POLISCRITTURE
Rivista di ricerca
e cultura critica
Numero prova
Aprile 2005
Indice
- L’editoriale: Cos’è POLISCRITTURE?...................................................................................................... pag. 4
1 Samizdat
- Piero Del Giudice: Lettera di fine anno (2004) + Poliscritture discute ......................................................pag. 6
- Giulio Stocchi: Due sorelle: Giuliana e Mithal ..........................................................................................pag. 8
2 Luoghi/non luoghi
- Marina Massenz: Luoghi e non luoghi .....................................................................................................pag. 11
- Donato Salzarulo: Noi del Forum cittadino e quelli del collettivo
del Quartiere Stella a Cologno Monzese.....................................................................pag. 12
- Giulio Stocchi: La strada verso casa .........................................................................................................pag. 14
- FrancoTagliafierro: Veloci impressioni da una visita a Berlino nel 2005 ...............................................pag. 20
- Pier Paride Vidari: Memorie berlinesi......................................................................................................pag. 23
3 Esodi
- Ennio Abate: Intervista a Michele Ranchetti su «Non c’è più religione» + Nota ...................................pag. 25
- Luca Ferrieri: La politica è sempre una poetica. Un dia-tria-logo su guerra e pace ..............................pag. 32
4 Storia adesso
- Daniele Santoro: Dalla silloge «Diario del disertore alla battaglia delle Termopili» .............................pag. 38
5 Zibaldone
- Luciano De Feo: Scritto nelle stelle ..........................................................................................................pag. 40
- Ornella Garbin : Pace come dolce miele; Fiore bianco; Vento freddo + Per una critica dialogante 1...pag. 43
- Mario Mastrangelo: Na stella ..................................................................................................................pag. 44
6 Letture d’autore
- Ennio Abate: Due conversazioni con Giampiero Neri + Nota..................................................................pag. 45
- Andrea Boeri: Secolarizzazione e legittimità dell’età moderna. Considerazioni sulla critica di Blumenberg
alla filosofia della storia di Löwith ..............................................................................................................pag. 53
- Mariella De Santis: Un io crudele e molteplice. Individualità e soggetto in Janet Winterson, Ingeborg Bachmann e Agota Kkristof + Per una critica dialogante 2 .............................................................................pag. 55
-Marco Gaetani: Sartre fuori moda ............................................................................................................pag. 58
-Loredana Magazzeni: Alda Merini e l’erotismo polimorfo del materno + Per una critica dialogante 3 pag. 63
-Mario Mastrangelo: Sentimento dolente ed aura di magia nella poesia dialettale di Lilia Slomp ..........pag. 66
-Fabrizio Podda: Porte, cesure e il dolore della mente. Una lettura di «Donna di dolori» di Patrizia Valduga
Per una critica dialogante 4..........................................................................................................................pag. 69
-Sergio Rotino: Lo spettacolo deve andare avanti. Intervista a Nicola Lagioia..........................................pag. 74
7 Sulla giostra delle riviste
DeriveApprodi n. 23 giugno 2003 a cura di Spartacus .................................................................................pag. 79
Poliscritture
1
L’editoriale
Cos’è POLISCRITTURE?
Questa è una rivista che:
1. pur memore della sconfitta delle esperienze di emancipazione o rivoluzione del Novecento e del fallimento delle dissidenze nei paesi del fu «socialismo reale», non rinuncia a costruire samizdat di critica elementare contro le menzogne dei potenti, anche quelle travestite da
«senso comune»;
2. sarà attenta al mutare non neutro delle relazioni tra tempi e spazi globali e tempi e
spazi locali e ai modi soggettivi con cui ne percepiamo i segni nei tanti luoghi/non luoghi dove ci
ritroviamo ad abitare o a viaggiare;
3. incoraggerà gli esodi sia come fughe e evasioni fisiche alla ricerca di libertà e sopravvivenza (quelli, ad esempio, dei migranti) sia come diserzioni mentali da valori comunitari condivisi per conformismo e non più verificati sui bisogni reali dei viventi;
4. si misurerà con la storia adesso, ripensando cioè anche contro il presente, mai di per
sé migliore del passato, gli eventi, massimi o minimi, sovente rimossi dagli stessi dominati o accomodati dagli storici di professione per compiacere la vanità dei dominatori di turno;
5. nel suo zibaldone accoglierà una molteplicità di scritture “creative” (poesie, diari, appunti, racconti, ecc.), oggi in crescita tumultuosa, le farà dialogare criticamente tra loro e con
quelle saggistiche e scientifiche, in modo che possano sottrarsi sia all’ipnosi dei modelli commerciali o accademico-specialistici sia al solipsismo, poiché - come ha scritto Augé - «la scrittura porta sempre con sé un distanziamento dalla solitudine in funzione di nuovi legami e nessuno scrive
senza pensare a chi lo leggerà».
6. con le sue letture d’autore proporrà esempi di come dei lettori attenti e curiosi interrogano alla luce delle proprie suggestioni, emozioni e convinzioni opere di ogni tipo (dal romanzo al
saggio, dal film al brano musicale, al trattato scientifico) in vista di un sentire e un agire in comune;
7. Per sondare vicinanze e distanze e confrontarsi con altri problemi e idee, salirà e scenderà sulla giostra delle riviste (cartacee o on line, specialistiche o divulgative), che sono in genere ancora laboratori di ricerca immuni dalla comunicazione-spettacolo;
Questa è, dunque, una rivista di scritture plurali, come dice il titolo stesso. Ma in esso
abbiamo inserito una ‘S’ in rosso, che evoca in sottofondo la polis, la città, fonte antica e più o
meno mitica della politica e della democrazia. Vogliamo così segnalare ai lettori non una patetica
nostalgia dell’antico ma l’intenzione di ristabilire in nuovi modi tra scritture e politica una tensione costruttiva che oggi si è perduta.
E intendiamo farlo innanzitutto promuovendo il dialogo critico tra una parte almeno dei
molti scriventi di massa, che oggi, digiuni o quasi di studi umanistici o vagamente acculturati su
quelli scientifici, producono testi di ogni genere, e quanti, ancora critici e memori della lezione
universalizzante dei “classici” (compresi quelli del Novecento), scrivono di filosofia, letteratura,
arte, scienze e storia.
POLISCRITTURE comincia a uscire nel 2005, in una situazione – antropologica e non solo
culturale - molto mutata anche rispetto a un passato recente; e ha alle spalle un pezzo di storia diciamo il Novecento – che appare concluso nelle sue speranze di rivoluzione o di progresso e orrendamente inconcluso nella realtà della «guerra permanente».
La consapevolezza di tale drammatico trapasso d’epoca ci induce, in fatto di scritture
plurali, a non aggregarci, ingenui e plaudenti, allo sciame imponente della produzione corrente;
e, in fatto di politica, a non chiudere gli occhi, malgrado troviamo repellente la politica odierna
ridotta a spettacolo.
In entrambi i campi - nelle scritture e nella politica - sentiamo il bisogno di misurare i
concetti - per loro natura astratti e oggi più evanescenti e problematici che in passato ma comunque necessari - con le pratiche concrete; e di confrontare queste - spesso limitate, rituali e
di sopravvivenza - con nuovi concetti che possano riscattarle e farle respirare verso il futuro.
Poliscritture/Editoriale
2
E perciò intendiamo non trascurare, nel primo caso, le difficoltà di fare nuova cultura
quando si è immersi in esperienze di vita e di lavoro che mal si conciliano non solo con la biblioteca o il laboratorio ma con la semplice lettura, la discussione seria e lo scambio fecondo; e, nel
secondo, i limiti del dibattito non entusiasmante sulle due sinistre, la rifondazione e gli esodi
svoltosi negli ultimi decenni.
Vogliamo cioè verificare con rigore se e dove le scritture plurali diventino costruttive; e se
e dove il riformismo, la rifondazione e gli esodi – per ora figure pallide, equivoche e troppo simboliche della politica postmoderna – mordano la realtà e si fanno più concrete e corporee.
Fondare una rivista significa aggiungere a quelli esistenti un altro luogo di riflessione e di
dibattito - speriamo ventilato – e al contempo rifiutare di confluire in qualcuna delle tante iniziative già esistenti e meglio attrezzate in denaro, strutture e saperi. Non lo facciamo per individualismo o provincialismo, ma per un profondo e ragionato rifiuto delle pose elitarie, iperspecialistiche o avanguardistiche - eticamente e spesso politicamente accomodanti verso i Poteri forti - che
purtroppo ancora prevalgono in molte riviste, centri studi, fondazioni, circoli culturali.
Preferiamo partire - pur in tempi difficili di guerre, di transnazionali, di oligopoli, di torture e di menzogna digitalizzata - da una precaria rete amicale di intellettuali senza notorietà accademica o massmediale, come se ne incontrano nelle scuole, nelle università, nelle case editrici,
nelle biblioteche civiche, negli uffici, nei laboratori di ricerca.
Noi che di questi lavoratori della mente facciamo parte, sappiamo sia i “vizi” (un certo
snobismo di massa, il disincanto, il nomadismo: atteggiamenti spesso ideologizzati che decorano
le nuove esche gettate dalle università, dai grandi giornali, dalla TV, dall’editoria e dalla stessa
Internet e fanno sopportare condizioni contrattuali capestro) sia quanta ribellione e insoddifazione striscia sotto la crosta del consenso o del rifiuto a parole della «società dello spettacolo». E
sappiamo pure che la conoscenza dei problemi reali potrebbe contribuire a costruire un modello
positivo, più dinamico e antielitario, evitando a questa nuova intellettualità i rischi sia di epigonismo che di avanguardismo politico e artistico.
Vogliamo perciò che POLISCRITTURE sia una rivista di riflessione proprio per quei lavoratori della mente che - stufi di modelli esibizionistici e divaganti o di fare solo soldi - vogliano operare al di sotto (se al di fuori non è più possibile...) dell’universo simbolico postmodernizzato e
collaborare producendo atti scritti, individuali e collettivi, di resistenza, di comprensione del reale, di dialogo politico sui problemi dei molti, quelli che come noi lavorano o semplicemente vivono o sopravvivono in un mondo, che ha cancellato un secolo e mezzo di lotte emancipative e rivoluzionarie e si ritrova sconvolto dalle nuove guerre, dai disastri ecologici e da nuove forme di
servitù.
È il nostro un progetto troppo ambizioso, perché vuole raccogliere esigenze molteplici e
muoversi in tanti campi, rischiando l’eclettismo, il vociare dissonante di Babele? A salvaguardarci
da questi pericoli sarà la nostra capacità di dialogare, correggerci e cooperare nel nuovo spazio
che qui apriamo. È una scommessa. Ma basta per partire.
In questo numero prova gli intenti qui sopra dichiarati iniziamo a praticarli. I temi (guerra
e pace, politica e politica italiana, percezione di luoghi e loro legami con la memoria individuale o
collettiva, scritture d’autori noti meno noti o sconosciuti o “al femminile”o dialettali,ecc.)
s’intrecciano e inseguono nelle varie rubriche. La pluralità dei punti di vista, degli accenti e degli
stili è evidente. E invece di censurarla o mascherarla abbiamo cominciato i primi esperimenti di
una critica dialogante che potrebbe rimettere in contatto vari livelli di ricerca separati e spesso
stagnanti nell’ iperspecialismo o nell’immediatezza. Note e commenti non sono punzecchiature o
provocazioni per esibire più sapere o bravura, ma inizi (a volte faticosi) di dialogo, che speriamo
di consolidare nelle pagine e sul sito della rivista.
Samizdat voce russa, “autoedizione”, opuscoli o riviste di controinformazione nell’ex-URSS.
Poliscritture/Editoriale
3
1
Samizdat
- Piero Del Giudice: Lettera di fine anno
(2004)
Care amiche, cari amici
Per l’inizio dell’anno nuovo, voglio scriverVi una
lettera, sapendo e sperando di non abusare di Voi.
a) il direttore dell’Unità Furio Colombo ha aperto
un dibattito: gli italiani sono o meno sottoposti a un
regime?
La mia risposta è “sì”. Per queste ragioni:
1) la violazione sistematica della legge fondante la
Repubblica, la Costituzione. Nella guerra dispiegata all’Iraq, nelle violazioni dei diritti umani consumate in questa guerra, nelle pratiche di riduzione
della autonomia della magistratura, nella legiferazione ad personam, nell’attacco al diritto di sciopero (prima di tutto nei servizi pubblici), nella violazione dei diritti della persona e dei diritti umani
verso la popolazione immigrata, nelle pratiche e
nelle manifestazioni di razzismo
2) il monopolio della informazione, la manipolazione radicale della informazione e dei dati della
realtà
3) il conflitto di interessi, dal premier al ministro
Lunardi, dall’avvocato Pecorella ai 94 tra deputati e
senatori definitivamente condannati per reati vari
4) la violenza di piazza del governo – dal luglio di
Genova in poi
5) la sovrapposizione del ministero degli interni alla magistratura: nella espulsione di lavoratori immigrati, di predicatori islamici, di islamici sospetti
etc.
L’elenco può continuare, ma la manifestazione più
chiara della condizione di regime in cui viviamo è
la scomparsa di una opposizione.
E’ questo – la fine di una opposizione – il segno di
un regime in atto.
Nell’estate delle contraddizioni all’interno della destra, Berlusconi ha sfidato il segretario Udc Follini
a lasciare la compagine affermando che “metà partito è nelle mie mani”. Detto a nuora perché suocera intenda il discorso vale per tutti. Quanta parte del
centro-sinistra è nelle mani di Berlusconi? Dai singoli sul libro paga del signore delle televisioni, a
gruppi, a correnti, a formazioni.
Dell’inerzia della opposizione o della identificazione della opposizione con gli interessi di Berlusconi
e della destra sociale, non si può dare una spiega-
Poliscritture/Samizdat
zione solo in termini di corruzione e di trasformismo parlamentare.
Sono certo questioni esistenti, palpabili, ricche di
episodi saporiti e venali, ma ciò che tiene salde e
indistinte maggioranza e opposizione è una analoga
visione del mondo.
(consigliere DS di circoscrizione a Milano,
brava persona e anche giovane: “Siamo moderatamente liberisti in economia, ma divisi – rispetto alla maggioranza - in politica internazionale”). Tutto chiaro.
Ma, mentre il centro-sinistra manca di una base sociale coerente, la destra ha raccolto attorno a sé un
blocco sociale consapevole e coerente, nonchè un
elettorato sedotto e incoerente rispetto ai propri interessi – in libera uscita dalla sinistra.
Il voto operaio e del lavoro indipendente è in libera
uscita dalla sinistra da qualche lustro, sedotto sia
dalle chimere localistiche, sia dalla demagogia della destra. Sedotto o meno, questo voto ha anche repulsione per una sinistra o un centro-sinistra o sindacati di riferimento che – senza progetto e senza
annunci di futuro - guadagnano ruolo e funzioni,
qui ed ora, dalla mediazione tra potere e società civile, tra operai e padroni. Vale per tutti la riforma
della scuola iniziata dalla sinistra e finita dalla destra, il dilagare del lavoro precario impostato dalle
leggi della sinistra e da larghissime quote dei sindacati confederali, sostanzialmente dedite a servizi
appaltati dallo stato e a cogestire ristrutturazioni e
atomizzazioni.
(a Como, per dire una città, la Cisl ha istituto
una cooperativa che fornisce autisti pro tempore alla azienda municipale. Durata dei contratti:
quattro mesi)
Il movimento operaio e del lavoro dipendente hanno dimostrato - storia passata e recente - che è la
loro presenza, il loro materiale e ideale fondamento, che producono la nascita della democrazia e la
vita della democrazia, innovandola di continuo con
le loro lotte – dato che essa è mutante come tutte le
cose vive.
Chi ha fondato la democrazia è il movimento operaio che, con la Resistenza armata, ha imposto il
patto transitorio/fondante della Costituzione repubblicana. Chi ha innovato la nostra democrazia è nel ‘68-70 - il movimento operaio – quello delle
assemblee, dei delegati. Naturalmente con alleati e
nuovi proletari, con nuove culture e nuove ricchezze. Un blocco sociale, appunto.
Oggi solo con un movimento diffuso democratico
che segue e si innova sugli itinerari complessi e
frattali del lavoro precario si può avere un allarga-
4
mento vitale della democrazia. Oggi solo con un
movimento che si basa sul lavoro diffuso, sullo
sfruttamento globale del proletariato mondiale, sulle nuove culture del movimento no-global e del
movimento interno degli immigrati si può rifondare
e innovare sviluppo e democrazia.
Questa esigenza di rifondazione e innovazione dei
rapporti, della politica e della democrazia si riflette
su ognuno di noi, nella nostra quotidianità: si pensa, si scrive, ci si relaziona, si presta la propria professionalità. Non c’è iato tra consapevolezza della
dimensione globale dello scontro e della multiculturalità delle presenze, con la nostra quotidianità.
E’ una fase di “responsabilità” esaltante che ci investe. Ed è dunque un problema di coscienza, coscienza di classe, storica, e dato il momento epocale che viviamo, coscienza di “specie”.
E’ questa complessiva coscienza che si mette di
fronte al “terrorismo”, evocazione indistinta della
destra e della sinistra unite. Di fronte alla disperazione-e-lotta - degli uomini e delle donne che in Palestina o in Iraq scelgono di uccidersi uccidendo.
Di fronte ai corpi e alle menti incatenate nelle sentine di Abu Ghraib, di Guantanamo e affossate negli altri lupanari sparsi, delegati alla tortura per la
maggior potenza.
Di fronte al fatto che distruggono intere città e la
chiamano “pace”, sterminano centinaia di migliaia
di persone e la chiamano “democrazia”, affermano
che “Dio è con noi” occupando con le armi interi
paesi per organizzare sul luogo la rapina delle materie prime.
Se non possiamo stare dalla “parte degli infedeli” –
e non possiamo – dobbiamo da qui pensare e praticare una via di uscita.
La tragedia immane che colpisce il sud-est asiatico
è tragico effetto di dominio, è il genocidio di una
classe, di classi, su altre, di un quota sociale di abitanti della Terra “messa al sicuro” e di una stragrande parte del mondo tenuta sotto sfruttamento e
soggezione.
(Con un banale investimento in allarmi costieri
gli abitanti dei paradisi pro tempore del turismo
internazionale si sarebbero salvati. Ma il capitale e le multinazionali del turismo che investono nei paradisi dell’oceano indiano non vedono e fanno profitti proprio sulla mancanza di
sicurezza delle popolazioni che lo stesso capitale chiama sulle coste.
Sarebbe bastato un vantaggio di pochi minuti,
quanti nel occorrono qui da dove scrivo a Monterosso per salire dal mare al convento dei
Cappuccini.
Il peggio deve ancora venire, le periferie delle
nostre città, le condizioni di salute e di servizi
nelle periferie delle grandi metropoli occidenta-
Poliscritture/Samizdat
li, non sono che una pallida metafora di quello
che è accaduto e accadrà nel sud-est asiatico.)
La democrazia ha un fondamento di classe e dentro
lo scontro di classe. Il blocco sociale della destra ha
un’idea del potere, delle gerarchie, del dominio sociale e della gestione verticale della società.
Recente e a suo modo clamoroso il dispiegamento,
la prova, di questa conduzione di potere. Una sorta
di luglio di Genova senza morti e scontri di piazza.
Una plateale affermazione di dominio.
Il 7 dicembre si è inaugurato a Milano il nuovo teatro alla Scala. Demolito l’antico manufatto artigianale senza alcuna ragione e distrutti gli antichi equilibri (acustica etc.). Spesa: 180 miliardi di vecchie lire. Si sarebbe potuta aggiornare gran parte
della rete ferroviaria lombarda che affligge e stordisce con disfunzioni continue, ritardi e incidenti i
fiumi di lavoratori dipendenti pendolari. Ma quella
delle condizioni di lavoro non è una priorità nella
città del lavoro precario e del lavoro nero. Il 70%
dei cantieri edili è clandestino. I mazzieri della Lega e di An reclutano e vigilano, dei iure e de facto,
sul proletariato immigrato. En cas de malheur, i resti vengono gettati fuori dai cantieri sulla strada,
poco lontano
Si è fatta la nuova Scala. Una “eccellenza” senza
senso. Si è distribuita la grandezza della “festa” attraverso giganteschi schermi in tre punti della città:
l’ottagono della galleria, il teatro Dal Verme solo
per i vecchi e le vecchie, il carcere di San Vittore.
Già affrontare l’Europa riconosciuta di Salieri in
condizioni normali è una impresa, per i detenuti (la
cui gran parte è costituita da stranieri e che vivono
quattro/sei per cella) un afflizione ulteriore, per gli
anziani – separati anche in questa occasione dal resto della popolazione – un polpettone soporifero.
Un dispiegato populismo degenerato e sapore di
Brazil. Troppo parlare di Brazil? Il fuoco millenario ed eversivo del Natale (coppia instabile con una
maternità extraconiugale, profughi erano, sovversivi, perseguitati e in fuga e sulla scia della fuga il
sangue della strage dei bambini,), sopra le folle
sbandate, vaganti, dei consumi natalizi, non è Annuncio, non è Brazil?
Qui ed ora nella città delle “eccellenze”, dello spettacolare, il ghigno irrisorio del potere. Negli spazi
preposti hanno potuto manifestare rappresentanze
dell’Alfa Romeo e dei precari.
Metropolis è nella mani dei gangsters, le loro riunioni dei convegni di mafia.
Su tutto – dalla peste della guerra alla peste del lavoro precario, dalla riforma della scuola alle libertà
individuali e di coppia, dalla condizione di vita e di
lavoro del lavoro dipendente italiano e immigrato,
dalla responsabilità individuale alla responsabilità
storica, alla coscienza “di specie” – la sinistra riflette pallidamente e da vertiginose distanze le condi-
5
zioni del presente. Chiacchiere di mediatori senza
ruolo.
Penso a un fenomeno come la Caritas – apprezzabile in alcune città - cui i sindacati e la sinistra hanno
delegato la tutela dei “poveri”, – dunque – irredimibili; a tutte le pappe delle assistenze apprezzabili
ma inerti (alle Sant’Egidio e altri santi) senza sviluppo politico, di organizzazione e di lotta, alle decine di migliaia di associazioni – la stragrande parte
inutili e caselle di “tempo libero” e clientele, ma
anche utilissime -, alle nuove organizzazioni di base sul lavoro (i Cub, i Cobas etc.), alle organizzazioni che stanno nascendo nei quartieri popolari (di
palazzo), alla spinta crescente di relazionarci, incontrarci, a partire dai posti di lavoro e dalle contraddizioni sul lavoro, rimetterci a pensare a come
modificare la realtà e il mondo, al desiderio crescente di lotta e liberazione.
Dobbiamo tornare a organizzarci e lottare.
Per un nuovo anno, Vostro
Piero Del Giudice
Monterosso 31.12.04
- Giulio Stocchi: Due sorelle: Giuliana e
Mithal
Quanto vi apprestate a leggere è composto di parole
scritte tutte da Giuliana Sgrena, tratte dal suo appello e da un articolo dell’1 luglio 2004, su Mithal,
una detenuta di Abu Graib.
Si tratta dunque della storia di due prigioniere, vittime, se non della stessa mano, certo della stessa
ingiustizia.
la storia è lunga
i particolari dolorosi
giorni di inferno
Dalla fine di gennaio ero qui per testimoniare
La situazione di questo popolo
Che muore ogni giorno
alla fine mi hanno portato
in una cella un metro per un metro e mezzo
con una bottiglia d'acqua
e mi hanno lasciata lì per sei notti
Bambini vecchi le donne
Sono violentate
E la gente muore ovunque
Per strada
l'abbiamo rincorsa per mezza giornata
e poi un nuovo appuntamento a casa sua
Poliscritture/Samizdat
LA LETTERA DI PIERO DEL GIUDICE
Non ha più niente
da mangiare
Poliscritture
discute
Non ha più elettricità
Non ha
acqua
Subito
dopo
aver ricevuto la Lettera di fine d’anno di Piero
interviene nella mailing list della rivista Luciano De Feo. “È
stato come ricevere una scudisciata in pieno viso! Finalmente
a volte facevano mettere un centinaio
una persona che ha il coraggio di dire a chiare lettere una
di prigionieri
terraricorda
e poi“le bombe della pace”, la
verità
scomoda”. per
De Feo
vi
passavano
sopra
politica imbelle della opposizione, le “mene consociative”
che a Salerno hanno partorito il “mostro a più teste delle società
miste”, il comportamento della Caritas che “sottrae i
Vi prego
generi più appetibili” e riserva ai diseredati i pacchi di pasta
Mettete fine all’occupazione
scaduti. L’invito di Luciano è a tener desta, come fa Del
Giudice, la capacità critica e anche quella di indignazione,
eravamo
spesso costrette
a che
bereverranno.
entrambe
indispensabili
nei tempi
Non
d’accordo,
invece, con parte delle argomentazioni di
l'acqua
del cesso
Del Giudice, si dichiara Luca Ferrieri, innanzitutto perché
“non si può dimostrare l’esistenza del regime con
Lo chiedo al governo italiano
l’inesistenza dell’opposizione”. Poi perché è anche frettolosa
chiedo aldell’opposizione
popolo italiano
laLo
liquidazione
politico-sociale, che è forse
Perché
faccia
sul fasi
governo
entrata
in una
dellepressione
sue ricorrenti
di latenza ma non è in
uno stadio terminale. Anche Ferrieri condivide comunque la
necessità
di massaggia
un aggiornamento
del dibattito sul “regime”,
mithal si
le mani
perché sicuramente si è di fronte a una forte riduzione degli
ricordando
il laccio troppo
stretto di vita e
spazi
di libertà,che
a unper
peggioramento
delle condizioni
eranoadiventate
tutte
nere
dilelavoro,
un aumento
della
censura, del razzismo, della
violenza.
Condivisibili
le affermazioni di Piero
non riusciva
più a muoverle
sull’inefficienza dolosa della macchina dei soccorsi in Asia,
molto meno quelle sulla Caritas e sull’associazionismo, ritePier ti prego aiutami
nute da Ferrieri “ingenerose e non documentate”.
Per piacere fai mettere le foto dei bambini
Per Pier Paride Vidari viviamo in un regime se pensiamo
Colpiti
dalle
cluster bomb
allo
strapotere
manipolatorio
di media e tv, ma certamente no
se intendiamo assimilare il berlusconismo a una dittatura e al
fascismo.
prese il potere con la violenza, uccidenl'ombraMussolini
nera di kajal
dofaerisaltare
confinando,
Berlusconi
compra tutti e tutto e pensa ad
il color grigio-verde
arricchirsi con qualsiasi metodo. Berlusconi è il prototipo dei
dei suoi
grandi
“furbi”
e anche
per occhi
questo è ammirato e votato da molti italiani. Ciò che ci difetta di più è il “senso etico collettivo”. In
questo
senso
i tempi
e saranno sempre più brutti.
Chiedo
alla
mia sono
famiglia
Ennio
Abate
propende
per
la tesi del regime, soprattutto
Di aiutarmi
quando pensa al quadro mondiale, ma, precisa, per
un’inclinazione “emotiva”. Non lo convince, invece, ciò che
una soldatessa
Piero fa discendere dalla sua “certezza del regime”. Intanto
slegate
per permetterle
legliele
molte aveva
connivenze
tra Destra
e Sinistra non hanno ancora
di andare
in bagno
“aperto
gli occhi
alla gente”, che permane in stato di grande
confusione. C’è ancora iato, quindi, tra “consapevolezza dellaEdimensione
a tutti voiglobale dello scontro” e quotidianità. Non si
può, inoltre, parlare di “regime” sulla base di un’analogia col
Che avete
lottato
con
me
fascismo,
senza
cogliere
le caratteristiche
di novità di questo
nuovo regime che conserva invece “l’involucro democratico”
e allora
ottieneioprobabilmente
stessi
risultati con altri mezzi.
le ho dato igli
miei
orecchini
Diversamente da Luca, Ennio però ritiene che lo stato delle
sinistre e dell’opposizione sia ormai devastato, e pensa che
Contro la guerra
mai più coscienza di classe e coscienza di specie, destra e
sinistra torneranno ad avere “il ruolo di grandi spartiacque”
iopassato.
non ho fatto nulla di male
del
Donato
ritiene paura?
che il processo di formazione di un
perchéSalzarulo
dovrei avere
regime sia “abbondantemente in corso” e il regime è quello
“democratico
maggioritario”. La “dittatura della maggioranContro l’occupazione
za” ha fatto ormai a pezzi la democrazia rappresentativa. Il
berlusconismo è un aspetto (non il motore) di questa crisi. E
dalle
accantol’opposizione
arrivavanoistituzionale,
le urla
see èpoi
vero
che celle
è scomparsa
ciò
non
si
può
dire
di
quella
sociale:
negli
ultimi
degli uomini torturati pianti e grida anni le piazze si
sono
piùregistrate
volte e su eunritrasmesse
programma di resistenza e
che riempite
venivano
difesa dello stato sociale. Il problema è che tra le due oppotutta la notte ad alto volume
szioni, quella politica e quella sociale non c’è più saldatura:
queso è l’aspetto più pericoloso e questa la china da rimontaVi prego
re.
6
Aiutatemi
insieme ad altri suoni di passi sulla ghiaia
che si avvicinavano
ma lì c'era solo sabbia
Questo popolo
Non deve più soffrire
Così
ho riconosciuto alcuni detenuti,
come Abdul Mudud
al quale erano state rotte le mascelle
e tolto un occhio
Ritirate le truppe dall’Irak
Nessuno deve più venire in Irak
la destinazione era Abu Ghraib.
un'irachena venuta da fuori,
mi dava qualche banana
Perché tutti gli stranieri
Tutti gli italiani
Sono considerati nemici
in una stanza grande
c'era un dottore
che voleva che mi spogliassi
minacciava di tagliarmi i vestiti
addosso
Sui bambini colpiti dalle cluster bomb
Sulle donne
una delle prigioniere
costretta a camminare a quattro zampe
aveva ginocchia e gomiti
completamente rovinati
Ti prego aiutami
a un'altra hanno fatto separare
la merda dall'urina con le mani
Aiutami a chiedere
Il ritiro delle truppe
così è arrivata la soldatessa nera
che mi urlava in continuazione
Aiutami
ma visto che non mi spaventava alla fine
si è scusata sei coraggiosa mi ha detto
Lo chiedo a mio marito
Lo chiedo a Pier
Aiutami aiutami tu
una donna di sessant'anni
che aveva detto di essere vergine
veniva sempre minacciata di stupro
Per favore
Fate qualcosa per me
Tu solo
Mi puoi aiutare fino in fondo
alla fine gli ho chiesto di poter almeno
tenere la biancheria intima
e lui ha accettato
un'altra aveva il corpo rovinato
perché veniva sbattuta contro il muro
Pier
Aiutami tu
Sei sempre stato con me
In tutte le mie battaglie
gli Stati Uniti hanno occupato il nostro paese
abbiamo il diritto di difenderci
Ti prego aiutami
A chiedere il ritiro
Delle truppe
un'altra è stata rinchiusa in una piccola
gabbia per sei giorni non poteva nemmeno
muoversi
Io conto su di te
La mia speranza
È solo in te
mi hanno portata
in uno stanzone gelato,
io battevo i denti
in bella mostra c'erano tutti
gli strumenti della tortura
a volte alzavano il riscaldamento al massimo
e per dormire dovevo buttarmi addosso
Fai vedere tutte le foto
Che ho fatto sugli irakeni
quella poca acqua che mi davano
a volte non mi davano né acqua né cibo
Poliscritture/Samizdat
Tu devi aiutarmi a chiedere
Il ritiro delle truppe
7
Tutto il popolo italiano
Deve aiutarmi
i bambini li sentivamo urlare
anche loro venivano torturati
Tutti quelli che sono stati con me
In queste lotte
soprattutto venivano fatti assalire dai cani
Mi devono aiutare
un giorno mi hanno fatta appoggiare al muro
con le mani alzate ma io
non ce la facevo a restare così
La mia vita
Dipende da voi
alla fine ho chiesto di poter scrivere qualcosa
ai miei figli perché mi sarei suicidata
Fate pressione sul governo
Aiutatemi
sono stata rilasciata dopo
ottanta giorni
e mi hanno anche restituito
gli orecchini
Questo popolo
Non vuole occupazione
gli Stati Uniti hanno occupato
il nostro paese
abbiamo il diritto di difenderci
Non vuole le truppe
abbiamo il diritto di difenderci
Non vuole stranieri
io non ho fatto nulla di male
perché dovrei avere paura?
Aiutatemi
io non ho fatto nulla di male
Ho sempre lottato con voi
Poliscritture/Samizdat
8
2
Luoghi /non luoghi
- Marina Massenz: Luoghi non luoghi
e Luoghi delle ombre
LUOGHI NON LUOGHI
Venivo a fare la spesa con mia madre al
“MERCATO RIONALE”. L’edificio in muratura
racchiudeva piccoli negozi rannicchiati, ognuno con la sua specialità. Il mio preferito
era la “drogheria”, perché sinonimo di biscotti,
cioccolato e altre delizie. All’esterno invece
stavano le bancarelle della frutta e della verdura. Si faceva la coda ai due lati, corrispondenti a due commessi e a due bilance. Era un
quartiere come un altro, allora semiperiferico,
della mia città.
Perché adesso sopra c’è scritto BINGO in rosa, hanno rifatto la costruzione, che rimane
sempre tarchiatella e un po’ sformata. Entrano ed escono persone, non si sa bene cosa
facciano lì. Io non entro, e quindi non dispongo il mio corpo in alcun modo; ci passo davanti in automobile, mi fisso sul semaforo,
impongo al mio collo di non girarsi a destra.
Non voglio vedere la scritta in rosa, con i suoi
caratteri grassocci.
Me la immagino simile ad un elefante addestrato, ricoperto di drappi molto colorati, con
nastri e campanellini penzolanti, di quelli che
con la proboscide chiedono l’obolo.
I non luoghi si distinguono dagli altri perché
tutto ciò che è lì potrebbe anche non esserci.
Non si tratta però di precarietà o naturale incertezza della vita, ma di pura bruttezza e disordine casuale. Non quindi della versione
colorata e creativa di un artista arruffato e un
po’ eccentrico, ma di quella trasandata, un
po’ sciatta e maleodorante di colui che lascia
i suoi oggetti, e con questi i suoi rifiuti, un po’
dove capita. Senza pensarci. Questa sventatezza li disegna; così i luoghi trasudano questa dimenticanza, questa stoltezza del passo,
che non vede e non guarda.
Il luogo diventa non luogo, perché inabitabile
dall’uomo, ostile alla fantasia, senza orizzonte. Semicupo. Distogliere lo sguardo permette
di scivolare oltre, illudendosi di non aver visto.
Non c’è SGUARDO, perché non c’è CORNICE.
Poliscritture/Luoghi non luoghi
LUOGHI DELLE OMBRE
Le ombre scendono da massi enormi allineati, giganti con forme diverse, e strisce più scure le tagliano trasversalmente. In mezzo, il
laghetto mostra una superficie color verde
chiaro, un colore d’erba. Uno strato compattissimo, un panno di stratificazioni di minuscole alghe, così denso e omogeneo che, per
convincersi della sottostante presenza
d’acqua, si deve gettare un sasso. Affonda,
c’é.
La zona, bisogna salire un po’ per trovarla, è
nascosta tra cespugli folti di lentisco, rocce
laviche scarnificate (uteri…fauci…occhi…) e
perfette palme nane, dai tronchi larghi e pelosi, cariche di grappoli di bacche arancioni,
sferiche, che paiono di cera, per quanto sono
lisce, scivolose al tatto.
Qui, nell’ora del tramonto, le ombre si allungano sul lago; e sono ombre fisse, come sulla
terra… ci si potrebbe camminare sopra senza
incertezze, se si scorporasse questa piccola
zona dal resto del paesaggio intorno (gli indizi
delle rive, un po’ fangose, che scendono, darebbero indicazioni diverse, e sicuramente ci
si chiederebbe, esitando, terra o acqua?).
Sotto c’è l’acqua, ma l’ombra non vibra, non
palpita al passaggio del vento, non si preoccupa e non dà segni, come solitamente fa,
quando poggia sul liquido anziché sul solido.
I luoghi delle ombre sono pericolosi, perché si
incontrano paesaggi che contorcono i confini
della realtà, modificando senza preavviso i
noti rapporti tra l’ombra e la terra, l’ombra e
l’acqua. Consentono sconfinamenti. Calpestare la propria ombra potrebbe indurre a
confondersi con lei.
Lo SGUARDO perde di vista la CORNICE, si
fissa su un punto metamorfico e lì si incanta.
Come ipnotizzato, visione focalizzata, penetra nella densità della materia, perché questa
si trova in quel luogo camuffata. È cosa diversa da ciò che pare. Per questo ci inganna,
e insieme ci seduce. Ci porta con sé, ad esplorare questo punto misterioso, per mille
divaganti sentieri. Il ritorno non è garantito.
Infatti lo sguardo, privo di cornice, da solo
non conosce le strade dell’andare e del venire.
9
- Donato Salzarulo: Noi del Forum cittadino e quelli del collettivo del Quartiere
Stella a Cologno Monzese
A Milano, alla fine di Via Palmanova, a NordEst, si trova Cologno Monzese, oggi città di
48.262 abitanti. Ci si arriva comodamente anche in metropolitana (linea verde). E dalla periferia di Milano, come per tanti altri ex-paesi
della cintura (tutti in aperta campagna fino agli anni Cinquanta), quasi non si distingue più:
un ammasso di edifici e un intrico di strade e
stradine solo qua e là punteggiati da piccoli
parchi. La trasformazione di Cologno Monzese - da paese a città in quegli anni e poi da
territorio industrializzato con piccole e medie
fabbriche (metalmeccaniche, della plastica,
della carta) fino agli anni Settanta a nodo del
terziario (sul suo territorio ci sono gli studi televisivi Mediaset) - è avvenuta tutta nel solco
della storia dell’immigrazione meridionale e
veneta dell’Italia del “boom”. Con le sue lotte
operaie prima e con le sue resistenze quotidiane, che continuano ancora oggi sotterranee, senza riflettori, dimenticate dai solerti
piazzisti di menzogne postmoderne. Il Forum
cittadino e il Quartiere Stella di cui qui di seguito si parla sono oggi due fucine di cultura e
di resistenza politica indipendente. Hanno a
che fare con la postmodernità o con il postfordismo? Nascono da un bisogno collettivo
di fare luogo anche dove lo squallore della vita di periferia sembra immane? Contrastano
con efficacia l’avidità di chi i luoghi li vuole
azzerare e sostituire con i nonluoghi o semplici ghetti dove ficcare gli scarti del nuovo lavoro flessibile? Non abbiamo risposte sicure.
Ma la realtà in trasformazione e queste nuove
forme di resistenza intendiamo guardarle da
vicino e con attenzione. Occhio perciò al
Quartiere Stella, edificato nei primi anni Sessanta e che ai tempi della Grande Immigrazione fu già centro di lotta sicuramente proletaria attorno al ’68-’69. Oggi vi risiedono 1650
abitanti, di cui circa il 20% schegge della
Nuova Grande Immigrazione Planetaria e –
fuori dalle mode – sembra che continui a tessere il suo filo rosso in un tessuto sociale trasformato.
Vado all’incontro col Collettivo del Quartiere
Stella.
Parla Gilberto, vecchio amico.
In un quarto di secolo ne hanno fatte di cose:
un bel Centro spazioso e accogliente, ove
Poliscritture/Luoghi non luoghi
danno lezioni di scuola popolare ai figli dei
proletari.
Gilberto fa una pausa. Usa con vago imbarazzo la parola proletari, scomparsa dagli
scenari discorsivi. Come si chiamavano nei
primi anni Settanta, precisa.
Ora hanno per alunni i figli degli immigrati “extracomunitari”.
Nel Quartiere, infatti, si sono insediati molti
peruviani e filippini. E non soltanto.
Sono stati bravi gli amici del Collettivo: per
conservare autonomia hanno investito parte
dei loro risparmi in locali indispensabili per
incontrarsi, comunicare, rifornirsi di socialità e
identità.
Noi siamo coloro che oggettivamente siamo,
ma siamo anche come ci raccontiamo.
Gilberto ha letto Aristotele e Wittgenstein.
Siamo un organismo di avanguardia…che fa
lavoro di massa…un intervento culturale nel
movimento operaio nel quartiere.
La lingua indugia ancora su parole e concetti
come avanguardia, massa, movimento operaio. Suppone che appaiano spettrali alle orecchie degli interlocutori.
Quando il primo giovane del Quartiere si laureò, gli organizzarono una bella festa. Obiettivo raggiunto: di appartenenza, di orgoglio
sociale.
Al Collettivo continuano, non a torto, a pensare che vi siano correlazioni tra condizione sociale e livello d’istruzione: gli operai, anche se
sono scomparsi dai discorsi, aggiunge, ci sono ancora e hanno un minor numero di figli
laureati.
E correlazioni vi sono pure tra condizione sociale e salute: se gli ospedali e le visite mediche si continueranno a privatizzare e, prima
di ricoverarti, dovrai tirar fuori il cartellino
dell’Assicurazione, a pagar più di tutti saranno i poveri. Cristianamente, gli ultimi.
La cultura del Collettivo è un composto stabilizzatosi di tradizioni: c’è Don Milani e la storia socialista e comunista del Movimento Operaio.
Sempre tremolante la voce di Gilberto. Pure
non si tratta di seduta spiritica. È un incontro
civile, sereno; un colloquio solidale fra persone che si ascoltano volentieri e reciprocamente.
Noi abbiamo chiesto di vederli, noi, voglio dire, quelli del Forum perché intendiamo riorganizzare la nostra esperienza.
Vogliamo che non muoia quell’embrione di
democrazia partecipativa vissuta in piazza,
10
durante la campagna elettorale del Duemilaquattro
In quell’occasione abbiamo sostenuto il candidato sindaco Vittorio Beretta, un lavoratore
sindacalizzato cattocomunista, lettore di Raniero La Valle e di Don Tonino Bello, che oggi si augura l’elezione a Papa del Cardinale
Martini.
Spero nel soffio dello Spirito Santo.
L’abbiamo sostenuto perché stanchi e insofferenti di questa sinistra televisiva ufficiale,
specialmente diessina disposta a dimenticare
tutto: il lavoro, il comunismo democratico, i
diritti e lo stato sociale…. fino a Fassino che,
all’ultimo congresso, mandando in soffitta la
berlingueriana questione morale, sdogana
come riformista e modernizzatore Craxi.
Riformista, parola pessima. Oggi più di ieri. E
modernizzatore? E Centro?
Le parole della politica massmediale sono olio di ricino. Impossibile assumerle.
Il Collettivo giustamente rivendica autonomia
anche dalle istituzioni. Confronto sì. Se necessario anche coprogettazione, com’è successo per la realizzazione del Centro, ma
niente trappole. Chi siamo lo diciamo quotidianamente coi nostri bisogni e le nostre azioni. Sappiamo chi può davvero rappresentarci nelle istituzioni. Sicuramente non quelli
che, fin dall’inizio, si mettono contro i nostri
bisogni.
Qui, dove s’erge la Torre di Mediaset che ognuno potrà vedere dalla Tangenziale Est,
qui c’è stata una campagna elettorale davvero entusiasmante. Comunisti italiani, Rifondazione, militanti politici diessini che mai avrebbero ‘tradito’ il loro partito, partecipanti ad associazioni culturali, di volontariato, religiosi,
insegnanti, intere famiglie, persone solitamente indifferenti o apatiche, una moltitudine
si è incontrata e attivata per affermare il diritto ad una democrazia partecipata e realizzata, per quanto possibile, da subito. E questo
contro chi, per accordi di vertice, vuole imporre alla città, ad ogni città, questo o quel candidato, questa o quella formuletta programmatica.
Fu un momento di gioia. Cortocircuiti, scintille, illuminazioni.
Per Cologno soffiò il vento collettivo
dell’autonomia, dell’altra libertà non quella
promessa
dai
proprietari
liberisti,
dell’autentica solidarietà. Fare società, farne
un’altra.
Persino il premio Nobel Dario Fo trovò il tempo per venire a sostenere l’esperienza.
Poliscritture/Luoghi non luoghi
Non passammo il primo turno per poco.
Ci riversammo, a questo punto, sul secondo
candidato del Centrosinistra: Mario Soldano,
uno degli architetti del Piano Regolatore Generale, un diessino tutto partito, cresciuto tra
frazioni e, guai a a chi rompe gli equilibri di
potere. Persona onesta.
Come Sindaco e come tecnico che ha progettato il territorio e lo conosce, quindi, palmo
a palmo, vedremo quali risultati d’interesse
generale riuscirà a portare nell’impalpabile
Casa Comune dei colognesi attraverso gli
interventi strategici di riqualificazione. Previsti
su un territorio denso, già abbondantemente
regalato al cemento.
Ma qui c’è chi sogna sopraelevate, cunicoli e
mondi sotterranei con negozi e centri commerciali frequentati da abitanti pieni di visioni.
C’è chi sogna Ipercoop, cilindri multipiani, disneyland, non-luoghi, meraviglie tecnologiche.
Gli amici del Collettivo vorrebbero, invece,
l’interramento della Tangenziale Est nel tratto
che, da Cologno Centro a Cologno Nord, divide in due la città. Un scempio d’altri tempi
che ha regalato agli abitanti del Quartiere
Stella, e non soltanto a loro, altissime soglie
d’inquinamento.
Noi siamo qui, infatti, per organizzare la prossima serata del Forum. Quella che darà avvio
ai “contratti di quartiere”, un punto previsto
nel nostro programma elettorale e che vogliamo costringere l’Amministrazione, comunque, a realizzare..
Venite, diciamo, venite e raccontate la vostra
esperienza. Dite quel che di buono avete fatto e come, così che anche altri possano farlo.
E poi indicate quali sono i problemi aperti,
quelli su cui vi impegnerete nei prossimi mesi.
Gilberto, è sempre lui a tirare le fila, legge il
Foglio di sintesi dei contenuti e delle scadenze.
Ah, quelli del Collettivo sono precisi! Preparano a puntino ogni incontro.
Quando arrivi da loro, ti salutano, si presentano e ti danno il Foglio intestato col logo del
Quartiere e la sintesi:
A) Di quanto ci siamo detti la volta scorsa;
B) Di quel che ci stiamo dicendo oggi pomeriggio;
C) Degli accordi che prenderemo…
Una perfetta macchina organizzativa. Noi del
Forum siamo più fluidi. Loro lavorano e rispettano una metrica, noi seguiamo un ritmo.
Loro hanno trovato un luogo, una nicchia dal-
11
la quale osservano Cologno e il mondo. Noi
vorremmo afferrare i ritmi della città e scaraventare i suoi bisogni e le sue esigenze contro la burocrazia politica locale e non. Vorremmo, perlomeno, un po’ più di ascolto in
una democrazia che si limita a perforarci e
sondarci. E ,di cinque anni in cinque anni, ci
abbandona alla solitudine del tubo catodico.
Parliamo per quasi due ore. Tranquillamente
e rispettando i turni. Non siamo in un salotto
televisivo. Non pensiamo che sbaragli
l’avversario chi parla di più o chi più alza la
voce.
Ci accordiamo sulla gestione della prossima
serata.
Ci ripeteranno chi sono, cosa fanno e su quali
problemi si impegneranno: da quello del degrado interno del Quartiere a quello della gestione del vicino parco, dall’uso degli spazi
sociali del Centro alla questione del traffico e
all’interramento del mostro Tangenziale.
A questo punto, una visita al loro gioiello, al
Centro sociale è d’obbligo. E’ una costruzione
di circa 200 metri quadri col tetto spiovente,
edificata di fronte al Quartiere, nel piccolo
parco (un tempo discarica).
Sulla porta la targhetta della Cooperativa Don
Milani con l’elenco di alcuni sottoscrittori. Entrando, si è immessi sul corridoio; subito a
destra il piccolo ufficio, poi la prima grande
aula e poi la seconda; in fondo i servizi igienici.
Soffitto alto e arioso con le travi di legno come in certe chiesette di montagna. Arredo
adatto all’attività educativa e sociale che vi si
svolge.
Sulla grande lavagna le parole e le date di
prossime riunioni.
no col confondersi per trasformarsi nel grido
corale degli oppressi di ogni dove.
- Giulio Stocchi: La strada verso casa
Chi mi ringrazia, cantando dal ramo
dell’albero in cortile, è Mister, che è già venuto due o tre volte a mangiare in cucina. Mister
è l’ultimo di una generazione di merli Rambo, Smart, Drin Drin, Caruso e le loro
compagne, Cina, Natalina, Chellallà, Chellallì
- che da tredici anni mi onorano della loro fiducia e della loro amicizia.
Chissà come fanno i merli a sopravvivere - mi
dico guardando il cielo avvelenato di questa
città. Eppure tanti anni fa, quand’ero ragazzo
e uscivo da questo stesso portone, l’aria mi
pareva così tersa, così profumata…Sto proprio cominciando ad invecchiare, se ho di
questi rimpianti, mi rimprovero avviandomi
Poi, finalmente, esco.
