MENSILE DELLA CARITAS ITALIANA - ORGANISMO PASTORALE DELLA CEI - ANNO XXXIX - NUMERO 8 - WWW.CARITASITALIANA.IT POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA ottobre 2006 Italia Caritas CONGO ALLE URNE, LA FATICA DELLA RICONCILIAZIONE LA TERRA DEI VALORI RUBATI FINANZIARIA WELFARE PER LO SVILUPPO? SEGNALI TIMIDI ESCLUSIONE “VITE FRAGILI”, CENTO STORIE DALL’ITALIA POVERA LIBANO «GUERRA TERRIBILE, MA HA CREATO NUOVI PONTI» sommario ANNO XXXIX NUMERO 8 Mensile della Caritas Italiana Organismo Pastorale della Cei viale F. Baldelli, 41 00146 Roma www.caritasitaliana.it email: [email protected] IN COPERTINA Un congolese mostra la scheda delle elezioni di fine luglio. È stato un momento storico per il paese, ma si tradurrà in un cambiamento reale, dopo anni di guerra? foto Roberto Cavalieri Italia Caritas direttore Don Vittorio Nozza direttore responsabile Ferruccio Ferrante coordinatore di redazione editoriale di Vittorio Nozza L’ABITO DEL CRISTIANO DICE AL MONDO LA SPERANZA Paolo Brivio in redazione Danilo Angelelli, Paolo Beccegato, Renato Marinaro, Francesco Marsico, Francesco Meloni, Giancarlo Perego, Domenico Rosati editoriale di Vittorio Nozza L'ABITO DEL CRISTIANO DICE AL MONDO LA SPERANZA parola e parole di Giovanni Nicolini LA TRISTEZZA DELL’AVERE E LE AGILI TENDE DELLA FEDE paese caritas di Claudio Massa L'ASCOLTO AL BANCONE, ANIMAZIONE CHE NASCE AL BAR 3 progetto grafico e impaginazione Francesco Camagna ([email protected]) Simona Corvaia ([email protected]) 5 stampa Omnimedia via Lucrezia Romana, 58 - 00043 Ciampino (Rm) Tel. 06 7989111 - Fax 06 798911408 6 nazionale L’ESTATE DEI LIBERATI, LUCI E OMBRE DELL’INDULTO servizi di Pietro Gava e Giancarlo Perego dall’altro mondo di Franco Pittau WELFARE PER LO SVILUPPO? I SEGNALI SONO TIMIDI di Paolo Pezzana TEMPO DI “VITE FRAGILI”, LA POVERTÀ È INEVITABILE? di Walter Nanni database di Walter Nanni PEZZI DI CITTÀ CAMBIANO: LE INCOGNITE DEL NUOVO MILANO Riconversione grandi firme di Meri Salati ROMA Tutto il chiasso del mondo di Fabio Vando contrappunto di Domenico Rosati panoramacaritas CASCHI BIANCHI, CONVEGNO CARITAS progetti MICROPROGETTI CONTRO LA POVERTÀ sede legale viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma tel. 06 541921 (centralino) 06 54192226-7-77 (redazione) 8 offerte 12 13 Paola Bandini ([email protected]) tel. 06 54192205 inserimenti e modifiche nominativi richiesta copie arretrate 15 Marina Olimpieri ([email protected]) tel. 06 54192202 17 18 spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46) art.1 comma 2 DCB - Roma Autorizzazione numero 12478 dell’8/2/1969 Tribunale di Roma 22 Chiuso in redazione il 22/9/2006 23 24 AVVISO AI LETTORI Per ricevere Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione di almeno 15 euro: causale contributo Italia Caritas. internazionale IL FURTO DEI VALORI, IL CONGO BATTE LA PIETRA 26 di Luciano Scalettari, Roberto Cavalieri e Maurizio Marmo foto Roberto Cavalieri casa comune di Gianni Borsa 32 LIBANO: «GUERRA DISTRUTTIVA, MA HA CREATO NUOVI PONTI» 36 di Paolo Brivio guerre alla finestra di Paolo Beccegato 37 MYANMAR, LA BATTAGLIA DI ERIK AL SILENZIO CHE UCCIDE 38 di Paolo Beccegato contrappunto di Alberto Bobbio 40 agenda territori villaggio globale Le offerte vanno inoltrate a Caritas Italiana tramite: ● Versamento su c/c postale n. 347013 ● Bonifico una tantum o permanente a: - Banca Popolare Etica, piazzetta Forzaté 2, Padova Cin: S - Abi: 05018 - Cab: 12100 conto corrente 11113 Iban: IT23 S050 1812 1000 0000 0011 113 Bic: CCRTIT2T84A - Banca Intesa, piazzale Gregorio VII, Roma Cin: D - Abi: 03069 - Cab: 05032 conto corrente 10080707 Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707 Bic: BCITITMM700 ● Donazione con Cartasì e Diners, telefonando a Caritas Italiana 06 541921 Cartasì anche on line, sul sito www.caritasitaliana.it (Come contribuire) 41 44 ritratto d’autore di Antonio Sciortino BIRRA REGALO CON SORRISO, AVREI FATTO LO STESSO ANCH’IO? La Caritas Italiana, su autorizzazione della Cei, può trattenere fino al 5% sulle offerte per coprire i costi di organizzazione, funzionamento e sensibilizzazione. 47 5 PER MILLE Per destinarlo a Caritas Italiana, firmare il primo dei quattro riquadri sulla dichiarazione dei redditi e indicare il codice fiscale 80102590587 l particolare servizio di animazione e diaconia della carità, a cui sono chiamate le Caritas, ha molto da offrire in termini di riflessione al Convegno ecclesiale di Verona (“Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”, 16-20 ottobre), proprio a partire da esperienze pastorali che costituiscono fatti di speranza nella vita delle persone. Tre occasioni di incontro e confronto (a Milano con gli operatori dei servizi di carità, a Fiuggi con i direttori Caritas e a Firenze con quanti, operanti nelle Caritas, za e diaconia della carità, nella Chiesa e nella società, è chiesto di emergere da un ambito pur ricco di esperienze e dedizioni personali e associative, di organismi e di gruppi, per essere anima di tutta la pastorale e della testimonianza dei credenti nel tempo presente. Carità, quindi, non più solo come ambito, ma come abito ordinario di vita. La terza scelta consiste nel ricerparteciperanno a Verona), vissute care e nel ridirsi insieme il significalungo l’anno pastorale, hanno offerto to autentico della speranza cristiaLa testimonianza spunti per far camminare almeno tre na, per porla alla base delle scelte e della carità appartiene scelte di fondo. degli impegni per il futuro. Di fronte alla natura della Chiesa. La prima scelta è quella di consialla crisi di speranza che caratterizE si concretizza in tante derare il quarto Convegno ecclesiaza il nostro tempo, e che le Caritas storie di vita, che le nazionale non come evento fine a toccano con mano nel loro servizio le Caritas alimentano se stesso, ma come occasione di veai poveri, agli esclusi e ai dimenticaogni giorno. Donandole rifica del proprio servizio pastorale ti, e nel servizio di animazione alle alla Chiesa italiana, nelle comunità e nei territori e per comunità e al territorio, è forte l’esiriunita a Verona per il suo elaborare piste di lavoro pastorale genza della Chiesa di testimoniare Congresso nazionale ordinario. Una logica molto vicina a con credibilità. Se la speranza criquella esplicitata dalla Traccia prestiana è la persona di Gesù Cristo paratoria dell’evento, per la quale il crocifisso e risorto, essa deve traquale Convegno ecclesiale rappresenta “una prima ve- dursi in uno stile di vita (testimonianza, appunto) caparifica del cammino pastorale svolto in questo decennio ce di vedere, incontrare e comunicare questa Persona. e un punto di ripresa e di rilancio verso gli impegni che La domanda allora è: “in che modo” i cristiani sono ancora ci attendono”. La seconda scelta è quella di ma- chiamati a testimoniare, sull’esempio del loro Signore, turare riflessioni sul tema del Convegno considerando morto e risorto? tutti i cinque ambiti indicati dalla Traccia. Se i cristiani sono chiamati a testimoniare la propria speranza a par- Fede, pazienza, apertura, vigilanza tire dai luoghi fondamentali, ordinari dell’esperienza Le riflessioni maturate in questi mesi di cammino uniumana, la carità non può essere relegata a uno solo di tario hanno messo a fuoco quattro tratti principali, caquesti luoghi. Essa è una dimensione vivificante tutte le ratterizzanti lo stile di Gesù. esperienze di vita: “La carità non è per la Chiesa una Una speranza che è fede fiduciosa: Gesù sperimenta specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe tutte le ragioni contro la speranza, l’ostilità delle autoanche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è rità religiose, l’abbandono delle folle, l’insuccesso della espressione irrinunciabile della sua stessa essenza” sua parola, l’incomprensione dei discepoli, la missione (Deus caritas est, 25). Soprattutto oggi, alla testimonian- incompiuta, la vita spezzata. La forza per mantenere in- I I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 3 editoriale parola e parole di Giovanni Nicolini tatta la sua fiducia la trova nella certezza di essere in comunione con il Padre. Una speranza che è resistenza e pazienza: Gesù spera che Dio realizzi le sue promesse, annuncia l’imminente venuta del Regno, ma non forza i tempi, non cede alla tentazione di instaurarlo con gesti che suscitino adesione immediata: rifiuta di cambiare le pietre in pane, di sedurre con prodigi, di edificare un sistema politico, di soddisfare le attese di un messianismo ambiguo. Ricorre a mezzi deboli che puntano a convincere e non a costringere. E sulla Croce rivela non rassegnazione disperata, né ribellione titanica, ma resa fiduciosa, abbandono al Padre, e dunque resa capace di sostenere una lotta contro il male. Resa non al male, ma al mistero di Dio. Una speranza che è attesa e apertura al futuro: nelle Beatitudini la speranza assume la forma della consolazione per quelli “a cui la terra non ha dato felicità; e siamo noi tutti. Quelli, specialmente, i cui desideri furono ingiustamente delusi, quelli che sperarono invano il loro pane, la loro pace, il loro onore, il loro amore: le beatitudini del Vangelo sono per i poveri, i piangenti, gli umiliati, gli infelici. La speranza cristiana è il grande conforto per il dolore del mondo” (Paolo VI). Infine, una speranza che è responsabilità e vigilanza. Essa non equivale a cercare nel futuro qualcosa che ora non c’è. Non è una specie di miraggio verso cui è proiettato il desiderio, ma fa leva sull’esperienza attuale di comunione con Cristo. La speranza è attesa di qualcosa che si è già assaporato e da cui si è stati profondamente conquistati, nella consapevolezza dei molteplici ostacoli che bisogna rimuovere per accoglierlo. L’esito del setaccio Contemplazione e impegno sono le due grandi figure della speranza (Traccia, 12). Al di là delle singole esperienze, comunque molto significative, sembra utile contribuire alla riflessione delle Chiese in Italia portando l’esito del “setaccio” di tante storie di vita, nel tentativo di individuare criteri rispetto ai quali contribuire all’azione della Chiesa e delle Caritas per la diffusione della speranza. Gli esempi non fanno difetto. Storie di ricca vita affettiva si sperimentano nella comunità delle ragazze in servizio civile volontario nella diocesi di Latina, o nel Progetto Donna della diocesi di Vigevano, servizio di accoglienza per donne che vivono situazioni di disagio. Storie di lavoro e festa si sono manifestate nell’intervento a sostegno di un’azienda in crisi nella diocesi di Cuneo, o nel Progetto Policoro come segno di attenzione concreta ai giovani disoccupati della Chiesa diocesana di Reggio Calabria. Storie di fragilità sono quelle della “fattoria della misericordia” nella diocesi di SpoletoNorcia, che accoglie giovani disorientati e smarriti, o del Progetto Diaspora della diocesi di Termoli-Larino, che ha manifestato attenzione agli sfollati a causa del terremoto. Storie di tradizione della fede emergono dalla cura pastorale degli immigrati cattolici e dal primo annuncio ai rom nella diocesi di Rimini. Storie di educazione alla cittadinanza si sperimentano nel Progetto Recuperandia della diocesi di Carpi, per educare al consumo critico e al rispetto dell’ambiente, e nel Progetto Scarp de’ tenis della diocesi di Milano, dove il lavoro diventa percorso di promozione e di appartenenza al territorio delle persone senza dimora. Con queste e tante altre storie le Caritas camminano verso Verona. Sono piccoli percorsi di ogni giorno. Da consegnare alla Chiesa italiana, come altrettanti doni di speranza. ‘‘ Di fronte alla crisi di speranza del nostro tempo, che le Caritas toccano con mano nel loro servizio ai poveri, è forte l'esigenza di testimoniare con credibilità ’’ 4 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 LA TRISTEZZA DELL’AVERE E LE AGILI TENDE DELLA FEDE Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. (Marco 10,17-30) on per tutte le memorie evangeliche, l’uomo ricco è un giovane. Secondo l’evangelista Marco, egli si presenta come un uomo ricco d’esperienza, con un grande cammino di fede e fedeltà, “fin dalla giovinezza”. Nel testo di Marco, anche Gesù si presenta in una fisionomia particolare, che lo accosta – potremmo dire oggi – a un comune fedele. All’uomo che lo interpella chiamandolo “maestro buono”, Egli risponde dicendo: “Perchè mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo”. Gesù dunque gli proporrà suno, perchè si ha già tutto. Avere, avere: mi colpisce che nella lingua dei padri ebrei non ci sia il verbo “avere”. Ma questa particolarità linguistica rivela la sua fonte teologica: tutto è di Dio. A noi è gradita l’eredità dataci in sorte. Ma soprattutto non possiamo tirarci dietro fardelli troppo pesanti, in un cammino sotto le tende che ogni giorno riprende, verso la Casa di nostro Padre. di seguirlo per la stessa strada che Anche la ricchezza intellettuale è Lui sta percorrendo. E di strada ne pericolosa. In un certo senso lo è anGesù propone al ricco ha già fatta anche l’uomo ricco, una che la cultura, se non accetta ogni di disfarsi di tutte strada che ora esige di trovare uno giorno di farsi visitare e interrogare, le sue cose per seguire sbocco definitivo. e magari contestare, dalla Parola di il Maestro buono. È molto interessante che l’ostaDio e dalla storia. Ritrovare oggi una Così parla anche colo che gli impedirà la gioia di sapienza della povertà, ritrovare il alla nostra condizione camminare con il Signore, e lo coprimato della beatitudine dei poveri di uomini moderni. stringerà alla sua triste solitudine, in spirito, è essenziale anche nei terUna provvidenziale non sta nella prospettiva di seguire mini più circoscritti della nostra cicultura della povertà il Maestro buono, ma in quella di diviltà, e persino della nostra tradiziopuò sottrarci sfarsi di tutte le sue cose per farne ne spirituale. Siamo fortunatissimi: a spaventose fragilità un banchetto di carità per i poveri e ancora una volta Gesù ci passa acun tesoro nel cielo. Le ricchezze, canto, ci propone di trasformare in tutte le ricchezze, persino quelle che l’uomo ben cono- agili tende le nostre decadenti fortezze, ci invita a seguirsce come osservanza dei comandamenti, sono grande lo sulle tracce che da Francesco d’Assisi a Teresa di Calpericolo, e ostacolo, per la fede. La fede è per i poveri. E cutta la grande avventura cristiana ha saputo ritrovare, l’angosciante domanda che si pongono gli antichi padri proprio nei tempi in cui l’ingiusta ricchezza poteva di(“C’è salvezza per il ricco?”), riceve quasi sempre nella ventare prigione o addirittura pericolo di morte. loro riflessione una risposta piuttosto pessimistica. Una cultura della povertà si è provvidenzialmente insinuata nei pensieri e nei sentimenti comuni, perchè oggi Non avere bisogno percepiamo spaventose fragilità che ieri non ci disturbaQuando mi trovo in chiesa con la mia gente di parroc- vano: dall’esaurimento delle risorse energetiche all’indechia, sono certo di trovarmi in un’assemblea di tutti po- bolirsi dei vincoli affettivi e del potere di generare... Chisveri. Anch’io. Ognuno con la propria povertà. Ognuno sà che anche noi, i “tristi ricchi” del mondo, possiamo trovenuto a rendere autentico il gemito del Salmo che apre vare strade alternative a quelle tentate vanamente dal le ore della preghiera cristiana: “Dio, vieni a salvarmi. Si- Basso Impero. Che tentò di fermare i barbari, e dovette gnore, vieni presto in mio aiuto”. La ricchezza è l’idola- soccombere. Noi, dalla grande sapienza ebraica e cristiatrica illusione di “non avere bisogno”, di niente e di nes- na, potremmo trarre nuova linfa di vita e di passione. N I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 5 paese caritas di Claudio Massa vicedirettore Caritas diocesana Cuneo L’ASCOLTO AL BANCONE, ANIMAZIONE CHE NASCE AL BAR bordinata a quella educativa. Ogni Caritas è chiamata a lavorare perché ciascun cristiano e la comunità cui appartiene sappiano far maturare atteggiamenti di carità nella propria esperienza di fede e si sentano in dovere di viverli. Educare alla carità è un’impresa che si sviluppa secondo due modalità principali: l’animazione in senso stretto, con la parola e con cammini di crescita e di rihanno anche la possibilità di scamflessione; la pedagogia dei fatti, fabiare due chiacchiere…». Dalle parocendo fare esperienza concreta di Un punto d’ascolto inedito, le di Bruno, il titolare del bar, scaturiamore, esperienza che va, però, riletin un piccolo esercizio scono l’amore e l’attenzione che cirta in modo che sia assimilata e suscidi una frazione di Cuneo. condano le persone che vi si affacciati atteggiamenti di vita, non solo geIl titolare raccoglie no ogni giorno. Il bar è un piccolo sti. L’animazione è un primato per le le segnalazioni e coordina centro di ascolto, che nel corso di nostre Caritas: è il loro specifico, il le visite domiciliari questi anni ha radicato la presenza ruolo che sono chiamate a vivere nelagli anziani. della Caritas parrocchiale nel territola pastorale di una comunità. rio della piccola comunità, circa milCompito di una Caritas diocesaLa testimonianza le abitanti. Un luogo in cui si raccolna è di conseguenza sostenere e anidella carità deve radicarsi gono istanze, bisogni e necessità, che mare le parrocchie, affinché fioriscanella vita di tutti i giorni vengono poi passati agli altri compono in esse cristiani capaci di testimonenti della Caritas. Una piccola openiare, con uno stile credibile di vita, ra-segno di autentica testimonianza comunitaria della ca- Cristo Risorto come la novità capace di rispondere alle atrità, luogo di incontro, di accoglienza familiare, dove si fa tese e alle speranze più profonde degli uomini d’oggi. “La esperienza di fraternità, dove i poveri sono amati, cercati, parrocchia, oggi, deve fuggire la tentazione di chiudersi in accolti, serviti e coinvolti nel tessuto della parrocchia. se stessa, paga dell’esperienza gratificante di comunione che può realizzare tra quanti ne condividono l’esplicita appartenenza” (Cei, Nota pastorale Il volto missionario Incrociare lo sguardo Il lavoro che viene fatto in questa piccola comunità parroc- delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 13). chiale, anche attraverso il singolare “punto di ascolto”, racLe nostre comunità cristiane hanno il dovere di attrezchiude in sé il compito di fondo di una Caritas, là dove si di- zarsi culturalmente in modo più adeguato, per incrociare ce che la sua è una funzione prevalentemente pedagogica. con determinazione lo sguardo spesso distratto degli uoPartendo da fatti concreti, da piccoli gesti quotidiani di ca- mini e delle donne di oggi. “Anche in questo caso – avverrità e di attenzione al prossimo, si educa e si promuove nel- tono i vescovi –, più che di iniziative si ha bisogno di perl’intera comunità un atteggiamento di ascolto e dedizione sone, di credenti, soprattutto di laici credenti che sappiaverso chi soffre o è nel bisogno. Il fraterno e diretto servizio no stare dentro il mondo e tra la gente in modo significaai poveri diventa una conseguenza, in qualche modo su- tivo”. Anche servendo al bancone di un bar. n piccolo bar-commestibili di una piccola frazione nel circondario di Cuneo. Un’attività gestita da uno dei membri della locale Caritas parrocchiale. Pronto, Esmeralda? Ciao! In forma? Ah, ti servirebbe la spesa... «Questo è il lavoro che facciamo quando gli anziani hanno difficoltà di movimento. Si devono servire a domicilio talvolta per problemi di salute, altre volte per problemi di distanze; magari il fatto di essere senza patente li fa sentire un pochino fuori… Se tutti i giorni o ogni due giorni hanno la possibilità di “fare la spesa”, U 6 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 ...linguaggi solidali Italia Caritas Italia Caritas Il periodico è una finestra mensile sulle esperienze Caritas. E sui fenomeni che, in Italia e nel mondo, ci provocano alla solidarietà Per ricevere Occorre versare un contributo alle spese di realizzazione di almeno 15 euro, indicando la causale: “Italia Caritas”. Dalla data di ricevimento del contributo verrà inviata un’annualità Novità 2006.ABBONAMENTI CUMULATIVI MONDO E MISSIONE E CON VALORI CON Leggete doppio, leggete solidale. IC insieme al mensile del Pime, oppure insieme al mensile della Fondazione Banca Etica: una rivista missionaria e una rivista di economia solidale, dinamiche e attente all'attualità italiana e internazionale Ciascuna offerta (dieci numeri annui) a 40 euro. Per modalità abbonamenti, pagina 47 Newsletter Informa tutti gli offerenti Caritas sulle principali novità e propone progetti internazionali. Esce almeno due volte all’anno Per ricevere Non bisogna fare nulla: viene inviata alle tante persone che sostengono l’impegno Caritas. Contiene anche un bollettino postale per le offerte www.caritasitaliana.it Il sito internet di Caritas Italiana presenta una veste grafica e una struttura interna pensate per facilitare l’accesso e la navigazione Per accedere alle informazioni, gli utenti possono orientarsi tra finestre, rubriche e un comodo elenco di temi, in ordine alfabetico. L’area riservata è accessibile alle Caritas diocesane Informacaritas È un quindicinale destinato alle Caritas diocesane. Offre informazioni