2.01.01
2.01
I GIARDINI ALL’ITALIANA
DEI CASTELLI DEI ROMAGNANO
DAL
ARREDI, PROGETTI E TRASFORMAZIONI
SEICENTO ALL’AVVIO DELLE RICERCHE SU POLLENTIA
Giuseppe Carità
2.01.01 - Architetto paesaggista del XVII-XVIII
secolo, Disegno del giardino di Polenzo, s.d., ma
1703, s.f.; inchiostro
marrone; in basso a sinistra: «N. 1 porta del giardino» / «n. 2 Stradone
qual circonda il giardino
con spalliere di carpini e
alberi da frutto» / «N.3
Stradone di mezzo» / «N.
4 rondò» / «Si è messo in
pratica il disegno di quattro quadri n. 5». Caravino, Archivio Storico del
Castello di Masino, inv.
355; il disegno è incorniciato.
L’arredo sei-settecentesco del castello di Pollenzo
G
li Atti di Visita del 1756 ed alcuni documenti degli archivi Romagnano al castello dei Malabaila
a Canale e all’Archivio di Stato di Torino, e dell’archivio del castello di Masino, ci danno modo di
intravedere, seppure in modo meno significativo rispetto agli splendori riscoperti del castello rinascimentale di Pollenzo, una fase di aggiornamento barocco delle residenze di Santa Vittoria e di Pollenzo.
Gli interventi per cui emergono progetti, realizzazioni e avvio di alcune ristrutturazioni riguardano sia
i due castelli sia l’antica chiesa di San Vittore in Pollenzo, le cui strutture cadenti venivano profondamente rinnovate, per interessamento diretto dei conti, come è emerso da recenti studi, nel corso del
XVII secolo.1.
Per la fase barocca, abbiamo anche notizie precise sugli arredi interni del castello pollentino; nel
ricchissimo Archivio Romagnano di Pollenzo presso l’Archivio di Stato di Torino (dove pervenne al
fondo delle Finanze in seguito all’incameramento del feudo per estinzione del ramo dei Romagnano di
Pollenzo e di Santa Vittoria nel 1751, ed ora risulta, in parte, acquisito al fondo Casa di Sua Maestà)
è conservato infatti un inventario redatto attorno al 1682, che è qui trascritto come testimonianza di ciò
che era, ad una certa epoca, questa residenza signoriale.2. L’inventario non descrive gli ambienti in cui
si collocano gli arredi elencati per cui si può solamente individuare, attraverso gli oggetti descritti,
qualche luogo specifico, come le cucine, le cantine, o la cappellina palatina. L’arredo non appare particolarmente prestigioso (penso all’inventario, di qualche decennio prima, degli arredi di Filiberto
Saluzzo della Manta – e l’arredo era già in smantellamento!.3) ed al riguardo basti un’osservazione sui
quadri, che, nella generalità, non hanno cornici, mentre di alcune cornici colorate si precisa che hanno
qualche «poco d’oro», ed inoltre pochissimi dipinti hanno una cornice dorata, come viene espressamente precisato; molti oggetti poi sono descritti in condizioni non eccellenti, ma, ciò che appare evidente è che, in generale, essi appaiono in numero esiguo rispetto a quanto ci si potrebbe attendere.
Elementi interessanti che dall’inventario ci consentono di risalire alla vita del castello e dei possedimenti del feudo sono tre riferimenti diretti a precisare le produzioni fornite dalle colture di quel territorio: la seta, la canapa e, non meno importante, il vino, con una imponente attrezzatura di cantina.
Per una considerazione generale su ciò che appare inventariato notiamo poi che si trovano nel
castello una settantina di quadri, di cui due soli costituiti da ritratti (uno è quello del conte di
Pollenzo); c’è poi un dipinto sul miracolo del Santissimo Sacramento a Torino, soggetto legato alla storia familiare. I soggetti storico-mitologici hanno una relativa presenza, con Il ratto d’Elena, Paride,
Tarquino e Porsenna, una Arianna e Bacco, una Andromeda con Perseo, e due dipinti che dovrebbero
rappresentare imprese di Alessandro Magno.
Circa la metà dei dipinti che ornano le sale del castello raffigura fiori o nature morte, e poi, dodici,
delle scene agresti con «pecore e paesaggio», uno «un paese con piccole figurine» ed uno infine una
scena di genere. Questi soggetti possono essere indice di un certo significativo aggiornamento culturale: un influsso del principe Eugenio?
