SPC Scienze del pensiero e del comportamento Rivista di psicologia, pedagogia ed epistemologia delle scienze umane Filosofia e DSA. La filosofia come ambiente e strumento per la valorizzazione di bambine/i e ragazze/i con disturbi specifici dell‟apprendimento, a scuola e nella vita.* Stefano Bacchetta (Professore a contratto Università “LUMSA”) *L‟articolo rappresenta il primo capitolo della tesi presentata al Master in Didattica e psicopedagogia per i Disturbi Specifici dell‟Apprendimento (LUMSA, Dipartimento di Scienze Umane Facoltà di Scienze della Formazione). L‟intera tesi si può leggere nella sezione Pubblicazioni del sito del Filo di Sofia: www.avios.it/filodisofia/home.php. «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Filosofia e DSA. La filosofia come ambiente e strumento per la valorizzazione di bambine/i e ragazze/i con disturbi specifici dell‟apprendimento, a scuola e nella vita. di Stefano Bacchetta PREMESSA Pag. 3 » 7 » 14 1 FONDAMENTI EPISTEMOLOGICI E FILOSOFICI » 14 2 METACOGNIZIONE E PENSIERO FILOSOFICO » 30 3 INSEGNAMENTO, STUDIO, PRATICA DELLA FILOSOFIA NEL » 33 INTRODUZIONE I. I. SU COSA SI FONDA LA PROPOSTA DELLA FILOSOFIA PROCESSO DI APPRENDIMENTO GENERALE PER GLI ALUNNI CON DSA I capitoli successivi si possono leggere nella tesi pubblicata integralmente nella sezione Pubblicazioni del sito del Filo di Sofia: www.avios.it/filodisofia/home.php. II. II. AMBIENTE FILOSOFICO E STRUMENTI FILOSOFICI. PER TUTTI 1. L‟AMBIENTE 2. GLI STRUMENTI 3. IN CLASSE CON SOFIA, E CON TUTTI I BES III. LE PROPOSTE 1. PROPOSTE PER LA FORMAZIONE IV. CONCLUSIONI V. BIBLIOGRAFIA / SITOGRAFIA 2 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) PREMESSA “Non tanto nei trattati sistematici di filosofia o di pedagogia, più spesso dalle opere di scrittori non comuni affiora una tristezza profonda per lo spreco di umanità di cui si rende responsabile il nostro tempo. Tristezza condivisa da molti, anche dai tanti che non la sanno oggettivare e comunicare. E sullo spreco di umanità rintocca un mare di sofferenza”. (Ducci E., Approdi dell‟umano. Il dialogare minore, Anicia, Roma 1998) Nel trarre le conclusioni di un percorso così complesso e ricco di stimoli, è difficile trovare una frase che possa sintetizzare il senso profondo di quanto si ritiene d‟aver compreso. E‟ anche vero, tuttavia, che per la grande ricchezza di sensibilità (parola chiave ricorrente in tutto questo Master), ognuno può focalizzare sull‟obiettivo che, per la propria sensibilità e per il proprio vissuto, meglio rappresenta il percorso all‟interno del quale intende „spendere‟ quanto ha appreso. In questo caso, la frase della prof.ssa Ducci è stata, in fondo, una scelta obbligata, non appena ho compreso che il mio lavoro non poteva che ripercorrere e arricchire quanto da anni andiamo perseguendo nell‟ambito della scuola e dell‟Università, tanto nel nostro lavoro di docenti di scuola Primaria, quanto nei corsi di formazione per docenti e, quasi logico completamento, nella formazione delle future maestre e dei futuri maestri 1. Ciò che giustifica e rende quasi obbligata la pratica filosofica nella scuola e nella vita, almeno nel nostro Filo di Sofia2, ce lo dice, generoso, il dizionario. La filosofia serve a vivere bene3. E allora, quel richiamo della professoressa al mare di sofferenza, indica un limite da superare, non solo a scuola. A maggior ragione, parlando di bambini sottoposti all‟incomprensione per tanti anni, diventa prioritario adoperarsi perché quella sofferenza abbia fine. Il primo obiettivo di questo lavoro, ed anche il primo livello di analisi, è mostrare che una base concreta e sperimentata per rendere l‟ambiente scolastico accogliente e inclusivo già esiste. Gli strumenti filosofici usati finora, ma soprattutto l‟ambiente filosofico 4 che si va a creare in una classe, una scuola, o altrove, sono in perfetta 1 In riferimento all‟incarico del sottoscritto presso la LUMSA in qualità di Supervisore del Tirocinio e delle attività didattiche. 2 „Il Filo di Sofia – percorsi di filosofia con bambine/i e ragazze/i‟, progetto di cui il sottoscritto è ideatore e coordinatore, dal 2001 propone esperienze di filosofia nella scuola primaria, nella scuola media e dell‟infanzia. 3 La definizione della filosofia come la ricerca del sapere che porti un effettivo vantaggio all‟uomo è del Vocabolario della lingua italiana Zingarelli, ed. Zanichelli, anno 1971, ed è il nostro riferimento concettuale per quanto concerne tutte le nostre proposte. 4 Riferimenti all‟ambiente filosofico sono presenti in vari articoli pubblicati nella rivista “Scuola Materna”, riportata in bibliografia. Cfr. anche in S. Bacchetta, Piacere, siamo Filo & Sofia – Per un ambiente filosofico a scuola e nella vita, ed. Aracne, Roma 2013. 3 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) consonanza con le recenti indicazioni tanto della legge 170 (e relative linee guida), tanto, e su questo spenderemo un discorso a parte, con il decreto sui “Bisogni Educativi Speciali”. Ma, così come nei corsi di formazione non esito più a dire che la filosofia serve a cambiare il mondo, in questo caso non posso che sostenere che bambine/i e ragazze/i con dsa possono aiutarci a cominciare a cambiare la scuola. In che modo, dipende da noi. Gli interventi ministeriali, o istituzionali in genere, le leggi e i decreti di qualsiasi tipo, non necessariamente sono “buoni” o “cattivi” di per sé. I criteri di fondo che orientano le riforme scolastiche da anni, sono spesso opinabili, apparendo motivati da ragioni che contraddicono la loro pretesa educativa, ma non è questo il punto, e su questo argomento sono state spese molte parole, anche dal sottoscritto 5. Qui si tratta di vedere come usare gli strumenti che abbiamo a disposizione, anche a costo di rivalutarli e reinterpretarli, esattamente come vogliamo rivalutare il dsa come possibile opportunità anziché, come per troppo tempo è risultato essere, handicap per coloro che ne portavano il peso. Si intende che, nel pieno rispetto del rigore scientifico e della ricerca in continua evoluzione, queste pagine non possono che rappresentare un primo stimolo. Ci sarà ancora da lavorare e da approfondire. Ma anche in questo, la pratica filosofica nella scuola dell‟obbligo che da anni stiamo implementando, ci viene incontro, ed è ciò che giustifica la scelta del tema. Non solo perché tante volte, usando gli stessi strumenti che nel Master ho potuto approfondire anche nel loro fondamento scientifico ed epistemologico (teatro, poesia, metacognizione, multimedialità, solo per dirne alcuni) abbiamo visto ri-fiorire bambini misteriosamente assenti fino a quel momento, ma anche perché la parola chiave, che attraversa ogni pur fondamentale necessità di rigore scientifico e di metodi, di strategie, strumenti, è la relazione, e da essa la comunicazione, che ne è la più necessaria delle conseguenze. Gli stimoli ricevuti dal Master, non solo in questo senso, sono stati molti e molto forti, e per tutto il percorso è stato un continuo annotare corrispondenze, approfondimenti e altro, fino alla scelta, ormai configurata, di riprendere e aggiornare tutte le indicazioni e le pubblicazioni finora svolte nel campo della pratica filosofica coi bambini per confrontarle e integrarle con le nuove acquisizioni. L‟importanza del teatro, l‟attenzione per le dinamiche psicologiche e relazionali, soprattutto la focalizzazione sull‟aspetto comportamentale tra docenti e bambini/studenti (e tra docenti e docenti, docenti e genitori…), fondamentale per l‟ambiente, i continui richiami all‟importanza del rispetto per la persona; molto di questo era già contenuto, in sintesi, nelle linee-guida del Filo di Sofia 6, dove l‟attenzione alle metodologie passa in secondo piano rispetto all‟attenzione alla persona, alla relazione, e, ancora una volta, alla comunicazione. 5 Cfr., ad esempio, in S. Bacchetta, “Politica e formazione. Un cambiamento è ancora possibile?” in G. Bortone (a cura di), Formazione e cambiamento, Aracne editrice, Roma 2008. 6 Le linee-guida sono pubblicate nel nostro sito, www.avios.it/filodisofia/home.php, nella sezione „Pubblicazioni‟. 4 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Poiché da sempre essa è il primo punto di riferimento in tutte le nostre esperienze, non posso che confermare che, anche e soprattutto in questo caso, la comunicazione corretta è la delizia ma anche la croce che rischia di bloccare sul nascere, nel grande e nel piccolo, ogni pretesa di miglioramento, di cambiamento e altro. Volendo usare una metafora forse un po‟ letteraria (ma non c‟è niente di male): per dare ad ogni seme una possibilità di nascere e svilupparsi occorre preparare un terreno adeguato, e, prima ancora di annaffiare e concimare, occorre togliere i sassi. Per questo, occorre soprattutto riconoscere l‟esistenza di quei sassi, in particolare quando essi, uscendo dalla metafora, sono rappresentati sovente dagli agguati della mancata sorveglianza della faciloneria, dei pregiudizi di ogni tipo e delle presunzioni di chi ha un potere tanto grande nei confronti dei bambini, e un‟altrettanto grande responsabilità nei confronti del loro futuro. Lavorando da anni coi bambini, è normale per me, come immagino per ogni docente, ripensare ai molti casi in cui ci si è trovati di fronte a situazioni di incertezza. “Quel bambino… era dislessico? Oppure? Come mi sono comportata/o con lui? Che effetti può aver avuto il mio comportamento?” Non credo d‟essere stato il solo a pormi e a porre questo genere di domande nel corso di questo Master. Oggi, lavorando come formatore con l‟associazione Avios 7, e grazie all‟incarico di supervisore nell‟Università 8, ho l‟opportunità, e la responsabilità, di sensibilizzare le future maestre e i (troppo pochi ancora) futuri maestri, non solo nell‟uso di strumenti didattici o metodologie di qualsiasi tipo. L‟opportunità è grande, la recente attenzione ai “bisogni educativi speciali” obbliga o stimola, secondo i casi, ad agire con nuove necessità e nuove opportunità. Come nel detto di Seneca, il destino spinge chi lo segue, trascina chi si ribella9. Nel nostro caso, non si tratta certamente di seguire in modo acritico tutte le scelte fatte dalle istituzioni. La dinamica è piuttosto quella di usare ciò che abbiamo a disposizione, laddove il margine di scelta sussiste, e di evitare derive dovute a paure, frustrazioni, pregiudizi inutili. In questo modo, la necessità di cambiare la scuola e il mondo può emanciparsi dal limbo dell‟utopia e concretarsi nell‟ambito concettuale di una visione che può divenire poi obiettivo realizzabile, per quanto a lungo termine. La filosofia, come strumento ma soprattutto come ambiente (in senso non solo topico) di vita, è a mio avviso in perfetta sintonia con le nuove disposizioni che, a maggior ragione nel caso dei bes, spingono verso la personalizzazione dell‟apprendimento. Le diffidenze, più ancora delle polemiche, sono certamente giustificate, non tanto per la bontà o meno delle indicazioni. Il dubbio (corroborato dalla consapevolezza che l‟educazione in Italia non è mai stata una priorità) è che, ancora una volta, si predispongano delle splendide nozze, non con i classici „fichi secchi‟ ma con 7 L‟“Agenzia per la valorizzazione dell‟individuo nelle organizzazioni di servizio”, presso la quale il sottoscritto opera come docente formatore, curando la progettazione e il coordinamento di progetti di prevenzione primaria della devianza e corsi di formazione per docenti. Cfr. al sito www.avios.it. 8 Vedi alla nota 1. 9 Ducunt volentem fata, nolentem trahunt (in Seneca, Lettere a Lucilio, lettera 107, libri XVII-XVIII). 5 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) cibo di ottima qualità, ma che a pagare questo cibo debbano essere, ancora una volta, i docenti, che subiranno le conseguenze di un carico di lavoro maggiore e ancora più stressante e, di riflesso, i bambini. Se, in altri termini, sarà richiesto di volare senza fornire le ali adeguate. Su tutto questo, certamente il discorso è ampio e tutto è da discutere, noi possiamo tuttavia puntare su ciò che abbiamo e sulle nostre competenze di insegnanti, che precedono qualsiasi legge. Qualunque sia l‟impostazione istituzionale, la competenza di chi insegna deve essere ben configurata; mancando quella, tutto il resto è effimero. E‟ su questo che, a mio avviso, dobbiamo puntare principalmente, soprattutto in una scuola dove, ancora oggi, in maniera anacronistica e, come ho cercato di dimostrare, contraria ad ogni fondamento scientifico e di buon senso, parte del corpo docente ritiene possibile sanzionare i bambini con insufficienze in pagella fin dalla prima elementare10, o rivendica con orgoglio il proprio rifiuto del computer o, ancora, considera nota di merito insegnare come più di trent‟anni fa, dimenticando che l‟Educazione è (non in opposizione con, ma a supporto di tutte le competenze artistiche e „artigianali‟) soprattutto Scienza, e le scienze, tutte le scienze, progrediscono di continuo. Formare i docenti deve precedere dunque qualsiasi altra innovazione; per questo, in chiusura di questo lavoro, ho allegato una proposta di formazione, la stessa che è già attiva per le scuole, da integrare ed arricchire con le acquisizioni, stimoli e competenze, ricevuti in questo Master. L‟obiettivo di questa tesi è dimostrare, prendendo a riferimento teorie e pratiche, che il Master ha sviluppato e arricchito, che la filosofia è di per sé, anche riducendone allo scopo il concetto, „organon‟, sia nel suo essere ambiente che nella molteplicità dei suoi strumenti… molti dei quali, non a caso, mostrati, analizzati e spesso vissuti durante tutti gli incontri. Perché? Perché la filosofia mette al centro l‟UMANO, dunque la comunicazione con genitori, bimbi, classe, interpersonale, non diversamente da quanto nel Master ho potuto ascoltare in termini di didattica e di richiamo all‟attenzione ai bambini, alla comunicazione, al ruolo dell‟insegnante, alla relazione… Solo dopo, potremo parlare compiutamente di strumenti, tecnologie, metodologie e tutto il resto. 