Report
Ordine dei giornalisti
della Lombardia
Supplemento al numero 7/8
di Ordine Tabloid - luglio/agosto 2003
Ifg, via Fabio Filzi 17 - 20124 Milano,
tel. 02 67 49 871- fax 02 67 07 55 51
Reg. Tribunale di Milano
n° 213 del 26 maggio 1970
direttore responsabile
Franco Abruzzo
A cura dell’Istituto “Carlo De Martino”
per la Formazione al Giornalismo
Direttore: GIGI SPERONI
Vicedirettore e coordinamento: Alfredo Pallavisini
Associazione “Walter Tobagi” per la Formazione al Giornalismo
Istituto “Carlo De Martino” per la Formazione al Giornalismo
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Non è soltanto
Anche quest’anno “Report” è stato redatto a cura degli studenti
della Scuola di Comunicazione scientifica. Il corso è organizzato
dalla facoltà di Farmacia dell’Università di Milano in collaborazione con l’Associazione Walter Tobagi per la formazione al
Giornalismo e il supporto tecnico-logistico dell’Istituto per la
Formazione al giornalismo “Carlo De Martino” e dei suoi docenti,
ed è finanziato dalla Regione Lombardia.
L’edizione 2002/2003, appena conclusa, è l’ottava ed ha visto la partecipazione di laureati in discipline scientifiche.
I docenti provengono dal mondo accademico e da quello giornalistico. Frequentare il corso è come installare un nuovo software sulla propria personalità. Ciascuno dei partecipanti interpreterà poi
egli anni ‘50 in Italia il
N
sovrappeso infantile
era un problema marginale,
che riguardava un bambino
ogni 200. Oggi il fenomeno
ha assunto dimensioni ben
più ampie e ad esserne
coinvolto è un bambino su
quattro.
che appartengono ad una
famiglia in “peso forma”,
solo il 18% dei bambini è
grassottello, se invece nella
famiglia c’è almeno un
componente obeso la percentuale sale al 42%. Uno
stile di vita sedentario, ancor più di un’alimentazione
scorretta e squilibrata, incide negativamente sulla linea: oltre un terzo
dei bambini che
non pratica attività
sportiva ha dei chili di troppo.
besità e sovrappeso
hanno assunto dimensioni così ampie e con potenziali effetti negativi sulla
salute così gravi, che il
Ministero della Salute ha
deciso di promuovere, tra gli
obiettivi del Piano Sanitario
Nazionale, uno stile di vita
salutare.
n quest’ambito sono state
programmate una serie di
iniziative e campagne di
sensibilizzazione, rivolte in
particolare ai bambini”. Per
realizzare il progetto è previsto il pieno coinvolgimento
della famiglia e della scuola,
poiché senza la stretta collaborazione dell’ambiente in
cui vive, il bambino non potrà mai adottare da solo un
corretto stile di vita.
Laura Filippucci
Il peso del
sovrappeso
aschio, di età compreM
sa tra i 6 e i 13 anni, O
abita al sud e trascorre i pomeriggi a guardare la televisione. Appartiene ad una
famiglia con un basso livello socio-culturale e con
scarse disponibilità economiche. Almeno uno dei
suoi genitori è obeso. È
questo il profilo più comune del bambino con qualche chilo di troppo, che
emerge da un’indagine curata dall’Istat su dati raccolti nel 2000.
entre negli adulti il sovrappeso si ripartisce
equamente tra uomini e
donne, nei bambini e in
particolare tra i 10 e i 13 anni è nei maschi a prevalere
con il 31% contro il 20%
tra le coetanee. Tra coloro
M
I
un problema estetico
Un bambino cicciottello fa tenerezza. Basta guardarlo e
vien voglia di morderlo, di riempirlo di baci. Ma grassoccio
può essere sinonimo di obeso. Quel bambino molto probabilmente diverrà anche un adulto obeso, e un obeso – grande o piccolo che sia – è un malato. In tutto questo di tenero
c’è molto poco.
I bambini obesi hanno le gambe arcuate o a X, i piedi piatti,
fanno fatica a respirare e a digerire, e vengono anche presi
in giro dai compagni. E a nessuno piace essere il ciccione di
turno. Questi bambini, poi, tendono a isolarsi, guardano
per lunghe ore la televisione e continuano a mangiare invece di uscire a giocare.
Il grasso distribuito nel corpo
costituisce un’utilissima riserva di calorie. Ogni gocciolina di grasso, microscopica,
è inglobata in una cellula particolare, la cellula adiposa, la
cui sola funzione è di immagazzinare grasso e liberarlo
quando l’organismo lo richiede. In un neonato sono presenti circa cinque miliardi di
cellule adipose. Se l’alimentazione è corretta, nel primo
anno di vita le cellule raddoppiano rimanendo stabili fino a
circa sei anni. Riprendono
poi ad aumentare e a sedici
anni sono da trenta a quaranta miliardi.
Nel bambino obeso l’incremento è molto più marcato:
alla pubertà possono
essere presenti più
di cento miliardi
di cellule adipose,
che per tutta la vita tendono ad accumulare grasso.
Cè un legame tra tutti i chili in
più e molte malattie in età
adulta, per esempio ipertensione e infarto. Diabete e dislipidemie (rispettivamente
eccesso di zucchero e di trigliceridi e colesterolo nel sangue) insorgono molto più frequentemente in chi pesava
troppo da piccolo. Il maggiore carico subito dagli arti inferiori e dalla colonna vertebrale a causa del sovrappeso porta a forme precoci di artrosi.
Modificare le cattive abitudini
alimentari di bambini o ragazzi è difficile, anche a causa dei
forti condizionamenti della
pubblicità. Famiglie ideali, felici e magre invitano - come
un richiamo di sirene - a mangiare prodotti pre-fritti e golo-
Dai genitori
il buon esempio
Come per tutti i comportamenti l’esempio dei genitori
gioca un ruolo molto importante anche nella formazione
delle abitudini alimentari dei
propri figli. Regole, divieti,
consigli e imposizioni sono
poco o per niente efficaci se
non accompagnati da atteggiamenti coerenti adottati
dalla famiglia.