La bocca impastata di fumo, gli occhi che
bruciano, e nella testa il ritornello - Due sorelle: Giuliana e Mithal… Two sisters… Dos
hermanas… Zwei scwestern - che da ormai
più di due settimane mi inchioda al computer,
da quando ho deciso di far risuonare in tutto il
mondo, tramite la rete internazionale Indymedia e innumerevoli altri siti Internet,
l’implorazione di Giuliana Sgrena e la denuncia di Mithal al Hassan, due voci che finisco-
Poliscritture/Luoghi non luoghi
“Volgiti a me ed abbi pietà di me…”, diceva
già più di tremila ani fa il Salmista. Già, e
qualcuno dovrebbe avere pietà di me –
sospiro mentre mi infilo in ascensore- o quanto meno dirmi grazie. E invece un silenzio
sconcertante…
Forse ha proprio ragione Ennio Abate, che un
giorno mi ha scritto: “Finirai col diventare
matto, da solo, nell’indifferenza e nella sordità
della sinistra”. E poi il suo dubbio maiuscolo
sull’efficacia della poesia e sull’atteggiamento
intimamente tenero da cui la poesia nasce.
Strano, lui che è un poeta, e un poeta tanto
tenero –“Na file e piccirille/votte pe terre/cerase e nucellle.//Na file e guagliuncelle/se mange e cerase/e ammacche e nucelle.”- nel dialetto sonoro della Salerno della
sua infanzia. E’ proprio vero: “gli uomini lo
fanno, e non lo sanno”, come diceva il vecchio Marx. E tuttavia Ennio, un mio critico così severo, così puntiglioso e a volte persino
esasperante, ha accettato immediatamente di
pubblicare la poesia su Poliscritture, l’ultima
delle innumerevoli riviste su cui conduce la
sua assidua, attenta e intransigente battaglia
culturale. Forse persino lui la ritiene utile…
Io, comunque, sono convinto, e per questo mi
sono messo al computer, che quella poesia
su Giuliana, composta con le sue parole, potrebbe avere una sua efficacia, soprattutto se
raggiungesse l’opinione pubblica araba. Già,
ma debbo trovare qualcuno che, oltre a dirmi
grazie, si prendesse la briga di tradurre in arabo la poesia e di inoltrarla ai media di laggiù. E invece, nonostante tutti i miei appelli, il
silenzio, e non dico un grazie, ma neanche
un crepa….
12
verso le Grazie, nel consueto giro attorno
all’isolato, per scaricare tensione e stanchezza e che ho battezzato “il giro dei disperati”.
E l’occhio mi cade sulla facciata sontuosa
dell’84 che, per una bizzarria della toponomastica cittadina segue, in Corso Magenta,
l’88 di casa mia. Mattoni rossi, portone rinascimentale e un ricamo di bifore e trifore che
impreziosiscono l’edificio: il palazzo dei Cabassi, i padroni del vapore di una volta, e oggi sede di non so quale finanziaria o multinazionale del gioiello. Davanti ragazze
dall’avvenenza rapace, tutte in tailleurs rigorosamente gessati, e giovani dai capelli impomatati e dall’abito altrettanto rigorosamente
blu, fanno crocchio, parlando e ridendo in attesa di entrare.
Una delle ragazze mi guarda, forse per via
del vistoso orecchino navajo che porto e che
uso, insieme a medaglioni, braccialetti e anelli vari, per marcare la mia differenza da quegli
elegantissimi greggi in regimental e vuitton. E
qualcosa nel suo sguardo, o forse l’onda dei
capelli biondoramati che segue il movimento
del suo capo verso il mio pendente, mi fa ripiombare lontano negli anni quando, sugli inizi degli Ottanta, dal portone dei Cabassi,
compariva, come da una quinta incantata,
una splendida creatura, giovane, delicata e
spaurita, tenuta per le spalle, in un gesto più
di possesso che di affetto, da un bellimbusto,
camicia aperta, petto villoso, catena d’oro,
che l’esibiva come un trofeo. Era Terry Broom, la reginetta di bellezza dello Iowa, la ragazzina picchiata e violentata dal padre, sergente dei marines che cercava nella bottiglia
di dimenticare il Vietnam, la poco più che adolescente che per fuggire quella violenza e
inseguire il sogno che gioventù e grazia le
promettevano, era approdata alle sponde della Milano da bere, nel giro delle discoteche e
delle modelle. Ambienti fumosi, mani sudate,
girandola di coca, fiumi di banconote e “vieni
qui, Terry”, “fai vedere le tette, Terry”, “muovi
il culo, Terry”, “dai ciuccialo al mio amico,
Terry”… Così che una sera, nel palazzo dei
Cabassi, Terry aveva preso una pistola e
sparato in testa a D’Alessio, l’ultimo dei bulli
che ne avevano tracannato sogni, dignità e
giovinezza.
Mi auguro abbiano destino migliore le fanciulle indossatrici che entrano ed escono nella
giostra della loro bellezza dal portone del 78
che permette l’accesso al cortile dove è ubi-
Poliscritture/Luoghi non luoghi
cata nientemeno che “L’antica locanda Leonardo”, l’“hotel de charme”, come recita un
altro cartello, e dove ero entrato accompagnando due ragazzoni del Texas che mi avevano chiesto informazioni e che, sotto lo
sguardo divertito della bella thailandese, la
moglie del bettoliere, faccia scanzonata da
avventuriero, mi avevano offerto una mancia
per le mie premure. Mi avevano scambiato
evidentemente per un indigeno, anzi per un
“local” molto servizievole.
L’inguaribile anglofilia del nostro paese - non
parla forse il torvo nano che ci governa di “Election day”, di “No tax day”, mentre noi attendiamo fiduciosi il “Fuck-off day”?- ha ribattezzato con un pomposo “Hair stylist” il bugigattolo di parrucchiere dove un tempo mostrava i suoi tesori di passamaneria una merciaia quasi centenaria che magnificava in dialetto meneghino i suoi articoli e dalle cui vetrine oggi, per tacita consuetudine e complicità, la graziosa lavorante sorride al mio passaggio.
Risputata da chissà quale guerra, seduta sui
gradini del “Max Market” - ma è proprio una
mania, questa dell’inglese - mi aspetta la mia
vecchietta. Vecchietta? In realtà, dovrebbe
essere molto più giovane di me a stare alla
scritta sul pezzo di cartone che fa da insegna
all’improvvisato appello del suo commercio sono povera e ho tre bambini piccoli - e le
monetine che le sono ogni giorno destinate
scivolano tintinnando nella sua mano tesa
mentre un sorriso stento e un ciao biascicato
a mezza voce si perdono dietro i miei passi
che si allontanano.
“Con questo il mondo non cambia/le relazioni
fra gli uomini non migliorano/l’epoca dello
sfruttamento non è per questo più vicina alla
fine”, mi ammoniscono i versi di Brecht che
imparavo a recitare a diciott’anni - e ne sono
passati quarantatre! - sotto gli occhi di cristalllo di Dora Setti, la mia insegnante di dizione,
una gran signora di quella borghesia colta e
intelligente, oggi scomparsa di fronte ai piazzisti che ci affliggono.
E svoltando l’angolo per entrare nella piazza
delle Grazie, me la rivedo per un attimo nera
di folla, e le chiazze colorate delle bandiere, e
i pennacchi dei carabinieri in alta uniforme e
le divise bianche e blu delle crocerossine, e
la testa bionda di Paolo Setti, - il nipote di Dora, che ai tempi dell’Accademia dei Filodrammatici non conoscevo e che poi è diventato mio grande amico -, china singhiozzante
13
in quel settembre sulla piccola bara della sorella, Emanuela, massacrata insieme al marito, il generale Dalla Chiesa, da mani che altri
avevano armato nelle segrete stanze del potere.
Sotto la facciata a capanno di quel gioiello
architettonico che ha sempre il potere di rasserenarmi man mano che ne percorro la superficie fino al trionfo della cupola del Bramante, è tutta una raffica di flash delle macchine fotografiche dei giapponesi che come
tante formichine sciamano di qua e di là, prima di mettersi ordinatamente in fila
all’ingresso del Cenacolo.
Ed ecco, immancabile come ogni giorno,
all’appuntamento, un vecchio in bicicletta, vigoroso, un berretto di lana a incorniciarne il
viso su cui spiccano occhi vivi e ridenti, il
quale, legato con cura il suo velocipede al
palo del cartello giallo che dà cenni storici
sull’edificio, si avvicina a una giapponesina e,
come l’ho visto fare da anni, comincia a parlare nell’idioma del sol levante, suscitando
prima la sorpresa, poi tutto un portarsi la mano alla bocca per nascondere i risolini di
compiacimento dell’esotica fanciulla. Così,
ogni giorno. Tanto che un mattino mi ero risolto a chiedergli dove mai avesse imparato il
giapponese. E lui, molto gentile, e con la fierezza del vecchio soldato, mi aveva detto che
durante la guerra aveva fatto il marinaio sui
sommergibili che spesso attraccavano a Tokyo, dove sostavano in rada anche parecchi
mesi prima di riprendere il mare, e lì aveva
imparato la lingua. Oggi il vecchio deve essere in gran forma, perché attacca discorso non
con una, ma con un’intera frotta di leggiadre
butterfly, e me lo vedo sparire nel bar di fronte alla chiesa, seguito dagli arigatò squillanti
di quelle nipposirenette sulla scia dell’antico
navigatore.
Con meno perizia del vecchio, ma con altrettanta determinazione nel conquistare quel
pubblico dagli occhi a mandorla, il venditore
di cartoline sul portone del Cenacolo comincia a lanciare delle urla, che suonano al mio
orecchio incomprensibili e gutturali, esaltando
in giapponese, da perfetto imbonitore, la sua
merce. Altrettanto gutturale e incomprensibile
dovette suonare l’idioma di quegli esseri fieri
e variopinti che comparvero fra gli alberi sotto
gli occhi sbalorditi di Colombo e dei suoi marinai il mattino di quel dodici ottobre 1492
nell’isola Guanahani che il genovese, forse
Poliscritture/Luoghi non luoghi
ricordando chiese come questa, si affrettò a
ribattezzare San Salvador. E del resto, come
proclama il cartello sotto cui riposa la bicicletta del vecchio, la prima pietra dell’ambone di
Santa Maria delle Grazie venne posata proprio nel 1492. E mentre qui, pietra dopo pietra, andava edificandosi questa perfezione di
architettura, in quelle terre all’altro capo del
mondo cominciava una lunga storia di sangue, di incendi, di rovine. Intere civiltà sbriciolate, uomini, donne, bambini a giacere sventrati e a braccia larghe sulla terra, e i prigionieri incatenati, legati alla ruota dei supplizi,
dileggiati, sputati, frustati, generazioni di popoli considerati bestie da soma e nient’altro.
E chissà se avrà avuto la faccia cordiale come quella del frate domenicano che esce dalle Grazie e che quando incontro saluto sempre, lui che l’anno della cometa che splendeva in Via Ruffini aveva fatto schermo ridendo
con la sua tonaca agli occhi miei e di Deborah, la mia compagna, perché la vedessimo
meglio, chissà se aveva quel sorriso,
quell’altro domenicano, frate Bartolomeo de
Las Casas, il difensore di quegli ultimi fra gli
ultimi che erano gli indios.
“Tu eri realtà in mezzo ai fantasmi/inferociti tu
eri/l’eternità della tenerezza/sopra la raffica
del castigo”, come scrive Neruda di quel buon
frate.
Una lunga storia che non si è mai interrotta –
“uno pensa a questo risorgere camuffato/astuto, umiliato/del carceriere, della catena”, come dice sempre Neruda, con parole
che potrebbero essere le nostre quando assistiamo ogni giorno in televisione alla lucida
barbarie che, nutrendosi di petrolio, sta distruggendo in Irak un popolo e che ha messo
in pericolo la vita di Giuliana Sgrena.
Con Giuliana venivamo spesso a passeggiare davanti alla chiesa nei tempi in cui più ci
frequentavamo, sarà stato il 1975. Giuliana
era allora la ragazza di un poeta spagnolo,
un giovane che si faceva chiamare Juan e
che interveniva con un passamontagna alle
assemblee del Movimento studentesco per
non farsi riconoscere: apparteneva infatti al
FRAP, il Fronte Rivoluzionario Armato Popolare, o qualcosa del genere e i servizi di
Franco gli stavano alle costole. Del FRAP
raccontava Giuliana sul giornale per cui allora
lavorava, Fronte Popolare, diretto in quegli
anni da Michele Cucuzza. E mentre Giuliana
ha continuato a fare la giornalista, con la
passione, l’onestà e la partecipazione che tut-
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ti abbiamo conosciuto, Michele Cucuzza si è
trasformato nell’azzimato coglione che presenta tutti i giorni nientepopo’dimenoche La
vita in diretta, la trasmissione televisiva dove i
nipotini di D’Alessio e di Terry Broom hanno
modo di sfoggiare tutta la loro miseria e vacuità. Ecco, Michele e Giuliana sono i due
volti che incarnano da una parte il disastro e
dall’altra l’onore della mia generazione.
“Non solo di te stesso/ma di tutta una generazione/ridente e disperata…”, scrivevo nelle
notti piene di fumo sui fogli di un poema che
negli anni avrebbero fatto mucchio, proprio
nel dicembre di quel 1969 in cui, a pochi
giorni dalla strage di Piazza Fontana, il 15 dicembre, mentre Pinelli precipitava dalle finestre della nostra democratica questura, ero
venuto ad abitare in Corso Magenta 88.
Quel riso e quella disperazione sul volto invecchiato dei ragazzi di allora si sono trasformati nella piega dura e nel lampo freddo
del calcolo e della convenienza. Così, uno di
quegli incappucciati spagnoli di cui parlavo,
oggi professore universitario di estetica, critico d’arte di fama, quando gli ho chiesto se mi
poteva tradurre Due sorelle, mi ha risposto,
“mah, sai, non ho tempo, debbo andare in
Uruguay per un congresso…comunque Giuliana è una mia grande amica, un abbraccio”
e via… Lui che, ai tempi, di Giuliana era stato
ospite. E pensare che Josephine Piccolo, la
dolce poetessa italoamericana, e Hans Jessen, il giornalista satirico dello Zeit, me
l’avevano tradotta in inglese e in tedesco
senza che neppure avessi bisogno di chieder
nulla. E così mi sono rivolto a Magda Castel,
la pittrice catalana per la quale la parola amicizia vuol dire ancora qualcosa, e che ha
spesso collaborato con me, facendomi, ad
esempio, dono della bellissima copertina del
disco della mia Cantata rossa per Tall el Zaatar.
Chissà che fine avrà fatto Abu Ali, il feddayn
che dormiva a casa mia, quando erano venuti
in una trentina per lo spettacolo di Fo, nebbia
del ‘73, e che avevo conosciuto due anni prima nella luce accecante del sud libanese,
con una kefiah sul viso e il mitra in mano. “I
palestinesi? Il loro torto è di non aver vinto”,
m’ha detto una volta Claudio, un altro di quelli
che volevano cambiare il mondo, un ex di
Lotta continua…
“Que sont mes amis devenus/que je les avais
de si près tenus/et tant aimés?”, mi sorprendo a canticchiare i versi di Ruteboeuf sull’aria
Poliscritture/Luoghi non luoghi
di Léo Ferré, mentre, per concedere tregua
all’amarezza mi avvio verso la chiesa.
Quello che invariabilmente ha il potere di riconfortarmi ogni volta che entro alle Grazie è
quel raggio di sole che, penetrando dalla lanterna del tiburio, danza sul pavimento al centro della navata e che induce ad alzare gli occhi che così si perdono nella vertigine geometrica di quella straordinaria cupola, seguendone le cinconvoluzioni, più su, più su,
“oltre la spera che più alta gira”, fino a rimanere abbagliati da quel punto luminoso dove
pare concentrarsi l’intero fuoco del firmamento. È la traduzione visiva, così immediata da
togliere il respiro, di quello che noi poeti
chiamiamo l’ispirazione, quando un pensiero,
un rumore, un odore, un volto possono catturare tutta la luce dell’universo per restituirla in
quel punto splendente da cui irradierà il futuro poema, parole cioè che, come le volute
della cupola, iniziano a ruotare, a danzare,
nella perfezione matematica del ritmo che le
incatena.
Il profumo dell’incenso ha su di me l’effetto
che aveva su Proust la fragranza delle madeleines e convoca al mio fianco Pippo, il signor
Nador, la Lea, la Nonnona, la Vido, il signor
Sussich, lo zio Trojsi, la mamma e il papà,
quando da Corso Genova, dove allora abitavamo, ci muovevamo verso le Grazie per incontrare alla messa di Natale, Pippo, l’amico
dei miei quindici anni e la sua famiglia. Il chilometro o poco più che percorrevamo, mia
madre e mio padre davanti, io e lo zio Trojsi
dietro, segnava il passaggio da un mondo
all’altro. Uscivamo dall’intrico di viuzze dietro
Corso Genova, - la “casbah” di Milano, quando in Via Marco d’Oggiono c’era ancora
l’Albergo dei poveri, ed era tutto un brulichio
di traffici, come quando andavo a comprare le
mie prime Turmac rosse dalla contrabbandiera, una profuga giuliana dagli occhi di maiolica e dalla scollatura che mi prometteva paradisi ignoti - e attraverso Via De Amicis e Via
San Vittore varcavamo l’invisibile frontiera
che divide gli esseri umani in classi.
I Nador abitavano in Corso di Porta Vercellina, in una casa straordinariamente simile a
quella dove abito adesso e che, in un certo
senso, mi era predestinata, date le mie frequentazioni adolescenziali e i desideri che
quei palazzi avevano suscitato in mia madre.
Così che, quando nel 69 mia madre - che
stava per risposarsi - e io - che avevo quindi
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bisogno di una casa - avevamo scoperto che
quel cartello “vendesi”, che avevamo guardato col sospiro di chi non potrà mai permetterselo, richiedeva una somma che i pochi soldi
lasciati da mio padre bastavano a coprire, io
mi ritrovavo, almeno toponomasticamente, al
di là di quella frontiera che, del resto, con gli
anni si era quasi dissolta, e mia madre realizzava un sogno.
Casa di Pippo, dopo la messa di Natale, era il
teatro di ben più laiche cerimonie: al tavolo
verde un bel campionario di umanità seguiva
con occhi attenti la chiamata dei punti allo
scopone o le alterne fortune del poker: il signor Nador, un piccolo ebreo, commerciante
in preziosi, dagli occhi furbi e dalle mani frenetiche, che aveva passato la guerra nascosto nell’intercapedine di un muro; mio padre,
che conservava ancora la tessera del fascio e
una foto che lo ritraeva in orbace e stivaloni
quando lavorava da ragioniere all’Opera Balilla e con quell’ombra di tristezzza che ne appannava lo sguardo; Vidosava Sussich, la
mamma di Pippo, una donna sontuosa, dagli
zigomi alti, che sembrava una delle maliarde
uscita da un film di Lubitsch; il signor Sussich, suo fratello e zio di Pippo, per consenso
generale e considerate le sue misteriose e
prolungate assenze, agente segreto, diceria
che la piega amara del labbro in qualche modo giustificava; la Nonnona, lungo bocchino,
novant’anni di vitalità e la voce roca addolcita
dalla cadenza triestina; lo zio Trojsi, amico di
famiglia e forse qualcosa di più per via della
mamma, il Conte Alfredo Trojsi di Caterbi
Ratti, anello con stemma, monocolo a causa
dell’iprite respirata in trincea, che aveva dissipato una fortuna, eroe di guerra, la prima, e
che mi incantava da bambino raccontandomi
di quando era rimasto tre giorni a tenere a
bada con una mitragliatrice gli austriaci e la
cavalleria bulgara; mia madre, la mia dolce,
la mia complice, la mia amica.
Io e Pippo ci chiudevamo in camera sua ad
ascoltare il sassofono di Jerry Mulligan e confidandoci i nostri segreti, i nostri sogni, i nostri
primi, timidi amori, e cercando di indovinare
le carte del nostro destino che ancora non ci
erano state distribuite. Io mi alzavo spesso
per andare in bagno e approfittavo del tragitto
per sbirciare, passando davanti a camera
sua, Lea che si stava cambiando. Lea… pelle
d’ambra, piccoli seni sodi, occhi di gazzella,
una sulamita nello splendore dei suoi diciott’anni…
Poliscritture/Luoghi non luoghi
“Sei bella, amica mia, come sei bella!/Le tue
trecce si spargono sul petto/come greggi di
capre/I tuoi denti balenano/come agnelle che
salgono dal bagno/Le tue labbra son porpora
che scocca/l’indicibile fiore del sorriso”….
E così, seguendo sull’orma del Cantico dei
cantici il passo della bella Lea che si allontana negli anni, mi ritrovo, senza quasi accorgermene, nel chiostro della chiesa. Un posto
incantato, dove da secoli si specchiano le
quattro rane di bronzo nel lago della fontana
che esse stesse contribuiscono ad alimentare
con il chioccolìo dell’acqua che sgorga dalla
loro bocca; dove quattro piccoli mandorli segnano i quattro punti cardinali del minuscolo
giardino all’italiana che circonda la fonte canterina; e dove, quest’estate, nelle dolci sere di
settembre, mi sedevo per ascoltare la voce
che giungeva attutita dalla piazza di Vittorio
Sermonti che recitava il Paradiso di Dante.
Una dizione, quella di Sermonti, così precisa
nella sua esattezza filologica e tanto diversa
dalla voce straziante e straziata di Carmelo
Bene dalle torri di Piazza Maggiore, una voce
straziata come straziata era Bologna nel primo anniversario della strage che l’aveva ferita a morte.
Lo sguardo segue il ritmo delle sottili colonnine tanto simili a quelle dei chiostri del Filarete, all’Università, dove spesso incontravo Giuliana, mentre entrambi correvamo trafelati a
Fronte Popolare, io per portare una mia poesia e lei per consegnare un articolo su qualche guerra dimenticata.
Già, Giuliana, mi dico, guardando l’orologio.
E’ ora di tornare.
Ma prima, uscendo dal chiostro in Via Caradosso, mi concedo una sosta in quello che,
secondo me, è l’angolo più bello delle Grazie,
dove la chiesa si rivela in tutta la sua eleganza e la sua grazia che, per essere più nascoste ed appartate, risaltano allo sguardo come
tanti anni fa la curva dolce del seno della Lea
che carpivo passando in corridoio. E anche
qui è un gioco di curve, di proporzioni, di forme e di colori: il rettangolo bianco del chiostro
con la cornice di cotto delle finestre che vanno a perdersi nei mattoni rossi della prima
cinta muraria del corpo poligonale della cupola che svetta trionfante in una sinfonia di neve e di autunno e che, scandita dal rincorrersi
sapientemente alternato di finestre, ogive,
aggetti, gallerie e balconate, trova pace e
culmine nel diapason del cristallo dell’ultima
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torre e si slancia, quasi trascinata dalla banderuola segnavento che la sovrasta, a baciare il cielo.
E quasi che la natura avesse voluto ricambiare il dono che la mano dell’uomo le aveva
porto edificando sui suoi prati quella magia di
pietra, ai piedi della chiesa, e come accarezzandola coi suoi rami, un immenso acero
rosso, che da trentasei anni mi ha visto passare e cambiare, solo o accompagnato: cingendo Carole, il sorriso dei miei giorni di gioventù, e con una catena in tasca per difenderci dai fascisti; o quando passavo correndo
coi miei fogli verso il metro di Cadorna che mi
avrebbe ributtato in Duomo per recitare ai
miei compagni; con Donato in tuta
dell’Innocenti verso la fabbrica - “la cosa è
lunga”, mi pare di risentirlo, “ci vuole pazienza” -; o cantando Lo cuatros generales con
Giuliana e con Juan quasi che quella canzone potesse giungere all’orecchio del tiranno
cui era destinata; o quando discutevo le sorti
del mondo con Enzo, Ettore, Umbertino; e
quella volta che accompagnavo Veronica
spaurita all’ospedale perché il crollo degli anticorpi della sua malattia rischiava di ucciderla; o la sera di quel dicembre - “me ne vado!”,
“te ne pentirai” - che divenne l’acero pietra di
confine perché quelli che s’erano amati si allontanavano uno da una parte e l’Ornella
scomparendo nella nebbia; e oggi che il passo è più lento, ma più sicuro, con Deborah a
spiare se troviamo i nostri merli fra le foglie….
Rimango un po’ incerto se proseguire il “giro
dei disperati” per Piazza Virgilio e Vincenzo
Monti, ma poi decido di rientrare tornando sui
miei passi. E dall’altra parte del marciapiede,
incastonata fra la facciata settecentesca delle
Stellline e i loggiati del palazzo accanto, piccola, elegante, con la facciata in cotto ricamata da due trifore rotonde, la casa di Leonardo.
Di lì usciva il pittore per recarsi al cenacolo
dei frati. Chissà com’era Milano allora? Certo
casa mia era già campagna e alle spalle verso Sant’Ambrogio forse passava lento qualche barcone sui Navigli di cui Leonardo
l’ingegnere aveva progettato il sistema di
chiuse che ne permettono ancor oggi la navigazione. Senz’altro una città incantata, sospesa fra acque e brume, come mi racconta
mia madre la quale a undici anni già lavorava
consegnando pacchi di lavanderia e stireria.
E il padre, mio nonno, un toscano gran cuoco
che non ho conosciuto, forse per compensar-
Poliscritture/Luoghi non luoghi
la delle umiliazioni del suo lavoro di “piccinina” - come quella volta che il principale era
entrato in un caffè lasciandola sola al freddo
coi suoi pacchi e senza neppure offrirle una
caramella - la portava la domenica a fare il
giro di Milano in barca sui canali di
quell’antico ingegnere.
Un altro ingegnere ha abitato qui fino al 1972,
anno in cui è morto a 101 anni. E ho avuto
modo di vederlo per Corso Magenta, diritto,
elegantissimo col panama e la canna di bambù: era Ettore Conti, il fondatore dell’industria
elettrica italiana che i padellai al potere stanno smantellando, un altro, come Dora Setti, di
quei borghesi colti e illuminati di cui si sta
perdendo traccia nella volgarità arraffa-arraffa
che ci circonda con quei fuoristrada da contractors che sfrecciano per il Corso e sono il
simbolo della villania e dello spreco.
E forse proprio per evitare il traffico ammorbante, o più probabilmente per concedere
una dilazione a ciò che mi attende a casa,
svolto per via Ruffini. In fondo, i pullmann
vomitano a ritmo industriale i giapponesi che
vanno al Cenacolo. Buona giornata per il
vecchio. Mentre, davanti alle scuole elementari, un gruppo di scatenati bambinetti, con
casco, ginocchiera e qualche altro milione
addosso, sfrecciano su quegli infernali aggeggi che sono quei monopattini di acciaio
che possono essere allungati o accorciati secondo la statura di quei diavoletti che rischiano a ogni momento di travolgermi. Noi, i “figli
della guerra”, i monopattini da bambini ce li
costruivamo con due assi e quattro cuscinetti
a sfera. Ma i nostri giochi si svolgevano allora
in “buca”, come chiamavamo l’enorme cratere scavato fra Via San Vincenzo e Via San
Calocero dalle bombe dell’agosto quarantatre, quando mia madre incinta di me a piedi
era scappata verso Viale Certosa che bruciava in cerca di un fortunoso veicolo che la portasse sfollata in Veneto, dove qualche mese
dopo sono nato, prematuro, io, un chilo e
mezzo, “un pollo”, diceva il dottore che non
avrebbe scommesso un soldo sulla mia sopravvivenza.
Ebbene, fra le macerie della guerra noi giocavamo alla guerra di ogni epoca e latitudine:
con spade di legno, coperchi di padella per
scudo e pentolini in testa come elmo, con gli
archi e le frecce dei pellerossa, con le cerbottane indie dei bussolotti, con le pistole ad acqua dei gangsters, con quelle a tamburo e
assordanti di spari dei cow-boys, con le cara-
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bine coi gommini e con i piombini dei rangers,
e infine con le fionde sotto i cui colpi cadevano i gatti e le lucertole martiri del nostro Eldorado senza che ci fosse neppure un Frate
Bartolomeo a rimproverarci.
stagione
dopo stagione
“Buon giorno, signor Stocchi”, “Buongiorno,
contessa”, rispondo sul portone alla nobildonna del terzo piano che oggi mi saluta e
viene persino alle presentazioni dei miei libri,
ma che allora, trentasei anni fa e per molto
tempo, quando mi incontrava inarcava aristocraticamente le sopracciglia e girava la testa
dall’altra parte. “Un sessantottino, pensi!”, sibilava alla portinaia, paventando chissà quali
pericoli, avendo forse saputo che un paio di
anni prima avevo tirato un uovo niente meno
che al vicepresidente degli Stati Uniti, Humphrey.
Del resto non erano molti gli inquilini di Magenta 88 che mi salutavano. Uno faceva eccezione, che chissà perché incontravo sempre nella bussola della portineria. E lì era tutto un minuetto, “Prego, si accomodi”, “No,
passi lei”, “Ma si figuri”, “Ma le pare” e certo
sarebbe apparso ben strano e bizzarro
l’incontro, a chi l’avesse osservato, fra quel
ragazzo in eskimo, capelli lunghi, barbetta incolta e occhiali di metallo, e quel giovane,
poco più anziano di me, alto, col suo blazer
blu con lo stemma del Rotary sul taschino.
Era un avvocato che aveva lo studio sull’altra
scala, la “Parte nuova” come la chiamano i
condomini perché era stata ricostruita dopo i
bombardamenti degli aerei che insieme al
Cenacolo quasi sbriciolato dovevano averla
ritenuta un obiettivo, un target, strategicamente essenziale. Solo quando i sicari di
Sindona l’hanno ammazzato sul portone di
casa sua a cento metri da qui, ho scoperto
che quel giovane cortese era l’avvocato Ambrosoli, “l’eroe borghese”, come l’avrebbe
chiamato nel suo bel libro Corrado Stajano, il
maieuta sapiente del mio Compagno poeta.
Ecco, la vita è un po’ così: ci si incontra, ci si
sfiora, senza spesso neppure sospettare chi
sia quello che ci sta di fronte. Un cenno di saluto. E passiamo.
Fuori, la chiesa e l’albero restano. Continuano a conversare:
con la perfezione
dietro la chiesa
delle grazie
a milano
Poliscritture/Luoghi non luoghi
dialoga
il miracolo
Il miracolo che dovrebbe essere la vita di ognuno, in un mondo compiutamente umano,
che non sia il mattatoio che è oggi e che in
fondo è sempre stato, ma che sia la casa che
ci siamo costruiti e dove tutti possano abitare
in pace. Noi passiamo, e l’albero e la chiesa
rimangono lì. Restano. A indicare la strada
verso casa a quelli che passeranno dopo di
noi. Forse questo intendeva il folle rinchiuso
nella torre sulla Neckar, lo sventurato mio
compagno Hölderlin, quando parlava di “abitare poeticamente il mondo”: realizzare
quell’armonia che l’albero e la chiesa non si
stancano di additare. Ricordare, e far ricordare questo, sono la funzione, il valore e l’onore
della poesia.
“M’arricorde, m’arricorde”, sussurra maliziosa
e un po’ scettica la voce di Ennio Abate…
Ma è tardi, bisogna rimettersi al lavoro. Fuori,
Mister, beato lui, se la canta e se la suona.
Certo, penso sedendomi alla scrivania, meglio Majakovskij alla Bovisa - come aveva intitolato con benevola ironia Nico Orengo un
suo articolo che raccontava di quando andavo in carne ed ossa nelle piazze vere a recitare fra i miei compagni - che Majakovskij al
Web… Ma tant’è… Ricominciamo la giaculatoria:
Dos hermanas… Zwei scwestern… Two sisters… chissà come suonerà in arabo… Due
sorelle: Giuliana e Mithal…
- Franco Tagliafierro: Veloci impressioni da una visita a Berlino nel 2005
Nei quartieri periferici della zona Est i muri
delle case sono imbrattati più densamente di
quelli dei quartieri periferici della zona Ovest.
Ciò significa che la gioventù berlinese ex prigioniera del Muro è affetta da nevrosi più devastanti (dovute alla mancanza di identità, di
ideali, di futuro ecc., come in Italia) di quella
nata e cresciuta al riparo del Muro. Nell’Est lo
sfogo imbrattatorio a base di scarabocchi
chiamati tag, ossia firme, cominciò - ovvia-
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mente - subito dopo il passaggio dalla intransigente vigilanza civica di ispirazione marxista-leninista alla sparizione dei Vopos.
Nell’Ovest era cominciato verso la fine degli
anni Ottanta, come in Italia Francia Gran Bretagna ecc, quando i giovani si accorsero che
non c’era più niente da cavare dai vecchi depositi ideologici del Sessantotto. Entrambe le
zone risultano indenni da vandalismi spray là
dove erano i rispettivi centri, cioè le aree protette dalla medio-alta borghesia o dalla ex
nomenklatura.
Non si sa se siano stati in prevalenza i ragazzi dell’Est o quelli dell’Ovest a graffiare i vetri
di tram, autobus e metropolitane, visto che
ormai da anni alcuni mezzi pubblici hanno
percorsi da Est a Ovest e viceversa. Evidentemente i ragazzi non escono di casa se non
hanno in tasca un punteruolo. I graffi consistono in scarabocchi simili a quelli sui muri, o
in grafismi cubitali in cui sono leggibili nomi di
persona o le sole iniziali. I mezzi pubblici sono così nuovi, così puliti e puntuali che fa male al cuore vedere i loro vetri rovinati. Nei tram
e negli autobus, i graffi quasi ti impediscono
di guardare fuori.
Nei vagoni della metropolitana non risuona
mai la voce querula dei mendicanti, e neppure accade che si venga deliziati o infastiditi
dai suonatori ambulanti. Rimane la curiosità
di sapere se l’astenersi dal lavoro in metropolitana sia una loro scelta di vita o venga loro
vietato l’accesso. Davanti a qualcuno dei palazzi monumentali a volte si piazza qualche
violinista diplomato dell’Europa dell’Est. In
nessuna delle due zone si ha occasione di
vedere mendicanti seduti o inginocchiati sul
marciapiede. Solo davanti ai grandi magazzini
(mai davanti a negozi o supermercati) se ne
può trovare qualcuno. In genere sta in piedi
ed è una persona anziana.
Le periferie delle due zone sono molto simili,
checché ne dicano i rintracciatori delle differenze fra le ideologie urbanistiche e architettoniche dei due regimi vigenti in città fino al
1989. Non resta quindi che confrontare le
qualità strutturali e il grado di conservazione
degli edifici delle due zone. Ormai le differenze non sono molto appariscenti, perché nella
zona Est si è provveduto a imbiancare le facciate di molti palazzi che rivelavano povertà di
materiali o decenni di incuria, in qualche caso
sono state coperte con pannelli di plastica
che non differiscono molto da un normale intonaco.
Poliscritture/Luoghi non luoghi
Anche le aree burocratico-commerciali delle
due zone sono molto simili, dato il razionalismo, o meglio, la sobrietà e la fretta della ricostruzione postbellica, alle quali non si può
non riferirsi allorché si vede quanto strida, in
un contesto di palazzi privi di qualunque grazia architettonica, l’innesto di uno di quegli edifici-monumento costruiti negli ultimi dieci
anni allo scopo di dotare la città di bellezza e
arte. Alcune vie della Berlino degli anni VentiTrenta, così come appaiono nelle foto esposte nei musei o in qualche negozio, danno
l’idea di una bella città. Nessuna via di oggi la
dà.
L’illuminazione pubblica è scarsa ovunque.
Nella zona Est, il responsabile della scarsità,
logicamente, è il comunismo. Nella zona Ovest, i radi e fiochi lampioni sono la dimostrazione di una politica di risparmio energetico.
Di notte diventano visibilissimi i gabbiotti dei
City toilet, che rimangono aperti quando nessuno li usa. Sono illuminatissimi (oltre che
bianchissimi, pulitissimi, disinfettatissimi) tanto che lo spazio antistante se ne giova. Ma
sono rari e collocati in punti più o meno turisticamente strategici, per cui solo in minima
parte contribuiscono a diradare l’oscurità notturna della città.
Le vie non sono disseminate di escrementi di
cane o di rifiuti vari né in zona Est né in zona
Ovest. Chi proviene da Milano riflette sulla differenza fra il senso civico dei berlinesi e quello dei milanesi.
Il periodo della mia visita è quello prenatalizio
(dal tre all’otto dicembre), quindi suppongo
che dipenda dalla vicinanza del Natale il notevole affollamento delle chiese. Sono gremite soprattutto il pomeriggio e la sera. Dovunque musiche, letture dei vangeli e prediche.
Si ha l’impressione che la gente usi la chiesa
come una specie di dopolavoro, che ci si rilassi. Nei tempi morti, tra la predica e la musica, oppure tra due brani musicali, nessuno ha
niente da dire al proprio coniuge, ai propri figli, alla zia o allo zio, non si riesce a captare
nemmeno un bisbiglio. Non si notano bimbi
irrequieti, quelli che non dormono si annoiano, ma con espressioni da adulti mai viste da
nessun’altra parte.
La profusione di luminarie natalizie nelle vie
dove ci sono molti negozi è più accentuata
nella zona Ovest. Non ci sono, invece, sostanziali differenze fra i mercatini dislocati in
vari punti delle due ex zone centro, mercatini
che ogni anno vengono montati appositamente per anticipare e prolungare la festa del Na-
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tale. Sono costituiti da una fila di casette di
legno tutte uguali, se l’area assegnata è una
via, oppure da varie file di casette se l’area è
una piazza. Esteriormente le casette somigliano agli chalet svizzeri di alta collina, con
pareti e tetto foderati con liste di legno laccato. Ogni casetta consiste in un unico vano, la
cui superficie calpestabile può variare dai dodici ai venti metri quadrati. Nelle casette più
piccole, la facciata è a scomparsa, quindi ci si
trova immediatamente di fronte al bancone.
Nelle più grandi (che si trovano nel Gendarmernmarkt, un mercatino recintato, per entrare nel recinto si paga un euro) la facciata è
dotata di una porta a vetri, quindi si può accedere all’interno, la merce è disposta sugli
scaffali lungo le pareti.
Salvo poche eccezioni, la merce esposta nelle casette è assolutamente natalizia. Ossia è
costituita da palle di plastica o vetro o carta o
alluminio di varia grandezza (fino a trenta
centimetri di diametro) e di tutti i colori compreso il nero; da candele di tutti i colori salvo il
nero, che hanno forme cilindriche sia sottili
che tozze, oppure variamente poliedriche con
prevalenza del cubo e del parallelepipedo; da
oggettini in legno o in plastica che non significano niente ma funzionano come ornamenti
se appesi a un albero di Natale; da oggetti in
legno o in plastica o in metallo che possono
fungere da soprammobili o da giocattoli (quelli
dotati di un meccanismo) e che significano
qualcosa solo se collocati nei pressi di un albero di Natale… insomma, per farla corta, la
merce consiste in tutte quelle cianfrusaglie
variopinte che nel periodo natalizio si trovano
in vendita anche nelle nostre cartolerie, nei
nostri supermercati, nei nostri grandi magazzini e nei nostri centri commerciali.
A Berlino quelle cianfrusaglie provocano in
chi le guarda un effetto diverso. O meglio,
non lo provocano le cianfrusaglie in sé e per
sé, bensì la loro ripetitività, il fatto che ogni
casetta sia piena delle stesse palle, delle
stesse candele, degli stessi ornamenti. Ciò
che differisce è la disposizione degli oggetti:
qui le candele stanno davanti e le palle dietro,
là è il contrario; qui i soprammobilini stanno
sul bancone, là sui ripiani di uno scaffale ecc.
Che tipo di effetto provocano queste merci
che sono le stesse in ogni casetta? Un effetto
di saturazione? Di asfissia? Sì, anche. Ma
soprattutto un effetto di inappartenenza all’hic
et nunc, ossia di collocazione in uno di quei
non-luoghi denunciati da Marc Augé.
Poliscritture/Luoghi non luoghi
Ohibò! Ma questo è un paradosso! Ebbene sì,
non c’è scampo. Il mercatino dovrebbe essere l’antidoto ai veleni della estraniazione inoculati nella nostra psiche da non-luoghi come
gli aeroporti, i centri commerciali, le stazioni di
servizio ecc. - tutti strutturati nello stesso modo, operanti allo stesso modo, con lo stesso
comfort tecnologico, calcolati per ospitare
l’uomo generico, impersonale - e invece ecco
che il mercatino diventa anche esso un luogo
estraniante come gli altri, ecco che psicologicamente nuoce più degli altri perché è un elemento della tradizione che si è assimilato
agli stereotipi della modernità, e soprattutto
perché è una delusione.
Da che mondo è mondo nessun mercatino ha
mai deluso le aspettative, eppure quelli natalizi di Berlino le deludono. Non perché sprovvisti della merce che ci si aspettava di trovare,
ma perché tutte le casette, una appiccicata
all’altra, mettono in mostra la stessa merce, le
stesse identiche cose.
Deludono le aspettative. Le aspettative di chi?
Ma le mie, naturalmente, un uomo già abbondantemente vissuto nel secolo scorso, un
passatista.
Domanda: forse che gli utenti si dolgono che
gli aeroporti siano strutturati tutti più o meno
allo stesso modo, con check-in, duty free,
spazi di attesa ecc.? Risposta: no, anzi apprezzano che l’uno sia uguale all’altro, tanti
problemi di percorso risparmiati. Si preoccupano forse che i centri commerciali siano tutti
simili fra loro? Tutt’altro. Infatti apprezzano la
comodità di sapere in anticipo quali prodotti e
quali servizi verranno loro offerti, e così via. E
allora, forse che dispiace ai berlinesi che tutte
le casette del mercatino natalizio offrano in
vendita gli stessi prodotti? No, niente affatto.
È così rassicurante sapere che ogni casetta è
provvista della stessa merce, che ogni mercatino è uguale all’altro, che è un non-luogo
come ogni altro.
20
- Pier Paride Vidari: Memorie berlinesi
Non riesco a sconnettere la mia mente dalla
tragicità di Berlino.
Forse perché ricordo ancora perfettamente
quei giorni quando il cielo si copriva d’aerei,
con quel vasto, cupo e pauroso rombo che lo
avvolgeva interamente per un tempo che pareva eterno. Il cielo - e noi con lui - era un
cumulo d’angoscia. Tutti a guardare in alto.
Ricordo anche le frasi dei grandi. Bombardano ormai la Germania, dicevano. Ricordo,
meno lucidamente, le paure delle battaglie o
dei tanti nemici, fra i quali ci furono anche i
tedeschi, e parevano fossero come attesi,
specialmente dai vecchi. Io ero molto piccolo,
ed anche meravigliato da quelle vastità che
sapevano di paure polverose.
La prima volta, perciò, che mi recai a Berlino,
pur preso dal lavoro che dovevo compiere,
non staccavo la mente da quei frammenti.
Non era certamente la mia prima visita in
Germania, anzi: vi ero stato ancora piuttosto
giovane, e via via avevo visitato molte città
tedesche, come Monaco ancora distrutta,
Francoforte americanizzata (soprannominata,
infatti, Frankfurt-am-Manhattan), Hannover,
Solingen, Amburgo. A volte vi avevo lavorato,
o v’ero solo transitato e così via. Sempre
v’avevo cercato inconsciamente ciò che quegli aerei avevano compiuto.
Nel 1965 circa, forse per liberarmi da quelle
paure, avevo scritto una sorta di poemetto,
quasi un testo adatto ad un canto corale, che
non a caso parlava di Berlin Brandenburg
(nome inventato ed allusivo) e di certi soldati,
poveretti, a nome Karl e Jean-Baptiste. Nella
mia ingenuità li vedevo come vittime dei loro
generali e del potere che li mandò a morire.
Berlino però, più d’ogni altra città, aveva subito una doppia guerra fra le sue vie e le sue
case: quella mondiale e quella fredda. Il muro
correva con spietata durezza fra le vie e le
abitazioni. Ero a Berlino quando la parte Ovest era ormai stata riunita - da tripartita che
era - ma non ancora unita all’Est. Pensavo
anche a mio padre, che era fuggito da Vienna
poco prima dell’annessione, e che aveva voluto rivisitarla con la famiglia poco dopo che
si era definitivamente riunificata (fu l’anno seguente, mi pare, dell’uscita dell’ultimo carro
armato russo, e l’anno prima del tentativo,
Poliscritture/Luoghi non luoghi
anche da parte degli Ungheresi, di ribellarsi
ugualmente al pesante dominio).
Alla sera passavo spesso da Europa Center,
percorrendo, a volte con fastidio, la
Ku’damm, con le luci deludenti di quella che
era detta la Montenapoleone di Berlino, o anche la vetrina dell’Ovest. Nuovamente sentivo
i sottili filamenti della tragedia, richiamata, ostentata, dallo spezzone della KaiserWilhelm-Gedächtniskirche, che fu sbriciolata
il 22 novembre 1943 e tenuta a ricordo del
bombardamento. Pareva un monumento eretto alla distruzione, come del resto Gerdarmenmarkt o la Franzosisch e la Deutscherkirke. Accanto, s’aggrega gelidamente e domina
la piazza la chiesa-torre eretta fra il 1959 e il
1961 su progetto d’Egon Eiermann, uno degli
ultimi architetti legati alla vecchia Bauhaus.
Ero ancora a Berlino durante un inverno, molto freddo, quando mia moglie, che m’aveva
accompagnato e anche aiutato con il suo
splendido tedesco, esclamò, piano: “Hanno la
mia età”. Guardai nella stessa direzione e vidi
gli alberi che ricrescevano a decorare
l’ottocentesca Platz der Republik di fronte al
Reichstag. Allora esso era ancora privo della
cupola trasparente di Foster, anzi era come
scardinato dalla presenza del muro, che tagliava l’ingresso (ovest) dal corpo principale
dell’edificio (est). Tutti quegli alberi erano stati
ripiantati appunto nel 1945. Quell’anno un
settimo degli edifici della Germania erano distrutti, e un’accumulo terribile di macerie dominava il paesaggio berlinese.
Era la conseguenze di quel rombo vissuto da
bambino.
Quello stesso inverno del 1985, andammo a
visitare le desolate torri di legno, nere e spoglie, che stavano di fronte alla porta di Brandeburgo. Permettevano ai parenti di parlarsi
sopra il muro, che in quel punto scendeva per
permettere al monumento d’emergere: quale
sensibilità! In mezzo alla parte più bassa del
muro, la Brandenburger Tor era stata coronata ai lati da nidi di mitragliatrici dei Vopos, che
s’intravedevano
nell’incipiente
oscurità
dell’inverno berlinese.
A causa di ciò, mi chiedevo del tributo da pagare per le colpe, in questo caso certamente
pesanti della Germania hitleriana, che furono
pagate ancora una volta, e in modo speciale,
dalla popolazione. Il popolo che non aveva
deciso, non aveva capito o non aveva voluto
capire. Insomma: il dilemma era se la sinistra,
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per definizione anti-nazista, potesse condividere i roghi vendicativi, per esempio di Berlino, d’Amburgo, di Colonia, d’Ulm e soprattutto di Dresda. Mi chiedevo anche se la gente
di sinistra condividesse la ripartizione delle
città. Non trovai mai una risposta convincente.
Tornato a Milano, scrissi quasi per caso un
paginone su Sole 24 Ore contro quella divisione. Fu anzi l’ultimo mio scritto su quel
giornale, perché in qualche modo ciò che
scrissi mi precluse ogni altra attività con la
redazione. Allora ciò mi rattristò e oggi, invece, considero quell’avvenimento ovvio e naturale. L’inizio dell’articolo diceva: nessuna città
è una semplice sommatoria di case o di strade.
grande cantiere d’Europa di Postdamer Platz
(con quella sua grandezza estranea), sentii
che le novità non facevano altro che ricordare
il passato. Perciò non mi stupii della presenza
lacerante del Jüdische Abteilung, capolavoro
di Liebeskind.
Per quanto si faccia, e si operi a volte con coraggio, io credo che queste memorie non si
scoloreranno mai. Sento sempre, infatti, e
non solo a Berlino, quel rombo, lassù, tragico,
vasto ed implacabile.
Intanto Berlino rifaceva la storia: guten Morgen, Deutschland! Il 9 novembre 1989 cadde
il muro. Nel 1991, poco tempo dopo, ebbi da
realizzare un lavoro presso il Martin-Gropius
Bau, a Kreuzberg. L’edificio era appena stato
liberato dal muro che lo serrava. Nella Kochstrasse si potevano scorgere ancora le
piastre di cemento, ormai spezzate e distese
a terra, fra i calcinacci che sono sempre
l’epilogo dei crolli. Il lavoro mi occupò molto,
ma avvertii tensioni piuttosto esplicite anche
con i colleghi. Il muro era caduto: ed ora?
Negli ultimi anni sono tornato a Berlino. Fra
l’altro per andare a trovare mio figlio, e fu
emozionante. Federico, infatti, mi ricevette a
casa sua, e per la prima volta, io e mia moglie, fummo ospiti. Non era dunque più un ragazzo, era un uomo, ed eravamo a Berlino!