10 Sull‟argomento, cfr. anche l‟articolo apparso sulla rivista online dell‟Avios “Scienze del Pensiero e del comportamento”: S. Bacchetta, La formazione delle/degli insegnanti di scuola primaria, tra sogni pedagogici e incubi reali. Coordinate qualitative e formazione universitaria per la configurazione della figura docente, Dicembre 2009, n. 7. 6 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) INTRODUZIONE Comunicare, prima di tutto, comunicare bene Due sono le insidie cui cercherò di resistere; la prima, è quella di aderire per entusiasmo e senza troppe riserve alla prospettiva della dislessia (e, per esteso, dei „disturbi‟11 dell‟apprendimento in genere) come dono, l‟altra è quella di limitarmi a concentrare l‟attenzione sulla comunicazione, in quanto substrato necessario per tutto il resto. Nel primo caso, anche se siamo ormai in piena inversione di tendenza rispetto a quando la dislessia veniva assimilata, per ignoranza, a forme di ritardo cognitivo, è bene non rischiare di passare da un estremo all‟altro senza ragionevoli argomentazioni12; l‟entusiasmo non deve prevaricare il rigore scientifico, semmai sostenerlo nella ricerca di prove. Nel secondo caso, ho già motivato la mia attenzione all‟aspetto comunicativo e credo opportuno affrontare il percorso successivo, dando per scontato che il substrato ci sia e magari fornendo qualche suggerimento per accrescerlo e consolidarlo. E‟ d‟altra parte evidente che ogni passo di questo cammino, a partire dalla delicatezza con cui si deve comunicare con i genitori del bambino con dsa, ma anche l‟attenzione con la quale si deve proporre e presentare, al gruppo-classe di cui il bambino fa parte, un nuovo modo di vivere l‟ambiente scolastico, è impregnato di comunicazione. Se di base c‟è già la cura a questo aspetto, puramente umano, del nostro vivere insieme, basterà poco per veicolare i messaggi più opportuni; in caso contrario, senza la buona comunicazione perderà senso tutto ciò che di importante abbiamo appreso nel Master; soprattutto, senza la buona comunicazione, tutto viene distrutto se già esiste. Di fatto, se un protocollo di comunicazione appare necessario anche tra docenti, e tra docenti e genitori, l‟approccio iniziale col bambino con dsa, con il suo gruppo-classe e con i suoi genitori, richiede anche una sensibilità che dovrebbe combinarsi, in particolare nel caso di docenti di Scuola dell‟Infanzia e Primaria, con la giusta dose di empatia 13. Spiegare ai bambini i concetti di „disabilità‟, „menomazione‟, „handicap‟, non è difficile, come ho potuto sperimentare nel corso degli anni. A volte basta una poesia, altre volte si può costruire un semplice progetto 14. Ma soprattutto, occorre parlare, avendo ben presente quanto sia importante la parola e l‟atteggiamento del docente, per i propri alunni o allievi. Viene sempre il momento in cui, in una classe, si deve parlare ai bambini 11 Le virgolette sono in questo caso motivate dall‟ipotesi, trattata nel Master e riportata più avanti in questo lavoro, che in un‟ottica di inclusione e, certamente, con risorse adeguate, sia più corretto focalizzare sull‟infinito “arco di variazioni nelle abilità umane”. 12 Cito, tra i tanti, alcuni libri dal titolo evocativo: R.D. Davis, Il dono della dislessia, Armando ed., Roma 1998, R. Grenci, Le aquile sono nate per volare. Il genio creativo nei bambini dislessici, la meridiana ed., Molfetta (Ba) 2005, R. Moriondo, Edo non sa leggere. È dislessico... proprio come Einstein, Angolo Manzoni ed., Torino 2005. 13 Il tema dell‟Empatia, è stato oggetto di un laboratorio presso la LUMSA, il cui contenuto è pubblicato nel sito del Filo di Sofia, cit., sezione „Materiale didattico‟: S. Bacchetta, Il docente empatico. Luglio 2011. 14 Il progetto “Lupetti mannari & Rose blu - Diversi dentro, diversi fuori, diversi tutti, diverso nessuno”: Riflessioni sulla diversità – Progetto di intercultura – Circolo Marino II Classe I A „Ippolito Nievo‟, a.s. 2005-06. Pubblicato nel libro S. Bacchetta, Piacere, siamo Filo e Sofia, op. cit.. 7 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) di handicap (per l‟arrivo di un nuovo alunno con „problemi‟, o perché proprio i bambini vogliono parlarne, per qualcosa che hanno visto in strada, in televisione…). In quel caso, io comincio col togliermi gli occhiali15. Cosa potrei aggiungere per parlare loro dei disturbi specifici dell‟apprendimento? Filosofare o studiare Filosofia? Quando si parla di “filosofia con bambini e ragazzi”, capita spesso che si pensi ad una disciplina da insegnare, magari in un orario specifico. Naturalmente, poiché le nostre proposte partono già dalla Scuola dell‟Infanzia, noi intendiamo un altro tipo di attività. Su questo discorso rimando ad altri lavori 16, qui mi limito ad alcune citazioni: Il Filo di Sofia si apre verso percorsi che, in relazione a tutto ciò che il pensiero umano ha prodotto nella Storia, lo traducono in proposte che aiutino la crescita gioiosa del pensiero critico e degli aspetti della personalità legati all'area delle emozioni, dell'affetto e dell'intelletto. La pratica filosofica è concepita, in generale, come un 'fare' per la crescita di tutti i soggetti coinvolti, come acquisizione di strumenti 'didattici' ma soprattutto di strumenti 'interni', per il configurarsi di una personalità autonoma, in grado di operare delle scelte per un libero e responsabile rapporto col mondo e con la vita, attraverso la partecipazione e il dialogo con la comunità intera17. Filosofia: la ricerca del sapere che porti un effettivo vantaggio all’uomo (Vocabolario della lingua italiana Zingarelli) La parola Filosofia è tra le più citate, con interpretazioni diverse spesso oscillanti tra luoghi comuni di stampo sia volgare che accademico. Noi facciamo riferimento alla definizione del dizionario della lingua italiana, sviluppando da essa tutta la nostra ricerca e la nostra pratica, sia formativa sia educativa. Può sembrare una definizione troppo semplice; in realtà è quella che, insieme all‟altrettanto autorevole etimologico “Amore per la Sapienza”, può rappresentare un preciso riferimento, tutt‟altro che riduttivo e meno ambiguo di molti trattati. La nostra pratica attinge a molte fonti e si articola intorno a due punti fondamentali: 1 – L‟Uomo è oggetto e soggetto del filosofare. 2 – La filosofia serve per cambiare. (…) 15 Lo scopo, come si intuisce, non è quello di darmi un tono, ma di mostrare come un semplice, scontatissimo oggetto, possa marcare la differenza tra „miope‟ e „handicappato‟. 16 Sulla proposta di pratica filosofica del Filo di Sofia, oltre all‟op. cit. “Piacere, siamo Filo e Sofia”, sono stati pubblicati articoli sulla rivista “Scienze del Pensiero e del comportamento”, op. cit., e sulla rivista “SMAT - Scuola Materna per l‟educazione dell‟infanzia” – Quindicinale per l‟educazione dell‟infanzia, editrice La Scuola, a partire dall‟articolo “Filosofare con l‟Infanzia”, N° 8 - 1° Dicembre 2010, e negli anni successivi, fino ai più recenti articoli di Ottobre 2012 (n. 2), Dicembre 2012 (n. 4), e Marzo 2013 (n. 7). 17 Dalla presentazione del Filo di Sofia al convegno patrocinato dall‟Unesco, tenutosi a Parigi nel novembre 2006 in occasione della Giornata Nazionale della Filosofia: Colloque international «La philosophie comme pratique éducative et culturelle: une nouvelle citoyenneté». S. Bacchetta e A. Lauri. 8 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Anche se parliamo di filosofia con i bambini, abbiamo sempre presente l‟Uomo, di cui il bambino è un meraviglioso, irripetibile momento. Ne consegue che l‟adulto è sempre coinvolto in una circolarità educativa, e che l‟Infanzia di cui si parla non è solo quella cronologica. “Filosofare con i bambini” non è un sottoinsieme del “filosofare”; nel nostro caso, alla base c‟è l‟idea di non voler più vedere l‟infanzia come ciò che deve essere educato e trasformato secondo una verità che conosciamo anticipatamente e vederla invece come ciò che può aiutarci a educare e trasformare noi stessi, come un‟esperienza aperta e continua 18. Infanzia come attributo dell‟esistenza che simboleggia la non determinazione e la possibilità di trasformazione. L‟infanzia è una figura del nuovo, di un avvenire aperto, impensato. Abitare l‟infanzia non è tanto una questione di età quanto di relazione con ciò che siamo e che possiamo essere19. Dal progetto di continuità „filosofica‟ Scuola Primaria - Scuola Media, anno scolastico 20091020: 18 W.O. Kohan, Infanzia e filosofia, Morlacchi ed., Perugia 2006. Pag. 11. W.O. Kohan, op. cit., pag. 13. 20 Si veda anche al capitolo II, “Ambiente filosofico e strumenti filosofici”; il progetto è riportato interamente nel bollettino filosofico dell‟anno scolastico 2009-2010, pubblicato nel sito del Filo di Sofia. 9 19 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Devo anche ricordare, per correttezza, che le competenze di un‟insegnante di scuola Primaria laureata in Filosofia possono essere spese senza dubbio in una prima „elementare‟: non si insegnerà certo ai bambini la trasmigrazione delle anime di Platone, ma, come è successo in una delle classi in cui proponevamo i primi percorsi di pratica 10 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) filosofica21, i bambini hanno soprattutto giocato con i signori „filosofi della natura‟, con Talete che diceva “che tutto era acqua”, e anche con Pitagora, un signore che diceva che “i numeri sono tutto”. Nozioni semplici sulle quali i bambini hanno potuto discutere, riflettere, giocare, fare ipotesi… fare, cioè, filosofia, insieme alle insegnanti, spesso intrigate da intuizioni inaspettate. Anche nella Scuola dell‟Infanzia, Ghirlando “filosofo giramondo” ha cominciato presentandosi con una poesia e parlando in versi, regalando ai bambini dai tre ai cinque anni il significato dei loro nomi. Da quella presentazione è nato un percorso che ha accompagnato i bambini in un vasto itinerario contrassegnato dalla passione per le rime e la poesia (non estranee a molte delle proposte che abbiamo discusso nel corso del Master)22. 21 Questo percorso è riportato nei bollettini filosofici dell‟anno scolastico 2006-2007 (Aprile e Agosto 2007), pubblicati nel sito del Filo di Sofia, sezione „Bollettini‟. 22 Mi riferisco nella fattispecie agli incontri sulla didattica speciale dell‟Italiano, ad opera della prof.ssa Morani. Tra le molte pubblicazioni riguardanti la figura di Ghirlando, oltre al libro “Piacere, siamo Filo e Sofia”, op. cit., rimando agli articoli di “SMAT”, op. cit.. Cfr., in particolare, in S. Bacchetta, Ghirlando, filosofo giramondo. Simbolo e ponte, Dicembre 2011, n. 8. 11 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) In qualunque classe, coi linguaggi opportuni, lo scopo è di attivare e stimolare l‟amore per la sapienza, corroborante e a volte salvifico per studenti disamorati o sfiduciati. Da qui, il passo verso la scoperta di modi diversi di sapere, è quasi conseguenza, fino al punto, almeno questo è l‟orizzonte cui vorremmo tendere, che perda di significato la differenza tra le strategie per compensare, per una parte di alunni/studenti, e quelle per acquisire miglior sapere, per tutti. Struttura della tesi La tesi ha due obiettivi di fondo, discussi in quattro capitoli principali. - Dimostrare che i disturbi specifici dell‟apprendimento (e, per esteso, i bes) possono non solo essere compensati, ma che la valorizzazione delle persone portatrici di tale „disturbo‟ rappresenta una possibilità di cambiamento dell‟intero sistema educativo, se in presenza di competenze e ambienti adeguati. - Dimostrare che un possibile ambiente favorevole esiste già, nella fattispecie rappresentato dall‟ambiente filosofico, che in molte esperienze e, nel mio caso, in quelle del cosiddetto Filo di Sofia, mostra come molte delle acquisizioni ragionate nel Master trovino corrispondenza o siano in sintonia con le pratiche già presenti in più realtà educative. A margine, innegabilmente, c‟è la volontà di cominciare almeno ad indagare la possibilità di un futuro, per l‟educazione (e per la società), dove la diversità non sia sinonimo di emarginazione neanche nei casi più estremi ma, proprio in quei casi, sfida per la ricerca di nuove opportunità per tutti. Proprio per questo, si rende necessaria un‟ulteriore precisazione: le precedenti virgolette che racchiudono la parola „disturbo‟, servono in parte a lenire l‟apparente contraddizione tra il significato della parola e l‟obiettivo di rendere l‟oggetto cui si riferisce non più connotato come portatore di un qualche problema. Con qualche evidente forzatura, è un po‟ come se definissimo i 12 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) mancini affetti da „disturbo della scrittura con la mano destra‟. Un tempo, in fondo, anche essere mancini rappresentava un problema per più di un bambino, costretto da insegnanti di buona volontà alla normalizzazione „destrorsa‟. - Nel primo capitolo, “Su cosa si fonda la proposta della Filosofia”, si tratterà soprattutto del senso epistemologico dell‟accostamento della pratica filosofica alle strategie per la compensazione e la valorizzazione dei dsa. - Nel secondo capitolo, “Ambiente filosofico e strumenti filosofici. Per tutti”, si discuterà dell‟ambiente più idoneo e degli strumenti che la filosofia mette a disposizione per potenziare e sviluppare competenze cognitive e relazionali in presenza di dsa. Si parlerà anche di strategie comuni nella pratica filosofica adatte senza distinzione per tutti gli alunni, per un nuovo modo di fare scuola, anche partendo dalle recenti disposizioni ministeriali. - Nel terzo capitolo, “Le proposte”, sono riportate alcune presentazioni di sperimentazione e formazione per docenti e genitori, già attive nel campo della filosofia, integrabili con le nuove conoscenze sui dsa. - Nel quarto capitolo, si trarranno le conclusioni di tutto il lavoro. 