Paliotto del secondo altare di sinistra (primo Settecento), scagliola policroma, Chiesa di Sant'Agostino, Rimini.
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http://www.lionsriminimalatesta.com
LIONS: Liberty, Intelligence, Our Nation’s Safety
Collaboratori del 1° numero, anno 2014-2015
Mario Alvisi - Nevio Annarella - Rita Maria Astolfi Oliva
Mario Barnabè - Giorgio Betti - Giampiero Buratti - Paola Delbianco
Osvaldo De Tullio – Angela Fontemaggi - Eva Dulikova Frisoni
Franca Fabbri Marani - Fioretta Faeti Barbato - Mattia Guerra
Anna Mariotti Biondi - Maurizio Matteini Palmerini
Gabriello Milantoni - Orietta Piolanti - Adele Pompili - Fernando Santucci
Carlo Somigli - Sandro Tiberi - Alfonso Vasini
Progetto grafico e impaginazione
Anna Mariotti Biondi
Fotografie
Mario Alvisi - Paolo Marani
Vita di Club
Anno lionistico 2014 – 2015
Numero 1
Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
4
La pagina del Presidente
Saluto del Presidente
5
Mondo Lions
Scene di una notte di mezza estate
6
Mondo Lions
Un saluto agli amici dimissionari
8
Rimini Città
La palata
12
Rimini Provincia
Visita al castello
14
L’intervista impossibile
Quale amore
19
Storia d’Italia
Vite dimenticate
22
Mondo Lions
Lionismo
23
Service
24
Romagna Ricordi
Progetto Elisa
News: Mai più cecità prevenibile
La Luciana
26
Rimini Natura
A gl’erbi ’d campagna
28
Rimini Città
Cronaca di un restauro
29
Mondo Lions
Rimini- San Marino: La linea gialla 1944
31
Arte in Mostra
Tra sogni e metafore
Inserto
Tra sogni e metafore
Lezione di stile
Arte in Mostra
Rivive l’epoca d’oro
33
Curiosità alvisiane
Il ladro di Storie
39
Cultura
L’età dei codici
41
Musica
Ainulindalë
43
Mondo Lions
Lions tedeschi a Rimini
45
Letteratura
Turno Branciforte
46
Medicina&Salute
Tradizione e innovazione alimentare
49
Meeting
Archeologia a Rimini:
Profilo di Mario Zuffa
La Rimini di Augusto nelle scoperte di Mario Zuffa
51
Intermeeting
Festa della Bandiera
62
Curiosità alvisiane
Storia di un’icona natalizia
LA PAGINA DEL PRESIDENTE
Cari amici Lions,
è ben vero che ogni anno il club deve eleggere un “nuovo”
Presidente, ma è altrettanto vero che quest’anno si è optato per
un “nuovo” abbastanza datato. È, infatti, la terza volta che i
miei amici soci mi indicano per la carica di Presidente. Non mi
devo lamentare perché avrei potuto rifiutarmi.
Essere eletto per la terza volta, tuttavia, è una enorme
soddisfazione personale, significa che si gode della fiducia di molti amici del club. È altrettanto vero che
se un altro socio si fosse proposto, io mi sarei tranquillamente e piacevolmente “defilato”, limitandomi a
prestargli aiuto qualora me lo avesse chiesto.
Comunque sia, ora che sono stato eletto presidente devo portare a compimento il mio mandato nel modo
migliore possibile. Devo sottolineare che al mio fianco opera un Consiglio Direttivo straordinario
formato da soci con esperienza e soci con limitata esperienza, ma pieni di entusiasmo, il che è il massimo
che possa capitare ad un presidente! I loro nomi li conoscete, ma voglio elencarli ad uno ad uno:
Lily Serpa Allison, Past President;
Egidio Aguti, Vicepresidente;
Michele Marcantonio, Segretario;
Mario Alvisi, Tesoriere;
Marcello Pedrotti, Cerimoniere;
Paolo Gianessi, Censore;
Onelio Banchetti, Floriana Bianchini, Teresa Lagreca, Paolo Marani, Mauro Tercon, Consiglieri.
Il mio mandato seguirà il solco della tradizione per ciò che riguarda i service principali ormai
consolidati; per i nuovi ci riserviamo una ulteriore verifica prima di portarli all’attenzione del club.
Un aspetto che mi sta molto a cuore, che è stata la molla che mi ha fatto accettare la Presidenza, è quello
di stimolare la partecipazione diretta dei soci, e prioritariamente dei “Soci Fondatori”, ad intervenire in
prima persona nella conduzione dei vari meeting.
Sarà, quindi, un mio particolare impegno far sì che la maggior parte delle serate sia appannaggio dei
soci che, essendo professionisti e specialisti di varie materie, sapranno sicuramente coinvolgere tutto il
club alla partecipazione con relazioni di alto contenuto culturale e professionale.
Un primo esempio molto positivo si è avuto con il meeting organizzato dal nostro primo Presidente
Stefano Cavallari (1981-82).
Il 13 Gennaio prossimo è in programma un meeting che sarà condotto dal socio dott. Fernando Santucci,
secondo Presidente del Club (1982-83).
Anche in questo caso è prevedibile un analogo successo.
Il 20 novembre abbiamo avuto, in intermeeting con il club Rimini Host, come ospite esterno il Rav. dott.
Luciano Caro, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Ferrara e uno dei più importanti personaggi
della Cultura Ebraica in Italia. La serata è stata molto apprezzata da tutti i presenti per gli argomenti
illustrati in modo appassionato dal Rabbino che, parlando a braccio, ha catturato l’interesse di tutti.
Gli argomenti sono stati così coinvolgenti che alcuni hanno richiesto una sua ulteriore presenza; ne
verificheremo la possibilità.
Spero vivamente che il programma deciso dal C.D. trovi apprezzamento sia nei soci che faranno da
relatori, sia negli altri che dovranno essere una cornice entusiastica e partecipe.
Naturalmente se qualche socio vuol proporsi per altre serate, troverà una porta aperta in tutti noi.
In seguito si riferirà dettagliatamente sulle attività che il club intende attuare.
Grazie per la vostra attenzione e, soprattutto, partecipazione, parola chiave di questo anno sociale.
Un carissimo saluto
4 Vita di Club n. 1
MONDO LIONS
SCENE DA UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
Sulla panoramica terrazza del BEST WESTERN PALACE HOTEL di Serravalle un festoso saluto al nuovo
Presidente e alla sua bella famiglia con amicizia, musica, canti e danze estemporanei e … gustosi manicaretti!
5 Vita di Club n. 3
MONDO LIONS
UN SALUTO AGLI AMICI DIMISSIONARI
Quando la terza età avanza... “O Tempo divoratore, e tu, invidiosa Vecchiaia, voi tutto
distruggete e a poco a poco consumate ogni cosa facendola morire, rosa dai denti dell’età,
di morte lenta”.
Tempus edax rerum, tuque, invidiosa Vetustas, |
omnia destruitis, vitiataque dentibus aevi |
paulatim lenta consumitis omnia morte.
Ovidio, Metamorfosi
di MARIO ALVISI
L
’amico che voglio qui salutare, anche a
nome degli altri miei e suoi amici, è un
socio fondatore. Quando, nel 1981,
fondammo il nostro Club e lo
chiamammo “Lions Club Rimini Malatesta”, era
uno dei più giovani soci. Da allora tanti anni
sono passati … Mentre sono rintanato in casa
con l’aria condizionata per ammortizzare il
torrido caldo africano e lavoro al computer per
aggiornare la tesoreria del Club, arriva una
telefonata sul telefono di casa. Mia moglie
Graziella, stizzita, mi dice di rispondere perché
immagina che siano i soliti scocciatori dei call
center che ti vogliono propinare questo o quello
come affari del secolo. Sono preparato a
rispondere con tono seccato, ma resto “basito”:
non è una voce gentile, accattivante che ti
chiama per nome. No. È la voce di un uomo un
po’ triste. Generalmente le voci degli amici le
riconosco abbastanza facilmente. Questa volta
purtroppo no. “Ciao, Mario, ti disturbo?” Lo
riconosco. “Dimmi, Gabriele”. “Sai - mi dice - è
un po’ di tempo che ci penso, non sono più in
grado di frequentare i meeting, non sto proprio
bene, quindi vorrei dimettermi dal Club”. Certo
non è una buona notizia, né per il club, né,
soprattutto, per lui. Mi mancano le parole e
rispondo con le solite brevi frasi di circostanza.
Come sempre l’emozione mi attanaglia, quindi
non approfondisco che cosa sia avvenuto in
questi ultimi mesi, dal momento che non ci
incontravamo più al parco: lui, in bicicletta per
andare a far la spesa, io a piedi verso il centro
per le mie commissioni personali. Lui rompe il
mio silenzio: “Che cosa devo fare per dare le
dimissioni?” Non lo prego di rifletterci, di
aspettare ancora come ogni tanto mi è già
capitato di fare con altre dimissioni. Mi mancano
le parole, perché non posso pensare al Club
senza Gabriele, un socio fondatore sempre
allegro e accogliente, una presenza significativa
nel Club. So solo dire: “Mandami due righe, o
mettimi un biglietto nella cassetta della posta”.
Con qualche lacrima (sono un “piangina”), caro
Gabriele Zanini, ti porgo i miei più cari saluti e,
se fosse possibile, un augurale arrivederci.
Tutti gli amici che ti hanno conosciuto si
uniscono a me nel porgerti i loro più calorosi
saluti, unitamente a tantissimi auguri per il tuo
futuro.
Chi è.
Gabriele Zanini, ex dirigente del gruppo S.C.M.
Nato nel 1950. Sposato con Ida. Con tre figli.
Pur non avendo potuto frequentare assiduamente
la vita del Club per motivi di lavoro, è stato
diverse volte membro del Consiglio Direttivo e
Tesoriere del Club esprimendo capacità
operative molto pragmatiche, ma mai impositive.
La sua professionalità le illustrava, la sua
bonomia le sdrammatizzava. Ho due precisi
ricordi della sua presenza nel club, oltre alle
molte risate che ci propinava durante le cene.
Una Festa degli Auguri di tanti anni fa dove uno
dei suoi figlioli, Nicola, rappresentò San
Giuseppe, nel Presepe vivente organizzato al
Park Hotel. La Madonna era Elena, figlia dei
Marani.
L’altro episodio è più tecnico, frutto della sua
professione. Come Tesoriere del Club ci
presentò, per la prima volta in modo informatico,
il bilancio sociale proiettandolo con il computer,
con slade che illustravano le varie voci, con
diagrammi, statistiche, proiezioni per il bilancio
preventivo, eccetera, che a me, seppur dirigente
del settore amministrativo della mia azienda
(piccola cosa nei loro confronti), mi lasciarono
stupito. Oggi che anch’io sono tesoriere del Club
cerco di copiare i suoi insegnamenti.
Mentre sto scrivendo i saluti all’amico Gabriele
Zanini mi sorge un interrogativo! Non ci sarà per
caso qualche altra dimissione? Nel Club,
attualmente, stiamo vivendo situazioni non facili
per motivi di età, di salute, di stanchezza e di
6 Vita di Club n. 1
contrattempi anche di carattere economico. Il
pensiero mi angustia, ma, per il mio ottimismo,
mi impongo di non crederci e quindi di finire
quanto sto scrivendo, convinto anche dal fatto
che uno dei possibili dimissionari l’ho incontrato
stamattina in piazza Tre Martiri e mi ha parlato
di tutto tranne che di dimissioni.
Invece, a ciel sereno, mi arriva la mail del
Presidente Nevio Annarella che annuncia la
lettera di dimissioni di Emilio Baldini.
Chi è.
Emilio Baldini è medico chirurgo specializzato
in pediatria. Sposato con Teresa (che salutiamo
con tanto affetto e auguroni); con figli e nipoti.
Amante delle auto, i nipoti non aspettano altro
che fare un giro in Ferrari. È entrato nel Club nel
1983, non ricordo da chi fu presentato, forse
dagli amici Bocchini e Fratti farmacisti nella
zona di Miramare, dove Emilio abitava e
svolgeva la sua professione.
Ha ricoperto diverse cariche in Consiglio
Direttivo, diventando poi Presidente nell’anno
sociale 2005/2006. Così lo definii nel titolo della
raccolta degli atti ufficiali di quell’anno:
“Ascoltare per poi presiedere, guidando il Club
con signorilità, con pacatezza e con il rispetto
delle opinioni di tutti i Soci”.
Quando entrò nel Club mi fece molto piacere,
perché, è vero che non lo conoscevo di persona,
ma lo conoscevo per fama. Per tutte le estati
della mia giovinezza ho trascorso le mie vacanze
a Miramare nel collegio delle suore di Don Masi.
Ebbene del Dott. Baldini sentivo parlare molto
bene dai pazienti che curava con passione e
molta affettuosa psicologia. Ma ne sentivo
parlare anche per la sua partecipazione alla vita
cittadina con “verità pungenti” e con una certa
“sagace goliardia”. Amava ricordare tutto ciò
durante i meeting con occhi schivi, ma
sorridenti, che brillavano all’ancor vivo ricordo
complice di quel passato. Iniziò la sua avventura
nel Club con un “botto” indimenticabile: ci
organizzò una festa di mezza estate nel castello
dei conti Volpe a Monteleone. Una giornata
splendida con le bandiere azzurre del Lions che
garrivano al vento e noi che festeggiavamo come
veri castellani nel giardino del castello. Ricordo
indelebile. Tanto è vero che la rifece durante la
sua presidenza, ma le emozioni non furono più le
stesse. Del suo anno di presidenza non ricordo
personalmente molto a causa delle mie coronarie
che fecero le bizze per diversi mesi. E allora mi
servo dell’aiuto dei documenti che annualmente
raccolgo e delle pagine della rivista “Vita di
Club”. Mi piace anche ricordare altri meeting di
particolare interesse. Ad esempio, il meeting con
il dott. Enzo Corbari, la fotocopia di Emilio a
mio avviso: stessa bravura professionale da veri
dottori di base unita ad una verve popolana che
sdrammatizza la malattia. E ancora il meeting
con Maddalena Santucci, la voce della radio che
quotidianamente porta nelle nostre case le notizie
attraverso il giornale radio, e quello con il dott.
Franco Battaglino sull’allora recente nuova legge
elettorale, per non dimenticare le brillanti
conviviali in occasione della consegna dei Premi
Enrico Alvisi e Vitale Vitale.
Ma, senza ombra di dubbio, credo che il meeting
più importante, sia stato quello svolto nella
cornice del Grand Hotel, alla presenza del Vice
Governatore Distrettuale Ezio Angelini, per la
consegna della Melvin Jones Fellow al dott.
Claudio Marcello Costa, da tutti conosciuto, in
maniera simpatica, ma riduttiva, come “il dottore
dei motociclisti”. Invece io direi \“con la laurea
al servizio dei piloti … e non solo”. Il suo anno
sociale si concluse con la Charter Night, presso
l’allora nuovissimo ristorante “Molo22” con il
passaggio dei poteri al dott. Massimo Mancini.
Concludo con un carissimo saluto d’addio, ma
non mancherò di salutarlo personalmente
incontrandolo nel bar-ufficio (il barettino vicino
all’ex
Supercinema)
dove
si
ritrova
quotidianamente anche con Franco Palma per
commentare il presente (sono tutti premier o
sindaco) e ricordare il passato non con nostalgia,
ma con la consapevolezza di aver vissuto una
stagione esclusiva!
NEWS
● Sfida di service per il centenario
Il Lions Clubs International celebrerà 100 anni di service nel 2017! Joe Preston, il Presidente Internazionale, ha
invitato i Lions di tutto il mondo a servire 100 milioni di persone entro dicembre del 2017. Una singola azione di
service può cambiare una vita, ma quando si mettono insieme 1 milione e 350 mila soci per servire, possono
cambiare il mondo. La sfida è lanciata!
7 Vita di Club n. 1
RIMINI CITTÀ
LA PALATA
Un luogo d’affezione per Rimini e Riminesi sul molo di
levante.
di FRANCA FABBRI MARANI
Oscar Wilde: “Colui per cui il presente è l’unica
cosa non sa nulla dell’epoca in cui vive”
C
ammino nel vento, inebriata dal
riflesso del sole che riflette sui bianchi
massi che mi fiancheggiano e dal
profumo del mare, infinita distesa
leggermente increspata, di un azzurro terso.
Procedo
lentamente
assaporando
questa
sensazione, sui cento metri di scogliera in pietra
d’Istria1 che si protendono perpendicolarmente
nell’acqua partendo, all’altezza del Rockisland,
dal molo di levante di Rimini, intitolato al
capitano Giuseppe Giulietti.
Il molo è stato da sempre un luogo d’affezione
per i Riminesi, un luogo dell’anima, meta
prediletta delle loro passeggiate. Per loro non è
né il porto né il molo; è la “PALATA” (la
palèda), termine evocativo, che ha il sapore del
territorio; segno di appartenenza e di identità,
nato dal cuore e dal vissuto dell’uomo nel
rapporto particolare che si instaura tra l’ambiente
e chi lo vive fin dalla nascita come parte
integrante della sua esistenza.
Quando sono venuta a Rimini, nel lontano 1980,
per risiedervi, e non più come turista (Rimini è
sempre stato il luogo delle mie vacanze tanto da
bambina quanto da ragazza) e ho ripreso in altra
veste le passeggiate e la frequentazione del molo
(ricordi tanti, indimenticabili, tra i quali le danze
all’allora Belvedere), questo nome, da me turista
del tutto ignorato, mi è giunto inaspettatamente e
da subito mi ha affascinato.
“PALATA” è un vocabolo che, nella pronuncia,
si snoda piano, disteso, comunicando affezione,
consuetudine, quotidianità. Esso ci rimanda
altresì alla sua storia quando, risalendo
all’etimologia, che è ciò che contiene la vera
essenza, il sapore della parola, scopriamo che
1
Anche nei materiali ci si è ispirati alla storia, al genius
loci di Rimini, i cui monumenti principali sono in pietra
d’Istria: l’Arco d’Augusto, il Ponte di Tiberio ed il Tempio
Malatestiano.
8 Vita di Club n. 1
deriva dalla struttura dell’antico molo con i suoi
“pali” legati tra loro, rinforzati da un’anima di
sassi, con una passerella al colmo, prima che a
inizio secolo fosse decretata la costruzione dei
moli in cemento armato.
Il tratto di passeggiata che sto percorrendo è
frutto dell’ultimo dei numerosi interventi che
hanno interessato il porto-canale di Rimini, un
tempo foce del Marecchia, una modifica recente
che ha creato un camminamento estremamente
suggestivo, un luogo senza tempo dove si
procede in una spazialità sconfinata respirando
l’infinito del mare e
l’incessante fluire della
storia.
È la storia di tante, tante
vite, di tante, tante sfide:
uomini
che
sin
dall’antichità
hanno
solcato
il
mare
misurandosi con la sua
potenza in una lotta che ha
visto vincenti ora l’uno
ora gli altri, mentre
tessevano la trama delle
quotidiane uscite per la
pesca, segnavano rotte per
scambi
e
commerci,
affrontavano
avventure
verso l’ignoto per amore
della
scoperta,
affrontavano battaglie in
nome della patria e degli
ideali, compivano azioni
di
sopraffazione
e
pirateria.
Ma, in questa originale
scogliera, le storie che
ascolti non sono solo
quelle che incessantemente il mare racconta con
la sua voce possente; qui un geniale artista
riminese nato a Fiume, Vittorio D’Augusta, ha
creato una straordinaria “Biblioteca di pietra”,
come lui stesso l’ha chiamata: libri che narrano
sentimenti e vicende, amore e amarezza,
incanto e delusione di scrittori
istriani, fiumani e dalmati vissuti
nel secolo scorso.
Lasciamo la parola a chi ha
ideato e creato questa biblioteca
del tutto particolare, penso unica,
per comprenderne appieno la
genesi e il significato:
“I grandi blocchi di pietra fanno pensare a
giganteschi libri e così come tutta la scogliera
assomiglia a una surreale e grandiosa Biblioteca
di pietra. Su ogni grande masso, proprio come la
normale copertina di un libro, una targhetta di
ottone con incisi il titolo di un libro e il nome
dell’autore. Nomi di scrittori - romanzieri e poeti
- tra i più significativi di quelle terre, che hanno
narrato brani di quella storia, ne hanno
interpretato l’umanità e il dolore, o che, fin dal
primo Novecento, ne avevano anticipato con la
parola ansie e complessità di quei luoghi di
frontiera. Il ricorso alla letteratura per una
simile
“commemorazione”
toglie
retorica
e
aggiunge
sensibilità,“
ampiezza di respiro” , un
salutare vento di mare
contro i residui di
opposte ideologie che
porta a guardare quei
luoghi come patrimonio
culturale comune, per un
futuro
europeo
di
concordia,
pur
non
dimenticando,
anzi
ricercando, le scabrose
verità del passato”.
Trenta targhe, trenta
autori,
trenta
libri:
vicende,
ricordi,
emozioni,
lacerazioni,
dicotomie,
tormentose
domande, amore per il
luogo natio,
dolore
dell’esilio,
nostalgie,
melanconia
profonda,
talora momenti d’intimità
e di leggerezza. Tante
storie
individuali
che
scaturiscono
e
confluiscono nell’unica, travagliata storia di quel
territorio di frontiera che è il confine orientale
italiano, segnato dall’irredentismo, dalla tragedia
delle divisioni ideologiche, dalle foibe, dal
dolorosissimo biblico esodo dopo la fine
della seconda guerra mondiale.
Autori noti, altri meno noti, altri
del
tutto
sconosciuti,
accomunati dal forte senso di
appartenenza a questa terra
travagliata, madre amata e
sofferta
da
cui
scaturisce
l’ispirazione per le loro opere:
9 Vita di Club n. 1
Giovanni Arpino, “Il fratello italiano”
Silvio Berico, “La corsa del tempo”
Enzo Bettiza, “Esilio”
Viktor Car Emin, “Cavaliere del mare”
Diego De Castro,“Memorie di un novantenne,
Trieste e l’Istria”
Elsa Fonda, “La cresta sulla zampa”
Virgilio Giotti, “Colori”
Pier Antonio Quarantotti Gambini, “L’onda
dell’incrociatore”
Ivan GoranKovacic, “Jama”
Marko Kravos, “Quando la terra cresceva
ancora”
Drago Jancar, “Aurora boreale”
Pietro Luxardo, “Dietro gli scogli di Zara”
Marisa Madieri, “Verde acqua”
Claudio Magris, “Un altro mare”
Laura Marchig, “Dall’oro allo zolfo”
Biagio Marin , “Elegie istriane”
Predag Matvejevic, “Breviario Mediterraneo”
Carlo Michelstaedter, “Poesie”
Anna Maria Mori e Nerida Milani, “Bora”
Milan Rakovac, “Riva i druzi”
Alojz Rebula, “Notturno sull’Isonzo”
Paolo Rumiz, “Viaggio istriano”
Umberto Saba, “Canzoniere”
Giacomo Scotti, “Goli Otok”
Carlo Sgorlon, “La foiba grande”
Scipio Slataper, “Il mio Carso”
Giani Stuparich, “L’isola”
Italo Svevo, “Una vita”
Fulvio Tomizza, “Materada”
Diego Zandel, “Una storia istriana”
Ad introdurre il percorso attraverso questa
“letteratura di frontiera” un leggio musicale
proteso come una vela sul mare; su di esso una
targa: un accordo che prepara alle infinite note
che riecheggiano nel cuore di chi si addentra in
questa biblioteca via via che legge i nomi incisi
sulle targhette:
“Questa scogliera come biblioteca di pietra,
questi massi di pietra come libri che il Comune
di Rimini dedica agli esuli istriani, fiumani,
dalmati e alle vittime dei conflitti di confine e
delle foibe ultima tragedia dell’alto adriatico,
area plurale di lingue, tradizioni, genti diverse,
sconvolta in passato da nazionalismi e scontri
ideologici tornata oggi cuore d’Europa e
mosaico di culture”2.
2
Il testo del leggio è ispirato alla dichiarazione congiunta
dei Presidenti della Repubblica italiana, slovena e croata
del 2010.
A sottolineare la valenza di quest’opera
commemorativa, risultato di un progetto
culturale preciso, è stato scelto, per
l’inaugurazione, il 10 febbraio scorso, il Giorno
del Ricordo.
Mentre leggo, molti nomi suscitano ricordi legati
a letture personali, altri alle occasioni didattiche
legate alla mia professione, altri ancora ad
intensi momenti di vita.
Autori letti a scuola, a suscitare negli adolescenti
pensieri ed emozioni da portare nella loro vita di
uomini:
Slataper, nato a Trieste, che ne “Il mio Carso”,
narra le sue radici e il suo vissuto in questa terra
“dura e buona”, dove “tutta l’acqua si inabissa
nelle spaccature” comunicandone icasticamente
con sentimento panico immagini, odori,
sensazioni. Un giovane impetuoso, animato dalla
passione patriottica, che, con il suo arruolarsi
volontario e la sua prematura morte nella prima
guerra mondiale, dà testimonianza dei palpiti
dell’italianità mai dimenticata sotto la
dominazione austriaca in queste terre irredente.
“ … Bevvi l’acqua salsa del nostro
Adriatico.
Lontano,
sul
tramonto, le alpi italiane
erano rosse e oro come
dolomiti.
Sui
trabaccoli
romagnoli calavano le allegre
bandiere
tricolori,
e
il
focolaietto di bordo fumava per
la polenta. Mare nostro. Respirai
libero e felice come dopo un’intensa
preghiera.”
Saba, anch’egli triestino, con i suoi versi dal
carattere moderno e insieme antico che,
attingendo alla quotidianità, agli affetti, alla vita,
ne coglie gli elementi essenziali: dolore e amore
in un’adesione intensa e sofferta. Questo
“doloroso amore” sottende tutta la sua poesia
fatta di emozioni, ricordi, vita vissuta espressi in
uno stile colloquiale immediato. Su questo molo
in mezzo al mare sento riecheggiare con
particolare vivezza i versi del “Ritratto della mia
bambina”, tante volte letto in classe, in cui la
piccola viene paragonata “alla schiuma, alla
marina schiuma che sull’onde biancheggia”, alle
nuvole che “si fanno e si sfanno in chiaro cielo”
e in genere a tutte le “cose leggere e vaganti”.
Autori letti nel silenzio e nella meditazione
personale, le cui opere sono rimaste
indelebilmente impresse nel cuore e nella mente:
Bettiza, grande scrittore, giornalista, eccezionale
analista e commentatore di politica estera, che
10 Vita di Club n. 1
nel suo “Esilio”, vincitore del Premio Campiello
’96, esprime la memoria e il rimpianto per una
“patria perduta” attraverso la narrazione di
un’infanzia e adolescenza trascorse dagli anni
venti alla seconda guerra mondiale in una
Dalmazia mitteleuropea destinata a scomparire
nella violenza di una guerra. Unica possibilità di
speranza l’europeismo inteso come tolleranza,
come si evince dalla sua confessione: “L’esilio
ha fatto di me un europeo convinto”.
Sgorlon, che, con una personalissima poetica
visionaria calata nella concretezza della realtà, si
fa cantore dell’ambiente delle sue radici nell’
intreccio tra la sua cultura e la sua storia. Un
paese segnato dal dramma delle due guerre
mondiali, della difficile convivenza tra le diverse
etnie, delle foibe e dell’esodo postbellico. “La
grande foiba” scava nel cuore con la domanda:
“Che ne era degli scomparsi? Dove li
mettevano? Restava da formulare una sola
ipotesi attendibile, le grotte, le foibe”, quelle
gole naturali di cui è ricco il Carso.
Infine Fulvio Tomizza con quel suo sogno
pervicace della realizzazione di un’identità di
frontiera che possa assolvere in sé tutte le
identità della sua terra: italiana, slava, veneziana,
austriaca e la soffusa malinconia, la dignitosa
sofferenza, la profonda nostalgia derivanti dalla
consapevolezza
dell’impossibilità
della
realizzazione del sogno. Nel suo “Materada”,
uno dei romanzi della trilogia istriana, torna il
tema costante della perdita di identità dei
profughi istriani, di coloro che vivono al confine
tra territori e culture diverse in una terra
martoriata e contesa. Il romanzo, individuale e
corale insieme, è tutto tessuto sulla trama della
lacerazione legata a quella striscia che divide e
collega e che si traduce nel nostro in
frustrazione, depressione, tanto da indurlo a
confessare di aver pensato al suicidio.
Una vita segnata dall’acuto senso di perdita
drammaticamente insito nella sua vita di esule.
Di lui, uomo di grande signorilità
ed affabilità, che ho avuto il
privilegio
di
conoscere
personalmente, conservo una
dedica preziosa: “A Franca, nome
per me carissimo ...” e il ricordo
della sua voce piena di tenerezza
mentre mi spiegava che Franca
era il nome che aveva dato a sua
figlia.
Di nome in nome: da un lato ricordi,
rievocazioni, frammenti di vita legati ad autori
conosciuti; dall’altro incontro inatteso e
stimolante con autori ignoti che invitano al
sapore della scoperta.
Un giorno, inaspettatamente, la dolorosa
sorpresa: il leggio non c’è più, le sue note non si
diffondono nell’aria e le targhette perdono di
significato a tal punto da farvi parcheggiare
sopra distrattamente le biciclette da parte di
alcuni pescatori. E, ogni volta che si torna, lo
stesso senso di privazione e di assenza. Quanto
manca quel leggio proteso nell’aria sullo sfondo
del mare: per lo più scintillante sotto i raggi del
sole, a esaltare il suo messaggio; talora avvolto
di mistero, invito alla ricerca nell’impalpabile
bruma dell’autunno che l’avvolge; a volte scuro
ed opaco contro il mare in tempesta e privo di
lettori; raramente cancellato dal fascino effimero
della neve che lo ricopre.
Urge la domanda: “Che ne è stato?”
Poi, finalmente, ai primi di luglio la notizia sui
giornali locali: il personale della Capitaneria di
Porto di Rimini ha rinvenuto la targa posta sul
leggio in buone condizioni, a poca distanza dal
suo sito e, non appena terminato l’intervento di
manutenzione del leggio, sarà ricollocata nel
luogo originario.
Ora non ci resta che una gioiosa attesa, come per
l’incontro di una persona cara.
Un volo di gabbiani fende l’aria a guidarci
all’incontro con un “vol di spirti”3 che, tra
“l’oro del tramonto e il blu del mare”4, ci
mandano il loro intenso, indimenticabile
messaggio perché noi, ora, non possiamo e non
dobbiamo dimenticare.
3
4
Giosuè Carducci: “Piemonte”.
Ardo Mottini: “Il più bel riso”.
11 Vita di Club n. 1
RIMINI PROVINCIA
VISITA AL CASTELLO
Scavolo sulle colline tra le valli del Savio e del Marecchia.
di RITA MARIA ASTOLFI OLIVA
C
he cosa mai sia stata un’operazione
fortemente voluta dalla dott.ssa
Patrizia Farfaneti Ghetti, e cioè
riaprire, per così dire, al pubblico il
Castello avito … ritengo assai arduo descrivere
senza incorrere in eccedenze d’ogni sorta! E,
persino, chiedo venia, in qualche traccia di
apologia, qua e là a volo radente!
