme di risolvere con
quel senso di libertà e di giustizia che, solo, può aiutarci a risolvere la nostra
crisi, perché contiene un impegno umano, intellettuale e culturale. Inoltre
conviene che noi ci interessiamo delle nostre piccole cose, cioè che facciamo politica per la nostra Amministrazione provinciale, al fine di non perdere il contatto vero con le nostre popolazioni per poterne studiare le esigenze e i problemi. Logico che questo studio vogliamo farlo insieme, ma insieme con quelle forze capaci di comprenderlo e di capire anche che, a
monte di questa crisi, vi è una perdita di vista dei valori ideali che devono
illuminare la nostra azione perché ogni atto amministrativo è freddo e vuoto se non contiene un minimo di calore umano, cioè se non tiene conto
delle esigenze degli uomini a cui esso è diretto.
Di fronte ai tanti problemi sollevati in questo Consiglio, prosegue il
Presidente, in qualità di rappresentante di questa Amministrazione, sento il
mio « io » crescere perché arricchito da interventi che non solo sono accorati, ma permeati da suggerimenti e tecniche che bisogna considerare in
quanto frutto della conoscenza di tutti. Proprio per questo l'altra volta affermai che il fatto culturale è importante, ed è la responsabilità più grande
per ogni amministratore, perché lo impegna alla educazione degli uomini
alla parola, intesa come mezzo comune a tutti. Per questo vogliamo vivificare —le nostre istituzioni culturali; per questo parliamo in termini entusiastici della Biblioteca, delle scuole, dell'insegnamento universitario che in
una comunità provinciale è un fatto fondamentale; per questo non crediamo nella scuola come a un fatto produttivo di redditi, ma di valori umani.
Toccando poi il tema dell'assistenza, il dr. Galasso si ribella alla osservazione fatta secondo cui essa non è più carità cristiana, ma di
115
ritto. Magari essa fosse carità, prosegue, ma carità intesa nel senso cristiano
perché allora carità sarebbe amore, dovere, uguaglianza, rispetto, aiuto della
comunità a chi non può; in una parola, presa di coscienza effettiva del governato da parte di chi governa che, solo così, è degno di governare. Ogni
creatura di Dio non può non obbedire a questi principi perché ha dentro di
sé quelle illuminazioni primigenie che consentono gli incontri sul piano delle proposte, discendendo, dalla pura teorizzazione alla pratica amministrativa. Anche nel campo della cultura, noi viviamo questa realtà e ne sentiamo
la responsabilità ribadendo ancora una volta la nostra grande disponibilità
di apertura sul piano delle proposte.
Ecco perché una discussione sul bilancio o sul programma fa perdere
completamente di vista il fatto aritmetico dei voti. Quello che veramente
interessa è la vita futura dell'Amministrazione che deve essere fatto su queste basi che non richiedono, certo, dichiarazioni di aperture politiche. Sicuri
di portare la nostra chiarezza ideologica e la nostra dirittura morale, non
disdegniamo incontri su questo piano perché se è vero che la Democrazia
Cristiana ha perso voti il 13 giugno, è vero pure che essa non è morsa da
alcuna tarantola perché esamina i fatti con obiettività e cerca di apprendere
e valutare la lezione che l'elettorato le ha dato, dando così prova di vera
democrazia. Le crisi storiche sono ricorrenti e possono sconvolgere la società; noi stiamo vivendo una di queste crisi; però la guardiamo con calma e
freddezza, senza paura. Abbiamo fatto forse degli errori, che sono naturali
in chi governa; ma conservando la nostra genuinità di nascita, di matrice, di
dottrina, dobbiamo cercare di individuarli, studiarli e correggerli con un
lavoro di ricerca che è senza dubbio molto faticoso e che, perciò, impone
rispetto che non dovrebbe far scambiare la vivacità interna del partito con
nervosismi per aver perso qualche posizione. Parlare in questi termini significa svilire la politica e la storia della politica.
Ribadendo, poi, ancora una volta, la opportunità di chiarire il famoso
documento politico ufficiale, che è uno solo, sempre quello, dei tre partiti
che si sono accorti di avere 15 voti e che hanno pensato responsabilmente
di fare in modo da condurre in porto un'amministrazione ordinaria per la
Provincia di Foggia, l'oratore, date per superate le diverse interpretazioni
che di esso sono state date, rileva che si è riusciti a suscitare le attenzioni di
determinate forze democratiche se, nel coro delle disapprovazioni sul bilancio, una voce si è levata, quella del cons. Maccarone del PSIUP, il quale,
pur vedendo
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nel programma più ombre che luci, responsabilmente, ha detto che esaminerà la possibilità di dare un voto favorevole alla Giunta per evitare l'insediamento del Commissario. Questo è tutto il dramma intorno al quale le
forze dell'opposizione hanno tanto ricamato.
Dunque, se lo avremo questo voto, che non è il 16°, ma il voto di un
uomo responsabile, lo accetteremo perché, superato questo scoglio, più
nominalistico che sostanziale, saremo in grado di fare una buona amministrazione; una moderna amministrazione che non si contrappone a quelle
passate ma che, senza polemiche, prende atto della realtà di oggi della nostra società nell'intento di ottenere la perfetta aderenza della sua azione con
quelli che sono i desideri delle nostre popolazioni.
Questo, conclude il Presidente, siamo sicuri di fare perché disponiamo delle necessarie energie morali, intellettuali e di preparazione politica.
DICHIARAZIONI DI VOTO
Consigliere dott. Maccarone (P.S.I.U.P.).
Esordisce affermando che il suo voto, quale rappresentante ufficiale
del PSIUP, non potrà non essere responsabile e conseguente sia alla valutazione del documento politico sottoscritto dai partiti della coalizione, sia ai
suoi precedenti interventi volti ad illustrare il mandato affidatogli dal partito
e sia, infine, alla dichiarazione che il capo gruppo D.C., rag. Biasco, ha fatto
nella precedente riunione a nome dei partiti del centro-sinistra.
Il Presidente stesso, ribadendo, nel suo ultimo intervento, la ferma
volontà di dare vita ad un'amministrazione ordinaria, con una netta chiusura verso la destra fascista ed eversiva, ha suscitato ancor di più l'interesse
delle forze democratiche popolari e antifasciste presenti in Consiglio.
Polemizzando e contestando, poi, al dr. Vania alcune posizioni particolari assunte dal P.C.I. per la formazione di amministrazione locali in diversi Comuni della Provincia ed extra-provinciali, l'oratore rivendica l'autonomia del PSIUP che - dice - non è la succursale di alcun partito ed assicura
che i suoi interventi non sono stati altro che la messa in pratica delle decisioni del partito stesso il quale, preso atto che la coalizione è decisa a dare
vita ad una amministrazione ordinaria, con un'apertura democratica ed una
netta chiusura a destra,
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ha ritenuto responsabilmente di poterle dare il proprio appoggio, ad evitare
l'avvento della gestione commissariale. Pertanto, conclude preannunciando
il voto favorevole del PSIUP al Bilancio 1972.
Consigliere prof. Vania (P.C.I.).
Riaffermata l'estrema convinzione con la quale sono state sostenute
le tesi già esposte dai consiglieri del gruppo comunista, non ritiene di polemizzare con il rappresentante del PSIUP dandogli risposte immediate; rileva, invece, che il Presidente, con la sua replica, ha fatto un discorso in funzione di una socialità cristiana che, pur rispettando profondamente, non
può vedere a base di termini ideologici e di cultura. Il discorso, a suo parere, deve essere rapportato alla realtà cui si vuole rispondere, tenendo presente soprattutto la realtà dell'intero paese.
La crisi sottolineata dal dr. Galasso, continua l'oratore, non è tutta
nel distacco della vita politica dall'opinione pubblica; il distacco, è solo un
aspetto di questa crisi che affonda le sue radici nelle scelte politiche sbagliate che, di volta in volta, il partito di maggioranza ha operato; e ancora oggi
questo partito dimostra di non dare la risposta giusta ai gravi problemi che
ci stanno dinanzi (quali quelli della democrazia, del Mezzogiorno, della disoccupazione, dei fatti sociali insoluti, ecc.); è dunque su queste cose che le
risposte, fin qui date dalle forze politiche che guidano il paese, sono
sbagliate.
Ribadito, poi, ancora una volta, il fatto che la sua proposta per un'inchiesta nella Provincia di Foggia riguardante le organizzazioni neofasciste
non è stata recepita, così come non sono state recepite altre proposte sugli
indirizzi nuovi da dare ai problemi relativi alla scuola, all'assistenza, alla cultura, il dr. Vania afferma che la volontà espressa dai partiti della coalizione
di suscitare attenzioni e interessi nelle forze democratiche viene in concreto
smentita dalla mancata accettazione anche di una sola proposta fatta dal
gruppo comunista, che è forza democratica.
D'altra parte i contrasti delle diverse forze politiche che compongono
la maggioranza erano e sono tali, e non articolazioni di un discorso, come
ha affermato il Presidente, e il silenzio di una di queste forze in sede di voto
sul bilancio, silenzio che la induce ad accettare anche il voto del PSIUP dopo l'esplicita dichiarazione già fatta in senso contrario, dimostra che si cerca
il potere per il potere. Pertanto l'oratore annuncia il voto contrario dei consiglieri comunisti.
118
Consigliere Marinelli (M.S.I.)
Non ha niente da modificare, né altro da aggiungere ai giudizi già
esposti, nei suoi precedenti interventi, con assoluta chiarezza; chiarezza che
è ben diversa da quella espressa dal Presidente.
Ribadendo il concetto secondo cui tutta la vicenda si è svolta all'insegna della contraddizione e della confusione, ritiene che l'ultimo atto di questa discussione suggelli la vicenda stessa poiché non dirada, ma aggrava, le
contraddizioni e le confusioni già rilevate. La denunzia circa l'esistenza di
manovre in atto, fatta in una delle prime sedute del Consiglio Provinciale,
ha provocato delle prese di posizioni nelle dichiarazioni dei diversi rappresentanti, specie in quella del cons. Grosso il quale, più volte sollecitato, ha
chiaramente detto che i « 15 » sarebbero rimasti « 15 », non disposti a nessun tentativo aperturistico.
Parlando di chiarezza, il Presidente ha toccato un tasto che più falso
non poteva suonare, aggiunge l'oratore; del resto la sua risposta è tutta una
contraddizione perché, mentre parla di chiarezza, ammette l'esistenza di
posizioni discordi e contrastanti (tra i partiti della coalizione e fra gli uomini
della stessa D.C.) che possono essere comprensibili, anche giustificate, ma
che certamente non portano chiarezza all'impostazione politica della coalizione. Il discorso, il colloquio e, finanche, lo scontro interno saranno utili
ma non possono dare pubblicamente chiarezza. In definitiva, dunque, il rag.
Biasco ha fatto una dichiarazione pretestuosa e strumentale alla quale dà la
stessa risposta del cons. Maccarone. E' veramente grave che sia il capo
gruppo D.C. che il rappresentante del PSIUP, nei loro interventi, non abbiano affatto trattato del bilancio.
Il primo, infatti, si è limitato a fare una dichiarazione che era chiaramente tesa ad ottenere il voto del cons. Maccarone, e il secondo ha detto
che quella dichiarazione bastava, non solo, ma che essa rispecchiava le proposte, i suggerimenti del PSIUP. Da ciò bisogna dunque dedurre che il documento letto dal rag. Biasco non è frutto della elaborazione dei partiti del
centro-sinistra (specie DC-PSDI).
D'altro canto, l'avv. Marinelli ritiene che la posizione assunta dal
P.C.I. confermi, per altra sponda e per altro verso, le sue valutazioni in
proposito.
Le impostazioni politiche sono valide solo nella misura in cui trovano
riscontro nella realtà amministrativa, e finora questo non è stato rilevato, né
dimostrato; ne può essere la riprova la spiegazione
119
fornita dall'ass. Lattanzio secondo la quale la previsione di 2miliardi più 2
miliardi per lavori stradali sia il frutto di impostazioni esclusive delle « forze
democratiche e antifasciste », quasi che una cifra possa esprimere una determinata impostazione politica.
Trattando del bilancio, l'oratore ha fatto un'analisi particolareggiata
dei diversi problemi e delle singole voci di spesa, tanto da provocare risposte da parte del cons. De Santis, ed ha spiegato le ragioni del voto contrario
del gruppo missino.
Riferendosi poi al discorso, abilmente generico, fatto dall'ass. Damiani, al quale riconosce l'esattezza dell'affermazione relativa alla inesistenza di sistemi perfetti che possano risolvere i problemi dell'uomo, l'avv. Marinelli precisa che quando nella precedente seduta parlava di falimento della
politica di centro sinistra, faceva un discorso concreto e non astratto; l'impegno della D.C. perché restassero fuori dall'area di governo determinate
forze politiche che ora sono, invece, nella maggioranza, è fallito; così come
è fallito l'impegno assuntosi dal programma, fissato dalla D.C. nel 1966,
secondo il quale si sarebbe dovuto verificare il progresso eonomico e sociale del paese, e l'attenuarsi degli squilibri fra il nord e il sud. Altra lacuna veramente grave, e della quale il Consiglio non ha discusso, è l'assenza di accordi, sul piano pratico e concreto, malgrado siano già trascorsi quasi due
anni dalla loro istituzione tra lo Stato e la Regione. La Regione e le Province, proprio ora che alcune forze politiche, componenti anche il centrosinistra (come il P.R.I.), discutono e chiedono la eliminazione delle Province stesse.
Conferma quindi il voto contrario dei Consiglieri appartenenti al suo
gruppo politico.
Consigliere rag. Bianco (D.C.)
Il capo Gruppo D.C. non può non rilevare come sia venuta a manifestarsi una chiara ed inequivocabile sconfitta dei partiti della crisi. L'estrema
destra e l'estrema sinistra, che hanno trovato in molti casi punti di contatto,
hanno voluto evidenziare un risentimento presentandosi come coloro che
hanno perduto sul campo la battaglia che la coalizione ha inteso condurre
per dare stabilità ad una amministrazione ordinaria. Ascoltata con molto
interesse la dichiarazione del dr. Vania, l'oratore è rimasto stupito dalla reprimenda che ha fatto nei confronti del cons. Maccarone, specie quando ha
sostenuto che non rappresenta
120
più la classe operaia, non rappresenta più il PSIUP.
In realtà il discorso del capo gruppo comunista era chiaramente finalizzato se ha ribadito che era giunto il momento di cambiare indirizzo al
fine di determinare una svolta politica nuova; svolta politica che fin dal
primo momento i partiti della coalizione hanno dichiarato di non poter operare.
La constatazione che i partiti del centro-sinistra, elaborando un programma organico, avanzato, strutturato su una chiara indicazione politica
vincolata ai valori della Resistenza e dell'antifascismo, vedono giungere, su
queste impostazioni, l'adesione che essi auspicavano nel proprio documento
politico nel tentativo di suscitare l'attenzione di tutte quelle forze che intendevano collaborare alla soluzione dei problemi indicati nel programma,
non può che rallegrarci.
Il rag. Biasco ricorda poi al consigliere Marinelli che i motivi di confusione e contraddizioni, da lui rilevati fin dal primo intervento illustrativo
del documento politico, e quindi ancora prima degli interventi dei consiglieri della maggioranza, li ha puntualmente riproposti questa sera lasciando
chiaramente intendere che l'unica alternativa valida ad una amministrazione
ordinaria è rappresentata, per il suo gruppo politico, dalla gestione commissariale. Almeno l'opposizione comunista ha proposto all'attenzione dell'assemblea la possibilità eventuale di un indirizzo da cambiare e di una maggioranza da sostituire.
Riaffermato il concetto che le articolazioni della maggioranza trovano
espressione operativa nella Giunta Provinciale, l'oratore conclude il proprio
intervento confermando il voto favorevole.
Assessore dott. Protano (P.S.I.)
Non è possibile formulare critiche seriamente fondate all'impostazione del bilancio, tanto più che sono stati messi in rilievo, da parte di alcuni
Consiglieri, impegni di carattere prioritario, in ordine ai maggiori problemi
che stanno di fronte alla nostra Provincia, tali da fare meritare elogi alla
Giunta.
Rilevando poi che gli appunti sono stati formulati sul fatto che il bilancio di previsione per l'anno 1972 presenta un ulteriore aumento del disavanzo, chiede al dr. Marinelli se veda, oltre alla paralisi completa dell'Ente,
un'alternativa valida per fermare l'incremento del disavanzo.
121
La Giunta, continua l'oratore, alla paralisi ha preferito un'azione concreta a vantaggio delle popolazioni cui intende dare strade, scuole, maggiori
attrezzature per la biblioteca, ecc.
D'altra parte un dibattito sul bilancio non affronta mai soltanto problemi di carattere amministrativo, in quanto rappresenta anche il momento
del confronto delle posizioni politiche.
Il Partito Socialista Italiano è sempre stato interessato a recepire
quanto di nuovo il mondo del lavoro propone onde tradurne la conseguente spinta in azione concreta per la risoluzione dei grandi problemi che riguardano l'occupazione, l'agricoltura, l'irrigazione, il Mezzogiorno; e questo
Consiglio Provinciale ha già seguito un indirizzo unitario per la loro soluzione tanto è vero che ha già approvato un ordine del giorno sull'occupazione e sugli elenchi anagrafici.
Il documento politico programmatico presentato dalla Giunta, continua il dr. Protano, trova piena corrispondenza nella linea di politica amministrativa, legata alla strategia delle riforme, che il P.S.I. è impegnato a portare avanti in sede nazionale, e della quale desidera essere co-gestore anche
nelle amministrazioni locali.
Legando le proprie battaglie a quelle dei lavoratori, dei giovani, degli
studenti, il partito socialista darà forza e vitalità alle assemblee elettive, non
solo, ma anche una risposta politica di elaborazione, di programmazione
alla vita socio-economica della nostra Provincia.
Pertanto preannuncia che il gruppo consiliare del P.S.I. darà voto favorevole al bilancio di previsione 1972 per i contenuti avanzati delle sue
scelte e per le risposte di fondo che si propone di dare ai cittadini.
Consigliere dott. Grosso (P.S.D.I.)
Nel sottolineare che il bilancio di previsione 1972 è stato compilato
nella più completa autonomia delle forze politiche componenti la Giunta
Provinciale, non ritiene sia compito dei consiglieri valutare il voto
favorevole preannunciato da una componente politica che non fa parte
della maggioranza, in quanto sono presenti in aula i responsabili politici dei
diversi partiti.
Pertanto, riaffermata la volontà di evitare una gestione commissariale, per coerenza con le proprie precedenti dichiarazioni, preannuncia il voto
favorevole al bilancio 1972 del gruppo consiliare del P.S.D.I.
122
VOTAZIONE
Consiglieri assegnati alla Provincia n. 30 - Presenti in aula
e votanti n. 29 - Assenti n. 1 - Totale n. 29.
ENTRATA
Titolo I
T i t o l o II
T i t o l o III
T i t o l o IV
Titolo V
T i t o l o VI
SPESA
Titolo I
- Entrate tributarie .
L. 1.488.450.420
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
- Entrate per compartecipazioni ai
tributi Erariali
» 3.670.258.650
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
- Entrate extra tributarie
» 1.451.918.634
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
- Entrate provenienti da alienazioni
o ammortamenti dei beni patrimoniali, da trasferimenti di capitali e da rimborso di crediti
»
747.367.276
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
- Entrate provenienti dall'assunzione di prestiti
» 18.670.524.023
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
- Contabilità speciali
»
3.979.555.925
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
TOTALE ENTRATA
L. 30.008.074.933
- Spese correnti
L. 15.640.074.199
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
123
T i t o l o II
T i t o l o III
T i t o l o IV
- Spese in conto capitale
»
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
- Spese per rimborso di prestiti
»
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
- Contabilità speciali
»
(voti favorevoli n. 16; voti contrari n. 13).
TOTALE SPESA
7.899.282.000
2.489.162.809
3.979.555.925
L. 30.008.074.933
Il Consiglio, inoltre, approva, sempre con n. 16 voti favorevoli e n. 13
voti contrari, singolarmente le seguenti voci:
a) l'applicazione della sovrimposta provinciale sui terreni con l'aliquota massima di L. 360 per ogni 100 lire di reddito non rivalutato ai sensi
dell'art. 21 della legge 16 settembre 1960, n. 10014;
b) l'applicazione della sovrimposta provinciale sui fabbricati con l'aliquota di L. 11 per ogni 100 lire di reddito imponibile;
c) l'applicazione delle supercontribuzioni sulla sovrimposta fondiaria
sui terreni nella misura del 60% (imponibile non rivalutato) per i Comuni
classificati montani e del 120% (imponibile non rivalutato) per gli altri Comuni;
d) l'applicazione dell'addizionale provinciale all'imposta comunale
sulle nidustrie, arti, commerci, professioni, ecc. con l'aliquota massima di
legge e con l'aumento di cui all'art. 1 della legge 1° marzo 1968 n. 174;
e) la richiesta di autorizzazione a contrarre il mutuo di lire
8.471.242.028 per il pareggio economico del bilancio.
Infine, su proposta del Presidente, il Consiglio approva per alzata e seduta il Bilancio di previsione per l'esercizio finanziario 1972 nella sua interezza con n. 16 voti
favorevoli e n. 13 voti contrari.
124
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
☆ In questo fascicolo scritti di: RICCARDO BACCHELLI; ins. NAPOLEONE CERA, assessore prov.le alle Finanze; dott. ETTORE M. DE JULIIS, della Soprintendenza alle Antichità di Puglia; avv. BERARDINO
TIZZANI, presidente del Comitato provale di Controllo.
S O M M A R I O
L'ANNO DI MAZZINI - RICCARDO BACCHELLI: Maestro,
eroe, testimone
1
NAPOLEONE CERA: Relazione al bilancio di previsione della
« Provincia » per l'anno 1972
13
BERARDINO TIZZANI: Compiti e rapporti dei Comitati regionali e
provinciali di controllo
33
ETTORE M. DE JULIIS: Documenti archeologici del Museo
civico di Lucera
REGIONE - La sezione dauna del Comitato regionale di controllo
38
53
PALAZZO DOGANA - 1) Sul programma della Giunta di
C. S. Replica del Presidente; 2) Discussione e voto del Consiglio sul bilancio di previsione per l'anno 1972 (continuazione
dell'annata 1971)
55
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Anno X (1972)
Parte I
N. 5-6 (sett.-dic.)
L'inquinamento delle acque superficiali
e sotterranee in provincia di Foggia*
La Daunia è una delle poche regioni in cui la natura affascina ancora per la sua integrità, ma si presentano già sintomi preoccupanti di coinvolgimento in un fenomeno che pare non voglia o non possa risparmiare
nulla e nessuno.
Noi vogliamo preservare questa magnifica terra dai guasti di un ri razionale modernismo e siamo ancora in tempo per farlo, perciò, desideriamo che parta da questo qualificato incontro di uomini di dottrina e di
esperienza un impegno programmatico che faccia testo per il maggior
numero possibile di amministrazioni locali; tutte queste amministrazioni
sentono il problema, ma sono condannate all'inerzia perché manca una
traccia operativa e manca soprattutto la cooperazione, indispensabile quest'ultima in un settore in cui lo sforzo di molti può essere compromesso
dall'incuria o dalla negligenza di pochi.
Questa iniziativa si inserisce in quella più vasta promossa a livello
parlamentare tra Italia e Jugoslavia che, recentemente a Roma, hanno tenuto un importante Convegno per stabilire la legislazione unitaria ed i
rapporti di cooperazione per la salvaguardia del mare Adriatico e delle
coste interessate. L'Adriatico, sul quale la Capitanata si affaccia per ben
220 chilometri, è un mare chiuso ed è fortemente interessato ai traffici
marittimi di petrolio greggio diretto a Venezia-Marghera e a Trieste, sedi
delle maggiori raffinerie dell'Europa Sud Orientale.
Una nostra azione isolata, riguardante l'inquinamento dell'entroterra
o dalle Città verso il mare, sarebbe frustrata dall'inquinamento mare-mare,
addotto cioè dalle raffinerie lontane del nord Adriatico o da quelle più
vicine della costa slava; è opportuno inserirsi pertanto nell'azione promossa dal Convegno italo-jugoslavo.
Per altro verso desidero aggiungere che, essendo le competenze
__________
(*) Relazione ufficiale svolta dall'assessore prov.le alla Sanità, all'Igiene e
alla Ecologia, al I Convegno di Ecologia indetto dall'Amministrazione Provinciale di Foggia.
129
delle Amministrazioni provinciali limitate agli effetti che l'inquinamento
può provocare sulla fauna fluviale e marina, impedendo più decisi e speciali interventi alle radici di ogni causa perturbatrice dell'equilibrio naturale, occorre promuovere un aggiornamento della legislazione. È altresì necessario, per l'efficacia dell'intervento a diversi livelli e per la economicità
degli interventi stessi, la creazione di un consorzio di Comuni per la difesa
dell'ambiente.
Una lontana esegesi del fenomeno ci porta a considerare che in origine era l'uomo a difendersi dalle mille insidie della natura; oggi i termini
si sono ribaltati ed è l'uomo stesso che insidia la natura la quale, se portata
agli estremi limiti di difesa, può reagire in maniera terribile.
L'inquinamento dell'acqua e dell'aria, con l'impoverimento della flora marina e terrestre, potrà portare ad una rarefazione di ossigeno e ad un
aumento di anidride carbonica (quest'ultimo fenomeno legato all'enorme
combustione di energie), in tale proporzione da provocare effetti apocalittici. Si avrebbe cioè una modificazione, fra l'altro, del clima terrestre per
effetto dell'aumento della temperatura media dell'atmosfera e, quindi, un
conseguente scioglimento dei ghiacciai polari con sommersione di molte
terre e di tutte le città costiere e precostiere pianeggianti (che poi sono le
maggiori del mondo). Questo rappresenterebbe solo uno degli aspetti della catastrofe ecologica e neppure il peggiore, non certamente quello definitivo, che risiede altrove, nelle mortali modificazioni chimiche degli elementi. Quest'ultima sarebbe l'ultima rabbiosa difesa della natura, « l'ultima
spiaggia » del genere umano.
La natura ci è stata sempre ostile: cicloni, terremoti, maremoti, inondazioni, altri cataclismi, epidemie e migliaia di malattie rendono difficile la vita dell'uomo, ma l'uomo finora si è difeso bene e la scienza si è
rivelata sempre provvidenziale e risolutrice, finché non ha scoperto l'energia nucleare, finché il consumismo non ha provocato l'inizio dell'era
inquinante. È questa l'ultima spiaggia sulla quale si combatterà per la sopravvivenza; se saremo sconfitti saremo ributtati in mare, in un mare avvelenato.
Perché la profezia biblica sia spostata di moltissime generazioni dopo la nostra, ogni uomo responsabile deve dare il suo contributo ed anche
noi, in tutta modestia, faremo il nostro dovere. Siamo qui per questo.
Esaurita la premessa morale, passo ad alcune enunciazioni tecniche
e statistiche.
Scopo di questo Convegno, come ho già accennato prima, è quello
di evidenziare la realtà dello stato di inquinamento delle acque nella nostra
Provincia, per informare l'opinione pubblica, per denunciare situazioni
dannose, per impostare tutto un discorso nuovo, con metodi e sistemi
adeguati, per la protezione dell'ambiente.
In passato, è doveroso ripeterlo, poco o nulla è stato fatto in questo
settore, eppure la provincia di Foggia è interessata per diversi
130
aspetti all'inquinamento specialmente delle acque.
Il Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi ha svolto una elevata mole di lavoro riguardo alle analisi delle acque di mare per accertare
l'idoneità alla balneazione delle stesse.
Per la prima volta, in occasione di questo Convegno, le analisi vengono rese pubbliche, offrendo, così, alle autorità, agli amministratori locali, ai tecnici e a tutti coloro i quali si interessano dei problemi ecologici,
una visione chiara, completa e ufficiale dello stato di inquinamento delle
acque di mare e dei corsi d'acqua, nonché delle cause che lo provocano.
Ne risulta che, l'Amministrazione Provinciale, avvalendosi dell'opera dei
suoi tecnici, senza demagogia alcuna, dà il suo contributo alla lotta all'inquinamento per prevenire ulteriori danni, che tutta la comunità, sia economicamente sia come salute pubblica, potrebbe pagare.
Sulla scorta dei risultati delle analisi eseguite dal Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi sono state redatte tre tabelle e due tavole; a
corredo, poi, sono stati compilati dei brevi commenti circa gli impianti di
depurazione di fogne, di stabilimenti che versano acque reflue in corsi
d'acqua, dei risultati delle analisi per tratti di costa. Da uno sguardo sommario a questi elaborati si evince subito che anche la provincia di Foggia
deve occuparsi e preoccuparsi di inquinamenti e ciò non perché esistano
industrie, ma solo per errori dovuti allo sviluppo urbanistico, allo sbocco
di fogne, alla mancanza di impianti di depurazione.
La Tab. n. 1 riporta i dati relativi ai prelievi di acque di mare ed i risultati delle analisi batteriologiche, per complessivi 175 campioni di acqua
per tratto di costa di ogni singolo Comune rivierasco. In neretto sono
scritti i numeri dei colonbatteri fecali superiori a cento per 100 ml. di acqua di mare.
Valori superiori a cento e quindi pericolosi per la salute dei bagnanti che nei mesi estivi affollano le spiagge, si hanno a Vieste, nella zona di
Marina piccola, dove sfocia la fogna, a Zapponeta, nella zona di mare
prospiciente il lido Tellina ed a Siponto un po' dappertutto e con valori
piuttosto alti e in periodi diversi dell'arco di tempo considerato.
La tabella n. 2 riporta i dati relativi ai prelievi di acque di mare ed i
risultati delle analisi chimiche, per complessivi 178 campioni di acqua,
sempre distinti per tratto di costa di ogni singolo Comune rivierasco.
In neretto è scritto il giudizio chimico di sospetto inquinamento.
Il tratto di mare del litorale di Siponto è stato interessato al maggior
numero di analisi, infatti su complessive 178 analisi ben 97, pari al
54,49%, riguardo i lidi balneari di Siponto. E su 97 analisi, 23 hanno fatto
esprimere il giudizio chimico di sospetto inquinamento. Lungo tutti gli
altri tratti di costa non si rilevano giudizi negativi per l'idoneità alla balneazione.
La Tavola n. 1 riporta, per ogni singolo Comune, le notizie riguar131
danti gli impianti epurativi e gli impianti di sollevamento. È doveroso far
presente che i dati sugli impianti predetti sono stati forniti dall'EAAP al
Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi.
Sulla stessa tavola sono riportati pure i seguenti altri dati:
- gli stabilimenti industriali che hanno presentato istanza per scaricare acque reflue in corsi d'acqua, ai sensi dell'art. 9 del R.D.L. 8-10-1931,
n. 1604;
- il tratto di mare della zona di Siponto che ha riportato il giudizio
chimico di sospetto inquinamento;
- i valori medi di colonbatteri fecali relativi al periodo marzo-luglio
1972 per tratti di costa.
La tavola n. 2 riporta il grafico dei valori medi di colonbatteri fecali
per il periodo già detto.
Per quanto concerne le acque potabili, il Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi ha effettuato nel corrente anno, precisamente dall'1-1 al 31-10'72, ben 855 analisi riguardanti acquedotti, pozzi, cisterne e sorgenti. Sono risultati favorevoli 765 esami batteriologici e sfavorevoli 90, così distinti:
- per gli acquedotti, 429 favorevoli e 14 sfavorevoli;
- per i pozzi, 277 favorevoli e 58 sfavorevoli;
- per le cisterne, 41 favorevoli e 7 sfavorevoli;
- per le sorgenti, 18 favorevoli e 11 sfavorevoli.
Il giudizio batteriologico sfavorevole viene espresso in base alla carica batterica totale e alla colimetria, in particolare in base alla colimetria
fecale.
Tutto quanto predetto sulle analisi delle acque è esposto nelle tabelle a voi consegnate.
Esaminati, seppure in breve, tutti i dati forniti dal Laboratorio Provinciale, ritengo opportuno precisare, a questo punto, le cause dell'inquinamento della zona di mare di Siponto.
Come è noto nel canale Castiglione si riversano i liquami cloacali
della città di Foggia, oltre alle acque refle del deposito locomotive delle
FF.SS. e dell'Istituto Poligrafico dello Stato; il canale Castiglione, quindi,
si immette nel canale della Contessa e quest'ultimo sbocca nel torrente
Candelaro, che riceve pure le acque reflue dello Stabilimento AjinomotoInsud e di quello dei F.lli De Cristoforo. Il torrente Candelaro, infine,
sfocia nel tratto di mare di Siponto.
Il tutto determina l'inquinamento, particolarmente forte in giornate
calme, in quanto la mancanza di corrente non dà luogo alla dispersione
delle materie inquinanti nel mare aperto: le acque, così, non subendo il
moto ondoso né una diluizione da parte del mare, costituiscono un terreno di coltura di batteri e microorganismi di varia natura.
L'inquinamento delle nostre acque è di natura più fecale che chimica, non avendo la nostra Provincia industrie come nel nord; però, certamente, esistono alcuni contaminanti chimici provenienti dagli
132
scarichi urbani per l'uso continuato di detersivi da parte delle nostre massaie.
Questi prodotti chimici, se degradabili, non sono dannosi, ma se
non sono degradabili, arrivano all'uomo e si accumulano nei suoi tessuti,
perché si accumulano già nei pesci di cui l'uomo si nutre: infatti nei tessuti
organici dell'uomo di oggi esistono D.D.T., piombo, mercurio ed altre
sostanze che non si riscontravano in quelli dei nostri antenati.
Grande importanza bisogna dare all'inquinamento fecale, perché è
quello che danneggia di più l'uomo direttamente (epatite virale, febbre
tifoide, dermatiti ecc.). I microbi patogeni dell'inquinamento fecale, essendo degradabili, finiscono per morire e, pertanto, sarebbe necessario
scaricarli in luoghi lontani da quelli di interesse igienico (zone balneari e
di allevamento di mitili).
Il Laboratorio Provinciale ricerca nelle acque i seguenti elementi:
tenore di acidità; i materiali solidi in sospensione; le varie forme di ossigeno (ossigeno totale e ossigeno consumato da flora batterica); quantità di
sostanze organiche; ammoniaca; nitriti; metalli nocivi; cloruri; fosfati; solfuri; grassi e oli; detersivi.
Nelle analisi chimiche eseguite sono stati riscontrati, per la maggior
parte dei casi: il valore alto dell'ossigeno consumato da flora batterica;
solfuri; ammoniaca; nitriti.
Da quanto sopra detto si evince chiaramente che da noi, per risolvere il problema dell'inquinamento è soltanto necessario creare impianti
depurativi o idonei verosimilmente a questa funzione per avere un mare
più pulito.
Come ho già accennato, quindi, il problema dell'inquinamento riguarda anche la Provincia di Foggia, sia pure per un tratto limitatissimo
rispetto ai 220 chilometri della nostra costa. Tale tratto, però, registra le
punte più alte di affollamento nel periodo della balneazione.
Mi sia consentito, a questo punto, ringraziare pubblicamente i tecnici del nostro Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi, sia quelli del
reparto Chimico che Medico, (medici, chimici, preparatori e vigili sanitari)
perché, pur carenti nei quadri ed essendo aumentati i loro compiti proprio
a causa dell'inquinamento, non si risparmiano nel loro lavoro.
In seguito alle analisi eseguite dal Laboratorio Provinciale di Igiene e
Profilassi, su 8 stabilimenti industriali operanti nella Provincia, che hanno presentato istanza per immettere acque reflue in corsi d'acqua, 5 stabilimenti sono
stati diffidati dall'Amministrazione Provinciale ad eliminare le cause inquinanti
a mezzo di idonei impianti di depurazione; questi sono:
- Ajinomoto-Insud S.p.A. in Manfredonia;
- Lanerossi S.p.A. in Foggia, zona Incoronata;
- Frigodaunia S.p.A. in Foggia;
- Euridania S.p.A., Rignano Garganico Scalo;
- Istituto Poligrafico dello Stato, Foggia.
133
Il deposito locomotive delle FF.SS. di Foggia è stato diffidato dall'Ufficio del Medico Provinciale.
Non meno felice di quelli industriali è la situazione degli impianti
epurativi degli scarichi fognanti. Il Laboratorio Provinciale di Igiene e
Profilassi ha svolto una indagine per conoscere quali Comuni sono forniti
di impianti epurativi. È risultato, così, che dei 62 Comuni della Provincia,
20 non sono forniti di impianti epurativi; 7 ne sono forniti parzialmente;
solamente 14 hanno impianti epurativi efficienti; 17 Comuni, putroppo,
non hanno fatto pervenire le notizie richieste. Per questi 17 Comuni, no
comment.
La Capitaneria di porto di Manfredonia, per aderire ad analoga richiesta del Laboratorio Centrale di Idrobiologia del Ministero della Agricoltura e Foreste, ha invitato 39 comuni della Provincia, che hanno avanzato istanza per immettere direttamente o indirettamente scarichi di fogne
in mare, a corredare la detta istanza con certificato di analisi eseguito dal
Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi.
I citati Comuni sono: Carpino, Manfredonia, Mattinata, Peschici,
Vieste, Poggio Imperiale, S. Ferdinando di Puglia, Carapelle, Ortanova, S.
Paolo Civitate, Pietra Montecorvino, Cerignola, Castelluccio dei Sauri, S.
Nicandro Garganico, Chieuti, Stornara, Serracapriola, Rodi G.co, Ascoli
Satriano, Monte S. Angelo, S. Severo, Apricena, Vico del Gargano, Margherita di Savoia, Lesina, Casalnuovo M.ro, Castelnuovo della Daunia,
Stornarella, Lucera, Candela, Rignano G.co, S. Giovanni Rotondo, Troia,
Trinitapoli, Casalvecchio di Puglia, S. Marco in Lamis, Rocchetta S. Antonio, Foggia, Torremaggiore.
Inoltre, la Capitaneria di Porto di Manfredonia ha denunciato alla
Autorità Giudiziaria i seguenti Enti e industrie: Istituto Poligrafico dello
Stato di Foggia; Zuccherificio Eridania; Ajinomoto-Insud; Lanerossi;
Zuccherificio Pontelongo; E.A.A.P.; Consorzio Generale di Bonifica;
Comune di Foggia; Comune di S. Severo; Comune di Torremaggiore;
Comune di Manfredonia.
Da parte nostra non si è inteso fronteggiare la situazione fin dall'inizio in termini punitivi, tenuto conto del fatto che tutti i responsabili si
trovano di fronte a un fatto nuovo, di grosse proporzioni ed irto di difficoltà. Ho detto « un fatto nuovo » considerando che il problema dell'inquinamento è recente nella problematica mondiale ed è l'ultimo arrivato
nella già nutrita mole di responsabilità delle amministrazioni locali.
Noi non intendiamo portare avanti una battaglia giudiziaria che, fra
l'altro, sarebbe lunga, costosa e potrebbe portare perfino a polemiche e a
contestazioni scientifiche per necessità di difesa della parte accusata, ma
intendiamo compiere uno sforzo comune per una battaglia civile. Abbiamo riferito sulle cause di inquinamento del litorale di Siponto e dobbiamo
quindi informarvi dell'azione del Comune di Foggia che per larga parte è
competente per gli sbocchi nel canale Castiglione e quindi nel Candelaro.
Per riferire degli interventi più recenti dirò che la Giunta Comu134
nale, nella seduta del 3-12-1971, ha deliberato la conferma dell'ubicazione
dell'impianto depurativo dei liquami di fogna nella zona a valle del canale
« Castiglione », oltre l'autostrada adriatica, per modo che nulla possa arrivare a mare senza preventiva depurazione. Il Sindaco ha sollecitato più
volte l'esecuzione dell'impianto da parte della Cassa del Mezzogiorno; gli
ultimi solleciti portano la data del 18 settembre e del 16 novembre 1972.
Non sono ancora pervenute risposte in proposito, ma si sa che la Cassa ha
approvato il relativo progetto. Una pronta esecuzione di quest'opera risolverebbe in larga parte il problema della bonifica del litorale sipontino.
Mi risulta che il Comune di Manfredonia ha allo studio un progetto
consistente in una condotta sottomarina per lo scarico delle acque cloacali
lontano dalla costa. È stato preferito questo progetto all'impianto di depurazione per una questione di economia; infatti il costo complessivo è
del 50% in meno.
Identico impianto è già in funzione nel Comune di Margherita di
Savoia.
Oltre alle diffide dell'Amministrazione Provinciale, anche il Comune di Foggia, attraverso l'Ufficio d'Igiene, ha tempestivamente accertato la
situazione degli scarichi industriali del suo territorio, invitando le Società
interessate a provvedersi sollecitamente di impianti depurativi. Le cose
sono a questo punto:
- La « Lanerossi » ha già commissionato l'impianto di depurazione
ed ha pertanto ottenuto dal Sindaco e da noi una proroga per la costruzione dell'impianto stesso fino al 30 marzo 1973;
- Lo zuccherificio « Eridania » ha presentato un progetto per la installazione di un impianto di tipo « DORR », che è in fase di studio, prima
della definitiva approvazione;
- La « Frigodaunia » inizialmente non ha presentato progetti, sostenendo che gli scarichi sono costituiti da acque bianche di lavaggio del
prodotto vegetale fresco, mescolate con acque bianche depurate e scaricate dai condensatori frigoriferi. I campioni di acque prelevati dal Laboratorio Provinciale d'Igiene hanno dato però esito sfavorevole, e pertanto, la
direzione dello stabilimento è stata invitata a prendere provvevdimenti;
nel frattempo sono state realizzate fosse biologiche per sedimentazione e
soluzione con acque pure.
- L'Istituto Poligrafico dello Stato ha interessato la Cassa per il
Mezzogiorno che, nella seduta del 9-5-1972, ha deciso di portare a Foggia
un impianto mobile per il trattamento delle acque cittadine ed industriali,
in via sperimentale, cosa che è già in corso. Infatti una stazione mobile
della « Hydro s.p.a. » di Novara è già in funzione ed ha effettuato prelevamenti, in particolare, presso l'Istituto Poligrafico. Se le sperimentazioni,
seguite e vagliate da tecnici della Cassa per il Mezzogiorno, saranno favorevoli, si potranno concordare anche indirizzi impiantistici unitari da parte
di enti ed industrie interessati. Si tratta ora solo di guadagnare tempo,
perché, a parte i motivi igienico-sanitari preminenti, sono in gioco anche
gli interessi turistici della più
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importante stazione balneare della Daunia. Intanto l'Istituto ha potenziato
gli impianti di trattamento primario delle acque della Cartiera per la eliminazione dei solidi grossolani e delle sostanze in sospensione, ma evidentemente non è bastato, poiché gli esami effettuati di recente dal Laboratorio Provinciale hanno dato esito sfavorevole. È stata pertanto invitata la
direzione dell'Istituto a prendere urgentemente i necessari provvedimenti.
- Il Deposito Locomotive e le Officine Veicoli delle Ferrovie dello
Stato dal 31-12-1971 hanno realizzato fosse per la depurazione biologica,
che riducono sensibilmente il tossicolo delle acque cloacali. Hanno anche
presentato uno schema della nuova rete di raccolta delle acque luride, assolutamente indipendente dagli scarichi industriali. Detta rete dovrà sfociare nella rete fognante cittadina, previa autorizzazione del Comune. Per
quest'opera è stato già richiesto il finanziamento alla sede centrale, con
procedura di urgenza. Per gli scarichi di natura chimica, risultanti dalle
lavorazioni industriali, sono in fase di studio progetti di impianti depurativi, ma non si hanno altre notizie in proposito.
Fuori della competenza del Comune di Foggia abbiamo:
- l'Ajinomoto-Insud, che alla data del 31 settembre 1972 aveva già
in funzione parte degli impianti; per il completamento è stata concessa
una proroga con scadenza 30-11-1972;
- la Ditta De Cristofaro di Manfredonia, che ha presentato istanza il
26-6-1972, data in cui lo stabilimento non entrava ancora in funzione;
- la Società A.L.A. di Castelluccio dei Sauri, il cui stabilimento non
produce liquidi o sostanze inquinanti.
L'inquinamento non rappresenta un fenomeno ineluttabile e inarrestabile, perciò questo Assessorato provinciale all'Igiene-sanità ed ecologia
ha già dato inizio ad un'azione concreta di fattiva collaborazione tra gli
ambienti amministrativi, tecnici, politici e imprenditorali. Il problema però va affrontato subito ed in una visione globale.
Le imprese devono munirsi di impianti di depurazione efficienti,
per questo, come ho già detto, alcuni stabilimenti operanti nel territorio
della provincia sono stati diffidati a provvedervi.
L'industria, a nostro parere, va ricondotta interamente al servizio
della comunità: l'obiettivo della redditività va considerato a lungo termine,
tenendo presenti tutte le interdipendenze tra produzione, ambiente naturale, progresso umano.
A tal fine si sta provvedendo a dotare il Laboratorio Provinciale di
Igiene e Profilassi di nuove e moderne attrezzature necessarie sia per il
controllo dell'inquinamento delle acque che dell'inquinamento atmosferico.
Infatti detto laboratorio, oramai, non manca di alcuna apparecchiatura per il controllo dell'inquinamento delle acque; recentemente è stato
acquistato uno spettrofotometro di assorbimento atomico e di emissione
di fiamma.
È già in corso l'acquisto di attrezzature idonee al rilevamento dell'inquinamento atmosferico: il ritardo è dovuto alla lunghezza buro136
cratica ed anche all'aggiornamento dei nostri tecnici, che, per la verità, sono
pochi.
Non saranno tralasciate da questa Amministrazione iniziative, già in
atto in altre parti d'Italia, quali:
- la creazione di Consorzi di bonifica igienico-sanitari, fra enti pubblici e industrie, per la costruzione di efficienti impianti di depurazione;
- la istituzione di un credito contro l'inquinamento, che dovrà sorgere
d'intesa tra istituti di credito, enti pubblici e industrie; una sezione del Mediocredito Regionale Lombardo funziona, in tale settore, da oltre un anno
in Lombardia;
- sensibilizzazione dell'opinione pubblica;
- aggiornamento della carta dell'inquinamento, già redatta con i primi
dati in possesso e consegnatavi. Questa carta, che dovrà abbracciare tutti i
settori, costituirà una vera e propria radiografia del territorio e fornirà gli
elementi di base per una politica provinciale del territorio.
L'elaborazione della carta degli inquinamenti deve diventare il momento di partecipazione attiva di tutti gli Enti ai problemi della difesa dell'ambiente; in particolar modo i Comuni devono contribuire con l'elaborazione di situazioni conoscitive sugli inquinamenti dei rispettivi territori.
Si acquisirà, così, per tutta la provincia un reticolo di notizie
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indispensabili per creare organismi e attrezzature necessarie per ricollegare il discorso della difesa dell'ambiente con quello della costituzione di
Unità Sanitarie Locali previste dalla futura riforma sanitaria;
- creazione di un organismo unitario, cioè una commissione provinciale per l'ecologia, per il coordinamento di iniziative di controllo contro
l'inquinamento.
Purtroppo bisognerà operare solamente sulla base della buona volontà
dei singoli amministratori, in mancanza di una legislazione generale, precisa,
organica e moderna in materia di tutela delle acque. Non è sufficiente richiamarci solo ai famosi e sorpassati testi unici delle leggi sulla pesca (1931) e delle
leggi sanitarie (1934), le quali leggi, per la verità, contengono articoli tutt'altro
che adeguati al fine della difesa delle acque; come pure non è sufficiente proibire gli scarichi, di qualunque natura essi siano, per ritenere di aver risolto l'annoso problema dell'inquinamento.
Sono necessarie ed urgenti delle norme, per la tutela delle nostre
acque, attuali e rispondenti alle nuove esigenze della nostra società, che si
trova in un contesto tecnico-economico molto diverso da quello di circa
50 anni fa, quando si potevano ritenere idonei i testi unici innanzi citati.
l'Amministrazione Provinciale di Foggia, sensibile alla necessità della difesa dell'ambiente, ha organizzato questo Convegno, che intende essere il momento in cui, insieme e responsabilmente, le energie vive del
mondo politico, amministrativo, tecnico e scientifico della nostra Provincia, devono m
i postare le linee operative di un discorso per la lotta contro
l'inquinamento.
In questi due giorni di lavoro, con la collaborazione di tutti i presenti,
l'Amministrazione Provinciale di Foggia si propone fra l'altro, di ottenere suggerimenti circa gli orientamenti su cui fondare la programmazione dello sviluppo del territorio, per disciplinare lo sfruttamento e la conservazione delle risorse ambientali.
Un invito, inoltre, rivolgo all'Ente Regione, perché partendo dalle conclusioni di questo Convegno, possa programmare e legiferare quanto è necessario perché il problema dell'inquinamento possa essere opportunamente regolamentato e risolto in un contesto più generale, cioè con le regioni viciniori.
Il Convegno si chiuderà, come per solito, con l'approvazione di un
ordine del giorno che riassumerà i contenuti della discussione e con le
proposte che verranno fatte dagli studiosi, dai politici, dai sindacati e dagli
esperti qui presenti.
Ai Sindacati rivolgo un appello perché accentuino la loro azione in
difesa dell'ambiente di lavoro e perché le industrie, nelle quote annuali dei
reinvestimenti, riservino percentuali sempre più alte alle opere igieniche e
per la salubrità dell'ambiente di lavoro. Preoccuparsi della salute dei lavoratori non è meno importante del preoccuparsi della
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loro condizione economica. In definitiva l'azione dei Sindacati in proposito,
pur partendo da presupposti settoriali, finirà per giovare a tutta la collettività. Perciò siamo certi che le organizzazioni sindacali renderanno la loro azione sempre più incisiva e pertanto sempre più meritoria.
Nel chiedere venia per il tempo usato nella esposizione introduttiva
del Convegno, mi onoro passare la parola agli illustri relatori, non senza
aver prima rivolto un rinnovato ringraziamento a tutti e la preghiera di voler arricchire il dibattito col vostro prezioso apporto di idee e di dottrina.
ERMANNO SICA
139
SCARICHI INDUSTRIALI
L'Amministrazione Provinciale è in possesso di dati relativi agli scarichi
industriali, in quanto è tenuta a rilasciare l'autorizzazione alla immissione di
acque reflue in corsi d'acqua ai sensi dell'art. 9 del T.U. delle leggi sulla pesca,
approvato con R.D.L. 8-10-931 n. 1604 e successive modificazioni.
Sono stati richiesti alla Capitaneria di Porto di Manfredonia i dati relativi
agli scarichi industriali immessi direttamente nel mare.
STABILIMENTI INDUSTRIALI E CORSI D'ACQUA NEI QUALI VENGONO IMMESSE LE ACQUE REFLUE:
Ajinomoto-Insud S.p.A. (agro del Comune di Manfredonia) immissione di acque reflue nel torrente Candelaro.
Diffidato a costruire l'impianto di depurazione delle acque risultate inquinanti. L'impianto è in fase di avanzata costruzione.
Stabilimento F.lli De Cristoforo (agro del Comune di Manfredonia): immissione di acque reflue nel torrente Candelaro.
Non ancora sono state eseguite le analisi del Laboratorio Provinciale di
Igiene e Profilassi.
Istituto Poligrafico dello Stato (agro del Comune di Foggia): immissione delle
acque reflue nel canale Castiglione, che termina nel canale «la Contessa»
e quindi nel torrente Candelaro.
Diffidato dall'Amministrazione provinciale a costruire un idoneo impianto di depurazione.
Deposito locomotive Ferrovie dello Stato (agro del Comune di Foggia): immissione delle acque reflue nel canale Castiglione che termina nel canale « la
Contessa» quindi nei torrente Candelaro.
Diffidato dall'Ufficio del Medico Provinciale alla eliminazione delle cause inquinanti con nota raccomandata n. 4853 del 30-6-1972.
Stabilimento Lanerossi (agro del Comune di Foggia zona Incoronata). immissione delle acque reflue nel torrente Cervaro.
Diffidato, dall'Amministrazione provinciale a costruire un idoneo impianto di depurazione.
Società Frigodaunia (agro del Comune di Foggia - SS. 16 Adriatica progressiva
Km. 685+200): immissione delle acque reflue nel torrente Cervaro.
Diffidata dall'Amministrazione provinciale, a costruire un idoneo impianto di depurazione perché le acque reflue sottoposte ad analisi dal Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi, sono risultate inquinanti.
Società A.L.A. - Azionaria Laterizi Adriatica S.p.A. (agro del Comune di
Castellucio dei Sauri, località Ponte Visocchi): immissione di acque reflue nel torrente Cervaro. Sottoposte ad analisi dal Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi non sono risultate inquinanti.
141
Eridania S.p.A. (stabilimento in agro del Comune di Rignano Garganico - località Rignano Scalo):
Diffidata, dall'Amministrazione provinciale a costruire un idoneo impianto di depurazione, perché le acque, sottoposte ad analisi dal Laboratorio
Provinciale di Igiene e Profilassi, sono risultate inquinanti.
ANALISI BATTERIOLOGICHE E CHIMICHE
Il Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi, Sezione Medica e Sezione Chimica ha effettuato prelievi di campioni di acque di mare lungo quasi
tutta la fascia costiera della provincia, frontalmente agli stabilimenti balneari,
al fine del rilascio della idoneità alla balneazione dell'acqua di mare antistante
ai detti stabilimenti. Essi si sono effettuati nelle ore antimeridiane, in direzione perpendicolare agli stabilimenti balneari, a circa 5 metri di distanza dalla
spiaggia e ad una profondità di circa m. 0,50 di fondale.
L'esame batteriologico serve a stabilire il numero di colonbatteri fecali
(il numero più probabile statisticamente) e cioè il M.P.N. (MOST PROBABLE NOMBER) per 100 ml. di acqua di mare. *
Il risultato delle analisi chimiche viene espresso con i giudizi di « idoneità », e di « sospetto inquinamento » dell'acqua di mare.
Il giudizio chimico è stato dato, dal Laboratorio Provinciale di Igiene e
Profilassi per le acque che presentavano tracce di ammoniaca e acido nitroso,
oltre a valori bassi di ossigeno disciolto o valori più alti della media del bod 5.
Il risultato di sospetto inquinamento è limitato alle zone di mare in cui
sfociano corsi d'acqua inquinanti (non si spiegherebbe, in caso contrario, la
idoneità alla balneazione della maggior parte delle acque di mare analizzate). Fa
eccezione a tale considerazione il tratto di mare compreso tra il Porto di
Manfredonia -Siponto-Candelaro ed oltre, dove, in particolari condizioni di
correnti si hanno inquinamenti anche notevoli.
I risultati delle analisi batteriologiche e chimiche sono riportati rispettivamente nelle tabelle n. 1 e n. 2.
Per il calcolo del valore medio del numero di colonbatteri fecali, il risultato dell'analisi + 1100 è stato portato, al solo scopo di comodità di calcolo, a 1110.
Litorale Comune di Chieuti.
Stabilimenti balneari, n. 4
Prelievi, n. 4
Giudizio batteriologico: valore di colonbatteri fecali per lintero litorale,
n. 2,5 per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
* E' opportuno precisare che l'acqua di mare è idonea per la balneazione,
quando il numero di colonbatteri fecali per 100 ml. di acqua, è inferiore a cento.
142
Litorale Comune di Lesina (Torre Fortore).
Stabilimenti balneari, n. 5
Prelievi, n. 5
Giudizio batteriologico: colonbatteri fecali assenti.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
Litorale Comune di S. Nicandro Garganico.
Stabilimenti, n. 1
Prelievi, n. 1
Giudizio batteriologico: n. 3 colonbatteri fecali per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
Litorale Comune di Rodi Garganico.
Stabilimenti balneari, n. 3
Prelievi, n. 3
Giudizio batteriologico: valore medio di colonbatteri fecali, per l'intero
litorale, n. 1,33 per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
Litorale Comune di Vico del Gargano (S. Menaio).
Stabilimenti balneari, n. 9
Prelievi, n. 9
Giudizio batteriologico: valore medio di colonbatteri fecali, per l'intero
litorale, n. 2,00 per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
Litorale Comune di Peschici.
Stabilimenti balneari, n. 6
Prelievi, n. 6
Giudizio batteriologico: Valore medio di colonbatteri fecali, per l'intero
litorale, n. 3,83 per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
Litorale Comune di Vieste.
Stabilimenti balneari, n. 18
Prelievi, n. 19 (18 stabilimenti + 1 prelievo nelle vicinanze della rotonda
del litorale Marina Piccola)
Giudizio batteriologico: Valore medio di colonbatteri fecali, per l'intero
litorale, n. 68,00 per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
143
Litorale Comune di Mattinata.
Stabilimenti balneari, n. 4
Prelievi, n. 4
Giudizio batteriologico: Valore medio di colonbatteri fecali, per
l'intero litorale, n. 29,00 per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
Litorale Comune di Monte S. Angelo - Località Varcaro.
Stabilimenti balneari, n. 2
Prelievi, n. 2
Giudizio batteriologico: colonbatteri fecali assenti.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
Comune di Manfredonia - Litorale del centro urbano.
Stabilimenti balneari, n. 6
Prelievi, n. 11
Giudizio batteriologico: valore medio di colonbatteri fecali, per
l'intero litorale, n. 25,17 per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
Comune di Manfredonia - Litor ale di Siponto.
Stabilimenti balneari, n. 15
Prelievi, n. 99 (6 nel canale delle acque alte), per l'esame
batteriologico; e n. 94 per l'esame chimico)
Giudizio batteriologico: valore medio di colonbatteri fecali, per
l'intero litorale, n. 336,23 per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: su 94 prelievi effettuati per eseguire le analisi
chimiche, n. 23 analisi, cioè il 24,47% dei prelievi, sono risultate
negative per la balneazione e, quindi, il giudizio chimico è stato
quello di « sospetto inquinamento ».
Comune di Manfredonia - Litorale dallo sfocio a mare del Candelaro, a tutto
quello di Zapponeta..
Stabilimenti balneari, n. 11
Prelievi, n. 12
Giudizio batteriologico: valore medio di colonbatteri fecali, per
l'intero litorale, n. 52,91 per 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
Litorale del Comune di Margherita di Savoia.
Stabilimenti, n. 4
Prelievi, n. 7
Giudizio batteriologico: valore medio di colonbatteri fecali, per
l'intero litorale, n. 100 ml. di acqua.
Giudizio chimico: acqua idonea alla balneazione.
144
Aspetti sanitari dell'inquinamento
delle acque e rimedi
Il Relatore introduce il suo dire con la seguente premessa:
Ringrazio per l'invito e per le cortesi parole rivoltemi e mi compiaccio con gli Organizzatori del Convegno, perché siffatti problemi, soprattutto se dibattuti in sede locale, permettono di fare qualcosa di positivo. I congressi sono sempre gli stessi e quello che vi dirò è, in
fondo, la sintesi di quanto più volte ho detto in riunioni di tipo scientifico; ma da queste idee
generali emergeranno elementi per risolvere i vostri problemi locali.
Mi rivolgo ai giovani presenti, allievi degli Istituti Tecnici, dai quali noi aspettiamo
molto per l'avvenire, perché il problema dell'inquinamento non può essere affrontato e risolto
dall'oggi al domani, né con il solo trattamento delle acque inquinate mediante gli impianti di
depurazione; spesso è possibile combatterlo a monte, creando un tipo di tecnologia pulita, che
non ci dia inquinamento.