13 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) I. SU COSA SI FONDA LA PROPOSTA DELLA FILOSOFIA 1.1 FONDAMENTI EPISTEMOLOGICI E FILOSOFICI Quali sono i fondamenti che rendono possibile considerare la pratica filosofica come utile, se non addirittura necessaria, per affrontare le varie problematiche riguardanti l‟ambiente di apprendimento, per tutti i soggetti, compresi quelli con dsa? Come primo approccio, credo che le dichiarazioni del prof. Bruno Schettini in un convegno di due anni fa siano semplici e illuminanti 23. Il prof. Schettini sosteneva, in quell‟occasione, che il bambino è non solo „soggetto epistemico‟ (capace di conoscenza), ma è anche soggetto filosofico, perché quella conoscenza dà senso e significato alla vita. I „perché‟ del bambino di tre anni, sosteneva il prof. Schettini, non chiedono risposte scientifiche. Ogni loro domanda è domanda di senso. Proprio per questo, appare giustificata la pretesa di filosofare coi bambini, anche (o soprattutto) in ambiente scolastico. Sul formarsi della conoscenza, le dinamiche da esplorare vanno dal meramente „biologico‟, in particolare con le continue scoperte delle neuroscienze, al teoretico; in quest‟ultimo caso, debbo rimandare per necessità di sintesi a quanto già scritto riguardo a Tommaso d‟Aquino e al suo De magistro24. Tommaso d‟Aquino parla di come, a partire dai sensi esterni e da quelli interni, si formi il fantasma dell‟oggetto da conoscere, e poi la successiva concettualizzazione. La conseguenza è che, se non forniamo materiale adeguato ai sensi esterni ed interni dei bambini, non favoriremo l‟acquisizione di una conoscenza corretta. Questa affermazione, si può facilmente comprendere, si adatta senz‟altro a tutte le persone, qualunque sia il loro „bisogno educativo‟. E ancora, è la filosofia che nel suo aspetto epistemologico, ci aiuta anche a capire una cosa che è drammaticamente ignorata da molti del settore. Che i bambini non sono più quelli di una volta, mentre noi continuiamo a trattarli come se lo fossero. Che, leggendo o rileggendo Mc Luhan e soprattutto il suo allievo De Kerchove, hanno smesso da un pezzo di essere tabule rase da riempire di nozioni, ma anche tabule piene di informazioni da organizzare25. 23 Sul pensiero del prof. Schettini, professore straordinario di Pedagogia generale e sociale alla Seconda Università di Napoli e vice-preside della Facoltà di Psicologia scomparso un anno fa, cfr. alcuni suoi scritti in La filosofia con i bambini e i ragazzi come sfida per il cambiamento sociale, a cura di P. Montesarchio, in “Scienze del Pensiero e del comportamento”, op. cit., n.13, Dicembre 2011. Cfr. anche in SMAT, op. cit., S. Bacchetta, I bambini e la politica. Ricordando Bruno Schettini, n. 13, Aprile 2012. 24 La tesi, di cui fu relatrice la prof.ssa Edda Ducci: S. Bacchetta, A scuola con (filo)Sofia - La pratica della filosofia nella scuola primaria come strumento e progetto edificante: esperienze in consonanza con il De magistro di Tommaso d‟Aquino, è pubblicata nel sito www.avios.it/filodisofia/home.php, sezione „Pubblicazioni‟. In particolare rimando per approfondimenti al libro Tommaso d‟Aquino, De magistro, a cura di E. Ducci, Anicia, Roma 1995. 25 Cfr. in “Piacere, siamo Filo & Sofia”, op. cit., cap. IV „L‟educazione è scienza, non fantascienza. Tantomeno misticismo‟. 14 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Se assumiamo come fondamento della nostra ricerca il fatto che il bambino sia soggetto epistemico, non ha più senso, se non in chiave di ricerca, operare distinzioni di fondo tra bambini „con‟ o „senza‟ disturbi dell‟apprendimento. Il fatto che, anche nel secondo caso, si tratti comunque di bambini senza deficit di tipo cognitivo, focalizza l‟attenzione verso due possibili direzioni: ci si può concentrare su mezzi, strumenti e strategie compensative o dispensative per realizzare una parità di opportunità formativa per tutti, mantenendo inalterata la distinzione tra bambini „con‟ o „senza‟ dsa, oppure si può puntare ad una scuola inclusiva a tutto campo, dove la distinzione perda di significato semplicemente perché mezzi, strumenti e strategie siano tutti compensativi o dispensativi, a seconda dei casi e delle persone, con il solo obiettivo di dare a tutti l‟opportunità di realizzare al massimo le proprie potenzialità. Su questo, posso fare un primo riferimento a quattro punti trattati nel corso del Master 26: 1. La disabilità non è un attributo umano che demarca una porzione di umanità da un‟altra (come fa il genere e talvolta la razza); è una caratteristica dell‟infinitamente varia ed universale condizione umana; 2. Nessun essere umano possiede un repertorio completo di abilità, adatto per tutti i mutamenti dell‟ambiente fisico e sociale; 3. Scientificamente parlando, non c‟è alcun confine inerente ed intrinseco all‟arco di variazioni nelle abilità umane; 4. Abilità/disabilità è un continuum e la completa assenza di disabilità, come la completa assenza di abilità, è un caso limite di interesse solo teorico. Si intende, che i due approcci hanno entrambi un senso e non si tratta di operare forzatamente una scelta di priorità o di valore. Attualmente, rappresenta un grande traguardo il fatto che il primo approccio stia diventando realtà, pur a fronte di resistenze organiche anche all‟ambiente scolastico, ma la strada è ormai tracciata e formalizzata in una legge (legge 170 del 2010 e successivo D.M. 5669 del 2011, che riporta le linee guida relative ai DSA). Nel secondo caso, può anche darsi si tratti di un orizzonte al momento solo ipotizzabile, ma poiché, come ci suggerisce la saggezza orientale, “un viaggio di mille chilometri si comincia facendo un passo”, il primo passo è stato fatto. E‟ grazie a questo primo passo che possiamo indicare almeno l‟orizzonte verso il quale tendere, tanto quando ci confrontiamo con colleghe e colleghi, tanto nel nostro operare nel campo della formazione. Possiamo adoperarci affinché, soprattutto le future insegnanti e i futuri insegnanti, abbiano bene in mente che un‟altra scuola è possibile; possiamo fare in modo che questa visione resti forte, anche se, una volta diventate/i docenti, entreranno ancora in scuole a volte fatiscenti e con porzioni della classe docente ancora avvezza a riassunti, analisi grammaticali a memoria e pretese di insufficienze in pagella anche in prima elementare. L‟ottimismo della volontà, per una volta, appare doveroso, ma anche pienamente giustificato. 26 Precisamente, nelle lezioni del prof. Corradi (13 dicembre 2012). 15 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Perché il richiamo alle neuroscienze? Le neuroscienze consentono lo studio approfondito dei meccanismi del nostro cervello, ed è certo un buon supporto per comprendere anche i meccanismi dell‟apprendimento e dei suoi eventuali disturbi o „varianti‟, come anche di certi meccanismi del comportamento. E‟ in un certo senso, per l‟essere umano in genere, un aiuto per conoscere se stesso, che colora di nuovo o più profondo significato la famosa massima di Socrate. La dialettica su quanto appartengano (anche) a questo campo di studio le dinamiche in genere più affidate alla sfera ontologica è stimolante; in fondo, concentrarsi sull‟aspetto biologico dell‟essere umano (in senso ampio) non nega altri possibili approcci, può anzi fondare una compiuta sinergia con essi. L‟empatia, ad esempio, può trovare fondamento nelle neuroscienze, dopo la scoperta dei neuroni specchio, e se da ciò deriva che la carenza empatica (attribuibile a stupratori ed anche ad altri soggetti meno pericolosi) divenga, secondo alcuni, una patologia che è possibile curare, a noi interessa soprattutto sostenere che un docente empatico è l‟unico in grado di gestire una classe, non solo in un ambiente come quello di cui stiamo parlando 27, ma in qualsiasi ambiente educativo. Sono necessarie competenze che possono essere aumentate, o sviluppate, anche grazie alla maggior conoscenza del meccanismo cerebrale che le presiede. L‟empatia è fondamentale perché si possa realizzare una relazione, ed anche perché si possano cogliere i segnali che, in un rapporto comunicativo (per esempio, ma non solo, nel primo approccio con i genitori di un bambino con dsa ignari del significato di questo disturbo) aiutino a modulare la comunicazione affinché sia realmente efficace, consentendo di predisporre il successivo iter procedurale per usufruire dei necessari strumenti compensativi e/o dispensativi. Le neuroscienze, insieme alla psicologia, consentono di studiare meglio il meccanismo comunicativo, anche attraverso lo studio dei comportamenti, più o meno evidenti, che si manifestano in una relazione, in questo caso intesa sia con alunni e studenti sia con genitori ma anche (a volte soprattutto) tra docenti. Delle neuroscienze, oltre che degli studi della psicologia sul comportamento, si avvalgono le tecniche per apprendere o migliorare la cosiddetta comunicazione assertiva, ma anche per trovare soluzioni efficaci per prevenire o intervenire nel comportamento disturbato di studenti, spesso vittime della noncuranza precedente rispetto al loro disagio 28. Ripensare l‟intelligenza. „Ritardo‟ rispetto a cosa? L‟ipotesi di poter considerare un ambiente idoneo che annulli l‟handicap fornendo, a persone con dsa e senza, opportunità diversificate di realizzazione delle proprie 27 Cfr. alla nota 13. Gli incontri della prof.ssa Geraci hanno trattato compiutamente tale tema (“Aspetti comportamentali emotivo- motivazionali dei DSA”, “Aspetti sociali dei DSA”). 28 . 16 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) potenzialità, non è in fondo così difficile da immaginare e sostenere. Per spingersi oltre, fino ad ipotizzare, magari solo a scopo euristico, una società totalmente inclusiva, è necessario spingere l‟immaginazione verso quelle „variabilità cognitive‟ collocate di norma nel campo delle patologie. Alcuni passi, che riporto, tratti dalla rivista di psicologia e neuroscienze “Mente e cervello”, mostrano che anche in questo caso ci si sta spingendo verso nuove strade, fino a chiedersi, perfino per l‟autismo, se si tratti di una „diversa intelligenza‟ piuttosto che di una disfunzione. Che sia o no azzardata l‟ipotesi, è evidentemente necessario approfondire e riconcettualizzare la parola chiave “intelligenza”. Si fa presto a dire intelligente29 La fine dell'intelligenza Il caso di Claudio, illustrato dallo psichiatra Ciro Ruggerini, presidente della Società italiana per lo studio del ritardo mentale, conferma quanto la semplice nozione di «ritardo mentale» possa essere inadatta a cogliere e a descrivere la gamma espressiva delle facoltà cognitive propria di ogni individuo, inducendo a generalizzazioni che possono essere poi alla base di comportamenti discriminatori ed esclusione sociale. Memoria, attenzione, percezione, elaborazione visuo-spaziale, funzioni motorie ed esecutive, abilità linguistiche, capacità di apprendimento e di soluzione dei problemi, modulazione emotivo-relazionale, cognizione sociale: sono solo alcune delle variabili che concorrono a formare quella complessa funzione che chiamiamo «intelligenza», una valutazione esauriente della quale può essere difficilmente rappresentata dal solo quoziente intellettivo (QI). (…) Questa eterogeneità ha indotto il gruppo di lavoro dell'Organizzazione mondiale della Sanità per la revisione dell'ICD - la classificazione internazionale delle malattie - a proporre la nuova definizione di «disturbi dello sviluppo intellettivo» in luogo di quella generica di ritardo mentale. Bertelli e i suoi collaboratori - gli psicologi Daniela Scuticchio, Niccolò Varrucciu, Chiara Del Furia e Annamaria Bianco - si sono chiesti se le classiche misure di QI siano ancora adatte a definire l'«intelligenza», e a distinguere tra loro le varie forme di disturbi dello sviluppo intellettivo, o se invece non sia più utile, ai fini di una corretta diagnosi e quindi di un adeguato progetto terapeutico e riabilitativo, tentare di analizzare le specifiche funzioni cognitive alla luce dei progressi delle neuroscienze. (…) Il test più diffuso, la scala WAIS - Wechsler Adult Intelligence Scale - ideata dallo psicologo statunitense di origine rumena David Wechsler nel 1939, definisce l'intelligenza come la «capacità globale o aggregato di abilità dell'individuo di agire in virtù di uno scopo, di pensare razionalmente e di rapportarsi con il suo ambiente». Questa definizione dell'intelligenza come facoltà cognitiva globale, funzionale a un migliore adattamento, mostra però numerose incoerenze e limiti applicativi, per esempio quando viene usata con persone appartenenti a culture diverse o con disabilità intellettiva. La semplice misurazione delle funzioni cognitive può essere insufficiente per valutare il reale adattamento dell'individuo alla vita quotidiana, risultante anche da capacità esecutive e stati emotivi; per di più i risultati ottenuti con diverse scale di valutazione non sono sempre sovrapponibili tra loro, soprattutto con l'aumentare dell'età dei soggetti. 