Università di Ferrara I Quaderni del MuSeC Tesi di perfezionamento 2004 SOMMARIO 1. Aspetti economico – gestionali riscontrabili in un sistema a rete (Davide Angiolillo) .................................................................................... 4 2. Beni intangibili: risorse che generano valore aziendale. Il caso di una casa editrice di cultura (Laura Berti)............................................. 11 3. Le possibilità offerte dalla progettazione europea per la realizzazione di un Centro Universitario di Ricerca e Didattica sul Patrimonio Culturale (Federica Danesi)............................................... 21 4. Archeologia industriale: museo, ecomuseo, museo virtuale. Quale soluzione? Il caso del Museo di Archeologia Industriale di Monfalcone (Lorena De Biasio).................................................................................. 41 5. Scelte strategiche nelle logiche di finanziamento dei musei di ente locale con ingresso gratuito. Opportunità o meno di introduzione del biglietto o di un sistema di membership, alternativo o complementare all’ingresso a pagamento (Irene di Ruscio) ........................................... 65 6. Management e Ville Venete (Silvia Fiorini)...................................... 72 7. Gli indicatori di rilevazione degli “intangibili”nei musei universitari (Ruggero Francescangeli) ...................................................................... 78 8. Spunti d’analisi per una nuova lettura organizzativa del MusArc (Sandra Garimberti)................................................................................ 89 9. La riorganizzazione e valorizzazione della Pinacoteca e Museo civici di Camerino: dalla nuova sede a punto nevralgico e informativo della nascente rete museale dell’alto maceratese (Barbara Mastrocola)...... 94 10. La responsabilità sociale dell’impresa (Paola Melle)................... 103 11. Il benchmarking come strumento per l’analisi e il controllo della performance delle organizzazioni culturali: il caso dei Comuni della Provincia di Forlì-Cesena (Rebecca Levy Orelli) ................................ 110 2 12. Nuove politiche regionali per i musei - L’applicazione degli standard di qualità in Veneto (Giulia Romagnolo) ............................ 134 13. Importanza e implicazioni della comunicazione esterna dei musei (Barbara Zappaterra)............................................................................ 141 3 1. Aspetti economico – gestionali riscontrabili in un sistema a rete (Davide Angiolillo) La gestione dei musei pubblici non statali propone molti problemi legati alla mancanza di autonomia (non solo economico gestionale, ma anche organizzativa). La maggior parte di tali musei è, infatti, gestita in economia, come ripartizione interna degli uffici della regione, della provincia o del comune. Negli ultimi tempi, tuttavia, molti enti locali stanno valutando sia l’opportunità di passare dalla gestione diretta delle singole istituzioni ad un assetto diverso, scelto tra quelli ammessi dalla normativa, sia quella di procedere ad una più spinta “privatizzazione”, anche in considerazione di possibili limiti organizzativi derivanti dalla gestione in economia. I modelli istituzionali più tipicamente usati per i musei pubblici non statali sono l’Istituzione, la Fondazione di partecipazione e le reti museali. Per quanto riguarda la specificità di questa tesi ci si limiterà ad analizzare le forme a rete, che ci sembrano il modello più utile da applicare ai musei della provincia di Foggia. Molti dei musei degli enti locali, tra cui troviamo la miriade dei musei civici italiani, sono di piccole dimensioni. Per la maggior parte dei civici, ad eccezione di alcune importanti sedi museali di città di maggiori dimensioni, si pone il problema della mancanza della convenienza strategica e organizzativa alla costituzione di un ente autonomo. D'altra parte, anche attraverso la gestione in economia, per questi istituti potrebbe essere complesso sia ottenere le risorse per erogare al pubblico servizi qualitativamente adeguati, sia avere la possibilità stessa di svolgere funzioni di natura specialistica qualora non vi siano le condizioni per impiegare a tempo pieno nel museo una risorsa professionalmente qualificata. In simili circostanze potrebbe essere più opportuno puntare a raggruppare in un’unica istituzione la gestione integrata di diverse sedi museali sparse sul territorio creando una rete di musei che, salvaguardando le specificità culturali dei singoli contesti, permetta loro al contempo di dotarsi di idonee strutture gestionali. La rete, definibile come “una trama di relazioni non competitive che commette entità autonome in assenza di controllo e direzione unitaria”1, può consentire, seguendo la via del coordinamento tra diverse organizzazioni museali, la produzione congiunta di determinate attività. In questo senso le reti museali configurano delle collaborazioni strategiche, finalizzate al miglioramento del grado di raggiungimento degli obiettivi delle istituzioni partecipanti. Ovviamente tali reti non costituiscono una specificità dei musei degli enti locali, ma possono essere utilmente impiegate anche per i musei statali e/o per i musei privati. La specificità in termini di dimensione media, numero di visitatori, diffusione sul territorio, affinità culturali che caratterizzano le istituzioni museali di province e comuni, tuttavia, hanno reso queste ultime un terreno ideale per la sperimentazione di simili modalità innovative di gestione. Non a caso, la maggior parte dei sistemi museali attualmente esistenti in Italia sono appunto costituiti da musei con tale caratterizzazione proprietaria. Da un punto di vista teorico possono essere individuati almeno tre vantaggi derivanti dalla costituzione di una rete museale. In primo luogo il perseguimento di una maggiore efficienza economica nella produzione dei servizi. Le reti consentono, infatti, di ridurre l’incidenza dei costi fissi totali, distribuendoli su un numero maggiore di utilizzatori. Diventa così possibile aumentare la gamma dei servizi offerti senza incorrere in un aumento proporzionale di costi e sviluppare attività che le singole istituzioni da sole non avrebbero potuto intraprendere. In secondo luogo vi sono vantaggi come il coordinamento nella formazione del personale, l’ampliamento della visibilità dell’offerta museale, una più efficace programmazione degli interventi ad esempio di restauro, catalogazione, ecc. ma anche lo scambio di informazioni, la creazione di occasioni di confronto, il miglioramento dell’immagine e del prestigio del museo. In 1 Bagdadli 2001, 2. 4 questo contesto si inserisce anche la possibilità di riuscire ad accedere, attraverso la cooperazione, a forme di finanziamento altrimenti non perseguibili. In terzo luogo vi è la possibilità di valorizzare in maniera più soddisfacente un determinato sistema territoriale. Le reti, infatti, permettono con una relativa semplicità di aggregare non solo istituzioni museali, parchi archeologici e monumentali, ecc. ma anche altri attori della filiera turistico – culturale. Si pensi ad esempio alla possibilità di creare relazioni tra musei, alberghi e tour operator, studiando forme di facilitazione alla fruizione per i turisti (come: sconti particolari, prevendita di biglietti, prenotazione di visite guidate per gruppi, tessere valide per più musei), ma anche iniziative di tipo diverso, volte ad esempio a migliorare la ricettività, la segnaletica, la viabilità di una data area. Affinché vi sia convenienza, tuttavia, i vantaggi derivanti dalla rete devono compensare i costi di coordinamento e di funzionamento. Diverse sono le modalità di coordinamento che possono essere utilizzate dai musei. Nel caso di collaborazioni nel campo artistico – scientifico (studio e ricerca, inventariazione e catalogazione, esposizione, mostre, restauro, didattica, ecc.) è più probabile che si opti su strutture organizzative flessibili; nel caso invece di collaborazioni nel campo amministrativo gestionale (gestione del personale, comunicazione, raccolta di fondi, servizi al pubblico, ecc.) verranno in genere impiegate forme più complesse, che prevedano magari una struttura centrale, in funzione della maggiore complessità del coordinamento dei compiti da svolgere. La scelta tra le diverse modalità organizzative non è indifferente ai fini pratici, dal momento che un rischio tipico delle reti è quello di generare strutture poco funzionali, che invece di generare vantaggi producono nuovi problemi e conflitti decisionali. Possono essere ipotizzate diverse soluzioni che permettono la cooperazione, il coordinamento e la gestione di servizi in forma associata tra più musei, pur se dipendenti da enti locali diversi. Ad esempio con la sottoscrizione di una convenzione il servizio pubblico viene erogato specificatamente da un comune, ma nell’interesse anche degli altri enti locali sottoscrittori. Le convenzioni potrebbero prevedere sia la costituzione di uffici comuni operanti con personale distaccato dagli enti partecipanti a cui affidare l’esercizio di funzioni pubbliche, sia la delega di funzioni da parte degli enti partecipanti a favore di uno di essi che opera anche per conto degli altri. Con la costituzione di un consorzio, invece, tutti gli enti locali consorziati sono coinvolti nell’erogazione del servizio. Nel caso di un sistema a rete di carattere provinciale, gli enti locali che lo compongono saranno i soggetti responsabili della gestione dei servizi, mentre la regione, in qualità di soggetto dotato di poteri legislativi, dovrebbe accentuare il suo ruolo di governo, di regolatore della programmazione e di coordinatore delle attività degli enti locali. Molte regioni si sono già mosse in questo senso, l’Emilia Romagna, la Toscana, l’Umbria avendo leggi regionali all’avanguardia in questo campo sono anche quelle in cui sono presenti attualmente le esperienze più all’avanguardia: si pensi al sistema museale della provincia di Ravenna, della provincia di Modena, al sistema dei musei senesi, al sistema museale umbro.2 L’idea di attivare un sistema museale nella provincia di Ravenna nacque intorno ai primi anni Novanta in un’ ottica di promozione e valorizzazione dei beni culturali e sotto la spinta della regione Emilia Romagna. Forte era infatti l’esigenza di fornire un supporto a tutti gli istituti che non riuscivano ad ottenere risorse finanziarie, tecniche e umane non solo per la realizzazione di progetti che richiedevano un livello di professionalità ampio, ma anche per lo svolgimento delle normali attività museografiche. Con queste premesse nel corso del 1997, la provincia invitò gli enti locali e i privati titolari di musei, ad aderire a un sistema che fosse aperto a tutti quei musei regolarmente funzionanti e fruibili al pubblico anche in modo discontinuo. 2 Chirieleison 2003, 220 – 225. 5 Il sistema si proponeva di promuovere: un servizio coordinato di informazione sulle attività museali del territorio (calendari di eventi culturali, mostre e iniziative temporanee); una rete di collaborazioni e di consulenze che permettano una riqualificazione dell’offerta museale tale da produrre cambiamenti nella valorizzazione e nella fruizione del patrimonio culturale provinciale; attività editoriali tese a produrre opuscoli, guide didattiche e una rivista periodica da diffondere anche per via informatica. Sempre il sistema avrebbe dovuto proporre alla provincia programmi di aggiornamento ed informazione per operatori museali e costituire un punto di riferimento per tutti coloro che si occupavano di valorizzazione del patrimonio museale e di didattica nel territorio provinciale. L’intenzione della provincia era quella di delineare un sistema che valorizzasse le singole istituzioni e creasse percorsi significativi per i visitatori, trasformando realtà spesso squisitamente locali e di piccole dimensioni in un’organizzazione di livello più alto. Ciò significava creare canali di comunicazione tra i musei, in un gioco di riferimenti e di tematiche comuni, capace di fornire un surplus di significato e di valore alle singole realtà di cui si componeva la rete.3 Il sistema museale opera dunque su diversi livelli di intervento che vanno dal coordinamento, alla promozione e valorizzazione dei musei, alla schedatura e catalogazione dei reperti museali, alla conservazione e alla didattica e formazione del personale. Per fare ciò si avvale della consulenza del comitato scientifico, composto dai responsabili provinciali del progetto nonché dai direttori di tutte le 20 istituzioni culturali coinvolte. Una caratteristica di tutte le iniziative realizzate è stata quella di essere discusse e progettate all’interno del comitato scientifico che prende collettivamente decisioni comuni in base alle reali necessità dei musei partecipanti. Ogni museo mantiene la propria autonomia per la gestione complessiva delle attività di esposizione, conservazione e restauro; il contributo che dà al sistema è quello di condividere capacità progettuali ed esperienze nella definizione delle linee guida, delle iniziative e delle attività congiunte e nella realizzazione della rivista. Bisogna sottolineare, quindi, che la rete non si occupa delle esigenze specifiche di un singolo museo, ma persegue un interesse generale e collettivo. Lo scambio di informazioni e competenze, tuttavia, non avviene ancora direttamente fra i musei, ma solo nell’ambito dei comitati e perciò con la mediazione della Provincia. Le iniziative approvate dal sistema museale provinciale all’interno del comitato scientifico vengono finanziate con i fondi degli enti proprietari, con fondi a carico della Provincia e con i trasferimenti della Regione. Non essendo prevista una quota fissa di partecipazione dei singoli musei, i comuni e gli enti collaborano sia versando una quota variabile di anno in anno a secondo dei progetti, sia mettendo a disposizione spazi e attrezzature dei rispettivi musei e soprattutto attraverso la partecipazione attiva dei propri collaboratori alla progettazione ed elaborazione delle iniziative del sistema. Uno dei principali risultati conseguiti dalla rete è stato la collaborazione fra comuni e provincia nei riguardi dei progetti di catalogazione, schedatura, ricerca, promozione e valorizzazione del territorio, formazione e didattica. Difatti i servizi di informazione e didattica sono stati ampliati, la catalogazione delle opere di tutti gli istituti è in via di completamento e sono stati raggiunti gli standard minimi in termini di dotazione e di strutture, presupposto per un progressivo miglioramento della qualità dei servizi. Sono invece emerse delle difficoltà riguardo al coordinamento di tante differenti realtà museali, ognuna strettamente dipendente dalle politiche seguite dai comuni di appartenenza. A ciò si 3 Il ruolo che la provincia ha voluto assumere nel campo della cultura non è stato quello di organizzare eventi culturali o iniziative straordinarie nei quali sarebbe stata semplicemente un soggetto in più, aggiuntivo. La provincia, invece, aveva inteso sviluppare e consolidare il compito di promozione e valorizzazione dei beni culturali per il quale non aveva solo le competenze formali, ma anche la vocazione politica, e, soprattutto la capacità di guardare oltre le singole iniziative e le ottiche municipalistiche. 6 aggiunge un altro grande ostacolo riscontrato: quasi tutti i comuni o gli enti proprietari dimostrano una scarsa volontà di investire nel settore museale.4 In Toscana, sulla spinta della legislazione regionale, si verificarono due grandi momenti culturali: quello legato alle biblioteche e quello legato ai musei, nato in seguito alla legge regionale numero 89 del 1980 e che prevedeva la costituzione di reti museali. Lo scopo principale del sistema museale senese andava ricercato nella valorizzazione dei beni culturali e museali e, in particolare, nella progettazione di forme di coordinamento gestionale e promozionale delle varie realtà esistenti nel territorio provinciale attraverso la ristrutturazione, il riallestimento, la riorganizzazione dei musei stessi. La maggior parte delle istituzioni esistenti, infatti, si trovavano in condizioni piuttosto precarie, mancando di qualsiasi forma di servizio. L’intervento iniziale dell’amministrazione provinciale intese agire in questo senso cercando di ridurre il ritardo di alcune strutture rispetto ad elementi fondamentali quali l’arredo architettonico, il personale di custodia, la comunicazione con il pubblico e la stessa apertura dei musei. Il tutto con l’obiettivo di adeguare a standard minimi di accessibilità e comunicazione 25 poli museali differenti, distinti in tre sottosistemi: storico – artistico, archeologico, demo – etnoantropologico. Si trattava di un sistema museale provinciale in cui i musei aderenti mantenevano la propria autonomia gestionale e partecipavano ad esso contribuendo, insieme alla Provincia che svolgeva un ruolo di coordinamento, alla scelta delle più adeguate modalità di azione. In questo modo, gli istituti coinvolti avevano la possibilità di venire a diretto contatto l’uno con l’altro, scambiandosi competenze ed informazioni utili allo svolgimento dei propri compiti. Le iniziative relative alla rete nella sua totalità necessitavano del consenso di tutti, espresso nell’ambito del comitato di gestione, costituito da un rappresentante delle soprintendenze competenti, un rappresentante del sistema museale (proveniente dalla provincia), un rappresentante comunale, un rappresentante della proprietà nel caso dei musei storico – artistici della Chiesa e dai direttori delle istituzioni. È da rilevare che non tutti i musei del sistema avevano un direttore. In tal caso essi erano gestiti prevalentemente dal comitato stesso. Anche dove il direttore esisteva, il comitato di gestione poteva intervenire ma mentendosi però nell’ambito delle attività di competenza del sistema. Per partecipare al sistema, i comuni della provincia non avevano l’obbligo di pagamento di alcuna quota associativa; dovevano però sostenere le spese relative alla gestione ordinaria dei musei di loro proprietà e alla gestione degli appalti. In ciascuna istituzione, infatti, l’offerta di servizi al pubblico era data in appalto a società esterne, per lo più cooperative di promozione turistica dei comuni in cui esse erano presenti. La definizione delle attività comuni, la creazione del comitato di gestione ed in generale la gestione di tutto il sistema era stata affidata ad una convenzione stipulata nel 1997 tra la provincia di Siena, i comuni e le istituzioni culturali coinvolte. In più i comuni si erano trovati a dover interagire con cinque Curie arcivescovili proprietarie di strutture museali, il che aveva reso necessaria la stipulazione di un accordo fra questi soggetti per il godimento pubblico di questi musei. Gli obiettivi della convenzione stipulata tra tutti gli attori coinvolti riguardavano: il coordinamento con le istituzioni culturali di studio, di ricerca e di formazione esistenti sul territorio operanti nel settore museale e delle attività culturali connesse; il coordinamento e la promozione della realizzazione e dell’eventuale riorganizzazione funzionale ed espositiva dei musei della provincia; la creazione di itinerari turistici museali e culturali che potessero servire alla valorizzazione economica del territorio. L’obiettivo era quello di indirizzare l’utenza, concentrata prevalentemente a Siena, verso il territorio provinciale e di distribuire i flussi turistici in modo più omogeneo durante l’anno. L’attuazione del sistema museale, soprattutto all’inizio, aveva creato qualche problema, in particolare laddove si era trattato di intervenire in presenza di una realtà locale già organizzata e ben 4 L’analisi del sistema museale della provincia di Ravenna è stato fatto da Silvia Bagdadli, Anna Alemanni e Roberta Landini, noi abbiamo tratto le notizie che ci interessavano da Bagdadli 1997, 15 – 33. 7 radicata sul territorio. Le difficoltà erano sorte anche nei musei in cui mancava un referente diretto cui fare riferimento (vedi il direttore) e, di conseguenza, non esisteva un quotidiano controllo sull’andamento delle diverse attività ed iniziative. Un’ulteriore problema poteva nascere dalla grande varietà dei musei aderenti che presentavano bisogni ed esigenze specifiche le quali richiedevano interventi adeguati a ciascuna singola realtà. Fra le azioni prodotte dalla rete senese, si trovano: la pubblicazione di guide illustrate per ogni museo; riproduzioni che utilizzano iconograficamente il marchio del sistema, ad esempio magliette, ombrelli, borse, ecc.; la creazione di un logo comune associato a ciascuno dei musei aderenti e presente in ogni forma di comunicazione e promozione del sistema; la pubblicazione di depliant illustrativi, cataloghi e manifesti; l’ideazione di cartelli segnaletici dentro e fuori i musei. Le varie attività del sistema vengono finanziate dal sistema stesso attraverso i fondi della provincia, del Monte dei Paschi di Siena e dell’UE e attraverso i ricavi provenienti dalla vendita del merchandaising; ai comuni spettano invece i costi di gestione ordinaria e quelli per il personale. I risultati raggiunti dalla rete sono stati di: aumentare la qualità e la varietà dei servizi offerti all’utenza, sviluppare il senso di appartenenza alla rete, dare maggiore visibilità ad ogni partecipante, valorizzare il territorio della provincia, porre il sistema all’attenzione dei media, del turismo e della popolazione5. Dopo aver sintetizzato i sistemi a rete della provincia di Ravenna e della provincia di Siena, illustreremo il sistema museale regionale umbro che presenta delle peculiarità tutte sue, pur rientrando in quel programma legislativo indirizzato alle istituzioni museali, messo in atto da altre regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana. A seguito della legge regionale del 1990 che disciplinava la creazione del sistema museale umbro, la regione predispose un censimento dei musei e delle raccolte di riferimento regionale che portò all’individuazione di 120 istituzioni museali appartenenti ad enti locali, a privati, a comuni e ad istituzioni ecclesiastiche. A partire da questo censimento la regione ha aperto 39 musei, garantendone buoni standard scientifici e gestionali. Le prime attività svolte sono state rivolte alla riapertura delle strutture museali ed al riallestimento di strutture preesistenti e lasciate lentamente degradare da parte degli enti proprietari. Quello della riapertura dei musei era quindi il primo obiettivo e per il suo raggiungimento si agì in una duplice direzione: intervenendo con opere di ristrutturazione, allestimento, censimento, inventariazione e catalogazione dei beni e delle collezioni e la pubblicazione di una serie di cataloghi scientifici affidati a specialisti delle università. La seconda direzione di intervento riguardava la gestione dei musei, poiché risultava inutile finanziare la riapertura dei musei se poi gli stessi rimanevano chiusi perché i comuni o gli enti proprietari non avevano il personale o i fondi per la gestione. A tale scopo il sistema museale umbro si avvalse di una cooperativa fondata dai partecipanti al corso di formazione per operatori museali organizzato dalla regione. Questa cooperativa prese il nome di Sistema Museo e la sua attività principale era proprio quella della gestione dei servizi museali, attività caratterizzata da una scarsa redditività. Gli appalti di gestione garantivano infatti solo la sopravvivenza economica, ma non consentivano di produrre utili. Partendo da questa considerazione si è cercato di costruire delle altre possibilità di business attorno alla gestione museale investendo in due direzioni: la prima riguarda la produzione culturale all’interno dei musei, cioè l’organizzazione di eventi come mostre temporanee, concerti, teatro ecc.; la seconda riguarda i servizi educativi come la didattica museale, le visite guidate e la gestione dei bookshop. La gestione dei musei umbri è completamente delegata dalla regione a società e cooperative esterne formate da persone che hanno partecipato ai corsi per operatore museale organizzati dalla stessa regione. La Sistema Museo si occupa di tutta la gestione operativa dei musei, dal controllo dei sistemi di allarme ai servizi di biglietteria, dalla gestione dei bookshop alla custodia delle sale, dalla manutenzione ordinaria delle collezioni al controllo delle condizioni ambientali delle sale espositive 5 Bagdadli 2001, 51 – 64. 8 (umidità, luminosità ecc.). La regione in questo ambito svolge solo una funzione di controllo e di programmazione generale, curandosi delle attività di restauro e di riallestimento, cioè delle attività a maggiore caratterizzazione scientifica. La Sistema Museo svolge attività didattiche in tutte le strutture museali gestite. Le attività didattiche sul territorio umbro prevedono, a fianco di iniziative specifiche realizzate dai singoli musei, l’utilizzo di laboratori didattici. Sempre la cooperativa si occupa delle visite guidate e di realizzare attività promozionali e di marketing come: biglietti cumulativi; progettazione grafica e contenutistica di depliant, poster ecc. per tutti i musei; inserzioni su quotidiani e pubblicità sulle radio locali. Le attività relative alla gestione delle strutture vengono finanziate dalla trattenuta quasi totale dei ricavi derivanti dalla vendita dei biglietti e dalla gestione dei bookshop. Altra fonte di introiti deriva dalla fornitura dei servizi educativi. La terza e ultima fonte di finanziamento deriva da corrispettivi fissi delle amministrazioni comunali6. Le tre reti che abbiamo illustrato si presentano molto simili fra di loro. Innanzi tutto siamo in presenza di reti il cui rapporto fra le parti è formalizzato tramite convenzione, strumento che facilita i rapporti fra istituzioni che operano nella pubblica amministrazione e l’accesso ai finanziamenti. Le reti sono di grandi dimensioni: 25 musei per la provincia di Siena, 20 per Ravenna e 39 per l’Umbria. Sono caratterizzate da un’elevata centralizzazione, infatti tutte le reti considerate sono promosse dagli enti locali allo scopo di valorizzare, promuovere, migliorare l’immagine e i servizi, attraverso lo sfruttamento di economie di scala a livello di sistema. In molti casi infatti i musei sono di dimensioni minime e dunque non è ipotizzabile per i singoli proprietari svolgere neppure le attività vitali; spesso, prima della partecipazione alla rete, i musei erano chiusi o svolgevano un’attività molto ridotta. I vantaggi realizzati attraverso la costituzione di network sono legati al raggiungimento di standard minimi di qualità e allo sviluppo di iniziative di maggiore rilievo e qualità, all’incremento dei offerti, all’incremento dei visitatori e al rimando di pubblico fra le diverse realtà culturali. In tutti i casi illustrati, la partecipazione alla rete consente di accedere a risorse pubbliche, messe a disposizione agli enti promotori (provincia, regione) che destinano le loro risorse, a condizione che i progetti soddisfino standard minimi di qualità. Le motivazioni che spingono le singole istituzioni a partecipare alla rete sono connesse alla possibilità di accesso a risorse economiche. Altro stimolo alla costituzione delle reti risulta essere la similarità, che riguarda diversi aspetti. Innanzi tutto le reti descritte sono omogenee rispetto alla collocazione geografica, ovvero abbiamo network regionali (Umbria), e provinciali (Siena e Ravenna). Sono simili anche le condizioni organizzative, in quanto in molti dei network i musei sono di piccole dimensioni e spesso privi di personale per svolgere l’attività scientifica e gestionale (particolarmente vero per l’Umbria e Siena). Inizialmente l’attività dei network è costituita da interventi di restauro, ristrutturazione o riapertura delle sedi e di inventariazione; in seguito le reti svolgono per lo più attività di valorizzazione, promozione, informazione e comunicazione; lo sviluppo di un’immagine comune e la maggiore visibilità del sistema nel suo complesso diviene spesso uno degli obiettivi principali del network; la rete svolge inoltre attività di gestione e di amministrazione dei progetti comuni. La gestione dei servizi viene affidata in genere a cooperative (Umbria e Siena), che possono gestire in maniera centralizzata anche la didattica. Nel caso di Ravenna per la didattica è stato realizzato un laboratorio provinciale. La centralizzazione dell’attività scientifica si ha solo per quei sistemi dove le istituzioni non sono dotate di personale specifico (per esempio, il sistema umbro). Lo sviluppo di un progetto di rete e la scelta dell’assetto istituzionale deve partire dall’esame della consistenza del patrimonio culturale e delle realtà produttive e di servizi presenti sullo specifico territorio. Inoltre deve essere chiaramente definito il progetto culturale della potenziale rete, ovvero gli obiettivi da raggiungere e le attività da svolgere in comune. Solo sulla base di questi elementi sarà possibile definire il tipo di rete da costituire, stabilendone l’estensione geografica, il numero 6 Bagdadli 2001, 65 – 88. 9 dei musei da coinvolgere, l’omogeneità o disomogeneità delle collezioni, i meccanismi di coordinamento, l’assetto istituzionale. Nel caso di istituzioni museali numerose e diffuse su territori vasti è preferibile che la rete includa istituzioni della stessa specie (soltanto musei, per esempio) e, al crescere della complessità delle attività da gestire in comune, anche con collezioni omogenee (solo musei archeologici). Non è possibile, per esempio, lavorare sull’innovazione o sullo scambio di informazioni se una rete vuole includere più di 30 musei. Rispetto ai meccanismi di coordinamento prescelti, legami informali o reti debolmente accentrate presentano il vantaggio di superare le resistenze delle istituzioni che ricercano la loro autonomia. Forme più accentrate, come l’azienda integrata, permettono una maggiore efficienza gestionale, a scapito però di una ridotta autonomia delle istituzioni, e potrebbero causare potenziali conflitti. Concludiamo osservando che la valorizzazione di un territorio attraverso i suoi “giacimenti culturali” messi in rete può rendere maggiormente solo se esiste un progetto di rilancio del territorio stesso, che coinvolga differenti istituzioni (culturali, di servizio, turistiche ecc.). BIBLIOGRAFIA S. Bagdadli, Il Museo come azienda. Management e organizzazione al servizio della cultura, Milano 1997. A. Moretti, La produzione museale, Torino 1999. S. Bagdadli, Le reti di musei. L’organizzazione a rete per i beni culturali, Milano 2001. C. Chirieleison, La gestione strategica dei musei, Milano 2002. M.L. Tomea Gavazzoli, Manuale di museologia, Milano 2003. Davide Angiolillo Museo Civico di Lucera (Foggia) 10 2. Beni intangibili: risorse che generano valore aziendale. Il caso di una casa editrice di cultura (Laura Berti) Intangibles e valore aziendale: una veloce panoramica Partendo dalla definizione dello Studio della Commissione europea sulla misurazione degli intangibili – che ha avuto come obiettivo quello di analizzare le questioni contabili e reportistiche e le connesse opinioni di attori chiave in materia di intangibili – ovvero la definizione di “fonte di benefici futuri non dotata di corporeità fisica”, si è cercato di analizzare, attraverso la letteratura degli ultimi anni, il tema del capitale intellettuale, oggi ritenuta risorsa più che mai necessaria per migliorare le performance aziendali. Il capitale intellettuale viene definito come lo stock di conoscenze interno (competenze, skills, capacità ecc.) ed esterno (immagine, marchi, customer satisfaction ecc.), proprio di un’organizzazione, che le consente di trasformare un insieme di risorse materiali e umane in un sistema capace di creare valore per gli stakeholders mediante il raggiungimento di vantaggi competitivi sostenibili (Zambon, 2001). A partire dagli anni Novanta, con la new economy e l’era della rivoluzione tecnologica e di Internet, sempre più vivo si è mostrato l’interesse del mercato verso risorse intangibili; oggi gli intangibili non sono un fenomeno transeunte, ma un elemento duraturo del nuovo contesto economico e come tale con esso bisogna che le organizzazioni facciano i conti. Per Lev le risorse intangibili sono «fonti non fisiche di valore […] create dall’innovazione, da strutture organizzative originali e da operazioni nel campo delle risorse umane», che si trovano spesso a interagire con beni finanziari per generare una crescita economica. La letteratura è infatti ormai concorde nel sostenere che il capitale intellettuale è ciò che assicura la sostenibilità competitiva di un’organizzazione, nell’ottica di una grande flessibilità; per D’Egidio è la conditio sine qua non della sopravvivenza dell’impresa, perché parlare di capitale intellettuale significa «comprendere le radici della creazione di valore». La nuova economia si basa infatti sulla conoscenza e sul sapere che ogni azienda riesce a sviluppare al suo interno e questi fattori vanno oggi ad aggiungersi a quelli “classici” di terra, capitale e lavoro. Franco D’Egidio, nel volume La nuova bussola del management, ribadisce come la «conoscenza sia una forza guida nella crescita economica»: egli utilizza la metafora del viaggio per spiegare le complessità aziendali; con la nave identifica l’azienda moderna, con il viaggio il contesto in cui la nave si muove, con il traguardo la costruzione della vision, degli obiettivi strategici da raggiungere e con la bussola, strumento semplice e immediato per mantenere la rotta, quell’insieme di indicatori che il manager deve monitorare per tenere d’occhio lo stato di vitalità dell’impresa, analizzando gli elementi hard e soft (ovvero le voci, le informazioni non codificate all’interno e all’esterno di un’organizzazione) che ne fanno parte. Arriva quindi a formulare l’idea di un’impresa come “sistema vivente” che apprende e innova continuamente: sono le learning organisation in grado di reinventare se stesse con capacità immaginative per adeguarsi al mercato, che sanno superare barriere per continuare ad esplorare e sperimentare l’ambiente in cui si trovano ad agire. In un simile contesto sono sempre più necessarie delle modalità organizzative e gestionali nuove per misurare il grado di vitalità dell’impresa, che in via generale si basa sul livello di sviluppo, sul grado di soddisfazione dei collaboratori, sul senso di appartenenza e di identità, sulla reputazione esterna, sull’immagine di fedeltà dei clienti e, non ultimo, sulla sua capacità di apprendere, innovare e sviluppare il suo capitale intellettuale. La letteratura sovente parla in modo indifferente di intangibili e di capitale intellettuale. In realtà le implicazioni sottese sono differenti. D’Egidio le esplicita affermando che «gli intangibles sono il prodotto del capitale intellettuale e dell’interazione fra capitale intellettuale e capitale finanziario. […] Come infatti non esiste un’eguaglianza tra capitale finanziario e risorse tangibili, così non può sussisterne una tra capitale intellettuale e risorse intangibili. Infatti le risorse intangibili sono il risultato della dinamica del capitale intellettuale, e sono sostanzialmente la parte “fotografabile” di un determinato momento. […] Per comprendere il valore del capitale intellettuale non dobbiamo solo basarci sul valore degli intangibles, delle risorse immateriali, che peraltro trovano già riscontro, 11 in una certa misura, nello stato patrimoniale contabile, ma soprattutto occorre esaminare gli elementi dinamici che contribuiscono alla loro creazione» (D’Egidio, 2003). Il capitale intellettuale in quest’ottica rappresenta l’insieme di «intelletto, spirito e anima dell’organizzazione» (intesa sempre nell’accezione di “organismo vivente”), cioè la parte più distintiva e fortemente identitaria della stessa, capace di creare valore e sostenibilità competitiva. Noi utilizziamo comunque i termini “bene intangibile” e “capitale intellettuale” con una certa disinvoltura e a indicare lo stesso concetto di immaterialità del bene, pur nella consapevolezza delle diversità ad essi sottese. Il problema che si pone in materia di intangibles è quello di valutare tali realtà immateriali con gli strumenti tipici della contabilità finanziaria, che, secondo Lev, «non mette a disposizione informazioni rilevanti né tempestive sulla catena del valore» (Lev, 2001). L’economia di oggi, che è economia della conoscenza, è caratterizzata da leggi profondamente diverse da quelle rimaste in vigore per anni. Una learning organization (“organizzazione che apprende”) è oggi un’organizzazione che base la gestione interna ed esterna su valori forse non del tutto nuovi, ma di certo applicati con più consapevolezza. Al suo interno viene valorizzato il capitale intellettuale, viene investito molto sull’idea della responsabilità allargata, riducendo le gerarchie e creando delle forti interconnessioni con l’esterno, sia come consulenza, sia come collaborazione lavorativa sia come rapporti e scambi con altre aziende; costruisce dunque reti di lavoro mirate a progetti specifici, promuovendo le pratiche di progettazione partecipata; investe in comunicazione e cooperazione; appoggia procedure di autoanalisi e autovalutazione nell’ottica di una maggiore efficienza; pone estrema cura nel condividere gli obiettivi e la progettazione comune. Partendo infatti dalla consapevolezza che oggi l’ambiente in cui si ritrovano a operare le organizzazioni cambia con un’accelerazione vertiginosa, che la liberalizzazione, la globalizzazione, la digitalizzazione costringono le società ad affrontare radicali trasformazioni sia sul piano organizzativo che culturale, sembra plausibile affermare con D’Egidio che il bilancio dell’intangibile «rappresenta il “momento della verità”, in cui tutti i dati, le informazioni, le risultanti del cambiamento possono essere misurati e permettono una verifica immediata della posizione dell’azienda sulla curva di vitalità» (D’Egidio, 2003), per sapere come rispondere alle esigenze che il mercato impone. Di qui dunque la necessità di individuare degli indicatori che sappiano valutare il grado degli intangibles e quantificarli economicamente. Il bilancio del capitale intellettuale consente anche di determinare quali siano le aree critiche sulle quali intervenire per il miglioramento delle performance aziendali e fornire delle informazioni utili per definire il valore dell’impresa. Secondo il professor Lev è necessario che oggi le aziende si dotino di un sistema informativo completo e coerente, che possa rendere ragione dei beni intangibili e diffondere questi dati all’esterno. Nella letteratura e soprattutto nelle realtà aziendali tre sono gli approcci per la misurazione del capitale intellettuale. Il primo – quello incrementale – prevede il mantenimento del bilancio contabile tradizionale, al quale vengono affiancate delle informazioni non finanziarie atte a rendere possibile la valutazione del capitale intellettuale e soprattutto il valore futuro di un’azienda. Il secondo – radicale – costruisce un vero e proprio bilancio degli intangibles da affiancare a quello contabile: questo è quello utilizzato dalla società di servizi finanziari Skandia il cui esempio è indicato spesso proprio come caso di report aziendale mirato sugli intangibles. Infine il terzo, più ibrido, prevede la valutazione basata sul mercato, con l’idea che sarà il mercato stesso a decidere il valore dei beni, riuscendo così a valutare costantemente i cambiamenti in atto. Sveiby in un articolo apparso nel 2002, al quale si rimanda, ha proposto una classificazione dei vari metodi di misurazione degli asset intangibili: quello che pare più utilizzato è il metodo scorecard, la creazione cioè di indicatore per ciascun bene intangibile, anche se spesso non viene indicato un valore monetario degli intangibles. Le risorse intangibili vengono solitamente distinte in risorse interne e risorse esterne ad un’azienda. Nelle prime rientrano il capitale umano e il capitale organizzativo, mentre le seconde vengono solitamente identificate con il capitale relazionale verso l’esterno. Per capitale umano si intende l’insieme delle competenze, skills, attitudini, di capacità 12 professionali e la spinta motivazionale del personale dell’azienda a lavorare con creatività. Le persone rappresentano il fondamento per un’impresa e in quest’ottica è necessario che ogni individuo abbia la coscienza di essere un portatore di valore per l’azienda. Un indicatore può dunque essere il livello di partecipazione agli obiettivi aziendali (indicatore che, come vedremo, può essere significativo anche per il capitale organizzativo), alla mission aziendale, che il vertice dirigenziale deve condividere con i collaboratori. Un altro indicatore è la capacità a sapersi adattare alle novità, sia tecniche che gestionali-organizzative, sia ai cambiamenti di obiettivi strategici, per costruire il proprio lavoro con dinamicità. Accanto a questi lo spirito motivazionale, la capacità organizzative, il grado di competenze pre-acquisito o acquisito, la creatività, la capacità di adattamento sono requisiti che creano ricchezza in un’organizzazione. Dunque competenze, atteggiamenti comportamentali e vivacità intellettuale sono tre cardini del capitale umano. Alcuni indicatori generali: - Livello medio di istruzione - Ore di formazione e aggiornamento professionale - Livello medio di competenze (capacità di trasformare gli input in output) - Esperienza dei vertici dirigenti - Numero di nuove idee/progetti - Indice di soddisfazione dei collaboratori - Percentuale di turnover del personale - Partecipazione motivazionale alle scelte aziendali In base a questi indicatori è anche facilmente intuibile quali siano gli investimenti che l’organizzazione può fare per migliorare l’efficienza del personale: dall’investimento in formazione personale e tecnica all’utilizzo di incentivi quali gratificazioni economiche e lavorative. Questo faciliterà il senso di appartenenza dell’individuo all’azienda, con un’aumentata percezione degli obiettivi strategici condivisi da raggiungere. Alcuni studi hanno inoltre dimostrato come non sia tanto la gratificazione economica a tenere più legato un lavoratore all’azienda, quanto il sentirsi gratificati per il lavoro compiuto e l’avere spazi allargati in cui esprimersi. Secondo aspetto delle risorse intangibili è il capitale relazionale, inteso variamente sia come rapporti interni all’azienda (che per alcuni fanno parte del capitale organizzativo) sia come relazioni esterne all’organizzazione: si tratta però soprattutto della rete di contatti esterni che l’azienda tesse. Molta attenzione viene infatti posta, più che mai oggi con un mercato sempre più competitivo, sugli stakeholders, non solo clienti e azionisti, ma anche autorità locali, consumatori e possibili partner, per instaurare con essi sinergie lavorative o rapporti contrattuali. Con questi l’azienda condivide infatti alcuni valori base che fanno sì che i referenti esterni investano in essa. Diverso è il capitale di relazioni sociali proprie di un’azienda, inteso come l’insieme di relazioni che intrattengono i lavoratori di un’organizzazione; esso si baserà principalmente sulla fiducia (trust), che è motore fondamentale per la creazione di valore perché facilita l’informazione e il raggiungimento degli obiettivi condivisi, e sulle capacità di leadership del manager o dirigente, che è vero catalizzatore di energie positive o negative in base alle competenze professionali e alle attitudini personali esercitate (vd. capitale umano), stimolando la spinta motivazionale dei singoli individui. Solo così, con obiettivi e valori condivisi, i lavoratori diventano persone che, conoscendo il progetto d’impresa, investono il proprio capitale umano per il raggiungimento di un risultato dichiarato. Alcuni indicatori generali: - Indice di fiducia - Percezione dell’immagine aziendale internamente - Percezione dell’immagine esternamente - Livello di conoscenza e di fedeltà al marchio - “Reclami” dei clienti - Customer satisfaction 13 La soddisfazione del cliente (costomer satisfaction index) è uno degli indicatori di efficienza più esaustivo, che racchiude in sé l’intero patrimonio di relazioni che l’azienda ha costruito con la propria clientela e serve a monitorare le potenzialità di creazione di business: solo i clienti soddisfatti acquistano i prodotti e i servizi dell’azienda. Strettamente connesso con gli altri due aspetti dei beni intangibili, è il capitale organizzativo, che è costituito dal complesso di risorse immateriali possedute dall’azienda, come marchi, brevetti, know how stabile, diritti di proprietà: è semplicisticamente inteso come “ciò che rimane quando i dipendenti lasciano l’azienda”, poiché è l’unica parte di capitale intellettuale veramente posseduta dall’azienda. L’organizzazione interna, la cultura e l’innovazione costituiscono i tre elementi base per analizzare il capitale organizzativo. Bisogna a questo punto tenere presente che esistono diversi modelli teorizzati di organizzazione: da quello “gerarchico”, poco efficace in caso di instabilità del mercato e piuttosto lento nella risoluzione dei problemi, a quello “per progetti”, in cui vengono creati dei comitati di persone che svolgono nell’azienda diverse funzioni, per la gestione di eventi straordinari: viene utilizzato per rendere più agevole la gestione di certi problemi, ma risente dei limiti della burocratizzazione, per cui anche in questo caso il ruolo prevale sulle competenze. Altro modello è quello “a matrice”, che è una forma ibrida, in cui i lavoratori fanno riferimento sia alla propria area di funzioni sia all’area di progetto per la quale sono stati coinvolti. Esistono poi le organizzazioni “per team”, molto adatte a rispondere ai cambiamenti improvvisi, e ancora le organizzazioni “a rete”, con diverse modalità, che pare rapppresentino il modello più idoneo a rispondere alle esigenze di dinamicità e creatività del mercato, senza perdere il senso di legame con l’azienda. Le risorse intangibili legate all’organizzazione si riferiscono alle innovazioni e implementazioni tecnologiche, agli investimenti in brevetti, in ricerca e sviluppo, in marchi, in tutto ciò che l’azienda produce per mantenere la propria immagine sul mercato, come attraverso la comunicazione, la pubblicità… e all’immagine che dà di sé esternamente come indice di stabilità. Come si vede, alcuni indicatori possono appartenere all’area specifica anche di altro capitale intellettuale: l’investimento in formazione, per esempio, se da un lato è indice della crescita di competenze del personale, dall’altro è indicatore dell’attenzione dell’organizzazione alla crescita aziendale. Alcuni indicatori generali: - Indice di fiducia - Numero di brevetti/marchi nuovi - Numero di idee nei diversi settori - Percentuale di fatturato derivante da nuove idee - Percentuale di investimenti in asset intangibili (marketing, tecnologia, formazione, R&S…) e percentuale di fatturato ad essi legato - Grado di diffusione delle informazioni: report, incontri realizzati… - Immagine dell’azienda interna - Grado di coinvolgimento del personale sugli obiettivi. Parlare di risorse intangibili oggi non è più un concetto nuovo, poiché molte sono le aziende che stanno confrontandosi con questi nuovi asset, che seppur ancora difficilmente analizzabili da un punto di vista puramente contabile, perché questa non è la loro natura, sono facilmente identificabili come fattori con forte potenzialità di creazione di valore e di ricchezza. È nostro intento analizzare la struttura organizzativa e gestionale di una piccola azienda culturale per ipotizzare una maggiore attenzione a queste risorse soft o intangibili, sicuramente presenti ma spesso tenute in poca considerazione come generatrici di ricchezza aziendale. 14 Edizioni Diabasis: una realtà complessa e dinamica Nate a Reggio Emilia nel 1988, le Edizioni Diabasis si sono presentate sul difficile mercato dell’editoria come una piccola casa editrice di cultura, indipendente, che radica le proprie radici in un territorio dalla forte identità, quello della Pianura Padana. Inizialmente vede la luce come cooperativa tra nove persone, ma negli anni si trasforma in una srl di quasi novanta soci, tra professionisti, imprenditori, manager, associazioni, enti e imprese, provenienti da realtà molto diverse socialmente, culturalmente e territorialmente, unite dall’intento di partecipare alla costruzione e allo sviluppo di un disegno culturale nuovo e affascinante. Le aree geografiche di interesse coinvolgono la Valle padana meridionale che disegnano il fiume Po, la via Emilia e la via Postumia, fra il Tirreno e l’Adriatico, con il suo riferirsi a Milano, Genova e Torino. Partner privilegiati sono poi in Romagna, nelle Marche e in Umbria. Le sue aree di interesse sono la letteratura, la cultura civile, la storia, la filosofia, la teologia, l’architettura, la geografia, il paesaggio e l’ambiente, spesso in dialogo tra loro. Nella stessa etimologia della parola “Diabasis” (dal greco διαβάινω) è nascosta la filosofia culturale della casa editrice: l’“andare attraverso” le diverse discipline, con il gusto della contaminazione e degli attraversamenti della narrazione. La produzione editoriale è divisa in due settori, strettamente legati tra loro, ma nello stesso tempo fortemente autonomi: l’editoria di catalogo che fa l’identità della casa editrice, che crea un catalogo ricco e apprezzato da varie voci universitarie e giornalistiche e che d’altra parte deve “combattere” con il mercato della libreria, nel quale il raggiungimento del punto di pareggio attraverso le vendite è già un buon traguardo. Altro settore è l’editoria di servizio e di progetto (denominata Officina Diabasis), il vero core business della casa editrice, che permette la sopravvivenza e l’originalità anche dell’editoria di catalogo. A quest’ultima area fanno parte le collane artistiche, le collane di fotografia, le guide storico-artistiche che per loro natura richiedono più alti costi di produzione e altre pubblicazioni legate ai bisogni della committenza sia pubblica che privata. Si tratta solitamente di pubblicazioni che vengono progettate direttamente dalla casa editrice e dalla rete di collaboratori, o dialogate con i referenti esterni; sono volumi iconografati e più complessi strutturalmente che, una volta accertata la fattibilità culturale, vengono messi in programma solo quando vi è una copertura di costi, totale o parziale. Sono dunque collane “di dialogo” che nascono da richieste di referenti esterni o che richiedono la ricerca di una sponsoring per assicurarne la fattibilità economica con la copertura almeno dei costi industriali. Tutte le collane – di catalogo e di servizio – sono tenute vive dal sistema delle relazioni e dalla partecipazione dei direttori di collana e di altri collaboratori culturali esterni. La struttura organizzativa dell’azienda è per così dire ibrida: da una parte vede una gerarchizzazione abbastanza rigida, dall’altra una forte dinamicità data da un’organizzazione per progetti, che di volta in volta, a seconda dell’area di interesse, crea nuovi gruppi di lavoro, richiamati dalla necessità di esprimere competenze differenti. Vi è la presenza di una direzione con il direttore editoriale, il vice direttore e direttore artistico e la segreteria di direzione. Da qui partono le scelte, qui viene fatta la pianificazione strategica e la programmazione per step di intervento, qui vengono decisi gli obiettivi operativi, sia culturali che commerciali che accompagnano un libro dalla progettazione alla distribuzione. Qui viene delineato il profilo culturale, l’immagine con cui la casa editrice si pone all’esterno, nelle librerie e sul territorio, la mission aziendale. Alla direzione fanno capo anche le relazioni con l’esterno portate avanti dai collaboratori unitamente al direttore stesso. La vice-direzione collabora strettamente nelle scelte programmatiche, coordina la produzione e gestisce le scelte grafiche dialogate con i vari grafici che, a seconda dei lavori, collaborano con l’azienda. Alla redazione – una per l’editoria di catalogo e una per l’editoria di servizio – spetta il compito di analizzare i materiali testuali e iconografici che arrivano, curarne l’editing culturale e tecnico, per passare poi il volume alla produzione cha avviene sia internamente sia esternamente con l’utilizzo di service editoriali. Un volume, una volta che vede la luce, inizia la sua vera “vita” e deve essere fatto conoscere e apprezzare: da qui la necessità dell’ufficio commerciale e dell’ufficio stampa. L’addetto stampa, 15 con alcuni collaboratori esterni, ha l’obiettivo di far veicolare le nuove pubblicazioni sulla stampa cartacea e radiofonica, e sulla rete Internet, di farle conoscere attraverso presentazioni, eventi pubblici e premi letterari. In parallelo l’ufficio commerciale gestisce il lavoro promozionale nelle librerie e fuori da esse, controllando e coordinando il lavoro della distribuzione nazionale e contattando direttamente alcuni enti pubblici interessati (come le biblioteche) o prendendo contatti con possibili acquirenti selezionati. La questione economica, soprattutto per una casa editrice di cultura, ma in generale per l’intero settore dell’editoria, è spinosa, in quanto si tratta di conciliare e far procedere insieme il marketing e la cultura, promuovendo un prodotto che di per sé non è né soltanto un oggetto, né soltanto una creazione intellettuale. Come si è accennato, intorno alla casa editrice gravitano una serie di figure – collaboratori redazionali, traduttori, consulenti, direttori di collana, service – che o dietro rimborso o in via gratuita offrono le loro prestazioni professionali per un progetto editoriale o per un singolo volume. L’organizzazione statutaria prevede infine l’assemblea dei soci, solitamente tre all’anno, un consiglio d’amministrazione, e il collegio sindacale, che provvede alle revisioni contabili. Le risorse intangibili della casa editrice. Una proposta di analisi e rilevamento Nell’attuale scenario economico-sociale, l’investimento in cultura sta diventando per le imprese un mezzo privilegiato per comunicare all’esterno il proprio sistema di valori, per avere un dialogo efficace e coerente con la comunità locale e con gli stakeholders, per sperimentare nuove forme di creatività e consolidare la propria identità aziendale. Per gli enti locali, siano essi Amministrazioni pubbliche, musei, biblioteche, investire in cultura ha da sempre significato far veicolare la propria identità, le proprie scelte strategiche e accreditarsi nei confronti degli utenti ai quali offrono dei servizi. Con queste prospettive, per il pubblico e per il privato, una casa editrice di cultura si rivela partner d’eccezione con cui dialogare. Diabasis, come vera fucina di idee, ama progettare, creare, dare vita e diffusione a pensieri, proposte proprie o altrui, per farle veicolare e renderle fruibili ai più. Le aree disciplinari spesso interagiscono, si contaminano tra loro, per dare origine a prodotti nuovi che parlino della casa editrice e delle persone a essa legate. In questo contesto variegato, ma fortemente impostato nella ricerca di valori aggiunti e di creatività con cui distinguersi nel mercato editoriale, Diabasis si avvale di un ricco patrimonio di intangibles, per puntare all’efficienza, alla crescita e alla stabilità aziendale. Nell’ambito del capitale umano, molto forte è l’investimento nelle “intelligenze” che incontra, poiché con un’economia sempre più basata sulla conoscenza e sul sapere, come si diceva, è necessario non lasciarsi schiacciare dall’omologazione del mercato, sempre più impostato all’appiattimento della scrittura per la commercializzazione di massa, ma essere creativi e innovativi: oltre alla progettazione interna, numerose sono le collane, la maggior parte delle quali ha un direttore – docente universitario, giornalista, storico… – che a sua volta si circonda di collaboratori, creando così un indotto intorno alla casa editrice di “menti fini”: da loro, in sinergia con la casa editrice, vengono proposte idee, che, qualora vi sia la fattibilità economica e venga rispettata la linea editoriale, diventano progetti realizzabili e di lì pubblicazioni. Per esempio le collaborazioni ad oggi aperte sono, tra le altre, con l’Università di Modena e Reggio per una collana di cultura civile, con quella di Genova per una collana su geografia e paesaggio, con l’Università di Firenze per una collana di Architettura contemporanea e con quella di Parma per una di Architettura storica; così come centri studi, consorzi e singoli studiosi offrono la loro consulenza. Una buona immagine interna è inoltre ricercata rendendo i collaboratori partecipi delle scelte progettuali e coinvolgendoli in eventi pubblici, spronando al pensiero innovativo, per esaltare il senso di appartenenza aziendale. Attenzione viene inoltre posta alle competenze di ognuno e alle iniziative di formazione mirata. Il grado di soddisfazione del personale e il suo coinvolgimento, unitamente all’investimento in formazione possono essere intesi anche come indicatori del capitale organizzativo. L’organizzazione dell’azienda, con il suo know how acquisito, investe molto, come si è detto, nel potenziale innovativo delle persone e nella realizzazione di nuovi progetti. L’impianto verticistico però talvolta rallenta le procedure, che arrivate a un buon punto di progettazione grazie 16 all’impostazione dei gruppi per progetto, rischiano poi di giacere sui tavoli decisionali. Altro indicatore di efficienza significativo è il livello di comunicazione, che in questi ultimi anni è stato notevolmente implementato. È stato aggiornato il sito, vengono mantenuti maggiori contatti con l’esterno attraverso una newsletter mensile (e-roads), spedita a un ricco indirizzario diviso per aree di interesse, vengono promosse sempre più presentazioni pubbliche e maggiore attenzione è rivolta da parte della stampa locale e nazionale alle iniziative Diabasis, grazie al lavoro costante dell’ufficio stampa, con il conseguente ritorno d’immagine, che a sua volta porta altri contatti e altri lavori. Molto nell’ambito dell’editoria è basato sulla conoscenza diretta dei possibili clienti o partner, che bisogna “conquistare” dapprima con strategie di comunicazione mirate poi con la qualità che si propone: la capacità di “fidelizzare” i propri referenti è indicatore fondamentale di crescita e stabilità. La “fidelizzazione” all’azienda e la loyalty alle iniziative – come le presentazioni di pubblicazioni – sono sicuramente anche un indicatore del capitale relazionale, se intese come la capacità non solo organizzativa dell’azienda, ma anche capacità di tessere rapporti con l’esterno. In questo ambito rientrano i contatti attraverso Internet, i contatti personali con i giornalisti, che attraverso le loro recensioni aumentano il