Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri - Segni Anno 9 - numero 4(85) - Aprile 2012
Aprile
2012
2
Ecclesia in cammino
- La Visita pastorale alla Diocesi,
+ Vincenzo Apicella
- L’Angelus di Benedetto XVI nella IV
domenica di Quaresima,
S. Fioramonti
p. 3
- Progetto Policoro, Claudio Gessi
p. 23
p. 4
- Catechisti, tre testimonianze: Lo Spirito Santo
è sempre all’opera... e noi siamo solo
uno strumento!
p. 24 - 25
Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia
Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti
della Curia e pastorale per la vita della
Diocesi di Velletri-Segni
Direttore Responsabile
Mons. Angelo Mancini
Collaboratori
Stanislao Fioramonti
- L’Antilingua, la “salute laica” e quei barbari
“diritti civili”, P. G. Liverani
p. 5
- “Vocazioni, doni della carità del Signore”,
mons. Franco Risi
p. 26
- “Per - Dono” è stato il tema del primo degli
incontri quaresimali organizzato dai parroci di
Velletri, Lariano e Landi,
sintesi a cura della redazione
- Per scegliere....La Vita consacrata,
Sr. Apostoline
p. 27
Tonino Parmeggiani
p. 6
- Dio nel suo grande amore parla agli
uomini come ad amici,F. Cellucci
p. 28
- L’Operatore pastorale: strumento di Grazia,
Claudio Capretti
p. 8
- Festa al Seminario Leoniano nel giorno
di S. Giuseppe, F. Cellucci
p. 29
- L’Infinito,
p. 9
- Gaetano e Monica Di Laura: in cammino...,
diac. Gaetano Di Laura
p.30
Sara Gilotta
- Studenti universitari oggi, G. Abbate
- Honduras e Isola di Famosi: che c’entra?,
S. Fioramonti
p.10
Mihaela Lupu
Proprietà
Diocesi di Velletri-Segni
Registrazione del Tribunale di Velletri
n. 9/2004 del 23.04.2004
Stampa:
Tipolitografia Graphicplate Sr.l.
p. 11
- L’origine del toponimo “Jo lago” nella
città di Segni, F. Canali
- Triduo Pasquale. Riflessioni per la celebrazione
della Pasqua, don A Pacchiarotti
p. 12
- Pasqua 2012, V. Calenne
p. 13
- Maria di Madgalae la Misericordia,
Claudio Capretti
p.14
- La Risurrezione dei morti, Sr. Monastero
Madonna delle Grazie Velletri
p. 15
- Nel pensiero di S. Bruno: L’infinita ed
inesauribile forza della carità,
don D. Valenzi
- Velletri, l’edicola Madonna del Buon
Consiglio, arch. A. Ronzani
p. 31
p. 32
p. 33
- Accadeva a Gavignano nel 1865,
Francesco Canali
p. 33
- La condizione contadina a Valmontone
all’inizio del novecento, S. Fioramonti
p. 34
Redazione
Corso della Repubblica 343
00049 VELLETRI RM
06.9630051 fax 96100596
[email protected]
A questo numero hanno collaborato
inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, mons. Franco Risi,
mons. Franco Fagiolo, don Antonio Galati, Sr. Apostoline
Velletri, don Marco Nemesi, don Daniele Valenzi, p. Vincenzo
Molinaro, don Andrea Pacchiarotti, Sr. Monastero
Madonna delle Grazie Velletri, Giovanna Abbate, Vincenza
Calenne, Pina Turco, Claudio Gessi, Mara Della Vecchia,
Ufficio Catechistico, Claudio Capretti, Fabricio Cellucci,
Pier Giorgio Liverani, Antonio Venditti, Sara Gilotta, Gaetano
Sabetta, diac. Gaetano e Monica Di Laura, Francesco Canali,
arch. Alvaro Ronzani, FabioPontecorvi.
Consultabile online in formato pdf sul sito:
www.diocesi.velletri-segni.it
- Il Silenzio nella celebrazione eucaristica,
mons. Franco Fagiolo
- La Cresima / 3: effetti e implicazioni,
don A. Galati
DISTRIBUZIONE GRATUITA
p. 35
p.16
In copertina:
La Santa Trinità (visita Abramo)
- La vela e il vento... Centro per la Famiglia,
Pina Turco
- La riconciliazione come nuovo paradigma
della missione, Gaetano Sabetta
p.17
p. 18
- “Signore, ritorna!... vieni e visita la tua vigna.”
Lettera pastorale 2012
p. 19 - 22
- Educazione politica, A. Venditti
p. 36
- La Giornata diocesana della Famiglia
all’Acero, p. V. Molinaro
p. 37
-Duccio da Boninsegna,
I Discepoli di Emmaus, “Maestà”,
don M. Nemesi
p. 38
- Le passioni di Bach,
Mara Della Vecchia
p. 39
icona russa, autore ignoto 1690,
Ikonen Museum, Recklinghausen
Il contenuto di articoli, servizi foto e loghi nonché
quello voluto da chi vi compare rispecchia
esclusivamente il pensiero degli artefici e non vincola mai
in nessun modo Ecclesìa in Cammino, la direzione e la
redazione Queste, insieme alla proprietà,
si riservano inoltre il pieno ed esclusivo diritto di
pubblicazione, modifica e stampa a propria insindacabile
discrezione senza alcun preavviso o autorizzazioni.
Articoli, fotografie ed altro materiale, anche se
non pubblicati, non si restituiscono.
E’ vietata ogni tipo di riproduzione di testi, fotografie,
disegni, marchi, ecc. senza esplicita
autorizzazione del direttore.
Aprile
2012
3
Vincenzo Apicella, vescovo
S
embra doveroso, anzitutto, ringraziare da queste stesse pagine la redazione di Ecclesia, in
particolare il redattore e responsabile unico
don Angelo Mancini, e quindi don Franco Diamante,
don Mauro De Gregoris, don Antonio Galatie
Claudio Gessi per quanto hanno voluto scrivere e pubblicare nel 40° anniversario della
mia Ordinazione sacerdotale, corredandolo
con foto d’epoca, in cui i capelli erano ancora neri. Confesso che non era mia intenzione occupare due intere pagine di giornale, non
per modestia, ma per la vecchia tentazione,
rimproveratami più volte in passato, di evitare
accuratamente di essere “edificante”.
Comunque, debbo anche confessare che 40
anni di sacerdozio non sono ancora bastati
per essere prete come vorrei e come dovrei
e, credo, non basteranno neanche i prossimi 40, ma non mettiamo limiti alla divina
Provvidenza e Misericordia.
Quando leggerete questo numero saremo in
pieno clima pasquale e la Croce e la
Resurrezione di Gesù rimangono sempre la
sorgente della nostra speranza, il fondamento
della nostra fede, il motivo della nostra comunione e del nostro cammino comune. Come
è ormai consuetudine, in questa occasione
sarà consegnata alla Chiesa di Velletri-Segni
la Lettera pastorale, che troverete più avanti e che quest’anno ha per tema un evento
importante, che vivremo insieme nel prossimo futuro: la Visita pastorale alla Diocesi.
Il vescovo, aiutato dai collaboratori, percorrerà tutte le parrocchie, soffermandosi per alcuni giorni in ciascuna di esse, per partecipare alla loro vita quotidiana, per condividerne
le gioie e le sofferenze, per ascoltare, incoraggiare e sostenere quanti portano il peso
dell’impegno pastorale ordinario e per incontrare tutti quelli che lo desiderano, possibilmente anche quelli che di solito non frequentano
la parrocchia. Si tratta di una preziosa occasione che lo Spirito Santo ci offre per conoscerci meglio, per stimolarci a vicenda nella
carità e nelle opere buone, come ci indicava il Papa nel Messaggio quaresimale, per
verificare il nostro impegno e rilanciarlo con
più entusiasmo e determinazione.
La Lettera è articolata in tre punti: nel primo
si è cercato di presentare le motivazioni profonde della Visita pastorale, che hanno la loro
radici nella Parola di Dio, il quale è il suo vero
centro e il suo vero protagonista. Cristo Crocefisso
e Risorto è il Pastore e Vescovo delle nostre
anime (1Pt.5,4) e il vescovo transitorio, che
lo rappresenta, è il primo destinatario e, allo
stesso tempo, il povero strumento della Sua
visita.
Nel secondo punto vengono illustrati gli aspetti ecclesiali della Visita, attraverso una lettura sintetica dei documenti del Magistero, che
indica in questa provvidenziale istituzione uno
dei momenti più importanti e qualificanti del
ministero episcopale e della vita diocesana.
Essa è stata sancita e codificata definitivamente dal Concilio di Trento, cinque secoli fa,
ma è nei documenti più recenti, a partire dal
Concilio Vaticano II, di cui celebriamo quest’anno il cinquantesimo dell’apertura, che troviamo le indicazioni più puntuali e adeguiate al tempo e ai problemi che viviamo.
Infine, nel terzo punto, si è cercato di riassumere e ripercorrere l’itinerario seguito dalla Diocesi, soprattutto negli ultimi anni,
mostrando la logica che lo ha guidato e le
prospettive che si profilano dinanzi a noi, anche
facendo nostri gli orientamenti e le linee programmatiche di tutta la Chiesa italiana.
La Visita pastorale, per essere efficace, necessita di un adeguato periodo di preparazione,
in cui le parrocchie sono invitate ad approfondire i suoi contenuti, a prendere coscienza della propria realtà, a valutare le risorse
e le criticità delle proprie situazioni, a risvegliare nella preghiera le proprie energie spirituali. Il vescovo, come si è detto, sarà accompagnato nella Visita da alcuni collaboratori,
che si occuperanno di alcuni aspetti specifici, come quello amministrativo, della tenuta
dei registri parrocchiali, della condizione e della conduzione degli immobili e dei beni culturali e ogni visita, a partire dal gennaio 2013,
seguirà un programma concordato con la
Segreteria.
Al termine, ogni parrocchia riceverà una relazione con le osservazioni e l’incoraggiamento
del vescovo a proseguire il cammino iniziato. Il Signore Risorto ci accompagni in questa iniziativa, che non vuole avere un rilievo
soltanto formale, ma, con la sua Grazia, desidera costituire un momento di verifica e di vero
rilancio pastorale della Diocesi.
Per questo è necessaria la disponibilità, ma,
anzitutto, la preghiera di tutti, poiché, come
tante volte si è ripetuto, la Chiesa non è una
associazione di persone bene intenzionate,
né, tantomeno, una azienda che deve
aumentare la produttività, ma il Corpo vivente di Cristo, che, attraverso di lei, vuole essere presente nella storia e nei luoghi di vita degli
uomini.
Cristo, nostra speranza,
è veramente risorto!
Buona Pasqua.
Aprile
2012
4
Stanislao Fioramonti
E
’ un cammino con Gesù attraverso il «deserto», un tempo in
cui ascoltare maggiormente la voce di Dio e anche smascherare
le tentazioni che parlano dentro di noi. All’orizzonte di questo deserto si profila la Croce. Gesù sa che essa è il culmine della
sua missione: in effetti, la Croce di Cristo è il vertice dell’amore, che
ci dona la salvezza. (...) Gesù sarà innalzato sulla Croce, perché chiunque è in pericolo di morte a causa del peccato, rivolgendosi con fede
a Lui, che è morto per noi, sia salvato. «Dio infatti – scrive san Giovanni
– non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma
perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).
Commenta sant’Agostino: «Il medico, per quanto dipende da lui, viene per guarire il malato. Se uno non sta alle prescrizioni del medico, si rovina da solo. Il Salvatore è venuto nel mondo … Se tu non
vuoi essere salvato da lui, ti giudicherai da te stesso» (Sul Vangelo
di Giovanni, 12, 12: PL 35, 1190).
Dunque, se infinito è l’amore misericordioso di Dio, che è arrivato
al punto di dare il suo unico Figlio in riscatto della nostra vita, grande è anche la nostra responsabilità. (...) Scrive ancora sant’Agostino:
«Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a
Dio … Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le
opere buone cominciano con il riconoscimento delle opere cattive»
(ibid., 13: PL 35, 1191). (...)
E’ importante allora accostarsi con regolarità al Sacramento della
Penitenza, in particolare in Quaresima, per ricevere il perdono del
Signore e intensificare il nostro cammino di conversione”.
Concluso il commento al momento liturgico, il papa è passato
a vari temi di attualità: il suo prossimo onomastico, la Giornata
mondiale dell’Acqua e soprattutto il suo cordoglio per la tragedia dei bambini belgi deceduti in Svizzera nell’incidente del loro
pullman che li riportava a casa.
“Cari amici, domani celebreremo la festa solenne di san Giuseppe.
Ringrazio di cuore tutti coloro che avranno per me un ricordo
nella preghiera, nel giorno del mio onomastico. In particolare,
vi chiedo di pregare per il viaggio apostolico in Messico e Cuba,
che compirò a partire da venerdì prossimo.
Affidiamolo all’intercessione della Beata Vergine Maria, tanto amata e venerata in questi due Paesi che mi accingo a visitare.
Ieri si è concluso, a Marsiglia, il VI Forum mondiale dell’acqua,
e giovedì prossimo si celebrerà la Giornata mondiale dell’acqua, che
quest’anno sottolinea il fondamentale legame di tale preziosa
e limitata risorsa con la sicurezza alimentare.
Auspico che queste iniziative contribuiscano a garantire per tutti un accesso equo, sicuro e adeguato all’acqua, promuovendo
così i diritti alla vita e alla nutrizione di ogni essere umano e un
uso responsabile e solidale dei beni della terra, a beneficio delle generazioni presenti e future.
Che questo tempo di Quaresima – ha aggiunto il papa parlan-
do in francese – ci permetta di riorientare la nostra vita su Cristo,
che si è caricato delle nostre sofferenze e delle nostre pene.
Affido a lui il dolore dei genitori belgi che, per il tragico incidente in
Svizzera, hanno perso i loro figli, e quello di coloro che si sono visti
privati di un parente.
Assicuro a loro la mia vicinanza e la mia preghiera”.
Dopo il saluto ai pellegrini di lingua francese, il papa si è rivolto a
quelli di lingua inglese, tedesca, spagnola, croata, slovacca, polacca, salutando tutti con affetto e chiedendo preghiere e vicinanza spirituale sia per il suo onomastico dell’indomani (S. Giuseppe, 19 marzo), sia per il prossimo viaggio apostolico transoceanico in Messico
e a Cuba, che ha affidato alla Vergine Maria, tanto venerata in quei
due Paesi, specie con gli appellativi di Guadalupe e della Carità.
Infine il saluto ai pellegrini italiani, tra i quali erano quindici operai e
sindacalisti dell’Alcoa di Portovesme con le loro famiglie; ad essi e
alle rispettive famiglie ha assicurato la sua preghiera e la sua vicinanza, “auspicando che la loro difficile situazione, come altre simili, possa avere un’adeguata soluzione”.
La fabbrica di alluminio sarda, inserita nel polo industriale del SulcisIglesiente anch’esso in difficoltà, è proprietà di una multinazionale
statunitense che ha minacciato tra breve la sua chiusura; questo porterebbe al licenziamento dei 500 dipendenti, mentre altri 350 lavoratori delle imprese degli appalti e altri 1500 operai dell’indotto rischierebbero la perdita del posto di lavoro.
La speranza è che, grazie anche alla solidarietà dimostrata dal papa,
si trovi un modo per impedire questa sciagura.
Aprile
2012
Pier Giorgio
Liverani
C
ome le lingue normali, vale a dire quelle che sono composte di parole veritiere, ossia che dicono ciò che chi le parla vuol significare, sono perennemente in crescita,
anche l’Antilingua è in continua crescita. Essa aggiunge continuamente al proprio “patrimonio” lessicale parole nuove nate dalla maliziosa e fervida
fantasia di una certa cultura che alla vita (anche
la parole concorrono a comunicarla, a favorirla,
a sostenerla e assai spesso a salvarla o a generarla) preferisce la morte (con opposte intenzioni e con tragici risultati).
L’Antilingua è fatta di parole dette per non dire
quello che si ha paura di dire e, purtroppo, sta
rapidamente sostituendo la lingua autentica, come
già si era trattato su questa Rivista nel dicembre del 2005 (come passa veloce il tempo…).
Mi sembra perciò opportuno e forse doveroso riprendere a parlarne sia pure nella ristrettezza di documentazione che lo spazio consente.
Oggi ci limiteremo, perciò, a evidenziare alcuni
nuovi termini di fresca data, ma che dimostrano bene non soltanto l’inganno che nascondono, ma anche la stravolta mentalità o “cultura”
di chi le inventa e di chi le usa.
La più fresca è nata alla fine di gennaio a Reggio
Emilia, dove un convegno promosso da un’associazione dal nome impegnativo – “Iniziativa Laica”
– contestava il lodevole accordo raggiunto a Correggio,
grosso paese della provincia, tra il Movimento per
la vita e il Comune (maggioranza e Sindaco Pd)
per sostenere finanziariamente (in tutto diecimila Euro) le gestanti indotte ad abortire per le loro
misere condizioni economiche.
Si trattava, sosteneva Iniziativa Laica, di un attentato alla Legge 194 e al “diritto di aborto” delle
donne. L’aborto volontario, ha detto la promotrice del convegno, è un aspetto della «salute laica» della donna: una definizione tanto assurda
5
e
ingannevole da indurre a qualche complimento per la creatività della Signora in proposito (la quale, però,
ha trascurato quella che, analogamente, si potrebbe definire l’uccisione laica del concepito.
Nonostante ciò – tanto per la cronaca – il convegno si è concluso con il dichiarato intento del
Consiglio provinciale di Reggio di mettere allo studio un analogo sostegno economico a favore della maternità allargato a tutto il proprio territorio.Una
seconda antiparola, un po’ meno fresca della salute laica, è «omogenitorialità», costruita su misura per indicare uno dei cosiddetti diritti civili delle persone omosessuali, in realtà un termine che
afferma una cosa fisicamente impossibile per gli
evidenti motivi che da una coppia di soli uomini
o di sole donne nessuna genitorialità può scaturire, essendo questa condizione sterile per definizione e – ammesso che il termine sia ammissibile – per natura.
In entrambi i casi, come si sarà certamente notato, è emerso il nome “diritto”, che però è stato
usato in un modo – come dire? – illegittimo, perché palesemente e per vari e diversi motivi né il
diritto di aborto né il diritto di omogenitorialità sono
diritti: il primo perché è assurdo definire diritto un’azione che toglie la vita a una creatura, il secondo per ragioni che diremo fisiologiche.
L’aborto e l’eutanasia – scriveva nella sua enciclica Evangelium Vitæ il beato papa Giovanni Paolo
II – «sollevano problema di singolare gravità per
il fatto che tendono a perdere, nella coscienza
collettiva, il carattere di “delitto” e ad assumere
paradossalmente quello del “diritto” al punto che se ne pretende un
vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante
l’intervento gratuito degli stessi
operatori sanitari» (corsivi nell’originale).
Sono considerati oggi diritti civili,
oltre l’aborto e l’eutanasia, anche
il divorzio, il matrimonio omosessuale, la fecondazione artificiale omologa ed eterologa, la sperimentazione sugli embrioni, il cosiddetto
“testamento biologico” (con il
conseguente dovere del medico di dargli
esecuzione), la droga eccetera.
Grazie a questi “diritti” si praticano oggi in Italia circa 115mila aborti
legali più altri venti o trentamila clandestini, più un numero non calcolabile ma altissimo di aborti precocissimi con le “pillole del giorno dopo” e “di cinque giorni dopo”. Solo in Italia
dal varo della legge 194 a tutto il 2010 si sono
praticati cinque milioni 300mila aborti. S
e ne fanno 43milioni 800mila l’anno in tutto il mondo, cioè circa un miliardo e 400mila nei medesimi 34 anni (i dati sono forniti dall’Organizzazione
Mondiale della Sanità).
Per non citare, per esempio, le statistiche delle
eutanasie, dei suicidi assistiti, delle unioni omosessuali. Sono questi gli effetti terribili della cultura radicale, che tuttavia pare non smuovano di
un millimetro le certezze giuridiche e morali “laiche” dei difensori dell’aborto.
In un suo libro-intervista da poco in vendita la onorevole, perché deputata, Emma Bonino difende
«I doveri della libertà». Sono sue parole: «Via via
che approfondivo l’esperienza radicale mi sono
formata una sorta di “religione” laica, fatta di consapevolezza dei doveri del cittadino nei confronti
di se stesso e della collettività.
Cardini di questa religione laica sono il rispetto
e la promozione dei grandi diritti umani e civili,
dovunque siano calpestati».
Abbiamo appena visto qualche cosa di ciò che
provocano i barbari diritti civili (che non si possono affiancare, come invece fa la Bonino, ai civilissimi diritti umani, perché ne sono l’esatto opposto) e con quale disinvoltura questa signora parli di “religione” coprendola per di più del manto,
in questo caso indegno, di “laica”.
Ma tutto ciò dev’essere considerato il risultato della diffusione dell’Antilingua1 che ha modificato la
cultura della vita in cultura di morte.
1
Un breve trattato e un ampio Dizionario dell’Antilingua sono contenuti nel volume La Società Multicaotica, Ed. Ares, Milano, 2005,
dell’Autore di questo articolo.
Aprile
2012
6
sintesi dell’intervento a cura della redazione
ingrazio prima di tutto il vostro vescovo e tutti i parroci che hanno avuto l’ardire di entrare in un argomento così difficile. Io credo che, in qualche modo, ciascuno di voi è stato toccato
dal dolore e quindi la realtà del dolore ci
appartiene. Quindi, nel ringraziare il
vescovo e i sacerdoti, ringrazio ognuno
di voi. Siamo in un tempo molto buono,
almeno per chi tenta di credere, ci stiamo avvicinando a una data importante che
è la nostra resurrezione, perché questo
dovrebbe essere il giorno di Pasqua, ma
è un giorno che lo si può vivere per 365
volte nell’anno.
Quello che è importante è capire perché
siamo qui e che cosa il Santo Padre ha
voluto dirci con il tema la Responsabilità
verso l’altro che implica ovviamente anche
il tema del Perdono. (…)
Sono nato nel ’46, sono figlio di un siciliano e di una dalmata, sono stato concepito in Sicilia, nato in provincia di Padova,
vivo attualmente in provincia di Udine.
Ho ricevuto molti doni dal “patrone di casa”,
che noi chiamiamo Dio, tra questi doni anche
dei figli. Io questa sera sono qui, intanto
con molto piacere perché ci siete voi, ma
sono qui per fare un servizio a chi mi ha
detto: “Vai!”. E spero di farlo bene, spero anche nel vostro aiuto per riuscire a
farlo bene!
Il primo gennaio del 1990 alle 3.42 del
mattino mio figlio Nicola e la sua ragazza Elena, in un incidente stradale, lasciano questa terra. Non vi nascondo che in
quel tempo il rapporto fra me e Dio copriva una distanza che potrebbe essere quantificata in qualche anno luce.
Vivevo da miliardario, perché lo ero, e quindi con i pochi pregi dei miliardari e molti difetti. Ed era vero che era più facile
per un cammello passare per la cruna di
un ago, che non per un ricco che aveva speso la propria anima per la ricchezza,
entrare nel Regno dei cieli. Ci sono state molte chiamate del Signore, ma io non
le sentivo …
R
Ero troppo distratto dalla realtà terrena,
dalla materialità, dagli idoli che mi portavo in tasca.
C’è stato un urlo, dove non ho più potuto fingere di non sentire, quando è stato
fatto il nome: “Nicola torna a casa!”. Ed
io ero convinto che Nicola fosse mio …
Ma c’è stato qualcuno che ha detto: “Torna
a casa!”. Io ho tentato davanti alla bara
di mio figlio di fare degli accordi, ma non
si è firmato nessun accordo.
Nicola è tornato a casa …
Ecco, da quel momento è iniziato un cammino che continua ed
io mi auguro che non debba continuare anche dopo che sarà fatto il mio nome, spero di arrivarci
prima al traguardo. E quando ci
lasceremo io vi dirò che mi ricorderò di voi nelle mie preghiere e
vi chiederò di ricordarmi nelle vostre.
Questo cammino ha fatto sì che
si cominciassero a togliere tante, tante impurità, a capire che probabilmente il Donatore è più
grande e più importante del
Dono, e che, con ogni probabilità, quel dono che mi era stato fatto non lo avevo accolto nel nome
del Donatore, ma mi ero adagiato a una realtà che è comune a
tutti: lo si fa perché cosi è! Ci si
sposa, si va in chiesa per tradizione, si battezzano i figli perché
è tradizione farlo, perché magari in paese … poi magari qualcuno
non chiacchieri … ma la responsabilità non la mettiamo mai nel
conto vero.
E allora nascono delle domande
importanti, credo, per ognuno di
noi, anche vedendo ciò che accade fuori di casa nostra:
Ma il Signore dov’è? Dov’è il Signore
quando ti uccidono un figlio, quando violentano una ragazzina o un bambino, quando rapiscono … e tutto quello che accade, non facciamo l’elenco altrimenti non
finiamo più. Avete mai provato a pensare
che il Signore è proprio lì, dove succede quel fatto? La risposta che Dio ci da
in quel momento è: Io ero già lì, prima
che accadesse! La mia risposta (…) è
un nome: è Gesù! (…) Il Padre Eterno
che accetta di farsi inchiodare su una croce il proprio figlio (– n. red. ) perché mi
ama, ama me, ama ognuno di noi … ci
ama, conosce tutti i nostri difetti. Ci ama!
Ma non mi sta prendendo per le orecchie
perché io ho difetti, non prende per le orecchie nessuno. Scusa sempre - sempre
tutto – tutto - tutto!
Vogliamo dire che in Gesù, questo Dio,
c’è qualche cosa di sbalorditivo?! Questo
Dio, in Gesù, frequenta ladri, prostitute,
gente messa all’indice …
Aprile
2012
Chissà quante volte noi mettiamo all’indice qualcuno? Gesù li frequenta, da mille spiegazioni del perché ... (…) È sbalorditivo questo Dio, ma è anche esigente,
(…) perché perdona sì, è vero, tutto – tutto e sempre, ma nella stessa misura in
cui perdoniamo noi! Se noi non perdoniamo,
ma come possiamo pretendere di essere perdonati? Ma se noi non siamo capaci di amare, come possiamo pretendere
di essere amati?
Questo non è frutto di uno studio teologico; è un cammino iniziato il primo gennaio del ’90, ed è un cammino che continua, e ha avuto una parentesi il 17 settembre del 2007, quando mio figlio
Giacomo, nel suo negozio dove acquistava
oro, riceve un cliente, perché lo conosceva,
(…) il quale aveva studiato sin dal mattino il modo di tentare una rapina.
Approfittando del fatto che stavano lavorando per macinare l’asfalto davanti al negozio, quindi del rumore delle macchine, è
entrato, ha chiuso la porta e con una pistola rubata, con cinque colpi tirati a
Giacomo, lo fredda.