29 Articolo apparso in “Mente e cervello”, mensile di psicologia e neuroscienze, n. 93, settembre 2012. 17 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) (…) Partendo dal lavoro di Gardner, lo psicologo statunitense Daniel Goleman pubblicò nel 1996 il suo bestseller sull'Intelligenza emotiva, costituita da molteplici componenti: la consapevolezza dei propri stati emotivi, la capacità di gestirli e orientarli a uno scopo, l'abilità di riconoscere le motivazioni alla base dei comportamenti, l'empatia e la capacità di stare insieme con gli altri e capirli. Anche le persone con un QI inferiore alla media possono avere una vita soddisfacente attraverso la gestione armoniosa del rapporto con se stesse e con gli altri; viceversa, soggetti dotati di buone capacità logico-linguistiche ma poco capaci di capire gli stati emotivi propri e altrui possono sperimentare notevoli difficoltà di adattamento. Un'altra prospettiva multicomponenziale è il modello PASS - Planning, AttentionArousal, Simultaneous and Successive - sviluppato inizialmente dallo psicologo canadese di origine indiana Jagannath Prasad Das nel 1975. Secondo questo punto di vista l'intelligenza può essere scomposta in quattro sistemi interdipendenti ma separati, ognuno associato con differenti aree del cervello: il sistema della pianificazione (processi decisionali, soluzione dei problemi, capacità di perseguire obiettivi e automonitoraggio); quello dell'attenzione (attenzione selettiva, inibizione degli stimoli irrilevanti, mantenimento della vigilanza); i processi simultanei e quelli successivi di integrazione degli stimoli (rispettivamente osservazione delle relazioni esistenti ed organizzazione in ordine seriale). Questo approccio è più funzionale, rispetto a quello basato sul QI, allo studio e al trattamento delle disabilità dell'apprendimento, del ritardo mentale e dei disturbi dell'attenzione. L'efficienza dei diversi processi è legata alla velocità neurale di elaborazione delle informazioni, per cui l'individuo «più intelligente» è quello dotato di un sistema nervoso centrale in grado di elaborare rapidamente gli stimoli ambientali e gestire automaticamente diversi compiti, risparmiando risorse cognitive per fronteggiare altre situazioni. Questo punto di vista è fatto proprio anche dalla «teoria dell'architettura cognitiva minima» dello psicologo australiano Mike Anderson, della University of Western Australia di Perth: l'individuo cognitivamente più rapido è anche più intelligente, perché gestendo simultaneamente più informazioni ha maggiori possibilità di generare soluzioni ai problemi30. (…) Naturalmente, lo studio dell‟intelligenza si svolge a tutto campo e investe anche il settore delle intelligenze considerate fuori dalla norma nel versante opposto della scala, la cosiddetta „genialità‟. E‟ interessante scoprire che il cervello dei "geni" non è diverso e non funziona in modo diverso da quello di noi comuni mortali. E nemmeno sono stati individuati fattori genetici che identifichino inoppugnabilmente le menti creative. O modi infallibili per stabilire se un bambino particolarmente dotato sarà un genio31. 30 D. Goleman, Intelligenza emotiva. Che cos'è e perché può renderci felici, BUR, 2011. II celebre libro dello psicologo statunitense che ha introdotto il concetto di intelligenza emotiva, necessaria per un buon adattamento alla vita almeno quanto quella logico-analitica. A. Gangemi, S. Miceli e G. Sprini, L'intelligenza. Teorie e modelli, Laterza, 2003. Una storia delle teorie dell'intelligenza dal positivismo del XIX secolo fino allo sviluppo dei modelli computazionali e simulativi. R.J. Sternberg e P. Ruzgis, Personalità e intelligenza. Teorie e modelli di interconnessione, Centro Studi Erickson, 2000. II libro offre una panoramica delle diverse teorie sull'intelligenza e sull'integrazione dei versanti emozionale e cognitivo nello sviluppo della personalità. 31 In “Mente e cervello”, op. cit., n. 98, febbraio 2013, editoriale di M. Cattaneo, “Che cosa accende la scintilla del genio?”. 18 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) (…) Recenti ricerche condotte da Shelley Carson, psicologa della Harvard University, e colleghi hanno cercato di identificare questi sottili confini (tra pazzia e grande genio, n.d.a.). II successo creativo è associato positivamente sia alla disinibizione cognitiva - apertura a idee, immagini o stimoli ritenuti estranei - che a grande intelligenza e grande memoria di lavoro. Queste capacità mentali sono potenzialmente in grado di modificare positivamente gli effetti negativi della disinibizione, anche al punto di incanalarli a fini più utili. Questa sinergia potrebbe essere la base cognitiva della cosiddetta serendipidity: non tutti, infatti, sarebbero capaci di elaborare le profonde implicazioni di eventi del tutto banali come l'acqua che trabocca da una vasca da bagno o una mela che cade dall'albero. Archimede e Newton sì. Pensare fuori dagli schemi Archimede e Newton hanno lavorato entrambi in campo scientifico, e questo solleva l'ipotesi che i loro tipi di creatività possano essere stati simili. Ma è più interessante chiedersi in che modo il loro stile di pensiero originale sia confrontabile con quello di un grandissimo scrittore o musicista. Il modo di pensare di uno scienziato ha poco o nulla in comune con quello di un pittore. Imparare a risolvere le equazioni differenziali, per esempio, serve a un pittore quanto a un fisico serve imparare la prospettiva lineare: nella maggior parte dei casi, a nulla. Eppure le somiglianze tra un genio e l'altro suggeriscono che un principio creativo comune potrebbe esistere. La padronanza settoriale, come la conoscenza di strategie avanzate di soluzione dei problemi, supporta il pensiero di routine, quando non algoritmico; non porta di per sé a generare idee nuove, utili e sorprendenti. Deve essere qualcos'altro a permettere a una persona di andare al di là della tradizione e della sua formazione fino a toccare le vette del genio. Secondo una teoria proposta nel 1960 dallo psicologo Donald Campbell, il pensiero creativo emerge attraverso un processo, o procedimento, da lui chiamato di variazione cieca e ritenzione selettiva (in sigla, BVSR). Un creatore, in sostanza, deve mettere alla prova alcune idee che si riveleranno fallimentari prima di poter compiere un decisivo passo avanti. Campbell non ha dato una definizione precisa di che cosa si intende per variazione cieca, e neppure ha discusso in dettaglio le basi psicologiche sottostanti al processo. Di conseguenza le sue idee sono rimaste soggette a critiche. Grazie a un mix di esperimenti di laboratorio, analisi storiche, simulazioni al computer, modelli matematici e studi di singoli casi, ho dedicato gli ultimi 25 anni a sviluppare la teoria della BVSR fino a farne una teoria del genio creativo in tutti i campi. La «cecità» delle variazioni significa soltanto che una serie di idee vengono prodotte senza poterne prevedere l'utilità finale. Il creatore deve impegnarsi in procedimenti di prova ed errore, o di generazione e verifica, per determinarne caso per caso il valore. Due fenomeni comuni caratterizzano il pensare per BVSR: superfluità e ritorno sui propri passi. Superfluità significa che il creatore genera tante idee, una o più delle quali si rivelano inutili. Tornare sui propri passi significa che il creatore deve spesso tornare a un approccio precedente dopo essersi avviato alla cieca in una direzione sbagliata. Spesso superfluità e ritorno sui propri passi si verificano insieme nel corso di uno stesso episodio creativo: esplorare la strada sbagliata costringe a tornare a opzioni che già erano state messe da parte. (…) Come ha detto il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, «il talento colpisce un bersaglio che nessun altro arriva a colpire, il genio un bersaglio che nessun altro arriva a vedere». 19 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) I pensatori eccezionali, a quanto risulta, quando lanciano le loro frecce nell'ignoto poggiano i piedi su un terreno comune32. Sempre dagli studi delle neuroscienze, emergono intriganti ipotesi che richiamano alla mente (mi rendo conto in maniera molto istintiva e da studiare bene), quanto Tommaso d‟Aquino afferma riguardo al formarsi della conoscenza, il ruolo dei sensi esterni ed interni nella costruzione del „fantasma‟ dell‟oggetto da conoscere33. Se, come sostenuto dalle scoperte, “la continua interazione tra i nostri cinque sensi costruisce l‟esperienza del mondo e di noi stessi”, lo studio scientifico, per esempio su persone affette da un disturbo chiamato „sinestesia‟ (che induce a percepire forme quando si gusta un cibo, odori quando si ascoltano note, colori leggendo parole), dimostrando che “i sistemi sensoriali sono molto più interconnessi e diffusi nel cervello di quanto si pensasse”, ci sostiene nell‟affermare che sia possibile estendere di molto i limiti che hanno costretto i meccanismi dell‟apprendimento in funzione di alcuni sensi „privilegiati‟. Nel caso delle persone con dsa, viene spontaneo pensare al loro „pensiero tridimensionale‟, ad esempio. Soprattutto, se si comprende che “anche in circostanze normali, il modo di dialogare e di compensarsi a vicenda dei nostri sensi può sembrare bizzarro o persino sovrumano34”, ciò può spingere ad investire energie per nuove strategie di apprendimento per tutti. Una teoria si fonda sull'osservazione che ognuno di noi nasce con un numero di connessioni molto maggiore di quelle che persistono da adulti. Con lo sviluppo del cervello, le connessioni che usiamo diventano più forti e attive, e quelle residue si indeboliscono e alla fine scompaiono. Potrebbe perciò essere che i neonati percepiscano il mondo quasi come i sinesteti. A questo proposito, in uno studio del 2011 Katie Wagner e Karen R. Dobkins, dell'Università della California a San Diego, hanno scoperto che i bambini dai due ai quattro mesi - ma non a otto - formano associazioni tra colori e forme: evidentemente con il passare dei mesi si sbarazzano dei collegamenti tra i centri di elaborazione dei colori e delle forme. Poiché si tratta di un disturbo di tipo familiare, una componente genetica potrebbe essere responsabile della conservazione di alcune di queste connessioni. Ci sono inoltre prove che la maggior parte di noi sia comunque incline a stabilire associazioni. Per esempio molti tendono ad associare suoni di tonalità elevata a colori luminosi, sapori dolci e oggetti pungenti, e suoni bassi a colori scuri, sapori aspri e oggetti arrotondati. «Crediamo di sperimentare i sensi separatamente», spiega Lawrence Rosenblum, all'Università della California a Riverside. In realtà, il cervello collega e sincronizza l'informazione sensoriale da più fonti, con modalità che sfuggono alla nostra coscienza, regalandoci talenti straordinari per percepire il mondo, talenti che non sapevamo di avere35. 32 Ivi, articolo “La scienza del genio”, di D.K. Simonton. Per approfondimenti cfr. anche in D.K. Simonton, Creativity and Discovery as Blind Variation: Campbell's (1960) BVSR Model after the Half-Century Mark, in «Review of General Psychology», Vol. 15, n. 2, pp. 158-174, giugno 2011. 33 Indicazioni alla nota 24. 34 In “Mente e cervello”, op. cit., n. 93, settembre 2012, articolo di A. Bleicher, “Oltre lo sguardo”. 