tempestive su attività, progetti, appuntamenti, corsi e convegni Caritas Per consultare Informacaritas oggi ci si può servire del sito di Caritas Italiana: il periodico è scaricabile dall’area riservata e può essere così diffuso tra gli operatori diocesani LEGGI LA SOLIDARIETÀ, SOSTIENI ITALIA CARITAS Per offerte e per contribuire alle spese di realizzazione di Italia Caritas: • versamento su c/c postale n. 347013 • bonifico una tantum o permanente a: - Banca Popolare Etica, piazzetta Forzaté 2, Padova Cin: S - Abi: 05018 - Cab: 12100 conto corrente 11113 Iban: IT23 S050 1812 1000 0000 0011 113 Bic: CCRTIT2T84A - Banca Intesa, piazzale Gregorio VII, Roma Cin: D - Abi: 03069 - Cab: 05032 conto corrente 10080707 Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707 Bic: BCITITMM700 • donazione con Cartasì e Diners, telefonando a Caritas Italiana 06.54.19.21 (orario d’ufficio) • Cartasì anche on line, sul sito www.caritasitaliana.it (Come contribuire) Per informazioni Caritas Italiana viale F. Baldelli 41, 00146 Roma tel 06.54.19.22.02 - fax 06.54.10.300 e-mail [email protected] nazionale Approvato a fine luglio, l’indulto ha consentito di “alleggerire” di un terzo, in un mese, le presenze nelle sovraffollate carceri italiane. Ma per chi è uscito non sono mancati i problemi. L’impegno delle Caritas diocesane DENTRO E FUORI Turno di guardia al carcere di Perugia. Sotto, la storica visita di papa Wojtyla a Regina Coeli, a Roma, per il Giubileo L’ESTATE DEI LIBERATI, LUCI E OMBRE DELL’INDULTO di Pietro Gava U n evento eccezionale, persino inatteso. Chi ne poteva fruire ha gioito, sulle prime, con entusiasmo repentino. Salvo poi accorgersi delle ombre che si celavano dietro l’angolo. L’indulto ha liberato molti uomini e donne. Ma ha anche acceso polemiche nell’arena politica e nell’opinione pubblica, consegnando molti suoi beneficiari a un futuro prossimo fatto di incertezze e precarietà. La Camera dei deputati ha dato via libera al provvedimento di indulto il 27 luglio, con 460 sì (contrari Italia dei Valori, Lega Nord e Alleanza Nazionale, astenuti i Co- ROMANO SICILIANI prigioni d’italia munisti italiani); due giorni dopo anche il Senato ha approvato l’indulto con maggioranza qualificata dei due terzi (245 sì, 56 no, 6 astenuti). L’indulto è stato concesso per tutti i reati commessi fino al 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10 mila euro per quelle pecuniarie. Sono state stabilite esclusioni riguardo a certi reati particolarmente gravi. La legge ha stabilito anche che l’indulto non possa essere applicato alle pene accessorie temporanee, come l’interdizione dai pubblici uffici. Il beneficio dell’indulto sarà revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dal 1 agosto 2006, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni. Secondo i dati del ministero della giustizia, aggiornati a metà settembre, sono stati 24.729 i detenuti (compresi i minori) scarcerati per indulto: circa 19 mila erano in carcere (la popolazione carceraria, che al 31 luglio risultava composta da 60.710 persone, è stata dunque alleggerita di quasi un terzo); gli altri 5 mila erano soggetti a misure alternative alla detenzione o in custodia cautelare. Gli stranieri “indultati” sono stati 8.252, circa 6.050 i tossicodipendenti e 7.200 i malati affetti da patologie croniche. Il maggior numero di dimissioni si è registrato in Lombardia (3.261), Campania (2.754) e Sicilia (2.574). Papa Giovanni Paolo II, incontrando nel 2000 i due rami delle Camere in seduta congiunta, aveva chiesto in modo accorato ai parlamentari un “segno di clemenza”. Il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente della Pontificia commissione Giustizia e pace, ha espresso la “grande soddisfazione” della Santa Sede: «Viene coronato il sogno di Giovanni Paolo II e anche quello di Benedetto XVI, assai sensibile alla situazione dei carcerati in tutto il mondo». In una nota, Caritas Italiana ha auspicato che l’indulto “non sia una semplice valvola di sfogo della pressione carceraria, non perdonismo unilaterale, ma cammino comune di cambiamento, dove la libertà ridonata può costituire occasione di scelta per il bene comune e di confronto a tutto campo sui temi della sicurezza sociale, della funzione risocializzante della pena, dell’attenzione alle vittime dei reati, delle condizioni carcerarie, dei rapporti tra strutture penitenziarie e territorio, per riuscire ad avviare un vero cammino di riconciliazione sociale”. Perché erano piene? La libertà che toglie il lavoro, il ritorno con l’incubo dei debiti Storie rilasciate. “Dentro”, l’assenza di libertà. “Fuori”, il latitare delle opportunità. L’indulto ha costituito per molti un ritorno alla normalità tutt’altro che soft. Mohammed, per esempio, non sa se gridare o mettersi a piangere. Marocchino di 29 anni, regolare in Italia dal 1996, era finito in un carcere milanese per aver tentato, in un momento di bisogno, di estorcere soldi a un connazionale. Ma la prigione gli è servita: grazie a una cooperativa ha imparato il mestiere di fabbro e a ottobre sarebbe dovuto scattare l’affidamento ai servizi sociali, con conseguente possibilità di uscire a lavorare. Aveva ancora un anno da scontare in carcere, ma il 2 agosto è stato liberato con l’indulto. Da quel momento sono incominciati i suoi problemi: portato in questura a Milano e rinviato a Bergamo, dove aveva ottenuto il primo permesso di soggiorno, ha ricevuto un’intimazione ad allontanarsi dal territorio nazionale, a causa della sua desunta, non provata, “pericolosità sociale”. Privato del permesso di soggiorno, Mohammed ha fatto ricorso al Tar. Ma nell’attesa, oltre a non poter lavorare, rischia di essere arrestato, buttato in carcere ed espulso dall’Italia... Maria, italiana, 60 anni, è uscita dal carcere dopo sei anni dietro le sbarre. A metà agosto è stato scarcerato anche il figlio. Tornati nell’appartamento che hanno in affitto in una zona semicentrale di Milano, hanno trovato tagliati luce e gas, oltre a uno stato di morosità nel pagamento delle spese condominiali ancora più elevato di quello lasciato dal figlio prima di essere arrestato. Senza parenti, amicizie e lavoro, hanno chiesto colloquio al comune: appuntamento fissato per fine settembre... Solo grazie all’intervento degli operatori Caritas l’azienda elettrica ha accettato di dilazionare il pagamento, ma già la prima rata sarà un problema. Dal centro di ascolto della parrocchia arrivano un piccolo supporto economico e generi di prima necessità. Ma il progetto di reinserimento richiederà tempi lunghi. Mentre le necessità di sopravvivenza sono pressanti. Massimo soffre invece, fin dall’infanzia, di problemi psichici. A seguito di alcune esplosioni di violenza, era stato rinchiuso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. È stato scarcerato grazie all’indulto, ma senza una terapia farmacologia adeguata. Il centro psico-sociale milanese a cui fa riferimento può prescrivere una terapia, ma non lo ha potuto ricoverare nel reparto di psichiatria per mancanza di posti. Il caso è grave ed è stato segnalato alla prefettura. Ma il futuro resta un’incognita. Le Caritas diocesane, nel bel mezzo dell’estate, si sono mobilitate per affrontare una situazione in molti conI TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 9 nazionale prigioni d’italia testi delicata. Molti detenuti liberati non potevano riferirsi, al momento del rilascio, a reti famigliari e sociali, rischiando così l’abbandono e una condizione di marginalità sociale foriera di nuovi, negativi sviluppi. «Per fortuna non si è verificata nessuna emergenza, la collaborazione tra istituzioni e associazioni locali ha funzionato – garantisce da Cremona don Antonio Pezzetti, direttore della Caritas diocesana –. Il numero delle persone tornate libere nel nostro territorio non è stato di proporzioni gigantesche. E le nostre strutture di accoglienza si sono fatte trovare pronte. Ora l’obiettivo è aiutare gli ex detenuti a cercare un’occupazione. L’abitudine a un lavoro di rete proficuo e collaudato ci fa ben sperare: il comitato per il carcere, nel nostro terri- torio, è costituito da realtà laiche ed ecclesiali che hanno già conseguito in altre occasioni buoni risultati». Dall’intesa con le istituzioni muove anche l’impegno della Caritas diocesana di Avellino. «La nostra esperienza ventennale nel mondo del carcere ci ha consentito di essere un punto di riferimento sia per l’amministrazione regionale sia per quella locale – spiega Carlo Mele, il direttore –. Nelle carceri era cresciuto di giorno in giorno un forte clima d’attesa verso il provvedimento di indulto. Dopo l’euforia iniziale, oggi c’è maggiore tranquillità. In alcuni casi imbarazzante: ad Avellino sono più gli agenti di custodia che le persone in cella... In ogni caso noi non ci siamo fatti trovare impreparati: oltre a servizi di accoglienza, grazie ai fondi otto per mil- le da anni possiamo offrire borse lavoro che consentono agli ex detenuti persino di avviare nuove attività». Gli elevati tassi di disoccupazione del sud preoccupano invece don Michele Quattrocchi, direttore della Caritas diocesana di Caltanissetta. «Purtroppo – osserva – le possibilità di trovare un lavoro per un ex detenuto sono scarse. Alcune proposte, come il progetto Policoro, avanzato da Caritas e da altre pastorali, devono superare ostacoli difficili. Compresa una certa mentalità assistenzialista maturata dai carcerati, che non li aiuta a uscire da una condizione marginale. Sono inoltre stati liberati molti immigrati, che dovevano essere espulsi, ma secondo le leggi vigenti sono stati portati a un centro di accoglienza e non ne abbiamo saputo più nulla. In ogni caso le famiglie siciliane che hanno riaccolto un loro membro non crollano, e si contano sulle dita di una mano i casi di persone isolate dopo la liberazione. Inoltre l’indulto ha reso il clima in carcere decisamente più umano e vivibile». Nel carcere di Isili (Nuoro) oggi ci sono 110 agenti e 40 detenuti. «È il personale a sentirsi a disagio… – racconta don Giovanni Usai, cappellano nella struttura di detenzione e impegnato nella Caritas di Oristano –. Di sicuro l’indulto ha centrato l’obiettivo di svuotare le carceri, ma chiediamoci per quali leggi erano piene. Siamo certi che, soprattutto per quanto riguarda gli stranieri rei di aver violato le attuali norme sull’immigrazione, dentro ci fossero colpevoli e non vittime?». LIBERI CORRIDOI La grazia compie la giustizia ma solo se viene “accompagnata” Alcune carceri italiane, come San Vittore, a Milano, “alleggerite” dall’indulto progettano interventi di ristrutturazione edilizia. Ma è il ruolo sociale dell’esecuzione delle pene che va migliorato L’indulto ha evidenziato che non si curano i problemi di un paese ricorrendo al carcere. Ma la decisione politica non è efficace, senza concertazione sociale di Giancarlo Perego estate 2006 è stata segnata dal varo del provvedimento di indulto, che ha dato “respiro” al sovraffollamento delle carceri e ha consentito a migliaia di persone di terminare la pena anticipatamente e iniziare un nuovo percorso di vita. L’esperienza dell’indulto 2006 ha due facce. Anzitutto, sul versante politico, culturale e sociale, ribadisce che il cammino della giustizia non si costruisce con più carcere e con più pene, ma con segni alternativi di accompagnamento, di prossimità e di mediazione tra chi ha commesso una colpa ed espia la pena e la società. L’indulto segnala come la “grazia” accompagna la giustizia non solo per motivi di opportunità – l’alleggerimento di una situazione di sovraffollamento – ma per scelta politica e culturale. Il valore politico del “segno” dell’indulto nasce anche dalla consapevolezza che in questi anni il carcere, come luogo di pena, è stato utilizzato soprattutto per internarvi soggetti fragili: immigrati espulsi e rientrati (8.711), tossicodipendenti (6.050), malati cronici (7.200), senza dimora. L’indulto è dunque un segnale forte per ribadire che non si possono governare nuovi problemi sociali e culturali ricorrendo al carcere. Far L’ 10 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 credere che la sicurezza, cioè il benessere di una comunità, dipende dalla cattura di un immigrato espulso o di un soggetto povero e malato significa creare una falsa risposta ai problemi sociali del paese. Ma la vicenda dell’indulto ha evidenziato che una “grazia”, per essere efficace, ha bisogno di essere accompagnata. E ha mostrato limiti di cui occorre essere consapevoli, se non si vuole indebolire, o addirittura rendere inefficace, un importante strumento di giustizia. L’indulto non può essere infatti considerato una misura che nasce solo da una decisione politica, senza una “concertazione sociale” in ordine ai tempi, ai percorsi, all’accompagnamento dei beneficiari. Un soggetto debole, malato, senza dimora o senza lavoro necessita, nel suo passaggio dal carcere alla società, di un accompagnamento che non lasci tempi morti, i quali rischiano di essere nuovamente riempiti da ingiustizie, illegittimità, povertà, solitudine e abbandono. La destinazione di questo percorso, infatti, sarebbe ancora una volta il carcere. Rincorsa indufficiente La politica non può produrre scelte, soprattutto quando sono tanto delicate, ignorando la società civile: senza il coinvolgimento dell’associazionismo sociale e familiare, senza la consultazione degli enti locali – in particolare i comuni, che la legge 328/2000 ha reso perno di ogni servizio alla persona –, senza risorse da investire nella salute, nell’integrazione, nel lavoro, in alcuni sgravi fiscali, anche le norme migliori rischiano un’applicazione negativa. A dire il vero il governo, in particolare i ministri della solidarietà sociale e del lavoro, ha effettuato una “rincorsa”, dopo il varo della legge, costituendo un tavolo di lavoro e di confronto congiunto con gli organismi sociali e gli enti locali; in particolare sono stati destinati fondi a sostegno di alcuni soggetti (tossicodipendenti e alcoldipendenti) per l’inserimento lavorativo, con una particolare attenzione ai giovani tra i 16 e i 25 anni, grazie alla riaper- tura da parte del ministero della giustizia della vexata questio della gestione delle risorse della Cassa delle ammende. Tuttavia questa rincorsa ha provvisto briciole (in tutto 17 milioni di euro, cioè circa 700 euro per ogni detenuto liberato): a essere dimenticati sono la maggior parte dei soggetti beneficiari dell’indulto, cioè gli immigrati. Queste persone, espulse dall’Italia, rischiano di rimanervi come clandestine e di rientrare nel girone del lavoro nero o in percorsi di malavita: senza un permesso di soggiorno, non possono cominciare un cammino inverso di cittadinanza. Sarebbe stato il caso di abbinare all’indulto un permesso per ricerca di lavoro, che in sei mesi avrebbe dato la possibilità a un immigrato di fruire di un accompagnamento sociale e di un tirocinio davvero capaci di imprimere una svolta alla sua vita. Il rischio, insomma, è che i poveri e i deboli diventino gli ultimi beneficiari dell’indulto. La pagina evangelica che vuole primi gli ultimi viene tradita da una politica che ha impoverito, se non reso vano, un segno di grazia e di giustizia. I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 11 nazionale nazionale dall’altro mondo politiche sociali WELFARE PER LO SVILUPPO? I SEGNALI SONO TIMIDI CITTADINI PIÙ “VELOCI”, COSÌ IMPARIAMO A CONVIVERE di Franco Pittau redazione Dossier immigrazione Caritas Migrantes l governo ha deciso di riformare la normativa sulla cittadinanza e di facilitare l’acquisizione della carta di soggiorno: in entrambi i casi, il requisito di residenza previa viene portato a 5 anni, rispettivamente da 10 e da 6. Come spesso avviene quando si affrontano provvedimenti sull’immigrazione, nasce un coro di critiche, che in questo caso sono però da ritenere del tutto ingiustificate. In materia di carta di soggiorno, infatti, se l’indicazione del governo si tradurrà in atto verrà applicata una direttiva comunitaria, rispetto alla quale l’Italia è stata finora inadempiente e che riguarda in maniera uniforme tutti gli stati membri. demoltiplicazione. Il primo porta a considerare che la popolazione immigrata è costituita per circa il 25% da vecchi, nuovi e futuri cittadini comunitari (tra questi ultimi vi sono i romeni, che incidono per ben il 12% sull’intera presenza immigrata). Il secondo fattore consiglia di prolungare almeno di un anno la data per la maturazione dei requisiti di cittadinanza, in consideraAnche in materia di cittadinanza si zione delle difficoltà alloggiative ripristinerà il requisito di 5 anni di reche non consentono a molti l’imLa proposta del governo sidenza previa, rimasto in vigore fino mediata iscrizione anagrafica. Il sulla concessione al 1992, anno di riforma della normaterzo fattore fa riferimento alla della cittadinanza tiva sulla cittadinanza, e si seguirà la specifica pratica burocratica per agli stranieri dopo 5 anni soluzione adottata da Francia, Stati ottenere la cittadinanza, che non si ha suscitato polemiche. Uniti, Germania e altri paesi. esaurisce in meno di due anni. Va Ma non avrà effetti L’Italia non andrà certo in rovina inoltre aggiunto che la proposta dirompenti sulla nostra per l’abbreviamento dei tempi per governativa prevede condizioni società:è una condizione queste procedure. Occorre anzi rireddituali che non tutti i potenziali per integrare. cordare che i cittadini stranieri nel interessati sono in grado di soddiIl Dossier immigrazione nostro paese sono già oggi tre miliosfare, anche perché gli stranieri sopresentato il 25 ottobre ni, tra dieci anni saranno il doppio: no più soggetti al rischio di disocse si perderà tempo, emarginando cupazione o sottoccupazione. Inciuna quota rilevante di popolazione, i tumulti delle peri- deranno anche la verifica della reale integrazione linferie francesi ci mostrano cosa potrà avvenire. guistica e sociale dell’aspirante nuovo cittadino, che La riforma della cittadinanza è in effetti un tentativo di dovrà prestare giuramento entro sei mesi, e l’approvaabituarsi a convivere con l’immigrazione: non l’unica leva zione di un regolamento finalizzato a meglio precisare da azionare, ma una leva importante. L’opinione pubblica l’applicazione delle nuove norme. è giustamente interessata a conoscere il possibile impatto Infine, un’annotazione di tipo culturale, per nulla quantitativo di questa proposta legislativa. Secondo i cal- marginale: non tutti gli stranieri “lungoresidenti” sono coli del Dossier immigrazione Caritas-Migrantes (la cui se- interessati all’acquisizione della cittadinanza, sia tra i dicesima edizione verrà presentata mercoledì 25 ottobre cittadini comunitari (già ampiamente garantiti dal diritin contemporanea in diverse città italiane), le persone con to comunitario) che tra quelli provenienti da stati terzi, cinque anni di soggiorno legale in Italia saranno 1.311.000 molti dei quali vogliono conservare la cittadinanza oria fine 2006, 1.431.000 a fine 2007 e 2.151.000 a fine 2008. ginaria per questioni di convenienza pratica o per motivi ideali. Dunque le modifiche legislative, peraltro auNon tutti sono interessati spicabili, non avranno un impatto dirompente sulla soQuesti numeri vanno però letti utilizzando fattori di cietà italiana, ma saranno diluite nel tempo. I 12 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 ROMANO SICILIANI PENSIONATI NEL MIRINO? La finanziaria 2007 non sarà lieve: si discute anche di riforma delle pensioni di Paolo Pezzana l governo italiano ha presentato, nel Documento di programmazione economico finanziaria 2007-2011, il proprio programma economico per l’intera legislatura. In parlamento si discute la legge finanziaria che tali indirizzi dovrebbe cominciare ad attuare. Il dibattito pubblico sul tema è serrato, specie per l’ipotesi che la manovra comporti tagli alla spesa pubblica e sacrifici, da alcuni reputati non tollerabili e da altri faticosi ma necessari per il risanamento finanziario e il rispetto degli impegni con l’Unione europea. In coerenza con le posizioni assunte sino a oggi in materia di politiche sociali, Caritas ritiene che valga la pena di guardare al Dpef e alla nascente finanziaria senza lasciarsi incantare da alcuna sirena, ma cercando responsabilmente obiettivi realistici e condivisibili per concorrere a raggiungerli. È un dato di fatto che l’Italia sia oggi il paese europeo più iniquo nella distribuzione del reddito, aven- I Il nuovo governo è consapevole che in Italia il reddito è redistribuito in modo iniquo. Ma non indica da dove verranno le risorse per le politiche sociali. E gli esordi della finanziaria non mostrano profondi cambi di rotta do superato la Gran Bretagna, primatista storico di questa triste classifica. È altrettanto evidente che nel nostro paese moltissime persone in stato di bisogno ricevono scarsa assistenza pubblica, con vertiginose lacune, soprattutto al sud. Infine la spesa sociale italiana dedicata a disoccupati, poveri, famiglie e persone non autosufficienti, già “cenerentola” del bilancio pubblico, è tra le più basse dei 25 paesi Ue. È un quadro drammatico, in cui occorre riportare equità, per un elementare senso di giustizia, ma anche per ragioni di sostenibilità economica e politica del siI TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 