Un bambino è sovrappeso? Il
pediatra consiglierà a mamma e papà di fargli perdere
qualche chilo suggerendo innanzitutto un po’di attività fisica: nuoto, calcio, pallacanestro o pallavolo, per citare solo gli sport più comuni. Ma
soprattutto insisterà per il rigore a tavola: evitare i cibi
grassi e i condimenti, limitare
i dolci, introdurre nel menù
molta frutta e verdura e, soprattutto, abolire merendine,
bibite e gli innumerevoli fuo-
Per combattere obesità e sovrappeso è
fondamentale insegnare ai nostri bambini, fin dall’epoca dello svezzamento,
alcune corrette abitudini alimentari e
motorie. Ecco alcuni consigli che possono risultare utili:
ORDINE
7/8
2003
Associazione “Walter Tobagi” per la Formazione al Giornalismo
Presidente: BRUNO AMBROSI
gli insegnamenti secondo la propria particolare sensibilità.
Ogni anno il corso forma esperti in comunicazione e divulgazione
scientifica, professionisti che sappiano raccontare con parole semplici e con qualsiasi medium ogni aspetto dei molteplici rami della
scienza, dalla medicina alla farmacologia, dalla biologia molecolare
alla biologia, dalla filosofia alla psicologia, dalla fisica alle nuove
tecnologie. Nell’anno accademico che si conclude l’attenzione dei
gruppi di studio si è concentrata su argomenti di stringente attualità come l’obesità infantile (l’ultimo allarme lanciato dai media è
proprio di queste settimane), il bioterrorismo (le paure dopo l’11
settembre attanagliano ancora l’umanità intera) e la farmacogenomica, nuova scienza dalle straordinarie prospettive.
Alcune regole
per restare
in forma
ri pasto pasticciati. D’ora in
poi a merenda solo pane e
marmellata, yogurt, macedonie e succhi di frutta. Come
convincere il bambino, che
invece continuerà ad avere
voglia di patatine fritte, hamburger e nutella?
Sicuramente non facendogli
vedere che il resto della famiglia si abbuffa con piatti a lui
proibiti.
Mamma, papà, nonni sono il
punto di riferimento su cui il
ragazzo formerà le proprie
abitudini. Una famiglia che
adotta comportamenti alimentari equilibrati convincerà il bambino non a fare la
dieta perché gli viene imposta, ma perché così si mangia
in famiglia. Il buon esempio
non deve però essere limitato
solo a ciò che si mangia, ma
deve riguardare anche numerose abitudini quotidiane che
Corso in Comunicazione scientifica
Direttore: Rodolfo Paoletti
Coordinatore didattico e scientifico: Flavia Bruno
possono aiutare il figlio (ma
anche i genitori) a tenersi in
forma. Limitare l’uso della
macchina, abituarsi a passeggiate nel parco o in bicicletta,
preferire al computer giochi
che favoriscano l’attività fisica, aiuterà a bruciare ogni
giorno le calorie in eccesso.
Mangiare con calma masticando lentamente, evitando
di stare sempre davanti alla
televisione, e far partecipare
il bambino alla preparazione
del cibo lo indurrà a fare più
attenzione a ciò che mangia e
a quanto mangia.
L’adozione quotidiana di
queste semplici abitudini sarà
di aiuto anche a chi vuole evitare che il proprio bambino
diventi obeso, risparmiandogli, sia nell’infanzia che in età
adulta, disturbi fisici e disagio
psicologico.
Elisa Bedoni
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Abituatevi ad iniziare la giornata con una
colazione abbondante, dedicandovi il tempo e la tranquillità necessari: è il primo
passo verso un’alimentazione equilibrata e
ben distribuita nella giornata.
Aiutate vostro figlio a consumare i pasti ad
orari regolari, evitando il più possibile i
«fuori pasto»
Per lo spuntino di metà mattina, che vostro
figlio consuma a scuola, proponete alimenti con pochi grassi, che forniscano energia
senza appesantire e affaticare lo stomaco.
Evitate il più possibile il consumo di bevande gassate e zuccherate: in alternativa
all’acqua potete offrire spremute e succhi
sità varie. I genitori devono
combattere su due fronti: contro il figlio che chiede ciò che
vede in televisione e contro la
propria pigrizia. È facile e veloce portare a tavola prodotti
“pronti in cinque minuti”, si
sporca anche poco in cucina.
Alla pigrizia si aggiungono
spesso ignoranza e buona fede, e non si leggono le etichette degli ingredienti di biscotti
e merendine fidandosi del
messaggio del produttore che
assicura che la tortina è “proprio come quella che prepareresti tu, mamma”.
Nelle stesse mense scolastiche, strano ma vero, se un
bambino vuole festeggiare il
compleanno può offrire solo
cibo confezionato. Si può ormai fare di tutto con una semplice autodichiarazione, ma
la parola di una mamma sugli
ingredienti adoperati per preparare una torta non vale nulla. Meglio i conservanti, i coloranti e i non bene identificati “aromi naturali” delle multinazionali del dolce.
Maria Caterino
di frutta, più sani e meno ricchi di calorie,
ma anche di coloranti e additivi.
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Abituate i vostri figli a prestare attenzione a
ciò che mangiano e a non alimentarsi in modo distratto, mentre sono concentrati in altre
attività, come guardare la televisione.
A tavola, evitate di proporre fritti e piatti
con condimenti troppo ricchi: cercate piuttosto di variare spesso il menu, utilizzando
frutta e verdura di stagione.
Siate di esempio ai vostri figli con uno stile
di vita fisicamente attivo, dando la preferenza all’uso dei muscoli anziché di macchine durante le attività della giornata: ad
esempio, ogni qualvolta sia possibile, camminate invece di usare l’auto, salite e scendete le scale invece di usare l’ascensore e
così via.
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Quando è possibile, svolgete attività all’aria
aperta con i vostri figli: passeggiate, gite in
bicicletta e giochi all’aperto aiutano a mantenere uno stile di vita fisicamente attivo.