Egli m’obbligò a trascurare i miei amati musei
(ancora dubito che abbia visitate tutte le meravigliose collezioni di Berlino). Pensando però di sorprendermi, mi portò a visitare gli edifici restaurati. Vidi la vecchia fabbrica della
AEG, progettata da Beherens nel 1909 e ripulita, rifatta, addirittura con l’alberello esattamente uguale com’è annotato in nei disegni
che tutti gli architetti della mia generazione
conoscono, e tanto altro. Rividi le strade della
città “comunista” e Alexander Platz. Nuovamente pensai alla tragedia del popolo tedesco. Non valse a nulla visitare l’Unité
d’habitation di Le Corbusier (quella berlinese:
non amata dall’architetto franco-svizzero),
oppure la Neu Nationalgalerie di Mies, o
l’edificio residenziale sulla Kochstrasse del
mio maestro Aldo Rossi, o la Filarmonica di
Scharoun. Perché proprio lì, nel vedere il
Poliscritture/Luoghi non luoghi
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3
Esodi
- Ennio Abate: Intervista a Michele Ranchetti su «Non c’è più religione»
Il tuo libro ripercorre «storicamente» gli elementi della dottrina cattolica e contesta in modo rigoroso il magistero della Chiesa cattolica.
Resta – mi pare - nella dimensione religiosa e
ripropone però con attenuazioni e problematicamente il recupero di «un senso religioso della
vita», lasciando in sospeso la questione della
necessità o meno di un tale recupero. Come
mai questa sospensione? Cosa t’impedisce di
affermarne decisamente la necessità?
Sono nato, cresciuto e vissuto a lungo - ho ormai
80 anni - in questa dimensione religiosa, che per
me è stata di carattere naturale. Adesso mi pare di
vivere una certa crisi, nel senso che, assistendo ad
una forma di presenza dell’istituzione cattolica
così mastodontica, così dichiarata e accettata e ritenendola così aberrante rispetto al corso degli eventi e alle ragioni o non ragioni per cui si svolgono, contrapponendo ad essi una struttura assolutamente non significativa e che non corrisponde a
nessun bisogno e a nessuna vera motivazione religiosa, mi chiedo se proprio l’istituzione cattolica
prima di tutto, e anche la professione di fede religiosa non siano ormai da buttare a mare.
Ho sentito formulare solo da Ivan Illich,
un amico morto recentemente, in un suo testo che
sto per rileggere e pubblicare questa domanda: c’è
all’interno della professione di fede cattolica, cioè
nella vita e nella dottrina del cristianesimo, qualcosa che imponga il suo pervertimento? Sono di
fronte a questa interrogazione. Non so se avrà mai
risposta, ma è quella che adesso io mi pongo. Ossia, mi chiedo se quello che fino a qualche tempo
fa costituiva per me una perversione da parte
dell’istituzione del messaggio cristiano non sia invece da intendere come l’unica forma possibile,
per cui il messaggio cristiano non può essere che
pervertito. E l’istituzione cattolica è una delle
forme, non la più visibile forse, non la meno rilevante di tale pervertimento.
Come virtù per un eventuale recupero del senso religioso della vita indichi paradossalmente
la disobbedienza «cieca e assoluta» perinde ac
Poliscritture/Esodi
cadaver, criticando così le figure degli «ultimi
preti», che – dici - «non erano dei dissidenti,
tanto meno degli eretici», ma appunto «obbedienti». Mi chiedo: tale disobbedienza non rischia di essere “irrazionale”, “luciferina”, valore in sé e non strumento per raggiungere
“qualcos’altro” che la ragione, il cui uso rivendichi con passione, abbia davvero afferrato (e
questo sia che ci si ponga su un piano religioso
sia che ci si attesti su quello civile e storico)?
Nella prospettiva di una corruzione da parte
dell’istituzione religiosa del messaggio cristiano,
la disobbedienza ha un senso, perché corrisponde
a un progetto religioso o a un’appartenenza religiosa non rappresentata.
Di fronte alla presenza di un magistero
così aberrante e di fronte a manifestazioni di idolatria nei confronti di un pontefice idolatrato che
ha contribuito largamente alla struttura di potere
della chiesa, la cosa che si poteva fare o si poteva
auspicare è che i credenti, coloro che si ritenevano
ancora all’interno dell’espressione di fede cristiana, si ribellassero.
Se però io mi domando se l’istituzione
che si sostituisce alla predicazione, che si è dispersa nel mondo sia la unica forma possibile, allora la disobbedienza ha meno rilievo. Ripropongo perciò la stessa domanda di prima: per contrapporsi occorre pensare che dalla professione di
fede cristiana e in particolare dalla lettura o rilettura del Vangelo emerga una possibilità di comportamento anche civile? Questa interrogazione
per me rimane in sospeso. Allora, si può sempre
disobbedire,
perché
il
comportamento
dell’istituzione è certamente aberrante anche rispetto alla pace, alla guerra e alla giustizia. Questo
però non so se debba essere o se possa iscriversi
in una professione di fede.
Ma anche se nel momento in cui si disobbedisce
manca una proposta positiva? Insisto: la disobbedienza non dovrebbe accompagnarsi alla
proposta di qualcosa di diverso, altrimenti...
Altrimenti, no! Io non so cosa succede. Però, se in
nome di una professione di fede religiosa uno agisce da criminale questo si può e si deve fare, auspicare che questa persona venga incriminata. Si
può incriminare come pervertimento del messaggio cristiano nella sua elementarità,
che è
l’amore, il volersi bene, la giustizia, la verità. Si
può incriminare per una diversa intelligenza del
Vangelo, che io non ho.
Pensi che l’abbiano altri? Insisto nel porti il
problema della disobbedienza in termini che
considero politici e non solo etici: quasi sempre
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a rifiutare la dottrina della chiesa cattolica sono individui arrivati alla consapevolezza della
inconsistenza religiosa dell’istituzione e/o della
sua connivenza con poteri oppressivi, ma tale
consapevolezza manca agli altri. Si può costruire un movimento - io dico di lotta - soltanto sulla disobbedienza individuale o di pochi?
Mi ripeto: la disobbedienza non dovrebbe essere “costruttiva”, accompagnarsi ad altro, al
”sogno” almeno di qualcos’altro?
Certo. Forse diciamo la stessa cosa. L’istituzione
cattolica che si riferisce al Vangelo è evidentemente una perversione del Vangelo. Si può, quindi, e si deve disobbedire ad essa, perché ti dice di
votare per Berlusconi in quanto uomo di fede, e
non è vero. Fin qui è tutto legittimo, è tutto giusto;
e non hai da fare un riferimento a qualcosa d’altro.
Se ad un certo punto l’istituzione viene riconosciuta per quello che è, e cioè una struttura di potere, hai già fatto un passo avanti.
Sì, ma quanti la riconoscono per quella che è?
Lo so, molto pochi.
E, se quei pochi, che pur hanno afferrato questa verità, non la riescono a trasmettere agli
altri, ai tanti, e finiscono isolati? Certo, è preferibile questa condizione all’appartenenza a
una comunità falsa.
Sì, finiamo così. Ma non ho nulla da eccepire al
finire diseredati dalla tradizione, respinti da un
vivere civile o da un vivere cosiddetto comunitariamente religioso, però abbiamo fatto un passo
avanti verso la distruzione di una falsa verità.
Cominciamo a fare questo.
Ci sono quelli che all’interno della chiesa,
anche con responsabilità molto maggiori di quelle
che abbia io (io ce l’ho, perché sono un uomo vivo e basta; non ho nessuna struttura di riferimento
che mi autorizzi a parlare in modo diverso dagli
altri), più obbedienti di me in un primo tempo o
più disobbedienti di me in un secondo tempo, che
hanno riconosciuto questo pervertimento e si sono
posti in una direzione diversa? Non li conosco!
Quei preti a cui faccio riferimento - gli ultimi preti: Turoldo, Balducci ed altri – hanno fatto
un passo in avanti? No, non mi sembra. Sono rimasti nella delusione di una struttura che non corrisponde al loro ideale. Hanno cercato di migliorarla dov’era possibile. Hanno cercato di avere
delle forme di convivenza religiosa con i loro confratelli, di predicare in modo diverso, di non fare
riferimento a falsi valori o a false verità. L’hanno
fatto e sono benemeriti.
Si sono posti al di fuori? No! Si sono posti
contro? No! Sono rimasti, come ho detto tante
Poliscritture/Esodi
volte, gli ultimi preti. C’è bisogno di ultimi preti?
Sì, più che di preti consenzienti, certo. Bastano?
No!
A pag. 67 del tuo libro scrivi: «si poteva cercare nuovi maestri «atei», ma dove trovarli?».
Capisco la difficoltà di tale ricerca per un giovane profondamente cattolico e in un tempo di
alleanza piena fra chiesa e fascismo. Ma furono
da te cercati davvero questi nuovi maestri atei?
Ho l’impressione che tu non abbia mai voluto
spingerti con decisione fuori dalla problematica cattolica e riconvertire la tua ricerca religiosa in direzioni più “rischiose”, che so verso la
critica illuminista o del materialismo marxiano
(mentre so che hai avuto un’attenzione partecipe al pensiero di Freud e alla psicoanalisi).
Vorrei che approfondissi questa che a me è
parsa una tua ritrosia a misurarti con determinate tendenze del pensiero moderno.
Hai ragione. Descrivi molto bene il mio itinerario, sia che l’abbia esposto io sia che l’abbia riconosciuto tu nei miei scritti. In realtà, ci sono due
maestri che io ho cercato al di fuori della professione di fede e di appartenenza religiosa: il primo
è Wittgenstein, il secondo Freud. Perché? Perché
Wittgenstein ha posto se stesso e il mondo in
un’interrogazione senza presupposti, cercando di
sapere come stanno le cose, non facendole dipendere da un precedente già detto, già pensato. Questa totale disponibilità verso un’interrogazione assoluta l’ho trovata solo in lui. Per questo sono rimasto affascinato dal suo pensiero e ho cercato di
farne tesoro, per così dire.
La seconda possibilità mi fu offerta dalla
psicanalisi. Perché? Perché, secondo me (e non
siamo molti a pensare così), la ricerca di Freud è
il tentativo più radicalmente antireligioso che io
abbia
incontrato
nella
mia
vita.
È
un’interrogazione precisa di tutti i presupposti religiosi nella ipotesi di ricondurli ad altre fonti, che
non sono la presenza di una divinità religiosa incarnata in Gesù Cristo o incarnata in qualche altra
cosa. E quindi una riduzione dell’interrogazione a
interrogazione che riguarda il singolo così com’è
nel momento in cui egli vive. Ogni struttura causale, che è stata introdotta nella giustificazione
dell’esistenza,
viene
sottoposta
a
un’interrogazione radicale. Nell’ipotesi (che è
riuscita solo in parte) di sostituire ad essa i veri
nessi, che sono diversi da quelli accettati nella
tradizione filosofica o religiosa o in altre tradizioni, compresa quella scientifica. Quindi una interrogazione sui vari statuti disciplinari, per sostituire ad essi altri statuti, che sono quelli che la psicanalisi ha cercato di costruire. Non ce l’ha fatta.
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Però la domanda radicale che lui si è posta è analoga a quella di Wittgenstein.
Questi due radicalismi sono quelli che ho
trovato nella mia strada. Non li ho percorsi e non
ho seguito il loro esempio fino in fondo, ma è
quello che, finché vivo, cercherò di fare.
Quelli che io ritengo altri radicalismi – quello
degli illuministi, quello di Marx - tu non li consideri?
Non li considero non perché non li ritenga tali.
Non li considero perché non li ho incontrati sulla
mia strada.
Scusami, ma perché avresti dovuto incontrarli
proprio ed esclusivamente sulla tua strada?
Certe strade non s’incrociano necessariamente
con quella che abbiamo imboccato.
Io sono arrivato alla lettura di Freud e di Wittgenstein per caso, nel senso concreto del termine,
perché una persona (un ebreo), che ha voluto convertirsi alla fede cattolica e ha scelto me come padrino, mi ha portato il libro di Wittgenstein di cui
era stato allievo. Allora l’ho preso e l’ho letto.
Secondo esempio: Freud. Non avendo
nessuna fonte di lavoro, mi sono rivolto a Boringhieri, che stava iniziando la pubblicazione delle
sue opere, e mi sono offerto come traduttore dal
tedesco. E così ho cominciato a leggere Freud.
Queste due occasioni concrete mi hanno
posto di fronte a un libro, alla persona che l’ha
scritto e all’universo che ha cercato di produrre ed
io le ho colte.
Non è avvenuta la stessa cosa per Marx.
Queste due letture – di Wittgenstein e di Freud –
sono state in un certo senso imposte a me per esigenze concrete: una di lavoro e l’altra dall’offerta
di una persona che mi è apparsa subito “nuova”
rispetto alla mia cultura. Non mi è capitato invece
che qualcuno, con la stessa necessità di proposta,
mi offrisse la lettura di Marx.
Neppure nel confronto che avesti con esponenti
della Resistenza di cui parli in quel tuo scritto
intitolato Sopra una qualsiasi rivoluzione [in
Scritti diversi II, p. 215]?
La persona che mi ha introdotto a questa dinamica, a questi incontri, e cioè Delfino Insolera, aveva già proceduto ad interrogare Marx e a lasciarlo
da parte.
Ma in quegli anni il PCI di Togliatti un certo
discorso su Marx lo sventolava a destra e a
manca. Non ti ha per lo meno incuriosito?
Io ho sempre proceduto nella mia vita per fatti
concreti. Ho avuto sempre delle occasioni molto
Poliscritture/Esodi
precise per cui sono andato da una situazione a
un’altra. Nel caso di Marx, e quindi della filosofia
marxista, e quindi del Partito Comunista, alcuni
accadimenti sono stati per me determinanti.
All’università avevo come insegnante
Banfi, che allora era sia insegnante di filosofia sia
anche membro attivo e eminente della struttura di
potere marxista del PCI. Io ho avuto uno scontro
molto violento con Banfi. Facevo l’università e ho
sempre saputo di non essere per nulla una testa
filosofica, caso mai una testa artistica. Andavo alle sue lezioni e Banfi le faceva nel modo in cui le
ha sempre fatte negli ultimi tempi, quindi passeggiando, in modo salottiero, in modo molto intelligente, ma pochissimo marxista; e quindi mi dava
molto fastidio. Era venerato da tutti ma io non
pensavo di doverlo venerare.
È capitato poi che una mia zia, dopo varie
crisi e traversie anche religiose, è diventata medico. Durante la guerra, molto più di mia madre, si
è impegnata politicamente e ha tenuto rapporti
piuttosto stretti con gli ebrei. Ne ha fatti scappare
ed è stata per questo incarcerata a San Vittore. Poi
ne è uscita e ha continuato la sua vita fino ad ottantacinque anni.
In quegli anni, data la sua appartenenza a
questi ambienti politici di carcerati, lei era venuta
in contatto con alcuni esponenti sia della Resistenza sia dei fascisti incarcerati subito dopo il
’45.
Uno di questi fascisti era stato imputato
della uccisione di Curiel. Lei l’ha conosciuto in
carcere. E mi ha detto: - Senti, tu conosci Banfi?
Siccome lui è un pezzo grosso...Tizio non è colpevole di questo crimine. Sarà fucilato. Se tu vedi
Banfi, prova a dirglielo.
Banfi era molto connesso con Curiel e
quindi per mia zia doveva essere interessato a fare giustizia. Allora io sono andato da Banfi. Fortunatamente allora, come anche adesso, non ho
nessun rispetto umano, come si dice. Ho chiesto di
parlargli. Era in biblioteca e gli ho detto questo.
Ha cominciato a gridare in modo tremendo, in un
modo drammatico e teatrale: quello è un porco fascista! Adesso si mettono a salvare anche i fascisti! E questo mi ha fatto piangere. Ho pianto per
l’assurdità di questo tipo di reazione di allora (ma
lo penso anche adesso).
Secondo fatto traumatico: io durante la
guerra non ho fatto nulla. Ero sul lago di Como in
una situazione molto privilegiata. Ero abbastanza
giovane. Mi sono fatto esentare dal servizio militare, mentre mio fratello era in guerra. Facevo solo il lavoro materiale di traversare il lago con gli
ebrei che dovevano scappare di là. Quindi la guerra non l’ho vissuta in nessun modo. Non ho fatto
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il partigiano. Non ho fatto il basista e così via.
Ma nei giorni della Liberazione io ero presente a
Milano. E - anche questo fu un fatto relativamente
drammatico per una mentalità niente affatto politica come la mia - ho assistito al farsi dei partigiani: il giorno prima seduti tranquilli, a bere, a
fumare e a fare l’amore, si sono travestiti da partigiani e hanno partecipato alla vita politica in
quanto partigiani, che non era vero.
Altro elemento: partecipavano tutti attivamente al Fronte della Gioventù diretto da Banfi;
ed erano quasi tutti fascisti e si comportavano come fascisti. Io mi sono iscritto nelle liste degli indipendenti di sinistra per le prime elezioni
all’Università. Ho avuto il massimo dei voti. Ho
partecipato alle riunioni. Ho fatto qualche proposta.
Passiamo al tema del rapporto cattolicesimocomunismo. Giudicasti positivamente, se non
sbaglio, l’ipotesi di Rodano di «un’alleanza
storicamente e religiosamente necessaria fra
cattolicesimo e comunismo». Essa rappresentò
di fatto la base teorica del «compromesso storico». E questo mi pare, allo stesso tempo, il punto in cui massima è stata la vicinanza tra te e il
comunismo e il punto maggiore di distanza fra
te e la mia generazione, che secondo Rodano
si sarebbe abbandonata agli «estremismi» del
’68» o si sarebbe lasciata attrarre - anche tramite Fortini o la Masi - dalle chimere del «terzo mondo». Puoi precisarmi la tua collocazione
rispetto a quelle che una volta si chiamavano
«sinistra storica» e «nuova sinistra»?
Tutto vero. Con alcuni elementi in più, anche questi di carattere geografico. La mia vicinanza al
partito della sinistra cristiana deriva anche dal fatto che ho conosciuto e amato Felice Balbo. Felice
Balbo non lo conosce più nessuno. Era un uomo
straordinario, amico di Pavese e Giaime Pintor e
collaboratore della Einaudi. Egli è poi uscito dalla
cerchia degli intellettuali organici al PCI e
all’istituzione einaudiana ed è entrato all’IRI. Poi
si è un po’ stancato ed è rientrato nei ranghi universitari. Insegnava Filosofia morale all’università
di Roma. È morto giovanissimo.
In quei tempi lui era il filosofo di un
gruppo composto anche da Rodano e Napoleoni.
Questi erano i tre che avrebbero voluto e forse sarebbero anche riusciti a comporre economia, politica e filosofia. La testa maggiore era Balbo. Costituivano una «scuola», termine inventato dallo
stesso Balbo, il cui obiettivo era la formazione di
quadri per un futuro civile.
Quando Balbo è morto, al suo posto hanno preso me. E quindi c’è stata la «scuola di Ro-
Poliscritture/Esodi
ma», in cui insegnavamo: io filosofia, Rodano politica e Napoleoni economia. È durata pochissimo
e poi è stata interrotta dal ’68, che ha determinato
prese di posizione piuttosto precise da parte di noi
tre: Rodano di rifiuto radicale, Napoleoni di attenzione relativa e partecipazione modesta, io di partecipazione assoluta. Quindi la scuola si è interrotta. Anche perché, mentre gli altri due avevano
una struttura disciplinare precisa, io non sono riuscito a immettervi, ma dopo parecchio tempo, negli ultimi anni Settanta, né Wittgenstein né Freud,
diciamo così, né un’alternativa a questi due. Come
ho detto la partecipazione al marxismo da parte
mia era modestissima e non ero in grado di elaborare le idee che Balbo aveva già tracciato coi suoi
scritti sul marxismo. Ero l’”aspirante filosofo”
all’interno di questo gruppo. L’esperienza si è interrotta, però l’ipotesi che Rodano sempre sosteneva di recuperare il senso religioso del cristianesimo al marxismo nella convivenza istituzionale
tra il cattolicesimo e il Partito comunista, un po’
l’ho condivisa.
Qui mi pare di cogliere una sorta di contraddizione. Che legame ci può essere tra la tua rigorosa critica al magistero cattolico per avere
sempre difeso inesorabilmente la divisione gerarchica fra ceto sacerdotale e laici e la tua adesione o simpatia per le posizioni di Rodano e
per il ruolo del PCI, la cui burocrazia, secondo
me, ha seguito proprio quel modello di pratica
del potere della chiesa? La dannosa differenza
tra laicato e chiesa per me c’era anche tra intellettuali-burocrati del PCI e militanti di base
della classe operaia.
Sì, certo. Probabilmente hai ragione. Non ho nulla
da obbiettare. La mia però tu l’hai giustamente definita una «simpatia». Questa era molto motivata
dall’ipotesi che dall’iniziativa di Balbo si riuscisse
a fondere Rodano con Napoleoni e lo stesso Balbo, ossia la politica di Rodano con l’economia di
Napoleoni e la filosofia in largo senso “religiosa”.
Ma essa si è interrotta. Io non l’ho più seguita,
non ero in grado di sviluppare quella prospettiva.
Io ho avuto simpatia, ma questa simpatia l’ho interrotta al momento in cui Rodano è andato per la
sua strada e Napoleoni è andato per una strada di
economia che io non potevo seguire, anche se ho
mantenuto un grande affetto e una grande stima
per lui.
Il pensiero di Balbo è rimasto interrotto
per la sua morte e anche perché io non me ne sono
più occupato, anche perché – questo è un fatto
contingente – le sue carte sono state tenute segrete dalla sua vedova. Quasi nessuno poteva leggerle e solo adesso sono riaffiorate alla luce. Però era
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una simpatia. Anzi negli anni successivi è cresciuta la mia ostilità a questa ipotesi che tu giustamente rilevi come un’alleanza tra burocrazie.
In effetti,nella tua critica alle scelte del magistero della chiesa dall’Ottocento ad oggi ho
colto una profonda analogia (non so quanto legittima e fondata storicamente) con la polemica
contro la burocratizzazione del comunismo ad
opera delle dirigenze di partito. E perciò ritengo perciò prezioso il tuo libro non solo per i
credenti, ma anche per quanti non si sono pentiti di aver lottato per il comunismo. Cosa ne
pensi?
Il problerma, che poi è stato affrontato da molti,
per me è sempre questo: esiste la predicazione ed
esiste l’istituzione che si costruisce sulla predicazione. Evidentemente il nesso che si istituisce è
sempre sbagliato. Quando la predicazione diventa
istituzione, diventa partito, diventa chiesa, la predicazione scompare e prevalgono motivazioni interne alla struttura. Esse impediscono che la predicazione rimanga quella che è, rimanga “pura”,
diciamo così.
Questo è un fenomeno che si verifica
sempre. Nell’ambito dei partiti lo vediamo.
Nell’ambito della chiesa non si è visto abbastanza.
Però l’ipotesi del ritorno alle origini, che è stata
spesso affacciata, per contrastarlo è assurda, perché al momento delle origini trovi la predicazione
e pensi che tutto quello che si è costruito sopra sia
un errore, mentre esiste una necessità; e non può
che esistere una necessità del passaggio dalla predicazione all’istituzione. Dovrebbe avvenire in un
modo diverso da quello in cui è avvenuto.
In termini politici è il cosiddetto problema del
passaggio dalla spontaneità all’organizzazione.
E quello non è stato risolto mai. È irrisolubile?
Non lo so.
della fede». Alludi forse alla distanza insuperata fra senso religioso e senso mondano, politico
del comunismo? Sarebbe come dire che il comunismo rimane una cosa ancora ”troppo umana”?
La cosa che non si ricorda e che fa parte dei principi elementari della dottrina cristiana, di cui tutti
fan finta di sapere (parlo del magistero), è la definizione di chiesa. Cambiano i secoli, ma non è
stata mai riconosciuta una definizione unica. Definendo una cosa devi dire anche ciò che non è.
Però tra le definizioni correnti, che non sono definitive, non autenticate da nulla, c’è quella della
chiesa docente e della chiesa discente, c’è quella
della chiesa come società perfetta e quella della
chiesa come popolo di Dio. E poi c’è la chiesa
non visibile, che è l’appartenenza di tutti a un
mondo che è qui sulla terra ma che ha anche la
sua prosecuzione nel cielo. Non c’è nulla di morto nella chiesa. I morti non esistono, sono risorti.
Quindi c’è una presenza di cose non visibili che
costituisce l’essere della chiesa anche nella visibilità. Questo fa sì che la sfera della chiesa non è
fissabile entro il traguardo terreno, ma va anche
oltre. E il potere della chiesa deriva dalla disponibilità di questo oltre sul qui. La sfera politica ha
sempre una prosecuzione non visibile che è di
competenza della chiesa.
L’aldilà ha sempre la meglio sull’al di qua...
Ha la meglio perché lo contiene. Perché contiene
l’al di qua diventato eterno.
Per Bloch l’aldilà deve diventare al di qua,
perché è l’altra faccia (sublimata) di quella che
diciamo “realtà”.
Sì questo come progetto. Ma la chiesa non ha mai
detto che questo è un progetto. Ha detto che è la
sua essenza.
4 gen 2005
Un nodo grosso. Si ripresenta di fronte ad ogni
movimento, anche adesso coi no global.
Sì, finché i no global passeggiano per Roma, per
Firenze e dicono delle cose giuste, va benissimo.
Al momento in cui dicono facciamo qualcosa di
diverso, è finita. È quel momento lì... È possibile
che non possa essere che così?
Concludo chiedendoti una precisazione. Nel
punto in cui parli della chiesa che riconosce le
colpe di ieri, chiede perdono a non si sa chi e in
fin dei conti si assolve, affermi che essa non ha
solo «caratteri umani» e appartiene «per sua
precisa dichiarazione...a qualcosa d’altro, e che
non è, semplicemente, il campo e il dominio
Poliscritture/Esodi
Nota di E.A. L’intervista appena letta ha una
lunga gestazione e alcune motivazioni personali
e politiche che è giusto esplicitare.
Non c’è più religione è uscito da Garzanti nel 2003 e il filo conduttore del colloquio
con Ranchetti parte da una mia istintiva reazione alla lettura del libro. Potrei riassumerla
così: bisognerebbe scrivere, a completamento,
un Non c’è più comunismo altrettanto rigoroso
e appassionato. Ovviamente un libro del genere
oggi per me non c’è. Oltre il Novecento di Revelli si limita - credo - a esorcizzare la parte
sanguinolenta di quel fantasma storico e Impero o Moltitudine di Hardt e Negri anticipano fin
27
troppo, teleologicamente, un miraggio gioioso e
moltitudinario di neocomunismo, sottovalutando la morsa presente di guerre, precariati permanenti, tsunami e altri disastri umani e ambientali.
Ho voluto perciò confrontarmi a fondo
con questo libro e poi porre direttamente al suo
autore delle domande legate ad esperienze che
credo siano state comuni alla generazione cresciuta nell’immediato dopoguerra.
Sono, infatti, uno dei tanti - suppongo che, segnato nella sua infanzia e prima adolescenza dal cattolicesimo (certo con differenze di
età, di ceto e di formazione rilevanti rispetto a
Ranchetti, ma non tali da impedirmi di cogliere
la sostanziale continuità dell’ideologia e della
pratica dell’Azione Cattolica dei suoi tempi con
quelle a me riproposte tra anni Quaranta e
Cinquanta, in parrocchia, a Salerno), se ne è
poi staccato; e ha preso parte a esperienze di
vita e di lotta sociale e politica non solo in contrasto con l’insegnamento cattolico, ma decisamente spostate in partibus infidelium e nutrite di idee illuministe e marxiane, circolate ampiamente da noi attorno al ’68 e per buona parte degli anni Settanta e tendenti ad oltrepassare
il terreno religioso o a “materializzarlo” in senso più o meno blochiano.
La lettura di questo e di altri libri di
Ranchetti mi ha dato, a distanza di tanti anni,
la percezione dell’esistenza di una possibilità
nella mia giovinezza del tutto insospettata:
quella di una critica radicale al cattolicesimo
restando cristiani. Nel mio ambiente e in quel
periodo, infatti, ogni ipotesi “protestante” o di
dissidenza fu per me inesistente. Adesso la ritrovo nell’esperienza di Ranchetti, che ha fatto
diventare la sua insofferenza per l’istituzione
cattolica rigorosa critica intellettuale. In me invece ha portato a una rottura soprattutto fisica
con quel mondo e a deviare o a trasformare
quel «senso religioso della vita» in direzioni
non so se più “estremiste” delle sue ma comunque non coincidenti.
Questo mi permette di guardare oggi il
suo percorso e il mio con uno sguardo che direi
strabico. Da qui la mia tendenza ad incalzarlo
su aspetti che a me paiono “limiti” o sono forse
solo problemi che sento con più forza; e
l’insistenza di alcune domande, che - come mi
ha fatto notare Ranchetti stesso - non corrispondono alle sue domande e forse non trovano
del tutto risposta da parte sua.
L’ipotesi, ad esempio, della relazione
fra crisi del comunismo e crisi del cristianesimo
non so quanto sia interessante dal punto di vi-
Poliscritture/Esodi
sta della sua vasta e lunga ricerca o alla luce
dell’interrogativo di Illich che oggi l’assilla.
Non so neppure quanto possa suscitare interesse in altri. Tuttavia mi è piaciuto sondare il suo
pensiero su questioni “mie” o fino a tempi recenti anche “nostre”, e cioè di una certa area
culturale e politica di “sinistra”, che ha parlato
o in qualche sua residua componente ancora
parla di comunismo.
Nella
fase
di
preparazione
dell’intervista mi sono chiesto anche se non sia
un paradosso pretendere che un libro lucido e
spietato su «istituzione e verità nel cattolicesimo italiano del Novecento», argomenti che
parrebbero rivolti esclusivamente a cattolici o a
credenti nell’aldilà, interessi “a sinistra”.
Eppure, al di là delle intenzioni o opinioni di Ranchetti e contro altre obiezioni che
ho messo in preventivo, credo che valga la pena
tentare di riportare l’attenzione almeno di una
certa intelligenza “di sinistra” su questo libro,
sollecitando prese di posizione. Affaccio a sostegno alcune mie convinzioni:
1) il tentativo di Ranchetti di «ripristinare un’interrogazione religiosa nel senso più
ampio del termine», offrendo alla discussione
una serie di tesi fin dal primo numero de
L’ospite ingrato del 1998, mi pare andare incontro a quelli compiuti per tutto il Novecento
da minoranze comuniste e socialiste dissidenti
dai partiti, che hanno anch’esse cercato di ripristinare un’interrogazione – politica certo nel senso più ampio del termine;
2) il libro, pur restando dentro la dimensione religiosa cristiana, contesta coraggiosamente e con solidissime argomentazioni teologiche e storiche l’autorità della chiesa cattolica, la cui secolare struttura gerarchica è matrice della pur laica «forma partito»; e la separazione fra sacerdozio e laicato, su cui Ranchetti
tanto insiste, è il modello profondo di ogni separazione fra Stato e società civile, fra intellettuali e classe, fra politici (e rivoluzionari) di
professione e movimenti;
3) se non è peregrina l’analogia tra cristianesimo e comunismo (e poi tra tentativi di
riforma religiosa e tentativi “antirevisionisti”
di Marx), va considerato anche il parallelismo
tra
crisi
del
cristianesimo,
divenuto
nell’Ottocento come Ranchetti documenta istituzione “totalitaria”, e crisi del comunismo,
tradottosi nel Novecento prima in stalinismo e
poi imploso;
4) per contrastare lo sfacelo teorico e
ideologico nell’ultimo trentennio che ha colpito
tutte le aree della sinistra (“storica” o “nuova”
28
si diceva una volta) può essere utile affrontare
la centralità indiscussa del modello-chiesa, così
accanitamente e lucidamente al centro degli
studi di Ranchetti, specie in questo momento in
cui gran parte della sinistra - come ha ricordato Massimo Cappitti in una delle pochissime
recensioni che Non c’è più religione abbia ricevuto (in L’ospite ingrato 2 2003) - sembra allinearsi ossequiosamente alla chiesa, fino ritenerla l’«unica istanza etica universale capace di
parlare autorevolmente al mondo “globalizzato”»;
5) chi viene dalla storia della sinistra
comunista più radicale si potrebbe però chiedere se abbia senso partire dalla critica della
chiesa fatta da Ranchetti invece che dalle tante
critiche anarchiche fatte fin dall’inizio del movimento operaio alla forma-partito (da Bakunin a Rosa Luxemburg alla rivoluzione culturale cinese). Mi sono risposto: a queste critiche,
sovente troppo fiduciosamente illuministiche, è
sfuggito quasi sempre la presa dell’aspetto sacrale del potere sull’immaginario sociale. Ed è
stata, invece, proprio la chiesa – come fa notare
Ranchetti nella coda dell’intervista - che per
lunghi secoli, sottraendo il suo e l’altrui potere
ad ogni interrogazione o intromissione dei suoi
laici e dei cosiddetti “eretici”, ha monopolizzato le risposte a dubbi fondamentali
dell’esistenza nostra, riverberando sugli altri
poteri con cui mano mano si è alleata - dagli
imperatori ai fascismi – l’aura della sua sacralità;
6) se forse c’interrogassimo seriamente
sul perché la “chiesa comunista” sia crollata e
quella cattolica invece mantenga una sua presenza pervasiva (sia pur pervertita), sa perdonarsi e assolversi dei propri “errori” o esibire
in modi spettacolari fascinosi le dichiarazioni e
le imprese dei suoi capi carismatici e può presentarsi oggi come «l’unico soggetto monopolista della storia e della verità» (Cappitti), dovremmo rispondere che l’amministrazione oculata del suo Sacro le ha permesso di avere rapporti privilegiati di connivenza e di adattamento con altri gestori di un sacro degradato (fascismo e nazismo); e oggi anche col Capitale finanziario trionfante, dalla chiesa criticato per
i suoi “eccessi materialistici”, ma mai disconosciuto e tantomeno scomunicato, come capitò al
comunismo da parte di Pio XII. Mentre il comunismo staliniano non seppe andare oltre un
certo rozzo culto della personalità.
Poliscritture/Esodi
Aggiungo infine almeno altre tre domande che la lettura di Non c’è più religione mi
ha suscitato:
1) perché è stata possibile una connivenza quasi logica, come dimostra Ranchetti,
fra Chiesa cattolica e fascismo o, altrimenti, è
stata sempre più facile l’«alleanza tra trono ed
altare» e così ardua quella fra cristianesimo e
comunismo?
2) la critica al cattolicesimo di Ranchetti verrebbe rafforzata o indebolita da quella al Capitale, il grande innominato del suo libro? (Marx, se non sbaglio, è citato una sola
volta, a pag. 79, parlando del tentativo di interpretazione fatto da parte dei cattolici di sinistra e nell’intervista Ranchetti chiarisce bene
anche alcune ragioni biografiche dell’assenza
nella sua riflessione di questo autore);
3) da chi e come si potrà spezzare questo monopolio totalitario della Chiesa, se tutta la
memoria del tentativo del comunismo novecentesco è diventata oggi tabù? (Ricordo en passant che Giovanni Paolo II, oltre che «incarnazione di un “primato che non riconosce errore”» è stato presentato anche come il “vincitore
del comunismo”, e cioè di un’esperienza storica
nella quale si era affacciata l’ipotesi che forse
un senso religioso alla vita poteva anche non
essere più necessario).
29
Luca Ferrieri: La politica è sempre una poetica. Un dia-tria-logo su guerra e pace
Il tema…
Note ai fianchi…
di LUCA FERRIERI
Ripresa e contrappunto…
di ENNIO ABATE e MARCO GAETANI
di LUCA FERRIERI e ALTRI
Lavorare ai fianchi
Lavorare ai fianchi ovverosia sfiancare il senso comune, le certezze nostre e altrui. Lavorare ai fianchi,
ossia affiancare, praticare la nobile e dismessa scelta di schierarsi, di stare al fianco, di prendere parte e
partito. Lavorare ai fianchi, ossia colpire nella parti non vitali, ma anche nei punti deboli, cercando
l’anello che permette di smontare e rimontare la catena. Lavorare ai fianchi: marginali che non hanno
smarrito l’intero e che si propongono di accerchiarlo per via periferica. Lavorare ai fianchi, dunque sapere e sperare che gutta cavat lapidem, che il battito di una farfalla a Cologno Monzese può produrre una
tempesta in Florida. Scavando nella pietra ma anche circuendola, preferendo la mossa del cavallo
all’attacco frontale della torre. Lavorare ai fianchi, cioè di scarti, di scartamenti, di balzi. Lavorare nella
prossimità, nella vicinanza, partendo da ciò che ci tocca, da ciò che si tocca. E poiché lavorare stanca,
portare la nostra stanchezza con noi, fianco a fianco, così che stringendo lo sguardo possa mettere a fuoco
i dettagli e chiudendo gli occhi, invece, possa far posto al campolungo dei sogni.
Odiare il nemico
In un suo acuto (ancorché e perché non
sempre condivisibile) intervento1, Sergio
Benvenuto osserva che mentre gli uomini
di destra non odiano il nemico, in quanto
nella mitologia guerriera simile a loro e
quindi segretamente ammirato, gli uomini
di sinistra lo odiano perché li trascina alla
guerra, li rende simili a lui. La dicotomia
mi pare contraddetta innanzitutto dalla storia. Falangi, ustascia, ss e altre truppe scelte della destra si sono macchiate di tali e
tante crudeltà che questo codice d’onore
pare esistere solo, forse, in qualche storia
di samurai. Non che le corrispettive milizie “sinistre” siano state da meno, ma proprio la radice rousseauiana che Benvenuto
pone alla base di ogni visione “di sinistra”
(anche se così non è: esistono sinistre hobbesiane, mandevilliane, sadiane, smithiane, nietzschiane…) dovrebbe mettere in
guardia da questo esito. A meno di sposare
le posizioni oltranziste della nuova destra
secondo cui è proprio Rousseau a portare
dritto nel gulag. In realtà a me pare che,
almeno su questo terreno, sinistra e destra
siano categorie quasi ininfluenti (salvo
sperare che il pacifismo abbia in realtà operato recenti e non effimere modificazioni positive). Ci sono uomini che odiano e
uomini che non odiano. Tra i primi e i tra i
secondi ci sono uomini che si rassegnano e
uomini che combattono. Molti di questi
combattono anche contro l’odio e hanno
imparato, dopo aver attraversato tutti gli
1
[mg] Credo che nessuno che
abbia mai giocato a scacchi
rinuncerebbe ad una torre neppure per due cavalli.
[lf] Ma su un’altra
scacchiera?
Con le torri (anche d’avorio)
mi ci arrocco, mi ci chiudo, vado dritto, vado addosso, picchio contro. Col cavallo salto, zigzagheggio, scavalco gli
ostacoli, volo sopra il nemico.
Sul passo del cavallo cfr.: V.
FOA, Il cavallo e la torre, Einaudi, 1991.
[ea] Ma l’odio innanzitutto esiste: è un sentimento di base assieme all’amore. Non voglio improvvisare sulla definizione e la
spiegazione di entrambi. Ne constato prima l’esistenza e poi un
altro dato che mi pare incontrovertibile: la rielaborazione che
ciascuno fa dei sentimenti di base
che si ritrova (rielaborazione che
mai prescinde dalle spinte della
collettività d’appartenenza e accentua ora l’uno ora l’altro) solo
in alcuni (spiriti religiosi? o più
spinti al dovere...tu ne dai un esempio quando affermi: «non si
può odiare neppure il nemico proprio perché non si deve mai assomigliargli») raggiunge il rifiuto
dell’odio stesso. Rifiuto che a me
pare, comunque, di qualcosa di
astratto, poco rinvenibile soprattutto in politica. L’impossibilità di
[lf] Certo che l’odio esiste. Certo
che bisogna farci i conti. Non propongo di negarne l’esistenza (sarebbe irenico) ma di combatterla.
Se l’alternativa fosse: accettazione dell’esistente / riscossa a prezzo dell’odio, potremmo a lungo
dubitare ed oscillare, come è stato
tante volte in passato, e poi quasi
sempre finire prigionieri di una
sorta di alternanza tra le due vie
(non si vive di solo odio, mai).
Ma forse oggi non è più questa
l’unica possibilità: ci può essere
una via di riscossa che non passa
attraverso l’odio del nemico, così
come c’è una rassegnazione
all’esistente che si nutre d’odio
(anche verso l’amico).
SERGIO BENVENUTO, Paradosso del pacifismo, “Aut aut”, (1999), 293-4, p. 81-107.
Poliscritture/Esodi
30
Il tema…
Note ai fianchi…
di LUCA FERRIERI
orrori del Novecento, che non si può odiare se il nemico è l’odio, non si può odiare
neppure il nemico proprio perché non si
deve mai assomigliargli.
[mg] Sarei comunque prudente nel considerare l’odio "un sentimento di base".
Intanto – un discorso di psicologia, anche
collettiva, andrebbe fatto: non mi ci avventuro – ritengo necessario distinguere tra
l’odio come sentimento individuale e
l’odio come sentimento dei gruppi. Siamo
sicuri che quando parliamo di Tizio che
odia Caio (perché, mettiamo, Caio gli ha
fatto del male) e di – banalizzo! – un certo
Islam che odia l’Occidente (e sia pure un
certo Occidente) si stia parlando della stesso fenomeno, di un medesimo sentire, solo
considerato su diversa scala? Quanto siamo
distanti – in un caso o nell’altro - da un uso
metaforico del termine "odio"? Forse poi
l’odio non è propriamente un sentimento,
ma una categoria storico-esistenziale. Ritengo inoltre che si possa, durante la vita
individuale, anche non conoscere odio, mai
(senza essere un santo, o simili!); personalmente ad esempio – per quel che può
valere il caso personale, l’osservazione interna… – credo proprio di non avere mai
sperimentato in me stesso alcun odio verso
chicchessia. Ho per contro conosciuto persone – unanimemente riconosciute "normali", col metro corrente – che non erano così
sicure di avere mai amato qualcuno/qualcosa. Non conosco l’odio: il "negativo" lo incanalo in quel certo "non so che"
che in realtà però so benissimo che sia,
perché lo riconosco in me quando mi si dà,
e che dovendo descrivere collocherei
all’incirca tra il disprezzo e il disgusto.
L’odio come lo vedo dall’esterno è furiacieca-orientata, non paia contraddittorio:
questa ambivalenza è esattamente ciò che
può renderlo cortese. Non è casuale che
l’odio abbia sempre a che fare, secondo
me, con qualche forma di fanatismo, sia
pure latu sensu. Se l’odio è storico, è fatalmente politico: alligna sempre dove c’è
fazione.
Inoltre: a rigore, un nemico che non sia odiato è piuttosto un avversario (rischi: parlamentarismo, concezione sportiva della
lotta di classe). E: si può non odiare senza
in qualche misura anche rispettare?
Poliscritture/Esodi
Ripresa e contrappunto…
di ENNIO ABATE e MARCO GAETANI
far diventare endemico, in un tempo
circoscritto e nei luoghi dove il conflitto è più acceso, il «combattimento contro l’odio» (l’odio dell’odio, si
dovrebbe dire, perché cos’è il combattimento se non una mobilitazione
anche dell’odio a fin di bene?), rende debole questa prospettiva. Ardua
alternativa: invece di neutralizzare
l’odio in sé e abbandonarne la gestione agli avversari o ai nemici,
perché non “sporcarsi di odio” ma
convogliarlo a fini benefici. Sì, so
che non è una novità. Siamo a Machiavelli. Ma mi pare prospettiva
più realistica.
di LUCA FERRIERI
[lf] L’odio dell’odio mi sembra come la guerra alla guerra: un’illusione tragica, nel
migliore dei casi, come quella della violenza levatrice (e
lavatrice?) della storia.
[ea] Piccolo approfondimento: Prendo in mano Ruwen Ogien, Ritratto
[lf] L’utilizzo dell’odio a fini
logico e morale dell’odio, manifesto
benefici è ampiamente pratilibri 1994. Cerco appoggio al mio
cato e utilizzato. La psicanatentantivo di non rimuovere l’odio,
lisi stessa è un tentativo di
di salvarne quella che mi pare la
indirizzamento di certe pulspinta propulsiva. Le prime pagine
sioni verso altri oggetti. Può
sembrano smentirmi. Ogien mi riessere una via percorribile,
corda Spinoza: «L’odio non può
come strategia di riduzione
mai essere buono». (8). Beh, io non
del danno, ma a condizione di
dico che l’odio sia buono. L’odio
dominare e incanalare l’odio,
sarà anche «costitutivamente cattinon di finirne schiavi, come
vo» (14). Ma io azzardo, dico che
molto spesso invece è accabisogna rischiare: l’odio va cavalcaduto.
to come una tigre. È vero che è indifendibile, ripugnante, scandaloso
(9). Ma resta qualcosa di irrisolto.
Lo stesso Ogien riconosce che sul
tema c’è tensione: quella ad esempio
presente nelle posizioni di Descartes
e dello stesso Spinoza. Essi oscillano fra attribuire all’odio una funzione positiva (inclinazione a separarsi
da cose dannose) e una negativa
(«L’odio non può mai essere buono», Spinoza). (53) Ogien rianalizza varie posizioni sull’odio e confuta tutta una serie di «difese dell’odio» più o meno provocatorie: da chi
lo approva per il piacere che comunque procura a chi lo vede socialmente utile come «pungolo delle condotte di legittima rivolta davanti
a certe forme di oppressione, a chi lo rivolge a cose categoricamente
cattive (menzogna, ingiustizia), a chi lo vede come principio dei meccanismi d’individuazione (senza odio non vi sarebbe né l’io né
l’altro... senza odio non ci sarebbe l’amore, ecc.), a chi lo usa per distruggere le illusioni buoniste farisaiche. (18-19) La confutazione è
tutta filosofica, acuta ma senza sguardo alla storia. Da logico si disperde in sottili argomentazioni filosofiche che non mi attraggono.
Non mira a considerazioni storico-politiche, ma soprattutto a dimostrare che odiare «possiede le stesse caratteristiche intenzionali di
‘credere’ o di ‘desiderare’» (8), che odiare non può essere considerato
irrazionale, incoerente, cieco. Forse è poco, ma è uno spiraglio:
c’infilo subito un pezzo di Fortini sul luglio 1960: L’odio tra noi e loro faceva tremare le foglie dei platani!, in Disobbedienze II, p.110.
31
Il tema…
Note ai fianchi…
di LUCA FERRIERI
Ripresa e contrappunto…
di ENNIO ABATE e MARCO GAETANI
di LUCA FERRIERI e ALTRI
Disastri della guerra
Durante una guerra le bombe piovono dritte dritte nel cervello della gente; ed è una
delle devastazioni più tragiche. Lo si vede
subito quando si apre il sipario sulla vecchia commedia dell’interventismo: chi si
oppone è codardo, disfattista, eccetera.
Così i favorevoli alla guerra dicono ai pacifisti: se avete del fegato andate da Saddam (o chi per lui) a fare le vostre manifestazioni non violente. Ridicolo e tragico
(proprio per il suo infimo profilo) argomento; che però rischia di trascinare sul
suo terreno anche taluni pacifisti, quando
li sento ritorcere: i nostri guerrafondai
pantofolai sono buoni a tuonare per la
guerra qua, perché non sono in prima linea
là. Il primo sintomo dell’intossicazione
bellicista è questo mito dei muscoli, del
coraggio acefalo. Ha ragione Adriana Zarri: la paura è in certi casi molto più sana e
salutare del suo opposto.
[mg] Bombe: esigenza di non
cadere nella facile analogia, nella
coloritura di tipo (pur nobilmente)
giornalistico: non è un caso che un
simile "stile" discorsivo proliferi nell’alienazione della chiacchiera massmediale
(gli "appigli" sul significante sono le centine
di ogni castello sabbiolino). Il fatto che tra noi poi
ci si intenda non autorizza ad allentare la vigilanza:
"come saremo letti"? Uso solo poetico-espressivo
della metafora, direi. Quando è necessaria, quando è
catacresi nel senso originario (quando insomma
mancherebbe altro termine per far da sponda al senso
costituente la situazione).
[ea] Prima sui corpi di alcuni, di certa gente... Non è secondario! Nel
cervello della gente (noi), quella non
colpita dalle bombe ma che assiste o
ha notizia più o meno attendibili
dell’effetto avuto dalle bombe sui
corpi altrui, piove altro. Direi gli effetti della guerra psicologica che tu
qui sotto esemplifichi: menzogna,
propaganda, paura, incertezza, magari persino soddisfazione: ben gli
sta a quei bastardi!
[ea] Ah, io starei attento ad insistere
sempre o soprattutto sull’«infimo
profilo» intellettuale o morale di
Hitler, Saddam, Bush ecc! Il massimo pericolo viene proprio da questi
bassi profili! Tragico sì, perché non
c’è contrapposizione reale ma solo
simbolica ai loro fatti. Ridicolo no.
[ea] … sana, salutare, ma inefficace
politicamente. La paura spinge a ritrarsi dal conflitto non ad operarvi.
Può essere anche buona consigliera
di fronte ad un nemico strapotente,
ma in sé non è risposta adeguata.
Può preservare le forze per combattere. Ma al combattimento non si
arriva solo per paura.
[mg] Paura: mi pare sia sempre e
comunque pericolosa. Non confonderla con la prudenza, che è bensì una
virtù. Nei fatti umani la paura è un
sintomo di qualcosa che è andata fuori
controllo e non doveva. Rimane ben
poco, se ci si deve aggrappare alla
paura.