I restanti quadri sono di soggetto religioso, tra cui due con raffigurazioni bibliche, un Abramo sacrificante e Agar con Ismaele.
Di tutti questi dipinti, di cui non è mai menzionato l’autore, probabilmente non se ne conserva più
alcuno in castello: non è infatti possibile ricondurre il quadro raffigurante la Vergine, registrato in
inventario nella cappellina palatina, al dipinto del Claret del 1637 conservato attualmente nel castello
e segnalato nel 1960 da Noemi Gabrielli.4.
Tutti i dipinti inventariati sono pertanto andati dispersi: alcuni di questi risulteranno descritti in
un altro inventario, redatto nel 1757, che menziona, tra l’altro, Il ratto di Elena e due quadri che rappresentano L’historia del miracolo del SS. Sacramento.5.
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2 . 0 1 · I G I A R D I N I A L L’ I TA L I A N A D E I C A S T E L L I D E I R O M A G N A N O
- Architetto del
XVIII secolo, pianta di
un progetto per un nuovo
castello a Santa Vittoria
d’Alba, s.d. s.f., china ed
acquerello. AST, Casa di
S.M., M. 3275 (01). Non
realizzato.
2.01.02
- Architetto del
XVIII secolo, pianta di
un progetto per un nuovo
castello a Santa Vittoria
d’Alba, s.d. s.f., china ed
acquerello. AST, Casa di
S.M., M. 3275 (02). In
questo disegno compare
un giardino all’italiana
sull’area ad est della
torre medievale. Non realizzato.
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I libri del castello: in una sala non meglio precisata vengono inventariati 49 titoli, mentre se ne trovano altri quattro in uno degli ultimi ambienti registrati, il tutto per circa 60 volumi: i classici hanno
un relativo peso e, tra i riferimenti storici, fa anche capolino una tragedia intitolata Stilicone, accanto
a Botero, Machiavelli e Guicciardini.
L’argenteria: ne conosciamo solamente il peso, in tutto poco più di 23 libbre, cioè una decina di
chilogrammi di posate d’argento, non risultando descritti vasi o altri oggetti. In tema di tavola meritano
ancora di essere registrati i ventinove piatti in ceramica dipinta «con l’arme», oltre alle numerose tovaglie, tra cui diciannove «mantili» di Fiandra.
Gli aggiornamenti barocchi del castello di Pollenzo riguardano una parte delle sale che risultano
descritte negli Atti di Visita del 1756: infatti, se molti dei serramenti qui annotati appaiono di forme
certamente prebarocche, altri denunciano, nella descrizione, una forma certamente barocca, come
alcune porte interne di colore grigio filettato d’oro, le cimase scolpite, o addirittura le ante con riporti
in papier mâché. Un altro importante elemento di arredo barocco che si rileva sono i camini di molte
sale individuati dagli Atti e descritti di «marmo rosseggiante» – senza altra descrizione significativa di
forme – ed uno con «cornice di marmo griggio con cinque placche pur di marmo più fine cangiante»,
presumibilmente una forma decorativa ad intarsio. Questi camini sono da ricondurre ad un aggiornamento di forme degli interni, da esaminare in parallelo con le porte e le chiambrane sopra accennate:
le sale in cui risultano collocati, nella manica nord, quindi a destra dell’ingresso alla corte, e sopra
questo stesso ingresso, sono frutto certamente di lavori realizzati, come vedremo, all’inizio del
Settecento.
I progetti dei giardini all’italiana per Pollenzo e Santa Vittoria
Nel corso del Settecento i Romagnano, che dopo l’estinzione del ramo primogenito di Pollenzo,
riuniscono le signorie su Santa Vittoria e Pollenzo, progettano tutta una serie di ingrandimenti, abbellimenti dei loro castelli, anche con la creazione di nuovi giardini all’italiana, che rimasero in gran parte
solamente bei disegni.6.
