SCRITTORI SARDI
A Nuoro,
la mia città, la mia forza.
«[…] E, invero, la cerimonia ha un significato
epico: poiché la bocca che morde il fegato ancora
caldo di una vittima non conoscerà mai il gemito
della viltà. Così, tante volte, quando ho piegato il
viso sulla voragine sanguinante della vita, ho ricordato il curioso rito degli antichissimi avi […]».
G. DELEDDA, Ferro e fuoco
Opera pubblicata con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna
Assessorato della Pubblica Istruzione, Beni Culturali,
Informazione, Spettacolo e Sport
GRAZIA DELEDDA
IL RITORNO DEL FIGLIO
edizione critica a cura di
Dino Manca
CENTRO DI STUDI FILOLOGICI SARDI
/ CUEC
SCRITTORI SARDI
coordinamento editoriale
CENTRO DI STUDI FILOLOGICI SARDI
/ CUEC
Grazia Deledda
Il ritorno del figlio
ISBN 88-8467-299-6
CUEC EDITRICE © 2005
prima edizione novembre 2005
CENTRO DI STUDI FILOLOGICI SARDI
PRESIDENTE Nicola Tanda
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Realizzazione grafica Biplano, Cagliari
Stampa Grafiche Ghiani, Monastir (Ca)
Le illustrazioni riproducono alcune pagine del manoscritto conservato presso la
Biblioteca Universitaria di Sassari.
IL LABORATORIO DELLA NOVELLA IN GRAZIA DELEDDA:
IL PERIODO NUORESE E IL PRIMO PERIODO ROMANO
Sono ormai noti gli esordi letterari di Grazia Deledda. La
scrittrice ha diciassette anni quando decide di inviare alla
rivista popolare romana «L’Ultima Moda», della quale è
un’affezionata lettrice, un suo breve racconto intitolato
Sangue Sardo. Il pezzo non solo viene pubblicato, ma il
direttore, Epaminonda Provaglio, chiede alla principiante
altri lavori1. Inizia così la sua carriera artistica fino al conferimento, il dieci dicembre 1927 (per il 1926), del premio
Nobel da parte dell’Accademia svedese. Dal 1890, anno di
pubblicazione di Nell’Azzurro per i tipi della Trevisini di
G. DELEDDA, Sangue sardo, in «L’Ultima Moda», Roma, III (1-8 luglio,
1888), 88-89 [Il primo passo. Confessioni di scrittori contemporanei, Firenze, Nemi, 1937; Versi e prose giovanili di Grazia Deledda, Milano, Treves,
1938; Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972; Roma, Newton
Compton, 1995]. Nello stesso anno, sempre sulla rivista di Edoardo Pierino, uscirono il racconto Remigia Helder («L’Ultima Moda», Roma, III
(19 agosto 1888), 95) e la prima parte del romanzo Memorie di Fernanda («L’Ultima Moda», Roma, 12 settembre 1888-2 giugno 1889). Sangue sardo, pubblicato in due puntate, rifletteva le letture romantiche della
giovane scrittrice e i feuilleton allora di largo successo fra le ragazze. La
struttura è fra le più tipiche. Il racconto inizia in medias res e l’intreccio
ha come inizio la parte centrale dell’asse temporale diegetico. La fabula
si sorregge su otto fondamentali microsequenze e il tempo, nella sua
durata, si caratterizza per le forti accelerazioni (sostenute da sommari ed
ellissi), con qualche scena e pausa descrittiva nell’abbrivo. Ela, la protagonista, ha dodici anni quando si innamora di Lorenzo, un amico del
fratello. La fanciulla trascorre lunghi periodi di patimenti perché il ragazzo non la corrisponde. Dopo qualche anno, però, quando tutto sembra
essere stato superato, «accade una cosa orribile». Ela scopre che Lorenzo
ama Maria, sua sorella maggiore. Da quel momento inizia a covare verso
l’uomo un odio smisurato che sfocerà nella sua uccisione su una riva scogliosa, lì dove anni prima, in una notte di luglio, aveva giurato vendetta.
1
X
DINO MANCA
Milano2, fino alla silloge Il Cedro del Libano edita postuma
da Garzanti nel 19393 – oltre le numerose composizioni
G. DELEDDA, Nell’azzurro [Vita silvana (Milano-Roma, Trevisini, 1890;
1898; 1929; in Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972; Novelle – I,
Nuoro, Ilisso, 1996); Sulla montagna («Il Paradiso dei Bambini», Roma,
18 ottobre-15 novembre 1888; Milano-Roma, Trevisini, 1890; 1898;
1929; in Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972; Novelle – I,
Nuoro, Ilisso, 1996); Memorie infantili (con il titolo Cose infantili anche
in: «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 14 aprile 1899; Milano-Roma, Trevisini, 1890; 1898; 1929; con il titolo Ricordi d’infanzia in: Versi e prose
giovanili, Milano, Virgilio, 1972; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996); Una
terribile notte («La Sardegna», Sassari, IX (21-30 ottobre 1890), 248-256;
Milano-Roma, Trevisini, 1890; 1898; 1929; Novelle – I, Nuoro, Ilisso,
1996); La casa paterna (Milano-Roma, Trevisini, 1890; 1898; 1929;
Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996)], Milano-Roma, Trevisini, 1890 [Milano, Trevisini, 1898; 1929; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
3
G. DELEDDA, Il cedro del Libano, [II giuoco dei poveri (Milano, Garzanti, 1939; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996); Cuori semplici (Milano, Garzanti, 1939; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996); Vecchi e giovani (Milano,
Garzanti, 1939; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996); La gracchia (Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959); Ferro e fuoco (Milano, Garzanti, 1939; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso,
1996); Trasloco (Milano, Garzanti, 1939; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso,
1996); Caccia all’anatra (Milano, Garzanti, 1939; Novelle – VI, Nuoro,
Ilisso, 1996); Il camino (Milano, Garzanti, 1939; Novelle – VI, Nuoro,
Ilisso, 1996); L’uccello d’oro (Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959); L’esempio («La Lettura», Milano, 3, marzo 1936); Il posto
(Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959); Vento di marzo; La
mia amica (Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959); La statuetta di sughero; La melagrana (Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959; Nuoro, Il Maestrale, 1995); Agosto felice; Nel mulino; La fuga
di Giuseppe (Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959); La lettera (Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959); Ornello; Sotto
il pino; Il gallo; Il signore della pensione (anche in: Romanzi e novelle – IV,
Milano, Mondadori, 1959); Il cedro del Libano; Ballo in costume; Forze
occulte; Le bestie parlano («Il Fanfulla della Domenica», Roma, XXXII
(25 dicembre 1910), 52; L’angelo («Il Corriere della Sera», Milano, 11
aprile 1936; Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959; Nuoro,
Il Maestrale, 1995); I guardiani (Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959); Via cupa (Milano, Garzanti, 1939; Novelle – VI, Nuoro,
2
Introduzione
XI
sparse pubblicate in differenti fogli, eddomadari e giornali
letterari – sono venti le raccolte di novelle scritte e pubblicate; un corpus di oltre quattrocento testi, imprescindibile al
fine di una valutazione critica complessiva della personalità
e dell’opera. Eppure la novellistica pare non abbia incontrato il favore dei critici che l’hanno, per lungo tempo,
incomprensibilmente trascurata o comunque relegata in
ambiti di interesse marginali, concedendo solo ai romanzi
una valenza estetico-letteraria degna di approfondimento e
di studio4.
Ilisso, 1996); Medicina popolare (Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959)], Milano, Garzanti, 1939 [Novelle – VI, Nuoro, Ilisso,
1996].
4
Renato Serra rilevò che le novelle «[...] sono di una mediocrità esasperante, con quella monotonia regionale che non arriva neanche ad avere
l’evidenza superficiale e chiacchierina del bozzetto di genere». Natalino
Sapegno valutò i primi racconti «[...] documenti non inutili per ricostruire la sua formazione, ma, ai fini di un giudizio sulla sua arte, possono essere trascurati senza danno». Eurialo De Michelis dedicò alla scrittrice un importante volume e definì i primi lavori «in tutto di qua dal
bene e dal male» e «di bassa e variopinta popolarità o l’uno e l’altro insieme» le riviste in cui trovavano ospitalità. Emilio Cecchi fu, di quella
generazione di critici, uno dei pochi che del raccontar breve ne riconsiderò il valore: «[…] a mezzo della sua produzione, come chiave di volta,
la raccolta di novelle: Chiaroscuro. Di tale raccolta è davvero a dirsi che,
in seguito, la Deledda poté riuscire in qualcosa di simile, non di superiore». Anna Dolfi definì la novellistica un «infelice genere», evidenziandone la mediocrità delle pagine se non finanche le fragilità formali di
alcune raccolte. Neppure in occasione delle giornate di studio tenutesi a
Nuoro nel 1971 e nel 1986 la novellistica ha sollecitato quella attenzione che forse avrebbe meritato. Solo nel 1996 esce, per i tipi dell’Ilisso di
Nuoro, la riedizione in sei volumi, curata da Giovanna Cerina, delle raccolte canoniche. Si vedano a tal riguardo: R. SERRA, Scritti letterari, morali e politici. Saggi e articoli dal 1900 al 1915, a c. di M. Isnenghi, Torino,
Einaudi, 1974, 433; N. SAPEGNO, Prefazione a G. DELEDDA, Romanzi e
Novelle, Milano, Mondadori [coll. «I Meridiani»], 1983, XI; E. DE
MICHELIS, Grazia Deledda e il Decadentismo, Firenze, La Nuova Italia,
1938, 16; A. DOLFI, Grazia Deledda, Milano, Mursia, 1979; A.A.V.V.,
XII
DINO MANCA
La Deledda inizia il suo variegato e duraturo percorso di
formazione a partire dal borgo, in quella temperie culturale e morale propria del villaggio e di una civiltà agro-pastorale le cui pulsioni primordiali, valori condivisi e tipi umani
divengono fonte di ispirazione e oggetto inesauribile di
scrittura. Durante il periodo nuorese la giovane scrittrice
invia i suoi messaggi ad un mondo lontano e in parte sconosciuto. Sono sogni e fantasie, sono i primi acerbi frutti di
letture d’appendice assai di moda in quei tempi, che rappresentano i ripetuti tentativi di una ragazza ‘di provincia’
di presentarsi ad un pubblico lontano. È l’opera di trasfiguConvegno nazionale di studi deleddiani, Cagliari, Fossataro, 1974; A.A.V.V,
Grazia Deledda nella cultura contemporanea, voll. II, a c. di U. Collu,
Nuoro, «Consorzio per la pubblica lettura ‘S. Satta’», 1992. Una rilettura dell’opera fatta con l’ausilio di una strumentazione critica e filologica
aggiornata e concepita dentro una rinnovata concezione della fenomenologia letteraria intesa come sistema integrato della comunicazione –
che si fondi cioè non solo sulla produzione ma anche sulla circolazione e
ricezione del testo in contesti culturali e situazionali connotati dal policentrismo e dal plurilinguismo – potrebbe consentire di riscoprire sotto
altra luce quell’universo semantico e antropologico che sottende il messaggio deleddiano. Un’analisi sistematica che, pena la sua stessa ragion
d’essere, dovrà essere funzionale alla comprensione profonda dell’opera e
dell’ambiente in cui essa si è generata e da cui ha attinto la scrittrice nuorese; nuove indagini, dunque, incentrate su una personalità singolare, la
cui esperienza ha avuto implicazioni molteplici ed ha fornito un contributo importante agli studi sulle problematiche della cultura sarda che in
questi ultimi anni hanno assunto una particolare rilevanza. Si tratta perciò sempre più «di ridefinire l’identità stessa della letteratura italiana e si
è giunti alla conclusione che è più corretto accedere ad un modello storiografico che decide per la letteratura degli italiani. L’operazione desanctisiana dunque, che muoveva da un presupposto teorico unificante che
non ammetteva le differenze e che tendeva a non apprezzare la ricchezza,
la complessità e le diversità delle varie letterature regionali, oggi non è
più proponibile. Si va affermando invece un orientamento critico che
nell’ottica della microstoria tende a superare e a modificare la tradizionale prospettiva centralista» (N. TANDA, Un’Odissea de rimas nobas.
Verso la letteratura degli italiani, Cagliari, Cuec, 2003, 51-2).
Introduzione
XIII
razione in finzione letteraria di un universo peculiare e
complesso, di una terra ancora incontaminata che, dentro i
suoi monti-protezione, è garanzia di continuità ma, in una
certa fase, anche limite, impedimento. Quei primi voli
incerti divengono il tentativo di oltrepassare la finestralimine e proiettarsi nel mondo. L’apprendistato letterario
inizia, dunque, da presto, da quando stringe rapporti di collaborazione con le tante riviste di consumo che in quel
periodo proliferano ovunque, in Sardegna e fuori5. Lettrice
5
Quantunque in modo lento e difficoltoso, la scuola si dimostrò fattore
rilevante nell’opera di ampliamento dei ceti intellettuali e del pubblico
dei lettori. Accanto ad essa risultati niente affatto trascurabili determinarono i sistemi informativi. Il forte incremento della stampa e il proliferare di riviste regionali e nazionali (letterarie, storico-politiche, artistiche,
scientifiche) suscitarono a Nuoro e in Sardegna fervore e dibattito. Oltre
che straordinarie palestre letterarie, i giornali furono, non meno delle
intense relazioni epistolari (nei primi anni si ricordano, tra le altre, quelle con Stanis Manca e con Angelo De Gubernatis), fondamentali canali
comunicativi in grado di catapultare all’interno di un più ampio e fecondo reticolo di interscambi. Essi divennero gradatamente le fonti principali di vicende, fatti e opinioni d’oltremare: «[…] Figurati tu una ragazza che rimane mesi interi senza uscire di casa; settimane e settimane senza
parlare ad anima che non sia della famiglia; rinchiusa in una casa gaia e
tranquilla sì, ma nella cui via non passa nessuno, il cui orizzonte è chiuso da tristi montagne: una fanciulla che non ama, non soffre, non ha
pensieri per l’avvenire, non sogni né buoni né cattivi, non amiche, non
passatempi, nulla infine, nulla, e dimmi come può essa fare a non
annoiarsi. I libri...i giornali...il lavoro...la famiglia! I libri e i giornali sono
i miei amici e guai a me senza di loro» (Lettera di Grazia Deledda a Epaminonda Provaglio, Nuoro, 23 febbraio 1892; la lettera si trova pubblicata in: M. CIUSA ROMAGNA (a c. di), Grazia Deledda, Cagliari, Poligrafica Sarda, 1959, 39). Pur nella carenza cronica di istituti associativi, di
biblioteche, di canali distributivi, non pochi intellettuali riuscirono ad
instaurare rapporti con editori della penisola, grazie al sistema della
distribuzione personale. La seconda metà dell’Ottocento vide fiorire un
gran numero di periodici. Se fino al 1848 solo ventisei erano le testate
sarde, dal 1857 al 1900, su una popolazione di settecentomila abitanti,
ne comparvero oltre cento. Nel 1876 uscì a Cagliari il giornale «La Far-
XIV
DINO MANCA
vorace e recettiva colma i limiti del suo autodidattismo formandosi sulle opere della migliore letteratura italiana ed
europea. Il matrimonio apre la fase continentale, per certi
versi inedita e non solo dal punto di vista letterario. Si può
dire che essa inizi all’insegna della città-simbolo, Roma,
sogno ambito e meta irrinunciabile. Qui approda l’undici
aprile del 1900. Il suo orizzonte si allarga, quasi di colpo.
Gli anni romani, durante i quali ricerca, trovandoli, input e
sollecitazioni molteplici, sperimentando soluzioni estetiche
differenti e aggiornando modalità espressive e linguaggi,
indiscutibilmente segnano un punto di svolta nella sua
maturazione artistica e antropologica6. Entra in contatto
falla» di Angelo Sommaruga, primo impegnativo esperimento per dare
alla cultura isolana una dimensione non più regionale, ma italiana. Prima
di «La Farfalla» altre riviste avevano cercato di operare come punti di raccolta degli intellettuali isolani. Si ricordano, «La Meteora» (1878-79),
«Stella di Sardegna» di Enrico Costa, «Gioventù Sarda» (1876-77), «Vita
di pensiero» (1878-79), «Vita Sarda» (1891-93) di Antonio Scano, e
«Terra di Nuraghi» di Luigi Falchi. Dal 1888 al 1919, anno di pubblicazione della novella Il ritorno del figlio, la Deledda scrisse nelle seguenti
riviste: «L’Ultima Moda» (Roma), «Il Paradiso dei Bambini» (Roma), «La
Sardegna» (Sassari), «L’illustrazione per tutti» (Roma), «Vita Sarda»
(Cagliari), «La Tribuna Illustrata» (Roma), «L’Avvenire di Sardegna»
(Cagliari), «Boccaccio» (Firenze), «Vita Moderna» (Milano), «Natura e
Arte» (Milano), «Il Fanfulla della domenica» (Roma), «Roma Letteraria»
(Roma), «Sardegna Artistica» (Sassari), «La Donna Sarda» (Cagliari),
«Nella terra dei Nuraghes», «La Donna di Casa» (Roma), «La Piccola
Antologia» (Roma), «Rivista per le Signorine» (Milano), «La Ricreazione», (Roma), «La Vita Italiana» (Roma), «Il Corriere della Domenica»
(Roma), «La Piccola Rivista» (Cagliari), «La Donna Sarda» (Cagliari),
«La Rassegna Nazionale» (Roma), «La Riviera Ligure» (Oneglia), «La
Lettura» (Milano), «Sardegna Letteraria e Artistica» (Cagliari), «II Secolo XX» (Milano), «La Gazzetta del Popolo» (Torino), «Varietas» (Milano), «II Ventesimo» (Genova), «L’Unione Sarda», (Cagliari), «Il Convegno», (Cagliari), «Sardegna Giovane» (Sassari), «Ichnusa» (Sassari), «L’Eroica» (La Spezia), «La Grande Illustrazione» (Pescara), «Il Giornale d’Italia» (Roma), «La Domenica Illustrata» (Milano).
6
L’affinarsi del suo linguaggio «[…] più che nella direzione sensuale e
Introduzione
XV
con i cenacoli di intellettuali e artisti più famosi e stimolanti della capitale. Alla sua formazione etica ed estetica,
spirituale, intellettuale e umana, concorrono da un lato la
solida cultura delle origini (agro-pastorale, sardofona,
orale)7, dall’altro la cultura di inappartenenza (urbana, itaimpressionistica della dilagante prosa d’arte, dipende dalla possibilità che
l’analisi della percezione offre in quel momento soprattutto ad artisti e
pittori. Espressionisti, futuristi e surrealisti, sono in ogni caso, dalla
Secessione in poi, gli unici teorici in questo senso. Seguendo la loro lezione estetica la Deledda persegue una forma di narrazione che, pur attraversando il versante sensuoso e malinconico del linguaggio dannunziano
e crepuscolare, si prosciuga di ogni residuo di esaltazione lirica e di enfasi, per approdare ad una visione tutta nuova della natura e del soggetto.
La struttura della sua comunicazione narrativa si rinnova e diviene originale. Ha sul lettore una straordinaria presa perché produce un flusso di
emozioni primitive e intense. È funzionale ad una visione del mondo
destrutturata dagli schemi percettivi tradizionali e rinnovata dalle ricerche sull’arte dei primitivi propria della Secessione e dall’elaborazione di
un universo di segni diversamente orientato. La visione antropologica e
linguistica del mondo muta e non poggia sull’asse eurocentrico tradizionale» (N. TANDA, Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni,
Roma, Bulzoni, 1992, 49-50).
7
«[…] il porco, rovesciato in terra, impotente a muoversi, sente il pericolo e urla; ma l’uomo gli affonda il ferro nel punto preciso del cuore, e
non una stilla di sangue accompagna l’agonia della vittima. Poi arde il
rogo, in mezzo al cortile, e i due uomini vi dondolano su, come in un
giuoco di giganti, l’animale morto; arde il suo pelame irto ancora di
dolore, e il fumo appesta i dintorni, richiamando sulla cresta del muro
del cortile le faccette diaboliche di tutti i monelli della contrada. Una
cena quasi dantesca si svolge adesso intorno alla vittima, che viene rapidamente raschiata del pelame abbrustolito, poi spaccata dalla gola all’inguine: sgorgano le viscere fumanti, che vengono versate in un lacre, il
grande recipiente di legno che serve anche per l’innocente manipolazione del pane; viene scolato il sangue; un solo viscere è lasciato per ultimo,
nella voragine ardente del grande ventre vuotato: è il fegato […] E c’è, sì,
chi lo morde: una delle signorine la prima; l’esempio è imitato; le preghiere le urla dei ragazzi perché sia permesso anche a loro il rito sembrano quelle di figli di guerrieri. E, invero, la cerimonia ha un significato
epico: poiché la bocca che morde il fegato ancora caldo di una vittima
XVI
DINO MANCA
liana, scritta). Queste due componenti preparano il terreno
– non senza difficoltà, interferenze e contraddizioni – per le
opere più mature, soprattutto dopo la lenta evoluzione che
si compie a Roma nel vivace ambiente di casa Cena8.
La prima raccolta di novelle è Nell’azzurro, un volumetto
destinato a un pubblico giovane, insignificante per la banalità dei temi e la semplicità dei procedimenti scritturali, ma
utile «per sorprendere i primi passi, le fantasticherie e i
sogni della scrittrice esordiente»9. Seguono, nella prima
fase, numerosi altri esercizi letterari pubblicati su rivista o
raccolti in volume10. Le trame di questi componimenti
generalmente rispondevano alle esigenze del racconto d’appendice che doveva colpire l’immaginazione dei lettori con
intrighi, amori, fughe, agguati, travestimenti e con l’agnizione, il riconoscimento finale che scioglie tutti i nodi dell’intreccio11. Si trattava di una narrativa di largo consumo la
non conoscerà mai il gemito della viltà. Così, tante volte, quando ho piegato il viso sulla voragine sanguinante della vita, ho ricordato il curioso
rito degli antichissimi avi […]» [G. DELEDDA, Ferro e fuoco (in: Il cedro
del Libano, Milano, Garzanti, 1939; Nuoro, Il Maestrale, 1995), in
Novelle–VI, Nuoro, Ilisso, 1996, 157-8].
8
A Roma Angelo De Gubernatis la presenta ai suoi amici e la introduce
nell’ambiente letterario romano. Nella capitale inizia la collaborazione
alle riviste di maggior prestigio, in particolare a «La Nuova Antologia»,
della quale è redattore Giovanni Cena. Gli amici della scrittrice costituiscono la punta avanzata della cultura romana di quegli anni; si tratta dei
poeti e degli scrittori simbolisti e dei pittori e degli artisti della Secessione: Celli, Marcucci, Aleramo, Prini, Cambellotti, Severini, Boccioni,
Balla, Corazzini, Moretti. La formazione antropologica ed estetica della
Deledda si compie e si consolida frequentando questi gruppi.
9
G. CERINA, Prefazione a G. DELEDDA, Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996, 8.
10
Le novelle scritte e pubblicate sino al 1919 anno di pubblicazione de
Il ritorno del figlio sono riportate in bibliografia.
11
Di taglio feuilletonistico è la novella Il bambino smarrito. La trama,
sentimentale e di destino, è segnata dall’evoluzione degli avvenimenti che
coinvolgono il personaggio protagonista, il quale, dopo una serie di circostanze incombenti e fatali, recede dalle sue iniziali sofferte decisioni
Introduzione
XVII
cui destinazione a un pubblico ampio, eterogeneo e composito, non poteva non avere implicazioni sulle modalità
stesse di costruzione degli intrighi. Perciò gli autori tendevano ad impossessarsi di particolari tecniche narrative pensate per catturare e mantenere viva l’attenzione del destinatario con scene di intensa pateticità e di forte impatto emotivo12.
Non sempre nella prima fase del suo artigianato letterario, segnato da un acerbo sperimentalismo, la scrittrice raggiunge risultati convincenti. Non mancano, infatti, fragilità
formali e ingenuità contenutistiche, figlie naturali del suo
demone e del suo sbrigliato autodidattismo. Ciononostante è pur vero che le continue letture di opere di autori italiani e stranieri, il caparbio e indefesso tirocinio narrativo
(‘nulla dies sine linea’), l’affinamento estetico e stilistico e il
continuo aggiornamento di modalità tecnico-compositive,
modificando atteggiamento e attitudini comportamentali. A tal riguardo
si veda: G. DELEDDA, Il bambino smarrito [«La Piccola Rivista», Cagliari, I (11 dicembre 1899), 23-24, con il titolo L’ostacolo], in La regina delle
tenebre [Torino, Origlia, 1892; Milano, Giacomo Agnelli, 1902], in
Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996, 31-45.
12
La prima novella della raccolta Nell’azzurro, dal titolo Vita Silvana, inizia, ad esempio, una volta che gli avvenimenti che costituiscono una
parte della fabula hanno già avuto inizio. Dopo quattordici microsequenze – incentrate sul mistero dell’identità di una bambina smarrita,
Cicytella (dal sardo Cicita, diminutivo di Francesca) – inizia il recupero
regressivo completivo gestito esclusivamente dal narratore onnisciente
fino alle ultime due unità funzionali che riportano all’adesso narrativo.
Vita Silvana è una novella d’intrigo, proprio perché, come le novelle classiche ruota su un fatto o un personaggio (Cicytella e il suo rapimento) e
perché si caratterizza per la sua struttura d’intreccio. Il racconto prende
spunto dalla descrizione di un particolare tipo umano che è la causa,
diretta e indiretta, che muove il racconto. Prevale il discorso narrativizzato e il racconto non focalizzato, nonostante, anche per ragioni di
suspense, si trovi qualche esempio di parallissi e di focalizzazione interna
variabile. A tal riguardo si veda: G. DELEDDA, Vita Silvana, in Nell’azzurro, Novelle – I…, 29-64.
XVIII
DINO MANCA
la conducono gradatamente, già a partire dalle prime raccolte, a livelli di maturità artistica sempre più incoraggianti e lusinghieri fino a sillogi di significativa valenza esteticoletteraria come La casa del poeta, Il dono di Natale e La vigna
sul mare13.
La fabula-tipo della novella di intrigo si struttura secondo un modello prevalentemente triadico. La situazione iniziale è in stato d’equilibrio sino a quando non interviene un
fattore nuovo (complicazione) che la altera profondamente.
Dopo varie peripezie la complicazione è rimossa e si torna
all’equilibrio iniziale14. Si tratta ovviamente, soprattutto
nella prima produzione, di modelli semplici. Quanto più
forti sono i contrasti tra i personaggi tanto più cresce la tensione che, a sua volta, si evolve nel corso del racconto, fino
a raggiungere un massimo (spannung) che cade di solito
poco prima dello scioglimento. Cosicché i due modelli aristotelici (diadico e triadico) possono anche essere unificati
G. DELEDDA, La casa del poeta, Milano, Treves, 1930 [Milano, Mondadori, 1956; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle
– V, Nuoro, Ilisso, 1996]; Il dono di Natale, Milano, Treves, 1930 [Milano, Mondadori, 1956; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996]; La vigna sul
mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Truminelli, 1932 [Romanzi e
novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V, Nuoro, Ilisso,
1996].
14
La struttura tematica di Vita Silvana, per rimanere nell’esempio, si articola in tre fondamentali unità di contenuto narrativo. Uno spunto d’avvio (rappresentazione di un evento) con progetto (rapimento di Luisina)
– che altera la situazione di partenza (amore e matrimonio di Giacomo
e Fosca) –, uno sviluppo, che consiste nel racconto delle conseguenze e
degli eventi successivi a ciò che ha mosso l’azione e delle operazioni compiute da uno o più personaggi (Bastiano, Azzo, Giacomo), per favorire la
realizzazione di un obiettivo (ritrovamento e scoperta dell’identità di
Cicytella o Luisina), una conclusione, consistente nel raggiungimento di
una nuova forma di equilibrio e nel ristabilimento della situazione iniziale.
13
Introduzione
XIX
nel triangolo dialettico: esordio (tesi), spannung (antitesi),
scioglimento (sintesi)15.
Architettura diegetica a struttura triadica troviamo, ad esempio, nella
novella Le due giustizie. Incentrata sulle disgrazie del protagonista debole e inesperto che si riscatta alla fine di una serie di disavventure, l’impalcatura tematica si sorregge sui motivi tipici della narrativa deleddiana
quali quelli della giustizia (umana e divina), dell’infrazione (o presunta
tale), dell’espiazione e della redenzione. Il personaggio, indissolubilmente legato all’universo antropologico a cui appartiene, è il centro focale
della storia. La sfera pragmatica in cui è coinvolto e il processo evolutivo
di cui è suscettibile in quanto vittima delle circostanze, costituiscono il
filo rosso che tiene l’intera vicenda. Quirico Oroveru, soprannominato
Barabba, «da una volta che aveva rappresentato questo personaggio in
una sacra rappresentazione», è un taglialegna abusivo e analfabeta, «più
povero degli stessi mendicanti», che un giorno trova sotto un cespuglio
il portafogli di Saturnino Solitta, il più ricco del paese, assassinato poco
tempo prima mentre rientrava da Cagliari, lì dove era stato per affari. Il
buon uomo confida tutto all’amico il quale incautamente lo convince a
riscuotere i soldi di uno degli assegni ritrovati. Il destino cinico e baro
vuole, però, che in una bottega di Nuoro Barabba venga scoperto e arrestato con l’infamante accusa di omicidio. Illuso «che bastasse dir la verità
per essere creduto» e tradito dall’amico che non testimonia a suo favore,
il credulone viene così condannato ai lavori forzati a vita. Tradotto nelle
patrie galere (la lontananza del luogo – tòpos deleddiano – è prova di
redenzione e di espiazione) e resosi amaramente conto di essere vittima
dell’ingiustizia degli uomini, il malfatato invoca la giustizia divina. Le
due giustizie, appunto. Dopo molti anni di reclusione ecco accadere l’inimmaginabile. Barabba stringe amicizia con un vecchio galeotto di
nome Pretu il quale, fra le tante cose, gli parla di un tesoro nascosto. Nel
mentre il vero assassino di Solitta, vinto dal rimorso, confessa la sua colpevolezza e Oroveru è finalmente libero. Al momento della partenza
Pretu gli rivela il luogo in cui è nascosto il tesoro e dopo qualche tempo,
in un boschetto di pioppi e durante una notte di stelle, Zio Barabba
«s’inginocchiò e cominciò a zappare pauroso, in quell’infinito silenzio
solitario, dell’unico rumore ch’egli stesso produceva. La terra umida,
nera, odorosa, veniva fuori, riversandosi sulle ginocchia del vecchio che
si curvava sempre più. Alla fine la piccola zappa fece un suono metallico, incontrando un corpo duro. Zio Barabba sprofondò il braccio, toccò
l’ansa della brocca, poi continuò a scavare con ardore selvaggio, e dopo
un poco la brocca fu fuori. Egli la scosse. Drin, drin, drin, fecero dentro,
15
XX
DINO MANCA
Il lavoro di estrapolazione della fabula consente di acclarare altri aspetti, alcuni da essa indipendenti, altri invece ad
essa connessi. Nell’ambito delle istituzioni narrative, per
quanto concerne le fonti di emittenza prevale il tipo di narratore onnisciente, extradiegetico ed eterodiegetico, che
non di rado stabilisce un rapporto di complicità col narratario. Le sue due principali funzioni, oltre la narrativa (che
si rapporta al cardine proairetico o delle azioni) sono l’etico-ideologica e la comunicativa (o fàtica, propria del narratore conversatore di tradizione orale). È la voce narrante che
preferibilmente regola il flusso prospettico alternando l’onniscienza del racconto classico al racconto a focalizzazione
interna fissa, soprattutto quando adotta il punto di vista del
personaggio e dice solo ciò che questi può sapere e vedere.
La pellicola comunicazionale e segnica di alcune novelle,
soprattutto del periodo romano, si caratterizza per il sapiente intreccio a livelli diversi dei differenti codici culturali e
strutturali (cronotopici, proairetici, semico-simbolici) con
esiti estetico-compositivi apprezzabili. In non pochi racconti dell’età più matura, ad esempio, la prosa si articola in
le monete. Allora egli si segnò, e col viso sollevato al cielo ringraziò la
misericordia divina. Sembrava un vecchio selvaggio in adorazione della
luna». L’ordine di successione degli avvenimenti della storia, così come
sommariamente vengono qui riportati, non differiscono dall’ordine di
disposizione che gli stessi hanno nel discorso narrativo. Peraltro la durata temporale del racconto è intervallata da frequenti accelerazioni ellittiche (esplicite e implicite) che concorrono a scandire a loro volta le diverse sequenze narrative, qui intese come unità di contenuto diegetico. La
voce narrante, esterna alla storia, regola il flusso prospettico alternando
l’angolo di visuale illimitato tipico dell’onniscienza classica a focalizzazione zero alla narrazione a focalizzazione interna fissa. Significativo ci
sembra il riscontro, tutto narrativo, della vicinanza morale, intellettuale
ed emotiva del narratore (e/o autore implicito?) al protagonista, vittima
di angherie e soprusi. Personaggio che egli compatisce ed assolve. A tal
riguardo si veda: G. DELEDDA, Le due giustizie, in La regina delle tenebre,
Novelle – II…, 46-58.
Introduzione
XXI
sequenze brevi, ben calibrate, godibili, con pause descrittive magistralmente incastonate nella intelaiatura diegetica di
fondo, compresenti o alternative alle unità discorsive e d’azione, con sommari, scene e soluzioni ellittiche sapientemente dosate e orientate – grazie agli effetti di rallentamento, arresto e accelerazione – a cadenzare il ritmo e la
velocità temporale dell’avventura.
Nella lievitazione della scrittura deleddiana sono chiaramente percepibili le suggestioni e le influenze derivanti da
un’intertestualità ampia e stratificata che, a partire dal sistema segnico e culturale nuorese, è tutta volta ad estendere
sempre più il respiro narrativo della scrittrice e ad accrescere, aumentando e affinando la sua estrosa versatilità, le molteplici possibilità di opzione stilistica. La significativa compresenza di differenti tipologie formali e di strutture superficiali di genere, che si avvalgono per esistere di altrettanta
varietà di soluzioni tecnico-espressive e linguistiche, fa della
produzione novellistica un vero esempio di sostrato magmatico letterario ricco di istanze genetiche profonde. Dentro tale palestra compositiva – segnata, come detto, dalla
ricerca e dallo sperimentalismo – si trovano, ad esempio, i
racconti attinti dal ricco serbatoio della tradizione orale
sarda (sos contos), le atmosfere da racconto gotico, i modelli propri della novella d’avventure, d’ambiente – in cui gli
esistenti sono strettamente legati all’universo antropologico
a cui appartengono, rimanendone quasi condizionati nel
comportamento e nelle scelte essenziali – della novella satirica e fantastica, di quella a sorpresa o di suspense.
In questa ampia gamma di soluzioni narrative, la scrittrice si cimenta con possibilità combinatorie diverse, per
ricreare architetture e tessiture sempre nuove capaci di
avvincere e legare a sé il lettore: dalle impalcature diegetiche
tipiche del racconto nel racconto (con cornice)16, al doppio
16
Novella attinta dal serbatoio della tradizione orale sarda e che si strut-
XXII
DINO MANCA
racconto con doppia fonte di emittenza narrativa, all’intreccio a incastro – con struttura temporale complessa,
puntellata di anacronie e distorsioni temporali – oppure
concentrico, circolare, a spirale, sino alla linearità fabulistica propria della novella-fiaba.
In altri componimenti ci si trova, invece, dinanzi a una
non trascurabile caratterizzazione dell’orientamento e a una
spiccata valorizzazione del breve episodio, della scena minore e del bozzetto descrittivo; sequenze queste che, non trovando posto nello schema compositivo della fabula, a volte
alterano oltremodo l’equilibrio cronotopico fino quasi al
parossismo e alla deflagrazione dell’intrigo, fondando su ciò
gran parte della loro attrattiva.
Un esempio di doppio racconto con doppia fonte di
emittenza narrativa è la novella d’intreccio Di notte, la
prima della raccolta Racconti sardi17. Scritta nel 1892 e pubtura secondo le modalità del racconto nel racconto con una sorta di breve
cornice iniziale (anche se in un caso si tratta di una leggenda narrativizzata dal narratore di primo grado) è La dama bianca. Il primo narratore,
rappresentato e testimone, interrompe il fluire della diegesi principale
(funzionale solo a introdurre le narrazioni che seguiranno) per innestarvi
o fagocitarvi, quasi a mo’ di matrioska, altre microstorie che si muovono
su piani temporali differenti e che della storia principale ne costituiscono
il paradigma. In un caso su due il passaggio dal primo al secondo racconto avviene in forma trasposta, senza sintagmi di legamento, nel senso
che la fonte di emittenza rimane comunque quella del narratore di primo
grado, il quale, pur non rinunciando alla funzione testimoniale e di regia,
trasferisce con intento mimetico al primo destinatario una storia appresa
da altra fonte (un vecchio capo famiglia di nome Salvatore). Alle voci narrative che si intersecano (extradiegetiche ed intradiegetiche con testimoni indiretti o implicati nelle vicende), specularmente corrispondono
altrettante figure del narratario (un destinatario sempre rappresentato e
uditore che rimanda ad un narratore orale). A tal riguardo si veda: G.
DELEDDA, La dama bianca [«Il Fanfulla della Domenica», Roma, 29 gennaio 1893; Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; Firenze, Quattrini,
1913], in Racconti sardi, Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996, 154-63.
17
Raccolta che inaugura la rassegna delle novelle a tematica sarda: G.
Introduzione
XXIII
blicata su «Natura ed Arte» con il titolo Gabina, dal suo
testo fu tratto nel 1921 il dramma pastorale La grazia (con
Claudio Guastalla e le musiche di Vincenzo Michetti) e nel
1929, per la regia di Aldo De Benedetti, un’opera filmica.
La fanciulla Gabina, durante una notte di tempesta, diviene suo malgrado e all’insaputa di tutti spettatrice, in una
domo barbaricina rischiarata di luci caravaggesche, di una
sorta di processo rusticano. Un processo intentato dalla
famiglia della madre, Simona, contro il padre naturale reo
di aver dieci anni prima abbandonato la sua donna. Gabina, Simona e il padre naturale Elias sono la causa, diretta e
indiretta, che muove il racconto; la prima in quanto figlia
della colpa, la seconda perché vittima del tradimento e dell’abbandono e il terzo in quanto responsabile del danno e
DELEDDA, Racconti sardi [Di notte («Natura ed Arte», Milano, 1 settembre 1892, con il titolo Gabina; Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894;
Firenze, Quattrini, 1913; Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972;
Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996); Il mago («La Tribuna Illustrata», Roma,
28 giugno 1891; Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; «Sardinia di Capo
d’Anno», II, 1, suppl. al n. 8; «La Riviera Ligure», II serie (1906), 86,
Genova; Firenze, Quattrini, 1913; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996);
Ancora magie (Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; Firenze, Quattrini,
1913; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996); Romanzo minimo («Boccaccio»,
Firenze, 31 luglio-1 agosto, 1892; «L’Ultima Moda», Roma, 25 settembre-2 ottobre, 1892; Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; Firenze, Quattrini, 1913; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996); La dama bianca («Il Fanfulla della Domenica», Roma, 29 gennaio 1893; Racconti sardi, Sassari,
Dessy, 1894; Firenze, Quattrini, 1913; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996);
In sartu (Nel salto) («Roma Letteraria», Roma, 5 luglio 1893; Racconti
sardi, Sassari, Dessy, 1894; Firenze, Quattrini, 1913; Novelle – I, Nuoro,
Ilisso, 1996); Il padre («Sardegna Artistica», Sassari, 10, 17 settembre
1893; Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; La regina delle tenebre, Milano, Agnelli, 1902, con il titolo I primi baci; Firenze, Quattrini, 1913;
Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996); Macchiette («Vita Moderna», Milano, 7
agosto 1892; Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; Firenze, Quattrini,
1913; Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972; Novelle – I, Nuoro,
Ilisso, 1996)] Sassari, Dessy, 1894 [Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
XXIV
DINO MANCA
artefice della propria infelicità. La narrazione, dopo una
serie di eventi, di rivelazioni e di complicazioni, perviene ad
una forma di equilibrio sciogliendosi con un evento tanto
inatteso quanto provvidenziale. L’‘imputato’, infatti, dopo
essere stato condannato a morte dalla famiglia ‘disonorata’,
viene alla fine graziato e liberato. La durata prevede un incipit con effetto di rallentamento proprio dei racconti analitici, seguito da una parte scenica nella quale viene rappresentato – con tinte forti, chiaroscurali e mimetiche – il serrato dialogo fra i sei personaggi di questa tetra tragedia
rusticana (Simona, Elias, Simone, Tanu, Pietro, zio Tottoi).
A un certo punto s’innesta il racconto secondo (vero e proprio racconto nel racconto) la cui esplicazione si dà secondo la modalità del processo rimemorativo, ossia attraverso il
recupero regressivo attuato dal personaggio autodiegetico
(Elias) che diventa narratore di secondo grado. Una sorta di
racconto-sommario sostenuto da un buon ritmo narrativo,
fatto di accelerazioni, rallentamenti scenici e rapide pause
descrittive18.
Sulla montagna19 è, invece, un esempio di bozzetto idillico dai tratti arcadici e dai tocchi rapidi e vivaci, dove tutto
si addentella chiassoso entro un quadro di incontaminata
bellezza: la montagna, i suoi boschi, i sentieri tortuosi, i
profumi, le aperture di orizzonte. La descrizione è pittorica,
a tratti oleografica, manierata e convenzionale, a tratti
imbevuta di un lirismo suggestivo e ridente. La percezione
L’evocazione a posteriori si rileva sia quando Elias racconta al suo
ristretto uditorio come e perché abbia abbandonato Simona, sia attraverso il confronto dialogico con gli altri personaggi che interloquiscono
con lui entrando nel processo comunicativo. L’analessi è, quindi, esterna
e omodiegetica, basata sulla stessa linea contenutistica del racconto
primo, e completiva nel senso che colma un’omissione provvisoria che il
lettore apprende solo dal racconto di Elias. La chiusa, ovverosia il ritorno al racconto primo, è tutta scenica.
19
G. DELEDDA, Sulla montagna, in Novelle – I…, 65-9.
18
Introduzione
XXV
è totale (visiva, uditiva, olfattiva) e totalizzante. Come
avviene per altre novelle il lettore sembra assistere alla contemplazione tardoromantica di un microcosmo carico di
emozioni e suggestioni incantatorie con processi di antropomorfizzazione degli elementi naturali. Il paesaggio si
dispiega nella sua molteplicità di forme e di colori; forme
colte nella loro simultaneità, proposte in rassegna attraverso un unico punto ottico e prospettico. Verrebbe quasi da
parlare, in questa prima produzione, di descriptio a prevalente funzione ricognitiva ed esornativa, se non fosse che
l’orientamento vettoriale e il linguaggio spaziale non stabiliscano altresì dei percorsi di senso, quasi simbolici20:
[…] Ad est, prima di ricominciare il bosco, vi è ancora un
campo di pietre aride, un pozzo, una capanna rovinata e
massi, sempre massi di granito; poi, in fondo, all’ultimo
limite dell’orizzonte, quasi velata dall’immensa lontananza, una linea pura, disegnata sul confine dei cielo; una
linea che azzurreggia mollemente col colore glauco senza
riflessi. È il Mediterraneo!21
Racconto articolato e complesso per struttura tematica e
sviluppo narrativo è, inoltre, La giumenta nera22. La novella,
farraginosa per le tortuose modalità compositive dell’intreccio – infarcito oltremisura di motivi liberi, svincolati dalla
storia (come le digressioni e le descrizioni circostanziali e
completive che sospendono il corso del tempo e dilatano,
sminuzzandolo, il racconto nello spazio) – presenta tuttavia,
e quasi per le stesse ragioni, non pochi elementi d’indubbio
Il Mediterraneo come frontiera, come confine desiderato e anelato
(verso est, verso Roma?). Un orientamento orizzontale di sogno e di speranza si distingue da uno verticale, di viaggio e di espiazione. Tutto il
bozzetto è inoltre attraversato da alcuni temi archetipici, connessi con gli
elementi cosmici primordiali (aria, acqua, terra, fuoco).
21
G. DELEDDA, Sulla montagna, in Novelle – I…, 66-7.
22
G. DELEDDA, La giumenta nera, in Novelle – II…, 59-92.
20
XXVI
DINO MANCA
interesse. Bellia e Ghisparru, servi di Antonio Dalvy, ricco e
stimato mercante di giumente e puledri, un giorno incontrano il vecchio Giovanni Battista, «figlio di Dio e di S.
Antonio»23, custode di una chiesa campestre fatta edificare in
onore al Santo suo omonimo da una dama liberata dai
demoni. Appreso dal vecchio che egli è proprietario di una
giumenta nera ricevuta in regalo un anno prima da un ricco
signore – «che è sardo, ma vive in terraferma anzi fuori del
regno (forse era il Marchese di Mores)»24 – e che, volendo,
essa può essere acquistata, i due servi rientrano nel vicino villaggio e informano il padrone. L’indomani, una volta definito il negozio, Giovanni Battista con un pretesto si apparta
con Antonio Dalvy e gli chiede di cambiargli con del denaro nuovo una somma di biglietti vecchi:
[…] Alla fine furono tutti all’ordine. Antonio Dalvy partì
per il primo, col suo ombrello verde aperto – poi s’avviarono i servi, a piedi, tirandosi dietro la giumenta nera picchiettata di bianco. La povera bestia si ribellava alquanto,
gettava la testa all’indietro, scuoteva la coda: pareva sentisse la fine della sua libertà. E zio Juanne Battista rimase
solo, all’ombra del portone, davanti al grande paesaggio
verde, fiorito e solitario.25
A questo punto la dispositio sintattico-narrativa si complica un po’ nel senso che il paradigma delle unità funzionali
(unità fin lì sgranate generalmente secondo un ordine logico-cronologico) subisce una soluzione di continuità temporale di tipo ellittico che determina una falla diegetica con
effetto di sospensione, perfino intrigante ai fini del racconto-enigma se non fosse però che l’anacronia, nell’assetto
Così erano chiamati a Nuoro i figli nati da unione illegittima (G.
DELEDDA, La giumenta nera, in Novelle - II…, 62).
24
G. DELEDDA, La giumenta nera, in Novelle…, 63.
25
G. DELEDDA, La giumenta nera, in Novelle…, 67.
23
Introduzione
XXVII
generale del racconto, polverizzi oltremodo l’azione complicante relegandola in sede di epilogo e risoluzione. Essa
infatti riemerge dall’oblio narrativo solo alla fine dell’intreccio attraverso un recupero regressivo di tipo dialogico
che satura l’omissione e ricostruisce i tasselli della vicenda.
La storia, quindi, a un certo punto sembra deflagrare e perdersi nei mille rivoli delle unità di contenuto descrittivo
autonome, non essenziali ai fini della fabula.
Alla luce della più volte ribadita organicità dell’opera letteraria, secondo cui i caratteri formali in stretta connessione con i piani di contenuto costruiscono il senso globale del
testo e ne determinano la sua identità semantica, va da sé
che la palestra compositiva non poteva, nella vasta gamma
di soluzioni poste in essere nel telaio narrativo dalla scrittrice sarda, non comprendere anche l’aspetto dell’orditura
tematica: dalla trama di destino a quella di personaggio e di
pensiero, dalla trama d’azione, propria del racconto d’enigma, strutturato attorno a un mistero e al suo disvelamento,
alla trama melodrammatica e sentimentale, dalla trama di
prova a quella di maturazione o di degenerazione.
Un racconto di avventura e prova insieme, il cui titolo
rinvia a una novella di Cechov è, ad esempio, Una terribile
notte26. La trama è d’azione in quanto si struttura attorno a
una serie di difficoltà e di imprevisti da superare, mentre
26
G. DELEDDA, Una terribile notte, in Nell’Azzurro, Novelle – I, Nuoro,
Ilisso, 1996, 75-94. Un giorno di ottobre, in uno stazzo della Gallura, un
padre manda il proprio figlio, Ardo, in un villaggio vicino per comprare
una forma di cacio. Ardo promette prudenza ma, arrivato al borgo e
comprato il formaggio, anziché intraprendere subito la via del ritorno si
attarda a giocare sino al tramonto. Sopraggiunta la notte egli è costretto
a cercare ospitalità. Da questo momento in poi il fanciullo è vittima di
una serie di disavventure, di beffe e di vicende terribili che lo faranno
pentire in ultimo di aver disobbedito al proprio padre. Dopo una serie di
eventi inattesi e di azioni concitate, si perviene al ristabilimento della
situazione iniziale e al raggiungimento di una condizione di equilibrio.