"Se tu potessi udire, a ogni sussulto, il sangue
gargarizzare dai polmoni corrotti dalla bava,
Osceni come il cancro, amari come il bolo
Di vili piaghe incurabili sulle lingue degli innocenti,–
Amico mio, tu non diresti con tale acceso zelo
Ai figli anelanti qualche gloria disperata
La vecchia menzogna: Dulce et decorum est
Pro patri mori."
WILFRED OWEN, Poesie di guerra, Einaudi, 1985
[sr]
Poliscritture/Esodi
[lf] Vero. Differenza da non
dimenticare mai. Pure, a parlare della guerra sono molto
più spesso quelli che le bombe le vedono a distanza. Agli
altri è stata tolta definitivamente la parola. Io non cerco
di parlare al posto loro. Mi
sarebbe impossibile e non
sarebbe neanche giusto. Parlo di (con) quelli che la guerra la vedono sui (tele)giornali. Ma penso che
non si debba mai sottovalutare il fronte “interno”, anticamera e incubatrice di tutte
le guerre.
[lf] Gli infimi profili sono pericolosissimi anche e soprattutto perché infimi.
[lf] Inefficace politicamente?
Sempre con i metri della politica come volontà di potenza.
Ma anche con questi, qualche
dubbio dovrebbe sorgerci.
Forse non abbiamo ancora
provato a tradurre politicamente il desiderio e la paura.
Forse non abbiamo mai pensato alle conseguenze politiche di una grande paura, ad
esempio la paura che i nostri
figli o nipoti non abbiano più
un pianeta. Non abbiamo
pensato alle immani conseguenze politiche dell’atto di
rendere tabù la guerra, come
diceva Fornari. La guerra è
anche un prodotto della mancanza di immaginazione.
[lf] Il più bel
film di guerra?
Mediterraneo
di Gabriele Salvatores:
“dedicato a tutti
quelli che stanno scappando”.
32
Il tema
Note ai fianchi
di LUCA FERRIERI
Guerra e pace
Si può convenire con Clausewitz che la
guerra è la prosecuzione della politica senza per questo condividerne l’atteggiamento bellicistico. La guerra infatti, è proprio
la prosecuzione della miseria della politica: una politica fondata sulla costruzione
di nemici/mostri, sull’esibizione di potenza, sul disprezzo della vita, della natura e
dei sentimenti; non c’è che dire, questa è
la politica che ci circonda. Si vuol dire con
ciò che la scelta della pace è una scelta irenistica, di espunzione del conflitto? No,
assolutamente; la pace per cui si combatte
non è il nirvana - anche se non criminalizzo chi nutre desiderio della sua vertiginosa
indifferenza. La pace per cui si combatte uso non a caso questa parola - è una presa
di posizione conflittuale. Solo che: a) non
rinuncia mai ad indicare e a incarnare
l’utopia della fraternità; b) non fa sua la
politica schmittiana dell’amico/nemico.
Indicare l’avversario, schierarsi, scegliere
(Fortini), essere “partigiani”, questo sì; ma
l’avversario non è il nemico da distruggere; non è il male assoluto; la sua rimozione
è un obiettivo parziale, provvisorio, quello
vero e finale essendo l’assunzione del diverso, l’esperienza dell’altro, la pace ricca
di fantasia e gioco.
Ripresa e contrappunto
di ENNIO ABATE e MARCO GAETANI
[ea] Più allarmante, ma non facilmente
aggirabile è l’aggiornamento della formula
di Clausewitz fatta da Foucault in Bisogna
difendere la società e ripresa da Negri e
Hardt nel loro ultimo libro Moltitudine:
«Quando lo stato di eccezione diviene la
regola e lo stato di guerra si trasforma in
una condizione di durata interminabile, la
distinzione tradizionale tra guerra e politica
si fa sempre più incerta. La tradizione
drammaturgica occidentale, da Eschilo a
Shakesperare, ha sempre sottolineato la
natura interminabile e proliferante della
guerra. Oggi però la guerra tende ad ampliarsi ancora di più, trasformandosi in una
relazione sociale permanente. Alcuni autori contemporanei [Foucault citato più sotto]
hanno espresso questa innovazione rovesciando la formula di Clausewitz: può darsi
che la guerra sia la continuazione della politica con altri mezzi, ma è certo che la politica sta diventando sempre di più una
guerra condotta con altri mezzi. In altri
termini, la guerra sta diventando il principio organizzativo fondamentale della società, e la politica costituisce semplicemente uno dei suoi strumenti, dei modi in cui si
attua. La pace civile è solo apparente dal
momento che, in realtà, mentre decreta la
fine di una forma di guerra ne inizia
un’altra», pag, 29. Esagerati? Discutiamone...
[ea] Concordo. Ma il desiderio di pace deve affrontare questo contesto. Non possiamo rimanere solo con una fede (o desiderio) incrollabile di pace. Fortini: bisogna
“uscire dalla morale verso la politica”, sostituire alla morale dell’intenzione una morale del risultato, scegliere di “combattere
politicamente l’impero del mondo”.
di LUCA FERRIERI e ALTRI
[lf] Che il rapporto tra
guerra e politica si sia
in qualche modo invertito è verissimo. La politica è diventata la
prosecuzione
della
guerra. Ciò deve condurci a denunciare
quanto poco sia fatta
di pace vera la pace
che è semplice assenza
di guerre conclamate,
così come un tempo si
denunciava la pace
sociale lastricata di
morti sul lavoro, di
sfruttamento, di violenza. Ma non implica
un abbassamento della
guardia verso l’infiltrazione della guerra
in ogni piega quotidiana, e la proposta
della pace come prospettiva e bene irrinunciabile, dentro cui
vanno ricollocati e ricompresi i conflitti di
ogni natura e specie.
[lf] Concordo. Ma il
combattimento politico
deve saper esprimere il
desiderio di pace…
Tutte le guerre sono nere
Quasi una prova del nove, se non fosse
che poi i conti non tornano mai. I giornali di oggi danno notizia che nella
Kraina serba sottoposta a massicci attacchi di croati si stanno concentrando
gli estremisti serbi, fascisti. Fascisti,
dunque, come i loro avversari, gli estremisti croati ustascia.
Sembrerebbe una dimostrazione che la guerra, una guerra così bestialmente priva di ragioni e piena di violenza, può essere invocata, da ambo le parti, solo dai settori più fascisti dello schieramento politico. I conti
non tornano però, perché la storia non si ripete che in farsa, ovvero in diverse, immani tragedie. E i fascisti
sono ora gli utili idioti di una classe politica ed economica che li manovra. Intorno al riattizzarsi di nazionalismi e di spinte alla guerra, ci sono interessi e calcoli ben più raffinati delle volgari truculenze revanscistiche dei nostalgici. I fascisti sono solo gli addetti alla macelleria.
Poliscritture/Esodi
33
Il tema…
Note ai fianchi…
di LUCA FERRIERI
di ENNIO ABATE
Ripresa e contrappunto…
di LUCA FERRIERI
Figli del Novecento
Sono figlio del Novecento, di questo secolo bello e tremendo che non vuole (che non sa) morire. E come
potrebbe morire: come potrebbero morire le mani appese a un reticolato, le dita spezzate di Victor Jara, il
titanic inclinato su un fianco, le grida degli operai che giungono al cielo, i mille fuochi delle parole impronunciabili che ancora covano sotto la cenere. Quando leggo Sefarad di Muñoz Molina2, e vi leggo che
l’orrore stava da tutte e due le parti (il che non vuol dire che le parti fossero equivalenti), che Osip Mandel’stam in un gulag fece la stessa fine di Milena Jesenska in un lager, non mi sale l’adrenalina patriottica di quelli
che hanno gridato allo scandalo, che hanno accusato Muñoz Molina di fare del revisionismo storico, di mettere
sullo stesso piano Hitler e Stalin, lui, che è un cantore della libertà e della fuga e denuncia dalla prima riga
all’ultima l’intollerabilità dell’orrore nazista e antisemita. Perché il Novecento non ha seminato solo l’orrore ma
ha anche partorito il gesto di chi lo ha combattuto, anche quando lo ha riconosciuto nelle proprie fila.
Arrendersi alla TV
Tra le cose più stomachevoli della (prima) guerra del Golfo c’è la risata, amplificata dai media e riecheggiante in ogni bar dell’isolato, di fronte alla notizia che un battaglione iracheno si era arreso davanti ai microfoni della TV. Prescindiamo dal fatto che questi sono, e si sono rivelati tali anche in questo conflitto,
degli ordigni micidiali: chiunque li abbia puntati addosso fa bene ad arrendersi. Ma ciò che la nostra cronaca cortigiana stracciona non sa neanche rilevare è la condizione di disperazione, follia, terrore e insieme di
gioia e speranza per la fine di un incubo, che stava dietro quel gesto. L’obiettivo militare americano, scientificamente perseguito con lo studio dei ritmi di bombardamento, di progressione della loro intensità, ecc.,
era proprio quello di far uscire pazzi i soldati e i civili iracheni. L’episodio della resa alla troupe della TV
italiana non fa che confermare il “successo” di tale strategia. Quando cominciò l’offensiva di terra, i cannoni dei carri armati irakeni, puntati verso il mare, non sono stati neanche girati verso terra: non c’era più
nessuno che lo potesse fare.
Fucilarli alle spalle
[ea] complicità sotterranea fra professionisti di un medesimo sistema, forse...
La guerra esercita da sempre il suo povero
fascino sui poveri di spirito agitando
l’alone dello straordinario, dell’irripetibile,
del rischio assoluto. Quasi che altro modo
l’uomo non conosca di immaginare il gioco, l’azzardo, il bilico tra vita e morte, la
vertigine del vuoto (non hanno mai sentito
parlare di amore, i signori della guerra?).
Provate ad andare in un pronto soccorso,
alla sera. Questi qui (infermieri, medici,
portantini) che dovrebbero sentirsi in guerra, contro la morte, contro il tempo, contro
la burocrazia (ed eccola qui, quella che
non esiste: la guerra giusta), che dovrebbero sentirsi in gioco fino all’ultima terminazione nervosa contro il nemico, imprevedibile, traditore, furbissimo, questi
qui timbrano il cartellino, scavalcano le
barelle senza uno sguardo e tirano mattina.
Poi magari plaudono alla guerra del Golfo.
Se dovessimo applicare il codice militare
sarebbero da fucilare alle spalle.
2
[lf] Ma se noi abbiamo perso ogni speranza che il generale Schwarkopf possa un giorno fermarsi prima di dare
quell’ordine, insomma possa un giorno rompere la maledetta catena del comando, e dire: Signorno, mi dimetto
dall’ordine, forse abbiamo già perso la (guerra per la) pace. Eppure di storie così ce ne sono tante. Di uomini che
erano stati ben selezionati
per dare l’ordine e non
[ea] Direi che ne hanno solo sentito parla- l’hanno dato. Che erano
re . Di più: magari l’hanno anche provato, stati messi al posto giusto,
ma ora è seppellito da “cose più importan- e nel momento giusto hanti”. Di più ancora: magari mentre fanno la no evitato di schiacciare il
guerra trovano anche qualche occasione bottone. Lo diceva anche
per amare qualcuno/a o qualcosa. Ricorda Brecht: il carrista ha un
gli aguzzini di Auschwitz buoni padri di difetto,
può
pensare.
famiglia, ecc? Ma scavare nel profondo Quando faremo la storia di
dell’anima di un guerriero o di un potente, questi eroi che hanno avuto
che ha bloccato consapevolmente o incon- il coraggio di tradire?
sapevolmente, le pulsioni d’amore con la
professionalità rendendole inoperanti, non serve a noi che dovremmo
trovare la via per fermarli. Un lampo da Fortini: «Quando il generale
Schwarkopf ordina di sventrare diecimila irakeni non lo fa perché da
piccolo la mamma gli negava il seno o il padre lo minacciava di busse;
tanto più che egli è probabilmente un uomo di buon cuore, pronto magari ad adottare un orfano di quegli irakeni e amante della musica popolare, dell’Arkansas o della lirica trovadorica o dell’allevamento dei criceti.
Lo fa perché non sarebbe a quel posto ove non fosse stato selezionato ai
suoi compiti da un sistema complesso di cui fanno parte industriali, economisti, storici, psicologi, sociologi, uomini politici, insomma tutta una
cultura» ( p.168, Disobbedienze II).
ANTONIO MUÑOZ MOLINA, Sefarad, Milano, Mondadori, 2002.
Poliscritture/Esodi
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Il tema…
Note ai fianchi…
di LUCA FERRIERI
Ripresa e contrappunto…
di ENNIO ABATE
di LUCA FERRIERI
Ho perso la guerra
C’è nella guerra, qualunque guerra, qualcosa che mi disgusta fino al rifiuto della
vita, al deperimento organico. Quando i
rapporti tra le persone - ora parliamo di
questi - si tendono fino a sprizzare scintille, io sento le mie forze scemare al minimo
vitale. Altri si gettano nella mischia come
pacieri o come parte in causa: la guerra li
eccita, e questo vale anche per certi pacifisti, con tutto il rispetto. Io sono fatto diversamente, e non credo sia una virtù.
Quando si incrociano le spade, riesco al
massimo ad articolare una strategia difensiva; ma internamente non cesso di interrogarmi: come è possibile? Perché si è arrivati a questo? Qual è l’errore? e perdo
veemenza. Non si può combattere senza
qualche certezza; a me succede che le certezze, solide in pace, vacillino al momento
della guerra. Il contrario di ciò che accade
nella quasi generalità dei casi. Forse io sono un traditore congenito; eppure sono anche capace di lunghe fedeltà. Forse sono
un pauroso; eppure potrei anche, in condizioni disperate, compiere qualche atto di
modesto coraggio (ma non garantisco). In
proposito penso che siano più coraggiosi
quelli che convivono con la paura di quelli
che ne sono privi.
Probabilmente la necessità di agire con rapidità e approssimazione, tipica della guerra, mi mette a disagio; contiene una dose
di ingiustizia e di semplificazione che mi è
inaccettabile. Nella guerra ciò che mi scoraggia è la possibilità di vincere, che non è
mai esclusa del tutto; io faccio in modo di
perdere preventivamente tutte le mie guerre.
[ea] Ipotesi: questa reazione che tu consideri personale (e probabilmente lo è, ma
non credo che tu sia il solo...) si spiega
(magari in parte) col fatto che noi tutti
non abbiamo avuto, come generazione,
esperienza diretta, fisica di uno stato di
guerra. Siamo testimoni, più o meno informati, delle guerre avvenute fuori dal
nostro habitat vitale, esistenziale. Siamo
costretti a fare supposizioni su cosa faremmo se, come ci comporteremmo se.
Costretti all’immaginario, credo.
sarò ideologico: ma che pace c’è stata nel
periodo che abbiamo vissuto?
[ea] O tipica dei poveretti che si vedono precipitare addosso una guerra? Questi le guerre
le programmano! Hanno tutto il tempo per
programmarle nei minimi particolari, tranne
poi fallire sempre in qualche cosa nelle loro
operazioni lampo, intelligenti, ecc.
Ma non si tratta di accettare ingiustizia o
semplificazione, si tratta di riconoscere
questa realtà per provare a contrastarla...
[lf] Mettendo insieme
queste due ipotesi ne avanzo una terza: forse
abbiamo vissuto in uno
stato di guerra lontana o
di conflitto a bassa intensità, qualcosa che ci
toccava solo ideologicamente.
In questo senso oggi
qualcosa è davvero cambiato, sarà un effetto,
uno dei tanti, della globalizzazione: la guerra
lontana la sentiamo vicina, perché sappiamo che
può scoppiare qui e ora,
gli scenari sono intercambiabili, nessuno è
mai davvero al sicuro.
[lf] Sì, tipica dei poveretti che che la guerra
la subiscono, e tipica
anche della ideologia
di quelli che la fanno.
In entrambi i casi
l’esitazione è esiziale.
“Sparagli Piero, sparagli ora…”, prima
che il nemico faccia lo
stesso.
Chi è abituato a perdere non si accontenta di vincere
Succede proprio così: chi ha combattuto le sue battaglie di minoranza (facendosi magari un puntiglio dell’etsi
omnes, non ego), si è trovato spesso da solo, ha pagato di persona, improvvisamente vede il nemico in rotta, si
rovescia la fortuna, si aprono le porte, piccoli drappelli di cortigiani si fanno incontro solleciti. La crisi in cui
precipitano a questo punto i combattenti delle cause perdute è terribile. Non possono abiurare, né passare dalla
parte del vecchio nemico, perché hanno forgiato nella lotta una coerenza cui non sanno più rinunciare. Ma sono sopraffatti dal fastidio e dalla rabbia contro le banalizzazioni, le semplificazioni, gli effetti farseschi dovuti
all’amplificazione e alla ripetizione delle idee in cui hanno creduto, dalla pietà verso chi ora è sconfitto.
Allora dovrebbero capire che non possono accontentarsi di vincere, perché vincere non era nei loro programmi. Quel che vogliono è di più, molto di più, è qualcosa che non è misurabile in vittorie e sconfitte. Molto
presto torneranno a combattere da soli contro i nuovi nemici che si annidano tra gli amici, ossia contro i vecchi nemici che hanno cambiato pelle. Di nuovo conosceranno l’incomprensione, la vendetta, l’emarginazione.
L’agonismo che sfibra tutti i donchisciotte del mondo è l’altra faccia della loro inaffidabilità militare, della
loro vocazione di perdenti. E tuttavia essi, che tanto hanno agognato la pace, si condannano a perderla quando
sta per scoppiare nel mondo intero, per disgusto della folla e per amore dei propri sogni.
Poliscritture/Esodi
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4
Storia adesso
- Daniele Santoro Dalla silloge «Diario del
disertore alla battaglia delle Termopili»
[...] Leonida, re di Sparta che ha lasciato
di virtù grande ornamento e gloria!
(Simonide di Ceo)
I
eccoli i popoli del terzo mondo, i barbari,
quelli che ignorano le nostre leggi,
accampano di là del valico che siamo qui
venuti (anzi ci hanno mandati) a presidiare.
sono a migliaia quelli del re serse
noi appena quattro gatti che aspettiamo
in massa rinforzi di alleati.
II
con oggi sono già però tre giorni
e non un segno dalle retrovie:
qualcosa che si muova, una vedetta
che a squarciagola annunci il loro arrivo.
qui al fronte tutto è immobile. nessuno
osa lasciare le sue postazioni:
non attacca il nemico (per fortuna)
noi non suoniamo (che sarebbe meglio)
la ritirata. ci si sta in cagnesco, ci si fa
la guardia, ci si studia: non sono poi
così da noi diversi questi barbari,
come in città filosofi del cazzo
hanno voluto farci credere,
ma li sentiamo spesso nella notte
mormorare un canto, anche la loro
preghiera è simile alla nostra
“proteggi, dio, i tuoi figli che i Padroni
mandano a morte dacché il mondo è mondo”
III
è da poco spuntato il quarto giorno.
nessuna novità, ci fronteggiamo, quelli
dall’altra parte credono che l’intenzione
nostra è di sfidarli o che stiamo tramando
qualcosa che gli sfugge. mandano spie,
sono circospetti, è reticente serse:
onde evitare inutile ecatombe, spera,
che prima o poi dalla paura lasceremo il muro
romperemo in disordine le linee
Poliscritture/Storia adesso
IV
improvviso un clangore ci sveglia,
rompe ogni remora il persiano intenzionato
a chiudere nel sangue la faccenda:
lancia all’assalto un primo contingente
con l’ordine di catturarci vivi (ma
niente da fare, li bastoniamo come cani),
e dunque tocca a idarne e ai suoi immortali
(peggio di andar di notte - non c’è storia),
manteniamo serrate le file dello schieramento
fingendo di arretrare diamo loro il culo:
insomma li invitiamo addentro il valico
dove le nostre lance hanno la meglio,
arretrano gli invasori, non guadagnano
di un solo metro il passo che ci onora,
che difendiamo a denti stretti
- e vorrei tanto dirlo a quel magnaccia
che si fa bello del nostro sacrificio: qui
caro mio non c’entra l’eroismo
che non sia solo un Disperato istinto a
vivere
V
benché equivalga ad una strepitosa vittoria
questo averli respinti per due giorni,
c’è poco da far festa al campo:
ci si sta in silenzio - il morale a pezzi
piangiamo pure noi qualche compagno.
qualcuno sottovoce impreca, altri contempla
l’Olimpo che ci sta di fronte ove banchetta il dio,
altri non fa mistero della sua baldanza
sguaina la spada, è in preda alla follia, parla
da solo e
ride
VI
leonida è pensieroso, si consulta
con gli altri duci sul da farsi. attende
lui pure che improvviso sbuchi dal sentiero
un nunzio che preceda nuove truppe:
con loro sì potremo dare filo
da torcere al persiano
cacciarlo al mare ove la flotta,
stanziata all’artemisio, farà il resto.
VII
sono mille gli opliti messi a guardia
della montagna, controllano la scesa
il vico stretto di anopàia il cui segreto
un tale della zona - dicono - la notte scorsa
abbia venduto a serse
(che l’abbiano inventato apposta un traditore
per riparare all’onta dell’aggiramento?)
Intanto vero o falso poco importa:
passa il nemico e chi è di vigilanza dorme o
36
non s’accorge che qualche foglia
scricchiola sotto il felpato passo, che frana
qualche ciottolo per la scarpata.
spunta l’aurora, sono quasi in cima
ma quando se ne accorgono i focesi,
di stanza sul pendio, è già ormai tardi:
sono in balia del panico, disorientati
confusamente imbracciano le lance
- fortuna che i persiani non si curano
di quelli che già tengono nel pugno e quindi ridiscendono la valle,
marciano avverso noi lungo la costa
… che siamo i più temuti.
IX
leonida ha sessant’anni. se ne fotte
di quanti manda a morte, vuole farsi onore.
ligio più alla sua gloria che alla polis,
pur compierla dovrà un’impresa degna
di Eracle da cui discende che resti negli annali:
d’altronde, lo sa bene che rammenteranno i posteri
il suo nome e ad uno ad uno quello dei Vigliacchi
non certo il nostro (i poveracci)
XV
difendono accaniti il corpo di leonida,
conteso quattro volte all’ira del persiano,
lo abbracciano, ne fanno scudo (la reliquia)
ma in guerra la pietà non si conosce
con gli archi li finiscono i nemici
e li sotterra lento un piovere di frecce
XVII Finale
giunge voce che serse ha perso due fratelli e
circa ventimila dei suoi uomini
(trovo che il numero sia esagerato - ciò non toglie che
Duro è stato il colpo infertogli dalla battaglia.
sta il fatto invece che precipita verso la grecia interna
(la minaccia), reca come un vessillo
affisso a un palo la glorïosa
testa del Re straziata ché tutti la vedano e
sciolgano con noi alleanze per timore
X
ma leonida è buono, è generoso
e nel precipitare degli eventi (ha decretato)
manderà a casa quelli che non vogliono
(pur se da usarli in prima fila tratterrà i tebani,
che non si fida affatto) e poi
la gloria va spartita in pochi
d’altronde chi ritorna morirà lo stesso
perché dei traditori il popolo non ha pietà
XI
oggi avverrà lo scontro
leonida con altri appronta l’armi,
la spada sguaina ripetutamente,
la lancia lucida che abbaglia il sole
dà le sue estreme indicazioni:
ad un suo rispettabile comando
usciranno di corsa dal valico e
attenderanno il nemico al centro
della piana - poi sarà la fine
XII
è una follia, combatterli, è una follia vi
dico, amici, ritornate - ma loro non
si importano imbevuti che sono già
di gloria forsennati esultano
viva la libertà viva la grecia
XIII
chiamatemi codardo vile e vigliacco
premieranno i posteri la mia viltà
d’amare più la Vita che l’onore e guerra
Poliscritture/Storia adesso
37
5
Zibaldone
- Luciano De Feo: Scritto nelle stelle
Ghirigori di china, corvi spauriti che svolazzano sul fondotinta anemico di un volto di donna. E
io che mordevo già, a piccoli sorsi, l’ultimo bicchierino e una pillola rossa, occhio di tigre incastonato nel durissimo granito della notte.
Il mare del Nord, che il vento rimbocca come
una coperta damascata di stelle spumeggianti sugli
aspri fianchi frastagliati della costa scandinava,
scava abissi di solitudine tra l’orrore che si cela
dietro il sipario tenebroso chiazzato di pallide nuvole gonfie di tempesta e le povere marionette che
si agitano a scatti, rispondendo al muto comando
del più perfido dei burattinai.
E già, perché non è che un mangiafuoco in età
pensionabile, questo Destino che ci ha fatti ritrovare in questo posto dimenticato da tutti, Dio in testa
– e non potrebbe essere altrimenti, di questi tempi.
Il destino non conosce soste, ha scarsa dimestichezza con la pietà e quando va in ferie è perché
è la morte a chiedergli strada, per provare il filo
del suo arnese ricurvo. Che strano! L’allegoria della morte mette subito all’erta i miei sensi. Penso
alle scimitarre e mi viene in mente Dubai, con le
sue strade polverose di giorno e silenziose di antichi misteri di notte. Quelle notti, io non le ho ancora dimenticate: notti di agguati e di peccato, di
dolore e di dolcissima rassegnazione.
A Teheran si è fermato il mio tempo, prima
che le bombe benedette, incartate di stelle e di
sangue, piovessero sull’innocenza come tragiche
uova pasquali!
Shadrak im Shakì, il vecchio usuraio poliglotta, che io sappia giace ancora abbandonato in un
sudicio campo alla periferia di Ramallah, la testa
da una parte e ciò che resta del corpo sparso tra i
ciuffi d’erba bruciati, come spiccioli di
un’esistenza gettata sul banco dove un tempo uomini dalle armature d’argento tirarono la sorte sulle Santissime Spoglie.
Ben misero crociato, sono, se ripenso a quelle
notti persiane che nulla hanno delle antiche fiabe.
Ma sto divagando, come al solito mi sembra di
sentirti dire. A Beirut fu la tua voce a deviare la
pallottola indirizzata al mio cuore, e adesso mi
chiedo se sia stato un bene … Voglio dire, quello
Poliscritture/Storia adesso
della pallottola finita nella vetrina illuminata di un
bar, saltato in aria l’indomani perché situato in un
punto definito strategico dagli analisti. Per quanto
mi riguarda quel bar è uno dei tanti posti sbagliati
al momento sbagliato, l’incrociarsi di forze ostili
nel grande labirinto del fuoco e dell’orrore.
Un sacrificio! Come se non se ne celebrassero
anche troppi in nome di questa Causa di merda,
quella con l’iniziale maiuscola. L’eterna schermaglia che solo gli sciocchi vestono di leggenda sta
tingendosi troppo di catastrofe, perché si possa
continuare a far finta di niente. Io non so più distinguere i colori della vita, sarà per via di questo
rosso fuoco che accende la bestia che è in me.
Quale causa può mai definirsi giusta, se a rimetterci sono tanti innocenti: bambini sventrati dalle
mine, donne violate, vecchi sgozzati, povere case
rase al suolo dal più infame degli angeli vendicatori?
E’ forse lo stesso oscuro movente che ha fatto
di me un assassino a raccogliere, come un ceppo,
l’ultima goccia di sangue che scherza con l’orlo
del tuo fazzoletto, quello che raccolsi presso un
bazar di Istambul, or sono tre anni.
E’ vero, non ho perso l’abitudine di esprimermi come uno di quei personaggi che sembrano evasi da un feuilleton ottocentesco, che a te fanno
venire i brividi, e che a me hanno invece insegnato
più cose sulla vita che non i tuoi Manuali Catodici,
infarciti di uomini di pezza, di punti luminosi gettati a casaccio in mezzo a grappoli di merci pronte
per il consumo e quesiti venuti a galla nel bel
mezzo di un quiz a premi.
Mi fa un male pazzesco, questa dannata ferita
che scava tra le mie costole come nel Mar Rosso la
Gloria del Signore, al passaggio del popolo eletto.
Adesso sono seduto su di una bitta divorata dalla
ruggine. Non faccio che fissare da ore lo stesso
cabinato scuro che rulla, beccheggia, quasi volteggia sulle acque grigie di questo fazzoletto di mare
gettato a mo’ di rete in mezzo a peste scogliere incredibilmente cristalline alla pallida, eppure per
me così abbagliante, luce della remota luna
d’inverno, in un posto qualunque tra Solna e il tuo
esilio.
Ti sogno ogni notte, dacché ho ricevuto quel
semplice foglio a quadretti su cui, un giorno
rubato a caso nel mazzo dicembrino del più
tragico dei miei anni, hai scritto: “Ti penso
sempre. Appena arrivo ti faccio uno squillo”.
Ecco, proprio così c’era scritto, non si è trattato di uno scherzo della mia immaginazione. Ero al
bar “dei reduci”, come chiamano il Lazarus Inn
questi sciocchi marcantoni dagli occhi di ghiaccio,
unico scampolo di umanità in quest’anfratto sperduto.
38
E’ il posto frequentato anche dai marinai
yankee di stanza da queste parti, oltre che dal personale della vicina base Nato. Sai, un vecchio,
Yarnik mi pare che si chiami, mi ha confidato di
averli visti coi suoi occhi, i famigerati missili a
lunga gittata, quelli che i governi dell’Asse vorrebbero farci passare per l’ultima invenzione della
propaganda neo-bolscevica. Pensa che per un attimo ci ho creduto anch’io, alla favola del complotto arabo! Ogni volta che occorre coprire le nostre vergogne, ecco che gli specialisti in abito scuro rispolverano dalle mille e una notte la favoletta
del terrorismo islamico. Mi fanno ridere, questi
fanfaroni mal vestiti con i loro cappelloni stile Bonanza schiacciato sullo scopettone scolpito in punta di forbice del cranio da nazista in incognito.
Shadrak in Shakì era arabo, un usuraio della
peggiore specie, ma certamente non c’entrava un
cazzo con le autobombe e gli aerei kamikaze. Lui,
che era abilissimo a tramutare lo sterco in denaro
sonante, era altresì incapace di far del male e, ti
assicuro, non ho mai conosciuto persona più devota, e sì che ne ho girati, di luoghi “santi”.
Tu sai com’è morto, quel povero cristo! Lo
hanno assalito in cinque – io ero là! In due gli tenevano immobilizzate le gracili braccia di vecchio,
mentre gli altri lo massacravano, colpendolo con
spranghe di ferro, bastoni, oltre che col calcio dei
fucili. Quei vigliacchi non potevano certo immaginare che c’era qualcuno, nello stambugio in fondo al giardino che fungeva da latrina. Non ho perduto un fotogramma di quell’atrocità, eppure non
ho mosso un dito per salvarlo.
Ero andato a trovarlo per chiedergli
dell’oscuro messaggio inciso sulle tavolette che
qualcuno aveva nascosto fra le saponette profumate nel cesto del mio albergo.
Io li ho visti bene in faccia: erano americani.
Gente addestrata al combattimento, esperta in torture, pronta ad uccidere, e tu sai che me ne intendo. Ed io, là, testimone della più vile e spaventosa
esecuzione, eppure impossibilitato ad intervenire,
per non tradirmi. E tutto questo in nome della
Causa!
Quando se ne sono andati, scomparendo letteralmente nel buio oltre il giardino, mi sono avvicinato a quel povero ammasso di carni maciullate
che mani abiette avevano trasformato in concime
per la zizzania. La testa di Shadrak era là, a un
niente dalla punta del mio stivaletto e, giuro che
non ti sto raccontando stronzate, ad un certo punto
gli occhi del vecchio si sono veramente mossi, e
dalla bocca impastata di sangue e di terriccio, è
uscito un solo, misero suono gorgogliante, che mi
ha fatto fuggire come impazzito.
Poliscritture/Storia adesso
E’ stato terribile, credimi, ma adesso finalmente so chi ha “lanciato” quegli aerei contro i
simboli fallocratici della grande prostituta
d’oltreoceano. Su uno di essi viaggiava la mia famiglia, e pensa che si trattava del loro primo volo.
Al momento della partenza, mio padre mi ha abbracciato forte, ringraziandomi per l’occasione che
gli si presentava di vedere un po’ il mondo, prima
di andare in pensione. Non potrò mai dimenticare
gli occhi di mia madre, quel giorno all’aeroporto, e
l’espressione felice di Angela, la mia povera sorella … Sai, doveva sposarsi in primavera, nei suoi
piani per l’avvenire esplosi su quel maledetto aereo trasformato in missile, un viaggio in Canada
con il futuro vedovo, e i preparativi per il Natale
che avremmo dovuto trascorrere tutti insieme
sull’altopiano.
Lo Sceicco della Tenebra non ha niente a che
vedere con quest’olocausto deliberato a tavolino
dai “nostri” Grandi riuniti attorno allo stesso tavolo. Ora ne ho le prove. Ti amo, Antoinette, come
non ho mai amato nessuno, prima di incontrarti.
Là dove il tempo continuerà a sgranare rosai di
greve lentezza, lascio il mio ricordo più bello, quel
bacio più leggero di un soffio, tocco d’ala di un
insetto tintosi del tuo rossetto alla mela.
Ringrazio il Signore per averti messa sul mio
cammino, regalandomi i momenti più belli della
mia ignobile esistenza. Soprattutto ti adoro perché
hai aperto, col mio cuore, anche la mia mente ottenebrata da anni di propaganda consumistica.
Quando ti seguii fino a Gerusalemme, per quel
servizio sull’Intifada, pensai di aver fatto una cazzata, la più grande da che ero al mondo. Poi accadde il miracolo. Fu il sasso scagliato da una
fionda senza identità a salvarci la vita, visto che gli
Israeliani sono infallibili con le armi da fuoco: ne
sa qualcosa il povero Benoit, della BBC.
Facemmo l’amore per la prima volta quella
stessa notte, all’aperto, sotto una fredda trapunta
da favola, mentre una nenia dalla cadenza ossessivamente ipnotica mi faceva da guida nelle più segrete profondità del tuo mistero di giovane donna.
Non ho più avuto una vita mia, da che te ne sei
andata per aiutare i Combattenti della Fede ovunque, a tuo dire, ci fosse un torto da raddrizzare. Il
mio cuore impazzito mi tradì proprio all’ombra del
campanile che, come una grossa meridiana, domina la piazza principale di questo piccolo borgo nascosto in mezzo ai fiordi. Era la vigilia di Pasqua,
l’Angelo del Signore si manifestò in tutto il suo
splendore tra i tubicini e gli aghi che mi tenevano
sospeso sull’abisso d’argento, fragile ponte sospeso tra il mio sembiante anagrafico e l’anima inviolata pronta a magnificare l’Eterno sulle spiagge
assolate dell’empireo.
39
***
Ed ora eccomi qua, giusto un anno più tardi,
mentre sto uscendo dal ritrovo degli yankee, confuso tra marines ubriachi e fatalone che mi riportano per un istante al paradiso artificiale dei bordelli di Bangkok – solo che queste qui sono bionde
e alte due metri, con un’espressione negli occhi
glauchi che ti fa sentire una nullità.
Col passo lieve, retaggio di anni di duro addestramento, scivolo ombra tra le ombre rispondendo
a qualche distratto saluto. Eccomi oltre l’abitato
fatiscente che fa da corona di spine al quartiere dei
maggiorenti. La casa a due piani dove dimora il
potere si trova sulla mia destra, e quello laggiù è il
mio campanile. Da qualche parte, tempo fa, ho addirittura inciso uno di quegli sciocchi messaggi
sentimentali che gli adolescenti affidano al legno
dei banchi scolastici, ad un muro screpolato o ad
una corteccia grondante di umori. Come mi fa sorridere, adesso, quest’urgenza di eternità di cui
l’oblio si fa beffa, come la più assurda delle memorie.
Mi faccio il segno della croce, e penso a Bernard de Clairvaux, il Consacrato. Un brivido prolungato, acutissimo, mi fa capire che non è il freddo a scuotermi. Ma io ti amo, come è scritto persino su questa pietra coperta di licheni, sembrano
smeraldi, tanto brillano in questa notte silenziosa.
Tace il vento. Ogni rumore sembra affievolirsi
al mio passaggio, addirittura ammutoliscono i mostri in agguato dietro i cortinaggi scuri che danno
ricetto agli assassini. Mentre l’umido della notte si
insinua fin dentro gli anfibi risalendo lungo le cosce, ripenso alla tua lingua rovente e ai nostri giochi al chiaro di luna o davanti al fuoco, mentre
fuori impazzava la tempesta. Fu a Glasgow, se non
ricordo male, che per la prima e unica volta venimmo in simultanea, e tu mi chiamasti: - Tesoro!
Ecco, finalmente sono arrivato … No, stavolta
il sesso non c’entra! Avverto una stretta in petto
che mi affretto a reprimere. Thorbjorn ed Arne mi
hanno tatuato sull’avambraccio lo schema cui dovrò attenermi, semplice semplice come la tabellina
dell’uno.
Vorrei solo che tu sapessi che non ti ho mai
dimenticata, durante questi tre interminabili anni,
prima che un misero pezzettino di carta a quadretti
venisse a sconvolgere per sempre la nostra vita.
Ascoltami, io … Ma, già, tu non sei qui con me!
Eppure lascia che mi illuda, per l’ultima volta, che
sia sufficiente lo spettro della persona amata,
quest’esile golem di nebbia ricamata dalla nuda
fantasia, perché un soliloquio si trasformi
Poliscritture/Storia adesso
d’incanto nella più felice delle sceneggiature a lieto fine.
E vorrei sottolinearlo questo concetto: lieto fine.
Perché anche il più efferato dei crimini abbia un
senso, e l’intera umanità torni a respirare aria pulita, e un bel giorno i nostri figli possano uscire in
strada a giocare, salire su un autobus, o passeggiare mano nella mano senza saltare in aria, perché
così vogliono nei salotti del potere, è necessario
elevarlo, questo sacrificio al cielo.
Però voglio che tu sappia, Antoinette, che sei stata
la mia sola ragione di vita, ed è per questo che sono qui, stanotte. Quanto scandisce il mio respiro,
mentre saluto l’uomo in uniforme che mi viene incontro, sta tutto scritto sui fogliettini di carta di cui
è riempito il cuscino che riceverai, insieme ai fiori
secchi e al ritratto nella vecchia cornice d’argento.
Quando tornerai nella torre di cristallo fremente
d’attività come un alveare, ricordati anche di lei,
della mia povera mamma, che sognava per noi due
un grande avvenire.
Eccoli, i missili. Mi sembra di scorgerne altri due
alla mia sinistra, coperti da spessi teloni, mentre in
compagnia degli altri ufficiali varco la zona rossa
e mi inoltro al di là dei fabbricati segnati con
l’enorme X.
Rammentalo, Antoinette, è l’uomo che ti ama a
fungere da estremo officiante, perciò non ascoltarli, i bastardi, quando cercheranno di farti credere
che ero un terrorista. Quegli aerei di linea scagliati
come proiettili contro i ciclopi di vetro ed acciaio,
e i tanti morti di quel lontano settembre più nero
della notte che sta per porgermi il suo ultimo saluto, non sono soltanto uno dei tanti capitoli mandati
a memoria durante questi anni di follia di massa.
Ancora pochi metri. Guarda un po’, c’è anche il
Vecchio, l’Asso dalle cento stelle che propiziò il
mio reclutamento. E’ anche grazie a canaglie del
suo stampo, se finalmente posso sentirmi libero
per la prima volta. Riassaporo per un istante il gusto dolce amaro di un sì pronunciato a fior di labbra, su una piattaforma petrolifera abbandonata.
Là m’incontrai con i Confratelli, ad essi votai il
mio cuore, ecco perché sono qui, tra quella che un
tempo fu la mia gente.
Quando leggerai di questa notte, amore mio, ricordati delle mie mani, di queste dita piccole e agili
che sapevano sfiorarti, strappandoti gemiti di piacere e che, da qualche minuto, indugiano sul minuscolo detonatore che farà di me, del tuo uomo,
non un Kamikaze da gettare in pasto all’opinione
pubblica, ma il martire del mare del nord.
40
- Ornella Garbin : Tre poesie
Pace come dolce miele
E sia la pace
almeno nel nostro intimo
alveare
in modo che ne possiamo suggere
in ogni momento
il dolce nettare.
E se pace non abbiamo,
come piccola ape
ronzare bisogna
intorno a ogni cosa
buona e bella
assorbendo
portando
trasformando tutto
in alimento prezioso
per farne scorta
nel freddo inverno.
Vento freddo
Freddo vento autunnale
la pioggia batte
contro i vetri della mia finestra.
Presto partiranno i soldati
anche dal mio Paese….
La parola “Paese” deriva
dalla stessa radice
della parola “Pace”.
Perché un paese
si costruisce solo
in tempo di pace.
Ma loro, i soldati
sulle loro macchine di guerra
si sentono portatori di pace
e vanno
senza sapere bene dove.
Troveranno molto, molto più freddo
in quel paese che ha perso la propria radice .
Uccideranno
senza sapere bene chi.
Ma questo, come sempre
i soldati.
Fiore bianco
Come un grande
profumato
fiore bianco,
coltiviamo la pace
nel nostro intimo
giardino,
se l’aria intorno
è tersa e tranquilla
immobile
nemmeno un granello di polvere
sporcherà questo fiore.
Dal Dizionario etimologico di Giacomo Devoto
PAESE lat.volg. pagensis, deriv. di pagus, villaggio,
con leniz. Totale di –g- dav. A voc. palat.: dalla radice PAG, variante di PAK, v. PACE
PACE lat. pax pacis, nome d’azione dalla radice PAK
“l’atto di pattuire”. Forme alternanti con la cons. sonora del tipo PAG consentono confronti fra i lat. E le
aree greca e germanica.
Poliscritture/Storia adesso
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- Mario Mastrangelo: Na stella
Rint’ â fuschia-trasparenza r’ ‘a sera
na stella ca se vere e nun se vere,
e ‘o penziero ca saglie e quase avvista
ncielo nu Dio ch’esiste e nun esiste.
Nu bisbiglio ca se distingue a stiento,
ca forse è voce o forse è sulo viento,
‘o spireto culpisce e l’addummanna
si mesto se raccoglie o radioso se spanne.
L’ombra ca vene l’ànema custerna
cu na prumessa ‘e fine,
cu nu senzo r’eterno,
mentre n’urdema luce ‘e quiete avvampa
nu munno addó se campa e nun se campa.
Per una critica dialogante 1
Quale poesia in Poliscritture? Il problema si è posto fin da
questo numero prova in modo concreto a partire da queste tre poesie di Ornella Garbin, accolte con imbarazzo o
riserve (non saranno versi deboli, semplicistici, naif, adolescenziali?) da alcuni di noi. Ne è nata una piccola e
nervosa discussione, dove si è oscillato fra adesione, rifiuto o individuazione di un’emozione o di un senso con
dubbi sotterranei forse sul valore della poesia in generale. Essa ha anche evocato due continenti forse da riesplorare con calma, se vogliamo rispondere in modi non
improvvisati alla domanda posta all’inizio: quello delle
poetiche e quello delle enciclopedie di pensiero - implicite
o esplicite, tradizionali o in costruzione – a cui ciascuno
di noi pur ricorre quando si trova di fronte a testi che si
vogliono poetici. «Poetica zen», «bisogno di una parola
“pesante”», necessità di una nuova estetica «esodante o
moltitudinaria», lode della «leggerezza» e della poesia
come «arte del levare», indicazioni di «metodo» calvinian-fortiniano: queste le formule che si sono affacciate a
sprazzi e ingorgato l’inizio di discussione. Essa dovrà
proseguire e approfondirsi. Per ora ci pare di poter concordare provvisoriamente su questi tre punti: 1) nessuna
censura, ma «critica dialogante». La criticata ha risposto
e motivato. Altri sono intervenuti dicendo la loro, suggerendo, puntualizzando, ecc. Ornella ne trarrà indicazioni
per proseguire la sua ricerca. Come rivista pensiamo che
oggi sia una buona cosa, in assenza di canoni certi, far
interagire varie pratiche e vari giudizi e visioni della poesia; 2) lo Zibaldone non sarà un posticino in cui far accomodare i testi poetici (o “creativi”) e tenerli buoni lì. Questi
testi (prima o poi) dovranno interloquire con gli altri testi
(saggistici, di storia, ecc.) presenti nelle altre rubriche. La
«critica dialogante» vale come indicazione di massima
anche per loro; 3) ancora più bisogna che tornino a interagire e magari a entrare in conflitto le enciclopedie di
pensiero - revisionate o meno – che comunque consultiamo di fronte alle sfide della realtà e alla sfida dei testi
che la simboleggiano o a volte pretendono di sostituirla.
Poliscritture/Storia adesso
E se va appriesso a na felicità
ca ce sta e nun ce sta.
Una stella – Nella foschia-trasparenza della sera / una
stella che si vede e non si vede, / e il pensiero che sale
e quasi avvista / in cielo un Dio ch’esiste e non esiste.
// Un bisbiglio che si distingue a stento / che forse è
voce o forse è solo vento, / lo spirito colpisce e gli domanda / se mesto si raccoglie o radioso si spande. //
L’ombra che viene l’anima costerna / con una promessa di fine, / con un senso di eterno, / mentre un’ultima
luce di quiete avvampa / un mondo dove si vive e non
si vive. // E si insegue una felicità / che ci sta e non ci
sta.
42
6
Letture d’autore
- Ennio Abate: Due conversazioni con
Giampiero Neri + Nota
25 ag. 2004
Un’indole contemplativa
Da quando ti ho conosciuto – saranno un quattro anni – ti ho sempre pensato come un uomo
di indole contemplativa.
Sì, sono sempre stato un contemplativo, un uomo
poco portato all’azione e molto di più alla meditazione. Riassuntivamente potrei dire un pigro.
E come s’è costruita questa tua indole?
Sulla scorta di letture meditative. Per esempio, di
pensatori orientali come Lao Tse e Milarepa. Ma
le letture hanno solo consolidato l’indole preesistente poco portata al dinamismo, piuttosto casalinga e introspettiva.
E nella tua infanzia ? Suppongo che ci siano
state anche lì delle spinte in questa direzione.
Prima di amare i libri ho amato soprattutto gli animali. Ne ho avuti anche in regalo. Una volta mi
è stata regalata una tartaruga. Sono stati regali importanti nella mia vita d’allora e successiva. Sì, di
questa mia indole c’è una radice nell’infanzia:
l’osservazione degli animali non prevede di correre ma piuttosto di riflettere.
E poi il bambino possiede grande forza
d’immedesimazione e vivacità di sensazioni.
Certo. Mio padre aveva dei conigli. E anche dei
piccioni viaggiatori, che non ho mai amato, per la
verità. I gatti sì. Purtroppo non ho avuto la possibilità di tenere un gatto in casa che mi sarebbe
piaciuto enormemente. Avrei voluto, ma mia madre era contraria e non ha favorito questa mia passione.
Una poesia “di poche parole”
Nella tua poesia in genere e anche nel tuo ultimo libro, Armi e mestieri, mi ha sempre colpito
la resa concisa del processo che precede la
Poliscritture/Letture d’autore
scrittura e che suppongo complesso. Pochi versi, a volte ridotti ad un titolo. Prendiamo Natura a pag. 11: Da un camminamento / sotto la
volta degli alberi / si arrivava a un recinto. / Si
erano rialzati due vitelli / dal loro letto di paglia /
una strana luce / passava tra le foglie. Di solito
concentri un tema che potrebbe occupare capitoli e capitoli, occultando il suo complesso spessore emotivo, esistenziale e storico.
Posso dire questo: intanto parlo di cose che mi
hanno molto colpito. Nella poesia che citi, per
quanto possa sembrare poca cosa vedere due vitelli che si erano alzati dalla loro posizione di riposo, per me è stata un’emozione. L’emozione era
data dal fatto che dal colore del mantello di questi
vitelli, che era di un bel marrone caldo e da una
luce strana, dorata, che filtrava attraverso gli alberi
in quel momento,
ho avuto l’idea di
un’apparizione, come di una vita che sorgesse in
mezzo agli alberi. Insomma, io questi vitelli li ho
ammirati nella loro bellezza. Sono anche animali
belli. Noi siamo abituati a vederli e li consideriamo forse poco dal punto di vista estetico, però un
vitello è un bell’animale. Sicché in questa piccola
radura nel bosco, dove questo tale teneva i vitelli
per farli crescere, io ho avuto un’emozione estetica. Certo nel renderla in poesia sono sempre attirato dalla sintesi.
Frammento e catena d’eventi
Questo fatto e questa emozione, che tu esprimi
in poesia con poche parole, fanno parte però di
una catena di eventi, che precedono e seguono.
Tu, magari a distanza di tempo, ritorni su
quest’insieme o solo sull’emozione? T’interessa
tutta la catena oppure solo il frammento?
M’interessa la catena, ma la mia non è
un’osservazione fine a se stessa. S’innesta in
quella più generale dei rapporti conflittuali che ci
sono nella vita. Noi siamo immersi in una conflittualità permanente. È una conflittualità tra le specie ed è una conflittualità nella stessa specie, tra i
soggetti della stessa specie. Quella tra le diverse
specie è più evidente nei contesti naturali. In effetti, in città è difficile essere sbranati da un leone.