Per Santa Vittoria disponiamo addirittura di due grandiosi progetti redatti nel primo Settecento per
un nuovo castello che, salvaguardando l’imponente torre medievale, ricercano una più aggraziata forma
moderna, che, nell’insieme, sembra richiamare il grande modello di Guarente anche nell’impianto
degli spazi interni, sostanzialmente articolati attorno ad un salone centrale. Su questo nucleo si trovano
corpi aggettanti che rinserrano, su tutti e quattro i fronti, delle logge. I due progetti risultano però differenziati nell’affaccio del fronte principale, uno rivolto verso valle (come a Guarente) ed uno ruotato
di novanta gradi. Quest’ultimo recupera l’antico edificato a nord, mentre l’altro progetto colloca su questo fronte, con la liberazione dei vecchi edifici, un giardino all’italiana. La differente posizione della
facciata principale implica anche, per la seconda soluzione, la creazione di una grandiosa scalinata
con rampa convessa centrale e due rampe laterali. Uno dei disegni contempla la realizzazione di un
giardino all’italiana su quattro campi disposti a ventaglio a sud della torre. Nessuno di questi progetti
– di cui non risultano indicati progettista e data di redazione - fu avviato, mentre furono certamente
modificati ed ampliati i locali del corpo che affianca, da nord, la torre medievale.
L’ingresso monumentale di fronte al giardino all’italiana
I dati d’archivio ci consentono di approfondire l’analisi della documentazione iconografica precedente l’intervento carloalbertino costituita dai numerosi dipinti e disegni del castello che raffigurano
la facciata est, sulla quale sembrano essersi sovrapposti almeno due interventi significativi tra il 1703
(data segnata per l’avvio dei lavori, sul disegno di Masino.7) e il 1751 (data della morte dell’ultimo
Romagnano con il titolo comitale di Pollenzo), presumendo che dopo l’incameramento del feudo da
parte delle Finanze, non siano stati svolti lavori che abbiano inciso sull’immagine del castello, lavori
che peraltro non emergono dalla lettura dei documenti d’archivio disponibili.8.
Nel disegno del 1703 possiamo rilevare due fatti preminenti: le due rampe centrate al varco dell’antico ponte levatoio e il nuovo grande portale di accesso sulla parete di cortina: questi sono gli elementi per cui è stato redatto il disegno che non è quindi in scala, poiché rampe e portale hanno dimensioni nettamente prevalenti sul contesto in cui sono collocate tanto che il donjon sulla destra dovrebbe
avere proporzioni almeno doppie sia in altezza sia in larghezza. Gli elementi caratteristici del progetto
illustrato da questo disegno sono molteplici e sono anche organici all’altro disegno di Masino raffigurante in modo preciso un giardino «all’italiana» noto anche attraverso altri disegni: si tratta del gusto
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- Architetto del
XVII-XVIII secolo, Veduta del castello di Polenzo
dalla parte detta avanti
col progietto (sic) dell’ingresso davanti la porta
principale;
inchiostro
marrone e acquerello;
s.f.; in basso: «Si diede
principio alla porta co’ gli
ornamenti di marmo, e
sarizo alli 20 agosto
1703». Caravino, Archivio Storico del Castello di
Masino, inv. 360.
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2.01.05 - Carlo Piazzoli,
Stemma dei conti Romagnano di Pollenzo, marmo
bianco, 1703. Torino,
Museo d’Arte Antica e
Palazzo Madama, sala IX,
n. 50; già nel castello di
Pollenzo e quindi nel
castello di Virle.
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2 . 0 1 · I G I A R D I N I A L L’ I TA L I A N A D E I C A S T E L L I D E I R O M A G N A N O
2.01.06 - Giovanni Boetti,
economo, Pianta dimostrativa di una parte del
luogo di Pollenzo, 29 settembre 1788, china e
acquerello. AST, Casa di
S.M., M. 3292, n. 4. Il disegno rappresenta lo spazio antistante il castello
ad est, con il fossato, l’ingresso del giardino all’italiana, la chiesa di San
Vittore e l’adiacente casa
canonica.
- Misuratore del
XVIII secolo, «1732 Plan
d’une partie du cours
du Tanaro», inchiostro e
acquerello su carta, s.f.,
AST, Casa di S.M.,
M. 3280, fasc. 4: particolare con l’abitato di Polenzo, con l’anfiteatro, la
chiesa di san Vittore, il
castello ed il giardino
all’italiana esterno al
castello.