Provate a immaginare che cosa può passare per la mente di un genitore che ha
già sepolto un figlio di vent’anni, vent’anni
e mezzo aveva Nicola quando ha lasciato questa terra …
In una situazione famigliare molto difficile,
perché poi quando accadono queste cose,
e non c’è l’amore, la carta velina si strap-
7
pa, non ha consistenza. Voi provate solo
a immaginare … In qualche modo bisogna proteggere l’ambiente. I giornali e le
televisioni non te lo consentono. Prendo
io l’iniziativa e mando delle lettere aperte alle redazioni dei giornali.
La prima lettera che ho mandato è nata
allora dal fatto che il mio primogenito, che
quest’anno ha 45 anni, al comandante dei
carabinieri responsabile delle indagini (…)
disse: “O ti sbrighi a trovare chi ha ucciso mio fratello, o io te lo farò trovare alle
porte di Bucarest in un sacco per le immondizie!” Un papà che ascolta una cosa del
genere pensa: “Allora perdo anche questo figlio! Perché anche se non lo
ammazzano, ma lui fa trovare l’assassino o gli assassini ammazzati, questi me
lo sbattono in galera … È perso!, perdo
anche questo figlio” ... Per cui nasce la
prima lettera, una lettera nata dal cuore
e guidata dalla ragione.
È un atto di amore non solo verso mio
figlio Michele, che è il mio primogenito,
ma nasce anche dal fatto che chi ha commesso quel delitto …io non voglio nemmeno immaginare che cosa l’abbia spinto ad una azione di questo tipo.
Probabilmente potrebbe capitare a me domani, a qualsiasi di noi, per ragioni che sono,
da un punto di vista razionale, incomprensibili.
Ma se quella mano l’avesse guidata Satana,
cioè colui che divide, e quell’uomo appeso alla croce che si lascia uccidere per
amore mio … è meno grande o è più grande di me? Io sono convinto che quella follia amorosa continui ancora oggi. E continua per ciascuno di noi. È talmente amante di ciascuno di noi che ogni giorno dà
la sua vita, ogni giorno.
I nostri sacerdoti celebrano l’Eucarestia
tutti i giorni e tutti i giorni (Gesù – n. red.)
dà la vita e c’è la Resurrezione.
Provate a pensare di non essere semplici
spettatori quando andate in chiesa per la
celebrazione eucaristica, (…) che siete
voi a celebrare l’Eucarestia e che il sacerdote è colui che presiede l’assemblea eucaristica. C’è un momento (…) che invita l’assemblea a pregare: “Pregate perché questo Mio e Vostro sacrificio salga gradito
al Dio Padre Onnipotente”.
In quel momento ognuno di noi fa parte
del sacrificio e qualcosa dovrebbe mettere su quel altare, forse un po’
del proprio orgoglio, della
propria superbia per chi ce
l’ha … io dico un po’ di amore per gli altri che diventa
amore per se stesso.
Se non ci amiamo non possiamo amare nessuno. Lì
dimostriamo di essere veri
amanti, quando uscendo dalla celebrazione, siamo
diversi da quando siamo
entrati e gli altri ci devono
vedere diversi. (…)
Perché criticare (chi sbaglia – n. red.) invece di aiutarli, di essere loro vicini, di offrire qualche sacrificio personale al Signore
perché vi aiuti ad essere servi fedeli?
Sembrano cose dell’altro mondo ma sono
banalità! È che non ci pensiamo … siamo talmente presi da altri problemi che
non ci pensiamo! (…)
Vi rendete conto che viviamo in un mondo che dovrebbe essere un paradiso terrestre e ci siamo riusciti a rovesciarlo tutto in funzione di che cosa? … di qualche
Dio passeggero.
Vi invito a prendere la parola PERDONO
e di spezzarla: PER – DONO. Vogliamo
provare a fare anche noi qualche dono,
qualche azione che porti a dire questo
lo faccio per – donare qualcosa? Non
lo faccio per me!
Lo faccio per quel disgraziato, per quel
farabutto, per quel drogato, per quel ladro,
per quell’assassino … Perché non sono
meno amati da Gesù rispetto a noi, che
ci pensiamo bravi. Non pensatelo mai, è
una grave colpa... (…)
Non vi voglio fare lezione, vi voglio invitare a riflettere da fratello a fratelli e sorelle, perché io vi vedo così. (…)
Il Signore ha richiamato a casa due dei
figli che mi aveva donato, ma vi assicuro che me ne ha dati tantissimi.
Ricordo con una gioia immensa un carcerato di Rebibbia, dove sono stato a parlare, il quale mi scrive tutte le settimane chiamandomi papà. (…)
È una cosa meravigliosa! Provate a pensare a quello che potreste fare nella vostra
realtà, quindi la città di Velletri, nel quartiere in cui vivete, se ciascuno di voi con
i talenti che ha ricevuto gratuitamente facesse qualche cosa per gli altri, quale esempio sarebbe questa comunità! Poi non aspettatevi riconoscimenti … (…)
Vi invito a guardare la vostra carta di identità di cristiani, e in particolare di cristiani cattolici. Sapete quale è la carta di identità del cristiano cattolico? (…)
Le Beatitudini sono la carta di identità del
cristiano. Ma ricordatevi la quinta: “Beati
i misericordiosi!” Gesù dice “Non voglio
sacrifici, voglio misericordia” ed è questa
la rotaia se non vogliamo fare deragliare il treno della nostra vita, la rotaia ha
un nome: Gesù.
Aprile
2012
8
Claudio Capretti
“Andate anche voi a lavorare nella mia vigna
(Mt 20,3-4) . La chiamata non riguarda soltanto i Pastori, i sacerdoti,i religiosi e le
religiose, ma si estende a tutti: anche i
fedeli laici sono personalmente chiamati dal Signore, dal quale ricevono una missione per la Chiesa e per il mondo”.
C
on queste parole il beato Giovanni Paolo
II nell’Esortazione Apostolica “Christifideles
Laici”, ci aiuta ad entrare sul ruolo che
i laici devono avere all’interno della Chiesa. “Essi”
ricordava Pio XII “si trovano nella linea più avanzata della vita della Chiesa. Perciò essi, specialmente essi, debbono avere una sempre più
chiara consapevolezza, non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere Chiesa”. Appartenere
al Corpo Mistico di Cristo, significa quindi esserne Suo membro vivo, creatura unica che realizzando la sua personale chiamata secondo il
piano di Dio, realizza se stesso.
L’invito del Signore: “Andate anche voi a lavorare nella mia vigna” lo coinvolge direttamente, lo chiama attraverso il lavoro nella Sua vigna
alla santità, che, come ricordava la beata Madre
Teresa di Calcutta:“non è un privilegio per pochi,
ma un’esigenza per tutti”. La vigna in cui siamo chiamati a lavorare, non è mai un luogo astratto, ma un posto concreto, vero, reale, come la
famiglia, il lavoro, le amicizie, e le nostre parrocchie. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che
desidero soffermarmi, evidenziando la figura dell’operatore pastorale e quale tipo di collaborazione è chiamato a dare.
Vorrei specificare che, indipendentemente da quale settore o ambito pastorale siamo chiamati ad
operare , come quello sacramentale, familiare,
carcerario, sanitario, giovanile, del lavoro, del-
l’informazione,.. quello che deve essere chiaro
è che l’operatore pastorale è chiamato a realizzare innanzi tutto una Pastorale. “La Pastorale”,
afferma sant’Agostino, “è Cristo”. Da qui, si evince che un operatore pastorale per bene operare, deve appartenere a Cristo, essere suo, nel
senso più profondo ed ampio della parola. E la
strada maestra per appartenere a Cristo è quella di stare con Lui tramite la Sua Chiesa.
E’ in fondo, la stessa pedagogia che Gesù ha
avuto con i suoi. Infatti, Egli ha trascorso molto tempo con loro, amandoli, istruendoli alla Parola,
avendo molta pazienza con loro e confermandoli nella fede prima ascendere al cielo e di inviare su di loro lo Spirito Santo.
Cristo non ha formato degli specialisti dell’evangelizzazione, non li ha riempiti di tecniche
sull’evangelizzazione, li ha riempiti di Lui della
Sua Parola, ha formato dei testimoni, che, dopo
il Suo ritorno alla casa del Padre, sarebbero stati in grado di continuare la Sua missione.
Molti secoli dopo, un intellettuale lontano dalla
Chiesa, Jean - Jaques Rousseau, constatava:
”Dopo la morte di Gesù Cristo, dodici poveri pescatori si accingono all’impresa di ammaestrare e
convertire il mondo. Il loro metodo era semplice:predicavano senza artificio, ma con un cuore appassionato e, di tutti i miracoli di cui Dio
onorava la loro fede, il più toccante era la santità della loro vita. I loro discepoli seguirono questo esempio e il successo fu prodigioso… La
storia di questi primi tempi è un continuo prodigio”. Ma cerchiamo ora di entrare nello specifico della missione di un operatore pastorale,
determinandone le modalità principali della sua
collaborazione, per far questo mi riallaccio ad
una legge della fisica, quella dei vasi comunicanti, pur riconoscendo l’accostamento riduttivo. Il vaso centrale (l’operatore pastorale), può
riversare sul vaso che gli sta accanto (il suo prossimo), quello che ha ricevuto dal vaso più gran-
de (Cristo).
Ma quali particolarità deve avere il vaso centrale per assolvere
alla sua funzione di vaso comunicante? Penso che debba essere principalmente vuoto, intendo
privo di quel tipo di personalismo
che rischi di inquinare il messaggio
che deve travasare a chi gli sta
accanto.
La prima forma di collaborazione è quindi quella di entrare nella dimensione dell’accoglienza di
Cristo nella propria vita, riconoscendo e sperimentando la Sua
onnipotenza, la Sua signoria, la
Sua misericordia, il Suo amore.
Attraverso questo, egli, prendendo
conoscenza dei suoi personali limiti, constata che nulla è impossibile a Dio.
Il passaggio successivo è quello di entrare nella dimensione della gratuità, restituire gratuitamente quello che gratuitamente
Dio ci è stato donato, in quel particolare ambito pastorale a cui si è chiamati.
L’operatore pastorale, tramite i sacramenti, la
preghiera, la direzione spirituale, il suo donarsi all’altro, rinnova e purifica la sua appartenenza
a Cristo, ne diviene vetro trasparente attraverso il quale si rende visibile il Salvatore.
In definitiva quindi, l’operatore pastorale non è
mai esclusivamente la somma di un qualcosa
(corsi, aggiornamenti, programmazioni, riunioni…) che hanno la loro utilità, ma è innanzi tutto un essersi riempiti di un Qualcuno, di Cristo.
In fondo, è pur vero che un quadro senza cornice ha motivo di esistere e conserva il suo messaggio; una cornice senza un quadro, per quanto bella possa essere, non riuscirà mai a trasmettere il messaggio del quadro.
Ma chi è in senso evangelico, l’operatore pastorale?
Egli è il samaritano, che ha compassione del
viandante malmenato dai briganti, che lo soccorre non improvvisandosi medico, ma portandolo
nella locanda, o meglio nella Sua Chiesa, affidandolo alle cure dei medici, esattamente ai presbiteri;
- egli è il contadino che vedendo il buon seme
cadere su un cuore duro, distratto o affannato,
non permette che quel seme cada invano, ma
si mette a lavorare su quel particolare terreno
(cuore), rendendolo idoneo ad accogliere il seme
della Parola di Dio;
- egli è il fratello maggiore del figliol prodigo,
che corre dietro al fratello per non farlo andar
via dalla casa del Padre, e se non ci riesce, veglia
con il Padre in attesa che ritorni;
- egli è il bracciante che pur essendo stato chiamato alla prima ora a lavorare nella Sua vigna,
gioisce nel vedere che nel trascorrere la giornata viene raggiunto da altri braccianti, che non
brontola perché il suo salario è come quello di
chi ha lavorato meno di lui, anzi lo dona a quelcontinua a pag. 9
Aprile
2012
9
Sara Gilotta
T
utti gli uomini, credenti o no, talora senza volerlo e senza accorgersene, alzano i loro occhi, per guardare oltre la realtà nella
quale sono chiusi fino a forme di totale nichilismo, per cercare di scorgere quaggiù o lassù almeno un “piccolo paradiso” capace
di compensarli del contingente e spesso del male, in cui si sentono
avvolti. Perché, e al di là di qualunque religione, è ben difficile per la
natura umana scegliere di rimanere legata ad una finitudine assoluta
e senza scampo che altro non può offrire se non solitudine e un continuo senso di morte.
I testi sacri,che, tutti e senza eccezione,parlano del paradiso come luogo di beatitudine infinita riservato ai buoni, hanno anche mostrato l’importanza dell’infinitamente piccolo quale segno e luogo dell’infinità divina, come mostrano i Vangeli di Matteo e Luca, che esplicitamente ricordano che Gesù preferì i piccoli, di cui disse: ”tu che nascondesti queste cose ai sapienti e le rivelasti ai bambini”. Ai bambini e a tutti i
“semplici”, agli uomini qualsiasi, quelli che non hanno potere e ricchezze, quelli insomma di animo puro,
cui si rivolge il messaggio divino ,
troppo difficile da comprendere
per chi è chiuso nell’egotismo
assoluto. Ma anche molti poeti hanno scelto di cantare nelle loro opere i piccoli e gli emarginati e i mendicanti. Così per Emily Dickinson è
la natura stessa nelle sue forme più
umili che permette di vedere il giardino dell’eden, che diviene con assoluta semplicità un qualunque piccolo
prato su cui fioriscono fiori di campo capaci di dare beatitudine e felicità più di quelli perfetti che adornano i giardini dei potenti. La poetessa inglese, infatti, ha sempre cantato ciò che è piccolo e più ancora
ciò che è umile convinta che è in
tali realtà che si deve cercare la voce
dell’infinito.
Perché è in esso che è racchiusa
la voce di Dio , che, appunto, predilige i piccoli e le piccole cose, in
cui più che altrove Egli fa brillare
il miracolo presente nel quotidiano,
in cui tutti possono riconoscere e
contemplare l’opera straordinaria della creazione divina. Così la poe-
segue da pag. 8
li che sono venuti dopo di lui, perché ha compreso che lavorare nella Sua vigna è già una
ricompensa;
- egli è l’apostolo Filippo che dopo aver convertito l’eunuco sparisce dalla sua vista e va
altrove;
- egli è la suocera di Pietro che appena guarita dalla febbre da Cristo, si mette a servirLo;
- egli è colui che ha compreso che moltissimo
gli è stato perdonato e molto deve perdonare,
e non tanto perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non ha usato misericordia,
ma soprattutto perché se ha gustato la dolcezza del perdono, non può non perdonare;
- egli è Simone di Cirene, che aiuta Cristo pre-
tessa, per la quale le sacre scritture furono sempre la base dei suoi
versi, fece in un certo senso sue le parole di Gesù riportate nel Vangelo
di Giovanni, quando il Cristo, per consolare i suoi discepoli, dice: “non
sia turbato il vostro cuore . Credete in Dio e credete in me. Nella
casa del Padre mio molte sono le dimore per voi ed io vi precedo
per prepararvele”. E la dimora che la Dickinson sceglie per sé è sempre infinitamente piccola e infinitamente umile, così come lei stessa si
sentiva, tanto che si rappresentò ora come un topolino,ora un insetto o una goccia che lotta con il mare prima di fondersi o perdersi in
esso. E il mare può essere quello dell’amore terreno, ma può essere
anche il tutto eterno, di cui la poetessa così dice: ”meditai su cosa
fosse la beatitudine e se l’avrei sentita così vasta, se l’avessi raccolta nella mano, come un librarsi visto tra la nebbia”.
La beatitudine raccolta in una mano piccola, ma capace di contenere
quel che altrimenti sarebbe difficile persino da immaginare.
Allo stesso modo un’altra poetessa Cristina Campo nei suoi componimenti ha saputo dischiudere il finito all’infinito, cercando di renderlo, per così dire, tangibile attraverso la scrittura, cui affidò il compito
di tenere insieme il visibile con l’invisibile, così come la vita carnale con
quella spirituale.
Nella convinzione che tutto rimandi
a realtà spirituali, che la poetessa desiderò ricercare continuamente, per individuare uno “spazio assoluto” libero “dalla feroce temporalità” che per
lei fu innanzitutto quello della poesia. La poesia che divenne il luogo
della bellezza, in cui riconobbe la presenza dell’infinito che divenne infine
fede in Cristo, di cui dice:
“ Quel Dio che offre a occhi mortali la suprema infermità di un costato aperto”, è la sola bellezza possibile, il solo infinito possibile.
Un infinito che “parla” nel cuore di tutta l’umanità e ha suggerito opere d’arte immortali, anche quando , come
nel caso di Leopardi una siepe cercava di impedire allo sguardo del poeta di “fingere interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete”.
sente nel sofferente a portare la sua croce;
- egli è il paralitico che non ha vergogna di portare con se il suo lettuccio, di far vedere quali
peccati lo paralizzavano prima di essere stato
sanato dal Signore e una volta guarito non esita a trasformarsi in anonimo barelliere, portando sulle sua spalle altri paralitici a Cristo;
- egli, perché no, è il fariseo che pur essendo
al primo banco, ha compreso di non essere migliore del pubblicano che è seduto all’ultimo banco, che lascia il suo posto e si mette a pregare con lui. L’operatore pastorale è Cur, che insieme ad Aronne tiene le braccia alzate di Mosè,
è colui che fa la sua parte accanto all’alter Christus,
cioè al sacerdote, che svolge il suo specifico servizio senza sovrapporsi o anteporsi a lui.
Nell’immagine:
Gesù Bambino dormiente nel giardino
dell’Eden, XIX, Collezione Hiky Mayr.
Entrambi, pur avendo due diverse strade alla
santità, due diversi stati di grazia, sono chiamati,
nell’esercizio della loro vocazione, a realizzare
quelle opere che rendano maggior gloria a Dio.
Cosa significhi la parola”maggior gloria a Dio”
lo spiega bene San Basilio ai suoi monaci nell’Omelia
al salmo 29: “In senso spirituale il nostro
corpo è un salterio accordato con arte
per accompagnare inni al nostro Dio. Le
azioni del corpo sono la musica; esse
rendono gloria a Dio quando, accordate al Verbo, non compiono alcuna azione dissonante”.
Aprile
2012
10
Giovanna Abbate*
Prologo
E’ da qualche mese che avevo in mente di scrivere poche
righe per raccontare una breve storia di vita quotidiana da
insegnante in un Ateneo statale,
semplicemente perché mi ha dato
modo di riflettere sul vero ruolo che devono rivestire, soprattutto in questo momento storico, quanti hanno il compito di
“lavorare” con i giovani.
Premetto che sono oramai
tanti i docenti universitari ad aver
percepito come il loro ruolo non
sia più solo quello di “formare
professionisti”, ognuno per la disciplina di propria competenza, ma
anche di prendere per mano
(soprattutto nei corsi di Laurea
triennale) dei ragazzi in gran parte fragili, confusi, privi di capacità di osservazione ed analisi, come fossero studenti dei primi anni delle scuole secondarie superiori.
Allo stesso tempo, però, negli Atenei opera anche
un folto gruppo di professori che non dedica
tempo ed energie sufficienti a compensare i vuoti culturali ed educativi dei giovani; barricati con
supponenza nei propri microcosmi disciplinari, questi docenti vivono le loro giornate presi
dalla frenesia di pubblicare miriadi di articoli iperspecialistici, spesso ripetitivi ed autoreferenziali,
utili in buona parte solo alla propria carriera e
al reperimento di risorse economiche per la ricerca. Della qualità della docenza praticamente
mai nessuna verifica.
Sta di fatto, come dibattuto ampiamente di recente da mass-media e politici, che la gran parte dei giovani protrae troppo gli studi, fondamentalmente perché privi di motivazioni, tanto in termini culturali quanto lavorativi, vista la
conclamata situazione di crisi economica globale. E le motivazioni, sappiamo bene, rappresentano
la fonte principale di energia che guida le scelte e le azioni dell’individuo, determinando l’impegno che si è disposti a profondere per raggiungere un obiettivo. Ma, lungi dal voler approfondire un tema così complesso nelle sue ricadute umane, sociali ed economiche, veniamo
alla storia che mi preme raccontare.
Studenti universitari oggi
Un gruppo di studenti del terzo anno di Scienze
Ambientali, prossimi al conseguimento della Laurea
triennale, alla fine di un seminario sulle applicazioni di alcune tematiche di grande attualità, partecipa ad un acceso dibattito sulle reali possibilità di trovare un lavoro che richieda
le competenze acquisite durante il Corso di studi. I ragazzi esprimono una grande disillusione, non sanno minimamente in che direzione
muoversi; osservano, giustamente, come ad
un gran parlare di ambiente, da parte soprat-
tutto di “tuttologi”, non corrispondano reali prospettive di occupazione. Dopo aver fatto loro
presente che, nel settore delle Scienze della
Natura, in futuro ci sarà lavoro per chi sarà in
grado di reperire risorse finanziarie dall’Unione
Europea e dalle aziende private, consiglio di
innescare rapporti di collaborazione sinergica
con altre professionalità, come ad esempio ingegneri e architetti. Ma gli studenti, pur ascoltando
con interesse, mantengono uno sguardo spento, diciamo da “sfigati”.
Uno di loro, trasferitosi a Roma dalla sede de
L’Aquila dopo il terremoto del 2009, confida che
il padre lo accusa di continuo per aver scelto
un corso di studi inutile, che non gli garantirà
di che vivere. Resto per un po’ in silenzio, fino
a quando avverto una sorta di illuminazione e
ripeto quanto pochi giorni prima avevo avuto
modo di ascoltare, nella cattedrale di S. Clemente
a Velletri, dalla voce di Ernesto Olivero, fondatore del Sermig e dell’Arsenale della Pace
di Torino: ”... dobbiamo imparare a camminare sulle acque, ….possiamo fare cose più grandi di Cristo, lo ha detto Lui”.
Ho parlato con estrema libertà, seguendo quanto mi dettava il cuore e non l’intelletto, come
non è consuetudine fare in una Facoltà scientifica di un Ateneo statale, affermando, convinta come sono in questa fase adulta della vita,
che solo la speranza e la fede, uniti a competenze,
impegno e spirito di collaborazione, possono
portare buoni frutti.
Finalmente il loro sguardo è cambiato, e Fabiana,
una bellissima ragazza che non ha mai pensato di fare la velina, ha esordito con candore: “Vede… è di questo che noi abbiamo bisogno”. Dopo aver dialogato ancora per qualche
minuto su questa scia emotiva, ci siamo salu-
tati a pomeriggio inoltrato, sicuramente tutti un
po’ rinnovati. Ho incontrato pochi giorni fa Fabiana
in seduta di Laurea; la prima cosa che ha voluto dirmi, prima della discussione dell’elaborato finale, è stata: “Ora so cosa devo fare … grazie!”.
Riflessioni
Quanto accaduto sta a dimostrare una cosa di
sorprendente semplicità: è da noi adulti, privilegiati figli del boom economico di metà
Novecento, che i ragazzi attendono di ricevere, in modo chiaro ed energico, e non ovattato, messaggi di speranza e di fede, per trovare forza e motivazioni in un mondo che cambia troppo in fretta.
Oggi invece “i giovani si trovano spesso a confronto con figure adulte demotivate e poco
autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni
di vita che suscitino amore e dedizione” (Educare
alla vita buona del Vangelo I, 12).
Non credo vi siano scelte politiche e riforme
che possano compensare carenze di tipo essenzialmente educativo e culturale. Sono gli
insegnanti delle scuole secondarie superiori e
delle Università (oltre ovviamente alle famiglie)
ad avere grandi responsabilità nei confronti dei
giovani. E l’unica via che i docenti possono percorrere è di una ovvietà disarmante, valida in
qualunque momento storico: svolgere il proprio
lavoro con grande impegno e professionalità
e fortificarsi nella fede, nella speranza e nella
carità, così da poterle manifestare in un rapporto amorevole con gli studenti e, perché no,
anche con i colleghi “distratti”.
*Docente di Geobotanica presso
l’Università La Sapienza di Roma
Aprile
2012
Stanislao Fioramonti
n missionario comboniano che conosce
l’Honduras - definito “Somalia del
Centroamerica” per essere dopo Haiti la nazione più povera dell’America Latina, ma che dalle
parti nostre è noto, forse, solo per essere la “location” dell’Isola dei famosi, il programma televisivo più insulso di sempre (insieme al Grande Fratello),
ma che ogni anno ritorna a spese dei contribuenti
e a dispetto della vergogna (siamo credo alla nona
edizione!) – ha scritto alla direzione della RAI una
lettera cui pochissimi media hanno dato il risalto
che merita. D’altra parte è ormai chiaro che il tanto enfatizzato canone televisivo serve ai programmatori
del cosidetto servizio pubblico per finanziare programmi falsamente realistici (li chiamano appunto reality shows), pieni di false situazioni drammatiche
e di falsi sentimentalismi, piuttosto che programmi che raccontino la realtà com’è davvero. Si parla delle vicende dei falsi profughi e non delle centinaia di morti che quotidianamente, per una violenza determinata soprattutto dal narcotraffico, colpiscono un paese piccolo e drammaticamente in
difficoltà, che ha il solo “torto” di avere una natura meravigliosa .
E’ veramente doveroso per noi leggere e meditare la lettera del p. Ceola; può servirci a “fare
Quaresima” nel nostro cuore e a dare finalmente importanza alle cose che la meritano, invece
che alle stupidaggini. (S. F.)
U
LETTERA APERTA ALLA RAI
Dal 2003 si svolge con regolarità il reality show
L’Isola dei famosi, programma trasmesso dalla
rete nazionale Rai2. Con tutta sincerità, ma senza nessuna vergogna, ammetto di non conoscere
nulla di questo programma, non avendo mai voluto seguirlo: ammetto di avere dei preconcetti verso tutti quei programmi che vengono qualificati
come reality show. Purtroppo però alcune
immagini le ho viste, vuoi al telegiornale, vuoi mentre ne fanno pubblicità; ma vi assicuro che non
mi hanno fatto assolutamente cambiare idea. Il
preconcetto resta, anzi, forse è diventato sempre più un concetto chiaro.
Ma veniamo al motivo per cui scrivo questa lettera. Vi siete mai chiesti dove si trovi questa famosa isola? Su Wikipedia trovo quanto segue:
«Le prime tre edizioni hanno avuto come location la Repubblica Dominicana, precisamente nella penisola di Samaná. Dalla quarta alla sesta
edizione lo spettacolo si è spostato a Cayo Cochinos
( cochino in spagnolo significa maiale, ndr), in
Honduras. Invece, causa colpo di stato in Honduras,
nella settima edizione il reality show si è svolto
11
a Corn Island, in Nicaragua, salvo
poi tornare in Honduras dall’ottava stagione».
E l’Honduras dove si trova? Si trova nell’America
Centrale.
Che dire di questo paese? Padre Andres
Tamayo, sacerdote hondureño, militante ecologista, che ha più volte subito nella sua vita minacce e attentati, ci dice questo: «Attualmente in Honduras
permane una situazione di destabilizzazione.
