MENSILE DELLA CARITAS ITALIANA - ORGANISMO PASTORALE DELLA CEI - ANNO XXXIX - NUMERO 8 - WWW.CARITASITALIANA.IT
POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA
ottobre 2006
Italia Caritas
CONGO ALLE URNE, LA FATICA DELLA RICONCILIAZIONE
LA TERRA DEI VALORI RUBATI
FINANZIARIA WELFARE PER LO SVILUPPO? SEGNALI TIMIDI
ESCLUSIONE “VITE FRAGILI”, CENTO STORIE DALL’ITALIA POVERA
LIBANO «GUERRA TERRIBILE, MA HA CREATO NUOVI PONTI»
sommario
ANNO XXXIX NUMERO 8
Mensile della Caritas Italiana
Organismo Pastorale della Cei
viale F. Baldelli, 41
00146 Roma
www.caritasitaliana.it
email:
[email protected]
IN COPERTINA
Un congolese mostra la scheda
delle elezioni di fine luglio.
È stato un momento storico
per il paese, ma si tradurrà
in un cambiamento reale,
dopo anni di guerra?
foto Roberto Cavalieri
Italia Caritas
direttore
Don Vittorio Nozza
direttore responsabile
Ferruccio Ferrante
coordinatore di redazione
editoriale
di Vittorio Nozza
L’ABITO DEL CRISTIANO
DICE AL MONDO LA SPERANZA
Paolo Brivio
in redazione
Danilo Angelelli, Paolo Beccegato,
Renato Marinaro, Francesco Marsico,
Francesco Meloni, Giancarlo Perego,
Domenico Rosati
editoriale di Vittorio Nozza
L'ABITO DEL CRISTIANO DICE AL MONDO LA SPERANZA
parola e parole di Giovanni Nicolini
LA TRISTEZZA DELL’AVERE E LE AGILI TENDE DELLA FEDE
paese caritas di Claudio Massa
L'ASCOLTO AL BANCONE, ANIMAZIONE CHE NASCE AL BAR
3
progetto grafico e impaginazione
Francesco Camagna ([email protected])
Simona Corvaia ([email protected])
5
stampa
Omnimedia
via Lucrezia Romana, 58 - 00043 Ciampino (Rm)
Tel. 06 7989111 - Fax 06 798911408
6
nazionale
L’ESTATE DEI LIBERATI, LUCI E OMBRE DELL’INDULTO
servizi di Pietro Gava e Giancarlo Perego
dall’altro mondo di Franco Pittau
WELFARE PER LO SVILUPPO? I SEGNALI SONO TIMIDI
di Paolo Pezzana
TEMPO DI “VITE FRAGILI”, LA POVERTÀ È INEVITABILE?
di Walter Nanni
database di Walter Nanni
PEZZI DI CITTÀ CAMBIANO: LE INCOGNITE DEL NUOVO
MILANO Riconversione grandi firme di Meri Salati
ROMA Tutto il chiasso del mondo di Fabio Vando
contrappunto di Domenico Rosati
panoramacaritas CASCHI BIANCHI, CONVEGNO CARITAS
progetti MICROPROGETTI CONTRO LA POVERTÀ
sede legale
viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma
tel. 06 541921 (centralino)
06 54192226-7-77 (redazione)
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offerte
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13
Paola Bandini ([email protected])
tel. 06 54192205
inserimenti e modifiche nominativi
richiesta copie arretrate
15
Marina Olimpieri ([email protected])
tel. 06 54192202
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18
spedizione
in abbonamento postale
D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46)
art.1 comma 2 DCB - Roma
Autorizzazione numero 12478
dell’8/2/1969 Tribunale di Roma
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Chiuso in redazione il 22/9/2006
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AVVISO AI LETTORI
Per ricevere Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione di almeno 15 euro: causale contributo Italia Caritas.
internazionale
IL FURTO DEI VALORI, IL CONGO BATTE LA PIETRA
26
di Luciano Scalettari, Roberto Cavalieri e Maurizio Marmo foto Roberto Cavalieri
casa comune di Gianni Borsa
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LIBANO: «GUERRA DISTRUTTIVA, MA HA CREATO NUOVI PONTI»
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di Paolo Brivio
guerre alla finestra di Paolo Beccegato
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MYANMAR, LA BATTAGLIA DI ERIK AL SILENZIO CHE UCCIDE
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di Paolo Beccegato
contrappunto di Alberto Bobbio
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agenda territori
villaggio globale
Le offerte vanno inoltrate a Caritas Italiana tramite:
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Donazione con Cartasì e Diners,
telefonando a Caritas Italiana 06 541921
Cartasì anche on line, sul sito
www.caritasitaliana.it (Come contribuire)
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ritratto d’autore di Antonio Sciortino
BIRRA REGALO CON SORRISO, AVREI FATTO LO STESSO ANCH’IO?
La Caritas Italiana, su autorizzazione della Cei, può
trattenere fino al 5% sulle offerte per coprire i costi di
organizzazione, funzionamento e sensibilizzazione.
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5 PER MILLE
Per destinarlo a Caritas Italiana, firmare il primo
dei quattro riquadri sulla dichiarazione dei redditi
e indicare il codice fiscale 80102590587
l particolare servizio di animazione e diaconia della carità, a
cui sono chiamate le Caritas, ha molto da offrire in termini
di riflessione al Convegno ecclesiale di Verona (“Testimoni
di Gesù risorto, speranza del mondo”, 16-20 ottobre), proprio a
partire da esperienze pastorali che costituiscono fatti di speranza nella vita delle persone. Tre occasioni di incontro e confronto
(a Milano con gli operatori dei servizi di carità, a Fiuggi con i direttori Caritas e a Firenze con quanti, operanti nelle Caritas,
za e diaconia della carità, nella
Chiesa e nella società, è chiesto di
emergere da un ambito pur ricco di
esperienze e dedizioni personali e
associative, di organismi e di gruppi, per essere anima di tutta la pastorale e della testimonianza dei
credenti nel tempo presente. Carità,
quindi, non più solo come ambito,
ma come abito ordinario di vita.
La terza scelta consiste nel ricerparteciperanno a Verona), vissute
care e nel ridirsi insieme il significalungo l’anno pastorale, hanno offerto
to autentico della speranza cristiaLa testimonianza
spunti per far camminare almeno tre
na, per porla alla base delle scelte e
della carità appartiene
scelte di fondo.
degli impegni per il futuro. Di fronte
alla natura della Chiesa.
La prima scelta è quella di consialla crisi di speranza che caratterizE si concretizza in tante
derare il quarto Convegno ecclesiaza il nostro tempo, e che le Caritas
storie di vita, che
le nazionale non come evento fine a
toccano con mano nel loro servizio
le Caritas alimentano
se stesso, ma come occasione di veai poveri, agli esclusi e ai dimenticaogni giorno. Donandole
rifica del proprio servizio pastorale
ti, e nel servizio di animazione alle
alla Chiesa italiana,
nelle comunità e nei territori e per
comunità e al territorio, è forte l’esiriunita a Verona per il suo
elaborare piste di lavoro pastorale
genza della Chiesa di testimoniare
Congresso nazionale
ordinario. Una logica molto vicina a
con credibilità. Se la speranza criquella esplicitata dalla Traccia prestiana è la persona di Gesù Cristo
paratoria dell’evento, per la quale il
crocifisso e risorto, essa deve traquale Convegno ecclesiale rappresenta “una prima ve- dursi in uno stile di vita (testimonianza, appunto) caparifica del cammino pastorale svolto in questo decennio ce di vedere, incontrare e comunicare questa Persona.
e un punto di ripresa e di rilancio verso gli impegni che La domanda allora è: “in che modo” i cristiani sono
ancora ci attendono”. La seconda scelta è quella di ma- chiamati a testimoniare, sull’esempio del loro Signore,
turare riflessioni sul tema del Convegno considerando morto e risorto?
tutti i cinque ambiti indicati dalla Traccia. Se i cristiani
sono chiamati a testimoniare la propria speranza a par- Fede, pazienza, apertura, vigilanza
tire dai luoghi fondamentali, ordinari dell’esperienza Le riflessioni maturate in questi mesi di cammino uniumana, la carità non può essere relegata a uno solo di tario hanno messo a fuoco quattro tratti principali, caquesti luoghi. Essa è una dimensione vivificante tutte le ratterizzanti lo stile di Gesù.
esperienze di vita: “La carità non è per la Chiesa una
Una speranza che è fede fiduciosa: Gesù sperimenta
specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe tutte le ragioni contro la speranza, l’ostilità delle autoanche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è rità religiose, l’abbandono delle folle, l’insuccesso della
espressione irrinunciabile della sua stessa essenza” sua parola, l’incomprensione dei discepoli, la missione
(Deus caritas est, 25). Soprattutto oggi, alla testimonian- incompiuta, la vita spezzata. La forza per mantenere in-
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editoriale
parola e parole
di Giovanni Nicolini
tatta la sua fiducia la trova nella certezza di essere in comunione con il Padre.
Una speranza che è resistenza e pazienza: Gesù spera
che Dio realizzi le sue promesse, annuncia l’imminente
venuta del Regno, ma non forza i tempi, non cede alla
tentazione di instaurarlo con gesti che suscitino adesione immediata: rifiuta di cambiare le pietre in pane, di
sedurre con prodigi, di edificare un sistema politico, di
soddisfare le attese di un messianismo ambiguo. Ricorre a mezzi deboli che puntano a convincere e non a costringere. E sulla Croce rivela non rassegnazione disperata, né ribellione titanica, ma resa fiduciosa, abbandono al Padre, e dunque resa capace di sostenere una lotta contro il male. Resa non al male, ma al mistero di Dio.
Una speranza che è attesa e apertura al futuro: nelle
Beatitudini la speranza assume la forma della consolazione per quelli “a cui la terra non ha dato felicità; e siamo noi tutti. Quelli, specialmente, i cui desideri furono
ingiustamente delusi, quelli che sperarono invano il loro pane, la loro pace, il loro onore, il loro amore: le beatitudini del Vangelo sono per i poveri, i piangenti, gli
umiliati, gli infelici. La speranza cristiana è il grande
conforto per il dolore del mondo” (Paolo VI).
Infine, una speranza che è responsabilità e vigilanza.
Essa non equivale a cercare nel futuro qualcosa che ora
non c’è. Non è una specie di miraggio verso cui è proiettato il desiderio, ma fa leva sull’esperienza attuale di comunione con Cristo. La speranza è attesa di qualcosa
che si è già assaporato e da cui si è stati profondamente
conquistati, nella consapevolezza dei molteplici ostacoli che bisogna rimuovere per accoglierlo.
L’esito del setaccio
Contemplazione e impegno sono le due grandi figure
della speranza (Traccia, 12). Al di là delle singole esperienze, comunque molto significative, sembra utile
contribuire alla riflessione delle Chiese in Italia portando l’esito del “setaccio” di tante storie di vita, nel
tentativo di individuare criteri rispetto ai quali contribuire all’azione della Chiesa e delle Caritas per la diffusione della speranza.
Gli esempi non fanno difetto. Storie di ricca vita affettiva si sperimentano nella comunità delle ragazze in
servizio civile volontario nella diocesi di Latina, o nel
Progetto Donna della diocesi di Vigevano, servizio di accoglienza per donne che vivono situazioni di disagio.
Storie di lavoro e festa si sono manifestate nell’intervento a sostegno di un’azienda in crisi nella diocesi di Cuneo, o nel Progetto Policoro come segno di attenzione
concreta ai giovani disoccupati della Chiesa diocesana
di Reggio Calabria. Storie di fragilità sono quelle della
“fattoria della misericordia” nella diocesi di SpoletoNorcia, che accoglie giovani disorientati e smarriti, o del
Progetto Diaspora della diocesi di Termoli-Larino, che
ha manifestato attenzione agli sfollati a causa del terremoto. Storie di tradizione della fede emergono dalla cura pastorale degli immigrati cattolici e dal primo annuncio ai rom nella diocesi di Rimini. Storie di educazione alla cittadinanza si sperimentano nel Progetto
Recuperandia della diocesi di Carpi, per educare al consumo critico e al rispetto dell’ambiente, e nel Progetto
Scarp de’ tenis della diocesi di Milano, dove il lavoro diventa percorso di promozione e di appartenenza al territorio delle persone senza dimora.
Con queste e tante altre storie le Caritas camminano
verso Verona. Sono piccoli percorsi di ogni giorno. Da
consegnare alla Chiesa italiana, come altrettanti doni di
speranza.
‘‘
Di fronte alla crisi di speranza del nostro tempo, che
le Caritas toccano con mano nel loro servizio ai poveri,
è forte l'esigenza di testimoniare con credibilità
’’
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LA TRISTEZZA DELL’AVERE
E LE AGILI TENDE DELLA FEDE
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto,
poiché aveva molti beni. (Marco 10,17-30)
on per tutte le memorie evangeliche, l’uomo ricco è un giovane. Secondo l’evangelista Marco, egli si presenta come un
uomo ricco d’esperienza, con un grande cammino di fede e
fedeltà, “fin dalla giovinezza”. Nel testo di Marco, anche Gesù si presenta in una fisionomia particolare, che lo accosta – potremmo dire
oggi – a un comune fedele. All’uomo che lo interpella chiamandolo
“maestro buono”, Egli risponde dicendo: “Perchè mi chiami buono?
Nessuno è buono, se non Dio solo”. Gesù dunque gli proporrà
suno, perchè si ha già tutto. Avere,
avere: mi colpisce che nella lingua
dei padri ebrei non ci sia il verbo
“avere”. Ma questa particolarità linguistica rivela la sua fonte teologica:
tutto è di Dio. A noi è gradita l’eredità dataci in sorte. Ma soprattutto
non possiamo tirarci dietro fardelli
troppo pesanti, in un cammino sotto le tende che ogni giorno riprende, verso la Casa di nostro Padre.
di seguirlo per la stessa strada che
Anche la ricchezza intellettuale è
Lui sta percorrendo. E di strada ne
pericolosa. In un certo senso lo è anGesù propone al ricco
ha già fatta anche l’uomo ricco, una
che la cultura, se non accetta ogni
di disfarsi di tutte
strada che ora esige di trovare uno
giorno di farsi visitare e interrogare,
le sue cose per seguire
sbocco definitivo.
e magari contestare, dalla Parola di
il Maestro buono.
È molto interessante che l’ostaDio e dalla storia. Ritrovare oggi una
Così parla anche
colo che gli impedirà la gioia di
sapienza della povertà, ritrovare il
alla nostra condizione
camminare con il Signore, e lo coprimato della beatitudine dei poveri
di uomini moderni.
stringerà alla sua triste solitudine,
in spirito, è essenziale anche nei terUna provvidenziale
non sta nella prospettiva di seguire
mini più circoscritti della nostra cicultura della povertà
il Maestro buono, ma in quella di diviltà, e persino della nostra tradiziopuò sottrarci
sfarsi di tutte le sue cose per farne
ne spirituale. Siamo fortunatissimi:
a spaventose fragilità
un banchetto di carità per i poveri e
ancora una volta Gesù ci passa acun tesoro nel cielo. Le ricchezze,
canto, ci propone di trasformare in
tutte le ricchezze, persino quelle che l’uomo ben cono- agili tende le nostre decadenti fortezze, ci invita a seguirsce come osservanza dei comandamenti, sono grande lo sulle tracce che da Francesco d’Assisi a Teresa di Calpericolo, e ostacolo, per la fede. La fede è per i poveri. E cutta la grande avventura cristiana ha saputo ritrovare,
l’angosciante domanda che si pongono gli antichi padri proprio nei tempi in cui l’ingiusta ricchezza poteva di(“C’è salvezza per il ricco?”), riceve quasi sempre nella ventare prigione o addirittura pericolo di morte.
loro riflessione una risposta piuttosto pessimistica.
Una cultura della povertà si è provvidenzialmente insinuata nei pensieri e nei sentimenti comuni, perchè oggi
Non avere bisogno
percepiamo spaventose fragilità che ieri non ci disturbaQuando mi trovo in chiesa con la mia gente di parroc- vano: dall’esaurimento delle risorse energetiche all’indechia, sono certo di trovarmi in un’assemblea di tutti po- bolirsi dei vincoli affettivi e del potere di generare... Chisveri. Anch’io. Ognuno con la propria povertà. Ognuno sà che anche noi, i “tristi ricchi” del mondo, possiamo trovenuto a rendere autentico il gemito del Salmo che apre vare strade alternative a quelle tentate vanamente dal
le ore della preghiera cristiana: “Dio, vieni a salvarmi. Si- Basso Impero. Che tentò di fermare i barbari, e dovette
gnore, vieni presto in mio aiuto”. La ricchezza è l’idola- soccombere. Noi, dalla grande sapienza ebraica e cristiatrica illusione di “non avere bisogno”, di niente e di nes- na, potremmo trarre nuova linfa di vita e di passione.
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paese caritas
di Claudio Massa
vicedirettore Caritas diocesana Cuneo
L’ASCOLTO AL BANCONE,
ANIMAZIONE CHE NASCE AL BAR
bordinata a quella educativa.
Ogni Caritas è chiamata a lavorare perché ciascun cristiano e la comunità cui appartiene sappiano far
maturare atteggiamenti di carità nella propria esperienza di fede e si sentano in dovere di viverli. Educare alla
carità è un’impresa che si sviluppa
secondo due modalità principali: l’animazione in senso stretto, con la parola e con cammini di crescita e di rihanno anche la possibilità di scamflessione; la pedagogia dei fatti, fabiare due chiacchiere…». Dalle parocendo
fare esperienza concreta di
Un punto d’ascolto inedito,
le di Bruno, il titolare del bar, scaturiamore, esperienza che va, però, riletin un piccolo esercizio
scono l’amore e l’attenzione che cirta in modo che sia assimilata e suscidi
una frazione di Cuneo.
condano le persone che vi si affacciati atteggiamenti di vita, non solo geIl titolare raccoglie
no ogni giorno. Il bar è un piccolo
sti. L’animazione è un primato per le
le segnalazioni e coordina
centro di ascolto, che nel corso di
nostre Caritas: è il loro specifico, il
le visite domiciliari
questi anni ha radicato la presenza
ruolo che sono chiamate a vivere nelagli anziani.
della Caritas parrocchiale nel territola pastorale di una comunità.
rio della piccola comunità, circa milCompito di una Caritas diocesaLa testimonianza
le abitanti. Un luogo in cui si raccolna
è
di conseguenza sostenere e anidella carità deve radicarsi
gono istanze, bisogni e necessità, che
mare
le parrocchie, affinché fioriscanella vita di tutti i giorni
vengono poi passati agli altri compono in esse cristiani capaci di testimonenti della Caritas. Una piccola openiare, con uno stile credibile di vita,
ra-segno di autentica testimonianza comunitaria della ca- Cristo Risorto come la novità capace di rispondere alle atrità, luogo di incontro, di accoglienza familiare, dove si fa tese e alle speranze più profonde degli uomini d’oggi. “La
esperienza di fraternità, dove i poveri sono amati, cercati, parrocchia, oggi, deve fuggire la tentazione di chiudersi in
accolti, serviti e coinvolti nel tessuto della parrocchia.
se stessa, paga dell’esperienza gratificante di comunione
che può realizzare tra quanti ne condividono l’esplicita
appartenenza” (Cei, Nota pastorale Il volto missionario
Incrociare lo sguardo
Il lavoro che viene fatto in questa piccola comunità parroc- delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 13).
chiale, anche attraverso il singolare “punto di ascolto”, racLe nostre comunità cristiane hanno il dovere di attrezchiude in sé il compito di fondo di una Caritas, là dove si di- zarsi culturalmente in modo più adeguato, per incrociare
ce che la sua è una funzione prevalentemente pedagogica. con determinazione lo sguardo spesso distratto degli uoPartendo da fatti concreti, da piccoli gesti quotidiani di ca- mini e delle donne di oggi. “Anche in questo caso – avverrità e di attenzione al prossimo, si educa e si promuove nel- tono i vescovi –, più che di iniziative si ha bisogno di perl’intera comunità un atteggiamento di ascolto e dedizione sone, di credenti, soprattutto di laici credenti che sappiaverso chi soffre o è nel bisogno. Il fraterno e diretto servizio no stare dentro il mondo e tra la gente in modo significaai poveri diventa una conseguenza, in qualche modo su- tivo”. Anche servendo al bancone di un bar.
n piccolo bar-commestibili di una piccola frazione nel circondario di Cuneo. Un’attività gestita da uno dei membri della locale Caritas parrocchiale. Pronto, Esmeralda? Ciao! In forma?
Ah, ti servirebbe la spesa... «Questo è il lavoro che facciamo quando gli
anziani hanno difficoltà di movimento. Si devono servire a domicilio
talvolta per problemi di salute, altre volte per problemi di distanze;
magari il fatto di essere senza patente li fa sentire un pochino fuori…
Se tutti i giorni o ogni due giorni hanno la possibilità di “fare la spesa”,
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OT TOBRE 2006
...linguaggi solidali
Italia Caritas
Italia Caritas
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nazionale
Approvato a fine luglio, l’indulto ha consentito
di “alleggerire” di un terzo, in un mese,
le presenze nelle sovraffollate carceri italiane.
Ma per chi è uscito non sono mancati
i problemi. L’impegno delle Caritas diocesane
DENTRO E FUORI
Turno di guardia
al carcere di Perugia.
Sotto, la storica
visita di papa
Wojtyla a Regina
Coeli, a Roma,
per il Giubileo
L’ESTATE DEI LIBERATI,
LUCI E OMBRE DELL’INDULTO
di Pietro Gava
U
n evento eccezionale, persino inatteso. Chi ne poteva
fruire ha gioito, sulle prime, con entusiasmo repentino.
