la Biblioteca di via Senato mensile, anno iv Milano n.7 – luglio/agosto 2012 FONDO ANTICO F. Stelluti e il microscopio di Galileo di annette popel pozzo FANTASCIENZA H.G. Wells: tra atomi, stelle e pianeti di laura mariani conti e matteo noja UTOPIA J.-J. Rousseau: la verità e la mistificazione di gianluca montinaro RARITÀ Un elefanticidio a Venezia nel 1819 di arianna calò LIBRO RITROVATO G. Pomba e la sua Enciclopedia popolare di beatrice porchera la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO IV – N.7/33 – MILANO, LUGLIO/AGOSTO 2012 Sommario 4 L’Utopia: prìncipi e princìpi ROUSSEAU: LA VERITÀ E LA MISTIFICAZIONE di Gianluca Montinaro 10 BvS: il Fondo Antico FRANCESCO STELLUTI E IL MICROSCOPIO DI GALILEO di Annette Popel Pozzo 18 BvS: Fantascienza H.G. WELLS: L’UOMO CHE VISSE NEL FUTURO di Laura Mariani Conti e Matteo Noja 29 IN SEDICESIMO - Le rubriche TEATRO DI VERDURA – CATALOGHI – SPIGOLATURE – RECENSIONI – MOSTRE – ASTE 46 BvS: rarità per bibliofili MORTE DI UN ELEFANTE A VENEZIA NEL CARNEVALE DEL 1819 di Arianna Calò 51 BvS: il libro ritrovato LA NUOVA ENCICLOPEDIA POPOLARE DI GIUSEPPE POMBA di Beatrice Porchera 56 BvS: il Fondo Bodoni DAI TORCHI BODONIANI UN OMAGGIO ALL’ARTE PARMENSE di Paola Maria Farina 61 BvS: il Fondo Impresa LIBRI E PUBBLICITÀ: INCONTRO DI LINGUAGGI DIFFERENTI di Valentina Conti 66 BvS: il Fondo Impresa ENEL: MEZZO SECOLO DI ELETTRICITÀ NELLE CASE ITALIANE di Giacomo Corvaglia 69 BvS: nuove schede RECENTI ACQUISIZIONI DELLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Ennio Doris, Fabio Pierotti Cei, Fulvio Pravadelli, Miranda Ratti, Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo De Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Arianna Calò sala Campanella Valentina Conti studio bibliografico Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Margherita Dell’Utri sala consultazione Paola Maria Farina studio bibliografico Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Laura Mariani Conti archivio Malaparte Matteo Noja responsabile dell’archivio e del fondo moderno Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del fondo antico Beatrice Porchera sala consultazione Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2012 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Direttore responsabile Matteo Noja Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Immagine in copertina: Ritratto di Jean-Jacques Rousseau su disegno di Quentin de La Tour (1704-1788) Organizzazione Mostra del Libro Antico e del Salone del Libro Usato Ines Lattuada Margherita Savarese Ufficio Stampa Ex Libris Comunicazione Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 X Agosto San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo favilla. Anche un uomo tornava al suo nido: l’uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono... Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena dei suoi rondinini. Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano. Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell’ombra, che attende che pigola sempre più piano. E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male! Giovanni Pascoli in “Il Marzocco”, 9 agosto 1896 (poi in Myricae, Livorno, Giusti, 1897, quarta edizione) luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 L’Utopia: prìncipi e princìpi ROUSSEAU: LA VERITÀ E LA MISTIFICAZIONE Le utopiche “fantasticherie” di un pensatore solitario GIANLUCA MONTINARO S ono tanti i volumi utopici conservati presso la Biblioteca di via Senato. Utopie di Stato e di governo, utopie di spirito e di azione, utopie di società e di uomini. Quest’ultima coppia è stata spesso posta in contrasto dalla critica sinistra. Quasi l’individuo, con le sue peculiarità particolari, il carattere e le inclinazioni, fosse una malattia da debellare per raggiungere il benessere della società. Il pensiero liberale ne ha colto invece le caratteristiche che ne fanno un’endiadi. La società non potrebbe esistere senza gli individui. Né ha senso parlarne, se non come aggregato generale di diversità. Le collezioni della Biblioteca di via Senato rendono giustizia di questo modo ‘comprensivo’ di intendere l’utopia. Un’utopia che è a favore dell’uomo, della libertà individuale e della riflessione particolare. Senza atemporalismi né immobilismi. Senza razionalismi efferati né invasate teologie. Senza livellamenti (operati necessariamente verso il basso) né indotte ignoranze. Uno di coloro che si è dichiarato il «più socievole fra gli uomini e il più disposto ad amare i suoi simili» non- Nella pagina accanto: ritratto di Jean-Jacques Rousseau su disegno di Quentin de La Tour (1704-1788). Sopra: Rousseau herborisant, et vue de son pavillon et du pont d’Ermenonville, Acquaforte di G.-F. Meyer incisa da J.-B. Huet le vieux. ché sostenitore della verità come «bene più prezioso»1 è Jean-Jacques Rousseau (1712-1778). Eppure, nonostante questi proclami utopicamente filantropici, il filosofo ginevrino ha dovuto subire, durante gli ultimi anni della sua vita e quindi nei secoli successivi, un complotto mistificatore, che in parte ancora perdura. La critica marxista lo ha arruolato manu militari fra i padri nobili del ‘pensiero sinistro’, dimenticando (o ignorando) la complessa articolazione del filosofia rousseauiana, che solo arbitrariamente si può ridurre a una generica condanna del “potere assoluto” e alla proclamazione dell’uguaglianza fra gli uomini. Ma le origini del complotto mistificatore prendono l’avvio con Rousseau ancora vivente. Il pensatore dovette anzi dedicare gli anni della piena maturità a difendersi, attraverso la scrittura di alcune opere autobiografiche che tentassero una ricostruzione corretta dei fatti della vita e del pensiero: Le confessioni, I dialoghi e soprattutto Le fantasticherie del passeggiatore solitario, vero e proprio testamento spirituale di Rousseau. La Biblioteca di via Senato conserva, nel fondo dell’Utopia, le prime rare edizioni (Ginevra, 1782) di queste opere, che hanno visto la luce a stampa solo dopo la morte dell’autore. Rousseau ebbe una infanzia e una giovinezza abbastanza travagliate. Si formò in casa, leggendo i classici (soprattutto Plutarco) e i grandi letterati e storici francesi dell’epoca di Luigi XIV. Nel 1742, dopo diverse espe- 6 rienze di vita, si trasferì a Parigi, dove conobbe e collaborò con gli enciclopedisti, stringendo amicizia con Condillac, Diderot e Voltaire. Nel 1750 salì alla notorietà con il Discorso sulle scienze e le arti, grazie al quale vinse un premio bandito dall’Accademia di Digione. L’opera già conteneva in nuce alcuni dei temi salienti (peraltro profondamente reazionari) della filosofia rousseauiana: la critica della civiltà come causa di tutti i mali e delle infelicità dell’uomo, e il corrispondente elogio della natura come depositaria di tutte le qualità positive e buone. Nel 1752 una sua commedia, L’indovino del villaggio, venne rappresentata a Fontainebleau, alla presenza di Luigi XV. Il re, favorevolmente impressionato, invitò Rousseau a un’udienza privata il giorno successivo. Rousseau, forse per la sua timidezza, decise di non presentarsi. Ciò causò un forte litigio con Diderot il quale si era prodigato per far ottenere all’amico una pensione regia. Negli anni successivi la fama del filosofo ginevrino raggiunse l’apice. Si stabilì all’Ermitage, presso Montmorency, sotto la protezione della letterata Louise d’Épinay, lavorando a Giulia o la nuova Eloisa e continuando una fitta corrispondenza con Voltaire. La lettura della voce ‘Ginevra’, firmata da d’Alembert, nel settimo volume dell’Encyclopédie lo irritò molto e fu causa della rottura del loro rapporto. Nel 1759 Rousseau si trasferì al petit château di Montmorency presso il maresciallo Charles François de Luxembourg. Iniziò a lavorare all’Emilio e al Contratto sociale. La pubblicazione di queste due opere, avvenuta tre anni dopo, lo pose al centro di una forte polemica. Il parlamento di Parigi ordinò che tutte le copie dell’Emilio venissero date alle fiamme. Il 9 giugno venne diramato un ordine d’arresto per Rousseau, che dovette fuggire in Svizzera. Ma anche qui ricevette una accoglienza molto tiepida: le sue opere vennero bruciate sulla pubblica piazza. Questo clima di forte ostilità lo scosse nel profondo. Iniziò a vedere intorno a sé un ‘complotto’, ordito dai suoi ‘nemici’, per screditarlo e costringerlo al silenzio. Per sfuggirvi iniziò a stendere, nel 1764, le Confessioni, attraverso cui sperava di mostrarsi «in tutta la verità della sua natura».2 Nel frattempo avvenne la pubblicazione di un pamphlet anonimo contro Rousseau, in cui tra l’altro si rivelava il destino dei cinque figli del filosofo ginevrino, consegnati alle cure di orfanotrofi non appena nati. Rousseau, ormai in preda a manie di persecuzione, vedendo il mandante di quest’azione in Voltaire, non esitò a rompere i rapporti col suo vecchio amico. la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Dopo essere scampato a una sassaiola, nel 1766 Rousseau si rifugiò in Gran Bretagna, accettando un invito formulatogli da David Hume. Ma il rapporto fra i due durò pochi mesi, a causa della differenza delle loro personalità. Rousseau anzi nelle Confessioni indicò Hume come membro del ‘complotto’ che si stava ordendo: «dopo avermi cacciato a forza di intrighi dalla Svizzera riuscirono infine a consegnarmi nelle mani del loro amico [Hume, n.d.r.]». Tornato in Francia, sotto lo pseudonimo di Jean-Joseph Renou, e terminate le Confessioni, iniziò a darne pubbliche letture, sperando di far conoscere così la verità dei fatti. Ho narrato la verità. Se qualcuno conosce cose contrarie a quelle da me fin qui esposte, fossero mille volte provate, conosce menzogne e imposture, e se rifiuta di approfondirle e chiarirle con me, finché sono in vita, non ama né la giustizia né la verità. Quanto a me, lo dichiaro alto e senza paura: chiunque, anche senza aver letto i miei scritti, esaminerà con i suoi propri occhi la mia natura, il mio carattere, i miei costumi, le mie inclinazioni, i miei piaceri, le mie abitudini, e potrà ritenermi un uomo disonesto, e lui stesso un uomo da soffocare.3 Presto vietate dalla polizia le letture (perché attaccavano persone ancora in vita), Rousseau si convinse definitivamente dell’estrema pericolosità del ‘complotto’. Sicuro di avere in continuazione «spie che mi stanno alle calcagna»4 iniziò anche a preoccuparsi che le sue pagine autobiografiche potessero cadere in “mano nemica”. Sfortunatamente, mi pareva difficile e persino impossibile che sfuggissero alla vigilanza dei miei nemici. Se raggiungono le mani di un uomo onesto […] non credo l’onore della mia memoria ancora inerme. Ma, o Cielo, protettore dell’innocenza, salva queste estreme notizie dalle mani delle signore di Boufflers, di Verdelin e da quelle dei loro amici. Sottrai almeno a queste due furie la memoria di uno sventurato che Tu hai abbandonato mentre era vivo.5 A Rousseau non rimaneva che la scrittura. Si buttò a capofitto nella stesura della sua seconda opera autobiografica: I dialoghi di Jean Jacques giudice di Rous- luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 7 Da sinistra: frontespizio de Les Confessions di Jean-Jacques Rousseau (Ginevra, Société Typographique probabilmente per Charles-Joseph Panckoucke, 1782). L’edizione contiene in princeps i primi sei libri de Les Confessions, mentre i libri VII a XII furono pubblicati soltanto nel 1789. Frontespizio de Les rêveries du promeneur solitaire, formando la seconda parte dell’edizione di Ginevra del 1782 seau. In essi cercò di descrivere la propria natura, portata al bene, e le sue abitudini per «far meglio comprendere la sua condotta e le sue opere in funzione del mondo ideale in cui sentiva di vivere».6 Non potendoli pubblicare, né tanto meno leggerli in pubblico, e allo stesso tempo impaurito che qualcuno potesse sottrargli il manoscritto per distruggerlo o manometterlo, decise di affidarla a Dio. Nel febbraio del 1776 Rousseau si recò a Notre-Dame con l’intenzione di depositare le sue pagine sull’altare maggiore: almeno Dio, onnisciente e caritatevole, gli avrebbe creduto! Ma, una volta entrato, percorsa tutta la navata, trovò la grata del coro chiu- sa. Smarrito, interpretò questo fatto come ulteriore segno del complotto, nel quale probabilmente - nelle sua mente ormai malata - vedeva anche Dio complice. Si rimise a scrivere, un terzo testo autobiografico: Le fantasticherie del passeggiatore solitario. Come notato da Jean Starobinski si può rilevare, dal punto di vita psicologico, un’interessante evoluzione nelle manie di Rousseau che puntuale riscontro trova nelle sue opere. Preoccupato dall’idea di non essere compreso, Rousseau stende inizialmente “una confessione”, ovvero un racconto diretto a un generico terzo, nel quale tutto ciò che si confessa, nel bene e nel male, deve essere vero (la 8 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Da sinistra: Incipit della Dixième Promenade a p. 295 dell’edizione di Ginevra del 1782; Explicit della Dixième Promenade a p. 300 dell’edizione di Ginevra del 1782 verità è il principio sul quale si regge ogni “confessione”). Questa “confessione”, di cui Rousseau si affanna a proclamare la veridicità, non solo non viene creduta ma viene recepita come atto ostile. Il secondo passaggio di Rousseau è quindi discolparsi dall’accusa di aver messo in atto pratiche ostili (perché anzi è lui, Rousseau, la vittima). Stende quindi un’opera “giudiziaria”: I dialoghi di Jean Jacques giudice di Rousseau nel quale, sdoppiandosi, veste contemporaneamente i panni della parte accusata e della parte che dovrà decidere sull’ostilità e sulla veridicità di ciò che è stato affermato in precedenza. Benché assolto (o meglio autoassolto), Rousseau continua a essere il bersaglio del complotto. A questo punto, «ormai solo sulla terra, senza fratelli, né parenti, né amici, né altra compagnia che me stesso»7 si rifugia nella dimensione fantastica della propria mente, ove nessun complotto potrà più nulla contro di lui. Scritte fra il 1776 e il 1778, e lasciate incompiute causa il sopraggiungere della morte, Le fantasticherie del passeggiatore solitario sono una delle opere più inquietanti e contorte mai concepite dalla mente umana: «sono il libro dell’estrema infelicità e, insieme, la testimonianza della più alta felicità concessa all’uomo “quaggiù”».8 Il volume, diviso in dieci capitoli, narra dieci passeggiate. Le promenades nella natura, lontano dal consorzio umano che tutto corrompe e distrugge, furono per il filosofo gi- luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano nevrino i momenti più belli della sua vita, «colmi di affascinanti contemplazioni». Mescolando ricordi di passeggiate presenti a ricordi di passeggiate avvenute decenni prima, Rousseau si proponeva di fissare su carta le gioie che avrebbe potuto ancora provare, rinnovando il godimento ogni volta che avesse letto queste pagine. E, al contempo, «dimenticherò le mie disgrazie, i miei persecutori, il mio obbrobrio, sognando il premio che questo cuore avrebbe meritato» perché l’anima «è la sola cosa che gli uomini non possono togliermi».9 Se il proposito suona liberatorio, purtroppo il procedere delle fantasticherie “inciampa” più volte nel complotto, avviluppando il pensiero in un vortice di dichiarazioni contraddittorie, di volta in volta spavalde o lamentevoli, serene o angosciate. Mi sono dibattuto a lungo, violentemente, ma invano. Senza direzione, né arte, né dissimulazione, né prudenza: franco, aperto, impaziente, col dibattermi non ho fatto che incatenarmi sempre più e offrir loro incessantemente nuove occasioni che hanno avuto cura di non trascurare. Infine, sentendo inutili tutti i miei sforzi e tormentandomi invano, ho preso l’unica risoluzione che mi rimaneva: quella di sottomettermi al destino senza ribellarmi oltre la necessità. In questa rassegnazione ho trovato il compenso di tutti i mali, poiché essa mi procura una tranquillità quale non mi poteva venir concessa nel continuo travaglio d’una resistenza tanto penosa quanto vana. […] Tutto è finito per me sulla terra, nessuno può più farmi né bene né male. Non ho più niente né da temere né da sperare in questo mondo, ed eccomi tranquillo in fondo all’abisso, povero infelice mortale, ma impassibile al pari di Dio.10 Ne risulta un’opera nella quale il ricordo si mescola al sogno e il vero sfuma nel falso, e in cui la dimensione temporale viene del tutto annullata dalla mente, ormai turbata, dell’autore. NOTE 1 J. J. Rousseau, Le fantasticherie del passeggiatore solitario, Milano, Rizzoli, 1998, p. 197 et p. 238. 2 Ead., Confessioni, Milano, Garzanti, 2000, p. 5. 9 Scrivo le mie Fantasticherie soltanto per me. E la loro lettura mi ricorderà la dolcezza che provo a scriverle […]. Scrissi le Confessioni e i Dialoghi con la preoccupazione continua di trovare i mezzi per sottrarli alle mani rapaci dei miei persecutori, e trasmetterle – se fosse stato possibile – ad altre generazioni. Tale inquietudine non mi tormenta più per questo scritto; so che sarebbe inutile, e siccome mi si è spento in cuore il desiderio d’esser conosciuto meglio dagli uomini, non è rimasta che una profonda indifferenza per la sorte dei miei veri scritti e dei monumenti della mia innocenza, che forse ormai sono stati già totalmente distrutti. Che spiino le mie azioni, che s’inquietino di questi scritti, che se ne impadroniscano, che li sopprimano, che li falsifichino, tutto mi è indifferente ormai. Io non li nascondo né li mostro. Se, ancor vivo, me li tolgono, non riusciranno a togliermi né il piacere di averli scritti né il ricordo del loro contenuto né le meditazioni solitarie di cui sono il frutto e la cui fonte non può inaridirsi che con la mia anima. […] Godano pure a piacer loro del mio obbrobrio, non mi impediranno di godere delle mia innocenza e di finire, loro malgrado, i miei giorni in pace.11 Di ritorno da una delle sue amate passeggiata, quasi che letteratura e vita si fossero incrociate, Rousseau morì fulminato da un’emorragia cerebrale. I suoi pochi amici raccolsero i suoi fogli e si impegnarono nella pubblicazione di queste opere. Promossero una Collection complète des oeuvres de J. J. Rousseau (la cui pubblicazione in 4° iniziò nel 1780, alla quale presto si affiancarono un’edizione in 8° e una in 12°). Le Confessioni e le Fantasticherie, pubblicate insieme, in due tomi in 8°, videro la luce nel 1782, curate, a Ginevra, dalla libreria parigina Panckoucke: precedettero di un mese i rispettivi volumi nell’opera omnia. E finalmente Rousseau ebbe la rivincita sui suoi persecutori, e il mondo iniziò a conoscere la verità. Ibidem, pp. 685-686. Ead., Le fantasticherie del passeggiatore solitario, cit., p. 317. 5 Ead., Confessioni, cit., p. 283. 6 Ead., Le fantasticherie del passeggiatore solitario, cit., p. 48 (dall’intr. di H. Roddier). Ibidem, p. 197. Ib., p. 9 (dalla pref. di J. Starobinski). 9 Ib., p. 203. 10 Ib., p. 202. 11 Ib., pp. 204-205. 3 7 4 8 luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 BvS: il Fondo Antico FRANCESCO STELLUTI E IL MICROSCOPIO DI GALILEO Un contributo per la storia dell’Accademia dei Lincei ANNETTE POPEL POZZO I l principe romano e cardinale Federico Cesi (15861630), appassionato studioso di scienze naturali, fondò – come è ben noto – appena diciottenne il 17 agosto del 1603 nel palazzo di famiglia a Roma con tre giovani amici, il matematico Francesco Stelluti (15771652), l’erudito Anastasio de Filiis (1577-1609) e il medico olandese Joannes Eck (1579-1620 circa; anche nella variante di Johannes van Heeck e italianizzato in Giovanni Ecchio) un sodalizio che, sotto il nome di Accademia dei Lincei, fu la più antica accademia del mondo. Dedicati alla promozione e alla coltivazione degli studi naturalistici, i Lincei raccoglievano in breve tempo tra i Nella pagina accanto: frontespizio dell’editio princeps del Persio tradotto di Francesco Stelluti (Roma, Giacomo Mascardi, 1630). Sopra: dettaglio del frontespizio raffigurante le tre api, stemma della famiglia Barberini propri pochi ma eletti ingegni scienziati del pari Galileo Galilei, Giovan Battista Della Porta, Fabio Colonna, Cassiano dal Pozzo, Luca Valerio, Nicola Antonio Stigliola, Marco Welser, Giovanni Faber e Johann Schreck. I quattro Accademici fondatori scelsero non a caso come emblema la lince, l’eccezionale acutezza del cui sguardo stava a sottolineare il profondo spirito d’osservazione e di indagine con il quale i quattro sodali si sarebbero posti alle loro ricerche.1 Ricordava Stelluti a proposito della scelta dell’emblema: “la Lince impresa della nostra Accademia, havendo questa eletta, acciò ne sia uno stimulo, e sprone continuo di ricordarci dell’acutezza della vista, non de gli occhi corporali, ma della mente, necessaria per le naturali contemplazioni, che posessiamo; e tanto più dovendosi in queste procurare di penetrar l’interno delle cose, per conoscere le loro cause, & operazioni della natura, ch’interiormente lavora, come con bella similitudine dicesi che la Lince faccia col suo sguardo, vedendo 12 non solo quel ch’è di fuori; ma anche ciò che dentro s’asconde.”2 Regolata da numerosi divieti, “come quello di occuparsi di politica, di teologia, di alchimia o di storia contemporanea, a indicare il distacco dello scienziato linceo dal contingente e dalla polemica, ma anche la libertà da ogni influsso religioso o politico,”3 l’Accademia si votava al più rigoroso metodo di studio della natura, da compiersi direttamente, senza il filtro delle speculazioni peripatetiche, al quale si accompagnava un elaborato programma di pubblicazioni che comunicavano le scoperte scientifiche. Nel 1613 stampa l’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti di Galilei e progetta De aeris transmutationibus di Della Porta, le Tavole fitosofiche di Cesi, il Saggiatore di Galilei e soprattutto il Tesoro messicano di Hernandez, che “nelle intenzioni del Lynceorum Princeps avrebbe dovuto rappresentare il frutto più nobile matu- la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 rato sotto il segno della Lince.”4 In questo contesto si colloca anche l’opera che reca il titolo elegantemente semplice di Persio tradotto in verso sciolto e dichiarato di Francesco Stelluti, edita nel 1630 a Roma da Giacomo Mascardi.5 A un primo esame sembra si tratti di nient’altro che una traduzione delle satire (per quanto effettivamente la prima edizione italiana in assoluto) del poeta romano, molto amato per il suo accentuato moralismo come mostrano le moltissime edizioni fin dall’età degli incunaboli. Anche il fatto che l’esemplare della nostra biblioteca provenga dalla biblioteca del vescovo inglese Thomas Dampier (1748-1812), descritto come “one of the most learned bibliophiles of his day [and] collected a large library of rare editions of the Greek and Latin classics”6 testimonia una volta di più dell’apprezzamento attribuito al testo classico. Il valore