XXVIII
DINO MANCA
per il protagonista è di prova, espiazione e formazione insieme. Il caso dissemina nel cammino del protagonista, Ardo,
responsabile di un’infrazione (disobbedienza), una serie di
circostanze difficili (tentazioni, ostacoli, pericoli) con esito
problematico, dalle quali alla fine esce indenne. Egli, inesperto e ingenuo, ripara scontando la propria colpa con
prove severe e dopo alterne vicissitudini (espiazione). Grazie a tali eventi purificatori conclude, patendo e soffrendo,
il suo percorso simil dantesco («per la piccola ma dirupata
china») di lenta e graduale maturazione (colpa – nemesi –
purificazione – lieto fine).
È probabile che la scrittrice abbia guardato, tra i modelli
intertestuali, anche alla novella Andreuccio da Perugia. Non
trascurabili risultano essere, infatti, le analogie strutturali
(la stessa trama di formazione) e i motivi condivisi (il vagabondare, la discesa nella tomba, l’anello). Clamorosa per
altro, in questa come in altre novelle, l’evidenza di un
sostrato fiabesco. Le funzioni nell’asse sintagmatico sono
quelle caratteristiche della fiaba: allontanamento (Ardo si
allontana dallo stazzo per andare al villaggio e per comprare il cacio); divieto-infrazione (Ardo, restando oltre il
tempo stabilito al villaggio, contravviene ad un ordine
impartitogli dal padre = disobbedienza); tranello (Ardo è
vittima di una burla perpetrata da tre donne in una casa di
campagna); persecuzione (Ardo è chiuso prima nella
tomba, poi nella botte); danneggiamento (le tre donne sottraggono il cacio al fanciullo); situazione iniziale (rientro
allo stazzo). Le possibilità di combinazione del rapporto
fabula-intreccio si riducono all’opzione strutturale più semplice che predilige, in un parallelismo perfetto senza alterazioni o distorsioni dell’ordine temporale, il naturale e irreversibile fluire degli eventi in conformità all’architettura
canonica delle favole27. Anche l’anello (come in Capuana e
27
La libera dinamica del discorso segue la successione logico-cronologica
Introduzione
XXIX
Afanasjev) richiamerebbe la tradizione fiabesca, sebbene qui
la sua funzione sia diversa: non mezzo magico, ma semplice strumento di salvezza.
Quadretto d’ambiente, familiare e idillico, ambientato
nella Sardegna di fine Ottocento e incentrato sulle vicende
di una famiglia nuorese benestante, di prinzipales, si trova
invece nella novella I Marvu28. Racconto sostenuto da una
degli avvenimenti. Nella struttura segnica prevalgono le unità funzionali pragmatiche che riguardano i processi che dinamizzano la storia. Di un
certo interesse è la rappresentazione scenica resa efficace da un ritmo narrativo sostenuto che corre via senza impaccio. La narratio è intervallata
da alcune pause descrittive orientate dal narratore eterodiegetico e da
qualche ragguaglio riassuntivo. Il racconto ricorda altresì modalità rappresentative vicine al componimento gotico (con influenze della novella
satirica e fantastica). La storia, calata dentro cornici ambientali pervase di
sinistra suggestione, è sostenuta da una particolare tecnica espositiva
volta a creare suspense (con focalizzazione sul personaggio nei momenti
cruciali, senza anticipazioni del narratore e atmosfere preparatorie). La
descrizione spaziale si connota per sinistri effetti chiaroscurali e per le
significative contrapposizioni cromatiche (rosso-nero; giallo-nero). Racconto popolato di fantasmi (bobbois) e animato da una fauna belluina
multiforme (gatti, cinghiali, diavoli con gli occhi iniettati di sangue) che
si muove in scenari notturni, Una terribile notte catapulta il lettore in
atmosfere cupe e angoscianti (crepuscoli, cortinaggi di nuvole, oscurità),
fatte di esseri orribili, di presenze e profili inquietanti (diavoli, sepolti
vivi, apparizioni, banditi), di profanazioni – al limite del sacrilegio – di
luoghi sacri e tombe. L’intreccio, il cui sviluppo è ricco di colpi di scena,
si configura come un incubo che si rigenera e dal quale sembra non ci si
possa destare. Un racconto che, fra urla strazianti, risa infernali, sinistri
rintocchi, luci tremule e misteriosi suoni trasportati dal vento, appare
nondimeno intriso di fobie ancestrali: della morte, del buio, dei luoghi
chiusi, degli anfratti tenebrosi, dei fantasmi, dei tuoni e dei lampi.
Novella che, tuttavia – e qui sta la pennellata satirica, di derivazione del
racconto di burle e di scherzi – a tratti si stempera per taluni risvolti
comici legati ai comportamenti bizzarri e paradossali del suo protagonista e alla risibile performance di altri attori secondari (un esilarante esempio riguarda l’episodio della burla del cacio sottratto e dei banditi che
fuggono credendo di avere dinanzi il diavolo).
28
G. DELEDDA, I Marvu [«Rivista per le Signorine», Firenze, 15 maggio
XXX
DINO MANCA
narrazione movimentata e vivace, caratterizzato dalla messa
in scena, non priva di forti accentuazioni mimetiche soprattutto nelle parti dialogiche, di una umanità multiforme («il
piccolo gregge»), diversificata per età, sesso e condizione
sociale (sorelle, cognati, zii e nipoti, bambini e studenti,
padroni, servi e fantesche), calata a sua volta dentro un
fascio di relazioni differenziali, per somiglianza e opposizione, e colta significativamente entro una complessità di rapporti fatti di antagonismo e conflitto, ovvero di dipendenza, attrazione e solidarietà; relazioni – fattuali e sentimentali – intercorrenti fra personaggi comunque inestricabilmente legati all’ambiente solido e protettivo della casa e della
famiglia in quanto dipendenti tutti da una sorta di mater
familias forte e risoluta (Donna Martina Marvu), che inau1895; «L’Unione Sarda», Cagliari, aprile 1898, con il titolo Una sera d’inverno; Firenze, Quattrini, 1916; Sesto San Giovanni, Madella, 1917], in
Le Tentazioni [Milano, Cogliati, 1899], Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996,
259-78. Novella convincente da un punto di vista formale, soprattutto
per le sue calibrate descrizioni, venate di un lirismo intenso e vibrante e
sostenute da un linguaggio più sorvegliato e maturo, è il secondo componimento della raccolta dal titolo Un piccolo uomo. Il racconto prende
l’abbrivo in medias res, quando gli avvenimenti della fabula hanno già
avuto inizio. Cassio Longino, giovane sardo dal «volto scarno e dal profilo aquilino e dalla barba nera a punta», ama perdutamente una ragazza
del suo paese, Paola. La ragazza è ricca ma orfana. Ella, posta sotto la
tutela di uno zio che la maltratta e che da subito dilapida il suo patrimonio, ricambia l’amore del giovane tanto che gli chiede di sposarla.
Cassio però, nell’intento – prima del matrimonio – di ridare alla fanciulla nuova ricchezza e indipendenza, falsifica la firma del tutore che
godeva presso tutti di credito illimitato e acquista a nome della sventurata terre e rendita. Una volta scoperto, l’innamorato viene condannato,
vilipeso, rinnegato dalla sua famiglia e recluso in un penitenziario della
Toscana (verosimilmente in terra di Versilia). Da qui parte l’intreccio. Un
componimento godibile, per le sue ambientazioni e per le magnifiche
aperture di orizzonte rischiarate, nelle rosse aurore e al crepuscolo vespertino, di tante vivide luci e di bagliori sanguigni; descriptio pervasa di odorose fragranze e satura di colori caldi e luminosi.
Introduzione
XXXI
gura la ricerca di un tipo di personaggio centrale nei romanzi della maturità quali «L’incendio nell’oliveto, La madre e, in
un ambito regionale diverso, Annalena Bilsini»29.
Una vera trama, incentrata su un’azione complicante che
mette in moto la vicenda, non esiste. La materia del racconto è quella già incontrata nei romanzi di altri scrittori
sardi dell’Ottocento30. Essa consiste nella rappresentazione,
prevalentemente descrittiva e a tratti scenica, di oggetti,
situazioni e personaggi simultanei e coesistenti nell’intimità
dello stesso ambiente domestico, limitato e circoscritto,
confortevole e autosufficiente. Uno spaccato topografico e
ritrattistico di vita familiare già visto, a volte stereotipato e
un po’ di maniera, sorretto dai numerosi arresti contemplativi orientati nella visione dal narratore onnisciente che
passa in rassegna, in rapida successione, eventi ed esistenti,
in una carrellata riassuntiva e descrittiva in cui le azioni e i
processi che dinamizzano il racconto si dilatano nello spazio o si muovono su un asse di frequenza iterativa. I motivi, spesso liberi e svincolati da una storia, sono quelli tipici
dei racconti familiari e idillici: l’amore coniugale, l’amore
filiale e materno, la famiglia intesa come comunità primordiale e come centro di formazione e virtù, il gioco, le
monellerie, le piccole furbizie, le gelosie infantili, i racconti del focolare (sos contos de fochile), ma anche il senso del
vivere insieme, dell’appartenenza e della comunità, i valori
condivisi, l’educazione severa e il riconoscimento di un’autorità rispettata31.
G. CERINA, Prefazione…, 16.
S. FARINA, Amore ha cent’occhi, a c. di D. Manca, Cagliari, Condaghes,
1997, 287.
31
In sartu è un altro esempio di novella d’ambiente. Con essa ancora una
volta la Deledda ci riporta al racconto idillico-pastorale (amoroso, familiare, campestre) che si caratterizza per l’adesione dei personaggi ad un
piccolo universo di ferace, incontaminata e idilliaca bellezza. L’azione
ruota attorno a pochi elementi: l’amore, prima contrastato poi conqui29
30
XXXII
DINO MANCA
Novella lunga e complessa, per ricchezza di motivi e
rimandi intertestuali ed extratestuali, è Per riflesso32. Al centro della vicenda giganteggia il protagonista Andrea Verre,
per riflesso una sorta di Raskolnikoff isolano, un povero studente di provincia che, come il giovane russo, è costretto ad
abbandonare l’università per mancanza di denaro. Un giorno Andrea apprende che sua madre, un po’ come la Dunija
di Delitto e castigo, per aiutarlo si trova costretta a contrarre
matrimonio – senza amore e dopo molti anni (da quando
«pei maneggi di zia Coanna» era stata rifiutata) – col padre
naturale del ragazzo, il vecchio Larentu Verre, ricco possidente del nord Sardegna, un tempo suo padrone ora vedovo e alcolizzato. Andrea reagisce con contrarietà e sdegno
all’ipotesi paventatagli per lettera dalla madre:
No! ... Se volete avere un figlio, non pensate di sposare
‘quell’uomo’! – 33.
Egli sa che Larentu è suo padre ma vive con vergogna la
possibilità che la madre sposi, per poter salvare lui dall’instato, il lavoro, il matrimonio. Su tutto domina un ambiente tipicamente e caratteristicamente barbaricino (agro-pastorale), entro cui si agita
una fauna umana tutta volta, nella sua pragmatica, al raggiungimento di
un unico scopo, quello della ricomposizione di un mondo fatto di molte
virtù e di buoni sentimenti. Le unità descrittive si alternano a quelle funzionali cadenzandone il ritmo narrativo. In sartu è una novella d’ambiente nel senso che, nell’economia della narrazione, essa dà particolare
rilievo al contesto sociale e culturale dentro cui la vicenda è inserita. Gli
stessi personaggi sono strettamente legati all’ambiente e la natura è partecipe del destino degli uomini. G. DELEDDA, In sartu (Nel salto), Novelle – I…, 164-73.
32
G. DELEDDA, Per riflesso [«La Nuova Antologia», Roma, XXXVI (1
agosto 1901), 185, con il titolo Un’aberrazione; Milano, Treves, 1917;
Milano, Treves, 1929; Milano, Garzanti, 1940], in I giuochi della vita
[Milano, Treves, 1905], Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996, 103-44.
33
Raskolnikoff a Dunija: « – Una sorella simile non la considererei più
come sorella. O io o Luzin!...»).
Introduzione
XXXIII
digenza, l’uomo che sino a quel momento l’ha umiliata e
respinta34. Per questo il giovane, assalito dal rancore disperato e dall’angoscia febbrile, riprende a covare un’idea allucinante e mostruosa che ha maturato da studente dopo aver
letto con ardente e perversa inclinazione il «terribile romanzo»: commettere un omicidio per provare i tormenti della
colpa, studiarne le impressioni e scriverne infine un’opera
straordinaria. La vittima prescelta è la vecchia zia Coanna,
considerata la principale responsabile delle sue disgrazie. Il
protagonista vive così la sua visionaria e paranoica esperienza d’identificazione con l’eroe dostoevskijano. Al rientro dall’università, provato per le sofferenze patite e dopo
che il padre gli aveva negato il sussidio, riscopre con macerazione il suo doppio. In lui si agitano impulsi opposti e
conflitti laceranti al limite del delirio. Il dualismo fra razionalità e irrazionalità, bene e male, diventa sempre più la sua
ossessione. L’animo di Andrea si presenta come lo specchio
in cui si riflettono frammischiandosi i motivi e le suggestioni degli autori ‘terribili’ («...Nietzsche, Bourget, Shelley...»), le cui dottrine gli fermentavano nella mente «come
i semi nella terra»:
Raskolnikoff. Ebbene perché non ammetterlo? In qualche
cosa io rassomiglio a lui; ed anch’io vorrei, come lui, compiere un delitto, un atto di forza, solo per sperimentare il
mio coraggio, per me, solo per me. Ammazzando zia
La figura di padrone irascibile, solitario e ubriacone richiama vagamente quella del padre di Dostoevskij, ucciso da alcuni contadini esasperati dalle sue angherie, ed altri tipi di relitti umani come l’ubriacone
Marmeladov. Le descrizioni di condizioni patologiche come il delirium
tremens, che si manifesta con movimenti convulsivi e allucinazioni visive
e auditive, seppur presenti anche in Delitto e Castigo («– Ma tu hai il delirium tremens, che! – si mise a urlare Rasumichin [...]»), trovano tuttavia
riscontro anche nell’esperienza familiare della stessa Deledda. Il fratello
maggiore, Santus, fu infatti affetto da alcolismo cronico fino al delirium.
34
XXXIV
DINO MANCA
Coanna, però, non spiegherei la forza serena e terribilmente fredda della mia sola intelligenza, perché l’idea di
uccidere la vecchia serva e non un’altra persona, mi ha
spinto un po’ l’odio. Ho sempre odiato zia Coanna, fin da
quando la vidi la prima volta; essa fu poi la causa del mio
spostamento nel mondo. Ebbene, no, questo delitto non
sarebbe che un delitto di passione, ed io vorrei compiere
un delitto semplicemente sperimentale. Ecco, uscire,
incontrare un individuo (non importa se uomo o donna,
se vecchio o giovane); ecco, un uomo qualunque, mai
veduto, che non mi fece mai alcun male, di cui ignoro
anche il nome: andargli incontro, togliergli la vita! E poi?
Ebbene, e poi?35
Ma proprio quando la vertigine superomistica ed emulativa lo sta per spingere definitivamente negli abissi tenebrosi e mefitici della perdizione e dell’incubo, improvvisamente nel suo profondo egli ritrova la forza della viltà che distoglie e redime:
– Ebbene sì, fuggo perché dopo tutto non bisogna fidarci
mai di noi stessi; e sarò anche un vile, ma la mia forza è
appunto in questa viltà: non farò mai del male, mai ...
neppure volendolo! ... E gli sembrava di esser guarito da
una terribile malattia36
G. DELEDDA, Per riflesso…, 137.
G. DELEDDA, Per riflesso…, 144. La struttura segnica del racconto è
conforme al tema trattato. Fra le unità funzionali e pragmatiche significativamente emergono le eidetiche, riguardanti la processualità interiore
del personaggio protagonista (pensieri, immagini, sogni, allucinazioni). I
modi e le tecniche della rappresentazione si avvalgono della presenza di
un narratore eterodiegetico, alla cui prima e ineliminabile funzione narrativa ed esplicativa se ne accompagna un’altra, più dissimulata, di natura etico-ideologica, soprattutto quando, a mo’ di transfert (voce del personaggio e punto di vista del narratore, come anche in Dostoevskij) e
attraverso la tecnica della focalizzazione interna (variabile e multipla),
egli, con evidente intento mimetico, interviene imitando e/o plasmando
le parole e i pensieri del personaggio. L’incrocio fra prospettiva e voce
35
36
Introduzione
XXXV
La dimensione del sogno, inteso come manifestazione
dell’inconscio e come luogo di un’esperienza interiore dalla
quale riaffiorano ansie e inquietudini profonde, è quella
entro cui si sviluppa buona parte della breve novella, prevalentemente scenica, dal titolo Per la sua cratura, terza della
narrante ci consegna una sorta di polifonia eterodiretta e orientata da un
narratore immanente. L’autore adotta prevalentemente la tecnica del
resoconto, del discorso diretto, con citazione di lunghi pensieri in forma
legata (che come da convenzione sostituisce il monologo interiore) e del
soliloquio. Entro questi schemi logici propri del discorso e del pensiero
retoricamente elaborati, con cui traduce in scrittura la vita psichica del
protagonista (né monologhi interiori né flussi di coscienza, dunque), egli
sembra regolare tuttavia la sua distanza, in senso ideologico e morale,
dall’universo rappresentato. La struttura temporale, che presenta qualche
distorsione nel rapporto tra fabula e intreccio con recuperi regressivi e
analessi sia esterne che interne di tipo omodiegetico e completivo (gestite sia dal personaggio autodiegetico sia dall’io narrante), si caratterizza
per una certa varietà della velocità e del ritmo del racconto e per l’alternarsi di dilatazioni descrittive (prevalentemente di natura attributiva e
analitica legate al tempo allucinato della coscienza del protagonista) e
compressioni ellittiche, di pause e sommari, di scene dialogate e fenomeni retorici di ripetizione (anafore e allitterazioni), di racconto singolativo e iterativo. Negli eventi narrati (il tempo dell’avventura è di parecchi anni) si fondono, dunque, aspetti psicologici e focalizzazioni circostanziali con accelerazioni pragmatiche proprie del racconto d’azione.
Altrettanto varia e composita è la serie di relazioni (fattuali, sentimentali e psicologiche) che esiste fra i personaggi e fra questi e gli ambienti
descritti. Intorno alla figura di Andrea Verre, personaggio modellato e a
tutto tondo, gravitano e si muovono entro un reticolo di rapporti dicotomici di attrazione e conflitto, altri esistenti e comprimari più o meno
complessi e dinamici, come l’amata madre Andreana (dei «Verre poveri»)
che «lavorava per campare la vita...così alta e dritta, con la pelle color
rame e il viso un po’ quadrato...pareva rassomigliasse ad una figura egiziana», il padre Larentu, uomo tracotante e violento, «piccolino, rossigno, dal viso malevolo, che con la sua sopragiacca di pelo rassomigliava
ad una volpe maligna», l’odiata e disprezzata zia Coanna, la buona Millèna Ibbas, giovane moglie di Larentu, donna generosa e magnanima,
«innocente come una bambina», vittima di un ingrato destino di morte,
e infine Giacinto Tedde, stimato maestro di scuola e sorta di guida spirituale («un bel giovine di vent’anni, alto ed elegante, tutto roseo in
XXXVI
DINO MANCA
raccolta I giuochi della vita37. Ad una madre, la «signora
V***», compare in sogno una ricca dama dall’aspetto mistevolto»), prodigo di suggerimenti e consigli e oggetto da parte di Andrea
di ammirazione e rispetto. Le attribuzioni e le qualità dei personaggi e la
sfera pragmatica in cui essi sono coinvolti rappresentano il cuore dell’universo semantico del racconto. Il sistema è sostanzialmente statico,
anche se subisce sensibili cambiamenti con lo sviluppo dell’intreccio. Tra
Larentu e Andreana, ad esempio, vi è inizialmente conflitto. Solo alla
fine, dopo la morte di Millèna la relazione fra i due, per ragioni di convenienza e d’interesse reciproco diviene di attrazione e condivisione di
scopi (ritrovare entrambi il consenso di Andrea).
37
G. DELEDDA, I giuochi della vita [Per riflesso; Freddo (Milano, Treves,
1917; Milano, Treves, 1920; Milano, Garzanti, 1940; Novelle – II,
Nuoro, Ilisso, 1996); Per la sua creatura (Milano, Treves, 1917; Milano,
Treves, 1920; Milano, Garzanti, 1940; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996);
Pasqua («La Riviera Ligure», Genova, II serie (1902), 38, con il titolo
Pasqua sarda; Milano, Treves, 1917; Milano, Treves, 1920; Milano, Garzanti, 1940; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996); La morte scherza…(«La
Riviera Ligure», Genova, II serie (1904), 56, con il titolo Gli scherzi di
zia Morte; Milano, Treves, 1917; Milano, Treves, 1920; Milano, Garzanti, 1940; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996); I giuochi della vita («La
Nuova Antologia», Roma, 185 (16 ottobre 1902); Milano, Treves, 1917;
Milano, Treves, 1920; Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e novelle – IV,
Milano, Mondadori, 1959; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996); Padre
Topes (Milano, Treves, 1917; Milano, Treves, 1920; Milano, Garzanti,
1940; Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996); Il vecchio servo (Milano,
Treves, 1917; Milano, Treves, 1920; Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e
novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959; Nuoro, Il Maestrale, 1995;
Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996); Il fermaglio («La Nuova Antologia»,
Roma, 197 (1 settembre 1904); Milano, Treves, 1917; Milano, Treves,
1920; Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996);
Lo studente e lo scoparo (Milano, Treves, 1917; Milano, Treves, 1920;
Milano, Garzanti, 1940; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996); Colpi di scure
(«Sardegna Letteraria e Artistica», Cagliari, 1902, con il titolo Vengono;
«Sardegna Giovane», Sassari, I (1909), 1, con il titolo Mentre la foresta
muore…; Milano, Treves, 1917; Milano, Treves, 1920; Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996); Mentre soffia il levan-
Introduzione
XXXVII
rioso («mantellone nero, una pellicciona nera, un cappellaccio nero tirato sugli occhi...ebbe paura»). La nobildonna,
che si presenta con voce gutturale e fare sdegnoso, da «gran
dama avvezza al comando», propone alla «personcina diafana», «anemica», dal «volto pallidissimo», angariata dalla
miseria, di poter adottare la sua bambina in quel momento
affidata per necessità a una balia, figlia del suo giardiniere.
Il sogno, presagio di tragici eventi, ben presto si trasforma
in incubo:
E la signora V*** non fiatava davvero, per la sorpresa, e
più ancora per lo spasimo che provava al solo pensiero di
dover cedere la sua creatura. La sua creatura! Il suo uccellino! La sua vita! Il suo universo! La sua piccina! Ma quella straniera era matta, matta da legare. La signora V*** l’esaminò bene; ma poi ricordò che la straniera non aveva
figli e capì come si potevano fare certe proposte.
– Ne parlerò con mio marito – rispose, tanto per dire
qualche cosa. Poi accompagnò la straniera fino alla scala,
augurandole fra sé che, nello scendere, s’impigliasse nel
mantellone e rotolasse sino in fondo38.
Il concitato colloquio col proprio marito, la possibilità –
contemplata amaramente da entrambi – di dover decidere
di perdere la propria figlia pur di assicurarle un futuro agiato e sicuro, caratterizzano l’epilogo che sfuma e si stempera
col risveglio e col ritorno alla realtà. Non sappiamo se la
Deledda abbia avvertito in quegli anni la suggestione delle
teorie freudiane che iniziavano a trovare applicazione anche
in contesti assai distanti da quelli clinici delle origini, anche
se è pur vero che lo stesso Freud andava considerando la letteratura, l’antropologia culturale, la religione e le scienze del
te (Milano, Treves, 1917; Milano, Treves, 1920; Milano, Garzanti, 1940;
Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996)], Milano, Treves, 1905 [Novelle – II,
Nuoro, Ilisso, 1996].
38
G. DELEDDA, Per la sua creatura, Novelle – II…, 156-7.
XXXVIII
DINO MANCA
linguaggio come altrettanti campi di applicazione e di verifica delle ipotesi teoriche psicanalitiche39. La funzione letteraria dei sogni è strettamente connessa con il valore culturale e antropologico attribuito alla funzione onirica e l’interpretazione e la decifrazione del fenomeno è cambiata in
maniera consistente nel corso dei secoli40. Si pensi alla cesura rappresentata dalle indagini dello studioso di Freiberg
che incidono profondamente nella stessa narrazione letteraria. Dopo di lui, infatti, la scrittura si orienta a riprodurre
le caratteristiche specifiche dell’attività psichica caratterizzata da emozioni, percezioni e pensieri che si strutturano in
una successione di immagini, generalmente non regolata
dalla logica, anche se apparentemente reale.
La rappresentazione del sogno nella prima Deledda, invece, avviene secondo procedure narrative tradizionali, lontane dall’eversività compositiva dell’incipiente letteratura di
matrice psicoanalitica, nonostante la stessa novità tematica
e la sperimentazione di tecniche rappresentative più adeguate inizino a palesarsi e ad essere cifra di uno stile. La
scrittrice sembra non aver ancora affrontato gli aspetti tecnici che tale tematica comporta. Non il linguaggio del pensiero (diverso da quello scritto e parlato), non la sua riproduzione così come nasce (simultaneo, associativo, fluttuante), non la tecnica dell’impersonalità, della rappresentazione estraniata, non ancora il tempo interiore, psicologico,
soggettivo, della coscienza individuale – in cui il filo del
discorso si smarrisce nei meandri di un io disgregato incapace di cogliere i rapporti di casualità fra gli eventi e di
distinguere i confini fra il reale e l’immaginario – ma,
39
L’interpretazione dei sogni uscì nel 1899, le novelle di questa raccolta
furono scritte poco dopo, fra il 1901 e il 1905.
40
A. PIEMONTI-M. POLACCO (a c. di), Sogni di carta. Dieci studi sul sogno
raccontati in letteratura, Firenze, Le Monnier, 2003; S. VOLTERRANI, Le
metamorfosi del sogno nei generi letterari, Firenze, Le Monnier, 2003.
Introduzione
XXXIX
secondo delle collaudate costanti stilistiche ottocentesche, il
tempo oggettivo, reale, cronologico, il pensiero mediato,
imitato, tradotto in un discorso coerente, coordinato dalla
mente di un narratore demiurgo, analista, mente giudicante e figura immanente che interviene, partecipa del destino
dei personaggi e asseconda la loro inquietudine, adottando
preferibilmente il loro punto di vista e orientando il loro
sguardo interiore41.
I motivi del viaggio, del peccato, della colpa, dell’espiazione, della passione irresistibile e tentatrice sono, invece, i
cardini della trama melodrammatica, di degenerazione e
disillusione con finale tragico, della novella Padre Topes42.
Padre Topes, «il cui vero nome era padre Zuanne», soprannominato così «per la sua figurina timida di topo, dal lungo
musetto pallido ed i piccoli occhi lucenti», è un giovane
frate francescano al quale un giorno di primavera gli viene
ordinato di partire alla cerca per i villaggi circostanti. Il religioso, intrapreso il suo viaggio – mitigato da un tempo perSpunti di soliloquio e di indiretto libero si trovano nella breve novella
Pasqua, anch’essa movimentata da eventi psicologici e incentrata sullo
scandaglio interiore di una giovane donna colta dal turbamento in quanto vittima della superstizione. La mattina del Sabato Santo, giorno di
preparativi per la festa, Apollonia Fara è travolta dall’altalenante dinamica delle emozioni per la probabile venuta nella propria casa del giovane
Vicario del paese, in visita, come consuetudine, per la benedizione
pasquale. Il Vicario è stato un suo vecchio fidanzato, ed ella, che dopo
averlo abbandonato si è sposata con un ricco pastore, adesso teme il peggio, «giacché nei piccoli paesi sardi si crede che i sacerdoti possano, per
mezzo dei libri sacri, scomunicare e maledire con molta efficacia». La
vicenda si scioglie e il personaggio protagonista cambia atteggiamento e
convinzioni nella parte finale, quando, con le lacrime agli occhi, comprende che col suo aspersorio il prete ha semmai profuso l’acqua della
benedizione e della fecondità nuziale. Si veda a tal riguardo: G. DELEDDA, Pasqua, Novelle – II…, 159-62.
42
G. DELEDDA, Padre Topes, Novelle – II…, 209-15.
41
XL
DINO MANCA
vaso di voluttuosi tepori e allietato da un paesaggio inebriante e edenico – a un certo punto del suo fatale andare
decide, stanco e assonnato, di chiedere ospitalità per la
notte. Il destino vuole che egli si imbatta nella casa di una
giovane donna, sola, «alta e bella, bruna con gli occhi azzurri», la cui figura è quella della donna perdizione, maga e
fascinatrice («sguardo lucente e riso beffardo [...] carezzevole e insinuante») e la cui sensualità incantatrice e trasgressiva è simbolo di una femminilità satanica («occhi turchini e
labbra rosse […] esalava un profumo di violetta che stordiva ») e, per il fraticello, causa di sventure e tragedie43. Da
Il microcosmo pervaso di inebrianti tepori, profuma di essenze aromatiche e fragranze primaverili. Forte la percezione olfattiva, oltre che visiva e uditiva. Prevalgono i verbi di moto e si ripropone il motivo del viaggio come preludio di una disgrazia o di un’avventura (viaggio-perdizione
e non espiazione). Il narratore-orale, che si rivolge a un narratario uditore («Qualche anno fa […] Basta, arrivato infondo alla montagna […]
Basta, una notte arrivò […] – Che volete? – chiese ella bruscamente,
guardandolo meravigliata. – Così e così – egli disse […]»), ha a sua
disposizione una ricca tavolozza dalle tinte forti e dai colori caldi e luminosi. I colori rivestono nella scrittura della Deledda una funzione semiotica centrale. La loro valenza connotativa e simbolica si lega indissolubilmente a istanze etiche ed ontologiche profonde. Quasi una sorta di equivalente spaziale di una dimensione morale. La stessa descrizione del paesaggio, insussistente nella scrittrice nuorese senza profusione cromatica,
assume in questa fase del processo di maturazione artistica una funzione
centrale per la piena comprensione dell’assiologia e psicologia dei personaggi. Non di rado, come in questa novella, ambienti, eventi ed esistenti sembrano legati da nessi di significativa consequenzialità (natura anticipatrice e partecipe degli accadimenti) e da rapporti analogici e simbolici profondi («tutto il bosco aveva fremiti, riflessi, mormorii arcani, e
tutta la montagna pareva assorta in un sogno d’amore? […] un soave
odore di violette e di narcisi avvolgeva il frate, che sorrideva beato […] il
sole già caldo […] inondava di voluttuosi tepori le verdi campagne […]
Ma Padre Topes cominciò a turbarsi nel respirare la fragranza del
bosco»). Lo sfondo naturale e paesaggistico – percepito su una linea prevalentemente orizzontale e attraverso una sorta di fissità estasiata e smarrita a partire da due fondamentali punti ottici e prospettici (narratore e
43
Introduzione
XLI
questo momento in poi il personaggio vive il doloroso conflitto agonico che dissottera dal campo dell’oblio la sua
macchia genetica44. Il fuoco istintuale e incontrollato della
passione è motivo di macerazione e tormento. Il peccato
originale, il rimorso, il senso di colpa e la scelta di una
espiazione eterna si avvicendano tumultuosi e si accavallano trasfigurandosi in una baraonda di immagini e di pulsioni autopunitive febbrili («Fu una settimana di martirio»). La riparazione del danno, attraverso l’autoflagellazione e il silenzio, tuttavia non basta più. L’espiazione di una
colpa grave ha bisogno, per sublimarsi, del gesto estremo.
L’epilogo, che sancisce un’infrazione alla concezione etica
deleddiana «che lega il peccato d’amore alla scelta salvifica
dell’espiazione»45, è di quelli tragici:
[...] si levò la corda grigia che gli cingeva i fianchi e la gittò
ad un ramo. Salito sulla pietra che serviva da sedile, egli
fece un nodo scorsoio alla corda, se lo passò al collo e si
lanciò nel vuoto46.
Il motivo del viaggio e il tema della morte – in questo
caso provocata da un destino beffardo – caratterizzano
altresì la trama di castigo della novella La morte scherza47.
Zia Areca, una proprietaria ottantenne col corpo «metà
paralitico» e «metà piagato», adagiata in un carro trasformato in letto, durante una notte di luglio intraprende il
percorso verso il mare. Insieme ai viaggiatori di una chias-
personaggio) – si tinge, in relazione analogica alla vicenda, dei caldi colori delle passioni.
44
Egli è infatti figlio di un bandito. La predestinazione dei figli a pagare
le colpe dei padri, uno dei temi centrali del teatro tragico greco, è frequente nella narrativa deleddiana.
45
G. CERINA, Prefazione…, II, 15.
46
G. DELEDDA, Padre Topes…, 215.
47
G. DELEDDA, La morte scherza, Novelle – II…, 163-71.
XLII
DINO MANCA
sosa e variopinta carovana si trovano la nipote Rosa e il
servo Antonio Maria,
[…] un bellissimo Ercole giovinetto, dai capelli crespi e
folti come un cespuglio, e il viso sbarbato, grasso, rosso e
bruno come una melograna48.
I due giovani si amano, ma la loro precaria condizione
economica gli impedisce di contrarre matrimonio. Per questo, presi da un’avidità distruttiva, anelano la rapida morte
della vecchia e la risoluzione del testamento in favore della
fanciulla. L’infausto destino, però, riserva loro, fra sinistri
presagi e oscure premonizioni, un epilogo tanto tragico
quanto inatteso. Una notte zia Areca, che abitualmente
coglie il sonno all’alba, chiudendo gli occhi prima del solito e restando immobile senza più gemere, sembra defungere. Gli amanti, travolti da voluttà, avventati e impudenti si
danno alla festa e all’ebrietà. All’alba cala il sipario: Antonio
Maria, vittima della sua spregiudicatezza e del suo cinismo,
è risucchiato in un vortice fatale dal mare in burrasca, proprio mentre l’anziana donna si ridesta:
– Santa Greca nostra, come l’uomo è cieco – disse un giorno la vecchia bevendo il caffè. Antonio Maria predicava
sempre: «Zia Areca, pensate a morire; zia Areca, la morte
sta per gettarvi il laccio!». Ed ecco che essa passa e fa uno
scherzo: invece di gettare il laccio alla veccia lo getta al giovane! Sì, qualche volta pare che scherzi, quella zia Morte!49
Con la novella Sarra, ultima della raccolta La regina delle
tenebre50, ritornano gli effetti coloristici e folklorici delle
G. DELEDDA, La morte scherza…, 163-4.
G. DELEDDA, La morte scherza…, 171.
50
G. DELEDDA, La regina delle tenebre [La regina delle tenebre (La regina
delle tenebre, Torino, Origlia, 1892; Milano, Giacomo Agnelli, 1902;
Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996); Il bambino smarrito («La Piccola Rivi48
49
Introduzione
XLIII
feste campestri e si specifica meglio, tra le isotopie sememiche della poetica deleddiana, il motivo del pellegrinaggio.
La storia, melodrammatica, di degenerazione e disillusione
con finale triste, ha come protagonista Sarra (Alessandra)
Fioreddu fanciulla di Bottuda «alta, fina, un po’ curva, ma
molto bella e bianca in viso» che ama vivere e divertirsi.
Purtroppo, però, i sogni della giovane sono ostacolati dal
padre e dai fratelli, «uomini rozzi e ubriaconi», che vogliono darle in sposo Mattia, un ricco pastore del luogo da lei
energicamente respinto. Durante il viaggio di ritorno dalla
festa di San Costantino, dove si era divertita follemente
(«ballò, civettò, fu corteggiata a più non posso»), Sarra,
rimasta ultima e indifesa nel sentiero del bosco, cade in
un’imboscata tesa dal pretendente che, con la complicità di
due servi, la rapisce e la costringe a sposarlo. Il narratoreconversatore, benché esterno alla storia, coerente con la sua
funzione comunicativa non esita a manifestarsi come emittente del racconto, stabilendo col narratario un rapporto
diretto:
[…] i Bottudesi amano assai il loro San Costantino, e per
tutto l’inverno sognano di attraversare il bosco, la valle e
la pianura, pur di festeggiare il Santo ballando, cantando
bevendo acquavite e vino bianco fino a mezzogiorno, e
liquore d'anice e vino rosso fino all'ora del ritorno. Ed è
giusto che essi si divertano finalmente. Hanno lavorato
tutto l’inverno crudo, dissodando e seminando la terra sel-
sta», Cagliari, I (11 dicembre 1899), 23-24, con il titolo L’ostacolo; La
regina delle tenebre, Milano, Giacomo Agnelli, 1902; Novelle – II, Nuoro,
Ilisso, 1996); Le due giustizie (La regina delle tenebre, Milano, Giacomo
Agnelli, 1902; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996); La giumenta nera (La
regina delle tenebre, Milano, Giacomo Agnelli, 1902; Novelle – II, Nuoro,
Ilisso, 1996); Sarra (La regina delle tenebre, Milano, Giacomo Agnelli,
1902; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996)], Milano, Giacomo Agnelli,
1902 [Torino, Origlia, 1892; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
XLIV
DINO MANCA
vatica, guardando le greggie assiderate e magre: ora le
pecore hanno la lana lunga, il grano verdeggia sui ciglioni, le macchie sono fiorite, il cielo è azzurro. Bisogna ringraziare San Costantino delle buone promesse della terra
e del gregge, e bere e ballare e cantare in suo onore51.
Una trama di castigo con agnizione finale e scacco del
protagonista, responsabile dei suoi guai, si trova, invece,
nella novella Freddo52. Imperniato sulle disavventure di un
personaggio burbanzoso e immaturo messo alla prova in
circostanze difficili («Per lui tutto era oggetto di riso, ma
d’un riso quasi infantile, che non offendeva nessuno»), l’intrigo si dipana in una Sardegna polare, inghiottita da una
bufera di neve e sferzata da un vento glaciale. Il motivo del
viaggio, preludio di un’avventura con esito problematico53,
sostiene la prima parte della narrazione. Il padroncino
Maureddu decide di partire nonostante il cielo minacci tormenta e nonostante la propria fidanzata, sua serva, lo dissuada amorevolmente dal farlo. Il percorso, come previsto,
per le avverse condizioni climatiche si dimostra irto di difficoltà e di pericoli e il giovane non tarda a trovarsi solo e
smarrito in uno scenario spettrale. Quando il destino sembra metterlo sulla via della salvezza, la sua alterigia si riconferma fonte di guai. La descrizione soggettiva dell’ambiente, non priva di soluzioni analogico-metaforiche (la notte è
«[...] senza luce, senz’aria, senza orizzonte» come senza prospettiva è il viaggio del protagonista), riporta all’interno dei
suoi spazi le istanze diegetiche. La sua funzione esplicativa
e simbolica, non meramente esornativa e pittorica, si rivela
altresì nei rapporti di consequenzialità che legano il personaggio e la sua pragmatica con il paesaggio umanizzato e
antropomorfizzato. La natura diviene quasi un agente, forte
G. DELEDDA, Sarra, Novelle – II…, 93.
G. DELEDDA, Freddo, Novelle – II…, 145-53.
53
Nella narrativa deleddiana il viaggio è spesso simbolo del fato.
51
52
Introduzione
XLV
di una propria valenza fabulistica, capace, come il fato, di
governare e orientare gli eventi54. In questo caso, fra crisi
allucinatorie del personaggio-protagonista e percezioni visivo-sensoriali gestite da un narratore-orale («Cammina,
cammina...) a focalizzazione esterna, il paesaggio invernale
vive in contrasto con la prassi e il volere del giovane smargiasso che non sa interpretare i messaggi e i presagi rivolti al
suo agire.
Altra trama di destino, melodrammatica, con finale triste
che provoca la pietà del lettore è la novella L’ospite55, che
gravita nell’ambito dell’esperienza narrativa del romanzo
Anime oneste56. Durante un’escursione sui monti della Barbagia, Margherita – diciannovenne, non bella ma intelligente – conosce Silvio Boly, avvocato praticante, musicista,
ballerino, gran ciarlatano e con le tasche vuote, e se ne innamora perdutamente nonostante l’antagonismo di Leandro
Leandri, «ufficialetto» amico del Boly. Il fuoco dell’amore
incontra i primi ostacoli. Fra i due innamorati che, come
due «chicchi d’orzo» dentro l’acqua si dividono e si perdono, si inserisce un nuovo elemento perturbatore, il ricco
Antonio Arau, per la famiglia di lei il predestinato57. Dopo
una serie di vicissitudini e di mutamenti che esprimono il
movimento della vicenda, la fabula sfocia in un epilogo
problematico che non scioglie la complicazione. I contrasti
La tormenta di neve costringerà Mauro a incontrare il cognato.
G. DELEDDA, L’ospite [L’ospite, Rocca San Casciano, Cappelli, 1898;
«La Vita Italiana», Roma, 10 febbraio 1895], in L’ospite [Rocca San
Casciano, Cappelli, 1898], Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996, 193-219. La
novella qui citata è diversa dalla novella omonima pubblicata nella silloge: Sole d’estate, Milano, Treves, 1933; Romanzi e novelle – V, Milano,
Mondadori, 1969; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996, 70-3.
56
G. DELEDDA, Anime oneste, Milano, Cogliati, 1895, con una prefazione di Ruggero Borghi. Anime oneste è un romanzo segnato dal tema dell’amore non corrisposto.
57
Come nei più tipici triangoli amorosi (lui-lei-l’altro).
54
55
XLVI
DINO MANCA
fra i personaggi, infatti, raggiungono una mesta sospensione e la tensione cade, ma senza la soluzione tanto attesa.
Prevarrà la falsa coppia (Margherita e Antonio). Vincerà su
tutto la rassegnazione e l’infelicità58.
Racconto a sfondo psicologico, nel senso che gli eventi
sono ridotti ai minimi termini e la trama è legata al dipanarsi e al succedersi delle emozioni, delle riflessioni e delle
reazioni del personaggio, è invece La regina delle tenebre59.
La novella, eponima, risente, da un punto di vista stilisticoespressivo, ancora di talune ingenuità compositive proprie
della prima fase del noviziato letterario. La trama, di maturazione e di educazione insieme, è da annoverarsi fra quelle
di personaggio e di pensiero. La narrazione prende spunto
dalla presentazione di Maria Magda:
A venticinque anni, bella, ricca, fidanzata, senza aver mai
provato un dolore veramente grande, un giorno Maria
Magda si sentì improvvisamente il cuore nero e vuoto60.
Maria avverte con angosciato stupore l’inesorabile trascorre del tempo e coglie, in un momento della sua pur felice esistenza, il senso della vanità e della caducità d’ogni
cosa, dell’estrema precarietà della vita e, in ultimo, dell’incontrovertibile approssimarsi della morte. Da tutto ciò scaturisce la crisi esistenziale, una sorta di coscienza negativa
dell’io che si esplica, dentro un’aura cupa e malinconica, in
I paesaggi sono quelli autunnali e invernali, prevalentemente notturni.
La percezione visiva, uditiva e olfattiva accompagna le ampie ricognizioni spaziali di tipo esornativo. Una natura incontaminata e partecipe è
sublimata qua e là di visioni estatiche dal forte impatto cromatico. Anche
questa novella è attraversata da alcuni temi archetipici, connessi con gli
elementi cosmici primordiali: il cielo, il mare, il fuoco, le montagne.
59
G. DELEDDA, La regina delle tenebre, Novelle – II…, 27-30.
60
G. DELEDDA, La regina delle tenebre…, 27.
58
Introduzione
XLVII
una dolorosa riflessione sulla propria infelicità che sconfina
nella misantropia, nell’irrazionalità e nella follia:
L’idea della fine le gelava in cuore ogni slancio, ogni gioia,
le essiccava ogni idea di piacere…Cominciò a diventar
cupa, raccolta…Ella non uscì più di giorno dalle sue stanze: usciva di notte, vagando in carrozza per le campagne
dormienti. Vestiva di nero, e sui capelli scuri aveva un cerchietto d’acciaio con cinque diamanti che brillavano più
che stelle. La chiamarono allora la regina delle tenebre61.
Solo la contemplazione finale, in una notte «interlunare,
brillantata di stelle purissime», di una natura sublime, ispiratrice e romantica, fatta dalla protagonista davanti a un
parapetto che guarda la valle, provoca lo slancio vitalistico
risolutore e l’appagamento morale per uno spirito irrequieto, folgorato ora dall’energia portentosa dell’immaginazione e dall’arte:
Descriverò questa notte, poi scriverò la storia della mia
anima, tornerò al mondo, alla vita, all’amore, e il mondo,
la vita, l’amore, ed il mio io, vivranno nell’opera mia. E
nulla più ci distruggerà62.
La narrazione, condotta da un emittente eterodiegetico
ed extradiegetico che adotta preferibilmente la focalizzazione interna fissa, si snoda attraverso una successione di eventi interiori, senza uno sviluppo logico e razionale. Del personaggio, modellato e complesso e suscettibile di modificazioni, più che lo statuto anagrafico o lo status sociale emergono profilo psicologico e assiologia, da cui trova scaturigine la sua prassi, l’attitudine comportamentale che allude al
suo essere63. I luoghi e gli ambienti, presentati attraverso l’oG. DELEDDA, La regina delle tenebre…, 28-9.
G. DELEDDA, La regina delle tenebre…, 30.
63
Il narratore privilegia l’analisi degli stati d’animo e le riflessioni del per61
62
XLVIII
DINO MANCA
rizzonte percettivo di Maria Magda, si traducono in stati
d’animo e in reazioni emotive. La natura, liricamente
antropomorfizzata, non partecipa solamente del destino e
delle emozioni del personaggio, ma diviene spesso causa dei
suoi comportamenti e delle sue scelte, oltre che balsamo e
lenimento di un presente inquieto:
E in certe ore, specialmente nei teneri vespri di viola, ella
si struggeva, come mai, nel desiderio del caro lontano […]
Anche la voce dell’acqua, quella notte, aveva una vibrazione insolita, tenera, come di voce stanca, come di voce
che parlasse in sogno. E le montagne lontane ardevano,
illuminando la pura notte stellata. Lo spettacolo era sublime, e nella contemplazione intensa di quella notte arcana,
Magda si obliò, sentì cadere la sua tristezza. I fuochi di
quei poveri lavoratori lontani parvero illuminare anche le
tenebre che stringevano la superba fronte gemmata. Un
pensiero occulto, forse prima d’allora nato nelle profondità misteriose della psiche, brillò e rivelossi improvvisamente nella mente tenebrosa. La regina delle tenebre si
sentì artista, sentì che racchiudeva nell’anima irrequieta
una potenza formidabile; il nitido riflesso della natura e
delle cose […]64.
Novella dai risvolti sociali, che si risolve nell’arco di una
sequenza scenica e si specifica per la presenza di esistenti
sonaggio, colto in un momento particolare della sua esistenza. La stessa
struttura temporale ne rimane condizionata, nel senso dell’ambiguità e
dell’indefinitezza. Il verbo all’imperfetto concorre a suo modo a determinare un flusso temporale indeterminato, durativo e iterativo. È il narratore che scandaglia attraverso rapidi excursus regressivi, sommari, analessi omodiegetiche ripetitive e flash-back riassuntivi la vicenda psicologia di Maria Magda. È lui che, avvalendosi a volte del discorso indiretto
libero, cerca, ricreando un effetto di transfert, di imitarne voce e pensieri nel tentativo di ridurre la distanza fra lettore e mondo narrato.
64
G. DELEDDA, La regina delle tenebre…, 30.
Introduzione
XLIX
modellati per statuti dicotomici65 è Lo studente e lo scoparo66.
Come suggerisce il titolo la vicenda si impernia sul confronto dialogico fra un giovane studente-giornalista di
nome Lixia, sconfortato e abbattuto per lo stato di malessere sociale ed economico in cui ritrova la sua terra (e ciononostante mosso da una convinta tensione verso il cambiamento) e un vecchio e malazzato venditore di scope, zio
Pascale, figlio di un’altra mentalità, uomo di oramai incerte e smarrite convinzioni, il quale, provato dalla miseria e
dalla fatica rude, rassegnato e avvilito, si trascina, macerandosi, in un quotidiano senza speranza. È un confronto fra
vecchi e giovani, fra tradizione e innovazione, fra generazioni diverse, lontane fra loro, proiezione simbolica di una
Sardegna che vuole cambiare e di una terra invece diffidente e misoneista, irrimediabilmente prigioniera del suo atavico immobilismo. La relazione binaria di opposizione e
antagonismo che s’instaura tra i due personaggi, acquista
dunque una forte valenza sul piano semico-simbolico. Così
lo scoparo, simbolo di una vecchia Sardegna che muore, s’avanza «lentamente», si trascina, «geme», tossisce, parla
«come un sonnambulo», risponde «a stento, umile e quasi
pauroso», scuote «tristamente la testa» e sta ritto sotto il
muro «con la falciuola in mano come l’immagine della
Morte». Lixia, portavoce di una dimensione attivistica, è
per converso un concentrato tumultuoso di stati d’animo,
interessi, curiosità, scopi, abilità; egli si «annoia», si indigna,
«s’infervora», salta «a sedere nel muro», domanda, si sente
«inspirato», si «dispera», «allarga le braccia», («nega l’elemosina», rimane in ultimo «fedele ai suoi principi»). Non esiStatuto anagrafico, status sociale, assiologia e attitudini comportamentali alludono all’essere degli agenti e interagendo producono il significato letterario del racconto (giovane e vecchio, ricco e povero, istruito e
analfabeta, innovazione e conservazione).