Prima di approfondire l'argomento che mi è stato affidato, devo dire che come tecnico dell'impiantistica per la parte biologica, mi sono formato a Foggia, città che ha la fortuna di avere due grandi istituzioni: la
stazione sperimentale di depurazione e la stazione zooprofilattica. È alla
stazione sperimentale di depurazione che, ospite dell'Ente Autonomo Acquedotto Pugliese, per anni ho studiato la biologia degli impianti di depurazione, validamente coadiuvato dall'amico Venanzio Cufone, tecnico impareggiabile in questo settore. In Italia molti impianti potrebbero rendere
di più se ci fossero tecnici ben preparati.
Sappiate che gli impianti ben tenuti non fanno apparire la materia
che si tratta; dalle diapositive che proietterò vedrete che possono sembrare dei veri giardini con vasche.
Nella Stazione Sperimentale di Foggia ho lavorato per ore e giorni
per studiare la biologia degli impianti, e non apparivano segni esterni della
materia trattata. I rifiuti fanno parte della vita, si reinseriscono nella vita,
perché si trasformano in alimenti attraverso il ciclo della materia.
Ciò premesso, passo ad esaminare il problema dell'inquinamento da
un punto di vista generale e da questi concetti generali potranno essere
ricavati gli elementi necessari per le azioni locali da prendere,
145
quando parleremo del problema particolare di Foggia. Darò una visione
generale del problema, molto riassuntiva, che come tale avrà una enorme
quantità di lacune; ma non è possibile trattare un argomento così vasto, in
un breve spazio di tempo, senza omissioni.
L'umanità ha moltissima acqua a disposizione, perché solo gli oceani coprono il 71% della superficie terrestre, con una profondità media di
2.800 metri. Ma l'acqua utilizzabile è pochissima rispetto a questo enorme
quantità a disposizione (Fig. 1) per cui dobbiamo essere dei buoni amministratori oggi, mentre per domani speriamo di avere la possibilità di utilizzare anche parte del resto. Il punto più importante però è questo: l'acqua che noi possiamo utilizzare è sempre la stessa che ricircola, perché
dopo l'evaporazione cade sotto forma di pioggia sulla superficie degli oceani e sul terreno. Ma anche quella che cade sulla terra in gran parte affluisce al mare, come è affermato nel Vecchio Testamento: « Tutti i fiumi
corrono al mare ed il mare non trabocca; donde i fiumi vennero, là essi
ritornano ».
Praticamente l'acqua è in continuo movimento e in questo suo giro
subisce le diverse trasformazioni a seconda del luogo e, quindi, i diversi
inquinamenti. Essendo poca l'acqua buona a nostra disposizione, molte
volte siamo costretti a riutilizzarla anche sporca o dopo trattamenti diversi. Gli esempi che faccio sono casi limite che potrebbero ancora essere
validi anche per le nostre regioni ed anche per il nostro Paese: in Olanda,
l'Aia, non avendo possibilità di approvvigionarsi di acqua da sorgenti profonde, ha trovato sulle dune una falda abbastanza profonda e buona da
cui la estrae. Si tratta di acqua piovana che è filtrata attraverso le dune e
che viene captata e portata in città con una condotta di 32 Km. Poiché
l'acqua così recuperata è ormai diventata insufficiente, da un canale del
Reno, inquinato dai battelli, si pompa altra acqua, che si butta su queste
dune cintate, si fa scendere in profondità, incrementando così quella falda
da cui l'Aia già si approvvigionava.
Un altro esempio è quello di Israele, dove chiaramente appare lo
sforzo che talora deve fare l'uomo per riutilizzare la poca acqua a disposizione. Tel Aviv, per esempio, pur essendo sul mare, non scarica in esso i
suoi liquami ma li pompa a monte e, dopo averli trattati opportunamente,
li sparge su determinate superfici di terreno. Così facendo non inquina il
mare e fertilizza il deserto, perché le acque di fogna, se non contengono
determinati contaminanti chimici, sono degli ottimi fertilizzanti. Inoltre
arricchisce la falda del sottosuolo, a cui attinge per i suoi fabbisogni. Un
altro esempio è quello di Costanza, sul mar Nero, ove si pompa l'acqua a
monte per fertilizzare le terre solo d'estate, epoca di movimento turistico
balneare. Altri esempi li abbiamo in Italia nel settore industriale. L'Italsider di Napoli, infatti, capta parte delle acque di fogna (qualcosa come
800-1000 litri al secondo), le tratta in un certo qual modo e poi le usa per
raffreddare i suoi impianti. Altro esempio di riutilizzazione delle acque di
rifiuto
146
come fertilizzanti si ha ad Achères, vicino Parigi, dove le acque di fogna,
dopo un trattamento adeguato non molto spinto, vengono utilizzate per la
fertilizzazione del terreno. I famosi sedani parigini vengono da queste zone.
Esaminiamo ora le modalità dell'inquinamento. Un aspetto nuovo del
problema, constatato negli ultimi anni, è quello dell'inquinamento per trasporto atmosferico a grandi distanze, messo in luce con gli studi sulla radioattività, particolarmente in occasione dell'esplosione della bomba atomica cinese nel 1956, quando già al mondo vi erano delle stazioni pronte per
gli studi del genere. Si è visto che questa nube atomica può circumnavigare
la crosta terrestre più volte nella stratosfera prima di ricadere per fall-out,
cioè per caduta gravitazionale, oppure per wash-out, cioè per lavaggio dell'atmosfera. Questo studio ha fatto sì che negli ultimi anni si sia potuto accertare che anche altri contaminanti tradizionali seguono un analogo trasporto atmosferico che poi interessa le acque.
Si sa che i ghiaccia si rinnovano continuamente per continuo deposito di neve in superficie e scioglimento alla base, con ritmo lentissimo, abbastanza ben valutato. Anche il fondo dei mari e degli oceani aumenta per
costante deposito di sedimenti. Esaminando i vari strati dei ghiacciai e dei
sedimenti dei mari con prelievi di carote, si può risalire a quello che è avvenuto migliaia e decine di migliaia di anni
147
fa.
Carote dei ghiacciai della Groenlandia ci provano che il
piombo arrivava sulle nevi della Groenlandia portato dai venti naturali già
prima dell'800 a. C., epoca in cui era rimosso dalla crosta terrestre per erosione naturale dei venti (inquinamento di fondo). Poi l'uomo ha cominciato a farne uso per utensili, successivamente per l'industria e, negli ultimi tempi, come antidetonante nelle benzine. In tal modo l'uomo ha mobilizzato sempre più il piombo che fa parte della crosta terrestre in modo
eccessivo rispetto a quella che sarebbe la mobilizzazione naturale; tanto è
vero che sui ghiacciai della Groenlandia il piombo è aumentato di 500
volte negli ultimi 40 anni (Fig. 2).
Come componente della terra il piombo è sempre esistito nei fiumi,
negli alimenti, in noi; però adesso si è mobilizzato eccessivamente, con i
pericoli che ne possono derivare.
Queste osservazioni valgono anche per gli altri contaminanti
naturali (mercurio, rame, ecc.), mentre sono apparsi nuovi contaminanti
artificiali.
Il D.D.T. è stato trovato nei grassi delle balene dei Poli, il mercurio
si trova negli uccelli, e lo stesso D.D.T. è stato trovato nei ghiacciai del
Caucaso in Russia, nei ghiacchiai del monte Olympus in America, in epoche corrispondenti all'inizio del suo impiego nei due paesi. Non v'è dubbio, quindi, che molti di questi contaminanti vengono veicolati per via
atmosferica.
Quando parliamo di inquinamenti dobbiamo cercare di tener presenti le differenti qualità di contaminanti, perché a seconda di esse diverso
è il pericolo; e conseguentemente diverso deve essere il tipo e sopratutto
la priorità di intervento. Infatti, da medico, se dovessi decidere, farei abolire prima quei contaminanti che causano danni sicuri alla salute dell'uomo, poi gli altri che causano sicuri danni all'ambiente ecologico esterno.
Dobbiamo avere chiare le idee perché, malgrado 'lenorme progresso che
abbiamo fatto in questi ultimi anni, molti aspetti del problema non sono
chiari né ben conosciuti.
A tal punto si rende necessario una suddivisione dei contaminanti. Potremo distinguerli in radioattivi, chimici e fecali ed ancora in naturali ed artificiali.
Più che sui contaminanti naturali bisogna intervenire sui contaminanti artifical
e sopratutto su quell che producono dei danni alla salute dell'uomo ed agli ecosistemi della biosfera.
Ad esempio, anche il mercurio fa parte della crosta terrestre e, perciò, lo abbiamo avuto e lo avremo sempre addosso, magari in maggiore
quantità oggi perché viene più usato. Ma più del mercurio metallico dobbiamo temere il metil-mercurio, contaminante artificiale molto più tossico
per l'uomo, tanto da causarne la morte o grave malattia (Minamata). Ecco
che la distinzione tra contaminanti naturali e contaminanti artificiali già
presuppone una gradualità e diversità di interventi, correlate alla diversa
loro pericolosità. Ci sarebbe, poi, un'altra suddivisione molto importante:
quella tra contaminanti degradabili e non degradabili.
148
I microbi, come ha già affermato l'assessore Sica, sono degradabili;
il D.D.T. è lentissimamente degradabile; i metalli restano esternamente
tali. Vi sono, poi, delle sostanze d'intermedia degradabilità per le quali ci
si può comportare in modo diverso. In una programmazione d'interventi,
bisogna vedere inoltre quale inquinante è più pericoloso, ed intervenire
prima su di questo.
Passando ora ad esaminare l'aspetto biologico dei liquami, che per
comodità di esposizione immaginiamo privi di detergenti non degradabili
e di sostanze chimiche, dobbiamo dire che essi vengono degradati da alcuni batteri e questa degradazione microbica porta alla formazione di sali
concimati quali nitriti, nitrati e fosfati. Ciò avviene sul terreno, dove i rifiuti degradabili finiscono per diventare fertilizzanti con produzione di
vegetali; nelle acque invece di darci le piante questi sottoprodotti danno le
alghe, le quali non solo producono ossigeno, ma servono anche alla vita
degli animali microscopici marini, che si nutrono di alghe e di batteri.
In altre parole questo ciclo dimostra che la materia degradabile
giunta nelle acque marine, fluviali e lacustri, nonché sul terreno, purché
sia ben distribuita, finisce per essere un fertilizzante. Se così non fosse la
terra sarebbe ormai sommersa da centinaia di metri di rifiuti e non ci sarebbe più acqua pulita, né nutrimento.
Questo schema della diapositiva che proietto (Fig. 3) vale anche per
gli impianti di depurazione.
L'uomo non ha scoperto niente di nuovo, ma ha fatto soltanto in
modo che negli impianti di depurazione questo ciclo avvenga in uno spazio più limitato, in un periodo di tempo più breve e in modo più perfetto,
senza contaminare l'ambiente, come avviene normalmente in natura.
Infatti negli impianti di depurazione si ha la prima fase di questa
trasformazione della materia organica, che è la più nociva; le acque, cosí
trattate, vengono versate nell'ambiente esterno, dove il ciclo continua nelle fase successive. Tra depurazione artificiale e depurazione naturale, nell'ambiente praticamente non vi è altro che una vita diversa che interviene.
Se però nelle acque di fogna è presente anche un contaminante
chimico non degradabile, sopratutto artificiale, il ciclo può procedere nello stesso modo per quel che concerne la degradazione della materia organica, che viene distrutta e diventa nuova vita e quindi, alimento; ma le
sostanze chimiche non degradabili in genere seguono questa stessa catena
alimentare e la inquinano più o meno intensamente.
Esaminiamo, come esempio, ciò che si verifica se un radioisotopo è
presente nelle acque di fogna, o nell'ambiente che le riceve. L'isotopo radioattivo viene assorbito dagli elementi microscopici (colloidi organici,
batteri, alghe, muffe) che servono di nutrimento agli animali più grandi
presenti nelle acque in cui le fogne vengono versate: esso può ritornare
all'uomo addirittura concentrato, come ogni composto
149
chimico non degradabile. Bisogna considerare, perciò, due aspetti diversi
della depurazione: quello positivo, che si ha in quanto la depurazione distrugge e degrada la materia organica e addirittura la trasforma in alimento; e quello negativo legato agli stessi fattori biologici di autodepurazione,
dai quali i contaminanti non degradabili vengono assorbti e vengono reinseriti nella catena alimentare.
Anche i microbi patogeni, sempre presenti nelle acque di fogna, sono degradibili, cioè destinati a morire prima o dopo, come ogni essere
vivente. Si tratta di allontanarci a sufficienza perché non arrivino a noi,
provvedere con accorgimenti adeguati o con impianti idonei e funzionali.
Quest'altra diapositiva fa vedere due vasi con acqua di mare inquinata da
un collettore fecale di Napoli. Nella sabbia, sul fondo, sono presenti telline di
cui si vedono sporgere i sifoni. Nel primo vaso l'acqua contiene circa 10 miliardi di batteri per cmc. ed è fortemente torbida. Dopo cinquanta minuti, come si
vede nel secondo vaso, l'acqua è diventata quasi limpida perché le telline per
nutrirsi e respirare, hanno filtrato l'acqua in grande quantità - (parecchi litri all'ora) - assorbendo sia l'ossigeno per respirare, sia gli elementi corpuscolati per
nutrirsi.
I batteri che c'erano nell'acqua sono passati in esse, facendole diventare un concentrato di microbi (anche patogeni se c'erano).
Quest'altra diapositiva mostra un'acqua marina, resa torbida da bacilli paratubercolari in cui sono state messe delle cozze. Dopo due o tre
minuti, il mitile comincia già ad aprire le valve ed a filtrare, accumulando i
batteri. Questi vengono avviati nell'intestino soltanto in quantità adatta; in
questo caso essi sono troppo abondanti, perciò vengono parzialmente
espulsi sotto forma di pseudo-feci. Questi molluschi quindi non ammalano mai di indigestione: infatti, rifiutano il cibo in eccesso e lo eliminano
sotto forma di pseudo-feci, mentre solo la quota necessaria di alimento
passa attraverso l'intestino.
Una sezione istofogica di questi mitili, esaminata in fluorescenza fa
vedere un ammasso di batteri in corrispondenza delle branchie.
Molti altri animali dell'ambiente idrico si nutrono di microbi e si
possono riconoscere mettendo negli acquari di esperimento sospensioni
di batteri colorati (in rosso, per esempio). Nel caso della Salpa il fenomeno è ben visibile ad occhio nudo perché l'animale è trasparente ed il suo
intestino diventa pieno di ammassi rossi formati da miliardi di batteri, che
possono anche essere digeriti come un alimento (perché degradabili),
mentre il colorante rosso, che rappresenta un ipotetico inquinante resta
inalterato, perché non degradabile.
La differenza tra il contaminante degradabile e il contaminante non
degradabile sta proprio in questo: il degradabile viene distrutto, il non degradabile viene quasi sempre accumulato, e lo dimostra.
Da quando abbiamo detto appare evidente che i molluschi eduli si
possono considerare depuratori delle acque perché concentrano i
150
contaminanti togliendoli da esse; ma, così facendo, si inquinano e trasme ttono l'inquinante a noi che li mangiamo. I batteri possono giungere a noi
già morti (o possono essere distrutti con la cottura); gli inquinanti non degradabili restano inalterati. Ciò avviene anche negli impianti di depurazione,
dove ciò che non è degradabile si accumula, per lo più, nei fanghi, e segue il
loro destino.
Vi sono degli altri organismi ambientali che depurano le acque, quali
le muffe, le alghe, i comuni batteri che producono antibiotici o sostanze
litiche, capaci più o meno di uccidere i patogeni, come lo dimostra la Fig. 4.
Un esempio molto significativo è l'osservazione di Siburt, che ha lavorato nel mare dell'Antartide, dove c'è un'alga che produce degli antibiotici; questa serve di nutrimento ad un crostaceo; l'antibiotico prodotto dall'alga si concentra nel crostaceo e quando questo viene mangiato dai pinguini l'antibiotico sterilizza l'intestino dei pinguini, i quali fanno, così, una
vera cura antibiotica (Fig. 5). Si tratta del passaggio di un medicamento lungo la catena alimentare; ma la stessa cosa sarebbe avvenuta se l'alga fosse
stata inquinata da isotopi radioattivi o con qualche altro contaminante non
degradabile.
Ciò che avviene nelle acque e sul terreno avviene anche negli impianti di depurazione dove si ha la distruzione della materia organica e la sua
trasformazione in sottoprodotti quali nitriti, nitrati e fosfati. Ma accanto a
questo aspetto positivo della depurazione, si può avere anche l'aspetto negativo del problema con concentrazione di alcuni di questi contaminanti,
specialmente nei fanghi che si ricavano dagli impianti di depurazione.
Giustamente si afferma che le acque di fogna o certi tipi di rifiuti organici industriali possono essere usati come concime; essi, infatti, sono fertilizzanti della terra e delle acque, ma a due condizioni: 1° che non contengano sostanze chimiche tossiche, le quali potrebbero nuocere alla vita dell'ecosistema o accumularsi in alcuni degli organismi viventi che lo popolano; 2° che non siano in eccesso e vengano bene distribuiti nell'ambiente,
per non soffocare la vita stessa o provocare una vera indigestione per eccesso di nutrimento (= eutrofizzazione). Questi due inconvenienti vengono
aumentati dai fanghi degli impianti di depurazione versati nell'ambiente,
perché contengono concentrata la materia fertilizzante, ma anche sostanze
tossiche non degradabili (se esistevano nei liquami). Perciò la legge non
permette l'immissione in fogna di sostanze tossiche perciò la utilizzazione
delle acque di fogna per l'agricoltura o per la pescicultura deve essere regolata adeguatamente se si vogliono avere effetti solo positivi.
Tutti hanno sentito parlare di laghi e fiumi che stanno morendo per
eccessivo sviluppo di alghe perché ricevono troppo nutrimento; si tratta di
classici esempi di eutrofizzazione, con frequenti ecatombi di pesci durante
l'estate.
Se noi facciamo una critica storica al problema restiamo sorpresi
151
dal fatto che l'inquinamento radioattivo (che è quello nato per ultimo ed è
potenzialmente il più pericoloso), è stato dominato sul nascere.
Le dolorose immagini di Hiroschima e Nagasaki hano creato quel
movimento psicologico e politico per cui ogni industria nucleare che sorge si trova sotto vincoli di controllo nazionale ed internazionale con laboratori che valutano l'entità dello scarico e, quindi, impongono quegli artifici atti a garantire la difesa dell'ambiente. Questo inquinamento, che è
potenzialmente il più pericoloso, è stato dominato; non così avviene per
gli altri due.
L'inquinamento chimico, infatti, è esploso in questo momento come vero problema, eppure è abbastanza vecchio. Noi, che ci interessiamo
da vent'anni circa del problema ed inutilmente abiamo cercato di sensibilizzare politici ed amministratori, oggi vediamo che l'opinione pubblica è
sensibilizzata a sufficienza, anzi dobbiamo cercare di far comprendere che
il problema è scottante sì, ma deve essere affrontato con un criterio, con
una certa programmazione e secondo determinate priorità, per non creare
confusione e paralisi.
Il problema dell'inquinamento chimico è esploso improvvisamente
in seguito a quanto accaduto nella baia di Minamata, in Giappone, dove si
sono avuti 151 ammalati, con oltre 50 morti, per inquinamento dei prodotti della pesca a causa di una industria che scaricava metilmercurio in
tracce appena svelabili dalle tecniche di laboratorio.
Una commissione, costituita per studiare il problema, ha rilevato
che il metilmercurio scaricato in « tracce » veniva assorbito dalle alghe;
queste ultime servivano da nutrimento ai mitili ed anche ad alcuni vermi
dei fondali che venivano mangiati dai pesci. Così, di alimento in alimento,
questa sostanza chimica subiva delle vere concentrazioni secondo i meccanismi di cui abbiamo parlato. Quindi, quanto avviene per la radioattività
si verifica anche per molti altri contaminanti e quasi per tutti i contaminanti non degradabili, che finiscono per essere inseriti nel ciclo della materia, per tornare concentrati all'uomo, anche se opportunamente diluiti
nello scarico.
Il metilmercurio, prodotto organico, contenuto nelle acque in piccole quantità, può causare la morte o grave malattia, mentre il mercurio
metallico alle stesse dosi, può non produrre danni. Allora è chiaro che di
due industrie che eliminano uguale quantità di mercurio, se una libera
mercurio metallico e l'altra libera mercurio organico, quest'ultima deve
essere assolutamente chiusa; mentre per l'altra si può essere più tolleranti,
sempre che non si superino certi livelli.
In Italia vi sono tre industrie che prima producevano metilmercurio: queste industrie, data la pericolosità dell'inquinante, o dovranno
chiudere o hanno cambiato o dovranno cambiare sistema di produzione in
modo da non eliminare più questo composto organico. Anche l'etilmercurio, che noi abbiamo sparso sulla superficie della terra con gli insetticidi e
con i fertilizzanti agricoli, può portare a queste conseguenze. Questi prodotti sono stati tolti, perciò, dal commercio, perché
152
il mercurio è già stato trovato nei pesci in scatola a dosi troppo elevate.
È per queste ragioni che ai giovani d'oggi io darei un suggerimento:
se studiate ingegneria chimica, dopo aver ultimato gli studi vi occuperete
in una industria; imparate non solo a fare un prodotto buono e ad un
prezzo conveniente, ma cercate di trovare una tecnologia che vi dia anche
una industria pulita, cioè senza inquinanti pericolosi nello scarico. Una
delle prospettive forse più importanti per il futuro in tal senso è quella
della radioattività. Le industrie nucleari di oggi ci danno degli scarichi che
sono ben controllati, ma costosi. Secondo uno dei maestri della radioattività si prevede che fra venti o trent'anni avremo una industria nucleare
non a fissione, ma a fusione; questo sistema praticamente non dà inquinamento.
Sarebbe un notevole passo avanti perché gran parte delle industrie
di oggi funzionerebero ad energia nucleare pulita e l'inquinamento chimico da idrocarburi e da carbone sarebbe eliminato, anche perché le scorte
di questi combustibili saranno esaurite entro 80-100 anni.
L'inquinamento fecale, vecchio quanto l'uomo, è eliminabile con
tecniche note; ma purtroppo si è fatto poco contro di esso, perché produce danni alla salute (tifo, epatite virale ecc.), più di quello chimico e radioattivo uniti. Ciò è dovuto sia a mancanza di impianti di depurazione, sia e
soprattutto al fatto che subentra la sfiducia per questi impianti, che non
funzionano, perché mancano i tecnici. L'acqua sporca di questo tipo è
ritenuta materia vile, ma chi sa studiarla vi trova la « poesia », ed io credo
di avervi dimostrato che c'è della « poesia » anche in una goccia d'acqua di
fogna, anche per il mondo microscopico che vi si può trovare. Vi ricordo
ancora che questa materia vile fa parte della crosta terrestre; una volta
essa è rifiuto e un'altra volta diventa alimento; un'altra volta ancora è carne, perché circola dappertutto. Come l'acqua compie quel ciclo di cui abbiamo parlato, così anche la materia organ ica ricircola sulla faccia della
terra; l'importante è che noi non inseriamo in questo ciclo gli elementi
tossici non degradabili, che finiscono per provocarci dei danni; l'importante è che questo ciclo sia conservato e favorito nel suo evolversi.
Purtroppo molti, troppi impianti di depurazione, anche belli e costosi, non funzionano, perché si pretende di farli andare avanti senza personale o distaccandovi uno spazzino.
Ho visto impianti di depurazione a Capri, a Piedimonte d'Alife, a
Sorrento, a Maiori, ad Amalfi e a Napoli, impianti che potrebbero rendere
al 90% e invece rendono sì e no al 60 -65%. Alcuni sono vecchi, e questa è
una giustificazione; ma altri sono moderni, e questo è denaro sciupato.
Perciò si sta provvedendo di nuovo, quasi ovunque, spesso cambiando
sistema o soluzione.
Ricordate che un impianto di depurazione per 100 mila abitanti costa più
di un miliardo di lire per la costruzione e circa 100 milioni all'anno di gestione,
ed anche se lo Stato o la Cassa per il Mezzogiorno ne finanziano l'installazione,
tocca alle Amministrazioni comunali il
153
costo di gestione. Il problema è questo: si fanno degli impianti prevedendo un certo rendimento, poi, in pratica, questi rendono al 60-70%. In
termini microbiologici ciò vuol dire che esce ancora il 30-40% dei microbi
entrati, cioè 3-4 miliardi di colifecali dei 10 miliardi per litro che entrano
con i liquami.
Molt paesi credono di aver eliminato, con l'impianto, l'inquinamento delle loro spiagge. Esse sono meno inquinante è vero, ma sono pur
sempre inquinate, tanto è vero che viene improvvisamente vietata la balneazione. Gli impianti di depurazione rendono quel che possono e secondo di come sono tenuti; sempre hanno dei limiti, soprattutto di depurazione biologica, che si debbono conoscere, altrimenti si è costretti a ricorrere ad altre soluzioni, a modifiche, a sotterfugi, a palliativi.
Le condotte sottomarine, di cui ha fatto cenno l'assessore Sica parlando di Margherita di Savoia, dopo trattamento primario dei liquami, sono una soluzione celere ed economica, naturalmente dove è indicato farle.
Io non dico di abolire degli impianti di depurazione, ma si devono
fare delle buone previsioni su quello che effettivamente possono rendere;
si deve, inoltre, ricordare che non esiste solo un sistema di depurazione e
che bisogna istruire le persone che faranno andare avanti l'opera costruita.
In America, c'è la professione del conductor: e questi tecnici specializzati
curano anche pubblicazioni e conducono le ricerche scientifiche come abbiamo
fatto con Cufone. Come si può pretendere allora che uno spazzino distaccato
all'impianto di depurazione lo faccia andare avanti bene? È come se dessimo
l'automobile in mano ad un bambino. È questo il punto che mi lascia perplesso, e questo è il punto dolente della situazione: si spendono soldi con l'idea di
aver risolto qualcosa, ma non si ottiene quello che si vuole.
Agli inizi di questa mia specializzazione sono stato un entusiasta
degli impianti di depurazione; adesso sono deluso ed avvilito di fronte a
quest risultati.
Con questo concludo, convinto di aver lasciato abbastanza punti in
sospeso per la discussione, che mi auguro possa essere nutrita ed animata.
ALFREDO PAOLETTI
154
L'umanista Niccolò Perotti,
Vescovo di Siponto
L'anno scorso, in una medesima occasione, parlando della cultura
umanistica di Puglia e puntando sull'unica figura veramente significativa, un
salentino, Antonio De Ferrariis (il Galateo), avevo concluso col dire che
non si possa parlare di un umanesimo in Puglia, malgrado la presenza di
isolati e notevoli uomini di studio. Oggi, parlando di Niccolò Perotti, un
umanista meno notevole dal punto di vista propriamente letterario, ma che
occupa un posto più centrale nella storia del nostro Umanesimo, perché
visse ed operò suscitando intorno a sé grande frastuono nel cuore del Quattrocento e nei centri più importanti dell'Umanesimo italiano, potrò forse
riconfermare quel giudizio.
Il Galateo, nativo della Puglia, gravita verso l'umanesimo napoletano
e non riesce a costituire un centro e una tradizione umanistica nella sua terra. Niccolò Perotti, creato Arcivescovo di Siponto ancora giovanissimo
(contro le norme) nel 1458, godè di questo privilegio per vent'anni, senza
risiedere mai nella sua sede vescovile, dove evidentemente l'ambiente non
era abbastanza idoneo alla sua carriera di diplomatico e di studioso. Eppure
non sappiamo se la scelta di questa Sede, spostata verso l'oriente non fosse
proprio in relazione con l'indirizzo dei suoi studi e le prospettive della politica ecclesiastica nell'ambito della quale, come vedremo, egli svolse la sua
opera.
La sua vocazione di grammatico, di oratore, di scrittore in prosa, e
non di poeta, risulta da una elegia, di sapore alessandrino, che scrisse ad un
suo amico, un certo Niccolò Volpe, che gli aveva inviato dei versi ed aveva
sollecitato una sua risposta. L'umanista gli rispose con questa lunga elegia,
per lodarlo dei versi degni di Febo e di Giove, capaci di commuovere, come
quelli di Orfeo, le truci fiere, (ille est qui saevas cantando flettere tigres / quique
potest diras usque movere feras), ma per dirgli in sostanza che in versi, lui, non si
sentiva più di scrivere da quando aveva superato la giovinezza. L'elegia,
come avete potuto già vedere dal tono sproporzionato dei versi or ora citati, non è che una esercitazione poetica, ma è interessante non tanto per la
stravaganza del tema (il poeta ricalca infatti la consueta recusatio, dichiarando
di essere nato, per argomenti più leggeri, ma aggiunge insolitamente di esser
nato per la prosa invece che per la poesia) quanto perché effettatamente
costruita sul famoso motivo ovidiano dell'irresistibile vena poetica, che non
permetterebbe al poeta latino di espri155
mersi se non in versi. Perotti, a differenza del modello che pur imita, anzi
capovolgendo quel topos, sente ineluttabilmente svanire la capacità di scrivere in versi, siano essi quelli lascivi d'amore, siano quelli di corte destinati cioè ad allietare e ad ingraziarsi il signore.
Il racconto assume un tono mitico e drammatico che ci fa un po'
sorridere. Quando si era accinto a comporre la risposta poetica (così fa
raccontare ai versi, personificati, che immagina di inviare all'amico), gli si
erano presentate tutte le Muse a dissuaderlo, rimproverandogli duramente
di aver abbandonato a suo tempo quelle poesie alla cui ispirazione aveva
partecipato, accanto a loro, nientemeno che lo stesso Apollo. All'apparire
delle Muse il poeta si era sentito morire; forse con un po' di presunzione
pensava al torto che aveva fatto alla poesia privandola dei suoi carmi: Pallor in ora ruit, steterunt formidine crimes / poplite succiduo corpus inane tremuit. Gli si
piegarono addirittura le gambe al timore di quel che avrebbero potuto
dirgli le Muse. Ma nel racconto traspare una certa nostalgia del tempo in
cui poteva inviare versi d'amore per conquistare la fanciulla amata: Lusisti
teneros olim lascivus amores / victaque ob ingenium dura puella tuum est. Qui veramente predomina la nostalgia dei versi di Ovidio. Ma il ricordo di quella
giovanile stagione poetica ritorna malinconicamente quando le Muse rivelano al poeta, o meglio all'ex poeta, il loro verdetto: « D'ora in poi scriverai senza legame metrico, questo è il nostro verdetto (Haec eadem nobis residet sententia mentis: / Sermonem posthac, Nicole, capesse solutum, / lascivos versus,
carmina nostra sine. E un piccolo tremito, pur nella scolastica imitazione, si
avverte nei versi seguenti: Scribebas tenerae versus, Nicole, puellae scribebat versus
saepe puella tibi. Per fortuna Perotti aveva capito di non essere nato per la
poesia. Era divenuto consapevole della sua natura. Non aveva voluto fare
un torto alle Muse - dovevano credergli - ma la dea natura gli aveva vietato di scrivere in versi: Sed quod dura mihi vetuit natura, remisi: / nam vetuit nobis
carmina diva perens.
Peccato che per dir questo egli sentì il bisogno di sfoderare una serie di
luoghi comuni della poesia elegiaca. Ognuno ha una sua disposizione, anche fra
gli dèi chi cura l'atmosfera (Giunone), chi cura il fuoco (Giove), chi la medicina
(Febo), chi la guerra (Marte). E quindi al pari degli dèi, lui, Niccolò Perotti,
aveva un suo campo nel quale si sentiva a suo agio: Fata dedere mihi facilem perseribere prosam. A Ovidio tornava facile il verso, a lui tornava facile la prosa.
Aveva capito tuttavia una verità, che quando non si è poeti è meglio scrivere
d'altro, e che la prosa vale quanto la poesia. Non che anche lui, al livello di tanti
poeti umanisti, non avesse fatto delle prove che meritano di essere menzionate
fra i componimenti letterari che rivelano garbo e gusto d'artista. Ma si tratta
appunto di cose che fra i manoscritti e le stampe umanistiche ricorrono a migliaia e che sono soprattutto il documento di una civiltà, nella quale lo scambio
d'affetti, la relazione culturale, l'elogio cortigiano assumono una portata assai
vasta.
156
Non per usare il solito criterio di scegliere fior da fiore, ma per dare
un'idea delle possibilità letterarie del Perotti, citerei un buon epigramma ad
amicum absentem, che racchiude l'ideale della più leziosa poesia umanistica. Si
tratta, in verità di una prova assai semplice, che si allinea lungo quella esperienza fondamentalmente catulliana che porterà alla nenie del Pontano e
sfrutterà tutte le capacità musicali del verso e del lessico latino, ed anche
dello schema retorico della repetitio fino all'esasperazione:
Dulcis amice, tedi, nocet haec absentia nobis,
nec datur ulla quies, dulcis amice redi.
Dulcis amice, redi, si quid promissa fidesque,
si pia lingua potest, dulcis amice, tedi.
Dulcis amice, redi, si qua in te cura relicti
aut si qua este pietas, dulcis amice redi.
Dulcis amice redi, tenuit satis hospita terra,
externique lares, dulcis amice redi.
Dulcis amice redi, zephiroque velocior omni
curre memor nostri, dulcis amice redi.
Dulcis amice redi, nec tempora noctis iniquae,
nec metuas imbres, dulcis amice tedi.
Dulcis amice redi, redeunti victima vota est,
et pia thura focis, dulcis amice redi.
Dulcis amice redi, sine te miseratus amicum,
dulcis amice redi, dulcis amice tedi.
Questo era, per dir così, il poeta degli affetti: l'autore dei versi encomiastici e cortigiani riesce, suscita, naturalmente, meno interessante per noi,
forse più interessante per chi vada alla caccia di notizie erudite. Basti accennare al limite estremo dell'insulsaggine raggiunto da uno degli epigrammi dedicati a Sigismondo Malatesta e al suo grande amore per Isotta degli
Atti. Il principe è stato già tanto esaltato, che dire ancora di lui? Perché non
fare un epigramma per dire proprio questo, che tutti lo hanno lodato e che
lui non vuole essere da meno degli altri poeti? Ed ecco un epigramma che
esprime questo bel pensiero e che conclude dicendo che nessun altro principe era così degno di tale donna e nessuna donna era così degna di un tale
principe.
Bisogna dire che al Perotti l'esser nato con la predisposizione alla
prosa non gli era di grande aiuto quando si trattava di fare i panegirici, se è
vero che ricorreva spesso alle stesse el ziosaggini di cui sono pieni gli epigrammi encomiastici di tutti i tempi. Dedicando, negli ultimi anni della vita,
a Federico d'Urbino, un opuscolo De virtutibus et vitiis, si esprimeva concettosamente dicendo, che se lui, nato a Sassoferrato, non avesse apprezzato i
meriti del principe nei suoi riguardi, si sarebbe dovuto dire che fosse « saxeus » e « ferreus », ossia di sasso e di ferro e non « nativo » di Sassoferrato.
Tanta attenzione non avrebbe meritato davvero il Perotti poeta e panegirista, se non fosse stato necessario far risaltare, al confronto con
157
questi limiti, il valore dell'erudito, del grammatico, del filologo. Ma non
dobbiamo dimenticare che talora la sua poesia va letta, come gran parte
della poesia umanistica, come complemento dell'attività grammaticale e filologica; è un momento di distensione privata che si concede il letterato, e
che rispecchia le sue curiosità erudite, il suo compiacimento per una lettura
nella quale si è m
i battuto. Così, quando nei tardi anni il Perotti scriveva un
canto funebre, una monodia per la morte del fratello Severo, non faceva
che prolungare l'interesse che lo aveva portato a tradurre dal greco carmi
analoghi di Aristide interessante e di Libapio e ad indagare l'origine del genere collegandolo in modo con l'antico e popolare usanza delle prefiche.
Il primo nucleo veramente notevole della produzione di Niccolò Perotti risale già alla prima giovinezza, e consiste in una solerte e faticosa opera di traduzione dal greco in latino. Questo interessante impegno letterario,
malgrado la sua apparente limitatezza scolastica, rappresenta uno degli aspetti centrali dell'Umanesimo quattrocentesco, che non fu, intendiamoci,
tutto aperto all'interesse per la letteratura greca. Il recupero del mondo letterario della grecità fu uno dei fatti essenziali della cosiddetta rinascita umanistica, ma in realtà l'Umanesimo, specie nel suo filone retorico-eticociceroniano continuò a coltivare una sorta di sciovinismo, di nazionalismo
latino. Comunque la conoscenza del greco fu molto più limitata di quel che
si possa pensare. Il fervore che porta Perrotti a tradurre in poco tempo,
all'età di vent'anni, S. Basilio, opuscoli di Plutarco, Polibio, Ippocrate, Taziano e Arriano, e la perizia - quella che fosse - che comunque dimostrò, ci
rimandano subito alla sede dei suoi primi studi, la Ferrara di Guarino Veronese e la Mantova di Vittorino da Feltre, dove gli studi grammaticali si legavano strettamente con l'esercizio delle traduzioni e con la conoscenza dei
testi greci di ogni genere. Ma quella prima fervida attività del Perotti serve
anche a qualificare subito l'ambiente culturale nel quale essa si colloca e la
direzione che conserveranno d'ora in poi i suoi studi. L'ambiente è quello
romano di Niccolò V, la direzione è quella della ricerca antiquaria che prospera ed è favorita nella Roma papale.
Dall'età di 18 anni il Perotti era entrato al seguito del Cardinal Bessarione, il quale fu anche lui, per breve tempo, vescovo di Siponto. La sua
grande figura di mecenate, di protettore dei dotti greci che venivano in Italia, di umanisti italiani come fra gli altri, e più degli altri, il nostro Perotti, è
collegata con lo sviluppo degli studi greci e in genere con l'ampliarsi dell'orizzonte letterario nell'Italia del Quattrocento. Istituí due cattedre di greco a
Messina, raccolse forse la più grande biblioteca privata della sua epoca, che
lasciò poi alla Repubblica di Venezia, donde poi sono passati nella biblioteca Marciana. A lui, certo il Perotti dovette il primo incoraggiamento ad intraprendere l'opera di traduttore dal greco. Ma questa disposizione scolastica s'incontrava con la politica culturale di Niccolò V, il primo, possiamo
158
dire, dei papi umanisti, quello che raccolse il primo nucleo della Biblioteca
Vaticana e che aveva conservato, dalla sua giovanile educazione nel circolo
letterario fiorentino a contatto col Bruni, la passione per la riscoperta dell'antichità. In particolare, e sarà stato anche questo un retaggio della sua
educazione fiorentina, egli era avido di testi greci ed era capace di essere
molto generoso nei confronti di coloro che gli fornivano la traduzione di
quei testi. Ma derivava forse dall'impostazione non propriamente filologica
e linguistica del primo umanesimo fiorentino, al quale si era educato e certo
dal carattere - diremmo - di seconda mano della sua cultura, la indiscriminatezza con cui concedeva i favori ai letterati che lo servivano.
Non è qui il caso di vedere se i 500 ducati che Niccolò V fece pagare
al Perotti per la traduzione di Polibio fossero ben meritati. Si trattava certo
di opera giovanile, alla quale lo studioso non ancora si accingeva con quella
prospettiva fondamentalmente grammaticale, linguistica e filologica che
caratterizzerà la sua opera successiva, a parte il valore effettivo dei suoi risultati. Eppure, sin d'allora, non era il bello stile che gli interessava. Non
saprei dire quanto le sue scuse di non essere sufficientemente facondo derivassero da una consuetudine di modestia da parte dell'autore che presenta
la sua opera; ma il ripetersi insistente di questa formula mi sembra che serbi
un particolare significato, specie se lo confrontiamo con una certa polemica
incorsa tra gli umanisti e di cui si sente l'eco in alcune pagine del Bruni.
Nel dichiarare la ragione di una delle sue prime nuove, la traduzione
del cosidetto giuramento di Ippocrate, Perotti sottolineava l'utilità, per chi
s'interessava di filosofia e di medicina, di poter leggere i principi cui il grande scienziato greco uniformava la sua arte. E allo stesso tempo disperava di
poter rinnovare nel testo latino la facondia dell'originale e non faceva gran
conto di questa eventuale operazione letteraria. Nel dedicare al Pontefice la
traduzione dell'opuscolo plutarcheo De fortuna virtu seve Alexandri, mentre
cortesemente attribuiva al Bessarione quanto di più limpido e fine (tersius
aut exquisitius) si fosse trovato nel suo testo latino, invitava a tener conto
più dei ponderatissimi pensieri dell'autore greco (gravissimae auctoris sententiae), che del suo rozzo stile. E infine, nel presentare Polibio, gli sembrava perfino di poter affermare la superiorità dell'asciutto e arido storico greco nei
confronti di Livio, il vanto e l'ideale del nostro primo umanesimo retorico:
« Polibio narra la seconda guerra punica, e se essa è narrata anche dal nostro Tito Livio, tuttavia, credimi, varrà la pena di leggere anche questo altro
autore, perché forse scrive più seriamente e molte cose risultano assai chiare (et gravius f ortasse scribit et lectione eius intellegantur apertissime multa). Il confronto, a parte l'amore particolare che uno studioso porta agli scrittori che
studia, è molto eloquente. Il Perotti non aprezzava abbastanza lo stile poetico di Livio, che era stato il motivo per cui il grande storico era stato
159
adorato dal Petrarca in poi; inoltre come si è visto precedentemente, era
particolarmente interessato alla chiarezza dell'esposizione e alla gravità del
contenuto e lo scrittore greco poteva elogiarsi per questo.
Ma un'altra cosa è importante notare, alla quale ho già accennato: la
mancanza di fiducia nella possibilità di raggiungere il livello artistico dell'originale greco non è solo dovuta alla modestia del principiante. In realtà il
Perotti non auspica una revisione più accurata del suo lavoro dal punto di
vista stilistico, né la ritiene necessaria, e si comporta da una parte come coloro per i quali le res hanno più valore dei verba, ovvero questi sono in funzione di quelle, dall'altra come quei tali che esaltavano la superiorità della
lingua greca perché ricca di più termini e scoraggiavano la gara stilistica ingaggiata con l'originale da scrittori come Leonardo Bruni. Quest'ultimo aveva appunto difeso il suo criterio di traduzione, che partiva dalla fede nella
superiorità dell'eloquenza latina e ad essa era disposto a sacrificare perfino
il meticoloso rispetto che il traduttore deve al testo da tradurre. Più evidente è il particolare atteggiamento critico del Perotti in un suo giudizio che
riguardava proprio il Bruni e si riferiva alla traduzione che il Bruni stesso
aveva fatto del libro sulla guerra punica di Polibio, che era una parafrasi
dell'originale.
Il giudizio negativo del Perotti nasceva originariamente dal confronto
fra il testo greco e quel genere di versione latina preparata dal Bruni, il quale seguiva l'originale senza tradurlo, presumeva riprodurre secondo l'eloquenza latina il pregio dell'autore greco e non poteva che riuscire inferiore
ad esso, ed inferiore allo stesso Bruni quando scriveva le sue cose. Ma l'insoddisfazione del Perotti, a parte la sua baldanza giovanile, derivava ancha
dal fatto che egli non aveva fiducia del testo greco sul quale aveva lavorato
il Bruni, né di quello sul quale era costretto egli stesso a lavorare. E perciò
richiedeva insistentemente un miglior esemplare al Pontefice per il quale
doveva compiere il lavoro. La differenza fra il grande storico fiorentino e il
novello filologo appare in tutta la sua evidenza.
La posizione del Perotti non è ancora, in questa fase della sua operosità, nutrita di umori polemici, perché non è ancora filologicamente agguerrita, ma già si delinea quel complesso di tensioni che lo trascinerà in una
serie di dibattiti spesso violenti e talora anche meschini, che però, anche
quando sembrano insabbiarsi in questioni minuscole e in scontri personali,
sono guidati al fondo da più gravi divergenze di ordine culturale. E la vita
del Perotti trascorse tutta fra queste dispute, nell'affrontare le quali certamente non mancavano - come soleva e suole spesso avvenire - ragioni tutt'altro che scientifiche, quali la difesa del proprio prestigio e della propria
fama, la ricerca vanitosa di riconoscimenti, di onori e di cattedre. Ma una
direzione possiamo tuttavia indicare nel corso dei suoi studi dalle prove
giovanili all'opera conclusiva della vecchiaia, una direzione che lo colloca,
se pur su un piano minore, accanto al più avanzato umanesimo filologico,
che si afferma fra il '50 e l'80.
160
Non che la sua condizione di prelato e di familiare del Bessarione
non lo spingessero fuori di questo campo specifico, verso l'oratoria politica
e la polemica filosofica. Ma certamente nel predicare eloquentemente, presso Alfonso di Napoli, la crociata contro i Turchi, egli non faceva che seguire le orme del suo protettore, impegnato fino in fondo in questa battaglia,
che andava dalla crociata all'ambizioso progetto di realizzare l'unione della
Chiesa orientale e di quella romana, segno di una più profonda unione fra la
cultura latina e la greca. Vissuto nel clima febbrile di questo sogno, anche il
Perotti ne avrà avvertito il fascino; così anch'egli si accalora va contro
Giorgio di Trebisonda, calunniatore di Platone, a parere di Bessarione, che
di Platone faceva il simbolo dell'auspicata conciliazione culturale e religiosa.
Ma si accalorava tanto, scendendo al ilvello dell'invettiva personale, che lo
stesso Bessarione dovette epurare, pubblicandola la sua reputatio deliramentorum Georgii Trapezunzii.
Già nei primi anni di attività letteraria (aveva circa 22 anni - era il
1453) Perotti aveva tentato la scalata alla notorietà con una famosissima
polemica, con Poggio Bracciolini, che degenerò in un alterco volgarissimo uno scambio di lettere che può essere assunto ad esempio di quello che era
l'invettiva umanistica, nella quale i risentimenti personali si mescolavano
alle ragioni culturali e spesso le facevano scomparire. Nel caso di questa
disputa, in particolare, chi legga lo scambio di improperi, di accuse e di ritorsioni, è facile che riporti l'impressione di un'assoluta assenza di ragioni
ideali. E infatti l'invettiva di Perotti contro Poggio e la lunga risposta di
Poggio offrono soprattutto il documento di una incresciosa vicenda, dell'umore e del diverso carattere dei due avversari, il vecchio Poggio più che
mai disposto a lasciarsi andare al turpiloquio e il vanitoso e diplomatico
Perotti talvolta temerario e talvolta vile.
La disputa ha un prevalente interesse biografico, e non ha, in se stessa, un'importanza rilevante dal punto di vista della storia culturale dell'Umanesimo, anche se l'eco che suscitò e i documenti che ne rimangono hanno stimolato l'interesse degli eruditi. Essa rappresenta l'ultima terribile sfuriata di Poggio, ormai ritiratosi a Firenze dopo aver lasciato la Curia romana
nella quale ormai tornava a primeggiare il suo nemico Lorenzo Valla. Il
vecchio segretario di Curia, divenuto cancelliere dei Medici, abituato ad essere rispettato per i suoi meriti di studioso, attaccava con disprezzo il giovane Perotti, reso da poco tempo baldanzoso per aver ricevuto una laurea
poetica e qualche lode per le sue traduzioni; soprattutto per essere entrato
nella cerchia di coloro che traducevano dal greco per il Pontefice. Anzi
proprio questi primi successi dovettero spingere Perotti ad osare di assumere un tale atteggiamento nei confronti di un venerando letterato come Poggio Bracciolini (alla fine sarà costretto dal Bessarione a chiedergli scusa e a
troncare la lite che era parecchio degenerata).
Ancora sostanzialmente ignoto, Niccolò Perotti volle inserirsi nella
161
polemica che da alcuni anni infieriva fra Lorenzo Valla e Poggio Bracciolini,
assumendo la difesa del Valla e facendo eco alle violenti sferzate che il Valla
aveva dirette contro Poggio per rispondere alle sue invettive. La polemica
provocata dal Perotti nasceva, qualunque fosse la sua motivazione psicologica, ai margini e sullo sfondo della ben più importante polemica tra Poggio
e Valla e va spiegata anch'essa nel quadro di quello scontro, che vide schierati l'uno contro l'altro due uomini di primo piano, a difesa della propria
posizione di prestigio, ma anche a difesa di due diverse direzioni di studio.
Lo scontro tra Valla e Bracciolini per conquistarsi il favore di Alfonso d'Aragona o del Papa, come lo scontro tra Valla e Giorgio di Trebisonda per
chi dovesse tenere la cattedra di eloquenza a Roma, erano il risultato del
caratterino del Valla, pronto a criticare senza mezzi termini i difetti altrui,
ma in sostanza derivavano dallo scompiglio che provocava il Valla fra i vecchi letterati con la novità del suo rigore filologico, il metodo critico col quale egli sottoponeva a spietata revisione le scienze tradizionali, dalla giurisprudenza alla logica, alla storiografia alla filosofia e alla teologia: neppure il
Vecchio Testamento - come è noto - si sottrasse alla revisione critica del
Valla, il quale penetrò nei testi sacri col suo metodo filologico per mettere
in discussione credenze inveterate e dogmi insostenibili. Aveva cominciato,
il Valla, col mettere in discussione i fondamenti stoici dell'etica cristiana,
riportando il Cristianesimo al principio epicureo del piacere; aveva poi sfatato la leggenda della donazione di Costantino; ma nel compiere la revisione
critica di alcuni testi latini, come quello di Livio, ad esempio, aveva scoperto la faciloneria con cui vecchi letterati del tipo del Panormita avevano
messo mano sul testo antico, credendo di correggerlo e corrompendolo
invece con altri errori. A difesa del Panormita scese in campo Poggio con le
sue invettive: si trattava di difendere la onorabilità della vecchia scuola, e
l'argomento preferito, poiché non poteva essere quello filologico (ché non
c'era avversario che in questo campo potesse stare alla pari del Valla) fu
quello religioso. Valla fu accusato subdolamente di empietà, e rispose accusando gli avversari di ignoranza. Era lo scontro di due generazioni diverse,
quella del primo Umanesimo, che aveva ricevuto a Firenze la sua impronta
ed era caratterizzato da un indirizzo retorico, che fondava lo studio filologico più sulla genialità della scoperta che sulla esattezza della ricerca, e la
nuova generazione, aggiornata attraverso una più ampia esperienza dei testi
antichi, attraverso un più diretto contatto con l'insegnamento dei dotti greci, e soprattutto attraverso un impegno di studio più esclusivamente orientato nel senso della ricerca scientifica. Uomini come il Bruni, il Panormita,
il Bracciolini erano prima di tutto cancellieri, oratori, politici, Valla era principalmente un filologo, un maestro, più disimpegnato dalla vera e propria
attività politica, ma più teso verso una sostaziale opera di rivoluzione ideologica.
Dire che il Perotti avverta, in questo momento critico della cultura
umanistica, la indiscussa superiorità del Valla e senta il fascino
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del suo magistero, e si senta in dovere, sia pure per ambizione giovanile, di
correre in difesa del maestro, non significa - s'intende - riconoscere senz'altro al Perotti la medesima consapevolezza ideologica. Significa tuttavia riconoscergli quella medesima vocazione, che lo porterà, fra l'affannosa ricerca di uffici remunerativi e la faticosa vita del cortigiano, a coltivare la
ricerca dell'antico con spirito filologico adeguato ai nuovi tempi, con un
gusto della ricostruzione archeologica in gran parte libero dalla ingenuità
retorica della vecchia generazione e cioè, entro le dimensioni della sua figura, lungo la linea che va dal Valla al Poliziano ossia nel solco della più avanzata filologia che il Quattrocento abbia conosciuta. « Seni graeculus », lo
chiamava con disprezzo Poggio in quella sua invettiva, in cui il vecchio letterato, maestro dello stile comico e satirico, aveva buon gioco nei confronti
del pivellino, appartenente - aggiungeva Poggio - alla « senta spurcissima
Laurentiana », la sporca schiera dei seguaci del Valla. Il giovane letterato si
difendeva con maldestra oratoria, ora cencando di dichiarare la sua innocenza, ora accusando puerilmente Poggio di aver cominciato prima lui (che
un giorno in Curia, in presenza di tutti, gli aveva strappato dalle mani un
manoscritto di Prisciano accusandolo di averlo rubato ad un suo concittadino), ora rinfacciandogli la lingua facile e maldicente, la scurrilità delle facezie che andava raccontando. Perotti non era tino scrittore geniale come
Poggio, che usava il latino con la disinvoltura con cui nessuno più avrebbe
saputo usarlo all'infuori forse del Piccolomini e del Pontano; ma era un
grammatico della nuova generazione, ben avviato sulla linea archeologica e
filologica dell'umanesimo romano. Certo il Valla, che imprime un ritmo
diverso all'umanesimo filologico avviandolo alla ricostruzione critica del
testo e allo studio storico della parola, era consapevole del significato profondo del suo metodo: in prospettiva, come ho detto, egli vedeva rinnovarsi non solo il metodo della ricerca erudita, ma i fondamenti stessi della vita
civile e religiosa. Invece l'umanesimo romano raccolto nell'Accademia di
Pomponio Leto, che successe al Valla nell'insegnamento e fu in stretti rapporti col circolo letterario del cardinale Bessarione, non osò superare i limiti
della pura ricerca antiquaria e grammaticale, preparando le basi di quella che
sarà nel Cinquecento l'attivissima opera editoriale e filologica fiorita all'ombra della Curia romana. E sì che, con tutte queste precauzioni, pare gli accademici romani andarono incontro ad un processo per eresia e paganesimo.
Perotti operò anch'egli entro questi limiti. Ma se seguiamo lo sviluppo dei suoi interessi grammaticali e filologici ci occorgeremo che il piano
dei suoi studi si sposta dal metodo empirico adottato nella scuola ferrarese
di Guarino ad un metodo - per così dire - storicistico, quello inaugurato
nelle ricerche linguistiche del Valla e ormai consegnato ad un'opera originale e fondamentale quale è in questo campo il trattato sulla « eleganza della
lingua latina ». Questo processo, che nasce dalla insoddisfazione del traduttore alla ricerca di un testo corretto e di una traduzione in primo luogo «
fedele », va dal trattato
163
sui Rudimenti grammaticali del '65, che include uno dei primi studi sulla metrica latina, alle ricerche sul testo di Plinio, di Stazio e di Marziale, dove
predomina un interesse specifico per la lingua di quegli autori. Per capire
l'importanza di questo sviluppo, bisogna tener presente che la scuola umanistica si preoccupò dal suo nascere di rinnovare e divulgare la conoscenza
delle lingue classiche, ma non assunse per tempo il metodo storico e scientifico; anzi rispetto ad alcuni tentativi già fatti nell'ambiente scolastico del
tardo Medioevo, l'insegnamento del latino nella prima scuola umanistica,
quella ferrarese, sembra segnare addirittura un regresso. Si ritornò a Donato
e a Prisciano, i grammatici della tarda latinità, ma si procedette per riduzioni
e schematizzazioni, non si apprese né si sviluppò l'impostazione filosofica,
l'interesse linguistico-estetico che reggeva soprattutto il manuale di Prisciano. Si aggiungeva il fatto della presenza del volgare come lingua d'uso. Sicché l'insegnamento del latino fu rapportato all'uso volgare e ne venne fuori
uno studio comparativo che facilitava l'apprendimento della lingua, non la
conoscenza storico-filologica del latino. I Rudimenti del Perotti, sebbene
risalissero soprattutto a Prisciano, risentono di questo schematismo, in virtù
del quale ebbero una diffusione enorme per tutto il secolo e oltre. Per fare
un esempio, nelle carte di Leonardo da Vinci sono riportati larghi stralci
della grammatica del Perotti, perché su quel libro Leonardo imparò quel
che sapeva della lingua latina. 1 verbi sono distinti nelle categorie empiriche
di attivit, deponenti e neutri, a seconda che reggano l'accusativo, un caso
obbliquo o non reggano alcun complemento; lo stesso concetto empirico
del « reggere » è applicato alle preposizioni, e le parti del discorso sono a
loro volta distinte in sezioni utili all'apprendimento: ad esempio, avverbi
negandi, af firmandi, optandi, eligendi, (potius inno) congregandi. Tutto un elenco
di verbi latini è accompagnato dal corrispondente volgare, talora persino
dialettale, nella forma infinitiva.
Il trapasso di Perotti da un interesse grammaticale di questo tipo allo
studio filologico e linguistico dei testi di alcuni autori determinati cade negli
anni in cui la diffusione della stampa pose gravemente il problema della
critica testuale, per usare la terminologia moderna. All'apparizione della
prima edizione romana della Historia Naturalis di Plinio nel '70, Perotti fu
subito pronto, secondo il costume umanistico, a indicare una grande quantità di errori e a preparare una sua edizione più corretta. Ed è interessante la
critica che egli muove al novum genus scribendi, alla stampa, che era uno straordinario mezzo tecnico, ma rischiava di peggiorare la situazione, perché
poteva diffondere insieme, in una grande quantità di copie, gli errori che gli
editori frettolosi infilavano nei testi. Perché - ed è importante la scelta del
metodo dimostrata dal Perotti - la necessità di correggere molte cose poco
chiare per venire incontro alle esigenze del pubblico, portava a guastare il
testo fraintendendo le lezioni difficili.
Un interesse linguistico è quello che guida il Perotti allo studio
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di Plinio di Stazio e di Marziale, ma come era avvenuto negli studi del Valla
e avverrà nei Miscellanea del Poliziano, le discussioni linguistiche entravano
poi in merito al contenuto della scienza, o divenivano pretesti per più ampie
considerazioni sulle materie più varie del sapere. A proposito di Plinio, la
cui nomenclatura tecnica era spesso fraintesa, si trattava soprattutto di chiarire la corrispondenza fra il termine greco o latino e quello volgare, e vi entrava anche spesso la descrizione dell'animale o della pianta. A proposito di
Stazio e Marziale, per i quali Perotti preparò un vero e proprio commento,
mastodontico nel caso di Marziale, il testo poetico diveniva l'occasione soprattutto di chiarimenti e precisazioni linguistiche sulla lingua latina in genere, oltre che di considerazioni sul particolare stile del poeta.
Con la Cornucopia, un enorme commento a Marziale, che conclude
una serie di studi e di nuove polemiche, combattute con l'animosità e un
po' con la malignità di quella giovanile con Poggio, siamo di fronte ad un
documento culturale veramente notevole, non tanto per la mole o per la
validità intrinseca e specifica della ricerca (non è passibile parlarne in questa
occasione), quanto per l'affermarsi di un « tipo di ricerca » che questo documento rappresenta. Valla per primo, col senso storico che lo ispirava,
aveva concepito la ricerca linguistica e grammaticale come studio complessivo di un autore: nelle Eleganze aveva scelto Cicerone, e sulla concreta storicità della sua lingua aveva costruito il primo esempio di una organica ricerca grammaticale, esempio che sarà seguito nelle grammatiche volgari del
secolo XVI, le quali aboliranno appunto la schematicità e genericità scolastica per fondarsi sulla concreta e diretta esperienza degli autori, letti come
creatori e maestri di stile. L'ultima grande opera del Perotti ribadisce questo
principio illuminato -dal Valla, ma spostando alquando l'interesse verso un
autore meno universalmente riconosciuto - potremmo dire - e anzi per un
certo verso guardato con sospetto (per quanto largamente imitato) per la
spregiudicatezza dell'espressione. Egli stesso ricorse alla piccola furbizia di
far pubblicare l'opera dal nipote, quasi fosse a sua insaputa e quasi si trattasse di un lavoro condotto da giovane, quando certi gusti sono scusabili, e
poi abbandonato. In realtà il Perotti obbediva ad una tendenza di gusto, che
si andava profilando nella scuola umanistica: l'amore per gli autori tardi, dal
linguaggio colorito e vivace, meno classici insomma. E del resto anche la
sua scelta delle Selve di Stazio s'incontrava con una delle più suggestive preferenze del Poliziano filologo e poeta, che in difesa di Stazio avrebbe scritto
con entusiasmo alcuni anni più tardi una famosa prolusione.