dell’edizione di Stelluti però va ben oltre e luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 A destra, dall’alto: fregi vegetali tratti dal volume linceo, Il tesoro messicano; incisione del gorgoglione, a p. 127 nel Persio tradotto. Nella pagina accanto: la lince, ritratta dal vivo, a p. 36 nel Persio tradotto investe da vicino il programma naturalistico scientifico dei Lincei. Preceduta da due poesie di Stelluti in onore del cardinale Francesco Barberini (al quale l’opera è dedicata), da una sintetica biografia di Aulo Persio Flacco e da alcuni epigrammi latini, la traduzione di Persio presenta un frontespizio figurato su disegno di Matthäus Greuter (con le allegorie della filosofia e della poesia ai lati, sormontate dal famoso stemma del casato Barberini, e con la lince in basso), un ritratto di Aulo Persio Flacco “copiato da un marmo antico”7 e illustrazioni nel testo in rame raffiguranti la lince ritratta dal vivo (p. 36), il gorgoglione del frumento (p. 127), uno strigile del Museo Angeloni a Roma (p. 166), Iside con sistro del Museo di Francesco Gualdi (p. 186), un sistro con piccola lince (p. 187) e diversi fregi vegetali xilografici presi dalla pubblicazione del Tesoro messicano. Particolarmente bella e importante è la tavola sulla pagina 52, raffigurante un trigono di api a scala ingrandita, corredato da minuziosi dettagli. Le api sono ovviamente un omaggio alla famiglia Barberini e al dedicatario Francesco, nipote di papa Urbano VIII, come viene sottolineato del resto dallo stesso Stelluti in una nota al testo: “vedendosi hoggi in essa [la Casa Barberina] chiaramente il colmo delle scienze, e respirare, e pigliar animo tutti li studiosi sotto gli ottimi auspicij degli Api, promettitori d’infiniti beni per il gran cumulo delle virtù, e prerogative ch’in quelli sono, come sì dottamente, e con tante erudizioni, concetti, e novità ha di detti Animali scritto il nostro Signor Principe Cesi nel suo Apiario.”8 Corredata da un cartiglio con didascalie, la tavola rappresenta l’insetto in tre diverse posizioni – nell’atto di camminare, supino e di fianco – assieme a ingrandimenti anatomici degli arti, dell’occhio, del pungiglione e dell’apparato boccale. Proprio questa immagine insieme a un secondo documento iconografico concepito sciolto, sempre raffigurante il trigono di api, e conosciuto come Melissographia, ma ideato da Stelluti cinque anni prima, nel 1625, come omaggio al pontefice Urbano VIII, viene considerata il primo esempio di microscopia biologica.9 Galileo Galilei, socio dell’Accademia dal 1611, aveva inviato nel settembre del 1624 a Federico Cesi un “occhialino per veder da vicino le cose minime” specificando che “io ho contemplato moltissimi animalucci con infinita ammirazione: tra i quali la pulce è orribilissima, la zanzara e la tignuola son bellissimi; e con gran contento ho veduto come faccino le mosche et altri animalucci a camminare attaccati a’ specchi et anco di sotto in su.”10 Lo strumento veniva chiamato in seguito microscopio, ma trovava immediata applicazione da parte degli accademici. Stelluti luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano Nella pagina accanto: la tavola incisa su rame raffigurante l’ape nella morfologia anatomica a scala ingrandita presenta l’insetto nelle tre consuete pose (nell’atto di camminare, supino e di fianco). L’incisione viene affiancata da un elaborato corredo di particolari anatomici, frutto di un’osservazione minuta fatta con il microscopio. A destra: il microscopio di tipo galileiano, attribuito a Giuseppe Campani, conservato al Museo Galileo a Firenze stesso dichiarava “e ciò fece allora, ch’io col Microscopio minutamente l’Ape con tutte le sue parti osservai.”11 Continuava, “e per maggior chiarezza, & intelligenza di chi ciò vede, e legge, descriverò a parte a parte ciascun di detti membri; convenendo anche in ciò col nostro Signor Fabio Colonna Linceo, quale havendo voluto (mosso dal mio avviso) far la medesima osservazione in questo animaletto così mirabile, come poi ha fatto con ogni diligenza, & esquisitezza col beneficio di somiglianti vetri, ha trovati gl’istessi membri nel medesimo modo da me furono osservati, e figurati; havendo a significazione di esso Signor Fabio il tutto ancora esquisitamente osservato, e disegnato il Signor Francesco Fontana: onde feci qui in Roma intagliare in rame tre Api rappresentanti l’Arme di Nostro Signore Papa Urbano VIII. grandi, in quella forma che li vetri di esso Microscopio ce li rappresentano; e feci quelli in tre varij aspetti figurare, mostrando uno la schiena, l’altro il fianco, e l’altro il petto, come si può nel foglio già stampato vedere: acciò da ogni parte fusse il suo aspetto conosciuto: ma dopo havendolo con maggior diligenza esaminato, ho scoperto meglio la forma di tutto il suo corpo, e di ciascun suo membro, come si potrà vedere nella sua figura, e descrizzione, c’habbiamo nel fine di questa Satira trasportata, per non interrompere la lettura di essa con sì lunga digressione.”12 Anche l’illustrazione del gorgoglione del frumento, conosciuto anche come punteruolo del grano a pagina 127 del Persio tradotto, raffigurato sia in forma minuscola a dimensioni naturali, sia ingrandito con il microscopio, è risultato e prova dell’uso da parte di Stelluti del microscopio galileano. 15 Nel Persio tradotto si nota un’altra particolarità a dimostrazione del valore scientifico dell’opera ma anche del voluto intreccio tra testo classico filologico ed esame scientifico. Risulta con la massima evidenza, dunque, “che nel programma dell’Accademia dei Lincei non si dava ancora il conflitto che poi si dirà delle ‘due culture’, se accanto alla schiera centrale dei matematici e dei fisici era prevista un’adeguata rappresentanza di filologi, che è come dire umanisti e letterati, studiosi del mondo antico nella concretezza dei suoi monumenti. Questo spiega perché lo scienziato Stelluti, sebbene poi la sua sia la scienza di un uomo colto e molto meno di un autentico ricercatore, possa contemporaneamente attendere a tradurre e a commentare le difficili Satire di Persio, inserendo nelle pagine ariose […] paragrafi di osservazioni scientifiche con alcune tavole illustrative di corredo.”13 Numerose sono del resto le note a piè di pagina (spesso lunghissime) di contenuto scientifico a corredo della traduzione classica. Il testo “comporta un esercizio di doppia scrittura, per così dire, con la parola e con l’immagine che si controllano e si rinforzano a vicenda, […] di giustificare stilisticamente l’inserto naturalistico nel tessuto del discorso filologico-erudito.”14 La minuziosa descrizione scientifica dell’ape è sapientemente spezzata da riferimenti e citazioni eruditi presi dagli autori classici: “Havendo a descriver l’Ape con tutti i suoi membri, cominceremo prima dalla testa, quale nella sommità mostra l’ossatura divisa come di calvaria humana, tutta pennuta, havendo in vece di peli le penne, come quelle degli uccelli; verso il collo n’ha maggior copia; e son di colore bianchiccio, inchinante al giallo. Delle tre parti della testa, le due quasi sono occupate dagli occhi, quali sono assai grandi, & ovati, havendo la parte più acuta dalla banda inferiore della testa. Son tutti pelosi, e li peli son disposti a scacchiere, overo a guisa di graticola, o rete, come son’anche tutti gli altri occhi degl’insetti che volano, sembrando graticolari. D’intorno ad essi vi si vedono le ciglia con peli grossi di color d’oro: ma non senza movimento, facen- 16 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 do solamente un cerchio intorno all’occhio. Fra l’uno, e l’altr’occhio vi son due corni mobili articolati, detti da Aristotele Antenne sopr’il naso situati, ciascun de’ quali ha origine da un globuletto bianco com’una perla, sopra il quale ve n’è un altro semitondo, e di color rossiccio: segue poi un’articolo lungo di color bigio oscuro, & appresso un’altro articoletto rossiccio, dove l’Ape piega il corno; e poi seguitamente altri nove articoli uniformi, pur di color bigio oscuro, con alcuni minutissimi peli bianchi […] Vi resta la spina, over’ago, detto da Latini aculeus, quale sta dentro l’estrema parte di detto corpo con uno intestino unito, tenero, e di color bianco. Nel suo principio dov’è col detto intestino congiunto è grossetto; ma si va poi restringendo, & assottigliando a poco a poco fin’al fine, terminando in una punta acutissima, come si vede nel disegno, havendo voluto figurarlo della medesima grandezza appunto ch’il Microscopio ce lo rappresenta.”15 Anche nelle note al gorgoglione (uno dei protagonisti della quarta satira) abbondano i riferimenti classici. Scrive Stelluti: “Curculio. E un picciolo animaletto che rode il frumento, detto quasi gurgulio per la gola lunga ch’egli ha, e da Toscani è chiamato Tonchio, e Gorgoglione. parla di questo Animale Virgilio nel primo della Georgica […] Plauto ancora fa una comedia intitolata Curculio. Ma il nostro Poeta lo pone in questo luogo pro pene. Havendo noi diligentemente osservato col Microscopio questo Animaletto; e presone il suo ritratto, ci è parso molto a proposito per gusto di chi legge quivi rap- NOTE 1 Federico Cesi prendeva spunto per il futuro emblema da una lince usata in veste simbolica sul frontespizio del testo Phytognomonica di Giovan Battista Della Porta del 1588. 2 FRANCESCO STELLUTI, Persio tradotto in verso sciolto e dichiarato, Roma, Mascardi, 1630, p. 37, nota 2. 3 MARCO PALMA, Federico Cesi, in: DBI 24 (1980), p. 256. 4 MARCO GUARDO, Galilei e il Tesoro Messicano, in: L’Ellisse, Studi storici di letteratura italiana VI (2011), p. 53. 5 Descrizione fisica: Volume in formato 4to di [24], 218, [22] pagine. presentarlo.”16 Né mancano connessioni a testi di scienziati contemporanei. Ad esempio, Stelluti cita con riferimento alla formazione di una “diritta linea mirando fisamente con un sol’occhio, segnando la con terra rosta” il trattato De refractione optices di Della Porta, pubblicato nel 1593, “dove tratta dottissimamente di simili materie appartenenti alla vista.”17 Nonostante alcune critiche, il giudizio dei posteri su Stelluti e il suo Persio tradotto era favorevole. Antonio Maria Salvini nella sua versione toscana delle Satire di Persio (Firenze, Manni, 1726) ne lodava l’eleganza e la squisitezza, Camillo Ramelli nel Discorso intorno a Francesco Stelluti del 1841 ne dava un elogio lusinghiero, quasi esagerato, come del resto anche Giuseppe Gabrieli, importante biografo dell’accademico di Fabriano, nel suo contributo Francesco Stelluti: Linceo fabrianese del 1941.18 In conclusione, è utile ribadire come per Stelluti l’osservazione della natura fosse sempre sorretta da una emozione estetica; il dato osservato oltre che alla mente indagatrice parla alla sensibilità dell’uomo aperto al richiamo della bellezza: “Per lo Stelluti il mondo è pieno di colori, di sapori, di odori, è uno spettacolo che l’uomo deve saper comprendere ma di cui deve anche saper godere. […] Il mondo per lo Stelluti è non solo oggetto di scienza e motivo di rappresentazioni artistiche, ma anche teatro in cui avvengono fantastici avvenimenti straordinari e fatti inconsueti, che affascinano l’immaginazione.”19 JAMES PHILIP LACAITA, Catalogue of the library at Chatsworth, Londra, Chiswick Press, 1879, volume I, p. xvii. 7 STELLUTI, 1630, c. ††4v. 8 STELLUTI, 1630, p. 47, nota 3. 9 Federico Cesi progetta sempre nel 1625 l’Apiarium, un testo sulla vita degli api in forma di una tabella sinottica per accompagnare la Melissographia. 10 Citato secondo l’edizione delle Opere di Galileo Galilei (Milano, Società Tipografica de’ Classici Italiani, 1808-1811), volume 1, p. 127. 11 STELLUTI, 1630, p. 47, nota 3. 12 STELLUTI, 1630, p. 47, nota 3. 13 EZIO RAIMONDI, La nuova scienza e la 6 “visione degli oggetti”, in: Vittore Branca (a cura di), Rappresentazione artistica e rappresentazione scientifica nel secolo dei lumi, Firenze, Sansoni, 1970, p. 482. 14 RAIMONDI, 1970, p. 483. 15 STELLUTI, 1630, p. 51 e 54. 16 STELLUTI, 1630, p. 126. 17 STELLUTI, 1630, pp. 26-27, nota 1. 18 GIUSEPPE GABRIELI, Francesco Stelluti: Linceo fabrianese, in: Rendiconti della Classe di scienze morale e storiche, fasc. 8, serie VII, vol. II, (1941), pp. 191-233. 19 RENZO ARMEZZANI, Tra scienza, poesia e magia, in: Ada Alessandrini, et al., Francesco Stelluti Linceo da Fabriano, Studi e ricerche, Fabriano, Città e Comune, 1986, p. 381. luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 19 BvS: Fantascienza H.G. WELLS: L’UOMO CHE VISSE NEL FUTURO Storia di un’utopia tra atomi, stelle e pianeti nei libri della BvS LAURA MARIANI CONTI E MATTEO NOJA «S ignore e signori, vogliasbalorditive. Sei minuti dopo che te scusarci per l’interrueravamo andati in onda le case si zione del nostro prosvuotavano e le chiese si riempivagramma di musica da ballo, ma ci è no; da Nashville a Minneapolis la appena pervenuto uno speciale bolgente alzava invocazioni e si laceralettino della Intercontinental Radio va gli abiti per strada. CominciamNews. Alle 7:40, ora centrale, il promo a renderci conto, mentre stavafessor Farrell dell’Osservatorio di mo distruggendo il New Jersey, che Mount Jennings, Chicago, Illinois, avevamo sottovalutato l’estensione ha rilevato diverse esplosioni di gas della vena di follia della nostra incandescente che si sono succedute America». ad intervalli regolari sul pianeta Oggi che, “grazie” al cinema Marte. Le indagini spettroscopiche ma soprattutto alla televisione e alla hanno stabilito che il gas in questione rete, siamo continuamente sottopoè idrogeno e si sta muovendo verso la Sopra: H.G. Wells (1866-1946) sti a “orrori quotidiani”, a invasioni Terra ad enorme velocità…». di vario tipo, vere o presunte, la cosa ritratto a Londra nel 1939. Con queste parole il 30 ottocerto fa sorridere. Anche se, forse Nella pagina a sinistra, bre 1938 Orson Welles cominciò la pensando a una reale invasione di exla sovraccoperta di Star Begotten “storica” trasmissione dai microfotraterrestri, ancora oggi un brivido (1937, London, Chatto & Windus) ni della CBS dell’adattamento rafreddo corre lungo le nostre schiene. diofonico de La Guerra dei Mondi. Il Ma, perché era così impressioprogramma, ispirato a uno dei più celebri romanzi di nante la Guerra dei Mondi? Chi era veramente l’autore, Herbert G. Wells, risultò talmente verosimile che suHerbert G. Wells? Cerchiamo di scoprirlo mentre alla scitò incredibili reazioni. La gente si riversò nelle straBiblioteca di via Senato giunge un buon numero di prime de fuggendo come impazzita, minacciata da una pree importanti edizioni di opere dello scrittore inglese. senza aliena mai prevista ma che viveva come reale: disCon Jules Verne (suo precursore, ma sempre accoordini, vandalismi, distruzioni seguirono la trasmissiostato a lui), Herbert George Wells (meglio conosciuto ne. La polizia fece irruzione negli studi dell’emittente come “H.G. Wells”) è considerato fondatore della fantaradiofonica per farla interrompere. Il grande attore scienza, cioè quel genere letterario che immagina il futuamericano, allora ventitreenne, ricordando l’episodio ro fantasticando sulle sue implicite novità senza preoccuanni dopo, durante un’intervista a Peter Bodganovich parsi della loro verosimiglianza, partendo dai risultati, a disse: «Furono le dimensioni della reazione ad essere volte sorprendenti, raggiunti dal progresso tecnologico 20 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Alcuni volumi di Wells: The Crocquet Player (1936), The Food of the Gods (1904), In the Days of the Comet (1906), questi ultimi editi a Londra da Macmillan del momento. È a lui che dobbiamo ipotesi narrative come il viaggio nel tempo e l’invasione degli alieni, la facoltà di diventare invisibili e i possibili agghiaccianti sviluppi delle sperimentazioni genetiche (molto prima del vero dottor Mengele, seguace, involontariamente ma drammaticamente, del dottor Moreau creato da Wells): tutti temi che, come sappiamo, caratterizzano pesantemente la fantascienza di oggi e che, per questo genere, fanno di lui il vero capostipite. I suoi libri furono il frutto delle sue conoscenze, delle sue idee e delle sue passioni. Non si riconobbe mai come scrittore di “science fiction”, anche se coniò, per le vicende avveniristiche che raccontò, il termine di “scientific romances”. Rispetto a Jules Verne, Wells mostrò molto più interesse per l’affermazione della scienza e della sua verità incontrovertibile, anche rischiando il paradosso, che non per lo sviluppo della tecnologia e delle sue applicazioni pratiche e meccaniche. E pensare che Wells (1866-1946) arrivò alla scrittura quasi per caso, dopo una grave malattia. Nato in una famiglia di modeste condizioni, a Bromley, cittadina che ora fa parte della Grande Londra1, ereditò una grande passione per la lettura dal padre, uomo di vasti interessi, giocatore professionista di cricket, proprietario di un piccolo negozio di ceramiche. I proventi delle attività paterne non consentivano però alla famiglia di condurre una vita senza stenti. Per contribuire al misero bilancio familiare Herbert fu costretto a lasciare il college per andare a intraprendere improbabili mestieri: aiuto tappezziere, assistente in una farmacia e bidello in una scuola, tutti lavori che, essendogli poco congeniali, si risolvevano in bruschi licenziamenti e continue peregrinazioni. Tornato fortunatamente a scuola nel 1884, riuscì a ottenere una borsa di studio presso il Royal College of Science and Technology di Londra, dove tra i professori conobbe Thomas Henry Huxley2 che con i suoi insegnamenti lo farà diventare un fervente sostenitore delle nuove teorie darwiniane. Dopo alterni impieghi come insegnante, riuscirà a laurearsi a pieni voti in Zoologia nel 1890. La formazione scientifica portò il giovane Wells a interessarsi al dibattito, allora in gran voga, sulle possibilità di vita negli altri pianeti del sistema solare o nell’universo. Partecipando a un convegno sul tema, tenuto al Royal College, affermò che «vi erano buone ragioni per presupporre che la superficie di Marte fosse abitata da esseri viventi»: le teorie dell’italiano Schiaparelli (1835-1910) sui canali di Marte andavano affermandosi proprio in quegli anni. Nel mondo anglosassone queste teorie vennero poi amplificate, e distorte (grazie luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano anche a un’errata traduzione della parola “canali”3) in favore della convinzione di una presenza aliena sulla superficie marziana, dall’astronomo statunitense Percival Lowell. Anni di grande fermento internazionale, quindi, quelli allo scadere del secolo, intorno al cielo e ai suoi abitanti. Infatti Wells pubblicò The War of the Worlds nel 1897, pochi mesi dopo l’uscita del romanzo del filosofo tedesco Kurd Lasswitz4, Auf Zwei Planeten5, che narra dell’incontro con una civiltà marziana più evoluta e progredita, in questo caso benevola verso gli “arretrati” (in tutti i sensi) umani. Durante gli anni che andavano a chiudere il secolo, le menti più acute percepivano il progressivo decadimento del mondo antico. Tale mondo, tale civiltà troverà poi la sua completa distruzione nel drammatico rogo della prima guerra mondiale. Se è vero che la grande guerra si sviluppò nella seconda decade del nuovo secolo, è anche vero che le cause e le prime sensibili avvisaglie si potevano percepire nelle inquietudini della fine del diciannovesimo. Le critiche delle nuove classi emergenti verso la società costituita furono feroci. Non solo i proletari e i lavoratori attaccavano il governo, ma anche la piccola e media borghesia stentavano a riconoscersi in una società che se- 21 gnava il passo di fronte alle implicazioni e sollecitazioni dello sviluppo della tecnologia. In Inghilterra si facevano strada teorie di stampo socialista, nelle quali lo scrittore si identificava pienamente. Per lui i romanzi che affrontavano il mistero di mondi remoti nello spazio non erano altro che un pretesto per affermare le proprie idee, per criticare la società contemporanea ispirandosi a un socialismo che oggi si direbbe “migliorista”. In nessun’altra opera questo aspetto si vede meglio che ne Il cibo divino (The Food of the Gods6). Pubblicato nel 1904, quando era diffusa l’idea che la cattiva alimentazione dei poveri fosse responsabile anche della loro ristrettezza di interessi e della mancanza di impegno politico, il libro racconta la storia di un cibo miracoloso, capace di trasformare gli esseri normali in giganti. Uomo di straordinaria energia, Wells superò ogni difficoltà, affermandosi in brevissimo tempo come scrittore e intellettuale già nei primi anni del ’900. Fece amicizia, o ebbe litigi ferocissimi, con molti intellettuali progressisti, artisti e pensatori di quel periodo inquieto che precedette la Grande Guerra e che, nonostante la tragedia incombente, paradossalmente va sotto il nome di “Belle Époque”. L’impegno politico si trasformò in una Altri volumi di Wells: Kipps (1905, Macmillan), The New Machiavelli (1910, New York, Duffield & Co.), The Sea Lady (1902, London, Methuen & Co.) 22 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Illustrazione da The History of Mr. Polly (1910, London, T. Nelson) e la copertina di The War in the Air (1908, London, G. Bell) vera e propria militanza. Fautore anche dei diritti delle donne, si schierò accanto a loro, contemporaneamente predicando e praticando con grande passione il libero amore: dopo essersi sposato ancora giovanissimo con una cugina (matrimonio che naufragò in breve tempo) si sposò poi con Amy Catherine Robbins, da cui ebbe due figli; ebbe poi lunghe relazioni con la femminista Amber Reeves, da cui ebbe la figlia Anna-Jane, e con la celebre scrittrice, anch’essa femminista, Rebecca West da cui ebbe un figlio, Anthony. Infine fu legato per molto tempo, dal 1920 con alcune pause sino alla morte, con un’amica di Gorkij, Moura Budberg7, cui Wells propose inutilmente diverse volte il matrimonio. Il suo comportamento disinvolto e la sua indefessa militanza gli attirarono l’odio dei conservatori, che nel 1906 tentarono di distruggerlo intellettualmente con una aspra campagna stampa. Erano gli anni del socialismo della Fabian Society, fondata dai coniugi Sidney e Beatrice Webb. In quel periodo lo scrittore partecipò e frequentò molti dei seguaci della Society come George Bernard Shaw, Leonard Woolf e sua moglie Virginia Woolf, l’anarchica Charlotte Wilson, la femminista Emmeline Pankhurst, il sessuologo Havelock Ellis, e inoltre Edward Carpenter, Annie Besant, Oliver Joseph Lodge, Ramsay MacDonald. Fu buon amico di moltissimi poeti e scrittori come Siegfried Sassoon, Henry James, Gilbert K. Chesterton, Hilaire Belloc. Negli anni ’20, conobbe e frequentò anche Maksim Gorkij. Il fabianesimo8, caratterizzato principalmente da uno specifico pragmatismo, non fu mai un movimento rivoluzionario, ma perseguì pacificamente lo sviluppo e l’evoluzione della società e delle sue istituzioni