13 nazionale nazionale politiche sociali stema-paese. Il Dpef mostra di saperlo, e inserisce l’esigenza di una maggiore equità sociale tra i tre pilastri fondamentali della propria strategia (gli altri sono il risanamento dei conti pubblici e la crescita). Tale scelta appare positiva. Ma resta da capire quanto, dei sacrifici prefigurati al paese, ricadrà su chi già si trova in serie difficoltà. L’obiettivo essenziale di equità che il Dpef propone è il miglioramento di due assi fondamentali delle politiche sociali: la garanzia del reddito per gli individui in difficoltà economica (disoccupazione, rischio di povertà); il sostegno alla famiglia impegnata nella cura dei propri membri fragili, specie bambini e anziani. Gli strumenti che il governo indica per raggiungere questi obiettivi consistono in maggiori risorse per tali politiche e riforme strutturali degli interventi ad esse relativi, per impiegare meglio i fondi già disponibili. Lo scenario delineato è un’adozione progressiva degli strumenti proposti per giungere, entro il 2011, alla piena maturazione di un rinnovato sistema di welfare, in gran parte già previsto dalla legge 328/2000 ma sinora incompiuto, male ripartito e inefficiente. Cinica guerra tra poveri Per quanto non ponga adeguatamente la questione della presa in carico del disagio sociale, il Dpef sembra dunque muovere nella direzione giusta per rispondere ad almeno tre grandi esigenze del nostro tempo: un sostegno reale alla famiglia, la riduzione della povertà materiale, una garanzia affinché la flessibilità del lavoro non diventi precarietà esistenziale. Ma il governo sarà davvero in grado di perseguire tali obiettivi? Il dibattito politico non si è soffermato quasi per nulla sulle risorse da reperire in proposito. Il Dpef vi insiste giustamente, ma non ci si può aspettare che esse provengano solo dal riordino degli emolumenti attuali. Inoltre prima di revocare diritti acquisiti, come l’indennità di accompagnamento, occorre istituire forme funzionanti ed esigibili di tutela equivalente o superiore. Lungi dal pensare a tagli, le vie da percorrere sono insomma uno storno di risorse verso il welfare da altri capitoli del bilancio pubblico o un incremento della pressione fiscale. Altrimenti l’alternativa (politicamente semplice) è una cinica guerra tra poveri, in cui l’assistenza ad alcuni è pagata dalla mancata assistenza ad altri, anch’essi bisognosi, ma meno forti e rappresentati. È auspicabile che il governo abbia la forza e il coraggio di reperire altrove le risorse per il welfare. Nella prospettiva costituzionale della redistribuzione solidaristica delle risorse, esistono grandi patrimoni socialmente 14 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 improduttivi, movimenti speculativi, ampie sacche di evasione fiscale, nicchie di privilegio ingiustificate che, per giustizia ed equità, non possono non essere considerati tra le prime fonti dalle quali attingere. Ma esistono anche doveri di solidarietà più ampi che impongono a tutti, magari con uno sforzo straordinario come quello fatto per entrare nell’euro, di dare il proprio contributo al raggiungimento di obiettivi fondamentali per l’intera società. Consapevolezze, se non stanziamenti A questo riguardo, se una critica si deve muovere al Dpef, non è tanto di non indicare subito da dove proverranno le risorse, quanto quella di non risultare sufficientemente chiaro e motivante nell’indicare il welfare come fattore essenziale di sviluppo sul quale investire. Il Dpef, in modo marginale ma in un punto significativo, parla della necessità di costruire un “welfare per lo sviluppo umano”; è la prospettiva di Amartya Sen, nella quale si possono declinare laicamente gran parte delle riflessioni e delle proposte avanzate da Caritas in questi anni. Ma i segnali della volontà del governo in tale senso, almeno stando ai primi passi della finanziaria 2007, sono timidi. Il Fondo nazionale politiche sociali verrà reintegrato rispetto al 2005, ma resterà pur sempre inferiore rispetto al 2004. I nuovi fondi per famiglia, giovani e non autosufficienza avranno un finanziamento poco più che simbolico. Mancano proposte di integrazione forte fra le politiche dei diversi settori. A seguito delle cosiddette emergenze su indulto e immigrazione, vengono riconosciute, ma flebilmente affrontate, alcune “nuove povertà”. Qualcosa si muove per le necessità delle famiglie, ma ancora non vengono segnali determinanti di lotta alla povertà. Si punta sull’aumento del potere reale di acquisto dei salari dei lavoratori e sul contenimento dei prezzi, ma poco si offre a chi un salario non ce l’ha, specie al sud. Per poter affermare che la direzione verso un welfare per lo sviluppo umano è stata intrapresa, occorre che dalla discussione parlamentare scaturiscano, se non stanziamenti straordinari, almeno indicazioni e consapevolezze chiare in tal senso. Chi pensasse di continuare a liquidare le questioni sociali e ambientali come un “peso” per l’economia o un fatto di beneficenza, incontrerà un’opposizione chiara, frutto non di particolarismi corporativi, ma effetto di una ferma e doverosa scelta di campo: per l’equità e dalla parte di chi altrimenti non crescerebbe, se non nell’intensità del proprio disagio. rapporto sull’esclusione TEMPO DI “VITE FRAGILI”, LA POVERTÀ È INEVITABILE? di Walter Nanni na sfida pedagogica e culturale, rivolta alle istituzioni pubbliche, alla comunità cristiana, alla società civile. Una sfida che intende aumentare la conoscenza di determinati problemi sociali e favorire la crescita di un’autentica cultura della solidarietà, nell’ottica del coinvolgimento comunitario. Una sfida intellettuale di rilievo, giunta alla sesta tappa, dopo dieci anni di impegno: il Rapporto sull’emarginazione e l’esclusione sociale in Italia realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Zancan di Padova verrà pubblicato a ottobre, per le edizioni Il Mulino, con il titolo Vite fragili. Il periodo di presentazione dell’opera non è casuale. Il sesto rapporto esce infatti alla viSFIDA gilia del quarto Convegno ecclesiale nazionale, che si svolgerà a Verona dal 16 al 20 ottobre INTELLETTUALE e che dedicherà uno dei suoi cinque ambiti di lavoro proprio al tema della fragilità. E ai sogla copertina getti fragili per eccellenza – i minori – il rapporto dedica un’attenzione profonda, dopo aldel sesto Rapporto sulla povertà cuni capitoli introduttivi, relativi al panorama socio-culturale del nostro paese. La prima in Italia, curato parte del Rapporto si sofferma dunque sulle condizioni di vita dei bambini piccoli, icona e da Caritas metafora della fragilità: i capitoli si occupano di esclusione sociale nelle famiglie con bame Zancan per le edizioni Il Mulino bini, dei bambini con più famiglie, di famiglie e minori con gravi disabilità intellettive. U Nuovi volti, vecchi bisogni Esce a ottobre il sesto Rapporto Caritas-Zancan sull’emarginazione e l’esclusione sociale in Italia. Grande attenzione alla situazione dei minori. Cento storie di persone e famiglie povere: un affresco del paese nascosto Nella seconda parte del Rapporto, curata da Caritas Italiana, vengono presentati alcuni dati nazionali sugli utenti dei centri di ascolto e i risultati di un’indagine qualitativa che ha raccolto oltre centro storie di vita di famiglie in difficoltà, rivoltesi alle Caritas in Italia. Lo studio delinea una mappa aggiornata della fragilità nel nostro paese. Anzitutto evidenzia come ormai quasi i due terzi degli utenti Caritas siano cittadini stranieri, più della metà provenienti dall’Europa orientale, poco meno di un quarto dall’Africa. Non si tratta solamente di soggetti “di passaggio”, ma anche di persone ormai residenti stabili, elemento che conferma la difficoltà delle politiche territoriali a garantire alle famiglie straniere un adeguato livello di integrazione e protezione sociale. La maggioranza delle persone che si rivolgono alla Caritas, conferma inoltre il Rapporto, chiedono beni e servizi materiali per far fronte alle necessità quotidiane e ai principali bisogni primari. La povertà materiale non è quindi scomparsa, ma riaffiora nuovamente, coinvolgendo anche famiglie e persone che le erano I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 15 nazionale nazionale esclusione politiche database sociale sociali rapporto sull’esclusione “Attenti alle politiche deboli che stabilizzano l’esclusione” “Mentre il concetto di povertà richiama in modo automatico la dimensione economica, e rischia quindi di essere considerato come un fenomeno che nelle sue conseguenze estreme riguarda un numero tutto sommato limitato di soggetti, il concetto di fragilità, per il suo carattere generale ed estensivo, pone tutti sullo stesso piano, sottolineando la sostanziale debolezza della condizione umana. In effetti, l’elemento universalistico del termine “fragilità”, si pone in linea con gli studi più recenti sulla povertà e il disagio sociale, secondo cui il rischio di povertà, a differenza di quanto accadeva in passato, è molto più diffuso e può riguardare anche persone e famiglie non necessariamente appartenenti a strati e gruppi sociali tradizionalmente svantaggiati. (…) Allo stesso tempo, uno dei rischi che è possibile leggere nell’utilizzo incontrollato del termine fragilità, risiede nell’eccessiva dose di generalizzazione di tale concetto: se siamo tutti fragili, allora nessuno è fragile. (…) In realtà, se è vero che siamo tutti un po’ fragili, è altrettanto vero che esistono condizioni di fragilità “più fragili” di altre, che dovrebbero divenire priorità su cui concentrare le risorse umane e finanziarie a disposizione. (…) Esiste anche una “fragilità” nelle risposte e nelle politiche sociali. (…) Si tratta di due volti diversi della fragilità. Due facce di una stessa medaglia che (…) rischiano di trasformarsi in esclusione sociale stabile e senza ritorno”. Dalla presentazione di “Vite fragili”, di monsignor Vittorio Nozza (direttore Caritas Italiana) e monsignor Giuseppe Pasini (direttore Fondazione Zancan) 16 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 tradizionalmente estranee. Si potrebbe parlare di “nuovi volti e vecchi bisogni”: il neologismo giornalistico della “povertà della quarta settimana” semplifica il fenomeno e dimentica il fatto che molte persone e famiglie in Italia non hanno mai avuto la possibilità di percepire un salario regolare su base mensile o settimanale. Allo stesso tempo, le nuove tendenze di “impoverimento del ceto medio” non sembrano costituire il nucleo centrale degli utenti Caritas. Molto probabilmente, se tali fenomeni non saranno governati e controllati, le “famiglie in affanno” di oggi costituiranno i nuovi utenti Caritas di domani. Dietro gli utenti di Caritas, emerge poi dallo studio, non vi è sempre una famiglia intesa in senso tradizionale. Sempre più spesso le Caritas si confrontano con nuclei ricomposti, separati, “nidi spezzati” a causa della conflittualità familiare, della migrazione, della povertà economica, della incapacità di sostegno e appoggio da parte della comunità locale, della parentela e dei servizi. Una forte disparità di trattamento e di investimento sociale viene evidenziata a proposito di soggetti che risiedono in diverse regioni d’Italia. Risorse e opportunità a cui è possibile accedere in determinate aree geografiche sono negate o assenti in altri contesti territoriali: tale situazione è in larga parte dovuta alla forte confusione legislativa che caratterizza il settore dell’assistenza sociale. E in un contesto nazionale caratterizzato da disparità di trattamento e di risorse pubbliche, la “guerra tra poveri” diventa un fatto sempre più diffuso. Il Rapporto afferma in proposito che appare maturo il momento per una nuova cultura della “domiciliarità” nei servizi socio-assistenziali, soprattutto in favore di molti poveri anziani italiani, superando i limiti di accessibilità dei cosiddetti servizi “di sportello”. Infine, dalle storie di vita appare evidente la tendenza anomica della povertà del nuovo millennio: raramente i poveri ascoltati hanno ricondotto la loro situazione a cause e fenomeni macrosociali, economici. Allo stesso tempo, appare molto rara la capacità dei poveri di coalizzarsi e formare un fronte comune di lotta e promozione sociale, al fine di garantire un maggiore livello di tutela e soddisfazione dei principali diritti umani e civili. Sembra essere ormai entrata nella cultura diffusa una concezione liberistica della povertà, secondo cui essa è inevitabile e costituisce un elemento di rischio connaturato alle società complesse. Un’impostazione che il Rapporto offre molti elementi per discutere. LAVORO SOMMERSO, UN AFFARE… DIPENDENTE di Walter Nanni ufficio studi e ricerche Caritas Italiana res-Cgil ha recentemente pubblicato lo studio Emersione dal lavoro nero: diritti e sviluppo, che offre uno spaccato qualitativo e quantitativo del fenomeno in Italia e approfondisce il sistema dell’economia non ufficiale, distinguendo tra attività illegali (attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione e possesso sono proibite dalle leggi) ed “economia sommersa” (attività legali, all’interno delle quali sono tuttavia violate le normative fiscali, contributive, contrattuali, ecc.). I sto che tra gli autonomi: nel decennio 1992-2003 tra i dipendenti il tasso di irregolarità è cresciuto fino a raggiungere una quota pari al 18,1% (1998), mentre tra i lavoratori autonomi il tasso di irregolarità è risultato pari (nel suo massimo) all’8,1%. Primato calabrese Il 72% dei lavoratori sommersi è concentrato nel settore dei servizi; la riSecondo lo studio, le attività illemanente parte si divide tra agricoltugali hanno coinvolto nel 2003 nel nora (13%), industria (8,5%) e costruzioStudio Cgil stro paese oltre 3,5 milioni di lavoratoni (7%). Il tasso di irregolarità è più sull’economia ri, pari al 15% dei lavoratori (13% nel elevato nell’agricoltura: un lavoratore non ufficiale in Italia. 1992). Le stime attribuiscono all’ecoirregolare ogni tre occupati regolari. Essa raggiunge nomia sommersa una quota di Pil inSeguono servizi (16%), costruzioni il 17% del Pil, ma torno al 17%, pari a 217 miliardi di eu(14%) e industria (6%). In alcuni settosorprendentemente non ro, che sfugge alla tassazione. Il 43% ri dell’economia, il lavoro irregolare è interessa in primo luogo del Pil sommerso proviene da sottocresciuto in modo più veloce del lai lavoratori autonomi. dichiarazioni del fatturato ottenuto voro regolare: nel settore dei servizi, Maggiore diffusione con gli occupati regolarmente iscritti dal 1992 al 2003 è cresciuto del 17%, nel settore dei servizi nei libri paga, il 46% proviene dall’uso mentre il lavoro regolare si è fermato e nelle regioni del sud di lavoro non regolare. a +8%. L’industria rappresenta il setL’economia sommersa è cresciuta tore che ha maggiormente ostacolato in tutta Europa e si assesta intorno a una media del 18% il lavoro sommerso: nel decennio 1992-2003 l’apporto del del Pil. Gli unici paesi che registrano quote di irregolarità settore al complesso delle posizioni lavorative sommerse inferiori al 10% sono Austria e Svizzera. Dimensioni di non ha mai superato l’8,5%. sommerso non distanti dall’Italia sono stimate per SpaIl Sud si conferma come terra di irregolarità: nel 2003, gna, Grecia e Belgio (superiore al 20% del Pil). Nel periodo il 45% di tutti i lavoratori irregolari si collocava in regioni 1992-2003 le unità di lavoro irregolari sono aumentate del meridionali; il tasso di irregolarità a sud è risultato pari al 15%: dal 13,4% del 1992 al 15,1% del 2001, per giungere nel 23%, contro il 10% del nord e il 13% del centro. Nel 2002, la biennio 2002-2003 a un tasso compreso tra il 13 e il 14%. regione con il numero più elevato di unità di lavoro non I fenomeni di lavoro nero e sommerso sono partico- regolari era la Campania (455 mila), seguita dalla Lombarlarmente diffusi nel mercato lavorativo degli immigrati: dia (391 mila); le regioni con il numero più basso di lavoratra gli stranieri non residenti le unità di lavoro nero erano tori irregolari sono risultate Valle d’Aosta (9 mila) e Molise stimate nel 1992 in 396 mila unità, nel 2001 in 666 mila (24 mila). Il tasso di irregolarità più elevato si è registrato in (+68% in dieci anni). Ma contrariamente alle aspettative, i Calabria (30%), Campania (25,1%) e Sicilia (25%); il più basdati Istat rilevano che il problema del lavoro irregolare si so in Lombardia (8,9%), Piemonte e regioni del nord-est concentra in larga parte tra i lavoratori dipendenti piutto- (8,9%). I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 17 nazionale margini metropolitani PEZZI DI CITTÀ CAMBIANO: LE INCOGNITE DEL NUOVO Si conclude a Milano e Roma il viaggio di IC in dieci periferie italiane. Nella ex zona 13 del capoluogo lombardo si scompone l’originaria identità industriale. Nella capitale l’Esquilino multietnico è un “centro di periferie” l cambiamento si impossessa di porzioni di città e lentamente ne trasforma l’anima, oltre che i muri e le strade. Là dove c’era un quartiere operaio, capannoni e case popolari, si proiettano le ombre trasparenti dell’architettura postmoderna. Là dove c’era un tranquillo quartiere di funzionari del Regno, oggi brulica un caleidoscopio di lingue, colori e odori impastato dai riti del commercio. Le periferie non sono, come si sarebbe portati a credere, lande metropolitane separate, cristallizzate in un disagio immutabile in forza della lontananza dai centri storici che pulsano vita, idee e affari. Sono piuttosto parti di città capaci di iniettare novità nell’intero organismo urbano. Novità non sempre lievi e ben accolte e facilmente assimilabili. Ma l’importante è non periferizzare mentalmente persone e problemi. I quartieri di Milano e Roma, nei quali si conclude il viaggio di Italia Caritas in dieci periferie d’Italia (preludio alla presentazione di un’importante ricerca Caritas – Università Cattolica dedicata al tema), mostrano che la storia impone metamorfosi anche a partire dai margini. Sta alle comunità umane, istituzionali e non, guidarli verso approdi degni di essere vissuti. I MILANO Riconversione grandi firme L’ex zona 13, periferia est, attende il recupero delle aree industriali dimesse. Incaricati famosi architetti: istituzioni e popolazione avranno voce in capitolo? PANORAMA IN MUTAMENTO A sinistra, uno scorcio dei palazzoni di uno dei quattro quartieri dell’ex zona 13 di Milano. Sopra, un’area vicina alla ferrovia che attende una sistemazione. Come molte altre parti del territorio chi abitanti autoctoni e quelli nuovi si creò una spaccatura, mai del tutto superata. Modello, anzi, di quella che oggi si sta ricreando nei confronti dei nuovi immigrati stranieri. Le “case bianche” di via Salomone sono invece sorte nel luogo delle vecchie “case minime”, risalenti al periodo fascista, dove abitavano persone confinate dal regime. A trent’anni dalla costruzione, queste case popolari versano in uno stato di grave incuria. Ma è l’intera zona ad attendere grandi trasformazioni: la riconversione delle aree industriali dimesse (ex Caproni, ex Montedison) farà spazio a contratti di quartiere, come a Ponte Lambro, a residence di lusso, come il “Santa Giulia”, e all’opera di architetti di fama mondiale, come Norman Foster e Renzo Piano. di Meri Salati Problemi concentrati n principio fu l’industria. Negli anni Trenta, sorsero dal nulla, ai bordi orientali della Milano che lavorava e si espandeva, i grandi stabilimenti Montecatini (poi Montedison), Caproni (industria bellica) e Redaelli. Nella zona, come era naturale, cominciarono a trasferirsi in molti. Così, dal 1960, richiamata dal boom dell’immigrazione interna, arrivò l’edilizia popolare: il comune e l’Istituto autonomo case popolari Milano effettuarono interventi ingenti. Ma la costruzione e l’evoluzione di queste abitazioni non fu uniforme in tutta la zona ex 13, considerata un’unica realtà finché è esistita la vecchia ripartizione amministrativa, in realtà somma di quattro quartieri (Bonfadini-Taliedo, Forlanini-Monluè, Ponte Lambro e ZamaSalomone). Nel quartiere Forlanini le case vennero cedute I 18 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 “a riscatto” agli assegnatari: la possibilità concessa ai cittadini di divenire proprietari del proprio appartamento nel corso del tempo, con una ragionevole spesa, ha fatto sì che questa porzione di città fosse tenuta bene e abitata da famiglie del ceto medio-borghese. In via Salomone e a Ponte Lambro, invece, le cose sono andate diversamente. Ponte Lambro era un quartiere di lavandai milanesi, che abitavano in casette fino ai primi anni Settanta, quando il comune affidò all’Iacpm un massiccio intervento edilizio. Sorsero così due file di case popolari (le “stecche”), che furono occupate da famiglie di immigrati dal meridione richiamati dai parenti residenti a Milano, molti abusivi. Le nuove case popolari sorsero alle spalle del nucleo storico, senza relazione spaziale e tipologica con esso. Tra i vec- Case e infrastrutture cambiano volto. Ma i problemi di chi vive da queste parti hanno radici lontane e appaiono tenaci, profondi. Un breve elenco di nodi irrisolti: degrado del patrimonio pubblico, alto numero di persone con problemi psichiatrici, basso livello culturale, disoccupazione, droga (molto diffusa negli anni Ottanta e Novanta, ha prodotto un triste lascito di malati di Aids), anziani soli, mancanza di negozi e servizi sociali (sottodimensionati in termini di risorse sia umane che economiche), senso di insicurezza acuito dall’immagine stigmatizzante della stampa, mancanza di luoghi di aggregazione per i giovani. Ma a colpire non sono i singoli problemi. Piuttosto, la loro concentrazione negli stessi luoghi e sulle stesse persone. Quello che sta avvenendo nella ex zona 13 si sta verifi- cando in tutta la città di Milano, dove ampie porzioni urbane, soprattutto aree industriali dimesse, stanno subendo una riconversione che le trasformerà in zone residenziali, centri commerciali, spazi espositivi di livello internazionale. Ma le certezze urbanistiche e architettoniche si trascinano appresso interrogativi sociali e culturali: come si integreranno i nuovi spazi con i vecchi nuclei? Quale ruolo giocherà l’amministrazione pubblica nelle traformazioni? Solo un ruolo passivo, limitato all’approvazione formale dei progetti, alla delega al privato che realizza le opere, oppure un ruolo di coordinamento e di prevenzione del rischio di nuove disuguaglianze sociali? E la chiesa e i soggetti della società civile sapranno fare da collante, creando coesione, sostenendo il dialogo tra diversi? Il rischio che nella città si formino mondi di vita separati, in cui le persone sono fisicamente vicine ma socialmente ed economicamente distanti, alimentando segregazione e conflitto, visto dall’ex zona 13 appare tutt’altro che accademico. Un contratto per anticorpo Eppure gli anticorpi per affrontare la malattia ci sarebbero: nonostante i problemi, la zona è ricca di risorse, pubbliche e private. Tra le prime, il contratto di quartiere di Ponte Lambro: avviato per volontà del comune, ha trovato un terreno fertile, già preparato da cittadini, operatori e volontari innamorati della loro parte di città e molto determinati a voltare pagina, creando le condizioni per un futuro migliore. Un’altra risorsa è costituita dai centri di aggregazione giovanile, una delle poche proposte rivolte ai raI TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 19 nazionale margini metropolitani gazzi in zona, forte di educatori e animatori motivati. Un’altra grande risorsa, riconosciuta da tutti, è rappresentata dalla chiesa locale: l’unità pastorale Forlanini è molto unita e collabora con altri soggetti per affrontare i problemi del quartiere, anche di tipo sociale. Parroci e suore sono profondi conoscitori della zona e sono, a loro volta, molto conosciuti da abitanti, istituzioni e operatori. E la Caritas locale fa la sua parte con convinzione: i suoi due centri di ascolto hanno incontrato nel 2005 ben 172 persone in stato di bisogno, mentre il centro di prossimità ha ricevuto 603 richieste da 105 cittadini anziani, che hanno comportato 1.123 interventi di risposta. Le qualità umane e le volontà, insomma, non mancano. I progetti avveniristici neanche. Si tratta di non dimenticare le prime, mentre si edificano i secondi. Perché la città del futuro non si scopra immemore, divisa, come aliena a se stessa. ROMA Tutto il chiasso del mondo MERCATO MULTINAZIONALE Piazza Vittorio ha ospitato la classe dirigente dell’Italia unificata. Oggi vi commerciano migranti di ogni lingua. E i romani la percepiscono insicura A sinistra, l’attuale sistemazione, al coperto, del tradizionale mercato di piazza Vittorio, a Roma, animato da molti commercianti stranieri. Sopra, uno scorcio della piazza, “cuore” del rione Esquilino, a due passi dalla stazione Termini di Fabio Vando lice sta imparando a ballare sulle punte. Per il saggio di fine anno la scuola di danza ha scelto l’Ambra Iovinelli, famoso teatro nel cuore di Roma, due passi dalla stazione Termini. Roberta, la mamma, è una giovane insegnante. È contenta che lo spettacolo si tenga in una cornice tanto prestigiosa. «Però faccio fatica – ammette – ad arrivare a quel teatro. Mi guardo intorno mentre ci vado e quando sono lì non mi sento a mio agio. In quella parte di città non mi sembra di essere a Roma!». La zona dell’Ambra Iovinelli è il rione Esquilino. Un quartiere centrale, che però provoca in Roberta, come in molti altri romani, un senso di estraneità e insicurezza. Il rione sorge su un colle e l’aspetto attuale è quello voluto dopo l’unità d’Italia, in coerenza con lo sviluppo di Roma in direzione est. Il luogo simbolo è la grande piazza dedicata a Vittorio Emanuele II: per i romani, tutto il rione è semplicemente “piazza Vittorio”. Nel quartiere, realizzato per ospitare la classe dirigente della nuova capitale del Regno d’Italia, con il tempo si è sviluppata una forte vocazione commerciale, favorita soprattutto dalla presenza del mercato che si svolgeva sull’enorme piazza, a lungo il più grande e importante della città. Ma verso la fine degli anni Settanta del Novecento il commercio è andato in crisi ed è cominciato a emergere, dalla metà degli anni Ottanta, il nuovo destino di piazza Vittorio, divenuta punto di riferimento per una parte rilevante della popolazione immigrata. Oggi nelle vie del rione transitano persone provenienti da Egitto, Marocco, Cina, Bangladesh, India, Pakistan, Ro- A 20 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 mania, Polonia, Filippine, America Latina: una polifonia di genti e di culture, che “abitano” il territorio senza appartenervi. La maggior parte dei migranti che giungono ogni giorno a piazza Vittorio, infatti, risiede nelle periferie, in modo particolare a sud-est della capitale. L’etichetta del degrado E così, mentre nei fatti e nell’immaginario dei romani l’Esquilino si caratterizza come zona marginale, “periferica”, esclusa dai circuiti tipici della romanità, la sua capacità di attrarre popolazioni immigrate dalle periferie geografiche sembra farne un “centro delle periferie”. Se si passeggia di giorno per il quartiere, la sensazione di straniamento è forte. Colpisce l’operosità formale e informale di interi gruppi etnici, che si muovono nel rione come fossero a casa propria: lavorano, spesso gestendo per proprio conto numerose attività commerciali sulla strada o all’interno del grande mercato rionale (dal 2001 in una struttura attrezzata); discutono, trattando questioni commerciali o politiche; si intrattengono, parlando a voce alta nelle tante indecifrabili lingue, che gli italiani banalmente definiscono chiasso. L’etichetta di “degradato”, il rione se l’è guadagnata grazie soprattutto a questo forte impatto percettivo: gli ideogrammi dei negozi cinesi hanno soppiantato le insegne di panifici, tintorie, mercerie e altre piccole o medie attività commerciali tradizionali; gli odori delle spezie marcano l’aria; sui banchi del mercato e nei negozi limitrofi si trovano prodotti tipici di paesi lontani, che i migranti arrivano da ogni parte di Roma per acquistare; e poi ci sono le variopinte botteghe dei barbieri indiani, i muri tappezzati di annunci (messaggi economici, pubblicità, eventi culturali, in alcuni periodi addirittura la propaganda politica per elezioni in paesi lontani) in lingua araba, spagnola, cinese e indiana. Il senso di precarietà è aggravato dalla presenza di molte persone che vivono in strada e approfittano dei portici, di altri angoli e della confusione per “accasarsi” nel quartiere. C’è anche un po’ di criminalità, quasi tutta di origine straniera: droga, alcolismo e piccoli furti, ma soprattutto violazioni alla legge 40 (la Bossi-Fini). Secondo un’indagine Censis del 2005, il 6,7% dei romani considerava piazza Vittorio come un luogo pericoloso. Aggiungendo il 10,5% che riteneva pericolosa la stazione Termini, compresa nel rione Esquilino, si arriva al 17,2%, dato secondo solo alla famigerata area periferica di Tor Bella Monaca (periferia sud-est). Per i quotidiani della capitale piazza Vittorio è invece ormai la Chinatown romana, data la grande concentrazione di showroom gestiti da cinesi. L’immagine, prima povertà È questo panorama che genera in Roberta quel senso di disagio? E come mai la popolazione, anche di fronte a dati sulla criminalità non allarmanti, continua da anni a chiedere più controlli, trovando sempre interlocutori istituzionali disposti a concedere attenzione e a incrementare i presidi delle forze dell’ordine? In realtà il quartiere sfida la concezione e la rappresen- tazione dello straniero che ciascuno si porta dentro, elaborata nella propria cultura di appartenenza. L’esperienza dell’Esquilino mette alla prova dei fatti, spogliandoli di ogni retorica, tutti i discorsi sulla tolleranza, la convivenza e l’integrazione. Lo straniero, all’Esquilino, non è più rarefatto dietro la sua tipizzazione; non è ospite isolato e inerme da accudire, bensì portatore di attività quotidiane che si inseriscono nel contesto produttivo e relazionale del quartiere; lo si scopre soggetto capace di organizzarsi per intraprendere un’attività commerciale, di tutelare diritti, di difendere valori antichi e preziosi della tradizione, di favorire (anche illegalmente) l’inserimento di altri connazionali, di rivendicare in modo collettivo la possibilità di continuare a vivere la cultura e la religiosità alle quali appartiene. L’Esquilino, insomma, è un piccolo mondo in cui si riflettono le trasformazioni globali e la capacità di adeguare a esse i nostri pensieri e azioni. Un piccolo mondo che fornisce l’occasione per porre criticamente la questione di come sia possibile costruire oggi, nella Roma millenaria, una convivenza rispettosa della dignità di ogni individuo. Un microcosmo che spinge a ragionare sulle condizioni culturali e strutturali che generano inclusioni autentiche o esclusioni insormontabili, a capire come la prima povertà che pesa sull’altro, chiunque esso sia, è l’immagine che di lui ci si costruisce. Un luogo aperto, benché straniante, per aiutare l’“io” e il “tu” a comprendersi con autenticità, nonostante le fatiche e superando la condizione di maschere in un copione pensato da altri. I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 21 internazionale progetti > microprogetti contro la povertà a cura dell’Area internazionale Consegnare la povertà alla storia. Un traguardo forse irraggiungibile, ma verso il quale dobbiamo orientarci, senza perdere la rotta. Ce lo ricorda la Giornata mondiale Onu di lotta alla povertà, che verrà celebrata il 17 ottobre. Povertà ed esclusione sociale si combattono nella quotidianità, anche attraverso piccole scelte che consentono a una comunità locale di soddisfare i bisogni fondamentali, investire in formazione, creare lavoro. Un microprogetto di sviluppo può diventare la scintilla che tiene accesa la speranza.Tra gennaio e settembre 2006 Caritas Italiana ne ha approvati 329 in 34 paesi, per l’importo globale di 1.069.510 euro. Ne proponiamo alcuni in fase di finanziamento. [ ] MODALITÀ OFFERTE E 5 PER MILLE A PAGINA 2 LISTA COMPLETA MICROREALIZZAZIONI, TEL. 06.54.19.22.28 24 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 SERBIA-KOSOVO. Formazione insieme al latte INDIA. Lavorare e mangiare, allevando maialini A Kodrali, nel Kosovo, si prevede la creazione di un punto di raccolta e distribuzione del latte in favore di otto villaggi della zona. Beneficiarie dirette saranno cento famiglie: con una parte del ricavato dalla vendita del latte verranno organizzate attività formative. Sviluppando questo programma anche in altre zone, si potrà ridurre il quantitativo di importazione del latte da Ungheria e Slovenia. > Costo 10.000 euro > Causale MP 214 e 215/06 Serbia/Kossovo Nella zona di Ballamguri la maggior parte delle famiglie vive in condizioni precarie e molti bambini presentano carenze nutritive. Con la costruzione di un porcile e l’acquisto di dieci maialini, 3.800 famiglie di 45 villaggi potranno beneficiare – direttamente o indirettamente – di una valida iniziativa volta a favorire l’autosostentamento. > Costo 2.750 euro > Causale MP 306/06 India MYANMAR. La malaria imperversa, va prevenuta Nell’area del Chin State imperversa la malaria: si propaga molto facilmente e vi sono numerosi casi di decessi. I villaggi maggiormente colpiti sono dodici. La popolazione locale non ha i mezzi economici per prevenire il fenomeno e curarlo. Ecco perché si è deciso di avviare un programma di lotta alla malaria, scegliendo tre villaggi-pilota: Thang Aw (125 famiglie), Fang Theng (158 famiglie) e Khuahrang (280 famiglie). Il miniprogetto prevede attività di prevenzione, acquisto di reti anti-zanzara, medicinali e cure mediche. > Costo 4.500 euro > Causale MP 307/06 Myanmar VIETNAM. Quaranta pozzi per tornare a bere BRASILE. Riparare auto per sfuggire alla strada L’attività verrà realizzata a Uberaba, nel centro di recupero e formazione professionale San Gerolamo Emiliani, che ospita circa 1.500 ragazzi. I beneficiari diretti del miniprogetto sono 35: si tratta di una cooperativa di verniciatura e riparazione di auto che dà lavoro ai ragazzi di strada. Il 40% delle azioni della cooperativa è dei giovani componenti, il 20% della pastorale familiare diocesana e il 40% della parrocchia. Si evita così che le attrezzature vengano vendute o che il capitale venga dilapidato. > Costo 5.000 euro > Causale MP 261/06 Brasile BRASILE. Canali d’irrigazione contro la dispersione Il programma è stato elaborato dalla Caritas diocesana e dalla cooperativa Yanapanakuna in favore della comunità di Chinguri; ne beneficerà l’intera popolazione della zona, che potrà fruire dell’irrigazione supplementare di 5 ettari di terreno, grazie alla realizzazione di canali di irrigazione di 556 metri di lunghezza. Attualmente ci sono semplici condotte scavate nel terreno, con grave dispersione di acqua. Un contributo locale è previsto per l’acquisto di materiali, sabbia, pietre e per la manodopera non specializzata. > Costo 5.472 euro > Causale MP 263/06 Brasile Le condizioni di vita della popolazione nella diocesi di Can Tho sono molto disagiate. Molte famiglie mancano di servizi basilari ed essenziali. In particolare le comunità di Lung Hung e Vi Hung – con prevalenza di donne e bambini – attualmente non hanno più acqua potabile perché i canali che utilizzavano risultano infetti a causa dei pesticidi e dello sterco degli animali. In ciascuno dei villaggi verranno costruiti venti pozzi a beneficio di altrettante famiglie, cattoliche e non. Il programma può essere suddiviso in due microprogetti, uno per ciascun villaggio. > Costo 4.046 euro > Causale MP 323-324/06 Vietnam MAURITANIA. Sostegno all’intraprendenza delle donne Confezioni e pittura su teli; taglio, cucito e ricamo; ristorazione. Sono i tre ambiti di attività in cui si articola il programma di promozione femminile e produzione promosso da Caritas Mauritania a favore di 30 donne appartenenti alle comunità di Sebka ed El Mina. Un’opportunità di formazione, una speranza per un futuro meno disagiato. Si chiede un contributo per l’acquisto di materiale e attrezzature. > Costo 5.006 euro > Causale MP 282/06 Mauritania UGANDA. Banane e capre, per vincere l’aridità La parrocchia di Nyakabino è collinosa e a causa dell’erosione del suolo, che lo rende sterile, i raccolti sono scarsi. Ecco perché si è deciso di avviare un programma di produzione rurale (piantagione di banane) e allevamento di capre in favore di venti donne associate nel Kyamukooka Farmers Women’s Group. Con il contributo della comunità locale è previsto un corso periodico di aggiornamento teorico-pratico, per migliorare le tecniche di allevamento e produzione. Il microprogetto consentirà al gruppo di autosostentarsi e vendere i prodotti, a beneficio dell’intera comunità. > Costo 3.976 euro > Causale MP 287/06 Uganda I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 25 nazionale contrappunto CONDANNATI O DECORATI? DECLINO DEL SENSO DI LEGALITÀ OLTRE I CONFLITTI di Domenico Rosati La Rete Caschi Bianchi (coordinamento cui partecipano associazione Papa Giovanni XXIII, Caritas Italiana, Volontari nel mondo Focsiv e Gavci) ha espresso soddisfazione per la proposta, avanzata dal viceministro alla cooperazione Patrizia Sentinelli, di costituire in Libano una forza civile di pace, che favorisca il processo di ricostruzione e la soluzione nonviolenta del conflitto. Da anni, la Rete sollecita le istituzioni italiane a raccogliere la risoluzione 49/138/B e i ripetuti appelli dell’Onu (lanciati dal 1994 in poi) per la costituzione di contingenti nazionali di Caschi Bianchi. La Rete si è detta disponibile a contribuire alla definizione di profilo e ruolo di un contingente civile per il Libano, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in oltre 30 paesi in quasi dieci anni di progetti di servizio civile all’estero. La Rete inoltre ritiene che la costituzione del contingente debba coinvolgere le istituzioni responsabili per il Servizio civile nazionale: l’intervento di giovani in servizio civile volontario, seppur in un contesto difficile e complesso, può infatti essere elemento di riconciliazione dal basso, cooperazione e sostegno alla società civile locale. e discussioni estive sulla selezione dei reati ai quali applicare lo “sconto” dell’indulto hanno avuto un andamento a dir poco paradossale. L’indulto, di per sé, è una misura a carattere universale. L’impresa di stabilire in modo “oggettivo” chi nella massa dei carcerati debba beneficiare dell’indulgenza e chi no è, per sua natura, alquanto ardua. Tanto più quando la motivazione del provvedimento non è una manifestazione di clemenza dettata da ragioni umanitarie (lo spirito che animava l’appello di Giovanni Paolo II ai parlamentari italiani), ma un’esigenza logistica, nel senso di sfollare strutture carcerarie troppo intasate. All’interno di un criterio così aleatorio, diventa ancora tardato a sottolineare il significato della distinzione tra i due generi di pena. Tantomeno ci si è spinti ad argomentare che, per i reati aventi riflessi politici, sarebbe più appropriato invertire i concetti, considerando come “principale” l’esclusione dai pubblici uffici (con effetto simile al ritiro della patente a un camionista) e come “accessoria” l’inclusione temporanea nella patrie galere. Qualcosa del genere era stato impiù problematico stabilire che un maginato nei momenti più caldi di omicidio colposo abbia più titoli di tangentopoli, quando si propose auConcedere o no l’indulto una bancarotta fraudolenta… torevolmente di non portare in carai colpevoli L’esempio non è casuale. La dispucere corrotti e corruttori a patto che di tangentopoli? ta si è infatti sviluppata soprattutto sul se ne stessero – obbligatoriamente, Il dibattito, prima punto se applicare l’abbuono di pena s’intende – il più a lungo possibile dell’estate, ha avuto ai carcerati riconosciuti colpevoli di fuori dai circuiti della politica. L’idea un andamento reati come corruzione e concussione, fu sommersa da un’onda di scandaa dir poco paradossale. in genere l’imbroglio a fini più o meno lizzato contrasto: si parlò di provveMa ha riproposto esplicitamente politici. La difficoltà dimento “salvaladri” e di franchigia la necessità di riflettere era ed è soprattutto di carattere psicocarceraria per il malaffare pubblico. sulle forme logico. La memoria di tangentopoli è Ora la meccanica dell’indulto ridella moralità pubblica ancora viva nella cerchia politica, torvaluta quella remota escogitazione. nata a spaccarsi, sull’argomento, tra Con un’amara considerazione ag“garantisti” e “forcaioli”. Ma non era una questione di mero giuntiva: e cioè che i responsabili delle malversazioni sointeresse storico. Tutti hanno compreso che si trattava di no riusciti in larga misura a evitare il carcere (per cui deldecidere se alleviare o meno la pena ai vecchi ladroni rima- l’indulto non hanno neppure bisogno), mentre in molti sti in politica (o comunque sul proscenio pubblico) e a hanno potuto reimmetersi nei tracciati del potere. E nel quelli sopraggiunti con le nuove leve. In apparenza, una frattempo si è smussata l’attenzione della pubblica opimediazione formale è stata raggiunta quando si è conve- nione sul carattere eversivo dei reati contro la pubblica fenuto che la riduzione della sanzione avrebbe riguardato so- de, tant’è che in più di un caso una condanna (o una prelo la durata della detenzione in carcere (e l’entità degli ad- scrizione) viene esibita come una decorazione. debiti pecuniari) ma non le cosiddette “pene accessorie”, Forse allora, a partire dall’indulto e dai suoi effetti, ovvero soprattutto i divieti di accedere ai pubblici uffici, converrebbe avviare una riflessione ad ampio spettro sul cioè di esercitare funzioni pubbliche. senso della giustizia, della legalità e della moralità. E sui modi in cui i comportamenti dei soggetti istituzionali Principale e accessoria spingono a rafforzarlo oppure, per malvolere o negligenA questo punto il parlamento ha votato e nessuno si è at- za, concorrono ad affossarlo. L 22 panoramacaritas I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 La Rete dei “Caschi bianchi”: «Libano, sì al contingente di pace» direttori e vicedirettori delle Caritas diocesane. SERVIZIO CIVILE CARITAS DIOCESANE/1 Percorso equipe in quattro tappe Il Percorso Équipe Caritas diocesane rappresenta un’ormai consolidata proposta formativa da parte di Caritas Italiana ai nuovi direttori e collaboratori, al fine di trasmettere loro gli strumenti