Proponete ai vostri figli di dedicarsi ad uno
sport durante il tempo libero: oltre che
combattere i rischi di sovrappeso, l’attività
sportiva favorisce una crescita armoniosa
ed aiuta nel prevenire molti problemi di salute nell’età adulta.
Silvia di Paola
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L’uso di armi “non convenzionali” si perde
nella notte dei tempi. Fin dall’antichità l’uomo
aveva compreso il pericolo derivante dall’uso
di alcune sostanza tossiche e pensò di servirsene
contro i nemici. Già in due antichi testi
politico-religiosi indiani, il Mahabarata e il
Ramayana, erano contenuti bandi e divieti contro
l’uso di sostanze tossiche considerato come una
offesa al corpo ed all’anima dell’uomo.
Il vaiolo
in America
La prima vera guerra batteriologica risale al 1347: le truppe tartare, durante l’assedio
della città di Caffa sul Mar
Nero, ebbero l’idea di catapultare all’interno delle mura
cadaveri di appestati.
Secondo alcuni storici fu proprio questa la causa dell’epidemia di peste che sterminò
in Europa 20 milioni di persone in appena tre anni. Quattro
secoli dopo, durante la guerra
dei Sette Anni, la guerra biologica coinvolse anche gli inglesi. Gli Indiani d’America
erano molto più numerosi degli inglesi ed erano sospettati
di fiancheggiare i francesi.
Come atto di amicizia sir
Jeffrey Amherst regalò agli
indiani coperte provenienti da
un ospedale dove si curavano
i malati di vaiolo, che decimò
così le comunità indiane.
■
L’Unità
731
La storia moderna della guerra biologica inizia nel 1918
con la formazione da parte
dei giapponesi di una speciale sezione dell’esercito,
l’Unità 731 diretta dal professore Shiro Ishii. Nel 1931 il
Giappone invade in Cina e
l’Unità 731 si trasferisce in
Manciuria. Da questo momento tutti i prigionieri di
guerra diventano cavie per la
sperimentazione di armi batteriologiche.
Negli anni 1941-42 aerei
giapponesi spargono la peste
bubbonica, il colera, la leptospirosi su alcune regioni della
Cina. Gli Stati Uniti vengono
a conoscenza delle ricerche
giapponesi e avviano un loro
programma.
Al crollo dell’Impero del Sol
Levante Ishii non solo non
viene condannato dal tribunale del processo di Tokio come
Tucidite e Plutarco riferiscono di fumi di zolfo
utilizzati nella guerra del Peloponneso
(V secolo a.C.) e di una sospetta epidemia di peste
che decimò l’esercito persiano.
Anche i Romani fecero ricorso a sostanze tossiche
durante la guerra di Spagna: avevano però dotato
la loro cavalleria di un indumento protettivo
per il volto e le vie aeree, una rudimentale
“maschera antigas”.
Storia delle armi
non convenzionali
criminale di guerra ma è addirittura invitato negli Stati
Uniti a collaborare col più
grosso centro di armi batteriologiche americano, Fort
Detrick. In questo periodo, il
monopolio americano sulla
produzione industriale della
penicillina creò negli Stati
Uniti l’illusione di poter essere invulnerabili contro le loro
stesse armi. Con la fine della
seconda guerra mondiale, la
guerra biologica entra di diritto nella politica mondiale e
1347
Caffa, Mar Nero.
I Tartari conducono
la prima guerra
batteriologica
2001
Stati Uniti.
L’antrace viene
spedito per posta
1931
Cina. I giapponesi
sperimentano armi
batteriologiche
sui prigionieri
1988
Mare d’Aral, Urss.
Vengono sepolte
tonnellate
di antrace
1700
America del Nord.
Gli inglesi
sterminano gli
indiani col vaiolo
anche la Gran Bretagna, in
collaborazione con Canada e
Stati Uniti, sviluppa un suo
progetto, focalizzato sulla resistenza delle spore dell’antrace all’esplosione e agli
agenti atmosferici e sul loro
raggio di diffusione se lanciate con una bomba convenzionale. Per questo motivo, l’isola di Gruinard fu evacuata,
dietro indennizzo agli abitanti di 500 sterline. Furono fatte
esplodere sull’isola bombe
contenenti spore di antrace
che, come previsto, si dimostrarono in grado di resistere
ad esplosioni e fino agli anni
Ottanta furono ancora rinvenute vitali sul territorio dell’isola. Per eliminarle del tutto
fu necessario ricorrere ad una
operazione di bonifica.
Solo nel 1988, dopo che un
branco di pecore vi aveva pascolato per mesi senza contrarre la malattia, il governo
inglese aveva potuto dichiarare che l’isola era sicura e agli
antichi abitanti fu data la possibilità di tornare, dopo aver
restituito le 500 sterline.
■
Il bando
del 1972
Svanito il monopolio della
penicillina, gli anni ‘50 e ‘60
vedono una frenetica corsa
per la produzione di microrganismi sempre più micidiali. Gli impianti di guerra batteriologica spuntano come
funghi negli Stati Uniti; in
Gran Bretagna si costruisce il
Centro microbiologico militare di Porton Down e anche
in Urss sorge il primo centro
di ricerca sulle armi batteriologiche. Il programma degli
Stati Uniti prevedeva anche
di studiare le dinamiche epidemiologiche spruzzando segretamente organismi innocui sulle aree popolate: me-
morabile l’irrorazione su San
Francisco della Serratia marcescens, organismo che,
quando cresce produce un
pigmento rosa/rosso, che lo
rende facilmente identificabile. Il programma viene dichiarato concluso nel 1969.
Ma oggi si sa che, nel periodo
successivo ai test, le infezioni
aumentarono di 5-10 volte.
Alla fine degli anni ‘60, la ricerca di nuovi microrganismi
da usare come armi “non convenzionali” subisce una battuta d’arresto e contemporaneamente vengono scoperti nuovi farmaci. Sembra essere finita l’era delle armi batteriologiche che, nel 1972, vengono
messe al bando con un trattato
internazionale.