secondo modelli socialisti, proponendo alternative alla proprietà luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano dei mezzi di produzione per porre fine al disordine economico e agli abusi provocati dal sistema capitalistico. I suoi rappresentanti, per quanto criticati dagli altri movimenti socialisti e comunisti internazionali, lottarono democraticamente ma strenuamente fino a ottenere l’estensione delle cure sanitarie e l’istruzione gratuita per tutti i cittadini, come pure di far emanare una normativa dettagliata delle condizioni di lavoro al fine di evitare lo sfruttamento dei bambini e i continui incidenti sul lavoro. Nel 1914, Wells pubblicò un importante volume dal titolo The World Set Free9, descrivendo in anticipo di qualche mese la prima guerra mondiale, collocandola però negli anni Cinquanta. Ma non è solo la previsione della tragedia imminente a lasciare sbalorditi: il libro è importante perché per la prima volta compare il termine “bomba atomica”. Ispiratosi al libro The Interpretation of Radium10, dello scienziato (premio Nobel 1921) Frederick Soddy, Wells vedeva nella conquista dell’energia – dalla conquista del fuoco alla conquista dell’atomo – un ruolo fondamentale nell’emancipazione dell’umanità. Sarà soprattutto l’undicesimo e ultimo capitolo del libro di Soddy a colpirlo e a riassumere anche gran parte dell’atteggiamento del nostro scrittore verso la scienza e il progresso. Il sommario riporta alcuni degli argomenti che Soddy affronta in questo capitolo: «… L’uranio è più meraviglioso che il radio – L’energia immagazzinata in una libbra di uranio – La trasmutazione è la chiave dell’energia interna della materia – … Le conseguenze se la trasmutazione fosse possibile – … L’uomo moderno e il problema della trasmutazione – … L’evoluzione cosmica e le sue forze di guerra – La disintegrazione dell’atomo come una sufficiente, se non primaria, risorsa di energia naturale – … Antica mitologia e radioattività – Il serpente Ouroboros – La “Pietra filosofale” e l’ “Elisir della vita” – La “Caduta dell’Uomo” e l’ “Ascesa dell’ “Uomo” – … Il radio e la lotta per l’esistenza – L’esistenza come lotta per l’energia fisica …». Abbiamo voluto dilungarci elencando questi temi, perché presenti nell’opera di Wells sin dagli inizi e perché sono decisivi per capire l’importanza del suo lavoro, soprattutto per capire l’importanza stessa del genere letterario “fantascienza”: nell’immaginare, rappresentare, denunciare quelle che potrebbero essere le conseguenze dello sviluppo tecnologico, vi deve essere sempre un richiamo alla responsabilità dello scienziato e di tutta la società contemporanea. E così La liberazione del mondo fu avvertito dai grandi fisici che si accingevano alla 23 Copertina di Che avverrà? (Il domani del mondo), Firenze, Bemporad, 1915 (The World Set Free, 1914) sperimentazione dell’atomo e della sua energia. Il fisico ungherese naturalizzato statunitense Leo Szilard che con Enrico Fermi lavorò alla prima reazione a catena, lesse il libro di Wells nel 1932 e fu per lui fonte di grandissima illuminazione. E se ne ricordò quando entrò in contrasto con il potere militare prima dell’utilizzo bellico della bomba atomica. Il libro fu moralmente altrettanto importante per i fisici Kawarski, von Halban e Joliot che vollero divulgare, a tutti i costi e contro tutti, i progressi e i pericoli dell’utilizzo dell’energia atomica. L’italiano Franco Rasetti, componente del gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”, divulgò tra i suoi amici e compagni di lavoro tutti i libri di Wells e Brave New World di Huxley, tanto che nella sua autobiografia scrisse, volendo «avvalorare la sua decisione di totale rifiuto nei confronti della bomba atomica: “Credo, con H.G. Wells e Aldous Huxley che hanno così ben espresso queste idee nei loro scrit- 24 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Astronavi alla conquista di Marte nell’interpretazione del grande illustratore di “Urania” Curt Caesar. The First Men in the Moon (1901, London, G. Newnes) e When the Sleeper Wakes (1899, London, Harper) ti, che la stessa esistenza di nazioni sovrane, specialmente le grandi potenze, è sinonimo di guerra”»11. Il problema non è tanto quello di constatare quanto Wells sia stato pessimista od ottimista nella sua scrittura, ma quanto egli assorbì del mondo nel quale viveva tanto da diventare quasi un veggente. Sicuramente, come altri scrittori (e qui vorremo ricordare il nostro Malaparte), fu un attento interprete della sua società e dei meccanismi che ne regolavano lo sviluppo e la storia. Se nei primi romanzi, quelli più noti e fantascientifici, si mostrò preoccupato dell’utilizzo scriteriato della scienza da parte di personaggi faustiani preoccupati del proprio benessere a scapito di quello collettivo, nel periodo immediatamente dopo la prima guerra mondiale, vide finalmente nel progresso scientifico una risorsa fondamentale per migliorare le condizioni dell’umanità. Questo ottimismo durò pe- luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano rò poco: il tempo di prevedere l’ascesa di Hitler e il ruolo demoniaco del nazismo; tra i primi capì che l’uso sfrenato della tecnica avrebbe portato ad armi sempre più letali e definitive. Tra le ultime cose scritte, una frase colpisce per la sua drammaticità: «la fine di tutto ciò che noi chiamiamo vita è prossima e inevitabile». «Alla fine del XIX secolo nessuno avrebbe creduto che le cose della Terra fossero acutamente e attentamente osservate da intelligenze superiori a quelle degli uomini […] Gli uomini, infinitamente soddisfatti di se stessi, percorrevano il globo in lungo e in largo dietro alle loro piccole faccende, tranquilli nella loro sicurezza d’esser padroni della materia. Non è escluso che i microbi sotto il microscopio facciano lo stesso» (dal primo capitolo de La guerra dei mondi). Elenchiamo ora i libri di Wells che da poco fanno parte del Fondo di fantascienza, cercando, per alcuni, di scriverne un breve riassunto. • The Wonderful Visit. London, J. M. Dent & Co., Aldine House, 1895; p. 251; 19,5 cm (trad. it.: La visita meravigliosa. Romanzo di H. G. Wells, con un disegno di Ame- 25 lia Bauerle. Milano, Treves, 1908; nel Fondo è presente la ristampa del 1916). Borges lo definì un “incubo indimenticabile”. La visita meravigliosa consiste nel racconto delle avventure di un angelo caduto inspiegabilmente dalla “terra dei bei sogni” nel piccolo, triste, cattivo mondo degli uomini. L’esperienza del dolore e dell’esclusione e di un progressivo sgomento vengono superati solo alla fine, nella “luce meravigliosa dell’amore e dell’abnegazione”. Uno di quei “miracoli atroci” di cui fu capace Wells, tra desolazione e speranza, sorretto dall’incrollabile fiducia nella possibilità di un’emancipazione. • The Island of Doctor Moreau. London, William Heinemann, 1896; p. 219; 19 cm (trad. italiana: L’ isola delle bestie. Romanzo d’avventure di G. H. Wells, con 25 illustrazioni di G.G. Bruno. Roma, Società editrice nazionale, s.d. [ma ca. 1910]; presente nel Fondo). Un naufrago, dopo diverse peripezie, trova rifugio su un’isola lontana dalle rotte delle navi, dove vivono due uomini e degli strani essƒeri. Ben presto scopre che uno dei due uomini è il famoso Dr. Moreau, noto per i suoi esperimenti sulla vivisezione. Inizia per il malcapitato un’avventura da incubo, da cui riuscirà a salvarsi a stento. Partendo dal ruolo della scienza nella so- Alcune traduzioni dei libri di Wells presenti nel nostro Fondo di Fantascienza: La macchina del tempo (1924, Milano, Modernissima, copertina di Bazzi), L’uomo invisibile (1925, Torino, Paravia, copertina di C. Nicco) e Il terrore viene da Marte (ovvero The War of the Worlds, 1953, Milano, F. Elmo) 26 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Così nel 1908 A. Robida immaginava le guerre del futuro negli abissi del mare e nel cielo cietà, Wells arriva a criticare la stessa società per lo sfruttamento dell’uomo ridotto a semplice bestia. • The Invisible Man. London, C. Arthur Pearson Ltd., 1897; p. 245; 19 cm (tr. italiana: L’uomo invisibile. Romanzo. Roma, Società Editrice Internazionale, s.d. [ma ca. 1910]; nel fondo alcune edizioni italiane dal 1924 in poi). Ignorato dai più, un promettente fisico, Griffin, studia con successo un procedimento per rendere gli oggetti invisibili. Sperimentato su di sé il procedimento, comincia ad assaporare i vantaggi della sua invisibilità. Colto da un delirio di onnipotenza, non riuscirà a prevederne gli effetti negativi. Il libro ebbe, come gran parte dei romanzi di Wells, numerose trasposizioni cinematografiche; la prima è del 1933, diretta da John Whale con protagonista Claude Rains (l’indimenticabile capitano Renault di Casablanca): lo scrittore se ne dichiarò soddisfatto. • The War of the Worlds. London, William Heinemann 1898; p. 303; 19,5 cm (trad. italiana: La guerra dei mondi. Romanzo. Traduzione di A.M. Sodini. Milano, Vallardi, 1901; nel Fondo è presente però solo la prima traduzione francese edita a Parigi da Calmann-Levy, senza data). Del romanzo più noto di Wells abbiamo detto all’inizio; non ci resta che sottolineare che il suc- cesso lo fece oggetto di numerosi atti di pirateria e di imitazione. Già nell’anno della sua uscita, “The Boston Evening Post” pubblicò a puntate un Fighters from Mars. The War of the Worlds in and near Boston, una trasposizione degli eventi del romanzo nel territorio della grande città americana. Altro ideale seguito fu quello che vide il grande inventore Edison comandare una flotta di aeronavi per portare guerra a Marte (Edison’s Conquest of Mars, scritto da Garrett Putnam Serviss nel 1898, edito in volume nel 1947). • When the Sleeper Wakes. London, Harper & Brother Publishers, 1899; p. 328; 20 cm (trad. italiana: Quando il dormiente si sveglierà. Romanzo. Milano, Treves, 1907). Con questo romanzo comincia il ciclo che Wells chiamò “Fantasie del possibile”. Il mito del dormiente, che dopo secoli di sonno si ridesta per osservare il mondo che lo circonda permette all’autore di di criticare ferocemente la propria città e, quindi, la società del suo tempo sottolineando le degenerazioni subite dall’etica e dalla visione del mondo dei suoi contemporanei, offrendo il pretesto per appelli e invettive destinati a influire sui lettori. • The First Men in the Moon. London, George Newnes Ltd., 1901; p. 342; 20 cm (trad. italiana: I primi uomini luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano nella Luna. Romanzo fantastico. Traduzione dall’Inglese, unica autorizzata, di Angelo Sodini. Milano, Vallardi, 1910; presente nel Fondo). Una particolare sostanza antigravitazionale permette a due strampalati personaggi di raggiungere il nostro satellite e scoprire che è abitato. La descrizione della società lunare consente a Wells di considerare criticamente quella terrestre. La vicenda presente alcune analogie con il libro di Ulisse Grifoni, Da Firenze alle stelle (Firenze, Tipografia editrice del Fieramosca, 1885; presente nel Fondo), dove una sostanza antigravitazionale permette a tre uomini di giungere sulla Luna. Grifoni, socialista, scriverà un altro romanzo avveniristico Dopo il trionfo del Socialismo italiano. Sogno di un uomo di cuore (Genova, Libreria editrice W. Frikart, 1907; presente nel Fondo). Che li abbia letti anche Wells? • The Sea Lady. A Tissue of Moonshine. London, Methuen & Co., 1902; p. 301; 20 cm (trad. italiana: La signora del mare. Romanzo. Milano, F.lli Treves, 1908). Curiosa storia di un uomo che crede di aver salvato una donna annegata, salvo poi scoprire che si tratta di una sirena. • The Food of the Gods and How it Came to Earth. London, Macmillan and Co. Ltd., 1904; p. 317; 20 cm (trad. italiana: L’alimento divino. Romanzo. Traduzione di Alberto Fidi. Milano, Cioffi, 1922). • Kipps. The Story of a Simple Soul. London, Macmillan & Co., 1905; p. 425; 20 cm (trad. italiana: Kipps. NOTE 1 Cittadina che ospitò, negli ultimi anni della sua vita, Charles Darwin (1809-1882). Il particolare non è secondario, visto come il giovane Wells fu affascinato dalle teorie dell’evoluzionismo. 2 Thomas Henry Huxley (1825-1895), importante biologo e filosofo inglese, propugnatore delle teorie evoluzioniste di Darwin e protagonista di epici scontri con la Chiesa anglicana. Egli fu nonno del biologo Julian e dello scrittore e saggista Aldous, autore, tra l’altro di un famoso romanzo di fantascienza, Brave New World. Questo romanzo (che prende il titolo da una frase della Tempesta di Shakespeare “How beauteous mankind is! O 27 Storia d’un anima semplice. Unica traduzione autorizzata di Valentina Capocci. Milano, Treves, 1926). • In the Days of the Comet. London, Macmillan & Co. Ltd., 1906; p. 305; 20 cm (trad. italiana: Nei giorni della cometa. Romanzo. Milano, Fratelli Treves, 1906; presente nel Fondo). • New Worlds for Old. London, Archibald Constable & Co. Ltd., 1908; p. 355; 20 cm. Esperienza di prima mano sui movimenti socialisti in Inghilterra e in America. • The War in the Air and Particularly How Mr Bert Smallways Fared While it Lasted. London, George Bell and Sons, 1908; p. 389; 20 cm (trad. italiana: La Guerra nell’aria. Romanzo. Traduzione dall’Inglese di Irma Rios, unica autorizzata. Milano, Fratelli Treves, 1909; nel fondo è presente la nuova edizione economica del 1911). Il nemico è già la Germania, le nuove battaglie si combattono nei cieli. • Tono-Bungay. London, Macmillan and Co. Ltd., 1909; p. 493; 20 cm (trad. italiana: Tono Bungay. A cura di Chiara Vatteroni. Roma, Fazi, 2000). Quadro amaro e ironico della dissoluzione della società inglese contemporanea, con la vecchia nobiltà terriera incapace di vincere l’inerzia di un passato non più proponibile, e la nuova borghesia affarista preda di insulsa frenesie per il brave new world that has such people in’t!”) è, con 1984 di Orwell, uno dei più compiuti esempi della cosiddetta “distopia” o utopia negativa nella narrativa del secolo scorso. 3 Il termine “canali” usato da Schiaparelli per indicare delle formazioni naturali sulla superficie del pianeta venne tradotto con “canals”, canali artificiali e quindi oppera di un’intelligenza in questo caso aliena, anziché con il più corretto “channels”, che indica, tra l’altro, proprio i canali naturali. Certo che le mappe disegnate dall’astronomo piemontese scatenarono alla fine del secolo XIX una ridda di ipotesi sulla vita extraterrestre, a prescindere dalle traduzioni, fedeli o infedeli che fossero. Carl Theodor Victor Kurd Lasswitz (1848-1910), filosofo e matematico tedesco, fu autore di alcuni romanzi e racconti che sorprendentemente anticipano alcuni temi diffusi nella letteratura fantastica del Novecento: dall’invasione marziana, appunto, passando alle piante del pianeta Nettuno (Sternentau. Die Pflanze vom Neptunsmond, Leipzig, Elischer, s.d.), sino alla borgesiana Biblioteca di Babele, prevista quasi puntualmente nel racconto Die Universalbibliothek (1904; tradotto in italiano da F. Massimi nell’antologia Racconti matematici, a cura di C. Bartocci, Torino, Einaudi, 2006). L’idea di una biblioteca universale che potesse contenere tutto lo scibile umano stampato su carta, 4 28 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 guadagno. • The New Machiavelli. New York, Duffield & Company, 1910; p. 490; 19,5 cm. • The History of Mr. Polly. London, Thomas Nelson and Sons, 1910; p. 374; 19 cm (trad. italiana: Storia d’un uomo che digeriva male. Romanzo. Traduzione di Giampietro Ceretti. Milano, Treves, 1915). Come in Kipps, nella Storia di Mr. Polly Wells ritrae la piccola borghesia inglese, proprio quella cui si rivolgeva con i suoi romanzi. • The Country of the Blind and Other Stories. London, Thomas Nelson and Sons, [1911]; p. 574; 19 cm (trad. italiana: Il paese dei ciechi. Romanzo. Milano, Editoriale Italiana, 1945). Il racconto da cui prende il titolo la raccolta, è da considerarsi un piccolo capolavoro del nostro scrittore. • The Secret Places of the Heart. London, Cassell and Company, 1922; p. 311; 19,5 cm. • Men Like Gods. London, Cassell and Company, Ltd, 1923; p. 304; 20 cm (trad. italiana Uomini come dei. Milano, Mursia, 2005). Di questo romanzo (che indusse Huxley a scrivere Brave New World contro le utopiche teorie wellsiane) Wells disse: «… non fu un gran successo, scritto in quel momento in cui mi ero stancato di parlare attraverso divertenti parabole a un mondo prende corpo per Lasswitz in precise formule matematiche e può essere riassunta nelle parole di uno dei protagonisti del breve racconto, il professor Wallhausen: «… il numero di possibili combinazioni di un dato numero di lettere è limitato. Perciò tutta la letteratura può essere stampata in un numero finito di volumi». Sarebbe utile indagare a fondo su quanto lesse Borges nel suo primo soggiorno europeo e cosa lo colpì della cultura europea: forse si potrebbero fare altre scoperte interessanti e aiuterebbe rivisitare autori apparentemente minori come Lasswitz. 5 Auf zwei Planeten. Roman in zwei Büchern, Weimar, Felber, 1897 (non presente nel nostro fondo). 6 The Food of the Gods and How it Came to Earth. London, Macmillan and Co. Ltd., 1904; p. 317; 20 cm; ora nel nostro Fondo. impegnato a distruggersi». • The Dream. A Novel. London, Jonathan Cape, [1924]; p. 320; 20 cm. Nell’epilogo Wells si interroga senza risultato sulla immortalità dell’uomo e sulla sopravvivenza dei ricordi alla morte. • The Way the World is Going. Guesses & Forecast of the Years Ahead. 26 Articles & Lectures. London, Ernest Benn Ltd, 1928; p. 301; 19 cm. Wells prevede in questo libro la nascita della Lega delle Nazioni e, considerando le circostanze del 1927 simili in tutto per tutto a quelle del 1907, una imminente nuova guerra mondiale. • The Crocquet Player. London, Chatto & Windus, 1936; p. 81; 19,5 cm (trad. italiana: Il Giocatore di Croquet. Con introduzione di Mario M. Rossi. Roma, Edizioni Leonardo, 1947). • Star Begotten. A Biological Fantasia. London, Chatto & Windus, 1937; p. 198; 19,5 cm (trad. italiana: Gli astrigeni. Latina, L’Argonauta, 1989). Se ne La guerra dei mondi del 1898, Wells aveva descritto i marziani come crudeli invasori, in questo romanzo rivede il suo giudizio descrivendoli come esseri superiori volti al bene della razza umana. Il libro è dedicato all’amico Winston Spencer Churchill. La contessa russa Moura (Maria Ignatievna) Zakrevskaya (conosciuta anche come contessa Beckendorff o baronessa Budberg, 1891-1974), vide il primo marito, Johann von Beckendorff, alto diplomatico fedele allo Zar, cadere sotto i colpi di un contadino. Dopo l’assassinio, si legò al diplomatico inglese Bruce Lockhart. Divenne poi segretaria e compagna di vita di Maxim Gorkij sino a quando lo scrittore non tornò definitivamente in Russia nel 1933 (a lei è dedicata la celebre Vita di Klim Samghin, 1925). Da quel momento visse con H.G. Wells. Appartenente al genere delle femmes fatales, in auge nella Belle Époque, Moura, per la sua vita avventurosa e per le sue frequentazioni, ma anche per i sospetti, forse fondati, di cui fu oggetto, venne chiamata la “Mata Hari di Russia”. 7 Il movimento prendeva il nome da Quinto Fabio Massimo detto il Temporeggiatore, che preferì sempre adottare, contro il nemico, nello specifico Annibale e i cartaginesi, una strategia di logoramento delle sue forze, piuttosto che un violento confronto diretto. 9 The World Set Free, London, Macmillan, 1914; purtroppo non presente nel nostro Fondo. 10 The Interpretation of Radium…, New York, G.P Putnam’s Sons; London, John Murray, 1909. 11 Vincenzo Cioci, Science fiction e realtà: La liberazione del mondo di H.G. Wells e il suo influsso sugli scienziati atomici, in Atti del VI Convegno sulla Comunicazione della Scienza…, a cura di N. Petrelli, D. Ramani, G. Sturloni; Milano, Polimetrica, 2007. 