66
G. DELEDDA, Lo studente e lo scoparo, Novelle – II…, 239-43.
65
L
DINO MANCA
ste evoluzione, non c’è convergenza. La distanza culturale e
ideologica, ragione di un’incomunicabilità profonda, alla
fine rimane67.
È difficile a tal riguardo capire da che parte alberghi il sentimento di
adesione o repulsione autorale, e dove trovi piuttosto scaturigine un’eventuale discriminante in senso morale, intellettuale ed emotivo dell’io
narrante nei riguardi di questo o quel personaggio. L’impianto scenico
infatti, essendo una forma di rappresentazione mimetica in cui il narratore, adottando il discorso riferito, cede direttamente la parola al personaggio, tecnicamente si fonda sull’azzeramento della distanza fra narratore e creatura letteraria. Non si riscontra nessun significativo riferimento all’istanza narrativa, attraverso digressioni, giudizi morali, commenti e
osservazioni metadiegetiche (tipiche di una funzione ideologica) che
rimandino alla weltanschauungen autorale. Si tratta invece di una voce
che si limita a mantenere nei confronti della storia una funzione meramente esplicativa, evitando qualsiasi alterazione prospettica che alluda
all’emittente di tale voce. Interessante è per altro la figura del giovane studente e l’emergere, attraverso le sue parole – proferite «come ispirato» in
sede di epilogo al vecchio e più disincantato scopiere – di una sorta di
utopia filosofica, filantropica e sentimentale di vaga matrice anarchicosocialisteggiante: «[…] non datevi pensiero! Il mondo cammina. Al di là
del mare, in Continente, gli uomini vogliono diventare tutti uguali; fra
venti o trent’anni, forse prima, non ci saranno più né ricchi né poveri,
cioè tutti gli uomini lavoreranno e tutti avranno da vivere comodamente […] I tempi cambieranno. In tutto il mondo, e quindi anche in Sardegna, non ci saranno più poveri, non ci saranno più malfattori, più invidiosi, più farabutti come il mio parente Virdis, più carabinieri, più bambini che faranno morir disperati i vecchi infelici. Qui dove crescono le
scope, in questi campi desolati, ebbene, vedete, qui, proprio qui, si
vedranno verdeggiare le vigne, gli orti, i chiusi...– Ebbene, pazienza, –
interruppe il vecchio scoparo, – vuol dire che le vigne e gli orti e i chiusi saranno dei ricconi: i poveri non avranno mai niente, neppure le scope
avranno, allora! San Francesco mio d’argento [...] E ricominciò a tossire». Non è improbabile che la Deledda abbia voluto inserire nella variegata galleria dei suoi personaggi questa variante di studente-intellettuale,
tenuto conto che il movimento socialista, fra crisi sociale diffusa, moti
urbani jacqueries contadine, era in quegli anni d’inizio secolo in Italia,
una forza politica organizzata dotata, fra le masse, di notevole virtù
espansiva.
67
Introduzione
LI
Di non trascurabile valenza contenutistica, per riferimenti extratestuali e per portata simbolica, è Colpi di
scure68, novella anch’essa largamente scenica69. Zio Cosma,
vecchio pastore dall’«aria sacerdotale [...] al quale gli anni
non hanno potuto strappare i denti da lupo e i peli rossicci» è immerso nella tragica solitudine dell’antica foresta, ora
minacciata dalla furia devastatrice degli speculatori venuti
d’oltremare per spogliare le vette e il cuore delle genti. Mentre risuonano in fondo al bosco i colpi di scure inferti contro le piante millenarie, il vecchio sardo con «gli occhi obliqui sotto l’ampia fronte solcata da rughe scure», aspetta
seduto ai piedi di un elce i nuovi portatori di desolazione e
di morte e incide con la leppa, sulla tabacchiera di corno,
due fatti eroici della propria giovinezza. Un giovane carbonaio svizzero, «alto e svelto, col viso sorridente come quello di un bimbo tintosi per ischerzo», sopraggiunge, fischiettando «un’aria della Traviata», a interrompere il lavoro solitario del pastore e quasi a infrangere un’aura senza tempo,
da incanto favolistico. Il paesaggio, trasfigurato in un luogo
di evasione mitica, viene percepito come ambiente irripetibile, connotato di incontaminata e ancestrale bellezza, dove
l’uomo può diventare natura e la natura partecipando alle
vicende umane sa tendere all’antropomorfismo70; un’anima68
G. DELEDDA, Colpi di scure [«Sardegna Letteraria e Artistica», Cagliari, 1902, con il titolo Vengono; «Sardegna Giovane», Sassari, I (1909), 1,
con il titolo Mentre la foresta muore…; Milano, Treves, 1917; Milano,
Treves, 1920; Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e novelle – IV, Milano,
Mondadori, 1959; Nuoro, Il Maestrale, 1995], in I giuochi della vita,
Novelle – II…, 244-8. Il taglio del bosco come esempio di devastazione
e razzia e come attacco all’autonomia di una terra è un motivo ricorrente della narrativa sarda.
69
Il racconto, dopo un abbrivo descrittivo e ricognitivo, dove è forte la
sensazione del movimento e del susseguirsi delle immagini, si conchiude
risolvendosi nell’arco temporale di un dialogo.
70
Anche se i segni della presenza dell’uomo (straniero) si connotano
altresì di valenze negative.
LII
DINO MANCA
zione antropomorfica che, per traslato, richiama una natura partecipe:
Mai la foresta fu più bella e fiorita: forse sente giunta la
sua ultima primavera e vuole inebriarsi dei suoi tepori e
delle sue fragranze, per dimenticare che la morte si avanza. Sembra che i giovani elci sorgenti sulle rocce si siano
arrampicati lassù per sfuggire all’imminente rovina, e
quando il vento passa tremano d’angoscia, e quando la
sera glauca discende, e la luna cade come una perla sul velluto purpureo dell’orizzonte, le giovani piante sbattono le
foglie secche e pare che piangano71.
Un ambiente unico, adesso mortalmente minacciato, è
rivisitato attraverso una vibrante partecipazione sensoriale
(visiva, uditiva, olfattiva); un natura ferace, tale quale è stata
sempre descritta, almeno a cominciare dai testi didascalici
del Settecento, «forte di quella forza che si comunica agli
uomini e che detta comportamenti coerenti, fieri e generosi»72. Ecco dunque Zio Cosma, figlio di quel mondo e di
quella terra, che dinanzi all’irrompere del giovane straniero,
giunto dae su mare per devastare e distruggere, è travolto da
un moto d’ira e da un impeto d’emozione. Il cuore del
sardo si trasmuta. Come nella foresta cadono le grosse querce, i sugheri vetusti e gli elci secolari, così nel suo animo
esplode la ripulsa. Guarda il carbonaio con disprezzo e lo
affronta con irosa villania, minacciandolo e riempendolo di
improperi e ingiurie (imprecazioni qui da intendersi anche
come liberazione di strati profondi e incontrollabili della
psiche). Ma i due non sempre si capiscono. Si assiste alla
messa in scena di una sorta di dialogo dell’assurdo dai
risvolti grotteschi, che si consuma senza prospettiva e senza
G. DELEDDA, Colpi di scure…, 244.
G. MARCI, Narrativa sarda del Novecento. Immagini e sentimento dell’identità, Cagliari, Cuec, 1991, 17.
71
72
Introduzione
LIII
speranza nell’incomunicabilità e quasi nel nonsense. Essi
possiedono lingue e mentalità differenti, espressione di
mondi e civiltà diverse; un conflitto di codici e un’interferenza comunicativa che è discrasia culturale oltre che generazionale.
L’impalcatura tematico-contenutistica delle raccolte più
conosciute (La regina delle tenebre, I giuochi della vita,
Amori moderni, Il nonno, Chiaroscuro, Il fanciullo nascosto)
specifica meglio quelli che saranno i temi e i motivi tipici
del romanzo deleddiano, quali quelli della festa, del viaggio,
dell’amore (coniugale, illecito, interessato), della vendetta,
della giustizia (umana e divina), del peccato, dell’infrazione, del tradimento, dell’espiazione, della redenzione. Analogamente continua a esistere, autonomo o incastonato, il
bozzetto di prevalente valenza folklorico-demologica, fatto
di sguardi antropologici, inserti linguistici, arresti contemplativi e informanti spazio-temporali (che si rapportano
oltre che al codice cronotopico a quello culturale e semicosimbolico)73. Tutta l’opera testimonia infatti dell’interesse
Un esempio ne è la novella Mentre soffia il levante che ruota intorno ad
un episodio familiare mosso e vario, ricco di rumore e di colore, su un
rito che è tanto consueto nei paesi della Sardegna. La sacra ricorrenza del
Natale è il filo rosso che lega la vicenda e che fa da sfondo alla pragmatica di una famiglia patriarcale nuorese piacevolmente coinvolta la notte
della vigilia nei preparativi d’occasione, mentre tutto intorno le campane suonano a festa e l’atmosfera si riempie di profumi casti e di festoso
invito. È un bel quadretto notturno nel quale prevalgono su tutto le
immagini positive di serena operosità e di pace. Gli ambienti, ritratti per
ricognizioni panoramiche, sono sempre quelli ameni del microcosmo
autosufficiente e protettivo (con descriptio ricca di movimento, policromie e variazioni ben ritmate del campo visivo). L’episodio trattato non è
nuovo. Di ambientazione prenatalizia, con sferzate di tramontana, suoni
di campane, canti a disputas, desinare sulle stuoie, messe di mezzanotte,
ebbrezze etiliche, si parla, ad esempio, nel sesto capitolo del romanzo La
via del male. Quattordici verbi sorreggono una sequenza vorticosa di
73
LIV
DINO MANCA
sistematico della Deledda per la ricerca demologica74. Le
tradizioni popolari di Nuoro emergono soprattutto grazie
allo scrupolo e alla dovizia di particolari con cui la scrittrice le fa rivivere traducendole in scrittura artistica. Una
capacità circostanziale e descrittiva che spesso oltrepassa l’aspetto meramente narrativo e si colloca su una dimensione
documentaristica e didascalica.
Una delle questioni principali che la Deledda più avvertita e consapevole deve affrontare da un punto di vista narrativo è come tenere insieme cultura osservata (il mondo nuorese e barbaricino) e cultura osservante (sardo-italica); come
costruire un narratore capace di raccogliere lo straordinario
bagaglio conoscitivo di un autore implicito figlio di quel
mondo e profondo conoscitore dei suoi codici. Un narratore che, ponendosi a una distanza minima dall’universo rappresentato, sapesse nel contempo raccontare l’anima e il vissuto della sua gente a un pubblico d’oltremare. Una completa estraneità linguistica, culturale e morale rispetto al
mondo narrato avrebbe, infatti, reso inautentica e sopratazioni successive che inanellandosi compongono un rapido quadretto
d’insieme, rappresentativo di un’antica consuetudine nuorese che vuole
che il fidanzato, nelle occasioni solenni, regali alla propria donna un piccolo maiale e una moneta d’oro. E poi ancora antiche leggende, come
quella che afferma «che il corpo degli uomini nati nella vigilia di Natale
non si dissolverà mai fino alla morte dei secoli», credenze («[…] i morti
tornano la notte di Natale a visitare la casa dei parenti»), gare poetiche e
cantori estemporanei, norme comportamentali («[…] la moda del paese
voleva che i fidanzati stessero a rispettosa distanza […] dopo cena le
donne, per il rigido volere del padrone, dovevano ritirarsi»), detti popolari («s’omine cando est bezzu no est bonu [...]»), costumi e vestimenta. Si
veda a tal riguardo: G. DELEDDA, Mentre soffia il levante, Novelle – II…,
248-53.
74
Iniziò la raccolta di materiale etnografico per la «Rivista delle tradizioni popolari» di Angelo De Gubernatis. Divenne socia consigliera per la
provincia di Sassari (che allora comprendeva anche Nuoro) della Società
Nazionale per le Tradizioni Popolari Italiane, antenata della Società Italiana di Etnografia, inaugurata nel 1893.
Introduzione
LV
tutto incomprensibile la sua operazione letteraria. Anche
per questo talvolta, per accrescere la naturalezza della resa
‘oggettiva’ dell’ambiente, l’autrice attinge dal ricco giacimento etnolinguistico, intraprendendo la difficile strada del
mistilinguismo, della mescidanza e dell’ibridismo; opzioni
certamente più adeguate e rispondenti alla messa in scena
di un microcosmo sardofono75. Perciò ella innesta sul tronco della lingua di derivazione toscana elementi autoctoni
(calchi, sardismi, soluzioni bilingui), procedimenti formali
della colloquialità e termini pescati dal contingente lessicale della lingua sarda; per corrispondere all’intento mimetico di traducere, trasportare, un universo antropologico fortemente connotato dentro un sistema linguistico altro; per
modellare o rimodulare il codice letterario di riferimento
(quello della tradizione letteraria italiana scritta) su un
sostrato linguistico dell’oralità primaria e principale veicolo
di comunicazione del tessuto semiotico e dei saperi della
comunità rappresentata letterariamente. Queste scelte linguistiche marcate dal meticciato, determinano per altro
una stratificazione del linguaggio che rompe l’effetto
monodico di alcune novelle e prepara la polifonia dei suoi
romanzi migliori. E una tale consuetudine tutta mimetica,
di riprodurre, modulandole, le cadenze linguistiche del
mondo isolano non poteva non investire in prima istanza
l’aspetto scenico e drammatico del racconto, ovvero gli atti
linguistici di cui sono emittenti e riceventi i personaggi –
cuore e motore dell’universo semantico – e specularmente
Frequenti nell’opera deleddiana sono i calchi, i sardismi sintattici e le
traduzioni dal sardo, i modi di dire e le risposte in rima, i proverbi, gli
intercalari, i tentativi di riprodurre intonazioni o di ricalcare gli andamenti ritmici. Ampiamente scandagliato in senso marcatamente etnolinguistico risulta essere, inoltre, l’ambito dell’onomastica, della toponomastica, dell’arte culinaria e della festa.
75
LVI
DINO MANCA
le attribuzioni, le qualità e la sfera pragmatica in cui essi
sono coinvolti:
– Va là, fa il fatto tuo! Saprò arrangiarmi da me! Va
[Bae, fache su fattu tuo! M’appo arranzare deo! Bae]
– [...] sta zitto, però: ogni piccola macchia porta orecchie.
[… mudu, chi cada tuppedda iuchete oricredda.]76
La Deledda diventa in qualche modo la prima grande e
riconosciuta interprete di questa operazione insieme culturale e letteraria. Con lei si realizza quel salto di qualità nell’avvio, dirompente per le sue implicazioni, di una profonda e talvolta ardimentosa opera di adattamento dei modelli culturali autoctoni ai codici, ai generi, alle tipologie formali e alle modalità espressive proprie di un sistema linguistico e letterario di inappartenenza. Durante il periodo
nuorese i processi di proiezione verso il continente (In/Es,
«A Roma, a Roma!»), che potevano trasformarsi col tempo
in introiezioni autolimitanti e regressive, non si risolvono in
uno sterile e angusto orizzonte interno; certamente la tensione tutta centripeta e conoscitiva cela un’idea dell’insularità concepita come limite geofisico (periferia → centro)
che verosimilmente si tramuta, per la giovane scrittrice, in
motivo d’inferiorità e di svantaggio. Ma dinanzi al processo
di capovolgimento culturale e prospettico (In/Es → Es/In)
posto in essere, durante gli anni romani, da una Deledda
più matura e consapevole, l’Isola, nell’atto stesso della creazione artistica, paradossalmente ritorna ad essere centro e
non più periferia («ogni punto dell’universo è anche il centro dell’universo» dirà Giuseppe Dessì, nel 1955 riprendendo Spinoza e Leibniz), luogo mitico e rappresentazione
simbolica, tòpos semantico e archetipo del sentimento liri76
G. DELEDDA, Per riflesso, in Novelle – II…, 103 e 109.
Introduzione
LVII
co, scenario primordiale e ragione fondante della propria
riconosciuta universalità, oltre che immagine di una terra e
di un popolo consegnata all’Italia e al mondo. Tramite
infatti la sua operazione artistica, la Sardegna entra a far
parte dell’immaginario europeo. Una realtà geografica e
antropologica si trasforma, come ha efficacemente rilevato
Nicola Tanda77, nella terra del mito, metafora di una condizione esistenziale, quella del primitivo, che proprio la cultura del Novecento aveva recuperato come unica risposta
possibile al disagio esistenziale creato dalla società industriale e luogo per eccellenza dove rappresentare le angosce
dell’uomo contemporaneo di fronte al progresso scientifico.
Solo oggi, da un punto di vista antropologico, diventa agevole comprendere quell’esotismo nella sua reale portata di
rottura dell’orgoglio eurocentrico, e non solo di sogno e di
evasione in un passaggio e in una cultura non dominati
dalla macchina industriale. La difesa degli antichi saperi
antropologici da cui nasce l’equilibrio dei sistemi sociali
primitivi è, secondo Tanda, il primo passo per il recupero di
una vita emozionale pienamente espressa nei modi aggreganti e non disgreganti propri delle società rurali, e per la
riconquista di quel ‘supplemento d’anima’ che le logiche
illuministiche del Positivismo negano, in quel momento
storico, all’uomo. Una crisi che giustifica la necessità che
artisti ed intellettuali avvertono, di andare alla ricerca di
nuovi spazi antropici incontaminati, dove l’uomo vive
ancora secondo le regole di un ethos primitivo in gruppi
sociali permeati da quella mistica religiosità su cui riflette
Bergson e che Gauguin va a cercare a Tahiti e Giacinto
Satta, presumibilmente, in Africa. Del resto, anche nel percorso formativo di Giuseppe Biasi, altro grande amico della
N. TANDA, Introduzione a Canne al Vento, Milano, Mondadori, 1981,
VII-XXIX; Dal mito dell’isola all’isola del mito, Roma, Bulzoni, 1992, 941.
77
LVIII
DINO MANCA
Deledda, l’esperienza del soggiorno africano (Algeri, Tripoli, Tunisi fra il 1924 e il 1927) è fondamentale. Essa rappresenta il soddisfacimento di un’esigenza ingenerata nella
sua mente di giovane artista in parte anche dalle intuizioni
estetiche della Deledda e dalle forti analogie fra cultura
sarda e nord-africana presenti nei suoi testi78:
Leggo adesso i suoi racconti, che, a parte qualche lieve
imperfezione giovanile, sono davvero interessanti e pieni
di colore locale. Vi si respira l’aria del deserto, e le forme
umili ma vive dei personaggi mi ricordano lontanamente
le figure primitive e caratteristiche dei poveri pastori
sardi...79
L’uso di certe formule grafiche nella rappresentazione di
figure umane sintetiche ed essenziali richiama alla mente
una considerazione di Corrado Maltese a proposito dell’arte sarda e della rappresentazione mitografica propria di una
civiltà fondamentalmente anticlassica:
Questa schematizzazione dimostra quanto già fosse penetrata nell’Isola quella tendenza ad impoverire le forme
(quasi a mortificare l'antica bellezza classica o forse a renderla più simile alle nuove idealità cristiane). La presenza
di una salda componente semitica nell'isola, fortemente
aniconica per ingiunzione biblica e legata alla tendenza
schematico-simbolica per eredità fenicio-punica, ebbe
verosimilmente di rincalzo l’appoggio dell’aniconismo cristiano delle origini, particolarmente vivace nella versione
Lettera di Grazia Deledda a Francesco Cucca, Roma 28 marzo 1910.
Nella restituzione del testo sono state rese in corsivo le parole sottolineate nel manoscritto. La lettera si trova pubblicata in: D. MANCA, Voglia
d’Africa. La personalità e l’opera di un poeta errante, Nuoro, Il Maestrale,
1996, 182.
79
La lettera si trova pubblicata in: D. MANCA, Voglia d’Africa…, 182. Le
parole in corsivo corrispondono alle parole sottolineate dalla Deledda
nell’autografo.
78
Introduzione
LIX
nord-Africana ed orientale della dottrina. Questa tendenza tipicamente isolana ad una figura schematizzata e simbolica, antinaturalistica e anticlassica perdurò fino alle
soglie dell’arte contemporanea80.
Un segno sintetico delinea i personaggi all’interno di un
ordito ambientale che a prima vista può sembrare oleografico ed esornativo, ma in realtà è, per forme e colori, lo spazio ‘dell’esistenza assoluta’ che concorre con gli altri elementi, a comporre le immagini mitografiche dell’universo
sardo deleddiano. A tratti emerge una descrizione pittorica
fatta di sensazioni rapide e violente, intrisa di immediatezza espressiva, in cui risalta la struttura autonoma del quadro
e la costruttività del colore puro, la semplificazione del
segno e le superfici piane del modellato tese a raggiungere
una corrispondenza tra suggestione emotiva ed ordine
interno della composizione. Nella stessa direzione opera da
parte di molti artisti di quello scorcio di secolo, l’interesse
per la scultura dell’Africa e dell’Oceania, basato sulla convinzione che nell’arte primitiva si realizzi la sintesi di percezione ed espressione perseguita dal pittore Fauve quando
egli fa esplodere sulla tela i blu, i rossi, i gialli, cioè i colori
puri senza nessuna mescolanza di toni. La componente
espressiva del colore emerge in modo puramente istintivo e
la scelta dei colori è basata sull’osservazione, l’emozione, l’esperienza sensibile81.
La Sardegna di Grazia Deledda richiama alla memoria del
lettore immagini di sogno e nostalgia insieme, immagini
sorrette da pagine piene di colore e di profumo, vissute e
C. MALTESE - R. SERRA, Episodi di una civiltà anticlassica, Milano,
Selecta, 177.
81
Grazia Deledda e l’estetica della Secessione: segno, forma e colore in Canne
al Vento, tesi di laurea di Pier Francesco Branca, Università degli Studi di
Sassari, Facoltà di Magistero (relatore ch.mo prof. Nicola Tanda, correlatore prof. Dino Manca), Anno accademico 1996-1997, 1-160.
80
LX
DINO MANCA
fortemente sentite. Il segreto e la forza della sua narrativa
stanno appunto in questa stratificata e complessa rappresentazione dell’automodello sardo, nella stessa proiezione
simbolica del suo universale concreto: l’isola intesa come
luogo mitico e come archetipo di tutti i luoghi, terra senza
tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto, spazio ontologico e universo antropologico in cui si consuma l’eterno dramma dell’esistere.
Ringraziamenti
Desidero qui testimoniare il mio affetto riconoscente a Monica,
Edoardo Barbieri, Floriana Fenizia e Giambernardo Piroddi,
che hanno riletto e chiosato l’intero testo. Un grazie di cuore a
Nicola Tanda per i consigli, le segnalazioni e le indicazioni
bibliografiche fornitemi. Desidero inoltre manifestare la mia
gratitudine agli addetti della Biblioteca Universitaria di Sassari per la loro cortesia e disponibilità.
IL RITORNO DEL FIGLIO:
IL MANOSCRITTO
Il manoscritto autografo della novella di Grazia Deledda Il
ritorno del figlio è conservato nella Sala Manoscritti della
Biblioteca Universitaria di Sassari (Fondo Manoscritti, Ms.
258). Si tratta di un cartaceo del principio del XX secolo
che si compone di cc. 65 di formato oblungo; ogni carta
misura in media mm. 318 x 110, ottenuta tramite strappo
da altra carta più grande. Esso è mutilo, privo delle cc. 36 e
37. La carta è uso mano, originariamente bianca (adesso
color avorio o ingiallita dal tempo e da una probabile esposizione alla luce solare), dello stesso tipo tranne le cc. I,
VIII, LX, LXI, LXII, LXIII, LXIV, LXV a quadretti blu82 e
tranne le cc. XXVII, XXVIII, XXIX, XXX, XXXI e XXXII
a righe orizzontali tipo protocollo. Lo stato di conservazione è buono, rare le gore d’umido83, rare le abrasioni84 e corrosioni. La numerazione è moderna, progressiva, in cifre
arabe sempre sottolineate85, a inchiostro nero, riportata
dalla stessa mano, nel recto di ogni carta in alto a destra
82
Data la sostanziale configurazione in pulito di talune carte rispetto alla
generale e diffusa presenza di correzioni e cancellature, pensiamo che
alcune di esse siano state verosimilmente aggiunte in una fase più tarda,
in sostituzione di altre forse troppo corrette e per questo difficilmente
leggibili; la cosa, per altro, attesterebbe quantomeno una tardiva campagna correttoria, se non finanche un’ulteriore fase elaborativa.
83
Gore d’umido si riscontrano diffusamente nella c. XXV r., nella sola
parte bassa della c. XV r.
84
Leggermente abrasa risulta essere la c. XXXI r., in basso a destra in corrispondenza di: « – Signora, sa […]»; la c. XXXIX r. in corrispondenza
di: «per portarlo a loro […]»; la c. XLVII r. in corrispondenza di: «Sempre là, ai […]». Un taglio di trascurabile profondità si trova nella parte
bassa del margine sinistro della c. I.
85
Con alcune correzioni della progressione numerica a partire dalla c.
XXXVIII fino alla c. LIX.
LXVI
DINO MANCA
tranne le cc. II, LIX, numerate in entrambi i casi anche nel
verso, in alto a destra, rispettivamente XII e VI, a mo’ di
richiamo o rimando.
Il testo è anopistografo86, a piena pagina, tranne qualche
eccezione87. La mano è sostanzialmente la stessa88, la scrittura, distribuita in media su 38 righe per pagina, è corsiva,
calligrafica, appena angolosa, inclinata verso destra, con un
angolo di 45° circa, comunque chiara e prodotta con un
inchiostro nero89. Il ductus varia per intensità, ampiezza ed
86
Le cc. II, LIX, già citate nel testo, numerate nel verso rispettivamente
XII e VI, riportano, sempre nel verso, un brano depennato. La c. II v.: [–
In ↔ + (– Una)] ↔ [– sera d’aprile (su marzo) scorso il (–) ↔| (– / sup.
\ – /) Davide d’Elia se ne torna↔|va sul suo calessino dalle fattorie ↔|
che possedeva nel piano di]. La c. LIX v.: [– si aveva l’impressione di ↔|
essere in tanti: i servi, le serve, ↔| la balia; eppoi c’erano sempre ↔|
ospiti. La casa era grande, ↔| con un portico antico: certe ↔| camere
erano del tutto disabita↔|te, con dei balconcini di le↔|gno che guardavano sulle ↔| valli: tre valli, si vedevano, del↔|la nostra casa; una tutta
colti↔|vata a viti e olivi, le altre ↔| due selvaggie, rocciose, coperte ↔|
di rovi e di ginestre.].
87
Lo specchio di scrittura della c. XXXIV r. non è a pagina piena, ma
fino a mm. 239 su 318 di altezza disponibili.
88
Nelle cc. XIX r., XXI r., XXV r., XXVI r., e LVII r., si trovano dei segni
a pastello rosso e blu, quasi sempre da intendersi come indicazioni di
riferimento o d’intervento su segmenti di testo, tranne qualche caso di
intervento apparentemente non plausibile; comunque segni di difficile
attribuzione; forse, nella fase dell’intermediazione tipografica, dovuti a
iniziativa di tipografi, curatori, redattori o editor: c. XIX r., segno a
pastello rosso, a metà foglio in corrispondenza di: [– s’era ↔| fatta
norma (…)]; c. XXI r., segno a pastello rosso, in alto a sinistra, in corrispondenza di: «il bambino in grembo»; c. XXV r., segno correttivo a
pastello rosso, in basso a destra, in corrispondenza di: «Davide lo guardava con»; c. XXVI r., segno correttivo e di riferimento a pastello rosso e
blu, in corrispondenza di: «– Davide D’Elia», «– La famiglia D’Elia
mantiene», «e rifiuta ospitalità a una creatura smarrita»; c. LVII r., segno
a pastello rosso, in corrispondenza di: «insisteva presso Bona perché».
89
Una sorta di nero fumo, scolorito dal tempo e ora tendente al marrone, con qualche sbavatura; una evidente si riscontra nella c. XXXVII r.
Il manoscritto
LXVII
altezza, soprattutto in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite, soprascritte o
inserite, più raramente, nell’interlinea inferiore.
Le carte, sciolte, sono conservate in duplice custodia: una
interna di cartoncino e un esterna di cartone rivestita in
mezza tela blu ad uno stipo e recante nel dorso la scritta a
stampa: «Grazia Deledda [in nero] Il Ritorno del Figlio [in
rosso]». Il manoscritto presenta, come detto, correzioni e
aggiunte della stessa autrice, la sua firma in fine e, sul verso
di c. LXV, forse di altra mano, la seguente notazione in corsivo, calligrafico: «Caro Benincasa se ti è possibile lo fai comporre stanotte (naturalmente dopo l’orario) – Saluti. Al»; con
matita blu: «Precedenza». Sulla custodia interna un’etichetta riporta dattiloscritta la dicitura in nero «Festa del Libro –
1° vendita di manoscritti italiani sotto gli auspici de La Fiera
Letteraria. Grazia Deledda Il Ritorno del Figlio – Racconto.
N. 6095».
La Commissione per gli acquisti in antiquariato della
Biblioteca Universitaria di Sassari, ha acquistato il manoscritto nel luglio del 1999 dalla libreria antiquaria Letteratura Tattile, studio bibliografico del dott. Andrea Galli di
Rimini. Il manoscritto proviene dalla collezione dello scrittore Umberto Fracchia90, che probabilmente lo ricevette
dalla stessa Deledda, già privo delle due carte segnalate. In
90
UMBERTO FRACCHIA (Lucca 1889-Roma 1930) Narratore e giornalista,
collaborò alla «Tribuna» e al «Corriere della Sera» dove pubblicò cronache teatrali e resoconti di viaggi. Nel 1910, con Arturo Onofri e altri
fondò la rivista «Lirica». Laureatosi in legge a Roma, si trasferì a Milano
dove diresse la rivista «Commedia». Nel 1925 fondò «La Fiera Letteraria», diretta fino al 1927, mentre collabora come critico teatrale a «Il
Secolo». Scrisse romanzi e racconti: Il perduto amore (Milano, Vitagliano,
1921, romanzo); Angela (Roma-Milano, Mondadori, 1923, romanzo);
Piccola gente di città (Milano, Mondadori, 1925, racconti); La stella del
Nord (Milano, Mondadori, 1930, romanzo); Gente e scene di campagna
(Milano, Mondadori, 1931, postumo, racconti).
LXVIII
DINO MANCA
seguito, nel 1959, fu venduto ad un’asta di beneficenza
presso una libreria antiquaria di Lucca, alla quale parteciparono scrittori e bibliofili amici di Fracchia e collaboratori della rivista «La Fiera Letteraria»91. Uno di loro, Massimo
Dursi92, lo acquistò e fu l’ultimo possessore fino all’acquisizione da parte della libreria antiquaria. L’opera è stata inserita nel fondo di manoscritti bibliografici che figura nell’inventario Sorbelli Mazzatinti93:
La I carta misura mm. 319 x 108 ed è numerata 1, in cifra
araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra
del recto. La carta, uso mano, è a quadretti blu, ottenuta
tramite strappo longitudinale (lato destro) da carta più
grande. Lo stato di conservazione è complessivamente
buono. Un piccolo strappo si riscontra nella parte bassa
91
La «Fiera letteraria» iniziò le sue pubblicazioni a Milano il 13 dicembre 1925, sotto la direzione di Fracchia. Nel 1928 venne trasferita a
Roma sotto la direzione di Giovan Battista Angioletti e Curzio Malaparte. L’anno successivo mutò il nome in «L’Italia Letteraria» ed uscì fino al
1936, diretta tra gli altri da Corrado Pavolini e infine da Massimo Bontempelli. Il settimanale nacque come chiara contrapposizione tra il ‘tempio’ in cui il letterato ama rinchiudersi e la ‘fiera’, luogo d’incontro dove
è ammesso ogni linguaggio stilistico. Lo scopo di Fracchia, come
dichiarò nell’editoriale significativamente intitolato Esistere nel tempo, fu
quello di «fare un giornale che fosse letto dal maggior numero di persone e sia pure senza rinunciare al culto delle cose belle e buone», in «una
incondizionata adesione e solidarietà con il tempo». Fra i collaboratori si
ricordano Alberto Longhi, Alberto Francini, Libero de Libero ed Elio
Vittorini.
92
OTELLO VECCHIETTI, in arte Massimo Dursi, scrittore e drammaturgo, critico teatrale sulle colonne del «Giornale dell’Emilia» e del «Resto
del Carlino», fu uno dei protagonisti, soprattutto negli anni Cinquanta
e Sessanta, della storia culturale bolognese.
93
Il fondo è costituito da opere di carattere teologico, giuridico, storico,
ma anche da opere di narrativa e di poesia di autori sardi fra le quali i
manoscritti autografi del romanzo L’Edera, della stessa Deledda, del
romanzo Amore ha cent’occhi di Salvatore Farina e delle sillogi di liriche,
Canti Barbaricini e i Canti del salto e della tanca, di Sebastiano Satta.
Il manoscritto
LXIX
del lato sinistro in corrispondenza di «era suo, non gli
[…]». Il testo è tutto contenuto nel recto, a piena pagina,
da: «Il ritorno del figlio […]», a: «[…] imprecò, tentando
almeno di»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. Si trovano altresì alcune sbavature di
inchiostro e qualche cancellatura. La scrittura, di una
mano, è distribuita su 36 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite); essa è
corsiva, calligrafica, inclinata verso destra, con un angolo
di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero
(scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus
appare uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La II carta misura mm. 318 x 112 (nel lato superiore) –
110 (nel lato inferiore) ed è numerata 2, in cifra araba, a
penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite
strappo longitudinale (lato destro) da carta più grande. Lo
stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo
è contenuto nel recto, a piena pagina, da: «tirarlo indietro:
ma il cavallo […]», a: «[…] I bambini poveri, poi, li»; nel
verso lo specchio di scrittura è fino a mm. 65 circa su 318,
da: «[– In ↔ + (– Una)] […]», a: «[…] che possedeva nel
piano di»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. Sono presenti alcune cancellature. La scrittura, di una mano, è distribuita su 37 righe nel recto; su 4
righe depennate nel verso. La scrittura è corsiva, calligrafica, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo
e ora tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per
intensità, ampiezza ed altezza.
La III carta misura mm. 318 x 110 (nel lato superiore) –
109 (nel lato inferiore) ed è numerata 3, in cifra araba, a
penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite
strappo longitudinale (lato destro) da carta più grande. Lo
stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo,
se si eccettuano alcune cancellature, si configura complessivamente in pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a
LXX
DINO MANCA
piena pagina, da: «riteneva furbi, intesi per istinto […]», a:
«[…] perché vi sono cuori»; il verso reca il timbro della
Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una
mano, è distribuita su 40 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite); essa è
corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro
dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45°
circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito
dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare
generalmente uniforme per intensità, ampiezza ed altezza;
esso varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza
degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o
sostituite.
La IV carta misura mm. 318 x 110 ed è numerata 4, in
cifra araba, a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta alcune cancellature; esso è
tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «abbandonati a sé stessi come terre incolte […]», a: «[…] un po’ inquieti
l’uomo»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 39
righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite); essa è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata
verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed altezza),
in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le
lezioni aggiunte o sostituite.
La V carta misura mm. 317 x 111 ed è numerata 5, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo in entrambi i lati da carta più
grande. Lo stato di conservazione è complessivamente
buono. Il testo presenta alcune cancellature; esso è tutto
Il manoscritto
LXXI
contenuto nel recto, a piena pagina, da: «irritato: finché
l’uomo irritato […]», a: «[…] venate di rosso fiorivano»; il
verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 44 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite); essa è corsiva, calligrafica, appena
angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso
destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con
un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare generalmente uniforme per
intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed
altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La VI carta misura mm. 317 x 111 (nel lato superiore) –
112 (nel lato inferiore) ed è numerata 6, in cifra araba, a
penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite
strappo longitudinale in entrambi i lati da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.
Il testo presenta molte cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «sulle piccole ginocchia
[…]», a: «[…] La strada saliva dolce». La scrittura, di una
mano, è distribuita su 45 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite); essa è
corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro
dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45°
circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito
dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus varia (per
ampiezza ed altezza) soprattutto in corrispondenza degli
spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La VII carta misura mm. 320 x 110 ed è numerata 7, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta alcune cancellature; esso è
tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «mente tra
LXXII
DINO MANCA
due bordi di […]», a: «[…] – Andiamo – disse al ca-»; il
verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 40 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite); essa è corsiva, calligrafica, appena
angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso
destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con
un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare generalmente uniforme per
intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed
altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
L’VIII carta misura mm. 319 x 105 (nel lato superiore) –
109 (nel lato inferiore) ed è numerata 8, in cifra araba, a
penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, uso mano, è a quadretti blu, ottenuta tramite
strappo longitudinale (lato destro) da carta più grande. Lo
stato di conservazione è buono. Il testo è tutto contenuto
nel recto, specchio di scrittura fino a mm. 264 su 319, da:
«vallo, e il cavallo si rimise a trottare […]», a: «[…] Ma ecco
la vita ricomparire:»; il verso reca il timbro della Biblioteca
Universitaria di Sassari. Il testo è pulito: nessuna sbavatura di inchiostro né cancellatura. La scrittura, di una mano,
è distribuita su 32 righe; è corsiva, calligrafica, inclinata
verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza.
La IX carta misura mm. 317 x 111 (nel lato superiore) –
110 (nel lato inferiore) ed è numerata 9, in cifra araba, a
penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta
tramite strappo longitudinale in entrambi i lati da carta
più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo è contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«[– ricominciò] alberelli con le […]», a: «[…] al portone
della sua casa.»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. Sono presenti alcune cancellature. La
Il manoscritto
LXXIII
scrittura, di una mano, è distribuita su 40 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o
sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, inclinata
verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare generalmente uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La X carta misura mm. 319 x 110 (nel lato superiore) –
111 (nel lato inferiore) ed è numerata 10, in cifra araba, a
penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta
tramite strappo longitudinale in entrambi i lati da carta
più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo, se si eccettua una cancellatura, si configura complessivamente in pulito; esso è tutto contenuto
nel recto, a piena pagina, da: «> Su, dunque, con passo
riaf↔|frettato, per le svolte della strada ↔| solitaria: un
rumore d’acqua ↔| canta adesso nel silenzio e ↔| accresce la
frescura della [– notte] ↔| sera: l’odore degli orti e dei ↔|
giardini annunzia la vicinanza ↔| del paese. < ↔| Il bambino […]», a: «[…] all’altra sull’alto della piazza»; il verso
reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La
scrittura, di una mano, è distribuita su 38 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o
sostituite); essa è corsiva, calligrafica, appena angolosa,
con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con
un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone).
Il ductus appare uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La XI carta misura mm. 318 x 110 ed è numerata 11, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Un ampia parte di testo è depennata. Il
LXXIV
DINO MANCA
testo è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «come
tre sorelle rivolte […]», a: «[…] La strada [– però] si faceva»;
il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 38 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite); essa è corsiva, inclinata verso destra,
con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un
inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite.
La XII carta misura mm. 317 x 111 (nel lato superiore) –
110 (nel lato inferiore) ed è numerata 12, in cifra araba, a
penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite
strappo longitudinale (lato destro) da carta più grande. Lo
stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo
presenta alcune cancellature; esso è tutto contenuto nel
recto, a piena pagina, da: «sempre più ripida, […]», a: «[…]
aprì un poco: ap»; il verso reca il timbro della Biblioteca
Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 36 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati
per le lezioni aggiunte o sostituite); essa è corsiva, calligrafica, appena angolosa, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero
(scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus
appare generalmente uniforme per intensità, ampiezza ed
altezza; esso varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite.
La XIII carta misura mm. 317 x 111 ed è numerata 13, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale in entrambi i lati
da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo, se si eccettua una cancellatura,
si configura complessivamente in pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «parve, nel vano miste-
Il manoscritto
LXXV
rioso, […]», a: «[…] quello che teneva»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura,
di una mano, è distribuita su 38 righe (compresi gli spazi
interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite);
essa è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto
calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo
di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero
(scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus
appare uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La XIV carta misura mm. 317 x 111 ed è numerata 14, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale in entrambi i lati
da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo, se si eccettua qualche cancellatura, si configura complessivamente in pulito; esso è tutto
contenuto nel recto, a piena pagina, da: «in braccio era proprio un […]», a: «[…] fi↔|gliuolo morto. [– la sua indiffe] ins. inf. spaz. interv.»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è
distribuita su 36 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite); essa è corsiva,
calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa,
chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal
tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La XV carta misura mm. 319 x 111 ed è numerata 15, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Qualche gora compare nella parte bassa
della carta. Il testo è contenuto nel recto, a piena pagina,
da: «La sua indiffe- […]», a: «[…] profondamente, perché»;
il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. Sono presenti alcune cancellature. La scrittura, di una
mano, è distribuita su 42 righe (compresi gli spazi interli-
LXXVI
DINO MANCA
neari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La
scrittura è corsiva, calligrafica, inclinata verso destra, con
un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone).
Il ductus appare generalmente uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed altezza),
in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le
lezioni aggiunte o sostituite.
La XVI carta misura mm. 318 x 110 ed è numerata 16, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo, se si eccettua una cancellatura, si
configura complessivamente in pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «né l’entrata della vecchia […]», a: «[…] fanno i piccoli gatti»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura,
di una mano, è distribuita su 38 righe (compresi gli spazi
interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite).
La scrittura è corsiva, calligrafica, inclinata verso destra,
con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un
inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza.
La XVII carta misura mm. 318 x 111 (nel lato superiore)
– 110 (nel lato inferiore) ed è numerata 17, in cifra araba,
a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite
strappo longitudinale in entrambi i lati da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.
Il testo si configura complessivamente in pulito; esso è
tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «gelosi: quando fu un po’ […]», a: «[…] com’era a osservare»; il verso reca
il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 37 righe (compresi gli
spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, inclinata verso
Il manoscritto
LXXVII
destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con
un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza.
La XVIII carta misura mm. 318 x 111 (nel lato superiore)
– 114 (nel lato inferiore) ed è numerata 18, in cifra araba,
a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite
strappo longitudinale in entrambi i lati da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.
Un breve tratto verticale di matita rossa si riscontra nel
lato destro in posizione mediana in corrispondenza della
parola: «moglie». Il testo, se si eccettua qualche cancellatura, si configura complessivamente in pulito; esso è tutto
contenuto nel recto, a piena pagina, da: «il bambino, al
quale aveva […]», a: «[…] vecchia delle donne lo servì.»; il
verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 38 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e
prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e
ora tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per
intensità, ampiezza ed altezza.
La XIX carta misura mm. 318 x 110 ed è numerata 19, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Un breve tratto verticale di matita rossa si
riscontra nel lato destro in posizione mediana in corrispondenza della parola: «[– s’era] e [– nessuno]». Il testo, se
si eccettua qualche rigo depennato, si configura complessivamente in pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a
piena pagina, da: «Un lume ad olio a tre becchi […]», a:
«[…] all’altro mondo.»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è
distribuita su 37 righe (compresi gli spazi interlineari uti-
LXXVIII
DINO MANCA
lizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è
corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro
dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45°
circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito
dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La XX carta misura mm. 318 x 110 ed è numerata 20, in
cifra araba, a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo si configura complessivamente in
pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«– perché mi guardi così? – […]», a: «[…] – Adesso? – mormorò la mo»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 37 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per
le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo
e ora tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per
intensità, ampiezza ed altezza.
La XXI carta misura mm. 318 x 110 ed è numerata 21, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Un breve tratto verticale di matita rossa si
riscontra in alto nel lato sinistro in corrispondenza della
parola: «bambino». Il testo, se si eccettua qualche ricalco,
si configura complessivamente in pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «glie, che teneva sempre il […]», a: «[…] bisogna dimenticarlo, e di tutta»; il
verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 39 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
Il manoscritto
LXXIX
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La XXII carta misura mm. 317 x 110 ed è numerata 22,
in cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale in entrambi i lati
da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Un breve tratto verticale di matita rossa
si riscontra in basso nel lato sinistro. Il testo presenta qualche cancellatura e qualche rigo depennato, per il resto si
configura complessivamente in pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «la sua accreditata famiglia, […]», a: «[…] nettamente che non intendeva»; il verso
reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La
scrittura, di una mano, è distribuita su 37 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o
sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso
destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con
un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare generalmente uniforme per
intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed
altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XXIII carta misura mm. 318 x 111 ed è numerata 23,
in cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale in entrambi i lati
da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo si configura in pulito; esso è
tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «uscir fuori
di notte con un […]», a: «[…] preti o al brigadiere, o»; il
verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 36 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
LXXX
DINO MANCA
aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La XXIV carta misura mm. 318 x 112 (nel lato superiore)
– 111 (nel lato inferiore) ed è numerata 24, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta
tramite strappo longitudinale in entrambi i lati da carta
più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo, se si eccettua qualche cancellatura, si
configura complessivamente in pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «a qualche donna che il
[…]», a: «[…] sputò: sì, la sua coscien-»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura,
di una mano, è distribuita su 37 righe (compresi gli spazi
interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite).
La scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con
ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un
angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro
nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il
ductus appare generalmente uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed altezza),
in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le
lezioni aggiunte o sostituite.
La XXV carta misura mm. 320 x 108 (nel lato superiore)
– 109 (nel lato inferiore) ed è numerata 25, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta
tramite strappo longitudinale (lato destro) da carta più
grande. La carta presenta diffusamente gore d’umido. Una
breve cancellatura con matita rossa su inchiostro nero si
riscontra in basso nel lato destro in corrispondenza della
parola: «con». Il testo, se si eccettua qualche ricalco, si configura complessivamente in pulito; esso è tutto contenuto
nel recto, a piena pagina, da: «za non gli rimproverava
Il manoscritto
LXXXI
[…]», a: «[…] un po’ di derisione; > pensò: <«; il verso reca
il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 38 righe (compresi gli
spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, inclinata verso
destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con
un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza.
La XXVI carta misura mm. 319 x 112 (nel lato superiore)
– 109 (nel lato inferiore) ed è numerata 26, in cifra araba,
a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite
strappo longitudinale in entrambi i lati da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.
Brevi correzioni fatte con matita rossa e blu si riscontrano
qua e là nel testo. Il testo presenta qualche cancellatura;
esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «[– e
gli pareva di scorgere ↔| + (– L’impressione che quello ↔|
‹specchiasse› ogni movimento che quello ↔| faceva-)] – Adesso sentiremo […]», a: «[…] – io troverò sempre»; nel verso,
specchio di scrittura fino a mm. 141 circa su 319, su 19
righe da: «[– a sorveglire […]», a: «[…] già chiuso»; il verso
è numerato 12, in cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra e reca a centro pagina il timbro
della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di
una mano, è distribuita su 42 righe (compresi gli spazi
interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite).
La scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con
ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un
angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro
nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il
ductus appare generalmente uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed altezza),
in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le
lezioni aggiunte o sostituite.
La XXVII carta misura mm. 322 x 109 (nel lato superiore) – 108 (nel lato inferiore) ed è numerata 27, in cifra
LXXXII
DINO MANCA
araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra
del recto. La carta, a righe tipo protocollo, ingiallita, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo, eccetto una cancellatura, si configura in pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a piena
pagina, da: «chi mi farà l’elemosina, […]», a: «[…] E così,
per quella notte il»; il verso reca il timbro della Biblioteca
Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 34 righe. La scrittura è corsiva, calligrafica, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La XXVIII carta misura mm. 322 x 109 (nel lato superiore) – 107 (nel lato inferiore) ed è numerata 28, in cifra
araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra
del recto. La carta, a righe tipo protocollo, ingiallita, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo, eccetto una cancellatura, si configura in pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a piena
pagina, da: «bambino rimase in casa. […]», a: «[…] popolavano la camera,»; il verso reca il timbro della Biblioteca
Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 32 righe. La scrittura è corsiva, calligrafica, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La XXIX carta misura mm. 322 x 109 (nel lato superiore)
– 111 (nel lato inferiore) ed è numerata 29, in cifra araba,
a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, a righe tipo protocollo, ingiallita, è stata ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da carta più
grande. Lo stato di conservazione è complessivamente
buono. Il testo presenta numerose cancellature; esso è
tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «e sull’uscio e
Il manoscritto
LXXXIII
sopra il letto […]», a: «[…] che giudicava con apatia ogni
cosa.»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria
di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 32
righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e
prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e
ora tendente al marrone). Il ductus varia (per ampiezza ed
altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XXX carta misura mm. 322 x 110 (nel lato superiore)
– 108 (nel lato inferiore) ed è numerata 30, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, a righe tipo protocollo, ingiallita, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da
carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta numerosissime cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«Domani ci sarà chi […]», a: «[…] sangue prodotta dall’alito»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di
Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 42 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, inclinata
verso destra, con un angolo di 45° circa, prodotta con un
inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite.