■
Il lago
d’Aral
Nonostante questo divieto,
verso la metà degli anni ‘80,
con l’avvento di nuove tecnologie in grado di manipolare il
Dna dei microrganismi, la
corsa alle armi batteriologiche
riprende. L’idea, questa volta,
è di creare nuovi microrganismi sconosciuti al nemico che
quindi non si può preventivamente vaccinare.
Alla fine degli anni ‘80 i servizi segreti Usa accusano
l’Unione Sovietica di continuare a produrre tonnellate di
germi letali da usare come armi batteriologiche. Nel tentativo di evitare uno scandalo
internazionale, nella primavera del 1988, su una remota
isola nel Mare d’Aral, l’isola
di Vozrozhdeniye, i soldati
russi seppelliscono in enormi
pozzi centinaia di tonnellate di
batteri di antrace. Oggi l’isola
appartiene giuridicamente alle ex-repubbliche sovietiche
dell’Uzbekistan e del Kazakistan. Esperti e scienziati dell’esercito sono stati inviati più
volte sull’isola dai governi
delle due repubbliche per
ispezionarla e per raccogliere
campioni dei batteri sepolti.
Dai test è risultato che, sebbene i batteri siano stati immersi
nella candeggina almeno due
volte, alcune spore sono ancora vive. La scoperta di queste
spore ha allarmato il Kazakistan e l’Uzbekistan.
Infatti oggi il volume
dell’Aral si è ridotto del 75%
a causa della deviazione dei
suoi due più grossi affluenti
nel tentativo di rendere fertili
alcune aree desertiche. Per
questo motivo, l’isola è “cresciuta” dai 200 Km quadrati
originari a quasi 2.000 e si sta
ricongiungendo alla terraferma. Il timore è che le spore di
antrace si possano diffondere
nelle due repubbliche.
Nel settembre del 1990 la rivelazione sui mass media:
Saddam Hussein possiede un
programma di guerra biologica, anche se non sono chiari
né gli scopi e né le dimensioni. Per questo motivo, durante la guerra del Golfo per liberare il Kuwait, le truppe
Usa furono immunizzate
contro l’antrace. A partire dal
18 settembre 2001, una settimana dopo l’attentato alle
Torri gemelle, negli Stati
Uniti diciotto persone vengono contagiate da spore di antrace inviate per posta. Cinque di queste muoiono. È l’inizio di un periodo di terrore
non solo per gli Stati Uniti,
ma per il mondo intero.
Claudio Gilardelli
Chi, come e quando
può arrivare al virus letale
Nel 1998 a Canberra, in
Australia, un gruppo di
scienziati stava sperimentando un nuovo vaccino contro
una terribile pestilenza: il
vaiolo dei topi. Ma qualcosa
non andò per il verso giusto.
Casualmente il microrganismo modificò il suo patrimonio genetico trasformandosi
in un virus letale. Per tre anni
l’incidente fu tenuto nascosto, ma appena la notizia si
diffuse, scienziati e militari si
resero conto della potenzialità distruttiva di questo supervirus.
Cosa sarebbe successo se un
nuovo germe altrettanto pericoloso fosse finito in mano ad
un gruppo di terroristi? Quali
difese potevano essere messe
in atto per bloccare un kamikaze infetto che passeggia
tranquillamente per le vie di
Brooklyn? Ed infine, una cellula di Al Qaeda potrebbe di-
2
sporre di un virus letale?
Negli ultimi venti anni la biologia ha compiuto enormi
passi avanti nella manipolazione del codice genetico.
Nel Dna del più piccolo germe sono racchiuse tutte le
informazioni che gli sono necessarie per vivere, riprodursi
e, in alcuni casi, uccidere.
È possibile ottenere oggi in
laboratorio nuovi batteri o virus per produrre germi più virulenti, capaci cioè di provocare infezioni gravi e contagiose.
Il modo più semplice per rendere un qualsiasi agente patogeno un’arma biologica è di
inserire un gene che gli conferisca la resistenza agli antibiotici. In passato questo è
già stato fatto con uno dei organismi più conosciuti e temibili fino ad ora usato dai
bioterroristi: l’antrace. Le
spore sono state rese resisten-
ti alla ampicillina introducendo un gene in grado di inattivare l’antibiotico.
Inoltre si possono trasformare comuni batteri inoffensivi
come l’Escherichia coli, che
vive normalmente nell’intestino, in microrganismi pericolosi introducendovi dei geni che producano tossine letali per l’uomo, come la tossina
botulinica.
Le strutture scientifiche e tecnologiche per produrre germi
patogeni geneticamente modificati richiedono un notevole sostegno economico. Per
questo motivo gruppi terroristici intenzionati ad utilizzare
armi biologiche devono essere sostenuti da strutture governative.
Molte riviste scientifiche
hanno deciso di censurare i
risultati delle sperimentazioni
che potrebbero essere utilizzati dai bioterroristi, creando
una nuova categoria di “ricerche sensibili” con rigide regole di censura.
La comunità scientifica si è
fortemente opposta a questa
decisione perché va a discapito dei benefici scientifici che
derivano dalla accessibilità da
parte di tutti i ricercatori delle
conclusioni delle proprie scoperte.
Tim Read, a capo del team
che sta studiando il B. anthracis, all’istituto Genomic
Research in Maryland, ritiene che la pubblicazione di
questi dati possa essere di
grande aiuto per studiare
vaccini e nuovi farmaci.
Comunque la sua conclusione è che la divulgazione, da
sola, non sia sufficiente a
fornire ai terroristi le informazioni necessarie per creare armi biologiche.