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per il particolare decorativo – anche specifico del disegno – la ricerca di una forma enfatica: gli elementi tipici della forma barocca. Alla «porta co’ gli ornamenti» iniziata il 20 agosto del 1703 si accedeva attraverso un corpo che si addossava alle strutture medievali del fossato che in effetti risultava –
come risulta tuttora – creato in parte artificialmente mediante un terrapieno. Questo corpo è disegnato
con un prospetto esterno trapezoidale, costituito dai parapetti delle rampe che rinserrano un’edicola
centrale formata da un varco centinato sovrastato da una cimasa a volute reggenti un busto e affiancata
da due coppie di lesene; a definire il disegno barocco le due lesene esterne appaiono come contraffortate da due alte volute. A completare questa facciata delle rampe il disegno rappresenta due vasiere
con alberello al centro delle coppie di lesene. Alla sommità delle due rampe affrontate, due statue
segnano l’accesso al ponticello (che sostituisce l’antico ponte levatoio) per scavalcare il fossato e giungere all’ampio arco centinato che accede al castello. Questo varco è a sua volta inquadrato da due
lesene e controlesene bugnate, affiancate all’esterno da volute, a reggere una trabeazione sul cui cornicione si innalza il fastigio rinserrato tra due vasi eretti in asse alle lesene. Il fastigio reca lo stemma
dei Romagnano, come sorretto, ai due lati, da due figure di tigri affrontate. Questo portale era l’oggetto
da mostrare. Il resto è contorno: il donjon coronato da cammino di ronda sovrastato da un torricino, la
facciata est con due finestre per il salone al piano porticato e quattro finestre al piano nobile, a sinistra sullo sfondo la torre quadrata – quella che troviamo come colombaia – con tanto di camini fumanti.
Verso l’adiacente ricetto sulla destra il disegno dà tutte le finestrature accennate come incorniciate in
un profilo ad orecchioni, che non risulterà mai nei disegni più tardi. Dobbiamo subito rilevare che la
rappresentazione delle rampe di accesso e del portale di ingresso di questo disegno comporta una
dimensione di facciata che non avrebbe consentito la successiva realizzazione della campate di portico
e superiori logge che troviamo in tutti i disegni di primo Ottocento, sia in altezza, sia in larghezza.
Inoltre i rapporti dimensionali tra le cortine e le superiori caditoie e cammino di ronda non sussistono,
all’infuori che il disegno progettasse anche una modifica di queste caditoie per ridefinire i varchi delle
finestre; ma non pare un’ipotesi convincente. Del progetto di questo portale dell’archivio di Masino è
anche conservata la «capitolazione» del conte Romagnano con lo scultore fossanese Piazzoli, stipulato
in data 8 luglio 1703.9.
Il disegno Inv. N. 360 va di perfetto accordo con il progetto – sempre conservato a Masino.10 – del
giardino all’italiana, disegno, un po’ di pianta e un po’ di prospetto, curioso quando, seppur nell’incertezza del sistema geometrico, rappresenta l’accesso in asse al corpo con le rampe precedentemente
descritte, composto, come quello, dai due pilastri del cancello con ricche decorazioni in ferro battuto
che reggono due vasi.
Il giardino raffigurato nel disegno non fu presumibilmente realizzato in quella forbita forma, in
quanto altri disegni di anni successivi ce lo danno sempre su un impianto «all’italiana» ma semplificato: notevoli, nella raffinata elaborazione grafica del disegno, tre elementi: la ricerca di un asse
visuale dominante – che si sarebbe goduto dal salone del castello –; la vasca ovale di fontana sulla prospettiva dell’asse principale; ed infine l’inserimento asimmetrico delle doppie esedre affrontate nel
parterre meridionale.
Tra gli edifici delle tenute acquisite al Patrimonio particolare di Carlo Alberto troviamo anche il
castello di Verduno, edificato nel volume che ci è noto, nel corso del Settecento, e ristrutturato negli
anni Trenta dell’Ottocento per la residenza del conte Staglieno, quando vengono effettuati molti lavori
di restauro dell’intero edificio, a cominciare da tutti i serramenti lignei.11.
Cesare Saluzzo di Monesiglio e la Regia Militare Accademia a Pollenzo
alla riscoperta di Pollentia
Il feudo, nella seconda metà Settecento, intanto che la causa tra la vedova, i Romagnano di Virle
ed il Regio Patrimonio si svolgeva davanti alla Regia Camera dei Conti per concludersi solamente in
appello nel 1762, era stato quindi, dal 1772, assegnato in appannaggio al duca del Chiablese
Benedetto Maurizio.12. Dopo la parentesi dell’occupazione francese, al cui tempo si pensò anche – 1810
– di alienare la tenuta, acquisita poi invece alla corona imperiale.13, non appena reinsediato il re di
Sardegna, l’architetto Pietro Tosatti viene incaricato nel 1815 di redigere, per conto del Regio Demanio, il Cabreo dei possedimenti afferenti l’antico feudo e questi documenti ci dimostrano essere l’entità immobiliare quale ce la restituiva la cartografia di ancien régime.14.