Chi detiene il potere politico ed economico vuole continuare a farlo, e ciò a spese dei diritti umani, che vengono costantemente violati.
La popolazione continua a lottare per la democrazia, ma dal colpo di Stato (nel 2009, anno in
cui i “famosi” fuggirono su un’altra isola, ndr) ad
oggi non ci sono stati cambiamenti apprezzabili. Il governo attuale si pone in continuità con i
golpisti e persegue gli stessi obiettivi, nonostante
cerchi di “ripulirsi” l’immagine internazionale.
Ultimamente ha annunciato di voler privatizzare i settori della sanità e dell’educazione.
Il popolo ovviamente non accetta tutto questo e
continua ad opporsi, nonostante la repressione».
Alla domanda: «Lei si è battuto molti anni per la
difesa del patrimonio ambientale dell’Honduras
(come leader del Movimento ambientalista del
Olancho-Mao). Chi vuole mettere le mani su questo patrimonio?» così risponde:
«Sono soprattutto imprese transnazionali, alcune anche italiane, non registrate in Europa ma
operanti in Honduras, come la Sansoni e la Lamas.
Vendono il legname in primo luogo negli Stati Uniti
e poi in Europa, a Paesi come la Germania e
l’Inghilterra. Il contadino viene spinto, con metodi legali e illegali, a deforestare selvaggiamente. A volte le imprese pagano i contadini affinché svendano il legname e il contadino alla fine
cede, lo fa. L’impoverimento a lungo termine dell’ambiente avrà ovviamente conseguenze pesanti per lui. Dopo il golpe la situazione è peggiorata perché il potere delle società transnazionali
è enormemente cresciuto».
Oltre a questo l’Honduras è considerato il secondo Paese più povero, sarebbe meglio dire
impoverito, dell’America latina (il
65% della popolazione vive al di
sotto della soglia di povertà,
n.d.R.) e, secondo il cardinale Oscar Andres Rodriguez
Maradiaga, Arcivescovo di
Tegucigalpa, «il Paese sta
sanguinando, ferito a
morte dalla violenza,
dalla povertà crescente,
dalla mancanza di rispetto per la vita e dalla corruzione tra le forze dell’ordine». L’Honduras,
con circa 8 milioni d’a-
bitanti, vive un’ondata di violenza che, secondo
le organizzazioni dei diritti umani e la stampa locale, provoca una media di 20 morti al giorno. Secondo
i dati dell’Osservatorio della violenza dell’Università
Nazionale Autonoma dell’Honduras, nel 2011 il
paese ha registrato 81,5 omicidi per 100mila abitanti, ben al di sopra della media mondiale di 8,8
secondo i dati offerti dalle Nazioni Unite.
Una delle conseguenze di tutto questo? Il sovraffollamento nelle carceri. Come il carcere di Comayagua,
a circa 80 chilometri a Nord della capitale Tegucigalpa.
Carcere diventato tristemente famoso proprio ieri
a causa di un incendio scoppiato all’interno della prigione, per cause non ancora ben definite.
Un incendio che ha provocato più di 350 morti.
E i nostri “famosi”?
Continuano la loro farsa, la loro “lotta” per vivere in quell’inospitale isola, cercando di eliminarsi
per vedere chi sia il più… non mi viene la parola. Mi dispiace per loro, ma per me i nostri “famosi” non sono altro che delle persone a cui nel loro
Paese non manca nulla e che si prendono il lusso di fingere fame in un paese dove la fame c’è
davvero, di fingere lotte per la sopravvivenza dove
gente lotta e muore per davvero, di fingere urla
di dolore o di rabbia dove più di 350 uomini hanno gridato, urlato la loro disperazione, il loro dolore nel vedersi intrappolati dalle fiamme.
Come uomo, cristiano, sacerdote, missionario e
abbonato Rai sento il diritto e il dovere di gridare:
Basta!!! Chiedo a chi può di intervenire e di smettere di prendere in giro milioni di persone che,
non solo in Honduras, ma in tantissimi altri paesi sono stanchi di essere sfruttati, umiliati, uccisi. Sono stanchi di vedersi sbattere in faccia la
nostra ipocrisia, la nostra ricchezza, la nostra cultura. Ringraziandovi per l’attenzione vi porgo i
miei più distinti saluti.
20.02.2012
Manuel Ceola, missionario comboniano
Aprile
2012
12
don Andrea Pacchiarotti
L
a liturgia del Triduo pasquale, solennemente celebrato nella Settimana Santa, è una miniera inesauribile di spiritualità da cui non si finisce mai di estrarre i tesori nascosti.
L’intento di questa nostra riflessione è un commento spirituale
alla Preghiera Colletta del Triduo pasquale. Nella celebrazione
dell’Eucaristia ha grande importanza la Parola di Dio, però non
è meno importante l’eucologia, cioè la preghiera, che nasce dalla Parola ascoltata e diventa dialogo tra l’assemblea che celebra
le meraviglie compiute dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito
santo. Non sempre la preghiera della Chiesa è compresa dai fedeli nella sua profondità, per questo vorremmo presentare alcuni
spunti meditativi che, forse aiuteranno a vivere in modo più profondo, a chiarire e approfondire alcuni aspetti teologici e rituali
che celebriamo nel Triduo pasquale.
«O Dio, che ci hai
riuniti per celebrare la santa Cena
nella quale il tuo
unico Figlio, prima
di consegnarsi alla
morte, affidò alla
Chiesa il nuovo ed
eterno sacrificio,
convito nuziale del
suo amore, fa’ che
dalla partecipazione a così grande
mistero attingiamo pienezza di carità e di vita».
C
on la celebrazione della Messa vespertina,
detta in cena Domini,
veniamo a trovarci in un
orizzonte di luce, Cristo ci
invita a un banchetto e tutto ci parla di un’intima riunione di famiglia: il colore bianco dei paramenti, i fiori, il
suono delle campane.
La colletta ci riporta nel cenacolo, dove Gesù, prima di andare alla morte, istituì il sacramento dell’Eucaristia, infatti, il testo dice questa sera
siamo «riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio,
prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno
sacrificio, convito nuziale del suo amore». Queste parole evidenziano
che il sacrificio con cui Cristo si offrì al Padre, non si compie soltanto
nella sua morte di croce, ma è già presente nel sacramento
dell’Eucaristia, che egli istituisce dicendo sul pane «questo è il mio corpo», e sul vino «questo è il mio sangue». Dopo averci ricordato che nell’Ultima
cena Gesù si offrì in sacrificio al Padre nei segni del pane e del vino.
La nostra colletta afferma che egli «affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore». Gesù, infatti, donandosi
sacramentalmente ai suoi discepoli disse: «prendete e mangiatene tutti; prendete e bevetene tutti; fate questo in memoria di me». Conferendo
agli Apostoli questo mandato, Gesù li costituiva sacerdoti della nuova
alleanza. Gli apostoli trasmisero tale ministero ai loro successori, e la
successione continuò, continua e continuerà nella storia della Chiesa,
fino al ritorno del Signore.In questa prospettiva, con la messa che stiamo celebrando, noi facciamo memoria anche dell’istituzione del sacerdozio ministeriale. La nostra colletta termina chiedendo: «fa’ che dalla
partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di
vita». Carità e vita si fondano insieme fino ad indicare la stessa cosa,
cioè l’amore. La vita del cristiano è segnata dall’amore verso Dio, concretizzato nel servizio dei fratelli: di tale amore l’Eucaristia è la principale sorgente.
«Ricordati, Padre,
della tua misericordia; santifica
e proteggi sempre
questa tua famiglia, per la quale Cristo, tuo
Figlio, inaugurò
nel suo sangue il
mistero pasquale»
C
on la Messa nella cena del Signore
abbiamo iniziato il Triduo
pasquale.
In quella messa abbiamo celebrato l’offerta di
Cristo al Padre per la
nostra salvezza, ma a
livello sacramentale,
oggi con l’azione liturgica,
facciamo memoria dello stesso sacrificio di
Aprile
2012
Cristo, ma come fatto avvenuto nella storia. Trattandosi di un’unica celebrazione, iniziata ieri sera e che ancora continua, oggi non celebreremo l’Eucaristia; tuttavia faremo la comunione con il pane eucaristico consacrato ieri, e conservato nell’altare della reposizione. Le campane sono
mute, gli altari sono spogli: tutto tace.
Tutto quello che accade in questa celebrazione, deve colpirci profondamente, ma senza spaventare, poiché sotto l’oscurità del male c’è già
il chiarore di un’alba nuova, c’è la nuova Vita che preme. La colletta
inizia con una richiesta «Ricordati!», che significa «Guardaci con il cuore!»: «Ricordati, Padre, della tua misericordia; santifica e proteggi sempre questa tua famiglia, per la quale Cristo, tuo Figlio, inaugurò nel suo
sangue il mistero pasquale». Il testo rende evidente che la misericordia di Dio è lui stesso, che da secoli e secoli, di generazione in generazione, riversa sugli uomini il suo amore, e non verrà mai meno nella
sua fedeltà. Questa «misericordia», in quest’ora raggiunge il culmine
della sua manifestazione: in un gesto d’amore il Padre ci dona il suo
Figlio, immolandolo sulla croce per la nostra salvezza, per fare dell’umanità intera un’unica famiglia, per suggellare con il suo sangue la nuova ed eterna alleanza, secondo la fedeltà giurata ad Abramo e alla sua
discendenza per sempre.
13
Mentre nella vita agitata del nostro tempo, è necessario che di tanto in
tanto, cin introduciamo all’atmosfera meravigliosa del silenzio. Gesù che
ora adoriamo sepolto, ma che
tra poche ore acclameremo
risorto…
«O Dio, che illumini
questa santissima
notte con la gloria della risurrezione del
Signore, ravviva nella tua famiglia lo
spirito di adozione,
perché tutti i tuoi
figli, rinnovati nel corpo e nell’anima,
siano sempre fedeli al tuo servizio»
L
a veglia che stiamo
celebrando in onore del Signore risorto è
il rito più solenne di tutto l’anno liturgico: dal seno
di questa grande notte
nasce il grande giorno che
si diffonde nell’universo
con un’esplosione di luce immortale. È Dio stesso ad illuminare la
notte con le meraviglie che ha compiuto nel Figlio suo risuscitandolo dai morti. È’ nel cuore del silenzio notturno che si diffonde un
messaggio di esultanza.
«O Dio eterno e onnipotente, che ci concedi di cele- Tutto avviene «in questa santissima» e non in quella notte, perché la
brare il mistero del Figlio tuo Unigenito, disceso nel- celebrazione del mistero rende presente l’evento della salvezza. In quele viscere della terra, fa’ che, sepolti con lui nel bat- sta notte, dunque ora, per noi Cristo morendo ha distrutto la morte e
tesimo, risorgiamo con lui nella gloria della risur- risorgendo ci dà la vita.
rezione»
La colletta chiede al Padre di ravvivare per la sua famiglia riunita, la
grazia della risurrezione, grazia che si estende a tutti i suoi figli di «adol sabato santo è il giorno del grande silenzio, agli agitati avvenimenzione»: non solo l’assemblea ma tutti sono ristorati dalla gioia pasquati del Venerdì fa seguito una profonda quiete. A livello celebrativo, oggi
le. La Pasqua si celebra quindi non soltanto, dove si svolge la celebrazione
sabato santo, non c’è l’Eucaristia, ma soltanto la liturgia delle Ore.
liturgica, ma dovunque c’è un uomo credente, poiché per ogni uomo il
Infatti, l’Eucaristia che celebreremo nella veglia pasquale della prossiCristo è morto e risorto. Nel mistero del Cristo risorto i figli sono «rinma notte appartiene alla Domenica di Pasqua. Sullo sfondo, sulle paronovati nel corpo e nell’anima». Verso i figli che hanno riacquistato, nel
le dell’orazione della liturgia delle Ore, sostiamo con tutta la Chiesa in
Figlio dilettissimo, la sua propria immagine, Dio Padre si protende con
silenziosa preghiera. Questo silenzio ci aiuta a comprendere il dono delviscere di infinita tenerezza. L’impegno che scaturisce per i figli di adola vita; ci educa alla vita interiore e al colloquio con Dio.
zione, perché la gioia possa davvero essere, piena è essere «sempre
fedeli al tuo servizio».
Non si può celebrare il Risorto, colui che si è immolato
Oggi noi
PASQUA 2012
per amore, tenendo il cuore chiuso ai fratelli; il cristiano
uniti nell’amore
è il figlio della gioia e tutti devono fare Pasqua nella gioia;
possiamo far crollare
Le tenebre furono vinte
non si fa vera Pasqua se non insieme, non possiamo conogni
barriera.
la luce tornò a brillare
tenerla egoisticamente, ma tale comunicazione di gioia
il miracolo più grande
pasquale avviene soprattutto amando con i fatti il nostro
Oggi noi
avvenne nel mondo
prossimo. Una crescita nella fede: è quanto auspichiapossiamo
quando
mo per coloro che, accompagnati da queste povere riflesriaccendere e far brillare
l’Agnello si fece immolare
quella luce.
sioni, entreranno nel Triduo pasquale non da spettatori
per riscattare l’umanità.
ma da protagonisti!
Oggi noi
Vincenza Calenne
forti nella fede
Accademica Tiberina
possiamo abbattere
ogni pregiudizio.
I
Aprile
2012
14
Claudio Capretti
C
ammino con cuore pesante verso il sepolcro, come chi segue un corteo funebre.
Ogni lento passo conquistato verso la meta,
aggiunge un peso in più al cuore, rendendo più
faticoso la conquista del passo successivo. E’ come
se il dolore, sommandosi di passo in passo, volesse di farmi desistere dall’andare nel luogo dove
hanno messo il mio Maestro. Presto arriverà il giorno, ma la notte non è ancora finita.
Un minaccioso cielo privo di stelle incombe su
di me, come se volesse invadere un cuore già
immerso nella tenebra. Lo guardo come a volergli dire: “Hai già riempito il mio cuore con la tua
tenebra. Hai vinto, cos’altro vuoi da me?”.
Neanche il pensiero dell’imminente arrivo dell’alba, mi giova. Mi fermo un poco appoggiandomi
ad un albero per riprendere un po’ di fiato e mi
rivedo ancora una volta sotto la tua croce o mio
Signore. L’immagine della tua sofferenza, non mi
ha mai abbandonato in questi due giorni; rivedo
il Tuo volto sfigurato il tuo corpo martoriato e mi
perdo in quella sofferenza che ancora non comprendo e non accetto. Non un sussulto di rabbia
mi assale contro i tuoi persecutori, perché da quando mi liberasti dai miei nemici, niente è più stato come prima. Un dolore assale il mio cuore ripensando al Tuo dolore, a quello della tua amatissima Madre, raggiunta anche lei da un dolore immane,come trafitta da una spada invisibile.
So già cosa mi troverò davanti stamane, una pietra posta come sigillo sulla tua tomba, sentinelle poste a vegliare un morto, per paura di cosa
poi, non lo capisco davvero. Mi aiuteranno a rimuovere la pietra? Si muoveranno a pietà?
Mi permetteranno di
ungere con gli aromi
il corpo del mio
Signore? Lo sconforto
mi dice di no, che sarà
un viaggio inutile, che
non serve a niente questo peregrinare. Ma
conosco bene quella
voce, so da chi giunge e non la ascolto. La
mia mano abbandona
l’appoggio di quel
tronco, dando una
leggera spinta a me
stessa per riprendere
il mio cammino.
Mi avvicino sempre di
più al giardino dove è
collocato il sepolcro,
credevo di sentire da
lontano i rumori dei militari, ed invece mi
accorgo che un irreale silenzio sovrasta su
quel luogo.
Dinnanzi al sepolcro
il respiro si ferma, le mani lasciano cadere a terra gli aromi, il profumo che si alza da terra si diffonde nell’aria e svanisce in un istante, ma niente mi fa distogliere lo sguardo sull’impensabile.
La pietra è stata tolta dal sepolcro, giace a terra e nessuna sentinella è presente.
La mia mano, che in un primo istante si era portata sulla bocca per soffocare un grido, si sposta ora sul cuore, come se volesse attenuarne
un battito oramai incontrollabile. Come se volesse proteggerlo dal dolore di aver perso il mio Signore
per la seconda volta. Perso una prima volta da
vivo su una croce, ed ora, una seconda volta da
morto in quel giardino. Quel sepolcro non avrebbe dovuto custodirne il Suo corpo? Chi lo aveva
rubato? Una corsa quasi isterica si impossessa
di me, noto a malapena il cielo che si lascia squarciare dalla luce che sembra quasi rincorrermi mentre corro verso casa.
“Hanno portato via il Signore dal sepolcro e
non sappiamo dove lo hanno posto”.
Sono la causa di un trambusto che non avrei voluto suscitare, irrompo nella sala a infrangere un
lutto ormai rassegnato. Nessuno riesce a farsi una
ragione dell’accaduto, Simon Pietro, scuotendomi le spalle per calmarmi mi scruta con gli occhi
come a volermi dire: “Donna, sei sicura di quello che dici?”. Vedo che esce in fretta seguito da
Giovanni, forse andranno ad accertarsi del vero,
devono avermi creduto. Mentre rispondo alle domande ripetendo più volte ciò che ho visto, capisco
che devo ritornare al sepolcro. Ora che sono di
nuovo davanti ad esso, avverto in me tutto il peso
dell’inutilità di quel viaggio. Prima avevo la certezza che quel sepolcro custodiva il corpo del mio
Signore, ora non ho più neanche quella.
All’esterno lo sconforto mi assale, gli occhi che
cercavano il mio Maestro si riempiono di lacrime,
non so ancora perché rimango ancorata al sepolcro; gli apostoli vedendolo vuoto saranno ritornati a casa, non dovrei fare altrettanto anch’io?.
Devo guardare quella tomba vuota, devo accertarmi che sia vero. Due figure in bianche vesti sedute all’inizio e alla fine della tomba mi dicono: “Donna
perché piangi?” . Non avverto nessuna paura,
e posso dire loro che: “Hanno portato via il mio
Signore e non so dove lo hanno posto”.
Ora è un’altra voce che mi raggiunge alle spalle, “Donna perché piangi? Chi cerchi?” .
Deve essere il guardiano, forse è stato lui a portare via il corpo del Maestro, lo chiamerò signore per riavere il mio Signore, darò a lui ciò che
vuole: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi
dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”.
Resto immobile fissando quella tomba vuota, con
le spalle al giardiniere, in attesa di una risposta
che finalmente giunge. “Maria”, il mio nome risuona in quel sepolcro, e ricordo da quale sepolcro
sono stata tratta, riconosco in quella voce, la voce
di Colui che mi ha risollevato dal fango della mia
palude. Si, ne sono certa, è il mio Signore. Mi volto verso di Lui, una luce invade il sepolcro, la
più remota tenebra è fuggita via e un profumo di
Cielo, di eternità, invade quel luogo.
“Rabbunì” è tutto quello che riesco a dire, e solo
ora comprendo che dovevo perderti o mio
Signore, perderti per due volte per ritrovarti di nuovo, per sempre. Un’intuizione mi assale, quella
che dopo essere stata messaggera di una tomba vuota, della disgrazia sulla disgrazia, forse ora
dovrò esserlo della Tua resurrezione, se così dovesse essere, la mia corsa sarà la corsa leggera come
di chi deve annunciare una gran vittoria.
Solo ora appare chiaro che quella morte che trascinavo con me stamane nella mia anima, non
ha più potere, non ha avuto l’ultima parola su di
Te mio Signore, non l’avrà mai più su nessuno
di noi. Quelle sentinelle che erano a guardia delle mie paure, che mi avrebbero impedito di avvicinarmi a Te, anche loro si sono dissolte.
Tu, mio Signore, sei risorto da morte, da oggi tutto è possibile. Se le pietre del Golgota sono state testimoni della trionfo del male, dell’odio, dello scherno, della violenza, delle solite logiche di
potere, oggi, queste pietre sono testimoni della
vittoria dell’amore, della non violenza.
Oggi a vincere è la debolezza, non la forza. La
disgrazia non è capitata a Te, mio Signore, ma
alla morte, a colei che sembrava essere la padrona assoluta, la dominatrice incontrastata da sempre, abituata ad avere l’ultima parola sulle
nostre vite. Tu l’hai vinta, Tu duellando con essa,
hai ucciso ciò che ci uccideva, la morte. Vorrei
trattenerti con me per sempre mio Signore…: “Non
mi trattenere, perché non sono ancora salito
al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Salgo
al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”.
Nell’immagine:“Noli me tangere”,
Fra Bartolomeo,1506, Parigi
Aprile
2012
L
Suore Monastero
“Madonna delle Grazie” Velletri
a risurrezione dei morti è stata rivelata progressivamente da Dio al suo
Popolo. Nell’Antico Testamento abbiamo un esempio di fede nella risurrezione nell’episodio dei martiri Maccabei: quando il re Antioco
stava per martirizzare il quarto dei sette fratelli, questi gli disse:
«È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di
essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te la
risurrezione non sarà per la vita» (2 Mac 7,14).
Anche nel libro del profeta Daniele:
«Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore
del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle
per sempre» (Dn 12,2-4).
«I farisei e molti contemporanei del Signore speravano nella risurrezione. Gesù la insegna con
fermezza. Ai sadducei che la negano risponde: “Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio?” (Mc 12,24). La fede nella risurrezione riposa sulla fede in Dio che “non è un
Dio dei morti, ma dei viventi! (Mc 12,27)».
«Ma c’è di più. Gesù collega la fede nella risurrezione alla sua stessa persona: “Io sono
la risurrezione e la vita” (Gv 11,25).
Sarà lo stesso Gesù a risuscitare nell’ultimo giorno coloro che avranno creduto in Lui e che avranno mangiato il
suo Corpo e bevuto il suo Sangue».
«Questa infatti è la volontà del Padre
mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,40); «chi
mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54).
Già nella sua vita pubblica Nostro Signore
offre un segno e ci dona un pegno della risurrezione, ridando la vita ad alcuni morti, per esempio al suo amico Lazzaro,
che era morto ormai da quattro giorni.
«Tuo fratello risusciterà», disse Gesù
a Marta, la quale rispose: «so che risusciterà nell’ultimo giorno».
Allora Gesù annunziò la grande promessa:
«Io sono la risurrezione e la vita; chi
crede in me, anche se muore, vivrà»
(Gv 11,23-26). «Essere testimone di Cristo
è essere “testimone della sua risurrezione” (At 1,22), aver “mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai
morti” (At 10,41).
15
La speranza cristiana nella risurrezione è contrassegnata dagli incontri con Cristo risorto.
Noi risusciteremo come lui, con lui, per mezzo di lui. Fin dagli inizi, la fede cristiana nella
risurrezione ha incontrato incomprensioni ed
opposizioni. “In nessun altro argomento la fede
cristiana incontra tanta opposizione come a proposito della risurrezione della carne”.
Si accetta abbastanza facilmente che, dopo la
morte, la vita della persona umana continui in
un modo spirituale. Ma come credere che questo corpo, la cui mortalità è tanto evidente, possa risorgere per la vita eterna?».
E come risuscitano i morti? Innanzitutto:
Che cosa significa risuscitare?
Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione,
mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi
riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù.
Chi risusciterà? Tutti gli uomini che sono morti: «Usciranno [dai sepolcri], quanti fecero il bene
per una risurrezione di vita e quanti fecero il
male per una risurrezione di condanna» (Gv
5,29; cf. Dn 12,2).
Come? Cristo è risorto con il suo proprio corpo: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono
proprio io!» (Lc 24,39); ma egli non è ritorna-
to ad una vita terrena.
Allo stesso modo, in lui «tutti risorgeranno coi
corpi di cui ora sono rivestiti», ma questo corpo sarà trasfigurato in corpo glorioso (Fil 3,21),
in «corpo spirituale» (1 Cor 15,44).
Questo «modo con cui avviene la risurrezione» supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo
nella fede. Ma la nostra partecipazione
all’Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione
del nostro corpo per opera di Cristo:
«…così i nostri corpi che ricevono l’Eucaristia
non sono più corruttibili, dal momento che
portano in sé il germe della risurrezione»
(Sant’Ireneo).
Quando? Definitivamente «nell’ultimo giorno»
(Gv 6,39-40.44.54; 11,24); «alla fine del mondo». Infatti, le risurrezione dei morti è intimamente associata alla parusia di Cristo:
«Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce
dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio,
discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo» (1 Ts 4,16).
Rinnoviamo la nostra fede nelle verità enunciate nel Credo della nostra Chiesa Cattolica
e aderiamo ad esse con la coerenza della nostra
vita!
Cfr. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA,
992-994; 996.
Aprile
2012
16
to la prima volta nel primo
dei sette sacramenti.
In effetti è vero che la Cresima
non aggiunge ulteriore
Spirito, come se la terza persona della Trinità potesse
essere rappresentata come
un liquido versato solo a metà
in un contenitore vuoto nel
momento del Battesimo e
che la Cresima intervenga
per portare ulteriore liquido
finché il contenitore si riempia. In altre parole, già il
Battesimo dona “tutto” lo Spirito
necessario a colmare in una
sola volta tutto il contenitore
vuoto che è l’uomo.
Allo stesso tempo, però, la
Cresima deve necessariamente produrre degli effetti, e questi devono essere
necessariamente distinti
da quelli del Battesimo, altrimenti sarebbe veramente
da considerarsi un sacradon Antonio Galati
er poter sottolineare alcune implicazioni
del sacramento della Cresima bisogna,
necessariamente, partire da una breve riflessione su quelli che sono i suoi effetti e su come
essi manifestano un legame profondo con il sacramento del Battesimo.
Gli effetti della Cresima, ovvero il senso di
questo sacramento dopo il Battesimo
Se si ricerca nel Catechismo della Chiesa Cattolica
quali sono gli effetti che la Cresima ha su colui
che riceve questo sacramento si legge così: «la
Confermazione apporta una crescita e un
approfondimento della grazia battesimale:
- ci radica più profondamente nella filiazione
divina grazie alla quale diciamo: “Abbà, Padre”
(Rm 8,15);
- ci unisce più saldamente a Cristo;
aumenta in noi i doni dello Spirito Santo;
rende più perfetto il nostro legame con la Chiesa;
- ci accorda una speciale forza dello Spirito Santo
per diffondere e difendere con la parola e con
l’azione la fede»1.
Se si intendono tutte le espressioni usate per
descrivere gli effetti della Cresima nell’ottica quantitativa allora bisogna concludere che il Battesimo
è un sacramento che rende cristiani “a metà”
che, cioè, non rende pienamente figli di Dio, ma
che si necessita di un altro sacramento, la Cresima
appunto, per rendere piena la figliolanza divina e potersi dire veramente cristiani.
