Report Ordine dei giornalisti della Lombardia Supplemento al numero 7/8 di Ordine Tabloid - luglio/agosto 2003 Ifg, via Fabio Filzi 17 - 20124 Milano, tel. 02 67 49 871- fax 02 67 07 55 51 Reg. Tribunale di Milano n° 213 del 26 maggio 1970 direttore responsabile Franco Abruzzo A cura dell’Istituto “Carlo De Martino” per la Formazione al Giornalismo Direttore: GIGI SPERONI Vicedirettore e coordinamento: Alfredo Pallavisini Associazione “Walter Tobagi” per la Formazione al Giornalismo Istituto “Carlo De Martino” per la Formazione al Giornalismo Ob in es fa it nt à ile Non è soltanto Anche quest’anno “Report” è stato redatto a cura degli studenti della Scuola di Comunicazione scientifica. Il corso è organizzato dalla facoltà di Farmacia dell’Università di Milano in collaborazione con l’Associazione Walter Tobagi per la formazione al Giornalismo e il supporto tecnico-logistico dell’Istituto per la Formazione al giornalismo “Carlo De Martino” e dei suoi docenti, ed è finanziato dalla Regione Lombardia. L’edizione 2002/2003, appena conclusa, è l’ottava ed ha visto la partecipazione di laureati in discipline scientifiche. I docenti provengono dal mondo accademico e da quello giornalistico. Frequentare il corso è come installare un nuovo software sulla propria personalità. Ciascuno dei partecipanti interpreterà poi egli anni ‘50 in Italia il N sovrappeso infantile era un problema marginale, che riguardava un bambino ogni 200. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni ben più ampie e ad esserne coinvolto è un bambino su quattro. che appartengono ad una famiglia in “peso forma”, solo il 18% dei bambini è grassottello, se invece nella famiglia c’è almeno un componente obeso la percentuale sale al 42%. Uno stile di vita sedentario, ancor più di un’alimentazione scorretta e squilibrata, incide negativamente sulla linea: oltre un terzo dei bambini che non pratica attività sportiva ha dei chili di troppo. besità e sovrappeso hanno assunto dimensioni così ampie e con potenziali effetti negativi sulla salute così gravi, che il Ministero della Salute ha deciso di promuovere, tra gli obiettivi del Piano Sanitario Nazionale, uno stile di vita salutare. n quest’ambito sono state programmate una serie di iniziative e campagne di sensibilizzazione, rivolte in particolare ai bambini”. Per realizzare il progetto è previsto il pieno coinvolgimento della famiglia e della scuola, poiché senza la stretta collaborazione dell’ambiente in cui vive, il bambino non potrà mai adottare da solo un corretto stile di vita. Laura Filippucci Il peso del sovrappeso aschio, di età compreM sa tra i 6 e i 13 anni, O abita al sud e trascorre i pomeriggi a guardare la televisione. Appartiene ad una famiglia con un basso livello socio-culturale e con scarse disponibilità economiche. Almeno uno dei suoi genitori è obeso. È questo il profilo più comune del bambino con qualche chilo di troppo, che emerge da un’indagine curata dall’Istat su dati raccolti nel 2000. entre negli adulti il sovrappeso si ripartisce equamente tra uomini e donne, nei bambini e in particolare tra i 10 e i 13 anni è nei maschi a prevalere con il 31% contro il 20% tra le coetanee. Tra coloro M I un problema estetico Un bambino cicciottello fa tenerezza. Basta guardarlo e vien voglia di morderlo, di riempirlo di baci. Ma grassoccio può essere sinonimo di obeso. Quel bambino molto probabilmente diverrà anche un adulto obeso, e un obeso – grande o piccolo che sia – è un malato. In tutto questo di tenero c’è molto poco. I bambini obesi hanno le gambe arcuate o a X, i piedi piatti, fanno fatica a respirare e a digerire, e vengono anche presi in giro dai compagni. E a nessuno piace essere il ciccione di turno. Questi bambini, poi, tendono a isolarsi, guardano per lunghe ore la televisione e continuano a mangiare invece di uscire a giocare. Il grasso distribuito nel corpo costituisce un’utilissima riserva di calorie. Ogni gocciolina di grasso, microscopica, è inglobata in una cellula particolare, la cellula adiposa, la cui sola funzione è di immagazzinare grasso e liberarlo quando l’organismo lo richiede. In un neonato sono presenti circa cinque miliardi di cellule adipose. Se l’alimentazione è corretta, nel primo anno di vita le cellule raddoppiano rimanendo stabili fino a circa sei anni. Riprendono poi ad aumentare e a sedici anni sono da trenta a quaranta miliardi. Nel bambino obeso l’incremento è molto più marcato: alla pubertà possono essere presenti più di cento miliardi di cellule adipose, che per tutta la vita tendono ad accumulare grasso. Cè un legame tra tutti i chili in più e molte malattie in età adulta, per esempio ipertensione e infarto. Diabete e dislipidemie (rispettivamente eccesso di zucchero e di trigliceridi e colesterolo nel sangue) insorgono molto più frequentemente in chi pesava troppo da piccolo. Il maggiore carico subito dagli arti inferiori e dalla colonna vertebrale a causa del sovrappeso porta a forme precoci di artrosi. Modificare le cattive abitudini alimentari di bambini o ragazzi è difficile, anche a causa dei forti condizionamenti della pubblicità. Famiglie ideali, felici e magre invitano - come un richiamo di sirene - a mangiare prodotti pre-fritti e golo- Dai genitori il buon esempio Come per tutti i comportamenti l’esempio dei genitori gioca un ruolo molto importante anche nella formazione delle abitudini alimentari dei propri figli. Regole, divieti, consigli e imposizioni sono poco o per niente efficaci se non accompagnati da atteggiamenti coerenti adottati dalla famiglia. Un bambino è