Ma la Cornucopia seguiva un programma più ambizioso. Da un commento testuale e grammaticale aveva assunto la dimensione e la forma di
una totale disamina della lingua latina, nonché di un'enciclopedia del sapere.
Era anche, questa, una consuetudine letteraria che in quei decenni (dal '50
all'80) si affermava nel mondo degli
165
studi umanistici. Il commento ai testi classici fu infatti, nel secondo Quattrocento, il banco di prova della filologia umanistica, fino alle somme prove
del Poliziano. Ma sappiamo che il Landino trasferì questa medesima esperienza nata sul terreno dei classici, al volgare, commentando la Commedia di
Dante.
Confluivano nella Cornucopia conoscenze etimologiche, notizie storiche, precisazioni di ordine linguistico. Ogni parola offre il destro alla trattazione di tutta la famiglia ad essa collegata e delle parole che designano concetti simili, e che, essendo simili nella forma, si distinguono per il significato. A proposito di « astra » si parla della differenza fra « sydus » e « stella »,
e poi di « stilla » e di « stella », e si spiega cosa sia la distillatio. Spiegando
l'aggettivo coelestis si arriva a parlare di caelebs (« celibe ») e viene accolta l'etimologia quod caelestem vitam agat, perché vive una vita beata qui caret semperque
caruit uxore. Ma l'accetazione di discutibili ed incontrollate etimologie non
toglie nulla al criterio scientifico del commento, che si apre talora alla discussione critica che intacca perfino i giudizi del venerato Valla.
E non manca nemmeno la pagina autobiografica. A proposito di «
obscurus », fatto derivare da « cura », Perotti ricorda la villa nella quale si è
ritirato nei suoi tardi anni e alla quale ha dato il nome di Curifugia, perché
allontana i pensieri con la salubrità del suo cielo, la freschezza delle brezze,
la bellezza dei prati. La lunga, idillica descrizione del luogo divenuto l'unico
sollievo per l'umanista che per tutta la vita aveva cercato ed ottenuto comode sistemazioni, e ora affrontava la vechiaia nella solitudine e nella miseria, allietato soltanto dallo studio e dal conforto degli amici, è un quadretto
patetico di evidente ispirazione letteraria. Anche lui come i grandi del
passata, chiude la vita dedito soltanto agli studi, ingiustamente dimenticato.
Ma trovarla lì, questa pagina autobiografica, confusa tra le migliaia di pagine
di un dotto commento costato anni di fatiche, fa certo un'impressione
diversa che se la trovassimo in una collana di versi elegiaci. Qui veramente
il Perotti ha tenuto fede a quella vocazione di scrittore di prosa che una
volta aveva dichiarata poco opportunamente e un po' vanitosamente in
versi. Questo destino dell'uomo di studi, a leggere le contraddittorie testimonianze che ci rimangono, forse non ha nulla di eroico nel caso del nostro Perotti. Impiegato sempre nell'amministrazione pontificia con proficui
guadagni, non aveva saputo forse ben destreggiarsi nelle ultime mansioni.
Eppure questo suo particolare destino si accorda tanto con quello che in
quegli anni accadeva a molti umanisti. I tempi erano cambiati e i signori
erano diventati più duri e guardinghi, più magnifici nell'edificare e più avari
nei confronti dei letterati. E come il facile danaro aveva prodotto tanti retori e politici, la tirchieria dei Principi, la miseria e la solitudine del letterato
alimentava l'evasione contemplativa e scientifica del lavoro filologico.
FRANCESCO TATEO
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Mia fanciullezza
pugliese e napoletana
LE CORSE DEI CAVALLI
Le corse dei cavalli a Trinitapoli, che avevano luogo in occasione
della festa patronale, erano per noi ragazzi di Margherita un avvenimento lungamente atteso e mettevamo in croce i nostri genitori per farci
condurre a vederle. In quell'epoca (verso il 1896) certi capi di famiglia,
che lottavano contro il bisogno e che dimoravano in case vicine, si intrattenevano e parlottavano volentieri fra loro per sentirsi più sollevati e incoraggiati reciprocamente.
L'avvenimento delle corse era un diversivo che apportava un po'
di letizia e si combinava di andarvi insieme con i piccoli, a piedi, attraverso la campagna.
Quell'anno mio fratello Emilio, minore di me di un anno, non
poteva venire perché aveva dato le scarpe al ciabattino e questi non gliele
aveva restituite all'ora promessa; perciò piangeva. Io ne avevo compassione e non sapevo cosa dirgli. Intervenne anche la mamma che inventò
qualche storiella per confortarlo.
Con mio padre intanto raggiunsi la comitiva che stava ad attenderci dietro le case: erano una diecina di ragazzi della mia età con quattro o cinque papà, tutti poveri diavoli.
Ci avviammo attraverso i bacini del sale e uscimmo per la campagna sull'accorciatoia verso Trinitapoli.
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Si camminava su erbe e spine secche e ogni tanto qualche ragazzo saltava come un grillo e dopo breve sosta raggiungeva la comitiva zoppicando senza lamentarsi. Questo accadeva ai tre figli di Pasqualone, a brevi intervalli, e zio Nicolino Larovere ogni tanto si accostava a mio padre e sotto voce ridendo gli diceva: « Vedi come saltano
bene i ragazzi di Pasqualone? Pigliano tutte le spine, senza lasciarne
nessuna ».
Avevano le suole delle scarpe sfondatissime e il padre li confortava dicendo: « Adesso che arriviamo, vi comprerò le nocelle ».
Tutta la campagna intorno a noi era punteggiata da comitive
incamminate verso il luogo delle corse fra un vocio festoso.
Io pensavo ai sei soldi nel gilé di mio padre, al sigaro napoletano che avrebbe comprato per lui e al resto che poteva bastare per le
nocelle.
Come ci accostavamo a Trinitapoli aumentava la gente insieme
al frastuono dei venditori e delle trombette, tra calessi e traini gremiti.
Il vento portava nell'aria dorata pomeridiana la musica delle
bande lontane e il nostro cuore si empiva di quello spettacolo arioso e
gioioso. Come ci sembrava bella quella festa! - Io stringevo più forte la
mano di mio padre che cercava un posto, una altura per installarci e la
comitiva finì col ricomporsi come un grappolo presso lo steccato in direzione del traguardo.
I colori dei fantini, i cavalli bianchi e bai, le bandierine sventolanti dovunque e le frasi concitate dei dirigenti e dei serventi, che andavano e venivano, producevano un eccitante spettacolo.
Al cominciare delle corse mio padre mi sollevò tra le braccia e
potetti seguire di attimo in attimo le sorti dei concorrenti. Gli intrecci
dei cavalli, le loro belle teste in avanti, gli occhi di fuoco e le nari aperte al vento mi
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Il mio paese
(Margherita Saline)
tenevano in ansia. Con tanta viva impressione negli occhi, finite le
corse, ci mescolammo alla marea umana che si scioglieva nelle luci della
sera, e pensammo subito alle nostre case lontane, alla nostra stanchezza e alla lunga via del ritorno. Ma le nocelle confortarono la comitiva.
La mattina dopo nella stanza dove dormivo, appena mi fui vestito,
pensai a mio fratello Emilio e disegnai con un grosso lapis su tutta la
parete della stanza bianca di calce, le corse dei cavalli con i fantini
ansiosi e i sorpassi intrecciati.
A mezzogiorno, che egli tornò dalla scuola, gli mostrai la scena che
aveva già stupito i miei af miliari prima, e poi i parenti e in seguito
stupì anche i paesani autorevoli, venuti a vederla e che ccnfabularono
col sindaco, il quale poi decise della mia sorte, perché f u causa della
deliberazione presa dal Comune di mandarmi a studiare pittura all'Accademia di Belle Arti di Napoli.
Il disegno restò sul muro fino alla primavera, quando, come ogni anno,
si biancheggiò nuovamente la casa.
A quell'impulso innocente e spontaneo, che fu sufficiente a calmare e
confortare mio fratello, mi piace rapportare tutto il senso e lo scopo del
lavoro di artista, che nella lunga vita ho cercato di realizzare: porgere
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sollievo e fiducia come meglio si può, cogliendo gli attimi
luminosi e confortevoli della nostra travagliata e fragile
esistenza! Così lo spirito del ragazzo ha ammonito in me l'artista
con un umile semplice ed innocente messaggio di amore e di carità.
L'ARRIVO A NAPOLI
Potevo avere dodici anni quando venni a Napoli dal mio paese
per frequentare l'Accademia di Belle Arti. In treno, sodo com'ero,
dovetti rispondere alle domande curiose dei miei vicini di viaggio: se ero
mai stato a Napoli, se v'era alcuno che mi aspettasse all'arrivo ...
Pensavo difatti che avrei trovato il maresciallo Santangelo e il
signor Odeven alla stazione. Non li conoscevo di persona, ma per corrispondenza con i miei genitori furono convenuti dei segni di riconoscimento. Avrei alloggiato in casa di Odeven, che aveva accettato di tenermi insieme con i suoi figli. Era un funzionario dell'Ufficio di Pubblica Sicurezza della Sezione San Ferdinando, ove era appunto anche
il maresciallo Santangelo. Santangelo era un buon uomo, lontano parente di alcuni miei zii, che si era prestato per la mia sistemazione di
studente a Napoli.
Era la prima volta che facevo un lungo viaggio.
Il treno filava verso Benevento e già avevo consumato la colazione, che mia Madre mi aveva preparata, quando il controllore fece la
sua comparsa nello scompartimento. Il buon uomo, esaminando il mio
biglietto, trovò che vi era una differenza da pagare, per via che il treno
da Foggia era diretto: lire 2.10. Fui assai sorpreso e sgomento per
l'inattesa richiesta. Non avevo la somma a portata di mano. Mia
Madre mi aveva cucito tutto il mio avere nella tasca interna della giacca, una quindicina di lire di carta, e mi aveva raccomandato di
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stare bene attento a non farmele pigliare. Quando mostrai al controllore
che la mia cassa era cucita, lo scompartimento si agitò incuriosito e diventai il centro di uno spettacolo inatteso. Io in piedi presso il controllore, chiedevo con gli occhi un mezzo per scucire la tasca. Una signora vicina si prestò maternamente a levare i punti, dialogando divertita con gli
astanti. 11 controllore avuto il suo, motteggiò qualche antica sentenza e
sparì, salutando alla voce. Ripresi il mio posto a sedere, sentendomi rosso in viso e mortificato dalla loquacità allegra dei compagni di viaggio,
che si misero di buon umore a mie spese. Dovetti sottostare ancora alla
loro curiosità,
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dando dettagli sugli studi che stavo per intraprendere, notiziandoli
sulla mia famiglia e su i miei numerosi fratelli e sorelle. Il fatto della
tasca cucita aveva aperto un dibattito sui pericoli delle metropoli.
Il treno finalmente arrivò alla stazione di Napoli in pieno
clamore. Una moltitudine di gente moveva con sacchi e valige verso
l'uscita. Un po' sperduto in quella babele, con la mia valigia pesante
andavo a piccoli passi cercando di scoprire il maresciallo Santangelo.
Un facchino sollecitamente tentò di prendermi la valigia, ma io lo respinsi, ringraziandolo e indicando che lì in fondo c'era lo zio maresciallo.
In paese mi avevano riempito la testa sulle sveltezze e audacie
dei napoletani, mi sentivo perciò intimorito e guardingo e insistentemente guardavo avanti in cerca degli amici che mi aspettavano.
Il mio occhio acuto individuò il maresciallo da lontano nella
sua uniforme, tutto dritto, con a lato un signore che era don Leopoldo
Odeven. Gesticolai con la mano libera e li vidi assentire e sorridermi e
muoversi incontro a me. Mi fecero prendere la valigia da un facchino e
fra domande e sorrisi ci avviammo all'uscita. Mi sentii salvo e felice e i
miei protettori sembravano soddisfatti della mia gioia. A quei tempi,
prima dell'uscita, i viaggiatori dovevano aprire le valige alle guardie
doganali per la roba soggetta a dazio, e potete immaginare che cosa
succedeva nel salone delle verifiche, la confusione e il vocìo. In tono alto
si intrecciavano i dialoghi con le guardie in diversi coloriti dialetti fra
gesti e parole di protesta o di preghiera.
Il nostro gruppo filò dritto con lo scambio del saluto militare
tra le guardie e il maresciallo.
Fuori della stazione don Leopoldo ed io montammo in una
carrozzella con la valigia in serpa. Salutammo il maresciallo Santangelo, che ritornava in ufficio e alla
172
domanda del cocchiere don Leopoldo sentenziò: « A San Vicienzo d'a'
Sanità! ».
Napoli era in una luce di tromonto.
L'intrecciarsi del movimento di carrozzelle, tramvai, pedoni che si
inseguivano vociando e gesticolando, mi apparve di un carattere estremamente eccezionale. Domandai a don Leopoldo, che si divertiva a sentire le
mie meraviglie, che festa fosse quel giorno a Napoli.
Nella casa degli Odeven fui accolto festosamente dalla moglie donna Matilde, da donna Giulietta, madre di don Leopoldo e vedova del
maggiore Odeven, e dalle cinque bambine Odeven di cui la prima, Maria,
aveva un po' meno della mia età. Alla curiosità di tutti rispondevo di
buon animo e a tavola, fra questa buona gente, mi sentii affrancato e come
parte di essa. Don Leopoldo, che si divertiva a parlare con me, intuendo il
mio desiderio di uscire e incoraggiato dalle donne, mi disse alzandosi da
tavola: « Ora andiamo a Toledo ». Ero allegrissimo!
Alle nove di sera uscimmo per via Foria e Galleria Principe di
Napoli. Ero incantato. Toledo- era fantastica, un fiume di luci e di movimento, i negozi ancora aperti e lucenti fino a mezzanotte. L'impressione
della Galleria Umberto f u enorme. A quell'ora tarda la gente usciva ed
entrava nei negozi a fare spese.
Rifacemmo Toledo a piedi e avrei ancora camminato in quell'incantesimo. Pensavo ai miei che in paese già dormivano da un pezzo. A
casa donna Giulietta mi fece un lettino a branda nella stanza da pranzo.
Salutai tutti, ringraziai don Leopoldo e mi misi nel mio lettino. Era tardi. Il mio pensiero corse a mia Madre, mormorai le preghiere tutto rannicchiato sotto le coltri, e piansi a lungo, finché il sonno e la stanchezza mi
vinsero.
FRANCESCO GALANTE
173
MANIFESTAZIONI PROVINCIALI
Il primo Convegno di Ecologia
a Palazzo Dogana
(2-3 dicembre 1972)
Nel Palazzo ex Dogana dell'Amministrazione Provinciale si è svolto nei
giorni 2 e 3 dicembre 1972 il Convegno di studi « Sull'inquinamento delle acque superficiali e sotterranee della Provincia di Foggia ».
Il Convegno è stato curato da un Comitato Organizzatore, così comp osto:
Dr. Ermanno Sica, Assessore Prov.le all'Igiene, Sanità ed Ecologia;
Dr. Domenico Appio, Direttore Sezione Medica Laboratorio Prov.le d'Igiene e
Profilassi di Foggia;
Dr. Giuseppe Zingrillo, Direttore Sezione Chimica Laboratorio Prov.le d'Igiene e Profilassi di Foggia;
Dr. Angelo Celuzza, Direttore Biblioteca Prov.le di Foggia;
Dr. Guido Pensato, Vice Direttore Biblioteca Prov.le di Foggia;
Dr. Domenico Mucciarone, funzionario Amm.ne Prov.le di Foggia.
Organizzato dalla Amministrazione Provinciale, promotore l'Assessorato all'Igiene, Sanità ed Ecologia, il Convegno ha registrato una partecipazione
notevole non solo di rappresentanti della vita politica locale e regionale, ma
anche di esperti e soprattutto di giovani universitari e studenti delle scuole medie superiori della città.
In apertura di Convegno, il dr. Franco Galasso, presidente della Amministrazione Prov.le, ha rivolto parole di saluto agli intervenuti ed ha commemorato il sen. Antonio Segni.
Il dr. Ermanno Sica, assessore prov.le all'Igiene, Sanità ed Ecologia, ha
iniziato i lavori con una relazione nella quale ha innanzitutto precisato gli scopi
del Convegno, a suo avviso individuabili in tre punti precisi:
a) informare l'opinione pubblica della realtà attuale sull'inquinamento
della nostra Provincia;
b) riferire su quanto è stato fatto dall'Amministrazione Prov.le e da altri
Enti, per risolvere l'attuale stato dell'inquinamento;
c) organizzare un servizio di prevenzione con la collaborazione di tutti
gli Enti interessati, per la salvaguardia della nostra Provincia da ogni inquinamento futuro.
Il dr. Sica ha detto che oggi l'ecologia, questa parola di misterioso significato appena qualche anno fa, è sulla bocca di tutti, perché sovrasta tutti il
terrore del180
l'inquinamento, perché tutti ormai vanno convincendosi che il veleno della civiltà dei consumi potrebbe perdere l'umanità non meno di quanto possa farlo il
potere distruttivo dell'energia nucleare; la differenza forse consiste nell'entità di
tempo: lenta l'una, immediata l'altra.
Affrontare in questi termini l'argomento può sembrare sproporzionato
allarmismo; è l'unico caso in cui l'allarmismo non deve essere condannato, ma
accettato perché sia di stimolo in un campo in cui poco o nulla si sta facendo,
nonostante il gran parlare.
Il problema interessa tutti i popoli della terra e forse tutti si aspettano
perciò che a risolverlo siano le grandi potenze, ma queste, per inverosimile che
possa sembrare, si sono accordate per volare insieme nello spazio agganciando
le loro astronavi, mentre hanno appena accennato il proposito di unirsi per
combattere l'inquinamento che gli scienziati stessi dei loro paesi vedono dilagare dappertutto.
A questa fa riscontro la diligenza dei piccoli, quali si devono considerare
gli amministratori degli enti locali che vivono nella realtà e non sono i destinatari di una realtà raccontata, riferita dai collaboratori scientifici agli uomini di
alto vertice.
Un igienista si interessa di inquinamento non solo per vocazione, ma anche per dovere e ci è parso quindi congeniale il compito di organizzare a livello
locale un'assise che, per la notorietà degli studiosi e degli uomini di scienza che
la onorano, avrà, ne siamo certi, una risonanza di alto valore promozionale.
Se questo Convegno avanzerà proposte o suggerirà soluzioni anche circoscritte al nostro territorio, se sarà solo di stimolo a più vaste ed anche più
impegnative iniziative, l'Amministrazione Provinciale di Capitanata non avrà
fallito il suo obiettivo.
I lavori si sono svolti come segue:
1. Giornata
Apertura dei lavori da parte del presidente dell'Amministrazione Provinciale,
dr. Franco Galasso, con commemorazione del sen. Antonio Segni.
Relazione del dr. Ermanno Sica.
Saluto del Sindaco di Foggia, geom. Pellegrino Graziani.
O.d.g. presentato dagli allievi dell'Istituto Tecnico Commerciale « P. Giannone
» di Foggia.
Relazione del prof. Alfredo Paoletti sugli « Aspetti sanitari dell'inquinamento
delle acque e rimedi ».
Relazione dell'avv. Luigi Scialla.
Relazione del dott. Giovanni Marano su « Aspetti generale dell'inquinamento
del mare ».
Interventi alla discussione:
Avv. Luigi Masullo;
Dr. Francesco Ciuffreda, medico prov.le;
Sig. Ennio Marino, Assessore comune di Foggia;
On. Avv. Gustavo De Meo;
181
Dr. Gerlando Castellani, medico capo INAM;
Ing. Aulo Magagni, ing. capo AMNU - Foggia;
Sig Francesco Paolo Valentini, studente Liceo Scientifico di Foggia;
Ing. Luigi Giorgio dell'EAAP;
Geom. Nicola D'Andrea, Sindaco di Manfredonia;
Prof. Alfredo Paoletti.
2. Giornata
Continuazione interventi alla discussione:
Sig. Matteo D'Ambrosio, Sindaco di Peschici;
On. Dr. Pasqualino Pasqualicchio;
Rag. Saverio Biasco, Capogruppo D:C. Amm.ne Prov.le Foggia.
Repliche
Prof. Alfredo Paoletti;
Avv. Luigi Scialla;
Dr. Ermanno Sica;
O.d.g. conclusivo
182
MANIFESTAZIONI PROVINCIALI
Il primo Convegno di Ecologia
a Palazzo Dogana
(2-3 dicembre 1972)
Nel Palazzo ex Dogana dell'Amministrazione Provinciale si è svolto nei
giorni 2 e 3 dicembre 1972 il Convegno di studi « Sull'inquinamento delle acque superficiali e sotterranee della Provincia di Foggia ».
Il Convegno è stato curato da un Comitato Organizzatore, così comp osto:
Dr. Ermanno Sica, Assessore Prov.le all'Igiene, Sanità ed Ecologia;
Dr. Domenico Appio, Direttore Sezione Medica Laboratorio Prov.le d'Igiene e
Profilassi di Foggia;
Dr. Giuseppe Zingrillo, Direttore Sezione Chimica Laboratorio Prov.le d'Igiene e Profilassi di Foggia;
Dr. Angelo Celuzza, Direttore Biblioteca Prov.le di Foggia;
Dr. Guido Pensato, Vice Direttore Biblioteca Prov.le di Foggia;
Dr. Domenico Mucciarone, funzionario Amm.ne Prov.le di Foggia.
Organizzato dalla Amministrazione Provinciale, promotore l'Assessorato all'Igiene, Sanità ed Ecologia, il Convegno ha registrato una partecipazione
notevole non solo di rappresentanti della vita politica locale e regionale, ma
anche di esperti e soprattutto di giovani universitari e studenti delle scuole medie superiori della città.
In apertura di Convegno, il dr. Franco Galasso, presidente della Amministrazione Prov.le, ha rivolto parole di saluto agli intervenuti ed ha commemorato il sen. Antonio Segni.
Il dr. Ermanno Sica, assessore prov.le all'Igiene, Sanità ed Ecologia, ha
iniziato i lavori con una relazione nella quale ha innanzitutto precisato gli scopi
del Convegno, a suo avviso individuabili in tre punti precisi:
a) informare l'opinione pubblica della realtà attuale sull'inquinamento
della nostra Provincia;
b) riferire su quanto è stato fatto dall'Amministrazione Prov.le e da altri
Enti, per risolvere l'attuale stato dell'inquinamento;
c) organizzare un servizio di prevenzione con la collaborazione di tutti
gli Enti interessati, per la salvaguardia della nostra Provincia da ogni inquinamento futuro.
Il dr. Sica ha detto che oggi l'ecologia, questa parola di misterioso significato appena qualche anno fa, è sulla bocca di tutti, perché sovrasta tutti il
terrore del180
l'inquinamento, perché tutti ormai vanno convincendosi che il veleno della civiltà dei consumi potrebbe perdere l'umanità non meno di quanto possa farlo il
potere distruttivo dell'energia nucleare; la differenza forse consiste nell'entità di
tempo: lenta l'una, immediata l'altra.
Affrontare in questi termini l'argomento può sembrare sproporzionato
allarmismo; è l'unico caso in cui l'allarmismo non deve essere condannato, ma
accettato perché sia di stimolo in un campo in cui poco o nulla si sta facendo,
nonostante il gran parlare.
Il problema interessa tutti i popoli della terra e forse tutti si aspettano
perciò che a risolverlo siano le grandi potenze, ma queste, per inverosimile che
possa sembrare, si sono accordate per volare insieme nello spazio agganciando
le loro astronavi, mentre hanno appena accennato il proposito di unirsi per
combattere l'inquinamento che gli scienziati stessi dei loro paesi vedono dilagare dappertutto.
A questa fa riscontro la diligenza dei piccoli, quali si devono considerare
gli amministratori degli enti locali che vivono nella realtà e non sono i destinatari di una realtà raccontata, riferita dai collaboratori scientifici agli uomini di
alto vertice.
Un igienista si interessa di inquinamento non solo per vocazione, ma anche per dovere e ci è parso quindi congeniale il compito di organizzare a livello
locale un'assise che, per la notorietà degli studiosi e degli uomini di scienza che
la onorano, avrà, ne siamo certi, una risonanza di alto valore promozionale.
Se questo Convegno avanzerà proposte o suggerirà soluzioni anche circoscritte al nostro territorio, se sarà solo di stimolo a più vaste ed anche più
impegnative iniziative, l'Amministrazione Provinciale di Capitanata non avrà
fallito il suo obiettivo.
I lavori si sono svolti come segue:
1. Giornata
Apertura dei lavori da parte del presidente dell'Amministrazione Provinciale,
dr. Franco Galasso, con commemorazione del sen. Antonio Segni.
Relazione del dr. Ermanno Sica.
Saluto del Sindaco di Foggia, geom. Pellegrino Graziani.
O.d.g. presentato dagli allievi dell'Istituto Tecnico Commerciale « P. Giannone
» di Foggia.
Relazione del prof. Alfredo Paoletti sugli « Aspetti sanitari dell'inquinamento
delle acque e rimedi ».
Relazione dell'avv. Luigi Scialla.
Relazione del dott. Giovanni Marano su « Aspetti generale dell'inquinamento
del mare ».
Interventi alla discussione:
Avv. Luigi Masullo;
Dr. Francesco Ciuffreda, medico prov.le;
Sig. Ennio Marino, Assessore comune di Foggia;
On. Avv. Gustavo De Meo;
181
Dr. Gerlando Castellani, medico capo INAM;
Ing. Aulo Magagni, ing. capo AMNU - Foggia;
Sig Francesco Paolo Valentini, studente Liceo Scientifico di Foggia;
Ing. Luigi Giorgio dell'EAAP;
Geom. Nicola D'Andrea, Sindaco di Manfredonia;
Prof. Alfredo Paoletti.
2. Giornata
Continuazione interventi alla discussione:
Sig. Matteo D'Ambrosio, Sindaco di Peschici;
On. Dr. Pasqualino Pasqualicchio;
Rag. Saverio Biasco, Capogruppo D:C. Amm.ne Prov.le Foggia.
Repliche
Prof. Alfredo Paoletti;
Avv. Luigi Scialla;
Dr. Ermanno Sica;
O.d.g. conclusivo
182
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
BOLLETTINO D'INFORMAZIONE
della
Biblioteca Provinciale di Foggia
Anno X (1972)
n. 1-3 (gen.-giu.)
La nuova “Provinciale,,
Sistemazione dei fondi e distribuzione dei servizi
La nuova Sede della Biblioteca Provinciale di Foggia, progettata con
una ricettività di circa 500.000 volumi, è situata al centro della zona degli
studi comprendente il Palazzo degli Studi, i tre Licei e gli Istituti tecnici,
sulla Tangente Meridionale, all'incrocio con il viale Giuseppe Di Vittorio.
Tale Tangente, a tre ampie corsie, sarà l'arteria di scorrimento posta a cardine del nuovo Piano Regolatore della città.
La superficie interamente coperta è di 16.000 mq., sviluppantesi su
quattro piani:
- piano a quota -1,75, dove è sistemato il magazzino generale dei libri
e dei periodici, per complessivi 200.000 volumi. È servito da montacarichi,
da nastri trasportatori e da posta pneumatica. A tale quota sono anche il
magazzino e gli uffici del Centro Rete del Sistema Bibliotecario della Provincia di Foggia, che alimenta cinquantatré Biblioteche civiche costituite
nell'anno 1969; le centrali termiche e di condizionamento; la sala legatoria e
di restauro;
- piano a quota + 1,30. Attraverso una comoda scalea
1
si accede al piano delle consultazioni generali, alla sala delle bibliografie e ai
fondi speciali (manoscritti, cinquecentine, fondo « Puglia e Capitanata »,
fondi « Zingarelli », « Fraccacreta », « Vocino », « Fajella », « Saponaro », «
Caggese », ecc.);
- piano a quota + 4,25. Vi si accede attraverso una piazzetta coperta
che disimpegna l'atrio dell'auditorium. Dall'atrio principale si accede alla Sala
Cataloghi, alla sala pubblica a scaffali aperti per adulti (86 posti a sedere e
12.000 volumi classificati con la D.D.C.); a un nucleo di uffici, al bar e
fumoir, alla sala mostre e alla biblioteca dei ragazzi. Qui i libri sono distinti
per gruppi di età e nei settori di « narrativa », « informazione » e « studio ».
Accanto a tale biblioteca è sistemato un fondo di libri di pedagogia, psicologia, letteratura per l'infanzia, pedagogia e didattica della lettura;
- piano a quota + 7,40, che accoglie le sale di consultazione e di studio e comprende anche i periodici scientifici relativi alle singole materie.
Quest'ultimo criterio risponde alla esigenza sempre più presente, anche negli istituti bibliotecari, di organizzare lo studio e la ricerca sulla base di dipartimenti e settori scientifici omogenei e complementari ad un tempo. Le
sale di lettura possono ospitare, in questa sezione, oltre duecento posti a
sedere.
La Biblioteca è fornita di impianti tecnici modernissimi, quali: il gabinetto di riproduzione e stampa per microfilms; la sala di reprografia; un
auditorium per duecento posti a sedere, dotato di impianti di traduzione
simultanea, e di fonoriproduzione; un laboratorio linguistico; un impianto
di controllo televisivo a circuito chiuso, completo di telecamere fisse e mobili, di monitors di controllo comunicanti con un tavolo di regia e di apparecchi di registrazione in ampex; discoteca, nastroteca, aparecchi audiovisivi
(cineproiettore, diaproiettore, epidiascopio, registratori, ecc.).
A completamento delle rete di servizi tecnici si sta studiando, in collaborazione con ricercatori della I.B.M., la possibilità di avviare un programma che impegni un elaboratore elettronico nelle operazioni di sistemazione, catalogazione e classificazione del materiale librario, oltre che nella
compilazione di un catalogo a stampa e nelle operazioni di ricerca bibliografica automatizzata; e ciò per favorire lo snellimento nei
2
momenti cruciali della sperimentazione e della ricerca scientifica.
La nuova Biblioteca è stata progettata per assolvere in modo adeguato due importanti funzioni: quella di biblioteca pubblica e di centro di animazione culturale che alimenta una rete di biblioteche di quartiere e un circuito di biblioteche comunali situate in tutta la provincia; e quella di biblioteca di ricerca, in vista della auspicata realizzazione della Università Dauna.
A tale scopo non solo la Biblioteca è stata dotata e si sta dotando di
personale qualitativamente e quantitativamente idoneo, ma ha chiesto e ottenuto che nel bilancio 1972 dell'Amministrazione Provinciale fossero previsti 140 milioni per acquisto di libri e di riviste e ben 500 milioni del quinquennio 1971-1976.
Tali somme permetteranno di completare l'acquisto di opere fondamentali di consultazione e di studio in ogni settore e particolarmente in quelli delle
letterature classiche, della archeologia, della storia antica e della filologia romanza. Sono questi ultimi alcuni dei settori da cui già oggi la Provinciale di
Foggia riceve lustro e stimolo al completamento delle collezioni. Basti pensare
al fondo « Nicola Zingarelli », ricco di testi preziosissimi oltre che di una raccolta dantesco-petrarchesca (circa duemila pezzi) che poche biblioteche possono vantare; sezioni di letteratura provenzale, di linguistica e letteratura francese,
di letteratura spagnola; e una sezione comprendente collezioni di periodici ormai introvabili o di rilevantissima importanza, che si è avuto cura di completare
e di aggiornare.
L'importanza della biblioteca « Zingarelli » è nota a studiosi e ricercatori, quali i professori Vallone, Sansone, Tondo, dell'Aquila, Bronzini che
hanno pubblicato studi su materiale inedito posseduto dalla Provinciale.
Altro fondo di notevolissimo interesse e di grande valore scientifico è
quelo del prof. Angelo Fraccacreta. La serietà dello studioso, la sua profonda preparazione e l'amore vivissimo per la sua terra, possono far subito intuire l'importanza del fondo, che oltre a comprendere seimila volumi di economia politica e scienza delle finanze, storia economica e statistica, raccoglie
3
libri e opuscoli rari sulla questione meridionale e sulla Capitanata e una
collezione ricchissima di periodici che vanno da « La Riforma Sociale » a
« The Economic Journal », al « Giornale degli Economisti »; dalla « Review of the Economic Conditions in Italy » alla « Revue Economique
Internationale » a « Le Musée Social »; da « The world's work » a « The
American Economic Review » alla « Revue d'Histoire Economique Sociale »; dal « Bollettino dell'emigrazione » alla « Revue d'Economie politique ».
A complemento e quale completamento di tale fondo la Biblioteca
ha acquistato dal prof. Luigi Saponaro, ordinario di Ragioneria e giornalista, deceduto recentemente a Foggia, una raccolta ricca della collana
completa dei classici di economia politica pubblicata nelle varie serie;
della collana di sociologi e di economisti, della « Biblioteca dell'Economista » della « Nuova Biblioteca dell'Economista » e degli « Annali di
Economia ». Si aggiungano oltre duemila volumi di tecnica bancaria, ragioneria, estimo, diritto finanziario, diritto fallimentare, organizzazione
aziendale. Completano tale fondo la sezione di storia e di politica, ricca
di testi rari e preziosi; una
4
sezione di studi locali e una ricca e aggiornata raccolta di periodici « Consulente delle aziende », « Mondo economico », « Rassegna economica », « Monete e credito », « Diritto fallimentare », « Studi di mercato », « Etudes economiques de l'OCDES », « International Monetary Fund »...).
Particolare rilevanza trovano nei fondi « Fraccacreta » e « Saponaro »
i problemi economici connessi all'agricoltura. È questo un settore di particolare interesse per una provincia che trova nella agricoltura la fonte del
suo reddito e per una città dotata di istituti di alta specializzazione agraria e
zootecnica; un settore che costituisce, insomma, la base naturale di una attività di ricerca in presenza di tutti gli strumenti e di tutti i corredi necessari
per una sana attività scientifica e per una proficua sperimentazione.
Notevolissimo e prezioso per lo studio storico, economico, sociologico, di storia del diritto è il fondo « Dogana », posseduto dalla Biblioteca e
relativo alla intera pubblicistica esistente su quel complesso istituito che è «
la Dogana delle pecore » di Foggia.
La fonte primaria per tali studi è nei documenti posseduti dall'Archivio di Stato di Foggia, che si appresta a migliorare la sua organizzazione e i
suoi uffici con il trasferimento in una sede idonea messa a disposizione dalla Provincia. Sarà possibile dare vita all'auspicato « Istituto Superiore di studi doganali » che consentirà di sciogliere tanti nodi storici ed economici che
sono alla base del nostro difficile e laborioso progresso. L'immensa massa
di documenti della « Dogana » offre, a latere, la possibilità di studi linguistici, antropologici e di storia del Risorgimento e del brigantaggio; fenomeni,
questi ultimi, da cui non si può prescindere quando si voglia fare la storia
del nostro Mezzogiorno.
Altri fondi di particolare importanza sono:
- il « Caggese », di natura storico-giuridica, ricco della collana delle
fonti per la storia d'Italia, di una serie di statuti municipali e di studi sui
Comuni italiani;
- il « Canelli », riguardante il diritto e la bonifica agraria;
- il « Fajella », contenente opere di carattere artistico e archeologico;
5
- il « Bellucci », relativo ai testi della Biblioteca « Apulia » e ad alcuni
manoscritti inediti sulla cultura pugliese.
Un settore ricco delle opere fondamentali e che, opportunamente
completato costituirà l'ossatura del nuovo istituto, è quello delle opere di
consultazione e di bibliografia.
Il fondo centrale della Biblioteca dei ragazzi, studiato in collaborazione con l'Istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero di Bari, con il
Centro Didattico Nazionale di Firenze, con la Commissione Nazionale di
Studio sui problemi relativi alle biblioteche per ragazzi, costituita in seno
all'Associazione Italia Biblioteche, con l'Ente Nazionale per le Biblioteche
Popolari e Scolastiche, è stato particolarmente curato in vista di una sperimentazione in ambito pedagogico e in quello della didattica della lettura.
Esso prevede incontri e collaborazione anche a livello scolastico e dei
Centri di Servizi Culturali istituiti in città dalla Cassa per il Mezzogiorno.
Accanto al fondo di letteratura ber l'infanzia, ricchissimo di albi e di
periodici, è stato predisposto un fondo di testi pedagogici, di psicologia e di
pedagogia sociale. Sarà quest'ultimo fondo lo strumento di una serie di iniziative nei confronti del mondo della scuola, opportunamente studiato in
una monografia (« L'istruzione pubblica in Capitanata ») curata dalla Biblioteca Provinciale.
Una menzione particolare meritano:
- un fondo tuttora inesplorato che raccoglie opere del Seicento e del
Settecento che potrà costituire occasione per interessanti e stimolanti ricerche;
- il laboratorio linguistico con annesso reparto di letterature comparate, che sarà arricchito di tutte le collezioni in lingua originale;
- l'auditorium che con le sue modernissime attrezzature tecniche, ha
tutte le carte in regola per diventare il luogo ideale della città per incontri,
dibattiti e convegni ad alto livello.
Un discorso a parte meriterebbe l'attività editoriale svolta dalla Biblioteca Provinciale di Foggia. Qui basti citare « La Capitanata », una rivista
che si pubblica da dieci anni, A. Vallone « Studiosi di Dante in Puglia »,
Biancofiore-Marin-Par6
langeli « Daunia antica », il « Catalogo della 1a Mostra Bibliografica del Gargano », A. Celuzza « La lettura pubblica in Capitanata », il « Libro rosso della città di Foggia » e i « quaderni » de « La Capitanata », edizioni distinte
tutte con la consulenza grafica di Mario Simone.
Un cenno, per chiudere, sulla collezione di periodici correnti che
pervengono regolarmente alla « Provinciale » e che abbracciano tutti i settori fino a toccare il numero complessivo di 1.265 testate, comprese quelle
cessate.
Nonostante la complessità di compiti che la nuova Biblioteca sarà
chiamata ad assolvere sul duplice piano della pubblica lettura e della ricerca
scientifica, la modernità delle strutture e delle attrezzature tecniche, i cospicui mezzi finanziari messi a disposizione, il continuo aggiornamento professionale dei bibliotecari costituiscono la più ampia garanzia per il tanto
auspicato progresso culturale della Provincia dauna.
ANGELO CELUZZA
7
La figura sociale del bibliotecario
(Appunti per una ridefinizione del ruolo)
Uno dei temi più scottanti di tutta la problematica relativa alla organizzazione bibliotecaria del nostro paese è, da sempre, quello della formazione del personale. D'altra parte, le carenze della « Scuola speciale per archivisti e bibliotecari », dei corsi universitari e di quelli (famigerati ormai) di
Soprintendenza e ministeriali non sono che un aspetto del più generale
scollamento in atto, da più di trent'anni, nelle strutture educative e della
divaricazione di queste dalla realtà viva, in continua evoluzione del mondo «
esterno ».
Durante il periodo fascista, destinate le biblioteche a fare da cassa di
risonanza e da canale di distribuzione della propaganda del regime e, perciò,
eliminato ogni pur tenue rapporto con il pubblico dei lettori (la ristretta
élite ammessa ai livelli più alti dell'istruzione e, quindi, in grado di fornire
utenti; o i « paria » delle biblioteche popolari 1, costretti a subire, anche in biblioteca come altrove, la tutela di « chi ne sa di più » e ai livelli più grotteschi e volgari la propaganda) 2,
1 Sulle origini, sulle finalità e sulle direttive in materia cfr. A. SQUASSI, La
biblioteca popolare, Milano, Mondadori, 1935.
2 Un interessante e non convenzionale (perché « volutamente politico »),
tentativo di definizione del ruolo attribuito, nella storia unitaria del nostro paese, al
sistema bibliotecario è quello dovuto ad ARMANDO PETRUCCI, Biblioteche e
cultura di classe: un'alternativa all'obiettività, in Provincia di Firenze, I beni culturali 1967-71. Atti dell'incontro tenutosi in Palazzo Riccardi il 15 aprile 1971
(ciclostilato), pp. 162-195.
« In una società capitalistica di tipo avanzato il sistema bibliotecario pubblico costituisce (o può costituire) di per se stesso uno degli strumenti culturali sussidiari adoperati dai ceti dominanti in generale e in particolare dai gruppi politici
dirigenti per la diffusione ed il consolidamento della cultura ufficiale e perciò stesso per la creazione ed il mantenimento del consenso. Se, come è accaduto e accade
in Italia, esso non è riuscito nel passato e non riesce oggi a svolgere
9
il problema della formazione professionale era ridotto all'essenziale: sapere
di latino o di greco, di paleografia e sempre in modo da potersi aggirare da «
competenti » negli angoli più polverosi del proprio lavoro, da mettere a tacere il sospetto del « diverso altrove » e, quindi, la eventualità di accennare a
sottrarsi alla strumentalizzazione del regime.
Il dopoguerra è stato certamente, anche per il mondo delle biblioteche, un momento di grandi speranze, alimentate dalle novità che giungevano da altri paesi e da altri settori della vita nazionale. Ben presto, però, forti
resistenze a uno sviluppo in senso democratico delle strutture bibliotecarie,
come di tutto il sistema culturale, del resto (allora come e più di oggi) paurosamente carente sul piano tecnico-scientifico e su quello dell'assetto organizzativo, vennero, per ragioni e interessi diversi (apparentemente), ma
comunque coincidenti, da più parti. In prima linea è sempre stato il potente
apparato centrale, rintanato nei Ministeri e preoccupato di conservare, comunque e dovunque, il proprio potere e la propria presenza. Accanto a questo, i
gruppi politicamente dominanti, che avviavano allora, sia pure in maniera
rozza e non completamente consapevole, quel processo di formazione e
gestione della informazione e del consenso, che avrebbero successivamente
condotto ben oltre (e con altra consapevolezza e raffinata « modernità ») in
tutti i settori della vita pubblica. In posizione subordinata ora all'uno ora
all'altro sono stati gran parte degli stessi bibliotecari 3, legati all'establishment
dalla stessa (fatte le debite proporzioni) volontà egemonica e, comunque,
contenti di un ruolo dipendente e subalterno o semplicemente preoccupati
di dover aprire le porte all'esterno e, perciò, di dover effettuare spericolati
recuperi, sul piano culturale e psicologico, indirizzati, finalmente, più agli
intein modo soddisfacente tale funzione, ciò è dovuto non al fatto che non si sia a più
riprese tentato di imporgliela, ma alle sue insufficienze strutturali ed alla sua scarsa
disponibilità, pubblica », ibid., p. 162.
3 Sarebbe, a questo proposito, estremamente interessante ripercorrere la storia dell'A.I.B. (Associazione Italiana Biblioteche), la sua sostanziale inerzia e la sua
subordinazione (nonostante sporadici « angoli di coscienza ») negli anni del fascismo e nei primi lustri del dopoguerra; gli sforzi compiuti, particolarmente nell'ultimo decennio, per darsi una posizione autonoma e originale.
10
ressi e ai bisogni dei lettori (effettivi ed esclusi) che alla solipsistica cultura
di raffinatissimi hobbies 4. In questo disegno e nel quadro complessivo dei
ritardi della nostra realtà bibliotecaria va inserito il ruolo affidato e giocato
nel passato e fino ad oggi dai problemi (mai risolti, perché male affrontati)
della formazione e della qualificazione dei bibliotecari, costantemente in
bilico tra corsi, concorsi e programmi (ineluttabilmente, sembra, votati a
scontare ritardi di contenuti e a essere contestati da tutti) e la realtà più viva
che preme alle porte degli istituti con una domanda articolata, precisa e esigente cui non può certo dare risposta il vecchio bibliotecario « erudito » di
un tempo, né un generico orecchiante di mode culturali.
Tutte le nostre biblioteche sono piene di gente che va alla faticosa ricerca della propria identità culturale e sociale, di bibliotecari « fuori chiave »
che trasmettono agli istituti le incertezze, le frustrazioni e le approssimative
operazioni di recupero del terreno perso che, viceversa, aumenta sempre
inesorabilmente.
E il fenomeno si aggrava nell'ambito delle biblioteche pubbliche (che
qui si tengono particolarmente presenti), i cui operatori vengono tuttora
modellati (anche se, per fortuna, quasi mai vi si riesce completamente) sul
tipo di bibliotecario umanistico-sapiens che se può talora trovare delle giustificazioni (per altro parziali almeno quanto la sua formazione professionale) in molte delle biblioteche di conservazione e di tradizione, diventa un
pesce fuor d'acqua, quando non una palla al piede, nell'ambito delle biblioteche pubbliche.
A risolvere questo problema centrale della formazione del personale delle biblioteche è chiamato lo Stato come responsabile della Scuola speciale per
archivisti e bibliotecari e della qualificazione in genere dei propri dipendenti;
ma anche gli Enti Locali, Regioni in testa 5, cui spetta il compito
E' comprensibile, in tale contesto, come, per quasi due decenni, sia apparsa (sui due fronti) « rivoluzionaria » la battaglia intorno al concetto di biblioteca
pubblica.
5 Il trasferimento alle Regioni delle competenze in materia di biblioteche e
musei di enti locali è avvenuto con D.P.R. n. 3 del 14 gennaio 1972.
4
11
di scrollare di dosso alle strutture bibliotecarie pubbliche la polvere accumulata negli anni per immobilismo o per « simpatia » e di favorire una presa
più diretta sulla realtà culturale politica e sociale. Ma, d'altra parte, le esperienze del passato, vicende anche più recenti, (alludiamo, per esempio, ad
alcune contestazioni di corsi ministeriali prontamente riassorbite), la situazione di permanente inefficienza scientifica e pratica della « Scuola speciale
» e di gran parte delle nostre strutture universitarie, le difficoltà finanziarie
croniche in cui versano gli Enti Locali, la scarsa organicità e omogeneità di
interventi, che pure ci sono e anche con frequenza, da parte degli stessi,
tutto questo ricaccia fatalmente il discorso al primo momento, quello individuale, dei soggetti della vicenda: i bibliotecari. Questi devono, infatti, oggi
più che mai, farsi carico di uscire finalmente da una specificità, reale o presunta poco importa, certamente in via di ridefinizione complessiva, che per
troppo tempo non ha consentito, programmaticamente e al di là di apparenti ridipinture di facciata, un confronto (o uno scontro?) con la complessa
realtà della società, dei suoi problemi, delle sue contraddizioni e dei suoi
conflitti, delle sue articolazioni (istituzionali e non) sul piano politico, economico e culturale. Quella che deve essere la acquisizione fondamentale e,
insieme, il punto di partenza di ogni ridiscussione sulla professionalità e sul
ruolo è che questo e quella non si recuperano (o non si costruiscono in modo autonomo e originale) « sequestrando » le strutture culturali e sottraendole chissà ancora per quanto alla fruizione e alla gestione da parte dei ceti
subalterni, in nome, appunto, di una presunta astratta specificità rispetto ai
problemi della società nel suo complesso (come sostanzialmente è stato
fino a oggi); o in nome e per conto di una « neutralità » sempre più sospetta, in tempi di manipolazioni a livello planetario della informazione e, più in
generale, della scienza, (come potrebbe accadere e in parte già accade oggi,
nonostante o, meglio grazie proprio a calcolate concessioni al « sociale »).
Non si tratta, d'altra parte, di fare da notai a un processo di democratizzazione che, sia pure con tante lentezze e difficoltà, si fa strada anche nell'ambito della organizzazione della cultura; quel che si chiede
12
a ogni operatore culturale, ma più in generale agli intellettuali, è di partecipare in prima persona, di contribuire concretamente a quel processo, ritrovando nell'ambito di esso (eccoci al punto) la specificità del ruolo, della
professione, i modi e i contenuti tecnico-scientifici di essi. Ogni scelta che
non vada in questa direzione, per quanto possa ammantarsi di neutralità e
affogare nella « onestà intellettuale », sarà oggettivamente una scelta di conservazione dello status quo.
Considerazioni come quelle che precedono consentono, a nostro parere, di assumere un'ottica particolare (e la sola giusta) di fronte ai singoli
problemi: le scuole professionali, l'editoria specializzata, il problema della
qualificazione e dell'aggiornamento..., soprattutto perché costituiscono la
sola possibilità di ricondurre a unità il discorso che, altrimenti, rischia di
continuare a rompersi in mille rivoli, in tanti vicoli senza una uscita politico-culturale e di risultare paralizzante rispetto alla prospettiva di risultati
concreti, a breve e lungo termine e nella direzione chiarita. Sono, d'altra
parte, l'unica strada per tentare di salvarsi dalle secche del tecnicismo e,
quindi, in ultima analisi, di orientarsi verso scelte e prefigurare linee di intervento complessivo, su diversi piani, che tengano conto delle varie sfaccettature della realtà di fatto.
A tutt'oggi un diverso orientamento ha prodotto, in una situazione
caratterizzata da ritardi e insufficienze a tutti i livelli, linee di tendenza e
scelte di ripiego, subordinate e parassitarie nei confronti di situazioni e scelte affatto diverse (sia sul piano specifico e dal punto di vista dello stadio di
sviluppo delle strutture culturali e sia su quello generale della realtà sociopolitica) o una corsa affannata alla ricerca episodica, frammentaria e scoordinata di strade diverse e originali che, se vengono talora individuate e seguite in singole e particolarissime esperienze, non hanno la capacità e la
forza di presentarsi, proprio in assenza di un momento comune di riflessione, di confronto e di coordinamento, in termini univocamente esemplari
per tutto il territorio nazionale, così squilibrato anche nel settore delle strutture culturali.
D'altra parte, un secolo di parcellizzazione del lavoro (e dell'uso pubblico) ha prodotto all'interno degli istituti e
13
dell'organizzazione (!) a livello nazionale una situazione (un'atmosfera) alienante in cui prosperano l'isolamento, l'ignoranza dei problemi (anche di
quelli più vicini), la difficoltà, l'impossibilità di costruire uno schieramento
compatto che affronti tutte le questioni nel loro complesso 6.
Queste sono le condizioni oggettive su cui va ad innestarsi una risposta tipica della realtà, non solo bibliotecaria, italiana, una pseudo-soluzione
che non fa che aggravare la situazione e allontanare le prospettive di esiti
positivi e avanzati: la fuga, a livello individuale, verso la ricerca autodidattica. Questa finisce poi per fungere da prezioso lubrificante dei singoli ingranaggi del (distorto) meccanismo, il quale ritrova e riproduce al proprio interno le condizioni che lo consolidano nell'immobilismo. E questo avviene
in maniera abbastanza visibile quando la scelta va verso l'erudizione o le «
grandi sistemazioni teoriche »; ma è altrettando verificabile, anche se non
molto appariscente, nel caso di « vocazioni » anomale e aggiornate.
Cerchiamo di chiarire esemplificando.
E' abbastanza scontato che il pane quotidiano di ogni autodidatta che
si rispetti è il libro, particolarmente quando a... pasteggiare è un bibliotecario. Orbene, è altrettando noto che uno dei settori in cui più pesanti si fanno le nostre carenze e più accentuata la nostra dipendenza dall'estero è
quello della letteratura specializzata, dovunque ritenuta e utilizzata come
strumento per la conoscenza dei problemi, per il confronto di idee a livello
scientifico e politico-culturale, ma qui da noi usato sempre come spazio
privilegiato per ricerche e indagini erudite (anche importanti, se si vuole) e
mai come occasione per la chiarificazione del momento politico (pubblico)
della professione, dell'uso delle strutture, della stessa ricerca teorica. E' così
che, nonostante qualche segno positivo, proveniente d'altra parte sempre
più spesso dall'ana6 Si deve rilevare, a questo proposito, la più grave carenza dell'Associazione
Italiana Biblioteche, incapace fino ad oggi del salto (qualitativo e quantitativo) che
consentirebbe una rappresentatività effettiva, vasta e libera da ogni sospetto di
corporativismo e, per ciò stesso, l'assunzione di un ruolo (tecnico e politico) originale.
14
lisi di un quadro di riferimento più generale (« politica culturale ») 7, i nostri
bibliotecari sono costretti ad « emigrare », se intendono sfuggire alle angustie dell'erudizione e maneggiare strumenti concreti di analisi di ricerca e di
intervento.
L'incontro con la letteratura professionale straniera e poi la successiva e abituale frequentazione della stessa diventano una sorta di permanente
esaltante pascolo abusivo che, quando non provoca irreversibili frustrazioni, conduce a pericolosi sbandamenti e illusionistiche confusioni di piani.
Facciamo un caso concreto: quello di un tema (rapporti tra mezzi di
comunicazione di massa, biblioteche e educazione) e di un libro, B. J. ENRIGHT, New media and the library in education 8 , particolarmente stimolanti e
attuali.
Gli scopi del volume sono chiari fin dalla prefazione: esaminare i vari
punti di vista sul ruolo della biblioteca nei confronti dei nuovi media e rispetto al
tema dell'educazione; « richiamare l'attenzione dei bibliotecari sulla esigenza di
discutere i problemi posti dai nuovi media e fissare una strategia della biblioteca
appropriata a ogni particolare situazione educativa » 9; sottolineare l'utilità di un
riesame delle operazioni correnti in biblioteca e i problemi connessi all'organizzazione: catalogazione e classificazione dei materiali, gestione tecnica e economica degli stessi; riorganizzazione e riqualificazione del personale, esigenze degli utenti...
Si tratta, come si vede, di temi, già questi, di grande interesse anche
per il lettore italiano, solo che si voglia aprire per tempo gli occhi su di essi
e sui ritardi, anche per questo specifico problema, della nostra letteratura
tecnico-professionale, che sono insieme causa e effetto del ritardo con cui
concrete esperienze di utilizzazione e gestione di media cominciano ad aversi nell'ambito degli istituti bibliotecari italiani.
7 Si vedano su questo tema: Politica culturale? Studi, materiali, ipotesi, a cura di
Giovanni Bechelloni, Bologna, Guaraldi, 1970; Presente imperfetto 1972, a cura di
Italo Moscati e Paolo Donat-Cattin, Bologna, Guaraldi, 1971; Contro l'industria culturale. Materiali per una strategia socialista, Bologna, Guaraldi, 1971; Le autonomie locali e
la politica culturale, a cura di Massimo Modica, Roma, Il Comune Democratico,
1972.
15
E' infatti vero, particolarmente per il nostro paese, che i materiali audiovisivi, le loro potenzialità (positive e negative) non sono state sufficientemente analizzate; mentre meno vera, più lontana (o lontanissima?) nel
tempo è la prospettiva, altrove considerata estremamente reale e già concretamente in atto, di dovere smettere di pensare alle biblioteche come strumenti operanti anche nel futuro come tali e di dovere cominciare a lavorare
intorno al progetto di strutture più complesse e articolate, « learning resource centres », « multi-media centres », affidate a non bibliotecari. Molto
spazio viene dedicato da Enright anche ai problemi, ai risultati fin qui acquisiti, alle prospettive della applicazione generalizzata delle nuove tecnologie ai processi educativi, alla integrazione del materiale non librario in un
tutto unitario con i fondi librari e ad altri temi ancora.
E' difficile sfuggire alla suggestione di un ventaglio di « proposte »
tanto vario, articolato e interessante. E questo, ripetiamo, particolarmente
per il lettore (e il bibliotecario) italiano; il quale, però, sarà nella strana posizione di apprendere nozioni e modalità di intervento nei confronti di una
situazione soltanto immaginabile come possibile nella sua realtà concreta.
Tutti i problemi affrontati da Enright sono infatti reali e realisticamente
posti rispetto a una situazione di fatto (quella anglosassone) che non può
assolutamente costituire un termine di raffronto per la nostra. E non soltanto per la intuitiva ragione che in quei paesi, (e in quasi tutti gli altri) esiste una articolatissima rete di istituti bibliotecari da noi pressocché inesistente; e che, quindi il problema dell'impatto con i mass-media è lì talmente
concreto, attuale e incalzante (anche se affrontato con eccezionale tempestività) 10, da mettere in crisi non soltanto la figura del biLondon, Clive Bingley, 1972.
B. J. ENRIGHT, op. cit., p. 7.
10 Basti rilevare, per sincerarsene, che la rivista « Library Assistant » pubblicava nel 1921 un articolo di G. P. JONES, The Cinema, the School, and the Public
Library; e « Library World », in un numero del 1921, un contributo di M. J. WRIGLEY dal titolo The film in its relation to the library: A neglected educational
agency; e uno di H. A. SHARP, apparso nel 1922, e che si
8
9
16
bliotecario, ma anche la sopravvivenza della biblioteca in quanto tale, mentre qui da noi faticano a farsi strada, per non citare che un caso, nelle stesse
biblioteche dei ragazzi i comics... che pure sono fatti di carta (e hanno molto
poco del « new medium » di cui parla Enright).
Il pericolo più rilevante, in effetti, risiede altrove ed è legato a una
premessa sostanzialmente esatta. Si dice: la nostra situazione è arretrata,
abbiamo bisogno di studiare le situazioni e le esperienze altrui. Fin qui tutto
bene (e utile). Ma questa non è che la premessa, appunto, di un discorso
che fa discendere poi da quella arretratezza e da questi confronti o l'immobilismo: « aspettiamo di essere nelle stesse condizioni »; o la « suggestiva »
esigenza, avvertita come necessità impellente, di applicare modelli di intervento apparentemente tecnico-organizzativi, ma sostanzialmente politicoculturali, elaborati altrove e strettamente funzionali ad altri (perché più avanzati e diversamente determinati sul piano storico, anche se riconducibili
al medesimo modello di assetto economico-sociale) contesti. E' questa diversità, d'altra parte, che garantisce la credibilità del discorso sulla razionalizzazione e sullo ammodernamento del sistema (o meglio sulla gestione autoritaria e dall'interno dell'uno e dell'altra) 11.
occupava di Some further uses of gramophones in public library; e gli esempi potrebbero
continuare.