8 luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 inSEDICESIMO T E AT R O D I V E R D U R E – C ATA L O G H I – S P I G O L AT U R E – RECENSIONI – MOSTRE – ASTE VALENTINA CORTESE, UNA VITA INIMITABILE. Dalla campagna di Agnadello a Hollywood di sonia corain Conversazione a cuore aperto con l’ultima grande diva del panorama culturale italiano alentina Cortese è reduce da una applauditissima Serata al Teatro di Verdura (giovedì 21 giugno), curata da Antonio Zanoletti, attore e regista, suo grande amico. Il pubblico, rapito, ha potuto ascoltare i racconti di vita della straordinaria Signora del Teatro e del Cinema Italiano, tratti dalla sua autobiografia edita da Mondadori Quanti sono i domani passati. A sinistra: foto inedita di Valentina Cortese a 17 anni: il primo servizio fotografico realizzato in vista della partenza per Roma, dove debutta nel Cinema V Signora Cortese lei è considerata l’ultima grande diva del teatro italiano. Cosa pensa di questa definizione? Non mi ci vedo, ma sto al gioco. È una maschera che mi protegge. Io sono timida, sai… (ride) E poi la gente adora sognare e noi attori siamo parte di quei sogni che dopotutto non fanno male. Io ho grande rispetto del mio pubblico. Lei indossa sempre abiti da sogno, che paiono quasi opere d’arte. È sempre di un’eleganza raffinata. Qual è il suo rapporto con la moda? INFORMAZIONI Tutti gli Incontri al Teatro di Verdura - Libri in scena 2012 sono a Ingresso libero SENZA PRENOTAZIONE fino ad esaurimento posti Per questioni di ordine pubblico si invitano gli spettatori a presentarsi in via Senato 14 non prima delle ore 20.30, orario di apertura del portone. L’accesso è consentito solo fino all’inizio degli Incontri In caso di pioggia gli Incontri saranno sospesi Per informazioni tel 02.76020794 www.bibliotecadiviasenato.it Negli anni amici stilisti mi hanno vestita con abiti splendidi e li ringrazio. Per me un abito deve riuscire ad esprimere quello che una persona ha dentro. Questa è la moda, per me. L’abito è la continuazione di quello che siamo. È parte della nostra personalità il vestire in un certo modo. Al di là di ciò che indosso, però, io sono una persona molto semplice e alla mano. Mi piace parlare nel mio dialetto lombardo, per esempio. Sono legata profondamente alle mie origini contadine. Il foulard che porto sempre in testa è infatti un omaggio alle contadine della mia infanzia, che lo indossavano per proteggersi dal sole. Lei ha avuto un’infanzia dura, che molti leggendo la sua autobiografia non si aspettavano. Lei ha sofferto la fame… Ho avuto l’infanzia di quasi tutti i contadini della mia generazione: si aveva poco, ma quel poco bastava per 30 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Sopra: Valentina Cortese e Antonio Zanoletti al Teatro di Verdura – Libri in scena 2012 essere contenti. Ma ho avuto anche un’infanzia molto felice: a piedi nudi per i campi, seguendo i miei fratelli “di latte”, la mamma Rina che mi ha voluto bene come se fossi figlia sua, il papà Giuseppe che per primo ha costruito per me nel fienile un teatrino con i sacchi, le assi di legno e le vecchie panche della chiesa, dopo il mio disastroso “debutto” con la recita della poesia di fronte al Vescovo di Cremona. Queste sono cose che ti restano dentro e che fanno di te una persona autentica: nella mia infanzia ciò che ho imparato è cercare la verità dentro le persone. La povertà materiale si sopporta, è quella spirituale e interiore la vera povertà. E da quella cara Sonia non si guarisce, ricordalo. Invece della sua “vera” famiglia che ricordi ha? Della zia Olga, che poi era la mia vera e giovanissima mamma, non ho quasi nessun ricordo. L’ho vista solo due volte durante la mia infanzia. Profumava di fiori ed era bellissima, ma era una bellezza fredda, che mi metteva in soggezione. Quando sono venuti a prendermi e mi hanno portato via dalla mamma Rina per me è stata una piccola tragedia. Vivevo in una casa più bella, certo, avevo bei vestiti, e i nonni torinesi erano adorabili con me, ma sentivo sempre la mancanza di qualcosa…. Forse questo era dovuto alla mia indole da “fuggitiva”. Indole da “fuggitiva”? Sì, da sempre mi contraddistingue una certa inquietudine, la voglia di andare via, fuggire, vedere oltre. Una volta mi sono infilata in una carovana di zingari in partenza dalla mia campagna, mi ha riportata a casa il mugnaio. Un’altra volta, in vacanza a Livorno coi nonni, sono scappata dalla spiaggia alla volta della stazione per andare a prendere lo zio Vincenzo. Peccato che io non lo avessi mai visto lo zio, che non avessi idea di dove fosse la stazione e che avessi 8 anni! Di ritorno, tutta orgogliosa, con lo zio, c’erano due Carabinieri che mi aspettavano e tutti che piangevano. Quella volta ne ho prese tante dalla nonna, ma così tante che ancora me le ricordo! Però ha fatto bene, me le sono meritate. Poi c’è la volta che sono fuggita da Hollywood, ma quella è un’altra storia. Una storia che dimostra la sua forza di carattere e la sua onestà. Altre attrici, con una carriera nella sfolgorante mecca del cinema, non avrebbero avuto la sua forza, non crede? Darryl Zanuck, il padrone della 20th Century Fox, era un essere spregevole, che tentò di approfittarsi di me ad una delle mega-feste organizzate a Hollywood. Gli gettai in faccia un bicchiere di whisky, con una forza e una gioia che non scorderò mai. Mi chiamò il giorno dopo dicendomi che avrebbe potuto fare di me la più grande stella del cinema mondiale, ma che volendo luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano poteva distruggermi “just like that”. Gli risposi che io VOLEVO essere distrutta “just like that”. Hollywood era un mondo a parte, indescrivibile a parole: pieno di artisti veri, gente bellissima e dal grande cuore da Greta Garbo, il mio mito, a Joan Crawford, da Marilyn Monroe a Marlene Dietrich, da Cary Grant a Charlie Chaplin tutti amici a me molto cari. Con questo non voglio dire che i grandi stanno solo a Hollywood! Anche il cinema italiano ha registi e interpreti da fare invidia al mondo intero. Lei ne è un esempio, infatti. No, non io, intendo dire gli artisti coi quali ho avuto la fortuna di lavorare: Federico Fellini, per esempio, con cui ho girato Giulietta degli spiriti, che veniva a casa mia ad ore inaspettate per mangiare i piccioni cucinati dalla mia cuoca Francesca. E Franco Zeffirelli, che per me è un fratello. Con lui ho girato film indimenticabili, il mio adorato Franco, mi scalda il cuore ogni volta che lo sento. Lei ha “quasi” vinto un Oscar per Effetto Notte di François Truffaut. Non lo vinsi perché il film era già uscito e gli attori non potevano essere candidati l’anno successivo. Lo vinse Ingrid Bergman, che davanti a tutti alla consegna disse “questo Oscar non mi appartiene. Appartiene a Valentina Cortese. Alzati Valentina”…. , fu un momento incredibile, adorabile Ingrid… (si commuove alle lacrime al ricordo) In Italia lei è ricordata soprattutto per il teatro. Le sue interpretazioni al Piccolo Teatro come ne Il giardino dei ciliegi con la regia di Giorgio Strehler sono un pezzo indimenticabile della storia del teatro non solo italiano. Il teatro è per me un bisogno, una necessità. È come l’aria. La sensazione dei passi sulle assi di legno mi fa sentire viva, mi riporta alla mia infanzia. Lavorare con Giorgio è stato come tornare a casa, in una casa che non avevo mai abitato prima, eppure era lì per me, ed era mia, e io lo sapevo, lo sapevo nell’anima. Giorgio dirigeva e tutti noi ci perdevamo in quella magia. Passavano le ore e nessuno di noi sentiva la stanchezza. Quante volte abbiamo fatto mattina al Piccolo Teatro, “quel” Piccolo Teatro… tutti persi nella magia dell’arte di Giorgio. Lui aveva l’entusiasmo e il candore di un bambino, lo metteva in ogni cosa che faceva. Non a caso amava tanto il Natale, proprio per il suo spirito di eterno fanciullo che guarda la vita con apertura e stupore. Non posso ancora credere che se ne sia andato il giorno di Natale. (gli splendidi occhi 31 verde-azzurri della signora Cortese si inumidiscono al pensiero) Giorgio Strehler è stato uno dei grandi amori della sua vita. Ma ci vuole raccontare come è stato il suo primo amore? L’amore io l’ho conosciuto per la prima volta a Stresa, dove ero in vacanza coi nonni e avevo deciso di allestire con alcuni amici quattro spettacoli durante i giorni di riposo del teatro cittadino. Andavamo a vendere i biglietti per la nostra piccola compagnia ed ecco che ci imbattiamo in tre signori distinti. Ero certa che sarebbero venuti ad assistere al nostro spettacolo, e infatti fu così. Erano tre importanti uomini di spettacolo, uno dei quali era Victor De Sabata. Victor si appassionò talmente tanto alla cosa che seguì Sotto: foto inedita di Valentina Cortese nel suo appartamento di Milano 32 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 di essere stata molto fortunata ad afferrare e seguire questi fili invisibili, o forse la fortuna, il caso ha voluto baciare proprio me più di altri. Victor mi diceva che il caso è quando Dio agisce in incognito. Cerco sempre il Divino nelle cose, nelle persone, nella natura, in noi, in me… In tutti i ruoli che ho interpretato ho sempre messo parte della mia vita, ma nella vita di tutti i giorni sono me stessa, sempre, e nei personaggi cui ho dato un volto e un’anima sicuramente c’è una parte di Valentina e in me qualcosa di loro… il teatro è vita! Sopra: foto inedita di Valentina Cortese con Giorgio Strehler durante le prove de Il giardino dei ciliegi di Čechov al Piccolo Teatro (1975) anche tutte le prove, dandomi consigli preziosissimi. Un giorno mi disse “tu sei l’alba della mia vita”… Victor… il mio primo grande amore, è stato anche colui che mi ha fatto capire cos’è veramente la musica, mia prima grande maestra, e mi ha insegnato che per fare le cose nel modo giusto occorre studiare, imparare, e leggere, leggere. Aveva occhi profondi e sguardi dolcissimi, del colore del mare. Mi ha molto amata, fino all’ultimo dei suoi giorni e io l’ho adorato e lo adoro ancora, con tutta me stessa. Nella sua straordinaria vita lei ha girato tutto il mondo, ha vissuto in tanti luoghi diversi, ma è sempre tornata a vivere a Milano. Perché? Perché qui a Milano viveva Carlo De Angeli, che ho sposato. Carlo… un uomo di altezze morali ineguagliabili. Ma io amo molto viaggiare, vedere e vivere posti nuovi… deve essere la mia indole da fuggitiva che ancora oggi si fa sentire. Però amo anche tornare a casa, nel luogo che sento mio. Milano l’ho conosciuta quando avevo più o meno sei anni: ci trasferimmo in città, perché papà Giuseppe voleva dare una vita migliore ai suoi figli, con un lavoro da spazzino municipale. A me mancavano i campi e gli spazi aperti, la povertà di città era più desolante di quella della campagna. Di giorno seguivo incantata le figure umane che popolavano una Milano che ormai non esiste più: venditori di caldarroste, cinesini che vendevano le cravatte, spazzacamini in cerca di lavoro. Finiti i compiti andavo a giocare allo zoo dei giardini pubblici di via Palestro con tre amichetti. Giocavamo sempre ai pellerossa. Uno di questi bambini, che mi prendeva in giro perché parlavo solo dialetto, lo ritrovai molti anni dopo al Piccolo: era Giorgio Strehler. Come è curiosa la vita! Quanto c’è di teatro nella vita? E quanta vita c’è nel teatro? La vita è fatta di tanti fili invisibili che si intrecciano tutti tra loro. Io credo Perché ha deciso di scrivere un libro che raccontasse di sé, della sua vita? Evidentemente perché sono una diva vanitosa. (ride) La verità è che ho sentito l’esigenza di scrivere, per fare ordine nella mia vita e anche in parte sì, perché non voglio che tutto vada dimenticato e quindi perduto. Amo molto i libri e credo nell’importanza della parola scritta: tutto il grande teatro viene dalla parola scritta e noi siamo i messaggeri di quella parola. Senza i libri il mondo sarebbe un luogo troppo arido per essere sopportabile. Bisogna che qualcosa di noi rimanga, di tutti noi. Perché in ognuno c’è una storia che merita di essere raccontata e ricordata. Signora Cortese quanti sono i domani passati? Quanti sono non lo so. Alla soglia dei novant’anni ho imparato a non guardare troppo al passato che non puoi cambiare, e del mio non cambierei niente. E non guardo nemmeno troppo al futuro. Io guardo al presente, io vivo “il qui e ora”. Ringrazio la vita per ogni giorno che mi regala. (sorride e i suoi occhi ti regalano una luce indescrivibile, grazie Valentina!) luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano INCONTRI AL TEATRO DI VERDURA Libri in scena 2012. Prossimi appuntamenti • Giovedì 19 luglio PIRANDELLO E LA LUNA Novelle tra verismo e metafisica con Antonio Zanoletti Un viaggio dentro alcune novelle dell’autore siciliano che, partendo da una scrittura isolana legata alla Madre Terra, via via se ne allontana con atmosfere sempre più rarefatte e misteriche, legate ai miti lunari. È il cerchio dell’eterno ritorno, il mito dei legami viscerali, sacrali, iniziatici. • Mercoledì 25 luglio IL CLAVICEMBALOVERDE presenta Enrico Beruschi in ASPETTANDO VERDI A MILANO Digressioni, pensieri, parole “in-canto” Precursore delle celebrazioni in onore del grande Maestro, Enrico Beruschi, con giovani promesse della lirica, presenta una serata in cui scoprire aspetti e luoghi inediti che uniscono Verdi a Milano. Dal volume di Giancarla Moscatelli, A Milano con Verdi, ed. Curcilibri. • Mercoledì 1 agosto CARTOLINE DA MONDO PICCOLO Vita, morte e miracoli letterari di Giovannino Guareschi con Enrico Beruschi e Alessandro Gnocchi, scrittore La vita e l’opera dell’inventore di don Camillo attraverso la lettura dei suoi racconti più belli. Per tornare a sorridere e per imparare a commuoversi. • Giovedì 6 settembre il MUSEO IMMAGINATO l’arte raccontata da Philippe Daverio La nostra visione della storia dell’arte è ancora ottocentesca, io mi diverto a cambiare i punti di vista. Sono i giochi di uno che guarda al passato per capire il presente e il presente è quello che interessa veramente a tutti. — Philippe Daverio Il Museo Immaginato è il luogo dove le muse possono seguire l’ipotesi di un’idea, è il percorso di un saltimbanco nel quale la conoscenza si muove nel labirinto delle associazioni di epoche diverse che entrano tutte in confronto in un passato contemporaneo. Ognuno di noi possiede nelle stratificazioni del cervello e dell’anima il suo museo ideale, che muta al mutare dell’attimo che stiamo vivendo. Perciò attenzione! Quello che visiterete in questa serata è il Museo Immaginato del professor Daverio, perché «passare due ore con chi sa è più utile che passare due mesi in biblioteca». • Giovedì 13 settembre IO SONO NESSUNO Dissertazioni, azioni poetiche e considerazione sull’Odissea di Omero con Corrado d’Elia «Narrami, o Musa, dell’uomo dall’agile mente, che tanto vagò, dopo che distrusse la sacra città di Troia.» Ulisse è l’eroe che incontra luoghi e popoli dai nomi strani, divinità litigiose e condottieri valorosi durante il suo viaggio, che diventa desiderio di rielaborare la realtà in forma di racconto, per comprenderne il significato in vista del futuro. Un viaggio che è soprattutto necessità di “tornare a casa”, al desiderio di coerenza, di privato inteso come ritorno 33 a noi stessi. È quindi forse il viaggio della nostra vita, alla ricerca di noi stessi e del senso stesso del nostro viaggiare. • Martedì 18 settembre VOLUMI & UTOPIA a cura di Gianluca Montinaro SULLA LIBERTA’ con Carlo Carena saggista e collaboratore de Il Sole 24 Ore Un percorso di riflessione sull’individuo, la dignità e il valore formativo dell’esperienza culturale, prendendo spunto da alcuni fra i più importanti scritti di Erasmo da Rotterdam, padre dell’Umanesimo europeo. Testo di riferimento: E. Roterodamus, De libero arbitrio Diatribe. Basileae apud Ioannem Frobenium, anno 1524. Mense septembri. • Mercoledì 19 settembre VOLUMI & UTOPIA a cura di Gianluca Montinaro BELLEZZA E LIBERTA’ con Stefano Zecchi, Ordinario di Estetica, Università Statale Milano Il pensiero crociano, nel quale la Storia assume valore perché procede sempre verso una più ampia realizzazione della Libertà, e le riflessioni sull’estetica (ovvero sull’oggettività del bello), si intrecciano disegnando una nuova dimensione di consapevolezza dell’individuo. Una filosofia che ha tutti i caratteri per essere l’antidoto ai mali dei nostri giorni. Una riflessione su come vivere meglio, una speranza per un futuro migliore. Testo di riferimento: B. Croce, Aesthetica in nuce, Milano, Vanni Scheiwiller, 1966 (ed. a tiratura limitata, n. 60/200) 34 IL CATALOGO DEGLI ANTICHI Libri da leggere per comprare libri di annette popel pozzo PLACCHETTE – PLAQUETTES Libreria Antiquaria Gozzini, Firenze La Libreria Antiquaria Gozzini di Firenze – tra le più antiche librerie antiquarie italiane – tiene il passo con i tempi presentando cataloghi e percorsi virtuali sul proprio sito. Un bell’esempio è infatti il catalogo on-line delle “Placchette” con una scelta di ordini e bandi rari. Segnaliamo due edizioni legate insieme e stampate rispettivamente nel 1552 e 1553 dal fiorentino Lorenzo Torrentino sulla tassazione di alimenti, cioè la Legge prima sopra la gabella delle farine e la Legge seconda sopra la gabella delle macine. Entrambi testi – come succede spesso con pubblicazioni occasionali – non sono soltanto rari con pochissime copie censite nelle biblioteche italiane, ma la miscellanea offerta da Gozzini si presenta inoltre in una insolita legatura di riuso ricavato da un manoscritto su pergamena (€ 1.000). Al colophon di entrambi edizioni troviamo inoltre i nomi dei pubblici banditori: Tommaso di Bernardo Corteccia e Domenico Barlachi. Soprattutto l’ultimo fu rinomato nel Cinquecento fiorentino perché svolse oltre al banditore l’attività “più spigliata e non meno impegnativa di arguto e vivace animatore di allegre brigate”, con il suo nome entrato nella storia del teatro, visto che “nel 1548, in occasione dei festeggiamenti in onore di Enrico II, la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 che si svolsero a Lione, insieme a una compagnia di Fiorentini mise in scena la Calandra del Bibbiena, inaugurando così la gloriosa tradizione dei comici italiani in Francia” (DBI 6, pp. 398-399). Raro anche il canto nuziale offerto dal canonico di San Lorenzo in Damaso, Cosimo Gaci, Epitalamio nelle nozze de’ serenissimi il s. principe di Mantova et la signora principessa Leonora de Medici (Firenze, Giorgio Marescotti, 1584, € 800). Il testo censito in sole quattro copie in Italia (Edit 16) presenta la cornice architettonica con lo stemma dei Medici in alto e la veduta di Firenze in basso, usata spesso in edizioni torrentiniane. Giorgio Marescotti, in realtà d’origine francesce, giunse Firenze attorno al 1553, probabilmente su chiamata di Torrentino stesso, che non riuscì a trovare a Firenze personale adeguato per la sua tipografia. Subentrato nella tipografia dopo la morte di Lorenzo, Marescotti acquistò nel 1570 infatti una parte del materiale tipografico dello stampatore ducale Torrentino. Libreria Gozzini Via Ricasoli, 49-103r - 50122 Firenze http://www.gozzini.it/Placchette/index.h tml CARATTERI TIPOGRAFICI, CALLIGRAFIA ED EDIZIONI DI PREGIO Listino 3-2012, Libreria Alberto Govi, Modena Ben nutrita si presenta la sezione dei titoli calligrafici nell’ultimo catalogo on-line dello studio bibliografico modenese. Oltre a una copia della seconda edizione aumentata della celebre Opera di Vespasiano Amphiareo, che fu ristampata numerose volte nel corso del Cinquecento (Venezia, Giolito de Ferrari, 1554, con tre tavole in più rispetto alla princeps del 1548; numero 1, venduto) segnaliamo il Nuovo saggio di caratteri moderni in vari idiomi nelle sue proprie e vere forme dell’intagliatore romano Marco di Pietro (Firenze, Niccolò Pagni, 1802; legatura posteriore in cartone marmorizzato, numero 5, € 1.200). L’edizione che consiste in 12 carte calligrafiche compresi il frontespizio e la dedica calligrafica in fine non viene censita nell’ICCU o nell’OCLC. Apparentemente l’unica altra copia conosciuta è quella censita nel repertorio calligrafico di Claudio Bonacini. Difficilmente da individuare sul mercato è anche la prima edizione del primo campionario di caratteri della Imprenta Real di Spagna, stampato nel 1799 a Madrid con il titolo Muestras de los punzones y matrices de la letra que se funde en el obrador de la Imprenta Real (copia marginosa su carta forte in legatura coeva in mezza pelle; numero 9, € 5.600). La pubblicazione si basa sull’opera Muestra de los nuevos punzones y matrices del 1787 contenente i caratteri disegnati e incisi da Geronimo Gil per la Biblioteca Real. Apparentemente non censita è l’edizione Instruzione per formare, istudiare, ed altrui comunicare la tavola delli caratteri o lettere che si dicono dell’Alfabeto o Croce Santa, ad uso degl’Italiani per leggere il lor volgare ed il latino e molto più per formarsi a saper scrivere, ed istampare correttamente (Arezzo, Michele Bellotti, 1754; numero 10, € 250), consistente in un bifolio in 4to stampato soltanto nella parte interna. La rara placchetta fornisce ragguagli sull’uso corretto delle vocali “i” e “u” e delle consonanti contigue “j” e “v”. Libreria Alberto Govi di Fabrizio Govi Via Bononcini, 24 - 41124 Modena http://www.libreriagovi.com/uploads/news /Listino%203-2012.pdf luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano IL CATALOGO DEI MODERNI Libri da leggere per comprare libri di matteo noja L’ESTATE DELLE AVANGUARDIE Librairie Lecointre Drouet Catalogue Avant-gardes et architecture L’estate non è stagione favorevole per i cataloghi e quindi dobbiamo fare di necessità virtù. La libreria parigina Lecointre Drouet però ci giunge in soccorso inviandoci telematicamente un catalogo sulle avanguardie che presenta alcune curiosità. Veramente curioso è La Nuit du 13 Mai 68 di J. Gerz, J.-F. Bory e A. Hubschmid, una sorta di enciclopedia dei fatti che caratterizzarono il maggio parigino costituita da un astuccio quadrato del formato di un LP che contiene due dischi che hanno ritagliate delle finestre e sono montati su un cartoncino stampato. Uno, su carta gialla, ha il titolo Réaction, e l’altro, su carta arancione, ha il titolo Révolution: girandoli, attraverso le finestre è possibile leggere notizie dei fatti più importanti e vedere le fotografie del maggio ’68 (Paris, Agentzia 3, 1968; 2 dischi, 600 €). Dell’artista danese Asger Jorn (1914-1973, fondatore del gruppo CO.BR.A. e dell’Internationale Situationniste) il catalogo ci offre due volumi d’artista. Il primo è Pour la forme (Paris, Internationale Situationniste, [1958]; con una litografia originale di G. Debord dal titolo Naked City; tiratura di 750 copie; p. 136, 1.200 €). Il volume raccoglie una serie di scritti del periodo dal 1954 al 1957, apparsi in varie occasioni, che costituiscono la testimonianza del percorso sperimentale dell’artista dall’attività legata alla rivista “Cobra” sino alla fondazione dell’Internazionale Situazionista. Il secondo libro che vede protagonista l’artista danese è Mémoires, ed è anche il secondo realizzato dall’accoppiata Asger Jorn e Guy Debord (avevano già collaborato due anni prima per il libro Fin de Copenhague, stampato in 200 copie da Permild & Rosengreen, 1957). Mémoires (il cui titolo completo è Mémoires Structures portantes d’Asger Jorn) è famoso per avere la copertina in carta vetrata. Debord volle che fosse distribuito in forma privata. Solo nel 1993 concesse all’editore J.J. Pauvert di pubblicarne la ristampa, cui aggiunse un nuovo testo dal titolo Attestation dove giustificava la sua decisione (Copenhague, Internationale Situationniste, 1959. p. 64, 3.800 €). Tra le testimonianze italiane offerte nel catalogo un insieme di pubblicazioni del Gruppo ’70, composto tra gli altri da Eugenio Miccini, Giuseppe Chiari, Lamberto Pignotti. Si tratta di cataloghi e piccoli manifesti delle manifestazoni curate dal Gruppo alla metà degli anni Sessanta tra cui: “Sylvano Bussotti”, “Frasnedi” [1965], “Cartella ’70” [1965], “Mostra Luna-Park” [1965], “Alechinsky” [1965], “Malquori” [1966], “Poesie e No” [1966], “Mostra dei pittori del Gruppo ‘70 e Mostra di poesie visive”. Galeria Le Muse, Perugia [1966], “Franco Lastraioli” 35 [1966], “Gruppo ‘70” [1966], “Festival dei Popoli” [1967] (l’insieme delle affiches e dei cataloghi viene venduto a 900 €). Interessante il gruppo di pubblicazioni dell’ingegnere e architetto David Georges Emmerich (1925-1996) che con Buckminster Fuller fece ricerche sulla “tensegrità”, nuovo principio dell’architettura, usato per costruire cupole geodesiche, tende, barche a vela e un’infinità di altri oggetti: Exercices de géométrie constructive. Travaux d’étudiants. Séminaire et laboratoire de recherche structurale sous la direction de David Georges Emmerich (Paris, Ecole nationale supérieure des Beaux-Arts, 1970; p. 349-XXXI, 250 €); Soft Architecture. Essais sur l’autoconstruction (Paris, Institut de l’Environnement, 1974; p. 79, 200 €); Exercices de géométrie constructive. Morphologie (Paris, Ecole nationale supérieure des Beaux-Arts, 1968; p. 186, 450 €). Infine un gruppo di bollettini (o “lettres d’informations”) del “Centro de Arte y Comunicación” [CAYC] di Buenos Aires. Nato nell’agosto 1968 come workshop permanente, fondato da Victor Grippo, Jacques Bedel, Luis Fernando Benedit, Alfredo Portillos, Clorindo Testa, Jorge Glusberg e Jorge González, il CAYC divenne in breve un centro per diffondere la pop art e l’arte concettuale. Diretto da Jorge Glusberg, il Centro emanò questa sorta di bollettini spedendoli direttamente per posta a vari artisti di tutto il mondo (collezione di 44 numeri, su 736, dal 1970 al 1977. Vengono venduti singolarmente a 40 €). Librairie Lecointre Drouet 9 rue de Tournon, 75006 Paris Tél. 00 33 (0)1 43 26 02 92 Fax. 00 33 (0)1 46 33 11 40 [email protected] www.lecointredrouet.com 36 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 37 look! Color your look! Tutti Tutti i diritti diritti sono riservati riser vati ai