la Biblioteca di via Senato
mensile, anno iv
Milano
n.7 – luglio/agosto 2012
FONDO ANTICO
F. Stelluti
e il microscopio
di Galileo
di annette popel pozzo
FANTASCIENZA
H.G. Wells:
tra atomi, stelle
e pianeti
di laura mariani conti
e matteo noja
UTOPIA
J.-J. Rousseau:
la verità e la
mistificazione
di gianluca montinaro
RARITÀ
Un elefanticidio
a Venezia
nel 1819
di arianna calò
LIBRO RITROVATO
G. Pomba e la
sua Enciclopedia
popolare
di beatrice porchera
la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO IV – N.7/33 – MILANO, LUGLIO/AGOSTO 2012
Sommario
4 L’Utopia: prìncipi e princìpi
ROUSSEAU: LA VERITÀ
E LA MISTIFICAZIONE
di Gianluca Montinaro
10 BvS: il Fondo Antico
FRANCESCO STELLUTI E IL
MICROSCOPIO DI GALILEO
di Annette Popel Pozzo
18 BvS: Fantascienza
H.G. WELLS: L’UOMO
CHE VISSE NEL FUTURO
di Laura Mariani Conti
e Matteo Noja
29 IN SEDICESIMO - Le rubriche
TEATRO DI VERDURA –
CATALOGHI – SPIGOLATURE –
RECENSIONI – MOSTRE –
ASTE
46 BvS: rarità per bibliofili
MORTE DI UN ELEFANTE
A VENEZIA NEL CARNEVALE
DEL 1819
di Arianna Calò
51 BvS: il libro ritrovato
LA NUOVA ENCICLOPEDIA
POPOLARE DI GIUSEPPE
POMBA
di Beatrice Porchera
56 BvS: il Fondo Bodoni
DAI TORCHI BODONIANI
UN OMAGGIO ALL’ARTE
PARMENSE
di Paola Maria Farina
61 BvS: il Fondo Impresa
LIBRI E PUBBLICITÀ:
INCONTRO DI LINGUAGGI
DIFFERENTI
di Valentina Conti
66 BvS: il Fondo Impresa
ENEL: MEZZO SECOLO
DI ELETTRICITÀ
NELLE CASE ITALIANE
di Giacomo Corvaglia
69 BvS: nuove schede
RECENTI ACQUISIZIONI
DELLA BIBLIOTECA
DI VIA SENATO
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Fedele Confalonieri, Maurizio Costa,
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Carlo Tognoli
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Angelo De Tomasi
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Achille Frattini (presidente)
Gianfranco Polerani,
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e ufficio stampa
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del fondo antico
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L’editore si dichiara disponibile
a regolare eventuali diritti per
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possibile reperire la fonte
Immagine in copertina:
Ritratto di Jean-Jacques Rousseau
su disegno di Quentin de La Tour
(1704-1788)
Organizzazione Mostra del Libro Antico
e del Salone del Libro Usato
Ines Lattuada
Margherita Savarese
Ufficio Stampa
Ex Libris Comunicazione
Questo periodico è associato alla
Unione Stampa Periodica Italiana
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
X Agosto
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo favilla.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono...
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende
che pigola sempre più piano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
Giovanni Pascoli
in “Il Marzocco”, 9 agosto 1896
(poi in Myricae, Livorno,
Giusti, 1897, quarta edizione)
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
L’Utopia: prìncipi e princìpi
ROUSSEAU: LA VERITÀ
E LA MISTIFICAZIONE
Le utopiche “fantasticherie” di un pensatore solitario
GIANLUCA MONTINARO
S
ono tanti i volumi utopici conservati presso la Biblioteca di
via Senato. Utopie di Stato e di
governo, utopie di spirito e di azione,
utopie di società e di uomini. Quest’ultima coppia è stata spesso posta
in contrasto dalla critica sinistra.
Quasi l’individuo, con le sue peculiarità particolari, il carattere e le inclinazioni, fosse una malattia da debellare per raggiungere il benessere
della società. Il pensiero liberale ne
ha colto invece le caratteristiche che
ne fanno un’endiadi. La società non
potrebbe esistere senza gli individui.
Né ha senso parlarne, se non come
aggregato generale di diversità. Le
collezioni della Biblioteca di via Senato rendono giustizia di questo modo ‘comprensivo’ di intendere l’utopia.
Un’utopia che è a favore dell’uomo, della libertà individuale e della riflessione particolare. Senza atemporalismi
né immobilismi. Senza razionalismi efferati né invasate
teologie. Senza livellamenti (operati necessariamente
verso il basso) né indotte ignoranze.
Uno di coloro che si è dichiarato il «più socievole
fra gli uomini e il più disposto ad amare i suoi simili» non-
Nella pagina accanto: ritratto di Jean-Jacques Rousseau
su disegno di Quentin de La Tour (1704-1788).
Sopra: Rousseau herborisant, et vue de son pavillon et du
pont d’Ermenonville, Acquaforte di G.-F. Meyer incisa da
J.-B. Huet le vieux.
ché sostenitore della verità come
«bene più prezioso»1 è Jean-Jacques
Rousseau (1712-1778). Eppure,
nonostante questi proclami utopicamente filantropici, il filosofo ginevrino ha dovuto subire, durante gli
ultimi anni della sua vita e quindi nei
secoli successivi, un complotto mistificatore, che in parte ancora perdura. La critica marxista lo ha arruolato manu militari fra i padri nobili
del ‘pensiero sinistro’, dimenticando
(o ignorando) la complessa articolazione del filosofia rousseauiana, che
solo arbitrariamente si può ridurre a
una generica condanna del “potere
assoluto” e alla proclamazione dell’uguaglianza fra gli uomini. Ma le origini del complotto
mistificatore prendono l’avvio con Rousseau ancora vivente. Il pensatore dovette anzi dedicare gli anni della
piena maturità a difendersi, attraverso la scrittura di alcune opere autobiografiche che tentassero una ricostruzione corretta dei fatti della vita e del pensiero: Le confessioni,
I dialoghi e soprattutto Le fantasticherie del passeggiatore solitario, vero e proprio testamento spirituale di Rousseau.
La Biblioteca di via Senato conserva, nel fondo dell’Utopia, le prime rare edizioni (Ginevra, 1782) di queste opere, che hanno visto la luce a stampa solo dopo la morte
dell’autore.
Rousseau ebbe una infanzia e una giovinezza abbastanza travagliate. Si formò in casa, leggendo i classici
(soprattutto Plutarco) e i grandi letterati e storici francesi
dell’epoca di Luigi XIV. Nel 1742, dopo diverse espe-
6
rienze di vita, si trasferì a Parigi, dove conobbe e collaborò con gli enciclopedisti, stringendo amicizia con Condillac, Diderot e Voltaire. Nel 1750 salì alla notorietà con
il Discorso sulle scienze e le arti, grazie al quale vinse un premio bandito dall’Accademia di Digione. L’opera già conteneva in nuce alcuni dei temi salienti (peraltro profondamente reazionari) della filosofia rousseauiana: la critica
della civiltà come causa di tutti i mali e delle infelicità dell’uomo, e il corrispondente elogio della natura come depositaria di tutte le qualità positive e buone.
Nel 1752 una sua commedia, L’indovino del
villaggio, venne rappresentata a Fontainebleau, alla presenza di Luigi XV. Il re, favorevolmente impressionato,
invitò Rousseau a un’udienza privata il giorno successivo. Rousseau, forse per la sua timidezza, decise di non
presentarsi. Ciò causò un forte litigio con Diderot il quale si era prodigato per far ottenere all’amico una pensione
regia. Negli anni successivi la fama del filosofo ginevrino
raggiunse l’apice. Si stabilì all’Ermitage, presso Montmorency, sotto la protezione della letterata Louise d’Épinay, lavorando a Giulia o la nuova Eloisa e continuando
una fitta corrispondenza con Voltaire. La lettura della
voce ‘Ginevra’, firmata da d’Alembert, nel settimo volume dell’Encyclopédie lo irritò molto e fu causa della rottura
del loro rapporto. Nel 1759 Rousseau si trasferì al petit
château di Montmorency presso il maresciallo Charles
François de Luxembourg. Iniziò a lavorare all’Emilio e al
Contratto sociale. La pubblicazione di queste due opere,
avvenuta tre anni dopo, lo pose al centro di una forte polemica. Il parlamento di Parigi ordinò che tutte le copie
dell’Emilio venissero date alle fiamme. Il 9 giugno venne
diramato un ordine d’arresto per Rousseau, che dovette
fuggire in Svizzera. Ma anche qui ricevette una accoglienza molto tiepida: le sue opere vennero bruciate sulla
pubblica piazza.
Questo clima di forte ostilità lo scosse nel profondo. Iniziò a vedere intorno a sé un ‘complotto’, ordito dai
suoi ‘nemici’, per screditarlo e costringerlo al silenzio.
Per sfuggirvi iniziò a stendere, nel 1764, le Confessioni, attraverso cui sperava di mostrarsi «in tutta la verità della
sua natura».2 Nel frattempo avvenne la pubblicazione di
un pamphlet anonimo contro Rousseau, in cui tra l’altro si
rivelava il destino dei cinque figli del filosofo ginevrino,
consegnati alle cure di orfanotrofi non appena nati.
Rousseau, ormai in preda a manie di persecuzione, vedendo il mandante di quest’azione in Voltaire, non esitò a
rompere i rapporti col suo vecchio amico.
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Dopo essere scampato a una sassaiola, nel 1766
Rousseau si rifugiò in Gran Bretagna, accettando un invito formulatogli da David Hume. Ma il rapporto fra i
due durò pochi mesi, a causa della differenza delle loro
personalità. Rousseau anzi nelle Confessioni indicò Hume
come membro del ‘complotto’ che si stava ordendo: «dopo avermi cacciato a forza di intrighi dalla Svizzera riuscirono infine a consegnarmi nelle mani del loro amico
[Hume, n.d.r.]». Tornato in Francia, sotto lo pseudonimo di Jean-Joseph Renou, e terminate le Confessioni, iniziò a darne pubbliche letture, sperando di far conoscere
così la verità dei fatti.
Ho narrato la verità. Se qualcuno conosce cose contrarie a quelle da me fin qui esposte, fossero mille
volte provate, conosce menzogne e imposture, e se
rifiuta di approfondirle e chiarirle con me, finché sono in vita, non ama né la giustizia né la verità. Quanto a me, lo dichiaro alto e senza paura: chiunque, anche senza aver letto i miei scritti, esaminerà con i
suoi propri occhi la mia natura, il mio carattere, i
miei costumi, le mie inclinazioni, i miei piaceri, le
mie abitudini, e potrà ritenermi un uomo disonesto,
e lui stesso un uomo da soffocare.3
Presto vietate dalla polizia le letture (perché attaccavano persone ancora in vita), Rousseau si convinse definitivamente dell’estrema pericolosità del ‘complotto’.
Sicuro di avere in continuazione «spie che mi stanno alle
calcagna»4 iniziò anche a preoccuparsi che le sue pagine
autobiografiche potessero cadere in “mano nemica”.
Sfortunatamente, mi pareva difficile e persino impossibile che sfuggissero alla vigilanza dei miei nemici. Se
raggiungono le mani di un uomo onesto […] non credo l’onore della mia memoria ancora inerme. Ma, o
Cielo, protettore dell’innocenza, salva queste estreme notizie dalle mani delle signore di Boufflers, di
Verdelin e da quelle dei loro amici. Sottrai almeno a
queste due furie la memoria di uno sventurato che Tu
hai abbandonato mentre era vivo.5
A Rousseau non rimaneva che la scrittura. Si buttò a capofitto nella stesura della sua seconda opera autobiografica: I dialoghi di Jean Jacques giudice di Rous-
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
7
Da sinistra: frontespizio de Les Confessions di Jean-Jacques Rousseau (Ginevra, Société Typographique probabilmente per
Charles-Joseph Panckoucke, 1782). L’edizione contiene in princeps i primi sei libri de Les Confessions, mentre i libri VII a
XII furono pubblicati soltanto nel 1789. Frontespizio de Les rêveries du promeneur solitaire, formando la seconda parte
dell’edizione di Ginevra del 1782
seau. In essi cercò di descrivere la propria natura, portata al bene, e le sue abitudini per «far meglio comprendere la sua condotta e le sue opere in funzione del mondo ideale in cui sentiva di vivere».6 Non potendoli pubblicare, né tanto meno leggerli in pubblico, e allo stesso
tempo impaurito che qualcuno potesse sottrargli il manoscritto per distruggerlo o manometterlo, decise di
affidarla a Dio. Nel febbraio del 1776 Rousseau si recò
a Notre-Dame con l’intenzione di depositare le sue pagine sull’altare maggiore: almeno Dio, onnisciente e
caritatevole, gli avrebbe creduto! Ma, una volta entrato, percorsa tutta la navata, trovò la grata del coro chiu-
sa. Smarrito, interpretò questo fatto come ulteriore segno del complotto, nel quale probabilmente - nelle sua
mente ormai malata - vedeva anche Dio complice.
Si rimise a scrivere, un terzo testo autobiografico:
Le fantasticherie del passeggiatore solitario. Come notato
da Jean Starobinski si può rilevare, dal punto di vita psicologico, un’interessante evoluzione nelle manie di
Rousseau che puntuale riscontro trova nelle sue opere.
Preoccupato dall’idea di non essere compreso, Rousseau stende inizialmente “una confessione”, ovvero un
racconto diretto a un generico terzo, nel quale tutto ciò
che si confessa, nel bene e nel male, deve essere vero (la
8
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Da sinistra: Incipit della Dixième Promenade a p. 295 dell’edizione di Ginevra del 1782; Explicit della Dixième Promenade a
p. 300 dell’edizione di Ginevra del 1782
verità è il principio sul quale si regge ogni “confessione”). Questa “confessione”, di cui Rousseau si affanna a
proclamare la veridicità, non solo non viene creduta ma
viene recepita come atto ostile. Il secondo passaggio di
Rousseau è quindi discolparsi dall’accusa di aver messo
in atto pratiche ostili (perché anzi è lui, Rousseau, la
vittima). Stende quindi un’opera “giudiziaria”: I dialoghi di Jean Jacques giudice di Rousseau nel quale, sdoppiandosi, veste contemporaneamente i panni della parte accusata e della parte che dovrà decidere sull’ostilità
e sulla veridicità di ciò che è stato affermato in precedenza. Benché assolto (o meglio autoassolto), Rousseau continua a essere il bersaglio del complotto. A
questo punto, «ormai solo sulla terra, senza fratelli, né
parenti, né amici, né altra compagnia che me stesso»7 si
rifugia nella dimensione fantastica della propria mente, ove nessun complotto potrà più nulla contro di lui.
Scritte fra il 1776 e il 1778, e lasciate incompiute
causa il sopraggiungere della morte, Le fantasticherie del
passeggiatore solitario sono una delle opere più inquietanti
e contorte mai concepite dalla mente umana: «sono il libro dell’estrema infelicità e, insieme, la testimonianza
della più alta felicità concessa all’uomo “quaggiù”».8 Il
volume, diviso in dieci capitoli, narra dieci passeggiate.
Le promenades nella natura, lontano dal consorzio umano
che tutto corrompe e distrugge, furono per il filosofo gi-
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
nevrino i momenti più belli della sua vita, «colmi di affascinanti contemplazioni». Mescolando ricordi di passeggiate presenti a ricordi di passeggiate avvenute decenni prima, Rousseau si proponeva di fissare su carta le gioie
che avrebbe potuto ancora provare, rinnovando il godimento ogni volta che avesse letto queste pagine. E, al
contempo, «dimenticherò le mie disgrazie, i miei persecutori, il mio obbrobrio, sognando il premio che questo
cuore avrebbe meritato» perché l’anima «è la sola cosa
che gli uomini non possono togliermi».9
Se il proposito suona liberatorio, purtroppo il procedere delle fantasticherie “inciampa” più volte nel complotto, avviluppando il pensiero in un vortice di dichiarazioni contraddittorie, di volta in volta spavalde o lamentevoli, serene o angosciate.
Mi sono dibattuto a lungo, violentemente, ma invano. Senza direzione, né arte, né dissimulazione, né
prudenza: franco, aperto, impaziente, col dibattermi non ho fatto che incatenarmi sempre più e offrir
loro incessantemente nuove occasioni che hanno
avuto cura di non trascurare. Infine, sentendo inutili
tutti i miei sforzi e tormentandomi invano, ho preso
l’unica risoluzione che mi rimaneva: quella di sottomettermi al destino senza ribellarmi oltre la necessità. In questa rassegnazione ho trovato il compenso
di tutti i mali, poiché essa mi procura una tranquillità quale non mi poteva venir concessa nel continuo
travaglio d’una resistenza tanto penosa quanto vana.
[…] Tutto è finito per me sulla terra, nessuno può
più farmi né bene né male. Non ho più niente né da
temere né da sperare in questo mondo, ed eccomi
tranquillo in fondo all’abisso, povero infelice mortale, ma impassibile al pari di Dio.10
Ne risulta un’opera nella quale il ricordo si mescola al sogno e il vero sfuma nel falso, e in cui la dimensione temporale viene del tutto annullata dalla mente,
ormai turbata, dell’autore.
NOTE
1
J. J. Rousseau, Le fantasticherie del passeggiatore solitario, Milano, Rizzoli, 1998, p.
197 et p. 238.
2
Ead., Confessioni, Milano, Garzanti,
2000, p. 5.
9
Scrivo le mie Fantasticherie soltanto per me. E la loro lettura mi ricorderà la dolcezza che provo a scriverle […]. Scrissi le Confessioni e i Dialoghi con la
preoccupazione continua di trovare i mezzi per sottrarli alle mani rapaci dei miei persecutori, e trasmetterle – se fosse stato possibile – ad altre generazioni. Tale inquietudine non mi tormenta più per
questo scritto; so che sarebbe inutile, e siccome mi
si è spento in cuore il desiderio d’esser conosciuto
meglio dagli uomini, non è rimasta che una profonda indifferenza per la sorte dei miei veri scritti e dei
monumenti della mia innocenza, che forse ormai
sono stati già totalmente distrutti. Che spiino le mie
azioni, che s’inquietino di questi scritti, che se ne
impadroniscano, che li sopprimano, che li falsifichino, tutto mi è indifferente ormai. Io non li nascondo né li mostro. Se, ancor vivo, me li tolgono,
non riusciranno a togliermi né il piacere di averli
scritti né il ricordo del loro contenuto né le meditazioni solitarie di cui sono il frutto e la cui fonte non
può inaridirsi che con la mia anima. […] Godano
pure a piacer loro del mio obbrobrio, non mi impediranno di godere delle mia innocenza e di finire,
loro malgrado, i miei giorni in pace.11
Di ritorno da una delle sue amate passeggiata, quasi
che letteratura e vita si fossero incrociate, Rousseau morì
fulminato da un’emorragia cerebrale. I suoi pochi amici
raccolsero i suoi fogli e si impegnarono nella pubblicazione di queste opere. Promossero una Collection complète
des oeuvres de J. J. Rousseau (la cui pubblicazione in 4° iniziò nel 1780, alla quale presto si affiancarono un’edizione
in 8° e una in 12°). Le Confessioni e le Fantasticherie, pubblicate insieme, in due tomi in 8°, videro la luce nel 1782,
curate, a Ginevra, dalla libreria parigina Panckoucke:
precedettero di un mese i rispettivi volumi nell’opera omnia. E finalmente Rousseau ebbe la rivincita sui suoi persecutori, e il mondo iniziò a conoscere la verità.
Ibidem, pp. 685-686.
Ead., Le fantasticherie del passeggiatore
solitario, cit., p. 317.
5
Ead., Confessioni, cit., p. 283.
6
Ead., Le fantasticherie del passeggiatore
solitario, cit., p. 48 (dall’intr. di H. Roddier).
Ibidem, p. 197.
Ib., p. 9 (dalla pref. di J. Starobinski).
9
Ib., p. 203.
10
Ib., p. 202.
11
Ib., pp. 204-205.
3
7
4
8
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
11
BvS: il Fondo Antico
FRANCESCO STELLUTI E IL
MICROSCOPIO DI GALILEO
Un contributo per la storia dell’Accademia dei Lincei
ANNETTE POPEL POZZO
I
l principe romano e cardinale Federico Cesi (15861630), appassionato studioso di scienze naturali,
fondò – come è ben noto – appena diciottenne il 17
agosto del 1603 nel palazzo di famiglia a Roma con tre
giovani amici, il matematico Francesco Stelluti (15771652), l’erudito Anastasio de Filiis (1577-1609) e il medico olandese Joannes Eck (1579-1620 circa; anche nella
variante di Johannes van Heeck e italianizzato in Giovanni Ecchio) un sodalizio che, sotto il nome di Accademia dei Lincei, fu la più antica accademia del mondo.
Dedicati alla promozione e alla coltivazione degli studi
naturalistici, i Lincei raccoglievano in breve tempo tra i
Nella pagina accanto: frontespizio dell’editio princeps del
Persio tradotto di Francesco Stelluti (Roma, Giacomo
Mascardi, 1630). Sopra: dettaglio del frontespizio
raffigurante le tre api, stemma della famiglia Barberini
propri pochi ma eletti ingegni scienziati del pari Galileo
Galilei, Giovan Battista Della Porta, Fabio Colonna,
Cassiano dal Pozzo, Luca Valerio, Nicola Antonio Stigliola, Marco Welser, Giovanni Faber e Johann Schreck.
I quattro Accademici fondatori scelsero non a caso come
emblema la lince, l’eccezionale acutezza del cui sguardo
stava a sottolineare il profondo spirito d’osservazione e
di indagine con il quale i quattro sodali si sarebbero posti
alle loro ricerche.1 Ricordava Stelluti a proposito della
scelta dell’emblema: “la Lince impresa della nostra Accademia, havendo questa eletta, acciò ne sia uno stimulo, e
sprone continuo di ricordarci dell’acutezza della vista,
non de gli occhi corporali, ma della mente, necessaria per
le naturali contemplazioni, che posessiamo; e tanto più
dovendosi in queste procurare di penetrar l’interno delle
cose, per conoscere le loro cause, & operazioni della natura, ch’interiormente lavora, come con bella similitudine dicesi che la Lince faccia col suo sguardo, vedendo
12
non solo quel ch’è di fuori; ma anche ciò che dentro s’asconde.”2
Regolata da numerosi divieti, “come quello di occuparsi di politica, di teologia, di alchimia o di storia contemporanea, a indicare il distacco dello scienziato linceo
dal contingente e dalla polemica, ma anche la libertà da
ogni influsso religioso o politico,”3 l’Accademia si votava
al più rigoroso metodo di studio della natura, da compiersi direttamente, senza il filtro delle speculazioni peripatetiche, al quale si accompagnava un elaborato programma
di pubblicazioni che comunicavano le scoperte scientifiche. Nel 1613 stampa l’Istoria e dimostrazioni intorno alle
macchie solari e loro accidenti di Galilei e progetta De aeris
transmutationibus di Della Porta, le Tavole fitosofiche di Cesi, il Saggiatore di Galilei e soprattutto il Tesoro messicano di
Hernandez, che “nelle intenzioni del Lynceorum Princeps
avrebbe dovuto rappresentare il frutto più nobile matu-
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
rato sotto il segno della Lince.”4
In questo contesto si colloca anche l’opera che reca
il titolo elegantemente semplice di Persio tradotto in verso
sciolto e dichiarato di Francesco Stelluti, edita nel 1630 a
Roma da Giacomo Mascardi.5 A un primo esame sembra
si tratti di nient’altro che una traduzione delle satire (per
quanto effettivamente la prima edizione italiana in assoluto) del poeta romano, molto amato per il suo accentuato moralismo come mostrano le moltissime edizioni fin
dall’età degli incunaboli. Anche il fatto che l’esemplare
della nostra biblioteca provenga dalla biblioteca del vescovo inglese Thomas Dampier (1748-1812), descritto
come “one of the most learned bibliophiles of his day
[and] collected a large library of rare editions of the Greek
and Latin classics”6 testimonia una volta di più dell’apprezzamento attribuito al testo classico.
Il valore dell’edizione di Stelluti però va ben oltre e
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
13
A destra, dall’alto: fregi vegetali tratti dal volume linceo,
Il tesoro messicano; incisione del gorgoglione, a p. 127
nel Persio tradotto.
