Paliotto del secondo altare di sinistra (primo Settecento), scagliola policroma, Chiesa di Sant'Agostino, Rimini. [email protected] http://www.lionsriminimalatesta.com LIONS: Liberty, Intelligence, Our Nation’s Safety Collaboratori del 1° numero, anno 2014-2015 Mario Alvisi - Nevio Annarella - Rita Maria Astolfi Oliva Mario Barnabè - Giorgio Betti - Giampiero Buratti - Paola Delbianco Osvaldo De Tullio – Angela Fontemaggi - Eva Dulikova Frisoni Franca Fabbri Marani - Fioretta Faeti Barbato - Mattia Guerra Anna Mariotti Biondi - Maurizio Matteini Palmerini Gabriello Milantoni - Orietta Piolanti - Adele Pompili - Fernando Santucci Carlo Somigli - Sandro Tiberi - Alfonso Vasini Progetto grafico e impaginazione Anna Mariotti Biondi Fotografie Mario Alvisi - Paolo Marani Vita di Club Anno lionistico 2014 – 2015 Numero 1 Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta SOMMARIO: Incontri Conferenze Conviviali Servizi Viaggi Curiosità Novità Ricordi Arte Musica Poesia Amicizia Solidarietà Mostre Musei Gastronomia Posta Attualità Chiacchiere Pensieri Brevi Lionismo Anniversari Ospiti Atmosfere Nostalgie Progetti 4 La pagina del Presidente Saluto del Presidente 5 Mondo Lions Scene di una notte di mezza estate 6 Mondo Lions Un saluto agli amici dimissionari 8 Rimini Città La palata 12 Rimini Provincia Visita al castello 14 L’intervista impossibile Quale amore 19 Storia d’Italia Vite dimenticate 22 Mondo Lions Lionismo 23 Service 24 Romagna Ricordi Progetto Elisa News: Mai più cecità prevenibile La Luciana 26 Rimini Natura A gl’erbi ’d campagna 28 Rimini Città Cronaca di un restauro 29 Mondo Lions Rimini- San Marino: La linea gialla 1944 31 Arte in Mostra Tra sogni e metafore Inserto Tra sogni e metafore Lezione di stile Arte in Mostra Rivive l’epoca d’oro 33 Curiosità alvisiane Il ladro di Storie 39 Cultura L’età dei codici 41 Musica Ainulindalë 43 Mondo Lions Lions tedeschi a Rimini 45 Letteratura Turno Branciforte 46 Medicina&Salute Tradizione e innovazione alimentare 49 Meeting Archeologia a Rimini: Profilo di Mario Zuffa La Rimini di Augusto nelle scoperte di Mario Zuffa 51 Intermeeting Festa della Bandiera 62 Curiosità alvisiane Storia di un’icona natalizia LA PAGINA DEL PRESIDENTE Cari amici Lions, è ben vero che ogni anno il club deve eleggere un “nuovo” Presidente, ma è altrettanto vero che quest’anno si è optato per un “nuovo” abbastanza datato. È, infatti, la terza volta che i miei amici soci mi indicano per la carica di Presidente. Non mi devo lamentare perché avrei potuto rifiutarmi. Essere eletto per la terza volta, tuttavia, è una enorme soddisfazione personale, significa che si gode della fiducia di molti amici del club. È altrettanto vero che se un altro socio si fosse proposto, io mi sarei tranquillamente e piacevolmente “defilato”, limitandomi a prestargli aiuto qualora me lo avesse chiesto. Comunque sia, ora che sono stato eletto presidente devo portare a compimento il mio mandato nel modo migliore possibile. Devo sottolineare che al mio fianco opera un Consiglio Direttivo straordinario formato da soci con esperienza e soci con limitata esperienza, ma pieni di entusiasmo, il che è il massimo che possa capitare ad un presidente! I loro nomi li conoscete, ma voglio elencarli ad uno ad uno: Lily Serpa Allison, Past President; Egidio Aguti, Vicepresidente; Michele Marcantonio, Segretario; Mario Alvisi, Tesoriere; Marcello Pedrotti, Cerimoniere; Paolo Gianessi, Censore; Onelio Banchetti, Floriana Bianchini, Teresa Lagreca, Paolo Marani, Mauro Tercon, Consiglieri. Il mio mandato seguirà il solco della tradizione per ciò che riguarda i service principali ormai consolidati; per i nuovi ci riserviamo una ulteriore verifica prima di portarli all’attenzione del club. Un aspetto che mi sta molto a cuore, che è stata la molla che mi ha fatto accettare la Presidenza, è quello di stimolare la partecipazione diretta dei soci, e prioritariamente dei “Soci Fondatori”, ad intervenire in prima persona nella conduzione dei vari meeting. Sarà, quindi, un mio particolare impegno far sì che la maggior parte delle serate sia appannaggio dei soci che, essendo professionisti e specialisti di varie materie, sapranno sicuramente coinvolgere tutto il club alla partecipazione con relazioni di alto contenuto culturale e professionale. Un primo esempio molto positivo si è avuto con il meeting organizzato dal nostro primo Presidente Stefano Cavallari (1981-82). Il 13 Gennaio prossimo è in programma un meeting che sarà condotto dal socio dott. Fernando Santucci, secondo Presidente del Club (1982-83). Anche in questo caso è prevedibile un analogo successo. Il 20 novembre abbiamo avuto, in intermeeting con il club Rimini Host, come ospite esterno il Rav. dott. Luciano Caro, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Ferrara e uno dei più importanti personaggi della Cultura Ebraica in Italia. La serata è stata molto apprezzata da tutti i presenti per gli argomenti illustrati in modo appassionato dal Rabbino che, parlando a braccio, ha catturato l’interesse di tutti. Gli argomenti sono stati così coinvolgenti che alcuni hanno richiesto una sua ulteriore presenza; ne verificheremo la possibilità. Spero vivamente che il programma deciso dal C.D. trovi apprezzamento sia nei soci che faranno da relatori, sia negli altri che dovranno essere una cornice entusiastica e partecipe. Naturalmente se qualche socio vuol proporsi per altre serate, troverà una porta aperta in tutti noi. In seguito si riferirà dettagliatamente sulle attività che il club intende attuare. Grazie per la vostra attenzione e, soprattutto, partecipazione, parola chiave di questo anno sociale. Un carissimo saluto 4 Vita di Club n. 1 MONDO LIONS SCENE DA UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE Sulla panoramica terrazza del BEST WESTERN PALACE HOTEL di Serravalle un festoso saluto al nuovo Presidente e alla sua bella famiglia con amicizia, musica, canti e danze estemporanei e … gustosi manicaretti! 5 Vita di Club n. 3 MONDO LIONS UN SALUTO AGLI AMICI DIMISSIONARI Quando la terza età avanza... “O Tempo divoratore, e tu, invidiosa Vecchiaia, voi tutto distruggete e a poco a poco consumate ogni cosa facendola morire, rosa dai denti dell’età, di morte lenta”. Tempus edax rerum, tuque, invidiosa Vetustas, | omnia destruitis, vitiataque dentibus aevi | paulatim lenta consumitis omnia morte. Ovidio, Metamorfosi di MARIO ALVISI L ’amico che voglio qui salutare, anche a nome degli altri miei e suoi amici, è un socio fondatore. Quando, nel 1981, fondammo il nostro Club e lo chiamammo “Lions Club Rimini Malatesta”, era uno dei più giovani soci. Da allora tanti anni sono passati … Mentre sono rintanato in casa con l’aria condizionata per ammortizzare il torrido caldo africano e lavoro al computer per aggiornare la tesoreria del Club, arriva una telefonata sul telefono di casa. Mia moglie Graziella, stizzita, mi dice di rispondere perché immagina che siano i soliti scocciatori dei call center che ti vogliono propinare questo o quello come affari del secolo. Sono preparato a rispondere con tono seccato, ma resto “basito”: non è una voce gentile, accattivante che ti chiama per nome. No. È la voce di un uomo un po’ triste. Generalmente le voci degli amici le riconosco abbastanza facilmente. Questa volta purtroppo no. “Ciao, Mario, ti disturbo?” Lo riconosco. “Dimmi, Gabriele”. “Sai - mi dice - è un po’ di tempo che ci penso, non sono più in grado di frequentare i meeting, non sto proprio bene, quindi vorrei dimettermi dal Club”. Certo non è una buona notizia, né per il club, né, soprattutto, per lui. Mi mancano le parole e rispondo con le solite brevi frasi di circostanza. Come sempre l’emozione mi attanaglia, quindi non approfondisco che cosa sia avvenuto in questi ultimi mesi, dal momento che non ci incontravamo più al parco: lui, in bicicletta per andare a far la spesa, io a piedi verso il centro per le mie commissioni personali. Lui rompe il mio silenzio: “Che cosa devo fare per dare le dimissioni?” Non lo prego di rifletterci, di aspettare ancora come ogni tanto mi è già capitato di fare con altre dimissioni. Mi mancano le parole, perché non posso pensare al Club senza Gabriele, un socio fondatore sempre allegro e accogliente, una presenza significativa nel Club. So solo dire: “Mandami due righe, o mettimi un biglietto nella cassetta della posta”. Con qualche lacrima (sono un “piangina”), caro Gabriele Zanini, ti porgo i miei più cari saluti e, se fosse possibile, un augurale arrivederci. Tutti gli amici che ti hanno conosciuto si uniscono a me nel porgerti i loro più calorosi saluti, unitamente a tantissimi auguri per il tuo futuro. Chi è. Gabriele Zanini, ex dirigente del gruppo S.C.M. Nato nel 1950. Sposato con Ida. Con tre figli. Pur non avendo potuto frequentare assiduamente la vita del Club per motivi di lavoro, è stato diverse volte membro del Consiglio Direttivo e Tesoriere del Club esprimendo capacità operative molto pragmatiche, ma mai impositive. La sua professionalità le illustrava, la sua bonomia le sdrammatizzava. Ho due precisi ricordi della sua presenza nel club, oltre alle molte risate che ci propinava durante le cene. Una Festa degli Auguri di tanti anni fa dove uno dei suoi figlioli, Nicola, rappresentò San Giuseppe, nel Presepe vivente organizzato al Park Hotel. La Madonna era Elena, figlia dei Marani. L’altro episodio è più tecnico, frutto della sua professione. Come Tesoriere del Club ci presentò, per la prima volta in modo informatico, il bilancio sociale proiettandolo con il computer, con slade che illustravano le varie voci, con diagrammi, statistiche, proiezioni per il bilancio preventivo, eccetera, che a me, seppur dirigente del settore amministrativo della mia azienda (piccola cosa nei loro confronti), mi lasciarono stupito. Oggi che anch’io sono tesoriere del Club cerco di copiare i suoi insegnamenti. Mentre sto scrivendo i saluti all’amico Gabriele Zanini mi sorge un interrogativo! Non ci sarà per caso qualche altra dimissione? Nel Club, attualmente, stiamo vivendo situazioni non facili per motivi di età, di salute, di stanchezza e di 6 Vita di Club n. 1 contrattempi anche di carattere economico. Il pensiero mi angustia, ma, per il mio ottimismo, mi impongo di non crederci e quindi di finire quanto sto scrivendo, convinto anche dal fatto che uno dei possibili dimissionari l’ho incontrato stamattina in piazza Tre Martiri e mi ha parlato di tutto tranne che di dimissioni. Invece, a ciel sereno, mi arriva la mail del Presidente Nevio Annarella che annuncia la lettera di dimissioni di Emilio Baldini. Chi è. Emilio Baldini è medico chirurgo specializzato in pediatria. Sposato con Teresa (che salutiamo con tanto affetto e auguroni); con figli e nipoti. Amante delle auto, i nipoti non aspettano altro che fare un giro in Ferrari. È entrato nel Club nel 1983, non ricordo da chi fu presentato, forse dagli amici Bocchini e Fratti farmacisti nella zona di Miramare, dove Emilio abitava e svolgeva la sua professione. Ha ricoperto diverse cariche in Consiglio Direttivo, diventando poi Presidente nell’anno sociale 2005/2006. Così lo definii nel titolo della raccolta degli atti ufficiali di quell’anno: “Ascoltare per poi presiedere, guidando il Club con signorilità, con pacatezza e con il rispetto delle opinioni di tutti i Soci”. Quando entrò nel Club mi fece molto piacere, perché, è vero che non lo conoscevo di persona, ma lo conoscevo per fama. Per tutte le estati della mia giovinezza ho trascorso le mie vacanze a Miramare nel collegio delle suore di Don Masi. Ebbene del Dott. Baldini sentivo parlare molto bene dai pazienti che curava con passione e molta affettuosa psicologia. Ma ne sentivo parlare anche per la sua partecipazione alla vita cittadina con “verità pungenti” e con una certa “sagace goliardia”. Amava ricordare tutto ciò durante i meeting con occhi schivi, ma sorridenti, che brillavano all’ancor vivo ricordo complice di quel passato. Iniziò la sua avventura nel Club con un “botto” indimenticabile: ci organizzò una festa di mezza estate nel castello dei conti Volpe a Monteleone. Una giornata splendida con le bandiere azzurre del Lions che garrivano al vento e noi che festeggiavamo come veri castellani nel giardino del castello. Ricordo indelebile. Tanto è vero che la rifece durante la sua presidenza, ma le emozioni non furono più le stesse. Del suo anno di presidenza non ricordo personalmente molto a causa delle mie coronarie che fecero le bizze per diversi mesi. E allora mi servo dell’aiuto dei documenti che annualmente raccolgo e delle pagine della rivista “Vita di Club”. Mi piace anche ricordare altri meeting di particolare interesse. Ad esempio, il meeting con il dott. Enzo Corbari, la fotocopia di Emilio a mio avviso: stessa bravura professionale da veri dottori di base unita ad una verve popolana che sdrammatizza la malattia. E ancora il meeting con Maddalena Santucci, la voce della radio che quotidianamente porta nelle nostre case le notizie attraverso il giornale radio, e quello con il dott. Franco Battaglino sull’allora recente nuova legge elettorale, per non dimenticare le brillanti conviviali in occasione della consegna dei Premi Enrico Alvisi e Vitale Vitale. Ma, senza ombra di dubbio, credo che il meeting più importante, sia stato quello svolto nella cornice del Grand Hotel, alla presenza del Vice Governatore Distrettuale Ezio Angelini, per la consegna della Melvin Jones Fellow al dott. Claudio Marcello Costa, da tutti conosciuto, in maniera simpatica, ma riduttiva, come “il dottore dei motociclisti”. Invece io direi \“con la laurea al servizio dei piloti … e non solo”. Il suo anno sociale si concluse con la Charter Night, presso l’allora nuovissimo ristorante “Molo22” con il passaggio dei poteri al dott. Massimo Mancini. Concludo con un carissimo saluto d’addio, ma non mancherò di salutarlo personalmente incontrandolo nel bar-ufficio (il barettino vicino all’ex Supercinema) dove si ritrova quotidianamente anche con Franco Palma per commentare il presente (sono tutti premier o sindaco) e ricordare il passato non con nostalgia, ma con la consapevolezza di aver vissuto una stagione esclusiva! NEWS ● Sfida di service per il centenario Il Lions Clubs International celebrerà 100 anni di service nel 2017! Joe Preston, il Presidente Internazionale, ha invitato i Lions di tutto il mondo a servire 100 milioni di persone entro dicembre del 2017. Una singola azione di service può cambiare una vita, ma quando si mettono insieme 1 milione e 350 mila soci per servire, possono cambiare il mondo. La sfida è lanciata! 7 Vita di Club n. 1 RIMINI CITTÀ LA PALATA Un luogo d’affezione per Rimini e Riminesi sul molo di levante. di FRANCA FABBRI MARANI Oscar Wilde: “Colui per cui il presente è l’unica cosa non sa nulla dell’epoca in cui vive” C ammino nel vento, inebriata dal riflesso del sole che riflette sui bianchi massi che mi fiancheggiano e dal profumo del mare, infinita distesa leggermente increspata, di un azzurro terso. Procedo lentamente assaporando questa sensazione, sui cento metri di scogliera in pietra d’Istria1 che si protendono perpendicolarmente nell’acqua partendo, all’altezza del Rockisland, dal molo di levante di Rimini, intitolato al capitano Giuseppe Giulietti. Il molo è stato da sempre un luogo d’affezione per i Riminesi, un luogo dell’anima, meta prediletta delle loro passeggiate. Per loro non è né il porto né il molo; è la “PALATA” (la palèda), termine evocativo, che ha il sapore del territorio; segno di appartenenza e di identità, nato dal cuore e dal vissuto dell’uomo nel rapporto particolare che si instaura tra l’ambiente e chi lo vive fin dalla nascita come parte integrante della sua esistenza. Quando sono venuta a Rimini, nel lontano 1980, per risiedervi, e non più come turista (Rimini è sempre stato il luogo delle mie vacanze tanto da bambina quanto da ragazza) e ho ripreso in altra veste le passeggiate e la frequentazione del molo (ricordi tanti, indimenticabili, tra i quali le danze all’allora Belvedere), questo nome, da me turista del tutto ignorato, mi è giunto inaspettatamente e da subito mi ha affascinato. “PALATA” è un vocabolo che, nella pronuncia, si snoda piano, disteso, comunicando affezione, consuetudine, quotidianità. Esso ci rimanda altresì alla sua storia quando, risalendo all’etimologia, che è ciò che contiene la vera essenza, il sapore della parola, scopriamo che 1 Anche nei materiali ci si è ispirati alla storia, al genius loci di Rimini, i cui monumenti principali sono in pietra d’Istria: l’Arco d’Augusto, il Ponte di Tiberio ed il Tempio Malatestiano. 8 Vita di Club n. 1 deriva dalla struttura dell’antico molo con i suoi “pali” legati tra loro, rinforzati da un’anima di sassi, con una passerella al colmo, prima che a inizio secolo fosse decretata la costruzione dei moli in cemento armato. Il tratto di passeggiata che sto percorrendo è frutto dell’ultimo dei numerosi interventi che hanno interessato il porto-canale di Rimini, un tempo foce del Marecchia, una modifica recente che ha creato un camminamento estremamente suggestivo, un luogo senza tempo dove si procede in una spazialità sconfinata respirando l’infinito del mare e l’incessante fluire della storia. È la storia di tante, tante vite, di tante, tante sfide: uomini che sin dall’antichità hanno solcato il mare misurandosi con la sua potenza in una lotta che ha visto vincenti ora l’uno ora gli altri, mentre tessevano la trama delle quotidiane uscite per la pesca, segnavano rotte per scambi e commerci, affrontavano avventure verso l’ignoto per amore della scoperta, affrontavano battaglie in nome della patria e degli ideali, compivano azioni di sopraffazione e pirateria. Ma, in questa originale scogliera, le storie che ascolti non sono solo quelle che incessantemente il mare racconta con la sua voce possente; qui un geniale artista riminese nato a Fiume, Vittorio D’Augusta, ha creato una straordinaria “Biblioteca di pietra”, come lui stesso l’ha chiamata: libri che narrano sentimenti e vicende, amore e amarezza, incanto e delusione di scrittori istriani, fiumani e dalmati vissuti nel secolo scorso. Lasciamo la parola a chi ha ideato e creato questa biblioteca del tutto particolare, penso unica, per comprenderne appieno la genesi e il significato: “I grandi blocchi di pietra fanno pensare a giganteschi libri e così come tutta la scogliera assomiglia a una surreale e grandiosa Biblioteca di pietra. Su ogni grande masso, proprio come la normale copertina di un libro, una targhetta di ottone con incisi il titolo di un libro e il nome dell’autore. Nomi di scrittori - romanzieri e poeti - tra i più significativi di quelle terre, che hanno narrato brani di quella storia, ne hanno interpretato l’umanità e il dolore, o che, fin dal primo Novecento, ne avevano anticipato con la parola ansie e complessità di quei luoghi di frontiera. Il ricorso alla letteratura per una simile “commemorazione” toglie retorica e aggiunge sensibilità,“ ampiezza di respiro” , un salutare vento di mare contro i residui di opposte ideologie che porta a guardare quei luoghi come patrimonio culturale comune, per un futuro europeo di concordia, pur non dimenticando, anzi ricercando, le scabrose verità del passato”. Trenta targhe, trenta autori, trenta libri: vicende, ricordi, emozioni, lacerazioni, dicotomie, tormentose domande, amore per il luogo natio, dolore dell’esilio, nostalgie, melanconia profonda, talora momenti d’intimità e di leggerezza. Tante storie individuali che scaturiscono e confluiscono nell’unica, travagliata storia di quel territorio di frontiera che è il confine orientale italiano, segnato dall’irredentismo, dalla tragedia delle divisioni ideologiche, dalle foibe, dal dolorosissimo biblico esodo dopo la fine della seconda guerra mondiale. Autori noti, altri meno noti, altri del tutto sconosciuti, accomunati dal forte senso di appartenenza a questa terra travagliata, madre amata e sofferta da cui scaturisce l’ispirazione per le loro opere: 9 Vita di Club n. 1 Giovanni Arpino, “Il fratello italiano” Silvio Berico, “La corsa del tempo” Enzo Bettiza, “Esilio” Viktor Car Emin, “Cavaliere del mare” Diego De Castro,“Memorie di un novantenne, Trieste e l’Istria” Elsa Fonda, “La cresta sulla zampa” Virgilio Giotti, “Colori” Pier Antonio Quarantotti Gambini, “L’onda dell’incrociatore” Ivan GoranKovacic, “Jama” Marko Kravos, “Quando la terra cresceva ancora” Drago Jancar, “Aurora boreale” Pietro Luxardo, “Dietro gli scogli di Zara” Marisa Madieri, “Verde acqua” Claudio Magris, “Un altro mare” Laura Marchig, “Dall’oro allo zolfo” Biagio Marin , “Elegie istriane” Predag Matvejevic, “Breviario Mediterraneo” Carlo Michelstaedter, “Poesie” Anna Maria Mori e Nerida Milani, “Bora” Milan Rakovac, “Riva i druzi” Alojz Rebula, “Notturno sull’Isonzo” Paolo Rumiz, “Viaggio istriano” Umberto Saba, “Canzoniere” Giacomo Scotti, “Goli Otok” Carlo Sgorlon, “La foiba grande” Scipio Slataper, “Il mio Carso” Giani Stuparich, “L’isola” Italo Svevo, “Una vita” Fulvio Tomizza, “Materada” Diego Zandel, “Una storia istriana” Ad introdurre il percorso attraverso questa “letteratura di frontiera” un leggio musicale proteso come una vela sul mare; su di esso una targa: un accordo che prepara alle infinite note che riecheggiano nel cuore di chi si addentra in questa biblioteca via via che legge i nomi incisi sulle targhette: “Questa scogliera come biblioteca di pietra, questi massi di pietra come libri che il Comune di Rimini dedica agli esuli istriani, fiumani, dalmati e alle vittime dei conflitti di confine e delle foibe ultima tragedia dell’alto adriatico, area plurale di lingue, tradizioni, genti diverse, sconvolta in passato da nazionalismi e scontri ideologici tornata oggi cuore d’Europa e mosaico di culture”2. 2 Il testo del leggio è ispirato alla dichiarazione congiunta dei Presidenti della Repubblica italiana, slovena e croata del 2010. A sottolineare la valenza di quest’opera commemorativa, risultato di un progetto culturale preciso, è stato scelto, per l’inaugurazione, il 10 febbraio scorso, il Giorno del Ricordo. Mentre leggo, molti nomi suscitano ricordi legati a letture personali, altri alle occasioni didattiche legate alla mia professione, altri ancora ad intensi momenti di vita. Autori letti a scuola, a suscitare negli adolescenti pensieri ed emozioni da portare nella loro vita di uomini: Slataper, nato a Trieste, che ne “Il mio Carso”, narra le sue radici e il suo vissuto in questa terra “dura e buona”, dove “tutta l’acqua si inabissa nelle spaccature” comunicandone icasticamente con sentimento panico immagini, odori, sensazioni. Un giovane impetuoso, animato dalla passione patriottica, che, con il suo arruolarsi volontario e la sua prematura morte nella prima guerra mondiale, dà testimonianza dei palpiti dell’italianità mai dimenticata sotto la dominazione austriaca in queste terre irredente. “ … Bevvi l’acqua salsa del nostro Adriatico. Lontano, sul tramonto, le alpi italiane erano rosse e oro come dolomiti. Sui trabaccoli romagnoli calavano le allegre bandiere tricolori, e il focolaietto di bordo fumava per la polenta. Mare nostro. Respirai libero e felice come dopo un’intensa preghiera.” Saba, anch’egli triestino, con i suoi versi dal carattere moderno e insieme antico che, attingendo alla quotidianità, agli affetti, alla vita, ne coglie gli elementi essenziali: dolore e amore in un’adesione intensa e sofferta. Questo “doloroso amore” sottende tutta la sua poesia fatta di emozioni, ricordi, vita vissuta espressi in uno stile colloquiale immediato. Su questo molo in mezzo al mare sento riecheggiare con particolare vivezza i versi del “Ritratto della mia bambina”, tante volte letto in classe, in cui la piccola viene paragonata “alla schiuma, alla marina schiuma che sull’onde biancheggia”, alle nuvole che “si fanno e si sfanno in chiaro cielo” e in genere a tutte le “cose leggere e vaganti”. Autori letti nel silenzio e nella meditazione personale, le cui opere sono rimaste indelebilmente impresse nel cuore e nella mente: Bettiza, grande scrittore, giornalista, eccezionale analista e commentatore di politica estera, che 10 Vita di Club n. 1 nel suo “Esilio”, vincitore del Premio Campiello ’96, esprime la memoria e il rimpianto per una “patria perduta” attraverso la narrazione di un’infanzia e adolescenza trascorse dagli anni venti alla seconda guerra mondiale in una Dalmazia mitteleuropea destinata a scomparire nella violenza di una guerra. Unica possibilità di speranza l’europeismo inteso come tolleranza, come si evince dalla sua confessione: “L’esilio ha fatto di me un europeo convinto”. Sgorlon, che, con una personalissima poetica visionaria calata nella concretezza della realtà, si fa cantore dell’ambiente delle sue radici nell’ intreccio tra la sua cultura e la sua storia. Un paese segnato dal dramma delle due guerre mondiali, della difficile convivenza tra le diverse etnie, delle foibe e dell’esodo postbellico. “La grande foiba” scava nel cuore con la domanda: “Che ne era degli scomparsi? Dove li mettevano? Restava da formulare una sola ipotesi attendibile, le grotte, le foibe”, quelle gole naturali di cui è ricco il Carso. Infine Fulvio Tomizza con quel suo sogno pervicace della realizzazione di un’identità di frontiera che possa assolvere in sé tutte le identità della sua terra: italiana, slava, veneziana, austriaca e la soffusa malinconia, la dignitosa sofferenza, la profonda nostalgia derivanti dalla consapevolezza dell’impossibilità della realizzazione del sogno. Nel suo “Materada”, uno dei romanzi della trilogia istriana, torna il tema costante della perdita di identità dei profughi istriani, di coloro che vivono al confine tra territori e culture diverse in una terra martoriata e contesa. Il romanzo, individuale e corale insieme, è tutto tessuto sulla trama della lacerazione legata a quella striscia che divide e collega e che si traduce nel nostro in frustrazione, depressione, tanto da indurlo a confessare di aver pensato al suicidio. Una vita segnata dall’acuto senso di perdita drammaticamente insito nella sua vita di esule. Di lui, uomo di grande signorilità ed affabilità, che ho avuto il privilegio di conoscere personalmente, conservo una dedica preziosa: “A Franca, nome per me carissimo ...” e il ricordo della sua voce piena di tenerezza mentre mi spiegava che Franca era il nome che aveva dato a sua figlia. Di nome in nome: da un lato ricordi, rievocazioni, frammenti di vita legati ad autori conosciuti; dall’altro incontro inatteso e stimolante con autori ignoti che invitano al sapore della scoperta. Un giorno, inaspettatamente, la dolorosa sorpresa: il leggio non c’è più, le sue note non si diffondono nell’aria e le targhette perdono di significato a tal punto da farvi parcheggiare sopra distrattamente le biciclette da parte di alcuni pescatori. E, ogni volta che si torna, lo stesso senso di privazione e di assenza. Quanto manca quel leggio proteso nell’aria sullo sfondo del mare: per lo più scintillante sotto i raggi del sole, a esaltare il suo messaggio; talora avvolto di mistero, invito alla ricerca nell’impalpabile bruma dell’autunno che l’avvolge; a volte scuro ed opaco contro il mare in tempesta e privo di lettori; raramente cancellato dal fascino effimero della neve che lo ricopre. Urge la domanda: “Che ne è stato?” Poi, finalmente, ai primi di luglio la notizia sui giornali locali: il personale della Capitaneria di Porto di Rimini ha rinvenuto la targa posta sul leggio in buone condizioni, a poca distanza dal suo sito e, non appena terminato l’intervento di manutenzione del leggio, sarà ricollocata nel luogo originario. Ora non ci resta che una gioiosa attesa, come per l’incontro di una persona cara. Un volo di gabbiani fende l’aria a guidarci all’incontro con un “vol di spirti”3 che, tra “l’oro del tramonto e il blu del mare”4, ci mandano il loro intenso, indimenticabile messaggio perché noi, ora, non possiamo e non dobbiamo dimenticare. 3 4 Giosuè Carducci: “Piemonte”. Ardo Mottini: “Il più bel riso”. 