11 Un esempio abbastanza chiarificatore di ciò che è nelle intenzioni e negli
effetti di un'azione che risponda alla logica qui descritta e nell'intervento « straordinario sul fattore umano » messo in atto dalla Cassa per il Mezzogiorno a partire
dal 1967 su un piano predisposto dal FORMEZ (Centro di Formazione e Studi per
il Mezzogiorno) e attraverso vari enti gestori dei Centri di Servizi Culturali. Detto
intervento si è fin dall'inizio qualificato come il corrispettivo, a livello ideologico,
del tentativo di razionalizzare e funzionalizzare agli interessi del Nord e della stessa
programmata industrializzazione del Mezzogiorno lo sfruttamento delle risorse
economiche e umane « reperibili in loco ». E questo nonostante che in un primo
momento l'azione si presentasse con caratteri di apertura e disponibilità. Tanto è
vero che non si fecero attendere molto la chiusura dei Centri « più aperti e disponibili », la restrizione dell'area e dell'autonomia di azione (con un radicale accentramento delle decisioni), il collegamento sempre più diretto (e sempre piú dipendente) dall'industria editoriale. I criteri ispiratori e le finalità dell'« intervento Cassa
» hanno, d'altra parte, fatto strada in un ambito più vasto. Ed ecco una prova assolutamente non equivoca: « Ecco dunque un altro compito specifico delle biblioteche pubbliche nelle zone depresse: ampliare cioè, sulla
17
Non si vuole certo dire, per concludere su questo punto (« dalla nevrosi autodidattica alla sua strumentalizzazione »), che... la lettura di qualche
libro straniero sia all'origine di tutti i mali che ci affliggono; ma è che a questo tipo, d'altra parte nemmeno tanto marginale, di dipendenza corrispondono, come abbiamo più volte accennato ed è a tutti noto, una situazione
psicologica (individuale) e politico-culturale-organizzativa estremamente
idonea a favorire l'instaurarsi di processi quale quello sommariamente descritto.
***
Fatalmente, la situazione generale dell'organizzazione bibliotecaria
nel suo complesso si ripercuote (lo notavamo
base di qualcosa di piú valido che le canzonette, le partite di calcio e le lotterie, gli
orizzonti culturali delle popolazioni più depresse, che sono sempre le più isolate,
uniformandoli alle dimensioni nazionali, per favorire l'integrazione di quanti, abbandonando il paese di origine si trasferiranno in altre sedi », PIETRO ROSELLI,
Le biblioteche nei comuni delle zone agricole, in Biblioteche per ogni Comune. Atti del
Convegno Nazionale, Bologna, 24-26 marzo 1969. Roma, Ente Nazionale Biblioteche Popolari e Scolastiche, 1969, p. 112.
« Attività che costituirebbero una perdita nel linguaggio tecnico del bilancio
(riforme, istruzione, centri di ricerca, assistenza) producono viceversa la loro quota
di profitto sul piano della stabilità sociale. Questo può spiegare come mai, accanto
ai costanti tentativi di razionalizzazione di certe sfere improduttive (ad esempio,
della circolazione) diretti a ridurne al minimo le spese, si possano elencare numerosi esempi di moltiplicazione e allargamento di altri centri, ugualmente improduttivi, a puro scopo di controllo ideologico. Il proliferare degli enti culturali collegati
alla Cassa del Mezzogiorno, per citarne uno, non può giustificarsi dal punto di vista della razionalità amministrativa o produttiva e neppure in base al contenuto dei
programmi: la funzione degli enti non è di migliorare il livello culturale del Meridione quanto di tenere occupati un certo numero di intellettuali in ruoli subalterni
e ossificati di cauto riformismo ». SIMONETTA PICCONE-STELLA, Intellettuali e
capitale nella società italiana del dopoguerra, Bari, De Donato, 1972, p. 183.
Una breve ma chiara analisi dell'intervento della « Cassa » nel settore culturale si deve a PIERO CASTELLO, Un caso di politica culturale dello Stato. Appunti
sui Centri di Servizi Culturali nel Mezzogiorno, in Politica culturale?, cit., pp. 208-223.
Per una esemplare « testimonianza » sullo stesso tema cfr. MARIO SIMONE, Le
biblioteche della Cassa, in « la Capitanata - Rassegna di vita e di studi della Provincia
di Foggia », VIII (1970), n. 1-6 (gennaio-giugno), parte seconda, pp. 84-86.
18
all'inizio) sui programmi dei corsi di formazione e di aggiornamento, le cui
insufficienze (quantitative, metodologiche, di contenuto,...) vengono tanto
più avvertite e sottolineate in quanto ai corsi stessi si continua pervicacemente e giustamente a guardare come a un momento fondamentale (nella
misura in cui siano occasione di acquisizione di conoscenze e di confronto)
della più vasta battaglia per la modificazione in senso positivo della situazione. E questa consapevolezza è già una risposta, sempre più diffusa, un
rifiuto dell'alternativa: immobilismo-erudizione/aggiornamento autodidattico.
Le sollecitazioni e i fermenti di questi ultimi tempi hanno prodotto
anche in questo ambito, tentativi più o meno riusciti, ma comunque sempre
episodici e isolati tra loro, di adeguamento e di riformulazione.
Anche per il mondo delle biblioteche gli anni '68-'70 sono stati anni
inquieti, pieni di fermenti e di sussulti, di spinte verso il rinnovamento e
tentativi, sempre o quasi sempre riusciti, di riassorbire tutto (o almeno, le
parti più « visibili », più « appariscenti » e « pericolose »).
Il tutto giunse a comprendere la occupazione di biblioteche da parte
di studenti e lavoratori (Milano) e la contestazione totale, protagonisti tutti i
partecipanti, di un corso ministeriale di « qualificazione tecnica per bibliotecari di 3a classe » (Roma). Si trattò di due episodi estremamente significativi,
che, pur avendo come protagonisti gruppi diversamente (almeno in apparenza) interessati alle vicende delle biblioteche, andavano entrambi inquadrati in uno stesso ambito e ricondotti ad un'unica esigenza di base: aprire
le strutture, la professione e tutti i problemi in qualche modo connessi a
questi al confronto con il mondo esterno, con la società, con (tutti) gli
utenti. Qualcuno si illuse che stesse per essere travolto dalle fondamenta un
modo di intendere la biblioteca e la figura del bibliotecario. E certo non si
può negare che da parte di molti operatori si sia avviato e consolidato un
processo di ripensamento, di ridiscussione e che qualche effetto di ciò si sia
avvertito nello stesso assetto degli istituti. Dove, invece, la « restaurazione »
è stata pressoc19
ché totale è nel settore dei corsi ministeriali 12. Già l'anno successivo a quello (1969) in cui il corso fu aperto e subito chiuso da un documento, sottoscritto da allievi e docenti, che poneva in discussione alla radice i corsi stessi, ne fu riproposto (e tenuto regolarmente!) uno che avrebbe dovuto rispondere alle aspettative create dagli avvenimenti dell'anno precedente, ma
che, al contrario, riproduceva lo stesso modello (nonostante la apparente
accettazione di una richiesta di natura tecnica - il carattere monografico del
corso - assolutamente marginale se, come avvenne, isolata da un contesto
più vasto e sostanziale di richieste). Il processo di assorbimento delle spinte
andò avanti, i corsi continuarono (e continuano) ad essere quello che sono
sempre stati 13, anche se oggi l'istituzione dell'ordinamento regionale e il
trasferimento ai nuovi enti elettivi delle competenze in materia di biblioteche, sembrano aver creato un clima di irrequietezza « in alto loco », agitato
da malcelati tentativi di creare o conservare più o meno estese « riserve di
caccia » 1 4 .
Altrimenti « movimentato » risulta il panorama dei corsi gestiti in
questi ultimi mesi a livello periferico (da Sistemi Bibliotecari, da Regioni,...),
a ulteriore conferma che anche il rinnovamento dei settori culturali passa
attraverso il deUna prova, d'altro canto, della disponibilità, dell'apertura, della sensibilità dei nostri governanti sta tutta nel fatto che la legge che regola la formazione del
personale delle biblioteche (« popolari ») risale al 1935 (R. D. n. 1240 del 3 giugno).
1 3 La novità più rilevante resta... la dizione usata per quelli che erano stati i
« colloqui ed eventuali prove per l'accertamento del profitto », divenuti poi un «
colloquio informativo sulle tendenze professionali » (?!).
1 4 Va inquadrato in quest'ambito il convegno del marzo 1972 sul tema « La
biblioteca pubblica-centro di cultura », organizzato dal Ministero della P.I., Direzione Generale Accademie e Biblioteche. Difficile trovare un argomento, un tema,
un problema che non fossero nel programma di quel convegno. C'era di tutto: dall'educazione popolare, all'educazione permanente, all'autoeducazione; dai gruppi
d'interesse ai gruppi d'età ai gruppi ...tradizionalmente trascurati; dalle mostre di
libri antichi alle inchieste,... Insomma, si è trattato (almeno nelle intenzioni) di un
corso che ha tentato di essere... tutti i corsi non fatti (e fino a oggi).
Sul convegno v. La Biblioteca pubblica-centro culturale e G I A N N I
B A R A C H E T T I , In margine ad un c onv egno, in « Associazione Italiana Biblioteche. Bollettino d'informazioni », XII (1972), n. 1 (gennaio-marzo), pp. 42-44 e
44-46.
12
20
centramento e la partecipazione democratica dei diretti interessati. Al centro di questo fermento sono gli Enti Locali, le biblioteche da questi gestite,
i bibliotecari di questi istituti, perché più direttamente coinvolti nelle singole realtà, e perciò più in grado di sfuggire all'alienazione, alla parcellizzazione del lavoro, a patto che a questo si contrapponga una precisa presa di coscienza (politica e culturale) del proprio ruolo, dei contenuti e degli orientamenti metodologici da dare al proprio lavoro.
Tutte le difficoltà che, anche in questo caso, si possono individuare,
tutte le incertezze, le insufficienze, tutta la episodicità e la disarticolazione e
la disparità di orientamenti e di intervento (e come potrebbe non esserci
tutto questo dopo i molti e molti decenni di immobilismo e di fronte alle
resistenze che, a livello centrale e anche localmente, il processo in atto tuttora incontra, a mano a mano che il discorso si fa più chiaro, più chiari gli
obiettivi e le strategie?) possono essere superati solo nella misura in cui i
problemi della formazione e della qualificazione del personale vengono sottratti alla trappola del corporativismo e rimessi in circolo insieme agli altri
problemi delle strutture bibliotecarie e della organizzazione culturale in genere, come problemi di tutti i cittadini, di tutti i lavoratori, perché destinati
a giocare un ruolo determinante sulla destinazione, sull'uso, sulla proprietà
delle strutture stesse.
Utili indicazioni vengono in questo senso dall'approvazione da parte
della Regione Emilia-Romagna della Legge in materia di « corsi per operatori di musei e biblioteche e di addetti alle attività di conservazione dei beni
culturali ».
Di grande interesse alcune affermazioni contenute nella relazione: «
Riguardo al rilevamento, alla catalogazione e alla memorizzazione dei beni
culturali, le campagne che l'assessorato intende promuovere costituiranno
senza dubbio una occasione preziosa per la sperimentazione dei nuovi indirizzi didattici da dare alla preparazione professionale. Si tratta di avviare in
concreto l'applicazione del lavoro sul campo, come metodo che permetta la
identificazione funzionale del momento teorico dell'apprendimento con
quello pratico »; « La
21
necessità per la Regione di gestire direttamente i corsi, soprattutto in questa
fase di avvio, deriva dalla opportunità di fondare una metodologia unificante che impedisca la parcellizzazione delle singole iniziative di impostazione
didattico-formativa... Ciò non toglie la possibilità di attuare corsi residenziali presso sedi periferiche, sulla base delle necessità che emergeranno di volta
in volta a livello provinciale, comprensoriale e comunale »; « L'art. 2 si limita a prefigurare alcune linee metodologiche fondamentali, evitando a ragion
veduta indicazioni più precise. Il carattere sperimentale dei corsi e la loro
funzionalità globale rispetto agli indirizzi programmatici di tutta la futura
attività promozionale che la Regione sarà chiamata a svolgere, non possono
permettere, infatti, la precostituzione di schemi definitivi ».
Siamo di fronte, come si vede, a una impostazione problematica, aperta a ulteriori contributi e chiarificazioni, di tutta una vasta area di questioni culturali (tecnico-pratiche e teoriche); estremamente qualificanti e
positivi ci sembrano alcuni punti fermi quali quelli riportati. Ma ciò che caratterizza in modo determinante questo intervento della Regione EmiliaRomagna e che ci preme soprattutto sottolineare è il contesto unitario in
cui tutti i problemi dei beni e delle istituzioni culturali vengono inquadrati e
affrontati.
E' questa la sola strada possibile per restituire alla generalità dei cittadini e dei lavoratori il patrimonio culturale, dovunque esso si trovi: in un
museo 15, in una biblioteca, in
15 Una radicale messa in discussione del museo in quanto tale, delle sue
strutture, del suo ruolo sul piano ideologico venne dal « maggio francese ». Successivi apporti e nuove acquisizioni hanno conferito a quel discorso maggiore articolazione e una reale capacità di porsi con carattere di concreta alternatività rispetto
alla situazione di fatto.
Su questo tema cfr. GIOVANNI BECHELLONI, Le condizioni sociali
della democratizzazione della cultura. Dal museo-tempio al museo-centro culturale, nota introduttiva a PIERRE BORDIEU e ALALA DARBEL, L'amore dell'arte. Le leggi della diffusione culturale. I musei d'arte europei e il loro pubblico,
Bologna, Guaraldi, 1972, pp. VII-XXVII. Così Bechelloni, analizzando le funzioni
sociali del museo d'arte, vi riassume le sue principali caratteristiche: « a. Separazione. Il museo ha teso, nel suo processo di crescita e di sviluppo fino alle recenti
contestazioni, ad accentuare il suo carattere di corpo separato rispetto alla vita... b.
Neutralizzazione. Ma il museo... assolve anche a un'altra funzione... ed è quella di
consacrare l'opera
22
un archivio 16 o, più in generale, sul territorio. « Le direttrici fondamentali di
questo disegno di globale recupero dei beni culturali, volto ad identificare in
concreto il momento della conservazione con quello della gestione sociale, si
individuano nei settori privilegiati del bilancio... ».
La saldatura tra la visione globale dell'oggetto di una tutela dinamica,
della valorizzazione, dell'uso e della disponibilità pubblica effettiva, e il
momento globale soggettivo (gestione sociale con vari livelli di specificazione) può consentire di imboccare, alla fine, la strada della ricomposizione
unitaria dei due momenti distinti in cui, da secoli, nella realtà della storia
occidentale, si sostanziano la produzione culturale da una parte e la fruizione (consumo) dall'altro. Ma questa è la strada per rispondere anche a una
preoccupazione e a un equivoco sempre più emergenti tra i bibliotecari del
d'arte confermandole la legittimità solo quando il potere di provocazione e l'impatto sovversivo dell'opera è ormai venuto meno, o per l'usura del tempo o perché
tale potere aveva nella destinazione o nel contesto originario ma tale potere perde
nel contesto « museo »... c. Trasmissione della cultura. Il museo è inoltre parte del
sistema culturale contribuendo alla produzione, diffusione e conservazione della
Cultura, con la c maiuscola, cioè l'ideologia dominante... d. Istanza di produzione e
legittimazione dei valori. ...Il museo d'arte è l'anello di congiunzione tra creazione e
mercato... Questo aspetto mercantile... è essenziale al fine di incentivare, legittimandola, la produzione di determinati valori, i più consoni a essere inseriti nel museo così come si è venuto costituendo e così come viene concepito da chi lo gestisce, consapevolmente o inconsapevolmente, per conto della classe dominante, e
non di altri. e. Istanza di sacralizzazione. Il museo infine diviene - nel linguaggio dei
suoi officianti: studiosi, amministratori e politici - il santuario di una nuova religione che
si sostituisce alla religione tradizionale carente nelle sue funzioni dì consolazione e di rassegnazione umanistica » P. Gaudibert, ibid., pp. XV-XVIII.
16 Il caso degli archivi di Stato è particolarmente emblematico del modo di
pensare le strutture culturali nel nostro paese. La dipendenza di questi importanti
istituiti dal Ministero degli Interni e la situazione in cui gli stessi versano (per mancanza di fondi, di personale, di indirizzi moderni e, in ultima analisi, di volontà
politica) sono le solide basi su cui poggia la sostanziale «segretezza » che circonda
tuttora una massa tra le più rilevanti (dal punto di vista quantitativo e qualitativo)
di dati, informazioni e fonti culturali. Sono molti, comunque, anche in questo settore, i segni che preannunciano come ormai non piú eludibili o rinviabili un rapido
ammodernamento degli istituti e la loro « apertura » all'esterno e a un ventaglio di
temi e problematiche culturali più ampio di quello (strettamente storiografico) che
il Bonaini aprì alla storia unitaria dei nostri archivi.
23
le biblioteche pubbliche e dei piccoli centri in particolare, i quali vedono
sempre più confusi i contorni del proprio lavoro, caricato delle più disparate e indifferenziate incombenze (« il bibliotecario deve essere tutto, fare
tutto? »); fatto che spinge il singolo, magari imbottito di nozioni e suggerimenti sulle modalità e sulle tecniche di « intervento culturale » da parte di
istituti e enti specializzati, a figurarsi la collettività come uno spettro informe ma soprattutto esigente o come una immensa scolaresca da indottrinare.
La gestione sociale, d'altro canto, non può essere considerata un sistema attraverso il quale il bibliotecario delega, in maniera totale e irreversibile, la propria strumentazione tecnica e il proprio ruolo, in una sorta di palingenesi
del politico tout court. Al contrario, la sua presenza e la sua partecipazione a
quello che è un processo e non uno stato definitivo, deve avere, proprio in
nome di quella « obiettività » cui tanto spesso ci si richiama, la funzione di
riequilibrare, sì sul piano tecnico, ma, in fin dei conti, su quello politicoculturale soprattutto, una situazione di squilibrio determinatasi storicamente
a favore di ristrette minoranze e avvalorata e protetta per secoli dalla compiacente « neutralità » dei tecnici e degli intellettuali.
E' perfino superfluo a questo punto sottolineare la fondamentale rilevanza che questo discorso e quello sulla gestione sociale acquistano per il
Mezzogiorno, per una realtà in cui continua ad assumere un carattere avanzato la battaglia perché « democrazia » smetta di essere un vocabolo sfrangiato dai mille (falsi) significati, la sopravvivenza allusiva di una realtà mai
concretamente avvertita, perché sempre rapinata. Lo sforzo per la elaborazione e la concreta attuazione nel Sud delle forme originali da dare alla gestione democratica nel settore culturale è parte integrante di un più vasto
impegno che vada verso la democratizzazione delle scelte economiche e
sociali, sia attraverso i tradizionali istituti della partecipazione, sia attraverso
quelli che la concreta prassi riuscirà a individuare e a darsi.
Utili indicazioni per il tema qui in esame (in cui vanno, purtroppo,
registrati ritardi da parte delle forze politiche, sindacali e culturali democratiche, non ancora giunte alla chiara
24
individuazione di un progetto politico-culturale alternativo al circolo chiuso
vittimismo-emarginazione-integrazione e di accertare e recuperare, sul piano delle analisi e delle indicazioni operative, la « specificità » del problema nei
confronti del Sud, che, d'altro canto, non può essere aggredita « a parte »,
ma nell'ambito di una strategia complessiva e organica) vengono « a contrario » dall'azione dei Centri di Servizi Culturali, i quali non sono andati al di
là di una fornitura di servizi, appunto, e di una gestione burocratica e
frammentaria dell'intervento, per non essere riusciti a collegarsi in modo
organico con le esigenze e le prospettive del quartiere e del comprensorio;
laddove proprio nella capacità di sfuggire alla logica neocolonialistica e del «
corpo separato » sarebbe stato possibile il recupero in senso positivo del
programma di intervento e, in fin dei conti, il rovesciamento della logica cui
lo stesso si ispirava.
Non sono stati affrontati in queste pagine problemi teorici ed epistemologici. Si è fatto ad essi riferimento nella misura in cui (e nella convinzione che, comunque, essi) denunciano, rivelano, preannunciano concezioni e situazioni politico-culturali complessive, che sono il terreno su cui
dovrà essere avviato ogni ripensamento (certamente indilazionabile) delle
stesse basi teoriche di quel complesso di concetti, di nozioni, di ipotesi che
va sotto il nome di biblioteconomia. La necessità di questo radicamento è
tanto più urgente e pregiudiziale quanto più si fa strada, anche in questo
campo, una sorta di fideismo tecnocratico che ipotizza e sogna soluzioni
buone per tutte le latitudini, convinto di progettare la democrazia planetaria
e sempre sull'orlo di dare una mano al tentativo di reductio ad unum delle
scelte e delle decisioni di ciascuno.
GUIDO PENSATO
25
La terra Garganica
nella poesia di Joseph Tusiani
Contributo critico bibliografico
CURRICULUM
1. Chi a San Marco in Lamis, nel Gargano, conobbe Joseph (una volta Giuseppe) Tusiani, studente nel paese natale, poi nella vicina San Severo,
poi all'università di Napoli, ricorderà come egli mostrasse fin dagli anni
giovanili una precocità di ingegno che era qualcosa di più che non la bravura del « primo della classe ». Era, una capacità notevole di parola, negli anni
in cui, per lo più, le parole si apprendeva ad usarle, e per una comune parlata quotidiana, non ancora per fini d'arte.
Tra San Marco e San Severo egli fece i suoi primi studi, ed i primi,
scolastici, esperimenti di poesia. All'università di Napoli si laureò in lettere «
summa cum laude », sostenendo con Cesare Foligno una tesi sul poeta inglese William Wordsworth. Era il 1947.
Lo stesso anno egli parte per l'America, e qui, a New York, raggiunge
e, per la prima volta vede, il padre, esule del regime fascista. Comincia la
carriera universitaria, non sempre lieve, non sempre dolce. Il Tusiani insegna letteratura italiana in vari « colleges » nuovaiorchesi, ed in uno di essi, il
College of Mount Saint Vincent, si stabilizza, diviene preside di facoltà per
il settore italiano, raggiunge il massimo grado accademico (« full professor
»).
Intanto pubblica volumetti di poesia in italiano. E dopo diversi anni è
in grado di scrivere poesia in inglese. Il suo battesimo di poeta di lingua
inglese può considerarsi la vincita del premio Greenwood, di Londra, per il
1956 (traguardo pri26
27
ma d'allora mai raggiunto da concorrenti americani), con l'ode M'ascolti tu,
mia terra?, che in inglese si chiama The Return (« Il ritorno »). Dopo di allora pubblica varie poesie in diversi giornali anglosassoni. E più tardi entra a
far parte dei direttivi della Società poetica d'America e della Società poetica
cattolica d'America. Del 1962 è una prima raccolta di cinquanta poesie, dal
titolo Rind and All (letteralmente: « Con tutta la scorza »); ed altrettante
sono in The Fifth Season (« La quinta stagione »), del 1964.
Dal 1960 in poi, va svolgendo una cospicua attività di traduzione della letteratura italiana in inglese.
Attualmente insegna al Lehman College della City University of New
York.
TRAPASSO GEOGRAFICO E STORICO
2. Nel considerare la poesia di Joseph Tusiani, non si può trascurare
un evento notevole: il suo « trapianto » in terra ben diversa da quella d'origine. Cambiamento non provvisorio ma definitivo di ambiente, di lingua e
di civiltà, ed avvenuto quando già la persona s'avviava a maturare le proprie
facoltà. Cosicché per taluni aspetti, per esempio la lingua, si trattò di ricominciare quasi da principio.
Rispetto all'argomento che ci siamo prefissi, di questo trapasso geografico e sociale ci interessa un risvolto che ha natura emotiva: in conseguenza del distacco, la propria terra diventa ricordo. Questo è un primo
punto da fissare. Infatti, nei primi scritti poetici, anteriori alla partenza, e
nati nella realtà concreta e vicina della terra garganica, non si può dire che
questa abbia spicco, e fisionomia già definita.
Possiamo, sì, trovarvi quegli aspetti di vita montana e campestre, o
quegli episodi paesani, ai quali il giovane fu più vicino, o nei quali addirittura visse: riti religiosi, come la distribuzione del cero della Candelora, la processione sammarchese del venerdì santo; lo spettacolo della gente al sole
nei pomeriggi primaverili, il ruzzo dei monelli per le strade, la visione delle
campagne assolate e pervase dal frinire delle cicale, il
28
convento di San Matteo, la croce del Celano 1, la povertà del bimbo scalzo
sulla neve e del vecchio rugoso, e la fame di ambedue, l'andare affannoso di
bambini dal bosco al paese con la fascina « sul muscolo » 2. E senza dubbio
questi sono tratti che resteranno molto vicini al cuore del poeta. Bisogna
però dire che nelle prime raccolte essi non risaltano, e non offrono ancora
una immagine della terra garganica densa e fortemente sentita. Le ragioni di
ciò sono facili a desumersi, tenuto conto che chi scrive è il ventenne che sta
svolgendo il suo tirocinio di poesia, piuttosto che creare: da un lato abbiamo l'incompiutezza del pensare e del sentire, cosa che porta il poeta in erba
a pensare e sentire ricalcando formule artistiche e morali assorbite negli
ambienti in cui egli si formò, principalmente gli ambienti di studio. Vedi,
per esempio, il fervore religioso di alcuni fra i primi componimenti: esso è
certamente sincero, nel giovane che vuole esprimerlo poeticamente, ma il
difetto è nel non ancora solido terreno di riflessione personale; col maturare, quel fervore attenuerà i propri toni, si farà meditazione, problema, angoscia, e talora estremo slancio di fede. Simile discorso può esser fatto per lo
stile, fin dal principio desunto dalle letture scolastiche: stile che, superando
le moderne esperienze novecentesche, si riallaccia a forme pascoliane e
dannunziane, e ad una tradizione retorica di stampo carducciano. Ed è stile
che, nel tempo, si raffinerà, perdendo la patina dell'oratoria ed avvicinandosi ad una forma meno ricercata, ma nel contempo conserverà una impronta
« classica » e tradizionale (nell'equilibrio verbale, nella musicalità, nelle stesse forme metriche) trasparente anche dai componimenti in lingua inglese.
3. È dunque col diventar memoria che l'immagine della terra garganica nella poesia di Joseph Tusiani acquista densità e fisionomia propria. Ed è
con la maturità del poeta che la memoria acquista un senso preciso, come
vedremo, ed attinge livello d'arte compiuta.
Il ricordo, che per propria natura può diventare fin troppo facile materia di poesia, nel Tusiani ben presto si
1
2
Cfr. Flora, pp. 17, 33, 25, 51, 60, 44.
Cfr. Amore e morte. pp. 5, 11, 26.
29
svincola dalla sfera del puro sentimento, per caricarsi di tutti i sensi di cui la
meditazione del poeta lo arricchisce. Nella raccolta Petali sull'Onda (finita di
stampare nell'agosto del 1948 - il Tusiani era emigrato nella seconda metà
dell'anno precedente) forse ancora si può trovare qualche brano in cui è
vivo il senso del distacco recente, e la lontananza parla con accenti musicali
ed accorati. Lo stesso titolo è indicativo: i versi contenuti nel volumetto
sono petali affidati all'onda dell'Atlantico che raggiungano il paese natale.
Non si rinviene, in tale raccolta, accenno specifico alla terra garganica; la
nostalgia si dirige piuttosto ad una Italia vaga e lontana, in cui la natura
splende, e forse ancora rosseggia dalle piaghe fresche della guerra 3.
I brani raccolti in Petali sull'Onda furono scritti alcuni prima altri dopo la partenza per l'America. Il volumetto seguente (Peccato e Luce, 1949)
segna già, mi sembra, un progresso, sia dal punto di vista formale sia da
quello sostanziale. L'espressione si va misurando, e l'eloquenza, seppure
non scompare, si tempera. Il contenuto va arricchendosi di pensiero, e la
stessa sensibilità poetica lentamente matura, nel lavoro di meditazione. Mi è
parso di trovare qui più chiari alcuni spunti che saranno in poesie posteriori, inglesi. Fra i temi, accanto a quello religioso, torna il ricordo della propria terra, che qui è già meglio delineato e rispondente al sentire del poeta.
Nella lirica « L'Esule » (Peccato e Luce, pp. 26-27) abbiamo in germe
dei motivi collegati alla terra garganica, i quali torneranno più tardi approfonditi e completati: l'immagine d'una splendida natura e della vita montana:
...Io sogno primavera, e affiora
Sovra l'intimo ma.°e il lembo estremo
D'una terra incantata nell'aurora,
E trema nel silenzio la tua voce,
E il suono è in essa di lontani armenti
Sparsi su le colline nostre.
(vv. 7-12);
3
Cfr. Petali sull'Onda, pp. 5, 11, 26.
30
31
il mattino, segno di vita fisica e spirituale, sorgente sulla montagna:
...E' l'alba,
Questa, che accenna a Primavera. E' 'l lieve
Riso del dì novello che da un fiore
Lontan si sfoglia su le nostre case,
Che il Convento protegge, alto e severo.
E il sol dilaga infine, e forte erompe
Dalle gemme e dai nidi e giú dal fine
Acror del timo il canto della vita.
(vv. 12-19);
la notte, che è buio nella natura e buio nell'anima:
... Ma con l'ali diacce
Scende la notte e muore in essa il sogno.
Oh greve il nero della notte sulle
Palpebre schiuse! Io solo qui rimango,
E il tintinno non odo de' lontani
Armenti sovra i nostri colli.
(vv. 20-25);
la consapevolezza di non essere più parte della terra d'origine, d'esserne
sradicato per sempre:
...Sorge il nuovo sole,
Ma non rivedo accendersi la gloria
Del Campidoglio. Sboccian le campane
All'aria mattutina, ma non più
M'affaccio ad innaffiar le roselline
Sul davanzal della finestra mia.
(vv. 26-30);
la terra natale sentita come principio purificante, contrapposto alla inquietudine d'un mondo più ampio:
C'era la guerra intorno, e brulicava
Fervido il sangue, e nella colpa immane
Del mondo io pur sentivami innocente
Al miracol del sole nell'azzurro;
Qui mi sento colpevole e bruttato
Della morte di tutti a ogni tramonto.
(vv. 32-37)
32
S'intravede già la dimensione di simbolo che la montagna natale va assumendo. E si può dire che i brani sopra riportati chiudano in germe l'ode
M'ascolti tu, mia Terra?, che è la espressione lirica perfetta del ricordo garganico nella poesia del Tusiani.
I RICORDI
dice:
4. In un brano delle Odi Sacre (1957) il Tusiani così
Ebbi, fanciullo, sol la visione
Di bimbi scalzi e d'uomini digiuni,
Precoci più del sole
Ad aspettar che li menasse ai campi
Per carità della digiuna prole.
Numeravan, segnandosi, le note
Del primo campanile,
E sulla loro povertà rideva
Il cielo dell'aprile 4 .
Possiamo dire che qui siano espressi, impliciti e stretti in una inscindibile unità, gli aspetti della terra garganica che più sono rimasti impressi
nella memoria del poeta. Semplificandoli, e togliendoli alla loro unità, li riduciamo ai seguenti: la povertà della gente (« uomini digiuni »), la religiosità
(« Numeravan, segnandosi »), la vita campestre e montana (« ...che li menasse
ai campi »), il paesaggio naturale (« il cielo dell'aprile »).
5. Fortemente sentito è quel lato del ricordo che abbiamo elencato
per primo: la povertà.
È la povertà del gruppo sociale più disagiato in un paese estremamente provinciale, e potremmo dire dimenticato, come poteva essere San
Marco fra le due guerre; la povertà di bambini affamati, e di vecchi languenti dall'inedia; la povertà di contadini stremati dalla quotidiana lotta per la
sopravvivenza. E, per il poeta, la propria antica povertà, superata e scomparsa nella vita esterna, ma non cicatrizzata nella sua sensibilità.
4
Odi Sacre: «Il Risorto», vv. 47-55.
33
Il tema della povertà della propria gente è rintracciabile fin dai versi
primi, anteriori alla partenza. In una lirica di Amore e morte (1946) si legge di
un bimbo che va scalzo sulla neve, o sul selciato ardente, accattando il pane, gli occhi saturi di un dolore longevo; ma non incontra carità, e lo trovan
morto un mattino d'agosto, in un gran portone. E poi è un vecchio, che
contende ad un cane un osso mezzo rosicchiato, e che muore con la bisaccia vuota: « sognava il pane nella notte diaccia » 5. Queste figurazioni usate
dal poeta principiante lasciano il dubbio che egli le abbia assunte dalla tradizione letteraria, o da certa retorica dei buoni sentimenti diffusa nelle nostre scuole in un tempo ancora non lontano. Ma visto il senso di quelle figurazioni - una squallida povertà - e visto che tale senso permane nel tempo, bisogna concludere che è sincero almeno il primo impulso del giovane
poeta verso tale condizione della sua gente.
Legato al tema della povertà, e quasi simbolo di essa, s'incontra un
motivo costante: il pane. La povertà è prima di tutto mancanza dell'elemento base, del pane. Seguiamo il motivo del pane dalle prime raccolte fino ai
versi più recenti, in inglese: è il pane ancora in chicchi, nella spiga turgida 6;
il pane che la nonna spezzava al bimbo 7; il pane scarso alla mensa del contadino 8; il pane che il poeta, bimbo, non aveva, simile all'uccello senza briciole 9; oppure, in quanto mezzo necessario alla sopravvivenza, esso è la
pastura per gli armenti della montagna garganica 10.
6. Nel quadro di questo mondo povero, alla fame di pane si associa
un sentimento religioso elementare, legato allo stato di indigenza delle persone.
La religiosità, che nell'uomo staccatosi dalla montagna è divenuta
problematica ed oscillante dal dubbio, rimane semplice, fra gli abitanti di
quella montagna, e priva delle croste della meditazione. Rimane essenzialmente fede diretta, a cui
Amore e morte: « Sogno d'estate », vv. 73-94.
Peccato e Luce: « Il Canto delle Spighe », vv. 44-47.
7 Lo Speco Celeste: « Lo Speco », vv. 46-47.
8 Melos Cordis: « Messoribus Dauniis », v. 8.
9 Rind and All: « San Marco In Lamis », vv. 17-20.
10 M'ascolti tu, mia Terra?, vv. 75-77.
5
6
34
35
che il cuor non è stagione e non è il corpo
uccello migratore: il prossim'anno
mi darà l'ale la pietà d'un falco,
mi farà polline un sereno aprile.
Sì, tornerò per Santo Matteo,
quando il largo del piano si riempie
di villici e d'armenti e di speranze
e sono intorno parole e belati
e onnipresente sole. E, se mai l'onda
il volo m'affatichi coi suoi spruzzi
alati, io giungerò con la mia fede
tre giorni prima di Santo Michele,
quando la Compagnia cinge cordiglio
e scalza parte al cielo della roccia.
Presto, si cerchi un asino che salga
il rupestre sentiero! E non sia questo
che mille giri intorno all'aia han quasi
accecato, né quello che il groppone
ha d'osso e pelle e putrido di piaghe
e sta su quattro zampe come sopra
ciglio d'abisso e par che gli rimanga
appena forza di schiacciar la mosca
dal sangue, con la coda e con un lagno.
(Lo Speco Celeste, « La Compagnia », vv. 8-35)
C'è, in questi versi, il ricordo di una retorica tradizionale nella quale il
poeta ha svolto il proprio tirocinio; ma direi schietto il fervore. La fantasia
pare esaltata, la parola turbina e sgorga prorompente, come senza controllo,
e si dispone secondo il fervore dei sentimenti del poeta.
L'arciprete guida la compagnia; gli occorre la cavalcatura:
Anche un'asina, presto!, purché buona
sia ad inerpicarsi su le balze:
ché l'Arciprete ha tutto bianco il capo
pel sole di settanta primavere
e parrà proprio il Cristo che riviene
il giorno delle palme e degli olivi.
Si partirà domani, a mattutino,
con l'ultim'astro che non vuol perire.
A mattutino, la corolla sogna
e la campana canta: canto e sogno
s'intessono nell'ora, mezzo astrale
e mezzo umana, e chiama la campana
ancora e, con la gente che s'avvia
36
silente, par che andare il gregge voglia
incontro al suono, sì l'invito è chiaro.
Son qui tutti i segnati? Bianco d'alba
e d'anni, l'Arciprete, con l'ausilio
di sei braccia, sull'asina è montato,
e gli van dietro, tutti, verso il Monte.
(Id., 36-54)
La partenza è accompagnata dal canto; e il verso acquista un ritmo
blandente di litania. Fra i pellegrini, uno tace; è il poeta, che, presente con il
pensiero e con l'anima, non ricorda l'inno di una volta (affiora la consapevolezza del distacco):
Sono gli uccelli meno di trecento
(i primi son migrati) e son le capre
men di dugento (l'altre l'han vendute
il dì di San Matteo che ha il viso moro)
e son le stelle men di cinque (il giorno
è sulla vetta ormai ridente cosa):
ma quattrocento, quattrocento e uno
sono i segnati che or cantando vanno
(e l'uno tace, lungo lo starale,
ché non rammenta l'inno glorioso):
La spada di Santo Michele
è tutta d'oro, è tutta d'oro.
Lo scudo di Santo Michele
è tutto aurora, è tutto aurora.
Il viso di Santo Michele
è come il sole, è come il sole.
La mano di Santo Michele
è di viole, è di viole.
Il piede di Santo Michele
è terribile e forte.
Santo Michele Arcangelo,
salvaci dalla morte!
(id., vv. 55-76)
La fila dei romei esce alla campagna, ed ognuno ha negli occhi il sole
che nasce. Cresce il giorno, e la polvere si fa calda sotto i piedi scalzi. A
mezzodì si sosta:
E va per miglia e miglia la mia gente
e l'anima mia stanca l'accompagna.
Sotto gli olivi, come Cristo affranto,
37
or posan tutti e l'Arciprete è sceso
dall'asina e carezza ogni fanciullo
e dice che la via s'è dimezzata:
ed egli ha letto i libri ed i vangeli
e pensa ai sette pesci ed ai tre pani.
In mezzo ai cerri fanno campolata,
nel mezzodí di fiamma, i pellegrini:
ché anche la cicala è stanca e posa
sul ramo eccelso fra la terra e il sole.
(id., vv. 85-96)
La fantasia, amorosa ed accesa dall'ispirazione, giunge a vedere delle
particolarità che sono emblematiche di tutta una condizione di vita: l'umile
pancotto, cibo dei pellegrini: i tozzi gonfi d'acqua e profumati d'aglio e d'alloro, l'olio crudo che fila da un'oliera singolare e disusata, ormai - un corno
bovino:
Questo che odora è il pan cotto con l'aglio
fresco del campo e, rara leccornìa,
c'è pur fronda di lauro nel paiuolo:
ed ecco l'olio crudo che sottile
esce dal corno e biondo dora i tozzi
cresciuti nel bollire: a Dio sia grazia
pel frutto dell'olivo e del frumento! 12
(id., vv. 97-103)
Nel meriggio caldo la cicala si desta, e bisogna andare. Vanno scalzi, i
pellegrini, per preservar le scarpe. Questo improvviso scoprir la povertà
della propria gente, in mezzo al fervore evocativo, fa il poeta memore d'una
persona ch'egli amò - la nonna:
Portano molti a tracolla le scarpe
e le pianelle di panno e di cuoio,
ché, se la roccia aguzza le consuma,
esse non sono più nuove per Natale;
e, nonna, nonna, tu non hai pianella
al piede e già la pelle è crepe e sangue,
né sulla testa il fazzoletto è doppio,
ed è quadruplice il raggio del sole:
seppe il tuo capo il cercine di tela
12
Nel testo a stampa troviamo il refuso « olio » per « olivo ».
38
in anni lunghi, e un po' delle tue carni
ognun s'è preso, o nonna, perché avevi
un figlio da sfamare e da vestire
e da far grande per la morte in guerra:
ed or non hai più carni che mai possa
il sole incenerire: hai solamente
la tua ferita e l'ombra di tuo figlio
(id., vv. 112-127)
Il dì s'avvia a finire, quando giungono alle falde del monte; la meta
d'un giorno di cammino è prossima:
Ora dal grembo profondo del bosco
un accenno di brezza viene e ventila
alla fronte che brucia la speranza
del vespro prossimo: o madre, mia terra,
è così cupo il tuo sguardo di fiamma
che, se pur taccia questo lume d'oro,
noi penseremo a un astro che s'è spento
dieci millenni or sono e in ciel s'indugia
come, finito l'olio, fuma ancora
sul nostro altare il lucignolo breve.
Ecco, solenne l'Arciprete scende
dall'asina, ed in ogni umano sguardo
è un'ansia che splende. Ecco, sul Monte,
il fiotto fievole e fiero del vespero!
L'Arcangelo sta lì.
(id., vv.136-150)
Nella trama « narrativa » di una costumanza religiosa il poeta inserisce i propri ricordi, gli aspetti, le figure, perfino le cose, che più sono radicate nella sua memoria e nel suo amore. E se il discorso è tenuto su un costante registro di eloquenza un po' sonora, non mi sembra, come dicevo,
che questo comprometta la felicità del momento poetico.
7. In quanto è stato detto fino a questo punto si può rintracciare
molto degli altri due aspetti della terra garganica che abbiamo individuato:
la vita campestre e montana, e il paesaggio naturale. Ma, per completare
l'analisi che stiamo conducendo, in breve consideriamoli isolatamente.
Una scena dei campi che ritorna più d'una volta è la mietitura, e si
capisce perché: essa è vicina al motivo del pane.
39
Il grano è futuro pane, la mietitura è l'operazione che ha per risultato il pane. Così essa è vista già in Amore e Morte, del 1946 (« Sogno d'estate », vv.
46-66), e torna, in toni diversi, nella raccolta di carmi latini Melos cordis, del
1955 (« Messoribus Dauniis », p. 23), e nei versi dialettali di Làcreme e sciure,
dello stesso anno (« La metenna », pp. 6-7).
Si nota anche, per il suo ripetersi, la figura del contadinello che porta
il fascio sulle spalle. Ed anche questa si integra in un mondo di povertà
contadina, dove la fatica è fatica per la sopravvivenza del proprio corpo. Ma
colpisce di più una immagine insistente, e direi quasi enigmatica nella sua
solitudine e nel suo silenzio: quella del pastore. È per lo più giovane, talora
fanciullo; è solo con il suo armento, per mezzo alle rocce e all'erba della
montagna. Pare che racchiuda, nella sua impassibilità, il segreto di cose insondabili, che inutilmente il poeta si sforza di perseguire con la parola. È lui
che all'alba sembra carpire tutto il senso della nuova luce solare, di cui si
veste e si scalda:
sta presso il gregge il pastorel silente,
lieto di regger sull'aperta mano
un cielo d'oro e per la prima volta –
fatto da te, sua madre, madre nostra –
un vestito di raggi.
(M'ascolti tu, mia Terra?, vv. 39-43)
Egli ascolta dall'antenato - quasi biblico patriarca - la storia della vita
che si perpetua; e al cader della notte dorme sulla pietra, chiudendo nel
sonno l'accettazione di un destino:
...veglia lontano e canta
una fiaba di vita un vecchio, e ascolta
un pastorello, ed è religione
questo silenzio della giovinezza
al detto del profeta. Il mare tace,
anch'esso, ad ascoltare, e ancora un poco
il vecchio canta, e sulla stessa pietra,
che serve da giaciglio,
nella mobile notte sono immoti
il bianco capo e i lievi ricci biondi.
(id., vv. 56-65)
40
si alimentano la speranza per le necessità di questa vita, e il pensiero di una
pace nella vita avvenire. Così il poeta vede questo aspetto della propria terra; e lo esprime rievocando quegli atti di venerazione, o quelle costumanze
di origine sacrale, a cui egli stesso fu abituato fin da piccolo.
Già nelle prime raccolte si accenna a riti dal sapore paesano; per esempio, le processioni con i simulacri della Vergine e dei santi; e non mancano i versi dedicati alle ricorrenze liturgiche 11. Qui c'è rappresentazione di
cose religiose, ma non ancora un proprio sentimento religioso. Questo sorge quando cominciano gli interrogativi (principalmente sul rapporto tra il
divino e l'umano, tra il bene e il male, tra l'Angelo e Satana). Ma allora la
religiosità diventa problema più vasto, e l'immagine della terra originaria
trapela appena, pur se non scompare mai nella coscienza del poeta. Così è
per le raccolte Peccato e Luce (1949) e soprattutto per le Odi Sacre (1957).
E pure in questa mutata condizione spirituale, il Tusiani raggiungeva,
con Lo Speco Celeste (1956), un felicissimo connubio tra la rievocazione del
proprio ambiente d'origine, e il sentimento religioso. Sembra che in questa
raccolta, frutto di un momento poetico notevole, la memoria della lontana
montagna nasca freschissima, particolareggiata, estremamente concreta,
tanto da travolgere il dubbio e rinvigorire la fede antica: il fervore (religioso, verbale) è equilibrato da un gradito realismo, che giunge fino all'uso di
espressioni e toponimi locali (« campolata », « Noce del Passo », « Starale »).
Lo « speco celeste » è la grotta garganica in cui è venerato San Michele, a Monte Sant'Angelo; e il volumetto prende lo spunto da un pellegrinaggio sammarchese alla grotta. Il brano centrale, intitolato « La Compagnia »,
rappresenta la partenza e il viaggio, subito dopo la festività paesana di San
Matteo, in settembre:
lo tornerò per Santo Matteo,
che, nel salir la via delle giumente,
esausto cadde, eppur non diede sangue
il ginocchio vercosso ma un'impronta
incise al masso glabro: e non mi dite
11
Cfr. Flora, pp. 17, 33, 56, 60, 61.
41
8. Lo scenario in cui si configurano questi ricordi è il paesaggio della
montagna garganica. Può essere che l'occhio si estenda fino ad abbracciare
il Tavoliere biondeggiante di grano; ma è per lo più quella « fatale montagna
» che dà il sottofondo alle rievocazioni liriche: essa è sempre splendida, nelle sue rocce, nei fili d'erba, nei boschi frondosi; è vista nel mutare della luce, alle varie ore del giorno, e nel mutare dei colori, con le stagioni.
Credo di poter dire che il sentimento vivo della natura, in Tusiani
molto spesso rappresentata con forti toni di colore, sia a lui venuto dall'abito a contemplare il paesaggio garganico, e a viverci, durante gli anni italiani,
che furono poi quelli in cui si formarono i germi della sua sensibilità. Infatti, perfino nei primi versi, pubblicati quand'egli era appena diciannovenne
(il poemetto Amedeo di Savoia, 1943), può sorprendere il senso delle tonalità,
chiare, sfumate, cupe:
Ride di luci nella notte il cielo
Mentre, dal sonno placido cullati,
Taccioni i clivi. Tremano le stelle
Vivide e immense, e agli ultimi orizzonti
Placido muore lo splendor, sui campi
Cheti ridendo e sulle turgide onde
Del crespo mar.
(Amedeo di Savoia, vv. 1-7)
...Il vento
Giungéa portando da lontano prode,
Con un odor fresco di lido, un soffio
Vanente di memorie assai remote.
La selva ondava tutta, ed un mistero
Nel fondo della notte tenebroso Penetrava ne' cuor...
(id., vv. 244-249)
Vennero da vicino e da lontano,
Dalle sponde frugifere e dai larghi
Stagni limosi e putridi, ove ronza
Accidiosa la mosca del sonno.
(id., vv. 466-469)
anche essendo, questi, versi chiaramente di scuola, e di poeta in erba.
Nei versi della maturità, alla evocazione del paesaggio si
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affianca il trasformarsi di alcuni fenomeni naturali in simbolo. L'alba che
segue al buio notturno, e riporta la visione chiara degli oggetti, e risveglia la
vita, è segno di rinascita spirituale, dopo l'errore, e segno premonitore di
una qualche rinascita, dopo il finire del corpo. Per converso, l'attenuarsi del
giorno, e il suo entrare nelle tenebre, ricorda la perdita di una qualunque
luce di discernimento, e l'avvicinarsi della morte. Che questo apparato di
simboli venga associato ala terra d'origine è significativo, perché denuncia
una nuova dimensione assunta dal ricordo della propria terra; dimensione in
cui la memoria dei fatti esterni non è più soltanto lirica, ma viene a riflettere
tutta la condizione intellettuale e morale del poeta.
Prima di passare a questo nuovo aspetto, vediamo brevemente una
raccolta che è garganica fin nella lingua usata.
9. Làcreme e sciure, del 1955, comprende venti poesie del Tusiani, in vernacolo. Si troveranno qui gli stessi temi e gli stessi motivi lirici che siamo venuti
considerando: la mietitura e il pane, il bambino col fascio, il pastore che nel suo
sguardo domina l'altura di Castelpagano, il convento di San Matteo, le fiaccolate tradizionali del Venerdì santo, i « sepolcri » compiuti seguendo il simulacro
dell'Addolorata. Ma c'è anche qualcosa di più, difficile - se non impossibile - a
trovarsi negli altri versi dedicati alla propria terra. È una sottile vena di buonumore, di arguzia popolana, che trapela qua e là e si fa sorriso. Una scena agreste
di mietitura, rivissuta in questo spirito leggero, fa dimenticare il suo senso «
drammatico » - che abbiamo visto - di processo verso il pane: la mietitrice mostra di eludere la corte del giovane che falcia insieme a lei, ma in fondo ne è
compiaciuta:
- E l'ha sapute, cumpà, che 'Ntunetta
la cuscetricia ha rumaste lu zite?
Facce mie, prima iè gghiuta a braccette
e mo ce uasta tutte lu cummite.
- Cummà, non sacce nente. Sule sacce
che i' te vogghie bene e me vi' 'nzonne,
e quanne non te vede i' so pacce
e non raggione, corpe lu... paponne.
(« La metenna », vv. 25-32)
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Anche il motivo del pane si allevia, e non fa più pensare ad una triste
realtà di indigenza, ma piuttosto alla alacrità salutare del lavoro compiuto
per ottenere l'alimento:
La campagna tutta d'ore
vò trecente meteture.
Iuna, duva, duva e treia,
faveceia, faveceia.
La metenna iè fenuta
e la state ienn'asciuta.
'Nnturne 'nturne la maiesa
lu cavadde pesa pesa,
e la forca la spatreia
quessa regghia e ventileia.
'Nnzacca 'nzacca quissu rane,
'nzacca forte e 'nzacca chiane,
e chiamate nu traine:
ima ì allu muline 12bis .
Direi che i risultati più attraenti, in questa raccolta dialettale, siano
proprio laddove i vari temi sentiti dal poeta vengano irraggiati dall'arguzia
popolaresca, o siano espressi attraverso forme semplici, come nella filastrocca appena citata.
Meno evidente è il tono lirico. Si direbbe che il Tusiani riesca in pieno quando vive nelle cose della sua terra dette nel dialetto della sua terra,
più che quando effonda il sentimento proprio su quelle cose, oppure quando voglia in esse mettere un'idea che dia loro un senso morale. Di fronte a
tale esito mi chiedo se sia il poeta a trovarsi a disagio nella espressione di un
contenuto più meditato, o sia il dialetto sammarchese a prestarsi poco per
un tipo di espressione filosofica e morale, dai fondamenti più ragionati e
consapevoli di quanto non siano nella ereditaria frase proverbiale e sentenziosa.
12bis Rendo in italiano i due brani, che sono scritti nel vernacolo di San Marco in Lamis. Il primo dice: « E l'hai saputo, compare, che Antonietta, la sarta, ha
lasciato il fidanzato? Che vergogna! Prima ci è andata a braccetto, e adesso si guastano tutti i piani. - Comare, non so niente. So soltanto che ti voglio bene, e mi
vieni in sogno, e quando non ti vedo, io divento pazzo e non ragiono, corpo d'un...
papònno (= orco, nel dialetto locale) ». (« La mietitura »).
Il secondo brano dice: « La campagna tutta dorata vuole trecento mietitori.
Uno, due, due e tre, falcia, falcia. La mietitura è finita, e l'estate è passata. Il cavallo
gira in tondo e trebbia il grano, e la forca sparge all'aria la pula. Insacca, insacca
questo grano, insacca forte e insacca piano; e fate venire un carro, per andare al
mulino ». (« La pagnotta »).
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In ulteriori componimenti dialettali (inediti), si andrà sviluppando
questo contenuto di idee. E forse quanto è guadagnato di più consapevole
umanità, è attenuato in freschezza di sentimento e di espressione.
TRASFIGURAZIONE
10. Una volta considerati gli aspetti prevalenti del ricordo garganico
nella poesia del Tusiani, è da vedere l'evoluzione che essi subiscono col maturare della sensibilità e della riflessione. Perché abbiamo già accennato che
la terra d'origine non resta materia di ricordo puro e sentimentale, ma assume valori emblematici, alla luce dei problemi umani e cosmici che si delineano sempre più netti nella mente del poeta.
11. Nel seguente brano, inedito, del 1959, composto dal Tusiani direttamente in italiano, traspare il lavorio dell'idea, che fa delle cose emblemi di
una realtà interiore vagheggiata dal poeta. Il ricordo si rivolge, qui, ad uno
spettacolo naturale, l'alba; una delle albe sul monte Gargano. E il principio
della luce, se pur remoto nel ricordo, fa scordare la paura della notte e del
buio, e sembra tacitamente risolvere il contrasto fra l'eternità carpita in riflessi fuggevoli dalla mente, e la caducità fatale di quella mente. L'armonia
della montagna che s'illumina è un punto d'arrivo, in cui il fermento intellettuale ed emotivo si placa nel riconoscimento di un destino di luce e di
gioia:
E' la mia gioia un esile ricordo
Che docile s'impiglia in un residuo
D'alba remota in cui trovano accordo
L'eterno e il breve palpito individuo.
Quasi mi par che il folgorare occiduo
Mai non sia stato, ora che tutta scordo
L'ombra vissuta dallo sguardo assiduo
E più non sento il tempo cader sordo.
Tutta la dolce antica luce è viva
E nel cupo di me la mattino
E l'anima in viaggio or ecco arriva
Ove il sogno s'accende di destino
E sulla vetta eternamente estiva
In gioia si conchiude il mio cammino.
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Quanto di concreto si può trovare è appena un cenno ad una « alba
remota » (che dice la perdita e la lontananza); ad un « folgorare occiduo »
(lo scendere della sera, e del timore); ad una « vetta estiva » (sede di splendore e di conforto). Il resto del sonetto si può considerare idea: dell'eterno
e del caduco (« l'eterno e il breve palpito individuo »); del dubbio e del timore (« l'ombra vissuta dallo sguardo assiduo »), del rischiararsi dell'anima
alla luce di valori antichi, e, forse, oscillanti (« nel cupo di me si fa mattino
»).
Come si vede, l'idea compenetra e quasi dissolve le cose ricordate. Se
non sapessimo in partenza che l'alba è un'alba garganica, non sarebbe facile
scoprirlo, e forse mancheremmo di cogliere tutto il valore di quella scena in
quella terra. La commistione di concretezza ed intellettualità è un tratto fra i
più notevoli - spesso felici - della poesia matura del Tusiani; non di rado
essa porta l'espressione al limite dell'oscurità, sicché l'interpretazione di
molti brani richiede la nozione della « chiave », o, diciamo, del « meccanismo » emotivo secondo cui il poeta si esprime.
E pure in tale severo lavoro di riflessione, l'autore non rinuncia al
senso del concreto, e sa dare alla frase la seduzione dei colori. Di passaggio,
si noterà, nei primi otto versi del sonetto dato, lo spesseggiare di un tono
cupo (la notte, il buio) suggerito dalla frequenza di vocali scure (basta guardare anche solo le rime, folte di « o » e di « u »), a cui si oppone, nella seconda parte, la luce (frequenza di vocali chiare - le rime hanno tutte una « i
» tonica).
12. Il valore significativo della notte riappare nel brano, che traduco
dall'inglese, « Quando era la sera »:
Nella mia terra, Dio, il contadino
Conosce il vento ed il sole e la zolla,
Sì che il virgulto non ha alcun timore
D'essere trasmutato dal natale
Suo cespo ad altro solco.
E tu, hai misurato tutta l'ombra
Che possa riparare il mio lamento?
E puoi antivedere una tempesta
Che mi sgretoli dentro
Eppure non mi scuota nella fede
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Che un mattino di pace poi ritorni?
In quest'ora la brezza
Veniva a carezzarmi sulla fronte:
Ed hai pensato tu
Ad una nota, o nuova, oppure a un cielo
Che mi faccia scordare un coltro chiaro?
Era felicità
In quella terra unica
Ricever le fragranze della sera,
Quando era la sera
Un alito celeste, ed un respiro
Di vita nuova cominciante all'alba –
Non il presente simbolo
D'una morte incombente 13 .
Qui l'osservazione è più circostanziata. Ricompare un ambiente caro
(il campo e la zolla; il contadino, che ha cura delle sue creature vegetali; l'aratro lucente che apre i solchi; il profumo campestre dell'ora serale), opposto ad una presente condizione di dubbio che fa smarrire, e fa temere l'approssimarsi della notte. Esplicitamente è dichiarata la natura simbolica della
notte: morte, come perdita fisica della vita, e come smarrimento dell'anima.
Ancora una volta questa simbologia è legata al ricordo della propria terra.
13. Possiamo fissare, perciò, un primo « valore lirico » che il poeta attribuisce alla lontana terra d'origine: un senso di chiarezza interiore che è
fonte di sicurezza e di serenità.
Nella seguente « Ode per un poeta illetterato » (1964) la terra lontana
è vista attraverso la memoria di una figura dominante: la figura della nonna,
l'unica chiaramente, e caldamente, identificata, nei ricordi garganici del poeta. Il motivo di questa preminenza è spiegato, con parola semplificata e corrente, nello stesso brano. Traduco:
Mia nonna si esprimeva con parabole:
non sapeva né leggere né scrivere.
Per farmi rincasar prima di sera
mi portava ad esempio la gallina
che va nella sua stia alle prime ombre,
13 Leggo la lirica (« When Evening Was ») su un ritaglio che non reca menzione del giornale da cui è tratto, e non ha data.
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o - spirito dei monti? - mi ammoniva:
chi nella notte va, va con la morte.
Non era andata a scuola, ad imparare,
ché in quegli anni era scuola l'indigenza.
La sola cosa scritta di suo pugno
sopra un pezzo di carta fu una croce –
un uomo in uniforme, scuro in volto,
le portava la mano - fu una croce,
con la quale accusava ricevuta
di ciò che rimaneva di suo figlio:
una lettera che non fu spedita,
un ,rosario, una foto insanguinata.
Fu la nonna a plasmare quei miei giorni,
senza sapere affatto di sintassi.
Ad ogni pane - duro, e delizioso –
mi diceva che Cristo fu più povero.
Ad ogni secchio fresco attinto al pozzo
mi diceva che Dio fece l'acqua.
Se avevo ancora fame, ripeteva
che una piccola bocca ingoia un trono;
se avevo ancora sete, ripeteva:
sul campo di battaglia non c'è acqua.
E non avevo visto ancor pastori
o greggi, eppure già li conoscevo,
perché all'irrompere dell'acre tuono
sempre udivo pregar dalle sue labbra:
« Corri, agnellino; corri, pastorello:
una caverna può farvi da mamma ».
Ella era così saggia, e così triste,
che mi domando cosa mai potesse
averla fatta cosi triste e saggia.
Eppure nulla faccio, nulla sento,
che non mi leghi ad un'antica perdita,
o non mi porti ad un'angoscia antica.
Ella moriva, me quattordicenne;
or, quarantenne, so che vive ancora 14 .
Più che il motivo finale (il permanere di quegli insegnamenti in fondo
alla coscienza) ci interessa la disposizione del poeta a collegare alla propria
montagna ed ai suoi abitanti una capacità naturale di saggezza, che non
proviene dal lavoro
« Ode to an Illiterate Poet », in « Spirit »(New York), November
1964, pp. 137-138.