35 Ivi. 20 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) L‟ultimo studio che propongo riguarda un campo estremamente complesso, trattandosi delle recenti scoperte della scienza riguardo all‟autismo. Se, al momento, può apparire eccessiva la prudenza nel proporre il passaggio tra la concezione della dislessia (e di altri dsa) da „disturbo‟ a „dono‟ passando per la semplice „diversità di funzionamento‟, molto più arduo sembra accettare quanto proposto da alcuni studiosi riguardo all‟autismo, vale a dire non più patologia ma “un modo diverso di percepire il mondo”. La mia opinione è che, se si tratta di “ricercare il sapere che porti vantaggio all‟uomo”, al di là delle definizioni si deve capire come questo modo diverso (che sia o meno „patologico‟) possa essere compreso al fine di portare vantaggi nella vita dei soggetti autistici e dei rapporti umani che stabiliscono o possono stabilire. Se siamo d‟accordo, naturalmente, che gli esseri umani sono „fatti‟ per vivere insieme e per relazionarsi. Al di là delle distinzioni che ormai da tempo gli specialisti riconoscono tra le diverse forme dello spettro autistico, non ci potrebbe essere immagine più fuorviante di quella che vede nelle persone autistiche o soggetti affetti da un ritardo mentale (di cui in realtà soffre solo l'uno per cento degli autistici) o, appunto, genialoidi un po' strambi, senza vie di mezzo. Alimentando un doppio pregiudizio che si manifesta, troppo spesso, sotto forma di diffidenza, se non proprio di sospetto, come ancora accade purtroppo con la malattia mentale. Invece tutto ciò che sappiamo ci spinge a vedere nell'autismo non una malattia, ma una diversa organizzazione del cervello. «Pensiamo che il cervello autistico - spiega Laurent Mottron nelle prime righe del dossier di questo numero - si adatti al mondo a modo suo, e che elabori le informazioni, viva le emozioni e impari come un cervello non autistico, ma in modo diverso». Le stesse percezioni produrrebbero dunque, nell'organizzazione del cervello autistico, un'interpretazione differente. Una differenza che tipicamente si esprime attraverso lo scarso interesse dimostrato per le interazioni sociali e difficoltà più o meno marcate nella comunicazione non verbale. Ma anche sotto questo profilo le cose non sono così semplici. «Dal quadro della ricerca sulla cognizione sociale nell'autismo - chiarisce Baudouin Forgeot d‟Arc a pagina 38 - è difficile dedurre l'immagine di un deficit semplice che spiegherebbe le perturbazioni delle interazioni sociali». In alcuni esperimenti, d'altra parte, le persone autistiche si sono dimostrate interessate agli altri, alla loro attenzione, al loro giudizio, esattamente come quelle non autistiche. Il quadro è poi ulteriormente complicato dall'estrema varietà di situazioni che vengono indistintamente raccolte sotto la voce autismo. Al punto che - sottolinea Forgeot d‟Arc - «alcuni hanno preso l'abitudine di parlare dell'autismo solo al plurale». Essere autistici, dunque, è una differenza, non un deficit. Essere autistici è avere un'altra mente. E chissà che questa semplice considerazione non contribuisca ad abbattere gli stereotipi e le barriere che circondano l'autismo36. Tutto quel che sappiamo sull'autismo ci spinge a vedere in questo disturbo, più che una malattia, un'organizzazione cerebrale differente, ossia l'effetto della disfunzione di una parte del cervello. L'idea di considerare l'autismo una diversità invece che una malattia è stata ormai accettata dalla comunità scientifica, anche se non ancora all'unanimità. 36 In “Mente e cervello”, op. cit., n. 95, novembre 2012, editoriale di M. Cattaneo, “Perché una differenza non è un deficit mentale”. 21 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Benché l'espressione inglese usata nel manuale dei disturbi psichiatrici - il DSM IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders IV) - impieghi il termine autistic disorder, che implica piuttosto una disorganizzazione, noi pensiamo che il cervello autistico si adatti al mondo a modo suo, e che elabori le informazioni, viva le emozioni e impari come un cervello non autistico, ma in modo diverso. Secondo noi si tratterebbe di una differenza di organizzazione cerebrale, non di una malattia, e questa differenza potrebbe avere, a seconda del contesto, effetti negativi, ma anche positivi, sull'adattamento dell'individuo al mondo. Le aree della percezione visiva Noi abbiamo trovato negli autistici un aumento dell'attività delle zone del cervello responsabili della percezione visiva, e più specificamente del giro fusiforme, che è essenziale al riconoscimento dei volti e degli oggetti. Questo risultato permette di spiegare diversi aspetti del modo in cui funziona la percezione degli autistici, attribuendo una molteplicità degli aspetti dell'autismo a un aumento dell'efficacia e del ruolo dell'elaborazione del mondo, animato e inanimato. Secondo questo modello, l'autismo non sarebbe un disturbo, bensì una diversa forma di organizzazione. In effetti il cervello autistico è caratterizzato da un'attività superiore in alcune regioni cerebrali in occasione del riconoscimento dei volti, degli oggetti e delle parole. (…) Il caso del linguaggio illustra bene, nella sua ricchezza e singolarità, la differenza degli autistici. II linguaggio autistico pone per altro un quesito ai neuroscienziati, che hanno osservato come a volte gli autistici non proferiscano parola - uno su dieci non parla mai o quasi mai - mentre altri parlano con una perfezione sintattica ineguagliabile e non fanno alcun errore lessicale. Nei casi tipici gli autistici non parlano o parlano poco fino all‟età di quattro anni, poi sviluppano un linguaggio fatto di ripetizioni più o meno legate al contesto e finiscono con il parlare tardi, in modo corretto ma particolare, o presentando anomalie linguistiche. Sottolineiamo un altro fatto sorprendente: durante il periodo in cui non sono in grado di comunicare con il linguaggio, alcuni fra i soggetti più marcatamente autistici presentano spesso una iperlessia, ossia un vantaggio di vari anni sugli altri bambini nella capacità di decifrare parole e leggerle ad alta voce. Questa capacità è associata a una ricerca assidua di materiali scritti, benché questi bambini non comunichino fra loro linguisticamente e non capiscano ciò che leggono. Gli autistici acquistano così le loro competenze linguistiche in un modo singolare ma che può essere efficace e sfida le leggi dello sviluppo. Perciò raccomandiamo, nell'assunzione in carico di bambini autistici, di seguire i loro modi di apprendimento particolari - per esempio esponendoli presto a materiali scritti - invece che far seguire loro un percorso di sviluppo normale, faticoso e poco efficace che non migliora per niente la loro qualità di vita. (…) L'universo mentale degli autistici sembra attribuire una maggiore importanza alla manipolazione di materiali da cui è assente il soggetto, mentre l'immaginazione tipica tende a mettere in scena l'individuo in una sorta di «film di cui si è il protagonista». Al tempo stesso le attese, le emozioni e il linguaggio sembrano deformare di meno la percezione e la realtà, che sarebbe quindi percepita e memorizzata in modo più fedele. Esiste tuttavia una creatività autistica, che si esercita nelle arti così come nella scienza. Abbiamo formulato l'ipotesi che un principio detto di «cartografia veridica» svolga un ruolo importante nella creatività degli autistici, come pure in alcune delle loro capacità eccezionali, come la memorizzazione del giorno associato a una data o l'orecchio assoluto, cioè la capacità di riconoscere una nota musicale senza ascoltare un nota di riferimento. La cartografia 22 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) veridica orienterebbe spontaneamente gli autistici verso ciò che è strutturato, per esempio verso la scrittura o la musica anziché verso il linguaggio orale, permetterebbe di memorizzare corrispondenze termine a termine fra strutture e favorirebbe l'attività scientifica e il realismo nell'arte. Accettare la differenza Spesso si tende ad associare differenza e deficit, mentre, secondo la nostra collega Michelle Dawson, essere «più autistico» non significa necessariamente essere meno adattato. La riuscita di una tecnica d'intervento viene di solito misurata sulla base della sua capacità di fare sparire i segni dell'autismo e non sulla sua efficacia nel favorire l'adattamento, cosa che a mio giudizio è un grave errore 37. Di conseguenza le tecniche di intervento precoce più elaborate hanno un'azione pressoché nulla sull'adattamento. Si valuterebbe mai un programma educativo per bambini affetti dalla sindrome di Down dalla sua capacità di renderli «meno Down»? Certo che no. E tuttavia continuiamo a comportarci in questo stesso modo con i bambini autistici. Mentre si accetta l'idea che non si possa fare nulla per sanare le differenze causate dalla sindrome di Down o dalla sordità, continuiamo a illuderci che nel caso dell'autismo si possa, e soprattutto si debba, eliminare la differenza. Le società avanzate hanno una debole tolleranza nei confronti della differenza. Le persecuzioni scolastiche rimangono così la principale difficoltà che i bambini autistici devono affrontare nel sistema scolastico regolare. Quanto al mondo del lavoro, anch'esso non è adattato alla loro particolarità. In sostanza si chiede loro di adattarsi a un mondo fondato sulla logica della maggioranza - dovete adattarvi al nostro mondo perché noi siamo più numerosi - ma si tratta di una logica bellicistica, o elettoralistica. Essa non dovrebbe riguardare le differenze neurobiologiche esistenti nella famiglia umana. Una società aperta dovrebbe riconoscersi dal fatto che la maggioranza non detti le sue priorità ai meno numerosi e non ponga loro come criterio per essere integrati con pieno diritto nella società quel che viene richiesto dai suoi membri. Capire l'autismo, e rendere felice un soggetto autistico, avendo favorito la realizzazione delle sue potenzialità e avendo contribuito allo sviluppo della società, non consiste nel ridurre la sua differenza, ma nel trovargli il suo posto 38. A ciascuno le sue capacità39 È importante distinguere fra il potenziale intellettivo di una persona autistica e le sue capacità di adattamento fra persone sane. I metodi di insegnamento, l'ambiente professionale, sono concepiti per mettere in risalto le capacità degli individui sani. Il fatto che un bambino autistico abbia difficoltà ad adattarsi all'ambiente non autistico non fa di lui una persona meno intelligente; per questo è essenziale non ridurre il potenziale intellettivo al livello del funzionamento osservato. In questo contesto, i bambini autistici che presentano un potenziale elevato ma conseguono cattivi risultati ai test d'intelligenza classici - poco adattati alla capacità cognitiva di chi è affetto da autismo - sono probabilmente bambini per i quali l'insegnamento classico ha poche probabilità di risultare efficace. II fallimento del percorso scolastico non deriverebbe però da una mancanza di potenziale intellettivo, bensì da una 37 Un‟affermazione che richiama alla mente i due diversi approcci, „medico‟ e „sociale‟, alla disabilità, discussi in questo Master negli incontri col prof. Corradi. 38 In “Mente e cervello”, op. cit., n. 95, novembre 2012, articolo di L. Mottron, “Malattia o diversità?”. 39 Ivi, articolo di I. Soulières, “Un‟altra intelligenza”. 23 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) difficoltà ad applicare e sfruttare questo potenziale in un contesto di apprendimento troppo diverso da quello ottimale per il bambino autistico. II potenziale intellettivo di questi bambini rischia dunque di rimanere sfruttato solo parzialmente quando non si adattano i metodi di apprendimento al loro stile cognitivo. È necessario quindi applicare metodi pedagogici flessibili, meglio adattati alle modalità di apprendimento dei bambini autistici, mettendo in discussione il ruolo dell'insegnante e ripensando al modo in cui bambini e adulti autistici vengono accompagnati nel loro percorso di apprendimento. Più di sessant'anni fa Kanner sosteneva che l'intelligenza degli autistici è diversa. Oggi sappiamo che aveva ragione, ma anche che l'intelligenza degli autistici è reale e che può essere valorizzata. Lo scopo di questa incursione nel campo delle neuroscienze, era di confermare quanto vasta sia la „variabilità umana‟, che non tutto ciò che consideriamo „ritardo‟ o „patologia‟ lo sia effettivamente, e che anche ciò che consideriamo genio “poggi i piedi su un terreno comune” a tutti. E‟ ragionevole pertanto supporre che, qualora gli studi continuino a far luce sui complessi e affascinanti meccanismi che presiedono alla cognizione e ad altre funzioni, allora, dalla base biologica che condividiamo, sia possibile edificare un ambiente che tenga conto di tutte le diversità cognitive senza relegarne alcune nel sottoscala del ritardo ed altre nell‟olimpo del genio. In entrambi i casi, operando separazioni di valore. Per quanto sia azzardato, si potrebbe cominciare lasciando la logica numerica del QI al settore che le compete (quello scientifico e della ricerca) e riconsiderando come priorità l‟accoglienza, l‟inclusione, la relazione, che non si fondano su cifre e misurazioni. Da lì, stabilire i percorsi di ognuno, potrebbe diventare il vero obiettivo dell‟educazione, anziché la convergenza verso valori o apprendimenti già stabiliti per una media decisa a priori. Come già sostenuto, il legame tra neuroscienze e filosofia non è improprio ma quasi naturale, se si accetta il fatto che la filosofia sia la pratica che ricerchi il sapere per vivere bene, e che in fondo, il “conosci te stesso” di Socrate, allargando l‟esortazione a conoscere l‟essere umano in genere, trovi, almeno per quanto concerne l‟aspetto biologico (che non lo esaurisce), un validissimo supporto nelle neuroscienze e nella psicologia. Riguardo al pensiero filosofico nelle sue accezioni storicamente più conosciute, è tuttavia importante scandagliare il rapporto tra filosofia e metacognizione, anche in prospettiva di un‟applicazione della pratica filosofica in campo educativo. 