11 Vita di Club n. 1 RIMINI PROVINCIA VISITA AL CASTELLO Scavolo sulle colline tra le valli del Savio e del Marecchia. di RITA MARIA ASTOLFI OLIVA C he cosa mai sia stata un’operazione fortemente voluta dalla dott.ssa Patrizia Farfaneti Ghetti, e cioè riaprire, per così dire, al pubblico il Castello avito … ritengo assai arduo descrivere senza incorrere in eccedenze d’ogni sorta! E, persino, chiedo venia, in qualche traccia di apologia, qua e là a volo radente! Tutto ciononostante mi ci proverò fidando nell’ispirazione e nel soccorso della Musa Clio. Il Castello di Scavolo, arroccato sulle pendici dell’Appenino romagnolo o per meglio dire tosco-emiliano, è una vera perla per storicità1, bellezza e per essere stato costruito in uno degli scorci più pittoreschi della vallata. Fu proprietà di grandi casate dai Malatesta ai Della Faggiola … su, su fino a stanziarsi nelle mani della famiglia Paggetti, un illustre figlio della quale ci ha lasciato memoria di erudizione, inclinazione poetica, magistrale teologia e filosofia. Di lui ci è giunto, con certezza, un carme celebrativo dal titolo assai evocativo “Glorie Feretrane”. Molte sono le note storiche su grandi uomini che lo avrebbero posseduto o soltanto visitato. Fra tutti emerge, radioso, il nome di un Padre delle Itale Genti: Dante degli Alighieri e, a seguire, il grande Uguccione Della Faggiola. Ora, è da anni proprietà della famiglia Ghetti, medici e dottori farmacisti di successo e di fama. Portato in dote da Giulia Giannini diretta discendente del Paggetti, al dottor Ettore Ghetti 1 Il borgo fortificato di Scavolo oltre che essere appartenuto alla Santa Sede fu anche della diocesi di Sarsina, per poi passare definitivamente nella giurisdizione del Comune di Sant'Agata Feltria; era già esistente sin dall`epoca medioevale e nel XV secolo è annoverato tra i tredici castelli di Sant'Agata Feltria. L`attuale conformazione planimetrica ed in elevazione è sicuramente posteriore a quella che appare sul catasto gregoriano, da cui si evince che i resti dell'antico castello siano stati riadattati. Alcuni edifici di tipo seriale furono ampliati, sopraelevati e totalmente ristrutturati per riconvertirsi in un edificio di grandi dimensioni ad uso di civile abitazione. Castello di Scavolo: la valle, il castello, l’ingresso, il viale d’ingresso, la Maestà (pag. seguente). 12 Vita di Club n. 1 la cui fama ancor non si è spenta fra Sarsina, S. Agata Feltria e Bagno di Romagna, luoghi ove esercitò per una vita. I Ghetti ebbero tre figli Massimiliano, Giuseppe e Pier Luigi, padre della dottoressa in questione. Sembra che sulle ginocchia dell’adorata nonna paterna abbia preso ad amare Scavolo insieme con tutti gli altri dettami di educazione, rispetto, amor del lavoro, eccellenza e determinazione … doti tutte che lei ha fatto fruttare fino a raggiungere, col vento in poppa, un traguardo non indifferente: quello che si suol ritenere l’ingresso nella maturità piena, nella saggezza, nell’anelito a esaltare, rinverdire e, perché no, migliorare il patrimonio di famiglia in vista dei posteri; cosa che, ça va sans dire, condivide con i cugini figli di uno dei fratelli di Pierluigi. Quale miglior tempo e pretesto per un “Promo” in piena regola di questo gioiello? Che fa, dunque, la nostra Patrizia Farfaneti Ghetti? Organizza un evento che sicuramente lascerà una traccia nelle menti e nei cuori degli amici invitati a condividere questo suo grandissimo desiderio. Perciò, non potevano mancare all’appello suoni, profumi, sapori, immersi nella più rigorosa storia, nella tradizione che si riaffaccia, prepotente agli astanti attraverso brevi interventi di storici e studiosi; il tutto sovranamente celebrato in un Castello, riaffiorato da un tantino di … come lo chiameremo? Non abbandono, ci mancherebbe, non trascuratezza … questo no … pur tuttavia un permettere alla polvere (intesa in senso spirituale) di posarsi sulle glorie trascorse. Per un giorno, osiamo dire miracoloso a livello meteorologico … (il giorno prima e quello appresso acqua a volontà) il Castello di Scavolo è tornato ad essere una dimora patrizia e splendida sotto le amorevoli cure della dottoressa Patrizia. Illuminato a giorno, reso ospitativo da un meraviglioso allestimento delle stanze al piano nobile, fra suoni e profumi ha risuonato delle lectiones magistrales del sindaco di S. Agata, Guglielmino Cerbara, di assessori ed ex assessori, signor Franco Vicini; signora Margherita Marini presidente Pro Loco del Comune di Sant’Agata; presidenti ed eruditi degli studi storici feretrani, non dimenticando che pure monsignore eccellentissimo Negri, non molto tempo fa Vescovo della Serenissima Repubblica di S. Marino e attualmente Vescovo della città di Ferrara, è stato dei “nostri”. Tutto il fior fiore del Gotha di Rimini e di moltissime altre città … (sono convenuti da diverse parti del Paese) in qualità di amici carissimi della dottoressa cosi come recitava il titolo stesso dell’Evento: Amicizia e Cultura. Non è mancato un piccolo, altamente significativo momento nel corso del quale il carme scritto dall’abate Guido Paggetti, Glorie Feretrane, ha fatto rivivere, fra gli astanti, la voce del grande avo che pure in onore di un alto prelato lo “disse” il 15 Settembre dell’anno di grazia 1841. Fra gli invitati, la lista dei quali sortirebbe vero stupore il prof. Luca Cesari, past president del Pio Manzù, oltre che docente alla Cattedra di Estetica e Filosofia dell’Università di Urbino; molti appartenenti al Rotary Club Rimini, medici, architetti, ingegneri, notai ed avvocati, professori universitari fra cui la dottoressa Marina Orlandi, biologa dell’Università di Bologna, il prof. Giorgio Cantelli Forti, pure docente e presidente di Facoltà a Bologna; tutti persone di spicco nella società colta riminese e non solo! Impossibile nominarli tutti: ma tutti legati gli uni agli altri e, naturalmente, legati d’amicizia alla festeggiata ospite. Fra gli astanti, con grazia e solerzia somme, la dottoressa si è aggirata nel corso del tardo pomeriggio e della serata … trascorrendo dall’uno all’altro dei convenuti; non tralasciando alcuno e sempre prodiga di calore, simpatia ed affetto. Al di sopra di tutto ciò la musica colta e raffinata del Quartetto di ‘Chitarra classica’ ‘Agostino di Duccio’ sotto la sapiente guida del professor Cerqua. Poi in felicità e bellezza è scesa la notte che ha offerto lo spettacolo fantasmagorico della vallata illuminata, ove spiccava tutto il castello illuminato a giorno e … a fine serata e per la prima parte della notte i più giovani si sono scatenati nelle danze, cui neppure i più grandi non hanno disdegnato partecipare. Grazie, Patrizia Farfaneti Ghetti; il tuo grande entusiasmo e amore sono stati capaci di donarci un momento che resterà nella storia come pietra miliare di amicizia, classe e storicità ed indiscussa magnifica munificenza. 13 Vita di Club n. 1 L’INTERVISTA IMPOSSIBILE QUALE AMORE Continua il mio dialogo con Dante… Non vogliatemene; nel mio.. eremo di campagna l’alternativa è parlare con il mio giardino, ma nelle giornate piovose è meglio leggere, e leggere Dante è affascinante come un viaggio, come un’avventura perché riserva sempre sorprese. E chi meglio di lui può parlare d’amore con una prof. settantenne in pensione (o in quiescenza?) che non ha più i suoi studenti come interlocutori? di ANNA MARIOTTI BIONDI Dante, vorrei parlare d’amore … Scusami se prima di darti la parola, farò una lunga premessa … Vivo in un paese dove le donne (ogni due-tre giorni un’italiana viene uccisa!) sono state costrette a pretendere a gran voce un decreto legge contro il femminicidio (roba da medioevo!) per prevenire la violenza di genere, proteggere le vittime e punire severamente i colpevoli. Forse parlare d’amore in questo contesto è ingenuo, fuori luogo e fuori tempo. Ci ho riflettuto su e, considerando che l’uguaglianza si cela sotto l’apparente diversità (non è forse questa l’universalità?), mi sono resa conto che anche la società medievale era violenta e ingiusta nei confronti della diversità di genere, anzi direi sessuofobica; la donna era relegata in una posizione assolutamente subalterna, era esclusa dalla partecipazione agli aspetti essenziali della vita collettiva, il suo corpo era considerato sede del diavolo e la sessualità era intesa come qualcosa di peccaminoso e di minaccioso per i valori della società. Si ebbe un cambiamento solo quando la tematica amorosa cominciò a ricoprire un ruolo primario nell’ispirazione di poeti e di scrittori, i quali conferirono alla figura femminile una dignità letteraria in netta contrapposizione con il ruolo secondario da essa ricoperto nella società. Ruolo che ha continuato a imporre alla donna sacrifici immani nel corso dei secoli, ma la cultura, seppur lentamente, agisce e produce prima o poi effetti eclatanti. Uno dei fenomeni più significativi della mia epoca (sono nata nel Novecento sotto la costellazione dei Gemelli, anzi, a dirla tutta, proprio il 3 giugno come Angelo Chiaretti e … te e sarà la congiunzione astrale a darmi tanta confidenza …) è la presa di coscienza dei propri diritti da parte delle donne, prima nei paesi più avanzati come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e poi negli altri paesi occidentali. Dalle rivendicazioni del diritto di voto agli appelli sempre più chiari e vigorosi per l’uguaglianza con gli uomini in tutti i settori della vita economica e civile, il principio delle "pari opportunità" è stato il vessillo delle lotte femminili. In Italia "Tremate, tremate, le streghe son tornate!" scandivano in coro le donne nei cortei degli anni '70 (quand’ero giovane e vi partecipavo …), urlando la loro ribellione a un mondo economico, politico e culturale declinato al maschile e reclamando la loro emancipazione. Per millenni la donna è stata definita unicamente in relazione alla sua identità sessuale: Penelope, moglie fedele, Cornelia, madre esemplare, quando andava bene, oppure, nella norma, trattata come merce di scambio o “status symbol”, insomma lo stereotipo opposto, egualmente estremo, della donna seduttrice che esalta ed esaspera gli attributi della femminilità. Tra le donne e il diritto per secoli c’è stata assoluta estraneità. Ma arrivo al punto e mi, anzi ti chiedo: Chissà se una nuova “angelizzazione” della donna e un dolce stil novo del XXI secolo porterebbero nella società un’educazione nuova, una cultura nuova. I “fedeli d’amore”, di cui tu eri l’esponente 14 Vita di Club n. 1 più importante, non volevano forse la rifondazione del mondo su basi spirituali? Oggi si invoca da più parti un nuovo ordine mondiale. Anna, ti interrompo; eppure lo sai come è andata a finire … Morto Guido Cavalcanti, capo dei “fedeli d’amore” fiorentini, mentre mi trovavo a Roma, avrei dovuto succedergli, ma, per impedirmelo, hanno pensato bene di condannare me a morte, alla confisca i miei beni e al rogo le mie opere. Non sono mai più rientrato a Firenze e la nostalgia e la rabbia mi hanno … ucciso. Dante, insisto perché i grandi poeti hanno il privilegio di vedere ciò che non possono vedere i comuni mortali, da sempre tutti sperano di vedere oltre … attraverso i tuoi occhi. Interpretando te si interpreta la vita, tu sei un ‘iniziato’ cioè hai il sapere dentro perché hai compiuto ciò che hai raccontato, l’hai conquistata, la conoscenza, e sei l’unico ad averla trasferita su te stesso … Smettila, se non fosse stato per quel mezzo frate di Boccaccio che ha salvato la commedia, anzi l’ha pure chiamata ‘divina’, non saremmo qui a parlare1. Dunque vuoi chiedere a me dell’Amore. Beh, dopotutto sono qualificato … Io sono uno che quando il sentimento d’amore mi si rende manifesto, prendo attenta nota di ciò che mi svela, e mi sforzo di esprimere con assoluta fedeltà le emozioni che esso mi apporta («1 mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando»). In altri termini ho tradotto in un nuovo (novo) linguaggio elevato, puro, soave, e insieme musicale e melodioso (dolce stil) il movimento delle sostanze psichiche attivate dall’amore, da me inteso come verità e trascendenza assoluta, motore non solo della poesia e dell’interiorità dell’anima, ma dell’intera vita dell’universo. Fu però la lirica provenzale a costituire una prima eccezione alla condizione subalterna della donna, vero? La donna non era più apportatrice di peccato e quindi non doveva stare sottomessa all’uomo-padrone, anzi l’amante "servo", aspirando all’altezza della sua signora, diventata "midons" (mio signore, al maschile), seguiva un processo di perfezionamento interiore che, attraverso la dedizione assoluta e la fedeltà alla donna, ingentiliva il suo animo, lo nobilitava, lo purificava di ogni viltà o rozzezza. D’accordo, però i provenzali parlavano di un amore di natura adultera, permeato di una sensualità che si trasformava in lussuria. Le posizioni di Andrea Cappellano2 e poi di Guido Cavalcanti che vedevano nell’amore un oscuramento della ragione, la quale non poteva così resistere all’amore, io le ho negate in quanto tale amore porta al peccato. L’amore teorizzato da Cappellano è quello extraconiugale, ravvivato dal desiderio inappagato («Che altro è l'amore se non smisurato e concupiscente desiderio di abbracci furtivi e nascosti?»), e in Cavalcanti la tematica d’amore appare molto sofferta e tormentata (Voi che per li occhi mi passaste 'l core). Anch’io feci parte di quel sodalizio poetico, però già ne La Vita nuova elevai la tematica d’amore in una dimensione mistica e simbolica. Che cos’è dunque l’amore? L’amore è una disposizione naturale presente in tutti gli uomini dalla quale derivano le loro azioni. La disposizione ad amare é innata e quindi buona, ma innata è anche la ragione che deve distinguere l’amore buono da quello cattivo. L’amore è buono o cattivo a seconda dell’oggetto cui si rivolge. Purg. XVII, 91-93 «Né creator né creatura mai», / cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, / o naturale o d’animo; e tu ‘l sai. Purg. XVIII, 62-63 … innata v’è la virtù che consiglia, / e de l’assenso de’ tener la soglia. Purg. XVIII, 66 che buoni e rei amori accoglie e viglia. Purg. XVIII, 34-39 Or ti puote apparer quant’è nascosa / la veritate a la gente ch’avvera / ciascun amore in sé laudabil cosa;/ però che forse appar la sua matera / sempre esser buona, ma non ciascun segno / è buono, ancor che buona sia la cera». 1 Giovanni Boccaccio ebbe un ruolo importantissimo nella storia della fortuna e della tradizione dell’opera di Dante. Come copista della Commedia determinò la costituzione della prima vulgata del poema. Fu anche il primo biografo di Dante e uno dei primi commentatori della Commedia. 2 L'amore dei provenzali è stato codificato nel trattato latino De Amore, scritto verso il 1190 da Andrea Cappellano. 15 Vita di Club n. 1 Non ci vuole delicatezza di sentimenti per provare amore? Come Guido Guinizzelli3 ha insegnato nelle sue "rime d'amor... dolci e leggiadre", l’amore, attraverso gli occhi, passa nel cuore gentile che è disposto ad accoglierlo. Inf. V, 130-131 Per più fiate li occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso; Purg. XXVIII, 43-66 «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore / ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti / che soglion esser testimon del core, / vegnati in voglia di trarreti avanti», / diss’io a lei, «verso questa rivera, / tanto ch’io possa intender che tu canti. /Tu mi fai rimembrar dove e qual era /Proserpina nel tempo che perdette / la madre lei, ed ella primavera». / Come si volge, con le piante strette / a terra e intra sé, donna che balli, / e piede innanzi piede a pena mette, / volsesi in su i vermigli e in su i gialli / fioretti verso me, non altrimenti / che vergine che li occhi onesti avvalli; /e fece i prieghi miei esser contenti, / sì appressando sé, che ‘l dolce suono / veniva a me co’ suoi intendimenti./ Tosto che fu là dove l’erbe sono / bagnate già da l’onde del bel fiume, / di levar li occhi suoi mi fece dono. / Non credo che splendesse tanto lume / sotto le ciglia a Venere, trafitta / dal figlio fuor di tutto suo costume. Purg. XXXII, 5-6 Tant’eran li occhi miei fissi e attenti / a disbramarsi la decenne sete,/ che li altri sensi m’eran tutti spenti./ Ed essi quinci e quindi avien parete / di non caler - così lo santo riso / a sé traéli con l’antica rete! Par. XXVI, 13-15 Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo / vegna remedio a li occhi, che fuor porte / quand'ella entrò col foco ond'io sempr'ardo. Purg. XXVI, 94-120 Quali ne la tristizia di Ligurgo / si fer due figli a riveder la madre,/ tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,/ quand’io odo nomar sé stesso il padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d’amore usar dolci e leggiadre; / e sanza udire e dir pensoso andai / lunga fiata rimirando lui, / né, per lo foco, in là più m’appressai. / Poi che di riguardar pasciuto fui,/ tutto m’offersi pronto al suo servigio / con l’affermar che fa credere altrui./ Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,/ per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,/ che Leté nol può tòrre né far bigio. / Ma se le tue parole or ver giuraro,/ dimmi che è cagion per che dimostri / nel dire e nel guardar d’avermi caro»./ E io a lui: «Li dolci detti vostri, / che, quanto durerà l’uso moderno, / faranno cari ancora i loro incostri». / «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno / col dito», e additò un spirto innanzi, / «fu miglior fabbro del parlar materno. / Versi d’amore e prose di romanzi / soverchiò tutti; e lascia dir li stolti / che quel di Lemosì credon ch’avanzi. L’amore cortese può portare al male? L’amore può portare indubbiamente anche alla perdizione, dato il sensualismo di tutta la cultura cortese, ma vi può essere anche una strada che porta al bene: il fedele d’amore, nel momento in cui manifesta il suo amore per una donna si avvia sulla strada dell’amore per il sommo bene. Inf. V, 118-138 Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, / a che e come concedette amore / che conosceste i dubbiosi disiri?» / quella a me: «Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore./ Ma s'a conoscer la prima radice / del nostro amor tu hai cotanto affetto, / dirò come colui che piange e dice. / Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse; / soli eravamo e sanza alcun sospetto. / Per più fiate li occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso;/ ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso / esser basciato da cotanto amante,/ questi, che mai da me non fia diviso,/ la bocca mi basciò tutto tremante./ Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: / quel giorno più non vi leggemmo avante». Purg. II, 112 "Amor che ne la mente mi ragiona" Purg. XXXI, 132-135 tosto che è per segno fuor dischiusa;/ così, poi che da essa preso fui, / la bella donna mossesi, e a Stazio / donnescamente disse: «Vien con lui». Purg. XXXI, 21-24 e la voce allentò per lo suo varco. / Ond'ella a me: «Per entro i mie' disiri, / che ti menavano ad amar lo bene / di là dal qual non è a che s'aspiri, In che cosa si trasforma l’amore cortese in ambiente cristiano? Il mio amore per Beatrice è sublimazione dell’amore cortese, perché l’amore celeste rinasce da quello che fu sulla terra. Nella Commedia l’amore per Beatrice è il compimento di quello cantato nella Vita nuova o nelle canzoni del Convivio che avevano un iniziale carattere amoroso. In sintesi io ho superato Paolo così come Beatrice ha superato Francesca. L’amore cortese infine può essere il vero amore cristiano, cioè la carità: e ciò del resto è ovvio dato che il cristiano deve essere un paladino e un campione come un cavaliere cortese. Purg. XXXI, 21-24; 132-135 (come sopra) Purg. XXX, 46-48 per dicere a Virgilio: "Men che dramma / di sangue m'è rimaso che non tremi:/ conosco i segni de l'antica fiamma". 3 È autore del testo programmatico della nuova tendenza stilnovistica, Al cor gentil rempaira sempre amore, ove propone 1'identificazione tra amore e «gentilezza». 16 Vita di Club n. 1 Purg. XXIV, 49-51 Ma dì s'i' veggio qui colui che fore / trasse le nove rime, cominciando / "Donne ch'avete intelletto d'amore"». Purg. II, 112-114 "Amor che ne la mente mi ragiona" / cominciò elli allor sì dolcemente,/ che la dolcezza ancor dentro mi suona. Par. VIII, 37-39 "Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete"; /e sem sì pien d'amor, che, per piacerti, /non fia men dolce un poco di quiete». Par. XI, 58-84 ché per tal donna, giovinetto, in guerra / del padre corse, a cui, come a la morte,/ la porta del piacer nessun diserra;/ e dinanzi a la sua spirital corte / et coram patre le si fece unito / poscia di dì in dì l'amò più forte./ Questa, privata del primo marito,/ millecent'anni e più dispetta e scura / fino a costui si stette sanza invito;/ né valse udir che la trovò sicura / con Amiclate, al suon de la sua voce / colui ch'a tutto 'l mondo fé paura / né valse esser costante né feroce,/ sì che, dove Maria rimase giuso,/ ella con Cristo pianse in su la croce./ Ma perch'io non proceda troppo chiuso,/ Francesco e Povertà per questi amanti / prendi oramai nel mio parlar diffuso./ La lor concordia e i lor lieti sembianti,/ amore e maraviglia e dolce sguardo / facieno esser cagion di pensier santi;/ tanto che 'l venerabile Bernardo / si scalzò prima, e dietro a tanta pace / corse e, correndo, li parve esser tardo./ Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!/ Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro / dietro a lo sposo, sì la sposa piace. Che cosa rappresenta per te la famiglia? La famiglia è il luogo naturale della concretizzazione dell’affetto. Ciò é vero sia in senso orizzontale (marito-moglie, fratelli) sia in senso verticale (genitori o antenati; figli). Inf. XXVI, 94-99 né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né 'l debito amore / lo qual dovea Penelopé far lieta,/ vincer potero dentro a me l'ardore / ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,/ e de li vizi umani e del valore Purg. I, 85-87 «Marzia piacque tanto a li occhi miei / mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora, / «che quante grazie volse da me, fei. Purg. XXIII, 85-96 Ond'elli a me: «Sì tosto m'ha condotto / a ber lo dolce assenzo d'i martìri / la Nella mia con suo pianger dirotto./ Con suoi prieghi devoti e con sospiri / tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,/ e liberato m'ha de li altri giri. / Tanto è a Dio più cara e più diletta / la vedovella mia, che molto amai,/ quanto in bene operare è più soletta;/ ché la Barbagia di Sardigna assai / ne le femmine sue più è pudica / che la Barbagia dov'io la lasciai. Par. XV, 136-138 Moronto fu mio frate ed Eliseo;/ mia donna venne a me di val di Pado, / e quindi il sopranome tuo si feo Inf. X, 58-72 piangendo disse: «Se per questo cieco / carcere vai per altezza d'ingegno, / mio figlio ov'è? e perché non è teco?» / E io a lui: «Da me stesso non vegno:/ colui ch'attende là, per qui mi mena / forse cui Guido vostro ebbe a disdegno»./ Le sue parole e 'l modo de la pena / m'avean di costui già letto il nome; / però fu la risposta così piena. / Di subito drizzato gridò: «Come? / dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora? / non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». / Quando s'accorse d'alcuna dimora / ch'io facea dinanzi a la risposta,/ supin ricadde e più non parve fora. Inf. XXXIII, 29-42 Quando fui desto innanzi la dimane,/ pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli / ch'eran con meco, e dimandar del pane./ Ben se' crudel, se tu già non ti duoli / pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;/ e se non piangi, di che pianger suoli? Purg. VIII, 71-81 «… dì a Giovanna mia che per me chiami / là dove a li 'nnocenti si risponde./ Non credo che la sua madre più m'ami, / poscia che trasmutò le bianche bende,/ le quai convien che, misera!, ancor brami./ Per lei assai di lieve si comprende / quanto in femmina foco d'amor dura,/ se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende./ Non le farà sì bella sepultura / la vipera che Melanesi accampa,/ com'avria fatto il gallo di Gallura». Par. XV, 88-96 «O fronda mia in che io compiacemmi / pur aspettando, io fui la tua radice»: / cotal principio, rispondendo, femmi./ Poscia mi disse: «Quel da cui si dice / tua cognazione e che cent'anni e piùe / girato ha 'l monte in la prima cornice,/ mio figlio fu e tuo bisavol fue:/ ben si convien che la lunga fatica / tu li raccorci con l'opere tue. Qual é il valore dell’amore coniugale? Nella Commedia ho posto l’amore coniugale come centrale e in qualche modo dovuto: è però ricco di tenerezza (come nel caso di Nella, moglie di Forese Donati) tanto da comportare un grave rimpianto là dove viene a mancare (come nel caso di Giovanna, moglie di Buonconte da Montefeltro, e di Beatrice d’Este, moglie di Nino Visconti). L’amore coniugale può proditoriamente essere rotto anche dall’uomo, come Pia dei Tolomei, vittima del marito, insegna. E ancora Pia non si rende ben conto della vicenda. Inf. XXVI, 94-99 (come sopra) Purg. I, 85-87 «Marzia piacque tanto a li occhi miei / mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora / «che quante grazie volse da me, fei. Purg. XXIII, 85-96 (come sopra) Purg. V, 88-89 Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;/ Giovanna o altri non ha di me cura; Purg. VIII, 115-117 cominciò ella, «se novella vera / di Val di Magra o di parte vicina / sai, dillo a me, che già grande là era. Purg. V, 134-136 Siena mi fé, disfecemi Maremma:/ salsi colui che 'nnanellata pria / disposando m'avea con la sua gemma». Qual é il valore dell’amore per i figli? 17 Vita di Club n. 1 L’amore per i figli è un amore dolce e di grande potenza fino a persistere eternamente nell’aldilà o ad assorbire totalmente l’animo e le ultime ore della persona. Invece l’amore per gli antenati ha un carattere religioso: è una pietas. Al culto della famiglia si affida la tradizione di sacri valori. Inf. XXVI, 94 né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre Inf. X, 58-72 (come sopra) Purg. VIII, 71-81 (come sopra) Inf. XXXIII, 43-75 Già eran desti, e l'ora s'appressava / che 'l cibo ne solea essere addotto,/ e per suo sogno ciascun dubitava / e io senti' chiavar l'uscio di sotto / a l'orribile torre; ond'io guardai / nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto. / Io non piangea, sì dentro impetrai: / piangevan elli; e Anselmuccio mio / disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?"./ Perciò non lacrimai né rispuos'io / tutto quel giorno né la notte appresso, / infin che l'altro sol nel mondo uscìo. / Come un poco di raggio si fu messo / nel doloroso carcere, e io scorsi / per quattro visi il mio aspetto stesso, / ambo le man per lo dolor mi morsi; / ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia / di manicar, di subito levorsi / e disser: "Padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi: tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia". / Queta'mi allor per non farli più tristi; / lo dì e l'altro stemmo tutti muti; / ahi dura terra, perché non t'apristi? / Poscia che fummo al quarto dì venuti, / Gaddo mi si gittò disteso a' piedi, / dicendo: ``Padre mio, ché non mi aiuti?''./ Quivi morì; e come tu mi vedi, / vid'io cascar li tre ad uno ad uno / tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi, / già cieco, a brancolar sovra ciascuno,/ e due dì li chiamai, poi che fur morti. / Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno». Par. XV, 88-96 88 «O fronda mia in che io compiacemmi / pur aspettando, io fui la tua radice»:/ cotal principio, rispondendo, femmi./ Poscia mi disse: «Quel da cui si dice / tua cognazione e che cent'anni e piùe / girato ha 'l monte in la prima cornice, / mio figlio fu e tuo bisavol fue:/ ben si convien che la lunga fatica / tu li raccorci con l'opere tue. Par. XVI, 40-45 Li antichi miei e io nacqui nel loco / dove si truova pria l'ultimo sesto / da quei che corre il vostro annual gioco./ Basti d'i miei maggiori udirne questo:/ chi ei si fosser e onde venner quivi,/ più è tacer che ragionare onesto. Grazie, Dante, mi piace terminare lasciando la parola a Francesca che nel tempo da lussuriosa peccatrice dannata, ma anche vittima di un femminicidio ante litteram, si è trasformata in eroina universale, simbolo della passione e dell’amore eterno. Chi meglio di lei, che rievoca la dolcezza dei pensieri, dei sospiri, dei desideri ancora inconsci (dubbiosi desiri), conosce la fenomenologia dell’amore? Così descrive il coup de foudre che la legò per sempre a Paolo: Inf. V, 100-107 Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende / prese costui de la bella persona / che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende./ Amor, ch'a nullo amato amar perdona,/ mi prese del costui piacer sì forte,/ che, come vedi, ancor non m'abbandona./ Amor condusse noi ad una morte:/ Caina attende chi a vita ci spense». ●●● I ntanto a Rimini dal 4 luglio al 28 settembre 2014 presso il Museo della Città si è celebrata la DIVINA PASSIONE, una mostra che ha esposto sessanta rarissime edizioni di opere dantesche databili tra il XV e il XX secolo, provenienti dalla Collezione Ambrogio, la più vasta e importante del mondo. “Francesca da Rimini nelle Commedie illustrate tra XV e XX secolo, da Baccio Baldini a Renato Guttuso”, un percorso attraverso sette secoli di tradizione: dalla rarissima editio princeps del poema stampata a Foligno da Johann Neumeister nel 1472 e l’ancor più rara seconda edizione, impressa a Mantova sempre nel 1472, alle edizioni della Commedia apparse nel XVI secolo, a partire dal celebre volume del 1502 stampato da Aldo Manuzio fino alle grandi Commedie illustrate di Flaxman, Pinelli, Von Sturler, Doré, Von Bayros e di Guttuso. W.Mattehews, Illustrazione di copertina di W.E.Sparkes (particolare). Sarah Bernhardt nelle vesti di Francesca da Rimini. Copertina per il programma della stagione 1923-24 del Théatre Sarah Bernhardt di Parigi. Franz von Bayros, Francesca da Rimini, illustrazione per Dante Alighieri, Die Gottliche Komedie, Lipsia e Vienna, 1921. 