sovrappeso? Il pediatra consiglierà a mamma e papà di fargli perdere qualche chilo suggerendo innanzitutto un po’di attività fisica: nuoto, calcio, pallacanestro o pallavolo, per citare solo gli sport più comuni. Ma soprattutto insisterà per il rigore a tavola: evitare i cibi grassi e i condimenti, limitare i dolci, introdurre nel menù molta frutta e verdura e, soprattutto, abolire merendine, bibite e gli innumerevoli fuo- Per combattere obesità e sovrappeso è fondamentale insegnare ai nostri bambini, fin dall’epoca dello svezzamento, alcune corrette abitudini alimentari e motorie. Ecco alcuni consigli che possono risultare utili: ORDINE 7/8 2003 Associazione “Walter Tobagi” per la Formazione al Giornalismo Presidente: BRUNO AMBROSI gli insegnamenti secondo la propria particolare sensibilità. Ogni anno il corso forma esperti in comunicazione e divulgazione scientifica, professionisti che sappiano raccontare con parole semplici e con qualsiasi medium ogni aspetto dei molteplici rami della scienza, dalla medicina alla farmacologia, dalla biologia molecolare alla biologia, dalla filosofia alla psicologia, dalla fisica alle nuove tecnologie. Nell’anno accademico che si conclude l’attenzione dei gruppi di studio si è concentrata su argomenti di stringente attualità come l’obesità infantile (l’ultimo allarme lanciato dai media è proprio di queste settimane), il bioterrorismo (le paure dopo l’11 settembre attanagliano ancora l’umanità intera) e la farmacogenomica, nuova scienza dalle straordinarie prospettive. Alcune regole per restare in forma ri pasto pasticciati. D’ora in poi a merenda solo pane e marmellata, yogurt, macedonie e succhi di frutta. Come convincere il bambino, che invece continuerà ad avere voglia di patatine fritte, hamburger e nutella? Sicuramente non facendogli vedere che il resto della famiglia si abbuffa con piatti a lui proibiti. Mamma, papà, nonni sono il punto di riferimento su cui il ragazzo formerà le proprie abitudini. Una famiglia che adotta comportamenti alimentari equilibrati convincerà il bambino non a fare la dieta perché gli viene imposta, ma perché così si mangia in famiglia. Il buon esempio non deve però essere limitato solo a ciò che si mangia, ma deve riguardare anche numerose abitudini quotidiane che Corso in Comunicazione scientifica Direttore: Rodolfo Paoletti Coordinatore didattico e scientifico: Flavia Bruno possono aiutare il figlio (ma anche i genitori) a tenersi in forma. Limitare l’uso della macchina, abituarsi a passeggiate nel parco o in bicicletta, preferire al computer giochi che favoriscano l’attività fisica, aiuterà a bruciare ogni giorno le calorie in eccesso. Mangiare con calma masticando lentamente, evitando di stare sempre davanti alla televisione, e far partecipare il bambino alla preparazione del cibo lo indurrà a fare più attenzione a ciò che mangia e a quanto mangia. L’adozione quotidiana di queste semplici abitudini sarà di aiuto anche a chi vuole evitare che il proprio bambino diventi obeso, risparmiandogli, sia nell’infanzia che in età adulta, disturbi fisici e disagio psicologico. Elisa Bedoni 1 2 3 4 Abituatevi ad iniziare la giornata con una colazione abbondante, dedicandovi il tempo e la tranquillità necessari: è il primo passo verso un’alimentazione equilibrata e ben distribuita nella giornata. Aiutate vostro figlio a consumare i pasti ad orari regolari, evitando il più possibile i «fuori pasto» Per lo spuntino di metà mattina, che vostro figlio consuma a scuola, proponete alimenti con pochi grassi, che forniscano energia senza appesantire e affaticare lo stomaco. Evitate il più possibile il consumo di bevande gassate e zuccherate: in alternativa all’acqua potete offrire spremute e succhi sità varie. I genitori devono combattere su due fronti: contro il figlio che chiede ciò che vede in televisione e contro la propria pigrizia. È facile e veloce portare a tavola prodotti “pronti in cinque minuti”, si sporca anche poco in cucina. Alla pigrizia si aggiungono spesso ignoranza e buona fede, e non si leggono le etichette degli ingredienti di biscotti e merendine fidandosi del messaggio del produttore che assicura che la tortina è “proprio come quella che prepareresti tu, mamma”. Nelle stesse mense scolastiche, strano ma vero, se un bambino vuole festeggiare il compleanno può offrire solo cibo confezionato. Si può ormai fare di tutto con una semplice autodichiarazione, ma la parola di una mamma sugli ingredienti adoperati per preparare una torta non vale nulla. Meglio i conservanti, i coloranti e i non bene identificati “aromi naturali” delle multinazionali del dolce. Maria Caterino di frutta, più sani e meno ricchi di calorie, ma anche di coloranti e additivi. 5 6 7 Abituate i vostri figli a prestare attenzione a ciò che mangiano e a non alimentarsi in modo distratto, mentre sono concentrati in altre attività, come guardare la televisione. A tavola, evitate di proporre fritti e piatti con condimenti troppo ricchi: cercate piuttosto di variare spesso il menu, utilizzando frutta e verdura di stagione. Siate di esempio ai vostri figli con uno stile di vita fisicamente attivo, dando la preferenza all’uso dei muscoli anziché di macchine durante le attività della giornata: ad esempio, ogni qualvolta sia possibile, camminate invece di usare l’auto, salite e scendete le scale invece di usare l’ascensore e così via. 8 9 Quando è possibile, svolgete attività all’aria aperta con i vostri figli: passeggiate, gite in bicicletta e giochi all’aperto aiutano a mantenere uno stile di vita fisicamente attivo. Proponete