La XXXI carta misura mm. 322 x 111 (nel lato superiore)
– 112 (nel lato inferiore) ed è numerata 30, in cifra araba,
a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.
La carta, a righe tipo protocollo, ingiallita, è stata ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da carta più
grande. Lo stato di conservazione è complessivamente
buono. Il testo, eccetto una cancellatura, si configura in
pulito; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«del demonio: ma il calore […]», a: «[…] Mi ha chiesto: chi
è? quel»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universita-
LXXXIV
DINO MANCA
ria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 33
righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e
prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e
ora tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per
intensità, ampiezza ed altezza.
La XXXII carta misura mm. 322 x 111 ed è numerata 32,
in cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, a righe tipo protocollo, ingiallita, è stata ottenuta tramite strappo longitudinale (lato
destro) da carta più grande. Lo stato di conservazione è
complessivamente buono. Il testo presenta delle cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«santo cieco? […]», a: «[…] – Ricordi, Albina, quando Elis»;
il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 36 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, inclinata
verso destra, con un angolo di 45° circa, prodotta con un
inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare generalmente uniforme per
intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed
altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XXXIII carta misura mm. 318 x 110 ed è numerata 33,
in cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale in entrambi i lati
da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta qualche cancellatura;
esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «era
così piccolo e voleva […]», a: «[…] ad afferrarsi i piedini»; il
verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 39 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per
le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratte-
Il manoscritto
LXXXV
ri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo
e ora tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XXXIV carta misura mm. 317 x 111 (nel lato superiore) – 110 (nel lato inferiore) ed è numerata 34, in cifra
araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra
del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo longitudinale (lato sinistro) da carta più
grande. Lo stato di conservazione è complessivamente
buono. Il testo presenta qualche cancellatura; esso è tutto
contenuto nel recto, specchio di scrittura fino a mm. 240
circa su 317, su 30 righe da: «e portarseli alla bocca. […]»,
a: «[…] – Gesù però disse il contrario»; il verso reca a centro
pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari.
La scrittura, di una mano, è corsiva, appena angolosa, con
ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un
angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro
nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il
ductus appare generalmente uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed altezza),
in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le
lezioni aggiunte o sostituite. Questa carta verosimilmente
ne sostituisce un’altra eliminata.
La XXXV carta misura mm. 318 x 110 ed è numerata 35,
in cifra araba, a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in
alto a destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è
stata ottenuta tramite strappo longitudinale in entrambi i
lati da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta numerose cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«> trario, < – mormorò […]», a: «[…] quasi monacale»; il
verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 41 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per
le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva,
LXXXVI
DINO MANCA
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, prodotta con
un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare generalmente uniforme per
intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed
altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XXXVIII carta misura mm. 320 x 108 ed è numerata
38, in cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto
a destra del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata
ottenuta tramite strappo longitudinale in entrambi i lati
da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta numerosissime cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«[– ta. Se loro ti sentono guai ! ↔| – Che possono farmi? più
nulla ↔| nessuno può farmi. E se non ↔| tengono in casa
quel bambino, io ↔| dirò loro questa ed altre cose: poi ↔|
me ne andrò. ↔| – Non dubitare: se ti sentono ↔| ti cacciano via a bastonate, – ↔| disse Albina indignata, ma in
fondo ↔| (– gli dava + sup.\continuava a dargli ‹sic›/) ragione, non solo, ma ri↔|pensava alle parole che le pareva ↔|
d’aver sentito mormorare al ↔| bambino «chi è ? quel santo
↔| cieco ?» (– ‹questi› + sup.\il santo cieco/) le destava
sem↔|pre più rispetto.] ↔| Gli chiese […]», a: «[…] pareva non si ricordasse»; il verso reca a centro pagina il timbro
della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di
una mano, è distribuita su 48 righe (compresi gli spazi
interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite).
La scrittura, è corsiva, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri ai limiti della leggibilità, inclinata verso
destra, con un angolo di 45° circa, prodotta con un
inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite.
La XXXIX carta misura mm. 320 x 111 (nel lato superiore) – 110 (nel lato inferiore) ed è numerata 39, in cifra
araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra
Il manoscritto
LXXXVII
del recto. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo longitudinale in entrambi i lati da carta
più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta numerose cancellature; esso è
tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «neppure del
bambino perché […]», a: «[…] [– Appena Elisabetta s’accostò ↔| poi]»; il verso reca a centro pagina il timbro della
Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una
mano, è distribuita su 48 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La
scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con
ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un
angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro
nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il
ductus varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza
degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o
sostituite.
La XL carta misura mm. 319 x 111 (nel lato superiore) –
110 (nel lato inferiore) ed è numerata 40, in cifra araba, a
penna, nell’angolo in alto a destra del recto, corretta su
ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta,
uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo.
Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il
testo non presenta molte cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «poi andò a portare il
caffè […]», a: «[…] e un’altra: i sogni:»; il verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 46 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XLI carta misura mm. 319 x 111 (nel lato superiore) –
LXXXVIII
DINO MANCA
110 (nel lato inferiore) ed è numerata 41, in cifra araba, a
penna, cerchiata, nell’angolo in alto a destra del recto, corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile.
La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite
strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente
buono. Il testo presenta cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «perché sognava sempre
[…]», a: «[…] Ma in fondo ella sapeva»; il verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 47 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XLII carta misura mm. 319 x 113 (nel lato superiore)
– 111 (nel lato inferiore) ed è numerata 42, in cifra araba,
a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.,
corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Nella parte inferiore della carta, oltre il testo
manoscritto si riscontrano sullo sfondo piccoli caratteri a
stampa. Lo stato di conservazione è complessivamente
buono. Il testo non presenta molte cancellature; esso è
tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «già il misterioso segreto […]», a: «[…] perché oramai anche a»; il verso
reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 42
righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
Il manoscritto
LXXXIX
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XLIII carta misura mm. 319 x 111 ed è numerata 43,
in cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è
stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è
complessivamente buono. Il testo presenta molte cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«lui premessero molto […]», a: «[…] [– guardava il soffitto
di legno]»; il verso reca a centro pagina il timbro della
Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una
mano, è distribuita su 44 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La
scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con
ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un
angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro
nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il
ductus varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza
degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o
sostituite.
La XLIV carta misura mm. 318 x 111 (nel lato superiore)
– 112 (nel lato inferiore) ed è numerata 44, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non
leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta molte cancellature; esso
è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «[– come
contandone le assi] […]», a: «[…] a constatare un delitto.»;
il verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 45 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per
le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo
e ora tendente al marrone). Il ductus varia (per ampiezza
XC
DINO MANCA
ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XLV carta misura mm. 318 x 109 (nel lato superiore)
– 108 (nel lato inferiore) ed è numerata 45, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non
leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta poche cancellature; esso
è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «Sottopose
ad un lungo […]», a: «[…] al vecchio dottore che lo»; il verso
reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 40
righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XLVI carta misura mm. 316 x 110 (nel lato superiore)
– 109 (nel lato inferiore) ed è numerata 46, in cifra araba,
a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.,
corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta molte cancellature; esso è
tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «accompagnava, come aveva […]», a: «[…] e la giudicasse severamente.»; il verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca
Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 48 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati
per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva,
calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa,
chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal
Il manoscritto
XCI
tempo e ora tendente al marrone). Il ductus varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XLVII carta misura mm. 317 x 111 (nel lato superiore) – 112 (nel lato inferiore) ed è numerata 47, in cifra
araba, a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a
destra del recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è
stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è
complessivamente buono. Il testo presenta poche cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«Che noja […]», a: «[…] se il cieco non smetteva»; il verso
reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 42
righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XLVIII carta misura mm. 318 x 112 (nel lato superiore) – 111 (nel lato inferiore) ed è numerata 48, in cifra
araba, a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a
destra del recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è
stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è
complessivamente buono. Il testo presenta molte cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«di brontolare […]», a: «[…] sua visita usava offrirgli.»; il
verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 48 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per
le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chia-
XCII
DINO MANCA
ra e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo
e ora tendente al marrone). Il ductus varia (per ampiezza
ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La XLIX carta misura mm. 318 x 112 (nel lato superiore)
– 111 (nel lato inferiore) ed è numerata 49, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non
leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta molte cancellature; esso
è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «Ella
chiamò Albina: […]», a: «[…] prenderla così: o»; il verso
reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 46
righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus varia (per ampiezza ed
altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La L carta misura mm. 317 x 112 (nel lato superiore) –
110 (nel lato inferiore) ed è numerata 50, in cifra araba, a
penna, due volte: una volta la cifra è sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto, corretta su ricalco su altro
numero purtroppo non leggibile; un’altra volta la cifra,
sostitutiva della precedente, compare in pulito cerchiata a
metà sempre nell’angolo in alto a destra del recto sulla sinistra rispetto alla precedente. La carta, uso mano, color
avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta
molte cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a
piena pagina, da: «accettare i suoi […]», a: «[…] a che serviva parla»; il verso reca a centro pagina il timbro della
Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una
Il manoscritto
XCIII
mano, è distribuita su 54 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La
scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con
ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un
angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro
nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il
ductus varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza
degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o
sostituite.
La LI carta misura mm. 317 x 109 (nel lato superiore) –
112 (nel lato inferiore) ed è numerata 51, in cifra araba, a
penna, due volte: una volta la cifra è sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto, corretta su ricalco su altro
numero purtroppo non leggibile; un’altra volta la cifra,
sostitutiva della precedente, compare in pulito cerchiata a
metà sempre nell’angolo in alto a destra del recto sulla sinistra rispetto alla precedente. La carta, uso mano, color
avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta
alcune cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a
piena pagina, da: «re? Le parole degli altri, […]», a: «[…]
senza molesta-»; il verso reca a centro pagina il timbro della
Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una
mano, è distribuita su 49 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La
scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con
ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un
angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro
nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il
ductus appare generalmente uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza; esso varia (per ampiezza ed altezza),
in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le
lezioni aggiunte o sostituite.
La LII carta misura mm. 318 x 110 (nel lato superiore) –
111 (nel lato inferiore) ed è numerata 52, in cifra araba, a
penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non
leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenu-
XCIV
DINO MANCA
ta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta alcune cancellature; esso
è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «re nessuno, allevando con cura […]», a: «[…] Non pare che»; il verso
reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 45
righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La LIII carta misura mm. 318 x 113 (nel lato superiore) –
111 (nel lato inferiore) ed è numerata 53, in cifra araba, a
penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non
leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta molte cancellature; esso
è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «[– che] il
destino […]», a: «[…] ma le apparve chiara.»; il verso reca
a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di
Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 46 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus varia (per ampiezza ed
altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La LIV carta misura mm. 318 x 112 (nel lato superiore) –
111 (nel lato inferiore) ed è numerata 54, in cifra araba, a
penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non
Il manoscritto
XCV
leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta poche cancellature; esso
è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «Di là il
bambino piangeva: […]», a: «[…] fatta un figlio di nascosto,»; il verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è
distribuita su 42 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è
corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro
dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45°
circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito
dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare
generalmente uniforme per intensità, ampiezza ed altezza;
esso varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza
degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o
sostituite.
La LV carta misura mm. 318 x 112 (nel lato superiore) –
111 (nel lato inferiore) ed è numerata 55, in cifra araba, a
penna, sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto.,
corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta alcune cancellature; esso è
tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «poi l’hai
fatto mettere in […]», a: «[…] presso di lui e gli mormora»;
il verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 47 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per
le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo
e ora tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La LVI carta misura mm. 318 x 110 ed è numerata 56, in
XCVI
DINO MANCA
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è
stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è
complessivamente buono. Il testo presenta alcune cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«delle paroline: e la creatura […]», a: «[…] ma si astenne
dal»; il verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è
distribuita su 41 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è
corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro
dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45°
circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito
dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare
generalmente uniforme per intensità, ampiezza ed altezza;
esso varia (per ampiezza ed altezza), in corrispondenza
degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o
sostituite.
La LVII carta misura mm. 318 x 111 ed è numerata 57, in
cifra araba, a penna, sottolineata, nell’angolo in alto a
destra del recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è
stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è
complessivamente buono. Il testo presenta alcune cancellature anche di matita rossa; esso è tutto contenuto nel recto,
a piena pagina, da: «chiamare il bambino con […]», a: «[…]
lo ↔| odorasse. [– per alcun tempo] ins. inf. spaz. interv.»; il
verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 44 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per
le lezioni aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo
e ora tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
Il manoscritto
XCVII
La LVIII carta misura mm. 319 x 109 (nel lato superiore)
– 110 (nel lato inferiore) ed è numerata 58, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non
leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è complessivamente buono. Il testo presenta alcune cancellature; esso
è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «per alcun
tempo […]», a: «[…] la serva bronto=»; il verso reca a centro pagina il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su 46 righe
(compresi gli spazi interlineari utilizzati per le lezioni
aggiunte o sostituite). La scrittura è corsiva, calligrafica,
appena angolosa, con ridotto calibro dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora
tendente al marrone). Il ductus appare generalmente
uniforme per intensità, ampiezza ed altezza; esso varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La LIX carta misura mm. 321 x 110 ed è numerata 59, in
cifra araba, a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a
destra del recto., corretta su ricalco su altro numero purtroppo non leggibile. La carta, uso mano, color avorio, è
stata ottenuta tramite strappo. Lo stato di conservazione è
complessivamente buono. Il testo presenta numerose cancellature; esso è tutto contenuto nel recto, a piena pagina,
da: «[– lava + sup.\lò/] […]», a: «[…] [– sollevò il viso sorridendo anche ↔| a lui.]; nel verso, numerata 6, in cifra
araba, a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a
destra,specchio di scrittura fino a mm. 106 circa su 321,
da: «[– si aveva l’impressione di ↔| essere in tanti:] […]», a:
«[…] [– ↔| due selvaggie, rocciose, coperte ↔| di rovi e di
ginestre.]»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. La scrittura, di una mano, è distribuita su
40 righe (compresi gli spazi interlineari utilizzati per le
lezioni aggiunte o sostituite) e 13 nel verso. La scrittura è
corsiva, calligrafica, appena angolosa, con ridotto calibro
dei caratteri, inclinata verso destra, con un angolo di 45°
XCVIII
DINO MANCA
circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito
dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus varia (per
ampiezza ed altezza), in corrispondenza degli spazi interlineari utilizzati per le lezioni aggiunte o sostituite.
La LX carta misura mm. 319 x 106 (nel lato superiore) –
111 (nel lato inferiore) ed è numerata 60, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, uso mano, è a quadretti blu, ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.
Il testo è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «[–
Ma ‹ancora›] […]», a: «[…] tenessero così fra l’unghie per»;
il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. Se si eccettua qualche cancellatura il testo si configura in pulito. La scrittura, di una mano, è distribuita su 39
righe; essa è corsiva, calligrafica, inclinata verso destra,
con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un
inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza.
La LXI carta misura mm. 319 x 110 (nel lato superiore) –
105 (nel lato inferiore) ed è numerata 61, in cifra araba, a
penna, due volte: una volta la cifra è sottolineata, nell’angolo in alto a destra del recto, corretta su ricalco su altro
numero purtroppo non leggibile; un’altra volta la cifra,
sostitutiva della precedente, compare in pulito cerchiata a
metà sempre nell’angolo in alto a destra del recto sulla sinistra rispetto alla precedente. La carta, uso mano, è a quadretti blu, ottenuta tramite strappo longitudinale (lato
destro) da carta più grande. Lo stato di conservazione è
complessivamente buono. Il testo è tutto contenuto nel
recto, a piena pagina, da: «gioco.» a: «[…] la farfalla è già
lontana;»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. Se si eccettua qualche cancellatura il testo
si configura in pulito. La scrittura, di una mano, è distribuita su 41 righe; essa è corsiva, calligrafica, inclinata
verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora ten-
Il manoscritto
XCIX
dente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza.
La LXII carta misura mm. 321 x 104 (nel lato superiore)
– 107 (nel lato inferiore) ed è numerata 62, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, uso mano, è a quadretti blu, ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.
Il testo è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «essi
tornano a […]», a: «[…] si sarebbero trovati soli.»; il verso
reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. Se
si eccettua qualche cancellatura il testo si configura in
pulito. La scrittura, di una mano, è distribuita su 37 righe;
essa è corsiva, calligrafica, inclinata verso destra, con un
angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro
nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il
ductus appare uniforme per intensità, ampiezza ed altezza.
La LXIII carta misura mm. 321 x 104 (nel lato superiore)
– 107 (nel lato inferiore) ed è numerata 63, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, uso mano, è a quadretti blu, ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.
Il testo è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«Ondate di un turbamento […]», a: «[…] staccarsi da Bona;
ma Bona,»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. Se si eccettua qualche cancellatura il testo
si configura in pulito. La scrittura, di una mano, è distribuita su 36 righe; essa è corsiva, calligrafica, inclinata
verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza.
La LXIV carta misura mm. 321 x 104 (nel lato superiore)
– 106 (nel lato inferiore) ed è numerata 64, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, uso mano, è a quadretti blu, ottenuta tra-
C
DINO MANCA
mite strappo longitudinale (lato destro) da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.
Il testo è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da: «che
s’accorgeva anche […]», a: «[…] purché l’oggetto amato sia
felice.»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria
di Sassari. Se si eccettua qualche cancellatura il testo si
configura in pulito. La scrittura, di una mano, è distribuita su 42 righe; essa è corsiva, calligrafica, inclinata verso
destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con
un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al
marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza.
La LXV carta misura mm. 319 x 109 (nel lato superiore)
– 108 (nel lato inferiore) ed è numerata 65, in cifra araba,
a penna, cerchiata a metà, nell’angolo in alto a destra del
recto. La carta, uso mano, è a quadretti blu, ottenuta tramite strappo longitudinale (lato destro) da carta più grande. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.
Il testo è tutto contenuto nel recto, a piena pagina, da:
«Davide s’avanzava guardando […]», a: «[…] Grazia
Deledda»; il verso reca il timbro della Biblioteca Universitaria di Sassari. Se si eccettua qualche cancellatura il testo
si configura in pulito. La scrittura, di una mano, è distribuita su 41 righe; essa è corsiva, calligrafica, inclinata
verso destra, con un angolo di 45° circa, chiara e prodotta con un inchiostro nero (scolorito dal tempo e ora tendente al marrone). Il ductus appare uniforme per intensità,
ampiezza ed altezza. Nel verso: forse di altra mano, la
seguente notazione in corsivo, calligrafico: «Caro Benincasa se ti è possibile lo fai comporre stanotte (naturalmente dopo
l’orario) – Saluti. A»; con matita blu: «Precedenza».
***
IL RITORNO DEL FIGLIO :
DAL MANOSCRITTO ALLA STAMPA
Le questioni di natura filologica che sono state affrontate
non hanno potuto ovviamente prescindere dalle testimonianze di cui si dispone. Il censimento ha permesso di
accertare l’esistenza di un manoscritto autografo e di più
copie a stampa. Più precisamente si possiede una redazione
autografa compiuta (condotta a termine pur con varianti
interne) e una stampa autorizzata del 1919 (realizzata sotto
il controllo o comunque con il consenso della Deledda o di
persona da lei delegata) con ristampa del 1921 (anch’essa
autorizzata), più riedizione seriore (Nuoro, Ilisso, 1996). Di
codesta tradizione la questione affrontata preliminarmente
è stata di accertare i rapporti reciproci intercorrenti tra tutti
i testimoni, di stabilire se esista completa identità redazionale tra l’autografo e i testimoni a stampa (o almeno uno di
essi), o se per converso le risultanze in sede di collatio rivelino difformità, come è risultato essere nella fattispecie. In
questo caso si è cercato di appurare se tale diversità redazionale sia stata frutto di volontà autorale o invece sia da
attribuire a iniziativa di tipografi, curatori, redattori, editor,
consulenti editoriali et alii, nella fase dell’intermediazione
tipografica.
Nel caso del nostro testo i dati emersi dalla collatio attestano lezioni divergenti tramite l’autografo (da qui in avanti Ms) e la prima stampa licenziata dall’autore (Milano, Treves, 1919, da qui in avanti Tr1); lezioni divergenti ma
ugualmente autentiche, ossia corrispondenti, almeno in
una certa fase, alla volontà della scrittrice nuorese. Infatti,
come si vedrà, pur nella strutturale conformità alla redazione autografa, i rimaneggiamenti presenti nella stampa
rispetto al manoscritto sono tali (per natura, tipologia ed
estensione) che crediamo inverosimile – nella lontana ipo-
CIV
DINO MANCA
tesi queste modificazioni siano state volontariamente introdotte da figure altre – essere sfuggite alla Deledda, quanto
meno in sede di correzione di bozze; perciò, in quanto tali
modifiche da lei in ultima istanza condivise e accettate e
quindi ritenute meritevoli del suo placet, da considerarsi a
tutti gli effetti varianti d’autore. Inoltre, configurandosi le
successive tirature all’edizione del 1919 come ristampe
(sorta di codices descripti), va da sé che, fatte salve le eventuali mende tipografiche o di battitura, le stratificazioni e
diversificazioni redazionali e gli interventi correttori si siano
interrotti proprio con Tr1. Per questa ragione, come si
vedrà chiarito anche nella nota al testo, l’edizione critica
della novella riporta l’ultima lezione accettata dall’autore
(Tr1, appunto), presentando in apparato la storia genetica
dell’opera nei successivi passaggi correttori; un apparato
genetico (o ‘diacronico’ o ‘dinamico’) dove trovano posto le
varianti d’autore, ordinate, fin dove è stato possibile, secondo un criterio cronologico.
Il lavoro ecdotico è stato circoscritto, dunque, alle lezioni
divergenti attestate direttamente tramite l’autografo e la
stampa licenziata dalla scrittrice. Le varianti interne di Ms e
quelle intercorrenti fra Ms e Tr1 mostrano un percorso correttorio vario e articolato per tipologia, tempi e modalità
d’esecuzione, fasi elaborative e impianto stratigrafico. Una
prima e importante distinzione concerne prima di tutto la
natura e la portata degli interventi. Benché sussistano in
quantità non trascurabile, le revisioni e i rimaneggiamenti
non stravolgono tuttavia l’impalcatura diegetica e narrativa
del racconto. Se è fuor di dubbio che ogni minima variazione degli elementi di un sistema modifichi, sia pur di
poco, l’identità stessa del sistema, è comunque essenziale
per la stessa prassi ecdotica ed editoriale, sottolineare la presenza o l’assenza di eventuali trasformazioni strutturali o
modifiche di assetto. Nel nostro caso le varianti genetiche
Dal manoscritto alla stampa
CV
(interne ed esterne) riguardano piuttosto elementi complementari e appendicolari (alcuni incorsi currenti calamo),
ritocchi interpuntivi, interventi su elementi frastici o segmenti periodali, al massimo brevi unità descrittive (limitatissime quelle d’azione, funzionali e pragmatiche), comunque sempre porzioni minime di scrittura, tranche marginali
e completive, autonome e disarticolate, senza dunque grosse ripercussioni testuali. Una seconda fondamentale distinzione riguarda i modi di intervento. Non poche risultano
essere, infatti, le lezioni ricavate da altre per soppressione e
sostituzione, molte meno quelle per aggiunta e permutazione (senza alcuna seria mobilità dislocatoria o di trasferimento da luogo ad altro luogo del testo). Una terza differenziazione riguarda i tempi di esecuzione e le fasi elaborative. La presenza copiosa di lezioni cassate con correzioni
soprascritte in quantità decisamente maggiore di quelle
immediate in rigo, farebbe pensare a numerosi interventi
tardivi e comunque a più fasi elaborative, anche se l’indizio
topografico non sempre aiuta (soprattutto quando elementi contestuali farebbero per converso sospettare che l’utilizzo dello spazio soprastante il segmento depennato, rientrando nell’usus scribendi della scrittrice, abbia riguardato
anche le modifiche immediate). Ciononostante la realizzazione di più fasi dell’elaborazione artistica è confermata
dalla presenza di varianti sincrone, introdotte contemporaneamente e significativamente in luoghi diversi dello stesso
segmento unitario:
Ms
Tr1
Questa volta, però, suo
malgrado era costretto a
fermarsi, a interessarsi della
creatura abbandonata nella
strada: lo impressionava la
strana riluttanza del cavallo
Questa volta, però, suo
malgrado è costretto a fermarsi, a interessarsi della
creatura abbandonata nella
strada: lo impressiona la
strana riluttanza del cavallo
CVI
ad andare avanti, e, in
fondo, ricordava ch’egli era
un uomo celebrato in tutti
quei dintorni per la sua
scrupolosità di coscienza e
per la più rigida osservanza
del suo dovere.
Eppoi era anche Sindaco
del paese. Il suo dovere,
dunque, era adesso, di non
passare senza essersi assicurato che il bambino è lì
momentaneamente deposto da qualcuno che verrà a
riprenderlo.
DINO MANCA
ad andare avanti, e, in
fondo, ricorda ch’egli è un
uomo celebrato in tutti
quei dintorni per la sua
scrupolosità di coscienza e
per la più rigida osservanza
del suo dovere.
Eppoi è anche sindaco del
paese. Suo dovere, dunque,
è adesso, di non passare
senza essersi assicurato che
il bambino è lì momentaneamente deposto da qualcuno che verrà a riprenderlo.
Ma ciò che dimostrerebbe l’avvenuta realizzazione di almeno due importanti fasi elaborative della novella è soprattutto
la presenza di un segno rivelatore di natura intratestuale (una
sorta di variante-spia) con coincidenti e contestuali indizi
topografici. Il segno rivelatore corrisponde all’antroponimo
«Bona» che registra otto occorrenze in pulito, senza correzioni di sorta, fino alla c. XXXIV; dalla c. XXXV in avanti, invece, lo stesso antroponimo è ricavato o corretto su ricalco di
«Gonaria» o di «Gonaria Arquà». Gli indizi topografici, invece, riguardano la numerazione delle carte (che inizia a subire
correzioni proprio a partire dalla XXXV in avanti, con la
caduta delle cc. XXXVI e XXXVII) e lo specchio di scrittura
della stessa c. XXXIV, l’unica di tutto il manoscritto non a
pagina piena. Un insieme di significativi e convergenti elementi di discontinuità, dunque, che inducono a pensare che
vi sia stata una riscrittura o stesura – se non proprio radicale,
quanto meno significativa – della prima metà del racconto
almeno fino alla c. XXXIV, lì dove, appunto, sarebbe attestata l’avvenuta soluzione di continuità del testo94.
94
Se così non fosse, sarebbe stato sufficiente per la scrittrice correggere
Dal manoscritto alla stampa
CVII
La prima operazione di studio ha riguardato, come si è
già detto, l’individuazione della tipologia, modalità di esecuzione e fasi elaborative delle varianti tutte interne a Ms.
In un secondo momento l’attenzione è stata rivolta alla
stampa e al rapporto tra questa e Ms. Partiamo dal manoscritto. Esso si presenta non come bella copia, esemplare
pulito che ci dà soltanto il testo definitivo, ma come esemplare di lavoro, ancorché in sé compiuto, tuttavia infarcito
di correzioni, aggiunte, varianti marginali o interlineari che
attestano un certo processo elaborativo svoltosi attorno al
testo (e nel «farsi del testo») durante il quale la Deledda ha
talora abbandonato la lezione primitiva, sostituendola,
espungendola, spostandola internamente o modificandola
con una o più correzioni successive.
L’assenza di varianti alternative indica, ovviamente, che,
pur se in modo disordinato ed esteticamente tutt’altro che
ineccepibile, all’autografo è consegnata una forma dell’opera che l’autore considerava definitiva. Dal punto di vista
della messa a testo, dunque, il caso è in tutto assimilabile a
quello dell’autografo in pulito. Infatti da questo manoscritto con varianti realizzate sarà procurata la stampa Treves del
1919. Ciò non toglie che le varianti rifiutate conservino un
loro interesse e una loro funzione precisa, e che pertanto sia
doveroso fornirne una documentazione esaustiva. Per altro,
per quanto riguarda la novella in oggetto, uno studio della
genetica del testo, relativo ai processi correttori e ai diversi
stadi di elaborazione, fino ad oggi non c’è stato95. Eppure
una ricostruzione delle storie redazionali a partire dalle fasi
di gestazione può aiutare a capire meglio il rapporto intersolamente le otto occorrenze dell’antroponimo.
95
Si ricorda un lavoro di PATRIZIA ZAMBON e PIER LUIGI RENAI dal titolo: La collaborazione di Grazia Deledda al «Corriere della Sera» e le varianti delle novelle dall’edizione in quotidiano all’edizione in volume pubblicato
in: A.A. V.V, Grazia Deledda nella cultura contemporanea - II …, 225-66.
CVIII
DINO MANCA
corso tra la scrittrice e la sua opera. Nel nostro caso scandagliare la documentazione manoscritta di una novella precedente all’edizione a stampa e indagare la diversità redazionale intercorsa fra i due testimoni tentando di individuare
natura e funzione dei processi evolutivi e stratigrafici, ci ha
consentito, pur nella limitatezza del campo d’azione, di
entrare dentro il laboratorio deleddiano, dentro quel ‘farsi
testo’, appunto, che è proprio di ogni artigianato compositivo, di ogni opera d’arte, al di là dei giudizi di valore di
valenza estetica.
Già in sede di manoscritto la Deledda avvia quel primo
importante labor limae che attesta, soprattutto tramite
varianti sostitutive96 e soppressive, una chiara esigenza di
revisione stilistica e di snellimento dell’impianto narrativo
tramite cassatura di elementi comunque appendicolari,
96
«come due piccoli specchi che riflettessero quel luminoso cielo del crepuscolo» → «come due piccoli specchi che riflettessero il luminoso cielo
del crepuscolo»; «Egli ricorda di aver letto o sentito dire certe leggende»
→ «Egli ricorda di aver letto o sentito raccontare certe leggende»; «i suoi
occhi pensierosi fissavano un po’ inquieti l’uomo irritato: finché questi lo
prese e lo tirò su» → «i suoi occhi pensierosi fissavano un po’ inquieti
l’uomo irritato: finché l’uomo irritato lo prese e lo tirò su»; «Era la padrona Bona D’Elia che pensava al suo figliuolo morto» → «Era la madre che
pensava al suo figliuolo morto»; «Sente scotta ‹e› sembra di fuoco» →
«Sente? Sembra un pane nel forno»; «lo stesso sguardo pensieroso e
profondo [– che aveva] rivolto a Davide quando questi l’aveva sollevato
dal sentiero» → «lo stesso sguardo pensieroso e profondo [– che aveva]
rivolto a Davide quando questi l’aveva sollevato dalla strada; «»e aspettava che la gente se ne andasse, ma altra gente invece affluiva» → «e aspettava che la gente se ne andasse, ma altra gente invece veniva a quel (–) il
rumoroso e agitato svegliarsi di questo la svegliò» → «finché il rumoroso e agitato svegliarsi di lui la riscosse»; «finché Bona non gli prende la
manina e attirando a sé il gatto gliela fa accarezzare tutta» → «finché
Bona non gli prende la manina e attirando a sé la bestia gliela fa accarezzare tutta»; «Inoltre egli era frustato dalla sventura» → «Infine, poi,
l’uomo veramente frustato dalla sventura».
Dal manoscritto alla stampa
CIX
marginali e completivi. I ritocchi per espunzione e per
espunzione-sostituzione confermano un tale orientamento
correttorio vertente alla riduzione di attributi, di informanti crono-topici e di arresti contemplativi (quando esornativi e didascalici) e alla potatura di ridondanze esplicative che
con gli indugi descrittivi dilatano oltremodo le unità pragmatiche d’azione (comprese quelle libere, slegate dall’asse
diegetico) e nel contempo sacrificano la giusta oscurità e
ambivalenza del non detto. Una tendenza espuntiva, quindi, prevalentemente volta alla essenzialità, al sottinteso, a
ottenere un maggiore equilibrio e ritmo compositivo e funzionale al raggiungimento di una scrittura meno pletorica e
più sorvegliata con un’attenzione particolare per la proprietà lessicale:
Ms
Tr1
fermandosi sui solchi del
suo viso ove subito s’asciugarono come una lieve
pioggia estiva su una terra
riarsa. [– Mise il bambino
per terra e gli disse di camminare. Ancora non sapevano s’egli camminava. Egli
camminava: s’avviò, sempre
intento a guardare le sue
scarpette, ma dopo qualche
passo vacillò. la donna si
slanciò a riprenderlo; lo condusse lei, per le mani: ma,
fino all’uscio della stanza: lo
ricondusse verso la panca:
quando furono vicini al (–)
che tendeva l’orecchio al
rumore dei loro passi il bambino gli afferrò le ginocchia
per appoggiarsi e sollevò il
fermandosi sui solchi del
suo viso ove subito s’asciugarono come una lieve
pioggia estiva su una terra
riarsa.
Ma non voleva farsi vedere
a piangere.
CX
DINO MANCA
viso ‹scrutando› (–) : si aveva
l’impressione di essere in
tanti: i servi, le serve, la
balia; eppoi c’erano sempre
ospiti. La casa era grande,
con un portico antico: certe
camere erano del tutto disabitate, con dei balconcini di
legno che guardavano sulle
valli: tre valli, si vedevano,
della nostra casa; una tutta
coltivata a viti e olivi, le
altre due selvaggie, rocciose,
coperte di rovi e di ginestre.]
Ma non voleva farsi vedere
a piangere.
Ms
Tr1
Dunque mise il bambino
sotto le coperte, [– poi sebbene la notte a<+++> facesse ancora sentire un po’ di
fresco si cacciò completamente nuda nel letto: ‹sos›pirò,
sbadigliò, si segnò la fronte e
il petto e cominciò a pregare.
Il bambino dormiva e non le
dava fastidio, nel letto grande e duro: solo <++> ella
aveva paura che l<+> cascasse dal letto sebbene avesse
rimboccato le coperte, e di
tanto in tanto stendeva la
mano per assicurarsi ch’era lì
immobile: ma ogni volta che
lo toccava le pareva più
caldo, sempre più caldo,
tanto che anche lei si sentiva
a poco a poco ardere come
Dunque mise il bambino
sotto le coperte, poi, sebbene la notte fosse ancora fresca, si cacciò completamente nuda nel letto: ma di lì a
un poco si sentì tutta ardere: toccò il bambino e le
parve che avesse la febbre.
Allora cominciò a recitare
una preghiera contro la febbre, che dopo tutto è un’agitazione del sangue prodotta dall’alito del demonio: ma il calore continuava
e aumentava.
Dal manoscritto alla stampa
CXI
accanto a un gran fuoco.]
Allora cominciò a recitare
una preghiera contro la febbre, che dopo tutto è un’agitazione del sangue prodotta dall’alito del demonio: ma il calore continuava
e aumentava.
Ms
Tr1
si gettò dal letto [? imprecando, dopo aver buttato in aria
la coperta. Allora anche Bona
s’alzò: sottile e ancora dritta e
ben fatta, bianca e coi folti
capelli neri pareva una fanciulla: solo il viso era vecchio,
assonnato, con gli occhi gonfi.
E quanto il marito era rumoroso e impaziente ella era
silenziosa e come smemorata.]
– Bisogna dunque che vada
io dal brigadiere, per quest’accidente di creatura.
si gettò dal letto gridando:
– Bisogna dunque che vada
io dal brigadiere, per quest’accidente di creatura.
Ms
Tr1
Allora Davide si precipitò
giù nella camera di Albina,
imprecando contro le serve,
come fossero state loro a far
[– venire la febbre al bambino. questo stava tranquillo
nel letto, con gli occhi spalancati; (–) e muoveva un po’
le labbra e guardava il soffitto di legno (–) contandone le
assi. Davide] Gli toccò la
fronte che scottava,
Allora Davide si precipitò
giù nella camera di Albina,
imprecando contro le serve,
come fossero state loro a far
ammalare il bambino.
Gli toccò la fronte che scottava,
CXII
DINO MANCA
Ms
Tr1
e il cavallo lo fissava, riconoscendolo con [– una
certa] gioia
e il cavallo lo fissava, riconoscendolo con gioia
Ms
Tr1
La strada [– però] si faceva
sempre più ripida, [– e lui
sopra il povero cavallo che
sudava nonostante la frescura della notte: ma le altezze
bisogna guadagnarsele, e, se
non altro adesso almeno la
salita era] illuminata dal
chiarore che il fanale versava dall’alto spandendolo
anche sulle siepi e gli alberi
intorno.
La strada si faceva sempre
più ripida, illuminata dal
chiarore che il fanale versava dall’alto spandendolo
anche sulle siepi e gli alberi
intorno.
Ms
Tr1
per la sola ragione che si
vedevano come delle goccie
d’oro piovere dagli occhi
della moglie [– sul corpicciuolo del bambino]
per la ragione che si vedevano come delle goccie d’oro
piovere dagli occhi della
moglie.
Ms
Tr1
perché una volta da ragazza, nel tempo dei tempi, era
stata ingannata da un
uomo. s’era fatta norma di
tutta la vita di non credere
più a nulla né a nessuno. per
conto suo era fidata e sincera;
perché una volta da ragazza, nel tempo dei tempi, era
stata ingannata da un
uomo. Per conto suo era
fidata e sincera;
Dal manoscritto alla stampa
CXIII
Ms
Tr1
Era come Gesù che camminava sulle acque del mare
[– come gli astri che camminavano sui cieli]
Era come Gesù che camminava sulle acque del mare.
Non mancano gli esempi oltre che di soppressione e soppressione-aggiunzione, altresì di soppressione e permutazione insieme. Nella fattispecie si tratta di variante tardiva97
con destituzione e trasferimento in un contesto linguistico
e narrativo diverso di una serie di segmenti finiti («il calessino leggero come una grande sedia a ruote»):
Ms
Tr1
Pensò che il bambino lo
avesse deposto lì qualche
contadina che lavorava nei
dintorni, e tirò le redini
perché il cavallo passasse a
destra della strada: ma il
cavallo, per la prima volta
dacché era suo, non gli
obbediva; non andava
avanti: sollevava e scuoteva
la testa seguendo il movimento delle redini, ma non
andava avanti.
Il padrone, tutto agitato
dentro il calessino leggero
come una grande sedia a
ruote, imprecò, tentando
almeno di // tirarlo indietro: [–] la bestia non inten-
Pensò che il bambino lo
avesse deposto lì qualche
contadina che lavorava nei
dintorni, e tirò le redini
perché il cavallo passasse a
destra della strada: ma il
cavallo, per la prima volta
dacché era suo, non gli
obbediva; non andava
avanti: sollevava e scuoteva
la testa seguendo il movimento delle redini, ma non
andava avanti.
Il padrone, tutto agitato
dentro il calessino leggero
come una grande sedia a
ruote, imprecò, tentando
almeno di tirarlo indietro:
ma il cavallo non intendeva
Il diverso tipo di carta di c. I rispetto alle cc. successive e soprattutto il
riscontro di tale variante tardiva, dimostrano che la Deledda ha riscritto
la prima pagina del racconto.
97
CXIV
deva neppure di andare
indietro, fermo come se le
sue zampe avessero messo
radice nel suolo. [– Il calessino leggero e agile come
una grande sedia a ruote si
scuoteva tutto con l’uomo
dentro che si agitava e
imprecava ma non andava
né avanti né indietro.]
Allora Davide gridò al
bambino di alzarsi e di scostarsi: la sua voce rude
avrebbe intimorito un brigante: la creatura innocente
si contentò di sollevare gli
occhi.
DINO MANCA
neppure di andare indietro,
fermo come se le sue zampe
avessero messo radice nel
suolo.
Allora Davide gridò al
bambino di alzarsi e di scostarsi: la sua voce rude
avrebbe intimorito un brigante: la creatura innocente
si contentò di sollevare gli
occhi.
Nonostante si disponga di una stampa portatrice di una
redazione che è molto vicina a quella dell’autografo (risultato, nel suo complesso, delle fasi elaborative di Ms stesso),
tuttavia la Deledda ha in sede di pubblicazione, come
detto, apportato altre correzioni innovative senza essersi
limitata a sanare le sole mende tipografiche o di battitura.
Per quanto riguarda questa diversità redazionale che contrassegna il rapporto tra Ms e Tr1, il discorso, nel merito,
sostanzialmente non cambia. Esistono cioè in Tr1, rispetto
a Ms, ulteriori varianti che per natura, portata, modalità,
ma soprattutto per orientamento di senso, continuano il
vettore correttorio che in buona parte ha ispirato il lavoro
di revisione del manoscritto; semmai con una più stringente tendenza sostitutiva e/o espuntiva che sposta il discorso
sul versante più strettamente stilistico.
La scrittrice continua, in questa nuova campagna di correzione, la drastica potatura e ripulitura del tessuto narrativo, sopprimendo il più possibile gli elementi sovrabbondanti che appesantiscono, rallentandolo, il flusso diegetico
Dal manoscritto alla stampa
CXV
in direzione di un ritmo più rapido e, a tratti, più incalzante e verso una maggiore scorrevolezza e incisività rappresentativa:
Ms
Tr1
Il cavallo, intanto, per
conto suo proseguiva a
trottare verso casa: ecco
passata la caserma dei carabinieri, ecco passata la casa
comunale, ecco passata la
parrocchia, tutte e tre, del
resto, attaccate l’una all’altra sull’alto della piazza
come tre sorelle rivolte
d’intesa [? a sorvegliare e
dominare il paese proteso
umilmente ai loro piedi, con
le sue case basse e i suoi orti
umidi, triste anche nel
sonno. Ma chi dominava
veramente su tutto, più in su
ancora della chiesa e di una
torre un tempo stata soggiorno di personaggi potenti, era
la casa di don Emanuele: il
cavallo va su per la strada
selciata su cui danno i vecchi
muri dei giardini abbandonati intorno alla torre, e
finalmente si ferma nel cerchio di chiarore sparso dal
lampione infisso a fianco del
portone già chiuso] a sorvegliare e dominare il paese,
disteso umilmente ai loro
piedi con le sue case basse,
le sue stradette ripide, i suoi
Il cavallo, intanto, per
conto suo proseguiva a
trottare verso casa: ecco
passata la caserma dei carabinieri, ecco passata la casa
comunale, ecco passata la
parrocchia, tutte e tre, del
resto, attaccate l’una all’altra sull’alto della piazza
come tre sorelle rivolte
d’intesa a sorvegliare e
dominare il paese, disteso
umilmente ai loro piedi
con le sue case basse, le sue
stradette ripide, i suoi orticelli umidi, triste anche nel
sonno.
Ma la strada non si fermava
lì, e anche Davide non si
fermò lì. Chi era al di sopra
di ogni potenza del paese
era lui; giusto, quindi, che
la sua casa fosse al disopra
di tutte, anche della chiesa.
Solo un’altra potenza
dominava la sua, ma era
una potenza morta: la torre
in rovina di un antico
castello.
CXVI
DINO MANCA
orticelli umidi, triste anche
nel sonno. [– A dire il vero
tutto il paese pareva costrutto
in blocco come una sola casa,
con una larga e comoda scala
centrale – la strada principale, – e altre scalette di servizio – le strade minori, –
interrotte di tanto in tanto
da gradini e pianerottoli selciati su cui davano le porticine delle abitazioni dei poveri. La scala o strada principale portava al piano nobile,
formato appunto dagli edifizi pubblici affacciati sul
paese, e dalle case dei ricchi
tutte strette intorno alla
piazza come a un focolare
del quale la chiesa col suo
piccolo portico contenuto da
colonne di pietra rappresentava il camino.] Ma la strada non si fermava lì, e
anche Davide non si fermò
lì. Chi era al di sopra di
ogni potenza del paese era
lui; giusto, quindi, che la
sua casa fosse al disopra di
tutte, anche della chiesa.
Solo un’altra potenza
dominava la sua, ma era
una potenza morta: la torre
in rovina di un antico
castello.
Continua, inoltre, nelle varianti sostitutive di Tr1: l’ammodernamento grafico, per lo più limitato alla normalizzazione della j semiconsonantica in i e delle parole composte
Dal manoscritto alla stampa
CXVII
(Ms «annojava» → Tr1 «annoiava»; «abbajò» → «abbaiò»;
«stuoja» → «stuoia»; «granajo» → «granaio»; «noja» →
«noia»; «casse panche» → «cassepanche»; «di sopra» →
«disopra»); una maggiore razionalità segmentatrice e interpuntiva98, che tuttavia coesiste, sia pur limitatamente, con
Frequenti sono i casi in cui la variazione-sostituzione del segno interpuntivo investe i due punti, soprattutto quando questi rivestono una
funzione sintattico-argomentativa (indicando la conseguenza logica di
un fatto) e appositiva (quando presentano una frase con valore di apposizione della precedente); in questi casi si trovano sostituiti spesso dal
punto e virgola, dalla virgola e dal punto fermo più di rado: «Cominciò
allora a gridare, come chiamando quest’uomo nascosto: l’eco sola rispondeva» → «Cominciò allora a gridare, come chiamando quest’uomo
nascosto; l’eco sola rispondeva»; «Osservandolo bene gli pare che non sia
ancora in età di parlare, sebbene i suoi occhi abbiano qualche cosa di
strano, fissi e coscienti : sembrano quelli di un santo o almeno di un
uomo saggio» → «Osservandolo bene gli pare che non sia ancora in età
di parlare, sebbene i suoi occhi abbiano qualche cosa di strano, fissi e
coscienti ; sembrano quelli di un santo o almeno di un uomo saggio».
Dell’intervento correttorio se ne fornisce qui l’elenco completo: coscienti: → coscienti; | raddoppiarono: → raddoppiarono, | raccapriccio: →
raccapriccio; | ginocchia; → ginocchia, | saccoccia; → saccoccia: | fiorite
→ fiorite, | nascosto: → nascosto; | l’abitavano: → l’abitavano; | lo
annoiava: → lo annojava; | collina: → collina; | morta: → morta; | casa,
→ casa | abbajò, → abbaiò | vecchia, → vecchia: | mano: → mano, |
acceso; → acceso: | riscuotevano: → riscuotevano; | a lui, → a lui; | gelosi: → golosi; | bambino → bambino, | del solito: → del solito; | dolore
fisico; → dolore fisico: | nuda, → nuda: | Elisabetta: → Elisabetta; | sincera: → sincera; | vado → vado, | notte; → notte, | parroco: → parroco;
| in giro, → in giro, | esitazione, → esitazione | Elisabetta → Elisabetta.
| sola, → sola; | nutrite → nutrite, | fumo: → fumo; | passione: → passione, | verbo, → verbo | l’elemosina, → l’elemosina | casa → casa, |
prendesse, → prendesse | esterna: → esterna; | Nulla, → Nulla; | piccolo: → piccolo; | cuore: → cuore, | pranzo: → pranzo; | serio: → serio; |
gli altri, → gli altri | amore: → amore; | nero: → nero; | macchiata, →
macchiata | osava: → osava; | guerra: → guerra; | dispersi: → dispersi; |
vita: → vita. | facile: → facile; | marito: → marito; | mondo; → mondo,
| cuore: → cuore; | passaggio: → passaggio; | vossignoria: → vossignoria;
| tacere: → tacere; | volta, → volta | l’erba: → l’erba; | bambino: adesso
98
CXVIII
DINO MANCA
una libertà di scansione tendente a determinare, soprattutto in qualche accumulazione, una più sostenuta accelerazione nel ritmo di scorrimento (Ms «con le mani in grembo, oziosa, indifferente» → Tr1 «con le mani in grembo
oziosa indifferente»); un’opera di dosaggio e una più attenta cura e precisione lessicale, che coinvolge l’ambito sinonimico o comunque la medesima area semantica, volta preferibilmente a correggere desuetudini, generalizzazioni,
approssimazioni e imprecisioni (Ms «la bestia»→ Tr1 «il
cavallo»; «abbassato» → «chinato»; «vesticciuola» → «vestitino»; «tronchi» → «fusti»; «gamba» → «coscia»; «palpando
la sciarpa del bambino» → «palpando il misterioso fagotto»;
«guance insanguinate» → «gambe insanguinate»; «febbre»
→ «sudore»); una riduzione degli articoli nelle forme nominali (Ms «Il suo dovere» → Tr1 «Suo dovere»). Mentre nelle
scelte destitutive, con un caso di soppressione-permutazione, si accentua la volontà di sfrondare le ridondanze esplicative e descrittive:
Ms
Tr1
I suoi occhietti neri lucenti
come quelli di un uccello
distinsero subito l’insolito
fagotto che Davide, prendeva dal calesse. ma Davide
non le lasciò → [senza
lasciarle] tempo di domandare di che si trattava che
già le aveva deposto il bambino → [le gettò] fra le
I suoi occhietti neri lucenti
come quelli di un uccello
distinsero subito l’insolito
fagotto che Davide senza
lasciarle tempo di domandare di che si trattava, le
gettò fra le braccia, quasi di
sorpresa e come con l’intenzione di spaventarla un po’
per burla e un po’ sul serio.