necessari per meglio adempiere ai compiti assunti. Anche per l’anno pastorale appena iniziato sono state programmate quattro tappe, altrettante “porte di ingresso” nel mondo Caritas. I lavori di ciascuna tappa si svolgeranno da domenica sera (arrivo) fino al pranzo del mercoledì, secondo il seguente calendario: 19-22 novembre, “Il mandato”; 11-14 marzo 2007, “L’organizzazione”; 13-16 e 27-30 maggio (gruppi distinti), “Le esperienze”; 16-19 settembre, “La progettazione”. CARITAS DIOCESANE/2 Verso il Convegno tre forum sull’enciclica L’anno pastorale Caritas culminerà, dall’11 al 14 giugno 2007, nel 31° Convegno nazionale delle Caritas diocesane (il luogo è ancora da definire). I lavori del convegno saranno centrati sulla funzione di animazione propria della Caritas e sulla figura dell’animatore Caritas. In preparazione all’appuntamento nazionale, sono stati pensati tre forum di approfondimento, con sede a Roma, sull’enciclica di papa Benedetto XVI Deus Caritas est. I forum (27-28 novembre, “Un cuore che vede. La spiritualità dell’accoglienza e del dono”; 1-2 febbraio 2007, “L’amore sarà sempre necessario. La cura dei poveri”; 19-20 aprile, “Non ai margini della lotta per la giustizia. Globalizzare la solidarietà”) approfondiranno rispettivamente gli ambiti della promozione Caritas, della promozione umana e della promozione della mondialità; destinatari Diego Cipriani è il direttore dell’Unsc Il 4 agosto il consiglio dei ministri ha nominato, su proposta del ministro della solidarietà sociale (che ha la delega al servizio civile), il nuovo direttore dell’Ufficio nazionale per il servizio civile (Unsc). Si tratta di Diego Cipriani, una lunga militanza in Caritas. Negli anni Ottanta ha svolto il suo servizio civile come obiettore di coscienza per la Caritas diocesana di Bari-Bitonto. Per Caritas Italiana è stato responsabile dal 1990 al 1999 dell’Ufficio servizio civile; poi si è occupato dell’Ufficio per la ricostruzione storica dell’obiezione di coscienza e del servizio civile fino al 2003, per poi passare all’ufficio documentazione e sussidiazione. Dal 2005 curava, nell’ambito dell’area internazionale, il progetto dell’Osservatorio sui conflitti dimenticati. Nel salutare Diego Cipriani per la sua nomina, monsignor Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana, ha espresso “tutta la stima e l’augurio per un avvio di responsabilità a servizio di enti e giovani, che saranno i protagonisti nei prossimi anni di progetti di crescita nella cittadinanza”. I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 23 internazionale crisi africane IL FURTO DEI VALORI, IL CONGO BATTE LA PIETRA Decenni di dittatura. Guerre sanguinose. Problemi sociali tremendi, in un paese ricchissimo di risorse e senza infrastrutture. Però le elezioni hanno riacceso speranze. Viaggio in un paradiso, dove i santi vivono arrangiandosi... SOFFRIRE, SPERARE Mille volti del Congo che cambia. Giochi di bimbi, manifestazione politca, una donna in carcere, pubblicità elettorale ovunque... di Luciano Scalettari foto di Roberto Cavalieri edi, il Congo che hai sotto gli occhi ormai ha strade inesistenti, è privo di acqua potabile. Non sai mai quando c’è o non c’è l’energia elettrica, la disoccupazione è altissima e ognuno s’arrabatta come può per sopravvivere, l’analfabetismo è sopra il 50%, la mortalità infantile è fra le più alte del mondo. Il Congo è tutto questo, è questa realtà disperata e disperante. Ma tutto ciò non è ancora il cuore del problema. La questione più grave, più drammatica, è che la gente è stata deprivata dei valori, delle idee, di un’etica. Decenni di dittatura mobutista, due guerre consecutive protrattesi per sei anni: questo ha davvero impoverito i congolesi, perché li ha depauperati spiritualmente e moralmente, li ha resi disponibili a qualsiasi compromesso». V « 26 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 A parlare è padre Justin Nkunzi, presidente della commissione Giustizia e pace della diocesi di Bukavu, nell’est della Repubblica democratica del Congo, al confine col Ruanda. Kinshasa, la capitale, è lontanissima da qui, all’estremo opposto di questo immenso paese, grande otto volte l’Italia. All’estremo opposto non solo in senso geografico: a Bukavu la lingua locale è diversa (swahili e non ingala), la gente pensa diverso, alle elezioni votano diverso. Qui tutti tifano Joseph Kabila, figlio del “ribelle” Laurent Desiré che liberò il paese da Mobutu, e attuale presidente del governo di transizione. I Kinois, come vengono chiamati gli abitanti di Kinshasa, invece non lo possono vedere, il giovane Kabila, e gli preferiscono di gran lunga Jean Pierre Bemba, l’altro candidato – sostenuto dal potente entourage dei nostalgici mobutisti – che andrà al ballottaggio il 29 ottobre per stabilire chi sarà il primo pre- sidente eletto democraticamente in Congo, dopo 46 anni di “astinenza” da libere elezioni. Generazione perduta Paese delle contraddizioni e dei paradossi, la Repubblica democratica del Congo si prepara al secondo responso delle urne dopo aver brillantemente superato la prova del primo. Nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo, un paio d’anni fa. Invece i congolesi il 30 luglio si sono recati ai seggi elettorali, ordinatamente in fila, e ne sono usciti alzando orgogliosamente il pollice macchiato di inchiostro indelebile viola (per evitare rischi di brogli elettorali): in media ha votato il 70% degli aventi diritto, che in base al censimento degli elettori erano oltre 25 milioni. Ma i problemi sono tutt’altro che finiti. I veri rischi arrivano adesso. Le avvisaglie ci sono già state: nei tre giorni successivi all’annuncio dei risultati del primo turno i fedelissimi dei due candidati al ballottaggio si sono dati battaglia per le vie di Kinshasa, prefigurando cosa potrebbe accadere nei giorni successivi al voto di fine ottobre. Il paese ripiomberà davvero nella guerra totale? Diversi osservatori lo temono. Perché la posta in gioco è altissima. Il Congo, per ciò che riguarda suolo e sottosuolo, risorse minerarie e ambientali, è chiamato lo “scandalo geologico”: ha quasi tutto, e ce l’ha in misura ingentissima. Statunitensi ed europei, cinesi e australiani si contendono aspramente concessioni e accordi commerciali lucrosissimi. Invece, per quanto riguarda le infrastrutture e la struttura dello stato, il Congo è all’anno zero. Ovvero: tutto da rifare. Padre Jean Marie Kitumaini, confratello di padre Justin e presidente di Grapes (organismo diocesano che si occuI TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 27 internazionale crisi africane RICCHEZZE, POVERTÀ Pesci al mercato: il paese è colmo di risorse naturali, soprattutto minerali. Ma vive inaudite povertà morali e sociali: la condizione dei carcerati (a destra) ne è esempio eloquente pa, a Bukavu, di questioni politiche e sociali), descrive il suo paese come un paradiso, dove però i santi (ossia la gente) muoiono di fame. «Da noi c’è un motto – dice – che in swahili suona kopeta libanga. Vuol dire “battere la pietra”. In senso letterale lo fanno molti ragazzi che non hanno nulla: rompono pietre per farne sassolini e pietrisco per l’edilizia e guadagnano così qualche franco congolese. Ma la frase significa anche “cercare la vita ad ogni costo”. In questi decenni di dittatura e di guerra i congolesi hanno imparato “ad arrangiarsi”, come li invitava a fare Mobutu, per sbarcare lunario in qualche modo. Pur di sopravvivere, si può anche battere la pietra». Gli insegnanti, i dipendenti pubblici, i medici, i vigili: chiunque, in Congo, non è stato pagato per oltre dieci an- ni (e anche ora, di stipendio ne arriva poco e di rado). Ognuno – o meglio, chi ce l’ha fatta – ha trovato una soluzione per non soccombere. Con l’ingegno e la fantasia una parte; con la forza, la violenza, il furto, la prostituzione, l’imbroglio tanti altri. La necessità di sopravvivere giustifica molte cose: ecco perché padre Justin diceva che il vero problema del Congo non è che gli sono state rubate le risorse, ma i valori. È un’intera generazione perduta, quella attuale, e insieme è una generazione che ha grandi aspettative. Perché, specie negli anni della guerra (1998-2003), ha pagato un prezzo altissimo: la stima è che vi siano state fra 3,5 e 4 milioni di vittime. Il guaio è che la popolazione continua a pagare: secondo l’Unicef, per le conseguenze indirette della guerra, ancora dopo tre anni dalla sua fine ufficiale, muoiono 1.200 persone al giorno (di cui la metà minori) per l’inesistenza del sistema sanitario, la mancanza di farmaci, l’isolamento dovuto all’assenza di strade, le violenze perpetrate dai tanti gruppi di miliziani e soldataglia varia che circola nel paese. Kinshasa, adagiata sul fiume Congo, al confine occidentale del paese, è lontanissima: e infatti, mentre nella caotica e tumultuosa capitale (8 milioni, forse 10, di abitanti, 3 milioni censiti di elettori) gli uomini politici tessono e rompono alleanze in vista del voto di fine ottobre, nell’est del paese ancora oggi una delle piaghe più terribili è lo stupro di massa. Sono già 40 mila le donne che hanno subito violenza sessuale. Un dramma che ha conseguenze sociali devastanti, perché determina il ripudio delle donne stesse da parte delle famiglie, la diffusione dell’Hiv-Aids, malattie, omicidi e massacri lega- ti alle stesse violenze sessuali (spesso mariti e figli delle donne abusate vengono uccisi). Congolesità e stato di diritto Forse è per questo che le aspettative (in ogni caso eccessive) per il futuro del dopo-elezioni che esprimono i congolesi dell’Est e quelli della capitale, sono molto diverse: a Kinshasa i temi dominanti sono la redistribuzione delle risorse, la “congolesità” (che polemicamente indica il fatto che per governare il Congo occorre non essere stranieri né figli di stranieri, come erano diversi candidati e come dicono che sia Kabila), la riappropriazione delle ricchezze naturali del paese, che ora vengono trafugate dai paesi africani vicini e mandate ad arricchire i paesi occidentali. «Invece nell’Est quasi tutti chiedono la stessa cosa: la fine dell’impunità, lo stato di diritto. È l’esigenza prima, tutto il resto è ritenuto una conseguenza – riassume padre Franco Bordignon, un saveriano che ha passato tutta la sua vita missionaria in Congo –. Le regioni orientali sono state le più martoriate dalla guerra. Nell’Ituri, nel Nord e Sud Kivu, nel Katanga, i ragazzini di cinque, dieci o dodici anni hanno imparato una sola lezione: che imbracciare il fucile significa non far la fame, essere più forte e potersi prendere tutto ciò che vuoi o che ti serve. Migliaia di bambini di strada popolano le città orientali: hanno imparato che solo la strada dà la sopravvivenza, rubacchiando, sniffando, prostituendosi, riunendosi in bande per proteggersi dalle insidie. Perciò lo stato di diritto viene prima di tutto, e le persone lo attendono dal tempo nuovo della democrazia come la soluzione di tutti i mali. Purtroppo, è ovvio che rimarranno in gran parte deluse». Un popolo pronto a voltar pagina, la riconciliazione parte dal basso I congolesi hanno subito crimini devastanti. Ma la società civile lavora già per superare i traumi. La comunità internazionale saprà sostenere questo cammino? di Roberto Cavalieri er chi si reca in Congo non è difficile cogliere in poco tempo due livelli di coscienza politica. Il primo è quello della gente comune, delle persone che hanno avuto tragici lutti nel contesto famigliare, che hanno perso la casa, e in particolare dei poveri: essi si sottraggono a una discussione politica che di per sé non porta a nulla e non migliora il raccolto del campo di manioca che coltivano. Essi sono speranzosi, ma timidamente attendono la fine dei giochi elettorali e politici per riottenere la possibilità di circolare libe- P 28 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 ramente e non dovere fare i conti tutti i giorni con le armi delle varie milizie. D’altra parte c’è chi della politica fa un affare privato ed esclusivo, chi a tutti i costi vuole conquistare il controllo del paese con un programma elettorale in una mano e nell’altra la minaccia di riprendere le armi. Ma cosa è necessario fare in Congo, per uscire davvero dalla guerra e guardare finalmente al futuro? Un esempio lo ha saputo dare la chiesa, locale e missionaria, coinvolta a 360 gradi nella costruzione di un cammino alternativo al conflitto e nella corretta gestione e sensibilizza- zione degli appuntamenti elettorali. Ma non solo. Essa ha sempre assunto posizioni pubbliche contro la guerra, per la tutela della vita e contro la xenofobia (uno degli strumenti utilizzati dai belligeranti per creare un clima di odio). Ora rimane la sfida più grande, quella della riconciliazione, che dovrà coinvolgere senza dubbio il futuro nuovo presidente e la nuova assemblea eletta. Tra la popolazione comune, il cammino della riconciliazione è già cominciato (o forse non si è mai interrotto). Numerosi progetti sono stati avviati, in questi mesi ma an- che negli ultimi anni, per ricostruire idonee condizioni di vita e dare segnali di giustizia. Tra questi progetti, colpiscono quelli che riguardano le donne vittime di violenza sessuale. A Bukavu un’associazione legata alla diocesi, oltre a dare assistenza materiale e psicologica, ha incessantemente lavorato affinché il parlamento approvasse una legge per punire i colpevoli dei reati, mentre a livello locale si è attivata per aiutare le donne a denunciare gli stupratori e accompagnare vittima e reo nel difficile cammino di pacificazione e riparazione del danno. I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 29 internazionale crisi africane In un’altra parte del paese, a Kindu, la diocesi lavora su più fronti, a sostegno delle vittime di violenza sessuale, dei detenuti incarcerati ingiustamente, dei bambini soldato, dei contadini che hanno ripreso a lavorare dopo la pacificazione. Offre aiuti materiali (dagli strumenti agricoli al cibo per i detenuti), ma soprattutto opera per generare un clima di collaborazione tra vittime e colpevoli e di rielaborazione delle origini del conflitto. Obbedienza acritica Si fa sempre più condivisa, nel paese, l’analisi secondo la quale in Congo il conflitto è stato originato dalla cattiva gestione della cosa pubblica, dalla corruzione e dal mancato rispetto delle leggi. Per aiutare il paese nel cammino di riconciliazione, è bene mettere a fuoco alcuni nodi, cruciali per comprendere come si siano generati i conflitti e come si possono avviare a risoluzione. Sarà interessante osservare, nei prossimi anni, come il Congo, e in particolare la sua classe dirigente, si comporterà nei confronti di queste riflessioni. Primario è anzitutto il tema del confronto tra autorità e cittadini: le radici della violenza di gruppo (eserciti regolari o paramilitari) possono essere ricercate nelle dinamiche del gruppo stesso (interessi, potere economico, gerarchie, ecc.), anche se, in definitiva, sono gli individui a mettere in atto i singoli atti di violenza di cui si compone il conflitto collettivo. In altri termini, l’obbedienza acritica all’autorità ha molto a che vedere con la non attivazione dei meccanismi inibitori contro l’applicazione della violenza. Su questo punto la Chiesa congolese ha dimostrato di essere un soggetto capace di creare senso critico e attivare meccanismi inibitori della violenza. In secondo luogo, il tema della giustizia. L’umanità non è ancora riuscita a mettere la guerra al bando, ma è necessario chiedersi non più quali siano state le cause della guerra (compito della storia e della politica), bensì chi sia stato il responsabile o i responsabili, e di conseguenza isolarli (la comunità internazionale ha diversi strumenti attivabili in proposito, come il Tribunale penale internazionale), per renderli incapaci di perpetrare altri atti violenti. La riconciliazione, infine, è il principale obiettivo e assumerà consistenza in base al successo dei precedenti punti. Processare i colpevoli, soprattutto i signori della guerra, sarà un passaggio indispensabile. È la condizione che la comunità internazionale dovrà assicurare, per accompagnare sul piano istituzionale un cammino di riconciliazione, che nella vita di tutti i giorni persone e comunità stanno già mostrando di saper intraprendere. Kabila contro Bemba, dalle urne uscirà un paese “normale”? Il Congo è atteso al ballottaggio per l’elezione del presidente dopo lo storico voto di fine luglio. Il paese è diviso: troverà la strada del “buon governo”? Donne, disabili, minori soldato: il futuro ricomincia con Caritas Caritas Italiana collabora con la Caritas nazionale della Repubblica democratica del Congo, sostenendo in particolare il lavoro del settore sviluppo, e con le diocesi di Goma e Kindu (nell’est) e Popokabaka (nell’ovest). A Goma, con il supporto tecnico della Caritas diocesana di Asti, sostiene il laboratorio farmaceutico; da ottobre sono presenti due volontari in servizio civile della Caritas diocesana di Roma. A Kindu prosegue il supporto alle attività sanitarie della diocesi, con particolare attenzione alle donne vittime di violenza e ai disabili. Per gli sfollati rientrati nei villaggi è in corso la seconda fase di un programma di sviluppo agricolo. Al programma collabora Caritas Ambrosiana, che insieme a Caritas Roma promuove anche la costruzione di banchi e la distribuzione di materiale scolastico. Con le Caritas toscane sta invece per essere avviato un programma di sostegno psico-sociale per 750 ragazzi ex combattenti. Infine sono state realizzate sessioni di formazione in preparazione alle elezioni. A Popokabaka si opera in vari ambiti: cure mediche, riparazione dei tetti di scuole e centri sanitari, distribuzione di materiale per le scuole, miglioramento della produzione agricola e della sua commercializzazione (contributo di Caritas Trento), formazione per le associazioni, microcredito. di Maurizio Marmo on è facile definire cos’è la normalità. Forse è più facile dire che cosa non è normale, in qualsiasi parte del mondo. Non è normale, per esempio, che Patrice Lumumba, il primo primo ministro dopo l’indipendenza del paese dal Belgio, nominato dopo elezioni democratiche nel 1960, sia stato ucciso nel gennaio 1961 con gravi responsabilità del Belgio e degli Stati Uniti. Non è normale che il Congo abbia subito una dittatura di più di trent’anni a causa della gestione dispotica di Mobutu Sese Seko, con il sostegno di molti paesi democratici. Non è normale che la transizione alla democrazia, cominciata nel 1991, si sia conclusa solo nel 2006, e che fra il 1996 e il 2003 il paese sia stato sconvolto da due guerre, che hanno causato più di 4 milioni di morti, per la maggioranza civili, nel disinteresse della comunità internazionale (ma con il grande interesse di gruppi di potere, aziende multinazionali che hanno sfruttato le enormi ricchezze del Congo e venditori di armi). Dopo decenni di anormalità, il Congo è ora a un passo dalla normalità. Il 30 luglio 2006 quasi 20 milioni di persone sono andate a votare nelle prime elezioni libere do- N 30 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 po quelle del maggio 1960. In un paese grande otto volte l’Italia, con infrastrutture pressoché inesistenti e un tasso di analfabetismo del 44% fra le donne e del 19% fra gli uomini, la Commissione elettorale indipendente (Cei) è riuscita, anche se con grande fatica e finalmente con l’appoggio convinto della comunità internazionale (che ha stanziato 360 milioni di euro), a organizzare l’appuntamento elettorale. Dopo la registrazione di 25 milioni di votanti e il referendum del dicembre 2005, con il quale è stata approvata la nuova costituzione, sono stati allestiti 50 mila seggi in tutto il territorio nazionale e preparati 260 mila funzionari addetti agli uffici elettorali. Tutto si è svolto con regolarità, sotto la supervisone di decine di migliaia di osservatori locali e internazionali, con la vigilanza di 17 mila caschi blu Onu e 2 mila soldati della forza europea Eufor, in aggiunta agli agenti locali. Cinque ministeri-chiave Il primo turno delle elezioni presidenziali, alle quali si sono presentati 32 candidati, ha decretato la vittoria di Joseph Kabila, attuale presidente, che ha ottenuto il 44,81% PAESE DIVISO AL VOTO FINALE Ballottaggio il 29 ottobre: Kabila, presidente uscente, è preferito a est, lo sfidante Bemba a nord e ovest dei voti, e di Jean-Pierre Bemba, vicepresidente e leader di una delle fazioni ribelli che in questi anni ha combattuto il governo, con il 20,03% delle preferenze. Il ballottaggio è previsto domenica 29 ottobre. Purtroppo all’annuncio dei risultati vi sono stati gravi episodi di anormalità. La guardia presidenziale di Kabila si è scontrata contro le guardie personali di Bemba nel centro della capitale Kinshasa: bilancio, alcuni morti. Solo l’intervento di caschi blu ed Eurofor ha riportato la calma. Ora ci si domanda se chi perderà sarà disposto ad accettare il risultato, permettendo al Congo di tornare ad avere un governo stabile e democratico. Altro fattore da considerare è la divisione del paese, schieratosi a est per Kabila (cui è stato riconosciuto il merito di aver riportato la pace) e nel centro-nord e a ovest per Bemba. Analogo risultato per l’elezione dei 500 parlamentari: la coalizione che sostiene