Nella pagina accanto: la lince, ritratta dal vivo, a p. 36
nel Persio tradotto
investe da vicino il programma naturalistico scientifico
dei Lincei. Preceduta da due poesie di Stelluti in onore
del cardinale Francesco Barberini (al quale l’opera è dedicata), da una sintetica biografia di Aulo Persio Flacco e
da alcuni epigrammi latini, la traduzione di Persio presenta un frontespizio figurato su disegno di Matthäus
Greuter (con le allegorie della filosofia e della poesia ai
lati, sormontate dal famoso stemma del casato Barberini, e con la lince in basso), un ritratto di Aulo Persio Flacco “copiato da un marmo antico”7 e illustrazioni nel testo in rame raffiguranti la lince ritratta dal vivo (p. 36), il
gorgoglione del frumento (p. 127), uno strigile del Museo Angeloni a Roma (p. 166), Iside con sistro del Museo
di Francesco Gualdi (p. 186), un sistro con piccola lince
(p. 187) e diversi fregi vegetali xilografici presi dalla pubblicazione del Tesoro messicano.
Particolarmente bella e importante è la tavola sulla
pagina 52, raffigurante un trigono di api a scala ingrandita, corredato da minuziosi dettagli. Le api sono ovviamente un omaggio alla famiglia Barberini e al dedicatario
Francesco, nipote di papa Urbano VIII, come viene sottolineato del resto dallo stesso Stelluti in una nota al testo:
“vedendosi hoggi in essa [la Casa Barberina] chiaramente
il colmo delle scienze, e respirare, e pigliar animo tutti li
studiosi sotto gli ottimi auspicij degli Api, promettitori
d’infiniti beni per il gran cumulo delle virtù, e prerogative
ch’in quelli sono, come sì dottamente, e con tante erudizioni, concetti, e novità ha di detti Animali scritto il nostro Signor Principe Cesi nel suo Apiario.”8 Corredata da
un cartiglio con didascalie, la tavola rappresenta l’insetto
in tre diverse posizioni – nell’atto di camminare, supino e
di fianco – assieme a ingrandimenti anatomici degli arti,
dell’occhio, del pungiglione e dell’apparato boccale.
Proprio questa immagine insieme a un secondo documento iconografico concepito sciolto, sempre raffigurante il trigono di api, e conosciuto come Melissographia,
ma ideato da Stelluti cinque anni prima, nel 1625, come
omaggio al pontefice Urbano VIII, viene considerata il
primo esempio di microscopia biologica.9 Galileo Galilei, socio dell’Accademia dal 1611, aveva inviato nel settembre del 1624 a Federico Cesi un “occhialino per veder
da vicino le cose minime” specificando che “io ho contemplato moltissimi animalucci con infinita ammirazione: tra i quali la pulce è orribilissima, la zanzara e la tignuola son bellissimi; e con gran contento ho veduto come faccino le mosche et altri animalucci a camminare attaccati a’ specchi et anco di sotto in su.”10 Lo strumento
veniva chiamato in seguito microscopio, ma trovava immediata applicazione da parte degli accademici. Stelluti
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
Nella pagina accanto: la tavola incisa
su rame raffigurante l’ape nella
morfologia anatomica a scala
ingrandita presenta l’insetto nelle tre
consuete pose (nell’atto di
camminare, supino e di fianco).
L’incisione viene affiancata da un
elaborato corredo di particolari
anatomici, frutto di un’osservazione
minuta fatta con il microscopio.
A destra: il microscopio di tipo
galileiano, attribuito a Giuseppe
Campani, conservato al Museo
Galileo a Firenze
stesso dichiarava “e ciò fece allora, ch’io col Microscopio
minutamente l’Ape con tutte le sue parti osservai.”11 Continuava, “e per maggior chiarezza, & intelligenza di chi
ciò vede, e legge, descriverò a parte a parte ciascun di detti membri; convenendo anche in ciò col nostro Signor
Fabio Colonna Linceo, quale havendo voluto (mosso dal
mio avviso) far la medesima osservazione in questo animaletto così mirabile, come poi ha fatto con ogni diligenza, & esquisitezza col beneficio di somiglianti vetri, ha
trovati gl’istessi membri nel medesimo modo da me furono osservati, e figurati; havendo a significazione di esso
Signor Fabio il tutto ancora esquisitamente osservato, e
disegnato il Signor Francesco Fontana: onde feci qui in
Roma intagliare in rame tre Api rappresentanti l’Arme di
Nostro Signore Papa Urbano VIII. grandi, in quella forma che li vetri di esso Microscopio ce li rappresentano; e
feci quelli in tre varij aspetti figurare, mostrando uno la
schiena, l’altro il fianco, e l’altro il petto, come si può nel
foglio già stampato vedere: acciò da ogni parte fusse il suo
aspetto conosciuto: ma dopo havendolo con maggior diligenza esaminato, ho scoperto meglio la forma di tutto il
suo corpo, e di ciascun suo membro, come si potrà vedere
nella sua figura, e descrizzione, c’habbiamo nel fine di
questa Satira trasportata, per non interrompere la lettura
di essa con sì lunga digressione.”12
Anche l’illustrazione del gorgoglione del frumento, conosciuto anche come punteruolo del grano a pagina
127 del Persio tradotto, raffigurato sia in forma minuscola a
dimensioni naturali, sia ingrandito con il microscopio, è
risultato e prova dell’uso da parte di Stelluti del microscopio galileano.
15
Nel Persio tradotto si nota
un’altra particolarità a dimostrazione del valore scientifico dell’opera
ma anche del voluto intreccio tra testo classico filologico ed esame
scientifico. Risulta con la massima
evidenza, dunque, “che nel programma dell’Accademia dei Lincei
non si dava ancora il conflitto che
poi si dirà delle ‘due culture’, se accanto alla schiera centrale dei matematici e dei fisici era prevista un’adeguata rappresentanza di filologi,
che è come dire umanisti e letterati,
studiosi del mondo antico nella concretezza dei suoi monumenti. Questo spiega perché lo scienziato Stelluti, sebbene poi la
sua sia la scienza di un uomo colto e molto meno di un
autentico ricercatore, possa contemporaneamente attendere a tradurre e a commentare le difficili Satire di
Persio, inserendo nelle pagine ariose […] paragrafi di
osservazioni scientifiche con alcune tavole illustrative di
corredo.”13 Numerose sono del resto le note a piè di pagina (spesso lunghissime) di contenuto scientifico a corredo della traduzione classica. Il testo “comporta un
esercizio di doppia scrittura, per così dire, con la parola e
con l’immagine che si controllano e si rinforzano a vicenda, […] di giustificare stilisticamente l’inserto naturalistico nel tessuto del discorso filologico-erudito.”14
La minuziosa descrizione scientifica dell’ape è sapientemente spezzata da riferimenti e citazioni eruditi
presi dagli autori classici: “Havendo a descriver l’Ape
con tutti i suoi membri, cominceremo prima dalla testa,
quale nella sommità mostra l’ossatura divisa come di
calvaria humana, tutta pennuta, havendo in vece di peli
le penne, come quelle degli uccelli; verso il collo n’ha
maggior copia; e son di colore bianchiccio, inchinante
al giallo. Delle tre parti della testa, le due quasi sono occupate dagli occhi, quali sono assai grandi, & ovati, havendo la parte più acuta dalla banda inferiore della testa. Son tutti pelosi, e li peli son disposti a scacchiere,
overo a guisa di graticola, o rete, come son’anche tutti
gli altri occhi degl’insetti che volano, sembrando graticolari. D’intorno ad essi vi si vedono le ciglia con peli
grossi di color d’oro: ma non senza movimento, facen-
16
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
do solamente un cerchio intorno all’occhio. Fra l’uno,
e l’altr’occhio vi son due corni mobili articolati, detti da
Aristotele Antenne sopr’il naso situati, ciascun de’ quali ha origine da un globuletto bianco com’una perla, sopra il quale ve n’è un altro semitondo, e di color rossiccio: segue poi un’articolo lungo di color bigio oscuro,
& appresso un’altro articoletto rossiccio, dove l’Ape
piega il corno; e poi seguitamente altri nove articoli
uniformi, pur di color bigio oscuro, con alcuni minutissimi peli bianchi […] Vi resta la spina, over’ago, detto
da Latini aculeus, quale sta dentro l’estrema parte di
detto corpo con uno intestino unito, tenero, e di color
bianco. Nel suo principio dov’è col detto intestino congiunto è grossetto; ma si va poi restringendo, & assottigliando a poco a poco fin’al fine, terminando in una
punta acutissima, come si vede nel disegno, havendo
voluto figurarlo della medesima grandezza appunto
ch’il Microscopio ce lo rappresenta.”15
Anche nelle note al gorgoglione (uno dei protagonisti della quarta satira) abbondano i riferimenti classici.
Scrive Stelluti: “Curculio. E un picciolo animaletto che
rode il frumento, detto quasi gurgulio per la gola lunga
ch’egli ha, e da Toscani è chiamato Tonchio, e Gorgoglione. parla di questo Animale Virgilio nel primo della
Georgica […] Plauto ancora fa una comedia intitolata
Curculio. Ma il nostro Poeta lo pone in questo luogo pro
pene. Havendo noi diligentemente osservato col Microscopio questo Animaletto; e presone il suo ritratto, ci è
parso molto a proposito per gusto di chi legge quivi rap-
NOTE
1
Federico Cesi prendeva spunto per il
futuro emblema da una lince usata in veste
simbolica sul frontespizio del testo Phytognomonica di Giovan Battista Della Porta
del 1588.
2
FRANCESCO STELLUTI, Persio tradotto in
verso sciolto e dichiarato, Roma, Mascardi,
1630, p. 37, nota 2.
3
MARCO PALMA, Federico Cesi, in: DBI 24
(1980), p. 256.
4
MARCO GUARDO, Galilei e il Tesoro Messicano, in: L’Ellisse, Studi storici di letteratura
italiana VI (2011), p. 53.
5
Descrizione fisica: Volume in formato
4to di [24], 218, [22] pagine.
presentarlo.”16 Né mancano connessioni a testi di scienziati contemporanei. Ad esempio, Stelluti cita con riferimento alla formazione di una “diritta linea mirando fisamente con un sol’occhio, segnando la con terra rosta” il
trattato De refractione optices di Della Porta, pubblicato
nel 1593, “dove tratta dottissimamente di simili materie
appartenenti alla vista.”17
Nonostante alcune critiche, il giudizio dei posteri
su Stelluti e il suo Persio tradotto era favorevole. Antonio
Maria Salvini nella sua versione toscana delle Satire di
Persio (Firenze, Manni, 1726) ne lodava l’eleganza e la
squisitezza, Camillo Ramelli nel Discorso intorno a Francesco Stelluti del 1841 ne dava un elogio lusinghiero, quasi
esagerato, come del resto anche Giuseppe Gabrieli, importante biografo dell’accademico di Fabriano, nel suo
contributo Francesco Stelluti: Linceo fabrianese del 1941.18
In conclusione, è utile ribadire come per Stelluti l’osservazione della natura fosse sempre sorretta da una emozione estetica; il dato osservato oltre che alla mente indagatrice parla alla sensibilità dell’uomo aperto al richiamo
della bellezza: “Per lo Stelluti il mondo è pieno di colori,
di sapori, di odori, è uno spettacolo che l’uomo deve saper
comprendere ma di cui deve anche saper godere. […] Il
mondo per lo Stelluti è non solo oggetto di scienza e motivo di rappresentazioni artistiche, ma anche teatro in cui
avvengono fantastici avvenimenti straordinari e fatti inconsueti, che affascinano l’immaginazione.”19
JAMES PHILIP LACAITA, Catalogue of the library at Chatsworth, Londra, Chiswick
Press, 1879, volume I, p. xvii.
7
STELLUTI, 1630, c. ††4v.
8
STELLUTI, 1630, p. 47, nota 3.
9
Federico Cesi progetta sempre nel
1625 l’Apiarium, un testo sulla vita degli api
in forma di una tabella sinottica per accompagnare la Melissographia.
10
Citato secondo l’edizione delle Opere
di Galileo Galilei (Milano, Società Tipografica de’ Classici Italiani, 1808-1811), volume
1, p. 127.
11
STELLUTI, 1630, p. 47, nota 3.
12
STELLUTI, 1630, p. 47, nota 3.
13
EZIO RAIMONDI, La nuova scienza e la
6
“visione degli oggetti”, in: Vittore Branca (a
cura di), Rappresentazione artistica e rappresentazione scientifica nel secolo dei
lumi, Firenze, Sansoni, 1970, p. 482.
14
RAIMONDI, 1970, p. 483.
15
STELLUTI, 1630, p. 51 e 54.
16
STELLUTI, 1630, p. 126.
17
STELLUTI, 1630, pp. 26-27, nota 1.
18
GIUSEPPE GABRIELI, Francesco Stelluti:
Linceo fabrianese, in: Rendiconti della Classe di scienze morale e storiche, fasc. 8, serie
VII, vol. II, (1941), pp. 191-233.
19
RENZO ARMEZZANI, Tra scienza, poesia e
magia, in: Ada Alessandrini, et al., Francesco
Stelluti Linceo da Fabriano, Studi e ricerche,
Fabriano, Città e Comune, 1986, p. 381.
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
19
BvS: Fantascienza
H.G. WELLS: L’UOMO
CHE VISSE NEL FUTURO
Storia di un’utopia tra atomi, stelle e pianeti nei libri della BvS
LAURA MARIANI CONTI
E MATTEO NOJA
«S
ignore e signori, vogliasbalorditive. Sei minuti dopo che
te scusarci per l’interrueravamo andati in onda le case si
zione del nostro prosvuotavano e le chiese si riempivagramma di musica da ballo, ma ci è
no; da Nashville a Minneapolis la
appena pervenuto uno speciale bolgente alzava invocazioni e si laceralettino della Intercontinental Radio
va gli abiti per strada. CominciamNews. Alle 7:40, ora centrale, il promo a renderci conto, mentre stavafessor Farrell dell’Osservatorio di
mo distruggendo il New Jersey, che
Mount Jennings, Chicago, Illinois,
avevamo sottovalutato l’estensione
ha rilevato diverse esplosioni di gas
della vena di follia della nostra
incandescente che si sono succedute
America».
ad intervalli regolari sul pianeta
Oggi che, “grazie” al cinema
Marte. Le indagini spettroscopiche
ma soprattutto alla televisione e alla
hanno stabilito che il gas in questione
rete, siamo continuamente sottopoè idrogeno e si sta muovendo verso la
Sopra: H.G. Wells (1866-1946)
sti a “orrori quotidiani”, a invasioni
Terra ad enorme velocità…».
di vario tipo, vere o presunte, la cosa
ritratto a Londra nel 1939.
Con queste parole il 30 ottocerto fa sorridere. Anche se, forse
Nella pagina a sinistra,
bre 1938 Orson Welles cominciò la
pensando a una reale invasione di exla sovraccoperta di Star Begotten
“storica” trasmissione dai microfotraterrestri, ancora oggi un brivido
(1937, London, Chatto & Windus)
ni della CBS dell’adattamento rafreddo corre lungo le nostre schiene.
diofonico de La Guerra dei Mondi. Il
Ma, perché era così impressioprogramma, ispirato a uno dei più celebri romanzi di
nante la Guerra dei Mondi? Chi era veramente l’autore,
Herbert G. Wells, risultò talmente verosimile che suHerbert G. Wells? Cerchiamo di scoprirlo mentre alla
scitò incredibili reazioni. La gente si riversò nelle straBiblioteca di via Senato giunge un buon numero di prime
de fuggendo come impazzita, minacciata da una pree importanti edizioni di opere dello scrittore inglese.
senza aliena mai prevista ma che viveva come reale: disCon Jules Verne (suo precursore, ma sempre accoordini, vandalismi, distruzioni seguirono la trasmissiostato a lui), Herbert George Wells (meglio conosciuto
ne. La polizia fece irruzione negli studi dell’emittente
come “H.G. Wells”) è considerato fondatore della fantaradiofonica per farla interrompere. Il grande attore
scienza, cioè quel genere letterario che immagina il futuamericano, allora ventitreenne, ricordando l’episodio
ro fantasticando sulle sue implicite novità senza preoccuanni dopo, durante un’intervista a Peter Bodganovich
parsi della loro verosimiglianza, partendo dai risultati, a
disse: «Furono le dimensioni della reazione ad essere
volte sorprendenti, raggiunti dal progresso tecnologico
20
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Alcuni volumi di Wells: The Crocquet Player (1936), The Food of the Gods (1904), In the Days of the Comet (1906), questi
ultimi editi a Londra da Macmillan
del momento. È a lui che dobbiamo ipotesi narrative
come il viaggio nel tempo e l’invasione degli alieni, la
facoltà di diventare invisibili e i possibili agghiaccianti
sviluppi delle sperimentazioni genetiche (molto prima
del vero dottor Mengele, seguace, involontariamente
ma drammaticamente, del dottor Moreau creato da
Wells): tutti temi che, come sappiamo, caratterizzano
pesantemente la fantascienza di oggi e che, per questo
genere, fanno di lui il vero capostipite.
I suoi libri furono il frutto delle sue conoscenze,
delle sue idee e delle sue passioni. Non si riconobbe mai
come scrittore di “science fiction”, anche se coniò, per
le vicende avveniristiche che raccontò, il termine di
“scientific romances”. Rispetto a Jules Verne, Wells
mostrò molto più interesse per l’affermazione della
scienza e della sua verità incontrovertibile, anche rischiando il paradosso, che non per lo sviluppo della tecnologia e delle sue applicazioni pratiche e meccaniche.
E pensare che Wells (1866-1946) arrivò alla scrittura quasi per caso, dopo una grave malattia. Nato in
una famiglia di modeste condizioni, a Bromley, cittadina che ora fa parte della Grande Londra1, ereditò una
grande passione per la lettura dal padre, uomo di vasti
interessi, giocatore professionista di cricket, proprietario di un piccolo negozio di ceramiche. I proventi delle
attività paterne non consentivano però alla famiglia di
condurre una vita senza stenti. Per contribuire al misero bilancio familiare Herbert fu costretto a lasciare il
college per andare a intraprendere improbabili mestieri: aiuto tappezziere, assistente in una farmacia e bidello in una scuola, tutti lavori che, essendogli poco congeniali, si risolvevano in bruschi licenziamenti e continue peregrinazioni. Tornato fortunatamente a scuola
nel 1884, riuscì a ottenere una borsa di studio presso il
Royal College of Science and Technology di Londra,
dove tra i professori conobbe Thomas Henry Huxley2
che con i suoi insegnamenti lo farà diventare un fervente sostenitore delle nuove teorie darwiniane. Dopo alterni impieghi come insegnante, riuscirà a laurearsi a
pieni voti in Zoologia nel 1890.
La formazione scientifica portò il giovane Wells a
interessarsi al dibattito, allora in gran voga, sulle possibilità di vita negli altri pianeti del sistema solare o nell’universo. Partecipando a un convegno sul tema, tenuto al Royal College, affermò che «vi erano buone ragioni per presupporre che la superficie di Marte fosse abitata da esseri viventi»: le teorie dell’italiano Schiaparelli (1835-1910) sui canali di Marte andavano affermandosi proprio in quegli anni. Nel mondo anglosassone
queste teorie vennero poi amplificate, e distorte (grazie
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
anche a un’errata traduzione della parola “canali”3) in
favore della convinzione di una presenza aliena sulla
superficie marziana, dall’astronomo statunitense Percival Lowell. Anni di grande fermento internazionale,
quindi, quelli allo scadere del secolo, intorno al cielo e
ai suoi abitanti. Infatti Wells pubblicò The War of the
Worlds nel 1897, pochi mesi dopo l’uscita del romanzo
del filosofo tedesco Kurd Lasswitz4, Auf Zwei Planeten5,
che narra dell’incontro con una civiltà marziana più
evoluta e progredita, in questo caso benevola verso gli
“arretrati” (in tutti i sensi) umani.
Durante gli anni che andavano a chiudere il secolo,
le menti più acute percepivano il progressivo decadimento del mondo antico. Tale mondo, tale civiltà troverà poi
la sua completa distruzione nel drammatico rogo della
prima guerra mondiale. Se è vero che la grande guerra si
sviluppò nella seconda decade del nuovo secolo, è anche
vero che le cause e le prime sensibili avvisaglie si potevano
percepire nelle inquietudini della fine del diciannovesimo. Le critiche delle nuove classi emergenti verso la società costituita furono feroci. Non solo i proletari e i lavoratori attaccavano il governo, ma anche la piccola e media
borghesia stentavano a riconoscersi in una società che se-
21
gnava il passo di fronte alle implicazioni e sollecitazioni
dello sviluppo della tecnologia.
In Inghilterra si facevano strada teorie di stampo socialista, nelle quali lo scrittore si identificava pienamente.
Per lui i romanzi che affrontavano il mistero di mondi remoti nello spazio non erano altro che un pretesto per affermare le proprie idee, per criticare la società contemporanea ispirandosi a un socialismo che oggi si direbbe “migliorista”. In nessun’altra opera questo aspetto si vede
meglio che ne Il cibo divino (The Food of the Gods6). Pubblicato nel 1904, quando era diffusa l’idea che la cattiva alimentazione dei poveri fosse responsabile anche della loro
ristrettezza di interessi e della mancanza di impegno politico, il libro racconta la storia di un cibo miracoloso, capace di trasformare gli esseri normali in giganti.
Uomo di straordinaria energia, Wells superò ogni
difficoltà, affermandosi in brevissimo tempo come scrittore e intellettuale già nei primi anni del ’900. Fece amicizia, o ebbe litigi ferocissimi, con molti intellettuali progressisti, artisti e pensatori di quel periodo inquieto che
precedette la Grande Guerra e che, nonostante la tragedia incombente, paradossalmente va sotto il nome di
“Belle Époque”. L’impegno politico si trasformò in una
Altri volumi di Wells: Kipps (1905, Macmillan), The New Machiavelli (1910, New York, Duffield & Co.), The Sea Lady
(1902, London, Methuen & Co.)
22
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Illustrazione da The History of Mr. Polly (1910, London, T. Nelson) e la copertina di The War in the Air (1908, London, G. Bell)
vera e propria militanza. Fautore anche dei diritti delle
donne, si schierò accanto a loro, contemporaneamente
predicando e praticando con grande passione il libero
amore: dopo essersi sposato ancora giovanissimo con una
cugina (matrimonio che naufragò in breve tempo) si sposò poi con Amy Catherine Robbins, da cui ebbe due figli;
ebbe poi lunghe relazioni con la femminista Amber Reeves, da cui ebbe la figlia Anna-Jane, e con la celebre scrittrice, anch’essa femminista, Rebecca West da cui ebbe un
figlio, Anthony. Infine fu legato per molto tempo, dal
1920 con alcune pause sino alla morte, con un’amica di
Gorkij, Moura Budberg7, cui Wells propose inutilmente
diverse volte il matrimonio.
Il suo comportamento disinvolto e la sua indefessa
militanza gli attirarono l’odio dei conservatori, che nel
1906 tentarono di distruggerlo intellettualmente con
una aspra campagna stampa.
Erano gli anni del socialismo della Fabian Society, fondata dai coniugi Sidney e Beatrice Webb. In
quel periodo lo scrittore partecipò e frequentò molti
dei seguaci della Society come George Bernard Shaw,
Leonard Woolf e sua moglie Virginia Woolf, l’anarchica Charlotte Wilson, la femminista Emmeline Pankhurst, il sessuologo Havelock Ellis, e inoltre Edward
Carpenter, Annie Besant, Oliver Joseph Lodge, Ramsay MacDonald. Fu buon amico di moltissimi poeti e
scrittori come Siegfried Sassoon, Henry James, Gilbert K. Chesterton, Hilaire Belloc. Negli anni ’20, conobbe e frequentò anche Maksim Gorkij.
Il fabianesimo8, caratterizzato principalmente da
uno specifico pragmatismo, non fu mai un movimento rivoluzionario, ma perseguì pacificamente lo sviluppo e
l’evoluzione della società e delle sue istituzioni secondo
modelli socialisti, proponendo alternative alla proprietà
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
dei mezzi di produzione per porre fine al disordine economico e agli abusi provocati dal sistema capitalistico. I
suoi rappresentanti, per quanto criticati dagli altri movimenti socialisti e comunisti internazionali, lottarono democraticamente ma strenuamente fino a ottenere l’estensione delle cure sanitarie e l’istruzione gratuita per
tutti i cittadini, come pure di far emanare una normativa
dettagliata delle condizioni di lavoro al fine di evitare lo
sfruttamento dei bambini e i continui incidenti sul lavoro.