→ bambino. Adesso | parete, → su parente; | disturbo: → disturbo; |
appunto → appunto, | frase un sorso → frase, un sorso | disperata: →
disperata; | volere: → volere; | figlio: → figlio; | figlio; → figlio: | morire. → morire: | speranza: → speranza; | vassoio: → vassoio; | rise: →
bambino, | bambino: |.
Dal manoscritto alla stampa
CXIX
braccia, quasi di sorpresa e
come con l’intenzione di
spaventarla un po’ per burla
e un po’ sul serio.
Ms
Tr1
Che occhi! Grandi, pensierosi, di un colore indefinito, fra l’azzurro il bruno e
l’oro, brillavano come due
piccoli specchi che nel sollevarsi riflettessero
Che occhi! Grandi, pensierosi, di un colore indefinito, fra l’azzurro il bruno e
l’oro, brillavano come due
piccoli specchi che riflettessero
Ms
Tr1
Ma Davide pensa che il suo
cuore è duro perché deve
essere duro: ben fatto ma
duro: e se il bambino misterioso è Colui che tutto vede
ne sa il perché
Ma Davide pensa che il suo
cuore è duro perché deve
essere duro: e se il bambino
misterioso è Colui che
tutto vede ne sa il perché
Ms
Tr1
quando fu un po’ sazio
cominciò a battersi una di
queste manine sul petto,
senza smettere di succhiare le
ultime goccie di latte dalla
tazza: voleva → [per] significare che tutto ciò che gli
davano era buono e gli piaceva;
quando fu un po’ sazio
cominciò a battersi una di
queste manine sul petto,
per significare che tutto ciò
che gli davano era buono e
gli piaceva
Ms
Tr1
– E adesso basta con l’ingozzarlo! Non è un animale,
poi! Basta, dico → [Bona!].
– E adesso basta con l’ingozzarlo! Non è un animale, poi! Basta, Bona! Ella
CXX
DINO MANCA
Gli strappò di mano la tazza,
ma gli lasciò un ultimo pezzetto di biscotto: e il bambino
stette quieto a rosicchiarselo,
coi piedini nudi abbandonati sulla veste nera di Bona.
Ella intanto lo sfasciava
dalla sciarpa di pelo
intanto lo sfasciava dalla
sciarpa di pelo
Ms
Tr1
per la sola ragione che si
vedevano come delle goccie
d’oro piovere dagli occhi
della moglie [– sul corpicciuolo del bambino].
per la ragione che si vedevano come delle goccie d’oro
piovere dagli occhi della
moglie.
Con la soppressione, sostituzione e permutazione di segmenti di testo, più o meno consistenti – dalla riduzione
delle similitudini, di alcuni connettivi, aggettivi e avverbi di
modo, alla espunzione delle ridondanze di esplicitazione e
degli enunciati dichiarativi pletorici – la Deledda si propone di sciogliere costruzioni oltremodo contorte, faticose e
antiestetiche per raggiungere una resa più convincente sia
dal punto di vita narrativo (della storia e del discorso,
aumentando ad esempio gli effetti del ritmo e del dinamismo diegetico) che stilistico. La sistematica eliminazione
della zavorra descrittiva ed esplicativa consente al racconto
di librarsi senza impacci guadagnando nell’equilibrio compositivo e nell’efficacia rappresentativa di eventi ed esistenti, e nel contempo permette al periodo, asciugato degli
orpelli, di evolvere, in virtù di ciò, verso una maggiore scorrevolezza e incisività:
Ms
Tr1
ma su quel tratto di strada
pietrosa non si vedevano
ma su quel tratto di strada
pietrosa non si vedevano
Dal manoscritto alla stampa
CXXI
neppure le impronte delle
ruote dei veicoli: pareva che
ogni segno di vita fosse scomparso da quella zona di terra
arida ficcata come un cilizio
fra il dorso e i fianchi coltivati della collina: e quando
la strada pianeggiava un
poco pareva di camminare
attraverso un mare pietrificato, tanto le distese di roccia erano nude, ondulate,
argentee al crepuscolo.
D’altronde la luce mancava e
ritirandosi lasciava al suo
posto un silenzio tale che
Davide sentiva lo scricchiolio
della ruota e il passo del
cavallo
echeggiare lontano, tanto che
aveva l’impressione che un
altro calesse con un uomo e
un bambino sperduto gli
veniva incontro. Ma ecco la
vita ricomparire:
neppure le impronte delle
ruote dei veicoli: quando la
strada pianeggiava un poco
pareva di camminare attraverso un mare pietrificato,
tanto le distese di roccia
erano nude, ondulate,
argentee al crepuscolo. Ma
ecco la vita ricomparire:
Ms
Tr1
– Ai tuoi tempi non si trovavano ancora né bambini
né leprotti, nel mondo nel
mondo, >perché< ancora3
non era2 creato → [nato]4 >
neppure < Adamo1, > – egli
gridò serio, aggrottando le
sopracciglia in modo che il
suo viso prese un’aria del
tutto diabolica: d’altronde
anche lui non era persuaso
che il ritrovamento del bam-
– Ai tuoi tempi non si trovavano ancora né bambini
né leprotti, nel mondo.
Adamo non era ancora
nato.
La serva non insisté, per
non farsi sentire dalla
padrona;
CXXII
DINO MANCA
bino fosse una cosa semplice
come sembrava. < La serva
non insisté, per non farsi
sentire dalla padrona;
Evidente, fra le sovrabbondanze, l’intervento correttorio
volto alla drastica potatura delle interrogative retoriche e
delle ripetizioni inutili; iterazioni prive di alcuna connotazione retorica, perciò senza alcuna funzione né significativa,
né estetica:
Ms
– È un bambino, sì, è un
bambino – egli disse,
aprendo tutto il portone
per far entrare il calesse. –
Non hai mai veduto bambini? L’ho trovato smarrito
nello stradone
Tr1
– È un bambino, sì, è un
bambino – egli disse,
aprendo tutto il portone
per far entrare il calesse. –
L’ho trovato smarrito nello
stradone
I luoghi della rappresentazione e gli spazi del vissuto
emergono soprattutto grazie allo scrupolo e alla dovizia di
particolari con cui la scrittrice li fa rivivere traducendoli in
scrittura artistica. Una capacità circostanziale e descrittiva,
– in precedenti pagine già sottolineata – che oltrepassa l’aspetto meramente narrativo e si colloca spesso in una
dimensione metadiegetica e didascalica. Non sempre però
l’indugio ricognitivo risponde, come dovrebbe, a un tale
intendimento:
Ms
Tr1
Cucina che sembrava una
sala; alta, a volta, col pavimento di legno, e cassepanche e madie antiche che
Cucina che sembrava una
sala; alta, a volta, col pavimento di legno, e cassepanche e madie antiche che
Dal manoscritto alla stampa
CXXIII
parevano mobili di sagrestia. Anche i lumi ad olio e i
candelieri con le steariche
deposti sulla cappa del grande camino avevano qualche
cosa di chiesasistico.
parevano mobili di sagrestia.
Una donna ancora giovane
ma con gli occhi incavati
sotto le palpebre livide e
tutto il viso fino
Una donna ancora giovane
ma con gli occhi incavati
sotto le palpebre livide e
tutto il viso fino
Nell’opera di revisione e di rimaneggiamento, soprattutto delle unità descrittive, a volte si esorbita in qualche
discutibile ‘sacrificio’ lirico:
Ms
Tr1
era il fanale che il padrone
teneva acceso a sue spese
davanti al portone della sua
casa. Su, dunque, con passo
riaffrettato, per le svolte della
strada solitaria: un rumore
d’acqua canta adesso nel
silenzio e accresce la presenza
della sera: l’odore degli orti e
dei giardini annunzia la
vicinanza del paese. Il bambino intanto si era addormentato,
era il fanale che il padrone
teneva acceso a sue spese
davanti al portone della sua
casa. Il bambino intanto si
era addormentato,
***
NOTA AL TESTO
La novella Il ritorno del figlio ci è stata trasmessa attraverso
un manoscritto autografo, conservato nella Sala Manoscritti della Biblioteca Universitaria di Sassari (Fondo Manoscritti, ms. 258), e diverse copie a stampa. Più precisamente possediamo una redazione autografa compiuta (Ms) e
una stampa autorizzata (Milano, Treves, 1919: Tr1) con
ristampa anch’essa autorizzata (Milano, Treves, 1921: Tr2),
più altre riedizioni (Milano, Mondadori, 1969: Md;
Nuoro, Ilisso, 1996: IL). Configurandosi le successive tirature all’edizione del 1919 come ristampe, l’editore assume
Tr1 come esemplare di collazione al quale rapportare tutte
le varianti esibite dal testimone manoscritto che precede e
presenta in apparato la storia genetica dell’opera nei successivi passaggi correttori; un apparato genetico (o diacronico
o dinamico) dove trovano posto le varianti d’autore, ordinate, fin dove è stato possibile, secondo un criterio cronologico. I criteri di trascrizione del testo base adottati sono
stati di fedeltà diplomatica. Gli esponenti numerici presenti nel testo rinviano alle note d’apparato posto a piè di pagina. L’apparato critico è positivo: viene prima il riferimento
numerico, la lezione di Tr1, a destra parentesi quadra chiusa «]», seguono le lezioni con varianti d’autore (di Ms e
quelle intercorrenti fra Ms e Tr1) ordinate secondo un criterio diacronico-evolutivo. Le diversificazioni redazionali e
gli interventi correttori, discussi in apparato in modo congetturale, sono segnati nel modo seguente:
da
lezione ricavata da altra per aggiunta, sostituzione, inserimento, permutazione, soppressione.
stl.
lezione sottolineata
CXXVIII
DINO MANCA
su
corretta su ricalco su altra
prima
lezione cassata che precede
r. prec.
rigo precedente
dopo
lezione cassata che segue
ins. inf.
lezione inserita nell’interlinea inferiore
ins. sup.
lezione inserita nell’interlinea superiore
spaz. interv.
spazio interlineare bianco o tratto
di penna orizzontale che intervalla
due annotazioni
ins. pp. sgg.
lezione inserita nelle pagine seguenti
l. orizzontale
linea orizzontale
<+>
una lettera indecifrabile dopo correzione su ricalco su altra o altre
<+ +>
due lettere indecifrabili dopo correzione su ricalco su altra o altre
<+ + +>
tre lettere o parola indecifrabili
dopo correzione su ricalco su altra o
altre (appare anche nel testo)
>x<
lezione espunta: presente nel manoscritto non compare nel testimone a
stampa
→ [x] o → (x)
dal manoscritto al testimone a
stampa lezione corretta in o sostituita con x
Nota al testo
CXXIX
↔
segue in linea
↔|
continua nel rigo seguente
↔||
continua su più righi
↔//
continua nella pagina seguente
/b\
b aggiunta in linea
sup.\b/
b aggiunta nell’interlinea superiore
inf.\b/
b aggiunta nell’interlinea inferiore
sup.\\b//
b aggiunta nel margine superiore
inf.\\b//
b aggiunta nel margine inferiore
lat.\\b//
b aggiunta nel margine laterale
[–] o (–)
lezione depennata e indecifrabile
[–] ↔||
lezioni depennate e indecifrabili
che si susseguono su più righi
[ ]
lezione erasa e irrecuperabile
sup.\ – b/
b depennata ma leggibile in interlinea superiore
inf.\ – b/
b depennata ma leggibile in interlinea inferiore
sup.\ – /
lezione depennata e indecifrabile in
interlinea superiore
inf.\ – /
lezione depennata e indecifrabile in
interlinea inferiore
[– b] o (– b)
b depennata ma leggibile
CXXX
DINO MANCA
+
in sostituzione di
[(–) ↔ + b]
b segue in linea in sostituzione di
lezione depennata e indecifrabile
[– a ↔ + b]
b segue in linea in sostituzione di a
depennata ma leggibile
[– a ↔| + b]
b segue nel rigo seguente in sostituzione di a depennata ma leggibile
[– a ↔ + (– b)]
b depennata ma leggibile segue in
linea in sostituzione di a depennata
ma leggibile
[– a (–)]
a depennata ma leggibile seguita da
lezione depennata e indecifrabile
[(–) – b]
b depennata ma leggibile segue a
lezione depennata e indecifrabile
[– a (– b)]
a depennata ma leggibile seguita da
b depennata e leggibile
[sup.\a (–)/]
a in interlinea superiore seguita da
lezione depennata e indecifrabile
[sup.\(–) b/]
b in interlinea superiore segue a
lezione depennata e indecifrabile
[sup.\a (– b)/
a in interlinea superiore seguita da
b depennata ma leggibile
[sup.\(– a) b/]
b in interlinea superiore segue ad a
depennata ma leggibile
[sup.\(– a) + b/]
b in interlinea superiore in sostituzione di a depennata ma leggibile
Nota al testo
CXXXI
[– a ↔| + (– b)]
b depennata ma leggibile continua
nel rigo seguente in sostituzione di
a depennata ma leggibile
[sup.\ – a (–)/]
a in interlinea superiore depennata
ma leggibile seguita da lezione
depennata e indecifrabile
[– b ↔| (–)]
b depennata ma leggibile seguita
nel rigo seguente da lezione depennata e indecifrabile
[(–) ↔| – b]
b depennata ma leggibile segue a
lezione del rigo precedente depennata e indecifrabile
[– / + sup.\b/]
b aggiunta in interlinea superiore in
sostituzione di lezione depennata e
indecifrabile
[– / + inf. \a/]
a aggiunta in interlinea inferiore in
sostituzione di lezione depennata e
indecifrabile
[– / + sup.\ – /]
lezione depennata e indecifrabile
aggiunta in interlinea superiore in
sostituzione di lezione depennata e
indecifrabile
[– / + inf.\ – /]
lezione depennata e illeggibile
aggiunta in interlinea inferiore in
sostituzione di lezione depennata e
indecifrabile
[– a + sup.\b/]
b aggiunta nell’interlinea superiore
in sostituzione di a depennata ma
leggibile
[– a + inf. \b/]
b aggiunta nell’interlinea inferiore
in sostituzione di a depennata ma
leggibile
CXXXII
DINO MANCA
[– a + sup.\ – /]
lezione depennata e illeggibile
aggiunta in interlinea superiore in
sostituzione di a depennata ma leggibile
[– a + sup.\ – b /]
b depennata ma leggibile aggiunta
in interlinea superiore in sostituzione di a depennata ma leggibile
[– a ↔ + (– b) + sup.\c/]
c aggiunta nell’interlinea superiore
in sostituzione di ab depennate ma
leggibili (con b che segue in linea in
sostituzione di a)
[– / + (– b) + sup.\c/]
c aggiunta nell’interlinea superiore
in sostituzione di b depennata ma
leggibile e di lezione depennata e
indecifrabile che precede in linea.
[– a + (sup.\ – b/) + sup.\c/] c sostitutiva in interlinea superiore
di ab depennate ma leggibili (con b
in interlinea superiore integrata o
sostitutiva di a)
[– a + (sup.\ – b/) + inf. \c/] c sostitutiva in interlinea inferiore
di ab depennate ma leggibili (con b
in interlinea superiore integrata o
sostitutiva di a)
[– a + (sup.\ – /) + sup.\c/]
c sostitutiva nell’interlinea superiore di a depennata ma leggibile e
della lezione integrata o sostitutiva
di a in interlinea superiore, depennata e indecifrabile
[– / + (sup.\ – /) + sup.\c/]
c sostitutiva nell’interlinea superiore
di prima lezione depennata e illeggibile e di seconda lezione integrata o
sostitutiva della prima inserita in
interlinea superiore e anch’essa
depennata e indecifrabile.
Nota al testo
[– / + (sup.\ – /) + inf.\c/]
CXXXIII
c sostitutiva nell’interlinea inferiore
di prima lezione depennata e indecifrabile e di seconda lezione integrata o sostitutiva della prima inserita in interlinea superiore e
anch’essa depennata e indecifrabile
[– / + (sup.\ – b/) + sup.\c/] c sostitutivo nell’interlinea superiore di prima lezione depennata e
indecifrabile e di seconda lezione
integrata o sostitutiva della prima
inserita in interlinea superiore
depennata ma leggibile.
[– / + (sup.\ – b/) + inf.\c/] c sostitutiva nell’interlinea inferiore
di prima lezione depennata e indecifrabile e di seconda lezione integrata o sostitutiva della prima inserita in interlinea superiore depennata ma leggibile
‹abc›
integrazione o congettura editoriale
a3b1c2
diverso ordinamento (= b c a),
segnalato da esponenti numerici
//
cambio di pagina nel manoscritto
(appare nel testo)
[+++]
lezione interrotta per mutilazione
del manoscritto; segnala la caduta
per asportazione traumatica di parti
più o meno cospicue di foglio con
perdita di parti del testo
// [+++] //
lezione interrotta per mutilazione
del manoscritto; segnala la caduta
per asportazione traumatica (strappo o altro) di un foglio.
CXXXIV
DINO MANCA
// [+++] ↔// [+++] //
lezione interrotta per mutilazione
del manoscritto; segnala la caduta
per asportazione traumatica (strappo o altro) di più fogli.
|
fine rigo
()
per non ingenerare confusione, la
parentesi tonda sostituisce la quadra in ogni sua espressione segnica
ogniqualvolta questa si trova dentro
altra parentesi quadra.
***
Il ritorno del figlio
Fu una sera dell’aprile scorso che il possidente Davide D’Elia, tornandosene in calesse da una sua fattoria, credette di
vedere in mezzo alla strada un agnellino sperduto: guardando meglio si accorse che era un bambino, avvolto in
una vecchia sciarpa di pelo nero; così piccolo che al sopraggiungere del veicolo non si mosse neppure, tanto che il
cavallo stesso, non facendo a tempo a scansarsi, si fermò di
botto.
Davide però non era un uomo curioso, né si turbava facilmente: adesso poi, dopo la morte in guerra del suo unico
figlio diciottenne, era diventato ancor più duro, col cuore
arso da una invincibile ira contro Dio e contro gli uomini.
Pensò che il bambino lo avesse deposto lì qualche contadina che lavorava nei dintorni, e tirò le redini perché il cavallo passasse a destra della strada: ma il cavallo, per la prima
volta dacché era suo, non gli obbediva; non andava avanti:
sollevava e scuoteva la testa seguendo il movimento delle
redini, ma non andava avanti.
Il padrone, tutto agitato dentro il calessino leggero come
una grande sedia a ruote, imprecò, tentando almeno di //
tirarlo indietro: ma il cavallo non intendeva neppure di
andare indietro, fermo come se le sue zampe avessero messo
radice nel suolo.
Allora Davide gridò al bambino di alzarsi e di scostarsi: la
sua voce rude avrebbe intimorito un brigante: la creatura
innocente si contentò di sollevare gli occhi. Che occhi!
1-2. Fu una sera… da una sua fattoria] nella c. 2v. si legge: [– In ↔ + (–
Una)] ↔ [– sera dell’aprile (su di marzo) scorso il (–) ↔| (– possidente (su
propr) + sup.\ – /) Davide d’Elia se ne torna↔|va sul suo calessino dalle
fattorie ↔| che possedeva nel piano di] 19. Il padrone, tutto agitato] Il
padrone, [– tentò di] tutto ↔| agitato 20. imprecò] su imprecava ♦
almeno] su di 21. il cavallo] la bestia ♦ prima [–] ♦ di] sup.\di/ 2324. nel suolo. Allora Davide gridò] da nel suolo. [– Il calessino leggero e
↔| agile come una grande sedia a ↔| ruote si scuoteva tutto con l’uo↔|
mo dentro che si agitava e im↔| precava ma non andava né avan↔|ti né
indietro.] ↔| Allora Davide gridò
5
10
15
20
25
4
GRAZIA DELEDDA
30
35
40
45
50
Grandi, pensierosi, di un colore indefinito, fra l’azzurro il
bruno e l’oro, brillavano come due piccoli specchi che
riflettessero il luminoso cielo del crepuscolo.
Davide non era uomo da commuoversi neppure per questo. Non amava i bambini.
Non amava i bambini: e adesso, con rimorso invano non
riconosciuto, ricordava di non aver quasi mai accarezzato e
baciato suo figlio quando era piccolo: e questo rimorso,
come tutti i rimorsi veri, rincrudiva il suo disamore per
tutti gli altri bambini del mondo che non erano suoi. I
bambini poveri, poi, li // riteneva furbi, intesi per istinto a
destare una pietà che loro profittasse: tutti più o meno
mendicanti. Gettava loro una moneta e tirava avanti.
Questa volta, però, suo malgrado è costretto a fermarsi, a
interessarsi della creatura abbandonata nella strada: lo
impressiona la strana riluttanza del cavallo ad andare avanti, e, in fondo, ricorda ch’egli è un uomo celebrato in tutti
quei dintorni per la sua scrupolosità di coscienza e per la
più rigida osservanza del suo dovere.
Eppoi è anche sindaco del paese. Suo dovere, dunque, è
adesso, di non passare senza essersi assicurato che il bambino è lì momentaneamente deposto da qualcuno che verrà a
riprenderlo.
Osservandolo bene gli pare che non sia ancora in età di parlare, sebbene i suoi occhi abbiano qualche cosa di strano,
fissi e coscienti; sembrano quelli di un santo o almeno di
un uomo saggio.
Antiche superstizioni sfiorano la mente, se non il cuore, del
27. indefinito] da [– meraviglioso + sup.\indefinito/] 28. brillavano] da
[sup. \(– ‹balenanti›) brillavano/] 28-29. come…riflettessero] come due
piccoli specchi che ↔| > nel sollevarsi < riflettessero ♦ il] da [– quel ↔ +
il] 34. baciato suo figlio] baciato il figlio 39. avanti.] ins. inf. spaz.
interv. 40. è] da [– era + sup. \è/] 42. impressiona] da impressiona[–
va] 43. ricorda] da ricorda[– va] ♦ è] da [– era + sup.\e/ ‹sic›] ♦ un
uomo] sup.\un uomo/ 44. per] prima [– ‹come›] 46. è] da [– era +
sup.\è/] ♦ sindaco] Sindaco ♦ Suo dovere] Il suo dovere ♦ è] da [– era +
sup. \è/] 47. adesso] sup.\adesso/ 52. coscienti;] coscienti :
Il ritorno del figlio
nostro Davide. Egli ricorda di aver letto o sentito raccontare certe leggende nelle quali si afferma che Gesù ama spesso tornare nel mondo a vagabondare sotto spoglia umana
per provare il cuore degli uomini. Perché vi sono cuori //
abbandonati a sé stessi come terre incolte: basta smuoverli
e seminarli perché diano frutto. Ma Davide pensa che il suo
cuore è duro perché deve essere duro: e se il bambino
misterioso è Colui che tutto vede ne sa il perché: inutile
quindi fingere un turbamento che non si sente. Infine, poi,
l’uomo veramente frustato dalla sventura non può più
amare neppure lo stesso Dio.
Intanto, pensa e ripensa, guarda e riguarda di qua e di là, il
tempo passava: era quasi sera e Davide pensava anche a sua
moglie che s’inquietava profondamente quando egli tardava a rientrare. Si decise dunque a scendere dal calesse: d’un
balzo fu in terra, agile nonostante la sua non più giovane
età, col viso, al quale la pelle scura, le labbra grosse e la
barba a punta davano un’aria diabolica, minacciosamente
chinato sul bambino.
– Ebbene, ti muovi, o non ti muovi, malanno abbia tua
madre che ti lascia andar così?
Ma né questa né altre maledizioni riuscirono a scuotere
l’innocente: solo i suoi occhi pensierosi fissavano un po’
inquieti l’uomo // irritato: finché l’uomo irritato lo prese e
lo tirò su afferrandolo per l’involto di pelo come un animaletto.
Allora le imprecazioni e le bestemmie raddoppiarono, così
terribili che pareva oscurassero le cose intorno.
55-56. sentito raccontare] da sentito [– dire ↔ + raccontare] 58. Perché]
perché 59-60. smuoverli e seminarli] smuoverli seminarli 61. perché
deve essere duro: e se] da perché deve essere duro: > ben fatto ma duro: <
e se 63. sente] da [– sente provare + inf. \sente/] 63-64. Infine… non
può] da [– Inoltre egli era così frustato ↔| dalla sventura che sentiva di non
poter + (sup.\ – ‹Infine› egli è /) + inf.\ Infine, poi, l’uomo veramente ↔|
frustato dalla sventura non può /] 65. Dio] ins. inf. spaz. interv. 67. era]
da [– è + sup.\era/] 68. s’inquietava] da [– s’impensieriva ↔ + s’inquietava] 70. agile] da [– rigido, smilzo + sup.\agile/] 72. diabolica] prima
[– alquanto] 73. chinato] abbassato 78. l’uomo irritato] da [– questi +
sup.\l’uomo irritato/] 81. raddoppiarono,] raddoppiarono:
5
55
60
65
70
75
80
6
GRAZIA DELEDDA
85
90
95
100
105
Perché Davide vedeva alcune goccie di sangue cadere dalle
gambe scure e dai piedini scalzi del bambino; e ne provava
un senso inesprimibile di raccapriccio; quel sangue innocente gli faceva tornare al pensiero Gesù, e il ricordo del
suo figliuolo quasi ancora bambino ucciso dall’odio degli
uomini.
Si piegò in mezzo alla strada e tenendo davanti a sé dritto
il piccolo sconosciuto gli tolse la sciarpa di pelo: e gli pareva davvero di scorticare un agnellino, tanto il vestitino d’un
bianco sporco era macchiato di sangue e ricopriva un corpo
strano: non era il solito corpo dei bambini sani, polposo e
voluttuoso con le sue pieghe e i suoi pomi di carne: era
quasi un corpo maturo, nella sua piccolezza, con la pelle
aderente alle ossa sottili; quasi limato da una lunga sofferenza interiore: due larghe ecchimosi violette venate di
rosso fiorivano // sulle piccole ginocchia, e in mezzo ad
un’altra, a metà della gamba destra, una ferita dava sangue.
Davide però s’avvide subito che questa ferita non era grave
né prodotta da arma: gli parve piuttosto che il bambino
fosse caduto dall’alto, da un cavallo o da un carretto, o vi
fosse stato buttato giù. Gli fasciò alla meglio la gamba col
fazzoletto pulito che teneva sempre di riserva in saccoccia:
poi lo riavvolse nella sciarpa, e lo prese in braccio tentando
ancora d’interrogarlo.
E gl’indicava i punti estremi della strada chiedendogli
83. Perché] perchè 85. raccapriccio;] raccapriccio: 89. Si piegò] da [–
S’accasciò + sup.\Si piegò/] 91. vestitino] vesticciuola 91-93. tanto…
strano] da [– : di ‹sotto› apparve una vesticciuola ↔| bianca, sporca,
maculata di ↔| sangue, e sotto di questa (–) ↔| (– / + sup.\ – il corpo (–)
/) ben ↔| fatto + sup.\tanto la vesticciuola d’un bianco ↔| sporco era
macchiata di ↔| sangue e ricopriva un corpo strano:/] ♦ macchiato] macchiata ♦ strano:] su scarno: ♦ dopo [– / + sup.\ – corpo /] 93. polposo]
su <+++> 94. voluttuoso] prima [– quasi] 97. ecchimosi] echimosi
98. fiorivano] su fioravano ♦ ginocchia,] ginocchia; 99. gamba] su gambuccia ♦ una…sangue] da [– ferita larga ma poco profonda ↔| dava sangue + sup.\una ferita dava sangue/] 100. Davide… s’avvide] da [– Davide s’avvide + (sup.\ – /) + sup.\Davide però s’avvide/] 101. gli parve] da
[– pareva + sup.\gli parve/] 103. Gli] da [– ‹subito› gliela + sup.\Gli/]
♦ la gamba] da [– / + sup.\la gamba/] 104. saccoccia:] saccoccia;
Il ritorno del figlio
dond’era venuto: di su o di giù? Il bambino, che non s’era
lamentato neppure nel sentirsi toccare la ferita, seguiva con
gli occhi il movimento del dito del suo salvatore, ma non
apriva la bocca pallida.
Veniva voglia di batterlo, di rimetterlo per terra e abbandonarlo al suo destino: e per qualche momento Davide non
ebbe altra idea.
Ma non si decideva, ostinandosi a guardare su e giù per la
strada in attesa che qualcuno apparisse. Nessuno appariva.
La strada saliva dolce//mente tra due bordi di rovi e di ginestre fiorite, di là dei quali, in quel punto, neanche a farlo
apposta, mentre il resto del versante era coltivato a grano e
ad oliveti, si stendeva una zona pietrosa, nuda, deserta.
Cadeva dunque la supposizione che il bambino fosse stato
lì deposto da qualche donna che lavorava nei dintorni. Una
stizza pungente finì d’irritare Davide: gli pareva che qualcuno, lì nascosto fra i rovi, lo vedesse col bambino in braccio e si beffasse di lui, ma nello stesso tempo gl’impedisse
di rimettere il piccolo sperduto sulla polvere della strada, e
abbandonarlo di nuovo.
Cominciò allora a gridare, come chiamando quest’uomo
nascosto; l’eco sola rispondeva.
Non c’era altro da fare che prendere il bambino e condurlo in paese e consegnarlo al parroco o ai carabinieri o tenerselo in casa fino a ritrovarne i parenti.
E Davide rimontò sul calesse, adagiandosi bene contro il
fianco perché non avesse a cascare un’altra volta quel fagottino nero del quale avrebbe volentieri fatto a meno.
108-110. Il bambino…con gli] da [– / + /Il bam-\ ↔| sup.\bino, che non
s’era lamentato neppure/ ↔| inf.\nel sentirsi toccare la ferita seguiva con
gli/] 111. bocca pallida] dopo [– non ↔| s’era lamentato neppure ↔| al
sentirsi toccare la ferita, ↔| e adesso pareva (– ‹non› + sup.\neppure/)
respirare] 118. fiorite,] fiorite 119. e] prima [–] 121. Cadeva dunque la] da [– La + sup.\Cadeva dunque la/] 122. dintorni] dopo [– bisognava dunque scartarla: e ↔| Davide si decise a scartarla; ma]
123.
finì…Davide] da [– lo irrita↔|va + sup.\(– cominciò a) + finì d’irritare
129. nascosto;] nascosto:
135.
Davide/] ♦ gli pareva] prima [–]
nero…meno.] da [– di cui avrebbe ↔| tanto volentieri fatto a meno +
sup.\nero del quale avrebbe ↔| volentieri fatto a meno/]
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– Andiamo – disse al ca//vallo, e il cavallo si rimise a trottare rapido per riacquistare il tempo perduto.
Davide adesso lo frenava: voleva esplorare la strada, in cerca
di qualche traccia che gl’indicasse la provenienza del bambino; ma su quel tratto di strada pietrosa non si vedevano
neppure le impronte delle ruote dei veicoli: quando la strada pianeggiava un poco pareva di camminare attraverso un
mare pietrificato, tanto le distese di roccia erano nude,
ondulate, argentee al crepuscolo.
Ma ecco la vita ricomparire: // alberelli con le foglie nuove
che tremolavano di gioia bevendosi l’ultima luce del giorno
s’inseguivano lungo l’orlo della strada, su, su, da una parte
e dall’altra fino a confondersi nella svoltata: e attraverso i
loro fusti sottili si vedevano le pallide distese del grano, e
casupole e capanne nereggiare qua e là, come grandi nidi
fra le siepi: di tanto in tanto un sentiero sbucava curioso
sulla strada fermandosi a guardare e invitare il passante.
Davide conosceva i luoghi e quasi tutte le persone che l’abitavano; ma l’idea di fermarsi e cominciare un’inchiesta
forse inutile lo annoiava; era tardi, e la moglie lo aspettava.
Tirava dunque dritto senza incontrare nessuno. I lumi del
paese già apparivano, su, in una insenatura quasi in cima
alla collina; pochi lumi rossastri che non riuscivano a illuminare le cose intorno a loro: solo uno brillava vivo come
141-142. dei veicoli: quando la strada] da dei veicoli: > pareva che ogni
↔| segno di vita fosse scomparso da ↔| quella zona di terra arida
fic↔|cata come un cilizio fra il ↔| dorso e i fianchi coltivati della ↔| collina: e < quando la strada 144-145. al crepuscolo. Ma ecco la vita] da al
crepuscolo. ↔| > D’altronde la luce mancava e ↔| ritirandosi lasciava al
suo ↔| posto un silenzio tale che Davi↔|de sentiva lo scricchiolio della
↔| ruota e il passo del cavallo ↔| echeggiare lontano, tanto che ↔| aveva
l’impressione che un ↔| altro calesse con un uomo ↔| e un bambino
sperduto gli veniva ↔| incontro. < ↔| Ma ecco la vita 145. alberelli]
prima [– ricominciò] 146. di gioia…l’ultima] da [– all’ultima luce e
parevano ↔| sciogliervisi + /di\ ↔| sup.\gioia bevendosi l’ulti-/ ↔| ma]
149. fusti] tronchi ♦ si vedevano…grano, e] da [– le ‹chine› coperte di ↔|
grano e di olivi luccicavano ↔| lustrate dal crepuscolo + sup.\si vedevano
↔| le pallide distese del grano, e/] 150. casupole] su Casupole ♦ nereggiare] da nereggia\re/ 154. l’abitavano;] l’abitavano: 155. lo annoiava;] lo annojava: 158. collina;] collina:
Il ritorno del figlio
un faro, in alto, sopra il paese: e il cavallo lo fissava, riconoscendolo con gioia: era il fanale che il padrone teneva
acceso a sue spese davanti al portone della sua casa.//
Il bambino intanto si era addormentato, con la testina
appoggiata alla coscia del suo salvatore; e questi lo sosteneva con cura, ma si difendeva sempre da ogni commozione
e non vedeva l’ora di deporlo in qualche posto.
La sua prima idea di condurlo alla caserma dei carabinieri
e consegnarlo al brigadiere, adesso però gli sembrava poco
umana; o forse aveva paura di sembrare poco umano lui,
facendo così.
Meglio andare dal parroco. Ma egli era geloso del parroco,
e dei suoi pretini che volevano governare da soli il paese, e
in un certo modo vi riuscivano. Consegnare a loro il bambino, che l’avrebbero subito preso come il ragno la mosca
nella sua tela, era diminuirsi di autorità.
Il cavallo, intanto, per conto suo proseguiva a trottare verso
casa: ecco passata la caserma dei carabinieri, ecco passata la
casa comunale, ecco passata la parrocchia, tutte e tre, del
resto, attaccate l’una all’altra sull’alto della piazza // come
tre sorelle rivolte d’intesa a sorvegliare e dominare il paese,
disteso umilmente ai loro piedi con le sue case basse, le sue
stradette ripide, i suoi orticelli umidi, triste anche nel
sonno.
160. lo fissava] prima [– di Davide] 161. gioia] prima [– una certa]
162-163. della sua casa. // Il bambino] da della sua casa. // > Su, dunque,
con passo riaf↔|frettato, per le svolte della strada ↔| solitaria: un rumore d’acqua ↔| canta adesso nel silenzio e ↔| accresce la frescura della [–
notte] ↔| sera: l’odore degli orti e dei ↔| giardini annunzia la vicinanza
↔| del paese. < ↔| Il bambino 164. coscia] gamba 169. umana;]
umana:
176. conto suo] conto suo,
180-183. a sorvegliare…nel
sonno.] ins. pp. sgg. v.26, numerata dalla Deledda 12 (stl.) [– a sorvegliare
e dominare il ↔| paese proteso sup.\umilmente/ ai loro piedi, ↔| con le
sue case basse e i suoi ↔| orti umidi, triste anche nel sonno. ↔| Ma chi
dominava veramente ↔| su tutto, (– anche + sup.\più in su ancora/) della
chiesa e di ↔| una torre (– che) un tempo (– era) stata ↔| soggiorno di
personaggi potenti, ↔| era la casa di don Emanuele: ↔| il cavallo va su
per la strada ↔| selciata su cui danno i vecchi ↔| muri dei giardini abbandonati ↔| intorno alla torre, e finalmen↔|te si ferma nel cerchio di ↔|
chiarore sparso dal lampione ↔| infisso a fianco del portone ↔| già chiuso]
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Ma la strada non si fermava lì, e anche Davide non si fermò
lì. Chi era al di sopra di ogni potenza del paese era lui; giusto, quindi, che la sua casa fosse al disopra di tutte, anche
della chiesa. Solo un’altra potenza dominava la sua, ma era
una potenza morta: la torre in rovina di un antico castello.
La strada si faceva // sempre più ripida, illuminata dal chiarore che il fanale versava dall’alto spandendolo anche sulle
siepi e gli alberi intorno.
Un odore di erica, un silenzio sempre più fitto dànno l’impressione di andare su in cima a una montagna. E la casa
lassù, sul suo spiazzo di pietra, col muro di cinta ricoperto
d’edera, il portone ferrato, che dà luce col suo fanale, ma
rimane nell’ombra a spiare come con una lanterna cieca, ha
più della fortezza che del palazzo.
Un cane abbaiò dentro; poi tacque riconoscendo il rumore
del calessino: tuttavia Davide dovette battere tre volte al
portone e far sentire anche la sua voce perché qualcuno si
decidesse ad aprire.
E chi apriva non si dava fretta: lo si sentiva levare i ganci
che assicuravano meglio i battenti del portone, e tirare il
paletto e il catenaccio e girare con cautela la chiave nella
serratura.
Finalmente uno dei battenti si aprì un poco: ap//parve, nel
183-184. anche nel sonno. Ma la strada] da anche nel sonno. ↔| [– A dire
il vero tutto il paese pareva ↔| costrutto in blocco come una ↔| sola casa,
con una (su la) larga e ↔| comoda scala centrale – la strada ↔| principale, – e altre scalette di ↔| servizio – le strade minori, – interrot↔|te di
tanto in tanto da gradini e ↔| pianerottoli selciati su cui davano ↔| le
porticine delle abitazioni dei poveri. ↔| La scala o strada principale ↔|
portava al piano nobile, forma↔|to appunto dagli edifizi pubblici ↔| (–
e della chiesa + sup.\affacciati sul paese, e/) dalle case dei ↔| ricchi tutte
strette intorno alla ↔| (– piazza + sup.\piazza/) come a un focolare del ↔|
quale la chiesa col (su con) ↔ (– un + sup.\suo/) piccolo ↔| portico contenuto da colonne di ↔| pietra rappresentava il camino.] ↔| Ma la strada 186. disopra] di sopra 188. morta;] morta: 189. La strada si faceva] La strada [– però] si faceva ♦ più ripida, illuminata] da più ripida, [–
lo ↔| sapeva il povero cavallo che ↔| sudava nonostante la frescura ↔|
della notte: ma le altezze ↔| bisogna guadagnarsele, e, se non ↔| altro
adesso almeno la salita ↔| era] illuminata 192. dànno] davano 193.
casa] casa, 198. abbaiò] abbajò, 206. aprì] da [– socchiuse ↔ + aprì]
Il ritorno del figlio
vano misterioso, una figurina di vecchia: piccola ma diritta
e dura, col viso tutto a punte aguzze circondato da una specie di cappuccio nero, e un mazzo di chiavi in mano, pareva la custode di un luogo di leggende.
I suoi occhietti neri lucenti come quelli di un uccello
distinsero subito l’insolito fagotto che Davide senza lasciarle tempo di domandare di che si trattava, le gettò fra le
braccia, quasi di sorpresa e come con l’intenzione di spaventarla un po’ per burla e un po’ sul serio.
– È un bambino, sì, è un bambino – egli disse, aprendo
tutto il portone per far entrare il calesse. – L’ho trovato
smarrito nello stradone: bada che è ferito. Scostati, Elisabetta! – gridò poi; ma la vecchia rimaneva come impietrita
sulla soglia, palpando il misterioso fagotto, e tentando di
vederlo meglio alla luce del fanale. Pareva non prestasse
fede ai suoi occhi: non domandava spiegazioni, però, e una
volta accertatasi che quello che teneva // in braccio era proprio un bambino, e che non c’era altro da fare che portarlo dentro, richiuse il portone riassicurandolo col gancio, i
catenacci e i paletti, e mentre il padrone staccava il cavallo
ella rientrò nella cucina.
Cucina che sembrava una sala; alta, a volta, col pavimento
di legno, e cassepanche e madie antiche che parevano
mobili di sagrestia.
Una donna ancora giovane ma con gli occhi incavati sotto
207. vecchia:] vecchia, 209. mano,] mano: 215. po’] po 211-215. I
suoi occhietti…un po’ sul serio.] da I suoi occhietti neri lucenti come ↔|
quelli di un uccello distinsero su↔|bito l’insolito fagotto che Davide, ↔|
> prendeva dal calesse. ma Davide ↔| non le lasciò < → [senza lasciarle]
tempo di domandare ↔| di che si trattava > che già le ↔| aveva deposto
il bambino < → [le gettò] fra le ↔| braccia, quasi di sorpresa e come ↔|
con l’intenzione di spaventarla ↔| un po’ per burla e un po’ sul serio.
216. egli disse] disse Davide 217. far entrare il calesse. – L’ho trovato]
da far entrare il calesse. > – Non hai mai veduto ↔| bambini? < L’ho trovato 218. nello stradone] da [– in ‹campagna› + sup.\nello stradone/]
220. palpando il misterioso fagotto] palpan↔|do la sciarpa del bambino
221. Pareva] pareva 225. col gancio] coi ganci 229. cassepanche] casse
panche 230-231. di sagrestia. Una donna] da di sagrestia. > Anche i ↔|
lumi ad olio e i candelieri ↔| con le steariche deposti sulla ↔| cappa del
grande camino ↔| avevano qualche cosa di ↔| chiesasistico. < ↔| Una
donna
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GRAZIA DELEDDA
le palpebre livide e tutto il viso fino scarno come succhiato
in dentro da un’angoscia insaziabile, stava seduta sulla
panca davanti al camino acceso: teneva le mani in grembo
e anche quelle mani lunghe, pallide, parevano solcate da
cicatrici di dolore; tutta la sua attitudine era di chi aspetta
pur sapendo che la sua attesa sarà lunga e forse vana.
Era la madre che pensava al suo figliuolo morto. //
La sua indifferenza a ogni altra cosa era tale che neppure la
vista del bambino che Elisabetta le depose accanto sulla
panca la scosse. Solo domandò:
– Di chi è?
– Adesso, adesso glielo dirà il padrone – disse la vecchia
serva. Poi non poté tenersi oltre: – è un bambino che il
padrone ha trovato sperduto nello stradone: è anche ferito.
Un’altra serva era accorsa dalla stanza attigua e si chinava
sulla panca osservando il bambino: anche la padrona si
volse un poco a guardarlo, senza però muover le mani dal
grembo: e la vecchia pareva a sua volta godersi la loro curiosità.
– Come ti chiami? Come ti chiami, bello? Non parli? Non
ce l’hai la linguetta? Parla, tesoro: non parli davvero?
Il bambino aveva riaperto i grandi occhi serii, ma non
rispondeva: la sua attenzione, più che dalle donne, pareva
attirata da un uomo coricato su una stuoia, lungo la parete
all’angolo del camino; o per meglio dire da due piedi che
sbucavano di sotto a un sacco buttato in quell’angolo: due
grossi piedi rivestiti di scarponi di cuoio grezzo coi chiodi
che luccicavano al fuoco.
L’uomo sotto il sacco pareva dormisse profondamente, perché // né l’entrata della vecchia serva col bambino, né le
232. fino] sup. \fino/ 233. insaziabile] prima [–] 234. acceso:] acceso;
238. Era la madre] da [– Era la padrona Bona ↔| D’Elia + sup.\Era la
madre/] ♦ morto.] dopo [– la sua indiffe-] ♦ ins. inf. spaz. interv. 243.
disse] da [– esclamò + sup.\disse/] 244. Poi] poi 245. sperduto] su
smarrito 253. serii] serî 255. stuoia] stuoja 256. da] su dai ♦ due
piedi] da [– grossi + (sup.\ – suoi/) + inf. \due/] 257. di sotto a un sacco]
da un sacco ♦ buttato in quell’angolo:] da [– che lo ↔| ricopriva tutto +
sup.\buttato in quell’angolo:/]
Il ritorno del figlio
esclamazioni delle donne lo riscuotevano; del resto nessuno
badava a lui; solo Davide, nel togliersi il cappotto e il cappello che attaccò lì accanto, lo guardò dall’alto, con fugace
attenzione: poi andò a sedersi anche lui sulla panca, vicino
a sua moglie.
E dapprima parve contento che la moglie si fosse scossa dal
suo torpore doloroso, poi s’irritò perché il bambino, impazientitosi finalmente di tutta la curiosità che destava, contrasse il viso come per ridere e invece si mise a piangere: un
pianto nervoso, desolato, di chi è all’estremo delle sue forze
e della sua rassegnazione.
– E dategli qualche cosa da mangiare, piuttosto! Dico a te,
Bona; e tu, vecchia cornacchia, non hai un biscotto da dargli?
Le due serve si ritrassero: la stessa Bona, come impaurita
dal grido del marito, prese il bambino in grembo e cercò di
farlo tacere. Fu portata una tazza di latte, un biscotto, un
altro biscotto: questi argomenti furono validi più che tutte
le moine delle donne a far chetare il bambino.
Egli prendeva e beveva e mangiava tutto con avidità, stendendo le manine sporche per difender la sua roba come
fanno i piccoli gatti // gelosi; quando fu un po’ sazio
cominciò a battersi una di queste manine sul petto, per
significare che tutto ciò che gli davano era buono e gli piaceva; e Bona lo capì subito, perché così faceva anche il suo
Eliseo quando era bambino. Anche il marito doveva ricordare vagamente qualche cosa perché guardò il gesto del
bambino, poi guardò la moglie e la vide più pallida del solito; allora s’arrabbiò.
– E adesso basta con l’ingozzarlo! Non è un animale, poi!
Basta, Bona!
262. riscuotevano;] riscuotevano: 263. a lui;] a lui, 274. Bona; e] da
[– Albina e + sup.\Bona; e/]
280-281. chetare…prendeva] chetare il
bambino: egli prendeva 282. le manine sporche] le sue manine sporche
283. gelosi;] golosi: 284-286. manine…gli piaceva;] manine sul petto,
> senza smettere ↔| di succhiare le ultime goccie di ↔| latte dalla tazza:
voleva < significa↔|re che tutto ciò che gli davano ↔| era buono e gli piaceva; 289. bambino,] bambino 289-290. del solito;] del solito: 292.
Basta, Bona !] Basta, ↔| dico.
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GRAZIA DELEDDA
Ella intanto lo sfasciava dalla sciarpa di pelo.
– Ma è vero ch’è ferito? – domandò con voce sorda: e quando vide il vestitino insanguinato spalancò gli occhi, e le sue
pupille si fecero grandi come per un dolore fisico: ma non
aggiunse parola.
Il marito raccontava l’avventura: gli sembrava però ch’ella
non gli prestasse fede; e neppure molta attenzione, intenta
com’era a osservare // il bambino, al quale aveva tolto il fazzoletto dalla ferita. Le serve erano di nuovo accorse, una
con un catino d’aceto, l’altra con delle pezze di tela: e ben
presto, per opera di quelle sei mani pietose, la ferita fu lavata e fasciata di nuovo. Bona passò la pezza inzuppata d’aceto anche sulle gambe insanguinate e sulle ginocchia del
bambino che aveva arrovesciato sul suo grembo; poi
domandò un panno per asciugarlo.
Il marito raccontava, e diceva la sua intenzione di consegnare il bambino ai preti o al brigadiere: la sua voce era
tranquilla, ma d’improvviso stridette di nuovo, irritata, per
la ragione che si vedevano come delle goccie d’oro piovere
dagli occhi della moglie.
– Non l’ho portato subito dal parroco perché avevo fame.