Il castello, di fatto non utilizzato per decenni, venne destinato, all’epoca della restaurazione a soggiorno estivo degli allievi della Regia Militare Accademia di Torino, che si dedicarono anche a «ricercare» (con criteri forse non proprio scientifico-archeologici) nei giardini del castello le testimonianze
antiche.15. Ciò, evidentemente, sulla scia degli studi e delle ricerche archeologiche e storico-architettoniche in cui si erano cimentati il Franchi di Pont ed il Randoni nei decenni precedenti, in epoca fran-
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C A P I T O L O I I - PA R T E P R I M A
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2.01.08 - Catasto parcellare francese (1810).
Section Xx de la Commune de Brà, portion A.
Planimetria con le case
costruite sopra i resti dell’anfiteatro. AST, Atlante,
all. B, n. 105.
- Architetto del
XVIII secolo, Verduno,
s.d., s.f.; china. AST,
Casa di S.M., M. 3292,
n. 6. Il disegno rappresenta la pianta del castello di Verduno con
piani di ampliamento (?)
anteriori alle modifiche
apportate in epoca carloalbertina.
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cese per cui venne pubblicato nel 1825 un opuscolo dal solenne titolo Pegno di incoraggiamento ai
nuovi scavi di Pollenzo.16.
A questi soggiorni degli allievi dell’Accademia si deve certamente quel poco di lavori di manutenzione che si fecero al castello negli anni Venti dell’Ottocento, documentati in particolare nel 1829
e ’30.17. Ma più significativi dovettero essere i ritrovamenti archeologici che in un modo o nell’altro –
forse senza troppa filologia – dettero origine alla prima raccolta di memorie romane «sistemate» nel
giardino del castello.18.
Il luogo nel suo insieme destò quindi, progressivamente, un interesse ed un’attenzione che si consolidarono in questi anni e provocarono, in storici e letterati, una scintilla creativa che è ben presente
nelle note di viaggio del marchese Felice di Santomaso, ma, più significativamente, nel poemetto che
Giuseppe Regaldi dedica espressamente a Pollenzo, nome capace di evocare – nello spirito più romantico – imprese ed atmosfere che Gabriella Olivero analizza puntualmente nella scheda che ha qui elaborato.
Su questa architettura intervenne, tra il 1832 e l’inizio del 1834, l’architetto Tommaso Onofrio,
assistito dal misuratore Fasolis per avviare la realizzazione, per dirla con l’Intendente generale
Trabucco di Castagneto, di un «regio castello» la cui «sontuosità» sia degna della «Reale Villeggiatura» di Pollenzo.
Note
1
La pianta della chiesa, come risulta da un disegno redatto all’epoca della
demolizione, nel 1846, è riprodotta in BRUSSINO e MOLINO, Pollenzo…, p. 161 (Archivio Romagnano di Pollenzo, castello Malabaila di Canale, s.c.); le vicende ricostruttive e manutentive dell’antico edificio paleocristiano sono trattate ivi, pp. 155157. Curiosa la menzione del «coro competente in forma ovale» del parroco in una
relazione del 1750, quando in pianta abbiamo un’abside a pianta quadrata; un recupero ante litteram (pensiamo al coro di Staffarla) di un coro prebarocco? Gli interventi seicenteschi non dovrebbero aver cancellato interamente almeno una fase precedente, quattrocentesca, di cui rimarrebbero alcuni capitelli. La pianta citata
riproduce una chiesa a tre navate di tre campate, dove i pilastri mediani che reggono gli orizzontamenti hanno una complessa pianta cruciforme che parrebbe frutto
di un rimaneggiamento volto ad irrobustire più antiche strutture: infatti nella pianta
i quattro pilastri mediani presentano, nella seconda campata, una semicolonna
addossata al pilastro con lesene molto larghe in senso longitudinale e lesene strette
sul lato opposto alla semicolonna; cfr. DONATO, infra, pp. 66-69.