rispettivi rispettivi proprietari. proprietari. maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano Un mondo di divertimento. er timento. gr gruppopreziosi.it uppopreziosi.it rreziosi.it 38 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI Cataloghi da conservare per il futuro. Due libri sulla grafica e le avanguardie di matteo noja L’AUTONOMIA DELLA GRAFICA E L’IDENTITÀ ITALIANA on la quinta edizione dal titolo TDM5: grafica italiana, Triennale Design Museum porta avanti il suo percorso di promozione e valorizzazione della creatività italiana, estendendo la ricerca a una storia che è sempre stata considerata minore e ancillare, per restituirle la giusta autonomia». Così sul sito della Triennale di Milano la presentazione della mostra TDM5 che è in corso dal 14 aprile scorso e rimarrà aperta sino al 24 febbraio 2013. Il catalogo (come la mostra) vuole essere una rassegna quasi completa e permanente di cosa è avvenuto in Italia, soprattutto nel ’900, nel complesso delle arti grafiche. La grafica costituisce un capitolo fondamentale della storia culturale italiana poiché, oltre che a svolgere la funzione di comunicare, interpretare e tradurre la realtà in forme visive, ha contribuito fortemente a costituire l’identità e la cultura della nostra nazione. Diviso, come la mostra, rigorosamente in settori (Lettera, Libro, Periodici, Cultura e Politica, Pubblicità, Imballaggi, Identità visiva, Segnali, Film e video) il catalogo confronta le declinazioni pìu interessanti del segno grafico. Ci spiega come si può rendere più leggibile un testo, una copertina, un messaggio a volte anche molto complesso (come nel caso delle “riviste di progetto” degli anni Sessanta), solo disponendo meglio le lettere, usando «C un carattere piuttosto che un altro, montando fotografie anche banali in maniera tale da far scattare in chi vede e legge un corto circuito tale da far suscitare un’idea, un pensiero. Sfogliando le pagine, si può imparare una grammatica altrettanto rigorosa che quella linguistica, che insegna a capire meglio, oltre il testo, quanto ci viene proposto sulla pagina stampata, sui manifesti o sullo schermo televisivo e cinematografico. Cosa non da poco in un’epoca in cui molte cose, soprattutto nella cultura (e quindi anche nella grafica) vengono date per scontate e molte competenze si sono appiattite in un diffuso “non sapere” che difficilmente verrà colmato in tempi brevi. “TDM 5: Grafica Italiana” A cura di Giorgio Camuffo, Mario Piazza, Carlo Vinti con la direzione di Silvana Annicchiarico. Mantova, Corraini, 2012; p. 392, € 48,00 DAL SEGNO E DALLA FORMA NASCE L’ARTE MODERNA n altro catalogo che intende offrire un ampio panorama di ciò che hanno prodotto le avanguardie storiche nell’ambito della grafica, cercando di strapparle da quella posizione di secondo piano in cui abitualmente vengono relegate. Per rendere giustizia a un’eredità importante che, scaturita dai roboanti programmi dei vari protagonisti (i quali proponendo un’arte pura, almeno nel concetto moderno di questo termine, tendevano U a insinuarsi in ogni campo delle attività umane) si è sviluppata progressivamente in quella che siamo abituati ormai a considerare la tradizione della modernità. L’obiettivo di trasformare la società con l’arte e la volontà di comunicare questo scopo, approfittando di ogni mezzo possibile, fecero sì che i promotori delle avanguardie vedessero meno importante ciò che per secoli invece era stato fondamentale per l’arte: la pittura e la scultura. Come sottolinea Manuel Fontán del Junco nell’introduzione al catalogo, i nuovi mezzi di comunicazione così diretti e immediati, rappresentavano una sfida troppo ghiotta per non essere colta: dal poster alle riviste, dai giornali ai libri, dalle immagini fotografiche (manipolate, frammentate, montate fra loro) al cinema. Tutti questi modi di intervenire nella e sulla realtà provocarono una vera e propria “apoteosi” del segno e della forma in contesti che fino ad allora erano rimasti alieni dalla pratica artistica, soprattutto in quello del testo scritto. Così facendo, le avanguardie determinarono in un tempo relativamente breve un profondo irreversibile cambiamento concettuale nella comprensione dell’arte e dei suoi oggetti. Opere di 250 artisti – come F.T. Marinetti Jan Tschichold, Aleksandr Rodchenko, Laszlo Moholy-Nagy per citare solo alcuni dei maggiori – vengono fedelmente riprodotte in queste pagine e fanno di questo volume, ingombrante per dimensioni ma prezioso per contenuto, un repertorio insostituibile per quanti vogliono studiare o collezionare libri e documenti delle avanguardie. “The Avant-Garde Applied (1890-1950)” Testi di Manuel Fontán del Junco, Richard Hollis, Maurizio Scudiero e Bruno Tonini. Madrid, Fundación Juan March, 2012; p. 469, € 50,00 luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 39 ET AB HIC ET AB HOC La Gioconda sulla robiolina. Ovvero Il Kitsch che ci circonda, secondo Dorfles e non solo di laura mariani conti e matteo noja Alla Triennale di Milano è in corso, fino al 10 settembre 2012, la mostra Gillo Dorfles. Kitsch oggi il Kitsch. Dorfles è uno dei maggiori teorizzatori del Kitsch. Del 1968 è la sua prima pubblicazione sull’argomento “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto” (Milano, Mazzotta), che fa parte del nostro Fondo De Micheli e da cui sono tratti i brani che seguono. Etimo. La parola kitsch sarebbe da riportare etimologicamente all’inglese sketch , secondo altri invece al verbo tedesco etwas verkitschen; l’enciclopedia tedesca di Knaur lo definisce come “operazione apparentemente artistica che surroga una mancante forza creativa attraverso sollecitazioni della fantasia per particolari contenuti (erotici, politici, religiosi, sentimentali)”. Secondo Giesz, che ha scritto nel 1960 l’opera più completa al riguardo, il vocabolo ‘kitsch’ si potrebbe ritenere assai appropriato come dizione riferita ad una “spazzatura artistica”. Nostra epoca. Di kitsch non si dovrebbe discorrere che a proposito della nostra epoca; o almeno all’epoca che inizia attorno all’età barocca. Prima di allora esistevano esempi di arte “mediocre”, opere di artisti minori, opere che ovviamente non erano capolavori; ma che tuttavia rientravano nelle grandi correnti dell’arte autentica. Esisteva, anche allora, una gerarchia di valori artistici, ma non una categoria che si può considerare come arte col segno contrario, che ha le caratteristiche estrinseche dell’arte ma ne è contraffazione. dalla norma” (la pendenza del campanile) come d’un motivo di curiosità e di attrazione. è verificato con tante musiche di Liszt o di Chopin, ridotte al rango di canzonette sentimentali, per non dire dell’uso di altri capolavori (Mosè di Michelangelo, Gioconda di Leonardo) divenuti emblemi kitsch perché ormai riprodotti trivialmente e conosciuti non per i loro autentici valori, ma per il surrogato sentimentale o tecnico dei loro valori. Lo stesso accade ogni qualvolta un’opera eccelsa viene usata per una pubblicità, per un biglietto di auguri o per un concorso di bellezza. L’uomo-kitsch. E’ il “fruitore-di-cattivo-gusto”, ossia il modo di intendere, di assaporare, di atteggiarsi di fronte all’opera d’arte (buona o cattiva che sia) da parte dell’uomo di cattivo gusto. Si tratta di solito di un’ottusità che riguarda soltanto l’arte moderna o l’arte antica “difficile” (cioè la più seria), si tratta di individui che credono che dall’arte si debbano trarre soltanto impressioni gradevoli, piacevoli, zuccherate; o, addirittura, che l’arte serva come “condimento”, come “musica di fondo”, come decorazione, come status-symbol, magari, come mezzo per fare bella figura in società, e non certo come cosa seria, esercizio faticoso, attività impegnata e critica… Torre di Pisa. Un esempio di kitsch si ha tutte le volte che un elemento singolo o un’intera opera d’arte viene “trasferita” dal suo autentico rango e impiegata ad un fine diverso da quello per cui era destinata. È quanto si è visto accadere quando eccelsi monumenti del passato vennero utilizzati per scopi ben diversi da quelli originali: le copie in alabastro della Torre Pendente di Pisa, ad esempio, non sono kitsch soltanto perché sono delle copie in altro materiale, ma perché si sono valse d’una “deviazione vistosa Gioconda. Lo stesso fatto si Industrializzazione culturale. Il kitsch è cominciato con la produzione in serie, che ha avvilito l’oggetto e la copia artigianale. Solo con le possibilità di riproduzione (spesso mediocre) e di diffusione vertiginosa di oggetti artistici (o pseudo-artistici) è stata possibile l’esplosione del kitsch. Molto spesso nella riproduzione delle Madonne Sistine, dei Partenoni, degli Apolli del Belvedere è stato accantonato ogni rispetto per la fedeltà della “scala”, della tonalità del colore, per la globalità della figurazione; così da offrire al pubblico, non soltanto dei facsimile tutt’affatto approssimativi, ma, ciò che è più sorprendente, tali che al pubblico paiano più “attraenti”, più “belli”, più efficaci degli esemplari autentici. LA TUA TV. SEMP PRE PIÙ GRANDE. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 ANDANDO PER MOSTRE Eccentrici e visionari: Bramantino, Colombo e i “memento mori” della clausura di luca pietro nicoletti BRAMANTINO AL CASTELLO SFORZESCO DI MILANO el cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco campeggia una gigantografie di una rana riversa zampe all’aria e vista di scorcio: è una delle invenzioni più famose e insolite di uno dei più eccentrici pittori del Rinascimento in Lombardia, Bartolomeo N Suardi, più noto come Bramantino. Indica l’ingresso della mostra curata da Giovanni Agosti, Jacopo Stoppa e Marco Tanzi (catalogo Officina libraria), che ha riunito, “a km 0”, come è stato scritto, il più ricco nucleo di opere del maestro intorno all’unica opera inamovibile del pittore presente in città: il bellissimo e poco conosciuto affresco di BRAMANTINO A MILANO A CURA DI GIOVANNI AGOSTI, JACOPO STOPPA E MARCO TANZI MILANO, CASTELLO SFORZESCO, BIBLIOTECA TRIVULZIANA FINO AL 25 SETTEMBRE Argo che vegliava, a suo tempo, sul tesoro di Ludovico il Moro e oggi incluso negli spazi della Biblioteca Trivulziana. L’occasione di vere in un unico colpo d’occhio una larga parte della produzione di questo maestro, abitualmente suddivisa nei vari musei cittadini, consente, finalmente, di cogliere l’eccezionalità di uno dei pittori più Sopra: Argo, Milano, Biblioteca Trivulziana Sotto a sinistra: Adorazione, Milano, Pinacoteca Ambrosiana enigmatici e affascinanti dell’età degli Sforza, e che ha inciso ancora su un lungo tratto della cultura italiana del Novecento, da Agnoldomenico Pica ad Aldo Rossi. Ossessionato dalla prospettiva, Bramantino aveva innestato felicemente sulla sua formazione lombarda, figlia della lezione di Butinone e Zenale, la folgorante impressione ricevuta da Donato Bramante, giunto in città nel 1481 e destinato a rivoluzionare i destini della pittura nel capoluogo lombardo: da lui discende il gusto per le architetture ardite e silenti, quasi metafisiche e spesso aggiornate in senso archeologico, in cui si ambientano le scene della storia sacra o della mitologia, nelle quali non mancano di affacciarsi iconografie tanto rare da diventare dei veri e propri rompicapo. A Milano, però, stava per affacciarsi Leonardo, che porterà la novità dei lumi e dei moti dell’animo, con cui sarà impossibile non fare i conti. La sfida, per Bramantino come per Zenale, sarà quella di apprendere da quel potente detonatore costituito dal Cenacolo, ma senza farsene travolgere irrimediabilmente. luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 C'ERANO UNA VOLTA LE FIABE DI ANGELA COLOMBO un luogo comune pensare che le fiabe siano un genere narrativo che riguarda soltanto i bambini: nelle pieghe del racconto, infatti, si insidiano spesso le inquietudini e le domande dell’uomo moderno, che vi esorcizza le proprie paure placandole in un immaginario fantastico e, spesso, simbolico. Questo assunto letterario è stato basilare fin dagli esordi di Angela Colombo nel campo dell’incisione, ed è un tema che l’ha accompagnata, migrando da una tecnica all’altra, fino alla recente personale C’era… C’era… presentata da Pietro Bellasi al Museo Epper di Ascona, visitabile fino al 29 settembre. In questa serie di opere recenti, fra dipinti su tavola e libri d’artista, Angela Colombo ci porta ancora una volta nel suo mondo delle mille e una notte, popolato di sensuali figure femminili, femmes fatales figlie dell’Art Nouveau. Non sarebbe utile, tuttavia, È tentare letture dell’inconscio attraverso queste opere, sebbene le sue fiabe siano sempre, o quasi sempre, illustrate per adulti: il mondo fantastico di dame, odalische e cavalieri si connota per un sottile e sofisticato erotismo, ma non è gravato da sovrastrutture simboliche. Più interessante, invece, sottolineare lo stile ornato raffinatissimo, ottenuto con una MERAVIGLIE DI CARTA. PAPEROLLES DAGLI AGNELLI A TORINO ono alquanto insolite, se non stravaganti, le vie prese, talvolta, da collezionismo. E il caso, per esempio, delle paperoles, dei reliquiari ad utilizzo domestico o conventuale realizzati, fra XVII e XIX secolo, da suore di clausura con elaborate decorazioni suntuarie in carta, ma arricchite anche di vetri, avori, cere e cristalli intorno alla minuscola reliquia. La tecnica non era molto diversa da quelle usate nell’oreficeria, sebbene il risulta- S to fosse molto più fragile e delicato: come per le realizzazioni in filigrana, le paperoles venivano ottenute arrotolando pazientemente su se stesse striscioline di carta dorata e colorata se- condo motivi per lo più a soggetto floreale, successivamente impreziosite da inserti di altri materiali e da frammenti ossei attribuiti ai santi. La mostra che fino al 2 settembre si potrà apprezzare presso la PInacoteca Gianni e Marella Agnelli di Torino dà conto proprio di questa tipologia di oggetti attraverso un’ampia selezione che ricostruisce la storia di un genere artistico così eccentrico e carico di implicazioni antropologiche. Sopra: Angela Colombo, C’era una volta, 2012 tecnica degna di una pratica di bottega di altri tempi, capace di graffire la preparazione a gesso e l’oro a missione per arricchire gli effetti di rifrazione luminosa delle superfici lucide. Uno “spirito klimtiano” aleggia su queste opere, quello spirito che amava l’abilità artigianale dei maestri gotici e lo univa ai languori del decadentismo. Ma tutto questo è sostenuto, da sempre, da una facilità innata per il disegno di figura, che si riscontra parimenti nella grafica e nella pittura: entrambe sono figlie del lungo tirocinio con la calcografia, appresa, ai tempi dell’accademia a Brera, con la guida di Pietro Diana, che sarebbe poi diventato suo marito. Se però entrambi hanno condiviso una propensione per la cura minuziosa dell’immagine, fino a virtuosismi di tecnica che pochi sanno controllare, i loro percorsi nel mondo notturno dell’onirico hanno seguito vie differenti sia sotto il profilo iconografico sia sotto quello stilistico. Entrambi, tuttavia, ci ricordano quanto l’incisione sia da sempre un mondo che, secondo proprie e autonome vie, sonda i luoghi del mistero secondo tracciati di stile senza tempo. 44 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO Una piccola retrospettiva di giugno e luglio prima della chiusura estiva di annette popel pozzo PHOTOGRAPHY Asta del 26 giugno Oxford www.bonhams.com Segnaliamo un album fotografico di Robert Turnbull MacPherson (1814-1872) contenente un set di vedute di Roma del 1858 circa (lotto 132; stima € 6.2008.700; misure mediamente circa 300x300 mm). Trasferitosi da Edimburgo a Roma nel 1840, MacPherson diventa ben presto uno dei fotografi più commerciali e di maggior successo in Italia, specializzandosi in stampe all’albumina, considerato inoltre il vero fotografo della Roma Pontificia e Antica (cfr. Becchetti & Pietrangeli, Robert Macpherson, Un inglese fotografo a Roma, Roma, Quasar Editions, 1987). In asta anche una prima edizione del romanzo Murphy di Samuel Beckett (lotto 288; aggiudicato per £ 15.000), stampato in sole 1.500 copie da Routledge nel 1938, con sovraccoperta originale in buone condizioni. VENTE LIVRES ANCIENS ET MODERNES: VOYAGES Asta del 2 luglio Parigi www.alde.fr Highlight dell’asta è sicuramente la prima edizione di Voyage au pôle Sud et dans l’Océanie sur les corvettes l’Astrolabe et la Zélée pendant les années 1837-1840 del navigatore ed esploratore Jules Dumont d’Urville (Parigi, Gide & Baudry, 1841-1853; lotto 187; aggiudicato per € 15.000) che contiene la relazione della spedizione oceanica e dell’esplorazione dei mari antartici. La copia offerta contiene 159 tavole con colorazione coeva. VENTE BIBLIOTHÈQUE JIMMY DRULHON Asta del 3 luglio Parigi www.alde.fr La copia della prima edizione di Études sur la maladie des vers à soie, moyen pratique assuré de la combattre et d’en prévenir le retour di Louis Pasteur (Parigi, Gauthier-Villars, 1870; lotto 499; stima € 1.000-1.200, aggiudicato per € 1.900) serviva verosimilmente a Drulhon stesso per motivi di studio, considerando che nel 2009 pubblicò un’opera sul chimico e biologo francese Louis Pasteur, cinq années dans les Cévennes au pays de l’arbre d’or ou histoire des cinq séjours alésiens du savant pour étudier la maladie du ver à soie (1865-1869). LIVRES ANCIENS ET MODERNES Asta del 4 luglio Parigi www.ader-paris.fr Molto grazioso e partendo con una stima modesta si presenta una copia della seconda edizione aldina del testo di Marco Anneo Lucano (Venezia, 1515, lotto 27, stima € 1.000-1.500) in una legatura giansenista con il frontespizio e il colophon illuminato. La copia della prima edizione Le voyage d’Urien di André Gide (Parigi, 1893, in tiratura di sole 300 copie numerate, lotto 89, stima € 3.000-4.000, aggiudicato per € 24.500) con 30 litografie originali di Maurice Denis proviene dalla raccolta dell’artista Pierre Bonnard come rivela la dedica manoscritta di Denis a Bonnard. BANDE DESSINÉE - COMICS Asta del 4 luglio Parigi www.sothebys.com I cani sono ben ambientati nei fumetti: Cosa farebbe Tintin di Hergé senza Milou (tra l’altro in asta Tintin au pays des Soviets, che, pubblicato nel supplemento di “Le XXème siècle” del 10 gennaio 1929 segnala la nascita del famoso personaggio; lotto 12, stima € 40.000-45.000, aggiudicato per € 48.750) o Astérix e Obélix di Goscinny e Uderzo senza Idéfix (lotto 32, disegno originale a penna destinato per Le domaine des Dieux del 1971, stima € 25.000-27.000). Il Corto Maltese di Hugo Pratt (acquerello di 33x24 cm viene aggiudicato per € 16.250 su una base di stima di € 8.000-10.000). In asta anche materiale (disegni, acquerelli) di Lorenzo Matteotti e Grzegorz Rosinski. THE HISTORY OF SCRIPT: IMPORTANT MANUSCRIPT LEAVES FROM THE SCHØYEN COLLECTION Asta del 10 luglio Londra www.sothebys.com In asta 60 frammenti di manoscritti greci e latini provenienti dalla nota raccolta del norvegese Martin Schøyen. PRINTS Asta del 11 luglio Londra, New Bond Street www.bonhams.com L’asta con 220 lotti offre qualche xilografia e incisione rinascimentale, ma si dedica prevalentemente a stampe moderne e contemporanee tra Wassily Kandinsky, Käthe Kollwitz, Cyril Edward Power, Sybil Andrews, Henri Matisse, Pablo Picasso, Marc Chagall, Joan Miró, David Hockney, Damien Hirst, e Andy Warhol. Al lotto 180 troviamo la serigrafia Queen Elizabeth II (from Reigning Queens), 1/30 stampe prove, di Andy Warhol del 1985 (stima € 50.000-74.000). la Biblioteca di via Senato Milano Questo “bollettino” mensile è distribuito gratuitamente presso la sede della Biblioteca in via Senato 14 a Milano. Chi volesse riceverlo al proprio domicilio, può farne richiesta rimborsando solamente le spese postali di 20 euro per l’invio dei 10 numeri MODALITÀ DI PAGAMENTO: • Inviare la scheda di abbonamento sottostante, unitamente a un assegno bancario intestato a “Fondazione Biblioteca di via Senato” • Pagamento in contanti presso la nostra sede: Fondazione Biblioteca di via Senato, via Senato 14, Milano Nome Cognome indirizzo a cui si intende ricevere la rivista Milano la Biblioteca di via Senato giu- telefono mail firma consento che i miei dati personali siano trasmessi ad altre aziende di vostra fiducia per inviarmi vantaggiose offerte commerciali (Legge 675/96) Barri la casella se intende rinunciare a queste opportunità 45 46 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 BvS: rarità per bibliofili Morte di un elefante a Venezia nel carnevale del 1819 Satira oscena e cronaca in versi in due componimenti censurati ARIANNA CALÒ C he a Venezia arrivassero gli animali esotici, non era certo una novità per una città da secoli rivolta a Oriente. Iene, leoni, antilopi e animali delle più varie fattezze erano stati spesso sotto lo sguardo tra il meravigliato e lo spaventato della nobiltà veneta. Così come era tradizione consueta, durante i giorni di carnevale, di esporre le bestie in casotti per il divertimento del pubblico sulla riva degli Schiavoni, insieme a fattucchiere, ciarlatani, astrologi, cantanti, giganti deformi, burattinai, imbonitori e improvvisatori di spettacoli; una folla colorata, come quella stretta attorno alla lanterna magica immortalata da Giandomenico Tiepolo nel Mondo nuovo. Ma di un elefante che gettasse lo scompiglio e imbizzarrito corresse a perdifiato tra le calli veneziane, no, le cronache lagunari non ne avevano ancora registrato il passaggio ad inizio Ottocento. L’evento singolarissimo avvenne nel febbraio del 1819: una delle ultime sere del carnevale (Goldoni avrebbe visto citata una sua commedia), nel pieno dei festeggiamenti, un elefante – qualcuno dirà «per motivi suoi personali»1 – tentò la fuga dal suo casotto attraverso gli stretti vi- Sopra: frontespizio del raro L’elefanticidio in Venezia dell’anno 1819, stampato dalla Tipografia Andreola, editore l’Autore Pietro Bonmartini. Nella pagina accanto: antiporta de L’elefanticidio di Pietro Bonmartini: vi è raffigurato l’elefante serrato nella chiesa di Sant’Antonino, con le truppe di polizia sulla destra pronte a caricare il cannone coli della città lagunare, rincorso invano dai custodi e dalla polizia, seminando il panico per poi finire rinchiuso in una chiesa e lì finito a cannonate. Un evento drammatico ben documentato dai giornali e dalla stampa d’allora, che molto insistettero sulle sfumature rivolte al tragico della vicenda, ma che solleticò l’estro poetico più leggero e in alcuni casi irriverente di due penne venete, che diedero in versi e con esiti differenti la propria versione di quanto accadde in quella notte di carnevale. La prima è quella di Pietro Bonmartini, nobile padovano, che fece stampare dalla Tipografia Andreola L’elefanticidio in Venezia dell’anno 1819; la seconda è di Pietro Buratti (1772-1832), «il principe dei satirici veneziani»,2 che infarcì le ben 104 ottave della sua Elefanteide. Storia verissima dell’elefante di colpi