In realtà si sa che non è così. Il Battesimo rende pienamente figli di Dio e, in quanto figli, si
riceve da subito l’eredità promessa dal Padre,
cioè lo Spirito Santo, cioè si è cristiani in maniera perfetta da subito. Ma, allora, si potrebbe concludere che il sacramento della Cresima è inutile, perché dona le stesse cose che ha già donato il Battesimo, in ultima analisi ridonerebbe lo
stesso Spirito, con gli stessi suoi effetti, dona-
P
mento inutile.
Da queste riflessioni si rende necessario pensare gli effetti della Cresima non nell’ottica della quantità. Lo stesso deve dirsi, però, anche
dal punto di vista della qualità. Detto in maniera diversa, la qualità dei doni ricevuti nella Cresima
non sono migliori dei doni ricevuti nel Battesimo,
come se esistessero dei cristiani di serie B, i battezzati, e di seria A, i cresimati.
Io penso che il punto di vista adeguato per comprendere il modo di intendere gli effetti della Cresima
sia quello “confermativo”, nel senso che la Cresima
conferma una volta per tutte che i doni dati dallo Spirito nel Battesimo sono stati donati a colui
che li ha ricevuti e che quindi quest’ultimo ha il
pieno diritto e dovere di utilizzarli senza limitazioni di sorta. Si può pensare il Battesimo come
il momento in cui ognuno riceve una cosa preziosa che non si aspetterebbe e che non gli spetterebbe di diritto, mentre la Cresima come il momento in cui il Donatore ratifica questo dono, sot-
toscrivendo un documento ufficiale in cui conferma che il regalo fatto appartiene a colui che
la ricevuto e che, quindi, il cresimato può e deve
usare quel dono come suo.
Le implicazioni
Se, in ultima analisi, l’effetto generale della Cresima
è quello di confermare il dono ricevuto nel Battesimo,
cioè lo Spirito, allora la prima e più importante
implicazione di quest’effetto è che il cristiano può
e deve sentirsi maggiormente sostenuto nella
propria vita cristiana.
E se si considera la vita cristiana come la vita
dell’uomo vissuta in relazione costante con Dio,
cioè amando Dio e il prossimo (cfr. Mt 22,3440), si può affermare che vivere questo tipo di
vita ha anche una valenza testimoniale, perché
il fatto stesso di vivere nell’ottica evangelica significa testimoniare che una vita così può essere
vissuta in concreto. Se questo è vero, la Cresima,
allora, ha come conseguenza seconda quella
di sostenere la testimonianza della fede, proprio perché sostiene la vita vissuta sotto la luce
del Vangelo, mostrando al tempo stesso la possibilità di farlo.
Inoltre, proprio perché è il sostegno pieno e duraturo della vita cristiana e della spinta alla testimonianza, la Cresima rende idonei gli uomini
e le donne che l’hanno ricevuta a ricoprire degli
incarichi o uffici all’interno della comunità cristiana.
Tra tutti l’ufficio di padrino o madrina per il Battesimo
o la Cresima2. Se infatti queste figure devono
affiancarsi ai genitori per l’educazione alla vita
cristiana dei bambini e dei ragazzi (ma non solo)
loro affidati e se la vera educazione passa attraverso la testimonianza di una vita vissuta, allora solo chi ha ricevuto il sacramento della Cresima
è confermato ufficialmente e solennemente nel
sostegno pieno dello Spirito nella propria vita
e quindi può impostare tutto sul Vangelo e quindi testimoniare la fattibilità di una vita così vissuta e quindi può anche insegnare a coloro che
gli sono affidati a fare altrettanto, perché è il primo a farlo.
1
2
Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1303.
Codice di diritto canonico, can. 874.893.
Aprile
2012
Pina Turco
ome spesso accade, i progetti nascono da una frase, da una chiacchierata
tra amici, dall’incontro con una persona significativa o forse più semplicemente nascono perché siamo “una vela che accoglie il vento di Dio”.Ed è così che il 29 marzo 2012 verrà inaugurato il Centro per la famiglia della
Caritas diocesana di Velletri-Segni “La vela
e il vento”, nei locali messi a disposizione dalla Parrocchia di Santo Stefano di Artena, adiacenti la Chiesa di S. Stefano (Via Cavour, nel
centro storico).
La finalità del centro sarà quella di offrire sul
territorio uno “spazio d’incontro” per famiglie
di diversa tipologia e fornire servizi e strumenti
concreti in grado di favorire migliori relazioni familiari. Una “sala operativa” per il territorio, verso la quale e dalla quale convogliare e far partire le iniziative utili ad aiutare la famiglia nella sua funzione educativa, affettiva e socializzante e, rispondere a situazioni di disagio e di
crisi. Ad oggi, nel territorio diocesano sono presenti ed attive diverse agenzie socio-sanitarie
C
17
che rivolgono la propria
attenzione all’individuo
ed ai suoi bisogni di sviluppo e d’integrazione
nella struttura sociale con
servizi essenzialmente orientati alla cura e alla
risoluzione di situazioni conclamate di malessere e disagio.
Il nostro centro per la famiglia vuole offrire la possibilità di sostenere e facilitare la famiglia in quanto soggetto nell’adempimento dei propri compiti di sviluppo sin dalle prime fasi della sua
costituzione, in un nuovo e diverso approccio
alla salvaguardia della
salute e al miglioramento, in generale, della qualità della vita.
La famiglia infatti, rappresenta sicuramente una
delle esperienze emotive e relazionali maggiormente significative
per le persone che ne
fanno parte e, in tal senso, può essere vista come
una risorsa efficace
per ciascuno: una buona qualità delle relazioni
durante tutte le fasi
evolutive della vita familiare ed una buona
capacità di relazione tra famiglia e contesto sociale di appartenenza, certamente permette a ciascun componente della famiglia di individuarsi e di completare con successo il processo di
acquisizione dell’autonomia.
In questo riferimento alla quotidianità la famiglia trova la sua realizzazione ed è quello che
nel linguaggio cristiano chiamiamo: la via della santità. La famiglia cristiana trova il suo riferimento alla Sacra famiglia di Gesù: una famiglia come tante del suo tempo, in cui i componenti
hanno compiuto gesti, azioni, impegno comuni a tante famiglie loro vicine. Il “segreto” della famiglia di Gesù, dove lui è stato per 30 anni,
è proprio questo: una testimonianza di quotidianità discreta dove si scopre la salvezza di
Dio. Il centro <La vela e il vento> sarà a disposizione della quotidianità delle famiglie in ogni
fase del loro ciclo di crescita: famiglie giovani
di fronte alla nascita del primo figlio, famiglie
con figli nelle varie età, famiglie con anziani e
famiglie di anziani.
Particolare attenzione si presterà alle famiglie
che affrontano eventi critici: famiglie con bambini che presentano situazioni di handicap, fami-
glie in crisi, separate, ricomposte, monoparentali
o famiglie con anziani non autosufficienti. Il centro accoglierà inoltre famiglie in situazioni speciali quali famiglie immigrate, famiglie adottive,
famiglie transculturali, famiglie affidatarie, singles, coppie omosessuali.
Attraverso l’esperienza e la disponibilità di figure professionali come lo psicologo, l’ostetrica,
l’avvocato, l’assistente sociale, il mediatore familiare e il consulente spirituale, contiamo di poter
attivare diversi servizi:
SPAZIO INFORMAZIONE, ACCOGLIENZA, DOCUMENTAZIONE E ASCOLTO
CONSULENZA PSICOLOGICA
ACCOMPAGNAMENTO PRE E POST PARTUM
CONSULENZA LEGALE
MEDIAZIONE FAMILIARE
CONSULENZA SPIRITUALE
Il centro sarà aperto il martedì mattina dalle
9,00 alle 12,00 con uno sportello di ascolto animato da una suora figlia della Carità e da una
volontaria, le consulenze sono previste su appuntamento. Le azioni saranno indirizzate verso un
raccordo tra le risorse del territorio e il loro potenziamento per un lavoro di rete integrato. Per
favorire questo sarà molto utile il lavoro delle
Caritas parrocchiali che indirizzeranno ed
accompagneranno le realtà familiare verso i servizi del centro.
Il lavoro preliminare del counseling psicologico e spirituale, una relazione d’aiuto basata sul
supporto ed orientamento nella comprensione
della situazione e delle possibili soluzioni, offrirà un ampliamento di prospettive, a partire dal
presupposto che nella persona e nel sistema
familiare e di coppia, vi siano risorse interiori
(emozionali, affettive, cognitive e relazionali) necessarie a che l’aiuto si produca per così dire nel
loro interno.
In altre parole uno stimolo alla crescita e allo
sviluppo della persona nel suo ambiente, lì dove
la difficoltà nasce, nell’interazione tra fattori personali e fattori di vita.
Il servizio potrà servire come base solida di comprensione per un percorso da fare insieme ed/o
insieme ad altri con problemi simili, attraverso
una comunicazione completa che porti alla promozione umana e alla eventuale risoluzione del
problema.
Siamo quindi pronti a sciogliere le vele, ad accogliere il vento di Dio per poi muoverci…. e intraprendere il viaggio.
*volontaria del
“Centro la Vela e il Vento”
Aprile
2012
18
Gaetano Sabetta
L
a riconciliazione
quale nuovo paradigma della missione sta acquisendo
sempre più centralità
nella riflessione missiologica e nelle strategie
pastorali delle comunità
cristiane, sia cattoliche sia
protestanti-evangeliche.
Se la missione non è una
semplice appendice della chiesa dei missionari, ma un modo di essere di tutta la Chiesa che
si pone a servizio della
missio Dei, la riconciliazione caratterizza il senso, nella duplice accezione di significato e direzione, del suo stesso
essere ed esistere.
La Bibbia, anche se non contiene la parola riconciliazione, è piena di storie di riconciliazione (Esau’
e Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli, la parabola del Figliol Prodigo), mentre il pensiero di
San Paolo è incentrato sul tema della riconciliazione verticale (Rm 5,1-11), orizzontale (Ef
2,12-20) e cosmica (Ef 1,10; Col 1,20).
La conclusione è chiara: la riconciliazione è il
cuore del Vangelo e la stessa missio Dei può
comprendersi nell’orizzonte di questa triplice riconciliazione. Tale orizzonte vede, per un verso, il
Padre, il Figlio e lo Spirito continuamente impegnati a riconciliare l’uomo e il cosmo dalle alienazioni personali e sociali che li imprigionano
e, dall’altro, le diverse comunità ecclesiali, in
costante bisogno di riconciliazione - personale, ecumenica, interreligiosa - partecipare a tale
opera trinitaria (2 Cor 5,17-20).
In che maniera però le diverse comunità ecclesiali possono partecipare a questa missio Dei?
È necessario, come suggeriscono alcuni autori, acquisire consapevolezza della riconciliazione
come processo e come obiettivo. Se le dimensioni verticali e cosmiche della riconciliazione
seguono in primis, anche se non esclusivamente,
l’azione liturgica e la cura del creato, è la dimensione orizzontale che richiama, più direttamente,
l’idea di processo.
Tale dimensione prevede tre impegni ecclesiali
distinti, ma interrelati. Prima di tutto, dire la verità. In un mondo segnato dalle divisioni, dalle
discriminazioni, dalle guerre, dalle inimicizie, affermare la verità è il primo passo per poter correggere e superare le distorsioni, lenire e curare le memorie lacerate, altrimenti ingrossate dal
buio del silenzio o dal grigiore delle mezze veri-
tà. Per tutti i cristiani dire la verità comporta qualcosa in più: significa partecipare della natura
di Dio che è verità (‘emet). Il dire la verità si coniuga poi col fare e ricercare la giustizia, poiché
la giustizia senza la verità scivolerebbe troppo
velocemente nella vendetta.
Perseguire la giustizia significa riconoscere la
giustizia punitiva, capace di dare la giusta pena
ai colpevoli, ma anche di denunciare le ingiustizie dei colpevoli impuniti; la giustizia riparatoria, col suo obiettivo di ricostruire la dignità
e i diritti delle vittime e degli stessi colpevoli;
la giustizia distributiva, che si adopera per lenire la sperequazione economica e la discriminazione sociale, ed infine, la giustizia strutturale, che denuncia, chiede la riforma e si pone
in controtendenza alle organizzazioni e al sistema che volontariamente o per inerzia continuano
ad alimentare e creare discriminazioni.
Un terzo ed ultimo ambito di questo processo
è quello della ricostruzione delle relazioni. Per
le vittime è il cammino della guarigione della
memoria che passa anche attraverso il pentimento e la conversione dei colpevoli, per poi
percorrere insieme la strada del perdono.
Perdonare non significa dimenticare, ma creare lo spazio dove le tossine delle esperienze
annichilenti delle vittime possano essere fatte
circolare, se così si può dire, così da poter essere condivise e con ciò stemprate della loro forza distruttiva; soprattutto significa creare quell’alveo dove il colpevole abbia l’opportunità di
pentirsi e la vittima quello di accoglierlo nella
piena libertà. La riconciliazione come processo sarà sempre in divenire.
Proprio questo porta alla riconciliazione come
obiettivo, ovvero sfondo dell’intero impegno missionario delle diverse comunità cristiane. In tale
orizzonte le diverse denominazioni cristiane rico-
noscono che è Dio il
principale attore della riconciliazione,
poiché in Cristo riconcilia a sè tutte le cose
(Col 1, 20).
Tutto questo è fonte di inesauribile
speranza. La riconciliazione sembra
sempre più incisivamente entrare come
una delle costanti nei
diversi contesti.
Tale paradigma di missione consente alle
comunità cristiane
di porsi quale luogo
profetico di guarigione e speranza nel quale ogni altra comunità può avere accesso. Sembra chiaro che nel
momento in cui il tema della riconciliazione acquisisse centralità, automaticamente l’impegno comune delle chiese appartenenti a denominazioni
diverse riprenderebbe vigore, quasi che la riconciliazione richiamasse il riconciliarsi.
Ancora una volta siamo nel divenire.
Aprile
2012
“Signore, ritorna! .. vieni e visita la tua vigna” Lettera pastorale 2012
Premessa
Al compimento del sesto anno
del mio servizio in questa diocesi di
Velletri-Segni e in obbedienza a
quanto stabilito dalle norme della Chiesa,
siamo chiamati a compiere una verifica accurata del cammino compiuto e individuare insieme le vie che il
Signore ci chiede di percorrere.
Il Codice di Diritto Canonico,
infatti, stabilisce: ”Il Vescovo è tenuto all’obbligo di visitare ogni anno la
diocesi, o tutta o in parte, in modo
da visitare tutta la diocesi ogni cinque anni” (Can.396).
Il vescovo ordinariamente si
reca nelle parrocchie per le celebrazioni, per incontri o particolari occasioni, ma la Visita pastorale, come si
è venuta definendo nel tempo, assume un carattere tutto proprio,in
quanto prevede una prolungata presenza, una conoscenza diretta di tutti gli aspetti della vita di una comunità, una possibilità di incontro più
capillare, un comune discernimento
sulla situazione pastorale e viene indetta con uno specifico Decreto episcopale.
Naturalmente non si tratta
solo di obbedire ad una legge esteriore, ma di viverne lo spirito e le motivazioni profonde che l’hanno ispirata.
La radice la possiamo rinvenire nel significato della stessa parola: “vescovo”, che vuol dire “sorvegliante”, “sovrintendente”, “ispettore” e, quindi, proprio “visitatore”.
Le motivazioni bibliche
E’ sempre opportuno prendere le mosse dalla Sacra Scrittura,
che costituisce la fonte ed il punto costante di riferimento della vita
e dell’operare della Chiesa e, in questo modo, scopriamo che l’atto
del “visitare” ha come soggetto anzitutto il Signore, che “ha visitato
e redento il suo popolo” (Lc.1,68).
Egli fin dall’inizio visita l’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, per intrattenersi con lui nello splendido giardino che ha affidato alle sue cure, ma, quando l’uomo rifiuta la sua presenza , si nasconde e precipita nell’abisso della morte, non lo abbandona a se stesso,
ma continua a cercarlo con la sua visita.
Troviamo il termine nel momento in cui si adempie la prima promessa fatta ad Abramo: “Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. Sara concepì e partorì un figlio
ad Abramo nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato”
(Gen.21,1).
Giuseppe, il figlio prediletto di Giacobbe, prima di morire in
Egitto, preannuncia ai suoi fratelli: “Dio verrà certo a visitarvi e vi farà
uscire da questa terra verso la terra che egli ha promesso con giuramento ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe.
Giuseppe fece giurare ai figli di Israele così:
Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa” (Gen.50,24s).
Nel Libro dell’Esodo, di fronte ai segni
compiuti da Mosè, inviato per la liberazione
dalla schiavitù del faraone, “il popolo credette.
19
Quando udirono che il Signore aveva visitato gli Israeliti e che aveva visto
la loro afflizione, essi si inginocchiarono e si prostrarono.” (Es.4,31).
Questa visita, che porta fecondità e liberazione, diventa l’oggetto della preghiera costante del Popolo di
Dio: “Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua
salvezza” (Sal.106,4), perché costante è la necessità dell’uomo di essere salvato, e questo fino alla fine dei
tempi se l’ultimo Libro della Scrittura
Santa, l’Apocalisse, si chiude con l’invocazione della visita ultima del
Signore:
“Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!
E chi ascolta ripeta: Vieni!...Colui che
attesta queste cose dice: Sì, vengo presto! Amen. Vieni, Signore Gesù.”
(Ap.22,17.20).
I Profeti, fino a Giovanni il Battista,
avevano continuamente parlato della visita del Signore e del suo Cristo,
indicato come “Colui che viene”, così
essa si compie pienamente in Gesù
di Nazareth, la Parola eterna del Padre,
che “grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio”, è venuto “a visitarci dall’alto”, come “un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno
nelle tenebre e nell’ombra della
morte e dirigere i nostri passi sulla
via della pace” (Lc.1,78s).
Quando Gesù inizia ad annunciare l’Evangelo del Regno e a
compierne i segni, dopo che ebbe restituito alla vita il figlio della vedova di Nain, “tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo:
un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo:” (Lc.7,16).
Con la sua Croce e Resurrezione Cristo è costituito per sempre, come dice s. Pietro: “Pastore e Vescovo delle vostre anime”. (1Pt.2,25).
L’esercizio permanente di questa visita di Cristo Risorto alle sue
Chiese veniva descritto, nella Lettera pastorale dello scorso anno, riportando il secondo e terzo capitolo dell’Apocalisse, “dedicati proprio ad
una attenta e dettagliata verifica della vita di sette chiese dell’Asia minore, la regione in cui l’apostolo Giovanni svolgeva il suo ministero…
Egli si presenta così: “Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente.
Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e
sopra gli inferi” (Ap.2,17) e, alla fine di ogni pericope destinata a ciascuna delle sette chiese, aggiunge: “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo
Spirito dice alle chiese…”.
Il Vivente loda, incoraggia, esorta, sottolinea gli aspetti positivi, ma insieme rimprovera, contesta e rileva le manchevolezze e le
inadempienze, con un giudizio che vede nel profondo e non si ferma
alle apparenze: “Conosco la tua tribolazione, la tua povertà, tuttavia
sei ricco” (Ap.2,9); “Ti si crede vivo e invece sei morto” (3,1); ma c’è
sempre una prospettiva, un invito a rimettersi in cammino: “Ho da
rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima” (2,4s);
“Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire…Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come
un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te” (3,2s).
Il rimprovero più ‘preoccupante’ è alla chiesa di Laodicea: “Tu non sei né freddo né caldo.
Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tie-
20
“Signore, ritorna! .. vieni e visita la tua vigna” Lettera pastorale 2012
pido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (3,15s), ma alla fine viene data la ragione del rimprovero: “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante
e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia
voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”
(3,19s).
Alla base di ogni rimprovero c’è l’amore appassionato e geloso, che cerca il bene dell’amato e lo sospinge a crescere sempre più
nell’amore: è la stessa motivazione che si trova nella Lettera agli Ebrei,
la quale, a sua volta, riprende un passo del Libro dei Proverbi: “Figlio
mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che
egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. E’ per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che
non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne
hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli… Dio lo fa per il nostro
bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo
però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e raddrizzate le vie storte per i vostri passi, perché il
piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (Eb.12,613)”.
Se ci siamo soffermati alquanto sui dati della Scrittura è, comunque, per stabilire un principio fondamentale, che è importante porre alla base della nostra Visita pastorale e che può essere formulato
in questo modo: il soggetto e il centro della Visita pastorale non è la
persona del vescovo, ma il Signore stesso che ci visita e, sia permesso dire, visita anzitutto il vescovo, cui ha affidato la cura di una porzione importante del popolo, che Egli si è acquistato “con il sangue
del proprio Figlio” (At.20,28), per cui, come scrive s. Paolo, “Noi non
intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia,” (2Cor.1,24).
La Visita pastorale nel recente Magistero
La figura e la funzione del vescovo hanno trovato nel Concilio
Vaticano II, di cui celebriamo quest’anno il cinquantesimo della sua
solenne apertura ed a cui ci siamo costantemente riferiti nell’indicare le nostre linee pastorali, una formulazione approfondita e suggestiva, che riprende e rilancia tutta la ricchezza di una Tradizione bimillenaria.
Così si legge, nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen
Gentium: “In mezzo ai credenti è presente il Signore Gesù Cristo pontefice sommo, nella persona dei vescovi assistiti dai presbiteri. Assiso
alla destra di Dio Padre, non è però assente dall’assemblea dei suoi
pontefici.” (LG 21)
Nella Lettera pastorale del 2008 avevamo già riportato due
fondamentali affermazioni conciliari della Costituzione sulla Sacra
Liturgia, Sacrosanctum Concilium (n.41-42), in cui si rileva che attorno al vescovo, che “deve essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge, dal quale deriva e dipende, in certo modo, la
vita dei suoi fedeli in Cristo”, a partire dalla Celebrazione eucaristica nella Cattedrale, si costituisce la diocesi quale “principale manifestazione della Chiesa”,che si articola poi nelle parrocchie, le quali rendono presente, “in certo qual modo, la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra”.
Il ministero del vescovo sarà poi diffusamente trattato in un
documento specifico, il Decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa, Christus Dominus,
in cui si afferma: “Nell’esercizio del loro ministero di padri e pastori i vescovi in mezzo ai
loro fedeli si comportino come coloro che prestano servizio; come buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e sono da esse cono-
Aprile
2012
sciuti; come veri padri che si distinguono per spirito di carità e di sollecitudine verso tutti; di modo che tutti volentieri si sottomettano alla
loro autorità, ricevuta da Dio. Raccolgano attorno a sé l’intera famiglia del loro gregge e diano ad essa una formazione tale che tutti, consapevoli dei propri doveri, vivano e operino in comunione di carità”
e, poco oltre: “Per poter meglio provvedere al bene dei fedeli, secondo il bisogno di ciascuno, si adoperino di conoscere bene le loro necessità e le condizioni sociali nelle quali vivono, ricorrendo a tale scopo
ai mezzi opportuni”. (CD 16).
Dopo il Concilio, il successivo Magistero ha approfondito e
sviluppato queste premesse nel Sinodo del 2003, le cui conclusioni
furono ratificate nell’Esortazione apostolica Pastores Gregis e nel susseguente Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi Apostolorum
Successores.
In questi due documenti possiamo trovare le indicazioni più
puntuali e diffuse sull’argomento che ora ci interessa.
Nel primo, dopo aver trattato delle articolazioni della chiesa diocesana e, in particolare, dell’importanza fondamentale delle parrocchie, si legge: “E’ proprio in questa prospettiva che emerge l’importanza della Visita pastorale, autentico tempo di grazia e momento speciale, anzi unico, in ordine all’incontro e al dialogo del vescovo con i fedeli…
E’ questo il momento in cui egli esercita più da vicino per il
suo popolo il ministero della parola, della santificazione e della guida pastorale, entrando a più diretto contatto con le ansie e le preoccupazioni, con le gioie e le attese della gente e potendo rivolgere a
tutti un invito alla speranza. Qui, soprattutto, il vescovo ha il diretto
contatto con le persone più povere, con gli anziani e con gli ammalati. Realizzata così, la Visita pastorale si mostra qual è, un segno della presenza del Signore che visita il suo popolo nella pace.” (PG 46).
Nel secondo documento, alla Visita pastorale sono dedicati
ben cinque paragrafi, che trattano della sua natura, del modo di prepararla, di effettuarla e di concluderla, nonché dell’atteggiamento del
vescovo nel suo svolgimento.
Ci si può limitare a riportare i punti salienti, tra cui emerge,
anzitutto, il fatto che la Visita pastorale non è un’ispezione burocratica o una serie di celebrazioni e cerimonie formali.
“La visita pastorale è una delle forme, collaudate dall’esperienza dei secoli, con cui il Vescovo mantiene contatti personali con il clero e con gli altri membri del Popolo di Dio. è occasione per ravvivare le energie degli operai evangelici, lodarli, incoraggiarli e consolarli, è anche l’occasione per richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e ad un’azione apostolica più intensa. La visita gli consente inoltre di valutare l’efficienza delle strutture e degli strumenti destinati al servizio pastorale, rendendosi conto delle circostanze e difficoltà del lavoro di
evangelizzazione, per poter determinare meglio le priorità e i mezzi della pastorale organica. La visita pastorale è pertanto un’azione apostolica che il Vescovo deve compiere animato da carità pastorale che lo manifesta concretamente quale principio e fondamento
visibile dell’unità nella Chiesa particolare.” (AS 220).
Alla Visita occorre far precedere un adeguato tempo di preparazione, sia della comunità parrocchiale, sia del vescovo stesso, che
deve informarsi in precedenza della situazione socio-religiosa della parrocchia, attraverso i mezzi più opportuni.
Per i fedeli si danno i seguenti suggerimenti: “La visita pastorale, programmata con il dovuto anticipo, richiede un’adeguata preparazione dei fedeli, mediante speciali cicli di conferenze e prediche
su temi relativi alla natura della Chiesa, alla comunione gerarchica e
all’episcopato, ecc. Si potranno anche pubblicare opuscoli e utilizzare altri mezzi di comunicazione
sociale.
Per
mettere
in
risalto
l’aspetto spirituale e apostolico, la visita può essere preceduta da un corso di missioni popolari, che
raggiunga tutte le categorie sociali e tutte le persone, anche quelle lontane dalla pratica religio-
Aprile
2012
“Signore, ritorna! .. vieni e visita la tua vigna” Lettera pastorale 2012
sa” (AS 222).
Durante la Visita, in cui ha certamente la priorità l’incontro
con le persone, a cominciare dal parroco e dai suoi più diretti collaboratori fino ai ragazzi, ai giovani, ai malati, ai lavoratori,, il vescovo
non dovrà tralasciare “l’esame della amministrazione e conservazione della parrocchia: luoghi sacri e ornamenti liturgici, libri parrocchiali
e altri beni. Tuttavia, alcuni aspetti di questo compito potranno essere lasciati ai vicari foranei o ad altri chierici idonei, nei giorni precedenti o successivi alla visita” (AS 221).