18 Vita di Club n. 1 STORIA D’ITALIA VITE DIMENTICATE Ripercorriamo i sentieri della storia per ricordarne l’insegnamento. di MARIO BARNABÈ ● RICORDO DI FRANCO VENTURI Nel centenario della nascita. F ranco Venturi può considerarsi una delle figure la cui azione è risultata maggiormente incisiva per la rinascita della democrazia italiana. Nacque a Roma nel 1914, la famiglia si trasferì poi l’anno seguente a Torino ove il padre Lionello aveva avuto la cattedra di Storia dell’Arte alla Università. Franco studiò al Liceo Massimo D’Azeglio e con altri allievi fu sensibilizzato alle tematiche della democrazia dal prof. Augusto Monti. Aderì ancora adolescente al gruppo torinese di Giustizia e Libertà, movimento che, col motto “insorgere per risorgere” coniato da Lussu, era ritenuto particolarmente pericoloso dal regime. Il gruppo di Torino fu pesantemente colpito fra la fine del 1931 e l’inizio del 1932. Le condanne più dure furono comminate a Luigi Scala e Mario Andreis, mentre a pene minori furono condannati Alberto Perelli, Vindice Cavallera e Renzo Giua che sarebbe caduto qualche anno dopo in Spagna combattendo per la Libertà. Il mancato giuramento di fedeltà al fascismo di Lionello Venturi era stata la causa prima del trasferimento a Parigi dell’intera famiglia. Franco si ricongiunse allora a Parigi con vari compagni di lotta come Aldo Garosci che con lo pseudonimo di Magrini già collaborava ai quaderni di G.L., mentre lo pseudonimo di Franco era Lanfranchi. Nella capitale francese Franco Venturi, Aldo Garosci, Mario Levi e Renzo Giua divennero il fulcro dell’azione di G.L. alla cui attività editoriale collaboravano gratuitamente perché il lavoro garantiva a ognuno l’indipendenza economica. Nel quaderno n. 9 del novembre 1933 c’è un vero saggio sulla nuova Spagna in cui Venturi sottolinea la rivolta intellettuale del 1898 come conseguente alla perdita dei possedimenti d’oltremare. Nel 1914 il discorso “vecchia e nuova politica” di Ortega y Gasset aveva avvicinato per la prima volta gli uomini di cultura alla politica. Solo l’esercito consentì alla monarchia di sopravvivere altri dieci anni. Se Miguel de Unamuno fu il simbolo della ribellione morale, nella lotta per la democrazia si distinsero i socialisti Los Rios e Prieto. Il contrasto fra i socialisti e gli anarco-radicali di Leroux aveva provocato la caduta del governo Azana e il conseguente ricorso alla consultazione popolare il cui esito sarebbe stato decisivo per il destino della Spagna. Nel 1935 sorse una vibrante polemica fra Andrea Caffi, che sottolineava indispensabile il distacco dal Risorgimento, e Franco Venturi che sosteneva la impossibilità di dimenticare il Risorgimento “capolavoro del liberalismo europeo”. Nella polemica si inserirono prima Nicola Chiaromonte ( “Luciano”) e poi Carlo Rosselli (“Curzio”). La polemica fu conclusa da un ultimo intervento di Venturi sul n. 18 del 3 maggio 1935. Quando nel 1936 Chiaromonte, Giua e Levi si allontanarono da G.L., furono i collaboratori del gruppo storico torinese, in primis Venturi, a sostenere la linea politica del movimento che cercava nelle origini dell’Illuminismo i motivi della reazione alla pesante onnipotenza degli stati-nazione. Dopo l’assassinio dei fratelli Rosselli (9 giugno 1937) fu lui a curare il settimanale del movimento assistito da Aldo Garosci e Leo Valiani. Nel 1939 fu arrestato in Spagna mentre cercava di raggiungere la famiglia esule a New York, dove il padre Lionello aveva aderito alla Mazzini society fondata da Gaetano Salvemini. La presidenza era stata affidata a Max Ascoli e la segreteria ad Alberto Tarchiani. Nel 1941 fu consegnato alle autorità italiane e incarcerato prima a Torino e poi a Avigliano. Tornato libero alla caduta di Mussolini, fu attivo nel Partito d’Azione con Giorgio Agosti, Livio Bianco e Alessandro Galante-Garrone. 19 Vita di Club n. 1 Quando a Ventotene fu elaborato il volumetto “Problemi della federazione europea” ad opera di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, l’opera di proselitismo fu resa lenta e difficile dalla situazione bellica. I primi nuclei nacquero a Milano con Mario Alberto Rollier (vecchio amico di Colorni) e l’industriale Adriano Olivetti, a Roma con il giornalista Guglielmo Usellini e i fratelli Cerilo, Gigliola e Fiorella Spinelli. Altri come Manlio Rossi-Doria e Franco Venturi (futuro marito di Gigliola Spinelli) erano confinati a Melfi e furono convinti da Eugenio Colorni quando li raggiunse al confino. Il 27 e 28 agosto 1943 Franco Venturi fu fra coloro che fondarono il Movimento Federalista Europeo nell’abitazione milanese di Mario Alberto Rollier. Dal febbraio 1944 Venturi seguì la stampa clandestina del mensile “Voci di Officina” che riprendeva la testata fondata decenni prima da Aldo Garosci e Mario Andreis. Nel 27 marzo 1946 sul quotidiano del Partito d’Azione comparve un suo articolo “Torna l’edera” in cui osservava con rispetto (pur non condividendolo) il rifiuto del PRI di aderire alla concentrazione delle forze antimonarchiche non inquadrate nei tre partiti di massa. Dal 1947 al 1950 fu addetto culturale all’Ambasciata italiana a Mosca. Rientrato in Italia fu cattedratico di storia nelle Università di Cagliari, Genova e Torino e si interessò in particolare all’Illuminismo argomento per cui curò la pubblicazione di numerosi volumi dal 1969 al 1990. Ernesto Rossi, ricoverato in clinica per l’intervento chirurgico che lo avrebbe condotto alla morte, ricordò Franco Venturi fra le sole venti persone di più elevato sentire morale conosciute nella sua vita e, quasi tutte, influenzate dall’alto magistero di Gaetano Salvemini. Conclusa la carriera universitaria, Franco Venturi ebbe il titolo di professore emerito e fu onorato dal Comune di Torino con il Sigillo Civico. Morì il 14 dicembre 1994. Nel 2004 è uscita un’antologia di suoi scritti politici dal titolo “Pagine Repubblicane” presso l’editore Einaudi a cura di Manuela Albertone e con un saggio introduttivo di Bronislaw Baczko. Il titolo della raccolta può considerarsi la efficace sintesi di un coerente cammino da G.L. al M.F.E., avendo come costante punto di riferimento il Risorgimento italiano visto come il momento più alto del liberalismo europeo. Il movimento Giustizia e Libertà, di cui Franco Venturi fu esponente di rilievo, influenzò la vita politica italiana molto più di quello che la ridotta consistenza numerica avrebbe fatto supporre: per una rara coerenza di pensiero azione e un deciso impegno etico che la maggior parte dei politici odierni sembra purtroppo avere smarrito. ● RICORDO DI NICOLÒ CARANDINI Federalista europeo. N icolò Carandini, di famiglia aristocratica, era chiamato “il conte rosso” per le sue posizioni politiche considerate eccessivamente progressiste. In realtà era un intellettuale della sinistra liberaldemocratica che si opponeva ai dogmatismi e agli assolutismi di ogni colore. Fu ufficiale degli alpini nella prima guerra mondiale. Nato povero, divenne ricco in seguito al matrimonio con Elena Albertini, figlia del grande direttore del Corriere della Sera allontanato dall’incarico nel 1925 per la sua opposizione al regime fascista. Durante il ventennio Carandini si dedicò all’agricoltura dopo aver provveduto alla bonifica della tenuta di Torre di Pietra, nei pressi di Roma, acquistata dal suocero Luigi Albertini con la liquidazione da direttore del Corriere della Sera. Nella primavera del 1943 furono stampati in clandestinità due suoi opuscoli dal titolo “Primi chiarimenti” e “Realtà” che furono poi diffusi dopo il 25 luglio. Con la caduta della dittatura fu insieme a Mario Pannunzio e Leone Cattani fra i rifondatori del Partito Liberale, che rappresentò nel Comitato di Liberazione Nazionale. Da questo partito poi uscì, con altri esponenti della corrente di sinistra, per fondare il Partito Radicale. Leo Valiani ricordava di averlo proposto come primo presidente del Consiglio dopo la Liberazione “perché era al di sopra della mischia, era stimato dal mondo anglosassone ed era disinteressato”. Dopo la liberazione di Roma fece parte del primo ministero Bonomi sostituendovi Benedetto Croce e, in seguito, fu ambasciatore a Londra, ispirando il famoso e incisivo intervento di 20 Vita di Club n. 1 Alcide De Gasperi. Sempre a Londra provvide a proprie spese al restauro della sede diplomatica, semidistrutta dai bombardamenti tedeschi. La rivista “Nuova Antologia” pubblicò il Diario Inglese di Carandini nei fascicoli 2144, 2145 e 2146. Eletto all’Assemblea Costituente, rinunciò al mandato per poter proseguire la sua attività di diplomatico: in tale veste condusse le trattative che avrebbero poi permesso la soluzione del problema del Sud-Tirolo Alto-Adige con l’accordo De Gasperi-Gruber. Nominato nel 1948 presidente dell’Alitalia, era sollecitato alle dimissioni da Marco Pannella che ricorda di avergli detto: “Lascia l’Alitalia, che oltretutto non ti dà una lira”. Per quella che era già allora considerata una quasi patologica forma di moralità, anche da presidente Alitalia volle sempre pagare il proprio biglietto ed utilizzare voli di linea. Ebbe così modo, come il suo amico Ernesto Rossi, di essere definito “malato di onestà”. Timidissimo dietro l’apparenza di un volto austero, l’ambasciatore Sergio Romano lo ricordava come di cinque centimetri al disopra del livello a cui dovrebbe collocarsi un politico. Un suo impegno particolare fu rivolto al progetto di Federazione Europea e, in effetti, dalla seconda metà degli anni Quaranta alla prima metà degli anni Cinquanta, fu fra i rappresentanti più autorevoli del Movimento Federalista Europeo. Membro del Comitato Centrale dell’Unione Europea dei Federalisti, guidò la delegazione italiana al Congresso dell’Europa del 1948. Di tale delegazione facevano parte, oltre ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Luciano Bolis, anche Adriano Olivetti, Enzo Giacchero, Ignazio Silone, Bruno Visentini, Salvatore Quasimodo e Giuseppe Ungaretti. L’attività di Carandini si svolse come conferenziere e pubblicista, in particolare nel settimanale IL MONDO diretto da Mario Pannunzio. Di tale rivista fu anche editore per circa un decennio assieme ad Arrigo Olivetti. Notevole il discorso “Verso l’Europa Unita” che tenne a Napoli il 27 marzo 1949. Di particolare rilievo il successivo intervento di luglio a Genova sul tema “Europa problema del mondo”. Il 15 luglio 1949, in una manifestazione federalista europea tenuta appunto a Genova, Carandini osservò che il maggior ostacolo che si opponeva al compimento dell’Unione Europea non era né la presenza di avversari dichiarati, né l’attività degli scettici e dei veteronazionalisti. Il vero e concreto pericolo consisteva nella faciloneria con cui gli ottimisti dichiaravano ineluttabile il cammino verso l’unità. Quando si esponeva il progetto di federazione europea, i politici nazionali si ostinavano a sostenere il cosiddetto “approccio funzionale” cioè, semplificando e banalizzando, un cauto e timido avvicinamento intergovernativo in attesa che l’unione si creasse eventualmente strada facendo. Carandini concluse il suo intervento con parole chiare e decise, ancora oggi riproponibili integralmente: “Ricordatevi che mentre voi attendete alle cure normali di una vita che ha conservato in superficie un precario aspetto di normalità, ma che è profondamente corrosa alle radici, in ogni paese di Europa un gruppo di uomini che ha eletto per sé la cittadinanza europea lotta da solo, privo di mezzi, scarsamente appoggiato dal pubblico consenso, per sostenere controcorrente una causa che è di tutti. Date a questi uomini il vostro consenso morale e il vostro appoggio materiale, costituite con loro la massa d’urto che dovrà sollevare l’idea della Europa Unita dal livello di queste pubbliche conversazioni a quello delle aule parlamentari e dei seggi governativi! Risvegliatevi a questa dura realtà, a questa grande speranza, e l’Europa Unita si farà, non per noi che ne pagheremo il conto, ma per i nostri figli che vi godranno una vita più umana, sicura e serena.” Estraneo alle commistioni e ai frequenti intrecci fra affari e politica, Carandini era un pragmatico che non ammetteva preconcetti ideologici, si considerava figlio dell’Italia della ragione e portava, effigiata nell’anello della mano sinistra, l’immagine della dea Minerva. La delusione per veder allontanarsi la realizzazione dei suoi ideali lo condusse al ritiro dalla vita politica attiva, per dedicarsi alla rilettura e allo studio degli amati filosofi stoici. Convinto, con Zenone, che “La virtù da sola basta per rendere felice la vita. Perché, all’infuori della moralità, non esiste altro bene”. Due anni prima della morte scrisse all’amico Franco Quaglieni: “Io non prendo più parte ad alcuna manifestazione e mi limito intellettualmente a tradurre Seneca richiamando alla memoria il latino appreso oltre mezzo secolo fa. È tempo che i giovani assumano queste iniziative culturali e politiche per tener viva una fiamma che noi abbiamo modestamente alimentata ai tempi nostri.” L’attualità degli ideali di Carandini rende invece doveroso proseguire l’impegno per le generazioni che gli sono succedute e in quegli ideali si riconoscono. 21 Vita di Club n. 1 MONDO LIONS LIONISMO Tratto da “Conoscere il lionismo”, edito dal Centro Studi del Lionismo di Roma e parzialmente rielaborato da Mario Alvisi. di OSVALDO DE TULLIO (Lions Club Roma Nomentanum) L a società moderna è caratterizzata, fra l’altro, da una pluralità di centri aggregazionali che si snodano, in genere, attorno alla tutela di interessi egoistici e corporativi, peraltro legittimi in quanto proiezione delle rispettive personalità e ragioni ideali, morali o economiche. Oggi più che mai in espansione con l’aggravarsi della povertà economica e culturale. L’alto numero di tali formazioni e la disattenzione dei soggetti destinatari dei messaggi rendono difficile la giusta comprensione dei contenuti di questi. E ciò nonostante la diffusione e l’importanza dei mezzi di comunicazione di massa. Non vi è dunque da meravigliarsi se anche la nostra Associazione stenta a ritrovare, intorno a sé e talora anche all’interno del corpo sociale, una soddisfacente conoscenza del proprio modo di essere e delle funzioni che le Carte Fondamentali (Codice dell’etica lionistica – Scopi del Lionismo) le assegnano. Tanto è vero che molto spesso sentiamo la necessità di dirci che dobbiamo farci conoscere sempre di più verso il mondo esterno. Allora che fare? Prima di tutto verso il nostro interno. Dire ai nuovi Soci, con immediatezza, qual è il pensiero e l’azione dei Lions: l’etica, gli scopi, i services. Ma anche a chi milita da diverso tempo nel Club, perché il tempo talora oscura gli atteggiamenti imposti dal succedersi delle vicende e cristallizza la mentalità su schemi superati. E poi verso l’esterno. Non solo con le informazioni di ciò che facciamo, ma di quello che siamo. Tutto questo perché la nostra Associazione, come forse tutti sappiamo, ma molto spesso dimentichiamo, tende alla creazione di uomini, società e pubbliche istituzioni virtuose, che si muovono, cioè, sulla spinta di una solidarietà che noi Lions, come movimento di opinione e di pressione, dobbiamo continuare a coltivare e diffondere. Ma cosa vuol dire conoscere il lionismo, cioè il senso di essere lions ? Così lo definiva il Presidente Internazionale Pino Grimaldi: “Tutti gli uomini e le donne di questo mondo sono nati uguali ed a ciascuno bisogna dare le medesime opportunità consentendo di colmare le differenze e facendo sì che uguali siano i diritti, i doveri e la dignità umana che molte volte viene perduta. Noi non dobbiamo semplicemente agire, ma dobbiamo cogliere ogni occasione per proclamare al mondo questo rispetto per il naturale diritto dell’uomo a essere onorato qualunque sia la sua provenienza e qualunque sia stata la sua nascita. Noi dobbiamo agire come i difensori civici delle nostre comunità e di tutte le comunità del mondo. Noi dobbiamo essere la coscienza morale che trascina quanti sono attorno a noi, verso gli aiuti da dare a quanti indifesi non otterrebbero mai ciò di cui hanno diritto. Occorre studiare attentamente ciò che è necessario fare per aiutare quanti sono nel bisogno, per migliorare la qualità della vita, l’ambiente, per combattere la violenza, la illogica discriminazione ed evitare le tante piaghe sociali e materiali che affliggono il mondo”. Sembra tanto, ma poi non tanto. Cari nuovi e più recenti soci, non spaventatevi: bastano anche poche cose, pochi gesti, poche iniziative per dare concretezza a quanto sembra tanto difficili da realizzare! Le cose più pratiche che possiamo fare sono sempre le più semplici e le più concrete per raggiungere le finalità dei Lions. Ve lo dice uno con oltre trent’anni di esperienza lionistica e tantissime testimonianze delle cose fatte insieme agli oltre centoventi soci che in questi anni hanno dato vita operativa al Club. Pensate solo alla “qualità e quantità” dei services fatti durante l’ultimo anno sociale. All’inizio sembravano cose difficili, ma, con l’aiuto di tutti noi e di quanti ci hanno aiutato dall’esterno del Club, abbiamo ottenuto un importante successo. Abbiamo dato concretezza al 22 Vita di Club n. 3 nostro essere lions! In tal senso un compito molto importante è stato assegnato dal Distretto 108 A al nostro socio Alessandro Gaspari: officer distrettuale per “Il Lions Quest” (attività a favore della gioventù a base scolastica). Ambito in cui il nostro Club mi sembra molto forte! Quindi, a mio avviso, una designazione molto indovinata anche per le qualità professionali ed umane della persona prescelta. Sono stati inoltre nominati officer distrettuali Lily Serpa per "Tema di studio - La cittadinanza umanitaria" e David Giuliodori per "LCIF". Però, attenzione, sta anche a noi aiutarli nel loro compito. Non lasciamoli soli come sovente succede con l’operatività dei nostri Presidenti e del Consiglio Direttivo. Mario Alvisi SERVICE PROGETTO ELISA Screening visivi gratuiti per la diagnosi precoce dell’ambliopia. I l L.C. Rimini Malatesta ha contribuito alla realizzazione di un progetto veramente speciale: il progetto Elisa per la diagnosi precoce dell’ambliopia, più comunemente conosciuta come “occhio pigro”, che ogni anno colpisce mediamente il 3% dei nuovi nati. La visione è una funzione complessa cui partecipano numerose componenti sensoriali e motorie, che si evolvono in maniera graduale nei primissimi anni di vita. Numerosi fattori interferiscono con la maturazione del sistema visivo, alterandone le funzioni. I danni a carico dell’apparato visivo che si verificano in età pediatrica sono spesso totalmente o parzialmente recuperabili soltanto grazie ad un tempestivo e mirato controllo oculistico, ortottico e un appropriato trattamento riabilitativo. È quindi importante sottoporre i bambini ad un’accurata visita sin dai primi anni di vita al fine di poter evitare gravi deficit e malattie con conseguenze irreversibili. La raccolta fondi per l’acquisto dell’attrezzatura necessaria si è svolta la sera del 31 maggio 2014 nella cornice offerta dalla Parrocchia S. Mater Ecclesiae del Villaggio 1° maggio, organizzata dai soci Paolo Gianessi ed Egidio Aguti che si impegnano attivamente nel portare avanti l’iniziativa. II L.C. Rimini Malatesta, dopo aver donato le attrezzature necessarie allo scopo, ha iniziato la campagna di prevenzione visiva sul territorio riminese con la collaborazione del Primario di Oculistica dell’Ospedale Morgagni Pierantoni di Forlì, dott. Paolo Fantaguzzi, dell’Ortottista dott. Federico Bartolomei e dalla coordinatrice Annapaola Ugolini. La campagna, effettuata gratuitamente, si propone di fare una diagnosi precoce dell’ambliopia sui bambini nati nel 2012 e 2013. Al primo screening sono stati visitati 65 bambini. Di questi ben 17 sono risultati positivi e, di conseguenza, saranno sottoposti ad una successiva visita oculistica gratuita presso il Poliambulatorio Valturio. Altrettanto gratuite saranno le lenti eventualmente prescritte, grazie alla collaborazione dell’Ottica Mancini. La campagna proseguirà nei prossimi giorni con l’intento di controllare tutti i bambini di uno e due anni della città di Rimini. NEWS MAI PIÙ CECITÀ PREVENIBILE I Lions di tutto il mondo hanno celebrato la Giornata Mondiale per la Vista Lions. Questo evento internazionale si svolge ogni anno per riconoscere l’importanza delle cure atte a prevenire la cecità. I Lions partecipano alle attività, che vanno dai controlli della vista, ai programmi educativi sulla salute degli occhi, a qualsiasi altra attività legata alla vista. La celebrazione ufficiale della Giornata Mondiale per la Vista di Lions Clubs International si è tenuta in Islanda il 14 ottobre. In occasione di tale evento, la LCIF ha assegnato un sussidio SightFirst di US$70.000 a sostegno delle attività connesse alla salute della vista a Reykjavik. Tali fondi verranno utilizzati per acquistare delle apparecchiature oculistiche necessarie al dipartimento di Oftalmologia dell'ospedale universitario. Inoltre il programma Sight for Kids ha controllato la vista di più di 20 milioni di alunni di scuola nella regione Asia-Pacifico, che altrimenti avrebbero potuto non avere mai un controllo della vista, e ha offerto agli studenti che ne hanno bisogno occhiali e cure successive, quando necessario, il tutto gratuitamente. Sight for Kids è stato ampliato oltre l'area dell'Asia-Pacifico, fino al Kenya e alla Turchia. 23 Vita di Club n. 3 ROMAGNA RICORDI LA LUCIANA Nel 2001 Alfonso Vasini ha scritto un piccolo libro dal titolo “L'accelerato delle ore 13,00” dedicato agli amici di Bellaria Igea Marina, il paese dove è nato e che ama tantissimo. Nella premessa, “Le tessere del mosaico”, cita le ragioni che lo hanno spinto a farlo. Il libro è composto di diversi capitoli in ciascuno dei quali racconta episodi della sua vita circoscritti all’anno 1953, quando aveva diciotto anni. Anche nella scrittura, volutamente regressiva, ha inteso rispecchiare la sensibilità espressiva di quell’età. Ce ne ha consegnato uno, “La Luciana”, che forse susciterà un po' di nostalgia in chi, tra i suoi coetanei, lo leggerà. di ALFONSO VASINI (Lions Club Rimini Riccione Host) ● LE TESSERE DEL MOSAICO Perché ad una certa età, quale la mia, si sente il bisogno quasi ossessivo di compiere un viaggio retrospettivo nel tempo e di riandare con la memoria agli eventi lieti e tristi che hanno contrassegnato la nostra vita? Per cercare, forse, una conferma che il tempo non sia trascorso invano e, quindi, tacitare la coscienza o forse perché, sentendo avvicinarsi inarrestabile la fine di un altro viaggio, se ne voglia prolungare di un tratto il percorso aggrappandoci a quella linfa vitale che sono i ricordi? Talvolta i ricordi vengono fissati in un libro per essere tramandati come un’eredità universale di cui tutti possano e debbano beneficiare. Parte di tale eredità è la storia di Bellaria Igea Marina che alcuni meritori concittadini stanno scrivendo a più mani e le testimonianze che essi ci rendono sono le tessere vive e palpitanti di un prezioso mosaico che va componendosi a poco a poco, rivelandone l’anima. Anch’io ho una storia da raccontare e mi accingo a farlo con devozione filiale nei confronti della terra natia. Sono i ricordi di un breve, ma importante periodo della mia vita di quando, dopo un viaggio impaziente, giungevo alla stazione di un piccolo paese in cui ho sempre sperato di fermarmi un giorno, senza esservi riuscito ancora. Sono le illusioni di un ragazzo che a quel tempo aveva diciotto anni, l’età in cui è lecito sognare. Forse sarà perché dentro di me si agita un irriducibile “fanciullino” o perché la speranza non vuole morire, ma io continuo a sognare. Ecco un sibilo allegro, un bianco buffo di fumo, un lieve sussulto di ruote; ecco la voce del capo treno che invita: “Signori, in carrozza, si parte!”. Chi vuole venire con me può prendere posto sul treno. Buon viaggio! ● LA LUCIANA Nei pomeriggi di quei giorni assolati solcava il mare, appena mosso dallo sciroccale, una bellissima barca dallo scafo snello e dalle vele colore arancione che imbrigliavano il vento e lo domavano al loro volere. Sull’albero di maestra garriva una enorme bandiera nera con impresso l’inconfondibile e minaccioso simbolo dei pirati, il teschio. La barca si chiamava “Luciana” ed era un’agile battana governata dal suo nocchiero, il Gònd, cioè Gilberto Vasini, che ne era anche il proprietario (l’armatore come si direbbe in gergo). Era una di quelle barche che i pescatori armavano d’estate per portare i villeggianti a fare delle brevi suggestive escursioni sul mare a modico prezzo. Ormeggiavano vicino alla riva di fronte alla “rotonda”, oggi piazzale Kennedy, che era il punto equidistante rispetto a Rimini e a Cesenatico, le direzioni verso le quali orientavano la prua alternativamente. Imbarcati i passeggeri e raggiunta la distanza di qualche miglio dalla riva puntavano veloci sulla meta prescelta, talvolta spinte dal vento in poppa, talaltra navigando controvento e manovrando le vele per mantenere la rotta. Seduti sulla tolda o a cavalcioni dei fianchi delle barche con le gambe a penzoloni fuori bordo i passeggeri, volgendo lo sguardo all’orizzonte nel punto in cui il cielo ed il mare convergono, potevano contemplare il giocoso rincorrersi delle nubi che il vento ora dissolveva in mille cirri “di porpora e 24 Vita di Club n. 1 d’oro”, ora ricomponeva in gigantesche impalpabili montagne di panna da cui spiccavano il volo stormi di angeli dalle bianche ali vibranti, i gabbiani. Se volgevano lo sguardo verso la costa, le mani tese sugli occhi a proteggerli dal sole cocente, potevano scorgere in lontananza una ininterrotta sequenza di evanescenti profili appena segnati da un filo d’ombra che si proiettava sulla spiaggia antistante e che pareva tracciare i confini del mondo. In riva al mare un brulichio di microscopiche forme dava vita a quel mondo. Se porgevano l’ascolto, potevano anche percepire l’eco di una musica soffusa proveniente dalla riva, a tratti interrotta da una voce suadente che annunciava gli spettacoli delle vacanze. L’attenzione dei passeggeri veniva di quando in quando distratta dal rombo di un piccolo aeroplano che volava rasente fino a sfiorare gli alberi delle barche e che trainava, legata alla coda, una svolazzante striscia di tela che richiamava alcune scritte pubblicitarie. Valeva la pena di pagare il biglietto, non fosse altro che per provare sensazioni nuove che rallegravano l’animo. Alcune volte le barche puntavano al largo per calare le reti e pescare. Da qualche tempo era invalsa l’usanza di cuocere il pesce sulla graticola e di offrirlo con un buon bicchiere di albana o di moscato dolce... di San Marino. Era il momento più atteso dai passeggeri che si apprestavano incuriositi ad assaggiare quella merenda improvvisata e dai gabbiani che piombavano sulla scia delle barche a beccare il resti che finivano in mare. Con le “gite” i pescatori riuscivano ad arrotondare i loro guadagni che a quel tempo erano scarsi e molto sudati; ciononostante il Gònd vi rinunciava senza esitazione quando si trattava di mettere la “Luciana” a disposizione di quella speciale ciurma che eravamo io, Mariolino (Mario Vasini), Flavio, Paolo (Aloma), Paolo (Bagliot), Learco, Carlo Felice e tanti altri. Salivamo a bordo muniti di chitarre, trombe, fisarmoniche, armoniche a bocca, tamburi, piatti di latta e suonavamo quegli strumenti facendo un fracasso d' inferno cantando a squarciagola un ritornello che avevamo coniato in omaggio della “Luciana” che iniziava così: “Vola, vola o mia Luciana...” Non bastasse ciò ci sbracciavamo per attirare l’attenzione di quanti si trovavano nello specchio d’acqua teatro delle nostre scorrerie. Issata la bandiera dei pirati, imperversavamo con la “Luciana” come i tigrotti di Mompracem al comando di quell’impavido Sandokan che era il Gònd. Andavamo decisi all’abbordaggio dei mosconi sui quali stavano beatamente distese le ragazze a prendere il sole, ignare di quanto stesse loro per capitare. Con agili manovre la barca ruotava vertiginosamente attorno ai natanti che incominciavano a dondolare pericolosamente al moto ondoso della sua scia; prese dal panico le malcapitate ci imploravano di allontanarci, poi, rassicurate dalle nostre evidenti intenzioni scherzose, stavano al gioco. Quando avvistavamo altre barche che incrociavano sulla nostra rotta, dirigevamo dritti su di loro. La “Luciana” si trasformava allora nel minaccioso veliero del Corsaro Nero e, pronta al comando, scattava all’arrembaggio di immaginari galeoni carichi di misteriosi tesori. Un attimo prima dell’incombente impatto il Gònd eseguiva repentine virate e ristabiliva le distanze di sicurezza tra i “legni” sciogliendo la tensione dei costernati ed impotenti passeggeri che già si vedevano speronati e scaraventati in mare. Rinfrancati, i passeggeri rispondevano eccitati ai nostri saluti quando, con un’ultima virata, ci allontanavamo veloci alla caccia di nuove prede. Tra una scorreria e l’altra ancoravamo la “Luciana” in mezzo al mare per fare il bagno. Ci tuffavamo da prua e da poppa e, novelli pescatori di perle dei mari del sud, ci immergevamo a raccogliere le “poveracce” semi sepolte nella sabbia del fondo marino. La “Luciana” è andata in disarmo da molto tempo ed ora è rimpiazzata dal “Tayfun”, una motonave di notevole stazza molto bene attrezzata per le gite in mare, ma che non ha nulla a che vedere con la nostra barca. Il Gònd è ancora al posto di comando, incrollabile lupo di mare e forte, sempre, come una roccia. Sospinta dalla brezza marina arriva fino a me, che sono seduto in poltrona nel giardino della mia piccola casa di Bellaria, la sua voce stentorea che chiama a raccolta i bagnati per fare l’ennesima gita sul mare: “Salite a bordo, che andiamo a vedere i pozzi del petrolio al largo di Ravenna e poi caliamo le reti e mangiamo il pesce cotto alla brace, la ciambella e beviamo un buon bicchiere di albana e di moscato!” Quella voce familiare risveglia in me lontani ricordi e chi mi sta accanto mi domanda il perché del malinconico sorriso che affiora sulle mie labbra. 