Kabila ha ottenuto la maggioranza dei deputati (anche se non assoluta), seguita dai partiti alleati di Bemba. Ma sullo sfondo delle elezioni sta il controllo dei posti chiave del governo, ovvero cinque ministeri (miniere, economia, industria, energia, infrastrutture): in gioco c’è la gestione degli aiuti internazionali e l’utilizzo delle ingenti risorse naturali del paese (oro, diamanti, coltan, rame, stagno, legname, ecc). Numerose indagini e rapporti internazionali hanno testimoniato che durante gli anni di guerra, ma anche nel periodo della transizione, lo sfruttamento illegale è stato sistematico, con complicità ad alto livello e corruzione diffusa. Per arrivare a una reale normalità, non basterà che il prossimo turno elettorale si svolga regolarmente: occorre che si arrivi a un “buon governo”, capace di cambiamenti che incidano sulla qualità dell’esistenza delle persone. I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 31 internazionale internazionale casa comune EUROPA UNITA, NEL DNA LA COSTRUZIONE DELLA PACE di Gianni Borsa inviato agenzia Sir a Bruxelles l tema della pace è un ricorso storico, nel lungo processo di integrazione europea. Si trovano lungimiranti ambizioni “pacifiste” sin dall’epoca dei primi profeti della “casa comune”, fra Settecento e Ottocento. Si incontra il medesimo obiettivo nelle prime tappe politiche per la realizzazione di una comunità europea. Infine, la questione si ripropone con forza oggi, in una fase in cui, lasciati alle spalle guerre mondiali e guerra fredda, si devono affrontare nuove minacce provenienti dal terrorismo internazionale, dai conflitti regionali e da ipotetici “scontri di civiltà”. francese, proponeva la messa in comune delle produzioni minerarie e siderurgiche fra gli stati dell’Europa occidentale: tale gestione condivisa avrebbe creato una “solidarietà di fatto” fra ex belligeranti, fino a indurli progressivamente a perseguire insieme altri e più ambiziosi obiettivi economico-politici. Schuman spiegava: “La pace mondiale non potrà essere salvaIn realtà la stessa idea di Europa guardata senza sforzi creatori che siaunita è andata faticosamente afferno all’altezza dei pericoli che la miL’idea unitaria, mandosi nel secolo dei lumi e nel rinacciano. Il contributo che un’Eurosin dal Settecento, porta sorgimento proprio come caposaldo pa organizzata e viva può apportare in sé lungimiranti in vista di un continente finalmente alla civiltà è indispensabile al manteambizioni pacifiste. pacificato, in cui popoli e culture ponimento delle relazioni pacifiche”. Su questo tema tessero convivere nel reciproco riL’Europa, però, “non si farà in un solo si sono esercitati filosofi, spetto. Fra i tanti esercitatisi in procolpo, né attraverso una costruzione letterati, economisti. posito, si possono citare per l’Italia d’insieme; essa si farà attraverso reaNegli ultimi decenni Cattaneo, Mazzini, Gioberti… Varlizzazioni concrete, creanti anzitutto l’impulso politico. cando le Alpi, Victor Hugo a metà del una solidarietà di fatto. A questo fine Che si prova XIX secolo affermava: “Verrà un gioril governo francese propone [...] di a “esportare” oggi… no in cui non vi saranno più francesi, porre l’insieme della produzione inglesi, italiani e tedeschi, ma tutte le franco-tedesca del carbone e dell’acnazioni del continente, senza perdere le loro qualità e le ciaio sotto un’autorità comune, in un’organizzazione loro gloriose individualità, si fonderanno strettamente in aperta alla partecipazione degli altri paesi dell’Europa”. una unità superiore, che costituirà la fraternità europea”. E D’altro canto è chiara la formulazione dell’articolo 3 il binomio Europa-pace torna nella produzione di tanti fi- (“Obiettivi dell’Unione”) della Costituzione europea, firlosofi, letterati, economisti, così come nell’azione, magari mata a Roma nel 2004 e in attesa di ratifica: al punto 1 si incostante, di qualche politico (Briand, Coudenhove-Ka- legge che “l’Unione si prefigge di promuovere la pace…”. lergy, fino a Churchill, De Gasperi e Adenauer). L’Ue è dunque chiamata a svolgere un ruolo da protagonista sulla scena mondiale, a partire dalle realtà medioTra tenaci egoismi rientale e africana, per far prevalere una politica multilaDopo il 1945, sospinta dai lutti e dalle macerie lasciate in terale, accompagnata da una decisa azione diplomatica e eredità dalla seconda guerra mondiale, la volontà di pace da una coraggiosa cooperazione allo sviluppo. Il recente si fa largo tra i tenaci egoismi nazionali, fino a tenere a bat- conflitto tra Israele e Libano non ha trovato impreparati i tesimo la prima comunità europea, quella del carbone e 25, che hanno fornito una risposta corale, in accordo con dell’acciaio (Ceca, 1951). Nella sua famosa Dichiarazione le Nazioni Unite. Un primo passo sulla via della pace, che del 9 maggio 1950, Robert Schuman, ministro degli esteri può alimentare speranze fondate. I 32 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 emergenza libano «UNA GUERRA DISTRUTTIVA, MA HA CREATO NUOVI PONTI» di Paolo Brivio estimone privilegiata. Perché libanese. E perché ricopre l’incarico di coordinatrice degli interventi umanitari per la regione Medio Oriente Nord Africa di Caritas Internationalis. Da Beirut, nelle pause del suo intenso lavoro di supporto agli operatori di Caritas Libano, Rosette Héchaimé ragiona sulla gravità della crisi umanitaria apertasi nel paese. E prova a decifrare i segni profondi che la guerra ha tracciato nell’animo della popolazione. T Cominciamo dalla percezione dell’emergenza. La comunità internazionale ha sottovalutato i danni inferti dalla guerra al Libano? Non c’è stata sottovalutazione. I media di tutto il mondo hanno dato ampio spazio ai danni enormi alle infrastrutture e ai tragici attacchi ai civili, rivelando la sproporzionata risposta inflitta a un intero paese. Ciò che forse non si è considerato abbastanza è l’elemento di guerra economica e il suo impatto su un paese appena uscito da una lunga crisi, le cui ferite non erano ancora completamente rimarginate. In quest’ultima guerra, come avviene spesso nelle catastrofi maggiori, il mancato coordinamento degli aiuti e l’assenza per lungo tempo di un corridoio umanitario protetto e rispettato hanno prodotto gravi conseguenze. Ma se si parla di ferite inferte al Libano, si deve considerare anzitutto la mancata reazione della comunità internazionale alla violazione grave e sistematica delle leggi internazionali, praticata durante il conflitto. È una ferita che si è impressa anche nella coscienza della comunità internazionale. Rispetto ad altre crisi, ritenete che le opinioni pubbliche del resto del mondo si siano interessate degli aspetti politici, più che di quelli umanitari? In Libano si è avuta l’impressione che l’impatto dei messaggi giunti all’opinione pubblica sia stato indebolito dalla confusione generale, in virtù della quale ormai si assimila facilmente ogni forma di resistenza a un’azione o atteggiamento terrorista. L’interesse di un’informazione risiede nel fatto che sia vera e giusta. Il messaggio per la Giornata della pace 2006 di papa Benedetto XVI era intitolato “Nella verità la pace”: bisogna poter attingere a informazioni oggettive, per non essere sviati nella comprensione. Gli sfollati stanno completando il rientro a casa.Mol- GUERRA ECONOMICA Sopra, ciò che resta di una fabbrica libanese distrutta dai bombardamenti israeliani. A fianco, Rosette Héchaimé Intervista a Rosette Héchaimé, libanese, coordinatrice di Caritas Internationalis in Medio Oriente. «La preoccupazione maggiore dei libanesi riguarda la perdita del lavoro. Ma in guerra si è rafforzata la solidarietà reciproca» I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 33 internazionale emergenza libano RITORNO TRAUMATICO I libanesi sfollati tornano a casa. Ma trovano città e quartieri da ricostruire. È una fase di “risveglio dall’incubo” Gli effetti psicologici e morali dei bombardamenti sono altrettanto diffusi e logoranti? Oggi si è ancora nella fase del “risveglio dall’incubo”, ma presto emergeranno i traumi subiti dalle persone. La quantità di bombe cadute, di esplosioni sentite, di raid aerei temuti, di notti vissute nel terrore svelerà poco a poco profonde ferite. Tra i libanesi c’era ancora chi tremava a ogni porta che sbatteva, dopo la guerra civile di due decenni fa. Ma nonostante tutto ci sono capacità e volontà di reagire; la gente si è messa con coraggio e forza d’animo a cercare soluzioni. Rincresce l’esodo dei giovani, che ambiscono a condizioni di pace e serenità, ma hanno timore di un futuro in patria. ti trovano abitazioni, villaggi e quartieri distrutti. Quali sono i bisogni più acuti? La preoccupazione maggiore riguarda la perdita del lavoro, che interessa molte persone. Intere famiglie devono mettere in conto mesi di stipendio non assicurati, e intanto si preparano a spese gravose per sopravvivere, pagare la scuola dei figli, curare feriti e malati. In varie regioni, inoltre, il raccolto della stagione d’estate è totalmente perduto, a causa della mancanza di manodopera disponibile e per l’impossibilità di spostarsi a vendere la propria merce. Agricoltura, pesca e settore alberghiero sono gli ambiti più colpiti. E d’altronde la pace rimane tuttora fragile e minacciata. Si dice che la guerra abbia riportato il Libano alla condizione di due decenni fa, azzerando gli effetti della ricostruzione e dello sviluppo economico che erano seguiti alla guerra civile dei primi anni Ottanta. Il regresso è davvero tanto catastrofico? È così. Non solo la popolazione deve affrontare difficili condizioni umanitarie, ma l’intera economia ha subito un pesante shock. Il Libano non aveva ancora risolto la questione del rifornimento ordinario di elettricità in tutto il territorio, anche acqua potabile e collegamenti telefonici dovevano essere ancora garantiti a tutta la popolazione. Ma oggi, in certe zone, ci si ritrova a dover cominciare daccapo. Non è facile, in un paese in cui le strutture di previdenza sociale e medica sono pressoché inesistenti e l’assistenza in questi campi costituisce una pressante preoccupazione per l’85% della popolazione. 34 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 Quali sono i criteri e gli obiettivi che caratterizzano l’azione Caritas in questa fase di post-conflitto? Il campo d’azione della Caritas è illimitato. Le ong che lavorano in Libano sono diverse e ognuna si è impegnata particolarmente in certi settori. Caritas Libano gode del privilegio del radicamento, essendo presente in tutto il territorio e da molti anni: così ha individuato alcuni campi d’azione dove è possibile ottenere un impatto immediato, ma anche settori di lavoro a lunga scadenza. Una delle preoccupazioni principali è il ritorno degli sfollati (e tra essi dei cristiani, che storicamente rischiano la diaspora) nei loro villaggi d’origine. Molti sono scoraggiati di dovere ancora una volta rifarsi la casa, rimettere in piedi un lavoro, insomma ricominciare tutto da capo. Ma Caritas prova a essere anche testimone di pace e riconciliazione nel paese e nella regione, manifestando la sua presenza e attenzione a ogni uomo che soffre. La società libanese è un mosaico di culture e appartenenze religiose.La guerra renderà più instabile la convivenza,o avrà l’effetto paradossale di cementarla? Non sono la sola a ritenere che questo conflitto, del quale pure avremmo voluto fare a meno, ha rafforzato la solidarietà reciproca nel paese. Insieme ai cristiani fuggiti dal sud e dalla valle della Bekaa, le popolazioni sciite hanno cercato rifugio nel nord a predominanza cristiana. Molti hanno vissuto 33 giorni gomito a gomito. Un amico sciita, prima di ripartire verso il suo villaggio, alla fine delle ostilità, diceva: «Questa guerra ha distrutto ponti di cemento, ma ha costruito ponti che nessuna bomba potrà distruggere». Hezbollah è stato uno dei contendenti nel conflitto. Ma è un soggetto che si dedica all’iniziativa sociale, oltre che politica e militare. Il suo impegno assistenziale, anche nel dopoguerra, favorisce la radicalizzazione religiosa e politica di settori della popolazione? Hezbollah non è solo una milizia armata di resistenza, fatto che costituisce tuttora un problema, ma un partito politico che ha un ruolo da svolgere nello sviluppo della società libanese. Se saprà cogliere l’occasione di una sofferenza comune per lavorare insieme alla costruzione della società civile su basi diverse, penso si possa evitare il pericolo di qualsiasi radicalizzazione. La solidarietà umana sperimentata dai libanesi in questa guerra è un terreno arato per fecondare semi di pace. In Libano si sta rafforzando la missione dei Caschi blu dell’Onu.La gente li aspetta con fiducia,con diffidenza o piuttosto con scetticismo? Anche se la presenza dei caschi blu nel passato era passiva, in quanto soltanto osservatori, questa volta mi pare siano attesi con fiducia. Anche se c’è ancora molto da capire riguardo a questa presenza, la popolazione delle regioni di confine li ha accolti con sollievo, in particolare gli italiani. Il concentrarsi dell’attenzione internazionale sul Libano rischia di lasciare in ombra altri scenari di crisi? Mi auguro che l’attenzione umanitaria rivolta al Libano non finisca per nascondere i problemi di Palestina o Iraq, che purtroppo, all’apice della crisi libanese, il mondo sembrava aver dimenticato. Ma non ci si può limitare a sanare crisi umanitarie senza andare alla radice dei problemi irrisolti. Finché le risoluzioni Onu continueranno a essere ignorate e rimarranno focolai di guerra nella regione, la pace resterà compromessa e l’instabilità dominante. Pace e vita degna vanno di pari passo, bisogna impegnarsi per entrambe. Rapporti tra militari e umanitari? Bisogna mantenere le distanze… In Libano, Caritas ha utilizzato alcuni camion dell’esercito per gli aiuti. Ma ogni situazione ha sue caratteristiche: è necessario evitare confusioni di Duncan MacLaren segretario generale Caritas Internationalis ella primavera di quest’anno, Caritas Internationalis ha pubblicato un vademecum con lo scopo di fornire una guida alle organizzazioni Caritas nel momento in cui si trovino a svolgere il loro compito di dare assistenza a fianco delle forze armate, situazione che si può rivelare molto incerta. Il tema dei rapporti con le forze armate si è imposto in seguito alla presenza sempre più ingente di militari nelle operazioni di aiuto dopo una crisi umanitaria; fenomeno considerevole in occasione dei conflitti nei Balcani, poi in Afghanistan e Iraq, così come in relazione alle recenti sfortunate vicende del Libano. La Confederazione internazionale Caritas ha così cercato di esporre i principi che vuole sostenere nel proprio lavoro, indipendentemente dalle circostanze. L’appoggio logistico delle forze armate in alcune situazioni può essere inestimabile, ma in alcuni casi, nei N quali si può perdere credibilità o dare l’impressione di perderla, si deve scegliere di proseguire da soli. Per esempio, al trentaquattresimo giorno di conflitto in Libano, la Caritas nazionale ha scelto di utilizzare le forze militari come risorsa per il proprio lavoro umanitario. Ma ciò è stato dovuto al fatto che in quella particolare situazione vi era un’unità tale tra la popolazione libanese, in risposta agli attacchi di Israele, che prendersi cura delle vittime della violenza era la principale priorità. Le forze armate libanesi, tra l’altro, non stavano nemmeno rispondendo militarmente. Così l’esercito ha messo a disposizione di Caritas Libano i propri camion; in questo modo si è riusciti a portare cibo e medicine alla popolazione, in particolare a coloro che si ritrovavano dislocati nel sud del paese e nelle aree di Beirut che si trovavano sotto attacco. Tutti gli uffici Caritas nel paese hanno lavorato senza sosta, prendendosi cura di circa 92 mila persone duranI TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 35 internazionale internazionale emergenza libano Aiuti a favore di 4.500 famiglie, fondi a Gaza e alle vittime d’Israele Caritas Italiana ha deciso un primo stanziamento di 100 mila euro (ma la raccolta di offerte continua) a supporto dell’azione che Caritas Libano conduce sul terreno dopo la guerra, con il sostegno di Caritas Internationalis. Dopo l’aiuto prestato nei campi a circa 92 mila sfollati, l’intervento punta ad accompagnare i ritorni a casa di 4 mila famiglie (20 mila persone), garantire ai rientrati assistenza medica e sociale, pianificare la ricostruzione di case e strutture comunitarie, promuovere progetti per la ripresa economico-lavorativa (a favore di 500 famiglie di pescatori e 400 migranti rimasti senza lavoro). Caritas Italiana è impegnata anche per far fronte alla crisi umanitaria a Gaza (stanziati in settembre 30 mila euro) e a favore delle vittime in territorio israeliano (impegnati altri 30 mila euro, grazie a contatti con organizzazioni israeliane). Progetti a favore delle vittime del conflitto sono sostenuti anche da molte Caritas diocesane. POCHI E NON MIRATI ANCHE GLI AIUTI SONO MIOPI di Paolo Beccegato e c’è un fronte sul quale l’Italia appare particolarmente debole e deficitaria e al quale il nuovo governo dovrà quanto prima mettere mano, è senza dubbio la cooperazione internazionale allo sviluppo. Negli anni Novanta si è manifestato, soprattutto in Italia, un forte calo degli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) stanziati dai vari governi, in rapporto al loro Prodotto interno lordo. Il fenomeno aveva conosciuto una temporanea inversione di rotta in Italia attorno al 2000. In seguito il trend è andato drasticamente peggiorando fino allo scorso anno, Propaganda sfrontata Ogni nuova situazione, in particolar modo quando vi è un conflitto armato e l’esercito è coinvolto, deve essere analizzata attentamente, così da stabilire se è il caso di lavorare con i militari e come si può lavorare con loro. In Iraq, per esempio, la questione di coordinare le azioni di aiuto con i miltari non si è posta nemmeno. La popolazione irachena non si fida delle forze armate o della polizia; ci si sarebbe trovati tagliati fuori dalla possibilità di raggiungere la maggior parte della popolazione, che ha tanto bisogno dell’aiuto Caritas. Tuttavia non è solo questione di rimanere semplicemente neutrali, posizione considerata talvolta come positiva. Caritas non vuole in realtà essere vista come “neutrale” perché la sua identità, ispirata dalla dottrina cattolica, implica che essa necessariamente sia in qualche modo parziale. Caritas c’è per i poveri, i deboli, le 36 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 luogo a condurre la lotta alla povertà. Inevitabile, di conseguenza, che esistano emergenze di serie A e di serie B, e conflitti considerati o dimenticati anche in relazione allo stanziamento degli aiuti internazionali (e non solo per quanto concerne l’attenzione dedicata dai mass media). Dopo l’11 settembre 2001 si è assistito a un continuo lievitare delle spese militari, che ha coinvolto gran parquando il nostro paese si è collocato te delle nazioni del mondo. I paesi che all’ultimo posto tra quelli donatori, hanno beneficiato in maniera magLa cooperazione smentendo gli impegni assunti in segiore di questi cambiamenti, vedenallo sviluppo, de internazionale, secondo cui dodo crescere parallelamente anche gli specialmente in Italia, vrebbe stanziare aiuti allo sviluppo aiuti civili loro rivolti, sono quelli che attraversa un periodo pari allo 0,7% del Pil. si sono rivelati importanti alleati nella di crisi. Gli aiuti In questo trend va collocato un lotta al terrorismo internazionale, sia crescono, a livello ulteriore dato. Sono infatti aumentati concretamente, fornendo un appoginternazionale, solo i fondi impiegati in emergenze umagio diretto agli interventi armati in Afper i paesi che nitarie (che rientrano nel novero deghanistan e Iraq, sia diplomaticacollaborano alla lotta gli Aps), passando dal 4,28% del totamente, fornendo un appoggio indial terrorismo. Ma non le, come era nel 1992, al 6,63% nel retto, ma altrettanto importante. Tra i sono i più bisognosi… 2002. Ma tali fondi vengono distolti primi troviamo, ad esempio, Turchia e dagli altri settori della cooperazione Pakistan, che hanno messo a disposiallo sviluppo, generando così carenze strutturali che non zione strutture logistiche rilevanti per le operazioni militapermettono di finanziare i veri programmi di sviluppo. E ri in Afghanistan e hanno beneficiato, tra il 2001 e il 2002, soprattutto di prevenire le crisi umanitarie. di aumenti degli aiuti di più del 300% (la prima) e più dell’800% (il secondo); tra i donatori risaltano gli Stati UniCambiamento di rotta ti, che hanno fatto registrare incrementi enormi negli Aps Seguendo la logica e le raccomandazioni internazionali, i per questi due paesi. Tra i paesi rilevanti diplomaticamenfondi della cooperazione dovrebbero orientarsi anzitutto te, vanno annoverati quelli mediorientali; anch’essi hanno in base alle priorità dei bisogni. L’obiettivo della riduzione beneficiato di consistenti aumenti dell’Aps ricevuto (valga della povertà implica che i paesi beneficiari degli aiuti do- l’esempio di Egitto e Giordania, paesi importanti negli vrebbero essere quelli più poveri. E invece i dati pubblicati equilibri dell’area, dimostratisi “diplomaticamente collanel