Mariagrazia Tonelli
ORDINE
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2003
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3
Armi biologiche:
contrastarle è possibile ‘’
Parla il prof. Enzo Chiesara, ordinario
di tossicologia all’Università di Milano
Uniti è stato attivato un pro- lertato in vista di un possibigramma diretto alla prote- le attacco bioterroristico e
zione di militari, in previsio- anche l’Italia ha potenziato
ne di una possibile “guerra le risorse nel settore della
biologica”. Oggi, grazie a prevenzione per poter disequeste ricerche, si conosco- gnare una strategia nazionano la struttura e le proprietà le di risposta.
della maggior
“L’Italia
è
parte
degli
pronta ad afLa ricerca
agenti patogefrontare qualscientifica
ni e, di consesiasi attacco
guenza, si è arbioterroristico,
mette
rivati alla scoanche se, al
a disposizione
perta di vaccimomento, non
i mezzi
ni, terapie farc’è nessun almacologiche e
per combattere larme reale”,
comportamenti
assicura il mila paura
di profilassi efnistro della Saficaci per evilute, Girolamo
tare o limitare il contagio. Sirchia, in un’intervista al
C’è ancora molto da ap- quotidiano La Stampa.
profondire, e l’obiettivo piu’ Nel nostro Paese le misure
imminente dei centri di ri- prese sono numerose: dal
cerca rimane quello di indi- coinvolgimento di due granviduare nuovi test diagnosti- di ospedali, il Sacco di
ci definiti “precoci”, in Milano e lo Spallanzani di
quanto capaci di identificare Roma, divenuti centri di riin tempi brevi il tipo di mi- ferimento nazionale per lo
crorganismo infettante e studio della trasmissione
permettere così di limitare delle malattie infettive, alla
l’espandersi del contagio.
creazione di corsi e opuscoli
Tutto il mondo è ormai al- informativi destinati alla
preparazione del personale
sanitario. Sul versante della
terapia farmacologica, sono
state contattate le aziende
farmaceutiche per verificare
la disponibilità di medicinali
(antibiotici quali la ciprofloxacina e la doxiciclina si
sono dimostrati utili nelle
infezioni da antrace) e di alcuni vaccini, come quello
antivaioloso, la cui produzione è ferma ormai da anni
(essendo stato il vaiolo “ufficialmente” cancellato dalla
faccia della terra).
Infine, nell’epoca della comunicazione di massa non
poteva mancare il contatto
diretto con il cittadino con
l’attivazione di un numero
verde, le cui chiamate saranno poi indirizzate agli ospedali o all’Istituto superiore
della sanità.
Con una priorità: pensare alla salute psicologica del cittadino, perché forse, è proprio il “virus della paura”
quello più difficile da gestire.
Silvia Conti
Agenti
Biologici
Chimici
TRASMISSIONE
PREVENZIONE
ASSORBIMENTO
Antrace
bacillus anthracis
via aerea con aereosol,
ingestione di spore,
contatto diretto
con la cute
profilassi di tipo
antibiotico
per un lungo periodo
ANTIDOTI
Agenti nervini
sarin, soman,
tabun, amitoni
per via inalatoria,
cutanea, oculare
e per ingestione
maschere a gas, guanti
e tute protettive, lavare
le zone contaminate,
terapia rianimatoria
Vaiolo
variola major
poxviridae
contatto interumano
diretto
o via respiratoria,
contagiosità elevata
vaccino con virus vivo
attenuato
Agenti emotossici
acido cianidrico,
cloruro di cianogeno
per via orale cutanea
maschere a gas, guanti
e tute protettive, nitrito
di amile e di sodio,
terapia rianimatoria
Botulismo
clostridium botulinum
alimenti ed acqua
somministrazione
contaminati.
tempestiva
Dose letale molto bassa dell’antidoto
(<1µg)
Agenti pneumotossici
fosfagene,
difosfagene, dicloro,
cloropicrina
per vie inalatoria,
cutanea e mucosa
maschere a gas, guanti
e tute protettive, riposo
assoluto sostegno
respiratorio
Peste
yersinia pestis
via aerea e contatto
interumano diretto
e indiretto
Agenti vescicanti
yprite, lewisite,
mostarde azotate,
oxime alogenate
per vie cutanea,
inalatoria e per
ingestione
maschere a gas, guanti
e tute protettive,
lavaggi con acqua,
bicarbonato di sodio e
soluzioni di cloro
Vaccino vivo attenuato
solo per la bubbonica,
terapia con antibiotici
La chimica al servizio
dei signori della guerra
Amazzonia, tardo pomeriggio. Nel silenzio innaturale
che pesa come un macigno sulla fitta vegetazione della
foresta pluviale, l’indio ha già catturato con gli occhi la
sua preda.
Un breve ma potente soffio e il piccolo dardo sibila
nell’aria per pochi istanti cercando il bersaglio.
Poi un tonfo attutito segna la fine della caccia.
L’indio si accovaccia sull’animale con un sorriso di
soddisfazione. Questa volta ha colpito bene, vicino al
cuore, ma poco importa, qualsiasi altra parte del corpo
avrebbe avuto lo stesso effetto. Il curaro non perdona.
In pochi istanti giunge al cuore e lo paralizza.
Sulla punta di quella piccola freccia l’uomo ha racchiusa
tutta la sua sofisticata tecnologia di morte.
Il suo dominio sul resto del mondo.
Nello stesso istante, dalla parte opposta del pianeta,
a Tokyo è un qualsiasi mattino di lavoro.
Nelle vetture e stazioni della metro-politana il solito caos
dell’ora di punta. Improvvisamente gli occhi iniziano
a bruciare, manca il respiro e in pochi istanti
sopraggiunge la morte. In un angolo della banchina,
avvolti da un giornale, cinque bottigliette piene di Sarin
si sono appena rotte avvelenando l’aria.
Poco dopo si conteranno 20 morti.
L’indio ha sfruttato l’elemento naturale, il terrorista
giapponese gli esperimenti degli stregoni dei più sofisticati
laboratori chimici.
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2003
Da più di un secolo scienziati
di ogni parte del mondo si sono affannati nel perfezionare
sostanze chimiche sempre più
letali riempiendo i magazzini
militari con micidiali composti dai nomi esotici come il sarin, l’iprite, l’agente orange, il
tabum e il soman. Ma questa
è solo la punta di un gigantesco iceberg che rimane, nella
quasi totalità, sommerso nei
laboratori top secret.