25 Vita di Club n. 1 RIMINI NATURA A GL’ERBI ‘D CAMPAGNA Le erbe nella tradizione popolare romagnola. di MAURIZIO MATTEINI PALMERINI (Associazione Amici del Mulino Sapignoli) A gl’érbi ’d campagna (le erbe di campagna)... con questa espressione, in Romagna, si indicano tutte quelle piante erbacee che, spontaneamente e senza l’aiuto di fertilizzanti chimici, nascono nei campi, lungo i sentieri, gli argini dei fossi e dei fiumi. Fino a non molto tempo fa queste erbe hanno costituito una risorsa alimentare di grande importanza, in modo particolare per i ceti meno abbienti che hanno potuto trarre le sostanze nutritive ed i sali minerali, così preziosi per la salute. Sembra che nella provincia di Rimini ci siano più di duemila e passa “erbe”, ma quelle che si raccoglievano (e si raccolgono ancora) ad uso mangereccio si stima siano poco più di una trentina: asparagi selvatici, aspraggine, borragine, crespigni, farfaraccio, fiorone o ombrellini, lattughina, lupino o sulla, luppolo, ortica, pastinaca, piattella o costolina, radicchio selvatico, radicella, ragaggiolo, raperonzolo, romice o lingua di bue, rosole, rucola, saltalepre, sambuco, senape o ravastrello, silene bianca, stoppione, strigoli, tarassaco, vitalba, zampa di gallo. Ma anche se il numero delle erbe spontanee mangerecce era esiguo, le erbe sono state onnipresenti nella vita quotidiana: nella gastronomia, nella medicina e veterinaria popolare, nei modi di dire, nei proverbi, negli usi e perfino nei giochi. Ha proprio ragione Paolo Toschi quando definisce il termine folclore come la manifestazione di una perenne forza spirituale delle collettività umane, la quale crea, conserva e tramanda quelle forme di vita pratica, etica ed estetica che sono a loro necessarie e congeniali, mentre rinnova o elimina via via quelle che sono morte o superate. Infatti la dimestichezza, il sapere delle erbe che emerge dai racconti di chi oggi ha ottant'anni è diverso dal nostro: figli e nipoti. Sembra che la linea di confine si collochi tra la fine della seconda guerra mondiale ed i primi anni '50 del secolo scorso. In poche parole una volta andare per erbe era una necessità mentre oggi l’è un lóss (è un lusso), un piacere. In questo cambiamento molte conoscenze le abbiamo perse, ma ne abbiamo acquisite molte altre. Abbiamo perso, ad esempio, un proverbio romagnolo, quello dove si sottolinea la necessaria, anzi obbligatoria, presenza di un’erba nell’insalata: l’insalæda la n’è bèla se un gn’è la pimpinèla [l’insalata non è bella (buona) se non c'è la pimpinella], abbiamo guadagnato però i ravioli con l’ortica. Abbiamo perso i mangimi naturali come quelli preparati sl’urtóiga e i zig (con l’ortica e l’erba biscia)... ed abbiamo guadagnato invece le frittelle con i fiori a grappolo dell’acacia (e’ marugàun), le frittelle di foglie di borragine e di salvia. Abbiamo perso il significato della parola insalata; prima era un miscuglio di erbe, oggi invece, è generalmente intesa come un preciso tipo di erba, anzi più tipi; la parola insalata infatti è spesso accompagnata da qualche aggettivo come lunga, corta, arricciata, verde, rossa o da qualche altra voce di specificazione come, ad esempio, dalla foglia larga, dalla costa lunga, eccetera. Abbiamo perso i giochi, forse anche i sapori, ma soprattutto, e per fortuna, abbiamo perso la fame. Le rosole non sono altro che le foglie basali del papavero comune o rosolaccio (Papaver rhoeas); 26 Vita di Club n. 1 senza ombra di dubbio è l’erba mangereccia più conosciuta e probabilmente più ricercata; cresce dal mare alla zona montana, dai luoghi incolti ai cigli delle strade, ai campi coltivati dove spesso è anche infestante; fiorisce dal mese di aprile fino a luglio. Le rosole si utilizzano crude o cotte per il ripieno dei cassoni, lessate e saltate in padella; risultano un ottimo ingrediente per frittate e, sembra, anche per qualche minestra; qualunque sia il modo di cucinarle, si raccolgono fino a quando cominciano a fare i boccioli: dopo non sono più buone. Ma proprio a questo punto le rosole entravano a pieno titolo fra i giochi dei bambini che raccoglievano i fiori ancora chiusi e poi domandavano ai compagni: Pæpa o Cardinæl? (Papa o Cardinale). Chi rispondeva Pæpa e chi rispondeva Cardinæl... a questo punto chi stava sotto batteva il bocciolo sul dorso della mano o sulla fronte e, con l’urto, il bocciolo si apriva e rivelava il colore dei petali. Se i petali erano ancora bianchi vinceva chi aveva detto Pæpa, se erano già rossi vinceva chi aveva detto Cardinæl. Se invece i petali erano rosa non vinceva nessuno o chi guidava il gioco. Una variante a questo gioco teneva conto di più tonalità di colore e prendeva il nome di “acquavino-aceto-acetino”. I petali bianchi corrispondevano all’acqua, quelli rossi al vino, quelli rosa scuro all’aceto e quelli rosa chiaro all’acetino. Anche gli strigoli erano ben conosciuti e ricercati dai bambini, non per i germogli che si mangiano in primavera, ma per i fiori. Dalla base del fiore bianco si sviluppa un calice rotondo e rigonfio, una specie di botticina bianca, che i bambini staccavano e se lo sbattevano per divertimento sulla fronte: l’urto produceva una specie di piccolo botto. Questo gioco si ripeteva per tutta l’estate, infatti la pianta fiorisce da maggio ad agosto ed i boccioli fiorali sono presenti quasi tutta l’estate mentre le foglioline ad uso alimentare si raccolgono nel solo periodo primaverile. Un altro gioco era detto fùra e’ vérd (fuori il verde) o anche fòja vérda (foglia verde). Il gioco era molto semplice, con una sola regola e cioè tirare fuori una foglia verde quando qualcuno ti sfidava al grido: fùra e’ vérd o fòja vérda. E la risposta era: fùra tè che mè a l’ò vérd (fuori te che io l'ho verde) oppure fura e’ tu che e’ mi l’è vérd (fuori il tuo che il mio è verde). Alcuni tenevano la foglia in tasca, altri anche cucita nella maglia per dentro e altri ancora la nascondevano in bocca, ma sembra che in caso il gioco si chiamasse, con una variazione, fùra e’ vérd ad boca (fuori il verde in bocca). Di solito si trattava di una foglia di bosso... ma per non perdere si adoperavano tutte quelle che capitavano a tiro. Si scommetteva una caramella, una figurina, dei bottoni, una tozza; mia nonna, la Gigia 'd Pellincin, mi diceva che i “morosi” invece scommettevano un bacio e sembra che spesso uno dei due dimenticava di portare la foglia con sé... così “doveva” pagare pegno... si fa per dire. 27 Vita di Club n. 1 RIMINI CITTÀ CRONACA DI UN RESTAURO Il plinto cinquecentesco di Piazza Tre Martiri. (Testo tratto da “Alea iacta est, Giulio Cesare in archivio”, a cura di Cristina Ravara Montebelli, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”) di ADELE POMPILI I l restauro è stato eseguito nell’autunno escluso il rifacimento di parti mancanti; 1999, grazie al contributo del Lions questo criterio è stato adottato per la Club Rimini Malatesta. maggior parte del lavoro eseguito, L’inaugurazione è avvenuta il 9 novembre anche se in corso d’opera ed in accordo dello stesso anno. con la Direzione Lavori si è deciso di Il cippo o plinto detto di Giulio Cesare procedere alla ricostruzione della parte collocato in Piazza Tre Martiri a Rimini è mancante di un angolo inferiore del composto da un basso pilastro, costituito pilastro, in sostituzione della da due elementi in pietra d’Istria uniti da ricostruzione presente eseguita con "zanche" in ferro piombate nell’inserzione malte cementizie ora deteriorate e con la pietra, che poggiano su una base fratturate avvenuta in un precedente composta di un basso parallelepipedo a intervento sull’opera. pianta quadrata sul quale stanno le La pulitura dei depositi di sporco delle modanature di raccordo con il pilastro. colature ed incrostazioni dovute ad Al momento dell’intervento il cippo era agenti atmosferici ed inquinanti è stata già stato collocato nella piazza Tre eseguita con impacchi di Carbonato Il cippo prima e dopo Martiri, nel punto esatto in cui si vede il restauro. d’Ammonio supportati in Arbocell e ora. successivo lavaggio. I depositi ed incrostazioni solubilizzati o ammorbiditi sono Stato di conservazione Il manufatto in pietra d’Istria presentava un stati rimossi con tamponature, spazzole morbide deterioramento del materiale lapideo dovuto alla e, ove necessario, meccanicamente a bisturi. Le lunga esposizione ad agenti atmosferici ed stuccature presenti e non più funzionali sono inquinamento con dilavamenti, incrostazioni, state rimosse meccanicamente con piccoli colature e macchie, quest’ultime provocate scalpelli e bisturi. dall’ossidazione degli elementi in ferro "zanche", Schizzi di catrame e residui in tracce di iscrizioni probabilmente applicate in precedenti interventi vandaliche sono state rimosse a solvente. di restauro o ricomposizione del manufatto. Stuccature e ricostruzioni. Precedenti danni con fessurazioni, sbrecciature e Le stuccature delle fessurazioni o piccole parti mancanze di materiale lapideo erano stati mancanti sono state eseguite con polveri di risarciti con stuccature e rinzaffi a malte marmo, sabbia e legante idraulico Plaster ETX. cementizie. Sulla superficie erano presenti La ricostruzione dell’angolo inferiore del pilastro schizzi di catrame, cemento e tracce di iscrizioni è stata eseguita con materiale lapideo in pietra vandaliche. d’Istria opportunamente scolpito e modellato. Intervento di restauro Consolidamento-protezione Principi guida: Intervento conservativo delle Gli elementi in ferro "zanche" non rimossi sono parti deteriorate e consolidamento generale della stati trattati con convertitori di ruggine ed isolati pietra. Rimozione di quanto non originale o con resine. La pietra, materiale costituente alterato è presente e pregiudica la buona l’opera, è stata trattata con Hidrophase Combi, conservazione dell’opera. Stuccature e chiusura protettivo consolidante idrorepellente, non di fratture a scopo conservativo per impedire filmogeno. infiltrazioni d’acqua. In fase di preventivo si era 28 Vita di Club n. 1 MONDO LIONS RIMINI-SAN MARINO: LA “LINEA GIALLA” 1944 Intermeeting lionistico nel segno dell’amicizia e della solidarietà umana nel 70° anniversario del passaggio del fronte. Il trenino, le gallerie, i centomila fratelli rifugiati e i luoghi della memoria raccontati da Martelli, Cesaretti e Turchini. di GIORGIO BETTI (Lions Club Rimini Riccione Host) I Lions Club San Marino Undistricted e Rimini Riccione Host di nuovo insieme con gli amici di sempre: i soci del Rimini Malatesta. Di nuovo protagonisti di un incontro destinato a fare storia. E restare nella storia del lionismo di casa nostra. Un momento d’incontro capace di restare stampato in technicolor - mica in bianco e nero – e in cinemascope nell’immaginario collettivo perché al centro dell’attenzione generale s’è posta la rievocazione storica della Seconda Guerra Mondiale; della Linea Gotica, baluardo difensivo tedesco con le sue varie colorazioni e i suoi tragici sviluppi (la linea gialla andava da Rimini a San Marino) e delle battaglie combattute anche sul sacro suolo della neutrale Repubblica di San Marino, l’unica fondata da un Santo e adesso diventata patrimonio dell’Unesco e dell’intera umanità. Tre service-club, il L.C. San Marino Undistricted, il L.C. Rimini Riccione Host e il L.C. Rimini Malatesta, uniti come prima e più di prima dai vincoli dell’amicizia e dell’appartenenza alla più grande e numerosa famiglia del Lions International (Censimento al 31 maggio 2013. Soci: 47.957. Uomini: 38.490. Donne: 9.467. Club: 1.324. Soci Leo: 4.001. I LIONS NEL MONDO. Soci: 1.336.961. Club: 45.338 presenti in 192 paesi e con un seggio presso le Nazioni Unite) che si riconosce nel motto del suo fondatore Melvin Jones: “We Serve” e in quello dell’attuale presidente internazionale Joe Preston che recita così: “Strengthen the pride” (rafforziamo il nostro orgoglio) fieri di essere lion e uomini di pace. Uomini e donne sempre pronti a tendere la mano e correre in soccorso di chi ha bisogno. Di chi soffre. Così, per commemorare convenientemente il settantesimo anniversario del passaggio della guerra, i presidenti Alessandro Barulli e Fabio Maioli, hanno potuto avere e apprezzare la piena disponibilità dei propri soci (encomiabile il lavoro svolto da Conrad Mularoni e Graziano Lunghi in veste di fotografi unitamente al dotto sapere di Rosolino Martelli e Augusto Gatti che hanno illustrato il percorso del trenino biancazzurro sotto le gallerie della linea ferroviaria) e di quelli del L.C. Malatesta Rimini capitanati dal president incoming Nevio Annarella e dal past president Lily Serpa Allison. Poi, in un gioco delle parti che ha visto tutti favorevoli, tutti d’accordo come si conviene alla felice tradizione lionistica che vuole che l’amicizia sia sempre posta al di sopra degli interessi di parte e dei dialetti, si sono uniti nell’ideale abbraccio il vicepresidente del L.C. Malatesta Rimini, Egidio Aguti, il sindaco del comune di Tavoleto Nello Gresta (indimenticabile e ben riuscita la celebrazione del 70° anniversario della liberazione di Tavoleto svoltasi domenica 14 settembre nella splendida cornice del castello dei conti Petrangolini con tre personaggi di grande valore quali lo storico Daniele Cesaretti e i colonnelli inglesi del 2/7 Royal Gurkha Rifles, Robert Couldrey e Martin Brooks), il professor Angelo Turchini, autore di numerosi libri tra cui “Sfollati d’Italia a San Marino” durante la Seconda Guerra Mondiale e curatore della mostra “Centomila fratelli” insieme alla dottoressa Patrizia Di Luca, responsabile del Centro di ricerca sull’Emigrazione e del Museo dell’Emigrante. A dare il via al sobrio cerimoniale di protocollo con l’ascolto degli inni nazionali e la lettura del codice di etica lionistica è stato Augusto Gatti. 29 Vita di Club n. 1 Poi è toccato ai presidenti Alessandro Barulli, Fabio Maioli e Nevio Annarella rivolgere il saluto all’autorevole uditorio e introdurre l’argomento dell’Intermeeting: San Marino 1944: “Centomila fratelli”. “Nella giornata di oggi vogliamo ricordare il settantesimo anniversario del passaggio del fronte. Dal 1° novembre 1943 al 21 settembre 1944 Rimini subì ben 396 bombardamenti che causarono la quasi distruzione della città e 607 morti tra la popolazione civile. Molti scapparono dalla città, chi in periferia chi nei borghi vicini, molti si rifugiarono nella vicina Repubblica di San Marino confidando nella sua neutralità che non fu rispettata dai belligeranti. Quando poi il fronte si avvicinò circa centomila persone, uomini, donne e bambini, cercarono rifugio a San Marino che, nel 1944, contava circa quindicimila anime. Ma i sammarinesi ospitarono tutti e riuscirono anche in qualche modo a provvedere alle loro necessità primarie quali il pane, i servizi igienici e quelli sanitari. Di seguito lo storico Daniele Cesaretti che di professione fa il medico dentista ma ch’è anche un appassionato di storia militare, già collaboratore del Centro Internazionale Documentazione Linea Gotica diretto dal compianto prof. Amedeo Montemaggi, quale esperto topografo dell’intera Linea Gotica (la fortificazione tedesca correva per 320 km da Pesaro sull’Adriatico e lungo il dorsale appenninico fino a Massa Carrara sul Tirreno) e membro onorario del 9° Reggimento Royal Gurkha Rifles e autore del libro Faetano 1944: Victoria Cross, ha poi raccontato le ultime vicende che l’hanno visto protagonista alle celebrazioni in onore dei soldati gurkha che si sono svolte martedì scorso (23 settembre 2014) a Birmingham alla presenza della principessa Anna d’Inghilterra. Al termine della sua relazione, Cesaretti ha proceduto alla consegna di alcuni simbolici omaggi (cravatte e distintivi del 2/7 Royal Gurkha Rifles per conto del colonnello inglese Bob Couldrey) ai presidenti Alessandro Barulli e Fabio Maioli; al generale Rosolino Martelli, al tenente colonnello Augusto Gatti, al sindaco di Tavoleto Nello Gresta e al vostro cronista che ringrazia di tutto cuore. Ad majora. 30 Vita di Club n. 1 ARTE IN MOSTRA TRA SOGNI E METAFORE Una mostra d’arte contemporanea russa a Rimini, nella Sala del Podestà. ● di EVA DULIKOVA FRISONI (curatrice di mostra e catalogo) La mostra d’arte contemporanea russa dal titolo “Russiart - Tra sogni e metafore”, proposta dalla Galleria Artseverina di Mosca, nasce con l’obiettivo di valorizzare l’arte contemporanea russa anche fuori dai propri confini. La scelta di organizzarla a Rimini, in Italia, non è casuale. Già negli anni novanta, dopo la dissoluzione dell’URSS, la situazione politica e artistica ha subito notevoli cambiamenti sia nel campo creativo sia in quello organizzativo. Sulla riviera riminese si affacciarono i primi turisti russi, tra i quali c’era la stessa gallerista Svetlana Severina, che si è innamorata immediatamente dell’ Italia. È nata anche l’amicizia con chi scrive, che lavorando per un’importante agenzia turistica promuoveva la riviera romagnola a Mosca. Dopo più di venti anni abbiamo pertanto deciso insieme di organizzare questa esposizione, coinvolgendo artisti russi di elevato spessore. La mostra vuole essere un omaggio alla numerosa comunità di lingua russa presente sul territorio riminese e vuole contribuire a rafforzare i rapporti fra la cultura russa e quella italiana. È rivolta anche a quel pubblico italiano e straniero curioso di arte contemporanea russa e vorrebbe arricchire in tal modo le vacanze di tanti turisti che visitano Rimini in agosto. L’esposizione vuole rappresentare uno straordinario incontro con la pittura figurativa di tre artisti provenienti da San Pietroburgo, già affermati nell’ambito dell’arte contemporanea internazionale. Artisti uniti da un forte senso d’appartenenza alla corrente pittorica russa contemporanea, con lo sguardo rivolto alle forme e ai temi più classici e tradizionali. Il titolo della mostra “Russiart - Tra sogni e metafore” già anticipa il contenuto delle opere esposte. Gli artisti presenti sono accomunati non solo dall’età anagrafica ma anche dalla sconfinata fantasia grafica, espositiva e creativa. I dipinti e le grafiche di Armen Gasparyan, sono costellati di metafore. Esse sono celate nel fitto intreccio di personaggi che per volontà dell’artista diventano creature fantastiche, invitando lo spettatore a sognare e a riflettere sulla vita. Armen, con le sue opere, cerca di rendere visibile il mondo misterioso di cui nutre la propria immaginazione, fornendone una chiave interpretativa che, come il filo di Arianna, consenta a ogni fruitore di addentrarsi nel labirinto delle sue immagini, ricercarne l’essenza più intima, uscire, rientrare o anche smarrirsi, travolto dalle magnifiche visioni. Ma lo splendore di quel disordine è solo apparente e si palesa invece come inesauribile scoperta dell’indicibile, invitando ogni spettatore a misurarsi con le sfide che l’attenzione visiva trasmette alla coscienza. Il linguaggio simbolico si espande nella definizione delle sue opere irradiandone il contenuto, denso di sottintesi tracciati chiaramente sulla tela o sulla carta con una scrittura in lingua madre armena poco decifrabile. Olga Suvorova appartiene a una celebre dinastia di artisti di San Pietroburgo. Le sue opere attestano una grande abilità nel disegno e riuniscono ritratti di personaggi in costume, ambientati negli interni di epoche diverse. L’intensità dei colori e dei segni si riverbera sulle vesti dei protagonisti, le cui cangianti ricchissime cromie, non di rado fastose, imprimono alle scene quiete e armonia smaglianti e delicatissime, esaltando l’umana bellezza nelle proprie incessanti, soavi rivelazioni. I protagonisti nelle opere di Igor Samsonov vestono sfarzosi abiti orientali, in un’atmosfera di festa. Solennità, dignità e classica armonia sono poste a dimora in morbide gamme di luce magistralmente diffuse tra gli enigmi di splendide scene. I visi severi dei personaggi, il loro misterioso stare o incedere, narrano storie segrete e inespresse, ove tutto è sospeso in atmosfere in cui il “ non detto” è suggerito dalle 31 Vita di Club n. 1 infinite gamme e velature di una pittura che si addentra in silenzio tra i più nascosti sentieri dell’anima. I personaggi di Igor vanno al di là delle norme e dei dogmi tradizionali, nonostante la loro classica compostezza. ● di GABRIELLO MILANTONI Provengono da San Pietroburgo e sono tutti nati negli anni Sessanta del Novecento: Armen Gasparyan, originario d’Armenia, del 1966; Olga Suvorova, di San Pietroburgo, stesso anno; Igor Samsonov, 1963, di Voronezh (nativo della zona è anche Ivan Kramskoj, notissimo autore ottocentesco del celeberrimo ritratto del Tolstoj, ma anche di un non meno ammirato autoritratto: entrambi si ritrovano tutt’oggi in copertine italiane di ristampe di romanzi russi). Tre origini diverse ma tre destini comuni per pittori già noti nel mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per Londra e per buona parte dell’Europa continentale. L’esposizione riminese manifesta perciò tutti i caratteri per esser intesa come avvenimento la cui portata siamo persuasi incontrerà vero stupore e viva ammirazione. Ma si spera indurrà soprattutto gli specialisti a decidersi finalmente d’impegnarsi nel difficile e non più differibile lavoro di aggiornamento e rilancio di ormai desueti strumenti di storiografia critica italo-europei che, grettamente barricati in se stessi, da ormai troppo tempo si dimostrano inadatti e incapaci pur solo di ipotizzare un mondo dell’arte contemporanea seriamente declinato in un “figurativo” che non sia, di solito, una punizione non meno per lo spirito che per un minimo sindacale di poetico slancio alla vita. Sicché eccoli, in Italia, questi pittori che non esitiamo a definire straordinari: perché, oltre a imporsi nell’ambito di una categoria estetica pressoché sparita nel nostro occidente d’Europa, vale a dire la “qualità del testo”, sono evidentemente (e questo è il loro comune destino) tra i supremi custodi degli etimi ovvero delle sostanze - di quel linguaggio pittorico che, distrutto nell’Europa occidentale, è restato invece in tutto operoso nell’est. E ciò avvenne malgrado fosse proprio un russo di Mosca, ovvero Vasilij Kandinskij, a dar corso ufficiale, a suo tempo, allo “stream” dell’astrattismo. Un “valore aggiunto” riguarda poi certi antichi legami tra i luoghi di origine dei tre pittori e Rimini, città ospitante la formidabile mostra. Ad Armen Gasparyan (incantato dalla pittura italiana, da Leonardo al Seicento veneziano al Settecento bolognese) vorremmo perciò dedicare il ricordo dell’ultima regina di Armenia, di Cipro e di Gerusalemme, ovvero Carlotta di Lusignano, quattrocentesca sovrana cattolica morta a Roma e sepolta nelle Grotte Vaticane di fronte a Giovanni Paolo II. La nonna di lei, Cleofe Malatesta, consorte di Teodoro II Paleologo principe regnante di Morea e Peloponneso, era cugina amatissima di Sigismondo Pandolfo. Sposa senza eredi di suo cugino Ludovico Savoia conte di Ginevra, lasciò la stirpe sabauda erede titolare del trono di Armenia e delle altre due corone, mentre nelle vene di Carlotta seguitava a scorrere pertanto sangue anche riminese. A Igor Samsonov (ardente lettore, tra l’altro, dei succhi rarefatti e irrelati dell’elegantissima Scuola di Fontainebleau) vorremmo invece indirizzare la memoria di Zoe Sophia Paleologina, consorte di Ivan III di Mosca e perciò sovrana di Russia. La stessa Cleofe Malatesta, nonna di Carlotta, era zia acquisita di lei, poiché cognata del padre Tommaso, erede della corona bizantina. Nello sposare Ivan III, Zoe Sophia trasferì sul trono di Mosca non meno le insegne dell’impero di Bisanzio (l’aquila a due teste), che l’eredità spirituale e culturale sia d’oriente sia d’occidente. E infatti, a partire dagli inizi degli anni ottanta del Quattrocento, ecco giungere a Mosca celebri italiani (un nome per tutti: Aristotile Fioravanti) chiamati a costruir le cattedrali, le mura e le torri del Cremlino che tuttora ammiriamo. Per Olga Suvorova (assorta, travolgente interprete di ritratti ghirlandaieschi messi a dimora nei fasti compunti della più profumata e seducente cultura preraffaellita e vittoriana), che è baltica di San Pietroburgo, città celeberrima per esser stata costruita da cima a fondo dagli italiani, desideriamo invece tramandar memoria almeno di una “star” del Settecento, ovvero Teresa Colonna, “la Venezianella”, danzatrice e cantante esordiente a solo otto anni proprio nel Teatro Pubblico di Rimini, e che col tempo fu ricoperta d’onori e gioielli da Caterina la Grande a San Pietroburgo. Nell’ammirare le stupefacenti opere dei tre artisti penseremo così, senza dubbio, anche a quegli splendenti e tenaci fili d’oro che fino a oggi, per chi sappia vedere, seguitano a intramare, avvicinandole, le nostre storie e le nostre vite. 32 Vita di Club n. 1 ARTE IN MOSTRA TRA SOGNI E METAFORE Dalla Russia con colore … Armen Gasparyan In alto a ds.: Vanitas Sotto: Salomè A sin.: Cavallo di Troia Al centro: La città In basso: Allegoria della castità Giuditta I Igor Samsonov Musica dell’imperatore A sin.: Il figliol prodigo Olga Suvorova Ricordi di Rembrandt Sotto: Annunciazione II ARTE IN MOSTRA LEZIONE DI STILE Il Medioevo nelle Marche è un esempio di raffinatezza che emana dall’uso dell’oro tra i colori, dalle figure delicate e preziose, dai volti espressivi. Dal maestro di Campodonico… Annunciazione, affresco staccato dalla Chiesa di SantaMaria Maddalena, Fabriano. Crocifissione, Urbino. Crocifissione,1345, affresco staccato dall’abbazia benedettina di S. Biagio in Caprile presso Campodonico. …ad Allegretto Nuzi Chiesa di S. Venanzio, cattedrale. Allegretto Nuzi, Cappella di S. Lorenzo. Madonna con Bambino. San Venanzio. III Allegretto Nuzi, Storie di sant'Orsola, affreschi del 1365 ca. nella chiesa di San Domenico (precedentemente Santa Lucia) a Fabriano. Allegretto Nuzi, Madonna con Bambino, S. Maria Maddalena, S. Giovanni Evangelista, S. Bartolomeo, S. Venanzio, polittico, Pinacoteca civica B. Molajoli di Fabriano. Sotto: La bravissima guida, dott. Alessia Panfili. IV ARTE IN MOSTRA RIVIVE L’EPOCA D’ORO Le Marche tornano protagoniste di primo piano nel panorama italiano della cultura e delle grandi mostre: a Fabriano “Da GIOTTO a GENTILE”, la mostra curata da Vittorio Sgarbi, rievoca il rinnovamento epocale