Ma l’uomo tende a nascondere questa verità. La
rimuove, come se non ci fosse. In realtà questo
buonismo è assolutamente falso. Non c’è una pace universale, ma c’è una guerra universale.
Mi sembra di capire che la catena tu la riconduca esclusivamente alla natura, alla legge della natura che presiede agli eventi che tu osservi. Ma non vorrei spostare il discorso sul piano
filosofico e allora preciso la mia domanda: a te
43
interessa la catena degli eventi in quanto possibile base di una narrazione? Non mi pare. Tu
non tendi a fare “romanzo” anche se nelle 5
sezioni di Armi e mestieri s’intravvede una storia per frammenti e che - se tu volessi - potrebbe essere distesa anche in ampi capitoli. E allora, secondo me, si vedrebbe dell’altro. Ma non
mi pare che ti sia mai venuto in mente di fare
un poema o di narrare una “storia”.
No, di fare il narratore proprio no. Anzi, per quanto mi abbiano dato l’etichetta di «poeta architettonico» (è la tesi di Raffaeli), mi manca la capacità
di strutturare una storia vera e propria. Io sono
colpito dall’attimo, dal momento, dal gesto. Il gesto è uno, è un momento. La mia storia si concentra su quel momento. Anche in pittura mi è sempre piaciuto un ritratto non finito. Ad esempio,
quei ritratti che magari comiciano a penna e finiscono a matita e che lasciano parti inconcluse. Ne
sono sempre stato incantato.
I romanzi, le storie t’attirano di meno.
Mi attirano per frammenti. Non tanto l’opera
complessiva.
Allora, rispetto a tuo fratello, che è stato invece
un narratore, hai avuto anche una differente
sensibilità artistica?
Certamente. Mio fratello m’ha detto una volta: Sai qual è la differenza fra noi due? Tu
t’entusiasmi per quello che non capisci. Sottintendendo che lui s’entusiasmava per quello che capiva. Effettivamente è così, non ho niente da obiettare. Io sono portato per la zona misterica, più enigmatica, in cui la ragione non ce la fa, non basta
e ci vuole chissà.
Armi e mestieri: una parafrasi di Guerra e pace
In questa tua ultima raccolta poetica il titolo di
una sezione è diventato quello complessivo?
Perché?
Armi e mestieri è un titolo importante per me,
perché si rifà al motivo per cui io scrivo; e cioè
alla presenza di questa conflittualità vitale. Anche
perché io sono segnato dalla violenza, che da una
parte mi attrae e dall’altra mi fa vedere il suo aspetto orrido. Su di me agiscono entrambe queste
cose. Da una parte due persone che litigano mi
attraggono...In fin dei conti penso che questa violenza riproduca in estrema sintesi il principio del
mondo della vita, che è di violenza. Niente succede senza violenza. Neanche l’insalata riccia cresce senza violenza. Deve farsi largo tra altri tipi di
insalata che vorrebbero sostituirsi ad essa. Il polemos è la legge più importante della vita. Quindi
Poliscritture/Letture d’autore
Armi e mestieri è per me importante per questo.
In fondo può essere una parafrasi di Guerra e pace di Tolstoj. Ma a me è venuto in mente semplicemente per una deformazione del titolo ‘Arti e
mestieri’. I mestieri sono le attività che si fanno in
tempi di pace, per vivere. Anche se pure la guerra
si fa per vivere.
Distruggendo una parte della vita, quella di altri.
E anche la nostra. Se no che guerra sarebbe?
Purtroppo...Pensando ai mestieri o alle attività
economiche in generale, bisognerebbe poi capire quanta “guerra” vi sia già implicita. ‘Mestieri’ è però un termine di epoca preindustriale.
Ma sono anch’io preindustriale. Il secolo in cui
mi riconosco non è certo il 2000. È il Novecento e
anche più indietro. A parte il fatto che sono nato
nel primo quarto del Novecento, come esperienze
lavorative ho in mente proprio il mestiere del maniscalco, del calzolaio, del sarto, del barbiere. Erano tutti lavori individuali, mestieri appunto.
Quelli io conoscevo davvero. Quando ero ragazzo,
c’era il maniscalco, che sollevava nuvole di vapore, di acqua bollente, perché, per raffreddare il ferro di cavallo che, appena uscito dalla forgia, era
ardente, lo immergeva nell’acqua. E ho ancora in
mente l’odore dello zoccolo bruciato del cavallo,
che tra l’altro a me piaceva.
Enigma e Dio
Hai detto prima che sei portato per la parte più
misteriosa della vita. Prendiamo allora Intermezzo a pag.9 di Armi e mestieri: Quello stormo
di uccelli / si abbatteva vociante / sui rami di un
albero / come a un traguardo. / Ma era un’altra
la posta in gioco, / a dirigere il volo impetuoso.
Quale l’altra «posta in gioco» che il dettato
immediato della poesia sottace?
È la vita. Me lo sono chiesto io stesso, vedendo
questo stormo di uccelli. Si precipitava sugli alberi con grande strepito. Pi, pi, pi!... Mi sono chiesto: ma perché devono correre come disperati?
Ebbene, correndo così tanto, loro riducono al minimo la possibilità di essere presi da cacciatori di
qualunque tipo. Quindi la posta in gioco è la vita.
Loro corrono come correvano i soldati di Cesare,
come i legionari di Alessandor Magno. Devono
correre per vincere. E così gli animali. Gli animali
hanno la velocità che hanno i bambini, che agiscono con grandissima rapidità. Tant’è che vanno
nei pericoli anche per quello. Perché lo fanno gli
animali? Perché la velocità li sottrae al cacciatore.
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Tanto è dunque netta, per semplicità di linguaggio e d’immagini, la tua poesia, tanto rimanda a una concezione della Natura coi suoi
misteri e le sue vastità inesplorate e metafisiche. Un tuo critico, Pusterla, ha parlato nel tuio
caso di «poesia in forma di voragine dissimulata». E molti altri insistono su mistero e enigmaticità. Diffido di quanti ti tirano fin troppo in
questa direzione, ma devo riconoscere che tu e l’hai detto prima - non ti sottrai.
Sì, concordo con queste interpretazioni. In effetti
nel mio lavoro ci sono molte immagini che le confermano.
È vero. La tua mente contemplativa seleziona
immagini ora aurorali (...ha luogo una mutazione/ come di vita nascosta che venga alla luce,
p.13) ora segni – comunque incerti - della divinità nella natura (Ad es. in Mimesi p. 14 : Delle
figure e dei fregi / si osservano sulle ali delle farfalle /.../ sono una varietà di mimetismo /
l’immaginario occhio di Dio che guarda.).
Sì, in questi passi c’è un distacco
dall’osservazione naturalistica. Parlo appunto
dell’immaginario occhio di Dio che guarda ma
non interviene e lascia che le cose vadano così.
Purtroppo abbiamo un Dio che si disinteressa delle cose umane, come pensavano i Greci. E come
li rappresentò il «maestro di Olimpia» nel frontone dove Apollo guarda impassibile mentre sotto di
lui si svolge una battaglia di centauri. È un esempio della grande arte dei Greci conservato al museo di Olimpia.
Ma quest’impassibilità della divinità non ti
turba?
Certo, però devo accettarla. Non mi piace. Non
mi convince, però l’idea di una divinità che intervenga per salvare me e non un altro. Mi va ancora
di meno. Quando ero un bambino, mia madre mi
diceva: - Ringrazia Dio che tu non sei così. Ed io
pensavo: - E quell’altro, chi deve ringraziare? Allora Dio sarebbe ingiusto. Abbiamo un Dio che
non interviene nelle cose umane. Quindi, sì, noi
possiamo pregarlo perché ciò può dar sollievo a
noi. Ma i miracoli, quelle cose lì, non mi appartengono. Non appartengono all’idea che io ho di
Dio. Io professo un vago teismo. Non penso che il
mondo si sia fatto da solo. Penso che ci sia questo
Mistero abissale della creazione, perché d’altra
parte c’è un sistema di ordine. Anche la violenza,
anche il male ha una sua ragion d’essere, una sua
necessità. Per esempio, per dirne una, sono stati
fatti degli esperimenti: in un‘isola hanno tirato via
i lupi, per cui la popolazione erbivora, i cervi che
Poliscritture/Letture d’autore
erano lì, si sono moltiplicati. E poi cos’è successo? Che morivano di fame, perché ce n’erano così
tanti che mangiavano tutto; e dopo non c’era più
niente da mangiare. Anche una legge del più forte
ha una sua ragion d’essere, è vitale.
Ma solo all’interno di un’economia naturale,
sulla quale il lavoro dell’uomo stenta ancora a
intervenire.
Certo, all’interno di un’economia in cui l’uomo
non interviene o interviene poco, perché l’uomo è
capace di scompaginare la natura.
La storia in Armi e mestieri
Passiamo dal tema della Natura a quello della
Storia. Quale possibile storia è contenuta in
Armi e mestieri?
È la storia del mio paese, che prende i personaggi
del mio paese.
Di tutta la storia del paese scegli alcuni personaggi e alcune vicende?
Dei frammenti, appunto. L’anziano assicuratore è
solo uno dei personaggi. Un altro personaggio è
la casa, che era passata indenne / dalla guerra e
dopoguerra /come la salamandra nel fuoco (p.32).
Un altro era l’amico del padre. Un altro la donna
che esce come figura danzante fra gli sparuti autocarri dei Tedeschi in ritirata (p. 60). È un episodio che ricordo benissimo. Lei era uscita pensando
che fossero arrivati gli Americani. Aveva in mano un fiore, un gambo lungo, una rosa. Ha fatto
così: è uscita come una furia, ha roteato un po’ il
fiore e poi l’ha lanciato sul camion. Questa è stata
la scena che io ho visto dalla mia finestra, perché
lei aveva il negozio proprio di fianco alla mia casa. Era un camion di tedeschi impolverati. Uno
di loro ha preso il fiore e l’ha lasciato cadere fuori
dal camion. Senza cambiare faccia. È stata una
cosa molto drammatica. Non ha detto niente. Lei,
mentre ha lanciato il fiore, ha capito. È un episodio di fine aprile del 1945.
Si tratta di microstorie più che di storia o no?
Sì, sono quelle microstorie a cui guardo con attenzione. In fin dei conti, per fare un esempio, come
ci viene raffigurato Confucio? Non mentre è lì
sulla cattedra che spiega, ma nella vita quotidiana.
Confucio entra in un tempio e si rivolge al custode
del tempio e vuole da lui spiegazioni. Quando escono, uno dei discepoli gli dice: - Ma, maestro, tu
sei un esperto dei riti, come mai ti sei rivolto al
custode per sapere qual è il rito di questo tempio?
E lui risponde: – È questo il rito. Voglio dire che
dalle cose minime vengono fuori quelle interes-
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santi e anche grandi. Non certo dagli eventi più
ufficiali. È molto più interessante il cavallo del
Missori [la statua di bronzo al garibaldino Giuseppe Missori ora nella omonima piazza a Milano], quel ronzino con la testa abbassata, che il cavallo impettito di Vittorio Emanuele II [in piazza
Cairoli sempre a Milano].
Reticenza o saggezza?
La poesia sulla donna «venuta fuori dal negozio» mi pare una critica sotterranea alla Liberazione e alle sue mitologie. La critica non è
esplicita e mi pare inserita come un dettaglio
minimo nell’ultimo verso: ma erano Tedeschi in
ritirata. Tu dai in poesia il frammento e tieni
per te nella memoria il “resto”: la tragedia
storica che hai vissuto da giovane e sulla quale
la tua memoria continua tuttora a lavorare. Solo forzandoti, aggiungi qualcosa di più a
“commento”, come è avvenuto adesso nel nostro colloquio. Ma il lettore di oggi, specie giovane, non solo fatica ad entrare nel sostrato
storico della tua poesia, ma rischia di ignorarlo. Posso permettermi di dire che mi pare un
modo di non andare fino in fondo, di essere reticente sulla storia? Forse c’è per te – credo quasi un’impossibilità a narrarla in maniera
distesa. Perché?
È vero, perché in fin dei conti sai...
Preferisci mantenerla così, alludervi soltanto?
Proprio alcuni giorni fa Rossanda su il manifesto scriveva che «non tutto quel che si è vissuto
si può riprodurre». Lo diceva a proposito di
Auschwitz, ma mi pare che potrebbe valere anche nel tuo caso.
Sì, appunto. I motivi del mio silenzio sono molteplici. In ogni caso sono convinto che non si viene
a capo di niente, che narrare in modi più espliciti
non serve. O si centra il fatto emotivo anche nel
suo mistero...
Ma così lo accentui questo mistero.
Sì, lo assecondo.
Descrivere senza giudicare?
Non insisto. Ma allora che compito affidi alla
scrittura?
Il compito di oggettivare la mia esperienza, di descriverla senza giudicarla, di riportarla. Poi giudicheranno gli altri. Avranno delle sensazioni. È
importante che la poesia abbia come modello
Omero, che non dice se i Greci avevano ragione o
meno. La poesia dev’essere il più possibile ogget-
Poliscritture/Letture d’autore
tiva. Deve essere tale, come dice Dante, sì che
dal fatto il dir non sia diverso [Inferno, 32, 12] o
seguire il consiglio di Puškin: Descrivi e non fare
il furbo. Giudicare sarebbe fare il furbo, perché o
sei dentro nel momento oppure, se giudichi col
senno del poi, fai ridere. Col senno del poi sono
piene le fosse. Cosa m’interessa che hanno avuto
ragione i cesaricidi o Cesare? Conta poco chi aveva ragione. Anzi importa niente. Importano i
fatti. Poi giudicherà Dio. Non certo gli storici. I
grandi storici devono vedere i movimenti come se
fossero un fiume, come se fosse un mare. Non
giudicare. Giudicare lo fa il parroco. Io non rivendico niente. Anzi mi chiedo: «eravamo colpevoli?». Non rispondo: - No. E non per niente. Perché
penso che eravamo colpevoli. Però sono colpevoli
anche quelli che vincono. A me interessava dire
questo.
A differenza di molti che a mio parere “coccolano” l’enigmaticità della tua poesia, penso che
in essa gli eventi storici dell’Italia nel corso del
Novecento abbiano una presenza fondante, anche se non li metti in primo piano. E mi meraviglia che i tuoi critici non scavino questo aspetto e i tuoi estimatori lo sorvolino come fosse
secondario. Questa storia è tragica e dura ma
bisognerebbe guardarla in faccia più di quanto
si è fatto finora. E penso a quanto è avvenuto di
recente in Sudafrica, dopo la conclusione del
regime di apartheid. Lì hanno tentato di far
emergere l’esperienza di odio e di sopraffazione, la parte più oscura e violenta del conflitto
che ha contrapposto bianchi colonialisti europei e neri. Hanno imboccato con coraggio la via
dellla ricerca della verità, del dirsi le verità storiche possibili. Mi chiedo se il nostro passato –
quello di un fascista o quello di un comunista non debba essere scavato ancora con più rigore.
Secondo me sì. E sono convinto che l’unico motivo per cui io scrivo è la storia. In me prende le
forme della natura, ma è sempre la storia che
m’interessa.
Volevo osservare però due cose a proposito del
rapporto fra storia e natura che mi pare presente nelle tue figure di animali emblematici.
Quando parli dell’allocco che «si adatta naturalmente / alle necessità», della civetta che riscatta il «suo dimesso destino» di notte, del lavarello che «si adatta alla profondità», noto
innanzitutto uno slittamento dal naturale
all’umano (storico), perché tu dici che l’allocco
«nel suo lavoro paziente / si riconosce» o che la
civetta «ha smesso la sua parte di zimbello» o
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che il lavarello «ha la testa piccola come di chi
deve pensare poco». E a me pare che tale slittamento riduca in primo luogo l’«oggettività»
della descrizione (come accadeva agli autori
dei bestiari del Medioevo). Ma in secondo luogo
poi mi chiedo cosa succederebbe se questi animali-emblemi invece di prendere - come tu dici
- «le forme della natura», prendessero (o riprendessero) le forme della storia?
È vero che in queste figure l’oggettività si riduce.
Esse sono infatti metafore del nostro vivere. Qualche critico ha pensato a degli autoritratti in maschera. Io concordo.
Memoria e verbo imperfetto
Per ultimo una curiosità filologica, che pure ha
un suo significato profondo: l’uso del verbo
all’imperfetto, che in questa raccolta ricorre
tantissimo.
Sì, è vero. Ma l’imperfetto è il tempo per eccellenza della parlata lombarda. Non ho mai sentito
un mio familiare dire ‘cadde’ ma sempre ‘è caduto’. Uso il passato remoto solo in alcuni momenti.
Ad es. a proposito di Corso Donati: e un altro
colpo nel fianco e cadde in terra (Teatro naturale,
p. 25). Però, subito dopo, torno all’imperfetto: e
in immensum cadendo messer Corso / prese la
forma di un nome / stavo pr dire un vuoto torricelliano / mi aveva preso guardandolo / tra numerose iscrizioni.
L’imperfetto è anche il tempo della durata.
È un tempo malinconico, che non taglia, che trattiene, come un basso continuo.
È il tempo fisso della memoria.
Certo.
31 gen 2005
Sull’infanzia
Ripartiamo dall’infanzia e dagli anni della tua
formazione.
Sono nato ad Erba nel 1927. Sono stato figlio unico per sette anni, fino a quando è nato mio fratello
Giuseppe (Peppo). Poi c’è un altro fratello, che
aveva un anno meno di me, ma è morto a un anno.
Come tutti i figli unici mi sono sentito avvolto
dall’affetto, dalle cure dei miei; e anche dalla
predilezione di mia nonna, a cui penso spesso,
perché è stata per me una presenza importante nella mia infanzia. Mio padre parlava poco, per cui
non ho avuto un dialogo con lui. Parlavo di più
con mia madre. Ho cominciato ad avere degli a-
Poliscritture/Letture d’autore
mici all’età di nove, dieci anni. Alle elementari ne
avevo avuto pochi. Frequentavo una scuola privata di suore, che non era molto distante da casa
mia, per cui rientravo subito a casa. Avevamo una
grande terrazza, di cui ho parlato anche nei miei
scritti, un giardino. Un mio cugino, Sandro Frigerio, è stato una presenza molto viva. I miei ricordi
di questi primi anni sono però piuttosto confusi e
non significativi.
Prime letture
E le tue prime letture?
Mio padre era un lettore e un collezionista di libri
di storia e di letteratura. Questa sua passione l’ha
ereditata soprattutto mio fratello. Mia madre mi
leggeva qualche giornaletto per ragazzi. Ho letto i
fumetti: Gordon, Mandrake. Mi piacevano molto.
Mi colpiva soprattutto Gordon. I disegni erano
molto belli e le storie erano fantastiche. Appena
ho potuto leggere autonomamente – questo è capitato nelle medie, che allora erano le magistrali, divise in quattro anni di «magistrali inferiori» e
quattro di «magistrali superiori», quindi un ciclo
di otto anni come credo ancora oggi - ho approfittato della libreria di mio padre. E proprio nella sua
libreria ho trovato i Ricordi entomologici del Fabre. Potrà sembrare strano - avevo 12-13 anni –
che un ragazzo li leggesse. Sta di fatto che Fabre è
un grande narratore e non per niente Erasmo Darwin il vecchio, il padre di Carlo, l’aveva soprannominato l’Omero degli insetti. Era una lettura attraente, piacevole. Nel frattempo frequentavo la
scuola.
A scuola come ti andava?
Ero uno studente piuttosto scarso. Con una buona
memoria, ma con grandi difficoltà di carattere settoriale. Ad esempio, il disegno per me era una vera ossessione. Non riuscivo a tenere in mano la
matita. Disegno geometrico: peggio che andar di
notte per me. La matematica: altra bestia nera dei
miei primi anni di scuola.
Un insegnante influente
Tra gli insegnanti c’è stato qualcuno che ti ha
influenzato più degli altri?
In questo periodo ho avuto la fortuna di avere
come professore d’italiano un intellettuale come
Luigi Fumagalli, che abitava a pochi chilometri da
Erba, a Arosio (Inverigo) e aveva propensione per
l’arte. Scriveva anche, con poco successo purtroppo. In ogni caso era impegnato sul fronte della
letteratura. E lui mi ha dato anche l’idea dello
scrittore. L’ammiravo molto per la sua eloquenza,
47
e anche per le sue stranezze d’artista. Qualche
volta ci faceva lezione all’aperto, nei giardini
pubblici, cosa insolita allora. Non era certo un
conformista, per cui mi ha fortemente influenzato.
Era anche un uomo di grande apertura mentale,
assolutamente non fazioso. Poi è arrivata la guerra. Durante la guerra, verso la fine del ’43, lui ha
partecipato alla Resistenza nel Partito d’Azione,
pur essendo stato prima fascista fino a quando la
guerra non ha assunto le caratteristiche del disastro. Mi ricordo una sua frase: Sono stato fascista
finché il fascismo non è diventato hitlerismo.
Un’altra sua frase, ad es., era che rispetto alla
guerra civile bisognasse essere o di qui o di là, o
da una parte o dall’altra, ma non agnostici. Bisognava prendere posizione. Come membro del
CLN era stato anche messo in prigione a Como.
Cosa che allora era pericolosa, non tanto perché
lui avesse delle responsabilità precise, ma perché
potevano esserci attentati fatti da altri e possibilità
di rappresaglie prendendo i detenuti dalle carceri.
Ecco, questo è stato per me il personaggio più
importante nella mia adolescenza. Il nostro rapporto si è poi trasformato in amicizia, quando ormai io ero impiegato in banca e mi ero sposato.
Lui è morto nel 1980, a settant’anni. Era del ‘10.
C’erano 17 anni di differenza fra me e lui. Quando
si è giovani sembrano tanti.
In un ambiente “naturalmente” fascista
Parlando del tuo insegnante di riferimento, hai
già introdotto nel discorso dei fatti storici. Tu
sei nato e vissuto in modo per così dire “naturale” in un ambiente fascista. I tuoi amici e coetanei erano fascisti, no?
Ma allora non si parlava di politica. E poi a me
pare di poter dire che il fascismo ha avuto parecchie anime, a seconda di dove si è radicato. Se
nella campagna, a sud di Milano, ha avuto una
connotazione di tipo agrario coi contadini che
stanno sotto e gli agrari sopra, da noi, non essendoci latifondo, il fascismo era piuttosto borghese.
Quindi non si verificarono quegli attriti, lotte di
classe...
Dalle tue parti non accaddero mai episodi che
fecero nascere qualche critica nei confronti del
regime?
No. La vita era tranquilla. C’erano gli aderenti al
Fascio o i consenzienti. I dissidenti si contavano
sulla punta delle dita e venivano considerati per lo
più degli eccentrici. Per quanto possa ricordare
io, non ci furono episodi di violenza. E poi ero nato nel ’27. Ero giovane. Fino alla campagna
d’Africa del ’35 c’era un vasto consenso. Mi ri-
Poliscritture/Letture d’autore
cordo vagamente la raccolta delle fedi, che è avvenuta in chiesa. Ed io, anche dopo la guerra, ho
continuato nelle mie convinzioni. Semmai, la critica che ho fatto è stata di carattere generale, sulla
libertà di parola principalmente
Ma da studente
non raccoglievi notizie
sull’andamento della guerra? A scuola non se
ne parlava? Non c’erano voci contrarie?
Facevo il liceo a Como. E ricordo che una volta
sul tram c’era un mio amico, un certo Tomaso
Grossi, che mi diceva genericamente: – Eh vedi,
gli uomini vogliono la libertà. Non capivo bene a
cosa si riferisse, ma credo che mi abbia dato un
primo segno di un modo di pensare diverso su
certe questioni. Allora le mie idee coincidevano
con quelle del governo. Non c’era nessun attrito.
E poi io allora non avevo idee politiche precise.
Mi limitavo ad una certa stima, un’ammirazione
per Mussolini.
L’uccisione del padre
Allora il trauma dell’uccisione di tuo padre in
un agguato di partigiani dev’essere stato per te
ancora più traumatico?
I due partigiani che hanno ferito mio padre - lui è
morto dopo cinque giorni all’ospedale - non lo
conoscevano. Non erano della zona. Non ricordo
cosa ho provato allora. Soprattutto dolore. Avevo
sedici anni. Sentivo mia madre che piangeva. Ricordo queste sue lamentazioni ad alta voce. Io non
riuscivo a provare odio. Si odia chi può essere individuato. Né loro, credo, odiassero particolarmente mio padre. Sì, odiavano l’emblema, quello
che lui rappresentava politicamente.
Si è poi capito perché avessero scelto come bersaglio tuo padre? C’erano dei motivi?
Mio padre era un notabile della zona e in quel periodo era stato nominato commissario prefettizio a
Bosisio Parini, per esempio, e in un altro posto vicino, a Monguzzo. Lui ci andava in bicicletta, finito il lavoro in banca (era procuratore di banca),
quando doveva partecipare a qualche decisione
riguardante il Comune.
Tu non hai mai sentito il bisogno di indagare su
questa vicenda?
No. Personalmente non ho mai voluto. Nella mia
disgrazia sono stato preservato dal ridurre la
guerra fra due campi opposti a una cosa personale,
a un fatto privato. L’ho vista come uno scontro
cruento fra due fazioni. Nella mia mente da una
parte c’erano i partigiani e dall’altra i fascisti. Essi
non si conoscevano.
48
E quando si è profilata la sconfitta? Come hai
reagito di fronte alla caduta del fascismo?
Non so dire cosa ho provato. Uno stordimento.
Una sorpresa. Credevamo alle famose armi segrete. E poi pensavamo ai Tedeschi come se avessero una forza quasi illimitata. In effetti li hanno
fermati soltanto Tito e i russi a Stalingrado. Sì, allora ho provato uno stordimento. E poi c’era la
paura di essere uccisi. Non avevo neanche il tempo di pensare a quello che succedeva. Mi ricordo
che proprio il 26 aprile, uscendo di casa, ho visto
una scritta che diceva «Mancia competente a chi
vede un fascista sorridere». Questo era il clima
drammatico di quei momenti. Poteva succedere
che ti uccidessero per strada. Comunque alla fine
della guerra la mia famiglia si è trasferita a Varese. Lì ho fatto l’ultimo anno di liceo e a giugno
sono stato promosso. Eravamo nel ’47.
Ti eri posto il problema di pubblicare?
All’inizio avevo dato a mio fratello alcune poesie
che a lui piacevano. Le ha fatte vedere a Porta, il
quale non era tanto convinto. Poi le ha date a Alfredo Giuliani che abitava a Roma. Lui ha detto: No, le poesie di Pontiggia non mi piacciono. Ma
quanti anni ha questo Pontiggia? Comunque lasciamolo lavorare. Queste ultime parole mi sono
rimaste impresse. Pensavo a un successo rapido e,
visto che a Peppo piacevano queste mie prime poesie, pensavo che avrebbe potuto pubblicarle sul
Verri. Invece ero stato bocciato.
Un poeta estraneo ai cenacoli letterari
Come hai reagito?
Ero molto contristato, però ho pensato: ora mi
concentro, lasciamo perdere la pubblicazione. Lavoro e basta. E infatti mi sono concentrato sulla
scrittura. Per un certo periodo di tempo ho avuto
come interlocutore sempre il Peppo, che d’altra
parte si rivolgeva a me per verifiche, correzioni,
ecc. Poi sono andato avanti da solo.
E dopo il liceo?
C’è stata una forte svalutazione della lira. Non si
poteva vivere, per cui s’era imposta la necessità
per me di lavorare. Il lavoro l’abbiamo trovato
nella stessa banca di mio padre, che mi ha subito
assunto. Sono entrato in banca nel ’47, a
vent’anni, e sono uscito nel ’95.
E quando sei arrivato alla pubblicazione?
Il primo libro, che è L’aspetto occidentale del vestito, l’ho pubblicato a 49 anni. Ma il mio primo
editore è stato Giancarlo Majorino, che mi ha
pubblicato sulla rivista Il corpo nel ’64. Avevo 37
anni. Quindi dopo sette anni di lavoro, di solitudine.
Hai lavorato sempre nella stessa banca?
No. Ho cambiato quattro banche per motivi di carriera. Nei primi vent’anni come impiegato
d’ordine. Nei secondi vent’anni come addetto alle
pubbliche relazioni.
In quel periodo di lavoro solitario seguivi il dibattito letterario?
No. Ero completamente fuori dagli ambienti letterari milanesi e nazionali. Addirittura, quando è
uscito il libro che ha avuto successo – intanto me
l’aveva chiesto addirittura Raboni e io non pensavo di pubblicarlo perché non era ancora finito e
ne ha parlato Giudici sul Corriere della sera e poi
ho avuto molte altre recensioni - io ero in banca a
lavorare. Non facevo nessuna vita di relazione.
Degli scrittori conoscevo solo Majorino. Poi il
Peppo aveva fatto vedere il mio lavoro a Sereni, il
quale l’ha fatto uscire sul primo numero de
L’Almanacco dello specchio. Però io Sereni non
l’ho mai frequentato.
E quando hai cominciato a scrivere?
Verso i trent’anni, dopo un periodo in cui mi sono
interessato di musica (suonavo la chitarra, ho studiato anche alla Scuola musicale di Milano). Mio
fratello aveva già cominciato a scrivere per suo
conto e frequentava l’ambiente del Verri, in cui
era diventato segretario. Anch’io, che avevo avuto
sempre passione letteraria, ho cominciato a scrivere.
Per imitazione di tuo fratello?
No. Certo c’era uno stimolo in più. Però lui scriveva prosa. Aveva cominciato anche con qualche
poesia che m’aveva fatto leggere e che per la verità mi piaceva, ma non aveva quelle caratteristiche
di novità, di forza e di originalità che sono importanti per scrivere poesia. Era perciò passato alla
prosa, più consona alle sue possibilità. Io invece
ho cominciato subito con la poesia.
Poliscritture/Letture d’autore
E come mai non ti facevi vivo neppure con Sereni?
Non avevo curiosità per il mondo dei letterati.
E cosa t’incuriosiva invece? Da cosa eri occupato?
Dalla vita in generale.
Ma allora in cosa consisteva la vita per te?
49
Consisteva nel vivere con mia moglie, coi miei
figli. Sono sempre stato fuori da questi ambienti
di letterati. E anche le mie letture mi spingevano a
rimanere fuori. Ho sempre avuto una diffidenza
delle riunioni. Poi, quando sono uscito dal lavoro
in banca e ho comiciato a partecipare a qualche
lettura e poi anche alla vita pubblica, mi sono reso conto che davvero sono più le spine che le rose.
Invidie e meschinerie non mancano. A partire da
una certa epoca il primo che si è interessato molto
al mio lavoro e nel ’72 sul Ragguaglio librario
ha scritto una critica e poi è venuto a trovarmi ed
è diventato mio amico è stato Cucchi. Anceschi
ne aveva parlato nel ’70, Raboni nel ’71.
Ti hanno giovato queste critiche?
Mi hanno aiutato psicologicamente.
intorno all’ Hôtel de Ville
e moriva senza lamenti
la fronte sul marciapiede.
Quel fascista a Torino
che sparò per due ore
e poi scese per strada
con la camicia candida
i modi distinti
e disse andiamo pure
asciugando il sudore
con un foulard di seta.
.....
[da F. Fortini, Una volta per sempre. Poesie
1938-1973, Einaudi 1978]
Anche Fenoglio, uno scrittore che ammiro molto,
ha saputo rendere omaggio ai combattenti delle
opposte fazioni.
Nell’attrito tra due epoche
Da quanto mi dici devo pensare che mai, e soprattutto da quando hai cominciato a lavorare
in banca, ti sei interessato di politica?
In un certo senso di politica non mi sono mai interessato. Ma in un altro senso io di politica vivo,
perché continuamente polemizzo contro le false
informazioni e la faziosità.
Ma questo più che vivere di politica a me pare
vivere una contraddizione interiore. È come se
tu fossi ancora immerso emotivamente in quel
periodo della tua giovinezza, nel suo mito e ti
ritrovassi poi disarmato in un’epoca che ti
sembra la sua completa negazione. La tua esperienza di uomo maturo, sconfitto dalla storia («soccombente» come dici) è in attrito col
tempo in cui vivi. Come ti gestisci questo attrito
fra due epoche storiche che a me pare tremendo?
Sì, sono stato per molto tempo in attrito con la
storia successiva di questo Paese.
Mi fai venire in mente una poesia di Fortini che
ha colto questo dramma dello scontro tragico
tra due epoche e due modi contrapposti di sentirle, riconoscendo però la comune sostanza
umana dei contendenti. Senti:
Quel giovane tedesco
Quel giovane tedesco
ferito sul Lungosenna
ai piedi d’una casa
durante l’insurrezione
che moriva solo
mentre Parigi era urla
Poliscritture/Letture d’autore
Nota di E.A. Queste due conversazioni con
Giampiero Neri sono tappe del mio avvicinamento critico a una figura umana affabile e
ferma e alla sua poesia, limpida ma complessa
e inquieta. Come si capisce dall’andamento del
colloquio,
entrambi
concordiamo
sull’importanza nella sua poesia della storia
tragica (in particolare per l’Italia) del Novecento, che a me pare anzi la fonte reale decisiva.
Ma ad essa guardiamo attraverso il filtro di
dissimili esperienze di vita e di concezioni del
mondo. Neri - sulla scorta di Darwin, della saggezza antica e di quello che definisce un «vago
teismo» - tende a mantenerla sullo sfondo, a
sentirla come inenarrabile ferita, a pensarla
come teatro naturale o fiume vorticoso d’eventi,
che gli uomini possono vivere o da vincitori o
da vinti ma non giudicare e tantomeno orientare in senso razionale. Io - sinteticamente - da
un’ottica segnata soprattutto dalle lotte sociali
del ’68-’69 e che non abbandona la lezione cristiana e quella marxiana. Da qui forse la postura rispettosamente “duellante” di entrambi.
Che non scalfisce un’amicizia in apparenza insolita, ma paradossalmente fertile e che si va
consolidando anche nella condirezione assieme
ad altri de Il Monte Analogo, una «rivista di
poesia e ricerca» da Neri ispirata. Spero che
queste conversazioni possano continuare a lungo e confluire, assieme ad altri miei appunti sui
suoi scritti, da me tardivamente scoperti, in un
saggio che ho in mente di scrivere.
50
- Andrea Boeri: Secolarizzazione e legittimità
dell’età moderna. Considerazioni sulla critica
di Blumenberg alla filosofia della storia di
Löwith
In Significato e fine della storia, Karl Löwith, affrontando più esplicitamente presupposti peraltro
già contenuti in una delle sue opere più conosciute, Da Hegel a Nietzsche, delinea quello che Blumenberg definisce il teorema della secolarizzazione: un tentativo di delegittimazione della modernità, attuato mediante l’analisi dei motivi teologici
peculiari della moderna filosofia della storia. Questo, nel tentativo di dimostrare come le differenti
formulazioni dottrinali da esse ricevute nel corso
dello sviluppo del pensiero europeo sino a Hegel,
Comte e Marx, siano riconducibili alla visione
storica biblico-cristiana. Se infatti, da un lato,
l’opera di Löwith intende evidenziare la sostanziale derivazione della filosofia della storia dalla teologia della salvezza, dall’altro, cerca anche di
mettere in luce l’inevitabile fallimento in cui essa
sarebbe incorsa, in quanto, pur sostituendo alla
fede nella provvidenza divina la fede nel progresso umano, oppure quella nella realizzazione dello
“spirito del mondo” o nell’avvento della società
senza classi, rimanendo vincolata alla prospettiva
teologica, avrebbe conservato un’impronta teologica. Per Löwith, “… sembra che le due concezioni dell’antichità e del cristianesimo – il movimento ciclico e l’orientamento escatologico – abbiano esaurito la possibilità della comprensione
della storia “ (1), in modo tale che le interpretazioni più recenti non sarebbero altro che variazioni di questi due principi. Ciò in cui la concezione
ciclica si differenzierebbe inequivocabilmente da
quella giudaico-cristiana sarebbe l’abdicazione
rispetto allo sforzo di conoscere il senso ultimo
della storia, poiché, in base alla concezione classica del mondo, tutto si muoverebbe in un eterno
ricorso determinato dalla coincidenza di principio
e fine. Non s’intende in questa sede affrontare la
pur rilevante questione relativa alla legittimità di
una così ampia schematizzazione della concezione
storica classica, sebbene essa costituisca uno dei
fondamenti teorici essenziali del pensiero di Löwith che non a caso, in Nietzsche e l’eterno ritorno, presenta la cosmologia nietzscheana come la
visione della storia più prossima a quella pagana e
come l’autentica alternativa alla crisi filosofica
seguita alla crisi dell’idealismo hegeliano. Quello
che invece risulta importante evidenziare è come
la
considerazione
del
tradimento
che
l’interpretazione teologica della storia avrebbe
operato dell’autenticità originaria di quella pagana
si rifletta, in un secondo momento, nella denuncia
Poliscritture/Letture d’autore
della illegittimità della concezione storica moderna, che, volendo “ … rappresentare la storia come
un progresso significativo anche se indefinito,
verso un compimento immanente “ ( 2), rimarrebbe vincolata all’attesa escatologica. La modernità,
pur cercando di liberarsi dalla fede cristiana, concependo ancora il passato come preparazione ed il
futuro come compimento, ne conserverebbe i presupposti, tanto che la storia della salvezza non diverrebbe altro che una teologia dello sviluppo
progressivo: la filosofia della storia e la sua ricerca del senso dello sviluppo storico “ … sono scaturite dalla fede escatologica in un fine ultimo della salvezza “ (3). Perciò, la scoperta da parte della
modernità del significato che spieghi il divenire
storico e ciò verso cui si orienta non sarebbe altro
che la secolarizzazione della speranza teologica
nell’avvento del regno dei cieli. In essa sarebbe da
ricercarsi la ragione del fallimento del progetto
moderno di una fondazione scientifica della dimensione dell’attesa, dato che il senso del mondo
e della storia si sottraggono alla conoscenza: “ Ricercare seriamente il senso ultimo della storia supera ogni possibilità conoscitiva “ (4). Questo è il
motivo inoltre per cui Löwith si domanda: “ Chi
non sarebbe disposto a considerare saggia e oggettiva la concezione antica “ - per la quale il problema della conoscenza del significato ultimo della storia neppure si pone, poiché tutto si muove in
un eterno ricorso che nega il principio del senso
storico-universale di un singolo evento – “ …
mentre la fede ebraica “ – quindi anche la sua secolarizzazione, - “ che eleva la speranza a virtù
morale e a dovere religioso sembra essere tanto
folle quanto esaltata ? “. La critica che Blumenberg, in Legittimità dell’età moderna, muove nei
confronti del “ teorema della secolarizzazione “
intende primariamente affermare il rifiuto della
riduzione della moderna filosofia della storia alla
teologia giudaico-cristiana. Se il teorema della secolarizzazione è il corollario dell’idea di una continuità che regolerebbe il divenire storico – nel caso di Löwith la regolarità della concezione ciclica
classica della storia – egli, cercando di mostrare
l’autentica novità che caratterizzerebbe l’età moderna, evidenzia come la storia non sia una totalità
in cui è possibile riscontrare unicamente delle
continuità, ma anche delle sostanziali discontinuità. Pur riconoscendo l’intima connessione tra passato e presente, Blumenberg considera fortemente
riduttiva la tesi secondo cui il mondo sarebbe una
“ … costante la cui affidabilità permetterebbe di
attendersi che nel processo storico una situazione
originaria debba ripresentarsi in modo palese “
(6). Se si considera la secolarizzazione come il recupero mondanizzato di un’originarietà perduta
51
con il cristianesimo se ne compromette la comprensione storica. La questione non è da porsi nei
termini di un dualismo interpretativo assoluto, per
cui la secolarizzazione diverrebbe espressione di
uno smarrimento più apparente che reale di presupposti originariamente dati, oppure momento di
assoluta frattura emancipativa rispetto al mondo
della trascendenza. Se nel primo caso viene postulato un sostanzialismo storico incapace di cogliere
le discontinuità della storia, nell’altro, si sottrae
alla comprensione la possibilità d’individuare anche le identità in esse presenti: “ Non va dunque il
concetto di secolarizzazione al di là di ciò che può
essere ottenuto nella comprensione di strutture e
processi storici, proprio perché implica non solo
una dipendenza ma anche … una discontinuità radicale delle appartenenze senza che al tempo stesso se ne muti l’identità ? “ (7) Affermare la presenza di una discontinuità radicale nell’identità
significa, in primo luogo, rilevare come nella sua
funzione ermeneutica “ … il concetto di mondanizzazione non consente al risultato della secolarizzazione di separarsi dal proprio processo e di
diventare autonomo “ (8). Questo perché, in particolar modo nella sua accezione gadameriana, esso
sarebbe, nell’ambito del divenuto, più la conseguenza di ciò che nei processi storici resta celato
che non di ciò che si manifesta. In tal modo,
l’applicabilità del concetto di secolarizzazione acquisterebbe un’estensione quasi illimitata: la questione della certezza teoretica nella gnoseologia
moderna come secolarizzazione del problema cristiano fondamentale della certezza della salvezza,
la moderna etica del lavoro come secolarizzazione
della santità, le attese politiche del Manifesto del
partito comunista come secolarizzazione del paradiso biblico, l’idea di progresso come trasfigurazione di una concezione provvidenzialistica della storia. Viceversa, ammettere la correlazione tra
discontinuità ed identità comporta, per Blumenberg, il riconoscimento di come i processi di trasformazione e dissolvimento siano da intendersi
non come il riproporsi della medesima sostanza
originaria dissimulata, ma come “… il trasferimento in nuove funzioni, permanendo identica
una sostanza costante “. (9) Tale permanenza, tuttavia, non ha nulla a che vedere con il sostanzialismo storico, nella misura in cui il concetto di “
rioccupazione” costituisce il perno sul quale si edifica un modello storico funzionale: “ Ciò che è
accaduto, finora con poche eccezioni specifiche,
nel processo interpretato come secolarizzazione
può essere descritto non come trasposizione di
contenuti assolutamente teologici nella loro autoalienazione secolare, ma come nuova occupazione
di posizioni divenute vacanti, da parte di risposte
Poliscritture/Letture d’autore
le cui relative domande non poterono essere eliminate” (10) . Quella che Blumenberg propone
non è dunque un’identità di contenuti, come nel
caso di Löwith, ma di funzioni: “ In determinati
luoghi del sistema di interpretazione del mondo e
di sé da parte dell’uomo, contenuti del tutto eterogenei possono assumere funzioni identiche. Nella
nostra storia questo sistema è stato determinato in
modo decisivo dalla teologia cristiana “ (11). Ciò
significa che nel caso in cui all’interno di una determinata concezione della realtà emergono delle
infondatezze, essa lascia in eredità le questioni irrisolte perché, inserite all’interno di un nuovo
contesto, possano trovare differenti risposte. Sulla
base di tale presupposto emergerebbe, a parere di
Blumenberg, un nuovo assestamento concettuale
che, considerando le certezze del passato come
puro dogmatismo, rappresenterebbe una svolta
epocale e, quindi, la legittimità dell’età moderna,
la cui singolarità troverebbe espressione nel fatto
che essa “ … non ricorre tanto a ciò che le preesiste, anzi vi si oppone e ne raccoglie la sfida “ (12).
Al contrario, nel teorema della secolarizzazione si
deve riscontrare un’utilizzo indirettamente teologico di quelle difficoltà che sono sorte storicamente nel tentativo filosofico dell’inizio dell’età
moderna. Nel capitolo dell’opera citata, Il progresso nel suo disvelamento quale destino, Blumenberg polemizza esplicitamente con le tesi di
Significato e fine della storia di Löwith, per il
quale “ … la mondanizzazione del cristianesimo e
il suo passaggio alla modernità diviene una differenziazione quasi insignificante, non appena egli
abbia colto l’unica frattura epocale che avesse
prodotto in un solo atto la decisione per il Medioevo e l’età moderna: l’allontanamento dal “cosmos” pagano e dalla sua concezione ciclica e
l’adesione all’azione temporale unica di tipo biblico-cristiana “ (13). Di conseguenza, come rilevato precedentemente, Löwith perveniva alla conclusione della sostanziale impossibilità di una filosofia della storia autonoma, dopo aver mostrato
la derivazione di essa dalla teologia della salvezza. In tal modo, anche l’idea di progresso su cui è
imperniata la moderna concezione della storia non
assumerebbe altra funzione che quella della provvidenza: “ Le interpretazioni della storia in termini di progresso e di decadenza, da Voltaire e
Rousseau fino a Marx e Sorel, sono il tardo ma
ancora valido prodotto della teoria biblica della
salvezza e della perdizione. “. (14)
L’idea di progresso diviene il motivo determinante della comprensione storica moderna solo entro
“ … l’orizzonte del futuro quale fu determinato
dalla fede ebraica e cristiana contro la visione ciclica, e quindi priva di speranza, del paganesimo
52
classico”. Nonostante lo sforzo di emancipazione
dalla teologia, “ l’irreligione del progresso rimane
una sorta di religione “ derivata dalla fede cristiana in un fine ultimo. Blumenberg, pur non negando l’influenza del Cristianesimo sulla modernità,
ritiene tuttavia che vi sia una differenza formale
per cui sarebbe ingiustificata una netta trasposizione dell’idea di progresso nell’escatologia cristiana: “ … un’escatologia parla di un evento che
fa irruzione nella storia ma che le è eterogeneo e
la trascende, mentre l’idea di progresso estrapola
da una struttura esistente in ogni presente un futuro immanente nella storia “. Questo sganciamento
dalla prospettiva di una trascendenza che orienta
teleologicamente il divenire storico costituisce,
per
Blumenberg,
la
premessa
dell’autoaffermazione
umana
nella
storia
all’interno del cui sviluppo l’idea di progresso “…
è l’autogiustificazione permanente del presente
attraverso il futuro “. (17) Questo presuppone che
l’uomo cominci ad essere “ colui che fa la storia “
e non colui che in essa agisce solo conformemente
ad un ordine temporale predeterminato ed estraneo alla sua volontà. Per Löwith, ciò che accomuna cristianesimo e paganesimo, nonostante essi
fondino la loro comprensione della storia su due
opposte concezioni del tempo, è la negazione della possibilità umana di autogiustificare il senso
storico del mondo: “ … se destino significa un potere superiore di cui non possiamo disporre, ma
che dirige la nostra storia, allora il fato è paragonabile alla provvidenza divina “. Ovviamente, rispetto a tale “ profonda venerazione del destino
ovvero della provvidenza, la moderna fede secolare nella progressiva possibilità di dominare il
mondo sarebbe apparsa una bestemmia ad entrambi “ (18). Quest’ultima affermazione potrebbe
apparire un implicito riconoscimento del carattere
emancipativo ed innovativo della modernità. In
realtà, se l’autentica concezione della storia è da
far risalire alla visione fatalistica classica, e se la
temporalità escatologica biblico-cristiana rappresenta il tradimento di essa, allora l’illegittimità di
quest’ultima non può che riflettersi anche
sull’idea moderna di progresso, secolarizzazione
della fede nella salvezza. Perciò l’autofondazione
umana del senso della storia non può che essere
un’illusione creata dalla mistificazione della verità
destinale che governa il mondo. Se, heideggerianamente, la verità è velamento e disvelamento,
allora l’idea di progresso non è altro che una manifestazione del destino di cui l’uomo si ritiene
illusoriamente artefice. In questo modo, Löwith,
sottrae alla volontà umana proprio ciò in cui essa
aveva creduto di poter confidare per determinare
laicamente il proprio futuro, poiché, sostiene
Poliscritture/Letture d’autore
Blumenberg, “ … una tale visione della storia si
priva della possibilità di ammettere e rappresentare l’autocoscienza dell’età moderna come epoca
estrema e singolare “. (19)
E’ necessario partire dal fatto che l’uomo fa la
storia “, anche se questo “ … non significa affatto
che ciò che è fatto sia dipendente soltanto dalle
intenzioni e dalle regole a partire dalle quali esso
è sorto “. (20) Questo, in quanto ogni singola azione si situa all’interno di un più vasto orizzonte
delle possibilità storiche in cui sussiste “
un’interazione dell’interdipendenza integrante e
disgregante “: ciò implica che “ l’affermazione
per cui la storia si fa vale nel senso di una facoltà
non univoca di correlare azioni e risultati “.(21)
NOTE
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)
8)
9)
10)
11)
12)
13)
14)
15)
16)
17)
K. Löwith, Significato e fine della storia, trad. it. di
F.T. Negri, Il Saggiatore, Milano, 1989, p.40
Ibidem, p. 39
Ibidem, p 25
Ibidem, p24
Ibidem p.234
Hans Blumenberg, La legittimità dell’età moderna,
trad. it di C. Marelli, Marietti, Genova, 1992, p. 73
Ibidem, p16
Ibidem p.22
Ibidem, p. 502
Ibidem p.71
Ibidem, p.70
Ibidem, p. 201
Ibidem, p. 34
K.Löwith, op cit. p. 83
Ibidem, p. 106
H. Blumenberg, op. cit. p. 37
Ibidem, p. 39
- Mariella De Santis: Un io crudele e molteplice.
Individualità e soggetto in Janet Winterson,
Ingeborg Bachmann e Agota Kkristof.