Tutto ciononostante mi ci proverò fidando
nell’ispirazione e nel soccorso della Musa Clio.
Il Castello di Scavolo, arroccato sulle pendici
dell’Appenino romagnolo o per meglio dire
tosco-emiliano, è una vera perla per storicità1,
bellezza e per essere stato costruito in uno degli
scorci più pittoreschi della vallata. Fu proprietà
di grandi casate dai Malatesta ai Della Faggiola
… su, su fino a stanziarsi nelle mani della
famiglia Paggetti, un illustre figlio della quale ci
ha lasciato memoria di erudizione, inclinazione
poetica, magistrale teologia e filosofia. Di lui ci è
giunto, con certezza, un carme celebrativo dal
titolo assai evocativo “Glorie Feretrane”.
Molte sono le note storiche su grandi uomini che
lo avrebbero posseduto o soltanto visitato. Fra
tutti emerge, radioso, il nome di un Padre delle
Itale Genti: Dante degli Alighieri e, a seguire, il
grande Uguccione Della Faggiola.
Ora, è da anni proprietà della famiglia Ghetti,
medici e dottori farmacisti di successo e di fama.
Portato in dote da Giulia Giannini diretta
discendente del Paggetti, al dottor Ettore Ghetti
1
Il borgo fortificato di Scavolo oltre che essere
appartenuto alla Santa Sede fu anche della diocesi di
Sarsina, per poi passare definitivamente nella giurisdizione
del Comune di Sant'Agata Feltria; era già esistente sin
dall`epoca medioevale e nel XV secolo è annoverato tra i
tredici castelli di Sant'Agata Feltria. L`attuale
conformazione planimetrica ed in elevazione è
sicuramente posteriore a quella che appare sul catasto
gregoriano, da cui si evince che i resti dell'antico castello
siano stati riadattati. Alcuni edifici di tipo seriale furono
ampliati, sopraelevati e totalmente ristrutturati per
riconvertirsi in un edificio di grandi dimensioni ad uso di
civile abitazione.
Castello di Scavolo: la valle, il castello, l’ingresso, il
viale d’ingresso, la Maestà (pag. seguente).
12 Vita di Club n. 1
la cui fama ancor non si è spenta fra Sarsina, S.
Agata Feltria e Bagno di Romagna, luoghi ove
esercitò per una vita. I Ghetti ebbero tre figli
Massimiliano, Giuseppe e Pier Luigi, padre della
dottoressa in questione. Sembra che sulle
ginocchia dell’adorata nonna paterna abbia preso
ad amare Scavolo insieme con tutti gli altri
dettami di educazione, rispetto, amor del lavoro,
eccellenza e determinazione … doti tutte che lei
ha fatto fruttare fino a raggiungere, col vento in
poppa, un traguardo non indifferente: quello che
si suol ritenere l’ingresso nella maturità piena,
nella saggezza, nell’anelito a esaltare, rinverdire
e, perché no, migliorare il patrimonio di famiglia
in vista dei posteri; cosa che, ça va sans dire,
condivide con i cugini figli di uno dei fratelli di
Pierluigi. Quale miglior tempo e pretesto per un
“Promo” in piena regola di questo gioiello?
Che fa, dunque, la nostra Patrizia Farfaneti
Ghetti? Organizza un evento che sicuramente
lascerà una traccia nelle menti e nei cuori degli
amici invitati a condividere questo suo
grandissimo desiderio. Perciò, non potevano
mancare all’appello suoni, profumi, sapori,
immersi nella più rigorosa storia, nella tradizione
che si riaffaccia, prepotente agli astanti
attraverso brevi interventi di storici e studiosi; il
tutto sovranamente celebrato in un Castello,
riaffiorato da un tantino di … come lo
chiameremo? Non abbandono, ci mancherebbe,
non trascuratezza … questo no … pur tuttavia un
permettere alla polvere (intesa in senso
spirituale) di posarsi sulle glorie
trascorse.
Per un giorno, osiamo dire
miracoloso
a
livello
meteorologico … (il giorno
prima e quello appresso
acqua a volontà) il Castello
di Scavolo è tornato ad
essere una dimora patrizia e
splendida sotto le amorevoli
cure della dottoressa Patrizia.
Illuminato
a
giorno,
reso
ospitativo
da
un
meraviglioso
allestimento delle stanze al piano nobile, fra
suoni e profumi ha risuonato delle lectiones
magistrales del sindaco di S. Agata, Guglielmino
Cerbara, di assessori ed ex assessori, signor
Franco Vicini; signora Margherita Marini
presidente Pro Loco del Comune di Sant’Agata;
presidenti ed eruditi degli studi storici feretrani,
non dimenticando che pure monsignore
eccellentissimo Negri, non molto tempo fa
Vescovo della Serenissima Repubblica di S.
Marino e attualmente Vescovo della città di
Ferrara, è stato dei “nostri”.
Tutto il fior fiore del Gotha di Rimini e di
moltissime altre città … (sono convenuti da
diverse parti del Paese) in qualità di amici
carissimi della dottoressa cosi come recitava il
titolo stesso dell’Evento: Amicizia e Cultura.
Non è mancato un piccolo, altamente
significativo momento nel corso del quale il
carme scritto dall’abate Guido Paggetti, Glorie
Feretrane, ha fatto rivivere, fra gli astanti, la
voce del grande avo che pure in onore di un alto
prelato lo “disse” il 15 Settembre dell’anno di
grazia 1841.
Fra gli invitati, la lista dei quali sortirebbe vero
stupore il prof. Luca Cesari, past president del
Pio Manzù, oltre che docente alla Cattedra di
Estetica e Filosofia dell’Università di Urbino;
molti appartenenti al Rotary Club Rimini,
medici, architetti, ingegneri, notai ed avvocati,
professori universitari fra cui la dottoressa
Marina Orlandi, biologa dell’Università di
Bologna, il prof. Giorgio Cantelli Forti, pure
docente e presidente di Facoltà a Bologna; tutti
persone di spicco nella società colta riminese e
non solo! Impossibile nominarli tutti: ma tutti
legati gli uni agli altri e, naturalmente, legati
d’amicizia alla festeggiata ospite. Fra gli astanti,
con grazia e solerzia somme, la dottoressa si è
aggirata nel corso del tardo pomeriggio e della
serata … trascorrendo dall’uno all’altro dei
convenuti; non tralasciando alcuno e
sempre prodiga di calore,
simpatia ed affetto. Al di
sopra di tutto ciò la musica
colta e raffinata del
Quartetto di ‘Chitarra
classica’ ‘Agostino di
Duccio’ sotto la sapiente
guida del professor Cerqua.
Poi in felicità e bellezza è
scesa la notte che ha offerto lo
spettacolo fantasmagorico della
vallata illuminata, ove spiccava tutto il
castello illuminato a giorno e … a fine serata e
per la prima parte della notte i più giovani si
sono scatenati nelle danze, cui neppure i più
grandi non hanno disdegnato partecipare.
Grazie, Patrizia Farfaneti Ghetti; il tuo grande
entusiasmo e amore sono stati capaci di donarci
un momento che resterà nella storia come pietra
miliare di amicizia, classe e storicità ed
indiscussa magnifica munificenza.
13 Vita di Club n. 1
L’INTERVISTA IMPOSSIBILE
QUALE AMORE
Continua il mio dialogo con Dante… Non vogliatemene; nel mio..
eremo di campagna l’alternativa è parlare con il mio giardino, ma
nelle giornate piovose è meglio leggere, e leggere Dante è
affascinante come un viaggio, come un’avventura perché riserva
sempre sorprese. E chi meglio di lui può parlare d’amore con una
prof. settantenne in pensione (o in quiescenza?) che non ha più i
suoi studenti come interlocutori?
di ANNA MARIOTTI BIONDI
Dante, vorrei parlare d’amore … Scusami se prima di darti
la parola, farò una lunga premessa …
Vivo in un paese dove le donne (ogni due-tre giorni un’italiana
viene uccisa!) sono state costrette a pretendere a gran voce un
decreto legge contro il femminicidio (roba da medioevo!) per
prevenire la violenza di genere, proteggere le vittime e punire
severamente i colpevoli. Forse parlare d’amore in questo
contesto è ingenuo, fuori luogo e fuori tempo. Ci ho riflettuto
su e, considerando che l’uguaglianza si cela sotto l’apparente
diversità (non è forse questa l’universalità?), mi sono resa
conto che anche la società medievale era violenta e ingiusta nei
confronti della diversità di genere, anzi direi sessuofobica; la
donna era relegata in una posizione assolutamente subalterna,
era esclusa dalla partecipazione agli aspetti essenziali della vita
collettiva, il suo corpo era considerato sede del diavolo e la
sessualità era intesa come qualcosa di peccaminoso e di
minaccioso per i valori della società. Si ebbe un cambiamento
solo quando la tematica amorosa cominciò a ricoprire un ruolo
primario nell’ispirazione di poeti e di scrittori, i quali
conferirono alla figura femminile una dignità letteraria in netta contrapposizione con il ruolo secondario
da essa ricoperto nella società. Ruolo che ha continuato a imporre alla donna sacrifici immani nel corso
dei secoli, ma la cultura, seppur lentamente, agisce e produce prima o poi effetti eclatanti. Uno dei
fenomeni più significativi della mia epoca (sono nata nel Novecento sotto la costellazione dei Gemelli,
anzi, a dirla tutta, proprio il 3 giugno come Angelo Chiaretti e … te e sarà la congiunzione astrale a darmi
tanta confidenza …) è la presa di coscienza dei propri diritti da parte delle donne, prima nei paesi più
avanzati come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e poi negli altri paesi occidentali. Dalle rivendicazioni
del diritto di voto agli appelli sempre più chiari e vigorosi per l’uguaglianza con gli uomini in tutti i
settori della vita economica e civile, il principio delle "pari opportunità" è stato il vessillo delle lotte
femminili. In Italia "Tremate, tremate, le streghe son tornate!" scandivano in coro le donne nei cortei
degli anni '70 (quand’ero giovane e vi partecipavo …), urlando la loro ribellione a un mondo economico,
politico e culturale declinato al maschile e reclamando la loro emancipazione. Per millenni la donna è
stata definita unicamente in relazione alla sua identità sessuale: Penelope, moglie fedele, Cornelia, madre
esemplare, quando andava bene, oppure, nella norma, trattata come merce di scambio o “status symbol”,
insomma lo stereotipo opposto, egualmente estremo, della donna seduttrice che esalta ed esaspera gli
attributi della femminilità. Tra le donne e il diritto per secoli c’è stata assoluta estraneità.
Ma arrivo al punto e mi, anzi ti chiedo:
Chissà se una nuova “angelizzazione” della donna e un dolce stil novo del XXI secolo porterebbero
nella società un’educazione nuova, una cultura nuova. I “fedeli d’amore”, di cui tu eri l’esponente
14 Vita di Club n. 1
più importante, non volevano forse la rifondazione del mondo su basi spirituali? Oggi si invoca da
più parti un nuovo ordine mondiale.
Anna, ti interrompo; eppure lo sai come è andata a finire … Morto Guido Cavalcanti, capo dei “fedeli
d’amore” fiorentini, mentre mi trovavo a Roma, avrei dovuto succedergli, ma, per impedirmelo, hanno
pensato bene di condannare me a morte, alla confisca i miei beni e al rogo le mie opere. Non sono mai più
rientrato a Firenze e la nostalgia e la rabbia mi hanno … ucciso.
Dante, insisto perché i grandi poeti hanno il privilegio di vedere ciò che non possono vedere i
comuni mortali, da sempre tutti sperano di vedere oltre … attraverso i tuoi occhi. Interpretando te
si interpreta la vita, tu sei un ‘iniziato’ cioè hai il sapere dentro perché hai compiuto ciò che hai
raccontato, l’hai conquistata, la conoscenza, e sei l’unico ad averla trasferita su te stesso …
Smettila, se non fosse stato per quel mezzo frate di Boccaccio che ha salvato la commedia, anzi l’ha pure
chiamata ‘divina’, non saremmo qui a parlare1.
Dunque vuoi chiedere a me dell’Amore. Beh, dopotutto sono qualificato … Io sono uno che quando il
sentimento d’amore mi si rende manifesto, prendo attenta nota di ciò che mi svela, e mi sforzo di
esprimere con assoluta fedeltà le emozioni che esso mi apporta («1 mi son un che, quando Amor mi spira,
noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando»). In altri termini ho tradotto in un nuovo (novo)
linguaggio elevato, puro, soave, e insieme musicale e melodioso (dolce stil) il movimento delle sostanze
psichiche attivate dall’amore, da me inteso come verità e trascendenza assoluta, motore non solo della
poesia e dell’interiorità dell’anima, ma dell’intera vita dell’universo.
Fu però la lirica provenzale a costituire una prima eccezione alla condizione subalterna della
donna, vero? La donna non era più apportatrice di peccato e quindi non doveva stare sottomessa
all’uomo-padrone, anzi l’amante "servo", aspirando all’altezza della sua signora, diventata
"midons" (mio signore, al maschile), seguiva un processo di perfezionamento interiore che,
attraverso la dedizione assoluta e la fedeltà alla donna, ingentiliva il suo animo, lo nobilitava, lo
purificava di ogni viltà o rozzezza.
D’accordo, però i provenzali parlavano di un amore di natura adultera, permeato di una sensualità che si
trasformava in lussuria. Le posizioni di Andrea Cappellano2 e poi di Guido Cavalcanti che vedevano
nell’amore un oscuramento della ragione, la quale non poteva così resistere all’amore, io le ho negate in
quanto tale amore porta al peccato. L’amore teorizzato da Cappellano è quello extraconiugale, ravvivato
dal desiderio inappagato («Che altro è l'amore se non smisurato e concupiscente desiderio di abbracci
furtivi e nascosti?»), e in Cavalcanti la tematica d’amore appare molto sofferta e tormentata (Voi che per
li occhi mi passaste 'l core). Anch’io feci parte di quel sodalizio poetico, però già ne La Vita nuova elevai
la tematica d’amore in una dimensione mistica e simbolica.
Che cos’è dunque l’amore?
L’amore è una disposizione naturale presente in tutti gli uomini dalla quale derivano le loro azioni. La
disposizione ad amare é innata e quindi buona, ma innata è anche la ragione che deve distinguere l’amore
buono da quello cattivo. L’amore è buono o cattivo a seconda dell’oggetto cui si rivolge.
Purg. XVII, 91-93 «Né creator né creatura mai», / cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, / o naturale o d’animo; e tu ‘l sai.
Purg. XVIII, 62-63 … innata v’è la virtù che consiglia, / e de l’assenso de’ tener la soglia.
Purg. XVIII, 66 che buoni e rei amori accoglie e viglia.
Purg. XVIII, 34-39 Or ti puote apparer quant’è nascosa / la veritate a la gente ch’avvera / ciascun amore in sé laudabil
cosa;/ però che forse appar la sua matera / sempre esser buona, ma non ciascun segno / è buono, ancor che buona sia la
cera».
1
Giovanni Boccaccio ebbe un ruolo importantissimo nella storia della fortuna e della tradizione dell’opera di Dante. Come
copista della Commedia determinò la costituzione della prima vulgata del poema. Fu anche il primo biografo di Dante e uno
dei primi commentatori della Commedia.
2
L'amore dei provenzali è stato codificato nel trattato latino De Amore, scritto verso il 1190 da Andrea Cappellano.
15 Vita di Club n. 1
Non ci vuole delicatezza di sentimenti per provare amore?
Come Guido Guinizzelli3 ha insegnato nelle sue "rime d'amor... dolci e leggiadre", l’amore, attraverso
gli occhi, passa nel cuore gentile che è disposto ad accoglierlo.
Inf. V, 130-131 Per più fiate li occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso;
Purg. XXVIII, 43-66 «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore / ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti / che soglion esser
testimon del core, / vegnati in voglia di trarreti avanti», / diss’io a lei, «verso questa rivera, / tanto ch’io possa intender che tu
canti. /Tu mi fai rimembrar dove e qual era /Proserpina nel tempo che perdette / la madre lei, ed ella primavera». / Come si
volge, con le piante strette / a terra e intra sé, donna che balli, / e piede innanzi piede a pena mette, / volsesi in su i vermigli e
in su i gialli / fioretti verso me, non altrimenti / che vergine che li occhi onesti avvalli; /e fece i prieghi miei esser contenti, / sì
appressando sé, che ‘l dolce suono / veniva a me co’ suoi intendimenti./ Tosto che fu là dove l’erbe sono / bagnate già da
l’onde del bel fiume, / di levar li occhi suoi mi fece dono. / Non credo che splendesse tanto lume / sotto le ciglia a Venere,
trafitta / dal figlio fuor di tutto suo costume.
Purg. XXXII, 5-6 Tant’eran li occhi miei fissi e attenti / a disbramarsi la decenne sete,/ che li altri sensi m’eran tutti spenti./
Ed essi quinci e quindi avien parete / di non caler - così lo santo riso / a sé traéli con l’antica rete!
Par. XXVI, 13-15 Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo / vegna remedio a li occhi, che fuor porte / quand'ella entrò col
foco ond'io sempr'ardo.
Purg. XXVI, 94-120 Quali ne la tristizia di Ligurgo / si fer due figli a riveder la madre,/ tal mi fec’io, ma non a tanto
insurgo,/ quand’io odo nomar sé stesso il padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d’amore usar dolci e leggiadre; /
e sanza udire e dir pensoso andai / lunga fiata rimirando lui, / né, per lo foco, in là più m’appressai. / Poi che di riguardar
pasciuto fui,/ tutto m’offersi pronto al suo servigio / con l’affermar che fa credere altrui./ Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,/
per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,/ che Leté nol può tòrre né far bigio. / Ma se le tue parole or ver giuraro,/ dimmi che è
cagion per che dimostri / nel dire e nel guardar d’avermi caro»./ E io a lui: «Li dolci detti vostri, / che, quanto durerà l’uso
moderno, / faranno cari ancora i loro incostri». / «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno / col dito», e additò un spirto
innanzi, / «fu miglior fabbro del parlar materno. / Versi d’amore e prose di romanzi / soverchiò tutti; e lascia dir li stolti / che
quel di Lemosì credon ch’avanzi.
L’amore cortese può portare al male?
L’amore può portare indubbiamente anche alla perdizione, dato il sensualismo di tutta la cultura cortese,
ma vi può essere anche una strada che porta al bene: il fedele d’amore, nel momento in cui manifesta il
suo amore per una donna si avvia sulla strada dell’amore per il sommo bene.
Inf. V, 118-138 Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, / a che e come concedette amore / che conosceste i dubbiosi disiri?» /
quella a me: «Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore./ Ma s'a conoscer
la prima radice / del nostro amor tu hai cotanto affetto, / dirò come colui che piange e dice. / Noi leggiavamo un giorno per
diletto / di Lancialotto come amor lo strinse; / soli eravamo e sanza alcun sospetto. / Per più fiate li occhi ci sospinse / quella
lettura, e scolorocci il viso;/ ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso / esser basciato da
cotanto amante,/ questi, che mai da me non fia diviso,/ la bocca mi basciò tutto tremante./ Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: /
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Purg. II, 112 "Amor che ne la mente mi ragiona"
Purg. XXXI, 132-135 tosto che è per segno fuor dischiusa;/ così, poi che da essa preso fui, / la bella donna mossesi, e a
Stazio / donnescamente disse: «Vien con lui».
Purg. XXXI, 21-24 e la voce allentò per lo suo varco. / Ond'ella a me: «Per entro i mie' disiri, / che ti menavano ad amar lo
bene / di là dal qual non è a che s'aspiri,
In che cosa si trasforma l’amore cortese in ambiente cristiano?
Il mio amore per Beatrice è sublimazione dell’amore cortese, perché l’amore celeste rinasce da quello che
fu sulla terra. Nella Commedia l’amore per Beatrice è il compimento di quello cantato nella Vita nuova o
nelle canzoni del Convivio che avevano un iniziale carattere amoroso. In sintesi io ho superato Paolo così
come Beatrice ha superato Francesca. L’amore cortese infine può essere il vero amore cristiano, cioè la
carità: e ciò del resto è ovvio dato che il cristiano deve essere un paladino e un campione come un
cavaliere cortese.
Purg. XXXI, 21-24; 132-135 (come sopra)
Purg. XXX, 46-48 per dicere a Virgilio: "Men che dramma / di sangue m'è rimaso che non tremi:/ conosco i segni de l'antica
fiamma".
3
È autore del testo programmatico della nuova tendenza stilnovistica, Al cor gentil rempaira sempre amore, ove propone
1'identificazione tra amore e «gentilezza».
16 Vita di Club n. 1
Purg. XXIV, 49-51 Ma dì s'i' veggio qui colui che fore / trasse le nove rime, cominciando / "Donne ch'avete intelletto
d'amore"».
Purg. II, 112-114 "Amor che ne la mente mi ragiona" / cominciò elli allor sì dolcemente,/ che la dolcezza ancor dentro mi
suona.
Par. VIII, 37-39 "Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete"; /e sem sì pien d'amor, che, per piacerti, /non fia men dolce un
poco di quiete».
Par. XI, 58-84 ché per tal donna, giovinetto, in guerra / del padre corse, a cui, come a la morte,/ la porta del piacer nessun
diserra;/ e dinanzi a la sua spirital corte / et coram patre le si fece unito / poscia di dì in dì l'amò più forte./ Questa, privata
del primo marito,/ millecent'anni e più dispetta e scura / fino a costui si stette sanza invito;/ né valse udir che la trovò sicura /
con Amiclate, al suon de la sua voce / colui ch'a tutto 'l mondo fé paura / né valse esser costante né feroce,/ sì che, dove Maria
rimase giuso,/ ella con Cristo pianse in su la croce./ Ma perch'io non proceda troppo chiuso,/ Francesco e Povertà per questi
amanti / prendi oramai nel mio parlar diffuso./ La lor concordia e i lor lieti sembianti,/ amore e maraviglia e dolce sguardo /
facieno esser cagion di pensier santi;/ tanto che 'l venerabile Bernardo / si scalzò prima, e dietro a tanta pace / corse e,
correndo, li parve esser tardo./ Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!/ Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro / dietro a lo sposo, sì la
sposa piace.
Che cosa rappresenta per te la famiglia?
La famiglia è il luogo naturale della concretizzazione dell’affetto. Ciò é vero sia in senso orizzontale
(marito-moglie, fratelli) sia in senso verticale (genitori o antenati; figli).
Inf. XXVI, 94-99 né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né 'l debito amore / lo qual dovea Penelopé far lieta,/
vincer potero dentro a me l'ardore / ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,/ e de li vizi umani e del valore
Purg. I, 85-87 «Marzia piacque tanto a li occhi miei / mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora, / «che quante grazie volse da me,
fei.
Purg. XXIII, 85-96 Ond'elli a me: «Sì tosto m'ha condotto / a ber lo dolce assenzo d'i martìri / la Nella mia con suo pianger
dirotto./ Con suoi prieghi devoti e con sospiri / tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,/ e liberato m'ha de li altri giri. / Tanto è a
Dio più cara e più diletta / la vedovella mia, che molto amai,/ quanto in bene operare è più soletta;/ ché la Barbagia di
Sardigna assai / ne le femmine sue più è pudica / che la Barbagia dov'io la lasciai.
Par. XV, 136-138 Moronto fu mio frate ed Eliseo;/ mia donna venne a me di val di Pado, / e quindi il sopranome tuo si feo
Inf. X, 58-72 piangendo disse: «Se per questo cieco / carcere vai per altezza d'ingegno, / mio figlio ov'è? e perché non è
teco?» / E io a lui: «Da me stesso non vegno:/ colui ch'attende là, per qui mi mena / forse cui Guido vostro ebbe a disdegno»./
Le sue parole e 'l modo de la pena / m'avean di costui già letto il nome; / però fu la risposta così piena. / Di subito drizzato
gridò: «Come? / dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora? / non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». / Quando s'accorse d'alcuna
dimora / ch'io facea dinanzi a la risposta,/ supin ricadde e più non parve fora.
Inf. XXXIII, 29-42 Quando fui desto innanzi la dimane,/ pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli / ch'eran con meco, e
dimandar del pane./ Ben se' crudel, se tu già non ti duoli / pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;/ e se non piangi, di che
pianger suoli?
Purg. VIII, 71-81 «… dì a Giovanna mia che per me chiami / là dove a li 'nnocenti si risponde./ Non credo che la sua madre
più m'ami, / poscia che trasmutò le bianche bende,/ le quai convien che, misera!, ancor brami./ Per lei assai di lieve si
comprende / quanto in femmina foco d'amor dura,/ se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende./ Non le farà sì bella sepultura /
la vipera che Melanesi accampa,/ com'avria fatto il gallo di Gallura».
Par. XV, 88-96 «O fronda mia in che io compiacemmi / pur aspettando, io fui la tua radice»: / cotal principio, rispondendo,
femmi./ Poscia mi disse: «Quel da cui si dice / tua cognazione e che cent'anni e piùe / girato ha 'l monte in la prima cornice,/
mio figlio fu e tuo bisavol fue:/ ben si convien che la lunga fatica / tu li raccorci con l'opere tue.
Qual é il valore dell’amore coniugale?
Nella Commedia ho posto l’amore coniugale come centrale e in qualche modo dovuto: è però ricco di
tenerezza (come nel caso di Nella, moglie di Forese Donati) tanto da comportare un grave rimpianto là
dove viene a mancare (come nel caso di Giovanna, moglie di Buonconte da Montefeltro, e di Beatrice
d’Este, moglie di Nino Visconti). L’amore coniugale può proditoriamente essere rotto anche dall’uomo,
come Pia dei Tolomei, vittima del marito, insegna. E ancora Pia non si rende ben conto della vicenda.
Inf. XXVI, 94-99 (come sopra)
Purg. I, 85-87 «Marzia piacque tanto a li occhi miei / mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora / «che quante grazie volse da me,
fei.
Purg. XXIII, 85-96 (come sopra)
Purg. V, 88-89 Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;/ Giovanna o altri non ha di me cura;
Purg. VIII, 115-117 cominciò ella, «se novella vera / di Val di Magra o di parte vicina / sai, dillo a me, che già grande là era.
Purg. V, 134-136 Siena mi fé, disfecemi Maremma:/ salsi colui che 'nnanellata pria / disposando m'avea con la sua gemma».
Qual é il valore dell’amore per i figli?
17 Vita di Club n. 1
L’amore per i figli è un amore dolce e di grande potenza fino a persistere eternamente nell’aldilà o ad
assorbire totalmente l’animo e le ultime ore della persona. Invece l’amore per gli antenati ha un carattere
religioso: è una pietas. Al culto della famiglia si affida la tradizione di sacri valori.
Inf. XXVI, 94 né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre
Inf. X, 58-72 (come sopra)
Purg. VIII, 71-81 (come sopra)
Inf. XXXIII, 43-75 Già eran desti, e l'ora s'appressava / che 'l cibo ne solea essere addotto,/ e per suo sogno ciascun
dubitava / e io senti' chiavar l'uscio di sotto / a l'orribile torre; ond'io guardai / nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto. / Io
non piangea, sì dentro impetrai: / piangevan elli; e Anselmuccio mio / disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?"./ Perciò non
lacrimai né rispuos'io / tutto quel giorno né la notte appresso, / infin che l'altro sol nel mondo uscìo. / Come un poco di raggio
si fu messo / nel doloroso carcere, e io scorsi / per quattro visi il mio aspetto stesso, / ambo le man per lo dolor mi morsi; / ed
ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia / di manicar, di subito levorsi / e disser: "Padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di
noi: tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia". / Queta'mi allor per non farli più tristi; / lo dì e l'altro stemmo tutti
muti; / ahi dura terra, perché non t'apristi? / Poscia che fummo al quarto dì venuti, / Gaddo mi si gittò disteso a' piedi, /
dicendo: ``Padre mio, ché non mi aiuti?''./ Quivi morì; e come tu mi vedi, / vid'io cascar li tre ad uno ad uno / tra 'l quinto dì e
'l sesto; ond'io mi diedi, / già cieco, a brancolar sovra ciascuno,/ e due dì li chiamai, poi che fur morti. / Poscia, più che 'l
dolor, poté 'l digiuno».
Par. XV, 88-96 88 «O fronda mia in che io compiacemmi / pur aspettando, io fui la tua radice»:/ cotal principio, rispondendo,
femmi./ Poscia mi disse: «Quel da cui si dice / tua cognazione e che cent'anni e piùe / girato ha 'l monte in la prima cornice, /
mio figlio fu e tuo bisavol fue:/ ben si convien che la lunga fatica / tu li raccorci con l'opere tue.
Par. XVI, 40-45 Li antichi miei e io nacqui nel loco / dove si truova pria l'ultimo sesto / da quei che corre il vostro annual
gioco./ Basti d'i miei maggiori udirne questo:/ chi ei si fosser e onde venner quivi,/ più è tacer che ragionare onesto.
Grazie, Dante, mi piace terminare lasciando la parola a Francesca che nel tempo da lussuriosa
peccatrice dannata, ma anche vittima di un femminicidio ante litteram, si è trasformata in eroina
universale, simbolo della passione e dell’amore eterno. Chi meglio di lei, che rievoca la dolcezza dei
pensieri, dei sospiri, dei desideri ancora inconsci (dubbiosi desiri), conosce la fenomenologia
dell’amore? Così descrive il coup de foudre che la legò per sempre a Paolo:
Inf. V, 100-107 Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende / prese costui de la bella persona / che mi fu tolta; e 'l modo ancor
m'offende./ Amor, ch'a nullo amato amar perdona,/ mi prese del costui piacer sì forte,/ che, come vedi, ancor non
m'abbandona./ Amor condusse noi ad una morte:/ Caina attende chi a vita ci spense».
●●●
I
ntanto a Rimini dal 4 luglio al 28 settembre 2014 presso il Museo della Città si è celebrata la DIVINA PASSIONE, una
mostra che ha esposto sessanta rarissime edizioni di opere dantesche databili tra il XV e il XX secolo, provenienti dalla
Collezione Ambrogio, la più vasta e importante del mondo. “Francesca da Rimini nelle Commedie illustrate tra XV e XX
secolo, da Baccio Baldini a Renato Guttuso”, un percorso attraverso sette secoli di
tradizione: dalla rarissima editio princeps del poema stampata a Foligno da Johann
Neumeister nel 1472 e l’ancor più rara seconda edizione, impressa a Mantova sempre nel
1472, alle edizioni della Commedia apparse nel XVI secolo, a partire dal celebre volume
del 1502 stampato da Aldo Manuzio fino alle grandi Commedie illustrate di Flaxman,
Pinelli, Von Sturler, Doré, Von Bayros e di Guttuso.
W.Mattehews, Illustrazione
di copertina di W.E.Sparkes
(particolare).
Sarah Bernhardt nelle vesti
di Francesca da Rimini.