1.2 METACOGNIZIONE E PENSIERO FILOSOFICO 24 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Il fatto che, in un Dizionario di Storia della Filosofia del 2006 40 non si trovi la voce “Metacognizione”, suggerisce che l‟accostamento della stessa al pensiero filosofico o alla Filosofia in genere sia un ambito di studio recente. E‟ stato tuttavia sostenuto che nell‟antica Grecia, già i sofisti, con i loro paradossi, non facessero altro che proporre alla mente dell‟interlocutore strade alternative alla logica per risolvere il problema 41. In questo senso, i sofisti andrebbero rivalutati, sottraendoli, almeno in questo caso, alla letteratura che non sempre è stata con loro generosa. Nello stesso dizionario troviamo invece, alla voce “Teoria della Mente”: La riflessione intorno alla natura e alle proprietà essenziali della M. umana, così come l'analisi delle principali capacità cognitive del soggetto pensante, è antica quanto la filosofia, per lo meno nel senso che tanto Platone e Democrito, quanto Aristotele, gli Stoici o i Padri della Chiesa avevano precise idee e approfondite teorie su M., anima, spirito (espressioni queste ben lontane dall'essere sinonime e la cui articolazione semantica varia al variare del quadro teorico complessivo in cui sono inserite). L‟espressione vera e propria «filosofia della M.» sembra tuttavia caratterizzare un particolare ambito di discussione, così come esso si è venuto a configurare soprattutto nel contesto della filosofia analitica contemporanea, sulla base della riflessione su una serie di questioni, come quelle del rapporto tra M. e cervello, della natura e dell'architettura cognitiva del soggetto, dell'analisi della capacità rappresentativa della M. umana, del ruolo di intenzionalità e coscienza nel pensiero, dello statuto della psicologia di senso comune, dei rapporti tra ragione e emozione e così via. Dal punto di vista storico, l'orizzonte concettuale in cui collocare queste tematiche rimanda principalmente alla svolta imposta da Cartesio alla filosofia moderna. È infatti nel pensatore francese che possiamo riconoscere tanto il punto di arrivo di una secolare tradizione di interiorizzazione del soggetto - che da Platone passa per Agostino e giunge alla caratterizzazione del pensiero cosciente come essenza del mentale che contraddistingue il cogito - quanto il punto di partenza per la successiva discussione dei rapporti tra res cogitans e res extensa e sull'indagine dei rapporti conoscitivi sussistenti tra il soggetto conoscente e la realtà conosciuta. (…) Sebbene all'origine della moderna riflessione sulla M. vi siano posizioni più o meno direttamente legate al punto di vista dualistico, come quelle di F. Brentano, W. Wundt o del primo W. James, nel '900 la filosofia della M. assume ben presto connotazioni materialistiche e naturalistiche, anche grazie al successo del comportamentismo come metodologia dominante nella psicologia di lingua inglese. II comportamentismo metodologico verte sull'idea di accettare come soli dati per l'elaborazione teorica i comportamenti osservabili dei soggetti, escludendo ogni ricorso all'introspezione, ogni riferimento ad eventi interni inosservabili e ogni uso di un vocabolario mentalistico; il comportamentismo logico (o filosofico) a ciò aggiunge la tesi secondo cui le asserzioni psicologiche significano (stanno per) comportamenti o disposizioni al comportamento. (…) 40 N. Abbagnano, Storia della Filosofia, Gruppo Editoriale Espresso, 2006. Se ne è parlato in un convegno a Pracatinat, nel 2008, per iniziativa del prof. L. Rossetti. Sull‟argomento, si può leggere in rete al sito http://www.rossettiweb.it/public/livio/doc/SOFISTI%20M%C3%A9thexis.pdf. Cfr. anche l‟articolo http://lnx.cidi.it/ricercadidattica/wp-content/uploads/2009/10/Metacognizione-e-filosofiaF.Firrao.pdf. 25 41 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) E‟ interessante confrontare alcune delle dichiarazioni precedenti con quanto, sulla metacognizione, affermano tanto l‟APA (American Psychological Association), che definisce la metacognizione come: «la consapevolezza dei propri processi cognitivi, che spesso implica il tentativo conscio di controllarli» (APA, 2007, 572), quanto Cornoldi: «stato di conoscenza sul funzionamento mentale» (1995, 17), con successiva proposta dello stesso Cornoldi (1995) di suddividere la metacognizione nei due settori: conoscenze metacognitive e processi metacognitivi di controllo. Le prime comprendono le impressioni, nozioni, sentimenti, intuizioni e autopercezioni, che un individuo ha relativamente al modo in cui la mente funziona. I secondi comprendono invece quei processi incaricati di supervisionare il funzionamento cognitivo42. Malgrado il Dizionario della filosofia non la citi, sono in molti a collocare la metacognizione in un ambito filosofico di tutto rispetto, sia storicamente che concettualmente. I Sofisti e la metacognizione43 (…) i Sofisti sembrano aver dedicato le loro migliori energie a un tipo di scrittura vistosamente innovativo: un tipo di scrittura che presenta tratti giocosi e in cui il discorso tende a sviluppare una fortissima tensione tra il contenuto dichiarativo di superficie e le inferenze che il lettore si sente spinto a trarne. La componente giocosa contrasta nel modo più netto con la tradizionale gravitas dei trattati Peri physeos. A sua volta, la manifesta inattendibilità di molti dei loro demonstranda (es. “che nulla esiste”, che accusatore e imputato hanno entrambi ragione e che Protagora, ad esempio, non ha argomenti per farsi pagare l‟onorario dal suo ex-allievo Evatlo, ma possiamo anche aggiungere: che Achille non è capace di raggiungere la tartaruga 44) contrasta con la ricorrente pretesa dei cosiddetti physiologoi di offrire delle conoscenze dotate di larga affidabilità. I molti scritti tendenzialmente paradossali prodotti dai Sofisti sono infatti, con ogni evidenza, dei discorsi sapientemente costruiti e altamente funzionali alla dimostrazione di una tesi che suole essere chiaramente indicata. In vista del demonstrandum di volta in volta annunciato, l‟architettura argomentativa suole essere così ben pensata e realizzata, e così altamente funzionale, da poter facilmente passare per impeccabile, o addirittura irresistibile, e comunque assolutamente magistrale. Ma, come ho accennato, c‟è un problema: il demonstrandum è paradossale e quindi problematico, se non addirittura inattendibile. Di conseguenza, è inimmaginabile prendere sul serio e prestar fiducia a ciò che pure viene asserito e accreditato con ogni determinazione e con apparente successo. Tanto basta per intuire che il senso più vero di quel discorso non è lì ma “altrove”. C‟è qualcosa che i testi di cui stiamo parlando non offrono (anzi evitano di esplicitare, hanno cura di non esplicitare), e non si tratta di un dettaglio marginale: si tratta addirittura della soluzione, della chiave, della lezione che in ipotesi dovremmo ricavare dalla lettura di questi scritti vistosamente paradossali, dell‟idea che all‟autore verosimilmente premeva di far arrivare ai 42 Dagli incontri con la prof.ssa Cangià, dicembre 2012. Cfr. in L. Rossetti, Oltre il demonstrandum. La dimensione metacognitiva dei testi paradossali nell‟età dei sofisti, Méthexis XIX (2006) p. 125-138. 44 Di punti di contatto fra Zenone e i Sofisti cominciarono a parlare già gli antichi. Zenone potrebbe anche essere stato il primo a pubblicare testi pensati come tenacemente paradossali e che abbia quindi contribuito alla stessa ideazione del tipico opuscolo paradossale di V secolo. 26 43 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) suoi ascoltatori/lettori. Ma se la “chiave” non è lì, dove la andremo mai a cercare? In prima istanza potremmo dire: in un “non detto” che si erge come l‟oggetto proprio dell‟iniziativa comunicazionale, la chiave o “senso” (non dichiarato) di ciò che invece viene esplicitamente detto. Spero di mostrare, tuttavia, che è pressoché impossibile identificare e ridurre ad enunciati questo non detto che si cela così bene dietro lo specifico di ciascuno di questi testi paradossali. Infatti quale enunciato avrà mai il potere di catturare gli effetti del formidabile senso di estenuazione e capitolazione intellettuale che viene generato dalla lettura del Peri tou me ontos gorgiano o delle stesse Tetralogie di Antifonte? Per argomentare il mio demonstrandum non posso non entrare nel merito di singole opere, e lo farò tra un momento. Prima vorrei però far notare che, sulla base delle considerazioni finora proposte, si delinea una fortissima interdipendenza funzionale fra forma e contenuto, perché la forma sembra essere lì allo scopo di mostrare un contenuto apparente (e virtualmente ingannevole) ostacolando però fin troppo efficacemente ogni tentativo di stabilire e dichiarare quale sia il senso profondo che dovrebbe nascondersi sotto le apparenze di un mero divertissement. (…) Mi pare inevitabile giungere alla conclusione che il punto di arrivo di tante provocazioni sofistiche fu e volle essere un punto d‟arrivo di tipo non cognitivo, qualcosa di diverso da un ipotetico sapere sul non-essere o sugli inconvenienti che possono compromettere il buon esito della comunicazione, sulla natura della corsa a inseguimento o su come si dirimono vari tipi di vertenze ingarbugliate. Ciò che notiamo è infatti una sostanziale, diffusa refrattarietà a indicare la traiettoria e una possibile linea di assestamento dei pensieri suscitati, dei dubbi innescati e delle investigazioni stimolate dalla lettura di tali scritti. Di nuovo, mentre chi perviene a ideare un enigma sotto sotto è impaziente di svelarne il segreto, chi scrive opuscoli paradossali del tipo indicato non ha nessuna impazienza, nemmeno l‟impazienza di indicare la strada che il lettore sagace farebbe bene a percorrere. Ciò che prevale di gran lunga è, se non vado errato, il piacere di lasciarlo nell‟imbarazzo, la gara a chi genera una più tenace esitazione. Il loro è un sapere che kruvptesqai filei'. Una volta precisato che essi furono portatori di un sapere sfuggente e refrattario alle classificazioni, è possibile guardare alla cosa anche in positivo, almeno nel senso di affermare che l‟obiettivo da essi perseguito fu, spesso, di assestare un colpo di frusta, di provocare uno shock per la mente indotta a smarrirsi, di aprire le porte all‟impensato, di accendere una lampadina dagli effetti stranianti. In altre parole: di costringere a pensare ma, di nuovo, senza prefigurare ciò che veniamo indotti a pensare. Dunque indurre a piuttosto a riflettere, indurre ad andare oltre le ovvietà, sempre senza precisare in che direzione dirigersi e, men che meno, quale sarebbe il punto di arrivo prefigurato. Riusciamo a caratterizzare ulteriormente tutto ciò se, attingendo a un termine ormai molto usato dai pedagogisti, accettiamo di parlare di un punto di arrivo di tipo metacognitivo. L‟idea è questa: nello scrivere i loro testi paradossali, Zenone e molti Sofisti non si sono proposti di scoprire o insegnare qualcosa e, invece di un “sapere che p”, ci hanno proposto una conoscenza di secondo grado, una comprensione commisurata alla complessità e inafferrabilità dell‟oggetto delle loro micro-trattazioni. La riflessione suscitata dalle situazioni paradossali di cui stiamo discutendo è infatti tale da creare le condizioni perché il lettore possa farsi delle idee su fenomeni complessi e sfuggenti, come sono le apparenze della inoppugnabilità, la possibilità di bloccare la voce del buon senso, oppure la possibilità di bloccare sul nascere l‟esplosione di possibili contraddizioni. (…) Ottengono insomma di sviluppare delle abilità per il fatto di metterci alla prova, poiché sono delle abilità non suscettibili di insegnamento positivo, e funzionano come 27 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) esperienze in grado di rendere più avvertiti. In grado di “farci crescere”. Tutto questo e altro ancora è appunto metacognizione, sapere di tipo metacognitivo, competenza di secondo grado, ed è altamente significativo che durante l‟intero secolo XX la mancanza di un nome appropriato abbia ostacolato con straordinaria efficacia la presa di coscienza della specificità del tipico opuscolo paradossale di epoca sofistica. 1.3 INSEGNAMENTO, STUDIO, PRATICA DELLA FILOSOFIA NEL PROCESSO DI APPRENDIMENTO GENERALE PER GLI ALUNNI CON DSA E‟ dunque, la metacognizione, parola-chiave per un nuovo tipo di apprendimento. Apprendimento di cui possono giovare non solo gli alunni con dsa ma, come abbiamo potuto considerare nel corso del Master 45, tutti i soggetti. Nel capitolo dedicato agli strumenti (cap. III), vedremo in che modo sono state proposte attività di tipo metacognitivo, anche utilizzando le acquisizioni del corso di studi appena terminato. Ci si è soffermati sulla filosofia intesa come pratica, in particolare per la scuola Primaria e dell‟Infanzia, mentre nella Scuola secondaria di primo grado sono state già sperimentate forme di pratica filosofica con risultati confortanti; sconfortante è il fatto di non poter avere più spazio e più tempo da dedicarvi. Come ho più volte ripetuto, ogni volta ci troviamo di fronte a leoni affamati ai quali la scuola offre spesso del cibo scarso (e a volte avariato), ed è triste dover limitare le attività di fronte a tutto quell‟entusiasmo. E‟ inoltre ragionevole supporre che, quanto ha funzionato nella scuola media per tutti gli studenti, possa considerarsi particolarmente efficace in presenza di studenti con dsa. Non possiamo tuttavia dimenticare che, nelle Scuole secondarie di secondo grado, è lo studio della Filosofia ad avere un ruolo prioritario. Si può anche dimostrare che, nella Scuola secondaria di secondo grado, più avvezza allo studio della Filosofia piuttosto che alla sua pratica, ci si possa organizzare per favorire i processi di apprendimento anche in presenza dei dsa (nel III capitolo mostreremo, tra gli strumenti per studiare, i famigerati sms come risorsa per l‟acquisizione dei grandi concetti della Filosofia). Per quanto riguarda la scuola media, abbiamo potuto proporre la pratica filosofica diversificata in più scuole, approfittando di progetti di continuità con la scuola Primaria (il primo di questi progetti venne discusso alla LUMSA, relatori in quell‟occasione alunni di Scuola Primaria e Scuola Media), e vedremo più avanti per quale motivo quel tipo di attività possa costituire una grande risorsa. Le attività che ha coinvolto, dal cooperative learning alla „disputa filosofica‟, hanno in sé tutti i caratteri di cui nel Master abbiamo a lungo trattato: nella fattispecie, ho un ricordo particolare di un ragazzo con una storia alle spalle molto difficile, che dopo le provocazioni del primo incontro e la consapevolezza, da lui ostentata, dell‟inutilità dei propri sforzi, nel secondo incontro si è espresso argomentando in maniera brillante e, soprattutto, collaborando con gli altri. Cito l‟esempio, tra i tanti, perché è tra i più significativi, e perché in fondo rende chiaro 45 Oltre alle lezioni della prof.ssa Cangià, anche nel resto del percorso. 