ai vostri figli di dedicarsi ad uno sport durante il tempo libero: oltre che combattere i rischi di sovrappeso, l’attività sportiva favorisce una crescita armoniosa ed aiuta nel prevenire molti problemi di salute nell’età adulta. Silvia di Paola 1 o m s i r o r r e t o i B■ REPOR T 2 L’uso di armi “non convenzionali” si perde nella notte dei tempi. Fin dall’antichità l’uomo aveva compreso il pericolo derivante dall’uso di alcune sostanza tossiche e pensò di servirsene contro i nemici. Già in due antichi testi politico-religiosi indiani, il Mahabarata e il Ramayana, erano contenuti bandi e divieti contro l’uso di sostanze tossiche considerato come una offesa al corpo ed all’anima dell’uomo. Il vaiolo in America La prima vera guerra batteriologica risale al 1347: le truppe tartare, durante l’assedio della città di Caffa sul Mar Nero, ebbero l’idea di catapultare all’interno delle mura cadaveri di appestati. Secondo alcuni storici fu proprio questa la causa dell’epidemia di peste che sterminò in Europa 20 milioni di persone in appena tre anni. Quattro secoli dopo, durante la guerra dei Sette Anni, la guerra biologica coinvolse anche gli inglesi. Gli Indiani d’America erano molto più numerosi degli inglesi ed erano sospettati di fiancheggiare i francesi. Come atto di amicizia sir Jeffrey Amherst regalò agli indiani coperte provenienti da un ospedale dove si curavano i malati di vaiolo, che decimò così le comunità indiane. ■ L’Unità 731 La storia moderna della guerra biologica inizia nel 1918 con la formazione da parte dei giapponesi di una speciale sezione dell’esercito, l’Unità 731 diretta dal professore Shiro Ishii. Nel 1931 il Giappone invade in Cina e l’Unità 731 si trasferisce in Manciuria. Da questo momento tutti i prigionieri di guerra diventano cavie per la sperimentazione di armi batteriologiche. Negli anni 1941-42 aerei giapponesi spargono la peste bubbonica, il colera, la leptospirosi su alcune regioni della Cina. Gli Stati Uniti vengono a conoscenza delle ricerche giapponesi e avviano un loro programma. Al crollo dell’Impero del Sol Levante Ishii non solo non viene condannato dal tribunale del processo di Tokio come Tucidite e Plutarco riferiscono di fumi di zolfo utilizzati nella guerra del Peloponneso (V secolo a.C.) e di una sospetta epidemia di peste che decimò l’esercito persiano. Anche i Romani fecero ricorso a sostanze tossiche durante la guerra di Spagna: avevano però dotato la loro cavalleria di un indumento protettivo per il volto e le vie aeree, una rudimentale “maschera antigas”. Storia delle armi non convenzionali criminale di guerra ma è addirittura invitato negli Stati Uniti a collaborare col più grosso centro di armi batteriologiche americano, Fort Detrick. In questo periodo, il monopolio americano sulla produzione industriale della penicillina creò negli Stati Uniti l’illusione di poter essere invulnerabili contro le loro stesse armi. Con la fine della seconda guerra mondiale, la guerra biologica entra di diritto nella politica mondiale e 1347 Caffa, Mar Nero. I Tartari conducono la prima guerra batteriologica 2001 Stati Uniti. L’antrace viene spedito per posta 1931 Cina. I giapponesi sperimentano armi batteriologiche sui prigionieri 1988 Mare d’Aral, Urss. Vengono sepolte tonnellate di antrace 1700 America del Nord. Gli inglesi sterminano gli indiani col vaiolo anche la Gran Bretagna, in collaborazione con Canada e Stati Uniti, sviluppa un suo progetto, focalizzato sulla resistenza delle spore dell’antrace all’esplosione e agli agenti atmosferici e sul loro raggio di diffusione se lanciate con una bomba convenzionale. Per questo motivo, l’isola di Gruinard fu evacuata, dietro indennizzo agli abitanti di 500 sterline. Furono fatte esplodere sull’isola bombe contenenti spore di antrace che, come previsto, si dimostrarono in grado di resistere ad esplosioni e fino agli anni Ottanta furono ancora rinvenute vitali sul territorio dell’isola. Per eliminarle del tutto fu necessario ricorrere ad una operazione di bonifica. Solo nel 1988, dopo che un branco di pecore vi aveva pascolato per mesi senza contrarre la malattia, il governo inglese aveva potuto dichiarare che l’isola era sicura e agli antichi abitanti fu data la possibilità di tornare, dopo aver restituito le 500 sterline. ■ Il bando del 1972 Svanito il monopolio della penicillina, gli anni ‘50 e ‘60 vedono una frenetica corsa per la produzione di microrganismi sempre più micidiali. Gli impianti di guerra batteriologica spuntano come funghi negli Stati Uniti; in Gran Bretagna si costruisce il Centro microbiologico militare di Porton Down e anche in Urss sorge il primo centro di ricerca sulle armi batteriologiche. Il programma degli Stati Uniti prevedeva anche di studiare le dinamiche epidemiologiche spruzzando segretamente organismi innocui sulle aree popolate: me- morabile l’irrorazione su San Francisco della Serratia marcescens, organismo che, quando cresce produce un pigmento rosa/rosso, che lo rende facilmente identificabile. Il programma viene dichiarato concluso nel 1969. Ma oggi si sa che, nel periodo successivo ai test, le infezioni aumentarono di 5-10 volte. Alla fine degli anni ‘60, la ricerca di nuovi microrganismi da usare come armi “non convenzionali” subisce una battuta d’arresto e contemporaneamente vengono scoperti nuovi farmaci. Sembra essere finita l’era delle armi batteriologiche che, nel 1972, vengono messe al bando con un trattato internazionale. ■ Il lago d’Aral Nonostante questo divieto, verso la metà degli anni ‘80, con l’avvento di nuove tecnologie