Nel 1914, Wells pubblicò un importante volume
dal titolo The World Set Free9, descrivendo in anticipo di
qualche mese la prima guerra mondiale, collocandola però negli anni Cinquanta. Ma non è solo la previsione della
tragedia imminente a lasciare sbalorditi: il libro è importante perché per la prima volta compare il termine “bomba atomica”. Ispiratosi al libro The Interpretation of Radium10, dello scienziato (premio Nobel 1921) Frederick
Soddy, Wells vedeva nella conquista dell’energia – dalla
conquista del fuoco alla conquista dell’atomo – un ruolo
fondamentale nell’emancipazione dell’umanità. Sarà soprattutto l’undicesimo e ultimo capitolo del libro di
Soddy a colpirlo e a riassumere anche gran parte dell’atteggiamento del nostro scrittore verso la scienza e il progresso. Il sommario riporta alcuni degli argomenti che
Soddy affronta in questo capitolo: «… L’uranio è più meraviglioso che il radio – L’energia immagazzinata in una
libbra di uranio – La trasmutazione è la chiave dell’energia interna della materia – … Le conseguenze se la trasmutazione fosse possibile – … L’uomo moderno e il problema della trasmutazione – … L’evoluzione cosmica e le
sue forze di guerra – La disintegrazione dell’atomo come
una sufficiente, se non primaria, risorsa di energia naturale – … Antica mitologia e radioattività – Il serpente Ouroboros – La “Pietra filosofale” e l’ “Elisir della vita” – La
“Caduta dell’Uomo” e l’ “Ascesa dell’ “Uomo” – … Il radio e la lotta per l’esistenza – L’esistenza come lotta per
l’energia fisica …». Abbiamo voluto dilungarci elencando questi temi, perché presenti nell’opera di Wells sin dagli inizi e perché sono decisivi per capire l’importanza del
suo lavoro, soprattutto per capire l’importanza stessa del
genere letterario “fantascienza”: nell’immaginare, rappresentare, denunciare quelle che potrebbero essere le
conseguenze dello sviluppo tecnologico, vi deve essere
sempre un richiamo alla responsabilità dello scienziato e
di tutta la società contemporanea. E così La liberazione del
mondo fu avvertito dai grandi fisici che si accingevano alla
23
Copertina di Che avverrà? (Il domani del mondo), Firenze,
Bemporad, 1915 (The World Set Free, 1914)
sperimentazione dell’atomo e della sua energia. Il fisico
ungherese naturalizzato statunitense Leo Szilard che con
Enrico Fermi lavorò alla prima reazione a catena, lesse il
libro di Wells nel 1932 e fu per lui fonte di grandissima illuminazione. E se ne ricordò quando entrò in contrasto
con il potere militare prima dell’utilizzo bellico della
bomba atomica. Il libro fu moralmente altrettanto importante per i fisici Kawarski, von Halban e Joliot che vollero divulgare, a tutti i costi e contro tutti, i progressi e i
pericoli dell’utilizzo dell’energia atomica. L’italiano
Franco Rasetti, componente del gruppo dei “ragazzi di
via Panisperna”, divulgò tra i suoi amici e compagni di lavoro tutti i libri di Wells e Brave New World di Huxley,
tanto che nella sua autobiografia scrisse, volendo «avvalorare la sua decisione di totale rifiuto nei confronti della
bomba atomica: “Credo, con H.G. Wells e Aldous Huxley che hanno così ben espresso queste idee nei loro scrit-
24
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Astronavi alla conquista di Marte nell’interpretazione del grande illustratore di “Urania” Curt Caesar. The First Men in
the Moon (1901, London, G. Newnes) e When the Sleeper Wakes (1899, London, Harper)
ti, che la stessa esistenza di nazioni sovrane, specialmente
le grandi potenze, è sinonimo di guerra”»11.
Il problema non è tanto quello di constatare quanto
Wells sia stato pessimista od ottimista nella sua scrittura,
ma quanto egli assorbì del mondo nel quale viveva tanto
da diventare quasi un veggente. Sicuramente, come altri
scrittori (e qui vorremo ricordare il nostro Malaparte), fu
un attento interprete della sua società e dei meccanismi
che ne regolavano lo sviluppo e la storia. Se nei primi romanzi, quelli più noti e fantascientifici, si mostrò preoccupato dell’utilizzo scriteriato della scienza da parte di
personaggi faustiani preoccupati del proprio benessere a
scapito di quello collettivo, nel periodo immediatamente
dopo la prima guerra mondiale, vide finalmente nel progresso scientifico una risorsa fondamentale per migliorare le condizioni dell’umanità. Questo ottimismo durò pe-
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
rò poco: il tempo di prevedere l’ascesa di Hitler e il ruolo
demoniaco del nazismo; tra i primi capì che l’uso sfrenato
della tecnica avrebbe portato ad armi sempre più letali e
definitive. Tra le ultime cose scritte, una frase colpisce per
la sua drammaticità: «la fine di tutto ciò che noi chiamiamo vita è prossima e inevitabile».
«Alla fine del XIX secolo nessuno avrebbe creduto
che le cose della Terra fossero acutamente e attentamente
osservate da intelligenze superiori a quelle degli uomini
[…] Gli uomini, infinitamente soddisfatti di se stessi, percorrevano il globo in lungo e in largo dietro alle loro piccole faccende, tranquilli nella loro sicurezza d’esser padroni della materia. Non è escluso che i microbi sotto il
microscopio facciano lo stesso» (dal primo capitolo de La
guerra dei mondi).
Elenchiamo ora i libri di Wells che da poco fanno
parte del Fondo di fantascienza, cercando, per alcuni, di
scriverne un breve riassunto.
• The Wonderful Visit. London, J. M. Dent & Co.,
Aldine House, 1895; p. 251; 19,5 cm (trad. it.: La visita
meravigliosa. Romanzo di H. G. Wells, con un disegno di Ame-
25
lia Bauerle. Milano, Treves, 1908; nel Fondo è presente la
ristampa del 1916). Borges lo definì un “incubo indimenticabile”. La visita meravigliosa consiste nel racconto delle
avventure di un angelo caduto inspiegabilmente dalla
“terra dei bei sogni” nel piccolo, triste, cattivo mondo degli uomini. L’esperienza del dolore e dell’esclusione e di
un progressivo sgomento vengono superati solo alla fine,
nella “luce meravigliosa dell’amore e dell’abnegazione”.
Uno di quei “miracoli atroci” di cui fu capace Wells, tra
desolazione e speranza, sorretto dall’incrollabile fiducia
nella possibilità di un’emancipazione.
• The Island of Doctor Moreau. London, William Heinemann, 1896; p. 219; 19 cm (trad. italiana: L’ isola delle bestie. Romanzo d’avventure di G. H. Wells, con 25 illustrazioni
di G.G. Bruno. Roma, Società editrice nazionale, s.d. [ma
ca. 1910]; presente nel Fondo). Un naufrago, dopo diverse
peripezie, trova rifugio su un’isola lontana dalle rotte delle
navi, dove vivono due uomini e degli strani essƒeri. Ben
presto scopre che uno dei due uomini è il famoso Dr. Moreau, noto per i suoi esperimenti sulla vivisezione. Inizia
per il malcapitato un’avventura da incubo, da cui riuscirà a
salvarsi a stento. Partendo dal ruolo della scienza nella so-
Alcune traduzioni dei libri di Wells presenti nel nostro Fondo di Fantascienza: La macchina del tempo (1924, Milano,
Modernissima, copertina di Bazzi), L’uomo invisibile (1925, Torino, Paravia, copertina di C. Nicco) e Il terrore viene da
Marte (ovvero The War of the Worlds, 1953, Milano, F. Elmo)
26
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Così nel 1908 A. Robida immaginava le guerre del futuro negli abissi del mare e nel cielo
cietà, Wells arriva a criticare la stessa società per lo sfruttamento dell’uomo ridotto a semplice bestia.
• The Invisible Man. London, C. Arthur Pearson
Ltd., 1897; p. 245; 19 cm (tr. italiana: L’uomo invisibile. Romanzo. Roma, Società Editrice Internazionale, s.d. [ma
ca. 1910]; nel fondo alcune edizioni italiane dal 1924 in
poi). Ignorato dai più, un promettente fisico, Griffin, studia con successo un procedimento per rendere gli oggetti
invisibili. Sperimentato su di sé il procedimento, comincia ad assaporare i vantaggi della sua invisibilità. Colto da
un delirio di onnipotenza, non riuscirà a prevederne gli
effetti negativi. Il libro ebbe, come gran parte dei romanzi di Wells, numerose trasposizioni cinematografiche; la
prima è del 1933, diretta da John Whale con protagonista
Claude Rains (l’indimenticabile capitano Renault di Casablanca): lo scrittore se ne dichiarò soddisfatto.
• The War of the Worlds. London, William Heinemann 1898; p. 303; 19,5 cm (trad. italiana: La guerra dei
mondi. Romanzo. Traduzione di A.M. Sodini. Milano,
Vallardi, 1901; nel Fondo è presente però solo la prima
traduzione francese edita a Parigi da Calmann-Levy,
senza data). Del romanzo più noto di Wells abbiamo
detto all’inizio; non ci resta che sottolineare che il suc-
cesso lo fece oggetto di numerosi atti di pirateria e di
imitazione. Già nell’anno della sua uscita, “The Boston
Evening Post” pubblicò a puntate un Fighters from
Mars. The War of the Worlds in and near Boston, una
trasposizione degli eventi del romanzo nel territorio
della grande città americana. Altro ideale seguito fu
quello che vide il grande inventore Edison comandare
una flotta di aeronavi per portare guerra a Marte (Edison’s Conquest of Mars, scritto da Garrett Putnam Serviss
nel 1898, edito in volume nel 1947).
• When the Sleeper Wakes. London, Harper & Brother Publishers, 1899; p. 328; 20 cm (trad. italiana: Quando il dormiente si sveglierà. Romanzo. Milano, Treves,
1907). Con questo romanzo comincia il ciclo che Wells
chiamò “Fantasie del possibile”. Il mito del dormiente,
che dopo secoli di sonno si ridesta per osservare il mondo
che lo circonda permette all’autore di di criticare ferocemente la propria città e, quindi, la società del suo tempo
sottolineando le degenerazioni subite dall’etica e dalla visione del mondo dei suoi contemporanei, offrendo il pretesto per appelli e invettive destinati a influire sui lettori.
• The First Men in the Moon. London, George Newnes Ltd., 1901; p. 342; 20 cm (trad. italiana: I primi uomini
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
nella Luna. Romanzo fantastico. Traduzione dall’Inglese,
unica autorizzata, di Angelo Sodini. Milano, Vallardi, 1910;
presente nel Fondo). Una particolare sostanza antigravitazionale permette a due strampalati personaggi di raggiungere il nostro satellite e scoprire che è abitato. La descrizione della società lunare consente a Wells di considerare criticamente quella terrestre. La vicenda presente alcune analogie con il libro di Ulisse Grifoni, Da Firenze alle stelle (Firenze, Tipografia editrice del Fieramosca,
1885; presente nel Fondo), dove una sostanza antigravitazionale permette a tre uomini di giungere sulla Luna.
Grifoni, socialista, scriverà un altro romanzo avveniristico Dopo il trionfo del Socialismo italiano. Sogno di un uomo di
cuore (Genova, Libreria editrice W. Frikart, 1907; presente nel Fondo). Che li abbia letti anche Wells?
• The Sea Lady. A Tissue of Moonshine. London, Methuen & Co., 1902; p. 301; 20 cm (trad. italiana: La signora
del mare. Romanzo. Milano, F.lli Treves, 1908). Curiosa
storia di un uomo che crede di aver salvato una donna annegata, salvo poi scoprire che si tratta di una sirena.
• The Food of the Gods and How it Came to Earth.
London, Macmillan and Co. Ltd., 1904; p. 317; 20 cm
(trad. italiana: L’alimento divino. Romanzo. Traduzione di
Alberto Fidi. Milano, Cioffi, 1922).
• Kipps. The Story of a Simple Soul. London, Macmillan & Co., 1905; p. 425; 20 cm (trad. italiana: Kipps.
NOTE
1
Cittadina che ospitò, negli ultimi anni
della sua vita, Charles Darwin (1809-1882). Il
particolare non è secondario, visto come il
giovane Wells fu affascinato dalle teorie dell’evoluzionismo.
2
Thomas Henry Huxley (1825-1895), importante biologo e filosofo inglese, propugnatore delle teorie evoluzioniste di Darwin
e protagonista di epici scontri con la Chiesa
anglicana. Egli fu nonno del biologo Julian e
dello scrittore e saggista Aldous, autore, tra
l’altro di un famoso romanzo di fantascienza,
Brave New World. Questo romanzo (che
prende il titolo da una frase della Tempesta di
Shakespeare “How beauteous mankind is! O
27
Storia d’un anima semplice. Unica traduzione autorizzata
di Valentina Capocci. Milano, Treves, 1926).
• In the Days of the Comet. London, Macmillan &
Co. Ltd., 1906; p. 305; 20 cm (trad. italiana: Nei giorni
della cometa. Romanzo. Milano, Fratelli Treves, 1906;
presente nel Fondo).
• New Worlds for Old. London, Archibald Constable & Co. Ltd., 1908; p. 355; 20 cm. Esperienza di prima mano sui movimenti socialisti in Inghilterra e in
America.
• The War in the Air and Particularly How Mr Bert
Smallways Fared While it Lasted. London, George Bell
and Sons, 1908; p. 389; 20 cm (trad. italiana: La Guerra
nell’aria. Romanzo. Traduzione dall’Inglese di Irma Rios,
unica autorizzata. Milano, Fratelli Treves, 1909; nel
fondo è presente la nuova edizione economica del
1911). Il nemico è già la Germania, le nuove battaglie si
combattono nei cieli.
• Tono-Bungay. London, Macmillan and Co. Ltd.,
1909; p. 493; 20 cm (trad. italiana: Tono Bungay. A cura
di Chiara Vatteroni. Roma, Fazi, 2000). Quadro amaro e
ironico della dissoluzione della società inglese contemporanea, con la vecchia nobiltà terriera incapace di vincere l’inerzia di un passato non più proponibile, e la
nuova borghesia affarista preda di insulsa frenesie per il
brave new world that has such people in’t!”)
è, con 1984 di Orwell, uno dei più compiuti
esempi della cosiddetta “distopia” o utopia
negativa nella narrativa del secolo scorso.
3
Il termine “canali” usato da Schiaparelli
per indicare delle formazioni naturali sulla
superficie del pianeta venne tradotto con
“canals”, canali artificiali e quindi oppera di
un’intelligenza in questo caso aliena, anziché con il più corretto “channels”, che indica,
tra l’altro, proprio i canali naturali. Certo che
le mappe disegnate dall’astronomo piemontese scatenarono alla fine del secolo XIX una
ridda di ipotesi sulla vita extraterrestre, a
prescindere dalle traduzioni, fedeli o infedeli
che fossero.
Carl Theodor Victor Kurd Lasswitz
(1848-1910), filosofo e matematico tedesco,
fu autore di alcuni romanzi e racconti che
sorprendentemente anticipano alcuni temi
diffusi nella letteratura fantastica del Novecento: dall’invasione marziana, appunto,
passando alle piante del pianeta Nettuno
(Sternentau. Die Pflanze vom Neptunsmond,
Leipzig, Elischer, s.d.), sino alla borgesiana Biblioteca di Babele, prevista quasi puntualmente nel racconto Die Universalbibliothek
(1904; tradotto in italiano da F. Massimi nell’antologia Racconti matematici, a cura di C.
Bartocci, Torino, Einaudi, 2006). L’idea di una
biblioteca universale che potesse contenere
tutto lo scibile umano stampato su carta,
4
28
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
guadagno.
• The New Machiavelli. New York, Duffield &
Company, 1910; p. 490; 19,5 cm.
• The History of Mr. Polly. London, Thomas Nelson
and Sons, 1910; p. 374; 19 cm (trad. italiana: Storia d’un
uomo che digeriva male. Romanzo. Traduzione di Giampietro Ceretti. Milano, Treves, 1915). Come in Kipps, nella
Storia di Mr. Polly Wells ritrae la piccola borghesia inglese, proprio quella cui si rivolgeva con i suoi romanzi.
• The Country of the Blind and Other Stories. London, Thomas Nelson and Sons, [1911]; p. 574; 19 cm
(trad. italiana: Il paese dei ciechi. Romanzo. Milano, Editoriale Italiana, 1945). Il racconto da cui prende il titolo
la raccolta, è da considerarsi un piccolo capolavoro del
nostro scrittore.
• The Secret Places of the Heart. London, Cassell
and Company, 1922; p. 311; 19,5 cm.
• Men Like Gods. London, Cassell and Company,
Ltd, 1923; p. 304; 20 cm (trad. italiana Uomini come
dei. Milano, Mursia, 2005). Di questo romanzo (che indusse Huxley a scrivere Brave New World contro le utopiche teorie wellsiane) Wells disse: «… non fu un gran
successo, scritto in quel momento in cui mi ero stancato di parlare attraverso divertenti parabole a un mondo
prende corpo per Lasswitz in precise formule
matematiche e può essere riassunta nelle
parole di uno dei protagonisti del breve racconto, il professor Wallhausen: «… il numero
di possibili combinazioni di un dato numero
di lettere è limitato. Perciò tutta la letteratura
può essere stampata in un numero finito di
volumi». Sarebbe utile indagare a fondo su
quanto lesse Borges nel suo primo soggiorno
europeo e cosa lo colpì della cultura europea:
forse si potrebbero fare altre scoperte interessanti e aiuterebbe rivisitare autori apparentemente minori come Lasswitz.
5
Auf zwei Planeten. Roman in zwei Büchern, Weimar, Felber, 1897 (non presente
nel nostro fondo).
6
The Food of the Gods and How it Came
to Earth. London, Macmillan and Co. Ltd.,
1904; p. 317; 20 cm; ora nel nostro Fondo.
impegnato a distruggersi».
• The Dream. A Novel. London, Jonathan Cape,
[1924]; p. 320; 20 cm. Nell’epilogo Wells si interroga
senza risultato sulla immortalità dell’uomo e sulla sopravvivenza dei ricordi alla morte.
• The Way the World is Going. Guesses & Forecast of
the Years Ahead. 26 Articles & Lectures. London, Ernest
Benn Ltd, 1928; p. 301; 19 cm. Wells prevede in questo libro la nascita della Lega delle Nazioni e, considerando le circostanze del 1927 simili in tutto per tutto a quelle del 1907, una imminente nuova guerra
mondiale.
• The Crocquet Player. London, Chatto & Windus,
1936; p. 81; 19,5 cm (trad. italiana: Il Giocatore di Croquet. Con introduzione di Mario M. Rossi. Roma, Edizioni
Leonardo, 1947).
• Star Begotten. A Biological Fantasia. London,
Chatto & Windus, 1937; p. 198; 19,5 cm (trad. italiana:
Gli astrigeni. Latina, L’Argonauta, 1989). Se ne La guerra dei mondi del 1898, Wells aveva descritto i marziani
come crudeli invasori, in questo romanzo rivede il suo
giudizio descrivendoli come esseri superiori volti al bene della razza umana. Il libro è dedicato all’amico Winston Spencer Churchill.
La contessa russa Moura (Maria Ignatievna) Zakrevskaya (conosciuta anche come contessa Beckendorff o baronessa Budberg, 1891-1974), vide il primo marito, Johann von Beckendorff, alto diplomatico fedele allo Zar, cadere sotto i colpi di un contadino. Dopo l’assassinio, si legò al diplomatico inglese Bruce Lockhart. Divenne poi segretaria e compagna di vita di Maxim Gorkij
sino a quando lo scrittore non tornò definitivamente in Russia nel 1933 (a lei è dedicata
la celebre Vita di Klim Samghin, 1925). Da
quel momento visse con H.G. Wells. Appartenente al genere delle femmes fatales, in
auge nella Belle Époque, Moura, per la sua vita avventurosa e per le sue frequentazioni,
ma anche per i sospetti, forse fondati, di cui
fu oggetto, venne chiamata la “Mata Hari di
Russia”.
7
Il movimento prendeva il nome da
Quinto Fabio Massimo detto il Temporeggiatore, che preferì sempre adottare, contro il
nemico, nello specifico Annibale e i cartaginesi, una strategia di logoramento delle sue
forze, piuttosto che un violento confronto
diretto.
9
The World Set Free, London, Macmillan,
1914; purtroppo non presente nel nostro
Fondo.
10
The Interpretation of Radium…, New
York, G.P Putnam’s Sons; London, John Murray, 1909.
11
Vincenzo Cioci, Science fiction e realtà:
La liberazione del mondo di H.G. Wells e il suo
influsso sugli scienziati atomici, in Atti del VI
Convegno sulla Comunicazione della Scienza…, a cura di N. Petrelli, D. Ramani, G. Sturloni; Milano, Polimetrica, 2007.
8
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
29
inSEDICESIMO
T E AT R O D I V E R D U R E – C ATA L O G H I – S P I G O L AT U R E –
RECENSIONI – MOSTRE – ASTE
VALENTINA CORTESE,
UNA VITA INIMITABILE.
Dalla campagna di Agnadello a Hollywood
di sonia corain
Conversazione a cuore aperto
con l’ultima grande diva
del panorama culturale italiano
alentina Cortese è reduce da
una applauditissima Serata al
Teatro di Verdura (giovedì 21
giugno), curata da Antonio Zanoletti,
attore e regista, suo grande amico. Il
pubblico, rapito, ha potuto ascoltare i
racconti di vita della straordinaria
Signora del Teatro e del Cinema Italiano,
tratti dalla sua autobiografia edita da
Mondadori Quanti sono i domani
passati.
A sinistra: foto inedita di Valentina Cortese
a 17 anni: il primo servizio fotografico
realizzato in vista della partenza per Roma,
dove debutta nel Cinema
V
Signora Cortese lei è
considerata l’ultima grande diva
del teatro italiano. Cosa pensa
di questa definizione?
Non mi ci vedo, ma sto al gioco.
È una maschera che mi protegge. Io
sono timida, sai… (ride)
E poi la gente adora sognare e noi
attori siamo parte di quei sogni che
dopotutto non fanno male. Io ho
grande rispetto del mio pubblico.
Lei indossa sempre abiti da
sogno, che paiono quasi opere d’arte.
È sempre di un’eleganza raffinata.
Qual è il suo rapporto con la moda?
INFORMAZIONI
Tutti gli Incontri al Teatro di
Verdura - Libri in scena 2012 sono a
Ingresso libero
SENZA PRENOTAZIONE
fino ad esaurimento posti
Per questioni di ordine pubblico si
invitano gli spettatori a presentarsi
in via Senato 14 non prima delle
ore 20.30, orario di apertura del
portone.
L’accesso è consentito solo fino
all’inizio degli Incontri
In caso di pioggia gli Incontri
saranno sospesi
Per informazioni
tel 02.76020794
www.bibliotecadiviasenato.it
Negli anni amici stilisti mi hanno
vestita con abiti splendidi e li ringrazio.
Per me un abito deve riuscire ad
esprimere quello che una persona ha
dentro. Questa è la moda, per me.
L’abito è la continuazione di quello che
siamo.
È parte della nostra personalità il vestire
in un certo modo. Al di là di ciò che
indosso, però, io sono una persona
molto semplice e alla mano. Mi piace
parlare nel mio dialetto lombardo, per
esempio. Sono legata profondamente
alle mie origini contadine. Il foulard che
porto sempre in testa è infatti un
omaggio alle contadine della mia
infanzia, che lo indossavano per
proteggersi dal sole.
Lei ha avuto un’infanzia dura,
che molti leggendo la sua
autobiografia non si aspettavano. Lei
ha sofferto la fame…
Ho avuto l’infanzia di quasi tutti i
contadini della mia generazione: si
aveva poco, ma quel poco bastava per
30
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Sopra: Valentina Cortese e Antonio Zanoletti al Teatro di Verdura – Libri in scena 2012
essere contenti. Ma ho avuto anche
un’infanzia molto felice: a piedi nudi
per i campi, seguendo i miei fratelli “di
latte”, la mamma Rina che mi ha voluto
bene come se fossi figlia sua, il papà
Giuseppe che per primo ha costruito per
me nel fienile un teatrino con i sacchi,
le assi di legno e le vecchie panche della
chiesa, dopo il mio disastroso “debutto”
con la recita della poesia di fronte al
Vescovo di Cremona. Queste sono cose
che ti restano dentro e che fanno di te
una persona autentica: nella mia
infanzia ciò che ho imparato è cercare
la verità dentro le persone.
La povertà materiale si sopporta,
è quella spirituale e interiore la vera
povertà. E da quella cara Sonia non si
guarisce, ricordalo.
Invece della sua “vera”
famiglia che ricordi ha?
Della zia Olga, che poi era la mia
vera e giovanissima mamma, non ho
quasi nessun ricordo. L’ho vista solo due
volte durante la mia infanzia.
Profumava di fiori ed era bellissima, ma
era una bellezza fredda, che mi metteva
in soggezione. Quando sono venuti a
prendermi e mi hanno portato via dalla
mamma Rina per me è stata una piccola
tragedia. Vivevo in una casa più bella,
certo, avevo bei vestiti, e i nonni torinesi
erano adorabili con me, ma sentivo
sempre la mancanza di qualcosa….