28 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) che, almeno per quanto concerne la motivazione, queste pratiche sono efficaci. Alle ragazze e ai ragazzi che, alle medie, si trovano di fronte a limiti che fino ad allora avevano magari potuto arginare, si offre l‟occasione per emergere e collaborare in attività che riguardano la vita e i problemi della stessa, i loro problemi. Un campo di attività nel quale non ci sono distinzioni tra di loro. La possibilità di „fissare‟ quanto discusso nelle varie forme, dal teatro, alla narrazione, alla poesia, al disegno, lascia poi liberi i ragazzi di trovare il modo a loro più consono per contribuire all‟attività. Per quanto concerne gli ordini di scuola successivi, anche lo studio della Filosofia, in un‟ottica metacognitiva, può dare risultati confortanti (in questo caso, diventa in fondo, anch‟esso, pratica filosofica a tutti gli effetti). Metacognizione e filosofia46 1. Ripensare la filosofia „insegnata‟, oggi. L‟esame del rapporto tra filosofia e metacognizione, enunciato nel titolo di questa relazione47 richiede innanzi tutto una precisazione che rimanda alla finalità di questo mio intervento all‟interno del corso di perfezionamento su La metacognizione nella progettazione del curricolo scolastico. Un dispositivo per ripensare i saperi48. Va puntualizzato che l‟obiettivo della mia riflessione non è quello di un‟analisi epistemologica della natura metacognitiva del sapere filosofico, ma quello di tentare di ripensare l‟insegnamento della filosofia nell‟orizzonte di una formazione cognitiva in termini metacognitivi all‟interno di un percorso curricolare di studi nella scuola secondaria di secondo grado finalizzato all‟acquisizione di competenze intellettuali che permettano alle giovani generazioni di giovani di rispondere alle „tensioni‟ socio – culturali, esistenziali individuali prodotte dalle „disillusioni‟ che hanno accompagnato il progresso economico e sociale degli ultimi venticinque anni del secolo scorso. (…) Turbato da queste tensioni, infatti, l‟uomo d‟oggi si sente disorientato e chiede un modello educativo che gli consenta di sviluppare pienamente le sue proprie intrinseche potenzialità da quelle intellettive a quelle affettive – emotive, di poter essere responsabile verso sé e gli altri nella ricerca di un mondo più giusto e migliore in cui vivere; chiede un‟educazione con forti dimensioni morali e culturali, che lo aiuti a percorrere un itinerario interiore le cui pietre miliari sono nella conoscenza, nella riflessione e nella pratica dell‟autocritica. (…) L‟insegnamento della filosofia per sua naturale vocazione mira a favorire “la maturazione di soggetti consapevoli della loro autonomia e del loro situarsi in una pluralità di rapporti naturali ed umani, implicante una nuova responsabilità verso se stessi, la natura e la società, un‟apertura interpersonale ed una disponibilità alla feconda e tollerante conversazione umana” (Annali, 59/60, 1992, p. 212), tramite lo sviluppo di capacità di “riflessione critica sulle diverse forma del sapere, sulle loro condizioni di possibilità e sul 46 F.P. Firrao, “Metacognizione e filosofia”. Programmata per il 14 aprile 2004, ma non tenuta per un impedimento dell‟Autore. 48 Organizzato dall‟Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Scienze della formazione, Dipartimento di scienze dell‟Educazione e dei processi culturali formativi; Anno Accademico 2003 – 2004. 29 47 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) loro << senso >>, cioè sul loro rapporto con la totalità dell‟esperienza” (ibi, p. 212). Una capacità, questa, che rimanda logicamente ad altre forme di capacità mentali, come quella di “problematizzare conoscenze, idee e credenze” (ibi, p. 212), “di pensare per modelli diversi e di individuare alternative possibili, anche in rapporto alla richiesta di flessibilità nel pensare, che nasce dalla rapidità delle attuali trasformazioni scientifiche e tecnologiche” (ibi, p. 212). L‟ampia citazione dai documenti della Commissione Brocca, ci permette di delineare i confini entro cui svolgere le nostre argomentazioni sul rapporto indicato dal tema di questo saggio. Consapevolezza, riflessività, problematizzazione, flessibilità nel pensare, sono capacità che rimandano a processi cognitivi che richiedono attività specifiche come: 1. la pianificazione (immaginare come procedere per risolvere un problema, elaborare strategie); 2. la previsione (stimare il risultato di un‟attività cognitiva specifica); 3. la guida (testare, rivedere, rimaneggiare le strategie); 4. il controllo dei risultati ottenuti (valutare il risultato di un‟azione in funzione dello scopo perseguito); 5. il transfer e la generalizzazione di una strategia di soluzione di un problema applicata ad altri problemi o contesti nozionali. (Albanese, 1995, p. 26). Queste coordinate per un ripensamento della „filosofia insegnata‟ hanno senso, però, se supportate da un‟approfondita riflessione epistemologica sulla filosofia come disciplina e innanzi tutto come sapere. Non sfuggirà come, nelle attività sopra elencate, vi sia una certa corrispondenza anche con le „carte per risolvere un problema‟ (si veda più avanti al capitolo III), strategia metacognitiva della quale possono avvalersi tutti ma che, per le sue caratteristiche, risulta tanto più di supporto a bambini con dsa49. Ancora più avanti, nel corso di questo studio, possiamo rilevare indicazioni che risultano particolarmente adatte ai soggetti con dsa. (…) L‟attenzione intellettuale degli studenti, in particolare di quelli che affrontano studi di tipo filosofico, deve spostarsi dalle dottrine, dalle teorie, o meglio, teorizzazioni, intese come generalizzazioni di teorie specifiche, alle relazioni razionali „aperte‟, ai processi razionali, ai procedimenti argomentativi con cui le varie posizioni teoriche si relazionano tra loro costituendo non tanto un „edificio‟ di saperi, quanto una „rete‟ di conoscenze, in cui ogni forma conoscitiva si pone, o meglio, si „propone‟ come un punto di vista, necessario, ma non sufficiente, per la lettura della realtà nella sua complessità. (…) Educare alla „complessità‟ vuol dire anche superare quella visione disciplinare unidimensionale in cui ogni teoria si relaziona con le altre secondo la linea del tempo, della pura successione storica, in cui sembra che l‟obiettivo di ogni pensatore sia stato prevalentemente quello di disdire ciò che è stato detto da colui che lo ha preceduto, a prescindere dai fattori culturali che lo condizionano; superare anche l‟isolamento disciplinare, la sua dimensione monodica, leibnizianamente senza porte e finestre, secondo un modello di cultura cumulativa, sommativa. 49 Le carte sono state segnalate, tra le altre strategie, nel corso di un incontro, durante il Master, sulla metacognizione, con la prof.ssa Cangià. 30 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Per superare il monadismo disciplinare, considerato come specialismo disciplinare, sono necessari alcuni chiarimenti fondamentali. Innanzi tutto distinguere „sapere‟ da „cultura‟. Se il sapere ha come suo referente specifico la singola disciplina, la cultura rimanda al „complesso‟ che sottostà alla molteplicità ed alla diversità delle informazioni disciplinari, al “complexus”, inteso come tessuto che deriva da fili differenti, in cui i „fili‟ rappresentano metaforicamente, i fili del pensiero. E, come nel tessuto i fili s‟intrecciano tra loro creando un „ordito‟ che li tiene uniti dando ad essi una forma, un‟immagine, così i fili del pensiero filosofico, nel nostro caso specifico, perché abbiano un senso, devono essere intrecciati tra loro su punti focali, su nodi che nel linguaggio didattico vengono identificati come „nuclei fondanti‟ da non confondere con i contenuti minimi della disciplina, come certa letteratura scolastica tende a risolvere. Nessun contenuto specifico può svolgere la funzione di nucleo, in quanto per sua natura esso è qualcosa di definito, di tenuto insieme da regole, da principi: fa parte del tessuto, è un filo del tessuto. Nucleo, invece, come indica il termine nel suo linguaggio scientifico d‟origine, rappresenta la parte „vitale‟, „generativa‟ di una struttura. I „ nuclei fondanti „ di una disciplina, quindi, sono „domande di senso‟ intorno a cui si strutturano le conoscenze costitutive lo specifico del sapere disciplinare. I nuclei, in altri termini, sono quelle parti vitali che danno forza, senso alle parti strutturanti il sapere proprio della disciplina, rappresentano la dimensione „semantica‟ della grammatica disciplinare e, quindi, del linguaggio con cui la disciplina è codificata e comunicata. E‟ questo il secondo elemento che andrebbe tenuto presente per un chiarimento sul rapporto tra metacognizione e filosofia „insegnata‟. Infatti considerare la filosofia, come materia d‟insegnamento, dal punto di vista dei suoi nuclei fondanti, vuol dire porla su un piano che va oltre quello proprio disciplinare, oltre quello dei suoi contenuti, del suo linguaggio, delle sue procedure argomentative; vuol dire porsi sul piano „meta – disciplinare‟. (…) Non ci sono nuclei predeterminati, propri della disciplina, della filosofia, delle arti, delle lettere o di altro. I nuclei, in quanto domande di senso e di significato, appartengono alla natura del pensare stesso, al modo di pensare, di sentire, di vivere di ogni uomo. Diventa fondante di una disciplina, filosofia, arte, letteratura, scienze, etc., nel momento in cui ad esso vengono riportate le modalità di espressione, di traduzione, di soluzione dei problemi. Un nucleo è fondante solo nel suo intrinseco rapporto con la disciplina, quindi, non lo è per sua propria natura. Cogliere, quindi, i nuclei fondanti della filosofia, oggetto specifico della nostra riflessione, vuol dire innanzi tutto porsi al di fuori della struttura propria della disciplina, sospendere ogni forma di valutazione sul valore delle risposte date alle domande di senso, per inoltrarsi in una ricerca di tipo genealogica sui processi cognitivi e sui valori affettivi che sono all‟origine delle domande stesse. E‟ questa, secondo il mio parere, la dimensione „meta-cognitiva‟ che dà senso e significato alla dimensione „meta – disciplinare‟, dei nuclei fondanti, su cui si costruisce sintatticamente la filosofia, come sapere e come materia d‟insegnamento. Perché queste dimensioni possano essere didatticamente funzionali ad un apprendimento che risponda ai bisogni di un‟educazione al pensare critico permanente, che ponga i giovani studenti nelle condizioni di interrogarsi su un‟affermazione, su un problema, su un fenomeno, di riflettere per esprimere valutazioni di ordine logico, etico ed estetico in modo da compiere scelte consapevoli sia nella vita personale che in quella sociale, è necessario che l‟apprendimento si traduca principalmente in auto-apprendimento, 31 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) in autocoscienza dei propri processi cognitivi, in capacità di sapersi gestire nelle dinamiche di apprendimento in modo da riattivarsi in situazioni sempre nuove e diverse. Del resto il pensiero critico, alla cui formazione è specificatamente finalizzato l‟insegnamento/apprendimento della filosofia, come si evince chiaramente dalle finalità suggerite dalla Commissione Brocca, citate all‟inizio della nostra riflessione, è legato, da un lato alla facoltà di giudizio, intesa come capacità di formarsi opinioni ragionevoli, di fare valutazioni, di pervenire a conclusioni in modo autonomo ed efficace, dall‟altro alla disponibilità ad un‟indagine tesa a individuare ed argomentare i „fondamenti‟ e le „ragioni‟ che orientano il pensare e l‟agire umano. Il pensiero critico, che comprende i processi mentali, le strategie e le rappresentazioni che le persone usano per risolvere problemi, prendere decisioni ed imparare nuovi concetti, essendo in sostanza un pensiero riflessivo centrato sulla decisione di cosa credere e fare, sta alla base dell‟elaborazione, costruzione e revisione dei giudizi con cui ogni individuo fa le sue scelte nell‟agire. La capacità di giudizio critico per questa sua funzione operativa va considerata nel suo complesso intrecciarsi con le molteplici dimensioni comunicative, conoscitive, motivazionali ed esistenziali, proprie dei soggetti giudicanti. Infatti la complessità del giudicare non è altro che la stessa complessità del ragionare; una complessità che comprende sia l‟oggetto del pensare, sia il soggetto pensante, sia il contesto in cui l‟attività di pensiero si svolge, sia, infine, i processi mentali attivati. In questo contesto dinamico il pensiero critico, giudicante, non può non essere considerato come pensiero creativo, per cui tra „criticità‟ e „creatività‟ non può esserci quella distinzione posta da certa letteratura psicologica e pedagogica. Criticità e creatività sono due facce di una stessa medaglia, due aspetti di uno stesso processo intellettuale complesso. (…) Un ripensamento della filosofia, come disciplina d‟insegnamento finalizzato non tanto e solo all‟apprendimento dei contenuti di pensiero così come si sono venuti ad esprimersi nel corso della storia culturale occidentale, richiede innanzi tutto che al centro dei processi di apprendimento sia posta la „soggettività‟ di chi apprende, degli studenti. Una soggettività, questa, che ha proprie esigenze, diverse da quelle della soggettività di un adulto. Mentre quest‟ultima si configura come una realtà processuale „matura‟ nelle sue credenze, nel senso consapevole di sé, in continua ricerca di conferma, di consensi culturali sempre più ampi e stabili, quella degli studenti è caratterizzata da profonde insicurezze, da dubbi „radicali‟ su di sé e su tutto ciò che gli viene proposto come modello di pensiero „condiviso‟. E‟ una soggettività, quella dello studente che fa parte integrante della ricerca di un Sé „forte‟, capace di interagire con il mondo degli Altri in difesa di principi e valori sentiti, vissuti, come propri, conditio sine qua non del proprio esistere come soggetto. Siamo così giunti a cogliere quello che deve essere l‟orizzonte da cui ripensare l‟insegnamento in generale, della filosofia, in particolare, ovvero la centralità del Soggetto come soggetto di apprendimento, come soggetto che cerca sé in un contesto culturale sempre più „complesso‟, in cui la certezza non è più data, ma cercata tramite una riflessione critica continua di senso, tramite una „universalizzazione‟ continua del quotidiano, ovvero delle domande di senso che hanno origine dall‟esperienza immediata con la realtà naturale e sociale in cui il singolo individuo, lo studente, è immerso. (…) E‟ necessario che il pensare critico si configuri come espressione di un „dialogo‟ interiorizzato, parte costitutiva della riflessione filosofica, come scrivono a questo proposito Lipman, Sharp e Oscanyan (1980, p.22): “ Generalmente si assume che sia la riflessione a generare il dialogo, mentre, in realtà, è il dialogo che genera la riflessione. Molto spesso, quando le persone sono coinvolte 32 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) reciprocamente in un dialogo, sono obbligate a riflettere, a concentrarsi, a considerare le alternative, ad ascoltarsi da vicino, a prestare attenzione alle definizioni e ai significati, a riconoscere in anticipo l‟inadeguatezza di un‟opzione, e, in generale, a cimentarsi in un vasto numero di attività mentali che essi potrebbero non aver mai intrapreso se la conversazione non avesse avuto luogo”. Far partecipare gli studenti ad una discussione su un tema, su una questione, vuol dire metterli in condizione di riflettere su ciò viene detto o che si avrebbe voluto o potuto dire, ricordare ciò che è stato detto dai Filosofi in situazioni diverse o analoghe; vuol dire attivare negli studenti processi cognitivi di autocontrollo analoghi a quelli presenti nella dinamica delle conversazioni in cui gli interlocutori riflettono, pensano parlando e parlano pensando. (…) Nucleo fondante del pensare filosofico deve essere la capacità di problematizzare, di mettere in discussione criticamente le certezze; la rinuncia, tramite l‟interrogarsi alla pretesa di oggettività, di esaustività onnicomprensiva; l‟apertura del pensiero filosofico a revisioni critiche sempre nuove. Altro nucleo fondante il pensare filosofico, agente nella problematizzazione è quella che sopra abbiamo indicato come soggettività, come pratica consapevole del filosofare, indagatore sul significato stesso dell‟interrogarsi. Siamo ad un livello di strutturazione del pensare filosofico in cui emerge a chiare note la dimensione „meta‟ del pensare filosofico, in cui il piano legato al vissuto quotidiano ed alla particolarità dell‟esperienza viene superato nella ricerca di una verità, mai data, ma sempre ricercata nel suo farsi continuo. Tutto ciò ha senso solo se il pensare filosofico si fa dialogo, confronto con un‟alterità con cui misurarsi nell‟interpretazione della realtà personale, sociale e naturale. A questo servono i Filosofi, ad essere interlocutori per una ricerca condivisa di senso e di significato di sé e della realtà in cui si svolge l‟esistenza di chi si interroga. (…) Quali nuclei e quali corrispondenti competenze delineano l‟orizzonte metacognitivo della filosofia come disciplina d‟insegnamento? Un‟ipotesi potrebbe essere la seguente: Nuclei fondanti Competenze Domanda Argomentazione Soggettività Universalità Fare filosofia Problemattizzare Argomentare Acquisire consapevolezza Universalizzare / concettualizzare Dialogare Pur avendo tutti questi nuclei / competenze carattere „metacognitivo‟ in quanto attività „trasversali‟ della pratica filosofica, processi che sono a fondamento dell‟apprendere non solo filosofico, ma di qualunque forma di apprendimento, quelli su cui è opportuno soffermarsi per una più sintetica ed esemplare visione della metacognizione in ambito filosofico sono: la „domanda‟ e la „soggettività‟. (…) Al centro della riflessione problematica sono il soggetto discente, l‟immediatezza dei suoi vissuti, le domande inconsapevolmente filosofiche da lui poste, il suo saper irriflesso, prodotto di una cultura sociale interiorizzata, a-problematica, contenitore di risposte preconfezionate e „anestetizzate‟. 33 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) In questo modo lo studente esercita la propria attività di riflessione su se stesso e non su qualcosa a lui esterno, da lui altro; s‟immerge in quella che è la dimensione „metacognitiva‟ della filosofia. Avvicinarsi alla filosofia in questi termini vuol dire per lo studente prendere coscienza di sé in un‟età che è giustamente connotata dagli psicologi „filosofica‟ per le sue tensioni, per i suoi interrogativi, per la carica idealizzante che accompagna la sua crescita ricerca d‟identità. (…) L‟aspetto del fare filosofia che più avvicina la mente dello studente alla gestione di sé (metacognizione) è da cogliere nei processi cognitivi di riflessione intorno alle categorie assunte ed ai loro sottintesi processi formativi. L‟atto del categorizzare, che non è prodotto dalla serie di somiglianze tra entità esterne reperibili nel mondo, è un atto inventivo e creativo che, nell‟intreccio di facoltà logico- formali e facoltà empatico – emotive, il soggetto pone in essere in rapporto a bisogni, aspettative e precomprensioni nella polivalenza dei sensi e dei significati radicati dei suoi vissuti. In questo contesto la riflessione metacognitiva, propriamente filosofica, diventa consapevolezza da parte del soggetto pensante dei caratteri creativi dei propri atti cognitivi colti nella ricchezza delle loro dimensioni riducibili non solo ed esclusivamente nei caratteri razionali, codificati dalla tradizione del pensiero occidentale. Da quanto sopra detto si deduce che un‟efficace didattica della filosofia si misura essenzialmente con la sua capacità di attivare negli studenti le potenzialità critiche e interpretative nell‟orizzonte storico-linguistico a cui gli studenti appartengono al fine di cogliere fenomenologicamente nuovi significati nel già sempre dato, di esperire nuove modalità di abitare la propria tradizione. Per queste finalità il lavoro della filosofia in classe non può esaurirsi in una sterile collezione di „visioni del mondo‟, ma deve tendere a provocare un urto ermeneutico con i testi filosofici e, attraverso questi, con gli eventi ed i problemi che caratterizzano il presente in cui gli studenti ed i docenti vivono ed interagiscono. Di certo, la Filosofia, insegnata con un approccio metacognitivo come suggerito, ha in sé le potenzialità per strutturare una “personalità autonoma, in grado di operare delle scelte per un libero e responsabile rapporto col mondo e con la vita, attraverso la partecipazione e il dialogo con la comunità intera”, esattamente come citato nell‟introduzione riguardo al nostro Filo di Sofia. Diviene cioè una vera pratica filosofica, la cui utilità, anche nel ridurre buona parte dei problemi di adattamento o di autostima 50 si sposa alla possibilità di „giocare‟ con strumenti semplici come il „telefonino‟, che diviene in questo caso un vero e proprio strumento compensativo alla portata di tutti (il gioco della filosofia con gli sms è riportato nel III capitolo). Se è vero, come scrive Umberto Galimberti con Nietzsche e Heidegger, che il nichilismo è oggi l'ospite più inquietante nella casa dei giovani, di fronte alta «morte di Dio» e al tramonto dei valori tradizionali, viene da sé la domanda su che cosa possano realmente fare la scuola e la filosofia per le generazioni del futuro. Secondo l'autore si può fare molto, a partire dall'abbandono di una modalità di insegnamento nozionistica e astratta e da un cambio radicale di prospettiva, ponendosi dal punto di vista delle esigenze concrete degli alunni, 50 Rappresentati nelle scale ACCESS, AMOS e TMA studiate nel corso degli incontri con la prof.ssa Geraci. 34 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) partendo cioè dalla loro soggettività. Solo da questo incontro con il soggetto reale dell'apprendimento - l'individuo singolo con i suoi problemi e le sue domande - potranno rinascere e rivivere in classe le grandi idee dei pensatori di ogni tempo51. (…) L‟intera tesi si può trovare nella sezione Pubblicazioni del sito del Filo di Sofia: www.avios.it/filodisofia/home.php. 51 Cfr. L. Taufer, Adolescenti e filosofi, Erickson, Gardolo (TN) 2008. Nel libro, “l'autore traccia sei percorsi tematici per il triennio dei licei, articolati in moduli ricorrenti. Partendo dal mito e dalla costruzione identitaria, attraverso le grandi questioni dell'essere, dell'uomo, della politica e della conoscenza, fino a quelle della praxis e del lavoro, propone un'ampia scelta di testi di autori classici e moderni, attività didattiche strutturate, momenti di sintesi interdisciplinare e di verifica”. 35 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) (…) BIBLIOGRAFIA – SITOGRAFIA Siti web www.avios.it/filodisofia/home.php. Sito web del Filo di Sofia. www.avios.it. Nel sito dell‟associazione Avios (Agenzia per la valorizzazione dell‟individuo nelle organizzazioni di servizio) si trovano vari progetti formativi per le scuole, e si può accedere alla rivista scientifica “Scienze del pensiero e del comportamento” dove sono presenti articoli riguardanti la filosofia nella scuola. http://www.retegenitoridsa.it/index.php/materiale/category/16-documentari-film-libricanzoni-ed-altro.... Un sito da cui è possibile scaricare materiale video, musicale e pubblicazioni di vario genere sui dsa. http://host.uniroma3.it/laboratori/mimesislab/index.php Sito del Laboratorio di Pedagogia dell‟espressione MimesisLab (Università Roma Tre, Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica) di Gilberto Scaramuzzo. Pubblicazioni N. Abbagnano, Storia della Filosofia, Gruppo Editoriale Espresso, 2006 S. Bacchetta, Appunti per una fenomenologia spiritosa, in A.R. Nutarelli, W. Pilini (a cura di), Per una Critica della Ragion Puerile, Morlacchi, Perugia 2009 S. Bacchetta, Piacere, siamo Filo & Sofia, ed. Aracne, Roma 2013 S. Bacchetta, “Politica e formazione. Un cambiamento è ancora possibile?” in G. Bortone (a cura di), Formazione e cambiamento, Aracne editrice, Roma 2008 S. Bacchetta, A SCUOLA CON (filo)SOFIA - La pratica della filosofia nella scuola primaria come strumento e progetto edificante: esperienze in consonanza con il De magistro di Tommaso d‟Aquino, è pubblicata nel sito www.avios.it/filodisofia/home.php L. Cavalli-Sforza - F. Cavalli-Sforza, Chi siamo. La storia della diversità umana, Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995 36 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) A. Caputo, in collaborazione con A. Mercante e R. Baldassarra, Philosophia ludens, ed. la meridiana, Molfetta 2011 V. Caratozzolo, Scrivere come Frankenstein – Esperimenti di chirurgia testuale, ed. la meridiana, Molfetta (Ba) 2007 C. Carzan, S. Scalco, Ri-animare la Lettura, la meridiana, Molfetta (Ba) 2009 C. 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Rivista “SMAT - Scuola Materna per l‟educazione dell‟infanzia” – Quindicinale per l‟educazione dell‟infanzia, editrice La Scuola “Scuola italiana moderna”, mensile per la scuola Primaria, editrice La Scuola Filmografia e video “Stelle sulla terra”, India 2007, Regia di Aamir Khan “Come può essere così difficile”, U.S.A., Richard Lavoie Brani di film utilizzati per formazione, laboratori e a scopo didattico nel canale you tube del Filo di Sofia: http://www.youtube.com/user/ilFilodiSofia. 40 «Scienze del pensiero e del comportamento» (www.avios.it/spc.html) Documenti (disponibili online) Legge 170/10 (Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico) Decreto Ministeriale n.5669/2011 e Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con Disturbi Specifici di Apprendimento, allegate al D.M. del 12 Luglio 2011 Legge Quadro sulla disabilità 104/92 Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell‟infanzia e del primo ciclo di istruzione OMS (2001), Classificazione internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), Erikson, Trento “Consensus Conference: Disturbi specifici di apprendimento, Roma, 6-7 Dicembre 2010 41