dell’Arte tra Duecento e Trecento con dipinti, pale d’altare, tavole, affreschi, sculture, oreficeria, miniature, manoscritti e codici. E la carta elegge Fabriano CITTÀ CREATIVA. di ANNA MARIOTTI BIONDI ● L’ARTE DEGLI ANTICHI MAESTRI Per la gita di club con cui il 27 settembre si inaugura l’anno sociale 2014-15, approdiamo in una Fabriano inondata di luce, dono generoso del sole autunnale che tenta di compensarci per la sua assenza estiva. Attirati dai nomi dei grandi maestri e del curatore, ci aspettiamo di ripassare una lezione di storia dell’arte che comprenda, come dice il titolo, i nomi più importanti del Gotha medievale: da Giotto a Gentile passando per Cimabue, Lorenzetti, Giuliano da Rimini ecc., ecc. su cui siamo convinti di sapere tutto. Avevamo dimenticato, un anno dopo l’esperienza di Osimo, distratti dai mille acciacchi della terza età, che da una mostra griffata Sgarbi c’è da aspettarsi di tutto e di più. Infatti essa accende i riflettori su uno smisurato patrimonio artistico in gran parte “sommerso” e ignoto al grande pubblico; dimostra l’esistenza di una scuola fabrianese partecipe della rivoluzione iconografica e culturale che si va compiendo tra Assisi e Rimini dal Trecento al Quattrocento, e ci regala l’incontro sorprendente con due autori straordinari. Il primo è un maestro senza nome, ma con una grande personalità, non a caso è stata scelta come logo della mostra la sua sublime, delicatissima Annunciazione, un affresco staccato dalla chiesa di S. Maria Maddalena di Fabriano dai colori fatti di pura luce (inserto III). Sembra di assistere ad una conversazione privata: la giovanissima Maria si spaventa e si ritrae mentre l’Angelo le parla sommessamente (“tu sei l’alpha e l’omega”), e noi diventiamo partecipi del dramma. Del maestro di Campodonico non si sa nulla, si ipotizza che fosse un monaco miniatore perché l’opera a cui deve il nome ricorda un grande foglio di pergamena con tanto di lettere impaginate e incise sull’intonaco. Si tratta di un affresco, datato 1345, rinvenuto nell’abbazia benedettina di S. Biagio in Caprile presso Campodonico, un borgo presso Fabriano. È una meravigliosa Crocifissione in cui, nonostante le gravi perdite, si può ravvisare la potenza nel ritrarre i fremiti della vita morale e la sapienza nel rendere il rapporto luce e colore; le figure chiare e luminose si staccano nettamente dal fondo scuro. L’espressività dei personaggi traspare anche nella Crocifissione affrescata a Urbino, dove forte è l’effetto drammatico del volto esangue di Cristo, e ricchi di pathos sono i personaggi che lo affiancano, la Madonna e S. Giovanni Battista (inserto III). Le opere rimaste, benché frammentarie, sono di tale altezza da sbalordire per la carica umana profonda e modernissima, per il colore che trasmette espressività, per la spazialità ‘giottesca’. Quando furono scoperte i critici pensarono che fossero di un artista del Quattrocento. Il maestro di Campodonico era certamente un artista colto e raffinato in contatto 33 Vita di Club n. 1 con l’atmosfera di Assisi, in quel periodo capitale dell’arte, da dove si irradiava la lezione plastica di Giotto e la sapienza illustrativa di Pietro Lorenzetti. Il secondo artista ha nome e cognome e il merito di rappresentare le vette artistiche di un intero territorio giacché le sue opere sono il filo rosso che collega la mostra allestita nella Pinacoteca Civica “Bruno Molajoli” alle splendide cappelle che completano l’itinerario nelle chiese di Sant’Agostino, San Domenico e nella Cattedrale di San Venanzio. Nato a Fabriano nel 1320 ca. e morto nella stessa città nel 1373, Allegretto Nuzi impone anche il colore della mostra: tutte le sale sono dipinte di un rosso intenso che riflette il vermiglio del manto della sua Maddalena nel prezioso polittico Madonna con Bambino, santa Maria Maddalena, san Giovanni Evangelista, san Bartolomeo, San Venanzio (Pinacoteca civica "B. Molajoli" di Fabriano). Probabile allievo del Maestro di Campodonico, fu a Siena e a Firenze, ma rientrò a Fabriano in occasione della peste del 1348. Una sezione della mostra è dedicata a tavole e polittici caratterizzati da figure ispirate ai modelli fiorentini e senesi, rielaborati in chiave cortese, come testimoniano le varie redazioni della "Madonna dell’Umiltà". Abbiamo ammirato la monumentalità solenne e minutamente decorata delle pale sacre della pinacoteca, poi siamo rimasti incantati dalla straordinaria capacità narrativa dimostrata negli affreschi del 1365 ca. con le Storie di san Lorenzo nella cappella di San Lorenzo del Duomo (chiesa di San Venanzio) e con le Storie di sant’Orsola nella chiesa di San Domenico (precedentemente Santa Lucia). Il Medioevo nelle Marche ci dà una lezione di stile: la raffinatezza emana dall’uso dell’oro tra i colori, dalle figure delicate e preziose, dai volti espressivi. La mostra è cronologica e segue per tappe di sala in sala il cammino dell’arte dalla fine del 1200 alla fine del 1400, un periodo storico artistico culturale di trasformazioni enormi a livello civile, sociale, religioso che segnano il passaggio nel mondo moderno, dal Medioevo al Rinascimento. Dapprima riconosciamo l’iconografia bizantina, orientaleggiante, completamente trascendente, nel Cristo vittorioso di Matelica dagli occhi sbarrati, lo sguardo fisso, lontano, poi, di fronte a rappresentazioni in cui entrano il sentimento e l’espressività, capiamo il cambiamento: il Cristo inespressivo e senza dolore perché ha vinto la morte è diventato umano, figlio di Dio tra gli uomini, con i segni della sofferenza nel volto, nel corpo, nel movimento. Dal Cristo vittorioso al Cristo dolente; è il periodo in cui nascono gli ordini monastici che diffondono una religiosità nuova. Il caposcuola Cimabue, fortemente imbevuto di tradizioni bizantine, in una tempera su tavola conservata alla Porziuncola di Assisi e databile al 1280 circa, si cimenta in un ritratto realistico a figura intera di S. Francesco, un fraticello non molto alto che impugna con le due mani il libro della Regola: ha il naso appuntito, le grandi orecchie a sventola, una corta barba e su mani, piedi e costato, attraverso uno squarcio nel saio, mostra le ferite delle stimmate. Si è passati dal mondo greco al mondo latino, dall’icona al ritratto; già prima di Giotto c’è tutto un movimento che al mondo trascendente unisce quello immanente. Poi arriva Giotto che indubbiamente è il padre di questa rivoluzione culturale, in quanto trova un nuovo linguaggio iconografico e lo diffonde a macchia d’olio. Giotto è stato in pittura quello che Dante è stato in letteratura. Nelle due minuscole tavolette in mostra, che dovevano far parte di un’opera più ampia, sono rappresentati come essere umani San Francesco e San Giovanni Battista, come testimoniano la ricchezza dei dettagli, dei chiaroscuri, l’aureola che esce dal cerchio. Verso il 1303 mentre va a Padova per dipingere la Cappella degli Scrovegni, Giotto viene intercettato dai Francescani di Rimini che gli chiedono un ciclo di affreschi (perduto) nella chiesa di S. Francesco e un Crocifisso (il prezioso Crocifisso esistente). Giotto si serve di maestranze locali tra cui Giuliano da Rimini. L’espressione del volto del suo Cristo morente di Sassoferrato è simile, il Crocifisso (1309) presso la chiesa di San Francesco di Mercatello sul Metauro è strettamente legato al modello di Giotto. Le 34 Vita di Club n. 1 novità introdotte da Giotto hanno un’eco immediata da Assisi a Rimini, a Fabriano. La scuola riminese coniuga la sua lezione con la tradizione bizantina, ancora troppo forte per far subito tabula rasa. Nella stupenda Incoronazione della Vergine di Giuliano da Rimini i santi slanciati, monumentali, con drappeggi sottolineati da una lamina d’oro, hanno volti dall’intensa espressività. Il dettagliatissimo lavoro a punzone sull’oro ricorda i mosaici di Ravenna, ma il linguaggio figurativo è nuovo. Originalità propria ha la scuola di Fabriano. Il maestro dei Magi è un monaco benedettino olivetano che ha bottega a Fabriano nel 1365. Egli sa caricare di intensa umanità tutti i personaggi: San Giuseppe è una scultura a tutto tondo estremamente espressiva nella posa e nel volto in cui spiccano gli occhi di pasta vitrea, così anche i Magi che comunicano con lo sguardo, i gesti, le pieghe delle vesti di broccato. Nel gruppo esposto manca la Vergine col Bambino, trafugata nel ‘900 e ritrovata in America dov’è tuttora. Siamo nel gotico cortese, anche Nuzi è pittore di corte della famiglia di origine longobarda che ha la signoria di Fabriano dal 1378 al 1435, i Chiavelli. Alla ricerca analitica espressiva e alla conquista del chiaroscuro si aggiunge da questo momento in poi il gusto del decorativo e anche un ritorno all’orientalismo. Decorazioni minute, raffinatissime mutano le figure religiose da poverelli a nobili, re e regine. Gentile da Fabriano vede l’umanità dei Magi e il decorativismo di Allegretto e dà equilibrio al tutto, riprendendo in modo raffinatissimo le fila di una ricerca del reale e dell’espressività e, insieme, del decorativismo prezioso del gotico internazionale. Nato nel 1380, si forma tra Brescia, Milano e Venezia seguendo il nobile Chiavello Chiavelli, figlio di Guido, che dal 1404 successe al padre come capo della famiglia e signore di Fabriano. Ad ogni ritorno a Fabriano regala opere meravigliose come la Madonna col Bambino e Angeli musicanti proveniente dalla chiesa di San Domenico e ora a Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria. Collocata in un hortus conclusus ad indicare la sua verginità, la Madonna, abbigliata con un manto dove sono evidenziate le pieghe cadenzate ed eleganti del gotico internazionale, é seduta su un trono vegetale composto da alberelli, rametti e foglioline disegnati uno per uno e da esili arcate dorate. Con le mani affusolate abbraccia compostamente il Bambino e fa per prendere il frutto che tiene in mano, una melagrana dai chicchi rossi come gocce di sangue, prefigurazione della Passione. Sotto il trono piccolissimi angeli danzano e cantano srotolando uno spartito musicale. Straordinaria la spilla dorata che chiude il manto di Maria, raffigurata a rilievo tramite un’applicazione a base di gesso, straordinarie le aureole con iscrizioni incise minutamente a punzone. Altro gioiello la Madonna dell’umiltà (dal Museo nazionale di San Matteo di Pisa); in un ambiente domestico, come suggerisce il panneggio a parete dello sfondo, Maria, seduta (quasi in posizione yoga) col Bambino sulle ginocchia, umilmente protende il volto non solo verso il figlio suo, ma anche figlio di Dio, La capacità pittorica è fortissima: il manto di Maria sembra velluto con riverberi dorati, il velo che ricopre il corpo del bambino cambia colore a seconda di dove poggia. In tutte le opere di Gentile il decorativismo è mantenuto insieme al realismo. La lavorazione stupenda dell’oro battuto, sagomato e decorato, i rossi e i blu brillanti come le pietre preziose da cui provengono sono un esempio di grande raffinatezza, insomma una sapiente lezione di stile abbinata ad una grande umanità. 35 Vita di Club n. 1 ● LA CREATIVITÀ DEI MAESTRI DI OGGI Fabriano, alle prese con un processo di deindustrializzazione che sta cambiando i connotati della città, sta cercando una via d’uscita e ha intravisto una prospettiva fertile, quella della cultura. Cultura e arte anche nel mondo della carta, cui si deve in gran parte il prestigioso riconoscimento arrivato dall’Unesco di Fabriano, città creativa. La creatività è di casa nel laboratorio di Sandro Tiberi, artista e maestro artigiano che di sé dice: Io non fabbrico carta Plasmo desideri A materie pregiate Aggiungo passione ed amore E accade un'alchimia Materiale e immateriale si fondono Non è carta, è la sostanza del sogno. E che la sua preziosa carta possa raccogliere e conservare nel tempo idee, progetti, sogni non stentiamo a crederlo visitando il laboratorio con le attrezzature dove essa prende vita foglio per foglio da un “brodino” di cellulosa. La storia della carta è la storia di Fabriano, anche se la sua invenzione ha origini lontane nel tempo e nello spazio; il merito infatti appartiene ai Cinesi fin dal II sec. a. C.. Nel 105 d. C. il Sandro Tiberi ci accoglie nel suo Laboratorio insieme con il Past President del Lions Club di Fabriano Alfredo Della Penna. dignitario del Celeste Impero Ts’Ai Lun fissò il regolamento di fabbricazione della carta, chiamata in cinese «Tche ». 36 Vita di Club n. 1 Il segreto fu custodito gelosamente fino al 751 d.C. quando ad Atlah, sul fiume Tala's, nel Turkestan, fu combattuta una grande battaglia tra gli Arabi, in movimento espansionistico verso Oriente, e gli abitanti della regione, sostenuti dai Cinesi. Catturati sul campo e condotti prigionieri a Samarcanda, la via del Medio Oriente e, successivamente, del Mediterraneo e dell’Europa, due mastri cartai cinesi furono costretti a rivelare le tecniche di lavorazione del prodigioso materiale. Come osserva il nostro Marco Polo ne Il Milione, i Cinesi riuscivano a fabbricarla partendo sia da brandelli di stoffa usata, sia dalla scorza degli alberi, sia dai germogli di bambù. Attraverso gli Arabi il segreto passò dunque dall’Oriente all’Occidente ed è ormai certo che siano stati arabi i primi maestri dei cartai di Fabriano, nelle Marche, il primo centro in Italia a fabbricare carta partendo dal lino e dalla canapa. L’ingegno dei cartai di Fabriano permise di sviluppare in breve i procedimenti di produzione relativamente alla qualità e alla quantità: loro fu l’invenzione della colla, cioè della gelatina animale (anziché succhi vegetali), come collatura che rendeva la carta resistente e inalterabile nel tempo tanto da soppiantare la pergamena più costosa e difficile da reperire nelle quantità necessarie. Fondamentale fu poi l’invenzione di una macchina mossa dalla forza dell’acqua che automaticamente sfibrava gli stracci («pisto»); con la meccanizzazione della molitura degli stracci, i cartai di Fabriano ottennero più impasto, quindi più carta e più produzione. La terza invenzione fabrianese fu la filigrana, ottenuta deformando ad arte i fili metallici tesi nel piano delle «forme» quadrate o rettangolari che servivano a trasformare l’impasto in fogli, per marchiare sulla carta il logotipo del produttore, un ornamento caratteristico, ben visibile soprattutto in trasparenza. Il procedimento viene avviato sotto i nostri occhi meravigliati: dalla materia prima che è cotone pressato, al liquido impasto che prende forma come per magia su un setaccio, al foglio finale, candido come un fiocco di cotone appena colto. Tiberi fa solo carta personalizzata fatta a mano, un settore assolutamente di nicchia. Carta pregiata che diventa prezioso oggetto d’arte: quadro, lampada, scatola, libro … Sulle pareti del laboratorio abbiamo scoperto fogli che rivelano come, dentro la carta, Tiberi metta anche il cuore e l’anima. Gli abbiamo chiesto di inviarci i pensieri impressi su quella carta capace di conservare i sogni … Eccone alcuni … 37 Vita di Club n. 1 LA VECCHIAIA di Sandro Tiberi S eduto di fronte alla finestra osservo il mondo. Un passerotto si posa sul davanzale, mi guarda curioso e intimorito, vorrei rassicurarlo, vorrei che restasse, ma l’esperienza gli ha insegnato a diffidare dell’uomo, vola via veloce, libero. Il sole illumina le cime dei monti, ancora per un po’ mi accarezzerà il volto prima di cedere il passo all’oscura sorella Regina del buio. Il sole di giorni passati, lo stesso sole, la stessa luce, splendeva sulla mia età più verde; il corpo era carico di energia, lo spirito forte mi consigliava di affrontare la vita con prepotente disinvoltura. Quanti errori ho commesso! Quante colpe pesano sul mio animo. I visi di persone care mi appaiono all’improvviso, il caleidoscopio della memoria presenta il suo spettacolo, in un alternarsi di immagini e sensazioni. Vorrei entrare nel turbine e fermare il tempo, rivivere alcuni di quei momenti. Che stupido! Il tempo non si ferma, il bianco dei capelli riflesso sul vetro, le rughe solcano il volto come squarci che mettono a nudo l'anima. L'involucro ha ormai quasi esaurito il suo scopo, a stento riesco ancora a comandarlo, preferisce riposare e non ama più seguire le voglie della mente; a volte si rifiuta anche di alzarsi da questa sedia. Fuori il paesaggio cambia lentamente sotto il mio sguardo attento, così di giorno in giorno, nuovi colori e nuove emozioni accompagnano le mie giornate di acuto osservatore. Ogni volta lo stesso quadro, ogni volta diverso. Con le stagioni passano i mesi e gli anni, e vedo le primavere e le estati di altri che, ignari di ciò che li circonda, si concentrano sulla frenesia del vivere e non sulle ragioni che la vita stessa nasconde. Poi arriva l’autunno, il tempo delle riflessioni, e l’inverno dei ricordi, bianco, freddo. Forse non piace a tutti, ma senza dubbio ha il suo fascino. Ogni stagione ha le sue bellezze e i suoi dolori, ogni stagione va vissuta intensamente, ogni giorno è unico, il domani forse nemmeno arriverà. Di questo ora mi rendo conto, proprio adesso che il mio tempo sta per finire. Lo sguardo sicuro di un nipote mi dice che forse questa comprensione è una prerogativa dell’età. Ora capisco che, anche seduti davanti ad una finestra senza fare altro che vivere, si può essere felici. Si sviluppano nuovi sensi, nuovi interessi e anche una farfalla che vola nel vento, può essere uno spettacolo esaltante. Un tramonto multicolore mi svela il segreto della vita e della morte. Tanti tesori mi appaiono in tutto il loro splendore, li avevo sotto gli occhi ma non avevo il tempo di notarli, cercavo altre sensazioni, guidato dall’istinto e non dal cuore. È bello essere qui, svegliarsi all'alba meravigliandosi di avere ancora un giorno da vivere, da sognare, da ricordare. Alla vita non chiedo altro che di compiacermi ancora per un po' della sua dolce compagnia, finché un giorno la Nera Signora busserà alla mia porta e io sarò pronto a riceverla, forse avrà la gentilezza di concedermi un ultimo rapido riepilogo della mia esistenza, allora nella collezione di immagini che rivedrò, vorrò soffermarmi ancora una volta su quella che da sempre ha riempito la mia vita. E sorriderò, felice di morire con te nella mia mente. Per te nonno, ovunque tu sia. Finché vivrò sarai nel mio cuore. Cammineremo di nuovo insieme un giorno e tu mi insegnerai ancora una volta a vivere. L'OASI di Sandro Tiberi C ammino a stento affondando pesantemente nella sabbia della vita, il sole che dovrebbe nutrire diventa una tortura indicibile. I passi stanchi, l'andatura incerta, l'aspetto malandato rivelano la sofferenza del mio cammino. Le labbra gonfie, la pelle arida come la sabbia che mi circonda, gli occhi socchiusi invano cercano un riparo nella inospitale distesa in cui mi trovo senza saperne il perché. Ho già perso la speranza di trovare un rifugio che plachi il mio dolore, quando un'immagine prende forma davanti a me, in lontananza. Il calore ne fa tremolare i contorni che diventano confusi e la stanchezza mi convince che sia un altro miraggio, l'ennesima illusione. Poi lentamente, mentre mi avvicino, la vista rivela il miracolo. Un'oasi stupenda, meraviglia inaspettata, che cancella di colpo anche il ricordo delle pene passate. Mi disseto nelle fresche acque bevendo avido, mi nutro dei frutti dal sapore esotico ed il mio corpo martoriato trova finalmente riposo cullato nell'ombra ristoratrice. Chiudo gli occhi incapace di pensare, abbandonato alle dolci sensazioni, vinto dalla bellezza del momento. Poi, come un lampo che illumina il cielo notturno, una domanda angosciante trafigge la mente: per quanto durerà? Già il piacere si tramuta in sgomento, la paura di perdere la felicità trovata guasta la bellezza di attimi irripetibili. Tremo al pensiero di dover riprendere il cammino verso una meta irraggiungibile, in un deserto senza valori, senza sentimenti, con il solo scopo di camminare, trascinando un involucro che si deteriora velocemente, sferzato dalla crudeltà di un ambiente ostile. Ma è il mio destino, il destino di tutti e devo affrontarlo. Ora mi aggrappo al sogno più decisamente, lotto affinché quest'oasi possa ospitarmi ancora a lungo, ma l'esito della battaglia è incerto, come incerta è la vita stessa che in un attimo può terminare senza lasciare il tempo di progettare nuove illusioni. Cosi pian piano comprendo che vano è il tentativo di forzare gli eventi, l'Universo ha le sue regole e come il mare scandisce un flusso ed un riflusso, un lento alternarsi di gioie e dolori, un andirivieni di contrastanti sensazioni, che dondolano lo spirito umano in una incontrollabile altalena. Capisco che devo smettere di pensare, che devo tornare ad immergermi nel piacere, senza chiedere nulla di più che vivere fino in fondo le stupende emozioni che quest'oasi mi dona. Se e quando finirà, solo allora mi ridesterò dal sogno e riprenderò il cammino per quel deserto di paure che mi aspetta lì a pochi passi. Con la speranza nel cuore che, guardando lontano, con gli occhi socchiusi per la luce accecante, mentre cammino a stento affondando nella sabbia della vita, le labbra gonfie, la pelle arida, laggiù, in un punto indefinibile della mia anima, io riesca a vedere i tuoi contorni tremolanti per il calore, confusi per la stanchezza di uno sguardo troppo a lungo sforzato in una disperata ricerca e avvicinandomi lentamente, ti scopra reale, bellissima, pronta a concedermi ancora una volta la pace di un'oasi meravigliosa. 38 Vita di Club n. 1 CURIOSITÀ ALVISIANE IL LADRO DI STORIE Tra realtà e immaginazione. di MARIO ALVISI H Il pass di Ugo Donati, custode delle vettovaglie immagazzinate dalle truppe canadesi nei locali del Teatro Galli. o la fortuna di vivere fra due grandi “polmoni verdi”: il Parco della Cava e il Parco Fabbri, quello, per intenderci, situato fra il Palacongressi e l’Arco D’Augusto. Ogni mattina, seguendo i consigli del cardiologo Fernando Santucci, che ci invita “a camminare, ma non correre” per salvaguardare il nostro cuore, percorro ora l’uno ora l’altro dei due parchi. Ma quello che preferisco è il parco Fabbri che mi permette di fare anche un “giretto” in città. Sulle panchine e i tavoli posti lungo il mio percorso ci sono anziani che leggono il giornale riscaldati dal sole, badanti che fanno gruppo per scambiarsi cibarie e ricordi, e studenti immersi nei loro libri e quaderni per prepararsi a qualche interrogazione o verifica, come oggi si dice. In questo mio quotidiano passeggiare un giorno vedo su una panchina dei fogli bianchi. Non c’era nessuno. Quindi, incuriosito, furtivamente li ho presi per vedere che cosa contenessero. Con mia grande sorpresa erano due racconti, due storie scritte a macchina, in bell’ordine. Ho dato una veloce occhiata e ho pensato che fossero una dimenticanza di qualche studente che stesse preparando una tesina. Oppure di qualche amante di storia della Rimini post bellica. O, ancora, di qualche storico che, all’ombra dei grandi alberi, rileggeva le bozze per qualche libro di storia locale. Tornato a casa ho letto i due fogli. L’uno, intitolato “Io, Sonia e l’Ausa”, ricorda con nostalgia, la vita che nell’estate 1949 si svolgeva attorno alla caserma di via Castelfidardo e il vicino torrente Ausa. L’altro, intitolato “Il bisogno aguzza l’ingegno”, racconta le avventure dei ragazzini che abitavano nella zona Castelfidardo-Santa Rita, per sopravvivere alle manchevolezze di quel periodo. A me sono piaciute perché sono le stesse storie del mio tempo, che però ho trascorso altrove, e per il senso di nostalgia per quegli anni che, per noi giovanissimi, non erano quasi mai giorni di paura e smarrimento, come invece lo furono per i grandi, come raccontano le testimonianze dei tantissimi sfollati nell’interessante libro del prof. Angelo Turchini, “Sfollati d’Italia a San Marino”. Fra questi c’erano anche i famigliari di mia moglie Graziella, mentre suo padre Ugo era stato reclutato dal comando delle truppe canadesi con il compito di custode delle loro vettovaglie immagazzinate nei locali del Teatro Galli. Buona lettura! Sicuramente ritorneranno anche alla vostra mente quei lontani ricordi. IO, SONIA E L’AUSA Estate 1949, mi incamminavo, anzi ci incamminavamo io e la mia lupa Sonia mesti e tristi al ricordo del celebre verso "Nel mezzo del cammin di nostra vita ...". Si procedeva lentamente lungo quei binari non immaginando neppur lontanamente che una decina di anni dopo la ferrovia sarebbe scomparsa, come pure il torrente Ausa, per fare spazio all’odierno Parco Cervi, forse migliore nel complesso, ma che ci avrebbe sottratto per sempre le immagini di quei luoghi che per noi, allora ragazzini, erano tutto. I giochi, le corse, le capanne e i salti sull’Ausa e non per ultimo le battaglie con i sassi della ferrovia e le canne del vicino canneto. Oggi penso ancora alla caserma Castelfidardo di fianco a Santa Rita, quando mi arrampicavo alle sue finestre per chiedere del pane ai militari tedeschi che, quando avanzava, lo cedevano volentieri, altrimenti rimanevo con la voglia e un po' di fame fino alla successiva occasione. Ricordo che, quando si usciva dalle Scuole Tonini alla fine delle lezioni, tutti allineati, si rompevano le righe al grido di: Saluto al Re! Viva il Re! Saluto al Duce! A noi! diretti verso la libertà scolastica. Di tutto ciò si ricordano ancora quei pochi giovincelli di allora, oggi ultraottantenni come me e … la vita fortunatamente continua. 39 Vita di Club n. 1 IL BISOGNO AGUZZA L’INGEGNO II mio primo pensiero di quando ero bambino risale al periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando alcuni abitanti, piuttosto intraprendenti, della piazzetta di Santa Rita commerciavano taniche di benzina con gli alleati della vicina Caserma Castelfidardo. Prima della vendita riuscivano a restringerle, limitandone leggermente la capienza, dato che il prezzo lo calcolavano a lattina mentre quando si andavano a rifornire del carburante le riportavano alla normale dimensione. I ragazzi più grandi di me costruivano bicchieri con i vuoti delle bottiglie di vetro della birra degli alleati, legando attorno ad esse uno spago imbevuto nell’alcool a cui davano fuoco; subito dopo immergevano la bottiglia in acqua fredda ed il vetro si spezzava all’altezza dello spago, creando un utile bicchiere. In quei giorni, di tanto in tanto, suonava l’allarme antiaereo e per noi il primo rifugio più vicino era lo scantinato della casa di Ghitanein Montanari all’angolo della piazzetta Gajana1 e si doveva rimanere lì fino al cessato allarme. Durante l’anno scolastico molti di noi bambini, non essendoci ancora le moderne cartelle o zaini, si recavano in classe con pesanti cartelle metalliche normalmente usate come contenitori di proiettili per mitragliatrici e pensate quale frastuono si udiva in aula nell’aprirle e nel chiuderle. Anche il parroco Don Borghesi si era dovuto organizzare per addobbare di fiori la chiesa, usando come vasi bossoli di proiettili di cannone leggermente modificati per una migliore estetica. A sin.: Foto aerea dell’anteguerra. Sullo sfondo la caserma Castelfidardo, in primo piano il Tempio Malatestiano e il convento di S. Francesco. A ds.: Dopo i bombardamenti. Sotto, a sin.: Via Castelfidardo. A ds.: La Caserma. 