Copertina per il programma
della stagione 1923-24 del
Théatre Sarah Bernhardt di
Parigi.
Franz von Bayros, Francesca da Rimini, illustrazione per Dante
Alighieri, Die Gottliche Komedie, Lipsia e Vienna, 1921.
18 Vita di Club n. 1
STORIA D’ITALIA
VITE DIMENTICATE
Ripercorriamo i sentieri della storia per ricordarne l’insegnamento.
di MARIO BARNABÈ
● RICORDO DI FRANCO VENTURI
Nel centenario della nascita.
F
ranco Venturi può considerarsi una
delle figure la cui azione è risultata
maggiormente incisiva per la rinascita
della democrazia italiana. Nacque a
Roma nel 1914, la famiglia si trasferì poi l’anno
seguente a Torino ove il padre Lionello aveva
avuto la cattedra di Storia dell’Arte alla
Università. Franco studiò al Liceo Massimo
D’Azeglio e con altri allievi fu sensibilizzato
alle tematiche della democrazia dal prof.
Augusto Monti. Aderì ancora adolescente al
gruppo torinese di Giustizia e Libertà,
movimento che, col motto “insorgere per
risorgere” coniato da Lussu, era ritenuto
particolarmente pericoloso dal regime. Il gruppo
di Torino fu pesantemente colpito fra la fine del
1931 e l’inizio del 1932. Le condanne più dure
furono comminate a Luigi Scala e Mario
Andreis, mentre a pene minori furono condannati
Alberto Perelli, Vindice Cavallera e Renzo Giua
che sarebbe caduto qualche anno dopo in Spagna
combattendo per la Libertà. Il mancato
giuramento di fedeltà al fascismo di Lionello
Venturi era stata la causa prima del trasferimento
a Parigi dell’intera famiglia. Franco si
ricongiunse allora a Parigi con vari compagni di
lotta come Aldo Garosci che con lo pseudonimo
di Magrini già collaborava ai quaderni di G.L.,
mentre lo pseudonimo di Franco era Lanfranchi.
Nella capitale francese Franco Venturi, Aldo
Garosci, Mario Levi e Renzo Giua divennero il
fulcro dell’azione di G.L. alla cui attività
editoriale collaboravano gratuitamente perché il
lavoro garantiva a ognuno l’indipendenza
economica. Nel quaderno n. 9 del novembre
1933 c’è un vero saggio sulla nuova Spagna in
cui Venturi sottolinea la rivolta intellettuale del
1898 come conseguente alla perdita dei
possedimenti d’oltremare. Nel 1914 il discorso
“vecchia e nuova politica” di Ortega y Gasset
aveva avvicinato per la prima volta gli uomini di
cultura alla politica. Solo l’esercito consentì alla
monarchia di sopravvivere altri dieci anni. Se
Miguel de Unamuno fu il simbolo della
ribellione morale, nella lotta per la democrazia si
distinsero i socialisti Los Rios e Prieto. Il
contrasto fra i socialisti e gli anarco-radicali di
Leroux aveva provocato la caduta del governo
Azana e il conseguente ricorso alla consultazione
popolare il cui esito sarebbe stato decisivo per il
destino della Spagna. Nel 1935 sorse una
vibrante polemica fra Andrea Caffi, che
sottolineava indispensabile il distacco dal
Risorgimento, e Franco Venturi che sosteneva la
impossibilità di dimenticare il Risorgimento
“capolavoro del liberalismo europeo”. Nella
polemica
si
inserirono
prima
Nicola
Chiaromonte ( “Luciano”) e poi Carlo Rosselli
(“Curzio”). La polemica fu conclusa da un
ultimo intervento di Venturi sul n. 18 del 3
maggio 1935.
Quando nel 1936 Chiaromonte, Giua e Levi si
allontanarono da G.L., furono i collaboratori del
gruppo storico torinese, in primis Venturi, a
sostenere la linea politica del movimento che
cercava nelle origini dell’Illuminismo i motivi
della reazione alla pesante onnipotenza degli
stati-nazione. Dopo l’assassinio dei fratelli
Rosselli (9 giugno 1937) fu lui a curare il
settimanale del movimento assistito da Aldo
Garosci e Leo Valiani.
Nel 1939 fu arrestato in Spagna mentre cercava
di raggiungere la famiglia esule a New York,
dove il padre Lionello aveva aderito alla Mazzini
society fondata da Gaetano Salvemini. La
presidenza era stata affidata a Max Ascoli e la
segreteria ad Alberto Tarchiani. Nel 1941 fu
consegnato alle autorità italiane e incarcerato
prima a Torino e poi a Avigliano. Tornato libero
alla caduta di Mussolini, fu attivo nel Partito
d’Azione con Giorgio Agosti, Livio Bianco e
Alessandro Galante-Garrone.
19 Vita di Club n. 1
Quando a Ventotene fu elaborato il volumetto
“Problemi della federazione europea” ad opera di
Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio
Colorni, l’opera di proselitismo fu resa lenta e
difficile dalla situazione bellica. I primi nuclei
nacquero a Milano con Mario Alberto Rollier
(vecchio amico di Colorni) e l’industriale
Adriano Olivetti, a Roma con il giornalista
Guglielmo Usellini e i fratelli Cerilo, Gigliola e
Fiorella Spinelli. Altri come Manlio Rossi-Doria
e Franco Venturi (futuro marito di Gigliola
Spinelli) erano confinati a Melfi e furono
convinti da Eugenio Colorni quando li raggiunse
al confino. Il 27 e 28 agosto 1943 Franco Venturi
fu fra coloro che fondarono il Movimento
Federalista Europeo nell’abitazione milanese di
Mario Alberto Rollier. Dal febbraio 1944
Venturi seguì la stampa clandestina del mensile
“Voci di Officina” che riprendeva la testata
fondata decenni prima da Aldo Garosci e Mario
Andreis. Nel 27 marzo 1946 sul quotidiano del
Partito d’Azione comparve un suo articolo
“Torna l’edera” in cui osservava con rispetto
(pur non condividendolo) il rifiuto del PRI di
aderire alla concentrazione delle forze
antimonarchiche non inquadrate nei tre partiti
di massa. Dal 1947 al 1950 fu addetto culturale
all’Ambasciata italiana a Mosca. Rientrato in
Italia fu cattedratico di storia nelle Università di
Cagliari, Genova e Torino e si interessò in
particolare all’Illuminismo argomento per cui
curò la pubblicazione di numerosi volumi dal
1969 al 1990.
Ernesto Rossi, ricoverato in clinica per
l’intervento chirurgico che lo avrebbe condotto
alla morte, ricordò Franco Venturi fra le sole
venti persone di più elevato sentire morale
conosciute nella sua vita e, quasi tutte,
influenzate dall’alto magistero di Gaetano
Salvemini. Conclusa la carriera universitaria,
Franco Venturi ebbe il titolo di professore
emerito e fu onorato dal Comune di Torino con il
Sigillo Civico. Morì il 14 dicembre 1994.
Nel 2004 è uscita un’antologia di suoi scritti
politici dal titolo “Pagine Repubblicane” presso
l’editore Einaudi a cura di Manuela Albertone e
con un saggio introduttivo di Bronislaw Baczko.
Il titolo della raccolta può considerarsi la
efficace sintesi di un coerente cammino da G.L.
al M.F.E., avendo come costante punto di
riferimento il Risorgimento italiano visto come il
momento più alto del liberalismo europeo.
Il movimento Giustizia e Libertà, di cui Franco
Venturi fu esponente di rilievo, influenzò la vita
politica italiana molto più di quello che la ridotta
consistenza numerica avrebbe fatto supporre: per
una rara coerenza di pensiero azione e un deciso
impegno etico che la maggior parte dei politici
odierni sembra purtroppo avere smarrito.
● RICORDO DI NICOLÒ CARANDINI
Federalista europeo.
N
icolò
Carandini,
di
famiglia
aristocratica, era chiamato “il conte
rosso” per le sue posizioni politiche
considerate
eccessivamente
progressiste. In realtà era un intellettuale della
sinistra liberaldemocratica che si opponeva ai
dogmatismi e agli assolutismi di ogni colore.
Fu ufficiale degli alpini nella prima guerra
mondiale. Nato povero, divenne ricco in seguito
al matrimonio con Elena Albertini, figlia del
grande direttore del Corriere della Sera
allontanato dall’incarico nel 1925 per la sua
opposizione al regime fascista. Durante il
ventennio Carandini si dedicò all’agricoltura
dopo aver provveduto alla bonifica della tenuta
di Torre di Pietra, nei pressi di Roma, acquistata
dal suocero Luigi Albertini con la liquidazione
da direttore del Corriere della Sera. Nella
primavera del 1943 furono stampati in
clandestinità due suoi
opuscoli dal titolo “Primi
chiarimenti” e “Realtà” che
furono poi diffusi dopo il 25 luglio. Con la
caduta della dittatura fu insieme a Mario
Pannunzio e Leone Cattani fra i rifondatori del
Partito Liberale, che rappresentò nel Comitato di
Liberazione Nazionale. Da questo partito poi
uscì, con altri esponenti della corrente di sinistra,
per fondare il Partito Radicale. Leo Valiani
ricordava di averlo proposto come primo
presidente del Consiglio dopo la Liberazione
“perché era al di sopra della mischia, era
stimato dal mondo anglosassone ed era
disinteressato”.
Dopo la liberazione di Roma fece parte del
primo ministero Bonomi sostituendovi Benedetto
Croce e, in seguito, fu ambasciatore a Londra,
ispirando il famoso e incisivo intervento di
20 Vita di Club n. 1
Alcide De Gasperi. Sempre a Londra provvide a
proprie spese al restauro della sede diplomatica,
semidistrutta dai bombardamenti tedeschi. La
rivista “Nuova Antologia” pubblicò il Diario
Inglese di Carandini nei fascicoli 2144, 2145 e
2146. Eletto all’Assemblea Costituente, rinunciò
al mandato per poter proseguire la sua attività di
diplomatico: in tale veste condusse le trattative
che avrebbero poi permesso la soluzione del
problema del Sud-Tirolo Alto-Adige con
l’accordo De Gasperi-Gruber. Nominato nel
1948 presidente dell’Alitalia, era sollecitato alle
dimissioni da Marco Pannella che ricorda di
avergli detto: “Lascia l’Alitalia, che oltretutto
non ti dà una lira”. Per quella che era già allora
considerata una quasi patologica forma di
moralità, anche da presidente Alitalia volle
sempre pagare il proprio biglietto ed utilizzare
voli di linea. Ebbe così modo, come il suo amico
Ernesto Rossi, di essere definito “malato di
onestà”. Timidissimo dietro l’apparenza di un
volto austero, l’ambasciatore Sergio Romano lo
ricordava come di cinque centimetri al disopra
del livello a cui dovrebbe collocarsi un politico.
Un suo impegno particolare fu rivolto al progetto
di Federazione Europea e, in effetti, dalla
seconda metà degli anni Quaranta alla prima
metà degli anni Cinquanta, fu fra i rappresentanti
più autorevoli del Movimento Federalista
Europeo. Membro del Comitato Centrale
dell’Unione Europea dei Federalisti, guidò la
delegazione italiana al Congresso dell’Europa
del 1948. Di tale delegazione facevano parte,
oltre ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Luciano
Bolis, anche Adriano Olivetti, Enzo Giacchero,
Ignazio Silone, Bruno Visentini, Salvatore
Quasimodo e Giuseppe Ungaretti. L’attività di
Carandini si svolse come conferenziere e
pubblicista, in particolare nel settimanale IL
MONDO diretto da Mario Pannunzio. Di tale
rivista fu anche editore per circa un decennio
assieme ad Arrigo Olivetti. Notevole il discorso
“Verso l’Europa Unita” che tenne a Napoli il 27
marzo 1949. Di particolare rilievo il successivo
intervento di luglio a Genova sul tema “Europa
problema del mondo”. Il 15 luglio 1949, in una
manifestazione federalista europea tenuta
appunto a Genova, Carandini osservò che il
maggior ostacolo che si opponeva al
compimento dell’Unione Europea non era né la
presenza di avversari dichiarati, né l’attività
degli scettici e dei veteronazionalisti. Il vero e
concreto pericolo consisteva nella faciloneria
con cui gli ottimisti dichiaravano ineluttabile il
cammino verso l’unità. Quando si esponeva il
progetto di federazione europea, i politici
nazionali si ostinavano a sostenere il cosiddetto
“approccio funzionale” cioè, semplificando e
banalizzando, un cauto e timido avvicinamento
intergovernativo in attesa che l’unione si creasse
eventualmente strada facendo.
Carandini concluse il suo intervento con parole
chiare e decise, ancora oggi riproponibili
integralmente: “Ricordatevi che mentre voi
attendete alle cure normali di una vita che ha
conservato in superficie un precario aspetto di
normalità, ma che è profondamente corrosa alle
radici, in ogni paese di Europa un gruppo di
uomini che ha eletto per sé la cittadinanza
europea lotta da solo, privo di mezzi,
scarsamente appoggiato dal pubblico consenso,
per sostenere controcorrente una causa che è di
tutti. Date a questi uomini il vostro consenso
morale e il vostro appoggio materiale, costituite
con loro la massa d’urto che dovrà sollevare
l’idea della Europa Unita dal livello di queste
pubbliche conversazioni a quello delle aule
parlamentari e dei seggi governativi!
Risvegliatevi a questa dura realtà, a questa
grande speranza, e l’Europa Unita si farà, non
per noi che ne pagheremo il conto, ma per i
nostri figli che vi godranno una vita più umana,
sicura e serena.”
Estraneo alle commistioni e ai frequenti intrecci
fra affari e politica, Carandini era un pragmatico
che non ammetteva preconcetti ideologici, si
considerava figlio dell’Italia della ragione e
portava, effigiata nell’anello della mano sinistra,
l’immagine della dea Minerva. La delusione per
veder allontanarsi la realizzazione dei suoi ideali
lo condusse al ritiro dalla vita politica attiva, per
dedicarsi alla rilettura e allo studio degli amati
filosofi stoici. Convinto, con Zenone, che “La
virtù da sola basta per rendere felice la vita.
Perché, all’infuori della moralità, non esiste
altro bene”. Due anni prima della morte scrisse
all’amico Franco Quaglieni: “Io non prendo più
parte ad alcuna manifestazione e mi limito
intellettualmente a tradurre Seneca richiamando
alla memoria il latino appreso oltre mezzo
secolo fa. È tempo che i giovani assumano
queste iniziative culturali e politiche per tener
viva una fiamma che noi abbiamo modestamente
alimentata ai tempi nostri.”
L’attualità degli ideali di Carandini rende invece
doveroso proseguire l’impegno per le
generazioni che gli sono succedute e in quegli
ideali si riconoscono.
21 Vita di Club n. 1
MONDO LIONS
LIONISMO
Tratto da “Conoscere il lionismo”, edito dal Centro
Studi del Lionismo di Roma e parzialmente rielaborato da Mario Alvisi.
di OSVALDO DE TULLIO (Lions Club Roma Nomentanum)
L
a società moderna è caratterizzata, fra
l’altro, da una pluralità di centri
aggregazionali che si snodano, in genere,
attorno alla tutela di interessi egoistici e
corporativi, peraltro legittimi in quanto
proiezione delle rispettive personalità e ragioni
ideali, morali o economiche. Oggi più che mai in
espansione con l’aggravarsi della povertà
economica e culturale. L’alto numero di tali
formazioni e la disattenzione dei soggetti
destinatari dei messaggi rendono difficile la
giusta comprensione dei contenuti di questi. E
ciò nonostante la diffusione e l’importanza dei
mezzi di comunicazione di massa.
Non vi è dunque da meravigliarsi se anche la
nostra Associazione stenta a ritrovare, intorno a
sé e talora anche all’interno del corpo sociale,
una soddisfacente conoscenza del proprio modo
di essere e delle funzioni che le Carte
Fondamentali (Codice dell’etica lionistica –
Scopi del Lionismo) le assegnano.
Tanto è vero che molto spesso sentiamo la
necessità di dirci che dobbiamo farci conoscere
sempre di più verso il mondo esterno.
Allora che fare?
Prima di tutto verso il nostro interno.
Dire ai nuovi Soci, con immediatezza, qual è il
pensiero e l’azione dei Lions: l’etica, gli scopi, i
services. Ma anche a chi milita da diverso tempo
nel Club, perché il tempo talora oscura gli
atteggiamenti imposti dal succedersi delle
vicende e cristallizza la mentalità su schemi
superati. E poi verso l’esterno.
Non solo con le informazioni di ciò che
facciamo, ma di quello che siamo. Tutto questo
perché la nostra Associazione, come forse tutti
sappiamo, ma molto spesso dimentichiamo,
tende alla creazione di uomini, società e
pubbliche istituzioni virtuose, che si muovono,
cioè, sulla spinta di una solidarietà che noi Lions,
come movimento di opinione e di pressione,
dobbiamo continuare a coltivare e diffondere.
Ma cosa vuol dire conoscere il lionismo, cioè il
senso di essere lions ?
Così lo definiva il Presidente Internazionale Pino
Grimaldi:
“Tutti gli uomini e le donne di questo mondo
sono nati uguali ed a ciascuno bisogna dare le
medesime opportunità consentendo di colmare le
differenze e facendo sì che uguali siano i diritti, i
doveri e la dignità umana che molte volte viene
perduta. Noi non dobbiamo semplicemente
agire, ma dobbiamo cogliere ogni occasione per
proclamare al mondo questo rispetto per il
naturale diritto dell’uomo a essere onorato
qualunque sia la sua provenienza e qualunque
sia stata la sua nascita. Noi dobbiamo agire
come i difensori civici delle nostre comunità e di
tutte le comunità del mondo. Noi dobbiamo
essere la coscienza morale che trascina quanti
sono attorno a noi, verso gli aiuti da dare a
quanti indifesi non otterrebbero mai ciò di cui
hanno diritto. Occorre studiare attentamente ciò
che è necessario fare per aiutare quanti sono nel
bisogno, per migliorare la qualità della vita,
l’ambiente, per combattere la violenza, la
illogica discriminazione ed evitare le tante
piaghe sociali e materiali che affliggono il
mondo”.
Sembra tanto, ma poi non tanto.
Cari nuovi e più recenti soci,
non spaventatevi: bastano anche poche cose, pochi gesti, poche iniziative per dare concretezza a quanto
sembra tanto difficili da realizzare! Le cose più pratiche che possiamo fare sono sempre le più semplici e
le più concrete per raggiungere le finalità dei Lions. Ve lo dice uno con oltre trent’anni di esperienza
lionistica e tantissime testimonianze delle cose fatte insieme agli oltre centoventi soci che in questi anni
hanno dato vita operativa al Club. Pensate solo alla “qualità e quantità” dei services fatti durante
l’ultimo anno sociale. All’inizio sembravano cose difficili, ma, con l’aiuto di tutti noi e di quanti ci hanno
aiutato dall’esterno del Club, abbiamo ottenuto un importante successo. Abbiamo dato concretezza al
22 Vita di Club n. 3
nostro essere lions! In tal senso un compito molto importante è stato assegnato dal Distretto 108 A al
nostro socio Alessandro Gaspari: officer distrettuale per “Il Lions Quest” (attività a favore della
gioventù a base scolastica). Ambito in cui il nostro Club mi sembra molto forte! Quindi, a mio avviso,
una designazione molto indovinata anche per le qualità professionali ed umane della persona prescelta.
Sono stati inoltre nominati officer distrettuali Lily Serpa per "Tema di studio - La cittadinanza
umanitaria" e David Giuliodori per "LCIF". Però, attenzione, sta anche a noi aiutarli nel loro compito.
Non lasciamoli soli come sovente succede con l’operatività dei nostri Presidenti e del Consiglio
Direttivo.
Mario Alvisi
SERVICE
PROGETTO ELISA
Screening visivi gratuiti per la diagnosi precoce dell’ambliopia.
I
l L.C. Rimini Malatesta ha contribuito alla realizzazione
di un progetto veramente speciale: il progetto Elisa per la
diagnosi precoce dell’ambliopia, più comunemente
conosciuta come “occhio pigro”, che ogni anno colpisce
mediamente il 3% dei nuovi nati. La visione è una funzione complessa cui partecipano numerose
componenti sensoriali e motorie, che si evolvono in maniera graduale nei primissimi anni di vita.
Numerosi fattori interferiscono con la maturazione del sistema visivo, alterandone le funzioni. I danni a
carico dell’apparato visivo che si verificano in età pediatrica sono spesso totalmente o parzialmente
recuperabili soltanto grazie ad un tempestivo e mirato controllo oculistico, ortottico e un appropriato
trattamento riabilitativo. È quindi importante sottoporre i bambini ad un’accurata visita sin dai primi
anni di vita al fine di poter evitare gravi deficit e malattie con conseguenze irreversibili.
La raccolta fondi per l’acquisto dell’attrezzatura necessaria si è svolta la sera del 31 maggio 2014 nella
cornice offerta dalla Parrocchia S. Mater Ecclesiae del Villaggio 1° maggio, organizzata dai soci Paolo
Gianessi ed Egidio Aguti che si impegnano attivamente nel portare avanti l’iniziativa.
II L.C. Rimini Malatesta, dopo aver donato le attrezzature necessarie allo scopo, ha iniziato la
campagna di prevenzione visiva sul territorio riminese con la collaborazione del Primario di Oculistica
dell’Ospedale Morgagni Pierantoni di Forlì, dott. Paolo Fantaguzzi, dell’Ortottista dott. Federico
Bartolomei e dalla coordinatrice Annapaola Ugolini. La campagna, effettuata gratuitamente, si propone
di fare una diagnosi precoce dell’ambliopia sui bambini nati nel 2012 e 2013. Al primo screening sono
stati visitati 65 bambini. Di questi ben 17 sono risultati positivi e, di conseguenza, saranno sottoposti
ad una successiva visita oculistica gratuita presso il Poliambulatorio Valturio. Altrettanto gratuite
saranno le lenti eventualmente prescritte, grazie alla collaborazione dell’Ottica Mancini. La campagna
proseguirà nei prossimi giorni con l’intento di controllare tutti i bambini di uno e due anni della
città di Rimini.
NEWS
MAI PIÙ CECITÀ PREVENIBILE
I Lions di tutto il mondo hanno celebrato la Giornata Mondiale per la Vista Lions. Questo evento internazionale si svolge
ogni anno per riconoscere l’importanza delle cure atte a prevenire la cecità. I Lions partecipano alle attività, che vanno dai
controlli della vista, ai programmi educativi sulla salute degli occhi, a qualsiasi altra attività legata alla vista. La celebrazione
ufficiale della Giornata Mondiale per la Vista di Lions Clubs International si è tenuta in Islanda il 14 ottobre. In occasione di
tale evento, la LCIF ha assegnato un sussidio SightFirst di US$70.000 a sostegno delle attività connesse alla salute della vista a
Reykjavik. Tali fondi verranno utilizzati per acquistare delle apparecchiature oculistiche necessarie al dipartimento di
Oftalmologia dell'ospedale universitario. Inoltre il programma Sight for Kids ha controllato la vista di più di 20 milioni di
alunni di scuola nella regione Asia-Pacifico, che altrimenti avrebbero potuto non avere mai un controllo della vista, e ha offerto
agli studenti che ne hanno bisogno occhiali e cure successive, quando necessario, il tutto gratuitamente. Sight for Kids è stato
ampliato oltre l'area dell'Asia-Pacifico, fino al Kenya e alla Turchia.
23 Vita di Club n. 3
ROMAGNA RICORDI
LA LUCIANA
Nel 2001 Alfonso Vasini ha scritto un piccolo libro dal titolo “L'accelerato
delle ore 13,00” dedicato agli amici di Bellaria Igea Marina, il paese dove
è nato e che ama tantissimo. Nella premessa, “Le tessere del mosaico”,
cita le ragioni che lo hanno spinto a farlo. Il libro è composto di diversi
capitoli in ciascuno dei quali racconta episodi della sua vita circoscritti all’anno
1953, quando aveva diciotto anni. Anche nella scrittura, volutamente regressiva, ha inteso rispecchiare la
sensibilità espressiva di quell’età. Ce ne ha consegnato uno, “La Luciana”, che forse susciterà un po' di nostalgia in
chi, tra i suoi coetanei, lo leggerà.
di ALFONSO VASINI (Lions Club Rimini Riccione Host)
●
LE TESSERE DEL MOSAICO
Perché ad una certa età, quale la mia, si sente il bisogno quasi ossessivo di compiere un viaggio
retrospettivo nel tempo e di riandare con la memoria agli eventi lieti e tristi che hanno contrassegnato la
nostra vita? Per cercare, forse, una conferma che il tempo non sia trascorso invano e, quindi, tacitare la
coscienza o forse perché, sentendo avvicinarsi inarrestabile la fine di un altro viaggio, se ne voglia
prolungare di un tratto il percorso aggrappandoci a quella linfa vitale che sono i ricordi?
Talvolta i ricordi vengono fissati in un libro per essere tramandati come un’eredità universale di cui tutti
possano e debbano beneficiare. Parte di tale eredità è la storia di Bellaria Igea Marina che alcuni meritori
concittadini stanno scrivendo a più mani e le testimonianze che essi ci rendono sono le tessere vive e
palpitanti di un prezioso mosaico che va componendosi a poco a poco, rivelandone l’anima.
Anch’io ho una storia da raccontare e mi accingo a farlo con devozione filiale nei confronti della terra
natia. Sono i ricordi di un breve, ma importante periodo della mia vita di quando, dopo un viaggio
impaziente, giungevo alla stazione di un piccolo paese in cui ho sempre sperato di fermarmi un giorno,
senza esservi riuscito ancora. Sono le illusioni di un ragazzo che a quel tempo aveva diciotto anni, l’età in
cui è lecito sognare. Forse sarà perché dentro di me si agita un irriducibile “fanciullino” o perché la
speranza non vuole morire, ma io continuo a sognare. Ecco un sibilo allegro, un bianco buffo di fumo, un
lieve sussulto di ruote; ecco la voce del capo treno che invita: “Signori, in carrozza, si parte!”. Chi vuole
venire con me può prendere posto sul treno. Buon viaggio!
●
LA LUCIANA
Nei pomeriggi di quei giorni assolati solcava il mare, appena mosso dallo sciroccale, una bellissima barca
dallo scafo snello e dalle vele colore arancione che imbrigliavano il vento e lo domavano al loro volere.
Sull’albero di maestra garriva una enorme bandiera nera con impresso l’inconfondibile e minaccioso
simbolo dei pirati, il teschio.
La barca si chiamava “Luciana” ed era un’agile battana governata dal suo nocchiero, il Gònd, cioè
Gilberto Vasini, che ne era anche il proprietario (l’armatore come si direbbe in gergo). Era una di quelle
barche che i pescatori armavano d’estate per portare i villeggianti a fare delle brevi suggestive escursioni
sul mare a modico prezzo. Ormeggiavano vicino alla riva di fronte alla “rotonda”, oggi piazzale Kennedy,
che era il punto equidistante rispetto a Rimini e a Cesenatico, le direzioni verso le quali orientavano la
prua alternativamente. Imbarcati i passeggeri e raggiunta la distanza di qualche miglio dalla riva
puntavano veloci sulla meta prescelta, talvolta spinte dal vento in poppa, talaltra navigando controvento e
manovrando le vele per mantenere la rotta.
Seduti sulla tolda o a cavalcioni dei fianchi delle barche con le gambe a penzoloni fuori bordo i
passeggeri, volgendo lo sguardo all’orizzonte nel punto in cui il cielo ed il mare convergono, potevano
contemplare il giocoso rincorrersi delle nubi che il vento ora dissolveva in mille cirri “di porpora e
24 Vita di Club n. 1
d’oro”, ora ricomponeva in gigantesche impalpabili montagne di panna da cui spiccavano il volo stormi
di angeli dalle bianche ali vibranti, i gabbiani.
Se volgevano lo sguardo verso la costa, le mani tese sugli occhi a proteggerli dal sole cocente, potevano
scorgere in lontananza una ininterrotta sequenza di evanescenti profili appena segnati da un filo d’ombra
che si proiettava sulla spiaggia antistante e che pareva tracciare i confini del mondo. In riva al mare un
brulichio di microscopiche forme dava vita a quel mondo.
Se porgevano l’ascolto, potevano anche percepire l’eco di una musica soffusa proveniente dalla riva, a
tratti interrotta da una voce suadente che annunciava gli spettacoli delle vacanze.
L’attenzione dei passeggeri veniva di quando in quando distratta dal rombo di un piccolo aeroplano che
volava rasente fino a sfiorare gli alberi delle barche e che trainava, legata alla coda, una svolazzante
striscia di tela che richiamava alcune scritte pubblicitarie.
Valeva la pena di pagare il biglietto, non fosse altro che per provare sensazioni nuove che rallegravano
l’animo. Alcune volte le barche puntavano al largo per calare le reti e pescare. Da qualche tempo era
invalsa l’usanza di cuocere il pesce sulla graticola e di offrirlo con un buon bicchiere di albana o di
moscato dolce... di San Marino. Era il momento più atteso dai passeggeri che si apprestavano incuriositi
ad assaggiare quella merenda improvvisata e dai gabbiani che piombavano sulla scia delle barche a
beccare il resti che finivano in mare.
Con le “gite” i pescatori riuscivano ad arrotondare i loro guadagni che a quel tempo erano scarsi e molto
sudati; ciononostante il Gònd vi rinunciava senza esitazione quando si trattava di mettere la “Luciana” a
disposizione di quella speciale ciurma che eravamo io, Mariolino (Mario Vasini), Flavio, Paolo (Aloma),
Paolo (Bagliot), Learco, Carlo Felice e tanti altri. Salivamo a bordo muniti di chitarre, trombe,
fisarmoniche, armoniche a bocca, tamburi, piatti di latta e suonavamo quegli strumenti facendo un
fracasso d' inferno cantando a squarciagola un ritornello che avevamo coniato in omaggio della
“Luciana” che iniziava così: “Vola, vola o mia Luciana...”
Non bastasse ciò ci sbracciavamo per attirare l’attenzione di quanti si trovavano nello specchio d’acqua
teatro delle nostre scorrerie. Issata la bandiera dei pirati, imperversavamo con la “Luciana” come i tigrotti
di Mompracem al comando di quell’impavido Sandokan che era il Gònd. Andavamo decisi
all’abbordaggio dei mosconi sui quali stavano beatamente distese le ragazze a prendere il sole, ignare di
quanto stesse loro per capitare. Con agili manovre la barca ruotava vertiginosamente attorno ai natanti che
incominciavano a dondolare pericolosamente al moto ondoso della sua scia; prese dal panico le
malcapitate ci imploravano di allontanarci, poi, rassicurate dalle nostre evidenti intenzioni scherzose,
stavano al gioco.
Quando avvistavamo altre barche che incrociavano sulla nostra rotta, dirigevamo dritti su di loro. La
“Luciana” si trasformava allora nel minaccioso veliero del Corsaro Nero e, pronta al comando, scattava
all’arrembaggio di immaginari galeoni carichi di misteriosi tesori. Un attimo prima dell’incombente
impatto il Gònd eseguiva repentine virate e ristabiliva le distanze di sicurezza tra i “legni” sciogliendo la
tensione dei costernati ed impotenti passeggeri che già si vedevano speronati e scaraventati in mare.