livello di immagine esterno, e non ultimo il contatto con gli sponsor: il fundraising, inteso proprio come la raccolta di risorse (siano esse denaro o altro fattore produttivo) rivolta a uno sponsor di più diversa natura – ente pubblico, aziende, privati, banche e fondazioni bancarie… – nelle modalità più varie. Molte pubblicazioni per essere realizzate editorialmente hanno bisogno di una copertura almeno dei costi industriali sostenuti dalla casa editrice, anche se poi possono essere messi in circolazione nelle librerie. Normalmente i primi contatti vengono presi direttamente con un incontro, cui fa seguito una lettera formale e un contatto telefonico, a seconda del rapporto già instaurato con i possibili partner. Se il referente si dimostra interessato, si fornisce documentazione del progetto, che lo accrediti culturalmente e territorialmente, e poi si decidono le possibili vie di partecipazione economica: uno sponsoring generale o un acquisto di un certo numero di copie. Lo sponsoring inoltre può essere esclusivo, con la possibilità di tirature personalizzate o in compartecipazione; in ogni caso il ritorno d’immagine per l’azienda o l’ente che partecipa è la conditio sine qua non che viene sempre richiesta alla casa editrice. Ormai molteplici sono le aziende, alcune delle quali partecipano anche societariamente, o Comuni e Province che gravitano intorno a Diabasis, ma sempre più forte è l’investimento in comunicazione e monitoraggio dei referenti culturali delle zone emiliane, per creare un terreno di partner fissi con cui dialogare e per i quali essere punto di riferimento in caso di necessità culturali. Per far veicolare il marchio vengono anche progettati interventi di merchandising, in collaborazioni con azienda del territorio, come libriccini tematici per l’infanzia, segnalibri, cartoline, brochure, più spesso però fatte veicolare gratuitamente, per esempio in occasione delle fiere del libro di Torino o di Roma: il riscontro di questa veicolazione è indicatore dell’apprezzamento dell’immagine esterna. L’efficienza nella diffusine del marchio può essere valutato con la vendita di diritti all’estero. L’immagine della casa editrice verso l’esterno è curata particolarmente: la linea grafica è studiata nel dettaglio da un grafico professionista; il materiale pubblicitario, gli inviti, tutto rientra in una politica di immagine molto forte per rendere la casa editrice riconoscibile sul mercato; impresa ad oggi non facile. Dall’altro lato è stata una precisa scelta culturale, nella consapevolezza che la grafica è l’“abito” con cui l’editore si presenta al lettore. La copertina per esempio costituisce il primo impatto del testo sul potenziale lettore ed acquirente: è noto che se la copertina attrae il lettore, invogliandolo a prendere in mano il libro, si ha maggiore probabilità che il lettore acquisti quel libro. L’immagine sulla copertina di un libro, al contrario di quella di un quotidiano o di un settimanale, deve essere durevole, deve rispecchiare o suggerire il contenuto, deve essere veicolo dei valori culturali della casa editrice e della sua filosofia. Da questa breve analisi risulta evidente come, se le risorse intangibili sono ormai riconosciuti strumenti di creazione di valore per le aziende in genere, a maggior ragione lo sono per un’azienda che produce, unitamente al prodotto libro come oggetto, idee, progetti, relazioni… La difficoltà, come si è visto, sta nel saper creare e monitorare gli indicatori chiave di questo capitale intellettuale (key indicators), sapere dare loro un valore anche monetario per presentare così ai soci il reale 17 valore complessivo di un’azienda che vive l’investimento in cultura come obiettivo primario, come mission concreta e ben definita. A supporto di questo è necessario un sistema aziendale dinamico e veloce, che si serva di un bilancio nuovo, più immediato e più rispondente alle richieste che le vengono dall’esterno: il bilancio, che ad oggi è tra il contabile e l’economico-patrimoniale, dovrebbe essere arricchito da un bilancio parallelo degli intangibles, per passare forse in futuro a un sistema informativo-manageriale in senso ampio. Accanto al bilancio economico-patrimoniale attuale, potrebbe dunque essere introdotto un bilancio che dia ragione degli indicatori di cui si è parlato – riassunti nella tabella 1 – dividendoli in indici di efficienza, crescita e stabilità dei vari asset intangibili, al fine di fornire un valore veritiero dell’impresa, di avere uno strumento che costituisca un potente mezzo di comunicazione della capacità competitiva aziendale e che permetta di valutare “lo stato di salute” dell’azienda, captandone anche i segnali deboli interni ed esterni. Tra i beni di capitale intellettuale indicati, tre possono essere segnalati come i più significativi e qualificanti: la progettualità, la crescita relazionale, l’immagine esterna della casa editrice: su questi una casa editrice di cultura può essere competitiva (vd. tabella 2). Nell’attuale bilancio, alcuni costi per beni immateriali sono riassunti nella voce “immobilizzazioni immateriali”: a questi infatti fanno capo i costi di ricerca e sviluppo (R&S), i costi per studi grafici e fotografici e per progetti, «che – si legge nelle note del bilancio 2003 – sono già stati ammortizzati negli ultimi cinque anni». Le «spese di impianto», relative a competenze notarili sono ammortizzate secondo una durata di cinque anni. Inoltre «i diritti di utilizzazione di opere d’ingegno, costituiti da software – si legge – hanno finito il loro periodo d’ammortamento». Assente è l’indicazione degli altri beni intangibili ai quali si è accennato, che contribuiscono, come abbiamo visto, in maniera cospicua all’incremento di valore e di conseguenza di ricchezza economica. È auspicabile che in futuro uno strumento informativo più completo e una maggiore razionalizzazione organizzativa possano diventare patrimonio dell’azienda, per un miglioramento delle sue performance e un incremento di valore verso gli stakeholders e il territorio di riferimento. Tabella 1 – Indicatori di intangibles all’interno della casa editrice CAPITALE UMANO - investimento in formazione - livello di adeguatezza professionale - skills dei collaboratori - livello medio di competenza - grado di leadership del direttore - età media del personale - turn-over del personale - partecipazione del personale agli obiettivi strategici - livello della capacità di progettare - livello di soddisfazione CAPITALE ORGANIZZATIVO - senso di appartenenza e coinvolgimento sugli obiettivi dell’organizzazione - % di fatturato derivante da nuovi prodotti/progetti - % di investimenti in intangibili (tecnici e gestionali) - numero di nuovi progetti culturali - numero di nuovi progetti grafici - % di investimento in software - livello di soddisfazione del personale (employee satisfaction index) - livello del know how dell’organizzazione - numero di progetti realizzati - capacità di “fidelizzazione” - tempo medio per lo sviluppo di nuovi progetti - grado di comunicazione interna ed esterna - grado di progettazione e gestione di eventi 18 - grado di gestire la rete di relazioni esterne - grado di coerenza alla mission aziendale CAPITALE RELAZIONALE - % di crescita del fatturato derivante da nuovi clienti - numero di nuovi clienti acquisiti - numero di nuovi lavori realizzati - immagine esterna - grado di soddisfazione del cliente (customer satisfaction index) - % di clienti “fedeli” - numero di recensioni sui giornali locali - numero di recensioni sui giornali nazionali - risposte alle newsletter - grado di frequentazione del sito - grado di presenze alle presentazioni - numero di presentazioni - numero di librerie italiane che hanno i libri Diabasis - numero di sponsorizzazioni ottenute - numero di diritti venduti - numero di diritti acquistati Tabella 2 – Indicatori di tre intangibles: progettazione, relazioni esterne, immagine PROGETTAZIONE - livello del know how dell’organizzazione - skills dei collaboratori - livello medio di competenza - partecipazione del personale agli obiettivi strategici - livello della capacità di progettare - % di fatturato derivante da nuovi prodotti/progetti - % di investimenti in intangibili (tecnici e gestionali) - numero di nuovi progetti culturali - numero di nuovi progetti grafici - % di investimento in software - numero di progetti realizzati - tempo medio per lo sviluppo di nuovi progetti RELAZIONI ESTERNE - capacità di “fidelizzazione” - numero di comunicazioni esterne in un anno - numero di nuovi eventi in un anno - % di crescita del fatturato derivante da nuovi clienti - numero di nuovi clienti acquisiti - numero di sponsor contattati - numero di sponsoring - numero di presentazioni IMMAGINE - livello di soddisfazione del personale (employee satisfaction index) - grado di coerenza alla mission aziendale - grado di soddisfazione del cliente (customer satisfaction index) - % di clienti “fedeli” - numero di recensioni sui giornali locali - numero di recensioni sui giornali nazionali - risposte alle newsletter - grado di frequentazione del sito - numero di presenze alle presentazioni - numero di librerie italiane che hanno i libri Diabasis - numero di diritti venduti - numero di diritti acquistati 19 Bibliografia di riferimento Atti del primo convegno internazionale “Il bilancio dell’intangibile”, Milano 29-30 ottobre 2002. Cravera A., Maglione M., Ruggeri R., La valutazione del capitale intellettuale, Milano 2001. Edvinsson L., Malone M.A., Intellectual Capital: realizing Your Company’s True Value by finding its Hidden Roots, New York 1997. Edvinsson L., Some Perspectives on Intangibles and Intellectual Capital, «Journal of Intellectual Capital», vol. 1, n. 1, 2000. europa.eu.it/comm/enterprise/services/business_service/index D’Egidio F., La nuova bussola del manager, Milano 2003. IASC, Intangible Assets, London 1995. IASC, Intangible Assets, London 1996. Lev B., Intangibles. Gestione, valutazione e reporting delle risorse intangibili delle aziende, a cura di Summit, Milano 2003. Low J, Cohen Kalafut P., Il vantaggio invisibile. Perché sono gli asset intangibili a guidare la performance delle imprese, Milano 2003. Porter M., Competitive Advantage, New York 1985. Porter M., Kramer M.R., Philanthropy’s New Agenda, «Haward Businnes Review», vol. 77, issue 6, nov.dec. 1999, pp. 121 ff. 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Le possibilità offerte dalla progettazione europea per la realizzazione di un Centro Universitario di Ricerca e Didattica sul Patrimonio Culturale (Federica Danesi) Abstract In continuità con i risultati raggiunti in sede di elaborazione del project work, che ha riguardato l’analisi di fattibilità e la progettazione di un Centro Universitario di Ricerca e Didattica relativo ai settori disciplinari concernenti il Patrimonio Culturale, si è proseguito lo studio del caso in oggetto attraverso l’analisi della realtà attinente la progettazione culturale in ambito Comunitario in funzione della ricerca di finanziamenti. Attraverso l’indagine riguardante la politica culturale attuata dall’Unione Europea a partire dalla sua nascita fino ai nostri giorni, si è rilevata la forte attenzione rivolta, dalla legislazione e dalle politiche comunitarie, alla cooperazione tra gli Stati membri in funzione della concretizzazione e realizzazione di uno "spazio culturale europeo”. Il contributo della Comunità Europea alla realizzazione di tale “spazio culturale”, nel rispetto delle particolarità nazionali, presuppone l’esistenza di un patrimonio culturale comune fondamentale nel processo d’integrazione europea e nello sviluppo di solidarietà e cooperazione tra le popolazioni. Muovendosi in questa direzione la Comunità Europea ha promosso, a partire dagli anni novanta, programmi di finanziamento. Il programma quadro vigente è Cultura 2000 che prevede contributi fino ad un massimo della copertura dei costi del 50%, in caso di progetti annuali, e del 60%, in caso di progetti pluriennali, per proposte di carattere culturale che rientrino in tre categorie di azione: azioni specifiche, innovative e/o sperimentali di cooperazione culturale, azioni integrate nel quadro di accordi di cooperazione culturale transnazionale, di tipo strutturato e pluriennali ed eventi culturali speciali con risonanza europea ed internazionale. La parte più consistente del bilancio europeo destinato alla cultura è costituita invece dai Fondi strutturali, uno dei principali strumenti finanziari dell’Unione Europea per lo sviluppo regionale: si tratta di fondi gestiti a livello locale per i quali non occorre la partnership a livello europeo. Il loro obiettivo è quello di contribuire all’eliminazione degli squilibri economici e sociali fra le regioni dell’Unione Europea favorendo in tal modo la coesione socioeconomica. Gli stanziamenti dei Fondi strutturali avvengono sulla base della definizione di tre obiettivi prioritari: promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo (obiettivo 1), favorire la riconversione economica e sociale delle zone con difficoltà strutturali (obiettivo 2), favorire l’adeguamento e l’ammodernamento delle politiche e dei sistemi di istruzione, formazione e occupazione (obiettivo 3). Dopo l’analisi della letteratura e la messa a confronto di progetti culturali approvati negli scorsi anni dalla Comunità Europea, si sono definite, attraverso valori assoluti, le necessità economiche del Centro di Ricerca per cui sono necessari finanziamenti sia per la fase di start-up, sia per l’attività didattica. L’obiettivo cui si vuole giungere attraverso i finanziamenti europei, è quello della creazione di un centro universitario, strettamente collegato ed in rapporto sinergico e di scambio con le istituzioni, non disgiunto dalla ricca realtà culturale del territorio ferrarese, in una prospettiva di sviluppo che comprenda anche l’industria turistica e che si apra anche ad esperienze analoghe attuate in ambito nazionale, europeo ed internazionale. 21 Inquadramento teorico “La Comunità contribuisce al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali, evidenziando nel contempo il retaggio culturale comune” Art. 151 (ex 128) del Trattato di Maastricht Nel preambolo del Trattato di Roma, che nel 1957 istituì la nascita della Comunità economica europea (CEE), si alludeva alla cultura come elemento unificante dei popoli e promotore dello sviluppo socioeconomico ma non si faceva riferimento a capitoli speciali riguardanti la politica culturale. Nei decenni successivi, il Parlamento Europeo, alludendo alla necessità di varare azioni comunitarie nell’ambito della cultura e della salvaguardia del Patrimonio Culturale, attuò progetti, sporadici ma molto significativi. Solo nel 1992 però, con l'adozione del Trattato di Maastricht7, la politica culturale europea fu fornita di una propria base giuridica: gli Stati membri conferirono infatti alla Comunità Europea competenze specifiche nel campo della cultura. L’Unione Europea, nella sua Costituzione, si assumeva così il compito8 di “contribuire al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali, evidenziando…un retaggio culturale comune”. Viene in tal modo incoraggiata la cooperazione tra gli Stati membri in funzione della concretizzazione di uno "spazio culturale europeo” che presuppone l’esistenza di un patrimonio culturale comune e il ruolo di questo nel processo d’integrazione europea e nello sviluppo di solidarietà e cooperazione tra le popolazioni. La Direzione Generale Istruzione e Cultura della Commissione Europea è stata istituita ed attualmente lavora proprio in questa direzione attraverso azioni che cercano di sviluppare uno spazio europeo dell’istruzione e della formazione permanente che costituisca un riferimento mondiale: l'Unione europea si è posta l’obiettivo, entro il 2010, di rappresentare l'economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di garantire una crescita economica sostenibile unita ad un miglioramento quantitativo e qualitativo dell'occupazione ed una maggiore coesione sociale. Per sviluppare lo “spazio culturale europeo”, preservando e valorizzando la diversità culturale europea, la Direzione Generale ha attuato misure in grado di sostenere la competitività dell’industria europea nel settore audiovisivo e promuovere la diversità linguistica e l’apprendimento delle lingue, favorendo inoltre forme di partecipazione attiva dei cittadini, in particolare dei giovani, per sviluppare la comprensione e la fiducia reciproche e lo spirito di tolleranza, in un'Unione aperta alla realtà mondiale. Accanto ad interventi di natura politica o regolamentare, la Direzione attua programmi che coinvolgono ogni anno gli Stati membri in azioni di mobilità e progetti di cooperazione transnazionale allo scopo di contribuire, attraverso il coinvolgimento concreto dei cittadini, alla salvaguardia dei valori europei e al rafforzamento della conoscenza: i programmi, che riguardano istruzione, formazione, gioventù, cultura, sport e cittadinanza, coinvolgono le risorse umane incoraggiando la cooperazione e ricercando qualità ed innovazione. Elementi costitutivi della diversità culturale sono lingua, letteratura, arti visive, architettura, artigianato artistico, arti dello spettacolo e cinema: pur appartenendo ad una regione o ad un paese specifico, essi rappresentano parte del comune patrimonio culturale europeo. L'Unione ha come obiettivi la tutela e il sostegno di questa diversità in funzione di un’accessibilità condivisa. A mio parere, la conoscenza della legislazione europea, della programmazione comunitaria per la realizzazione di progetti integrati e la capacità di integrare sul territorio diverse tipologie progettuali, sono requisiti essenziali per chi oggi deve operare nel campo della valorizzazione e promozione del Patrimonio Culturale in interazione con le Istituzioni preposte alla programmazione territoriale. 7 8 Entrato in vigore l’anno successivo, nel 1993 N.d.R. Nell’articolo 128, diventato articolo 151 nel 1997 con l'adozione del Trattato di Amsterdam N.d.R. 22 La valorizzazione e la salvaguardia del Patrimonio Culturale sono oggetto di specifiche azioni dell'Unione Europea che, a partire dal 1997, ha emesso una serie di programmi specifici su Cultura ed Ambiente inserendoli nella progettazione comunitaria. La Cultura è infatti un settore altamente produttivo: le industrie culturali dell'Unione Europea (cinema, audiovisivo, editoria, musica, artigianato artistico…) sono importanti fonti di reddito e di posti di lavoro, dando impiego a circa sette milioni di persone. L'Unione risulta quindi avere una responsabilità economica nei confronti del settore e cerca di garantire le condizioni necessarie affinché esista competitività a livello internazionale. Proprio in questa direzione, l'Unione sostiene programmi a favore delle industrie culturali per incoraggiare a cogliere le opportunità offerte da mercato unico e tecnologie digitali. Agevolazioni in questo senso derivano da una dinamicità creata attraverso un complesso normativo favorevole, un semplice accesso ai finanziamenti, la partecipazione ai progetti di ricerca e una maggiore cooperazione con altri soggetti. La dimensione culturale europea riguarda inoltre campi di intervento quali l'istruzione, la ricerca scientifica, il sostegno alle nuove tecnologie e alla società dell'informazione, lo sviluppo sociale e regionale. Fondo sociale europeo e Fondo regionale spendono infatti complessivamente circa 500 milioni di euro l'anno in progetti culturali: negli orientamenti per il Fondo regionale, la Commissione europea invita i governi degli Stati membri alla promozione dello sviluppo culturale delle regioni più povere, per aiutarle ad affermare la propria identità, attrarre turisti e creare occupazione. Il Parlamento europeo, ritenendo che la collocazione dell'Europa nel mondo non sia determinata solamente dalla sua posizione politica, economica, geografica e sociale, ma in ampia misura dalla forza dei suoi valori culturali, per sottolineare l'importanza dell'aspetto culturale nella politica comunitaria, ha deciso di istituire una commissione responsabile degli affari culturali. I principi d'intervento della Comunità nel campo della cultura sono la complementarità e la sussidiarietà: le misure invece vengono adottate dal Parlamento europeo e dal Consiglio mediante la procedura di codecisione, e all'unanimità in seno al Consiglio. Secondo il principio di sussidiarietà l’azione non si sovrappone a quella dei singoli stati ma interviene su ambiti operativi che non sono coperti o non rientrano nelle competenze delle amministrazioni nazionali. I programmi europei per la cultura Al fine di promuovere le politiche comunitarie e di coinvolgere amministrazioni, singoli cittadini, imprese private ed associazioni nel processo di unificazione, l'Unione Europea ha proposto un vasto numero di programmi, che mettono a disposizione una serie di aiuti finanziari: l' accesso ai finanziamenti è un'opportunità concessa in particolar modo a progetti tesi a creare reti, contatti e scambi con istituzioni di altri Paesi Comunitari. Chi si accosta alla progettazione europea, deve considerare la necessità di sviluppare un approccio strategico su più azioni, prendendo in considerazione diversi bandi a seconda delle caratteristiche e degli obiettivi del proprio progetto. Quest’ultimo infatti è l'elemento fondamentale per procedere e da esso devono emergere quelle caratteristiche di innovatività, complementarietà e gestibilità che trasformano un atto tecnico in un'azione strutturata. Per contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’articolo 151 (ex 128) del Trattato di Maastricht, quali lo sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità, l’incoraggiamento della conoscenza e diffusione delle culture e della storia dei popoli europei, la conservazione del Patrimonio e la creazione contemporanea nel rispetto della cooperazione tra Stati membri, paesi terzi ed organizzazioni internazionali, il Consiglio Europeo, in accordo col Parlamento, promosse, tra il 1996 e il 1999, tre programmi culturali, sostituiti dal primo gennaio 2000, dal programma comunitario denominato Cultura 2000. 23 Caleidoscopio, Arianna, Raffaello: programmi comunitari 1996-1999 I tre programmi cui si è fatto riferimento sono Caleidoscopio, con un bilancio totale di 36,7 milioni di Euro, Arianna, con una dotazione finanziaria di 11,1 milioni di Euro, e Raffaello, con un bilancio globale di 30 milioni di Euro. Caleidoscopio, Arianna e Raffaello hanno segnato la prima fase dell'attuazione dell'azione comunitaria nel campo della cultura e hanno contribuito a rafforzare e a estendere i partenariati transnazionali, migliorando l'accesso del pubblico alla cultura e promuovendo attività culturali europee. Il programma Caleidoscopio dal 1996 al 1999 ha riguardato l’incoraggiamento alla creazione artistica e culturale in Europa tramite la cooperazione, in reti culturali o partenariati, di almeno tre Stati membri. Arianna invece, nacque nel 1997 per il sostegno al settore del libro e della lettura, in funzione della conoscenza e diffusione della creazione letteraria europea. Il terzo programma, Raffaello, in vigore dal 1997, aveva lo scopo di incentivare la cooperazione mirante alla protezione, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, sensibilizzando i cittadini e migliorando le loro possibilità di accesso. Questi programmi, al termine del periodo di applicazione, sono stati studiati per valutarne efficacia ed impatto sulla valorizzazione culturale: i risultati hanno dimostrato la creazione di un valore aggiunto europeo, anche grazie alla realizzazione di partenariati europei multilaterali che hanno permesso la costituzione o il rafforzamento di reti. Sulla scorta di questi ragionamenti, prima del lancio del programma successivo, l’Unione Europea ha costituito gruppi di lavoro per chiarire il ruolo e la collocazione della cultura nella politica europea: il confronto ha evidenziato come la cultura risulti essere strettamente legata alle grandi sfide contemporanee, quali l'accelerazione della costruzione europea, la mondializzazione, la società dell'informazione, l'occupazione e la coesione sociale. Nel maggio 1998 venne infatti proposta l’istituzione del Primo programma quadro della Comunità europea a favore della cultura per il quinquennio (2000-2004) con l'obiettivo di semplificare l'azione comunitaria utilizzando uno strumento unico di finanziamento e programmazione per la cooperazione culturale. Cultura 2000 L’attuale programma comunitario dedicato alla promozione del dialogo culturale e alla realizzazione di uno spazio culturale comune nel rispetto delle diversità e peculiarità nazionali è Cultura 2000, che ha previsto, per il periodo 2000-2004, uno stanziamento finanziario di 167 milioni di euro9. In considerazione dei risultati ottenuti dal programma, la Commissione Europea, con la Decisione del marzo 200410, ha prorogato Cultura 2000 fino alla fine del 2006 aumentando il bilancio a 236 milioni di euro ed ha adottato una nuova proposta, relativamente al periodo di programmazione 2007-2013, con un bilancio di poco superiore a 400 milioni di euro. Il programma Cultura 2000, nato con lo scopo di valorizzare il patrimonio culturale europeo e di sostenere la conoscenza, la creazione e la diffusione della cultura, tutela la mobilità degli artisti e delle loro opere e le nuove forme di espressione culturale promuovendo la cultura come fattore economico e d'integrazione sociale e prevedendo progetti che incidano sul modello europeo di società. Cultura 2000 sostiene infatti progetti di cooperazione transnazionali che prevedono la collaborazione tra ideatori, operatori ed organismi culturali dei paesi partecipanti. 9 art. 151 del Trattato CE, decisione 508/2000 del 14 febbraio 2000, del Parlamento Europeo e del Consiglio con cui si istituisce il Programma Cultura 2000 (GU L 63 del 10.03.2000) 10 Decisione n. 626/2004/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, che modifica la decisione 508/2000/Ceche istituisce il Programma Cultura 2000. 24 La realizzazione degli obiettivi sanciti dal programma deve avvenire tramite tre diversi tipi di azione: Azioni specifiche, innovative e/o sperimentali di cooperazione culturale che favoriscono la visibilità e lo sviluppo di nuove forme di espressione culturale. Tali azioni migliorano l'accesso alla cultura, (in particolare quella dei giovani e delle fasce sociali più sfavorite) e la diffusione di manifestazioni culturali dal vivo grazie anche alle nuove tecnologie. Vengono incentivate iniziative, scambi di esperienze e cooperazione tra gli operatori culturali e socio-culturali promuovendo il dialogo interculturale. I progetti hanno durata annuale, al massimo biennale e devono prevedere la partecipazione di operatori culturali di almeno tre stati partecipanti al programma. A questa azione viene attribuito il 45% della dotazione finanziaria del programma e il sostegno comunitario non può superare il 50% del bilancio del progetto (di norma, non inferiore a 50.000 Euro e non maggiore di 150.000 Euro all'anno); Azioni integrate nel quadro di accordi di cooperazione culturale transnazionale, di tipo strutturato e pluriennali: si tratta di accordi, stabiliti fra operatori culturali di almeno cinque paesi partecipanti al programma, che mirano alla realizzazione di azioni culturali strutturate che valorizzino la diversità culturale promuovendo la conoscenza reciproca di storia e valori culturali comuni. Oltre alla coproduzione e diffusione di opere e manifestazioni culturali e alla valorizzazione di siti culturali viene incentivata la circolazione di artisti, autori ed operatori culturali nonché il perfezionamento dei professionisti della cultura e gli scambi di esperienze a livello accademico e pratico attraverso ricerca, insegnamento, seminari e congressi. Gli accordi di cooperazione sono pluriennali, e possono essere finanziati per un periodo massimo di tre anni. All’azione 2 viene attribuito il 35% della dotazione finanziaria. Il finanziamento richiesto per i progetti pluriennali deve essere superiore a 50 000 Euro annui ed inferiore a 300 000 Euro annui e non può superare il 60 % del bilancio complessivo ammissibile del progetto. Eventi culturali speciali con risonanza europea ed internazionale: sono avvenimenti di dimensione e rilevanza importanti, che contribuiscono a diffondere tra i cittadini europei una maggior consapevolezza di appartenenza alla stessa comunità, sensibilizzandoli alla diversità culturale e al dialogo interculturale e internazionale. Tra questi eventi si possono citare la Capitale europea della cultura, il mese culturale europeo e i laboratori europei del Patrimonio. Viene in tal modo promosso il dialogo culturale mediante convegni su questioni di interesse comune e manifestazioni innovative nel settore del patrimonio culturale, delle arti e della storia europea. A questa azione viene attribuito il 10% della dotazione finanziaria del programma (da 150.000 a 300.000 Euro). Il programma è posto in atto dalla Direzione Generale dell’Istruzione e della Cultura della Commissione Europea, assistita da un comitato costituito da rappresentanti di stati membri e presieduto dalla Commissione. Ogni anno la Commissione pubblica sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee un invito a presentare candidature e seleziona poi i migliori progetti tenendo conto del parere di esperti indipendenti e del Comitato di gestione composto dai rappresentanti degli Stati membri. Le candidature vengono presentate alla Commissione europea sulla base dell’invito a presentare proposte utilizzando l’apposito modulo di partecipazione ed inviate entro la scadenza indicata (in genere questa viene fissata a due mesi dalla data di pubblicazione dell’invito). I progetti vengono selezionati dalla Commissione europea in base ai criteri e alle priorità del programma precisati nell’invito a presentare proposte. Considerato che Cultura 2000 prevede un cofinanziamento, con la copertura di massima il 50% dei costi totali, i progetti dovrebbero presentare un piano di finanziamento molto preciso ed articolato: per una maggiore competitività e possibilità di successo, l’accuratezza dovrà riguardare anche il budget. I risultati della selezione dei progetti, sia in caso di esito positivo che negativo, sono comunicati direttamente dalla Commissione agli organismi capofila. Vengono per legge esclusi i progetti presentati da persone fisiche, che iniziano dopo il termine indicato nell’invito o che sono stati ultimati prima del termine di presentazione delle candidature. È ammissibile la candidatura di organismi culturali pubblici o privati aventi statuto giuridico e la cui attività principale si svolga in 25 campo culturale: l’organizzazione deve aver sede in uno dei paesi partecipanti al programma, ovvero i 25 Stati membri dell'Unione europea, i tre paesi SEE/EFTA (Islanda, Liechtenstein e Norvegia), i paesi candidati con i quali sono state definite le modalità di partecipazione. Non sono ammessi progetti a scopo commerciale e lucrativo. Per ogni progetto selezionato la Commissione stipula un contratto con l’organismo capofila, nel quale sono specificate le modalità e i termini di finanziamento. La sovvenzione viene erogata all’organismo capofila in due o tre rate in funzione dell’importo e della durata del progetto: la prima rata viene erogata entro due mesi dalla firma del contratto mentre il versamento delle rate successive è soggetto all’approvazione, da parte della Commissione, dei rapporti di attività e finanziari. Gli organizzatori dei progetti selezionati sono tenuti per contratto a garantire la pubblicità della sovvenzione ottenuta dall’Unione Europea: l’inadempienza a uno qualsiasi dei termini previsti dal contratto può costituire un elemento per la rescissione dello stesso e l’annullamento del contributo, con conseguente azione per il recupero delle somme già erogate. Tutte le spese sostenute nell’ambito del progetto vanno documentate in un elenco dettagliato (gli originali devono essere conservati per cinque anni per eventuali controlli contabili): vengono ammesse solo le spese legate alla realizzazione del progetto. Entro 60 giorni dalla fine del progetto va consegnato alla Commissione Europea un Rapporto finale, ovvero una relazione, dettagliata ed esauriente, riguardante le attività svolte per lo sviluppo del progetto ed i risultati raggiunti. I fondi strutturali e Agenda 2000 I Fondi strutturali sono uno dei principali strumenti finanziari dell’Unione Europea: si tratta di fondi gestiti a livello locale per i quali non occorre la partnership a livello europeo. Il loro obiettivo è quello di contribuire all’eliminazione degli squilibri economici e sociali fra le regioni dell’Unione Europea favorendo in tal modo la coesione socioeconomica. Si tratta di fondi resi disponibili per lo sviluppo regionale e costituiscono la parte più consistente del bilancio europeo destinato alla cultura. Questi programmi si rivolgono in genere a partner locali e regionali allo scopo di favorire lo sviluppo culturale anche in funzione di un incremento d’occupazione. La cultura infatti permette ad una regione di ribadire la propria identità e di sviluppare il proprio potenziale turistico. Come esplicitato nel trattato di Amsterdam11, l'occupazione costituisce una questione di interesse comune per tutti gli Stati membri: non a caso, nei progetti di politica per l’occupazione sono citati come destinatari anche gli operatori culturali. Il documento programmatico che riforma i fondi strutturali e detta i criteri per l’ampliamento dell'Unione è Agenda 2000: si tratta di una comunicazione della Commissione Europea, presentata al Parlamento Europeo il 16 luglio 1997 e contiene la strategia dettagliata della Commissione per il rafforzamento dell'Unione Europea all’inizio del XXI secolo. Agenda 2000 contiene il quadro finanziario dell'Unione per il periodo 2000-2006 con un totale di stanziamenti per 745 miliardi di euro, di cui 275 miliardi di euro per azioni strutturali. Il documento ha come obiettivo il consolidamento della crescita, della competitività e dell'occupazione in una prospettiva di modernizzazione. Col rafforzamento e la riforma delle politiche di base, l'Unione collabora all’allargamento dell’Europa in modo tale da garantire a tutti i candidati uguali opportunità di crescita ed individua opportune prospettive finanziarie per garantire la copertura e lo sviluppo delle politiche promosse. Concluso il periodo di programmazione 1994-1999 si è attuata la riforma del funzionamento dei Fondi strutturali con l’obiettivo di migliorare la loro efficienza, mantenendo il livello di impegno finanziario ed estendendolo agli Stati che hanno presentato domanda di adesione: a questo scopo è stato istituito un nuovo strumento finanziario chiamato Strumento di preadesione (ISPA). 11 Stipulato il 2 ottobre 1997, è entrato ufficialmente in vigore solo il 1° maggio 1999. 26 Il 24 e il 25 marzo 1999, il Consiglio Europeo, riunitosi a Berlino, ha approvato un accordo politico, sulla base di Agenda 2000, prevedendo un rafforzamento dell'efficacia dei Fondi strutturali tramite una maggiore concentrazione tematica e geografica degli interventi e la conferma dell'impegno dell'Unione a favore della coesione economica e sociale. Garanzia di una maggiore efficacia saranno una gestione più decentrata e controlli rafforzati. La struttura normativa relativa ai fondi strutturali è stata semplificata, prevedendo un nuovo regolamento con disposizioni generali relative a tutti i fondi unito a regolamenti specifici per ciascun fondo. Dopo il via libera del Parlamento europeo, il 21 giugno 1999 il Consiglio ha adottato formalmente i nuovi regolamenti dei Fondi strutturali per il periodo 2000-2006 ridefinendo gli obiettivi e gli strumenti: sul piano finanziario, ha fissato gli stanziamenti per Stato membro e per ciascuno dei tre obiettivi prioritari attraverso i Fondi strutturali europei. Gli aiuti del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) sono destinati principalmente alle regioni che presentano ritardi di sviluppo, per finanziare interventi volti a promuovere la coesione socioeconomica attraverso la correzione degli squilibri regionali. Il Fondo sociale europeo (FSE) invece è finalizzato a sostenere la strategia europea per l’occupazione al fine di prevenire e combattere la disoccupazione attraverso interventi per lo sviluppo delle risorse umane e del mercato del lavoro. Esistono poi il Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (FEAOG) e lo Strumento finanziario di orientamento della pesca (SFOP) che finanziano rispettivamente la politica agricola comune e le misure di accompagnamento della politica comune della pesca su tutto il territorio dell’Unione. Dal 1993, oltre ai Fondi Strutturali, opera anche il Fondo di coesione, che sostiene con finanziamenti infrastrutture di trasporto e per l’ambiente nei paesi con un prodotto interno lordo pro-capite molto inferiore alla media comunitaria. Gli obiettivi prioritari e le iniziative comunitarie Come si è detto, gli stanziamenti dei Fondi strutturali per il periodo 2000-2006 avvengono sulla base della definizione di tre obiettivi prioritari. La precedente programmazione, sulla base dei regolamenti adottati nel 1993 per il periodo 1994-1999, fissava gli obiettivi prioritari per i Fondi strutturali nel numero di sei. A seguito dell’adesione di Austria, Finlandia e Svezia gli obiettivi diventarono sette. Gli attuali obiettivi hanno le seguenti caratteristiche: promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo. Rientrano nell'Obiettivo 1 le regioni che presentano ritardi di sviluppo e il cui prodotto interno lordo pro capite (espresso in parità di potere di acquisto) è inferiore al 75% della media comunitaria: tra queste, le regioni ultraperiferiche (Dipartimenti francesi d'oltremare, le Azzorre, Madeira e Isole Canarie) e le zone artiche scarsamente popolate, appartenenti alla Finlandia e alla Svezia. Si tratta dell'Obiettivo prioritario della politica regionale europea: i 2/3 delle azioni dei Fondi strutturali sono adottate in relazione a questo obiettivo. favorire la riconversione economica e sociale delle zone con difficoltà strutturali. Tale Obiettivo raggruppa i precedenti obiettivi 2 e 5b ed è destinato a sostenere zone in fase di trasformazione economica con mutamenti socioeconomici nei settori industriale e dei servizi: tra queste figurano aree urbane in difficoltà, zone rurali in declino, zone in crisi dipendenti dalla pesca e zone in riconversione dipendenti dai servizi. Le aree interessate alle differenti tipologie di intervento dell’Obiettivo 2 devono corrispondere a specifici "criteri obiettivi", legati, ad esempio, al tasso di disoccupazione, alla bassa densità popolativa, al livello di povertà, al degrado della situazione ambientale, al tasso di criminalità elevata ed al basso livello di istruzione. Gli Stati membri propongono alla Commissione un elenco di zone che soddisfano tali criteri: la lista è decisa in partenariato tra Commissione e Stato membro ed è valida per tutto il periodo di finanziamento coperto da Agenda 2000. 27 favorire l’adeguamento e l’ammodernamento delle politiche e dei sistemi di istruzione, formazione e occupazione. L’Obiettivo, che costituisce il quadro di riferimento per lo sviluppo delle risorse umane, riunisce i precedenti obiettivi 3 e 4 e si applica in tutto il territorio dell’Unione europea. I finanziamenti a titolo di questo strumento programmatico riguardano le regioni cui non si applica l’obiettivo 1. Va in ogni caso assicurato un quadro di riferimento politico per l'insieme delle azioni in favore delle risorse umane su tutto il territorio nazionale e deve essere compatibile e coerente col nuovo titolo sull'occupazione inserito nel Trattato di Amsterdam e con la strategia per l'occupazione definita dal Consiglio Europeo di Lussemburgo. Ogni Stato membro riceverà una percentuale delle risorse totali disponibili per l'Obiettivo 3 in base alla propria quota della popolazione. Per consentire un’uscita priva di traumi alle regioni e alle zone che non sono più ammissibili all'aiuto dei Fondi strutturali per il periodo 2000-2006 ma che nella precedente programmazione erano ammissibili agli obiettivi 1, 2 o 5b, i regolamenti europei prevedono un sostegno transitorio, denominato Phasing-Out, in modo da non compromettere i risultati garantiti dagli aiuti strutturali precedenti: il sostegno avviene, in misura decrescente, sino al 2005. Le zone a sostegno transitorio sono costituite da aree classificate in un contesto intermedio di passaggio tra condizione di declino e di riconversione. Con l’allargamento dell’Unione Europea ad altri paesi e con la conseguente diminuzione del prodotto interno lordo comunitario, le regioni italiane, che fino ad ora hanno beneficiato di Fondi strutturali, si troveranno nella necessità di creare paternariati con altri paesi europei per l'assegnazione di fondi non strutturali, detti Fondi tematici, attraverso attività di programmazione e progettazione. Tra le priorità europee definite dai fondi tematici figurano la valorizzazione del territorio, della cultura e dell’ambiente, la ricerca e il trasferimento di buone pratiche e metodologie per lo sviluppo sostenibile del territorio. Oltre ai tre Obiettivi prioritari e al Sostegno transitorio, i Fondi strutturali europei intervengono, per il periodo 2000-2006, attraverso azioni denominate “Iniziative comunitarie” rivolte a specifici obiettivi settoriali. Tra queste, si possono ricordare INTERREG, nato per la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale con la finalità di promuovere uno sviluppo armonioso ed equilibrato del territorio europeo e URBAN II, finalizzato al recupero economico e sociale dei quartieri in crisi delle città e alla promozione dello sviluppo urbano. Tali strumenti prevedono la mobilitazione di risorse finanziarie per attuare azioni di specifico interesse per l’Europa. Rassegna della letteratura A causa del carattere innovativo e della continua evoluzione delle politiche comunitarie in materia di progettazione europea per il settore culturale, ad oggi, risulta complicato rintracciare una letteratura specifica sul tema in oggetto che risulti fornire informazioni dettagliate ed aggiornate sia di carattere generale, sia relative a particolari settori o a specifici casi nonché sulla valutazione ed il monitoraggio degli interventi comunitari. Ben più completi ed utili a tal fine sono invece i numerosi siti internet che fanno riferimento alle politiche Europee in termini di progettazione e programmi comunitari. Se, nel caso della bibliografia di taglio specialistico sul tema delle politiche comunitarie, ci s’imbatte nel problema di informazioni poco aggiornate, che magari fanno riferimento alla programmazione comunitaria precedente al 2000, diverso è il discorso relativo ai siti internet dove la difficoltà maggiore risiede nella scelta tra le numerose notizie presenti in rete: oltre ai siti ufficiali della Comunità europea esistono infatti molti altri siti che forniscono informazioni sui bandi proposti dall’Unione e presentano come esempi progetti che sono stati finanziati negli scorsi anni. Riporto di seguito quindi alcuni testi di riferimento insieme al commento su alcuni siti internet interessanti per chi si debba approcciare alla progettazione europea. 28 Analisi critica della letteratura Programma Comunitario “Cultura 2000”, Atti del Convegno di Trento del 7 marzo 2002, Collana “Quaderni del Centro di Documentazione Europea”, 11, Giunta della Provincia Autonoma di Trento, Trento, 2002. Il testo raccoglie le riflessioni scaturite nell’ambito di un seminario, svoltosi a Trento nel 2002, dove si sono messe a confronto diverse testimonianze riguardanti il programma comunitario Cultura 2000. Oltre a fornire informazioni pratiche per la presentazione di iniziative progettuali, vengono illustrati e commentati, nella consapevolezza dell’esistenza di un patrimonio culturale europeo comune, casi di successo realizzati in Trentino. Alberto Canova, Enrico Flavio Giangreco, I fondi strutturali: come finanziarsi in Europa per fare impresa. Dalle regole 2000-2006 ai 10 casi di successo, prefazione di Claudio Demattè, introduzione di Robert Leonardi, Angeli, Milano, 2001 (nuova ed. 2003). Anche sulla scorta dei dettami scaturiti da Agenda 2000, il libro offre una panoramica completa sui Fondi strutturali, gli obiettivi ai quali si riferiscono e la legislazione che li regola fornendo al lettore una bussola per approcciarsi allo strumento dei Fondi strutturali. Oltre alla presentazione esemplificativa di dieci casi di successo già realizzati, il testo è corredato da schede tecniche sintetiche, un glossario ed un elenco di indirizzi utili suddivisi per regione. Giuseppe Mammarella, Paolo Cacace, Storia e politica dell’Unione Europea, Laterza, Roma, 1998, (nuova edizione aggiornata 2004) Il testo ricostruisce ed analizza in modo critico le vicende storiche e politiche che hanno accompagnato il percorso d’integrazione europea. L’excursus storico parte dalla nascita dell’idea di Europa e giunge fino all’allargamento dei confini europei, cercando di fornire informazioni esaurienti sui temi dell’unità politica europea. Ariane Landuyt (a cura di), Idee d'Europa e integrazione europea, Il Mulino, Bologna, 2004 Con la nascita nel 2004 dell’Europa a venticinque, si apre una nuova pagina del processo di integrazione culturale europea iniziato nel secondo dopoguerra. Il testo offre una riflessione critica sulle vicende storiche e politiche che hanno riguardato gli stati membri attraverso il contributo di studiosi ed esperti di varie Università europee, fornendo un panorama su come l’esperienza comunitaria e gli interessi e le identità nazionali si siano conciliati durante il processo integrativo Analisi critica di siti internet http://www.antennaculturale.it Antenna Culturale Europea è lo sportello informativo italiano per il programma Cultura 2000 della Commissione europea - Direzione generale istruzione e cultura. E' stata istituita a Torino nel 1998 presso l'Istituto Universitario di Studi Europei di Torino, per volere della Commissione europea. L’obiettivo del sito è quello di informare e promuovere a livello nazionale, presso enti ed operatori del settore culturale, le opportunità presentate dal programma Cultura 2000 di cooperazione culturale negli ambiti operativi riferiti ai beni culturali, alla letteratura, alla musica, agli spettacoli e alle nuove forme di espressione culturale. Le funzioni e i servizi di Antenna Culturale riguardano: l'informazione e la documentazione sul programma Cultura 2000; la diffusione dei bandi e della relativa modulistica per la partecipazione; l'orientamento degli operatori in funzione della natura dei loro progetti; la promozione dell'azione culturale europea; la partecipazione ad iniziative culturali; l'organizzazione e la partecipazione a riunioni informative sull'azione culturale europea. http://europa.eu.int/comm/culture/eac/index_en.html http://europa.eu.int/comm/culture/index_it.htm Siti ufficiali della Comunità Europea sui programmi culturali: si propongono di guidare i cittadini, gli operatori culturali, gli enti locali, regionali o nazionali nei vari ambiti di intervento dell’Unione 29 che, a diverso titolo, riguardano il settore della cultura. Vi si possono reperire informazioni relative a settori di attività culturale – musica, danza, restauro del patrimonio artistico ecc. – o alle azioni comunitarie - cooperazione culturale, finanziamento di dotazioni culturali, cooperazione internazionale. http://www.europafacile.net/index.asp Europafacile è il sito sulle politiche e i finanziamenti dell'Unione europea, realizzato dai Servizi Politiche dell'Unione europea di ERVET - Emilia-Romagna Valorizzazione Economica del Territorio SpA per conto della Regione Emilia-Romagna: si rivolge a tutti i soggetti pubblici e privati, autonomie locali, centri di servizio alle associazioni ed enti interessati ad interagire nel processo di integrazione europea e a beneficiare delle opportunità comunitarie. Si tratta di uno strumento informativo sulle politiche e i programmi comunitari, sui documenti di lavoro delle Istituzioni comunitarie, sui bandi di gara e i relativi formulari per la presentazione di progetti, sugli appuntamenti di rilevanza internazionale e sui referenti dei programmi europei. Vengono messi a disposizione esempi di progetti già finanziati con i contributi dell'Unione europea ed i riferimenti di partner con cui è possibile avviare progetti di collaborazione. Il sito, cui si accede gratuitamente previa registrazione, offre agli iscritti informazioni rielaborate e sintetizzate che facilitano la comprensione dell'iter di elaborazione degli atti relativi alle politiche europee e delle modalità di accesso alle opportunità di finanziamento comunitarie. Evidenze empiriche L’analisi della problematica relativa alla progettazione culturale europea mi ha permesso di esaminare il concetto di “spazio culturale europeo” e di affrontare le tematiche collegate al programma Cultura 2000 e alle diverse iniziative comunitarie connesse all’utilizzo dei Fondi strutturali. Durante questa indagine ho reperito notizie relative a progetti approvati dall’Unione Europea che possono fornire informazioni utili e fungere da exemplum, sia per le tematiche affrontate sia per le modalità di realizzazione e la creazione di reti transnazionali, per eventuali future candidature nell’ambito dei programmi culturali europei. A mio parere infatti, al di là degli aspetti istituzionali, risulta necessario portare testimonianze su cosa significhi partecipare ad un programma europeo ed analizzare eventuali problemi che si possono incontrare lavorando con partner stranieri, trattandosi generalmente di una collaborazione non semplice perché costringe a lavorare con metodi differenti utilizzando spesso una lingua diversa dalla propria. Altro problema non banale, in fase di progettazione, è la ricerca di partner che va realizzata attraverso l’attivazione di canali. Sui siti internet ufficiali della Comunità Europea è possibile rintracciare elenchi di progetti approvati nell’ambito dei programmi culturali comunitari a partire dal 1999, descritti più o meno in dettaglio e suddivisi per categorie tematiche d’intervento: in quasi tutti è presente il titolo del progetto, l’organismo capofila e i partner co-organizzatori o associati nonché una breve descrizione del progetto con data ed entità del finanziamento Comparazione tra evidenze empiriche Quello che traspare dall’analisi degli elenchi di progetti approvati negli ultimi anni è un’attenzione particolare della Comunità Europea a quelle proposte che hanno come caratteristica peculiare l’utilizzo dell’innovazione tecnologica applicata al Patrimonio Culturale e che prevedono la cooperazione di soggetti provenienti da diversi stati dell’Unione. Questa scelta è motivata da una valutazione che riguarda la possibilità di una maggiore accessibilità al progetto che vada in tal modo a supportare la finalità di creazione dello spazio culturale comune europeo unito ad uno sviluppo di solidarietà e cooperazione tra le popolazioni. I finanziamenti europei sono stati utilizzati principalmente per restauri e valorizzazioni di evidenze architettoniche ed artistiche, per la realizzazione di database e materiali audiovisivi e digitali 30 riguardanti il Patrimonio Culturale e per la sovvenzione di festival o rassegne culturali che avessero come finalità la presentazione di realtà culturali (letterarie, teatrali ed artistiche) ad un numero consistente di pubblico. Riporto di seguito alcuni esempi di progetti, approvati negli scorsi anni dalla Comunità Europea nell’ambito del programma Cultura 2000, che mi sono sembrati esemplificativi dell’attuale tendenza riguardante il settore culturale. Ecoles et Musées: une pedagogie pour le patrimoine Il progetto, proposto dalla fondazione belga Pegase e rivolto principalmente ai giovani, ha coinvolto il Ministero della Cultura del Lussemburgo e la Regione Lombardia. Il lavoro svolto ha riguardato uno studio interdisciplinare di siti culturali di interesse europeo scelti dalle scuole tramite il sostegno di esperti museali. In una seconda fase, dopo uno scambio di idee ed esperienze tra le scuole coinvolte, è stata data pubblicità dei risultati raggiunti nel corso del lavoro attraverso l’utilizzo delle moderne tecnologie e la creazione di un sito internet. Gli obiettivi del progetto sono stati la sensibilizzazione dei bambini in età scolare all’unicità e vulnerabilità del patrimonio culturale europeo con un approccio misurato alle loro esigenze in funzione dell’educazione e della didattica al Patrimonio. Landscape and cultural and economic resources laboratory in European archaeological sites L’Instituto Andaluz del Patrimonio Historico tra l’ottobre 2001 e il settembre 2002, insieme al Comune italiano di Cortona e all’Istituto portoghese del Patrimonio Architettonico, ha progettato e realizzato, con una sovvenzione comunitaria di 232.710,71 Euro, un laboratorio sperimentale per il paesaggio con lo studio di alcuni siti archeologici collocati in diverse nazioni: il sito di BaeloClaudia in Andalusia, quello di Mirobriga in Portogallo, l’Acropoli di Thessaloniki e il Parco Archeologico di Cortona. La finalità del progetto è stata la promozione della conoscenza dei siti archeologici, in funzione della tutela e conservazione attraverso il coinvolgimento della popolazione Séminaire de Formation de conducteurs de travaux Nel 2001, con una sovvenzione pari a 32 278.25 Euro l’Association Européenne des Enterprises de Restauration du Patrimoine Architectural insieme ad altre associazioni spagnole ed inglesi ha promosso seminari di formazione riguardanti il restauro di monumenti storici che permettessero l’acquisizione della conoscenza dei metodi di lavoro applicati nei cantieri europei, offrendo la possibilità di mettere a confronto le diverse tecniche e favorendo gli scambi di materiali scritti e presentazioni grafiche. Presso la regione d’Avignone è stato realizzato uno stage cui hanno partecipato professionisti ed imprese di restauro: la finalità del progetto è stata l’acquisizione di un atteggiamento critico e cosciente dei professionisti alle prassi d’approccio al restauro del Patrimonio culturale in un’ottica di cooperazione europea. Este Court Archive - ECA Il progetto, nato da un’idea partita dalla Provincia di Ferrara, ha coinvolto il CINECA, il Louvre, la tedesca Gemaldegalerie Alte Meister e la Narodni Galerie di Praga. Il lavoro ha previsto, tra il 2001 e il 2002 con una sovvenzione di 146.146 €, la raccolta e la catalogazione informatizzata di tutti i lavori (dipinti, sculture, monete, libri…) posseduti dalla famiglia Este, un tempo presenti a Ferrara ed ora dispersi in numerose collezioni, tra cui quelle del Louvre, della Narodni Galerie, della Gemaldegalerie e dell’Hermitage di San Pietroburgo. Il 31 catalogo è stato poi reso disponibile attraverso un software user-friendly in più lingue, accessibile via web. European World Heritage Il Concello de Lugo in Spagna, insieme al Comune di Verona e alle città di Pécs in Ungheria e Mons in Belgio, hanno realizzato, tra 2001 e 2002, una partnership in qualità di città inserite dall’UNESCO nel 2000 nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Le attività svolte nell’ambito del progetto, (visite guidate, seminari, conferenze,…) si sono concretizzate nella realizzazione di testi cartacei e di prodotti multimediali come CD-rom e siti internet. Attraverso il contributo europeo di 136.797.50 Euro, si è realizzato lo scambio di informazioni e buone prassi riguardanti la protezione e la valorizzazione dei siti UNESCO in funzione della diffusione della conoscenza riguardante il Patrimonio culturale europeo, specialmente per i giovani. Da ciò che si può desumere dagli esempi proposti, Cultura 2000, primo programma quadro dell’Unione europea nel settore culturale, si occupa di una materia estremamente delicata che va ad impattare con le specificità nazionali. Suo elemento caratterizzante è la cooperazione nazionale ed internazionale: l’obiettivo è la collaborazione tra organizzatori con esperienza e professionalità per favorire lo scambio reciproco, il dialogo e il perfezionamento degli operatori stessi. Nei progetti infatti, oltre al sostegno della produzione e alla creatività, vengono valutati il dialogo con la società, in particolare con i giovani e con le categorie svantaggiate. I criteri generali di Cultura 2000 sono la dimensione europea, la qualità progettuale e l’innovazione: trattandosi di un programma con relativamente poche risorse, vengono a maggior ragione premiate progettualità di qualità ed innovative. Lo stimolo è quello di cercare nella proposta progettuale qualcosa di diverso e nuovo per tematica affrontata, metodologia e coinvolgimento geografico degli operatori impegnati nel progetto. Nell’approccio alla progettazione risulta fondamentale considerare la particolare rilevanza data, oltre all’accuratezza della sezione riguardante il budget e all’utilizzo di nuove tecnologie, ai destinatari del progetto stesso, ovvero chi accede e chi usufruisce del progetto sia in termini di occupazione che di fruizione. Riflessioni teoriche conclusive: considerazioni generali Da ciò che si evince da quanto è stato esposto, il progetto è l'elemento fondamentale per procedere nella ricerca di finanziamenti comunitari: da esso devono emergere quelle caratteristiche di innovatività, complementarietà e gestibilità che trasformano un atto tecnico in un'azione strutturata. Va pertanto curata ogni fase del progetto: dalla stesura alla presentazione della domanda di finanziamento, fino alla realizzazione e rendicontazione finale, in una serie di attività coordinate tra loro. Il momento antecedente la vera e propria redazione del progetto, è l’individuazione dei programmi comunitari cui fare riferimento. A questi seguirà la costituzione di paternariati e cooperazioni locali ed internazionali. Necessarie inoltre sono la predisposizione della documentazione ufficiale e la gestione dei programmi fino al momento della rendicontazione. Il numero di programmi comunitari è molto elevato e spesso le organizzazioni che desiderano partecipare ai bandi si limitano a identificare i programmi che fanno esplicito riferimento agli ambiti in cui esse operano. Una scelta di questo tipo tende a limitare le potenzialità progettuali: in realtà, le possibilità offerte dai vari programmi sono molto più numerose di quanto possa sembrare. Per un approccio più approfondito alle possibilità offerte è necessario effettuare un’analisi iniziale delle caratteristiche della propria struttura: motivazioni, piani di sviluppo, competenze specifiche ed eventuale rete di rapporti, nazionali ed internazionali, già costituita o attivabile dalla struttura presso cui si opera. E’ possibile