Cosa sappiamo oggi di queste armi? Sono 17 le sostanze
venefiche indicate dall’Oms
come potenziali armi chimiche, raggruppate in quattro
categorie che tengono conto
degli effetti tossici prodotti.
A
Al primo posto troviamo i gas
“vescicanti” così definiti per
le gravi ustioni che provocano
sulla pelle, agli occhi e ai polmoni. Di questi il più tristemente famoso è l’iprite, o gas
mostarda, ampiamente usato
nelle due guerre mondiali e,
più recentemente, dagli irakeni contro le minoranze curde
e l’Iran. Sono gas molto adatti
alle guerre chimiche perché
sono pesanti e non si disperdono con il vento.
B
Il secondo gruppo è composto dai gas “asfissianti” che
agiscono sul sistema respiratorio provocando edema polmonare. L’effetto devastante
di uno di questi composti, il
fosgene, è stato verificato
dalla popolazione della città
indiana di Bhopal dove una
nube di questo gas, sprigionata da un’industria chimica,
uccise in poche ore più di
3000 persone.
C
Le tossine ematiche rappresentano la terza categoria delle armi chimiche. Sono sostanze molto velenose e con
Prof. Chiesara secondo lei
perchè negli ultimi anni i
terroristi non hanno utilizzato armi chimiche per
i loro attacchi?
In effetti non ci sono grossi
problemi nel sintetizzare
sostanze tossiche e neppure
nel diffonderle, ma è difficile controllare la loro dispersione nell’ambiente.
Nella metropolitana di
Tokyo, i terroristi pur sfruttando un ambiente chiuso e
affollato hanno ottenuto risultati modesti. Il loro gesto
è apparso più come un atto
dimostrativo che come un
vero attacco terroristico.
L’Oms ha identificato 17
composti tossici utilizzabili come armi chimiche.
Lei pensa che ci possa essere qualcosa di nuovo
nelle mani dei terroristi?
A quanto ne so di nuovo c’è
ben poco. Le sostanze chimiche sono pressappoco
sempre le stesse. Ad esempio il gas usato al teatro di
Mosca che appariva in un
primo tempo un prodotto di
nuova generazione, si è dichiarato essere il fentanil o
un composto analogo,
quindi un analgesico comunemente utilizzato in sala
operatoria. Le numerose
vittime che ha prodotto sono state causate dalla dose
massiccia impiegata.
In questi giorni si è riaccesa la paura di attacchi
terroristici nel nostro
Paese, i giornali titolano
“l’Italia prepara le difese
chimiche”. Cosa si può fare per una efficace protezione collettiva ed individuale?
Per un efficace intervento è
indispensabile identificare
il prima possibile la sostanza tossica utilizzata dai terroristi. Contro i gas nervini,
ad esempio, esiste un antidoto, l’atropina, che però
deve essere somministrato
immediatamente dopo l’esposizione. Durante l’ultima guerra del Golfo molti
pochi milligrammi si uccide
un uomo. Alcune di queste,
come la ricina, sono di origine naturale ma l’ematotossina più potente è, ancora oggi,
il famigerato zyklon B, usato
abbondantemente dai nazisti
nelle camere a gas. La sua
azione è rivolta a impedire ai
globuli rossi di trasportare
l’ossigeno. L’effetto è simile
al soffocamento.
D
Il quarto e ultimo gruppo è
rappresentato dalle neurotossine, i gas nervini. Sono composti a base di fosforo e strettamente imparentati con i comuni pesticidi. Il noto sarin o
i meno noti tabun e soman
sono rapidamente assorbiti
attraverso la respirazione e la
pelle causando immediatamente disturbi alla vista e stato confusionale. Dopo pochi
istanti iniziano le crisi epilettiche, poi il coma.
‘’
L’attacco alle Torri Gemelle
di New York, l’11 settembre
2001, e l’allarme antrace,
scattato negli Stati Uniti dopo poche settimane, hanno
fatto sentire l’intera popolazione mondiale indifesa e
impreparata di fronte all’eventualità di un atto terroristico con armi biologiche.
Se “prima” l’argomento bioterrorismo riguardava solo
politici, servizi segreti e ricercatori ora non è più così,
in quanto la paura delle armi
definite “non convenzionali” appartiene ormai alla
cronaca quotidiana.
Con una necessaria premessa: da queste armi, così spaventose e sconosciute, in
realtà ci si può difendere. E
l’aiuto arriva proprio dalla
scienza, grazie alle ultime
scoperte in campo medico.
La ricerca indirizzata a programmi di difesa per poter
contrastare un attacco con
armi biologiche ha radici
lontane.
I primi studi, risalgono agli
anni ‘50, quando negli Stati
Nessun
allarme,
ma stiamo
all’erta
israeliani presi dal panico,
in seguito ad un falso allarme, si sono somministrati
l’atropina rimanendone intossicati. Per questo è importante che i Vigili del fuoco e la Protezione civile in
particolare, siano adeguatamente addestrati nell’utilizzare e somministrare antidoti solo quando è necessario.
Ma l’Italia e in generale
l’Europa sono preparate
a fronteggiare un eventuale attacco?
Ci stiamo attrezzando ed
organizzando. Alcuni Paesi
europei sono meglio preparati, ma i protocolli operativi sono pressappoco gli
stessi.
Secondo lei c’è comunicazione tra il mondo della
ricerca e le istituzioni deputate alla difesa?
Non ancora abbastanza.
Certo molto è stato fatto in
questi ultimi anni. Tuttavia
tra il mondo accademico e
le altre istituzioni ci sono
ancora parecchie incomprensioni. La Società italiana di tossicologia, della
quale faccio parte, si è ripetutamente offerta per una
più stretta collaborazione
ricevendo per tutta risposta
un cortese “grazie, terremo
in considerazione”. In
realtà, dovrebbe nascere un
progetto per una task force
composta da medici, analisti e tossicologi che sia
pronta ad intervenire in casi
di emergenza.