rapporto di ricerca Guerre alla finestra (Il Mulino, 2005, borativi” nella guerra al terrorismo). curato da Caritas italiana) mettono in evidenza come la Gli aiuti, insomma, non sembrano dipendere dal cooperazione internazionale allo sviluppo sia spesso uno maggior bisogno. E allora occorre un cambiamento di strumento di politica estera, finalizzato in prima battuta a rotta: dai conflitti dimenticati, anche dalla cooperaziosostenere interessi economici o politici e solo in secondo ne, a un approccio nuovo allo sviluppo e alla pace. S VICINANZA E RIPRESA Operatori di Caritas Libano con alcune donne sfollate nei giorni della guerra. Dopo l’assistenza a 92 mila rifugiati, ora si aiuta la popolazione a ricominciare le proprie attività te il conflitto. I mezzi resi disponibili dall’esercito portavano visibile il logo Caritas; ove possibile si usavano camion scoperti, che consentivano di vedere cosa si stava trasportando all’interno, così da evitare di diventare bersagli. Caritas aveva anche persone sul campo, incaricate di comunicare gli spostamenti alle forze israeliane, in modo da assicurare l’incolumità dei convogli. guerre alla finestra vittime e soffre con loro. È nostro dovere parlare di ingiustizie, e a volte queste ingiustizie sono direttamente legate a una presenza armata. Quando altre organizzazioni umanitarie scappano dalla violenza, Caritas è sempre presente, in atteggiamento di solidarietà con coloro che soffrono, qualunque sia il loro credo o la loro storia. E così se una forza militare si unisce alle attività umanitarie solo per catturare i cuori e le menti della gente coinvolta nel conflitto, noi non possiamo coordinarci con essa, per non prestare il fianco a ciò che solitamente diviene una guerra di propaganda sfrontata. Quando non ci sono controindicazioni, Caritas può usufruire delle risorse che le forze militari possiedono, ma non deve operare mai sotto l’autorità militare e deve sempre mantenere le distanze. Il ruolo sempre più rilevante che stanno assumendo gli eserciti nelle operazioni di aiuto umanitario, là dove le forze militari stanno anche conducendo una guerra, confonde le acque per tutti gli operatori umanitari. Si deve sempre tenere presente qual è la priorità di un esercito: ottenere il controllo o il dominio su persone o luoghi, usando la forza. È quasi inevitabile, di conseguenza, che alla fine gli obiettivi di un’operazione umanitaria e quelli di un’azione militare vengano a scontrarsi. (traduzione di Sabrina Montanarella) I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 37 internazionale myanmar LA BATTAGLIA DI ERIK AL SILENZIO CHE UCCIDE rik Trutwein ha 61 anni ed è sieropositivo. L’ha scoperto per caso, facendo un esa- di Paolo me del sangue sette anni fa. Solo dopo ha capito di essere stato infettato da sua mo- Beccegato glie Kay Twe, che a sua volta si era presa il virus Hiv dall’ex marito, marinaio, morto nel giro di pochi mesi. Nessuno in Myanmar, l’ex Birmania, parlava, sapeva, conosceva l’Hiv. Né, evidentemente, come si trasmetteva. Per Erik fu uno shock. Lui, manager di più aziende del settore petrolifero, benestante, non era abituato a girare per dottori, vedere malati e tanto meno esserlo. Addirittura di Aids. Uno stigma. Nel dicembre 1999 sua moglie Key morì, a soli 28 anni. La malattia se la portò via in fretta, in meno di un anno. Era naturale: diagnosi sbagliata, terapie completamente inutili. Per Erik, che l’aveva curata con tutto il suo affetto, fu uno shock ancora più grande quando scoprì, solo alcuni anni più tar- Era un manager del petrolio, è stato di, la vera causa del suo decesso. Fu proprio allora, in quel preciso momento, che Erik infettato dal virus Hiv. In Myanmar, decise di cambiare vita. Non più petrolio, niente busi- ex Birmania, l’ignoranza accelera ness, ma un solo interesse, completamente diverso: lottare contro l’Aids, arginare la sua diffusione, salvare vite la diffusione dell’Aids. Lui ha trovato umane e famiglie. Non era possibile che le persone non la forza di reagire. Ma nell’intero sapessero, che nessuno ne parlasse. E così, con i soldi risparmiati in tanti anni di lavoro, cominciò a organizza- sud-est asiatico bisogna fare di più re campagne di sensibilizzazione, a urlare il suo dolore. Erik non nasconde la sua malattia, non ne fa un mi- con un linguaggio accessibile a tutti. Un successo: vi stero. Anzi, la trasforma in una testimonianza, in una le- partecipano famiglie e single, monaci e insegnanti, uozione da non ripetere mai più. Corre in lungo e in largo mini e donne. Come a Yenangyuang o a Chauk, dove soper il paese, dalla capitale Yangon fino alla Magway Divi- no stati realizzati più di cinquanta spettacoli. Ora, con il sion, cioè la dry zone, l’arida area centrale a nord, sua re- supporto di Caritas Italiana, affacciatasi nel paese asiagione natale, serbatoio di emigrazione proprio a causa tico dopo la tragedia dello tsunami, si intende estendedella scarsità di piogge. «Molte donne finiscono nel giro re il progetto a 150 comunità della regione, più di 250 della prostituzione locale o tailandese – ricapitola – e do- mila persone. Non è molto, se si considera che la popopo pochi anni tornano nei propri villaggi distrutte psico- lazione in Myanmar si aggira attorno ai 60 milioni di logicamente e spesso anche fisicamente. La malattia se abitanti. Ma la questione Aids è ormai diventata un’atne porta via la gran parte. E il virus si diffonde anche tra tenzione prioritaria anche per molte altre ong e soprattutto per il governo centrale. gli sperduti villaggi e nelle cittadine più isolate». Oggi Erik va avanti con farmaci antiretrovirali e medicine tradizionali. Un cocktail che lo fa stare in buona Farmaci inaccessibili Erik si fa in quattro. Ora dirige una ong, organizza show salute. Grazie agli accordi internazionali sui brevetti e e rappresentazioni teatrali in occasione delle feste tradi- sui diritti di proprietà attualmente in vigore (Trips), il zionali. Sono i zatabin: partono come divertenti scenet- costo dei farmaci si è abbassato fino a 30 dollari al mete a sfondo comico, ma nelle sceneggiature vengono in- se. Sembra poco, ma per gran parte della popolazione seriti cenni alla terribile malattia, che alla fine vengono del Myanmar è una cifra inaccessibile, dal momento spiegati al numeroso pubblico da un medico esperto, che i lavori più comuni sono retribuiti con circa 20 dol- E 38 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 L’IMPORTANTE È PREVENIRE In Myanmar, ex Birmania, l’Aids costitusce un’emergenza sociale ormai riconosciuta anche dal regime militare. Ma restano aperti anche altri gravi problemi sociali. A sinistra, una scuola rurale. Sopra, anziani poveri in un villaggio lari al mese. E così sia la prevenzione sia la cura vanno sostenute, per evitare la decimazione della popolazione nei prossimi anni, dato l’elevato tasso di diffusione della malattia nel paese. Erik si sta organizzando anche per offrire opportunità formative e lavorative ai sieropositivi, occuparsi degli orfani di uno o di entrambi i genitori morti di Aids, raggiungere i villaggi più remoti e lontani dalle vie di comunicazione principali con visite regolari, incontri, materiali informativi. Sono azioni cruciali, su uno sfondo allarmante: il sud-est asiatico è una delle regioni del mondo in cui l’Hiv-Aids risulta più rapidamente in crescita, a causa soprattutto della scarsa conoscenza e della povertà della popolazione. Una delle cause del propagarsi della malattia consiste nelle migrazioni temporanee. La globalizzazione e il continuo spostamento della produzione alimentano la disoccupazione e sistematici flussi migratori, soprattutto di giovani in cerca di lavoro. E l’Aids si propaga di più quando la gente si muove. Anche la pessima condizione femminile in molte aree della regione è un fattore di diffusione del virus. Malati, ma non sanno di esserlo In termini percentuali, i valori di diffusione dell’Aids nel sud-est asiatico non sono tanto significativi quanto quelli africani. Tuttavia i dati assoluti impressionano. È stato stimato che 6,7 milioni di persone vivono con l’Aids (dato 2005): è il numero più alto di casi dopo l’Africa subsahariana. È stato inoltre stimato che meno del 10% delle persone infette sono consapevoli del loro sta- tus di malati. La maggioranza delle infezioni è causata da pratiche sessuali. E sono ben 950 mila i malati che richiederebbero trattamenti antiretrovirali urgenti. Non mancano però i segnali di speranza. Il numero di persone trattate, nel sud-est asiatico, è raddoppiato durante il 2004 e circa 163 mila stanno ricevendo cure mediche adeguate da dicembre 2005. Sono le conseguenze del piano strategico lanciato nel 2003 dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e da Unaids (l’organizzazione Onu per la lotta all’Aids). L’iniziativa prevedeva di somministrare medicinali antiretrovirali, entro la fine del 2005, a tre milioni di persone che vivono in paesi a basso-medio reddito; grazie a essa, l’accesso ai medicinali antiretrovirali nei paesi poveri è significativamente aumentato. Le nazioni in cui manca una vera informazione scientifica, come pure non è consentita libertà di parola, di riunione, di iniziativa autonoma (è il caso del Myanmar, dove la giunta militare al potere esercita un ferreo controllo sul paese), sono ancora più penalizzate, perché se un fenomeno non rientra tra le politiche governative, spesso non viene data neppure la possibilità di azione ai soggetti del privato sociale. E negare quelli che sono diritti fondamentali dell’uomo implica spesso anche il propagarsi della malattia, più rapidamente e con effetti più gravi sulla stessa popolazione. Invece occorrerebbe un investimento molto più deciso, in tutto il sud-est asiatico, in termini di prevenzione e coscientizzazione. La lezione di Erik è limpidissima: l’informazione e l’educazione sono fondamentali per lo sviluppo dei popoli. I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 39 agenda territori internazionale contrappunto L’AMERICA LATINA CAMBIA, È DAVVERO CAPACE DI UNITÀ? PORDENONE di Alberto Bobbio Un incontro di preghiera ecumenico, con il vescovo e i rappresentanti delle confessioni cristiane, ortodossa e protestante. E una rassegna di complessi musicali della diocesi. Così la Caritas diocesana di Pordenone ha celebrato la prima Giornata per la salvaguardia del creato, indetta dalla chiesa italiana. Le iniziative si sono svolte sabato 16 settembre al parco del seminario di Pordenone. Ma il giorno prima la Caritas diocesana aveva dato prova del suo impegno in materia, presentando “Frate Sole”, innovativo progetto per il risparmio energetico. Sul tetto della sede Caritas, infatti, sono stati installati 120 pannelli fotovoltaici, che faranno funzionare gli impianti elettrici e termici della sede stessa. Inoltre, grazie a fondi di Caritas Italiana, è prevista l’erogazione di piccoli stanziamenti a realtà parrocchiali, oratori e case per le vacanze, che installando pannelli solari ridurranno i consumi energetici, piccolo ma fattivo passo verso un più equilibrato rapporto tra uomo e ambiente e una riduzione dei fenomeni di povertà causati dallo sfruttamento delle risorse energetiche. a Washington le guardano preoccupati, quelle facce da indio che riempiono le piazze appena di là della staccionata del cortile di casa, raccolte sotto le bandiere rosse. Eppure sbaglia chi teme che l’America Latina si sia improvvisamente riempita di nipotini di Fidel Castro. È una lettura superficiale, che dimostra quanto l’uso del vecchio armamentario di interpretazioni ideologiche tenga ancora prigionieri gli analisti delle ovattate stanze yankee, sempre pronti a infilare errori strategici, a causa di debolezze culturali e ovvietà geopolitiche. E neppure si può dire che l’intero continente sia travolto da una vigorosa ventata progressista, che avvicina Messico e Brasile, Cile e Argentina, blematica sul piano della memoria rivoluzionaria. Le elezioni brasiliane di inizio ottobre e il rafforzamento della politica del presidente uscente Lula, che via via ha abbandonato posizioni oltranziste e dogmatiche, possono consolidare un’identità continentale che potrebbe rappresentare, in un futuro neppure troppo lontano, una novità geopolitica assoluta per il pianeta. Ma resta da vedere chi si propone alla guida di una truppa oggi ancora molto divisa. Perù e Venezuela, Ecuador e NicaraCi sono il venezuelano Hugo ChaLeader storici gua. Sarebbe solo una tentazione sugvez, l’indio peruviano Humala, Moraal tramonto. Indio al gestiva, di fronte a un quadro assai les in Bolivia, un Messico in subbupotere. Emancipazione più composito. glio, il Nicaragua che vota a novembre dalla tutela Usa C’è tuttavia una consapevolezza e dove si riaffaccia il vecchio leader (con i cinesi in agguato). sandinista Ortega. Ma ci sono anche nuova nei nuovi governi latinoameriSogni di integrazione cani, perché tutti, con esiti diversi e Michelle Bachelet in Cile, con il suo economica e politica. partendo anche da motivazioni non socialismo radicato nel rispetto del liElezioni cruciali omogenee, si sono posti il problema bero mercato, l’Argentina di Kirchner alle porte. Il continente del riequilibrio delle condizioni ecoe l’Uruguay di Tabarè, che puntano al saprà costruire nomiche e delle tutele sociali delle riequilibrio delle politiche ultraliberiun destino comune? proprie popolazioni. L’interrogativo è ste di certi circoli Usa, per anni indise ci si sta avviando sulla strada della scusse padrone del continente. formazione di un comune popolo latinoamericano, dal Le pressioni esterne intanto sono fortissime, soprattutMessico alla Terra del Fuoco, oppure se le rivalità politiche, to quelle cinesi che mirano non a consolidare una futuro le invidie, la gestione personalissima delle scena mediati- identitario, ma a dividere i paesi in base a privilegiate relaca e l’avvicinarsi pericoloso a derive peroniste di alcuni zioni strategiche secondo l’interesse di Pechino. La partita leader non siano il preludio a una danza su un nuovo ba- è delicata e il rischio è che l’America Latina cambi solo turatro, dentro cui di solito finiscono le classi più povere. tela e getti alle ortiche il percorso, lungo e tormentato, dell’integrazione regionale, rafforzato negli ultimi mesi dai Sogno o progetto? ragionamenti sul Mercosur, su intese commerciali e maLa malattia di Fidel Castro, il passaggio di potere al fratello gari poi monetarie, su una maggior omogeneità politica Raul, meno carismatico del lìder maximo, pone un pro- senza derive populiste. La diplomazia brasiliana di un goblema di successione non solo a Cuba, ma a tutta l’elabo- verno Lula più forte e coeso, capace di tessere accordi razione politica del continente a sud del Rio Bravo. E po- multilaterali all’interno del continente e all’esterno, potrebbe anche facilitare le cose sulla strada di un’integrazio- trebbe offrire chiara progettualità a quello che finora è stane meno densa dal punto di vista ideologico e meno pro- to solo il sogno latinoamericano. D 40 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 L’energia secondo “Fratello Sole”, 120 pannelli fotovoltaici sulla sede BOLZANO-BRESSANONE Cure palliative, volontari a fianco dei malati gravi Circa tre anni fa è stato aperto il reparto per le cure palliative nella clinica Martinsbrunn, a Merano: persone gravemente malate o morenti possono trovarvi sollievo dal dolore, assistenza e accompagnamento. Il servizio Hospice della Caritas diocesana di BolzanoBressanone ha dato un contributo essenziale allo sviluppo della struttura palliativa. I volontari Caritas operano quasi ogni giorno all’interno del reparto e ora, grazie alla convenzione firmata a fine agosto con la clinica meranese (nella foto, la firma dell’accordo), garantiscono il loro apporto per altri quattro anni: saranno presenti nel reparto 72 ore alla settimana (sei ore al giorno per sei giorni, tre turni notturni), integrando l’assistenza medico-infermieristica con la vicinanza umana a pazienti e famigliari. I volontari coinvolti sono 35; nel 2005 hanno assistito 122 persone, attraverso 609 presenze, per un totale di 5.337 ore. LOMBARDIA Studio sulle badanti: 7 ogni 100 anziani, disposte a formarsi La prima ricerca sulle assistenti familiari (le “badanti”) che operano in Lombardia è stata curata dall’Istituto per la ricerca sociale Irs di Milano, insieme a Caritas Ambrosiana e all’Associazione Migranti di Brescia. Presentata in un convegno il 20 settembre, la ricerca è l’esito di un progetto Equal, realizzato con fondi europei, imperniato sull’apertura di due sportelli sperimentali per “badanti”, a Sesto San Giovanni e Brescia. La ricerca “Qualificare il lavoro privato di cura” ha messo a fuoco, tramite interviste a 354 assistenti familiari, la propensione delle “badanti” a formarsi ed emergere dal mercato nero. Secondo la maggioranza delle badanti, il lavoro che conducono non richiede specifiche competenze, perché legato alle funzioni quotidiane della “donna di casa”. Ma sei badanti su dieci sarebbero interessate a seguire un corso, se questo non ha costi. Problematica risulta l’applicazione dei diritti dei lavoratori. In Lombardia si concentra il 18,2% delle assistenti familiari italiane: 126 mila, cioè 7 “badanti” ogni 100 anziani over 65. AVERSA Accordo per aiutare i malati psichici “dimenticati” all’Opg Chi è internato in un ospedale psichiatrico giudiziario spesso vede azzerata qualsiasi speranza per la propria esistenza: molti detenuti dei sei Opg italiani hanno scontato la propria pena, ma non possono essere dimessi perché mancano strutture di accoglienza e le famiglie non possono (o non vogliono) riaccoglierli. Così accade anche al 60% dei reclusi nell’Opg di Aversa (Napoli). Per cinque di loro, però, qualcosa sta cambiando. Grazie a un accordo (che durerà due anni) siglato dalla direzione dell’Opg con la Caritas diocesana e il centro di animazione missionaria, alcuni degenti I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 41 agenda territori sto in campagna Ragazzi, aprite gli occhi contro i problemi della vista Il problema Un problema spesso sottovalutato. Ma sempre molto presente, soprattutto nel mondo povero, ma anche nei paesi ricchi, compresa l’Italia. Nel mondo vivono infatti circa 37 milioni di non vedenti (dei quali un milione e mezzo bambini sotto i 15 anni) e 124 milioni di ipovedenti (coloro che hanno una vista inferiore a 3/10). In Italia i non vedenti sono circa 350 mila e gli ipovedenti oltre un milione e 500 mila. Nel nostro paese torna ora una campagna di prevenzione, proposta dall’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb), organismo non governativo riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità. La sezione italiana è stata fondata nel 1977 per iniziativa dell’Unione italiana ciechi e della Società oftalmologica italiana. L’iniziativa “Apri gli occhi”, la campagna di prevenzione dei disturbi della vista dedicata ai bambini, è giunta alla seconda edizione, è promossa dalla Iapb in collaborazione con il ministero della salute e punta a coinvolgere più di 60 mila alunni delle scuole elementari, insieme ai loro genitori, per fare loro conoscere i problemi visivi di cui possono soffrire. L’iniziativa, che unisce un alto valore scientifico a un forte richiamo sociale, incomincia a ottobre e proseguirà fino alla fine di marzo 2007: consiste in incontri organizzati in scuole, cinema e teatri di trenta città d’Italia (Ravenna, Sassari, Cagliari, Trapani, Agrigento, Caltagirone, Ragusa, Reggio Calabria, Cosenza, Potenza, Matera, Bari, Lecce, Roma, Isernia, Caserta, Avellino, Viterbo, Terni, Pescara, Ancona, Firenze, Siena, Genova, Torino, Novara, Pavia, Brescia,Trento, Padova e Gorizia). I bambini assisteranno a uno spettacolo educativo-scientifico, nel quale gli attori li coinvolgeranno con dimostrazioni pratiche inerenti alcuni fenomeni legati alla vista. Durante l’esibizione si farà riferimento ai personaggi della storia di un cartone animato contenuto in un dvd divulgativo, che sarà proiettato prima dello spettacolo. Al termine sarà svolto un questionario interattivo, che permetterà agli addetti dell’Iapb di effettuare una mappatura dei problemi connessi alla vista più diffusi tra i bambini presenti e dei comportamenti delle famiglie italiane in fatto di salute visiva. Sarà poi distribuito un opuscolo informativo da leggere insieme ai genitori, con alcuni consigli per salvaguardare la vista. PER SAPERNE DI PIÙ www.iapb.it 42 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 parrocchia e mondialità a cura di Generoso Simeone dell’ospedale psichiatrico possono svolgere attività di recupero, alla mattina e al pomeriggio, in un centro socio-pastorale della cittadina campana, assistiti da dodici volontari. I pazienti possono maturare una certa capacità di autogestirsi e possono incontrare i parenti. L’obiettivo, in prospettiva, è offrire un’alternativa stabile in una comunità o un centro di assistenza. La pace raccontata dalle immagini dei giovani, sguardi sul mondo grazie al festival del cinema “corto” Educare alla mondialità? Si può fare anche affidandosi alla forza delle immagini. Magari, come Caritas Marche fa ormai dal 2004 (l’iniziativa è giunta alla terza edizione), collaborando a organizzare un festival del cortometraggio, che utilizzi il