14
48
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mentale, né dalla considerazione dei fatti grandi del mondo, ma dalla osservazione di cose umili che sono intorno; attraverso le quali la gente della
montagna (qui, la nonna) coglie il significato riposto e immutabile delle cose stesse.
Isoliamo dunque un secondo « valore lirico », che è una saggezza
spontanea di gente primitiva.
La fede, ugualmente primitiva ed immeditata, è tema specifico di una
poesia intitolata Tredici al giorno (a Sant'Antonio di Padova). Il poeta parla al
santo, ricordando i giorni della infanzia, quando, dinanzi alla sua statua, la
nonna gli insegnava a pregarlo, perché era un santo miracoloso: faceva tredici miracoli al giorno! Stupefatto, il bimbo giungeva le mani, ed era sicuro
che, fra tanti miracoli, era ben poca cosa per il santo fargliene uno, quello
del pane quotidiano. Traduco:
Tu forsi sorridevi a lei e a me
ginocchioni dinanzi alla tua statua
quasi senza guardare l'Ostia Sacra:
oh, non fu certo gran peccato - allora
non sapevamo di latrìa o dulía,
ma solo che ogni giorno tu facevi
ben tredici miracoli - e per noi
ci volevano tutti. Primo, il pane.
Ebbene, Sant'Antonio, il tempo è andato
Ed ora so perché tu porti un giglio,
e ti scolpiscono col Bimbo in braccio.
Pure, vorrei saper molto di meno
e credere di più - treenne, allora
nella piccola chiesa di montagna
tredici volte a te m'inginocchiavo;
e tornavo, sicuro del mio pane 15 .
Il dubbio che segue allo studio e alla riflessione, e che intacca la
schiettezza di una fede assorbita fin dalla nascita col pane di ogni giorno, è
cosa non nuova, nella tradizione letteraria, ed è esperienza intellettuale e
morale comune a molti moderni. Né il poeta vuole condannare, qui, un atteggiamento
« Thirteen Each Day - To saint Anthony of Padua », vv. 13-20 e 33-40, da
Rind and All, pp. 47-48.
15
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di scepsi - anzi, lo considera momento ineluttabile. La fede semplice della
propria terra è vista come anteriore a tale momento, ed è sentita non come
frutto di mentalità acquisita in un dato ambiente in date circostanze storiche, ma è fede che sprofonda nel cuore e diventa da un lato speranza di
vita, dall'altro intenso sentimento di umanità (due connotazioni che abbiamo già trovato riunite nella figura della nonna).
14. La perdita del tempo della propria vita, e la morte, sono temi notevoli nell'intera poesia del Tusiani. Ed anch'essi ricompaiono collegati al
ricordo della propria terra; particolarmente in una lirica di Rind and All
(1962) intitolata « San Marco in Lamis ».
Il punto d'incontro fra il pensiero del morire e il paese natale è segnato dal camposanto del paesello. Il poeta vede tutta la piccola, circoscritta
vita del borgo gravitare attorno a quel « pezzo di terra consacrata », a cui
tendono tutti gli abitanti. Essi non si chiedono perché debbano finirvi sanno solo che è così; né è timore l'avvicinarsi, con gli anni, a quella dimora
- essa non pare che la naturale conclusione della vita.
Riporto l'intera lirica in una traduzione dell'autore stesso, abbozzata,
poi non più ripresa:
Il camposanto lì, su quel pendìo consunto
Ventilato dall'erba e profumato
Di timo, è assai più vasto del paese –
Una distante terra, solenne, fatale.
Cipressi scuri (Italia è quella terra),
Muti miranti al cielo,
Più non isperan resurrezione,
Sì fonde nella roccia han le radici.
Lì ogni sera, allora che la luna
Non può spiar tra nuvole e tra boschi,
Un usignolo, che per te non osa
Cantare, canta sopra quelle croci,
Rustiche, rotte da rugiada. Ed io,
Fanciullo, udii quel canto,
E fu allor che la morte immaginai
Quale uccello nel folto delle foglie.
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Aveva quell'uccello più di me
Briciole? Anch'io - rammento - allor cantavo;
Ma per noi due, dopo l'istesso canto,
Non v'era affatto pane.
Poi sorgeva il mattino: oh rosa, rosa
Di Dio per me, trasumanato d'incanto;
Squallidi muri, e cielo e mar festivi:
Dolce equilibrio ancora.
Giovine mar sognavo, e trapuntato
Di vele, e bianco e rosa e verde e azzurro e oro:
La meraviglia aggiungendo ogni tinta
Novella di lucenti cose non vere.
E divenivo immemore di striduli
Campani di capre lungo la strada;
Di mani inaffianti basilico sui davanzali;
Di corde di bucato sgocciolante
Al nuovo sole; di voci mattiniere
E magiche di vecchi venditori;
E d'asini leggeri verso il monte;
E d'una folla sciamante di bimbi a scuola;
E d'uccelli, oh uccelli festivi nell'umile
Settimana. Ero immemore d'ogni cosa;
Eppure il dolce, oh dolce romorio
Di tutte quelle gioiose
Ore primaverili era famiglia,
Era canto da udire ed amare,
Sebbene perduto in nuova meraviglia
Di canto ancor non nato fosse l'orecchio.
Ora so perché tutta quella vita
Come onda intorno a inabissata pietra
Dovesse svolgersi intorno a un camposanto,
L'unico mondo noto
Ai miei pastori, e da essi guardato
Quando vicino vi passavan lenti
Con la greggia non propria,
Sotto la tenda del cielo
E la scorta pietosa del riso del sole.
Adesso, sì, comprendo
Perché senza risponder, senza chiedere,
Essi debbano andare,
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Andare ancora intorno alla montagna
Finché il pendio dall'erba ventilato
Per sempre li raccolga e nel suo petto
Chiuda il supremo ed unico sperare.
E dimmi, pastorello: è dunque vero
Che tu pur devi andare,
Come tuo padre, da una cima all'altra,
E a casa poi posare?
O vecchierella fragile ed asciutta,
Ed è vero che devi ancor filare
La tua lana un altr'anno
Per poterti comprare
Finalmente una bara e andar lassù in pace,
Senza lasciare né nome né debito?
Nascere e crescer figli e poi dormire
Lassù: ecco la gloria.
Il camposanto lì, su quel pendio consunto
Ventilato dall'erba e profumato
Di timo, è assai piú vasto del paese –
Una distante terra, solenne, fatale.
Non rasegnazione, perché nel pastore, nella vecchierella che fila, non
è la nozione di cose più grandi, da cui quel mondo limitato è per sempre
escluso; non è un messaggio di rassegnazione (e tanto meno un ideale di
vita) che il poeta vuol suggerire. Gli importa, invece, constatare la naturalezza con cui sono accettati un evento, che travaglia invece la sua mente, ed
una vita circoscritta, nei cui limiti egli più non potrebbe rientrare, eppure vi
trova la nozione del senso ultimo delle cose.
15. La terra originaria è dunque trasfigurata a sede di una chiarezza
interiore che è sorgente di serenità e non fa vacillare di fronte al pensiero
della morte; sede di saggezza connaturata, e non acquisita con la riflessione;
luogo, infine, di fede schietta e primitiva, che nel vivere quotidiano si tramuta in speranza e in senso profondo di umanità.
Così il poeta che torna ritrova la propria montagna, nella ode M'ascolti tu, mia Terra?, che è del 1954 (in tale anno, al53
meno, fu composta; dopo la vincita del premio Greenwood, a Londra nel
1956, fu pubblicata in versione italiana dello stesso autore, fra i quaderni del
« Gargano »).
Il componimento è impostato su due termini di confronto: la montagna, e l'uomo che vi torna, quasi figliol prodigo. L'uomo torna alla sua
montagna dopo lunghi anni, nei quali ha sofferto e conosciuto il male. Ma
qui, sulle immobili pendici della sua infanzia, ritrova parte del proprio antico essere, immacolato:
Terra natale, io non ho mai sofferto,
io non ho pianto e non son mai partito,
se alla mesta pupilla,
che ti ritrova, tu sei bella ancora
e sei materna. Forse per selvaggi
mari avanzò la sola mia paura;
forse per venti e per valli e per sere
illuni procedé, sempre sgomento,
il mio pensier soltanto;
ma l'anima, qual sangue tra le vene,
passò per tue radici eternamente
e l'uomo restò bimbo e fu sereno.
(M'ascolti tu, mia Terra?, vv. 1-12)
ta:
La terra pure ha subìto offese, dall'uomo e dal tempo; ma è immuta... Ha ròso il vento
e portato nell'onda
un masso di tua roccia, e sette inverni
han gravato i tuoi fianchi seppellendo
nelle nevi i tuoi fiori, e sette aprili
hanno ferito di gioia il tuo grembo,
ed hai sofferto lacerazioni
d'uomo e schianto di nembo.
Eppur sei buona ancora e sei materna...
(id., vv. 145-153)
Ma l'uomo no; attraverso le innumerevoli vicende di una vita, egli è
mutato, la sua fiducia è incrinata, la sua originaria bontà si è venata di umori
grevi; le estese cognizioni acquisite gli hanno instillato un tremore dell'esistenza. La montagna è ferma nella sua ignoranza del « mondo sotto il sole »;
ma quella fissità, quella assenza di strutture che rendano complessa
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l'originaria costituzione, sembra celare il segreto che il poeta invano ha cercato, vagando per il mondo, o trivellando nel proprio intelletto:
Tu non conosci il mondo sotto il sole,
o severa montagna
che amo. Or, di noi due,
io non so dire chi più sappia o valga:
io, che ho appreso il soffrire de' fratelli,
o tu, che, sotto la pioggia che bagna
e rode, all'alba nuova ancor possiedi
l'innocenza di ieri.
Io non lo so, perché sapere il male
è forse un po' dimenticare il bene.
(id., vv. 112-121)
Affiora, nell'immagine della montagna, la dimensione di simbolo: essa rappresenta ciò che per l'uomo è bene; essa è il bene, quasi, allo stato puro
- quasi lo stesso principio del bene, materializzato. Perciò non ha bisogno
di conoscenze, né di esperienza: esiste per sé; e deve essere conosciuta, e
non conoscere. Perciò resta immutata, immune dai travagli sofferti e dalle
offese subìte.
E, aggiungerei, non il bene astratto, universale, e perciò privo di connotazioni. La montagna rappresenta il bene materno, della madre che dà alla
luce le proprie creature, e le nutre, mentre sono in vita:
...E so che dentro
il tuo marmoreo cuore è la speranza
di nuov'erbe e d'uccelli e di pastori,
è la stessa preghiera che non manchi
domani il dolce volo e la pastura
ad ogni tua novella creatura.
(id., vv. 72-77)
(pur trasfigurato, qui è presente alla coscienza del poeta il motivo del pane,
cioè della sopravvivenza fisica in un mondo povero); e, ancora, che le alimenta di speranza. Essa, infatti, accoglie il figlio ritornato, e gli dona la gloria di una nuova alba (anche in questo caso, simbolicamente, il rinascere
nella luce di una agognata verità):
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... Io sento ch'è segno d'aurora
questo brusio tra le cime, quest'alito
caldo di rosa ch'è luce e ch'è suono
sopra la vetta più grande, su tutte
le vette. Io ti conosco,
fremer di cento cerri, canto d'arpa
timida e tinnula, o,a che ogni sogno
sembra finire in colore, e il colore
sembra mutarsi in cuore
d'uomo. Correte, accorrete alla festa
del monte che si dora,
della foresta che bella si desta
al giorno! E' tardi già: quel che fu oro
è croco, e cresce già sopra la crosta
glabra un filo di bianchissimo crespe,
e in un mar di candore la notte è naufragata,
e in tutta questa luce il mio dolore.
(id., vv. 168-184)
E questa ode rappresenta l'espressione perfetta, come dicevo, del ricordo garganico nella poesia del Tusiani. Ma direi che essa abbia anche un
valore letterario più vasto. La parola, educata attraverso studi di stampo
classico, si è notevolmente equilibrata (non si può dire che qui vi sia retorica, e nemmeno oratoria), attenuandosi, per lasciar trasparire limpido il sentimento del poeta. Quasi magicamente le idee, che abbiamo cercato di portare alla luce nella nostra analisi, si fondono e si esprimono con lo snodarsi
delle immagini. E questo - sia permesso dire - sopravviene solo in momenti
altamente lirici, e rari.
16. Nel ricordo della propria terra rientrano dunque temi più generali
(principalmente il dibattito fra il bene e il male, e la compresenza di questi
due principi nell'essere umano; la ricerca di un senso ultimo delle cose e
della propria vita; il contrasto tra fede e razionalità; il motivo del tempo che
si consuma), che sono attribuibili all'intera poesia del Tusiani.
Bisogna dire che il ritorno, nel ricordo, a quella terra porta sempre un
riflesso lontano di speranza; lontano tanto che pare impossibile carpirlo;
porta, insomma, il sapore di cose buone, e perdute. In modo che la « nostalgia » che il poeta può provare ha un suo profilo preciso: è nostalgia dei
valori
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collegati al complesso mondo dell'infanzia; i quali valori, una volta usciti da
quel mondo, non possono continuare a sorreggere l'uomo, navigato nelle
molteplici vicende della propria esistenza, e che ad essi non può ritornare
con la primitiva adesione - se non forse in poesia.
Così filtrato, il ricordo della terra garganica rimane fino in poesie recenti. Come in questo Tramonto (1971): il decadere della vita contemplato in
grinzosi anziani seduti al sole, ed il calare di quel sole, con tutta la tristezza
che l'associazione dei due spettacoli genera, riconducono la mente ad un
pendio di montagna familiare, dove balena, inafferrabile e presto persa, una
visione di speranza. Traduco:
Ma dovrò vivere vent'anni ancora
e soffrir venti secoli di pena
per saper che visione di speranza
mi può far breve un'esistenza annosa,
e dolce questo raggio su un pendio
dove il pensiero si ferma, e il tremore.
Maestosa tristezza c'è nel sole,
se ho smesso di guardare verso il mare
ogni tinta sfumarsi, e mi son chiesto
che cosa diverrà di te e di me,
e cosa forse resta di noi due:
di me e di te, cara vita passata 16 .
COSMA SIANI
16 « Sunset: A Reflection », vv. 19-30, in The Diamond Anthology, edited by C.
Angoff., G. Davidson, H. Hill, A. M. Sullivan. New York, Barnes and Co., 1971, pp.
250-251.
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BIBLIOGRAFIA
17. Elenco i principali lavori del Tusiani:
Poesia:
Amedeo di Savoia, Poemetto in isciolti. Pref. del P. Ciro Soccio, Santa Agata
di Puglia, Tip. « Casa del S. Cuore », 1943.
Flora (liriche). New York, Prompt Press, 1946.
Amore e morte (liriche). San Marco in Lamis, Tip. G. Caputo, 1946.
Petali sull'Onda Poesie. New York, Euclid Publishing Co., 1948.
Peccato e Luce (liriche). Pref. di Cesare Foligno. New York, The Venetian
Press, 1949.
Làcreme e sciure (poesie in vernacolo garganico). Pref. di T. Nardella.
Pubblicato dalla Società di Cultura « M. De Bellis » di San Marco in
Lamis. Foggia, Stab. Tip. Cappetta, 1955.
Melos Cordis (poesie in latino). New York, The Venetian Press, 1955.
Lo Speco Celeste (odi). Siracusa-Milano, Ed. Ciranna, 1956.
Odi Sacre. Pref. di A. Galletti. Siracusa-Milano, Ed. Ciranna, 1957.
M'ascolti tu, mia Terra? Ode al Gargano. Quaderni de « Il Gargano », n. 5,
Foggia, Stab. Tip. Cappetta, s. d. (1957).
Rind and All. Fifty Poems. New York, The Monastine Press, 1962.
The Fifth Season. Poems. New York, Obolensky, 1964.
Numerose altre poesie, per la maggioranza in inglese, sono sparse
in vari periodici anglosassoni.
Prosa:
Dante in Licenza (romanzo). Verona, Ed. Nigrizia, 1952.
Envoy from Heaven (romanzo). New York, Obolensky, 1965. Tradotto in
italiano col titolo: Dal cielo « inviato speciale ». Trad. Adriana Valente.
Roma, Ed. Presenza, 1966.
Dante's Inferno. As told for young people. New York, Obolensky, 1965.
Dante's Purgatorio. As told for young people. New York. Astor-Honor,
1968.
58
Quarrel in a Cemetery (« Lite al cimitero » - novella), in « La Parola del
Popolo » (Chicago), Luglio-Agosto 1971, pp. 109-112.
Traduzioni:
Wordsworthiana (poesie del Wordsworth tradotte in italiano). Intr. Di
Alfredo Galletti. New York, The Venetian Press, 1952.
The Complete Poems of Michelangelo. New York, Noonday Press, 1960.
Testo adottato dall'UNESCO.
Lust and Liberty. The Poems of Machiavelli. New York, Obolensky, 1963.
T. TASSO, Jerusalem Delivered (« Gerusalemme liberata »), Rutherford,
Fairleigh Dickinson U. P., 1970.
G. BOCCACCIO, Nymphs of Fiesole (« Ninfale fiesolano »), Rutherford,
Fairleigh Dickinson U. P., 1971.
T. TASSO, The Tears of the Blessed Virgin - The Tears of Christ (« Le
lagrime della Beata Vergine - Le lagrime di Cristo »), in « Italian
Quarterly », XV: 57, pp. 87-99.
Italian Poets of the Renaissance (antologia). New York, Baroque Press,
1971.
The age of Dante (antologia). New York, Baroque Press, 1974.
From Marino to Marinetti (antologia). New York, Baroque Press, 1974.
Saggi:
La poesia amorosa di Emily Dickinson. New York, The Venetian Press,
1950.
Poesia missionaria in Inghilterra e in America. Storia critica e antologica.
Verona, Editrice Nigrizia, 1953.
Sonettisti americani. Intr. di Frances Winwar. Chicago, Division
Typesetting Co., 1954.
David Gray and Sergio Corazzini: a Parallel, in « English Miscellany » - A
Symposium of History Literature and the Arts, Editor M. Praz,
Roma, Ed. di Storia e Letteratura, 1958, pp. 315-328.
The Translating of Poetry, in « Thought » (New York), Autumn 1963, p.
375-390.
Influenza cristiana nella poesia negro-americana (con una antologia di poeti
negri tradotti dallo stesso autore). Bologna, Ed. Nigrizia, 1971.
Inoltre, i volumi di traduzioni sopra elencati contengono ampi saggi
introduttivi.
18. Dopo aver anzitutto rimandato al volume Who's Who in America
(A Biographical Dictionary of Notable Living Men and Women) MarquisWho's Who, Inc., Chicago, I11., s.v. TUSIANI Joseph, dò, qui di seguito,
una serie di sfritti critici sull'opera del Tusiani. Utile sarà, intanto, leggere le
prefazioni di C. Foligno a Peccato e Luce e di A. Galletti alle Odi Sacre.
59
Si possono poi vedere:
P. BARGELLINI, Pian dei Giullari, Firenze, Vallecchi, 1951 (3a ed. 1965),
vol. 3, p. 401. G. D'ADDETTA, Giornali e giornalisti garganici,
Quaderni de « Il Gargano », n. 1, Foggia, Cappetta, 1952, p. 42. «
Il Foglietto » (Foggia), anno XLII (nuova serie), n. 20. P.
SORRENTI, La Puglia e i suoi poeti dialettali, Bari, De Tullio, 1962, p.
265. T. NARDELLA, Il vernacolo non muore, nel numero unico locale
« Impegno », (San Marco in Lamis, 20 sett. 1964, pp. 28-30; è
riportata una poesia inedita, in vernacolo). N. FIORELLI, Un
romanzo su Dante di Giuseppe Tusiani, in « Il Progresso ItaloAmericano », 23 maggio 1965, p. 3. C. BASIM, Raccolta di critiche e
cronache d'arte, Roma 1971, pp. 235-239 e pp. 255-256. C. SIANI,
Joseph Tusiani traduttore del Tasso, in « La Parola del Popolo »
(Chicago), n. 113, Sett.-Ott. 1972, pp. 57-59. C. SIANI, Intervista
con J. Tusiani, in « Stampa di Puglia » (Foggia), 7.XI. 1973, p. 5.
Su Sonettisti americani si diffondo L. Fiumi, in « Corriere Mercantile »
(Genova), 10 ago. 1954, p. 3; C. Foligno nell'elzeviro Duro a morire in « Il
Mattino », 17 sett. 1954, p. 3 e A. Galletti, in « La Fiera Letteraria », 3
ott. 1954, p. 5.
La traduzione delle poesie di Michelangelo è recensita in « Spirit »
(P. E. Memmo Jr.), January 1961, pp. 179-182, e in « Cesare Barbieri
Courier », III, pp. 21-23.
Recensioni di Rind and All sono in « Spirit » (A. M. Sullivan), July
1962, pp. 88-91, e in « The Catholic World » (B. M. Kelly), May 1962,
pp. 125-126.
Lust and Liberty, la traduzione inglese di tutti i versi di Machiavelli,
è recensito in « The Catholic World » (R. J. Iannucci), Dec. 1963, e in «
Italica » (A. Paolucci), September 1964, pp. 343-345.
Recensione di The Fifth Season è in « Spirit » (J. Duffy), January
1965, pp. 176-178.
Sul romanzo Envoy from Heaven, oltre al già citato, vasto articolo di
N. Fiorelli, troviamo una recensione in « The Catholic World » (A.
Duprey), 1965, pp. 408-410.
La versione inglese della Gerusalemme si trova recensita in: « Forum
Italicum » (P. F. Angiolillo), 1970, pp. 613-616; « Annali » dello Ist.
Univ. Orientale di Napoli, sez. germanica (F. Ferrara), 1970, pp. 340342; « Italian Quarterly » (W. J. Kennedv), XV: 58-59, pp. 99100; «
Renaissance Quarterly » (C. P. Brand), Spring 1972, pp. 89-91; « Italica »
(K. J. Atchity), Summer 1972, pp. 257-259; « Studi Tassiani » (C. Siani),
1972, pp. 169-176.
Sulla traduzione dei poeti italiani del Rinascimento si trovano
recensioni in « Italian Quarterly » (W. J. Kennedy), XVI: 62-63, pp. 138142; « Italica » (F. Cerreta), Autumn 1973, pp. 449-451; « Renaissance
Quarterly » (T. Bergin), Autumn 1973, p. 345-347; e, sulle tre antologie,
C. Siani, 7 secoli di poesia italiana in inglese, in « Stampa di Puglia », 17 luglio
1974, p. 4.
60
Stampatori e librari a Foggia
dal 1645 al 1741
SOMMARIO: Premessa; I - Lorenzo Valerii stampatore dal 1645 al 1646; II Novello De Bonis stampatore nel 1669; III - Giacomo Migliaccio libraro verso
gli anni 1694-1726; IV - Gaetano Russo libraro nel 1741; - Nicola Giannino legatore di libri nel 1741; Indice degli Scrittori; Bibliografia.
PREMESSA
Spinto dall'amore per la storia della cultura in Provincia di Foggia fin
dalle sue origini, spesso ho raccolto notizie da pubblicazioni e da documenti inediti degni di essere studiati.
Così presento ora in queste pagine quanto mi è stato possibile apprendere
sull'attività degli Stampatori: Lorenzo Valerii e Novello De Bonis, dei Librari: Giacomo Migliaccio e Gaetano Russo di un Legatore di libri: Nicola
Giannino e di un Incisore: F. P., operanti a Foggia dal 1645 al 1741.
Alle brevi notizie sugli Stampatori, segue un cenno bio-bibliografico sugli
Scrittori, quindi la trascrizione in ordine cronologico delle edizioni foggiane con
le caratteristiche tipografiche.
Per ogni singola edizione ritrovata ho creduto opportuno dare notizia degli scritti, per lo più poesie encomiastiche, in latino o italiano, di altri Autori,
nella maggior parte foggiani o della Provincia, inseriti all'inizio o alla fine dell'opera. Ciò per facilitare future e auspicabili ricerche sulla personalità di questi
ormai dimenticati o poco noti nostri Poeti e Scrittori del passato.
Delle edizioni foggiane viene dato inoltre il numero degli esemplari ritrovati, specificando le Biblioteche, che li possiedono, e le relative collocazioni attuali.
Riporto, infine, la bibliografia delle singole edizioni foggiane ritrovate e
non ritrovate, per offrire già un materiale bibliografico a chi vorrà
61
interessarsi di una di quelle opere e della sua fortuna nel tempo fino a noi nei settori di
studi relativi alle materie trattate da quelle edizioni.
Sono queste, ripeto, brevi notizie, che, incoraggiato dall'ottimo amico Dott. Angelo Celuzza, Direttore della Biblioteca Provinciale di Foggia, offro a quanti amano la
storia della nostra cultura. Spero, pertanto, che altri vorranno approfondire l'argomento
con uno studio più accurato, ricercando altre e più proficue notizie.
I - Lorenzo VALERII, stampatore
Nato a Roma nel 1588, morto a Trani il 28 giugno 1656.
Si ha una vasta bibliografia su Lorenzo Valerii stampatore romano.
Riassumendo, però, le notizie che si possiedono, si può dire che Lorenzo
Valerii, nato a Roma nel 1588, si trasferì nel 1619 a Trani, dove si sposò
con Livia Pascarellis e pose le basi della sua industria tipografica.
Fu, quindi, operante a Trani dal 1622 al 1635 e contemporaneamente
a Brindisi nel 1627, a Montefusco (Avellino) nel 1636 e 1641, nuovamente a
Trani dal 1637 al 1645, a Foggia dal 1645 al 1646, a Barletta nel 1647, nuovamente a Trani dal 1647 al 1656 e contemporaneamente a Bari in società
con Francesco Zannetti dal 1655 al 1656 1, anno della sua morte avvenuta
in Trani.
Non mi è stato possibile approfondire l'argomento per comprendere
perché Lorenzo Valerii nel 1645 trasferì la sua Tipografia a Foggia; dove
rimase per due anni, stampando le seguenti quattro edizioni: 1) Flavii IUNII, Centum Veneres, Fogiae, 1645; 2) Hyacinthi DE ALPHERIO, Opus, de
modo consultandi, Fogiae, 1646; 3) Recupido MACCHIARELLA, Il salvato
Pupillo, Foggia, 1646; 4) Johannis Mariae SFORTIAE, Selectiora de transnaturali Philosophia, Fogiae, 1646.
Una ipotesi potrebbe essere la fortuna di Foggia in quegli anni, che
vide un buon numero di discreti professionisti riunirsi in un'associazione
culturale, denominata « Accademia dei Volubili di Foggia ». Infatti le Centum
Veneres, di Flavio GIUGNO, furono pubblicate a Foggia nel 1645 per volere del Professore dottore medico fisico Carlo Ciccarello « Julianensis » Accademico Volubile di Foggia; Giacinto ALFIERI, autore dell'Opus, de modo
consultandi, pubblicata a Foggia nel 1646, era Dottore fisico e Accademico
Volubile di Foggia e in questa
1 Antonio GAMBACORTA, Stampatori e Librari a Bari nei secoli XVIXVIII, Tesi di laurea, 1969-1970, Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi,
Bari.
62
63
edizione è inserita una bella poesia di « Matteo ROMANO Secretario dell'Accademia de' Volubili di Foggia ». L'Aldimarte sotto il nome di Volubile è il
titolo di uno dei romanzi del Padre Giovanni Maria SFORZA dell'Ordine
dei Frati Minori Conventuali Francescani e Reggente lo Studio Ginnasio di
Foggia e autore dell'opera Selectiora de transnaturali Philosophia, non ritrovata,
ma stampata a Foggia nel 1646 2.
Flavio GIUGNO (Flavius IUNIUS), medico e poeta.
Dal frontespizio delle Centum Veneres, unica opera a me nota, si apprende che Flavio GIUGNO è « Andriensis ». Non ho avuto tempo ed occasione di chiarire le varie discordanti notizie della sua vita; e perciò mi limito a dire che si conoscono per ora esemplari delle seguenti quattro edizioni delle sue Centum Veneres:
a) FLAVII IVNII / ANDRIENSIS / CENTVM VENERES; / SIVE
/ LEPORES. / AD / ILLVSTRISSIMVM DOMINVM / DON FRANCISCVM TVFVM / MARII FILIVM. // FLORENTIAE. / Apud Volckmarum Timan, Germanum. MDCIII. / Superiorum permissu.
b) L'edizione stampata da Lorenzo Valerii a Foggia nel 1645.
c) ERATO, / SEV / CENTVM VENERES. / FLAVIO IVNIO /
CONSVMATAE PERITIAE MEDICO / AVTHORE. / Solertia exindè.
Studio, / Io: Baptistae Iunij Flaui Filij I. C. / Lycien. Patritij. / Formam in
lepidiorem exculta. / Hetrusco demum Carmine. / Per Laelium Iunium Authoris
ex Filio / Nepotem Graphicè Inuersae. / Ad Ilustrissimà Lupiarum Ciuitatem / eiusque Inclytam Tràsformatorum / ACADEMIAM. // Florentiae,
& denuò Lycij 1685. / Apud Petrum Michaelem, Sup. permissu.
d) L'edizione stampata da Michael Richey ad Amburgo nel 1714. Cfr.
D. E. RHODES, A. LVIII (1956), p. 129.
Ho chiesto all'amico Dott. Benedetto Ronchi, Direttore della Biblioteca
Comunale di Trani, una conferma a quanto andavo argomentando, ed egli amichevolmente mi ha detto: « Il fatto che, per l'anno 1646, si conoscano di Lorenzo Valerii
solo edizioni foggiane, potrebbe essere sufficiente per dimostrare che in quello anno
il Tipografo romano trasferì i suoi Torchi nel Capoluogo dauno.
E, fino a quando non verranno fuori opere stampate a Trani nel 1646, una tale tesi non potrà essere confutata ».
2
64
65
1. - FLAVII IUNII / ANDRIENSIS / CENTVM VENERES, /
SIVE / LEPORES. / In hac secunda Editione purgati à Carolo / Ciccarello Artium Medicinae / Professore.
[Marca tipografica: Idra a sette teste, con motto: « SVPREMO FINE », e
sigla: « L(aurentius) V(alerius) R(omanus) »].
FOGIAE, M.DC.XLV. / Ex Typographia Laurentij Valerij, /
Superiorum Permìssu.
mm. 129 per 95, cc. 8 nn., pp. 1-104, c. 1 nn.
Contiene anche: Epigramma, in latino, del fiorentino Orazio CALANDRIO ; Dedica a D. Adriano Brancia Duca di Roseto, del dottor fisico e accademico volubile Carlo CICCARELLO « Julianensis »; Reimprimatur, di « Andreas DE ROGERIO Archipresbiter Fogiae Deputatus » ; Epigrammi (due), in latino, di « Pauli Francisci NUZZI Altamuràtis Presbiteri
»; Epigramma, in latino, di D. Vincenzo SAVINELLA di Corato; Epigramma, in latino, di « Curtii SCALECTII »; Prefazione, in latino, dell'accademico unito Pandolfa STUFA; Epigramma, in latino, di « D. Joseph VENTURINI Canonici Sypontini ».
Esemplari: 1°) BARI, Biblioteca Nazionale « Sagarriga Visconti
Volpi » (collocazione: 64-A-58. A penna: « Can.co D. Riccardo de Cicco
Appart.e alla Chiesa SS.a Annunciata ». Precedente segnatura a matita: «
C-1-9 ». Copertina in pergamena); 2°) GRUMO APULA (Bari), Biblioteca Comunale « Beniamino D'Amato » (collocazione: 9859. A penna «
Alessandro Rainaldi ». Proviene dalla donazione di Beniamino D'Amato); 3°) NAPOLI, Biblioteca della Società di Storia Patria (collocazione:
S.B.N. IV-F-6); 4°) G. BELTRANI, Vol. IX (1892), p. 373 num. 39, indica un esemplare in « BARI, Biblioteca D'Addosio, collocazione Q-1-30
», che però non sono riuscito a rintracciare.
Bibliografia: F. IUNII, 1645; N. TOPPI, 1678, p. 87; F. IUNIO,
1685; F. IUNII, 1714; R. COLAVECCHIA, 1772, T. II, p. 77; B.
CHIOCCARELLO, 1780, T. I, p. 169; R. D'URSO, 1842, p. 195; R. O.
SPAGNOLETTI, 1891, pp. 38-39; G. BELTRANI, Vol IX (1892), pp.
373-375 num. XXXIX; R. D'ADDOSIO, 1894, p. 305; C. VILLANI,
1904, pp. 445, 449; G. FUMAGALLI, 1905 (1966), p. 156; R. ZAGARIA, 1929, pp. 79-80; R. ZAGARIA, A. VIII (1937), pp. 167-177; D. E.
RHODES, A. LVIII (1956), p. 129; A. CATERINO, 1961, p. 56 num.
III, p. 90 num. 227.
66
Giacinto ALFIERI (Hyacinthus DE ALPHERIO), dottore fisico.
Giacinto Alfieri è nato a Deliceto (olim Iliceto), in provincia di Foggia, negli ultimi anni del XVI o nei primi del XVII secolo. Verso il 16281632 era nella sua giovanile età. Infatti il dott. Carlo Ciccarello, nella sua
presentazione « ad lectorem », scrive: « Praetereo alios duos libros multis
non ab hinc (1646) annis ab eodem Authore (Hyacinthus DE ALPHERIO)
sua iuvenili aetate, maxima cum eius gloria in lucem aeditos, alterum de
Peste (De peste..., Typ. Aegidii Longi, Neapoli, 1628), alterum vero de
Calculo, et dolore Nephritico (De praeservatione a colculis..., Ex Typ. Aegidii Longhi, Neapoli, 1632) inscriptos, qui Bibliothecis Neapoli venales extant ».
Dottore fisico e Socio dell'Accademia dei Volubili di Foggia, nel 1646
pubblica la sua terza opera:
2. - HYACINTHI DE ALPHERIO / DOCTORIS PHISICI / ACADEMICI FOGIENSIS VOLVBILIS / OPVS, / DE MODO CONSVLTANDI, / siue vt Vulgus vocat Collegiandi, / In quo non modò variae,
vagaeq(ue) Medicae quaestiones, verùm omnium scientiarum nonnullae / ad
opus spectantes examinantur, / Vnde Physicis pernecessarium, coeterisq(ue) scientificis non / inutile existimandum.
[Stemma di Carlo Guevara Duca di Bovino con le parole « BVEN LADRON » due volte ed il motto: « ANTES MORIR QVE ENCVÇIAR EL BIVIR
» *] .
FOGIAE, Ex Typographia Laurentij Valerii, anno Domini
M.DC.XLVI. / DE CONSENSV DD. SVPERIORVM.
cc. 8 nn., pp. 1-195. Edizione ricca di fregi e lettere ornate.
Contiene anche: Dedica a « D. Carolo De Guevara Bibinensium Duci, Magno Regio Siniscalco », in latino, (Fogiae, idibus Iunij 1646) ; Saluto,
in latino, di Carlo GUEVARA Duca di Bovino; Presentazione, in latino, di
« Carolus CICCARELLUS Iulianensis Medicus Physicus »; Imprimatur, di
Onofrio GILIBERTO (Neapoli, die 20. Februarij 1646), di « Fr. Thomas
ANGIULLO Nucensis Baccalaurius Ord. Praed. ac Prior S. Dominici Foggiensis » (Foggiae, die 10. Maij 1646) e di « Andreas DE ROGGERIO Archipresbyter Foggiae Deputatus » ; Poesie (tre), in latino, di « Donatus ZIZZI Presbyter Ilicetanus » ; Hexasticon, in
vivere.
* Sic per: Antes morir que ensuciar el vivir = piuttosto morire che insozzare il
68
latino, di « D. Vincentii SAVINELLAE a Corato »; Poesia, di « Matteo
ROMANO Secretario dell'Accademia de' Volubili di Foggia »; Sonetto, di
« D. Donato ZIZZI da Ilicito » ; Sonetto, di « D. Giuseppe FORMOSA
d'Ilicito »; Errata corrige, in latino.
Esemplare: 1°) LONDON (G.B.), British Museum (collocazione:
776.1.2).
Bibl.: N. TOPPI, 1678, p. 106; G. M. MAZZUCHELLI, 1753,
Vol. I, P. I, p. 476; B. CHIOCCARELLO, 1780, T. I, p. 221; E. D'AFFLITTO, 1782, pp. 233-234 num. CXIX; G. BELTRANI, Vol. IX
(1892), p. 375 num. XLII; C. VILLANI, 1890, p. 7; C. VILLANI, 1904,
pp. 22-23; D. E. RHODES, A. LVIII (1956), p. 130 num. 2; D. E.
RHODES, A. LXI (1959), pp. 53-54; A. CATERINO, 1961, p. 57 num.
115; P. SORRENTI, 1965, p. 66; R. FRATTAROLO, 1967, p. 68; M.
LARATRO, A. VI (1968), P. I, p. 161.
Recupido MACCHIARELLA, commediografo.
Niccolò Toppi, nel 1678, è il primo a dare notizia della seguente
edizione foggiana, ancora introvabile, forse per qualche errore nella trascrizione del nome dell'autore « Recupido Macchiarella, di Sanseverino,
Diocesi di Salerno ». Infatti di questo commediografo non si ha altra
notizia.
3. - RECUPIDO MACCHIARELLA, di Sanseverino, Diocesi di
Salerno, diede alla stampa:
il salvato Pupillo, commedia,
in Foggia, appresso Lorenzo Valerii, 1646, in 12° », cfr. N. TOPPI,
1678, p. 336.
Edizione non ritrovata.
Bibl.: N. TOPPò, 1678, p. 336; F. S. QUADRIO, 1744, Vol. III,
Libro II, p. 105; G. BELTRANI, Vol. IX (1892), p. 375 num. XLI ; D.
E. RHODES, A. LVIII (1956), p. 130 num. 3; A CATERINO, 1961, p.
57 num. 116; R. FRATTAROLO, 1967, p. 68; M. LARATRO, A. VI
(1968), P. I. p. 161.
Giovanni Maria SFORZA (Johannes Maria SFORTIA), dell'Ordine dei Frati
Minori Conventuali Francescani, Dottore e Maestro di « Artium et Sacrae Theologiae ».
Giovanni Maria Sforza è nato a Palagiano, in provincia di Taranto,
nei primi anni del secolo XVII; si hanno sue notizie dal 1646 al 1664.
Vestì l'abito dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali Francescani
69
e fu Padre, Maestro di « Artium et Sacrae Theologiae », Definitore perpetuo
della Provincia monastica di San Nicola e Reggente lo Studio Ginnasio di
Foggia, dove abbiamo testimonianza risiedeva il 30 gennaio 1655; mentre il
24 marzo 1660 era a Lecce.
Nella sua opera: Scotum corroboratum ex contradictionibus Scholae adversae...,
Typ. P. Michaelis, Lycii, 1661, pubblica il seguente catalogo di sue « Opera
edita in lucem : - Romanzi: L'Aldimarte sotto il nome di Volubile. L'Eromilia ravvisata. Il decollato innocente. La Dorosolinda. Il Pellegrino. La Floridea, (Tip. C. Cavallo, Napoli, 1658). L'Apostolo di Iapigia discorso panegirico sopra il glorioso Sant'Orontio, (Appresso P. Micheli, Lecce, 1660). Selectiora de Physico auditu. Selectiora de transnaturali Philosophia, (Typ. Laurentii Valerii, Fogiae, 1646). Tractatus
de caelo et mundo. Scotus jurista, (Typ. P. Michaelis, Lycii, 1659).
E dice che nel 1661 aveva inoltre le seguenti opere inedite: - Tractatus
de ortu, et interitu. Tractatus de anima. L'Adriano, che seguita l'Aldimarte. La Chiave
della Dorosolinda.
Nel catalogo delle sue opere non riporta le: Meteorologicae lucubrationes ex
Aristotelis Meteororum libris, desumptae ad mentem subtilissimi Doctoris Ioannis Duns
Scoti. Authore P.M. Io: Maria SFORZA, Typis C. Cavalli, Neapoli, 1655;
mentre allo stesso catalogo possono essere aggiunti gli: Aphorismi pro confessariorum aliorumque utilitate, ex quatuor Scoti Sententiarum libris colletti. Authore Fr.
Ioanne Maria SFORTIA, Apud Petrum Michaelem, Lycii, 1664.
4. - « Selectiora de transnaturali Aristotelis Philosophia ad mentem Doctoris subtilis, Opus Johannis Mariae SFORTIAE 3.
Fogiae, Typis Laurentii Valerii, 1646 », cfr. G. BELTRANI, Vol. IX
(1892), p. 375 num. XL.
Edizione non ritrovata.
Bibl.: J. H. SB AR ALEAE, (1806, p. 439), 1921, P. I I (I - Q),
p. 101; G. B ELT R ANI , Vol. I X (1892), p. 375 num. XL; L.
WADDI NGUS, 1906, p. 144; A. CAT ER I NO, 1961, p. 58 num.
120; R . FR AT T AR OLO, 1967, p. 68.
3 Secondo il suddetto catalogo delle opere fino al 1 6 6 1 , riportato dallo stesso
Giovanni Maria Sforza, il titolo di quest'opera dovrebbe essere invece: Selectiora de
transnaturali Philosophia.
70
71
II - Novello DE BONIS, stampatore
Operante a Napoli e a Foggia, notizie dal 1660 al 1688.
Antonio Caterino, nel 1961, scrive: « A Foggia operò il tipografo
Novello De Bonis, sul conto del quale, però, non si hanno sufficienti notizie ».
Di Novello De Bonis, comunque, sappiamo che già nel 1660 stampava a Napoli. Nel 1669 si trasferisce a Foggia, dove stampa le tre edizioni: 1)
Domenico Antonio GUELFONE, Orazione ...per la Festa dell'Icona Vetera, In Foggia, 1669; 2) Francesco Antonio MATTEI, Della scherma napoletana, Discorso primo, In Foggia, 1669 ( ? ), 3) Francesco Antonio MATTEI,
D'ella scherma napoletana, Discorso primo (seconda impressione) e Discorso
secondo, In Foggia, 1669. Poi torna a Napoli, dove stampa numerose edizioni dal 1670 (La falsa Astrologia, di Rafaele TAURO Bitontino) al 1688 (La
Incoronata, poema sacro, di Matteo ROMANO, già incontrato nel 1646, quale « Secretario della Accademia de' Volubili di Foggia »).
Riporto, intanto, una notizia dell'attività di questo Stampatore, letta
nella sua comunicazione: « Lo Stampatore a chi legge », pubblicata nella «
seconda impressione » Della scherma napoletana di F. A. MATTEI, del
1669. Egli scrive: « ... Se per l'addietro (amicissimo mio Lettore) co'l darti
alle mani Opre sì varie de' famosissimi ingegni, hò supposto render la tua brama in qualche segno giuliva: Hoggi sì, ch'Io non dubito d'havertila arricchire
pienamente di giubilo; avvegnache son à presentarti una Gioia, che non hà
prezzo... ».
Domenico Antonio GUELFONE, Monaco Celestino dell'Ordine di San Benedetto, oratore e poeta.
Domenico Antonio Guelfone è nato a Foggia ed è stato « Monaco
Celestino dell'Ordine di San Benedetto ».
Oratore e poeta, il 15 agosto 1669, per la Festa di Santa Maria dell'Icona Vetera, tenne nella Chiesa Maggiore di Foggia l'Orazione, che fu nello
stesso anno stampata a Foggia da Novello De Bonis.
5. - ORAZIONE / DEL MOLTO REVER(ENDO) PAD(RE) /
D(ON) DOMENICO ANTONIO / GUELFONE DA FOGGIA, / Monaco Celestino dell'Ordine di S. Benedetto. / Detta l'Anno
72
M.DC.LXIX. nella Chiesa Maggiore / della Città di FOGGIA, per la Festa
dell'ICONA / VETERA, cioè d'vna antichissima Immagine / di N(ostra)
Signora MARIA sotto il detto titolo / Protettrice di detta Città, che si celebra li / 15. Agosto. // DEDICATA / All'Illustriss. Sig. / GIO: GIROLAMO / DE PHILIPPO / Barone di Miano, e Mianello, Consigliere, e / Presidente della Regia Camera, e / Gouernatore Generale della / Dohana di
Puglia. //
[Fregio di quattro vasetti con fiori]
In Foggia, Per Nouello de Bonis. M.DC.LXIX. /Con Licenza de' SS.
Superiori.
mm- 193 per 138, cc. 28 nn., pp. 1-40 (l'ultima con l'incisione raffigurante la Madonna con Gesù Bambino).
Contiene anche: Prefazione, di Giuseppe TAFURI e Domenico
STANCO; Poesie (quattro), in latino, e Sonetti (quindici), di « D. Donati ZIZI Canonici Ilicetani »; Elegia ed Epigramma, in latino, di « D. Dominici
VERDERESIJ Canonici Fogiani S(acrae) T(heologiae) Profess. »; Decasticon,
in latino, dell'« U.I.D. Donati Antonij MEULA Fogiani »; Poesie (sette), in
latino, di « D. Joseph Nicolaus PRETIOSA »; Epigrammi (due), in latino, di
« D. Honufrij NUZZI »; Ode ed Epigrammi (due), in latino, del « Clerici
Francesci DOLPHI à Fogia » ; Epigramma ed Elegia, in latino, del « Clerici
Josephi LONGHI »; Poesia, in latino, di « D. Joseph QUINTO Sacerdotis »;
Epigramma, in latino, di « D. Nicolai SACCHETTI Fogiani »; Epigramma, in
latino, di D. Bartholomaei DE ANGELIS Fogiani »; Epigramma, in latino, di
« D. Joseph DE ANGELIS Fogiani » ; Sonetto, del « Sig. Abbate Giuseppe
Francesco LOMBARDI Canonico di Foggia » ; Sonetto, del « Sig. D. Gio
Tomaso ROTONDI »; Sonetti (due), del « Sig. Andrea VRGNANI »; Sonetto,
del « P. D. Andrea Telera Chierico Regolare ».
Esemplari: 1°) LUCERA (Foggia), Biblioteca Comunale (collocazione:
5007-22-2 Stilla prima carta a penna: «M.se Scassa»); 2°) BARI, Biblioteca Famiglia Gambacorta (Alcune annotazioni a penna e sul frontespizio: « L'Autore a D.
Vito Gambacorta de' M.si di Celenza »); 3°) NAPOLI Biblioteca della Società di
Storia Patria (collocazione: S.B.N. XV-E-9).
Bibl.: C. VILLANI, 1890, p. 9; C. VILLANI, 1904, p. 48; A. CATERINO, 1961, pp. 77-78 num. 190; M. LARATRO, A. VI (1968), P. I,
p. 161.
73
Francescantonio MATTEI (Franciscus Antonius MATTHEIS), scrittore di scherma
e poeta.
Francescantonio Mattei ci è noto per mezzo della sua opera Della
scherma napoletana, stampata da Novello De Bonis nel 1669 a Foggia; e forse
per questo Niccolò Toppi, nel 1678, lo disse foggiano. Egli comunque data
e firma la dedica dell'opera a Don Giovanni D'Avalos Principe di Troia: «
Troia 16. di Luglio 1669. Di V.E. Deuotiss. et Obblig. Ser(vo) vero Francesc'Antonio Mattei ».
Nella premessa, « Lo Stampatore a chi legge », è scritto: « ...L'Auttore
per incontrare assai più le tue soddisfattioni, che per secondar le mie istanze, si è affaticato purgare il primo Discorso, et esporlo al Torchio (della Stampa) con l'emenda degl'errori occorsi nella impressione, colla corretione di
diuerse parole, et abbellimento di molti periodi; Di modo che se il mentouato Discorso (primo) sarà peruenuto in tuo potere diuiso dal (Discorso) secondo, contentati di condannarlo per sempre alle fiamme, e compatisca cordialmente l'Auttore ; Conciosiache come aborto dell'ingegno, et in abozzo
diedelo a chi glelo chiese, e poscia contro sua voglia fù mandato alla luce
dal medesimo comandante. In segno d'vn affetto reciproco, altro Io non
chiedo, che l'essermi ammesse dalla tua cortesia le cennate discolpe, di che
in nome dell'Auttore istantemente la priego, et ad esser vn pò restio nel
censurarmi di botto, se per sorte t'inciamperai in qualche errore... ».
Gli esemplari attualmente reperibili appartengono alla « seconda impressione », cioè all'opera completa del Discorso primo e del Discorso secondo.
6. - DELLA / SCHERMA / NAPOLETANA / DISCORSO PRIMO, / Doue / SOTTO IL TITOLO DELL'/IMPOSSIBILE POSSIBILE
/ SI PROVA CHE LA SCHERMA / Sia Scienzia, e non Arte. / Si danna le
vere Norme di spada, e / Pugnale. / DEL SIGNOR / FRANCESCO ANTONIO / MATTEI / SECONDA IMPRESSIONE.
[Fregio con al centro vasetto e fiori]
IN FOGGIA, / Per Nouello de Bonis. M.DC.LXIX. / Con Licenza
de' SS. Superiori.
- DELLA / SCHERMA / NAPOLETANA, / DISCORSO SECONDO, / DOVE / SI DANNO LE VERE NORME / DI SPADA SOLA / DEL SIGNOR / FRANCESCO ANTONIO / MATTEI.
[Fregio di tre vasetti e fiori]
74
75
IN FOGGIA, / Per Nouello de Bonis, M.DC.LXIX. / Con Licenza de’ SS.
Superiori.
mm. 148 per 90, cc. 20 nn., pp. 1-70 (Discorso Primo), pp. 73-136 (Discorso Secondo), c. 1 nn. Alla c. 2 nn. bella incisione, raffigurante un Angelo con
palma e tromba, un Guerriero, Stemma gentilizio e le iniziali dell'incisore:
F. P.
Contiene anche: Dedica a Don Giovanni D'Avalos Principe di Troia
(Troia 16. di Luglio 1669) ; « L'Autore a chi legge » ; « Lo Stampatore a chi
legge »; Sonetti (tre), di Francesco Antonio MATTEI; Epigramma, in latino, e
Sonetti (tre), di « D. Francesci MARINI V.I.D.» Sonetto, del « Caualier (Giuseppe) ARTALE »; Sonetti (due), del « Dottor Sig. Gio. Domenico IANNELLI »; Sonetto, di Carlo NENGIA; Sonetto, di Francesco RUGGIERO ;
Sonetto, di Tomaso PAGANO; Hexasticon, in latino, e Sonetto, di Gio. Giacomo LAUAGNA; Sonetto, del Dott. Isidoro CALISTO ; Poesie (due), in
latino, e Sonetti (due), del Dottor Domenico SURRENTINI ; Epigramma, in
latino, di « D. Ignatii FVSCHI V.I.D. Archipresbyteri S(ancti) Thomae Apostoli Ciuitatis Foggiae »; « D. Ignatius FUSCUS Archipresbyter Divi
Thomae videat, et referat. / Datum Foggiae die 26. Julij 1669. / D. Io. Baptista DE ANGELIS Vic. Generalis ».
Esemplari: 1°) LUCERA (Foggia), Biblioteca Comunale
(collocazione: 8769-35-5. Esemplare mutilo delle prime 4 cc.nn. e cioè
mancante dell'incisione e del frontespizio ed anche delle pp. 15-16.
Proveniente dal Convento dei Minori Osservanti); 2°-4°) NAPOLI,
Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III» (collocazioni: XLIV-1-83,
esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo della Certosa di San
Martino di Napoli, ex collocazione 11.a.121 ; B. Prov. V-251, esemplare
mutilo delle prime 3 cc.nn. e cioè mancante dell'incisione, proveniente dalla
Biblioteca Provinciale di Napoli, Fondo Pizzofalcone, ex collocazione 98H; XXXV-A-24, esemplare mutilo delle prime 3 cc.nn. e cioè mancante
dell'incisione); 5°) NAPOLI, Biblioteca della Società di Storia Patria
(collocazione: S.B.N. I-E-17. Sulla c. 2 nn., a penna: « Michael Roglieri »).
Bibl.: N. TOPPI, 1678, p. 98; L. GIUSTINIANI, 1793, p. 185; C.
VILLANI, 1890, p. 51; C. VILLANI, 1904, p. 600; G. FUMAGALLI,
1905, (1966), p. 156 D. E. RHODES, A. LVIII (1956), p. 130 num. 4; A.
CATERINO, 1961, p. 78 num. 192; R. FRAT'TAROLO, 1967, p. 68.
76
III - Giacomo MIGLIACCIO, libraro
Residente a Foggia verso gli anni 1694-1726.
Leggendo Giovanni ROSSI, Della vita di Mons. Emilio Giacomo Cavalieri Vescovo di Troia, Presso Carlo Salzano e Francesco Castaldo Soci, Napoli, 1741, a pagina 321, ho trovato la seguente notizia: Mons. Emilio Giacomo Cavalieri Vescovo di Troia (1694-1726) cercava sempre di combattere
ogni azione deleteria dell'« amor profano »; un esempio possiamo leggere «
nella Relazione del Signor Giacomo MIGLIACCIO Librajo in Foggia.
Dice questi, che in tempo della gran Fiera, che nel mese di Maggio in
quella Città (di Foggia) con concorso grande di Mercadanti si fa, temendo
che fra de' libri, i quali vi si portano a vendere, vi capitassero di que' tanti,
che scritti a dettatura del sozzo Asmodeo, tanto han corrotto, e seguitano a
corrompere la Gioventù Cristiana, era chiamato dal nostro Vescovo, ed
ordinavagli, che visitasse le Librerie, che si esponevano venali, e se vi trovasse libri da recar danno, ce lo avvisasse; e che una volta ritrovò una quantità grande di Pastorfidi (opera che hà date al Lupo infernale tante anime a
divorare); ed egli tosto che seppe, adunatili tutti, dissegli: - pagateli di mio
denaro, per non far restare quei poveri rivenditori con danno; ma avvisate loro,
che non mai più di questi e simili quà ne portino; perché altrimenti perderanno la
spesa. Cosí e' fece, e recatigli a lui, li buttò ad ardere tutt'insieme nel fuoco; e
facendosi quegli maraviglia di tanto danajo volontariamente perduto: - Giacomo mio, dissegli, questo danajo, che voi chiamate perduto, mi ha ricomprato
prima di perderle le Anime di quei poveri giovani, e forse ancora di Religiose claustrali, che tal libri leggendo, con offesa grande di Dio, si sarebbero rovinate ».
IV - GAETANO RUSSO, libraro
Nato verso il 1709, residente a Foggia nel 1741.
Di Gaetano Russo fu Michele, libraro a Foggia nel 1741, ho trovato
la seguente inedita notizia:
« Fuoco num. 785. Gaetano Russo, quondam Michele, Libraro, d'anni
32.
Chiara di Maria, moglie, d'anni 40; Marianna, figlia, d'anni 7; Isabella,
figlia, d'anni 5; Giuseppe, figlio, d'anni 1.
77
Testa, once 1. Industria, once 14.
Esercita l'industria di vendere libri, valutato il lucro in annui ducati
trenta, sono once 100.
In tutto sono once 114.
Abita in Casa a' pigione. Non possiede altri beni », Catasto onciario di
Foggia dell'anno 1741, fol. 104. Archivio di Stato, Napoli, Vol. 7040.
V. - Nicola GIANNINO, legatore di libri
Nato a Napoli, residente a Foggia nel 1741.
Di Nicola Giannino fu Giuseppe, legatore di libri a Foggia nel 1741,
ho trovato la seguente inedita notizia:
« Forastieri abitanti laici a Foggia.
Fuoco num. 2556. Nicola Giannino di Napoli, quondam Giuseppe,
Legalibri, (nota posteriore a margine: « morto »).
Laura D'Alfonzo, moglie, d'anni 30; Raffaele, figlio, d'anni 9; Isabella, figlia, d'anni 6 ; Vincenzo, figlio, d'anni 1.
Possiede una baracca, avanti il Regio Epitaffio, attigua a quella che
possiede per metà con Vittoria Turto Socera, colla rendita di carlini ventotto. Controposti alla sua abitazione », Catasto onciario di Foggia dell'anno
1741, fol. 477v. Archiviol di Stato, Napoli, Vol. 7040.
ANTONIO GAMBACORTA
78
INDICE DEGLI SCRITTORI
Gli Scrittori preceduti dal segno (*) sono gli Autori di alcune poesie o prose pubblicate all'inizio o alla fine di Opere altrui precedute dallo
stesso segno (*).
I numeri e le date rimandano all'elenco delle « Edizioni foggiane
del secolo XVII ».
ALFIERI (DE ALPHERIO) Giacinto, nato a Deliceto (Foggia), notizie
dal 1628 al 1646, Dottore fisico, Accademico Volubile di Foggia,
poeta: 2 (1646).
*
ANGIULLO Tommaso, nato a Noci (Bari), Padre e Priore di San
Domenico a Foggia nel 1646, notizie fino al 1656: *2 (G. ALFIERI, 1646).
*
ARTALE Giuseppe, « Arctorii in Sicilia natus », notizie dal 1660,
morì nel 1679, Cavaliere, Principe dell'Accademia degli Erranti di
Napoli, commediografo e poeta: * 6 (F. A. MATTEI, 1969).
*
CALANDRIO Orazio, fiorentino, poeta in latino: * 1 (G. GIUGNO, 1645).
*
CALISTO Isidoro, notizie nel 1669, poeta: * 6 (F. A. MATTEI,
1669).
*
CICCARELLO Carlo, « Julianensis », notizie dal 1645 al 1646, Dottore fisico, Accademico Volubile e Rettore della Confraternita dei
Morti di Foggia: * 1 (F. GIUGNO, 1645); * 2 (G. ALFIERI, 1646).
*
DE ANGELIS Bartolomeo, nato a Foggia, notizie dal 1631 al 1669,
Avvocato e poeta in latino: * 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
*
DE ANGELIS Giovanni Battista, Vicario Generale della Chiesa
Maggiore di Foggia nel 1669: * 6 (F. A. MATTEI).
*
DE ANGELIS Giuseppe, nato a Foggia, notizie nel 1669, poeta in
latino: * 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
*
DE BONIS Novello, notizie dal 1660 al 1688, stampatore: * 6 (F.
A. MATTEI, 1669).
*
DE ROGERIO Andrea, notizie dal 1645 al 1646, Arciprete di Foggia: * 1 (F, GIUGNO, 1645); * 2 (G. ALFIERI, 1646).
*
DOLFI (DOLPHI) Francesco, nato a Foggia, notizie nel 1669,Chierico, poeta in latino: * 5 (D. A. GUEI,FONE, 1669).
*
FORMOSA Giuseppe, nato a Deliceto (Foggia), notizie nel 1646,
poeta: * 2 (G. ALFIERI, 1646).
79
*
FUSCO (FUSCUS, FUSCHI) Ignazio, notizie nel 1669, Arciprete di
San Tommaso Apostolo di Foggia, « U.I. Doctor », poeta in latino: *
6 (F. A. MATTEI, 1669).
*
GILIBERTO Onofrio, natoa Solofra ( Avellino), notizie dal 1644 al
1664, Dottore e commediografo: * 2 (G. ALFIERI, 1646).
GIUGNO (IUNIUS) Flavio, nato ad Andria (Bari), notizie dal 1603, morto verso il 1621, Medico e poeta in latino: 1 (1645).
*
GUEVARA Carlo, notizie nel 1646, Duca di Bovino (Foggia): * 2
(G. ALFIERI, 1646).