Rinfrancati, i passeggeri rispondevano eccitati ai nostri saluti quando, con un’ultima virata, ci
allontanavamo veloci alla caccia di nuove prede.
Tra una scorreria e l’altra ancoravamo la “Luciana” in mezzo al mare per fare il bagno. Ci tuffavamo da
prua e da poppa e, novelli pescatori di perle dei mari del sud, ci immergevamo a raccogliere le
“poveracce” semi sepolte nella sabbia del fondo marino.
La “Luciana” è andata in disarmo da molto tempo ed ora è rimpiazzata dal “Tayfun”, una motonave di
notevole stazza molto bene attrezzata per le gite in mare, ma che non ha nulla a che vedere con la nostra
barca. Il Gònd è ancora al posto di comando, incrollabile lupo di mare e forte, sempre, come una roccia.
Sospinta dalla brezza marina arriva fino a me, che sono seduto in poltrona nel
giardino della mia piccola casa di Bellaria, la sua voce stentorea che chiama a
raccolta i bagnati per fare l’ennesima gita sul mare: “Salite a bordo, che andiamo
a vedere i pozzi del petrolio al largo di Ravenna e poi caliamo le reti e
mangiamo il pesce cotto alla brace, la ciambella e beviamo un buon
bicchiere di albana e di moscato!”
Quella voce familiare risveglia in me lontani ricordi e chi mi sta accanto mi
domanda il perché del malinconico sorriso che affiora sulle mie labbra.
25 Vita di Club n. 1
RIMINI NATURA
A GL’ERBI ‘D CAMPAGNA
Le erbe nella tradizione popolare romagnola.
di MAURIZIO MATTEINI PALMERINI (Associazione Amici
del Mulino Sapignoli)
A
gl’érbi
’d
campagna (le
erbe
di
campagna)...
con questa espressione,
in
Romagna, si
indicano tutte quelle
piante
erbacee
che,
spontaneamente e senza
l’aiuto di fertilizzanti chimici,
nascono nei campi, lungo i sentieri, gli argini dei
fossi e dei fiumi. Fino a non molto tempo fa
queste erbe hanno costituito una risorsa
alimentare di grande importanza, in modo
particolare per i ceti meno abbienti che hanno
potuto trarre le sostanze nutritive ed i sali
minerali, così preziosi per la salute.
Sembra che nella provincia di Rimini ci siano
più di duemila e passa “erbe”, ma quelle che si
raccoglievano (e si raccolgono ancora) ad uso
mangereccio si stima siano poco più di una
trentina:
asparagi
selvatici,
aspraggine,
borragine, crespigni, farfaraccio, fiorone o
ombrellini, lattughina, lupino o sulla, luppolo,
ortica, pastinaca, piattella o costolina, radicchio
selvatico, radicella, ragaggiolo, raperonzolo,
romice o lingua di bue, rosole, rucola, saltalepre,
sambuco, senape o ravastrello, silene bianca,
stoppione, strigoli, tarassaco, vitalba, zampa di
gallo.
Ma anche se il numero delle erbe spontanee
mangerecce era esiguo, le erbe sono state
onnipresenti nella vita quotidiana: nella
gastronomia, nella medicina e veterinaria
popolare, nei modi di dire, nei proverbi, negli usi
e perfino nei giochi.
Ha proprio ragione Paolo Toschi quando
definisce il termine folclore come la
manifestazione di una perenne forza spirituale
delle collettività umane, la quale crea, conserva
e tramanda quelle forme di vita pratica, etica ed
estetica che sono a loro necessarie e congeniali,
mentre rinnova o elimina via via
quelle che sono morte o superate.
Infatti la dimestichezza, il sapere
delle erbe che emerge dai racconti
di chi oggi ha ottant'anni è diverso
dal nostro: figli e nipoti. Sembra che la
linea di confine si collochi tra la fine della
seconda guerra mondiale ed i primi anni '50 del
secolo scorso. In poche parole una volta andare
per erbe era una necessità mentre oggi l’è un
lóss (è un lusso), un piacere.
In questo cambiamento molte conoscenze le
abbiamo perse, ma ne abbiamo acquisite molte
altre. Abbiamo perso, ad esempio, un proverbio
romagnolo, quello dove si sottolinea la
necessaria, anzi obbligatoria, presenza di un’erba
nell’insalata: l’insalæda la n’è bèla se un gn’è
la pimpinèla [l’insalata non è bella (buona) se
non c'è la pimpinella], abbiamo guadagnato però
i ravioli con l’ortica.
Abbiamo perso i mangimi naturali come quelli
preparati sl’urtóiga e i zig (con l’ortica e l’erba
biscia)... ed abbiamo guadagnato invece le
frittelle con i fiori a grappolo dell’acacia (e’
marugàun), le frittelle di foglie di borragine e di
salvia.
Abbiamo perso il significato della parola
insalata; prima era un miscuglio di erbe, oggi
invece, è generalmente intesa come un preciso
tipo di erba, anzi più tipi; la parola insalata infatti
è spesso accompagnata da qualche aggettivo
come lunga, corta, arricciata, verde, rossa o da
qualche altra voce di specificazione come, ad
esempio, dalla foglia larga, dalla costa lunga,
eccetera.
Abbiamo perso i giochi, forse anche i sapori, ma
soprattutto, e per fortuna, abbiamo perso la fame.
Le rosole non sono altro che le foglie basali del
papavero comune o rosolaccio (Papaver rhoeas);
26 Vita di Club n. 1
senza ombra di dubbio è l’erba mangereccia più
conosciuta e probabilmente più ricercata; cresce
dal mare alla zona montana, dai luoghi incolti ai
cigli delle strade, ai campi coltivati dove spesso
è anche infestante; fiorisce dal mese di aprile
fino a luglio.
Le rosole si utilizzano crude o cotte per il ripieno
dei cassoni, lessate e saltate in padella; risultano
un ottimo ingrediente per frittate e, sembra,
anche per qualche minestra; qualunque sia il
modo di cucinarle, si raccolgono fino a quando
cominciano a fare i boccioli: dopo non sono più
buone. Ma proprio a questo punto le rosole
entravano a pieno titolo fra i giochi dei bambini
che raccoglievano i fiori ancora chiusi e poi
domandavano ai compagni: Pæpa o Cardinæl?
(Papa o Cardinale). Chi rispondeva Pæpa e chi
rispondeva Cardinæl... a questo punto chi stava
sotto batteva il bocciolo sul dorso della mano o
sulla fronte e, con l’urto, il bocciolo si apriva e
rivelava il colore dei petali. Se i petali erano
ancora bianchi vinceva chi aveva detto Pæpa, se
erano già rossi vinceva chi aveva detto
Cardinæl. Se invece i petali erano rosa non
vinceva nessuno o chi guidava il gioco. Una
variante a questo gioco teneva conto di più
tonalità di colore e prendeva il nome di “acquavino-aceto-acetino”.
I
petali
bianchi
corrispondevano all’acqua, quelli rossi al vino,
quelli rosa scuro all’aceto e quelli rosa chiaro
all’acetino.
Anche gli strigoli erano ben conosciuti e ricercati
dai bambini, non per i germogli che si mangiano
in primavera, ma per i fiori. Dalla base del fiore
bianco si sviluppa un calice rotondo e rigonfio,
una specie di botticina bianca, che i bambini
staccavano e se lo sbattevano per divertimento
sulla fronte: l’urto produceva una specie di
piccolo botto. Questo gioco si ripeteva per tutta
l’estate, infatti la pianta fiorisce da maggio ad
agosto ed i boccioli fiorali sono presenti quasi
tutta l’estate mentre le foglioline ad uso
alimentare si raccolgono nel solo periodo
primaverile.
Un altro gioco era detto fùra e’ vérd (fuori il
verde) o anche fòja vérda (foglia verde). Il
gioco era molto semplice, con una sola regola e
cioè tirare fuori una foglia verde quando
qualcuno ti sfidava al grido: fùra e’ vérd o fòja
vérda. E la risposta era: fùra tè che mè a l’ò
vérd (fuori te che io l'ho verde) oppure fura e’
tu che e’ mi l’è vérd (fuori il tuo che il mio è
verde). Alcuni tenevano la foglia in tasca, altri
anche cucita nella maglia per dentro e altri
ancora la nascondevano in bocca, ma sembra che
in caso il gioco si chiamasse, con una variazione,
fùra e’ vérd ad boca (fuori il verde in bocca).
Di solito si trattava di una foglia di bosso... ma
per non perdere si adoperavano tutte quelle che
capitavano a tiro. Si scommetteva una caramella,
una figurina, dei bottoni, una tozza; mia nonna,
la Gigia 'd Pellincin, mi diceva che i “morosi”
invece scommettevano un bacio e sembra che
spesso uno dei due dimenticava di portare la
foglia con sé... così “doveva” pagare pegno... si
fa per dire.
27 Vita di Club n. 1
RIMINI CITTÀ
CRONACA DI UN RESTAURO
Il plinto cinquecentesco di Piazza Tre Martiri.
(Testo tratto da “Alea iacta est, Giulio Cesare in archivio”, a cura di Cristina Ravara
Montebelli, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”)
di ADELE POMPILI
I
l restauro è stato eseguito nell’autunno
escluso il rifacimento di parti mancanti;
1999, grazie al contributo del Lions
questo criterio è stato adottato per la
Club Rimini Malatesta.
maggior parte del lavoro eseguito,
L’inaugurazione è avvenuta il 9 novembre
anche se in corso d’opera ed in accordo
dello stesso anno.
con la Direzione Lavori si è deciso di
Il cippo o plinto detto di Giulio Cesare
procedere alla ricostruzione della parte
collocato in Piazza Tre Martiri a Rimini è
mancante di un angolo inferiore del
composto da un basso pilastro, costituito
pilastro,
in
sostituzione
della
da due elementi in pietra d’Istria uniti da
ricostruzione presente eseguita con
"zanche" in ferro piombate nell’inserzione
malte cementizie ora deteriorate e
con la pietra, che poggiano su una base
fratturate avvenuta in un precedente
composta di un basso parallelepipedo a
intervento sull’opera.
pianta quadrata sul quale stanno le
La pulitura dei depositi di sporco delle
modanature di raccordo con il pilastro.
colature ed incrostazioni dovute ad
Al momento dell’intervento il cippo era
agenti atmosferici ed inquinanti è stata
già stato collocato nella piazza Tre
eseguita con impacchi di Carbonato
Il cippo prima e dopo
Martiri, nel punto esatto in cui si vede il restauro.
d’Ammonio supportati in Arbocell e
ora.
successivo lavaggio. I depositi ed
incrostazioni solubilizzati o ammorbiditi sono
Stato di conservazione
Il manufatto in pietra d’Istria presentava un
stati rimossi con tamponature, spazzole morbide
deterioramento del materiale lapideo dovuto alla
e, ove necessario, meccanicamente a bisturi. Le
lunga esposizione ad agenti atmosferici ed
stuccature presenti e non più funzionali sono
inquinamento con dilavamenti, incrostazioni,
state rimosse meccanicamente con piccoli
colature e macchie, quest’ultime provocate
scalpelli e bisturi.
dall’ossidazione degli elementi in ferro "zanche",
Schizzi di catrame e residui in tracce di iscrizioni
probabilmente applicate in precedenti interventi
vandaliche sono state rimosse a solvente.
di restauro o ricomposizione del manufatto.
Stuccature e ricostruzioni.
Precedenti danni con fessurazioni, sbrecciature e
Le stuccature delle fessurazioni o piccole parti
mancanze di materiale lapideo erano stati
mancanti sono state eseguite con polveri di
risarciti con stuccature e rinzaffi a malte
marmo, sabbia e legante idraulico Plaster ETX.
cementizie. Sulla superficie erano presenti
La ricostruzione dell’angolo inferiore del pilastro
schizzi di catrame, cemento e tracce di iscrizioni
è stata eseguita con materiale lapideo in pietra
vandaliche.
d’Istria opportunamente scolpito e modellato.
Intervento di restauro
Consolidamento-protezione
Principi guida: Intervento conservativo delle
Gli elementi in ferro "zanche" non rimossi sono
parti deteriorate e consolidamento generale della
stati trattati con convertitori di ruggine ed isolati
pietra. Rimozione di quanto non originale o
con resine. La pietra, materiale costituente
alterato è presente e pregiudica la buona
l’opera, è stata trattata con Hidrophase Combi,
conservazione dell’opera. Stuccature e chiusura
protettivo consolidante idrorepellente, non
di fratture a scopo conservativo per impedire
filmogeno.
infiltrazioni d’acqua. In fase di preventivo si era
28 Vita di Club n. 1
MONDO LIONS
RIMINI-SAN MARINO: LA “LINEA GIALLA” 1944
Intermeeting lionistico nel segno dell’amicizia e della solidarietà umana nel 70° anniversario del passaggio del
fronte. Il trenino, le gallerie, i centomila fratelli rifugiati e i luoghi della memoria raccontati da Martelli, Cesaretti e
Turchini.
di GIORGIO BETTI (Lions Club Rimini Riccione Host)
I
Lions Club San Marino Undistricted e
Rimini Riccione Host di nuovo insieme con
gli amici di sempre: i soci del Rimini
Malatesta. Di nuovo protagonisti di un
incontro destinato a fare storia. E restare nella
storia del lionismo di casa nostra. Un momento
d’incontro capace di restare stampato in
technicolor - mica in bianco e nero – e in
cinemascope nell’immaginario collettivo perché
al centro dell’attenzione generale s’è posta la
rievocazione storica della Seconda Guerra
Mondiale; della Linea Gotica, baluardo difensivo
tedesco con le sue varie colorazioni e i suoi
tragici sviluppi (la linea gialla andava da Rimini
a San Marino) e delle battaglie combattute anche
sul sacro suolo della neutrale Repubblica di San
Marino, l’unica fondata da un Santo e adesso
diventata patrimonio dell’Unesco e dell’intera
umanità.
Tre service-club, il L.C. San Marino
Undistricted, il L.C. Rimini Riccione Host e il
L.C. Rimini Malatesta, uniti come prima e più di
prima
dai
vincoli
dell’amicizia
e
dell’appartenenza alla più grande e numerosa
famiglia del Lions International (Censimento al
31 maggio 2013. Soci: 47.957. Uomini: 38.490.
Donne: 9.467. Club: 1.324. Soci Leo: 4.001. I
LIONS NEL MONDO. Soci: 1.336.961. Club:
45.338 presenti in 192 paesi e con un seggio
presso le Nazioni Unite) che si riconosce nel
motto del suo fondatore Melvin Jones: “We
Serve” e in quello dell’attuale presidente
internazionale Joe Preston che recita così:
“Strengthen the pride” (rafforziamo il nostro
orgoglio) fieri di essere lion e uomini di pace.
Uomini e donne sempre pronti a tendere la mano
e correre in soccorso di chi ha bisogno. Di chi
soffre.
Così,
per
commemorare
convenientemente il settantesimo anniversario
del passaggio della guerra, i presidenti
Alessandro Barulli e Fabio Maioli, hanno potuto
avere e apprezzare la piena disponibilità dei
propri soci (encomiabile il lavoro svolto da
Conrad Mularoni e Graziano Lunghi in veste di
fotografi unitamente al dotto sapere di Rosolino
Martelli e Augusto Gatti che hanno illustrato il
percorso del trenino biancazzurro sotto le
gallerie della linea ferroviaria) e di quelli del
L.C. Malatesta Rimini capitanati dal president
incoming Nevio Annarella e dal past president
Lily Serpa Allison.
Poi, in un gioco delle parti che ha visto tutti
favorevoli, tutti d’accordo come si conviene alla
felice tradizione lionistica che vuole che
l’amicizia sia sempre posta al di sopra degli
interessi di parte e dei dialetti, si sono uniti
nell’ideale abbraccio il vicepresidente del L.C.
Malatesta Rimini, Egidio Aguti, il sindaco del
comune
di
Tavoleto
Nello
Gresta
(indimenticabile e ben riuscita la celebrazione
del 70° anniversario della liberazione di Tavoleto
svoltasi domenica 14 settembre nella splendida
cornice del castello dei conti Petrangolini con tre
personaggi di grande valore quali lo storico
Daniele Cesaretti e i colonnelli inglesi del 2/7
Royal Gurkha Rifles, Robert Couldrey e Martin
Brooks), il professor Angelo Turchini, autore di
numerosi libri tra cui “Sfollati d’Italia a San
Marino” durante la Seconda Guerra Mondiale e
curatore della mostra “Centomila fratelli”
insieme alla dottoressa Patrizia Di Luca,
responsabile
del
Centro
di
ricerca
sull’Emigrazione e del Museo dell’Emigrante.
A dare il via al sobrio cerimoniale di protocollo
con l’ascolto degli inni nazionali e la lettura del
codice di etica lionistica è stato Augusto Gatti.
29 Vita di Club n. 1
Poi è toccato ai presidenti Alessandro Barulli,
Fabio Maioli e Nevio Annarella rivolgere il
saluto all’autorevole uditorio e introdurre
l’argomento dell’Intermeeting: San Marino
1944: “Centomila fratelli”.
“Nella giornata di oggi vogliamo ricordare il
settantesimo anniversario del passaggio del
fronte. Dal 1° novembre 1943 al 21 settembre
1944 Rimini subì ben 396 bombardamenti che
causarono la quasi distruzione della città e 607
morti tra la popolazione civile. Molti scapparono
dalla città, chi in periferia chi nei borghi vicini,
molti si rifugiarono nella vicina Repubblica di
San Marino confidando nella sua neutralità che
non fu rispettata dai belligeranti. Quando poi il
fronte si avvicinò circa centomila persone,
uomini, donne e bambini, cercarono rifugio a
San Marino che, nel 1944, contava circa
quindicimila anime. Ma i sammarinesi
ospitarono tutti e riuscirono anche in qualche
modo a provvedere alle loro necessità primarie
quali il pane, i servizi igienici e quelli sanitari.
Di seguito lo storico Daniele Cesaretti che di
professione fa il medico dentista ma ch’è anche
un appassionato di storia militare, già
collaboratore
del
Centro
Internazionale
Documentazione Linea Gotica diretto dal
compianto prof. Amedeo Montemaggi, quale
esperto topografo dell’intera Linea Gotica (la
fortificazione tedesca correva per 320 km da
Pesaro sull’Adriatico e lungo il dorsale
appenninico fino a Massa Carrara sul Tirreno) e
membro onorario del 9° Reggimento Royal
Gurkha Rifles e autore del libro Faetano 1944:
Victoria Cross, ha poi raccontato le ultime
vicende che l’hanno visto protagonista alle
celebrazioni in onore dei soldati gurkha che si
sono svolte martedì scorso (23 settembre 2014) a
Birmingham alla presenza della principessa
Anna d’Inghilterra.
Al termine della sua relazione, Cesaretti ha
proceduto alla consegna di alcuni simbolici
omaggi (cravatte e distintivi del 2/7 Royal
Gurkha Rifles per conto del colonnello inglese
Bob Couldrey) ai presidenti Alessandro Barulli e
Fabio Maioli; al generale Rosolino Martelli, al
tenente colonnello Augusto Gatti, al sindaco di
Tavoleto Nello Gresta e al vostro cronista che
ringrazia di tutto cuore. Ad majora.
30 Vita di Club n. 1
ARTE IN MOSTRA
TRA SOGNI E METAFORE
Una mostra d’arte contemporanea russa a Rimini, nella Sala del Podestà.
● di EVA DULIKOVA FRISONI (curatrice di mostra e catalogo)
La mostra d’arte contemporanea russa dal titolo
“Russiart - Tra sogni e metafore”, proposta dalla
Galleria Artseverina di Mosca, nasce con
l’obiettivo di valorizzare l’arte contemporanea
russa anche fuori dai propri confini. La scelta di
organizzarla a Rimini, in Italia, non è casuale.
Già negli anni novanta, dopo la dissoluzione
dell’URSS, la situazione politica e artistica ha
subito notevoli cambiamenti sia nel campo
creativo sia in quello organizzativo. Sulla riviera
riminese si affacciarono i primi turisti russi, tra i
quali c’era la stessa gallerista Svetlana Severina,
che si è innamorata immediatamente dell’ Italia.
È nata anche l’amicizia con chi scrive, che
lavorando per un’importante agenzia turistica
promuoveva la riviera romagnola a Mosca. Dopo
più di venti anni abbiamo pertanto deciso
insieme di organizzare questa esposizione,
coinvolgendo artisti russi di elevato spessore. La
mostra vuole essere un omaggio alla numerosa
comunità di lingua russa presente sul territorio
riminese e vuole contribuire a rafforzare i
rapporti fra la cultura russa e quella italiana. È
rivolta anche a quel pubblico italiano e straniero
curioso di arte contemporanea russa e vorrebbe
arricchire in tal modo le vacanze di tanti turisti
che visitano Rimini in agosto. L’esposizione
vuole rappresentare uno straordinario incontro
con la pittura figurativa di tre artisti provenienti
da San Pietroburgo, già affermati nell’ambito
dell’arte contemporanea internazionale. Artisti
uniti da un forte senso d’appartenenza alla
corrente pittorica russa contemporanea, con lo
sguardo rivolto alle forme e ai temi più classici e
tradizionali. Il titolo della mostra “Russiart - Tra
sogni e metafore” già anticipa il contenuto delle
opere esposte. Gli artisti presenti sono
accomunati non solo dall’età anagrafica ma
anche dalla sconfinata fantasia grafica, espositiva
e creativa.
I dipinti e le grafiche di Armen Gasparyan,
sono costellati di metafore. Esse sono celate nel
fitto intreccio di personaggi che per volontà
dell’artista diventano creature fantastiche,
invitando lo spettatore a sognare e a riflettere
sulla
vita.
Armen,
con le
sue
opere,
cerca di
rendere visibile il mondo misterioso di cui nutre
la propria immaginazione, fornendone una
chiave interpretativa che, come il filo di Arianna,
consenta a ogni fruitore di addentrarsi nel
labirinto delle sue immagini, ricercarne l’essenza
più intima, uscire, rientrare o anche smarrirsi,
travolto dalle magnifiche visioni. Ma lo
splendore di quel disordine è solo apparente e si
palesa invece come inesauribile scoperta
dell’indicibile, invitando ogni spettatore a
misurarsi con le sfide che l’attenzione visiva
trasmette alla coscienza. Il linguaggio simbolico
si espande nella definizione delle sue opere
irradiandone il contenuto, denso di sottintesi
tracciati chiaramente sulla tela o sulla carta con
una scrittura in lingua madre armena poco
decifrabile.
Olga Suvorova appartiene a una celebre dinastia
di artisti di San Pietroburgo. Le sue opere
attestano una grande abilità nel disegno e
riuniscono ritratti di personaggi in costume,
ambientati negli interni di epoche diverse.
L’intensità dei colori e dei segni si riverbera
sulle vesti dei protagonisti, le cui cangianti
ricchissime cromie, non di rado fastose,
imprimono alle scene quiete e armonia
smaglianti e delicatissime, esaltando l’umana
bellezza nelle proprie incessanti, soavi
rivelazioni.
I protagonisti nelle opere di Igor Samsonov
vestono sfarzosi abiti orientali, in un’atmosfera
di festa. Solennità, dignità e classica armonia
sono poste a dimora in morbide gamme di luce
magistralmente diffuse tra gli enigmi di
splendide scene. I visi severi dei personaggi, il
loro misterioso stare o incedere, narrano storie
segrete e inespresse, ove tutto è sospeso in
atmosfere in cui il “ non detto” è suggerito dalle
31 Vita di Club n. 1
infinite gamme e velature di una pittura che si
addentra in silenzio tra i più nascosti sentieri
dell’anima. I personaggi di Igor vanno al di là
delle norme e dei dogmi tradizionali, nonostante
la loro classica compostezza.
● di GABRIELLO MILANTONI
Provengono da San Pietroburgo e sono tutti nati
negli anni Sessanta del Novecento: Armen
Gasparyan, originario d’Armenia, del 1966; Olga
Suvorova, di San Pietroburgo, stesso anno; Igor
Samsonov, 1963, di Voronezh (nativo della zona
è anche Ivan Kramskoj, notissimo autore
ottocentesco del celeberrimo ritratto del Tolstoj,
ma anche di un non meno ammirato autoritratto:
entrambi si ritrovano tutt’oggi in copertine
italiane di ristampe di romanzi russi).
Tre origini diverse ma tre destini comuni per
pittori già noti nel mondo, dagli Stati Uniti alla
Cina, passando per Londra e per buona parte
dell’Europa continentale. L’esposizione riminese
manifesta perciò tutti i caratteri per esser intesa
come avvenimento la cui portata siamo persuasi
incontrerà vero stupore e viva ammirazione. Ma
si spera indurrà soprattutto gli specialisti a
decidersi finalmente d’impegnarsi nel difficile e
non più differibile lavoro di aggiornamento e
rilancio di ormai desueti strumenti di storiografia
critica italo-europei che, grettamente barricati in
se stessi, da ormai troppo tempo si dimostrano
inadatti e incapaci pur solo di ipotizzare un
mondo dell’arte contemporanea seriamente
declinato in un “figurativo” che non sia, di solito,
una punizione non meno per lo spirito che per un
minimo sindacale di poetico slancio alla vita.
Sicché eccoli, in Italia, questi pittori che non
esitiamo a definire straordinari: perché, oltre a
imporsi nell’ambito di una categoria estetica
pressoché sparita nel nostro occidente d’Europa,
vale a dire la “qualità del testo”, sono
evidentemente (e questo è il loro comune
destino) tra i supremi custodi degli etimi ovvero delle sostanze - di quel linguaggio
pittorico che, distrutto nell’Europa occidentale, è
restato invece in tutto operoso nell’est. E ciò
avvenne malgrado fosse proprio un russo di
Mosca, ovvero Vasilij Kandinskij, a dar corso
ufficiale, a suo tempo, allo “stream”
dell’astrattismo. Un “valore aggiunto” riguarda
poi certi antichi legami tra i luoghi di origine dei
tre pittori e Rimini, città ospitante la formidabile
mostra.
Ad Armen Gasparyan (incantato dalla pittura
italiana, da Leonardo al Seicento veneziano al
Settecento bolognese) vorremmo perciò dedicare
il ricordo dell’ultima regina di Armenia, di
Cipro e di Gerusalemme, ovvero Carlotta di
Lusignano, quattrocentesca sovrana cattolica
morta a Roma e sepolta nelle Grotte Vaticane di
fronte a Giovanni Paolo II. La nonna di lei,
Cleofe Malatesta, consorte di Teodoro II
Paleologo principe regnante di Morea e
Peloponneso, era cugina amatissima di
Sigismondo Pandolfo. Sposa senza eredi di suo
cugino Ludovico Savoia conte di Ginevra, lasciò
la stirpe sabauda erede titolare del trono di
Armenia e delle altre due corone, mentre nelle
vene di Carlotta seguitava a scorrere pertanto
sangue anche riminese.
A Igor Samsonov (ardente lettore, tra l’altro, dei
succhi rarefatti e irrelati dell’elegantissima
Scuola di Fontainebleau) vorremmo invece
indirizzare la memoria di Zoe Sophia
Paleologina, consorte di Ivan III di Mosca e
perciò sovrana di Russia. La stessa Cleofe
Malatesta, nonna di Carlotta, era zia acquisita di
lei, poiché cognata del padre Tommaso, erede
della corona bizantina. Nello sposare Ivan III,
Zoe Sophia trasferì sul trono di Mosca non meno
le insegne dell’impero di Bisanzio (l’aquila a due
teste), che l’eredità spirituale e culturale sia
d’oriente sia d’occidente. E infatti, a partire dagli
inizi degli anni ottanta del Quattrocento, ecco
giungere a Mosca celebri italiani (un nome per
tutti: Aristotile Fioravanti) chiamati a costruir le
cattedrali, le mura e le torri del Cremlino che
tuttora ammiriamo.
Per Olga Suvorova (assorta, travolgente
interprete di ritratti ghirlandaieschi messi a
dimora nei fasti compunti della più profumata e
seducente cultura preraffaellita e vittoriana), che
è baltica di San Pietroburgo, città celeberrima
per esser stata costruita da cima a fondo dagli
italiani, desideriamo invece tramandar memoria
almeno di una “star” del Settecento, ovvero
Teresa Colonna, “la Venezianella”, danzatrice e
cantante esordiente a solo otto anni proprio nel
Teatro Pubblico di Rimini, e che col tempo fu
ricoperta d’onori e gioielli da Caterina la Grande
a San Pietroburgo.
Nell’ammirare le stupefacenti opere dei tre artisti
penseremo così, senza dubbio, anche a quegli
splendenti e tenaci fili d’oro che fino a oggi, per
chi sappia vedere, seguitano a intramare,
avvicinandole, le nostre storie e le nostre vite.
32 Vita di Club n. 1
ARTE IN MOSTRA
TRA SOGNI E METAFORE
Dalla Russia con colore …
Armen
Gasparyan
In alto a ds.: Vanitas
Sotto: Salomè
A sin.: Cavallo di Troia
Al centro: La città
In basso: Allegoria della castità
Giuditta
I
Igor Samsonov
Musica dell’imperatore
A sin.: Il figliol prodigo
Olga Suvorova
Ricordi di Rembrandt
Sotto: Annunciazione
II
ARTE IN MOSTRA
LEZIONE DI STILE
Il Medioevo nelle Marche è un esempio di raffinatezza che emana
dall’uso dell’oro tra i colori, dalle figure delicate e preziose, dai volti
espressivi.
Dal maestro di Campodonico…
Annunciazione, affresco staccato dalla Chiesa di
SantaMaria Maddalena, Fabriano.
Crocifissione, Urbino.
Crocifissione,1345, affresco staccato dall’abbazia
benedettina di S. Biagio in Caprile presso Campodonico.
…ad Allegretto Nuzi
Chiesa di S. Venanzio, cattedrale.
Allegretto Nuzi, Cappella di S. Lorenzo. Madonna con Bambino.
San Venanzio.
III
Allegretto Nuzi, Storie di sant'Orsola, affreschi del 1365 ca. nella chiesa di San
Domenico (precedentemente Santa Lucia) a Fabriano.
Allegretto Nuzi, Madonna con
Bambino, S. Maria Maddalena,
S. Giovanni Evangelista, S.
Bartolomeo, S. Venanzio,
polittico, Pinacoteca civica B.
Molajoli di Fabriano.
Sotto: La bravissima guida, dott.
Alessia Panfili.