Salvo poi accorgersi delle ombre che si celavano dietro
l’angolo. L’indulto ha liberato molti uomini e donne. Ma
ha anche acceso polemiche nell’arena politica e nell’opinione pubblica, consegnando molti suoi beneficiari a
un futuro prossimo fatto di incertezze e precarietà.
La Camera dei deputati ha dato via libera al provvedimento di indulto il 27 luglio, con 460 sì (contrari Italia
dei Valori, Lega Nord e Alleanza Nazionale, astenuti i Co-
ROMANO SICILIANI
prigioni d’italia
munisti italiani); due giorni dopo anche il Senato ha approvato l’indulto con maggioranza qualificata dei due
terzi (245 sì, 56 no, 6 astenuti). L’indulto è stato concesso per tutti i reati commessi fino al 2 maggio 2006, nella
misura non superiore a tre anni per le pene detentive e
non superiore a 10 mila euro per quelle pecuniarie. Sono state stabilite esclusioni riguardo a certi reati particolarmente gravi. La legge ha stabilito anche che l’indulto
non possa essere applicato alle pene accessorie temporanee, come l’interdizione dai pubblici uffici. Il beneficio dell’indulto sarà revocato se chi ne ha usufruito
commette, entro cinque anni dal 1 agosto 2006, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena
detentiva non inferiore a due anni.
Secondo i dati del ministero della giustizia, aggiornati a metà settembre, sono stati 24.729 i detenuti (compresi i minori) scarcerati per indulto: circa 19 mila erano
in carcere (la popolazione carceraria, che al 31 luglio risultava composta da 60.710 persone, è stata dunque alleggerita di quasi un terzo); gli altri 5 mila erano soggetti
a misure alternative alla detenzione o in custodia cautelare. Gli stranieri “indultati” sono stati 8.252, circa 6.050 i
tossicodipendenti e 7.200 i malati affetti da patologie
croniche. Il maggior numero di dimissioni si è registrato
in Lombardia (3.261), Campania (2.754) e Sicilia (2.574).
Papa Giovanni Paolo II, incontrando nel 2000 i due
rami delle Camere in seduta congiunta, aveva chiesto in
modo accorato ai parlamentari un “segno di clemenza”.
Il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente della
Pontificia commissione Giustizia e pace, ha espresso la
“grande soddisfazione” della Santa Sede: «Viene coronato il sogno di Giovanni Paolo II e anche quello di Benedetto XVI, assai sensibile alla situazione dei carcerati in
tutto il mondo». In una nota, Caritas Italiana ha auspicato che l’indulto “non sia una semplice valvola di sfogo
della pressione carceraria, non perdonismo unilaterale,
ma cammino comune di cambiamento, dove la libertà
ridonata può costituire occasione di scelta per il bene
comune e di confronto a tutto campo sui temi della sicurezza sociale, della funzione risocializzante della pena, dell’attenzione alle vittime dei reati, delle condizioni
carcerarie, dei rapporti tra strutture penitenziarie e territorio, per riuscire ad avviare un vero cammino di riconciliazione sociale”.
Perché erano piene?
La libertà che toglie il lavoro,
il ritorno con l’incubo dei debiti
Storie rilasciate. “Dentro”, l’assenza di libertà. “Fuori”, il
latitare delle opportunità. L’indulto ha costituito per molti un
ritorno alla normalità tutt’altro che soft. Mohammed, per
esempio, non sa se gridare o mettersi a piangere. Marocchino
di 29 anni, regolare in Italia dal 1996, era finito in un carcere
milanese per aver tentato, in un momento di bisogno, di
estorcere soldi a un connazionale. Ma la prigione gli è servita:
grazie a una cooperativa ha imparato il mestiere di fabbro e a
ottobre sarebbe dovuto scattare l’affidamento ai servizi sociali,
con conseguente possibilità di uscire a lavorare. Aveva ancora
un anno da scontare in carcere, ma il 2 agosto è stato liberato
con l’indulto. Da quel momento sono incominciati i suoi
problemi: portato in questura a Milano e rinviato a Bergamo,
dove aveva ottenuto il primo permesso di soggiorno, ha
ricevuto un’intimazione ad allontanarsi dal territorio nazionale,
a causa della sua desunta, non provata, “pericolosità sociale”.
Privato del permesso di soggiorno, Mohammed ha fatto ricorso
al Tar. Ma nell’attesa, oltre a non poter lavorare, rischia di
essere arrestato, buttato in carcere ed espulso dall’Italia...
Maria, italiana, 60 anni, è uscita dal carcere dopo sei anni
dietro le sbarre. A metà agosto è stato scarcerato anche il
figlio. Tornati nell’appartamento che hanno in affitto in una
zona semicentrale di Milano, hanno trovato tagliati luce e gas,
oltre a uno stato di morosità nel pagamento delle spese
condominiali ancora più elevato di quello lasciato dal figlio
prima di essere arrestato. Senza parenti, amicizie e lavoro,
hanno chiesto colloquio al comune: appuntamento fissato per
fine settembre... Solo grazie all’intervento degli operatori
Caritas l’azienda elettrica ha accettato di dilazionare il
pagamento, ma già la prima rata sarà un problema. Dal centro
di ascolto della parrocchia arrivano un piccolo supporto
economico e generi di prima necessità. Ma il progetto di
reinserimento richiederà tempi lunghi. Mentre le necessità di
sopravvivenza sono pressanti.
Massimo soffre invece, fin dall’infanzia, di problemi psichici.
A seguito di alcune esplosioni di violenza, era stato rinchiuso
nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.
È stato scarcerato grazie all’indulto, ma senza una terapia
farmacologia adeguata. Il centro psico-sociale milanese a cui
fa riferimento può prescrivere una terapia, ma non lo ha potuto
ricoverare nel reparto di psichiatria per mancanza di posti.
Il caso è grave ed è stato segnalato alla prefettura.
Ma il futuro resta un’incognita.
Le Caritas diocesane, nel bel mezzo dell’estate, si sono
mobilitate per affrontare una situazione in molti conI TA L I A C A R I TA S
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nazionale
prigioni d’italia
testi delicata. Molti detenuti liberati non potevano riferirsi, al momento del rilascio, a reti famigliari e sociali,
rischiando così l’abbandono e una condizione di marginalità sociale foriera di nuovi, negativi sviluppi. «Per
fortuna non si è verificata nessuna emergenza, la collaborazione tra istituzioni e associazioni locali ha funzionato – garantisce da Cremona don Antonio Pezzetti, direttore della Caritas diocesana –. Il numero delle
persone tornate libere nel nostro territorio non è stato
di proporzioni gigantesche. E le nostre strutture di accoglienza si sono fatte trovare pronte. Ora l’obiettivo è
aiutare gli ex detenuti a cercare un’occupazione. L’abitudine a un lavoro di rete proficuo e collaudato ci fa
ben sperare: il comitato per il carcere, nel nostro terri-
torio, è costituito da realtà laiche ed ecclesiali che hanno già conseguito in altre occasioni buoni risultati».
Dall’intesa con le istituzioni muove anche l’impegno della Caritas diocesana di Avellino. «La nostra esperienza ventennale nel mondo del carcere ci ha consentito di essere un punto di riferimento sia per l’amministrazione regionale sia per quella locale – spiega Carlo
Mele, il direttore –. Nelle carceri era cresciuto di giorno
in giorno un forte clima d’attesa verso il provvedimento di indulto. Dopo l’euforia iniziale, oggi c’è maggiore
tranquillità. In alcuni casi imbarazzante: ad Avellino sono più gli agenti di custodia che le persone in cella... In
ogni caso noi non ci siamo fatti trovare impreparati: oltre a servizi di accoglienza, grazie ai fondi otto per mil-
le da anni possiamo offrire borse lavoro che consentono agli ex detenuti persino di avviare nuove attività».
Gli elevati tassi di disoccupazione del sud preoccupano invece don Michele Quattrocchi, direttore della
Caritas diocesana di Caltanissetta. «Purtroppo – osserva – le possibilità di trovare un lavoro per un ex detenuto sono scarse. Alcune proposte, come il progetto
Policoro, avanzato da Caritas e da altre pastorali, devono superare ostacoli difficili. Compresa una certa
mentalità assistenzialista maturata dai carcerati, che
non li aiuta a uscire da una condizione marginale. Sono inoltre stati liberati molti immigrati, che dovevano
essere espulsi, ma secondo le leggi vigenti sono stati
portati a un centro di accoglienza e non ne abbiamo
saputo più nulla. In ogni caso le famiglie siciliane che
hanno riaccolto un loro membro non crollano, e si
contano sulle dita di una mano i casi di persone isolate dopo la liberazione. Inoltre l’indulto ha reso il clima
in carcere decisamente più umano e vivibile».
Nel carcere di Isili (Nuoro) oggi ci sono 110 agenti e
40 detenuti. «È il personale a sentirsi a disagio… – racconta don Giovanni Usai, cappellano nella struttura di
detenzione e impegnato nella Caritas di Oristano –. Di
sicuro l’indulto ha centrato l’obiettivo di svuotare le carceri, ma chiediamoci per quali leggi erano piene. Siamo
certi che, soprattutto per quanto riguarda gli stranieri rei
di aver violato le attuali norme sull’immigrazione, dentro ci fossero colpevoli e non vittime?».
LIBERI CORRIDOI
La grazia compie la giustizia
ma solo se viene “accompagnata”
Alcune carceri italiane,
come San Vittore, a Milano,
“alleggerite” dall’indulto
progettano interventi
di ristrutturazione edilizia.
Ma è il ruolo sociale
dell’esecuzione delle pene
che va migliorato
L’indulto ha evidenziato che non si curano i problemi di un paese ricorrendo
al carcere. Ma la decisione politica non è efficace, senza concertazione sociale
di Giancarlo Perego
estate 2006 è stata segnata dal varo del
provvedimento di indulto, che ha dato “respiro” al sovraffollamento delle carceri e ha
consentito a migliaia di persone di terminare la pena anticipatamente e iniziare un
nuovo percorso di vita. L’esperienza dell’indulto 2006
ha due facce. Anzitutto, sul versante politico, culturale e
sociale, ribadisce che il cammino della giustizia non si
costruisce con più carcere e con più pene, ma con segni
alternativi di accompagnamento, di prossimità e di mediazione tra chi ha commesso una colpa ed espia la pena e la società. L’indulto segnala come la “grazia” accompagna la giustizia non solo per motivi di opportunità – l’alleggerimento di una situazione di sovraffollamento – ma per scelta politica e culturale.
Il valore politico del “segno” dell’indulto nasce anche dalla consapevolezza che in questi anni il carcere,
come luogo di pena, è stato utilizzato soprattutto per internarvi soggetti fragili: immigrati espulsi e rientrati
(8.711), tossicodipendenti (6.050), malati cronici
(7.200), senza dimora. L’indulto è dunque un segnale
forte per ribadire che non si possono governare nuovi
problemi sociali e culturali ricorrendo al carcere. Far
L’
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credere che la sicurezza, cioè il benessere di una comunità, dipende dalla cattura di un immigrato espulso o di
un soggetto povero e malato significa creare una falsa
risposta ai problemi sociali del paese.
Ma la vicenda dell’indulto ha evidenziato che una
“grazia”, per essere efficace, ha bisogno di essere accompagnata. E ha mostrato limiti di cui occorre essere consapevoli, se non si vuole indebolire, o addirittura rendere
inefficace, un importante strumento di giustizia. L’indulto non può essere infatti considerato una misura che nasce solo da una decisione politica, senza una “concertazione sociale” in ordine ai tempi, ai percorsi, all’accompagnamento dei beneficiari. Un soggetto debole, malato,
senza dimora o senza lavoro necessita, nel suo passaggio
dal carcere alla società, di un accompagnamento che
non lasci tempi morti, i quali rischiano di essere nuovamente riempiti da ingiustizie, illegittimità, povertà, solitudine e abbandono. La destinazione di questo percorso,
infatti, sarebbe ancora una volta il carcere.
Rincorsa indufficiente
La politica non può produrre scelte, soprattutto quando
sono tanto delicate, ignorando la società civile: senza il
coinvolgimento dell’associazionismo sociale e familiare,
senza la consultazione degli enti locali – in particolare i
comuni, che la legge 328/2000 ha reso perno di ogni servizio alla persona –, senza risorse da investire nella salute,
nell’integrazione, nel lavoro, in alcuni sgravi fiscali, anche
le norme migliori rischiano un’applicazione negativa.
A dire il vero il governo, in particolare i ministri della
solidarietà sociale e del lavoro, ha effettuato una “rincorsa”, dopo il varo della legge, costituendo un tavolo di lavoro e di confronto congiunto con gli organismi sociali e
gli enti locali; in particolare sono stati destinati fondi a sostegno di alcuni soggetti (tossicodipendenti e alcoldipendenti) per l’inserimento lavorativo, con una particolare
attenzione ai giovani tra i 16 e i 25 anni, grazie alla riaper-
tura da parte del ministero della giustizia della vexata questio della gestione delle risorse della Cassa delle
ammende. Tuttavia questa rincorsa
ha provvisto briciole (in tutto 17 milioni di euro, cioè circa 700 euro per
ogni detenuto liberato): a essere dimenticati sono la maggior parte dei
soggetti beneficiari dell’indulto, cioè
gli immigrati. Queste persone, espulse dall’Italia, rischiano di rimanervi come clandestine e di rientrare nel girone del lavoro nero o in percorsi di malavita: senza un permesso di soggiorno, non possono cominciare un cammino inverso di cittadinanza. Sarebbe stato il caso di abbinare all’indulto un permesso per ricerca di lavoro, che in
sei mesi avrebbe dato la possibilità a un immigrato di
fruire di un accompagnamento sociale e di un tirocinio
davvero capaci di imprimere una svolta alla sua vita.
Il rischio, insomma, è che i poveri e i deboli diventino gli ultimi beneficiari dell’indulto. La pagina evangelica che vuole primi gli ultimi viene tradita da una politica che ha impoverito, se non reso vano, un segno di
grazia e di giustizia.
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nazionale
nazionale
dall’altro mondo
politiche sociali
WELFARE PER LO SVILUPPO?
I SEGNALI SONO TIMIDI
CITTADINI PIÙ “VELOCI”,
COSÌ IMPARIAMO A CONVIVERE
di Franco Pittau redazione Dossier immigrazione Caritas Migrantes
l governo ha deciso di riformare la normativa sulla cittadinanza e di
facilitare l’acquisizione della carta di soggiorno: in entrambi i casi, il
requisito di residenza previa viene portato a 5 anni, rispettivamente da 10 e da 6. Come spesso avviene quando si affrontano provvedimenti sull’immigrazione, nasce un coro di critiche, che in questo caso
sono però da ritenere del tutto ingiustificate. In materia di carta di soggiorno, infatti, se l’indicazione del governo si tradurrà in atto verrà applicata una direttiva comunitaria, rispetto alla quale l’Italia è stata finora
inadempiente e che riguarda in maniera uniforme tutti gli stati membri.
demoltiplicazione. Il primo porta a
considerare che la popolazione immigrata è costituita per circa il 25%
da vecchi, nuovi e futuri cittadini
comunitari (tra questi ultimi vi sono i romeni, che incidono per ben
il 12% sull’intera presenza immigrata). Il secondo fattore consiglia
di prolungare almeno di un anno la
data per la maturazione dei requisiti di cittadinanza, in consideraAnche in materia di cittadinanza si
zione delle difficoltà alloggiative
ripristinerà il requisito di 5 anni di reche non consentono a molti l’imLa proposta del governo
sidenza previa, rimasto in vigore fino
mediata iscrizione anagrafica. Il
sulla concessione
al 1992, anno di riforma della normaterzo fattore fa riferimento alla
della cittadinanza
tiva sulla cittadinanza, e si seguirà la
specifica pratica burocratica per
agli stranieri dopo 5 anni
soluzione adottata da Francia, Stati
ottenere la cittadinanza, che non si
ha suscitato polemiche.
Uniti, Germania e altri paesi.
esaurisce in meno di due anni. Va
Ma non avrà effetti
L’Italia non andrà certo in rovina
inoltre aggiunto che la proposta
dirompenti sulla nostra
per l’abbreviamento dei tempi per
governativa prevede condizioni
società:è una condizione
queste procedure. Occorre anzi rireddituali che non tutti i potenziali
per integrare.
cordare che i cittadini stranieri nel
interessati sono in grado di soddiIl Dossier immigrazione
nostro paese sono già oggi tre miliosfare, anche perché gli stranieri sopresentato il 25 ottobre
ni, tra dieci anni saranno il doppio:
no più soggetti al rischio di disocse si perderà tempo, emarginando
cupazione o sottoccupazione. Inciuna quota rilevante di popolazione, i tumulti delle peri- deranno anche la verifica della reale integrazione linferie francesi ci mostrano cosa potrà avvenire.
guistica e sociale dell’aspirante nuovo cittadino, che
La riforma della cittadinanza è in effetti un tentativo di dovrà prestare giuramento entro sei mesi, e l’approvaabituarsi a convivere con l’immigrazione: non l’unica leva zione di un regolamento finalizzato a meglio precisare
da azionare, ma una leva importante. L’opinione pubblica l’applicazione delle nuove norme.
è giustamente interessata a conoscere il possibile impatto
Infine, un’annotazione di tipo culturale, per nulla
quantitativo di questa proposta legislativa. Secondo i cal- marginale: non tutti gli stranieri “lungoresidenti” sono
coli del Dossier immigrazione Caritas-Migrantes (la cui se- interessati all’acquisizione della cittadinanza, sia tra i
dicesima edizione verrà presentata mercoledì 25 ottobre cittadini comunitari (già ampiamente garantiti dal diritin contemporanea in diverse città italiane), le persone con to comunitario) che tra quelli provenienti da stati terzi,
cinque anni di soggiorno legale in Italia saranno 1.311.000 molti dei quali vogliono conservare la cittadinanza oria fine 2006, 1.431.000 a fine 2007 e 2.151.000 a fine 2008.
ginaria per questioni di convenienza pratica o per motivi ideali. Dunque le modifiche legislative, peraltro auNon tutti sono interessati
spicabili, non avranno un impatto dirompente sulla soQuesti numeri vanno però letti utilizzando fattori di cietà italiana, ma saranno diluite nel tempo.
I
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ROMANO SICILIANI
PENSIONATI
NEL MIRINO?
La finanziaria
2007 non sarà
lieve: si discute
anche di riforma
delle pensioni
di Paolo Pezzana
l governo italiano ha presentato, nel Documento
di programmazione economico finanziaria
2007-2011, il proprio programma economico
per l’intera legislatura. In parlamento si discute
la legge finanziaria che tali indirizzi dovrebbe cominciare ad attuare. Il dibattito pubblico sul tema è serrato, specie per l’ipotesi che la manovra
comporti tagli alla spesa pubblica e sacrifici, da alcuni reputati non tollerabili e da altri faticosi ma necessari per il
risanamento finanziario e il rispetto degli impegni con
l’Unione europea.
In coerenza con le posizioni assunte sino a oggi in materia di politiche sociali, Caritas ritiene che valga la pena di
guardare al Dpef e alla nascente finanziaria senza lasciarsi incantare da alcuna sirena, ma cercando responsabilmente obiettivi realistici e condivisibili per concorrere a
raggiungerli. È un dato di fatto che l’Italia sia oggi il paese
europeo più iniquo nella distribuzione del reddito, aven-
I
Il nuovo governo è consapevole
che in Italia il reddito è redistribuito
in modo iniquo. Ma non indica da dove
verranno le risorse per le politiche
sociali. E gli esordi della finanziaria
non mostrano profondi cambi di rotta
do superato la Gran Bretagna, primatista storico di questa
triste classifica. È altrettanto evidente che nel nostro paese moltissime persone in stato di bisogno ricevono scarsa
assistenza pubblica, con vertiginose lacune, soprattutto al
sud. Infine la spesa sociale italiana dedicata a disoccupati, poveri, famiglie e persone non autosufficienti, già “cenerentola” del bilancio pubblico, è tra le più basse dei 25
paesi Ue.
È un quadro drammatico, in cui occorre riportare
equità, per un elementare senso di giustizia, ma anche
per ragioni di sostenibilità economica e politica del siI TA L I A C A R I TA S
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politiche sociali
stema-paese. Il Dpef mostra di saperlo, e inserisce l’esigenza di una maggiore equità sociale tra i tre pilastri
fondamentali della propria strategia (gli altri sono il risanamento dei conti pubblici e la crescita). Tale scelta
appare positiva. Ma resta da capire quanto, dei sacrifici
prefigurati al paese, ricadrà su chi già si trova in serie
difficoltà. L’obiettivo essenziale di equità che il Dpef
propone è il miglioramento di due assi fondamentali
delle politiche sociali: la garanzia del reddito per gli individui in difficoltà economica (disoccupazione, rischio
di povertà); il sostegno alla famiglia impegnata nella cura dei propri membri fragili, specie bambini e anziani.
Gli strumenti che il governo indica per raggiungere questi obiettivi consistono in maggiori risorse per tali politiche e riforme strutturali degli interventi ad esse relativi, per impiegare meglio i fondi già disponibili. Lo scenario delineato è un’adozione progressiva degli strumenti proposti per giungere, entro il 2011, alla piena
maturazione di un rinnovato sistema di welfare, in gran
parte già previsto dalla legge 328/2000 ma sinora incompiuto, male ripartito e inefficiente.