Non so se ho titolo per esprimermi genericamente
sulla questione della scrittura femminile. Se esista,
se sia un genere, se sia espressione di una scrittura
di genere. E non so soprattutto quanto quello che
io possa dire sia utile a volgere sguardi obliqui rispetto alla ricerca di nuove prospettive. È infatti di
ostacoli, di pensieri traversi che abbiamo bisogno
per poter avanzare in spazi altrimenti ignoti.
Quello che mi pare di sapere è che soggettività e
storicità del soggetto in comunità, sono elementi
inalienabili dell’esistenza, anche quando, accidentalmente, esse esercitano una presenza attraverso
la scrittura.
Da qui mi viene una riflessione sul concetto de ”il
silenzio e la presenza”.
53
In un recente volume antologico sulla poesia francese dal medioevo ai nostri giorni, pubblicato,
all’interno di un progetto editoriale sulla poesia
straniera, dal quotidiano italiano La Repubblica ,
trovo solo una presenza femminile, quella di Marie de France (seconda metà del secolo XII) e mi
piacerebbe essere stata solo una lettrice distratta
dell’indice. Non offendo la cultura e l’amore per
la poesia di nessuno facendo nomi che avrebbero
potuto/dovuto trovare presenza nel volume e mi
chiedo quali i motivi di questa scelta.
Eppure sono questi per ora ignoti motivi che convincono sulla opportunità del porre in questione
un tema quale quello della scrittura delle donne
(accezione, sicuramente, da me prediletta).
Silenzio e presenza, dicevo. In un suo scritto
sull’arte, Susan Sontang scrive che “Il silenzio
mantiene le cose aperte”. E se al lavoro letterario
e poetico delle donne guardiamo dall’angolo in
cui più netto si percepisce il silenzio, non si può
non giungere all’intuizione di un esercizio di presenza prima, apertura poi, che attraverso la scrittura le donne hanno tentato.
Apertura alla visibile presenza? Sì anche, ma non
solo. Apertura anche all’emersione di una lingua,
di un linguaggio, di un molteplice che attraversa
l’unidimensionalità con cui si tende a ridurre la
visione del mondo, sotto la pretesa di una esemplificazione paritetica.
Il soggetto che in maniera spudorata si assume un
compito di ostentazione, è l’Io. Ma se nella letteratura prodotta dalle donne, sino alla modernità (la
poesia, in questo scritto, sia dia - con tutti le distinzioni nobili che potrebbero essere avanzate –
compresa nel letterario) questo Io rivelativo assumeva su di sé un valore di testimoniale indagine o
presenza, nella letteratura contemporanea assistiamo all’emersione di un Io dilatato, crudele e in
sé molteplice. Ci viene dichiarata l’insorgenza di
un soggetto scrivente che ha assorbito il tempo
senza lasciarsene assorbire.
In questa nota breve, che ha il valore di un indizio,
di una traccia ancora incerta, propongo con la rapinosità della sintesi un accostamento a tre autrici
in cui l’Io crudele e molteplice si definisce tra individualità e soggettività.
Esse sono Janet Winterson, Ingeborg Bachmann e
Agota Kristof. Per ognuna scelgo quale portolano
uno dei loro libri, nell’ordine: Arte e menzogne,
Malina e Trilogia della città di K.. Romanzi dalle
complesse e azzardate strutture narrative e inesorabili nella loro spietatezza, ovvero nella mancan-
Poliscritture/Letture d’autore
za di qualsivoglia compiacenza verso le vicende
narrate.
Di Arte e menzogne sono protagonisti Handel, un
prete e chirurgo con un nascostissimo segreto, Picasso, pittrice in fuga dall’orrido domestico e familiare e Saffo, poetessa girovaga del tempo.
Omicidi o suicidi tentati, sono incontri non inusuali della vicenda, accanto a padri reali o putativi
castranti.
Malina è il compagno/doppio della protagonista –
chiamata semplicemente Io – che ha una parallela
relazione sentimentale con Ivan, l’uomo che può
rifondare Vocali e Consonanti. Sullo sfondo
l’assassinio di Io, la presenza ossessiva di un padre, l’incapacità di ogni relazione di essere capiente per la forte densità di Io.
Trilogia della città di K. narra di due gemelli affidati dalla madre alla terribile nonna. Senza più un
padre, i due legano se stessi agli altri attraverso
una catena di crudeltà di cui ci si rende conto lentamente e angosciosamente. Parlano al plurale e
all’unisono come fossero un’unica coscienza.
In nessuno di questi libri però la narrazione è affidata sempre allo stesso soggetto. La prima persona singolare di Handel, Picasso, Saffo, diviene
terza o la prima plurale dei gemelli della Trilogia
assume la prima singolare inaspettatamente quanto la terza; e solo apparentemente l’Io di Malina
mantiene una stabilità poiché essendo egli un
doppio, continuamente la responsabilità del dichiarato oscilla tra i tre soggetti del romanzo.
Cosa sta a dire quest’avventura pronominale?
Molto che possa qui esaurirsi o anche soddisfacentemente approssimarsi.
Ma senz’altro sta a rivelare una violenta appropriazione della soggettività storica ed umana delle
scriventi. Tutte le narrazioni sono designate dentro spazi di conflitto a ridosso della Storia (la
guerra, il nazismo, il potere temporale della Chiesa) ed è come se questi sdoppiamenti dell’Io stiano ad attestare quanto non possa più essere riconducibile all’unidimensionalità la presenza dello
scrittore donna.
Non casualmente, peraltro, in questi tre libri incontriamo sempre il padre quale figura deprecabilmente insufficiente – se non avvilitoria - alla
costruzione dell’ordine o ad un suo mantenimento. Laddove l’ordine del padre generando disperazione e invisibilità, costringeva all’individuazione
di postazioni strategicamente sopravvivenziali
quali il ritiro nell’ombra protettiva di un convento
54
(Juana Ines de la Cruz), la sofferta e letale perseveranza (Isabella Morra), o del matrimonio talora
funesto,talaltra intelligentemente beffardo, come
quello in cui riuscivano le poetesse cortigiane del
Cinquecento, si assiste nella contemporaneità alla
messa in stato d’accusa di quel potere maschile
che ha tentato sia la riduzione sepolcrale del femminile, quanto la guerra, la distruzione entro cui le
donne hanno dovuto e potuto trovare motivi di
emersione.
Una ribellione al padre che talvolta può parere
senza mèta e che comporta paurosi salti nel vuoto.
Il vuoto è la dimensione angosciosa che attraversa
i tre romanzi di cui parliamo. Il vuoto volo suicida
di Picasso (Winterson),delle stanze della casa di
Io (Bachmann), dei confini vigilati dai militari
(Kristof) in cui questi Io devono continuamente
moltiplicarsi per non esserne assorbiti, occupare
spazi di vuoto e addensarli. Di angoscia, di paura
ma essendoci.
Il vuoto sta anche a rappresentare quella dimensione sottrattiva che pare precedere la scrittura.
Infatti, narrativamente spazio dell’azione diviene
la scrittura non solo come atto dell’autore, ma
quale elemento che a vario titolo è presente nelle
vicende dei protagonisti qui presentati. In questi
tre romanzi c’è sempre qualcuno che scrive. Scrivere è azione del pensiero. E ogni azione segna
l’impossibilità di tornare indietro. Per quanto possa essere incerto e incostante il divenire, non si
rinuncia più ad esserne parti consapevoli.
Non interessa più tentare varchi di presenza dalla
periferia, ma arrogarsi attraverso la crudeltà di
questa individualità moltiplicata, la riduzione al
silenzio attraverso cui mantenere aperte le cose.
Il silenzio però qui non è più quello della marginalità subalterna ma quello dello shock che segue
sempre una irrimediabile rivelazione.
L’umano appartiene alla storia e questa appartiene
al soggetto femminile nel rischio dell’ordine
quanto del disordine. Del rumore e dell’afonia.
Il linguaggio, in questi romanzi, è preciso sino al
dolore, ma non definitivo se non nel momento
della manifestazione. Esso, piuttosto, è perentorio.
Nulla può più essere definitivo poiché queste tre
autrici si collocano nello spazio del conflitto, un
conflitto che non è antagonismo di genere ma esuberanza di vigore. La crudeltà inferta, subita,
rappresentata dall’Io moltiplicato appartiene alla
Storia quanto il loro essere donne scrittrici.
L’autobiografia è arte e menzogna, scrive la Winterson con paradossale intelligenza, dichiarando
così il primato dell’invenzione a partire proprio
dal soggetto.
Poliscritture/Letture d’autore
Era assassinio, sono le parole che chiudono Malina. L’imperfetto denuncia continuità nel tempo di
un’azione che per la sua natura, l’assassinio, dovrebbe essere impossibilmente dichiarata dall ’Io
che la subisce. Ma qui l’Io è attore e spettatore (
moltiplicazione, ancora) della storia da cui non
permette più estromissioni, neanche tramite la
morte.
Ahimè, la vita calma e tranquilla che mi ero immaginato si è molto rapidamente trasformata in
un inferno, dice uno degli enigmatici protagonisti
della Kristof. Alienato lui come chiunque altro
dall’illusione ideologica, esistenziale a cui si sopravvive solo moltiplicando gli orizzonti visivi,
osando azioni spregiudicate.
Scritture esemplari, dunque di un’emersione di
soggettività consapevole, cosciente e storica. Crudeli tanto quanto il tempo da cui hanno preteso
ascolto, benevole tanto quanto l’immenso movimento d’intelligenza ed emozione che procurano.
Per una critica dialogante 2
Cara Mariella,
meno di te, in teoria, avrei titolo di esprimermi sulla questione
della scrittura al femminile, ma, visto che dal femminismo
siamo stati attraversati, dico qualcosa sul tuo saggio, premettendo che non ho letto le opere che tu commenti e che quindi
le mie osservazioni- obiezioni scaturiscono unicamente da
quanto tu dici in esso e dal modo in cui lo dici.
“Il silenzio mantiene le cose aperte”(Sontag). Tanti i
dubbi. Decenni fa, una scrittrice (francese mi pare, non ricordo se si chiamasse Marie Cardinal...) aveva scritto Le
parole per dirlo. Cosa, invece, induce oggi a tornare a privilegiare il silenzio? E quale silenzio (Vedi dopo)? E poi il silenzio è, forse, solo delle donne? Esiste o no un’ambiguità
del silenzio, per cui non è detto che esso mantenga con certezza «le cose aperte»?
Nel silenzio presente nel lavoro letterario e poetico
delle donne - mi pare di capire - tu vedi «un esercizio di presenza», e cioè – sempre azzardando – la possibilità per le
donne di far emergere «una lingua, [...] un linguaggio, [...] un
molteplice che attraversa l’unidimensionalità con cui si tende
a ridurre la visione del mondo, sotto la pretesa di una esemplificazione paritetica».
La cosa avverrebbe oggi attraverso «un Io dilatato,
crudele e in sé molteplice», che esemplifichi nei testi prescelti delle tre autrici esaminate. In nessuno di questi libri affermi - la narrazione è affidata sempre allo stesso soggetto;
e in questa «avventura pronominale» scorgi «una violenta
appropriazione della soggettività storica ed umana delle scriventi». Le quali si muoverebbero «a ridosso [attenzione: «a
ridosso» non equivale a «dentro», nota mia] della Storia (la
guerra, il nazismo, il potere temporale della Chiesa)» e contro «il padre quale figura deprecabilmente insufficiente - se
non avvilitoria - alla costruzione dell’ordine o ad un suo man-
55
tenimento»; e, per estensione, contro «quel potere maschile
che ha tentato sia la riduzione sepolcrale del femminile,
quanto la guerra, la distruzione entro cui le donne hanno dovuto e potuto trovare motivi di emersione».
Siamo alla classica critica femminista - e devo aggiungere - astorica (antropologica, se vogliamo) al patriarcato. Ora vada per la «ribellione al padre» (dal ’68 in poi non si
è parlato d’altro, in termini spesso approssimativi...), ma il
fatto che essa «può parere senza meta e che comporta paurosi salti nel vuoto» è un fatto su cui non si dovrebbe sorvolare o fermarsi alle impressioni.
Sono state individuate delle mete (da queste scrittrici o da altre)? Sono stati limitati i «salti nel vuoto»? Se «il
vuoto è la dimensione angosciosa che attraversa i tre romanzi», se questi Io femminili - come dici - «devono continuamente moltiplicarsi per non esserne assorbiti» (in sostanza non trovano pace, non maturano direi con qualche malizia...) o devono - heideggerianamente - «esserci», ma solo
nell’angoscia e nella paura, o trovano spazio (o azione) solo
nella scrittura, a me pare che qualcosa non funzioni.
«Scrivere è azione del pensiero»? Ma perché un
pensiero deve/dovrebbe vedere solo nella scrittura le sue
possibilità di azione? E perché ogni azione (=scrittura) dovrebbe comportare «l’impossibilità di tornare indietro»? Questi io mi appaiono condannati ad un universo claustrofobico,
all’incertezza del divenire, ad una consapevolezza irrinunciabile sì - come scrivi - ma impotente rispetto alla realtà, che
non può ridursi alla scrittura.
E che conquista umana o femminile sarebbe
quest’«arrogarsi attraverso la crudeltà di questa individualità
moltiplicata, la riduzione al silenzio attraverso cui mantenere
aperte le cose»? Moltiplicarsi non è necessariamente liberarsi. Altrettanto non lo è diventare crudeli.
Questa enfasi sul silenzio - ripeto -, che «però qui
non è più quello della marginalità subalterna ma quello dello
shock che segue sempre una irrimediabile rivelazione», finisce per presentarsi come puro dogma o spostare appunto il
discorso sul piano inverificabile della «rivelazione», che posso anche rispettare ma, come sai, difficilmente è comunicabile o moltiplicabile.
E poi come si fa a dire che la storia «appartiene al
soggetto femminile nel rischio dell’ordine quanto del disordine» oggi che si parla di «fine della storia» ed è tutto un pullulare osceno di revisionismi storici? Cos’è qui, per te, «la
storia» o la «Storia»?
E cos’è questo «conflitto che non è antagonismo di genere
ma esuberanza di vigore», se esso (il conflitto) ha questo
seguito di angosce, indefinitezze, ecc..? Cioè è senza meta
identificabile. E cos’è - aggiungerei - quel «padre», di cui parlavi prima, se non l’assente Storia (o «storia») che resta - mi
pare di capire da tutto quello che dici sulle tre scrittrici - comunque sullo sfondo? Sei davvero convinta che questi io
crudeli vogliano guardare in faccia la Storia (o la «storia»)?
Se lo facessero o l’avessero fatto, mi metterei volentieri ad
ascoltare la loro lezione.
Scusa le rigidità che ti potranno parere parapatriarcali delle mie obiezioni
Un caro saluto
Ennio
Poliscritture/Letture d’autore
- Marco Gaetani: Sartre fuori moda
Il 2005 è anno sartriano: l’uomo che scelse di essere Jean-Paul Sartre nacque infatti a Parigi il 21
giugno del 1905. Il sistema delle ineluttabili recursività su cui si fonda ormai l’industria mediatico-istituzionale dell’”evento culturale”, quel meccanismo combinatorio brillantemente descritto
qualche anno fa da Maurizio Bettini, può forse offrire – la ricorrenza scattando “oggettivamente” –
se non altro un’occasione per tornare a riflettere in
maniera
non
solitaria
(ed
evitando,
nell’unanimismo dominante, ogni accusa di estemporanea gratuità) sulla figura del “celebrando
secondo il turno calendariale” (Contini). Certo
non è facile in questi casi sottrarsi alla chiacchiera, sfuggire al turbinio effimero di cui
s’ingrossano le pagine degli inserti culturali. Si
tratta tuttavia, per quanto possibile, di volgere a
profitto l’incremento di pubblicazioni a stampa, la
temporaneamente
benevola
disposizione
dell’udienza, ed ogni altra circostanza virtualmente favorevole; di cogliere infine il pretesto
dell’anniversario per qualche considerazione meno genericamente apologetica, oziosa, vacua o
scandalistica.
Al clima delle celebrazioni sartriane deve
probabilmente qualcosa anche un recente volume,
uscito negli ultimi mesi dell’anno scorso (e dunque in tempestivo anticipo sulla scadenza centenaria) per le cure di un valente studioso italiano di
Sartre, Giovanni Invitto3. Il libro costituisce la
“trasposizione integrale della colonna sonora” di
un film biografico realizzato nei primi anni settanta e uscito in Francia nel 1976; la struttura dialogata conferisce al testo un andamento fluido e divagante, da conversazione: la “voce” di Sartre si
alterna con quelle dei suoi interlocutori (Simone
De Beauvoir, Michel Contat, Alexandre Astruc,
André Gorz, Jacques-Laurent Bost, Jacques Pouillon) e con quella “recitante” che inframmezza al
dibattito passi tratti dalle opere del filosofo;
l’interazione dialogica riportata mantiene così
qualcosa della oralità originaria, attrae il lettore
riuscendo varia eppure sostenuta, nel toccare tanto
problematiche di carattere schiettamente filosofico
quanto argomenti tratti dall’attualità politica
dell’epoca (Cuba, la tensione tra U. S. A. e U. R.
S. S., l’Algeria, il Vietnam), con le note del curatore italiano che soccorrono puntualmente a precisare, informare, fornire dettagli su quei personaggi
3
J.-P. Sartre, La mia autobiografia in un film. Una confessione, Christian Marinotti edizioni, Milano 2004. Si tratta
della prima traduzione italiana del volume edito da Gallimard
nel 1977 e intitolato semplicemente Sartre.
56
e quelle situazioni al lettore odierno non più trasparenti; didascalie a margine del testo riferiscono
infine delle immagini e dei suoni che nella pellicola costituiscono o integrano la testura audiovisiva. Non mancano, nel corso della conversazione,
la rievocazione autobiografica (con alcuni aneddoti sapidi ma ad una lettura non superficiale
provvisti di una loro più significativa valenza: si
veda per tutti il ricordo dell’incontro con Lukács)
e alcune estemporanee boutades del protagonista,
degne di essere ricordate a testimonianza della vitalità di un esprit che a dispetto delle interpretazioni virate al nero dell’Esistenzialismo non si
sottrae al buonumore ed alla franca risata (così
càpita di raccogliere una perla di misoginia dalle
labbra del niente affatto misogino Sartre: “amo
molto essere con una donna perché non amo la
conversazione di idee”). Il testo - collocandosi
all’incrocio tra narrativa, saggio, dialogato teatrale
- offre insomma un esempio di assai alta divulgazione, con l’opportunità di ripercorrere
l’esperienza umana e intellettuale del pensatore
parigino
senza
immergersi
in
testi
dall’argomentazione teoricamente più impegnativa.
Anche sulla scorta di questo salutare promemoria è così possibile procedere ad una rapida
ricognizione dell’attualità del pensiero sartriano.
Cercando di evitare i due opposti rischi: non si
tratta di stabilire – tribunale dei posteri - ciò che
vivo e ciò che è morto della filosofia di Sartre, e
neppure di aderire ad una prospettiva invece frettolosamente totalizzante, del genere “tutto o niente”. Sartre è del resto, sicuramente, pensatore problematico e controverso per definizione, propenso
ai continui rimaneggiamenti delle proprie posizioni (espressioni del tipo “oggi ritengo che…”, a lui
consuete, sono molto più che una divisa di prudente saggezza, e nient’affatto riconducibili a
qualsivoglia forma di scetticismo relativistico);
resta tuttavia vero ciò che anche la critica a lui
maggiormente avversa non manca di riconoscergli, vale a dire che alcuni nuclei di fondo della sua
concezione sostanzialmente non mutarono mai
(prima tra tutte le costanti, quella verità – davvero
“incondizionata” - per cui vale sempre il “contatto
della coscienza con se stessa”4). Ragione per la
quale non risulta possibile isolare nel pensiero di
Sartre singoli aspetti ancora vitali e fecondi e prescindere da altri invece ritenuti “invecchiati”, trascegliendo indiscriminatamente e a piacimento
entro le coordinate di una teorizzazione che ha
una sua forma di sistematicità5.
Non è meno vero, d’altra parte, che
l’oggetto-Sartre non si può probabilmente assumere all’ordine del giorno nella sua interezza senza un complessivo ripensamento critico che valga
se non altro a riacclimatarlo rispetto ad una situazione storica, quella contemporanea, tanto differente da quella in cui esso venne a originarsi e maturò. Egualmente, non va taciuto che la cultura
occidentale – non si pensa qui soltanto alle aristocrazie intellettuali della più diversa estrazione ideologica - sembra aver risolto il dilemma volentieri rimuovendo in blocco un pensatore oggi sovente considerato inattuale, e comunque ingombrante. Sartre è davvero più che mai fuori moda, e
come per l’Adorno di Fortini6 ci si può però chiedere se almeno in Italia la voga sartriana sia stata
mai davvero tale, al di là delle pose di alcuni e
dell’impegno ermeneutico di un ristrettissimo
numero di frequentatori in servizio effettivo e
permanente. E comunque oggi, inequivocabilmente, il continente-Sartre non stimola viaggi
d’esplorazione che non siano solitari; lo stesso
Sartre-personaggio risulta facilmente antipatico, le
sue scelte private, pubbliche, intellettuali sovente
respingono; il pensiero sartriano (indubbiamente,
malinconicamente “forte”) appare per sovrappiù
inutilmente ostico, non concede all’interprete facili gratificazioni.
Il volume curato da Invitto (del quale si
raccomanda anche la bella “Nota in premessa”,
che assume come titolo un lapsus “cartesiano” –
“Sono dunque penso” - proferito in conversazione
dal filosofo, e giustamente considerato dal curatore come altamente significativo della personalità e
della concezione filosofica sartriane) permette di
ricapitolare i tanti Sartre che si sono succeduti dagli anni trenta ai settanta: dal punto di vista filosofico, ecco allora il passaggio dal fenomenologo
dell’immaginario e dall’indagatore della trascendenza dell’Ego all’autore del libro capitale non
solo del sartrismo ma di tutto l’orientamento esistenzialistico novecentesco: con L’Etre et le
Néant, in effetti, l’Esistenzialismo dimostra di potersi sottrarre nettamente ad ogni tentazione di carattere mistico-religioso, che si tratti di una prospettiva à la Jaspers o di soluzioni di matrice heideggeriana. E poi la tappa successiva al lavoro
sulla ontologia fenomenologica, quella Critique
de la raison dialectique che ci consegna un Sartre
definitivamente affrancato dal solipsismo, e un
individuo “in situazione”; senza che l’itinerario si
6
4
Ivi, pp. 104-5.
5
Sull’”unità” del pensiero sartriano cfr. ivi, p. 94.
Poliscritture/Letture d’autore
Il riferimento è ovviamente all’articolo pubblicato su “il
manifesto” del 24 settembre 1989, ora nel secondo volume di
Disobbedienze (Gli anni della sconfitta, scritti sul Manifesto
1985-1994), Roma 1996 pp. 51-5.
57
esaurisca: il lavoro speculativo successivo alla
Critique presenta un autore ancora capace di imprimere al proprio pensiero correzioni originali e
sostanziali7.
Il mutamento ideologico di Sartre viaggia
ovviamente di conserva rispetto alla sua evoluzione filosofica: basterebbe la menzione dei suoi
rapporti con il marxismo, proverbialmente problematici e controversi, a restituirci l’immagine di
un intellettuale che “non ha mai accettato niente
senza contestare” e che “ha sempre voluto ricercare le cose per conto suo”8. E molto lunghi discorsi
meriterebbe certo anche la produzione romanzesca e teatrale, dal celeberrimo La Nausée fino
all’adattamento di Le Troiane euripidee: una produzione vasta, sicuramente diseguale ma per molti
aspetti anch’essa coerente, e sulla quale il tempo
(i gusti del pubblico non meno che le valutazioni
dei critici) sembra avere in effetti depositato una
patina difficilmente rimovibile; produzione tuttavia cui non si potrà negare il potere, oggimai raro,
di restituire in profondità il clima di un’intera epoca, di rappresentarne le questioni vitali, di dare
espressione ai problemi nevralgici (materiali e spirituali) per essa fronteggiati dalle coscienze individuali e politiche.
Dire in breve dell’attualità di Sartre, senza
aver modo di problematizzare, non è impresa possibile. Si cercherà qui di focalizzare soltanto tre
aspetti rispetto ai quali il lascito sartriano può essere considerato ancor oggi prezioso. Va da sé che
si tratta di tre questioni fortemente interrelate.
Tornare all’esperienza, alla parola, al pensiero di Sartre tentando di farli reagire col tempo
presente significa per prima cosa e soprattutto imbattersi in una figura di intellettuale che fa il suo
mestiere con una estrema lucidità e coerenza. Sartre è senz’altro, lo si usa dire, una delle ultime incarnazioni dell’intellettuale classico. Ma egli dimostra di essere continuamente ben consapevole
della circostanza, e delle sue conseguenze.
L’intellettuale, nella interpretazione sartriana, è
per definizione nodo di contraddizioni che si riconosce come tale, (auto)coscienza infelice perpe7
Se ne cerchi la testimonianza nei saggi raccolti in
L’universale singolare. Saggi filosofici e politici dopo la
“Critique”, a c. di F. Fergnani e P. A. Rovatti, Il Saggiatore,
Milano 1980.
8
La mia autobiografia…, cit., pp. 60 e 104. Non andrebbe
neppure dimenticato il rapporto – anch’esso abbastanza problematico - del sartrismo con le scienze umane, e con lo
Strutturalismo in particolare (memorabile a questo proposito
– e nel secondo Novecento forse accostabile soltanto, per la
qualità degli ingegni contrapposti e la valenza nevralgica delle problematiche affrontate, alla ben nota controversia tra
Popper e Adorno - la polemica con Lévi-Strauss su pensiero
analitico e dialettico).
Poliscritture/Letture d’autore
tuamente in guerra con se stessa. Comunque la si
pensi in proposito, fa ancora impressione constatare come il borghese Sartre resti a tutt’oggi
l’unico scrittore ad essersi rifiutato di indossare la
marsina per ricevere dalle mani di un re scandinavo il riconoscimento borghese per eccellenza9.
Giova rammentare che almeno un paio di sedicenti comunisti, nell’ultimo decennio, si son guardati
bene dal compiere un gesto analogo: gesto forse
inutile, ma sicuramente paradigmatico di un modo
tradizionale nel senso alto di interpretare la funzione storica dell’intellettuale. Gesto esemplare.
Sartre ci si presenta così - con il carico
delle sue contraddizioni ma soprattutto per il buon
uso che seppe farne - come probabilmente
l’ultimo dei maîtres à penser occidentali, testimonianza individuale della perdurante possibilità di
esercitare la funzione critica pur entro gli scenari
storicamente più asfittici – incarnazione della libertà umana così come ebbe egli stesso a teorizzarla, prova vivente di quella ineludibile apertura
per cui l’individuo può sempre proiettarsi oltre la
situazione che lo stringe e condiziona frustrandone lo slancio teleologico.
Se Sartre vivente lo si vede soprattutto,
com’è fatale, in un atteggiamento militante che
non ha paura, negli anni, di fiancheggiare tutte le
esperienze radicali ponendosi sempre al fianco
delle istanze storiche più avanzate, nel filosofo
che ormai celebre non depone la convinzione per
cui “ribellarsi è giusto” (e che trova pertanto “notevole”, ad esempio, una rivoluzione, quella cubana, che è anche una festa); se ciò è certamente vero, non meno vero è che la passione civile e
l’engagement sartriani si compongono coerentemente rispetto alla valenza di un ben preciso dettato speculativo. Perché avere paura di entrare nel
merito di un pensiero che ha suscitato – indizio
importante – le ire dei comunisti come dei reazionari? Il gusto per la verità è infatti alla base di entrambe, militanza e speculazione. Proprio nella
peculiarità del suo pensiero - o forse meglio di
uno stile di pensiero - risiede dunque il secondo
dei lasciti di Sartre di cui riaffermare l’attualità,
pur anche soltanto virtuale, “seminale”. Perché, ci
si può chiedere, questo idealista che seppe riconoscere l’importanza determinante dei condizionamenti storico-materiali batte in breccia i più rigorosi adepti dello scientismo marxista, e si dimostra
alla lunga migliore dei tanti dogmatici che si condannano, prima o poi, a una crucciata esistenza
fuori dal presente – quando non si votano inconsapevoli, fin dal principio, al destino di transfughi? Perché accade che l’“incoerenza” del borghe9
Sull’episodio, ivi p. 135.
58
se Sartre finisca per essere la forma più costante
di fedeltà alla causa degli oppressi di tutto il mondo?
Si può rispondere: perché, soprattutto, il
suo pensiero respinge ogni forma di coscienza che
sia astratta dalle forme di esistenza individuali.
Esso riafferma, in un’epoca in cui i diversi orientamenti di pensiero sembrarono accordarsi soltanto sulla avvenuta eclissi del soggetto, la costitutiva
irriducibilità della esperienza della singola coscienza, la centralità dell’esistenza in quanto ineliminabile fondamento della conoscenza come
della prassi. La verità, in Sartre, è sempre in rima
profonda con la più concreta realtà: “non si comprende che quando si mette la cosa in rapporto al
mondo”10. Riaffermare l’importanza del vissuto e
del soggetto, la intransitività paradossale di un
Ego che pure fonda il proprio orizzonte esperienziale aprendosi al mondo, rapportandosi storicamente agli oggetti ed agli altri, costituisce di per
sé - nell’epoca della mediazione universale, dei
simulacri, dello spettacolare dilagante - una specie
di scandalosa provocazione. Il pensiero di Sartre
invita oggi più di ieri a far propria questa prospettiva “fuori moda”, e ritrovare negli interstizi di
una realtà integralmente alienata i residui margini
per un pensiero e per una prassi liberi di autodeterminarsi, di scegliere senza timore il senso del
mondo.
L’ultima considerazione riguarda il ruolo
centrale che nella concezione del pensatore francese riveste la letteratura, letteratura cui Sartre dedica notoriamente una serie di riflessioni che certo
resteranno, per profondità e finezza: da Qu’est-ce
que la littérature?, al Saint-Genet, al monumentale studio su Flaubert (senza trascurare il prodigioso Baudelaire), Sartre dimostra in una innumerevole sequenza di scritti una capacità di comprendere la parola letteraria che prescinde dalla pur
importante teorizzazione del metodo regressivoprogressivo (e che chiama forse maggiormente in
causa l’altra dicotomia egualmente celebre, quella
tra intellezione e comprensione)11. Una capacità
che gli deriva forse dalla infantile “nevrosi di letteratura”, da quell’equivoco tra le parole e le cose
che per il fatto di essere stato dissipato con
l’adolescenza (“quando ho conosciuto la contingenza, la violenza, le cose come sono”12) non pare
tuttavia immune dall’essere molto fecondamente
attivato a volontà, per essere nuovamente distanziato.
La parola letteraria ha una specificità che
oggi si tende facilmente a perdere di vista – quando anche i suoi più lucidi assertori tendono ad appiattirne i tratti peculiari su quelli della parola
scritta/letta tout court, su questioni di mero alfabetismo percettivo-cognitivo: attestandosi su di un
fronte, quello della contrapposizione tra civiltà tipografica e civiltà audiovisiva, che non è probabilmente il fronte storico principale. La parola letteraria ha infatti una valenza storico-antropologica
non surrogabile, è probabilmente invenzione senza ritorno; concerne la sempre più precisa coscienza della capacità umana di conferire senso
alla realtà, e di assumersi pienamente la responsabilità di tale senso: è “appello alla libertà”. Per
questo “la funzione dello scrittore è di far sì che
nessuno possa ignorare il mondo o possa dirsene
innocente”. Lungi da ogni istanza di risarcimento,
senza nostalgie per la perduta aureola, si tratta, per
lo scrittore, di assumere il ruolo di portavoce di un
“pubblico” di cui occorre interpretare ed esprimere pensieri ed istanze che in esso sono già presenti13. E del resto: “Noi consideriamo da lungo tempo che la letteratura è un fenomeno doppio, duale
come si dice, cioè autore (che ora si chiama scriittore) e poi lettore. I due, messi insieme, fanno
l’opera, ma occorre che il lettore faccia la sua parte”14. Luogo privilegiato del senso, dell’universale
singolare, dell’”universale concreto”, la letterarietà assume così una rilevanza cruciale per un autore che “pensa che non ci sia nulla che non possa
essere detto”15 e che il silenzio (pare lecito aggiungere: anche quello derivante dall’eccesso di
rumorosità) sia di per sé “reazionario”, in quanto
degradazione e reificazione del “per sé”16.
Ci sono autori la cui opera si lega tanto fortemente
alla realtà profonda della propria epoca da correre
il rischio che essa vada fuori corso non appena i
caratteri di quell’epoca paiano tramontare o sbiadire: è il rischio di chi non esita a compremettersi
con un presente che ha per definizione il destino
della transitorietà. Sartre paga oggi con
l’impopolarità anche la scelta di “prendere sulle
spalle” la situazione propria e dei suoi contemporanei, nel momento in cui essa probabilmente
giungeva ad un grado di incandescenza preludio
10
Ivi, p. 120.
Sulla riflessione sartriana intorno alla letteratura e alle arti
figurative cfr. S. Briosi, Sartre critico, Zanichelli, Bologna
1981. Il volume di Briosi si segnala, oltre che per l’acutezza
dell’analisi e dell’interpretazione, per la presenza di una perspicua scelta di brani d’autore.
12
La mia autobiografia…, cit., p. 46.
11
Poliscritture/Letture d’autore
13
Ivi, p. 99.
14
Ivi, p. 79.
Lo scrittore e la sua lingua, in L’universale singolare, cit.,
pp. 102 e 108.
16
La mia autobiografia…, cit., p. 78.
15
59
di uno sprofondamento. E in effetti sono molti gli
aspetti della esperienza e del pensiero di Sartre
che sembrano rimandare ad una temperie paradigmaticamente moderna: il suo lavoro si incunea
nel pieno del Novecento, ne recepisce le tendenze
più tipiche, si rispecchia in (ed alimenta di) un
tempo in cui la Modernità ci si presenta nelle sue
forme già mature per il tramonto.
C’è però un ulteriore aspetto, oltre ai tre
già ricordati, che autorizza a far valere la lezione
sartriana al di fuori della cappa plumbea della tarda modernità, e a farla reagire dentro l’attuale caleidoscopica epoca postmoderna. Si tratta precisamente della classicità di questo pensatore, di
quella dimensione per cui Sartre si affianca ad autori “eterni” la cui riflessione non teme il tempo
che la sopravanza, ma sempre vi s’attaglia. La tradizione francese ritrova in lui l’intellettuale di battaglia, dalla vocazione voltairiana; ma nella sua
riflessione riaffiora anche quell’attitudine analitico-introspettiva che ne fa un erede nobile dei
Montaigne e dei Pascal, dei Proust. Senza che i
due tratti – l’engagement e l’introversione – vadano peraltro a detrimento di un rigore filosofico che
pone il non accademico Sartre (il quale raccoglie
così pure l’eredità di Descartes) nella tradizione
più alta del pensiero speculativo europeo: suoi eterni interlocutori restano Hegel, Marx, Husserl,
Bergson, Kierkegaard...
Non si tratta, tuttavia, di sostenere in tal
modo il valore metastorico del contributo di Sartre, magari all’insegna di un equivoco umanesimo
di recupero (c’è effettivamente, come noto, anche
un umanesimo sartriano, esistenzialistico: che
quando non sia malinteso è forse l’unica forma
ancora percorribile di umanesimo, nell’epoca del
nichilismo); Sartre è un “classico” allo stesso modo in cui può esserlo un Brecht: egli attraversa il
tempo viaggiando sulla cresta d’onda del (proprio)
tempo. E ci raggiunge.
- Loredana Magazzeni: Alda Merini e
l’erotismo polimorfo del materno
Testimone vivente dell’inespresso
Ad Alda Merini è toccato inaspettatamente in sorte di essere una delle voci femminili più intense
del Novecento e di vedersi riconosciuta in vita
questa grandezza. Ciò accade raramente ai poeti e
ancora più raramente alle donne poete, specie se
anticonformiste e dirompenti come Alda.
Oggi molti forse sorridono riferendosi a lei, ne
parlano ormai come di una diva della poesia, madrina e protagonista di innumerevoli manifesta-
Poliscritture/Letture d’autore
zioni e ammiccano alla sua vecchiaia di poeta povera, insonne, circondata di gatti e di disordine
nella sua modesta casa sul Naviglio.
Ma pochi oggi sanno ancora pienamente cos’è e
cos’è stata la poesia di Alda Merini, quale cammino di autocoscienza, come si diceva negli anni
’70, le ha fatto attraversare la follia senza tradire,
anzi potenziando l’alta poesia che la contraddistingue.
Alda Merini non è stata una studiosa, una accademica in senso stretto. Ha compiuto pochi studi
regolari, si è diplomata come stenodattilografa, in
compenso ha avuto alle spalle una famiglia che
l’ha sempre incoraggiata a leggere, ad amare la
letteratura e la poesia, come lei stessa ricorda in
Reato di vita1, libro paradigmatico che assembla
scritti autobiografici e interviste amorevolmente
raccolte da Luisella Veroli, studiosa di matristica,
archeologa e autrice di prima di eva, viaggio alle
origini dell’eros, pubblicato dall’Associazione
Melusine di Milano.
A sedici anni viene scoperta da Giacinto Spagnoletti che riconosce la grandezza dei suoi versi. La
prima raccolta, La presenza di Orfeo, è del 1953.
Salvatore Quasimodo e Maria Corti, oltre allo
stesso Spagnoletti, la includono in tre importanti
antologie di poesia degli anni ‘50 e ‘80: Poesia
italiana contemporanea, Poesia italiana del dopoguerra e Viaggio nel ‘900.
Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta si aprono per
Alda Merini i cosiddetti “anni dell’inferno psichiatrico”, che ripercorrerà in tutte le opere successive e che conferiscono un’impronta definitiva
alla sua poetica, anni che rievoca in libri come
Vuoto d’amore, La terra santa, Testamento e in
scritti autobiografici come il già citato Reato di
vita o ne L’altra verità. Diario di una diversa.
Cammino pulsionale spirituale
Per i critici è molto difficile tentare una catalogazione esauriente dell’intera opera poetica di Alda
Merini che è enorme e annovera ancora moltissimi inediti, raccolti in parte nel Fondo Manoscritti
di Pavia ad opera di Maria Corti, oltre a una miriade di testi sparsi e varianti d’autore regalate ad
amici e conoscenti.
Per quanto riguarda più espressamente le tematiche, si è tentati di avvicinare la scrittura profondamente autobiografica e passionale, quasi pulsionale di Alda Merini, alla poesia confessional di
matrice anglosassone, riconoscervi una parentela
con scrittrici come Sylvia Plath o Anne Sexton, a
loro volta eredi di grandi universi di poesia emozionale e dell’esperienza disegnati a cavallo fra
‘800 e ‘900 da Emily Dickinson, Emily Bronte o
Elisabeth Barret Browning.
60
In particolare Sylvia Plath e Anne Sexton hanno
avuto in comune con Merini l’esperienza della
sofferenza mentale e del rapporto con il manicomio. Ma, a differenza da loro, Alda Merini non è
stata toccata dal tema del suicidio. La sua resurrezione, di cui parla più volte, passa per la Gerico
manicomiale, attraversa la terra santa del ricovero,
ma riesce a superarli per dirsi, per divenire racconto, mentre le due americane vi precipitano
dentro, portandosi dietro un universo allucinatorio
di bellezza infinita ma senza salvezza.
Forse il cammino cosiddetto confessional di Alda
Merini ha radici intuitive, radici di sapienza interiore che avvicinano la sua ricerca a una matrice
evangelica, forse dovuta a un’influenza familiare,
che le ha permesso di trovare sostegno e linfa nel
divenire racconto, confessione, sulla traccia delle
Confessioni di Sant’Agostino o delle invocazioni
di Giovanni della Croce.
Oppure, è più giusto dire che c’è, nella poetica
confessional di molte donne poete, qualcosa che le
accomuna alla mistica, quella traccia erotica di un
dolore di partenza, di fondo, che permea tutta la
vita e la scrittura come la traccia di una assenza
mai colmata e che attraversa sia la scrittura di Alda Merini sia quella delle due poetesse americane.
La condizione tragica del ‘900
Scrive la filosofa spagnola Marìa Zambrano in La
confessione come genere letterario, che esiste una
condizione tragica, che è poi quella del Novecento, in cui agiscono “ uomini che hanno più contatto profondo con la realtà hanno perso il centro
interiore”. “La Confessione sembra essere un metodo” per non annichilire e disperdersi, ma conseguire uno “stato quasi di invulnerabilità”, uno
stato che, scrive la filosofa, “ha a che vedere con
l’unità pura, con il centro interiore”. Tutta la poesia di Alda Merini è alla ricerca di questa unità interiore invulnerabile, condizione sentita come postuma, la quotidiana essendo frantumazione, dualismo e dispersione di sé. E’ l’amore, per Alda, a
realizzare questa conciliazione degli opposti, proprio come postula la Zambrano quando afferma
essere l’amore “l’intermediario tra vita sensibile e
contemplazione del vero”, mentre la natura della
nostra vita è “dispersività, passività e passionalità” e la verità non può avere la meglio sulla vita
se non “innamorandola”, rendendola “resa senza
rancore”.
Solo nell’amore “le viscere dolenti e rancorose
finiscono per diventare di qualcuno”. Nella condizione dell’amore e nella mistica “Essa (l’anima)
desidera riunirsi ad un qualcosa che ha la sua
stessa natura; è come se non fosse nata intera,
come se cercasse quel che le manca e che, non ri-
Poliscritture/Letture d’autore
trovato, le nega ogni analogia nel mondo stesso in
cui cerca”. E ancora: “La condizione del mistico è
una condizione di solitudine che anima “il suo
smisurato amore per il tutto”. Il mistico fa il vuoto dentro di sé “affinché in questo deserto, in questo vuoto, venga ad abitare un altro”. In lui “vive
una voracità”, voracità che, trasposta sul piano
umano, è amore, fame irresistibile di esistere, di
avere “presenza e figura”.
Chi ha consuetudine con il lessico di Alda Merini
sa quante volte vi ricorrano termini come fuoco,
viscere, voracità, amore, corpo, anima, dismisura,
frattura.
Come Giobbe, citato dalla Zambrano, “è un viscere che grida dal suo deserto”, così per Alda Merini “Gli inguini sono la forza dell’anima” e i paralleli che lei disegna fra cammino di salvezza attraverso il manicomio e cammino di salvezza attraverso l’amore vedono nei riferimenti alla passione
e alla terra santa la metafora principe della sua
scrittura.
L’attraversamento della follia va nella direzione
del riconoscimento del sacro nel corpo addolorato,
colpito, ferito, corpo santificato perché unico suggello al ricongiungimento fra le parti frantumate e
divise attraverso la mediazione del linguaggio.
Anche la nuzialità, le nozze reiterate e ripercorse,
i congiungimenti dolorosi o irraggiungibili con gli
amanti sono per Alda Merini metafora del ricongiungimento mistico con l’Assente, con l’altro da
sé e dentro sé. E infatti scrive: “basta un sorriso o
un’assenza e/ la mia mente concepisce un amore”.
E mentre il manicomio è il monte Sinai, la terra
promessa da attraversare, la sua religione è la follia, un cammino mariano e misterico, un mistero
doloroso, verso il ricongiungimento con la parte di
sé che si è persa. La madre, in molte poesie e
nell’autobiografia Reato di vita è il luogo originario della gioia, l’alba di un destino di viandanza. Il
destino della poeta Merini è di incontrare, toccare
e riconoscere con le parole i simili, i mèntori e infine la propria madre. La sua poesia è per questo
popolata
di
nomi
e
presenze
vive.
L’attraversamento del buio si fa così comunione e
pietà verso gli inermi, coloro che condividono il
suo destino di dolore e dentro i quali alberga la
vera sapienza.
Che il cammino verso la sapienza sia tortuoso e
ambivalente è testimoniato da una figura ricorrente che è quella del gobbo, un essere rozzo e deforme che è minaccioso ma anche facilitatore di
“metamorfosi e passaggi”: “Ma viene a volte un
gobbo sfaccendato/ un simbolo presago di allegrezza/ che ha il dono di una strana profezia/ e
perché vada incontro a una promessa/ lui mi tra-
61
ghetta sulle proprie spalle”(Testamento, Crocetti,
pag.16).
Il dissidio fra corpo e anima
Il dissidio fra corpo e anima, che pure è il tema
conduttore di molti suoi testi poetici, vede lo
scontro tra il corpo come prigione, “ludibrio grigio/ con le tue scarlatte voglie” e l’anima “circonflessa, circonfusa e incapace”. La psichiatria è la
madre-matrigna, quella che fa funzionare la
“macchina del binomio anima-corpo”, mentre la
parola, la poesia è l’unica madre vera, il porto
verso cui tornare. E mentre Alda Merini vede rotolare, con una delle sue forti immagini metaforiche, le teste degli psichiatri come palline da bigliardo, la mente le appare un passero libero ma
tremante e il poeta un insetto che la poesia può
schiacciare da un momento all’altro con la sua
possanza.
In questo dualismo, e nel potere taumaturgico assegnato alla parola, è stato visto l’orfismo di Alda
Merini, la sua capacità tragica alla Dostoevskij e
alla Baudelaire di affermare un “sentire-sapere
della soglia”, di possedere quello sguardo per cui
ardono “Gli occhi del mio amato che porto disegnati nelle mie viscere”, come scrive San Giovanni della Croce.
Il mito di Orfeo rispecchia la metafora dell’anima
che va a cercare il corpo. Alda Merini stessa parla
di una schizofrenìa: “L’anima è andata da una
parte, il corpo dall’altra. Allora l’amore è il processo simbolico che va a riunire il dualismo corpo-anima e il sogno d’amore crea così una seconda realtà, una realtà vera a livello di linguaggio:”
Il sogno bisogna renderlo parola e allora nasce la
poesia”. L’ossessione d’amore, come la chiama
spesso Alda Merini, diventa “nutrimento terrestre”, ricerca di fede nella bellezza, energia che è,
secondo le sue stesse parole un fuoco, uno zolfo
per cui “tutte le parole buttate per aria si riuniscono e diventano un verbo unico, un’unica spiegazione letteraria possibile”. E ancora “Ecco perché la passione incendia. Il fuoco che brucia le
scorie porta alla purezza e ne fa in un attimo il
risultato di una grande folgorazione di conoscenza. Di qui i profeti e, in tono minore, gli scrittori.”
Orfeo è Alda stessa: “io sono la vera cetra/ che ti
colpisce nel petto/ e ti dà larga resa”. La follia è
stata il lievito che ha fatto gonfiare il linguaggio
fino a un livello due, un livello che supera il linguaggio della cultura, quel linguaggio che è pura
“masticazione culturale”, mentre il linguaggio
della poesia è “pane, nutrimento celeste”.
Ma all’opposto della visione crociana della poesia, essa non è, per Alda Merini, nutrimento individuale ma qualcosa che assomiglia al “Duomo di
Poliscritture/Letture d’autore
Milano”, cioè una costruzione complessa dovuta
al lavoro silenzioso e nascosto di mille mani, mille destini individuali: “la Poesia è fatta pietra su
pietra, è un edificio vero e proprio”.
La follia e l’esperienza del manicomio sono state
il percorso di conoscenza che hanno nutrito la poesia. Il manicomio in particolare è stato, scrive
Alda Merini, come la sabbia che, se entra nelle
valve di un’ostrica, genera perle. E’ stato anche un
“formidabile e privilegiato punto di osservazione”, un evento che ha conferito alla vita una specie di santificazione e di profondità abissale, punto di vista sul mondo e dentro di sé che l’ha salvata dall’annichilimento “con la capacità dello stupore”. D’altra parte il dolore è quasi sempre alla
base del suo fare poesia e lei stessa scrive .”Non
c’è nessun poeta che possa scegliere, di per sé, di
stare bene”.
L’interpretazione psicanalitica
Alda Merini ha spesso utilizzato le chiavi interpretative della psichiatria e in particolare
dell’analisi junghiana per spiegare la genesi e gli
esiti del suo fare arte. In particolare fa suoi termini
come scissione, schizofrenia, ossessione, erotismo, anima. E’ profondamente convinta
dell’importanza dei primi anni della vita nella costruzione dell’identità e, quando parla della sua
infanzia, si riferisce ad un periodo mitico e portentoso. E’ molto interessante notare quello che
scrive a proposito: “La nascita è l’evento migliore
della nostra vita. Nel corpo naturale dell’essere
c’è tutto lo svolgimento di ciò che egli sarà domani, degli amori che incontrerà, dei sudori, dei
suoi personali cinismi, fino alla sua morte.[...]
L’infanzia è il periodo più gioioso della vita, un
periodo siderale.. Certamente il bambino non è
responsabile dei suoi “ragionamenti d’amore”,
ma è senz’altro un portentoso concentrato
d’amore, un amore che accolto, educato, articolato dalla madre, diventa appetito di conoscenza”.
Questa affermazione di Alda Merini è di grande
attualità perché proprio gli studi più recenti di una
nuova branca della psichiatria, chiamata metapsichiatria, concentrano la loro attenzione nella sessualità infantile polimorfa, sessualità che viene
conservata dall’individuo per tutta la vita e che lo
aiuta a strutturarsi in individuo intero e sessuato.