definire una “mappa di interessi” (a breve, medio, lungo termine) che permetta di agevolare il processo di identificazione dei programmi europei cui fare riferimento. Non 32 va dimenticato infatti che quello europeo è solo uno degli ambiti di finanziamento cui è possibile accedere: la progettazione deve tenere conto dei diversi livelli di finanziamento (comunali, provinciali, regionali, nazionali, internazionali) al fine di evitare proposte che per loro natura non rispondano ai requisiti per il finanziamento. In molti progetti presentati all’Unione Europea, ad esempio, viene sottovalutata la transnazionalità insita in questo tipo di programmi: tale approccio limita spesso le possibilità di approvazione. Non va trascurata la propria rete di contatti, in quanto la costituzione di partenariati è un aspetto fondamentale nella gestione di un progetto. Uno strumento utile per la progettazione potrebbe essere la creazione di una tabella in cui le proprie caratteristiche si incrocino con gli interessi progettuali e con il tipo di finanziamento. Durante la predisposizione di un progetto, solo dopo aver identificato gli obiettivi, ci si occuperà della messa a punto dell’ipotesi operativa e della quantificazione dell’idea identificandone gli strumenti finanziari. L’articolazione progettuale deve essere strutturata per fasi in cui vanno individuati, oltre agli obiettivi e ai contenuti, la metodologia da seguire, la tempistica, il tipo di risorse impegnate ed i risultati attesi. Vanno rispettate chiarezza ed accuratezza nella formulazione degli obiettivi e la coerenza tra questi ultimi e il piano operativo. Devono essere determinati, in modo sufficientemente analitico, sia i costi di implementazione (progettazione e realizzazione) che quelli di gestione a regime. Generalmente, nelle linee guida dei bandi, per la presentazione del budget, vengono evidenziati i limiti rispetto al costo di certe prestazioni: alcune tipologie di spesa non possono pertanto superare una percentuale del costo complessivo del progetto: è importante verificare questi vincoli in quanto alcuni parametri potrebbero risultare incongruenti con la nostra idea progettuale. E’ utile indicare dove si possono reperire le risorse, in quanto tempo, con quali vincoli. In caso di cofinanziamento, in cui un ente finanzia il progetto a patto che il soggetto che lo realizzi investa proprie risorse economiche ed umane, è fondamentale indicare le fonti di cofinanziamento nazionale (pubbliche e/o private), individuate o disponibili. Riflessioni teoriche conclusive: per la progettazione di un Centro Universitario di Ricerca e Didattica sul Patrimonio Culturale Obiettivi generali Il Centro Universitario di Ricerca e Didattica prevede una stretta connessione tra la ricerca universitaria riguardante i Beni Culturali e Ambientali, la divulgazione dei risultati raggiunti e l’attività di formazione rivolta a chi, a vario titolo, intenda acquisire competenze connesse agli ambiti disciplinari riguardanti il Patrimonio. Tra gli obiettivi che ci si propone di raggiungere, in funzione della valorizzazione del Patrimonio Culturale, ci sono la realizzazione di progetti multidisciplinari che prevedano l’integrazione di soggetti di diversa ragione sociale operanti sul territorio e la capacità che i progetti stessi producano innovazione in una prospettiva di sviluppo economico sostenibile che incentivi la ricerca e porti ad una rivalutazione culturale del territorio, anche in funzione di percorsi turistici e culturali. Partendo dalla considerazione della necessità che un ente universitario non si limiti all’attività puramente didattica ma che a questa venga collegata un’attività di ricerca costante che produca innovazione sul piano culturale, si è definito un progetto per la realizzazione di un Centro che operasse in sinergia con le istituzioni presenti sul territorio impegnate nella comune direzione della valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali. La conservazione, gestione e valorizzazione del Patrimonio Culturale infatti avviene oggi solo grazie ad una sinergia di competenze e conoscenze diverse, nelle quali le discipline umanistiche s’incontrano con le nuove tecnologie e con altri ambiti disciplinari che concorrono, sia a livello operativo, per la ricerca, sia come mezzo d'informazione, ad un atteggiamento multidisciplinare che valorizza lo scambio di conoscenze e collaborazioni. Nell’ambito della formazione universitaria risulta urgente e necessario attuare una modernizzazione dei sistemi didattici, che si muova in coerenza col mondo professionale approfondendo la 33 conoscenza delle realtà legate ai Beni Culturali e sviluppando attività di studio e ricerca grazie alla possibilità di far intervenire realtà e competenze diverse ma complementari. Il Centro si occuperà di studi finalizzati all'avanzamento scientifico delle teorie e delle metodologie di analisi e progettazione: verranno a tal fine attivate collaborazioni con altre strutture di ricerca universitaria, con Enti di ricerca nazionali ed internazionali, con Enti pubblici e privati ed associazioni operanti nel settore. Stimolando iniziative di divulgazione scientifica e di collaborazione interdisciplinare, il Centro coopererà, in accordo con le istituzioni competenti, ad iniziative di aggiornamento e specializzazione per operatori del settore. Verranno promosse ed organizzate adeguate forme di collaborazione con gli Enti, le Imprese e le Associazioni interessate alle finalità o ai servizi che il Centro stesso potrà fornire. Il Centro metterà a disposizione dei soggetti interessati un servizio di documentazione sulle tematiche relative al Patrimonio Culturale: il Centro curerà la raccolta della documentazione riguardante i diversi ambiti disciplinari e s’impegnerà nella pubblicazione periodica di notiziari, atti, monografie e periodici, per la diffusione dei risultati delle ricerche. Affiancata all’attività di ricerca interdisciplinare, ci sarà quella della promozione di seminari, incontri di studio e convegni sui temi riguardanti il Patrimonio atti a diffondere conoscenza, in funzione dell’attivazione di corsi ed altre forme di attività formativa specializzata nei diversi settori disciplinari che favoriranno l’interazione tra competenze complementari. Obiettivi specifici Considerati gli obiettivi generali, si definiscono gli obiettivi specifici riguardanti il Centro Universitario di Ricerca e Didattica sul Patrimonio Culturale. In particolare questi vengono identificati: Creazione del Centro di Ricerca e Didattica: vengono qui considerati i costi relativi alla fase di costituzione del Centro e i costi necessari per la gestione in essere dello stesso. Attività di ricerca: riguarda i costi necessari per l’attività di ricerca. Attività didattica: vengono inseriti in questa voce i costi relativi all’attività didattica del Centro, intesa sia come creazione di corsi, sia come realizzazione di seminari, incontri di studio e convegni. Attività di documentazione e divulgazione: questo obiettivo riguarda i costi da sostenere in funzione della raccolta di materiale documentario e della produzione di atti e documenti per la divulgazione dei risultati raggiunti. Viene di seguito riportata una griglia che sintetizza le categorie di utenti cui è rivolta l’attività del centro, il bacino geografico di competenza con riferimento agli enti in rapporto di paternariato ed una scansione temporale delle attività previste. Categoria di Utenti o segmenti di domanda Insegnanti e professionisti del settore Giovani Adulti Confini geografici Università di Ferrara Comune di Ferrara Provincia di Ferrara Regione Emilia-Romagna Accordi con enti universitari ed istituzioni culturali italiane Accordi con enti universitari ed istituzioni culturali europee Accordi con enti universitari ed istituzioni culturali extra-europee Durata dell’intervento Creazione del Centro di Ricerca e Didattica: anno 2005 Attività di ricerca dal 2005 34 Attività didattica e seminariale: anno accademico 2005/2006 Produzione materiale cartaceo ed informatico dal 2005 Produzione documenti e atti dal 2005 Connessione a network/partnership Università di Ferrara Comune di Ferrara Provincia di Ferrara Regione Emilia-Romagna Enti universitari ed istituzioni culturali italiane Enti universitari ed istituzioni culturali europee Enti universitari ed istituzioni culturali extra-europee Tabella 1. Griglia di qualità I piani finanziari che seguono, si riferiscono alle azioni necessarie per la creazione e lo sviluppo del Centro: comprendono la fase di avvio e un periodo minimo di un anno nel quale verranno avviate le attività di ricerca, formazione e divulgazione. Intervento 1: Creazione del Centro di Ricerca e Didattica Nell’ambito della pianificazione delle attività riguardanti il Centro, si definiscono gli investimenti e le risorse necessarie per la realizzazione operativa della struttura che avrà sede presso locali resi disponibili dall’Ateneo ferrarese in comodato d’uso gratuito. Nell’ambito dell’attività di previsione degli investimenti sono stati definiti i beni (materiali e immateriali) ritenuti necessari per l’esercizio dell’attività del Centro: tra questi vanno inserite le spese relative ad impianti elettrici, riscaldamento e telefono e quelle riguardanti le attrezzature necessarie per svolgere l’attività di ricerca e didattica, che solo in parte potrebbero essere forniti dalla struttura ospitante nel caso avesse la disponibilità di materiale in esubero. Tra i costi fissi vanno comprese anche le spese postali e quelle relative alla manutenzione dei beni e la cancelleria. Non indifferente sul bilancio del Centro è il costo del lavoro dipendente, che potrebbe essere congiunto ad altre spese collegate all’aggiornamento professionale, svolto anche presso strutture esterne. Vengono previsti nell’organico un coordinatore del progetto, con incarico a tempo pieno, ed un addetto alla segreteria, con un part-time di 24 ore. Nella voce personale extra viene prevista la spesa relativa a consulenze esterne e tecnici informatici che forniscono prestazioni occasionali. Indispensabile e da tenere in considerazione è anche la voce di spesa relativa alla pubblicità del Centro che potrà essere realizzata in diverse modalità. Oltre a pieghevoli cartacei e spazi su stampa specializzata, si utilizzerà la visibilità offerta non solo dalla creazione di un sito internet con mailing list correlata, ma anche quella relativa all’organizzazione di incontri tematici e la pubblicazione di periodici informativi. Una volta consolidati i rapporti esterni e avviati i corsi, dall’anno accademico successivo si potrebbe lavorare in un’ottica di fidelizzazione degli iscritti: oltre all’organizzazione di scuole estive, si potrebbe proporre la creazione di un’associazione di professionisti del settore, collegata al Centro, che permetta di allargare la rete dei rapporti. Costo mensile n. Voce Avvio e gestione del Centro per il primo anno € 1.500 1 Coordinatore progetto € 600 1 Segretario Personale extra € 200 1 € 400 1 Viaggi e missioni Materiale di segreteria € 500 1 € 400 1 Gestione utilities € 300 1 Comunicazione e pubblicità € 2.000 1 Arredamento Totale annuale Note € 18.000 € 7.200 € 2.400 € 4.800 € 6.000 € 4.800 € 3.600 € 2.000 Full time Part-time 24h per attività di segreteria Consulenti, tecnici informatici Per aggiornamento e contatti di rete Spese di consumo Luce, telefono, … Sito web, brochure, stampa, … Scrivanie, seggiole, armadi, schedari… 35 2 1 1 1 1 Computer Stampante Scanner Fotocopiatrice Evenienze straordinarie € 1.200 € 400 € 400 € 1.000 € 6.300 Sub totale 1 € 2.400 € 400 € 400 € 1.000 € 6.300 € 59.300 Acquisto Acquisto Acquisto Noleggio N. B. I costi relativi alle spese dei locali non sono presenti in quanto si prevede un uso in comodato gratuito concesso dall’Università di Ferrara. Tabella 2. Piano finanziario per l’avvio e la gestione del Centro per il primo anno Intervento 2: Attività di ricerca Di seguito è riportata una tabella che sintetizza i costi ipotizzati per l’attività di ricerca del primo anno. Vengono quantificate le spese per il coordinatore della ricerca e per un ricercatore: oltre allo stipendio, sono compresi i costi relativi a viaggi, materiale di consumo e strumenti informatici necessari all’attività. Voce Costo mensile n. 1 1 1 1 2 1 Totale annuale Attività del Centro per il primo anno: RICERCA Coordinatore di ricerca € 1.300 € 15.600 Ricercatore € 1.000 € 12.000 Viaggi per ricerche € 350 € 4.200 Materiale di consumo € 100 € 1.200 Computer € 1.200 € 2.400 Stampante € 400 € 400 Sub totale 2 € 35.800 Note Full time Personale esperto Per ricerca Cancelleria, … Acquisto Acquisto Tabella 3. Piano finanziario per l’attività di ricerca del Centro per il primo anno Intervento 3: Attività didattica L’attività didattica del primo anno di vita del centro partirà con la realizzazione di un solo corso di perfezionamento con modalità integrata. Oltre a due coordinatori, che si occuperanno a metà tempo, della parte scientifica e didattica, saranno coinvolti un tutor di sistema a tempo pieno e un tutor d’aula che assisterà i corsisti durante le lezioni in presenza e i seminari. Nei limiti del proprio bilancio, il Centro di Ricerca stipulerà contratti per collaborazione e prestazioni professionali con docenti, studiosi, esperti e personale esterno ai ruoli universitari per le attività di didattica. I docenti parteciperanno all’attività didattica e produrranno materiale di studio per gli iscritti. Oltre alle spese per il materiale didattico fornito ai corsisti, vengono conteggiati i costi relativi alle attrezzature d’aula: il costo delle aule non compare in quanto queste sono fornite ad uso gratuito dagli enti che collaborano col Centro. Si ipotizza inoltre l’organizzazione di almeno due incontri disciplinari o convegni organizzati allo scopo di dare visibilità al Centro e di confrontarsi con altre realtà di ricerca. Voce n. Costo mensile Totale annuale Attività del Centro per il primo anno: DIDATTICA € 700 € 8.400 1 Coordinatore scientifico € 500 € 6.000 1 Coordinatore didattico € 1.000 € 12.000 1 Tutor di sistema Docenti € 1.000 € 10.000 10 36 Note Part time 20h Part time 20h Full time Per attività didattica e produzione materiali 1 2 1 40 3 1 1 Tutor d'aula Seminari, Convegni… Viaggi e rimborsi Materiale didattico Computer proiettore lavagna luminosa € 800 € 2.000 € 500 € 200 € 1.200 € 500 € 200 Sub totale 3 € 800 € 4.000 € 6.000 € 8.000 € 3.600 € 500 € 200 € 59.500 Collaborazione occasionale Almeno 2 Per personale e docenti Da fornire ai corsisti e spese Acquisto Acquisto Acquisto N. B. Si tratta di valori assoluti, conteggiati per un solo corso, che variano al variare del numero di docenti coinvolti, di corsisti iscritti e della durata dei corsi. Anche la voce relativa ai seminari varia al variare delle iniziative realizzate. Tabella 4. Piano finanziario per l’attività didattica del Centro per il primo anno Intervento 4: Attività di documentazione e divulgazione Le attività di documentazione e di divulgazione scientifica, rappresentano l’ultima fase dei lavori svolti nel corso del primo anno di vita del Centro Universitario. Si ipotizza la pubblicazione di almeno un documento, in forma cartacea e multimediale, che permetta la divulgazione dei risultati, in termini di ricerca e didattica, raggiunti dal Centro. Parallela a questa attività verrà realizzata la raccolta di documentazione. Il tutto avverrà in funzione della creazione di una fitta rete di rapporti che risulteranno proficui anche per la futura attività del Centro. Voce n. 1 1 1 1 1 1 1 2 Costo mensile Totale annuale Note Attività del Centro per il primo anno: DIVULGAZIONE E DOCUMENTAZIONE Coordinatore scientifico € 1.500 € 18.000 Full time Collaboratore € 800 € 9.600 Part time 30h Spedizioni € 500 € 6.000 Spese di produzione € 500 € 6.000 Editoria cartacea e multimediale Spese per acquisto testi € 200 € 2.400 libri, periodici… Viaggi e rimborsi € 300 € 3.600 Materiale di consumo € 200 € 2.400 Cancelleria, ... Computer € 1.200 € 2.400 Acquisto Sub totale 4 € 50.400 N. B. Si tratta di valori assoluti, conteggiati per una sola pubblicazione(cartacea e multimediale), che variano al variare del numero e del tipo di materiale pubblicato. Tabella 5. Piano finanziario per l’attività di documentazione e divulgazione per il primo anno Risultati attesi Partendo dagli obiettivi specifici e dagli interventi programmati si definiscono come risultati attesi: La costituzione di un Centro di Ricerca e Didattica con almeno due dipendenti e con dotazione di attrezzature finalizzate alle attività di ricerca, didattica e documentazione. La creazione di reti e paternariati con Enti di diversa ragione sociale e provenienza geografica La realizzazione di un sito internet L’avvio dell’attività di ricerca con almeno due ricercatori impegnati in ambiti disciplinari inerenti il Patrimonio Culturale. L’organizzazione di almeno due seminari o convegni di studi per il confronto con altri enti di ricerca e la divulgazione L’organizzazione di almeno un corso di perfezionamento per operatori del Patrimonio Culturale con il coinvolgimento occupazionale di almeno quattro persone 37 Raccolta di materiale, cartaceo e multimediale, riguardante le tematiche riguardanti il Patrimonio Culturale Creazione di materiale divulgativo Produzione di atti e materiale documentario, cartaceo e multimediale per la divulgazione dei risultati raggiunti Finanziamento del Centro Centro di Ricerca Attività di Ricerca Attività di Didattica Attività di Documentazione sub totale 1 sub totale 2 sub totale 3 sub totale 4 Totale (1+2+3+4) € 59.300 € 35.800 € 59.500 € 50.400 € 205.000 Tabella 6. Totale dei costi per le attività del Centro per il primo anno Per coprire le spese relative agli investimenti iniziali e ai costi fissi di struttura è stata realizzata una previsione dei possibili finanziamenti. I fondi del Centro potranno essere costituiti in minima parte da contributi erogati da Enti pubblici e si baseranno soprattutto su capitali provenienti da apposite convenzioni, da enti, imprese e privati interessati allo sviluppo ed all'attività del Centro stesso, sia per la ricerca, sia per l'utilizzo dei risultati di essa. Potranno concorrere alla formazione del capitolato di bilancio fondi, contributi e finanziamenti della Regione, dello Stato e di altri Enti e consorzi tecnico-scientifici operanti sul territorio per la valorizzazione del Patrimonio Culturale. Il Centro potrà disporre di fondi di dotazione ordinaria di funzionamento, assegnazioni per attrezzature scientifiche e per la ricerca, contributi di enti e privati versati per convenzione o a titolo di liberalità, finanziamenti mediante contratti e convenzioni con enti pubblici e privati per attività di ricerca o consulenza nonché contributi straordinari. Le risorse disponibili per il funzionamento del Centro saranno costituite in larga misura dalle somme derivanti dalle iscrizioni ai corsi di studio attivati ma potrebbero altresì provenire dalla vendita delle proprie pubblicazioni. Le somme saranno gestite direttamente dal Centro: i fondi affluiranno all'Università con vincolo di destinazione al Centro stesso. In tal modo l’attività didattica finanzierà in parte l’attività di ricerca vera e propria. Per il restante 50%, i finanziamenti potrebbero essere forniti dalla Comunità Europea attraverso la partecipazione al bando del Programma Cultura 2000. Sarebbe in questa direzione plausibile presentare il progetto del Centro di Ricerca e Didattica in accordo con le specificità espresse dall’Azione 1, che riguarda Azioni specifiche, innovative e/o sperimentali di cooperazione culturale che favoriscono la visibilità e lo sviluppo di nuove forme di espressione culturale. Il progetto del Centro, che possiede requisiti di innovazione e transnazionalità e presuppone rapporti di partnership e network, risponde ai presupposti dell’azione suddetta: l’incentivazione di iniziative, scambi di esperienze e cooperazione tra gli operatori culturali in dialogo interculturale. Anche la quota il cofinanziamento richiesto dal progetto, 102.500 Euro, rientra tra i parametri del bando, che prevede un finanziamento massimo di 150.000 Euro per anno. Per gli anni successivi è possibile prevedere una maggiore autonomia finanziaria sulla base degli introiti derivanti dalla realizzazione di nuovi corsi di studio e dalla vendita di pubblicazioni e periodici. Non è da escludere inoltre il ricorso ad altri finanziamenti europei per i nuovi corsi di studio, che, se realizzati con parametri rispondenti alle esigenze del mercato del lavoro in ambito culturale, potrebbero attingere ai fondi strutturali destinati all’istruzione (FSE). Anche le attività seminariali e quelle di documentazione potrebbero costituire sottoprogetti finanziabili dalla Comunità attraverso Cultura 2000 o altri programmi che presuppongono requisiti di transnazionalità ed innovazione. 38 Preventivi USCITE A – Investimenti ammortizzabili Acquisto, costruzione, ristrutturazione o restauro di 1 €0 immobili 2 Opere di manutenzione straordinaria €0 3 Acquisto di beni e attrezzature durevoli % note 0 comodato d'uso gratuito 0 comodato d'uso gratuito arredamento, materiale informatico, materiale d'aula comunicazione, pubblicità € 14.700 7 Investimenti in comunicazione ed altri intangibles Sub-totale A B – Gestione ordinaria e finanziaria € 3.600 € 18.300 2 9 1 Personale € 120.000 59 2 Gestione corrente € 4.800 2 3 Acquisto di materiale di consumo € 19.000 9 4 5 Rimborsi e missioni Produzione materiale € 18.600 € 6.000 9 3 6 Materiale didattico € 12.000 € 180.400 6 88 € 6.300 € 205.000 3 4 Sub-totale B C – Gestione straordinaria 1 ENTRATE I. Entrate proprie (pricing, merchandising, network, autofinanziamento, ecc.) I. Entrate proprie (pricing, merchandising, network, autofinanziamento, ecc.) Evenienze straordinarie Totale (A+B+C) cartaceo e multimediale Finanziamento per attività € 40.000 didattica 20 corso di perfezionamento (1000€ x 40 quote) Proventi dalla vendita del € 3.500 materiale documentario 2 Vendita testi cartacei e multimediali Sponsorizzazione di Enti locali III. Sponsorizzazioni e Sponsorizzazione di Enti privati contributi privati europeo IV. Contributi stranazionali Finanziamento (50%) (a progetto) Totale entrate ENTRATE - USCITE Finalizzazione dell’avanzo previsto: ……………………………………. II. Contributi pubblici dipendenti, collaboratori, consulenti, tecnici, docenti Gestione utilities cancelleria, spedizioni, spese postali, noleggi… € 29.000 14 Regione, Provincia, Comune, … € 30.000 15 Fondazioni, Aziende, … € 102.500 50 Es. Cultura 2000 € 205.000 €0 Tabella 7. Schema di progettazione culturale (per il primo anno) Se si volesse escludere l’ipotesi di cofinanziamento appena espressa, si potrebbe decidere di presentare il progetto come attività pluriennale. In tal caso, esso potrebbe essere rispondente ai requisiti dell’Azione 2 di Cultura 2000 che riguarda Azioni integrate nel quadro di accordi di cooperazione culturale transnazionale, di tipo strutturato e pluriennali: una considerazione particolare in questa azione è data infatti alla promozione della storia e dei valori culturali comuni e al perfezionamento dei professionisti della cultura con scambi di esperienze a livello accademico e pratico attraverso ricerca, insegnamento, seminari e congressi. In questo caso, il periodo massimo di finanziamento è triennale con un contributo del 60% fino a 300.000 Euro. 39 Bibliografia Al servizio delle regioni. Unione Europea. Politica Regionale, Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità Europee, Lussemburgo, 2001. Baldwin, Berglof, Giavazzi, Widgren, Quale Europa: usi e abusi del Trattato di Nizza, Egea, Milano, 2002. Canova A., Giangreco E.F., I fondi strutturali: come finanziarsi in Europa per fare impresa. Dalle regole 2000-2006 ai 10 casi di successo, prefazione di Claudio Demattè, introduzione di Robert Leonardi, Angeli, Milano, 2001 (nuova ed. 2003). Gallizzoli G., I fondi strutturali delle Comunità Europee, CEDAM, Padova, 1992. Guida dei programmi e delle azioni. Istruzione e Cultura, Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità Europee, Lussemburgo, 2001. Le politiche strutturali e i territori dell’Europa: cooperazione senza frontiere, Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità Europee, Lussemburgo, 2000. Politiche strutturali 2000-2006. Schede esplicative e testi normativi: i fondi strutturali, il fondo di coesione, lo strumento strutturale di preadesione, Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità Europee, Lussemburgo, 2000. Programma Comunitario “Cultura 2000”, Atti del Convegno di Trento del 7 marzo 2002, Collana “Quaderni del Centro di Documentazione Europea”, 11, Giunta della Provincia Autonoma di Trento, Trento, 2002. Trimarchi M., Economia e cultura. Organizzazione e finanziamento delle istituzioni culturali, Milano, Franco Angeli, 1999. Sitografia Sito della Comunità Europea sui programmi culturali, in inglese: http://europa.eu.int/comm/culture/eac/index_en.html Sito della Comunità Europea sulle politiche regionali: http://europa.eu.int/comm/regional_policy/index_it.htm Sito sulle attività dell’Unione Europea sulla cultura http://europa.eu.int/pol/cult/index_it.htm Sito della Comunità Europea sui programmi culturali, in italiano: http://europa.eu.int/comm/culture/index_it.htm Panoramica delle attività della Comunità europea in ambito culturale: http://europa.eu.int/pol/cult/print_overview_it.htm Punto di contatto italiano sul programma Cultura 2000 dell’Unione Europea: http://www.antennaculturale.it Sito sulle politiche e i finanziamenti dell'Unione Europea: http://www.europafacile.net/index.asp La Regione Emilia Romagna e l’Europa: http://www.spazioeuropa.it/ Programmi comunitari sull’e-learning: http://www.elearningeuropa.info/ Sui Fondi strutturali 2000-2006: http://europa.formez.it/fondi_strutturali_2000-06.html Federica Danesi Manager didattico c/o Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Ferrara 40 4. Archeologia industriale: museo, ecomuseo, museo virtuale. Quale soluzione? Il caso del Museo di Archeologia Industriale di Monfalcone (Lorena De Biasio) INQUADRAMENTO TEORICO Partendo dall’analisi della letteratura dedicata all’argomento archeologia industriale, musei ed ecomusei, che raffronta tra loro le esperienze sviluppate nei paesi industrializzati europei ed americani, si vuole presentare un’ipotesi di lavoro dedicata all’esperienza che si sta sviluppando nella realtà del Friuli Venezia Giulia, con particolare riferimento al territorio di Monfalcone. Il progetto prevede la creazione di un Museo virtuale e multimediale a testimonianza dell’industrializzazione del territorio monfalconese (strettamente legato alle origini, a quello triestino). È in fase di coerente avanzamento la creazione della sezione più impegnativa e ampia, relativa al Cantiere navale. Tale sezione è organicamente definita e disponibile al sito www.archeologiaindustriale.it dalla data di fondazione dello stabilimento nel 1907 al 1947, secondo un’impostazione interdisciplinare, con quattro divisioni redazionali interconnesse e un motore di ricerca. Il Museo virtuale e multimediale testimonierà organicamente la storia delle varie industrie nei vari contesti tecnico, scientifico, economico, sociale, culturale ecc. Dalla metà degli anni Venti dello scorso secolo, la cantieristica monfalconese si è inserita tra i promotori di cultura tecnica e artistica (design e allestimenti navi) nel contesto corale della civiltà industriale italiana ed europea. Per Monfalcone fu un salto qualitativo irreversibile: infatti, la risposta dei residenti all’instaurazione di un grosso complesso industriale fu pronta e giustamente articolata. L’impianto dei Cantieri non ha mancato di produrre a tempo debito una sorta di reazione a catena, dando origine ad una pronta riconversione dell’abitato e alla nascita e alla crescita dell’attuale città industriale. La rapida formazione di un proletariato urbano è un primo dato emergente dalle attuali ricerche, a riprova del radicale mutamento intervenuto nella struttura sociale del territorio e della ricettività degli stanziali rispetto alla cultura importata. Per una Storia della Cantieristica sul versante del monfalconese dalle origini ai tempi odierni e della parallela nascita e sviluppo della città è e resta primario interesse l’impegno di documentare i processi allora innescati dalla nuova presenza sul territorio. Raccontare questa storia, testimoniarla e preservarla in modo permanente nella sua stratificazione era cosa irrimandabile prima che i cimeli, le memorie, i documenti andassero del tutto dispersi dall’avanzare del progresso che spesso cancella il passato. Il Comune di Monfalcone ha ritenuto proprio compito istituzionale promuovere la tutela e la valorizzazione di questa storia valutando la possibilità di raccogliere, ordinare, catalogare e proporre alla fruizione della comunità il patrimonio documentale attraverso una musealizzazione virtuale e multimediale della massima fruibilità. Nell’impossibilità di realizzare un reale museo di archeologia industriale, in assenza di uno spazio idoneo, il Comune di Monfalcone nel 2001 si è posto la finalità di avviare un progetto per la realizzazione del Museo virtuale e multimediale di archeologia industriale nominando una commissione scientifica composta di studiosi di chiara fama con cui ha concordato un piano preciso i cui obiettivi possono essere così sintetizzati: catalogare e conservare su supporto informatico tutto il patrimonio documentale e fotografico, sia pubblico sia privato, che testimonia la storia del territorio e delle industrie pertinenti. Redigere una cronologia delle varie industrie secondo un’ottica multidisciplinare approfondendo alcune tematiche basilari. Ricostruire luoghi ed ambienti non più esistenti sì da consentirne la visita virtuale animate in 3D. Rendere facilmente fruibile il patrimonio storico-documentale agli studiosi e al pubblico attraverso strumenti diversi. Questo attraverso un’impostazione dinamica ed interattiva che consenta di valorizzare le risorse del territorio e di promuovere l’immagine culturale e sociale della città. 41 Il Comune ha provveduto ad affidare gli incarichi agli studiosi per la stesura dei testi e la ricerca di materiale documentario, a creare sinergie con P.A. e Associazioni per il reperimento di materiale iconografico e documentale, con il Centro Regionale di Catalogazione per la schedatura di parte del materiale documentale e iconografico, ad affidare alla ditta Ikon S.p.A. la realizzazione del software sulle specifiche strutturali del sito dettate dalla Commissione scientifica ed ha fissato un preciso programma per l’avanzamento dei lavori fino al 2006. la strategia prevede che l’implementazione continui anche dopo il 2006 con materiale documentario ulteriormente reperito, arricchimento delle ricostruzioni animate in 3D, aggiornamento dei testi di carattere storico scientifico Il progetto ha permesso l’incremento della fruizione visiva di materiali documentali e iconografici prima poco accessibili e difficilmente reperibili, un immediato facile e gratuito accesso da parte dell’utenza a studi multidisciplinari inediti, la valorizzazione degli aspetti socio-economici-culturali del territorio, la valorizzazione e potenziale ampia divulgazione di aspetti culturali finora relegati a pubblicazioni specialistiche di limitata distribuzione, la cooptazione degli utenti cittadini nel reperimento di documenti ed informazioni. Inoltre sono state introdotte tecnologie informatiche “up to date”, è stato creato un software inedito ed introdotto nel campo museale nuove modalità di fruizione da parte di un bacino d’utenza internazionale, limitato solo dalle attuali possibilità di collegamento telematico, nuove possibilità di implementazione dei dati senza limiti, immediatezza dei riferimenti e collegamenti tra tematiche, documenti e fonti iconografiche tra loro connesse. Il progetto è collegato con la ricostruzione virtuale realizzata sempre dalla ditta Ikon S.p.A., del Teatro Euripide di Panzano (Villaggio Operaio del Cantiere Navale) realizzato nel 1920 e distrutto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. La ricostruzione virtuale permette altresì di vedere le tele realizzate per la decorazione del teatro dall’artista Vito Timmel, nella loro posizione originaria. Le tele, salvate dal bombardamento sono attualmente proprietà del Consorzio Culturale del Monfalconese, che provvede al loro restauro. Il progetto si inserisce coerentemente nei progetti di sviluppo territoriale, in particolare nel Progetto integrato per il potenziamento dell’offerta turistico-culturale nel territorio monfalconese. L’obiettivo principale di tale progetto integrato è quello di sviluppare nell’area isontina e nelle aree limitrofe un’offerta turistico-culturale diversificata, ma integrata all’interno di un circuito che percorre aree con diversa offerta di servizi: Palmanova, Aquileia, Grado, Valle Cavanata, Fiumicello, San Canzian d’Isonzo, Isolo della Cona e Monfalcone, creando Sistema. Tra le azioni perseguite anche lo sviluppo di una rete museale, che consenta di bilanciare l’offerta turistica presente lungo il circuito, offrendo al turista, anche sul territorio monfalconese, la possibilità di usufruire di una serie ricca e diversificata di proposte turistico-culturali. Tra i siti museali ed i beni culturali che s’intendono valorizzare compare anche il Museo virtuale di archeologia industriale, fruibile da alcune postazioni multimediali, ove potranno essere consultati, il sito web, con i cinque percorsi di visita e gli specifici CD-Rom, quale quello già realizzato riguardante la ricostruzione del Teatro Euripide di Panzano, il tutto corredato da una ricca biblioteca di supporto per le attività di studio e di ricerca sull’archeologia industriale. Le postazioni saranno attivate nel prossimo inverno presso la nuova sede della Biblioteca comunale, i cui lavori sono oramai in fase di ultimazione, nella attesa della collocazione definitiva presso l‘Albergo Impiegati di Panzano, edificio tra i più prestigiosi della città, recentemente acquisito dal comune con lo scopo di realizzarvi un centro di formazione industriale d’eccellenza, dove a seguito di un importante intervento di ristrutturazione troverà sede anche il Museo d’archeologia industriale, con un percorso espositivo costituito da reperti, modelli, ricostruzioni e documenti fruibili anche nella loro fisicità. Il comune sta valutando la possibilità di installare una propria postazione multimediale del Museo virtuale presso il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. 42 RASSEGNA DELLA LETTERATURA K.Hudson, Archeologia dell’industria, Roma, Newton Compton, 1979 G.Mainini, G.Rosa, A.Sajeva, Archeologia Industriale, Firenze, La Nuova Italia, 1981 F.Barbieri e A.Negri, Archeologia industriale. Indagini sul territorio in Lombardia e Veneto, Milano, Unicopli, 1989 B.Cattaneo, Paesaggi della memoria industriale. Percorso e censimento di Archeologia Industriale della Valle del Gerenzone. Atti del Convegno. Lecco, 16-17 novembre 1990, Lecco, Musei Civici, 1990 F.Mancuso, G.Bellavitis, Archeologia industriale nel Veneto, Giunta Regionale del Veneto, Silvana ed., Pizzi, 1990 M.Negri, Manuale peri musei aziendali, Collana del Centro per la cultura d’impresa, Soneria Mannelli, Rubettino, 2003 Convegno Le imprese per la cultura. I Musei aziendali – Dal manuale ai percorsi di lettura. 26 novembre, 2 dicembre 2004 ANALISI CRITICA DELLA LETTERATURA G.Mainini, G.Rosa, A.Sajeva, Archeologia Industriale, Firenze, La Nuova Italia, 1981 L’archeologia industriale in Italia Kenneth Hudson ricorda che in Cecoslvovacchia e Germania e la conservazione dei monumenti industriali è sostenuta da forti finanziamenti in quanto simbolo della storia della classe operaia, in Italia invece ha poco prestigio. Occorre eliminare i preconcetti che ostacolano la concreta tutela di un patrimonio che al pari di altre testimonianze può costituire un’occasione di acquisizione di coscienza storica e di recupero di cultura. Nel 1977 si è costituita a Milano, con queste finalità, la Società Italiana per l’Archeologia Industriale, suddivisa in sezioni regionali (diffusione conoscenze del patrimonio archeologia industriale in Italia, ricerca, censimento, interventi di salvaguardia, restauro e riuso, pubblica acquisizione in collaborazione con gli organismi nazionali e regionali competenti. San Leucio presso Caserta (programma internazionale), insediamenti nel bacino dell’Adda, ex Macello e Manifattura dei Tabacchi di Bologna, ex Mattatoio nel rione Testaccio di Roma. Significativo il contributo della Lombardia e dell’Istituto Regionale per i Beni Artistici Culturali e naturali dell’Emilia Romagna sono gli esempi ricordati da Hudson. Hudson ritiene che la dimensione regionale o sub-regionale storicizzata è particolarmente idonea a cogliere le ragioni o le forme particolari del differenziato processo di accumulazione capitalistico del nostro paese a partire dal ruolo svolto dagli Stati pre unitari. Questo permette di coinvolgere archivi aziendali e sindacali, i giornali, i cataloghi commerciali e le guide, la Pubblica Amministrazione, le organizzazioni culturali e la scuola. Quest’ultima soprattutto per la potenziale saldatura tra il lavoro didattico interno ad essa con le iniziative di ricerca tese al recupero della storia locale. Hudson sottolinea che è un’occasione di crescita delle cognizioni specialistiche e dell’interesse in sede locale per le risorse culturali a ambientali, evitando strumentalizzazioni e particolarismi ed anche l’espropriazione di questi beni alle comunità locali. Consapevolezza delle risorse esistenti sul proprio territorio vuol dire continuità dell’identità colturale e quindi autotutela e valorizzazione dei beni. Altro grande problema è il riuso dell’archeologia industriale che deve essere appropriato e rispettoso. 43 L’industrializzazione in Italia L’industrializzazione è avvenuta in Italia in forma frammentata e in ritardo rispetto agli altri paesi europei. Questo ha portato a sovrapporre la storia della tecnica con quella dell’industrializzazione. Solo nel primo ‘900 in Italia ci sono segni concreti di produzione industriale. I vari procedimenti industriali contribuirono a definire funzioni intellettuali, professionali e tecniche per i ceti egemoni e nuove condizioni di lavoro, ambientali e sociali per le classi subalterne. Il paesaggio industriale L’industria in Italia nasce dalla seconda metà dell’800. Già a metà ‘500 erano presenti in Veneto, Lombardia, Emilia e Toscana attività manifatturiere, soprattutto legate alla produzione della lana e della seta, che si possono considerare produzione pre industriale. Alla fine del XVIII sec. Il settore andò in crisi e la città rimase invasa dai disoccupati e si perse un patrimonio di conoscenze, le prime fabbriche in Italia non sorsero in città, ma in montagna e nelle valli ricche d’acqua. Come in Inghilterra fu l’industria tessile quella che sancì la prima fase industriale. Non solo per l’energia, ma anche per la disponibilità di manodopera gli opifici furono dislocati in montagna (Piemonte, Lombardia e Veneto) poi scende più a valle vicino ai nuclei abitati pre esistenti, infine con i motori a vapore si insedia nei centri urbani di fondo valle in posizione più vantaggiosa per le vie di comunicazione. In questa fase si cambierà molto il territorio. L’archeologia industriale può colmare un vuoto di conoscenze e di informazioni sull’opera di trasformazione del territorio da parte dell’industria. L’analisi metterà in evidenza la stretta dipendenza dello sviluppo della nostra industria dalla scarsa disponibilità delle materie prime e delle fonti di energia. La disposizione degli edifici e l’ubicazione degli insediamenti dipendeva dalle fonti di energia e dalle vie di comunicazione. Sistemazioni idrogeologiche, opere di elettrificazione, realizzazioni di strade ferrate, costruzioni in prossimità degli stabilimenti di villaggi operai, tutto in seguito all’industria. Hudson sottolinea che l’archeologia industriale considera ogni manufatto non come un episodio isolato, ma correlato al territorio in cui si trova: ricercando la funzione da esso svolta nella vita e nel pensiero di coloro che lo trasformarono e lo abitarono. I villaggi operai Le abitazioni degli operai sono i reperti tra i più significativi per comprendere l’influenza della fabbrica sul territorio. Inoltre è il punto di applicazione delle teorie urbane e sociali con cui gli Utopisti dell’800 (Owen, Fourier, Cabet, Godin) tentarono di risolvere i mali della città industriale proponendo città modello e comunità ideali. In Italia l’imprenditore deve concentrare la manodopera allettandola con la garanzia di un alloggio (più raro di un lavoro), mentre la gestione pubblica doveva dare un alloggio ai lavoratori agricoli che fluivano verso la città che si industrializzava. Per questo si costruiscono nei centri urbani dei blocchi edilizi plurifamiliari a più piani gestiti dalla cosa pubblica a partire dal 1903 (legge Luzzatti sulle case popolari). Gli insediamenti lontani dalla città a servizio della fabbrica si realizzavano con tipi edilizi unifamiliari a due piani con giardino-orto e edilizia a schiera. Si ricorda l’esempio di San Leucio a Caserta e di Schio. Queste iniziative sono prese dall’imprenditore paternalista che segue l’ideologia utopistica e filantropica. In questo insediamento la vita privata del lavoratore era regolamentata dalla produzione industriale e portava ad una comunità separata del resto della città. Conservazione e riuso L’esigenza della conservazione per Hudson nasce dalla conoscenza: le prime applicazioni del ferro per le strutture degli edifici sono apprese grazie alle strutture superstiti, le origini delle ferrovie si chiariscono sui resti fisici, il problema dell’alloggio operaio può essere sviluppato sugli esempi che sopravvivono, l’analisi metallurgica delle scorie dei primi altiforni dà una risposta a chi è interessato al loro funzionamento. 44 Anche l’aspetto estetico di certi elementi industriali fa ormai parte del nostro sentire culturale. Opifici, miniere, canali fanno parte della cultura ufficiale, hanno acquistato il diritto di essere parte della storia nonostante i tristi ricordi che a volte rievocano. Hudson ricorda che se vogliamo indagare le condizioni di esistenza della classe operaia in un determinato contesto storico e territoriale, più che le pubblicazioni delle imprese o le inchieste parlamentari, bisogna analizzare l’ambiente di lavoro reale, con i suoi spazi e le sue attrezzature meccaniche, le abitazioni e i luoghi per il tempo libero. È importante ricomporre l’insieme dei gesti e dei pensieri di chi li ha prodotti ed usati. Sono documenti immediati di una civiltà recente. La tutela e la conservazione come testimonianza di una memoria collettiva è, insieme all’impegno scientifico, il fine dell’archeologia industriale. La catalogazione degli edifici superstiti, la datazione, la ricerca dei progetti originali e il recupero delle notizie orali e scritte è fondamentale. Sono le testimonianze del posto che le classi subalterne hanno avuto nel quadro dello sviluppo storico e culturale del paese. Occorre creare nella comunità il senso della consapevolezza delle sue origini. Il monumento industriale Evoluzione del concetto di monumento Occorre considerare monumento un intero abitato, il fitto tessuto delle case, le abitazioni rurali sparse, gli edifici del lavoro e della produzione. Si è passati dal riconoscimento degli edifici insigni, come segni unici di una civiltà passata ad elementi significativi della storia complessiva dei fatti urbani e territoriali. L’inerzia al cambiamento in Italia vede per Hudson due ipotesi: una che la cultura italiana non si è affiancata da un retaggio culturale di tipo idealistico, che dedica attenzione alla singolarità; la seconda riscontra una reale dissociazione tra cultura e società (causa dell’abbandono e delle distruzioni del patrimonio archeologico industriale, in cui la cultura dominante non ritrova i suoi valori e a cui addossa tutte le colpe dei danni subiti dal territorio. Il monumento industriale come fatto estetico Il monumento industriale è la testimonianza del processo di industrializzazione del territorio. La sua presenza ha trasformato il paesaggio. Gli storici dell’architettura guardano agli edifici sorti per la produzione tra il XVIII e il XIX sec. Per trovare le fonti del Funzionalismo e del Razionalismo moderni. Alla fine del XVIII sec. Quello che usciva da ogni canone visivo erano le dimensioni inconsuete delle fabbriche costruite allora in campagna. Sul contadino e sull’artigiano producevano quell’effetto choc e di spaesamento che distingue il rapporto tra uomini e ambiente costruito. I villaggi operai sono diversi dai quartieri popolari della città, erano pensati in base a precisi progetti secondo la cultura illuminista, in forma ripetitiva. Gli altri due concetti: mobilità e velocità si rintracciano nelle origini delle infrastrutture realizzate per il collegamento tra i centri di produzione ed i mercati. Le linee ferroviarie determinano una percezione del tempo nuova e segnano il territorio, così come strade e ponti e si stabiliscono rapporti con realtà fisse e predeterminate. Secondo Hudson effetto choc e spaesamento, ripetizione e serialità, movimento e velocità sono i parametri della dimensione estetica indotta dai manufatti industriale, ma anche i parametri su cui si esercita la riflessione della ricerca contenutistico formale delle élites nelle avanguardie artistiche contemporanee. Come conservare e riusare: orientamenti operativi attuali Conservazione e possibilità di riuso El Lissitzky nel 1929 a proposito della ricostruzione dell’architettura in Russia scriveva che la fabbrica è un luogo di educazione, l’università del nuovo uomo sociale. Ancora oggi Hudson ritiene valida la frase. Il ruolo dell’edificio collettivo e di elemento urbano, proprio della fabbrica consente di riutilizzare la struttura ancora come un centro del processo di 45 socializzazione della popolazione urbana. Spesso sono una città nella città. Non esiste alcuna remora per Hudson a che questi luoghi possano superare la loro destinazione funzionale originaria e possano trovare un nuovo rapporto con la città come luoghi di uso pubblico per la socializzazione della popolazione urbana. Se non avviene un riuso collettivo al loro posto si inserisce la speculazione immobiliare. Musealizzazione o rifunzionalizzazione Per Hudson conservare è necessario. Conservare per musealizzare o per riusare va bene comunque se non riconsiderano i due termini in contrapposizione. C’è la compatibilità di un riuso pratico da parte di una struttura musealizzata. I monumenti industriali hanno spesso un rapporto di interdipendenza con il contesto sia urbano sia rurale e non si può scindere i problemi di tutela fisica dei manufatti da quelli del mantenimento delle relazioni ambientali. L’edificio industriale continua ad essere trasformato, non può essere cristallizzato all’oggi, ci si deve riferire al contesto sociale ed ambientale di oggi prestabilire criteri di scelta e ordini di precedenza. Il mantenimento dei manufatti industriali non deve essere disgiunto da una riconnessione fisica e sociale i contesti ambientali, perciò una trasformazione. Quali e quanti problemi per la conservazione in città di un magazzino vuoto o di un mattatoio attrezzato, un cantiere navale, una fornace. Ci saranno casi in cui l’interesse prevalente sarà la conservazione del rapporto tra edificio industriale e contesto, altri in cui l’utilità della conservazione sarà trovata solo nei caratteri formali ed estetici e inserirli come arredo urbano. Immediato il parallelo fra ciminiere e obelisco. Se useremo le più moderne tecniche museologiche e museografiche potremo garantire ai posteri la riletture storico culturale del bene stesso e questo è già un riuso. Altro concetto è quello dell’individualizzazione dei sistemi cioè oggetti tra loro interrelati e in rapporto organico con il territorio (es. estrazione, produzione, trasformazione e trasporto di un determinato contesto industriale). Si può citare la ferrovia che investe l’itero sistema delle stazioni e dei manufatti che formano le linee. Parchi archeologici industriali integrati se possibile ad altri musei all’aperto, come i parchi etnografici o quelli naturalistici (es. Ironbridge, Gorge Museum, Deutsche Baghen Museum nelle Miniere di Bochunm Museo dei trasporti di Dresda o il museo Minerario di Friburgo, ecomusée della Comunità Urbana di Le Creusot in Francia e quello di Lodz in Polonia. I modi del riuso I casi possono essere tre: 1 uso a fini musesali di strutture industriali particolarmente significative; 2 conservazione statica a fini monumentali di manufatti interessanti per il loro valore estetico a cui non è possibile assegnare usi pratici; 3 riuso per altre e diverse funzioni di edifici di dimensioni e caratteristiche tipologiche idonee. Il terzo caso è utile soprattutto elle aree urbane in cui l’abbandono dell’attività produttiva attrae l’attenzione di società alla ricerca di spazi per l’aggregazione sociale. Gli spazi industriali ampi, luminosi, solidi perfetti per lo svolgimento di attività comunitarie. Si possono accogliere scuole, sale riunione, attività sportive, mostre ed altro. Ipotesi di utilizzazione nella proposta di un sistema di servizi nella città Hudson sottolinea che iniziative per conservazione e riuso sono nate su iniziative di carattere politico sociale e perciò di carattere culturale, ma questo in contrapposizione alla classe che specula e alla necessità di spazi per socializzazione e servizi. Rimane la funzione di stimolo che la collettività può esercitare sull’Amministrazione per evitare che la speculazione. Utile segnalare e censire le sopravvivenze prima che siano perdute. L’obiettivo della conservazione si gioca nella città e nella città si può esercitare un maggiore controllo. Nelle zone di passaggio fra il centro storico e le espansioni contemporanee gli edifici industriali dell’800 e inizi ‘900 sono abbandonati. Tentare di analizzare insieme gli spazi riservati alla produzione e il tessuto circostante 46 di case e attrezzature serve a comprendere interamente il fenomeno urbano. Per Hudson occorre individuare in tutta la città una rete di spazi ricorrenti: mercati, mattatoi, depositi di tram, mulini…ormai sostituiti da nuove strutture, si riconosce che per la posizione in origine periferica, oggi interna, hanno la capacità di assolvere altre funzioni di servizio pubblico. Hudson propone di creare un sistema formato da nuclei di aggregazione che per la loro collocazione nelle zone di prima espansione Ottocentesca si costituirebbe quale cerniera tra il centro storico e la nuova periferia. Operazione complessa che richiede la collaborazione di forze spontanee ed istituzioni pubbliche coordinate verso l’obiettivo che vuole dare all’archeologia industriale la funzione di interprete dei Beni culturali come fattore di socialità. F.Barbieri e A.Negri, Archeologia industriale. Indagini sul territorio in Lombardia e Veneto, Milano, Unicopli, 1989 Il campo d’indagine dell’archeologia industriale, di Antonello Negri È dall’inizio degli anni Cinquanta che si discute sull’industrializzazione prima, sulla postindustrializzazione poi, sulla demolizione degli stabilimenti i disuso o sul loro possibile re-impiego. Come ricorda Antonello Negri, infatti, la necessità di trovare una soluzione per quello che concerne il periodo storico dell’Industrializzazione e della post industrializzazione è un problema di cui si inizia a discutere principalmente nei paesi che per primi hanno sentito questo fenomeno. Non può stupire quindi che già nel 1950 il belga René Evrand sostenesse la necessità di salvaguardare l’altoforno e la forgia del Fourneau Saint Michel, vicino Saint Hubert. I primi comunque a definire il campo della ricerca furono, secondo la ricerca di Negri, due inglesi: Donald Dudley e Michael Rix. Se i primi ad essere interessati alla definizione del campo di ricerca furono gli storici della tecnologia, di seguito furono gli storici dell’architettura e dell’urbanistica, seguiti dagli storici dell’arte. Negri ricorda che già dal 1963 Green parlava di archeologia industriale intendendo colui che si occupa della catalogazione e dello studio dei resti del primo industrialesimo, specie quello dei secoli XVIII XIX, mentre nel 1972 Angus Buchanan indicava il termine di monumenti industriali per indicare manifatture e fabbriche senza escludere i resti del processo industriale e dell’industrializzazione. L’ampiezza del termine industriale ha diviso e divide gli studiosi ed è legata alla difficoltà di definizione di “Rivoluzione industriale”. L’archeologia industriale si confonde spesso con l’archeologia contemporanea, Antonello Negri propone l’esempio del Lingotto di Torino, edificato dopo la prima guerra mondiale per costruire automobili e attivo fino a pochi anni fa in un tempo brevissimo si è trasformato in un reperto archeologico-industriale. L’opinione di Negri è intesa a considerare in senso elastico anche il termine iniziale del secolo XVIII inteso come momento iniziale dell’archeologia industriale, non si possono, infatti, dimenticare i Seicenteschi mulini da seta “alla bolognese” o “alla piemontese” studiati da Carlo Poni, o le manifatture e fabbriche Settecentesche. Forse l’inizio dell’epoca industriale potrebbe iniziare da queste, ma non nascono dal nulla, hanno radici lontane. Villaggi operai Spesso, ricorda Negri l’industrializzazione ha favorito la creazione di interi villaggi che a seconda delle sorti dell’impresa potevano diventare villaggi fantasma o metropoli, oppure quartieri appositamente costruiti in realtà urbane esistenti. Spesso questi luoghi dimostrano una razionalizzazione di abitudini, percorsi e comportamenti anche nel tempo del non-lavoro operaio. Le case degli operai, come la fabbrica, dovevano consentire alla forza lavoro di riprodursi, ma con un investimento contenuto. Si poteva passare da condizioni spaventose a standard economici, ma decisamente accettabili. Ruolo di primo piano il costo dei terreni elevato in città, più basso in periferia. Dopo il primo periodo d’industrializzazione selvaggia entrano in gioco, per Negri, altri fattori: una linea di pensiero tra utopismo di matrice illuminista, riformismo liberale, filantropismo, socialismo romantico e igienismo, poi le rivendicazioni dei destinatari delle case con la costituzione 47 di cooperative impegnate nell’edificazione di case economiche, ma confortevoli. I modelli cui può essere ricondotta l’edilizia per operai sono due: la casa o villino o cottage per poche famiglie e il grande casamento multipiano per centinaia di persone. La casa singola per uno fino a quattro famiglie è di solito a due piani con piccolo giardino. Rappresenta lo sviluppo dell’abitazionelaboratorio del tessitore protoindustriale, ma anche degli insediamenti semirurali legati alla lavorazione del ferro. Negri ricorda i quartieri operai di San Leucio, dove le dimensioni delle stanze a piano terra ci ricordano che dovevano contenere i grandi telai di legno o le Seicentesche case a schiera di pietra degli operai della ferriera di Salles de Perret, possono essere i precedenti del classico villaggio operaio Ottocentesco, sperimentato in Europa e America. Per Negri è esemplare il caso di Crespi d’Adda. Come il villaggio francese di Noisiel, costruito intorno alla fabbrica di cioccolato Menier, la comunità di Crespi si è sviluppata dal 1878 intorno ad un asse viario principale, collegante l’ingresso del villaggio con il monumentale cimitero. Sul lato destro dell’asse funzionava il cotonificio, sul lato sinistro, in una griglia regolare di vie parallele e perpendicolari, i villini operai con il proprio orto-giardino. Ogni famiglia disponeva di quattro locali e godeva di una situazione privilegiata rispetto alla media. La parte del non-lavoro comprendeva inoltre una chiesa, una cooperativa di consumo, un albergo, un’ambulanza, un lavatoio pubblico, una scuola e un asilo, un teatro, un velodromo e la piazza consacrata alla vita sociale. A Noisiel c’era anche la biblioteca e si esibiva periodicamente un’orchestra di musica classica. In posizione eccentrica rispetto alle case dei lavoratori, quella padronale, in forma di castello medievale turrito. Negri sottolinea la stessa formalizzazione di rapporto gerarchico nel cimitero con il faraonico mausoleo Crespi che incombe sulle croci degli operai. Si contava di formare una comunità solidale attorno alla fabbrica, ridurre l’assenteismo, sfruttare il meno costoso lavoro delle donne, esercitare un maggior controllo sui dipendenti. Molti altri quartieri e villaggi operai del secondo ‘800 sono ricordati da Negri, come il complesso dei cottages operai di Mulhouse 1848, in Italia Schio e Collegno, in Germania Essen e quelli promossi dalla Krupp vicino alle sue acciaierie nella Ruhr. La soluzione dei grandi complessi abitativi ha avuto maggiore diffusione per le considerazioni economiche. Un’infinità di varianti che prevedeva l’edificio di minor costo per il maggior numero di alloggi. Alcuni episodi ricercarono una maggiore qualità e più accettabili standard abitativi. Due complessi legati all’industria estrattiva belga, sono considerati da Antonello Negri spettacolari quello del Grand Hornu 1820/1832 presso Mons e di Bois-du-Luc 1838/1853, entrambi risultati da un’idea di progettazione complessiva nel cui decoro neoclassico si riconoscono i segni della cultura illuminista. Non va trascurata, per Alessandro Negri, l’idea del Falansterio de’ Fourier tradotta in realtà nel familisterio progettato da Godin nel 1858 e concluso nel 1880 a Guisa accanto alle fabbriche di stufe, radiatori e vasche da bagno di ghisa, o le realizzazioni delle società cooperative che cercavano standard il più possibile elevati come nei quartieri operai viennesi degli anni ’20 (Winarskyhof di Behrens, Frank e Hoffmann 1924, Karl Marx Hof di Ehn 1927, Rabenof di Schmid e Aichinger 1927/1929. Tra restauro, riuso e abbandono Il dibattito è ancora in corso, la storia dei luoghi industriali è molto spesso una storia di aggiustamenti, ristrutturazioni stratificazioni. La tendenza alla trasformazione di singoli manufatti in musei viventi, musei di sé stessi, è sostenuta da molti ed è praticabile se c’è il sostegno dell’ente pubblico nell’interesse culturale della collettività. Nella Wetfalia orientale, nel circondario di Minden-Lübbecke i mulini a vento sono stati censiti e protetti e fatti funzionare. Analogamente, Negri ricorda, a Laag Keppel è in progetto il mantenimento in esercizio a scopo produttivo, ma anche didattico-culturale l’antica fonderia di ferro dei Paesi bassi risalente al 1698, definita nella sua conformazione nel 1794. 