Cinica guerra tra poveri
Per quanto non ponga adeguatamente la questione della
presa in carico del disagio sociale, il Dpef sembra dunque
muovere nella direzione giusta per rispondere ad almeno
tre grandi esigenze del nostro tempo: un sostegno reale alla famiglia, la riduzione della povertà materiale, una garanzia affinché la flessibilità del lavoro non diventi precarietà esistenziale. Ma il governo sarà davvero in grado di
perseguire tali obiettivi? Il dibattito politico non si è soffermato quasi per nulla sulle risorse da reperire in proposito. Il Dpef vi insiste giustamente, ma non ci si può aspettare che esse provengano solo dal riordino degli emolumenti attuali. Inoltre prima di revocare diritti acquisiti, come l’indennità di accompagnamento, occorre istituire
forme funzionanti ed esigibili di tutela equivalente o superiore. Lungi dal pensare a tagli, le vie da percorrere sono insomma uno storno di risorse verso il welfare da altri
capitoli del bilancio pubblico o un incremento della pressione fiscale. Altrimenti l’alternativa (politicamente semplice) è una cinica guerra tra poveri, in cui l’assistenza ad
alcuni è pagata dalla mancata assistenza ad altri, anch’essi bisognosi, ma meno forti e rappresentati.
È auspicabile che il governo abbia la forza e il coraggio di reperire altrove le risorse per il welfare. Nella prospettiva costituzionale della redistribuzione solidaristica delle risorse, esistono grandi patrimoni socialmente
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improduttivi, movimenti speculativi, ampie sacche di
evasione fiscale, nicchie di privilegio ingiustificate che,
per giustizia ed equità, non possono non essere considerati tra le prime fonti dalle quali attingere. Ma esistono anche doveri di solidarietà più ampi che impongono
a tutti, magari con uno sforzo straordinario come quello fatto per entrare nell’euro, di dare il proprio contributo al raggiungimento di obiettivi fondamentali per l’intera società.
Consapevolezze, se non stanziamenti
A questo riguardo, se una critica si deve muovere al
Dpef, non è tanto di non indicare subito da dove proverranno le risorse, quanto quella di non risultare sufficientemente chiaro e motivante nell’indicare il welfare
come fattore essenziale di sviluppo sul quale investire. Il
Dpef, in modo marginale ma in un punto significativo,
parla della necessità di costruire un “welfare per lo sviluppo umano”; è la prospettiva di Amartya Sen, nella
quale si possono declinare laicamente gran parte delle
riflessioni e delle proposte avanzate da Caritas in questi
anni. Ma i segnali della volontà del governo in tale senso, almeno stando ai primi passi della finanziaria 2007,
sono timidi. Il Fondo nazionale politiche sociali verrà
reintegrato rispetto al 2005, ma resterà pur sempre inferiore rispetto al 2004. I nuovi fondi per famiglia, giovani
e non autosufficienza avranno un finanziamento poco
più che simbolico. Mancano proposte di integrazione
forte fra le politiche dei diversi settori. A seguito delle
cosiddette emergenze su indulto e immigrazione, vengono riconosciute, ma flebilmente affrontate, alcune
“nuove povertà”. Qualcosa si muove per le necessità delle famiglie, ma ancora non vengono segnali determinanti di lotta alla povertà. Si punta sull’aumento del potere reale di acquisto dei salari dei lavoratori e sul contenimento dei prezzi, ma poco si offre a chi un salario
non ce l’ha, specie al sud.
Per poter affermare che la direzione verso un welfare
per lo sviluppo umano è stata intrapresa, occorre che dalla discussione parlamentare scaturiscano, se non stanziamenti straordinari, almeno indicazioni e consapevolezze
chiare in tal senso. Chi pensasse di continuare a liquidare
le questioni sociali e ambientali come un “peso” per l’economia o un fatto di beneficenza, incontrerà un’opposizione chiara, frutto non di particolarismi corporativi, ma effetto di una ferma e doverosa scelta di campo: per l’equità
e dalla parte di chi altrimenti non crescerebbe, se non nell’intensità del proprio disagio.
rapporto sull’esclusione
TEMPO DI “VITE FRAGILI”,
LA POVERTÀ È INEVITABILE?
di Walter Nanni
na sfida pedagogica e culturale, rivolta alle istituzioni pubbliche, alla comunità
cristiana, alla società civile. Una sfida che intende aumentare la conoscenza di
determinati problemi sociali e favorire la crescita di un’autentica cultura della
solidarietà, nell’ottica del coinvolgimento comunitario. Una sfida intellettuale
di rilievo, giunta alla sesta tappa, dopo dieci anni di impegno: il Rapporto sull’emarginazione e l’esclusione sociale in Italia realizzato da Caritas Italiana e
Fondazione Zancan di Padova verrà pubblicato a ottobre, per le edizioni Il Mulino, con il titolo Vite fragili.
Il periodo di presentazione dell’opera non è casuale. Il sesto rapporto esce infatti alla viSFIDA
gilia del quarto Convegno ecclesiale nazionale, che si svolgerà a Verona dal 16 al 20 ottobre
INTELLETTUALE
e che dedicherà uno dei suoi cinque ambiti di lavoro proprio al tema della fragilità. E ai sogla copertina
getti fragili per eccellenza – i minori – il rapporto dedica un’attenzione profonda, dopo aldel sesto Rapporto
sulla povertà
cuni capitoli introduttivi, relativi al panorama socio-culturale del nostro paese. La prima
in Italia, curato
parte del Rapporto si sofferma dunque sulle condizioni di vita dei bambini piccoli, icona e
da Caritas
metafora della fragilità: i capitoli si occupano di esclusione sociale nelle famiglie con bame Zancan per
le edizioni Il Mulino bini, dei bambini con più famiglie, di famiglie e minori con gravi disabilità intellettive.
U
Nuovi volti, vecchi bisogni
Esce a ottobre il sesto Rapporto
Caritas-Zancan sull’emarginazione
e l’esclusione sociale in Italia.
Grande attenzione alla situazione
dei minori. Cento storie
di persone e famiglie povere:
un affresco del paese nascosto
Nella seconda parte del Rapporto, curata da Caritas
Italiana, vengono presentati alcuni dati nazionali sugli utenti dei centri di ascolto e i risultati di un’indagine qualitativa che ha raccolto oltre centro storie di vita di famiglie in difficoltà, rivoltesi alle Caritas in Italia. Lo studio delinea una mappa aggiornata della fragilità nel nostro paese. Anzitutto evidenzia come ormai quasi i due terzi degli utenti Caritas siano cittadini stranieri, più della metà provenienti dall’Europa
orientale, poco meno di un quarto dall’Africa. Non si
tratta solamente di soggetti “di passaggio”, ma anche
di persone ormai residenti stabili, elemento che conferma la difficoltà delle politiche territoriali a garantire alle famiglie straniere un adeguato livello di integrazione e protezione sociale.
La maggioranza delle persone che si rivolgono alla
Caritas, conferma inoltre il Rapporto, chiedono beni e
servizi materiali per far fronte alle necessità quotidiane e ai principali bisogni primari. La povertà materiale non è quindi scomparsa, ma riaffiora nuovamente,
coinvolgendo anche famiglie e persone che le erano
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nazionale
nazionale
esclusione
politiche
database
sociale
sociali
rapporto sull’esclusione
“Attenti alle politiche deboli
che stabilizzano l’esclusione”
“Mentre il concetto di povertà richiama
in modo automatico la dimensione economica,
e rischia quindi di essere considerato
come un fenomeno che nelle sue conseguenze
estreme riguarda un numero tutto sommato
limitato di soggetti, il concetto di fragilità,
per il suo carattere generale ed estensivo,
pone tutti sullo stesso piano, sottolineando
la sostanziale debolezza della condizione umana.
In effetti, l’elemento universalistico
del termine “fragilità”, si pone in linea
con gli studi più recenti sulla povertà
e il disagio sociale, secondo cui il rischio
di povertà, a differenza di quanto accadeva
in passato, è molto più diffuso e può riguardare
anche persone e famiglie non necessariamente
appartenenti a strati e gruppi sociali
tradizionalmente svantaggiati. (…)
Allo stesso tempo, uno dei rischi che
è possibile leggere nell’utilizzo incontrollato
del termine fragilità, risiede nell’eccessiva dose
di generalizzazione di tale concetto:
se siamo tutti fragili, allora nessuno è fragile. (…)
In realtà, se è vero che siamo tutti un po’ fragili,
è altrettanto vero che esistono condizioni
di fragilità “più fragili” di altre, che dovrebbero
divenire priorità su cui concentrare le risorse
umane e finanziarie a disposizione. (…)
Esiste anche una “fragilità” nelle risposte
e nelle politiche sociali. (…)
Si tratta di due volti diversi della fragilità.
Due facce di una stessa medaglia che (…)
rischiano di trasformarsi in esclusione
sociale stabile e senza ritorno”.
Dalla presentazione di “Vite fragili”,
di monsignor Vittorio Nozza
(direttore Caritas Italiana)
e monsignor Giuseppe Pasini
(direttore Fondazione Zancan)
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tradizionalmente estranee. Si potrebbe parlare di
“nuovi volti e vecchi bisogni”: il neologismo giornalistico della “povertà della quarta settimana” semplifica
il fenomeno e dimentica il fatto che molte persone e
famiglie in Italia non hanno mai avuto la possibilità di
percepire un salario regolare su base mensile o settimanale. Allo stesso tempo, le nuove tendenze di “impoverimento del ceto medio” non sembrano costituire il nucleo centrale degli utenti Caritas. Molto probabilmente, se tali fenomeni non saranno governati e
controllati, le “famiglie in affanno” di oggi costituiranno i nuovi utenti Caritas di domani.
Dietro gli utenti di Caritas, emerge poi dallo studio, non vi è sempre una famiglia intesa in senso tradizionale. Sempre più spesso le Caritas si confrontano
con nuclei ricomposti, separati, “nidi spezzati” a causa della conflittualità familiare, della migrazione, della povertà economica, della incapacità di sostegno e
appoggio da parte della comunità locale, della parentela e dei servizi.
Una forte disparità di trattamento e di investimento
sociale viene evidenziata a proposito di soggetti che risiedono in diverse regioni d’Italia. Risorse e opportunità a cui è possibile accedere in determinate aree geografiche sono negate o assenti in altri contesti territoriali: tale situazione è in larga parte dovuta alla forte
confusione legislativa che caratterizza il settore dell’assistenza sociale. E in un contesto nazionale caratterizzato da disparità di trattamento e di risorse pubbliche,
la “guerra tra poveri” diventa un fatto sempre più diffuso. Il Rapporto afferma in proposito che appare maturo il momento per una nuova cultura della “domiciliarità” nei servizi socio-assistenziali, soprattutto in favore di molti poveri anziani italiani, superando i limiti di
accessibilità dei cosiddetti servizi “di sportello”.
Infine, dalle storie di vita appare evidente la tendenza anomica della povertà del nuovo millennio: raramente i poveri ascoltati hanno ricondotto la loro situazione a cause e fenomeni macrosociali, economici. Allo
stesso tempo, appare molto rara la capacità dei poveri
di coalizzarsi e formare un fronte comune di lotta e promozione sociale, al fine di garantire un maggiore livello
di tutela e soddisfazione dei principali diritti umani e civili. Sembra essere ormai entrata nella cultura diffusa
una concezione liberistica della povertà, secondo cui
essa è inevitabile e costituisce un elemento di rischio
connaturato alle società complesse. Un’impostazione
che il Rapporto offre molti elementi per discutere.
LAVORO SOMMERSO,
UN AFFARE… DIPENDENTE
di Walter Nanni ufficio studi e ricerche Caritas Italiana
res-Cgil ha recentemente pubblicato lo studio Emersione dal
lavoro nero: diritti e sviluppo, che offre uno spaccato qualitativo e quantitativo del fenomeno in Italia e approfondisce il
sistema dell’economia non ufficiale, distinguendo tra attività illegali (attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione e possesso sono proibite dalle leggi) ed “economia sommersa” (attività legali, all’interno delle quali sono tuttavia violate
le normative fiscali, contributive, contrattuali, ecc.).
I
sto che tra gli autonomi: nel decennio 1992-2003 tra i dipendenti il tasso
di irregolarità è cresciuto fino a raggiungere una quota pari al 18,1%
(1998), mentre tra i lavoratori autonomi il tasso di irregolarità è risultato
pari (nel suo massimo) all’8,1%.
Primato calabrese
Il 72% dei lavoratori sommersi è concentrato nel settore dei servizi; la riSecondo lo studio, le attività illemanente parte si divide tra agricoltugali hanno coinvolto nel 2003 nel nora (13%), industria (8,5%) e costruzioStudio Cgil
stro paese oltre 3,5 milioni di lavoratoni
(7%). Il tasso di irregolarità è più
sull’economia
ri, pari al 15% dei lavoratori (13% nel
elevato
nell’agricoltura: un lavoratore
non ufficiale in Italia.
1992). Le stime attribuiscono all’ecoirregolare
ogni tre occupati regolari.
Essa raggiunge
nomia sommersa una quota di Pil inSeguono
servizi
(16%), costruzioni
il 17% del Pil, ma
torno al 17%, pari a 217 miliardi di eu(14%)
e
industria
(6%).
In alcuni settosorprendentemente non
ro, che sfugge alla tassazione. Il 43%
ri
dell’economia,
il
lavoro
irregolare è
interessa in primo luogo
del Pil sommerso proviene da sottocresciuto
in
modo
più
veloce
del lai lavoratori autonomi.
dichiarazioni del fatturato ottenuto
voro
regolare:
nel
settore
dei
servizi,
Maggiore diffusione
con gli occupati regolarmente iscritti
dal 1992 al 2003 è cresciuto del 17%,
nel settore dei servizi
nei libri paga, il 46% proviene dall’uso
mentre il lavoro regolare si è fermato
e nelle regioni del sud
di lavoro non regolare.
a +8%. L’industria rappresenta il setL’economia sommersa è cresciuta
tore che ha maggiormente ostacolato
in tutta Europa e si assesta intorno a una media del 18% il lavoro sommerso: nel decennio 1992-2003 l’apporto del
del Pil. Gli unici paesi che registrano quote di irregolarità settore al complesso delle posizioni lavorative sommerse
inferiori al 10% sono Austria e Svizzera. Dimensioni di non ha mai superato l’8,5%.
sommerso non distanti dall’Italia sono stimate per SpaIl Sud si conferma come terra di irregolarità: nel 2003,
gna, Grecia e Belgio (superiore al 20% del Pil). Nel periodo il 45% di tutti i lavoratori irregolari si collocava in regioni
1992-2003 le unità di lavoro irregolari sono aumentate del meridionali; il tasso di irregolarità a sud è risultato pari al
15%: dal 13,4% del 1992 al 15,1% del 2001, per giungere nel 23%, contro il 10% del nord e il 13% del centro. Nel 2002, la
biennio 2002-2003 a un tasso compreso tra il 13 e il 14%.
regione con il numero più elevato di unità di lavoro non
I fenomeni di lavoro nero e sommerso sono partico- regolari era la Campania (455 mila), seguita dalla Lombarlarmente diffusi nel mercato lavorativo degli immigrati: dia (391 mila); le regioni con il numero più basso di lavoratra gli stranieri non residenti le unità di lavoro nero erano tori irregolari sono risultate Valle d’Aosta (9 mila) e Molise
stimate nel 1992 in 396 mila unità, nel 2001 in 666 mila (24 mila). Il tasso di irregolarità più elevato si è registrato in
(+68% in dieci anni). Ma contrariamente alle aspettative, i Calabria (30%), Campania (25,1%) e Sicilia (25%); il più basdati Istat rilevano che il problema del lavoro irregolare si so in Lombardia (8,9%), Piemonte e regioni del nord-est
concentra in larga parte tra i lavoratori dipendenti piutto- (8,9%).
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nazionale
margini metropolitani
PEZZI DI CITTÀ CAMBIANO:
LE INCOGNITE DEL NUOVO
Si conclude a Milano
e Roma il viaggio di IC
in dieci periferie italiane.
Nella ex zona 13
del capoluogo lombardo
si scompone l’originaria
identità industriale.
Nella capitale
l’Esquilino multietnico
è un “centro di periferie”
l cambiamento si impossessa di porzioni di città e lentamente ne trasforma l’anima, oltre che i muri e le strade. Là dove c’era un quartiere operaio, capannoni e case popolari, si proiettano le ombre trasparenti dell’architettura postmoderna. Là dove c’era un tranquillo quartiere di funzionari del Regno, oggi brulica un caleidoscopio di lingue,
colori e odori impastato dai riti del commercio. Le periferie non sono,
come si sarebbe portati a credere, lande metropolitane separate, cristallizzate in un disagio immutabile in forza della lontananza dai centri storici
che pulsano vita, idee e affari. Sono piuttosto parti di città capaci di iniettare
novità nell’intero organismo urbano. Novità non sempre lievi e ben accolte e
facilmente assimilabili. Ma l’importante è non periferizzare mentalmente persone e problemi. I quartieri di Milano e Roma, nei quali si conclude il viaggio di
Italia Caritas in dieci periferie d’Italia (preludio alla presentazione di un’importante ricerca Caritas – Università Cattolica dedicata al tema), mostrano che la
storia impone metamorfosi anche a partire dai margini. Sta alle comunità
umane, istituzionali e non, guidarli verso approdi degni di essere vissuti.
I
MILANO
Riconversione grandi firme
L’ex zona 13, periferia est, attende il recupero delle aree industriali dimesse.
Incaricati famosi architetti: istituzioni e popolazione avranno voce in capitolo?
PANORAMA IN MUTAMENTO
A sinistra, uno scorcio dei palazzoni di uno
dei quattro quartieri dell’ex zona 13 di Milano.
Sopra, un’area vicina alla ferrovia che attende
una sistemazione. Come molte altre parti del territorio
chi abitanti autoctoni e quelli nuovi si creò una spaccatura, mai del tutto superata. Modello, anzi, di quella che oggi
si sta ricreando nei confronti dei nuovi immigrati stranieri.
Le “case bianche” di via Salomone sono invece sorte
nel luogo delle vecchie “case minime”, risalenti al periodo
fascista, dove abitavano persone confinate dal regime. A
trent’anni dalla costruzione, queste case popolari versano
in uno stato di grave incuria. Ma è l’intera zona ad attendere grandi trasformazioni: la riconversione delle aree industriali dimesse (ex Caproni, ex Montedison) farà spazio
a contratti di quartiere, come a Ponte Lambro, a residence
di lusso, come il “Santa Giulia”, e all’opera di architetti di fama mondiale, come Norman Foster e Renzo Piano.
di Meri Salati
Problemi concentrati
n principio fu l’industria. Negli anni Trenta, sorsero
dal nulla, ai bordi orientali della Milano che lavorava
e si espandeva, i grandi stabilimenti Montecatini (poi
Montedison), Caproni (industria bellica) e Redaelli.
Nella zona, come era naturale, cominciarono a trasferirsi
in molti. Così, dal 1960, richiamata dal boom dell’immigrazione interna, arrivò l’edilizia popolare: il comune e l’Istituto autonomo case popolari Milano effettuarono interventi ingenti. Ma la costruzione e l’evoluzione di queste
abitazioni non fu uniforme in tutta la zona ex 13, considerata un’unica realtà finché è esistita la vecchia ripartizione
amministrativa, in realtà somma di quattro quartieri (Bonfadini-Taliedo, Forlanini-Monluè, Ponte Lambro e ZamaSalomone). Nel quartiere Forlanini le case vennero cedute
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“a riscatto” agli assegnatari: la possibilità concessa ai cittadini di divenire proprietari del proprio appartamento nel
corso del tempo, con una ragionevole spesa, ha fatto sì che
questa porzione di città fosse tenuta bene e abitata da famiglie del ceto medio-borghese. In via Salomone e a Ponte Lambro, invece, le cose sono andate diversamente.
Ponte Lambro era un quartiere di lavandai milanesi,
che abitavano in casette fino ai primi anni Settanta, quando il comune affidò all’Iacpm un massiccio intervento edilizio. Sorsero così due file di case popolari (le “stecche”),
che furono occupate da famiglie di immigrati dal meridione richiamati dai parenti residenti a Milano, molti abusivi.
Le nuove case popolari sorsero alle spalle del nucleo storico, senza relazione spaziale e tipologica con esso. Tra i vec-
Case e infrastrutture cambiano volto. Ma i problemi di chi
vive da queste parti hanno radici lontane e appaiono tenaci, profondi. Un breve elenco di nodi irrisolti: degrado del
patrimonio pubblico, alto numero di persone con problemi psichiatrici, basso livello culturale, disoccupazione,
droga (molto diffusa negli anni Ottanta e Novanta, ha prodotto un triste lascito di malati di Aids), anziani soli, mancanza di negozi e servizi sociali (sottodimensionati in termini di risorse sia umane che economiche), senso di insicurezza acuito dall’immagine stigmatizzante della stampa, mancanza di luoghi di aggregazione per i giovani.
Ma a colpire non sono i singoli problemi. Piuttosto, la
loro concentrazione negli stessi luoghi e sulle stesse persone. Quello che sta avvenendo nella ex zona 13 si sta verifi-
cando in tutta la città di Milano, dove ampie porzioni urbane, soprattutto aree industriali dimesse, stanno subendo una riconversione che le trasformerà in zone residenziali, centri commerciali, spazi espositivi di livello internazionale. Ma le certezze urbanistiche e architettoniche si
trascinano appresso interrogativi sociali e culturali: come
si integreranno i nuovi spazi con i vecchi nuclei? Quale
ruolo giocherà l’amministrazione pubblica nelle traformazioni? Solo un ruolo passivo, limitato all’approvazione formale dei progetti, alla delega al privato che realizza le opere, oppure un ruolo di coordinamento e di prevenzione del
rischio di nuove disuguaglianze sociali? E la chiesa e i soggetti della società civile sapranno fare da collante, creando
coesione, sostenendo il dialogo tra diversi? Il rischio che
nella città si formino mondi di vita separati, in cui le persone sono fisicamente vicine ma socialmente ed economicamente distanti, alimentando segregazione e conflitto,
visto dall’ex zona 13 appare tutt’altro che accademico.