IV
ARTE IN MOSTRA
RIVIVE L’EPOCA D’ORO
Le Marche tornano protagoniste di primo piano nel panorama italiano della cultura e
delle grandi mostre: a Fabriano “Da GIOTTO a GENTILE”, la mostra curata da
Vittorio Sgarbi, rievoca il rinnovamento epocale dell’Arte tra Duecento e Trecento con
dipinti, pale d’altare, tavole, affreschi, sculture, oreficeria, miniature, manoscritti e
codici. E la carta elegge Fabriano CITTÀ CREATIVA.
di ANNA MARIOTTI BIONDI
● L’ARTE DEGLI ANTICHI MAESTRI
Per la gita di club con cui il 27 settembre si
inaugura l’anno sociale 2014-15, approdiamo in
una Fabriano inondata di luce, dono generoso del
sole autunnale che tenta di compensarci per la
sua assenza estiva. Attirati dai nomi dei grandi
maestri e del curatore, ci aspettiamo di ripassare
una lezione di storia dell’arte che comprenda,
come dice il titolo, i nomi più importanti del
Gotha medievale: da Giotto a Gentile passando
per Cimabue, Lorenzetti, Giuliano da Rimini
ecc., ecc. su cui siamo convinti di sapere tutto.
Avevamo dimenticato, un anno dopo
l’esperienza di Osimo, distratti dai mille
acciacchi della terza età, che da una mostra
griffata Sgarbi c’è da aspettarsi di tutto e di più.
Infatti essa accende i riflettori su uno
smisurato patrimonio artistico in
gran parte “sommerso” e ignoto al
grande
pubblico;
dimostra
l’esistenza di una scuola fabrianese
partecipe
della
rivoluzione
iconografica e culturale che si va
compiendo tra Assisi e Rimini dal
Trecento al Quattrocento, e ci
regala l’incontro sorprendente con
due autori straordinari.
Il primo è un maestro senza nome,
ma con una grande personalità, non a
caso è stata scelta come logo della mostra la sua
sublime, delicatissima Annunciazione, un
affresco staccato dalla chiesa di S. Maria
Maddalena di Fabriano dai colori fatti di pura
luce (inserto III). Sembra di assistere ad una
conversazione privata: la giovanissima Maria si
spaventa e si ritrae mentre l’Angelo le parla
sommessamente (“tu sei l’alpha e l’omega”), e
noi diventiamo partecipi del dramma. Del
maestro di Campodonico non si sa nulla, si
ipotizza che fosse un monaco miniatore perché
l’opera a cui deve il nome ricorda un grande
foglio di pergamena con tanto di lettere
impaginate e incise sull’intonaco. Si tratta di un
affresco, datato 1345, rinvenuto nell’abbazia
benedettina di S. Biagio in Caprile presso
Campodonico, un borgo presso Fabriano. È una
meravigliosa Crocifissione in
cui, nonostante le gravi
perdite, si può ravvisare la
potenza nel ritrarre i fremiti
della vita morale e la sapienza
nel rendere il rapporto luce e
colore; le figure chiare e
luminose
si
staccano
nettamente dal fondo scuro.
L’espressività dei personaggi
traspare
anche
nella
Crocifissione affrescata a
Urbino, dove forte è l’effetto
drammatico del volto esangue di Cristo, e ricchi
di pathos sono i personaggi che lo affiancano, la
Madonna e S. Giovanni Battista (inserto III).
Le opere rimaste, benché frammentarie, sono di
tale altezza da sbalordire per la carica umana
profonda e modernissima, per il colore che
trasmette espressività, per la spazialità
‘giottesca’. Quando furono scoperte i critici
pensarono che fossero di un artista del
Quattrocento. Il maestro di Campodonico era
certamente un artista colto e raffinato in contatto
33 Vita di Club n. 1
con l’atmosfera di Assisi, in quel periodo
capitale dell’arte, da dove si irradiava la lezione
plastica di Giotto e la sapienza illustrativa di
Pietro Lorenzetti.
Il secondo artista ha nome e cognome e il merito
di rappresentare le vette artistiche di un intero
territorio giacché le sue opere sono il filo rosso
che collega la mostra allestita nella Pinacoteca
Civica “Bruno Molajoli” alle splendide cappelle
che completano l’itinerario nelle chiese di
Sant’Agostino, San Domenico e nella Cattedrale
di San Venanzio. Nato a Fabriano nel 1320 ca. e
morto nella stessa città nel 1373, Allegretto
Nuzi impone anche il colore della mostra: tutte
le sale sono dipinte di un rosso intenso che
riflette il vermiglio del manto della sua
Maddalena nel prezioso polittico Madonna con
Bambino, santa Maria Maddalena, san
Giovanni Evangelista, san Bartolomeo, San
Venanzio (Pinacoteca civica "B. Molajoli" di
Fabriano). Probabile allievo del Maestro di
Campodonico, fu a Siena e a Firenze, ma rientrò
a Fabriano in occasione della peste del 1348.
Una sezione della mostra è dedicata a tavole e
polittici caratterizzati da figure ispirate ai
modelli fiorentini e senesi, rielaborati in chiave
cortese, come testimoniano le varie redazioni
della
"Madonna
dell’Umiltà".
Abbiamo
ammirato la monumentalità solenne e
minutamente decorata delle pale sacre della
pinacoteca, poi siamo rimasti incantati dalla
straordinaria capacità narrativa dimostrata negli
affreschi del 1365 ca. con le Storie di san
Lorenzo nella cappella di San Lorenzo del
Duomo (chiesa di San Venanzio) e con le Storie
di sant’Orsola nella chiesa di San Domenico
(precedentemente Santa Lucia).
Il Medioevo nelle Marche ci dà una lezione di
stile: la raffinatezza emana dall’uso dell’oro tra i
colori, dalle figure delicate e preziose, dai volti
espressivi.
La mostra è cronologica e segue per tappe di sala
in sala il cammino dell’arte dalla fine del 1200
alla fine del 1400, un periodo storico artistico
culturale di trasformazioni enormi a livello
civile, sociale, religioso che segnano il passaggio
nel mondo moderno, dal Medioevo al
Rinascimento.
Dapprima
riconosciamo
l’iconografia
bizantina,
orientaleggiante,
completamente
trascendente,
nel
Cristo
vittorioso di Matelica dagli occhi sbarrati, lo
sguardo fisso, lontano, poi, di fronte a
rappresentazioni in cui entrano il sentimento e
l’espressività, capiamo il cambiamento: il Cristo
inespressivo e senza dolore perché ha vinto la
morte è diventato umano, figlio di Dio tra gli
uomini, con i segni della sofferenza nel volto, nel
corpo, nel movimento. Dal Cristo vittorioso al
Cristo dolente; è il periodo in cui nascono gli
ordini monastici che diffondono una religiosità
nuova. Il caposcuola Cimabue, fortemente
imbevuto di tradizioni bizantine, in una tempera
su tavola conservata alla Porziuncola di Assisi e
databile al 1280 circa, si
cimenta in un ritratto realistico
a figura intera di S. Francesco,
un fraticello non molto alto
che impugna con le due mani
il libro della Regola: ha il naso
appuntito, le grandi orecchie a
sventola, una corta barba e su
mani,
piedi
e
costato,
attraverso uno squarcio nel
saio, mostra le ferite delle
stimmate. Si è passati dal
mondo greco al mondo latino,
dall’icona al ritratto; già prima
di Giotto c’è tutto un
movimento che al mondo
trascendente unisce quello
immanente. Poi arriva Giotto
che indubbiamente è il padre di questa
rivoluzione culturale, in quanto trova un nuovo
linguaggio iconografico e lo diffonde a macchia
d’olio. Giotto è stato in pittura quello che Dante
è stato in letteratura. Nelle due minuscole
tavolette in mostra, che dovevano far parte di
un’opera più ampia, sono rappresentati come
essere umani San Francesco e San Giovanni
Battista, come testimoniano la ricchezza dei
dettagli, dei chiaroscuri, l’aureola che esce dal
cerchio. Verso il 1303 mentre va a Padova per
dipingere la Cappella degli Scrovegni, Giotto
viene intercettato dai Francescani di Rimini che
gli chiedono un ciclo di affreschi (perduto) nella
chiesa di S.
Francesco e
un
Crocifisso
(il prezioso
Crocifisso
esistente).
Giotto si serve di maestranze locali tra cui
Giuliano da Rimini. L’espressione del volto del
suo Cristo morente di Sassoferrato è simile, il
Crocifisso (1309) presso la chiesa di San
Francesco di Mercatello sul Metauro è
strettamente legato al modello di Giotto. Le
34 Vita di Club n. 1
novità introdotte da Giotto hanno un’eco
immediata da Assisi a Rimini, a Fabriano. La
scuola riminese coniuga la sua lezione con la
tradizione bizantina, ancora troppo forte per far
subito
tabula
rasa.
Nella
stupenda
Incoronazione della Vergine di Giuliano da
Rimini i santi slanciati, monumentali, con
drappeggi sottolineati da una lamina d’oro,
hanno volti dall’intensa espressività. Il
dettagliatissimo lavoro a punzone sull’oro
ricorda i mosaici di Ravenna, ma il linguaggio
figurativo è nuovo.
Originalità propria ha la scuola di Fabriano. Il
maestro dei Magi è un monaco benedettino
olivetano che ha bottega a Fabriano nel 1365.
Egli sa caricare di intensa umanità tutti i
personaggi: San Giuseppe è una scultura a tutto
tondo estremamente espressiva nella posa e nel
volto in cui spiccano gli occhi di pasta vitrea,
così anche i Magi che
comunicano con lo
sguardo, i gesti, le
pieghe delle vesti di
broccato. Nel gruppo
esposto
manca
la
Vergine col Bambino,
trafugata nel ‘900 e
ritrovata in America
dov’è tuttora.
Siamo nel gotico cortese, anche Nuzi è pittore di
corte della famiglia di origine longobarda che ha
la signoria di Fabriano dal 1378 al 1435, i
Chiavelli. Alla ricerca analitica espressiva e alla
conquista del chiaroscuro si aggiunge da questo
momento in poi il gusto del decorativo e anche
un ritorno all’orientalismo. Decorazioni minute,
raffinatissime mutano le figure religiose da
poverelli a nobili, re e regine.
Gentile da Fabriano vede l’umanità dei Magi e
il decorativismo di Allegretto e dà equilibrio al
tutto, riprendendo in modo raffinatissimo le fila
di una ricerca del reale e dell’espressività e,
insieme, del decorativismo prezioso del gotico
internazionale. Nato nel 1380, si forma tra
Brescia, Milano e Venezia seguendo il nobile
Chiavello Chiavelli, figlio di Guido, che dal
1404 successe al padre come capo della famiglia
e signore di Fabriano. Ad ogni ritorno a Fabriano
regala opere meravigliose come la Madonna col
Bambino e Angeli musicanti proveniente dalla
chiesa di San Domenico e ora a Perugia, Galleria
Nazionale dell’Umbria. Collocata in un hortus
conclusus ad indicare la sua verginità, la
Madonna, abbigliata con un manto dove sono
evidenziate le pieghe cadenzate ed eleganti del
gotico internazionale, é seduta su un trono
vegetale composto da alberelli, rametti e
foglioline disegnati uno per uno e da esili arcate
dorate. Con le mani affusolate abbraccia
compostamente il Bambino e fa per prendere il
frutto che tiene in mano, una melagrana dai
chicchi rossi come gocce di sangue,
prefigurazione della Passione. Sotto il trono
piccolissimi angeli danzano e cantano srotolando
uno
spartito
musicale.
Straordinaria
la
spilla dorata che
chiude il manto di
Maria, raffigurata a
rilievo
tramite
un’applicazione a
base
di
gesso,
straordinarie
le
aureole
con
iscrizioni
incise
minutamente
a
punzone.
Altro gioiello la
Madonna
dell’umiltà
(dal
Museo nazionale di
San Matteo di
Pisa);
in un ambiente
domestico,
come
suggerisce
il
panneggio a parete
dello sfondo, Maria,
seduta (quasi in
posizione yoga) col
Bambino
sulle
ginocchia,
umilmente protende
il volto non solo
verso il figlio suo,
ma anche figlio di Dio, La capacità pittorica è
fortissima: il manto di Maria sembra velluto con
riverberi dorati, il velo che ricopre il corpo del
bambino cambia colore a seconda di dove
poggia.
In tutte le opere di Gentile il decorativismo è
mantenuto insieme al realismo. La lavorazione
stupenda dell’oro battuto, sagomato e decorato, i
rossi e i blu brillanti come le pietre preziose da
cui provengono sono un esempio di grande
raffinatezza, insomma una sapiente lezione di
stile abbinata ad una grande umanità.
35 Vita di Club n. 1
● LA CREATIVITÀ DEI MAESTRI DI OGGI
Fabriano, alle prese con un processo di
deindustrializzazione che sta cambiando i
connotati della città, sta cercando una via
d’uscita e ha intravisto una prospettiva fertile,
quella della cultura. Cultura e arte anche nel
mondo della carta, cui si deve in gran parte il
prestigioso riconoscimento arrivato dall’Unesco
di Fabriano, città creativa. La creatività è di
casa nel laboratorio di Sandro Tiberi, artista e
maestro artigiano che di sé dice:
Io non fabbrico carta
Plasmo desideri
A materie pregiate
Aggiungo
passione ed amore
E accade un'alchimia
Materiale e immateriale si fondono
Non è carta,
è la sostanza del sogno.
E che la sua preziosa carta possa raccogliere e
conservare nel tempo idee, progetti, sogni non
stentiamo a crederlo visitando il laboratorio con
le attrezzature dove essa prende vita foglio per
foglio da un “brodino” di cellulosa.
La storia della carta è la storia di Fabriano, anche
se la sua invenzione ha origini lontane nel tempo
e nello spazio; il merito infatti appartiene ai
Cinesi fin dal II sec. a. C.. Nel 105 d. C. il
Sandro Tiberi ci accoglie nel suo Laboratorio insieme
con il Past President del Lions Club di Fabriano
Alfredo Della Penna.
dignitario del Celeste Impero Ts’Ai Lun fissò il
regolamento di fabbricazione della carta,
chiamata in cinese «Tche ».
36 Vita di Club n. 1
Il segreto fu custodito gelosamente fino al 751
d.C. quando ad Atlah, sul fiume Tala's, nel
Turkestan, fu combattuta una grande battaglia tra
gli Arabi, in movimento espansionistico verso
Oriente, e gli abitanti della regione, sostenuti dai
Cinesi. Catturati sul campo e condotti prigionieri
a Samarcanda, la via del Medio Oriente e,
successivamente,
del
Mediterraneo
e
dell’Europa, due mastri cartai cinesi furono
costretti a rivelare le tecniche di lavorazione del
prodigioso materiale. Come osserva il nostro
Marco Polo ne Il Milione, i Cinesi riuscivano a
fabbricarla partendo sia da brandelli di stoffa
usata, sia dalla scorza degli alberi, sia dai
germogli di bambù.
Attraverso gli Arabi il segreto
passò
dunque
dall’Oriente
all’Occidente ed è ormai certo che siano stati
arabi i primi maestri dei cartai di Fabriano, nelle
Marche, il primo centro in Italia a fabbricare
carta partendo dal lino e dalla canapa. L’ingegno
dei cartai di Fabriano permise di sviluppare in
breve i procedimenti di produzione relativamente
alla qualità e alla quantità: loro fu l’invenzione
della colla, cioè della gelatina animale (anziché
succhi vegetali), come collatura che rendeva la
carta resistente e inalterabile nel tempo tanto da
soppiantare la pergamena più costosa e difficile
da
reperire
nelle
quantità
necessarie.
Fondamentale fu poi l’invenzione di una
macchina mossa dalla forza dell’acqua che
automaticamente sfibrava gli stracci («pisto»);
con la meccanizzazione della molitura degli
stracci, i cartai di Fabriano ottennero più
impasto, quindi più carta e più produzione.
La terza invenzione fabrianese fu la filigrana,
ottenuta deformando ad arte i fili metallici tesi
nel piano delle «forme» quadrate o rettangolari
che servivano a trasformare l’impasto in fogli,
per marchiare sulla carta il logotipo del
produttore, un ornamento caratteristico, ben
visibile soprattutto in trasparenza.
Il procedimento viene avviato sotto i nostri occhi
meravigliati: dalla materia prima che
è cotone pressato, al liquido impasto
che prende forma come per magia su
un setaccio, al foglio finale, candido
come un fiocco di cotone appena colto.
Tiberi fa solo carta personalizzata fatta a
mano, un settore assolutamente di nicchia. Carta
pregiata che diventa prezioso oggetto d’arte:
quadro, lampada, scatola, libro …
Sulle pareti del laboratorio abbiamo scoperto
fogli che rivelano come, dentro la carta, Tiberi
metta anche il cuore e l’anima.
Gli abbiamo chiesto di inviarci i pensieri
impressi su quella carta capace di conservare i
sogni …
Eccone alcuni …
37 Vita di Club n. 1
LA VECCHIAIA
di Sandro Tiberi
S
eduto di fronte alla finestra osservo il mondo. Un passerotto si posa sul davanzale, mi guarda curioso e intimorito, vorrei rassicurarlo, vorrei che
restasse, ma l’esperienza gli ha insegnato a diffidare dell’uomo, vola via veloce, libero. Il sole illumina le cime dei monti, ancora per un po’ mi
accarezzerà il volto prima di cedere il passo all’oscura sorella Regina del buio. Il sole di giorni passati, lo stesso sole, la stessa luce, splendeva sulla
mia età più verde; il corpo era carico di energia, lo spirito forte mi consigliava di affrontare la vita con prepotente disinvoltura. Quanti errori ho
commesso! Quante colpe pesano sul mio animo. I visi di persone care mi appaiono all’improvviso, il caleidoscopio della memoria presenta il suo
spettacolo, in un alternarsi di immagini e sensazioni. Vorrei entrare nel turbine e fermare il tempo, rivivere alcuni di quei momenti. Che stupido! Il
tempo non si ferma, il bianco dei capelli riflesso sul vetro, le rughe solcano il volto come squarci che mettono a nudo l'anima. L'involucro ha ormai
quasi esaurito il suo scopo, a stento riesco ancora a comandarlo, preferisce riposare e non ama più seguire le voglie della mente; a volte si rifiuta
anche di alzarsi da questa sedia. Fuori il paesaggio cambia lentamente sotto il mio sguardo attento, così di giorno in giorno, nuovi colori e nuove
emozioni accompagnano le mie giornate di acuto osservatore. Ogni volta lo stesso quadro, ogni volta diverso. Con le stagioni passano i mesi e gli anni,
e vedo le primavere e le estati di altri che, ignari di ciò che li circonda, si concentrano sulla frenesia del vivere e non sulle ragioni che la vita stessa
nasconde. Poi arriva l’autunno, il tempo delle riflessioni, e l’inverno dei ricordi, bianco, freddo. Forse non piace a tutti, ma senza dubbio ha il suo
fascino. Ogni stagione ha le sue bellezze e i suoi dolori, ogni stagione va vissuta intensamente, ogni giorno è unico, il domani forse nemmeno arriverà.
Di questo ora mi rendo conto, proprio adesso che il mio tempo sta per finire. Lo sguardo sicuro di un nipote mi dice che forse questa comprensione è
una prerogativa dell’età. Ora capisco che, anche seduti davanti ad una finestra senza fare altro che vivere, si può essere felici. Si sviluppano nuovi
sensi, nuovi interessi e anche una farfalla che vola nel vento, può essere uno spettacolo esaltante. Un tramonto multicolore mi svela il segreto della
vita e della morte. Tanti tesori mi appaiono in tutto il loro splendore, li avevo sotto gli occhi ma non avevo il tempo di notarli, cercavo altre
sensazioni, guidato dall’istinto e non dal cuore. È bello essere qui, svegliarsi all'alba meravigliandosi di avere ancora un giorno da vivere, da sognare,
da ricordare. Alla vita non chiedo altro che di compiacermi ancora per un po' della sua dolce compagnia, finché un giorno la Nera Signora busserà alla
mia porta e io sarò pronto a riceverla, forse avrà la gentilezza di concedermi un ultimo rapido riepilogo della mia esistenza, allora nella collezione di
immagini che rivedrò, vorrò soffermarmi ancora una volta su quella che da sempre ha riempito la mia vita. E sorriderò, felice di morire con te nella
mia mente.
Per te nonno, ovunque tu sia. Finché vivrò sarai nel mio cuore. Cammineremo di nuovo insieme un giorno e tu mi insegnerai ancora una volta a
vivere.
L'OASI
di Sandro Tiberi
C
ammino a stento affondando pesantemente nella sabbia della vita, il sole che dovrebbe nutrire diventa una tortura indicibile. I passi stanchi,
l'andatura incerta, l'aspetto malandato rivelano la sofferenza del mio cammino. Le labbra gonfie, la pelle arida come la sabbia che mi circonda, gli
occhi socchiusi invano cercano un riparo nella inospitale distesa in cui mi trovo senza saperne il perché. Ho già perso la speranza di trovare un rifugio
che plachi il mio dolore, quando un'immagine prende forma davanti a me, in lontananza. Il calore ne fa tremolare i contorni che diventano confusi e
la stanchezza mi convince che sia un altro miraggio, l'ennesima illusione. Poi lentamente, mentre mi avvicino, la vista rivela il miracolo. Un'oasi
stupenda, meraviglia inaspettata, che cancella di colpo anche il ricordo delle pene passate. Mi disseto nelle fresche acque bevendo avido, mi nutro dei
frutti dal sapore esotico ed il mio corpo martoriato trova finalmente riposo cullato nell'ombra ristoratrice. Chiudo gli occhi incapace di pensare,
abbandonato alle dolci sensazioni, vinto dalla bellezza del momento. Poi, come un lampo che illumina il cielo notturno, una domanda angosciante
trafigge la mente: per quanto durerà? Già il piacere si tramuta in sgomento, la paura di perdere la felicità trovata guasta la bellezza di attimi
irripetibili. Tremo al pensiero di dover riprendere il cammino verso una meta irraggiungibile, in un deserto senza valori, senza sentimenti, con il solo
scopo di camminare, trascinando un involucro che si deteriora velocemente, sferzato dalla crudeltà di un ambiente ostile. Ma è il mio destino, il
destino di tutti e devo affrontarlo. Ora mi aggrappo al sogno più decisamente, lotto affinché quest'oasi possa ospitarmi ancora a lungo, ma l'esito della
battaglia è incerto, come incerta è la vita stessa che in un attimo può terminare senza lasciare il tempo di progettare nuove illusioni. Cosi pian piano
comprendo che vano è il tentativo di forzare gli eventi, l'Universo ha le sue regole e come il mare scandisce un flusso ed un riflusso, un lento
alternarsi di gioie e dolori, un andirivieni di contrastanti sensazioni, che dondolano lo spirito umano in una incontrollabile altalena. Capisco che devo
smettere di pensare, che devo tornare ad immergermi nel piacere, senza chiedere nulla di più che vivere fino in fondo le stupende emozioni che
quest'oasi mi dona. Se e quando finirà, solo allora mi ridesterò dal sogno e riprenderò il cammino per quel deserto di paure che mi aspetta lì a pochi
passi. Con la speranza nel cuore che, guardando lontano, con gli occhi socchiusi per la luce accecante, mentre cammino a stento affondando nella
sabbia della vita, le labbra gonfie, la pelle arida, laggiù, in un punto indefinibile della mia anima, io riesca a vedere i tuoi contorni tremolanti per il
calore, confusi per la stanchezza di uno sguardo troppo a lungo sforzato in una disperata ricerca e avvicinandomi lentamente, ti scopra reale,
bellissima, pronta a concedermi ancora una volta la pace di un'oasi meravigliosa.
38 Vita di Club n. 1
CURIOSITÀ ALVISIANE
IL LADRO DI STORIE
Tra realtà e immaginazione.
di MARIO ALVISI
H
Il pass di Ugo Donati, custode delle vettovaglie immagazzinate dalle truppe canadesi nei locali del Teatro Galli.
o la fortuna di vivere fra due grandi
“polmoni verdi”: il Parco della Cava
e il Parco Fabbri, quello, per
intenderci, situato fra il Palacongressi
e l’Arco D’Augusto. Ogni mattina, seguendo i
consigli del cardiologo Fernando Santucci, che ci
invita “a camminare, ma non correre” per
salvaguardare il nostro cuore, percorro ora l’uno
ora l’altro dei due parchi. Ma quello che
preferisco è il parco Fabbri che mi permette di
fare anche un “giretto” in città.
Sulle panchine e i tavoli posti lungo il mio
percorso ci sono anziani che leggono il giornale
riscaldati dal sole, badanti che fanno gruppo per
scambiarsi cibarie e ricordi, e studenti immersi
nei loro libri e quaderni per prepararsi a qualche
interrogazione o verifica, come oggi si dice.
In questo mio quotidiano passeggiare un giorno
vedo su una panchina dei fogli bianchi. Non
c’era nessuno. Quindi, incuriosito, furtivamente
li ho presi per vedere che cosa contenessero. Con
mia grande sorpresa erano due racconti, due
storie scritte a macchina, in bell’ordine. Ho dato
una veloce occhiata e ho pensato che fossero una
dimenticanza di qualche studente che stesse
preparando una tesina. Oppure di qualche
amante di storia della Rimini post bellica. O,
ancora, di qualche storico che, all’ombra dei
grandi alberi, rileggeva le bozze per qualche
libro di storia locale.
Tornato a casa ho letto i due fogli. L’uno,
intitolato “Io, Sonia e l’Ausa”, ricorda con
nostalgia, la vita
che nell’estate 1949 si
svolgeva attorno alla caserma di via
Castelfidardo e il vicino torrente Ausa. L’altro,
intitolato “Il bisogno aguzza l’ingegno”, racconta
le avventure dei ragazzini che abitavano nella
zona Castelfidardo-Santa Rita, per sopravvivere
alle manchevolezze di quel periodo.
A me sono piaciute perché sono le stesse storie
del mio tempo, che però ho trascorso altrove, e
per il senso di nostalgia per quegli anni che, per
noi giovanissimi, non erano quasi mai giorni di
paura e smarrimento, come invece lo furono per i
grandi, come raccontano le testimonianze dei
tantissimi sfollati nell’interessante libro del prof.
Angelo Turchini, “Sfollati d’Italia a San
Marino”. Fra questi c’erano anche i famigliari di
mia moglie Graziella, mentre suo padre Ugo era
stato reclutato dal comando delle truppe canadesi
con il compito di custode delle loro vettovaglie
immagazzinate nei locali del Teatro Galli.
Buona lettura! Sicuramente ritorneranno anche
alla vostra mente quei lontani ricordi.
IO, SONIA E L’AUSA
Estate 1949, mi incamminavo, anzi ci incamminavamo io e la mia lupa Sonia mesti e tristi al
ricordo del celebre verso "Nel mezzo del cammin di nostra vita ...". Si procedeva lentamente lungo quei
binari non immaginando neppur lontanamente che una decina di anni dopo la ferrovia sarebbe
scomparsa, come pure il torrente Ausa, per fare spazio all’odierno Parco Cervi, forse migliore nel
complesso, ma che ci avrebbe sottratto per sempre le immagini di quei luoghi che per noi, allora
ragazzini, erano tutto. I giochi, le corse, le capanne e i salti sull’Ausa e non per ultimo le battaglie con i
sassi della ferrovia e le canne del vicino canneto. Oggi penso ancora alla caserma Castelfidardo di fianco
a Santa Rita, quando mi arrampicavo alle sue finestre per chiedere del pane ai militari tedeschi che,
quando avanzava, lo cedevano volentieri, altrimenti rimanevo con la voglia e un po' di fame fino alla
successiva occasione. Ricordo che, quando si usciva dalle Scuole Tonini alla fine delle lezioni, tutti
allineati, si rompevano le righe al grido di: Saluto al Re! Viva il Re! Saluto al Duce! A noi! diretti verso la
libertà scolastica. Di tutto ciò si ricordano ancora quei pochi giovincelli di allora, oggi ultraottantenni
come me e … la vita fortunatamente continua.
39 Vita di Club n. 1
IL BISOGNO AGUZZA L’INGEGNO
II mio primo pensiero di quando ero bambino risale al periodo della Seconda Guerra Mondiale,
quando alcuni abitanti, piuttosto intraprendenti, della piazzetta di Santa Rita commerciavano taniche di
benzina con gli alleati della vicina Caserma Castelfidardo. Prima della vendita riuscivano a restringerle,
limitandone leggermente la capienza, dato che il prezzo lo calcolavano a lattina mentre quando si
andavano a rifornire del carburante le riportavano alla normale dimensione. I ragazzi più grandi di me
costruivano bicchieri con i vuoti delle bottiglie di vetro della birra degli alleati, legando attorno ad esse
uno spago imbevuto nell’alcool a cui davano fuoco; subito dopo immergevano la bottiglia in acqua
fredda ed il vetro si spezzava all’altezza dello spago, creando un utile bicchiere.
In quei giorni, di tanto in tanto, suonava l’allarme antiaereo e per noi il primo rifugio più vicino era lo
scantinato della casa di Ghitanein Montanari all’angolo della piazzetta Gajana1 e si doveva rimanere lì
fino al cessato allarme. Durante l’anno scolastico molti di noi bambini, non essendoci ancora le moderne
cartelle o zaini, si recavano in classe con pesanti cartelle metalliche normalmente usate come contenitori
di proiettili per mitragliatrici e pensate quale frastuono si udiva in aula nell’aprirle e nel chiuderle.
Anche il parroco Don Borghesi si era dovuto organizzare per addobbare di fiori la chiesa, usando come
vasi bossoli di proiettili di cannone leggermente modificati per una migliore estetica.
A sin.: Foto aerea dell’anteguerra. Sullo sfondo la caserma Castelfidardo, in primo piano il Tempio Malatestiano e il
convento di S. Francesco. A ds.: Dopo i bombardamenti. Sotto, a sin.: Via Castelfidardo. A ds.: La Caserma.
1
Piazzetta della Gaiana
A destra per chi dall’Arco mira alla Via del Corso offresi un vicoletto col nome Via Gaiana procedendo pel quale s’incontra a
destra una piazzetta dello stesso nome, ove fino al 1620 fu un Arcovolto, che la tradizione addita come luogo assegnato ai
Vescovi Ariani venuti al Concilio l’anno 359. Non vi è nulla a vedere; anzi qualcuno ha supposto derivar quel vocabolo
dall’avervi abitato nel Sec. XVI una famiglia venuta dal prossimo fondo Gaiano.
LuigiTonini, Guida illustrata di Rimini, 1893
40 Vita di Club n. 1
CULTURA
L’ETÀ DEI CODICI
La
diplomatica
ossia
la
disciplina
comprendente i concetti, le tecniche e le
procedure per giudicare l’età e l’autenticità del
documento medievale.
di CARLO SOMIGLI
N
el corso dei miei studi per la
Laurea
Magistrale
in
Italianistica ho imparato a
conoscere e apprezzare la
Paleografia, una disciplina fondamentale
per la ricerca storica. Assieme alla Diplomatica,
la Paleografia ha come obiettivo l’analisi delle
fonti storiche (documentarie e non) al fine di
stabilirne innanzitutto la veridicità, e di ricavarne
informazioni che possano essere utili alla ricerca
in qualsiasi settore (storia culturale, politica,
sociale, religiosa e dell'arte).