cinema come veicolo di diffusione, soprattutto tra i giovani, di importanti messaggi di solidarietà. Il festival “Città di Pergola” avrà luogo nella cittadina dell’entroterra pesarese dal 4 al 7 ottobre 2006 ed è un’esperienza innovativa: organizzato da un locale cinecircolo, con il sostegno degli enti territoriali, si propone di promuovere la cultura cinematografica e incentivare l’opera dei giovani registi. Caritas Marche e il suo Gruppo regionale educazione alla mondialità partecipano all’evento, indicendo una sezione incentrata sul tema della pace, che sottopone ad artisti e pubblico spunti di riflessione sulle grandi questioni del nostro tempo. Quest’anno, in contemporanea con la “Giornata per la salvaguardia del creato” istituita dalla Cei, Caritas Marche ha deciso di intitolare la propria sezione “Pace e ambiente”, dove l’ambiente è inteso non in senso esclusivamente naturalistico, ma come luogo e contesto di vita comunitaria. OSSERVATORI Identikit dei poveri: migranti ad Aosta, famiglie in Calabria Prosegue, in tutta Italia, la pubblicazione di rapporti sulle povertà, frutto dell’azione di Osservatori delle povertà e delle risorse, o di altri soggetti che fanno capo alle Caritas. Ad Aosta l’associazione Diakonia ha pubblicato un’indagine sulle 210 persone rivoltesi in tre mesi, da gennaio ad aprile, ai servizi Caritas: per il 77,6% sono stranieri, per il 22,4% italiani. Non si tratta di soggetti di passaggio, ma domiciliati: l’87,5% di stranieri dispone di permesso di soggiorno e i senza dimora sono solo il 6,7% tra gli stranieri e il 20% tra gli italiani. A Lamezia Terme, invece, è stato presentato il secondo dossier delle Caritas di Calabria e della fondazione Facite. I dati relativi a 800 utenti dei centri d’ascolto, per due terzi donne, evidenziano che le situazioni di difficoltà vanno spesso interpretate come “bisogno collettivo”, non di un soggetto individuale ma di un intero nucleo familiare. Anche la Caritas diocesana di Andria (Bari) ha dato alle stampe in agosto il suo rapporto (“Il cuore e le mani”) relativo ai 1.505 utenti (1.239 stranieri) che nel 2005 hanno avuto accesso a centri di ascolto e strutture di accoglienza diocesani. di Ettore Fusaro Orizzonti ampi, azione locale Oltre a costituire un evento stimolante, il festival rappresenta una valida risorsa per l’azione educativa nelle parrocchie e in diocesi: i cortometraggi selezionati Sopra, volontari di diventano materiale utile alla sensibilizzazione delle comunità, di volontari Caritas Marche al e operatori pastorali. Ma questa esperienza non è che una delle forme con cui Forum sociale europeo di Atene. Sotto, la Caritas Marche promuove nel territorio percorsi di educazione alla mondialità. locandina del festival Applicando la metodologia del lavoro di rete, che coinvolge Caritas diocesane dei “corti” di Pergola e parrocchiali, istituzioni e associazioni del territorio, e uno stile di accompagnamento e supporto, le Caritas marchigiane hanno saputo contribuire all’organizzazione di eventi e alla nascita di realtà ormai consolidati. È il caso della Scuola di pace della diocesi di Fano, che da tre anni propone percorsi formativi che riscuotono una larga partecipazione. Nel territorio di Fabriano si stanno invece elaborando, grazie a una stretta collaborazione tra Caritas e dirigenti scolastici delle scuole medie e superiori, percorsi formativi su integrazione, multiculturalità e promozione del servizio civile. E “Mondinrete”, nella diocesi di Ancona, riunisce in un unico corpo la molteplicità delle realtà parrocchiali, missionarie e associative impegnate nel campo della cooperazione internazionale allo sviluppo e alla solidarietà. La necessità di sviluppare spunti sempre nuovi in ambito locale richiede, comunque, un’apertura su orizzonti più ampi. Caritas Marche, attenta alla dimensione globale, ha così partecipato nel 2005, insieme a Caritas Italiana, al World Social Forum di Porto Alegre (Brasile) e nel 2006 allo European Social Forum di Atene, con una nutrita rappresentanza dalle diocesi e il coinvolgimento di ragazze e ragazzi in servizio civile (nella foto). Una tale ricchezza di stimoli costituisce una risorsa importante, anche se talvolta difficile da orchestrare; l’elemento fondamentale è comunque rappresentato da un lavoro di condivisione e partecipazione, condizione necessaria per un’azione fantasiosa della carità e una progettazione pastorale realmente in grado di creare un autentico e utile incontro con l’uomo. PAESE MONDO INFO www.caritasmarche.it I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 43 villaggio globale pagine altre pagine RADIO RADIO E INTERNET Pianeta dimenticato, parole per capire dopo il Gr delle 8 Un “audiomagazine” su InBlu per raccontare la galassia Caritas L’avventura era nata come “finestra informativa”, aperta a giugno 2004 dal Gr1 delle ore 8, uno dei più ascoltati e autorevoli radiogiornali d’Italia, sulla realtà di un continente, l’Africa, di cui solitamente non ci si occupa, se non in occasione di tragedie immani. “Per non dimenticare l’Africa” era poi diventato un osservatorio permanente nella programmazione del radiogiornale Rai. All’inizio del 2005 la svolta: dalla rubrica inserita nel Gr si era passati a una trasmissione autonoma, che in onda in coda al Gr1, alle 8.40 dal martedì al venerdì, e propone servizi non soltanto sull’Africa, ma su tutti i paesi del sud del mondo. A settembre, con il varo del nuovo palinsesto, la trasmissione è stata fortunatamente confermata: Pianeta dimenticato si presenta come un magazine di una durata di circa 15 minuti, professionalmente ineccepibile e ricco di notizie e storie interessanti, altrimenti condannate all’oblio. È l’apripista, in un certo senso, della nuova stagione dell’informazione Rai, che dovrebbe dedicare più spazio al sud del mondo. INFO www.radio.rai.it/radio1/pianetadimenticato Spazio più ampio, accessibilità anche via internet. E un nuovo titolo, Incontri e testimonianze, a segnalare una struttura più articolata e ricca di informazioni e voci. La rubrica “Controcorrente ha dato spazio, negli ultimi anni, a notizie e testimonianze provenienti dal mondo Caritas. Ora si è evoluta nella nuova trasmissione radiofonica, un “audiomagazine” della durata di 15 minuti, in onda dal 25 settembre sulle tante emittenti del circuito radiofonico InBlu, all’interno del contenitore “Ecclesia”. Ogni emittente propone il magazine in giorni e orari differenti, a seconda della sua programmazione: ma la trasmissione sarà riascoltabile ogni momento in streaming dal sito di Caritas Italiana, che “immagazzinerà” le sue oltre 40 puntate. Ognuna di esse proporrà un approfondimento sull’argomento della settimana, testimonianze a rotazione di tre caschi bianchi dai paesi di servizio (Antonio dal Kosovo, Maria da Sri Lanka e Valeria dal Burundi), uno spazio sugli altri strumenti di comunicazione Caritas e notizie su iniziative ed esperienze delle Caritas diocesane. INFO www.caritasitaliana.it della mafia, del sacerdote di Brancaccio a Palermo e approda a una riflessione generale sui temi della vita, della morte e del destino dell’uomo. Tu, da che parte stai?, il lavoro teatrale portato in scena da insegnanti e studenti del liceo scientifico “Basile” di Brancaccio, è ora diventato un dvd, realizzato dal Cesvop, il centro di servizi al volontariato del capoluogo siciliano. L’obiettivo è diffondere nel territorio e nelle sue scuole il patrimonio ideale lasciato dal piccolo grande prete di frontiera. [redattore sociale] TEATRO Spettacolo in dvd ricorda la lezione di padre Puglisi Un immaginario dialogo tra padre Pino Puglisi e il suo killer. Un percorso, in forma di musical, che parte dalla vicenda dell’uccisione nel 1993, da parte 44 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 CINEMA Migrazioni a Venezia, i viaggi incrociati di De Seta e Crialese Il recente Festival del cinema di Venezia è stato caratterizzato da molte pellicole interessanti. Sono stati due film italiani, però, a catalizzare l’attenzione di chi chiede al cinema di non rinunciare all’impegno sociale. Lettere dal Sahara ha fatto registrare il ritorno dietro la macchina da presa del maestro Vittorio De Seta: è la storia dell’immigrazione verso l’Italia di un giovane studente senegalese, che dopo l’approdo a Lampedusa risale la penisola tra lavori precari, situazioni di emarginazione, difficoltà di dialogo non solo con gli italiani, ma anche con i connazionali immigrati da tempo. Un film rigoroso e intenso, che fotografa la complessità di un fenomeno di stringente attualità. Uno sguardo sulle migrazioni del passato, quando ad andarsene erano gli italiani, l’ha invece posato il giovane regista Emanuele Crialese: in Nuovomondo racconta, sulla base degli epistolari del passato, con un linguaggio di Francesco Meloni Cercare e testimoniare Dio nel mondo della dimenticanza tra fede e indagine psicologica Credere e non credere, fede e carità, speranza e disperazione, indifferenza religiosa e relativismo culturale. Il prossimo Convegno nazionale eccelsiale (“Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”, Verona 16-20 ottobre) proporrà riflessioni destinate a spiovere su ampi contesti del mondo culturale, politico e sociale odierno. Alcuni testi possono stimolare la riflessione e il confronto in materia. A cominciare da due titoli, che portano l’autorevole firma del teologo Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI: Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo (pagine 184, Queriniana 2006). La domanda che affiora prepotentemente da ogni pagina è: chi ci aiuta a essere uomini in maniera autentica e profonda? La risposta viene dalla scelta, libera e consapevole, di affidare a Dio l’intera condizione umana. La Rivoluzione di Dio (pagine 132, Edizioni San Paolo 2005) è invece una raccolta dei discorsi tenuti dal papa a Colonia, in occasione della Giornata mondiale della gioventù, nell’agosto 2005. Il papa esorta a fare di Dio la misura del nostro vivere comune, con un atto che non ci estranei da noi stessi, ma ci liberi veramente: è un grande appello alla missione cristiana, sempre più forte e urgente in presenza di una strana dimenticanza di Dio, oggi diffusa in vaste parti del mondo. cinematografico suggestivo, il viaggio che gli emigranti italiani compivano verso l’America, le umiliazioni che subivano all’ingresso, la determinazione con cui riuscivano a costruirsi una vita diversa di là dell’Oceano. LETTERATURA Penna d’Autore, un concorso con finalità sociali L’associazione culturale Penna d’Autore di Torino opera da quindici anni per promuovere le opere di poeti e scrittori emergenti. Le sue attività sono molteplici: tra esse spicca il premio letterario Penna d’Autore, i cui proventi vengono devoluti in beneficenza, a favore di progetti di carattere sociale. Le sezioni del premio sono tre: libri di poesia, narrativa e saggistica; opere inedite; opere singole. Il bando è rintracciabile su sito internet. INFO www.pennadautore.it Egli è vivo! La presenza del Risorto nella comunità cristiana (autori vari, a cura di Vandeleene Michel, pagine 200, Città Nuova Editrice 2006). “Egli è vivo!” è l’annuncio che al mattino di Pasqua le donne corrono a portare agli apostoli ancora increduli; l’annuncio che impegna anche i cristiani di oggi. Ma come testimoniare il Risorto? Il volume presenta l’esperienza caratteristica della spiritualità dell’unità, propria del movimento dei Focolari. Psicologia dell’atteggiamento religioso. Percorsi e prospettive (Eugenio Fizzotti, pagine 262, Erickson, settembre 2006). In un tempo di rinata attenzione per le tematiche spirituali, l’autore si inoltra in modo sistematico nello studio psicologico dell’atteggiamento religioso. Per autori come Freud, Jung, James, Allport e Frankl la componente psicologica dell’esperienza religiosa ha rappresentato un punto irrinunciabile per la comprensione della persona nella sua totalità. Allo stesso modo, ai giorni nostri, lo studio psicologico non può prescindere dalla spinta che conduce l’uomo alla ricerca del trascendente e dell’assoluto. FOTOGRAFIA Immagini Focsiv, lo sviluppo nome della pace È giunto alla seconda edizione il concorso fotografico che Focsiv, federazione degli organismi di cooperazione allo sviluppo di ispirazione cristiana, propone in collaborazione con il Segretariato sociale Rai. Il concorso porterà alla pubblicazione di un calendario per il 2007, realizzato con le foto vincitrici, che verrà presentato in Rai nel corso I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 45 ritratto d’autore villaggio globale dell’“Oscar del volontariato internazionale 2006” (Sala degli Arazzi, sede Rai di viale Mazzini, Roma, sabato 2 dicembre). Il concorso Lo sviluppo é il nuovo nome della pace intende rappresentare per immagini idee e azioni di cooperazione allo sviluppo. INFO www.focsiv.it SEGNALAZIONI La fedeltà assoluta dei testimoni della coscienza Proponiamo ai lettori libri e materiali audiovisivi che meritano attenzione. Ulteriori suggerimenti su www.caritasitaliana.it Anselmo Palini (prefazione di Franco Cardini), Testimoni della coscienza. Da Socrate ai nostri giorni (Editrice Ave, pagine 304, aprile 2006). Socrate e Antigone, Massimiliano di Tebessa e Tommaso Moro, Pavel Florenskij e Franz Jägerstätter, gli studenti della Rosa Bianca e il loro professore Kurt Huber: queste figure esemplari hanno saputo anteporre, in circostanze spesso drammatiche, le ragioni della coscienza a quelle della sopravvivenza. Ciò che unisce tutti i personaggi presentati dal libro è proprio la fedeltà a riferimenti morali assoluti, non negoziabili, che in un certo momento storico sono stati ritenuti superiori persino alle leggi dello stato. Il libro parla dunque, come ha scritto nella prefazione il professor Franco Cardini, «dell’esemplarità delle scelte di chi persegue una coerenza assoluta rispetto a se stesso: di chi non si arresta a quel “necessario e sufficiente” che ordinariamente ci viene richiesto e sul quale fondiamo di solito la nostra etica comportamentale». 46 I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 sussidi a cura dell’Ufficio comunicazione Rapporto italiani nel mondo, uno studio che guarda lontano L’ultimo rapporto sulle comunità italiane all’estero, realizzato dal ministero degli esteri, risale al 1988. Dopo quasi vent’anni finalmente è disponibile un nuovo strumento di conoscenza, il “Rapporto italiani nel mondo 2006”. Promosso da Fondazione Migrantes e da un comitato promotore cui aderiscono Acli, Inas-Cisl, Mcl e Missionari Scalabriniani, forte del coordinamento redazionale del Dossier statistico immigrazione Caritas-Migrantes, il Rapporto si propone di affrontare i temi più importanti dell’emigrazione italiana: i flussi annuali, l’insediamento nei vari paesi esteri, le provenienze regionali, le problematiche assistenziali e previdenziali, il lavoro e la formazione professionale, i flussi di studenti e ricercatori, la cultura e la lingua italiana nel mondo, le missioni cattoliche e vari altri elementi. Inoltre viene dedicato un approfondimento a due paesi di insediamento degli italiani, Germania e Venezuela; in futuro (il Rapporto si propone di acquisire continuità) verranno esplorati altri contesti. Soprattutto in Europa Il rapporto viene presentato a Roma e in altre quattro capitali straniere il 4 ottobre. Utilizza come archivio fondamentale l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) del ministero dell’interno, che contiene i dati di cittadini che hanno dichiarato spontaneamente di risiedere all’estero per un periodo di tempo superiore ai dodici mesi o per i quali è stata accertata d’ufficio tale residenza. Ma a questa fonte si aggiungono altre statistiche e notizie di fonte consolare. I primi dati raccolti rivestono un interesse che va al di là del livello statistico, e può ispirare anche le decisioni politico-amministrative. Attualmente, secondo il rapporto, sono 3.2106.251 gli italiani nel mondo; erano 230 mila nel 1861, anno dell’unità d’Italia. La media degli espatri annui è stata di 603 mila persone nel primo decennio del Novecento, è scesa a 294 mila negli anni Cinquanta, fino ai 43 mila espatri all’anno nel periodo 1996-2000 (a fronte dei 31 mila rimpatri annui). L’Europa è il continente con più presenze di nostri connazionali (60%), seguita da America (34,4)%, Oceania (3,6%), Africa (1,3%) e Asia (0,7%). I primi cinque paesi di insediamento sono Germania, Svizzera, Argentina, Francia e Belgio; le primi cinque regioni di origine Sicilia, Campania, Calabria, Puglia e Lazio; le prime cinque province di origine Agrigento, Cosenza, Bari, Palermo e Napoli. di Antonio Sciortino direttore di Famiglia Cristiana BIRRA REGALO CON SORRISO, AVREI FATTO LO STESSO ANCH’IO? gosto 1985, terzo viaggio di Giovanni Paolo II in Africa. Da circa un anno sono in redazione a Famiglia Cristiana, ancora praticante, quando il direttore mi chiama e, senza tanti preamboli, mi dice di seguire papa Wojtyla, che visiterà sette nazioni africane. Resto perplesso: non sono ancora professionista e non ho l’accredito della sala stampa vaticana per stare sull’aereo del papa. Mi rivolgo alla segretaria di redazione, insieme prepariamo il viaggio a tavolino, cercando di far coincidere i voli con gli spostamenti papali. Era la mia prima vera esperienza giornalistica, un “battesimo di fuoco”. Non potevo fallire. La mia povera mamma, in Sicilia, che non era mai uscita dal paese e non aveva mai visto un africano, deve aver pensato all’Africa come a un grande pericolo per la mia vita. Iniziò una novena di rosari, perché tornassi sano e salvo. Partii con l’incoscienza del neofita, con molta spensieratezza. Il viaggio fu un’avventura. Ma io non avevo mai avuto alcuna prevenzione nei confronti dell’Africa e degli africani. Anzi, negli anni degli studi di teologia a Roma uno dei miei più cari amici era uno zairese, Kintochi, che ho rivisto a Kinshasa. E poi ero forte dei consigli dei colleghi più esperti. In redazione, a Milano, mi avevano messo sull’avviso circa gli imprevisti che potevano capitarmi ai controlli di frontiera; mi avevano detto che i poliziotti mi avrebbero messo in difficoltà per farsi sganciare qualche dollaro. O anche per una sorta di rivincita nei confronti dei “bianchi”. Ai controlli, in effetti, i problemi non mancavano mai. Cercavo di mantenere la calma, anche se viaggiavo da solo, con molti dollari addosso e potevo essere derubato o aggredito. Ma non volevo pensarci: gli africani per me erano tutti brava gente, come il mio amico Kintochi. Un viaggio avventuroso Un piccolo episodio, durante il viaggio, rafforzò questa convinzione. Accadde in Africa, sulle tracce all’aereoporto di Brazzaville, dove mi ero rifugiato dopo la pericolosa traversata del papa. Un pomeriggio del fiume Congo. Avevo l’aereo per il Togo in serata, ero arrivato all’aereoporto di attesa all’aeroporto alle prime ore del pomeriggio. L’attesa era lunga, il tempo non passava mai. di Brazzaville. C’era un piccolo bar, ordinai una birra. Avevo tanta sete. I ragazzi al bancone Una sete fastidiosa. mi dissero che non potevano servirmi, non si accettavano dollari. E io avevo E un pugno di dollari solo quelli. Né c’erano possibilità di cambio. Seduto al tavolino, mi chiedevo che non servono a che mi servivano i soldi, se non potevo comprarmi neanche una birra… a niente. All’improvviso, Ho continuato a leggere, o a far finta di leggere, la sete mi infastidiva. un tocco al braccio… Ogni tanto sollevavo lo sguardo e i miei occhi puntavano l’espressione dei due giovani baristi: reciproco imbarazzo. Ormai mi ero rassegnato a patire la sete, non mi aspettavo quel tocco al braccio che mi ha sorpreso. Era uno dei due “negretti” baristi. Cordiale, ma con fare furtivo, mi portava una birra. Me la offriva lui, con un sorriso. Non volle niente in cambio. Quel gesto mi commosse alle lacrime. Lo ricordo ancora. A parti inverse, qui a casa nostra, sarebbe successo lo stesso? Continuo a chiedermelo tuttora, ogni volta che vedo in tv quei poveri cristi di immigrati, donne e bambini soprattutto, che giungono sulle nostre coste con le carrette del mare. Me lo chiedo ancora ascoltando i racconti di chi non ce l’ha fatta, è morto di stenti, di fame, disidratato, travolto dalle onde del mare… Eppure, c’è chi non ha un briciolo di pietà verso quei derelitti. Non è barbarie? A I TA L I A C A R I TA S | OT TOBRE 2006 47 Sezione manifesti - annuncio stampa Secondi classificati MICHELE LEONI GAIA BASILE PAOLO PERRONE GIACOMO SEBREGONDI Accademia di comunicazione – Milano Quinta edizione Premiazione a Salerno 2 giugno 2006 www.creativisinasce.it L’immagine pubblicata sull’ultima pagina del numero di settembre 2006 ha vinto il terzo, e non il secondo premio, della quinta edizione di Spot School Award, ed è stata realizzata da ALESSANDRA DE GREGORIIS (Centro Studi Cogno e Associati Roma). Ci scusiamo dell’errore redazionale con gli interessati, gli organizzatori del premio e i lettori I lettori, utilizzando il c.c.p. allegato e specificandolo nella causale, possono contribuire ai costi di realizzazione, stampa e spedizione di Italia Caritas, come pure a progetti e interventi di solidarietà, con offerte da far pervenire a: Caritas Italiana - c.c.p. 347013 - viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma - www.caritasitaliana.it