più o meno bassi alla nobiltà del tempo, tra ritratti sarcastici e concessioni scurrili. Era la materia stessa del poetare («L’argomento xe degno de un gigante»3) a offrire più di uno spunto: l’elefante protagonista del carnevale aveva un che di nobile, essendo stato di proprietà di Federico II, re del Württemberg, come folta di nobili era la platea degli spettatori dei festeggiamenti; vi è l’impera- 48 tore d’Austria, Francesco I, la sua quarta moglie Carolina, le due figlie (Maria Luisa, già imperatrice e regina, e duchessa di Parma, insieme all’arciduchessa Carolina) e il fratello Ranieri, vicerè del Lombardo-Veneto. Per costoro il cerimoniale aveva previsto numerosi e forti colpi a salve d’artiglieria4 che, oltre a danneggiare intonaci e cornicioni, furono la principale ragione delle bizze dell’elefante. Bonmartini e Buratti videro altrove la causa di quell’irrequietezza, e cioè nel risvegliato ardore sessuale dell’animale che «Ga messo la proposide in furor / contro chi lo voleva condanà / ai voti de perpetua castità».5 L’elefante era atteso a Milano, dove lo si sarebbe ancora esposto alla curiosità del pubblico, ma a nulla valsero gli sforzi per imbarcarlo al termine delle feste: «più volte a remurchiarlo a cielo scuro / s’à tentà in una aposita barcazza / ma col naso in perpetua negativa / l’Elefante infuriava e no obediva».6 Si decise allora di aspettare fino «ai sédese de marzo»,7 quando venne fatta attraccare una barca e allestito un pontile adatto tra la Riva degli Schiavoni e la stessa barca; ma la passerella risultò instabile, l’elefante provò a salire a bordo ma subito fece marcia indietro, il movimento delle onde di certo non lo tranquillizzava. Si desistette. E poi si ritentò all’una di notte, con del pane e della frutta, a riportarlo in barca; ma era solo una promessa, e «del cibo a lui sfuggevole / segue ma invan, lo scherno», e fu allora che «alla iterata insidia / la bestia non avvezza / tutto svegliò nell’anima / la natural fierezza».8 Il custode, Camillo Rosa di Rovigo, fu il primo a farne le spese: la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 afferrato con la proboscide, scaraventato a terra e calpestato, morirà poche ore dopo. Tra il panico e le urla della gente, «scorre allora veloce l’Elefante dal Porto del Sepolcro a quello della Cà di Dio […]. Urta un Casotto, e lo rovescia. Un’isolata bottega di legno corre la stessa sorte, ed egli si divora le frutta che quella conteneva. Getta a terra la porta d’una Caffetteria, v’entra, e dicesi che bevesse. Vana resa ogni cura per ammassarlo, la Guardia gli scarica addosso dei colpi di Carabina, ma la pelle riceve appena dell’escoriazioni.9 Più incollerisce la Fiera, e prendendo la strada che mette al campo della Bragora, passa per Rio-Terrà, ed entra nella Calle del Forno. Atterra la porta, e guasta la scala d’una Casupola. Le si fa fuoco addosso novellamente; cade, si crede morta, ma, ahi! Che avvicinatisi i circostanti la Fiera si rialza. Chi potrebbe lo spavento descrivere? Sorte di là, e corre al Ponte di Sant’Antonino, non lo monta però, anzi rincula, e d’un solo colpo apre la maggior porta di questa Chiesa, sebbene a’ chiavistelli e serratura fermata. Quivi entra, e richiudesi questa porta, e in un colle altre due si assicura perché non possa sortire».10 In città si cercava intanto il permesso alle autorità ecclesiastiche di uccidere la bestia in chiesa con un cannone fatto arrivare dall’Arsenale. Serafico il patriarca Francesco Maria Milesi acconsente, notando che «siccome se fosse stato in chiesa un cane rabbioso l’avrebbero ucciso senza aspettare il permesso, così potevan uccidere l’elefante senza destare dal sonno il patriarca di anni 76».11 D’altronde, erano le quattro del mattino. Solo alle sette giunse il cannone e si decise «che un lateral / buso fato del tempio a la muràgia / dasse ingresso al canon cargà a mitràgia»; i primi colpi non sortirono alcun effetto, già che «se move come prima el gran bestion / e senza indizio dar de maestà lesa / intrepido el camina per la chiesa».12 Il secondo, a palla, gli fu invece fatale.13 La stesura dell’Elefanteide costò a Buratti un mese di reclusione: troppe oscenità, troppe allusioni (neanche troppo velate) ai pedanti frequentatori del caffè Florian, al marchese Maruzzi e al capo dei gendarmi Tolomei, membri eminenti di quella società dei pettegoli che affollava i locali veneziani e contro cui Buratti non riusciva a trattenersi. Il funzionario di polizia incaricato di informare il Governo scrisse del poema come di «un ammasso di oscenità, di scherni, di frizzi, d’insulti, d’irrilegione, di dileggio, di poco rispetto alle autorità costituite e di mancanza di riverenza al Monarca»,14 quest’ultimo scavalcato dall’elefante, il solo a cui Buratti attribuisce il titolo di Maestà. L’autore non era nuovo alla censura: durante gli ultimi giorni della dominazione francese aveva dato del «beco da rapina»15 a Napoleone, distruttore di chiese e predatore di opere d’arte, e nel 1817, per una satira caustica contro lo scrittore Filippo Scolari, diffidato dalla polizia a scrivere qualunque cosa fosse contraria e lesiva del buon costume; non sorprende la decisione di non dare alle stampe La storia verissima dell’elefante. Peccato che in- luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 49 Da sinistra: incisione per l’elefante contenuta nell’undicesimo volume dell’Histoire naturelle, génerale et particulière di Georges Louis Leclerc, conte di Buffon, stampata dall’Imprimerie Royale nel 1754. E proprio Buffon sarà citato due volte nel poema di Buratti, quale modello per la conoscenza dell’elefante che i gendarmi invece non possedevano. Una pagina dell’Elefanteide tratta dall’edizione delle Poesie di Pietro Buratti stampata da Naratovich nel 1864: i versi più osceni furono censurati e sostituiti con puntini di sospensione; in lapis, l’integrazione con il testo originario per mano del precedente possessore vece l’Elefanteide circolò sin troppo: un panettiere, tale Paolo Stella, chiese in prestito il manoscritto per poche ore; ne fece quattro copie, poi moltiplicatesi in migliaia nel giro di pochi giorni e qualcuna inevitabilmente portata, insieme a un rapporto dettagliato della polizia, sul tavolo del Governatore conte d’Inzaghi. Il mese di reclusione valse a Buratti la scelta di vivere ritirato in campagna. Alla sua morte, la polizia fece comunque irruzione nella sua casa, prelevando e distruggendo interi sacchi di manoscritti; ma l’amico Matteo da Mo- sto aveva già provveduto a ricopiare in quindici volumi l’intera produzione di Buratti: 55.824 versi, quattro volte la Commedia dantesca. A distanza di decenni, la pruderie rimase invariata: quando nel 1864 si stampò la raccolta completa delle Poesie di Pietro Buratti veneziano in tre volumi per Pietro Naratovich si ritenne necessario censurare intere ottave del poema, e non potendo cancellare oltre, sostituire quei «voli spontanei e piccanti […], traviamenti della sua facile Musa»16 con dei puntini di sospensione, che, nell’esemplare della Biblioteca di via Senato, sono stati opportunamente riempiti in lapis con il testo originale dal precedente possessore. Anche l’Elefanticidio di Bonmartini subì la scure della censura; completato alle soglie dell’autunno di quel 1819, affatto irriverente e peraltro completato da una puntuale Descrizione di quanto accadè intorno all’Elefante nelli giorni 14 15 16 Marzo in cui si scrive che «commendevolissima è alcerto l’attività e vigilanza dell’Imperial Regio Commissario di Polizia di quel Sestriere»,17 venne tuttavia proibito quando ancora era in stampa da An- 50 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 dreola, e la nostra copia è una delle pochissime salvatesi. Il Governo censurò poi la proposta di una lapide con epigrafe latina a ricordo del- l’elefante cannoneggiato da esporsi in pubblico e finanziata a spese di due gentiluomini, poi donata al conte Benedetto Valmarana che l’affisse nel suo privato cortile; e sorte meno gloriosa ebbe la commedia in dialetto veneziano L’elefanticidio di Nicolò Zanon, ma per una volta non ci fu alcuna censura governativa: valsero i fischi dal pubblico. Ultimi strascichi di quel 16 marzo 1819: mentre si pensava di seppellire l’elefante al Lido tra gli ortaggi e il pesce deteriorati del mercato di Rialto, il professore Stefano Andrea Renier, ordinario di storia naturale, si attivò per acquistare l’animale, trattarlo e studiarlo con l’intenzione di conservarlo nel Museo di Storia Naturale di Padova. Si conciò la pelle e si sezionò il cadavere, eseguendo schizzi e disegni delle varie parti anatomiche e delle ossa, al fine di poterlo rimontare correttamente. E lì tuttora lo scheletro è conservato, finalmente esposto al pubblico non per divertimento ma per studio, in una sala silenziosa lontana dagli schiamazzi di quel carnevale del 1819. NOTE 1 TIZIANO RIZZO, premessa all’edizione anastatica dell’Elefanteide di Pietro Buratti, Venezia, Filippi Editore, 1988, p. 7. 2 Citando il titolo dell’opera di VITTORIO MALAMANI, Il principe dei satirici veneziani: Pietro Buratti, Venezia, Tipografia dell’Ancora, I. Merlo Editore, 1887. 3 BURATTI, v. 23. 4 «Ma nel dì che fra i sbari e l’alegria / de suditi fedeli come nu / de la quarta mugier in compagnia / el nostro bon Francesco xe vegnù / per dar una lumada e netar via / tuto quel che fa torto a la virtù / (sudito de nessun) vardè che caso! / l’Elefante in casoto à storto il naso» (BURATTI, vv. 120-128). 5 BURATTI, vv. 140-144. BURATTI, vv. 220-224. BURATTI, v. 224. 8 BONMARTINI, vv. 108-109 e 112-113. 9 Di questo sorriderà Buratti scrivendo: «E como l’acidente ga del novo / e libro eterogeneo a l’istruzion de un commissario, o per dir mègio un vovo, saria l’aver per man sempre Bufon, da sorprenderse tanto mi no trovo / se operando in sta parte da cogion / nol saveva che bale da moscheto / per la so pele val manco de un peto» (vv. 401-408). 10 BONMARTINI p. 22. 11 Citato in Morte di un elefante a Venezia. Dalla curiosità alla scienza, a cura di MARGHERITA TURCHETTO, Treviso, Canova, 2004, p. 15. 12 BURATTI, vv. 766-768 e 774-776. 13 «E dal dolor convulsa par che gnente / possa più garantir da la so furia, / adesso che la morte crudelmente ghe spasizza i canali de lusuria; /ma gnancora la casca, anzi insolente / pache ai marmi la dà co la so scùria / e un miracolo par che a tanto caldo / e colone e pilastri tegna saldo» (BURATTI, vv. 801808). 14 Morte di un elefante a Venezia, p. 19. 15 Citato in T. RIZZO, p. 8 16 Poesie di Pietro Buratti veneziano, Venezia, Naratovich, 1864, p. 531. Il testo integrale dell’Elefanteide è consultabile nella già citata edizione anastatica con il commento di Tiziano Rizzo, e recentemente acquisita dalla BvS a ideale integrazione dell’edizione ottocentesca. 17 BONMARTINI, p. 22. Sopra: L’elefante, dipinto ad olio di Pietro Longhi del 1774. Sul lato sinistro della tela, nobili veneziani in maschera. 6 7 luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 BvS: il libro ritrovato La Nuova enciclopedia popolare di Giuseppe Pomba Un imponente successo editoriale dall’intento divulgativo BEATRICE PORCHERA N uova enciclopedia popolare ovvero Dizionario generale di scienze, lettere, arti, storia, geografia, ecc. ecc. Opera compilata sulle migliori in tal genere, inglesi, tedesche e francesi coll’assistenza e col consiglio di scienziati e letterati italiani corredata di molte incisioni in legno inserite nel testo e di tavole in rame. Tomo primo [Tomo dodicesimo; Tavole]. Torino, Giuseppe Pomba e Comp. Editori (Stamperia sociale degli artisti tipografi), 1841-1849. 13 volumi. «Nel dare a questa nostra Enciclopedia il titolo di Popolare, seguendo l’esempio di quella di Glasgovia, che è una delle principali che ci proponiamo di imitare, dobbiamo far avvertire che non intendiamo con ciò di consacrare esclusivamente l’opera nostra al volgo, adattandola in tutto alla sua intelligenza. L’Enciclopedia nostra è al contrario specialmente destinata alle persone di civil condizione e di qualche coltura che bramano istruire se stesse e la gioventù alla cui educazione presiedono; e volentieri l’avremmo chiamata Enciclopedia delle Famiglie, se la deno- minazione di popolare non rispondesse meglio al nostro intendimento, anche per riguardo alla discretezza del prezzo che la rende di facile acquisto all’universale»; così scriveva nel 1841 l’editore torinese Giuseppe Pomba (1795-1876) al verso dell’occhietto del primo volume della sua Nuova enciclopedia popolare, faticoso e importante lavoro, la cui gestazione aveva richiesto più di otto anni. Fu all’inizio del 1833 che Pomba cominciò a concepire l’idea di realizzare una moderna enciclopedia universale, sulla scia del successo che analoghe imprese stavano riscuotendo in vari Paesi europei: dall’Enciclopedia Britannica in Gran Bretagna (Edimburgo, 1768-1771, giunta nel 1833 alla settima edizione), al Conversations-lexicon in Germania (Lipsia, 1796-1811, del quale si stava allora iniziando l’ottava edizione). A queste andavano ad aggiungersi nuovi progetti: sempre a Lipsia il Allgemeines deutsches ConversationsLexicon, a Londra la Penny Cyclopaedia, a Parigi il Dictionnaire de la conversation et de la lecture: répertoire des connaissances usuelles e l’Encyclopédie des gens du monde. Con una circolare a stampa datata 18 marzo 1833 il tipografo tori- nese invitò «i dotti e gli scienziati d’Italia a concorrere alla compilazione di quest’opera» e, nel tentativo di coinvolgere le menti più brillanti della patria, inviò lettere a coloro che, fuori dal Piemonte, avessero già collaborato con lui. Tra questi Giampiero Vieusseux che lo mise in contatto con Niccolò Tommaseo. Dopo un’attenta riflessione Pomba decise di non dar vita a un lavoro del tutto originale, ma di tradurre, con adattamenti e integrazioni, il Conversations-lexicon di Friedrich Arnold Brockhaus. Con una lettera datata 2 maggio 1835 l’editore offrì a Tommaseo uno stipendio fisso di 150 franchi mensili: il letterato avrebbe dovuto risiedere in maniera stabile a Torino per lavorare alla pubblicazione del Dizionario della conversazione: opera tradotta, compilata colle opere tedesche, inglesi e francesi di questo genere da vari letterati italiani sotto la direzione del signor Nicolò Tomaseo. Ma la comparsa a Padova di un Dizionario universale della conversazione, uscito dai torchi della Società della Minerva, – progetto che, annunciato in 6 o 7 volumi di circa 600 pagine ciascuno e strutturato in 84 dispense, si interruppe alla quaran- 52 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 A sinistra, dall’alto: incisione raffigurante il Duomo di Milano, che «per la maestà ond’è circondato e per le gigantesche sue proporzioni, è da considerarsi come la più stupenda cattedrale del mondo»; «In mezzo a queste immense opere ebbe principio la cattedrale propriamente detta, e la prima che la storia ci ricordi è quella di S. Marco in Venezia» qui rappresentata tatreesima, giungendo solo alla voce “Artaserse” – portò Pomba a modificare i propri piani, come comunicato in una lettera a Tommaseo del 26 agosto 1839: «[…] un’altra idea più grande mi venne in mente, che è quella la quale ora mandar voglio ad effetto. Quei lessici di conversazione sono cose imperfette; io, dal modello della bella Enciclopedia britannica, che si stampa ad Edimborgo in venti volumi in quarto, desidero pubblicarne una italiana […]». Prosegue: «L’opera penso intitolarla Enciclopedia universale italiana popolare: “universale”, perché, quantunque “enciclopedia” voglia già significare lo scibile, ma per distinguerla dalle enciclopedie parziali di medicina, di agricoltura ecc.; “italiana”, perché sarà fatta per gli Italiani, scelta da un Italiano ecc.; “popolare”, perché, quantunque opera di prezzo, sarà pubblicata per dispense settimanali da 50 centesimi caduna per facilitarne l’acquisto a tutte le famiglie […]». Subentrarono però altre difficoltà che persuasero Pomba a sospendere, almeno momentaneamente, la realizzazione del progetto: da un lato l’impossibilità per Tommaseo, in esilio in Francia, di rientrare in patria in seguito alla pubblicazione del suo libro Dell’Italia; dall’altro la contemporanea stampa, da parte dell’editore veneziano Gerolamo Tasso, dell’Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione. L’idea dell’enciclopedia venne così ripresa dal tipografo torinese solo nel 1841, quando entrambi i progetti concorrenti, sia quello padovano, sia quello veneziano, mostrarono in maniera evidente gli errori di calcolo che li avrebbero portati ad arenarsi all’inizio dell’alfabeto. Accantonata la scelta di Tommaseo quale direttore dell’opera, l’incarico venne affidato a Gaetano Demarchi – insegnante di italiano a Edimburgo, da poco rimpatriato dall’esilio per i moti del 1821 – che, rivelatosi non all’altezza, fu sostituito nel 1844 da Francesco Predari – bibliotecario della Braidense, che in passato si era luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 53 Da sinistra: «È proprio dell’uomo trasformare in oggetto di abbellimento e di lusso tuttociò che da principio semplice e rozzo veniva dalla necessità raccomandato»; «Le tre prime fig. della tav. LXXIII (A) rappresentano vari modi di addestrarsi al salto per mezzo di un palo; e la fig. 4 rappresenta varie sorta d’esercizi che fannosi col dondolarsi da una sbarra, e che assai giovano allo sviluppo de’ muscoli» dimostrato severo recensore delle prime dispense dell’enciclopedia di Pomba – fatto appositamente trasferire a Torino con tutta la famiglia. Il 1° novembre 1841 venne diramato il Programma dell’opera con le condizioni d’associazione: «L’Enciclopedia popolare sarà compresa in non meno di 10 né più di 12 volumi, ognuno dei quali conterrà non meno di 1000, né più di 1200 pagine. L’opera avrà più di 1500 figure incise in legno inserite nel testo, e circa 300 altre intagliate in rame od eseguite alla litografia separate dal testo, del- la grandezza della pagina. La pubblicazione si farà per dispense settimanali di cinque fogli, ossia di 40 pagine. [...] Le dispense, l’una per l’altra, non avranno più d’una tavola separata dal testo. Le spese di porto e dazio sono a carico degli associati. La regolare pubblicazione di una dispensa per settimana avrà principio col gennaio 1842». La Nuova enciclopedia popolare di Pomba uscì puntuale in dispense ogni settimana tra il 1842 e il 1849, arrivando a comporsi di 13 volumi totali in quarto – 12 di testo, più 1 di tavole contenente 364 incisioni – che costituirono, secondo i desideri originari dell’editore, «un manuale per le famiglie cui i meno istruiti potessero ad ogni incontro ricorrere per quelle cognizioni e spiegazioni intorno agli uomini ed alle cose tutte, che loro accadesse di desiderare». Fu un successo: la tiratura di 5.000 copie si esaurì in breve tempo. La seconda edizione fu stampata già a partire dal 1845. Sempre in 13 volumi, venne terminata nel 1849. La terza edizione, ampliata a 22 tomi – stesso testo, ma diversa luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 55 Nella pagina accanto: tavola acquerellata a mano raffigurante le specie di funghi commestibili: «Questa classe di vegetali merita un’attenzione particolare per parte del cultore d’igiene, per essere così frequentemente adoperata come alimento tanto dalle persone doviziose, quanto da quelle a cui non arrise la fortuna». A destra: incisioni acquerellate a mano che illustrano la voce “bandiera” legata alla categoria Marineria: «È un’insegna di drappo leggero, di tela o di altro, che si spiega al vento nelle navi, in cui veggonsi i colori, il blasone, le armi, la cifra o i segni distintivi della nazione alla quale appartiene il naviglio, a fine di farlo conoscere di lontano in mare» suddivisione dei volumi per renderli più maneggevoli – uscì tra il 1846 e il 1851. La quarta e la quinta edizione furono pubblicate rispettivamente tra il 1856 e il 1866 e tra il 1863 e il 1866, sostanzialmente identiche: 24 volumi di testo e un atlante. Ebbero un successo tale da generare una ristampa già nel 1868, distribuita in dispense a una lira ciascuna. L’aggiornamento costante della Nuova enciclopedia popolare fu garantito, fin dal 1857, dalla pubblicazione di un Supplemento perenne. Quando Pomba morì, nel 1876, si era giunti alla sesta edizione. Curata da Gerolamo Boccardo, con i suoi 26 tomi superò le 28.000 pagine; ulteriore riprova di un successo editoriale che, basato sulla puntualità d’uscita, l’eleganza tipografica e il modico prezzo, riuscì a coniugare, in un’Italia alle prese con la propria unificazione, un interesse pratico ed economico con un fine culturale e divulgativo. Bibliografia: Mezzo secolo di vita della Unione Tipografico-Editrice Torinese (Già ditta Pomba e C.) 1855-1904, Torino, Unione TipograficoEditrice, 1905. A Giuseppe Pomba nel cinquantenario della morte (1876-1926), Torino, UTET, 1926. E. BOTTASSO, Le edizioni Pomba 1792- 1849, Torino, Biblioteca Civica, 1969 (Manuali e saggi di bibliografia, 3). L. FIRPO, Vita di Giuseppe Pomba da Torino. Libraio, tipografo, editore, Torino, UTET, 1975 (Strenna UTET). Catalogo storico delle edizioni Pomba e UTET 1791-1990, a cura di E. Bottasso, Torino, UTET, 1991. 