Infine, “conclusa la visita pastorale alle parrocchie, è opportuno che il Vescovo rediga un documento che testimoni la avvenuta
visita per ciascuna parrocchia, dove ricordi la visita svolta, apprezzi
gli impegni pastorali e stabilisca quei punti per un cammino più impegnato della comunità, senza tralasciare di far presente lo stato dell’edilizia di culto, delle opere pastorali e di altre eventuali istituzioni
pastorali” (AS 224).
La Visita pastorale nella nostra diocesi
Nelle due antiche e gloriose diocesi di Velletri e di Segni, le
Visite pastorali dei vescovi si sono succedute, a intervalli più o meno
regolari, da oltre quattrocento anni, lasciando nei nostri archivi documenti preziosi per la conoscenza della nostra storia.
A Velletri, la prima Visita pastorale di cui si conoscano gli esiti è quella del cardinale Alfonso Gesualdo, effettuata nel 1595; la sua
relazione dettagliata è riportata nel volume che l’architetto Marina
Cogotti ha dedicato alla nostra Cattedrale (Marina Cogotti, La
Cattedrale di San Clemente a Velletri, Roma 2006).
A Segni, nel biennio 1709-1710, il vescovo Filippo Michele
Ellis svolse la sua prima Visita pastorale, di cui ci fornisce ampie e interessanti notizie il compianto mons. Bruno Navarra (Bruno Navarra, Filippo
Michele Ellis, Segni e la sua diocesi nei primi decenni del ‘700, Roma
1973).
Dalla fusione delle due diocesi in quella attuale di VelletriSegni, già due volte si è tenuta la Visita pastorale, da parte di S.E. Mons.
Dante Bernini e da S.E. Mons. Andrea Maria Erba.
Questa è la prima del terzo millennio e giunge dopo che abbiamo già percorso insieme un piccolo tratto di strada.
Provvidenzialmente, la nostra diocesi presenta dimensioni non
eccessive ed è quindi possibile al vescovo essere presente almeno nei
momenti più significativi della vita delle singole comunità ed averne
continuamente una conoscenza sommaria abbastanza aggiornata.
Ciò non toglie che, talvolta, si possa avere l’impressione di
procedere in ordine sparso e che i problemi e le necessità dei singoli non siano pienamente condivisi.
La Messa crismale, i Convegni annuali, le Lettere pastorali, i
ritiri mensili del Presbiterio, gli incontri dei diversi organismi di partecipazione e quelli promossi da alcuni uffici diocesani sono le normali occasioni di comunione e di scambio, ma forse non bastano per
sentirsi accompagnati nella quotidiana e faticosa azione pastorale, che
assume caratteristiche sempre singolari e specifiche.
Lo scopo presente è quello di sostenere, incoraggiare, indirizzare gli operatori ed i fedeli delle parrocchie proprio in questa
dimensione feriale della loro vita, perché cresca la consapevolezza di partecipare e contribuire ad una crescita comune della nostra
chiesa locale.
Nelle Lettere pastorali di questi anni si è cercato di tracciare e di dare conto di questo cammino, a cominciare da quella
del Natale 2006, dal titolo: Accogliete la Parola
di Dio che opera in voi che credete.
La scelta fu di ripartire dalle fondamenta, verificando il terreno su cui stiamo
costruendo il nostro edificio, per non correre il rischio di edificare sulla sabbia.
Allora si disse: “In ogni parrocchia
21
occorre istituire e promuovere una vera scuola, dove tutti possano
trovare l’opportunità di scoprire e di approfondire il rapporto con la
Parola di Dio, che è sempre conoscenza d’amore e potenza trasformante. Ogni incontro di catechesi, ad ogni livello, non può prescindere da questa fonte zampillante ed inesauribile, che è il vero segreto della vita della chiesa ed il dono più prezioso che abbiamo ricevuto e di cui siamo debitori verso tutti”.
Si sottolineava l’importanza di una sempre più curata lettura liturgica della Parola di Dio, che deve penetrare nel tessuto della
nostra vita quotidiana, per una indispensabile purificazione della ragione e delle coscienze.
Ripercorrendo le tematiche conciliari, l’anno seguente ci siamo soffermati a considerare il nostro Essere chiesa oggi e, in quel
periodo, ho avuto modo di incontrare tutti i Consigli pastorali parrocchiali,
compiendo un primo giro d’orizzonte delle diverse situazioni e scoprendo tanta ricchezza di energie e di partecipazione.
Gli obiettivi proposti furono riassunti nelle due espressioni
“comunione” e “missione”, di cui “la prima è in funzione della seconda e che si possono perseguire solo se vengono valorizzati i talenti di
tutti e tutte le forze vive della chiesa presenti sul territorio, religiose
e religiosi, giovani e famiglie, associazioni e movimenti, si integrano
in una pastorale comune, secondo i principi della complementarietà
e della sussidiarietà”.
Proseguendo la nostra riflessione sul compito che il Signore
ci ha affidato, lo abbiamo poi individuato nell’esigenza di trasmettere la fede, all’interno di una Tradizione ininterrotta, nella consapevolezza che il suo principale soggetto e, insieme, il suo principale oggetto trascendente è lo stesso Spirito Santo, che il Padre ci dona attraverso il Figlio Incarnato.
Avevamo sottolineato che Tradizione è, al tempo stesso, conservazione e sviluppo e che occorre da una parte vivere ciò che annunciamo e, dall’altra, conoscere i destinatari dell’annuncio, “ricordando che, nel linguaggio cristiano, conoscere vuol dire anzitutto amare, accogliere, coinvolgersi in un rapporto personale.
Il cristiano non può chiamarsi fuori da questo mondo, anche
se non è “del mondo” (Gv.17,16), poiché “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv.3,16) e la Chiesa ci ricorda che
“le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi,
dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie
e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla
vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium
et spes 1).
Di fronte a questo mondo sono dunque da evitare da una
parte lo scoraggiamento e dall’altra la presunzione, ogni complesso
di inferiorità o di superiorità. Occorre, invece, una profonda “simpatia”, che, nell’atteggiamento di Cristo, assume la forma delle “viscere di misericordia materne” (Mc.6,34)”.
In quel contesto si era per la prima volta rilevato come ambito privilegiato dell’azione pastorale il coinvolgimento delle famiglie,
luogo primario della trasmissione della fede.
Negli ultimi due anni abbiamo curato, in continuità con i temi
precedenti, di recepire le indicazioni del programma pastorale della
Chiesa italiana: Educare alla vita buona del Vangelo.
Le due ultime Lettere pastorali, L’educazione è cosa di cuore e Educati da Cristo Risorto, hanno tentato di fornire pochi principi di fondo e alcune linee guida, che emergevano essenzialmente dal
testo evangelico.
Vi si legge: “l’azione pastorale non può esaurirsi nell’ordinaria amministrazione, concentrata sulla preparazione dei fanciulli ai Sacramenti,
ma è chiamata a dilatarsi alla sollecitudine di evangelizzare tutte le generazioni, nell’ambito di una
formazione permanente della fede, che in modo
inevitabile e prioritario interessa gli adulti, soggetti
primari, attivi e passivi, del compito educativo”.
Si è parlato di “mistagogia” necessaria e
continua, di attenzione al territorio, con i suoi pro-
22
“Signore, ritorna! .. vieni e visita la tua vigna” Lettera pastorale 2012
blemi sociali e ambientali, delle esigenze della giustizia, della pace
e della solidarietà, dell’educare nello stile e nella logica della Resurrezione
di Cristo, oltre che di alcuni obiettivi pastorali in tre ambiti specifici: i ragazzi e i giovani con la proposta dell’oratorio, la preparazione al matrimonio cristiano e il potenziamento del servizio della carità, col coinvolgimento dei gruppi giovanili.
Nell’ultima Lettera, riflettendo alla luce che promana dalla
Resurrezione di Cristo, troviamo anche queste parole, che possono
costituire l’aggancio con il compito che ci aspetta nel prossimo futuro: “Tutto questo vuol dire anzitutto che la speranza, la quale nasce
dalla Pasqua, dà senso e valore anche alle nostre croci e ai nostri fallimenti. Ma vuol dire pure che non possiamo sottrarci all’esigenza di
una seria verifica del nostro cammino, che non possiamo accontentarci della mediocrità, che occorre porsi in ascolto dello Spirito, attraverso il quale il Risorto parla alla nostra chiesa come a tutte le altre,
per individuare le mete ulteriori della nostra crescita nella fedeltà al
Signore, che tale impegno nasce dall’amore, deve essere svolto con
amore e deve portare ad un amore più pieno”.
Questa verifica, che avrà come oggetto proprio l’itinerario
fin qui sintetizzato, cercheremo di svolgerla anzitutto nel periodo preparatorio alla Visita pastorale, mediante l’aiuto di un questionario predisposto dalla Commissione diocesana, che accompagnerà il vescovo e che comprende i responsabili dei vari ambiti, tra cui quello amministrativo e della conservazione dei luoghi e dei beni culturali e della cancelleria parrocchiale.
Come traccia di riflessione per i Consigli pastorali, in questa
fase, sembra anche opportuno riprendere quel prezioso documento
della CEI, pubblicato nel 2004, che è la Nota pastorale dal titolo: Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia.
Lì possiamo trovare preziosi suggerimenti e spunti di riflessione per rispondere all’invito ad una vera ed efficace conversione pastorale, a cui siamo chiamati dal Signore nel mutare dei tempi e delle
situazioni.
Emerge, anzitutto, l’esigenza di un rinnovato annuncio dell’Evangelo,
in un mondo che riconosce sempre meno le sue radici cristiane e in
cui la religiosità rischia di diventare un bene di consumo come tanti
altri; negli incontri di presbiterio di zona, avviati negli ultimi mesi, proprio questo tema è stato messo per primo all’ordine del giorno e, non
a caso, sarà anche l’argomento del prossimo Sinodo dei vescovi indetto da Benedetto XVI.
Si tratta di raggiungere quanti vivono ai margini delle nostre
comunità e che la nostra pastorale ordinaria incontra solo occasionalmente, anche con iniziative organiche di proposta del messaggio
cristiano.
Ma, allo stesso tempo, è necessario ripensare anche l’impostazione
dei nostri itinerari di iniziazione, la qualità delle nostre celebrazioni
eucaristiche domenicali e festive, il nostro impegno ad essere presenti
nei luoghi e nelle realtà del vissuto quotidiano: la famiglia, il lavoro,
il riposo, la sofferenza, il territorio, la cultura.
La Visita vera e propria potrà, quindi, iniziare nel primo mese
del prossimo anno 2013, secondo un calendario che sarà definito il
prima possibile e prevederà la permanenza del vescovo in ogni parrocchia per alcuni giorni e, dove opportuno, fino a una intera settimana.
A titolo esemplificativo, il Direttorio Apostolorum
Successores fornisce le seguenti indicazioni:
“Nella visita alle parrocchie, il vescovo cerchi di realizzare, secondo
le possibilità di tempo e di luogo, i seguenti atti:
a) celebrare la Messa e predicare la Parola di Dio;
b) conferire solennemente il sacramento
della Confermazione,
possibilmente durante la Messa;
c) incontrare il parroco e gli altri chierici
che aiutano nella parrocchia;
d) riunirsi con il Consiglio pastorale o, se
Aprile
2012
non esiste, con i fedeli (chierici, religiosi e membri delle Società di
vita apostolica e laici) che collaborano nei diversi apostolati e con
le associazioni di fedeli;
e) incontrarsi con il Consiglio per gli affari economici;
f) avere un incontro con i bambini, i ragazzi e i giovani che percorrono l’itinerario catechistico;
g) visitare le scuole e altre opere e istituzioni cattoliche dipendenti
dalla parrocchia;
h) visitare, nei limiti del possibile, alcuni malati della parrocchia.
Il vescovo potrà anche decidere altri modi di farsi presente
tra i fedeli, considerando gli usi del posto e l’opportunità apostolica: con i giovani, per esempio in occasione di iniziative culturali e
sportive; con gli operai, per stare in loro compagnia, dialogare,
ecc.” (AS 221).
Comunque, i singoli programmi saranno stabiliti d’intesa con
i parroci e con i membri della Commissione diocesana, sempre cercando di evitare il rischio di ridurre la Visita al solo aspetto celebrativo e formale.
Come è previsto dalle norme canoniche, al termine della Visita
sarà cura del vescovo redigere le osservazioni conclusive e le indicazioni opportune, che potranno costituire materiale utile per il futuro e per la documentazione.
Si invitano tutti ad accogliere questo momento importante
con disponibilità e speranza, sostenuti, in questo cammino di grazia,
dall’intercessione della Beata Vergine Maria e dei Santi Patroni Clemente
e Bruno e dalla nostra comune preghiera.
Velletri, 4 aprile 2012
+ Vincenzo Apicella, vescovo
Mercoledì Santo
Padre di misericordia
che ci hai visitati e redenti
mediante il tuo unico Figlio Gesù Cristo,
per noi Crocefisso e Risorto,
Pastore e Vescovo delle nostre anime,
effondi nei nostri cuori la grazia del tuo Santo Spirito
affinché, con la visita del vescovo Vincenzo,
possiamo sperimentare la gioia di essere salvati
e di essere costituiti come Popolo santo,
capace di proclamare le meraviglie del tuo amore
e di essere segno e strumento
dell’edificazione del tuo Regno di giustizia e di pace.
Te lo chiediamo per l’intercessione
della Beata Vergine Maria
e dei santi Clemente e Bruno patroni della nostra Diocesi
Per Cristo nostro Signore
Amen.
Preghiera in preparazione della Visita Pastorale di
S. E. Rev.ma Mons. Vincenzo Apicella
Aprile
2012
Claudio Gessi
ono sempre più allarmanti i dati relativi
alla disoccupazione giovanile in Italia. In
questo contesto si inserisce il Progetto
“Policoro”. Dal 1995, anno della sua nascita,
“Policoro” ha visto nascere 500 tra consorzi,
imprese e cooperative dando lavoro a circa 4000
giovani. Dal gennaio 2012 anche il Lazio è entrato ufficialmente nel progetto, con tre diocesi:
Velletri-Segni, Anagni-Alatri e Palestrina.
Sull’iniziativa abbiamo intervistato Claudio
Gessi, direttore della Commissione Regionale
per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza
Episcopale Laziale, promotore del progetto Policoro
nella nostra regione.
D. -Quali sono le principali linee di intervento
del progetto:
R. – Le principali linee di intervento sono tre.
La prima è l’evangelizzazione, ossia evangelizzare il lavoro e la vita. Poi l’educazione ad
una nuova mentalità nei confronti del lavoro,
un lavoro che sia comunque attento alla dignità della persona.
Infine l’esprimere impresa, far cioè scaturire innanzitutto l’imprenditoria personale - in modo che
ogni giovane investa su se stesso - e far scaturire anche l’impresa come azienda, come cooperativa, dove più giovani che riscoprono se stessi, la loro dignità e libertà, mettendosi insieme,
fanno germogliare questi segni di speranza sui
loro territori.
D. – Avviato nel 1995 in Basilicata, Calabria
e Puglia, il progetto coinvolge oggi sempre
più regioni…
R. – Nasce come attenzione verso il Sud, perché la disoccupazione affligge maggiormente
i territori del sud Italia.
Il progetto, però, ha visto fin dall’inizio la partecipazione delle chiese del centro-nord in un
rapporto di reciprocità: le chiese del nord danno cioè a quelle del sud l’esperienza nel costi-
S
23
tuire cooperative e nell’organizzare il lavoro,
mentre quelle del sud ridonano alle chiese del
nord quei tratti di ospitalità e di disponibilità che
caratterizzano i territori del centro e sud Italia.
L’attuale crisi ha ovviamente messo in discussione
anche il sistema organizzativo del centro-nord,
per cui sempre più diocesi centro-settentrionali
hanno chiesto di poter aderire al progetto.
La CEI, tre anni fa, ha ampliato anche a queste aree del Paese la possibilità di aderire al
progetto. Nel gennaio 2011 abbiamo iniziato il
“percorso” di promozione e di attivazione nel
Lazio, con l’ingresso , a partire dal 2012 di 3
diocesi, tra le quali la nostra di Velletri-Segni.
D. – Quali sono le principali aree di intervento?
R. – Innanzitutto restituire dignità alla persona. Poi, gli interventi sono tra i più variegati:
vanno dal turismo sostenibile alla gestione dei
servizi museali, dalle biblioteche diocesane alle
cooperative agricole.
Inoltre, il lavoro all’interno delle carceri, per permettere ai carcerati di recuperare la propria dignità attraverso il lavoro, l’assistenza agli immigrati ed alle persone malate. Gli interventi sono
quindi i più diversi, proprio perché costituiscono
la risposta ai bisogni locali.
D. – Quale consiglio si sente di dare ai giovani che, oggi, si trovano senza lavoro?
R. – Il primo consiglio è quello di non scoraggiarsi: il primo messaggio che diamo, come cristiani, è quello della fiducia e della speranza,
perché il Signore non ci abbandona
mai. Un altro consiglio è guardarsi attorno e mettersi quindi insie-
me agli altri, contattando magari gli Uffici della Pastorale sociale o l’Equipe Diocesana del
Progetto Policoro.
Si potrà così scoprire di avere intorno altri giovani che, credendo in loro stessi ed essendo
supportati dalle nostre diocesi, sono riusciti a
dare un senso alla loro vita e anche a far scaturire un piccolo segno di speranza quale può
essere l’apertura di una piccola cooperativa.
La cooperativa può appunto rispondere ai bisogni del territorio, e poi dobbiamo anche pensare al recupero dei mestieri artigiani.
L’importante è non pensare che il lavoro “venga dal cielo”: il lavoro ce lo dobbiamo costruire guardando dentro al nostro cuore e mettendo
a frutto l’intelligenza ed i talenti che il Signore
ci ha donato.
D- Operativamente, quali azioni sono state messe in campo nella nostra diocesi?
R. - Di concerto tra i tre uffici interessati (pastorale sociale, caritas, pastorale giovanile) ed il
nostro vescovo, abbiamo individuato l’AdC (animatore di comunità) nella persona di Francesca
Proietti di Colleferro, la quale ha partecipato
la Corso Nazionale di Assisi (30 novembre –
4 dicembre 2011).
Francesca ha coinvolto a livello diocesano altri
giovani che hanno così dato vita all’Equipe Diocesana
del Progetto Policoro.
Nei prossimi mesi l’Equipe organizzerà incontri di sensibilizzazione e di promozione del Progetto
in diversi centri della diocesi.
Nel prossimo numero di
Ecclesia forniremo
ulteriori informazioni
e dettagli sulle
iniziative.
Aprile
2012
24
Silvia,
Parrocchia
Regina Pacis
Velletri
L
a mia avventura è iniziata nella
metà del mese di Settembre del
2010, quando un lunedì mattina
come tanti, ho ricevuto in ufficio una telefonata di quelle che ti fanno corrugare
la fronte e sgranare gli occhi.
Don Angelo, con cui ho condiviso con
il mio Luca il meraviglioso cammino verso il matrimonio cercava proprio me, per
iniziare il catechismo con i bambini del
“Primo anno Comunione”. Come si può
facilmente desumere lo sgomento e la
paura di non essere all’altezza hanno
inizialmente preso il sopravvento, ma non
mi sono mai scoraggiata.
La compagnia di Dio mi ha donato da
subito un’immensa energia e, nonostante
i molteplici impegni quotidiani, grazie al
sostegno di Don Angelo ho iniziato questa meravigliosa avventura.
La sera stessa della telefonata mi sono recata
in Parrocchia ed ho letteralmente sovrastato Don
Angelo di tanti di quei quesiti che, credo proprio che per qualche minuto si sia seriamente
pentito di avermi chiamata.
L’entusiasmo che caratterizza il mio carattere
ha preso il sopravvento e dopo aver riempito la
mia macchina di tutto il materiale che potessi
chiedere il prestito, ho preso l’elenco del mio futuro gruppo di bambini e sono tornata a casa.
Per una settimana intera mi sono chiesta che
viso avessero avuto, cosa si sarebbero aspettati dal corso di catechismo e dalla loro nuova
catechista, alternando momenti di vero terrore
all’entusiasmo di chi ha voglia di “servire”in modo
concreto. Da subito ho ripensato al mio percorso
di catechismo, svolto ormai ben più di 20 anni
fa presso la Parrocchia del Santissimo Crocifisso
a Velletri, cercando di rivivere le emozioni che provavo nel recarmi agli incontri ed ho deciso che avrei
dovuto elaborare la strategia migliore per rendere
il loro “primo” incontro con
Gesù come dire..indimenticabile.
Ebbene, il primo incontro è stato all’insegna dell’entusiasmo e della cioccolata….ci siamo presentati
a Gesù con un gran sorriso..e qualche baffetto
di nutella.
Per me, neo catechista
vederli crescere e divenire, di sabato in sabato, sempre più bravi e
soprattutto consapevoli
di quello che stanno
facendo, è davvero una bella sensazione.
Di settimana in settimana stringerci in cerchio
per iniziare la nostra lezione con la consueta preghiera, fissando quegli occhi brillanti, mi ricompensa di ogni cosa.
Il tempo trascorso insieme è davvero importante,
vedersi due ore alla settimana spesso non basta
ed è necessario condividere momenti sia di impegno che di svago. Ogni sabato chiudo la porta
della mia aula stanca, senza voce, ma con la
voglia di rivedersi presto e di rivivere nuovamente
l’esperienza.
Il mio compito principale è stato quello di formare un gruppo, ma non un gruppo qualunque,
ma di bambini che si sentano parte della chiesa, e per fare ciò ho impiegato del tempo ed ho
dovuto verificare spesso il cammino percorso
per correggere la rotta. Anche se può sembra-
re tutto bello e soprattutto facile, non è così.
Durante questo anno e mezzo, infatti, alcuni di
loro hanno manifestato dei momenti di crisi che
ho necessariamente dovuto far miei ed è stato necessario elaborare una strategia di “riaggancio”.
Quello che cerco di fare sempre è di non perdere mai di vista neanche uno solo di loro, giacchè per me ciascuno di loro è molto importante. Le energie che un gruppo del genere richiede sono moltissime e se riesco a proseguire,
nonostante i molteplici impegni è grazie al fatto siamo un gran bel gruppo pronto a sostenerci
nei momenti difficili.
Quello che questa esperienza mi fa capire è che
non bisogna mai scoraggiarsi nonostante le apparenze. A volte tutto può sembrare impossibile,
ma lo Spirito Santo è sempre all’opera e noi siamo solo strumenti.
Mettiamoci al suo servizio con umiltà e
semplicità.
Non c’è niente di più
emozionante, almeno per me, che vedere dei bambini emozionarsi per la loro prima confessione, enunciare a squarciagola il
<<Credo>> felici di
essere cristiani e di condividere con gli altri la
loro gioia.
Questo è più forte di
ogni fatica e mi sprona a non mollare.
Aprile
2012
25
Michela, Parrocchia
Collegiata Valmontone
A
molti giovani nella nostra parrocchia,
Collegiata di Valmontone, viene chiesta
la disponibilità ad impegnarsi in un cammino di formazione che vede coinvolta la propria
persona. Questo cammino rende capaci di dedicarsi agli altri per aiutarne la crescita e per far capire loro il progetto che Dio ha per ciascuno.
L’educatore, il catechista, vive una relazione con
i ragazzi e diventa per loro una guida, un sostegno, un punto di riferimento. Porsi come guida richiede impegno e soprattutto una continua ricerca di
strategie per poterli coinvolgere e motivare affinché siano consapevoli delle loro scelte e decisioni.
La mia esperienza di educatrice è iniziata tre anni
fa da un cammino in parrocchia che con il catechismo inizia sin dai primi anni della scuola elementare.
Un’esperienza che ha inciso nelle mie scelte è stata sicuramente quella del campeggio che mi ha offerto infinite occasioni per sperimentare
la ricchezza della vita.
Quest’anno seguo tre gruppi di ragazzi: bambini di terza elementare che
si preparano alla prima Confessione, ragazzi di prima media, con i quali ho iniziato un cammino da quando facevano la terza elementare, e un
gruppo di giovanissimi di terzo superiore. Nei vari incontri, anche se in
modo diverso, mi trovo ad affrontare esperienze di ascolto che mi portano a scrutare le intenzioni e i desideri di ogni ragazzo. Attraverso il
dialogo, la discussione in gruppo, il gioco e le varie attività cerco di trasmettere e di testimoniare il messaggio cristiano.
A volte incontro delle difficoltà, non sempre si riesce a coinvolgere i ragazzi attratti da numerosi stimoli e interessi diversi, soprattutto a far fronte
IL NOSTRO SI
Marina Nesca, Elisabetta Marinelli, Fabrizio Pistolesi *
U
n giorno gli educatori dell’a.c.r. ed il parroco, hanno convocato
alcuni genitori dei ragazzi, che frequentavano il gruppo da più
tempo. La richiesta è stata subito chiara: Volete diventare educatori? Abbiamo bisogno di aiuto almeno con il gruppo dei più piccoli!
Assolutamente no! Ma chi si sente pronto! Non sono in grado! Non ho
tempo! Ecc.. ecc..
Queste sono state le risposte che si sono sentite in saletta, così molti
si sono defilati. In tre siamo rimasti ancora tentennanti, non ce la siamo sentita di rifiutare.
Da quel momento, con l’aiuto di alcuni educatori, abbiamo iniziato un
cammino fatto di pace e serenità, merito anche di alcuni ritiri spirituali,
campi con i ragazzi, che erano più bravi di noi! E’ stato con questo confronto così forte, che abbiamo pensato di essere stati chiamati dal Signore!
Come avrebbero potuto pensare a noi? Perché proprio noi non abbiamo fatto come gli altri?
La verità, è che non abbiamo potuto rifiutare. Usiamo sempre questa
frase con i nostri ragazzi: Dio ci pone davanti delle scelte, sta a noi fare
quella giusta! Conoscere meglio ciò che Dio vuole da noi, spiegarlo in
modo semplice ai ragazzi per noi è dire si alla chiamata del Signore.
*Parrocchia S. Martino Velletri
alla loro criticità e ai loro dubbi.
Tuttavia questo per me non è motivo di arresa, ma diventa uno stimolo
che offre occasioni di confronto e riflessione sul mio cammino spirituale. Per me essere educatrice è diventato un impegno importante a cui
non si può dedicare solo ritagli di tempo; attraverso questo servizio si
guadagna in rapporti che danno una straordinaria ricchezza alla nostra
umanità e che rendono testimoni delle sorprese di Dio.
Aprile
2012
26
Mons. Franco Risi
l prossimo 29 aprile, nella domenica del Buon
Pastore, verrà celebrata la 49a giornata mondiale di preghiera, per chiedere al “Signore
della messe” che non manchino vocazioni nella Chiesa per la vita consacrata e per il ministero sacerdotale. La preghiera, o dialogo con
Dio, per tutte le vocazioni è un bene sommo,
in quanto riguarda la continuazione della missione di Gesù nel mondo.