1 Piazzetta della Gaiana A destra per chi dall’Arco mira alla Via del Corso offresi un vicoletto col nome Via Gaiana procedendo pel quale s’incontra a destra una piazzetta dello stesso nome, ove fino al 1620 fu un Arcovolto, che la tradizione addita come luogo assegnato ai Vescovi Ariani venuti al Concilio l’anno 359. Non vi è nulla a vedere; anzi qualcuno ha supposto derivar quel vocabolo dall’avervi abitato nel Sec. XVI una famiglia venuta dal prossimo fondo Gaiano. LuigiTonini, Guida illustrata di Rimini, 1893 40 Vita di Club n. 1 CULTURA L’ETÀ DEI CODICI La diplomatica ossia la disciplina comprendente i concetti, le tecniche e le procedure per giudicare l’età e l’autenticità del documento medievale. di CARLO SOMIGLI N el corso dei miei studi per la Laurea Magistrale in Italianistica ho imparato a conoscere e apprezzare la Paleografia, una disciplina fondamentale per la ricerca storica. Assieme alla Diplomatica, la Paleografia ha come obiettivo l’analisi delle fonti storiche (documentarie e non) al fine di stabilirne innanzitutto la veridicità, e di ricavarne informazioni che possano essere utili alla ricerca in qualsiasi settore (storia culturale, politica, sociale, religiosa e dell'arte). Attraverso le fonti originali si è in grado di osservare direttamente il corso della storia, grazie alle testimonianze in esse racchiuse. Lo storico, pertanto, onde evitare di doversi affidare a interpretazioni, passibili di inevitabili stratificazioni, non può esimersi dal conoscere queste due discipline. In particolare, la Paleografia ha come oggetto di analisi la scrittura di un documento, mentre la Diplomatica prende in considerazione le formule, le circostanze e le modalità con cui il documento è redatto. Le due opere fondamentali a riguardo sono state scritte tra il XVII e il XVIII secolo, epoca in cui, usando le parole di Marc Bloch, “si pone convenzionalmente l'inizio della critica documentaria” e sono il De Re Diplomatica di Jean Mabillon (1681) e la Palaeographia Graeca di Bernard De Montfaucon (1708). Entrambi monaci benedettini, Mabillon e Montfaucon posero le basi della moderna ricerca storica sulle fonti (anche se non mancano i precedenti, come ad esempio la famosa analisi filologica del 1517 di Lorenzo Valla sulla falsa Donazione di Costantino). Per lungo tempo le due discipline non furono distinte, e in particolare la Paleografia fu considerata come materia accessoria della Diplomatica. Il primo a operare una distinzione netta, attribuendo dignità di scienza autonoma alla Paleografia fu, a metà del XVIII secolo, un altro ecclesiastico erudito, l’Abate Giovanni Grisostomo Trombelli del convento di San Salvatore di Bologna che ne fornì una trattazione sistematica. Egli pubblicò nel 1756 l'Arte di Conoscere l'età de' Codici latini e italiani, opera che contiene in nuce le caratteristiche dei moderni manuali di Paleografia. Uomo dai molteplici interessi e di vastissima cultura, Trombelli ricoprì varie cariche nel corso della sua vita sacerdotale, tra cui quella di bibliotecario, ed è con lui che si ebbe il secondo grande accrescimento del patrimonio della biblioteca di San Salvatore. Il primo fu nel XVI secolo sotto il padre bibliotecario Pellegrino de' Fabri, a cui Trombelli è stato comparato dal pontefice Benedetto XIV, suo amico e protettore. La sua attività di ricerca dei codici in tutta Europa portò Trombelli a stringere importanti rapporti di stima e collaborazione con numerosi personaggi di spicco del suo tempo, tra cui l’imperatrice Maria Teresa regina d’Austria e di Ungheria che gli inviò in dono i tomi del Catalogo Vindobonense, Carlo di Borbone re di Napoli e della Sicilia e Vittorio Amedeo Savoia re di Sardegna, oltre a una nutrita schiera di intellettuali, filosofi e scienziati. Per il valore delle sue opere e della sua attività di bibliotecario Trombelli fu largamente apprezzato dai contemporanei, tuttavia per tutto il XIX secolo e buona parte del XX la sua figura fu come obliata, tanto che il suo nome manca nei cenni storici dei manuali di Paleografia contemporanei. Il professor Giovanni Feo dell’Università di Bologna mi propose uno studio sulla sua attività e sul lavoro di Trombelli relativo ai codici che lo ha portato alla stesura del suo manuale. Infatti, 41 Vita di Club n. 1 pur essendo stato autore prolifico in una moltitudine di campi del sapere, il Trombelli paleografo non è mai stato accuratamente studiato e dibattuto, sebbene non manchino contributi riguardanti le sue opere di Paleologia e Agiografia1 . Per questo motivo ho compiuto una ricerca diretta sui codici da lui posseduti, che oggi formano un importante fondo della Biblioteca Universitaria di Bologna, analizzando le tracce del suo lavoro nelle annotazioni e nei regesti autografi. In questo modo ho potuto osservare e comprendere il metodo che egli seguiva nella datazione e nell’interpretazione dei codici manoscritti. In particolare ho preso in esame il codice segnato B.U.B. Ms. 2217, denominato Fragmenta Liturgica. Si tratta di una raccolta miscellanea di 269 carte estratte da 62 codici differenti, databili dal IX al XV secolo e provenienti da Bologna, Mantova, Brescia, Bergamo e Arezzo. La legatura è indubbiamente settecentesca, così come lo sono le pagine in carta contenenti le annotazioni e le edizioni di mano del Trombelli. Il nome Fragmenta Liturgica ben descrive il carattere della raccolta, formata da pergamene singole, bifolii ed estratti più o meno completi di messali e altri libri liturgici come calendari e innari. Alcuni dei frammenti sono estremamente preziosi, essendo corredati di capilettera miniati in oro e finemente decorati. Il volume nella sua interezza riassume i criteri con cui Trombelli sceglieva i codici da far pervenire alla sua biblioteca. Egli teneva conto del valore didascalico (alcuni di essi furono le fonti dei suoi studi di teologia e agiografia) della rarità e del valore materiale per accrescere il patrimonio della biblioteca stessa. Studiando il codice ho potuto vedere direttamente applicate alcune delle regole paleografiche che Trombelli espone nell’Arte di Conoscere l’età de' Codici, come il confronto tra due pergamene e la divisione tra caratteristiche estrinseche (le caratteristiche fisiche del documento) ed intrinseche (scrittura, caratteri e provenienza). Ho esaminato inoltre il vasto carteggio epistolare tra Trombelli e altri illustri bibliotecari ed eruditi del suo tempo, come Ludovico Antonio Muratori e Girolamo Tiraboschi. Da queste lettere si deducono interessanti informazioni sul metodo seguito da Trombelli per ricercare, studiare e catalogare i codici. A questo lavoro diretto sulle fonti, che richiama le prerogative della Paleografia, ho fatto seguire uno studio del contesto storico e culturale in cui Trombelli visse e operò, utile a comprendere meglio le ragioni che lo spinsero ad occuparsi di questa materia. Da questo si evince la necessità sentita dall’Abate di comporre un manuale di Paleografia in italiano che tenesse conto delle particolarità della scrittura derivanti non solo dall’epoca, ma anche dalla provenienza geografica dei manoscritti, indice della sensibilità dell’autore. Se nel manuale di Mabillon si tiene conto delle scritture di area francofona, Trombelli cercò di dotare la sua opera di un carattere universale senza renderla però voluminosa e difficile, operando una mirabile sintesi che da più parti è stata elogiata nelle recensioni dell’epoca. Scendendo nei dettagli tecnici dell’opera si può vedere come Trombelli abbia inserito nel suo manuale numerosi esempi di caratteri antichi e abbreviazioni inframmezzati al testo, o riuniti in tavole o ancora di fac-simile di documenti, per facilitare la comprensione della materia e per fornire agli studiosi un utile vademecum per l’interpretazione dei codici. Seguendo questa filosofia si arriva ai moderni dizionari di Paleografia come il Lexicon Abrreviaturarum del Cappelli (1912). In fondo al manuale sono riprodotti due documenti del XI e XII secolo provenienti dall’archivio di San Salvatore, in due tavole incise in rame, che completano la conformazione dell’opera come antesignana dei manuali contemporanei. Giovanni Grisostomo Trombelli si segnalò anche nel campo delle scienze e delle lettere; infatti non fu solo un ecclesiastico, ma anche un accademico delle Scienze dell’Istituto di Bologna e un instancabile raccoglitore di monumenti e oggetti antichi, che raccolse nel Museo di San Salvatore da lui fondato sul modello del Museo Lapidario di Scipione Maffei, uno dei massimi pensatori dell’Illuminismo italiano. Per questo motivo la sua figura e il suo lavoro meritano un’attenzione maggiore, che gli riservi un posto accanto ai più grandi e famosi pensatori del '700, di cui Trombelli fu amico, consigliere e fonte d'ispirazione. 1 Si veda a tal proposito il volume Giovanni Grisostomo Trombelli e i Canonici Regolari di San Salvatore, Modena, Mucchi, 1991, contenente studi sulla composizione del De Cultu Sanctorum la principale opera teologica dell’Abate. 42 Vita di Club n. 1 MUSICA AINULINDALË Nell’ambito del ciclo "I venerdì di Scolca" serata musicale e letteraria il 25 luglio per la “prima” dello spettacolo “AINULINDALË - La musica degli Ainur”, creazione per orchestra e archi, fiati e percussioni di un gruppo di quattro giovanissimi musicisti riminesi, usciti tutti dalle aule dell’Istituto Superiore di Studi Musicali “G. Lettimi” di Rimini. Nicolò Facciotto, Mattia Guerra, Federico Mecozzi e Ivan Tiraferri ci raccontano in prima persona le suggestioni musicali e letterarie da cui sono nate le musiche da loro composte per il Silmarillion di J.R.R.Tolkien. di MATTIA GUERRA & CO. P rodigioso Leggendarium scaturito dalla feconda vena inventiva e reinventiva del suo autore, opera mitopoietica apparentata ai grandi cicli delle mitologie germaniche o ai poemi cavallereschi apparsa in pieno ‘900, il Silmarillion è probabilmente la summa dell’esperienza creativa dello scrittore inglese J.R.R. Tolkien legata alle vicende di Arda, la Terra, e a quelle di un universo che, lungi dall’essere alternativo al nostro, svela, attingendo in modo nuovo al fascino degli archetipi di antiche saghe e alla loro inesauribile carica simbolica, le radici profonde della nostra esperienza nel mondo: tra le altre, il rapporto dell’uomo col Bene, col Male, con la Natura e le altre creature. A partire da una simile opera, ambizioso compendio di un’epopea millenaria in cui il lettore scopre storie e racconti eziologici sulle civiltà della Terra di Mezzo apparse nei fortunati romanzi Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, è nato l’altrettanto ambizioso progetto di narrare mediante composizioni musicali originali le vicende dell’Ainulindalë, il mito con cui si apre il Silmarillion, in uno spettacolo multimediale per voce recitante, orchestra sinfonica e immagini che ha avuto un felice esordio durante il secondo dei Venerdì di Scolca, ormai tradizionali appuntamenti estivi con l’arte, la cultura e la musica, svoltosi il 25 luglio scorso presso l’antica Abbazia sul Colle di Covignano, ora sede della Parrocchia di San Fortunato. L’Ainulindalë, ovvero la Musica degli Ainur1, narra letteralmente il canto degli Ainur assieme 1 Ainur, nel linguaggio appositamente creato da Tolkien per l’onomastica delle sue leggende, può essere reso con ad Eru Ilùvatar (l’Unico Dio, il Creatore), possente atto di creazione da cui scaturisce la visione dell’Universo e, al tempo stesso, dolorosa profezia sul destino del mondo, in cui già dai primordi si insinua il Male, la Dissonanza, opera dell’intelligenza luciferina e invidiosa dell’Ainu Melkor. A contendere con la Dissonanza, vengono al mondo i figli di Ilùvatar, elfi e uomini, che integrano nella trama musicale della loro provvidenziale libertà l’aspro conflitto tra il Bene e il Male, chiamati a ricreare Armonia nel mondo. Se mai una trasposizione musicale può essere legittimata alla lettera dal testo originale, questo è davvero il caso del vivido affresco cosmogonico tolkieniano: non risulta che altri autori prima di lui avessero coniugato in modo così potente e plausibile il tono elevato, epico della materia con il lessico tecnico della musica. Tolkien descrive i primordi della creazione, quando ancora gli Ainur cantano a lungo soltanto uno alla volta, o solo pochi insieme, crescendo nella comprensione attraverso il reciproco ascolto, e accrescendo a poco a poco l’armonia e l’unisono; quindi Ilùvatar propone un possente tema, al cui glorioso splendore gli Ainur ammutoliscono, prima di essere invitati ad ornarlo ed abbellirlo in congiunta armonia facendone una Grande Musica. Ed ecco gli Ainur «quasi con arpe e liuti, e flauti e trombe, e viole e organi» prendono a plasmare il tema di Ilùvatar. Santi, rampolli del pensiero del Creatore, figure assimilabili alle intelligenze angeliche della tradizione biblica. 43 Vita di Club n. 1 Non mancano certo gli ingredienti per un racconto musicale in cui, malgrado la delicatezza di alcune scelte, i prodromi della Creazione sono rappresentati da brani di ispirazione prevalentemente minimalista e il possente primo tema di Ilùvatar si incarna nella sonorità epica e ricca del corno; la dissonanza di Melkor è resa mediante l’alterazione di un melos diatonico nell’ambiguità del cromatismo, oppure attraverso l’instabilità ritmica, la ripetizione di unisoni fragorosi e inespressivi, mentre il terzo tema di Ilùvatar, quello che rappresenta l’umanità, si presenta come un delicato corale esposto dai soli archi, che acquista progressivamente solidità e integra nella sua struttura anche le più trionfanti opere di Melkor. Infine, dopo che Ilùvatar con un tremendo accordo ha concluso la Grande Musica degli Ainur, c’è ancora tempo per qualche escursione musicale nell’immaginario tolkieniano. Brevi e suggestive pagine sinfoniche rievocano episodi posteriori nella cronologia del Silmarillion, centrali nella mitologia di Arda: il Canto di Yavanna, l’incontro del Vala Oromë con i primi elfi risvegliatisi in Arda, la Stella di Eärendil e il sofferto, travolgente amore di Beren e Luthien. Gratificati dall’opportunità di realizzare, grazie ad un lavoro di squadra, un omaggio nei riguardi di un autore a noi molto caro, siamo stati particolarmente onorati dall’averlo condiviso con un pubblico più numeroso di ogni attesa, per di più in un periodo dell’anno in cui di norma l’attenzione generale è rivolta ad altri lidi piuttosto che a quelli della Terra di Mezzo. Ha rappresentato un ulteriore motivo di comune soddisfazione l’invito a presentare e commentare le nostre composizioni durante il congresso di studiosi e appassionati tolkieniani Ritorno alla Contea, tenutosi dal 5 al 7 settembre presso il Teatro Turismo di San Marino, e la proposta di realizzare una pubblicazione e una registrazione dei brani di Ainulindalë. Nella speranza di aver suscitato interesse non solo da parte dei musicofili e dei pur numerosi fans di J. R. R. Tolkien, per scoprire nuove curiosità e nuovi progetti sul nostro Ainulindalë, vi rimandiamo al sito: ainulindale.wix.com/ainulindale. . 44 Vita di Club n. 1 MONDO LIONS LIONS TEDESCHI A RIMINI I Lions parlano un linguaggio universale … Provenienti da Gernsbach, cittadina della Foresta Nera, e accompagnati dai Lions di Pergola con loro gemellati, hanno apprezzato tutto della nostra città grazie alla socia Franca Fabbri Marani prestata dal nostro Club come guida esclusiva. di GIAMPIERO BURATTI (Lions Club Pergola Valcesano) V enerdì 3 Ottobre il Lions Club Pergola Valcesano ha organizzato una visita alla città di Rimini per gli amici tedeschi del Lions Club Gernsbach Murgtal con cui sono gemellati da cinque anni. Lo scrivente socio pergolese si è rivolto alla prof.ssa Franca Marani per chiedere aiuto e suggerimenti per l’itinerario turistico. La signora Marani, con squisita cortesia, si è messa a disposizione del gruppo, prodigandosi e guidando gli ospiti presso i siti storici più significativi della città. La comitiva comprendeva anche alcuni soci del Club pergolese. Il percorso, che è partito dal ponte di Tiberio, è stato molto apprezzato non solo per la magnificenza dei monumenti, ma anche per la competenza e la dovizia di particolari dello straordinario cicerone. Completata la visita storica della città, non poteva mancare il classico pranzo a base di pesce con degustazione molto gradita delle specialità dell’Adriatico accompagnata da vini locali. Il programma pomeridiano prevedeva la visita al castello di Gradara, ma il gruppo tedesco, dopo avere preso visione della grande spiaggia riminese, ha preferito spendere le ore pomeridiane a gustarsi i caldi raggi del sole di un inusuale tiepido autunno. La spiaggia era deserta, gli stabilimenti balneari e relativi chioschi chiusi, sembrava proprio una scena felliniana, ma ciò non ha impedito ad alcuni di loro di gettarsi in acqua e nuotare con entusiasmo infantile. Rimini non ha tradito la sua fama e questi amici tedeschi provenienti da una cittadina situata nella Foresta Nera vicina a Baden Baden sono rimasti entusiasti. In poche ore si sono imbevuti di cultura e gastronomia per poi ristorarsi al sole nella più famosa spiaggia d’Italia. Il Lions Club di Pergola è soddisfatto di avere suggerito la gita a Rimini al club gemellato e ringrazia la prof.ssa Franca Marani per il decisivo contributo culturale alla visita. Per dovere di cronaca è bene precisare che la gita dei tedeschi aveva l’obiettivo di visitare la Fiera del Tartufo di Pergola che si è aperta il 5 di ottobre. Questo gemellaggio sta funzionando a meraviglia. Infatti è già la terza volta in cinque anni che vengono a trovare gli amici italiani. Uno strano particolare che accomuna il club tedesco a quello pergolese è che il Club, oltre al nome della città, Gernsbach, è seguito da Murgtal che significa “Valle del fiume Murg”, ugualmente a Pergola cui si accompagna “Valle del fiume Cesano”. Ultima doverosa notizia è che l’attuale presidente del club è il dott. Tassilo Scheer. 45 Vita di Club n. 1 LETTERATURA TURNO BRANCIFORTE Il 30 agosto è stata presentata presso la libreria antiquaria “Luisè” l’opera prima di Marco Davide Cangini dal titolo “Turno Branciforte”. Il romanzo narra la vita avventurosa di un ragazzo che diventa uomo partendo dalla natia Sant’Agata, nel Montefeltro (dove aiuta il padre nella sua fucina di fabbro, abilissimo nella ferratura dei cavalli), per raggiungere le più svariate parti del mondo: da Urbino a Roma, quindi a Genova attraverso il mare, e da qui, superate le colonne d’Ercole, dopo un naufragio, alla terra d’Africa dove diviene schiavo, fino a Malta, per fare poi ritorno alla casa dell’infanzia. Turno è il novello Ulisse, l’uomo del Rinascimento che, nella riscoperta della cultura classica, riscopre il desiderio della “virtude e canoscenza”. Ma leggiamo la presentazione che ne ha fatto la dottoressa Fioretta Faeti Barbato, molto originale ed avvincente, ricca di osservazioni personali che spaziano dal mondo della cultura alle riflessioni sulla vita e sulla società, vivace per aneddoti, notazioni argute e passaggi sorprendenti, un vero godimento per lo spirito. di FIORETTA FAETI BARBATO S iamo tra amici in una bella serata di fine agosto, ospiti del caro Luisè, a parlare di “Turno Branciforte” di Marco Davide Cangini. Conosco Davide da una vita e così mi è facile parlare di lui e del suo libro nato da una voglia di scrivere che gli deriva da una voglia più antica: quella di leggere. Davide un giorno ha contratto quella bella malattia che si chiama lettura e che lo ha introdotto, a pieno titolo, nella minoranza di irriducibili che considerano il libro una compagnia, un cibo, un piacere insostituibile, un amico. Non contento è poi entrato anche nell’altra categoria, quella numerosissima e spesso poco meritoria dell’esordiente scrittore. Ha così scoperto che lettura e scrittura sono due attività assolutamente gemelle che vivono mondi paralleli e che i libri suscitano in chi li legge e anche in chi li scrive una straordinaria relazione mista di dolcezza, inquietudine ed ebbrezza. Leggere è consolatorio e lo è anche lo scrivere, perché immaginare altre vite, diverse da quella che siamo costretti a vivere è una cosa davvero straordinaria e rende, decisamente, il mondo, specie quello odierno, assai meno orribile e se nei libri è peggiore, lo è solo in una finzione consolatoria. Davide legge per conoscere, per attingere e lo fa con stupore ed è da questo stupore magico fatto di conoscenza che gli è nata dentro questa storia che viene da lontano. Dovunque uno vada o si trovi su questa terra, quale sia il mondo dei sogni in cui si smarrirà il suo spirito, per quanto strettamente individuale sia l’evoluzione della sua vita, ebbene, mai riuscirà a sottrarsi a quanto gli viene dalla nascita, dai genitori, dall’ambiente, dalla civiltà e cultura del suo paese, o meglio della sua terra. Questa indole e questa eredità faranno spesso capolino nei momenti più inattesi e per vie spesso sorprendenti riaffermando le loro insopprimibili caratteristiche. Le impronte e le orme originarie, la preistoria individuale riaffioreranno sempre e di nuovo a determinare, in gran parte, le nostre azioni, i nostri pensieri e così Turno Branciforte viene da là, viene dal lontano di Davide che ha trovato in sé la maniera di raccontarlo e di esprimerlo proprio attraverso le sue tracce. E poi c’è il lettore, anche lui con la sua storia, che beneficia sì della lettura di un testo, ma che anche se lo interpreta,lo plasma, se lo cuce addosso trovando spesso cose che neppure l’autore sa di avere messo, perché, io sostengo, che un libro si scrive in due e c’è un sodalizio tra autore e lettore ed è vincente se il libro è valido. Ho riletto questo libro per presentarlo questa sera e vi ho trovato cose nuove che nella prima lettura non avevo colto. Turno si racconta, Turno ricorda e la sua vita, la sua storia corre sulle pagine. I ricordi sono quelli di una vita piena, intensa e ricca di avvenimenti, dove nulla manca. Una vita avventurosa che parte dall’infanzia per arrivare ad una consapevole maturità. Tutto il 46 Vita di Club n. 1 racconto è, però, commisto ad una leggera malinconia. Sì, in Turno c’è curiosità, c’è impegno, spirito combattivo e amore, anche tratti di felicità, ma vi è anche il soffuso timore di non sapere affrontare il nuovo che avanza e che lo attende. Turno, in fondo, è un uomo insoddisfatto, perché ha una visione non limitata del mondo. Le donne che entrano nella sua vita lo sanno, lo sa la madre che desidera per lui spazi più ampi, lo sanno quelle che lo amano intuendo che non potranno mai tenerlo legato a loro. Turno non è triste, non è depresso, è però avvolto da quella sottile malinconia che nutre le menti elevate, quella malinconia di cui è intriso anche il suo tempo e che si chiamava “umor nero”, e che Piero Meldini, grande Riminese, grande scrittore, ha mirabilmente descritto nel suo “Antidoto alla malinconia”. Vedete, mi piace sottolineare questo aspetto perché posso dire che il libro di Cangini, ad ogni lettura, offre nuovi spunti e lo fa perché è un libro completo, ricco di situazioni e pieno di emozioni che si rinnovano. È proprio da lui, da Turno, che nasce la storia, è la sua storia e a questo proposito mi ricordo un curioso aneddoto. Aldo Busi, che si ama o si odia – io l’adoro -, intervistò Liala. Mai personaggi erano più distanti, ma da quell’incontro nacque addirittura un libricino perfetto dall’assurdo titolo di cui nessuno sa ancora spiegare il significato: “L’amore è una budella gentile”. Ne nacque anche una bella intesa come spesso accade tra persone geniali, e tutti e due lo erano perché non pensate che Liala fosse una minore solo perché scriveva di signorine per bene e di bellissimi aviatori in divisa che abitavano luoghi come Roccazzurra o Pescobello. Liala è stata scrittrice di grande dignità e non è facile neppure imitarla; tra i lettori annoverava perfino D’Annunzio che coniò per lei quel nome: Liala che ha fatto il giro del mondo e che, comunque la si pensi, sta a pieno titolo nella storia della letteratura del Novecento Italiano. Bene, Busi chiese a Liala la ragione di quei titoli così assurdi: “Fiacca Nuvola”, “Ombre di fiori sul mio cammino” e Liala rispose che era così che nascevano i suoi libri, pensava ad un titolo e attorno a quel titolo costruiva tutta la storia. Erano così i personaggi che dovevano starci dentro a quella storia, adattandosi ed essendo funzionali a quel titolo. Ecco, io sono certa che anche per Davide sia stato così, ha pensato a Turno Branciforte e gli ha cucito addosso Storia e Destino. È tutto iniziato dal titolo questo Turno Branciforte che nella sua essenzialità ci scatena curiosità. Con una scrittura piana, semplice, pulita, Cangini riesce a far vedere ciò che scrive e, non solo, riesce a fare uscire il racconto dai luoghi dove lo colloca per farlo arrivare al lettore. Davide, da lettore, ha come modelli i grandi autori-narratori di vita di avventure e imprese storiche. Si rifà ai grandi autori di romanzi e questo è per me particolarmente grato perché il leggerlo mi ha ridato il gusto del romanzo d’intreccio, perché l’anziana che è in me ogni tanto reclama la lettura di questo genere. Siamo esseri umani dotati di coscienza e dunque anche della grandissima possibilità di riflettere su ciò che ci accade e accade intorno a noi. Sì, siamo fatti di passato, ma amiamo immaginare il futuro. Dai tempi remoti in cui questa nostra stupenda facoltà è emersa dal nostro cervello e dal nostro pensiero si è posto il problema di come rendere questo sapere comprensibile e trasmissibile. La soluzione? Raccontare, e prima di tutto a se stessi. Per gli studiosi questo è il sé autobiografico, ossia quello che ci dà l’identità, la storia, un progetto. Raccontare storie, dunque, è una modalità evolutiva che ha consentito agli uomini di migliorare e quindi di sopravvivere fino ad oggi e anche nel futuro, perché le storie sono infinite, come la vita. Ma questo non deve farci pensare che poi il romanzo sia stato un passaggio facile del narrare, infatti fa la sua comparsa in un mondo che non è affatto in attesa del suo arrivo e dove, anzi, numerose istituzioni, la religione, la scuola, la storiografia, la morale corrente, la legge non lo vedono affatto di buon occhio e cercano di negargli il diritto di cittadinanza. Ma è così che il romanzo si fa le ossa, così si fa protestante, si fa cristiano, qui esalta l’aristocrazia, qui la tradisce, insomma, pur di emergere, cerca d’inventarsi i compromessi più strani. Così tra il Sette e Ottocento la cultura si ‘romanzizza’ (questo vocabolo forse lo sto inventando io ...) e decolla anche l’industria letteraria e si scatena l’epidemia del Werter, del Bovarismo, del romantico. Ormai non si torna più indietro. Così narrare per crescere, per conoscere, per non morire come ci dice Sherazade con le sue mille e una novelle e come ci dice Anna Frank che non si salvò dal lager, ma che con il suo diario si è di fatto consegnata all’eternità. Da sempre l’uomo arricchisce con simboli e risonanze ciò che attraversa e lo fa con i segni, con le parole, ma soprattutto lo fa con le storie e meglio se sono piene di stupore e di fantasia. Marcel Detienne in 47 Vita di Club n. 1 un saggio intitolato “L’invenzione della mitologia” scrive: “La letteratura è di vera ascendenza divina. I cavalli e i cani corrono, i pesci nuotano, gli scoiattoli si arrampicano e la gente racconta storie. Tutte le scienze e le arti sono qui contenute, vi sono dentro ipotesi, innovazioni. Sono le parabole a spiegarci il mondo e sono sempre sacre”. Aggiungo io che colui che narra è figura antica, una figura che nel tempo è stata sacra e che, in ogni tempo, qualunque forma assuma, ripropone il mito; è il mito della narrazione che, per mezzo delle parole pone un suggello umano sulla vita. È con la narrazione e nella narrazione che la vita viene composta, ricomposta, rimescolata e ordinata, sono le storie che, simbolicamente, la dispiegano trasformandola, muovendola, azzardandone i percorsi, connettendone i fili, dandole un senso. Scritte, lette, ascoltate, create e osservate le storie sono spesso capaci di fare molto per noi e ce lo insegnano Omero, Ovidio, Virgilio, Dante e i tanti che di storie hanno nutrito il mondo. Narratori popolari, l’aedo, lo sciamano, il bardo, il viaggiatore, il vecchio, il saggio, ma anche la nonna davanti al fuoco. Figure sacre che attraverso il narrare aiutano la crescita, la conoscenza, il capire, e per i quali, i narratori che temo in via di estinzione soppiantati da computer, cellulari e altro, chiederei una legge di protezione come per il lardo di Colonnata o il cioccolato di Noto. Allora, Davide legge e poi scrive e sta diventando, a pieno titolo, un buon narratore perché, vedete, amiamo sentirci raccontare storie e, noi lettori onnivori, abbiamo una tale duttilità di gusto e di culture sufficiente a farci apprezzare quelle che ci trascinano nel pianto o nel riso, le pie, le atroci, le caste, le oscene, le avventurose, le pacate, le ciniche, le sentimentali. Ci è concessa una sola distinzione e quasi d’istinto tra storie belle, avvincenti, interessanti e storie noiose,banali. Il nostro, poi, si rivela essere solo un errore di prospettiva che ci fa attribuire alla storia narrata qualità e difetti che poi, a ben vedere, sono solamente del narratore. E’ solo lui, infatti, che fa sì che la storia ci avvolga e ci coinvolga, dipende solo dalla sua capacità e dalla forma che lui solo ha saputo dare al racconto. Ridotta a pura elencazione dei fatti, ossia alla sola enunciazione dei fatti, anche la storia più affascinante si dissolve nel grigiore dell’ovvio e del banale. “Madame Bovary” si ridurrebbe ad essere solamente l’eco di cronaca di un banalissimo affare di corna qualsiasi, “Il Mulino del Po” alla sterile sequela centenaria di una famiglia del popolo tra miseria e dramma e anche “I Promessi Sposi” a null’altro che l’elenco delle disavventure di due sfigatissimi fidanzati. È la sola capacità del narratore a togliere queste storie dalla banalità. È lui che insegue l’intreccio scandendone tempi, modi, forme, incastri, e descrizioni. È lui che imprime l’assetto definitivo. Questo, però, non significa che la storia non sia importante, anzi è proprio questo che vuole dirci con il suo libro Cangini. Lui attraverso la storia che ci narra ha voluto anche esprimere se stesso, il suo pensiero, il suo piacere di scrivere e in più, già in questa opera prima dimostra sicurezza, respiro narrativo, equilibrio. In questo racconto biografico, compatto e avvincente, c’è quel che serve di amicizia e di amore, c’è la storia trattata con competenza e che Cangini ha saputo usare proprio come diceva Manzoni: “Lo scrittore deve profittare della Storia senza però farle concorrenza”, ed è proprio così che Cangini se n’è servito e in più c’è quello che spesso manca a tanti libri ed è quel farti sentire bene leggendoli. Ecco, Davide scrive bene perché da lettore conosce ciò che il lettore cerca. Questa sua “opera prima” non è certamente un libro del tutto perfetto e così non ho parlato di capolavoro, ma è sicuramente un buon libro e ce ne fossero in questo mercato odierno così povero e banale!! Davide andrà avanti, ci aspettiamo un seguito a Turno Branciforte, questo eroe malinconico e irrequieto. NEWS È stata approvata dal Consiglio dei Governatori l'apertura di un conto corrente intestato al Multidistretto 108 Italy, necessario per raccogliere le somme destinate a uno o più service da realizzare nelle aree colpite in Italia dalle alluvioni di inizio ottobre 2014. Il conto corrente è già operativo e ha la seguente intestazione e relative coordinate bancarie: Lions Clubs International Multidistretto 108 Italy IBAN: IT 30 E 02008 11600 000103426908 Unicredit Spa - Filiale 0965 Causale: "Emergenza alluvione ottobre 2014". Con il contributo di tutti i Lions italiani si potrà creare una consistente disponibilità economica, la cui destinazione sarà deliberata nel corso di uno dei prossimi Consigli dei Governatori. Si darà così una risposta forte ed unitaria del nostro Multidistretto al fine di portare a termine alcuni importanti obiettivi dei Lions italiani a favore delle popolazioni duramente colpite dalle recenti alluvioni. 