Attraverso le fonti originali si è in grado di
osservare direttamente il corso della storia,
grazie alle testimonianze in esse racchiuse. Lo
storico, pertanto, onde evitare di doversi affidare
a interpretazioni, passibili di inevitabili
stratificazioni, non può esimersi dal conoscere
queste due discipline. In particolare, la
Paleografia ha come oggetto di analisi la scrittura
di un documento, mentre la Diplomatica prende
in considerazione le formule, le circostanze e le
modalità con cui il documento è redatto.
Le due opere fondamentali a riguardo sono state
scritte tra il XVII e il XVIII secolo, epoca in cui,
usando le parole di Marc Bloch, “si pone
convenzionalmente
l'inizio
della
critica
documentaria” e sono il De Re Diplomatica di
Jean Mabillon (1681) e la Palaeographia
Graeca di Bernard De Montfaucon (1708).
Entrambi monaci benedettini, Mabillon e
Montfaucon posero le basi della moderna ricerca
storica sulle fonti (anche se non mancano i
precedenti, come ad esempio la famosa analisi
filologica del 1517 di Lorenzo Valla sulla falsa
Donazione di Costantino).
Per lungo tempo le due discipline non furono
distinte, e in particolare la Paleografia fu
considerata come materia accessoria della
Diplomatica. Il primo a operare una distinzione
netta, attribuendo dignità di scienza autonoma
alla Paleografia fu, a metà
del XVIII secolo, un altro
ecclesiastico
erudito,
l’Abate
Giovanni
Grisostomo Trombelli del convento di San
Salvatore di Bologna che ne fornì una trattazione
sistematica. Egli pubblicò nel 1756 l'Arte di
Conoscere l'età de' Codici latini e italiani, opera
che contiene in nuce le caratteristiche dei
moderni manuali di Paleografia. Uomo dai
molteplici interessi e di vastissima cultura,
Trombelli ricoprì varie cariche nel corso della
sua vita sacerdotale, tra cui quella di
bibliotecario, ed è con lui che si ebbe il secondo
grande accrescimento del patrimonio della
biblioteca di San Salvatore. Il primo fu nel XVI
secolo sotto il padre bibliotecario Pellegrino de'
Fabri, a cui Trombelli è stato comparato dal
pontefice Benedetto XIV, suo amico e protettore.
La sua attività di ricerca dei codici in tutta
Europa portò Trombelli a stringere importanti
rapporti di stima e collaborazione con numerosi
personaggi di spicco del suo tempo, tra cui
l’imperatrice Maria Teresa regina d’Austria e di
Ungheria che gli inviò in dono i tomi del
Catalogo Vindobonense, Carlo di Borbone re di
Napoli e della Sicilia e Vittorio Amedeo Savoia
re di Sardegna, oltre a una nutrita schiera di
intellettuali, filosofi e scienziati.
Per il valore delle sue opere e della sua attività di
bibliotecario Trombelli fu largamente apprezzato
dai contemporanei, tuttavia per tutto il XIX
secolo e buona parte del XX la sua figura fu
come obliata, tanto che il suo nome manca nei
cenni storici dei manuali di Paleografia
contemporanei.
Il professor Giovanni Feo dell’Università di
Bologna mi propose uno studio sulla sua attività
e sul lavoro di Trombelli relativo ai codici che lo
ha portato alla stesura del suo manuale. Infatti,
41 Vita di Club n. 1
pur essendo stato autore prolifico in una
moltitudine di campi del sapere, il Trombelli
paleografo non è mai stato accuratamente
studiato e dibattuto, sebbene non manchino
contributi riguardanti le sue opere di Paleologia
e Agiografia1 . Per questo motivo ho compiuto
una ricerca diretta sui codici da lui posseduti, che
oggi formano un importante fondo della
Biblioteca Universitaria di Bologna, analizzando
le tracce del suo lavoro nelle annotazioni e nei
regesti autografi.
In questo modo ho potuto osservare e
comprendere il metodo che egli seguiva nella
datazione e nell’interpretazione dei codici
manoscritti. In particolare ho preso in esame il
codice segnato B.U.B. Ms. 2217, denominato
Fragmenta Liturgica. Si tratta di una raccolta
miscellanea di 269 carte estratte da 62 codici
differenti, databili dal IX al XV secolo e
provenienti da Bologna, Mantova, Brescia,
Bergamo e Arezzo. La legatura è indubbiamente
settecentesca, così come lo sono le pagine in
carta contenenti le annotazioni e le edizioni di
mano del Trombelli.
Il nome Fragmenta Liturgica ben descrive il
carattere della raccolta, formata da pergamene
singole, bifolii ed estratti più o meno completi di
messali e altri libri liturgici come calendari e
innari. Alcuni dei frammenti sono estremamente
preziosi, essendo corredati di capilettera miniati
in oro e finemente decorati. Il volume nella sua
interezza riassume i criteri con cui Trombelli
sceglieva i codici da far pervenire alla sua
biblioteca. Egli teneva conto del valore
didascalico (alcuni di essi furono le fonti dei suoi
studi di teologia e agiografia) della rarità e del
valore materiale per accrescere il patrimonio
della biblioteca stessa.
Studiando il codice ho potuto vedere
direttamente applicate alcune delle regole
paleografiche che Trombelli espone nell’Arte di
Conoscere l’età de' Codici, come il confronto tra
due pergamene e la divisione tra caratteristiche
estrinseche (le caratteristiche fisiche del
documento) ed intrinseche (scrittura, caratteri e
provenienza).
Ho esaminato inoltre il vasto carteggio epistolare
tra Trombelli e altri illustri bibliotecari ed eruditi
del suo tempo, come Ludovico Antonio Muratori
e Girolamo Tiraboschi. Da queste lettere si
deducono interessanti informazioni sul metodo
seguito da Trombelli per ricercare, studiare e
catalogare i codici.
A questo lavoro diretto sulle fonti, che richiama
le prerogative della Paleografia, ho fatto seguire
uno studio del contesto storico e culturale in cui
Trombelli visse e operò, utile a comprendere
meglio le ragioni che lo spinsero ad occuparsi di
questa materia. Da questo si evince la necessità
sentita dall’Abate di comporre un manuale di
Paleografia in italiano che tenesse conto delle
particolarità della scrittura derivanti non solo
dall’epoca, ma anche dalla provenienza
geografica dei manoscritti, indice della
sensibilità dell’autore.
Se nel manuale di Mabillon si tiene conto delle
scritture di area francofona, Trombelli cercò di
dotare la sua opera di un carattere universale
senza renderla però voluminosa e difficile,
operando una mirabile sintesi che da più parti è
stata elogiata nelle recensioni dell’epoca.
Scendendo nei dettagli tecnici dell’opera si può
vedere come Trombelli abbia inserito nel suo
manuale numerosi esempi di caratteri antichi e
abbreviazioni inframmezzati al testo, o riuniti in
tavole o ancora di fac-simile di documenti, per
facilitare la comprensione della materia e per
fornire agli studiosi un utile vademecum per
l’interpretazione dei codici. Seguendo questa
filosofia si arriva ai moderni dizionari di
Paleografia come il Lexicon Abrreviaturarum del
Cappelli (1912). In fondo al manuale sono
riprodotti due documenti del XI e XII secolo
provenienti dall’archivio di San Salvatore, in due
tavole incise in rame, che completano la
conformazione dell’opera come antesignana dei
manuali contemporanei.
Giovanni Grisostomo Trombelli si segnalò anche
nel campo delle scienze e delle lettere; infatti non
fu solo un ecclesiastico, ma anche un
accademico delle Scienze dell’Istituto di
Bologna e un instancabile raccoglitore di
monumenti e oggetti antichi, che raccolse nel
Museo di San Salvatore da lui fondato sul
modello del Museo Lapidario di Scipione
Maffei,
uno
dei
massimi
pensatori
dell’Illuminismo italiano. Per questo motivo la
sua figura e il suo lavoro meritano un’attenzione
maggiore, che gli riservi un posto accanto ai più
grandi e famosi pensatori del '700, di cui
Trombelli fu amico, consigliere e fonte
d'ispirazione.
1
Si veda a tal proposito il volume Giovanni Grisostomo
Trombelli e i Canonici Regolari di San Salvatore, Modena,
Mucchi, 1991, contenente studi sulla composizione del De
Cultu Sanctorum la principale opera teologica dell’Abate.
42 Vita di Club n. 1
MUSICA
AINULINDALË
Nell’ambito del ciclo "I venerdì di Scolca" serata musicale e letteraria
il 25 luglio per la “prima” dello spettacolo “AINULINDALË - La musica
degli Ainur”, creazione per orchestra e archi, fiati e percussioni di un
gruppo di quattro giovanissimi musicisti riminesi, usciti tutti dalle aule
dell’Istituto Superiore di Studi Musicali “G. Lettimi” di Rimini.
Nicolò Facciotto, Mattia Guerra, Federico Mecozzi e Ivan
Tiraferri ci raccontano in prima persona le suggestioni musicali e
letterarie da cui sono nate le musiche da loro composte per il
Silmarillion di J.R.R.Tolkien.
di MATTIA GUERRA & CO.
P
rodigioso Leggendarium scaturito dalla
feconda vena inventiva e reinventiva del
suo
autore,
opera
mitopoietica
apparentata ai grandi cicli delle
mitologie germaniche o ai poemi cavallereschi
apparsa in pieno ‘900, il Silmarillion è
probabilmente la summa dell’esperienza creativa
dello scrittore inglese J.R.R. Tolkien legata alle
vicende di Arda, la Terra, e a quelle di un
universo che, lungi dall’essere alternativo al
nostro, svela, attingendo in modo nuovo al
fascino degli archetipi di antiche saghe e alla
loro inesauribile carica simbolica, le radici
profonde della nostra esperienza nel mondo: tra
le altre, il rapporto dell’uomo col Bene, col
Male, con la Natura e le altre creature.
A partire da una simile opera, ambizioso
compendio di un’epopea millenaria in cui il
lettore scopre storie e racconti eziologici sulle
civiltà della Terra di Mezzo apparse nei fortunati
romanzi Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, è
nato l’altrettanto ambizioso progetto di narrare
mediante composizioni musicali originali le
vicende dell’Ainulindalë, il mito con cui si apre
il Silmarillion, in uno spettacolo multimediale
per voce recitante, orchestra sinfonica e
immagini che ha avuto un felice esordio durante
il secondo dei Venerdì di Scolca, ormai
tradizionali appuntamenti estivi con l’arte, la
cultura e la musica, svoltosi il 25 luglio scorso
presso l’antica Abbazia sul Colle di Covignano,
ora sede della Parrocchia di San Fortunato.
L’Ainulindalë, ovvero la Musica degli Ainur1,
narra letteralmente il canto degli Ainur assieme
1
Ainur, nel linguaggio appositamente creato da Tolkien
per l’onomastica delle sue leggende, può essere reso con
ad Eru
Ilùvatar (l’Unico Dio, il Creatore), possente atto
di creazione da cui scaturisce la visione
dell’Universo e, al tempo stesso, dolorosa
profezia sul destino del mondo, in cui già dai
primordi si insinua il Male, la Dissonanza, opera
dell’intelligenza luciferina e invidiosa dell’Ainu
Melkor. A contendere con la Dissonanza,
vengono al mondo i figli di Ilùvatar, elfi e
uomini, che integrano nella trama musicale della
loro provvidenziale libertà l’aspro conflitto tra il
Bene e il Male, chiamati a ricreare Armonia nel
mondo.
Se mai una trasposizione musicale può essere
legittimata alla lettera dal testo originale, questo
è davvero il caso del vivido affresco
cosmogonico tolkieniano: non risulta che altri
autori prima di lui avessero coniugato in modo
così potente e plausibile il tono elevato, epico
della materia con il lessico tecnico della musica.
Tolkien descrive i primordi della creazione,
quando ancora gli Ainur cantano a lungo soltanto
uno alla volta, o solo pochi insieme, crescendo
nella comprensione attraverso il reciproco
ascolto, e accrescendo a poco a poco l’armonia e
l’unisono; quindi Ilùvatar propone un possente
tema, al cui glorioso splendore gli Ainur
ammutoliscono, prima di essere invitati ad
ornarlo ed abbellirlo in congiunta armonia
facendone una Grande Musica. Ed ecco gli Ainur
«quasi con arpe e liuti, e flauti e trombe, e viole
e organi» prendono a plasmare il tema di
Ilùvatar.
Santi, rampolli del pensiero del Creatore, figure
assimilabili alle intelligenze angeliche della tradizione
biblica.
43 Vita di Club n. 1
Non mancano certo gli ingredienti per un
racconto musicale in cui, malgrado la delicatezza
di alcune scelte, i prodromi della Creazione sono
rappresentati
da
brani
di
ispirazione
prevalentemente minimalista e il possente primo
tema di Ilùvatar si incarna nella sonorità epica e
ricca del corno; la dissonanza di Melkor è resa
mediante l’alterazione di un melos diatonico
nell’ambiguità del cromatismo, oppure attraverso
l’instabilità ritmica, la ripetizione di unisoni
fragorosi e inespressivi, mentre il terzo tema di
Ilùvatar, quello che rappresenta l’umanità, si
presenta come un delicato corale esposto dai soli
archi, che acquista progressivamente solidità e
integra nella sua struttura anche le più trionfanti
opere di Melkor.
Infine, dopo che Ilùvatar con un tremendo
accordo ha concluso la Grande Musica degli
Ainur, c’è ancora tempo per qualche escursione
musicale nell’immaginario tolkieniano. Brevi e
suggestive pagine sinfoniche rievocano episodi
posteriori nella cronologia del Silmarillion,
centrali nella mitologia di Arda: il Canto di
Yavanna, l’incontro del Vala Oromë con i primi
elfi risvegliatisi in Arda, la Stella di Eärendil e il
sofferto, travolgente amore di Beren e Luthien.
Gratificati dall’opportunità di realizzare, grazie
ad un lavoro di squadra, un omaggio nei riguardi
di un autore a noi molto caro, siamo stati
particolarmente onorati dall’averlo condiviso con
un pubblico più numeroso di ogni attesa, per di
più in un periodo dell’anno in cui di norma
l’attenzione generale è rivolta ad altri lidi
piuttosto che a quelli della Terra di Mezzo. Ha
rappresentato un ulteriore motivo di comune
soddisfazione l’invito a presentare e commentare
le nostre composizioni durante il congresso di
studiosi e appassionati tolkieniani Ritorno alla
Contea, tenutosi dal 5 al 7 settembre presso il
Teatro Turismo di San Marino, e la proposta di
realizzare una pubblicazione e una registrazione
dei brani di Ainulindalë.
Nella speranza di aver suscitato interesse non
solo da parte dei musicofili e dei pur numerosi
fans di J. R. R. Tolkien, per scoprire nuove
curiosità e nuovi progetti sul nostro Ainulindalë,
vi rimandiamo al sito:
ainulindale.wix.com/ainulindale.
.
44 Vita di Club n. 1
MONDO LIONS
LIONS TEDESCHI A RIMINI
I Lions parlano un linguaggio universale … Provenienti da Gernsbach,
cittadina della Foresta Nera, e accompagnati dai Lions di Pergola con loro
gemellati, hanno apprezzato tutto della nostra città grazie alla socia
Franca Fabbri Marani prestata dal nostro Club come guida esclusiva.
di GIAMPIERO BURATTI (Lions Club Pergola Valcesano)
V
enerdì 3 Ottobre il Lions Club Pergola
Valcesano ha organizzato una visita alla
città di Rimini per gli amici tedeschi del
Lions Club Gernsbach Murgtal con cui sono
gemellati da cinque anni. Lo scrivente socio
pergolese si è rivolto alla prof.ssa Franca Marani
per chiedere aiuto e suggerimenti per l’itinerario
turistico. La signora Marani, con squisita
cortesia, si è messa a disposizione del gruppo,
prodigandosi e guidando gli ospiti presso i siti
storici più significativi della città. La comitiva
comprendeva anche alcuni soci del Club
pergolese. Il percorso, che è partito dal ponte di
Tiberio, è stato molto apprezzato non solo per la
magnificenza dei monumenti, ma anche per la
competenza e la dovizia di particolari dello
straordinario cicerone. Completata la visita
storica della città, non poteva mancare il classico
pranzo a base di pesce con degustazione molto
gradita
delle
specialità
dell’Adriatico
accompagnata da vini locali. Il programma
pomeridiano prevedeva la visita al castello di
Gradara, ma il gruppo tedesco, dopo avere preso
visione della grande spiaggia riminese, ha
preferito spendere le ore pomeridiane a gustarsi i
caldi raggi del sole di un inusuale tiepido
autunno. La spiaggia era deserta, gli stabilimenti
balneari e relativi chioschi chiusi, sembrava
proprio una scena felliniana, ma ciò non ha
impedito ad alcuni di loro di gettarsi in acqua e
nuotare con entusiasmo infantile.
Rimini non ha tradito la sua fama e questi amici
tedeschi provenienti da una cittadina situata nella
Foresta Nera vicina a Baden Baden sono rimasti
entusiasti. In poche ore si sono imbevuti di
cultura e gastronomia per poi ristorarsi al sole
nella più famosa spiaggia d’Italia. Il Lions Club
di Pergola è soddisfatto di avere suggerito la gita
a Rimini al club gemellato e ringrazia la prof.ssa
Franca Marani per il decisivo contributo
culturale alla visita.
Per dovere di cronaca è bene precisare che la gita
dei tedeschi aveva l’obiettivo di visitare la Fiera
del Tartufo di Pergola che si è aperta il 5 di
ottobre. Questo gemellaggio sta funzionando a
meraviglia. Infatti è già la terza volta in cinque
anni che vengono a trovare gli amici italiani.
Uno strano particolare che accomuna il club
tedesco a quello pergolese è che il Club, oltre al
nome della città, Gernsbach, è seguito da
Murgtal che significa “Valle del fiume Murg”,
ugualmente a Pergola cui si accompagna “Valle
del fiume Cesano”. Ultima doverosa notizia è
che l’attuale presidente del club è il dott. Tassilo
Scheer.
45 Vita di Club n. 1
LETTERATURA
TURNO BRANCIFORTE
Il 30 agosto è stata presentata presso la libreria
antiquaria “Luisè” l’opera prima di Marco Davide
Cangini dal titolo “Turno Branciforte”. Il romanzo
narra la vita avventurosa di un ragazzo che diventa
uomo partendo dalla natia Sant’Agata, nel
Montefeltro (dove aiuta il padre nella sua fucina di
fabbro, abilissimo nella ferratura dei cavalli), per
raggiungere le più svariate parti del mondo: da
Urbino a Roma, quindi a Genova attraverso il mare, e da qui, superate le colonne d’Ercole,
dopo un naufragio, alla terra d’Africa dove diviene schiavo, fino a Malta, per fare poi ritorno
alla casa dell’infanzia. Turno è il novello Ulisse, l’uomo del Rinascimento che, nella
riscoperta della cultura classica, riscopre il desiderio della “virtude e canoscenza”.
Ma leggiamo la presentazione che ne ha fatto la dottoressa Fioretta Faeti Barbato, molto
originale ed avvincente, ricca di osservazioni personali che spaziano dal mondo della
cultura alle riflessioni sulla vita e sulla società, vivace per aneddoti, notazioni argute e
passaggi sorprendenti, un vero godimento per lo spirito.
di FIORETTA FAETI BARBATO
S
iamo tra amici in una bella serata di fine
agosto, ospiti del caro Luisè, a parlare di
“Turno Branciforte” di Marco Davide
Cangini. Conosco Davide da una vita e
così mi è facile parlare di lui e del suo libro nato
da una voglia di scrivere che gli deriva da una
voglia più antica: quella di leggere. Davide un
giorno ha contratto quella bella malattia che si
chiama lettura e che lo ha introdotto, a pieno
titolo, nella minoranza di irriducibili che
considerano il libro una compagnia, un cibo, un
piacere insostituibile, un amico. Non contento è
poi entrato anche nell’altra categoria, quella
numerosissima e spesso poco meritoria
dell’esordiente scrittore. Ha così scoperto che
lettura e scrittura sono due attività assolutamente
gemelle che vivono mondi paralleli e che i libri
suscitano in chi li legge e anche in chi li scrive
una straordinaria relazione mista di dolcezza,
inquietudine ed ebbrezza. Leggere è consolatorio
e lo è anche lo scrivere, perché immaginare altre
vite, diverse da quella che siamo costretti a
vivere è una cosa davvero straordinaria e rende,
decisamente, il mondo, specie quello odierno,
assai meno orribile e se nei libri è peggiore, lo è
solo in una finzione consolatoria. Davide legge
per conoscere, per attingere e lo fa con stupore
ed è da questo stupore magico fatto di
conoscenza che gli è nata dentro questa storia
che viene da lontano. Dovunque uno vada o si
trovi su questa terra, quale sia il mondo dei sogni
in cui si smarrirà il suo spirito, per quanto
strettamente individuale sia l’evoluzione della
sua vita, ebbene, mai riuscirà a sottrarsi a quanto
gli viene dalla nascita, dai genitori,
dall’ambiente, dalla civiltà e cultura del suo
paese, o meglio della sua terra. Questa indole e
questa eredità faranno spesso capolino nei
momenti più inattesi e per vie spesso
sorprendenti riaffermando le loro insopprimibili
caratteristiche. Le impronte e le orme originarie,
la preistoria individuale riaffioreranno sempre e
di nuovo a determinare, in gran parte, le nostre
azioni, i nostri pensieri e così Turno Branciforte
viene da là, viene dal lontano di Davide che ha
trovato in sé la maniera di raccontarlo e di
esprimerlo proprio attraverso le sue tracce. E poi
c’è il lettore, anche lui con la sua storia, che
beneficia sì della lettura di un testo, ma che
anche se lo interpreta,lo plasma, se lo cuce
addosso trovando spesso cose che neppure
l’autore sa di avere messo, perché, io sostengo,
che un libro si scrive in due e c’è un sodalizio tra
autore e lettore ed è vincente se il libro è valido.
Ho riletto questo libro per presentarlo questa sera
e vi ho trovato cose nuove che nella prima lettura
non avevo colto. Turno si racconta, Turno
ricorda e la sua vita, la sua storia corre sulle
pagine. I ricordi sono quelli di una vita piena,
intensa e ricca di avvenimenti, dove nulla manca.
Una vita avventurosa che parte dall’infanzia per
arrivare ad una consapevole maturità. Tutto il
46 Vita di Club n. 1
racconto è, però, commisto ad una leggera
malinconia. Sì, in Turno c’è curiosità, c’è
impegno, spirito combattivo e amore, anche tratti
di felicità, ma vi è anche il soffuso timore di non
sapere affrontare il nuovo che avanza e che lo
attende. Turno, in fondo, è un uomo
insoddisfatto, perché ha una visione non limitata
del mondo. Le donne che entrano nella sua vita
lo sanno, lo sa la madre che desidera per lui
spazi più ampi, lo sanno quelle che lo amano
intuendo che non potranno mai tenerlo legato a
loro. Turno non è triste, non è depresso, è però
avvolto da quella sottile malinconia che nutre le
menti elevate, quella malinconia di cui è intriso
anche il suo tempo e che si chiamava “umor
nero”, e che Piero Meldini, grande Riminese,
grande scrittore, ha mirabilmente descritto nel
suo “Antidoto alla malinconia”. Vedete, mi piace
sottolineare questo aspetto perché posso dire che
il libro di Cangini, ad ogni lettura, offre nuovi
spunti e lo fa perché è un libro completo, ricco di
situazioni e pieno di emozioni che si rinnovano.
È proprio da lui, da Turno, che nasce la storia, è
la sua storia e a questo proposito mi ricordo un
curioso aneddoto. Aldo Busi, che si ama o si
odia – io l’adoro -, intervistò Liala. Mai
personaggi erano più distanti, ma da
quell’incontro nacque addirittura un libricino
perfetto dall’assurdo titolo di cui nessuno sa
ancora spiegare il significato: “L’amore è una
budella gentile”. Ne nacque anche una bella
intesa come spesso accade tra persone geniali, e
tutti e due lo erano perché non pensate che Liala
fosse una minore solo perché scriveva di
signorine per bene e di bellissimi aviatori in
divisa che abitavano luoghi come Roccazzurra o
Pescobello. Liala è stata scrittrice di grande
dignità e non è facile neppure imitarla; tra i
lettori annoverava perfino D’Annunzio che coniò
per lei quel nome: Liala che ha fatto il giro del
mondo e che, comunque la si pensi, sta a pieno
titolo nella storia della letteratura del Novecento
Italiano. Bene, Busi chiese a Liala la ragione di
quei titoli così assurdi: “Fiacca Nuvola”, “Ombre
di fiori sul mio cammino” e Liala rispose che era
così che nascevano i suoi libri, pensava ad un
titolo e attorno a quel titolo costruiva tutta la
storia. Erano così i personaggi che dovevano
starci dentro a quella storia, adattandosi ed
essendo funzionali a quel titolo. Ecco, io sono
certa che anche per Davide sia stato così, ha
pensato a Turno Branciforte e gli ha cucito
addosso Storia e Destino. È tutto iniziato dal
titolo questo Turno Branciforte che nella sua
essenzialità ci scatena curiosità. Con una
scrittura piana, semplice, pulita, Cangini riesce a
far vedere ciò che scrive e, non solo, riesce a fare
uscire il racconto dai luoghi dove lo colloca per
farlo arrivare al lettore. Davide, da lettore, ha
come modelli i grandi autori-narratori di vita di
avventure e imprese storiche. Si rifà ai grandi
autori di romanzi e questo è per me
particolarmente grato perché il leggerlo mi ha
ridato il gusto del romanzo d’intreccio, perché
l’anziana che è in me ogni tanto reclama la
lettura di questo genere. Siamo esseri umani
dotati di coscienza e dunque anche della
grandissima possibilità di riflettere su ciò che ci
accade e accade intorno a noi. Sì, siamo fatti di
passato, ma amiamo immaginare il futuro. Dai
tempi remoti in cui questa nostra stupenda
facoltà è emersa dal nostro cervello e dal nostro
pensiero si è posto il problema di come rendere
questo sapere comprensibile e trasmissibile. La
soluzione? Raccontare, e prima di tutto a se
stessi. Per gli studiosi questo è il sé
autobiografico, ossia quello che ci dà l’identità,
la storia, un progetto. Raccontare storie, dunque,
è una modalità evolutiva che ha consentito agli
uomini di migliorare e quindi di sopravvivere
fino ad oggi e anche nel futuro, perché le storie
sono infinite, come la vita. Ma questo non deve
farci pensare che poi il romanzo sia stato un
passaggio facile del narrare, infatti fa la sua
comparsa in un mondo che non è affatto in attesa
del suo arrivo e dove, anzi, numerose istituzioni,
la religione, la scuola, la storiografia, la morale
corrente, la legge non lo vedono affatto di buon
occhio e cercano di negargli il diritto di
cittadinanza. Ma è così che il romanzo si fa le
ossa, così si fa protestante, si fa cristiano, qui
esalta l’aristocrazia, qui la tradisce, insomma,
pur di emergere, cerca d’inventarsi i
compromessi più strani. Così tra il Sette e
Ottocento la cultura si ‘romanzizza’ (questo
vocabolo forse lo sto inventando io ...) e decolla
anche l’industria letteraria e si scatena
l’epidemia del Werter, del Bovarismo, del
romantico. Ormai non si torna più indietro. Così
narrare per crescere, per conoscere, per non
morire come ci dice Sherazade con le sue mille e
una novelle e come ci dice Anna Frank che non
si salvò dal lager, ma che con il suo diario si è di
fatto consegnata all’eternità. Da sempre l’uomo
arricchisce con simboli e risonanze ciò che
attraversa e lo fa con i segni, con le parole, ma
soprattutto lo fa con le storie e meglio se sono
piene di stupore e di fantasia. Marcel Detienne in
47 Vita di Club n. 1
un saggio intitolato “L’invenzione della
mitologia” scrive: “La letteratura è di vera
ascendenza divina. I cavalli e i cani corrono, i
pesci nuotano, gli scoiattoli si arrampicano e la
gente racconta storie. Tutte le scienze e le arti
sono qui contenute, vi sono dentro ipotesi,
innovazioni. Sono le parabole a spiegarci il
mondo e sono sempre sacre”. Aggiungo io che
colui che narra è figura antica, una figura che
nel tempo è stata sacra e che, in ogni tempo,
qualunque forma assuma, ripropone il mito; è il
mito della narrazione che, per mezzo delle parole
pone un suggello umano sulla vita. È con la
narrazione e nella narrazione che la vita viene
composta, ricomposta, rimescolata e ordinata,
sono le storie che, simbolicamente, la dispiegano
trasformandola, muovendola, azzardandone i
percorsi, connettendone i fili, dandole un senso.
Scritte, lette, ascoltate, create e osservate le
storie sono spesso capaci di fare molto per noi e
ce lo insegnano Omero, Ovidio, Virgilio, Dante e
i tanti che di storie hanno nutrito il mondo.
Narratori popolari, l’aedo, lo sciamano, il bardo,
il viaggiatore, il vecchio, il saggio, ma anche la
nonna davanti al fuoco. Figure sacre che
attraverso il narrare aiutano la crescita, la
conoscenza, il capire, e per i quali, i narratori che
temo in via di estinzione soppiantati da
computer, cellulari e altro, chiederei una legge di
protezione come per il lardo di Colonnata o il
cioccolato di Noto. Allora, Davide legge e poi
scrive e sta diventando, a pieno titolo, un buon
narratore perché, vedete, amiamo sentirci
raccontare storie e, noi lettori onnivori, abbiamo
una tale duttilità di gusto e di culture sufficiente
a farci apprezzare quelle che ci trascinano nel
pianto o nel riso, le pie, le atroci, le caste, le
oscene, le avventurose, le pacate, le ciniche, le
sentimentali. Ci è concessa una sola distinzione e
quasi d’istinto tra storie belle, avvincenti,
interessanti e storie noiose,banali. Il nostro, poi,
si rivela essere solo un errore di prospettiva che
ci fa attribuire alla storia narrata qualità e difetti
che poi, a ben vedere, sono solamente del
narratore. E’ solo lui, infatti, che fa sì che la
storia ci avvolga e ci coinvolga, dipende solo
dalla sua capacità e dalla forma che lui solo ha
saputo dare al racconto. Ridotta a pura
elencazione dei fatti, ossia alla sola enunciazione
dei fatti, anche la storia più affascinante si
dissolve nel grigiore dell’ovvio e del banale.