48 Una variabile di questa linea è, secondo Negri, essendo impraticabile l’idea del mantenimento in funzione, la ricostruzione in toto o in parte del monumento industriale a fini museali. Strutture arcaiche, quasi totalmente distrutte sono state integrate delle parti mancanti arrivando ai risultati che è possibile verificare negli Stati Uniti, in Europa orientale, in Polonia e Cecoslovacchia di indubbia efficacia didattica, ma secondo Negri discutibili dal punto di vista storico filologico. A nessuno verrebbe in mente di rimettere in funzione per fini culturali una struttura complessa come il Lingotto di Torino, ora utilizzato per esposizioni d’arte. Negri indica che la linea più frequentemente seguita è quella della reintegrazione del manufatto in un sistema produttivo diverso, se le condizioni lo permettono o del recupero a fini di interesse collettivo: abitazioni economiche, scuole, teatri, centri culturali…, ma anche a volte di lucro privato. In Italia è diventata ormai per Antonello Negri comune l’idea della trasformazione di filande e fornaci in biblioteche, centri civici e musei. In Francia le ristrutturazioni come la manifattura tabacchi di Nantes, le filature Le Blan di Lille e Blin & Blin di Elbenf portano alla realizzazione di alloggi popolari e ambienti di vita collettiva. Negli Stati Uniti Negri segnala un’attenzione all’economia delle risorse anche se nella bellissima birreria Lone Star di San Antonio nel Texas si è realizzato un museo. Tra i progetti di riuso americani ci sono centri commerciali nelle officine metallurgiche di Columbia, Ohio 1902/1907, nelle officine ferroviarie di Savannah, Georgia 1853/1926 e addirittura un albergo Hilton nella fabbrica di lavorazione cerali di Quaker Oats a Akron, Ohio iniziata nel 1910. Negri si dimostra preoccupato dal moltiplicarsi in maniera geometrica di impianti in rovina e dall’allargarsi dell’idea dell’abbandono. A.Negri, archeologia industriale e ricerca universitaria (in B.Cattaneo, Paesaggi della memoria industriale…) In Gran Bretagna e Francia ci sono cattedre d’archeologia industriale da decenni. In Italia, secondo Negri solo esperienze isolate. Ricorda che in Facoltà di Lettere e Filosofia e di Architettura ci sono stati seminari, lezioni, ma anche corsi. Riporta gli esempi dell’Istituto di Storia dell’Arte Medievale e Moderna dell’Università degli Studi di Milano, della Facoltà del Politecnico di Milano e di Torino, della Scuola di Specializzazione dell’Università di Siena, le tesi di Laurea dell’Istituto di Storia dell’Università degli Studi di Udine, a Milano alcune tesi sul territorio lombardo-veneto. Per Negri comunque rimangono su un piano più generale, legato alle origini e alle definizioni di tipologia architettonica dell’industria tessile, dell’architettura industriale come elemento di trasformazione urbana, ricerca di uno “stile” industriale, di un’iconografia industriale. Per Negri non si può fare conservazione generalizzata di tali manufatti, bisogna individuarli e creare delle serie storiche all’interno delle quali collocare i singoli oggetti. G.L.Daccò, Musei della memoria industriale (in B.Cattaneo, Paesaggi della memoria industriale…) Non intendo i Musei della Tecnica (che dimenticano gli uomini che hanno lavorato nelle fabbriche), né quelli aziendali. Non si esaurisce l’argomento con la sola storia tecnologica. I Musei della Memoria industriale documentano il lavoro e la società espressi sul territorio. Esempi ci sono in Francia e Inghilterra. In Francia più interessanti sono gli ecomusées, nati nelle zone industriali, sono musei diffusi. C’è un centro di documentazione che conserva i documenti dell’industrializzazione. Esempio: Le Creusot. Scienze umane in generale e antropologia in particolare. In ambito anglosassone prevale il funzionalismo. Importanza dell’interdisciplinarietà: i comitati scientifici degli ecomusées prevedono competenze geologiche, archivistiche, geografiche, di storia delle tecniche, di storia economica e di sociologia. In Inghilterra nascono musei all’aperto di architettura alla fine degli anni ’70. raccontano la storia sociale del territorio, ma spesso sono musei viventi come Ironbridge. Spesso sono musei privati, autonomi, così capita anche nel resto d’Europa. Rari sono i musei locali o di consorzi fra enti locali 49 e privati. Molto il volontariato che collabora al restauro, fornisce guide o dimostratori in costume d’epoca. Casi come Blistis Hill, in cui gli edifici sono stati trasportati e ricostruiti. Si autofinanziano con negozi che vendono i prodotti dell’800 (dolci, pasticcini…). Daccò li indica come musei di cartapesta che in Italia si confondono con gli ecomusei di cui è padre Geroge Rivière, che nasce all’interno della ICOM (International Council of Museums). Oggi i musei industriali si pongono come musei della storia sociale ed economica del territorio. Dibattito tra antropologia e scienze storiche, rapporto tra diacronia a sincronia. La prima è privilegiata dalle scienze storiche, l’altra dall’antropologia. Occorre partire dal discorso storico portante, non si può esaurire il discorso nella costituzione e conservazione di collezioni. Le patrimoine industriel en France domaine et actions di Jean Francois Bellhoste È la crisi industriale che ha attirato l’attenzione sul tema. Sparizione di industrie in Francia: tessile in Normandia, carbone nel Nord, siderurgica in Lorena. Industria automobilistica fuori Parigi. Inghilterra imprigionata nel ruolo che la storia della sua industria ha avuto nella prima metà del XIX secolo (Rivoluzione industriale) = carbone, macchina a vapore, meccanizzazione dell’industria tessile. Francia l’impatto è stato meno violento. La sostituzione delle energie più vecchie: legno, forza idraulica con il carbone è stata progressiva e più tarda. È verso la fine del XIX secolo che la macchina a vapore azionerà i motori. Per questo il lavoro sul patrimonio industriale si presenta in un quadro temporale più lungo, che non privilegia il XIX e XX secolo. Per Daccò i domini delle industrie minerarie e metallurgiche si prolungano speso in altri lavori rivelando l’archeologia classica e la storia medievale. È un modo per ammettere che l’evoluzione degli ultimi cinque secoli non può essere interpretata nel suo insieme senza riferimenti all’esordio tecnico e produttivo che anima l’Europa in questa epoca. Lo studio del patrimonio industriale ha avuto conseguenze anche sul paesaggio industriale. L’importanza dell’acqua e del legno per il funzionamento delle industrie più antiche ha avuto un’incidenza sconosciuta per il paesaggio rurale. Derivazioni, dighe e chiuse hanno creato qualche problema, la legna da ardere ha provocato una silvicoltura particolare. Una fucina del XVIII secolo aveva bisogno di una foresta di 2/3000 ettari. L’industria metallurgica e del vetro ha parte di responsabilità nel cambiamento del paesaggio. 1970 ruolo degli Ecomusées per le industrie e le abitazioni operaie. Creusot, Beauvaisis, Roannais, Nord-Daufiné, Fourmies-Trélons. 1978 il CILAC crea una federazione fra questi siti (Rete). 1983 cellula del Patrimonio Industriale nell’Inventario Generale delle Ricchezze e Monumenti artistici di Francia (creato nel 1964 come servizio del Ministero della Cultura), l’istituzione permette l’omogeneità dei dati regionali. 1985 sezione specifica in seno al servizio dei Monumenti Storici per i domini scientifici, tecnici e industriali. Fra i primi musei creati molti della Franca Contea costituiscono la catena dei Musei della Tecnica e Cultura, riuniscono siti di diversa natura. L’inventario è suddiviso in due sezioni: il reperimento topografico (non è esaustivo, ma è rapido) e quello tematico. Per il primo sono identificati solo succintamente i dati facilmente riconoscibili e comprendono le officine dei secoli XIX e XX. I dati sono informatizzati. Il dato più difficile è identificare il tipo di officina. vocabolario controllato. Localizzazione e cronologia. Qualificate per tematica occorre completare i dati delle vestigia in forma esaustiva (documenti, iconografia…) Molto studiati i motori ad acqua e l’industria siderurgica. 50 Sono stati studiati anche i siti antichi permettendo di distinguere la siderurgia vallona, da quella catalana e una terza importata dalle valli bergamasche. A questo si deve associare lo studio della storia delle foreste collegate. Altre operazioni sono state fatte per le miniere, per le fabbriche d’automobili a Ovest di Parigi (Renault, Citroen). 2 categorie di edifici: quelli più antichi si trattano come gli altri monumenti, per i più moderni, ora dimessi, se l’architettura non è determinante, è necessario ci siano altri criteri della storia dell’industria e della tecnica a rendere rilevante il sito. Importanza degli studi preliminari (per l’inventario) per non perdere quello che ad un primo esame sembrava irrilevante e non lo è. Molta industria recente è demolita perché molto ampia e costruita in forma economica. È il caso delle officine Citroen che sono state abbattute. L’industria del carbone è salvaguardata come simbolo del lavoro. Documentazione e conservazione del patrimonio industriale: un bilancio di 10 anni di archeologia industriale di Alberto Garlandini Pochi i progetti museali in Italia. Le realizzazioni significative ancora meno. Censimento regionale, manca normativa regionale di standardizzazione. Non si è ancora riusciti a lanciare una campagna unitaria razionale di censimento. Dei 39 progetti per i giacimenti culturali nessuno ha preso in considerazione il patrimonio industriale. Attenzione ai progetti di precatalogazione della Legge Facchiano (l. 84/19.4.1990). Lombardia progetto inventario beni immobili e pertinenze in base alla legge regionale in collaborazione con Politecnico di Milano e Lombardia Informatica. Centri di documentazione = reti di centri. Archivi delle imprese = fonte prioritaria della ricerca e bene storico. Non una sola impresa, ma tutte per studiare un’intera civiltà. 1978 Centro Nazionale delle Ricerche costituì la Commissione per la Storia dell’Industria. Fiat, Pirelli, Mondatori hanno conservato e riordinato la documentazione storica (scritture sociali, documenti contabili, documentazione tecnica). Archeologia industriale = manufatti, documenti materiali, ma anche saperi ed esperienza, storia economica e tecnologica, ma anche sociale. Conservazione e riuso delle strutture edilizie. Più frequenti le ristrutturazioni che gli abbandoni e le demolizioni. Spesso il riuso è per il terziario o abitativo. Più spesso gli edifici più antichi sono abbandonati, mentre i più recenti riutilizzati. Alcuni casi si è persa la leggibilità storica delle strutture, ma si sta imparando a salvaguardare il carattere architettonico e la natura degli edifici. Il connubio sensibilità storica convenienza economica del riuso tende ad avere sempre meno successo man mano che crescono gli interessi e le volumetrie. Cresciuta importanza per i macchinari e meccanismi, campionari, maquette, arredi, documentazione fotografica, tecnica, commerciale, produttiva. Pre industriali e proto industriali: mulini, magli, laminatoi, fucine (secoli XVI – XVIII). Sono musei viventi che per persistere hanno bisogno di interventi di sostegno. Altro tipo: strutture di proprietà di aziende di antica fondazione. Per lo più la documentazione è dispersa negli uffici o nei magazzini, se non in abbandono. Collezionismo sig. Palamini = macchine agricole e fondazione. Fondazione Micheletti = industria bresciana. (esempio mio: Tonutti, macchine agricole e utensili) Per Daccò in Italia siamo indietro rispetto agli altri paesi europei per la valorizzazione dell’archeologia industriale. 51 Il coltelo di Delfo. Un legame tra imprenditori e archeologia industriale di Bruno Conti Il concetto di bene culturale attribuito anche agli oggetti industriali è di grande rilevanza in Italia, dove da poco si è superata l’antinomia tra scienza umanistica e scienze tecniche, tra cultura umanistica e cultura tecnico-scientifica. Incontri sulla siderurgia industriale a Terni, sull’industria della lana nel biellese, sul tessile a Schio e Lecco. Programmi di catalogazione e rilevazione dei siti e monumenti industriali in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto. 1985 ICMAI Istituto di Cultura Materiale e Archeologia Industriale, punto di riferimento per queste iniziative. Dal 1987 l’ICMAI pubblica la rivista “Il Coltello di Delfo”, con lo scopo dichiarato di diffondere la conoscenza dell’Archeologia Industriale in ambito specialistico universitario e imprenditoriale. Archeologia industriale in Umbria: Schedatura di Paola Boschi 1977 alcune esperienze di ricerca e documentazione. 1980 sistematica catalogazione anche dei resti archeologici industriali. Primo modello di schedatura non in contrapposizione con l’ICCD, ma per valorizzare le realtà specifiche. Per le particolari connotazioni del territorio era necessario che la scheda, oltre alle conoscenze e conservazione del manufatto, entrasse in rapporto con la pianificazione urbanisticoterritoriale, sito di interesse archeologico industriale. Si può usare anche per gli oggetti relativi ai siti. Dal 1982 sono stati catalogati 100 insediamenti industriali, con circa 300 schede (singole e derivate). Campagne fotografiche. Archeologia industriale in Umbria: pubblicazioni a stampa di Elisabetta Spaccini Pubblicazione monografica delle schedature a completamento della catalogazione: Officine Bosco di Terni e Zuccherificio di Foligno. Tra storia e progetto: Il “Piano manuale” per la riqualificazione urbanistica e ambientale del quartiere operaio “A.Rossi” di Schio di Giovanni Luigi Fontana Già in età veneziana intenso sviluppo proto industriale per attività minerarie, metallurgiche e industrie laniere, seriche e cartarie. Estrazione argento e piombo argentifero. Nel secondo ‘700 diventa la capitale del lanificio veneto. ‘800 lanificio Rossi maggiore industria tessile italiana. Lungo la Roggia Maestra molti edifici industriali e intorno rete di istituzioni operaie per stabilizzazione manodopera e controllo sociale. L’azienda dovette dotarsi di infrastrutture formative, abitative, energetiche e ferroviarie, realizzando “un’atmosfera industriale” sul territorio. Rimangono numerosi fabbricati industriali dell’800, le centrali e le prime abitazioni operaie del 1872. la “Fabbrica Alta”, eretta nel 1862 da Auguste Vivroux è il monumento per eccellenza. Alcuni edifici sono ancora sede delle fabbriche di lana, in funzione dall’800. Il Nuovo Quartiere A.Rossi (1872-1888) è nato con la fabbrica e riassume assieme al Giardino (1859-1878), al Teatro Jacquard (1868), all’Asilo Rossi (1872-1881) la filosofia e l’identificazione culturale di Schio. Rilevazione edifici industriali sul territorio comunale, infrastrutture energetiche e trasporti, tessuto edilizio residenziale, edifici ad uso collettivo. Il piano particolareggiato per la riqualificazione urbanistica è stato pubblicato nel 1990. Un manuale per la nuova Schio. Rossi progettò la Nuova Schio a propria immagine, conosceva i villaggi e le esperienze di operai di molti paesi europei. L’impronta urbanistica di Rossi rispecchiò l’intento di armonizzare capitale e lavoro sulla base della comune etica attivistica e della costruttiva collaborazione tra componenti produttive. La distribuzione viaria parte da una zona concentrica e si sviluppa per assi rettilinei ed intersezioni in parte ortogonali, in parte oblique. Rossi dopo aver tentato di collaborare con il comune, intraprese da solo la costruzione nel 1872, con l’architetto Antonio Caregaro Negrin. I primi gruppi di case furono costruite sul modello belga, modificato dal Negrin. Nel terzo progetto Negrin si ispira alle 52 città giardino, ma l’assetto viario curvilineo è modificato in senso rettilineo. Le abitazioni furono offerte in vendita diretta o su riscatto. Le abitazioni furono realizzate rispondendo ai canoni igienico-sanitari e permisero anche al mescolanza dei diversi segmenti operai, favorendo un’armoniosa relazione sociale. Il quartiere è ancora abitato e nel complesso si è mantenuto inalterato nella struttura. 1986 il comune di Schio ha scelto di recuperare la complessità del quartiere: rilevazione e schedatura di tutti gli edifici e aree di pertinenza. Piano di recupero realizzato da Gianni Fontana, Luigi Lovato, Renzo Marchesini e coordinato da Franco Mancuso. Ridefinizione dei segmenti viari. Ci si è occupati non solo delle zone di verde pubblico, ma anche dei giardini privati e orti, stabilendone la conservazione. Precisazione dei termini per l’intervento nei reti delle case, per la sistemazione di zone commerciali. Categorie di intervento: restauro edilizio, ripristino architettonico e ambientale, ricomposizione edilizia, sostituzione o nuova edificazione, riqualificazione edilizia. Esplorazioni di fabbriche, percorsi nell’archeologia industriale di Biella di Patrizia Bellardone Ricerca storico-archivistica dei verbali delle licenze edilizie di Biella dal 1835 al 1930, individuando tipologia di fabbricati e delle attività lavorative, organizzazione degli spazi: saloni di lavoro, capannoni, casa del padrone dentro e fuori la fabbrica, casa dell’operaio vicino alla fabbrica, fino alla costruzione del quartiere operaio. Mostra fotografica, produzione editoriale, incontro con le scuole. In mostra solo gli elementi architettonici e naturali, non i documenti: complesso Maurizio Sella, cartiera dei Mondella (1548), l’albergo di Virtù della Congregazione di Oropa (1838). All’interno la casa del padrone Pietro, Maurizio e poi Quintino Sella. Lanifici vari…tutto vicino al fiume. L’industria si sviluppa intorno alla vecchia stazione delle Ferrovie Economiche Biellesi, es. Lanificio Rivetti 1898. molte altre le tipologie industriali presenti. Lanificio-scuola (Palazzina Piacenza) sede della mostra. Dal laboratorio didattico di archeologia industriale alla proposta ecomuseale. L’esperienza del CIDI di Schio. Esemplificazione di un percorso tematico relativo ai lanifici dell’Alto Vicentino, di Bernardetta Ricatti, Francesco Tavone Scuola = occasione di educazione ai beni culturali e ambientali. Un aiuto alla scuola è offerto dall’archeologia industriale che ha un ambito di studi interdisciplinare. Archeologia industriale = laboratorio scientifico (Rivoluzione industriale) = civiltà delle macchine. Diffusione in tutto il mondo valorizzando le testimonianze del lavoro materiale nella ricerca storica e nel campo dei beni culturali. L’archeologia industriale unisce discipline diverse: economia, urbanistica, antropologia, storia, sociologia, demografia, storia dell’arte, scienze, tecnologia, letteratura, statistica, diritto, pedagogia. Avvicinamento fra le materie macchine e tecnologia, struttura architettonica e storia, lettere. Opera di sensibilizzazione è svolta in Veneto con un apposito Laboratorio Didattico di Archeologia Industriale di Schio. Schio antichi opifici tessili, poi industria meccanica, mineraria per il caolino, industria grafica Marzari. 1987 Convegno Nazionale L’archeologia industriale nella scuola: metodologia, ricerche, proposte didattiche esperienze. 1989 Atti Archeologia industriale e scuola, Marietti Scuola-Manzuoli. Laboratorio didattico composto da insegnanti di vario ordine e grado di scuola e ambiti disciplinari diversi: storico-letterario, tecnico-scientifico e artistico. Stage di formazione con incontri mensili seminariali sugli aspetti della ricerca. Lanificio Cazzola di Schio, fabbrica dell’800, ancora in funzione, rinnovata senza distruggere le antiche strutture. 53 Sensibilizzare gli operatori scolastici nei confronti dei segni del lavoro materiale come beni culturali. Divulgare gli strumenti per la ricerca di archeologia industriale, far emergere la natura interdisciplinare e pluridisciplinare dell’archeologia industriale, offrire indicazioni metodologicodidattiche in merito all’utilizzo dell’archeologia industriale nel lavoro scolastico. Elaborare e proporre percorsi generali e tematici. Prestare un servizio di guida per visite nel paesaggio della civiltà industriale del territorio per scuole e turisti. Una guida presenta gli itinerari proposti finora: La roggia da Torrebelvicino a Marano Vicentino; La Valle del Gogna ovvero la via dei mulini; Le segherie Cavedon e dalla Vecchia; Le centrali idroelettriche della Val Leogra; I luoghi del lavoro: i lanifici; Il nuovo quartiere operaio detto “La Nuova Schio”; Il giardino Jacquard; La monumentalistica; La Villa e il podere modello di Alessandro Rossi a Santorso; L’attività estrattiva: il caolino del Tretto; L’attività serica: le filande da Schio a Malò. Laboratorio in tre momenti: illustrazione con diapositive, consegna scheda storico-didattica sui siti, individuazione obiettivi generali a seconda della disciplina, indicazione degli strumenti per la ricerca; guida all’indagine sul campo con compilazione di schede didattiche funzionali, rilevamento fotografico e registrazione fonti orali; verifica lavoro con questionari e relazioni. Il laboratorio vuole realizzare l’ecomuseo dell’alto vicentino. L’opificio è un veicolo in grado di unire diverse discipline, architettura, rapporti sociali e di lavoro, condizioni di lavoro. Il territorio come scuola – itinerari di archeologia industriale per la scuola dell’obbligo, di Mauro Rossetto Musei Civici di Lecco hanno collezioni classiche, ma si sono dedicati alla ricerca archeologicoindustriale perché essendo un tipico museo del territorio, con storia secolare devono documentare tutte le sfaccettature della comunità. Varie le interpretazioni archeologico-industriali in Europa: una visione antropologica, una storico-economica, una storico-tecnica (macchine e tecnologia), una storico-architettonica. Vanno superate per una visione più ampia. Le unità didattiche proposte sono: La produzione e la lavorazione della seta nel lecchese; La lavorazione del ferro in Valsassina e a Lecco; Il villaggio operaio di Crespi d’Adda; in preparazione Il cotonificio Cantoni di Bellano (Como). Il lavoro con la scuola è composto anche da schede di rilevamento redatte dai ragazzi nei lavori di gruppo è poi corrette nell’ultimo incontro. La scheda usata è quella dell’Associazione Italiana di Archelogia Industriale, utilizzata per il censimento lombardo del 1977. K.Hudson, Archeologia dell’industria, Roma, Newton Compton, 1979 Archeologia industriale = scienza sorta in Gran Bretagna dopo il 1950 per la riscoperta, lo studio, la classificazione e la conservazione degli edifici dell’età dell’industria, partendo dal 1779 quando è aperto a Ironbridge K.Hudson, Archeologia dell’industria, Roma, Newton Compton, 1979 Gorge il primo ponte di ferro esistente al mondo… Questa scienza tratta di fabbriche, strade, ponti, mulini, canali, macchine e attrezzi da lavoro. Dalla Gran Bretagna l’archeologia industriale si è diffusa in tutta l’Europa centrale, nell’America del Nord e altrove. Comprende vecchie stazioni ferroviarie, dei canali, delle tessiture e delle cave, fabbriche di mattoni, vetrerie, ferrovie, cotonifici… Tecniche usate per la costruzione di determinati edifici con caratteristiche adatte alle funzioni che dovevano svolgere. Da considerare non solo edifici e macchinari, ma anche documenti, fotografie e testimonianze di chi ha lavorato all’interno, le condizioni di lavoro (riscaldamento, assistenza, pasti, paga, incidenti…) Miniere, magli a vapore, rimesse delle aeronavi, case dei lavoratori, mulini. 54 Analoga idea: edifici e barche è stata applicata ad alcuni porti in tutto il mondo. Il più riuscito è Mystic nel Connecticut, porto dedicato alla costruzione navale e alla caccia alla balena. Fra il 1838 e il 1878 il cantiere Greenman varò quasi 100 bastimenti. Nel 1840 diventa importante per la caccia alle balene, nel 1845 c’erano 18 navi baleniere. Con la corsa all’oro della California si costruirono 22 clipper. Durante la guerra civile 56 trasporti di truppa e piroscafi. I costruttori di navi crearono un’industria meccanica con la quale produssero macchine a vapore non solo per le proprie, ma anche per navi costruite altrove. Il Museo conosciuto come Porto di Mystic non è l’antica città, ma un insieme di edifici marinari trasportati da altre località: officina per i cerchi degli alberi, bottega di orologi, taverna, cappella, l’impalcatura per l’attrezzaggio delle navi, fabbrica di corde, spezieria, oltre ad una grossa collezione di navi di ogni dimensione. Gli unici pezzi originali sono le tre case della famiglia Greenman, costruite fra il 1839 e il 1842, illustrano bene il livello di vita raggiunto dagli industriali. Somigliano alle case dei dirigenti delle ferriere di Surahammar in Svezia, non agli edifici volgari costruiti dagli uomini d’affari in America. F.Mancuso, G.Bellavitis, Archeologia industriale nel Veneto, Giunta Regionale del Veneto, Silvana ed., Pizzi, 1990 La Stazione Marittima, di Daniela Mazzotta Costruzione quartiere residenziale secondo lo schema delle città giardino inglesi. Marghera, la “zona urbana di Venezia” come i nuovi quartieri operai di Panzano realizzati a Monfalcone dai cantieri navali. I Cantieri Navali Officine Meccaniche Venezia, di Daniela Mazzotta Cantiere spostato e i locali prospicienti il canale della Giudecca sono stati oggetto di manutenzione per ospitare spettacoli e mostre. Tutela e recupero delle antiche strutture produttive, di Franco Posocco e Linda Marian Legge 1 giugno 1939 n. 1089 “Tutela delle cose d’interesse artistico e storico” Legge 29 giugno 1939 n. 1497 “Protezione delle bellezze naturali”. No autori viventi, no opere che non hanno raggiunto i 50 anni. Archeologia industriale, legge n.1497, art. 1, punto 3, “caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale” Esempio: serra in vetro e ferro di Concordia Sagittaria (vincolo 20 gennaio 1972) Legge n. 1089/39, vincola l’antico battimaglio battiferro di Breganze. Legge 28 febbraio 1986 n. 41 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato” (legge finanziaria conosciuta come legge dei giacimenti culturali), art. 15, censimento, valorizzazione e recupero dei beni culturali, prioritaria per il patrimonio architettonico e urbanistico. Con il passaggio competenze in materia urbanistica alle regioni, la sede primaria per l’individuazione dei siti è nello strumento urbanistico comunale, che procede per censimento di settori omogenei. Salvaguardia degli edifici, ma anche dei macchinari e degli apparati produttivi entro sistemi museali, comprese le pertinenze nelle aree circostanti, viabilità, canali, ferrovie. Problema del restauro coinvolge interventi su edifici, manufatti e strutture, conservazione paesaggistica e ripristino ambientale. Per le Cave esempio Colli Euganei ex Cava Bomba di Cinto Euganeo che ha interessato il complesso edifici produttivi, attrezzature, i percorsi aerei in legno e ferro per accedere ai forni per realizzare il museo. La realizzazione dei siti importante per scoprire l’evoluzione del settore nel tempo. In Veneto l’industria si affianca alle aziende rurali. Convegno Le imprese per la cultura. I Musei aziendali – Dal manuale ai percorsi di lettura. 26 novembre, 2 dicembre 2004 55 Esempio in Emilia Romagna: Officina Emilia. Laboratorio di storia delle competenze e dell’innovazione nella meccanica. Progetto esemplare di coinvolgimento del mondo della scuola e della ricerca per il recupero della memoria del lavoro manuale. Manuuale per i musei aziendali, di Massimo Negri L’archeologia industriale in sé non esiste, esiste invece un luogo d’incontro di alcune materie specifiche che concorrono alla realizzazione dello studio dello sviluppo industriale e della cultura dell’impresa, questo il pensiero di Massimo Negri che da molti anni segue lo sviluppo della disciplina in Italia e all’estero. Molti i musei nati nel secondo dopoguerra per soddisfare la necessità urgente di caratterizzarsi, di recuperare la memoria di quello che siamo. Negri ribadisce inoltre che i musei proliferano ed anche quelli riferiti all’archeologia industriale indipendentemente dal sistema economico, ma attualmente si sente una forte crescita della realizzazione di musei d’impresa come strumento di marketing, per promozione della figura dell’imprenditore, per abbattere costi fiscali, per riutilizzare stabili in disuso, ma soprattutto perché il mondo industriale sta cambiando ad un ritmo frenetico e stiamo perdendo la memoria della cultura del lavoro manuale, patrimonio culturale indispensabile per procedere nell’evoluzione tecnologia. Negri cita alcuni modelli di questo genere di museo in Europa. EVIDENZE EMPIRICHE Dal confronto della letteratura sull’argomento Archeologia Industriale si riscontra una tendenza ad una differente visione dell’argomento nei vari paesi che hanno avuto una forte spinta industriale. La contrapposizione più evidente è quella fra gli studi francesi che vedono in prevalenza uno studio legato alle scienze umane in generale e all’antropologia in particolare, mentre il mondo anglosassone rimane imprigionato nel funzionalismo, forse in conseguenza della suo più precoce rapporto con il mondo industriale. Si pone in evidenza la necessità di uno studio sociale ed economico legato al territorio per la completezza degli studi legati al periodo dell’industrializzazione. È importante studiare non soltanto un’industria, ma tutto il sistema industriale di un territorio per comprendere la civiltà che lo ha prodotto. Nelle situazioni presentate in letteratura sono rari i casi in cui si sia concretizzato un rapporto tra il mondo industriale e i musei locali o si sia realizzato un consorzio tra gli enti pubblici e quelli privati. È evidente che la sensibilità storica al recupero di edifici industriali e la convenienza economica del riuso tende ad avere meno successo mano a mano che crescono gli interessi e la volumetrie degli edifici. Cito ad esempio la situazione venutasi a creare a Udine al momento della dismissione delle Ferriere SAFAU, esempio di Archeologia Industriale di ampio respiro, nella periferia sud della città, che non trova, a vent’anni dalla chiusura, ancora un’efficace politica di riuso e ricollocazione nel tessuto urbano della città. Ricorrenza di quartieri operai in situazioni industriali di ampio respiro che vedevano coinvolta molta manodopera, fra i quali si trova un rapporto di correlazione negli esempi di Schio, San Leucio, Marghera e Quartiere Operaio di Panzano (Monfalcone). Evidenza dell’interdisciplinarietà necessaria allo studio dell’Archeologia Industriale e la necessità del coinvolgimento delle scuole nel suo studio. Importanza dello studio dell’Archeologia Industriale per il completamento dello studio territoriale, materia di competenza dei musei civici e del territorio, per dare continuità agli studi con una visione sugli aspetti economici, storici, sociali del periodo industriale delle realtà italiane. Si ricorda l’esempio dei Musei Civici di Lecco, coinvolti nello studio della realtà industriale del territorio di competenza. COMPARAZIONE TRA EVIDENZE EMPIRICHE Altri villaggi operai in Italia sono elementi da prendere in considerazione in quanto valorizzati nell’insieme delle strutture. Due per tutti gli esempi da ricordare: San Leucio a Caserta, Il villaggio operaio di Schio (Verona) e Marghera. La realtà del Villaggio Operaio di Panzano, realizzato dal Cantiere Navale di Monfalcone ha caratteristiche simili. Costruito in una zona vicina al cantiere, in 56 terreni periferici e quindi di poco costo, ha permesso lo sviluppo urbano della città prolungandola nella direzione del cantiere. Il progetto ha visto la realizzazione di abitazioni suddivise gerarchicamente nelle tipologie per operai, impiegati e dirigenti, oltre alla realizzazione di servizi quali le scuole, il teatro, edifici commerciali e alberghi per gli impiegati e gli operai scapoli. L’insieme del villaggio è ancora riconoscibile all’interno della struttura urbana nel suo complesso, fatta eccezione per il Teatro distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale (ricostruito in forma virtuale). Oltre al Villaggio Operaio esiste una realtà di dimensioni minori che è la Colonia Solvay, costruita dalla Solvay, ora Adriaplast, per i suoi dipendenti. Ora in una situazione simile ai due esempi di Caserta e Schio potrebbe essere interessante, dato che il centro è ancora abitato, cercare di valorizzare al massimo la struttura del Villaggio e della Colonia per non perdere la caratteristiche costruttive degli anni Venti, restaurare le facciate e cercare di ripristinare giardini ed orti, per creare un percorso che, almeno visivamente identifichi il luogo e crei un collegamento con la zona del Cantiere ancora in funzione. RIFLESSIONI TEORICHE CONCLUSIVE Il progetto di realizzazione del Museo virtuale dell’Archeologia industriale di Monfalcone nasce principalmente per una necessità pratica. L’idea iniziale voleva trovare un luogo da destinare al Museo, ma la difficoltà di reperimento di una sede ha spinto ad orientarsi dapprima verso una realizzazione che permettesse il recupero di documenti e la loro organizzazione e, se fosse stato poi possibile costruire un museo. Da qui l’idea dell’informatizzazione dei dati e come conseguenza diretta la realizzazione di un progetto di costruzione di museo virtuale. Questa prima fase ha ormai trovato concreta applicazione in una struttura tecnologica che ripercorre la storia del Cantiere navale dal 1907 al 1966. Parallelamente, quasi inaspettatamente, si sono verificati due fatti che hanno reso più concreta l’ipotesi di sviluppare il progetto anche dal punto di vista reale: l’acquisto di un pannello ligneo decorativo (La principessa ed il trovatore, opera di Tranquillo Marangoni realizzata nel 1959 per la motonave Stelvio, ora restaurato) e l’acquisto dell’edificio adibito ad Albergo Impiegati, costruito dall’impresa cantieristica, per ospitare i suoi dipendenti scapoli. Una parte dell’edificio, concluse le fasi di restauro, potrà ospitare il Museo del Cantiere navale. È volontà dell’Amministrazione Comunale creare spazi nuovi di socializzazione, riqualificando e restaurando il tessuto urbano della città, ricollegando la città con il Quartiere Operaio di Panzano, riutilizzando i servizi costruiti dall’Impresa cantieristica negli anni Venti, si potrà creare anche un percorso attraverso il villaggio stesso integrandolo ai progetti di promozione e valorizzazione turistica in corso di realizzazione riguardanti zone di protezione naturalistica e percorsi storici legati alla prima guerra mondiale. Nel corso del 2006 sarà attivata una convenzione tra la Regione Friuli Venezia Giulia e il Comune di Monfalcone per creare una collaborazione in grado di trasformare la città dei cantieri nel Centro di Riferimento Regionale per l’Archeologia Industriale. Si è inoltre concretizzata la collaborazione con FINCANTIERI SpA per la realizzazione di un CD multimediale in grado di mostrare le fasi di costruzione di una nave prima dell’introduzione dell’uso della saldatura elettrica, come primo di una serie di interventi da attuare in sinergia. Al momento il costo del progetto è stato coperto da fondi del Comune di Monfalcone, fondi Regionali, fondi Provinciali (ricerca, stesura saggi, catalogazione, inserimento dati, software, acquisto postazioni), interventi specifici della Fondazione Casa di Risparmio di Gorizia (acquisto panello La Principessa e il Trovatore di Tranquillo Marangoni) e del Consorzio Culturale del Monfalconese (acquisto tele di Vito Timmel ricostruzione virtuale teatro Euripide). Economia - Bibliografia E.Bellezza, Le Fondazioni del Terzo millennio. Pubblico e privato nel non-profit, Firenze, Passigli, 1998 E.Bellezza, Il modello delle cattedrali. 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Acque ruote mulini a Torino a cura di G. Bracco. Torino: (s.n.), 1988. 50. Storia dell’industria lombarda a cura di S. Zaninelli. Milano: Il Polifilo, 1988. 51. Archeologia industriale a Roma . Roma: Mediocredito del Lazio, 52. Archeologia e storia industriale nel Biellese: archivi e fonti: atti del convegno. [Biella]: Comitato per l’archeologia industriale, [1989?]. 53. F. Mancuso. Archeologia industriale nel Veneto. Cinisello Balsamo: Silvana, 1989. 54. Miniere e metallurgia. Archeologia di un sapere (sec. XV- XVIII) a cura di M. Calegari, R. Vergani in Quaderni storici, n.70. 55. Esplorazioni di fabbriche. Catalogo della mostra a cura di M. Negri. Milano: Electa, 1989. 56. F. Gusberti. Impresa e avventura. L’industria del velo da seta a Bologna nel XVIII secolo. Milano: (s. n.), 1989. 57. Il sole qui non tramonta. L’officina del gas di Bologna 1 846-1960 a cura di A. Campigotto, R. Curti. Casalecchio di Reno: Grafis, 1990. 58. R.Curti, C. Poni. Il patrimonio tecnologico industriale in Storia illustrata di Bologna a cura di W. Tega. Milano: AIEP, 1990. 59. P. P. D' Attorre, G. Pedrocco. Archeologia industriale in Emilia Romagna e Marche. Cinisello Balsamo: Silvana, 1991. 63 60. L' ultima città possibile. Recupero del patrimonio architettonico ai fini sociali e culturali nei centri storici dell' Emilia Romagna. Bologna: (s.n.), 1991. 61. Patrimonio storico industriale della Lombardia. Censimento regionale a cura di A. Ghirlandini...[et al.]. Brescia: Fondazione Micheletti, 1991. 62. Torino sul filo della seta a cura di G. Bracco. Torino:(s.n.), 1992. 63.&nb sp; F. Mancuso. Riuso a Rovereto in Recuperare, 1992, n.7. 64. Il tempo delle ciminiere. Censimento fotografico del patrimonio storico industriale della provincia di Ferrara. Parte 1 (1800-1920). Catalogo a cura di R. Roda e G. Guerzoni. Padova, Interbooks, 1992. 65. V. Castronovo. Prometeo: luoghi e spazi del lavoro, 1872-1992 a cura di V. Castronovo e A. Greco. Milano: Electa; Roma: Sipi, 1993. Lorena De Biasio Musei Civici di Udine e Comune di Monfalcone 64 5. Scelte strategiche nelle logiche di finanziamento dei musei di ente locale con ingresso gratuito. Opportunità o meno di introduzione del biglietto o di un sistema di membership, alternativo o complementare all’ingresso a pagamento (Irene di Ruscio) Premessa e definizione dell’ambito di ricerca La presente ricerca ha inteso approfondire alcune delle problematiche emerse durante l’elaborazione del project work, presentato lo scorso mese di luglio. Il caso applicativo, partendo dalla concreta esigenza di promuovere strategie di finanziamento da parte di un museo di ente locale di interesse regionale (il Museo d’Arte C. Barbella di Chieti), giungeva ad elaborare un modello di membership fondato sulla contribuzione volontaria (in termini sia di quantità che di frequenza delle liberalità offerte) da parte del pubblico. Le criticità emerse durante l’analisi del caso proposto hanno indotto ad approfondire alcune delle tematiche ad esse collegate, astraendo dalle considerazioni specifiche legate alla realtà di partenza per confrontarsi con la letteratura in materia e giungere alle possibili conclusioni di metodo. E’ necessario prima di tutto circoscrivere l’ambito di analisi e si è scelto di farlo come segue: considereremo nello specifico la realtà di musei di ente locale ad ingresso gratuito e tra le possibili leve di finanziamento, sulle quali fare perno in direzione del sospirato equilibrio economico (che sappiamo irraggiungibile in termini assoluti senza l’intervento di sussidi pubblici), scegliamo di valutare soltanto l’opportunità o meno di inserire un biglietto d’ingresso e quella di creare un sistema di membership, alternativo o complementare all’ingresso a pagamento. Il problema delle risorse La scarsità di risorse destinate al settore culturale è un problema non nuovo e ben noto a tutti, accresciuto dal sempre maggiore investimento di fondi nella costruzione e allestimento di nuove strutture museali o nell’ampliamento delle vecchie, con un aggravio di costi di gestione, che non si è poi in grado di affrontare. La necessità di porre un qualche rimedio a questa carenza di mezzi induce da una parte al contenimento dei costi di gestione e al potenziamento dei livelli di efficienza, dall’altra alla ricerca di sempre nuove strategie di finanziamento, dalle più tradizionali attività legate ai cosiddetti “servizi aggiuntivi” (ristorante, bookshop, merchandising) alle più innovative tecniche online, imperniate sul fascino e l’indiscutibile praticità del web. Ma se c’è un’affermazione ormai “universale”, una sorta di “primo comandamento” dei musei è “diversificare il più possibile le entrate”. Volenti o nolenti, il sistema di finanziamento di un moderno museo comporta l’essere estremamente articolato e complesso, il che non si adatta a molta parte delle istituzioni museali italiane, nella fattispecie quella coincidente con i musei gestiti in economia dalle amministrazioni pubbliche (stato ed enti locali). La gestione in forma diretta, infatti, sopra tutte le altre, non consente i necessari margini di manovra nella ricerca e acquisizione dei fondi: è troppo rigida per consentire la sperimentazione di formule non precedentemente adottate e previste dai regolamenti degli enti; è disincentivante rispetto alle istituzioni culturali, in quanto, anche promuovendo adeguate misure di fundraising, essi non ne vedono concretamente i benefici, dal momento che i proventi vengono incassati e ridistribuiti dall’amministrazione di appartenenza, senza vincoli riguardo a chi li ha generati. Le fonti di finanziamento di un museo sono essenzialmente suddivisibili in due tipi: le fonti che potremmo definire “interne” perché originate dalla struttura, costituite dal biglietto d’ingresso, abbonamenti o card, servizi collegati alla fruizione, profitti commerciali, liberalità provenienti dalle membership, da una parte; dall’altra le “fonti esterne”, ossia i trasferimenti da terzi, siano essi pubblici o privati, qui comprendendo sussidi, sponsorizzazioni ed esenzioni fiscali. 65 Come anticipato, è per una precisa scelta legata alle caratteristiche di questo elaborato e alle sue premesse (project work), che ci soffermeremo solo su due degli aspetti legati alle fonti di finanziamento, ossia il biglietto d’ingresso e la membership. Attraverso lo spoglio e l’analisi della letteratura, ci chiederemo se in un museo con le caratteristiche sopra definite, sia opportuno, come primo passo verso una ricerca di fondi, intervenire sulla politica tariffaria ed eventualmente in che termini, oppure pensare all’introduzione di un sistema di membership e con quali caratteristiche eventuali, o se infine, non sia opportuno pensare alle due forme correlate insieme. Riflessi dell’inserimento del biglietto d’ingresso nelle strutture tradizionalmente gratuite: rassegna e analisi della letteratura sull’argomento Tutta la letteratura sull’economia dei musei inevitabilmente tratta, con maggiore o minore accuratezza, gli aspetti legati alle politiche tariffarie, diffondendosi in particolare sugli aspetti legati all’individuazione dei parametri di confronto per la composizione del prezzo, alla diversificazione del biglietto in relazione alle diverse fasce di utenza, all’impatto che i proventi che ne derivano hanno in rapporto ai costi di gestione della struttura. Unanime è il riconoscimento che da solo il biglietto d’ingresso componga una minima parte delle risorse necessarie ai musei (vedremo oltre le percentuali proposte), altrettanto assodata è la riflessione che l’entità del biglietto possa rappresentare un ostacolo alla fruizione di un sito culturale. Comune a tutti i contributi è poi la considerazione della scarsa motivazione ad incentivare gli ingressi, dovuta alla non immediata disponibilità dei proventi derivanti della biglietteria al museo che li genera. Gli interventi che maggiormente interessano in questa sede sono quelli che riguardano l’inserimento del biglietto in una realtà tradizionalmente gratuita e che ne registrano le conseguenze. Per Bagdadli (1997) l’introduzione del biglietto d’ingresso ha un impatto negativo della durata di circa un anno, con una riduzione dal 20 al 33% ed il successivo ritorno a livelli di fruizione “pressoché simili” al periodo precedente. Secondo la studiosa il dato trova conferme presso la realtà italiana, dove negli anni novanta, l’aumento delle tariffe d’ingresso negli istituti di antichità fino al 250% comportarono un forte calo dei visitatori, giunto nel caso di Palazzo Ducale a Mantova addirittura al 72%. Studi anglosassoni dimostrerebbero un calo pari a circa 1/3, talvolta esasperato fino al 50%, sempre con una ripresa dopo il primo anno dall’introduzione. Interessante è la considerazione che, tra turisti e residenti, il maggior calo riguardi, come è inevitabile, questi ultimi. I residenti, peraltro, secondo Chirieleison (2002) presentano un tasso di partecipazione alle attività del museo stimato intorno al 6,2% in Italia, contro il 22-30% del resto d’Europa. Un tasso così basso è legato non solo alle politiche tariffarie, ma anche e soprattutto secondo l’autrice, che qui assolutamente condivido, alla “mancanza di una politica culturale che si rivolga specificatamente ai residenti”, nonché, ma l’osservazione mi sembra in questo caso non troppo pertinente, alla presenza sul territorio nazionale di un patrimonio diffuso anche non musealizzato. Emblematico della sensibilità dei visitatori al prezzo è poi il caso del Victoria and Albert Museum, che, invece di introdurre una tariffa d’ingresso, ha tentato di attutirne gli effetti negativi affiancando all’entrata gratuita il suggerimento di un’offerta minima di 2 sterline. Le ricerche dimostrano come il suggerimento sia stato percepito alla stessa stregua dell’introduzione di una tassa di ingresso, determinando la fisiologica riduzione di un terzo dei visitatori. Chiaramente esiste un’elasticità della domanda al prezzo che è anche ampiamente soggettiva e dipende dalla presenza di sostituti che l’utente avverte come stretti (ad esempio zoo, parchi, cinema o altre forme di divertimento), dal rapporto esistente tra il prezzo richiesto e il reddito, dalla rilevanza che esso ha rispetto alla spesa complessiva che la visita comporta (per un turista il peso del biglietto apparirà inferiore essendo rapportato al costo dell’intero viaggio). A diffondersi sulle tematiche legate alla gratuità è il francese Xavier Greffe (1999, trad. it. 2003), il quale cerca di dimostrare attraverso l’uso di un grafico come “il finanziamento attraverso i prezzi conduce a ridurre il benessere globale netto rispetto alla gratuità e che solamente 66 quest’ultima assicura la massimizzazione del benessere collettivo netto degli attori”, naturalmente se accompagnata dai necessari sussidi. L’autore riconosce l’esistenza dietro a questo di altri tre problemi: 1) la mancanza di stimoli nell’incrementare l’affluenza di pubblico; 2) la possibilità che i fondi non siano più garantiti; 3) la ripartizione dei costi relativi al museo non sui suoi visitatori, ma su tutti i contribuenti, anche quelli che al museo non vanno. D’altro canto, i benefici derivanti dal biglietto d’ingresso non sono sufficienti, secondo Greffe, a giustificare lo svantaggio che costituiscono per i visitatori, ossia, in altri termini la percezione di questo svantaggio è più forte per il pubblico di quanto non sia l’effettivo “guadagno” del museo. Altri autori, come Chirieleison (2002) tornano sull’argomentazione negli stessi termini. Greffe ribadisce poi il concetto già espresso dalla Bagdadli, a proposito dell’attenzione da avere nei confronti della composizione del pubblico. Lo studioso cita una ricerca dell’università Parigi I, la quale ha suddiviso i siti culturali parigini in due categorie: quelli di interesse regionale, dove il pubblico è molto sensibile al prezzo; quelli di interesse internazionale, dove predominano i turisti, meno o per nulla sensibili al prezzo. I primi siti dovranno fare attenzione alla politica tariffaria, i secondi sono molto più liberi nel fissare i prezzi “perché il rialzo non sarà sancito probabilmente da una caduta del numero di visitatori”. Una forma di gratuità particolare è quella introdotta dal Louvre nel 1994, consistente nella riduzione fino al 50% della tariffa di ingresso alle collezioni per il pomeriggio. La tariffa tende ad incentivare la distribuzione del pubblico nelle fasce orarie solitamente meno frequentate, così da migliorare la qualità della visita. Il costo del biglietto, infatti, non è la sola variabile percepita dal “consumatore”; anzi , un ruolo molto importante ha la qualità del servizio e la sua convenienza rispetto al prezzo pagato. La gratuità settimanale (normalmente fissata di domenica), invece, si configura come un modo per consentire l’accesso libero alle categorie più sensibili al prezzo. In realtà in questo caso, la qualità della visita scade, a causa dell’aumento di circa il 70% del numero di visitatori, in simili occasioni. Chi riporta con dovizia di particolari e commenti, un esempio di tentata introduzione di tariffe d’ingresso e le vere e proprie rivolte che ne sono seguite, è Luca Zan. Oggetto delle sue osservazione il British Museum, già indagato in precedenti interventi, è al centro del suo recente libro (2004). Analizzando la retorica del management sottesa al rapporto Edwards e alle polemiche da esso innescate, Zan racconta del tentativo di introdurre il biglietto di ingresso tra le manovre correttive tese a risanare le finanze dell’istituzione museale britannica. Alla sola proposta, la stampa locale si è ribellata, gridando alla “fine dell’Illuminismo”, parlando di “tassa sulla cultura” e di “cancellazione dei diritti”. Al di là di queste accese proteste, la critica a suo giudizio più appropriata è quella che argomenta i possibili effetti negativi e le conseguenze non previste dal rapporto, ad esempio l’effetto negativo che la diminuzione degli utenti avrebbe avuto su negozi e ristoranti siti all’interno del museo o la riduzione di patron e sponsor, che, stando alle indagini svolte, tendono in caso di introduzione del biglietto a rivolgersi altrove. Il danno grave sarebbe dunque in termini di efficienza. L’operato del governo inglese, che subdolamente ha lasciato la decisione ai musei di introdurre o meno il biglietto, facendo ricadere su loro la responsabilità agli occhi del pubblico e lasciando di fatto inalterati o aumentando i fondi elargiti nei confronti dei musei a pagamento, penalizzando al contrario con forti tagli quelli che restano ad accesso gratuito, è spunto per considerare la forte dipendenza delle questioni manageriali dai cicli politici. Osservazione certamente pertinente non solo alla realtà anglosassone. Del resto, il tema dell’ingresso gratuito nelle istituzioni culturali è uno dei temi più suscettibili alle considerazioni di natura politica. Alle polemiche sorte intorno al biglietto al British Museum, possiamo associare quelle più recenti legate alla proposta di introduzione della tariffa d’accesso ai musei civici milanesi, animatamente discussa nelle sedute del consiglio comunale. Le opposte fazioni hanno dibattuto a lungo citando spesso ad esempio proprio il British e altre realtà anglosassoni dove si è sperimentato il sistema dell’offerta, giungendo alla fine a decretare una sperimentazione in alcuni musei tra cui l’Archeologico. Occorrerà qualche tempo prima di poter valutare gli esiti di questa sperimentazione, ma l’Archeologico milanese potrebbe essere un buon termine di paragone per le realtà medio67 piccole, certamente migliore degli esempi di cui attualmente si dispone in letteratura, in genere troppo grandi e famosi per poter costituire confronto con le realtà che stiamo cercando di analizzare. Unici controcanti alla serie di considerazioni negative sulle conseguenze dovute all’inserimento del biglietto sembrano essere una ricerca Nomisma del 2000 e Villani (1998), fonti entrambe citate da Chierieleison a sostegno dell’idea che la domanda museale sia tutto sommato “rigida”. Sembra che nel periodo compreso tra il 1985 e il 1999, nonostante il costo medio dell’ingresso sia aumentato del 45%, il numero degli ingressi sia salito da 15 a 22 milioni: si tratta però qui di un aumento di prezzo, cosa sostanzialmente diversa nella percezione del pubblico rispetto all’introduzione di un biglietto in un luogo tradizionalmente gratuito. Diverso l’esempio del Colosseo, il quale nel 1998 è passato dalla gratuità all’accesso a pagamento: nonostante questo gli ingressi sono aumentati, secondo le citate inchieste, di numerose migliaia di persone. Ma stiamo parlando del Colosseo!!! Le membership: rassegna e analisi della letteratura sull’argomento Contrariamente alla letteratura in materia di politiche tariffarie, estremamente carente risulta essere quella relativa ai sistemi di membership, specialmente se rapportata all’uso (in molti casi, abuso) di questi sistemi tra i musei e nel web. Si intende riflettere sull’estrema diffusione del termine membership, che sembra assai spesso ricondursi alla mera applicazione di tecniche di discriminazione del prezzo, riducendosi alla fine a rappresentare tutte le possibili e immaginabili tipologie di tessere, card, abbonamenti e sconti correlati, senza introdurre alcun elemento distintivo rispetto alle politiche tariffarie. Volendo poi guardare solo agli esempi di membership più “autentici” non si può fare a meno di riconoscervi un sottofondo, certamente involontario ma percepibile, di “classismo” o di “associazionismo alla Rotary Club” nella rigida suddivisione dei pubblici in base al livello della loro contribuzione, che se ha un senso nella mentalità americana, dove il sistema è concepito come incentivante nella logica della gara alla filantropia, non ne ha molto in Italia, dove la filantropia non è cultura diffusa e condivisa. Riflessioni sulla differente tradizione culturale dell’America avanza Chirieleison (2002), che specifica proprio come in un ambiente in cui i fondi pubblici assumono l’unico aspetto delle esenzioni fiscali (in Italia irrisorie al confronto), ci sia un clima culturale che vede nel sostenere il museo un modo per affermarsi. Ne consegue che il sistema di divisione di donatori e membri in categorie diverse a seconda dell’apporto finanziario elargito, risponda anche all’esigenza di creare emulazione tra loro, sollecitando ciascuno a passare al gradino superiore. L’adesione ai sistemi di “membership” in Italia, invece, avviene prevalentemente per il rendiconto personale che ne deriva: la convenienza che quel tipo di “abbonamento” ha per il singolo visitatore, o il ritorno di immagine che il privato trae dal beneficiare il museo di una elargizione, scambiando la membership per un sistema di sponsorizzazione. Le donazioni dei privati in Italia, riflette in proposito Montella (2003), si presentano sotto forma di investimenti pubblicitari, il cui costo di fatto va a gravare sui prezzi di mercato, dunque sugli utenti. Ultimamente, però, rileva l’autore, “il sostegno del privato alla cultura sta assumendo la veste non di occasionali sponsorizzazioni, ma di partnership ossia di affiancamento come partner direttamente e durevolmente coinvolti in responsabilità gestionali”. Comunque sia, l’approccio con la letteratura in materia evidenzia non solo l’assenza di una monografia, ma anche una carenza riguardante in particolare le piccole e medie realtà museali italiane, sulle quali non è stata sinora condotta alcuna specifica indagine. Riguardano invece le maggiori realtà americane, europee e italiane, gli esempi che si rintracciano qua e là nei testi dedicati a tematiche gestionali e di fundraising. Un sistema di membership estremamente articolato e vario nelle proposte di agevolazioni è quello indagato da F. Donato (2004) nell’analisi di struttura, gestione manageriale e performance della Royal Opera House. Le attività promosse dalla ROH “non si inquadrano semplicemente nell’ottica del fundraising”, ma partono dall’intenzione di costruire relazioni durature con i 68 sostenitori del museo, creando rapporti di partnership a sostegno dello sviluppo dell’istituzione. Tuttavia, la realtà del ROH, con i suoi 40.500 associati, resta troppo lontana da quella della quale ci stiamo occupando in questa sede. Con una certa frettolosità liquida la questione la Bagdadli, descrivendo la politica di aggregazione dei membri come “volta a creare senso di appartenenza e facilitare l’accesso a coloro che tornano più volte al museo”, caratteristiche che la distinguerebbero dalle altre tecniche di raccolta fondi, che hanno invece un obiettivo prevalentemente finanziario. La trattazione dell’argomento in realtà è fusa in un tutto unico con fundraising e sponsorizzazioni; colpisce in particolare l’uso interscambiabile delle espressioni “campagne di abbonamento” e “membership”, finendo per confermare l’impressione espressa in apertura di paragrafo. Nelle logiche di partnership di più lunga durata va ad inserirsi l’esperienza fiorentina “Adotta un museo a Firenze” (2001), promossa da un’apposita convenzione stipulata tra Consorzio Firenze Albergo e Assindustria Firenze, nell’ambito di quella più generale tra ANCI e Confindustria, volta ad incentivare la partecipazione dei privati alla valorizzazione (vedi Chirieleison, 2002). Il progetto, finalizzato alla valorizzazione di alcuni musei comunali di Firenze dotati di collezioni con opere di elevato livello qualitativo, ma penalizzati da una scarsa visibilità, ha visto l’adesione di numerosi alberghi fiorentini oltre a imprese e istituzioni private, che hanno stanziato una certa somma da erogare alle realtà museali per affrontare le spese generali di organizzazione, promozione e comunicazione del progetto. Il comune da parte sua ha predisposto benefici per alberghi: biglietti gratuiti per i musei comunali, materiale promozionale con i nomi delle imprese partecipanti, la possibilità di usare alcune immagini di opere contenute nei musei adottati per la comunicazione aziendale. Un’interessante operazione non solo di membership ma di partnership di più lunga durata. Al di là delle modalità e articolazioni della membership come tecnica di finanziamento, il punto centrale è rappresentato dalla domanda: quanto giovano poi queste entrate in un museo di ente locale? Che peso hanno rispetto al totale delle entrate e ai costi di gestione complessivi? Quali proventi dalle due leve di finanziamento considerate Buona parte dei riferimenti rintracciati in letteratura propongono percentuali di proventi derivanti sia dal biglietto che dai sistemi di membership, spesso mescolati con altri ricavi, conseguenti alla vendita di servizi o prodotti dalle entrate degli esercizi commerciali. Le singole voci non solo vengono considerate in abbinamento con altre, ma senza peraltro utilizzare la stessa metodologia. Ne consegue l’impossibilità a confrontare le percentuali proposte, poiché non si sa cosa esattamente ciascuna comprenda. A proposito della rilevanza di bigliettazione, membership e altri servizi riguardo alla copertura dei costi totali di gestione, commenta Fuortes (1998) “la microeconomia del museo è un sistema strutturalmente in perdita. I redditi caratteristici del museo (bigliettazione e vendita di altri servizi culturali) non sono in grado di coprire i costi necessari a produrre i servizi culturali offerti”, nonostante che gli esempi offerti siano di massima eccellenza. Il Metropolitan Museum di New York coprirebbe con i suoi redditi caratteristici appena il 30% del budget di gestione; Louvre e Centre Pompidou rispettivamente il 26 e 16%; il Fine Art di Boston tra biglietti, membership e abbonamenti, il 45% dei costi complessivi. Va aggiunto il Milwaukee Art Museum, che raccoglierebbe liberalità “da 1.000.000 di dollari di pochi ai 10 dollari di molti”, lasciando presumere che vi sia qui un sistema di membership a base volontaria, le quali liberalità unite a biglietti e abbonamenti hanno un peso percentuale pari a ben il 54%. Una rarità. A togliere poi ogni dubbio Fuortes aggiunge: “ne deriva che la gestione di un museo non può essere indirizzata verso la massimizzazione del profitto. Anche nei casi di gestione “privatistica” si rende sempre necessaria una copertura finanziaria – più o meno parziale – da parte del settore pubblico o di qualche forma di mecenatismo privato”. 