48 Vita di Club n. 1 MEDICINA&SALUTE TRADIZIONE E INNOVAZIONE ALIMENTARE Tutto oggi cambia in maniera rapida, tanto rapida che per tante persone è difficile adeguarsi, il modo di alimentarsi non sfugge a questi cambiamenti impetuosi; facciamo il punto sulla situazione intervistando il dott. Fernando Santucci cardiologo e gastronomo esperto, componente del centro studi romagnolo dell’ Accademia Italiana della Cucina. di FERNANDO SANTUCCI D. “Dottore viviamo tempi psichiatrici, tutto cambia rapidamente e questa filosofia ha contagiato anche l’ alimentazione, vorremmo che ci facesse il punto sul valore della tradizione a tavola e del filo sottile che la lega all’innovazione”. R. Volentieri. Tradizione, oggi, è un termine molto usato, qualche volta a proposito, più spesso a sproposito, vediamo allora di restringere il campo cercando di comprendere il significato etimologico e l’origine della parola TRADIZIONE. Tradizione deriva dal latino tradere e letteralmente significa tramandare, trasmettere da una generazione all’altra memorie e testimonianze di usi e costumi. In capo enogastronomico rispettare la tradizione vuol dire: 1. Rispettare i valori della convivialità e quindi considerare la tavola non un luogo di passaggio rapido, ma un momento di unione partecipativa e aggregativa, un luogo dove si discute sui problemi, se ne prospettano le soluzioni, si concludono affari, si può convitare con allegria; un luogo dove possono iniziare e spesso finire grandi amori, un luogo dove il cibo ben preparato e gradevole al palato può essere il collante della buona o cattiva riuscita del pasto. 2. Utilizzare dei prodotti della stagione e del territorio, utilizzando quelli dei nostri campi e delle nostre stalle, frutta possibilmente maturata al sole, verdure che conservino il loro sapore naturale, animali che anche se non parlano il dialetto romagnolo almeno ne abbiano imparato qualche parola, passeggiando per le nostre aie ... D. “La ringraziamo per questa esauriente precisazione sul valore della tradizione a tavola adesso vorremmo conoscerne i vantaggi.”. R. Chi ne trae i vantaggi maggiori è certamente sua maestà il gusto; ci sono voluti migliaia di anni per passare dalla cucina della fame alla cucina del piacere e sarei davvero rattristato se questo viaggio tornasse a ritroso in breve tempo, il gusto è una funzione orgasmica che coinvolge tutti i nostri sensi, all’interno della bocca abbiamo milioni di papille gustative, la lingua è un’autostrada a più corsie dove si intersecano sapori e saperi, sarebbe davvero criminoso se queste esperienze maturate nel corso di millenni venissero sacrificate sull’altare dei profitti delle multinazionali e della grande distribuzione. D. “Dottore le sue considerazioni sono logiche e certamente convincenti, vorremmo però sapere quali sono le cause responsabili di questo stato di cose e soprattutto cosa si può fare perché la tradizione che lei tanto apprezza non sia un molock intoccabile; a questo proposito vorremmo dirle che restare fermi e vincolati al passato in momenti in cui tutto è in movimento potrebbe essere controproducente”. R. Condivido pienamente le sue preoccupazioni e cercherò di risponderle in maniera sincera. L’ultimo quarto del secolo scorso è stato un fiume in piena che ha travolto e sfondato molte dighe; si sono affacciate molte novità di tipo economico, la più importante delle quali è stata l’impossibilità per una 49 Vita di Club n. 1 famiglia di vivere con un solo stipendio. Questa necessità ha portato le nostre donne ad abbandonare la grande cucina delle vecchie azdore e ad entrare nel campo del lavoro; a causa di ciò lo spazio della cucina si è progressivamente ridotto diventando prima un angolo cottura e poi un luogo dove ciò che si mangia viene solo riscaldato. I cibi che con amore venivano preparati dalle nostre donne, utilizzando gli ingredienti del nostro territorio, sono lentamente scomparsi e sono stati stato sostituiti da cibi anonimi, buoni per tutte le bocche, nella migliore delle ipotesi preparati da singoli negozi e nella peggiore da catene della grande distribuzione che affastellano prodotti provenienti da ogni parte del mondo, confezionati con ingredienti di cui non si conosce il loro grado di palatabilità, prodotti che contengono molte di quelle che oggi si chiamano calorie vuote e sono tipici del cibo che oggi va sotto il nome cibo spazzatura … D. “Ci proponga qualche rimedio”. R. Pensare di riportare le donne in cucina penso non sia possibile, combattere le logiche delle grandi reti commerciali ritengo sia una guerra persa in partenza ed allora, come sta già accadendo all’estero il consiglio è quello di fare un’alleanza fra produttori e consumatori e ritornare ai prodotti tracciati, facendo alleanze con piccole aziende agricole, o agricoltori singoli, garantendo loro il consumo di quanto essi producono; questo penso che sia l’unico modo per tornare ad apprezzare i nostri prodotti a kilometro zero, il mio consiglio e oserei dire l’invito è questo; seguendo questo schema alimentarsi tornerà ad essere una cosa piacevole ed utile per la salute nostra e dei nostri figli. D. “Le chiediamo per cortesia di uscire dal generico e di fare qualche esempio pratico:”. R. Questo potrebbe essere un esempio di alimentazione amica della salute e nemica delle malattie: Verdure e legumi del nostro territorio, tipici delle stagioni combinati con pane e pasta integrali, conditi con olio d’oliva 3\4 porzioni di frutta di stagione (200 grammi massimo per volta) Formaggi una, massimo due volte la settimana, privilegiando quelli freschi del territorio, meglio quelli di capra e pecora rispetto a quelli di mucca Pesce tre volte a settimana, privilegiando quello di stagione e quello azzurro perché ricco di acidi omega 3 Carne una volta la settimana preferendo gli animali da cortile (polli e conigli) Verdura in abbondanza, sughi vegetali preparati con prodotti di stagione Come regola generale ricordare di masticare a lungo (gusticare), di bere a piccoli sorsi, di frazionare i pasti per controllare l’equilibrio glicemico. D. “Grazie dottore speriamo che chi ci legge ascolti i suoi preziosi consigli”. POSTA Riceviamo e pubblichiamo. Carissima Franca (Marani), per il gentile tramite della comune amica Vittoria (Currò Dossi) ricevo puntualmente i fascicoli della rivista del tuo Club e desidero ringraziarti per la premura e il buon ricordo che mi riservi. Trovo molto interessanti gli argomenti trattati che leggo sempre con attenzione e mi complimento vivamente con te e con gli amici della Redazione per l’impegno, la competenza e la passione che dedicate al vostro lavoro i cui ottimi risultati sono evidenti e consolidati. Il vostro è ormai diventato un service permanente ed importante che realizzate in favore del vostro Club e non soltanto, che vi fa onore. Spero di rivederti presto e nel frattempo ti porgo i miei più cordiali saluti che ti prego di estendere anche a Paolo. Con stima e simpatia, Alfonso Vasini Caro Mario (Alvisi), La settimana scorsa ho ricevuto la vostra rivista che leggo sempre con grande piacere. Mi sorprende sempre la ricchezza degli argomenti, trattati con competenza e passione. In questo numero (il n. 3 2013-14 ndr) mi sono emozionata tanto nel leggere “I luoghi raccontano”: ho ritrovato ricordi lontani con gli stessi profumi e colori. Così, mentre leggevo l’articolo scritto con prosa elegante, mi è parso di rivivere i begli anni passati. Grazie. Mirna Alvisi 50 Vita di Club n. 1 MEETING ARCHEOLOGIA A RIMINI In linea con le Celebrazioni Augustee nel bimillenario della morte di Augusto (14 d. C.), nel meeting del 28 ottobre, curato dal socio Stefano Cavallari, è stato trattato il tema “Mario Zuffa e il suo contributo alla conoscenza di Rimini augustea”. La dott.ssa Paola Delbianco ha illustrato la figura del prof. Mario Zuffa, già Dirigente degli Istituti culturali riminesi, mentre la dott.ssa Angela Fontemaggi e la dott.ssa Orietta Piolanti ne hanno ricordato l’attività di archeologo guidandoci nella individuazione di Ariminum Augustea. È stata una serata particolarmente coinvolgente per chi come me lo ha conosciuto come docente e ne ha apprezzato le doti umane e la grande cultura attraverso il fascino delle sue lezioni di Etruscologia all’Università di Urbino. Anna Mariotti Biondi Il presidente Nevio Annarella con le illustri relatrici Paola Delbianco, Angela Fontemaggi, Orietta Piolanti. A lato: Mario Zuffa e Pier Giorgio Pasini nella Sala dell'Arengo nel 1968, in occasione delle celebrazioni per il V Centenario della morte di Sigismondo Pandolfo Malatesta. ● PROFILO DI MARIO ZUFFA di PAOLA DELBIANCO (Biblioteca Gambalunga di Rimini) Mario Zuffa (Bologna 1917 - Rimini 1979)1 frequentò l'Università di Bologna, laureandosi in archeologia nel 1940 con Pericle Ducati. Personalità versatile, negli anni universitari si aprì a molteplici interessi, legandosi alla scuola 1 Per notizie bio-bibliografiche su Zuffa cfr. G.A. MANSUELLI, Mario Zuffa, «Studi etruschi», s. 3, XLVII (1979), pp. 570-574; S. STUCCHI, Presentazione, in M. ZUFFA, Scritti di archeologia, Roma, «L'Erma» di Bretschneider, 1982, pp. IX-XIX; A. PETRUCCIANI, Zuffa, Mario, in Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari italiani del XX secolo, consultabile in linea alla pagina <http://www.aib.it/aib/editoria/dbbi20/zuffa.htm>. Per un quadro della sua attività archeologica 'riminese' cfr. ZUFFA, La tutela, la ricerca e l'organizzazione archeologica a Rimini dal 1800 ad oggi, in P.G. PASINI, M. ZUFFA, Storia di Rimini dal 1800 ai nostri giorni, III, L'arte e il patrimonio artistico e archeologico, Rimini, B. Ghigi, 1978, pp. 247-249. di Roberto inclinazione storia della quest'ultimo musicista, 51 Vita di Club n. 1 Longhi e coltivando la naturale per la linguistica, l'interesse per la cultura e per la musica, interesse che ha trasmesso al figlio Marcello, docente di musica, direttore d'orchestra e coro. Conseguì anche il diploma di paleografia e diplomatica. Assistente volontario di archeologia nell'Ateneo bolognese, dopo la Liberazione ricoprì il posto di reggente della Direzione del Museo Civico di Bologna. Collaborò poi con Luciano Laurenzi, chiamato nel 1946 alla cattedra di Archeologia e Storia dell'arte greca e romana dell'Università di Bologna e, secondo l'uso allora vigente, alla Direzione del Museo civico. Sin da quando era semplice assistente volontario, rivelò non comuni qualità didattiche, contribuendo a fare dell'Istituto di Archeologia bolognese "un polo di attrazione e una fucina di iniziative e di energia".2 Inoltre, grazie al forte impulso che a Bologna in quegli anni Paolo Enrico Arias aveva impresso all'attività di scavo, fece diverse esperienze di lavoro sul terreno acquisendo buona conoscenza dei problemi e della gestione degli scavi. A completare la sua formazione contribuì anche il sodalizio con Fernando Malavolti, che in quegli anni aveva rifondato la paletnologia emiliana. Dal 1941 aveva cominciato a pubblicare apprezzati lavori di archeologia bolognese, dove «non si limita alla descrizione o all'analisi dei singoli pezzi, ma li inquadra in problematiche più vaste»,3 rivelando da subito l'attitudine a «contestualizzare quei rinvenimenti nella dimensione urbanistica e storica».4 La stagione bolognese di Zuffa si conclude nel 1954, quando si trasferì a Rimini per assumere la direzione degli Istituti culturali cittadini Biblioteca Gambalunga, Museo Civico, Archivio storico comunale -, che manterrà fino al 1970.5 Qui si trovò subito a dover affrontare seri problemi logistici: quello delle pessime condizioni ambientali di palazzo Gambalunga, che pregiudicavano seriamente la conservazione del patrimonio bibliografico, e quello altrettanto urgente della ristrettezza degli spazi. Pertanto dalla fine degli anni '50-inizi anni '60 provvide al trasloco delle sale antiche dal piano terra al primo piano di palazzo Gambalunga, occupato anche dagli Istituti tecnici. Nel '61 trasferì i servizi essenziali della biblioteca nell'attiguo ex 2 MANSUELLI, Mario Zuffa cit., pp. 570-571. STUCCHI, Presentazione cit., p. XII. 4 MANSUELLI, Mario Zuffa cit., p. 572. 5 Sull'attività di Zuffa in qualità di direttore degli Istituti culturali riminesi cfr. P. DELBIANCO, La Biblioteca Gambalunghiana, in Storia illustrata di Rimini, IV, Milano, N.E.A. - Nuova Editoriale Aiep, 1991, pp. 11331134. 3 palazzo Visconti, dove nel '64 allestì la Pinacoteca (ultimo piano) - che negli anni provvederà a incrementare e restaurare - e l'anno dopo aprì la Sezione ragazzi (saletta al pianterreno). Non riuscì invece a realizzare l'auspicata "seconda rifondazione" del Museo archeologico che, privo di sede dopo le distruzioni belliche dell'ex convento di San Francesco, giaceva sempre più accatastato nei magazzini a seguito dei massicci apporti di scavi e recuperi da lui condotti a Rimini e territorio, mentre intorno fervevano i lavori di ricostruzione del dopoguerra. Il sottosuolo della città, ridotta a cantiere, andava infatti restituendo i preziosi resti delle domus di Ariminum e le prime testimonianze degli insediamenti precedenti all'arrivo dei coloni romani. Zuffa, non disponendo di mezzi adeguati e di personale specializzato, tante volte si trovò a dover affrontare queste situazioni in emergenza, senza poter conferire agli scavi il necessario carattere di sistematicità. In assenza di personale specializzato, ricorse spesso alla collaborazione dei giovani del "Gruppo riminese di archeologia": Domenico Nisi, Pier Giorgio Pasini, Matteo Barbiani, che poi ricorderà puntualmente nei suoi scritti. Gli fu prezioso anche il sodalizio con Anna Graziosi Ripa, dapprima come allieva poi come ispettore onorario per l'Archeologia, e con Giuliana Riccioni, nella veste di funzionaria della Soprintendenza archeologica di Bologna. Tra i suoi rinvenimenti archeologici più importanti di quegli anni si ricordano il complesso di mosaici pavimentali romani dall'ex palazzo Gioia, emersi nel 1956 in occasione degli sterri per la costruzione della sede del Credito Romagnolo, e i mosaici del terreno INA nella zona dell'arco di Augusto (1959). Va inoltre ricordato il suo scavo dell'area RastelliStanda (1961), che ha restituito testimonianze fondamentali per lo studio e la conoscenza di un intero abitato e in particolare del teatro di Rimini romana. Ma se da una parte si poneva drammaticamente il problema della sede del Museo archeologico (in via di risoluzione solo dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso), dall'altra ferveva l'attività scientifica ad esso collegata, che Zuffa articolò «nel restauro e nello studio dei materiali, nella partecipazione a mostre e nella collaborazione a manifestazioni culturali»6 e 6 ZUFFA, La tutela cit., p. 247 sg. 52 Vita di Club n. 1 svolse in un clima di fecondi scambi con i poli universitari bolognese e urbinate, con le Soprintendenze e con eminenti studiosi italiani e stranieri, rinnovando così quella consuetudine di rapporti coi centri di ricerca non solo nazionali che aveva caratterizzato la direzione di Luigi Tonini (1840-1874). In particolare nel 1960 partecipò alla mostra 'etrusca' di Bologna (Mostra dell'Etruria Padana e della città di Spina),7 in occasione della quale sollecitò la ripresa di regolari esplorazioni archeologiche a Verucchio. L'invito fu subito raccolto dalla Soprintendenza alle Antichità dell'Emilia, che affidò lo scavo a Renato Scarani (1960-1961). Zuffa affrontò lo studio dei reperti recuperati da Scarani e di quelli rinvenuti per scoperte casuali nel '62 nell'articolo Scoperte e prospettive di protostoria nel Riminese (1963),8 sostenendo, adesso con più solidi argomenti, la tesi della dipendenza della civiltà villanoviana di Verucchio dai centri dell'Etruria tirrenica, tesi che aveva più genericamente enunciato nel '60 e che sarà definitivamente confermata da successivi ritrovamenti.9 Nel 1964 prese parte alla mostra 'romana' di Bologna (Arte e civiltà romana nell'Italia Settentrionale dalla Repubblica alla Tetrarchia),10 dove i materiali riminesi «ebbero il posto d'onore».11 Nel relativo catalogo pubblicò Le culture nell'Italia Settentrionale all'inizio della conquista romana. Memorabile fu la sua partecipazione al XIII Convegno di Studi Romagnoli (Rimini 1962, pubbl. 1965), perlopiù dedicato alla problematica storico-archeologica di Ariminum (com'è nata Rimini?) e della colonizzazione romana del III sec. a.C. Nel suo intervento dal titolo Nuove scoperte di archeologia e storia riminese, Zuffa ha tracciato il volto di Ariminum dai primordi 7 Mostra dell'Etruria Padana e della città di Spina, 12 settembre-31 ottobre 1960, Bologna, Palazzo dell'Archiginnasio, Bologna, Alfa, 1960, 2 voll. 8 In Preistoria dell'Emilia e Romagna, II, Nuovi contributi. Repertorio di scavi e scoperte, Bologna, Forni, 1963 (Documenti e studi, 8), pp. 87-108. 9 ZUFFA, Verucchio, in Mostra dell'Etruria Padana cit., I, Catalogo, pp. 238-239. Cfr. anche IDEM, La tutela cit., pp. 208-209. 10 Arte e civiltà romana nell'Italia Settentrionale dalla Repubblica alla Tetrarchia, 20 settembre-22 novembre 1964, Bologna, Palazzo dell'Archiginnasio. Catalogo, Bologna, Alfa, 1964-1965 (Biennali d'arte antica, 6), 2 voll. 11 ZUFFA, La tutela cit., p. 248. (protostoria del territorio12 e Rimini preromana) alla tarda età imperiale, con accenni conclusivi alle Testimonianze paleocristiane, barbariche e alto-medievali.13 L'importanza del saggio è sottolineata da Susini nella Prefazione degli Atti del convegno, dove afferma che «non è azzardato ritenere che molte delle indicazioni e delle notizie qui presentate da Mario Zuffa saranno per lungo tempo preziose ai fini dello studio della colonizzazione latina, del trapianto di popolazioni, della migrazione delle culture nel III secolo a.C.».14 Nel 1966 ritornò su queste problematiche, approfondendone altri aspetti, col saggio Abitati e santuari suburbani di Rimini dalla protostoria alla romanità, presentato a Bologna al Convegno di studi sulla città etrusca e italica preromana.15 Per questi e altri scritti che non è il caso di menzionare in questa sede,16 Pasini lo ha definito «un po' il rifondatore dell'archeologia riminese»,17 stabilendo implicitamente un'ideale linea di continuità con la figura e l'opera di Luigi Tonini (1807-1874). Questi, «attento indagatore» non solo della «documentazione scritta, letteraria, epigrafica, e numismatica» ma anche «di ogni possibile avanzo della cultura materiale» sia «nell'ambito della civiltà romana» sia «in quello, allora nuovissimo, delle civiltà non scritte»,18 nel suo Rimini avanti il principio dell'era volgare (1848)19 aveva infatti ridisegnato su solide basi scientifiche la storia di Rimini dalla preistoria all'età romana e più tardi, tra il 1871 e il 1872, aveva creato la "Galleria archeologica" della Gambalunga, primo museo pubblico cittadino e «in rapporto ai tempi, uno strumento scientifico e didattico di notevole valore».20 12 Vale a dire la fase della cultura villanoviana ampiamente documentata nell'entroterra: Verucchio e Torriana, e lungo il sistema collinare che da queste località digrada verso il mare ai due lati del fiume Marecchia, fino a Camerano di Poggio Berni sulla sinistra e a San Lorenzo in Monte e al colle di Covignano sulla destra. 13 «Studi Romagnoli», XIII (1962), pp. 85-132. 14 Ivi, p. VI. 15 L'intervento di Zuffa fu pubblicato in Studi sulla città antica, Atti del Convegno di studi sulla città etrusca e italica preromana, Bologna, Istituto per la storia di Bologna, 1970, pp. 299-315. 16 Per la bibliografia esaustiva di Zuffa si rinvia a ZUFFA, Scritti di archeologia cit., pp. XXI-XXIV. 17 P.G. PASINI, Ha rifondato l'archeologia riminese, «Il Ponte», 28 gen. 1979, p. 7. 18 ZUFFA, La tutela cit., p. 176. 19 Primo volume della sua monumentale Storia civile e sacra riminese. 20 ZUFFA, La tutela cit., p. 240. 53 Vita di Club n. 1 Sulla stessa linea di Pasini, Mansuelli, nel suo Necrologio di Zuffa, ha osservato che «La presenza di Zuffa a Rimini, anche dopo che lasciò l'ufficio che rivestiva, ha cambiato letteralmente l'aspetto della conoscenza della città e del territorio... ».21 Gli ultimi anni della sua direzione s'incrociano col periodo sessantottesco, quando la Biblioteca Gambalunga si trova a dover fare i conti con una serie di fenomeni (scolarizzazione di massa, sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, critica alla cultura libresca e spinta alla valorizzazione delle culture 'altre') che mettono pesantemente in crisi gli schemi tradizionali relativi all'uso pubblico delle biblioteche. Allora, pur tra difficoltà e contrasti, la Gambalunga comincia a ristrutturarsi e a riorganizzarsi. Dapprima si prende atto che la vastità dei fondi e la specializzazione delle discipline, e quindi delle competenze richieste, impongono ormai la creazione di due direzioni separate, una per la biblioteca e l'altra per il museo e la pinacoteca. Così, nel 1968, viene approvato dal Consiglio Comunale il regolamento del museo, che ne sancisce l'autonomia rispetto alla biblioteca. E intanto si apre la discussione sulla sua sede, allora individuata, su proposta di Zuffa, nel palazzo ex Agostiniani. Veniva quindi definitivamente archiviato il modello di organizzazione e divulgazione del sapere fondato sull'integrazione fra monumento e documento, modello che risaliva a Luigi Tonini ma che era abbastanza diffuso al suo tempo e aveva il suo antecedente più illustre nel British Museum di Londra. Inoltre nel '69, per rimediare all'inadeguatezza dell'assetto della biblioteca di fronte a un'utenza in continuo aumento, il Comune avvia l'opera di consolidamento, restauro e sistemazione di palazzo Gambalunga, che - come sottolinea Zuffa - «soprattutto nelle sue parti alte è addirittura fatiscente». L'obiettivo era di recuperare «vari ambienti da destinare ai servizi di biblioteca e alle attività collaterali» e di ripristinare «il vecchio ingresso su Via Gambalunga».22 In tal modo la Gambalunga, resa autonoma dagli altri istituti culturali, era posta in condizione di svolgere la funzione di pubblica lettura in rapporto a un'utenza di massa. Infine, sempre nel '69, viene fondata la rivista «Rimini storia e arte», a cura della Commissione 21 MANSUELLI, Mario Zuffa cit., p. 572. Biblioteca Gambalunga, Archivio 1969, prot. n. 605/VII, comunicato stampa di Zuffa. 22 di vigilanza degli Istituti culturali. Il suo campo d'interesse è chiaramente espresso nel titolo, ma per capire la difficoltà del momento e il disagio di fronte a una situazione generale di profonde trasformazioni e di aspre contrapposizioni di parte e generazionali, situazione che sembra travolgere tutto e sfuggire di mano, è emblematica la puntigliosa premessa al primo numero, laddove se ne chiarisce l'impostazione: «La parola cultura presenta specialmente oggi vari significati e mira ad inserirsi in un contesto più vasto che è la vita stessa nelle sue varie direzioni ed interessi. Noi [...] intendiamo muoverci nella accezione tradizionale del termine, evitando i due estremi, dell'accademismo ozioso e della arida ricerca così come quello della faciloneria buona a tutto, confusionaria e dilettantesca, priva di critica». Nel 1970 Zuffa lascia la direzione degli Istituti culturali riminesi per dedicarsi esclusivamente all'insegnamento di Etruscologia (poi anche di Paletnologia) presso l'Università di Urbino. Aveva conseguito la libera docenza di Etruscologia e Antichità italiche nel 1962 e dal 1962/63 era stato professore incaricato di tali discipline presso l'Ateneo urbinate. A quest'ultima stagione della sua attività scientifica appartengono ampi lavori di sintesi sviluppati sul duplice versante storico-culturale ed etnologico, dove confluiscono le varie esperienze di scavo e di ricerca di Zuffa nell'area padano-romagnolo-adriatica. Tra questi si ricordano almeno i due studi sul celtismo cisalpino: I Celti nell'Italia adriatica (1971, pubbl. 1975)23 e I Galli sull'Adriatico (1978),24 dove l'analisi delle questioni è accompagnata dal sistematico riesame delle fonti storiche; e altresì il saggio La civiltà Villanoviana,25 giudicato da Mansuelli «opera di largo respiro, intesa a ricondurre la questione alle basi, attraverso una profonda rilettura di tutta la bibliografia e una rimeditazione metodologica ...». 26 23 In Introduzione alle antichità adriatiche, Atti del I Convegno di studi sulle antichità adriatiche (ChietiFrancavilla al Mare, 27-30 giugno 1971), [introduzione di Massimo Pallottino; scritti di A. M. Radmilli ... et al.], Chieti, A cura del Comitato promotore, 1975, pp. 97-159. 24 In SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA DI ROMA, I Galli e l'Italia, [Catalogo della mostra Roma 1978], Roma, De Luca, 1978, pp. 138-162. 25 In V. CIANFARANI, D.G. LOLLINI, M. ZUFFA, Popoli e civiltà dell'Italia antica, V, Roma, Biblioteca di Storia patria, 1976, pp. 199-363. 26 MANSUELLI, Mario Zuffa cit., p. 573. 