Forse questo era dovuto alla mia indole
da “fuggitiva”.
Indole da “fuggitiva”?
Sì, da sempre mi contraddistingue
una certa inquietudine, la voglia di
andare via, fuggire, vedere oltre. Una
volta mi sono infilata in una carovana
di zingari in partenza dalla mia
campagna, mi ha riportata a casa il
mugnaio. Un’altra volta, in vacanza a
Livorno coi nonni, sono scappata dalla
spiaggia alla volta della stazione per
andare a prendere lo zio Vincenzo.
Peccato che io non lo avessi mai visto lo
zio, che non avessi idea di dove fosse la
stazione e che avessi 8 anni! Di ritorno,
tutta orgogliosa, con lo zio, c’erano due
Carabinieri che mi aspettavano e tutti
che piangevano. Quella volta ne ho
prese tante dalla nonna, ma così tante
che ancora me le ricordo! Però ha fatto
bene, me le sono meritate.
Poi c’è la volta che sono fuggita
da Hollywood, ma quella è un’altra
storia.
Una storia che dimostra la sua
forza di carattere e la sua onestà.
Altre attrici, con una carriera nella
sfolgorante mecca del cinema, non
avrebbero avuto la sua forza, non
crede?
Darryl Zanuck, il padrone della
20th Century Fox, era un essere
spregevole, che tentò di approfittarsi di
me ad una delle mega-feste organizzate
a Hollywood. Gli gettai in faccia un
bicchiere di whisky, con una forza e una
gioia che non scorderò mai. Mi chiamò il
giorno dopo dicendomi che avrebbe
potuto fare di me la più grande stella del
cinema mondiale, ma che volendo
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
poteva distruggermi “just like that”. Gli
risposi che io VOLEVO essere distrutta
“just like that”. Hollywood era un mondo
a parte, indescrivibile a parole: pieno di
artisti veri, gente bellissima e dal grande
cuore da Greta Garbo, il mio mito, a Joan
Crawford, da Marilyn Monroe a Marlene
Dietrich, da Cary Grant a Charlie Chaplin
tutti amici a me molto cari.
Con questo non voglio dire che i
grandi stanno solo a Hollywood! Anche
il cinema italiano ha registi e interpreti
da fare invidia al mondo intero.
Lei ne è un esempio, infatti.
No, non io, intendo dire gli artisti
coi quali ho avuto la fortuna di lavorare:
Federico Fellini, per esempio, con cui ho
girato Giulietta degli spiriti, che veniva a
casa mia ad ore inaspettate per mangiare
i piccioni cucinati dalla mia cuoca
Francesca. E Franco Zeffirelli, che per me
è un fratello. Con lui ho girato film
indimenticabili, il mio adorato Franco, mi
scalda il cuore ogni volta che lo sento.
Lei ha “quasi” vinto un Oscar
per Effetto Notte di François
Truffaut.
Non lo vinsi perché il film era già
uscito e gli attori non potevano essere
candidati l’anno successivo. Lo vinse
Ingrid Bergman, che davanti a tutti alla
consegna disse “questo Oscar non mi
appartiene. Appartiene a Valentina
Cortese. Alzati Valentina”…. , fu un
momento incredibile, adorabile Ingrid…
(si commuove alle lacrime al ricordo)
In Italia lei è ricordata
soprattutto per il teatro. Le sue
interpretazioni al Piccolo Teatro
come ne Il giardino dei ciliegi con la
regia di Giorgio Strehler sono un
pezzo indimenticabile della
storia del teatro non solo italiano.
Il teatro è per me un bisogno, una
necessità. È come l’aria. La sensazione
dei passi sulle assi di legno mi fa sentire
viva, mi riporta alla mia infanzia.
Lavorare con Giorgio è stato come
tornare a casa, in una casa che non
avevo mai abitato prima, eppure era lì
per me, ed era mia, e io lo sapevo, lo
sapevo nell’anima.
Giorgio dirigeva e tutti noi ci
perdevamo in quella magia. Passavano
le ore e nessuno di noi sentiva la
stanchezza. Quante volte abbiamo fatto
mattina al Piccolo Teatro, “quel” Piccolo
Teatro… tutti persi nella magia dell’arte
di Giorgio. Lui aveva l’entusiasmo e il
candore di un bambino, lo metteva in
ogni cosa che faceva. Non a caso amava
tanto il Natale, proprio per il suo spirito
di eterno fanciullo che guarda la vita
con apertura e stupore. Non posso
ancora credere che se ne sia andato il
giorno di Natale. (gli splendidi occhi
31
verde-azzurri della signora Cortese si
inumidiscono al pensiero)
Giorgio Strehler è stato uno
dei grandi amori della sua vita. Ma
ci vuole raccontare come è stato il
suo primo amore?
L’amore io l’ho conosciuto per la
prima volta a Stresa, dove ero in
vacanza coi nonni e avevo deciso di
allestire con alcuni amici quattro
spettacoli durante i giorni di riposo del
teatro cittadino. Andavamo a vendere i
biglietti per la nostra piccola compagnia
ed ecco che ci imbattiamo in tre signori
distinti. Ero certa che sarebbero venuti
ad assistere al nostro spettacolo, e
infatti fu così. Erano tre importanti
uomini di spettacolo, uno dei quali era
Victor De Sabata. Victor si appassionò
talmente tanto alla cosa che seguì
Sotto: foto inedita di Valentina Cortese nel suo appartamento di Milano
32
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
di essere stata molto fortunata ad
afferrare e seguire questi fili invisibili, o
forse la fortuna, il caso ha voluto
baciare proprio me più di altri. Victor mi
diceva che il caso è quando Dio agisce
in incognito. Cerco sempre il Divino
nelle cose, nelle persone, nella natura, in
noi, in me…
In tutti i ruoli che ho interpretato
ho sempre messo parte della mia vita,
ma nella vita di tutti i giorni sono me
stessa, sempre, e nei personaggi cui ho
dato un volto e un’anima sicuramente
c’è una parte di Valentina e in me
qualcosa di loro… il teatro è vita!
Sopra: foto inedita di Valentina Cortese con Giorgio Strehler durante le prove de Il giardino dei
ciliegi di Čechov al Piccolo Teatro (1975)
anche tutte le prove, dandomi consigli
preziosissimi. Un giorno mi disse “tu sei
l’alba della mia vita”…
Victor… il mio primo grande
amore, è stato anche colui che mi ha
fatto capire cos’è veramente la musica,
mia prima grande maestra, e mi ha
insegnato che per fare le cose nel modo
giusto occorre studiare, imparare,
e leggere, leggere. Aveva occhi profondi
e sguardi dolcissimi, del colore del mare.
Mi ha molto amata, fino all’ultimo dei
suoi giorni e io l’ho adorato e lo adoro
ancora, con tutta me stessa.
Nella sua straordinaria vita lei
ha girato tutto il mondo, ha vissuto
in tanti luoghi diversi, ma è sempre
tornata a vivere a Milano. Perché?
Perché qui a Milano viveva Carlo
De Angeli, che ho sposato. Carlo… un
uomo di altezze morali ineguagliabili.
Ma io amo molto viaggiare, vedere
e vivere posti nuovi… deve essere la mia
indole da fuggitiva che ancora oggi si fa
sentire. Però amo anche tornare a casa,
nel luogo che sento mio. Milano l’ho
conosciuta quando avevo più o meno sei
anni: ci trasferimmo in città, perché papà
Giuseppe voleva dare una vita migliore ai
suoi figli, con un lavoro da spazzino
municipale. A me mancavano i campi e
gli spazi aperti, la povertà di città era più
desolante di quella della campagna. Di
giorno seguivo incantata le figure umane
che popolavano una Milano che ormai
non esiste più: venditori di caldarroste,
cinesini che vendevano le cravatte,
spazzacamini in cerca di lavoro. Finiti i
compiti andavo a giocare allo zoo dei
giardini pubblici di via Palestro con tre
amichetti. Giocavamo sempre ai
pellerossa. Uno di questi bambini, che mi
prendeva in giro perché parlavo solo
dialetto, lo ritrovai molti anni dopo al
Piccolo: era Giorgio Strehler. Come è
curiosa la vita!
Quanto c’è di teatro nella
vita? E quanta vita c’è nel teatro?
La vita è fatta di tanti fili invisibili
che si intrecciano tutti tra loro. Io credo
Perché ha deciso di scrivere un
libro che raccontasse di sé, della sua
vita?
Evidentemente perché sono una
diva vanitosa. (ride) La verità è che ho
sentito l’esigenza di scrivere, per fare
ordine nella mia vita e anche in parte sì,
perché non voglio che tutto vada
dimenticato e quindi perduto. Amo
molto i libri e credo nell’importanza
della parola scritta: tutto il grande
teatro viene dalla parola scritta e noi
siamo i messaggeri di quella parola.
Senza i libri il mondo sarebbe un luogo
troppo arido per essere sopportabile.
Bisogna che qualcosa di noi
rimanga, di tutti noi. Perché in ognuno
c’è una storia che merita di essere
raccontata e ricordata.
Signora Cortese quanti sono i
domani passati?
Quanti sono non lo so. Alla soglia
dei novant’anni ho imparato a non
guardare troppo al passato che non
puoi cambiare, e del mio non cambierei
niente. E non guardo nemmeno troppo
al futuro. Io guardo al presente, io vivo
“il qui e ora”. Ringrazio la vita per ogni
giorno che mi regala.
(sorride e i suoi occhi ti regalano
una luce indescrivibile, grazie Valentina!)
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
INCONTRI AL TEATRO DI VERDURA
Libri in scena 2012. Prossimi appuntamenti
• Giovedì 19 luglio
PIRANDELLO E LA LUNA
Novelle tra verismo e metafisica
con Antonio Zanoletti
Un viaggio dentro alcune novelle
dell’autore siciliano che, partendo da una
scrittura isolana legata alla Madre Terra,
via via se ne allontana con atmosfere
sempre più rarefatte e misteriche, legate
ai miti lunari. È il cerchio dell’eterno
ritorno, il mito dei legami viscerali, sacrali,
iniziatici.
• Mercoledì 25 luglio
IL CLAVICEMBALOVERDE
presenta Enrico Beruschi in
ASPETTANDO VERDI A MILANO
Digressioni, pensieri, parole “in-canto”
Precursore delle celebrazioni in
onore del grande Maestro, Enrico
Beruschi, con giovani promesse della lirica,
presenta una serata in cui scoprire aspetti
e luoghi inediti che uniscono Verdi a
Milano.
Dal volume di Giancarla Moscatelli,
A Milano con Verdi, ed. Curcilibri.
• Mercoledì 1 agosto
CARTOLINE DA MONDO PICCOLO
Vita, morte e miracoli letterari di
Giovannino Guareschi
con Enrico Beruschi
e Alessandro Gnocchi, scrittore
La vita e l’opera dell’inventore di
don Camillo attraverso la lettura dei suoi
racconti più belli. Per tornare a sorridere e
per imparare a commuoversi.
• Giovedì 6 settembre
il MUSEO IMMAGINATO
l’arte raccontata da Philippe Daverio
La nostra visione della storia
dell’arte è ancora ottocentesca, io mi
diverto a cambiare i punti di vista. Sono i
giochi di uno che guarda al passato per
capire il presente e il presente è quello che
interessa veramente a tutti.
— Philippe Daverio
Il Museo Immaginato è il luogo
dove le muse possono seguire l’ipotesi di
un’idea, è il percorso di un saltimbanco
nel quale la conoscenza si muove nel
labirinto delle associazioni di epoche
diverse che entrano tutte in confronto in
un passato contemporaneo.
Ognuno di noi possiede nelle
stratificazioni del cervello e dell’anima il
suo museo ideale, che muta al mutare
dell’attimo che stiamo vivendo. Perciò
attenzione! Quello che visiterete in questa
serata è il Museo Immaginato del
professor Daverio, perché «passare due ore
con chi sa è più utile che passare due
mesi in biblioteca».
• Giovedì 13 settembre
IO SONO NESSUNO
Dissertazioni, azioni poetiche e
considerazione sull’Odissea di Omero
con Corrado d’Elia
«Narrami, o Musa, dell’uomo dall’agile
mente, che tanto vagò, dopo che distrusse
la sacra città di Troia.»
Ulisse è l’eroe che incontra luoghi e
popoli dai nomi strani, divinità litigiose e
condottieri valorosi durante il suo viaggio,
che diventa desiderio di rielaborare la
realtà in forma di racconto, per
comprenderne il significato in vista del
futuro.
Un viaggio che è soprattutto
necessità di “tornare a casa”, al desiderio
di coerenza, di privato inteso come ritorno
33
a noi stessi.
È quindi forse il viaggio della nostra
vita, alla ricerca di noi stessi e del senso
stesso del nostro viaggiare.
• Martedì 18 settembre
VOLUMI & UTOPIA
a cura di Gianluca Montinaro
SULLA LIBERTA’
con Carlo Carena
saggista e collaboratore de Il Sole 24 Ore
Un percorso di riflessione
sull’individuo, la dignità e il valore
formativo dell’esperienza culturale,
prendendo spunto da alcuni fra i più
importanti scritti di Erasmo da Rotterdam,
padre dell’Umanesimo europeo.
Testo di riferimento:
E. Roterodamus, De libero arbitrio Diatribe.
Basileae apud Ioannem Frobenium,
anno 1524. Mense septembri.
• Mercoledì 19 settembre
VOLUMI & UTOPIA
a cura di Gianluca Montinaro
BELLEZZA E LIBERTA’
con Stefano Zecchi,
Ordinario di Estetica,
Università Statale Milano
Il pensiero crociano, nel quale
la Storia assume valore perché procede
sempre verso una più ampia realizzazione
della Libertà, e le riflessioni sull’estetica
(ovvero sull’oggettività del bello),
si intrecciano disegnando una nuova
dimensione di consapevolezza
dell’individuo.
Una filosofia che ha tutti i caratteri
per essere l’antidoto ai mali dei nostri
giorni. Una riflessione su come vivere
meglio, una speranza per un futuro
migliore.
Testo di riferimento:
B. Croce, Aesthetica in nuce,
Milano, Vanni Scheiwiller, 1966
(ed. a tiratura limitata, n. 60/200)
34
IL CATALOGO
DEGLI ANTICHI
Libri da leggere
per comprare libri
di annette popel pozzo
PLACCHETTE – PLAQUETTES
Libreria Antiquaria Gozzini,
Firenze
La Libreria Antiquaria Gozzini di
Firenze – tra le più antiche librerie
antiquarie italiane – tiene il passo con i
tempi presentando cataloghi e percorsi
virtuali sul proprio sito. Un bell’esempio
è infatti il catalogo on-line delle
“Placchette” con una scelta di ordini e
bandi rari.
Segnaliamo due edizioni legate
insieme e stampate rispettivamente nel
1552 e 1553 dal fiorentino Lorenzo
Torrentino sulla tassazione di alimenti,
cioè la Legge prima sopra la gabella
delle farine e la Legge seconda sopra la
gabella delle macine. Entrambi testi –
come succede spesso con pubblicazioni
occasionali – non sono soltanto rari con
pochissime copie censite nelle
biblioteche italiane, ma la miscellanea
offerta da Gozzini si presenta inoltre in
una insolita legatura di riuso ricavato
da un manoscritto su pergamena (€
1.000). Al colophon di entrambi edizioni
troviamo inoltre i nomi dei pubblici
banditori: Tommaso di Bernardo
Corteccia e Domenico Barlachi.
Soprattutto l’ultimo fu rinomato nel
Cinquecento fiorentino perché svolse
oltre al banditore l’attività “più spigliata
e non meno impegnativa di arguto e
vivace animatore di allegre brigate”, con
il suo nome entrato nella storia del
teatro, visto che “nel 1548, in occasione
dei festeggiamenti in onore di Enrico II,
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
che si svolsero a Lione, insieme a una
compagnia di Fiorentini mise in scena la
Calandra del Bibbiena, inaugurando così
la gloriosa tradizione dei comici italiani
in Francia” (DBI 6, pp. 398-399).
Raro anche il canto nuziale
offerto dal canonico di San Lorenzo in
Damaso, Cosimo Gaci, Epitalamio nelle
nozze de’ serenissimi il s. principe di
Mantova et la signora principessa
Leonora de Medici (Firenze, Giorgio
Marescotti, 1584, € 800). Il testo
censito in sole quattro copie in Italia
(Edit 16) presenta la cornice
architettonica con lo stemma dei Medici
in alto e la veduta di Firenze in basso,
usata spesso in edizioni torrentiniane.
Giorgio Marescotti, in realtà d’origine
francesce, giunse Firenze attorno al
1553, probabilmente su chiamata di
Torrentino stesso, che non riuscì a
trovare a Firenze personale adeguato
per la sua tipografia. Subentrato nella
tipografia dopo la morte di Lorenzo,
Marescotti acquistò nel 1570 infatti una
parte del materiale tipografico dello
stampatore ducale Torrentino.
Libreria Gozzini
Via Ricasoli, 49-103r - 50122 Firenze
http://www.gozzini.it/Placchette/index.h
tml
CARATTERI TIPOGRAFICI,
CALLIGRAFIA ED EDIZIONI
DI PREGIO
Listino 3-2012,
Libreria Alberto Govi, Modena
Ben nutrita si presenta la sezione
dei titoli calligrafici nell’ultimo catalogo
on-line dello studio bibliografico
modenese. Oltre a una copia della
seconda edizione aumentata della
celebre Opera di Vespasiano Amphiareo,
che fu ristampata numerose volte nel
corso del Cinquecento (Venezia, Giolito
de Ferrari, 1554, con tre tavole in più
rispetto alla princeps del 1548; numero
1, venduto) segnaliamo il Nuovo saggio
di caratteri moderni in vari idiomi nelle
sue proprie e vere forme dell’intagliatore
romano Marco di Pietro (Firenze, Niccolò
Pagni, 1802; legatura posteriore in
cartone marmorizzato, numero 5,
€ 1.200). L’edizione che consiste in 12
carte calligrafiche compresi il
frontespizio e la dedica calligrafica in
fine non viene censita nell’ICCU o
nell’OCLC. Apparentemente l’unica altra
copia conosciuta è quella censita nel
repertorio calligrafico di Claudio
Bonacini. Difficilmente da individuare
sul mercato è anche la prima edizione
del primo campionario di caratteri della
Imprenta Real di Spagna, stampato nel
1799 a Madrid con il titolo Muestras de
los punzones y matrices de la letra que se
funde en el obrador de la Imprenta Real
(copia marginosa su carta forte in
legatura coeva in mezza pelle; numero
9, € 5.600).
La pubblicazione si basa sull’opera
Muestra de los nuevos punzones y
matrices del 1787 contenente i caratteri
disegnati e incisi da Geronimo Gil per la
Biblioteca Real. Apparentemente non
censita è l’edizione Instruzione per
formare, istudiare, ed altrui comunicare
la tavola delli caratteri o lettere che si
dicono dell’Alfabeto o Croce Santa, ad
uso degl’Italiani per leggere il lor volgare
ed il latino e molto più per formarsi a
saper scrivere, ed istampare
correttamente (Arezzo, Michele Bellotti,
1754; numero 10, € 250), consistente
in un bifolio in 4to stampato soltanto
nella parte interna.
La rara placchetta fornisce ragguagli
sull’uso corretto delle vocali “i” e “u” e
delle consonanti contigue “j” e “v”.
Libreria Alberto Govi di Fabrizio Govi
Via Bononcini, 24 - 41124 Modena
http://www.libreriagovi.com/uploads/news
/Listino%203-2012.pdf
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL CATALOGO
DEI MODERNI
Libri da leggere
per comprare libri
di matteo noja
L’ESTATE DELLE AVANGUARDIE
Librairie Lecointre Drouet
Catalogue Avant-gardes et architecture
L’estate non è stagione favorevole
per i cataloghi e quindi dobbiamo
fare di necessità virtù. La libreria parigina
Lecointre Drouet però ci giunge in
soccorso inviandoci telematicamente un
catalogo sulle avanguardie che presenta
alcune curiosità.
Veramente curioso è La Nuit
du 13 Mai 68 di J. Gerz, J.-F. Bory e A.
Hubschmid, una sorta di enciclopedia dei
fatti che caratterizzarono il maggio
parigino costituita da un astuccio
quadrato del formato di un LP che
contiene due dischi che hanno ritagliate
delle finestre e sono montati su un
cartoncino stampato. Uno, su carta gialla,
ha il titolo Réaction, e l’altro, su carta
arancione, ha il titolo Révolution:
girandoli, attraverso le finestre è possibile
leggere notizie dei fatti più importanti
e vedere le fotografie del maggio ’68
(Paris, Agentzia 3, 1968; 2 dischi, 600 €).
Dell’artista danese Asger Jorn
(1914-1973, fondatore del gruppo
CO.BR.A. e dell’Internationale
Situationniste) il catalogo ci offre due
volumi d’artista. Il primo è Pour la forme
(Paris, Internationale Situationniste,
[1958]; con una litografia originale
di G. Debord dal titolo Naked City;
tiratura di 750 copie; p. 136, 1.200 €).
Il volume raccoglie una serie di scritti
del periodo dal 1954 al 1957, apparsi
in varie occasioni, che costituiscono
la testimonianza del percorso
sperimentale dell’artista dall’attività
legata alla rivista “Cobra” sino alla
fondazione dell’Internazionale
Situazionista. Il secondo libro che vede
protagonista l’artista danese
è Mémoires, ed è anche il secondo
realizzato dall’accoppiata Asger Jorn
e Guy Debord (avevano già collaborato
due anni prima per il libro Fin de
Copenhague, stampato in 200 copie da
Permild & Rosengreen, 1957). Mémoires
(il cui titolo completo è Mémoires Structures portantes d’Asger Jorn)
è famoso per avere la copertina in carta
vetrata. Debord volle che fosse
distribuito in forma privata. Solo
nel 1993 concesse all’editore J.J. Pauvert
di pubblicarne la ristampa,
cui aggiunse un nuovo testo dal titolo
Attestation dove giustificava la sua
decisione (Copenhague, Internationale
Situationniste, 1959. p. 64, 3.800 €).
Tra le testimonianze italiane
offerte nel catalogo un insieme di
pubblicazioni del Gruppo ’70, composto
tra gli altri da Eugenio Miccini,
Giuseppe Chiari, Lamberto Pignotti.
Si tratta di cataloghi e piccoli manifesti
delle manifestazoni curate dal Gruppo
alla metà degli anni Sessanta tra cui:
“Sylvano Bussotti”, “Frasnedi” [1965],
“Cartella ’70” [1965], “Mostra Luna-Park”
[1965], “Alechinsky” [1965], “Malquori”
[1966], “Poesie e No” [1966], “Mostra
dei pittori del Gruppo ‘70 e Mostra
di poesie visive”. Galeria Le Muse,
Perugia [1966], “Franco Lastraioli”
35
[1966], “Gruppo ‘70” [1966], “Festival dei
Popoli” [1967] (l’insieme delle affiches
e dei cataloghi viene venduto a 900 €).
Interessante il gruppo di
pubblicazioni dell’ingegnere e architetto
David Georges Emmerich (1925-1996)
che con Buckminster Fuller fece ricerche
sulla “tensegrità”, nuovo principio
dell’architettura, usato per costruire
cupole geodesiche, tende, barche a vela
e un’infinità di altri oggetti: Exercices
de géométrie constructive. Travaux
d’étudiants. Séminaire et laboratoire
de recherche structurale sous la
direction de David Georges Emmerich
(Paris, Ecole nationale supérieure des
Beaux-Arts, 1970; p. 349-XXXI, 250 €);
Soft Architecture. Essais sur
l’autoconstruction (Paris, Institut de
l’Environnement, 1974; p. 79, 200 €);
Exercices de géométrie constructive.
Morphologie (Paris, Ecole nationale
supérieure des Beaux-Arts, 1968;
p. 186, 450 €).
Infine un gruppo di bollettini
(o “lettres d’informations”) del “Centro
de Arte y Comunicación” [CAYC] di
Buenos Aires. Nato nell’agosto 1968
come workshop permanente, fondato
da Victor Grippo, Jacques Bedel,
Luis Fernando Benedit, Alfredo Portillos,
Clorindo Testa, Jorge Glusberg
e Jorge González, il CAYC divenne in
breve un centro per diffondere la pop
art e l’arte concettuale. Diretto da Jorge
Glusberg, il Centro emanò questa sorta
di bollettini spedendoli direttamente
per posta a vari artisti di tutto il mondo
(collezione di 44 numeri, su 736,
dal 1970 al 1977. Vengono venduti
singolarmente a 40 €).