Un contratto per anticorpo
Eppure gli anticorpi per affrontare la malattia ci sarebbero:
nonostante i problemi, la zona è ricca di risorse, pubbliche
e private. Tra le prime, il contratto di quartiere di Ponte
Lambro: avviato per volontà del comune, ha trovato un
terreno fertile, già preparato da cittadini, operatori e volontari innamorati della loro parte di città e molto determinati a voltare pagina, creando le condizioni per un futuro migliore. Un’altra risorsa è costituita dai centri di aggregazione giovanile, una delle poche proposte rivolte ai raI TA L I A C A R I TA S
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nazionale
margini metropolitani
gazzi in zona, forte di educatori e animatori motivati.
Un’altra grande risorsa, riconosciuta da tutti, è rappresentata dalla chiesa locale: l’unità pastorale Forlanini è
molto unita e collabora con altri soggetti per affrontare i
problemi del quartiere, anche di tipo sociale. Parroci e suore sono profondi conoscitori della zona e sono, a loro volta, molto conosciuti da abitanti, istituzioni e operatori. E la
Caritas locale fa la sua parte con convinzione: i suoi due
centri di ascolto hanno incontrato nel 2005 ben 172 persone in stato di bisogno, mentre il centro di prossimità ha ricevuto 603 richieste da 105 cittadini anziani, che hanno
comportato 1.123 interventi di risposta. Le qualità umane
e le volontà, insomma, non mancano. I progetti avveniristici neanche. Si tratta di non dimenticare le prime, mentre si edificano i secondi. Perché la città del futuro non si
scopra immemore, divisa, come aliena a se stessa.
ROMA
Tutto il chiasso del mondo
MERCATO MULTINAZIONALE
Piazza Vittorio ha ospitato la classe dirigente dell’Italia unificata. Oggi vi
commerciano migranti di ogni lingua. E i romani la percepiscono insicura
A sinistra, l’attuale sistemazione, al coperto,
del tradizionale mercato di piazza Vittorio,
a Roma, animato da molti commercianti stranieri.
Sopra, uno scorcio della piazza, “cuore” del rione
Esquilino, a due passi dalla stazione Termini
di Fabio Vando
lice sta imparando a ballare sulle punte. Per il saggio di fine anno la scuola di danza ha scelto l’Ambra Iovinelli, famoso teatro nel cuore di Roma, due
passi dalla stazione Termini. Roberta, la mamma,
è una giovane insegnante. È contenta che lo spettacolo si
tenga in una cornice tanto prestigiosa. «Però faccio fatica –
ammette – ad arrivare a quel teatro. Mi guardo intorno
mentre ci vado e quando sono lì non mi sento a mio agio.
In quella parte di città non mi sembra di essere a Roma!».
La zona dell’Ambra Iovinelli è il rione Esquilino. Un
quartiere centrale, che però provoca in Roberta, come in
molti altri romani, un senso di estraneità e insicurezza. Il
rione sorge su un colle e l’aspetto attuale è quello voluto
dopo l’unità d’Italia, in coerenza con lo sviluppo di Roma
in direzione est. Il luogo simbolo è la grande piazza dedicata a Vittorio Emanuele II: per i romani, tutto il rione è
semplicemente “piazza Vittorio”. Nel quartiere, realizzato
per ospitare la classe dirigente della nuova capitale del Regno d’Italia, con il tempo si è sviluppata una forte vocazione commerciale, favorita soprattutto dalla presenza del
mercato che si svolgeva sull’enorme piazza, a lungo il più
grande e importante della città. Ma verso la fine degli anni
Settanta del Novecento il commercio è andato in crisi ed è
cominciato a emergere, dalla metà degli anni Ottanta, il
nuovo destino di piazza Vittorio, divenuta punto di riferimento per una parte rilevante della popolazione immigrata. Oggi nelle vie del rione transitano persone provenienti
da Egitto, Marocco, Cina, Bangladesh, India, Pakistan, Ro-
A
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mania, Polonia, Filippine, America Latina: una polifonia di
genti e di culture, che “abitano” il territorio senza appartenervi. La maggior parte dei migranti che giungono ogni
giorno a piazza Vittorio, infatti, risiede nelle periferie, in
modo particolare a sud-est della capitale.
L’etichetta del degrado
E così, mentre nei fatti e nell’immaginario dei romani l’Esquilino si caratterizza come zona marginale, “periferica”,
esclusa dai circuiti tipici della romanità, la sua capacità di
attrarre popolazioni immigrate dalle periferie geografiche
sembra farne un “centro delle periferie”. Se si passeggia di
giorno per il quartiere, la sensazione di straniamento è forte. Colpisce l’operosità formale e informale di interi gruppi
etnici, che si muovono nel rione come fossero a casa propria: lavorano, spesso gestendo per proprio conto numerose attività commerciali sulla strada o all’interno del grande mercato rionale (dal 2001 in una struttura attrezzata);
discutono, trattando questioni commerciali o politiche; si
intrattengono, parlando a voce alta nelle tante indecifrabili lingue, che gli italiani banalmente definiscono chiasso.
L’etichetta di “degradato”, il rione se l’è guadagnata grazie soprattutto a questo forte impatto percettivo: gli ideogrammi dei negozi cinesi hanno soppiantato le insegne di
panifici, tintorie, mercerie e altre piccole o medie attività
commerciali tradizionali; gli odori delle spezie marcano
l’aria; sui banchi del mercato e nei negozi limitrofi si trovano prodotti tipici di paesi lontani, che i migranti arrivano
da ogni parte di Roma per acquistare; e poi ci sono le variopinte botteghe dei barbieri indiani, i muri tappezzati di
annunci (messaggi economici, pubblicità, eventi culturali,
in alcuni periodi addirittura la propaganda politica per elezioni in paesi lontani) in lingua araba, spagnola, cinese e
indiana. Il senso di precarietà è aggravato dalla presenza di
molte persone che vivono in strada e approfittano dei portici, di altri angoli e della confusione per “accasarsi” nel
quartiere. C’è anche un po’ di criminalità, quasi tutta di origine straniera: droga, alcolismo e piccoli furti, ma soprattutto violazioni alla legge 40 (la Bossi-Fini).
Secondo un’indagine Censis del 2005, il 6,7% dei romani considerava piazza Vittorio come un luogo pericoloso.
Aggiungendo il 10,5% che riteneva pericolosa la stazione
Termini, compresa nel rione Esquilino, si arriva al 17,2%,
dato secondo solo alla famigerata area periferica di Tor Bella Monaca (periferia sud-est). Per i quotidiani della capitale piazza Vittorio è invece ormai la Chinatown romana, data la grande concentrazione di showroom gestiti da cinesi.
L’immagine, prima povertà
È questo panorama che genera in Roberta quel senso di disagio? E come mai la popolazione, anche di fronte a dati
sulla criminalità non allarmanti, continua da anni a chiedere più controlli, trovando sempre interlocutori istituzionali disposti a concedere attenzione e a incrementare i
presidi delle forze dell’ordine?
In realtà il quartiere sfida la concezione e la rappresen-
tazione dello straniero che ciascuno si porta dentro, elaborata nella propria cultura di appartenenza. L’esperienza
dell’Esquilino mette alla prova dei fatti, spogliandoli di ogni
retorica, tutti i discorsi sulla tolleranza, la convivenza e l’integrazione. Lo straniero, all’Esquilino, non è più rarefatto
dietro la sua tipizzazione; non è ospite isolato e inerme da
accudire, bensì portatore di attività quotidiane che si inseriscono nel contesto produttivo e relazionale del quartiere;
lo si scopre soggetto capace di organizzarsi per intraprendere un’attività commerciale, di tutelare diritti, di difendere
valori antichi e preziosi della tradizione, di favorire (anche
illegalmente) l’inserimento di altri connazionali, di rivendicare in modo collettivo la possibilità di continuare a vivere
la cultura e la religiosità alle quali appartiene.
L’Esquilino, insomma, è un piccolo mondo in cui si riflettono le trasformazioni globali e la capacità di adeguare
a esse i nostri pensieri e azioni. Un piccolo mondo che fornisce l’occasione per porre criticamente la questione di come sia possibile costruire oggi, nella Roma millenaria, una
convivenza rispettosa della dignità di ogni individuo. Un
microcosmo che spinge a ragionare sulle condizioni culturali e strutturali che generano inclusioni autentiche o
esclusioni insormontabili, a capire come la prima povertà
che pesa sull’altro, chiunque esso sia, è l’immagine che di
lui ci si costruisce. Un luogo aperto, benché straniante, per
aiutare l’“io” e il “tu” a comprendersi con autenticità, nonostante le fatiche e superando la condizione di maschere
in un copione pensato da altri.
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internazionale
progetti > microprogetti contro la povertà
a cura dell’Area internazionale
Consegnare la povertà
alla storia. Un traguardo
forse irraggiungibile,
ma verso il quale dobbiamo
orientarci, senza perdere
la rotta. Ce lo ricorda
la Giornata mondiale
Onu di lotta alla povertà,
che verrà celebrata
il 17 ottobre. Povertà
ed esclusione sociale
si combattono
nella quotidianità,
anche attraverso piccole
scelte che consentono
a una comunità locale
di soddisfare i bisogni
fondamentali, investire
in formazione, creare
lavoro. Un microprogetto
di sviluppo può diventare
la scintilla che tiene accesa
la speranza.Tra gennaio
e settembre 2006 Caritas
Italiana ne ha approvati
329 in 34 paesi,
per l’importo globale
di 1.069.510 euro.
Ne proponiamo alcuni
in fase di finanziamento.
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SERBIA-KOSOVO. Formazione insieme al latte
INDIA. Lavorare e mangiare, allevando maialini
A Kodrali, nel Kosovo, si prevede la creazione di un punto
di raccolta e distribuzione del latte in favore di otto villaggi
della zona. Beneficiarie dirette saranno cento famiglie:
con una parte del ricavato dalla vendita del latte verranno
organizzate attività formative. Sviluppando questo programma
anche in altre zone, si potrà ridurre il quantitativo di importazione
del latte da Ungheria e Slovenia.
> Costo 10.000 euro
> Causale MP 214 e 215/06 Serbia/Kossovo
Nella zona di Ballamguri la maggior parte delle famiglie vive in condizioni precarie e molti
bambini presentano carenze nutritive. Con la costruzione di un porcile e l’acquisto di dieci
maialini, 3.800 famiglie di 45 villaggi potranno beneficiare – direttamente o indirettamente –
di una valida iniziativa volta a favorire l’autosostentamento.
> Costo 2.750 euro > Causale MP 306/06 India
MYANMAR. La malaria imperversa, va prevenuta
Nell’area del Chin State imperversa la malaria: si propaga molto facilmente e vi sono
numerosi casi di decessi. I villaggi maggiormente colpiti sono dodici. La popolazione locale
non ha i mezzi economici per prevenire il fenomeno e curarlo. Ecco perché si è deciso di avviare
un programma di lotta alla malaria, scegliendo tre villaggi-pilota: Thang Aw (125 famiglie),
Fang Theng (158 famiglie) e Khuahrang (280 famiglie). Il miniprogetto prevede attività
di prevenzione, acquisto di reti anti-zanzara, medicinali e cure mediche.
> Costo 4.500 euro > Causale MP 307/06 Myanmar
VIETNAM. Quaranta pozzi per tornare a bere
BRASILE. Riparare auto per sfuggire alla strada
L’attività verrà realizzata a Uberaba, nel centro di recupero
e formazione professionale San Gerolamo Emiliani, che ospita
circa 1.500 ragazzi. I beneficiari diretti del miniprogetto sono 35:
si tratta di una cooperativa di verniciatura e riparazione di auto
che dà lavoro ai ragazzi di strada. Il 40% delle azioni della
cooperativa è dei giovani componenti, il 20% della pastorale
familiare diocesana e il 40% della parrocchia. Si evita così che
le attrezzature vengano vendute o che il capitale venga dilapidato.
> Costo 5.000 euro > Causale MP 261/06 Brasile
BRASILE. Canali d’irrigazione contro la dispersione
Il programma è stato elaborato dalla Caritas diocesana
e dalla cooperativa Yanapanakuna in favore della comunità
di Chinguri; ne beneficerà l’intera popolazione della zona,
che potrà fruire dell’irrigazione supplementare di 5 ettari
di terreno, grazie alla realizzazione di canali di irrigazione
di 556 metri di lunghezza. Attualmente ci sono semplici
condotte scavate nel terreno, con grave dispersione di acqua.
Un contributo locale è previsto per l’acquisto di materiali,
sabbia, pietre e per la manodopera non specializzata.
> Costo 5.472 euro > Causale MP 263/06 Brasile
Le condizioni di vita della popolazione nella diocesi di Can Tho sono
molto disagiate. Molte famiglie mancano di servizi basilari ed essenziali.
In particolare le comunità di Lung Hung e Vi Hung – con prevalenza
di donne e bambini – attualmente non hanno più acqua potabile perché
i canali che utilizzavano risultano infetti a causa dei pesticidi e dello sterco degli animali.
In ciascuno dei villaggi verranno costruiti venti pozzi a beneficio di altrettante famiglie, cattoliche
e non. Il programma può essere suddiviso in due microprogetti, uno per ciascun villaggio.
> Costo 4.046 euro > Causale MP 323-324/06 Vietnam
MAURITANIA. Sostegno all’intraprendenza delle donne
Confezioni e pittura su teli; taglio, cucito e ricamo; ristorazione. Sono i tre ambiti di attività in cui
si articola il programma di promozione femminile e produzione promosso da Caritas Mauritania a favore
di 30 donne appartenenti alle comunità di Sebka ed El Mina. Un’opportunità di formazione, una speranza
per un futuro meno disagiato. Si chiede un contributo per l’acquisto di materiale e attrezzature.
> Costo 5.006 euro > Causale MP 282/06 Mauritania
UGANDA. Banane e capre, per vincere l’aridità
La parrocchia di Nyakabino è collinosa e a causa dell’erosione del suolo, che lo rende sterile, i raccolti sono scarsi.
Ecco perché si è deciso di avviare un programma di produzione rurale (piantagione di banane) e allevamento di capre
in favore di venti donne associate nel Kyamukooka Farmers Women’s Group. Con il contributo della comunità locale
è previsto un corso periodico di aggiornamento teorico-pratico, per migliorare le tecniche di allevamento e produzione.
Il microprogetto consentirà al gruppo di autosostentarsi e vendere i prodotti, a beneficio dell’intera comunità.
> Costo 3.976 euro > Causale MP 287/06 Uganda
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nazionale
contrappunto
CONDANNATI O DECORATI?
DECLINO DEL SENSO DI LEGALITÀ
OLTRE I CONFLITTI
di Domenico Rosati
La Rete Caschi Bianchi (coordinamento cui partecipano
associazione Papa Giovanni XXIII, Caritas Italiana, Volontari
nel mondo Focsiv e Gavci) ha espresso soddisfazione
per la proposta, avanzata dal viceministro alla cooperazione
Patrizia Sentinelli, di costituire in Libano una forza civile
di pace, che favorisca il processo di ricostruzione
e la soluzione nonviolenta del conflitto. Da anni, la Rete
sollecita le istituzioni italiane a raccogliere la risoluzione 49/138/B e i ripetuti appelli
dell’Onu (lanciati dal 1994 in poi) per la costituzione di contingenti nazionali di Caschi
Bianchi. La Rete si è detta disponibile a contribuire alla definizione di profilo e ruolo
di un contingente civile per il Libano, mettendo a disposizione l’esperienza maturata
in oltre 30 paesi in quasi dieci anni di progetti di servizio civile all’estero. La Rete
inoltre ritiene che la costituzione del contingente debba coinvolgere le istituzioni
responsabili per il Servizio civile nazionale: l’intervento di giovani in servizio civile
volontario, seppur in un contesto difficile e complesso, può infatti essere elemento
di riconciliazione dal basso, cooperazione e sostegno alla società civile locale.
e discussioni estive sulla selezione dei reati ai quali applicare lo
“sconto” dell’indulto hanno avuto un andamento a dir poco paradossale. L’indulto, di per sé, è una misura a carattere universale.
L’impresa di stabilire in modo “oggettivo” chi nella massa dei carcerati
debba beneficiare dell’indulgenza e chi no è, per sua natura, alquanto
ardua. Tanto più quando la motivazione del provvedimento non è una
manifestazione di clemenza dettata da ragioni umanitarie (lo spirito
che animava l’appello di Giovanni Paolo II ai parlamentari italiani), ma
un’esigenza logistica, nel senso di sfollare strutture carcerarie troppo intasate. All’interno di un criterio così aleatorio, diventa ancora
tardato a sottolineare il significato
della distinzione tra i due generi di
pena. Tantomeno ci si è spinti ad argomentare che, per i reati aventi riflessi politici, sarebbe più appropriato invertire i concetti, considerando
come “principale” l’esclusione dai
pubblici uffici (con effetto simile al
ritiro della patente a un camionista)
e come “accessoria” l’inclusione
temporanea nella patrie galere.
Qualcosa del genere era stato impiù problematico stabilire che un
maginato nei momenti più caldi di
omicidio colposo abbia più titoli di
tangentopoli, quando si propose auConcedere o no l’indulto
una bancarotta fraudolenta…
torevolmente di non portare in carai colpevoli
L’esempio non è casuale. La dispucere corrotti e corruttori a patto che
di tangentopoli?
ta si è infatti sviluppata soprattutto sul
se ne stessero – obbligatoriamente,
Il dibattito, prima
punto se applicare l’abbuono di pena
s’intende – il più a lungo possibile
dell’estate, ha avuto
ai carcerati riconosciuti colpevoli di
fuori dai circuiti della politica. L’idea
un andamento
reati come corruzione e concussione,
fu sommersa da un’onda di scandaa dir poco paradossale.
in genere l’imbroglio a fini più o meno
lizzato contrasto: si parlò di provveMa ha riproposto
esplicitamente politici. La difficoltà
dimento “salvaladri” e di franchigia
la necessità di riflettere
era ed è soprattutto di carattere psicocarceraria per il malaffare pubblico.
sulle forme
logico. La memoria di tangentopoli è
Ora la meccanica dell’indulto ridella moralità pubblica
ancora viva nella cerchia politica, torvaluta quella remota escogitazione.
nata a spaccarsi, sull’argomento, tra
Con un’amara considerazione ag“garantisti” e “forcaioli”. Ma non era una questione di mero giuntiva: e cioè che i responsabili delle malversazioni sointeresse storico. Tutti hanno compreso che si trattava di no riusciti in larga misura a evitare il carcere (per cui deldecidere se alleviare o meno la pena ai vecchi ladroni rima- l’indulto non hanno neppure bisogno), mentre in molti
sti in politica (o comunque sul proscenio pubblico) e a hanno potuto reimmetersi nei tracciati del potere. E nel
quelli sopraggiunti con le nuove leve. In apparenza, una frattempo si è smussata l’attenzione della pubblica opimediazione formale è stata raggiunta quando si è conve- nione sul carattere eversivo dei reati contro la pubblica fenuto che la riduzione della sanzione avrebbe riguardato so- de, tant’è che in più di un caso una condanna (o una prelo la durata della detenzione in carcere (e l’entità degli ad- scrizione) viene esibita come una decorazione.
debiti pecuniari) ma non le cosiddette “pene accessorie”,
Forse allora, a partire dall’indulto e dai suoi effetti,
ovvero soprattutto i divieti di accedere ai pubblici uffici, converrebbe avviare una riflessione ad ampio spettro sul
cioè di esercitare funzioni pubbliche.
senso della giustizia, della legalità e della moralità. E sui
modi in cui i comportamenti dei soggetti istituzionali
Principale e accessoria
spingono a rafforzarlo oppure, per malvolere o negligenA questo punto il parlamento ha votato e nessuno si è at- za, concorrono ad affossarlo.
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panoramacaritas
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La Rete dei “Caschi bianchi”:
«Libano, sì al contingente di pace»
direttori e vicedirettori
delle Caritas diocesane.
SERVIZIO CIVILE
CARITAS DIOCESANE/1
Percorso
equipe in
quattro tappe
Il Percorso Équipe Caritas
diocesane rappresenta
un’ormai consolidata
proposta formativa da parte
di Caritas Italiana ai nuovi
direttori e collaboratori,
al fine di trasmettere loro
gli strumenti necessari per
meglio adempiere ai compiti
assunti. Anche per l’anno
pastorale appena iniziato
sono state programmate
quattro tappe, altrettante
“porte di ingresso”
nel mondo Caritas. I lavori
di ciascuna tappa
si svolgeranno da domenica
sera (arrivo) fino al pranzo
del mercoledì, secondo
il seguente calendario: 19-22
novembre, “Il mandato”;
11-14 marzo 2007,
“L’organizzazione”; 13-16
e 27-30 maggio (gruppi
distinti), “Le esperienze”;
16-19 settembre,
“La progettazione”.
CARITAS DIOCESANE/2
Verso il Convegno
tre forum
sull’enciclica
L’anno pastorale Caritas
culminerà, dall’11 al 14
giugno 2007, nel 31°
Convegno nazionale delle
Caritas diocesane (il luogo
è ancora da definire).
I lavori del convegno saranno
centrati sulla funzione
di animazione propria della
Caritas e sulla figura
dell’animatore Caritas.
In preparazione
all’appuntamento nazionale,
sono stati pensati tre forum
di approfondimento, con
sede a Roma, sull’enciclica
di papa Benedetto XVI Deus
Caritas est. I forum (27-28
novembre, “Un cuore che
vede. La spiritualità
dell’accoglienza e del dono”;
1-2 febbraio 2007, “L’amore
sarà sempre necessario.
La cura dei poveri”; 19-20
aprile, “Non ai margini
della lotta per la giustizia.