54 Vita di Club n. 1 L'ultimo lavoro che Zuffa vide stampato si lega a Rimini. Si tratta del suo contributo al terzo volume della Storia di Rimini dal 1800 ai nostri giorni, che ha per titolo La tutela, la ricerca e l'organizzazione archeologica a Rimini dal 1800 ad oggi (1978). Questo lucido, informatissimo e appassionato lavoro di sintesi dapprima ripercorre la storia degli studi da Luigi Tonini a suo figlio Carlo, da Edoardo Brizio ad Alessandro Tosi, da Gherardo Ghirardini a Salvatore Aurigemma, poi illustra le imprese e le scoperte archeologiche fino ai suoi giorni, infine ricostruisce le origini e le vicende del Museo Archeologico Comunale. Zuffa collaborò a «Studi etruschi» e a «Studi Romagnoli» e fu tra i fondatori della rivista «Emilia Preromana». Fu socio emerito della Deputazione di storia patria per la Romagna; socio dell'Associazione italiana biblioteche; socio corrispondente, socio ordinario e infine membro del Consiglio direttivo dell'Istituto di Studi etruschi ed italici; segretario del Comitato interadriatico juguslavo-italiano per lo studio dei problemi protostorici. Venne insignito della medaglia d'argento dei benemeriti della cultura. Meritano un'ultima parola due amicizie 'riminesi' di Zuffa: quella col più giovane Pier Giorgio Pasini, storico dell'arte, e quella col coetaneo Carlo Alberto Balducci († 1991), cultore di studi locali e preside del Liceo classico "Giulio Cesare". Pasini deve molto - per sua stessa ammissione - all'insegnamento e all'amicizia di Zuffa. Con lui collaborò al terzo volume della Storia di Rimini dal 1800 ai nostri giorni, occupandosi dell'arte tra Otto e Novecento. Pubblicherà a caldo, a una settimana dalla morte, un ricordo di Zuffa sul periodico «Il Ponte»,27 del quale risultano particolarmente significativi, per completare il nostro quadro, due passi: un impegno culturale e civile costante in tutte le attività intraprese, un impegno che è stato sempre pieno di generosità e spesso ha portato a scontri e spesso ha fruttato amarezze; un impegno che non ha riguardato solo le "grandi" cose. Sono tanti gli ex studenti che gli si sono rivolti, e mai inutilmente, per i loro studi e per le loro tesi di laurea. E sono diversi quelli che da lui hanno appreso il gusto per la ricerca e l'esigenza della conservazione del patrimonio storico. Carlo Alberto Balducci collaborò con Zuffa come ispettore onorario alle Antichità e membro della Commissione di vigilanza degli Istituti culturali riminesi. Nel 1985, sempre sulle pagine de «Il Ponte»,28 darà notizia dell'uscita di Culture figurative e materiali tra Emilia e Marche, una miscellanea di studi in onore di Zuffa pubblicata dal Comune di Rimini e dalla Biblioteca Gambalunga (1984), e nel contempo ricorderà la ristampa di diversi suoi scritti di archeologia promossa due anni prima dall'Università di Urbino.29 Al suo puntuale resoconto accompagnerà alcune considerazioni che merita ricordare, a degna conclusione di questo scritto, perché restituiscono tratti intimi della personalità di Zuffa insieme al sentimento di una bella amicizia: Questo [la miscellanea Zuffa] mi sembra il più significativo omaggio che si potesse rendere a questo studioso che ha retto i nostri Istituti culturali non già da diligente burocrate, ma da maestro capace di animare e provocare con gli scritti, con la dottrina, con l'esempio. E soprattutto con l'umanità di cui era ricco, la quale si manifestava nella finezza dell'animo, nelle attenzioni agli altri, nella integrità morale e la sensibilità per ogni manifestazione che portasse il segno della intelligenza e degli affetti umani. Nessuna ostentazione; una discrezione e un riserbo che gli venivano dal temperamento, ma anche dalla educazione e dal rispetto dell'altro. Gli sono stato amico affezionato, ho collaborato con lui da ispettore onorario alle antichità e quale membro della Commissione di vigilanza: era un rapporto di stima, di confidenza che andava al di là degli interessi culturali che ci accomunavano. Provenivamo entrambi dallo Studio bolognese e avevamo avuto maestri comuni che apprezzavamo e ammiravamo. Egli è, ora, una delle persone più care nella mia memoria e nel mio cuore. La cultura riminese gli deve certo moltissimo per le battaglie in favore del patrimonio artistico, per la collaborazione con le Sovrintendenze, per la partecipazione attiva alle numerose ed effimere associazioni, per l'organizzazione di manifestazioni culturali, per gli articoli su quotidiani e, soprattutto, per l'assidua vigilanza sul patrimonio archeologico, che sotto la sua gestione è almeno raddoppiato per consistenza. E ancora: Caro Direttore, [...] tieni presente che il più sarebbe ancora da dire, secondo me. Cioè di 27 PASINI, Ha rifondato l'archeologia cit. 28 C.A. BALDUCCI, Zuffa alla "Gambalunga", «Il Ponte», 26 mag. 1985, p. 6. 29 ZUFFA, Scritti di archeologia cit. 55 Vita di Club n. 1 ● LA RIMINI DI AUGUSTO NELLE SCOPERTE DI MARIO ZUFFA di ANGELA FONTEMAGGI e ORIETTA PIOLANTI (Musei Comunali di Rimini) L’incontro fra l’archeologia e Mario Zuffa fu molto fortunato e fecondo. Zuffa fu "il direttore scopritore o l’indiretto promotore di tante scoperte" negli anni, non facili, in cui l’intera città era un cantiere aperto e i ritrovamenti si susseguivano con ritmo incalzante. Ma ancor più febbrile era il ritmo imposto dalla ricostruzione postbellica che non accettava ritardi o ostacoli. Nell’articolo pubblicato nel 1978 sulla "Storia di Rimini dal 1800 ai nostri giorni", Zuffa ricorda che molti furono gli interventi d’urgenza che dovevano conciliare “le esigenze della scienza con quelle della ricostruzione e dello sviluppo della città, anche a costo dei più gravi sacrifici personali da parte dei funzionari e dei collaboratori...”. Interventi in qualunque e con qualsiasi tempo meteorologico e senza limiti di orario, “… prima che cause oggettive (ad es. una colata di cemento per il contenimento delle scarpate di scavi profondi) o soggettive (la deliberata distruzione da parte di "ignoti" fin troppo noti)…” provochino la sparizione dei ritrovamenti. In questa situazione si rende conto che non può indulgere in formalismi burocratici e imbocca la strada di instaurare un clima di fiducia, di collaborazione sia con i privati che con le istituzioni. Ciò che favorisce il rapporto con la Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna che gli affida la direzione di importanti scavi dalla metà degli anni '50 agli inizi degli anni '60. Ceramiche dallo scavo di palazzo Battaglini (Museo della Città). Le scoperte interessano l’intera storia della Rimini antica dalla protostoria alla tarda antichità, svelando la conoscenza anche di epoche meno note di quella augustea (che già si imponeva per la presenza dei suoi grandiosi monumenti). Così per il momento della fondazione di Ariminum cui dà un contributo fondamentale lo scavo di palazzo Battaglini in piazzetta san Martino, con il recupero di un’ingente massa di ceramiche di produzione locale e con il nucleo di pocola deorum (i vasi degli dei) che getta una luce sull’origine dei coloni e sull’organizzazione territoriale e religiosa della città fra III e II secolo a. C.. Come per la fase tardoantica che ha, tuttora, negli straordinari mosaici da palazzo Gioia (all’angolo fra piazza Cavour e via Gambalunga oggi sede di Unicredit) una delle testimonianze più eloquenti della raffinatezza dei palatia del V secolo. Mosaico con 'Venere allo specchio' da palazzo Gioia (Museo della Città). Ma l’apporto di Zuffa è fondamentale anche per la conoscenza di nuovi tratti del volto della Rimini augustea. A iniziare dall’individuazione del sito del teatro che si affacciava sul foro. Un monumento di cui si erano perse le tracce nonostante Benvenuto Rambaldi da Imola, commentatore trecentista della Divina Commedia, avesse scritto: quod Ariminum est nobilis et antiqua civitas…. habuit theatrum, ubi hodie dicitur Forum; et arcum triumphalem, qui adhuc apparet, et pontem pulcerrimum (Pg, XIV 106; Comentum, III, p. 391). Il passo, conosciuto da Luigi Tonini e poi da Guido Achille Mansuelli, scettici sull’ipotesi del teatro nella zona del foro, incrocia l’intuizione di Zuffa che, osservando la foto aerea del ’44 e le mappe catastali dell’Ufficio Tecnico comunale, aveva notato l’andamento curvilineo, semicircolare, di strutture murarie all’interno dell’isolato fra corso d’Augusto, via G. Bruno, via Tempio malatestiano e via Mentana. Isolato in cui fonti medievali e post medievali 56 Vita di Club n. 1 documentano l’esistenza di cripte (Codice Bavaro, VIII sec.) di "archi e volti grandissimi" (Clementini, 1617). A queste tracce, nel 1956 si aggiunge la scoperta casuale, effettuata da Carlo Alberto Balducci e da Zuffa, di un frammento di epigrafe rinvenuto a 2 m. di profondità nell’area del Cimitero della chiesa di San Michelino in foro. L’iscrizione, oggi murata a fianco dei resti dell’abside dell'antica chiesa, recita: …the]atrum …or]nament(is) …]dedic(av...). Al confine fra casa Fabbri e palazzo Ripa, lungo quella che doveva essere la linea del pulpitum (palcoscenico), fu rinvenuta una colonna in marmo cipollino (diam. max 51) e segmenti della trabeazione in marmo bianco di stile sobrio pertinenti all'edificio scenico (scaena frons), in seguito collocati nel cortile di palazzo Lettimi, ora al Museo della Città. Dagli scavi si evidenzia che l’emiciclo del teatro si apriva verso nord con un diametro max di ca. 80 m. Come documentano tratti dei muri curvilinei in laterizio, la cavea, autoportante e in parte agibile, aveva sostruzioni radiali e concentriche. Epigrafe riferibile al teatro. Benché il testo lasci incerta l’integrazione della prima linea in "teatro" o "anfiteatro", Zuffa lo riconduce immediatamente al teatro, sia per la maggior prossimità di questo edificio sia per la datazione ricondotta, per i caratteri paleografici, al I secolo d.C. e quindi precedente di circa un secolo la costruzione dell’Anfiteatro. Come si evince dalle sue parole “fin dal primo momento ebbi la convinzione che si trattasse del teatro, anzitutto perché ero certo dell’esistenza di questo edificio e poi perché ritenni … che l’iscrizione provenisse da poco lontano e fosse in origine applicata all’edificio cui si riferiva” (Studi Romagnoli, 1962). Ma la conferma dell’esistenza del teatro è data dall’individuazione di un rudere in laterizio conservato fino al primo piano della casa Pugliesi in via Giordano Bruno e dalle scoperte emerse nel 1961 con gli scavi per la costruzione di palazzo Fabbri (all’angolo fra via Tempio Malatestiano e via Mentana) e della sede dei grandi magazzini Standa nell’area di palazzo Rastelli (c.so d’Augusto/via G. Bruno). Eloquenti le foto d’archivio che documentano un cantiere di scavo in cui una ruspa intacca il terreno asportando una grossa pietra arenaria fra il fango. Il contesto in cui in quegli anni si operava cercando, con le parole di Zuffa, “quei brandelli di verità che gli archivi della terra ci hanno conservato”. Foto aerea del centro di Rimini. Pianta di Rimini con in evidenza la struttura del teatro romano. 57 Vita di Club n. 1 Infossato nel terreno in posizione retrostante la cavea, è stato rinvenuto un dolio dalle grandi dimensioni (alt.cm 165, diam. cm 143), isolato, sulla cui funzione sono state avanzate più ipotesi. Da quella di cassa di risonanza acustica (per analogia con situazioni simili ma in presenza di più doli) a quella di contenitore di derrate per il “bar” del teatro. che rappresenta la centralità della cultura. Il teatro, elemento caratteristico della vita civica dei romani, dall’età repubblicana diventa parte integrante della città, in un rapporto privilegiato con i principali assi viari. Ciò grazie all’invenzione della volta, elemento architettonico portante che fa del teatro romano una struttura autonoma a differenza di quello greco, le cui gradinate si adagiano lungo i pendii collinari. Vitruvio pone la costruzione del teatro subito dopo la sistemazione del foro, perché luogo di incontro e comunicazione così come le terme. Il teatro era il luogo in cui il pubblico A sin.: Lo scavo (1961) in proprietà Rastelli con strutture murarie. poteva manifestare il Al centro: Foto di scavo con resti di gradinate della cavea. proprio consenso al A ds.: Colonna dal teatro (Museo della Città. potere, avvicinarsi I sondaggi condotti dalla Soprintendenza per i alla cultura letteraria Beni Archeologici dell’Emilia Romagna nel anche se analfabeta, gennaio 1989 (seguiti da Renata Curina con la divertirsi con la collaborazione, per i Musei Comunali, di Stefano Sabattini) hanno aggiunto nuovi dati: si è riconosciuta in un tratto di muratura la facciata anteriore del rudere già rilevato da Zuffa e individuate le tracce di un corridoio mediano coperto da volta a botte probabilmente in corrispondenza di un corridoio che attraversava orizzontalmente la cavea, separandola in due o parti (ima e summa). Il perimetro esterno del teatro doveva avere un Il plastico del teatro al Museo della Città. prospetto ad arcate forse su due ordini. Tutto intorno all’edificio teatrale doveva aprirsi un piazzale lastricato che si andava ad unire al foro su cui il teatro prospettava e in cui si inseriva organicamente perché frutto di un unico progetto urbanistico riconducibile all’età augustea. Fase cui si riconducono anche la lastricatura delle vie urbane, l’isolamento del foro dal traffico dei carri attraverso l’erezione di un arco all’ingresso orientale del decumano, la costruzione, nel lato a mare, della basilica, ove si amministra la vita pubblica e la giustizia, e il Il dolio dall'edificio del teatro (Museo della Città). generale riassetto della piazza con la commedia, il genere prediletto dai romani, ma collocazione di statue e iscrizioni onorarie. anche con forme più popolari come l’atellana, il Nella Ariminum di Augusto, infatti, il potere si mimo e il pantomimo. esprime anche attraverso l’adozione di un La fortuna del teatro trova conferma anche nella modello di città che ha nel foro il fulcro della diffusione dell’iconografia ad esso collegata. In vita pubblica. Qui si accentrano gli edifici più primis la maschera che ricorre sulle comuni emblematici quali i templi, la basilica e il teatro lucerne e sulle ceramiche da mensa, sugli oscilla 58 Vita di Club n. 1 - gli elementi decorativi che oscillando fra le colonne dei portici allontanavano gli spiriti malefici - , negli elementi di arredo. Lo stesso imperatore Augusto amava il teatro tanto da cimentarsi nella scrittura di una tragedia, l’Aiace, poi rinnegata. E da concepire la sua vita come un copione teatrale di cui fu protagonista fino alla morte quando si congedò dagli amici recitando la frase “Se la rappresentazione vi è piaciuta, offrite il vostro applauso e tutti insieme accompagnateci con la vostra gioia” (SVETONIO, Vita di Augusto). di Ariminum, ai lati del decumano massimo. Un’area di grande rilevanza in corrispondenza dell’ingresso nella Città per chi giungeva da Roma e in cui Ottaviano Augusto concentra una serie di interventi, anche di natura funzionale, propulsori di una riqualificazione del settore che vede coinvolti i privati, probabilmente fra i notabili della rivitalizzata colonia augustea. L’inserimento in un progetto urbanistico degli edifici venuti in luce trova riscontro nella loro posizione a ridosso delle mura urbiche, oramai private della funzione difensiva, come d’altra parte esplicitato dall’apertura dell’Arco, talmente ampia da non poter essere chiusa. Le immagini scattate sullo scavo a monte restituiscono l’ampiezza dello spazio indagato che, dai piedi dell’Arco, si estende fino all’inizio di via santa Chiara, portando in luce diverse ambienti per lo più con raffinati pavimenti a mosaico, in una planimetria che vede contigui vani eleganti e di servizio. Ciò che connota questa edilizia domestica proto-imperiale è l’esclusione delle attività produttive artigianali che, per tutta l’età repubblicana, avevano convissuto a fianco delle stanze residenziali. La pianta dello scavo a monte dell’Arco disegna una domus articolata in numerosi vani collegati Ricostruzione del Foro (disegno N. Raggi). Pianta dell'edificio a monte dell'Arco. Sotto: Lo scavo a monte dell'Arco. Oscillum con maschera teatrale (Museo della Città). Se, grazie a Mario Zuffa, la Rimini del I secolo si è arricchita di un monumento simbolo della vita pubblica cittadina, è sempre a questo appassionato studioso che si deve la restituzione di spaccati di vita domestica della prima età imperiale. Ancor oggi, infatti, l’esempio più rappresentativo dell’edilizia privata dell’epoca augustea è la domus a monte dell’Arco, un edificio scavato nel 1959 sotto la direzione di Zuffa. L’occasione dello scavo fu l’abbassamento del livello stradale intorno al monumento che andava a interessare due isolati 59 Vita di Club n. 1 da corridoi secondo uno schema atipico rispetto al modello classico pompeiano, incentrato intorno all’atrio. Dotato anche di impianto termale, l’edificio ospita una grande stanza absidata di rappresentanza che sottolinea l’intento celebrativo e l’elevato livello di vita: una tipologia di ambiente in voga nel I secolo, che tenderà a sparire per gli elevati costi di esecuzione e in ragione di una maggiore razionalizzazione dell’utilizzo dello spazio abitativo, per poi riaffermarsi nella tarda antichità, quando le funzioni semantiche di arredi. I tappeti musivi, per lo più a fondo monocromo nero, presentano anche inserimenti di scutulae, frammenti di marmi diversi disposti più o meno regolarmente con un gradevole effetto ottico, più tenue nella domus a monte dell’Arco, ove prevalgono inserti bianchi e grigi, più acceso nell’edificio a mare, ove sono utilizzate preziose brecce dai colori vivaci. Indagata a più riprese a partire dagli anni ’50, l’area a mare dell’Arco ha evidenziato i resti di un complesso articolato in tre parti a tutt’oggi non collegabili, in cui si è riconosciuto un impianto termale, forse pubblico. Ipotesi suffragata dalla presenza di vasche in serie, due delle quali absidate, impermeabilizzate da un conglomerato in cocciopesto e rivestite da lastre di marmo o pietra, dotate di canalette di scarico. Vasche e fontane erano impreziosite da mosaici parietali anche in pasta vitrea con inserimenti di conchiglie e bastoncini in vetro ritorto che Mosaico con scudi dalla domus a monte dell'Arco (Museo della Città). Sotto: Particolare di una soglia dalla domus a monte dell'Arco (Museo della Città). Scavo di una vasca nell'edificio a mare dell'Arco. torneranno a prevalere su quelle pratiche. Concepita come una serie di ambienti giustapposti e non come un insieme unitario, la domus romana presenta stanze connotate da pavimenti con decorazioni diverse: particolare il motivo degli scudi incrociati, più diffuso negli affreschi delle abitazioni di lusso, che richiama la virtus eroica e militare del padrone di casa, forse un veterano fedele ad Augusto. Il passaggio tra i vani è sottolineato da soglie ampie e profonde (da 30 a 45 cm), ornate con ricercati motivi geometrici, il cui impatto è accentuato dall’essere visibili da più ambienti e dall’assenza brillavano sotto lo zampillare dell’acqua: prodotti costosi per l’impiego del blu egizio e del vetro - rari all’epoca nella Cisalpina – tuttavia eseguiti in maniera approssimativa, probabilmente da maestranze locali non avvezze a trattare questi materiali pregiati. Decisamente più elevata l’abilità degli artigiani che realizzarono il grande mosaico con scutulae di marmi colorati. Al centro un medaglione a fondo bianco, di diametro superiore ai 3 m., che, entro una cornice a motivi floreali, racchiude un mostro marino (un tritone o Scilla?), dalla lunga coda a spirale, realizzato con tessere assai minute tali da sortire un effetto pittorico. L’eleganza degli ambienti e la qualità della vita si rispecchiano anche nelle suppellettili (lucerne e ceramiche nella tipica “terra sigillata” di tradizione aretina) e negli arredi, fra cui spicca il trapezoforo, la base di tavolo in marmo, dallo 60 Vita di Club n. 1 scavo del Mercato Coperto condotto negli anni ’60 sotto la direzione di Giuliana Riccioni, cui Mario Zuffa collaborò. Un pezzo scolpito nei motivi cari alla propaganda augustea quali l’aquila ad ali aperte e la cornucopia. Programmi figurativi che interpretano il pensiero culturale dell’imperatore, influenzando in modo particolare l’arte scultorea. Come nel caso della copia del Doriforo di Policleto, eseguita probabilmente nella prima età augustea, sull’onda del revival dell’artista greco del V secolo a.C.. Un’interpretazione espressionistica dell’originale, evidente nell’intonazione patetica e nei contorni morbidi e regolari del volto. Lo stesso gusto espressionistico che ritroviamo nella decorazione dell’Arco, riflesso di una cultura artistica “mista”, che introduce modelli colti classici con tratti eclettici e disordinati. Ignota la collocazione originaria della statua: possiamo immaginarla in una ricca domus o in uno spazio pubblico. Da qui forse confluì nell’apparato statuario dell’anfiteatro, nei cui pressi è stata rinvenuta nel 1963. Un pezzo di grande valore assicurato al Museo, e quindi alla collettività, grazie a quella rete di rapporti di fiducia che Zuffa aveva saputo creare intorno a sé. Quei contatti personali e quella stima che ancora animano la memoria della sua persona e che ci hanno riuniti nella serata organizzata dal Lions per ricordare il suo contributo di studioso alla storia della nostra città. Frammenti di mosaici dalle fontane dell'edificio a mare dell'Arco (Museo della Città). Il mosaico con mostro marino (Museo della Città). Vaso a cratere in terra sigillata. Il trapezoforo dall'area del Mercato Coperto. Testa del Doriforo di Policleto. Immagini su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna. Si ringraziano l'Archivio fotografico della Biblioteca Civica Gambalunga e Piero Delucca (Musei Comunali di Rimini). 61 Vita di Club n. 1 INTERMEETING FESTA DELLA BANDIERA L’ammiraglio Felicio Angrisano a Rimini per l’intermeeting dei Lions Club riminesi. N ella serata del 5 novembre, presso 1’Hotel Holiday Inn di Rimini, si è tenuta la tradizionale "Festa della Bandiera” organizzata dal Lions Club Rimini-Riccione Host in intermeeting con il L.C. Rimini Malatesta. Si tratta di un evento con cui si vogliono ricordare ed onorare i valori di unità nazionale e amor di patria. Quest’anno il Lions Club, nella persona del dott. Maioli, ha dedicato la serata al Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, a significare il riconoscimento per l’impegno profuso nelle attività di ricerca e soccorso della vita umana in mare. Una particolare attenzione è stata riservata alle vicende di stringente attualità legate al processo di immigrazione in atto verso il nostro Paese. Questo fenomeno tanto intenso vede impegnato il personale del Corpo delle Capitaneria di Porto – Guardia Costiera in scenari difficili e di elevata complessità operativa, un compito cui si aggiunge il quotidiano lavoro che rende il Corpo il principale interlocutore di quanti vanno per mare, per ragioni di lavoro, per sport o per diletto. Dato l’alto valore del riconoscimento, alla serata ha presenziato il Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, Ammiraglio Ispettore Capo Felicio Angrisano, accompagnato dal Direttore Marittimo dell’Emilia Romagna, Capitano di Vascello Giuseppe Mali, e dal Comandante del Compartimento e Capitaneria di porlo di Rimini, Capitano di Fregata Domenico Santisi. Alla serata del Lions Club hanno partecipato anche le principali autorità civili e militari del territorio, tra cui il Prefetto di Rimini, Claudio Palomba. L’Ammiraglio Ispettore Angrisano ha tenuto un intervento illustrativo dei principali compiti e impegni assunti dal Corpo al termine del quale ha ritirato l’ambito riconoscimento ricambiando il Lions Club con un presente di ringraziamento. L’Ammiraglio Angrisano è Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di porto - Guardia Costiera da12 giugno 2013. Laureato con il massimo dei voti in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli "Federico II", é entrato nel Corpo delle Capitanerie di porto nell’ottobre del 1975. Tra i molti incarichi di prestigio ricoperti nel corso della sua carriera l’Ammiraglio Angrisano è stato Direttore Marittimo della Liguria e Comandante del porto di Genova (2010-2013), nel grado di Ammiraglio lspettore. In tale veste ha ricoperto anche la carica di Vice Presidente del Comitato Portuale dell’Autorità Portuale di Genova; è stato inoltre Commissario straordinario dell’Autorità Portuale di Bari e di Napoli. CURIOSITÀ ALVISIANE STORIA DI UN’ICONA NATALIZIA San Nicola, Santa Claus: il mito di Babbo Natale. di MARIO ALVISI B abbo Natale è un’icona che muta nel tempo nei vari paesi del mondo. All’inizio della sua “avventura” non scendeva dai camini, non portava pacchi dono, non viaggiava sulle slitte trainate dalle renne, non vestiva di rosso, non proveniva dalla Lapponia e non si chiamava neppure Babbo Natale. La sua storia è lunga circa 1700 anni e risale ad un certo Nicola, nato intorno al 270 d.C., in Licia, regione sulla costa meridionale dell’Anatolia, in Turchia. Diventato vescovo di Myra, antica città 62 Vita di Club n. 1 capitale della Licia, Nicola partecipò al concilio di Nicea del 325 e morì una ventina di anni dopo. È il primo “donatore di regali” di cui si ha memoria e le sue sembianze, con la lunga barba bianca e il cappello rosso in testa, prefigurano indubbiamente il futuro Babbo Natale. Gli si attribuivano gesti di particolare umanità come l’elargizione di monete d’oro ad un povero padre che, per il bene della famiglia, voleva costringere le tre figlie a prostituirsi. Oppure avrebbe resuscitato cinque bimbi rapiti e uccisi da un oste, e anche salvato marinai dal naufragio e debellato terribili carestie. Come Santo lo si festeggia il 6 dicembre che nell’antichità segnava l’inizio dell’inverno. Com’è noto, le reliquie del Santo furono rocambolescamente trafugate e portate a Bari nel 1087. Nacque così San Nicola da Bari, la cui devozione e leggenda si propagarono in tutta Europa, in modo particolare con la raffigurazione recente che lo avvicina molto al Babbo Natale di oggi: lunga barba, tunica rossa, cappuccio e bastone. È così che prende avvio il racconto popolare del generoso elargitore di doni ai bambini buoni. Addirittura, in molte nazioni, si sostituisce, col nome di Santa Claus, allo stesso Gesù Bambino come portatore di doni. Ma tutto ciò finisce per creare una grande confusione. In Olanda prende il nome di Sinter Klass, da cui forse poi deriveranno Santa Claus e, strano a dirsi, Babbo Natale da un’antica lingua degli stessi olandesi. E saranno proprio gli Olandesi nel XVII secolo, emigrando negli Stati Uniti, a trasferirlo a Nuova Amsterdam, poi diventata New York, in onore di Giacomo II, duca di York, dopo che nel 1664 la città fu conquistata dagli Inglesi. L’immagine di San Nicola e poi di Babbo Natale si propagherà dall’Europa anche nel musulmano Medio Oriente (ho un ricordo personale di quando, diversi anni orsono, sbarcando negli Emirati Arabi, mi stupii nel vedere le città di Dubai e Abu Dhabi illuminate alla stregua delle nostre città, con i grattacieli grondanti di lampadine colorate e i più grandi centri commerciali del mondo come il Mall of Emirates e il Dubai Mall stracolmi di oggetti natalizi e sorridenti Babbi Natale ad accogliere i turisti). E poi dall’America ritornerà in Europa, come dopo vedremo. In tutto questo andirivieni, la comunità cristiana fissa la “festa dei bambini” alla vigilia del Natale. Questo perché in America l’ascesa del vescovo nativo nel Vicino Oriente, che si festeggia il 6 dicembre, è irresistibile. Nel 1793 viene inserito nel calendario americano e, in breve, la sua figura trionfa nella letteratura popolare per l’infanzia. Non più un santo come lo era l’olandese Sinter Klass, con folta barba bianca, mitra e mantello rossi, ma un uomo baldanzoso con la pipa in bocca, e, qualche volta, anche come eroe nordista!Verso la fine dell’Ottocento ritorniamo in Europa. Infatti si diffonde la leggenda che Babbo Natale viene dal Polo Nord su una slitta non sempre trainata da renne, asini o cavalli. In un’immagine del 1880 a farlo viaggiare sono due oche! Però il Polo Nord non convince i Finlandesi perché lì non c’è vegetazione per nutrire le renne. E allora si impossessano di Babbo Natale e gli danno asilo nelle loro terre della Lapponia, dove può nutrire le sue renne. Non sto a raccontarvi come e quanto la Finlandia viva su questo evento. Vi dico solo che una volta, per lavoro, andai ad Helsinki durante il periodo natalizio. Ebbene, mi imbarcai su un aereo che era dipinto con le immagini di Babbo Natale. Vi lascio immaginare il resto. Ma dov’è veramente la casa di Babbo Natale? Per i Finlandesi è a Rovaniemi in Lapponia. Ma per i Canadesi la casa si trova, sempre al polo, ma nelle loro terre di là dal Circolo polare Artico; per i Danesi in Groenlandia; per i Norvegesi a Droback, una cittadina, a sud di Oslo, dove il sole non tramonta mai; per gli Svedesi a Gesunda, a nord- ovest di Stoccolma; e non potevano mancare i Russi che lo collocano “il grande Padre del Gelo” nelle loro terre siberiane. Simpaticamente un Babbo Natale grande immobiliarista! Ognuno di questi stati può raccontare storie e aneddoti più o meno interessanti per giustificarne la nascita e la relativa festività nei loro paesi. Qui, però, mi piace segnalare la classica “leggenda americana” sull’origine della figura di Babbo Natale. La leggenda racconta che egli, così come lo conosciamo oggi, sia nato nel 1931 da un’iniziativa pubblicitaria della Coca Cola che adotta Santa Claus come testimonial della famosa bevanda consentendo così la divulgazione dell’immagine in tutto il mondo a imperitura e globale memoria. Dimenticano, però, il vescovo Nicola, la cui leggenda era già nata e divulgata 1700 anni prima! Buon “Babbo Natale” a tutti. Bibliografia: Paolo Di Stefano, Corriere della Sera Sito editore La Repubblica Babbo Natale di Nicola Lagioia, edizioni Fazi Wikipedia 63 Vita di Club n. 1 Andrea Felice Bordi (attribuzione di Pier Giorgio Pasini) (1670-1733), Sacra Famiglia, Museo della Città di Rimini, già Collezione dei Francescani delle Grazie.