in grado di manipolare il Dna dei microrganismi, la corsa alle armi batteriologiche riprende. L’idea, questa volta, è di creare nuovi microrganismi sconosciuti al nemico che quindi non si può preventivamente vaccinare. Alla fine degli anni ‘80 i servizi segreti Usa accusano l’Unione Sovietica di continuare a produrre tonnellate di germi letali da usare come armi batteriologiche. Nel tentativo di evitare uno scandalo internazionale, nella primavera del 1988, su una remota isola nel Mare d’Aral, l’isola di Vozrozhdeniye, i soldati russi seppelliscono in enormi pozzi centinaia di tonnellate di batteri di antrace. Oggi l’isola appartiene giuridicamente alle ex-repubbliche sovietiche dell’Uzbekistan e del Kazakistan. Esperti e scienziati dell’esercito sono stati inviati più volte sull’isola dai governi delle due repubbliche per ispezionarla e per raccogliere campioni dei batteri sepolti. Dai test è risultato che, sebbene i batteri siano stati immersi nella candeggina almeno due volte, alcune spore sono ancora vive. La scoperta di queste spore ha allarmato il Kazakistan e l’Uzbekistan. Infatti oggi il volume dell’Aral si è ridotto del 75% a causa della deviazione dei suoi due più grossi affluenti nel tentativo di rendere fertili alcune aree desertiche. Per questo motivo, l’isola è “cresciuta” dai 200 Km quadrati originari a quasi 2.000 e si sta ricongiungendo alla terraferma. Il timore è che le spore di antrace si possano diffondere nelle due repubbliche. Nel settembre del 1990 la rivelazione sui mass media: Saddam Hussein possiede un programma di guerra biologica, anche se non sono chiari né gli scopi e né le dimensioni. Per questo motivo, durante la guerra del Golfo per liberare il Kuwait, le truppe Usa furono immunizzate contro l’antrace. A partire dal 18 settembre 2001, una settimana dopo l’attentato alle Torri gemelle, negli Stati Uniti diciotto persone vengono contagiate da spore di antrace inviate per posta. Cinque di queste muoiono. È l’inizio di un periodo di terrore non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero. Claudio Gilardelli Chi, come e quando può arrivare al virus letale Nel 1998 a Canberra, in Australia, un gruppo di scienziati stava sperimentando un nuovo vaccino contro una terribile pestilenza: il vaiolo dei topi. Ma qualcosa non andò per il verso giusto. Casualmente il microrganismo modificò il suo patrimonio genetico trasformandosi in un virus letale. Per tre anni l’incidente fu tenuto nascosto, ma appena la notizia si diffuse, scienziati e militari si resero conto della potenzialità distruttiva di questo supervirus. Cosa sarebbe successo se un nuovo germe altrettanto pericoloso fosse finito in mano ad un gruppo di terroristi? Quali difese potevano essere messe in atto per bloccare un kamikaze infetto che passeggia tranquillamente per le vie di Brooklyn? Ed infine, una cellula di Al Qaeda potrebbe di- 2 sporre di un virus letale? Negli ultimi venti anni la biologia ha compiuto enormi passi avanti nella manipolazione del codice genetico. Nel Dna del più piccolo germe sono racchiuse tutte le informazioni che gli sono necessarie per vivere, riprodursi e, in alcuni casi, uccidere. È possibile ottenere oggi in laboratorio nuovi batteri o virus per produrre germi più virulenti, capaci cioè di provocare infezioni gravi e contagiose. Il modo più semplice per rendere un qualsiasi agente patogeno un’arma biologica è di inserire un gene che gli conferisca la resistenza agli antibiotici. In passato questo è già stato fatto con uno dei organismi più conosciuti e temibili fino ad ora usato dai bioterroristi: l’antrace. Le spore sono state rese resisten- ti alla ampicillina introducendo un gene in grado di inattivare l’antibiotico. Inoltre si possono trasformare comuni batteri inoffensivi come l’Escherichia coli, che vive normalmente nell’intestino, in microrganismi pericolosi introducendovi dei geni che producano tossine letali per l’uomo, come la tossina botulinica. Le strutture scientifiche e tecnologiche per produrre germi patogeni geneticamente modificati richiedono un notevole sostegno economico. Per questo motivo gruppi terroristici intenzionati ad utilizzare armi biologiche devono essere sostenuti da strutture governative. Molte riviste scientifiche hanno deciso di censurare i risultati delle sperimentazioni che potrebbero essere utilizzati dai bioterroristi, creando una nuova categoria di “ricerche sensibili” con rigide regole di censura. La comunità scientifica si è fortemente opposta a questa decisione perché va a discapito dei benefici scientifici che derivano dalla accessibilità da parte di tutti i ricercatori delle conclusioni delle proprie scoperte. Tim Read, a capo del team che sta studiando il B. anthracis, all’istituto Genomic Research in Maryland, ritiene che la pubblicazione di questi dati possa essere di grande aiuto per studiare vaccini e nuovi farmaci. Comunque la sua conclusione è che la divulgazione, da sola, non sia sufficiente a fornire ai terroristi le informazioni necessarie per creare armi biologiche. Mariagrazia Tonelli ORDINE 7/8 2003 REPOR T 3 Armi biologiche: contrastarle è possibile ‘’ Parla il prof. Enzo Chiesara, ordinario di tossicologia all’Università di Milano Uniti è stato attivato un pro- lertato in vista di un possibigramma diretto alla prote- le attacco bioterroristico e zione di militari, in previsio- anche l’Italia ha potenziato ne di una possibile “guerra le risorse nel settore della biologica”. Oggi, grazie a prevenzione per poter disequeste ricerche, si conosco- gnare una strategia