56 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 BvS: il Fondo Bodoni Dai torchi bodoniani un omaggio all’arte parmense Storia di un «venustissimo libro» dalla genesi travagliata PAOLA MARIA FARINA T ra le numerose edizioni bodoniane che la Biblioteca di via Senato conserva presso il Fondo Antico merita un approfondimento il volume dal titolo Le più insigni pitture parmensi indicate agli amatori delle belle arti, recante al frontespizio la data 1809, ma che in realtà venne portato a termine, fra varie vicissitudini, solamente nel 1816, dopo la morte dello stesso Giambattista Bodoni (Saluzzo, 1740 – Parma, 1813). Di quest’opera furono realizzate ben tre edizioni: una in folio (Brooks, 1059) e due in quarto (Brooks, 1060 e 1061); la nostra biblioteca conserva un bell’esemplare con legatura coeva in marocchino rosso dell’edizione in folio, che fu tirata in sole 60 copie, e un esemplare dell’in quarto grande, con tiratura pari a 150 copie. Sfogliando i volumi, si legge anzitutto l’iscrizione dedicatoria in italiano di Margherita Dall’Aglio, vedova Bodoni, all’imperatrice Maria Luisa d’Austria, datata 1816, seguita dalla versione in francese; quindi, la Prefazione dell’editore, anch’essa dapprima in italiano (XXII pagine per l’in folio, XXXII pagine per l’in quarto) e poi in francese (XX pagine nell’in folio, XXVIII pagine nell’in quarto).1 Ritratto giovanile di Giambattista Bodoni eseguito dopo il suo arrivo a Parma da Giuseppe Baldrighi (1723 – 1803); tavola fuori testo allegata a Bodoni Paganini Parmigianino. Celebrazioni centenarie, Parma, maggio-ottobre 1940, Parma, stab. graf. A. Zanlari, 1940 Dopo un frontespizio calcografico si apre la sezione dedicata al ricchissimo apparato illustrativo, composto di LIX tavole incise disposte in ordine alfabetico secondo il nome dell’autore,2 per ciascuna delle quali è presente una concisa descrizione in lingua italiana e una in lin- gua francese (quest’ultima sempre in carattere corsivo) con «l’indicazion del soggetto dal pittore trattato»,3 la tecnica usata e la collocazione dell’opera. Proprio il corpus iconografico, che propone le principali pitture che adornavano i monumenti della città emiliana, costituisce una delle motivazioni per cui Giuseppe De Lama definì l’opera «un venustissimo libro […] e uno de’ capolavori della Stamperia Bodoniana».4 Secondo quanto dichiara lo stesso De Lama nella sua Vita del cavaliere Giambattista Bodoni (Parma, Stamperia Ducale, 1816; se ne conserva un esemplare presso la nostra biblioteca), ripreso anche da Brooks (1059), lo stampatore aveva già iniziato a lavorare a quest’importante volume fin dal 1795; scrive, infatti, che «Bodoni sino dall’anno 1795 s’era prefisso in mente di stamparlo […] per segnare negli Annali di Parma, quandochè avvenisse, un’epoca fortunata per li nuovi suoi Concittadini».5 Il tipografo si accinse a realizzare queste insigni edizioni per svariati motivi: per preservare dalle ingiurie del tempo e dall’oblio pregevoli manifestazioni dell’arte parmense di grandi maestri italiani, comprese opere portate a Parigi dai luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 francesi nel 1796 (compaiono artisti quali Antonio Allegri detto “il Correggio”, i fratelli Agostino e Annibale Carracci, Giambattista Cima, Francesco Mazzola detto “il Parmigianino”, Girolamo Mazzola, Giuseppe Rondani, Leonello Spada, Bernardino Gatti, Giulio Cesare Amidani); per dare testimonianza delle «Arti Belle che fiorirono in Parma»6 e celebrare dunque la città; oltre che per fornire ai suoi concittadini una prova concreta di riconoscenza per l’affetto sempre dimostrato nei suoi confronti.7 Nella Prefazione, infatti, Bodoni scrive che «i Parmigiani vi scorgeranno al tempo stesso autentiche prove di mia gratitudine, oggetto di utilità e di emulazione pe’ loro giovani artisti, e dolci rimembranze ed argomenti di patria gloria pe’ loro più tardi nepoti».8 Come detto sopra, Bodoni attese all’opera già entro la fine del XVIII secolo, commissionando al pittore portoghese Francesco Vieira (1765 – 1805) l’esecuzione dei disegni a matita, a partire dai quali il bolognese Francesco Rosaspina (1762 – 1841; rinomato artista che figura in numerose edizioni bodoniane) realizzò le incisioni a bulino; iniziata l’in folio nell’estate del 1808 e le edizioni in quarto nel 1809, nessuna di esse fu ultimata da Bodoni (videro la luce, finalmente, solo nel 1816)9 dal momento che le vicende politiche e le razzie perpetrate dai soldati napoleonici costrinsero lo stampatore a interrompere il suo progetto editoriale.10 Scrive, tra l’altro, nella Prefazione: «Fu da prima mio divisamento l’offerire agli Amatori delle Arti belle una Raccolta di sessanta stampe, e per compire questo numero io aveva Frontespizio calcografico che introduce alla sezione delle tavole de Le più insigni pitture parmensi indicate agli amatori delle belle arti scelto il dipinto di Bernardino Gatti, conosciuto col nome di quadro di S. Agata […]. Stava già per disegnarlo il giovane artista Vieira nel mese d’aprile dell’anno 1796, allorchè ci pervenne la notizia improvvisa ch’erano precipitosamente calati in Italia i Francesi. Colpito da tale avvenimento egli non aspettò nè pure d’averne fatto lo schizzo, che s’incamminò verso Roma. Poscia le moltiplici incumbenze già assunte dal Sig. Rosaspina […], e i miei successivi tipografici intraprendimenti, furono in colpa dello avere allora intieramente abbandonato il mio progetto».11 L’occasione adatta alla pubblicazione di quest’opera giunse nel 1816: il Congresso di Vienna, restaurando il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, ne affidò il dominio a Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, figlia dell’imperatore Francesco I d’Austria, la quale decise di visitare queste terre. La vedova Bodoni si risolse, dunque, a concludere l’impresa del defunto marito, componendo 58 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 59 Nella pagina accanto: Tavola I. Correggio, Madonna con il Bambino e i Santi Girolamo e Maddalena (olio su tavola, 205x141 cm, 1528 ca., Parma - Galleria Nazionale); la pala fa parte delle opere pittoriche trafugate dai francesi nel 1796 e restituite nel 1815. Sopra da sinistra: Tavola V. Correggio, Madonna della Scala (affresco staccato, trasferito su tela, 146x142 cm, 1523-4 ca., Parma - Galleria Nazionale); a sinistra l’incisione presente nell’edizione bodoniana e a destra le condizioni attuali dell’opera, che originariamente adornava la faccia interna di una delle porte cittadine per l’occasione la dedica alla duchessa; ebbe, inoltre, il 7 maggio 1816, «l’onore di presentare ella stessa all’adorata principessa una copia della duplice edizione in quarto e in foglio»12 che Sua Maestà accettò con gioia,13 ricambiando il prezioso omaggio con una visita alla Stamperia Bodoniana il 13 maggio,14 quando «per più di un’ora stette […] con lei ragionando di Bodoni, e riguardando ammirata tanti capolavori di tipografia, e la doviziosa suppellettile de’ suoi punzoni e delle sue matrici».15 Per una fortunata coincidenza l’edizione, oltre che per l’arrivo della sovrana, fu portata a termine proprio quando molte delle opere d’arte che i Commissari del governo francese nel 1796 (e poi nel 1805) avevano trasferito a Parigi rientrarono in Parma, esposte al pubblico nelle sale dell’Accademia delle Belle Arti.16 L’importanza del volume consiste anche nel fatto che si presenta come testimonianza delle originarie condizioni delle opere d’arte presentate, o quanto meno delle loro condizioni a fine Settecento, contribuendo alla ricostruzione del loro primitivo aspetto (per esempio, nel caso della Madonna della Scala del Correggio che oggigiorno risulta danneggiata); inoltre, documenta la storia delle pitture stesse, indicando il loro eventuale trasferimento oltralpe dopo la campagna napoleonica. La correttezza delle informazioni fornite in merito alle vicende dei singoli quadri è confermata dal confronto con altre pubblicazioni del tempo, in particolare con il volumetto Notice des principaux tableaux recueillis dans la Lombardie par les commissaires du Gouvernement Français ([Parigi], Imprimerie des Sciences et Arts, [1798]) e con il Catalogo de’ capi d’opera di pittura, scultura, antichità, libri, storia natura- 60 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Sopra da sinistra: Tavola XXIII. Incisione su rame rappresentante tre amorini, tratta da un affresco di Agostino Carracci nel Palazzo del Giardino a Parma. Tavola XXXIX. Riproduzione di un affresco con Santa Cecilia seduta all’organo presente nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma e attribuita nell’opera bodoniana al Parmigianino le, ed altre curiosità trasportati dall’Italia in Francia (Venezia, Antonio Curti, 1799) – conservati anch’essi presso la Biblioteca di via Senato. Il bel volume licenziato dalla Tipografia Bodoniana nel 1816 si distingue dunque sia per il suo contenuto iconografico, di pregevole qualità e accurata fattura, sia per la sua storia editoriale, ed emoziona non poco tenere tra le mani un esemplare la cui esistenza si è inestricabilmente legata alle vicende storiche più importanti che hanno coinvolto la nostra penisola nei secoli passati. NOTE 1 Brooks, 1059 e 1060; Brunet III, col. 779; De Lama, pp. 185-186. In chiusura del volume, Indice delle pitture. 2 «Finalmente si è preferito l’ordine alfabetico al cronologico, perché quest’ultimo, quando trattasi di conciliare le date, offre spesso insuperabili difficoltà; laddove l’altro, non mai soggetto ad alcuno inconveniente, è più giovevole a trovar subito il nome del pittore, di cui si voglia conoscer l’opera»: così scrive Bodoni nella Prefazione alla sua opera (pp. IV-V dell’edizione in folio). 3 GIAMBATTISTA BODONI, Prefazione, in Le più insigni pitture parmensi indicate agli amatori delle belle arti, Parma, Tipografia Bodoniana, 1816, p. III (edizione in folio). 4 Brooks, 1059. GIUSEPPE DE LAMA, Vita del cavaliere Giambattista Bodoni tipografo italiano e catalogo cronologico delle sue edizioni, Parma, Stamperia Ducale, 1816, tomo II, p. 185; Brunet III, col. 779. 6 G. BODONI, Prefazione, p. II (edizione in folio). 7 «Le insigni dimostrazioni di benevolenza e di onore che qui il Bodoni ricorda, sono e il decreto dell’anzianato della parmense comunità in data del 28 luglio 1803 che lo creò cittadino nobile di Parma, e l’altro del 17 agosto dello stesso anno 1803 che ordinò il conio della sua effigie in oro, argento e rame», in “Gazzetta di Milano”, n. 141, lunedì 20 maggio 1816, p. 552 (versione digitalizzata on-line reperibile in Google Books; controllato il 25 giugno 2012). 8 G. BODONI, Prefazione, p. II (edizione in folio). 9 Brooks, 1059. 10 Vedi anche ANTONIO SPINOSA, Maria Luisa d’Austria, la donna che tradì Napoleone. La gloria, le passioni, il tormento, Milano, Mondadori, 2004, p. 252. 11 G. BODONI, Prefazione, pp. XX-XXI (edizione in folio). 12 “Gazzetta di Milano”, n. 141, lunedì 20 maggio 1816, p. 552. 13 A. SPINOSA, Maria Luisa d’Austria, la donna che tradì Napoleone, p. 252. 14 “Gazzetta di Milano”, n. 141, lunedì 20 maggio 1816, p. 552. 15 G. DE LAMA, Vita del cavaliere Giambattista Bodoni tipografo italiano e catalogo cronologico delle sue edizioni, tomo I, p. 179. 16 Ibidem. 5 luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 61 BvS: il Fondo Impresa Libri e pubblicità: incontro di linguaggi differenti Esempi di dialogo tra il mondo letterario e le moderne imprese VALENTINA CONTI È di grande attualità il tema della letteratura legata al mondo dell’impresa e della pubblicità. A Milano, presso il Triennale Design Museum, è in corso fino a febbraio 2013, una mostra dal titolo TDM 5: Grafica italiana con lo scopo di mostrare l’evoluzione della tradizione tipografica nostrana e della cartellonistica, sottolineando la rivoluzione del concetto di grafica avvenuta con il futurismo, attraverso l’esposizione di opere, tra le quali L’Officina Bodoni: i libri e il mondo di un torchio 1923-1977; Caratteri indispensabili alla tipografia moderna; L’età ingrata del cinema; Ren‚ Clair; Il risorgimento grafico, provenienti dalla Biblioteca di via Senato. 1 Questi cambiamenti grafici si svilupparono di pari passo con il mutamento del rapporto tra la letteratura e la pubblicità, un legame che iniziò alla fine del XIX secolo attraverso un progressivo scindersi di quest’ultima da un contesto economico che la vincolava a essere semplice messaggio occasionale e grazie all’accrescersi dell’interesse dei letterati per il nuovo linguaggio che dimostrava di avere un sempre maggior impatto sulla realtà sociale. L’accostamento di questi due mondi, letterario e pubblicitario, av- Copertina illustrata a collage di BIF§ZF+18 / Simultaneità e chimismi lirici tratta da una riproduzione effettuata dall’originale (copia n. 11/300) di proprietà di Maria Leonia Taranta-Rendi venne in modi differenti e attraverso alcuni esemplari presenti nel Fondo di storia dell’impresa in Italia dall’Unità a oggi della Biblioteca di via Senato è possibile analizzarne l’evoluzione. Uno dei primi risultati di questa unione fu la pubblicazione della rivista “La Riviera Ligure” il cui primo numero comparve nel 1895. Le particolarità di questa rivista furono la sua appartenenza all’industria P. Sasso & Figli e la finalità di sponsorizzazione dei prodotti dell’impresa: «La rivista finanziata dai Sasso, è comunque la prima che abbia intuito l’utilità di fondere, nel medesimo foglio, intento letterario, imperativo pubblicitario, orgoglio sociale del lavoro produttivo, al fine di promuovere un’immagine accattivante e umanisticamente alta della funzione industriale».2 Inizialmente la rivista conteneva solo listini prezzi dei prodotti e articoli sulle virtù dell’olio, ma dal 1899, sotto la direzione di Mario Novaro, unico della famiglia Sasso veramente interessato all’aspetto umanistico, la pubblicazione divenne un’importante rivista d’avanguardia di tiratura nazionale che vantava la collaborazione di grandi scrittori come Campana, Bontempelli, Gozzano, Pirandello, Cecchi, Saba, Rebora, Sbarbaro e Pascoli che diede alla rivista il nome di Rivista dell’Olio. «La Riviera Ligure con una tiratura di ottantamila copie, è senza alcun dubbio una delle maggiori riviste letterarie italiane della prima metà del XX secolo, e un esempio straordinario di dialogo tra scrittori 62 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Sopra: esempio di pubblicità inserita nel testo L’ultimo dei Boeri. Romanzo storico contemporaneo, Milano, Manzoni, 1901, (Biblioteca romantica, rèclame illustrata sistema brevettato). A destra: Fortunato Depero, “Il libro imbullonato”, Depero futurista, Firenze, S.P.E.S., 1987 e pubblicità, che si interrompe nel 1919 per cedere il passo ad altre mutate forme in cui il dialogo continua la sua storia».3 Una di queste differenti modalità di convivenza tra letteratura e pubblicità, di cui parla Alessi, è osservabile in L’ultimo dei Boeri: romanzo storico contemporaneo con scene della guerra transvaaliana, un testo narrativo di argomento storico interrotto e inframmezzato da rèclame e slogan pubblicitari senza attinenza con il te- sto, ma probabilmente utilizzati come sponsor per finanziare la pubblicazione del libro. Si trattava di un libro strenna, cioè un libro usato per omaggiare i clienti con una raffinata iniziativa editoriale. Solo molti anni dopo fu riproposta la stessa tipologia di commistione fra linguaggio letterario e pubblicitario, nel 2001 Luigi Malerba scrisse Città e dintorni pubblicandolo con il patrocinio di OmnitelVodafone. Sul retro di copertina si leggeva: «L’autore di questo libro, in accordo con l’editore, ha accolto nel testo un contributo pubblicitario per consentire al volume una maggiore diffusione». In questo caso la rèclame era raccolta in 6 pagine consecutive e non diffusa su tutto il testo. Nonostante l’autore giustificasse la possibile compresenza dei due elementi senza danno reciproco, la scelta di accostare la tipologia commerciale a quella letteraria scatenò polemiche e scandalo fra gli intellettuali, luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano ad esempio Luca Canali scrisse: «Non posso credere che Malerba abbia fatto questo. Spero sia solo una bizzarria. Ricordo quando Federico Fellini si batteva contro gli spot che interrompevano i film. Ora siamo arrivati a interrompere anche i libri, l’ultimo spazio libero che ci restava […] Malerba è un vero scrittore e i veri scrittori non devono fare queste cose, altrimenti rischiano di declassarsi».4 I primi a capire l’importanza del linguaggio pubblicitario furono i futuristi, che, sostenitori di una democratizzazione della cultura, ritenevano che la convivenza di linguaggi differenti portasse arricchimento e non svalutazione. Apollinaire nella sua poesia Zone definì addirittura poesia gli elementi pubblicitari «Tu lis le prospectus les catalogues les affiches qui chantant tout haut/ voilà la poèsie ce matin en puor la prose il y à les journaux»5. In Francia Apollinaire incontrò Ardengo Soffici che, influenzato dall’idea futurista della pubblicità come nuova forma espressiva che caratterizzava la società di massa, scrisse BIF§ZF + 18 / Simultaneità e chimismi lirici dove la pubblicità era considerata come forma artistica senza nessuna finalità se non la gratuita espressione di se stessa. Edizione limitata a trecento esemplari in folio stampati nella ti- 63 pografia di Attilio Vallecchi in Firenze nel 1915 composta, dopo una colorata copertina a collage, da due parti, una contenente prose e poesie di Soffici, l’altra da tavole parolibere con inserzioni pubblicitarie. Fu un’opera definita un «48»6 da Alberto Savinio nell’accezione di rivolta e rigenerazione per la sperimentazione che propose. Negli stessi anni Marinetti si adoperò sia per rendere il linguaggio pubblicitario parte dell’esperienza artistica futurista, sia per utilizzarlo come strumento di diffusione delle proprie idee. Si impegnò direttamente nella creazione di rèclame, nel 1919 scrisse una prefazione per il 64 libro di poesie L’incendiario di Aldo Palazzeschi realizzando settantacinque pagine di pubblicità senza alcun riferimento al testo e durante la campagna autarchica imposta dal regime fascista pubblicò Il poema del vestito di latte e Il poema di Torre Viscosa7 per reclamizzare la ditta “Snia Viscosa” impegnata nella produzione di Lanital, una fibra tessile artificiale derivata dalla caseina. Marinetti ebbe una grande influenza nel mondo della pubblicità e della comunicazione suggerendo un nuovo modo di utilizzare la scrittura e le immagini, creando le basi per l’ipertesto contemporaneo. Ugualmente innovativo fu Fortunato Depero artista eclettico che si impegnò molto sul fronte pubblicitario collaborando con la ditta Verzocchi (mattoni refrattari), la San Pellegrino (acqua e magnesia), il liquore Strega, la casa la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 farmaceutica Schering, la catena di ristorazione Zucca, la Pirelli e l’Agip Gas, ma soprattutto con la Campari. E’ con quest’ultima che lo scrittore instaurò un rapporto particolare di mecenatismo: Depero si occupò della pubblicità creando slogan pubblicitari, cartelloni, inventando il distributore automatico Campari Soda e il design della bottiglietta da 10 cl realizzata dalla vetreria Bordoni, di rimando la Campari finanziò le sue creazioni artistiche, ad esempio l’opera editoriale “il libro imbullonato” Depero futurista del 1927, 234 pagine di chiara ispirazione futurista con copertina fustellata chiusa con bulloni in alluminio. Depero credeva fermamente che «l’arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria - tale audace insegnamento inoppugnabile constatazione l’ho Inserzione pubblicitaria all’interno del testo Luigi Malerba, Città e dintorni, Milano, Mondadori, 2001 avuta dai musei, dalle grandi opere del passato – tutta l’arte dei secoli scorsi è improntata a scopo pubblicitario, esaltazione del guerresco, del religioso». Nonostante negli anni Venti del Novecento il legame tra la Campari e Depero andasse scemando, l’idea della pubblicità come arte legata al mondo degli artisti e dei poeti si consolidò, tanto che furono istituite delle vere e proprie cariche all’interno delle aziende dedicate all’attività giornalistica e pubblicitaria. Il ruolo della committenza aziendale si diffuse insieme all’idea della necessità di creare una cultura di fabbrica e di promuovere l’immagine di un marchio. La FIAT seguì l’idea di creare una rivista aziendale, già utilizzata dai Sasso, e pubblicò la “Rivista FIAT” dal 1913 al 1915 e di nuovo dal 1923 al 1927, edizione che rimase estranea all’estetica del futurismo promuovendo solamente l’attività promozionale dell’azienda. Solo dal 1932 con la direzione di Gino Pestelli iniziò la pubblicazione di “Il Bianco e il Rosso” nuovo periodico aziendale con maggior approfondimento dell’aspetto letterario e culturale. Per il suo ufficio stampa Pestelli si avvalse della collaborazione di Pietro Maria Bardi e Massimo Bontempelli, il quale negli anni Trenta fu incaricato dalla FIAT di scrivere un romanzo per diffondere una nuova concezione di macchina come mezzo della vita quotidiana, e non più come mitologico oggetto di rappresentazione del progresso. Il romanzo fu edito con il titolo 522 Racconto di una giornata (522 come il modello FIAT Torpedo che fu regalato allo scrittore per il suo lavoro). Anche Fin- luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 Da sinistra: Linoleum, opera di Pablo Picasso utilizzata come illustrazione della copertina di Civiltà delle Macchine, n. 6, 1962. Frontespizio de Filippo Tommaso Marinetti, Il Poema di Torre Viscosa, a cura dell’ufficio Propaganda della Snia Viscosa, Milano, 1938 meccanica grazie a Sinisgalli realizzò una rivista dell’impresa “La civiltà delle macchine”8 che esaurì la sua pubblicazione negli anni Settanta. Proprio in quegli anni il dialogo tra letteratura e pubblicità divenne più rarefatto e andò scemando la collaborazione tra utile e arte che era stata tanto vivace e ricca all’inizio del XX secolo. Negli ultimi decenni il rapporto tra letteratura e pubblicità si è limitato all’attività di prestito e calco di citazioni o modelli narrativi ritornando all’antica distinzione della letteratura riferita solo a se NOTE 1 TDM5: grafica italiana, Milano, Corraini Edizioni, 2012. 2 P. BOERO, La Riviera Ligure, tra industria e letteratura, Firenze, Vallecchi, 1984, p. 51. 3 G. ALESSI, L. BARCAIOLI, T. MARINO, Scrittori e pubblicità, Storia e teorie, Bologna, logo Fausto Lupetti editore, 2011, p. 24. LUCA CANALI in “Panorama”, 12 luglio 2001. 5 GUILLAUME APOLLINAIRE, Zone in Alcool, Milano, Dall’Oglio, 1959, a cura di Clemente Fusero. 6 ALBERTO SAVINIO, Hermaprodito, Firenze, Libreria della Voce, 1918, pag. 38. 7 Per approfondire: ARIANNA CALÒ, Torre 4 stessa e del linguaggio pubblicitario conativo e suasorio. Bibliografia Cfr: G. ALESSI, L. BARCAIOLI, T. MARINO, Scrittori e pubblicità, Storia e teorie, Bologna, logo Fausto Lupetti editore, 2011. Viscosa, un battesimo poetico di tecnicismi futuristi, in “la Biblioteca di via Senato”, III (2011), 6, p. 50. 8 Per approfondire: GIACOMO CORVAGLIA, “Civiltà delle macchine” dalla ricostruzione al boom, in “la Biblioteca di via Senato”, III 7, p. 60. 66 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 BvS: il Fondo Impresa ENEL: mezzo secolo di elettricità nelle case italiane L’energia dal dopoguerra alle fonti rinnovabili dei nostri giorni GIACOMO CORVAGLIA L’ ENEL, l’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica compie cinquanta anni. Il 16 novembre 1962 da parte del Senato e il 27 da parte della Camera, viene approvata la più grossa riforma economica del dopoguerra. Nasce così l’ENEL, con il compito di esercitare le attività di produzione, importazione ed esportazione, trasporto, trasformazione, distribuzione e vendita dell’energia elettrica. L’Italia del 1962 vedeva un’industria elettrica estremamente frazionata. ENEL inizia di fatto la sua attività nel 1963 con il graduale assorbimento delle imprese elettriche allora esistenti. L’attività svolta dall’industria elettrica italiana dal dopoguerra alla nazionalizzazione trova significativo commento in quanto espresso da Valerio Castronovo nel quarto volume della Storia dell’Industria elettrica in Italia: “Tra i fattori che resero possibile quell’eccezionale fase di espansione avvenuta fra la prima metà degli anni Cinquanta e gli inizi del decennio successivo, che sarebbe poi stata definita come l’epoca del miracolo economico, va annoverato l’apporto fornito dall’elettrificazione sia alla crescita del sistema produttivo che a quella dei servizi e delle infrastrut- ENEL. Giubilare per i 25 anni dell’Ente ture. Ma notevole fu anche il contributo che essa diede alla diffusione di alcuni beni di consumo durevoli connessi più o meno direttamente alle applicazioni dell’elettricità”. Nel volume, pubblicato dalla Società nel 1997, 50 anni di industria elettrica italiana si legge nella prefazione, sottoscritta dal Presidente, “la pubblicazione si presenta non tanto come una Storia dell’industria elettrica italiana ma una cronologia, a partire dal 1945, dalle distruzioni degli impianti apportate dalla guerra, con le tappe della ricostruzione, il Piano Marshall, la forte crescita dei consumi di elettricità negli anni del boom, l’unificazione delle tariffe del 1961, la svolta istituzionale della nazionalizzazione, la nascita dell’ENEL e l’integrazione nella sua struttura unitaria di circa 1250 imprese elettriche...”