Librairie Lecointre Drouet
9 rue de Tournon, 75006 Paris
Tél. 00 33 (0)1 43 26 02 92 Fax. 00 33 (0)1 46 33 11 40
[email protected] www.lecointredrouet.com
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
37
look!
Color your
look!
Tutti
Tutti i diritti
diritti sono riservati
riser vati ai rispettivi
rispettivi proprietari.
proprietari.
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
Un mondo di divertimento.
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rreziosi.it
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI
Cataloghi da conservare per il futuro.
Due libri sulla grafica e le avanguardie
di matteo noja
L’AUTONOMIA DELLA GRAFICA
E L’IDENTITÀ ITALIANA
on la quinta edizione dal
titolo TDM5: grafica italiana,
Triennale Design Museum
porta avanti il suo percorso di
promozione e valorizzazione della
creatività italiana, estendendo la ricerca a
una storia che è sempre stata considerata
minore e ancillare, per restituirle la giusta
autonomia».
Così sul sito della Triennale di
Milano la presentazione della mostra
TDM5 che è in corso dal 14 aprile scorso
e rimarrà aperta sino al 24 febbraio 2013.
Il catalogo (come la mostra) vuole
essere una rassegna quasi completa e
permanente di cosa è avvenuto in Italia,
soprattutto nel ’900, nel complesso delle
arti grafiche.
La grafica costituisce un capitolo
fondamentale della storia culturale
italiana poiché, oltre che a svolgere
la funzione di comunicare, interpretare
e tradurre la realtà in forme visive,
ha contribuito fortemente a costituire
l’identità e la cultura della nostra nazione.
Diviso, come la mostra,
rigorosamente in settori (Lettera, Libro,
Periodici, Cultura e Politica, Pubblicità,
Imballaggi, Identità visiva, Segnali, Film e
video) il catalogo confronta le declinazioni
pìu interessanti del segno grafico.
Ci spiega come si può rendere
più leggibile un testo, una copertina,
un messaggio a volte anche molto
complesso (come nel caso delle “riviste
di progetto” degli anni Sessanta), solo
disponendo meglio le lettere, usando
«C
un carattere piuttosto che un altro,
montando fotografie anche banali
in maniera tale da far scattare in chi vede
e legge un corto circuito tale da far
suscitare un’idea, un pensiero.
Sfogliando le pagine, si può
imparare una grammatica altrettanto
rigorosa che quella linguistica, che
insegna a capire meglio, oltre il testo,
quanto ci viene proposto sulla pagina
stampata, sui manifesti o sullo schermo
televisivo e cinematografico. Cosa non
da poco in un’epoca in cui molte cose,
soprattutto nella cultura (e quindi anche
nella grafica) vengono date per scontate
e molte competenze si sono appiattite in
un diffuso “non sapere” che difficilmente
verrà colmato in tempi brevi.
“TDM 5: Grafica Italiana”
A cura di Giorgio Camuffo, Mario
Piazza, Carlo Vinti con la direzione
di Silvana Annicchiarico. Mantova,
Corraini, 2012; p. 392, € 48,00
DAL SEGNO E DALLA FORMA
NASCE L’ARTE MODERNA
n altro catalogo che intende
offrire un ampio panorama
di ciò che hanno prodotto
le avanguardie storiche nell’ambito della
grafica, cercando di strapparle da quella
posizione di secondo piano in cui
abitualmente vengono relegate. Per
rendere giustizia a un’eredità importante
che, scaturita dai roboanti programmi
dei vari protagonisti (i quali proponendo
un’arte pura, almeno nel concetto
moderno di questo termine, tendevano
U
a insinuarsi in ogni campo delle attività
umane) si è sviluppata progressivamente
in quella che siamo abituati ormai a
considerare la tradizione della modernità.
L’obiettivo di trasformare la società
con l’arte e la volontà di comunicare
questo scopo, approfittando di ogni
mezzo possibile, fecero sì che i promotori
delle avanguardie vedessero meno
importante ciò che per secoli invece era
stato fondamentale per l’arte: la pittura
e la scultura. Come sottolinea Manuel
Fontán del Junco nell’introduzione al
catalogo, i nuovi mezzi di comunicazione
così diretti e immediati, rappresentavano
una sfida troppo ghiotta per non essere
colta: dal poster alle riviste, dai giornali
ai libri, dalle immagini fotografiche
(manipolate, frammentate, montate
fra loro) al cinema. Tutti questi modi
di intervenire nella e sulla realtà
provocarono una vera e propria
“apoteosi” del segno e della forma in
contesti che fino ad allora erano rimasti
alieni dalla pratica artistica, soprattutto
in quello del testo scritto. Così facendo,
le avanguardie determinarono in un
tempo relativamente breve un profondo
irreversibile cambiamento concettuale
nella comprensione dell’arte e dei suoi
oggetti.
Opere di 250 artisti – come F.T.
Marinetti Jan Tschichold, Aleksandr
Rodchenko, Laszlo Moholy-Nagy per
citare solo alcuni dei maggiori – vengono
fedelmente riprodotte in queste pagine e
fanno di questo volume, ingombrante per
dimensioni ma prezioso per contenuto,
un repertorio insostituibile per quanti
vogliono studiare o collezionare libri
e documenti delle avanguardie.
“The Avant-Garde Applied
(1890-1950)”
Testi di Manuel Fontán del Junco,
Richard Hollis, Maurizio Scudiero
e Bruno Tonini. Madrid, Fundación
Juan March, 2012; p. 469, € 50,00
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
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ET AB HIC ET AB HOC
La Gioconda sulla robiolina. Ovvero Il Kitsch
che ci circonda, secondo Dorfles e non solo
di laura mariani conti e matteo noja
Alla Triennale di Milano è in corso,
fino al 10 settembre 2012, la
mostra Gillo Dorfles. Kitsch oggi il
Kitsch. Dorfles è uno dei maggiori
teorizzatori del Kitsch.
Del 1968 è la sua prima
pubblicazione sull’argomento
“Il Kitsch. Antologia del cattivo
gusto” (Milano, Mazzotta),
che fa parte del nostro Fondo
De Micheli e da cui sono tratti
i brani che seguono.
Etimo. La parola kitsch sarebbe da
riportare etimologicamente all’inglese
sketch , secondo altri invece al verbo
tedesco etwas verkitschen;
l’enciclopedia tedesca di Knaur
lo definisce come “operazione
apparentemente artistica che surroga
una mancante forza creativa attraverso
sollecitazioni della fantasia per
particolari contenuti (erotici, politici,
religiosi, sentimentali)”.
Secondo Giesz, che ha scritto nel 1960
l’opera più completa al riguardo, il
vocabolo ‘kitsch’ si potrebbe ritenere
assai appropriato come dizione riferita
ad una “spazzatura artistica”.
Nostra epoca. Di kitsch non si
dovrebbe discorrere che a proposito
della nostra epoca; o almeno all’epoca
che inizia attorno all’età barocca.
Prima di allora esistevano esempi di arte
“mediocre”, opere di artisti minori, opere
che ovviamente non erano capolavori;
ma che tuttavia rientravano nelle grandi
correnti dell’arte autentica.
Esisteva, anche allora, una gerarchia
di valori artistici, ma non una categoria
che si può considerare come arte
col segno contrario, che ha
le caratteristiche estrinseche dell’arte
ma ne è contraffazione.
dalla norma” (la pendenza
del campanile) come d’un motivo
di curiosità e di attrazione.
è verificato con tante musiche di Liszt
o di Chopin, ridotte al rango
di canzonette sentimentali, per non
dire dell’uso di altri capolavori
(Mosè di Michelangelo, Gioconda
di Leonardo) divenuti emblemi kitsch
perché ormai riprodotti trivialmente
e conosciuti non per i loro autentici
valori, ma per il surrogato sentimentale
o tecnico dei loro valori.
Lo stesso accade ogni qualvolta
un’opera eccelsa viene usata per una
pubblicità, per un biglietto di auguri
o per un concorso di bellezza.
L’uomo-kitsch.
E’ il “fruitore-di-cattivo-gusto”, ossia
il modo di intendere, di assaporare,
di atteggiarsi di fronte all’opera d’arte
(buona o cattiva che sia) da parte
dell’uomo di cattivo gusto.
Si tratta di solito di un’ottusità che
riguarda soltanto l’arte moderna o l’arte
antica “difficile” (cioè la più seria),
si tratta di individui che credono
che dall’arte si debbano trarre soltanto
impressioni gradevoli, piacevoli,
zuccherate; o, addirittura, che l’arte
serva come “condimento”, come “musica
di fondo”, come decorazione, come
status-symbol, magari, come mezzo
per fare bella figura in società, e non
certo come cosa seria, esercizio faticoso,
attività impegnata e critica…
Torre di Pisa. Un esempio di kitsch
si ha tutte le volte che un elemento
singolo o un’intera opera d’arte viene
“trasferita” dal suo autentico rango
e impiegata ad un fine diverso da quello
per cui era destinata.
È quanto si è visto accadere quando
eccelsi monumenti del passato vennero
utilizzati per scopi ben diversi da quelli
originali: le copie in alabastro della
Torre Pendente di Pisa, ad esempio, non
sono kitsch soltanto perché sono delle
copie in altro materiale, ma perché
si sono valse d’una “deviazione vistosa
Gioconda. Lo stesso fatto si
Industrializzazione culturale.
Il kitsch è cominciato con la produzione
in serie, che ha avvilito l’oggetto
e la copia artigianale.
Solo con le possibilità di riproduzione
(spesso mediocre) e di diffusione
vertiginosa di oggetti artistici
(o pseudo-artistici) è stata possibile
l’esplosione del kitsch.
Molto spesso nella riproduzione delle
Madonne Sistine, dei Partenoni, degli
Apolli del Belvedere è stato accantonato
ogni rispetto per la fedeltà della “scala”,
della tonalità del colore, per la globalità
della figurazione; così da offrire
al pubblico, non soltanto dei facsimile
tutt’affatto approssimativi, ma, ciò che
è più sorprendente, tali che al pubblico
paiano più “attraenti”, più “belli”,
più efficaci degli esemplari autentici.
LA TUA TV. SEMP
PRE PIÙ GRANDE.
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
ANDANDO PER MOSTRE
Eccentrici e visionari: Bramantino, Colombo
e i “memento mori” della clausura
di luca pietro nicoletti
BRAMANTINO AL CASTELLO
SFORZESCO DI MILANO
el cortile della Rocchetta del
Castello Sforzesco campeggia
una gigantografie di una rana
riversa zampe all’aria e vista di scorcio: è
una delle invenzioni più famose e insolite
di uno dei più eccentrici pittori del
Rinascimento in Lombardia, Bartolomeo
N
Suardi, più noto come Bramantino.
Indica l’ingresso della mostra
curata da Giovanni Agosti, Jacopo Stoppa
e Marco Tanzi (catalogo Officina libraria),
che ha riunito, “a km 0”, come è stato
scritto, il più ricco nucleo di opere del
maestro intorno all’unica opera
inamovibile del pittore presente in città: il
bellissimo e poco conosciuto affresco di
BRAMANTINO
A MILANO
A CURA DI GIOVANNI
AGOSTI, JACOPO STOPPA
E MARCO TANZI
MILANO,
CASTELLO SFORZESCO,
BIBLIOTECA TRIVULZIANA
FINO AL 25 SETTEMBRE
Argo che vegliava, a suo tempo, sul
tesoro di Ludovico il Moro e oggi incluso
negli spazi della Biblioteca Trivulziana.
L’occasione di vere in un unico colpo
d’occhio una larga parte della produzione
di questo maestro, abitualmente
suddivisa nei vari musei cittadini,
consente, finalmente, di cogliere
l’eccezionalità di uno dei pittori più
Sopra: Argo, Milano, Biblioteca Trivulziana
Sotto a sinistra: Adorazione, Milano,
Pinacoteca Ambrosiana
enigmatici e affascinanti dell’età degli
Sforza, e che ha inciso ancora su un
lungo tratto della cultura italiana del
Novecento, da Agnoldomenico Pica ad
Aldo Rossi.
Ossessionato dalla prospettiva,
Bramantino aveva innestato felicemente
sulla sua formazione lombarda, figlia
della lezione di Butinone e Zenale, la
folgorante impressione ricevuta da
Donato Bramante, giunto in città nel
1481 e destinato a rivoluzionare i destini
della pittura nel capoluogo lombardo: da
lui discende il gusto per le architetture
ardite e silenti, quasi metafisiche e spesso
aggiornate in senso archeologico, in cui si
ambientano le scene della storia sacra o
della mitologia, nelle quali non mancano
di affacciarsi iconografie tanto rare da
diventare dei veri e propri rompicapo.
A Milano, però, stava per
affacciarsi Leonardo, che porterà la novità
dei lumi e dei moti dell’animo, con cui
sarà impossibile non fare i conti. La sfida,
per Bramantino come per Zenale, sarà
quella di apprendere da quel potente
detonatore costituito dal Cenacolo, ma
senza farsene travolgere
irrimediabilmente.
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
43
C'ERANO UNA VOLTA LE
FIABE DI ANGELA COLOMBO
un luogo comune pensare che le
fiabe siano un genere narrativo
che riguarda soltanto i bambini:
nelle pieghe del racconto, infatti, si
insidiano spesso le inquietudini e le
domande dell’uomo moderno, che vi
esorcizza le proprie paure placandole in
un immaginario fantastico e, spesso,
simbolico. Questo assunto letterario è
stato basilare fin dagli esordi di Angela
Colombo nel campo dell’incisione, ed è
un tema che l’ha accompagnata,
migrando da una tecnica all’altra, fino
alla recente personale C’era… C’era…
presentata da Pietro Bellasi al Museo
Epper di Ascona, visitabile fino al 29
settembre. In questa serie di opere
recenti, fra dipinti su tavola e libri
d’artista, Angela Colombo ci porta ancora
una volta nel suo mondo delle mille e
una notte, popolato di sensuali figure
femminili, femmes fatales figlie dell’Art
Nouveau. Non sarebbe utile, tuttavia,
È
tentare letture dell’inconscio attraverso
queste opere, sebbene le sue fiabe siano
sempre, o quasi sempre, illustrate per
adulti: il mondo fantastico di dame,
odalische e cavalieri si connota per un
sottile e sofisticato erotismo, ma non è
gravato da sovrastrutture simboliche. Più
interessante, invece, sottolineare lo stile
ornato raffinatissimo, ottenuto con una
MERAVIGLIE DI CARTA. PAPEROLLES DAGLI AGNELLI A TORINO
ono alquanto insolite, se non stravaganti, le vie prese, talvolta, da collezionismo. E il caso, per esempio, delle paperoles, dei
reliquiari ad utilizzo domestico o conventuale
realizzati, fra XVII e XIX
secolo, da suore di clausura con elaborate decorazioni suntuarie in carta, ma arricchite anche
di vetri, avori, cere e cristalli intorno alla minuscola reliquia. La tecnica
non era molto diversa da
quelle usate nell’oreficeria, sebbene il risulta-
S
to fosse molto più fragile e delicato: come per le
realizzazioni in filigrana,
le paperoles venivano
ottenute arrotolando
pazientemente su se
stesse striscioline di carta dorata e colorata se-
condo motivi per lo più a
soggetto floreale, successivamente impreziosite da inserti di altri
materiali e da frammenti
ossei attribuiti ai santi.
La mostra che fino al 2
settembre si potrà apprezzare presso la PInacoteca Gianni e Marella
Agnelli di Torino dà conto proprio di questa tipologia di oggetti attraverso un’ampia selezione che ricostruisce la
storia di un genere artistico così eccentrico e
carico di implicazioni
antropologiche.
Sopra: Angela Colombo, C’era una volta, 2012
tecnica degna di una pratica di bottega
di altri tempi, capace di graffire la
preparazione a gesso e l’oro a missione
per arricchire gli effetti di rifrazione
luminosa delle superfici lucide. Uno
“spirito klimtiano” aleggia su queste
opere, quello spirito che amava l’abilità
artigianale dei maestri gotici e lo univa ai
languori del decadentismo. Ma tutto
questo è sostenuto, da sempre, da una
facilità innata per il disegno di figura,
che si riscontra parimenti nella grafica e
nella pittura: entrambe sono figlie del
lungo tirocinio con la calcografia,
appresa, ai tempi dell’accademia a Brera,
con la guida di Pietro Diana, che sarebbe
poi diventato suo marito. Se però
entrambi hanno condiviso una
propensione per la cura minuziosa
dell’immagine, fino a virtuosismi di
tecnica che pochi sanno controllare, i
loro percorsi nel mondo notturno
dell’onirico hanno seguito vie differenti
sia sotto il profilo iconografico sia sotto
quello stilistico. Entrambi, tuttavia, ci
ricordano quanto l’incisione sia da
sempre un mondo che, secondo proprie e
autonome vie, sonda i luoghi del mistero
secondo tracciati di stile senza tempo.
44
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO
Una piccola retrospettiva di giugno e luglio
prima della chiusura estiva
di annette popel pozzo
PHOTOGRAPHY
Asta del 26 giugno
Oxford www.bonhams.com
Segnaliamo un album fotografico di
Robert Turnbull MacPherson (1814-1872)
contenente un set di vedute di Roma del
1858 circa (lotto 132; stima € 6.2008.700; misure mediamente circa 300x300
mm). Trasferitosi da Edimburgo a Roma
nel 1840, MacPherson diventa ben presto
uno dei fotografi più commerciali e di
maggior successo in Italia,
specializzandosi in stampe all’albumina,
considerato inoltre il vero fotografo della
Roma Pontificia e Antica (cfr. Becchetti &
Pietrangeli, Robert Macpherson, Un
inglese fotografo a Roma, Roma, Quasar
Editions, 1987). In asta anche una prima
edizione del romanzo Murphy di Samuel
Beckett (lotto 288; aggiudicato per £
15.000), stampato in sole 1.500 copie da
Routledge nel 1938, con sovraccoperta
originale in buone condizioni.
VENTE LIVRES ANCIENS
ET MODERNES: VOYAGES
Asta del 2 luglio
Parigi www.alde.fr
Highlight dell’asta è sicuramente la
prima edizione di Voyage au pôle Sud et
dans l’Océanie sur les corvettes l’Astrolabe
et la Zélée pendant les années 1837-1840
del navigatore ed esploratore Jules
Dumont d’Urville (Parigi, Gide & Baudry,
1841-1853; lotto 187; aggiudicato per
€ 15.000) che contiene la relazione della
spedizione oceanica e dell’esplorazione
dei mari antartici. La copia offerta
contiene 159 tavole con colorazione
coeva.
VENTE BIBLIOTHÈQUE
JIMMY DRULHON
Asta del 3 luglio
Parigi www.alde.fr
La copia della prima edizione di
Études sur la maladie des vers à soie,
moyen pratique assuré de la combattre
et d’en prévenir le retour di Louis
Pasteur (Parigi, Gauthier-Villars, 1870;
lotto 499; stima € 1.000-1.200,
aggiudicato per € 1.900) serviva
verosimilmente a Drulhon stesso per
motivi di studio, considerando che nel
2009 pubblicò un’opera sul chimico e
biologo francese Louis Pasteur, cinq
années dans les Cévennes au pays de
l’arbre d’or ou histoire des cinq séjours
alésiens du savant pour étudier la
maladie du ver à soie (1865-1869).
LIVRES ANCIENS
ET MODERNES
Asta del 4 luglio
Parigi www.ader-paris.fr
Molto grazioso e partendo con una
stima modesta si presenta una copia
della seconda edizione aldina del testo
di Marco Anneo Lucano (Venezia, 1515,
lotto 27, stima € 1.000-1.500)
in una legatura giansenista con il
frontespizio e il colophon illuminato.
La copia della prima edizione Le voyage
d’Urien di André Gide (Parigi, 1893, in
tiratura di sole 300 copie numerate,
lotto 89, stima € 3.000-4.000,
aggiudicato per € 24.500) con 30
litografie originali di Maurice Denis
proviene dalla raccolta dell’artista Pierre
Bonnard come rivela la dedica
manoscritta di Denis a Bonnard.
BANDE DESSINÉE - COMICS
Asta del 4 luglio
Parigi www.sothebys.com
I cani sono ben ambientati nei
fumetti: Cosa farebbe Tintin di Hergé
senza Milou (tra l’altro in asta Tintin au
pays des Soviets, che, pubblicato nel
supplemento di “Le XXème siècle” del 10
gennaio 1929 segnala la nascita del
famoso personaggio; lotto 12, stima
€ 40.000-45.000, aggiudicato per
€ 48.750) o Astérix e Obélix di Goscinny
e Uderzo senza Idéfix (lotto 32, disegno
originale a penna destinato per Le
domaine des Dieux del 1971, stima
€ 25.000-27.000). Il Corto Maltese di
Hugo Pratt (acquerello di 33x24 cm viene
aggiudicato per € 16.250 su una base di
stima di € 8.000-10.000). In asta anche
materiale (disegni, acquerelli) di Lorenzo
Matteotti e Grzegorz Rosinski.
THE HISTORY OF SCRIPT:
IMPORTANT MANUSCRIPT
LEAVES FROM THE
SCHØYEN COLLECTION
Asta del 10 luglio
Londra www.sothebys.com
In asta 60 frammenti di manoscritti
greci e latini provenienti dalla nota
raccolta del norvegese Martin Schøyen.
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Asta del 11 luglio
Londra, New Bond Street
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L’asta con 220 lotti offre qualche
xilografia e incisione rinascimentale, ma si
dedica prevalentemente a stampe
moderne e contemporanee tra Wassily
Kandinsky, Käthe Kollwitz, Cyril Edward
Power, Sybil Andrews, Henri Matisse, Pablo
Picasso, Marc Chagall, Joan Miró, David
Hockney, Damien Hirst, e Andy Warhol. Al
lotto 180 troviamo la serigrafia Queen
Elizabeth II (from Reigning Queens), 1/30
stampe prove, di Andy Warhol del 1985
(stima € 50.000-74.000).
la Biblioteca di via Senato
Milano
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Barri la casella se intende rinunciare a queste opportunità
45
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: rarità per bibliofili
Morte di un elefante a
Venezia nel carnevale del 1819
Satira oscena e cronaca in versi in due componimenti censurati
ARIANNA CALÒ
C
he a Venezia arrivassero gli
animali esotici, non era
certo una novità per una
città da secoli rivolta a Oriente. Iene, leoni, antilopi e animali delle
più varie fattezze erano stati spesso
sotto lo sguardo tra il meravigliato
e lo spaventato della nobiltà veneta.
Così come era tradizione consueta,
durante i giorni di carnevale, di
esporre le bestie in casotti per il divertimento del pubblico sulla riva
degli Schiavoni, insieme a fattucchiere, ciarlatani, astrologi, cantanti, giganti deformi, burattinai,
imbonitori e improvvisatori di
spettacoli; una folla colorata, come
quella stretta attorno alla lanterna
magica immortalata da Giandomenico Tiepolo nel Mondo nuovo.
Ma di un elefante che gettasse
lo scompiglio e imbizzarrito corresse a perdifiato tra le calli veneziane, no, le cronache lagunari non
ne avevano ancora registrato il passaggio ad inizio Ottocento. L’evento singolarissimo avvenne nel febbraio del 1819: una delle ultime sere del carnevale (Goldoni avrebbe
visto citata una sua commedia), nel
pieno dei festeggiamenti, un elefante – qualcuno dirà «per motivi
suoi personali»1 – tentò la fuga dal
suo casotto attraverso gli stretti vi-
Sopra: frontespizio del raro
L’elefanticidio in Venezia dell’anno 1819,
stampato dalla Tipografia Andreola,
editore l’Autore Pietro Bonmartini.
Nella pagina accanto: antiporta
de L’elefanticidio di Pietro Bonmartini:
vi è raffigurato l’elefante serrato nella
chiesa di Sant’Antonino, con le truppe
di polizia sulla destra pronte a caricare
il cannone
coli della città lagunare, rincorso
invano dai custodi e dalla polizia,
seminando il panico per poi finire
rinchiuso in una chiesa e lì finito a
cannonate. Un evento drammatico
ben documentato dai giornali e dalla stampa d’allora, che molto insistettero sulle sfumature rivolte al
tragico della vicenda, ma che solleticò l’estro poetico più leggero e in
alcuni casi irriverente di due penne
venete, che diedero in versi e con
esiti differenti la propria versione
di quanto accadde in quella notte di
carnevale. La prima è quella di Pietro Bonmartini, nobile padovano,
che fece stampare dalla Tipografia
Andreola L’elefanticidio in Venezia
dell’anno 1819; la seconda è di Pietro Buratti (1772-1832), «il principe dei satirici veneziani»,2 che infarcì le ben 104 ottave della sua Elefanteide. Storia verissima dell’elefante
di colpi più o meno bassi alla nobiltà del tempo, tra ritratti sarcastici e
concessioni scurrili.