Il cristiano è chiamato a far proprio il comando
di Gesù: “La messe è abbondante, ma sono pochi
gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!” (Lc
10, 2). Due sono le comunità chiamate ad attuare questo comando di Gesù nell’ambito della Chiesa
gare il Signore della messe, ma anche a creare le condizioni favorevoli, affinché possano sbocciare e far rifiorire tutte le vocazioni, per realizzare nel nostro mondo secolarizzato, risposte
generose alla chiamata del Padre, per la salvezza di tutti. Ne segue che tutte le famiglie cristiane e tutte le comunità parrocchiali sono chiamate ad essere consapevoli che “ogni specifica vocazione nasce infatti dall’iniziativa di Dio,
è dono della carità di Dio” (Ben. XVI).
Questo invita le due comunità su dette ad essere consapevoli che la fonte fondamentale delle vocazioni è sempre Dio Padre ed è sempre
Lui a compiere il primo passo, non a motivo di
una bontà riscontrata in noi, ma in forza del suo
amore perenne e disinteressato. All’uomo spetta la risposta nella piena libertà personale.
na del Vangelo.
Per questo esse devono impegnarsi in primo luogo alla formazione cristiana per poter poi generare testimoni nel mondo, facendo incontrare gli
uomini con Dio, principio e ragione ultima di ogni
amore, donatoci definitivamente da Cristo e presente fin dalla creazione del mondo. Una volta che esse lo sperimentano e lo vivono nei propri ambienti, per esempio con una vita di preghiera, la partecipazione attiva alla vita liturgica della Chiesa, specialmente la messa domenicale, sono esse chiamate a prolungare la testimonianza cristiana sia nel tessuto sociale, sia
in un ambito preciso della vita ecclesiale, aprendosi in questo modo alla costruzione del
Regno di Dio. Tutto questo le porta, a vivere e
alimentare la fede, a dire si a Dio Padre met-
universale: la famiglia, piccola Chiesa, e la parrocchia, con tutte le sue componenti.
La famiglia è il luogo privilegiata della formazione
umana e cristiana dei figli, in quanto essa è comunità di vita, di cuore e di apertura al mondo. Il
beato Giovanni Paolo II, in proposito, ha affermato nella Familiaris Consortio n. 53, che la famiglia può essere definita: “il primo e il migliore
seminario della vocazione alla vita di consacrazione
per il Regno di Dio”.
Da questo pensiero scaturisce che la famiglia
cristiana è chiamata a far riscoprire, al proprio
interno, la bellezza e l’importanza dei dei doni
dello Spirito Santo e delle vocazioni cristiane ai
propri figli. La parrocchia, intesa come: sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi, vocazioni laiche,
catechisti, operatori pastorali sposi secondo lo
stile del Vangelo e tutti quelli che sono impegnati nel campo dell’educazione delle nuove generazioni alla vita buona del vangelo, è chiamata ad essere non solo sempre sollecita a pre-
All’origine della chiamata divina, quindi, c’è sempre l’iniziativa di Dio, che si è resa visibile mediante la missione di Gesù e compiuta in questa vita
terrena attraverso il dono dello Spirito, fonte di
amore. Nella storia della Chiesa fin dai primi secoli, si registra non solo il valore dell’annuncio esplicito, ma questo era accompagnato dalla coerenza della vita vissuta alla luce del Vangelo. Così
dovrebbe essere anche oggi per le famiglie cristiane e le comunità parrocchiali, ci si deve impegnare a riannunciare, specialmente alle nuove
generazioni, attratte molte volte solo dalle gioie
terrene, il valore grande della donazione totale di sé a Dio, per il bene proprio e quello degli
altri, all’annuncio deve sempre corrispondere un
impegno di vita illuminata dalla sapienza del Vangelo
e testimoniata da una condotta morale coerente. Solo l’Amore divino può donare ad esse la
grazia e l’aiuto per fare della “Carità divina” il
centro dell’evangelizzazione, mediante la quale educare le nuove generazioni alla vita buo-
tendo a disposizione tutte le loro risorse positive a vantaggio di tutti. La carità vissuta è insieme germe dell’evangelizzazione e il suo frutto
maturo.
Benedetto XVI, in riferimento a quanto detto, ci
vuole far comprendere che “la vocazione non
può che essere un’apertura totale a Dio da un
lato, agli altri dall’altro: rispondere alla chiamata divina significa gettare un ponte tra Dio e gli
uomini”.
Questo stesso stile, nel capitolo decimo di Giovanni,
è attribuito a Gesù, che si definisce porta delle pecore e buon pastore, questo non è solo un
modello da attribuire ai sacerdoti e alla vita consacrata, ma è necessario che le famiglie e le
comunità parrocchiali prendano sempre più coscienza che esse stesse sono ponte tra Dio e l’uomo, e così veramente possono aiutare le nuove generazione a rispondere quel loro si generoso al progetto salvifico dell’intera umanità.
I
Aprile
2012
Suore Apostoline Velletri
27
olti ragazzi anche oggi, nei tempi dell’Ipod e del Wi-Fi, sentono una voce accompagnata da un intenso sentimento di gioia
ed entusiasmo, una dinamica assai diversa dal
brivido delle mille forme di divertimento del mondo; si tratta della chiamata di Gesù a seguirlo
più da vicino. Dietro a questa sensazione, tenue
La vocazione si proverà poi con la
maturazione personale che pian
piano ci condurrà al
suo livello di qualità. Quindi, sentire la
vocazione non vuol
dire per forza che uno
debba essere già perfetto. Tutti i chiamati
hanno sentito la distanza tra l’ideale vocazionale e la loro realtà. Non c’è nessun chiamato
senza dubbi. Ma il Signore ha schiarito sempre
le ombre dell’incertezza accendendo una luce
nel cuore. Quindi, il dubbio può tante volte camuffare la vocazione.
è meglio avere
qualche umile
dubbio, anziché
essere troppo
superbi rispetto
alla vocazione.
Profondo: Occorre
non rimanere in
superficie. La
vocazione consacrata non è
legata a dettagli esterni, al riconoscimento personale o allo status. Essa tocca, invece, la profondità del proprio cuore.
Impegnato: I “chiamati”, ordinariamente, non sono
impeccabili; nella loro vita s’incrociano la grazia e il peccato, la grandezza e il limite. Però,
e rispettosa, molti ragazzi si chiedono: proprio
io posso sentire una chiamata così impegnativa?
Di solito la domanda successiva è: ma come
faccio io a sapere se questo è veramente il
mio cammino?
Questa è “la domanda del milione” per uno che
coltiva un’amicizia viva con Gesù e che si sente “guardato/amato” da Lui... Bisogna dire subito, che i “dubbi” sulla vocazione, non sono sinonimo di “non avere la vocazione”, piuttosto il contrario. Sì, normalmente, l’interrogativo sorge quando la vocazione c’è... quindi, il da farsi non è
scappare dalla domanda, ma verificare l’autenticità
della voce e la propria idoneità. Ciò non si realizza attraverso una radiografia momentanea.
L’operazione è più complessa e serve per capire se uno può camminare sicuro dietro alle orme
di Gesù. Comunemente, tutto ciò prende il nome
di “discernimento”.
Una terza domanda frequente è questa: in che
modo devo discernere? La risposta è: sereno, umile, profondo e impegnato.
Sereno: Il discernimento - nonostante la rima non deve essere un tormento, ma uno sguardo sereno sul proprio cammino e sulle motivazioni della scelta. Esso non si fa nell’agitazione, nella crisi di senso... serve la serenità del
cuore per vedere la sorgente profonda della propria identità, e non le acque mosse da una tempesta occasionale. Il Signore non parla nel chiasso, ma nella brezza soave del tramonto, quando tutto ritorna alla sua quiete più grande.
Umile: Non è buon segno essere troppo “sicuri della vocazione”, senza aver approfondito la
propria storia o senza aver ascoltato persone
con una buona esperienza vocazionale.
L’individuo autosufficiente può viziare le sue scelte attribuendosi una certezza poco realistica. Perciò,
passo passo, l’impegno in una vita santa e radicale diventa per loro un obiettivo imprescindibile. Quindi, la percezione della vocazione va
accompagnata dalla certezza delle proprie povertà, ma non senza la volontà di trasformarsi, ottenendo a poco a poco la purificazione dal male
e la maturazione necessaria.
Quindi, nel discernimento, come possiamo intuire, non serve il “fai da te”, ma l’accompagnamento sapiente di un maestro affidabile, al quale confidare la propria esistenza, perché egli ci
guidi in una valutazione oggettiva e sicura della vocazione che sentiamo nel nostro cuore.
Nel nostro cammino di ri-scoperta delle diverse vocazioni incontriamo in questo numero la
VITA CONSACRATA. Una scelta di vita che si
fonda totalmente sull’incontro con Gesù e il suo
amore che porta a seguirlo con tutto se stessi
nella via dei consigli evangelici.
M
di Mario Oscar Llanos sdb docente di
Scienze dell’Educazione e di Pastorale
Vocazionale, UPS.
Da SE VUOI 3/2009
Aprile
2012
28
Fabrizio Cellucci*
Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel
suo grande amore parla agli uomini come
ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si
intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. 1
I
l Signore si rivela a noi come ad un amico, quindi con una intimità e verità, che
ci coinvolge con una serie di suggestioni che, sono legate alla singola esperienza che
ognuno di noi fa riguardo a questa dimensione
importante per la vita e anche per il discernimento vocazionale.
Troviamo il nostro posto nel disegno d’Amore
di Dio anche grazie ai consigli e le parole che
ci vengono dagli amici. Sono color che ci conoscono, e nell’arco della vita sono strumento
nelle mani di Dio ch entra nella storia e ci visita anche attraverso la loro vita e il loro modo
di essere, quindi nella relazione che noi viviamo insieme con loro. In poche parole potremmo dire che i nostri amici fanno parte della
nostra vita e le nostre amicizie spiegano la nostra
vita.2
Nell’amicizia che viviamo quotidianamente e che
molte volte non teniamo in grande attenzione a
causa della routine, abbiamo invece, una possibilità bella e importante di poter fare esperienza
di Dio, e insieme un grande arricchimento e purificazione del nostro essere.
L’amicizia è un luogo in cui si vive una relazione importante, si evidenzia un’importante reciprocità fatta di dono e mistero. Un luogo in cui
agisce la potenza misteriosa di Dio, se vissuta
nella verità della relazione di amicizia. La vera
amicizia è verità. Essere umili, essere veri significa riconoscere che nella vita c’è bisogno dell’amicizia, ovvero c’è bisogno di qualcuno per poter
vivere bene: Dio e gli altri. Altrimenti il rischio è
quello di diventare distruttivi e fondati nella superbia che blocca il flusso delle emozioni e del poter
N
vivere bene.Come bene ci ha ricordato anche il
Concilio nella Dei Verbum, il Signore Gesù si è
preoccupato di vivere con i suoi come un amico: e affinché i discepoli si amassero come Lui
li ha amati.
Facendo mie le parole di Giovanni Cucci, mi sento di dire che l’amicizia nella vita consacrata,nel
cammino di discernimento vocazionale verso il
sacerdozio ministeriale, rappresenta dunque un
dono grande che il Signore offre a chi lo segue,
a chi per lui ha lasciato padre, madre, casa
e la propria terra; essa è anche un segno del
centuplo promesso fin da quaggiù (cf. Mt 19,29).3
Vivere bene l’amicizia. È un segno di maturazione
personale, molto importante. In quanto vivere bene
l’amicizia richiede anche la capacità di stare bene
con se stessi, con il proprio mondo e di saper
accentare anche la solitudine.
Prima di tutto in ragione della profonda amicizia
ella quarta Domenica di
Pasqua, 29 Aprile 2012,
domenica del Buon Pastore,
si celebra la Giornata Mondiale di
Preghiera per le Vocazioni, proposta
alla Chiesa universale con profetica intuizione, da Papa Paolo VI nel 1964.
Il tema che il S. Padre Benedetto XVI propone in questa quarantanovesima Giornata mondiale per la riflessione e la preghiera delle comunità cristiane è: “Le vocazioni dono della carità di Dio” (Deus caritas est, n.17).
Ciò significa riscoprire la gratuità del dono di ogni vocazione e di ogni
chiamata a vivere la propria vita nel segno della Beatitudine e dell’Amore,
in continuità con quanto afferma Gesù nel vangelo di Matteo:
“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Lo slogan
scelto dal Centro Nazionale Vocazioni della Conferenza Episcopale Italiana
è: “Rispondere all’ Amore... si può“. Esso si propone come invito a vivere con creatività, responsabilità e fedeltà la propria vocazione. E’ un gran-
che Lui ci ha donato, il primo impegno per
il cristiano è ricordare che siamo chiamati
a stare con il Signore che come amico ci parla ogni giorno e vuole portare luce al nostro
cuore, illuminando ogni emozione sentimento,
azione che parla e dice qualcosa di noi e
della nostra identità.
L’amicizia è un dono grande, e quindi la parola che si mette in campo va preparata bene:
la sbrigatività non è il criterio della trasparenza amicale. La vera comunicazione è autentica quando nasce dal silenzio e sa rispettare il silenzio.
L’essere amici con gli altri ricorda anche che
ognuno di noi è bisognoso di eternità, non
si vorrebbe morire mai, per non perdere le
persone a cui si tiene. L’amore, come la vita
quindi, richiede eternità; l’amicizia come la
vita vorrebbe durare sempre.
Sperimentiamo come l’amore umano non basta
a se stesso, non può compiersi che in Altro. Questo
può essere dato come promessa non compiuta
e anticipata solo nella fede.
Alla luce della fede è bello poter pensare che l’affetto che abbiamo condiviso e ciò che ci appartiene nell’intimo, e che porteremo sempre con noi,
sarà pure ciò che resterà di noi al termine della
vita: inoltre secondo la parola di Gesù saranno
proprio i nostri amici ad accoglierci quando giungeremo alle dimore eterne (cf. Lc 16,9).
*Seminarista diocesano
Verbum 2.
R. MARITAIN, i grandi amici, vita e pensiero,
Milano
1999, 9.
3
Cf G. CUCCI, la forza della debolezza, Adp,
Roma 2010, 288.
1
Dei
2
de inno all’amore,
che riecheggia in
tante pagine bibliche, e che si esprime nelle due grandi espressioni e
modalità dell’amore: la vita di coppia e la verginità donata nel ministero ordinato del Sacerdote o nella Vita consacrata.
Sono due espressioni dell’Amore
che si innestano sullo stesso tronco dalle radici profonde, che attingono fecondità dalla sorgente viva
che è Gesù, e come due rami fioriti si liberano in alto per cercare gli spazi inifiniti del Cielo. Brani
biblici di riferimento: 1 Gv 4,19; Cantico dei Cantici 8, 6-7; Geremia 20,7.
Aprile
2012
29
*Fabricio Cellucci
Carissimi amici di
Ecclesia in cammino,
il 19 marzo 2012 nella celebrazione eucaristica della
sera in 13 seminaristi siamo stati istituiti accoliti da
Mons. Raffaello Martinelli,
Vescovo di Frascati.
Abbiamo vissuto un grande momento di gioia per il
dono e la responsabilità che
il Signore ci ha voluto donare con questo ministero dell’accolitato.
Alla celebrazione hanno partecipato tanti sacerdoti delle nostre chiese diocesane, tanti amici e tutti i nostri genitori.
Un giorno che nel nostro seminario è stato preparato da tutti i seminaristi, che ci
hanno accompagnato con le loro preghiere e con la loro amicizia, sincera e discreta
ma molto significativa.
Nella celebrazione il vescovo Martinelli,
ci ha affidato alla paterna cura di san Giuseppe,
perché sul suo esempio in modo analogo,
possiamo essere anche noi custodi della presenza reale e sostanziale del Signore Gesù
presente nell’Eucarestia, in particolare in
quello che sarà il nostro servizio di accoliti. Ma la cosa più significativa che mi ha
donato il Signore, nella mia preghiera personale, è stata quella di poter sperimentare un senso di Gratitudine e di fiducia grande da parte dell’Autore della vita.
Sensazione che grazie ad un bigliettino di
auguri che ho ricevuto proprio la sera del
19 da un amico, mi permette di poter donare tutti voi carissimi lettori di Ecclesia, un
pensiero spirituale sulla gratitudine:
La parola più bella che noi possiamo dire
nella vita è grazie. La parola grazie ripetuta con frequenza crea la gratitudine che
è uno stile preziosissimo.
La gratitudine però parte da un cuore che
scopre dentro di sé il punto centrale della vita spirituale, cioè la
gratuità e la gratuità è
la fonte della povertà e
della castità. Ma la gratuità regge, nella nostra
vita, se tutti i giorni noi
l’appoggiamo sul rendimento di grazie che è
l’Eucarestia.
Il grazie ti relaziona e
diventa gratitudine, la gratitudine ti lancia il cuore in alto perché diventa gratuito, ma poggia
sul rendimento di grazie
eucaristico.
Non abbiate paura di dire
troppe volte “GRAZIE”
all’autore della vita e ai
fratelli che vi pone
accanto lungo il sentiero della vita (Don Tonino
Bello).
*Seminarista Diocesano
Aprile
2012
30
Gaetano e Monica Di Laura
C
ome ho intrapreso il mio cammino per
il diaconato permanente: sono Gaetano
Di Laura e faccio parte della parrocchia
di S. Barbara a Colleferro, ho 49 anni, di cui 25
condivisi con la mia sposa; io e Monica abbiamo 2 figlie, Giorgia di 13 anni e Diletta di 20 che
da 7 mesi ci ha reso nonni. Da più di venti anni
lavoro nel campo della comunicazione e della
pubblicità globale, dalla cui esperienza è nato
poi un piccolo stabilimento di stampa digitale.
La mia è una storia di conversione e di un cammino di grazia che inizia attraverso un provvidenziale viaggio, un pellegrinaggio che ho sentito come una chiamata; la Spagna ed il cammino, una parte del Cammino di Santiago. AgostoSettembre 2005 da Leon a Santiago, circa 330
km in 13 giorni. Santiago di Compostela, la mèta
da raggiungere di un immaginario collettivo che
ne ha fatto storia e romanzo.
Un cammino duro ed imprevedibile, un percorso
arduo, benefico, riparatore, una sconcertante
avventura che procura ferite e dolori al corpo,
ma cura e sana quelle dell’anima. Sono partito insieme a mia moglie Monica che ha condiviso da subito ogni tappa di questo santo viaggio, che non è stato l’arrivo, ma bensì, l’inizio
e la partenza di tutto.
Il Signore ci ha chiamato e la vita è cambiata;
priorità diverse, atteggiamenti nuovi, la preghiera
costante e la fede che anima ogni nostra giornata. Abbiamo abbracciato la realtà dell’amore, ritrovando i significati del cuore e le necessità dell’anima, riscoprendo l’importanza e la gioia
della famiglia in Cristo e dell’affidamento che
rendono la casa tempio di preghiera, di quella
semplice, spontanea, viva di gratitudine e speranza, d’abbandono e consacrazione, vivendo
in una fecondità spirituale che si nutre della Parola
e che fonda la capacità di amare oltre le nostre
sole forze, portandoci come sposi a far coppia
con Dio, nella fedeltà del rapporto con Lui.
Camminando insieme in famiglia ed in parrocchia, abbiamo trovato ognuno la sua dimensione
spirituale, dividendo le strade che sono divenuti
due percorsi paralleli per poterci confrontare crescendo insieme.
La mia chiamata alla dimensione del servizio
ha avuto il suo imput con il volontariato; faccio
parte ormai da alcuni anni dell’Unitalsi e opero nell’organizzazione di cui fa parte anche mia
moglie, qui nella sede diocesana e nei viaggi
a Lourdes in cui mi alterno con Monica.
Come coppia facciamo parte del CDV (centro
diocesano vocazioni) in cui viviamo l’esperienza forte di un impegno, che è divenuto fonte per
poter maturare all’interno di un gruppo unito, che
è estremamente attivo e spiritualmente prolifico; da cui sono scaturite ben due vocazioni: una
monastica ed una diaconale.
Per mia esigenza personale 5
anni fa ho intrapreso gli studi
di teologia pensando che una
preparazione più formativa mi
potesse aiutare a camminare sulla strada giusta.
Meditando sulla scelta di un impegno fattivo, sono giunto attraverso l’aiuto determinante della mia guida spirituale, la preghiera e il discernimento, alla
consapevolezza di una vocazione
al servizio, che a Dio piacendo si potrà tradurre nel diaconato permanente.
Conseguentemente ho intrapreso
la preparazione inerente a
questo cammino, seguendo
un percorso di formazione,
che prevede incontri specifici e
il coinvolgimento delle famiglie.
Cerco di adoperarmi in parrocchia,
la domenica porto la comunione e la parola in un ricovero di
anziani.
L’opportunità di poter camminare insieme agli
altri aspiranti ha esteso questo cammino dal personale al comunitario, che lo rende vivo di occasioni di confronto e crescita, forte di rapporti umani fondati sulla roccia dell’amore in Cristo in cui
condividere la gioia di una testimonianza concreta. E’ stata una decisione profondamente
meditata, e costantemente prego perchè sia quella giusta, aspirando alla fine di un percorso che
porterà alla consacrazione, per poter seguire
la Sua strada; così che il Signore mi possa guidare passo passo per poter divenire suo servo e servo degli uomini.
”Il diaconato permanente, se è il gradino più
basso nella gerarchia dell’ordine sacro, è però
la soglia più alta che l’avvicina a Cristo, diacono di Jhwh, servo del Signore.”(Mons. T. Bello)
Aprile
2012
31
Francesco Canali
D
a tempo immemorabile,
l’attuale Via Vittorio
Emanuele II, nella città
di Segni, è stata sempre chiamata Jo lago benché nei pressi non
si trovasse né un corso d’acqua
né tanto meno un lago, sia esso
naturale che artificiale. Ancora oggi
qualche sprovveduto forestiero domanda ancora incuriosito dove si trovi questo fantomatico lago, suscitando l’ilarità dei segnini, peraltro
sempre pronti alla “battuta”. E allora, perché questo nome?
Così scrive in proposito lo storico
segnino mons. Bruno Navarra (19252006) nella sua Storia di Segni dal
1797 al 2006, parlando della
chiesa di S. Maria degli Angeli:
”L’odierno corso Vittorio Emanuele
II fino a tutto il XIX secolo, era un
ampio viale rettilineo che, iniziando
dalle mura poligonali innalzate a
sostegno del terrapieno “deglio spassiggio”, terminava alla diramazione a sinistra per il colle dei Cappuccini.
Ombreggiato ai lati da alberi di olmo, i cigli erbosi e i prati a destra e a sinistra, avea il fondo di
terra battuta con tratti imbrecciati. Larghe pozzanghere vi si formavano nei tempi piovosi da
giustificare il nome popolare Jo lago. Altri pensano, continua lo storico, che quel nome gli provenga dal laghetto della Pezza che, protetto da
un muro elevato di circa un metro dal suolo, si
estendeva tra la chiesa di S. Maria degli Angeli
e il vicino edificio della scuola media “Don Cesare
Ionta”.
Anche l’altro studioso delle tradizioni segnine
Emanuele Lorenzi (1924-2005) nel suo voluminoso
Vocabolario del dialetto di Segni alla voce (Jo)
Laco scrive: ”... nel cap. 9 degli Statuti si parla
di un altro lago, il lago della pezza che doveva
trovarsi nella zona dell’attuale lago (Corso Vittorio
Emanale II) e più precisamente nella zona dove
era ubicato il mattatoio comunale, sulla quale
in seguito fu costruita la Scuola media inferiore “Don Cesare Ionta”.
A questo punto non dobbiamo fare altro che verificare cosa viene riportato negli Statuti della città di Segni emanati nella metà del ‘500:
“ ... di più risolviamo che l’Esecutore non possi accusare alcuno, eccetto che nelli casi infrascritti senza l’intervento dell’Esecutore, cioè del
porto d’armi, del giuoco dei dati, di carte, della
sporcizia delle fontane, di chi lava vicino alla fontana, più del suo segno e termine, di chi bevera o lava dentro il lago dei bovi, chi lava dentro il lago della pezza nel quale li porci e bufali dopo che avranno bevuto non possano trattenersi …”.
In un altro capitolo, il lago viene collocato nei
pressi del Borgo di San Marco, dal nome dell’omonimo converto diruto e che confinava proprio con l’attuale viale Vittorio Emanuele II. I due
studiosi erano giunti vicini alla verità ma man-
cavano ulteriori prove!
E la risposta sta proprio in quel “laghetto della
Pezza” che altro non era che una vecchia cisterna romana chiamata il lago o laghetto che nel
tempo ha dato origine al toponimo Jo lago a tutta la zona. In un documento conservato nell’archivio
storico comunale della città, a partite dai primi
decenni dell’Ottocento, si parla proprio di questo laghetto o meglio cisterna che corrisponde
in tutto a quanto sopra descritto:
”Lago distante dalla porta principale dalla città di Segni palmi seicento circa, la profondità
ragguagliatala questo lago è di palmi sei, mentre la sua area è di palmi 150 quadrati. Non è
questo formato da cemento o ad arte, ma presenta piuttosto un fondo terrivo di antico anfiteatro e accoglie le acque pluviali di vicini terreni delle quali, mentre è ripieno nell’inverno, va
a disseccarsi nell’estate restandovi poche
acque imputridire e ripiene di melma.
Tanto per l’umidità dell’inverno, quanto per il
puzzone dell’estate, nuoce di molto specialmente
alla parte inferiore della città che però riempirvi di terra aprire alle acque un inviato per il vicino fosso di via Traiana e così avrebbe la città
fuori della porta un delizioso prato per comodo di fiere e spettacoli pubblici”.
Quindi una cisterna costruita con blocchi di tufo
simile alla cisterna dove si svolgeva la “giostra
del maialino”, distante circa seicento palmi, a
circa mille metri dalla città, e pertanto nei pressi dell’attuale Chiesa di S. Maria degli Angeli e
della Scuola Media “Don Cesare Ionta”, profonda
sei palmi, oltre 1 metro e ampia palmi 150 quadrati, circa 30-40 mq con un diametro di 7-8 metri.
Era la conferma di quanto riportato negli Statuti
e riportato dai due studiosi: il laghetto menzionato nel documento corrispondeva alla cisterna o meglio al “lago della pezza” degli Statuti.
Stracolma d’acqua nel periodo invernale, la cister-
na aveva il grave inconveniente di diventare, nel
periodo estivo, ricettacolo di ogni genere di animali, a cominciare dalle fastidiosissime zanzare fino ad abbeveratoio per maiali e bufali emanando cattivi odori a causa delle sue acque malsane.
L’acqua putrida rappresentava poi anche un serio
veicolo di contagio a causa delle precarie situazioni igieniche esistenti nella città.
Per ovviare a tutto ciò, nel 1836 la magistratura di Segni decise di riempire o meglio “seppellire”
la cisterna attraverso “canne dieci e palmi ottocento di terra ben pilotata e spianata a dovere
acciò le acque non abbiano più a formare il sito
per restare di nuovo in essa circonversa”, facendo bene attenzione che la terra non fosse “mischiata” con il letame.