69 Miracoli sembrano fare i musei civici veneziani (Zan, 2001 e 2003), dei quali non vengono date cifre utili in questa specifica sede, ma che grazie agli importanti flussi turistici e soprattutto ad un articolato e ben condotto processo di riorganizzazione complessiva, sono riusciti a trovare uno splendido equilibrio tra risorse in ingresso e in uscita: economie di scala ben sfruttate, adozione del biglietto unico, importo del biglietto non alto rispetto alla media dei musei italiani e non percepito dal visitatore, costi di gestione unitari particolarmente bassi. Soprattutto, ha contato l’aver inteso l’eccezionale potere di attrazione di Palazzo Ducale, sapientemente sfruttato a beneficio delle realtà museali minori della rete. Uno solo il neo, dice Zan, ed è retaggio delle pubbliche amministrazioni: il non riuscire a (talvolta non volere) produrre dati di bilancio precisi, il che comporta non poter trarre informazioni circa i ricavi della sola bigliettazione. Migale (1998), in uno studio su un campione di riferimento di musei statali, civici e privati, fornisce i seguenti dati: le entrate proprie da bigliettazione, vendite commerciali e prestazioni di servizio sono pari al 63% delle entrate totali (considerate per i musei pubblici uguali alle uscite totali) alle Gallerie dell’Accademia, all’80% ai Musei Vaticani, al 100% al Museo Ebraico di Venezia, per il resto dei casi esaminati sotto il 20%. Secondo Chirieleison i ricavi derivanti dalla bigliettazione andrebbero dall’1% al 10%, percentuale che a volte potrebbe veder favorita la contribuzione volontaria, “a patto che contemporaneamente aumenti la capacità di raggiungere il pubblico”. Raro modello di eccellenza sarebbero i Musei Vaticani, i quali – negli ultimi anni in pareggio o addirittura in attivo – ricaverebbero il 70% dei loro proventi dalla sola vendita dei biglietti di ingresso; una quota significativa, fino al 13%, da merchandising, royalties e servizi aggiuntivi; il resto da erogazioni liberali in gran parte provenienti dagli USA. Anche il Guggenheim di Bilbao avrebbe un’eccezionale capacità di autofinanziamento: con fonti interne coprirebbe il 67% delle uscite complessive; il 21% deriverebbe dalle entrate dello shop, che conta ben 38.000 articoli diversi e un efficacissimo programma di membership permetterebbe alla struttura di contare su oltre 9000 adesioni, di cui un centinaio di imprese, alcune delle quali peraltro parte del Board of Trustees del museo. In Italia si distingue la Peggy Guggenheim Collection di Venezia: 52% di incassi dai biglietti, 18% da vendite beni e servizi (negozio e caffetteria), 15% da membership, 10% da donazioni e 5% da proventi di altro genere. Il problema che pone la studiosa al termine della rassegna e che noi stessi ci poniamo, è quanto “facciano media” i casi di eccellenza, ossia, quanto i dati riportati sono generalizzabili? Ci uniamo nel ribadire che “le ricerche empiriche disponibili per effettuare comparazioni sulla struttura delle entrate dei musei sono molto poche, non sempre metodologicamente corrette e soprattutto in genere non comparabili tra loro per criteri, scopi e strumenti utilizzati.” Ci sono del resto realtà anche grandi che non sembra ricavino molto, in relazione ai loro costi di gestione, dalla bigliettazione, che va da percentuali quasi nulle al 25,3% del Louvre, al 15,5 del Centre Pompidou, al 12,9 del Moma. I ricavi della membership nel migliore dei casi si attestano a 1/6 circa del totale (15% Metropolitan, 16,5% Fine Art Boston). Alla fine conclude Chirieleison, anche prestigiose istituzioni come il Metropolitan e il Louvre coprono solo 1/4 dei costi con le entrate derivanti da biglietti aggiunte ai proventi delle membership, nonostante gli enormi volumi di visitatori. Conclusioni Ferma restando l’estrema diversificazione delle realtà museali locali, ciascuna delle quali richiede l’attivazione di strategie studiate sul caso specifico, possiamo in generale trarre le seguenti conclusioni. L’inserimento di un biglietto d’ingresso in una struttura tradizionalmente gratuita comporta una considerevole diminuzione degli ingressi (secondo la maggior parte degli autori pari a circa un terzo) e l’allontanamento dei residenti per i quali la sensibilità al prezzo è assai più alta rispetto ai turisti. 70 Di contro, il beneficio in termini di ricavi determinato dall’introduzione del biglietto d’ingresso è nelle piccole realtà senza un flusso turistico importante, privo di rilevanza e dunque non sufficiente a giustificare il rischio di allontanamento del pubblico locale, alla cui fruizione la tipologia di museo considerata è prioritariamente portata a rispondere. Allora, rispetto alla semplice introduzione di un biglietto di ingresso, pianificare un sistema di membership adeguato sembra assai più vincente come strategia, sia in termini di comunicazione esterna che considerati gli aspetti educativi che esso può comportare. Tuttavia, si presentano due immediate difficoltà: 1) è difficile poter articolare una serie “convincente” di benefits corrispettivi alla donazione, laddove ingresso e servizi siano resi in forma gratuita; 2) senza una sperimentazione preliminare non è possibile prevedere esattamente gli esiti economici di un tale sistema, esiti che nei maggiori musei italiani risultano non superare il 10% delle entrate. A tal proposito, si fa notare come sia del tutto assente, e sarebbe quanto mai auspicabile realizzarlo, uno studio specifico sulle esperienze di membership svolte e in atto sul territorio italiano nei musei di ente locale di medie e piccole dimensioni: i cenni esistenti, si è sottolineato più volte, fanno riferimento a grandi musei, che non possono costituire pietra di paragone per le realtà alle quali ci stiamo riferendo. Va poi ulteriormente evidenziata l’impressione, già sopra espressa, che in Italia la membership sia spesso intesa ed utilizzata come un semplice sistema di discriminazione del prezzo, privo di quella cultura filantropica che sottostà invece ai sistemi in uso in America. In tal senso, credo che essa vada necessariamente ripensata in congiunzione con una politica culturale rivolta in maniera specifica al pubblico residente e puntando sul miglioramento della qualità dei servizi offerti. Certo è che, fatte salve le riserve circa l’impossibilità a determinare la concreta entità dei benefici, una combinazione opportunamente studiata tra introduzione del biglietto e un sistema di membership con le caratteristiche di cui sopra, prevedendo anche ampie zone di permanenza della gratuità, potrebbe portare esiti maggiormente positivi rispetto alla presenza di una sola delle due componenti di finanziamento. Anche ragionare in termini di rete di musei, purché questo non si riduca alla pura e semplice proposta del “biglietto unico”, di per sé non risolutiva delle questioni poste, può aiutare da una parte a generare economie di scala, dall’altra a polarizzare l’attenzione di potenziali sostenitori dei musei. Sempre che si sia capaci, in sede locale, di costruire una rete che non penalizzi le specificità dei singoli musei, anzi sappia articolarle in modo da costruire un’offerta quanto più varia e attraente possibile. Ciò che, però, grava pesantemente sulla realtà italiana dei musei di ente locale è l’aspetto istituzionale e gestionale (la gestione in economia), che oltre a determinare impasse burocratiche, non consente al museo di gestire i fondi in entrata. Questo comporta che anche la migliore delle possibili articolazioni delle fonti di finanziamento divenga inutile senza il passaggio ad una nuova forma di gestione: si percepisce ormai chiaramente la necessità di accompagnare alle azioni di fundraising un rinnovamento istituzionale e gestionale. In tal senso, la sempre più frequente nascita di fondazioni museali supportate dalle Fondazioni ex bancarie, certamente i soggetti più vicini per finalità e scopi sociali al settore pubblico, va pian piano sostituendo, anche in Italia (vedi Torino), alla mentalità delle sponsorizzazioni episodiche di singoli eventi, quella ben più proficua di partnership “di lunga durata”. Auspicata da più autori, sembra essere questa una delle migliori vie di uscita al problema. Irene Di Ruscio Storico dell’arte, libero professionista 71 6. Management e Ville Venete (Silvia Fiorini) 1. Introduzione L'interesse per il patrimonio storico ed architettonico costituito dalle Ville Venete e più in generale dalle dimore storiche presenti su tutto il territorio nazionale ed europeo è aumentato considerevolmente in anni recenti. Le Ville Venete presentano peculiarità proprie per la forte correlazione con il territorio che le distingue come bene pubblico, anche se nella misura dell'80% esse sono di proprietà privata12. La tutela delle Ville Venete è particolare perchè si deve basare sul pricipio della “protezione integrata”13, sulla conservazione cioè del contesto storico, paesaggistico e territoriale che vada al di là della definizione spesso vuota di significato di “sviluppo sostenibile”. Se la continua crescita dei flussi turistici relativi alle dimore storiche rende da una parte palese la rilevanza di tale attività economica, rappresenta dall'altra una forte pressione sul territorio che rischia di danneggiare quelle stesse attrattive che hanno generato i flussi in questione14. Gli sforzi compiuti negli ultimi anni vanno senz'altro nella direzione della catalogazione dell'intero patrimonio delle Ville Venete, della creazione di reti museali, sia a livello nazionale che comunitario e della conoscenza e promozione di esse. Gli attori coinvolti sono molteplici, a partire dalla Regione Veneto, e dall'Istituto Regionale Ville Venete (IRVV) organo regionale preposto alla tutela delle Ville Venete, alle Associazioni Culturali italiane ed europee: Associazione per le Ville Venete (AVV), Associazione Dimore Storiche Italiane (ADSI), Istituto Regionale Ville Tuscolane (IRViT), Ente Ville Vesuviane (EVV), Union of European Historic Houses Associations, Via Imperialis- Burgen und Schlosser Osterreichs. Dall'analisi dei più recenti indirizzi legislativi, istituzionali e organizzativi in materia di Ville Venete cercherò di individuare alcune ipotesi sui possibili sviluppi gestionali e di misurazione delle performance. Nel comparto dei Beni culturali, e particolarmente per il delicato patrimonio delle Ville Venete, risulta di primaria importanza infatti mantenere il corretto rapporto,quello di “compromesso”15, tra esigenze imprescindibili di efficacia e necessità di efficienza. 2. Il contesto normativo di riferimento Gli interventi legislativi recenti sono senz'altro volti al sostegno delle attività di recupero degli edifici storici, vincolati ex lege 1089/1939: in un momento di crisi dello Stato Sociale quale è quello odierno, è un dato particolarmente positivo e quasi unico il rifinanziamento della Legge 233 del 23 luglio 1991 attuato mediante le Leggi 264 del 8 novembre 2002 e 291 del 16 ottobre 2003. In sostanza sono stati assegnati all'IRVV fondi pari a 1.000 000 di euro per ciascun anno 20022003-2004 e nella Finanziaria del 2003 è stato previsto lo stesso stanziamento per i tre anni successivi. Tale provvedimento hanno permesso all'IRVV di promuovere un bando per gli anni 2003- 2005, per accedere a finanziamenti per il restauro delle Ville: il finanziamento assegna fino a un massimo di 250.000 euro ai privati e di 300.000 euro agli Enti Pubblici, con mutui agevolati al 50% del Tasso Ufficiale di Riferimento, o a tasso zero per il restauro di Ville attribuite agli architetti indicati nel bando, per il restauro di oratori annessi alle Ville e per il restauro degli apparati parietali delle Ville. Sono previsti inoltre contributi a fondo perduto fino al 15- 20% dell'importo del mutuo concesso e piani di ammortamento di 15 anni. 12 A.A.V.V. 2003, pag. 11 Zecchin 2000, pag. 1 14 Zecchin 2000, pag. 2 15 Zan 2003, pag. 31 13 72 Risulta evidente come questo bando possa fornire un concreto strumento per il recupero di alcune Ville, in termini di manutenzione straordinaria, e sia quindi di fondamentale importanza,anche resta la difficoltà estrema di reperire fondi per la gestione corrente. E' proprio per questo che i proprietari delle Ville (sia Enti pubblici che privati cittadini) hanno dovuto creare forme di gestione nuove per permettere la conservazione, il mantenimento fisico ed economico, in estrema analisi la sopravvivenza delle Ville stesse. A livello istituzionale alcuni passi sono stati fatti verso la creazione di reti, sia sul territorio regionale, che statale e comunitario, tramite l'utilizzo di protocolli d'intesa e di accordi di programma, dei quali darò una sintesi qui di seguito. 3. Orientamenti istituzionali Nel 2003 (5 novembre-31 dicembre) si è tenuta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles la mostra dal titolo “Ville d' Italia. Ville Venete, Ville Tuscolane, Ville Vesuviane”. Tale mostra dà il segno di un concreto interesse a livello europeo per il Patrimonio Architettonico del nostro Paese ed è frutto di una collaborazione nata dal Protocollo d'intesa del 2002 tra Istituto Regionale Ville Venete, Ente Ville Vesuviane, Istituto Regionale Ville Tuscolane. La comune volontà di cooperare espressa con il sopracitato documento dagli enti coinvolti, è sfociata nel 2003 nel progetto “Forum Ville d'Italia”, giunto nel 2004 alla seconda edizione: si sono riuniti i rappresentati delle principali istituzioni pubbliche e associazioni private che agiscono per la salvaguardia e la valorizzazione delle ville e dimore storiche, per discutere sui metodi più efficaci da utilizzare per raggiungere gli obiettivi di tutela e salvaguardia sia a livello nazionale che comunitario. L’iniziativa ha riunito i rappresentanti di numerose associazioni: Associazione Castelli e Ville Aperte in Lombardia, Associazione delle Ville e Palazzi Lucchesi, Associazione Dimore Storiche Italiane, Castelli Aperti del Basso Piemonte, Castelli del Ducato di Parma e Piacenza, Fai, Italia Nostra, Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, Associazione Ville Venete, Federazione delle Associazioni Culturali Napoletane, Museo del Paesaggio, Associazione Napoletana per i Monumenti e il Paesaggio, Associazione per lo Studio e la Tutela dei Giardini Storici, Antares, Associazione Amici delle Ville e dei Siti Vesuviani, Associazione Nazionale Castelli e Ville Visitabili in Italia. I delegati di queste organizzazioni rappresenta complessivamente circa diecimila tra ville, castelli, giardini e dimore storiche in Italia, in maggioranza private e in buona parte aperte alla visita del pubblico. Al termine dei lavori, è stato sottoscritto un documento contenente i punti che individuano strategie e linee di azione comuni per la valorizzazione di questo patrimonio, quali la creazione di un network delle Ville d’Italia chiamato ad attuare iniziative di co-marketing, con l’obiettivo di costituire un soggetto giuridico che sia in grado di valorizzare e promuovere il patrimonio. E' stata sottolineata l'importanza di attivare al più presto una forma di coordinamento che faccia uscire ciascuna realtà dall’interesse locale e che affermi, anche con interventi promozionali di rilievo, l’importanza di ville, castelli, parchi e dimore storiche come punti strategici di un sistema di risorse in grado di assicurare ricadute positive per tutto il territorio. L’azione di "Ville d’Italia" ha l'obiettivo di esprimersi a livello nazionale, sia per ottenere nuove risorse per tutela e valorizzazione, sia per spingere il governo a elaborare nuove normative su alcuni punti considerati indispensabili quali la riduzioni dell’Iva anche per le manutenzioni ordinarie su edifici sottoposti a vincolo. A livello regionale, nel 2004 è stato siglato per il terzo anno consecutivo l'Accordo di programma tra Regione Veneto ad Amministrazioni Provinciali denominato “Spettacolo nelle Ville e nelle Piazze”: tale iniziativa ha permesso di coniugare in maniera proficua qualità degli spettacoli proposti e valorizzazione del territorio, eleggendo a luoghi privilegiati per la rappresentazione teatrale e musicale le Ville distribuite sul territorio e spesso sconosciute alla 73 maggioranza degli abitanti. La Regione Veneto ha inoltre avviato, nell'ambito delle opportunità offerte dall' Unione Europea con il programma Interreg IIIB Cadses, un progetto transnazionale denominato "VILLAS"16, il quale ha come obiettivi il miglioramento del livello di conoscenza del patrimonio culturale, la valutazione degli effetti delle attività antropiche ed economiche sui beni culturali e architettonici e la promozione della cooperazione tra stati, anche per rafforzare le identità regionali. Il progetto è stato ideato al fine di salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale costituito dalle dimore storiche presenti nell’area CADSES (Central Adriatic, Danubian, South Eastern European Space): nell’area Cadses le poche dimore storiche in buone condizioni sono mal utilizzate e non sufficientemente valorizzate, infatti la maggioranza delle stesse è in avanzato stato di degrado. Il patrimonio delle dimore storiche potrebbe essere quindi rivalutato attraverso il riuso economico e una nuova politica di gestione basati su una metodologia comune che valorizzi i beni culturali sotto il duplice profilo della conservazione e del miglior utilizzo economico. Le finalità strategiche sono pertanto la volontà di migliorare le politiche di allocazione delle risorse, anche attraverso la valutazione economica finalizzata alla definizione di possibili destinazioni d’uso compatibili e sostenibili, il desiderio di incentivare gli investimenti per la valorizzazione del patrimonio culturale architettonico, anche attraverso pubbliche e private partnership e la volontà di sviluppare quel turismo sostenibile interessato al patrimonio culturale, migliorando il livello di conoscenza in materia e promovendo specifici network per la diffusione dei temi culturali connessi alle dimore storiche. Sul piano della tutela gli indirizzi più recenti vanno nella direzione dell'allargamento del vincolo: su più di 4000 Ville catalogate dall'IRVV dal 1985 ad oggi infatti, solo 1700 sono vincolate. Vincolo significa indubbiamente maggiore grado di tutela: è per questo che nell'ultimo incontro dell'”Osservatorio Regionale sulle Ville Venete”, tenutosi il 4 giugno 2004, è stata formalizzata la proposta di redazione di un Protocollo d'intesa tra Regione Veneto, IRVV, Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Demoetnoantropologico del Veneto, Soprintendenza per i Beni Architettonici, Associazione per le Ville Venete e Associazione Dimore Storiche Italiane (sezione Veneto), per attivare una procedura di vincolo semplificata. In primo luogo infatti è necessario omogeneizzare le procedure per la redazione delle relazioni di vincolo, attraverso la riunione e l'utilizzo immediato delle informazioni provenienti dall'IRVV, dalle diverse Soprintendenze (relative ai beni architettonici ma anche ai beni artistici contenuti negli edifici) e dalle Associazioni , che hanno rapporti diretti con i proprietari delle Ville e sono dunque depositarie di notizie indispensabili, come eventuali cambiamenti di proprietà, l'apertura o meno delle Ville al pubblico e la destinazione d'uso delle stesse. In secondo luogo è necessario individuare lo strumento legislativo operativamente adatto alla riduzione drastica dei tempi per l'emanazione del decreto di vincolo, che deve riguardare anche le pertinenze dirette delle Ville come giardini, rustici, oratori. L' Osservatorio è nato grazie all'Accordo di programma approvato col D.G.R. 3711 del 1998 tra Regione, Istituto Regionale Ville Venete, Associazione per le Ville Venete, Associazione Dimore Storiche Italiane, il quale impegna i contraenti a promuovere l'attività di recupero, di restauro, di valorizzazione, fruizione e studio delle Ville Venete. Infine è utile rilevare che l' Associazione per le Ville Venete, già promotrice nel 1998 del convegno internazionale “Conservazione e salvaguardia Ville e dimore private di valore sorico artistico e monumentale”, oggetto anche della successiva pubblicazione monografica “Le Ville Venete e l'Unione Europea”, dal 2001 ha aperto un ufficio presso la sede di rappresentanza della Regione Veneto a Bruxelles, per informare sulle iniziative comunitarie, sulle misure di sostegno, i bandi di finanziamento e le agevolazioni fiscali in materia di Dimore Storiche e Patrimonio Culturale. Mantenendo da questa sede strategica i rapporti con le Associazioni Europee di Dimore Storiche 16 www.villas-eu.org 74 pubbliche e private, si prospettano interessanti prospettive di sviluppo di Partnership e di creazione di reti transnazionali. 4. Attività di catalogazione e di monitoraggio delle Ville Venete Un fondamentale strumento di tutela del patrimonio storico ed architettonico costituito dalle Ville Venete va ricercato senza dubbio nell'attività di catalogazione operata dall'Istituto Regionale Ville Venete e in quella di monitoraggio e di contatto diretto con i proprietari svolta dall'Associazione per le Ville Venete. Nell'art. 2 della Legge Regionale 63 del 24 agosto 1979, contenente le norme per l'istituzione ed il funzionamento dell'Istituto Regionale Ville Venete, si asserisce che tra gli scopi dell'Istituto, finalizzati al consolidamento, al restauro, alla promozione e alla migliore utilizzazione delle Ville Venete, vi è anche quello di realizzare studi e ricerche: si riconosce così che uno strumento primario della conservazione è anche la conoscenza, con la individuazione del bene e la conseguente notificazione17. L' IRVV ha perciò intrapreso una attività di catalogazione e di pubblicazione delle Ville, iniziata nel 1985 ed ancora in fase di svolgimento, che sta raggiungendo lo scopo di coprire tutto il territorio regionale veneto e friulano. L'Associazione per le Ville Venete mantiene invece dal 1979 i contatti e fornisce assitenza tecnica ai proprietari delle Ville, promuove attività volte a migliorare la conoscenza del patrimonio delle Ville inserite nel loro contesto territoriale. Dell'attività di monitoraggio ho già riferito nel Project Work; mi limiterò qui a ricordare che il “Progetto di Monitoraggio delle Ville aperte al pubblico” ha lo scopo, attraverso la compilazione di un database che riunisce le principali informazioni desunte da varie fonti, di individuare comune per comune, provincia per provincia, le Ville aperte al pubblico distribuite sul territorio; di qui la possibilità di creare percorsi culturali tematici e di dare impulso all’attività di valorizzazione ma anche di tutela. Si tratta quindi di una raccolta di dati che possono agevolmente essere integrati ed aggiornati e che andranno successivamente elaborati con il fine ultimo di rendere più noto e fruibile un patrimonio unico al mondo: quello delle Ville Venete. Risulta chiaro che la conservazione delle Ville non può e non deve prescindere dalla protezione del paesaggio naturale, non solo di parchi e giardini ma anche di territorio agricolo circostante, che è parte integrante della storia di queste dimore. Nel 2004 l'AVV ha anche avviato una campagna di comunicazione, informando i sindaci neoeletti dell'esistenza e delle attività dell'Associazione tramite una lettera; l'iniziativa ha ricevuto un ottimo riscontro. Si stanno svolgendo in questi mesi numerosi incontri tra i consiglieri dell'AVV e i nuovi sindaci: è emerso un grande interesse per le Ville Venete ma anche la preoccupazione per il cattivo stato di conservazione di alcune dimore o per il loro scarso utilizzo per iniziative culturali a beneficio della collettività. In occasione dell'esposizione dei “Project Work” del presente Corso ho avuto modo inoltre di dicutere con la dott.ssa Viviana Lanzarini e la dott.ssa Elena Corradini della possibilità di applicazione del SIGEC al comparto delle Ville Venete. Il SIGEC - Sistema Informativo GEnerale del Catalogo - è un sistema di catalogazione dei Beni Culturali che rende possibile integrare organicamente in un solo ambito le differenti schede relative ad edifici di interesse storico, contenenti informazioni sulle caratteristiche architettoniche, sui beni artistici contenuti, la rilevazione cartografica e gli interventi conservativi necessari. Attualmente in fase di applicazione sperimentale per la catalogazione degli edifici storici della provincia di Modena, il SIGEC potrebbe essere esteso anche alle Ville Venete, permettendone la 17 www.irvv.net 75 mappatura georeferenziata ed un costante monitoraggio dello stato di conservazione e delle emergenze architettoniche. 5. Forme di management e prospettive di sviluppo Una visita ad una Villa Veneta: fino a pochi anni fa si trattava di una fruizione destinata a pochi caparbi eletti, disposti a districarsi tra un grande numero di ville chiuse al pubblico o aperte in periodi ed orari imprecisati. Oggi la situazione è radicalmente cambiata: a fronte di un rinnovato interesse per questo patrimonio unico, l'offerta culturale e turistica si è sicuramente incrementata e diversificata, anche se esistono concreti margini di miglioramento. Tra le iniziative interessanti vi sono certamente forme di reti museali: il “Pass Ville” ad esempio, che permette di visitare con un unico biglietto cinque Ville della provincia di Venezia (sia di proprietà pubblica che privata) e l'iniziativa “Ville aperte” che consente di visitare ogni estate sei Ville diverse, tutte di proprietà privata, con operatori specializzati che accompagnano nella visita guidata. Orientamento attuale è anche quello di utilizzare le Ville come cornice per eventi, quali mostre, manifestazioni, attività concertistiche e teatrali. Se questo avviene per lo più nella stagione primaverile-estiva, di recente sono state ideate iniziative anche durante la stagione invernale: l'APT di Venezia ad esempio ha promosso una manifestazione di visita e di degustazione in diverse Ville della Riviera del Brenta, nell'ambito del programma “Venice Winter”, che prevede una serie di eventi a Venezia e nel territorio provinciale. La produzione poi di un DVD contenente l'esibizione dei Solisti Veneti diretti dal Maestro Scimone nelle “Quattro Stagioni” di Vivaldi suonate in quattro diverse Ville Venete, costituisce un esempio interessante di commistione delle arti che può avere un ottimo riscontro anche al'estero. Una questione da dipanare è come sia possibile contemperare le visite museali e le esigenze dettate da diverse destinazioni d'uso delle Ville di proprietà privata: in un alto numero di casi infatti le Ville sono sede di attività che contribuiscono al mantenimento delle stesse, come servizi di ristorazione, organizzazione di cerimonie, soggiorni, attività agrituristiche ed enogastonomiche. In molti casi poi, le Ville sono abitate dagli stessi proprietari che ne fanno la loro residenza per periodi determinati o lungo tutto il corso dell'anno. Le attività di tipo commerciale si stanno sviluppando notevolmente negli ultimi anni, soprattutto come strumento di gestione che permetta alla Villa di autosostenersi, nonostante le sempre più elevate spese di ordinaria amministrazione e manutenzione. Tra le proposte applicabili in tempi cosiderevolmente brevi vi è sicuramente quella di creare un “Portale Ville Venete” nel Web, che risolva definitivamente l'attuale problema di difficoltà di reperimento delle informazioni relative alla visita alle singole Ville, soprattutto quelle che si trovano al di fuori dei percorsi più conosciuti ma che sono spesso dei veri e propri gioielli da scoprire (e che andrebbero indicate sul con una segnaletica apposita che dovrebbe costituire un segno di riconoscimento immediato nel territorio). L'inserimento delle Ville in reti museali è di fondamentale importanza per la creazione di itinerari tematici e territoriali, così come andrebbe fortemente incrementata l'attività informativa e promozionale. La Regione sta progettando di creare un “marchio Ville Venete” che oltre a caratterizzare le Ville come patrimonio unitario, espressione di una civiltà, avrebbe riscontri positivi anche in termini di comunicazione. Tra le prospettive di sviluppo possibili, oltre alle strategie gestionali sarebbe interessante avviare una riflessione sulla misurazione delle performance, come è stato posto in essere per altri comparti dei servizi culturali, i teatri ad esempio. Nonostante le iniziative svolte nelle Ville riscuotano grande successo, manca però la rilevazione dell'efficacia e dell'efficienza ragggiunte, che si potrebbe ottenere tramite l'analisi di una balanced 76 scorecard. Gli indicatori18 sui quali basare una balanced scorecard nell'ambito Ville Venete potrebbero essere: • indicatori sulla consistenza e provenienza dei flussi turistici (con la precisazione dell'incremento in occasione di singole manifestazioni e dei fenomeni di fidelizzazione del pubblico) • indicatori sulle performance economico-finanziarie delle Ville stesse e delle strutture ricettive limitrofe • indicatori sulla qualità dei servizi offerti e sulla qualità delle manifestazioni organizzate • indicatori sull'aumento di visite ad altri beni culturali, correlati in percorsi o seplicemente territorialmente vicini e sugli effetti della messa in rete delle Ville • indicatori sull'apprendimento e la crescita delle risorse interne • indicatori sull'impatto ambientale dei flussi turistici e sugli interventi di recupero e restauro delle Ville. 6. Riferimenti bibliografici e Siti Web consultati A.A.V.V. (Atti del Convegno) Il Regime Fiscale del Patrimonio Immobiliare Vincolato. Esperienze a confronto- prospettive di cambiamento Venezia, 2003 Antinucci F. Comunicare nel Museo Roma, 2004, Laterza Baldan G. Ville della Brenta. Due rilievi a confronto 1750- 2000 Venezia, 2000, Regione Veneto IRVV – Marsilio Cunico M., Bussadori P. Recinti Preziosi. Parchi, giardini e viali storici della Provincia di Padova Padova, 2004, Provincia di Padova – Assessorato all’Urbanistica Donato F. Il management dei teatri lirici. Ricerca degli equilibri e Sistemi di misurazione Milano, 2004, Franco Angeli Franzina A., Andrea Palladio: le ville Milano, 2002, Touring Club Italiano Mazzotti G., (a cura di) Le Ville Venete Treviso, 1987 Monicelli F., Montagner S. Guida alle Ville Venete Verona, 2000 Padoan A., (a cura di) Ville Venete. Decreti di Vincolo e relazioni storico- artistiche Venezia, 1999, IRVV – Marsilio Padoan A., Pratali Maffei S., Dal Pozzo D., Mavian L. , (a cura di) Ville Venete. Catalogo e Atlante del Veneto Venezia, 1996, IRVV – Marsilio Trupiano G., (a cura di) L'offerta culturale. Valorizzazione, gestione, finanziamento Roma, 2001 Zan L. Management dei Musei e retorica del Management Milano, 2003, Electa Zecchin F., (a cura di) Le Ville Venete e l’Unione Europea Padova, 2000, AVV Zucchello N., (a cura di) Ville Venete. La provincia di Padova Venezia, 2001, IRVV – Marsilio www.adsi.it www.beniculturali.it www.cisapalladio.org www.irvv.net www.provincia.venezia.it www.regione.veneto.it http://www.unistoric.org/uehha/index.jsp www.viaimperialis.at www.villas-eu.org www.villevenete.org Silvia Fiorini Archeologa, libera professionista 18 Donato 2004, pag. 185 77 7. Gli indicatori di rilevazione degli “intangibili”nei musei universitari (Ruggero Francescangeli) INQUADRAMENTO TEORICO Il “capitale intellettuale” di una azienda, di una organizzazione in genere, è quel patrimonio intrinseco e immateriale che comprende non solo il know how delle persone ma anche quello proprio dell’impresa, legato al suo sistema organizzativo, al complesso di informazioni che costituiscono la così detta “cultura aziendale”, alle relazioni esterne e che viene indicato come complesso dei beni “intangibili”. La costruzione di modelli di valutazione del “capitale intellettuale” si sviluppa attraverso l’applicazione di metodologie innovative di stima in termini economici dei beni “intangibili”. Gli strumenti che ci vengono in soccorso nell’analisi di questa concettualmente nuova categoria di valori sono gli indicatori di rilevazione. Gli indicatori di rilevazione ci consentono di monitorare, qualificare e quantificare l’apporto degli intangibili nel potenziale d’innovazione, di crescita, di efficienza e di solidità dell’organizzazione in esame. In un azienda, i risultati che derivano dall’applicazione di queste nuove metodologie sono espressi al di fuori del Bilancio del Capitale Sociale d’esercizio. Essi rappresentano il Bilancio del Capitale Intellettuale, integrano il bilancio tradizionale ed hanno la funzione di evidenziare informazioni fondamentali sulla consistenza dinamica del patrimonio immateriale dell’azienda, sugli obiettivi fissati, sulle strategie attuate per la conservazione e l’accrescimento dello stesso patrimonio e sul rispetto e sui risultati delle stesse strategie applicate. Qualsiasi sia lo stock di indicatori di rilevazione cui si fa ricorso, risulta evidente l’importanza di una coerenza di fondo nella scelta e nella continuità di utilizzo di tali criteri per poter fornire la rappresentazione più realistica possibile di obiettivi e risultati. Naturalmente, tutto questo presenta limiti e difficoltà, ma è anche uno strumento che può rivelarsi particolarmente utile ed efficace nel momento in cui si prendano in considerazione realtà in cui il patrimonio intellettuale rappresenti una componente di particolare rilevanza nel bilancio complessivo di una organizzazione. A tal proposito e per la costruzione di modelli di valutazione del “capitale intellettuale”, campo di sperimentazione di sicuro interesse è il campo dei beni culturali e dei musei, in generale e dei musei universitari in particolare. Esso fonda la propria esistenza e la propria organizzazione sulla conoscenza ed istituzionalmente ricerca, raccoglie e custodisce le testimonianze dei processi culturali, ovvero di quel patrimonio immateriale che identifica e qualifica una società, e ne fa oggetto di studio e di diffusione, Elemento caratterizzante la sperimentazione è l’individuazione degli indicatori di rilevazione più idonei per la stima dei beni intangibili che attengono al mondo dei beni culturali. Un indicatore è un «segnale», un numero, un’informazione, un elemento distintivo, con cui è possibile valutare qualcosa, ovvero nel nostro caso, misurare o verificare il raggiungimento di determinati risultati, nonché il valore di quei patrimoni, appunto “intangibili”, che generalmente sfuggono alla considerazione più generale e non figurano nelle statistiche e nei bilanci di rendimento ed efficienza più consueti e tradizionali di una istituzione. La validità di un indicatore andrà ricercata nella sua oggettività, e nella sua attitudine a rispondere ad alcuni requisiti. Esso deve essere: ـappropriato ـattendibile ـriproducibile ـpratico ـutile 78 Il rispetto di queste cinque qualità suggerisce che: ـun indicatore deve riferirsi a un contesto ben preciso e «appropriato», anche all’interno dello stesso servizio. Infatti, se vogliamo avere informazioni pertinenti, è necessario prendere in considerazione che ogni contesto necessita d’indicatori specifici; ـun indicatore deve essere «attendibile», nel senso che non deve offrirsi a interpretazioni soggettive. Per questo motivo è buona norma elaborare indicatori con dati certi e non ambigui, ma ricavati con processi credibili di rilevazione. E’ anche opportuno sforzarsi di trovare dati quantificabili, in modo da oggettivare il più possibile l’elaborazione dell’indicatore. Di conseguenza, per ogni indicatore dovrà essere individuata un’unità di misura; ـsituazioni uguali devono poter essere rilevate in modo uguale, utilizzando indicatori che devono essere, quindi, «riproducibili». Questa caratteristica è più facilmente ottenibile quando l’indicatore è il risultato di un calcolo matematico fatto con dati quantificabili e precisi; ـun indicatore deve anche essere «pratico », nel senso che deve essere ottenuto facilmente, senza bisogno d’impiegare risorse eccessive per rilevare ed elaborare i dati. Un altro aspetto della praticità è di dare indicazioni tangibili, vale a dire immediatamente utilizzabili; ـinfine il suo valore informativo deve essere tale da consentire informazioni «utili », in modo da prendere le decisioni più opportune, in base al contesto analizzato. Se applicato a interventi di miglioramento di un servizio potrà servire per identificare i punti critici, individuare le soluzioni migliori e stabilire come tenere sotto controllo il processo d’erogazione. Ma la principale utilizzazione degli indicatori consiste nel mostrare lo stato di prestazione di un’ attività o di un servizio, definendo anche le sue variazioni nel corso del tempo. RASSEGNA ED ANALISI CRITICA DELLA LETTERATURA Gli “intangibili” nascono come elemento di riferimento per la valutazione dello stato di salute di una azienda in base al proprio patrimonio di beni immateriali. Un valore che non rientra nel bilancio tradizionale di fine anno, ma che di fatto è strettamente legato alla forza competitiva di una azienda e alla sua capacità di sviluppo. Sul piano teorico e dell’elaborazione concettuale, questa consapevolezza è frutto di una significativa convergenza ravvisabile in distinti filoni di ricerca nell’ambito delle discipline economiche, aziendali e manageriali. Alcuni di questi si ricollegano a spunti e intuizioni anche molto lontani nel tempo, ma hanno dato luogo soprattutto a sviluppi di ricerca e di concettualizzazione negli ultimi 20 anni, con una forte accelerazione di intensità nel decennio appena trascorso. In un lavoro, che è la sintesi di quanto nel tempo è stato posto all’attenzione delle discipline economiche, aziendali e manageriali, Low J. e Cohen Kalafut P. (2003) individuano dodici elementi fondamentali per la ricerca dei fattori intangibili che determinano la performance aziendale e il “vantaggio invisibile”: - leadership - esecuzione della strategia - comunicazione e trasparenza - marchio - reputazione - reti e alleanze - tecnologia e processi - capitale umano - contesto di lavoro e cultura organizzativa - innovazione - capitale intellettuale - adattabilità. 79 Tali elementi, se riguardano sicuramente le aziende, possono però essere di primo riferimento anche per le istituzioni culturali che sembrano fortemente dipendenti dalle tematiche considerate. Esse sono organizzazioni molto articolate che basano buona parte della loro opera sulla professionalità delle proprie risorse umane e su processi operativi complessi fortemente impegnati nell’elaborazione e trasmissione di informazioni. Sempre a tal proposito, riferimento importante è il modello del capitale intellettuale, che ha trovato sviluppo e ulteriore elaborazione soprattutto attraverso l’esperienza dell’impresa svedese di servizi finanziari Skandia (fig.1), divenuta un vero e proprio laboratorio applicativo di queste metodologie. Il modello rielabora il concetto del capitale umano, arricchendolo con spunti derivanti da diversi filoni teorici e soprattutto dalla prospettiva di creazione della conoscenza (Sveiby- Lloyd, 1987, Edvinsson, 1997, Stewart, 1997 e 2001). Secondo la concezione adottata da Skandia, il capitale intellettuale costituisce la fonte fondamentale della differenza tra il valore di mercato dell’azienda e il suo valore contabile, espresso dal capitale proprio rivalutato. Il capitale intellettuale è costituito da tre componenti fondamentali: Capitale relazionale, Capitale organizzativo, Capitale umano. - il Capitale umano comprende la competenza, la capacità propositiva e di relazione, i valori interiorizzati e praticati dal personale; si può tentare una stima del suo valore considerando gli investimenti accumulati in formazione, professionalizzazione e sviluppo del potenziale; - il Capitale relazionale esprime il valore delle relazioni con i soggetti esterni ed in particolar modo con i clienti (customer value); la fiducia acquisita presso i vari interlocutori rappresenta una componente fondamentale di questo valore, che dipende anche dall’estensione della base di clienti esistenti e dal rispettivo potenziale di sviluppo; 80 - il Capitale organizzativo è concepito come l’insieme delle competenze aziendali strutturate e sistematizzate, che trovano quindi concretizzazione in diritti di proprietà intellettuale, sistemi gestionali, basi di dati, capacità manageriale e di innovazione, ecc. E’ l’interazione continua tra capitale umano, di relazione e di organizzazione che, combinandosi con i flussi di capitale finanziario, affina e valorizza ciascuna delle componenti, alimentando il valore complessivo dell’impresa. E’ nell’ambito di questi circuiti virtuosi di interazione tra le variabili considerate che il capitale intellettuale si traduce in vere e proprie competenze aziendali, e le risorse potenziali divengono spendibili nel gioco competitivo ed anzi fonte della competitività dell’azienda. A tal proposito, dal 2000 organizzazioni internazionali operano per regolamentare standard finanziari di riferimento (IAS/IFRS - International Accounting Standards/ International Financial Reporting Interpretations) che comprendono, fra gli altri, gli “intangibili”. Tutti questi concetti, a partire dagli anni ’90 hanno iniziato a permeare la P.A. italiana ed il sistema universitario italiano proponendo una profonda revisione della cultura organizzativa e dando luogo ad un lento ma inevitabile processo di trasformazione che oggi ha raggiunto il mondo dei Beni Culturali. Attenti analisti italiani del campo economico, presso l'Università di Bologna e l’Università di Ferrara, hanno cominciato a considerare la possibilità di sperimentare l’applicazione di tali criteri alle istituzioni che operano nel campo dei Beni Culturali e della Museologia in particolare. Quella degli indicatori di rilevazione dei beni intangibili è quindi una pratica ancora tutta da esplorare, studiare, mettere a punto e standardizzare, affinché possano emergere tutte le potenzialità di questo nuovo strumento di indagine. EVIDENZE EMPIRICHE Molte università italiane hanno musei che conservano importanti patrimoni storicoscientifici. Nel processo di innovazione che investe l’Università, tali musei possono porsi come proiezioni dell'istituzione di appartenenza e svolgere un efficace servizio in favore della comunità. I musei universitari possono, già da ora, dare il loro significativo contributo di crescita nella "nuova Università" che a) dovrà adottare strategie riformatrici di apertura al contesto esterno, per promuovere nel territorio una offerta di formazione, ricerca e di integrazione, ma nello stesso tempo dovrà anche lavorare per indirizzare la domanda e b) nello spirito del DM. n. 509/'99, dovrà avviare attività di orientamento da svolgere in collaborazione con gli istituti di istruzione secondaria superiore, una vera e propria attività di cerniera tra scuola e università, I musei, e quindi i musei scientifici universitari, oggi nascono non solo per la necessità di raccogliere e conservare, ma fin dal primo momento, vengono pensati come strumento di comunicazione, aspetto che in genere è carente nelle organizzazioni della ricerca scientifica. Oggi che la tecnologia e le dinamiche interattive sempre più evolute aiutano a ridurre quello che è il grande limite del 1uogo "Museo”, ovvero la distanza con il contesto, con l'ambiente, il museo si può avvalere di mezzi, tecniche e conoscenze che nelle forme più varie ed efficaci possono raggiungere il maggior numero di centri percettivo-cognitivi dei visitatori favorendo più che mai i processi della comprensione. Proprio per tale innata predisposizione alla comunicazione, i musei possono dare un valido contributo a quel processo di profondo rinnovamento che, senza dimenticare l'elemento umano, dovrà portare l'università ad essere “Impresa della conoscenza" e ad affrontare le sfide del mercato globale. D’altro canto le trasformazioni hanno i loro tempi e devono essere alimentate da concetti e strumenti innovativi. Tenendo conto del particolare ruolo che può e deve svolgere un museo scientifico universitario e del valore contestuale che gli “intangibili” assumono rispetto ad un determinato obiettivo, per tali musei sarà certamente possibile individuare alcuni indicatori di rilevazione 81 caratteristici, ed essi saranno da ricercare non solo nei rapporti esterni, ma anche in rapporto alla valenza che il museo assume all’interno della stessa istituzione universitaria. Per quanto riguarda i primi ed in particolare per quanto riguarda la percezione dei valori che un museo universitario può assumere nei confronti di un visitatore, la situazione non differisce significativamente da quella di un qualsiasi altro museo. Il momento della fruizione, benché influenzato da una quantità di fattori, ne riporta palesemente solo alcuni e la maggior parte di essi non affiora ad un passaggio isolato e limitato nel tempo. Pertanto, in questa sede non verranno considerati indicatori di rilevazione che abbiano valenza solo esternamente alla stessa istituzione universitaria. Per contro, assolutamente specifici sono i valori di un museo universitario che possono assumere interesse nell’ambito dei lavori di programmazione ed assegnazione di contributi da parte del Consiglio di Amministrazione di un Ateneo. Un primo riferimento devono essere certamente le indicazioni fino ad oggi considerate che tengono conto della “qualità del servizio” e del suo costo. Al momento, essi sono gli strumenti normalmente in uso per valutare una qualsiasi struttura pubblica o privata ed hanno una loro fondata validità nella efficacia ed efficienza dell’organizzazione interna, nel grado di soddisfazione del cliente destinatario di un determinato servizio e nelle politiche economiche della stessa struttura. Ma accanto alla valutazione della qualità del servizio ed ai risultati economici di fine anno, per valutare pienamente un servizio o una struttura, nel nostro caso un museo universitario, si può certamente porre in “bilancio” il “capitale intellettuale” che esso rappresenta e raccoglie. Prima di procedere ad un tentativo di valutazione del “capitale intellettuale” di un museo scientifico universitario ai fini della considerazione che lo stesso museo può muovere all’interno del proprio ateneo, diamo alcuni riferimenti di carattere abbastanza generale. Per il momento, il sistema contabile adottato nella maggior parte delle università italiane non consente di estrarre dai bilanci quei valori che possano alimentare in modo soddisfacente il meccanismo degli indicatori di rilevazione per gli “intangibili”. Per questi ultimi si dovranno quindi studiare idonei strumenti di rappresentazione, più oggettivi possibile. Una indagine piuttosto recente promossa dalla CRUI ha consentito di raccogliere i dati di seguito riportati in sintesi: su 178 musei universitari censiti, i curatori sono 90, il restante personale (171 unità) è rappresentato da tecnici, amministrativi, custodi e oltre 58 borsisti; un buon numero di essi (almeno 45, ma i dati sono fortemente incompleti) ha superfici espositive inferiori ai 240 mq, apre saltuariamente e solo pochissimi hanno un biglietto di ingresso (3 dichiarati). Il 70% di tali musei percepisce finanziamenti per lo più pubblici o misti e solo 4 finanziamenti esclusivamente privati. Ma l’entità di questi finanziamenti, fatte salve le spese correnti di personale, è spesso dell’ordine di poche migliaia di euro l’anno e spesso grava sui finanziamenti per la ricerca dei singoli docenti. Infine, per quanto riguarda i servizi, se il dato sulle biblioteche non è particolarmente preoccupante perché gli atenei hanno sistemi bibliotecari propri, anche se non sempre annessi a singoli musei o centri museali, gravi sono i dati relativi ai laboratori, alle basi dati di immagini e agli archivi informatizzati. Si deve prendere atto di una situazione generale abbastanza difficile, ma del resto attendere alla istituzione e alla conservazione di collezioni museali non è mai stato uno scopo primario delle università, anche se quasi tutte le sedi universitarie ospitano un museo. La stessa Magna Charta delle università (Bologna, 1988), attribuisce alle università, specialmente quelle di più antica tradizione, la responsabilità della conservazione del patrimonio culturale, testimoniato dalle collezioni che nelle stesse si sono formate nel corso dei tempi. Pertanto, è forse necessario ben individuare un ruolo funzionale dei musei scientifici universitari all’interno dei propri Atenei e una accorto studio sugli “Intangibili” propri di una tale realtà potrebbe fornire elementi molto utili al superamento, anche solo parziale, del problema. Perché, se non possiamo trascurare i dati, è altrettanto vero che questi musei esistono con le loro 359 collezioni dichiarate e rappresentano una ricchezza che non può essere misurata in cifre. Inoltre, esiste un altro dato che non può comparire fra i numeri ma che l’esperienza mi porta a non 82 poter trascurare, ovvero che il personale tecnico che lavora nei musei, generalmente, vede il proprio lavoro con passione e profonde in esso notevole impegno, Altrimenti non si comprende come con meno di una unità di personale per museo, possano ancora esistere e resistere tante realtà. TABELLA indicativa dei costi di gestione e funzionamento di un museo scientifico universitario di dimensioni medie (Sup. 550 mq). Per molte voci presenti in elenco il sistema contabile attualmente utilizzato non fornisce informazioni, pertanto, si riportano i costi medi annui limitatamente alle voci di spesa di cui è possibile disporre. Gestione Personale Attrezzature Materiale consumo Retribuzione personale dipendente Retribuzione personale esterno (due giovani) Rimborsi spese di viaggio, vitto e alloggio Formazione del personale Ammortamento attrezzature Noleggio e leasing attrezzature Manutenzione ordinaria attrezzature Acquisto di beni Acquisto attrezzature uso individuale Acquisto attrezzature uso collettivo Materiale di consumo in dotazione individuale di Materiale di consumo in dotazione collettiva Indumenti protettivi € € € € € € - 25000 1000 1000 500 500 300 Funzionamento e servizi Immobili Spese generali Servizi Affitto immobili Manutenzione ordinaria immobili Spese postali e telegrafiche Spese telefoniche Luce, gas, acqua, riscaldamento e condizionamento Cancelleria e stampati Assicurazioni non relative ad allievi Sicurezza, custodia, prevenzione, protezione Servizi informatici Stage Informazioni e pubblicità SOMMANO € € € € 1000 € 29750 150 200 100 Nella precedente tabella, e sulla base della propria esperienza, si riporta un esempio di come siano distribuite le risorse e quindi il costo (parziale) di una delle strutture che sono entrate a far parte dell’indagine CRUI e che è parte dell’esperienza di chi scrive. Nella stessa tabella non compare la colonna delle entrate perché nella struttura considerata, come del resto avviene generalmente in tali strutture, non è previsto un biglietto di ingresso. Per quanto riguarda i servizi erogati e le attività dello stesso museo, esse possono essere così brevemente riassunte: - catalogazione del patrimonio storico e scientifico; - avvio del riordino e della catalogazione di un ingente materiale scientifico di carattere paleontologico; 83 - ricerca storica sulle collezioni; ricerca nella didattica ; sostegno alle scuole nelle attività di progettazione; visite guidate, rivolte principalmente al pubblico della scuola; visite guidate per percorsi tematici relativi ad argomenti inerenti: il territorio pugliese, l'utilizzo nella storia della Puglia dei materiali lapidei, i marmi dell'antica Roma; visite guidate per videolesi; seminari sulla collezione storica di marmi “F. Belli”; partecipazione alla Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica; partecipazione a manifestazioni fieristiche. GLI INDICATORI DI RILEVAZIONE Quanto segue è un tentativo di individuare gli indici di rilevazione utili a dar valore ai beni “intangibili” di un museo universitario che si propone al proprio C.d.A. Come accennato in precedenza, generalmente, si guarda solo agli indici di qualità, ma questi, se non altro per la scarsità del personale che caratterizza simili strutture, difficilmente si presentano favorevoli. Gli indici di rilevazione che si tenterà di individuare ruotano fondamentalmente intorno a tre elementi che si ritiene possano essere alcuni dei punti di forza dell’attività museale universitaria: orientamento supporto didattico immagine Per quanto riguarda l’orientamento, tornando al caso della propria esperienza, l’Università di Bari investe nelle proprie attività circa 500.000 euro/anno. Tali fondi provengono dall’avviato progetto MENTORE, cofinanziato dal MIUR e dal FSE nell’ambito del PON (Progetto Operativo nazionale), ed ha lo scopo di rendere più competitiva l’offerta formativa, procedendo all’allestimento di strutture e alla formazione di personale da destinare stabilmente ai servizi di orientamento e di sostegno didattico agli studenti, nonché ha lo scopo della diffusione dei "SAPERI MINIMI" intesi come conoscenze che, all'uscita della Scuola Superiore, si ritengono funzionali per gli studenti. L'Università impegna nel progetto risorse umane (docenti, personale tecnico amministrativo, studenti e laureati da non più di due anni ) e strumentali ( materiale informativo cartaceo, banche dati, CD, etc..), progettati e realizzati anche ad hoc, per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. L’attività di orientamento del settore scientifico, viene svolte mediante una media di circa 80 incontri frontali, nelle scuole, e con visite delle scolaresche ai laboratori scientifici. Le attività frontali si svolgono generalmente il sabato e sono per ragazzi degli ultimi anni delle scuole superiori. Il trasporto delle scolaresche presso i laboratori è a carico dell’Università. I musei sono coinvolti abbastanza marginalmente in queste attività, più per iniziativa dei singoli docenti che per precisa pianificazione. Per contro, è noto a chi nel museo opera giornalmente a contatto con le scuole che molti dei ragazzi che si iscrivono alle facoltà scientifiche sono stati in visita ai musei di quella stessa facoltà ed hanno, proprio in quella circostanza, preso la loro decisione. Certe passioni vanno sollecitate, alimentate e coltivate; i ragazzi degli ultimissimi anni, il più delle volte hanno già fatto le loro scelte. La guida che nel corso della visita, al di fuori dell’ambiente canonico dell’istruzione, in un clima di assoluta libertà, riesce a catturare l’attenzione dello studente e ad interessarlo, ha un forte effetto strutturante e può seriamente condizionare le scelte del giovane. Il tutto, come si è potuto osservare, con dei costi certamente molto contenuti. 84 Una verifica di questo valore del museo universitario può ottenersi con un opportuno monitoraggio nel tempo, effettuato sia prendendo nota delle scuole che abitualmente conducono le proprie scolaresche in visita al museo, sia utilizzando i questionari per le matricole. In quest’ultimo caso, una serie di domande ad hoc potrebbero far emergere un interessante rapporto N° visitatori /N°iscritti che potrebbe consentire anche una quantificazione economica del valore “intangibile” che il museo scientifico universitario esprime nelle attività di orientamento agli studi di un giovane, in virtù dell’opera di divulgazione scientifica ed intellettuale che nel museo si compie e del peso concettuale che il patrimonio in esso raccolto comunica. Per quanto riguarda il contributo del museo nelle attività di supporto alla didattica, il valore del “capitale intellettuale” del museo si esprime in virtù di due elementi: l’esperienza, la capacità ed il bagaglio di conoscenze del personale che nel museo lavora, e che generalmente è privo di collaboratori, per mantenere in vita il museo deve occuparsi della conservazione, della ricerca, della didattica e di tutto ciò che un museo ricco di collezioni, silenziosamente, richiede; ancora una volta il patrimonio, con tutto il suo valore storico-scientifico, un valore non solo venale, ma identificativo di una cultura e, talvolta, di un popolo. Un valore che nasce dal significato che gli oggetti conservati ricoprono nella storia del pensiero scientifico dell’umanità, un significato che può essere fruito oggi, lì, grazie a quegli stessi oggetti che ci arricchiscono la mente. Per poter in qualche modo quantificare il valore che il museo esprime nelle attività di supporto didattico potrà essere opportuno eseguire il monitoraggio su quattro indicatori di rilevazione: a) il valore economico, ovvero il risparmio che proviene dalla possibilità di osservare in sede dei campioni naturali per i quali, altrimenti, sarebbe necessario eseguire delle escursioni; b) la soddisfazione degli studenti, che può essere verificata sia con i questionari per gli studenti e sia registrando le presenze in “museo” degli studenti del corso al di fuori delle ore di lezione per l’osservazione dei campioni ai fini della preparazione agli esami; c) la soddisfazione dei docenti, che può essere verificata registrando il N° di ore di utilizzo del “museo” nel corso delle lezioni e delle esercitazioni; d) le conoscenze acquisite dagli studenti, che possono essere rilevate dagli stessi docenti nel corso degli esami. E’ il caso di far notare che le attività di supporto didattico possono essere rivolte a studenti universitari, ovvero a studenti o docenti delle scuole che richiedono consulenze su temi specifici. Come si può osservare, la trasformazione quantitativa di tali valori non è sempre immediata e, talvolta, può assumere significato solo attraverso monitoraggi prolungati nel tempo. Ciò nonostante, una attenta raccolta di dati può, anche in breve tempo, indicare dei trend e delle relazioni utili ai nostri scopi. Infine, per quanto l’immagine dell’Università, il contributo del museo può essere ancora una volta notevole. Basti pensare a quante persone accoglie il museo, giovani e non più giovani, che per la prima volta varcano la soglia di una istituzione universitaria, migliaia. Per poter valutare concretamente il contributo che un museo può esercitare verso l’esterno in termini di immagine, gli indicatori di rilevazione possono essere ancora una volta risultati acquisiti mediante questionari costruiti ad hoc, rivolti alle scuole, ma anche a categorie diverse di visitatori, in occasione di mostre temporanee o eventi di cadenza periodica (tipo l’annuale Settimana della Cultura Scientifica). 