nazionano la struttura e le proprietà le di risposta. della maggior “L’Italia è parte degli pronta ad afLa ricerca agenti patogefrontare qualscientifica ni e, di consesiasi attacco guenza, si è arbioterroristico, mette rivati alla scoanche se, al a disposizione perta di vaccimomento, non i mezzi ni, terapie farc’è nessun almacologiche e per combattere larme reale”, comportamenti assicura il mila paura di profilassi efnistro della Saficaci per evilute, Girolamo tare o limitare il contagio. Sirchia, in un’intervista al C’è ancora molto da ap- quotidiano La Stampa. profondire, e l’obiettivo piu’ Nel nostro Paese le misure imminente dei centri di ri- prese sono numerose: dal cerca rimane quello di indi- coinvolgimento di due granviduare nuovi test diagnosti- di ospedali, il Sacco di ci definiti “precoci”, in Milano e lo Spallanzani di quanto capaci di identificare Roma, divenuti centri di riin tempi brevi il tipo di mi- ferimento nazionale per lo crorganismo infettante e studio della trasmissione permettere così di limitare delle malattie infettive, alla l’espandersi del contagio. creazione di corsi e opuscoli Tutto il mondo è ormai al- informativi destinati alla preparazione del personale sanitario. Sul versante della terapia farmacologica, sono state contattate le aziende farmaceutiche per verificare la disponibilità di medicinali (antibiotici quali la ciprofloxacina e la doxiciclina si sono dimostrati utili nelle infezioni da antrace) e di alcuni vaccini, come quello antivaioloso, la cui produzione è ferma ormai da anni (essendo stato il vaiolo “ufficialmente” cancellato dalla faccia della terra). Infine, nell’epoca della comunicazione di massa non poteva mancare il contatto diretto con il cittadino con l’attivazione di un numero verde, le cui chiamate saranno poi indirizzate agli ospedali o all’Istituto superiore della sanità. Con una priorità: pensare alla salute psicologica del cittadino, perché forse, è proprio il “virus della paura” quello più difficile da gestire. Silvia Conti Agenti Biologici Chimici TRASMISSIONE PREVENZIONE ASSORBIMENTO Antrace bacillus anthracis via aerea con aereosol, ingestione di spore, contatto diretto con la cute profilassi di tipo antibiotico per un lungo periodo ANTIDOTI Agenti nervini sarin, soman, tabun, amitoni per via inalatoria, cutanea, oculare e per ingestione maschere a gas, guanti e tute protettive, lavare le zone contaminate, terapia rianimatoria Vaiolo variola major poxviridae contatto interumano diretto o via respiratoria, contagiosità elevata vaccino con virus vivo attenuato Agenti emotossici acido cianidrico, cloruro di cianogeno per via orale cutanea maschere a gas, guanti e tute protettive, nitrito di amile e di sodio, terapia rianimatoria Botulismo clostridium botulinum alimenti ed acqua somministrazione contaminati. tempestiva Dose letale molto bassa dell’antidoto (<1µg) Agenti pneumotossici fosfagene, difosfagene, dicloro, cloropicrina per vie inalatoria, cutanea e mucosa maschere a gas, guanti e tute protettive, riposo assoluto sostegno respiratorio Peste yersinia pestis via aerea e contatto interumano diretto e indiretto Agenti vescicanti yprite, lewisite, mostarde azotate, oxime alogenate per vie cutanea, inalatoria e per ingestione maschere a gas, guanti e tute protettive, lavaggi con acqua, bicarbonato di sodio e soluzioni di cloro Vaccino vivo attenuato solo per la bubbonica, terapia con antibiotici La chimica al servizio dei signori della guerra Amazzonia, tardo pomeriggio. Nel silenzio innaturale che pesa come un macigno sulla fitta vegetazione della foresta pluviale, l’indio ha già catturato con gli occhi la sua preda. Un breve ma potente soffio e il piccolo dardo sibila nell’aria per pochi istanti cercando il bersaglio. Poi un tonfo attutito segna la fine della caccia. L’indio si accovaccia sull’animale con un sorriso di soddisfazione. Questa volta ha colpito bene, vicino al cuore, ma poco importa, qualsiasi altra parte del corpo avrebbe avuto lo stesso effetto. Il curaro non perdona. In pochi istanti giunge al cuore e lo paralizza. Sulla punta di quella piccola freccia l’uomo ha racchiusa tutta la sua sofisticata tecnologia di morte. Il suo dominio sul resto del mondo. Nello stesso istante, dalla parte opposta del pianeta, a Tokyo è un qualsiasi mattino di lavoro. Nelle vetture e stazioni della metro-politana il solito caos dell’ora di punta. Improvvisamente gli occhi iniziano a bruciare, manca il respiro e in pochi istanti sopraggiunge la morte. In un angolo della banchina, avvolti da un giornale, cinque bottigliette piene di Sarin si sono appena rotte avvelenando l’aria. Poco dopo si conteranno 20 morti. L’indio ha sfruttato l’elemento naturale, il terrorista giapponese gli esperimenti degli stregoni dei più sofisticati laboratori chimici. ORDINE 7/8 2003 Da più di un secolo scienziati di ogni parte del mondo si sono affannati nel perfezionare sostanze chimiche sempre più letali riempiendo i magazzini militari con micidiali composti dai nomi esotici come il sarin, l’iprite, l’agente orange, il tabum e il soman. Ma questa è solo la punta di un gigantesco iceberg che rimane, nella quasi totalità, sommerso nei laboratori top secret. Cosa sappiamo oggi di queste armi? Sono 17 le sostanze venefiche indicate dall’Oms come potenziali armi chimiche, raggruppate in quattro categorie che tengono conto degli effetti tossici prodotti. A Al primo posto troviamo i gas “vescicanti” così definiti per le gravi ustioni che provocano sulla pelle, agli occhi e ai polmoni. Di questi il più tristemente famoso è