Incaricato di redigere il progetto fu nominato il
perito-misuratore di fabbriche Giuseppe Manni
di Gavignano il quale, il 27 ottobre 1836, presentò un preventivo di spesa di scudi 24 e baiocchi 80, dando facoltà alla ditta appaltatrice di “crescere o diminuire i lavori descritti nella perizia”.
Il lavoro doveva “compiersi nel termine di giorni dodici”. Da allora si è definitivamente perduta la memoria del lago - cisterna mentre la toponomastica della città si arricchiva di un nuovo
vocabolo: Jo lago. Grazie dunque al documento
rinvenuto nell’archivio storico, è stato svelato il
significato e l’origine del detto toponimo Jo lago,
cosa che non avrebbe avuto però fondatezza
storica senza il prezioso riscontro degli ultimi due
inguaribili innamorati della segninità, Don Bruno
Navarra ed Emanuele Lorenzi, o meglio della
loro “Segni, perla dei Lepini” come Emanuele
Lorenzi, l’amico Lelle, chiamava con smisurato orgoglio: “mia città natale”.
Ancora una colta si ha la riprova che la storia
si ricostruisce accostando i vari tasselli a disposizione!
Aprile
2012
32
don Daniele Valenzi
A
bbiamo iniziato a leggere nel terzo capitolo del secondo libro delle sentenze di
Bruno di Segni la grande descrizione
di come la virtù della carità trasformi la vita dell’uomo, come lo porti a perdersi nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Il nostro autore giunto a questo punto, attraverso l’esegesi del tredicesimo capitolo della prima lettera si Paolo ai
Corinti, da buon pastore, conduce ai verdi pascoli della conoscenza interiore di questa virtù.
Il beato Giovanni Paolo secondo commentando
la vita di Sant’Agostino a proposito della virtù della carità che il vescovo ipponense viveva come
pilastro della sua vita spirituale scriveva:
”Le prerogative della carità sono molte: l’inesauribile
ricchezza che ha sempre qualcosa da dare anche
quando ha dato tutto; l’inestinguibile dinamismo
che si placa solo in Dio; l’intransigente radicalità che penetra le più riposte fibre del cuore e trascina tutto l’uomo, perché “Dio che ti ha fatto tutto, ti esige tutto”; il totale disinteresse che cerca Dio gratuitamente e nulla all’infuori di Lui; la
forza progressiva dell’assimilazione per cui
“ognuno è tale qual è il suo amore”; e, in ultimo,
la genuina soprannaturalità: “Da dove proviene
negli uomini la carità verso Dio e verso il prossimo se non da Dio stesso?”.
La via del discepolo è la carità: chi ama Dio è
conosciuto da Dio: questa è la verità più sconvolgente del cristianesimo, in tutte le religioni i
fedeli amano il loro dio, ma nel cristianesimo i
fedeli si riconoscono amati. Quello che rimarrà
è la carità: Dio è carità. Vivere la carità è esprimere come ci si è lasciati trasformare dalla Carità,
che è Dio. In questa seconda parte del capitolo in questione, che riporto fino alla conclusione, san Bruno dopo aver parlato degli effetti straordinari di questa virtù,
descrive minuziosamente le qualità, eccone il testo.
Ecco, abbiamo conosciuto
finora quanto sia buono il possedere la carità, ma ora sentiamo circa la stessa carità,
come è. Dì dunque, o
beato Paolo, come è la
carità. “La carità è
paziente.” E da dove motivi questo?
Perché “non invidia,
non agisce perversamente, non si gonfia, non
è ambiziosa, non cerca
il proprio interesse. Non
si adira, non pensa male, non gode dell’ingiustizia,
ma si compiace della verità (1Cor13, 4-6). Ecco,
ha dimostrato ed egregiamente dimostrato, che
è paziente e benigna, solo questo potrebbe bastare.
“È paziente” perché non si adira con nessuno e
non provoca con nessuna accusa, ma intercede per i suoi stessi nemici. Se infatti si adirasse
e provocasse, non sarebbe paziente. E poiché
“è benigna”, è capace di benevolenza e usa misericordia verso chiunque. Poiché, dunque con pazienza tutti perdona, e con benevolenza ha compassione,
che cosa c’è che può fare più grande? Poiché
infatti è benigna: quindi “non è gelosa”, non invidia. “Non agisce perversamente”, cioè temere
ed ingiustamente fare qualcosa. “E non si gonfia” per superbia. “Non è ambizioso”, perché non
desidera onori del mondo. “Non cerca il proprio
interesse”, ma quelli che sono di tutti, perché possano essere salvati. Mette da parte le proprie cose
e si prende cura delle altrui. “Non si adira” altrimenti non sarebbe stata paziente. “Non pensa
male”, che è contrario alla benevolenza. “Non gode
dell’ingiustizia, ma si compiace della verità”, cose
che spettano entrambe alla benevolenza. “Tutto
crede”, di ciò che deve essere creduto. Ma quali sono le cose che devono essere credute, custodite e sperate? Vuoi sapere quali sono? Tutte quelle cose che entrambi i testamenti comandano di
credere, sperare, e custodire. “La carità non avrà
mai fine (1Cor13,8)” E questo è ciò in cui, rispetto alle due virtù di cui ho parlato prima, cioè la
fede e la speranza, la carità è più grande ed è
quindi collocata alla fine. “Ma di queste la più grande è la carità (1Cor13, 13). Più grande di tutte,
perché “non svanisce mai”, perché è eterna, perché c’è sempre, e non ha fine. Le altre cose non
saranno necessarie dopo questa vita, perché soltanto a questa appartengono, quelle cose che
si aspettano e che non si
vedono.
Infatti la speranza è l’attesa delle cose future. “La fede è la sostanza delle cose che si sperano,
e prova di quelle che non si vedono (Eb 11, 1).” Ma allora dove
saranno queste virtù dopo che
niente più spereremo ed ogni
cosa apparirà?
Infatti Dio sarà tutto in tutti, e quelle cose vedranno ed avranno, saranno sufficienti per tutti. Ma
andiamo a sentire quello che anche nel Cantico
dei Cantici lo sposo dice alla sposa circa la carità: “Mettimi, dice, come un sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio, perché è forte come
la morte l’amore, tenace come gli inferi la gelosia. Le sue vampe, come vampe di fuoco e di
fiamme. Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo CdC 8, 6 e ss.)
Ha comandato il Signore e nostro Salvatore, che
sempre come un sigillo sul cuore possiamo averlo e mai dimenticarlo, cosa che appartiene davvero al grande amore; e ciò è quello che dice altrove: “amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore
(Mt 22, 37)”
Questo, dunque, sia sempre sul nostro cuore; sia
sempre sul nostro braccio perché la carità non
sia oziosa, e l’amore, che è nel cuore si manifesti nelle mani. E così incitati corriamo incontro e non temiamo la morte, perché “forte come
la morte è l’amore” anzi, di più, e più forte.
È infatti più forte chi sorpassa di chi è superato: “ tenace come gli inferi la gelosia.” Che cosa
comprendiamo per gli inferi se non ogni genere
di pene? Quindi quelli che vediamo sono nei più
grandi tormenti, siamo soliti dire che sono negli
inferi. Poiché, quindi, l’amore non può essere superato dai tormenti, a ragione gli inferi ed suoi i tormenti sono paragonati alla costanza.
“Le sue vampe sono vampe di fuoco e di fiamme. “ Il Beato Lorenzo e quei famosissimi bambini dovrebbero essere un esempio per noi, essi
che infiammati dal fuoco della carità non hanno
avuto paura delle fiamme dell’incendio.
Così la fiamma della carità li infiammò nell’animo, perché non sentissero più le fiamme di quel
fuoco. Per questo il martire di Cristo diceva:
“ Impara, o uomo misero, perché non sento i tuoi
tormenti” - “Le grandi
acque non possono
spegnere l’amore né
i fiumi travolgerlo”.
Le grandi acque, i
grandi popoli, non uno
o due, ma tutta la città insorgeva contro il
martire, ma tanto grande era quel fuoco di carità che ardeva nel cuore del martire che tutta quell’onda di popolo furente non era in
grado di estinguere quella fiamma. A questo
sermone non pongo
una fine poiché la
carità non ha fine.
Aprile
2012
33
Velletri, L’edicola Madonna del Buon Consiglio
Arch. Alvaro Ronzani
n quindici anni di lavoro nel Comune di Velletri,
di frequentazione della città e della nascita
di tante amicizie mi è capitato più volte sentirmi raccontare, sapendo che venivo da
Genazzano, i loro lontani ricordi d’infanzia, legati ai pellegrinaggi fatti con i nonni al Santuario della Madonna del Buon Consiglio di Genazzano.
Ricordi di antiche processioni, di un paese medievale, di una grande chiesa, di una dolce immagine orientaleggiante. Erano ricordi di bambini,
di un mondo in cui i pellegrinaggi ai santuari del
basso Lazio, per secoli scandivano, come le fiere e le stagioni, l’attività del mondo contadino, il
tempo della spiritualità e della fede religiosa.
A me, che abitavo a fianco del santuario, tornavano in mente i miei ricordi, i canti dei pellegrini
che arrivavano la notte della venuta, i grandi fuochi che scaldavano la notte di veglia, la penitenza
di chi percorreva l’intera chiesa in ginocchio, i continui
canti e i lunghi
suoni delle campane che suonavano a festa.
Il pellegrinaggio,
per le popolazioni
della zona, era un
rito, corale, preparato dalle varie comunità lungo tutto l’anno, come
si prepara un appuntamento tanto atteso e cui
non si può mancare. Quasi sempre questi itinerari erano segnati, nel percorso, da edicole con
l’immagine devozionale del santuario dove si era
diretti, lasciate in altri tempi da altre generazio-
I
ni di pellegrini.
Un anno fa, in occasione del rifacimento della pavimentazione del corso della Repubblica in Velletri,
sono state restaurate le epigrafi e l’edicola dell’immagine della Madonna del Buon Consiglio posta
all’angolo del ex palazzo Corsetti. Ero sempre stato curioso di sapere in che occasione fu posta la
santa immagine e quale storia aveva dietro, chi
l’aveva istallata, in che occasione.
La sua posizione subito dietro l’antica porta Romana,
all’inizio del Corso, nella strada principale della
città testimoniavano ai miei occhi una grande devozione alla immagine della madonna venerata nel
mio paese.
Non sono riuscito al mio scopo, ma ho comunque trovato le due epigrafi del 1760, o quella
del 1797 in cui la Santità di Papa Pio VI concedeva indulgenze a chi si fermava a pregare in quel
luogo, ed inoltre due lettere, conservate nell’archivio storico comunale, che se pur non legate
alla sua prima istallazione, descrivono con chiarezza l’antica devozione verso questa sacra immagine: in sintesi il proprietario dell’edificio, dovendo eseguire dei lavori di consolidamento , chiedeva che l’Immagine venisse traslocata o nella
Chiesa parrocchiale o nel vicino Ospedale, contiguo all’altra chiesa di S. Giovanni Battista.
Lettera in data 7 febbraio 1872, n. 276 di protocollo, del Sindaco Filippi al Suffraganeo e
Vicario Generale D. Angelo Di Pietro: «Sulla via
Corriera si trova esposta alla pubblica venerazione
la sacra Immagine di Maria SS.ma del Buon Consiglio
nella parete della casa spettante al Sig. D. Achille
Corsetti. Avendo questi domandato al Municipio
la licenza di rafforzare il muro ove si trova collocata detta S. Immagine, e non potendo il
Municipio stesso dinegargli il richiesto permesso, rendesi necessario di provvedere alla collocazione della lodata S. Immagine, quindi prego
V. S. Ill.ma e Rev.ma ad avere la degnazione di
disporre che sia traslocata nella Chiesa di S. Maria
del Trivio, ovvero in quella dell’Ospedale, tanto
più che la località ove si trova non è decente, dovendo l’inquilino dell’attuale casa passare d’avanti la
S. Imagine con bestie da soma.»
La risposta di costui è del 17 successivo: «Da tempo immemorabile l’Imagine di Maria SS.ma del
Buon Consiglio è posta sulla parete della casa,
che ora spetta al Sig. D. Achille Corsetti.
E’ una vera e perpetua servitù di quella casa. Ed
è notorio, quali atti di devozione e di ossequio il
popolo nella sua pietà abbia sempre praticato e
pratichi tuttavia avanti la veneranda Effigie.
Il toglierla ora da quel luogo offenderebbe altamente, per non dir altro, i sentimenti religiosi dello steso popolo.
Né l’eseguire in
quella parete
qualche risarcimento potrebbe esimere il
proprietario della casa dall’obbligo di mantenervi la S.
Immagine e quant’altro le appartiene.
Che se nel breve intervallo dell’esecuzione dei
restauri si rendesse evidentemente necessario
qualche temporaneo provvedimento sarebbe allora del medesimo proprietario l’intendersela coll’autorità Ecclesiastica». Ovviamente della traslazione non se ne fece nulla.
Domenico Gorga lamenta al vescovo diocesano Mons. Luigi Ricci l’inadempienza del precetto da parte di Antonio Baiocchi del fu Domenico:
”Qui è restato uno solo che ancora non soddisfa al Precetto della Comunione Pasquale ed è
un certo Antonio Baiocchi del fu Domenico il
quale però incominciò a fare la sua confessione tempo fa ed ancora non la compie, promettendosi sempre di volersi sbrigare presto.
Se vuole dargli altro tempo a questo tale per
questa cosa lo faccia, altrimenti le serva di regola quanto le ho manifestato”.
Non sappiamo quale fosse la pena ultima per
il credente che non rispettava il santo precetto
pasquale ... di sicuro però il piissimo parroco si era imbattuto in un “osso duro” che a
distanza di alcuni mesi (la lettera reca la data
del 7 settembre), non solo non aveva adempiuto all’obbligo del precetto, ma neppure era
entrato nel confessionale anzi “incominciò a
fare la sua confessione promettendosi sempre di volersi sbrigare presto”. In questa maniera il Baiocchi, o aveva tanti, ma proprio tanti peccati da confessare oppure, approfittando della bontà dell’arciprete, usava questa tattica “temporeggiatrice” per rimandare la confessione a tempo indeterminato.
Non sappiamo alla fine se questo “parrocchiano
miscredente” si sia accostato al sacramento
della confessione …certo doveva essere sicuramente un tizio guardato a vista, una specie di
diavolo da scansare se è vero che era l’unico tra
i circa quattrocento uomini e cinquecento donne abili alla comunione, a trasgredire ad un obbligo così importante come il precetto pasquale.
Francesco Canali
ue erano le cose che i sudditi del Papa
Re dovevano assolutamente evitare:
evadere le tasse e dimenticarsi di adempiere al precetto pasquale! In entrambi i casi
la giustizia pontificia, ad onta della sua proverbiale lentezza, si trasformava in una infernale (mai aggettivo fu più appropriato) macina che implacabile si abbatteva sul povero malcapitato. E sì, perché nello Stato della Chiesa
le tasse andavano pagate e il precetto pasquale rispettato.
Il precetto pasquale era infatti l’adempimento religioso più importante per ogni credente
che andava ottemperato entro il “tempo pasquale” e cioè dalla Pasqua di Resurrezione
fino all’Ascensione di Gesù in Cielo attraverso una santa confessione generale ed una altrettanto santa comunione. Del resto, anche nei
precetti della chiesa si comanda che un fedele debba “…confessarsi e comunicarsi almeno una volta l’anno a Pasqua”. Disattendere
tale obbligo, era considerato un peccato molto grave anche se, molto raramente, vi era qualche parrocchiano che di confessarsi e comunicarsi a Pasqua non ne voleva proprio sapere. I trasgressori erano soggetti ad un “richiamo”
da parte del parroco e i loro nomi affissi sulla porta principale della chiesa come quando, il 7 settembre 1865, l’arciprete di Gavignano don
D
Aprile
2012
34
Stanislao Fioramonti
U
na volta nelle campagne, luoghi spesso lontani, non abitava nessuno. I contadini vi si recavano ogni giorno a lavorare la terra, dall’alba al tramonto, a piedi da soli
o col somaro, e per riparo vi costruivano una
capanna di stoppie, ma non potevano lasciarvi nulla perché di notte l’avrebbero rubato.
Ogni giorno quindi si mettevano in spalla (o nei
“cestroni” appesi ai fianchi dell’asino) gli strumenti di lavoro. Prima di uscire per il lavoro, alzandosi la mattina presto, gli uomini andavano in
cucina dove, appesa a uno spago, c’era una aringa (“renga”) o una “saraga” affumicata, comprata
nella pizzicheria; ad essa strofinavano un pezzo di polenta o di pane, e quell’odore era il solo
companatico: raramente potevano permettersi
un pezzo di quel pesce da portare via.
Appena fuori dell’uscio, un’occhiata
alla banderuola del palazzo Doria
per una rapida previsione del tempo: se la bandiera guardava a nord
o a ovest (cioè verso Palestrina o
Velletri/Rocca Priora) prometteva
buono, ma se puntava su Artena
o Anagni (sud o est), tempo brutto o addirittura pioggia!
Il lavoro prevedeva due sole
soste per mangiare: una per la colazione, verso le 10 di mattina, e una
per la merenda verso le 4 del pomeriggio; allora essi accendevano un
fuocherello con pochi rametti e vi
mettevano sopra a scaldare,
appuntata su due “zeppitti”, la pizza di polenta che avevano portato; vi si poteva aggiungere qualche ortaggio, patate, un pò di verdura e un frutto.
I pranzi con la pasta sfoglia fatta
in casa e la carne di pollo erano
riservati solo ai giorni di festa, e le cene spesso si saltavano perché la sera si cadeva dal sonno, specie se si era fatta una visita all’osteria.
Per vincere l’arsura e la polvere si beveva vino
acquato.
I braccianti agricoli andavano a lavorare (“all’opera”) chiamati a giornata dal padrone, che doveva passare loro da mangiare: di solito un tegame di baccalà in umido afferrato con un pezzo
di canna appuntita a un estremo.
Il principe Doria “affidava” i suoi terreni ai braccianti (giornalieri) mediante un “bando”, e li divideva secondo la domanda. I “bandi” si “buttavano”: a febbraio quando si cominciava a vangare la terra; a metà giugno quello per la falciatura del grano; a metà settembre quello per
la “licenza” di cogliere il granturco in certe zone.
Il principe dilazionava le licenze per poter con-
trollare meglio i raccolti.
I banditori a Valmontone erano due: Giggetto
Recchia detto “Sprechino” per quelli importanti (del Principe, del Comune...), perché sapeva
leggere; e “Pacchiano” – e qualche volta
anche “Tamburrini” – per quelli meno impegnativi
(ad es. della carne a basso macello ecc.); negli
ultimi anni cioè nell’immediato secondo
Dopoguerra, questo lo fece Gino Bucci detto “Sagna”.
In estate, dopo il raccolto, i contadini compravano alla fiera di S. Luigi di settembre, al prezzo di 5 lire, un paio di scarpe chiodate che dovevano durare tutto l’anno; i bambini portavano stivaletti chiodati, appunto perché si consumassero meno velocemente. La stragrande maggioranza dei contadini era analfabeta, intimidita dalla sola presenza del dottore, dell’impiegato
o del signorotto, a volte addirittura del prete. Solo
nel 1913 il diritto di voto in Italia fu esteso a tutti i cittadini maschi, anche se analfabeti.
Tra la seconda metà dell’’800 e i primi anni del
‘900 i contadini erano ridotti alla fame: avevano una famiglia numerosa, e poca o niente terra, costretti perciò a coltivare – come mezzadri o coloni – i terreni del principe Doria, degli
altri proprietari o degli ecclesiastici, ai quali andava la metà del raccolto (spartizione “a mezzo”).
Dalla propria parte il contadino doveva poi togliere tutta una serie di “pesi” (tasse) che gravavano su di lui: l’entratura per l’occupazione del
terreno da lavorare; la guardianìa (un pelliccio
“raso” di grano o granturco spettante al guardiano dei campi); la quota per i “barrocciai” (trasportatori del raccolto) e per i “topinari” (“soreciari”, persone che bonificavano il terreno dai
topi piazzando le tagliole = “toparòle”), per l’acquisto delle sementi, ecc.
Perciò già a dicembre le sue scorte, dopo tante fatiche, erano spesso esaurite e – nell’impossibilità
di tirare avanti da soli per tutto l’anno - tornava lo spettro della fame sulla sua famiglia; così
erano costretti a chiedere prestiti agli usurai che
presto si trasformavano in debiti insolubili. Iniziava infatti un circolo vizioso che portava alla disperazione: violenze, galera o emigrazione nelle Americhe (500 mila
partenze ogni anno in Italia).
Per andare a New York su navibestiame si spendevano 125 lire
di biglietto in tempi nei quali chi
aveva 5 lire era un signore!
Nel 1913 una locandina della “società di navigazione a vapore Italia”
presenta la più recente performance
del suo “vapore” a 2 eliche e 2
macchine “Napoli”, che salpò il 30
marzo 1913 e, dopo scalo a Palermo,
giunse in 14 giorni a New York e
in 15 a Filadelfia, al costo di 200
lire a persona in terza classe e
di 325 in seconda classe.
Giustificato dunque il detto amaro: “Lavora, contadino, lavora,
cane, la robba che aremitti è
de jò padrone”.
Aprile
2012
I
Mons. Franco Fagiolo
n questo secondo articolo dedicato al
Silenzio nella Celebrazione eucaristica, vediamo quando è opportuno e desiderabile il silenzio nei diversi momenti della Messa.
RITI D’INIZIO.Sono due i momenti di silenzio previsti dal messale:
Prima del Rito penitenziale, qualunque sia la forma usata. Dopo l’introduzione del presidente,
segue un momento di silenzio.
Prima dell’orazione o colletta, dopo l’invito a pregare, “tutti insieme con il sacerdote stanno per
qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e per poter formulare nel proprio cuore la preghiera personale” (PNMR 32).
È importante quanto suggerisce il messale, perché ognuno abbia la possibilità di entrare nella preghiera con tutta la propria persona.
LITURGIA DELLA PAROLA.
Se proprio vogliamo essere fiscali, non si parla di silenzio né prima, né dopo le letture. Ma
la pratica dimostra che non sarebbe male lasciare qualche attimo dopo ciascuna lettura, prima
del Salmo responsoriale e prima dell’Acclamazione
al Vangelo. L’organista, con un breve preludio
potrebbe preparare al Salmo e con una introduzione festosa di tipo acclamatorio “lanciare”
(come si dice oggi) l’acclamazione, e così disporre gli animi alla proclamazione del Vangelo.
Diciamo questo perché la Liturgia della Parola
non è una semplice e piatta lettura di testi. È
una “celebrazione” della Parola vera e propria.
Inoltre, consigliamo vivamente al lettore, una volta giunto all’ambone, di non partire subito all’attacco con la lettura, sparando sul microfono, senza neppure aspettare che tutta l’assemblea sia
comodamente seduta e pronta ad ascoltare.
Altrettanto importante è evitare che il celebrante,
una volta finita l’omelia, non incominci subito il
Credo, come se fosse un tutt’uno con la predica! Se si vuole guadagnare un po’ di tempo, è
meglio accorciare l’omelia che defraudare l’as-
S
35
i terrà a Velletri presso il laboratorio del
Museo diocesano il primo corso Base di
Iconografia Bizantina,un corso curato dal
maestro d’arte Fabio Pontecorvi. Lo scopo del corso è quello di dipingere un icona del volto di Cristo,
percorrendo un percorso base di primo livello, tecnico e teologico.
Il corso è aperto anche a coloro che hanno poca
manualità e prevede un massimo di sette allievi
che saranno seguiti personalmente dal maestro attraverso otto tappe, il primo incontro si terrà giovedi 26 Aprile dalle ore 15:00 alle 18:00 ed a seguire per i successivi sette giovedi fino al 16 Giugno.
“Quando si parla del lavoro dell’iconografo,non si
dice «dipingere»ma dal greco gràphein(grafia) quindi «Scrivere». Come la parola scritta, l’icona insegna la verità cristiana: è una teologia in immagini. L’immagine rappresenta ciò che la scrittura insegna con la parola”. Le otto tappe graduali partiranno
con il disegno su tavola ingessata(Levkas) per segui-
semblea di quel momento di silenzio e di meditazione che prepara alla professione di fede.
Anche nella preghiera dei fedeli, non è male una
certa calma tra un’intenzione e l’altra.
LITURGIA EUCARISTICA.
Contrariamente a quanto si pensa, nella Liturgia
eucaristica c’è più dinamismo, più azione e meno
meditazione e silenzio. È il momento dell’azione di grazia fatta da tutti insieme, anche se è
solo il presidente dell’assemblea che la interpreta
e la esprime in nome di Cristo, Capo del Corpo
ecclesiale.
Un momento di silenzio è opportuno e prezioso dopo la comunione di tutti, purchè sia vero
silenzio e non semplice attesa di gente che scalpita e non vede l’ora di andarsene. Da questo
silenzio potrebbe nascere un canto intenso e generoso.Anche l’orazione dopo la comunione prevede un invito e un breve silenzio, ma qui il senso è soprattutto quello di prendere il tempo necessario perché la gente si alzi e si metta in atteggiamento di preghiera.
CONCLUSIONE.
Come si vede, non mancano certamente gli spazi e le occasioni per il silenzio in una celebrazione. E per ottenere il silenzio non è necessario
sacrificare il canto! Basta farlo bene tutti quando è previsto. Il problema è farlo diventare, come
si diceva nella puntata precedente, silenzio “abitato”, silenzio che si ascolta e che permette di
oltrepassare la soglia dei riti e riconoscervi le
tracce del passaggio di Dio, secondo quanto sperimentato da Elia sull’Oreb: “Ci fu un vento impetuoso e gagliardo… ma il Signore non era nel
vento. Dopo il vento ci fu un terremoto… ma il
Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto
ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco.
Dopo il fuoco ci fu un mormorìo di un vento leggero…..ed ecco, come l’udì… Elia senti una voce…”
(1Re 19, 11 e ss).
re con la preparazione della tempere all’uovo, tecnica usata dagli antichi maestri fino ad arrivare con
diversi passaggi ai tratti di luce dell’icona. Ad ogni
allievo verrà consegnato con l’iscrizione, una tavola ingessata, dei pennelli, colori(pigmenti naturali) e foglia in oro, gli allievi dovranno portare con
se matita, compasso, gomma pane, due squadre
e un righello.“Sono sicuro che sarà un cammino
che ci aiuterà a riscoprire la bellezza che salva dell’amore di Dio” - Fabio Pontecorvi.
- Iscrizioni entro il 13 Aprile 2012.
- I posti sono limitati, massimo 7 allievi.
- Alla fine del corso le icone verranno benedette durante una celebrazione Eucaristica.