85 Ma, in questo caso, altro indicatore di rilevazione può essere il risultato della fidelizzazione delle scuole e dei loro insegnanti. Ovvero, il risultato dell’effetto che un museo universitario produce sull’immagine di un Dipartimento e dello stesso Ateneo. Gli insegnanti, a partire dal museo, mano a mano percepiscono l’Università più vicina a loro e alle loro esigenze e si spingono a contattare docenti delle varie discipline per risolvere dubbi e perplessità. Questo avvicinamento porta alla presenza sempre più frequente di singoli insegnanti e poi di gruppi che partecipano, talvolta anche attivamente alle stesse iniziative del museo. Tutto ciò si trasforma in conoscenza diffusa dell’istituzione e quindi in immagine, che sarà tanto migliore quanto più quegli insegnanti troveranno soddisfazione nelle attività del museo, ed anche, docenti disponibili e soluzioni ai loro quesiti. Anche in questo caso, la trasformazione quantitativa del dato non è immediata, ma come si è detto in precedenza nel momento in cui si possiede una buona quantità di dati distribuiti su un discreto intervallo di tempo, i dati possono assumere un peso quantitativo e, sul breve termine, trend e relazioni osservabili, anche se di valore assolutamente qualitativo, possono aiutarci a proporre un quadro più completo e tutto sommato più veritiero dei valori che un museo universitario può esprimere all’interno del proprio Ateneo. A seguito di una corretta applicazione di tali strategie di rilevazione, la risposta che nel tempo sarebbe lecito attendersi, è una valutazione più accorta del “capitale intellettuale” di un museo universitario, una diversa considerazione presso gli organi decisionali dei propri Atenei, e quindi, una più equilibrata attribuzione di risorse sia umane che materiali. COMPARAZIONE TRA EVIDENZE EMPIRICHE Come precedentemente sottolineato, nelle valutazioni che fino ad oggi hanno controllato il destino dei musei scientifici universitari non si è mai tenuto conto dei beni “intangibili” e, quindi, del “capitale intellettuale” che essi rappresentano. A tal proposito è emblematico l’esempio del Museo di Scienze Naturali dell’Università di Firenze. Esso raccoglie un patrimonio storico-scientifico di importanza non comune e un cospicuo numero di addetti amministrativi e tecnici, alcuni dei quali hanno insegnato i rudimenti della museologia e del restauro in tutta Italia ed all’estero. Il Museo è meta continua di scolaresche il cui flusso è sapientemente regolato da cooperative di giovani che accolgono e guidano i visitatori. Insomma, un’attività consolidata, esempio per tutti coloro che operano in questo settore. Eppure, negli ultimi tempi il Museo di Scienze Naturali dell’Università di Firenze ha rischiato di cessare di esistere. Quali siano state le motivazioni che hanno portato un tale museo così vicino al termine della sua attività, appare così evidente che, per quanto la percezione esterna di un simile patrimonio culturale lo definisca intoccabile, il valore che un museo universitario assume all’interno della propria struttura deve essere confrontato con scelte “politiche”, anche mutevoli nel tempo. Politiche e scelte che sfuggono alla logica di quei valori “intangibili” e di quel “capitale intellettuale” che, privi del sostegno dei numeri, probabilmente non hanno la sufficiente forza per imporre il loro valore e la loro importanza per la collettività. RIFLESSIONI CONCLUSIVE La trasposizione in numeri, se non proprio la monetizzazione dei valori che attengono ai beni “intangibili” e quindi al “capitale intellettuale” di una organizzazione museale possono avere un peso significativo per la vita stessa dell’organizzazione. Da tale considerazione non possono essere esclusi i musei scientifici universitari. 86 L’individuazione degli opportuni indici di rilevazione e la ricerca dei valori dei beni “intangibili” risponde ad una precisa strategia che consente di orientare al meglio le scelte nei momenti di pianificazione. Al momento, la mancanza di riferimenti e soprattutto la mancanza dell’opportuno monitoraggio non consente di esprimere considerazioni sostenute da sicuri principi scientifici, i limiti e i dubbi sono molti, e la codifica degli strumenti di indagine richiederà del tempo. Probabilmente però, a prescindere dal valore numerico che ai beni “intangibili” si potrà attribuire, e che sarà indispensabile strumento di comparazione, è il carico concettuale che gli “intangibili” portano con sé che rappresenta la vera sfida per qualsiasi museo voglia operare al servizio della comunità. BIBLIOGRAFIA Auteri E. (2001) - Management delle risorse umane. Fondamenti professionali. Guerini e Associati, Milano. Chirieleison C. (2002) – La gestione strategica dei Musei. Giuffrè Editore, Milano. Degli Antoni G. (2003) - Capitale sociale e Knowledge: il ruolo del capitale sociale nel processo di creazione della conoscenza. XVIII Convegno Nazionale di Economia del Lavoro, Aiel, Università degli studi di Messina. Edvinsson, L. (1997) - Developing intellectual capital at Skandia, Long Range Planning, 30(3). Livraghi R. (2002) - “La coerenza della riforma universitaria italiana con i problemi posti dall’ «economia della conoscenza» “. 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Ponte alle Grazie, Milano. Sveiby K.E., Llyod T. (1987) - Managing Knowhow: Add Value… By Valuing Creativity. Bloomsbury, Londra. Zan L. (2004) - Economia dei musei e retorica del management. Edito da Electa Low J. e Cohen Kalafut P. (2003) – Il vantaggio invisibile. Perché sono gli asset intangibili a guidare la performance delle imprese. Editore Franco Angeli, Milano. WEBGRAFIA Ambrogio Virgilio, Reconta Ernst & Young - Il valore degli intangibil.i La misurazione ed i principi contabili. AIRI, Milano 8 Giugno 2004. www.airi.it/eventi/intangibili_virgilio.ppt Baruch L. (2003) - Accounting for intangibles. http://www.baruch-lev.com CRUI: Studio di fattibilità finalizzato alla realizzazione del progetto di rete nazionale di sistemi museali di ateneo. 6 marzo 2003. 87 http://www.crui.it/ Fratini C. 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Perciò reputo le mie riflessioni da supportare ulteriormente, rappresentando solo un punto di partenza per un’analisi più analitica della struttura organizzativa del Musarc. Il Musarc rappresenta ad oggi l’unico museo dell’architettura ufficiale pubblico attivo in Italia. Questo ha reso maggiormente difficoltoso il reperimento di indicatori di valutazione: non è stata sempre possibile una comparazione per “cross session”, ovvero con riferimenti a livello provinciale, regionale o nazionale non esistendo realtà italiane simile. Anche le variazioni in senso”longitudinale”, ovvero che facciano riferimento a mutazioni nel tempo, ma sullo stesso museo, risultano non molto significative, data l’informalità con la quale sono stati elaborati e registrati i dati e il lasso temporale di registrazione (solo tre anni). Ci sono le intenzioni di aumentare il numero dei musei di architettura, forse poiché ci troviamo in una realtà, almeno antica, che vanta numerose Architetture riconosciute di grande pregio, non ché università e sedi di studio in crescita e di riferimento per il resto del mondo. 89 In Internet poi compaiono già musei dell’architettura virtuali, si veda il MUVA19 come esempio italiano. Fenomeni questi, sostenuti dal Rapporto Civita20 o da trattati sul mercato delle idee da anni, quali “I formati della memoria”21, che ci invitano ad un nuovo, a mio avviso stimolante e necessario, rapporto dei beni culturali con le nuove tecnologie. Siano queste di semplice supporto o sostitutive di parte delle esposizioni. Numerose sono inoltre le mostre temporanee su tutto il territorio italiano, spesso anche ripetute sul tema dell’architettura nello stesso luogo in più annualità, divenendo comunque riferimento (Basilica Palladiana di Vicenza, la Biennale di Venezia, etc). Il museo è stato aperto nell'ottobre 1998 all'interno della casa che fu di Biagio Rossetti e che, edificata tra il 1491 ed il 1498 e decorata da fregi attribuiti a Gabriele Frisoni, è generalmente considerata l'archetipo dell'edilizia domestica ferrarese. Frutto di un'intesa fra il Comune e la Facoltà di Architettura dell'Università di Ferrara, il museo raccoglie su tre piani dell'edificio i progetti e le rappresentazioni dell'architettura, documentata attraverso elementi di riproducibilità che principalmente sono disegni e foto. Questo museo, dalle indagini informali fatte negli ultimi tre anni (2001-2002-1003) sugli ingressi, sulla sua comparsa in articoli locali e non, denuncia un’apparente scarsa visibilità sul territorio e fuori ad esso, ed uno gradimento con margini di miglioramento. Con il desiderio di stimolare riflessioni ed analisi maggiormente approfondite, mi permetto alcune valutazioni su questa istituzione in relazione ad alcuni temi affrontati al Musec, passando dalla teoria ad una prassi concreta. Struttura organizzativa. Direttore Dott.Pesarini Direzione “artistica” Ing.Ventura Segreteria Amministrativa Dott.ssa Pagnani Curatore Arch.Furini Reception e Sorveglianza IBO Bookshop e Biglietteria Coop. Casona nella persona del Sig.Ferri Il direttore del museo è il dott.Pesarini. Questa colta e disponibile persona, che conosce bene le problematiche dei musei, avendo diretto per anni il Museo di Scienze naturali, che tutt’ora segue e nel quale è fisicamente la sua sede operativa, trova la sua formazione ben lontana dall’architettura, non volendo pertanto intervenire sulle scelte “artistiche”, ma solo su quelle gestionali. Forse anche 19 www.muva.it - museo virtuale di architettura 20 “Il Sole 24 Ore”, del 27 Giugno 2004 pag.39, riporta un articolo in merito intitolato “Istruirsi è uno spasso-Il VI Rapporto di Civita dedicato alle nuove frontiere dei musei, didattica e cultura nell’era informatica”. “I formati della memoria-Beni culturali e nuove tecnologie alle soglie del terzo millennio” a cura di P.Galluzzi e P.A.Valentino, Gruppo Editoriale Giunti, Firenze, 1997. 21 90 per questo motivo, oltre che per un’evoluzione “storica” del museo, il Direttore Artistico che si occupa della “programmazione delle tematiche la loro esposizione”22, è l’ing.Ventura, di Milano, coadiuvato di recente dall’arch.Furini che rappresenta in parte il collegamento con l’università di Architettura e il territorio. Responsabile nella sede, la dott.ssa Pagnani, con laurea umanistica e un passato decennale negli Enti Pubblici, ma mai in un’istituzione museale. La sorveglianza è gestita dall’IBO, che colloca in guardiola studenti che s’intercambiano frequentemente e con nessuna formazione specifica sulle esposizioni in corso. Il bookshop e la biglietteria sono gestite dalla Coop.Casona ed impersonate dal sig.Stefano Ferri. Da questa breve visione d’insieme, mi par si noti una parcellizzazione molto ampia delle competenze con una fortissima esternalizzazione. Questo credo che vincoli organicità e cooperazioni orizzontali, su una struttura molto piccola, che probabilmente dovrebbe proprio far leva sulla coesione, com’è per altre numerose realtà di istituzione di dimensioni esigue sparse sul territorio. Naturale è quindi constatare che ci si trova di fronte ad una struttura organizzativa elementare23, nella quale mancano organi direttivi intermedi fra l’alta organizzazione e gli organi operativi, oppure essi possono essere visti come esterni in quanto provenienti dall’ Università o dalle Cooperative coinvolte. S’intende infatti sottolineare una difficoltà nella gestione e nel controllo: la figura del direttore deve confrontarsi con realtà diversificate e non direttamente da lui dipendenti. Chi poi si occupa del museo, soprattutto in sede, dovrebbe avere maggiori competenze specifiche di museo ed architettura, come unico referente (date le scarse unità del personale o la forte rotazione dello stesso). Questa organizzazione tende poi a minare quel “senso di appartenenza” che si reputa comunque importante nella valutazione degli intangibili legati al capitale umano. Questo per motivi di interesse culturale e formativo degli addetti, per la loro provenienza (l’ing.Ventura appartiene alla realtà milanese e sicuramente faticherà a sentire/rilevare le passioni territoriali che tanto potrebbero muovere una piccola realtà museale come questa), per la forte rotazione di certe professionalità che rappresentano il primo e maggiore interfaccia con l’utente. Scelte espositive/tematiche. E’ stata fatta un’indagine delle tematiche affrontate negli ultimi tre anni dal Musarc. Nella tabella riporto la divisione annuale, la durata, il numero d’ingressi registrati e la differenziazione di colore per aree tematiche affini. Dalla Tabella qui riportata, si rileva che il maggior numero d’ingressi è stato registrato per le tematiche che riguardavano il locale. Benché i curatori mi abbiano rimarcato che le mostre su cui si è monetariamente investito maggiormente erano altre, quale ad esempio, quella dedicata a Basilico nel corso del 2002, che ha invece registrato (pur avendo avuto durata inferiore) meno ingressi di altre. 22 La maggior parte di questi dati mi sono stati forniti in data 7/06/2004 in interviste fatte per gentile disponibilità del dott.Pesarini al Museo di Scienze Naturali e successivamente al Musarc alla dott.ssa Pagnani e al sig.Ferri. “Il museo come azienda-Management e organizzazione al servizio della cultura”, a cura di Silvia Bagdadli, Etas, novembre 2003. 23 91 Si ipotizza, anche in base ai dati appena esposti, che il bacino d’utenza privilegiato sia locale. Se la struttura ha effettivamente rispondenza nel locale, andrebbero probabilmente potenziate le attività di laboratorio, di didattica, perché mi par che oggi questa rappresenti la formula perseguita dalle istituzioni museali per aprirle al pubblico ed “educarlo” ad una fruizione che successivamente probabilmente personalizzerà. L’architettura, si adatta con difficoltà ad una ricollocazione avulsa dalla sua realtà, perché le toglie “lo spirito”. Perciò noto che tutte le esposizioni fatte almeno in Italia, fanno forza su un percorso di riflessione, un’immagine in evoluzione, da trasmettere anche con una guida. Indipendentemente da ciò comunque, a mio avviso, andrebbe potenziata notevolmente la promozione del museo, inserendolo anche in un itinerario cittadino di musei o percorsi architettonici, se non ad un itinerario provinciale, regionale o nazionale. Le esigue dimensioni della struttura richiedono che essa si potenzi grazie ad un circuito esterno organizzato e sinergico. La stessa tematica (l’Architettura) che questo museo ci propone dovrebbe suggerire uno stimolo vivo rispetto ad una città pulsante, architettonicamente parlando. La struttura non consente o quasi un’esposizione permanente, contro ogni definizione di museo, ma almeno che 92 essa stessa la rappresenti: non dimentichiamo infatti, che è la residenza di Biagio Rossetti, architetto di riferimento per l’edificazione ferrarese, che trova la sua impronta ovunque nella città. Da qui potrebbero partire itinerari storico-architettonici, ricordando che il museo si trova vicino al cuore della “città vecchia” di Ferrara sita in San Giorgio e non lontana da emergenze architettoniche quali Schifanoia o percorsi urbanistici oggetto di restauro recente, quali i Bagni Ducali che aprono al “percorso mura”. Se la struttura non consente fisicamente nei due piani scarsi l’allocazione di ulteriori servizi, credo che andrebbero potenziati/favoriti esternamente anche solo nella via in cui si trova. Non esiste un bar indicato e comunque è “da cercare” a minuti dalla sede, a sostituzione non ci sono neanche distributori automatici che permettano il piacevole stazionamento durante le conferenze che si tengono internamente alla struttura. La reception d’interfaccia è rappresentata da un tavolo davanti all’ingresso con alcuni libri specialistici sopra, ma non è accompagnata da personale motivato all’illustrazione di percorsi (forse perché in realtà non ce ne sono di organizzati). Questo, a mio avviso richiederebbe un maggiore potenziamento organizzativo/qualitativo. Scelte promozionali-immagine. Come ho già detto nel paragrafo precedente, a mio avviso, la struttura potrebbe esser parte di un circuito didattico, di visita cittadina mussale/architettonica. Aggiungo che mi parrebbe utile un’indagine sulla soddisfazione del visitatore che indaghi ad esempio sugli orari di apertura, che escludono il sabato e la domenica, ad esempio. Un’indagine sull’immagine esterna e promozionale del museo, che non ha un sito internet, per come s’interfaccia col pubblico a livello di capitale umano interno oltre che digitale o giornalistico esterno, etc. Un’indagine che verifichi la leggibilità ed accessibilità delle mostre che propone, in quanto nelle mie brevi e sommarie registrazioni in sede agli utenti anche di più elevato grado culturale, questi denunciavano l’illeggibilità di tavole progettuali solo apparentemente interessanti per “gli addetti ai lavori” soprattutto sul lungo percorso. Si verifichi inoltre l’accessibilità al disabile, cui oggi ci riproponiamo di esser coscienziosamente sensibili. Inoltre il conteggio sul numero d’ingressi potrebbe divenire maggiormente analitico, cercando anche di delineare maggiormente la figura dell’utente (sesso, età, grado d’istruzione, occupazione, provenienza, etc). Questo permetterebbe sicuramente valutazioni più accurate che non ho potuto in questa sede fare, ma che mi permetto di suggerire, anche se cosciente di quanto sia sempre facile la teoria e meno la pratica, per scarsità di fondi, strutture e personale. Sandra Garimberti Architetto libero professionista 93 9. La riorganizzazione e valorizzazione della Pinacoteca e Museo civici di Camerino: dalla nuova sede a punto nevralgico e informativo della nascente rete museale dell’alto maceratese (Barbara Mastrocola) Quadro normativo di riferimento Il processo di cambiamento avviato negli ultimi anni (1997 - 2003) durante i quali ha preso forma il “nuovo progetto dei Musei civici” è stato possibile grazie alle scelta sia dell’Amministrazione comunale che dell’Università di Camerino di darsi come obiettivo strategico il rilancio del museo come istituto autonomo e la conseguente valorizzazione del patrimonio culturale del territorio. Il quadro normativo impostosi agli inizi del secolo scorso non ha certo giovato al concetto di museo come istituto, caratterizzato cioè da una propria autonomia con finalità educative e di diletto, oltre che di studio e da funzioni tanto di conservazione quanto di comunicazione delle collezioni. Offrendo un formale sostegno solo alle funzioni legate alla gestione delle collezioni e non alle attività rivolte a favorire l’accessibilità, la normativa e la struttura organizzativa statale hanno finito per considerare il museo, come luogo della conservazione assai più che della comunicazione. Solo a partire dagli anni novanta del secolo scorso, si sono poste le condizioni normative - (dalla Legge 142/1990 sulla riforma dell’ordinamento della pubblica amministrazione e delle autonomie locali, al D.Lgs 112/98, al nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio, D.Lgs n. 41/2004), ma anche politiche e culturali (definizione di Museo dell’Icom, 1996-2001) per una significativa inversione di tendenza, nel quadro di una più complessa revisione e trasformazione delle politiche in materia di beni culturali in Italia (Jalla, 2003). “Si è venuto così a delineare – sulla carta - un modello di gestione delle politiche dei beni culturali meno statalista, più distribuito e condiviso, fondato sulla cooperazione e la concertazione fra enti pubblici, anche aperto al settore privato, ancorato, in prospettiva, a standard, criteri tecnicoscientifici e metodologie definite di comune accordo (Jalla, 2003). L’individuazioni di tali criteri (D.M. del 10 maggio 2001) costituisce non solo la più significativa novità di questi ultimi anni, ma fornisce un insieme di regole condivise, fornendo punti di riferimento oggettivi e omogenei per perseguire obiettivi di qualità e creare una comune cultura di gestione. Come dice Alberto Garlandini, dirigente dei Musei e dei Servizi museali della Regione Lombardia, “l’accreditamento è il riconoscimento formale da parte di un istituto della capacità di un soggetto giuridico autonomo di natura sia pubblica che privata di svolgere un servizio pubblico appropriato efficace ed efficiente in un sistema di competizione regolata orientata alla creazione di valore pubblico sul territorio”. Assicurare l’autonomia scientifica e gestionale dei musei, allinearne il funzionamento a standard di qualità, è compito delle amministrazioni responsabili e richiede una trasformazione delle stessa cultura e sensibilità politica, l’assunzione di un diverso ordine di priorità nelle dotazioni da assegnare ai musei e negli investimenti a loro favore, condizioni indispensabile affinché essi possano svolgere le loro funzioni essenziali. Il progetto gestionale e di valorizzazione dei Musei civici di Camerino si inserisce a pieno in questa nuova fase di sperimentazione molto stimolante. Trasferimento nella nuova sede: struttura organizzativa e modello gestionale autonomo. Il “caso” dei Musei civici di Camerino credo sia abbastanza particolare, sono un esempio di gestione tra due istituzioni pubbliche: il Comune, proprietario delle collezioni e l’Università di Camerino, proprietaria dell’immobile destinato ad ospitarle; in pratica le due principali istituzioni della città, che in questo progetto di valorizzazione dei Musei civici hanno trovato un reciproco interesse. La situazione dei Musei civici prima del 1997, senza personale stabile, senza una sede idonea, senza sussidi didattici, senza finanziamenti programmati, non poteva che assicurare la tutela e 94 conservazione dei beni e neanche adeguatamente tanto che la tavola dell’Annunciazione, la nostra opera più significativa, manifesto del Quattrocento camerinese, negli ultimi anni era stata trasferita al Museo diocesano. Aperto solo su prenotazione per la buona volontà di pochi e d’estate affidato al personale ausiliario delle scuole, non poteva certo in queste condizioni svolgere un ruolo nel valorizzare e promuovere il suo patrimonio. Il progetto dei nuovi Musei civici ha significato non solo una nuova sede, funzionale e prestigiosa ma anche il presupposto per sviluppare una funzione culturale, sociale, ed economica, per divenire centro culturale propulsivo in grado di fornire orientamenti, modelli informativi e di riferimento. L’istituzione vuole porsi come cerniera tra passato e presente, volano per il rilancio della città e del suo territorio che merita pertanto di essere sostenuta e valorizzata dall’intera comunità. Il progetto è stato insieme culturale, organizzativo, tecnico. E’ un progetto Culturale in quanto è stata in maniera ottimale valorizzata la sua identità e l’istituzione è divenuta ancora di più elemento qualificante del territorio. Organizzativo in quanto fondato su un laborioso processo di riorganizzazione interna. Tecnico in quanto ha comportato il recupero e la destinazione museale dell’ex Convento san Domenico. Il restauro del monumentale complesso caduto in totale abbandono, si è potuto affrontare per la possibilità di accedere da parte dell’Università a fondi europei destinati al recupero di edifici storici qualora questi venissero però utilizzati come sedi museali: da qui il reciproco interesse dei due enti, quello proprietario delle raccolte e quello proprietario dello stabile, a sottoscrivere l’accordo per la nuova destinazione e conseguentemente sulle modalità di gestione. Il progetto del museo della città prevedeva che qui si riunissero tutte le collezioni, quelle civiche (Pinacoteca e collezioni archeologiche), quelle diocesane e quelle universitarie, il programma è stato poi modificato e le raccolte diocesane non sono più state coinvolte in questo trasferimento, mentre dal 2003 la struttura accoglie anche il museo universitario di scienze naturali. Ristrutturazione e allestimento La prima fase di lavori inizia nel 1993 e si completa nel 1996 con il recupero di tutta l’ala nord del convento, delle due grandi chiese, le attuali sale Crivelli e San Sebastiano, e il cortile; il complesso viene inaugurato il 12 febbraio 1996 in occasione dell’apertura ufficiale dell’anno accademico 1995-96. Nel 1997, l’evento sismico determina gravi sconvolgimenti nella città ed importanti priorità nelle scelte delle amministrazioni chiamate a gestirne l’emergenza; viene tuttavia deciso di portare a termine il progetto di trasferimento delle collezioni civiche, come prima significativa espressione della volontà di ripresa di tutta la comunità e il 23 dicembre a soli tre mesi dalla prime scosse, viene inaugurato il nuovo allestimento, pur incompleto, della Pinacoteca. Solo una parte delle collezioni può essere trasferita negli spazi restaurati; il definitivo allestimento avverrà in fasi successive: nel 1998 si trasferiscono le collezioni archeologiche al primo piano dell’ala nord del complesso e il 28 maggio del 1999, dopo un attento studio dei reperti, questi vengono definitivamente riordinati. Lo spazio a disposizione tuttavia non consente ancora di completare il trasferimento dei grandi affreschi ancora conservati nelle vecchia sede, per questo motivo d’accordo con l’amministrazione universitaria si destina uno spazio dello stabile, (Sala San Sebastiano) che doveva fungere da aula seminariale, ad uso espositivo; dopo importanti lavori di allestimento nel 2000 questa viene aperta al pubblico con l’esposizione delle opere pittoriche fino ad allora nella vecchia sede e con un importante deposito temporaneo, il duecentesco Crocifisso di proprietà della Fondazione Cassa di risparmio della Provincia di Macerata. La sala San Sebastiano, che raccoglieva il meglio della produzione artistica del Quattrocento camerinese, era di grande suggestione sia per la soluzione architettonica che per il sistema di illuminazione a fibre ottiche, ma aveva un grave handicap era separata spazialmente dal resto delle collezioni, era addirittura necessario uscire all’aperto per completare l’intero percorso, impedendo quindi di rispettare un qualunque criterio espositivo (non per autore, non cronologico). Ma 95 soprattutto faceva perdere ai visitatori il crescendo di coinvolgimento e di interesse che un percorso continuo e lineare sicuramente determina. In occasione della grande mostra del 2002 ( Il Quattrocento a Camerino, Luce e Prospettiva nel cuore della Marca.) si conclude il restauro dell’intero complesso e, riconsiderato nel suo insieme lo spazio a disposizione, viene così deciso, in accordo con la Soprintendenza competente, di restituire la Sala San Sebastiano all’attività didattica e seminariale, e trasferire le opere nella nuova ala est creando il definitivo percorso espositivo. La scelta pur se difficile e dolorosa ha senz’altro avuto un risultato positivo sia da un punto di vista conservativo che di fruizione. Gli spazi di grande respiro e suggestione, offrono alle opere una cornice particolare, il panorama che si intravede dalle finestre sembra ricontestualizzare tele ed affreschi nel loro ambiente naturale. In questa ala del complesso è stato inoltre installato un impianto di climatizzazione. Il percorso, privo di barriere architettoniche, finalmente, tutto interno all’edificio, prevede prima la visita al Museo archeologico al primo piano quindi alla Pinacoteca al piano superiore; l’esposizione segue un percorso cronologico, pur se non rigoroso, compatibilmente con la tipologia degli spazi. Trattandosi di un edificio storico il progetto museale ha necessariamente dovuto tener conto dei limiti posti dalla tipologia della struttura e non ultimo anche di quelli determinati dalla condivisione degli spazi con un’altra struttura museale, il Museo di Scienze naturali. Il museo risulta così strutturato: • un’area dedicata all’accoglienza, biglietteria e bookshop • due piani per le esposizioni permanenti • uno spazio per mostre temporanee con un arredo espositivo estremamente flessibile • locali adibiti a deposito • un’aula per i laboratori didattici • un’aula per le conferenze • due uffici per la gestione amministrativa e per quella scientifica • un centro di documentazione sia iconografico che bibliografico relativo alle opere del Museo. Come superficie espositiva nell’ala est sono state usate direttamente le pareti senza modificare l’architettura originale, mentre nella grande sala dell’ala nord sono stati costruiti setti divisori in cartongesso che ne hanno aumentato la superficie. Molte delle pareti sono state restaurate in pietra a vista, soluzione molto apprezzata dai visitatori, ma certo non funzionale sia perché le pareti dovrebbero creare fondo neutro a tutto vantaggio delle opere sia perché riducono la superficie espositiva stessa. Nelle sale della Pinacoteca è installato un impianto di condizionamento e periodicamente vengono controllati i parametri di temperatura e umidità. Le sale sono provviste di impianti antincendio a centrale analogica e indirizzabile collegato 24/24 ore tramite bidirezionale all’Istituto di vigilanza convenzionato. Tutte le sale sono protette da allarme antintrusione a centrale espandibile collegato 24/24 ore tramite bidirezionale all istituto di vigilanza convenzionato. Il nostro sistema di illuminazione non è assolutamente soddisfacente. Già in fase di progettazione si sono destinate risorse troppo limitate sia alla progettazione illuminotecnica che proprio all’acquisto di corpi illuminanti; sono state operate scelte tenendo conto più dell’aspetto estetico che della loro efficienza. 96 Struttura organizzativa Direzione gestionale Direzione scientifica Personale di accoglienza e sorveglianza, segreteria, biblioteca: Cooperativa, Servizio civile, Contratti a progetto Personale servizi educativi: Cooperativa, Personale ad incarico Collaborazioni professionali: organizzazione eventi, catalogazione, grafica e comunicazione, restauro L’organizzazione dei servizi è iniziata con l’istituzione di una duplice direzione, l’una scientifica, di nomina comunale, e l’altra gestionale, di nomina universitaria. Le linee programmatiche sono concordate tra i due enti attraverso le figure del direttore Scientifico e del direttore Gestionale: la definizione del percorso espositivo, le adesioni a programmi e collaborazioni esterne, i restauri, i prestiti, la gestione economica, il materiale promozionale, il programma espositivo temporaneo sono sempre il risultato di una comune linea programmatica. La decisione di istituire una duplice direzione corrisponde sia all’esigenza di rappresentare i due enti, sia alla consapevolezza della necessita di una specializzazione nelle competenze. In sostanza si è cercato di superare la logica del direttore che svolge tutte le funzioni rilevanti da quella direttiva a quella scientifica e tecnica, nota nella letteratura anglosassone come one man museum. Sugli aspetti più strettamente legati alla conservazione del patrimonio vengono necessariamente coinvolti le istituzioni centrali. Dal 1997 al dicembre 2000 il personale a disposizione consisteva in due unità di personale distaccate dal Comune e alle soglie della pensione, e quindi senza alcuna esperienza né possibilità di formazione. É stato tuttavia raggiunto un primo importante obiettivo quello di garantire una apertura continuativa secondo un orario stabilito. A partire dal 2001, la disponibilità, anche se in numero sicuramente non adeguato di due unità di personale motivato e preparato per svolgere servizio di accoglienza e vigilanza, ha potuto offrire un migliore servizio ai visitatori e la struttura ha iniziato a rapportarsi verso l’esterno, a offrire condizioni in cui il patrimonio comunichi al e con il visitatore in una logica di servizio. Il museo si sta così trasformando da luogo della conservazione a luogo di esposizione, dove le tradizionali attività scientifiche non rimangono fini a se stesse, ma diventano strumentali all’offerta del servizio grazie anche alla presenza di professionalità esterne coinvolte nella gestione dei servizi educativi, nell’organizzazione della comunicazione del museo e degli eventi. Per rendere veramente accessibile il museo, stiamo cercando di esprimere la nostra specificità in maniera comprensibile, potenziando i servizi didattici e migliorando gli allestimenti. In quest’ottica è stato pensato l’apparato didattico delle collezioni costituito dai cosiddetti cartellini, primo strumento di informazione per definire e classificare gli oggetti, e da tutta una serie di pannelli narrativi: d’introduzione generale al museo e di presentazione delle diverse sale. Nel 2003 ci siamo dotati di un altro importante strumento di visita le Audioguide, in italiano e inglese, così da fornire per chi lo desidera i mezzi per approfondire la propria visita e aumentare la comprensione delle collezioni. Gestione amministrativa La gestione unificata dei Musei civici tra il Comune e l’Università riguarda anche la parte amministrativa. Le spese, diciamo, strutturali cioè la luce, il riscaldamento, le pulizie, il servizio di vigilanza, la manutenzione degli impianti tecnologici sono di competenza del bilancio universitario, mentre l’Amministrazione comunale ha destinato le risorse, prima impegnate per le spese correnti, tra cui il canone d’affitto della vecchia sede, per dotare il museo di personale fisso attraverso l’esternalizzazione dei servizi. Inoltre i due enti versano ciascuno una quota annuale fissa di 20 milioni, purtroppo stabilita in lire e quindi oggi fortemente svalutata, che costituisce il budget economico che consente di elaborare, in 97 piena autonomia amministrativa, il programma delle attività e le scelte gestionali. In sostanza la direzione gestionale può contare su un budget di 20 mila euro più gli introiti della biglietteria e del bookshop, che appunto vanno ad incrementare le entrate. Il biglietto di ingresso è stato introdotto, con tariffe differenziate, dal primo luglio 2001: Intero € 3,10; ridotto € 2,10, omaggio. Con queste agevolazioni: Gratuito per i residenti , giovani sino a 18 anni, studenti Università di Camerino, disabili Ridotto over 65, gruppi almeno 8 persone, gruppi convenzionati In occasione di mostre è stato introdotto un biglietto unico per ingresso alla mostra e alle collezioni permanenti con varizioni riguardo le tariffe agevolate. La scelta di passare da un regime di gratuità all’ingresso a pagamento è stato deciso certo non nella speranza di un autofinanziamento ma soprattutto per valorizzare l’istituzione che viene sottovalutata se lasciata ad ingresso gratuita. Una precisa volontà della direzione ha voluto che venisse mantenuto l’ingresso gratuito per i residenti e gli studenti dell’ateneo camerte per sottolineare il valore sociale del museo civico. Progetto per lo sviluppo e la promozione: le strategie possibili La strategia del “grande evento”(blockbusters) La nuova sede ha costituito il punto di partenza per valorizzare in maniera ottimale il patrimonio artistico cittadino. Infatti subito dopo la sua apertura, nel 1999, viene avviato un progetto triennale di studio e ricerca, a lungo auspicato dalla comunità, per valorizzare la Scuola Pittorica camerinese del Quattrocento e richiamare l’attenzione verso un’importante Signoria, quella dei da Varano, che promosse, insieme alle manifatture e ai commerci, una splendida stagione artistica. Le ricerche si sono concretizzate con la realizzazione della mostra Il Quattrocento a Camerino. Luce e Prospettiva nel cuore della Marca che ha consentito una nuova lettura storico-critica della stagione politica, culturale ed artistica fiorita a Camerino tra ‘300 e ‘400; ma è anche stata una mostra di successo di pubblico con i suoi 40 mila visitatori. Anche per la raccolta archeologica, il trasferimento dalla precedente sede ha coinciso con un nuovo attento riesame dei reperti i cui risultati hanno consentito la pubblicazione di una Guida come facile e piacevole strumento di conoscenza delle raccolte. Perché il museo e le sue attività possano raggiungere il pubblico più ampio possibile è indispensabile una cura assai attenta all’informazione e alla promozione delle iniziative temporanee ma anche della sue attività istituzionali. Questo è tanto più vero da quando si sono intensificati gli eventi culturali di grande risonanza anche su temi di facile presa sul pubblico che quindi viene convogliato verso quegli eventi: per un museo medio, come il nostro una mostra è un evento straordinario, è uno sforzo organizzativo ad alto costo e quindi affrontabile solo eccezionalmente, mentre sono le nostre collezioni permanenti che ci identificano. Pur tuttavia se eventi straordinari, quale può essere stata la mostra sul Quattrocento, vengono organizzati con il fine della valorizzazione e promozione delle stesse collezioni permanenti perché tematicamente coerenti con queste, allora la mostra non sarà effimero evento di moda ma il migliore investimento culturale che le istituzioni possono realizzare per elaborare e rinnovare i significati intrinseci del suo patrimonio. In sostanza la strategia dei grandi eventi (mostre blockbusters) svolge un ruolo positivo solo se ha come obiettivo quello di migliorare l’attività ordinaria del museo, oltre che i conti economici, e non devono soffocare l’istituzione. L’organizzazione di mostre ed eventi temporanei, a diverso livello, è comunque, una delle strategie a cui il museo non può sottrarsi per mantenersi visibile ed attraente. E’ sicuramente vero, infatti risulta da più parti, che a fronte di un pubblico abbastanza scarso che visita le collezioni permanenti, questo stesso pubblico con più facilità affronta code, prenotazioni, trasferimenti per visitare rassegne temporanee. 98 Addirittura da un rapporto dell’Istat del 2003 risulta che le visite degli italiani alle mostre occupano il secondo posto dopo il cinema nella classifica dei passatempi preferiti, prima delle manifestazioni sportive lasciate in terza posizione. Sono dunque le mostre a portare visitatori ai musei. Non credo solo perché le collezioni esibite siano più affascinanti o ricche di quelle permanenti ma perché la mostra viene meglio comunicata al pubblico. In primo luogo con gli articoli sulla stampa, con la pubblicità e poi, assai importante con il “passaparola”. Inoltre l’evento temporaneo viene visto come una occasione di socializzazione: si organizza un viaggio con gli amici, ci si confronta sul gradimento, è di tendenza raccontarlo ad altri amici. Quindi è necessario promuoversi anche attraverso questa modalità, ma anch’essa è impegnativa organizzativamente ed economicamente. E’ sempre più difficile reperire risorse anche per piccole rassegne di qualità, che supportate da un buon progetto scientifico, riescano ad essere trainanti per il museo e la città che le ospita. La risorsa culturale è sempre più considerata, dai Comuni, strumento di sviluppo territoriale e quindi deve essere gestita anche da parte delle amministrazioni dedicando qualche risorsa in più al mantenimento di buoni standard di qualità dei musei e creando un sistema integrato di servizi turistici. E’ fondamentale che le amministrazioni responsabili dei musei si rendano conto che non basta raggiungere gli obiettivi ma questi devono essere continuamente consolidati. Al visitatore infatti non basta vedere una bella mostra o una suggestiva sede museale si aspetta la qualità anche dalla città che li ospita. Pubbliche relazioni, affissioni, pubblicità Nel nostro settore non profit ci siamo resi conto, grazie un questionario compilato dal visitatore, che la diffusione di messaggi attraverso canali informali come il ‘passaparola’ è molto efficace. Venendo agli strumenti di comunicazione di massa, la televisione o la radio hanno costi troppo elevati, mentre leggermente più accessibile è la stampa che consente, anche tramite la scelta della testata, di segmentare i destinatari del messaggio Altre strategie di informazione e promozione utilizzate sono quelle più tradizionali quali manifesti, locandine, striscioni, poster fissi. Hanno però un costo abbastanza elevato sia di produzione sia di distribuzione e non sempre, soprattutto i manifesti murali, risultano efficaci se l’esposizione avviene in luoghi poco visibili. Più valide le locandine esposte negli edifici pubblici, parcheggi, uffici etc. Queste ultime sono bene utilizzate anche per la distribuzione presso istituzioni culturali, specie se ricollegabili tematicamente all’iniziativa promossa, in quanto possono raggiungere un pubblico già selezionato. Inoltre quelle residue messe in vendita prolungano il ricordo del museo e dell’iniziativa. Il pieghevole è una forma consolidata di messaggio come pure il biglietto di ingresso. Tutti questi strumenti necessitano però una attenta scelta dell’immagine logo e una sua buona qualità estetica una grande cura dei particolari, la completezza delle informazioni; la qualità degli strumenti informativi manda un segnale indiretto sul funzionamento del museo. E’ intuitivo quanto sia importante il valore comunicativo del titolo e la pregnanza dell’immagine guida. E’ pure importante che l’iniziativa e/o il museo vengano riconosciuti, quindi è utile mantenere degli elementi costanti nel tempo. Abbiamo già fatto il tentativo di associare alla denominazione della Pinacoteca un logo grafico, che non interferendo con l’immagine rappresentativa dell’evento o del museo, potesse ripetersi per tutte le iniziative divenendo elemento di riconoscimento. Un altro metodo a cui ricorriamo è l’utilizzo di un indirizzario degli ‘AMICI’ cioè di coloro che in occasione di precedenti iniziative hanno espresso il desiderio di essere tenuti al corrente delle attività organizzate, adesso oltre all’indirizzo postale cerchiamo di inserire anche quello di posta elettronica così da ridurre i costi, anche se forse è meno efficace. Attività didattiche L’obiettivo generale del programma didattico è quello di comunicare il legame storico, sociale e ambientale che ha unito e unisce, attraverso le diverse raccolte, il museo alla città, al territorio, attraverso metodi e strumenti che stimolino i ragazzi all’osservazione e alla riflessione. 99 Le esperienze didattiche, rivolte ai ragazzi ma con l’auspicio che la soddisfazione e la scoperta di una realtà diversa venga trasferita anche alle loro famiglie, si propongono come primo scopo di superare la rigidità, le difficoltà, la noia, diciamolo pure, delle tipiche visite scolastiche guidate lungo le sale di un museo:. Il percorso didattico mira ad individuare modi non tradizionali per guardare quadri, statue, affreschi e mosaici con occhio libero e curioso. Attività editoriale L’attività editoriale è mezzo di valorizzazione e di diffusione della realtà museale, questa ha avuto un notevole incremento nell’ambito del progetto dedicato alla Scuola Pittorica camerinese. Sono stati pubblicati, a nostra cura o della Regione o della Banca delle Marche, i cataloghi delle due mostre, gli atti del convegno, la monografia strenna della Banca I pittori a Camerino nel Quattrocento, l’Atlante dei Beni Culturali di epoca varanesca a cura della Regione, questi tutti tra il 2001 e il 2003. Precedentemente sono usciti tre volumi della collana per la storia dell’Università di Camerino che da un punto di vista più strettamente storico trattano del contesto politico ed economico in cui si è sviluppata la nostra maggiore produzione artistica. Verso la Rete museale L’idea di costituire una rete museale dell’alto maceratese nei Comuni di Camerino (Pinacoteca e Museo civici, Museo Diocesano) Castelraimondo (Castello di Lanciano), e Visso.(Museo), è nata in primis per poter accedere ai finanziamenti europei, in secondo luogo perché consente di proporre un maggior numero di servizi, di offrirli con dei costi inferiori, di attivare iniziative di qualità superiore, di razionalizzare i costi di gestione. Relativamente al primo punto la costituzione di una rete museale rappresentava la condizione indispensabile per l’accesso a finanziamenti. Infatti la Regione Marche ha ammesso a finanziamento ai sensi del Docup Obiettivo 2 Misura 3.2.2. il progetto di rete dell’alto maceratese proprio perché rispondeva alle seguenti due tipologie di intervento: 1. recupero strutturale e adeguamento funzionale dei beni culturali, storici, artistici, presenti in un ambito territoriale caratterizzato da continuità, contiguità e tale da prefigurarsi come unità funzionale del Sistema Museo Diffuso delle Marche. 2. avviamento di esperienze pilota in rete, preferibilmente su base sovracomunale, per la valorizzazione e la promozione integrata dei luoghi del Museo Diffuso, mediante l’erogazione di servizi comuni e la realizzazione di iniziative e strumenti, anche a carattere multimediale, atti a migliorare l’accessibilità al patrimonio culturale e ad ottimizzare la fruizione delle collezioni musealizzate. I finanziamenti offerti dal Docup “Recupero e valorizzazione del patrimonio storico culturale” hanno permesso di ridefinire secondo criteri di modernità e funzionalità gli allestimenti di tre (Museo Diocesano di Camerino, Castello di Lanciano, Museo di Visso) dei quattro musei che aderiscono alla rete. Attualmente è stato riaperto il Museo di Visso all’interno della ex Chiesa di Sant’Agostino e il Museo Diocesano di Camerino verrà inaugurato il prossimo 8 dicembre 2004, mentre il Castello di Lanciano aprirà con tutta probabilità nel 2005. Tra i diversi modelli organizzativi si è scelto quello della rete guidata, quando cioè un museo esistente viene incaricato di coordinare un sistema. Proprio il Museo civico di Camerino è stato individuato come soggetto capofila e come tale svolgerà la funzione di centro - rete assolvendo a compiti di coordinamento. Il primo obiettivo raggiunto è stato quello della realizzazione di un data base in cui sono state catalogate dalla scrivente tutte le opere dei quattro musei della rete secondo i criteri definiti per le schede dei beni artistici dall’ICCD. Per la gestione e la manutenzione del data base è stato creato un sito Web che, accedendo direttamente alla banca dati, ne espone i contenuti e ne consente la manutenzione. Attraverso questo sito si possono consultare le opere dei quattro musei, ricevere informazioni sui loro servizi e visitarli virtualmente. Inoltre è stato realizzato un CD divulgativo contenente le pagine che compongono il sito e una parte del data base per consentire la simulazione della navigazione offline. 100 A livello logistico il server risiede presso la Pinacoteca e museo civici di Camerino, è installato e configurato per esporre un servizio web e contiene l’archivio SQL dei contenuti. Presso gli altri musei sono presenti dei normali pc configurati per una connessione ad internet. Ulteriore obiettivo è quello di produrre un accordo di programma tra le istituzioni della rete (tre Comuni e una Diocesi) che garantisca sì un’autonomia ai partecipanti, ma non tale da inficiare il miglioramento dell’efficienza operativa delle organizzazioni coinvolte e la possibilità di sfruttare sinergie realizzate attraverso una condivisione di risorse e competenze. Si apre dunque, potenzialmente, una fase di allargata sperimentazione che coinvolge, a titolo diverso, le istituzioni delle rete e che sollecita al tempo stesso l’attuazione di forme di collaborazione affidando alla Pinacoteca e Museo civici di Camerino un ruolo centrale all’interno di un sistema complessivo organizzato sulla base di modelli innovativi e funzionali capaci di dar vita a forme di tutela “attiva” del patrimonio culturale del territorio alto maceratese. In appendice una breve descrizione delle collezioni afferenti alla Pinacoteca e Museo civici di Camerino. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Bagdadli S., Il Museo come azienda, Etaslibri, Milano 1997. Bagdadli S., Le reti dei musei. L’organizzazione a rete per i beni culturali in Italia e all’estero, ESEA, Milano 2001. Jalla D., Il Museo contemporaneo, Utet, Torino 2003. Zan L., Economia dei musei e retorica del management, Electa, Milano 2003. Le collezioni Collezioni archeologiche L’esposizione della collezione archeologica si articola in una Sezione Topografica e nell’Antiquarium; nella prima sono distribuiti secondo un criterio – a seconda dei casi – topografico, cronologico e tipologico, i reperti relativi all’insediamento preromano, alla città romana e al territorio nelle varie epoche. L’Antiquarium è composto dai materiali relativi a due principali nuclei collezionistici (Guarnieri e Conti) di varia provenienza. Collezioni pittoriche La nostra pinacoteca è caratterizza da due principali nuclei di opere fortemente legati alla città: la Pittura del Quattrocento e il fondo da Varano. Le opere del Quattrocento diedero vita a quella che Federico Zeri considerava “la più notevole scuola pittorica nelle Marche”, scuola dalla precisa autonomia stilistica e culturale. La raccolta dei dipinti dei secc.XIII-XV proviene, dalla confisca dei beni di proprietà degli ordini religiosi soppressi dopo il 1860. Illustra gli sviluppi della cultura figurativa a Camerino dal '300 attraverso le opere, alcune in deposito temporaneo dal museo diocesano, dei principali esponenti della importante scuola pittorica camerte che coincide con la Signoria dei da Varano: Arcangelo di Cola, Olivuccio di Ciccarello, Giovanni Boccati, Giovanni Angelo d’Antonio, Girolamo di Giovanni. Il secondo nucleo di opere caratterizzante la Pinacoteca è quello costituito dalla Quadreria dei da Varano. L’acquisto di parte della collezione Varano del ramo di Ferrara operata dal Comune di Camerino nel 1888 fu determinata da motivi di ordine storico come testimonianza della storia locale e della memoria patria L'acquisto diede a Camerino l'occasione per il primo formularsi di una Pinacoteca Civica nella chiesa dell’Annunziata nel 1903 la quale poi subito definiva compiutamente il proprio volto ospitando le opere della più antica scuola locale tre-quattrocentesca. L’esposizione unitaria di questa raccolta, dopo un accurato restauro di molti dipinti, si realizza in occasione della mostra storica del 2001 dopo essere stata dispersa fra la Pinacoteca e la sala consigliare del Palazzo comunale. Si tratta per lo più di ritratti, commissionati nel settecento da Alfonso Varano, con un evidente fine celebrativo e come testimonianza del suo culto per la memoria storica dei da Varano e 101 di Camerino. Gli autori sono quasi tutti di ambito ferrarerese anche se il committente chiama anche un pittore camerinese Luigi Valeri perché con più facilità possa dipingere le immagini di Giovanni Maria e Caterina Cibo ricavandole da quelle effigiate entro la locale chiesa dell’Annunziata. Collezione ceramiche da farmacia La collezione, di oltre cento pezzi, proveniente dall’antica farmacia dell’ospedale è di manifattura pesarese di Casali e Callegari databile alla fine del XVIII sec. Presenta vasi di varia foggia tutti con la stessa decorazione a ornati floreali e festoni policromi. La visibilità acquisita dai Musei civici nella nuova sede ha convinto la ASL che fino a quel momento era stata depositaria della collezione ha concederne l’esposizione. L’obiettivo che ora ci proponiamo è quello di trovare all’interno delle sale una nuova collocazione che consenta di utilizzare per la loro esibizione i mobili che a fine ottocento furono fatti appositamente costruire per contenerli. Collezione Bartoccini Nella galleria del primo piano è stata collocata la raccolta delle sculture contemporanee di Bruno Bartoccini, un nucleo di 35 sculture donate dall’autore, in epoche successive, alla città che lo ospitò all’inizio della sua carriera e a cui rimase sempre molto legato. Nel 2003 nella sala Carlo Crivelli è stata allestita una antologica del maestro in cui accanto al nucleo del museo sono state esposte opere provenienti dal museo civico di Sansepolcro e un discreto numero di disegni ed incisioni di proprietà della famiglia che poi sono state donate al museo. Depositi temporanei Attualmente sono depositati alcune opere del museo diocesano, alcune come l’affresco di Boccati dal momento della riapertura nel 1997 per motivi di sicurezza, in seguito ai danni provocati al Museo diocesano dal terremoto, altre come il trittico del Maestro del 1454, dal 2002 in quanto esposte in occasione della mostra vi sono rimaste per motivi conservativi visto il perdurare della inagibilità del diocesano. Queste opere però, verranno ormai ricollocate nella loro sede naturale visto che il prossimo 8 dicembre 2004 si riaprirà con un nuovo allestimento il Museo diocesano. Sono pure in deposito due tele di Valentine de Boulogne raffiguranti San Giovanni e San Girolomo commissionate dal Cardinal Giori per la chiesa di Santa Maria in Via nella cui sacrestia erano conservate e qui trasferite per l’inagibilità della chiesa, dopo il terremoto anche in seguito alla preoccupata segnalazione di Federico Zeri che nella sua visita alla città subito dopo il sisma ne auspicava una collocazione più sicura e allo stesso tempo più fruibile. Un discorso a parte merita il deposito di due pezzi notevolissimi, il duecentesco crocifisso giuntesco in comodato dalla Fondazione Carima e la Pala di Bolognola in comodato dalla Soprintendenza speciale per il Polo romano, Museo di Palazzo Venezia. La maggiore visibilità acquisita dai musei civici, la garanzia di buoni standard di conservazione, l’apertura regolare e quindi la possibilità di una valorizzazione e fruizione costante delle opere, hanno consentito di portare a buon fine queste due operazioni. Barbara Mastrocola Consulente per i servizi di didattica e organizzazione mostre della Pinacoteca civica e del Museo diocesano di Camerino Si ringrazia per la collaborazione Valeria Rivola, Direttore della Pinacoteca civica di Camerino 102 10. La responsabilità sociale dell’impresa (Paola Melle) Inquadramento teorico Nella seconda metà degli anni ’90 le Nazioni Unite invitarono le grandi aziende e in particolare le imprese multinazionali, a definire accordi commerciali che contemplassero e tutelassero i diritti umani di base, quelli dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente. Si ipotizzava l’assunzione di un preciso impegno verso il mondo. Molte furono le aziende che firmarono accordi con tutti i partner commerciali, affinché si garantissero degli standard etici di minima. Ma è negli ultimi anni, in seguito al crollo del colosso americano Enron, gli attacchi dell’11 settembre e la conseguente diffusione del terrorismo, che si è assistito a un vero cambiamento: le imprese sembrano volersi appropriare nello svolgimento delle loro attività, dei valori etici, ecologici e ambientali. Aumentano infatti le iniziative per reclamare un nuovo ordine mondiale, basato sul rispetto e la condivisione di valori precisi, nell’ottica di una coesione dell’impresa con l’ambiente interno ed esterno. Questo atteggiamento innesca inevitabilmente diversi interrogativi: si tratta di un impegno convinto oppure di una moda? Siamo di fronte a un fenomeno temporaneo, oppure a una nuova e reale concezione di “fare impresa”? È comunque innegabile il grande processo di trasformazione in atto a livello mondiale e dal quale le imprese non possono sottrarsi, poiché il loro ruolo diventa fondamentale. L’impegno di istituzioni, enti, associazioni e volontari senza il sostegno delle imprese renderebbe impossibile il raggiungimento di determinati obiettivi. Questa è quindi la nuova sfida per l’impresa: rendersi protagonista di un agire che non abbia come unico metro di valore e di giudizio il conseguimento di un profitto privato ed economico. Con l’avvento impetuoso del mercato globale, l’impresa deve oggi saper conquistare una legittimità aggiuntiva, quella derivante dal patto di alleanza con i principali attori del contesto socioambientale di riferimento. Se intende continuare a svolgere proficuamente la sua missione, deve assolvere un mandato di consapevole responsabilità sociale. Questa è quindi la nuova scommessa per l’impresa: il conseguimento del profitto e la dimensione etica che non si elidono a vicenda, ma diventano il binomio vincente per garantire il benessere proprio e quello collettivo. La responsabilità sociale dell’impresa Nel luglio 2001 l’Unione Europea pubblica il Libro Verde sulla Responsabilità Sociale dell’impresa, un documento destinato specificamente all’apertura del dibattito a livello europeo sulla Responsabilità Sociale dell’Impresa (d’ora in poi RSI). Il Libro Verde fornisce le coordinate in base alle quali si intende muovere l’Unione Europea e si fornisce una definizione provvisoria di RSI, quale “adesione volontaria a un insieme di norme comportamentali volte al miglioramento della società in generale e a partire dalla dimensione interna all’azienda. Si individuano come stakeholders (i portatori di interesse), come referenti della RSI, tutti i soggetti implicati nelle azioni dell’azienda”, o ancora la identifica come “l’ambito nel quale le aziende integrano aspetti sociali e ambientali ai loro processi di business e alle interazioni con i propri stakeholders su base volontaria”. Gli “stakeholders”, citati in precedenza, possiamo definirli come i soggetti coinvolti nel concetto di gestione socialmente responsabile d’impresa. Sono tutti i portatori di interesse, definiti anche nel Libro Verde e che possiamo classificare generalmente in tre gruppi, in base alla loro vicinanza all’impresa. Gli stakeholders primari interni sono i soci/azionisti, le risorse umane, e più in generale coloro che detengono una posizione 103 all’interno della struttura aziendale; gli stakeholders primari esterni, sono i gruppi d’interesse che hanno a che fare direttamente con l’impresa come i clienti, i fornitori e i partner finanziari. Per concludere ci sono gli stakeholders secondari che rappresentano la comunità nel senso più ampio del termine come lo Stato, gli Enti Locali, la Pubblica Amministrazione, la comunità, l’ambiente. La RSI viene anche definita come “l’integrazione delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”. Essere socialmente responsabili vuol dire “non solo soddisfare pienamente gli obblighi giuridici applicabili, ma anche andare al di là investendo di più nel capitale umano, nell’ambiente e nei rapporti con le parti interessate”. Il tema della RSI si ricollega al concetto di “sviluppo sostenibile” dove si intende per sostenibilità “la capacità di una organizzazione di continuare, in maniera duratura nel tempo, le proprie attività, tenendo in debita considerazione l’impatto che queste ultime hanno sul capitale naturale, sociale e umano”. (ISEA – Institute of Social and Ethical AccountAbility). Se ne ricava dunque che la RSI è il contributo che le imprese offrono allo sviluppo sostenibile. Un nuovo sistema di valori Nello scenario attuale è chiaro che l’impresa non può sopravvivere e svilupparsi senza legittimazione sociale e oggi questa legittimazione non può essere ottenuta senza dimostrare pubblicamente di tenere conto nella propria attività dei valori condivisi nell’ambiente sociale in cui opera. Un’azienda non può agire solo in funzione del profitto, non può costruire la sua identità attorno al profitto. Aziende grandi e complesse devono essere sempre più gestite secondo una propria identità che non si riassume solo nella strategia ma si può cogliere meglio nel sistema di valori che l’azienda interpreta. È importante essere mossi da uno stesso orientamento, prefiggersi stessi traguardi, riconoscersi nelle stesse cose, negli stessi obiettivi. Non è il profitto d’oggi che conta, ma il profitto che l’azienda si potrà garantire nel futuro, costruendo un’identità positiva in un contesto positivo. La RSI rappresenta quindi un importante strumento di governo dell’impresa, che migliora le performance finanziarie, i processi di coesione interna, la gestione operativa. Per il marketing è una nuova via al posizionamento dei prodotti e del marchio. Per i cittadini e i consumatori la RSI d’impresa è il valore. Secondo Giorgio De Michelis, dell’Università Bicocca di Milano, “è socialmente responsabile chi ha un comportamento trasparente e genera valore per tutto il sistema, aziendale e sociale”. Le principali motivazioni dello sviluppo della RSI L’impresa si converte al bene comune. Si diffonde l’idea che il benessere generale aiuti l’impresa nel suo cammino verso il profitto e garantisca una strada più lunga. L’impresa e il suo management stanno avvertendo la necessità di sperimentare forme nuove e originali di concorso allo sviluppo sostenibile, con una tendenza a incorporarle nella cultura e nella stessa identità dell’impresa. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite afferma che “ciò che è buono per l’impresa è buono per la società”, cominciando a pensare e a praticare che ciò che è buono per la società è buono per l’impresa. Una società ben regolata, coesa, rispettosa dei diritti e responsabile dei propri beni comuni è l’ambiente indispensabile per lo sviluppo dell’impresa, la quale ha quindi tutto l’interesse a contribuire a realizzare queste condizioni. 104 Oggi la cultura manageriale considera la creazione di valore per gli azionisti come una condizione necessaria ma non sufficiente per garantire all’impresa un futuro. Per questo oggi si parla di responsabilità sociale. RSI è rispetto dei requisiti etici e legali attraverso codici di condotta, certificazioni, controllo della catena dei fornitori, forme di verifica interna ed esterna e conseguenti operazioni di riorganizzazione delle imprese. Ma è anche promozione di azioni di sviluppo sociale, civile e ambientale, che vanno dalle donazioni alla realizzazione di progetti, a bilanci sociali e ambientali, alla creazione di prodotti sostenibili, alla mobilitazione dell’azienda e del suo personale per la realizzazione di progetti di tutela dei diritti o cura di beni comuni. Secondo Alessandro Profumo, Amministratore Delegato di Unicredito Italiano: “comportamenti aziendali non responsabili possono far cadere l’immagine dell’azienda, mentre comportamenti responsabili possono garantirti un vantaggio competitivo nel tempo, perché nel tempo verrai percepito come un attore positivo, o comunque qualcosa di diverso rispetto ad altri”. Ma cosa ha indotto imprenditori e manager a riflettere e in qualche modo a modificare il loro agire nell’impresa? Possiamo individuare principalmente tre motivazioni. 1) Per prima cosa è emerso un tema nuovo, quello della “responsabilità sociale del cittadinoconsumatore”. Il consumatore si è infatti trasformato da ricettore passivo a soggetto attivo: un consumatore critico, che con le sue scelte intende contribuire a costruire l’offerta, un attore consapevole e attivo nella catena del valore economico (a titolo di esempio la penalizzazione di alcune multinazionali che hanno operato nella evidente violazione dei diritti umani, quali Nike, Nestlè, etc.). 2) La seconda motivazione potrebbe essere la destrutturazione dell’attività produttiva e alla conseguente de-localizzazione delle imprese. Se prima la legittimazione sociale dell’impresa si fondava sulla contestuale creazione di profitto e di benessere diffuso per una comunità ben identificata, nel tempo dell’impresa globalizzata non legata a nessun contesto territoriale e sociale specifico, si rende necessario acquisire questa legittimazione, presso i cosiddetti stakeholders, con nuovi strumenti quali il bilancio sociale, il bilancio ambientale, il cause related marketing, la certificazione di eticità, etc. 3) La terza causa si ricerca nei cambiamenti che hanno investito l’organizzazione interna delle imprese. Cambiamenti che hanno conseguito l’effetto di depotenziare l’efficacia dei tradizionali strumenti di fidelizzazione all’azienda, di controllo dei comportamenti e di incentivazione della produttività dei collaboratori. La legittimazione sociale, acquisita attraverso il coinvolgimento dell’azienda in attività sociali e l’adozione di comportamenti socialmente responsabili, costituirebbe oggi il più potente strumento di potenziamento della coesione interna. Attraverso la creazione della “corporate culture” centrate su valori forti e su comportamenti a elevata legittimazione sociale, le aziende ottengono identificazione e comportamenti collaborativi dai propri dipendenti. Sono infatti considerati indicatori di agire etico: - l’attivazione di pratiche e strumenti finalizzati a instaurare un rapporto con l’insieme dei cosiddetti stakeholders, basato sulla fiducia, la correttezza e la trasparenza; - un atteggiamento sempre più attento alle risorse umane impiegate; 105 - l’impegno diretto in iniziative finalizzate a contribuire al miglioramento della società e alla tutela dell’ambiente (a esempio l’investimento in cultura, nella ricerca, nelle iniziative di solidarietà). Quando un’impresa è socialmente responsabile? Il mecenatismo degli sponsor spesso non corrisponde a comportamenti di reale responsabilità sociale. L’impresa in cambio di consistenti donazioni, ottiene una certificazione etica che potrà utilizzare per accrescere il proprio capitale reputazionale e di conseguenza il profitto, e ciò a prescindere dal comportamento effettivamente etico assunto nei confronti degli stakeholders. Se tutto ciò accadesse sarebbe la fine della RSI, perché cadrebbe il presupposto principale: il principio di reciprocità verrebbe sostituito dal semplice scambio di equivalenti tipico del settore profit. La responsabilità sociale consiste nel porsi il problema delle interrelazioni esistenti tra i propri scopi, le proprie strutture e la propria organizzazione, le strutture e l’organizzazione degli altri soggetti del sistema sociale considerato nella sua globalità. Così intesa la responsabilità sociale coinvolge l’intera funzione imprenditoriale, contemplata sotto gli aspetti operativi del profilo direzionale. Così Marco Cerri argomenta il tema della RSI: “La caratterizzazione etica non è più oggi implicita e scontata nella configurazione giuridica dell’impresa, ma diventa prodotto organizzativo, fattore di legittimazione sociale e di vantaggio competitivo.…..impresa come istituzione produttrice di valori sociali, di senso estetico ed etico, di modelli di consumo e stili di vita; capace di svolgere una funzione pedagogica; di promuovere una cultura e un’economia del dono attraverso la sponsorizzazione di eventi artistici e culturali; di spettacolarizzare iniziative umanitarie e caritatevoli tramite il coinvolgimento attivo del pubblico”. Queste sono le novità, sono le nuove regole del gioco, che renderanno vincitrice l’impresa che sarà più veloce nel capirlo e più rapida nell’attrezzarsi per applicarle. 106 Casi empirici “Produrre ricchezza per sé senza distruggere quella degli altri”. Il caso Parmalat e ancor prima quello del colosso americano Enron, hanno proposto un modello opposto: produrre ricchezza per sé, distruggendo tutto quello che c’è attorno. Fortunatamente sono tante anche le esperienze di successo, che vedono imprese italiane attivamente impegnate nell’applicazione dei principi della responsabilità sociale. Di seguito si raccontano alcuni casi di aziende che tentano di mostrare come l’impresa non sia un soggetto con vocazione esclusivamente all’accumulazione del profitto, ma svolge anche una funzione sociale, destinando parte del valore creato al supporto di iniziative non profit. Granarolo – azienda del settore alimentare Progetto: Premio Alta Qualità Previsione di investimento nel triennio 2003-2005: 1 milione di Euro* (*fonte dati: Giornale dell’Arte – dicembre 2003) Granarolo è uno dei principali gruppi alimentari operanti in Italia. Nata alla fine degli anni ’50 come piccola cooperativa, l’azienda è cresciuta fino a ricoprire oggi un ruolo di spicco nel panorama nazionale. L’azienda bolognese è da più di cinque anni che ha avviato un processo di ridefinizione della sua strategia imprenditoriale: un percorso innovativo, una filosofia di business che non riguarda i soli fattori economici, ma si ispira a un preciso sistema valoriale che guida l’azienda nell’impostazione delle relazioni con i propri stakeholders. Per la Granarolo, il concetto di sostenibilità non è quindi una moda, o una strategia di marketing ma quasi certamente, “un modo diverso di fare impresa”. Solo un’azienda consapevole di essere anche un luogo di cultura e di motivazione, potrà costruirsi una corsia “preferenziale” nel rapporto con la comunità (vista non semplicemente come insieme di consumatori), che nell’atto degli acquisti mette in gioco oltre ai propri bisogni, i propri valori. Le iniziative promosse da Granarolo sono molteplici. L’esempio riportato di seguito è strettamente legato all’investimento in cultura della società bolognese. Il Premio Alta Qualità è una iniziativa promossa allo scopo di valorizzare “quelle esperienze che siano testimonianza della capacità dell’uomo di ricercare una qualità superiore dell’esistenza, in termini di conoscenza, benessere e progresso della civiltà”. Il Premio, del valore di € 25.000,00, viene assegnato ogni anno al personaggio più votato da una giuria composta dai rappresentanti delle categorie che animano la vita pubblica e la società civile. Il premio potrà essere investito nell’attività svolta dal vincitore. L’edizione 2003 del Premio è stata vinta da Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Il Premio consente all’azienda di sottolineare la propria identità distintiva rispetto alla concorrenza e di affermare quella particolare idea di qualità che Granarolo ha sviluppato nel tempo e che viene così esportata in altri ambiti, da esplorare. Aboca – azienda del settore dei prodotti naturali Progetto: Aboca Museum Previsione di investimento nel triennio 2003-2005: 6 milioni di Euro* (*fonte dati: Giornale dell’Arte – dicembre 2003) 107 L’Aboca è un’azienda leader nel mercato italiano dei prodotti naturali per la salute e la bellezza. Nel 2002 è stato inaugurato Aboca Museum, il nuovo e unico museo delle erbe che ha lo scopo di recuperare la storia e l’utilizzo delle erbe medicinali attraverso i secoli. Un grande progetto di comunicazione culturale voluto da Aboca, una strategia che privilegia un indirizzo informativo-culturale che rappresenta una leva di “marketing sociale” che darà risultati tangibili anche nel territorio nel quale questa attività è inserita e con la quale ben si integra per tradizione e cultura. Punto di forza del progetto è anche il Centro Studi, che offre nuovi spunti alla scienza erboristica attuale. Questo progetto può rappresentare un punto di partenza per nuove frontiere di ricerca per studiosi internazionali: a tale scopo sono state attivate collaborazioni e sinergie con Università e altri Enti culturali impegnati nella diffusione della scienza erboristica tramite mostre, eventi e percorsi didattici. Coop Adriatica – azienda del settore grande distribuzione Progetto: “Coop for music” e “Coop for words” Previsione di investimento nel triennio 2003-2005: € 500 mila* (*fonte dati: Giornale dell’Arte – dicembre 2003) L’impresa cooperativa è leader italiano nel settore della grande distribuzione. La strategia aziendale di Coop è improntata alla promozione di uno sviluppo sostenibile. Ha mantenuto immutato nel tempo il proprio patrimonio di mutualità e socialità, la sua missione punta ad anteporre la risposta a un bisogno, alla remunerazione del capitale. Dalla cooperativa il cittadino si aspetta che i prodotti siano coerenti con le aspettative etiche proprie di Coop. In sostanza ci si aspetta che il principio etico sia valido per tutta la “filiera” del prodotto Coop. A titolo di esempio, il pane acquistato deve essere di buona qualità e a un prezzo conveniente, ma deve essere prodotto senza ricorrere a sfruttamento del lavoro e con materie prime affidabili e non manipolate geneticamente. Alla base della politica della Coop è la creazione e la gestione, da parte dei consumatori associati di aziende distributive che perseguono obiettivi di carattere sociale e di interesse collettivo, quali la tutela della salute e dell’ambiente, l’informazione e l’educazione dei consumatori, l’impegno verso le giovani generazioni, l’ammodernamento e lo sviluppo del sistema distributivo italiano. Sono infatti molteplici le iniziative che Coop promuove in diversi settori: la tutela dell’ambiente, il sostegno alla ricerca medico-scientifica, l’educazione del cittadino al consumo responsabile, la valorizzazione dei prodotti tipici e più in generale della cultura gastronomica italiana. Anche in campo culturale sono considerevoli gli investimenti erogati ogni anno. I progetti “Coop for Music” e “Coop for words”, si propongono di offrire visibilità a giovani artisti senza contratti con case discografiche (nel caso di “Coop for Music”) o con case editrici (“Coop for words”), sottoponendo i loro lavori sia al pubblico di Internet, sia a due gruppi di addetti ai lavori, per un giudizio tecnico. I vincitori di “Coop for music” hanno la possibilità di incidere il loro brano in uno studio di registrazione professionale che verrà inserito in una compilation distribuita in parte gratuitamente e in parte attraverso una rivista; nonché la possibilità di esibirsi in diversi eventi. I vincitori di “Coop for words”, vedranno pubblicate e leggerle in suggestive location urbane (rassegna Ad Alta Voce, l’iniziativa di Coop Adriatica che lega solidarietà e amore per il libro). Riflessione sul Project Work: il caso La Perla Il lavoro di ricerca presentato a luglio, ha raccontato l’esperienza di un’azienda bolognese, il Gruppo La Perla, leader nel campo della corsetteria e della moda mare. 108 Il Presidente dell’azienda ha deciso di celebrare i suoi 50 anni di attività, finanziando la realizzazione di un grande evento culturale. Alla fine del 2004 inaugurerà a Bologna la prima mostra dedicata a “Elisabetta Sirani”, la pittrice bolognese, erede femminile di Guido Reni, che nel XVII secolo ha dedicato la sua vita alla pittura. La decisione della Perla è un nobile atto di mecenatismo nei confronti della sua città e dei cittadini, un segnale forte per una città che ambisce a ricoprire nuovamente un ruolo centrale nel panorama culturale nazionale. Anche il caso La Perla rientra nelle esperienze di successo di imprese che applicano i principi della responsabilità sociale dell’impresa, intesa come la decisione di propria iniziativa di contribuire a migliorare la società. In questo caso infatti non si tratta di una semplice sponsorizzazione di un evento, di elargizione di denaro, ma di un modello che La Perla promuove: il valore sociale non è un sottoprodotto di quello economico, ma lo stile di un’azienda nell’economia e nella società. Riferimenti bibliografici TESTI CONSULTATI - CERRI M., “Il terzo settore” , 2003, Dedalo; - CHERUBINI S., MAGRINI R., “Il management della sostenibilità sociale”, 2003, Franco Angeli; - DE PAULI S., "Il valore dei valori. Comunicare la responsabilità sociale dell’impresa”, 2004, Edizioni Angelo Guerini e Associati; - MAGATTI M., MONACI M., “L’impresa responsabile”, 1999, Bollati Boringhieri; - MANNI F., “Responsabilità sociale e informazione esterna d’impresa”, 1998, Giappichelli Editore. - MARCHESINI GC., “L’impresa etica e le sue sfide”, 2003, Egea; - MORO G., PROFUMO A., “Plus Valori. La Responsabilità sociale dell’impresa”, -OSSERVATORIO IMPRESA E CULTURA, “La defiscalizzazione dell’investimento culturale. Il panorama italiano e internazionale”, 2002, Collana Impresa e Cultura. RIVISTE CONSULTATE - Giornale dell’Arte SITI INTERNET VISITATI - www.aboca.it - www.abocamuseum.it - www.adriatica-coopformusic.it - www.adriatica-coopforwords.it - www.coop.it - www.europa.eu.int - www.granarolo.it - www.unioncamere.it Impresa del settore prodotti naturali Museo delle Erbe dell’azienda Aboca Progetto “Coop for Music” Progetto “Coop for words” Impresa del settore grande distribuzione Unione Europea Impresa del settore alimentare Unione Italiana delle Camere di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura Paola Melle Responsabile comunicazione e organizzazione eventi del “Laboratorio delle Idee”, Bologna 109 11. Il benchmarking come strumento per l’analisi e il controllo della performance delle organizzazioni culturali: il caso dei Comuni della Provincia di Forlì-Cesena (Rebecca Levy Orelli) 1. Introduzione Il presente lavoro si focalizza sull’apporto conoscitivo che il benchmarking può fornire per la valutazione della performance e per l’implementazione di azioni che incrementino l’efficacia e l’efficienza della gestione dei servizi culturali negli enti locali. A tale scopo, dopo un inquadramento generale del benchmarking (par. 2), teso a chiarire genesi, caratteristiche e fasi di tale processo, si approfondirà il tema dello sviluppo del benchmarking nelle pubbliche amministrazioni italiane, con particolare riferimento agli enti locali (par. 3). Si mostreranno poi i risultati di un’indagine realizzata su tutti gli enti che compongono la Provincia di forlì Cesena per verificare le potenzialità informative scaturenti dall’utilizzo del benchmarking in tale contesto(par. 4). 2. Il benchmarking: definizione e logica di utilizzo Definire cosa significhi fare benchmarking è un compito sicuramente complesso e, senza calare le riflessioni in un contesto specifico, probabilmente parzialmente inutile. Infatti, non solo esistono diversi modi di concepire e realizzare attività di benchmarking, ma esistono differenti tipologie all’interno di ciascuna modalità, come si avrà modo di riferire; senza contare che se si applica tale strumento al settore pubblico piuttosto che a quello privato si produce un’estrema eterogeneità di comportamenti. L’idea di fondo sottesa al benchmarking è in realtà abbastanza semplice: si tratta di guardare cosa fanno gli altri (i migliori) al fine di individuare soluzioni soddisfacenti per se stessi (Spendolini, 1992: p.9; Lucianelli, 2002: p.2). Tutte le definizioni aziendalistiche di benchmarking (Watson, 1992: p.XXIV; Spendolini, 1992: p.9; Bocchino, 1994: p.82; Beretta, 1999: p. 43) possono essere ricondotte alla seguente: “il benchmarking rappresenta il processo <sistematico e24> continuo di misurazione dei prodotti/servizi/processi, mediante il confronto con i migliori concorrenti o le aziende riconosciute come leader nei vari settori di mercato (Camp, 1989: p. 10)”. Il benchmarking è quindi uno strumento manageriale (Bocchino, 1995: pp. 13-29) che si fonda sulla comparazione sistematica dei risultati, dei processi, delle attività e dei servizi prodotti da un’azienda con quelli di altre organizzazioni simili ritenute eccellenti, al fine di incrementare l’efficacia dell’azione aziendale. Esso consente di approfondire le valutazioni circa i punti di forza e di debolezza dell’organizzazione e si sostanzia in un significativo sviluppo della conoscenza relativa alle criticità da affrontare e alle modifiche da apportare ai processi svolti e ai servizi forniti ai clienti. Da quanto detto, si desume come ogni azienda possa avere in realtà una propria e diversa adattabilità del concetto di benchmarking, oltre che una propria definizione formale, in quanto è possibile fare benchmarking di ogni cosa, purché confrontabile e strategicamente rilevante per il successo dell’impresa (Bocchino, 1994: p.84). Per identificare correttamente i mezzi interni necessari per attuare la prassi migliore, occorre, innanzi tutto, mettere in luce le cause che consentono di pervenire realmente ad una prestazione superiore: tali aspetti sono l’ambiente, la tecnologia, i materiali, le persone, i metodi e le misure, come appare schematizzato nella Figura n. 1 con un diagramma causa effetto (o d’Ishikawa). 24 Come ha puntualizzato il consorzio per la Ricerca, e lo Sviluppo delle Metodologie di benchmarking. 110 Affinché l’applicazione di tecniche di benchmarking possa produrre effettivi cambiamenti, occorre che si verifichino alcune condizioni che realizzino determinate caratteristiche (Leibfreid - Mc Nair, 1992: pp. 15-32): • finalizzazione dei comportamenti organizzativi al miglioramento, grazie ad una valutazione comparata di costi e benefici derivanti dalla modificazione delle modalità dell’agire aziendale; • focalizzazione sull’esterno, in quanto le informazioni utilizzate provengono da fonti esterne e costituiscono le opinioni radicate nella cultura dell’organizzazione; • misurazione quantitativa, poiché l’utilizzo di misure delle prestazioni definite in relazione a parametri esterni costituisce una base di dati oggettiva per realizzare il confronto; • alta intensità informativa, poiché, attraverso il processo, l’informazione migliora tutti i livelli della struttura organizzativa; • oggettività, in quanto i risultati conseguiti vengono utilizzati da altre unità operative e da altre organizzazioni, e non valori ideali, astrattamente raggiungibili, che siano determinati a seguito di ipotesi, stime o congetture; • catalizzazione dell’azione aziendale, perché la realizzazione del processo è frutto della decisione che l’organizzazione si dovrà modificare. Le modalità per realizzare il benchmarking sono sostanzialmente due: • il data benchmarking: si tratta di un confronto numerico basato su indicatori di performance di un’organizzazione (costi, qualità, outcome, customer satisfaction) in relazione ad un benchmark (uno standard o un target stabilito internamente, nazionalmente o da consulenti). Può essere utile sia per il confronto con altre organizzazioni, che fra differenti parti di una stessa organizzazione. Questa modalità può essere anche vista come la fase iniziale di un progetto più ampio di miglioramento della performance, in quanto il confronto numerico consente di identificare il gap di performance esistente tra organizzazioni, ma non aiuta ad individuarne le cause o il modo di superarle (Leibfried - Mc Nair, 1995: p. 325). • il process benchmarking (o benchmarking qualitativo): si tratta di un confronto tra processi che parte dal presupposto che le modalità di gestione di funzioni o di processi aziendali siano confrontabili indipendentemente dal tipo di organizzazione. Per processo si intende una serie di attività strutturate e misurate, progettate per produrre uno specifico output per un mercato o un cliente particolare (Davenport, 1997: p. 25); secondo la concezione su cui si fonda il process benchmarking, esistono almeno tre gruppi di processi (come schematizzato nella Figura n. 2) comuni ad ogni organizzazione: - processi centrali o di interfaccia con il cliente, sia interno che esterno all’organizzazione; - processi di management inerenti la formulazione di strategie, la 111 pianificazione, i sistemi di management e di miglioramento delle performance; - processi di supporto necessari alla corretta gestione dei processi centrali e di management (procurement, contabilità, finanza, flussi informativi, processi organizzativi, ecc.). Il benchmarking di processo può essere attivato da aziende, non necessariamente concorrenti, interessate a confrontare processi simili (logistica, produzione, vendita, ecc.). Esistono poi diversi livelli di benchmarking in relazione all’oggetto che si pone a confronto, come appare illustrato nella Figura n. 3. Se con il benchmarking interno si effettua un confronto fra funzioni/attività simili in unità operative diverse all’interno di una stessa organizzazione, con il benchmarking funzionale si attua un confronto di specifiche funzioni con altre organizzazioni, indipendentemente dal settore di appartenenza; il benchmarking competitivo è un benchmarking esterno focalizzato sui competitors (diretti o indiretti) per comprendere l’origine del vantaggio competitivo ed infine il con il benchmarking Best-in-class ci si confronta con organizzazioni eccellenti in particolari funzioni, processi, strategie. 112 Una volta chiarito cosa si intende con il termine benchmarking, appare opportuno passare a descriverne sinteticamente le fasi (Watson, 1992: p. XXVI): • pianificazione, cioè identificazione e misurazione dei fattori critici di successo; • ricerca delle imprese idonee per il confronto; • osservazione, monitoraggio della performance di processo ed analisi dei gap; • analisi e individuazione delle cause sottostanti ai gap di performance; • adattamento, ossia selezione delle best practice e contestualizzazione all’ambiente aziendale; • miglioramento, ossia gestione del processo di introduzione delle nuove prassi. Si propone un’ulteriore schema delle fasi del processo di benchmarking (Figura n. 4), che mostra ancor meglio la consequenzialità ed i legami tra le stesse al fine della ricerca del valore (Bocchino, 1995: pp. 65-70). 113 Si ricorda, per completezza, che anche la Commissione Europea ha recentemente definito e descritto le fasi del processo di benchmarking in modo molto dettagliato è quindi assai utile al potenziale utilizzatore (European Commission-DGIII-Industy, 2001: pp. 23-25). 3. Il benchmarking nelle pubbliche amministrazioni Dalla sua teorizzazione, il benchmarking si è diffuso nel mondo delle imprese (OECD, 1999), con applicazioni che vanno dalla grande industria alle piccole imprese, e, in tempi successivi e con gli opportuni adattamenti, in quello delle aziende pubbliche americane (Barman - West, 1998) piuttosto che europee (OECD, 2001b). Le pubbliche amministrazioni, infatti, non sono strutturalmente orientate a gestire la conoscenza a supporto delle decisioni; in particolare a causa della limitata pressione competitiva, della scarsa abitudine al confronto e della debolezza dei loro sistemi di misurazione. Le rilevazioni effettuate e le informazioni prodotte, per quanto possano essere in alcuni contesti accurate e numerose, finiscono così per essere finalizzate principalmente al rispetto dell’informativa esterna obbligatoria e non a supportare concretamente il processo decisionale (Farneti, 2004). In tale contesto il benchmarking, operando come fattore innovativo, può produrre conoscenza costituendo l’occasione per ripensare il ruolo e le modalità di svolgimento dei processi di management pubblico e di governo delle reti. La dimensione tecnica del benchmarking non può però essere analizzata in modo disgiunto dal contesto organizzativo e culturale su cui incide. Le più avanzate esperienze di benchmarking nella pubblica amministrazione in corso a livello europeo sono quelle del Regno Unito (OECD, 2000; www.benchmarking.gov.uk), della Svezia (OECD, 1997) e delle Finlandia (OECD, 2001a). In Italia la situazione è particolarmente complessa a causa di diversi fattori: - dal punto di vista sovranazionale si ricordi che l’ingresso nella comunità europea ha comportato la necessità di adeguarsi a nuove regole di concorrenza e al patto di stabilità; - dal punto di vista nazionale si sono verificati: o l’introduzione del principio di sussidiarietà; o la recente normativa sul controllo e quella in tema di gestione dei servizi pubblici; o il federalismo amministrativo; o la riforma del Titolo V della Costituzione; o l’incremento della domanda di servizi in termini quantitativi e qualitativi in un contesto di costante diminuzione dei trasferimenti dallo stato agli enti sottoposti (Miolo Vitali, 1997). 114 Tali fattori rendono improcrastinabile l’adozione di tecniche capaci non solo di comprendere, ma anche di riorientare l’azione del management pubblico. Appare chiaro come il benchmarking possa essere allora particolarmente utile in un contesto come quello della pubblica amministrazione italiana, dove le informazioni necessarie alla comparazione sono molto più semplici da reperire, rispetto al mondo delle imprese, dove, contemporaneamente, manca il profitto come indicatore sintetico del risultato aziendale ed occorre pertanto ricercare misurazioni sostitutive del vero valore aziendale (Farneti, 2004: p. 2; Borgonovi 2001: pp. 185-188). Inoltre si consideri che, proprio recentemente, sono stati introdotti i principi contabili per gli enti locali (che potranno essere presi come punto di riferimento per l’introduzione di quelli che riguarderanno la P.A. intera), dalla lettura dei quali appare chiaro l’apporto conoscitivo che il benchmarking esterno può fornire per la valutazione della performance e per l’implementazione di azioni che incrementino l’efficacia e l’efficienza della gestione: in tale contesto il benchmarking diviene certamente uno strumento di controllo direzionale. Teoricamente per classificare le esperienze di benchmarking nella P.A. italiana si dovrebbe utilizzare la casistica presente in letteratura, ma dall’analisi del contesto specifico appare chiaro come tale strumento si intenda più come una base per la diffusione delle esperienze che come una tecnica di confronto sistematico. Ecco perché si propone una classificazione differente che consenta di tener conto di tutte le esperienze italiane. Attualmente i livelli di benchmarking rinvenibili nel contesto della P.A. italiana sono i seguenti: 1. benchmarking basato su semplice confronto di modelli, soluzioni, progetti, idee, sottoforma di uno scambio di informazioni; 2. benchmarking basato sul confronto di esperienze finalizzato all’individuazione di buone pratiche (good practice) o delle migliori pratiche (best practice) a livello nazionale o locale; 3. benchmarking basato sul confronto sistematico dei processi o dei risultati attraverso una misurazione comparata di indicatori che potrebbe essere definita, nella P.A., benchmarking cooperativo anziché benchmarking competitivo25 (dove, ad esempio, diversi comuni si riuniscono e comparano apertamente dati precedentemente convenuti); 4. benchmarking basato sull’istituzione di un network di domanda/offerta di servizi per il miglioramento delle performance sulla base di un confronto sistematico da parte di un fornitore centrale. Anche dal punto di vista delle tipologie di benchmarking, appare limitante riferirsi alla dicotomia tra data benchmarking e process benchmarking, in quanto la P.A. italiana non è generalmente organizzata per processi, ma per servizi ed attività. Come criterio di classificazione si propone allora il seguente (Tanese, 2002) che individua tre variabili fondamentali: - processi; - attività/prassi; - indicatori. Dopo questa descrizione dei caratteri generali del benchmarking dovrebbe risultare chiaro come tale strumento di controllo direzionale possa essere di estrema utilità per la gestione in particolare nella pubblica amministrazione. Per verificare l’applicabilità nonché le potenzialità informative derivanti dall’utilizzo del benchmarking, si propone l’analisi dei servizi culturali erogati dalle amministrazioni comunali della Provincia di Forlì-Cesena. 25 Tale precisazione è stata proposta dal Professor R. Mussari nel corso del convegno di studi Il benchmarking e la cultura del confronto, organizzato dalla Facoltà di Scienze Manageriali dell’Università G. d’Annunzio di Pescara, il 19 marzo 2004. 115 4. L’analisi di benchmarking dei servizi culturali nei Comuni della Provincia di Forlì-Cesena L’analisi sui servizi culturali proposta in questa sede ha una duplice valenza: da un lato rappresenta la situazione dei comuni della provincia di Forlì-Cesena nel triennio 2000-200226, dall’altro, grazie al confronto con i risultati dell’analisi realizzata nel triennio precedente 1997-1999, offre un confronto longitudinale della performance raggiunta nell’erogazione di tali servizi. Il primo valore significativo è rappresentato dall’ammontare di spesa corrente, assorbita dai servizi di bilancio che compongono la funzione relativa alla cultura, sul totale di spesa corrente di bilancio nei comuni esaminati (Figura n. 5): tale valore individua l’ammontare monetario, su cui le riflessioni presentate in questo paragrafo vanno a incidere. La funzione cultura assorbe circa il 5,3% delle spese correnti di bilancio; risulta a questo punto necessario evidenziare nello specifico l’influenza di ciascuno dei due servizi attraverso la loro scomposizione in singoli interventi e confrontare i risultati ottenuti rispetto a quelli del triennio precedente. Di seguito si mostreranno alcuni indicatori utili a comprendere l’analisi sui dati di bilancio che su quelli di tipo extracontabile. 4.1. L’analisi dei dati contabili per il servizio Biblioteche, Musei e Pinacoteche Nella Provincia di Forlì-Cesena sono presenti 48 Biblioteche, 34 Musei e 3 Pinacoteche di proprietà comunale. Analizzando la scomposizione percentuale della spesa corrente assorbita del servizio 05.01 attraverso la Figura n. 6, possiamo affermare che l’intervento che assorbe maggiori risorse è quello relativo al Personale con una percentuale del 34%, anche se occorre sottolineare che dal 1997 tale valore ha subito una continua contrazione fino al 2001; il trend complessivo rispetto ai due trienni è comunque decrescente, probabilmente a causa della riorganizzazione del personale effettuata dai comuni coinvolti ed alle problematiche connesse al blocco delle assunzioni verificatosi in questi anni. 26 I dati necessari allo sviluppo dell’analisi sono stati tratti dai rendiconti e dai certificati di bilancio dei comuni, dalle statistiche messe a disposizione dalla Regione Emilia Romagna, dai siti web delle strutture indagate (dopo aver effettuato le opportune verifiche), dai dati contabili integrativi (non desumibili dalle altre fonti) e da quelli extracontabili ottenuti grazie alla somministrazione di un apposito questionario. 116 Trend crescenti, invece, si riscontrano negli interventi Prestazioni di Servizi e Interessi passivi. Il primo ha registrato picchi di notevole variabilità durante i due trienni presi in considerazione, incrementandosi di quasi 6 punti percentuali fino al 2000 e diminuendo poi, nei successivi due anni, fino a stabilizzarsi ad un valore pari al 23%, pari al valore registrato nel 1997: l’incremento delle spese per prestazioni di servizi può essere attribuito al maggior ricorso a personale esterno, delegato dall’ente locale attraverso contratti, allo svolgimento di particolari servizi (es. vigilanza). L’ammontare di risorse assorbite dagli interventi Personale e Prestazioni di Servizi, indicano che la gestione del personale e dei rapporti con soggetti terzi affiancati ai comuni assorbe oltre la metà delle risorse dei comuni. L’aumento degli Interessi passivi, come si comprenderà meglio dal raffronto di questo valore con i dati che emergono dall’analisi delle spese in conto capitale, è probabilmente collegato ad un maggior ricorso a forme di finanziamento esterne. La provincia di Forlì-Cesena, rispetto a tutte le altre della Regione Emilia-Romagna, gode di una minor capacità attrattiva: l’assenza di incrementi nella numerosità di turisti in visita e nella richiesta di ulteriori servizi culturali da parte dell’utenza, provoca una stabilità “negativa” nell’erogazione dei servizi culturali e, conseguentemente, nell’acquisto di nuovi beni di consumo e materie prime, che non risultano essere necessari. Per quanto riguarda i Trasferimenti possiamo affermare che, nonostante negli ultimi anni siano state registrate forti contrazioni dei trasferimenti dello stato agli enti locali in via generalizzata, si riscontra un andamento stazionario poiché il calo è stato “compensato” dai trasferimenti di altri enti sovraordinati ai comuni, non statali, a supporto della tutela della cultura, considerata un patrimonio da tutelare. 117 Per quanto concerne invece le spese in conto capitale27, dalla Figura n. 7 si note come l’intervento più rilevante sia rappresentato dall’Acquisizione di beni immobili, che nel triennio indagato toccato valori pari al 91%. Tale fenomeno è riconducibile ai forti investimenti effettuati dai comuni per la ristrutturazione o il rinnovamento di edifici adibiti ai servizi bibliotecari e museali. Questo avvenimento è confermato dall’aumento delle strutture presenti e/o operanti sul territorio considerato e dall’incremento degli Interessi, a testimonianza del ricorso a forme di finanziamento a medio-lungo tempo per far fronte a questi investimenti. Ha registrato un picco anche l’intervento Acquisto di beni mobili, macchine ed attrezzature tecnico scientifiche, che ha raggiunto un valore di 8% nel 1999 e nel 2000, momento in cui sono stati avviati i progetti di ristrutturazione/ammodernamento. La Figura n. 8 mostra il valore della spesa pro capite relativo alle spese correnti per Biblioteche, Musei e Pinacoteche: risulta evidente come nei comuni con popolazione inferiore la spesa sia decisamente contenuta, mentre nei comuni più grandi (fasce 3, 4 e 5) la spesa si assesti su valori maggiormente elevati, con picchi nei comuni di Cesenatico, Savignano sul Rubicone e Cesena. La spesa media per ciascun abitante, in ogni caso, non supera i 25,30 €, valori decisamente inferiori, come si vedrà nel seguito della trattazione, a quelli delle spese per il servizio 05.02 Teatri, Attività culturali e Servizi diversi. 27 Non si riportano i valori relativi agli interventi Espropri e servitù onerose, Trasferimenti di capitale, Partecipazioni azionarie e Conferimenti di capitale, in quanto in nessuno degli enti analizzati viene riportata in bilancio una posta in relazione a tali tipologie di interventi. 118 Analogamente, la Figura n. 9 evidenzia il valore pro capite della spesa in conto capitale relativa ai 30 comuni considerati. I comuni che hanno sostenuto spese considerevoli durante il triennio sono quelli di Dovadola, Galeata, Sogliano al Rubicone, Santa Sofia, Cesenatico e Cesena, (con valori medi superiori ai 50 € per abitante): si evidenziano i comuni che hanno effettuato forti investimenti per il restauro esterno di edifici adibiti ai servizi bibliotecari e museali già esistenti o per dotarsi di 119 nuove strutture, come è successo nel caso dei comuni di Dovadola e Galeata, dove è cresciuto il numero di Biblioteche presenti, e di Cesena e Cesenatico, dove sono stati aperti nuovi Musei e Biblioteche. 120 4.2. L’analisi dei dati contabili per il servizio Teatri, Attività culturali e Servizi diversi nel settore culturali Come anticipato nelle valutazioni precedenti, il servizio riguardante i Teatri, Attività culturali e Servizi diversi assorbe maggiori risorse rispetto allo 05.01 (più della metà di quelle destinate all’intera funzione cultura, ed esattamente il 61 % circa) e questo dato dimostra in modo evidente l’importanza del servizio nella gestione delle risorse dell’ente locale. Per poter comprendere a pieno gli aspetti di questo servizio, anche in questo caso si procede con la scomposizione in interventi delle spese correnti e delle spese in conto capitale per evidenziare gli elementi più importanti e valutare la loro incidenza sulla totalità delle risorse a loro destinate (Figura n. 10). Esaminando i dati sopra esposti, si evidenzia come l’intervento che, in assoluto, assorbe maggiori risorse è quello relativo alle Prestazioni di Servizi, con un valore pari al 44 % circa nel 2002, percentuale diminuita di oltre 10 punti rispetto al 1997 e quasi 15 dal 2000, dove aveva raggiunto un picco del 61 %; il trend complessivo riscontrabile nei due trienni è decisamente decrescente, probabilmente motivato dalla diminuzione delle attività fornite dalle strutture e affidate a terzi. Il trend complessivo mostra una tendenza stazionaria o negativa per tutti gli interventi del servizio. L’unica eccezione è rappresentata dai Trasferimenti che, rimasti di dimensioni non signigicative nel primo triennio, hanno registrato un’inversione di tendenza che ha portato ad un aumento consistente del loro valore, fenomeno collegato in principal modo alle operazioni di rinnovo che hanno riguardato i Teatri. Nel triennio precedente le strutture erano gestite direttamente dal comune, mentre ora la tendenza è quella di affidare la gestione del Teatro ad altri enti, tendenza supportata dalla normativa di settore. A supporto di tale tendenza, si noti anche la diminuzione delle risorse connesse all’Utilizzo di beni di terzi. La stessa scomposizione per interventi può essere fatta anche per le spese in conto capitale inerenti sempre al servizio 05.02, come mostra la Figura n. 11. 121 Per quanto concerne le spese in conto capitale, la tabella evidenzia una netta prevalenza dell’intervento Acquisizioni di beni immobili nell’assorbimento delle risorse che, seppur in calo rispetto al 1999 (è infatti passato dall’83 al 67%), accompagnato dai valori rilevanti di Acquisto di beni mobili, macchine ed apparecchiature tecnico scientifiche e degli Incarichi professionali esterni (rispettivamente 13 % e 19%), dimostra un incremento degli investimenti compiuti dagli enti locali per effettuare ristrutturazioni spesso curate da personale specializzato esterno, come dimostra l’incremento di oltre 15 punti percentuali degli Incarichi professionali durante gli anni 2000-2002. L’andamento decrescente delle Acquisizioni di beni immobili in concomitanza a quello crescente delle Acquisizioni di beni mobili fa supporre che i lavori di restauro dell’edificio esterno, attivati nel triennio precedente (intervento in crescita con picchi del 91%) siano in fase di conclusione e lascino, perciò, spazio a quelli di allestimento interno. Per quanto riguarda il valore della spesa pro capite relativo alle spese correnti, la Figura n. 12 mostra come la situazione sia piuttosto stazionaria per la maggior parte dei comuni esaminati, con valori medi che passano da quasi € 6 per la fascia 1, a circa € 26 per la fascia 5. Picchi di variabilità nel corso del triennio si sono registrati nei comuni di Longiano, passato da un valore pro capite di € 21 nel 2000 a quello di € 37 nel 2002, e di Cesena, con un’incidenza di spesa corrente su ogni singolo abitante incrementata di € 10 circa. Il comune che registra il valore di spesa pro capite maggiore è Sogliano al Rubicone che ha mediamente sostenuto spese correnti pari a € 254.776 per ciascun abitante. 122 Analogamente, la Figura n. 13 evidenzia il valore pro capite della spesa in conto capitale relativa ai 30 comuni considerati. In questo caso possiamo innanzitutto affermare che molti enti esaminati non hanno sostenuto alcuna spesa in conto capitale per gli anni indagati, come precedentemente evidenziato nel servizio 05.01, portando le medie delle fasce per abitanti a valori più bassi rispetto alle spese correnti: unica eccezione è la prima fascia, che considera i comuni fino a 1.000 abitanti, con un’incidenza della spesa in conto capitale di € 99 per ogni abitante nel 2001. La Figura n. 13 mette anche in evidenza l’estrema variabilità dell’andamento della spesa pro capite, registrando picchi di valori nei comuni di Dovadola, Longiano e S. Mauro Pascoli per il 2002 e Galeata, Gambettola e Portico nell’anno 2000. 123 4.3. L’analisi dei dati extra-contabili per il servizio Biblioteche, Musei e Pinacoteche L’analisi dei dati contabili è solo una parte dell’esame delle performance dei comuni: ad essa va infatti affiancata quella dei dati extracontabili che, nell’esemplificazione qui riportata, coinvolge solo il servizio Biblioteche, Musei e Pinacoteche. L’analisi viene svolta separatamente per le Biblioteche e per i Musei e Pinacoteche. La Figura n. 14 mostra la spesa sostenuta per ciascuna ora di apertura delle biblioteche: tale indicatore di efficienza28 è stato calcolato attraverso il rapporto della spesa corrente sostenuta specificatamente per le Biblioteche e le ore di apertura annuali totali. 28 Ai fini della presente analisi il dato della spesa viene considerato una buona approssimazione del costo. 124 Risulta evidente come i maggiori costi orari del servizio bibliotecario sono sostenuti dal comune di Longiano, con un valore medio che nel 2001 ha raggiunto i € 711 rispetto ad una media di € 70 circa per gli altri comuni. La minor incidenza della spesa sulla gestione del servizio si riscontra nei comuni di Santa Sofia, Rocca S. Casciano, Montiano, Galeata e Gatteo, con una spesa oraria che non supera i € 10,00. Occorre specificare, però, che questo basso valore è accompagnato da ristretti orari di apertura delle strutture e da basse spese correnti, spesso non indici di efficienza e accoglienza della struttura. Un altro indicatore importante riguarda la disponibilità di materiale bibliotecario in relazione alla numerosità degli abitanti di ciascun comune (Figura n. 15). Il rapporto tra volumi e opuscoli disponibili e i potenziali utenti, evidenzia buoni risultati nel comune di Forlì (questo indicatore viene costruito considerando la numerosità delle strutture presenti, la cospicua consistenza dei materiali disponibili e soprattutto l’elevato numero di abitanti del comune (quello con la popolazione maggiore della Provincia). 125 Un ottimo risultato è stato registrato anche nei comuni di Modigliana e Galeata, che nonostante la presenza di appena 3 biblioteche in totale, mettono a disposizione dei propri cittadini e potenziali fruitori del servizio, numerosi volumi e opuscoli, raggiungendo risultati superiori a quelli del comune di Cesena, che possiede ben 13 biblioteche. Per evidenziare l’efficace gestione del servizio da parte degli enti locali è stato calcolato il rapporto tra il numero degli accessi alle strutture bibliotecarie effettuati dai cittadini e le ore di apertura annuali totali: lo scopo di questo indicatore è quello di valutare l’efficacia con cui i comuni soddisfano i bisogni dei propri utenti fornendo un servizio adeguato in termini di disponibilità di apertura (Figura n. 16). La scelta dell’orario di apertura, infatti, è fondamentale: l’elevata disponibilità di volumi e opuscoli non garantisce il soddisfacimento dei bisogni dei propri utenti, poiché, se la biblioteca è aperta poche ore alla settimana, può essere difficile per molti usufruire del materiale disponibile. Tramite un orario di apertura esteso, invece, si permette un elevato numero di accessi, soddisfacendo le svariate necessità dei fruitori più disparati. Questo indicatore mette in evidenza come il comune di Longiano abbia registrato nel corso del 2003, ben 9 ingressi per ciascuna ora di apertura: risultati soddisfacenti sono stati ottenuti anche dai comuni di Savignano sul Rubicone, Forlì e Meldola, dimostrando così di aver scelto orari che agevolano la fruizione della biblioteca. 126 Gli ultimi due indicatori inerenti le Biblioteche valutano la bontà della scelta dell’ente locale rispetto al materiale a disposizione e la sua capacità di soddisfare le richieste di prestito della propria utenza. Il primo, illustrato dalla Figura n. 17, mette in rapporto il numero dei prestiti effettuati dalle Biblioteche di ciascun comune e la consistenza del materiale a disposizione. Con questo indicatore si cerca di valutare la compatibilità del contenuto della struttura con le esigenze e le necessità dei cittadini. Tale indicatore di efficacia mostra che, se il numero dei prestiti è elevato rispetto a quello dei volumi e opuscoli disponibili, l’ente locale, selezionando il materiale da inserire nella propria struttura, ha ottimizzato la scelta, soddisfacendo le aspettative della propria utenza. Come evidenziato, i valori maggiori sono stati raggiunti dai comuni di Gambettola, Meldola e Savignano sul Rubicone, mentre i più bassi sono stati registrati a Gatteo e Predappio. 127 Il secondo indicatore mette in diretta relazione il numero dei prestiti effettuati con quello degli accessi: attraverso questo indice di efficacia si cerca di capire se l’utente che si reca nella biblioteca riesce a trovare quello che sta cercando, trasformando il semplice ingresso nella struttura in un prestito. Procedendo ad analizzare le strutture museali, si mette in relazione la spesa corrente sostenuta dal comune e il numero di utenti che hanno usufruito del servizio durante il triennio indagato (come illustrato dalla Figura n. 18). I comuni che hanno registrato una maggiore incidenza di spesa rispetto al numero di utenza sono Galeata per quanto riguarda il 2001 e Santa Sofia che sostiene elevati costi per ogni visitatore che usufruisce del servizio. La spesa corrente è funzione delle scelte che il comune ha effettuato in relazione alle diverse modalità di gestione del Museo e dei servizi aggiuntivi. Pertanto l’interpretazione di tale dato andrebbe effettuata insieme a tali ulteriori considerazioni. 128 Un altro indicatore significativo per i Musei riguarda il rapporto tra gli utenti e il numero di abitanti per evidenziare l’efficacia del servizio e confrontare il numero di visitatori potenziali con quello dei visitatori effettivi (Figura n. 19). 129 La Figura n. 19 mostra come i comuni di Premilcuore e Predappio abbiano registrato i valori maggiori, con un’utenza doppia rispetto ai cittadini: questo dato può significare che gli stessi cittadini dei comuni considerati abbiano visitato più volte i Musei durante il triennio, oppure che, oltre agli abitanti dei comuni, anche quelli del circondario abbiano usufruito dei servizi offerti. Infine, per valutare l’efficacia del servizio, si confronta il numero dei visitatori dei Musei con le ore annuali totali di apertura: in questo caso si vuole indagare se la quantità di ore in cui il servizio è fruibile è sufficiente e incontra le necessità dell’utenza. Dai risultati evidenziati nella Figura n. 20, il comune che ha ottenuto valori maggiormente incisivi è quello di Meldola, che nel 2002 ha registrato 64 visitatori per ogni ora di apertura: occorre ricordare che il Museo meldolese Ciro Ronchi è di recentissima apertura (30 dicembre 2001), catturando così, l’interesse di numerosi cittadini. Risultati soddisfacenti sono stati ottenuti anche dai comuni di Premilcuore, e Castrocaro Terme e Terra del Sole, con una media di circa 10 visitatori all’ora, dati confortanti anche se di gran lunga inferiori al picco raggiunto da Meldola. Le valutazioni qui proposte per l’analisi dei servizi culturali richiamano l’attenzione su particolari aspetti che costituiscono il punto di partenza per affrontare gli opportuni approfondimenti. La loro utilità si esplica, pertanto, nel rendere possibile il confronto le diverse prestazione dei comuni e, quindi, nel consentire loro di implementare azioni a supporto di una migliore performance nella gestione e del controllo. 130 5. Conclusioni La possibilità di effettuare confronti, sulle performance economico – finanziarie così come su quelle fisico tecniche, sull’efficienza di svolgimento dei processi così come sull’efficacia di prestazione dei servizi, costituisce un’opportunità imprescindibile per le pubbliche amministrazioni al fine di disporre di una contabilità direzionale che sia di reale supporto al processo di programmazione e controllo. Gli enti pubblici, in particolare a causa della scarsa pressione competitiva cui sono sottoposti, possono trovare nel benchmarking una fondamentale risorsa informativa per la valutazione della bontà delle azioni intraprese, nonché di quelle programmate. Essi, inoltre, dovrebbero potersi avvicinare a tale strumento più agevolmente rispetto alle aziende lucrative, per le quali, proprio a causa della competizione diretta, risulta complessa la ricerca di dati concernenti i competitor. Nella realtà, come è stato mostrato in questo lavoro, ben pochi enti locali italiani realizzano benchmarking e chi lo fa si basa per lo più su semplici dati di carattere finanziario, da soli insufficienti a fornire informazioni esaustive sul grado di economicità raggiunto con l’operato aziendale. E’ stato anche evidenziato come i motivi di tale situazione vadano ricercati in una mentalità che, nonostante un’innegabile evoluzione in corso di svolgimento, attribuisce ancora eccessiva rilevanza alla correttezza formale degli atti, piuttosto che alla validità sostanziale dei comportamenti. Ciò si traduce in una diffidenza al confronto, in manipolazioni contabili, in scarsa attenzione alle variabili non economico – finanziarie, nonché nella scelta di adottare sistemi contabili inadeguati, legati alla tradizionale contabilità finanziaria e supportati da software contabili arretrati. La logica del benchmarking, ma più in generale la logica economico – aziendale, potrà diffondersi se e nella misura in cui essi sapranno imporsi, o meglio, nella misura in cui gli amministratori e gli operatori sapranno cogliere la portata del cambiamento richiesto con la loro emanazione e la rilevanza dell’opportunità che viene loro offerta.29 29 Si esprime in merito Farneti “Vorrei concludere questa relazione con un auspicio: che gli operatori sap-piano cogliere la grande opportunità che viene loro offerta, la quale può consentire: - al governo nazionale, di rendere più efficiente il Paese (con cittadini più soddisfatti); - ai tecnici della gestione, di mettere in atto comportamenti più professionali, dunque più appaganti; - ai governi locali (ai sindaci, ai presidenti, agli assessori) di comprendere che la “corretta amministrazione” è anche la “buona amministrazione”, funzionale alla politica, quella che di fatto può produrre il consenso dei cittadini. Farneti (2003 a), p. XXIX. 131 Bibliografia Anessi Pessina E. (2000), La contabilità delle aziende pubbliche, Egea, Milano. Anselmi L. (2001), L' azienda Comune : principi e metodologie economico aziendali per gli enti locali, Maggioli, Rimini. Barman E.M. - West J.P. (1998-dec.), “Productivity Enhancement Efforts In Public and Nonprofit Organisations”, in Public Productivity & Management Review, vol. 22 n. 2, Sage Publications Inc., Usa Beretta S. (1999), in Beretta S. - Dossi A. - Meloni G. - Miroglio F., Il benchmarking nei processi amministrativi, Egea, Milano. Bocchino U. (1994), Il benchmarking. Uno strumento innovativo per la pianificazione ed il controllo strategico, Giuffrè, Milano. Bocchino U. (1995), Manuale di benchmarking. Come innovare per competere. Aspetti operativi, casi pratici e problemi, Giuffrè, Milano. Borgonovi E. (1996), Principi e sistemi aziendali per la pubblica amministrazione, Egea, Milano. Borgonovi E. 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Nuove politiche regionali per i musei - L’applicazione degli standard di qualità in Veneto (Giulia Romagnolo) 1 – L’Atto di Indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e gli standard dei musei Negli ultimi anni si è verificato, ed è tuttora in corso, un processo di cambiamento che sta coinvolgendo numerose organizzazioni culturali. In particolare si sono compiuti notevoli passi in avanti nelle strutture museali che, rispetto al passato, hanno visto crescere in maniera esponenziale il numero di visitatori. Partendo quindi dalla nuova definizione di museo, data dall’ICOM in occasione dell’Assemblea generale di Seoul nell’ottobre 2004, (“Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto.”), si è giunti all’elaborazione di un museo-azienda che vede combinate insieme una dimensione propriamente storico-artistica ad una più specificamente economicomanageriale. L’introduzione di aspetti di tipo manageriale ha portato ad una nuova modalità di gestione del museo: accanto ad attività di conservazione e ricerca, ora si è molto attenti alle esigenze dl visitatore, al marketing, alla comunicazione e, avendo risorse limitate, si è alla costante ricerca di nuove forme di finanziamento. In questo clima di rinnovamento culturale assume un’importanza determinante l’aspetto giuridicolegislativo relativo all’organizzazione e alla gestione del museo. Secondo quanto previsto dall’art.150 del decreto legislativo 31 marzo 1998 n°112, la gestione dei musei statali viene trasferita alle autonomie territoriali: le regioni diventano parte attiva nel proporre ed emanare nuove norme per il funzionamento e il sostegno dei musei e degli altri beni culturali. Si rende quindi necessario definire gli standard di funzionamento e di sviluppo a cui fare riferimento per migliorare la qualità dei musei ed eventualmente trovare modelli di gestione più adeguati. Ai sensi del suddetto art.150 del d.lsg. 112/98 viene affidata ad una Commissione paritetica mista, composta da 5 rappresentanti del Ministero e da 5 rappresentanti degli enti territoriali, l’individuazione dei musei e di altri beni culturali statali da mantenere allo Stato oppure da trasferire, secondo i principi di sussidiarietà alle regioni, alle province, ai comuni. Inoltre la stessa Commissione inserisce nel documento i criteri tecnico-scientifici e standard che sono stati pensati per tutte le realtà museali, per quelle la cui gestione verrà trasferita agli enti locali ma anche quelle d’interesse locale o di soggetti privati. Mentre alcune norme sono obbligatorie e rappresentano il livello minimo di qualità dei servizi che ogni museo deve poter garantire, altre, invece, sono “volontarie” e dovranno essere rispettate solo nelle ipotesi in cui il singolo museo presenti caratteristiche a cui queste si riferiscono, venendo interpretate, negli altri casi, come semplici raccomandazioni e utilizzate come parametri di gestione ottimale. Il documento appena citato costituisce un significativo passo in avanti verso la formulazione dell’”Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei” emanato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali nel maggio 2001. Il testo è frutto della collaborazione fra il Ministero e alcuni esperti del settore. Le disposizioni in esso contenute sono le basi su cui le Regioni stanno lavorando per definire i requisiti di accessibilità ai sistemi museali e ai contributi finanziari in materia di musei di Enti Locali e di interesse locale. L’Atto identifica le funzioni fondamentali per un museo: - 134 Ricerca Conservazione Divulgazione del patrimonio culturale, cui deve essere garantita la massima accessibilità. Nella formulazione del documento si è ritenuto opportuno adottare, come ambiti di riferimento, i medesimi standard compresi nel Codice deontologico dell’ICOM: - Status giuridico - Risorse finanziarie - Strutture - Personale - Sicurezza - Gestione delle collezioni - Rapporti con il pubblico e relativi servizi - Rapporti con il territorio Nel passaggio dalla formulazione di principi generali alla definizione concreta di standard minimi, nel documento ministeriale si distingue fra due tipologie di standard. Alcuni sono infatti destinati a divenire requisiti obbligatori – come l’adozione di uno statuto o di un regolamento, la tenuta di inventari delle collezioni aggiornati e completi di documentazione fotografica, la presenza di personale qualificato con responsabilità nella gestione e cura delle collezioni, l’individuazione di livelli minimi di apertura al pubblico e di criteri espliciti per l’accessibilità delle collezioni – mentre su altri terreni si prospetta la necessità di formulare piuttosto “linee guida”, raccomandazioni, procedure tipo tese a migliorare la qualità dei servizi museali, da adattare e applicare tenendo conto sia delle caratteristiche e dimensioni di ciascun museo, sia del rapporto fra le dotazioni assegnate e le prestazioni attese. Non vuole essere una rigida imposizione dall’alto che intende uniformare tutti i musei privandoli della loro identità, quanto piuttosto vuole diventare un’opportunità di crescita per gli istituti che, attraverso i vari meccanismi di autovalutazione sono in grado di proporre un continuo miglioramento delle loro prestazioni. Nasce quindi una nuova fase per il museo che perde quella caratteristica di autoreferenzialità e si avvicina sempre più alla realtà che lo circonda diventando un servizio pubblico. L’Atto di Indirizzo, valido per tutti i musei italiani, necessita tuttavia di un riconoscimento regionale per poter essere applicato. Risulta quindi determinante il ruolo delle Regioni che si trovano a gestire in totale autonomia le politiche culturali e ad eseguire e attuare norme in materia di beni, servizi e attività culturali. Un aspetto dell’autonomia è costituito dalla differenziazione. In futuro, per partendo da principi fondamentali definiti dallo Stato, si verificheranno tra le regioni o addirittura all’interno delle stesse, forme di gestione e valorizzazione dei musei profondamente differenziate. Se da un lato questa situazione può favorire le realtà locali ed il loro territorio, dall’altro si deve evitare qualsiasi forma di disgregazione. E’ auspicabile giungere rapidamente all’attivazione di tavoli di confronto sia a livello nazionale che a livello regionale, attraverso l’istituzione di apposite Commissioni per i beni e le attività culturali in grado di coordinare, attraverso una programmazione congiunta, Stato, Regioni e Autonomie locali. La dott.ssa Adele Maresca Compagna dell’Ufficio Studi del Ministero per i beni e le Attività Culturali, sostiene che “in questo processo di ricognizione e di analisi delle specifiche funzioni (“mission”)…il confronto con parametri e standard più o meno definiti costituisce un importante punto di riferimento. Le soluzioni gestionali prescelte dovrebbero essere infatti quelle che consentono di raggiungere i migliori risultati sia in materia di conservazione, di sicurezza, di prevenzione dai rischi, che in materia di catalogazione, ordinamento e allestimento, incremento delle collezioni, valorizzazione e fruizione pubblica, e che garantiscono investimenti e professionalità adeguate”. Il Ministero, attraverso l’Atto di Indirizzo, “intende sensibilizzare sempre più gli operatori dei musei della necessità di porsi degli obiettivi chiari, di verificare i risultati della propria attività, di rimettere in discussione periodicamente i modelli organizzativi e la qualità dei servizi resi al pubblico”. L’Ufficio Studi del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali si è fatto promotore di una serie di iniziative volte ad avviare il processo di recepimento dell’Atto di Indirizzo presso le regioni, 135 attraverso questionari, dibattiti, convegni. Le regioni, a loro volta, si sono impegnate a diffondere in maniera capillare il documento tra tutte le realtà museali. 