Questa sessualità “di tutto l’essere” è appunto, dice la metapsichiatria, alla base della conoscenza.
Forse è proprio questa sessualità infantile polimorfa e totalizzante quella che spinge Alda Merini e molte donne-poete a cercare nel linguaggio
quel ricongiungimento con un corpo inizialmente
materno che mira a superare la frammentazione e
il dolore e a ritrovare l’interezza perduta.
62
Per una critica dialogante 3
Ennio Abate, Alcune osservazioni sul testo di
Loredana Magazzeni
Il testo di Loredana Magazzeni mi spinge alle obiezioni qui
rapidamente sintetizzate:
a) Anche se può parere atto inopportuno, astioso o
dettato da incomprensione verso lettori e lettrici che stabiliscono con dei testi poetici un rapporto emotivo, mi pare giusto sollevare la questione tra successo letterario di un autore
o di un’autrice (nel caso quello tardivo di Alda Merini) e condizioni culturali e politiche che l’hanno agevolato: e valutarne
anche l’effetto distorcente sulla comprensione della sua opera. Non si può sorvolare, infatti, che, in misura ridotta rispetto a calciatori, attori del cinema, firme giornalistiche, esiste in
piccolo un divismo anche dei poeti e delle poetesse, un culto
che è prodotto di corporazione e poco ha a che vedere con
una seria conoscenza delle loro opere. Non vorrei che le
femministe serie sorvolassero sugli aspetti negativi del fenomeno solo perché Alda Merini è stata accolta nel simbolico
massmediale e da cenerentola è diventata principessa, risarcendo il dannoso silenzio su tante poetesse viventi o defunte;
b) «Resurrezione», «Gerico manicomiale», «terra
santa del ricovero» sono metafore di matrice biblica con cui
la Merini esprime la sua esperienza del manicomio. E capisco che una poetessa, cresciuta nell’immaginario cattolico,
possa ricorrervi spontaneamente. Ma l’uso di richiami religiosi e biblici, nobilitati da una secolare tradizione, non rischia di
infiorare le catene della sofferenza psichica e quel luogo orribile che è stato ed è il manicomio? Posso anche riconoscere che, attingendo al serbatoio della sua educazione cattolica, la Merini abbia trovato un aiuto per non soccombere al
dolore mentale e alla violenza manicomiale. Ma solo parziale. Insomma la poesia e la religione sono solo in minima parte terapeutiche. Accentuare questo aspetto porta autori e
lettori fuori strada nel tentativo ricorrente (forse vano, ma utile) di chiedersi: cos’è la poesia? da dove nasce? Loredana
scrive in un punto Come Giobbe, citato dalla Zambrano, “è
un viscere che grida dal suo deserto”, così per Alda Merini
“Gli inguini sono la forza dell’anima” e i paralleli che lei disegna fra cammino di salvezza attraverso il manicomio e cammino di salvezza attraverso l’amore vedono nei riferimenti
alla passione e alla terra santa la metafora principe della sua
scrittura». Non posso fare a meno di notare l’ambiguità di
queste affermazioni (quella della Merini in particolare) che
sono paradossali per il senso comune cattolico, ma che sostituiscono per me con un cortocircuito verbale l’oscillazione
cattolica fra materialismo e idealismo (sotterranea e irrisolta,
anche perché mantenuta dalla dottrina della chiesa
nell’oscurità del piano interiore (dei desideri inconsci) e continua a creare – senza che mai si capisca bene come e perché – vite di “santi” e vite di “demoni”. Che la «salvezza»
possa avvenire sia attraverso il manicomio che attraverso
l’amore (più in generale sia attraverso il Male che il Bene)
sposta il discorso umano sul piano del Mistero. Diffido di que-
Poliscritture/Letture d’autore
sto spostamento. Non per orgoglio luciferino, non perché affermi che di misteri non abbondi la vita umana, ma semplicemente perché i gestori istituzionali e secolari del Mistero
(chiesa cattolica innanzitutto) se ne servono per dar copertura alle varie forme di «manicomio» proliferanti nel pianeta.
Essi con un discorso pseudoreligioso sul Mistero (Cfr. anche
intervista a Michele Ranchetti), altri con un discorso pseudoscientifico sull’Oggettività non fanno che confermare il dominio di parti dell’umanità “sane”, “normali” sulle altre “matte”,
“anormali”, “devianti”. In un altro passo insiste ancora:
«L’attraversamento della follia va nella direzione del riconoscimento del sacro nel corpo addolorato, colpito, ferito, corpo
santificato perché unico suggello al ricongiungimento fra le
parti frantumate e divise attraverso la mediazione del linguaggio». Ma perché il sacro dovrebbe coincidere in particolare col dolore del corpo e non con la gioia o il piacere? E
cosa comporta una santificazione del corpo «colpito, ferito»?
E in un altro ancora: «Il manicomio in particolare è stato,
scrive Alda Merini, come la sabbia che, se entra nelle valve
di un’ostrica, genera perle. E’ stato anche un “formidabile e
privilegiato punto di osservazione”, un evento che ha conferito alla vita una specie di santificazione e di profondità abissale, punto di vista sul mondo e dentro di sé che l’ha salvata
dall’annichilimento “con la capacità dello stupore”. D’altra
parte il dolore è quasi sempre alla base del suo fare poesia e
lei stessa scrive .”Non c’è nessun poeta che possa scegliere,
di per sé, di stare bene”». Mi chiedo: è il manicomio che crea
la perla Merini? che è un punto di osservazione privilegiato?
che santifica e permette di guardare gli Abissi? è il dolore la
base della poesia? E non posso che ricordarmi di Adorno,
che contro l’equiparazione romantica di genio e follia diceva
che la poesia non è mai frutto della follia ma della resistenza
del poeta alla follia. Si è tanto spesso discusso se la forza
poetica di Leopardi derivasse dalla sua gobba o dalla sua
infelice esperienza personale di malaticcio, solitario e senza
donne. Lui lo escludeva contro il cattolico Tommaseo. I critici
più seri hanno dimostrato a sufficienza che quel determinismo non c’è. E io penso che la Merini si sbagli di grosso
nell’indicare la causa della sua poesia nella sua esperienza
manicomiale.
c) Nel suo testo Loredana collega le considerazioni
mistiche della Zambrano alla «condizione tragica» del Novecento. Conosco ben poco la Zambrano. Mi pare però di poter obiettare che in lei la storia del Novecento perda le sue
particolarità e si confonda con un Male oggetto secolare di
meditazione da parte di una tradizione filosofica che può risalire fino a Platone e che prescinde dagli eventi di questo o
quel secolo, di questa o quella civiltà, fondandosi su un contrasto assoluto e originario di Male/Bene, anima/corpo, Cielo/Terra. Da riconciliare secondo alcuni. Inconciliabile per
altri. E la poesia della Merini, in particolare, mi pare iscriversi
in pieno in questa tradizione.
d) «La follia è stata il lievito che ha fatto gonfiare il linguaggio fino a un livello due, un livello che supera il linguaggio della cultura, quel linguaggio che è pura “masticazione
culturale”, mentre il linguaggio della poesia è “pane, nutrimento celeste”»? Ovvia per Merini questa riduzione del linguaggio della cultura a ruminazione. Ma quanta sottovalutazione del linguaggio come comunicazione sociale!
e) Sul rapporto letteratura e psicoanalisi. Non mi convince il modo come Merini utilizza «le chiavi interpretative della
psichiatria e in particolare dell’analisi junghiana per spiegare
63
la genesi e gli esiti del suo fare arte». Anche uno psicanalista
a lungo junghiano come Vincenzo Loriga, che ho conosciuto,
distingueva nettamente la ricerca psicanalitica dalla ricerca
letteraria. Pur attigendo entrambe all’inconscio, portano potrei dire - quell’acqua a mulini diversi e vengono fuori cose
diverse. La letteratura, la poesia si servono di quell’acqua
per impastare in modi tutti propri la farina del linguaggio, che
ha una sua storia, dei suoi codici, delle sue regole da rispettare e trasgredire, ecc. L’acqua della psicanalisi (magari i
sogni fatti in analisi) può anche mescolarsi con l’altra attinta
dal letterato, dal poeta (e perché no dallo scienziato, dal politico, ecc.), ma poi finisce pur essa nella farina del linguaggio.
È insomma una delle tante materie prime ( con la storia, le
scienze, magari la musica, ecc.) che entrano nell’impasto.
Quando un poeta espone idee psicanalitiche, come fa qui
sopra la Merini, o ci parla del fanciullino che è in noi tutti,
come faceva Pascoli, tace su tante altre cose. Ad es. non si
capisce perché quel fanciullino dovette aspettare che il suo
padrone che lo portava in sé diventasse un letterato esperto
prima di farlo scorazzare nei suoi versi. Oppure, come nel
caso della Merini, che peso ebbero i contatti o gli incoraggiamenti di Spagnoletti. E forse tante altre cose che, se fossi
un suo biografo, andrei attentamente a spulciare (collegandoli ai suoi testi). Comunque, il discorso dei rapporti tra psicanalisi e letteratura è stato macinato da un secolo ed è interessantissimo. Di recente in un numero del 5 febbraio 2005
di Alias (supplemento de il manifesto) è uscita una interessante intervista a Mario Lavagetto, uno degli studiosi più attenti alla questione e che ha curato una monumentale edizione critica di Italo Svevo. Mi pare che dica cose utilissime
(anche alla Merini, se lo leggesse).
valenti a quelli della più accreditata poesia in lingua, viva e qualificata è stata la presenza di poeti
che hanno scritto e scrivono in dialetto trentino.
Se qualche antologia è stata poco generosa verso i
poeti che si esprimono nelle parlate delle diverse
valli della provincia trentina 2, gli studiosi più documentati e sensibili hanno incluso in anni recenti
diversi poeti dialettali trentini nelle loro scelte antologiche 3.
Fra questi c’è una poetessa la cui scrittura ha un
particolare smalto linguistico ed un suo stile di inconfondibile fascino, nel quale esprime, con esiti
poetici di suadente bellezza tutto il lavoro di scavo
della sua interiorità, assieme ad un’accorata meditazione esistenziale: Lilia Slomp.
Nata nel 1945, la Slomp si è imposta
all’attenzione dei critici con la sua prima raccolta
edita in dialetto che risale al 1987, En zerca de
aquiloni (In cerca di aquiloni) Reverdito Editore,
Trento, con presentazione di Elio Fox. Ad essa è
seguito, nel 1990, il volume Schiramèle (Capriole), Editrice La Grafica, Mori (TN), sempre con la
presentazione di Elio Fox e poi altri due più mature raccolte, Amor porét (Amore mendicante),
1995, Editrice La Grafica, con prefazione di Renzo Francescotti e Stiarìa (Malia), 2002, Editrice
La Grafica, con Prefazione di Tavo Burat. Intervallate a queste opere dialettali, tre raccolte – pregevoli – di poesie in lingua4.
Già nella presentazione del suo secondo libro,
Schiramèle, l’illustre critico e storico della letteratura dialettale trentina, Elio Fox, scriveva di…
Un libro che va letto attentamente, perché offre
aspetti della poesia dialettale che non sono consueti nel panorama della poesia contemporanea.
- Mario Mastrangelo: Sentimento dolente ed
aura di magia nella poesia dialettale di Lilia
Slomp
Nel quadro del diffuso rinnovamento della poesia
dialettale italiana compiutosi nell’ultimo trentennio1, che ha portato ad esiti letterari del tutto equi-
Poliscritture/Letture d’autore
E di consueto c’è veramente poco nei versi di Lilia Slomp .
Essi sono infatti contraddistinti da un linguaggio
ricco di seducenti metafore che spesso attingono
al mondo della natura e del paesaggio. Sono invenzioni linguistiche che affollano lo scorrere armonico dei versi di una serie fitta di immagini pittoriche e vivificanti, che trasportano il lettore in
colorite realtà parallele, in ovattate visioni oniriche, in squarci di panorami dell’anima, dove riverberano tutte le gamme e le antinomie del sentimento: il dolore e la gioiosità sensuale, la meditazione e la nostalgia, la rabbia e la speranza,
l’abbandono nel grembo della natura e
l’indignazione per le ingiustizie del mondo. Si
legga ad esempio Striarìa (Malìa), dalla raccolta
omonima del 2002:
64
L’è na sera de mus’cio questa,
umida come i to làori
a la tompesta che ne sgrifa.
No gh’è paze per le fade
inozènti. Le strìe le gà òci de foch,
cavéi che fila ‘n encantesim stròf.
La me vesta enrapolata la bina
la rosada per cavarte la sé.
E ti pèrs en la striarìa
te sassìni penséri fiordaliso
brusàndoli ai falò.
L’è ‘n sgrisolón el mus’cio
a svoltolón enté le scavezzàie
del ziél. E mi me desgàrtio i cavéi
en pèteni de tramontana
quando el lóv el zerca la so tana
per l’ultima schiramèla de vita.
Zita, zita, ‘mbastìsso i fiori,
i colori, la me storia lontana.
* [È una sera di muschio questa,
umida come le tue labbra
alla tempesta che ci graffia.
Non c’è pace per le fate
innocenti. Le streghe hanno occhi di fuoco,
capelli che filano un incantesimo buio.
La mia veste stropicciata raccoglie
la rugiada per dissetarti.
E tu, perso nella malìa,
assassini pensieri fiordaliso
bruciandoli ai falò.
È un brivido il muschio
a rotoloni nelle capezzagne
del cielo. E io mi dipano i capelli
in pettini di tramontana
quando il lupo cerca la sua tana
per l’ultima capriola di vita.
Zitta, zitta, imbastisco i fiori,
i colori, la mia storia lontana].
Appare evidente la felicità espressiva con la quale
viene rappresentata, o meglio evocata, una sorta di
simbiosi magica col mondo della natura. La raccolta infatti intende celebrare la striarìa, la malia,
la fascinazione del bosco, con la sua fata Vivana,
coi suoi folletti, i suoi muschi e le sue betulle, i
suoi prati alti e le sue rugiade.
Ma una lettura più profonda ci fa intendere che il
bosco è anche emblema del nostro vivere5, della
nostra condizione di fate innocenti e di streghe
Poliscritture/Letture d’autore
dagli occhi di fuoco, dove c’è spazio per le tenerezze (la mia veste stropicciata raccoglie / la rugiada per dissetarti…), per la sofferenza (e mi dipano i capelli / in pettini di tramontana / quando
il lupo cerca la sua tana / per l’ultima capriola di
vita), ma anche per la speranza rasserenante (Zitta, zitta, imbastisco i fiori, / i colori, la mia storia
lontana.).
Evidenti sono pure, dall’esempio fatto, le caratteristiche formali delle composizioni della Slomp. I
suoi testi poetici sono in genere brevi, esili, con
versi anch’essi brevi (spesso settenari). Vi è presente quasi sempre un sapiente gioco di rime. La
poetessa, che talvolta si cimenta anche con le forme classiche del sonetto (bello il Sonetto 3 di Amor
porét), o con le quartine di endecasillabi a rima alterna (Per ti mama, Per te mamma, sempre da Amor porét)), il più delle volte predilige versi più
liberi e di vario metro, con rime più rade e irregolari, che però si infittiscono nel finale di ogni composizione, rendendo più musicale ed incisiva, talvolta
di lapidaria bellezza, la conclusione della lirica. (...
el spègio da la cornis d’argent / e deventar de preda e mus’cio / senza un lament…lo specchio dalla
cornice d’argento / e diventare di pietra e muschio /
senza un lamento. ).
Qualche volta, come nella poesia su riportata il
gioco delle rime è più complesso. C’è una rima
ripetuta ( tramontana, tana, lontana), qualche rima interna (colori che riprende fiori, enrapoladarosada, vita-zita), nonché l’assonanza foch-strof.
E in pochi versi la poetessa (pur restando fedele ad una sostanziale semplicità di linguaggio)
riesce a creare tante immagini, cariche di altrettante risonanze emotive, che si fa quasi fatica a
‘star dietro’ al fluire dei suoi versi.
Facciamo un gioco.
Lasciamo per un momento gli strumenti
dell’analisi letteraria, chiudiamo gli occhi: comincia la visione-sogno-film-videoclip della
poesia. Appare una sera umida e il muschio,
emergono labbra umide (desiderio? effetto di
un bacio?). Entrano ora in scena le fate innocenti e le streghe dagli occhi di fuoco. I loro
capelli filano un incantesimo che è scuro come
la notte che avvolge tutto. Ecco una veste (di
donna, di fata?) che raccoglie rugiada per togliere la sete. A chi? Non c’è tempo per rispondere, incalza un’altra scena: i pensieri
fiordaliso sono assassinati, bruciati in un falò.
L’avete visto? Rischiara la notte, illumina la
scena. Ritorna il muschio, ritorna l’autricedonna-fata, che scioglie i capelli in pettini di
65
tramontana (bella e originale questa immagine!). La tramontana vi fa sentire il suo ululato
(siamo in un bosco, tra le montagne) ed ecco
che appare il lupo che cerca la sua tana per
l’ultima schiramèla di vita. E non è finita. La
donna-fata ritorna per un’ultima pennellata di
luce e di memoria, imbastisce i colori e la sua
storia lontana e quel lontana riverbera con tana
(e col suo senso di morte: l’ultima capriola di
vita), fa eco alla tramontana e con essa viene
riportata nel buio, nel silenzio.
E tutto questo affresco, di senso e di colore, in
soli diciannove versi, in trenta secondi, per chi
ascolta la lettura. Non è magia?
Ora che abbiamo imparato a giocare con i versi
della Slomp, ecco quest’altra poesia, Ombrìe,
Ombre, da Amor porét:
Ombrìe, ombrìe, quante
ombrìe su la me strada.
Ghe coro drìo descólza,
sgólo per no pestolàrle.
L’è m’à gargà le spale
de tute le so zèrle piene
de ‘nsògni, stramberìe,
pecadi, cros. Ombrìe.
Ombrìe da le face segnade.
Figure de silenzi zigadi
a testa bassa, quando
anca la rabia la se sfanta
al sgrisolón de na vita
che vòl la so canzon.
(Ombre – Ombre, ombre, quante / ombre sulla
mia strada. / Le rincorro scalza, / volo per non
calpestarle. / Mi hanno caricato le spalle / di tutte
le loro gerle piene / di sogni, stranezze, / peccati,
croci. Ombre. / Ombre dalle facce segnate. / Figure di silenzi urlati / a testa bassa, quando / anche la
rabbia svanisce / al brivido di una vita / che vuole
la sua canzone.).
Poesia indubbiamente più dolente. Le ombre sulla
strada sono cariche di pene, ci danno sgomento
perché sono tante, perché vuotano sulle nostre spalle sogni, stranezze, peccati e (soprattutto) croci. Un
quadro questo, che esemplifica mirabilmente un
sentimento doloroso, presente in tutta l’opera della
poetessa trentina. Ad esso fa da controcanto, però,
una gioiosa vitalità, una femminile, sottile sensualità di cui questa rarefatta poesia dialettale è imbevuta. ( Ò slargà la gàida / per ciapar l’ultim ragio /
de sol, el più sfrizènt, Ho allargato il grembo per
afferrare l’ultimo raggio / di sole, il più frizzante…senza gnanca na sbrìndola / de seda su la pèl:
Poliscritture/Letture d’autore
brasa / per i to dedi che sgòla. ..senza nemmeno un
brandello / di seta sulla pelle: brace / per le tue dita
che volano…).
Sarebbe però riduttivo confinare nelle due polarità
del dolore e della gioia di vivere il ricco mondo
poetico della Slomp.
Se parecchie sue poesie si soffermano
sull’evocazione del peso del vivere, che – come si
è detto - sovente si discioglie nella forza vitale del
suo essere donna, non mancano i testi poetici che
celebrano la sua sete d’affetto, una sorta di bramosia di sentimento ( non a caso uno dei suoi libri
più densi si intitola Amor porét, Amore mendicante: L’è la me pèl che brusa / entrà le ombrìe / per
el me amor porét / che ‘l gira nut… È la mia pelle
che brucia / tra le ombre / per il mio amore mendicante / che gira nudo.. ).
Talvolta le sue poesie si colorano dello strugimento della nostalgia, della tristezza per le cose perdute: O’ smigolà el me pan / sui scòrtoi scondùdi /
de la me zoventù…Ho sbriciolato il mio pane / sui
sentieri nascosti / della mia gioventù…e ancora…
Nissun pù m’à piturada / soto l’arbol de la mél /
con dedi de poesia…Nessuno più mi ha pitturata /
sotto l’albero del miele / con dita di poesia.
Varie composizioni, poi, contengono una trasfigurazione del quotidiano operato dalle effusioni di
una fantasia levitante.
E non mancano i testi che esprimono una partecipazione dell’autrice ai problemi della nostra società contemporanea (Emigranti, E i sbara, i sbara,
E sparano sparano: …entél vert dei pradi / pòpe
dai òci fiordaliso / per campi di formént / enmaciadi de ross…nel verde dei prati, / bimbe dagli
occhi fiordaliso / per campi di frumento / macchiati di rosso…)
Se a questi temi e motivi aggiungiamo la costante
presenza di una tensione verso l’assoluto ( Elio
Fox parla di un suo bisogno di eccelso, di vocazione al sublime ) capiamo che la Slomp è una poetessa di valore, che la sua poesia in dialetto (tra
le più intense nel panorama dei poeti dialettali italiani contemporanei) è da conoscere e da studiare,
per il suo spessore letterario, e per la magia di
emozioni che dà il fluire dei suoi versi.
Facciamo un gioco. Chiudiamo gli occhi…
Note
1 Franco Brevini, uno dei più autorevoli studiosi di poesia
dialettale italiana, fa risalire ai primi anni settanta la data di
nascita della stagione neodialettale (F.Brevini, Le parole perdute, Einaudi, 1990, pag. 40).
66
2 L’antologia Il pensiero dominante, poesia Italiana 19702000, Garzanti 2000, di Franco Loi e Davide Rondoni, include solo due poeti trentini, Renzo Francescotti e Fabrizio Da
Trieste.
3 Vittoriano Esposito, studioso della poesia dialettale, con
specifici interessi per quella trentina, nella sua antologia,
L’altro Novecento, vol VI (Panorama della poesia dialettale),
Bastogi, Foggia, 2001, include cinque poeti trentini su settanta. Luigi Bonaffini e Achille Serrao nella loro Dialct Poetry
of Northern & Central Italy, AGMV, Legas New York, 2001,
ne antologizzano sei. In entrambe le opere è presente Lilia
Slomp.
4 Nonostante tutto, Edizioni U.C.T. Trento, 1991; Controcanto, Edizioni U.C.T. Trento, 1993; Leggenda, Edizioni
U.C.T. Trento, 1998. Di imminente pubblicazione un’altra
raccolta di poesie in lingua.
Per la sua poesia in italiano la Slomp è inclusa nell’antologia
di V.Esposito L’altro Novecento, vol II (La poesia femminile
in Italia) e vol. III (La poesia etico-civile in Italia) Bastogi
Editrice Foggia, 1997.
5 Ermellino Mazzoleni, analizzando la raccolta Striarìa della
Slomp, parla di un libro che va letto a due livelli, realistico ed
allegorico ed afferma che un filo sottilissimo, e tuttavia visibile, attraversa l’intero volume poetico, si tratta di una presenza importante che amalgama e dà senso alle liriche, quello
dell’esistenza. (E. Mazzoleni, La magia dell’esistenza in
Striarìa di Lilia Slomp Ferrari, Ciàcere en trentin, n° 65, sett.
2002,p. 20).
- Fabrizio Podda: Porte, cesure e il dolore
della mente. Una lettura di «Donna di
dolori» di Patrizia Valduga
Nelle pagine che seguono ricorrerà spesso
l’espressione “struttura iconica” in riferimento alle modalità che il testo, non solo quello poetico,
mette in atto al fine di integrare tra loro le sue diverse componenti e rafforzare il proprio significato, la propria semantica profonda, consegnandosi
in immagini esemplari (più o meno allegoriche).
L’iconicità va intesa non solo nei termini del rapporto di similarità, motivatezza o arbitrarietà tra i
segni e le cose del mondo (si pensi al Ceci n'est
pas une pipe di Magritte), ma anche come insieme
di strategie discorsive volte alla strutturazione del
senso e all’apprendimento del reale.17 Tali strate17
Da questo punto di vista, gli approcci al problema vengono da ambiti disciplinari molto differenti: dal cognitivismo alla semiotica alla filosofia del linguaggio (ben riassunti in U. Eco, Kant e l’ornitorinco, Milano, Bompiani,
1997), dalla critica letteraria (A. Asor Rosa, I fondamenti
epistemologici della letteratura italiana del novecento, in
ID. (a cura di), Letteratura italiana del Novecento. Bilancio di un secolo, Torino, Einaudi, 2000 e C. Segre, La
pelle di San Bartolomeo, Torino, Einaudi, 2003) alla linguistica (R. Solarino, Fra iconicità e paraipotassi: il gerundio nell’italiano contemporaneo, in SLI, Linee di tendenza dell’italiano contemporaneo, Roma, Bulzoni,
1992).
Poliscritture/Letture d’autore
gie sono più evidenti in quei testi nei quali
l’aspetto figurativo è privilegiato, quei testi appartenenti ad un genere di scrittura, la lirica, che per
statuto formale implica e mette in gioco tutta una
serie di fattori inseparabili dalle modalità percettive, dalle immagini del mondo e dal soggetto responsabile della loro presa e ricostruzione
(dall’hic et nunc, si potrebbe dire).
Da questo punto di vista, il caso della poesia di
Patrizia Valduga, almeno all’altezza dei testi su
cui mi soffermo, è singolare ed utile in sede critica
anche per la ridefinizione del problematico posizionamento dell’interprete verso il testo e verso il
metodo della lettura/interpretazione. Per quanto
quella poesia, infatti, si caratterizzi per un lavoro
ed un controllo molto attenti a tutti livelli delle
strutture significanti della sintassi e della semantica, per quanto essa sia immediatamente comunicativa, c’è un livello del testo, quello metricoritmico, che conduce al di là, e al di sotto, della
lettera dei versi. C’è un luogo del testo in cui, per
altro, l’interprete può avvertire un mancato effetto
di iconicità, a partire dal quale si definisce una
chiave di lettura che illumina sulle modalità di
funzionamento di questa poesia e, allo stesso tempo, sul doveroso rischio che ogni pratica di lettura
implica in quanto azione nel mondo.
***
Farò riferimento, in particolare, alla seconda raccolta della poetessa, Donna di dolori.18 Le chiavi
di lettura che interagiscono sono due, una più appariscente ed una più nascosta: si tratta, rispettivamente, della figura della morte19 - inscritta sin
dall’epigrafe20 e dal cartello inaugurale (in senso
brechtiano, teatrale) “Monologo” 21- e del rapporto
spaziale tra narratore e testo, un rapporto corporale con la scrittura tale che al movimento ortografico della parola verso est equivale figuralmente il
discioglimento del corpo e il progressivo assopi18
P. Valduga, Donna di dolori, Milano, Mondadori, 1991. In
precedenza era uscita La tentazione (Crocetti, Firenze, 1985).
19
La semantica della morte è ricorrente nella poesia della
Valduga, si pensi solo ai titoli di altre sue raccolte: Requiem,
Bologna, Marsilio, 1994; Corsia degli incurabili, Milano,
Garzanti, 1996 ma lo stesso Medicamenta ed altri medicamenta, Torino, Einaudi, 1989 ruota in quella medesima area
semantica.
20
L’epigrafe è tratta da G. M. Hopkins: “But man – we, scaffold of score brittle bones; | Who breathe from groundlong
babyhood to hoary |Age gasp; whose breath is our memento
mori - | What bass is our viol for tragic tones” [La poesia citata è The sheperd’s brow, fronting forked lighted, owns].
21
Il cartello del monologo recita: “La donna è una morta sotterrata allo stato colliquativo. | È stesa su un invisibile catafalco a destra. | A sinistra uno schermo proietta lei viva a
grandezza naturale. | Nient’altro. Nessuna Musica. | La faccia
della donna non si deve mai vedere completamente”.
67
mento della vis intellettiva, come mostrano emblematicamente questi versi:
Migrazioni di vermi…verso est…
migrano in linea retta…Nihil est
in intellectu…quod prius! non pria…
Il mio latino che se ne va via
insieme con la testa…verso est…
Ma se finis et bonum idem est
questa volta sarà la volta buona.22
La scrittura è come il corpo allo stato “colliquativo”: ormai disciolti carne e parole migrano “verso
est”. L’est (che assomma, con l’anafora in rima
baciata, la contraddittoria simultaneità di dissoluzione ed essenza) è il procedere verso destra della
scrittura, è la frontiera che delimita la pagina.23
Quanto traspare è evidentemente il fatto che alla
dissoluzione del corpo, al suo ritorno ad una dinamis biologica eppure legata ad un centro
(all’“intellectu”),24 corrisponde a tutti gli effetti il
dissolversi del linguaggio, un dissolversi ordinato,
ritmato, che della dissoluzione del corpo è cifra.
Bene ha notato uno dei primi e più attenti lettori
della Valduga, Luigi Baldacci: «Problema retorico
e problema esistenziale si fondono perfettamente:
anzi il piano della retorica è la metafora di quello
dell’esistenza. La poesia non può estorcere al poeta la sua confessione; bensì gli sigilla la bocca;
così il poeta parla per bocca altrui, e proprio allora
si confessa».25 Il testo è infatti il medium, l’io testuale è l’interposta persona (per dirla con
un’espressione di Enrico Testa) che veicola
l’istanza di significanza che muove il poeta. Ma
può accadere che quest’ultimo trovi altri luoghi
per “confessarsi”, per depistare, avvelenare i pozzi, o ancora per dare indicazioni di lettura.26 Così
22
P. Valduga, Prima antologia, Torino, Einaudi, 1998, p. 26
(raccoglie Donna di dolori, Requiem e l’inedito Carteggio.
Citerò sempre da questa edizione).
23
Poco dopo, nella stessa poesia, si dice: “da ovest verso est
…dentro la fossa…| sì…guarirò da te…cura omeopatica…|dai vermi verso est… ”. Certo sarebbe interessare mettere a confronto questo sentimento del testo con quanto sosteneva Amelia Rosselli in Spazi metrici.
24
Alla ripetizione di quel verso “Nihil est in intellectu…” è
legata a mio avviso una conferma delle precedenti notazioni
circa l’abbandono della logica temporale. In una precedente
poesia di Donna di dolori (p.17) leggiamo: “Nihil est in intellectu quod pria | quod pria…e dopo?”. La risposta è molte
pagine dopo, nei versi citati: “Nihil est | in intellectu…quod
prius! non pria…”. Alla logica temporale se ne sostituisce
una quantitativa.
25
L. Baldacci, La parola immedicata, Introduzione a P. Valduga, Medicamenta e altri medicamenta, cit. p. VI.
26
Resta memorabile, ad esempio, la pratica zanzottiana
e fortiniana di corredare di Note i propri volumi di versi. Si pensi a Fortini e alla Poesia delle rose, o a Zanzotto e la collaborazione con Stefano Dal Bianco nella
Poliscritture/Letture d’autore
ecco una vera e propria indicazione di poetica della stessa Valduga, in parole tratte dal terzo atto
(intitolato sintomaticamente Le parole, il desiderio, la morte) della sua ultima raccolta, Lezione
d’amore:
Alle parole, le stesse che mi hanno fatto compagnia per proteggermi dalla morte e darmi un
senso salvaguardando la mia identità, chiedo di
liberarmi da questa identità irrigidita e immobile
dopo lo scacco del desiderio. Ho scritto una volta che scrivere è “esposizione rituale alla morte”
per vincere, per un istante, la paura della morte.
No. “La paura della morte non è che la sensazione precisa di essere morti, perché il mio io si
è strutturato, perché ho conseguito un’identità”
(P. Cantalupo). Scrivere è tutt’al più un esercizio di resurrezione. O meglio, un’autopsia…27
Torna qui il parallelo tra corpo del testo, scrittura
e corpo del poeta (e dell’io monologante28): tutti
tendono al discioglimento e alla ricomposizione,
al senso. C’è una valenza apotropaica della scrittura, c’è una sensibilità fisica per il testo e la parola, sospesa tra “desiderio” e “morte”.29
Nella raccolta Donna di dolori c’è un punto
esatto in cui tutto ciò si manifesta, in cui morte e
corpi (della donna e della scrittura) si toccano e
producono l’entrata in scena di una sensorialità
differente - nella fattispecie quella uditiva rispetto
a quella visiva.30 Questo clinamen cade sul finire
della prima poesia:
Io qui come una bestia da macello
scuoiata, squartata appesa a scolare,
come potrei ancora camminare
se la porta è inchiodata? Ah per pietà,
compilazione del Commento al Meridiano Mondadori
(ma cfr. a proposito A. Cortellessa, Je est un autre. Autobiografia e autocommento per interposta persona, in
“L’immaginazione”, 175, Febbraio-Marzo 2001). Per
uno studio più ampio sull’autocommento, cfr. G. Peron
(a cura di), L’autocommento (Atti del XVIII Convegno
Interuniversitario, Bressanone, 1990), Padova, Esedra
Editrice, 1994.
27
P. Valduga, Lezione d’amore, Torino, Einaudi, 2004, p. 53.
28
Quello di Donna di dolori è un monologo molto particolare, infarcito di citazioni e di riuso linguistico. Sarebbe più
corretto parlare evidentemente di plurivocità messa in monologo. E si vedano le considerazioni di Luigi Baldacci
nell’Introduzione a Medicamenta e altri medicamenta, cit.
29
Si pensi a questi versi, incipit di Medicamenta e altri medicamenta: “Sa sedurre la carne la parola, | prepara il gesto,
produce destini.”
30
Non sarà cosa vana citare questi versi: “Io voglio che mi
avvolga la tua voce. | Ora lo sai, ho bisogno di parole, | devi
imparare a amarmi a modo mio. | È la mente malata che lo
vuole. | Ho fantasie auditive, non visive.| Vero, non voglio
più chi non mi vuole. | Né chi mi vuole troppo: è un oppressore. | Voglio semplicemente le parole. | Sono loro il mio solo
grande amore”.
68
perché non mi si veda, che chissà,
può venire un collasso a chi mi guarda.
Non ne so niente, non mi riguarda,
ma i miei occhi, oh i miei occhi, le cose
che hanno visto i miei occhi, o se paurose!
Poi il buio, e la porta si interpose.
Quest’ultimo
verso
sancisce l’abbandono
dell’ordine logico-razionale retto dall’intelletto
che posiziona gli eventi nel tempo. Quell’ordine
risulta palesemente invertito: è la porta che chiudendosi delimita il buio, entità del tutto simbolica
che sta in figura della morte. La temporalità viene,
da questo momento in poi, abolita: nel tempo dilatato dell’osmosi di vita e morte (una “piccola eternità”, come si dirà, conclusa dai limiti tipografici della scrittura), nel tempo non-misurabile del
passaggio la sola dimensione possibile è la spazialità del buio.
Le possibilità iconiche del testo sono utilizzate qui
all’ennesima potenza: l’elemento gerarchicamente
più importante ai fini del senso e della “narrazione” è anteposto sintatticamente all’evento che lo
produce: “Poi il buio, e la porta si interpose”. Il
passaggio, oltre che dalla vita alla morte, è da una
logica temporale-lineare ad una spaziale cogentemente materiale: dal basso verso l’alto incontriamo il corpo di “io”, il buio, la porta che si interpone come un vero e proprio operatore sintattico,
un attivatore (shifter) della percettività,31 infine
l’oltreporta mondano: ma cosa è questo oltre, la
vita che rimane, quella vissuta, l’esterno, la realtà,
la luce? È la dimensione temporale per intero?, il
nostro tempo di lettori?
La porta sancisce l’entrata in un’altra dimensione
sensoriale (dalla vista all’udito), e qui troviamo il
clinamen di cui dicevo poc’anzi. Si noti, oltretutto, che la porta “si interpose”: la marca temporale
del perfetto (tempo concluso per eccellenza, ma
anche tempo lontanissimo, “fuori del tempo”; è
l’unico perfetto dell’intera raccolta, mentre è frequente il passato prossimo), inverte simmetricamente interno (presente) ed esterno (passato prossimo).32 Quello che segue è una storia dal buio,33
31
Relativamente alla valenza simbolica della porta rimando a
G. P. Caprettini, La porta: valenze mitiche e funzioni narrative. Saggio di analisi semiologica, Torino, Giappichelli,
197a5 poi ripreso nel più recente G. P. Caprettini, Simboli al
bivio, Palermo, Sellerio, 1992.
32
Altrove, nella poesia della Valduga, questa inversione ha
come operatore sintattico, come fulcro, il corpo senziente, il
corpo del desiderio: “Via da me…no, verso me: mi entro dentro…|«Che cosa hai detto?» Non ho detto niente…| come
verso il rovescio del mio centro, | come uno svenimento della
mente” (quartina 37 di P. Valduga, Cento quartine e altre
storie d’amore, Torino, Einaudi, 1997, p. 41).
Poliscritture/Letture d’autore
ma una storia in corso. La porta conchiude il tempo finito, tenendolo fuori e segnando allo stesso
tempo la spazialità pronta per una nuova percettività. Lo fa con vigore, con una cesura: è una porta
inchiodata, ce lo dice il testo, è la porta del feretro.
***
Chiuso dentro il buio del feretro, il corpo in discioglimento emette solo una frequenza vitale,
prodotto della ragione in assopimento, eppure resistente:
5
10
Poi goccia a goccia misuro le ore.
Nel tutto buio, sotto il mio dolore,
più giù del buio della notte affondo.
Scena muta di sogno, ombra di mondo,
un niente di due tutti e di due vite,
piccola eternità, e ore infinite,
pienissima di me, viva di un cuore
che mi sgocciola via senza rumore,
in me ringorgo sotto il mio dolore.
Dolore della mente è il mio dolore…
per il mio mondo…e per l’altro maggiore…34
Si tratta di undici endecasillabi a rima baciata, con
la sola ultima rima iterata ulteriormente nel verso
finale (così tutta la raccolta), a mo’ di chiusa.
La struttura binaria è presente a tutti i livelli in
questa poesia, in questa raccolta e probabilmente
in tutta l’opera della Valduga35 e si ripercuote dalla verticalità della scansione dei versi
all’orizzontalità (“verso est”) del singolo verso. Si
noti che i versi sono per lo più monolitici, mancano le inarcature ed anzi la tendenza è a far coincidere fine di verso e punteggiatura (con la sola eccezione del v. 7). Ma il legame tra verticalità e orizzontalità si ripercuote anche ad altri livelli, ed
innanzitutto a quello semantico e sintattico.
La verticalità è il luogo deputato ad accogliere la
semantica profonda: gli avverbi “sotto” (v. 2),
“più giù del buio”(v. 3) e ancora “sotto” (v. 9); i
verbi “affondo”(v. 3), “sgocciola” (v. 8), rafforzano l’isotopia del “discendere” che è componente
dell’isotopia “morte”. Dal punto di vista della semantica, la verticalità appare come il correlativo
33
Non è un caso che Donna di dolori termini con questi versi: “Do all’aria due manciate del mio sangue | per il suo chiaro…E sarà il nero ancora. | Oh notte solo mia! Niente più aurora | adesso, triste da me fino ai cani, | e niente sangue e
niente più domani, | come se il sogno fosse cosa vera, | e come se l’aurora fosse sera, | e come se una nera notte. Nera”
(P. Valduga, Prima antologia, cit. p. 29).
34
P. Valduga, Prima antologia, cit. p. 10.
35
Rifacendosi a Ignacio Matte Blanco, la Valduga chiama
“bilogica” questa struttura binaria (Cfr. Le parole, il desiderio, la morte, in P. Valduga Lezione d’amore, cit. p. 150
sgg.).
69
iconico del progressivo decomporsi del corpo, o,
circostanziando, come il progressivo separarsi di
corpo ed intelletto, fino ai versi finali “Dolore della mente è il mio dolore | per il mio mondo… e
per l’altro maggiore…” che sanciscono quella separazione e la natura totalmente mentale della pena (mentre il corpo, che è la scrittura, è forse luogo della salvazione).
L’orizzontalità è, invece, innanzitutto il luogo della sintassi: sintassi della parola e del corpo nel
nuovo stato (“colliquativo”). L’endecasillabo non
è solo il metro di scansione della parola e della
musicalità del verso, ma anche il ritmo della dissoluzione del corpo, del suo affondare. Sarebbe
interessante studiare le modalità di posizionamento delle cesure all’interno dell’endecasillabo,36 la
sua funzione in questa poesia. Certo è che la cesura è una pausa secondaria rispetto a quella di fine
verso, e che l’endecasillabo non ha cesura fissa
ma mobile. In questo testo si può vedere molto
chiaramente: i vv. 1, 5, 6, 7, 8, 10 hanno accento
in sesta (e talvolta ottava) sillaba e per lo più un
settenario iniziale (ci sono diversi endecasillabi a
maiore), dopo il quale la cesura è piuttosto blanda
(tranne ai vv. 6-7, dove è marcata dalla punteggiatura). I vv. 2, 3, 4, 9 e 11 hanno accenti in quarta e
sesta, e in questo senso sono piuttosto classici.
Non fosse che hanno delle cesure molto forti tra le
due sillabe accentate (tranne il v. 3. piuttosto fluido), ed in specie cesure sintattiche affidate alla
virgola che a tutti gli effetti scinde i versi in due
emistichi autonomi ed impedisce in due casi la sinalefe (vv. 4 e 11). Il v. 9 non ha la virgola ma la
cesura rispetta la stessa scansione del v. 2, del
quale è isomorfo: questo isomorfismo può essere
una spia importante. Se difatti al v. 2 “sotto il mio
dolore” c’è un tutto buio e indistinto, in questo caso a sopportare il peso del dolore è un io presente
a se stesso, ancora mentalmente resistente, come
dicono i due versi successivi. Il discendere della
morte ha come controparte, nell’orizzontalità, una
progressiva acquisizione di presenza a sé dell’io
monologante, una resistenza della vita mentale alla morte del corpo: letteralmente, allo sgocciolio
(v. 8) di quello si oppone il ringorgo della mente
(v. 9).
36
Quella della presenza o meno della cesura
nell’endecasillabo è a dire il vero questione molto controversa e dibattuta dai metricisti. Cfr. I. Baldelli, Endecasillabo, in
Enciclopedia Dantesca,I, pp. 672-676, 1970; Elwert, Versificazione italiana dalle origini ai giorni nostri (1968), Firenze,
Le Monnier, 1973; G. L. Beccaria, L’autonomia del significante. Figure del ritmo e della sintassi, Torino, Einaudi,
1975; C. Di Girolamo, Teoria e prassi della versificazione,
Bologna, Il Mulino, 1976 e Dal verso metrico al verso libero,
in A. Pietropaoli, Materiali per lo studio del verso libero in
Italia, Napoli, Edizioni Scientifiche italiane, 1994.
Poliscritture/Letture d’autore
Se dovessimo trovare un corrispettivo sintattico al “ringorgare” della mente in questo testo,
esso starebbe certo nelle cesure. Le cesure infatti
marcano il rallentamento del flatus voci in maniera mobile, non stabile (non dimentichiamo
l’attenzione della Valduga per la pratica performativa dell’oralità); marcano l’alternanza di fluidità
(in particolare i vv.1, 3, 5, 8 ), progressiva dissoluzione verso est da una parte, e resistenza, anche
se oramai solo mentale, “in intellectu”, dall’altra.
In modo non dissimile, il sistema di rime baciate è
sia un modo di far scivolare compattamente (a
blocchi, come a gradini) il testo verso la chiusa,
sia un modo di opporre, per via della medesima
compattezza, una sorta di resistenza allo scivolamento. In questo senso, esse, più che avere una
funzione eufonica, hanno una funzione strutturale
“strofica” ed insieme strutturale “versale” giacché
stabiliscono un limite alla nostra percezione dello
spazio orizzontale (versale) del testo, ed insieme il
senso del passaggio verso il basso, del discendere
(strofico).
Non è forse azzardato sostenere che cesure e rime
siano il corrispettivo sintattico della porta che “si
interpose” marcando uno spazio sempre più ristretto (il testo), che solo se simmetricamente riversato dal mondo nel buio dolore della mente
può accogliere il tempo della storia (come se, capovolgendo la clessidra, cambiasse la materia del
tempo). In un certo senso cesure e rime disegnano
spazialmente il luogo della clausura e del dibattimento del corpo e della mente dell’io monologante: solo al lettore è offerta, e meglio consegnata, la
possibilità di fare di quelle clausure, dolori e dibattimenti il momento di ri-inizio dell’azione nella
Storia.
***
C’è, dicevo, un punto del testo che solo ad una ripetuta lettura, una lettura mirata, fa problema. Lo
faccio presente nella forma di un’esperienza personale di lettura, per mettere in evidenza come la
percezione di un testo - in quanto iconicamente
strutturato - chiama in causa per certi versi una
competenza di tipo strutturale, per altro la proiezione sul testo di attese latamente estetiche a partire dalle quali la ricostruzione del senso operata dal
lettore interprete – nell’iterazione degli approcci,
delle letture, nella verifica degli strumenti – può
incorrere nell’auto-inganno. Ciò non significa affatto, però, che non stia proprio in questo il nodo
dei nodi: può trattarsi, paradossalmente, di un lauto inganno.
Il punto in questione è relativo al primo verso:
“Poi goccia a goccia misuro le ore”. In particolare,
nella mia memoria di quel verso il sintagma avverbiale “goccia a goccia” rimuginava al punto
70
che mi sembrava rivestisse un’importanza decisiva (inizialmente avevo avuto l’impressione che
insinuasse la misura temporale del senso: lo sgocciolio). E pensando ad una temporalità protratta,
dilatata dall’intensità del dolore, mi è occorso fortuitamente ed erroneamente di scindere i due
membri
del
sintagma
e
allontanarli
nell’orizzontalità del verso (memore del celebre
esempio di Quinto Ennio: “cere comminuit
brum”). Nella memoria risuonava qualcosa come
“Poi goccia misuro a goccia le ore” o addirittura
un più estremo “Poi goccia misuro le ore a goccia” (che però non avrebbe rispettato il sistema
delle rime). Era certo un caso di interferenza della
soggettività percipiente rispetto alla temporalità
del testo, era certo il segno di una proiezione
sull’asse del discorso di una tra le componenti
dell’isotopia testuale profonda (la “morte”): la
componente della separazione, della divisione dei
tempi, dello spazio mi sembrava potessero invadere il testo. Ad operare quella scissione era – in
quella prima e ripetuta lettura forzata l’orizzontalità del corpo riverso del cadaverenarratore. D’altra parte, quella della scissione era
un’isotopia inaugurata poco prima nel testo dalla
cesura della porta, che “si interpose” decretando il
buio, la prevalenza dell’udito sulla vista e, con la
clausura dello spazio, la forclusione invasiva della
temporalità interiore - come se si girasse una clessidra.
Ma, evidentemente, il testo parla diversamente, ed è col testo, e non con la propria memoria, che bisogna fare i conti. Il sintagma “goccia a
goccia” rimanda allora, innanzitutto, all’altra dimensione fondamentale, quella sensoriale
dell’udito, e solo in seconda istanza alla dimensione temporale: il goccia a goccia è pur sempre
misura delle ore, seppur misura riparametrata su
scale sinestetiche e isocronie mentali. Il gocciolio
è gocciolio dall’esterno, un gocciolio rapido (il
testo, invertendo l’impressione iniziale, rimanda a
questa inesorabile rapidità): è infiltrazione del
mondo e non ancora gocciolio del corpo in dissoluzione. È il tempo del fuori, dell’oltre-porta, che
si insinua poco a poco in forma di suono nello
spazio buio. Il corpo, immerso nel buio, non è più
misura delle cose del mondo reale né di quello
della memoria, la mente sì. Ed è proprio nella
mente, e non più nel corpo, che la nostalgia di
quel doppio mondo produce infine dolore. Dolore
che è anche e soprattutto resistenza, ingorgo: resistenza alla storia, al mondo, e non al biologico. Il
solo corpo che porta i segni della clausura e
dell’incapacità, ormai, di avvertire il mondo è, infine, il corpo del testo.
***
Poliscritture/Letture d’autore
Il corpo del testo è il punto di partenza, potenzialmente iterabile, di ogni pratica di lettura e di
interpretazione. Ripercorso, ricostruito, abbandonato o amato, sterilizzato o adempiuto, il senso
che avanza dopo l’attraversamento del testo, dopo
il corpo a corpo con esso, ci informa che è in noi,
ineluttabilmente, che resiste la possibilità di incidere la storia: meglio, è a partire da noi che quella
possibilità può e deve insistere.