l’iprite, o gas mostarda, ampiamente usato nelle due guerre mondiali e, più recentemente, dagli irakeni contro le minoranze curde e l’Iran. Sono gas molto adatti alle guerre chimiche perché sono pesanti e non si disperdono con il vento. B Il secondo gruppo è composto dai gas “asfissianti” che agiscono sul sistema respiratorio provocando edema polmonare. L’effetto devastante di uno di questi composti, il fosgene, è stato verificato dalla popolazione della città indiana di Bhopal dove una nube di questo gas, sprigionata da un’industria chimica, uccise in poche ore più di 3000 persone. C Le tossine ematiche rappresentano la terza categoria delle armi chimiche. Sono sostanze molto velenose e con Prof. Chiesara secondo lei perchè negli ultimi anni i terroristi non hanno utilizzato armi chimiche per i loro attacchi? In effetti non ci sono grossi problemi nel sintetizzare sostanze tossiche e neppure nel diffonderle, ma è difficile controllare la loro dispersione nell’ambiente. Nella metropolitana di Tokyo, i terroristi pur sfruttando un ambiente chiuso e affollato hanno ottenuto risultati modesti. Il loro gesto è apparso più come un atto dimostrativo che come un vero attacco terroristico. L’Oms ha identificato 17 composti tossici utilizzabili come armi chimiche. Lei pensa che ci possa essere qualcosa di nuovo nelle mani dei terroristi? A quanto ne so di nuovo c’è ben poco. Le sostanze chimiche sono pressappoco sempre le stesse. Ad esempio il gas usato al teatro di Mosca che appariva in un primo tempo un prodotto di nuova generazione, si è dichiarato essere il fentanil o un composto analogo, quindi un analgesico comunemente utilizzato in sala operatoria. Le numerose vittime che ha prodotto sono state causate dalla dose massiccia impiegata. In questi giorni si è riaccesa la paura di attacchi terroristici nel nostro Paese, i giornali titolano “l’Italia prepara le difese chimiche”. Cosa si può fare per una efficace protezione collettiva ed individuale? Per un efficace intervento è indispensabile identificare il prima possibile la sostanza tossica utilizzata dai terroristi. Contro i gas nervini, ad esempio, esiste un antidoto, l’atropina, che però deve essere somministrato immediatamente dopo l’esposizione. Durante l’ultima guerra del Golfo molti pochi milligrammi si uccide un uomo. Alcune di queste, come la ricina, sono di origine naturale ma l’ematotossina più potente è, ancora oggi, il famigerato zyklon B, usato abbondantemente dai nazisti nelle camere a gas. La sua azione è rivolta a impedire ai globuli rossi di trasportare l’ossigeno. L’effetto è simile al soffocamento. D Il quarto e ultimo gruppo è rappresentato dalle neurotossine, i gas nervini. Sono composti a base di fosforo e strettamente imparentati con i comuni pesticidi. Il noto sarin o i meno noti tabun e soman sono rapidamente assorbiti attraverso la respirazione e la pelle causando immediatamente disturbi alla vista e stato confusionale. Dopo pochi istanti iniziano le crisi epilettiche, poi il coma. ‘’ L’attacco alle Torri Gemelle di New York, l’11 settembre 2001, e l’allarme antrace, scattato negli Stati Uniti dopo poche settimane, hanno fatto sentire l’intera popolazione mondiale indifesa e impreparata di fronte all’eventualità di un atto terroristico con armi biologiche. Se “prima” l’argomento bioterrorismo riguardava solo politici, servizi segreti e ricercatori ora non è più così, in quanto la paura delle armi definite “non convenzionali” appartiene ormai alla cronaca quotidiana. Con una necessaria premessa: da queste armi, così spaventose e sconosciute, in realtà ci si può difendere. E l’aiuto arriva proprio dalla scienza, grazie alle ultime scoperte in campo medico. La ricerca indirizzata a programmi di difesa per poter contrastare un attacco con armi biologiche ha radici lontane. I primi studi, risalgono agli anni ‘50, quando negli Stati Nessun allarme, ma stiamo all’erta israeliani presi dal panico, in seguito ad un falso allarme, si sono somministrati l’atropina rimanendone intossicati. Per questo è importante che i Vigili del fuoco e la Protezione civile in particolare, siano adeguatamente addestrati nell’utilizzare e somministrare antidoti solo quando è necessario. Ma l’Italia e in generale l’Europa sono preparate a fronteggiare un eventuale attacco? Ci stiamo attrezzando ed organizzando. Alcuni Paesi europei sono meglio preparati, ma i protocolli operativi sono pressappoco gli stessi. Secondo lei c’è comunicazione tra il mondo della ricerca e le istituzioni deputate alla difesa? Non ancora abbastanza. Certo molto è stato fatto in questi ultimi anni. Tuttavia tra il mondo accademico e le altre istituzioni ci sono ancora parecchie incomprensioni. La Società italiana di tossicologia, della quale faccio parte, si è ripetutamente offerta per una più stretta collaborazione ricevendo per tutta risposta un cortese “grazie, terremo in considerazione”. In realtà, dovrebbe nascere un progetto per una task force composta da medici, analisti e tossicologi che sia pronta ad intervenire in casi di emergenza. Gli editori di alcune riviste scientifiche hanno deciso, recentemente, di limitare la pubblicazione di articoli che possono essere utili ai bioterroristi. Questo provvedimento lei lo ritiene utile? Sono d’accordo, anche se sospetto che sia illusorio. I terroristi sicuramente hanno altri canali di informazione che non soltanto le riviste scientifiche. Nuove molecole si stanno affacciando dai laboratori militari. Tossine di origine biologica e composti binari rappresentano oggi la nuova frontiera per