Era la materia stessa del poetare («L’argomento xe degno de un
gigante»3) a offrire più di uno spunto: l’elefante protagonista del carnevale aveva un che di nobile, essendo stato di proprietà di Federico
II, re del Württemberg, come folta
di nobili era la platea degli spettatori dei festeggiamenti; vi è l’impera-
48
tore d’Austria, Francesco I, la sua
quarta moglie Carolina, le due figlie (Maria Luisa, già imperatrice e
regina, e duchessa di Parma, insieme all’arciduchessa Carolina) e il
fratello Ranieri, vicerè del Lombardo-Veneto. Per costoro il cerimoniale aveva previsto numerosi e
forti colpi a salve d’artiglieria4 che,
oltre a danneggiare intonaci e cornicioni, furono la principale ragione delle bizze dell’elefante. Bonmartini e Buratti videro altrove la
causa di quell’irrequietezza, e cioè
nel risvegliato ardore sessuale dell’animale che «Ga messo la proposide in furor / contro chi lo voleva
condanà / ai voti de perpetua castità».5 L’elefante era atteso a Milano,
dove lo si sarebbe ancora esposto
alla curiosità del pubblico, ma a
nulla valsero gli sforzi per imbarcarlo al termine delle feste: «più
volte a remurchiarlo a cielo scuro /
s’à tentà in una aposita barcazza /
ma col naso in perpetua negativa /
l’Elefante infuriava e no obediva».6
Si decise allora di aspettare fino «ai
sédese de marzo»,7 quando venne
fatta attraccare una barca e allestito
un pontile adatto tra la Riva degli
Schiavoni e la stessa barca; ma la
passerella risultò instabile, l’elefante provò a salire a bordo ma subito fece marcia indietro, il movimento delle onde di certo non lo
tranquillizzava. Si desistette. E poi
si ritentò all’una di notte, con del
pane e della frutta, a riportarlo in
barca; ma era solo una promessa, e
«del cibo a lui sfuggevole / segue
ma invan, lo scherno», e fu allora
che «alla iterata insidia / la bestia
non avvezza / tutto svegliò nell’anima / la natural fierezza».8
Il custode, Camillo Rosa di
Rovigo, fu il primo a farne le spese:
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
afferrato con la proboscide, scaraventato a terra e calpestato, morirà
poche ore dopo. Tra il panico e le
urla della gente, «scorre allora veloce l’Elefante dal Porto del Sepolcro a quello della Cà di Dio […].
Urta un Casotto, e lo rovescia.
Un’isolata bottega di legno corre la
stessa sorte, ed egli si divora le frutta che quella conteneva. Getta a
terra la porta d’una Caffetteria,
v’entra, e dicesi che bevesse. Vana
resa ogni cura per ammassarlo, la
Guardia gli scarica addosso dei colpi di Carabina, ma la pelle riceve
appena dell’escoriazioni.9 Più incollerisce la Fiera, e prendendo la
strada che mette al campo della
Bragora, passa per Rio-Terrà, ed
entra nella Calle del Forno. Atterra
la porta, e guasta la scala d’una Casupola. Le si fa fuoco addosso novellamente; cade, si crede morta,
ma, ahi! Che avvicinatisi i circostanti la Fiera si rialza. Chi potrebbe lo spavento descrivere? Sorte di
là, e corre al Ponte di Sant’Antonino, non lo monta però, anzi rincula,
e d’un solo colpo apre la maggior
porta di questa Chiesa, sebbene a’
chiavistelli e serratura fermata.
Quivi entra, e richiudesi questa
porta, e in un colle altre due si assicura perché non possa sortire».10
In città si cercava intanto il
permesso alle autorità ecclesiastiche di uccidere la bestia in chiesa
con un cannone fatto arrivare dall’Arsenale. Serafico il patriarca
Francesco Maria Milesi acconsente, notando che «siccome se fosse
stato in chiesa un cane rabbioso l’avrebbero ucciso senza aspettare il
permesso, così potevan uccidere
l’elefante senza destare dal sonno il
patriarca di anni 76».11 D’altronde,
erano le quattro del mattino. Solo
alle sette giunse il cannone e si decise «che un lateral / buso fato del
tempio a la muràgia / dasse ingresso
al canon cargà a mitràgia»; i primi
colpi non sortirono alcun effetto,
già che «se move come prima el
gran bestion / e senza indizio dar de
maestà lesa / intrepido el camina
per la chiesa».12 Il secondo, a palla,
gli fu invece fatale.13
La stesura dell’Elefanteide costò a Buratti un mese di reclusione:
troppe oscenità, troppe allusioni
(neanche troppo velate) ai pedanti
frequentatori del caffè Florian, al
marchese Maruzzi e al capo dei gendarmi Tolomei, membri eminenti
di quella società dei pettegoli che
affollava i locali veneziani e contro
cui Buratti non riusciva a trattenersi. Il funzionario di polizia incaricato di informare il Governo scrisse
del poema come di «un ammasso di
oscenità, di scherni, di frizzi, d’insulti, d’irrilegione, di dileggio, di
poco rispetto alle autorità costituite
e di mancanza di riverenza al Monarca»,14 quest’ultimo scavalcato
dall’elefante, il solo a cui Buratti attribuisce il titolo di Maestà.
L’autore non era nuovo alla
censura: durante gli ultimi giorni
della dominazione francese aveva
dato del «beco da rapina»15 a Napoleone, distruttore di chiese e predatore di opere d’arte, e nel 1817, per
una satira caustica contro lo scrittore Filippo Scolari, diffidato dalla
polizia a scrivere qualunque cosa
fosse contraria e lesiva del buon costume; non sorprende la decisione
di non dare alle stampe La storia verissima dell’elefante. Peccato che in-
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Da sinistra: incisione per l’elefante contenuta nell’undicesimo volume dell’Histoire naturelle, génerale et particulière di Georges
Louis Leclerc, conte di Buffon, stampata dall’Imprimerie Royale nel 1754. E proprio Buffon sarà citato due volte nel poema di
Buratti, quale modello per la conoscenza dell’elefante che i gendarmi invece non possedevano. Una pagina dell’Elefanteide
tratta dall’edizione delle Poesie di Pietro Buratti stampata da Naratovich nel 1864: i versi più osceni furono censurati e sostituiti
con puntini di sospensione; in lapis, l’integrazione con il testo originario per mano del precedente possessore
vece l’Elefanteide circolò sin troppo: un panettiere, tale Paolo Stella,
chiese in prestito il manoscritto per
poche ore; ne fece quattro copie,
poi moltiplicatesi in migliaia nel giro di pochi giorni e qualcuna inevitabilmente portata, insieme a un
rapporto dettagliato della polizia,
sul tavolo del Governatore conte
d’Inzaghi. Il mese di reclusione valse a Buratti la scelta di vivere ritirato in campagna. Alla sua morte, la
polizia fece comunque irruzione
nella sua casa, prelevando e distruggendo interi sacchi di manoscritti; ma l’amico Matteo da Mo-
sto aveva già provveduto a ricopiare
in quindici volumi l’intera produzione di Buratti: 55.824 versi, quattro volte la Commedia dantesca.
A distanza di decenni, la pruderie rimase invariata: quando nel
1864 si stampò la raccolta completa
delle Poesie di Pietro Buratti veneziano in tre volumi per Pietro Naratovich si ritenne necessario censurare
intere ottave del poema, e non potendo cancellare oltre, sostituire
quei «voli spontanei e piccanti […],
traviamenti della sua facile Musa»16
con dei puntini di sospensione, che,
nell’esemplare della Biblioteca di
via Senato, sono stati opportunamente riempiti in lapis con il testo
originale dal precedente possessore.
Anche l’Elefanticidio di Bonmartini subì la scure della censura;
completato alle soglie dell’autunno
di quel 1819, affatto irriverente e
peraltro completato da una puntuale Descrizione di quanto accadè intorno all’Elefante nelli giorni 14 15
16 Marzo in cui si scrive che «commendevolissima è alcerto l’attività
e vigilanza dell’Imperial Regio
Commissario di Polizia di quel Sestriere»,17 venne tuttavia proibito
quando ancora era in stampa da An-
50
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
dreola, e la nostra copia è una delle
pochissime salvatesi. Il Governo
censurò poi la proposta di una lapide con epigrafe latina a ricordo del-
l’elefante cannoneggiato da esporsi
in pubblico e finanziata a spese di
due gentiluomini, poi donata al
conte Benedetto Valmarana che
l’affisse nel suo privato cortile; e
sorte meno gloriosa ebbe la commedia in dialetto veneziano L’elefanticidio di Nicolò Zanon, ma per
una volta non ci fu alcuna censura
governativa: valsero i fischi dal
pubblico.
Ultimi strascichi di quel 16
marzo 1819: mentre si pensava di
seppellire l’elefante al Lido tra gli
ortaggi e il pesce deteriorati del
mercato di Rialto, il professore Stefano Andrea Renier, ordinario di
storia naturale, si attivò per acquistare l’animale, trattarlo e studiarlo
con l’intenzione di conservarlo nel
Museo di Storia Naturale di Padova. Si conciò la pelle e si sezionò il
cadavere, eseguendo schizzi e disegni delle varie parti anatomiche e
delle ossa, al fine di poterlo rimontare correttamente. E lì tuttora lo
scheletro è conservato, finalmente
esposto al pubblico non per divertimento ma per studio, in una sala silenziosa lontana dagli schiamazzi
di quel carnevale del 1819.
NOTE
1
TIZIANO RIZZO, premessa all’edizione anastatica dell’Elefanteide di Pietro Buratti, Venezia, Filippi Editore, 1988, p. 7.
2
Citando il titolo dell’opera di VITTORIO MALAMANI, Il principe dei satirici veneziani: Pietro
Buratti, Venezia, Tipografia dell’Ancora, I.
Merlo Editore, 1887.
3
BURATTI, v. 23.
4
«Ma nel dì che fra i sbari e l’alegria / de
suditi fedeli come nu / de la quarta mugier in
compagnia / el nostro bon Francesco xe vegnù / per dar una lumada e netar via / tuto
quel che fa torto a la virtù / (sudito de nessun)
vardè che caso! / l’Elefante in casoto à storto il
naso» (BURATTI, vv. 120-128).
5
BURATTI, vv. 140-144.
BURATTI, vv. 220-224.
BURATTI, v. 224.
8
BONMARTINI, vv. 108-109 e 112-113.
9
Di questo sorriderà Buratti scrivendo: «E
como l’acidente ga del novo / e libro eterogeneo a l’istruzion de un commissario, o per dir
mègio un vovo, saria l’aver per man sempre
Bufon, da sorprenderse tanto mi no trovo / se
operando in sta parte da cogion / nol saveva
che bale da moscheto / per la so pele val manco de un peto» (vv. 401-408).
10
BONMARTINI p. 22.
11
Citato in Morte di un elefante a Venezia.
Dalla curiosità alla scienza, a cura di MARGHERITA TURCHETTO, Treviso, Canova, 2004, p. 15.
12
BURATTI, vv. 766-768 e 774-776.
13
«E dal dolor convulsa par che gnente /
possa più garantir da la so furia, / adesso che
la morte crudelmente ghe spasizza i canali
de lusuria; /ma gnancora la casca, anzi insolente / pache ai marmi la dà co la so scùria / e
un miracolo par che a tanto caldo / e colone
e pilastri tegna saldo» (BURATTI, vv. 801808).
14
Morte di un elefante a Venezia, p. 19.
15
Citato in T. RIZZO, p. 8
16
Poesie di Pietro Buratti veneziano, Venezia, Naratovich, 1864, p. 531. Il testo integrale dell’Elefanteide è consultabile nella già
citata edizione anastatica con il commento di
Tiziano Rizzo, e recentemente acquisita dalla
BvS a ideale integrazione dell’edizione ottocentesca.
17
BONMARTINI, p. 22.
Sopra: L’elefante, dipinto ad olio di Pietro Longhi del 1774. Sul lato sinistro
della tela, nobili veneziani in maschera.
6
7
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
BvS: il libro ritrovato
La Nuova enciclopedia
popolare di Giuseppe Pomba
Un imponente successo editoriale dall’intento divulgativo
BEATRICE PORCHERA
N
uova enciclopedia popolare ovvero Dizionario
generale di scienze, lettere, arti, storia, geografia, ecc.
ecc. Opera compilata sulle migliori in tal genere, inglesi, tedesche e francesi coll’assistenza e
col consiglio di scienziati e letterati italiani corredata di molte incisioni in legno inserite nel testo e
di tavole in rame. Tomo primo [Tomo dodicesimo; Tavole]. Torino, Giuseppe Pomba e Comp. Editori (Stamperia sociale degli artisti
tipografi), 1841-1849. 13 volumi.
«Nel dare a questa nostra Enciclopedia il titolo di Popolare, seguendo l’esempio di quella di Glasgovia, che è una delle principali che
ci proponiamo di imitare, dobbiamo
far avvertire che non intendiamo con
ciò di consacrare esclusivamente l’opera nostra al volgo, adattandola in
tutto alla sua intelligenza. L’Enciclopedia nostra è al contrario specialmente destinata alle persone di civil
condizione e di qualche coltura che
bramano istruire se stesse e la gioventù alla cui educazione presiedono; e volentieri l’avremmo chiamata
Enciclopedia delle Famiglie, se la deno-
minazione di popolare non rispondesse meglio al nostro intendimento,
anche per riguardo alla discretezza
del prezzo che la rende di facile acquisto all’universale»; così scriveva
nel 1841 l’editore torinese Giuseppe
Pomba (1795-1876) al verso dell’occhietto del primo volume della sua
Nuova enciclopedia popolare, faticoso e
importante lavoro, la cui gestazione
aveva richiesto più di otto anni.
Fu all’inizio del 1833 che Pomba cominciò a concepire l’idea di realizzare una moderna enciclopedia
universale, sulla scia del successo che
analoghe imprese stavano riscuotendo in vari Paesi europei: dall’Enciclopedia Britannica in Gran Bretagna (Edimburgo, 1768-1771, giunta
nel 1833 alla settima edizione), al
Conversations-lexicon in Germania
(Lipsia, 1796-1811, del quale si stava
allora iniziando l’ottava edizione). A
queste andavano ad aggiungersi
nuovi progetti: sempre a Lipsia il
Allgemeines deutsches ConversationsLexicon, a Londra la Penny Cyclopaedia, a Parigi il Dictionnaire de la conversation et de la lecture: répertoire des
connaissances usuelles e l’Encyclopédie
des gens du monde.
Con una circolare a stampa datata 18 marzo 1833 il tipografo tori-
nese invitò «i dotti e gli scienziati
d’Italia a concorrere alla compilazione di quest’opera» e, nel tentativo di
coinvolgere le menti più brillanti
della patria, inviò lettere a coloro
che, fuori dal Piemonte, avessero già
collaborato con lui. Tra questi
Giampiero Vieusseux che lo mise in
contatto con Niccolò Tommaseo.
Dopo un’attenta riflessione
Pomba decise di non dar vita a un
lavoro del tutto originale, ma di
tradurre, con adattamenti e integrazioni, il Conversations-lexicon di
Friedrich Arnold Brockhaus. Con
una lettera datata 2 maggio 1835
l’editore offrì a Tommaseo uno stipendio fisso di 150 franchi mensili:
il letterato avrebbe dovuto risiedere in maniera stabile a Torino per
lavorare alla pubblicazione del Dizionario della conversazione: opera
tradotta, compilata colle opere tedesche, inglesi e francesi di questo genere
da vari letterati italiani sotto la direzione del signor Nicolò Tomaseo.
Ma la comparsa a Padova di un
Dizionario universale della conversazione, uscito dai torchi della Società
della Minerva, – progetto che, annunciato in 6 o 7 volumi di circa 600
pagine ciascuno e strutturato in 84
dispense, si interruppe alla quaran-
52
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
A sinistra, dall’alto: incisione
raffigurante il Duomo di Milano, che
«per la maestà ond’è circondato e per
le gigantesche sue proporzioni, è da
considerarsi come la più stupenda
cattedrale del mondo»;
«In mezzo a queste immense opere
ebbe principio la cattedrale
propriamente detta, e la prima che la
storia ci ricordi è quella di S. Marco
in Venezia» qui rappresentata
tatreesima, giungendo solo alla voce
“Artaserse” – portò Pomba a modificare i propri piani, come comunicato in una lettera a Tommaseo del
26 agosto 1839: «[…] un’altra idea
più grande mi venne in mente, che è
quella la quale ora mandar voglio ad
effetto. Quei lessici di conversazione
sono cose imperfette; io, dal modello
della bella Enciclopedia britannica, che
si stampa ad Edimborgo in venti volumi in quarto, desidero pubblicarne
una italiana […]». Prosegue: «L’opera penso intitolarla Enciclopedia
universale italiana popolare: “universale”, perché, quantunque “enciclopedia” voglia già significare lo scibile, ma per distinguerla dalle enciclopedie parziali di medicina, di agricoltura ecc.; “italiana”, perché sarà
fatta per gli Italiani, scelta da un Italiano ecc.; “popolare”, perché, quantunque opera di prezzo, sarà pubblicata per dispense settimanali da 50
centesimi caduna per facilitarne l’acquisto a tutte le famiglie […]».
Subentrarono però altre difficoltà che persuasero Pomba a sospendere, almeno momentaneamente, la realizzazione del progetto:
da un lato l’impossibilità per Tommaseo, in esilio in Francia, di rientrare in patria in seguito alla pubblicazione del suo libro Dell’Italia; dall’altro la contemporanea stampa, da
parte dell’editore veneziano Gerolamo Tasso, dell’Enciclopedia italiana e
dizionario della conversazione.
L’idea dell’enciclopedia venne
così ripresa dal tipografo torinese solo nel 1841, quando entrambi i progetti concorrenti, sia quello padovano, sia quello veneziano, mostrarono in maniera evidente gli errori di
calcolo che li avrebbero portati ad
arenarsi all’inizio dell’alfabeto. Accantonata la scelta di Tommaseo
quale direttore dell’opera, l’incarico
venne affidato a Gaetano Demarchi
– insegnante di italiano a Edimburgo, da poco rimpatriato dall’esilio
per i moti del 1821 – che, rivelatosi
non all’altezza, fu sostituito nel 1844
da Francesco Predari – bibliotecario
della Braidense, che in passato si era
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
53
Da sinistra: «È proprio dell’uomo trasformare in oggetto di abbellimento e di lusso tuttociò che da principio semplice e
rozzo veniva dalla necessità raccomandato»;
«Le tre prime fig. della tav. LXXIII (A) rappresentano vari modi di addestrarsi al salto per mezzo di un palo; e la fig. 4
rappresenta varie sorta d’esercizi che fannosi col dondolarsi da una sbarra, e che assai giovano allo sviluppo de’ muscoli»
dimostrato severo recensore delle
prime dispense dell’enciclopedia di
Pomba – fatto appositamente trasferire a Torino con tutta la famiglia.
Il 1° novembre 1841 venne diramato il Programma dell’opera con
le condizioni d’associazione: «L’Enciclopedia popolare sarà compresa
in non meno di 10 né più di 12 volumi, ognuno dei quali conterrà non
meno di 1000, né più di 1200 pagine.
L’opera avrà più di 1500 figure incise
in legno inserite nel testo, e circa 300
altre intagliate in rame od eseguite
alla litografia separate dal testo, del-
la grandezza della pagina. La pubblicazione si farà per dispense settimanali di cinque fogli, ossia di 40 pagine. [...] Le dispense, l’una per l’altra,
non avranno più d’una tavola separata dal testo. Le spese di porto e dazio sono a carico degli associati. La
regolare pubblicazione di una dispensa per settimana avrà principio
col gennaio 1842».
La Nuova enciclopedia popolare
di Pomba uscì puntuale in dispense
ogni settimana tra il 1842 e il 1849,
arrivando a comporsi di 13 volumi
totali in quarto – 12 di testo, più 1 di
tavole contenente 364 incisioni – che
costituirono, secondo i desideri originari dell’editore, «un manuale per
le famiglie cui i meno istruiti potessero ad ogni incontro ricorrere per
quelle cognizioni e spiegazioni intorno agli uomini ed alle cose tutte,
che loro accadesse di desiderare». Fu
un successo: la tiratura di 5.000 copie
si esaurì in breve tempo.
La seconda edizione fu stampata già a partire dal 1845. Sempre in
13 volumi, venne terminata nel
1849. La terza edizione, ampliata a
22 tomi – stesso testo, ma diversa
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
55
Nella pagina accanto: tavola
acquerellata a mano raffigurante le
specie di funghi commestibili: «Questa
classe di vegetali merita un’attenzione
particolare per parte del cultore
d’igiene, per essere così
frequentemente adoperata come
alimento tanto dalle persone doviziose,
quanto da quelle a cui non arrise la
fortuna». A destra: incisioni
acquerellate a mano che illustrano la
voce “bandiera” legata alla categoria
Marineria: «È un’insegna di drappo
leggero, di tela o di altro, che si spiega
al vento nelle navi, in cui veggonsi i
colori, il blasone, le armi, la cifra o i
segni distintivi della nazione alla quale
appartiene il naviglio, a fine di farlo
conoscere di lontano in mare»
suddivisione dei volumi per renderli
più maneggevoli – uscì tra il 1846 e il
1851.
La quarta e la quinta edizione
furono pubblicate rispettivamente
tra il 1856 e il 1866 e tra il 1863 e il
1866, sostanzialmente identiche: 24
volumi di testo e un atlante. Ebbero
un successo tale da generare una ristampa già nel 1868, distribuita in
dispense a una lira ciascuna. L’aggiornamento costante della Nuova
enciclopedia popolare fu garantito, fin
dal 1857, dalla pubblicazione di un
Supplemento perenne.
Quando Pomba morì, nel
1876, si era giunti alla sesta edizione.
Curata da Gerolamo Boccardo, con i
suoi 26 tomi superò le 28.000 pagine; ulteriore riprova di un successo
editoriale che, basato sulla puntualità d’uscita, l’eleganza tipografica e il
modico prezzo, riuscì a coniugare, in
un’Italia alle prese con la propria
unificazione, un interesse pratico ed
economico con un fine culturale e
divulgativo.
Bibliografia:
Mezzo secolo di vita della Unione Tipografico-Editrice Torinese (Già ditta Pomba e
C.) 1855-1904, Torino, Unione TipograficoEditrice, 1905.
A Giuseppe Pomba nel cinquantenario
della morte (1876-1926), Torino, UTET,
1926.
E. BOTTASSO, Le edizioni Pomba 1792-
1849, Torino, Biblioteca Civica, 1969 (Manuali e saggi di bibliografia, 3).
L. FIRPO, Vita di Giuseppe Pomba da Torino. Libraio, tipografo, editore, Torino, UTET,
1975 (Strenna UTET).
Catalogo storico delle edizioni Pomba e
UTET 1791-1990, a cura di E. Bottasso, Torino, UTET, 1991.
56
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
BvS: il Fondo Bodoni
Dai torchi bodoniani
un omaggio all’arte parmense
Storia di un «venustissimo libro» dalla genesi travagliata
PAOLA MARIA FARINA
T
ra le numerose edizioni bodoniane che la Biblioteca di
via Senato conserva presso
il Fondo Antico merita un approfondimento il volume dal titolo Le più insigni pitture parmensi indicate agli
amatori delle belle arti, recante al frontespizio la data 1809, ma che in realtà
venne portato a termine, fra varie vicissitudini, solamente nel 1816, dopo la morte dello stesso Giambattista
Bodoni (Saluzzo, 1740 – Parma,
1813).
Di quest’opera furono realizzate ben tre edizioni: una in folio
(Brooks, 1059) e due in quarto
(Brooks, 1060 e 1061); la nostra biblioteca conserva un bell’esemplare
con legatura coeva in marocchino
rosso dell’edizione in folio, che fu tirata in sole 60 copie, e un esemplare
dell’in quarto grande, con tiratura pari a 150 copie. Sfogliando i volumi, si
legge anzitutto l’iscrizione dedicatoria in italiano di Margherita Dall’Aglio, vedova Bodoni, all’imperatrice
Maria Luisa d’Austria, datata 1816,
seguita dalla versione in francese;
quindi, la Prefazione dell’editore, anch’essa dapprima in italiano (XXII
pagine per l’in folio, XXXII pagine
per l’in quarto) e poi in francese (XX
pagine nell’in folio, XXVIII pagine
nell’in quarto).1
Ritratto giovanile di Giambattista
Bodoni eseguito dopo il suo arrivo a
Parma da Giuseppe Baldrighi (1723 –
1803); tavola fuori testo allegata a
Bodoni Paganini Parmigianino.