Globalizzare la solidarietà”)
approfondiranno
rispettivamente gli ambiti
della promozione Caritas,
della promozione umana
e della promozione della
mondialità; destinatari
Diego Cipriani
è il direttore
dell’Unsc
Il 4 agosto il consiglio
dei ministri ha nominato, su
proposta del ministro della
solidarietà sociale (che ha
la delega al servizio civile),
il nuovo direttore dell’Ufficio
nazionale per il servizio civile
(Unsc). Si tratta di Diego
Cipriani, una lunga militanza
in Caritas. Negli anni Ottanta
ha svolto il suo servizio civile
come obiettore di coscienza
per la Caritas diocesana
di Bari-Bitonto. Per Caritas
Italiana è stato responsabile
dal 1990 al 1999 dell’Ufficio
servizio civile; poi si
è occupato dell’Ufficio
per la ricostruzione storica
dell’obiezione di coscienza
e del servizio civile fino
al 2003, per poi passare
all’ufficio documentazione
e sussidiazione. Dal 2005
curava, nell’ambito dell’area
internazionale, il progetto
dell’Osservatorio sui conflitti
dimenticati. Nel salutare
Diego Cipriani per la sua
nomina, monsignor Vittorio
Nozza, direttore di Caritas
Italiana, ha espresso “tutta
la stima e l’augurio per
un avvio di responsabilità a
servizio di enti e giovani, che
saranno i protagonisti nei
prossimi anni di progetti di
crescita nella cittadinanza”.
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internazionale
crisi africane
IL FURTO DEI VALORI,
IL CONGO BATTE
LA PIETRA
Decenni di dittatura. Guerre sanguinose. Problemi sociali
tremendi, in un paese ricchissimo di risorse e senza
infrastrutture. Però le elezioni hanno riacceso speranze.
Viaggio in un paradiso, dove i santi vivono arrangiandosi...
SOFFRIRE, SPERARE
Mille volti del Congo che
cambia. Giochi di bimbi,
manifestazione politca, una
donna in carcere, pubblicità
elettorale ovunque...
di Luciano Scalettari foto di Roberto Cavalieri
edi, il Congo che hai sotto gli occhi
ormai ha strade inesistenti, è privo
di acqua potabile. Non sai mai quando c’è o non c’è l’energia elettrica, la
disoccupazione è altissima e ognuno s’arrabatta come può per sopravvivere, l’analfabetismo è sopra il
50%, la mortalità infantile è fra le più alte del mondo. Il
Congo è tutto questo, è questa realtà disperata e disperante. Ma tutto ciò non è ancora il cuore del problema.
La questione più grave, più drammatica, è che la gente è
stata deprivata dei valori, delle idee, di un’etica. Decenni
di dittatura mobutista, due guerre consecutive protrattesi per sei anni: questo ha davvero impoverito i congolesi, perché li ha depauperati spiritualmente e moralmente, li ha resi disponibili a qualsiasi compromesso».
V
«
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A parlare è padre Justin Nkunzi, presidente della commissione Giustizia e pace della diocesi di Bukavu, nell’est
della Repubblica democratica del Congo, al confine col
Ruanda. Kinshasa, la capitale, è lontanissima da qui, all’estremo opposto di questo immenso paese, grande otto
volte l’Italia. All’estremo opposto non solo in senso geografico: a Bukavu la lingua locale è diversa (swahili e non
ingala), la gente pensa diverso, alle elezioni votano diverso.
Qui tutti tifano Joseph Kabila, figlio del “ribelle” Laurent Desiré che liberò il paese da Mobutu, e attuale presidente del governo di transizione. I Kinois, come vengono
chiamati gli abitanti di Kinshasa, invece non lo possono
vedere, il giovane Kabila, e gli preferiscono di gran lunga
Jean Pierre Bemba, l’altro candidato – sostenuto dal potente entourage dei nostalgici mobutisti – che andrà al
ballottaggio il 29 ottobre per stabilire chi sarà il primo pre-
sidente eletto democraticamente in Congo, dopo 46 anni
di “astinenza” da libere elezioni.
Generazione perduta
Paese delle contraddizioni e dei paradossi, la Repubblica
democratica del Congo si prepara al secondo responso
delle urne dopo aver brillantemente superato la prova
del primo. Nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo, un paio d’anni fa. Invece i congolesi il 30 luglio si sono recati ai seggi elettorali, ordinatamente in fila, e ne sono usciti alzando orgogliosamente il pollice macchiato
di inchiostro indelebile viola (per evitare rischi di brogli
elettorali): in media ha votato il 70% degli aventi diritto,
che in base al censimento degli elettori erano oltre 25
milioni. Ma i problemi sono tutt’altro che finiti. I veri rischi arrivano adesso.
Le avvisaglie ci sono già state: nei tre giorni successivi
all’annuncio dei risultati del primo turno i fedelissimi dei
due candidati al ballottaggio si sono dati battaglia per le
vie di Kinshasa, prefigurando cosa potrebbe accadere nei
giorni successivi al voto di fine ottobre. Il paese ripiomberà davvero nella guerra totale? Diversi osservatori lo temono. Perché la posta in gioco è altissima. Il Congo, per
ciò che riguarda suolo e sottosuolo, risorse minerarie e
ambientali, è chiamato lo “scandalo geologico”: ha quasi
tutto, e ce l’ha in misura ingentissima. Statunitensi ed europei, cinesi e australiani si contendono aspramente concessioni e accordi commerciali lucrosissimi. Invece, per
quanto riguarda le infrastrutture e la struttura dello stato,
il Congo è all’anno zero. Ovvero: tutto da rifare.
Padre Jean Marie Kitumaini, confratello di padre Justin
e presidente di Grapes (organismo diocesano che si occuI TA L I A C A R I TA S
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internazionale
crisi africane
RICCHEZZE, POVERTÀ
Pesci al mercato: il paese
è colmo di risorse naturali,
soprattutto minerali. Ma vive
inaudite povertà morali
e sociali: la condizione
dei carcerati (a destra)
ne è esempio eloquente
pa, a Bukavu, di questioni politiche e sociali), descrive il
suo paese come un paradiso, dove però i santi (ossia la
gente) muoiono di fame. «Da noi c’è un motto – dice – che
in swahili suona kopeta libanga. Vuol dire “battere la pietra”. In senso letterale lo fanno molti ragazzi che non hanno nulla: rompono pietre per farne sassolini e pietrisco
per l’edilizia e guadagnano così qualche franco congolese.
Ma la frase significa anche “cercare la vita ad ogni costo”.
In questi decenni di dittatura e di guerra i congolesi hanno imparato “ad arrangiarsi”, come li invitava a fare Mobutu, per sbarcare lunario in qualche modo. Pur di sopravvivere, si può anche battere la pietra».
Gli insegnanti, i dipendenti pubblici, i medici, i vigili:
chiunque, in Congo, non è stato pagato per oltre dieci an-
ni (e anche ora, di stipendio ne arriva poco e di rado).
Ognuno – o meglio, chi ce l’ha fatta – ha trovato una soluzione per non soccombere. Con l’ingegno e la fantasia
una parte; con la forza, la violenza, il furto, la prostituzione, l’imbroglio tanti altri.
La necessità di sopravvivere giustifica molte cose: ecco perché padre Justin diceva che il vero problema del
Congo non è che gli sono state rubate le risorse, ma i valori. È un’intera generazione perduta, quella attuale, e insieme è una generazione che ha grandi aspettative. Perché, specie negli anni della guerra (1998-2003), ha pagato un prezzo altissimo: la stima è che vi siano state fra 3,5
e 4 milioni di vittime. Il guaio è che la popolazione continua a pagare: secondo l’Unicef, per le conseguenze indirette della guerra, ancora dopo tre anni dalla sua fine ufficiale, muoiono 1.200 persone al giorno (di cui la metà
minori) per l’inesistenza del sistema sanitario, la mancanza di farmaci, l’isolamento dovuto all’assenza di strade, le violenze perpetrate dai tanti gruppi di miliziani e
soldataglia varia che circola nel paese.
Kinshasa, adagiata sul fiume Congo, al confine occidentale del paese, è lontanissima: e infatti, mentre nella
caotica e tumultuosa capitale (8 milioni, forse 10, di abitanti, 3 milioni censiti di elettori) gli uomini politici tessono e rompono alleanze in vista del voto di fine ottobre, nell’est del paese ancora oggi una delle piaghe più
terribili è lo stupro di massa. Sono già 40 mila le donne
che hanno subito violenza sessuale. Un dramma che ha
conseguenze sociali devastanti, perché determina il ripudio delle donne stesse da parte delle famiglie, la diffusione dell’Hiv-Aids, malattie, omicidi e massacri lega-
ti alle stesse violenze sessuali (spesso mariti e figli delle
donne abusate vengono uccisi).
Congolesità e stato di diritto
Forse è per questo che le aspettative (in ogni caso eccessive) per il futuro del dopo-elezioni che esprimono i congolesi dell’Est e quelli della capitale, sono molto diverse: a
Kinshasa i temi dominanti sono la redistribuzione delle risorse, la “congolesità” (che polemicamente indica il fatto
che per governare il Congo occorre non essere stranieri né
figli di stranieri, come erano diversi candidati e come dicono che sia Kabila), la riappropriazione delle ricchezze
naturali del paese, che ora vengono trafugate dai paesi
africani vicini e mandate ad arricchire i paesi occidentali.
«Invece nell’Est quasi tutti chiedono la stessa cosa: la
fine dell’impunità, lo stato di diritto. È l’esigenza prima,
tutto il resto è ritenuto una conseguenza – riassume padre
Franco Bordignon, un saveriano che ha passato tutta la
sua vita missionaria in Congo –. Le regioni orientali sono
state le più martoriate dalla guerra. Nell’Ituri, nel Nord e
Sud Kivu, nel Katanga, i ragazzini di cinque, dieci o dodici
anni hanno imparato una sola lezione: che imbracciare il
fucile significa non far la fame, essere più forte e potersi
prendere tutto ciò che vuoi o che ti serve. Migliaia di bambini di strada popolano le città orientali: hanno imparato
che solo la strada dà la sopravvivenza, rubacchiando, sniffando, prostituendosi, riunendosi in bande per proteggersi dalle insidie. Perciò lo stato di diritto viene prima di tutto, e le persone lo attendono dal tempo nuovo della democrazia come la soluzione di tutti i mali. Purtroppo, è
ovvio che rimarranno in gran parte deluse».
Un popolo pronto a voltar pagina, la riconciliazione parte dal basso
I congolesi hanno subito crimini devastanti. Ma la società civile lavora già per
superare i traumi. La comunità internazionale saprà sostenere questo cammino?
di Roberto Cavalieri
er chi si reca in Congo non è difficile cogliere in
poco tempo due livelli di coscienza politica. Il
primo è quello della gente comune, delle persone che hanno avuto tragici lutti nel contesto famigliare, che hanno perso la casa, e in particolare dei poveri: essi si sottraggono a una discussione politica che di per sé non porta a nulla e non migliora il raccolto del campo di manioca che coltivano. Essi sono speranzosi, ma timidamente attendono la fine dei giochi elettorali e politici per riottenere la possibilità di circolare libe-
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ramente e non dovere fare i conti tutti i giorni con le armi
delle varie milizie. D’altra parte c’è chi della politica fa un
affare privato ed esclusivo, chi a tutti i costi vuole conquistare il controllo del paese con un programma elettorale
in una mano e nell’altra la minaccia di riprendere le armi.
Ma cosa è necessario fare in Congo, per uscire davvero dalla guerra e guardare finalmente al futuro? Un esempio lo ha saputo dare la chiesa, locale e missionaria, coinvolta a 360 gradi nella costruzione di un cammino alternativo al conflitto e nella corretta gestione e sensibilizza-
zione degli appuntamenti elettorali. Ma non solo. Essa ha
sempre assunto posizioni pubbliche contro la guerra, per
la tutela della vita e contro la xenofobia (uno degli strumenti utilizzati dai belligeranti per creare un clima di
odio). Ora rimane la sfida più grande, quella della riconciliazione, che dovrà coinvolgere senza dubbio il futuro
nuovo presidente e la nuova assemblea eletta.
Tra la popolazione comune, il cammino della riconciliazione è già cominciato (o forse non si è mai interrotto).
Numerosi progetti sono stati avviati, in questi mesi ma an-
che negli ultimi anni, per ricostruire idonee condizioni di
vita e dare segnali di giustizia.
Tra questi progetti, colpiscono quelli che riguardano le
donne vittime di violenza sessuale. A Bukavu un’associazione legata alla diocesi, oltre a dare assistenza materiale e
psicologica, ha incessantemente lavorato affinché il parlamento approvasse una legge per punire i colpevoli dei reati, mentre a livello locale si è attivata per aiutare le donne a
denunciare gli stupratori e accompagnare vittima e reo nel
difficile cammino di pacificazione e riparazione del danno.
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internazionale
crisi africane
In un’altra parte del paese, a Kindu, la diocesi lavora su
più fronti, a sostegno delle vittime di violenza sessuale, dei
detenuti incarcerati ingiustamente, dei bambini soldato,
dei contadini che hanno ripreso a lavorare dopo la pacificazione. Offre aiuti materiali (dagli strumenti agricoli al cibo per i detenuti), ma soprattutto opera per generare un
clima di collaborazione tra vittime e colpevoli e di rielaborazione delle origini del conflitto.
Obbedienza acritica
Si fa sempre più condivisa, nel paese, l’analisi secondo la
quale in Congo il conflitto è stato originato dalla cattiva
gestione della cosa pubblica, dalla corruzione e dal mancato rispetto delle leggi. Per aiutare il paese nel cammino
di riconciliazione, è bene mettere a fuoco alcuni nodi, cruciali per comprendere come si siano generati i conflitti e
come si possono avviare a risoluzione. Sarà interessante
osservare, nei prossimi anni, come il Congo, e in particolare la sua classe dirigente, si comporterà nei confronti di
queste riflessioni.
Primario è anzitutto il tema del confronto tra autorità
e cittadini: le radici della violenza di gruppo (eserciti regolari o paramilitari) possono essere ricercate nelle dinamiche del gruppo stesso (interessi, potere economico, gerarchie, ecc.), anche se, in definitiva, sono gli individui a mettere in atto i singoli atti di violenza di cui si compone il
conflitto collettivo. In altri termini, l’obbedienza acritica
all’autorità ha molto a che vedere con la non attivazione
dei meccanismi inibitori contro l’applicazione della violenza. Su questo punto la Chiesa congolese ha dimostrato
di essere un soggetto capace di creare senso critico e attivare meccanismi inibitori della violenza.
In secondo luogo, il tema della giustizia. L’umanità non
è ancora riuscita a mettere la guerra al bando, ma è necessario chiedersi non più quali siano state le cause della
guerra (compito della storia e della politica), bensì chi sia
stato il responsabile o i responsabili, e di conseguenza isolarli (la comunità internazionale ha diversi strumenti attivabili in proposito, come il Tribunale penale internazionale), per renderli incapaci di perpetrare altri atti violenti.
La riconciliazione, infine, è il principale obiettivo e assumerà consistenza in base al successo dei precedenti
punti. Processare i colpevoli, soprattutto i signori della
guerra, sarà un passaggio indispensabile. È la condizione
che la comunità internazionale dovrà assicurare, per accompagnare sul piano istituzionale un cammino di riconciliazione, che nella vita di tutti i giorni persone e comunità stanno già mostrando di saper intraprendere.
Kabila contro Bemba, dalle urne
uscirà un paese “normale”?
Il Congo è atteso al ballottaggio per l’elezione del presidente dopo lo storico
voto di fine luglio. Il paese è diviso: troverà la strada del “buon governo”?
Donne, disabili, minori soldato:
il futuro ricomincia con Caritas
Caritas Italiana collabora con la Caritas nazionale della
Repubblica democratica del Congo, sostenendo in particolare
il lavoro del settore sviluppo, e con le diocesi di Goma
e Kindu (nell’est) e Popokabaka (nell’ovest). A Goma, con
il supporto tecnico della Caritas diocesana di Asti, sostiene
il laboratorio farmaceutico; da ottobre sono presenti due
volontari in servizio civile della Caritas diocesana di Roma.
A Kindu prosegue il supporto alle attività sanitarie
della diocesi, con particolare attenzione alle donne vittime
di violenza e ai disabili. Per gli sfollati rientrati nei villaggi è
in corso la seconda fase di un programma di sviluppo agricolo.
Al programma collabora Caritas Ambrosiana, che insieme
a Caritas Roma promuove anche la costruzione di banchi e
la distribuzione di materiale scolastico. Con le Caritas toscane
sta invece per essere avviato un programma di sostegno
psico-sociale per 750 ragazzi ex combattenti. Infine sono state
realizzate sessioni di formazione in preparazione alle elezioni.
A Popokabaka si opera in vari ambiti: cure mediche,
riparazione dei tetti di scuole e centri sanitari, distribuzione
di materiale per le scuole, miglioramento della produzione
agricola e della sua commercializzazione (contributo di Caritas
Trento), formazione per le associazioni, microcredito.
di Maurizio Marmo
on è facile definire cos’è la normalità. Forse è
più facile dire che cosa non è normale, in qualsiasi parte del mondo. Non è normale, per
esempio, che Patrice Lumumba, il primo primo
ministro dopo l’indipendenza del paese dal Belgio, nominato dopo elezioni democratiche nel 1960, sia
stato ucciso nel gennaio 1961 con gravi responsabilità del
Belgio e degli Stati Uniti. Non è normale che il Congo abbia subito una dittatura di più di trent’anni a causa della
gestione dispotica di Mobutu Sese Seko, con il sostegno di
molti paesi democratici. Non è normale che la transizione
alla democrazia, cominciata nel 1991, si sia conclusa solo
nel 2006, e che fra il 1996 e il 2003 il paese sia stato sconvolto da due guerre, che hanno causato più di 4 milioni di
morti, per la maggioranza civili, nel disinteresse della comunità internazionale (ma con il grande interesse di
gruppi di potere, aziende multinazionali che hanno sfruttato le enormi ricchezze del Congo e venditori di armi).
Dopo decenni di anormalità, il Congo è ora a un passo dalla normalità. Il 30 luglio 2006 quasi 20 milioni di persone sono andate a votare nelle prime elezioni libere do-
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po quelle del maggio 1960. In un paese grande otto volte
l’Italia, con infrastrutture pressoché inesistenti e un tasso
di analfabetismo del 44% fra le donne e del 19% fra gli uomini, la Commissione elettorale indipendente (Cei) è riuscita, anche se con grande fatica e finalmente con l’appoggio convinto della comunità internazionale (che ha
stanziato 360 milioni di euro), a organizzare l’appuntamento elettorale. Dopo la registrazione di 25 milioni di votanti e il referendum del dicembre 2005, con il quale è stata approvata la nuova costituzione, sono stati allestiti 50
mila seggi in tutto il territorio nazionale e preparati 260
mila funzionari addetti agli uffici elettorali.
Tutto si è svolto con regolarità, sotto la supervisone di
decine di migliaia di osservatori locali e internazionali,
con la vigilanza di 17 mila caschi blu Onu e 2 mila soldati
della forza europea Eufor, in aggiunta agli agenti locali.
Cinque ministeri-chiave
Il primo turno delle elezioni presidenziali, alle quali si sono presentati 32 candidati, ha decretato la vittoria di Joseph Kabila, attuale presidente, che ha ottenuto il 44,81%
PAESE DIVISO AL VOTO FINALE
Ballottaggio il 29 ottobre: Kabila, presidente uscente,
è preferito a est, lo sfidante Bemba a nord e ovest
dei voti, e di Jean-Pierre Bemba, vicepresidente e leader di
una delle fazioni ribelli che in questi anni ha combattuto
il governo, con il 20,03% delle preferenze. Il ballottaggio è
previsto domenica 29 ottobre.
Purtroppo all’annuncio dei risultati vi sono stati gravi
episodi di anormalità. La guardia presidenziale di Kabila si
è scontrata contro le guardie personali di Bemba nel centro della capitale Kinshasa: bilancio, alcuni morti. Solo
l’intervento di caschi blu ed Eurofor ha riportato la calma.
Ora ci si domanda se chi perderà sarà disposto ad accettare il risultato, permettendo al Congo di tornare ad avere
un governo stabile e democratico. Altro fattore da considerare è la divisione del paese, schieratosi a est per Kabila
(cui è stato riconosciuto il merito di aver riportato la pace)
e nel centro-nord e a ovest per Bemba.
Analogo risultato per l’elezione dei 500 parlamentari:
la coalizione che sostiene Kabila ha ottenuto la maggioranza dei deputati (anche se non assoluta), seguita dai
partiti alleati di Bemba. Ma sullo sfondo delle elezioni sta
il controllo dei posti chiave del governo, ovvero cinque
ministeri (miniere, economia, industria, energia, infrastrutture): in gioco c’è la gestione degli aiuti internazionali e l’utilizzo delle ingenti risorse naturali del paese (oro,
diamanti, coltan, rame, stagno, legname, ecc). Numerose
indagini e rapporti internazionali hanno testimoniato che
durante gli anni di guerra, ma anche nel periodo della
transizione, lo sfruttamento illegale è stato sistematico,
con complicità ad alto livello e corruzione diffusa. Per arrivare a una reale normalità, non basterà che il prossimo
turno elettorale si svolga regolarmente: occorre che si arrivi a un “buon governo”, capace di cambiamenti che incidano sulla qualità dell’esistenza delle persone.