- Ad ogni allievo sarà consegnato un attestato di partecipazione. Per informazioni rivolgersi direttamente al maestro Fabio Pontecorvi al cell. 334 1707171
o inviando una mail a:
[email protected]
[email protected]
*Responsabile Diocesano del
Canto per la Liturgia
[email protected]
Aprile
2012
36
Antonio Venditti
N
elle famiglie, nelle scuole ed in tutti gli
ambiti educativi, l’educazione politica
non deve essere un tabù ma piuttosto un bisogno di consapevole appartenenza alla
società civile e di attiva partecipazione al governo della “Res publica”.
Parliamo, ovviamente, di “Politica” nel senso più
elevato del termine, come concezione dello Stato,
della sua struttura e dei meccanismi di funzionamento, dei ruoli e dei rapporti che devono contraddistinguere una società civile. Non si parla, invece – ed è bene prescinderne – di politica in senso ideologico e partitico, non perché
ideologie e partiti non abbiamo la loro importanza,
ma perché l’educazione non può fondarsi su contrapposizioni, quanto meno ansiogene e fuorvianti, ma sulle conoscenze, il più possibile unificanti, di un percorso di ricerca della verità.
Conoscenze soprattutto scolastiche e per questo asettiche e lontane dalle passioni : conoscenze
teoriche, attinte quindi dallo studio dei legislatori e delle istituzioni delle varie civiltà, cominciando dalle più antiche, con particolare riguardo alla Grecia, dove varie forme di governo sono
state elaborate e sperimentate, tra cui la
democrazia, con le profonde teorie attorno ad
esse elaborate dai grandi filosofi : Socrate, Platone,
Aristotele. La storia, in questo senso, è davvero “maestra di vita”, perché ci mostra come
tali teorie sono state applicate nella vita pratica, con i punti di forza nella risoluzione dei problemi di governo e di convivenza, e con le degenerazioni e le deviazioni che nel tempo si sono
verificate, rendendo indispensabili mutamenti e
rinnovamenti per il bene pubblico.
Nel momento di grave crisi che stiamo vivendo, con difficoltà di funzionamento delle istituzioni, confusione di ruoli e disorientamento dei
cittadini, l’educazione politica, correttamente intesa, diventa, a mio avviso, indispensabile.
Occorre, però, non ripetere gli errori del passato,
quando, ad esempio, la scuola è divenuta campo privilegiato di adescamento politico, perpetrato da docenti che avevano smarrito il senso
della loro funzione, anteponendo la formazione partitica alla formazione civica, l’unica legit-
timata nell’educazione.
Mi riferisco ai primi decenni del dopoguerra, contrassegnati da grande partecipazione dei cittadini alla vita politica negli anni della ricostruzione
e dello sviluppo, ma anche da grandi contrapposizioni, legittime nelle assemblee e nei centri di gestione del potere, ma non nei luoghi educativi, dove si formano le nuove generazioni, che
devono essere abituate alla tolleranza ed al rispetto reciproco, come necessarie premesse all’esercizio delle libertà civili.
Le diverse opinioni devono quindi emergere nel
libero confronto delle idee, in un percorso non
preordinato o addirittura imposto autoritariamente
dal docente, che si deve limitare ad un’azione
di regolazione e di stimolo, non esprimendo mai
la sua opinione personale, ma partendo proprio
dalla maieutica socratica, per spingere ogni allievo a “conoscere se stesso” e ad esprimere la
sua “verità interiore”.
Nonostante le acerrime lotte politiche, con i pericoli che ne derivavano, e le dolorose divisioni
che scuotevano spesso anche le famiglie, faticosamente la società italiana è andata avanti,
con progressi notevoli nell’economia, nel lavoro e nelle generali condizioni di vita, trovando
anche momenti di unità e di concordia nazionale. Con il deteriorarsi, già allora, delle condizioni economiche, con il prevalere delle spinte
egoistiche e con il venir meno della volontà e
della forza d’animo dei cittadini che avevano ricostruito l’Italia dopo la dittatura e le devastazioni della guerra , è entrato in
crisi l’intero sistema.
Nella situazione odierna,
con il crollo determinato
dalla crisi finanziaria ed
economica mondiale ma
anche dalle debolezze insite nel sistema economico e politico italiano,
diventa fondamentale l’educazione politica delle nuove generazioni, contemporaneamente alla rieducazione degli adulti, che
hanno smarrito la con-
sapevolezza dell’appartenenza alla comunità,
per la quale ognuno è tenuto a fare la sua parte con schiettezza d’intenti e ragionevolezza nelle azioni.
Tanto si discute sui sacrifici da sostenere : per
risollevare le sorti dell’economia abbattendo il
debito pubblico, per dare lavoro ai milioni di disoccupati favorendo la produzione delle aziende, per snellire l’apparato statale, regionale e
comunale rendendolo efficiente e meno costoso, per riformare il fisco evitando l’evasione, per
razionalizzare lo stesso assetto costituzionale
eliminando eccessi, abusi e privilegi. Cosa insegneremo ai giovani studenti?
Partendo necessariamente dalla Costituzione,
la “Magna Charta” della nostra democrazia, indicheremo ciò che mantiene il suo valore ed è inalterabile, come la prima parte dei “Principi fondamentali”, ma anche ciò che si deve rinnovare per far funzionare meglio le Istituzioni, a cominciare dall’eliminazione della duplicazione delle
funzioni nelle due Camere del Parlamento, dimezzando opportunamente il numero dei Rappresentanti.
Deputati e Senatori devono rinunciare ad
assurdi privilegi, come il famoso “vitalizio” e tanti altri di cui non godono i cittadini e devono avere uno stipendio più “sobrio”, legato all’effettiva “presenza”, senza poter svolgere contemporaneamente altre lucrose funzioni.
Non deve esistere altro incarico retribuito più di
quello di rappresentanza a livello nazionale, senza possibilità alcuna di “buonuscite e pensioni
d’oro”. In proporzione devono essere ridimensionati gli stipendi di amministratori regionali e
comunali, abrogando le inutili, quanto costose
province. Ogni funzione pubblica elettiva si esercita per non più di due mandati, dopodichè si
ritorna a svolgere la precedente professione, che
ognuno deve avere, prima di candidarsi ad una
carica pubblica.E così si pone fine anche alle
ricorrenti discussioni sul rinnovo generazionale, che non può degenerare in uno scontro tra
anziani e giovani : i “giovani”, prima che a governare, pensino ad esercitare un qualsiasi lavoro, perché è improprio e dannoso il “mestiere”
della politica ; gli “anziani” non pensino di restare attaccati alle poltrone, ma dimostrino di essere saggi, coltivando altri utili interessi nella vita.
Infatti “tutti siamo utili ma nessuno è indispensabile”. Le Amministrazioni pubbliche devono essere efficienti centri di erogazione di servizi ai cittadini, non centri di potere burocratico e politico.
I funzionari che non sanno raggiungere precisi obiettivi, non hanno ragione di
mantenere la loro funzione
e devono lasciar posto ad
altri più competenti, scelti in base al “merito”
effettivo.
I clientelismi ed i nepotismi, gli abusi di potere,
come le omissioni di atti
dovuti, vanno perseguiti.
La corruzione, punita
continua a pag.37
Aprile
2012
p. Vincenzo Molinaro
on lettera del nostro vescovo indirizzata a tutti i parroci e operatori pastorali,
è stata indetta la Giornata Diocesana
della Famiglia. Il giorno scelto per questo incontro è il primo maggio 2012, presso Santa Maria
dell’Acero. In tal modo, la giornata tradizionalmente
dedicata all’Acero e alla spiritualità viene arricchita di questa nuova proposta e, diciamo pure,
tensione pastorale. In effetti, già lo scorso anno
era stata calendarizzata la giornata per la famiglia e non si poté realizzare.
Ora è giunto il momento di confrontarsi con la
situazione delle nostre famiglie.
Come si svolgerà la giornata? Senza nulla togliere ai momenti tradizionali, cominciando dalla
festa civile del Primo Maggio, passando per l’opportunità di incontrarsi delle varie parrocchie
con le loro realtà associative, dalla possibilità
di sostenere le attività dell’Acero con la
Lotteria, tutto con il clima giocoso proprio, a
questo si aggiungerà una riflessione introduttiva al tema. Questa sarà affidata a un esperto che ci aiuterà a leggere le luci e le ombre
non tanto della nostra diocesi ma di questa società. Da qui al termine della giornata con la celebrazione dell’Eucaristia, il percorso delle famiglie è tracciato. L’attenzione al dato culturale
tende verso la Messa. Qui riposa ogni possibilità di sciogliere i nodi intricati di tante famiglie.Comunque il programma completo della
giornata lo troverete su queste stesse pagine.
C
segue da pag.36
esemplarmente, deve essere considerata assolutamente incompatibile con lo svolgimento di
ogni funzione pubblica, ad ogni livello.
Tutto ciò sarà possibile con una riforma della
Giustizia civile e penale, che garantisca la certezza della pena in procedimenti trasparenti e
di durata ragionevole.
Il lavoro è al centro della vita sociale e tutti devono poter svolgere un’attività, per la loro dignità
e per il sostentamento delle famiglie. Le aziende che creano lavoro vanno sostenute come un
bene prezioso della comunità. Allungare gli anni
di lavoro con relativi contributi pensionistici è una
misura giusta, perché alleggerisce la spesa pubblica e garantisce le future pensioni dei giova-
37
Ora una breve riflessione che possa servire a
prepararci all’incontro. L’esperienza della vita
familiare come la conosciamo, come ne sentiamo parlare in questi ultimi anni, è certo che
stia subendo una radicale trasformazione.
L’inizio si è avuto con le leggi sul divorzio e sull’aborto, queste hanno inciso in profondità sul
rapporto familiare, mettendo spesso i credenti con le spalle al muro. Inoltre, non si sa se
causa o effetto della situazione culturale ed economica, assistiamo a una deriva di relativismo
che di fatto nega ogni validità agli impegni durevoli e definitivi. Ovvio che non si possa dire in
poche righe quello che costituisce sofferenza
di una parte sempre crescente della nostra società. Vi entra il tema del lavoro e più indietro dello sviluppo stesso.
Si è creduto che fosse verità assoluta la crescita economica esponenziale dell’Occidente,
senza domandarsi a quale costo e sulle spalle di chi. Così quando sono sorte altre voci con
richieste contrastanti, e quando nell’ambito del
lavoro si sono affacciate altre maniere di produrre, facendo profitto lontano da noi, ecco che
tutte le contraddizioni si sono scaricate sulla
famiglia. La scarsità, la mancanza, l’incertezza del lavoro si fanno sentire sulle famiglie prima di tutto con effetti devastanti. I giovani non
se la sentono di programmare il matrimonio perché non hanno certezze sul lavoro.
Le splendide case che i genitori hanno costrui-
to ai figli negli ultimi decenni, ora sono un sogno.
I giovani non trovano finanziamenti presso le
Banche perché spesso il loro è un lavoro precario. Così assistiamo al rinvio dell’età del matrimonio, mentre gli anni passano.
Sono questi i temi che verranno affrontati al 7°
incontro mondiale delle famiglie a Milano. Famiglia,
lavoro e festa.
La famiglia ha bisogno del primo, ma non può
rinunciare alla festa. La nostra riflessione e speriamo le conseguenti prese d’atto e le decisioni
sul piano operativo, dovranno tenere conto della necessità di camminare in rete, ossia non
semplicemente coltivando il proprio orticello,
ma guardando con occhio attento alla realtà
che ci circonda. Sia essa diocesana o nazionale o meglio ancora europea.
L’auspicio che dalla prima giornata diocesana
si torni via rinsaldando i legami della fraternità e offrendo a tutte le famiglie le svariate competenze di cui siamo portatori.
Rimane in calendario un incontro ordinario, previsto per il 27 aprile. Sarà comunicato come
sempre il tema e comunque anche
prima se necessario ci sarà
una convocazione per la
preparazione della
giornata.
Così la speranza di
radicare nelle singole parrocchie
questa tematica
sarà più motivata.
ni. Tutti devono contribuire, secondo le accertate possibilità, alle spese indispensabili, senza sprechi, per il buon funzionamento dello Stato.
Devono essere ricercati, stanati e puniti (non condonati) tutti coloro che non pagano le tasse.
Il principio inderogabile è che ognuno paghi su
tutto il reddito, comprensivo di tutti i beni, anche
delle rendite finanziarie.
L’educazione politica, pertanto, non si esaurisce in discorsi generici sulla probità e capacità dei governanti, ma va ancorata a tangibili comportamenti virtuosi, in un quadro generale di stabilità delle Istituzioni, efficienti ed efficaci nel loro
funzionamento. Rafforzato il vincolo tra cittadini e loro rappresentanti, liberamente eletti, il ruolo dei primi è reso preminente, per la respon-
sabilità che hanno nell’elezione di persone oneste e competenti, capaci di perseguire con giustizia il bene comune, e per la necessità che ognuno, in una comunità ordinata, sia in grado di svolgere efficacemente il proprio servizio, rispettando
ed applicando scrupolosamente le leggi.
Con tali idee e con sinceri propositi, gli educatori devono riuscire ad appassionare i loro allievi nel dare alla loro vita non un’impronta egoistica ma civica, ossia capace di allargare l’orizzonte
alla sfera comunitaria, da quella locale a quella nazionale, nel contesto europeo e mondiale, con una spiccata dedizione al bene comune, nel quale deve collocarsi il giusto anelito di
ognuno a realizzarsi come persona, in pace con
stesso e con gli altri.
Tante famiglie, all’Acero
Aprile
2012
38
Duccio da Boninsegna,
I discepoli di Emmaus,
“Maestà” 1308-1311,
Museo dell’Opera Metropolitana
del Duomo di Siena.
don Marco Nemesi*
P
er un pittore medievale era “in maestà” una
figura rappresentata frontalmente, seduta su un trono, nel pieno della propria potenza. In origine questo tipo di rappresentazione era
riservata soprattutto alla raffigurazione di Cristo
Re, ma nel corso del Duecento essa fu adottata più spesso per la figura della Madonna, la cui
immagine seduta, col bambino in grembo, divenne in breve tempo la “Maestà” per antonomasia.
La ‘Maestà’ per l’altare maggiore del Duomo di
Siena, da sempre considerata il capolavoro di Duccio,
risale agli anni della piena maturità del pittore.
Il primo elemento che colpisce della “Maestà” è
la sua straordinaria complessità: una tavola di più
di quattro metri per lato, dipinta sia davanti sia
dietro, rutilante d’oro e di splendidi colori. Era chiusa in origine entro una ricca cornice dorata, irta
di sette cuspidi e di pinnacoli, con un profilo frastagliato come quello dei polittici gotici, la cui perdita ha diminuito l’effetto monumentale che l’opera doveva fare sull’altare maggiore della cattedrale. La parte anteriore, con la figura monumentale della Madonna, accompagnata da un corteo di angeli e santi, alla quale si rivolgono supplici i quattro protettori di Siena, era rivolta verso la navata e destinata al pubblico dei fedeli.
Alla base del trono, sta la preghiera-firma
in versi latini: “MATER S(AN)CTA DEI/SIS
CAUSA SENIS REQUIEI/SIS DUCIO
VITA/TE QUIA PINXIT ITA” (“Madre Santa
di Dio, sii causa di pace per Siena, sii vita
per Duccio, poiché ti ha dipinta così”). Quella
posteriore, con le 26 storie della “Passione
di Cristo”, era invece riservata alla visione
e alla contemplazione del clero.
All’estrema solennità del prospetto, con le
tre file di santi disposte in perfetta simmetria ai lati della grande Madonna in trono,
si contrappone, nelle storie del retro, un elegantissimo equilibrio tra naturalismo e
astrazione. Ogni composizione è attentamente pensata, dall’inquadramento architettonico alla disposizione delle figure.
Nelle scene con molti personaggi gli accostamenti
più squisiti di giallo zafferano e pesca, malva e
verde erba, glicine e lampone s’intrecciano sull’oro lucente del fondo. Colpisce l’attentissima resa
dell’incidenza della luce, che proviene sempre da
sinistra e definisce i volumi delle architetture digradando sapientemente dai punti più tersi a quelli più cupi attraverso una gamma articolata di mezze ombre.
La “Maestà” rimase sull’altare maggiore del Duomo
fino al 1506, quando per volontà di Pandolfo Petrucci,
allora signore della città, fu sostituita col grande
tabernacolo di bronzo del Vecchietta (prima in Santa
Maria della Scala) che sopravvisse anche al nuovo allestimento della zona del coro messa in opera da Baldassarre Peruzzi nel 1536.
La tavola di Duccio fu allora appesa a una parete del transetto sinistro, dove rimase fino al 1771,
quando le due facce dell’opera furono separate:
quella anteriore fu posta nella cappella di
Sant’Ansano, quella posteriore nella cappella di
San Vittore; nella stessa occasione furono tolte
e spostate in sagrestia le tavolette della predella e del coronamento, che cominciarono ben presto a essere vendute a collezionisti e musei stranieri. Quando la “Maestà” fu finalmente traslocata
nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena, nel
1878, mancavano ormai all’appello nove elementi
della predella, due tavole del coronamento e tutte le cuspidi con figure di angeli.
All’interno di questo scrigno prezioso che appartiene a tutti quelli che vorranno amarlo con discrezione e rispetto, Duccio narra l’episodio dei
discepoli di Emmaus non a partire dall’evento straordinario che si consuma
all’interno della locanda, non racconta
cioè l’aprirsi degli occhi dei discepoli
alla Fede grazie al gesto di Cristo dello spezzare il pane, ma ritrae Clèopa
e l’amico in cammino, come vuole l’evangelista Luca; in cammino come
i credenti di ogni tempo il cui passo
si fa lento per le delusioni e il gravame della storia. E Gesù cammina
con loro sotto le mentite spoglie del
viandante.
La posizione dei tre personaggi è discreta, posta nell’angolo sinistro del
riquadro contrasta con la scena precedente, dove campeggia l’angelo della risurrezione che in vesti candide
e in solenni panneggi addita la terra. Non addita il cielo perché il cielo, per Duccio, è qui. Il cielo è lo spazio che irrompe nella scena del mondo grazie alla fede del credente. Sul cielo, infatti, il Maestro stende generoso il color dell’oro che
scintillante e impenetrabile annuncia il carattere
mistico dell’avvenimento. Dall’oro si solleva eloquente il volto del Cristo: “Stolti e tardi di cuore
nel credere alle parole dei profeti” (Lc 24,25).
Lo sfondo oro, se colpito dalla luce violenta si appiattisce e riflette, ma quando l’oro è accarezzato dalla luce calda di un raggio di sole si colora d’iridescenze e si anima di riflessi palpitanti e vivi.
Così colui che si ferma ad una pretesa evidenza dei fatti resta abbagliato dall’orgoglio della sua
stessa mente, mentre chi indaga con l’umile raggio della fede scopre nel panorama quotidiano
orizzonti nuovi e prospettive ribaltate. Per cui il
rovesciamento di prospettiva che dovette subire
lo sguardo e la vita dei due discepoli si scorge
dalla posizione dei loro corpi.
Essi volgono le spalle a colui con il quale pure
stanno conversando e camminano, ciò li costringe a una rotazione evidente e innaturale dei volti. Anche loro, come già Pietro un giorno, stanno davanti a Cristo, lo precedono laddove - invece - devono seguirlo.
Cristo li costringe a rimanere nel presente, a fare
i conti - qui e ora - con le sfide della storia. Entrambi,
infatti, in modo diverso si vogliono sottrarre alle
loro responsabilità. Nei colori delle vesti, nella caratterizzazione così semplice e precisa dei gesti emerge la situazione peculiare di ciascuno con una
vivezza e un’efficacia inimitabile.
Il discepolo più anziano riflette i sentimenti di chi
non ha più fiducia nella vita e nel futuro. Il verde del manto è facilmente assimilato all’oro del
fondo e accentua il ritrarsi del personaggio.
Quest’anziano guarda Cristo con intensità ma appare dubbioso e il gesto della mano appoggiata delicatamente alla spalla del suo giovane amico esprime desiderio e cautela insieme. Certo è affascinato dai modi e dall’eloquenza del misterioso viandante, ma si sta chiedendo se non sarà forse,
anche costui, uno dei tanti venditori di fumo: non
sarà forse anche questa un’illusione cui farà seguito una delusione, come quella appena registrata del Cristo Messia?
Così il verde scintillante dell’uomo anziano
assomma le speranze e i timori dell’osservatocontinua nella pag. accanto
Aprile
2012
39
Mara Della Vecchia
T
ra l’enorme produzione di musica sacra
del grande Bach, torniamo a parlare delle sue celebri Passioni, scritte durante il
suo lungo incarico presso la scuola di san Tommaso
a Lipsia. Le passioni furono composte per le celebrazioni della Pasqua e avevano, come duplice fine quello della narrazione evangelica e quello della meditazione.
Le parti narrative si sviluppano nello stile recitativo, cantate dal tenore nel ruolo dell’evangelista
stesso, mentre le altri parti dialogiche sono affidate a i vari solisti nei ruoli di Gesù, Giuda, Pietro,
il sommo Sacerdote, Pilato, la moglie di Pilato, infine il coro che rappresenta, ovviamente, il popolo. Il basso continuo accompagna il recitativo,
ma in alcuni passaggi intervengono degli strumenti. Per quanto riguarda
la sezione meditativa, si sviluppa con arie e ariosi. I testi sono stati composti da Barthold Heinrich Brockers per la Passione secondo San Giovanni
e da Picander per la Passione di San Matteo. Entrambi le passioni furono eseguite per la prima volta a Lipsia, rispettivamente nel 1723 e nel
1728, nella celebrazione del venerdì santo e l’esecuzione avveniva dopo
la lettura del vangelo, ma veniva interrotta dall’omelia.
La passione di Matteo risulta più complessa di quella di Giovanni e nel
comporla, Bach ha potuto approfittare di due condizioni eccezionali: la
disponibilità di un numero cospicuo di musicisti e della particolarità della chiesa di san Tommaso, dove doveva essere eseguita, infatti in essa
sono presenti due organi, sistemati sui lati della chiesa e dunque abbastanza distanti tra di essi e posti uno a destra e l’altro a sinistra dell’assemblea dei fedeli. Per questo Bach compose la sua passione secondo
Matteo per due cori e due orchestre dialoganti in molti passaggi cruciali della narrazione, costruendo un risultato davvero drammatico, oltre ad
ottenere uno straordinario effetto stereofonico. Una situazione simile si
ritrova nella basilica di san Marco a Venezia, nella quale sono presenti
segue da p. 38
re: le sue domande sono le nostre, nostre sono
le sue perplessità. Il giovane discepolo possiede più coraggio. La sua veste dorata cerca di assimilarlo al fondo, ma il rosso del manto lo fa emergere con decisione.
Più deciso è anche il gesto della mano: “Resta
con noi Signore, perché l’ora è ormai tarda e il
giorno volge al declino” (cfr. Lc 24, 29). Lo sguardo di questo giovane discepolo è così profondo,
così risolutamente diretto a Cristo che l’osservatore
non può indugiare a lungo su di lui, subito è orientato a guardare al Risorto.
Si scopre allora, nei panni di un viandante che
deve viaggiare a lungo, vestito di pelo, con il bastone in mano e una conchiglia nella bisaccia, come
i pellegrini diretti a Compostela. Egli è diretto, come
voleva la tradizione medioevale, là dove la terra finisce. Cristo, infatti, annota il Vangelo, “fece
come se dovesse andare più lontano” (Lc 24, 28).Il
dialogo fra Cristo e il giovane discepolo si fa, a
questo punto, più serrato.
Gli sguardi, uno nell’altro, fissano un istante eterno dal quale non si vorrebbe mai uscire, mentre
i gesti esprimono un’urgenza: “Noli me tangere!
Anche tu, non mi trattenere. Io devo camminare lungo i secoli e il tempo, io sono compagno
due cantorie, anch’esse abilmente sfruttate dai musicisti veneziani.
La passione si apre in modo spettacolare, con un coro grandioso in cui
l’autore fa parlare la Fanciulla di Sion che invita tutti a guardare Gesù,
al quale risponde il secondo coro che interpreta la risposta del popolo.
Si intreccia così il dialogo tra i due cori e le due orchestre:
“Venite, sorelle, unitevi al mio pianto, guardate – Chi?- Lo sposo, guardatelo – Come? – Come un agnello”. Da qui scaturisce un Corale O Lamm
Gottes, che è il corrispondente dell’Agnus Dei.
La spettacolarità e la grandiosità della passione di san Matteo a cui il doppio coro e la doppia orchestra conferiscono una sua singolarità, contrasta con la precedente passione si san Giovanni, nella quale prevale la
dimensione riflessiva e meditativa, sono le arie e i cori che formano la
parte consistente dell’opera che favoriscono l’intima partecipazione al mistero della passione di Cristo. Nella passione di san Matteo prevale invece
la narrazione, grande spazio è riservato al recitativo con la conseguenza di ottenere un taglio quasi teatrale.
Tuttavia possiamo rintracciare l’elemento unificante tra le due passioni,
nella presenza dei Corali, dove Bach sa esprimere la sua più profonda
religiosità.Oltre le passioni di Giovanni e di Matteo, Bach compose anche
la passione secondo San Marco e la passione secondo San Luca.
di viaggio per ogni uomo, fino alla fine del mondo.” Ed è così che il dialogo trova lo sbocco, la
giusta mediazione fra le urgenze del Mendicante
Divino e il desiderio dei discepoli di rimanere in
sua compagnia, rimanere in quello sguardo così
denso di promesse e di vita. Lo sbocco lo offre
la locanda. Solo ora ci si accorge della sua architettura sobria ed essenziale. Solo ora si individua il percorso, in salita, lungo un acciottolato che
conduce ad un antro oscuro. La locanda si riduce a una porta, a un antro, appunto.
L’edificio è, senza equivoci, simbolico. La sua linea
prospettica riprende la diagonale del monte che
si erge dietro il giardino della risurrezione. Siamo
nello stesso mistero, saliamo verso la stessa Presenza
alla quale però si è ammessi passando attraverso
l’oscurità della fede.
Seguendo la direzione suggerita dalle mura della locanda l’occhio, si dirige verso la scena dipinta in basso a sinistra del Tergo, dov’è collocato
l’inizio della narrazione: l’ingresso trionfale di Cristo
nella Gerusalemme terrena.
A Emmaus il percorso è compiuto, la folla è scomparsa, il trionfo lontano: siamo toccati dal Mistero
in maniera personale e discreta.
La croce si è interposta fra la Gerusalemme dei
trionfi e il cammino faticoso di Emmaus: qui ci sco-
priamo diretti verso una Gerusalemme che non
è di questo mondo, le cui porte sono oscure perché nascoste dentro il cuore dell’uomo. Qui arde
la fede, qui risiede la forza che apre gli occhi allo
stupore di vedere Dio presente nelle pieghe del
quotidiano. Da qui si riparte per la Gerusalemme
terrena, missionari di un annuncio: Davvero il Signore
è risorto ed è apparso a Simone! (Lc 24, 34).
*Dir. Uff. Diocesano Beni Culturali,
Chiese e Arte Sacra
Scarica

Scarica - Diocesi Suburbicaria Velletri