Celebrazioni centenarie, Parma,
maggio-ottobre 1940, Parma, stab.
graf. A. Zanlari, 1940
Dopo un frontespizio calcografico si apre la sezione dedicata al
ricchissimo apparato illustrativo,
composto di LIX tavole incise disposte in ordine alfabetico secondo il
nome dell’autore,2 per ciascuna delle
quali è presente una concisa descrizione in lingua italiana e una in lin-
gua francese (quest’ultima sempre in
carattere corsivo) con «l’indicazion
del soggetto dal pittore trattato»,3 la
tecnica usata e la collocazione dell’opera. Proprio il corpus iconografico,
che propone le principali pitture che
adornavano i monumenti della città
emiliana, costituisce una delle motivazioni per cui Giuseppe De Lama
definì l’opera «un venustissimo libro
[…] e uno de’ capolavori della Stamperia Bodoniana».4
Secondo quanto dichiara lo
stesso De Lama nella sua Vita del cavaliere Giambattista Bodoni (Parma,
Stamperia Ducale, 1816; se ne conserva un esemplare presso la nostra
biblioteca), ripreso anche da Brooks
(1059), lo stampatore aveva già iniziato a lavorare a quest’importante
volume fin dal 1795; scrive, infatti,
che «Bodoni sino dall’anno 1795 s’era prefisso in mente di stamparlo […]
per segnare negli Annali di Parma,
quandochè avvenisse, un’epoca fortunata per li nuovi suoi Concittadini».5
Il tipografo si accinse a realizzare queste insigni edizioni per svariati motivi: per preservare dalle ingiurie del tempo e dall’oblio pregevoli manifestazioni dell’arte parmense di grandi maestri italiani,
comprese opere portate a Parigi dai
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
57
francesi nel 1796 (compaiono artisti
quali Antonio Allegri detto “il Correggio”, i fratelli Agostino e Annibale Carracci, Giambattista Cima,
Francesco Mazzola detto “il Parmigianino”, Girolamo Mazzola, Giuseppe Rondani, Leonello Spada,
Bernardino Gatti, Giulio Cesare
Amidani); per dare testimonianza
delle «Arti Belle che fiorirono in
Parma»6 e celebrare dunque la città;
oltre che per fornire ai suoi concittadini una prova concreta di riconoscenza per l’affetto sempre dimostrato nei suoi confronti.7 Nella Prefazione, infatti, Bodoni scrive che «i
Parmigiani vi scorgeranno al tempo
stesso autentiche prove di mia gratitudine, oggetto di utilità e di emulazione pe’ loro giovani artisti, e dolci
rimembranze ed argomenti di patria
gloria pe’ loro più tardi nepoti».8
Come detto sopra, Bodoni attese all’opera già entro la fine del
XVIII secolo, commissionando al
pittore portoghese Francesco Vieira
(1765 – 1805) l’esecuzione dei disegni a matita, a partire dai quali il bolognese Francesco Rosaspina (1762
– 1841; rinomato artista che figura in
numerose edizioni bodoniane) realizzò le incisioni a bulino; iniziata l’in
folio nell’estate del 1808 e le edizioni
in quarto nel 1809, nessuna di esse fu
ultimata da Bodoni (videro la luce,
finalmente, solo nel 1816)9 dal momento che le vicende politiche e le
razzie perpetrate dai soldati napoleonici costrinsero lo stampatore a
interrompere il suo progetto editoriale.10 Scrive, tra l’altro, nella Prefazione: «Fu da prima mio divisamento
l’offerire agli Amatori delle Arti belle una Raccolta di sessanta stampe, e
per compire questo numero io aveva
Frontespizio calcografico che introduce alla sezione delle tavole de Le più
insigni pitture parmensi indicate agli amatori delle belle arti
scelto il dipinto di Bernardino Gatti,
conosciuto col nome di quadro di S.
Agata […]. Stava già per disegnarlo il
giovane artista Vieira nel mese d’aprile dell’anno 1796, allorchè ci pervenne la notizia improvvisa ch’erano
precipitosamente calati in Italia i
Francesi. Colpito da tale avvenimento egli non aspettò nè pure d’averne fatto lo schizzo, che s’incamminò verso Roma. Poscia le moltiplici incumbenze già assunte dal Sig.
Rosaspina […], e i miei successivi tipografici intraprendimenti, furono
in colpa dello avere allora intieramente abbandonato il mio progetto».11
L’occasione adatta alla pubblicazione di quest’opera giunse nel
1816: il Congresso di Vienna, restaurando il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, ne affidò il dominio a Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, figlia dell’imperatore Francesco
I d’Austria, la quale decise di visitare
queste terre. La vedova Bodoni si risolse, dunque, a concludere l’impresa del defunto marito, componendo
58
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
59
Nella pagina accanto: Tavola I. Correggio, Madonna con il Bambino e i Santi Girolamo e Maddalena (olio su tavola,
205x141 cm, 1528 ca., Parma - Galleria Nazionale); la pala fa parte delle opere pittoriche trafugate dai francesi nel 1796
e restituite nel 1815. Sopra da sinistra: Tavola V. Correggio, Madonna della Scala (affresco staccato, trasferito su tela,
146x142 cm, 1523-4 ca., Parma - Galleria Nazionale); a sinistra l’incisione presente nell’edizione bodoniana e a destra le
condizioni attuali dell’opera, che originariamente adornava la faccia interna di una delle porte cittadine
per l’occasione la dedica alla duchessa; ebbe, inoltre, il 7 maggio 1816,
«l’onore di presentare ella stessa all’adorata principessa una copia della
duplice edizione in quarto e in foglio»12 che Sua Maestà accettò con
gioia,13 ricambiando il prezioso
omaggio con una visita alla Stamperia Bodoniana il 13 maggio,14 quando
«per più di un’ora stette […] con lei
ragionando di Bodoni, e riguardando ammirata tanti capolavori di tipografia, e la doviziosa suppellettile de’
suoi punzoni e delle sue matrici».15
Per una fortunata coincidenza
l’edizione, oltre che per l’arrivo della
sovrana, fu portata a termine proprio
quando molte delle opere d’arte che i
Commissari del governo francese
nel 1796 (e poi nel 1805) avevano
trasferito a Parigi rientrarono in
Parma, esposte al pubblico nelle sale
dell’Accademia delle Belle Arti.16
L’importanza del volume consiste
anche nel fatto che si presenta come
testimonianza delle originarie condizioni delle opere d’arte presentate,
o quanto meno delle loro condizioni
a fine Settecento, contribuendo alla
ricostruzione del loro primitivo
aspetto (per esempio, nel caso della
Madonna della Scala del Correggio
che oggigiorno risulta danneggiata);
inoltre, documenta la storia delle
pitture stesse, indicando il loro eventuale trasferimento oltralpe dopo la
campagna napoleonica. La correttezza delle informazioni fornite in
merito alle vicende dei singoli quadri
è confermata dal confronto con altre
pubblicazioni del tempo, in particolare con il volumetto Notice des principaux tableaux recueillis dans la Lombardie par les commissaires du Gouvernement Français ([Parigi], Imprimerie des Sciences et Arts, [1798]) e con
il Catalogo de’ capi d’opera di pittura,
scultura, antichità, libri, storia natura-
60
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Sopra da sinistra: Tavola XXIII. Incisione su rame rappresentante tre amorini, tratta da un affresco di Agostino Carracci
nel Palazzo del Giardino a Parma. Tavola XXXIX. Riproduzione di un affresco con Santa Cecilia seduta all’organo
presente nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma e attribuita nell’opera bodoniana al Parmigianino
le, ed altre curiosità trasportati dall’Italia in Francia (Venezia, Antonio Curti, 1799) – conservati anch’essi presso la Biblioteca di via Senato.
Il bel volume licenziato dalla
Tipografia Bodoniana nel 1816 si distingue dunque sia per il suo contenuto iconografico, di pregevole qualità e accurata fattura, sia per la sua
storia editoriale, ed emoziona non
poco tenere tra le mani un esemplare
la cui esistenza si è inestricabilmente
legata alle vicende storiche più importanti che hanno coinvolto la nostra penisola nei secoli passati.
NOTE
1
Brooks, 1059 e 1060; Brunet III, col.
779; De Lama, pp. 185-186. In chiusura del
volume, Indice delle pitture.
2
«Finalmente si è preferito l’ordine alfabetico al cronologico, perché quest’ultimo,
quando trattasi di conciliare le date, offre
spesso insuperabili difficoltà; laddove l’altro, non mai soggetto ad alcuno inconveniente, è più giovevole a trovar subito il nome del pittore, di cui si voglia conoscer l’opera»: così scrive Bodoni nella Prefazione alla
sua opera (pp. IV-V dell’edizione in folio).
3
GIAMBATTISTA BODONI, Prefazione, in Le più
insigni pitture parmensi indicate agli amatori delle belle arti, Parma, Tipografia Bodoniana, 1816, p. III (edizione in folio).
4
Brooks, 1059.
GIUSEPPE DE LAMA, Vita del cavaliere
Giambattista Bodoni tipografo italiano e catalogo cronologico delle sue edizioni, Parma,
Stamperia Ducale, 1816, tomo II, p. 185; Brunet III, col. 779.
6
G. BODONI, Prefazione, p. II (edizione in
folio).
7
«Le insigni dimostrazioni di benevolenza
e di onore che qui il Bodoni ricorda, sono e il decreto dell’anzianato della parmense comunità
in data del 28 luglio 1803 che lo creò cittadino
nobile di Parma, e l’altro del 17 agosto dello
stesso anno 1803 che ordinò il conio della sua
effigie in oro, argento e rame», in “Gazzetta di
Milano”, n. 141, lunedì 20 maggio 1816, p. 552
(versione digitalizzata on-line reperibile in
Google Books; controllato il 25 giugno 2012).
8
G. BODONI, Prefazione, p. II (edizione in
folio).
9
Brooks, 1059.
10
Vedi anche ANTONIO SPINOSA, Maria Luisa d’Austria, la donna che tradì Napoleone.
La gloria, le passioni, il tormento, Milano,
Mondadori, 2004, p. 252.
11
G. BODONI, Prefazione, pp. XX-XXI (edizione in folio).
12
“Gazzetta di Milano”, n. 141, lunedì 20
maggio 1816, p. 552.
13
A. SPINOSA, Maria Luisa d’Austria, la
donna che tradì Napoleone, p. 252.
14
“Gazzetta di Milano”, n. 141, lunedì 20
maggio 1816, p. 552.
15
G. DE LAMA, Vita del cavaliere Giambattista Bodoni tipografo italiano e catalogo
cronologico delle sue edizioni, tomo I, p. 179.
16
Ibidem.
5
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
61
BvS: il Fondo Impresa
Libri e pubblicità: incontro
di linguaggi differenti
Esempi di dialogo tra il mondo letterario e le moderne imprese
VALENTINA CONTI
È
di grande attualità il tema
della letteratura legata al
mondo dell’impresa e della
pubblicità. A Milano, presso il
Triennale Design Museum, è in corso fino a febbraio 2013, una mostra
dal titolo TDM 5: Grafica italiana
con lo scopo di mostrare l’evoluzione della tradizione tipografica nostrana e della cartellonistica, sottolineando la rivoluzione del concetto di
grafica avvenuta con il futurismo, attraverso l’esposizione di opere, tra le
quali L’Officina Bodoni: i libri e il mondo di un torchio 1923-1977; Caratteri
indispensabili alla tipografia moderna;
L’età ingrata del cinema; Ren‚ Clair; Il
risorgimento grafico, provenienti dalla Biblioteca di via Senato. 1
Questi cambiamenti grafici si
svilupparono di pari passo con il mutamento del rapporto tra la letteratura e la pubblicità, un legame che iniziò alla fine del XIX secolo attraverso
un progressivo scindersi di quest’ultima da un contesto economico che
la vincolava a essere semplice messaggio occasionale e grazie all’accrescersi dell’interesse dei letterati per il
nuovo linguaggio che dimostrava di
avere un sempre maggior impatto
sulla realtà sociale.
L’accostamento di questi due
mondi, letterario e pubblicitario, av-
Copertina illustrata a collage di
BIF§ZF+18 / Simultaneità e chimismi
lirici tratta da una riproduzione
effettuata dall’originale
(copia n. 11/300) di proprietà
di Maria Leonia Taranta-Rendi
venne in modi differenti e attraverso
alcuni esemplari presenti nel Fondo
di storia dell’impresa in Italia dall’Unità a oggi della Biblioteca di via Senato è
possibile analizzarne l’evoluzione.
Uno dei primi risultati di questa
unione fu la pubblicazione della rivista “La Riviera Ligure” il cui primo
numero comparve nel 1895. Le particolarità di questa rivista furono la
sua appartenenza all’industria P. Sasso & Figli e la finalità di sponsorizzazione dei prodotti dell’impresa: «La
rivista finanziata dai Sasso, è comunque la prima che abbia intuito l’utilità di fondere, nel medesimo foglio,
intento letterario, imperativo pubblicitario, orgoglio sociale del lavoro
produttivo, al fine di promuovere
un’immagine accattivante e umanisticamente alta della funzione industriale».2
Inizialmente la rivista conteneva solo listini prezzi dei prodotti e
articoli sulle virtù dell’olio, ma dal
1899, sotto la direzione di Mario
Novaro, unico della famiglia Sasso
veramente interessato all’aspetto
umanistico, la pubblicazione divenne un’importante rivista d’avanguardia di tiratura nazionale che
vantava la collaborazione di grandi
scrittori come Campana, Bontempelli, Gozzano, Pirandello, Cecchi,
Saba, Rebora, Sbarbaro e Pascoli che
diede alla rivista il nome di Rivista
dell’Olio. «La Riviera Ligure con una
tiratura di ottantamila copie, è senza
alcun dubbio una delle maggiori riviste letterarie italiane della prima
metà del XX secolo, e un esempio
straordinario di dialogo tra scrittori
62
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Sopra: esempio di pubblicità inserita nel testo L’ultimo dei Boeri. Romanzo storico contemporaneo, Milano, Manzoni, 1901,
(Biblioteca romantica, rèclame illustrata sistema brevettato).
A destra: Fortunato Depero, “Il libro imbullonato”, Depero futurista, Firenze, S.P.E.S., 1987
e pubblicità, che si interrompe nel
1919 per cedere il passo ad altre mutate forme in cui il dialogo continua
la sua storia».3
Una di queste differenti modalità di convivenza tra letteratura e
pubblicità, di cui parla Alessi, è osservabile in L’ultimo dei Boeri: romanzo storico contemporaneo con scene della
guerra transvaaliana, un testo narrativo di argomento storico interrotto
e inframmezzato da rèclame e slogan
pubblicitari senza attinenza con il te-
sto, ma probabilmente utilizzati come sponsor per finanziare la pubblicazione del libro. Si trattava di un libro strenna, cioè un libro usato per
omaggiare i clienti con una raffinata
iniziativa editoriale.
Solo molti anni dopo fu riproposta la stessa tipologia di commistione fra linguaggio letterario e
pubblicitario, nel 2001 Luigi Malerba scrisse Città e dintorni pubblicandolo con il patrocinio di OmnitelVodafone. Sul retro di copertina si
leggeva: «L’autore di questo libro, in
accordo con l’editore, ha accolto nel
testo un contributo pubblicitario per
consentire al volume una maggiore
diffusione». In questo caso la rèclame era raccolta in 6 pagine consecutive e non diffusa su tutto il testo.
Nonostante l’autore giustificasse la
possibile compresenza dei due elementi senza danno reciproco, la scelta di accostare la tipologia commerciale a quella letteraria scatenò polemiche e scandalo fra gli intellettuali,
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
ad esempio Luca Canali scrisse:
«Non posso credere che Malerba
abbia fatto questo. Spero sia solo una
bizzarria. Ricordo quando Federico
Fellini si batteva contro gli spot che
interrompevano i film. Ora siamo
arrivati a interrompere anche i libri,
l’ultimo spazio libero che ci restava
[…] Malerba è un vero scrittore e i
veri scrittori non devono fare queste
cose, altrimenti rischiano di declassarsi».4
I primi a capire l’importanza
del linguaggio pubblicitario furono i
futuristi, che, sostenitori di una democratizzazione della cultura, ritenevano che la convivenza di linguaggi differenti portasse arricchimento
e non svalutazione. Apollinaire nella
sua poesia Zone definì addirittura
poesia gli elementi pubblicitari «Tu
lis le prospectus les catalogues les affiches qui chantant tout haut/ voilà la
poèsie ce matin en puor la prose il y à
les journaux»5. In Francia Apollinaire incontrò Ardengo Soffici che, influenzato dall’idea futurista della
pubblicità come nuova forma
espressiva che caratterizzava la società di massa, scrisse BIF§ZF + 18 /
Simultaneità e chimismi lirici dove la
pubblicità era considerata come forma artistica senza nessuna finalità se
non la gratuita espressione di se stessa. Edizione limitata a trecento
esemplari in folio stampati nella ti-
63
pografia di Attilio Vallecchi in Firenze nel 1915 composta, dopo una colorata copertina a collage, da due
parti, una contenente prose e poesie
di Soffici, l’altra da tavole parolibere
con inserzioni pubblicitarie. Fu
un’opera definita un «48»6 da Alberto Savinio nell’accezione di rivolta e
rigenerazione per la sperimentazione che propose.
Negli stessi anni Marinetti si
adoperò sia per rendere il linguaggio
pubblicitario parte dell’esperienza
artistica futurista, sia per utilizzarlo
come strumento di diffusione delle
proprie idee. Si impegnò direttamente nella creazione di rèclame,
nel 1919 scrisse una prefazione per il
64
libro di poesie L’incendiario di Aldo
Palazzeschi realizzando settantacinque pagine di pubblicità senza alcun
riferimento al testo e durante la campagna autarchica imposta dal regime
fascista pubblicò Il poema del vestito di
latte e Il poema di Torre Viscosa7 per reclamizzare la ditta “Snia Viscosa”
impegnata nella produzione di Lanital, una fibra tessile artificiale derivata dalla caseina. Marinetti ebbe una
grande influenza nel mondo della
pubblicità e della comunicazione
suggerendo un nuovo modo di utilizzare la scrittura e le immagini,
creando le basi per l’ipertesto contemporaneo.
Ugualmente innovativo fu
Fortunato Depero artista eclettico
che si impegnò molto sul fronte
pubblicitario collaborando con la
ditta Verzocchi (mattoni refrattari), la San Pellegrino (acqua e magnesia), il liquore Strega, la casa
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
farmaceutica Schering, la catena di
ristorazione Zucca, la Pirelli e l’Agip Gas, ma soprattutto con la
Campari.
E’ con quest’ultima che lo
scrittore instaurò un rapporto particolare di mecenatismo: Depero si
occupò della pubblicità creando
slogan pubblicitari, cartelloni, inventando il distributore automatico Campari Soda e il design della
bottiglietta da 10 cl realizzata dalla
vetreria Bordoni, di rimando la
Campari finanziò le sue creazioni
artistiche, ad esempio l’opera editoriale “il libro imbullonato” Depero futurista del 1927, 234 pagine di
chiara ispirazione futurista con copertina fustellata chiusa con bulloni in alluminio. Depero credeva
fermamente che «l’arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria - tale audace insegnamento
inoppugnabile constatazione l’ho
Inserzione pubblicitaria all’interno del testo Luigi Malerba, Città e dintorni,
Milano, Mondadori, 2001
avuta dai musei, dalle grandi opere
del passato – tutta l’arte dei secoli
scorsi è improntata a scopo pubblicitario, esaltazione del guerresco,
del religioso».
Nonostante negli anni Venti
del Novecento il legame tra la Campari e Depero andasse scemando,
l’idea della pubblicità come arte legata al mondo degli artisti e dei poeti si consolidò, tanto che furono istituite delle vere e proprie cariche all’interno delle aziende dedicate all’attività giornalistica e pubblicitaria. Il ruolo della committenza
aziendale si diffuse insieme all’idea
della necessità di creare una cultura
di fabbrica e di promuovere l’immagine di un marchio.
La FIAT seguì l’idea di creare
una rivista aziendale, già utilizzata
dai Sasso, e pubblicò la “Rivista
FIAT” dal 1913 al 1915 e di nuovo
dal 1923 al 1927, edizione che rimase estranea all’estetica del futurismo promuovendo solamente
l’attività promozionale dell’azienda. Solo dal 1932 con la direzione di
Gino Pestelli iniziò la pubblicazione di “Il Bianco e il Rosso” nuovo
periodico aziendale con maggior
approfondimento dell’aspetto letterario e culturale. Per il suo ufficio
stampa Pestelli si avvalse della collaborazione di Pietro Maria Bardi e
Massimo Bontempelli, il quale negli anni Trenta fu incaricato dalla
FIAT di scrivere un romanzo per
diffondere una nuova concezione
di macchina come mezzo della vita
quotidiana, e non più come mitologico oggetto di rappresentazione
del progresso. Il romanzo fu edito
con il titolo 522 Racconto di una giornata (522 come il modello FIAT
Torpedo che fu regalato allo scrittore per il suo lavoro). Anche Fin-
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
65
Da sinistra: Linoleum, opera di Pablo Picasso utilizzata come illustrazione della copertina di Civiltà delle Macchine, n. 6, 1962.
Frontespizio de Filippo Tommaso Marinetti, Il Poema di Torre Viscosa, a cura dell’ufficio Propaganda della Snia Viscosa,
Milano, 1938
meccanica grazie a Sinisgalli realizzò una rivista dell’impresa “La civiltà delle macchine”8 che esaurì la
sua pubblicazione negli anni Settanta. Proprio in quegli anni il dialogo tra letteratura e pubblicità divenne più rarefatto e andò scemando la collaborazione tra utile e arte
che era stata tanto vivace e ricca all’inizio del XX secolo.
Negli ultimi decenni il rapporto tra letteratura e pubblicità si
è limitato all’attività di prestito e
calco di citazioni o modelli narrativi ritornando all’antica distinzione
della letteratura riferita solo a se
NOTE
1
TDM5: grafica italiana, Milano, Corraini Edizioni, 2012.
2
P. BOERO, La Riviera Ligure, tra industria
e letteratura, Firenze, Vallecchi, 1984, p. 51.
3
G. ALESSI, L. BARCAIOLI, T. MARINO, Scrittori
e pubblicità, Storia e teorie, Bologna, logo
Fausto Lupetti editore, 2011, p. 24.
LUCA CANALI in “Panorama”, 12 luglio
2001.
5
GUILLAUME APOLLINAIRE, Zone in Alcool,
Milano, Dall’Oglio, 1959, a cura di Clemente
Fusero.
6
ALBERTO SAVINIO, Hermaprodito, Firenze,
Libreria della Voce, 1918, pag. 38.
7
Per approfondire: ARIANNA CALÒ, Torre
4
stessa e del linguaggio pubblicitario conativo e suasorio.
Bibliografia
Cfr: G. ALESSI, L. BARCAIOLI, T. MARINO,
Scrittori e pubblicità, Storia e teorie, Bologna, logo Fausto Lupetti editore, 2011.
Viscosa, un battesimo poetico di tecnicismi
futuristi, in “la Biblioteca di via Senato”, III
(2011), 6, p. 50.
8
Per approfondire: GIACOMO CORVAGLIA,
“Civiltà delle macchine” dalla ricostruzione
al boom, in “la Biblioteca di via Senato”, III
7, p. 60.
66
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
BvS: il Fondo Impresa
ENEL: mezzo secolo
di elettricità nelle case italiane
L’energia dal dopoguerra alle fonti rinnovabili dei nostri giorni
GIACOMO CORVAGLIA
L’
ENEL, l’Ente Nazionale
per l’Energia Elettrica compie cinquanta anni. Il 16 novembre 1962 da parte del Senato e il
27 da parte della Camera, viene approvata la più grossa riforma economica del dopoguerra. Nasce così l’ENEL, con il compito di esercitare le
attività di produzione, importazione
ed esportazione, trasporto, trasformazione, distribuzione e vendita
dell’energia elettrica. L’Italia del
1962 vedeva un’industria elettrica
estremamente frazionata.
ENEL inizia di fatto la sua attività nel 1963 con il graduale assorbimento delle imprese elettriche allora esistenti. L’attività svolta dall’industria elettrica italiana dal dopoguerra alla nazionalizzazione trova significativo commento in quanto espresso da Valerio Castronovo
nel quarto volume della Storia dell’Industria elettrica in Italia: “Tra i
fattori che resero possibile quell’eccezionale fase di espansione avvenuta fra la prima metà degli anni Cinquanta e gli inizi del decennio successivo, che sarebbe poi stata definita come l’epoca del miracolo economico, va annoverato l’apporto fornito dall’elettrificazione sia alla crescita del sistema produttivo che a
quella dei servizi e delle infrastrut-
ENEL. Giubilare per i 25 anni
dell’Ente
ture. Ma notevole fu anche il contributo che essa diede alla diffusione di
alcuni beni di consumo durevoli
connessi più o meno direttamente
alle applicazioni dell’elettricità”.