GUELFONE Domenico Antonio, nato a Foggia, notizie nel 1669, Monaco Celestino dell'Ordine di San Benedetto, oratore: 5 (1669).
*
JANNELLI (GIANNELLI) Gio. Domenico, notizie nel 1669, Dottore e poeta: * 6 (F. A. MATTEI, 1669).
*
LAVAGNA Gio. Giacomo, nato a Napoli, notizie dal 1669 al 1671,
giureconsulto e poeta: *6 (F. A. MATTEI, 1669).
*
LOMBARDI Giuseppe Francesco, notizie nel 1669, Abate, Canonico di Foggia, poeta: * 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
*
LONGO (LONGHI) Giuseppe, notizie nel 1669, Chierico e poeta
in latino: * 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
MACCHIARELLA Recupido, nato a Sanseverino (Salerno), notizie nel
1616, commediografo: 3 (1646).
*
MARINI Francesco, notizie nel 1669, « U.I. Doctor », poeta in
latino e italiano: * 6 (F. A. MATTEI, 1669).
MATTEI Francesco Antonio, residente a Troia (Foggia) nel 1669, scrittore di scherma e poeta: 6(1669).
*
MEULA Donato Antonio, nato a Foggia, notizie nel 1669, « U.I.
Doctor » e poeta in latino: * 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
*
NENGIA Carlo, notizie nel 1669, poeta: *6 (F. A. MATTEI, 1669).
*
NUZZI Paolo Francesco, nato ad Altamura (Bari), notizie nel 1645,
« Altamurâtis Presbiter », poeta in latino: * 1 (F. GIUGNO, 1645).
*
NUZZI Onofrio, notizie nel 1669, poeta in latino: * 5 (D. A.
GUELFONE, 1669).
*
PAGANO Tommaso, notizie nel 1669, poeta: * 6 (F. A. MATTEI,
1669).
*
PREZIOSA (PRETIOSA) Giuseppe Nicola, notizie nel 1669, poeta
in latino: * 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
80
*
QUINTO Giuseppe, notizie nel 1669, Sacerdote e poeta in latino:
* 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
*
ROGERIO, ROGGERIO (DE), cfr. DE ROGERIO Andrea.
*
ROMANO Matteo, notizie dal 1630 al 1688, Segretario dell'Accademia dei Volubili di Foggia nel 1646, poeta: * 2 (G. ALFIERI,
1646).
*
ROTONDI Gio. Tommaso, notizie nel 1669, poeta: * 5 (D. A.
GUELFONE, 1669).
*
RUGGIERO Francesco, notizie nel 1669, poeta: * 6 (F. A. MATTEI, 1669).
*
SACCHETTI Nicola, nato a Foggia, notizie nel 1669, poeta in latino: * 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
*
SAVINELLA Vincenzo, nato a Corato (Bari), notizie dal 1645 al
1646, poeta in latino: * 1 (F. GIUGNO); * 2 (G. ALFIERI,
1646).
*
SCALETTIO (SCALECTIUS) Curzio, notizie nel 1645, poeta in
latino: * 1 (F. GIUGNO, 1645).
SFORZA (SFORTIA) Giovanni Maria, nato a Palagiano (Taranto), notizie dal 1646 al 1664, Padre dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali Francescani, Dottore e Maestro di « Artium et Sacrae Theologiae » : 4(1646).
*
SORRENTINI (SURRENTINI) Domenico, notizie nel 1669, Dottore e poeta: * 6 (F. A. MATTEI, 1669).
*
STANCO Domenico, notizie nel 1669: * 5 (D. A. GUELFONE,
1669).
*
STUFA (STUPHA) Pandolfo, notizie nel 1603, Accademico Unito: * 1 (F. GIUGNO, 1645).
*
TAFURI Giuseppe, notizie nel 1669: * 5 (D. A.,GUELFONE,
1669).
*
TELERA Andrea, notizie nel 1669, Chierico Regolare e poeta: *
5 (D. A. GUELFONE, 1669).
*
VRGNANI Andrea, notizie nel 1669, poeta: * 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
*
VENTURINI Giuseppe, notizie nel 1645, Canonico Sipontino,
poeta in latino: * 1 (F. GIUGNO, 1645).
*
VERDERESIO Domenico, notizie nel 1669, Canonico Foggiano,
Teologo e poeta in latino: * 5 (D. A. GUELFONE, 1669).
*
ZIZZI Donato, nato a Deliceto (Foggia), notizie dal 1646 al
1669, « Presbyter et Canonicus Ilicetanus », poeta in latino e
italiano: * 2 (G. ALFIERI, 1646); * 5 (D. A. GUELFONE,
1669).
81
BIIBLIOGRAFIA
Giovanni BELTRANI, Lorenzo Valerii Tipografo romano in Puglia durante il
secolo XVII, in « Rassegna Pugliese », Trani, A. IX (1892).
Antonio CATERINO, La Puglia nella Storia della Stampa nei secoli XVIXVIII, Ed. A. Cressati, Bari, 1961.
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Riccardo COLAVECCHIA, Andria, in Cesare ORLANDI, Delle Città di
Italia, Stamp. M. Riginaldi, Perugia, 1772, T. II.
Raffaele D'ADDOSIO, 340 Illustri Letterati ed Artisti della Provincia di Bari,
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Eustacchio D'AFFLITTO, Memorie degli Scrittori del Regno di Napoli, Stamp.
Simoniana, Napoli, 1782.
Riccardo D'URSO, Storia della città di Andria, Tip. Varana, Napoli, 1842.
Renzo FRATTAROLO, La stampa in Italia fra i secoli XV e XVI ed altri saggi,
Edizioni dell'Ateneo, Roma, 1967.
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Tesi di laurea, 1969-1970, Facoltà di Lettere dell'Università degli
Studi, Bari.
Antonio GAMBACORTA, Il primo Stampatore e un Libraro di Bitonto a Bari,
in « Bontontum », Notiziario di Bitonto, A. III (1971), N. 1. Ristampato in « Il Salotto Culturale », Giornale di Bari, A. XIV (1971),
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Antonio GAMBACORTA, Per la Storia della Stampa a Lecce nel secolo XVIII,
in « La Zagaglia », Rivista di Lecce, A. XIV (1972), N. 54.
82
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Riccardo ZAGARIA, Flavio Giugno, in « Japigia ». Rivista di Bari, A. VIII
(1937).
83
INDICE DELLE TAVOLE
1. BARI, Biblioteca Nazionale: Frontespizio delle Centum Veneres, di Flavio
GIUGNO, 1645.
2. LONDON (G. B.), British Museum: Frontespizio dell'Opus, de modo
consultandi, di Giacinto ALFIERI, 1646.
2. LONDON (G. B.), British Museum: Poesia di Matteo ROMANO, premessa all'Opus, de modo consultandi, di Giacinto ALFIERI, 1646.
5. LUCERA, Biblioteca Comunale: Frontespizio dell'Orazione... per la Festa dell'Icona Vetera, di Domenico Antonio GUELFONE, 1669.
5. LUCERA, Biblioteca Comunale: Madonna con Gesù Bambino, incisione, dall'Orazione... per la Festa dell'Icona Vetera, di Domenico Antonio
GUELFONE, 1669.
6. NAPOLI, Biblioteca Nazionale a «Vittorio Emanuele III» : Incisione,
dalla Della scherma napoletana, Discorso primo, seconda impressione, di
Francesco Antonio MATTEI, 1669.
6. LUCERA, Biblioteca Comunale: Frontespizio della Della scherma natoletana, Discorso secondo, di Francesco Antonio MATTEI, 1669.
84
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
★ Hanno collaborato a questo fascicolo: dott. ANGELO CELUZZA, direttore della Biblioteca prov.le di Foggia; dott. GUIDO PENSATO, vice direttore della stessa Biblioteca; prof. COSMA SIANI; dott. ANTONIO GAMBACORTA; LUIGI MANCINO.
SOMMARIO
ANGELO CELUZZA: La nuova « Provinciale ». Sistemazione dei
fondi e distribuzione dei servizi
1
GUIDO PENSATO: La figura sociale del bibliotecario (Appunti per
una ridefinizione del ruolo)
9
COSMA SIANI: La terra garganica nella poesia di Joseph Tusiani.
Contributo critico-bibliografico
26
ANTONIO GAMBACORTA: Stampatori e librari a Foggia dal 1645
al 1741
61
LUIGI MANCINO: Bibliografia come provocazione. Il Risorgimento
a Manfredonia
85
SCHEDARIO - 1) Fondo « Regno di Napoli-Puglia-Capitanata »
posseduto dalla Biblioteca provinciale; 2) Nuove accessioni
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la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
BOLLETTINO D'INFORMAZIONE
della
Biblioteca Provinciale di Foggia
Anno X (1972)
Parte Seconda
n. 4-6 (lug.-dic.)
La biblioteca senza qualità
Anche dopo avere sottratto alle mani dissacratorie dei maniaci di trasgressioni e metafore il catalogatore di navi Omero o, magari, le esorbitanti
e terroristiche elencazioni di Leporello («Madamina, il catalogo è questo »),
restano pur sempre impressionanti, per numero e peso specifico, le parole
d'ordine all'attivo del catalogo dei catalogatori.
Tutti bibliotecari, e se per avventura o per segreta, « perversa » vocazione non è dato sapere: Aristotele come Leibniz, Joyce come Bataille, Borges come Montale e Pirandello-Mattia Pascal, Kant come De Gasperi e
Mao-tse-tung. Meno frequente, tuttavia, è che della prassi bibliologica di
così illustri rappresentanti ci resti qualche significativa documentazione.
Così è stato, invece, per colui che è, forse, il più « inedito » dei compilatori di schede/referti clinici del nostro tempo: l'ingegnere-psicologoromanziere Robert Musil, aiuto bibliotecario dal 1911 al 1914 del Politecnico di Vienna 1.
Dalla nebbiolina fumigosa della Cacania imperial-regia dell'Uomo senza
qualità emerge d'un tratto la rotonda petulanza del maggior generale Stumm
von Bordwher ed occupa il titolo singolare del §100: « Il
1 Cfr. G. ZAMPA, Rilke, Kafka, Mann. Letture e ritratti tedeschi. Bari, De Donato, 1965, p. 225.
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generale Stumm penetra nella Biblioteca Nazionale e accumula esperienze
sui bibliotecari, sugli inservienti di biblioteca e l'ordine sprituale » 2.
Il fine immediato di tale penetrazione « nelle linee nemiche » dello
inviato speciale del Ministero della Guerra cacanese tra i propugnatori dell'Azione Parallela, come ricordano i lettori del romanzo, era quello di mettere
ordine - specialità dei militari - nella selva delle idee dello spirito contemporaneo: ove possibile, solo dopo che si fosse fatto anche un catalogo o un
catasto delle ideologie.
Accompagnato da un bibliotecario messosi cortesemente a disposizione, dunque, Stumm inizia un'allucinante passeggiata lungo le interminabili file di scaffali della Biblioteca.
La « precisa conoscenza della forza nemica », però, si rivela praticamente impossibile a raggiungersi, anche dal meglio intenzionato dei neofiti
dell'enciclopedismo, quando è costretto a calcolare che duemila anni sarebbero necessari solo per esaurire la ricognizione dei settecentomila volumi
già passati in rassegna: e l'arca del sapere catalogato - apprende Stumm dal
suo compagno di « sfilata » - ne contiene ben tre milioni e mezzo.
« In quel momento mi son fermato su due piedi » - confessa Stumm
ad Ulrich, il protagonista del romanzo, cui il generale narra la sua avventura
3 - « e tutto l'universo mi è sembrato un grande imbroglio. Adesso che mi
sono calmato, ti dico e ti ripeto: qui c'è qualcosa di profondamente sbagliato! » 4.
Sottolineata, nell'immediato, la prima insorgenza dell'insoddisfazione
del bonario generale, preferiamo attendere il seguito della sgomenta confessione, prima di iniziare una qualsiasi « interpretazione ».
Alle premure « sistematiche » del bibliotecario, che offre intere classi
e discipline (Storia della guerra, Etica teologica) per specificare in
R. MUSIL., L'Uomo senza qualità. Torino, Einaudi, 1962, p. 445 e segg.
Il dialogo è, in effetti, un monologo. Malgrado questa ipotesi interpretativa possa apparire ardita, ci sembra che il personaggio del generale sia il risultato di una « Verdoppelung », di uno sdoppiamento di Musil stesso, di cui
Ulrich è la traduzione autobiografica, come è per numerosi altri personaggi
dello scrittore moravo. E' noto che Musil intraprese, tra le altre, la carriera militare, abbandonata ben presto, per seguire la vocazione « letteraria ». Alla luce
di una tale circostanza, Stumm si rivela essere da un lato uno dei fantasmi di
sé, di cui Musil si libera oggettivandoli; dall'altro si dà come occasione della
ossessionata riproposizione della tematica fondativa che Musil perseguiva dai
tempi del Toerless, l'archetipo indiretto dell'Uomo senza qualità.
4 R. MUSIL, L'uomo senza qualità, op. cit., p. 446.
2
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qualche modo le richieste universali del gallonato visitatore, questi oppone,
imprudentemente, la sua ineludibile preoccupazione: vuole proprio una raccolta di tutte le grandi idee dell'umanítà. Provocato sul suo terreno, il nume
del luogo, a questo punto, non può che sfoderare le armi migliori.
« Sai - racconta Stumm - evidentemente nei miei occhi c'era una tale
sete di sapere, che quel tipo ha avuto paura di essere spremuto come un
limone: gli dico ancora qualcosa come di orari ferroviari che devono permettere di
stabilire fra i pensieri ogni collegamento e coincidenze a volontà; allora si fa d'una gentilezza addirittura inquietante e mi propone di condurmi nella stanza del
catalogo e di lasciarmici solo, quantunque veramente sia proibito, perché
dev'essere usata solo dai bibliotecari. Dunque eccomi proprio nel sancta sanctorum della biblioteca. Posso dirti che mi sembrava d'essere entrato nell'interno di un cervello, tutt'intorno nient'altro che scaffali con le loro celle di
libri, e dappertutto scalette per arrampicarsi, e sui leggii e sulle tavole mucchi di cataloghi e di bibliografie, insomma tutto il succo della scienza,
nemmeno un vero libro da leggere, ma soltanto libri su libri; c'era per davvero odore di fosforo cerebrale, e non credo di illudermi se dico che avevo
davvero l'impressione di essere arrivato a qualcosa! Ma naturalmente, quando l'uomo fa per lasciarmi solo, mi sento un non so che di strano, una specie di angoscia, sì, rispetto e angoscia. Il bibliotecario sale su per una scaletta come una scimmia e si getta su un libro come se avesse già preso la mira
di sotto, proprio quel libro lì, lo porta giù e dice: - Signor Generale, ecco
qui per lei una bibliografia delle bibliografie - tu lo sai cos'è? bé; l'elenco
alfabetico degli elenchi alfabetici dei titoli di quei libri e lavori che sono stati pubblicati negli ultimi cinque anni, intorno al progresso dei problemi etici, ad esclusione della teologia morale e della letteratura amena... insomma
mi spiega qualcosa di simile e sta per svignarsela. Ma io faccio ancora in
tempo ad agguantarlo per la giacchetta. - Signor bibliotecario - esclamo - lei
non può piantarmi in asso senza rivelarmi come fa a raccapezzarsi in questo... - be' sono stato incauto, ma la mia impressione era quella, - ... in questo manicomio. -.
« Signor generale - lei vuol sapere come faccio a conoscere questi libri
uno per uno? Ebbene, glielo posso dire: perché non li ho mai letti! ». Ti dico io,
per poco non m'ha preso un colpo! Ma lui, vedendo il mio sbigottimento, s'è
spiegato meglio. Il segreto di tutti i bravi bibliotecari è di non leggere mai, dei
libri a loro affidati, se non il titolo
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e l'indice. - Chi si impiccia del resto, è perduto come bibliotecario! - m'istruisce - Non potrà mai vedere tutto l'insieme!
Glielo chiedo senza fiato: - Dunque lei non legge mai nessuno di
questi libri?
- Mai, tranne i cataloghi.
- Ma lei non è laureato?
- Certo. Sono anche docente universitario. Libero docente di scienza bibliotecaria. E' una scienza in sé e per sé, - egli dichiara. - Quanti crede che
siano, signor generale, i sistemi secondo i quali si dispongono i libri, si ordinano i titoli, si correggono gli errori di stampa e i dati sbagliati sui frontespizi, eccetera eccetera? » 5.
Piantato, finalmente, in asso dal bibliotecario, dopo una lezione di
biblioteconomia sbrigativa quanto trionfalistica, l'unico soccorritore che
incontri lo sbigottito generale è un vecchio inserviente, che la lunga «prassi»
del dialogo coi frequentatori della Biblioteca ha costretto a conoscere il contenuto dei libri custoditi. « E ora ho dovuto convincermi» - conclude il racconto e il paragrafo Stumm von Bordwehr - che i soli uomini che posseggano un ordine spirituale a tutta prova sono gli inservienti di una biblioteca...
Caro camerata, adesso ti faccio la proposta più straordinaria: immagina, ora,
l'ordine. O meglio, immagina prima una grande idea, poi una più grande,
poi una più grande ancora, e sempre di più; e su questo esempio figurati un
ordine sempre maggiore. In principio è grazioso come la stanzetta di una
vecchia signorina e pulito come una scuderia militare; poi diventa grandioso
come lo spiegamento di una brigata; poi pazzesco, come quando si esce di
notte dal Casino e si comanda alle stelle: Universo, attenti! Per fila destra!
Possiamo anche dire che in principio l'ordine è come un coscritto che tartaglia con le gambe, e tu gli insegni a camminare; poi, come quando sogni di
saltare i turni e di essere promosso ministro della guerra; ma alla fine prova
a immaginarti soltanto un ordine completo, universale, un ordine di tutta
l'umanità, in una parola un ordine civile perfetto; ebbene, io sostengo che
questa è la morte di freddo, la rigidità cadaverica, un paesaggio lunare, una
epidemia geometrica.
Ne ho parlato col mio inserviente di biblioteca. Mi ha suggerito di
leggere Kant o qualcosa di simile, sul limite dei concetti e della facoltà conoscitiva. Ma io, in fondo, non voglio più leggere nulla. Sento in me un'impressione così curiosa: intendo finalmente perché noi militari,
5
R. MUSIL, L'uomo senza qualítà, op. cit., p. 447.
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che abbiamo il massimo dell'ordine, dobbiamo essere pronti, in pari tempo,
a dare la nostra vita quando che sia. Ma non posso spiegare perché. In qualche modo l'ordine si trasforma in un bisogno di morte » 6.
Il più grave errore in cui incorrerebbe la lettura « immediata » di queste pagine tragicamente ironiche di Musil 7 sarebbe quello di leggerle nella
chiave più superficialmente « anarchica », apologetica del caos e della sovversione di ogni forma, logica o storica o culturale che sia: in ciò, magari,
invocando a conforto le origini espressionistiche, in senso generico, della
formazione letteraria musiliana. Nel far ciò, si perderebbe quel che, invece,
costituisce lo specifico del significato culturale della esperienza di « saggismo » dello scrittore di Klagenfurt.
Ingegnere, laureato in filosofia, sotto la guida di Carl Stumpf, con
una tesi sulle teorie di Ernst Mach 8, inventore persino di un cromatografo
(il « Variationskreisel »), Musil non appartiene alla schiera di «critici della
scienza» di stampo neoromantico, irrazionalistico-decadente, che magari,
come lo Spengler o il Klages che è all'origine del personaggio di Meingast,
mascherano, dietro una pseudo-conoscenza delle discipline scientifiche e il
preteso superamento del « positivismo della ragione » in una Superscienza
metafisica, la propria sostanziale estraneità all'« ethos » del discorso della
scienza.
Il problema di Musil-Ulrich, che ha la sua « sdoppiata» parodia tragica nel peregrinare di Stumm tra i meandri del Labirinto della Cultura, per
altro verso, non si può neanche far coincidere con la omerica rassegna
mnestica della « Biblioteca di Babele » che Jorge Luis Borges ripete in una
amorevole e insieme desolata rimuginazione del sempre identico 9.
R. MUSIL, L'uomo senza qualità, op. cit., p. 449-450.
Nei « Diari », Musil ha scritto: « L'ironia deve contenere un minimo di sofferenza, altrimenti non è che arroganza e spirito di superiorità » (Cfr. S. Checconi,
Musil, Firenze, La Nuova Italia, 1969, p. 3).
8 R. MUSIL, Sulle teorie di Mach, Milano, Adelphi, 1973. Allievo di Stumpf,
non a caso, fu anche l'altro « filosofo-scienziato » moravo, Edmund Husserl, che
proprio a Stumpf dedicò le Ricerche Logiche.
9 JORGE LUIS BORGES, Finzioni, La biblioteca ili Babele, Torino, Einaudi,
1971.
Anche il grande scrittore argentino, bibliotecario della Nazionale di Buenos
Aires - com'è noto - è uomo di profonde frequentazioni scientifiche. Chi ha letto «
Aleph » non può non pensare ai transfiniti cantoriani, oltre che alla Kabbala, così
come il Labirinto di Minosse, « tema chiave » di tanta parte della
6
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La « crisi delle scienze » che l'autore de « L'uomo senza qualità »
prende a tema anche dalla speciale angolatura del paragrafo qui considerato,
è ben altra: con una « vecchia » parola, è una crisi di fondazione.
Non si può comprendere cosa sia l'Ordine geometricamente epidemico che spaventa Stumm von Bordwehr, se non si ripensa alla grande crisi
dei fondamenti che colse la matematica tra '800 e '900. L'antinomia di Russell-Frege, i primi tentativi di « terapia » logicomatematica dello Scacco della
Ragione e la proposta apparentemente conclusiva di ristrutturazione della
validità dei suoi fondamenti logici attraverso la teoria della dimostrazione
hilbertiana, sono le tappe più « clamorose » che non si possono tacere, nell'evidenziare il retroterra problematico dello « scienziato » Musil.
L'amico di Von Mises e degli scienziati-filosofi del « Circolo di Vienna » non poteva negare a se stesso che la cultura del nostro tempo è la Cultura « assiomatica », la cultura che ha svuotato di ogni contenuto intuitivopsicologico immediato le discipline con cui pur tuttavia si producono macchine ed aeroplani, in sede di applicazione, ma che, viste « in sé e per sé », si
dispongono come lunghe, « vuote » catene di deduzioni e derivazioni simboliche.
In questa chiave di lettura, il buon vecchio Stumm può ben spaventarsi della abnorme disparità che separa il « suo » Ordine da quello « cinicamente » sintattico del Gran Bibliotecario. Il recente Sciamano della nuova
Cultura si è insediato al posto dei vecchi titolari dello Ordine nel tempio
tradizionale dello Spirito: ormai, la novità scandanarrativa borgesiana, è dallo stesso scrittore ricondotto al problema del leibniziano
labirinto del continuo ed ai paradossi di Zenone. Per una brillante ed efficace guida al «
background » culturale dei « romanzi gialli » paradossali di Borges, rinviamo a Gérard
Genot, Borges, Firenze, La Nuova Italia, 1969, oltre che a Guglielmo Forni, Il soggetto e
la storia, Bologna, Il Mulino 1972, pp. 183-201. Non ci sembra un caso, infine, che anche un altro ingegnere-scrittore, Carlo Emilio Gadda, abbia scelto la formula del « romanzo poliziesco » per oggettivare letterariamente la propria passione per le « anormalità » (i paradossi, in senso stretto) della cultura scientifica contemporanea (in uno, della
ragione del nostro tempo). La presenza strutturalmente necessaria di un inquisito (perché fuori della norma-ovvietà) e di un inquisitore-investigatore, in tal genere di « romanzesco », è per lo meno metaforicamente omologa alla situazione dello spirito critico (criticista) che indaga i confini della ragione. Che, poi, sia addirittura Kant ad aver
invocato la « polizia » della Disciplina intellettuale nel Tribunale della Ragione è circostanza non casuale: sia Borges, attraverso Schopenhauer, sia Gadda, attraverso Martinetti, ne furono appassionati frequentatori.
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losa è già diventata tradizione, si è codificata, l'alienazione-svuotamento dei
contenuti è stata perfezionata.
Se Stumm insegue ancora l'Ordine come esaustione in Idea dei concetti
dell'intelletto, gli serve solo il vecchio Kant: non a caso, con la sua « pratica »
quotidiana, il vecchio inserviente gli consiglia la «Ragion Pura », come il professorino di matematica aveva già fatto con l'altro « sdoppiamento » di MusilUlrich: il giovane Toerless.
Il nuovo tema, all'altezza del nostro tempo, è ormai un altro: anche se
per la tangente (di qui, lo stile « ironico »), Stumm lo intravvede, facendo
drammaticamente da ponte, nella « biografia » musiliana, tra la prima problematizzazione giovanile e la maturità di Ulrich. Se lo scacco della Ragione « criticista » si convertiva dialetticamente nella attivistica, « protestantica » consolazione pratica, qui - nel regno che dovrebbe essere della raggiunta, compiuta
sistemazione « scientifica » e razionale del sapere - i vertici supremi dell'attività
intellettuale dell'uomo fanno scorrere i brividi lungo la schiena: e sono brividi
premonitori di morte. Chi vuole uscire dal seminato - trattandosi di Musil e
non di Sartre - pensi pure alla accettazione heideggeriana di un tale stato di cose e si ricordi dell'estremo masochismo dell'« essere per la morte ».
Noi preferiamo ricordare che, a Musil, Kant non era mai piaciuto (diversamente che ad Heidegger), e che anzi, già studiando all'università le opere del
suo maestro di psicologia, doveva aver trovato, in funzione antikantiana, il passo che segue:
« Noi vogliamo, ora, considerare questa definizione 10 per quanto concerne lo spazio. Soprattutto, sarà necessario sapere se lo spazio debba designare o designi solamente un Ordinamento del molteplice delle apparizioni ovvero
qualcosa di più. ... Quest'ultima opinione è, senza dubbio, quella giusta.
Non esiste nessun ordinamento o relazione senza un contenuto positivo, assoluto,
che gli stia a fondamento, ed è esso che fa sì che qualcosa possa essere ordinato. Perché
e come noi potremmo, altrimenti, distinguere un ordinamento da un altro? Noi
possiamo ordinare una Biblioteca secondo la grandezza dei libri, secondo il colore della
copertina, secondo la data di pubblicazione, ordinarla per materie,
Si tratta della definizione kantiana delle intuizioni pure dell'estetica trascendentale, contrapposte come ordinamento-cosmos al mero caos della materia delle sensazioni.
10
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ecc...: l'importante è che, per poter distinguere un ordinamento da un altro,
noi dobbiamo riconoscere un contenuto specifico, in riferimento al quale abbia possibilità di verificarsi l'ordinamento. In tal modo, anche lo spazio non
è un mero ordine, ma quel qualcosa in virtù del quale l'ordine spaziale - l'essere uno accanto all'altro dei contenuti - si distingue dagli altri ordinamenti.
...Non ci si può rappresentare lo spazio senza le qualità, come, per
esempio, la spazio visivo senza il colore, o il senso del gusto senza sensazioni tattili. Chi voglia veramente seguire il dettato kantiano, e cioè tener da
parte tutte le qualità, non si vedrà di fronte allo spazio, ma al Nulla » 11.
D'un sol tratto siamo così ricondotti, quasi a spintoni, nel « Sancta
sanctorum » della Biblioteca di Cacania.
L'insegnamento del passo della vecchia (solo nella data) critica di
Stumpf ai kantiani di sempre, bibliotecari e non, è prezioso.
Quel che vale per lo spazio, vale per qualsiasi altro concetto/significato che si voglia ottenere « ordinando » il mondo dei fenomeni/testimonianze culturali.
…Non si può pervenire ad alcuna « classificazione » in concetti/classi (quella russelliana inclusa) se non attraverso tana attività relazionale12 che si fondi su un contenuto intuitivo, su una base semantica di riferimento 13 che « incarni » la rete sintattica delle strutture formali: e ciò
11 CARL STUMPF, Ueber den psychologischen Ursprung der Raumvorstellung,
Leipzig, Hirzel Verlag, 1873, pp. 14-15.
1 2 Nel lessico husserliano: «costituzione d'essenza».
1 3 Attraverso Stumpf, il tema della fondazione intuitiva delle essenze/significati passa, con peso decisivo, nella costituzione del pensiero fenomenologico e, segnatamente, della « grammatica logica » husserliana. (Cfr. C. STUMPF,
op. cit., passim; E. HUSSERL , Ricerche logiche, vol. II, Milano, Il Saggiatore,
1968). Dopo una lunga fase di « incomprensioni » critiche, di ascendenza neokantiana ed esistenzialistica (fino a Merleau-Ponty), in questa direzione convergono
oggi, da piú parti, le proposte di un nuovo trascendentalismo semantico che le correnti piú avanzate della filosofia del linguaggio, della logica ed anche delle scienze
naturali vanno elaborando. Cfr. U. ECO, Is the presemi King o/ I rance a bachelor?
In VERSUS, Quaderni di studi semiotici, n. 7, pp. 44 e segg.; D. PARISI, Il linguaggio come processo cognitivo, Torino, Boringhieri, 1972; G. PIANA, Hasserl,
Schlick e Wittgenstein sulle cosiddette «proposizioni sintetiche a priori», in AUT-AUT,
n. 122; E. AGAZZI, Temi e problemi di filosofia della fisica, Milano, Manfredi,
1969. Per una critica dell'apriorismo kantiano e per i rapporti tra «Sintassi e scienza
nuova», cfr. G. SEMERARI, La lotta per la scienza, Milano, Silva, 1965, pp. 17 e
segg. e pp. 66-95.
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essa faccia non quale « caotico » contenuto, condannato - secondo il pregiudizio criticista - alla « plebea » insignificanza della sensazione informazione, ma quale condizione materiale di possibilità dell'instaurarsi dell'ordine
formale stesso.
Il bibliotecario che non ha letto i libri ordinati, non « ordina », in pratica, un bel nulla, almeno nel senso forte del termine. La scienza « in sé per
sé », la sua assiomatizzazione del Libro, è appunto solo lo spettro della
scienza, che vive parassitariamente - ed in modo alienato - della prassi culturale che si costituisce, geneticamente, « altrove », tra i suoi inservienti, tra
gli effettivi « ordinatori ». Egli ne è, al massimo, il fiore all'occhiello, desolatamente « assiomatico », come una sterile e ordinata esposizione di formalismi sempre esposti allo spettro immanente dello scacco antinomico che
tocca a tutti i catalogatori di cataloghi 14.
Non meraviglia, a questo punto, che la « critica musiliana delle scienze », lungi dal consentire spazi di manovra ad « irrazionalismi biblioteconomici », possa fare da correlato epistemologico/letterario alle parole di
uno tra i più insospettabilmente « scientifici » dei bibliotecari di professione:
« Lo sviluppo delle implicazioni logiche connesse con la scelta del
principio di autore ha condotto il catalogo per autori ad estendere i propri
adempimenti, fino a precisare l'identità del documento non solo a scopo di identificazione, ma come un fine a sé; piuttosto che rivolgersi al perfezionamento
dei fini di recupero, generazioni di bibliotecari hanno speso energie ed ingegno nella descrizione bibliografica del documento. Ma a tale equivoco si è
giunti, non solo per essere stati coinvolti da un impegno sproporzionato in
una direzione non sempre necessaria e voluta, ma anche per una non ben
definita, e tempestiva, distinzione fra significato, compiti e finalità rispettivamente
dei cataloghi di biblioteca e delle bibliografie...
Non di rado il catalogatore, non sapendo con chiarezza od avendo
dimenticato la funzione e il senso dei cataloghi di una biblioteca, si lascia infettare dalle ambizioni di poter raggiungere una « scheE' estremamente suggestivo che il massimo logico contemporaneo (con
Kurt Goedel), l'americano Paul Cohen, nella esposizione « intuitiva » della sua
grande dimostrazione della indipendenza dell'ipotesi cantoriana del continuo, abbia
illustrato l'antinomia russelliana con l'esempio del catalogo di tutti i cataloghi che
non registrano se stessi. La si veda in « Le Scienze », Anno I, Fasc. I, 1968, pag. 90.
14
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datura » esemplare, al livello dei modelli o superiore ad essi, col risultato,
dissipatorio e nefasto, di costruire un catalogo che, invece di rappresentare
un ponte di collegamento fra i fondi librari di una biblioteca e i suoi lettori,
si erge impenetrabile e macchinoso quasi una barriera di separazione » 15 .
Non si poteva dir meglio, infezioni comprese (Stumm diceva: " epidemia geometrica "!).
Essenziale è che il nuovo bibliologo, quindi - esperto, se possibile,
anche di teoria dell'informazione 16 - sappia riconoscere, nelle apparenze
dell'Ordine esteriore (che va conservato, ma con la coscienza della sua finalità specifica), il suo possibile decadere a semantico disordine da sterilizzazione,
ad eccesso di entropia, in cui sarebbe inevitabile veder annegare ogni funzionalità comunicativa della struttura bibliotecaria. Il vero ordine, la negentropia di Schroedinger e Wiener, la « imprevedibilità » informazionale che
costa lavoro alla prassi intersoggettiva di costituzione dei significati, non
può nascere dalla amministrazione del Codice ereditato, biologicomorfogenetico 17 o antropologico-culturale che sia. Si chiami intenzionalità
o progetto teleonomico, la struttura della costituzione dei nuovi significati,
dell'apertura alla sfera dell'eventualità storico-temporale 18, passa per le vie
malsicure, certo, ma vivificatrici, della comunicazione effettivamente speALFREDO SERRAI, Biblioteconomia come scienza. Introduzione ai problemi e alla metodologia, Firenze, Olschki editore, 1973, pag. 83.
Anche il titolo di questo importante lavoro è, per noi, significativo:
sembra di leggervi lo spirito della « crisi dei fondamenti », che del resto programmaticamente - esso intende inaugurare negli studi biblioteconomici;
se ciò avviene con settanta anni di ritardo, non è certo colpa dell'Autore, che
fa anzi del suo meglio per recuperare il tempo perduto.
16 Ben diverso, dunque, dallo Schneider che deve aver ossessionato
l'apprendistato della mente poco « catalogica » del Musil autobibliotecario.
Per la fortuna del piú diffuso « Handbuch der Bibliographie » tedesco, cfr.
Rudolf Blum, Bibliographia, Frankfurt am Main, Bucbhändler-Vereinigung
GMBH, 1969, pp. 1196-1199 e passim.
17 Per considerazioni che tengono acutamente conto dei risultati della
moderna biologia molecolare del « caso e della necessità » in sede di psicanalisi della cultura, cfr. F. Fornari, Codice culturale e codice dell'io, in Tempi Moderni, n. 13, gennaio-marzo 1973, pp. 39 e sgg.
18 Per le decisive riflessioni sul senso « utopico » della possibilità, che
sono la chiave per nulla idealistica, ma « ipotetico-deduttiva » dalla filosofia
musiliana della civiltà, cfr. R. MUSIL , L'uomo senza qualità, Torino, Einaudi,
1962, pp. 12 e segg.
15
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rimentale che gli uomini in carne ed ossa instaurano fuori e dentro la Biblioteca di Cacania: solo gli uomini sospettosi di valori e criteri di valore precostituiti, - aperti, senza dogmatismi, alla costruzione dell'Ordine Nuovo 19,
possono combattere il pericolo immanente della Morte della comunicazione, dell'entropia dello « spirito », dando un volto storico alla biblioteca/
semioteca, che si dovranno sempre sforzare di mantenere senza metafisiche, definitive, cadaveriche « qualità ».
RAFFAELE GIAMPIETRO
Che non avvenga per seriale sommatoria, ma il piú possibile nelle modalità del « gruppo in fusione », - per usare un'efficace opposizione della « Critique »
sartriana. Il riferimento più pertinente, qui, è, tuttavia, al « giovane Gramsci », che
significativamente (e quasi negli stessi anni della redazione di queste pagine dell'U.S.Q.) contrapponeva, al burocratismo totalitario, l'organizzarsi dal basso della
volontà generale: e ciò « non aritmeticamente, ma morfologicamente ». (Cfr. A.
GRAMSCI, L'ordine nuovo, 1919-20, Torino, Einaudi, 1954, pag. 150).
Si rammentino le ultime parole di Stumm: « un ordine civile perfetto », « un
ordine di tutta l'umanità », che assomiglia alla « morte di freddo », a un « paesaggio
lunare »: lo spettro comune, per Musil come per Gramsci, è la pseudoricomposizione alienata, nelle « istituzioni totali », delle coscienze e delle pratiche atomizzate
dalla moderna divisione del lavoro.
19
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APPENDICE
L'UOMO MATEMATICO
di ROBERT MUSIL (1913)*
Una delle tante insensatezze che corrono sul conto della matematica, per ignoranza della sua essenza, è nel fatto che si suol chiamare i generali importanti i « matematici del campo di battaglia ».
La verità è che il loro calcolo logico non può andare oltre la sicura
semplicità delle quattro operazioni, se non vuol provocare una catastrofe.
La necessità improvvisa di un processo deduttivo, che fosse anche
solo moderatamente complicato e non evidente, come la soluzione di una
semplice equazione differenziale, vedrebbe consegnati alla morte, nel frattempo, senza speranza, migliaia di soldati.
* (dai « Tagebücher, Essays und Reden », pp. 592-596, Frankfurt am Main,
Suhrkamp, 1968. Traduzione di Raffaele Giampietro).
Le pagine che seguono fanno da ponte tra la tematica « bibliologica » del
paragrafo 100 dell'U.S.Q. e « La biblioteca senza qualità ».
Sovente, in coloro che, per dirla con Merleau-Ponty, lavorano a chiarire
ed esplicitare, piú che il pensiero altrui, la sua « ombra » (i significati - vale a dire
- che nemmeno quel pensiero aveva direttamente rivelati), è quasi doveroso l'insorgere di penosi complessi di colpa, residuo, magari, di un vecchio ideale di «
oggettività ». Di qui l'esigenza di ridurre al minimo i sospetti di arbitrio e la proposta di un testo, quale questo tratto dai « Diari » musiliani, che mi sembra bene
« confermare » per lo meno le linee di fondo della direzione di lettura che preferisco. Se qualcuno obietterà che è ben strano un « commento » fatto fare
all’Autore al suo commentatore, si potrà sempre rispondere che ormai da un bel
pezzo la Letteratura è Critica/ l'Ermeneutica: chi potrebbe separare col coltello il
Testo dalla sua Tradizione?
Il rapporto con « La biblioteca senza qualità », d'altra parte, è qui fin
troppo evidente: basta leggere il primo periodo e si trova il ritratto « generalizzato » di Stumm. Quanto al bibliotecario, lo si legga pure nel matematico logicosimbolico, teorico della scienza « in sé e per sé ».
Ancora una volta, infine, il filo conduttore è nel tema dello « Spirito » unificante Ordine-Sintassi e Poesia-semantica, nell'auspicio « utopistico » (alla
Mannheim, come minimo) di una Età di Ricostruzione che sappia di nuovo amare i suoi poeti, pur non rinnegando, irrazionalisticamente, la - Civiltà delle macchine. (N.d.t.).
134
Ciò non si dice contro l'ingegno dei generali, ma a causa della natura
tutta propria della matematica. Si dice che essa sia il massimo dell'economia
del pensiero, e questo è ben vero 1.
Ma è il pensiero stesso che è, per altro verso, una cosa sfuggente e
poco sicura.
Anche se è forse cominciata come un mero risparmio biologico, da
qualche tempo si è diffusa una complicata ansia di risparmiare, cui importa
così poco di rinviare, in pratica, alle calende greche il vero guadagno, come
all'avaro poco importa la sua miseria, voluttuosamente prolungata fino all'inverosimile.
Un processo che, in generale, non si potrebbe mai completare, come
il contare una serie infinita, in certe condizioni favorevoli la matematica
rende possibile portarlo a compimento in pochi istanti. Anche complicati
calcoli logaritmici, persino le integrazioni, tutto si può fare, generalmente,
con la calcolatrice: il lavoro necessario per tali questioni, oggi, si limita all'allineamento delle cifre del problema e a girare una manovella o qualcosa
di simile.
L'usciere di un cattedratico può, così, bandire dal mondo problemi
per la cui soluzione il suo professore, ancora due secoli fa, sarebbe dovuto
correre dal signor Newton a Londra o dal signor Leibniz ad Hannover.
Ed anche per il numero, naturalmente mille volte più grande, di problemi matematici non ancora risolubili con le macchine, si può chiamare la
matematica un apparato ideale 2 dello spirito, con il fine e l'effetto di prefigurare, in linea di principio, tutti i casi possibili in generale.
E' questo il trionfo dell'organizzazione spirituale.
Quel che abbiamo è proprio che la vecchia strada di campagna spirituale, con tutti i suoi pericoli atmosferici e la possibilità di venir derubati, si
fa qui sostituire dal vagone-letto dello spirito.
Siamo di fronte ad una vera e propria « economia » scientifica e conoscitiva.
Ci si è chiesto, tuttavia, quanti di questi possibili casi vengano anche
effettivamente utilizzati. Ci si è anche domandato quante vite umane, quanto danaro, quante ore di produzione, quante ambizioni siano state impiegate nella storia di questo inaudito metodo di risparmio, quante, ancor oggi, vi
siano investite o vi siano necessarie: con
E' evidente, qui, la presenza della concezione empiriocriticista della matematica. Si è gia ricordato che, proprio con una tesi su Mach, Musil si era laureato
con Stumpf, in filosofia, dopo gli studi di ingegneria. (N.d.T).
2 « Idealapparatur » è il termine del testo musiliano. Assai simile - Vestito di
Idee (Ideenkleid) - è quello husserliano, che definisce i risultati categoriali, i significati da ricondurre alla matrice fondativa delle operazioni intenzionali costitutive.
(N.d.t.).
1
135
il che non si dimentica, di nuovo, quel che si è già guadagnato. Si è cercato,
quindi, di misurare l'utilizzazione pratica che se ne fa.
Ma anche in tal caso questo apparato complesso e minuzioso si rivela
ancora vantaggioso e, letteralmente, incomparabile.
Tutta la nostra civiltà è nata col suo aiuto, né conosciamo altri strumenti. I bisogni, cui esso provvede, li soddisfa in pieno e la sua dilagante
onnipresenza è di quei fatti che sono unici e indiscutibili.
Solo nel caso che non si guardi all'utilità immediata, ma, nel seno della matematica stessa, alla relazione tra le sue componenti non utilizzate, si
nota l'altro, autentico aspetto di questa scienza 1.
Esso non è concepito per fini immediati, ma è non-economico e
tormentoso.
L'uomo comune non se ne serve molto più che non faccia già alla
scuola elementare; l'ingegnere se ne serve solo per quanto ne incontra nei
formulari di un volume tascabile di tecnologia; lo stesso fisico lavora, di
solito, con strumenti matematici poco sofisticati 2. Se qualche volta costoro
se ne servono in modo diverso, sono abbandonati, per lo più, a se stessi,
poiché i matematici, di simili lavori di applicazione, si interessano ben poco.
Avviene così che, per certe importanti branche della matematica, gli
specialisti siano dei non-matematici.
Di contro, ci sono innumerevoli campi che sono riservati ai soli matematici: è come un prodigioso plesso di terminazioni nervose che si sia
raccolto nei punti d'uscita di pochi muscoli 3.
1 L'allusione è già, a questo punto, alle « questioni dei fondamenti », che
toccano la « organizzazione spirituale » matematica.
Si ricorderà come Stumm parlasse di « orari ferroviari » delle vie dello spirito: il riscontro è ora con la via sintattica alla fondazione, tentata nella prima fase di
attività del Circolo di Vienna, cui Musil era vicino. Sarà una celebre opera di Carnap a portare, non a caso, il titolo emblematico: « La costruzione logica del mondo
» (Der logische Aufbau der Welt). (N.d.t.).
2 Il che è rigorosamente vero, almeno fino ad Einstein o alla meccanica
quantistica. Non a caso le entità « paradossali » che originarono la prima fase della
« Grundlagenkrisis » - dalla curva di Peano-Weierstrass alla classe - « monstre » di
Russell - non toccavano la funzionalita immediata della prassi di calcolo: di qui,
infatti, venne un « alibi » di qualche consistenza alle prime proposte intuizionistiche di « amputazione » della « inutilmente pericolosa » matematica cantoriana.
(N.d.t.).
3 Su questa « divisione del lavoro » tra « tecnico ingegnoso » e riflessione «
critico-conoscitiva » (che in Musil, tra breve, chiamerà in causa anche la « poesia »),
cfr. E. HUSSERL, Ricerche Logiche, Milano, Il Saggiatore, 1968, pp. 256-8.
Che Husserl fosse ben noto a Musil è testimoniato, inequivocabilmente, da
una densa « Notiz zu Husserl » degli stessi « Diari » da cui sono tratte queste pagine. Cfr. R. MUSIL., Tagebücher, Essays und Reden, Frankfurt am Main, Suhrkamp,
1968, pp. 103. (N.d.t.).
136
In qualche luogo, all'interno, lavora, da solo, il matematico, e la sua
finestra non dà sull'esterno, ma sugli spazi accanto. E' uno specialista, poichè nessun genio, da solo, è più in grado di dominare il tutto. Egli è convinto che quel che si sforza di ottenere, un bel giorno produrrà anche un profitto liquidabile nella pratica, ma non è questo a spronarlo: lui è al servizio
della Verità, vale a dire al servizio del suo Destino, non del suo scopo 1.
Anche se il risultato, dopo un millennio, dovesse essere « economico
», oggi come oggi esiste, per lui, solo la passione disinteressata. La matematica è un lusso intrepido della pura ragione, uno dei pochi che oggi ci si
concede.
Anche alcuni filologi vanno in cerca di cose la cui utilità non vedono essi
stessi, e ancor più di loro i collezionisti di francobolli e i raccoglitori di cravatte.
Ma questi sono ghiribizzi e manie innocenti, che si tengono lontani dalle gravi
circostanze della nostra vita, mentre la matematica ricomprende - è innegabile alcune delle più appassionanti e avvincenti avventure dell'esistenza umana.
Si aggiunga un piccolo esempio: si può dire che noi viviamo completamente dei risultati di questa scienza (risultati, peraltro, ad essa del tutto
indifferenti).
Noi cuociamo il nostro pane, costruiamo le nostre case e spingiamo i
nostri mezzi di trasporto servendoci di essa.
Con la mera eccezione di un pò di mobili, vestiti, scarpe e figli, che
ancora facciamo a mano, tutto ricaviamo con l’intervento dei calcoli matematici.
L'intera esistenza che ci scorre innanzi, tumultuosa ed affannata, non
solo dipende dalla matematica per essere interpretata, ma ne è effettivamente originata per la sua stessa sopravvivenza.
I pioneri della matematica, infatti, da certi fondamenti avevano ottenuto rappresentazioni utilizzabili, donde derivarono conseguenze logiche,
metodi di calcolo e risultati di cui si impadronirono i fisici per ottenere
nuove conquiste: alla fine, vennero i tecnologi, ne mutuarono i meri risultati, aggiunsero nuovi calcoli e ne risultarono le macchine.
All'improvviso, però, dopo che tutto era stato portato a piena e
splendida realizzazione, se ne vennero di nuovo i matematici - razza di uomini sempre lì ad almanaccare sui puri fondamenti - e dissero che qualcosa
non era assolutamente in ordine nei fondamenti dell'intero edificio.
Viene in mente, qui, l'appassionato « Non ignorabimus! » di David Hilbert,
opposto allo « scetticismo » di Du Bois-Reymond. Cfr., per Hilbert, C. CELLUCCI
(a cura di), La filosofia della matematica, Bari, Laterza, 1967, p. 183; per Du BoisReymond, cfr. E. Du BOIS-REYMOND, I confini della conoscenza della natura, a cura di
Vincenzo Cappelletti, Milano, Feltrinelli, 1973, p. 47. (N.d.t.).
1
137
Effettivamente, andarono alle basi e trovarono che l'intera costruzione galleggiava per l'aria 1.
Eppure, le macchine correvano!
Si deve assumere che la nostra esistenza è uno smorto fantasma; noi
la viviamo, ma - in senso proprio - solo sulla base di un errore 2 , senza cui
essa non avrebbe avuto origine.
Non c'è nessun'altro che sia dotato, oggi, di fantasia come ne è il matematico. Il matematico sopporta questo scandalo dell'intelletto in modo
esemplare: vale a dire, con fiducia orgogliosa nella diabolica pericolosità del
suo intelletto.
Potrei fornire ancora altri esempi, come il caso dei fisici matematici
che, d'un colpo, ti vengono a negare selvaggiamente la datità effettiva dello
spazio e del tempo: e questo - lo si deve pur dire - fanno non con l'aria sognante con cui, da un pezzo, talora hanno preso a farlo anche i filosofi (il
che - come ognun sa - è scusabile, per essere nella loro vocazione). Essi lo
hanno fatto, invece, con fondamenti, che emergevano all'improvviso, ed
erano terribilmente fededegni: il tutto, mentre circolavano le automobili.
Credo che ciò basti, per far vedere che razza di gente sia questa. Noi
altri, dopo l'epoca dell'illuminismo, abbiamo lasciato perdere ogni forza
d'animo 3. Un piccolo fallimento è riuscito a farci abbandona« Das ganze Gebäude in der Luft stehe »: sono quasi le stesse parole usate
per il problema degli immaginari, nel capitolo-chiave del « Törless » sull'infinito.
Ciò si noti a comprova del peso decisivo di questi temi nella stessa motivazione
musiliana a diventare « poeta » - parallela a quella che spinse il matematico Husserl
a diventare filosofo. (Cfr. E. HUSSERL, Logica formale e trascendentale, Bari, Laterza, 1966, paragrafo 31 ed E. HUSSERL, Philosophie der Arithmetik, Den Haag, Nijhoff, 1970, pag. 6, sulla « Metaphsysik des Kalküls » e il « passaggio computistico
per l'immaginario » di Hermann Hankel). (N.d.t.)
Per il « Törless » e il ponte che si regge « aereo », cfr. R. MUSIL, I turbamenti del giovane Törless, Torino, Einaudi, 1967, pp. 166 e sg. (N.d.t.).
2 L' « assunzione » di Musil è, per così dire, metodologica, non « metafisica
»: equivale ad un prendere sul serio, senza frettolose autoconsolazioni o isterici
irrazionalismi, lo stato delle cose « critico ». Non credo si possa dubitare - e, del
resto, il seguito della pagina lo conferma - che qui l' « ethos » fondativo musiliano
nulla ha a che vedere con ciò che oggi - nella scia di un torbido heideggerismo - la
cultura della linea Lacan-Derrida-Vycinas va proponendo. Per Derrida e Lacan, cfr.
le limpide osservazioni che sono in U. ECO, La struttura assente, Milano, Bompiani,
1968, pp. 323 e sgg. Per Vycinas, cfr. F. FANIZZA, L'alternativa scientifica,
Manduria, Lacaita, 1969, pp. 150-6. (Nd.t.).
3 « Noi, ora, siamo ben certi che il razionalismo del XVIII secolo, il suo
modo di cercare un terreno su cui l'umanità europea potesse radicarsi, era un' «
ingenuità ». Ma con la rinuncia a questo razionalismo ingenuo, il quale, sviluppato
conseguentemente, risulta addirittura controsenso, occorre forse rinunciare anche
al senso autentico del razionalismo?
1
138
re l'intelletto ed ora lasciamo via libera ad ogni insulso fanatico 1 che si
metta a dileggiare il pathos di un D'Alembert o il razionalismo di Diderot.
Noi piagnucoliamo di sentimenti in antitesi all'intelletto e dimentichiamo che il sentimento, senza l'intelletto - fatte le debite eccezioni - è
cosa che non vale un soldo.
Abbiamo in tal modo mandato in rovina la nostra poesia, al punto
che, dopo aver letto l'uno dopo l'altro due romanzi tedeschi, se ne potrebbe fare l'integrale, non fosse che al fine di snellirli un po'.
Non si obietti, qui, che i matematici, fuori del loro campo, sono teste deboli o banali, dal momento che è proprio la loro beneamata logica a
piantarli in asso, non altro.
Arrivati a quel punto, non è più cosa per loro ed essi fanno, nel loro campo, quel che noi dovremmo fare per il nostro 2 .
In ciò consiste l'insegnamento considerevole, la esemplarità della
loro esistenza: essi sono un modello analogico per gli uomini dello spirito
avvenire.
Qualora, attraverso la celia che qui si è imbastita sull'essenza della
matematica, si riflettesse una qualche serietà, si potrebbero recepire, con
bella ponderatezza, le conclusioni che seguono. Ci si lamenta che al nostro tempo sia venuta meno la Cultura (Kultur).
Ciò vuol dire molte cose, ma nel suo fondamento, la cultura era
sempre una unitarietà ottenuta attraverso la religione o le forme di organizzazione sociale o l'arte.
Ora, quanto a forme sociali, siamo in soprannumero; per le religioni
è lo stesso: cosa che, peraltro, si può qui solo esprimere, ma non dimostrare. Quanto all'arte, siamo la prima epoca che non possa amare i suoi
poeti.
E che dire di un serio chiarimento di quell'ingenuità, del suo controsenso, e
che dire della razionalità di quell'irrazionalismo che è tanto celebrato e che oltretutto si vuole da noi? Non è forse chiamato, se gli prestiamo orecchio, a convincerci a procedere razionalmente e a perseguire una fondazione razionale? O la sua
irrazionalità non è per caso, in definitiva, un'angusta e cattiva razionalità, peggiore
di quella del vecchio razionalismo? Non è forse addirittura la cattiva razionalità
della « ragione pigra », che si sottrae alla lotta per il chiarimento dei dati ultimi e
dei fini e dei mezzi che essi suggeriscono in un modo definitivamente e veramente
razionale? » (E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia
trascendentale, Milano, il Saggiatore, 1961, pag. 45). (N.d.t.)
1 « Die Schwärmer » (I fanatici) è anche il titolo della maggiore opera teatrale del « giovane » Musil, luogo di incubazione, con il « Törless » e alcuni racconti,
della tematica « utopica » dell'U.S.Q. (N.d.t.).
2 Lo scacco della ragione apre a una nuova, ineludibile esigenza di fondazione rigorosa (streng), che funge in modo « esemplare » per una universale considerazione (ri-considerazione) dei significati e dei valori: per un nuovo trascendentalismo, insomma, genetico-sperimentale. (N.d.t.)
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Ciò malgrado, nella nostra età non solo sono in giro energie spirituali come non ce ne sono mai state in precedenza, ma c'è anche una unanimità ed unitarietà dello spirito come mai ve ne fu 1 .
E' da stolti affermare che tutto ciò porti ad un mero sapere, poiché
il fine vero è, già da un pezzo, il pensiero.
Con le sue aspirazioni alla profondità, all'originalità, alla novità, esso si definisce, provvisoriamente, ancora entro i confini di ciò che è esclusivamente razionale e scientifico.
Ma questo intelletto pur si espande e, non appena giungerà nel
campo del sentimento, diventerà spirito.
Compiere questo passo è affare dei poeti 2 .
Allo scopo, essi non dispongono di alcun metodo da insegnare che so io, psicologia o altro -: hanno solo aspirazioni.
Ma essi fronteggiano senza speranza la loro condizione e si consolano imprecando: così che, quando i contemporanei non riescono nemmeno a ricondurre alla dimensione dell'uomo il loro livello di pensiero,
riescono, pur tuttavia, a sentire che cosa mai ci sia là, sotto quel loro livello.
R. G.
Se da un lato, dunque, si rifiuta qualsiasi terapia « ideologica » che venga « dall'alto », non si fanno concessioni a sfiducie irrazionalistiche verso una sempre possibile
sua ricostituzione « dal basso », per usare un'altra, efficace indicazione husserliana.
(N.d.t.)
2 Piú tardi verrà Heidegger a chiedere: « Wozu Dichter? ». - Qui, però, non c'è
alcun odio « umanistico » per la Tecnica: piú probabile e probante, perciò, è veder invece l'ambizione ad un superamento, in senso autenticamente contemporaneo, della
opposizione - tipica nel vecchio trascendentalismo (fino a Dilthey) - di intelletto fisicomatematico e razionalità pratico/sentimentale: in una prospettiva fondativa/« poetica »
in senso forte di unificazione razionale delle culture. « Poeta » di tal genere, del resto,
Musil voleva essere e fu. (N.d.t.)
1
140
Riletture. Carlo Cattaneo
PARTE PRIMA
SOMMARIO: 1. Tra rivoluzione e riformismo. - 2. I motivi di una scelta.
1. Tra rivoluzione e riformismo.
Molti studiosi del Risorgimento si sono posti il quesito se Cattaneo
fosse o meno un rivoluzionario. Al quesito, in linea di massima, è stata data
una risposta negativa. Cattaneo, infatti, non può essere considerato un rivoluzionario, sia per il suo temperamento, incline più allo studio e alla meditazione che all'azione diretta, sia per la sua formazione positivista, così lontana da quegli slanci e da quei moti dello spirito che sono il pane quotidiano
di ogni rivoluzione e che furono, viceversa, alla base del pensiero etico e
della attività politica di Giuseppe Mazzini. Tuttavia, anche se si nega a Cattaneo la qualifica di rivoluzionario, bisogna tenere nella giusta considerazione la parte che egli ebbe nella rivoluzione milanese del '48. Ironicamente
è stato osservato che il meno rivoluzionario dei grandi del Risorgimento,
Cattaneo, si trovò al centro del più interessante moto dell'epoca, mentre
l'unico, vero, rivoluzionario del tempo, Mazzini, non riuscì mai a capeggiare
personalmente una rivolta 1. Ma Cattaneo, in fondo, anche se per una volta
si trovò nell'occhio del tifone, non aderì mai veramente né a quella, né ad
altre rivoluzioni, perché non percepì, in tutta la loro vastità, l'importanza
politica e il significato etico delle rivoluzioni. A quattro anni dai moti del
'48, in una lettera a Pisacane, e con chiaro riferimento a Mazzini in esilio a
Londra, scriveva: « Li incorreggibili di Londra non s'accorgono che un intervallo di tre anni ha già mutato totalmente le cose materiali, che qualunque siffatta impresa, se potesse riuscire, non sarebbe altro che una calamità.
Ma essi hanno la dottrina del martirio, stolta e scellerata, e sciupano carte,
che,
1 Cfr. ALESSANDRO LEVI, Il positivismo politico di Carlo Cattaneo, Bari, Laterza, 1929, p. 65.
141
giuocate a luogo e tempo, avrebbero potuto essere preziose. Dai professori
di rivoluzioni, non s'intende come le rivoluzioni e le stagioni non sono al
comando dell'individuo, e si pretende farle nascere a forza, e quando poi
son nate non si sa volgerle a profitto, ma si danno da condurre a principi e
papi » 2.
In ciò che scriveva a Pisacane, insieme al rifiuto addirittura viscerale
della rivoluzione e dei rivoluzionari, ci sono almeno un paio di considerazioni interessanti. Da una parte che « le rivoluzioni non sono al comando
dell'individuo », e che cioè senza una autentica forza di popolo esse non
potranno mai nascere e concludersi vittoriosamente; dall'altra che le rivoluzioni colgono il frutto più sostanzioso non tanto nel successo della rivolta
armata, ma piuttosto dopo, nel tempo della pace, nella lenta e paziente opera di ricucitura e ricostruzione del tessuto sociale lacerato dalla lotta. Affidare poi a « principi e papi » la guida delle rivoluzioni significava davvero
abdicare a quanto in esse vi era di vivo e di innovatore, a tutto ciò che poteva mutare dalle fondamenta la società. Tutto sommato, intorno alla rivoluzione, il riformista, il cauto progressista, l'antirivoluzionario Cattaneo,
anticipava ciò che, con ben altre ragioni e più tesa passione, avrebbe poi
detto Marx.