Per una critica dialogante 4
Caro Fabrizio,
il tuo scritto si mantiene ad un livello di astrazione e specialismo abbastanza alto. Non ne metto in
discussione il valore. Né mi viene in mente di porre qualsiasi ostacolo alla sua pubblicazione così
com’è. Pongo però un problema a tutti per il
prossimo futuro: a quale linguaggio deve tendere
il redattore o il collaboratore di POLISCRITTURE? Io direi a un linguaggio non gergale né specialistico. Oppure, nel caso la presenza di gerghi o
specialismi fosse necessaria o inevitabile, questi
lessici dovrebbero essere in qualche modo accompagnati da una traduzione (‘cioè’ esplicativi, magari con rapidi richiami da glossario). Lo stile discorsivo, poi, dovrebbe essere in altro grado colloquiale e dialogante (con qualcuno: un lettore ideale o concreto va tenuto presente se non al
momento dell’ideazione del testo almeno in quello
della sua stesura). Non voglio fare discorsi generali sulla comunicazione. Mi limito a dire che, finché filosofi, meccanici, chirurghi o manager si rivolgono a filosofi, meccanici, chirurghi o
manager, il lessico speciale della loro professione
o le formule, i fraseggi tipici già circolanti
mell’ambiente, i moduli sintattici in uso nella loro
comunità professionale vanno benissimo. Ma
quando - come ricordava Fortini - il proverbiale
filosofo o metricista o scienziato deve/vuole comunicare con il proverbiale uomo della strada
(che speriamo apra anche POLISCRITTURE o
visiterà il nostro sito) si pongono tanti altri problemi. Certo non si tratta solo di una questione
di lessico o di stile discorsivo. Non puoi dare per
scontato, ad esempio, che i lettori di POLISCRITTURE sappiano chi sia la Valduga o siano
in partenza interessati alla questione di ridefinire
«la
problematica
del
posizionamento
dell’interprete verso il testo». Devi dimostrargli
che tale questione è importante anche per loro.
Passando alle mie reazioni di lettore pur volente-
71
roso, tengo a sottolinearti solo due punti:
1) benissimo soffermarsi su un’indicazione di
poetica della Valduga, ma quella poetica (parallelo tra corpo del testo e corpo del poeta, valenza
apotropaica della scrittura, sensibilità fisica per il
testo e la parola) tu la condividi, che opinione ne
hai? Io lettore sarei curioso di saperlo, perché un
testo critico non è la semplice parafrasi dei testi
della poetessa esaminata; 2) ho seguito quasi con
invidia la tua performance da metricista; ma la tua
tesi («che cesure e rime siano il corrispettivo sintattico della porta che si interpone, marcando uno
spazio sempre più ristretto che solo simmetricamente riversato nel buio dolore della mente può
dilatarsi ed accogliere il tempo. In un certo senso
cesure e rime disegnano spazialmente il luogo della clausura e del dibattimento del corpo e della
mente dell’io monologante ») mi pare non si colleghi ad altri piani di discorso che permettano di
capire quanto questi problemi siano centrali nella
poesia della Valduga, e cosa pensare del significato di questa sua poesia oggi.
Un caro saluto
Ennio
- Sergio Rotino: Lo spettacolo deve andare
avanti. Intervista a Nicola Lagioia
Ti abbiamo conosciuto nel 2001 con Tre sistemi
per sbarazzarsi di Tolstoj, pura esplosione della
forma romanzo. Nel 2004 esce Occidente per
principianti, che mi piacerebbe definire “implosione” del romanzo, se non fosse per la sua
compostezza nel dispiegarsi della storia. È bastato un lasso di tempo così breve per operare
un salto che scollega il tuo esordio dall’essere il
narratore di oggi?
Ma guarda che in questi tre anni mi sono successe
un mucchio di cose: ho fatto tre traslochi, letto
qualche libro, scritto un romanzo che poi ho buttato, chiuso un paio di storie d’amore, ho iniziato a
curare “nichel” per minimum fax e me ne sono
andato (quando potevo, o quando venivo temporanemente scaraventato fuori dal grande ventre di
Roma) un po’ alla deriva per le citta europee. Insomma, Occidente per principianti è venuto fuori
da un’incubatrice che ha contenuto un po’ di tutto,
un manicomio interessante al quale mi sono poi
sforzato di dare una dignità letteraria. Per Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj volevi dire “esplosione” della forma-romanzo, vero?
Sì, per me rappresenta la frantumazione della
forma-romanzo, la sua estrema atomizzazione.
Vedi, per come la vedo io, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj era un romanzo imploso, quasi aforismatico, più vicino a un haiku che a un quarto
di bue. Occidente per principianti è un quarto di
bue a cui spero che gli strumenti dello stile non
abbiano tolto un po’ di bella sanguinolenza.
A parte questo, è possibile ascrivere un simile
salto nella scrittura al tuo lavoro in casa editrice, quindi al tuo contatto con l’establishment
culturale (autori, editori, critici)? Oppure è
dettato da un ripensamento?
Non il contatto con l’establishment culturale (frequento di solito personaggi abbastanza scassati
che solo accidentalmente, e solo in certi casi, hanno la sventura supplementare di essere uno scrittore o un critico), e nemmeno il frutto di un serio e
meditato ripensamento. Piuttosto una cosa spontanea nel suo sorgere, un movimento liberatorio che
nasce dall’intestino e poi, quando la frittata è fatta,
viene raccolto e messo in piedi con la tecnica narrativa, il mestiere e tutto quanto il resto.
Era comunque una trasformazione annunciata.
A Reggio Emilia, nel 2001, durante “Ricercare” avevi letto l’inizio di quel romanzo poi abbandonato, e già la tua scrittura si spostava su
Poliscritture/Letture d’autore
72
altri fronti. La stessa cosa si percepiva dai racconti che hai pubblicato su giornali e antologie,
dal “Corriere del Mezzogiorno” a Patrie impure a La qualità dell’aria, curata da te e da Christian Raimo. Eppure, in tutto questo non è ancora chiaro il perché di una simile conversione
a “U” stilistica, a parte la naturale evoluzione
di ogni scrittore ecc.
Francamente non è chiara nemmeno a me. Ma
all’epoca del mio primo romanzo non avevo probabilmente ancora gli strumenti per mettermi a
scrivere una cosa come Occidente per principianti. Ed è importante che io non li abbia acquisiti del
tutto neanche oggi. Il fatto è questo: ogni volta
che provo a scrivere un romanzo, non devo sapere
di essere in grado di portarlo a termine. Devo provare a spingermi per territori mai frequentati prima, con la possibilità del fallimento che mi alita
sul collo promettendomi, a capitolo chiuso, che
con il prossimo capitolo tutto crollerà, la lingua
non terrà, la struttura salterà, tutto il romanzo se
ne andrà a puttane. Ci deve stare questo continuo
conto aperto, tra me e il Fallimento. Un’apertura
di credito reciproca. Scrivere Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj parte II, insomma, mi avrebbe
annoiato parecchio.
Il 2001 è stato per te, in quanto persona e in
quanto autore, un “anno mirabile”: ti ha portato all’abbandono del lavoro sommerso, alla
pubblicazione del primo romanzo, alla cura di
“nichel”, la collana di minimum fax rivolta agli
autori italiani. Sei partito da questi elementi
autobiografici per organizzare il materiale che
sta alla base di Occidente per principianti?
Guarda che nonostante il “Supercorallo” e la cura
di una collana letteraria, la mia continua a essere
la vita di un precario. È solo finito (grazie a Dio)
il lavoro sommerso. Ma per il resto continuo a
coltivare, di tanto in tanto, la nobile arte di farmi
invitare a cena a spese altrui. Comunque, sì, una
parte degli elementi utilizzati per Occidente per
principianti è stato preso dalla mia esperienza di
precario intellettuale e dalla frequentazione di
precari che stavano peggio di me: registi itineranti
senza soldi per comprarsi la pellicola, reduci di
Castelporziano con le transaminasi alle stelle, grafici col vizio dello spaccio, intellettuali per scelta
che però erano anche truffatori per necessità. Il
libro è dedicato a loro.
Quando hai iniziato a scrivere Occidente per
principianti e quanto ci hai messo per completare la prima stesura? La leggibilità delle pagine – logico sia un fattore personale – farebbe
Poliscritture/Letture d’autore
pensare a qualcosa di vicino a un “buona la
prima”. Ma non è così, vero?
Diciamo “buona la centodiciottesima”. La cartella
Occidente per principianti presente ancora sul
desktop del mio pc contiene centodiciotto file, tra
appunti, scritture, riscritture, capitoli tagliati, aborti di ogni genere. Tra l’altro il buon Fenoglio
diceva: «la più limpida e semplice delle mie pagine è il frutto di penosi e lunghissimi tentativi di
riscrittura». Ecco.
Siamo quindi davanti a un romanzo
dall’elaborazione, per così dire, lenta…
Sono stati due anni di lavoro molto duro. Quattro
o cinque ore al giorno, inchiodato alla sedia davanti al monitor, saltando pochissimi giorni, e rifugiandomi di tanto in tanto da amici che squattavano in posti molto strani di Siviglia e di Parigi.
E dopo due anni lo hai consegnato a Einaudi?
Paola Gallo, l’editor di Einaudi che ha lavorato
con me, aveva letto le prime cento pagine del romanzo. Sulla base di quelle di mi hanno preparato
un contratto. E abbiamo trovato una bella sintonia
soprattutto quando da Torino mi hanno detto:
“Questo ci sembra un romanzo importante. Non
fissiamo una data di consegna. Prenditi tutto il
tempo che ti serve. Sarà finito quando sarà finito”.
Ma lo hai consegnato? Ti faccio questa domanda balzana, perché l’ottica dell’industria culturale non dà più la possibilità (pensa invece
all’Arbasino di Fratelli d’Italia) di riscrivere un
proprio testo, di apportarvi modifiche successive e aggiunte. In altre parole, di ripubblicarlo.
Non lo so. Per adesso ho solo voglia di buttarmi
su storie e avventure completamente diverse. Spero che l’ideale prosecuzione o l’aggiornamento di
Occidente per principianti, se mai ci sarà, vedrà la
luce fra molti anni e avrà un titolo diverso. Insomma, un romanzo nuovo.
Fermandosi sulla prima soglia del romanzo, al
titolo, vengono in mente i manuali della Apogeo, quelli “for dummies”: manuali di consultazione per principianti che vogliono apprendere
i rudimenti di una data materia. È come se per
te l’Occidente, soprattutto il nostro Occidente
italiano, andasse spiegato per step successivi,
perché troppo complesso, impossibile da gestire
in un blocco unico…
L’Occidente è un eye wide shut. Nel gioco di parole, “un occhio chiuso completamente spalancato”. Una dilatazione dello sguardo talmente abnorme e mostruosa da non permetterci di vedere
73
più un bel niente. Il nostro approccio al problema,
non può non essere quello di una matricola.
Nella prima parte del romanzo sembra di rileggere alcune pagine, per me attualissime, del
Diario Notturno di Flaiano o della Vita agra e
del Lavoro editoriale di Bianciardi. Ma come
stile e come finalità mi sembra che questi due
autori ti siano lontanissimi…
La vita agra l’ho amata moltissimo. Luciano
Bianciardi l’ho amato moltissimo. Se qualche cosa è passata, ne sono felice. In fondo, col suo romanzo più importante, Bianciardi faceva vedere il
“dark side” della Dolce Vita, il risvolto della medaglia. Io ho cercato di fare la stessa cosa in
un’epoca che non è più quella della via Veneto
sfavillante e delle cantine dei teatri off, ma qualche cosa – nelle apparenze – di molto più mostruoso, più grottesco, più disperato. La diversità
di stile, credo, nasce anche da questo.
Proprio ne “Il contesto”, la prima parte di Occidente per principianti, si ritrovano molte delle
indicazioni politiche, e anche sociali e antropoligiche, di questi due scrittori sulla e contro la
fauna “artistica” che popolava Roma ai loro
tempi e che ancora la popola…
Sì, è vero. Come dicevo prima, Roma è un grande
ventre pronto a inghiottire di tutto. Una città meravigliosamente appesantita dall’abbacchio, dal
traffico e dal Bernini, il vero simbolo di questo
luogo che nei secoli ha macinato e metabolizzato
e confuso e conservato (!) di tutto: imperatori e
flagellanti, sante e mignotte, miracolati e scalognati, yin e yang. È un maschile che non avrebbe
scrupoli a giustiziare il proprio avversario se solo
non fosse fiaccato da un femminile ninfomane.
Ma la critica alla spettacolarizzazione della
Storia e dell’informazione, che è alla base del
tuo romanzo, l’hai tratta dalle tesi di Debord
sulla società dello spettacolo, da un loro scavalcamento?
Più che le tesi (confesso di non aver mai letto neanche una pagina della Società dello spettacolo)
mi ha influenzato l’inveramento delle tesi stesse:
il mondo che abitiamo.
Nel libro di Alain Joxe, L’impero del caos, si citano le parole del generale Peters sulla Storia
che non è più ricerca di informazioni, ma gestione dell’informazione. Il protagonista del tuo
romanzo sembra ancora poggiarsi sulla ricerca, anche se involontariamente, mentre Michela Renzi della Lucilla, sua “datrice di lavoro”, è
platealmente tutta spostata sulla gestione…
Poliscritture/Letture d’autore
Al protagonista rimane ancora qualche traccia di
umanità, che prova a difendere attraverso una ricerca che, purtroppo per lui, non sfocia né su epifanie né su crescite interiori à la Renzo Tramaglino e nemmeno su vere occasioni di fuga. Ma è ancora vivo, e vivo resterà fino alla fine del libro. È
già qualcosa, perché Michela Renzi della Lucilla
invece, “tutta spostata sulla gestione” come dici
tu, non è quasi più un essere umano: è una macchina celibe.
Perciò il personaggio senza nome del giornalista ghost writer racchiude, ancora più di Zelda,
l’aspetto romantico e “positivo” del romanzo,
la possibilità di un riscatto e di un ravvedimento?
Sì. La mancanza del nome del protagonista testimonia la sua attuale impotenza, ma apre anche
spiragli per un riscatto futuro. Riscatto che esiste a
livello potenziale (è nello spirito più intimo del
protagonista, secondo me) ma nel romanzo non
c’è. Esiste nelle pagine non scritte. Forse esiste
nelle pagine di un romanzo futuro.
Però nel “Contesto”, quando descrive la società
culturale romana e quel che ne deriva, il ghost
writer non sembra particolarmente arrabbiato,
piuttosto ironicamente schifato. Ancora meglio: catatonicamente adagiato sull’orrore di
quella società. Che poi è, compiacentemente,
non solo la società della comunicazione, ma anche e soprattutto la società nel suo complesso.
Non è una forte indicazione di complicità e di
accettazione da parte sua? Passi l’eroe non
proprio positivo, ma qui sembra una aperta dichiarazione di fiancheggiamento.
Volevo un personaggio quasi completamente
schiacciato dal mondo in cui aveva avuto la ventura di nascere e crescere: il mondo in cui esistiamo
ci schiaccia e ci comprime con guanti di velluto
che però sempre appartengono alle mani dei carcerieri. L’eroe del romanzo non è il protagonista,
ma quella piccola sacca di umanità che nel protagonista riesce a salvarsi. Il mio giudizio su di lui è
più che altro, come dicevo, un giudizio sospeso
perché è la nostra generazione – a cui il ghost writer appartiene – a non essersi ancora riscattata.
Voglio verificare, su di me e su chi mi circonda,
se abbiamo veramente i numeri (e le occasioni)
per farlo.
Curioso il passaggio in cui descrivi la riunione
di responsabili ufficio stampa, capaci di farsi
venire degli scrupoli sulla veridicità di alcuni
documenti. Curioso perché l’ufficio stampa di
solito non ha queste remore. In Occidente per
74
principianti, invece, è la macchina informativa
a non farsi scrupoli, a pompare con tutti i mezzi, a montare l’albume dello scoop. Hai scelto
un ribaltamento come questo per spingere sul
grottesco la critica all’informazione?
Sì, credo ci sia molto di grottesco: una versione
allucinata del futuro prossimo, forse. Gli uffici
stampa di Occidente per principianti sono
l’upgrading dell’ufficio stampa come lo conosciamo noi. Hanno capito, definitivamente, che si
può veicolare qualunque cazzata, la verità, il suo
contrario, quello che si vuole. L’importante è come lo si fa. L’importante è veicolare una notizia
(qualunque essa sia), vederla gonfiarsi e poi esplodere nel firmamento mediatico. È un amore
(perverso) che investe la dinamica più che la notizia in sé. Insomma, è un po’ la degenerazione estrema della vecchia faccenda del mezzo che è il
messaggio.
All’interno di Occidente per principianti, la Storia riprende a correre, e a ritorcere la spettacolarizzazione dell’informazione contro chi l’ha
assunta come valore assoluto. Ecco allora scorrere i fatti dell’estate 2001 (che sembrano descrivere anche la parte per te patita come orribile di quell’anno): da Genova-G8 all’11/09 di
NY DC. Sono però accadimenti marginali per i
protagonisti, come se le loro percezioni del reale fossero oramai talmente distorte, con pochissime possibilità di recupero…
Questa cosa degli eventi storici importanti (il G8,
le Torri Gemelle) sepolti in un mare di frivolezza
nasce però anche da un’esigenza poetica. La frivolezza sull’orlo del collasso, insomma, mi ha sempre affascinato (le serate danzanti sul Titanic; i pigionanti della Montagna incantata che continuano
a mangiare torte Sacher a quattromila metri di altitudine mentre ai loro piedi si sta per scatenare la
Prima Guerra Mondiale; Liza Minelli che balla
nei locali di Cabaret mentre il nazismo si sta per
impadronire di mezza Europa).
Vanno letti in questa direzione i riferimenti diretti e indiretti (comprese le citazioni da Noi
non ci saremo e da Cronache marziane), ma
sempre pessimistici, alla bomba sganciata su
Hiroshima?
Hiroshima è la maledizione che il mondo libero si
è portato dietro per cinquant’anni di relativa pace
e resta il mito fondante della nostra epoca. I miti
fondanti sono quasi sempre eventi traumatici, cataclismi che arrivano a stabilire un ordine o a creare una civiltà. Spesso sono anche azioni infami,
vergognose (come nel caso di Hiroshima) che però proprio per questo vengono a dirci che il nuovo
Poliscritture/Letture d’autore
ordine non sarà retto da creature angeliche ma da
uomini, esseri fallaci, armati contemporaneamente
di infamia e di begli ideali. I paesi anglosassoni
hanno come mito fondante l’assassinio/tradimento
del re, l’uccisione del Padre (pensa a Shakespeare). Il nostro mito fondante (e questo viene a dirci
molto sul carattere degli italiani) è imperniato invece sulla lotta fratricida tra Romolo e Remo.
L’Occidente novecentesco si fonda sul cataclisma
atomico, una situazione in cui i “buoni” sono costretti a macchiarsi di un crimine orrendo. Questo
perché, evidentemente, anche i “buoni” covano in
sé un qualche tipo di male, di malattia. Pensa alle
ultime, splendide pagine della Coscienza di Zeno.
Questa risorgenza della Storia non più come
branca dello showbiz, ma come vero collante di
quanto avviene nelle nostre vite, è la tua controtesi? È questo identificarla come possibile
àncora di salvezza la chiave di volta di tutto il
romanzo?
Sì, credo di sì. La Storia, per quanto traumatica, ci
rimette di fronte a noi stessi, alle nostre debolezze,
alle nostre responsabilità.
I personaggi che hai tratteggiato in Occidente
per principianti sembrano le versioni inconcludenti (viste oggi) di quelle già proposte da
Bianciardi, e scusa se ricito questo autore. Lo
spaccato che dai della precariarizzazione a vita
di una fascia di popolazione “intellettuale” (ma
è giusta questa definizione? non ti sembra
troppo restrittiva?) che si posiziona anagraficamente fra i trenta e i quarant’anni è più o
meno la stessa. Quindi i personaggi, se trasportati nella realtà, sono anche figure sclerotizzate
all’interno di una macchina perfettamente collaudata, e che gattopardescamente cambia per
non cambiare mai? Voglio dire, di questo stato
nessuno ha colpe: i figli ripercorrono le orme
dei padri, e così i figli dei figli… Una cancrena
inarrestabile…
Purtroppo c’è una differenza, e non va a lustro dei
miei personaggi. Il protagonista della Vitta agra
va a Milano perlomeno con l’idea di fare la rivoluzione anche se poi rimane invischiato – e poi
sconfitto – dalla macchina del “lavoro culturale” e
del conformismo, dai rigurgiti del boom economico insomma. I protagonisti di Occidente per principianti nascono già in un mondo apparentemente
immodificabile. Ma, dal punto di vista squisitamente letterario, la catena inarrestabile di cui tu
parli scorre in parallelo con l’esigenza dei romanzi scritti negli ultimi due secoli che più ho amato.
Questi romanzi si domandano: come reagisce
l’uomo calato in un determinato contesto storico e
75
sociale? Come difende la propria umanità e la
propria dignità? Che chances ha un curato dal
cuore pavido nella Milano del XVII secolo? E la
moglie velleitaria di un medico nella provincia
francese dell’Ottocento? Abbiamo la rara capacità, decennio dopo decennio, di costruirci intorno
un modo che di per sé è repressivo e castrante.
Questa cosa (questa catena inarrestabile) deve essere indagata dalla letteratura. Il vero epicentro di
una simile situazione, a mio parere resta però il
dottor Bardamu. Il protagonista del Viaggio al
termine della notte, sballottato da una parte
all’altra del mondo senza capire perché, da una
guerra a una catena di montaggio ai sobborghi di
Parigi, preso in qualche cosa di mostruoso molto
più grande di lui.
Passando alla struttura, Occidente per principianti sembra ripercorrere la Leggenda del
Graal: una preparazione al mistero e poi una
cerca “epica” del sangue di Cristo, rivisitate in
chiave contemporanea. Ovvero mettendo una
delle icone moderne per eccellenza, Rodolfo
Valentino, al posto dell’icona religiosa, e la sua
presunta prima amante al posto della coppa
contenente il sangue di Cristo…
Sì, una versione un po’ eretica della Leggenda del
Graal, se si vuole, ma probabilmente adatta ai nostri tempi. Siamo passati negli ultimi secoli attraverso varie forme di trascendenza: l’ordo ad unum
medioevale, la gnosi, lo spirito mercantile settecentesco, le ideologie del XX secolo. Adesso
sembra arrivato il turno della “Teocrazia audiovisiva”.
La seconda parte del romanzo, “Il viaggio”, più
che ai vari “viaggi in Italia”, sembra il necessario sviluppo della tesi proposta nel “Contesto”:
non è più solo Roma a essere allo sfascio morale e culturale, ma tutto il Paese. E chi vi abita
non se ne accorge, oppure ne va fiero…
Torniamo alla faccenda dell’eye wide shut. Se sei
al centro del ciclone è difficile riuscire a capire
anche di che sostanza sei fatto.
Andiamo marzullescamente sul personale. Perché da Bari, dopo vari giri per il Nord
dell’Italia, decidere di stabilirsi a Roma? Cosa
ti ha fatto propendere per la capitale (immorale) d’Italia e cosa ti ha portato a lavorare come
ghost writer, a parte il semplice guadagnarsi la
quotidiana sussistenza? In altre parole, scrivevi
prima di laurearti in giurisprudenza, quindi
hai soltanto scelto di appendere la laurea al
chiodo e una città valeva un’altra?
Poliscritture/Letture d’autore
Boh, questioni di semplice sussistenza per quanto
riguarda il ghost writing. E sempre questioni di
lavoro per ciò che riguarda Roma: a una fiera del
libro di Torino di otto anni fa, incontrai l’editore
Castelvecchi che mi disse: “abbiamo bisogno di
un redattore. Perché non ti trasferisci a Roma?”
Fatto. Entrato nel gran bordello. Ma un bordello
offre parecchi spunti e suggestioni, no? Ho iniziato a scrivere mentre facevo l’università, e non ho
mai pensato di intraprendere la carriera forense.
Anche se studiare le materie giuridiche mi piaceva
molto. Tutte quelle ore passate sui manuali. Un
po’ mi mancano. Era quasi una condizione monastica.
Marzullo bis. Vedendo la linea editoriale di
minimum fax e della collana che dirigi, non si
capisce perché Occidente per principianti sia
stato pubblicato altrove. È un fatto di correttezza morale? Di “non si può fare, perché scorretto”?
No, no, nessuna correttezza morale. In queste cose
la concepisco poco, la correttezza morale. Tanto è
vero che il prossimo romanzo uscirà per minimum
fax, e il prossimo ancora magari per Einaudi, chi
lo sa? All’Einaudi ho trovato una editor meravigliosa (Paola Gallo, appunto) che credeva moltissimo in questo progetto, e con minimum fax la
storia d’amore continua. Il fatto è che, da scrittore,
mi sento libero di fare un po’ come mi pare, tenendo conto delle proposte che volta per volta mi
vengono fatte. Sono tutti fidanzamenti, però. Sono
tresche. Amour fou. Nessun matrimonio. In un
matrimonio di questo tipo, l’editore dovrebbe fare
la parte del maschio (offrirti una vera sistemazione) e lo scrittore portare in dote le sue opere
d’ingegno. Vedi, quello tra D’Arrigo e la Mondadori fu un matrimonio serio (ti passiamo un mensile finché morte non ci separi, e tu nel frattempo
scrivi quello che ti pare). A me, una proposta del
genere non me l’ha fatta mai nessuno né probabilmente accadrà mai. Quindi, da questo punto di
vista resto una simpatica cocotte perennemente
sulla piazza, molto tollerante nei confronti di chi
saltuariamente mi mantiere a patto però che la tolleranza sia reciproca. Speriamo solo di non trasformarci in vecchie zitelle acide.
76
7
Sulla giostra delle riviste
DeriveApprodi n. 23 giugno 2003
a cura di Spartacus
Fino agli anni Settanta del Novecento ci sono
state grandi lotte di liberazione dei popoli del cosiddetto Terzo Mondo. Esse hanno mutato la situazione che,
alla conclusione della Prima guerra mondiale, vedeva
Europa e Stati Uniti possessori dell’85 per cento del
mondo intero sotto forma di colonie, dipendenze, mandati e domini diretti. Questa verità storica è oggi appannata a causa dei risultati ambigui e spesso deludenti della decolonizzazione e dell’attuale impetuosa mondializzazione del Capitale, che ha reso obsoleto il termine stesso di Terzo Mondo.
Se, sostengono dunque alcuni, ogni indipendenza dei paesi del Terzo Mondo si è sciolta come neve al sole, persiste il «sottosviluppo» e la matrice coloniale è ben visibile in tanti conflitti odierni (da quello
israelo-palestinese alle cosiddette guerre «etniche» in
Ruanda, Timor Est, Sri Lanka, Sierra Leone), non è
opportuno parlare di un «neocolonialismo», incardinato
oggi sulla politica degli Stati Uniti e in continuità col
vecchio modello imperialistico?
Non la pensa così un filone di ricerche, in espansione soprattutto nel mondo culturale anglosassone, che va sotto il nome di «studi postcoloniali» o Subaltern Studies. Alla lettura «neocolonialista» del presente, cui abbiamo appena accennato, viene contrapposta una lettura che usa i concetti di «postcolonialismo»
o di «condizione postcoloniale», indicanti alla lettera
l’epoca che viene «dopo» il colonialismo (in analogia
con altre denominazioni “post”: «postmodernismo,
«postfordismo», «postcomunismo», ecc.).
Gli studiosi «postocoloniali» affermano che il
tempo e la realtà geopolitica d’oggi rappresentano una
cesura epocale rispetto a quattro secoli di colonialismo. Tuttavia la loro schiera è variegata: in essa troviamo sia i sostenitori di un presente «postcoloniale»
inteso come
«fine della storia» (Fukujama) e
dell’attuale mondializzazione come processo che supera ogni triste eredità del colonialismo sia quanti ritengono invece che, sotto la sua superficie omogeneizzante (o «americanizzazione» o «occidentalizzazione»), la
mondializzazione lasci affiorare in forme carsiche (ad
es. attraverso le migrazioni o in molte cosiddette guerre
«etniche») la spinta all’eguaglianza delle antiche lotte
anticoloniali.
Per i primi, cioè, la discontinuità tra colonialismo e «postcolonialismo» è assoluta: i discendenti dei
colonizzati vivono ormai dappertutto in una sorta di
«ibridità» o «meticciato» con gli ex colonizzatori, senza differenze di potere o di cultura. I secondi, invece,
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
ricordano sia l’ambiguità della decolonizzazione sia le
diseguaglianze e i plateali squilibri, che la mondializzazione va distribuendo ovunque: nelle grandi «città
globali» come nei villaggi agricoli, in un mondo ormai
irrimediabilmente uno e non più a scomparti netti
(Nord e Sud del Mondo, metropoli e periferie),
com’era ai tempi del «terzomondismo» e della Conferenza di Bandung (1957).
Diverse e spesso contrapposte, dunque, sono
le risposte che vengono date alle questioni tipiche degli
studi postcoloniali e che potremmo così riassumere: i
mutamenti culturali nati dall’incontro fra colonialisti
europei o occidentali e popoli colonizzati sono stati di
dominio, strumentali o di emancipazione? la storia dei
colonizzati ha il giusto rilievo nella storiografia moderna di origine europea? il colonialismo ha liberato le
donne di colore contrastando i poteri patriarcali incontrati sul suo cammino? «ibridità» o «meticciato» - termini oggi di moda - hanno un significato univoco e positivo o velano nuovi e vecchi antagonismi?
Se volessimo indicare poi dei nomi (molti non
sempre noti in Italia e che spesso si fa ancora fatica a
pronunciare) dei protagonisti di questo filone di ricerca, potremmo fare quelli di romanzieri, come Salman
Rushdie, Garcia Marquez, George Lamming, Sergio
Ramirez, Ngugi Wa Thiongo, di poeti come Faiz Ahmad Faiz, Mahmud Darwish, Aimé Césaire, di teorici
e filosofi della politica come Fanon, Cabral, Syed Hussein Alatas, C.L.R. James, Ali Shariati, Eqbal Ahmad,
Abdullah Laroui, Omar Cabezas; e un gran numero di
altre figure.
Tra i più noti a livello internazionale abbiamo
Edward Said, di recente scomparso. Palestinese di origini, in una sua importante opera, Orientalismo, pubblicata nel 1978, Said ha documentato come la conoscenza coloniale dell’Oriente (il Medio oriente attuale),
alimentata da varie discipline (filologia, storia, antropologia, filosofia, archeologia e letteratura) e circolata
in Europa per secoli, non sia stata neutra o oggettiva
come pretendeva, ma un’ideologia che ha fatto da supporto ideale alla violenza materiale del colonialismo
moderno. Ma vanno ricordati anche gli studi di Valentine Mudimbe sull’impronta lasciata dal colonialismo
nei concetti di «Oriente» e «Africa»; di Jean Loup Amselle e Elikia M’Bokolo, che sempre all’esperienza colonialista e non alla naturalità, come di solito si crede,
fanno risalire la categoria di «etnia»; di Arjun Appadurai, che ha studiato il legame tra procedure di classificazione e dispositivi di sfruttamento risalenti al partage
coloniale [spartizione territoriale] e la loro influenza
sul calendario e l’organizzazione sociale del tempo; e
delle femministe Chandra Talpade Mohanti, Ania Loomba e altre che analizzano le interazioni tra differenze «razziali», culturali e di genere.
Si tratta di ricerche eterogenee: «un attraversamento dei confini, una sorta di contrabbando incontrollato di idee» tra le specializzazioni accademiche,
l’ha definite lo stesso Said. Nate dalla confluenza di
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correnti di pensiero fino ad anni recenti separate o in
contrasto tra loro (marxismo, femminismo, decostruzionismo filosofico, antropologia culturale), spaziano
dalla letteratura alla storia, alla psicanalisi,
all’economia. Ad esse collaborano reti di studiosi europei e occidentali, ma anche asiatici, caraibici, latino
americani o africani. Tutti influenzati in vari modi da
Marx, da Gramsci, dallo strutturalismo e dal poststrutturalismo dei francesi Derrida, Foucault, Barthes,
Althusser; ma anche da Martin Bernal, autore di Atena
nera, un libro importante del 1991 sulla centralità della
storia dell’Egitto nero per la civiltà della Grecia antica,
che gli studi accademici nell’Ottocento avevano cancellato per dare all’Europa un’eredità bianca ellenistica
e – per il progetto dei Subaltern Studies - dagli storici
britannici come E. P. Thompson e E. Hobsbawm.
Sulla scia di questi autori, gli studiosi postcoloniali hanno criticato gli aspetti eurocentrici
dell’Illuminismo; e insistito sul fatto che il soggetto
conoscente dei popoli “altri” è stato colonialista, bianco e maschio, ha incorporato idee indigene per rafforzare il proprio dominio (gli ingegneri britannici in India poterono realizzare ponti e dighe consultando gli
esperti locali), elaborato immagini di africani, turchi,
musulmani o «abitanti dell’India» in modo da rafforzare il cliché di un’Europa e di un Occidente differenti e
più civili del “resto del mondo”. Hanno anche documentato che, intrecciando fatti e finzioni, la vasta letteratura di viaggio prodotta dagli scrittori “imperiali” e
la stessa scienza moderna hanno edificato una visione
razzista dell’umanità di stampo eurocentrico fin dal
Settecento; e che la stessa teoria dell’evoluzione di
Darwin ha fatto da base a varie ideologie di supremazia
razziale dalla fine dell’Ottocento ad oggi.
Questa indispensabile e ampia premessa sul
«postcolonialismo» dovrebbe invogliare alla lettura
del n. 23 della rivista DeriveApprodi, uscito nell’ormai
lontano giugno 2003. Il numero contiene articoli
d’inchiesta a carattere regionale e di taglio militante
(dalla Kabylia alla Nigeria, al Sudafrica post-apartheid,
all’Argentina delle «fabbriche sociali», ecc.) proprio
sugli attuali «movimenti postocolinali». Ma per un preliminare inquadramento teorico dell’argomento appaiono utili soprattutto sette saggi e un’intervista. Li
elenco indicando la pagina: Sandro Mezzadra, Federico
Rahola, La condizione postcoloniale, p. 7; Nirman Puwar, Parole situate e politica globale, p.13 ; François
Cusset, Il dominio è di ogni colore, intervista a Gayatry
Chakravorty Spivak, p. 20; 25, Dipesh Chakrabarty,
Dopo i Subaltern Studies: globalizzazione, democrazia
e futuri anteriori, p. 25; Marcello Tarì, Gli Studi Subalterni (e postcoloniali) ci riguardano?, p. 32; 37, Robert J.C. Young, Germinazioni postcoloniali: da Bandung a L’Avana, p. 37; Yann Moulier Boutang, Ragione meticcia, p. 50; Miguel Mellino, L’ora delle diaspore. Genealogia di un soggetto postcoloniale, p. 54.
Due unici appunti critici: 1) la rivista per ciascuno degli autori si limita a indicare solo l’università
in cui opera e una lista non ragionata di riferimenti bibliografici, senza andare incontro alle difficoltà o alla
curiosità di lettori non specialisti, che per un tema in
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
Italia trascurato avrebbero bisogno di un apparato di
note necessariamente puntiglioso e non essere immessi
quasi di botto nel dibattito dei piani alti della cultura
transnazionale; 2) la grafica, che privilegia la fotografia, risulta alquanto disordinata, priva di didascalie e
sembra riempire dei vuoti o in alcuni casi poco coerente con il contenuto dei testi.
Il mio “giro di giostra” è stato necessariamente selettivo e, nel renderne qui conto, mi soffermo su
due questioni: 1) la ricerca storica dei Subaltern Studies e 2) la problematica legata al concetto di differenza, in particolare quella di genere, per concludere con
3) un sunto critico del saggio introduttivo di Mezzadra
e Rahola:
1) I Subaltern Studies prendono di petto il carattere astrattamente universale della storiografia moderna, europea e occidentale. Questi ricercatori, rileggendo al di fuori dell’ideologia del «terzomondismo»
degli anni ’50-’60 i classici dell’anticolonialismo (Fanon, Césaire, Senghor, ecc.), vogliono riportare in superficie la «molteplicità di storie» che il colonialismo
ha travolto o disposto in una successione per «stadi»
(popoli primitivi-popoli civilizzati; paesi sottosviluppati-paesi sviluppati) allo scopo di ricondurle a un’unica
Storia, quella regolata dall’idea astratta di Progresso.
Fondatore dei Subaltern Studies è stato Ranajit Guha, storico ed economista indiano. Egli ha analizzato le insurrezioni e le forme di resistenza delle masse
contadine e dei poveri nell’India coloniale dal Settecento al Novecento. E ha contrapposto le altre storie
dei gruppi ritenuti marginali (donne, minoranze, rifugiati, esiliati, ecc.) non solo a quella scritta dal punto di
vista dei colonizzatori inglesi, ma anche a quella
dell’élite indiana che ad essi si contrappose (Gandhi,
Nehru, Jinnah).
Mosso da grande passione politica e convinto
– come scrive Said - che «riscrivere la storia indiana
oggi sia una prosecuzione con altri mezzi della lotta tra
le masse indiane e il Raj [sovrano, sovranità, dominio
coloniale] britannico», per riportare alla luce tali storie
alternative, ignorate o soppresse dalla storiografia ufficiale, Guha è ricorso a fonti diverse, come la raccolta
di memorie popolari (storia orale), o ha reinterpretato i
documenti dell’amministrazione coloniale, le testimonianze pubbliche e private, le lettere, i documenti
commerciali.
È sorprendente, come fa presente Marcello
Tarì nel suo articolo, l’inconsapevole parentela tra questo metodo d’indagine storica e le ricerche sviluppatesi
dopo il 1945, soprattutto nel Meridione d’Italia e a partire dai lavori di Ernesto De Martino e poi di Cirese, Di
Nola e Bosio. Né si deve trascurare che lo stesso termine ‘subalterni’ emblema di questi studi, oggi quasi
scomparso dal nostro lessico politico, sia stato ripreso
da Gramsci, che l’aveva coniato al posto di ‘proletario’
per sfuggire alla censura dei suoi carcerieri fascisti. Ed
è anche da notare che il termine era un ampliamento
del più ristretto concetto marxiano di ‘classe’, di solito
riferito esclusivamente alla classe operaia industriale e
quindi metropolitana, cioè dei paesi colonizzatori e che
era implicitamente opposto al termine ‘dominante’ (o
78
‘élite’), riferibile ai gruppi di potere in genere (nazionali o internazionali o oggi transnazionali). Ranajit Guha, da parte sua, l’ha ridefinito e attualizzato, intendendo per ‘subalterno’ un gruppo che si trova escluso dai
diversi flussi di mobilità sociale e che per questo non
risponde più di niente.
Un altro studioso importante è Dipesh Chakrabarty, che nel suo Provincializing Europe (La provincializzazione dell’Europa), ha criticato lo «storicismo» di origine europea e la sua pretesa di ordinare
cronologicamente per stadi il tempo storico. Per lui
l’esperienza del capitalismo europeo e occidentale non
è riuscita a diventare sistema-mondo (Wallerstein) e
non ha cancellato le «forme difformi» del lavoro riducendole tutte al lavoro salariato. (Su tale questione - tra
l’altro - fondamentale è la ricerca di Yann Moulier
Boutang, Dalla schiavitù al lavoro salariato, pubblicato da manifestolibri nel 2002).
Chakrabarty sostiene che, proprio nel momento in cui Europa e Occidente continuano a pensarsi
come «centro» del mondo e pare realizzarsi la sua «occidentalizzazione», il loro destinao sarà quello di diventare definitivamente una «provincia». La crisi del
loro dubbio e ambiguo universalismo è di fatto riscontrabile nel fatto che i loro confini diventino sempre più
«porosi» e non fermano più i codici «coloniali» che
filtrano all’interno dei loro territori una volta «metropolitani». Sono dunque proprio i tempi storici, che il
moderno capitalismo ha incontrato sulla sua strada e ha
creduto di poter relegare al passato, a riemergere oggi
disordinatamente in una specie di «esposizione universale», ibridandosi e coesistendo. E al posto del mitico
Progresso, fondato su presunte leggi storiche necessarie, Chakrabarty vede la possibilità di costruire un
nuovo linguaggio dell’universale, ibrido e meticcio
stavolta, e sgravato dalle ipoteche del dominio coloniale o postcoloniale solo in una prassi di uomini e donne
che abitano il pianeta con la loro irriducibile molteplicità.
2) Il secondo fondamentale filone degli «studi
postocoloniali» utilizza il concetto di differenza (materiale, politica, culturale) per sottolineare tutte quelle
differenze occultate, appannate o deviate, forse in modi
irrecuperabili, dal colonialismo.
Richiamandosi al metodo «genealogico» di
Foucault in rotta col progressismo storicista, gli studi
postcoloniali ritengono la modernità impensabile «senza riferirsi alla violenza costitutiva, originaria delle colonie». Era una tesi sostenuta negli anni Sessanta da
Fanon e Malcom X, che oggi viene ripresa accentuando
l’immediato carattere politico che le differenze assumono sulla scena globale contemporanea e mettendo
in discussione «ogni logica binaria e ogni discorso potenzialmente assoluto o assolutizzante».
Su questa base si muovono le studiose femministe postcoloniali come Spivak, Chandra Talpade Mohanti, Ania Loomba e altre. Esse hanno messo in luce
come il colonialismo, ora in competizione ora in complicità con il patriarcato presente nei paesi conquistati,
ha occultato le differenze di genere, di cui riaffermano
con forza il valore, arrivando a criticare persino alcuni
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
canoni del femminismo occidentale, accusato di presentare la «donna del Terzo mondo» o in modi mitici o
secondo il paradigma statico della donna vittima.
In particolare Gayatri Chakravorty Spivak, indiana di nascita ma trasferitasi negli Usa, analizzando
la figura della vedova indiana che s’immolava sulla pira del marito morto nel rito del sati [*], mostra come il
colonialismo, che ha prima stigmatizzato culturalmente quella pratica e poi l’ha abolita per legge, ha solo
ottenuto che uomini bianchi si potessero presentare
come salvatori di «donne scure da uomini scuri». E afferma che la «donna di colore» è stata oppressa sia dal
colonialismo che dall’anticolonialismo entrambi patriarcali.
A riprova del fervido dibattito presente
all’interno stesso degli studiosi postcoloniali possiamo
considerare un saggio della stessa Spivak, Can the Subaltern speak? [Può il subalterno parlare?] del 1985.
Esso sottolinea alcuni limiti delle ricerche di Said e
Guha. Per Spivak, infatti, è vano interrogare i testi
scritti di narratori “imperiali” (come, ad esempio, Conrad) o i documenti delle amministrazioni coloniali per
trovarvi indizi della resistenza dei subalterni. Per lei
non è più possibile ascoltare la voce dei subalterni, irrimediabilmente alterata o occultata dal dominio coloniale.
E, pur non svalutando l’impegno politico di
quanti rendono visibile la posizione dei marginalizzati,
la studiosa si mostra ostile a quanti tendono a «romanticizzare le culture indigene» e critica la nostalgia delle
origini perdute, che alimenta tanti risorgenti nazionalismi. Per Spivak sono le donne proletarizzate del Sud
del mondo la figura emblematica del «nuovo sulbaterno» nel mondo globalizzato. Per lei e le altre femministe, dunque, nel «postcolonialismo» le differenze razziali, culturali e di genere producono «forme nuove e
incomparabili di segregazione e assoggettamento» rispetto ai paesi occidentali, ma anche inedite «pratiche
di differenza e di resistenza al patriarcato, al razzismo e
allo sfruttamento».
Da questa prospettiva, esse criticano duramente anche le forme odierne di «imperialismo benevolo»,
come quello delle occidentali che cercano di attenuare
le sofferenze dei bambini e delle donne povere o di
raccogliere storie di sofferenze dei bambini, dei sex
workers [lavoratori del sesso a disposizione dei turisti]
o delle donne che lavorano nelle zone di libero scambio. E citano come esempio di eurocentrismo duro a
morire l’episodio di quel gruppo di ministre del governo laburista inglese che, dopo la guerra in Afghanistan
seguita all’attentato alla Torri gemelle, hanno sollevato
la questione del burkha [velo delle donne afghane], in
nome della «solidarietà con le loro sorelle afgane», ma
senza mai aver consultato le donne musulmane.
3) Per ultimo, il saggio introduttivo di Mezzadra e Rahola offre utili chiavi interpretative per districarsi nel calderone confuso degli «studi postcoloniali».
Essi definiscono il nostro come «tempo postcoloniale», caratterizzato soprattutto dalla trasformazione del rapporto una volta univoco tra metropoli e
colonie.
E
danno
merito
ai
classici
79
dell’anticolonialismo di aver evidenziato la cesura irreversibile che le lotte anticoloniali, con la loro dimensione immediatamente globale e nonostante lo scacco
subito da tutti i regimi politici a cui hanno dato vita,
hanno portato nella storia contemporanea, mettendo in
crisi per sempre l’idea che il tempo e lo spazio delle
colonie fossero altri da quelli della metropoli.
Mezzadra e Rahola valorizzano l’intuizione di
Aimé Césaire, che nel 1955 «invitava a cogliere nel
fascismo una forma di colonialismo abbattutati
sull’Europa nel momento in cui sembravano esauriti i
territori oltremare da conquistare». I due studiosi portano anche altri esempi che dimostrano la compenetrazione crescente fra periferie coloniali e metropoli: le
origini bengalesi delle impronte digitali studiate da
Carlo Ginzburg in un suo saggio del 1979; la mitragliatrice, usata la prima volta nella guerra civile americana,
bandita poi dalle guerre che si svolsero in Occidente e
che ebbe un ruolo decisivo nella conquista dell’Africa,
nelle ultime campagne contro gli indiani d’America o
contro gli scioperi operai di fine Ottocento, prima di
essere utilizzata nei campi di battaglia della Grande
guerra. E lo stesso, aggiungono, «vale per un altro dispositivo di dominio tipicamente coloniale, il campo di
concentramento».
Le simpatie di Mezzadra e Rahola vanno a
Lumumba, alla tradizione del black marxism e a quel
Fanon, che nel 1961 nei Dannati della terra parlava
della «scoperta dell’uguaglianza» come di un motore
dell’insurrezione anticoloniale che poteva scardinare il
«mondo a scomparti» tipico dell’epoca del colonialismo e che considerava l’Europa «letteralmente una
creazione del Terzo Mondo», nel senso che la ricchezza materiale e la forza lavoro delle colonie, «il sudore e
i cadaveri dei neri, degli arabi, degli indiani e delle razze gialle» avevano sostenuto per secoli la sua «opulenza».
Essi contestano perciò la tesi «neocolonialista» a cui abbiamo sopra fatto cenno. A loro avviso essa riaffermerebbe la «soggettività imperiale» come unica e assoluta protagonista della storia del Novecento
e ridurre le fondamentali lotte anticoloniali a qualcosa
di inconsistente che non ha scalfito la «trama lineare di
una storia di dominio e di sfruttamento ininterrotti»,
come se i «subalterni» siano inevitabilmente un soggetto fuori della storia e - come pensavano i teorici della
Socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento - ogni atto
rivoluzionario non possa che nascere dall’Occidente.
Restando nella dimensione del «neocolonialismo» e dei suoi concetti di «sviluppo», «sottosviluppo», «dipendenza», si rischia per loro di accettare le
devastanti politiche «neoliberiste», come fanno certi
governi, compreso quello del Sudafrica post-apartheid,
che puntano sulla ineluttabilità e positività dello «sviluppo», o di ritenere «reazionarie» le nuove lotte politiche, come quelle narrate ad esempio da Aswin Desai in
We are poors.
Il discorso sul «postcolonialismo» si distanzia
perciò da quella che essi definiscono «la lamentosa retorica della occidentalizzazione o della cocacolonizzazione» ed è da essi inteso come un «sintomo
che insiste» nel presente (Santner), impedendo di ricu-
Poliscritture/Sulla giostra delle riviste
cire la discontinuità introdotta dalle lotte anticoloniali
nella storia del Novecento.
Mezzadra e Rahola si soffermano anche sulle
critiche che hanno suscitato gli studi postcoloniali e
danno particolare rilievo a quelle di Zizek, Fardt e Negri, i quali hanno parlato appunto di romanticismo
nell’insistenza dei Subaltern Studies su storie multiple
e frammentate e del rischio che la comprensione della
mondializzazione come fatto unitario e con una sua
strategia globale verrebbe indiebolita
Tuttavia per i due autori «l’insistenza postcoloniale su categorie come meticciato, sincretismo e
ibridità costituisce una salutare boccata d’aria fresca» e
si può concordare con loro che le critiche mosse ai postcolonialisti anche quando non immotivate, spesso
ripropongono in modi mascherati i vecchi pregiudizi
eurocentrici che questi studiosi hanno giustamente contestato.
In conclusione, tranne per i due limiti sopra
indicati, il lavoro di questo numero di DeriveApprodi è
pionieristico e degno di grande attenzione.
*sati È l’usanza indiana del sacrificio rituale delle vedove. Esse venivano arse o si facevano ardere vive sulla pira funebre del marito alla morte
di lui. Il termine indica sia l’uso indiano del sacrificio delle vedove sia il loro corpo sulla pira
Redazione:
Ennio Abate, Luca Ferrieri,
Ornella Garbin, Donato Salzarulo,
Antonio Tagliaferri, Pier Paride
Vidari
,i
Hanno collaborato al numero
prova:
Andrea Boeri, Luciano De Feo,
Mariella De Santis, Marco
Gaetani, Marcello Guerra,
Loredana Magazzini, Marina
Massenz, Mario Mastrangelo,
Fabrizio Podda, Daniele Santoro,
Sergio Rotino, Giulio Stocchi,
Franco Tagliafierro
Impaginazione grafica:
Ornella Garbin, Luca Ferrieri
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