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internazionale
internazionale
casa comune
EUROPA UNITA, NEL DNA
LA COSTRUZIONE DELLA PACE
di Gianni Borsa inviato agenzia Sir a Bruxelles
l tema della pace è un ricorso storico, nel lungo processo di integrazione europea. Si trovano lungimiranti ambizioni “pacifiste” sin dall’epoca dei primi profeti della “casa comune”, fra Settecento e Ottocento. Si incontra il medesimo obiettivo nelle prime tappe politiche per la
realizzazione di una comunità europea. Infine, la questione si ripropone
con forza oggi, in una fase in cui, lasciati alle spalle guerre mondiali e guerra fredda, si devono affrontare nuove minacce provenienti dal terrorismo
internazionale, dai conflitti regionali e da ipotetici “scontri di civiltà”.
francese, proponeva la messa in comune delle produzioni minerarie e
siderurgiche fra gli stati dell’Europa
occidentale: tale gestione condivisa
avrebbe creato una “solidarietà di fatto” fra ex belligeranti, fino a indurli
progressivamente a perseguire insieme altri e più ambiziosi obiettivi economico-politici.
Schuman spiegava: “La pace
mondiale non potrà essere salvaIn realtà la stessa idea di Europa
guardata senza sforzi creatori che siaunita è andata faticosamente afferno all’altezza dei pericoli che la miL’idea unitaria,
mandosi nel secolo dei lumi e nel rinacciano. Il contributo che un’Eurosin dal Settecento, porta
sorgimento proprio come caposaldo
pa organizzata e viva può apportare
in sé lungimiranti
in vista di un continente finalmente
alla civiltà è indispensabile al manteambizioni pacifiste.
pacificato, in cui popoli e culture ponimento delle relazioni pacifiche”.
Su questo tema
tessero convivere nel reciproco riL’Europa, però, “non si farà in un solo
si sono esercitati filosofi,
spetto. Fra i tanti esercitatisi in procolpo, né attraverso una costruzione
letterati, economisti.
posito, si possono citare per l’Italia
d’insieme; essa si farà attraverso reaNegli ultimi decenni
Cattaneo, Mazzini, Gioberti… Varlizzazioni concrete, creanti anzitutto
l’impulso politico.
cando le Alpi, Victor Hugo a metà del
una solidarietà di fatto. A questo fine
Che si prova
XIX secolo affermava: “Verrà un gioril governo francese propone [...] di
a “esportare” oggi…
no in cui non vi saranno più francesi,
porre l’insieme della produzione
inglesi, italiani e tedeschi, ma tutte le
franco-tedesca del carbone e dell’acnazioni del continente, senza perdere le loro qualità e le ciaio sotto un’autorità comune, in un’organizzazione
loro gloriose individualità, si fonderanno strettamente in aperta alla partecipazione degli altri paesi dell’Europa”.
una unità superiore, che costituirà la fraternità europea”. E
D’altro canto è chiara la formulazione dell’articolo 3
il binomio Europa-pace torna nella produzione di tanti fi- (“Obiettivi dell’Unione”) della Costituzione europea, firlosofi, letterati, economisti, così come nell’azione, magari mata a Roma nel 2004 e in attesa di ratifica: al punto 1 si
incostante, di qualche politico (Briand, Coudenhove-Ka- legge che “l’Unione si prefigge di promuovere la pace…”.
lergy, fino a Churchill, De Gasperi e Adenauer).
L’Ue è dunque chiamata a svolgere un ruolo da protagonista sulla scena mondiale, a partire dalle realtà medioTra tenaci egoismi
rientale e africana, per far prevalere una politica multilaDopo il 1945, sospinta dai lutti e dalle macerie lasciate in terale, accompagnata da una decisa azione diplomatica e
eredità dalla seconda guerra mondiale, la volontà di pace da una coraggiosa cooperazione allo sviluppo. Il recente
si fa largo tra i tenaci egoismi nazionali, fino a tenere a bat- conflitto tra Israele e Libano non ha trovato impreparati i
tesimo la prima comunità europea, quella del carbone e 25, che hanno fornito una risposta corale, in accordo con
dell’acciaio (Ceca, 1951). Nella sua famosa Dichiarazione le Nazioni Unite. Un primo passo sulla via della pace, che
del 9 maggio 1950, Robert Schuman, ministro degli esteri può alimentare speranze fondate.
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emergenza libano
«UNA GUERRA DISTRUTTIVA,
MA HA CREATO NUOVI PONTI»
di Paolo Brivio
estimone privilegiata. Perché libanese. E perché ricopre l’incarico di
coordinatrice degli interventi umanitari per la regione Medio Oriente Nord Africa di Caritas Internationalis. Da Beirut, nelle pause del
suo intenso lavoro di supporto agli operatori di Caritas Libano, Rosette Héchaimé ragiona sulla gravità della crisi umanitaria apertasi
nel paese. E prova a decifrare i segni profondi che la guerra ha tracciato nell’animo della popolazione.
T
Cominciamo dalla percezione dell’emergenza. La comunità internazionale ha sottovalutato i danni inferti dalla guerra al Libano?
Non c’è stata sottovalutazione. I media di tutto il mondo hanno dato ampio
spazio ai danni enormi alle infrastrutture e ai tragici attacchi ai civili, rivelando
la sproporzionata risposta inflitta a un intero paese. Ciò che forse non si è considerato abbastanza è l’elemento di guerra economica e il suo impatto su un
paese appena uscito da una lunga crisi, le cui ferite non erano ancora completamente rimarginate. In quest’ultima guerra, come avviene spesso nelle catastrofi maggiori, il mancato coordinamento degli aiuti e l’assenza per lungo tempo di un corridoio umanitario protetto e rispettato hanno prodotto gravi conseguenze. Ma se si parla di ferite inferte al Libano, si deve considerare anzitutto
la mancata reazione della comunità internazionale alla
violazione grave e sistematica delle leggi internazionali,
praticata durante il conflitto. È una ferita che si è impressa
anche nella coscienza della comunità internazionale.
Rispetto ad altre crisi, ritenete che le opinioni pubbliche del resto del mondo si siano interessate degli
aspetti politici, più che di quelli umanitari?
In Libano si è avuta l’impressione che l’impatto dei messaggi giunti all’opinione pubblica sia stato indebolito dalla
confusione generale, in virtù della quale ormai si assimila
facilmente ogni forma di resistenza a un’azione o atteggiamento terrorista. L’interesse di un’informazione risiede nel
fatto che sia vera e giusta. Il messaggio per la Giornata della pace 2006 di papa Benedetto XVI era intitolato “Nella verità la pace”: bisogna poter attingere a informazioni oggettive, per non essere sviati nella comprensione.
Gli sfollati stanno completando il rientro a casa.Mol-
GUERRA ECONOMICA
Sopra, ciò che resta di
una fabbrica libanese distrutta
dai bombardamenti israeliani.
A fianco, Rosette Héchaimé
Intervista a Rosette Héchaimé,
libanese, coordinatrice di Caritas
Internationalis in Medio Oriente.
«La preoccupazione maggiore
dei libanesi riguarda la perdita
del lavoro. Ma in guerra si è
rafforzata la solidarietà reciproca»
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internazionale
emergenza libano
RITORNO TRAUMATICO
I libanesi sfollati tornano a casa.
Ma trovano città e quartieri da ricostruire.
È una fase di “risveglio dall’incubo”
Gli effetti psicologici e morali dei bombardamenti
sono altrettanto diffusi e logoranti?
Oggi si è ancora nella fase del “risveglio dall’incubo”, ma
presto emergeranno i traumi subiti dalle persone. La
quantità di bombe cadute, di esplosioni sentite, di raid aerei temuti, di notti vissute nel terrore svelerà poco a poco
profonde ferite. Tra i libanesi c’era ancora chi tremava a
ogni porta che sbatteva, dopo la guerra civile di due decenni fa. Ma nonostante tutto ci sono capacità e volontà
di reagire; la gente si è messa con coraggio e forza d’animo
a cercare soluzioni. Rincresce l’esodo dei giovani, che ambiscono a condizioni di pace e serenità, ma hanno timore
di un futuro in patria.
ti trovano abitazioni, villaggi e quartieri distrutti.
Quali sono i bisogni più acuti?
La preoccupazione maggiore riguarda la perdita del lavoro,
che interessa molte persone. Intere famiglie devono mettere in conto mesi di stipendio non assicurati, e intanto si
preparano a spese gravose per sopravvivere, pagare la scuola dei figli, curare feriti e malati. In varie regioni, inoltre, il
raccolto della stagione d’estate è totalmente perduto, a causa della mancanza di manodopera disponibile e per l’impossibilità di spostarsi a vendere la propria merce. Agricoltura, pesca e settore alberghiero sono gli ambiti più colpiti.
E d’altronde la pace rimane tuttora fragile e minacciata.
Si dice che la guerra abbia riportato il Libano alla
condizione di due decenni fa, azzerando gli effetti
della ricostruzione e dello sviluppo economico che
erano seguiti alla guerra civile dei primi anni Ottanta. Il regresso è davvero tanto catastrofico?
È così. Non solo la popolazione deve affrontare difficili
condizioni umanitarie, ma l’intera economia ha subito un
pesante shock. Il Libano non aveva ancora risolto la questione del rifornimento ordinario di elettricità in tutto il
territorio, anche acqua potabile e collegamenti telefonici
dovevano essere ancora garantiti a tutta la popolazione.
Ma oggi, in certe zone, ci si ritrova a dover cominciare daccapo. Non è facile, in un paese in cui le strutture di previdenza sociale e medica sono pressoché inesistenti e l’assistenza in questi campi costituisce una pressante preoccupazione per l’85% della popolazione.
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OT TOBRE 2006
Quali sono i criteri e gli obiettivi che caratterizzano
l’azione Caritas in questa fase di post-conflitto?
Il campo d’azione della Caritas è illimitato. Le ong che lavorano in Libano sono diverse e ognuna si è impegnata
particolarmente in certi settori. Caritas Libano gode del
privilegio del radicamento, essendo presente in tutto il
territorio e da molti anni: così ha individuato alcuni campi d’azione dove è possibile ottenere un impatto immediato, ma anche settori di lavoro a lunga scadenza. Una
delle preoccupazioni principali è il ritorno degli sfollati (e
tra essi dei cristiani, che storicamente rischiano la diaspora) nei loro villaggi d’origine. Molti sono scoraggiati di dovere ancora una volta rifarsi la casa, rimettere in piedi un
lavoro, insomma ricominciare tutto da capo. Ma Caritas
prova a essere anche testimone di pace e riconciliazione
nel paese e nella regione, manifestando la sua presenza e
attenzione a ogni uomo che soffre.
La società libanese è un mosaico di culture e appartenenze religiose.La guerra renderà più instabile la convivenza,o avrà l’effetto paradossale di cementarla?
Non sono la sola a ritenere che questo conflitto, del quale
pure avremmo voluto fare a meno, ha rafforzato la solidarietà reciproca nel paese. Insieme ai cristiani fuggiti dal sud
e dalla valle della Bekaa, le popolazioni sciite hanno cercato rifugio nel nord a predominanza cristiana. Molti hanno
vissuto 33 giorni gomito a gomito. Un amico sciita, prima
di ripartire verso il suo villaggio, alla fine delle ostilità, diceva: «Questa guerra ha distrutto ponti di cemento, ma ha
costruito ponti che nessuna bomba potrà distruggere».
Hezbollah è stato uno dei contendenti nel conflitto.
Ma è un soggetto che si dedica all’iniziativa sociale,
oltre che politica e militare. Il suo impegno assistenziale, anche nel dopoguerra, favorisce la radicalizzazione religiosa e politica di settori della popolazione?
Hezbollah non è solo una milizia armata di resistenza, fatto che costituisce tuttora un problema, ma un partito politico che ha un ruolo da svolgere nello sviluppo della società libanese. Se saprà cogliere l’occasione di una sofferenza comune per lavorare insieme alla costruzione della
società civile su basi diverse, penso si possa evitare il pericolo di qualsiasi radicalizzazione. La solidarietà umana
sperimentata dai libanesi in questa guerra è un terreno
arato per fecondare semi di pace.
In Libano si sta rafforzando la missione dei Caschi
blu dell’Onu.La gente li aspetta con fiducia,con diffidenza o piuttosto con scetticismo?
Anche se la presenza dei caschi blu nel passato era passiva,
in quanto soltanto osservatori, questa volta mi pare siano
attesi con fiducia. Anche se c’è ancora molto da capire riguardo a questa presenza, la popolazione delle regioni di
confine li ha accolti con sollievo, in particolare gli italiani.
Il concentrarsi dell’attenzione internazionale sul Libano rischia di lasciare in ombra altri scenari di crisi?
Mi auguro che l’attenzione umanitaria rivolta al Libano
non finisca per nascondere i problemi di Palestina o Iraq,
che purtroppo, all’apice della crisi libanese, il mondo
sembrava aver dimenticato. Ma non ci si può limitare a sanare crisi umanitarie senza andare alla radice dei problemi irrisolti. Finché le risoluzioni Onu continueranno a essere ignorate e rimarranno focolai di guerra nella regione,
la pace resterà compromessa e l’instabilità dominante.
Pace e vita degna vanno di pari passo, bisogna impegnarsi per entrambe.
Rapporti tra militari e umanitari?
Bisogna mantenere le distanze…
In Libano, Caritas ha utilizzato alcuni camion dell’esercito per gli aiuti.
Ma ogni situazione ha sue caratteristiche: è necessario evitare confusioni
di Duncan MacLaren segretario generale Caritas Internationalis
ella primavera di quest’anno, Caritas Internationalis ha pubblicato un vademecum con lo
scopo di fornire una guida alle organizzazioni
Caritas nel momento in cui si trovino a svolgere
il loro compito di dare assistenza a fianco delle
forze armate, situazione che si può rivelare molto incerta.
Il tema dei rapporti con le forze armate si è imposto
in seguito alla presenza sempre più ingente di militari
nelle operazioni di aiuto dopo una crisi umanitaria; fenomeno considerevole in occasione dei conflitti nei
Balcani, poi in Afghanistan e Iraq, così come in relazione alle recenti sfortunate vicende del Libano. La Confederazione internazionale Caritas ha così cercato di
esporre i principi che vuole sostenere nel proprio lavoro, indipendentemente dalle circostanze.
L’appoggio logistico delle forze armate in alcune situazioni può essere inestimabile, ma in alcuni casi, nei
N
quali si può perdere credibilità o dare l’impressione di
perderla, si deve scegliere di proseguire da soli. Per esempio, al trentaquattresimo giorno di conflitto in Libano, la
Caritas nazionale ha scelto di utilizzare le forze militari
come risorsa per il proprio lavoro umanitario. Ma ciò è
stato dovuto al fatto che in quella particolare situazione vi
era un’unità tale tra la popolazione libanese, in risposta
agli attacchi di Israele, che prendersi cura delle vittime
della violenza era la principale priorità. Le forze armate
libanesi, tra l’altro, non stavano nemmeno rispondendo
militarmente. Così l’esercito ha messo a disposizione di
Caritas Libano i propri camion; in questo modo si è riusciti a portare cibo e medicine alla popolazione, in particolare a coloro che si ritrovavano dislocati nel sud del
paese e nelle aree di Beirut che si trovavano sotto attacco.
Tutti gli uffici Caritas nel paese hanno lavorato senza
sosta, prendendosi cura di circa 92 mila persone duranI TA L I A C A R I TA S
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internazionale
internazionale
emergenza libano
Aiuti a favore di 4.500 famiglie,
fondi a Gaza e alle vittime d’Israele
Caritas Italiana ha deciso un primo stanziamento di 100
mila euro (ma la raccolta di offerte continua) a supporto
dell’azione che Caritas Libano conduce sul terreno dopo
la guerra, con il sostegno di Caritas Internationalis. Dopo
l’aiuto prestato nei campi a circa 92 mila sfollati,
l’intervento punta ad accompagnare i ritorni a casa di 4
mila famiglie (20 mila persone), garantire ai rientrati
assistenza medica e sociale, pianificare la ricostruzione di
case e strutture comunitarie, promuovere progetti per la
ripresa economico-lavorativa (a favore di 500 famiglie di
pescatori e 400 migranti rimasti senza lavoro). Caritas
Italiana è impegnata anche per far fronte alla crisi
umanitaria a Gaza (stanziati in settembre 30 mila euro) e
a favore delle vittime in territorio israeliano (impegnati altri
30 mila euro, grazie a contatti con organizzazioni
israeliane). Progetti a favore delle vittime del conflitto
sono sostenuti anche da molte Caritas diocesane.
POCHI E NON MIRATI
ANCHE GLI AIUTI SONO MIOPI
di Paolo Beccegato
e c’è un fronte sul quale l’Italia appare particolarmente debole e
deficitaria e al quale il nuovo governo dovrà quanto prima mettere
mano, è senza dubbio la cooperazione internazionale allo sviluppo. Negli anni Novanta si è manifestato, soprattutto in Italia, un forte calo degli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) stanziati dai vari governi, in rapporto al loro Prodotto interno lordo. Il fenomeno aveva conosciuto una
temporanea inversione di rotta in Italia attorno al 2000. In seguito il
trend è andato drasticamente peggiorando fino allo scorso anno,
Propaganda sfrontata
Ogni nuova situazione, in particolar modo quando vi è
un conflitto armato e l’esercito è coinvolto, deve essere
analizzata attentamente, così da stabilire se è il caso di
lavorare con i militari e come si può lavorare con loro. In
Iraq, per esempio, la questione di coordinare le azioni di
aiuto con i miltari non si è posta nemmeno. La popolazione irachena non si fida delle forze armate o della polizia; ci si sarebbe trovati tagliati fuori dalla possibilità di
raggiungere la maggior parte della popolazione, che ha
tanto bisogno dell’aiuto Caritas.
Tuttavia non è solo questione di rimanere semplicemente neutrali, posizione considerata talvolta come
positiva. Caritas non vuole in realtà essere vista come
“neutrale” perché la sua identità, ispirata dalla dottrina
cattolica, implica che essa necessariamente sia in qualche modo parziale. Caritas c’è per i poveri, i deboli, le
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luogo a condurre la lotta alla povertà.
Inevitabile, di conseguenza, che esistano emergenze di serie A e di serie
B, e conflitti considerati o dimenticati
anche in relazione allo stanziamento
degli aiuti internazionali (e non solo
per quanto concerne l’attenzione dedicata dai mass media).
Dopo l’11 settembre 2001 si è assistito a un continuo lievitare delle spese militari, che ha coinvolto gran parquando il nostro paese si è collocato
te delle nazioni del mondo. I paesi che
all’ultimo posto tra quelli donatori,
hanno beneficiato in maniera magLa cooperazione
smentendo gli impegni assunti in segiore di questi cambiamenti, vedenallo sviluppo,
de internazionale, secondo cui dodo crescere parallelamente anche gli
specialmente in Italia,
vrebbe stanziare aiuti allo sviluppo
aiuti civili loro rivolti, sono quelli che
attraversa un periodo
pari allo 0,7% del Pil.
si sono rivelati importanti alleati nella
di crisi. Gli aiuti
In questo trend va collocato un
lotta al terrorismo internazionale, sia
crescono, a livello
ulteriore dato. Sono infatti aumentati
concretamente, fornendo un appoginternazionale, solo
i fondi impiegati in emergenze umagio diretto agli interventi armati in Afper i paesi che
nitarie (che rientrano nel novero deghanistan e Iraq, sia diplomaticacollaborano alla lotta
gli Aps), passando dal 4,28% del totamente, fornendo un appoggio indial terrorismo. Ma non
le, come era nel 1992, al 6,63% nel
retto, ma altrettanto importante. Tra i
sono i più bisognosi…
2002. Ma tali fondi vengono distolti
primi troviamo, ad esempio, Turchia e
dagli altri settori della cooperazione
Pakistan, che hanno messo a disposiallo sviluppo, generando così carenze strutturali che non zione strutture logistiche rilevanti per le operazioni militapermettono di finanziare i veri programmi di sviluppo. E ri in Afghanistan e hanno beneficiato, tra il 2001 e il 2002,
soprattutto di prevenire le crisi umanitarie.
di aumenti degli aiuti di più del 300% (la prima) e più
dell’800% (il secondo); tra i donatori risaltano gli Stati UniCambiamento di rotta
ti, che hanno fatto registrare incrementi enormi negli Aps
Seguendo la logica e le raccomandazioni internazionali, i per questi due paesi. Tra i paesi rilevanti diplomaticamenfondi della cooperazione dovrebbero orientarsi anzitutto te, vanno annoverati quelli mediorientali; anch’essi hanno
in base alle priorità dei bisogni. L’obiettivo della riduzione beneficiato di consistenti aumenti dell’Aps ricevuto (valga
della povertà implica che i paesi beneficiari degli aiuti do- l’esempio di Egitto e Giordania, paesi importanti negli
vrebbero essere quelli più poveri. E invece i dati pubblicati equilibri dell’area, dimostratisi “diplomaticamente collanel rapporto di ricerca Guerre alla finestra (Il Mulino, 2005, borativi” nella guerra al terrorismo).
curato da Caritas italiana) mettono in evidenza come la
Gli aiuti, insomma, non sembrano dipendere dal
cooperazione internazionale allo sviluppo sia spesso uno maggior bisogno. E allora occorre un cambiamento di
strumento di politica estera, finalizzato in prima battuta a rotta: dai conflitti dimenticati, anche dalla cooperaziosostenere interessi economici o politici e solo in secondo ne, a un approccio nuovo allo sviluppo e alla pace.
S
VICINANZA E RIPRESA
Operatori di Caritas Libano con alcune donne sfollate nei
giorni della guerra. Dopo l’assistenza a 92 mila rifugiati,
ora si aiuta la popolazione a ricominciare le proprie attività
te il conflitto. I mezzi resi disponibili dall’esercito portavano visibile il logo Caritas; ove possibile si usavano camion scoperti, che consentivano di vedere cosa si stava
trasportando all’interno, così da evitare di diventare bersagli. Caritas aveva anche persone sul campo, incaricate
di comunicare gli spostamenti alle forze israeliane, in
modo da assicurare l’incolumità dei convogli.
guerre alla finestra
vittime e soffre con loro. È nostro dovere parlare di ingiustizie, e a volte queste ingiustizie sono direttamente
legate a una presenza armata. Quando altre organizzazioni umanitarie scappano dalla violenza, Caritas è
sempre presente, in atteggiamento di solidarietà con
coloro che soffrono, qualunque sia il loro credo o la loro
storia. E così se una forza militare si unisce alle attività
umanitarie solo per catturare i cuori e le menti della
gente coinvolta nel conflitto, noi non possiamo coordinarci con essa, per non prestare il fianco a ciò che solitamente diviene una guerra di propaganda sfrontata.