Gli editori di alcune riviste scientifiche hanno deciso, recentemente, di limitare la pubblicazione di
articoli che possono essere utili ai bioterroristi.
Questo provvedimento lei
lo ritiene utile?
Sono d’accordo, anche se
sospetto che sia illusorio. I
terroristi sicuramente hanno altri canali di informazione che non soltanto le riviste scientifiche.
Nuove molecole si stanno
affacciando dai laboratori
militari. Tossine di origine
biologica e composti binari
rappresentano oggi la
nuova frontiera per i
signori della guerra. La
tossina botulinica, ad
esempio, prodotta in grandi
quantità da alcune specie
batteriche, rappresenta la
sostanza velenosa più letale
per l’uomo. Non è un gas,
ma potrebbe essere
facilmente “spruzzata” con
un comune nebulizzatore.
Le molecole binarie, invece,
sono innocue se prese
singolarmente ma
diventano pericolose
quando si mescolano.
Questa caratteristica li
rende facili da maneggiare
e da trasportare. L’ideale
per qualsiasi terrorista di
buona volontà.
Bruno Vodopivec
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REPOR T
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Far
Le applicazioni della genomica alla farmacologia
permetterebbero di selezionare la terapia
più appropriata per la specifica patologia
e per il singolo paziente
Ad ogni genoma
la sua terapia
Silvia, 17 anni è appena
uscita dalla sala operatoria
dove si è sottoposta ad un
delicato intervento chirurgico al cuore.
Tutto è andato molto bene
soprattutto perché l’intervento ha potuto essere programmato nei minimi dettagli e anche Silvia ha avuto tutto il tempo di prepararsi. La patologia della
quale Silvia soffriva era ancora asintomatica, vista la
giovane età della ragazza,
ma la storia clinica della
sua famiglia ha portato i
medici a sospettare qualche problema ereditario
che è stato confermato dopo un semplice esame del
sangue.
Questa imperfezione genetica l’avrebbe probabilmente portata fra qualche
anno a soffrire di una grave
e incurabile patologia cardiaca.
Non è fantascienza medica,
ma ciò che ci viene oggi prospettato dallo sviluppo di una
nuova disciplina medica: la
medicina predittiva, capace
non solo di modificare l’idea
di malattia, ma anche il concetto di cura e la nozione di
paziente. In questa nuova disciplina la malattia non si
rende visibile solo con le sue
manifestazioni cliniche, ma
può essere prevista anche in
stato di perfetta salute. La conoscenza di 30.000 e più geni
Una storia
che inizia
da Darwin
1859: la selezione naturale
Charles Darwin pubblica “On the origin of
the species”.
1865: l’eredità è trasmessa per unità
George Mendel pubblica i suoi esperimenti che portano ai principi della segregazione e dell’assortimento indipendente
dei geni.
1869: il Dna viene isolato
F. Miescher scopre gli acidi nucleici, ma per
anni nessuno è in grado di apprezzarne il ruolo nella trasmissione dei caratteri ereditari.
1902: la teoria di Mendel
La teoria cromosomica dell’ereditarietà di
Mendel viene riscoperta.
1944: il Dna trasforma le cellule
Oswald Avery e colleghi dimostrano che il
Dna è in grado di modificare le proprietà di
una cellula: si chiarisce la natura chimica dei
geni.
1953: la doppia elica
Francis H. Crick e James D. Watson descrivono la struttura a doppia elica del Dna. Il loro
lavoro sarà riconosciuto nel 1962 con il premio Nobel.
1976: nasce la Genentech
Herbert Boyer fonda la Genentech: l’azienda che nel 1982 produrrà il primo farmaco a base di Dna ricombinante, l’insulina umana.
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che costellano il Dna umano
ci potrebbero consentire di
individuare le cause e le concause molecolari di numerose malattie genetiche conosciute, dalla fibrosi cistica
all’Alzheimer.
Ciascuno di noi ha un Dna
unico e irripetibile e quindi la
necessità di tenere in considerazione il singolo genoma,
impone alla medicina un salto logico fondamentale: è
cioè necessario porre attenzione alle singole caratteristi-
1981: i primi esseri transgenici
Gli scienziati riescono con successo a trasportare geni ereditati in animali di laboratorio.
1982: creato il database GenBank
Gli scienziati iniziano ad inserire dati sulle
sequenze di Dna nel database del National
Institute of Health (aperto al pubblico).
1983: mappato il gene di Huntington
Un marker genetico per la malattia di Huntington viene scoperto sul cromosoma 4.
1990: al via il progetto genoma umano
Il Department of Energy e il National Institutes of Health annunciano un progetto
quindicennale per la definizione delle sequenze del genoma umano. Si prevede di
identificare tutti i geni e di mapparli per determinare il funzionamento del Dna: significa scoprire sia quelli che fanno funzionare l’organismo in modo corretto, sia quelli
che causano malattie: si prospettano quindi
importanti applicazioni preventive e terapeutiche in patologie ereditarie e nei tumori. Alla terapia tradizionale si affianca la
prospettiva di una terapia genica.
2000: progetto genoma umano
Scoperta la sequenza del 90% del genoma
umano.
2003: progetto genoma umano
Determinata la sequenza del 99.99% del
genoma umano. Sarà necessario ancora
molto tempo e molto lavoro per comprendere tutte le informazioni contenute nel genoma umano. Si scopriranno così altre malattie dell’uomo, identificando le molecole
coinvolte: ciò potrà cambiare radicalmente
la pratica medica, portando allo sviluppo di
nuovi farmaci, test genetici e trattamenti individuali.
Laura Boga
che individuali. Una determinata patologia non colpisce
più il fegato o il cuore di un
uomo generico, ma tali organi sono inseriti in un unico e
specifico organismo, il signor
Mario. Si potrebbe arrivare a
determinare il profilo di predisposizione alla malattia di
ciascun singolo soggetto e, in
presenza di predisposizione
per una o più malattie, monitorare l’evoluzione e realizzare interventi preventivi appropriati andando ad agire sullo
stile di vita, somministrando
dei vaccini, ecc.