“Madame Bovary” si ridurrebbe ad essere
solamente l’eco di cronaca di un banalissimo
affare di corna qualsiasi, “Il Mulino del Po” alla
sterile sequela centenaria di una famiglia del
popolo tra miseria e dramma e anche “I Promessi
Sposi” a null’altro che l’elenco delle
disavventure di due sfigatissimi fidanzati. È la
sola capacità del narratore a togliere queste storie
dalla banalità. È lui che insegue l’intreccio
scandendone tempi, modi, forme, incastri, e
descrizioni. È lui che imprime l’assetto
definitivo. Questo, però, non significa che la
storia non sia importante, anzi è proprio questo
che vuole dirci con il suo libro Cangini. Lui
attraverso la storia che ci narra ha voluto anche
esprimere se stesso, il suo pensiero, il suo
piacere di scrivere e in più, già in questa opera
prima dimostra sicurezza, respiro narrativo,
equilibrio. In questo racconto biografico,
compatto e avvincente, c’è quel che serve di
amicizia e di amore, c’è la storia trattata con
competenza e che Cangini ha saputo usare
proprio come diceva Manzoni: “Lo scrittore
deve profittare della Storia senza però farle
concorrenza”, ed è proprio così che Cangini se
n’è servito e in più c’è quello che spesso manca a
tanti libri ed è quel farti sentire bene leggendoli.
Ecco, Davide scrive bene perché da lettore
conosce ciò che il lettore cerca. Questa sua
“opera prima” non è certamente un libro del tutto
perfetto e così non ho parlato di capolavoro, ma
è sicuramente un buon libro e ce ne fossero in
questo mercato odierno così povero e banale!!
Davide andrà avanti, ci aspettiamo un seguito a
Turno Branciforte, questo eroe malinconico e
irrequieto.
NEWS
È stata approvata dal Consiglio dei Governatori l'apertura di un conto corrente intestato al Multidistretto 108 Italy, necessario
per raccogliere le somme destinate a uno o più service da realizzare nelle aree colpite in Italia dalle alluvioni di inizio ottobre
2014. Il conto corrente è già operativo e ha la seguente intestazione e relative coordinate bancarie: Lions Clubs International
Multidistretto 108 Italy IBAN: IT 30 E 02008 11600 000103426908 Unicredit Spa - Filiale 0965 Causale: "Emergenza
alluvione ottobre 2014". Con il contributo di tutti i Lions italiani si potrà creare una consistente disponibilità economica, la
cui destinazione sarà deliberata nel corso di uno dei prossimi Consigli dei Governatori. Si darà così una risposta forte ed
unitaria del nostro Multidistretto al fine di portare a termine alcuni importanti obiettivi dei Lions italiani a favore delle
popolazioni duramente colpite dalle recenti alluvioni.
48 Vita di Club n. 1
MEDICINA&SALUTE
TRADIZIONE E INNOVAZIONE ALIMENTARE
Tutto oggi cambia in maniera rapida, tanto rapida che per tante persone è difficile adeguarsi, il modo di alimentarsi
non sfugge a questi cambiamenti impetuosi; facciamo il punto sulla situazione intervistando il dott. Fernando
Santucci cardiologo e gastronomo esperto, componente del centro studi romagnolo dell’ Accademia Italiana della
Cucina.
di FERNANDO SANTUCCI
D. “Dottore viviamo tempi psichiatrici, tutto cambia rapidamente e questa filosofia ha contagiato
anche l’ alimentazione, vorremmo che ci facesse il punto sul valore della tradizione a tavola e del filo
sottile che la lega all’innovazione”.
R. Volentieri. Tradizione, oggi, è un termine molto usato, qualche volta a proposito, più spesso a
sproposito, vediamo allora di restringere il campo cercando di comprendere il significato etimologico e
l’origine della parola TRADIZIONE. Tradizione deriva dal latino tradere e letteralmente significa
tramandare, trasmettere da una generazione all’altra memorie e testimonianze di usi e costumi.
In capo enogastronomico rispettare la tradizione vuol dire:
1. Rispettare i valori della convivialità e quindi considerare la tavola non un luogo di passaggio rapido,
ma un momento di unione partecipativa e aggregativa, un luogo dove si discute sui problemi, se ne
prospettano le soluzioni, si concludono affari, si può convitare con allegria; un luogo dove possono
iniziare e spesso finire grandi amori, un luogo dove il cibo ben preparato e gradevole al palato può essere
il collante della buona o cattiva riuscita del pasto.
2. Utilizzare dei prodotti della stagione e del territorio, utilizzando quelli dei nostri campi e delle nostre
stalle, frutta possibilmente maturata al sole, verdure che conservino il loro sapore naturale, animali che
anche se non parlano il dialetto romagnolo almeno ne abbiano imparato qualche parola, passeggiando per
le nostre aie ...
D. “La ringraziamo per questa esauriente precisazione sul valore della tradizione a tavola adesso
vorremmo conoscerne i vantaggi.”.
R. Chi ne trae i vantaggi maggiori è certamente sua maestà il gusto; ci sono voluti migliaia di anni per
passare dalla cucina della fame alla cucina del piacere e sarei davvero rattristato se questo viaggio
tornasse a ritroso in breve tempo, il gusto è una funzione orgasmica che coinvolge tutti i nostri sensi,
all’interno della bocca abbiamo milioni di papille gustative, la lingua è un’autostrada a più corsie dove si
intersecano sapori e saperi, sarebbe davvero criminoso se queste esperienze maturate nel corso di millenni
venissero sacrificate sull’altare dei profitti delle multinazionali e della grande distribuzione.
D. “Dottore le sue considerazioni sono logiche e certamente convincenti, vorremmo però sapere quali
sono le cause responsabili di questo stato di cose e soprattutto cosa si può fare perché la tradizione che
lei tanto apprezza non sia un molock intoccabile; a questo proposito vorremmo dirle che restare fermi e
vincolati al passato in momenti in cui tutto è in movimento potrebbe essere controproducente”.
R. Condivido pienamente le sue preoccupazioni e cercherò di risponderle in maniera sincera. L’ultimo
quarto del secolo scorso è stato un fiume in piena che ha travolto e sfondato molte dighe; si sono
affacciate molte novità di tipo economico, la più importante delle quali è stata l’impossibilità per una
49 Vita di Club n. 1
famiglia di vivere con un solo stipendio. Questa necessità ha portato le nostre donne ad abbandonare la
grande cucina delle vecchie azdore e ad entrare nel campo del lavoro; a causa di ciò lo spazio della cucina
si è progressivamente ridotto diventando prima un angolo cottura e poi un luogo dove ciò che si mangia
viene solo riscaldato. I cibi che con amore venivano preparati dalle nostre donne, utilizzando gli
ingredienti del nostro territorio, sono lentamente scomparsi e sono stati stato sostituiti da cibi anonimi,
buoni per tutte le bocche, nella migliore delle ipotesi preparati da singoli negozi e nella peggiore da
catene della grande distribuzione che affastellano prodotti provenienti da ogni parte del mondo,
confezionati con ingredienti di cui non si conosce il loro grado di palatabilità, prodotti che contengono
molte di quelle che oggi si chiamano calorie vuote e sono tipici del cibo che oggi va sotto il nome cibo
spazzatura …
D. “Ci proponga qualche rimedio”.
R. Pensare di riportare le donne in cucina penso non sia possibile, combattere le logiche delle grandi reti
commerciali ritengo sia una guerra persa in partenza ed allora, come sta già accadendo all’estero il
consiglio è quello di fare un’alleanza fra produttori e consumatori e ritornare ai prodotti tracciati, facendo
alleanze con piccole aziende agricole, o agricoltori singoli, garantendo loro il consumo di quanto essi
producono; questo penso che sia l’unico modo per tornare ad apprezzare i nostri prodotti a kilometro zero,
il mio consiglio e oserei dire l’invito è questo; seguendo questo schema alimentarsi tornerà ad essere una
cosa piacevole ed utile per la salute nostra e dei nostri figli.
D. “Le chiediamo per cortesia di uscire dal generico e di fare qualche esempio pratico:”.
R. Questo potrebbe essere un esempio di alimentazione amica della salute e nemica delle malattie:
 Verdure e legumi del nostro territorio, tipici delle stagioni combinati con pane e pasta integrali,
conditi con olio d’oliva
 3\4 porzioni di frutta di stagione (200 grammi massimo per volta)
 Formaggi una, massimo due volte la settimana, privilegiando quelli freschi del territorio, meglio
quelli di capra e pecora rispetto a quelli di mucca
 Pesce tre volte a settimana, privilegiando quello di stagione e quello azzurro perché ricco di acidi
omega 3
 Carne una volta la settimana preferendo gli animali da cortile (polli e conigli)
 Verdura in abbondanza, sughi vegetali preparati con prodotti di stagione
 Come regola generale ricordare di masticare a lungo (gusticare), di bere a piccoli sorsi, di frazionare i
pasti per controllare l’equilibrio glicemico.
D. “Grazie dottore speriamo che chi ci legge ascolti i suoi preziosi consigli”.
POSTA
Riceviamo e pubblichiamo.
Carissima Franca (Marani),
per il gentile tramite della comune amica Vittoria (Currò Dossi) ricevo puntualmente i fascicoli della rivista del tuo Club e
desidero ringraziarti per la premura e il buon ricordo che mi riservi. Trovo molto interessanti gli argomenti trattati che leggo
sempre con attenzione e mi complimento vivamente con te e con gli amici della Redazione per l’impegno, la competenza e la
passione che dedicate al vostro lavoro i cui ottimi risultati sono evidenti e consolidati. Il vostro è ormai diventato un service
permanente ed importante che realizzate in favore del vostro Club e non soltanto, che vi fa onore. Spero di rivederti presto e
nel frattempo ti porgo i miei più cordiali saluti che ti prego di estendere anche a Paolo. Con stima e simpatia,
Alfonso Vasini
Caro Mario (Alvisi),
La settimana scorsa ho ricevuto la vostra rivista che leggo sempre con grande piacere. Mi sorprende sempre la ricchezza degli
argomenti, trattati con competenza e passione. In questo numero (il n. 3 2013-14 ndr) mi sono emozionata tanto nel leggere “I
luoghi raccontano”: ho ritrovato ricordi lontani con gli stessi profumi e colori. Così, mentre leggevo l’articolo scritto con prosa
elegante, mi è parso di rivivere i begli anni passati. Grazie.
Mirna Alvisi
50 Vita di Club n. 1
MEETING
ARCHEOLOGIA A RIMINI
In linea con le Celebrazioni Augustee nel bimillenario della morte di Augusto (14 d. C.), nel meeting del 28 ottobre,
curato dal socio Stefano Cavallari, è stato trattato il tema “Mario Zuffa e il suo contributo alla conoscenza di
Rimini augustea”. La dott.ssa Paola Delbianco ha illustrato la figura del prof. Mario Zuffa, già Dirigente degli
Istituti culturali riminesi, mentre la dott.ssa Angela Fontemaggi e la dott.ssa Orietta Piolanti ne hanno ricordato
l’attività di archeologo guidandoci nella individuazione di Ariminum Augustea.
È stata una serata particolarmente coinvolgente per chi come me lo ha conosciuto come docente e ne ha
apprezzato le doti umane e la grande cultura attraverso il fascino delle sue lezioni di Etruscologia all’Università di
Urbino.
Anna Mariotti Biondi
Il presidente Nevio Annarella con le illustri relatrici Paola Delbianco, Angela Fontemaggi, Orietta Piolanti.
A lato: Mario Zuffa e Pier Giorgio Pasini nella Sala dell'Arengo nel 1968, in occasione delle celebrazioni per il
V Centenario della morte di Sigismondo Pandolfo Malatesta.
● PROFILO DI MARIO ZUFFA
di PAOLA DELBIANCO (Biblioteca Gambalunga di Rimini)
Mario Zuffa (Bologna 1917 - Rimini 1979)1
frequentò l'Università di Bologna, laureandosi in
archeologia nel 1940 con Pericle Ducati.
Personalità versatile, negli anni universitari si
aprì a molteplici interessi, legandosi alla scuola
1
Per notizie bio-bibliografiche su Zuffa cfr. G.A.
MANSUELLI, Mario Zuffa, «Studi etruschi», s. 3, XLVII
(1979), pp. 570-574; S. STUCCHI, Presentazione, in M.
ZUFFA, Scritti di archeologia, Roma, «L'Erma» di
Bretschneider, 1982, pp. IX-XIX; A. PETRUCCIANI, Zuffa,
Mario, in Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari
italiani del XX secolo, consultabile in linea alla pagina
<http://www.aib.it/aib/editoria/dbbi20/zuffa.htm>.
Per un quadro della sua attività archeologica 'riminese' cfr.
ZUFFA, La tutela, la ricerca e l'organizzazione
archeologica a Rimini dal 1800 ad oggi, in P.G. PASINI,
M. ZUFFA, Storia di Rimini dal 1800 ai nostri giorni, III,
L'arte e il patrimonio artistico e archeologico, Rimini, B.
Ghigi, 1978, pp. 247-249.
di Roberto
inclinazione
storia della
quest'ultimo
musicista,
51 Vita di Club n. 1
Longhi e coltivando la naturale
per la linguistica, l'interesse per la
cultura e per la musica, interesse
che ha trasmesso al figlio Marcello,
docente di musica, direttore
d'orchestra e coro. Conseguì anche il diploma di
paleografia e diplomatica.
Assistente volontario di archeologia nell'Ateneo
bolognese, dopo la Liberazione ricoprì il posto di
reggente della Direzione del Museo Civico di
Bologna. Collaborò poi con Luciano Laurenzi,
chiamato nel 1946 alla cattedra di Archeologia e
Storia dell'arte greca e romana dell'Università di
Bologna e, secondo l'uso allora vigente, alla
Direzione del Museo civico.
Sin da quando era semplice assistente volontario,
rivelò
non
comuni
qualità
didattiche,
contribuendo a fare dell'Istituto di Archeologia
bolognese "un polo di attrazione e una fucina di
iniziative e di energia".2 Inoltre, grazie al forte
impulso che a Bologna in quegli anni Paolo
Enrico Arias aveva impresso all'attività di scavo,
fece diverse esperienze di lavoro sul terreno
acquisendo buona conoscenza dei problemi e
della gestione degli scavi. A completare la sua
formazione contribuì anche il sodalizio con
Fernando Malavolti, che in quegli anni aveva
rifondato la paletnologia emiliana.
Dal 1941 aveva cominciato a pubblicare
apprezzati lavori di archeologia bolognese, dove
«non si limita alla descrizione o all'analisi dei
singoli pezzi, ma li inquadra in problematiche
più vaste»,3 rivelando da subito l'attitudine a
«contestualizzare quei rinvenimenti nella
dimensione urbanistica e storica».4
La stagione bolognese di Zuffa si conclude nel
1954, quando si trasferì a Rimini per assumere la
direzione degli Istituti culturali cittadini Biblioteca Gambalunga, Museo Civico, Archivio
storico comunale -, che manterrà fino al 1970.5
Qui si trovò subito a dover affrontare seri
problemi logistici: quello delle pessime
condizioni ambientali di palazzo Gambalunga,
che pregiudicavano seriamente la conservazione
del patrimonio bibliografico, e quello altrettanto
urgente della ristrettezza degli spazi. Pertanto
dalla fine degli anni '50-inizi anni '60 provvide al
trasloco delle sale antiche dal piano terra al
primo piano di palazzo Gambalunga, occupato
anche dagli Istituti tecnici. Nel '61 trasferì i
servizi essenziali della biblioteca nell'attiguo ex
2
MANSUELLI, Mario Zuffa cit., pp. 570-571.
STUCCHI, Presentazione cit., p. XII.
4
MANSUELLI, Mario Zuffa cit., p. 572.
5
Sull'attività di Zuffa in qualità di direttore degli Istituti
culturali riminesi cfr. P. DELBIANCO, La Biblioteca
Gambalunghiana, in Storia illustrata di Rimini, IV,
Milano, N.E.A. - Nuova Editoriale Aiep, 1991, pp. 11331134.
3
palazzo Visconti, dove nel '64 allestì la
Pinacoteca (ultimo piano) - che negli anni
provvederà a incrementare e restaurare - e l'anno
dopo aprì la Sezione ragazzi (saletta al
pianterreno).
Non riuscì invece a realizzare l'auspicata
"seconda rifondazione" del Museo archeologico
che, privo di sede dopo le distruzioni belliche
dell'ex convento di San Francesco, giaceva
sempre più accatastato nei magazzini a seguito
dei massicci apporti di scavi e recuperi da lui
condotti a Rimini e territorio, mentre intorno
fervevano i lavori di ricostruzione del
dopoguerra. Il sottosuolo della città, ridotta a
cantiere, andava infatti restituendo i preziosi resti
delle domus di Ariminum e le prime
testimonianze degli insediamenti precedenti
all'arrivo dei coloni romani. Zuffa, non
disponendo di mezzi adeguati e di personale
specializzato, tante volte si trovò a dover
affrontare queste situazioni in emergenza, senza
poter conferire agli scavi il necessario carattere
di sistematicità. In assenza di personale
specializzato, ricorse spesso alla collaborazione
dei giovani del "Gruppo riminese di
archeologia": Domenico Nisi, Pier Giorgio
Pasini, Matteo Barbiani, che poi ricorderà
puntualmente nei suoi scritti. Gli fu prezioso
anche il sodalizio con Anna Graziosi Ripa,
dapprima come allieva poi come ispettore
onorario per l'Archeologia, e con Giuliana
Riccioni, nella veste di funzionaria della
Soprintendenza archeologica di Bologna.
Tra i suoi rinvenimenti archeologici più
importanti di quegli anni si ricordano il
complesso di mosaici pavimentali romani dall'ex
palazzo Gioia, emersi nel 1956 in occasione
degli sterri per la costruzione della sede del
Credito Romagnolo, e i mosaici del terreno INA
nella zona dell'arco di Augusto (1959). Va
inoltre ricordato il suo scavo dell'area RastelliStanda (1961), che ha restituito testimonianze
fondamentali per lo studio e la conoscenza di un
intero abitato e in particolare del teatro di Rimini
romana.
Ma se da una parte si poneva drammaticamente
il problema della sede del Museo archeologico
(in via di risoluzione solo dalla fine degli anni
Ottanta del secolo scorso), dall'altra ferveva
l'attività scientifica ad esso collegata, che Zuffa
articolò «nel restauro e nello studio dei materiali,
nella partecipazione a mostre e nella
collaborazione a manifestazioni culturali»6 e
6
ZUFFA, La tutela cit., p. 247 sg.
52 Vita di Club n. 1
svolse in un clima di fecondi scambi con i poli
universitari bolognese e urbinate, con le
Soprintendenze e con eminenti studiosi italiani e
stranieri, rinnovando così quella consuetudine di
rapporti coi centri di ricerca non solo nazionali
che aveva caratterizzato la direzione di Luigi
Tonini (1840-1874).
In particolare nel 1960 partecipò alla mostra
'etrusca' di Bologna (Mostra dell'Etruria Padana
e della città di Spina),7 in occasione della quale
sollecitò la ripresa di regolari esplorazioni
archeologiche a Verucchio. L'invito fu subito
raccolto dalla Soprintendenza alle Antichità
dell'Emilia, che affidò lo scavo a Renato Scarani
(1960-1961). Zuffa affrontò lo studio dei reperti
recuperati da Scarani e di quelli rinvenuti per
scoperte casuali nel '62 nell'articolo Scoperte e
prospettive di protostoria nel Riminese (1963),8
sostenendo, adesso con più solidi argomenti, la
tesi della dipendenza della civiltà villanoviana di
Verucchio dai centri dell'Etruria tirrenica, tesi
che aveva più genericamente enunciato nel '60 e
che sarà definitivamente confermata da
successivi ritrovamenti.9
Nel 1964 prese parte alla mostra 'romana' di
Bologna (Arte e civiltà romana nell'Italia
Settentrionale
dalla
Repubblica
alla
Tetrarchia),10 dove i materiali riminesi «ebbero
il posto d'onore».11 Nel relativo catalogo
pubblicò Le culture nell'Italia Settentrionale
all'inizio della conquista romana.
Memorabile fu la sua partecipazione al XIII
Convegno di Studi Romagnoli (Rimini 1962,
pubbl. 1965), perlopiù dedicato alla problematica
storico-archeologica di Ariminum (com'è nata
Rimini?) e della colonizzazione romana del III
sec. a.C. Nel suo intervento dal titolo Nuove
scoperte di archeologia e storia riminese, Zuffa
ha tracciato il volto di Ariminum dai primordi
7
Mostra dell'Etruria Padana e della città di Spina, 12
settembre-31
ottobre
1960,
Bologna,
Palazzo
dell'Archiginnasio, Bologna, Alfa, 1960, 2 voll.
8
In Preistoria dell'Emilia e Romagna, II, Nuovi contributi.
Repertorio di scavi e scoperte, Bologna, Forni, 1963
(Documenti e studi, 8), pp. 87-108.
9
ZUFFA, Verucchio, in Mostra dell'Etruria Padana cit., I,
Catalogo, pp. 238-239. Cfr. anche IDEM, La tutela cit., pp.
208-209.
10
Arte e civiltà romana nell'Italia Settentrionale dalla
Repubblica alla Tetrarchia, 20 settembre-22 novembre
1964, Bologna, Palazzo dell'Archiginnasio. Catalogo,
Bologna, Alfa, 1964-1965 (Biennali d'arte antica, 6), 2
voll.
11
ZUFFA, La tutela cit., p. 248.
(protostoria del territorio12 e Rimini preromana)
alla tarda età imperiale, con accenni conclusivi
alle Testimonianze paleocristiane, barbariche e
alto-medievali.13
L'importanza del saggio è sottolineata da Susini
nella Prefazione degli Atti del convegno, dove
afferma che «non è azzardato ritenere che molte
delle indicazioni e delle notizie qui presentate da
Mario Zuffa saranno per lungo tempo preziose ai
fini dello studio della colonizzazione latina, del
trapianto di popolazioni, della migrazione delle
culture nel III secolo a.C.».14
Nel 1966 ritornò su queste problematiche,
approfondendone altri aspetti, col saggio Abitati
e santuari suburbani di Rimini dalla protostoria
alla romanità, presentato a Bologna al Convegno
di studi sulla città etrusca e italica preromana.15
Per questi e altri scritti che non è il caso di
menzionare in questa sede,16 Pasini lo ha definito
«un po' il rifondatore dell'archeologia
riminese»,17 stabilendo implicitamente un'ideale
linea di continuità con la figura e l'opera di Luigi
Tonini (1807-1874). Questi, «attento indagatore»
non solo della «documentazione scritta,
letteraria, epigrafica, e numismatica» ma anche
«di ogni possibile avanzo della cultura
materiale» sia «nell'ambito della civiltà romana»
sia «in quello, allora nuovissimo, delle civiltà
non scritte»,18 nel suo Rimini avanti il principio
dell'era volgare (1848)19 aveva infatti
ridisegnato su solide basi scientifiche la storia di
Rimini dalla preistoria all'età romana e più tardi,
tra il 1871 e il 1872, aveva creato la "Galleria
archeologica" della Gambalunga, primo museo
pubblico cittadino e «in rapporto ai tempi, uno
strumento scientifico e didattico di notevole
valore».20
12
Vale a dire la fase della cultura villanoviana ampiamente
documentata nell'entroterra: Verucchio e Torriana, e lungo
il sistema collinare che da queste località digrada verso il
mare ai due lati del fiume Marecchia, fino a Camerano di
Poggio Berni sulla sinistra e a San Lorenzo in Monte e al
colle di Covignano sulla destra.
13
«Studi Romagnoli», XIII (1962), pp. 85-132.
14
Ivi, p. VI.
15
L'intervento di Zuffa fu pubblicato in Studi sulla città
antica, Atti del Convegno di studi sulla città etrusca e
italica preromana, Bologna, Istituto per la storia di
Bologna, 1970, pp. 299-315.
16
Per la bibliografia esaustiva di Zuffa si rinvia a ZUFFA,
Scritti di archeologia cit., pp. XXI-XXIV.
17
P.G. PASINI, Ha rifondato l'archeologia riminese, «Il
Ponte», 28 gen. 1979, p. 7.
18
ZUFFA, La tutela cit., p. 176.
19
Primo volume della sua monumentale Storia civile e
sacra riminese.
20
ZUFFA, La tutela cit., p. 240.
53 Vita di Club n. 1
Sulla stessa linea di Pasini, Mansuelli, nel suo
Necrologio di Zuffa, ha osservato che «La
presenza di Zuffa a Rimini, anche dopo che
lasciò l'ufficio che rivestiva, ha cambiato
letteralmente l'aspetto della conoscenza della
città e del territorio... ».21
Gli ultimi anni della sua direzione s'incrociano
col periodo sessantottesco, quando la Biblioteca
Gambalunga si trova a dover fare i conti con una
serie di fenomeni (scolarizzazione di massa,
sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa,
critica alla cultura libresca e spinta alla
valorizzazione delle culture 'altre') che mettono
pesantemente in crisi gli schemi tradizionali
relativi all'uso pubblico delle biblioteche. Allora,
pur tra difficoltà e contrasti, la Gambalunga
comincia a ristrutturarsi e a riorganizzarsi.
Dapprima si prende atto che la vastità dei fondi e
la specializzazione delle discipline, e quindi
delle competenze richieste, impongono ormai la
creazione di due direzioni separate, una per la
biblioteca e l'altra per il museo e la pinacoteca.
Così, nel 1968, viene approvato dal Consiglio
Comunale il regolamento del museo, che ne
sancisce l'autonomia rispetto alla biblioteca. E
intanto si apre la discussione sulla sua sede,
allora individuata, su proposta di Zuffa, nel
palazzo ex Agostiniani. Veniva quindi
definitivamente archiviato il modello di
organizzazione e divulgazione del sapere fondato
sull'integrazione fra monumento e documento,
modello che risaliva a Luigi Tonini ma che era
abbastanza diffuso al suo tempo e aveva il suo
antecedente più illustre nel British Museum di
Londra.
Inoltre nel '69, per rimediare all'inadeguatezza
dell'assetto della biblioteca di fronte a un'utenza
in continuo aumento, il Comune avvia l'opera di
consolidamento, restauro e sistemazione di
palazzo Gambalunga, che - come sottolinea
Zuffa - «soprattutto nelle sue parti alte è
addirittura fatiscente». L'obiettivo era di
recuperare «vari ambienti da destinare ai servizi
di biblioteca e alle attività collaterali» e di
ripristinare «il vecchio ingresso su Via
Gambalunga».22 In tal modo la Gambalunga,
resa autonoma dagli altri istituti culturali, era
posta in condizione di svolgere la funzione di
pubblica lettura in rapporto a un'utenza di massa.
Infine, sempre nel '69, viene fondata la rivista
«Rimini storia e arte», a cura della Commissione
21
MANSUELLI, Mario Zuffa cit., p. 572.
Biblioteca Gambalunga, Archivio 1969, prot. n. 605/VII,
comunicato stampa di Zuffa.
22
di vigilanza degli Istituti culturali. Il suo campo
d'interesse è chiaramente espresso nel titolo, ma
per capire la difficoltà del momento e il disagio
di fronte a una situazione generale di profonde
trasformazioni e di aspre contrapposizioni di
parte e generazionali, situazione che sembra
travolgere tutto e sfuggire di mano, è
emblematica la puntigliosa premessa al primo
numero, laddove se ne chiarisce l'impostazione:
«La parola cultura presenta specialmente oggi
vari significati e mira ad inserirsi in un contesto
più vasto che è la vita stessa nelle sue varie
direzioni ed interessi. Noi [...] intendiamo
muoverci nella accezione tradizionale del
termine,
evitando
i
due
estremi,
dell'accademismo ozioso e della arida ricerca
così come quello della faciloneria buona a tutto,
confusionaria e dilettantesca, priva di critica».
Nel 1970 Zuffa lascia la direzione degli Istituti
culturali riminesi per dedicarsi esclusivamente
all'insegnamento di Etruscologia (poi anche di
Paletnologia) presso l'Università di Urbino.
Aveva conseguito la libera docenza di
Etruscologia e Antichità italiche nel 1962 e dal
1962/63 era stato professore incaricato di tali
discipline presso l'Ateneo urbinate.
A quest'ultima stagione della sua attività
scientifica appartengono ampi lavori di sintesi
sviluppati sul duplice versante storico-culturale
ed etnologico, dove confluiscono le varie
esperienze di scavo e di ricerca di Zuffa nell'area
padano-romagnolo-adriatica. Tra questi si
ricordano almeno i due studi sul celtismo
cisalpino: I Celti nell'Italia adriatica (1971,
pubbl. 1975)23 e I Galli sull'Adriatico (1978),24
dove l'analisi delle questioni è accompagnata dal
sistematico riesame delle fonti storiche; e altresì
il saggio La civiltà Villanoviana,25 giudicato da
Mansuelli «opera di largo respiro, intesa a
ricondurre la questione alle basi, attraverso una
profonda rilettura di tutta la bibliografia e una
rimeditazione metodologica ...». 26
23
In Introduzione alle antichità adriatiche, Atti del I
Convegno di studi sulle antichità adriatiche (ChietiFrancavilla al Mare, 27-30 giugno 1971), [introduzione di
Massimo Pallottino; scritti di A. M. Radmilli ... et al.],
Chieti, A cura del Comitato promotore, 1975, pp. 97-159.
24
In SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA DI ROMA, I Galli e
l'Italia, [Catalogo della mostra Roma 1978], Roma, De
Luca, 1978, pp. 138-162.
25
In V. CIANFARANI, D.G. LOLLINI, M. ZUFFA, Popoli e
civiltà dell'Italia antica, V, Roma, Biblioteca di Storia
patria, 1976, pp. 199-363.
26
MANSUELLI, Mario Zuffa cit., p. 573.
54 Vita di Club n. 1
L'ultimo lavoro che Zuffa vide stampato si lega a
Rimini. Si tratta del suo contributo al terzo
volume della Storia di Rimini dal 1800 ai nostri
giorni, che ha per titolo La tutela, la ricerca e
l'organizzazione archeologica a Rimini dal 1800
ad oggi (1978). Questo lucido, informatissimo e
appassionato lavoro di sintesi dapprima
ripercorre la storia degli studi da Luigi Tonini a
suo figlio Carlo, da Edoardo Brizio ad
Alessandro Tosi, da Gherardo Ghirardini a
Salvatore Aurigemma, poi illustra le imprese e le
scoperte archeologiche fino ai suoi giorni, infine
ricostruisce le origini e le vicende del Museo
Archeologico Comunale.
Zuffa collaborò a «Studi etruschi» e a «Studi
Romagnoli» e fu tra i fondatori della rivista
«Emilia Preromana». Fu socio emerito della
Deputazione di storia patria per la Romagna;
socio dell'Associazione italiana biblioteche;
socio corrispondente, socio ordinario e infine
membro del Consiglio direttivo dell'Istituto di
Studi etruschi ed italici; segretario del Comitato
interadriatico juguslavo-italiano per lo studio dei
problemi protostorici. Venne insignito della
medaglia d'argento dei benemeriti della cultura.
Meritano un'ultima parola due amicizie 'riminesi'
di Zuffa: quella col più giovane Pier Giorgio
Pasini, storico dell'arte, e quella col coetaneo
Carlo Alberto Balducci († 1991), cultore di studi
locali e preside del Liceo classico "Giulio
Cesare". Pasini deve molto - per sua stessa
ammissione - all'insegnamento e all'amicizia di
Zuffa. Con lui collaborò al terzo volume della
Storia di Rimini dal 1800 ai nostri giorni,
occupandosi dell'arte tra Otto e Novecento.