Quando non ci sono controindicazioni, Caritas può
usufruire delle risorse che le forze militari possiedono,
ma non deve operare mai sotto l’autorità militare e deve sempre mantenere le distanze. Il ruolo sempre più rilevante che stanno assumendo gli eserciti nelle operazioni di aiuto umanitario, là dove le forze militari stanno anche conducendo una guerra, confonde le acque
per tutti gli operatori umanitari. Si deve sempre tenere
presente qual è la priorità di un esercito: ottenere il controllo o il dominio su persone o luoghi, usando la forza.
È quasi inevitabile, di conseguenza, che alla fine gli
obiettivi di un’operazione umanitaria e quelli di un’azione militare vengano a scontrarsi.
(traduzione di Sabrina Montanarella)
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internazionale
myanmar
LA BATTAGLIA DI ERIK
AL SILENZIO CHE UCCIDE
rik Trutwein ha 61 anni ed è sieropositivo. L’ha scoperto per caso, facendo un esa- di Paolo
me del sangue sette anni fa. Solo dopo ha capito di essere stato infettato da sua mo- Beccegato
glie Kay Twe, che a sua volta si era presa il virus Hiv dall’ex marito, marinaio, morto nel giro di pochi mesi. Nessuno in Myanmar, l’ex Birmania, parlava, sapeva, conosceva l’Hiv. Né, evidentemente, come si trasmetteva. Per Erik fu uno shock. Lui,
manager di più aziende del settore petrolifero, benestante, non era abituato a girare per dottori, vedere malati e tanto meno esserlo. Addirittura di Aids. Uno stigma.
Nel dicembre 1999 sua moglie Key morì, a soli 28 anni. La malattia se la portò via in fretta, in
meno di un anno. Era naturale: diagnosi sbagliata, terapie completamente inutili. Per Erik, che
l’aveva curata con tutto il suo affetto, fu uno shock ancora più grande quando scoprì, solo alcuni anni più tar- Era un manager del petrolio, è stato
di, la vera causa del suo decesso.
Fu proprio allora, in quel preciso momento, che Erik infettato dal virus Hiv. In Myanmar,
decise di cambiare vita. Non più petrolio, niente busi- ex Birmania, l’ignoranza accelera
ness, ma un solo interesse, completamente diverso: lottare contro l’Aids, arginare la sua diffusione, salvare vite la diffusione dell’Aids. Lui ha trovato
umane e famiglie. Non era possibile che le persone non
la forza di reagire. Ma nell’intero
sapessero, che nessuno ne parlasse. E così, con i soldi risparmiati in tanti anni di lavoro, cominciò a organizza- sud-est asiatico bisogna fare di più
re campagne di sensibilizzazione, a urlare il suo dolore.
Erik non nasconde la sua malattia, non ne fa un mi- con un linguaggio accessibile a tutti. Un successo: vi
stero. Anzi, la trasforma in una testimonianza, in una le- partecipano famiglie e single, monaci e insegnanti, uozione da non ripetere mai più. Corre in lungo e in largo mini e donne. Come a Yenangyuang o a Chauk, dove soper il paese, dalla capitale Yangon fino alla Magway Divi- no stati realizzati più di cinquanta spettacoli. Ora, con il
sion, cioè la dry zone, l’arida area centrale a nord, sua re- supporto di Caritas Italiana, affacciatasi nel paese asiagione natale, serbatoio di emigrazione proprio a causa tico dopo la tragedia dello tsunami, si intende estendedella scarsità di piogge. «Molte donne finiscono nel giro re il progetto a 150 comunità della regione, più di 250
della prostituzione locale o tailandese – ricapitola – e do- mila persone. Non è molto, se si considera che la popopo pochi anni tornano nei propri villaggi distrutte psico- lazione in Myanmar si aggira attorno ai 60 milioni di
logicamente e spesso anche fisicamente. La malattia se abitanti. Ma la questione Aids è ormai diventata un’atne porta via la gran parte. E il virus si diffonde anche tra tenzione prioritaria anche per molte altre ong e soprattutto per il governo centrale.
gli sperduti villaggi e nelle cittadine più isolate».
Oggi Erik va avanti con farmaci antiretrovirali e medicine tradizionali. Un cocktail che lo fa stare in buona
Farmaci inaccessibili
Erik si fa in quattro. Ora dirige una ong, organizza show salute. Grazie agli accordi internazionali sui brevetti e
e rappresentazioni teatrali in occasione delle feste tradi- sui diritti di proprietà attualmente in vigore (Trips), il
zionali. Sono i zatabin: partono come divertenti scenet- costo dei farmaci si è abbassato fino a 30 dollari al mete a sfondo comico, ma nelle sceneggiature vengono in- se. Sembra poco, ma per gran parte della popolazione
seriti cenni alla terribile malattia, che alla fine vengono del Myanmar è una cifra inaccessibile, dal momento
spiegati al numeroso pubblico da un medico esperto, che i lavori più comuni sono retribuiti con circa 20 dol-
E
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L’IMPORTANTE È PREVENIRE
In Myanmar, ex Birmania, l’Aids costitusce
un’emergenza sociale ormai riconosciuta
anche dal regime militare. Ma restano
aperti anche altri gravi problemi sociali.
A sinistra, una scuola rurale.
Sopra, anziani poveri in un villaggio
lari al mese. E così sia la prevenzione sia la cura vanno
sostenute, per evitare la decimazione della popolazione
nei prossimi anni, dato l’elevato tasso di diffusione della malattia nel paese.
Erik si sta organizzando anche per offrire opportunità formative e lavorative ai sieropositivi, occuparsi degli orfani di uno o di entrambi i genitori morti di Aids,
raggiungere i villaggi più remoti e lontani dalle vie di comunicazione principali con visite regolari, incontri, materiali informativi. Sono azioni cruciali, su uno sfondo
allarmante: il sud-est asiatico è una delle regioni del
mondo in cui l’Hiv-Aids risulta più rapidamente in crescita, a causa soprattutto della scarsa conoscenza e della povertà della popolazione. Una delle cause del propagarsi della malattia consiste nelle migrazioni temporanee. La globalizzazione e il continuo spostamento
della produzione alimentano la disoccupazione e sistematici flussi migratori, soprattutto di giovani in cerca di
lavoro. E l’Aids si propaga di più quando la gente si
muove. Anche la pessima condizione femminile in molte aree della regione è un fattore di diffusione del virus.
Malati, ma non sanno di esserlo
In termini percentuali, i valori di diffusione dell’Aids nel
sud-est asiatico non sono tanto significativi quanto
quelli africani. Tuttavia i dati assoluti impressionano. È
stato stimato che 6,7 milioni di persone vivono con
l’Aids (dato 2005): è il numero più alto di casi dopo l’Africa subsahariana. È stato inoltre stimato che meno del
10% delle persone infette sono consapevoli del loro sta-
tus di malati. La maggioranza delle infezioni è causata
da pratiche sessuali. E sono ben 950 mila i malati che richiederebbero trattamenti antiretrovirali urgenti.
Non mancano però i segnali di speranza. Il numero di
persone trattate, nel sud-est asiatico, è raddoppiato durante il 2004 e circa 163 mila stanno ricevendo cure mediche adeguate da dicembre 2005. Sono le conseguenze del
piano strategico lanciato nel 2003 dall’Organizzazione
mondiale della sanità (Oms) e da Unaids (l’organizzazione Onu per la lotta all’Aids). L’iniziativa prevedeva di somministrare medicinali antiretrovirali, entro la fine del 2005,
a tre milioni di persone che vivono in paesi a basso-medio
reddito; grazie a essa, l’accesso ai medicinali antiretrovirali nei paesi poveri è significativamente aumentato.
Le nazioni in cui manca una vera informazione
scientifica, come pure non è consentita libertà di parola, di riunione, di iniziativa autonoma (è il caso del
Myanmar, dove la giunta militare al potere esercita un
ferreo controllo sul paese), sono ancora più penalizzate,
perché se un fenomeno non rientra tra le politiche governative, spesso non viene data neppure la possibilità
di azione ai soggetti del privato sociale. E negare quelli
che sono diritti fondamentali dell’uomo implica spesso
anche il propagarsi della malattia, più rapidamente e
con effetti più gravi sulla stessa popolazione.
Invece occorrerebbe un investimento molto più deciso, in tutto il sud-est asiatico, in termini di prevenzione e coscientizzazione. La lezione di Erik è limpidissima: l’informazione e l’educazione sono fondamentali
per lo sviluppo dei popoli.
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agenda territori
internazionale
contrappunto
L’AMERICA LATINA CAMBIA,
È DAVVERO CAPACE DI UNITÀ?
PORDENONE
di Alberto Bobbio
Un incontro di preghiera ecumenico, con
il vescovo e i rappresentanti delle confessioni
cristiane, ortodossa e protestante. E una
rassegna di complessi musicali della diocesi.
Così la Caritas diocesana di Pordenone ha
celebrato la prima Giornata per la salvaguardia
del creato, indetta dalla chiesa italiana. Le iniziative si sono svolte sabato
16 settembre al parco del seminario di Pordenone. Ma il giorno prima
la Caritas diocesana aveva dato prova del suo impegno in materia,
presentando “Frate Sole”, innovativo progetto per il risparmio energetico.
Sul tetto della sede Caritas, infatti, sono stati installati 120 pannelli
fotovoltaici, che faranno funzionare gli impianti elettrici e termici della sede
stessa. Inoltre, grazie a fondi di Caritas Italiana, è prevista l’erogazione di
piccoli stanziamenti a realtà parrocchiali, oratori e case per le vacanze, che
installando pannelli solari ridurranno i consumi energetici, piccolo ma fattivo
passo verso un più equilibrato rapporto tra uomo e ambiente e una riduzione
dei fenomeni di povertà causati dallo sfruttamento delle risorse energetiche.
a Washington le guardano preoccupati, quelle facce da indio che
riempiono le piazze appena di là della staccionata del cortile di
casa, raccolte sotto le bandiere rosse. Eppure sbaglia chi teme
che l’America Latina si sia improvvisamente riempita di nipotini di Fidel Castro. È una lettura superficiale, che dimostra quanto l’uso del vecchio armamentario di interpretazioni ideologiche tenga ancora prigionieri gli analisti delle ovattate stanze yankee, sempre pronti a infilare errori strategici, a causa di debolezze culturali e ovvietà geopolitiche. E
neppure si può dire che l’intero continente sia travolto da una vigorosa
ventata progressista, che avvicina Messico e Brasile, Cile e Argentina,
blematica sul piano della memoria rivoluzionaria. Le elezioni brasiliane di
inizio ottobre e il rafforzamento della
politica del presidente uscente Lula,
che via via ha abbandonato posizioni
oltranziste e dogmatiche, possono
consolidare un’identità continentale
che potrebbe rappresentare, in un futuro neppure troppo lontano, una
novità geopolitica assoluta per il pianeta. Ma resta da vedere chi si propone alla guida di una truppa oggi ancora molto divisa.
Perù e Venezuela, Ecuador e NicaraCi sono il venezuelano Hugo ChaLeader storici
gua. Sarebbe solo una tentazione sugvez, l’indio peruviano Humala, Moraal tramonto. Indio al
gestiva, di fronte a un quadro assai
les in Bolivia, un Messico in subbupotere. Emancipazione
più composito.
glio, il Nicaragua che vota a novembre
dalla tutela Usa
C’è tuttavia una consapevolezza
e dove si riaffaccia il vecchio leader
(con i cinesi in agguato). sandinista Ortega. Ma ci sono anche
nuova nei nuovi governi latinoameriSogni di integrazione
cani, perché tutti, con esiti diversi e
Michelle Bachelet in Cile, con il suo
economica e politica.
partendo anche da motivazioni non
socialismo radicato nel rispetto del liElezioni cruciali
omogenee, si sono posti il problema
bero mercato, l’Argentina di Kirchner
alle porte. Il continente
del riequilibrio delle condizioni ecoe l’Uruguay di Tabarè, che puntano al
saprà costruire
nomiche e delle tutele sociali delle
riequilibrio delle politiche ultraliberiun destino comune?
proprie popolazioni. L’interrogativo è
ste di certi circoli Usa, per anni indise ci si sta avviando sulla strada della
scusse padrone del continente.
formazione di un comune popolo latinoamericano, dal
Le pressioni esterne intanto sono fortissime, soprattutMessico alla Terra del Fuoco, oppure se le rivalità politiche, to quelle cinesi che mirano non a consolidare una futuro
le invidie, la gestione personalissima delle scena mediati- identitario, ma a dividere i paesi in base a privilegiate relaca e l’avvicinarsi pericoloso a derive peroniste di alcuni zioni strategiche secondo l’interesse di Pechino. La partita
leader non siano il preludio a una danza su un nuovo ba- è delicata e il rischio è che l’America Latina cambi solo turatro, dentro cui di solito finiscono le classi più povere.
tela e getti alle ortiche il percorso, lungo e tormentato, dell’integrazione regionale, rafforzato negli ultimi mesi dai
Sogno o progetto?
ragionamenti sul Mercosur, su intese commerciali e maLa malattia di Fidel Castro, il passaggio di potere al fratello gari poi monetarie, su una maggior omogeneità politica
Raul, meno carismatico del lìder maximo, pone un pro- senza derive populiste. La diplomazia brasiliana di un goblema di successione non solo a Cuba, ma a tutta l’elabo- verno Lula più forte e coeso, capace di tessere accordi
razione politica del continente a sud del Rio Bravo. E po- multilaterali all’interno del continente e all’esterno, potrebbe anche facilitare le cose sulla strada di un’integrazio- trebbe offrire chiara progettualità a quello che finora è stane meno densa dal punto di vista ideologico e meno pro- to solo il sogno latinoamericano.
D
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L’energia secondo “Fratello Sole”,
120 pannelli fotovoltaici sulla sede
BOLZANO-BRESSANONE
Cure palliative,
volontari a fianco
dei malati gravi
Circa tre anni
fa è stato aperto
il reparto per
le cure palliative
nella clinica
Martinsbrunn, a Merano: persone
gravemente malate o morenti possono
trovarvi sollievo dal dolore, assistenza
e accompagnamento. Il servizio Hospice
della Caritas diocesana di BolzanoBressanone ha dato un contributo
essenziale allo sviluppo della struttura
palliativa. I volontari Caritas operano
quasi ogni giorno all’interno del reparto
e ora, grazie alla convenzione firmata
a fine agosto con la clinica meranese
(nella foto, la firma dell’accordo),
garantiscono il loro apporto per altri
quattro anni: saranno presenti
nel reparto 72 ore alla settimana
(sei ore al giorno per sei giorni, tre turni
notturni), integrando l’assistenza
medico-infermieristica con la vicinanza
umana a pazienti e famigliari. I volontari
coinvolti sono 35; nel 2005 hanno
assistito 122 persone, attraverso 609
presenze, per un totale di 5.337 ore.
LOMBARDIA
Studio sulle badanti:
7 ogni 100 anziani,
disposte a formarsi
La prima ricerca sulle assistenti familiari
(le “badanti”) che operano in Lombardia
è stata curata dall’Istituto per la ricerca
sociale Irs di Milano, insieme a Caritas
Ambrosiana e all’Associazione Migranti
di Brescia. Presentata in un convegno
il 20 settembre, la ricerca è l’esito
di un progetto Equal, realizzato
con fondi europei, imperniato
sull’apertura di due sportelli
sperimentali per “badanti”, a Sesto
San Giovanni e Brescia. La ricerca
“Qualificare
il lavoro privato di
cura” ha messo
a fuoco, tramite
interviste a 354
assistenti familiari, la propensione delle
“badanti” a formarsi ed emergere dal
mercato nero. Secondo la maggioranza
delle badanti, il lavoro che conducono
non richiede specifiche competenze,
perché legato alle funzioni quotidiane
della “donna di casa”. Ma sei badanti
su dieci sarebbero interessate a seguire
un corso, se questo non ha costi.
Problematica risulta l’applicazione
dei diritti dei lavoratori. In Lombardia
si concentra il 18,2% delle assistenti
familiari italiane: 126 mila, cioè
7 “badanti” ogni 100 anziani over 65.
AVERSA
Accordo per aiutare
i malati psichici
“dimenticati” all’Opg
Chi è internato in un ospedale
psichiatrico giudiziario spesso vede
azzerata qualsiasi speranza per la
propria esistenza: molti detenuti dei sei
Opg italiani hanno scontato la propria
pena, ma non possono essere dimessi
perché mancano strutture di
accoglienza e le famiglie non possono
(o non vogliono) riaccoglierli. Così
accade anche al 60% dei reclusi
nell’Opg di Aversa (Napoli). Per cinque
di loro, però, qualcosa sta cambiando.
Grazie a un accordo (che durerà due
anni) siglato dalla direzione dell’Opg
con la Caritas diocesana e il centro di
animazione missionaria, alcuni degenti
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agenda territori
sto in campagna
Ragazzi, aprite gli occhi
contro i problemi della vista
Il problema
Un problema spesso sottovalutato.
Ma sempre molto presente, soprattutto
nel mondo povero, ma anche nei paesi ricchi,
compresa l’Italia. Nel mondo vivono infatti
circa 37 milioni di non vedenti (dei quali
un milione e mezzo bambini sotto i 15 anni)
e 124 milioni di ipovedenti (coloro che hanno
una vista inferiore a 3/10). In Italia i non vedenti sono circa 350 mila
e gli ipovedenti oltre un milione e 500 mila. Nel nostro paese torna ora
una campagna di prevenzione, proposta dall’Agenzia internazionale
per la prevenzione della cecità (Iapb), organismo non governativo
riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità. La sezione
italiana è stata fondata nel 1977 per iniziativa dell’Unione italiana
ciechi e della Società oftalmologica italiana.
L’iniziativa
“Apri gli occhi”, la campagna di prevenzione dei disturbi della vista
dedicata ai bambini, è giunta alla seconda edizione, è promossa dalla
Iapb in collaborazione con il ministero della salute e punta a coinvolgere
più di 60 mila alunni delle scuole elementari, insieme ai loro genitori,
per fare loro conoscere i problemi visivi di cui possono soffrire.
L’iniziativa, che unisce un alto valore scientifico a un forte richiamo
sociale, incomincia a ottobre e proseguirà fino alla fine di marzo 2007:
consiste in incontri organizzati in scuole, cinema e teatri di trenta città
d’Italia (Ravenna, Sassari, Cagliari, Trapani, Agrigento, Caltagirone,
Ragusa, Reggio Calabria, Cosenza, Potenza, Matera, Bari, Lecce, Roma,
Isernia, Caserta, Avellino, Viterbo, Terni, Pescara, Ancona, Firenze,
Siena, Genova, Torino, Novara, Pavia, Brescia,Trento, Padova e Gorizia).
I bambini assisteranno a uno spettacolo educativo-scientifico, nel quale
gli attori li coinvolgeranno con dimostrazioni pratiche inerenti alcuni
fenomeni legati alla vista. Durante l’esibizione si farà riferimento
ai personaggi della storia di un cartone animato contenuto in un dvd
divulgativo, che sarà proiettato prima dello spettacolo. Al termine sarà
svolto un questionario interattivo, che permetterà agli addetti dell’Iapb
di effettuare una mappatura dei problemi connessi alla vista più diffusi
tra i bambini presenti e dei comportamenti delle famiglie italiane in fatto
di salute visiva. Sarà poi distribuito un opuscolo informativo da leggere
insieme ai genitori, con alcuni consigli per salvaguardare la vista.
PER SAPERNE DI PIÙ www.iapb.it
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OT TOBRE 2006
parrocchia e mondialità
a cura di Generoso Simeone
dell’ospedale psichiatrico possono
svolgere attività di recupero, alla
mattina e al pomeriggio, in un centro
socio-pastorale della cittadina campana,
assistiti da dodici volontari. I pazienti
possono maturare una certa capacità
di autogestirsi e possono incontrare
i parenti. L’obiettivo, in prospettiva,
è offrire un’alternativa stabile in una
comunità o un centro di assistenza.
La pace raccontata dalle immagini dei giovani,
sguardi sul mondo grazie al festival del cinema “corto”
Educare alla mondialità? Si può fare anche affidandosi alla forza delle immagini.
Magari, come Caritas Marche fa ormai dal 2004 (l’iniziativa è giunta alla terza
edizione), collaborando a organizzare un festival del cortometraggio, che utilizzi
il cinema come veicolo di diffusione, soprattutto tra i giovani, di importanti
messaggi di solidarietà. Il festival “Città di Pergola” avrà luogo nella cittadina
dell’entroterra pesarese dal 4 al 7 ottobre 2006 ed è un’esperienza innovativa:
organizzato da un locale cinecircolo, con il sostegno degli enti territoriali,
si propone di promuovere la cultura cinematografica e incentivare l’opera
dei giovani registi. Caritas Marche e il suo Gruppo regionale educazione
alla mondialità partecipano all’evento, indicendo una sezione incentrata sul tema
della pace, che sottopone ad artisti e pubblico spunti di riflessione sulle grandi
questioni del nostro tempo. Quest’anno, in contemporanea con la “Giornata per la
salvaguardia del creato” istituita dalla Cei, Caritas Marche ha deciso di intitolare
la propria sezione “Pace e ambiente”, dove l’ambiente è inteso non in senso
esclusivamente naturalistico, ma come luogo e contesto di vita comunitaria.