Nel volume, pubblicato dalla
Società nel 1997, 50 anni di industria
elettrica italiana si legge nella prefazione, sottoscritta dal Presidente, “la
pubblicazione si presenta non tanto
come una Storia dell’industria elettrica italiana ma una cronologia, a
partire dal 1945, dalle distruzioni
degli impianti apportate dalla guerra, con le tappe della ricostruzione, il
Piano Marshall, la forte crescita dei
consumi di elettricità negli anni del
boom, l’unificazione delle tariffe del
1961, la svolta istituzionale della nazionalizzazione, la nascita dell’ENEL e l’integrazione nella sua struttura unitaria di circa 1250 imprese
elettriche...”. È significativo come,
accanto alla presentazione del presidente dell’ENEL si trovi una premessa dello storico Valerio Castronovo. In essa si sottolineano le vicende dell’ENEL in relazione ai mutamenti degli scenari storici e della vita
economica italiana, in particolare alla decisione della nazionalizzazione
dell’energia elettrica. Il secondo volume contiene un’Appendice con tabelle statistiche dal 1945 al 1995; le
1270 Imprese elettriche trasferite all’ENEL dal 1963 al 1995; dettagliati
indici delle Istituzioni, degli Enti e
delle Imprese; un indice dei nomi, da
un indice degli impianti; un glossario e la bibliografia.
Il primo anno di vita dell’ENEL è anche quello che verrà ricordato per una gravissima sciagura: la
sera del 9 ottobre 1963 una massa di
circa 300 milioni di metri cubi di roccia si stacca dal Monte Toc e precipita
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
nel sottostante bacino idroelettrico
del Vajont. Un’ondata di oltre 30 milioni di metri cubi, alta più di 200 metri, scavalca la diga, investendo paesi
e borgate della valle del Piave e provocando più di 2.000 morti.
Il 1966 segna invece una svolta
nella storia dell’energia elettrica in
Italia: è il primo anno in cui la produzione idroelettrica copre meno del
50 per cento della produzione complessiva e il continuo aumento della
richiesta di energia elettrica rendono
sempre più necessario il ricorso alla
produzione termoelettrica. Gli anni
che vanno dal 1968 a 1972 sono anni
di grandi conquiste sociali e di crescita per l’ENEL che nel frattempo è
diventata la seconda industria italiana per fatturato dopo la Fiat. Intanto,
la notte del 21 luglio 1969, si rileva
una richiesta di energia elettrica
molto maggiore di quella usuale. Sono gli italiani che non vogliono mancare un appuntamento con la storia:
la discesa dell’uomo sulla Luna.
La guerra arabo-israeliana
dello Yom Kippur innesca la prima
grande crisi energetica. Il continuo
aumento del prezzo del petrolio
costringono i paesi consumatori a
varare misure di emergenza per
fronteggiare la crisi adottando una
politica di “austerity”. In Italia iniziano le “domeniche a piedi” e per
ridurre i consumi elettrici viene ridotto l’orario di apertura dei negozi, l’illuminazione pubblica viene
dimezzata e le trasmissioni televisive terminano alle 22:45.
Alla fine degli anni settanta in
Italia si avverte una maggiore sensibilità ambientale e vengono riscoperte fonti alternative di energia: il
sole e il vento. Nel 1973 viene pubblicato Enel e l’ambiente in cui vengono trattate le problematiche tra la
67
Copertina di Energia dal Sole. Prospettive dell’energia fotovoltaica in Italia
produzione di energia elettrica e la
salvaguardia dell’ambiente come
viene illustrato nella presentazione
di Arnaldo M. Angelini: “È pur vero
che l’autorizzazione a costruire nuovi impianti viene negata adducendo
una giusta causa: la salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo; ma – attenzione! – si pone una ponderate
impostazione del problema ecologico; altrimenti si va incontro ad una situazione paradossalmente assurda al
punto da paralizzare con la crisi della
produzione che ne deriverebbe, anche le stesse attività relative al contenimento dell’attenzione dell’ambiente. Peraltro, come viene ampiamente dimostrato nella presente
pubblicazione, grazie agli efficaci
provvedimenti adottati, l’incidenza
sull’ambiente degli impianti elettrici
risulta così modesta da poter essere
accettata senza pregiudizio per l’ambiente stesso.” Così nel 1984 si inaugurano due centrali dimostrative
dell’ENEL alimentate da fonti energetiche rinnovabili: la centrale eolica
dell’Alta Nurra e la centrale fotovoltaica dell’isola di Vulcano.
Nel 1986 viene pubblicato,
nella collana “I libri di Dimensione
Energia”, periodico edito da ENEL,
L’Energia e la Storia di Indro Montanelli e Mario Cervi. Il volume è un
divertente racconto del rapporto che
l’uomo ha sempre avuto con l’energia, dalla scoperta del fuoco sino all’avvento dell’energia nucleare.
L’attuazione del Piano Energetico Nazionale viene di fatto bloc-
68
cato dal disastro di Chernobyl, infatti l’8 novembre 1987 si svolge il
referendum sulle centrali elettriche
nucleari e la maggioranza dei votanti si esprime per la rinuncia all’energia nucleare. Considerati i risultati
del referendum, il Governo procederà alla sospensione dei lavori di
apertura delle centrali e di fatto si dà
l’addio al nucleare in Italia. Nel
1987, in occasione dei 25 anni dell’Ente, viene pubblicato ENEL, con
presentazione di Franco Viezzoli e
testi in italiano e inglese. Emblematica la fascetta editoriale: “Venticinque anni non sono molti, ma gli anni
dell’ENEL hanno visto due crisi
energetiche, lo sviluppo del nucleare e la contestazione al nucleare, il
ritorno al carbone, l’inflazione a due
cifre, la sostituzione dell’uomo con i
robot, il vento del ‘68, gli anni di
piombo: profondi mutamenti di
idee, abitudini, realtà sociali, economiche e tecniche. Venticinque
anni difficili, non solo per l’ENEL.”
Nel 1992, a quasi trent’anni
dall’istituzione, ENEL diventa Società per Azioni anche se l’unico
azionista rimane il Ministero del Te-
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Sopra da sinistra: Copertina di Enel
1963–1977; 50 anni di industria
elettrica italiana; copertina
di L’energia e la storia, scritto
da Indro Montanelli e Mario Cervi;
L’Enel e l’ambiente
soro. Gli anni novanta sono anni di
profondi cambiamenti per il settore
energetico, ENEL viene quotata in
Borsa e il 19 febbraio 1999 il Consiglio dei Ministri approva il decreto di
liberalizzazione del settore elettrico.
Negli ultimi anni ENEL attua una
strategia di diversificazione per lo
sviluppo di nuovi business investendo nella ricerca di energie alternative
e di nuovi mercati soprattutto all’estero come nell’Europa dell’Est e in
Sud America. Infatti già nel 1992 viene pubblicato da Hypothesis Editore
Energia dal Sole. Prospettive dell’energia fotovoltaica in Italia. Il volume è
stato realizzato sulla base della documentazione tecnica fornita dall’ISES, Comitato per l’Energia Fotovoltaica e con il contributo di ENEA,
ENEL, Ansaldo, Eurosolare e Helios Technology.
In occasione del cinquantesimo anniversario è stato allestito un
museo itinerante che, partito da Napoli a fine maggio, coinvolgerà nel
suo tour diverse città e piazze italiane raccontando la storia e il successo
dell’azienda in relazione all’evoluzione del Paese. La storia di ENEL
si intreccia infatti con la storia d’Italia. La mostra è divisa in cinque sezioni: dalle divise da lavoro “vintage” alle ingombranti valigette a tracolla degli addetti ENEL sino alle
nuove sfide per l’energia pulita.
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: nuove schede
Recenti acquisizioni della
Biblioteca di via Senato
Novità per bibliofili arricchiscono i fondi antico e moderno
Arianna Calò, Valentina Conti,
Giacomo Corvaglia, Paola Maria
Farina, Annette Popel Pozzo
e Beatrice Porchera
Ardizio, Lorenzo.
Alfa Romeo. Cuore Sportivo.
Milano, Mondadori – Electa, 2010.
Il volume, con prefazione di
Nick Mason, ripercorre la storia
della Casa Automobilistica in occasione del centenario della fondazione, dal 1910 sino agli sviluppi
più recenti. In un’ampia introduzione vengono narrate le vicende
aziendali e sportive del gruppo. La
parte centrale del libro è divisa in
dieci capitoli che illustrano, in modo discorsivo e attraverso immagini, le vetture simbolo, sia sportive
sia stradali. Completano il giubilare una cronologia di tutti i modelli
prodotti dall’Alfa Romeo e l’Albo
d’oro delle vittorie automobilistiche più importanti. (G.C.)
Camuffo, Giorgio; Piazza,
Mario; Vinti, Carlo; Annicchiarico, Silvana (a cura di).
TDM 5: grafica italiana. Milano, Corraini Edizioni, 2012.
Catalogo pubblicato in occasione della quinta edizione del
Triennale Design Museum di Milano inaugurata il 13 aprile 2012.
Secondo il presidente della Fondazione Arturo Dell’Acqua Bellavitis:
“Un’edizione che fa il punto sul
ruolo della grafica nella storia del
design italiano, andando a leggere
come le tradizioni storiche del graphic design del nostro paese si siano declinate nel secolo passato,
grazie anche all’apporto di numerosi designer che nel secondo dopoguerra hanno deciso di operare
in Italia”. Attraverso lettere, periodici, libri (alcuni prestati dalla Biblioteca di via Senato), imballaggi,
pubblicità, segnali, film, video e
una gamma molto ampia di materiali si disegnano le linee guida per
comprendere in che modo i grafici
italiani siano intervenuti nella vicenda del Paese influenzando la sua
realtà economica, sociale e culturale. (V.C.)
Belime, Charles.
Coup d’œil sur l’influence de nos
conquêtes en Italie et les moyens d’affermir les Républiques qui y sont établies. Roma, Tommaso Pagliarini,
[1797-1798].
Due sole copie censite in Ita-
lia per questo testo che intercettava
l’ardore rivoluzionario e gli umori
d’insofferenza dei giacobini italiani
verso l’assolutismo regio, insofferenza che divenne ben presto di
pubblico dominio in Francia, dove
si guardava con interesse al nuovo
entusiasmo repubblicano oltre
confine. Il testo si divide in tre sezioni: “dans la première j’examine
l’état de l’Italie avant l’arrivée des
Français; je donne un précis de ses
différents gouvernements, des révolutions arrivées dans chaque pays
et des causes qui l’ont produites.
Dans la seconde je trace un tableau
rapide des victoires de l’armée
française. Je place Bonaparte au
milieu de l’Italie, et je porte un regarde attentif sur les changemens
qu’il opere autur de lui. La troisième Section est sans contredit la
plus importante [...]; J’y donne
quelques idées sur la constitution
qui me paroit convenir à l’Italie; j’y
développe le moyens d’affermir les
républiques que nous y avons
créées; j’y insiste principalement
sur la néceessité d’une réforme
dans l’éducation de la jeunesse, j’y
70
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
trace un plan d’études [...]. Enfin je
termine par des réflexions générales sur l’état actuel de l’Europe”.
(A.C.)
Corradi, Sebastiano (ca.
1510-1556).
De officio doctoris et auditoris
oratio. Firenze, Lorenzo Torrentino, [s.d. i.e. 1548].
Prima edizione dell’orazione
che tratta dei doveri dell’insegnante e dell’allievo e che fu recitata tre
anni prima, ma pubblicata solo nel
1548 causa la ritrosia dell’Autore.
Corradi, nativo di Arceto (Reggio
Emilia), studiò inizialmente a Venezia e fu uditore di Egnazio. Sempre a Venezia fu particolarmente
apprezzato da Bembo e Giraldi
svolgendo anche il lavoro di correttore presso il tipografo Sessa.
Iniziando una brillante attività letteraria, accetta la cattedra di umanità a Reggio, dove fonda l’Accademia degli Accesi. Girolamo Tiraboschi indica nella Storia della
letteratura italiana che le opere
“per lo più sono Comenti sugli Autori Latini, come sulle lettere di
Cicerone ad Attico, e su quelle agli
Amici, su Valerio Massimo, sul primo libro dell’Eneide. Avvi ancora
un’Orazione da lui detta in Bologna de Officio Doctoris & Auditoris, e
la traduzione di sei Dialoghi attribuiti a Platone” (tomo VII:3, Roma, 1785, p. 332).
Moreni, Annali della tipografia fiorentina di Lorenzo Torrentino,
Firenze, 1811, p. 15 (n. XI). (A.P.P.)
Faur, Jean-Pierre; Pierrat,
Emmanuel.
Vente-Erotica. Livres et documents des collections Jean-Pierre Faur
et Emmanuel Pierrat. Parigi, Pierre
Bergé & Associés, 2007.
Trattasi del catalogo dell’asta
che si è svolta venerdì 7 dicembre
2007 a Parigi presso l’hotel
Drouot. La vendita, proibita ai minori (l’esemplare in BvS conserva,
tra l’altro, la fascetta editoriale con
l’avvertimento “Certaines images
de ce catalogue peuvent heurter la
sensibilité de certaines personnes”), comprendeva 290 pezzi tra
libri, manoscritti, fotografie e illustrazioni a carattere erotico, dal
XVIII al XX secolo, provenienti
dalle collezioni private dell’editore
Jean-Pierre Faur e dell’avvocato e
scrittore Emmanuel Pierrat. Il volume è in gran parte illustrato con
numerose tavole a colori che accompagnano la descrizione dei lotti in vendita. (P.M.F.)
Ferenzano, Giovanni Gino.
Garibaldi Politico. Firenze,
G.B. Giachetti, 1879.
L’Autore, che si firmava al
frontespizio “Fe... Gio... Gi...”,
aveva pubblicato poco prima il libello Garibaldi l’ingrato, in cui criticava duramente il manifesto di Garibaldi del 26 aprile 1879, che annunciava la costituzione della Lega
Democratica; l’opinione pubblica
aveva tuttavia accolto negativamente l’opera e l’Autore dovette
dunque servirsi di questo scritto
per giustificare le sue parole e denunciare, nelle “Rivelazioni per la
storia” (pp. 118-119), l’esistenza di
appannaggi dati dal Re a Garibaldi.
Pare che Ferenzano fu assassinato
dopo la pubblicazione di questi due
violenti opuscoli diffamatori contro Garibaldi, per quanto avesse intenzione di pubblicare altre opere
polemiche intorno alla sua figura,
già poste in elenco alla brossura po-
steriore: Garibaldi pubblicista, Garibaldi strategico, Mentana, Polemica
Garibaldina, I ministri garibaldini.
Bertarelli 13443. Passano, p.
140. (A.C.)
Frugoni, Chiara (1940-).
Le storie di San Francesco. Guida agli affreschi della Basilica superiore di Assisi. Torino, Einaudi, 2010
(ET Saggi, 1631).
L’edizione in cofanetto, che si
compone di un volume a stampa e
un DVD-Video contenente un documentario con la regia di Luca
Criscenti, illustra gli affreschi giotteschi della fine del XIII secolo nella Basilica superiore di Assisi dedicati a San Francesco. L’Autrice,
adottando un linguaggio chiaro e
scorrevole, analizza le 28 scene con
la vita e i miracoli del santo procedendo per singole campate e riportando anche le didascalie (spesso
molto danneggiate) che compaiono sotto ciascun riquadro; nella seconda parte, il volume a stampa
contiene la traduzione in inglese
della guida a cura di William
McCuaig. (P.M.F.)
Henderson, Alexander.
Storia dei vini antichi. Capri,
Edizioni la Conchiglia, 2004.
Primo numero della collana
“Corpo di Bacco”. La traduzione è
curata da Marino Barendson. Titolo dell’opera originale History of ancient and modern wines, divisa in due
parti. Al pubblico italiano è proposta solo la prima perché la seconda
risulta irrimediabilmente superata
dalla data di pubblicazione: Londra
1824. Le calcografie di G. B. Piranesi sono custodite presso la calcografia dello Stato in Roma. I disegni inseriti negli occhielli e i capi-
luglio / agosto 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
lettera sono stati tratti dall’opera
originale. Colophon: “Questo libro è
stato impresso nel marzo del 1993
per conto delle Edizioni La Conchiglia di Capri in 1000 esemplari
su carta Corolla Antique dalle Cartiere Fedrigoni nelle Officine dell’Arte Tipografica alla via San Biagio dei librai di Napoli. Ristampato
dagli stessi torchi nell’ottobre del
2004 in soli 1000 esemplari numerati a mano”. (G.C.)
Imperial Regio Governo Generale.
Catalogo de’ capi d’opera di pittura, scultura, antichità, libri, storia
naturale, ed altre curiosità trasportati
dall’Italia in Francia. Venezia, Antonio Curti, 1799.
Prima edizione considerata
rara con poche copie censite nell’opac delle biblioteche italiane. Contiene il testo entro doppia cornice
di filetti e riguarda le seguenti sezioni: Prima divisione Pittura (pp.
III-XVII), Seconda divisione Scultura (pp. XVIII-XXII), Terza divisione Antichità (p. XXIII), Quarta
divisione Libri (pp. XXIV-XXIX),
Quinta divisione Storia naturale ed
altre curiosità (pp. XXX-XXXII).
Tra le biblioteche italiane derubate
da Napoleone sono indicate Bologna, Ferrara, Livorno, Mantova,
Massa, Modena, Monza, Milano,
Pavia, Pesaro e Fano, Roma, Venezia, Padova, Treviso, San Daniele e
Verona. Oltre alle antichità, sculture e quadri, l’elenco rivela i numerosi manoscritti e libri preziosi portati in Francia, che come è ben noto
vennero restituiti soltanto parzialmente in seguito. (A.P.P.)
Manni, Domenico
(1690-1788).
Maria
Le veglie piacevoli ovvero notizie
de’ più bizzarri, e giocondi uomini toscani le quali possono servire di utile
trattenimento, scritte da Domenico M.
Manni accademico etrusco. Edizione
II. Corretta, e di molto accresciuta dall’autore. Tomo primo [-Tomo quarto].
Venezia, Zatta, 1762-1763. 4 volumi in 1 tomo.
Seconda edizione. «Nell’opera il M. tentò di trasmettere un
gusto per il curioso e il bizzarro,
proponendo le biografie di stravaganti personaggi storici toscani, acclamati dalla fantasia popolare e divenuti personaggi letterari, come
Calandrino, Guccio Imbratta, il
Burchiello, il Pievano Arlotto, il
buffone Gonnella, il nano Morgante, il gobbo Tommaso Trafedi»
(DBI 69, pp. 96-97). Le veglie piacevoli furono stroncate da Baretti nella “Frusta letteraria” del 1° gennaio
1764.
Moreni, Bibliografia storica ragionata della Toscana, II, pp. 25-26.
Morazzoni, Il libro illustrato veneziano nel Settecento, p. 241. Pitrè, Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia, n. 5835. Gamba, n. 2339.
(B.P.)
Nordmann, Gérard (19301999).
Bibliothèque érotique Gérard
Nordmann. Livres, manuscrits, dessins, photographies du XVIe au XXe
siècle. Première partie. Jeudi 27 avril
2006 [-Seconde partie. Jeudi 14 et
vendredi 15 décembre 2006]. Parigi,
Christie’s, [2005].
I due volumi illustrati costituiscono il catalogo della biblioteca
erotica di Gérard Nordmann
(1930-1999), riservato uomo d’affari svizzero e grande collezionista,
la cui raccolta, frutto di circa qua-
71
rant’anni di ricerche, è andata all’asta a Parigi nel 2006 presso Christie’s suddivisa in due parti: la prima
in vendita il 27 aprile, la seconda il
14 e il 15 dicembre. Le innumerevoli opere custodite da Nordmann
coprono un arco temporale che
spazia dal 1527 (anno dei Sonetti
lussuriosi di Pietro Aretino con incisioni di Giulio Romano, considerata la prima opera letteraria erotica
dell’epoca moderna) al 1975 e tra di
esse vi sono numerosi testi assai
pregevoli, compresa una rarissima
prima edizione dei romanzi del
Marchese De Sade, oltre a manoscritti, lettere e documenti.
(P.M.F.)
Reale, Giovanni; Sgarbi, Elisabetta.
Il gran teatro del Sacro Monte di
Varallo. Milano, Bompiani, 2009.
Libro con contributi di Edward Carey, Juan de la Cruz, Umberto Eco, Petros Markaris, Vittorio Sgarbi, Giovanni Testori, Sebastiano Vassalli accompagnato da
DVD esplicativo della storia del
Sacro Monte di Varallo. Monumento fortemente voluto da Beato
Bernardino Calmi che di ritorno
dalla Palestina volle ricreare in scala ridotta i luoghi della Terra Santa.
A metà del 1400 san Carlo Borromeo si interessò di questo progetto
denominandolo “Nuova Gerusalemme”. Fra gli artisti più importanti che hanno lavorato a Varallo
ci sono Gaudenzio Ferrari, Tanzio
da Varallo, Gherardini, Morazzone, il Ceranino autori di 400 statue
e affreschi con circa 4000 figure.
Con questo libro viene raccontata
per la prima volta la storia di un monumento di fede e arte unico nel
suo genere. (V.C.)
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2012
Bvs: il ristoro del buon lettore
Il Piacere dell’Ambasciata
Fasti dannunziani per la cucina mantovana
GIANLUCA MONTINARO
L
à, sotto l’argine della Secchia, sorge un luogo che mai
ti aspetteresti. Proprio là, in
uno dei tanti paeselli della pianura
padana, che potrebbero essere il
palcoscenico delle innumerevoli
storie portate dal Grande Fiume.
Ebbene là, a Quistello, in quello
spicchio di terra mantovana oltre il
Po, si incontra un luogo che è una
bolla fuori dal tempo. Dietro la facciata di una casa di paese, ogni giorno, si rinnova la trasfigurazione del
piacere e dell’arte, fra specchi, argenti, fiori, tappeti e cristalli che riempiono ogni spazio e quasi stordiscono. All’Ambasciata l’alta cucina
mantovana diviene stile di vita,
quintessenza e paradigma di eleganza e raffinatezza. Come ne Il
Piacere di Gabriele d’Annunzio (di
cui la Biblioteca di via Senato conserva una copia della prima edizione, stampata a Milano dai fratelli
Treves nel 1889), anche all’Ambasciata il filo conduttore è il mito rinascimentale. Il protagonista del
romanzo, Andrea Sperelli, scambierebbero la «Roma dei Cesari
per la Roma dei Papi», darebbero
«tutto il Colosseo per la Villa Medici», attratto più dalla «magnificenza principesca dei Colonna, dei
Doria e dei Barberini che dalla ruinata grandiosità imperiale».
E non da meno farebbero Romano e Francesco Tamani (Carlo
Ristorante Ambasciata
Via Martiri di Belfiore, 33
Quistello (Mn)
Tel. 0376/619169
per gli amici, e sono sufficienti
cinque minuti per diventarlo).
Nella loro casa fanno rivivere il
Cinquecento dei Gonzaga e di Andrea Mantegna, di Palazzo Te e
delle Missae mantovane di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Come
mirabolanti affreschi di Giulio
Romano, con le loro prospettive
illusorie e senza fine, i piatti dell’Ambasciata ammaliano, caleidoscopi di aromi e sapori complessi
ma netti, decisi ma nobili.
Così il luccio in salsa con polenta e il tortello di zucca con ristretto di foie gras raccontano storie di nobili banchetti. Mentre l’anatra con le ciliegie e la faraona ripiena di melograno e uva (con mostarda di mele campanine) narrano
di cavalcate e di cacce. Pietanze
sontuose che meritano vini altrettanto sontuosi, come un Barbaresco Camp Gros Martinenga delle
Tenute Cisa Asinari dei Marchesi
di Gresy. Dalle ampie vetrate, immerse nel verde, rembrandtiani
fasci di luce tagliano la sala, riverberandosi negli algidi candelabri
d’argento: tempo e spazio sono solo un vago ricordo. Mentre fuori
scorre la vita, la sosta all’Ambasciata allunga in un autunno splendido e senza fine, in un spettacolo
curiale ove non c’è più differenza
fra attori e spettatori. È al momento dei dolci che il piacere si dilata
poi all’infinito. Il tavolo viene letteralmente invaso di leccornie di
ogni tipo. Come per Andrea Sperelli, a palazzo d’Ateleta, «il finale
del pranzo è splendidissimo: poiché il vero lusso d’una mensa sta
nel dessert». Come a palazzo d’Ateleta «tutte quelle squisite e rare
cose dilettano, la vista, oltre il palato, disposte con arte in piatti di
cristallo guarniti d’argento». Tempus fugit, mentre il «vivere inimitabile» eterno rimane.
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