2 – L’applicazione degli standard nei musei veneti Con la deliberazione n.1301 del 31 maggio 2002, la Regione Veneto ha intrapreso varie attività per rendere possibile un’analisi approfondita del complesso testo ministeriale, per comprendere come i criteri tecnico-scientifici potevano essere applicati alla molteplice realtà dei musei veneti. La prima tappa è stata la costituzione di gruppi di lavoro. La Direzione Cultura ha scelto stimati esperti all’interno della Commissione Consultiva (che si occupa di indicare i requisiti minimi dei musei per accedere ai contributi regionali) e li ha suddivisi in quattro gruppi simili per problematiche, accorpando a due a due gli otto ambiti di applicazione dell’Atto di indirizzo. I quattro gruppi risultano così suddivisi: 1) status giuridico (amb.I) e assetto finanziario (amb.II); 2) le strutture del museo (amb.III) e la sicurezza del museo (amb.V); 3) il personale (amb.IV) e la gestione e cura delle collezioni (amb.VI); 4) i rapporti del museo con il pubblico e relativi servizi (amb.VII) e i rapporti con il territorio (amb.VIII). I componenti dei gruppi (direttori di musei veneti, docenti di diritto amministrativo e di economia aziendale, esperti di comunicazione e museologia, dirigenti e funzionari della Regione Veneto) dopo un’attenta analisi critica di quanto enunciato nei diversi ambiti di applicazione, sia nelle pagine relative alle norme tecniche sia alle linee guida, hanno individuato i requisiti minimi per aderire allo status di museo. Inoltre hanno segnalato gli obiettivi cui il museo deve tendere, attraverso un processo di autovalutazione oggettivamente misurabile, per intraprendere nuove e continue iniziative di miglioramento. Tenendo presente che la maggior parte dei musei veneti è di proprietà degli Enti Locali e che le dimensioni sono medio-piccole, i gruppi di lavoro hanno adattato il testo ministeriale alla realtà veneta, proponendo quindi una “via sussidiaria” all’applicazione degli standard. Il tempo massimo per i gruppi di lavoro è stato fissato al luglio 2003 in modo tale che, quei musei che entro il 30 settembre dovevano presentare la domanda per i contributi, potevano già avviare una prima fase di adeguamento agli standard. Un momento significativo di verifica e confronto è stato offerto dalla VI Conferenza Regionale dei Musei del Veneto, svoltasi a Rovigo nei giorni 23-24 settembre 2002. Rappresentanti di varie Regioni e del Ministero per i Beni e le attività culturali, attraverso interventi e approfondimenti mirati, hanno spiegato l’utilità del documento ministeriale sugli standard e hanno affrontato il problema della sua applicazione concreta, passando da una fase ideale ad una reale. Inoltre nel corso del convegno i quattro relatori portavoce dei gruppi di lavoro della Regione Veneto hanno avuto modo di presentare le prime considerazioni, pur ancora del tutto parziali, in merito al recepimento dell’Atto di indirizzo. L’attività dei quattro gruppi si è conclusa nel maggio 2003 quando sono stati evidenziati i risultati derivanti dall’analisi del documento ministeriale e, in virtù di questi, sono state delineate le linee guida per la conseguente applicazione in ambito locale, con un’indicazione precisa di soglie di valutazione al di sotto delle quali un museo non può essere definito tale. Il processo di adeguamento agli standard museali nel Veneto giunge alla delibera n. 2863 del 18 settembre 2003 con la quale la Giunta Regionale approva l’applicazione sussidiaria in sede locale del Decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali del 10 maggio 2001 – Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei. Inizia così una nuova fase per i musei che sono coinvolti attivamente nel processo di adeguamento e, con il raggiungimento di standard minimi gestionali, sono proiettati verso un continuo miglioramento delle loro prestazioni. La D.G.R. 2863/2003 costituisce uno strumento di lavoro utile anche per la Regione che può procedere ad una nuova classificazione dei musei e, alla successiva costituzione di un Sistema Regionale dei Musei Veneti. 136 Il provvedimento appena citato, riguarda principalmente tutti quei musei che ricevono il beneficio dei contributi regionali ai sensi della legge regionale n.50 del 1984 “Norme in materia di musei, biblioteche e archivi di enti locali o di interesse locale”. Teoricamente si tratta di 130 istituti, ma nel corso degli anni i musei che hanno fatto realmente domanda di accesso ai contributi sono stati, in numero variabile, tra i 30 e i 50. Questo tuttavia non esclude che tutti i musei di prossima apertura che richiedono il contributo regionale si debbono avvalere della delibera 2863/2003. Va sottolineato inoltre che il passaggio alla fase di adeguamento sarà lento e progressivo in modo tale da consentire anche alle più piccole realtà museali di aggiornare la loro posizione in relazione agli standard minimi, pur mantenendo la loro identità. Proprio per questo motivo, la Giunta regionale del Veneto ha deciso di procedere in tre fasi: 1) Fase di adeguamento - Indicazione degli standard minimi gestionali perché si dia luogo ad una corretta e universalmente riconoscibile definizione di “museo”; - Comunicazione tramite circolare a tutti i musei veneti del presente atto; - Raccolta dell’adesione volontaria degli istituti che intendono aderire al processo di accoglimento del recepimento degli standard minimi entro sei mesi; - Indicazione del recepimento degli standard minimi entro un periodo massimo di tre anni. 2) Fase di sviluppo - Definizione di schede di autovalutazione per il riscontro dell’adeguamento agli standard minimi; - Raccolta ed elaborazione dei dati emersi dalla analisi delle schede di autovalutazione; - Revisione del processo classificatorio dei musei sulla base sia della rispondenza a oggettivi parametri di qualità gestionale sia alla rilevanza del museo in ambito territoriale secondo i dati emersi dalle schede di autovalutazione; - Verifica, sulla base dei dati raccolti, della possibilità di avviare azioni di concertazione tra Regione, Province, Comuni e Comunità montane alo scopo di analizzare modi e contenuti per lo sviluppo e la promozione dei sistemi museali e delle reti museali; - Attività formativa per il personale dei musei, delle amministrazioni pubbliche e degli enti proprietari e gestionali, allo scopo di sviluppare la conoscenza dei processi di adeguamento agli standard minimi. 3) Fase di miglioramento - Definizione delle modalità di classificazione dei musei; - Individuazione di nuovi criteri di distribuzione di contributi regionali sulla base della rispondenza alla classificazione e della presentazione di adeguati progetti attestanti il processo di miglioramento continuo. Nel gennaio 2004 è iniziata ufficialmente la fase di adeguamento. La Direzione Cultura della Regione Veneto ha inviato a tutti i musei, una brochure che comprende: 1) La Delibera regionale n. 2863 del 18.09.2003, 2) Un allegato nel quale vengono individuati i requisiti minimi gestionali per la definizione di musei, sistemi e reti museali e sono delineati gli indirizzi di sviluppo di aree di miglioramento. 3) Una griglia contenente gli indirizzi gestionali espressi nell’allegato citato da compilare e riconsegnare entro il 31 luglio 2004 per una prima verifica dello stato di rispondenza agli standard minimi. Attraverso la compilazione di questa scheda il direttore, conservatore o responsabile amministrativo del museo dichiara l’adesione alla fase di adeguamento, indica il prospetto di attuale rispondenza agli standard minimi gestionali e segnala le aree di miglioramento sulle quali si prevede di 137 intervenire e i relativi tempi di adeguamento. L’analisi dei moduli di adesione fornisce un panorama completo della situazione veneta in materia di recepimento degli standard di funzionamento e sviluppo dei musei. Sarà un lavoro interessante da svolgere nei prossimi mesi quando all’Ufficio Musei della Direzione Cultura saranno pervenuti tutti i prospetti museali. Il prospetto di rispondenza attuale contiene una griglia nella quale sono indicati i requisiti minimi per ciascuno degli otto ambiti (Status giuridico, Assetto finanziario, Strutture del museo, Personale, Sicurezza del museo, Gestione e cura delle collezioni, Rapporti del museo con il pubblico e relativi servizi, Rapporti con il territorio). Nella seconda cella del modulo si richiede di segnalare la situazione presente del museo attraverso una risposta positiva o negativa in caso di possesso o meno del requisito. La cella successiva prevede l’indicazione dei margini di miglioramento, ossia, in quanti anni (uno, due o tre) si pensa di poter raggiungere il requisito mancante. Infine viene lasciata una quarta cella per segnalare eventuali note o precisazioni. Ritengo utile e necessario analizzare ora quali sono gli standard minimi indicati nella scheda di adesione, tenendo presente che sono gli stessi parametri indicati nella Delibera regionale 2863/2003. Allego pertanto a questa mia relazione la griglia degli indirizzi gestionali in modo tale che sia più chiaro il contesto di riferimento. Status giuridico – Ambito I I musei, come indicato anche nel documento ministeriale devono dotarsi di uno statuto o regolamento che oltre a confermare la loro natura di organismi permanenti e senza scopo di lucro, individuino anche la loro missione e le finalità. Indipendentemente dall’ente proprietario, il museo deve acquisire una maggiore autonomia sia scientifica che gestionale, pur rimanendo valido il ruolo delle amministrazioni per definire le funzioni di indirizzo. E’ altresì importante che vengano definite le responsabilità scientifiche e gestionali e quelle relative all’amministrazione del patrimonio mobile ed immobile. Il regolamento del museo deve inoltre contenere l’assetto finanziario e l’ordinamento contabile, le norme e le dotazioni di personale, i principi generali per la gestione e cura delle collezioni, i principi generali di erogazione dei servizi al pubblico, i compiti e le funzioni in riferimento al contesto territoriale. Infine, proprio perché si va verso l’idea di un museo come “servizio pubblico” è bene adottare una carta dei servizi o dei diritti dell’utente. Assetto finanziario – Ambito II Il museo deve avere autonomia finanziaria e disporre di risorse economiche adeguate alle sue dimensioni e caratteristiche tali da garantire il rispetto degli standard minimi gestionali stabiliti per le strutture, il personale, la sicurezza, la gestione e la cura delle collezioni, i servizi al pubblico. Pertanto la responsabilità di destinazione e impiego dei fondi dovrebbe essere affidata ai direttori. E’ compito primario degli enti proprietari assicurare la regolarità dei flussi finanziari per consentire il normale funzionamento e il conseguimento delle finalità secondo una programmazione pluriennale delle attività. La gestione finanziaria e contabile dovrà avvenire attraverso bilanci e con l’adozione di documenti contabili in grado di enucleare le voci di entrata e di spesa. In conclusione è necessario redigere un rapporto finale di consuntivo e di verifica. Strutture del museo – Ambito III Il museo deve garantire che le sue strutture possano soddisfare le esigenze delle collezioni (quindi l’esposizione, il deposito ordinato e accessibile, la movimentazione senza rischi), del personale (spazi adeguati per l’attività lavorativa) e del pubblico (svolgimento di attività didattiche, di ricerca e di studio, nonché le esposizioni temporanee) e quindi essere in grado di conseguire specifici obiettivi di qualità. Va inoltre considerata l’adeguatezza degli spazi, dotati di un’efficace illuminazione naturale ed artificiale e di condizioni microclimatiche in relazione alla tipologia dei visitatori. Personale – Ambito IV Il museo deve essere dotato di personale sufficiente, con adeguata qualificazione in relazione: - alle dimensioni della sua sede; - alle caratteristiche delle collezioni; - alle responsabilità e funzioni del 138 museo stesso, anche in rapporto con le altre istituzioni del territorio; - all’esigenza di garantire continuità e stabilità ai servizi. L’ente proprietario si impegna a definire i profili professionali essenziali, i requisiti di accesso le modalità di selezione e di inquadramento del personale museale al fine di garantire omogenei livelli qualitativi delle prestazioni. Sono stati delineati quattro profili irrinunciabili: un direttore responsabile della programmazione culturale e della gestione amministrativa del museo, un conservatore delle collezioni con responsabilità di gestione scientifica, un addetto alla didattica e alla comunicazione, un responsabile della vigilanza e della custodia. Per la realizzazione di queste funzioni, gli enti titolari si avvalgono di figure qualificate e specializzate di comprovata esperienza, in grado di gestire attività di alta complessità tecnicoscientifica. Sicurezza del museo – Ambito V Quello della sicurezza è indubbiamente un requisito fondamentale per gli insediamenti museali e comprende sia le problematiche inerenti la salvaguardia dell’edificio e del suo contenuto, sia la sicurezza degli addetti e dei frequentatori. Il museo deve quindi dotarsi di un piano di valutazione del rischio, in modo tale da commisurare la strategia di sicurezza alla specifica realtà, spesso caratterizzata da strutture storico-monumentali che necessitano di essere messe a norma. Nel caso di musei collocati in edifici storici sono quanto mai necessari una perizia statica e il superamento delle barriere architettoniche. Gli enti proprietari sono tenuti a predisporre un piano di gestione delle emergenze che garantisca la sicurezza del personale, dei visitatori e dei soccorritori. Infine con l’installazione di sistemi antincendio e di allarme, il museo va tutelato e preservato anche da azioni dannose che possono venire dall’esterno come gli incendi, i furti o gli atti di vandalismo. Gestione e cura delle collezioni – Ambito VI Dal momento che le collezioni sono elemento costitutivo e ragion d’essere di ogni museo, ne consegue che la loro cura e gestione costituiscono un compito di primaria importanza. Pertanto, il direttore del museo deve essere una figura qualificata, un esperto conoscitore della materia, in grado di svolgere in proprio e coordinare attività di ricerca intorno alle collezioni. Il museo deve adottare un documento di carattere generale, con dichiarazione dell’inalienabilità delle collezioni, che individui gli indirizzi relativi alla gestione e cura delle stesse. Nell’individuazione di tali obiettivi di qualità è necessario il ricorso a competenze tecnico-scientifiche di vario tipo, tra cui anche addetti qualificati alla manutenzione e al restauro. Elemento imprescindibile è l’elenco e la catalogazione dei beni in dotazione al museo, nonché l’elenco delle opere non soggette al prestito per motivi di conservazione e/o sicurezza. Si deve garantire ovviamente la piena accessibilità fisica e intellettuale, con l’esposizione pubblica in via permanente o temporanea e l’apertura per un minimo di 24 ore settimanali, compreso il sabato o la domenica. Inoltre vanno definite chiare modalità di accesso alle collezioni da parte di esperti e studiosi che, possono assicurare con le loro competenze e risorse il conseguimento di risultati di comune interesse. Rapporti del museo con il pubblico e relativi servizi – Ambito VII Poiché, come abbiamo detto, ci troviamo in una fase di rinnovamento per il museo che sta progressivamente uscendo dal suo isolamento per confrontarsi con la realtà circostante, è quanto mai importante stabilire degli obiettivi di qualità relativi al rapporto dell’istituzione culturale con il pubblico. In tal senso nel modulo di adesione il questionario relativo all’ambito VII risulta molto preciso e dettagliato. Va ricordato inoltre che, da gennaio a giugno 2003, la Regione, in collaborazione con gli Amici dei Musei di Padova ha svolto un’indagine sui servizi al pubblico dei musei veneti. La scheda di rilevamento, ideata dal Gruppo di lavoro n.4 sugli standard museali, è stata spedita a 320 musei veneti e ha fornito una prima fotografia della situazione attuale. Il museo deve garantire condizioni di accesso al pubblico e fruibilità tramite i seguenti parametri: raggiungibilità del museo, orario di apertura (almeno 24 ore settimanali), comunicazione delle modalità di accesso e presenza di un servizio di informazione e biglietteria, assistenza a categorie speciali di utenti, uso di icone per la sicurezza, i divieti e l’orientamento, presenza di spazi di sosta e 139 di riposo. Sono considerati servizi essenziali la segnaletica esterna e gli apparati didascalici che offrono al visitatore chiare indicazioni delle opere esposte. Il museo deve inoltre attivare servizi speciali agli utenti quali servizio educativo, biblioteca, fototeca, depositi attrezzati. Nell’ambito della promozione del museo è determinante la programmazione di visite a tema, conferenze, eventi culturali; contatti con i mezzi di comunicazione; realizzazione di un sito web o comunque la presenza in un portale di riferimento; l’accordo con altri musei, istituti di ricerca, università, enti e fondazioni. E’ necessario che il museo sia dotato di un sistema oggettivo di quantificazione delle presenze attraverso la raccolta dei dati di frequenza. Infine è determinante la verifica del gradimento del pubblico tramite l’uso di questionari specifici. Rapporti con il territorio – Ambito VIII Il museo svolge un ruolo attivo nei confronti del territorio di appartenenza ed è bene che i legami culturali vengano specificati già nello statuto o nel regolamento. Di fronte alla molteplicità delle realtà museali, le indicazioni relative ai legami con il territorio non possono essere troppo dettagliate. In ogni caso risulta fondamentale partecipare a progetti comuni a più soggetti, sulla base di una programmazione sistematica e continuativa formalizzata da atti negoziali. Il pieno sviluppo della vocazione territoriale del museo comporta risorse finanziarie, strutture e personale adeguate e specifiche che devono essere garantite dalle amministrazioni locali. 3 – Conclusioni L’invio della brochure a tutti i musei veneti contenente la D.G.R. n.2863/18.09/2003: Adesione alla fase di adeguamento agli standard museali – anno 2004, costituisce un passo fondamentale verso l’applicazione dei criteri tecnico-scientifici delineati negli otto ambiti dell’Atto di indirizzo. Dall’analisi dei dati raccolti sarà possibile calibrare i tempi e i modi delle due fasi successive, di sviluppo e di miglioramento, adeguando le iniziative della Regione alle reali situazioni dei musei. Pur non essendo possibile determinare in modo preciso i tempi dell’intero processo di adeguamento, va tuttavia sottolineata la volontà di giungere ad una nuova classificazione dei musei e magari alla costituzione di un Sistema Regionale. Attraverso l’Atto di indirizzo gli operatori dei musei sentono la necessità di porsi degli obiettivi chiari, di verificare i risultati della loro attività, di rimettere periodicamente in discussione i modelli organizzativi e la qualità dei servizi resi al pubblico. L’approvazione sussidiaria nel Veneto del decreto ministeriale con la D.G.R. n. 2863/2003 e l’avvio della successiva fase di adeguamento costituiscono motivo di orgoglio per la Giunta Regionale che, risulta tra le prime regioni italiane (insieme a Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte) ad aver affrontato il tema del recepimento degli standard a livello locale. Giulia Romagnolo 140 13. Importanza e implicazioni della comunicazione esterna dei musei (Barbara Zappaterra) 1. “ A che serve la storia dell’arte antica?” Così Ranuccio Bianchi Bandinelli intitolava, nel 1944, la sua lezione inaugurale all’Università di Firenze dove teneva l’insegnamento di Archeologia. Lo scopo del grande studioso di arte e archeologia classica, in un’epoca oscura e luttuosa come quella del secondo conflitto mondiale, era quello di riflettere e interrogarsi sul valore concreto degli studi archeologici. In un’epoca travagliata come la nostra, la domanda ritorna impellente: a che servono lo studio e la conoscenza del passato? A che servono i Musei? E’ ancora diffuso luogo comune l’identificare il Museo come tempio di una cultura distante, elitaria, polverosa; spesso, avvolto da un’aura di sacralità, è un’istituzione considerata distante dai non specialisti. Lentamente, però, quest’immagine va dissolvendosi e il Museo nella società contemporanea si sta ridefinendo come luogo di memoria e tutela ma “anche e soprattutto luogo di esperienza conoscitiva, aggregazione sociale, crescita civile, ridefinizione identitaria” (BODO 2000). Se permangono le tradizionali funzioni di conservazione e tutela, nel Museo maggiore rilevanza assumono la valorizzazione e la fruizione dei beni culturali “per finalità di educazione e di studio” (D. M. 10.05.2001, Dlgs 42/2004, art. 101/2, Programma della Regione Emilia Romagna degli interventi in materia di biblioteche, archivi, musei e Beni culturali per il triennio 2004-2006). Alla base di tali indirizzi normativi, oltre che epistemologici, vi è una specifica idea di Museo, che lo legittima come sistema cognitivo: i processi di comunicazione ne accrescono l’accessibilità culturale e sollecitano il coinvolgimento del pubblico che diviene, così, un interlocutore attivo (SOLIMA 2000). Ma perché è importante che il Museo comunichi ? Una più intensa fruizione e frequentazione sono importanti per una realtà in cui sviluppo socioeconomico e culturale-educativo si intersecano. Il Museo concorre allo sviluppo culturale della società e dà luogo ad un reale apprendimento; in un’epoca storica come la nostra in cui si assiste ad un generale fenomeno di “globalizzazione” diviene fondamentale preservare e salvaguardare tradizioni e cultura di un luogo, per difenderne l’identità e mantenerne vive le specificità culturali. Conservare la conoscenza del passato è premessa per creare qualcosa di originale: “la modernizzazione passa attraverso la conoscenza perfetta dell’antico, per creare qualcosa di nuovo rispetto al passato occorre conoscere bene questo passato. Stabilire un contatto diretto con gli oggetti del nostro passato significa comprenderli meglio, comprendere il contesto che li ha generati e diviene momento fondamentale per lo sviluppo cognitivo dell’individuo. Ma il patrimonio culturale ha un ruolo anche socio-economico: lo sviluppo, la vitalità sociale ed economica di una comunità passano anche attraverso l’educazione. Il museo oltre che strumento di informazione critica, può essere “fucina per la formazione del gusto e l’esercizio della creatività” (BERTUGLIA 1999). La letteratura specialistica evidenzia come, con il processo di globalizzazione, si assista ad uno spostamento delle produzioni standardizzate di beni di massa in paesi od aree geografiche dove il costo della manodopera è nettamente inferiore rispetto alla realtà europea ed italiana. L’alta competitività ha provocato una crisi economico-produttiva nelle aree cosiddette “di prima industrializzazione” da cui è possibile uscire solamente individuando alternative nelle strategie produttive. La ricerca potrebbe cercare nuovi filoni di produzione di beni e servizi ad alta specificità e ad elevata tecnologia, quindi competitivi e non erodibili dal mercato globale. Tali requisiti si 141 ottengono solo attraverso la ricerca, lo studio e la diffusione del sapere tecnico-scientifico e i musei in tale processo giocano un ruolo cardine. Per C. S. Bertuglia, infatti, “essi costituiscono una risorsa economica, non tanto per l’occupazione che possono generare direttamente, quanto piuttosto perché sono strutture dove […] si può educare il gusto, strumenti di formazione culturale, mezzi privilegiati per la trasmissione e la produzione di cultura. Il museo allora, oltreché spazio in cui conservare la memoria, deve essere inteso come risorsa per la formazione, per l’aggiornamento, per la ricerca”, anche perché, spesso, specie i musei storici, archeologici e demo-etno-antropologici costituiscono la memoria produttiva di un luogo (BERTUGLIA 2004). Patrizio Bianchi sottolinea come la crisi sociale ed economica che colpisce alcune realtà può trovare superamento proprio nella riscoperta della propria identità culturale che avviene anche attraverso i Musei e gli istituti culturali: i beni culturali, in questo senso, non sono più semplici fattori di rendita ma materia di investimento e motori di sviluppo fondamentali per il futuro di una comunità. P. Ceccarelli ribadisce il concetto di museo come luogo di stimolo per la creatività e l’innovazione, come istituzione votata alla formazione, laboratorio dove le idee si fanno fattori di creazione e quindi di sviluppo. Diversi gli esempi di città - Barcellona, Bilbao, ma anche Perugia e Siena - i cui piani di sviluppo puntano sui beni culturali, intesi come volano non solo e non tanto per lo sviluppo di un’economia della cultura ma per una più vasta e articolata rigenerazione dell’economia locale: le città, i centri storici ritornano ad essere produttori di reddito. E’ evidente da questi esempi che il nesso tra sviluppo e cultura deve condurre ad una programmazione politica attenta alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale. Anche se, da parte dell’apparato politico-amministrativo, non sempre è solida la convinzione della forza dei beni culturali come fonte di investimento, tuttavia sono ormai diffusi i casi di città o aree che impostano i propri piani di sviluppo e di strategie socio-economiche sui valori della cultura, nella consapevolezza di innescare nuovi processi economici: la stessa normativa statale, attraverso la legge quadro sul turismo (L. 135/2001), riconosce rilievo alla valorizzazione economica del patrimonio museale30. Seppure ancora lentamente, si va facendo strada la consapevolezza che quello che per lungo tempo è stato un peso può divenire fonte di ricchezza anche economica: i musei calati nel proprio contesto territoriale, con opportune strategie, possono rivitalizzare anche realtà minori (Chirieleison 2002). RAGIONI DELLA COMUNICAZIONE: CULTURALI/EDUCATIVE SOCIO/ECONOMICO/ POLITICHE sviluppo culturale e tecnico- reperimento di nuovi scientifico della comunità finanziamenti, beni o servizi cambiamento quali-quantitativo produzione di ricchezza del pubblico dei musei Occupazione diretta e indiretta 30 Per quanto riguarda il turismo culturale, ad esempio, si stima che in Italia abbia un fatturato di circa 20 miliardi di euro (pari al 26% del fatturato totale del settore turistico), una gestione strategica dei Musei quindi può avere un impatto positivo sull’economia del territorio:” è ovvio che non ci si può attendere questo risultato dai soli musei…la loro capacità ttrattiva sarà tanto pù efficace nel generare flussi di domanda…quanto più essa si esprimerà in un quadro…che coinvolga varie politiche settoriali (infrastrutturali, turistiche, di marketing territoriale” (Chirieleison 2002) 142 2. Le sfide comunicative dei musei Sono tre i principali destinatari (= sfide) cui indirizzare la comunicazione (e il marketing) del Museo: 1. il pubblico per finalità culturali ed educative, poiché sono i visitatori a vivificare il museo31; 2. la sfera politica per ottenere sostegno e visibilità; 3. la sfera economica per ottenere finanziamenti, importanti per supportare gli obiettivi strategici del museo. 1. E’ concezione consolidata nella normativa e nella letteratura di settore che la missione e gli obiettivi dei musei debbano essere indirizzati verso la collettività; l’attenzione dell’opinione pubblica è la principale sfida: l’appoggio concreto del pubblico e la conoscenza a tutti i livelli sociali hanno un positivo effetto per il museo sia in termini economici che culturali/educativi32. 31 “E’ innegabile che molti istituti siano deserti perché nessuno sa che esistono o ne conosce l’importanza…Una ricerca svolta nel 1987 in Italia…su un campione stratificato di 15 mila adulti, considerando i 30 musei italiani più visitati, ha mostrato che questi erano conosciuti in media soltanto dal 9% degli intervistati, dei quali il 3,6% vi avevano già una visita…Anche se in questi anni la situazione è…cambiata, sicuramente il tasso di notorietà dei musei di piccole dimensioni è senz’altro molto più basso de 9%, anche tra la popolazione della comunità sl cui territorio insistono.” (Chirieleison 2002) 32 “La massimizzazione dei visitatori non deve essere perseguita per cercare di raggiungere un improbabile miglioramento delle condizioni di equilibrio economico-finanziario, ma per far sì che il sostenimento dei costi necessari per tenere in vita il museo sia giustificato da una sua effettiva utilizzazione come mezzo di diffusione della cultura”(Ead.) 143 Per questo è fondamentale la comunicazione con il pubblico e la collettività. La comunicazione ha inizio dall’allestimento e dai principi museologici e museografici sottesi alla realizzazione del Museo: al fine della comprensione è importante la narrazione, la contestualizzazione, l’illustrazione degli oggetti e delle collezioni, è necessario che il Museo si trasformi da dispensatore di informazioni a generatore di esperienze: “Gran parte del lavoro del museo consiste nel contestualizzare gli oggetti nelle collezioni a beneficio dei visitatori. La narrazione è la tecnica più congeniale a questo scopo […] Definire il contesto è una parte essenziale del processo di convincimento delle persone del valore dell’esperienza che stanno vivendo. A volte il lavoro è già fatto […]altri oggetti hanno bisogno di qualcosa di più. Se vi presento un vecchio pezzo di legno e vi dico: <questo è un vecchio pezzo di legno marcio>, voi risponderete : < Si, certo, per favore toglimelo dal tavolo>. Se invece riesco a presentarlo con una certa autorità e dico che in realtà è un pezzo originale della Croce, avrà un significato completamente nuovo.[…] Perché la gente ritorna al Museo? Direi che la ragione è legata al contenuto e alla fiducia.” (Kotler-Kotler, 1999). La finalità educativa del Museo deve spingere gli animatori ad interrogarsi rispetto alle tipologie di pubblico, attraverso modalità di indagine diversificate (osservazione diretta, rilevazione afflusso, realizzazione ed esame di questionari, …). La programmazione culturale di un museo deve ampliare le proprie offerte, renderle più congeniali ai pubblici, trovare modi di essere utile ai visitatori, offrire istruzione e raggiungere le diverse tipologie di visitatori. Attirare, creare e conservare il pubblico sono gli obiettivi fondamentali della strategia di marketing di un museo (Kotler-Kotler 1999). La didattica e la comunicazione in generale innescano effetti positivi a catena, non solo determinando il più immediato word-of-mouth, il passaparola che efficacemente trasmette impressioni positive (o negative) sul museo (Fuortes 1998) ma anche influenzando la curva di domanda futura per i musei: l’educazione contribuisce a rendere la cultura parte integrante del quotidiano e i musei luoghi familiari, dove le visite ripetute dissipano la sensazione di estraneità e di soggezione (Chirieleison 2002). 2 . La comunicazione verso le istituzioni e quella rivolta alla sfera economico-finanziaria sono anch’esse indispensabili alla sopravvivenza del Museo, in quanto consentono di portare a conoscenza di potenziali sostenitori politici o finanziari l’esistenza dell’istituto e le sue finalità. La missione dei musei è sicuramente limitata dalla mancanza di una gestione autonoma, da una sempre più accentuata riduzione di fondi pubblici (che ora coprono il 90% dei costi di gestione dei musei) e da una concorrenza sempre più forte all’accesso di finanziamenti sia pubblici che privati. Per questo è importante comunicare il Museo agli amministratori locali, ai politici: “Se davvero vogliamo migliorare l’esperienza dei nostri visitatori, dobbiamo convincere i politici del fatto che i musei non sono semplicemente il sicuro deposito dei tesori della nazione, accessibili a chiunque abbia interesse a frequentarli, ma che essi hanno un ruolo molto più dinamico da svolgere nello sviluppo della società nel suo insieme” (Spalding 2000) Il Museo, infatti, se organicamente inserito nel proprio contesto territoriale e opportunamente promosso/comunicato, contribuisce alla valorizzazione dell’immagine di una città o di un’area, può incentivare la capacità attrattiva delle diverse risorse culturali disponibili, svilupparne la percezione del valore storico artistico e supportare strategie di turismo culturale. Se la comunicazione “politica” del bene culturale è convinta e determinata può avere importanti riflessi nell’ambito dello sponsoring e dei patrocinatori per attirare risorse e creare una base più ampia di sostegno al museo in termini sia monetari che di beni e servizi. 144 3. Il mercato di riferimento dei sostenitori è costituito da soggetti pubblici, da soggetti privati e da soggetti appartenenti al cosiddetto terzo settore (fondazioni, associazioni). I soggetti pubblici finanziano le attività culturali a fini istituzionali, per motivi di carattere sociale e per il raggiungimento di bisogni collettivi, di miglioramento di qualità della vita, di sviluppo e valorizzazione del territorio in senso economico/turistico. I soggetti privati possono essere sia singoli individui (volontariato) che aziende. Il sostegno dei singoli individui, dettato in genere da un forte interesse personale, si concretizza nel concorrere alla realizzazione di iniziative e attività del Museo. La gratificazione viene rafforzata dalla menzione pubblica dell’opera o della donazione elargita, per mezzo di canali di comunicazione quali cataloghi, articoli, pieghevoli, inviti, posti riservati, ecc. Tali soggetti, se uniti in Associazioni (“Amici del Museo”, per esempio), apportano denaro attraverso le quote associative e/o sostengono il Museo, attraverso prestazione di servizi come promozione di eventi e visite guidate. Le aziende, invece, si avvicinano agli istituti culturali per interessi economici diretti, come vendite, raggiungimento di determinati mercati, e indiretti, quali il miglioramento dell’immagine, la comunicazione di un’immagine “sociale”, la ricerca del consenso nel territorio in cui operano. Se l’immagine di un museo è forte, se rilevante è l’impatto comunicativo esterno, le aziende sono interessate ad associare il proprio prodotto, il proprio marchio ad un evento o ad una iniziativa del museo stesso (Sereno 2001). L’effetto finale della comunicazione esterna del Museo non sarà infine limitato al solo impatto economico su produzione e occupazione, “bisogna considerare anche l’aumento della domanda determinata dalla richiesta di beni e servizi legati alle attività culturali e le stesse esternalità positive quali la maggiore creatività e l’aumento del livello generale della Cultura” (Trupiano 2001) Nello schema che segue si cerca di evidenziare come la comunicazione per il museo e del museo sia fondamentale per la missione stessa dell’istituto: la comunicazione sui tre fronti, del pubblico, della classe politica e dei sostenitori, ha come esiti il sostegno produttivo, intellettuale, economico e una generale sensibilizzazione nei confronti del bene culturale. Risulta, inoltre, chiaro come un’efficace comunicazione si amplifichi nell’interrelazione e nell’influenza che reciprocamente esercitano fra loro i tre fronti destinatari. La comunicazione ha, dunque, come risultato ultimo quello di attivare/stimolare le condizioni necessarie all’attuazione delle finalità proprie del museo stesso. 145 3. EVIDENZE EMPIRICHE: il Museo Civico Archeologico di Bondeno (Fe) Il Museo di Bondeno, aperto nel maggio 2004, è di proprietà comunale, i beni archeologici sono concessi in deposito temporaneo da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia Romagna. Il Museo, i cui rapporti con le istituzioni statali sono disciplinati da una convenzione, non ha ancora statuto né regolamento, in seno all’amministrazione comunale è un ufficio, diretto amministrativamente dal dirigente del settore socio-culturale e seguito dal punto di vista tecnicoscientifico da un funzionario dipendente del comune, con la qualifica di operatore addetto alle attività culturali. La guardiania è affidata a personale esterno con contratto di collaborazione coordinata e continuativa che ha il compito di aprire il museo il sabato e la domenica, per un totale complessivo di unici ore settimanali. Dal punto di vista politico, allo stato attuale, è l’Assessorato alla cultura, di cui mantiene la delega il Sindaco, a dettare le linee programmatiche del Museo, le cui attività sono, comunque, trasversali a tre assessorati distinti: cultura, turismo, scuola. Le attività didattico-divulgative, seguite, come detto, da un funzionario comunale, sono supportate dal locale gruppo archeologico, in particolare da alcuni soci con specifica competenza in ambito storico archeologico. Dal punto di vista economico-finanziario le spese generali sono sostenute dai vari uffici comunali competenti (ufficio tecnico, ragioneria, economato, personale, ecc.), mentre le spese inerenti le attività di animazione, la dotazione di attrezzature, arredi, restauro e catalogazione sono sostenute dal servizio cultura. Per scelta politica l’ingresso al museo è gratuito, ma si va facendo strada la possibilità di introdurre una contribuzione ad offerta, anche se i fondi raccolti, per ragioni contabili, non possono essere poi direttamente gestiti dal museo stesso. 146 La realtà del Museo Civico Archeologico di Bondeno è ancora molto “giovane” per consentire una valutazione degli impatti positivi della comunicazione: mancano dati sulle possibili ricadute sul fronte politico e del sostegno finanziario e ancora molto scarsi sono quelli sul riscontro di pubblico. E’ tuttavia proprio su questo settore che per ora si è concentrata l’attività dell’istituto, con interventi in parte già in atto, in parte allo stadio progettuale. Attualmente la seconda domenica di ogni mese è dedicata alla promozione del museo: vengono realizzati sia visite guidate per gli adulti che momenti di animazione e giochi per bambini e ragazzi. Ad essa si aggiungeranno momenti di presentazioni di libri e conferenze il sabato precedente, in modo da creare nel pubblico l’abitudine a frequentare a cadenze fisse il museo e a facilitare così una forma di fidelizzazione e consuetudine a fruire dei servizi che esso offre. L’amministrazione ha, poi, espressamente richiesto un coinvolgimento del mondo scolastico e una progettazione che vada verso una partecipazione sempre più attiva e costante della scuola alla vita degli istituti culturali presenti sul territorio (non solo il museo, quindi, ma anche la biblioteca, l’archivio, la pinacoteca). A tale scopo sono stati studiati e proposti alle scuole del comune, ma anche di comuni limitrofi, una serie di percorsi didattici scanditi dalla visita guidata alle collezioni e da momenti ludici o laboratoriali. In particolare un progetto, per le classi prime della scuola media locale, avviato in queste settimane, prevede di dedicare le ore opzionali (40 annue) previste dalla “Riforma Moratti” interamente all’educazione al museo. L’obiettivo non è solo quello di sensibilizzare i ragazzi alle tematiche della storia e dell’archeologia del territorio ma anche di spiegare loro il funzionamento del museo dal punto di vista tecnico e organizzativo. Un momento finale li vedrà protagonisti come comunicatori del museo alla comunità scolastica e alle famiglie. Anche in questo caso le attività sono gratuite per le scuole del territorio comunale, mentre agli studenti degli altri comuni è chiesto un contributo a copertura delle spese per le attività didattiche. Da parte di chi scrive si vorrebbero introdurre anche laboratori per adulti e momenti ricreativo/educativi a pagamento, ad esempio corsi di ceramica, di fotografia, letture animate, concerti, viaggi a tema archeologico, …che unitamente a servizi aggiuntivi e ad apparati tecnologici di supporto alle collezioni e alle tematiche dell’archeologia più in generale (postazioni multimediali, internet) possano essere, oltre che leve di investimento e promozione/comunicazione, anche leve di finanziamento volte alla ricerca di fondi per la copertura, seppure solo parziale, dei costi per il raggiungimento degli obiettivi culturali del museo33. Nella tabella che segue si tenta di analizzare quali siano le ricadute positive (effettive o possibili) sia in termini tangibili che intangibili delle strategie comunicative applicate o in procinto di esserlo. 33 La letteratura dimostra infatti che, in generale, i redditi caratteristici non superano il 54% dei costi di produzione dell’azienda-museo e che nella maggior parte dei casi sono anche di molto inferiori. Mentre i servizi extra-culturali danno un apporto per la copertura del budget sempre inferiore al 10% (Fuortes 1998) 147 NOTE: 1) Sono indicati solamente i costi per la realizzazione delle specifiche attività, dando per impliciti quelli del personale interno dell’Ente coinvolto nelle fasi di realizzazione dei progetti e quelli per la gestione corrente. 2) I rari asterischi, che evidenziano le attività già svolte dall’istituto o in corso di svolgimento, sottolineano come ancora lungo sia il cammino da compiere. 4. EVIDENZE EMPIRICHE: I MUSEI CIVICI ARCHEOLOGICI DELLA PROVINCIA DI FERRARA In premessa importa sottolineare come il quadro rappresentato sia frutto di un’intervista non approfondita (per oggettivi limiti di tempo); l’indagine, condotta a livello puramente preliminare, si è rivolta ai due musei civici archeologici della Provincia di Ferrara: il Museo Civico di Voghenza e il Museo del Carico della Nave Romana di Comacchio. 148 • Il Museo Civico Archeologico di Voghenza Nasce come antiquarium comunale con la finalità di esporre e valorizzare i reperti provenienti dalla necropoli romana di Vicus Abentia; durante gli anni ’90 del secolo scorso, grazie ad una convinta politica culturale viene trasformato in Museo Civico e trasferito in un’ala della Delizia Estense del Belriguardo, dove, recentemente, si è affiancato al percorso espositivo un percorso per ipo e non vedenti, realizzato in collaborazione con l’Associazione Italiana Ciechi, sezione di Ferrara. Il Museo è gestito, dal punto di vista amministrativo, da personale del Comune di Voghiera (1 unità part-time), mentre l’apertura e le attività didattiche sono affidate ad una società privata e ad un’associazione di volontariato, l’Associazione Cultura Ambiente. E’ aperto al pubblico per 127 giorni all’anno, per un totale di 381 ore (dati anno 2000). Apertura serale e gratuità sono assicurate in particolari occasioni quali feste e sagre del paese. Il prezzo di ingresso è di 1€ ed è stato, inoltre, fissato un tariffario per i laboratori didattici. Alla reception sono in vendita pubblicazioni su Voghenza ed una guida al Museo. Si è sempre osservata da parte degli amministratori locali un’attenzione costante all’istituto, che si esplica in una promozione che varca i confini provinciali grazie alla partecipazione a diverse fiere campionarie, alla Borsa del Turismo scolastico e alla Borsa del Turismo archeologico, cui, da alcuni anni, in cordata con la Provincia di Ferrara e i comuni di Bondeno e Comacchio, partecipa anche Voghiera. La promozione del Museo è, inoltre, affidata a televisioni locali e a servizi curati dalle reti nazionali (RAI 2 e 3). Ogni anno viene dedicata una giornata di studi ai materiali e all’archeologia del territorio voghentino che confluisce poi in una pubblicazione. Per le attività didattiche si è apprestato un pieghevole dove si illustrano i laboratori offerti alla scuole e le modalità di attuazione. Il Museo Civico di Voghenza risulta visitato da circa 5000 utenti l’anno (dati anno 2000) provenienti dal territorio ma anche da altre aree geografiche e risulta prevalere un pubblico scolastico. Si registra un incremento di pubblico soprattutto nell’ultimo quinquennio, durante il quale si è intensificata la promozione e la comunicazione del museo; proporzionali all’aumento di visibilità e di pubblico sono una maggiore attenzione politica che si esplicita nel cofinanziamento di progetti mirati alla valorizzazione della struttura e una maggiore sensibilità degli sponsor privati (banche, fondazioni, imprese e ditte locali. 34 • Il Museo del Carico della Nave Romana di Comacchio nasce alla fine degli anni novanta del secolo scorso con la finalità di esporre gli importanti reperti del carico di una nave oneraria romana qui affondata nel I secolo d.C.. La gestione amministrativa e tecnico scientifica è seguita direttamente dall’amministrazione comunale (due unità part-time), mentre le funzioni di custodia, guardiania, book-shop, biglietteria e didattica sono affidate ad una cooperativa. E’ aperto al pubblico tutti i giorni, ad esclusione del lunedì, l’ingresso è a pagamento così come le attività didattiche offerte alle scuole. 34 I dati mi sono stati comunicati da Ottorino Bacilieri, Assessore alla Cultura del Comune di Voghiera, che ringrazio sentitamente 149 Il Museo svolge, in collaborazione con la Soprintendenza per i beni archeologici dell’Emilia Romagna-Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, attività di ricerca e studio, organizzando periodici convegni e mostre su aspetti archeologici del territorio e tipologie di materiali. Per incentivare l’afflusso e la fidelizzazione del pubblico nei giorni festivi (domeniche) si organizzano degustazioni di cibi romani e giochi di ruolo per le famiglie; un deciso incremento di pubblico si è rilevato grazie a pacchetti di iniziative organizzate in collaborazione con il Museo delle Valli. Sono in via di realizzazione una guida e una videocassetta del Museo. In cordata con Provincia di Ferrara, Voghiera e Bondeno, il Comune di Comacchio partecipa, ormai da diversi anni alla Borsa del Turismo Archeologico di Paestum, importante momento di promozione del Museo a livello nazionale. La promozione del Museo e l’incremento di pubblico hanno portato anche in questo caso ad una attenzione istituzionale che si concretizza con co-finanziamenti regionali e provinciali a progetti di valorizzazione e restauro e con sponsorizzazioni da parte di Fondazioni e di un’Assicurazione che ha offerto la copertura assicurativa gratuita ai reperti conservati nella struttura. Ultimamente si è registrata la richiesta da parte di alcune aziende private (soprattutto ristoranti vicini all’istituto) di pubblicizzare il proprio “nome” all’interno del Museo stesso.35 5. Considerazioni conclusive I dati raccolti delineano un quadro da cui emerge in modo evidente come la promozione da un lato e le attività didattico-divulgative dall’altro risultino un efficace volano per la comunicazione esterna dei Musei con implicazioni positive in termini di aumento della curva di domanda, di attenzione istituzionale, di sponsorizzazioni private. La partecipazione alla Borsa del Turismo Archeologico di Paestum della cordata composta dalla Provincia e da tre Comuni del ferrarese sembra sottolineare come sia importante la condivisione di momenti di comunicazione e promozione: questo offre lo spunto per concludere che l’istituzione di partnership tra musei può consentire di sfruttare opportunità di rete tali da permettere anche a realtà di dimensioni medio piccole di giungere ad una soglia significativa di visibilità e di ottenere un incremento dell’attenzione sia da parte del pubblico che da parte di istituzioni e possibili sostenitori. Risulta altresì evidente che, specie per le realtà locali medie e piccole la vita dei musei è strettamente legata alla volontà politica degli amministratori e alla tenace passione dei funzionari che ne seguono le sorti. 6. Rassegna della letteratura Non è stato possibile esaurire la vastissima bibliografia sulla comunicazione, ci si limiterà pertanto all’analisi di alcuni testi che ci sono parsi particolarmente significativi. Interamente dedicato al marketing e alla comunicazione museale è il testo realizzato da Kotler & Kotler: Il marketing dei musei. Un esperto di marketing e un responsabile di programmazione della Smithsonian Institution di Washington D.C. hanno analizzato il tema con un approccio estremamente empirico e pratico, fornendo esempi concreti e reali operazioni di marketing e comunicazione di musei degli Stati Uniti d’America. Il limite delle esperienze proposte è la loro collocazione in un ambito, quello degli States, dove la gestione dei musei è sia in termini di organizzativi, che finanziari e giuridici molto differente rispetto alla realtà italiana: là prevalgono grosse collezioni, in molti casi nate da donazioni di collezionisti, molto spesso ancora gestite da privati, qui un museo quasi esclusivamente pubblico, di 35 Devo le informazioni alla Dott.ssa Laura Ruffoni, funzionario capo servizio attività culturali del Comune di Comacchio, che ringrazio. 150 dimensioni percentualmente medio piccole, diffuso e profondamente legato al territorio cui appartiene. Nell’introduzione all’edizione italiana, C. Annibaldi si sofferma sull’importanza del marketing museale per avvicinare le persone al museo o per rinnovarne l’interesse presso chi già lo frequenta. Ricco di spunti, dati ed evidenze empiriche è La gestione strategica dei Musei di C. Chirieleison, dove, ad una parte dedicata agli assetti istituzionali dei musei e alla natura proprietaria dei musei, segue una sezione più “pratica” dedicata ai possibili percorsi strategici per il rinnovamento della gestione museale, affrontando il tema delle leve strategiche di finanziamento e di investimento, importanza e metodi della comunicazione museale verso l’esterno; il testo si conclude con un capitolo dedicato alla valutazione delle performance e alla loro rilevanza strategica per lo sviluppo e il miglioramento dei musei. Il tema chiave del rapporto fra cultura e crescita economica e della conseguente importanza della comunicazione museale è affrontato da G. Trupiano nell’articolo L’economia della cultura per la valorizzazione, il finanziamento e la gestione dell’offerta culturale in L’offerta culturale.Valorizzazione, gestione, finanziamento e, ancora, a più riprese, emerge lo stretto rapporto fra comunicazione – educazione – sviluppo socio economico ne Il Museo educativo di C. S. Bertuglia, S. Infusino, A. Stanghellini, dove il museo è visto come strumento di crescita industriale e di sviluppo oltre che efficace strumento didattico/educativo. Sul ruolo del museo nella società contemporanea, con inevitabili riferimenti agli aspetti comunicazionali, si incentrano gli interventi raccolti da Il Museo relazionale. Riflessioni ed esperienze europee, a cura di S. Bodo, dove si raccolgono significative esperienze a livello europeo di modelli comunicativi nei musei d’arte, di musei come risorsa educativa, di costruzione e veicolazione dell’immagine nei musei d’arte verso nuovi concetti di marketing museale; in particolare si evidenzia l’esperienza dei Musei di Colonia descritta da A. Wiesand, che analizza le esigenze di marketing dei singoli musei della città. M. Galvani parla di Comunicazione, promozione e marketing nel settore museale in un articolo della rivista Economia della Cultura (n. 2, 1998) e, nello stesso numero, C. Fuortes propone un’incisiva riflessione su La Finanza del Museo tra Stato e Mercato, da cui emergono significativi spunti sul rapporto fra comunicazione/percezione esterna del museo e riflessi economico-finanziari. Significativa esposizione di un caso empirico, per i dati offerti e per l’impostazione metodologica impressa all’indagine, è quella che propone L. Zan a proposito del Museo Civico Archeologico di Bologna in Conservazione e innovazione nei musei italiani. Management e processi di cambiamento. Nel complesso e articolato panorama della letteratura sull’argomento, ripetiamo lungi dall’esser stata interamente percorsa, rileviamo la scarsità di testi che si occupino di esaminare casi empirici di realtà piccole e di raccoglierne dati: scarsità tanto più evidente quanto più si consideri che la realtà italiana è riccamente intessuta di musei di carattere strettamente locale. BIBLIOGRAFIA ANNIBALDI C., Introduzione, in KOTLER N. – KOTLER P., Marketing dei Musei. Obiettivi, traguardi, risorse, Edizioni di Comunità, Torino 1999 BERTUGLIA C. S. – INFUSINO S. – STANGHELLINI A., Il Museo educativo, Franco Angeli editore, Milano 2004 BODO S., Introduzione. Perché il museo relazionale?, in Il museo relazionale. Riflessioni ed esperienze europee, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 2000 CHIRIELEISON C., La gestione strategica dei musei, Giuffrè editore, Milano 2002 151 FUORTES C., La finanza del museo tra Stato e mercato: casi di studio internazionali, in Economia della cultura, rivista quadrimestrale dell’Associazione per l’Economia della Cultura, Anno VIII, 1998/n. 2 GALVANI M., Comunicazione, promozione e marketing nel settore museale, in Economia della cultura, rivista quadrimestrale dell’Associazione per l’Economia della Cultura, Anno VIII, 1998/n. 2 KOTLER N. – KOTLER P., Marketing dei Musei. Obiettivi, traguardi, risorse, Edizioni di Comunità, Torino 1999 SERENO F., Cercar soldi… cercar risorse, in Fizz. Idee e risorse per il marketing culturale, www.fizz.it, 2001 SOLIMA L., Il pubblico dei musei. Indagine sulla comunicazione nei musei statali italiani, Gangemi Editore, Roma 2000 SPALDING J., Per un’immagine sostenibile. Modelli organizzativi, professionalità, efficacia comunicativa nel caso dei musei di Glasgow, in Il museo relazionale. Riflessioni ed esperienze europee, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 2000 TRUPIANO G. , L’economia della cultura per la valorizzazione, il finanziamento e la gestione dell’offerta culturale, in L’offerta culturale. Valorizzazione, gestione, finanziamento, a c. di G. Trupiano, Biblink Editori, 2001 WIESAND A. J., Politiche del patrimonio e marketing museale in Germania. Prospettive dell’esperienza di Colonia, Il museo relazionale. Riflessioni ed esperienze europee, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 2000 ZAN L., Il management di un museo civico: l’Archeologico di Bologna, in Conservazione e innovazione nei musei italiani. Management e processi di cambiamento, Etas Libri, Milano 1999 NORMATIVA STATALE E REGIONALE (EMILIA ROMAGNA) L. R. 18/2000, “Norme in materia di biblioteche, archivi storici, musei e beni culturali” D. M. 10/05/2001, Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei D.G.R. Emilia Romagna, n. 56, 17 aprile 2003, Approvazione standard e obiettivi di qualità per biblioteche, archivi storici e musei ai sensi dell’art. 10 della LR 18/00 D. lgs. 42/2004, “Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’art. 10 della L. 137/02” Programma regionale degli interventi in materia di biblioteche, archivi storici, musei e beni culturali: obiettivi, linee di indirizzo e procedure per il triennio 2004-2006” (D.G. R. Emilia Romagna, n. 776, 26/04/2004) Barbara Zappaterra Operatore culturale del Comune di Bondeno 152