OSSERVATORI
Identikit dei poveri:
migranti ad Aosta,
famiglie in Calabria
Prosegue, in tutta Italia, la
pubblicazione di rapporti sulle povertà,
frutto dell’azione di Osservatori delle
povertà e delle risorse, o di altri soggetti
che fanno capo alle Caritas. Ad Aosta
l’associazione Diakonia ha pubblicato
un’indagine sulle 210 persone rivoltesi
in tre mesi, da gennaio ad aprile,
ai servizi Caritas: per il 77,6%
sono stranieri, per il 22,4% italiani. Non
si tratta di soggetti di passaggio, ma
domiciliati: l’87,5% di stranieri dispone
di permesso di soggiorno e i senza
dimora sono solo il 6,7% tra gli stranieri
e il 20% tra gli italiani. A Lamezia
Terme, invece, è stato presentato
il secondo dossier delle Caritas di
Calabria e della fondazione Facite. I dati
relativi a 800 utenti dei centri d’ascolto,
per due terzi donne, evidenziano che
le situazioni di difficoltà vanno spesso
interpretate come “bisogno collettivo”,
non di un soggetto individuale ma di un
intero nucleo familiare. Anche la Caritas
diocesana di Andria (Bari) ha dato alle
stampe in agosto il suo rapporto
(“Il cuore e le mani”) relativo ai 1.505
utenti (1.239 stranieri) che nel 2005
hanno avuto accesso a centri di ascolto
e strutture di accoglienza diocesani.
di Ettore Fusaro
Orizzonti ampi, azione locale
Oltre a costituire un evento stimolante, il festival rappresenta una valida risorsa
per l’azione educativa nelle parrocchie e in diocesi: i cortometraggi selezionati
Sopra, volontari di
diventano materiale utile alla sensibilizzazione delle comunità, di volontari
Caritas Marche al
e operatori pastorali. Ma questa esperienza non è che una delle forme con cui
Forum sociale europeo
di Atene. Sotto, la
Caritas Marche promuove nel territorio percorsi di educazione alla mondialità.
locandina del festival
Applicando la metodologia del lavoro di rete, che coinvolge Caritas diocesane
dei “corti” di Pergola
e parrocchiali, istituzioni e associazioni del territorio, e uno stile
di accompagnamento e supporto, le Caritas marchigiane hanno saputo contribuire all’organizzazione
di eventi e alla nascita di realtà ormai consolidati. È il caso della Scuola di pace della diocesi di Fano,
che da tre anni propone percorsi formativi che riscuotono una larga partecipazione. Nel territorio
di Fabriano si stanno invece elaborando, grazie a una stretta collaborazione tra Caritas e dirigenti scolastici
delle scuole medie e superiori, percorsi formativi su integrazione, multiculturalità e promozione del servizio
civile. E “Mondinrete”, nella diocesi di Ancona, riunisce in un unico corpo la molteplicità delle realtà
parrocchiali, missionarie e associative impegnate nel campo della cooperazione internazionale allo sviluppo
e alla solidarietà. La necessità di sviluppare spunti sempre nuovi in ambito locale richiede, comunque,
un’apertura su orizzonti più ampi. Caritas Marche, attenta alla dimensione globale, ha così partecipato
nel 2005, insieme a Caritas Italiana, al World Social Forum di Porto Alegre (Brasile) e nel 2006 allo
European Social Forum di Atene, con una nutrita rappresentanza dalle diocesi e il coinvolgimento di ragazze
e ragazzi in servizio civile (nella foto). Una tale ricchezza di stimoli costituisce una risorsa importante,
anche se talvolta difficile da orchestrare; l’elemento fondamentale è comunque rappresentato da un lavoro
di condivisione e partecipazione, condizione necessaria per un’azione fantasiosa della carità
e una progettazione pastorale realmente in grado di creare un autentico e utile incontro con l’uomo.
PAESE MONDO
INFO www.caritasmarche.it
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OT TOBRE 2006
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villaggio globale
pagine altre pagine
RADIO
RADIO E INTERNET
Pianeta dimenticato,
parole per capire
dopo il Gr delle 8
Un “audiomagazine” su InBlu
per raccontare la galassia Caritas
L’avventura era nata come
“finestra informativa”, aperta
a giugno 2004 dal Gr1 delle
ore 8, uno dei più ascoltati
e autorevoli radiogiornali
d’Italia, sulla realtà di un continente,
l’Africa, di cui solitamente non ci si
occupa, se non in occasione di tragedie
immani. “Per non dimenticare l’Africa”
era poi diventato un osservatorio
permanente nella programmazione del
radiogiornale Rai. All’inizio del 2005 la
svolta: dalla rubrica inserita nel Gr si era
passati a una trasmissione autonoma,
che in onda in coda al Gr1, alle 8.40
dal martedì al venerdì, e propone servizi
non soltanto sull’Africa, ma su tutti
i paesi del sud del mondo. A settembre,
con il varo del nuovo palinsesto,
la trasmissione è stata fortunatamente
confermata: Pianeta dimenticato
si presenta come un magazine
di una durata di circa 15 minuti,
professionalmente ineccepibile e ricco
di notizie e storie interessanti, altrimenti
condannate all’oblio. È l’apripista,
in un certo senso, della nuova stagione
dell’informazione Rai, che dovrebbe
dedicare più spazio al sud del mondo.
INFO
www.radio.rai.it/radio1/pianetadimenticato
Spazio più ampio, accessibilità anche via internet. E un nuovo titolo, Incontri
e testimonianze, a segnalare una struttura più articolata e ricca
di informazioni e voci. La rubrica “Controcorrente ha dato spazio, negli ultimi
anni, a notizie e testimonianze provenienti dal mondo Caritas. Ora si
è evoluta nella nuova trasmissione radiofonica,
un “audiomagazine” della durata di 15 minuti,
in onda dal 25 settembre sulle tante emittenti del
circuito radiofonico InBlu, all’interno del contenitore
“Ecclesia”. Ogni emittente propone il magazine in giorni e orari differenti,
a seconda della sua programmazione: ma la trasmissione sarà riascoltabile
ogni momento in streaming dal sito di Caritas Italiana, che “immagazzinerà”
le sue oltre 40 puntate. Ognuna di esse proporrà un approfondimento
sull’argomento della settimana, testimonianze a rotazione di tre caschi
bianchi dai paesi di servizio (Antonio dal Kosovo, Maria da Sri Lanka e
Valeria dal Burundi), uno spazio sugli altri strumenti di comunicazione
Caritas e notizie su iniziative ed esperienze delle Caritas diocesane.
INFO www.caritasitaliana.it
della mafia, del sacerdote di Brancaccio
a Palermo e approda a una riflessione
generale sui temi della vita, della morte
e del destino dell’uomo. Tu, da che
parte stai?, il lavoro teatrale portato
in scena da insegnanti e studenti del
liceo scientifico “Basile” di Brancaccio,
è ora diventato un dvd, realizzato
dal Cesvop, il centro di servizi
al volontariato del capoluogo siciliano.
L’obiettivo è diffondere nel territorio
e nelle sue scuole il patrimonio ideale
lasciato dal piccolo grande prete
di frontiera. [redattore sociale]
TEATRO
Spettacolo in dvd
ricorda la lezione
di padre Puglisi
Un immaginario dialogo tra padre Pino
Puglisi e il suo killer. Un percorso,
in forma di musical, che parte dalla
vicenda dell’uccisione nel 1993, da parte
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OT TOBRE 2006
CINEMA
Migrazioni a Venezia,
i viaggi incrociati
di De Seta e Crialese
Il recente Festival del cinema di Venezia
è stato caratterizzato da molte pellicole
interessanti. Sono stati due film italiani,
però,
a catalizzare
l’attenzione di chi
chiede al cinema
di non rinunciare
all’impegno sociale. Lettere dal Sahara
ha fatto registrare il ritorno dietro la
macchina da presa del maestro Vittorio
De Seta: è la storia dell’immigrazione
verso l’Italia di un giovane studente
senegalese, che dopo l’approdo a
Lampedusa risale la penisola tra lavori
precari, situazioni di emarginazione,
difficoltà di dialogo non solo con
gli italiani, ma anche con i connazionali
immigrati da tempo. Un film rigoroso
e intenso, che fotografa la complessità
di un fenomeno di stringente attualità.
Uno sguardo sulle migrazioni
del passato, quando ad andarsene
erano gli italiani, l’ha invece posato
il giovane regista Emanuele Crialese: in
Nuovomondo racconta, sulla base degli
epistolari del passato, con un linguaggio
di Francesco Meloni
Cercare e testimoniare Dio
nel mondo della dimenticanza
tra fede e indagine psicologica
Credere e non credere, fede e carità, speranza e disperazione, indifferenza
religiosa e relativismo culturale. Il prossimo Convegno nazionale eccelsiale
(“Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”, Verona 16-20 ottobre)
proporrà riflessioni destinate a spiovere su ampi contesti del mondo
culturale, politico e sociale odierno. Alcuni testi possono stimolare la
riflessione e il confronto in materia. A cominciare da due titoli, che portano
l’autorevole firma del teologo Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI:
Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo (pagine 184,
Queriniana 2006). La domanda che affiora
prepotentemente da ogni pagina è: chi ci aiuta a
essere uomini in maniera autentica e profonda? La
risposta viene dalla scelta, libera e consapevole, di
affidare a Dio l’intera condizione umana. La
Rivoluzione di Dio (pagine 132, Edizioni San Paolo 2005) è invece una
raccolta dei discorsi tenuti dal papa a Colonia, in occasione della Giornata
mondiale della gioventù, nell’agosto 2005. Il papa esorta a fare di Dio la
misura del nostro vivere comune, con un atto che non ci estranei da noi
stessi, ma ci liberi veramente: è un grande appello alla missione cristiana,
sempre più forte e urgente in presenza di una strana dimenticanza di Dio,
oggi diffusa in vaste parti del mondo.
cinematografico suggestivo, il viaggio
che gli emigranti italiani compivano
verso l’America,
le umiliazioni
che subivano
all’ingresso,
la determinazione
con cui riuscivano a costruirsi una vita
diversa di là dell’Oceano.
LETTERATURA
Penna d’Autore,
un concorso
con finalità sociali
L’associazione culturale Penna d’Autore
di Torino opera da quindici anni per
promuovere le opere di poeti e scrittori
emergenti. Le sue attività sono
molteplici: tra esse spicca il premio
letterario Penna d’Autore, i cui proventi
vengono devoluti in beneficenza,
a favore di progetti di carattere sociale.
Le sezioni del premio sono tre: libri
di poesia, narrativa e saggistica;
opere inedite; opere singole. Il bando
è rintracciabile su sito internet.
INFO www.pennadautore.it
Egli è vivo! La presenza del Risorto nella comunità cristiana
(autori vari, a cura di Vandeleene Michel, pagine 200, Città
Nuova Editrice 2006). “Egli è vivo!” è l’annuncio che al mattino
di Pasqua le donne corrono a portare agli apostoli ancora
increduli; l’annuncio che impegna anche i cristiani di oggi. Ma
come testimoniare il Risorto? Il volume presenta l’esperienza
caratteristica della spiritualità dell’unità, propria del movimento dei Focolari.
Psicologia dell’atteggiamento religioso. Percorsi e prospettive (Eugenio
Fizzotti, pagine 262, Erickson, settembre 2006). In un tempo di rinata
attenzione per le tematiche spirituali, l’autore si inoltra in modo sistematico
nello studio psicologico dell’atteggiamento religioso. Per autori come Freud,
Jung, James, Allport e Frankl la componente psicologica dell’esperienza
religiosa ha rappresentato un punto irrinunciabile per la comprensione della
persona nella sua totalità. Allo stesso modo, ai giorni nostri, lo studio
psicologico non può prescindere dalla spinta che conduce l’uomo alla ricerca
del trascendente e dell’assoluto.
FOTOGRAFIA
Immagini Focsiv,
lo sviluppo
nome della pace
È giunto alla
seconda
edizione
il concorso
fotografico che Focsiv, federazione degli
organismi di cooperazione allo sviluppo
di ispirazione cristiana, propone
in collaborazione con il Segretariato
sociale Rai. Il concorso porterà alla
pubblicazione di un calendario per
il 2007, realizzato con le foto vincitrici,
che verrà presentato in Rai nel corso
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ritratto d’autore
villaggio globale
dell’“Oscar del volontariato
internazionale 2006” (Sala degli Arazzi,
sede Rai di viale Mazzini, Roma, sabato
2 dicembre). Il concorso Lo sviluppo
é il nuovo nome della pace intende
rappresentare per immagini idee e
azioni di cooperazione allo sviluppo.
INFO www.focsiv.it
SEGNALAZIONI
La fedeltà assoluta
dei testimoni
della coscienza
Proponiamo ai lettori libri e materiali
audiovisivi che meritano attenzione.
Ulteriori suggerimenti su
www.caritasitaliana.it
Anselmo Palini (prefazione
di Franco Cardini),
Testimoni della coscienza.
Da Socrate ai nostri giorni
(Editrice Ave, pagine 304,
aprile 2006). Socrate
e Antigone, Massimiliano di Tebessa
e Tommaso Moro, Pavel Florenskij
e Franz Jägerstätter, gli studenti della
Rosa Bianca e il loro professore Kurt
Huber: queste figure esemplari hanno
saputo anteporre, in circostanze spesso
drammatiche, le ragioni della coscienza
a quelle della sopravvivenza. Ciò che
unisce tutti i personaggi presentati
dal libro è proprio la fedeltà a riferimenti
morali assoluti, non negoziabili, che
in un certo momento storico sono stati
ritenuti superiori persino alle leggi
dello stato. Il libro parla dunque, come
ha scritto nella prefazione il professor
Franco Cardini, «dell’esemplarità delle
scelte di chi persegue una coerenza
assoluta rispetto a se stesso: di chi
non si arresta a quel “necessario
e sufficiente” che ordinariamente ci
viene richiesto e sul quale fondiamo di
solito la nostra etica comportamentale».
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OT TOBRE 2006
sussidi
a cura dell’Ufficio comunicazione
Rapporto italiani nel mondo,
uno studio che guarda lontano
L’ultimo rapporto sulle comunità italiane all’estero,
realizzato dal ministero degli esteri, risale al 1988.
Dopo quasi vent’anni finalmente è disponibile
un nuovo strumento di conoscenza, il “Rapporto
italiani nel mondo 2006”. Promosso
da Fondazione Migrantes e da un comitato
promotore cui aderiscono Acli, Inas-Cisl, Mcl
e Missionari Scalabriniani, forte del coordinamento
redazionale del Dossier statistico immigrazione
Caritas-Migrantes, il Rapporto si propone di affrontare i temi più
importanti dell’emigrazione italiana: i flussi annuali, l’insediamento
nei vari paesi esteri, le provenienze regionali, le problematiche
assistenziali e previdenziali, il lavoro e la formazione professionale,
i flussi di studenti e ricercatori, la cultura e la lingua italiana nel
mondo, le missioni cattoliche e vari altri elementi. Inoltre viene
dedicato un approfondimento a due paesi di insediamento degli
italiani, Germania e Venezuela; in futuro (il Rapporto si propone
di acquisire continuità) verranno esplorati altri contesti.
Soprattutto in Europa
Il rapporto viene presentato a Roma e in altre quattro capitali straniere
il 4 ottobre. Utilizza come archivio fondamentale l’Anagrafe degli italiani
residenti all’estero (Aire) del ministero dell’interno, che contiene i dati
di cittadini che hanno dichiarato spontaneamente di risiedere all’estero
per un periodo di tempo superiore ai dodici mesi o per i quali è stata
accertata d’ufficio tale residenza. Ma a questa fonte si aggiungono
altre statistiche e notizie di fonte consolare. I primi dati raccolti
rivestono un interesse che va al di là del livello statistico, e può
ispirare anche le decisioni politico-amministrative. Attualmente,
secondo il rapporto, sono 3.2106.251 gli italiani nel mondo; erano 230
mila nel 1861, anno dell’unità d’Italia. La media degli espatri annui
è stata di 603 mila persone nel primo decennio del Novecento,
è scesa a 294 mila negli anni Cinquanta, fino ai 43 mila espatri
all’anno nel periodo 1996-2000 (a fronte dei 31 mila rimpatri annui).
L’Europa è il continente con più presenze di nostri connazionali (60%),
seguita da America (34,4)%, Oceania (3,6%), Africa (1,3%) e Asia
(0,7%). I primi cinque paesi di insediamento sono Germania, Svizzera,
Argentina, Francia e Belgio; le primi cinque regioni di origine Sicilia,
Campania, Calabria, Puglia e Lazio; le prime cinque province di origine
Agrigento, Cosenza, Bari, Palermo e Napoli.
di Antonio Sciortino direttore di Famiglia Cristiana
BIRRA REGALO CON SORRISO,
AVREI FATTO LO STESSO ANCH’IO?
gosto 1985, terzo viaggio di Giovanni Paolo II in Africa. Da circa un anno sono
in redazione a Famiglia Cristiana, ancora praticante, quando il direttore mi chiama
e, senza tanti preamboli, mi dice di seguire papa Wojtyla, che visiterà sette nazioni
africane. Resto perplesso: non sono ancora professionista e non ho l’accredito della sala
stampa vaticana per stare sull’aereo del papa. Mi rivolgo alla segretaria di redazione,
insieme prepariamo il viaggio a tavolino, cercando di far coincidere i voli con
gli spostamenti papali. Era la mia prima vera esperienza giornalistica, un “battesimo
di fuoco”. Non potevo fallire. La mia povera mamma, in Sicilia, che non era mai uscita
dal paese e non aveva mai visto un africano, deve aver pensato all’Africa come a un grande
pericolo per la mia vita. Iniziò una novena di rosari, perché tornassi sano e salvo.
Partii con l’incoscienza del neofita, con molta spensieratezza. Il viaggio fu
un’avventura. Ma io non avevo mai avuto alcuna prevenzione nei confronti dell’Africa
e degli africani. Anzi, negli anni degli studi di teologia a Roma uno dei miei più cari amici
era uno zairese, Kintochi, che ho rivisto a Kinshasa. E poi ero forte dei consigli dei colleghi
più esperti. In redazione, a Milano, mi avevano messo sull’avviso circa gli imprevisti che
potevano capitarmi ai controlli di frontiera; mi avevano detto che i poliziotti mi avrebbero
messo in difficoltà per farsi sganciare qualche dollaro. O anche per una sorta di rivincita
nei confronti dei “bianchi”. Ai controlli, in effetti, i problemi non mancavano mai. Cercavo
di mantenere la calma, anche se viaggiavo da solo, con molti dollari addosso
e potevo essere derubato o aggredito. Ma non volevo pensarci: gli africani
per me erano tutti brava gente, come il mio amico Kintochi.
Un viaggio avventuroso
Un piccolo episodio, durante il viaggio, rafforzò questa convinzione. Accadde
in Africa, sulle tracce
all’aereoporto di Brazzaville, dove mi ero rifugiato dopo la pericolosa traversata
del papa. Un pomeriggio
del fiume Congo. Avevo l’aereo per il Togo in serata, ero arrivato all’aereoporto
di attesa all’aeroporto
alle prime ore del pomeriggio. L’attesa era lunga, il tempo non passava mai.
di Brazzaville.
C’era un piccolo bar, ordinai una birra. Avevo tanta sete. I ragazzi al bancone
Una sete fastidiosa.
mi dissero che non potevano servirmi, non si accettavano dollari. E io avevo
E un pugno di dollari
solo quelli. Né c’erano possibilità di cambio. Seduto al tavolino, mi chiedevo
che non servono
a che mi servivano i soldi, se non potevo comprarmi neanche una birra…
a niente. All’improvviso,
Ho continuato a leggere, o a far finta di leggere, la sete mi infastidiva.
un tocco al braccio…
Ogni tanto sollevavo lo sguardo e i miei occhi puntavano l’espressione dei due
giovani baristi: reciproco imbarazzo. Ormai mi ero rassegnato a patire la sete,
non mi aspettavo quel tocco al braccio che mi ha sorpreso.
Era uno dei due “negretti” baristi. Cordiale, ma con fare furtivo, mi portava una birra.
Me la offriva lui, con un sorriso. Non volle niente in cambio. Quel gesto mi commosse
alle lacrime. Lo ricordo ancora. A parti inverse, qui a casa nostra, sarebbe successo
lo stesso? Continuo a chiedermelo tuttora, ogni volta che vedo in tv quei poveri cristi
di immigrati, donne e bambini soprattutto, che giungono sulle nostre coste con le carrette
del mare. Me lo chiedo ancora ascoltando i racconti di chi non ce l’ha fatta, è morto
di stenti, di fame, disidratato, travolto dalle onde del mare… Eppure, c’è chi non ha
un briciolo di pietà verso quei derelitti. Non è barbarie?
A
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Sezione manifesti - annuncio stampa
Secondi classificati
MICHELE LEONI
GAIA BASILE
PAOLO PERRONE
GIACOMO SEBREGONDI
Accademia di comunicazione – Milano
Quinta edizione
Premiazione a Salerno 2 giugno 2006
www.creativisinasce.it
L’immagine pubblicata sull’ultima pagina del numero di settembre 2006 ha vinto il terzo,
e non il secondo premio, della quinta edizione di Spot School Award, ed è stata realizzata
da ALESSANDRA DE GREGORIIS (Centro Studi Cogno e Associati Roma).
Ci scusiamo dell’errore redazionale con gli interessati, gli organizzatori del premio e i lettori
I lettori, utilizzando il c.c.p. allegato e specificandolo nella causale, possono contribuire ai costi di realizzazione,
stampa e spedizione di Italia Caritas, come pure a progetti e interventi di solidarietà, con offerte da far pervenire a:
Caritas Italiana - c.c.p. 347013 - viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma - www.caritasitaliana.it
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LA TERRA DEI VALORI RUBATI