Ho fatto male però. Malissimo. E adesso datemi da mangiare: poi penseremo al da farsi. Voi avete già cenato?
Avevano già cenato, perch’egli quando tardava a tornare
voleva non lo si aspettasse: andò quindi a sedersi davanti
alla tavola ancora apparecchiata, nella stanza attigua che
pareva il refettorio di un convento tanto era lunga e nuda:
e la più vecchia delle donne lo servì.//
Un lume ad olio a tre becchi, alto sul suo stelo di rame
come un giglio dorato, rischiarava con la sua luce quieta le
pareti imbiancate con la calce e la tavola ricoperta di una
grossa tovaglia di lino: tutto era antico e primitivo lì intor292-293. Basta, Bona ! Ella intanto] da Basta, ↔| dico. ↔| > Gli strappò
di mano la tazza, ↔| ma gli lasciò un ultimo pezzetto ↔| di biscotto: e il
bambino stette ↔| quieto a rosicchiarselo, coi piedini ↔| nudi abbandonati sulla veste nera ↔| di Bona. < ↔| Ella intanto 293. sciarpa] su st
295. il vestitino] la vesticciuola 296. dolore fisico:] dolore fisico; 305.
gambe] coscie 310-311. per la ragione] per la sola ragione 312. della
moglie] dopo [– sul corpicciuolo del bambino] 319. nuda:] nuda, 324.
lì] là
Il ritorno del figlio
no: la stessa serva vestiva come un’ancella della Bibbia; ma
il suo viso tutto a punte esprimeva una malizia quasi perfida, e il padrone s’accorse subito ch’ella lo guardava aspettando, anzi provocando il momento di dirgli che lei non
credeva alla storia del ritrovamento del bambino in mezzo
alla strada.
Non credeva mai a nulla di quanto le si raccontava, la vecchia Elisabetta; perché una volta da ragazza, nel tempo dei
tempi, era stata ingannata da un uomo. Per conto suo era
fidata e sincera; i padroni avevano piena fiducia in lei, tanto
che era lei, si può dire, la vera padrona di casa: Davide,
anzi, la temeva un poco perch’ella influiva molto sul carattere già melanconico e sognante di Bona.
La temeva ma non la rispettava, perché sapeva che a sua
volta Elisabetta non avrebbe abbandonato la casa, dove
faceva il comodo suo, se non per andarsene all’altro
mondo. //
– Perché mi guardi così? – le disse. – Mi pare che diventi
losca, ragazza mia. A che pensi?
– Penso, – ella rispose sottovoce, perché non la sentissero
quelli che stavano di là, – che ai miei tempi i bambini non
si trovavano così in campagna come leprotti.
– Ai tuoi tempi non si trovavano ancora né bambini né
leprotti, nel mondo. Adamo non era ancora nato.
La serva non insisté, per non farsi sentire dalla padrona; ma
Davide aveva voglia di gridare: s’alzò, senza aver finito il
pasto, e ripeté:
– Non credere che me lo voglia tenere in casa. Adesso
vedrai che ci pensi anche tu.
332. Elisabetta;] Elisabetta: 333. da un uomo. Per conto suo] da da un
uomo. [– s’era ↔| fatta norma di tutta la vita di ↔| non credere più a
nulla né a nessuno.] ↔| per conto suo 334. sincera;] sincera: ♦ i] su <+>
342. Perché] perché 343. ragazza] ragazzina 344. Penso,] penso, 348349. nel mondo…insisté,] da nel mondo, > perché < ancora3 non ↔| era2
creato → [nato]4 > neppure < Adamo1, > – egli ↔| gridò serio, aggrottando le soprac↔|ciglia in modo che il suo viso ↔| prese un’aria del tutto
diabolica: ↔| d’altronde anche lui non era ↔| persuaso che il ritrovamento del ↔| bambino fosse una cosa semplice ↔| come sembrava. < ↔|
La serva non insisté.
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GRAZIA DELEDDA
– Gli oggetti ritrovati si portano in chiesa – disse con
accento ironico, tornando a sedersi sulla panca di cucina. –
Dunque, a pensarci bene, questa creatura deve essere proprio consegnata al parroco: e questa notte stessa. Bisogna
che qualcuno vada giù in parrocchia a portarla.
– Adesso? – mormorò la mo//glie, che teneva sempre il
bambino in grembo.
– E perché? Non è una notte di burrasca per non poter
uscire. Io, però, no davvero non ci vado, e tu neppure.
Albina ha paura degli spiriti: bisogna dunque che ci vai tu,
Elisabetta.
Elisabetta non aveva paura di uscir sola di notte, ma capì
che mandando lei dal parroco col bambino il padrone voleva castigarla per la sua malizia e si mise a sorridere. In
fondo faceva sempre quello che le piaceva.
– Se vossignoria mi manda ci vado, ma dovrò forse tornarmene col mio carico. Sua reverenza il parroco vorrà parlare
con vossignoria, prima di accettare il bambino; non vorrà
credere così subito che...
– Elisabetta! – gridò il padrone senza lasciarla finire. –
Quando io dò un ordine tu devi eseguirlo e non discutere.
Tu devi prendere il bambino e portarlo giù dal parroco; s’egli non vorrà accettarlo toccherà poi a me e non a te a provvedere.
Visto che la cosa si faceva seria, la serva smise di sorridere.
A lei, dopo tutto, non importava nulla di condurre la
disgraziata creatura in giro di notte; una serva deve fare
sempre quello che ordina il padrone; ma le pareva un’azione vergognosa, da parte del padrone, che era anche sindaco, non bisogna dimenticarlo, e di tutta // la sua accreditata famiglia, di scacciare così, come un cane randagio, un
povero bambino ferito.
E lo disse, dopo qualche esitazione però, perché aveva
paura d’irritare maggiormente il padrone. Del resto, nono-
362. vado,] vado 363. dunque] sup.\dunque/ 365. notte,] notte; 367.
sorridere.] sup.\sor/ridere 373-374. finire. – Quando] finire: – quando
375. parroco;] parroco: 380. in giro] in giro, 381. che ordina] che le
ordina 382. sindaco] Sindaco 386. esitazione] esitazione,
Il ritorno del figlio
stante la furia di lui di liberarsi del bambino, ella persisteva
nel credere poco vera la storia del ritrovamento in mezzo
alla strada.
– Certo, non si tratta di un oggetto, ma di una creatura di
Dio – mormorò la moglie, già impressionata dalle parole di
Elisabetta.
– E allora tienitelo – gridò il marito.
Bona chinò un po’ la testa su quella del bambino, ma sollevò gli occhi grandi e tristi.
– È quello che tu vuoi – disse sottovoce, con un accento
misterioso, come volesse non farsi sentire. Ma tutti avevano buone orecchie, tutti sentirono: e Davide scattò con
impeto quasi selvaggio, imprecando e facendo atto di strappare alla moglie il bambino che ella strinse a sé, senza più
parlare.
Il dibattito continuò allora fra il padrone e la vecchia serva,
finché questa dichiarò nettamente che non intendeva //
uscir fuori di notte con un fardello così strano.
– Vossignoria mi mandi fuori sola; vado in cima al monte,
ma con la creatura no.
– Allora andrai tu, Albina.
Albina si fece il segno della croce, rifugiandosi nell’angolo
più lontano della cucina: lo stesso padrone si mise a ridere,
vedendo il suo terrore, poi disse che bisognava si movesse
pur lui poiché aveva delle serve nutrite, pagate e calzate solo
per tener la coda alla padrona e farsi comandare invece che
essere obbedito da loro. Non si moveva, però; anzi aveva
acceso la pipa e fumava rabbiosamente mandando di qua e
di là il fumo, come ad empirne meglio la cucina, tanto che
l’uomo sotto il sacco cominciò a tossire, ma d’una tosse più
di protesta che veramente causata dal fumo; e il primo
388. di lui] di ↔| questo 393. Elisabetta.] Elisabetta 400-402. di
strappare… parlare] da di strappare [– il bambino] alla moglie ↔| [– Ella
però lo stringeva + (sup.\ – se lo strinse/) più forte + inf.\ il bambino che
ella strinse > più < /] ↔| a sé, senza più parlare. ♦ dopo [– , con le ↔| lunghe ciglia di nuovo abbassate sulle occhiaje violacee] 404. finché questa
dichiarò] da finché questa > non < dichia↔|rò 406. sola;] sola, 412.
nutrite,] nutrite 413. tener] da [– mante ↔ + tener] 416. fumo,] fumo
417-418. d’una tosse più di protesta] da d’una ↔| tosse > ch’era < più di
protesta 418. fumo;] fumo:
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GRAZIA DELEDDA
istinto di Davide fu di scansarglielo, poi invece lo mandò
dispettosamente tutto da quella parte.
Ma la consolazione della pipa non calmava la sua collera:
inghiottiva amaro e si pentiva di non aver già consegnato il
bambino ai preti o al brigadiere, o // a qualche donna che
il Comune poi non avrebbe mancato di compensare.
La sua amarezza era causata dal ricordo che la moglie fino
a poco tempo prima aveva sofferto di gelosia: gelosia muta,
rodente, non del tutto ingiustificata, – era uomo del
mondo anche lui, – che si manifestava solo nelle lunghe tristezze e nei silenzi esacerbati di lei, ma che a volte prendeva una vera forma di malattia e faceva dimagrire e ingiallire la donna di modo che Albina sospettava si trattasse di
stregoneria.
Il dolore per la morte del figlio aveva assorbito anche questa passione, anche perché ella sentiva che il marito rispettava la memoria del diletto perduto conservandosi casto e
fedele a lei. E infatti era così: Davide in fondo aveva l’impressione che il figlio dall’eternità lo vedesse in ogni sua
azione e in ogni suo pensiero, e ne temeva il giudizio.
– Tu vedi, queste donne hanno torto, adesso – gridò fra di
sé, scendendo nel profondo della sua coscienza e risalendovi alquanto placato.
Si levò la pipa di bocca e sputò: sì, la sua coscien//za non
gli rimproverava nulla; ma il sospetto continuava a soffiargli egualmente intorno, con l’alito stesso della donna.
– Allora nessuno si muove? Aprimi la porta, Elisabetta, poiché dunque devo essere il servo io, in casa mia.
– In quanto ad aprire la porta, vossignoria non ha che da
comandarmi – replicò la serva, agitando il mazzo delle
chiavi; ma intanto non si moveva.
Ed ecco d’un tratto l’uomo che stava sdraiato cominciò ad
agitarsi stranamente: dapprima buttò via il sacco, scoprendo le grosse spalle rivestite di una giacca da cacciatore; poi
426. gelosia muta,] da > una <gelosia ↔| muta, 432. stregoneria] prima
[– malia o] 434. passione,] passione: 437. dall’eternità] sup.\dall’eternità/ ♦ vedesse] stl. 439. Tu vedi, queste donne] da Tu vedi > che < queste donne 450. sdraiato] sdrajato 452. da cacciatore] prima [– di velluto]
Il ritorno del figlio
sollevò la testa grossa pur essa e avvolta da una nuvola di
capelli neri polverosi, infine puntò i gomiti sulla stuoia, ma
tosto si lasciò ricadere come impotente ad alzarsi: dopo
qualche attimo, però, si volse e si mise a sedere, d’un colpo,
con le gambe lunghe distese, le mani aperte appoggiate a
terra, la testa così abbassata sul petto che i capelli gli velavano il viso grigio e duro come scolpito sulla pietra: aveva
gli occhi chiusi e tutto un aspetto di Sansone cieco.
Davide lo guardava con un po’ di derisione. //
– Adesso sentiremo anche il suo verbo – pensò; ma intanto si rimise a fumare sospendendo la sua decisione di alzarsi e di uscire.
– Davide D’Elia, – cominciò a dire l’uomo, dapprima
come parlando fra sé poi a poco a poco alzando la voce e in
tono alquanto declamatorio, – la sua serva vecchia ha perfettamente ragione. Manca di rispetto e di obbedienza ai
suoi padroni, ma parla secondo la sua coscienza. Non si
manda via così una creatura smarrita. Oh, se la famiglia
D’Elia non ha un pezzo di pane da dare a un bambino
povero a che è ridotto il mondo?
– Ma sta’ un po’ zitto! – gli disse Elisabetta, sebbene egli
prendesse le parti di lei.
L’uomo parve non sentirla, però proseguì con tono più
dimesso e più sincero:
– La famiglia D’Elia mantiene qui sulla stuoia come un
Cristo deposto il suo servo cieco, buono più a niente, e
rifiuta ospitalità a una creatura smarrita? Mandatemi via,
piuttosto, mandatemi via. Mandatemi via, – ripeté per la
terza volta con voce tremante; – io troverò sempre // chi mi
farà l’elemosina e non correrò pericolo come può correrlo
questa creatura innocente.
461. con] da [– con + sup.\con/] ♦ derisione.] dopo [> : pensò: <] // ↔||
[– e gli pareva di scorgere ↔| + (– L’impressione che quello ↔| ‹specchiasse› ogni movimento che quello ↔| faceva-)] 462. anche] sup.\anche/
♦ verbo] verbo, ♦ suo verbo pensò;] da suo verbo [– pensò (su pensava)
con una certa derisone sup.\ – /] 465. Davide] ins. sup.\ – / 467. sua]
su tua 468. Manca] su manca ♦ prima [–] 469. ai suoi padroni,] sup.\ai
suoi padroni,/ 469-470. Non…smarrita.] da Non si manda ↔| via > da
questa casa < una creatu↔|ra smarrita. 470. se] da [– che + sup.\se/]
479. smarrita] prima [–] 482 l’elemosina] l’elemosina,
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GRAZIA DELEDDA
– E basta – gridò a sua volta Davide masticando il cannello della sua pipa.
E il cieco non replicò. Era del resto un uomo taciturno e
mite: i D’Elia lo tenevano presso di loro perché egli s’era
accecato spegnendo un incendio nel loro granaio: non parlava quasi mai, non s’immischiava mai nei fatti di casa; ed
era con una certa meraviglia che le donne, adesso, l’avevano sentito gridare.
Anche Davide si difendeva contro un vago turbamento
superstizioso: gli pareva che il cieco parlasse meccanicamente, spinto da una volontà superiore alla sua: come una
marionetta che altri fa muovere. Bisognava non prender la
cosa in derisione, ma pensarci su.
Il cieco non replicava: rimaneva però fermo nella sua posizione, come aspettando che il padrone si alzasse per alzarsi
anche lui e continuare nella sua protesta. Ma neppure il
padrone si mosse. E così, per quella notte il // bambino
rimase in casa.
La serva Albina lo portò a dormire nel suo letto, poiché Elisabetta non volle incaricarsene. Aveva fatto il suo dovere,
Elisabetta, rifiutandosi a portarlo fuori di casa, ma non
intendeva perdere il sonno per lui: non aveva pazienza coi
bambini, d’altronde, fossero pure bambini smarriti e sofferenti.
Anche la padrona era ricaduta nella sua triste indifferenza:
lasciò che Albina le prendesse di grembo il bambino già di
nuovo addormentato e lei rimase accanto al fuoco.
Le serve avevano ciascuna la sua camera, al pian terreno:
camere grandi e tristi, arredate con vecchi mobili, armadi
alti fino al soffitto, casse antiche, letti medioevali.
In quella di Albina gli oggetti avevano un aspetto ancor più
grave, quasi misterioso, illuminati com’erano da una fiam487. i D’Elia] da [– la ↔| famiglia + sup.\i/] D’Elia ♦ tenevano] teneva/no\ ♦ loro] da [– sé + sup.\loro/] 488. granaio] granajo 489. non
s’immischiava mai nei fatti] non s’immischiava ↔| nei fatti 492. un
vago] su una vaga 501. in casa] ins. inf. spaz. interv. 503. non volle]
su non voleva ♦ prima [– che l<+>i] 504. casa,] casa 509. prendesse]
prendesse, ♦ di grembo] sup.\di grembo/
Il ritorno del figlio
mella che ardeva notte e giorno entro un bicchiere giallognolo a metà colmo d’olio, deposto entro una nicchia in
fondo alla quale brillava il vetro di un quadretto sacro.
Altre immagini e statuette di santi popolavano la camera, //
e sull’uscio e sopra il letto pendevano rami di palme e d’olivo, ceri, amuleti contro le tentazioni, gli spiriti e i vampiri.
Ciò non bastando, Albina prese una falce e l’attaccò al suo
uscio, dalla parte esterna; perché il vampiro ha una predilezione spiccata per il sangue dei bambini, e, così, se veniva, si attardava sull’uscio a contare tutti i denti della falce,
e non riuscendovi mai, o sembrandole di sbagliare, tornava
daccapo tante e tante volte finché la luce dell’alba lo
costringeva a fuggire.
Così un po’ rassicurata, ella s’inchinò da tutte le parti per
salutare le sue immagini; poi cominciò a spogliare il bambino guardando per ogni verso le sue povere vestine se trovava qualche segno di riconoscimento. Nulla; tranne quelle macchie di sangue che la impressionavano sinistramente.
Ma anche lei non era molto curiosa, e considerava talmente vana e di passaggio la vita che giudicava con apatia ogni
cosa.//
Domani ci sarà chi s’incaricherà di scoprire il mistero del
bambino sperduto: il brigadiere, certamente, riuscirà a
sapere tutto: per questo è brigadiere: perché dunque deve
pensarci lei?
Dunque mise il bambino sotto le coperte, poi, sebbene la
notte fosse ancora fresca, si cacciò completamente nuda nel
letto: ma di lì a un poco si sentì tutta ardere: toccò il bam-
520. rami di] sup.\rami di/ ♦ d’] sup.\d’/ 523 prese una falce e l’attaccò]
da [– aveva ↔| staccato anche una falce dalla ↔| parete di cucina,] ↔ [–
e l’aveva + (– col ↔| inf.\bambino in braccio, l’aveva/) attaccata] +
sup.\prese una falce e l’attaccò/] 524. esterna;] esterna: 530. ella s’inchinò] da [– la ↔| serva entrò nella sua camera sup.\ – / ↔| inchinandosi + sup.\ella s’inchinò/]
531. immagini] Immagini
531-532.
poi…guardando] da [– poi depose il bambino sul letto ↔| e cominciò a
spogliarlo guardando + sup. \poi cominciò a spogliare il bambino guardando/] 533. Nulla;] Nulla,
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GRAZIA DELEDDA
bino e le parve che avesse la febbre. Allora cominciò a recitare una preghiera contro la febbre, che dopo tutto è un’agitazione del sangue prodotta dall’alito // del demonio: ma
il calore continuava e aumentava. E che cosa avviene adesso, Signore? L’uscio209 è spinto silenziosamente, un fantasma entra; tutte le ombre misteriose della camera si agitano.
Albina ha prudentemente messo la testa sotto il lenzuolo, e
proprio in quel momento di paura le sembra – sogno o
realtà – che anche il bambino si stringa contro di lei e finalmente parli.
– Chi è? Quel santo cieco? – le mormora sul viso.
– Albina, – disse nel medesimo tempo la voce sommessa
della padrona, – con tutto questo trambusto ti sei dimenticata di far bollire il latte; domani sarà acido, certo.
La serva mise fuori la testa. No, il trambusto non le aveva
fatto dimenticare il suo dovere; ma capiva che la padrona,
prima di andarsene anche lei a letto, era entrata con quella
scusa per vedere il bambino.
– Il latte è bollito – rispose; poi abbassò la voce. – Signora,
sa che il bambino ha parlato! Mi ha chiesto: Chi è? quel //
santo cieco?
– Impossibile! È troppo piccolo;214 avrà quindici mesi. Alla
sua età Elis non parlava.
542-545. coperte…Allora] da (–) ↔|| (–) ↔ [– poi sebbene la notte ↔|
a<+++> facesse ancora sentire un po’ ↔| di fresco si cacciò completamente ↔| nuda nel letto: ‹sos›pirò, sbadigliò, ↔| si segnò la fronte e il petto
↔| e cominciò a pregare. Il bambino ↔| dormiva e non le dava fastidio,
↔| nel letto grande e duro: solo ↔| <++> ella aveva paura che l<+>
cascas↔|se sup.\ – dal letto/ sebbene avesse rimboccato ↔| le coperte, e
di tanto in tanto ↔| stendeva la mano per assicurar↔|si ch’ era lì immobile: ma ↔| ogni volta che lo toccava le ↔| pareva più caldo, sempre più
↔| caldo, tanto che anche lei si ↔| sentiva a poco a poco ardere ↔| come
accanto a un gran fuoco. ↔| Allora + sup.\coperte, poi, sebbene la notte
fosse ancora fresca, si cacciò completamente nuda nel letto: ma di lì a un
poco si sentì tutta ardere: toccò il bambino e le parve che avesse la febbre.
Allora/] 548. avviene] su a<+++> 549. L’uscio] lat. \\L’uscio// 552.
e] da [– / + sup.\e/] 553. le sembra] prima [–] 559. far] da [– cuoce +
sup.\far/] 575. sa] da [– / + sup.\sa/] ♦ dopo [– forse] 577. piccolo;]
piccolo:
Il ritorno del figlio
E di tutte le cose straordinarie di quella notte, quella che
più impressionò la serva fu il sentire la padrona, che non
parlava mai del figlio morto, ricordarlo a quel modo.
Bona intanto era passata dall’altra parte del letto e sollevava meglio le coperte per vedere se il bambino era sveglio: il
bambino dormiva, rosso in viso, con la bocca aperta, tutto
caldo di sudore.
– Sente? Sembra un pane nel forno. E il padrone voleva
mandarlo via così, di notte.
– Gli uomini non hanno cuore, Albina. Se avessero avuto
cuore...
Non proseguì, con la gola stretta dal suo ricordo: ma Albina capiva tutto e non insisté; ricordava che la padrona non
amava si accennasse in alcun modo alla sua sventura. Strana cosa, però, quella notte lei stessa ne parlava, con voce
velata, come uno che s’è appena svegliato e racconta un
sogno.
– Ricordi, Albina, quando Elis // era così piccolo e voleva
dormire con te per accertarsi se quanto tu dicevi delle tentazioni e degli spiriti era vero? Era coraggioso fin da bambino: ecco perché è andato incontro al pericolo, Albina.
Albina, sotto le coperte, frenava i suoi singhiozzi: ricordava, sì, e le parole della padrona, pur dette con calma, quasi
con indifferenza, scioglievano il gelo del suo cuore, anche
perché le pareva di aver quindici anni di meno e che il bambino sconosciuto fosse davvero il piccolo Eliseo.
– Come il tempo è passato! – proseguì la padrona, muovendo qualche passo nella camera rischiarata dalla sola
fiammella nel bicchiere. – Mi sembra ieri ch’egli mosse i
581. ricordarlo a quel modo] da [– pronunziare + sup.\ricordarlo a quel
modo/] 582. parte] sponda da [– lato ↔ + (– parte) + sup.\sponda/]
583. le coperte] la coperta ♦ il] da [– Il + sup.\il/] 585. sudore] febbre
586. Sente?…padrone] da [– Sente scotta ! Sembra di fuoco ↔| – E +
inf.\Sente? Sembra un pane nel forno. E ↔| il padrone/] 587. di notte.]
di notte ↔ l. orizzontale 592. amava] da [– voleva ↔| le + sup.\amava/]
597. dormire] prima [–] 600. Albina] da [– La serva + sup.\Albina/]
602. cuore,] cuore: 604. Eliseo] non ins. inf. spaz. interv.
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GRAZIA DELEDDA
primi passi. Eravamo lì, nella stanza da pranzo; già da qualche giorno egli si attaccava a tutti i mobili e rideva, rideva,
come pazzo di gioia per il miracolo che gli accadeva. Un bel
momento si staccò dalla sedia alla quale si appoggiava, e
stette da solo fermo, serio; poi camminò. Dio, Dio mio!
Era come Gesù che camminava sulle acque del mare. Ti
ricordi, Albina? E quando lo mettevi sul letto egli si divertiva ad afferrarsi i piedini // e portarli alla bocca. Era tanto
bello: come la rosa di maggio. Sembra ieri... Qui in questa
camera tutto è come allora – ella aggiunse, sfiorando i
mobili come per accertarsi ch’erano tutti ancora al loro
posto. – Gli oggetti non muoiono e noi moriamo.
– Tutto muore; prima o dopo è lo stesso – mormorò Albina per confortarla, ma lei stessa piangeva.
– Del resto, – riprese la padrona, seguendo il filo del suo
angoscioso pensiero, – mio marito ha ragione: non bisogna
intenerirsi, non bisogna aver pietà. Ne hanno avuta gli altri
con noi? Mi meraviglio, anzi, ch’egli si sia portato appresso
questa creatura.
– Era meglio che non la portasse, davvero! Così vossignoria non si agitava.
– Oh, questo non importa. Anzi a volte l’agitarsi fa bene. È
che proprio bisogna non aver pietà né amore; si vive
meglio.
– Gesù però disse il contrario // – mormorò la serva; pur
ricordando che la padrona dopo la disgrazia non era più
stata in chiesa, né soleva far celebrare messe per il suo ragazzo morto.
Bona intanto si aggirava per la camera, trascinandosi intorno la sua grande ombra come un velo nero; e continuava a
608. pranzo;] pranzo: 610. gli] da [– , + sup.\gli/] ♦ accadeva] su suc
612. serio;] serio: 613. del mare] dopo [– come gli astri che ↔| camminavano sui cieli] 615. portarli] portarseli 617. aggiunse] da [– / +
sup.\aggiunse/] 622. del] da del[– la] 624. intenerirsi] da [– commuoversi + sup.\intenerirsi/] ♦ avuta] avuto ♦ gli altri] gli altri, 630.
amore;] amore: 632. – mormorò] prima > trario, < ♦ pur] da [– ma +
sup.\pur/] 634. in chiesa] da [– a messa + sup.\in chiesa/] ♦ celebrare
messe] dopo [– né preghiere] 636. Bona] su Gonaria ♦ si aggirava] da [–
continuava ↔| ad aggirarsi + sup.\si aggirava/] 637. nero;] nero:
Il ritorno del figlio
toccare gli oggetti per assicurarsi che c’erano, ch’erano gli
stessi di quel tempo. Sì, erano gli stessi: tutto c’era, lì e in
tutta la casa: solo lui mancava.
D’un tratto un piccolo gemito, seguito da un pianto sommesso, tremolò nel silenzio, con la luce e le ombre: era il
bambino che s’agitava nel letto, fra le braccia della serva.
E Bona vibrò anche lei; le pareva che tutto fosse stato un
incubo: e che Dio cancellasse quindici anni dal libro della
vita, e il piccolo Elis sognasse, sfidando ancora, nel letto
della serva, i fantasmi del male.
Albina dormì poco, quella notte. Il calore del bambino si
comunicava al suo corpo duro e legnoso ma sopratutto alla
sua anima. Era un’anima dura anch’essa e legnosa, che non
aveva mai fiorito: un’anima quasi monacale.
[Perché adesso s’inteneriva per questo bambino misterioso
che forse era di passaggio nel suo letto per quella notte sola,
mentre non s’era affezionata neppure al figlio dei padroni,
e le maggiori sventure del prossimo, come appunto la
morte di Elis, o la disgrazia del servo divenuto cieco ancora in giovine età, la lasciavano quasi indifferente?
La sorte del bambino la faceva piangere. Chi era, poi?
Aveva una madre, un padre? Perché lo avevano buttato in
mezzo alla strada come un oggetto inutile?
Invano tentò di farlo parlare ancora: egli continuava a dormire il suo sonno un po’ agitato, lamentandosi di tanto in
tanto, in sogno, come se qualcuno lo molestasse e lo facesse soffrire.
638. e continuava a toccare gli oggetti] da [– e toccava gli oggetti, come +
sup.\e continuava a toccare gli oggetti/] 639. quel tempo] stl. 644.
Bona] su Gonaria ♦ vibrò] dopo [– tutta] 646. sfidando] su [– e] sfidasse ♦ nel] su <+>el 647. male.] ins. inf. spaz. interv. 648. del bambino]
prima [– del corpo] 651. monacale.] monacale. ↔// [+++] ↔// [+++]
↔// [– ta. Se loro ti sentono guai ! ↔| – Che possono farmi? più nulla
↔| nessuno può farmi. E se non ↔| tengono in casa quel bambino, io ↔|
dirò loro questa ed altre cose: poi ↔| me ne andrò. ↔| – Non dubitare:
se ti sentono ↔| ti cacciano via a bastonate, – ↔| disse Albina indignata,
ma in fondo ↔| (– gli dava + sup.\continuava a dargli ‹sic›/) ragione, non
solo, ma ri↔|pensava alle parole che le pareva ↔| d’aver sentito mormorare al ↔| bambino «chi è? quel santo ↔| cieco?» (– ‹questi› + sup.\il santo
cieco/) le destava sem↔|pre più rispetto.] Gli chiese
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GRAZIA DELEDDA
Così Albina dormì poco quella notte: ed era scuro ancora
quando si alzò.
Nel rivedere il cieco provò un sentimento nuovo: le parve
di aver maggior rispetto e considerazione per lui; egli invece, appena sentì il calore del fuoco che ella aveva riacceso,
balzò di sotto il suo sacco e disse con dispetto:
– Senti, se i nostri signori mandano via la creatura me ne
vado anch’io.
– Speriamo di no. Sebbene mi abbia dato tanto fastidio,
stanotte: non ho chiuso occhio, e adesso ho la schiena
rotta.
– Perché siete tutti senza cuore, in questa casa; non volete
bene che a voi stessi.
– Intanto, tu sei tenuto qui come uno di famiglia. Se non
ti si fa dormire a letto è perché tu non vuoi; ma cosa ti
manca, d’altro?
– Niente mi manca, è vero; ma chi mi vuol bene, qui?
Albina non rispose subito; sentiva che egli aveva ragione.
– Loro padroni mi tengono qui perché la gente dica: come
sono benefici! E voi serve, mi date da mangiare come si dà
al cane: del resto non vi amate neppure fra voi: tu pensi alla
vita eterna, Elisabetta pensa al suo vecchio corpo; i padroni pensano al figlio che non c’è più. Neppure fra loro si
vogliono bene: lui solo, Elis, era il ben voluto: tutto l’amore era per lui: lui solo esisteva in questa casa, per lui il padre
e la madre si dimenticavano persino di Dio: per questo il
Signore l’ha fatto sparire.
– Taci! – disse Albina atterrita; ma egli proseguì:
– È vero però che lui solo sapeva amare. Quanto non mi ha
voluto bene? L’ho veduto nascere e crescere. L’ho portato in
braccio più che suo padre stesso. E se ho spento il fuoco
l’ho fatto per lui, perché lui solo mi voleva bene. Mi diceva sempre: Michele, quando morrai ti chiuderò gli occhi io.
E lui me li ha chiusi. E se rimango qui, Albina, sai il perché? Perché credo che lui non sia morto. Dopo tutto, il suo
corpo non è stato trovato.
Disperso! Per dei mesi lo si è creduto disperso o prigioniero: poi è venuta la notizia della morte: ma nessuno lo ha
veduto morire.
Albina lo ascoltava turbata.]
Il ritorno del figlio
Gli chiese, un po’ timida, se voleva una tazza del caffè che
aveva preparato per i padroni: egli torse la bocca e non
rispose. Dopo i primi giorni della sua infermità nessuno gli
aveva più usato tanta gentilezza.
E Albina non insisté: cominciò le sue quotidiane faccende,
con l’apatia solita che non le impediva di farle con accuratezza; ma di tanto in tanto un senso di angoscia la distraeva; pensava al bambino: andò a vederlo, gli rimboccò le
coperte, gli toccò la fronte e le orecchie: scottava meno ma
aveva sempre la febbre.
Anche Elisabetta si alzò, a suo comodo, e pareva non si
ricordasse // neppure del bambino perché attraversò la
camera di Albina senza fermarsi, e andò dritta dritta a prendersi il caffè preparato per i padroni; poi mise sul vassojo le
tazze per portarlo a loro.
– Dirai loro che la creatura ha avuto tutta la notte la febbre: e l’ha ancora – avvertì Albina.
Elisabetta non credeva se non coi propri occhi: depose dunque il vassojo e andò ad osservare il bambino. E il bambino aprì gli occhi e la fissò: lo stesso sguardo pensieroso e
profondo rivolto a Davide quando questi l’aveva sollevato
dalla strada.
706. egli] dopo [– ma] 707. nessuno] nessuna ↔| [– delle sue serve]
709-712. cominciò…al bambino] da [– scopò ↔| la cucina; guardò se la
farina ↔| lievitata fermentava, s’occupò ↔| di altre cose ‹:› come un’inquietu↔|dine incessante la distraeva; il ↔| suo pensiero si fissava sul +
sup.\cominciò le sue quotidiane faccende, ↔| con l’apatia solita che (–
però) non le impe↔|diva di farle con accuratezza; ma di tanto ↔| in
tanto un senso di angoscia la distraeva; pensava al/ ↔| bambino:] 714.
febbre.] dopo [– La luce dell’alba penetrava ↔| adesso dal cortile, (– sul +
sup. \ – un /) muro ↔| di questo (– si vedeva l’edera + sup.\ si vedeva l’edera scintillare /) su ↔| l’erba scintillante di rugiada:] 715. Anche] da
[– anche + sup.\Anche/] ♦ alzò] su alzava ♦ a suo comodo] sup. \a suo
comodo/ ♦ e] da [– ma + sup.\e/] 718-719. mise…a loro] da (–) ↔| [–
portarlo a questo + sup.\mise sul ↔| (–) vassojo (–) le tazze per portarlo a
loro/] 721. avvertì] disse 723. osservare] esaminare 723-724. il bambino] da [– questo + sup.\il bambino/] 725. rivolto] prima [– che ↔|
aveva] ♦ Davide] dopo [– tacque] ♦ questi] da [– , + sup.\questi/] 726.
dalla strada] da [– dal sentiero + sup.\dalla strada/]
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GRAZIA DELEDDA
Elisabetta ebbe una strana impressione: le parve di riconoscere quello sguardo; ed esaminando meglio gli occhi del
bambino si convinse che rassomigliavano a quelli di Bona,
quando ancora il dolore non li aveva appassiti.
Poi andò a portare il caffè ai padroni. Appena si avvicinò al
letto vide che anche Bona teneva gli occhi aperti, che l’aspettava – non per il caffè, certo – e che il suo sguardo
profondo e ancora innocente, rassomigliava, sì, a quello del
bambino.
Il padrone, invece, dormiva ancora, di un sonno pesante
che neppure la voce delle due donne turbò.
– È stato agitato tutta la notte – disse la moglie. – Parlava
e parlava, litigava col prete e col brigadiere che non volevano incaricarsi del bambino. Poi è stato sveglio a lungo:
adesso lasciamolo dormire.
– Il bambino ha avuto ed ha ancora la febbre; devo dargli
qualche cosa?
– Fa come vuoi.
– La farina è già lievitata: dobbiamo impastarla?
– Fa come vuoi.
727. ebbe] da [– / + sup. \ebbe/] 727-730. le parve…di Bona] da [– a
dove aveva già veduto ↔| un simile sguardo (+ <+++> quello sguardo /:\)
↔| Guardò (+ sup.\ – ed esaminando/) + sup.\ >a< (– ‹lei›) le parve di (–)
ricono↔| (– ed esaminando) scere quello sguardo: → (sguardo;) ed osservando → (esaminando)/] ↔| (– Guardò) meglio gli occhi del ↔| (– / +
sup.\bambino si convinse che >, sì,< /) rassomigliavano a ↔| quelli (–
della padrona + sup.\di Bona/) 730. appassiti.] ins. inf. spaz. interv. ↔|
[– E andò ‹su› a portare il caffè ↔| ai padroni, d’un tratto pensiero↔|sa
anche lei.] ↔|| ins. inf. spaz. interv ↔| [– I padroni dormivano in una
came↔|ra eguale a quella delle serve: ↔| gli stessi armadi alti, gli ↔| stessi cassettoni senza marmo, ↔| la stessa coltre di lana grezza ↔| sul letto.
Fucili e carniere ↔| pendevano dalle pareti: (– nella ↔| finestra + sup.\ –
sui ↔| vetri/) splendeva il cielo già ↔| rosato dell’aurora. ↔|] ↔|| (– E)
Appena Elisabetta s’accostò ↔| poi] 731. Poi] poi 732. anche Bona]
da [– la padrona + sup. \anche Bona/] ♦ che] da [– / + sup.\che/] 734.
profondo e] da [– pensieroso + sup.\profondo e/] ♦ rassomigliava] prima
[– si] ♦ sì,] lat.\\sì,// 736. Il padrone, invece,] Il padro↔|ne invece ♦
prima [– Ma non glielo disse] ♦ di un sonno] d’un ↔| sonno 737.
turbò] da [– riscosse + sup.\turbò/] 738. Parlava] parlava 740. Poi] poi
743. qualche cosa?] dopo [– domandò la serva]
Il ritorno del figlio
Fa come vuoi! Un tempo Bona s’alzava prima delle serve e
dava loro gli ordini e le sollecitava: tutto il giorno su e giù
affaccendata a custodire la roba e far economia: adesso non
si curava più di nulla: neppure l’oro, neppure il tempo avevano più valore per lei. S’attardava a letto, la mattina, andava a coricarsi dopo il pasto del mezzogiorno: sì, una cosa
ancora aveva valore per lei: il sonno; e un’altra: i sogni; //
perché sognava sempre di lui, vivo, fiore e anima della casa;
e lo vedeva tornare, in sogno, per non ripartire più, ed egli
le diceva: ma perché vi siete tanto disperati? ero disperso,
ero prigioniero, ma vivo: come potevo morire quando sapevo che mi aspettavate?
Quella notte, il bambino smarrito si era mischiato ai suoi
sogni un po’ febbrili: portava una lettera nascosta sotto le
vesti: ma il sangue l’aveva tanto macchiata da renderla
illeggibile. E oltre questo, egli aveva da dire qualche cosa
a Bona: un segreto che doveva dire a lei sola; e aspettava
che fossero soli per parlare; Davide, però, le serve, altra
gente venuta di fuori non li lasciavano mai soli, e lei non
osava prendere il bambino e portarlo nella sua camera o
nel cortile, in un angolo ove nessuno potesse ascoltare il
segreto. Non osava; per timore di apparire meno indifferente a ogni altra cosa che non fosse il suo dolore: e aspettava che la gente se ne andasse, ma altra gente invece veniva; tutta la casa ne era piena, ed erano soldati, erano
donne malate, erano parenti di militari in guerra; tutti
venivano per vedere il bambino, perché s’era sparsa la
voce ch’egli operava miracoli: guariva gl’infermi, sapeva
dire dov’erano i soldati dispersi; e a tutti parlava, fuori che
a lei.
Ma in fondo ella sapeva // già il misterioso segreto ch’egli
747. Bona] da [– Gonaria + sup.\Bona/] 751. più] sup.\più/ 761. macchiata] macchiata, 762. E] da [– Ma + sup.\E/] ♦ questo,] la lettera
763. Bona:] da [– Gonaria + sup.\Bona/] ♦ un] da [– qualche cosa +
sup.\un/] 764. parlare;] da [– dirglielo + sup.\parlare: → [parlare;]/] ♦
Davide,] da [– il ↔| marito + sup.\Davide,/] 766. prendere] prenderlo
♦ il bambino] sup.\il bambino/ 768. osava;] osava: 770. veniva] da [–
affluiva + sup.\veniva/] 772. guerra;] guerra: 775. dispersi;] dispersi:
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GRAZIA DELEDDA
doveva dirle; era il segreto stesso del suo cuore, la vana speranza che ancora teneva fresca la radice della sua vita. Che
il figlio non fosse morto.
Perché ella era una donna superstiziosa e sognante. Da
qualche tempo, poi, quest’impressione di sogno che l’aveva
sempre guidata, s’era intensificata fino al punto di farle credere che la vera vita consistesse nel sonno e nel sogno, e l’altra fosse solamente un incubo.
Per fortuna aveva il sonno facile; la stessa vita monotona
che conduceva, in quella specie di fortezza ch’era la sua
casa, glielo conciliava.
Così, quella mattina, sebbene avesse bevuto il caffè e la luce
del giorno irradiasse la camera, finì col riaddormentarsi: un
sonno lieve attraverso il quale sentiva i rumori della casa, il
canto degli uccelli e il russare del marito; finché il rumoroso e agitato svegliarsi di lui la riscosse. E dapprima egli si
arrabbiò perché l’avevano lasciato dormire tanto: poi perché sua moglie s’attardava a letto. Egli ci teneva, ch’ella s’alzasse presto e sorvegliasse le serve; non perché oramai anche
a // lui premessero molto le cose di questo mondo, ma perché non voleva che la moglie si sprofondasse in quel suo
torpore mortale ch’era peggiore di ogni agitata disperazione.
Poi parve ricordarsi di qualche cosa che doveva fare di premura e si gettò dal letto gridando: – Bisogna dunque che
vada giù io dal brigadiere, per quest’accidente di creatura.
778-779. la vana speranza] la vena di speranza ♦ vita.] vita: 780. morto.]
ins. inf. spaz. interv. 781. Perché] perché 786. Per] per ♦ facile;] facile:
790. del giorno] da [– del (–) ↔| (–) + sup.\del giorno/] 792. marito;]
marito: ♦ finché] da [– e solo + (sup.\ – ma finalmente/) + sup.\finché/]
793. lui la riscosse] da [– questo la svegliò + sup.\lui la riscosse/] ♦ E]
lat.\\E// ♦ dapprima] su Dapprima ♦ egli] da [– Davide (–) + sup.\egli/]
795. a letto] prima [– tanto] 797. mondo,] mondo; 801. Poi] poi ♦
doveva] da [– / + sup.\doveva/] 802. gridando] da [– impre↔|cando,
dopo aver buttato in ↔| aria la coperta + sup.\gridando/] ↔| [– (– Anche
Gonaria + sup.\Allora anche Bona/) s’alzò: sottile e ↔| ancora dritta e ben
fatta, bianca ↔| e coi folti capelli neri pareva ↔| una fanciulla: solo il viso
era vecchio, ↔| assonnato, con gli occhi gonfi. ↔| E quanto il marito era
rumoro↔|so e impaziente ella era silenziosa ↔| e come smemorata.]
Il ritorno del figlio
Di’ un po’ alle tue padrone che si affrettino: ne voglio una
con me, per portare il bambino. Che fai lì, imbambolata?
– Il bambino ha la febbre: non è da cristiani portarlo in
giro.
Allora Davide si precipitò giù nella camera di Albina,
imprecando contro le serve, come fossero state loro a far
ammalare il bambino.
Gli toccò la fronte che scottava, e d’un tratto, anche lui
sentì come un flutto amaro salirgli dalle viscere al cuore;
ricordava anche lui il suo bambino quando lo minacciava
qualche malessere e tutti intorno trepidavano.
Ed ecco come in quel tempo egli doveva precipitarsi fuori
di casa in cerca del dottore.
– Non voglio che mi si ammali in casa, perdio: in casa non
lo voglio, né sano né tanto meno malato – diceva ad alta
voce correndo giù per la strada. I ciottoli rotolavano al suo
passaggio; pareva avessero timore di lui, ma un timore per
burla: perché anche le pietre della strada sapevano che
Davide D’Elia in fondo non era un uomo feroce.
Per poco non si avverò il sogno di Bona. La voce che c’era
805. lì] li ♦ imbambolata? ↔| – Il bambino] imbambolata? > Su, su, svegliati. < ↔| [– /Bona\ Ella s’allacciava le scarpe lenta↔|mente parve ricordarsi anche lei, ↔| e mormorò, senza sollevarsi:] ↔| – Il bambino 810811. ammalare…Gli toccò] da [– venire la febbre al bambino +
sup.\ammalare il bambino./] ↔| [– questo stava tranquillo nel ↔| letto,
con gli occhi spalancati; ↔| guardava il soffitto di legno ↔| e muoveva
un po’ le labbra ↔| e guardava il soffitto di legno ↔// come contandone
le assi. ↔| Davide] Gli toccò ♦ la fronte…d’un tratto,] da la fronte > : <
/che\ scottava, ↔| [– E + sup.\e/] d’un tratto, ♦ lui] da [– l’uomo +
sup.\lui/] 812. flutto] flotto ♦ cuore;] cuore: 813. lo] da [– ‹lui› +
sup.\lo/] 814. trepidavano] dopo [– per la paura che di ↔| un ignoto
pericolo] 815. in quel tempo egli doveva] da [– allora Davide (–) +
sup.\in quel tempo egli doveva/] 816. dottore] Dottore 818-819. diceva…rotolavano] da diceva ad alta voce [– per la strada] ↔| (– / + sup.\ –
/) (– I) ciottoli [– della strada + sup.\correndo giù per la strada >: i < /]
rotola↔|vano 820. passaggio;] passaggio: ♦ di lui] da [– del suo piede
↔| + di lui] 822. D’Elia] da [– ‹Arquà› + sup.\D’Elia/] ♦ feroce.] ins.
inf. spaz. interv. 823. Per] per ♦ Bona…voce] da [– Gonaria, sparsa la
+ sup.\Bona./ La]
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GRAZIA DELEDDA
in casa quel bambino misterioso fece subito addensare
davanti al portone un mucchio di gente.
Ogni tanto Elisabetta doveva adoperare le sue chiavi: e
qualche persona bisognava pur lasciarla entrare: per esempio il brigadiere.
Aveva un aspetto tragico, il brigadiere, e compassato; quasi
andasse a constatare un delitto.//
Sottopose ad un lungo interrogatorio le donne, e anche il
servo cieco, finché Elisabetta non perdé la pazienza.
– Ma cosa vuole che ne sappiamo noi? Ne sappiamo tanto
quanto vossignoria; forse anche meno.
Albina, tutta tremante alle spalle della compagna, le tirava
la veste per farla tacere; ma Elisabetta non aveva paura di
nessuno.
Chi pareva non avesse né paura né altra passione era Bona:
aveva ripreso il suo posto sulla panca, e se ne stava con le
mani in grembo oziosa indifferente: ad ogni domanda del
brigadiere rispondeva:
– Io non so nulla.
Non si mosse neppure quando il brigadiere entrò con le
serve nella camera attigua: sollevò però la testa nel sentire il
bambino a piangere: che cosa gli faceva il cattivo uomo?
Anche il cieco tendeva le orecchie: e domandò con voce
quasi minacciosa:
– Che, lo portano via?
La donna riabbassò subito la testa, sembrandole che il cieco
la vedesse: non rispose, non parlò più, neppure quando
sopraggiunse tutto agitato e irritato il marito, il quale raccontava ancora una volta al vecchio dottore che lo //
accompagnava, come aveva trovato il bambino, dichiaran-
824-825. fece subito addensare…mucchio di gente] da [– la gente cominciò ad + sup.\fece subito addensare/] ↔| [– affluire] davanti al portone un
↔| inf.\mucchio di gente./ 829. tragico,] da [– serio + sup.\tragico,/]
834. vossignoria;] vossignoria:
836. tacere;] tacere:
838. Bona] su
Gonaria 840. grembo oziosa indifferente:] grembo, oziosa, indifferente:
844. con le serve] sup.\con le serve/ ♦ attigua:] da [– della serva per vedere il bambino: + sup.\attigua/] 845. il bambino] da [– questi + sup.\il
bambino/] 851. il] da [– suo + sup.\il/] 852. raccontava] prima [–]
♦ volta] volta,
Il ritorno del figlio
do che s’era pentito di averlo preso e che non intendeva
incaricarsene.
Il vecchio dottore lo lasciava dire, anzi pareva non lo ascoltasse neppure: perché era un po’ sordo. Alto, secco, vestito
come un pastore protestante, aveva l’aspetto d’una marionetta; eppure ispirava soggezione. S’avvicinò a Bona, che
s’era alzata per deferenza ma non muoveva un passo né
diceva una parola, e la guardò come fosse lei la malata,
facendole cenno di rimettersi a sedere.
Ella si rimise a sedere, riabbassando la testa come non
potesse tenerla su. Il marito gridava:
– Ma non prepari neppure il caffè per il dottore? La vede,
dottore? Sta sempre così, come una foglia secca sul ramo.
– Ella ci preparerà il caffè – disse tranquillo il dottore. –
Adesso fatemi vedere il bambino.
Il bambino piangeva, taceva, ricominciava a piangere. Bona
provava un certo fastidio a sentire il chiasso nella camera, e
desiderava che tutto finisse presto: che portassero via il
bambino e la lasciassero di nuovo nel suo cerchio di silenzio, con la sua ombra diletta.
Ma in fondo aveva pietà della povera creatura; e le pareva,
inoltre, che il cieco spiasse i suoi pensieri e la giudicasse
severamente. //
Che noia, anche quel disgraziato! Stava sempre lì, ai suoi
piedi, come un vecchio cane lebbroso, e vedeva tutto. E lei
voleva esser sola, non spiata, non distolta un attimo dal suo
pensiero.