2. I motivi di una scelta.
Il rifiuto della rivoluzione da parte di Cattaneo, acquista maggiore significato nel confronto col rivoluzionarismo di Mazzini. Per il grande rivoluzionario genovese « la rivoluzione non è mai determinata da interessi materiali, bensì da una religione o da una filosofia: è un « novus ordo » che
incomincia, è una dichiarazione di guerra a morte tra due principii, è un
problema d'educazione sostituito all'antico: è l'avvenire di contro al passato,
anche senza che il presente offra un nesso, una giuntura fra i due » 3.
All'esaltazione mistica e alla forte carica ideale di Mazzini fa riscontro
l'opinione realistica di Cattaneo: « ...tutti quei mutamenti che noi con ampolloso vocabolo appelliamo rivoluzioni, non sono più che la disputata
ammissione d'un ulteriore elemento sociale, alla cui presenza non si può far
luogo senza una pressione generale, e una lunga oscilla2 CARLO CATTANEO, Lettera a Carlo Pisacane, in "Risorgimento italiano",
rivista storica, I, 1903, p. 306.
3 LEVI, op. cit., p. 66.
142
zione di tutti i poteri condividenti, tanto più che il nuovo elemento si affaccia sempre coll'apparato d'un intero sistema e d'un intero mutamento
di scena, e colla minaccia d'una sovversione generale; e solo a poco a poco si va riducendo entro i limiti della sua stabile ed effettiva potenza; poiché indarno conquista chi non ha forza di tenere. Laonde quando l'equilibrio sembra ristabilito, e le parti sono conciliate, e l'acquistante assume il
nuovo atteggiamento di possessore e talora si fa lecito di sdegnare tutti i
principi che lo condussero alla vittoria, pare incredibile che per giungere a
così parziale innovazione, tutto il consorzio civile debba avere sofferto
così dolorose angosce » 4 .
Dalla lettura di questo brano si capisce bene come Cattaneo si rendesse conto che il complesso gioco delle forze sociali poteva alla fine imbrigliare qualsiasi rivoluzione. E coerentemente egli non credeva al successo di una rivoluzione, e soprattutto alla sua tenuta nel tempo, se non
fosse stata adeguatamente preceduta e sorretta da un accurato lavoro preparatorio, capace di incidere profondamente nella società. Bisogna concludere, quindi, che, se è vero che Cattaneo, da moderato e riformista
qual'era, preferiva, ad una rivoluzione sia pure vittoriosa, la via di un cauto e ben programmato sviluppo, è pur vero che egli aveva capito della rivoluzione molto più di quanto non avessero capito tanti rivoluzionari. E
lo dimostra ciò che scrisse a proposito dei moti milanesi del '48, che non
giudicò mai come un « mouvement avorté », ma piuttosto come la prova
generale d'una futura e più vasta rivoluzione, italiana ed europea, che prima o poi sarebbe scoppiata e avrebbe apportato « à la cause de la libertè e
du progrès toutes les forces d'une grande nation ». Il che sta ad indicare
come Cattaneo abbia saputo acutamente meditare intorno alla rivoluzione
del '48, sia sul piano storico che su quello etico.
Sul piano storico egli aveva compreso benissimo che i moti del '48,
milanesi, italiani ed europei, non erano stati occasionali esplosioni di violenza, ma legati tra loro da una sottile ed ancora oscura logica erano stati
piuttosto le prime avvisaglie di una complessa svolta storica cui l'Europa
da tempo si preparava. E la reazione, che si scatenò dopo il '46 non era
che l'ultima prova di forza, l'ultima zampata, e l'ultimo grido di furore e di
dolore, di una società che ormai cedeva dappertutto e dappertutto aveva
consumato fino in fondo la propria linfa vitale. La rivoluzione era perduta, ed egli stesso ne pagava lo scotto con l'esilio,
4 CARLO CATTANEO, Considerazioni sul principio della filosofia, in "Opere edite e inedite", vol. VI, Firenze, Le Monnier, 1892, pp. 133-134.
143
ma il suo ottimismo positivistico ne usciva trionfante, la sua fede illuministica nel progresso dell'uomo era più forte che mai. Superato il contraccolpo della sconfitta e dell'esilio, poteva anche lasciarsi andare; sul fertile suolo
francese, sempre nostalgico dei sacri principi dell'89, a teorizzazioni di carattere etico, e distinguere tra insurrezione e rivoluzione, considerando l'una
sterile e gratuita, estremamente ricca e feconda l'altra se inserita in un più
vasto processo storico e morale.
Così si può dire, anche se sottovoce e con molta prudenza, che se
Cattaneo perdette la rivoluzione, la rivoluzione non perdette Cattaneo. E il
suo dialogo con essa, iniziato anni addietro in sordina, e forse del tutto incosciamente, con i primi aneliti alla libertà e alla verità, ma fiorito prepotentemente nel vivo della realtà di quelle cinque deliranti giornate milanesi,
continuò in lui per tutta la vita, inducendolo a riflettervi, a scriverne, e ad
approfondirne i temi, in una progressiva presa di coscienza e in una sofferta
e continua altalena di attrazione e repulsione.
Nel 1862, forse già in fase di una prima amara verifica dei risultati del
Risorgimento, analizzava la rivoluzione francese e scriveva che essa « fin dal
principio del secolo scorso era profondamente penetrata nel seno della società, prima assai che assumesse il nome di rivoluzione, e si manifestasse
con la forza del popolo, e si consacrasse con una nuova legislazione. Non è
la volontà dell'uomo che fa le rivoluzioni; né la volontà dell'uomo le può
reprimere; quando si sono incarnate nelle viscere della società, è forza che
vengano alla luce, e s'insignoriscano delle leggi » 5. E nel marzo dello stesso
anno sviluppava questi concetti, andando alla ricerca, senza trovarla, di una
suprema volontà di rottura rivoluzionaria nella società del Mezzogiorno. «
Voi avete il vizio - scriveva a Bertani - di pensare più ai solfanelli che non
alla legna, e in Napoli avevate appunto un mazzo di solfanelli sopra un
monte di sassi. In mezzo a popoli malcontenti è facile dar l'ultima spinta ad
una rivoluzione; Palermo nel 1848 poté farla anche senza i mille. Ma se non
vi è nulla di più che il popolo malcontento, la rivoluzione diviene in pochi
mesi una nuova forma di malcontento, e nulla più » 6.
5 CARLO CATTANEO, Scritti politici ed epistolario, vol. III, Firenze,
Barbera, 1901, p. 322.
6 CARLO CATTANEO, Lettera ad Agostino Bertani, in " Scritti politici
ed Epistolario ", Firenze, Barbera, 1894, p. 359.
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PARTE SECONDA
SOMMARIO: 1. Libertà e verità. - 2. Il rifiuto del socialismo. - 3. I due ideali.
- 4. Libertà e repubblica.
1. Libertà e verità.
Cattaneo si dimostrò, dunque, sempre contrario ad una soluzione rivoluzionaria del problema unitario, e nelle sue scelte politiche fu fondamentalmente un moderato ed un riformista. Viceversa, nella esposizione
della sua filosofia politica, assunse non di rado toni accesi e radicali. Cattaneo, che spesso si compiacque di distinguersi dagli altri, prendeva con questo duplice atteggiamento le distanze sia rispetto al rivoluzionarismo mazziniano, sia rispetto al tiepido programma dei moderati. Fu radicale perché,
come dice Bobbio, « accetta e propugna integralmente e senza riserve quella
idea liberale, la cui applicazione i progressi della scienza sembrano aver reso
inevitabile; in quanto è convinto che il progresso della scienza e il progresso
della libertà siano tanto intimamente legati da non potersi separare senza
uccidere lo stesso progresso. Il che egli compendia nel motto, assunto a
simbolo della sua convinzione e della sua lotta: « libertà e verità » 1.
Dunque, libertà e verità sono, per Cattaneo, i massimi valori di ogni
ideologia politica, ma, egli avverte, non potrà mai essere autenticamente
liberale chi è ancora fermo alla soluzione di problemi metafisici. In questo
caso la libertà non potrà mai assurgere a livello di valore assoluto, resterà
invece sempre un bene strumentale. Cattaneo, alla luce della sua cultura
illuministica, considera la libertà non come un episodio della vita associata,
ma piuttosto come il più alto valore civile e la più solida forza morale. Ogni
tentativo di progresso e di riscatto sociale, disancorato da questo valore, è
destinato a rimanere una pura aspirazione. Daltro canto la ferma coscienza
del valore civile della libertà e la totale assenza di interessi metafisici non
indussero mai Cattaneo a trasformare la sua concezione del liberalismo in
una sorta di dogmatica religione della libertà, errore nel quale, sulla scorta
anche di motivazioni passionali, incorsero molti pensatori del romanticismo. Nessuna retorica inquinò mai la purissima idea che Cattaneo ebbe della libertà, che fu sempre pensata come « l'esercizio della ragione » 2.
1 NORBERTO BOBBIO, Una filosofia militante, "Studi su Carlo Cattaneo",
Torino, Einaudi, 1971, p. 12.
2 CARLO CATTANEO, Lettera a P. Maestri del gennaio 1856, in " Scritti
politici ed Epistolario " , vol. II, Firenze, Barbera, 1894, p. 66.
145
Il suo liberalismo, al fondo di ogni analisi, deve essere considerato
come una ideologia produttrice di una sempre più vasta libertà, che a sua
volta costituirà una forma di moltiplicatore del progresso e dei valori civili.
« Le menti libere - dice Cattaneo - sono in eterno moto; non possono essere unanimi se non nella verità. Val più il dubbio d'un filosofo che tutta la
morta dottrina d'un mandarino o d'un frate... Dall'attrito perpetuo delle
idee s'accende ancora oggidì la fiamma del genio europeo » 3.
In nome della libertà, della purezza cristallina di questa idea, Cattaneo
finì col litigare con tutti: con i moderati, con i rivoluzionari, e con tutta quel
compatto e potente settore politico che ruotava intorno a Casa Savoia, d'Azeglio e Cavour primi fra tutti. Anche con Mazzini i suoi rapporti furono burrascosi. Sebbene ammirasse l'alta moralità del genovese e la vasta opera di riformatore della coscienza nazionale, egli lo avversò per due motivi. Da una parte,
per il fanatico unitarismo, nel quale vedeva come una specie di pericolosa forzatura che avrebbe inevitabilmente finito col comprimere la libertà dei costumi
e l'autonomo sviluppo delle varie regioni; dall'altra, perché vedeva nella incessante spinta rivoluzionaria di Mazzini un elemento di violenza endemica che,
dilagando senza freno, avrebbe compromesso proprio quella libertà per la quale lo stesso Mazzini si batteva.
Opinione alquanto azzardata e forse dettata più dal ricordo degli
scontri col rivoluzionario genovese che, da una serena e lucida analisi dell'azione politica mazziniana. « La sua fede era dittatoria, cesarea, napoleonica » 4 scriverà a proposito di Mazzini, ma poi, appena qualche pagina più in
là, ne farà l'elogio: « egli fu il precursore del Risorgimento » 5. Anche Cattaneo, malgrado il sostegno di una lucida intelligenza e di una cultura razionale, non riuscì a sottrarsi, nei riguardi di Mazzini, a quel complesso sentimento di amore-odio, attrazione-repulsione, che fu comune a molti uomini del
Risorgimento.
Ritornando al problema della libertà cattaneana, bisogna aggiungere
che essa non si cristallizzò mai in una astratta teoria. La conoscenza della
vita e l'analisi minuta dei fatti lo spinsero sempre a sottolineare i risvolti
CARLO CATTANEO, Le origini italiane illustrate coi libri sacri dell'antica Persia, in
Scritti letterari, artistici, linguistici e vari, vol. II, Firenze, Le Monnier, 1848, pp. 291-292.
4 CARLO CATTANEO, Scritti politici ed epistolario, vol. I, Firenze, Barbera,
1892, p. 249.
5 CARLO CATTANEO, ibidem, p. 262.
3
146
pratici dei problemi rendendo questi sempre vivi ed attuali e sfuggendo ai
pericoli di una arida teorizzazione.
La questione economica fu uno dei terreni più fertili per l'esaltazione
della libertà. Il libero scambio e la proprietà, il « promuovimento della piena
e libera proprietà » 6, sono considerati da Cattaneo come la base di ogni
sana economia, sia pubblica che privata.
2. Il rifiuto del socialismo.
Nei riguardi delle prime teorie socialiste, che minacciavano il suo
cauto programma riformistico, il giudizio cattaneano è duro e senza appello. Del nascente socialismo egli colse solo l'aspetto utopistico, il lato più
fragile e più facilmente criticabile, e, come accadde a molti, pur generosi,
pensatori dell'800, non ne capì il significato di riscatto universale che andava molto al di là dei limitati problemi nazionali e politici.
Più concretamente, non capì, che il sia pure utopistico socialismo dell'epoca era la prova che il proletariato internazionale premeva dal fondo della
storia e si accingeva a proporsi come grande forza politica e grande alternativa
storica, con cui l'establishment dei decenni futuri avrebbe dovuto misurarsi.
Di lì a pochi anni il socialismo avrebbe abbandonato per sempre le
innocue vie dell'utopia per imboccare quelle meno esotiche, ma più realistiche, del socialismo scientifico. Cattaneo invece liquidò il problema come
una pericolosa teoria che avrebbe demolito « la ricchezza senza riparare alla
povertà; e sopprimendo fra gli uomini la eredità e per conseguenza la famiglia, avrebbe ricacciato il lavorante nella abiezione delli antichi schiavi, senza natali, e senza amore » 7.
Giudizio che, in un acuto osservatore della realtà come Cattaneo, si
può giustificare solo attribuendolo alle scarse informazioni di cui egli, isolato nell'esilio di Lugano, disponeva sul proletariato europeo, e in particolare
su quello inglese e francese; o considerando che il socialismo utopistico di
un Proudhom e di un Saint-Simon era ancora fermo alle buone intenzioni e
alle grandi speranze, senza potersi ancora avvalere di quelle severe basi
scientifiche e di quella lucida analisi politica che sarebbero state in seguito
elaborate da Marx e da Engels.
6
CARLO CATTANEO, Saggi di economia rurale, Torino, Einaudi, 1939, p.
201.
7 CARLO CATTANEO, Scritti completi, vol. I, Milano, edizioni del Risorgimento, 1925, p. 100.
147
3. I due ideali.
Ma dove l'ideale cattaneano della libertà rifulge in tutta la sua severa
etica e si fa nutrimento primario del suo pensiero, è nella analisi del problema politico. Cattaneo respinge ogni forma di dittatura e di dispotismo.
Sintetizza il suo rifiuto nella famosa massima: « O l'ideale asiatico, o l'ideale
americano », indicando l'America come matrice di quelle libertà, che attraverso la grande rivoluzione dell'89 si diffusero in tutta l'Europa, e l'Asia
come la mitica patria di ogni tirannia e di ogni costrizione della coscienza
individuale.
Alla monarchia preferisce senza tentennamenti la repubblica, considerando i monarchi europei come una casta a sé, supernazionale e antinazionale, legati strettamente gli uni agli altri da interessi particolari, e del tutto avulsi dalla vita dei popoli su cui governano. « ...Le famiglie regnanti dirà Cattaneo - son tutte straniere. Non vogliono essere di nessuna nazione;
si fanno interessi a parte, disposte sempre a cospirare colli stranieri contro i
loro popoli » 8. Il che significa che alla base di ogni monarchia vi è una concezione dispotica del potere, mentre repubblica è sinonimo di libertà, non
di una libertà dogmatica e mistica, ma di una libertà cosciente del proprio
valore civile e razionale.
Lungo la stessa direttrice, civile e razionale, fiorisce il suo nazionalismo che non fu mai una forza deviante, causa di pericolose e meschine
chiusure verso gli altri popoli, ma fu semmai uno stimolo allo studio e alla
comprensione delle altre nazionalità. « Se non è lodevole che la gioventù
nostra - scrive Cattaneo - adori le cose straniere, è assai più turpe che al
tutto le ignori » 9. In Cattaneo il nazionalismo politico e il cosmopolitismo
culturale si incontrano e si fecondano a vicenda sul piano comune della libertà, che di entrambi è matrice.
4. Libertà e repubblica.
Sul problema più specifico e più concreto dell'unità nazionale, il sentimento della libertà si fa in Cattaneo ancora più netto e determina tutto il
suo atteggiamento politico. Prima e dopo il '48, in un momento in cui molte
forze politiche cominciavano a guardare al Piemonte e
8 CARLO CATTANEO, L'insurrezione di Milano del 1848, in Tutte le opere, vol.
IV, Milano, Mondadori, 1967, p. 509.
9 CARLO CATTANEO, Il Don Carlos di Schiller e il Filippo d'Alfieri, in Scritti letterari, artistici, linguistici e vari, vol. I, Firenze, Le Monnier, 1948, p. 59.
148
a Casa Savoia come occasione di stimolo e di fusione di tutte le forze risorgimentali, Cattaneo non esita sulla strada da seguire. La sua scelta resta fedele ai due concetti fondamentali della libertà e della repubblica. Dopo il
'48 scriverà nelle « Memorie dell'Insurrezione di Milano » una violenta requisitoria contro Casa Savoia e la politica di Carlo Alberto. Da questo momento Cattaneo è volontariamente tagliato fuori dal Risorgimento italiano.
Ma il rifiuto di riconoscere il Piemonte come Stato-guida dell'indipendenza
nazionale non è determinato solo dal più generale rifiuto di ogni monarchia.
Questo è anzi il motivo meno importante. Vi sono ragioni più profonde,
che si riallacciano sia alla convinzione che il carattere nazionale degli italiani
fosse essenzialmente repubblicano, sia alla coscienza vivissima che egli ebbe
fin dall'inizio della natura egemonica della politica piemontese. « Tutte le
istituzioni in Italia - scrive a proposito del carattere repubblicano degli italiani - hanno da tremila anni una radice di repubblica; le corone non vi ebbero mai gloria. Roma, l'Etruria, la Magna Grecia, la Lega di Pontida, Venezia, Genova, Amalfi, Pisa, Firenze, ebbero dal principio repubblicano
gloria e potenza. Mentre in Francia il vocabolo di repubblica suona tuttavia
straniero, nella istoria d'Italia risplende ad ogni pagina; s'intreccia alle memorie del patriziato e della chiesa; sta nelle tradizioni delle genti più appartate. Gridar la repubblica nelle valli di Bergamo o del Cadore è così naturale
come gridar in Vandea viva il re! » 10.
Analisi storica che lascia perplessi. Affermare, infatti, che in Francia,
patria della costituzione di Robespierre, « il vocabolo di repubblica suona
straniero », o attribuire virtù repubblicane al regime oligarchico, e quanto
mai dispotico di Venezia, significa forzare il senso della storia. Il richiamo,
poi, ai vecchi miti di Roma, dell'Etruria e della Magna Grecia è più un'affermazione retorica che una considerazione di carattere scientifico. E questo sorprende davvero in un pensatore realistico e rigoroso come Cattaneo.
Ma ciò che è più interessante, e ancora oggi attuale per le conseguenze storico-politiche che ne sono scaturite, nel complesso rifiuto cattaneano
del Piemonte, è dato dalla considerazione che lo Stato, il quale pretendeva
di assumersi la gestione del Risorgimento, era molto più arretrato, sia per
strutture politiche e amministrative che per tradizioni culturali, di molte
altre regioni italiane, e in particolare della Lom10 CARLO CATTANEO, L'insurrezione di Milano del 1848, in Tutte le opere, vol.
IV, Milano, Mondadori, 1967, p. 540.
149
bardia e della Toscana. In questo Cattaneo vedeva giusto. Sul Piemonte,
malgrado la vicinanza della Francia illuministica e rivoluzionaria, aveva
sempre deleteriamente influito l'isolamento culturale imposto da Casa Savoia ed attuato con piemontese precisione da una delle più grette burocrazie d'Italia. Sulla Lombardia, per vie più dirette, e sulla Toscana, sia pure
per vie più articolate, aveva invece beneficamente influito la buona amministrazione austriaca, che traeva la sua tradizione di correttezza e di efficienza
dalle grandi riforme illuministiche di Maria Teresa e dell'età giuseppina.
Cattaneo, da fine conoscitore di cose lombarde, sapeva bene tutto questo e
vedeva con orrore come molti milanesi via via abbracciassero la causa sabauda. Egli, invece, si trovò in modo del tutto naturale tra le fila del cosiddetto partito progressista che, se mirava all'indipendenza, mirava anche alla
libertà, e voleva raggiungere l'una e l'altra non attraverso un'annessione pura e semplice, ma attraverso grandi e graduali riforme.
Indipendenza, dunque, ma prima di tutto libertà, perché « la libertà è
pianta di molte radici » 11. Da sola l'indipendenza poteva risolversi soltanto
in un cambio di padroni. Cattaneo vide lucidamente questo pericolo; il pericolo che dalla servitù sotto gli Asburgo si passasse alla servitù sotto i Savoia, con l'aggiunta di una pericolosa egemonia sabauda sull'Italia. A questo
tipo di equivoca indipendenza, egli preferì fin dall'inizio della sua milizia
politica la libertà, appunto perché « pianta di molte radici », e perché matrice inevitabile di indipendenza autentica, di sviluppo civile, di progresso economico, di una democrazia cioè non cristallizzata in formule, ristretta in
istituzioni assembleari più o meno allargate, ma ampiamente articolata nelle
coscienze e nei sentimenti di tutti i cittadini.
Questo ribaltamento dei valori risorgimentali, prima la libertà e poi
l'indipendenza, e non viceversa come indicava Mazzini, fa di Cattaneo uno
tra i più coraggiosi e tra i più originali pensatori del Risorgimento. Se fosse
stato capace di andare più in là di questi risultati, e di spingersi alla scoperta
di più ampi e profondi significati della libertà, avvicinandosi, con la sua solida intelligenza razionale e la sua integrità morale, ai problemi delle masse
proletarie, Cattaneo forse avrebbe potuto superare il limite borghese ed
illuministico della sua ricerca e oggi, a cento anni dalla sua morte, sarebbe
forse ricordato come un pensatore di ben altra statura.
11 CARLO CATTANEO, prefazione al volume IV del "Politecnico'", in
Scritti politici ed epistolario, Firenze, Barbera, 1892, vol. I.
150
Fu un'occasione mancata, ma fu un'occasione mancata da tutti i
pensatori del Risorgimento, che, a sua volta, fu la grande occasione mancata di ribaltare anzitempo certi rapporti di forza, di distruggere certi centri di potere, soprattutto nel Mezzogiorno, e di trasformare un Paese, che
non era ancora uscito del tutto dal feudalesimo, in una nazione moderna e
democratica.
Ma questo è un discorso a parte, un discorso difficile a farsi, perché
la storia è quella che è, o meglio quella che è stata, e se anche qualche
pensatore più acuto degli altri avesse capito il fondo di ogni problema,
sarebbe stato travolto dalla realtà circostante. Perché « la storia non è
prodotta / da chi la pensa e neppure / da chi l'ignora » e in ogni caso «
non è magistra / di niente che ci riguardi. / Accorgersene non serve / a
farla più vera e più giusta » 12 .
12 EUGENIO MONTALE, La storia, in Satura, Milano, Mondadori,
1971, pp. 51-52.
151
PARTE TERZA
SOMMARIO: 1. Una scelta ideologica. - 2. Mancata aderenza alla realtà. –
3. Ipotesi di federazione europea. - 4. Genesi della teoria federalistica. - 5. Sconfitta politica dell'idea federativa. - 6. La guerra del '59 e la
polemica con Mazzini. - 7. La riforma cattaneana dell'esercito. - 8. Il
contributo di Cattaneo alla organizzazione del nuovo stato. - 9. Giudizio sul federalismo cattaneano.
1. Una scelta ideologica.
Uno dei punti più noti del pensiero cattaneano è la cosiddetta teoria
federalistica, teoria che è intimamente legata sia al problema morale della
libertà che alla forma repubblicana da dare al nuovo stato unitario. La libertà, il federalismo e la repubblica trovano poi una loro profonda unità morale di fronte ad un problema ben più vasto ed articolato, il progresso dell'uomo, che giustifica in sé sia le esistenze individuali, sia il flusso della storia nel suo divenire. « Libertà è repubblica - dice Cattaneo - e repubblica è
pluralità, ossia federazione...1 ... Il federalismo è la teorica della libertà » 2.
« Repubblica - scrive al riguardo Bobbio - diventa il termine unitivo
tra libertà e federazione; ma mentre la premessa e la conclusione sono elementi essenziali, il termine medio, essendo al servizio di quelli, è secondario. Voglio dire come il Cattaneo, liberale e federalista per convinzione e
quindi per essenza, è repubblicano per reazione e quindi per accidente, tanto da ammettere, per un verso, il federalismo in seno all'impero asburgico, e
da condannare, per altro verso, la repubblica accentrata dei francesi o dei
mazziniani » 3. Giudizio che può indurre a ritenere che Cattaneo avrebbe
anche potuto adattarsi alla monarchia se questa si fosse a sua volta adattata
ad esistere come pura espressione in uno stato autenticamente liberale ed
ampiamente federativo. Ma questa, in fondo, è solo un'ipotesi, non confortata da alcuna esplicita dichiarazione dello studioso lombardo, il quale aveva
chiaramente intuito fin dal '48 la vocazione autocratica di Casa Savoia. Recenti studi, d'altronde, hanno dimostrato che Vittorio Emanuele cercò
spesso di svincolarsi dalla tutela del Parlamento e, in più occasioni, osteggiò
proprio quei valori
1 CARLO CATTANEO, Lettera all'ing. Tentolini del 24 aprile 1852, in Epistolario, vol. II, Firenze, Barbera, 1952, p. 157.
CARLO CATTANEO, Lettera a L. Frapolli del 5 novembre 1851, in Epistolario, vol. II, Firenze, Barbera, 1952, p. 122.
3 NORBERTO BOBBIO, Una filosofia militante, Studi su Carlo Cattaneo,
Torino, Einaudi, 1971, p. 20.
152
costituzionali che pur aveva accettato come base ideologica dello stato unitario 4. Questi studi hanno d'altra parte fatto giustizia di molta oleografia
post-unitaria. Il cosiddetto costituzionalismo di Casa Savoia solleva oggi
ormai diverse perplessità.
Ritornando alla teoria federalistica conviene ricordare che essa fu accusata fin dall'inizio di municipalismo deteriore e di conservatorismo. Norberto Bobbio 5 , ha ampiamente spiegato come tale accusa fosse in gran parte infondata perché, anche se il federalismo cattaneano aveva in sé una
componente di orgoglio municipalistico, questa assolveva, tutto sommato,
ad una « funzione solamente stimolatrice » 6 ed era neutralizzata, nei suoi
risvolti conservatori, dalla solida base liberale sulla quale poggiava l'intera
teoria politica cattaneana. Si trattò, quindi, è sempre Bobbio che parla, non
di una scelta strumentale, votata alla difesa di particolarismi regionali, ma di
una scelta ideologica, di fronte alla quale perdevano valore gli aspetti storici,
geografici ed economici del problema, mentre acquistava sostanza ideologica e politica la convinzione cattaneana per cui « lo stato unitario, in quanto
tale, non può non essere autoritario, e quindi cesareo e dispotico, perché la
unità, è, di per se stessa, soffocatrice delle autonomie, della libera iniziativa,
in una parola della libertà, e solo la pluralità dei centri politici o meglio l'unità articolata e non indifferenziata, l'unità nella verità e non già l'unità senza distinzioni, sono l'unica reale garanzia della libertà, l'unico ambiente in
cui può prosperare la società nella direzione del progresso civile » 7.
2. Mancata aderenza alla realtà.
Il federalismo fu quindi per Cattaneo una scelta ideologica di carattere generale e non uno strumento politico ispirato da esigenze tattiche. Si
tratterebbe semmai di verificare in che modo e in quale misura l'ideologia
federalistica avrebbe potuto aderire alla realtà politica del tempo e quale
contributo avrebbe potuto dare sia al processo unitario, sia al nuovo stato
che da esso sarebbe nato.
Il problema, in fondo, è nel tentare, in via di ipotesi, di capire da quali forze dello schieramento politico la teoria federalistica poteva essere assunta come base ideologica di lotta. Escluso il proletariato urbano,
4
1972.
cfr. DENIS MACK SMITH, Vittorio Emanuele II, Bari, Laterza,
cfr. NORBERTO BOBBIO, op. cit., p. 20 e seg.
NORBERTO BOBBIO, op. cit., p. 21.
7 NORBERTO BOBBIO, ibidem, p. 21.
5
6
153
ancora in via di formazione, escluse le masse contadine, forze passive e latenti 8, confinate da secoli in un ghetto culturale e politico, esclusa anche
buona parte della piccola e media borghesia, chiuse nella rete dei propri
interessi e incapaci di recepire lo spirito dei tempi nuovi, restavano a fronteggiarsi sulla scena politica la vecchia classe dirigente, la fazione sabauda, e
i gruppi patriottici che, con varie sfumature e diversa intensità, si ispiravano
a Mazzini. Tutto sommato, nessuna di queste forze poteva abbracciare la
causa federalistica. La vecchia classe dirigente, composta dalla nobiltà, dalle
gerarchie ecclesiastiche e dall'alta borghesia, aborriva in toto qualsiasi teoria
che si collegasse all'ideale unitario; i sabaudi, dal canto loro, guardavano al
federalismo come ad una grave minaccia alle mira espansionistiche ed egemoniche del Piemonte; i patrioti, a loro volta, lo giudicarono come un pericolo ed un freno per la causa unitaria.
Il federalismo cadde così nel vuoto per la mancanza di una vera base
politica e dimostrò in fondo la sua scarsa aderenza alla realtà italiana del
tempo. In seguito, fatta l'unità, dimostrò un'aderenza ancora minore, quando ci si trovò di fronte alla necessità di dover eliminare ogni pericolo centrifugo e di rafforzare, anche autoritariamente, le strutture del nuovo stato.
Ci sarebbe, invece, da chiedersi quale uso avrebbero fatto della teoria federalistica, una volta sfuggita dalle mani purissime del suo autore, proprio
quelle classi politiche spazzate via dall'ondata unitaria. E' pensabile che i
vecchi notabili avrebbero saputo sapientemente trasformare la più avanzata
teoria politico-economica dell'epoca in un deteriore strumento di conservazione, per salvare il salvabile ed attuare un'esemplare riforma gattopardesca.
E' solo un'ipotesi, naturalmente, ma una ipotesi che assume una certa credibilità se solo si pensa a ciò che accadde a Napoli dopo l'unità, dove i democratici, che erano stati fervidi sostenitori del processo unitario, finirono
col trovarsi all'opposizione, a fronte dei conservatori che si assunsero il
ruolo di sostenitori del nuovo stato, proprio perché videro in esso l'occasione per perpetuare i vecchi privilegi del regno borbonico.
Il federalismo fu forse danneggiato da un eccesso di perfezionismo e
dal prevalere della ideologia sulla prassi politica. Gli anni decisivi del Risorgimento, il '59 e il '60, furono invece proprio il trionfo dell'improvvisazione
geniale, dell'avventurismo fortunato, della capacità politica di mutare rapidamente indirizzi ed orientamenti. La stessa conquista del
8
cfr. ANTONIO GRAMSCI, Sul Risorgimento, Roma, Editori Riuniti,
1972.
154
Sud, che non era del tutto nei programmi di Cavour e di Vittorio Emanuele,
cioè delle forze attive che avevano assunto la gestione del Risorgimento, fu
un capolavoro di destrezza, di rapidità e di spregiudicatezza. In questo turbinoso intrecciarsi di fatti militari, di convulsi contatti diplomatici, di rapidi
slittamenti di fronti politici e di opinioni personali, le razionali, illuministiche, perfezionistiche teorie del pensatore lombardo si trovarono come i
proverbiali vasi d'argilla tra i vasi di ferro. Cattaneo finì col parlare un linguaggio incomprensibile, che richiedeva tempo e meditazione, in un tempo
in cui non era possibile meditare, un tempo in cui la vita era più che mai «
un racconto pieno di rumore e di furore » 9 e bisognava fare presto, « faire
vite » secondo una espressione attribuita a Napoleone.
3. Ipotesi di federazione europea.
Tanto forte era la base ideologica del federalismo che Cattaneo finì
per estendere il suo discorso a tutta la situazione europea. Di conseguenza
avversò sempre l'accentramento politico-amministrativo dei grandi stati
unitari. A proposito della Francia, che aveva ereditato il centralismo giacobino e napoleonico, scriverà che « finché i dipartimenti non si trasformeranno in cantoni con amministrazioni proprie, la libertà in Francia sarà
sempre un assurdo, perché chi aspetta gli ordini da Parigi, non è libero a
Versailles » 10.
Esaminò i mali dell'impero austriaco, vaticinandone una rapida fine
se non si fosse dato un ordinamento federale. La fine non fu poi così rapida
come Cattaneo aveva previsto, ma tuttavia si verificò anche per i motivi da
lui enunciati. In effetti, ammonita dai moti del '48, l'Austria tentò di darsi
una parvenza di ordinamento federale attirando nell'area del potere il maggiore dei popoli soggetti, gli Ungheresi. Ma il nuovo corso si arrestò subito.
La maggioranza dei sudditi rimase ai margini del potere. Cechi, croati, polacchi, italiani, si sentirono sempre meno integrati nello stato asburgico e
iniziarono dall'interno un implacabile processo di corrosione, che fu una
delle cause determinanti del crollo morale e politico dell'impero 11.
Nell'ipotizzata federazione austriaca Cattaneo contemplò anche
9
cfr.. WILLIAM SHAKEASPEARE, Mac Beth, atto V, scena V.
CARLO CATTANEO, Scritti politici, vol. II, Firenze, Le Monnier, 1964,
10
p. 449.
11 cfr. WOLFGANG J. MOMMSEN, L'età dell'imperialismo, Milano, Feltrinelli, 1970.
155
il Lombardo-Veneto, il che non deve stupire anzitutto perché l'idea di una
federazione guidata dall'Austria fu elaborata prima del '48, quando cioè
l'unità d'Italia era ancora un progetto informe, e poi perché la logica federativa di Cattaneo non tenne mai in gran conto i particolarismi nazionalistici nel tentativo di ipotizzare una superiore unità europea. Ciò che può
stupire, invece, è piuttosto l'affermazione secondo cui il legame con l'Austria avrebbe fatto compiere al Lombardo-Veneto il primo passo verso
l'indipendenza. Stupisce perché un'indipendenza, nata da un patto federativo ed anzi a causa di questo, avrebbe costituito il fallimento di tutta l'ideologia cattaneana e la più secca smentita all'ipotesi che la federazione
non divide, ma unifica.
4. Genesi della teoria federalistica.
Ma in che modo nacque e si consolidò il pensiero federalistico di
Cattaneo? Attraverso quali strutture di pensiero si trasformò da idea informe in articolata proposta politica? Sono interrogativi ai quali ancora
oggi è difficile dare una risposta definitiva, perché essa va ricavata da una
impressionante mole di documenti, che vanno dalle opere fondamentali di
Cattaneo agli innumerevoli articoli, fino alla fitta e minuta corrispondenza.
Alle spalle della prima idea federalistica vi è certamente quella
congerie di studi e di esperienze ai quali per anni accanitamente Cattaneo
si dedicò. Questo metodo, fondamentalmente illuministico, se rompeva
l'unità della ricerca e costituiva anche un elemento di dispersione, aveva
tuttavia il vantaggio di penetrare la realtà attraverso mille canali,
mostrando come essa fosse ad un tempo duttile e multiforme, pronta a
mutare di tono e significato. Da questa fondamentale esperienza dello
spirito Cattaneo dovette trarre quella sua avversione alla unicità, che poi
calò in ogni idea politica e morale. Bobbio, analizzando la nascita e lo
sviluppo del federalismo cattaneano, ha ritenuto di poter distinguere « tre
diversi momenti, ciascuno dei quali ha i propri caratteri. Nella prima fase,
che va sino al '48, il concetto federalistico si dispiega in una ideologia
normativa per una generale politica europea: nella fase intermedia; che
comprende gli anni fra il '48 ed il '60, l'idea federalistica, ormai maturata,
viene applicata principalmente al problema della guerra di insurrezione
nazionale; nell'ultima fase, dopo il '60, si trasforma in principio generatore
di riforme militari e amministrative del
156
nuovo stato italiano. Sono tre diversi aspetti di un'unica idea, che si adatta
al turbinoso e rapido svolgersi degli eventi » 12.
Il primo periodo, che, sulla scorta della interpretazione di Bobbio,
possiamo definire della fase europea, può essere considerato come una delle
tante utopie fiorite nel periodo post-illuministico. Alla base, come in tutte
le costruzioni utopistiche, manca una severa indagine della società e della
realtà politica del tempo. Solo la mancata verifica delle cose poteva indurre
a ipotizzare la costituzione degli Stati Uniti di Europa. Il cosmopolitismo
culturale, al quale questa prima fase federalistica si ispira, e il generico umanitarismo sociale, in voga all'epoca di Cattaneo, erano in fondo due modi
per eludere i reali problemi del tempo. Il cosmopolitismo culturale, che era
stato una delle caratteristiche essenziali dell'Illuminismo, e che nel '700 aveva svolto una importante funzione di rottura di certi schemi mentali, non
aveva ormai più significato in una Europa, in cui le nazioni, sulla scorta della prima gloriosa esperienza nazionale della rivoluzione dell'89, si attestavano ormai le une contro le altre, esaltate dalla scoperta del proprio genio nazionale e animate dalla volontà di primeggiare. Per altro verso, l'umanitarismo sociale, dopo un primo atteggiamento di sospetto e di paura da parte
della classe dirigente, fu considerato come un episodio ai margini della vera
lotta politica e, tutto considerato, innocuo.
Eppure di questa prima fase del federalismo cattaneano è interessante
segnalare sia la critica al centralismo dell'impero austriaco, sia la proposta
unità degli Stati europei; unità che, se in quel tempo era fuori da ogni realtà,
ha, da allora in poi, trovato sempre maggior credito fino ad essere oggi, anche se in minima parte, realizzata. I due nuclei di pensiero non sono distaccati l'uno dall'altro, ma scorrono paralleli e trovano la loro unità nella teoria
federalistica. Nella condanna del centralismo austriaco, che è tra le cause
principali della decadenza dell'impero asburgico, c'è già l'idea di una federazione tra gli Stati europei. « O l'autocrata d'Europa, o gli Stati Uniti d'Europa » 13 dice Cattaneo sintetizzando i due problemi, e poi sviluppandoli aggiunge: « quel giorno che l'Europa potesse, per consenso repentino, farsi
tutta simile alla Svizzera, tutta simile all'America, quel giorno ch'ella si scrivesse in fronte Stati Uniti d'Europa, non solo ella si trarrebbe da questa
luttuosa necessità
N. BOBBIO, op. cit., pp. 25-26.
CARLO CATTANEO, Considerazioni al I volume dell'« Archivio triennale, in Scritti politici ed epistolario, vol. I, Firenze, Barbera, 1892, p. 249.
12
13
157
delle battaglie, degli incendi e dei patiboli, ma ella avrebbe lucrato cento
mila milioni » 14.
Siamo ancora al federalismo come grande ipotesi di pace europea.
Perché esso si fosse svestito dei paludamenti dell'utopia illuministica e si
fosse calato più sommessamente nella realtà italiana, « occorreva - a dirla
con Bobbio - una esperienza politica nuova e fortissima, quale fu il fallimento dell'insurrezione lombarda malgrado, o come egli (Cattaneo) sostenne, a causa dell'intervento piemontese » 15.
Il giudizio di Cattaneo sul Piemonte fu, come è noto, durissimo. Le
mire egemoniche dello stato sabaudo furono, secondo il pensatore lombardo, la causa principale della sconfitta nella prima guerra di indipendenza. La leadership del Piemonte, mentre limitò il contributo degli altri stati
italiani, timorosi che una soluzione vittoriosa del conflitto si potesse risolvere a loro svantaggio, frenò lo slancio delle stesse masse popolari che
videro nelle annessioni solo un cambio di padroni. L'analisi dei fatti del
'48 portò Cattaneo a concludere che l'unità si poteva fare solo con la repubblica e con il federalismo, e lo indusse a prendere posizione sia contro
Casa Savoia, sia contro l'unitarismo accentratore dei mazziniani.
Non fu antiunitario, come poi da qualcuno fu detto, fu invece antifusionario, e lo disse chiaramente quando ammoni che bisognava « contrapporre la federazione alla fusione e non all'unità, e mostrare che un
patto fra popoli liberi è la sola via che può avviarli alla concordia e alla
unità: ma ogni fusione conduce al divorzio, all'odio » 16.
5. Sconfitta politica dell'idea federativa.
Naufragate a Novara le speranze del '48, si fece rapidamente strada
la convinzione che un patto federativo tra i vari stati italiani non potesse
portare a nulla di conclusivo. Giusta o sbagliata che fosse tale opinione,
nella realtà delle cose l'idea federativa usciva da quella prova sconfitta per
sempre. L'indipendenza italiana prendeva da quel momento la via dell'unità d'azione indicata da Casa Savoia. Molti convinti federalisti e anche molti mazziniani, soprattutto per l'abile e tenace opera di ricucitura politica
operata da Cavour, mutarono man mano opinione.
CARLO CATTANEO, ibidem, p. 275.
N. BOBBIO, op. cit., p. 27.
16 CARLO CATTANEO, lettera a G. Ferrari del 27 ottobre 1951, in Epistolario, vol. II, Firenze, Barbera, 1952, p. 39.
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15
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Chi non mutò opinione fu Cattaneo, che, esiliato in Lugano, approfondì ed affinò i temi della teoria federalistica. Gli stati ai quali d'ora in
poi si ispirò furono la Confederazione Svizzera e gli Stati Uniti d'America.
« Solo al modo della Svizzera e degli Stati Uniti - scriverà in quel tempo può accoppiarsi unità e libertà » 17 . E, a chi gli faceva notare che uno stato
federale si confaceva solo a popoli diversi per lingua e per tradizioni e che
adattarlo ad una nazione già di per sé unificata da una somma di valori
comuni significava sovrapporre una divisione artificiale ad una unità sostanziale, ribatteva che non sempre dall'unità della lingua e dei costumi
nasceva l'unità degli ordinamenti statali. « No, qualunque sia la comunanza dei pensieri e dei sentimenti che una lingua propaga tra le famiglie e le
comuni, un parlamento adunato in Londra non farà mai contenta l'America; un parlamento adunato in Parigi non farà mai contenta Ginevra; le
leggi discusse in Napoli non risusciteranno mai la giacente Sicilia, né una
maggioranza piemontese si crederà in debito mai di pensar notte e giorno
a trasformar la Sardegna, o potrà rendere tollerabili tutti i suoi provvedimenti in Venezia o in Milano » 18.
A proposito dell'Italia, poi, anche se non espose mai organicamente
la sua teoria, venne in effetti, dal '48 in poi, fin dopo l'unità, chiarendo ed
approfondendo le sue idee in tutta una serie di scritti, saggi, articoli, lettere agli amici, finché non gli uscì della penna quell'espressione, « Stati Uniti
di Italia », che restò un poco come l'etichetta di tutta la sua fede federalistica.
Lungi dal ritenere che il '48 avesse segnato la sconfitta definitiva
della via federale all'unità, dal suo esilio di Lugano, Cattaneo continuò a
spiegare che « se la guerra del '48 era fallita, perché non vi avevano concorsi popoli liberi, ma principi inetti, aveva per lo meno dimostrato che
quel che di alto e di provvido si poteva compiere era stato compiuto non
dai principi ma dai popoli. Milano insorta, Roma Repubblicana, Venezia
ultimo baluardo dell'indipendenza » 19. E nel 1851, continuando nell'analisi
dei motivi che avevano condotto alla sconfitta del '48 e riaffermando ancora una volta la perenne validità della guerra federale, si chiedeva come
mai si fosse scritto « che la guerra del 1848 fu guerra federale? Fra tutti
quelli che comandavano allora li eserciti chi segnò
17 CARLO CATTANEO, Per la Sicilia, in Scritti politici ed epistolario, vol. I,
Firenze, Barbera, 1892, p. 142.
18 CARLO CATTANEO, Proetnio al III volume dell'Archivio triennale in
Scritti politici ed epistolario, vol. I, Firenze, Barbera, 1892, pp. 403-404.
19 N. BOBBIO ,op. cit., p. 33.
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questo patto federale? E quando? E dove? E in che termini? » 20 , dichiarandosi poi polemicamente convinto che « la guerra del 1848 fu intrapresa
senza patto da chi l'ha guidata e non fu federale » 21 e rimbeccando con
asprezza Mazzini che insisteva nel chiamare guerra federale quella del
1848 e consigliava di non ripetere l'infausto esperimento.
In effetti, per quanto Cattaneo si sforzasse di dimostrare il contrario, la guerra del '48 era stata guerra federale ed anche per questo, oltre
che per l'inconsistenza militare del Piemonte, era stata perduta. Si sa come
andarono le cose: gli alleati si tennero sempre ben lontani dalla linea del
fuoco e, tranne qualche reparto che poi disertò e si diede alla guerriglia,
ritornarono a casa senza aver sparato un sol colpo. Malgrado questo, Cattaneo aveva, per altro verso, ragione quando rifiutava il valore di un patto
stretto solo a livello di prìncipi e aggiungeva che un vero patto federale
non era un mero documento diplomatico, ma piuttosto il frutto di una
intensa passione popolare. Ciò comportava di necessità che i popoli facessero da soli, che mettessero da parte i prìncipi e si costituissero in eserciti
popolari. Cattaneo forse non si rendeva conto che, nel momento in cui
parlava di « guerra di popolo » e di « nazione armata », il suo cauto riformismo liberale andava in frantumi ed egli finiva con l'attestarsi su posizioni profondamente rivoluzionarie, tali da affiancarsi ed in un certo senso da scavalcare lo stesso Mazzini, del quale aveva sempre condannato
l'accanito rivoluzionarismo.
6. La guerra del '59 e la polemica con Mazzini.
Gli anni che seguirono furono quelli che poi si dissero del glorioso
decennio di preparazione. Sulla scena politica dominava incontrastata la
figura di Cavour. Dall'esilio di Lugano la voce di Cattaneo giungeva come
un'eco sempre più stanca. Scoppiata la guerra del '59, egli assunse una
cauta posizione di appoggio al Piemonte, sostenendo che « ogni qualvolta
si offra un caso di guerra giova sempre ai popoli scendere in campo... se
non possono avere la guerra per la libertà, ebbene, frattanto, abbiano la
guerra per la guerra » 22.
20 CARLO CATTANEO, Lettera a L. Frapolli del 5 novembre 1851, in
Epistolario, voi. II, Firenze, Barbera, 1952, p. 122.
21 CARLO CATTANEO, Lettera a G. Ferrari del 29 ottobre 1951, in Epistolario, vol. II, Firenze, Barbera, 1952, p. 113.
22 CARLO CATTANEO, Lettera ad A. Bertani in Epistolario, vol. III, Firenze, Barbera, 1954, p. 136.
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Questa volta il disaccordo con Mazzini fu netto e completo. Mazzini, a differenza di quanto aveva predicato nel '48, sosteneva che i repubblicani non dovessero appoggiare la guerra. L'alleanza del Piemonte con
Napoleone fu poi un'altra occasione di polemica tra i due. Cattaneo vedeva, con un errore di valutazione storica e politica, nell'imperatore francese
il continuatore delle tradizioni repubblicane e bonapartiste, soddisfatto tra
l'altro della proposta napoleonica di fare dell'Italia una federazione di stati, e inspiegabilmente sorvolando, lui laico e liberale di vecchia fede, sul
particolare che a capo di questa federazione vi dovesse essere il Pontefice.
Mazzini, invece, considerò la cosa con maggiore lucidità e giudicò l'intervento francese come una ennesima dimostrazione della volontà imperialistica della Francia e come un tentativo di porre un'ipoteca sul futuro stato
italiano.
Dopo l'unità, ebbe inizio la terza fase del federalismo cattaneano.
Dal 1860 in poi, svuotatisi di significato quei temi politici che avevano
preceduto e accompagnato l'unificazione, Cattaneo concentrò il suo lavoro di studioso nel tentativo di dare il proprio contributo all'organizzazione
del nuovo stato. La rinuncia alla parte più importante della sua dottrina
non ebbe tuttavia per Cattaneo mai il sapore di una abdicazione. Fu semmai frutto del suo realismo politico. Di certo Cattaneo si rese conto che,
viste com'erano andate le cose, per alcuni decenni di federalismo in Italia
non se ne sarebbe più parlato. Si trattava ora, in un supremo tentativo di
sopravvivenza, di conservare per gli Italiani del futuro la fede federalistica, tramandandola intatta in tutta la sua purezza etica come l'unica e autentica « teorica della libertà » e di adoperarsi affinché almeno una parte
delle sue idee si fosse rifusa nell'organizzazione del nuovo stato. La sua
attenzione di studioso si concentrò così sui due temi che gli parvero più
importanti: la riforma dell'esercito e l'organizzazione amministrativa.
7. La riforma cattaneana dell'esercito.
L'ideale militare cattaneano può essere sintetizzato in questa sua
stessa formula: « militi tutti, soldato nessuno » 23. Una formula che opportunamente interpretata e sviluppata contiene in nuce tutta la problematica
militare di Cattaneo.
23 CARLO CATTANEO, Considerazioni al I volume dell'Archivio triennale,
in Scritti politici ed epistolario, vol. I, Firenze, Barbera, 1892, p. 275.
161
Da una parte, « soldato nessuno », egli si oppone ai grandi eserciti
stanziali che, mentre sono dispendiosissimi per le nazioni e fertile campo di
equivoche manovre politiche e diplomatiche, sono anche privi di vero spirito combattentistico e costituiscono, nello stesso tempo, un costante pericolo di aggressione fra gli stati; dall'altra, « militi tutti », sostiene la validità di
un esercito popolare, il quale, mentre comporta un minore impegno finanziario e per sua natura una maggiore volontà di combattere, sia anche la
somma delle virtù civili e morali del popolo che lo ha espresso. Un esercito
così concepito, osserva Cattaneo, non si sarebbe mai prestato a guerre imperialistiche o a pericolose manovre politiche, avrebbe viceversa sviluppato,
in una guerra di difesa e di liberazione nazionale, una potenza e un impeto
sconosciuti ai militari di professione. Ed ancora, dice Cattaneo, l'esercito
non dovrà essere un corpo estraneo nel contesto della nazione, ma dovrà
essere in piccolo la nazione stessa. Sarà opportuno, pertanto, introdurre
l'addestramento militare in tutte le scuole, le quali « devono preparare la
adolescenza al fine supremo di tutti i nostri pensieri: la difesa della patria.
Tutte le scuole devono avere aspetto militare » 24 .
8. Il contributo di Cattaneo alla organizzazione del nuovo stato.
Il fallimento dell'ideologia federalistica non comportò solo l'avvento
di un sistema statale centralizzato, ricalcato sugli schemi giacobini e napoleonici, ma contribuì anche al profilarsi di un pericolo ben maggiore: la cosiddetta piemontizzazione dell'Italia, fenomeno molto simile ad un vero e
proprio processo di colonizzazione e di acculturazione dei territori annessi.
Il tentativo di piemontizzare l'Italia riuscì solo in parte, o forse non riuscì
affatto, sia per la vitalità culturale dei piemontizzandi, sia perché i rappresentanti del governo sabaudo, che rapidamente si insediarono ai vertici della
burocrazia e della direzione politica, non possedevano né la preparazione
necessaria ad un compito così complesso, né quella duttilità mentale, indispensabile per il buon esito dell'operazione. I piemontesi, tutto sommato,
non seppero vendere la propria mercanzia, e, dovunque, andarono si lasciarono dietro una scia di rancori e di antipatie che rimase proverbiale.
« Il Piemonte - faceva acutamente osservare Cattaneo - essendo
24 CARLO CATTANEO, La nuova legge del pubblico insegnamento, in Scritti letterari, artistici, linguistici e vari, vol. II, Firenze, Le Monnier, 1448, p. 370.
162
il solo centro organizzato e vivente, è più forte di tutta la massa; padroneggia; prodiga; abusa; rende odiosa ai popoli l'idea nazionale; finirà col far
sospirare il passato. Per raffrenarlo e bilanciarlo, bisogna dar vita libera agli
altri centri. Bisogna, nel nome della concordia e della vera unità libera e
morale, costituirsi protettori delle autonomie » 25.
Era il naturale sviluppo di chi sapeva che il nucleo maggiore delle
proprie idee era stato sconfitto dai fatti, ma che nello stesso tempo, almeno
a livello di studi e di proposte teoriche, non voleva essere del tutto emarginato dalla vita politica. Cattaneo in sostanza, mentre verificava nella realtà
la sconfitta del federalismo, ne tentava il recupero riproponendolo su basi
più aderenti alla nuova realtà. Fu un'operazione di grande coraggio e insieme di grande onestà morale. La sua polemica si diresse soprattutto contro i
vari progetti di legge comunale e provinciale, e contro il tentativo, poi riuscito, di estendere a tutto il Regno un'unica legislazione.
Dalle pagine del « Politecnico », che aveva ripreso a pubblicare con
nuovo fervore non appena rientrato a Milano dall'esilio svizzero, spiegò a
più riprese i pericoli che questa operazione comportava. In primo luogo,
osservava Cattaneo, nelle abrogate legislazioni degli ex-stati italiani vi erano
spesso norme e consuetudini più moderne ed efficienti delle leggi piemontesi, per cui l'estensione indiscriminata di queste avrebbe semmai prodotto
un regresso e non un progresso; in secondo luogo le esigenze delle varie
regioni erano così particolari e peculiari da non poter essere adeguatamente
soddisfatte da una legislazione unificata. « Il mio voto - scriveva Cattaneo
già nel 1859 con esemplare preveggenza - è che ogni stato d'Italia muti la
sua legislazione e amministrazione da sé medesimo, e solo in quanto possa
sostituirvi delle leggi assolutamente ed evidentemente migliori » 26. Era già
quasi un progetto di organizzazione regionale, progetto che è rimasto per
cento anni nella coscienza della classe politica italiana come una presenza
sopita, ma sempre pronta a rivivere.
Tuttavia il fulcro dell'azione per una riorganizzazione democratica e
liberale dello stato fu individuata da Cattaneo nell'attività politica del Comune. « I comuni sono la nazione - scriveva a commento della legge
CARLO CATTANEO, Lettera ad A. Bertani del maggio 1862, in Epistolario, vol. IV, Firenze, 1956, p. 56.
26 CARLO CATTANEO, Lettera a Gino Duelli del 10 luglio 1859, in Epistolario, vol. III, Firenze, Barbera, 1954, p. 171.
25
163
comunale e provinciale - nel più intimo della sua libertà » 27.
Il Comune rappresentò per Cattaneo oltre che uno strumento politico dal quale non si poteva prescindere per un armonico sviluppo economico di tutto il Paese, anche il primo elemento dialettico di quella «
teorica della libertà », per cui egli aveva speso tutte le sue energie di pensatore e la sua passione di patriota. Come l'esercito nazionale e popolare
doveva nascere sui banchi delle scuole, così la libertà, la democrazia, e le
virtù civili, dovevano nascere nei consigli comunali, sia in quelli dei grandi
agglomerati urbani, sia in quelli dei piccoli paesi sperduti fra le montagne
del Sud.
9. Giudizio sul federalismo cattaneano.
Il federalismo cattaneano si è portato dietro, in questi cento anni di
ripensamento della storia risorgimentale, l'accusa di essere una teoria fondamentalmente antiprogressista. Questa accusa, anche se è stata poi ampiamente forzata e strumentalizzata dalla cultura ufficiale di ispirazione,
sabauda, contiene una parte di verità. Ma è giusto sottolineare che se il
federalismo volgeva lo sguardo al passato, era anche tanto in anticipo sulle ragioni del tempo e tanto proiettato nel futuro da non poter essere veramente capito.
Passati e recenti studi hanno approfondito il problema del doppio
volto del federalismo e ne hanno lucidamente fissato i termini 28. Quando
Cattaneo parla degli Stati Uniti d'Italia, lo fa con lo sguardo volto alla civiltà dei Comuni, allo splendore economico e culturale della Venezia dei
Dogi e della Firenze dei Medici. In questo è certamente l'aspetto deteriore
e antiprogressista della sua analisi storico-politica, anzitutto perché la sua
« teorica della libertà » avrebbe difficilmente trovato diritto di cittadinanza
in strutture statali del genere, e poi perché questo tipo di analisi del passato stava a dimostrare una imperfetta intelligenza del proprio tempo.
L'800, in parte nella prima metà, e maggiormente nella seconda, avrebbe registrato invece il trionfo delle grandi compagini nazionali fortemente centralizzate. Gli Stati europei, sbarazzatisi di quei residui di forze
centrifughe che nei secoli precedenti avevano fatto tremare il potere dei
monarchi, si accingevano a cimentarsi nella grande avventura
27 CARLO CATTANEO, Sulla legge comunale e provinciale, in Scritti politici,
vol. IV, Firenze, Le Monnier, 1964, p. 422.
164
imperialistica e colonialistica. Se la Francia, subito dopo la rivoluzione, cioè
in un momento di intenso travaglio politico e morale, era riuscita a tenere a
bada e a vincere gli eserciti coalizzati di mezza Europa, lo doveva anche alla
rigida direzione politica della capitale. Le vittorie napoleoniche e, mezzo
secolo dopo, il trionfo della Prussia di Bismarck, sia all'interno della nazione germanica, sia all'esterno contro l'Austria e la Francia, sarebbero nati
anche dal rigido centralismo della guida politica. Uno stato federale, pur
volendo prescindere dai problemi di politica interna, sarebbe stato fatalmente emarginato nella grande competizione a livello internazionale. Tutto
questo sfuggì a Cattaneo. Nella sua ansia di teorizzare sulla libertà e sulla
democrazia, gli sfuggì l'aspetto più saliente della sua epoca, che cioè l'Europa già da tempo si avviava lungo la via della più spietata competizione politica ed economica: una competizione che si sarebbe tragicamente risolta
solo nei primi decenni del '900, e che sarebbe stata chiamata l'età dell'imperialismo.
Tuttavia oggi è chiaro, ed è in questo che il federalismo si proietta
utilmente nel futuro per giungere ancora vivo fino a noi, che tutto ciò che,
in questo complesso processo di assestamento degli stati nazionali, l'Europa
acquistava in splendore economico e in potere politico, veniva pagato in
termini di democrazia e di libertà. Quando più le nazioni acquistavano coscienza della propria sostanza nazionale, tanto meno sviluppavano, al di là
dei più o meno demagogici suffragi universali, all'interno delle proprie
strutture politiche ed amministrative, quella che oggi viene chiamata democrazia diretta.