i signori della guerra. La tossina botulinica, ad esempio, prodotta in grandi quantità da alcune specie batteriche, rappresenta la sostanza velenosa più letale per l’uomo. Non è un gas, ma potrebbe essere facilmente “spruzzata” con un comune nebulizzatore. Le molecole binarie, invece, sono innocue se prese singolarmente ma diventano pericolose quando si mescolano. Questa caratteristica li rende facili da maneggiare e da trasportare. L’ideale per qualsiasi terrorista di buona volontà. Bruno Vodopivec 3 REPOR T 4 a c i m o n e g o c a m Far Le applicazioni della genomica alla farmacologia permetterebbero di selezionare la terapia più appropriata per la specifica patologia e per il singolo paziente Ad ogni genoma la sua terapia Silvia, 17 anni è appena uscita dalla sala operatoria dove si è sottoposta ad un delicato intervento chirurgico al cuore. Tutto è andato molto bene soprattutto perché l’intervento ha potuto essere programmato nei minimi dettagli e anche Silvia ha avuto tutto il tempo di prepararsi. La patologia della quale Silvia soffriva era ancora asintomatica, vista la giovane età della ragazza, ma la storia clinica della sua famiglia ha portato i medici a sospettare qualche problema ereditario che è stato confermato dopo un semplice esame del sangue. Questa imperfezione genetica l’avrebbe probabilmente portata fra qualche anno a soffrire di una grave e incurabile patologia cardiaca. Non è fantascienza medica, ma ciò che ci viene oggi prospettato dallo sviluppo di una nuova disciplina medica: la medicina predittiva, capace non solo di modificare l’idea di malattia, ma anche il concetto di cura e la nozione di paziente. In questa nuova disciplina la malattia non si rende visibile solo con le sue manifestazioni cliniche, ma può essere prevista anche in stato di perfetta salute. La conoscenza di 30.000 e più geni Una storia che inizia da Darwin 1859: la selezione naturale Charles Darwin pubblica “On the origin of the species”. 1865: l’eredità è trasmessa per unità George Mendel pubblica i suoi esperimenti che portano ai principi della segregazione e dell’assortimento indipendente dei geni. 1869: il Dna viene isolato F. Miescher scopre gli acidi nucleici, ma per anni nessuno è in grado di apprezzarne il ruolo nella trasmissione dei caratteri ereditari. 1902: la teoria di Mendel La teoria cromosomica dell’ereditarietà di Mendel viene riscoperta. 1944: il Dna trasforma le cellule Oswald Avery e colleghi dimostrano che il Dna è in grado di modificare le proprietà di una cellula: si chiarisce la natura chimica dei geni. 1953: la doppia elica Francis H. Crick e James D. Watson descrivono la struttura a doppia elica del Dna. Il loro lavoro sarà riconosciuto nel 1962 con il premio Nobel. 1976: nasce la Genentech Herbert Boyer fonda la Genentech: l’azienda che nel 1982 produrrà il primo farmaco a base di Dna ricombinante, l’insulina umana. 4 che costellano il Dna umano ci potrebbero consentire di individuare le cause e le concause molecolari di numerose malattie genetiche conosciute, dalla fibrosi cistica all’Alzheimer. Ciascuno di noi ha un Dna unico e irripetibile e quindi la necessità di tenere in considerazione il singolo genoma, impone alla medicina un salto logico fondamentale: è cioè necessario porre attenzione alle singole caratteristi- 1981: i primi esseri transgenici Gli scienziati riescono con successo a trasportare geni ereditati in animali di laboratorio. 1982: creato il database GenBank Gli scienziati iniziano ad inserire dati sulle sequenze di Dna nel database del National Institute of Health (aperto al pubblico). 1983: mappato il gene di Huntington Un marker genetico per la malattia di Huntington viene scoperto sul cromosoma 4. 1990: al via il progetto genoma umano Il Department of Energy e il National Institutes of Health annunciano un progetto quindicennale per la definizione delle sequenze del genoma umano. Si prevede di identificare tutti i geni e di mapparli per determinare il funzionamento del Dna: significa scoprire sia quelli che fanno funzionare l’organismo in modo corretto, sia quelli che causano malattie: si prospettano quindi importanti applicazioni preventive e terapeutiche in patologie ereditarie e nei tumori. Alla terapia tradizionale si affianca la prospettiva di una terapia genica. 2000: progetto genoma umano Scoperta la sequenza del 90% del genoma umano. 2003: progetto genoma umano Determinata la sequenza del 99.99% del genoma umano. Sarà necessario ancora molto tempo e molto lavoro per comprendere tutte le informazioni contenute nel genoma umano. Si scopriranno così altre malattie dell’uomo, identificando le molecole coinvolte: ciò potrà cambiare radicalmente la pratica medica, portando allo sviluppo di nuovi farmaci, test genetici e trattamenti individuali. Laura Boga che individuali. Una determinata patologia non colpisce più il fegato o il cuore di un uomo generico, ma tali organi sono inseriti in un unico e specifico organismo, il signor Mario. Si potrebbe arrivare a determinare il profilo di predisposizione alla malattia di ciascun singolo soggetto e, in presenza di predisposizione per una o più malattie, monitorare l’evoluzione e realizzare interventi preventivi appropriati andando ad agire sullo stile di vita, somministrando dei vaccini, ecc. La promessa della farmacogenomica è quella di conoscere a priori gli effetti che il farmaco necessario per curare o per prevenire la malattia avrà sul soggetto, rendendo praticamente nulli gli effetti collaterali dovuti alla personale reazione alla terapia. La sfida è quella