Che, inoltre, il cieco la giudicasse male, in quell’occasione,
se ne convinse subito; perché nel sentire che il bambino
854. che] [– che] 856-859. Il vecchio…soggezione.] da [– Il Dottore →
(dottore) (–) ↔|| + sup.\Il vecchio dottore lo lasciava dire, anzi ↔| pareva non lo ascoltasse neppure: ↔| perché/ ↔| inf. \era un po’ sordo. Alto,
secco, (–)/ ↔| (–) vest‹i›to come un ↔| pastore protestante, sup.\aveva l’aria → (aspetto) ↔| d’una marionetta; eppure inspirava soggezione./]
865. dottore] Dottore 867. dottore] Dottore 868. il bambino] da [–
questa creatura + sup.\il bambino/] 869. Il bambino] prima [– Entrarono di là] ♦ Bona] da [– Gonaria + sup.\Bona/] 871. e desiderava] prima
[– attigua] 877. noia] noja 878 vedeva] stl.
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GRAZIA DELEDDA
insisteva adesso nel suo pianto lamentoso, egli disse come
fra sé:
– Sembra davvero un agnello abbandonato: ma chi se ne
cura? E buttatelo nell’orto, a pascer l’erba; sarà meglio per
lui.
Lei stava zitta, dura: eppure quel pianto cominciava a darle
una strana impressione: le pareva che il bambino la chiamasse, che se lei si muoveva, se, come la sera prima, lo
prendeva in grembo, si sarebbe calmato.
Ma non voleva muoversi, no: anche perché sentiva un odio
sordo contro il brigadiere, che per lei era uno di quei feroci personaggi che tutti in blocco rappresentavano la Forza
mostruosa che le aveva tolto il figlio di casa per buttarlo nei
campi della morte. Zitta, dunque, e dura, anche per protestare contro la sorte: perché doveva muoversi a raccogliere
il figlio altrui? Lo buttassero nell’orto, a pascer l’erba; e se
il cieco non smetteva // di brontolare poteva esser buttato
anche lui fra le immondezze.
Il cieco non brontolava più: s’era alzato, però, e stava fermo
contro la parete, con le mani aperte penzoloni e il viso sollevato, coi capelli sulle guancie, come un Cristo schiodato
dalla croce e messo lì appoggiato al muro: aspettava con
inquietudine che si decidessero le sorti del bambino. Adesso si sentivano Davide e il brigadiere discutere, e quest’ultimo non sembrava molto convinto delle ragioni che il
primo si dava.
885-886. se ne cura?] da se [su si] [– ,] sup.\ne/ cura? 886. E] da [– di
lui ? E + sup.\E/] 889-890. il bambino la chiamasse, che] sup.\il bambino la chiamasse, che/ ♦ lo] /lo\ 891. in] su il 893. era] da [– rappresen↔|tava + sup.\era/] 894-895. rappresentavano…mostruosa] da rappresenta(– no) → (rappresentavano) [– quella Forza mostruosa, ↔| quella Autorità (–)] ↔| [– ,] > quel <la Forza mostruosa 895. aveva] da
aveva[– no] 898. l’erba;] l’erba: 899. di brontolare] prima > va < 900.
fra le immondezze.] all’immondezzaio. 901. Il cieco] da [– Ma egli +
sup.\Il cieco/] 904. messo lì appoggiato al muro:] sup.\messo lì appoggiato al muro: (– pareva)/] ♦ aspettava] su aspettare ♦ prima [– pareva]
905. si decidessero] prima [– di là] 905-906. bambino. Adesso] bambino: adesso 906. Davide] dopo [– ‹Arquà›] 907. delle ragioni] sup.\delle
ragioni/
Il ritorno del figlio
Infine il dottore dichiarò che la ferita del bambino era prodotta semplicemente da una caduta dall’alto, forse da un
cavallo, forse da un carretto, come Davide sosteneva: la febbre proveniva da cause interne: ad ogni modo era umano e
prudente tenerlo lì finché non si fosse trovata una donna
per bene a cui affidarlo.
Davide non replicò: e così fu deciso che momentaneamente il bambino restasse in casa. Allora il cieco si calmò; anzi
parve cercar di sparire, per non dar noia alla padrona: andò
lungo la parete; uscì nel cortile e per tutta la mattina nessuno più lo vide né si curò di lui.
Davide, intanto, e il brigadiere, erano andati via: il dottore
invece, ritornato presso Bona, reclamava la tazza di caffè
ch’ella un tempo ad ogni sua visita usava offrirgli. //
Ella chiamò Albina: ma il dottore, sedendosi sulla panca
vicino a lei, le batté una mano sulla spalla come per scuoterla dal suo torpore:
– Lo voglio proprio da voi; su!
Ella arrossì, un po’ irritata; ma subito si alzò e rimise la caffettiera ancora tiepida sul fuoco.
– Sembra ieri, – egli disse, – quando io venivo per vedere il
vostro Elis: e ci venivo spesso, perché lo ingozzavate, gli
consentivate ogni abuso: o, per dir la verità, perché mi
chiamavate ad ogni suo più innocuo disturbo; mi dava più
da fare lui che tutti gli altri malati presi assieme. E con
quanta lana lo avvolgevate, d’inverno; era un bel bambino,
però! E bello anche da ragazzo.
909. dottore] Dottore 910 prodotta] da [– causata ↔ + pro↔|dotta]
911. forse…sosteneva:] sup.\forse da un carretto, come Davide sosteneva:/
913-914. non si fosse…per bene] da [– le Auto↔|rità competenti, cioè il
Sindaco ↔| e lo stesso brigadiere non avessero ↔| trovato + sup. \non si
fosse trovata una donna per ↔| bene/] 915. Davide] dopo [– ‹Arquà›]
♦ fu] da [– parve + sup.\fu/] 916. si calmò;] da [– / + sup.\si calmò;/]
917. noia] noja 918. parete;] su parente, 919. di lui.] ins. inf. spaz.
interv. 920. dottore] Dottore 921. Bona] su <+>ona ♦ dopo [–] 923.
dottore] Dottore
926. voi] su <++>
930. vostro] da [– tuo +
sup.\vostro/] 932. disturbo;] disturbo: 935. però! E bello anche da
ragazzo] però! > Bello! < E bello anche da ragazzo
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GRAZIA DELEDDA
Mentre il dottore parlava così, Bona si sentiva un sassolino
nella gola: avrebbe voluto mettere del veleno nel caffè che
gli offriva, eppure desiderava ch’egli proseguisse. Egli proseguiva; ma parlava di lei adesso.
– Avete l’ombra della morte negli occhi, Bona. Bona, su! Se
non volevate soffrire, non dovevate godere: se non volevate
perdere vostro figlio non dovevate farlo.
Ella scattò.
– Lei parla così perché figli non ne ha.
– Non ne ho, appunto, perché non ne ho voluto. Né
moglie, né figli, né nipoti, né parenti. Solo! La vita bisogna
prenderla così: o // accettare i suoi beni e i mali che ne derivano, o nulla.
– Ma io non voglio più nulla: io non ho più nulla.
Egli tendeva l’orecchio per non perdere le parole di lei.
– Lo dite voi! E vostro marito non lo avete? E i vostri beni,
i vostri parenti, la casa, i servi, non li avete? Siete obbligata
a loro, poiché li avete voluti, come io sono obbligato ai
miei clienti. Si vive o si muore – egli proseguì, bevendo,
dopo ogni frase, un sorso di caffè. – Se si vuol vivere bisogna compiere tutti i doveri che la vita c’impone; altrimenti
si muore.
– Come si fa a morire? – ella domandò con voce sorda.
– Che cosa?
– Come si fa a morire? – ella ripeté esasperata.
936. Mentre…Bona] da [– Mentre (–) parlava così (–) ↔| (–) + inf.
\Mentre il Dottore → (dottore) parlava così, Bona /] 940. Avete] da [–
Hai + sup.\Avete/] ♦ Bona. Bona, su!] da [– Gonaria! Su + sup.\Bona.
Bona, > su, < / su!] 942. vostro] sup.\ – tuo / 943. Ella scattò] dopo [–
e gridò] 945. appunto,] appunto 946. Solo!] dopo [– Bona (su Gonaria) Arquà] ♦ La] su <+>a 947. suoi] su <+>uoi ♦ i mali] da i > suoi <
mali
947-948. ne derivano, o nulla.] da [– / + sup.\ne derivano, o
nulla./] 950. Egli…di lei.] sup.\Egli tendeva l’orecchio per non perdere
le parole di lei./ 951. dite voi] su dici tu ♦ vostro] da [– tuo + inf.\vostro
(stl.)/]
951-952. non…i vostri] da [– lo hai? E i tuoi beni, i tuoi +
sup.\non lo avete? E i vostri beni, i vostri/] 952. la casa,] sup.\la (– tua)
casa,/ ♦ i servi] i [– tuoi] servi ♦ avete?] da [– hai + sup.\ave↔|te?/] 953.
avete] da [– hai + sup.\avete/] 954. proseguì] prosegui 955. frase, un
sorso] frase un sorso 958-959. domandò…– Che cosa?] da [– domandò
con voce sorda. + sup.\domandò con voce sorda. ↔| – Che cosa?/]
Il ritorno del figlio
– Ci si impicca, ci si spara, ci si getta nel fiume.
– L’avrei già fatto, se...
“Se non sperassi ch’egli ritorni.„ Il suo segreto, però, lei
stessa lo sentiva così assurdo che non volle rivelarlo.
– Se voi non amaste ancora la vita – interpretò il dottore. –
Chi è veramente disperato muore. Ma voi no, non siete
disperata; voi amate ancora l’aria che respirate; il fuoco che
vi scalda, la vostra casa, il vostro stesso dolore. E del resto
avete ragione: la vita è bella per sé stessa; la vita anche così
come voi la prendete, nella forma materiale, come io prendo questa buona tazza di caffè. Tutto è bello, fuorché la
morte.
Ella scuoteva la testa: no, no, egli non sapeva, non poteva
capire: eppoi, a che serviva parla//re? Le parole degli altri, e
anche le sue stesse, ormai, le sembravano vane come il
rumore del vento. Eppure qualche cosa si agitava nella sua
coscienza mentre il dottore proseguiva:
– Chi avrebbe ragione di dolersi, se gli fosse possibile,
sarebbe lui, il vostro ragazzo, perché morto. Ma egli non
può più: e questo è il male più terribile della morte; neppure più soffrire. Più nulla! Capite bene questa parola,
Bona? Nulla?
– È questo... è questo...
– No, voi non soffrite perché è morto, soffrite perché non
è più vivo, perché non l’avete più qui, perché non vi vedete più vivere in lui. In fondo cos’è che si ama nei figli? Noi
963. “Se non sperassi ch’egli ritorni.„] «Se non sperassi ch’egli ritorni» ♦
lei] ella 964. rivelarlo] dirlo 965. voi] da [– tu + sup.\voi/] ♦ amaste]
su amassi ♦ dottore] Dottore 966. voi] da [– tu + sup.\voi/] ♦ siete] su
sei 967. disperata;] disperata: ♦ voi] da [– tu + sup.\voi/] 968. vi] su
ti ♦ vostra] da [– tua + sup.\vostra/] ♦ vostro] da [– tuo + sup.\vostro/]
969. avete] da [– hai + sup.\avete/] 970. voi] da [– tu + sup.\voi/] ♦
prendete] su prendi 977. dottore] Dottore 979. vostro] da [– tuo +
sup.\vostro/] 981. Capite] da [– Capisci + sup.\Capite/] 982. Bona?
Nulla?] da [– Gonaria Arquà? Nul + sup.\Bona? Nul↔|la?/] 984. voi]
da [– tu + sup.\voi/] ♦ soffrite] soffri/te\ ♦ soffrite] soffri/te\ ♦ prima [–
tu] 985. l’avete] da [– l’hai + sup.\l’avete/] 985-986. vi vedete] da [–
ti vedi + sup.\vi vedete/] 986. che si ama] da [– amate + sup.\che si ama/]
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GRAZIA DELEDDA
stessi, sempre, fino a che siamo morti o che loro sono
morti. E piangiamo noi stessi in loro, se essi muoiono
prima di noi.
– Non è questo, non è questo... Non è perché sia morto...
è perché è morto così... così... prima del tempo, per mano
degli uomini...
– Gli uomini sono guidati da Dio. Tutto avviene per suo
volere; se il vostro Elis fosse morto di malattia il vostro
dolore sarebbe stato lo stesso.
– No, no. Non è Dio a volere queste cose orribili. Me l’hanno portato via gli uomini, me lo hanno ucciso gli uomini.
Perché? Una famiglia sta in casa sua, tranquilla, senza molesta//re nessuno, allevando con cura e onestà il proprio
figlio, ed ecco vengono a prenderglielo, questo figlio: lo
prendono come una cosa, lo fanno servo, lo mandano a
soffrire, a morire: perché? Perché?
Il dottore sorrideva, guardando dentro la tazza vuota: il suo
sorriso sarebbe parso cinico senza una lieve piega amara
all’angolo della bocca.
– Voi dunque volevate vivere fuori della società, se pretendevate che questa, giunto il momento, non vi avesse chiesto anche la vita del figlio vostro? Tutto si mette in comune nella società; appunto per questo si chiama società! Essa
vi regala il brigadiere, il sindaco, il pretore, il prete, vi salvaguarda la vita, gli averi, l’onore, persino la salute – poiché ha istituito scuole dalle quali escono asini sapienti
come me; – e voi non volete darle nulla! Ma lasciamo andare queste cose: solo vi ripeto, a proposito della società, ciò
che vi dissi per la vita: si accetta o non si accetta: ci si sta
987. siamo] su si‹ete› 988. piangiamo] su piang[– ete] 990. Non è perché] da [– ella ↔| disse agitandosi (–) è perché + sup.\Non è perché/]
994. volere;] volere: ♦ vostro] da [– tuo + sup.\vostro/] ♦ vostro] da [–
tuo + sup.\vostro/] 998. Perché?] perché? 1000. figlio,] figlio: ♦ figlio:]
figlio; 1002. morire:] morire. 1003. dottore] Dottore 1006. Voi] da
[– Tu + sup.\Voi/] ♦ volevate] su volevi 1006-1007. pretendevate] su pretendevi ♦ vi] su ti
1008. figlio vostro] da [– tuo + sup.\vostro1/]
fi↔|glio2 1010. vi] su ti ♦ regala] su [–] ♦ il brigadiere, …il prete,] sup.
\il Brigadiere→[brigadiere], il sindaco, il pretore, > e < il prete,/ 10101011. vi salvaguarda] sup.\vi salva/guarda 1013. voi] da [– tu + sup.\voi/]
♦ volete] su ‹vuoi› 1014. vi] su ti ♦ ciò] su ‹che› 1015. vi] su ti
Il ritorno del figlio
dentro o fuori. E ditemi una cosa, Bona, – aggiunse poi,
rimettendo la tazza sul vassoio che ella teneva fermo sulle
ginocchia, – perché non vi prendete questo bambino sperduto?
Bona sollevò gli occhi, grandi tristi e pieni d’odio eppure
attraversati da un baleno di speranza; ma non rispose.
– La vita ricomincia tutti i giorni. E voi siete giovine ancora. Su, alzatevi e andate a guardare quel bambino. Non pare
che // il destino ve lo abbia mandato apposta in casa come
un regalo, per compensarvi di quello che vi ha tolto?
Ma la donna stava ferma, premendosi sulle ginocchia il vassoio; solo scuoteva la testa china, accennando di no, di no.
Non voleva piccoli compensi dal destino, lei; nulla poteva
compensare il danno che le era stato fatto.
Ma rimasta sola cominciò a ripensare alle parole del dottore. E per la prima volta la spiegazione della morte del suo
figliuolo le apparve chiara alla mente: non la convinse e
tanto meno la consolò, ma le apparve chiara. //
1016. E ditemi una cosa, Bona,-] da [– E dimmi una cosa, Gonaria Arquà
+ sup.\E ditemi una cosa, Bona,-/] ♦ aggiunse] da [– disse + sup.\aggiunse/] ♦ prima [– egli] 1017. che ella] ch’ella 1018. vi prendete] su ti
prendi 1020. Bona] da [– Ella + lat.\Bona/] 1021. speranza;] speranza: 1022. voi] da [– tu + sup.\voi/] ♦ siete] su sei 1023. e andate] da
[– e va + sup.\e andate/] 1024. il destino] prima [– che] ♦ ve] su te
1025. compensarvi] su compensarti ♦ vi] su ti ♦ ha] da [– aveva +
sup.\ha/] 1026-1027. vassoio;] vassoio: ♦ scuoteva] su s‹q›uoteva 1029.
stato fatto] ins. inf. spaz. interv. 1030-1031. Ma…dottore.] da [– – Del
resto, Davide non lo vuole, – ↔| disse per tagliar corto alle parole ↔| inutili del dottore. – Eppoi, cosa ↔| ne sappiamo che non si ritrovino ↔| i
parenti? ↔| – Ah, oh, questo non lo credo (su cred‹evo›) ↔| davvero! E
che Davide non lo ↔| voglia non lo credo (su cred‹evo›) neppure. Se ↔|
(– tu lo vorrai, stai pure sicura + sup.\voi lo vorrete, sono anzi certissimo/)
↔| che gli farete (– il più + sup.\un/) grande piacere. ↔| – Io non lo
voglio, – ella disse con ↔| una certa asprezza; e il Dottore ↔| non insistè: (– Ma andato via lui ↔| Gonaria + sup.\Ma rimasta sola, Bona/)
comincia a ripensare ↔| (– alle cose che egli aveva detto + sup.\alle cose
(–) dette dal Dottore/) che lat.\\in// ↔| fondo, aveva molta grande stima
↔| (– per il Dottore + sup.\di lui;/) era un uomo rispetta↔|to da tutti,
per la sua onestà, per ↔| la sua vita rigida: molti ricorreva↔|no a lui per
consigli, per ‹+++›: ↔| era anche medico di anime. + sup.\Ma rimasta sola
(– ricom) cominciò ↔| a ripensare alle parole del Dottore (dottore)./]
1032. chiara] sup.\chiara/
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GRAZIA DELEDDA
Di là il bambino piangeva: quanto la sera prima era stato
quieto, adesso era agitato: pareva sentisse l’ostilità della
gente intorno a lui. La stessa Albina, un po’ stanca per la
cattiva notte passata, sembrava non se ne curasse più. Elisabetta diceva:
– I bambini bisogna lasciarli piangere: fa loro bene ai polmoni.
Bona però ricordava che quando Elis piangeva, la vecchia
serva correva a porgergli un dolce o un fiore, per farlo chetare: e di nuovo ella ricadeva nei suoi ricordi, nella sua
pena, e il pianto del bambino non riusciva che ad irritarla.
Poi vennero delle visite: donne curiose, che nella loro fantasia trovavano mille spiegazioni alla oscura avventura del
piccolo sperduto: e lo volevano vedere, e trovavano che rassomigliava a questo, o a quest’altro: qualcuna malignò
accennando anche alle fattezze di Davide; ma Elisabetta,
nonostante i suoi dubbi, difese il padrone.
– Ma non vedi piuttosto che rassomiglia alla padrona? Gli
stessi occhi, lo stesso modo di guardare. Allora dovrebbe
essere suo!
La cosa era così assurda che fece persino ridere le donne:
una tentò di scherzare: andò da Bona e le batté la mano
sulla spalla:
– Ah, avevi l’amico, ti sei fatta un figlio di nascosto, // poi
l’hai fatto mettere in mezzo alla strada perché Davide te lo
riportasse a casa!
Ma Bona non rise; e neppure si offese: più che mai le vane
chiacchiere delle donne le sembravano il rumore del vento.
Una vecchia signora ricca, vedova e senza figli disse:
– Se tu non lo vuoi, come dicono, me lo prendo io.
Allora Bona si animò un poco: anzitutto perché la signora
1035. l’ostilità] prima [– il senso del] 1037. se] su si ♦ ne] sup.\ne/ ♦
più] dopo [– di lui] 1041. Bona però] da [– Gonaria + sup.\Bona però/]
1042. correva] dopo [– invece] 1049. ma Elisabetta] prima [– Arquà]
1055. Bona] da [– Gonaria + sup.\Bona/] 1058. Davide] dopo [– Arquà]
1060. Bona] da [– Gonaria + sup.\Bona/] ♦ rise;] rise: 1062. signora
ricca, vedova e] da [– riccona, vedova, e + sup.\signora ricca, vedova e/]
1064. Bona] su Gonaria
Il ritorno del figlio
41
era amica dei preti, eppoi perché una cosa ancora sopravviveva in lei: il senso della dignità.
– Chi dice che non lo voglio?
– Tutti lo dicono. Eppoi si vede: non ti commuove neppure il suo pianto.
Bona non discusse oltre; ma andata via quella e sopraggiunte altre donne, come il bambino non cessava di lamentarsi, si decise d’andare a vederlo. Era anche lievemente
curiosa, dopo l’accenno di Elisabetta, di osservare se i loro
occhi si rassomigliavano davvero, ma non le riuscì, perché
il bambino volgeva il viso contratto dal pianto verso la
parete e pareva volesse nascondersi.
Ella stette umiliata a guardarlo: non ne provava pietà, ma
non s’irritava più.
Poi d’un tratto, mentre lei e le donne stavano di nuovo riunite in cucina, il bambino si chetò: Albina andò a guardare: tornò presso la padrona.
– Sa una cosa? Michele sta presso di lui e gli mormora //
delle paroline e la creatura lo guarda incantato e non piange più.
1065
Tre giorni il bambino rimase a letto con la febbre: non si
lamentava più, ma rifiutava il cibo, finché a Bona venne l’idea di farglielo offrire da Michele. Ed ecco Michele con
una tazza di latte in mano: con l’altra mano cerca la testa
del bambino sollevato sui guanciali e gli avvicina la tazza
alla bocca: e il malato beve il latte fino all’ultima goccia.
– È una cosa strana – mormora Albina, trasognata. – Tutto
è mistero in questa creatura.
1085
1064-1065. anzitutto…perché] sup.\anzitutto perché la signora era amica
dei preti, eppoi perché/
1070. Bona] da [– Gonaria + sup.\Bona/]
1071-1072. di lamentarsi, si decise] di lamentarsi, > ella < si decise 1073
curiosa,] da [– curiosa di guardare i suoi ↔| occhi + sup.\curiosa,/]
1073-1074. di osservare…non le riuscì,] da [– alla rassomiglianza con i
suoi: ↔| ma non fu possibile vederli bene + sup.\di osservare se i loro
occhi si rassomiglia↔|vano davvero, ma non le riuscì,/] 1083. paroline]
paroline:
1083-1084. non piange più.] dopo [– Michele era il servo
cieco] ♦ ins. inf. spaz. interv. 1085. letto] letto, 1086. Bona] da [–
Gonaria + sup.\Bona/] 1088. una] la 1089. sollevato] su <++>llevato
1090. malato] malatino
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GRAZIA DELEDDA
Ma il dottore al quale le serve raccontano il fatto, spiega
che la simpatia del bambino per il cieco è una cosa semplicissima: tutti i bambini sentono per istinto chi loro vuol
bene e chi loro vuol male; e Michele vuol bene al piccolo
Eliseo.
– Eliseo? Si chiama Eliseo anche questo? Come lo sa, lei?
– Giacché non sappiamo altro nome chiamiamolo così.
Allora cominciarono a chiamarlo Elis. Albina credeva che
la padrona protestasse o piangesse: la padrona non protestò
né pianse, ma si astenne dal // chiamare il bambino con
quel nome. Del resto non se ne curava più che tanto: pareva ricaduta nello stato di prima, e lasciava fare agli altri
quello che volevano.
Così, il cieco passava silenzioso lungo la parete della cucina, poi di quella della stanza da pranzo, penetrava nella
camera di Albina e si metteva accanto al letto dov’era il
bambino, e lo toccava timidamente, gli parlava sottovoce,
poteva star lì finché voleva.
Il brigadiere, intanto, indagava: e naturalmente non riusciva a saper nulla. Il dottore veniva spesso: non insisteva presso Bona perché ella tenesse il bambino, ma ogni volta le
chiedeva una tazza di caffè e lo voleva da lei.
Il quarto giorno consigliò alle serve di far alzare il nuovo
Elis. Lo alzarono. Albina gli aveva lavato il vestitino, e gli
ravviò i capelli fini ondulati e lunghi. Era bello, adesso,
d’una bellezza bruna e un po’ melanconica come quella
della viola.
1093. dottore] Dottore
1095. tutti] prima [– che + sup.\ – come/]
1095-1096. chi loro vuol bene] prima [– chi (– loro + sup.\gli/) vuol bene
e chi (– loro + sup.\gli/) vuole ↔| male, e che Michele, si vede, vuol ↔|
bene all e quindi questo si] 1098. Come lo sa, lei?] dopo [– do↔|mandò
Albina spalancando gli occhi] 1109. bambino,] bambino: 1111. e
naturalmente] sup.\e naturalmente/ ♦ prima [– ma] 1112. dottore] Dottore 1113. Bona] su Gonaria ♦ tenesse] prima [– si decidesse] 1115.
Il quarto] Al quarto ♦ nuovo Elis] da [– bambino + sup.\nuovo Elis/] ♦
il vestitino] la vesticciuola 1118. d’una bellezza] prima [– sebbene pallido] ♦ bruna] da [– fresca + sup.\ bruna/] 1119. della viola.] da [– di un
fiore bianco + sup.\della viola./]
Il ritorno del figlio
La serva lo portò in cucina, lo mise a sedere sulla panca,
accanto alla padrona. Questa non si scuoteva, mentre il
cieco, dall’altro lato del camino, protendeva il viso quasi
ansioso ma come illuminato da un sorriso interno: non
osava parlare né toccare il bambino, in presenza della
padrona, ma pareva l’odorasse.
Per alcun tempo rimasero soli tutti e tre.
Anche Bona guardava il bambino ma non lo toccava: egli a
sua volta pareva non curarsi di altro che dei suoi piedini
con uno dei quali giocava un po’ irritato, come volesse staccarselo per averlo meglio fra le mani. D’un tratto si agitò
tanto che fu per cadere dalla panca. Allora Bona lo prese
per le spalle, se lo attirò contro il fianco: egli sollevò gli
occhi a guardarla in viso, come sorpreso dell’atto di lei e
curioso di vedere chi ella fosse: e quello sguardo la turbò
fino al profondo delle viscere. Sì, anche lei aveva veduto
altre volte quegli occhi: ma Elisabetta sbagliava dicendo
ch’erano simili ai suoi: erano gli occhi del suo Elis bambino.
Disse subito a sé stessa che si sbagliava anche lei: si offese
della sua illusione, del suo turbamento: le pareva di rubare
qualche cosa al suo vero Elis commovendosi per questo
falso Elis.
Ma già lo strato della sua indifferenza s’era incrinato: o
meglio, era come quando il gelo si scioglie sul prato e qualche filo d’erba pare che nasca dalla neve.
1122. del camino,] del bambino 1125. l’odorasse.] lo ↔| odorasse. ♦
dopo [– per alcun tempo] ♦ ins. inf. spaz. interv. 1126. Per alcun tempo]
per alcun tempo ♦ ins. sup. spaz. interv. 1127. Bona] da [– Gonaria +
sup.\Bona/] 1131. Bona] da [– Gonaria + sup.\Bona/] 1132. se lo
attirò] lo attirò ♦ il fianco] il suo fianco 1135. Sì, anche lei] da [– Ella
+ sup.\Sì, anche lei/] 1137. del suo Elis bambino.] ins. inf. spaz. interv.
1138. Disse subito a sé stessa] Disse subito > però < a sé stessa 1140.
vero] sup.\vero/ 1142. della sua indifferenza] dell’indifferenza 1143. il
gelo] da [– la ↔| neve + /il\ ↔| sup.\gelo/] 1144. qualche] da [– i primi
+ sup.\qualche/] ♦ filo] su fili ♦ che nasca dalla neve.] da [– che spunti
dalla (–) neve + sup.\che nasca dalla neve./]
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GRAZIA DELEDDA
Bona chiamò Elisabetta per mandarla a comperare un paio
di scarpette per il bambino: la serva bronto//lò, perché
aveva da fare; allora Michele si offrì di andare lui; e tornò
presto, come avesse corso, con un ottimo paio di scarpette.
Il bambino, mentre Bona gliele calzava, guardava chino,
curioso: d’un tratto sollevò il viso e sorrise alla donna
mostrando i suoi otto dentini lucidi: poi tornò a piegarsi e
rise forte, senza più osare di toccarsi i piedi.
E finalmente, finalmente la donna sentì come due pietre
sciogliersi entro i suoi occhi: lagrime quasi di voluttà le scesero, fermandosi sui solchi del suo viso ove subito s’asciugarono come una lieve pioggia estiva su una terra riarsa. //
Ma non voleva551 farsi vedere a piangere. Da chi se non
c’era altri che il cieco? Appunto da lui, che appoggiato alla
panca pareva, al solito, odorasse, con le narici un po’ aperte, le cose intorno.
– Adesso che siamo calzati, possiamo andare a spasso – ella
disse mettendo il bambino per terra. – Sei buono a camminare?
1145. Bona] da [– Ella + sup.\Bona/] ♦ paio] pajo 1146. la serva] prima
[–] ♦ brontolò] da bronto↔// [– lava + sup.\lò /]
1148. paio] pajo
1148-1149. scarpette…Bona gliele] da scar↔|[– pette: gialle, giuste ai
piedi del bambino. ↔| E questo mentre Gonaria gliele + sup.\scarpette. Il
bambino, mentre Bona gliele./] 1151. otto dentini lucidi] bei dentini
lucidi 1152. i] da [– suoi + sup.\i/] 1156 terra riarsa.] dopo [– Mise il
bambino per terra ↔| e gli disse di camminare. ↔| Ancora non sapevano
s’egli ↔| camminava. Egli camminava: ↔| s’avviò, sempre intento a guarda↔|re le sue scarpette, ma dopo ↔| qualche passo vacillò. ↔| la donna
si slanciò a riprender↔|lo; lo condusse lei, per le mani: ↔| ma, fino all’uscio della stanza: ↔| lo ricondusse verso la panca: ↔| (– Michele +
sup.\quando furono vicino al cieco che/) tendeva l’orecchio al ↔| rumore
dei loro passi (– quando) ↔| il bambino gli afferrò le ↔| ginocchia per
appoggiarsi e ↔| sollevò il viso sorridendo anche ↔| a lui.] ↔// [– si
aveva l’impressione di ↔| essere in tanti: i servi, le serve, ↔| la balia;
eppoi c’erano sempre ↔| ospiti. La casa era grande, ↔| con un portico
antico: certe ↔| camere erano del tutto disabita↔|te, con dei balconcini
di le↔|gno che guardavano sulle ↔| valli: tre valli, si vedevano, del↔|la
nostra casa; una tutta colti↔|vata a viti e olivi, le altre ↔| due selvaggie,
rocciose, coperte ↔| di rovi e di ginestre.] 1157. Ma non voleva] prima
ins. sup. spaz. interv. ↔| [– Ma ‹ancora›]
Il ritorno del figlio
Ancora non avevano provato a farlo camminare.
– Su, Elis, su, coraggio, va.
Era la prima volta che lo chiamava così; ma Elis rimaneva
attaccato a lei; allora lo riprese in braccio e andò fuori, nel
cortile erboso, dietro la casa, dove al disopra del muro si
vedeva la china verde della collina.
Uno stupore di sogno regnava nell’aria tiepida; sul cielo
turchino le nuvole s’erano fermate e pareva dormissero.
Ogni foglia, ogni filo d’erba era nel suo pieno rigoglio,
gonfio, lucido di felicità.
Sul ciglione sopra il muro alcuni vecchi tronchi, con solo
pochi rametti in cima simili ad artigli, s’erano anch’essi
coperti di ciuffi di verde e pareva avessero strappato dell’erba e la tenessero così fra l’unghie per // gioco.
Bona sedette sull’erba, stese il lembo della sottana e vi
depose il bambino; e il bambino cominciò ad arricciare il
naso indicando col ditino un ranuncolo che splendeva lì
accanto: lo voleva, voleva odorarlo; qualcuno gli aveva già
insegnato a odorare i fiori.
E Bona che credeva di non dover più mai cogliere un fiore,
colse il ranuncolo e glielo mise fra le ditine, più belle e delicate dello stelo del fiore. Il bambino allora allungò il braccio e le accostò al naso il fiorellino: in quell’attimo ella ebbe
l’impressione confusa che la vita e la natura volessero riconciliarsi con lei.
Ma ecco il “Mau„, il gatto nero che si avanzava molle e
silenzioso e le ruba subito l’attenzione e la tenerezza del
bambino.
Dapprima i due si guardano, con curiosità diffidente, poi
s’intendono subito. Il bambino offre esitando il suo fiore ad
odorare al gatto; il gatto odora, ma non si commuove. I
suoi occhi verdi come due foglie si sollevano con indolenza a guardare una farfalla che passa volando: anche il bam1168. disopra] di sopra 1170. Uno stupore di sogno] prima [– una pace
quasi]
1171. le nuvole] prima [– ove]
1173. lucido] sup.\lucido/
1175. anch’essi] sup.\anch’essi/
1179. bambino;] bambino:
1189.
“Mau„] sup.\Mau/ ♦ si avanzava] si avanza 1192. curiosità] prima [– un
senso] 1193. esitando] da [– subito + sup.\esitando/] 1194. al gatto;]
al gatto: 1195 con indolenza] sup.\con indolenza/
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GRAZIA DELEDDA
bino la guarda; tutti e due hanno un lieve fremito, un desiderio di conquista; ma la farfalla è già lontana; // essi tornano a guardarsi; il bambino allunga il suo piccolo indice
per toccare il musino umido del gatto: non osa, però, finché Bona non gli prende la manina e attirando a sé la bestia
gliela fa accarezzare tutta. Allora il bambino ricomincia a
ridere di piacere, di gioia, e pronunzia finalmente una parola:
– Tata!
– Tata! Chi è? La nonna, la zia, la balia? La mamma non
può essere, perché la mamma si chiama solo col suo nome.
Mamma!
– Di’ mamma, Elis, mamma.
Il bambino non lo sa dire: dunque nessuno glielo ha insegnato: forse mamma non ne ha avuto, non ne ha certamente avuto: una mamma non lo avrebbe lasciato sperdersi così nel mondo.
– Di’ mamma, di’ mamma. Mamma? – continuava a insistere Bona, sottovoce, guardandosi attorno per paura di
essere sentita.
E ricordava qualche cosa di misterioso, di confuso, una
scena alla quale aveva assistito da poco ma non ricordava
dove, come, perché. Ah, ecco, il sogno, il segreto che il
bambino doveva dirle appena si sarebbero trovati soli. //
Ondate di un turbamento ch’era fatto ancora di dolore
ardente ma anche di amore, la investivano tutta, così, di
tanto in tanto, per ogni gesto ed ogni grido del bambino.
Forse era la primavera, col suo alito materno, a scioglierle
quel gran dolore che le aveva pietrificato il sangue nelle
vene; il fatto è che ella non cedeva una goccia sola di questo dolore e non voleva più neppure piangere per non perderlo con le sue lagrime, ma se lo sentiva diverso, scorrerle
dentro le vene, caldo, vitale.
La sua folle speranza la riprendeva tutta.
1200. gatto:] gatto;
1201. la bestia] da [– il gatto + sup.\la bestia/]
1213. così nel mondo.] ins. inf. spaz. interv. 1224. alito materno,] alito
materno 1226. vene;] vene:
Il ritorno del figlio
47
– Egli tornerà, egli tornerà. Se io prendo questo bambino
per figlio, Dio mi compenserà col suo ritorno.
Così il marito, di ritorno dal Consiglio, la trovò ancora nel
cortile, col bambino, il “Mau„ la farfalla che si divertiva per
conto suo intorno a loro.
Anche il cieco era venuto piano piano a mettersi in una
piega del muro, cercando di non farsi vedere per non irritare la padrona, ma odorando ogni cosa. Il bambino, a sua
volta, sentiva che Michele era lì, e tendeva a staccarsi da
Bona; ma Bona, // che s’accorgeva anche lei della presenza
del cieco, provava un senso di gelosia e teneva il piccolo
stretto a sé cercando ancora di farlo divertire col gatto.
Oramai però i due amici s’erano stancati di desiderarsi, e
cominciavano anzi a guardarsi con ostilità. La coda del
buon “Mau„ si gonfiava di stizza, le sue unghie apparivano
e scomparivano in cima alle dolci zampette: finché cogliendo l’occasione della comparsa di Davide, col quale non
aveva molta confidenza, s’allungò e sgusciò dalla mano di
Bona.
Davide sembrava, al solito, di cattivo umore, cosa che, del
resto, non impressionava più nessuno: piuttosto ci si sarebbe impressionati a vederlo di buon umore.
Ma anche lui non s’impressionò e finse di nulla, nel vedere
Bona col bambino: qualche cosa però dovette passargli nell’anima perché si divertì a tormentare il cieco.
– Che fai lì in agguato? Pare abbi litigato con Dio tanto hai
l’aria confusa.
L’altro non aprì bocca: potevano fargli quel che volevano,
quel giorno, tanto era contento, d’una gioia un po’ dolorosa di innamorato che è pronto a sacrificare anche il suo
amore, purché l’oggetto amato sia felice. //
1232. col suo ritorno.] ins. inf. spaz. interv. 1234. nel cortile,] da [– / +
sup.\nel cortile,/] ♦ “Mau„] Mau stl. 1237. cercando] prima [– stava là]
1245. “Mau„] Mau 1246. scomparivano] sparivano da [– scompaiono
+ sup.\sparivano/] ♦ dolci] sup.\dolci/ ♦ finché] prima [– di]
1248.
aveva] da [– ha + sup.\aveva/] 1259. contento] da [– felice + sup.\contento/] ♦ gioia] da [– felicità + sup.\gioia/]
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GRAZIA DELEDDA
Davide s’avanzava guardando il suo orologio.
– Lo sai, moglie mia, che ora è? Manca un minuto a mezzogiorno. E le tue padrone ancora non hanno preparato la
tavola.
Bona fu pronta ad alzarsi, sorreggendo il bambino.
– Ah, ah, siamo già calzati! Bisogna camminare, dunque. E
parlare anche.
Il bambino diede un grido:
– Tata!
– Curioso, non sembra più lui. È come ringiovanito: adesso è un bambino. Cammina, su, giovinotto.
Davide s’era piegato a stendere le braccia ad arco invitando
il bambino a staccarsi da Bona. E Bona lasciò libero il bambino: no, del marito non poteva esser gelosa... Eppure
un’ombra le attraversò il cuore... Sì, era ancora gelosa perché era ancora viva.
Ma il miracolo al quale assisteva le rischiarò di nuovo il
cuore.
Il bambino camminava.
Andava dritto dritto rapido a Davide: inciampò, ma l’uomo fu pronto ad andargli incontro facendo: – Ah, bravo! –
e l’accolse fra le sue braccia. Il bambino gli sorrise. Davide
allora si volse a pochi passi dal muro e lasciò andare il bambino: e il bambino andò dritto dritto rapido dal cieco; gli
afferrò una gamba per appoggiarsi e sollevando il viso sorrise anche a lui.
1264. padrone] prima [– gentili]
1274. lasciò libero il bambino] lo
lasciava libero, adesso 1276. il cuore...] da [– la ↔| mente… + /il\ ↔|
sup.\cuore.../] 1284. muro] da [– cieco + sup.\ muro /] 1285. bambino:] bambino; 1287. anche a lui.] ins. inf. Grazia Deledda
BIBLIOGRAFIA DEI RACCONTI E DELLE NOVELLE1
Sangue sardo, «L’Ultima Moda», Roma, III (1-8 luglio, 1888), 88-89 [in
Il primo passo. Confessioni di scrittori contemporanei, Firenze, Nemi,
1937; Versi e prose giovanili di Grazia Deledda, Milano, Treves, 1938;
Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972; in Controcanto, Roma,
Sovera, 1991; Roma, Newton Compton, 1995].
Remigia Helder, «L’Ultima Moda», Roma, III (19 agosto 1888), 95.
Memorie di Fernanda, «L’Ultima Moda», Roma, III (12 settembre 1888
– 2 giugno 1889).
Sulla montagna, «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 18 ottobre-15 novembre 1888 [in Nell’azzurro, Milano-Roma, Trevisini, 1890; 1898; 1929;
in Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972; Novelle – I, Nuoro,
Ilisso, 1996].
Cose infantili, «Il Paradiso dei Bambini», Roma 14 aprile 1889 [con il
titolo Memorie infantili in Nell’azzurro, Milano-Roma, Trevisini,
1890; 1898; 1929; con il titolo Ricordi d’infanzia, Milano, Virgilio,
1972; con il titolo Memorie infantili in Novelle – I, Nuoro, Ilisso,
1996].
La pesca miracolosa, «La Sardegna», Sassari, VIII (16-18 aprile 1889), 8991.
Il castello di S. Lor, «La Sardegna», Sassari, VIII (19-25 aprile 1889), 9398.
Eleonora d’Arborea, «L’Ultima Moda», Roma, III (22 giugno 1889), 191.
Don Smeraldo, «L’Ultima Moda», Roma, III (15-22 settembre 1889),
151-152.
Martella, racconto, «L’Ultima Moda», Roma, III (25 settembre - 6 ottobre 1889), 153-154.
Amori fatali (Povera e ricco), «L’Ultima Moda», Roma, IV (7, 14, 22 settembre 1890 – 6, 11 marzo 1892), 202, 204, 221, 226 [in appendice
1
Bibliografie dei racconti e delle novelle di Grazia Deledda si trovano in: E. DE
MICHELIS, Grazia Deledda e il decadentismo, Firenze, La Nuova Italia, 1938; R.
BRANCA, Bibliografia deleddiana, Milano, L’Eroica, 1938; A. GUARINO, Bibliografia per la Deledda, «Ichnusa», III, Sassari, Gallizzi, 1951; A. DOLFI, Grazia Deledda, Milano, Mursia, 1979; P. MURA, Le novelle di Grazia Deledda. Appunti per una
bibliografia (A-I), «Portales», 2, Agosto, 2002, 123-135; (L-Z), «Portales», 3-4,
Ottobre 2003 - Aprile 2004, 206-222.
52
IL RITORNO DEL FIGLIO
al romanzo di P. FÉVAL, Il sorriso della vergine, Roma, Perino, 1892
insieme a La leggenda nera e Il ritratto].
Novelle d’autunno - Il palazzo dello zio (Ricca e Povero), «L’Ultima Moda»,
Roma, IV (28 settembre 1890 – 24 maggio 1891), 205, 209-210,
215-216, 218, 237-239.
Una terribile notte, «La Sardegna», Sassari, IX (21-30 ottobre 1890), 248256 [in Nell’azzurro, Milano-Roma, Trevisini, 1890; 1898; 1929;
Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Nell’azzurro [Vita silvana; Sulla montagna Memorie infantili; Una terribile notte; La casa paterna], Milano-Roma, Trevisini, 1890 [Milano, Trevisini, 1898; 1929; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Sulle montagne sarde, «L’Illustrazione per Tutti», Roma, 8-15 marzo 1891
[in appendice a: V. BERSEZIO, Potessi farlo vivere!, Roma, Perino,
1892].
Vendette d’amore [con dedica «A Enrico Costa»], «Vita Sarda», Cagliari, I
(1 e 10 maggio, 7 giugno e 4 luglio 1891), 3, 4, 6, 8.
Sulla neve, «L’Illustrazione per Tutti», Roma, 17-24 maggio e 7-14 giugno 1891 [con il titolo di Amore regale nel volume omonimo, Roma,
Perino, 1891].
Il pretore [con dedica «Alla mia gentile amica Elda di Montedoro»],
«L’Ultima Moda», Roma, V (21 maggio - 7 giugno 1891), 240- 241.
Nello studio, «L’Ultima Moda», Roma, V (14-21 giugno - 5 luglio 1891),
242-243, 245.
Il mago, «La Tribuna Illustrata», Roma, 28 giugno 1891 [in Racconti
sardi, Sassari, Dessy, 1894; «Sardinia di Capo d’Anno», II, 1, suppl. al
n. 8; «La Riviera Ligure», II serie (1906), 86, Genova; Firenze, Quattrini, 1913; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Sull’Agri, «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 1-8 ottobre 1891 [in Amore
regale, Roma, Perino, 1891; da: Stella d’Oriente, Cagliari, Tipografia di
«L’Avvenire di Sardegna», 1891].
Il ritratto, «L’Illustrazione per Tutti», Roma, 18-25 ottobre 1891 [in
appendice a: P. FÉVAL, Il sorriso della vergine, Roma, Perino, 1892,
insieme a: Amori fatali e La leggenda nera].
Il castello di Sant’Onofrio, «La Sardegna», Sassari, X, 7 novembre-24
dicembre 1891 [anche in Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio,
1972].
Paesaggi, «Vita Sarda», Cagliari, I (6 dicembre 1891), 19 [con il titolo
Paesaggi e figure in Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972].
Bibliografia
53
Il Natale in Sardegna, «L’Ultima Moda», Roma, 27 dicembre 1891.
Amore regale, Roma, Perino, 1891.
Amore…lontano, in Amore regale, Roma, Perino, 1891 [con il titolo Dal
‘Giornale’ di una pittrice in «L’Illustrazione per Tutti», Roma, aprilemaggio 1892; con il titolo Dal ‘Giornale’ di una pittrice in «Boccaccio»,
Firenze, aprile-maggio 1892].
Ignorata, «L’Ultima Moda», Roma, 10 gennaio 1892.
La leggenda nera, «L’Ultima Moda», Roma, 21 febbraio 1892 [in appendice a: P. FÉVAL, Il sorriso della vergine, Roma, Perino, 1892, insieme a:
Amori fatali e Il ritratto].
Nell’abisso, «L’Ultima Moda», Roma, VI (13 marzo – 10 aprile 1892).
Fuoco, «Vita Sarda», Cagliari, II (27 marzo 1892), 4 [in appendice a: A.
ALBALAT, Il direttissimo del mattino, Roma, Perino, 1892].
Giaffàh [con dedica «A l’amico G. M. Lupini»], «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 5,12,19,26 maggio – 9,16 giugno 1892 [in opuscolo, coll.
«Per il mondo piccino», Palermo, Sandron, 1899; Palermo, Sandron,
1921].
Romanzo minimo [con dedica «A Enrico Butti»], «Boccaccio», Firenze,
31 luglio - 1 agosto 1892 [«L’Ultima Moda», Roma, 25 settembre - 2
ottobre 1892; poi in Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; Firenze,
Quattrini, 1913; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Macchiette, «Vita Moderna», Milano, 7 agosto 1892 [in Racconti sardi,
Sassari, Dessy, 1894; Firenze, Quattrini, 1913; Versi e prose giovanili,
Milano, Virgilio, 1972; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Bambini, «Vita Sarda», Cagliari, II (7 agosto 1892), 14 [«L’Ultima
Moda», Roma, 4 settembre 1892].
Piccoli poemi, «Vita Sarda», Cagliari, II (21 agosto 1892), 15.
Gabina, «Natura e Arte», Milano, 1 settembre 1892 [col titolo Di notte
in Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; Firenze, Quattrini, 1913; Versi
e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972; Novelle – I, Nuoro, Ilisso,
1996]. Nel 1921 da questo racconto fu tratto un dramma pastorale
intitolato La grazia e musicato da Vincenzo Michetti. Con lo stesso
titolo nel 1929 fu realizzato un film per la regia di Aldo De Benedetti.
Gonare, «Vita Sarda», Cagliari, II (16 ottobre – 25 dicembre 1892), 1920, 22-24 [in La via del male, Torino, Speirani, 1896].
Tre amici, «Boccaccio», Firenze, 1 novembre 1892 - 2 gennaio 1893.
54
IL RITORNO DEL FIGLIO
Nostra Signora del Buon Consiglio, «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 310-17 novembre 1892 [«Il Paradiso dei Bambini», Roma, 9-28 dicembre 1893; in opuscolo, coll. «Per il mondo piccino», Palermo, Sandron, 1899; Palermo, Sandron, 1921; in: Giaffàh, Palermo, Sandron,
1931].
Da un vecchio albo, «La Terra dei Nuraghes», Sassari, I (31 novembre
1892), 5.
Natale, «Natura e Arte», Milano, I (15 dicembre 1892), 2.
La dama Bianca, «Il Fanfulla della Domenica», Roma, 29 gennaio 1893
[in Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; Firenze, Quattrini, 1913;
Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Quaresima [dedica «A Vincenzo Boccafurni»], «Roma Letteraria», Roma,
5 febbraio 1893.
Il nemico, «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 16 febbraio 1893.
Fantasia grigia, «Vita Sarda», Cagliari, III (19 marzo 1893), 4.
Luisa Maria, «Il Fanfulla della Domenica», Roma, 6 maggio 1893.