. È significativo come, accanto alla presentazione del presidente dell’ENEL si trovi una premessa dello storico Valerio Castronovo. In essa si sottolineano le vicende dell’ENEL in relazione ai mutamenti degli scenari storici e della vita economica italiana, in particolare alla decisione della nazionalizzazione dell’energia elettrica. Il secondo volume contiene un’Appendice con tabelle statistiche dal 1945 al 1995; le 1270 Imprese elettriche trasferite all’ENEL dal 1963 al 1995; dettagliati indici delle Istituzioni, degli Enti e delle Imprese; un indice dei nomi, da un indice degli impianti; un glossario e la bibliografia. Il primo anno di vita dell’ENEL è anche quello che verrà ricordato per una gravissima sciagura: la sera del 9 ottobre 1963 una massa di circa 300 milioni di metri cubi di roccia si stacca dal Monte Toc e precipita luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano nel sottostante bacino idroelettrico del Vajont. Un’ondata di oltre 30 milioni di metri cubi, alta più di 200 metri, scavalca la diga, investendo paesi e borgate della valle del Piave e provocando più di 2.000 morti. Il 1966 segna invece una svolta nella storia dell’energia elettrica in Italia: è il primo anno in cui la produzione idroelettrica copre meno del 50 per cento della produzione complessiva e il continuo aumento della richiesta di energia elettrica rendono sempre più necessario il ricorso alla produzione termoelettrica. Gli anni che vanno dal 1968 a 1972 sono anni di grandi conquiste sociali e di crescita per l’ENEL che nel frattempo è diventata la seconda industria italiana per fatturato dopo la Fiat. Intanto, la notte del 21 luglio 1969, si rileva una richiesta di energia elettrica molto maggiore di quella usuale. Sono gli italiani che non vogliono mancare un appuntamento con la storia: la discesa dell’uomo sulla Luna. La guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur innesca la prima grande crisi energetica. Il continuo aumento del prezzo del petrolio costringono i paesi consumatori a varare misure di emergenza per fronteggiare la crisi adottando una politica di “austerity”. In Italia iniziano le “domeniche a piedi” e per ridurre i consumi elettrici viene ridotto l’orario di apertura dei negozi, l’illuminazione pubblica viene dimezzata e le trasmissioni televisive terminano alle 22:45. Alla fine degli anni settanta in Italia si avverte una maggiore sensibilità ambientale e vengono riscoperte fonti alternative di energia: il sole e il vento. Nel 1973 viene pubblicato Enel e l’ambiente in cui vengono trattate le problematiche tra la 67 Copertina di Energia dal Sole. Prospettive dell’energia fotovoltaica in Italia produzione di energia elettrica e la salvaguardia dell’ambiente come viene illustrato nella presentazione di Arnaldo M. Angelini: “È pur vero che l’autorizzazione a costruire nuovi impianti viene negata adducendo una giusta causa: la salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo; ma – attenzione! – si pone una ponderate impostazione del problema ecologico; altrimenti si va incontro ad una situazione paradossalmente assurda al punto da paralizzare con la crisi della produzione che ne deriverebbe, anche le stesse attività relative al contenimento dell’attenzione dell’ambiente. Peraltro, come viene ampiamente dimostrato nella presente pubblicazione, grazie agli efficaci provvedimenti adottati, l’incidenza sull’ambiente degli impianti elettrici risulta così modesta da poter essere accettata senza pregiudizio per l’ambiente stesso.” Così nel 1984 si inaugurano due centrali dimostrative dell’ENEL alimentate da fonti energetiche rinnovabili: la centrale eolica dell’Alta Nurra e la centrale fotovoltaica dell’isola di Vulcano. Nel 1986 viene pubblicato, nella collana “I libri di Dimensione Energia”, periodico edito da ENEL, L’Energia e la Storia di Indro Montanelli e Mario Cervi. Il volume è un divertente racconto del rapporto che l’uomo ha sempre avuto con l’energia, dalla scoperta del fuoco sino all’avvento dell’energia nucleare. L’attuazione del Piano Energetico Nazionale viene di fatto bloc- 68 cato dal disastro di Chernobyl, infatti l’8 novembre 1987 si svolge il referendum sulle centrali elettriche nucleari e la maggioranza dei votanti si esprime per la rinuncia all’energia nucleare. Considerati i risultati del referendum, il Governo procederà alla sospensione dei lavori di apertura delle centrali e di fatto si dà l’addio al nucleare in Italia. Nel 1987, in occasione dei 25 anni dell’Ente, viene pubblicato ENEL, con presentazione di Franco Viezzoli e testi in italiano e inglese. Emblematica la fascetta editoriale: “Venticinque anni non sono molti, ma gli anni dell’ENEL hanno visto due crisi energetiche, lo sviluppo del nucleare e la contestazione al nucleare, il ritorno al carbone, l’inflazione a due cifre, la sostituzione dell’uomo con i robot, il vento del ‘68, gli anni di piombo: profondi mutamenti di idee, abitudini, realtà sociali, economiche e tecniche. Venticinque anni difficili, non solo per l’ENEL.” Nel 1992, a quasi trent’anni dall’istituzione, ENEL diventa Società per Azioni anche se l’unico azionista rimane il Ministero del Te- la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Sopra da sinistra: Copertina di Enel 1963–1977; 50 anni di industria elettrica italiana; copertina di L’energia e la storia, scritto da Indro Montanelli e Mario Cervi; L’Enel e l’ambiente soro. Gli anni novanta sono anni di profondi cambiamenti per il settore energetico, ENEL viene quotata in Borsa e il 19 febbraio 1999 il Consiglio dei Ministri approva il decreto di liberalizzazione del settore elettrico. Negli ultimi anni ENEL attua una strategia di diversificazione per lo sviluppo di nuovi business investendo nella ricerca di energie alternative e di nuovi mercati soprattutto all’estero come nell’Europa dell’Est e in Sud America. Infatti già nel 1992 viene pubblicato da Hypothesis Editore Energia dal Sole. Prospettive dell’energia fotovoltaica in Italia. Il volume è stato realizzato sulla base della documentazione tecnica fornita dall’ISES, Comitato per l’Energia Fotovoltaica e con il contributo di ENEA, ENEL, Ansaldo, Eurosolare e Helios Technology. In occasione del cinquantesimo anniversario è stato allestito un museo itinerante che, partito da Napoli a fine maggio, coinvolgerà nel suo tour diverse città e piazze italiane raccontando la storia e il successo dell’azienda in relazione all’evoluzione del Paese. La storia di ENEL si intreccia infatti con la storia d’Italia. La mostra è divisa in cinque sezioni: dalle divise da lavoro “vintage” alle ingombranti valigette a tracolla degli addetti ENEL sino alle nuove sfide per l’energia pulita. luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 69 BvS: nuove schede Recenti acquisizioni della Biblioteca di via Senato Novità per bibliofili arricchiscono i fondi antico e moderno Arianna Calò, Valentina Conti, Giacomo Corvaglia, Paola Maria Farina, Annette Popel Pozzo e Beatrice Porchera Ardizio, Lorenzo. Alfa Romeo. Cuore Sportivo. Milano, Mondadori – Electa, 2010. Il volume, con prefazione di Nick Mason, ripercorre la storia della Casa Automobilistica in occasione del centenario della fondazione, dal 1910 sino agli sviluppi più recenti. In un’ampia introduzione vengono narrate le vicende aziendali e sportive del gruppo. La parte centrale del libro è divisa in dieci capitoli che illustrano, in modo discorsivo e attraverso immagini, le vetture simbolo, sia sportive sia stradali. Completano il giubilare una cronologia di tutti i modelli prodotti dall’Alfa Romeo e l’Albo d’oro delle vittorie automobilistiche più importanti. (G.C.) Camuffo, Giorgio; Piazza, Mario; Vinti, Carlo; Annicchiarico, Silvana (a cura di). TDM 5: grafica italiana. Milano, Corraini Edizioni, 2012. Catalogo pubblicato in occasione della quinta edizione del Triennale Design Museum di Milano inaugurata il 13 aprile 2012. Secondo il presidente della Fondazione Arturo Dell’Acqua Bellavitis: “Un’edizione che fa il punto sul ruolo della grafica nella storia del design italiano, andando a leggere come le tradizioni storiche del graphic design del nostro paese si siano declinate nel secolo passato, grazie anche all’apporto di numerosi designer che nel secondo dopoguerra hanno deciso di operare in Italia”. Attraverso lettere, periodici, libri (alcuni prestati dalla Biblioteca di via Senato), imballaggi, pubblicità, segnali, film, video e una gamma molto ampia di materiali si disegnano le linee guida per comprendere in che modo i grafici italiani siano intervenuti nella vicenda del Paese influenzando la sua realtà economica, sociale e culturale. (V.C.) Belime, Charles. Coup d’œil sur l’influence de nos conquêtes en Italie et les moyens d’affermir les Républiques qui y sont établies. Roma, Tommaso Pagliarini, [1797-1798]. Due sole copie censite in Ita- lia per questo testo che intercettava l’ardore rivoluzionario e gli umori d’insofferenza dei giacobini italiani verso l’assolutismo regio, insofferenza che divenne ben presto di pubblico dominio in Francia, dove si guardava con interesse al nuovo entusiasmo repubblicano oltre confine. Il testo si divide in tre sezioni: “dans la première j’examine l’état de l’Italie avant l’arrivée des Français; je donne un précis de ses différents gouvernements, des révolutions arrivées dans chaque pays et des causes qui l’ont produites. Dans la seconde je trace un tableau rapide des victoires de l’armée française. Je place Bonaparte au milieu de l’Italie, et je porte un regarde attentif sur les changemens qu’il opere autur de lui. La troisième Section est sans contredit la plus importante [...]; J’y donne quelques idées sur la constitution qui me paroit convenir à l’Italie; j’y développe le moyens d’affermir les républiques que nous y avons créées; j’y insiste principalement sur la néceessité d’une réforme dans l’éducation de la jeunesse, j’y 70 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 trace un plan d’études [...]. Enfin je termine par des réflexions générales sur l’état actuel de l’Europe”. (A.C.) Corradi, Sebastiano (ca. 1510-1556). De officio doctoris et auditoris oratio. Firenze, Lorenzo Torrentino, [s.d. i.e. 1548]. Prima edizione dell’orazione che tratta dei doveri dell’insegnante e dell’allievo e che fu recitata tre anni prima, ma pubblicata solo nel 1548 causa la ritrosia dell’Autore. Corradi, nativo di Arceto (Reggio Emilia), studiò inizialmente a Venezia e fu uditore di Egnazio. Sempre a Venezia fu particolarmente apprezzato da Bembo e Giraldi svolgendo anche il lavoro di correttore presso il tipografo Sessa. Iniziando una brillante attività letteraria, accetta la cattedra di umanità a Reggio, dove fonda l’Accademia degli Accesi. Girolamo Tiraboschi indica nella Storia della letteratura italiana che le opere “per lo più sono Comenti sugli Autori Latini, come sulle lettere di Cicerone ad Attico, e su quelle agli Amici, su Valerio Massimo, sul primo libro dell’Eneide. Avvi ancora un’Orazione da lui detta in Bologna de Officio Doctoris & Auditoris, e la traduzione di sei Dialoghi attribuiti a Platone” (tomo VII:3, Roma, 1785, p. 332). Moreni, Annali della tipografia fiorentina di Lorenzo Torrentino, Firenze, 1811, p. 15 (n. XI). (A.P.P.) Faur, Jean-Pierre; Pierrat, Emmanuel. Vente-Erotica. Livres et documents des collections Jean-Pierre Faur et Emmanuel Pierrat. Parigi, Pierre Bergé & Associés, 2007. Trattasi del catalogo dell’asta che si è svolta venerdì 7 dicembre 2007 a Parigi presso l’hotel Drouot. La vendita, proibita ai minori (l’esemplare in BvS conserva, tra l’altro, la fascetta editoriale con l’avvertimento “Certaines images de ce catalogue peuvent heurter la sensibilité de certaines personnes”), comprendeva 290 pezzi tra libri, manoscritti, fotografie e illustrazioni a carattere erotico, dal XVIII al XX secolo, provenienti dalle collezioni private dell’editore Jean-Pierre Faur e dell’avvocato e scrittore Emmanuel Pierrat. Il volume è in gran parte illustrato con numerose tavole a colori che accompagnano la descrizione dei lotti in vendita. (P.M.F.) Ferenzano, Giovanni Gino. Garibaldi Politico. Firenze, G.B. Giachetti, 1879. L’Autore, che si firmava al frontespizio “Fe... Gio... Gi...”, aveva pubblicato poco prima il libello Garibaldi l’ingrato, in cui criticava duramente il manifesto di Garibaldi del 26 aprile 1879, che annunciava la costituzione della Lega Democratica; l’opinione pubblica aveva tuttavia accolto negativamente l’opera e l’Autore dovette dunque servirsi di questo scritto per giustificare le sue parole e denunciare, nelle “Rivelazioni per la storia” (pp. 118-119), l’esistenza di appannaggi dati dal Re a Garibaldi. Pare che Ferenzano fu assassinato dopo la pubblicazione di questi due violenti opuscoli diffamatori contro Garibaldi, per quanto avesse intenzione di pubblicare altre opere polemiche intorno alla sua figura, già poste in elenco alla brossura po- steriore: Garibaldi pubblicista, Garibaldi strategico, Mentana, Polemica Garibaldina, I ministri garibaldini. Bertarelli 13443. Passano, p. 140. (A.C.) Frugoni, Chiara (1940-). Le storie di San Francesco. Guida agli affreschi della Basilica superiore di Assisi. Torino, Einaudi, 2010 (ET Saggi, 1631). L’edizione in cofanetto, che si compone di un volume a stampa e un DVD-Video contenente un documentario con la regia di Luca Criscenti, illustra gli affreschi giotteschi della fine del XIII secolo nella Basilica superiore di Assisi dedicati a San Francesco. L’Autrice, adottando un linguaggio chiaro e scorrevole, analizza le 28 scene con la vita e i miracoli del santo procedendo per singole campate e riportando anche le didascalie (spesso molto danneggiate) che compaiono sotto ciascun riquadro; nella seconda parte, il volume a stampa contiene la traduzione in inglese della guida a cura di William McCuaig. (P.M.F.) Henderson, Alexander. Storia dei vini antichi. Capri, Edizioni la Conchiglia, 2004. Primo numero della collana “Corpo di Bacco”. La traduzione è curata da Marino Barendson. Titolo dell’opera originale History of ancient and modern wines, divisa in due parti. Al pubblico italiano è proposta solo la prima perché la seconda risulta irrimediabilmente superata dalla data di pubblicazione: Londra 1824. Le calcografie di G. B. Piranesi sono custodite presso la calcografia dello Stato in Roma. I disegni inseriti negli occhielli e i capi- luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano lettera sono stati tratti dall’opera originale. Colophon: “Questo libro è stato impresso nel marzo del 1993 per conto delle Edizioni La Conchiglia di Capri in 1000 esemplari su carta Corolla Antique dalle Cartiere Fedrigoni nelle Officine dell’Arte Tipografica alla via San Biagio dei librai di Napoli. Ristampato dagli stessi torchi nell’ottobre del 2004 in soli 1000 esemplari numerati a mano”. (G.C.) Imperial Regio Governo Generale. Catalogo de’ capi d’opera di pittura, scultura, antichità, libri, storia naturale, ed altre curiosità trasportati dall’Italia in Francia. Venezia, Antonio Curti, 1799. Prima edizione considerata rara con poche copie censite nell’opac delle biblioteche italiane. Contiene il testo entro doppia cornice di filetti e riguarda le seguenti sezioni: Prima divisione Pittura (pp. III-XVII), Seconda divisione Scultura (pp. XVIII-XXII), Terza divisione Antichità (p. XXIII), Quarta divisione Libri (pp. XXIV-XXIX), Quinta divisione Storia naturale ed altre curiosità (pp. XXX-XXXII). Tra le biblioteche italiane derubate da Napoleone sono indicate Bologna, Ferrara, Livorno, Mantova, Massa, Modena, Monza, Milano, Pavia, Pesaro e Fano, Roma, Venezia, Padova, Treviso, San Daniele e Verona. Oltre alle antichità, sculture e quadri, l’elenco rivela i numerosi manoscritti e libri preziosi portati in Francia, che come è ben noto vennero restituiti soltanto parzialmente in seguito. (A.P.P.) Manni, Domenico (1690-1788). Maria Le veglie piacevoli ovvero notizie de’ più bizzarri, e giocondi uomini toscani le quali possono servire di utile trattenimento, scritte da Domenico M. Manni accademico etrusco. Edizione II. Corretta, e di molto accresciuta dall’autore. Tomo primo [-Tomo quarto]. Venezia, Zatta, 1762-1763. 4 volumi in 1 tomo. Seconda edizione. «Nell’opera il M. tentò di trasmettere un gusto per il curioso e il bizzarro, proponendo le biografie di stravaganti personaggi storici toscani, acclamati dalla fantasia popolare e divenuti personaggi letterari, come Calandrino, Guccio Imbratta, il Burchiello, il Pievano Arlotto, il buffone Gonnella, il nano Morgante, il gobbo Tommaso Trafedi» (DBI 69, pp. 96-97). Le veglie piacevoli furono stroncate da Baretti nella “Frusta letteraria” del 1° gennaio 1764. Moreni, Bibliografia storica ragionata della Toscana, II, pp. 25-26. Morazzoni, Il libro illustrato veneziano nel Settecento, p. 241. Pitrè, Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia, n. 5835. Gamba, n. 2339. (B.P.) Nordmann, Gérard (19301999). Bibliothèque érotique Gérard Nordmann. Livres, manuscrits, dessins, photographies du XVIe au XXe siècle. Première partie. Jeudi 27 avril 2006 [-Seconde partie. Jeudi 14 et vendredi 15 décembre 2006]. Parigi, Christie’s, [2005]. I due volumi illustrati costituiscono il catalogo della biblioteca erotica di Gérard Nordmann (1930-1999), riservato uomo d’affari svizzero e grande collezionista, la cui raccolta, frutto di circa qua- 71 rant’anni di ricerche, è andata all’asta a Parigi nel 2006 presso Christie’s suddivisa in due parti: la prima in vendita il 27 aprile, la seconda il 14 e il 15 dicembre. Le innumerevoli opere custodite da Nordmann coprono un arco temporale che spazia dal 1527 (anno dei Sonetti lussuriosi di Pietro Aretino con incisioni di Giulio Romano, considerata la prima opera letteraria erotica dell’epoca moderna) al 1975 e tra di esse vi sono numerosi testi assai pregevoli, compresa una rarissima prima edizione dei romanzi del Marchese De Sade, oltre a manoscritti, lettere e documenti. (P.M.F.) Reale, Giovanni; Sgarbi, Elisabetta. Il gran teatro del Sacro Monte di Varallo. Milano, Bompiani, 2009. Libro con contributi di Edward Carey, Juan de la Cruz, Umberto Eco, Petros Markaris, Vittorio Sgarbi, Giovanni Testori, Sebastiano Vassalli accompagnato da DVD esplicativo della storia del Sacro Monte di Varallo. Monumento fortemente voluto da Beato Bernardino Calmi che di ritorno dalla Palestina volle ricreare in scala ridotta i luoghi della Terra Santa. A metà del 1400 san Carlo Borromeo si interessò di questo progetto denominandolo “Nuova Gerusalemme”. Fra gli artisti più importanti che hanno lavorato a Varallo ci sono Gaudenzio Ferrari, Tanzio da Varallo, Gherardini, Morazzone, il Ceranino autori di 400 statue e affreschi con circa 4000 figure. Con questo libro viene raccontata per la prima volta la storia di un monumento di fede e arte unico nel suo genere. (V.C.) 72 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012 Bvs: il ristoro del buon lettore Il Piacere dell’Ambasciata Fasti dannunziani per la cucina mantovana GIANLUCA MONTINARO L à, sotto l’argine della Secchia, sorge un luogo che mai ti aspetteresti. Proprio là, in uno dei tanti paeselli della pianura padana, che potrebbero essere il palcoscenico delle innumerevoli storie portate dal Grande Fiume. Ebbene là, a Quistello, in quello spicchio di terra mantovana oltre il Po, si incontra un luogo che è una bolla fuori dal tempo. Dietro la facciata di una casa di paese, ogni giorno, si rinnova la trasfigurazione del piacere e dell’arte, fra specchi, argenti, fiori, tappeti e cristalli che riempiono ogni spazio e quasi stordiscono. All’Ambasciata l’alta cucina mantovana diviene stile di vita, quintessenza e paradigma di eleganza e raffinatezza. Come ne Il Piacere di Gabriele d’Annunzio (di cui la Biblioteca di via Senato conserva una copia della prima edizione, stampata a Milano dai fratelli Treves nel 1889), anche all’Ambasciata il filo conduttore è il mito rinascimentale. Il protagonista del romanzo, Andrea Sperelli, scambierebbero la «Roma dei Cesari per la Roma dei Papi», darebbero «tutto il Colosseo per la Villa Medici», attratto più dalla «magnificenza principesca dei Colonna, dei Doria e dei Barberini che dalla ruinata grandiosità imperiale». E non da meno farebbero Romano e Francesco Tamani (Carlo Ristorante Ambasciata Via Martiri di Belfiore, 33 Quistello (Mn) Tel. 0376/619169 per gli amici, e sono sufficienti cinque minuti per diventarlo). Nella loro casa fanno rivivere il Cinquecento dei Gonzaga e di Andrea Mantegna, di Palazzo Te e delle Missae mantovane di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Come mirabolanti affreschi di Giulio Romano, con le loro prospettive illusorie e senza fine, i piatti dell’Ambasciata ammaliano, caleidoscopi di aromi e sapori complessi ma netti, decisi ma nobili. Così il luccio in salsa con polenta e il tortello di zucca con ristretto di foie gras raccontano storie di nobili banchetti. Mentre l’anatra con le ciliegie e la faraona ripiena di melograno e uva (con mostarda di mele campanine) narrano di cavalcate e di cacce. Pietanze sontuose che meritano vini altrettanto sontuosi, come un Barbaresco Camp Gros Martinenga delle Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Gresy. Dalle ampie vetrate, immerse nel verde, rembrandtiani fasci di luce tagliano la sala, riverberandosi negli algidi candelabri d’argento: tempo e spazio sono solo un vago ricordo. Mentre fuori scorre la vita, la sosta all’Ambasciata allunga in un autunno splendido e senza fine, in un spettacolo curiale ove non c’è più differenza fra attori e spettatori. È al momento dei dolci che il piacere si dilata poi all’infinito. Il tavolo viene letteralmente invaso di leccornie di ogni tipo. Come per Andrea Sperelli, a palazzo d’Ateleta, «il finale del pranzo è splendidissimo: poiché il vero lusso d’una mensa sta nel dessert». Come a palazzo d’Ateleta «tutte quelle squisite e rare cose dilettano, la vista, oltre il palato, disposte con arte in piatti di cristallo guarniti d’argento». Tempus fugit, mentre il «vivere inimitabile» eterno rimane.