Pubblicherà a caldo, a una settimana dalla morte,
un ricordo di Zuffa sul periodico «Il Ponte»,27
del quale risultano particolarmente significativi,
per completare il nostro quadro, due passi:
un impegno culturale e civile costante in
tutte le attività intraprese, un impegno che è
stato sempre pieno di generosità e spesso ha
portato a scontri e spesso ha fruttato
amarezze; un impegno che non ha riguardato
solo le "grandi" cose. Sono tanti gli ex
studenti che gli si sono rivolti, e mai
inutilmente, per i loro studi e per le loro tesi
di laurea. E sono diversi quelli che da lui
hanno appreso il gusto per la ricerca e
l'esigenza
della
conservazione
del
patrimonio storico.
Carlo Alberto Balducci collaborò con Zuffa
come ispettore onorario alle Antichità e membro
della Commissione di vigilanza degli Istituti
culturali riminesi. Nel 1985, sempre sulle pagine
de «Il Ponte»,28 darà notizia dell'uscita di
Culture figurative e materiali tra Emilia e
Marche, una miscellanea di studi in onore di
Zuffa pubblicata dal Comune di Rimini e dalla
Biblioteca Gambalunga (1984), e nel contempo
ricorderà la ristampa di diversi suoi scritti di
archeologia promossa due anni prima
dall'Università di Urbino.29 Al suo puntuale
resoconto accompagnerà alcune considerazioni
che merita ricordare, a degna conclusione di
questo scritto, perché restituiscono tratti intimi
della personalità di Zuffa insieme al sentimento
di una bella amicizia:
Questo [la miscellanea Zuffa] mi sembra il
più significativo omaggio che si potesse
rendere a questo studioso che ha retto i
nostri Istituti culturali non già da diligente
burocrate, ma da maestro capace di animare
e provocare con gli scritti, con la dottrina,
con l'esempio. E soprattutto con l'umanità di
cui era ricco, la quale si manifestava nella
finezza dell'animo, nelle attenzioni agli altri,
nella integrità morale e la sensibilità per
ogni manifestazione che portasse il segno
della intelligenza e degli affetti umani.
Nessuna ostentazione; una discrezione e un
riserbo che gli venivano dal temperamento,
ma anche dalla educazione e dal rispetto
dell'altro. Gli sono stato amico affezionato,
ho collaborato con lui da ispettore onorario
alle antichità e quale membro della
Commissione di vigilanza: era un rapporto
di stima, di confidenza che andava al di là
degli
interessi
culturali
che
ci
accomunavano. Provenivamo entrambi dallo
Studio bolognese e avevamo avuto maestri
comuni che apprezzavamo e ammiravamo.
Egli è, ora, una delle persone più care nella
mia memoria e nel mio cuore.
La cultura riminese gli deve certo
moltissimo per le battaglie in favore del
patrimonio artistico, per la collaborazione
con le Sovrintendenze, per la partecipazione
attiva
alle
numerose
ed
effimere
associazioni, per l'organizzazione di
manifestazioni culturali, per gli articoli su
quotidiani e, soprattutto, per l'assidua
vigilanza sul patrimonio archeologico, che
sotto la sua gestione è almeno raddoppiato
per consistenza.
E ancora:
Caro Direttore, [...] tieni presente che il più
sarebbe ancora da dire, secondo me. Cioè di
27
PASINI, Ha rifondato l'archeologia cit.
28
C.A. BALDUCCI, Zuffa alla "Gambalunga", «Il Ponte»,
26 mag. 1985, p. 6.
29
ZUFFA, Scritti di archeologia cit.
55 Vita di Club n. 1
● LA RIMINI DI AUGUSTO NELLE SCOPERTE DI MARIO ZUFFA
di ANGELA FONTEMAGGI e ORIETTA PIOLANTI (Musei Comunali di Rimini)
L’incontro fra l’archeologia e Mario Zuffa fu
molto fortunato e fecondo. Zuffa fu "il direttore
scopritore o l’indiretto promotore di tante
scoperte" negli anni, non facili, in cui l’intera
città era un cantiere aperto e i ritrovamenti si
susseguivano con ritmo incalzante. Ma ancor più
febbrile era il ritmo imposto dalla ricostruzione
postbellica che non accettava ritardi o ostacoli.
Nell’articolo pubblicato nel 1978 sulla "Storia di
Rimini dal 1800 ai nostri giorni", Zuffa ricorda
che molti furono gli interventi d’urgenza che
dovevano conciliare “le esigenze della scienza
con quelle della ricostruzione e dello sviluppo
della città, anche a costo dei più gravi sacrifici
personali da parte dei funzionari e dei
collaboratori...”. Interventi in qualunque e con
qualsiasi tempo meteorologico e senza limiti di
orario, “… prima che cause oggettive (ad es. una
colata di cemento per il contenimento delle
scarpate di scavi profondi) o soggettive (la
deliberata distruzione da parte di "ignoti" fin
troppo noti)…” provochino la sparizione dei
ritrovamenti. In questa situazione si rende conto
che non può indulgere in formalismi burocratici
e imbocca la strada di instaurare un clima di
fiducia, di collaborazione sia con i privati che
con le istituzioni. Ciò che favorisce il rapporto
con la Soprintendenza Archeologica dell’Emilia
Romagna che gli affida la direzione di importanti
scavi dalla metà degli anni '50 agli inizi degli
anni '60.
Ceramiche dallo scavo di palazzo Battaglini (Museo
della Città).
Le scoperte interessano l’intera storia della
Rimini antica dalla protostoria alla tarda
antichità, svelando la conoscenza anche di
epoche meno note di quella augustea (che già si
imponeva per la presenza dei suoi grandiosi
monumenti). Così per il momento della
fondazione di Ariminum cui dà un contributo
fondamentale lo scavo di palazzo Battaglini in
piazzetta san Martino, con il recupero di
un’ingente massa di ceramiche di produzione
locale e con il nucleo di pocola deorum (i vasi
degli dei) che getta una luce sull’origine dei
coloni e sull’organizzazione territoriale e
religiosa della città fra III e II secolo a. C.. Come
per la fase tardoantica che ha, tuttora, negli
straordinari mosaici da palazzo Gioia (all’angolo
fra piazza Cavour e via Gambalunga oggi sede di
Unicredit) una delle testimonianze più eloquenti
della raffinatezza dei palatia del V secolo.
Mosaico con 'Venere allo specchio' da palazzo Gioia
(Museo della Città).
Ma l’apporto di Zuffa è fondamentale anche per
la conoscenza di nuovi tratti del volto della
Rimini augustea. A iniziare dall’individuazione
del sito del teatro che si affacciava sul foro.
Un monumento di cui si erano perse le tracce
nonostante Benvenuto Rambaldi da Imola,
commentatore
trecentista
della
Divina
Commedia, avesse scritto:
quod Ariminum est nobilis et antiqua civitas….
habuit theatrum, ubi hodie dicitur Forum; et
arcum triumphalem, qui adhuc apparet, et
pontem pulcerrimum (Pg, XIV 106; Comentum,
III, p. 391).
Il passo, conosciuto da Luigi Tonini e poi da
Guido Achille Mansuelli, scettici sull’ipotesi del
teatro nella zona del foro, incrocia l’intuizione di
Zuffa che, osservando la foto aerea del ’44 e le
mappe catastali dell’Ufficio Tecnico comunale,
aveva
notato
l’andamento
curvilineo,
semicircolare, di strutture murarie all’interno
dell’isolato fra corso d’Augusto, via G. Bruno,
via Tempio malatestiano e via Mentana. Isolato
in cui fonti medievali e post medievali
56 Vita di Club n. 1
documentano l’esistenza di cripte (Codice
Bavaro, VIII sec.) di "archi e volti grandissimi"
(Clementini, 1617).
A queste tracce, nel 1956 si aggiunge la scoperta
casuale, effettuata da Carlo Alberto Balducci e
da Zuffa, di un frammento di epigrafe rinvenuto
a 2 m. di profondità nell’area del Cimitero della
chiesa di San Michelino in foro. L’iscrizione,
oggi murata a fianco dei resti dell’abside
dell'antica chiesa, recita:
…the]atrum
…or]nament(is)
…]dedic(av...).
Al confine fra casa Fabbri e palazzo Ripa, lungo
quella che doveva essere la linea del pulpitum
(palcoscenico), fu rinvenuta una colonna in
marmo cipollino (diam. max 51) e segmenti della
trabeazione in marmo bianco di stile sobrio
pertinenti all'edificio scenico (scaena frons), in
seguito collocati nel cortile di palazzo Lettimi,
ora al Museo della Città.
Dagli scavi si evidenzia che l’emiciclo del teatro
si apriva verso nord con un diametro max di ca.
80 m. Come documentano tratti dei muri
curvilinei in laterizio, la cavea, autoportante e in
parte agibile, aveva sostruzioni radiali e
concentriche.
Epigrafe riferibile al teatro.
Benché il testo lasci incerta l’integrazione della
prima linea in "teatro" o "anfiteatro", Zuffa lo
riconduce immediatamente al teatro, sia per la
maggior prossimità di questo edificio sia per la
datazione ricondotta, per i caratteri paleografici,
al I secolo d.C. e quindi precedente di circa un
secolo la costruzione dell’Anfiteatro. Come si
evince dalle sue parole “fin dal primo momento
ebbi la convinzione che si trattasse del teatro,
anzitutto perché ero certo dell’esistenza di
questo edificio e poi perché ritenni … che
l’iscrizione provenisse da poco lontano e fosse in
origine applicata all’edificio cui si riferiva”
(Studi Romagnoli, 1962).
Ma la conferma dell’esistenza del teatro è data
dall’individuazione di un rudere in laterizio
conservato fino al primo piano della casa
Pugliesi in via Giordano Bruno e dalle scoperte
emerse nel 1961 con gli scavi per la costruzione
di palazzo Fabbri (all’angolo fra via Tempio
Malatestiano e via Mentana) e della sede dei
grandi magazzini Standa nell’area di palazzo
Rastelli (c.so d’Augusto/via G. Bruno).
Eloquenti le foto d’archivio che documentano un
cantiere di scavo in cui una ruspa intacca il
terreno asportando una grossa pietra arenaria fra
il fango. Il contesto in cui in quegli anni si
operava cercando, con le parole di Zuffa, “quei
brandelli di verità che gli archivi della terra ci
hanno conservato”.
Foto aerea del centro di Rimini.
Pianta di Rimini con in evidenza la struttura del teatro
romano.
57 Vita di Club n. 1
Infossato nel terreno in posizione retrostante la
cavea, è stato rinvenuto un dolio dalle grandi
dimensioni (alt.cm 165, diam. cm 143), isolato,
sulla cui funzione sono state avanzate più ipotesi.
Da quella di cassa di risonanza acustica (per
analogia con situazioni simili ma in presenza di
più doli) a quella di contenitore di derrate per il
“bar” del teatro.
che rappresenta la centralità della cultura.
Il teatro, elemento caratteristico della vita civica
dei romani, dall’età repubblicana diventa parte
integrante della città, in un rapporto privilegiato
con i principali assi viari. Ciò grazie
all’invenzione
della
volta,
elemento
architettonico portante che fa del teatro romano
una struttura autonoma a differenza di quello
greco, le cui gradinate si adagiano lungo i
pendii collinari.
Vitruvio pone la costruzione del teatro
subito
dopo
la
sistemazione
del
foro, perché luogo di
incontro
e
comunicazione così
come le terme.
Il teatro era il luogo
in cui il pubblico
A sin.: Lo scavo (1961) in proprietà Rastelli con strutture murarie.
poteva manifestare il
Al centro: Foto di scavo con resti di gradinate della cavea.
proprio consenso al
A ds.: Colonna dal teatro (Museo della Città.
potere, avvicinarsi
I sondaggi condotti dalla Soprintendenza per i
alla cultura letteraria
Beni Archeologici dell’Emilia Romagna nel
anche se analfabeta,
gennaio 1989 (seguiti da Renata Curina con la
divertirsi con la
collaborazione, per i Musei Comunali, di Stefano
Sabattini) hanno aggiunto nuovi dati: si è
riconosciuta in un tratto di muratura la facciata
anteriore del rudere già rilevato da Zuffa e
individuate le tracce di un corridoio mediano
coperto da volta a botte probabilmente in
corrispondenza di un corridoio che attraversava
orizzontalmente la cavea, separandola in due o
parti (ima e summa).
Il perimetro esterno del teatro doveva avere un
Il plastico del teatro al Museo della Città.
prospetto ad arcate forse su due ordini.
Tutto intorno all’edificio teatrale doveva aprirsi
un piazzale lastricato che si andava ad unire al
foro su cui il teatro prospettava e in cui si
inseriva organicamente perché frutto di un unico
progetto urbanistico riconducibile all’età
augustea. Fase cui si riconducono anche la
lastricatura delle vie urbane, l’isolamento del
foro dal traffico dei carri attraverso l’erezione di
un arco all’ingresso orientale del decumano, la
costruzione, nel lato a mare, della basilica, ove si
amministra la vita pubblica e la giustizia, e il
Il dolio dall'edificio del teatro (Museo della Città).
generale riassetto della piazza con la
commedia, il genere prediletto dai romani, ma
collocazione di statue e iscrizioni onorarie.
anche con forme più popolari come l’atellana, il
Nella Ariminum di Augusto, infatti, il potere si
mimo e il pantomimo.
esprime anche attraverso l’adozione di un
La fortuna del teatro trova conferma anche nella
modello di città che ha nel foro il fulcro della
diffusione dell’iconografia ad esso collegata. In
vita pubblica. Qui si accentrano gli edifici più
primis la maschera che ricorre sulle comuni
emblematici quali i templi, la basilica e il teatro
lucerne e sulle ceramiche da mensa, sugli oscilla
58 Vita di Club n. 1
- gli elementi decorativi che oscillando fra le
colonne dei portici allontanavano gli spiriti
malefici - , negli elementi di arredo.
Lo stesso imperatore Augusto amava il teatro
tanto da cimentarsi nella scrittura di una tragedia,
l’Aiace, poi rinnegata. E da concepire la sua vita
come un copione teatrale di cui fu protagonista
fino alla morte quando si congedò dagli amici
recitando la frase “Se la rappresentazione vi è
piaciuta, offrite il vostro applauso e tutti insieme
accompagnateci
con
la
vostra
gioia”
(SVETONIO, Vita di Augusto).
di Ariminum, ai lati del decumano massimo.
Un’area di grande rilevanza in corrispondenza
dell’ingresso nella Città per chi giungeva da
Roma e in cui Ottaviano Augusto concentra una
serie di interventi, anche di natura funzionale,
propulsori di una riqualificazione del settore che
vede coinvolti i privati, probabilmente fra i
notabili della rivitalizzata colonia augustea.
L’inserimento in un progetto urbanistico degli
edifici venuti in luce trova riscontro nella loro
posizione a ridosso delle mura urbiche, oramai
private della funzione difensiva, come d’altra
parte esplicitato dall’apertura dell’Arco, talmente
ampia da non poter essere chiusa.
Le immagini scattate sullo scavo a monte
restituiscono l’ampiezza dello spazio indagato
che, dai piedi dell’Arco, si estende fino all’inizio
di via santa Chiara, portando in luce diverse
ambienti per lo più con raffinati pavimenti a
mosaico, in una planimetria che vede contigui
vani eleganti e di servizio. Ciò che connota
questa edilizia domestica proto-imperiale è
l’esclusione delle attività produttive artigianali
che, per tutta l’età repubblicana, avevano
convissuto a fianco delle stanze residenziali.
La pianta dello scavo a monte dell’Arco disegna
una domus articolata in numerosi vani collegati
Ricostruzione del Foro (disegno N. Raggi).
Pianta dell'edificio a monte dell'Arco.
Sotto: Lo scavo a monte dell'Arco.
Oscillum con maschera teatrale (Museo della Città).
Se, grazie a Mario Zuffa, la Rimini del I secolo
si è arricchita di un monumento simbolo della
vita pubblica cittadina, è sempre a questo
appassionato studioso che si deve la restituzione
di spaccati di vita domestica della prima età
imperiale.
Ancor
oggi,
infatti,
l’esempio
più
rappresentativo dell’edilizia privata dell’epoca
augustea è la domus a monte dell’Arco, un
edificio scavato nel 1959 sotto la direzione di
Zuffa.
L’occasione
dello
scavo
fu
l’abbassamento del livello stradale intorno al
monumento che andava a interessare due isolati
59 Vita di Club n. 1
da corridoi secondo uno schema atipico rispetto
al modello classico pompeiano, incentrato
intorno all’atrio. Dotato anche di impianto
termale, l’edificio ospita una grande stanza
absidata di rappresentanza che sottolinea
l’intento celebrativo e l’elevato livello di vita:
una tipologia di ambiente in voga nel I secolo,
che tenderà a sparire per gli elevati costi di
esecuzione e in ragione di una maggiore
razionalizzazione dell’utilizzo dello spazio
abitativo, per poi riaffermarsi nella tarda
antichità, quando le funzioni semantiche
di arredi. I tappeti musivi, per lo più a fondo
monocromo nero, presentano anche inserimenti
di scutulae, frammenti di marmi diversi disposti
più o meno regolarmente con un gradevole
effetto ottico, più tenue nella domus a monte
dell’Arco, ove prevalgono inserti bianchi e grigi,
più acceso nell’edificio a mare, ove sono
utilizzate preziose brecce dai colori vivaci.
Indagata a più riprese a partire dagli anni ’50,
l’area a mare dell’Arco ha evidenziato i resti di
un complesso articolato in tre parti a tutt’oggi
non collegabili, in cui si è riconosciuto un
impianto termale, forse pubblico. Ipotesi
suffragata dalla presenza di vasche in serie, due
delle quali absidate, impermeabilizzate da un
conglomerato in cocciopesto e rivestite da lastre
di marmo o pietra, dotate di canalette di scarico.
Vasche e fontane erano impreziosite da mosaici
parietali anche in pasta vitrea con inserimenti di
conchiglie e bastoncini in vetro ritorto che
Mosaico con scudi dalla domus a monte dell'Arco
(Museo della Città).
Sotto: Particolare di una soglia dalla domus a monte
dell'Arco (Museo della Città).
Scavo di una vasca nell'edificio a mare dell'Arco.
torneranno a prevalere su quelle pratiche.
Concepita come una serie di ambienti
giustapposti e non come un insieme unitario, la
domus romana presenta stanze connotate da
pavimenti con decorazioni diverse: particolare il
motivo degli scudi incrociati, più diffuso negli
affreschi delle abitazioni di lusso, che richiama
la virtus eroica e militare del padrone di casa,
forse un veterano fedele ad Augusto. Il passaggio
tra i vani è sottolineato da soglie ampie e
profonde (da 30 a 45 cm), ornate con ricercati
motivi geometrici, il cui impatto è accentuato
dall’essere visibili da più ambienti e dall’assenza
brillavano sotto lo zampillare dell’acqua:
prodotti costosi per l’impiego del blu egizio e del
vetro - rari all’epoca nella Cisalpina – tuttavia
eseguiti
in
maniera
approssimativa,
probabilmente da maestranze locali non avvezze
a trattare questi materiali pregiati. Decisamente
più elevata l’abilità degli artigiani che
realizzarono il grande mosaico con scutulae di
marmi colorati. Al centro un medaglione a fondo
bianco, di diametro superiore ai 3 m., che, entro
una cornice a motivi floreali, racchiude un
mostro marino (un tritone o Scilla?), dalla lunga
coda a spirale, realizzato con tessere assai minute
tali da sortire un effetto pittorico.
L’eleganza degli ambienti e la qualità della vita
si rispecchiano anche nelle suppellettili (lucerne
e ceramiche nella tipica “terra sigillata” di
tradizione aretina) e negli arredi, fra cui spicca il
trapezoforo, la base di tavolo in marmo, dallo
60 Vita di Club n. 1
scavo del Mercato Coperto condotto negli anni
’60 sotto la direzione di Giuliana Riccioni, cui
Mario Zuffa collaborò. Un pezzo scolpito nei
motivi cari alla propaganda augustea quali
l’aquila ad ali aperte e la cornucopia. Programmi
figurativi che interpretano il pensiero culturale
dell’imperatore,
influenzando
in
modo
particolare l’arte scultorea. Come nel caso della
copia del Doriforo di Policleto, eseguita
probabilmente nella prima età augustea,
sull’onda del revival dell’artista greco del V
secolo a.C.. Un’interpretazione espressionistica
dell’originale, evidente nell’intonazione patetica
e nei contorni morbidi e regolari del volto. Lo
stesso gusto espressionistico che ritroviamo nella
decorazione dell’Arco, riflesso di una cultura
artistica “mista”, che introduce modelli colti
classici con tratti eclettici e disordinati.
Ignota la collocazione originaria della statua:
possiamo immaginarla in una ricca domus o in
uno spazio pubblico. Da qui forse confluì
nell’apparato statuario dell’anfiteatro, nei cui
pressi è stata rinvenuta nel 1963. Un pezzo di
grande valore assicurato al Museo, e quindi alla
collettività, grazie a quella rete di rapporti di
fiducia che Zuffa aveva saputo creare intorno a
sé. Quei contatti personali e quella stima che
ancora animano la memoria della sua persona e
che ci hanno riuniti nella serata organizzata dal
Lions per ricordare il suo contributo di studioso
alla storia della nostra città.
Frammenti di mosaici dalle fontane dell'edificio a mare
dell'Arco (Museo della Città).
Il mosaico con mostro marino (Museo della Città).
Vaso a cratere in terra sigillata.
Il trapezoforo dall'area del Mercato Coperto.
Testa del Doriforo di Policleto.
Immagini su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna. Si ringraziano l'Archivio fotografico
della Biblioteca Civica Gambalunga e Piero Delucca (Musei Comunali di Rimini).
61 Vita di Club n. 1
INTERMEETING
FESTA DELLA BANDIERA
L’ammiraglio Felicio Angrisano a Rimini per l’intermeeting
dei Lions Club riminesi.
N
ella serata del 5 novembre, presso 1’Hotel
Holiday Inn di Rimini, si è tenuta la
tradizionale
"Festa
della
Bandiera”
organizzata dal Lions Club Rimini-Riccione Host in
intermeeting con il L.C. Rimini Malatesta. Si tratta di
un evento con cui si vogliono ricordare ed onorare i
valori di unità nazionale e amor di patria. Quest’anno
il Lions Club, nella persona del dott. Maioli, ha
dedicato la serata al Corpo delle Capitanerie di Porto
– Guardia Costiera, a significare il riconoscimento
per l’impegno profuso nelle attività di ricerca e
soccorso della vita umana in mare. Una particolare
attenzione è stata riservata alle vicende di stringente
attualità legate al processo di immigrazione in atto
verso il nostro Paese. Questo fenomeno tanto intenso
vede impegnato il personale del Corpo delle
Capitaneria di Porto – Guardia Costiera in scenari
difficili e di elevata complessità operativa, un
compito cui si aggiunge il quotidiano lavoro che
rende il Corpo il principale interlocutore di quanti
vanno per mare, per ragioni di lavoro, per sport o per
diletto. Dato l’alto valore del riconoscimento, alla
serata ha presenziato il Comandante Generale del
Corpo delle Capitanerie di Porto, Ammiraglio
Ispettore Capo Felicio Angrisano, accompagnato dal
Direttore Marittimo dell’Emilia Romagna, Capitano
di Vascello Giuseppe Mali, e dal Comandante del
Compartimento e Capitaneria di porlo di Rimini,
Capitano di Fregata Domenico Santisi.
Alla serata del Lions Club hanno partecipato anche le
principali autorità civili e militari del territorio, tra
cui il Prefetto di Rimini, Claudio Palomba.
L’Ammiraglio Ispettore Angrisano ha tenuto un
intervento illustrativo dei principali compiti e
impegni assunti dal Corpo al termine del quale ha
ritirato l’ambito riconoscimento ricambiando il
Lions Club con un presente di ringraziamento.
L’Ammiraglio Angrisano è Comandante Generale del
Corpo delle Capitanerie di porto - Guardia Costiera
da12 giugno 2013. Laureato con il massimo dei voti
in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di
Napoli "Federico II", é entrato nel Corpo delle
Capitanerie di porto nell’ottobre del 1975. Tra i molti
incarichi di prestigio ricoperti nel corso della sua
carriera l’Ammiraglio Angrisano è stato Direttore
Marittimo della Liguria e Comandante del porto di
Genova (2010-2013), nel grado di Ammiraglio
lspettore. In tale veste ha ricoperto anche la carica di
Vice Presidente del Comitato Portuale dell’Autorità
Portuale di Genova; è stato inoltre Commissario
straordinario dell’Autorità Portuale di Bari e di
Napoli.
CURIOSITÀ ALVISIANE
STORIA DI UN’ICONA NATALIZIA
San Nicola, Santa Claus: il mito di Babbo Natale.
di MARIO ALVISI
B
abbo Natale è un’icona che muta nel tempo
nei vari paesi del mondo. All’inizio della sua
“avventura” non scendeva dai camini, non
portava pacchi dono, non viaggiava sulle slitte
trainate dalle renne, non vestiva di rosso, non
proveniva dalla Lapponia e non si chiamava neppure
Babbo Natale. La sua storia è lunga circa 1700 anni e
risale ad un certo Nicola, nato intorno al 270 d.C., in
Licia, regione sulla costa meridionale dell’Anatolia,
in Turchia. Diventato vescovo di Myra, antica città
62 Vita di Club n. 1
capitale della Licia, Nicola partecipò al concilio di
Nicea del 325 e morì una ventina di anni dopo. È il
primo “donatore di regali” di cui si ha memoria e le
sue sembianze, con la lunga barba bianca e il
cappello rosso in testa, prefigurano indubbiamente il
futuro Babbo Natale. Gli si attribuivano gesti di
particolare umanità come l’elargizione di monete
d’oro ad un povero padre che, per il bene della
famiglia, voleva costringere le tre figlie a prostituirsi.
Oppure avrebbe resuscitato cinque bimbi rapiti e
uccisi da un oste, e anche salvato marinai dal
naufragio e debellato terribili carestie.
Come Santo lo si festeggia il 6 dicembre che
nell’antichità segnava l’inizio dell’inverno. Com’è
noto, le reliquie del Santo furono rocambolescamente
trafugate e portate a Bari nel 1087. Nacque così San
Nicola da Bari, la cui devozione e leggenda si
propagarono in tutta Europa, in modo particolare con
la raffigurazione recente che lo avvicina molto al
Babbo Natale di oggi: lunga barba, tunica rossa,
cappuccio e bastone. È così che prende avvio il
racconto popolare del generoso elargitore di doni ai
bambini buoni. Addirittura, in molte nazioni, si
sostituisce, col nome di Santa Claus, allo stesso Gesù
Bambino come portatore di doni. Ma tutto ciò finisce
per creare una grande confusione.
In Olanda prende il nome di Sinter Klass, da cui
forse poi deriveranno Santa Claus e, strano a dirsi,
Babbo Natale da un’antica lingua degli stessi
olandesi. E saranno proprio gli Olandesi nel XVII
secolo, emigrando negli Stati Uniti, a trasferirlo a
Nuova Amsterdam, poi diventata New York, in onore
di Giacomo II, duca di York, dopo che nel 1664 la
città fu conquistata dagli Inglesi.
L’immagine di San Nicola e poi di Babbo Natale si
propagherà dall’Europa anche nel musulmano Medio
Oriente (ho un ricordo personale di quando, diversi
anni orsono, sbarcando negli Emirati Arabi, mi stupii
nel vedere le città di Dubai e Abu Dhabi illuminate
alla stregua delle nostre città, con i grattacieli
grondanti di lampadine colorate e i più grandi centri
commerciali del mondo come il Mall of Emirates e il
Dubai Mall stracolmi di oggetti natalizi e sorridenti
Babbi Natale ad accogliere i turisti).
E poi dall’America ritornerà in Europa, come dopo
vedremo. In tutto questo andirivieni, la comunità
cristiana fissa la “festa dei bambini” alla vigilia del
Natale. Questo perché in America l’ascesa del
vescovo nativo nel Vicino Oriente, che si festeggia il
6 dicembre, è irresistibile. Nel 1793 viene inserito nel
calendario americano e, in breve, la sua figura trionfa
nella letteratura popolare per l’infanzia. Non più un
santo come lo era l’olandese Sinter Klass, con folta
barba bianca, mitra e mantello rossi, ma un uomo
baldanzoso con la pipa in bocca, e, qualche volta,
anche come eroe nordista!Verso la fine
dell’Ottocento ritorniamo in Europa. Infatti si
diffonde la leggenda che Babbo Natale viene dal Polo
Nord su una slitta non sempre trainata da renne, asini
o cavalli. In un’immagine del 1880 a farlo viaggiare
sono due oche! Però il Polo Nord non convince i
Finlandesi perché lì non c’è vegetazione per nutrire le
renne. E allora si impossessano di Babbo Natale e gli
danno asilo nelle loro terre della Lapponia, dove può
nutrire le sue renne. Non sto a raccontarvi come e
quanto la Finlandia viva su questo evento. Vi dico
solo che una volta, per lavoro, andai ad Helsinki
durante il periodo natalizio. Ebbene, mi imbarcai su
un aereo che era dipinto con le immagini di Babbo
Natale. Vi lascio immaginare il resto. Ma dov’è
veramente la casa di Babbo Natale? Per i Finlandesi è
a Rovaniemi in Lapponia. Ma per i Canadesi la casa
si trova, sempre al polo, ma nelle loro terre di là dal
Circolo polare Artico; per i Danesi in Groenlandia;
per i Norvegesi a Droback, una cittadina, a sud di
Oslo, dove il sole non tramonta mai; per gli Svedesi a
Gesunda, a nord- ovest di Stoccolma; e non potevano
mancare i Russi che lo collocano “il grande Padre del
Gelo” nelle loro terre siberiane. Simpaticamente un
Babbo Natale grande immobiliarista!
Ognuno di questi stati può raccontare storie e
aneddoti più o meno interessanti per giustificarne la
nascita e la relativa festività nei loro paesi. Qui, però,
mi piace segnalare la classica “leggenda americana”
sull’origine della figura di Babbo Natale. La
leggenda racconta che egli, così come lo conosciamo
oggi, sia nato nel 1931 da un’iniziativa pubblicitaria
della Coca Cola che adotta Santa Claus come
testimonial della famosa bevanda consentendo così la
divulgazione dell’immagine in tutto il mondo a
imperitura e globale memoria. Dimenticano, però, il
vescovo Nicola, la cui leggenda era già nata e
divulgata 1700 anni prima!
Buon “Babbo Natale” a tutti.
Bibliografia:
Paolo Di Stefano, Corriere della Sera
Sito editore La Repubblica
Babbo Natale di Nicola Lagioia, edizioni Fazi
Wikipedia
63 Vita di Club n. 1
Andrea Felice Bordi (attribuzione di Pier Giorgio Pasini) (1670-1733), Sacra Famiglia, Museo della Città di Rimini,
già Collezione dei Francescani delle Grazie.
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Paliotto del secondo altare di sinistra (primo Set re di sinistra (primo