Cani, gatti, pulcini e altri animali, «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 29
giugno 1893.
In sartu (Nel salto), «Roma Letteraria», Roma, 5 luglio 1893 [in Racconti sardi, Sassari, Dessy, 1894; Firenze, Quattrini, 1913; Novelle – I,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Viaggio di nozze, «Sardegna Artistica», Sassari, I (23 luglio 1893), 1 [L’indomabile ? La via del male, Torino, Speirani, 1896; Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972].
Il padre [con dedica «A la duchesse D’Este pur souvenir»], «Sardegna
Artistica», Sassari, I (10 -17 settembre 1893), [Racconti sardi, Sassari,
Dessy, 1894; con il titolo I primi baci in La regina delle tenebre, Milano, Agnelli, 1902; Firenze, Quattrini, 1913; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Gaja, «Il Fanfulla della Domenica», Roma 1 ottobre 1893.
Le disgrazie che può causare il denaro [dedica «A Mario Manca»], «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 23-30 novembre 1893 [in opuscolo: coll.
«Per il mondo piccino», Palermo, Sandron, 1899; Palermo, Sandron,
1921; in Giaffà, Palermo, Sandron, 1931].
Leggende Sarde, «Roma Letteraria», Roma, 25 novembre 1893 [«Vita
Sarda», Cagliari, III (10 dicembre, 1893), 23; con il titolo I tre talismani in «La Donna Sarda», Cagliari, 10 dicembre 1893; con il titolo
I tre talismani «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 14-28 dicembre
Bibliografia
55
1893; «Natura e ed Arte», Milano, III (15 aprile 1894); «Roma Letteraria», Roma, 25 novembre 1895; con il titolo I tre talismani coll. «Per
il mondo piccino», Palermo, Sandron, 1899; 1922; con il titolo Leggende di Sardegna in Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972; il
manoscritto autografo è conservato presso l’Istituto Superiore Regionale Etnografico di Nuoro].
Mal occhio, «Natura e Arte», Milano, 15 dicembre 1893 [Mal occhio, in
Notti di dicembre. Racconti di Natale, Palermo, Sellerio, 2001; bozza di
stampa con correzioni autografe è conservata presso l’Istituto Superiore Regionale Etnografico di Nuoro].
Racconti Sardi [dedica «Ad Angelo De Gubernatis»], [Di notte; Il mago;
Ancora magie; Romanzo minimo; La dama bianca; In sartu; Il padre;
Macchiette] Sassari, Dessy, 1894 [Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
La marchesa, «La terra dei Nuraghes», Sassari, III (4 febbraio 1894), 3.
Due miracoli, «Roma Letteraria», Roma, 5 febbraio 1894 [in L’ospite,
Rocca San Casciano, Cappelli, 1898; Novelle – I, Nuoro, Ilisso,
1996].
La chicchera, «La Donna di Casa», Roma, 15 marzo 1894.
Sos verbos, «Il Fanfulla della Domenica», Roma, 11 maggio 1894.
Peppe parente, «L’Ultima Moda», Roma, 10 giugno 1894.
Don Sidru Lay, «Il Fanfulla della Domenica», Roma, 17 giugno 1894.
L’assassino degli alberi, «La Piccola Antologia», Roma, 22 luglio 1894 [«Il
Corriere della Domenica», Roma, 8 marzo 1896; in Le tentazioni,
Milano, Cogliati, 1899; Sesto San Giovanni, Madella, 1915; 1916;
Firenze, Quattrini, 1916; Sesto San Giovanni, Madella, 1917; Milano,
Barion, 1921; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Le rive1azioni, «Roma Letteraria», Roma, 15 agosto 1894.
Alla distribuzione dei premi, «Il Paradiso dei Bambini», Roma, 23 agosto
1894.
L’arrivo, «Rivista per le Signorine», Firenze, 1-15 ottobre 1894 [Anime
Oneste, Milano, Cogliati, 1895].
Zia Jacobba, «La Piccola Antologia», Roma, 14 ottobre, 20 dicembre
1894 [«Il Corriere della Domenica», Roma, 14 ottobre, 20 dicembre
1895; Milano, Cogliati, 1895; Firenze, Quattrini, 1916; Sesto San
Giovanni, Madella, 1917; «La Novella per Tutti», Milano, I (1926), 1;
Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
I primi giorni, «Rivista per le Signorine», Firenze, 1 novembre 1894
[Anime Oneste, Milano, Cogliati, 1895].
56
IL RITORNO DEL FIGLIO
Un giorno, «Roma Letteraria», Roma, 15 novembre 1894 [in L’ospite,
Rocca San Casciano, Cappelli, 1898; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
I crepuscoli: l’alba, il vespro, «Rivista per le Signorine», Firenze, 1 dicembre 1894.
Donna Josepa, «Il Fanfulla della Domenica», Roma, 45, 11 dicembre
1894 [con il titolo Donna Jusepa in Le tentazioni, Milano, Cogliati,
1899; Sesto San Giovanni, Madella, 1915; 1916; Firenze, Quattrini,
1916; Sesto San Giovanni, Madella, 1917; Milano, Barion, 1921;
Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Le storielle della sera, «La Ricreazione», Roma, 10 gennaio, 1895.
L’ospite, «La Vita Italiana», Roma, 10 febbraio 1895 [in L’ospite, Rocca
San Casciano, Cappelli, 1898; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Giuochi infantili sardi, «La Ricreazione», Roma, 28 febbraio 1895 [in
Tradizioni popolari di Nuoro, Roma, Forzani, 1895].
I Marvu, «Rivista per le Signorine», Firenze, 15 maggio 1895 [con il titolo Una sera d’inverno in «L’Unione Sarda», Cagliari, aprile 1898; in Le
tentazioni, Milano, Cogliati, 1899; Sesto San Giovanni, Madella,
1915; 1916; Firenze, Quattrini, 1916; Sesto San Giovanni, Madella,
1917; Milano, Barion, 1921; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Don Evèno del Ruo, «Natura e Arte», Milano, 1 novembre 1895 [con il
titolo Don Evèno in L’ospite, Rocca San Casciano, Cappelli, 1898;
Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
I malati, «Roma Letteraria», Roma, 10 dicembre 1895 [La giustizia,
Torino, Speirani, 1899].
La passeggiata di Elena, «Roma Letteraria», Roma, 10 gennaio 1896 [Il
tesoro, Torino, Speirani, 1897].
San Giovanni bello, «Natura e Arte», Milano, parte I (1 marzo 1896),
fasc. V.
L’assassino degli alberi, «Il Corriere della Domenica», Roma, 8 marzo
1896 [«La Piccola Antologia», Roma, 22 luglio 1894; in Le tentazioni,
Milano, Cogliati, 1899; Sesto San Giovanni, Madella, 1915; 1916;
Firenze, Quattrini, 1916; Sesto San Giovanni, Madella, 1917; Milano,
Barion, 1921; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
La bardana, «Roma Letteraria», Roma, 25 luglio 1896 [Il tesoro, Torino,
Speirani, 1897].
A San Francesco, «Natura e Arte», Milano, 15 ottobre 1896 [«La Piccola
Rivista», Cagliari, II (25 febbraio 1900), 2-3; Il tesoro, Torino, Speirani, 1897].
Bibliografia
57
La taglia, «Il Corriere della Domenica», Roma, 20 dicembre 1896 [Il
tesoro, Torino, Speirani, 1897].
Pellegrinaggio, «Rivista per le Signorine», Firenze, 15 febbraio 1897 [La
via del male, Torino, Speirani, 1896].
Sardegna-Paesaggio [frammento], «Rivista Letteraria e Artistica», Cagliari, II (24 ottobre 1897), 1.
La montagna, «Natura e Arte», Milano, 1 dicembre 1897 [Il vecchio della
montagna, Torino, Roux e Viarengo, 1900; con il titolo Capanna sull’Orthobene parzialmente ripubblicato in Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972].
Un piccolo uomo, «Natura e Arte», Milano, 15 ottobre 1898 [in Le tentazioni, Milano, Cogliati, 1899; Sesto San Giovanni, Madella, 1915;
1916; Firenze, Quattrini, 1916; Sesto San Giovanni, Madella, 1917;
Milano, Barion, 1921; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
La giustizia, «Rivista per le Signorine», Firenze, 1 novembre 1898 [La
giustizia, Torino, Speirani, 1899].
L’inevitabile, «Rivista per le Signorine», Firenze, fasc. 15-16, 1898.
Le tentazioni, «La Nuova Antologia», Roma, 162, 16 dicembre 1898 [in
Le tentazioni, Milano, Cogliati, 1899; Sesto San Giovanni, Madella,
1915; 1916; Firenze, Quattrini, 1916; Sesto San Giovanni, Madella,
1917; Milano, Barion, 1921; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
L’ospite [L’ospite, Un giorno, Don Evèno, Due miracoli], Rocca San Casciano, Cappelli, 1898 [Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Da un romanzo in preparazione, «La Piccola Rivista», Cagliari, I (31 gennaio 1899), 4.
Domani, Palermo, Sandron, coll. «Per il mondo piccino», 1899 [in Il
flauto nel bosco, Milano, Treves, 1923; 1928; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Da la giustizia, «La Piccola Rivista», Cagliari, I (29 aprile 1899), 9 [La
giustizia, Torino, Speirani, 1899].
L’ostacolo, «La Piccola Rivista», Cagliari, I (11 dicembre 1899), 23-24
[con il titolo Il bambino smarrito in La regina delle tenebre, Milano,
Giacomo Agnelli, 1901; 1902; 1903; Novelle – II, Nuoro, Ilisso,
1996].
Il sogno del pastore, «Natura e Arte», Milano, parte I (15 dicembre 1899),
fasc. II (1899-1900) [in Il nonno, Roma, Nuova Antologia, 1908; Cattive compagnie, Milano, Treves, 1921; Novelle – II, Nuoro, Ilisso,
1996].
58
IL RITORNO DEL FIGLIO
Il dolore, «La Donna Sarda», Cagliari, II (20 dicembre 1899), 12 [Versi e
prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972].
Le tentazioni [I Marvu, Un piccolo uomo, L’assassino degli alberi, Zia
Jacobba, Donna Jusepa, Le tentazioni, Nel regno della pietra], Milano,
Cogliati, 1899 [Sesto San Giovanni, Madella, 1915; 1916; Firenze,
Quattrini, 1916; Sesto San Giovanni, Madella, 1917; Milano, Barion,
1921; Novelle – I, Nuoro, Ilisso, 1996].
Sogni invernali, «La Donna Sarda», Cagliari, III (15 Febbraio 1900), 1-2.
Cagliari, «Natura e Arte», Milano, parte I (15 maggio 1900) fasc. XII.
Colomba, «La Rassegna Nazionale», Roma, XII (16 luglio 1900), vol.
CXIV [in Amori Moderni, Roma, Voghera, 1907; Novelle – II, Nuoro,
Ilisso, 1996].
Sepolcri imbiancati, «Natura e Arte», Milano 1 settembre 1900.
Un’aberrazione, «La Nuova Antologia», Roma, XXXVI (1 agosto 1901),
178, fasc. 711 [con il titolo Per riflesso in I giuochi della vita, Milano,
Treves, 1905; 1917; 1920; Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e novelle
– IV, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
La montagnola, «La Riviera Ligure», Genova, II serie (1901), 32, 1901.
La regina delle tenebre [La regina delle tenebre, Il bambino smarrito, Le due
giustizie, La giumenta nera, Sarra], Milano, Giacomo Agnelli, 1901
[Milano, Giacomo Agnelli, 1902; 1903; Novelle – II, Nuoro, Ilisso,
1996].
Il battesimo d’Adamo, «La Lettura», Milano, II (1 aprile – 31 maggio
1902), 4-5.
San Michele Arcangelo, «La Riviera Ligure», Genova, II serie (1902), 35
[in Onoranze a Grazia Deledda, a c. di M. Ciusa Romagna, Nuoro,
1959].
Pasqua Sarda, «La Riviera Ligure», Genova, II serie (1902), 38, [con il
titolo Pasqua in I giuochi della vita, Milano, Treves, 1905; 1917; 1920;
Milano, Garzanti, 1940; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
Passeggiata, «La Riviera Ligure», Genova, II serie (1902), 44.
I giuochi della vita, «La Nuova Antologia», Roma, 185 (16 ottobre 1902)
[in I giuochi della vita, Milano, Treves, 1905; 1917; 1920; Milano,
Garzanti, 1940; Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959;
Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
Vengono, «Sardegna Letteraria e Artistica», Cagliari, 1902 [con il titolo
Colpi di scure in I giuochi della vita, Milano, Treves, 1905; con il titolo Mentre la foresta muore…in «Sardegna Giovane», Sassari, I (1909),
Bibliografia
59
1; con il titolo Colpi di scure in Milano, Treves, 1917; 1920; Milano,
Garzanti, 1940; Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959;
Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
Piccolo romanzo tratto da una leggenda, «La Riviera Ligure», Genova, 50,
1903.
Odio vince [bozzetto drammatico in un solo atto], «La Nuova Antologia», Roma, 194 (1 marzo 1904) [Roma, Ripamonti e Colombo,
1904; in appendice al romanzo Il vecchio della montagna, Milano, Treves, 1912].
Gli scherzi di zia Morte, «La Riviera Ligure», Genova, II serie (1904), 56
[con il titolo La morte scherza in I giuochi della vita, Milano, Treves,
1905; 1917; 1920; Milano, Garzanti, 1940; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
Amori moderni, «II Secolo XX», Milano, luglio 1904 [con una incisione
di Ballerini in Amori moderni, Roma, Voghera, 1907; Novelle – II,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Il fermaglio, «La Nuova Antologia», Roma, 197 (1 settembre 1904) [in I
giuochi della vita, Milano, Treves, 1905; 1917; 1920; Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e novelle – IV, Milano, Mondadori, 1959; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
La vera salute, «La Riviera Ligure», Genova, II serie (1905), 66.
Vita primitiva, «La Riviera Ligure», Genova, II serie (1905), 76.
I giuochi della vita [Per riflesso; Freddo; Per la sua creatura; Pasqua; La
morte scherza; I giuochi della vita; Padre Topes; Il vecchio servo; Il fermaglio; Lo studente e lo scoparo; Colpi di scure; Mentre soffia il levante],
Milano, Treves, 1905 [Milano, Treves, 1917; 1920; Milano, Garzanti,
1940; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il Natale di un malato, «Varietas», Milano, III (1 febbraio 1906), 22 [«La
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[La via del male, Torino, Speirani, 1896].
Il nonno, «La Riviera Ligure», Genova, II serie (1906), 85 [in Il nonno,
Roma, Nuova Antologia, 1908; Roma, Colombo, 1909; Novelle – II,
Nuoro, Ilisso, 1996].
La consegna della bacchetta, «La Riviera Ligure», Genova, II serie (1906), 89.
Rivalità, «La Riviera Ligure», Genova, III serie (1907), 7.
Il ciclamino, «II Ventesimo», Genova, 1 marzo 1907 [in Il nonno, Roma,
Nuova Antologia, 1908; Roma, Colombo, 1909; «L’Unione Sarda»,
60
IL RITORNO DEL FIGLIO
Cagliari, 21 giugno 1959; «Il Convegno», Cagliari, XVI (luglio-agosto
1963), 7-8; «Il Convegno», Cagliari, aprile-maggio 1971; Novelle – II,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Ozio, «La Lettura», Milano, VII (aprile 1907), 4 [in Il nonno, Roma,
Nuova Antologia, 1908; in Cattive compagnie, Milano, Treves, 1921;
Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
Amori moderni [Amori moderni, Colomba], Roma, Voghera, 1907
[Cagliari, GIA, 1989; Sassari, Delfino, 1998].
Ziu Sorighe, «La Riviera Ligure», Genova, III serie (1908), 17 [Sino al
confine, Milano, Treves, 1910].
Il nonno [Nonno, Solitudine!, Novella sentimentale, Poveri e ricchi, L’apparizione, Ozio, Ballora, Il sogno del pastore, La lepre, Cattive compagnie,
Il ciclamino, La medicina], Roma, Nuova Antologia, 1908 [Novelle –
II, Nuoro, Ilisso, 1996].
Novella sentimentale, in Il nonno, Roma, Nuova Antologia, 1908 [Venezia, Scarabello, 1912; con il titolo Novella romantica in Cattive compagnie, Milano, Treves, 1921; Novelle – II, Nuoro, Ilisso, 1996].
Paura, «La Riviera Ligure», Genova, III serie (1909), 30.
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La porta aperta, «Il Corriere della Sera», Milano, 11 novembre 1909 [in
Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; «Rivista Sarda», Roma, II (19191920), 1; Milano, Treves, 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori,
1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996;
Nuoro, Ilisso, 2004].
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dicembre 1909), 52.
Le tredici uova, «Il Corriere della Sera», Milano, 11 gennaio 1910 [in
Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Le tredici uova, in Novelle
d’autrice tra Otto e Novecento, Roma, Bulzoni, 1998; Novelle – III,
Nuoro, Ilisso, 1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
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dono di Natale, Milano, Treves, 1930; Milano, Mondadori, 1956;
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Padrona e servi, «Il Corriere della Sera», Milano, 7 marzo 1910 [in Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996;
Nuoro, Ilisso, 2004].
Bibliografia
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1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996;
Nuoro, Ilisso, 2004].
Chiaroscuro, «Il Corriere della Sera», Milano, 21 agosto 1910 [in Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996;
Nuoro, Ilisso, 2004].
I sette fratelli, «Il Giornalino della Domenica», Firenze, V (novembre
1910), 47 [con il titolo La fanciulla di Ottàna in Il dono di Natale,
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Il cinghialetto, «Il Corriere della Sera», Milano, 8 dicembre 1910 [in
Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso,
1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
Le bestie parlano, «Il Fanfulla della Domenica», Roma, XXXII (25 dicembre 1910), 52 [in Il cedro del Libano, Milano, Garzanti, 1939; Novelle
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Il Natale del consigliere, «Il Secolo XX», Milano, X (gennaio 1911), 1 [in
Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso,
1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
La porta chiusa, «Il Corriere della Sera», Milano, 5 febbraio 1911 [in
Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso,
1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
Un grido nella notte, «Il Corriere della Sera», Milano, 19 marzo 1911 [in
Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Un grido nella notte, Chieti, Solfanelli, 1992; Vimercate (Milano), La Spiga, 1994; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III,
Nuoro, Ilisso, 1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
I tre vecchi, «Il Giornalino della Domenica», Firenze, VI (21 maggio
1911), 21.
La scomunica, «Il Corriere della Sera», Milano, 16 luglio 1911 [in Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996;
Nuoro, Ilisso, 2004].
62
IL RITORNO DEL FIGLIO
La volpe, «La Lettura», Milano, XI (agosto 1911), 8 [in Chiaroscuro,
Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968;
La volpe, in L’Amore al femminile, Milano, Mondadori, 1987; Nuoro,
Il Maestrale, 1994; La volpe e altre novelle, Milano, Opportunity Book,
1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
Un po’ a tutti, «Il Corriere della Sera», Milano, 7 settembre 1911 [in
Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso,
1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
L’uomo nuovo, «Il Corriere della Sera», Milano, 21 settembre 1911 [in
Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso,
1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
L’ultima, «Il Corriere della Sera», Milano, 26 ottobre 1911 [in Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori,
1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996;
Nuoro, Ilisso, 2004].
La festa del Cristo, «Il Corriere della Sera», Milano, 11 novembre 1911
[illustrata da Giuseppe Biasi in «La Lettura», Milano, XII (7 luglio
1912), 7; in Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; «Ichnusa», Sassari, fascc. I-II,1951; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Milano,
Edizioni Scolastiche Mondadori, 1972; Nuoro, Il Maestrale, 1994;
Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996; in Racconti italiani del Novecento,
Milano, Mondadori, 2001; Nuoro, Ilisso, 2004].
Lasciare o prendere?, «Il Corriere della Sera», Milano, 25-26 dicembre
1911 [in Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III,
Nuoro, Ilisso, 1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
L’edera [dramma in tre atti con dedica «A Evelina Paoli e a Bella StaraceSainati mirabili di verità e di dolorosa passione sotto le spoglie di
‘Annesa’»], Milano, Treves, 1912.
Le scarpe, «Il Corriere della Sera», Milano, 28 gennaio 1912 [in Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori,
1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996;
Nuoro, Ilisso, 2004].
La cerbiatta, «Il Corriere della Sera», Milano, 18 febbraio 1912 [in Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996;
Nuoro, Ilisso, 2004].
Bibliografia
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I tre fratelli, «Il Corriere della Sera», Milano, 16 marzo 1912 [in Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori,
1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996;
Nuoro, Ilisso, 2004].
La vigna nuova, «Il Corriere della Sera», Milano, 16 giugno 1912 [in
Chiaroscuro, Milano, Treves, 1912; 1921; Opere scelte, Milano, Mondadori, 1968; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso,
1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
Il voto [diversa dalla novella omonima pubblicata nella raccolta Il dono di
Natale, Milano, Treves, 1930], «Il Corriere della Sera», Milano, 1 settembre 1912 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920;
1928; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
L’amico [diversa dalla novella omonima pubblicata nella raccolta La casa
del poeta, Milano, Treves, 1930], «Il Corriere della Sera», Milano, 24
settembre 1912.
Ritorno, «Il Corriere della Sera», Milano, 16 ottobre 1912 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale,
1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il cuscino ricamato, «Il Corriere della Sera», Milano, 10 novembre 1912
[in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il primo viaggio, «Il Corriere della Sera», Milano, 15 dicembre 1912 [in
Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Emigranti, «L’Eroica», La Spezia, II (31 dicembre 1912), vol. II, fasc. 7,
1912.
Chiaroscuro [Chiaroscuro, Le tredici uova, Un grido nella notte, Il cinghialetto, La porta aperta, La porta chiusa, Il Natale del consigliere, Padrona
e servi, Le scarpe, Al servizio del re, La scomunica, L’uomo nuovo, Lasciare o prendere?, La volpe, La cerbiatta, La festa del Cristo, Un po’ a tutti,
Libeccio, La moglie, I tre fratelli, L’ultima, La vigna nuova], Milano,
Treves, 1912 [Milano, Treves, 1921; Nuoro, Il Maestrale, 1994; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996; Nuoro, Ilisso, 2004].
La croce d’oro, «La Lettura», XII (gennaio 1913), 1 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale, 1995;
Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Dramma, «Il Corriere della Sera», Milano, 1 febbraio 1913 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
64
IL RITORNO DEL FIGLIO
Fiaba, «Il Corriere della Sera», Milano, 5 marzo 1913 [in Il fanciullo
nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale,
1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Scampoli di vita, «Il Fanfulla della Domenica», Roma, XXXV (9 marzo
1913), 10.
La martora, «Il Corriere della Sera», Milano, 13 aprile 1913 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il tesoro [diversa dalla novella omonima pubblicata nella raccolta Il flauto nel bosco, Milano, Treves, 1923], «Il Corriere della Sera», Milano, 13
giugno 1913 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920;
1928; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
La veste del vedovo, «La Nuova Antologia», Roma, 249, 16 giugno 1913
[Roma, La Nuova Antologia, 1915; in Il fanciullo nascosto, Milano,
Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – III,
Nuoro, Ilisso, 1996].
La morte e la vita, «Il Corriere della Sera», Milano, 24 luglio 1913 [dal
romanzo Il vecchio della montagna, Torino, Roux e Viarengo, 1900].
La parte del bottino, «Il Corriere della Sera», Milano, 14 settembre 1913
[in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
La potenza malefica, «Il Corriere della Sera», Milano, 8 ottobre 1913 [in
Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
La porta stretta, «Il Corriere della Sera», Milano, 11 novembre 1913 [in
Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il padrone, «Il Corriere della Sera», Milano, 21 dicembre 1913 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Sotto l’ala di Dio, «La Grande Illustrazione», Pescara, I (gennaio 1914)
[in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Quello che è stato è stato, «Il Corriere della Sera», Milano, 9 marzo 1914
[in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
L’usuraio, «Il Corriere della Sera», Milano, 3 maggio 1914 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale,
1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Bibliografia
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Milano, XVII (luglio 1914), 7 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves,
1915; 1920; 1928; Romanzi e novelle – I, Milano, Mondadori, 1980;
Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
L’augurio dei mietitore, «La Grande Illustrazione», Pescara, I (agosto
1914), 2 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928;
Palermo, Edizioni Bodoniane, 1943; Nuoro, Il Maestrale, 1995;
Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Lo spirito del male, «La Grande Illustrazione», Pescara, I (dicembre
1914), 2 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928;
Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Selvaggina, «La Nuova Antologia», Roma, 259, 16 febbraio 1915 [in Il
fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Un uomo e una donna, «La Nuova Antologia», Roma, 285, 1 maggio – 1
giugno 1915 [in Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915; 1920;
1928; Romanzi e novelle – I, Milano, Mondadori, 1980; Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il fanciullo nascosto [Il fanciullo nascosto, Il tesoro, Sotto l’ala di Dio, La
parte del bottino, La porta stretta, La martora, Il padrone, Ritorno, Il
primo viaggio, La veste del vedovo, Il voto, L’usuraio, La croce d’oro,
Dramma, Quello che è stato, La potenza malefica, L’augurio del mietitore, La casa maledetta, Il cuscino ricamato, Lo spirito del male, Selvaggina, La fattura, Fiaba, Un uomo e una donna, Le prime pietre], Milano,
Treves, 1915 [Milano, Treves, 1920; 1928; Nuoro, Il Maestrale, 1995;
Novelle – III, Nuoro, Ilisso, 1996].
La mia casa ed io, «La Riviera Ligure», Genova, IV serie (1916), 51.
La donna e Dio, «La Riviera Ligure», Genova, IV serie (1916), 55.
La villa dei ciechi, « La Riviera Ligure», Genova, IV serie (1916), 58.
Al telefono, « La Riviera Ligure», Genova, V serie (1917), 5.
Il bacio del gobbino, «La Tribuna», Roma, 1 dicembre 1917 [«Vita Femminile», Roma, IX (1 dicembre 1927), fasc. XII; in La casa del poeta,
Milano, Treves, 1930; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori,
1969; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
La bambina rubata, «Nuova Antologia», Roma, 285, fascc. 1135-1137,
1 e 16 maggio, 1 giugno 1919 [Roma, La Nuova Antologia, 1919; in
Il ritorno del figlio, La bambina rubata, Milano, Treves, 1919; 1921;
Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle – IV,
Nuoro, Ilisso, 1996].
66
IL RITORNO DEL FIGLIO
Il ritorno del figlio, La bambina rubata, Milano, Treves, 1919 [Milano,
Treves, 1921; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969;
Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il cane impiccato, «Il Tempo», Roma, 17 gennaio 1921 [in Il flauto nel
bosco, Milano, Treves, 1923; 1928; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Vertice, «Novella», Milano, III (11 luglio 1921) 13 [in Il flauto nel bosco,
Milano, Treves, 1923; 1928; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Dio e il diavolo, «Novella», Milano, III (ottobre 1921) [in Il flauto nel
bosco, Milano, Treves, 1923; 1928; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Un dramma, «Novella», Milano, III (dicembre 1921) [in Il flauto nel
bosco, Milano, Treves, 1923; 1928; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
La grazia [dramma pastorale in tre atti], Milano, Ricordi, 1921.
Il cane, «Le Cronache d’Italia», Roma, I (1922), 5-6 [in Il flauto nel bosco,
Milano, Treves, 1923; 1928; «Il Convegno», Cagliari, XVI (1 luglio –
31 agosto 1963), 7-8; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il cipresso, «Novella», Milano, V (1 gennaio 1923) 1 [in Il flauto nel bosco,
Milano, Treves, 1923; 1928; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Lo stracciaiolo del bosco, «La Lettura», Milano, XIII (gennaio 1923), 1
[«La Lettura», Milano, XXII (gennaio 1932), 1; in Sole d’estate, Milano, Treves, 1933; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969;
Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il flauto nel bosco [Poveri, Brindisi, Il flauto nel bosco, Un dramma, I beni
della terra, Il toro, La madonnina degli involti, Vertice, Dio e il diavolo,
L’agnello pasquale, L’anello che rende invisibili, Tregua, Domani, Giustizia divina, Il cane impiccato, Il tesoro, I due, La lettera, Amicizia, Onesto, Il nostro giardino, Dichiarazioni, Discesa dalle nuvole, Cura, Carbone fossile, Il cipresso, Il cane], Milano, Treves, 1923 [Milano, Treves,
1928; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il tesoro degli zingari, «Il Corriere della Sera», Milano, 30 aprile 1924 [in
Il sigillo d’amore, Milano, Treves, 1926; 1929; Romanzi e novelle – III,
Milano, Mondadori, 1959; Il tesoro degli Zingari e altre novelle, Milano, Edizioni Scolastiche Mondadori, 1973; Ferro e fuoco, Nuoro, Il
Maestrale, 1995; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
A sinistra, in «La Donna Italiana», Roma, I (1924) [in appendice al
romanzo La danza della collana, Milano, Treves, 1924].
Piccolina, «Novella», Milano, VI (maggio 1924) [in Il sigillo d’amore,
Milano, Treves, 1926; 1929; Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Bibliografia
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Mondadori, 1959; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Ecce Homo, «Il Giornale d’Italia», Roma, 14 dicembre 1924 [in Il sigillo
d’amore, Milano, Treves, 1926; 1929; Romanzi e novelle – III, Milano,
Mondadori, 1959; Ferro e fuoco, Nuoro, Il Maestrale, 1995; Novelle –
IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
La sedia, «Novella», Milano, VI (1924), 12, [in Il sigillo d’amore, Milano,
Treves, 1926; 1929; Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori,
1959; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il padrone del cavallo, «Le Grandi Firme», Torino, II (1 febbraio 1925).
La rivale, «Le Grandi Firme», Torino, II (1925) [in Il sigillo d’amore,
Milano, Treves, 1926; 1929; Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Lo spirito dentro la capanna, «Novella», Milano, VII (1925), 12, [in Il
sigillo d’amore, Milano, Treves, 1926; 1929; Romanzi e novelle – III,
Milano, Mondadori, 1959; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il segreto dello zio Dionisio, «Il Secolo XX», Milano, 1 gennaio 1926.
Ritratto di contadina, «Il Corriere della Sera», Milano, 26 gennaio 1926
[Annalena Bilsini, Milano, Treves, 1927].
Il leone, «Il Secolo XX», Milano, 28 marzo 1926 [in Il sigillo d’amore,
Milano, Treves, 1926; Milano, Treves, 1929; Romanzi e novelle – III,
Milano, Mondadori, 1959; Novelle – IV, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il sigillo, «Il Secolo XX», Milano, 11 aprile 1926.
I morti, «Il Secolo XX», Milano, 6 maggio 1926.
Il fidanzato scomparso, «La Nuova Antologia», Roma, LXI (16 luglio
1926), 326, fasc. 1303 [Roma, La Nuova Antologia, 1926; in La casa
del poeta, Milano, Treves, 1930; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
La sciabica, «Il Secolo XX», Milano, 15 agosto 1926 [in Il dono di Natale, Milano, Treves, 1930; Milano, Mondadori, 1956; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
L’arco della finestra, «Il Secolo XX», Milano, 14 novembre 1926 [in La
vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932;
Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
L’aquila, «Il Secolo XX», Milano, 7 dicembre 1926 [in La casa del poeta,
Milano, Treves, 1930; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori,
1969; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
68
IL RITORNO DEL FIGLIO
Il sigillo d’amore [Il portafoglio, A cavallo, Deposizione, La rivale, La sedia,
La terrazza fiorita di rose, La palma, La tartaruga, Uccelli di nido, Cura
dell’amore, Un pezzo di carne, Ecce homo, Il nome del fiume, Biglietto per
conferenza, Piccolina, Il nemico, Il tesoro degli zingari, Viali di Roma, Il
vivo, Il pastore di anatre, Il figlio del toro, Lo spirito dentro la capanna,
La prima confessione, Il leone, Acquaforte, Strade sbagliate, Mattino di
giugno, Il sigillo d’amore], Milano, Treves, 1926 [Milano, Treves, 1929;
Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – IV,
Nuoro, Ilisso, 1996].
I figli del signor Forni, Palermo, coll. «Per il mondo piccino», Palermo,
1927.
Le trecce di seta, Palermo, coll. «Per il mondo piccino», Palermo, 1927.
Il ritorno di Luca, «Il Secolo XX», Milano, XXVI (1927), 7.
Cose del mondo, «Le Seduzioni», Torino, 1927 [con il titolo La sorgente in
La casa del poeta, Milano, Treves, 1930; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il voto [diversa dalla novella omonima pubblicata nella raccolta Il fanciullo nascosto, Milano, Treves, 1915], «Il Giornalino della Domenica»,
Firenze, XV (29 maggio 1927), 21 [in Il dono di Natale, Milano, Treves, 1930; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il cieco di Gerico, «La Nuova Antologia», Roma, 333, fasc. 1332, 16 settembre 1927 [Roma, La Nuova Antologia, 1927; in La casa del poeta,
Milano, Treves, 1930; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori,
1969; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
Viaggio di nozze, «La Lettura», Milano, 2, 1 febbraio 1928 [è diversa
dalla novella omonima pubblicata in «Sardegna Artistica» il 23 luglio
del 1893].
Tramonto, «Il Corriere della Sera», Milano, 12 settembre 1928 [dal
romanzo Stella d’Oriente, Cagliari, Tipografia dell’Avvenire di Sardegna, 1891].
Il gallo di montagna, «Il Corriere della Sera», Milano, 19 agosto 1929 [in
La vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932;
Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Tramonti, «Il Corriere della Sera», Milano, 12 ottobre 1929 [in La casa
del poeta, Milano, Treves, 1930; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il sesto senso, «Il Corriere della Sera», Milano, 6 novembre 1929 [in La
vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932;
Bibliografia
69
Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Denaro, «Il Corriere della Sera», Milano, 26 novembre 1929 [in La casa
del poeta, Milano, Treves, 1930; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
La principessa, «Il Corriere della Sera», Milano, 2 marzo 1930 [con il
titolo Il rifugio, «L’Illustrazione Italiana», Milano, dicembre 1930; in
La vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932;
Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
La Roma nostra, «Il Corriere della Sera», Milano, 21 giugno 1930 [in La
casa del poeta, Milano, Treves, 1930; Romanzi e novelle – V, Milano,
Mondadori, 1969; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
I primi passi, «Il Corriere della Sera», Milano, 29 giugno 1930 [in La
vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932; con
il titolo Il primo passo, Firenze, Nemi, 1937; Romanzi e novelle – III,
Milano, Mondadori, 1959; con il titolo Il primo passo parzialmente in
Versi e prose giovanili, Milano, Virgilio, 1972; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
Filosofo in bagno, «Il Corriere della Sera», Milano, 30 novembre 1930 [in
La vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932;
Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Voli, «Il Corriere della Sera», Milano, 25 dicembre 1930 [in La vigna sul
mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932; Romanzi e
novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V, Nuoro, Ilisso,
1996].
La casa del poeta [Il fidanzato scomparso, Il bacio del gobbino, La leggenda
di Aprile, La promessa, Il sicario, Battesimi, La casa del poeta, Famiglie
povere, Vetrina di gioielliere, Feriti, Storia di un cavallo, Cose che si raccontano, Borse, L’aquila, Il lupo nel baule, Pace, Il terzo, Denaro, Tramonti, L’amico, La sorgente, Il cieco di Gerico, Compagnia, La morte
della tortora, Semi, La Roma nostra, La nostra orfanella, La fortuna, La
ghirlanda dell’anno], Milano, Treves, 1930 [Romanzi e novelle – V,
Milano, Mondadori, 1969; Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996; Novelle –
V, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il dono di Natale [Il dono di Natale, Comincia a nevicare, Forse era
meglio…, L’anellino d’argento, La casa della luna, Il pane, Il cestino dello
zibibbo, Il voto, Mirella, Il pastorello, La storia della Checca, Il mio
70
IL RITORNO DEL FIGLIO
padrino, I ladri, Chi la fa l’aspetti, La fanciulla di Ottàna, Il vecchio
Moisè, La sciabica], Milano, Treves, 1930 [Milano, Mondadori, 1956;
Novelle – V, Nuoro, Ilisso, 1996].
I diavoli nel quartiere, «Il Corriere della Sera», Milano, 116, 15 maggio
1931 [in Sole d’estate, Milano, Treves, 1933; Milano, Garzanti, 1940;
Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle – VI,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Nidi, «Il Corriere della Sera», Milano, 9 giugno 1931.
Il piccione, «Il Corriere della Sera», Milano, 6 luglio 1931 [in La vigna sul
mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932; Romanzi e
novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V, Nuoro, Ilisso,
1996].
Retroscena del mestiere, «La Nuova Antologia», Roma, 16 ottobre 1931
[con il titolo Elzeviro d’urgenza in Sole d’estate, Milano, Treves, 1933;
Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori,
1969; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996].
Inverno precoce, «Il Corriere della Sera», Milano, 17 ottobre 1931 [in La
vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932;
Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Tesori nascosti, «Pegaso», Firenze, III (novembre 1931), 10 [in La vigna
sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932; Romanzi
e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V, Nuoro, Ilisso,
1996].
Racconti a Grace, «Il Corriere della Sera», Milano, 11 novembre 1931 [in
La vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932;
Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
L’avventore, «Il Corriere della Sera», Milano, 25 dicembre 1931 [in La
vigna sul mare, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932;
Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Son Giaffà o non Giaffà?, «Giaffà», Palermo, Sandron, 1931.
Ultime avventure di Giaffà?, «Giaffà», Palermo, Sandron, 1931.
Il tappeto, «Il Corriere della Sera», Milano, 24 febbraio 1932 [in Sole d’estate, Milano, Treves, 1933; Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996].
La Madonna del topo, «Il Corriere della Sera», Milano, 16 marzo 1932
Bibliografia
71
[in Sole d’estate, Milano, Treves, 1933; Milano, Garzanti, 1940;
Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle – VI,
Nuoro, Ilisso, 1996].
La vigna sul mare [Il rifugio, Tesori nascosti, La vigna sul mare, La donna
nella torre, Festa nel convento, Il vestito di seta cangiante, Il piccione,
Natura in fiore, Giochi, Voli, Il gallo di montagna, Mezza giornata di
lavoro, L’arco della finestra, Filosofo in bagno, Il sogno di San Leo, L’avventore, La casa del rinoceronte, La zizzania, Racconti a Grace, I primi
passi, Partite, Il segreto di Mossiù Però, Il sesto senso, Contratto, Inverno
precoce, Ritorno in città], Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli,
1932 [Romanzi e novelle – III, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – V,
Nuoro, Ilisso, 1996].
Sole d’estate [Bonaccia, Cinquanta centesimi, Lo spirito della madre, Luna
settembre, Una creatura piange, Il vestito nuovo, Il moscone, Caccia
all’uomo, Occhi celesti, Scherzi di primavera, La Madonna del topo, L’ospite, Leone o faina, I diavoli nel quartiere, Nozze d’oro, La tomba della
lepre, Storia d’una coperta, L’anello di platino, Elzeviro d’urgenza, Lo
stracciaiolo nel bosco, Il tappeto, La chiesa nuova, La grazia, Numeri,
Théros] Milano, Treves, 1933 [Milano, Garzanti, 1940; Romanzi e
novelle – V, Milano, Mondadori, 1969; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso,
1996].
L’uomo nel nuraghe, «Il Corriere della Sera», Milano, 214, 9 settembre
1934.
Pane quotidiano, «Il Corriere della Sera», Milano, 12 agosto 1935.
Agosto felice, «Il Corriere della Sera», Milano, 30 agosto 1935.
Il primo volo, «Il Corriere della Sera», Milano, 19 settembre 1935 [Cosima, Milano, Treves, 1936].
Festa in montagna, «Corriere della Sera», 11 novembre 1935 [in Cosima,
Milano, Treves, 1936].
Pane casalingo, «Il Corriere della Sera», Milano, 19 gennaio 1936.
L’esempio, «La Lettura», Milano, 3, marzo 1936 [in Il cedro del Libano,
Milano, Garzanti, 1939; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996].
L’angelo, «Il Corriere della Sera», Milano, 11 aprile 1936 [in Il cedro del
Libano, Milano, Garzanti, 1939; Romanzi e novelle – V, Milano, Mondadori, 1959; Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996].
Il segno, «Scena Illustrata», Firenze, 51 (1-15 luglio 1936), 7.
Il gatto nero, «Il Corriere della Sera», Milano, 17 ottobre 1936.
L’infuso magico, «La Nuova Antologia», Roma, 1 maggio 1938.
72
IL RITORNO DEL FIGLIO
Cedro del Libano [Il giuoco dei poveri, Cuori semplici, Vecchi e giovani, La
gracchia, Ferro e fuoco, Trasloco, Caccia all’anatra, Il camino, L’uccello
d’oro, L’esempio, Il posto, Vento di marzo, La mia amica, La statuetta di
sughero, La melagrana, Agosto felice, Nel mulino, La fuga di Giuseppe, La
lettera, Ornello, Sotto il pino, Il gallo, Il signore della pensione, Il cedro
del Libano, Ballo in costume, Forze occulte, Le bestie parlano, L’angelo, I
guardiani, Via cupa, Medicina popolare], Milano, Garzanti, 1939
[Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996].
Agosto felice [diversa rispetto alla novella omonima pubblicata, in «Il Corriere della Sera», Milano, 30 agosto 1935], in Cedro del Libano, Milano, Garzanti, 1939 [Novelle – VI, Nuoro, Ilisso, 1996].
Vecchia leggenda musicale, in Onoranze a Grazia Deledda, a c. di M. Ciusa
Romagna, Nuoro, 1959.
Sardegna mia, «Il Convegno», Cagliari, I (1 luglio – 31 agosto 1946), 78; 1959; 1963.
Di me stessa [autobiografia], «Il Convegno», Cagliari, XVI (1 luglio – 31
agosto 1963), 7-8.
Il cane e il pettirosso, «Il Convegno», Cagliari, XVI (1 luglio – 31 agosto
1963), 7-8.
Il morto e la vedova, «Il Convegno», Cagliari, XVI (1 luglio – 31 agosto
1963), 7-8.
L’usignolo, «Il Convegno», Cagliari, XVI (1 luglio – 31 agosto 1963), 78.
Noemi, «Il Convegno», Cagliari, XVI (1 luglio – 31 agosto 1963), 7-8
[dal romanzo Canne al vento, Milano, Treves, 1913].
Solitudine, «Il Convegno», Cagliari, XVI (1 luglio – 31 agosto 1963), 78 [dal romanzo Colombi e sparvieri, «Nuova Antologia», Roma, 241241 (1 gennaio-1 marzo 1912)].
Vittoria, «Il Convegno», Cagliari, XVI (1 luglio – 31 agosto 1963), 7-8
[dal romanzo Le colpe altrui, Milano, Treves, 1914].
Bibliografia
73
BIBLIOGRAFIA CRITICA
Qui forniamo una bibliografia essenziale relativa alla critica sull’opera di
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LEONE G., Nuove note di critica letteraria. Della Casa Leopardi Nievo
Capuana Deledda Bacchelli Pomilio e altro, Salerno, Avagliano, 2000.
PODDIGHE G. M., Metamorfosi del testo in due romanzi di Grazia Deledda, in AA. VV., La lotta con Proteo: metamorfosi del testo e testualità della
critica, Firenze, Cadmo, 2000.
Tra i contributi di testi relativi alle celebrazioni deleddiane si ricordano:
numero unico di «Il Convegno», Cagliari, I, 7-8, luglio-agosto 1946;
Onoranze a Grazia Deledda (a c. di Mario Ciusa Romagna), Nuoro,
1959; numero unico di «Ichnusa», Sassari, Gallizzi, n. 1-11, 1951; Atti
del Convegno nazionale di studi deleddiani, Cagliari, Fossataro, 1974; Atti
del Convegno promosso dall’Istituto della Enciclopedia Italiana, Grazia
Deledda. Biografia e romanzo (Roma 19-20 giugno 1987), Ist. della Enc.
Italiana, Roma 1988; Catalogo della mostra, Grazia Deledda-Biografia e
romanzo, allestita nelle sale della Biblioteca Nazionale di Roma 18 giugno-19 luglio 1987, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1987;
Grazia Deledda nella cultura sarda contemporanea. Atti del seminario di
Studi su «Grazia Deledda e la cultura sarda fra '800 e'900», Nuoro 25-2627 settembre 1986 (a c. di U. Collu), voll. I-II, Cagliari, STEF, 1992;
AA. VV., Grazia Deledda: ritorno a Galte, a c. di G. Zirottu, Galtellì
(Nuoro), Amministrazione Comunale di Galtellì, 1994.
INDICE
Introduzione
pag.
IX
Il manoscritto
LXV
Dal manoscritto alla stampa
CIII
Nota al testo
CXXVII
Il ritorno del figlio
pag. 3
Bibliografia
51
Volumi pubblicati
SCRITTORI SARDI
1)
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16)
17)
Domenico Simon, Le piante, a cura di Giuseppe Marci
Francesco Ignazio Mannu, Su patriota sardu a sos feudatarios, a cura
di Luciano Carta
Antonio Cano, Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu,
Prothu et Januariu, a cura di Dino Manca
Giuseppe Cossu, La coltivazione de’ gelsi e propagazione de’ filugelli in
Sardegna, a cura di Giuseppe Marci
Proto Arca Sardo, De bello et interitu marchionis Oristanei, a cura di
Maria Teresa Laneri
Salvatore Satta, L’autografo de Il giorno del giudizio, edizione critica
a cura di Giuseppe Marci
Giuseppe Manno, Note sarde e ricordi, a cura di Aldo Accardo e
Giuseppe Ricuperati, edizione del testo di Eleonora Frongia
Antonio Mura, Poesia ininterrompia e Campusantu marinu, a cura di
Duilio Caocci
Giovanni Saragat, Guido Rey, Alpinismo a quattro mani, a cura di
Giuseppe Marci
Giuseppe Todde, Scritti economici sulla Sardegna, edizione delle
opere a cura di Pietro Maurandi, testo a cura di Tiziana Deonette
Giovanni Delogu Ibba, Index libri vitae, a cura di Giuseppe Marci
Predu Mura, Sas poesias d’una bida, nuova edizione critica a cura di
Nicola Tanda con la collaborazione di Raffaella Lai
Francisco de Vico, Historia general de la Isla y Reyno de Sardeña (7
voll.), a cura di Francesco Manconi, edizione di Marta Galiñanes
Gallén
Vincenzo Sulis, Autobiografia, edizione critica a cura di Giuseppe
Marci, introduzione e note storiche di Leopoldo Ortu
Antonio Purqueddu, De su tesoru de sa Sardigna, a cura di Giuseppe Marci
Sardus Fontana, Battesimo di fuoco, prefazione di Aldo Accardo,
introduzione di Giuseppina Fois, edizione del testo a cura di Eleonora Frongia
Andrea Manca Dell’Arca, Agricoltura di Sardegna, a cura di Giuseppe Marci
18) Pietro Antonio Leo, Di alcuni antichi pregiudizii sulla così detta
sarda intemperie e sulla malattia conosciuta con questo nome lezione
fisico-medica, a cura di Giuseppe Marci, presentazione di Alessandro
Riva e Giuseppe Dodero, profilo biografico di Pietro Leo Porcu
19) Sebastiano Satta, Leggendo ed annotando, edizione critica a cura di
Simona Pilia
20) Il carteggio Farina - De Gubernatis (1870-1913), edizione critica a
cura di Dino Manca
21) Giovanni Arca, Barbaricinorum libelli, a cura di Maria Teresa Laneri, saggio introduttivo di Raimondo Turtas
22) Antonio Baccaredda, Vincenzo Sulis. Bozzetto storico, a cura di Simona Pilia, introduzione di Giuseppe Marci
23) Giovanni Saragat, Guido Rey, Famiglia alpinistica. Tipi e paesaggi,
a cura di Giuseppe Marci, introduzione di Giuseppe Garimoldi
24) Efisio Marcialis, Vocabolari, a cura di Eleonora Frongia
TESTI E DOCUMENTI
1)
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4)
5)
6)
7)
8)
Il libro sardo della confraternita dei disciplinati di Santa Croce di
Nuoro (XVI sec.), a cura di Giovanni Lupinu
Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, a cura di Maurizio Virdis
Il Condaghe di San Michele di Salvennor, a cura di Paolo Maninchedda e Antonello Murtas
Il Registro di San Pietro di Sorres, introduzione storica di Raimondo
Turtas, edizione critica a cura di Sara Silvia Piras e Gisa Dessì
Innocenzo III e la Sardegna, a cura di Mauro G. Sanna
Il Vangelo di San Matteo voltato in logudorese e cagliaritano, a cura di
Brigitta Petrovszki Lajszki e Giovanni Lupinu
Il Condaghe di San Gavino, a cura di Giuseppe Meloni
I Malaspina e la Sardegna, a cura di Alessandro Soddu
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