E questa democrazia di base, il potere decisionale assunto da ogni
singolo cittadino, rappresenta la parte più cospicua dell'intero messaggio
etico-politico di Cattaneo. Rappresenta proprio quella parte proiettata nel
futuro, che ieri non fu capita e che oggi viene ampiamente recuperata nella
costruzione di una nuova società.
ROSARIO MICHELINI
28
cfr. N. BOBBIO, op. cit., p. 43 e segg.
165
Relazione tecnica sullo sviluppo
del Gargano *
Ipotesi
L'abbandono del Gargano è espressione delle nuove esigenze che
scaturiscono dal confronto fra la scala dei valori tradizionali (anche economici) della cultura locale in disintegrazione, e la nuova scala di valori proposta dalla civiltà industriale, scala accettata e suggerita da strumenti d'informazione, fra i quali i mass-media (cioè i mezzi di informazione di massa,
quali la televisione, il cinema, i giornali, ecc.) svolgono un ruolo importante.
1°) Gli abitanti del Gargano desiderano in percentuale sensibile abbandonare il
luogo dove vivono ed il lavoro che fanno.
Il Gargano, posto sul fianco orientale della penisola italiana, formato
da una montagna solitaria fra la vasta pianura del Tavoliere di Puglia e il
mare Adriatico, per la sua posizione geografica è rimasto per millenni come
avulso dal retroterra.
I suoi ridottissimi collegamenti iniziali con il resto del mondo, si
(*) L'indagine sociologica che pubblichiamo, fu effettuata nel 1965 per incarico degli Istituti di Sociologia delle Università di Bonn e di Padova.
Pure essendo attualmente alcune cose mutate, riteniamo utile darla alle
stampe per il valore prevalentemente documentario che essa rappresenta e per l'interesse che potrà avere in futuro, essendo - se non erriamo - l'unico studio d'insieme esistente sull'argomento.
Fu abbondantemente utilizzata nel volume « La montagna del sole » a
cura dei professori G. EISERMANN e S. ACQUAVIVA (Il Gargano: rottura dell'isolamento e influenza dei mezzi di comunicazione di massa in una società in transizione. Ed. di
Comunità - Studi e ricerche di scienze sociali - Milano 1971), che alla loro opera hanno
dato lo stesso titolo della monografia dell'autore del presente lavoro, vincitrice del
Premio letterario « Gargano » 1954 e pubblicata :n due edizioni dall'EPT di Foggia.
166
svolgevano preminentemente attraverso le coste, per l'assoluta mancanza di
strade.
Unico punto di richiamo e di attrazione fu, nell'era pagana, il tempio
di Calcante, ubicato su un'altura del versante meridionale, dove s'invocavano gli oracoli.
Verso il 500, a tale culto si sostituì quello di S. Michele Arcangelo,
che diede poi origine al faticoso sorgere di Monte Santangelo, che richiamò
e richiama tuttora numerosi visitatori.
Ma rimasto senza strade rotabili fino al 1865, solo dopo tale epoca ha
avuto inizio il suo inserimento, non ancora completo, nella vita nazionale.
Fino al principio del secolo in corso, erano rari i casi di trasferimenti
definitivi da parte dei suoi abitanti. Si riducevano a pochi professionisti che
abbracciavano le carriere statali, mentre tutti gli altri rimanevano in paese,
dove erano numerosi i nuclei degli appartenenti alle diverse professioni.
La migrazione invece, per la maggior parte temporanea, ha avuto un
certo sviluppo con quella verso l'America del nord. Ma il fenomeno è rimasto circoscritto ad una bassa percentuale dell'intera popolazione ed aveva
prevalentemente lo scopo di un limitato guadagno per lo acquisto della casa
e del campicello; si tornava poi al paese d'origine, al quale i garganici si sentivano fortemente legati.
Fu con la prima guerra mondiale che il tradizionale isolamento del
Gargano e dei suoi abitanti, accusò rilevanti sintomi di rottura. Il richiamo
alle armi di molti suoi abitanti, le informazioni personali ed attraverso la
stampa che giungevano sempre più frequenti, la permanenza oltre il perimetro del Promontorio specialmente dei giovani per gli obblighi militari, determinarono la conoscenza di più vasti orizzonti di vita, ed ebbe così inizio
il processo collettivo di raffronto e d'indagine, sviluppatosi poi con sempre
maggiore ampiezza.
Cominciarono ad abbandonarsi gli usi ed i costumi locali, e s'impose
in tutti i ceti l'aspirazione ad allinearsi con il resto del mondo, favorita dai
mezzi materiali di comunicazioni e da quelli d'informazione anche attraverso l'etere, in progressivo sviluppo.
La politica autarchica e nazionalistica del regime fascista, contenne il
fenomeno. E la lotta all'urbanesimo ed alle migrazioni interne, disciplinate
anche da provvedimenti legislativi, ne vietarono l'ampliarsi.
Però subito dopo la seconda guerra mondiale, il fenomeno esplose
virulentemente e determinò il crollo di una tradizione millenaria, seb167
bene le sopravvivenze nei meno giovani siano tuttora considerevoli.
Non che i giovani non amino la propria terra garganica, alla quale rivanno spesso con nostalgico ed accorato rimpianto, ed alla quale tornano
con letizia per trascorrervi le ferie. Ma il desiderio di una vita nuova, di lavoro più redditizio, del soddisfacimento di più progredite esigenze, determinano in essi il desiderio di evasione, per cui una sensibile percentuale
aspira ad abbandonare - anche definitivamente - il luogo d'origine e a svolgere un'attività diversa da quella - prevalentemente agricola - la sola - allo
stato - esistente in loco, che d'altra parte non può assicurare che scarsissimi
ed aleatori redditi, per la crisi in cui si dibatte questa branca della economia
italiana. Tale crisi e l'assenza totale di industrie, determina un livello di vita
molto basso nella generalità della popolazione, per cui anche i neolaureati si
allontanano dai luoghi di origine e l'intellettualità nei paesi è ridotta a pochi
anziani liberi professionisti e circoscritta agli insegnanti elementari ed ai
docenti delle scuole medie.
Non si può quindi affermare che questo desiderio di abbandonare il
Promontorio e il lavoro che su di esso si svolge, da parte degli abitanti, abbia un substrato preminentemente psicologico. E' invece per la gran parte
determinato da ragioni economiche, per un migliore avvenire personale e
dei componenti i nuclei familiari, al quale i garganici - sostanzialmente saggi
e parchi - aspirano.
2°) Il concetto del punto 1°), mostra la sua validità in presenza di una disintegrazione del contesto culturale in senso lato, quale rifiuto dei valori di gruppo della cultura
garganica.
Siamo dunque ora in presenza di una vera disintegrazione del contesto culturale garganico che se origina da fattori preminentemente economici, si esplica e si manifesta nell'abbandono delle tradizioni e delle credenze
popolari, della moralità e dei costumi di un tempo, e in concezioni meno
fatalistiche della millenaria ed unica religione (la cattolica) della zona, ma
con criteri più aderenti ai nuovi indirizzi.
Inoltre altre credenze religiose si son fatto strada nella popolazione e
sono sorti, in alcuni paesi, nuclei - sia pure non molto numerosi - di evangelisti ed anche (a San Nicandro) di seguaci dell'ebraismo. Ciò non significa
che la religiosità popolare abbia subito profonde incrinature o che sia in
sfacelo il sentimento religioso dei garganici. Dimostra però una più moderna maniera di concepire l'Ente supremo con l'abbandono del misticismo
medioevale che era sopravvissuto, permeato
168
molte volte di superstizioni paganeggianti, una più razionale interpretazione
dei riti, un accostamento più umano degli esseri terreni alla divinità.
Tutto questo non ha però diminuita - se non in misura trascurabile la frequenza ai templi e l'accostamento ai Sacramenti, sebbene sia ormai
esiguo, in tutti i paesi garganici, il numero dei ministri di culto, e le vocazioni per la vita sacerdotale siano in grande ribasso. Ma qualitativamente tali
vocazioni sono di gran lunga preferibili, perché veramente pure, a quelle dei
tempi passati, quando si riteneva un onore avere un prete nella famiglia,
senza andare tanto per il sottile, anche come conquista di un maggior benessere economico per i privilegi di cui il ceto godeva.
I giovani, pur non rinnegando totalmente la validità dei valori morali
tradizionali, preferiscono l'allineamento con gli usi e costumi europei. Ed il
contrasto fra le concezioni di vita dei genitori e quello dei figli, si accentua
sul Gargano sempre di più, e alla rigida e patriarcale autorità paterna tradizionale, si sostituisce, via via, una libertà ribelle, ed alle volte sconsiderata,
dei membri delle famiglie.
Anche il comportamento della donna ha subìto sostanziali modifiche
sia nella foggia del vestire che nella concezione del vivere.
Fino al primo decennio del secolo in corso, era d'obbligo nel popolo
la foggia locale, attenuata però rispetto a quella dei secoli precedenti. E si
distingueva facilmente una popolana da una appartenente alla borghesia che
seguiva la moda.
Poi la prima guerra mondiale scardinò tale uso ed anche le donne del
popolo cominciarono ad aggiornarsi. Tale tendenza si è sempre più affermata ed attualmente non è possibile distinguere - dal modo di vestire - la
classe sociale alla quale una donna appartiene.
E tante volte non è neanche possibile tale distinzione dal linguaggio,
per il diffondersi della cultura e l'abbandono del vernacolo.
Circa la concezione di vita, si è fatta strada la parità dei due sessi, per
cui non si assiste più alla supina sottomissione della donna all'uomo.
La donna sul Gargano non ha ancora la completa libertà di cui gode
comunemente nelle altre regioni. Però può uscire sola col fidanzato di giorno - cosa impossibile nel passato - viaggiare sola, guidare la macchina, procurarsi un lavoro anche lontano dalla famiglia.
Questo disintegrarsi dalla cultura garganica tradizionale, è - senza
dubbio - determinato da una maggiore conoscenza della società industriale
che assorbe, in sempre crescente misura, i transfughi dal Gargano,
169
attratti dal miraggio di un lavoro meno pesante di quello agricolo, più redditizio e con maggiore sicurezza di continuità, e quindi dalle possibilità di indipendenza e di distacco dagli originali aggregati.
Questo desiderio di libertà e di indipendenza è forse l'unico elemento
psicologico che contribuisce alla disintegrazione del contesto culturale tradizionale, in netto contrasto al lungo stato di soggezione e di contenimento
rigido degli impulsi e delle aspirazioni giovanili.
3°) Conseguentemente, sulla decisione delle popolazioni garganiche, influisce in modo sensibile la conoscenza reale della scala dei valori (ed economicamente dei consumi e dei
redditi) della società industriale.
Indubbiamente tale disintegrazione dei valori della cultura garganica
in atto, trova la sua base nella conoscenza della scala dei valori della società
industriale.
L'unica fonte di reddito e di occupazione, e di produzione di ricchezza è ancora oggi rappresentata sul Gargano dall'agricoltura. Una agricoltura
povera, collinare, fortemente minata dalle inclemenze stagionali e dallo
squilibrio fra i prezzi di costo e quelli di vendita dei prodotti.
Anche l'altra attività, quella marinara della pesca e del commercio
marittimo, che per le popolazioni costiere rappresentava un rilevante settore d'impiego, è in sfacelo per la mancanza di porti che possano offrire sicuro rifugio ai motopescherecci che hanno sostituite le vecchie barche a vela,
con maggiore possibilità di pescato e di trasporti a più ampio raggio ed a
più basso costo.
L'agricoltura e il mare erano una volta le fonti di reddito che soddisfacevano le modeste esigenze dei garganici. Esigenze che si limitavano al
soddisfacimento dei bisogni essenziali di nutrimento e di alloggio: il primo
assicurato dal grano, dai legumi e dalle verdure, mentre solo poche volte
l'anno, nelle grandi solennità, sui deschi appariva la carne e il vino. Il secondo formato, nella gran parte dei casi, da un solo vano dove si accalcava
tutta la famiglia - molte volte numerosa - per soddisfare tutte le necessità di
vita e di riposo.
Dopo il 1865, i rari mezzi di trasporto, lenti, di limitata capacità e costosi, che percorrevano le poche strade del Gargano, portavano soltanto
l'eco di quanto avveniva al di là delle ultime pendici del Promontorio.
170
L'autolinea istituita nel 1912 e lo sviluppo della stampa quotidiana,
rappresentarono un mezzo di informazione di maggiore celerità e di indubbia influenza. Però l'analfabetismo costituiva una forte remora alla conoscenza di valori diversi dai tradizionali ed una percentuale imponente della
popolazione rimase ignara delle vette che man mano l'industria raggiungeva
e la scienza conquistava.
Un risveglio si ebbe con la lotta tenace ingaggiata contro l'analfabetismo, con la costruzione della ferrovia garganica e con la istituzione di diverse autolinee.
Così per il popolo del Gargano ebbe inizio l'inserimento nella comunità nazionale e la conoscenza della civiltà industriale, che nel nord si sovrapponeva a quella agricola, cominciò a diffondersi nella massa. Una diffusione ancora lenta, capace però di stimolare le prime aspirazioni di evasione
e fecondare germi latenti di ribellione ad una esistenza grama che si tramandava da secoli.
E dato che in quel periodo altre emigrazioni - né interne né all'estero
- erano possibili, diversi garganici seguirono la via dello impero etiopico unica meta consentita - dove alcuni sono rimasti anche dopo l'abbandono,
da parte italiana, di quei territori.
4°) Se l'influenza esercitata dal rapporto fra gli schemi di riferimento e di confronto individuati attraverso la dimostrazione della validità dei punti 2°) e 3°) è sensibile, quali mezzi d'informazione hanno operato ed operano la trasformazione (1 - I
mezzi di comunicazione di massa - radio, tv, ecc. - 2 - I mezzi d'informazione umana, da individuo a individuo - 3 - Le notizie ottenute attraverso
l'emigrazione).
Il periodo bellico 1940-43, e le conseguenti sofferenze della disfatta,
acuirono l'aspirazione di nuove mete, mentre gravi agitazioni si verificavano
per la disoccupazione di massa che affliggeva la popolazione.
In quel tormentato periodo, nella incapacità di assorbimento del
bracciantato da parte dell'agricoltura, venute meno le leggi che limitavano i
trasferimenti da Comune a Comune, si assistette alle prime avventurose
migrazioni principalmente verso il nord.
All'inizio le notizie si diffusero attraverso i mezzi di informazione umana, da individuo a individuo. Gli emigrati chiamarono poi parenti ed amici
presso le aziende industriali dove erano occupati. Cominciò il travaso dei risparmi verso le famiglie rimaste nei paesi e il benessere - se pure relativo ma
rilevante se paragonato alla precedente miseria
171
- cominciò a diffondersi. Fra le prime spese che si ritenne di fare comunemente, fu quella di un apparecchio radio per seguire celermente gli avvenimenti e sentire i programmi specialmente di musica leggera.
In un decennio, fra il 1955 e il 1964, vi è stato sul Gargano un incremento, sulla utenza degli apparecchi radio, che si aggira intorno al
170% (1955 = 100) ed è quindi da desumersi che tale mezzo di informazione abbia notevolmente operato sulla massa.
Non lo stesso può dirsi della stampa che sebbene abbia registrato
un incremento negli abbonamenti e nella vendita di copie di giornali, come mezzo d'informazione resta notevolmente al di sotto dello sviluppo
raggiunto nel numero degli apparecchi radio. I giornali sono letti prevalentemente dalla intellettualità locale e dall'artigianato; il rimanente popolo
si limita per la maggior parte e specialmente nel settore giovanile all'acquisto della stampa di bassa cultura.
L'emigrazione, dopo il suo incerto inizio ed il conseguente sviluppo
verso le città specialmente del nord, cominciò a mirare a mete più lontane
e raggiunse il suo acme con la richiesta di mano d'opera da parte delle nazioni industrialmente più progredite, come la Germania, la Svizzera e la
Francia, sebbene rilevanti correnti si dirigano verso l'Australia e il Canadà.
Ed assistiamo attualmente ad un vero esodo di unità lavorative, determinato da diversi fattori: condizioni economiche, ricerca di modelli di vita
nuovi, presa di coscienza delle proprie condizioni, realtà culturali (come la
televisione). Tale esodo, mentre contribuisce al progresso economico della comunità garganica, propone d'altra parte gravi problemi d'indole
psicologica e morale.
L'emigrato sente fortemente la nostalgia della propria terra alla quale volentieri ritorna sempre che gli si offre la possibilità. E questo forzato
distacco non contribuisce a stimolare simpatie verso le correnti politiche
dominanti, alle quali si fanno risalire le responsabilità di una politica economica non conforme alle necessità del popolo.
D'altra parte, specialmente quando è il capo famiglia ad emigrare, i
nuclei famigliari risentono fortemente della sua assenza. E si assiste alle
volte ad una vera disintegrazione di quest'organismo che è a base di ogni
organizzazione sociale e che tradizionalmente e - riteniamo - insostituibilmente rappresenta il fondamento di tutte le convivenze nazionali. La
moralità delle donne che rimangono per lunghi periodi senza poter soddisfare le esigenze sessuali, traballa e cede. Ed alle volte si sente parlare, in
sordina, di procurati aborti e di pratiche illecite per nascondere le infedeltà ai mariti lontani. Per cui, in definitiva,
172
serpeggia uno stato di acredine nei confronti dei governi che non sanno far
sorgere nuovi posti di lavoro atti a consentire di raggiungere in loco i risultati economici che l'emigrazione procura. I quali alle volte creano altrove
nuove famiglie e non ritornano più a quelle d'origine.
5° Giudizio sui principali programmi predisposti dal Governo per la soluzione
dei problemi del Gargano.
Alle sfere politiche governative non è sfuggito tale stato d'animo delle masse, ma finora non si è provveduto a predisporre programmi tali che
possano fronteggiare la situazione. E non è facile.
Ma i problemi del Gargano presentano gli aspetti più disparati e interessano i settori più vari.
Limitandoci ai principali li esamineremo succintamente.
In primo piano sono quelli attinenti all'agricoltura ed alla zootecnia.
L'agricoltura è stata sempre povera perché praticata su terreni collinari,
essendo di estensione ridottissima le poche pianure.
Dal principio del nostro secolo, la fame di terra di una popolazione
sempre in incremento, diede l'avvio al disboscamento per destinarne i terreni alle culture prevalentemente erbacee. Ebbe così inizio il dilavamento
dei dorsi collinari ed agli allevamenti - essenzialmente bradi - venne a mancare l'estensione necessaria per la sopravvivenza.
Con il passare degli anni la situazione si è sempre più aggravata ed
oggi questo settore importantissimo si presenta nelle condizioni più disastrose che si possano immaginare.
I dorsi collinari, ormai sterili, sono stati abbandonati e gli allevamenti
sono ridotti a proporzioni irrisorie, ostacolati anche dalla vecchia piaga dell'abigeato, che nessun Governo è riuscito mai ad eliminare totalmente.
Dal centro si è cercato di correre ai ripari favorendo l'ammodernamento delle aziende agricole e la loro ricostituzione su estensioni meno ridotte delle attuali. Si è cercato anche di favorire la meccanizzazione con
contributi statali e la creazione della piccola proprietà contadina. Ma i risultati non hanno in nessun modo arginato l'esodo dalle campagne che prosegue a ritmo costante. E non potevano incidere decisivamente non solo per
il grande frazionamento della proprietà terriera ma anche per il difficile e
quasi impossibile impiego dei mezzi meccanici sulla gran parte del comprensorio garganico, aspro e dirupato.
D'altra parte si è trattato di provvedimenti a carattere generale,
173
senza tener conto delle difficoltà dell'agricoltura collinare alle quali le
provvidenze, proficue per la pianura, non sono applicabili.
Anche la zootecnia non ha trovato sollievo nei contributi statali perché, specie per gli allevamenti bovini, manca la possibilità di procurarsi i
mangimi a basso costo con una produzione in economia. Per la mancanza
di acqua non è possibile la cultura di prati artificiali che consentano diversi tagli di erbe foraggiere. Pertanto ogni allevamento deve tuttora fondarsi
sul pascolo brado, che trova difficoltà gravi sia nell'enorme spezzettamento della proprietà, sia nella trasformazione di molti terreni sottratti così al
pascolo, sia infine nella difficoltà di reperire personale che voglia dedicarsi a tale attività. Né si può registrare una decisa azione volta al miglioramento dei pascoli esistenti allo scopo di sostituire con la qualità la quantità di estensione disponibile.
Inoltre - ed è forse questo il fattore più importante - negli agricoltori e negli allevatori, è venuta meno la fiducia nell'avvenire di tali branche
della economia nazionale. E si assiste al fenomeno che anche i coltivatori
diretti abbandonano i propri fondi ed emigrano all'estero. Dal che deriva
che molti campi risultano incolti mentre fino a quando la emigrazione non
aveva assunto le proporzioni attuali, si cercava di utilizzare ogni angolo di
terra. E sono ancora visibili i terrazzamenti in alcune zone (specie all'agro
di Monte S. Angelo), dove si trasportava la terra da località in cui abbondava per fecondare la roccia.
Un altro dei principali problemi del Gargano è rappresentato dalla
povertà della rete viaria. Si notano ancora vaste sacche impervie, accessibili
solo a piedi o a dorso di mulo, e in gran parte sconosciuto dagli stessi abitanti del Promontorio.
Anche in tale settore gli interventi statali sono stati inadeguati nel
modo più assoluto. E lo dimostra con palmare evidenza il fatto che una
strada - la Cagnano Varano / San Giovanni Rotondo - dopo circa un secolo dal suo inizio, non è stata ancora completata. Anche la televisione, su
tale nostra disavventura, ha trasmesso, tempo addietro, un servizio filmato.
Il tronco ferroviario, costruito verso il 1930 ed entrato in funzione il 15
novembre 1931, con un tracciato che permette solo velocità ridotte per le
strette curve che presenta, e con un capolinea in aperta campagna nella
piana di Calenella, è rimasto fermo a quello che era al momento della costruzione, senza che le istanze di ammodernamento siano state accolte. Il
prolungamento fino a Vieste ed oltre, per l'eccessivo costo
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di costruzione con indispensabili trafori e la certezza di una gestione passiva, non è attuabile. Che anzi una forte corrente di opinione pubblica la vorrebbe limitata a Rodi, fin dove si dimostra utile ed anche attiva specialmente per l'afflusso dei bagnanti nel periodo estivo. E sarebbe ancora più frequentata se fosse adeguatamente ammodernata perché il percorso si potrebbe compiere in minor tempo. Il tratto Rodi-Calenella registra pochissimi viaggiatori, mentre ostacola fortemente lo sviluppo della riviera.
Anche per i porti vi è stasi assoluta, non essendo fornito tutta la costa
garganica e le isole Tremiti neanche di un solo porto rifugio. Tutte le istanze sono rimaste inascoltate, sebbene innumerevoli volte ripetute specialmente quando questa incresciosa situazione determina naufragi e vittime.
Anche la situazione igienica dei centri abitati lascia ancora a desiderare,
pur dovendosi riconoscere che nell'ultimo dopo guerra si sono riscontrati
interventi statali in questo settore, che rimane però ancora deficitario per
l'insufficienza di reti fognanti e di dotazione di acqua corrente. Quello dell'acqua poi è un grosso problema, non essendo più l'acquedotto pugliese in
grado di soddisfare le utenze. Queste d'altra parte sono aumentate in modo
impressionante e la quantità d'acqua convogliata alle sorgenti del Sele, non
può più soddisfare i bisogni di una popolazione fortemente incrementata e
con esigenze maggiori di mezzo secolo addietro. Però almeno in parte il
problema si poteva risolvere utilizzando le poche sorgenti del Gargano ed
anche gli strati imbriferi costieri. Ma finora l'Ente Acquedotto Pugliese nessun provvedimento ha adottato per cui la erogazione dell'acqua si riduce a
poche ore al giorno. E tale deficienza d'acqua rappresenta una remora della
massima importanza per il promettente sviluppo turistico in atto.
Si parla da tempo di immissione nelle condotte principali delle acque
del fiume Calore, ma finora nulla di positivo è stato fatto. Alcuni Comuni
del Gargano, come Vico, Ischitella e Rodi, potrebbero probabilmente essere autosufficienti se si provvedesse all'imbrigliamento delle sorgenti esistenti negli agri di tali centri. Si avrebbe un alleggerimento della pesante situazione - seppure di carattere locale - ed altri paesi del Gargano potrebbero
beneficiare di una maggiore erogazione da parte dell'acquedotto pugliese.
Ma il problema è tuttora in fase di esame pur presentando carattere d'urgenza.
Un altro grave problema è rappresentato dal progressivo disfacimento
del nostro patrimonio artistico ed archeologico che sta andando
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in rovina, o scomparendo.
I monumenti da salvaguardare sono di rilevante interesse sia artistico che storico. Eppure non si trovano i fondi per provvedere alle necessarie cure e restauri. I castelli, le abbazie, le torri di difesa ecc., ogni giorno
perdono una pietra e si assiste impotenti al loro disfacimento.
Anche l'archeologia è abbandonata totalmente ad eccezione di qualche limitata iniziativa di isolati archeologi.
Eppure la terra garganica rinserra un patrimonio del massimo valore se si pensa alla grotta di Paglicci che recentemente ha mostrato le immagini grafitiche più antiche d'Italia, risalenti a ventimila anni addietro. E
sono dappertutto testimonianze della civiltà preistorica che arriva fino al
paleolitico.
Per cui non si può asserire che il Gargano abbia avuto dal Governo
quelle particolari provvidenze alle quali avrebbe diritto, né che si siano
formulati programmi atti a incrementare l'economia della zona ed arrestare l'emorragia in atto delle forze di lavoro. Ha beneficiato in qualche modo solo delle provvidenze governative di carattere generale.
6°) Programmi predisposti dai diversi enti locali (Consorzio generale di bonifica di Capitanata, Consorzio di Bonifica Montana del Gargano, Comuni, Provincia).
Un movimento locale, sorto ad iniziativa di pochi uomini, diede vita
nel 1947 all'Associazione per la Rinascita Garganica, costituitasi in Rodi il
13 aprile di quell'anno. Tale associazione, specialmente attraverso il suo
organo di stampa « IL GARGANO » agita i problemi del Promontorio e
fa da stimolo agli enti centrali e locali per la loro soluzione. Costituì nel
1951 il Consorzio Dauno per la valorizzazione turistica ed economica del Gargano allo
scopo di beneficiare dei provvedimenti di cui all'art. 7 della legge istitutiva
della Cassa per il Mezzogiorno. E successivamente, nel 1956, riuscì a costituire anche il Consorzio di Bonifica Montana del Gargano in applicazione della
legge generale sulle bonifiche montane.
Il primo ente, dopo un periodo di discreta attività durante il quale
provvide alla costruzione di alcune opere pubbliche specialmente nei Comuni di San Giovanni Rotondo, Manfredonia, Monte S. Angelo e Peschici, segna ora il passo in attesa che siano disposti i finanziamenti delle opere progettate, da parte della Cassa per il Mezzogiorno. Ha un vastissimo
programma di opere infrastrutturali, specialmente viarie, on176
de consentire la valorizzazione di tutto il Promontorio, di riconosciuta ed
integrale preminente vocazione turistica.
Il Consorzio di Bonifica Montana del Gargano, ha fin qui potuto
disporre di circa cinque miliardi di finanziamenti di opere pubbliche, erogati per la maggior parte dalla Cassa per il Mezzogiorno e per il rimanente
dal Ministero dell'Agricoltura e Foreste. Ha così potuto realizzare diverse
opere stradali e rimboschire alcuni limitati comprensori, oltre che iniziare
la disciplina di acque a carattere torrentizio.
Il programma di bonifica montana di tale ente, è senza dubbio degno di rilievo. Ma non potrà essere condotto a termine per le limitazioni
dei finanziamenti che la Cassa per il Mezzogiorno si è imposta. Questo
grande organismo, infatti, ha nel suo programma di rilancio, interventi
massicci nel settore agricolo solo in quei comprensori dove sono già in
avanzata costruzione opere valide per la irrigazione di vaste zone. Questo
è in atto nel Tavoliere con la diga di Occhito che sarà alimentata dalle acque dell'Ofanto e che potrà provvedere alla irrigazione di buona parte della pianura dauna, mentre nel Gargano simili opere non sono previste. Pertanto le erogazioni al Consorzio di bonifica montana subiranno se non un
arresto totale, certamente un forte ridimensionamento e l'opera iniziata
non potrà essere proseguita. E chi sa se e quando sarà possibile riprendere
il cammino.
Il Consorzio Generale di Bonifica di Capitanata, che riunisce in se tutti i
consorzi dei diversi bacini, opera sulle estremi pendici dell'acrocoro garganico e più che altro nei comprensori dei laghi di Lesina e di Varano. Ma
a parte il fatto che la pluralità di enti non giova ad un coordinato sviluppo
del Promontorio (mentre esso nei suoi naturali confini storici delineati dai
fiumi Candelaro e Fortore doveva essere riunito sotto l'unica competenza
del Consorzio di bonifica montana), diverse opere eseguite dal Consorzio
Generale di Bonifica (banchinaggio del Varano e relative colmate perimetrali, irrigazione della piana di Carpino, ecc.), sono state tanto erroneamente realizzate da essersi risolte in un inutile dispendio di circa un miliardo di lire, senza che i lavori in oggetto siano risultati efficienti o addirittura compiuti.
Ora questo Consorzio è in fase di riordinamento per la disorganizzazione interna verificatasi e quindi la sua attività sul Gargano è quasi nulla.
Nei programmi dei Comuni, si nota un'aspirazione costante per la soluzione dei problemi locali in tutti i campi. Ma le fazioni politiche in contrasto, i dissestati bilanci comunali, la difficoltà di ottenere
177
finanziamenti specialmente in questo periodo congiunturale, i costi delle
opere, ne ritardano l'attuazione.
L'Amministrazione Provinciale si dibatte fra crisi politiche ricorrenti
per mancanza di una maggioranza precostituita, che ne intralciano la funzionalità. Ma nei limiti del possibile, opera particolarmente per la manutenzione, il miglioramento e l'accrescimento della rete viaria del Gargano.
Recentemente ha anche appaltato la costruzione di alcune nuove ed utili
arterie.
7°) Prospettive di sviluppo della zona nel settore agricolo, commerciale, artigianale, industriale e turistico.
Dopo quanto abbiamo rilevato circa il desiderio di una sensibile
percentuale degli abitanti del Gargano di abbandonare il Promontorio anche permanentemente e di dedicarsi ad attività diverse da quelle abituali,
quale conseguenza del rifiuto dei valori di gruppo della cultura garganica
derivante da una maggiore conoscenza dei valori della società industriale,
e le cause che lo determinano, esaminiamo brevemente le prospettive di
sviluppo della zona nei diversi settori: agricolo, commerciale, artigianale,
industriale e turistico.
Settore agricolo - Perché questo settore potesse riattirare nella propria
sfera l'interesse di coloro che lo hanno abbandonato per preferirgli quello
industriale, si dovrebbe - in linea generale - verificare l'equiparazione dei
redditi. Dovrebbe cioè l'agricoltura essere messa in condizioni tali che ai
suoi prodotti fosse possibile applicare quelle maggiorazioni percentuali fra
il costo di produzione e quello di vendita, che rappresentassero l'utile netto dell'impresa, depurato delle retribuzioni per la mano d'opera uguali a
quelle che l'industria è in grado di corrispondere. Solo così sia gli imprenditori agricoli che gli operai, sarebbero invogliati a riprendere questa attività, difficile anche per le variazioni atmosferiche che molte volte distruggono gli sforzi di lunghi periodi. E bisognerebbe anche e soprattutto ricreare la fiducia negli operatori economici, fiducia ora minata dalla incertezza sul concetto della proprietà che esperienze tentate e risultate controproducenti (come la riforma agraria) hanno distrutto.
Inoltre l'appartenenza dell'Italia al Mercato Comune, limita le possibilità di una politica economica agraria indipendente e non dà modo di
poter svolgere un'azione protezionistica per i prodotti italiani.
178
In particolare per quanto riguarda l'agricoltura garganica, povera
perché collinare e limitatamente suscettibile a nuove forme di conduzione
più economiche per l'apporto della meccanizzazione, si dovrebbe seguire
un processo particolare di esenzione quasi totale da imposte e tasse per un
certo periodo occorrente al rilancio e di sovvenzioni nelle annate di deficiente raccolto, si dovrebbe consociarla agli allevamenti agevolando la
costituzione di medie proprietà e il miglioramento dei pascoli, si dovrebbero adottare severissime norme per la punizione dell'abigeato.
Riducendo le zone utilizzabili per le diverse culture a quelle che
presentano certezza di reddito per particolare ubicazione e vocazione.
tutto il resto al di sopra dei 400 metri di altitudine, dovrebbe essere destinato a rimboschimento o ricostituzione di boschi degradati, per rendere
possibile - dopo un adeguato periodo - di sviluppare le attività silvopastorali. Del resto il Gargano è stato fin dall'antichità ricoperto quasi
totalmente di essenze legnose e i boschi e gli allevamenti rappresentavano
le fonti maggiori di ricchezza, oltre all'ulivo che cresce spontaneo sulle
sue balze fino ad una altimetria di 400 metri.
Nelle condizioni attuali, ci sembra estremamente improbabile che
questo settore possa avere uno sviluppo a breve scadenza, pur avendo in
potenza la possibilità di incidere beneficamente sulla economia nazionale,
tributaria dell'estero sia per legnami che per carne.
Menzione particolare meritano tre culture largamente sviluppate
sulle pendici più basse delle nostre colline e nelle limitate pianure.
L'olivo innanzi tutto, che rappresenta il maggior prodotto del Gargano. Investe circa ventimila ettari e la cultura e raccolta e trasformazione
del prodotto, assorbe rilevante mano d'opera sia maschile che femminile.
Però l'olio d'oliva è fortemente minato da quello di semi che si produce a
costo inferiore per cui si prevede l'antieconomicità di tale coltivazione. Da
ciò è derivata la sfiducia nella redditività anche di tale branca, che presenta sintomi preoccupanti di abbandono.
Gli agrumi ricoprono limitati comprensori costieri delle zone ove è
possibile l'irrigazione. Ma la qualità tardiva e giallina non è più richiesta e
si dovrebbe procedere a sostituirla con varietà diverse, in grado di poter
sostenere la concorrenza della produzione dei molti nuovi impianti sia in
Italia che all'estero. Ma gli agrumicultori, sfiduciati ed in condizioni economiche veramente precarie, non hanno la possibilità di assecondare tale
rivoluzionamento che potrà offrire un reddito solo fra 15-20 anni; e anche
gli agrumeti sono trascurati e si avviano a
179
rapido disfacimento, mentre potrebbero assorbire buona parte della mano
d'opera specialmente dei Comuni di Vico, Rodi, Ischitella ed anche, ma in
minore misura, di Vieste.
Le limitate pianure costiere di San Nicandro, Carpino, Ischitella, Peschici, Vieste e Manfredonia, si trovano in condizioni migliori perché suscettibili di una intensiva coltivazione ortofrutticola, utilizzando le acque
del sottosuolo per l'irrigazione. E per queste zone non dovrebbe essere difficile una redditività confortevole, dato anche il ristretto ciclo occorrente
per la produzione.
Né esiste o si prospetta la possibilità del sorgere di industrie - sia pure di modeste proporzioni - per la trasformazione e lavorazione dei prodotti
dell'agricoltura, per il carattere e la mentalità dei garganici, formatisi in tanti
secoli su basi esclusivamente agricole.
L'unica trasformazione di prodotti esistente, è quella della molitura
delle olive per la estrazione dell'olio. Gli oleifici però - salvo poche eccezioni - hanno carattere e dimensioni agricole e si limitano alla lavorazione
del prodotto aziendale o di quello per conto terzi, senza esporsi all'alea di
acquisto di materia prima per la trasformazione e lavorazione con propositi
e concetti industriali. E' una limitata attività stagionale per i bisogni della
produzione locale.
Concludendo, le prospettive nel campo agricolo non sono rosee e
possono offrire solo una ristretta riserva di occupazione del bracciantato,
come misura di ripiego ma senza eccessiva influenza sul richiamo di coloro
che hanno conosciuto le possibilità che offre l'industria.
Settore commerciale - Il commercio non ha mai avuto sul Gargano un
considerevole sviluppo. Per quanto riguarda quello all'ingrosso, era praticato da modesti operatori nel campo oleario in particolar modo, e in quelli dei
cereali e delle leguminose, nonché di altri prodotti agricoli minori (agrumi,
mandorle ecc.). Con la istituzione degli ammassi garentiti dallo Stato e delle
crisi ricorrenti, tale forma di attività è scomparsa del tutto, e il commercio si
riduce a quello che si pratica nelle botteghe, cioè al piccolo negozio al minuto.
Non riteniamo che vi siano prospettive di miglioramento, dato che le
infinite possibilità di trasporto economico agevolano le grandi ditte delle
città che possono praticare migliori condizioni per il volume d'affari che ad
esse affluisce. D'altra parte tutti i centri sono forniti di un numero forse
eccessivo di negozi con capacità sufficiente per i bisogni locali.
180
Tale settore occupa generalmente i famigliari del titolare e le condizioni economiche di coloro che vi si dedicano sono soddisfacenti, particolarmente per le migliorate possibilità d'acquisto nella popolazione, dipendenti sia dalle rimesse degli emigrati, sia dalla vasta politica previdenziale
adottata dal Governo.
Settore artigianale - L'artigianato locale si dedicava in altri tempi alla
produzione di manufatti veramente pregiati che costituivano un vanto per
la zona. Ne è dimostrazione la grande quantità di oggetti antichi dei quali i
commercianti forestieri hanno fatto incetta in questo ultimo decennio e che
seguitano ancora ad acquistare, per quanto ormai le scorte siano ridottissime.
Attualmente anche il settore artigianale ha subìto l'influsso della meccanizzazione e l'artigianato vero è in forte e rapida decadenza, aspirando ad
essere assorbito dalla piccola industria della quale comincia a presentare la
fisionomia.
Quindi in tale settore non solo non si può prevedere uno sviluppo,
ma si assiste ad una celere scomparsa della categoria dei veri artigiani, attratti dai più facili guadagni delle produzioni in serie (anche limitate) con
l'ausilio delle macchine.
Pure essendo buone le condizioni economiche di tale categoria, si assiste però anche in essa a diserzioni verso l'emigrazione particolarmente fra
i giovani.
Settore industriale - Il Gargano è caratterizzato dalla quasi assoluta
mancanza di industrie, ad eccezione di modeste imprese sorte e sviluppatesi
in questo ultimo ventennio.
Una sola vera industria prospera ad Apricena e riguarda la estrazione
e lavorazione della pietra, molto pregiata, che fornisce il sottosuolo. Esistono diversi stabilimenti capaci di assorbire tutta la mano d'opera locale e tale
industria costituisce la vera ricchezza di quella cittadina, ubicata sulle prime
pendici del Gargano. Recentemente è sorto anche uno stabilimento per la
produzione di calce idrata, del quale però non si conosce la capacità di produzione.
A Cagnano vi sono due modesti impianti per la produzione del pesce
marinato e di carciofi e piselli in iscatola. Hanno carattere stagionale ed appartengono a ditte romagnole. Vi sono anche due cave di tufo di modeste
proporzioni.
Bisogna poi saltare a Vieste dove già da diversi anni sono in funzione
uno stabilimento per la estrazione dell'olio al solfuro ed un altro
181
per la marinazione del pesce, entrambi a carattere stagionale, e di limitata
capacità.
A Manfredonia vi è una piccola fabbrica per la produzione di mattoni
di conglomerato cementizio per pavimenti.
Nell'agro di Monte S. Angelo è in piena attività, in contrada Cassano,
una cava di arena molto pregiata, di un candore sorprendente, particolarmente adatta per l'intonaco. Manda il suo prodotto anche fuori del Gargano. Non si conosce la sua capacità di assorbimento di mano d'opera.
Per la lavorazione del legno esiste un solo stabilimento, in contrada
Mandrione sulla statale 89 fra Peschici e Vieste, che circoscrive la sua attività al prodotto della foresta d'Umbra. E' di proprietà dello Stato, come la
foresta, e di limitata capacità.
Nell'agro di San Giovanni Rotondo, infine, è tuttora attiva la miniera di
bauxite gestita dalla Montecatini. Il minerale viene trasportato a Manfredonia da dove, via mare, s'inoltra a Porto Marghera. Fornisce la maggiore
quantità di tale minerale all'Italia, dopo la perdita dell'Istria in seguito allo
sfortunato esito della seconda guerra mondiale. Occupa qualche centinaio
di operai ed ogni tanto la società concessionaria minaccia la chiusura, avendo la possibilità di rifornirsi della stessa materia prima dalla Iugoslavia
a più basso costo.
Come si nota facilmente la situazione nel settore dell'industria sul
Gargano, è assolutamente deficitaria ed incapace di assorbire la rilevante
massa di unità lavorative disponibili, che trovano sbocco nella emigrazione.
Si parla però di due importanti stabilimenti che devono sorgere nelle adiacenze di Manfredonia ad iniziativa di grandi industrie nazionali.
Altre prospettive non esistono nel momento attuale, né programmaticamente sono previste altre iniziative.
Eppure la produzione legnosa del Promontorio potrebbe dar vita
ad una discreta industria che utilizzasse tale materiale, e se dalla bauxite
fosse estratto in loco l'alluminio, tale metallo potrebbe alimentare l'industria dei residuati. La questione è stata portata finanche in Parlamento ad
opera di coraggiosi rappresentanti politici ma la situazione non ha subito
variazioni e la bauxite garganica seguita a percorrere centinaia di miglia
marine, giungendo a Porto Marghera gravata delle rilevanti spese di trasporto.
Allo stato dunque nessuna prospettiva di sviluppo del settore indu182
striale si delinea all'orizzonte (ad eccezione di quanto si è detto per Manfredonia) e l'economia del Promontorio seguita a rimanere preminentemente
agricola.
D'altra parte bisogna riconoscere che manca nei garganici lo spirito associativo e la posizione geografica dello Sperone d'Italia lo ha sempre tenuto al
di fuori delle grandi vie di comunicazione, mentre è stata ed è tuttora gravemente deficitaria la situazione delle infrastrutture specialmente viaria.
Settore turistico - In questo campo invece assistiamo ad una vera esplosione di iniziative, specialmente per quanto riguarda la fascia costiera.
Il movimento ebbe inizio circa quindici anni fa, e di cammino ne è
stato percorso se si pensa che di fronte alla ricettività quasi nulla di tre lustri addietro, ora tutti i centri sono dotati di discreti alberghi. Sulla riviera
poi il progresso è notevolissimo.
E' in atto una massiccia valorizzazione dei cento chilometri circa di
spiaggia del periplo garganico, da Maletta a Siponto, con varia fortuna e
intensità.
Uno sviluppo particolare ha registrato la riviera di San Menaio, dove
però si sta costruendo troppo intensamente e senza un piano regolatore.
Quì la ricettività può contare su alcuni alberghi e pensioni, oltre che su numerose case e appartamenti che si fittano per la stagione estiva. Tale periodo dell'anno richiama una folla di villeggianti che specialmente nel mese di
agosto occupa tutti i posti disponibili, apportando movimento e benessere.
Anche i centri di Rodi, Peschici e Vieste sono discretamente frequentati, sebbene il turismo odierno preferisca un più diretto contatto con la
natura.
L'incremento alberghiero è aiutato anche dai cacciatori che numerosi
si riversano sul Gargano quando la caccia è aperta specialmente di inverno.
Però resta sempre il problema di un prolungamento della stagione di affluenza e si dovrebbe svolgere una politica atta a determinare la frequenza
dei turisti anche nei mesi di giugno e settembre, sussistendo le possibilità
climatiche e di convenienza per i prezzi di bassa stagione.
Inoltre, alle modeste iniziative di carattere privato e famigliare, fanno
riscontro quelle di pura marca industriale, come le città per ferie di Manacore e di Campi.
La prima - sorta ad iniziativa della CITE, Compagnia Italiana
183
Turismo Europeo - dopo un promettente inizio e la costruzione di un grande e moderno albergo (il Gusmai), ha subìto un arresto per le difficoltà in
cui è venuto a trovarsi il gruppo finanziario interessato.
La seconda invece ha realizzato a Pugnochiuso, al cospetto di una cala veramente incantevole, un complesso alberghiero di 200 camere, tutte
con bagno e con vista diretta sul mare, capace di 300 posti letto, fornito di
tutte le più moderne attrezzature, che ha iniziato l'esercizio il 1° agosto
1965 ed ha registrato il massimo successo. Sono stati anche eretti alcuni
villini prefabbricati ed è in programma la costruzione di altri quattro grandi
alberghi e di mille casette, nel comprensorio di circa tremila ettari, con sedici chilometri di costa. Il tutto è di appartenenza dell'ENI-SNAM.
Se il programma sarà totalmente realizzato, come tutto fa ritenere, il
Gargano, entro pochi anni, sarà in grado di soddisfare all'afflusso turistico
in sempre crescente sviluppo che nei due centri degli altipiani di Monte S.
Angelo e San Giovanni Rotondo ha carattere e scopi preminentemente religiosi con frequenze che non accennano ad arrestarsi. Si ritiene pertanto che
per la sua particolare ed integrale vocazione turistica, il Gargano debba
fondare la sua economia avvenire sul turismo, specialmente se la valorizzazione costiera in atto investirà anche l'altipiano e si potrà formulare un
completo, programma di integrazione mare-monte, utilizzando i boschi e le
meraviglie paesaggistiche collinari. E' certo che l'albero-rifugio della foresta
d'Umbra registra molto spesso l'esaurito nel periodo primavera-estate. Altre
similari iniziative avrebbero certamente la stessa fortuna.
Nel settore del turismo dunque, le prospettive sono promettenti, anche se attualmente preoccupano alcune deficienze come le infrastrutture
viarie e la carenza d'acqua. Ma tali prospettive non deluderanno se si saprà
conservare al Gargano il suo fascino e si saprà arrestare la colata di cemento che altrove ha deturpato zone dotate, in origine, di grandi attrattive. Per
questo occorre - ora che si è ancora in tempo - una politica, da parte degli
organi responsabili, non solo di salvaguardia del paesaggio, che rappresenta
la vera ricchezza del Gargano, ma anche di opere pubbliche che ne mettano
in valore la dovizia di bellezze naturali delle quali è dotato. Imponenti lavori
pubblici richiamerebbero in patria una buona aliquota di emigrati che successivamente potrebbero trovare impiego sia negli impianti turistici che in
una migliorata agricoltura.
Certo è che il Gargano è stato individuato dalle sfere governative
come polo turistico di interesse nazionale. Il che conferma la grande
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importanza che alla zona si attribuisce anche nel quadro di questa branca
della economia italiana, alla quale sono rivolte le attenzioni del Governo per
il contributo massiccio che conferisce particolarmente nel campo finanziario.
Tutto quindi conferma la validità della nostra opinione circa le favorevoli prospettive del settore turistico per il Gargano, che dovrebbe diventare una zona di grande richiamo del turismo nazionale ed internazionale. E
questo è tanto più importante in quanto che è noto che il movimento dei
forestieri ha un suo vero aspetto sociale perché non va considerato solo per
quanto di benessere esso determina nella società nazionale come produttore
di redditi, eccitatore di consumi e quindi promotore di sviluppo di altri settori economici, ma anche come mezzo di trasferimento di ricchezze da regioni più provvedute a regioni più povere e come strumento di occupazione
operaia; ed anche sotto il profilo della pacifica convivenza fra i popoli e
come conquista di questa nostra umanità ossessionata dal dinamismo produttivo dell'automazione, dal materialismo assai diffuso nella vita moderna.
8°) Il piano del « Parco Nazionale del Gargano ».
Ad iniziativa della Cassa per il Mezzogiorno e con la collaborazione
di « Italia nostra », una équipe di architetti ha studiato il comprensorio del
Gargano e redatto uno studio per la tutela del paesaggio. Tale studio è stato
determinato dai nuovi criteri che informano il programma della Cassa, sulla
convenienza di massicci interventi concentrati in poche zone a spiccata vocazione turistica.
Al Gargano è stato riconosciuta tale vocazione ed è stato prescelto
come zona campione, solo limitatamente compromessa da insediamenti
turistici incontrollati e suscettibile quindi di interventi tali da farne un polo
turistico di interesse nazionale.
Certo è che il Gargano è una regione varia come un continente, capace di offrire tutte le attrattive e soddisfare tutte le esigenze, e in molte zone
ancora vergine da contaminazioni che ne deturpino il paesaggio dalle infinite visuali.
Il piano presentato dalla équipe di architetti, e discusso con l'intervento dei più qualificati rappresentanti degli enti provinciali e dei Comuni
garganici in un seminario tenuto a Napoli presso la sede del FORMEZ nel
decorso gennaio, si preoccupa essenzialmente della tutela del paesaggio che
costituisce la vera ricchezza del Promontorio garga185
nico, e prospetta « una nuova utilizzazione di tale ricchezza che non sia il
tentativo di applicare al Gargano modi e forme generiche, valide dovunque,
come finora è stato fatto in tutti i settori, ma che si basi proprio sul riconoscimento delle specifiche caratteristiche che esso presenta, di ciò che possiede di unico, di eccezionale, di tipico ed esclusivo ». Si propone quindi la
costituzione del « Parco Nazionale del Gargano » che deve comprendere
tutto l'acrocoro montuoso nei suoi confini naturali e tradizionali, che divide
in cinque zone.
La prima zona, costituita da quelle aree che si riterrà di dover lasciare
allo stato assolutamente naturale, nella quale l'uomo non dovrà mai intervenire.
La seconda riguarderà aree che si possono definire di riserva generale
ed è quella che più si avvicina alla configurazione degli attuali parchi nazionali. Anche qui la natura sarà lasciata a se stessa ma non in modo assoluto.
L'opera dell'uomo curerà che le piante non si ammalino, si elimineranno
quelle morte, si interverrà per mantenere nel terreno, nei corsi d'acqua ecc.,
le condizioni per la migliore conservazione della flora esistente.
La terza zona sarà formata dalle aree di reintegrazione, ossia quelle vaste estensioni della parte centrale del Gargano che un tempo erano ricoperte di boschi ed oggi sono aride e dilavate, non offrendo alcuna alternativa di
utilizzazione agricola. Per tale zona occorreranno opere di imbrigliamento,
colture transitorie per la ricostituzione di humus, regolarizzazione del regime idrico, opere di rimboschimento secondo molteplici scopi.
Queste prime tre zone si potrebbero raggruppare sotto la comune
denominazione di zone naturali, in quanto in esse è la natura che domina nettamente.
La quarta zona poi comprende le aree agricole: evidentemente non tutte quelle che sono oggi agricole, ma quelle in cui si riscontrerà un rapporto
investimento-reddito conveniente.
La quinta zona, infine, dovrà essere costituita da aree agricole analoghe
a quelle della quarta, ma situata in posizione di particolare valore paesaggistico e quindi da sottoporsi a vincolo per la conservazione degli elementi di
base del paesaggio attuale.
Per le prime due zone vi sarebbe la possibilità di ubicare pochi nuclei
turistici nelle aree marginali di rimboschimento a cedro, mentre nella terza
si presenteranno i casi più interessanti da un punto di vista urbanistico e
architettonico, e sarà - per la terza come per le prime
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due zone - l'enorme estensione e bellezza a disposizione di tutti a costituire
l'elemento più interessante e tipico.
« L'ubicazione dei nuclei turistici - precisa la relazione - deve tener
conto delle possibilità di mobilità che sono la condizione essenziale per realizzare il godimento delle varie zone, e la interscambiabilità mare-monte
deve rendere del tutto indifferente lo scegliere la propria residenza estiva
nell'uno e nell'altro posto ». Così il piano prospetta e propone la integrale
valorizzazione turistica di tutto il Promontorio, ed è in questo forse la sua
originalità e il suo maggior pregio.
Dopo aver affermato che « la viabilità nel Gargano è in condizioni
quasi preistoriche a tutti i livelli » (certo esagerando), il piano programma
una vasta rete di strade con grandi arterie di adduzione, con diramazioni
minori per i collegamenti interni e trasversali di collegamento mare-monte.
Nelle sue linee generali, il piano è senza dubbio accettabile, perché
redatto con ampiezza di vedute e con la visuale costante di risolvere integralmente il problema turistico e valorizzativo del Gargano.
Qualche riserva si deve fare circa la estensione e la delimitazione delle diverse zone, nonché relativamente alla eccessiva preoccupazione di tutela del paesaggio. Questo concetto è giusto e sano, ma non deve raggiungere
livellli parossistici.
Altro rilievo di carattere pratico riguarda la enorme spesa globale che richiederebbe l'attuazione integrale del piano, anche se graduata nel tempo, in
relazione alle possibilità finanziarie dello Stato italiano e degli enti provinciali e
locali che dovrebbero contribuire. Ma nella fase di progettazione, alla quale si
dovrebbe passare, saranno possibili quelle modifiche e quei ritocchi che una
visione meno poetica e più aderente alla realtà potrà consigliare, sia per quanto
riguarda la individuazione e delimitazione delle diverse zone, che relativamente
alle opere da realizzare, nonché al numero ed alla ubicazione dei nuclei turistici.
9°) Stato attuale dell'istruzione e della cultura e previsioni per il futuro.
La cultura popolare ha senza dubbio registrato un notevole incremento e l'indice dell'analfabetismo è ridotto a bassissime percentuali.
Tali positivi risultati si devono non solo alla lotta ingaggiata dallo Stato contro l'analfabetismo ma anche ad altri fattori di diversa origine.
In tutti i centri garganici esistono - oltre alle elementari - scuole
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medie inferiori (la scuola d'obbligo) e in quelli più popolosi anche scuole
medie superiori.
Questi provvedimenti governativi hanno portato non solo ad un notevole miglioramento della edilizia scolastica ma anche ad una imponente
diffusione della cultura, essendosi offerto alle classi meno abbienti la possibilità di istruire la propria prole con minima spesa.
Ma alle provvidenze statali, vanno aggiunti fattori estranei, come la
convinzione diffusasi nel popolo della inferiorità sociale delle persone niente o poco istruite, il bisogno di cultura per la qualificazione professionale, la
diffusione della stampa e l'influenza decisiva delle trasmissioni radio e televisive che arrivano ormai nell'80% delle famiglie garganiche.
Si è finalmente compreso anche sul Gargano che in una società progredita come l'attuale, considerata non solo nella cerchia nazionale ma anche nel maggior perimetro degli altri Stati conosciuti attraverso l'emigrazione, è fattore fondamentale di vita una istruzione adeguata alle proprie facoltà intellettive ed alle mete che nei diversi campi si vogliono raggiungere. Per
questo in ogni famiglia cerca di istruire i figli che, per le migliorate condizioni economiche generali, non vanno più avviati al lavoro in tenera età,
onde contribuire al sostentamento del nucleo familiare. E non sono rari i
casi di giovani appartenenti ai ceti più modesti che si elevano fino alla laurea ed a promettenti carriere, proprio in applicazione della esatta convinzione popolare di superiorità sociale dei più colti.
Ma a questo fattore psicologico di spinta verso la cultura, si aggiunge
anche quello del bisogno di istruzione per la qualificazione nei diversi mestieri senza della quale non è possibile ottenere posti remunerativi nella società industriale che si sviluppa sempre più.
Con l'aumento della istruzione, anche la stampa ha potuto influire
positivamente all'elevazione culturale, non solo la periodica ma anche quella
di carattere letterario e scientifico.
Ma sia alla formazione del fattore psicologico che a quella dei fattori
pratici, è stato di grande impulso l'influenza della radio e della televisione
che informano ed educano senza bisogno di applicazione particolare, impegnando l'organo uditivo da solo o congiunto con quello visivo. Tali mezzi
hanno non soltanto informato ed educato ma hanno anche suscitato e determinato conoscenze ed aspirazioni prima ignote. Ed è piuttosto frequente
sentir parlare, anche i meno provveduti, di quanto è stato per radio e per
televisione comunicato e trasmesso, e sulle
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vie e possibilità che sono perseguibili. Come si verifica anche sentire giudizi
su trasmissioni di programmi culturali, letterari e specialmente teatrali, prima del tutto sconosciuti alla gran massa della popolazione.
In base a queste constatazioni di fatto, e nella quasi certezza che il
movimentto informativo non solo non si arresterà ma avrà maggiore sviluppo, è facilmente prevedibile un incremento della istruzione e della cultura. Vi è il pericolo che gli elementi meno provveduti di facoltà intellettuali,
raggiunto un modesto livello di istruzione non si adattino a lavori materiali
ma pretendano dalla società il posticino negli uffici, diventando così un peso per la collettività per il loro mantenimento. Ma ogni medaglia ha il suo
rovescio e con una opportuna azione si potrà forse contenere questo lato
negativo del diffondersi della istruzione.
10°) Giudizio sulla influenza dei mezzi d'informazione di massa sullo sviluppo
e l'evoluzione sociale, economica e culturale del Gargano.
Da quanto si è rilevato fin qui, emerge con grande evidenza il decisivo apporto dei mezzi di informazione sulla disintegrazione dei valori locali
tradizionali e sulla conseguente evoluzione sociale, economica e culturale
del Gargano.
Nei punti 1°), 2°) e 3°) si è sottolineata la lenta trasformazione della
società garganica nel periodo in cui l'informazione era limitata ai mezzi materiali e le comunicazioni circoscritte e quasi primordiali.
Nel punto 4°) si è rilevato l'incremento notevolissimo degli apparecchi radio e si è desunto che tale mezzo d'informazione ha costituito un fattore di grande importanza sul diffondersi della conoscenza.
Nel punto 9°) infine si è messo in evidenza l'influenza decisiva delle
trasmissioni radio e televisive sull'incremento della istruzione e della cultura.
Se quindi tutto questo è indiscutibilmente vero, come i fattori confermano, se al lento evolversi di una società avulsa geograficamente dalla
comunità nazionale è seguito una trasformazione quasi vertiginosa nelle
concezioni di vita, di costumi e di cultura pur rimanendo quasi stazionarie
le comunicazioni ed i trasporti di massa, se alla povera vita di tutta una popolazione frazionata in 18 centri abitati si è sostituito un relativo benessere
per cui è scomparsa la miseria tradizionale, una causa deve pure esistere
perché i fatti umani non sorgono e non si sviluppano dal nulla.
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E questa causa, questo fattore non unico ma di grande rilievo ed alle
volte determinante, va individuato nella influenza dei mezzi di massa (radio
e televisivi in modo particolare), sulla informazione e sulla istruzione.
San Menaio, 11 ottobre 1965
GIUSEPPE D'ADDETTA
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
★ Hanno collaborato a questo fascicolo: dott. RAFFAELE GIAMPIETRO, aiuto-bibliotecario della « Provinciale » di Foggia; dott. ROSARIO MICHELINI, dell'Ufficio Stampa Amm.ne Prov.le di Napoli; avv. prof.
GIUSEPPE D'ADDETTA; LUIGI MANCINO, per la parte editoriale.
SOMMARIO
RAFFAELE GIAMPIETRO: La biblioteca senza qualità
123
ROSARIO MICHELINI: Riletture. Carlo Cattaneo
141
GIUSEPPE D'ADDETTA: Ipotesi sullo sviluppo del Gargano. Relazione tecnica
166
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l`anno di mazzini - Biblioteca Provinciale di Foggia La Magna