2
L’inventario si trova in AST, art. 598, Archivio Romagnano, M. 3-4, fasc. 85;
sulla camicia settecentesca: «Copia d’inventaro dei mobili e oggetti del castello di
Pollenzo»; sulla coperta del documento «1685. Inventaro del castello di Polenzo»,
sottoscritto ad ogni carta dal notaio Giacomo Maggi.
3
Cfr. G. CARITÀ e G. GENTILE, Carte famigliari ed atti notarili per la storia del
castello e dei suoi arredi, in G. CARITÀ, Le arti…, pp. 258-273.
4
N. GABRIELLI, Ultime segnalazione di opere d’arte in Piemonte, in “Bollettino
SPABA”, N.S. XIV-XV, 1960-1961, p. 167 e fig. 1 dell’articolo. Il dipinto rappresenta una incoronazione della Vergine raffigurata in piedi sulla falce di luna contornata da angeli musicanti e cantori, con putti reggenti la corona. Nell’inventario si
descrivono per la cappella dei quadri aventi per soggetto la «Vergine SS. Lodovico
et Giacomo senza cornici n. 2»: non si comprende in effetti quali siano i soggetti di
ogni singolo quadro.
5
L’inventario del 1757 è citato in BRUSSINO e MOLINO, Pollenzo…, p. 202.
6
AST, Casa di S.M., M. 3275: i dati sul disegno compaiono solamente sulla
camicia e riguardano un progetto per un nuovo castello di Santa Vittoria s.d. s.f.
scala di trabucchi 10 = cm 17,4, cm 69 x 48,5 e, Idem, un progetto alternativo, consistente nella rotazione della facciata principale, s.d. s.f. scala di trabucchi 5 =
cm 8,4, cm. 76 x 53.
7
Cfr. dis. N. inv. 360, ASCM: «Veduta del castello di Polenzo dalla parte detta
avanti […] dell’ingresso davanti la porta principale […] / Si diede principio alla
porta co’ gli ornamenti di marmo, e sarizo alli 20 agosto 1703» cm. 26,3 x 32,5
circa, inchiostro marron e acquerello, s.f.
8
In BRUSSINO e MOLINO, Pollenzo…, p. 200, vengono menzionati consistenti
lavori eseguiti nel 1720 che comprenderebbero la facciata a lesene, che presumo sia
quella che ci è restituita dei disegni di primo Ottocento, nonché la scala ed il «passaggio sotterraneo per il ricetto».
9
Il conte di Pollenzo che stipula il contratto con lo scultore Piazzoli è Giacomo
Lodovico. La capitolazione è in AST, art. 598, Archivio Romagnano, fasc. 3, Carte
diverse: sulla vecchia camicia «n. 24 1703 8 luglio. Capitoli ossia obbligazioni del
sig. Carlo Piazzoli scultore in marmo verso l’ill.mo sig. Conte di Polenzo per ornamenti di pietra del castello del feudo sudetto». Sul v. del doc. «Capitoli col M.
Piazzoli per l’ornamento di pietra del castello di Polenzo» in cui «Carlo Piazoli abitante nella città di Fossano, scultore di marmo verso l’illustrissimo signor conte di
Polenzo di sculpirli una porta di marmo e pietre quale deve servire per adornamento
del suo castello di Polenzo si et come si vede il disegno delle parti sudette firmato
e di farli il lavoro ben travagliato nelle sue parti, obligandosi di dare a sue proprie
spese condotte le pietre dette di sarisso del Piasco perfette nella loro qualità delle
quali si deve formare le spalle di detta porta con l’ornamento della gola dritta et arco
qual gira all’intorno della sudetta et il tutto come segue.
1° - S’obliga detto signor Piazzolo di fare le basi delle colonne con il zoccolo e
capitello, bugne risaltate della lesena di esse colonne architrave, fregio con cornice
e cornicione, con il dentello, mensole intagliate, pigne et balle con il suo peduzzo,
arma con suoi abbellimenti e tigri il tutto di marmo si et come sarà somministrato
dal detto signor conte in esecuzione di detto disegno et triglifi.
2° - Le mezze lesene laterali ad essa bugnata saranno… di pietra della Morra
o di Santa Vittoria quali si prenderà la migliore con obligo al predetto Piazzolo di
cavarle, e travagliarle ad’opera colaudata.