di evitare il più possibile il verificarsi di situazioni di intolleranza del paziente al farmaco utilizzato. Ciò permetterebbe di somministrare solo i farmaci con attività terapeutica accertata, diminuendo notevolmente gli sprechi. Dal punto di vista della ricerca questo significa ottimizzare gli studi sui farmaci. Se fosse possibile preselezionare i gruppi di pazienti sottoposti alle sperimentazioni in base a una probabile risposta si risparmierebbe tempo e si otterrebbero risultati più facilmente applicabili alla pratica clinica. Giuliana Piccolo Che parola difficile i sono differenze tra C individuo e individuo evidenti all’occhio, e ci sono differenze più difficilmente identificabili, come possono esserlo le diverse risposte all’uso dei farmaci. Per alcuni una medicina ha un ottimo effetto, per altri la stessa non è efficace o crea delle reazioni indesiderate e pericolose. e caratteristiche di ogni essere vivente sono raccolte e codificate all’interno del Dna, la doppia elica descritta cinquant’anni fa da James Watson e Francis Crick: una catenella di molecole che contiene tutta l’informazione utile a formare, riprodurre e descrivere un individuo. Alcuni tratti di Dna, chiamati geni, contengono informazioni specifiche per alcune funzioni dell’organismo. Tra tutti i geni si può provare a cercare anche quelli coinvolti nella tolleranza alla molecola di un farmaco. quello che si prefigge di fare la farmacogenomica, una nuova disciplina che riunisce le conoscenze della farmacologia e quelle della genomica. La prima, ricerca nuove sostanze terapeutiche, analizza come queste vengono assimilate dall’uomo, quali sono gli effetti positivi e gli eventuali effetti negativi. Se la genetica si occupa dell’eredi- L È tarietà dei caratteri e della struttura dei geni, la genomica è una parte della genetica che studia il genoma, ovvero il corredo genetico umano nella sua interezza. a farmacogenomica è quindi diversa dalla farmacogenetica: quest’ultima ricerca i geni che possono essere bersaglio di nuovi farmaci, la farmacogenomica, invece, analizza la variabilità genetica nella risposta alla terapia. Ancora diversa è la terapia genica che si propone di manipolare o sostituire geni non funzionali o malfunzionanti con geni sani. L Farmaci su misura razie alla farmacogeG nomica si potrà prevedere la tossicità dei farmaci conoscendo le differenze tra i genotipi umani, ma potranno anche essere sviluppate medicine su misura minimizzando gli effetti collaterali, i danni dovuti alle reazioni indesiderate e avere terapie mirate: non un farmaco per ogni malattia, ma a ciascun paziente la sua medicina. Chiara Romeo Problemi etici Se gli enormi costi necessari sembrerebbero relegare l’applicazione delle teorie di farmacogenomica in un futuro ancora lontano, i problemi etici che questo nuovo orizzonte della medicina solleva sono già sul tappeto. Essendo la farmacogenomica basata sull’esame del Dna, essa condivide gli ostacoli di qualsiasi altro tipo di ricerca genetica. La privacy innanzitutto, dal momento che mai l’inizio di una cura medica ha richiesto la raccolta ed il trattamento di una tale quantità di dati personali. Un dilemma si pone nel momento in cui una particolare sequenza di Dna che ci rende più o meno sensibili all’azione di un determinato farmaco dovesse coincidere, o essere strettamente correlata, con una particolare predisposizione verso una certa malattia. Rendere di pubblico dominio tali informazioni potrebbe renderci oggetto di discriminazioni, per non parlare del fatto che in questo caso si tratterebbe di una malattia ereditaria e quindi anche i nostri familiari potrebbero essere portatori di questo rischio potenziale e che questo rischio può essere trasmesso ai figli. Rivelare o meno questa informazione almeno ai diretti interessati? Sorgono poi i problemi che l’applicazione della farmacogenomica specificamente impone. Il più immediato è di nuovo il rischio della discriminazione, che si manifesta già a partire dallo studio clinico, necessario per stabilire se ci sia o meno correlazione tra una particolare sequenza di Dna e la sensibilità a de- terminati farmaci; gli individui che a livello del codice genetico non presentano le caratteristiche richieste, pur essendo affetti da una certa malattia saranno esclusi dalla ricerca e quindi da un possibile vantaggio di quel determinato farmaco. Una volta conclusi gli studi sperimentali, il problema della discriminazione si ripropone nella pratica clinica. Bisogna tener conto di due aspetti che la complessità di funzionamento del genoma umano impone: in primo luogo una risposta ad un dato farmaco non è determinata da una sola sequenza di Dna, ma dalla combinazione di più sequenze; in secondo luogo non necessariamente se una sequenza è presente sarà “attiva”, cioè avrà qualche effetto sull’organismo che la ospita. Ne deriva che il medico potrebbe decidere di non somministrare un farmaco ad un paziente perché c’è la possibilità che si verifichi un effetto collaterale molto grave, ma la realtà è che il paziente in questione verrebbe escluso a priori da un potenziale vantaggio. Se poi si considera che ogni razza presenta una peculiare disposizione delle sequenze del Dna, il passo verso la possibilità della discriminazione razziale è breve. Per sfuggire a questo scenario di determinismo genetico non resta che ampliare l’educazione scientifica, in modo da rendere tutti consapevoli che lo schema in base al quale ad un singolo gene corrisponderebbe la risposta ad un farmaco non ha fondamento. Barbara Cicoli ORDINE 7/8 2003