La promessa della farmacogenomica è quella di conoscere a priori gli effetti che il
farmaco necessario per curare o per prevenire la malattia
avrà sul soggetto, rendendo
praticamente nulli gli effetti
collaterali dovuti alla personale reazione alla terapia. La
sfida è quella di evitare il più
possibile il verificarsi di situazioni di intolleranza del
paziente al farmaco utilizzato. Ciò permetterebbe di
somministrare solo i farmaci
con attività terapeutica accertata, diminuendo notevolmente gli sprechi. Dal punto
di vista della ricerca questo
significa ottimizzare gli studi
sui farmaci. Se fosse possibile preselezionare i gruppi di
pazienti sottoposti alle sperimentazioni in base a una probabile risposta si risparmierebbe tempo e si otterrebbero
risultati più facilmente applicabili alla pratica clinica.
Giuliana Piccolo
Che parola
difficile
i sono differenze tra
C
individuo e individuo
evidenti all’occhio, e ci sono differenze più difficilmente identificabili, come
possono esserlo le diverse
risposte all’uso dei farmaci.
Per alcuni una medicina ha
un ottimo effetto, per altri la
stessa non è efficace o crea
delle reazioni indesiderate e
pericolose.
e caratteristiche di ogni
essere vivente sono raccolte e codificate all’interno
del Dna, la doppia elica descritta cinquant’anni fa da
James Watson e Francis
Crick: una catenella di molecole che contiene tutta
l’informazione utile a formare, riprodurre e descrivere un individuo. Alcuni tratti di Dna, chiamati geni,
contengono informazioni
specifiche per alcune funzioni dell’organismo. Tra
tutti i geni si può provare a
cercare anche quelli coinvolti nella tolleranza alla
molecola di un farmaco.
quello che si prefigge
di fare la farmacogenomica, una nuova disciplina
che riunisce le conoscenze
della farmacologia e quelle
della genomica. La prima,
ricerca nuove sostanze terapeutiche, analizza come
queste vengono assimilate
dall’uomo, quali sono gli
effetti positivi e gli eventuali effetti negativi. Se la genetica si occupa dell’eredi-
L
È
tarietà dei caratteri e della
struttura dei geni, la genomica è una parte della genetica che studia il genoma,
ovvero il corredo genetico
umano nella sua interezza.
a farmacogenomica è
quindi diversa dalla farmacogenetica: quest’ultima
ricerca i geni che possono
essere bersaglio di nuovi
farmaci, la farmacogenomica, invece, analizza la
variabilità genetica nella risposta alla terapia. Ancora
diversa è la terapia genica
che si propone di manipolare o sostituire geni non funzionali o malfunzionanti
con geni sani.
L
Farmaci
su misura
razie alla farmacogeG
nomica si potrà prevedere la tossicità dei farmaci
conoscendo le differenze
tra i genotipi umani, ma potranno anche essere sviluppate medicine su misura
minimizzando gli effetti
collaterali, i danni dovuti
alle reazioni indesiderate e
avere terapie mirate: non un
farmaco per ogni malattia,
ma a ciascun paziente la
sua medicina.
Chiara Romeo
Problemi etici
Se gli enormi costi necessari sembrerebbero
relegare l’applicazione delle teorie di farmacogenomica in un futuro ancora lontano, i
problemi etici che questo nuovo orizzonte della medicina solleva sono già sul tappeto.
Essendo la farmacogenomica basata sull’esame del Dna, essa condivide gli ostacoli di
qualsiasi altro tipo di ricerca genetica. La
privacy innanzitutto, dal momento che mai
l’inizio di una cura medica ha richiesto la
raccolta ed il trattamento di una tale quantità
di dati personali.
Un dilemma si pone nel momento in cui una
particolare sequenza di Dna che ci rende più
o meno sensibili all’azione di un determinato
farmaco dovesse coincidere, o essere strettamente correlata, con una particolare predisposizione verso una certa malattia. Rendere
di pubblico dominio tali informazioni potrebbe renderci oggetto di discriminazioni, per
non parlare del fatto che in questo caso si
tratterebbe di una malattia ereditaria e quindi anche i nostri familiari potrebbero essere
portatori di questo rischio potenziale e che
questo rischio può essere trasmesso ai figli.
Rivelare o meno questa informazione almeno
ai diretti interessati?
Sorgono poi i problemi che l’applicazione
della farmacogenomica specificamente impone. Il più immediato è di nuovo il rischio della
discriminazione, che si manifesta già a partire dallo studio clinico, necessario per stabilire se ci sia o meno correlazione tra una particolare sequenza di Dna e la sensibilità a de-
terminati farmaci; gli individui che a livello
del codice genetico non presentano le caratteristiche richieste, pur essendo affetti da una
certa malattia saranno esclusi dalla ricerca e
quindi da un possibile vantaggio di quel determinato farmaco.
Una volta conclusi gli studi sperimentali, il
problema della discriminazione si ripropone
nella pratica clinica. Bisogna tener conto di
due aspetti che la complessità di funzionamento del genoma umano impone: in primo
luogo una risposta ad un dato farmaco non è
determinata da una sola sequenza di Dna, ma
dalla combinazione di più sequenze; in secondo luogo non necessariamente se una sequenza è presente sarà “attiva”, cioè avrà qualche
effetto sull’organismo che la ospita. Ne deriva
che il medico potrebbe decidere di non somministrare un farmaco ad un paziente perché
c’è la possibilità che si verifichi un effetto collaterale molto grave, ma la realtà è che il paziente in questione verrebbe escluso a priori
da un potenziale vantaggio. Se poi si considera che ogni razza presenta una peculiare disposizione delle sequenze del Dna, il passo
verso la possibilità della discriminazione razziale è breve.
Per sfuggire a questo scenario di determinismo genetico non resta che ampliare l’educazione scientifica, in modo da rendere tutti consapevoli che lo schema in base al quale ad un
singolo gene corrisponderebbe la risposta ad
un farmaco non ha fondamento.
Barbara Cicoli
ORDINE
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2003
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