3° - Il medesimo Piazzolo sarà tenuto et obligato di assistere sino alla perfezione di detta porta e quando massime si dovranno mettere in opera le pietre si et
come è portato dal medesimo disegno obligandosi di dar… per tutto il mese prossimo di settembre…». Seguono le condizioni di pagamento, in 550 lire di Savoia da
20 soldi l’una, «una mezza carra di buon vino di brente cinque…». Alla morte senza
figli di Giacomo Lodovico succedette il fratello Carlo Giuseppe Romagnano che,
tornato allo stato laicale, sposò Matilde Valperga di Masino. A questa alleanza
matrimoniale va ascritta presumibilmente la presenza di documenti dei Romagnano
nel castello di Masino, dove Matilde, vedova, si ritira sino alla morte. Cfr. E. ROMANELLO, infra, p. 89.
10
Cfr. dis. N. inv. 355, ASCM: sul disegno, incorniciato, non appare un titolo.
In basso a sinistra la scritta: «N. 1 porta del giardino» / «N. 2 Stradone qual circonda il giardino con spalliere di carpini e alberi da frutto» / «N. 3 Stradone di
mezzo» / «N. 4…….» / «Si è messo in pratica il disegno di quattro quadri n. 5».
Sotto, di altra mano: «Disegno del giardino di Polenzo»; cm 25, 2 x 33,7, inchiostro
marrone, s.f. s.d., scala di trabucchi 10 = cm 6,6.
11
AST, Casa di S.M., Registro 4373, anno 1837, ibidem, M. 1064, Mandati di
pagamento, Bilancio 1839. Cfr. MAINARDI, infra, pp. 126-133.
12
Cfr. G. CARITÀ, Restauro e rinnovo a Pollenzo, in L. BERARDO (a cura di),
Celebranda Pollentia, Atti del convegno di Bra “Pollenzo: tutela e valorizzazione dei
beni culturali e naturalistici” a cura del Circolo Gramsci, 14 marzo 1983, Bra 1989,
p. 72, nota 20.
13
Cfr. BRUSSINO e MOLINO, Pollenzo…, p. 202-204.
14
AST, sez. I, Genio Civile, Ufficio di Torino, versamento 1936, Miscellanea,
M. 13: Cabreo delli beni aggregati alli tenimenti di Pollenzo e Magliano del Regio
Demanio desunto dalle rispettive mappe territoriali, Torino, 20 marzo 1815, sottoscritto Pietro Tosatti. In questo mazzo del Genio Civile si trova anche l’inventario
significativamente corposo dei libri della biblioteca di Carlo Alberto al 1848, cioè
l’anno prima dell’esilio. Una ulteriore interessante documentazione delle cascine
del tenimento è in AST, Casa di S.M., M. 3292, fasc. 15, sulla camicia: «Tipi dei tre
ricetti…», 13 luglio 1821: sono tre disegni di Francesco Marengo Misuratore geometra, cm 55 x 35,1.
15
Questa pratica del resto era diffusa in loco ed è tra l’altro all’origine della collezione di reperti pollentini che il conte Luigi Reviglio della Veneria raccoglie proprio in questi anni presumibilmente nell’area della sua cascina Reviglia e che verranno poi sistemati nella villa San Giacomo di Cavallermaggiore: cfr. L. GONELLA e
D. RONCHETTA, Pollentia romana, in Studi di archeologia dedicati a Pietro Barocelli,
Torino 1980, pp. 95-108.
16
V. DEABBATE, Pegno di incoraggiamento ai nuovi scavi di Pollenzo, Alba
1825.
17
AST, Fondi Nazionali, M. 1390, 1828 lettera del comandante della Regia
Militare Accademia Cesare Saluzzo all’Intendente generale delle Regie Finanze
Bruzzo per ringraziare dell’affitto, a 18 lire annue, dei fossati del castello di Pollenzo che verranno utilizzati per le «esercitazioni ginnastiche de’ signori allievi».
L’8 marzo 1828 è registrato un collaudo di lavori di restauro alle cascine del castello
di Pollenzo per 594 lire; il 18 settembre 1828 viene redatta una perizia per lavori a
cascine e castello di Pollenzo per 3652 lire; ne verranno autorizzate 1285 l’8 ottobre ’28. Proseguono analoghi lavori di manutenzione nell’anno successivo; 20 luglio
1829: lavori di manutenzione al castello eseguiti dal capomastro Francesco Traversa
per 610 lire di stima.
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Cfr. MERCANDO, infra, pp. 12-37.
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