Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri - Segni Anno 9 - numero 4(85) - Aprile 2012 Aprile 2012 2 Ecclesia in cammino - La Visita pastorale alla Diocesi, + Vincenzo Apicella - L’Angelus di Benedetto XVI nella IV domenica di Quaresima, S. Fioramonti p. 3 - Progetto Policoro, Claudio Gessi p. 23 p. 4 - Catechisti, tre testimonianze: Lo Spirito Santo è sempre all’opera... e noi siamo solo uno strumento! p. 24 - 25 Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri-Segni Direttore Responsabile Mons. Angelo Mancini Collaboratori Stanislao Fioramonti - L’Antilingua, la “salute laica” e quei barbari “diritti civili”, P. G. Liverani p. 5 - “Vocazioni, doni della carità del Signore”, mons. Franco Risi p. 26 - “Per - Dono” è stato il tema del primo degli incontri quaresimali organizzato dai parroci di Velletri, Lariano e Landi, sintesi a cura della redazione - Per scegliere....La Vita consacrata, Sr. Apostoline p. 27 Tonino Parmeggiani p. 6 - Dio nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici,F. Cellucci p. 28 - L’Operatore pastorale: strumento di Grazia, Claudio Capretti p. 8 - Festa al Seminario Leoniano nel giorno di S. Giuseppe, F. Cellucci p. 29 - L’Infinito, p. 9 - Gaetano e Monica Di Laura: in cammino..., diac. Gaetano Di Laura p.30 Sara Gilotta - Studenti universitari oggi, G. Abbate - Honduras e Isola di Famosi: che c’entra?, S. Fioramonti p.10 Mihaela Lupu Proprietà Diocesi di Velletri-Segni Registrazione del Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l. p. 11 - L’origine del toponimo “Jo lago” nella città di Segni, F. Canali - Triduo Pasquale. Riflessioni per la celebrazione della Pasqua, don A Pacchiarotti p. 12 - Pasqua 2012, V. Calenne p. 13 - Maria di Madgalae la Misericordia, Claudio Capretti p.14 - La Risurrezione dei morti, Sr. Monastero Madonna delle Grazie Velletri p. 15 - Nel pensiero di S. Bruno: L’infinita ed inesauribile forza della carità, don D. Valenzi - Velletri, l’edicola Madonna del Buon Consiglio, arch. A. Ronzani p. 31 p. 32 p. 33 - Accadeva a Gavignano nel 1865, Francesco Canali p. 33 - La condizione contadina a Valmontone all’inizio del novecento, S. Fioramonti p. 34 Redazione Corso della Repubblica 343 00049 VELLETRI RM 06.9630051 fax 96100596 [email protected] A questo numero hanno collaborato inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, mons. Franco Risi, mons. Franco Fagiolo, don Antonio Galati, Sr. Apostoline Velletri, don Marco Nemesi, don Daniele Valenzi, p. Vincenzo Molinaro, don Andrea Pacchiarotti, Sr. Monastero Madonna delle Grazie Velletri, Giovanna Abbate, Vincenza Calenne, Pina Turco, Claudio Gessi, Mara Della Vecchia, Ufficio Catechistico, Claudio Capretti, Fabricio Cellucci, Pier Giorgio Liverani, Antonio Venditti, Sara Gilotta, Gaetano Sabetta, diac. Gaetano e Monica Di Laura, Francesco Canali, arch. Alvaro Ronzani, FabioPontecorvi. Consultabile online in formato pdf sul sito: www.diocesi.velletri-segni.it - Il Silenzio nella celebrazione eucaristica, mons. Franco Fagiolo - La Cresima / 3: effetti e implicazioni, don A. Galati DISTRIBUZIONE GRATUITA p. 35 p.16 In copertina: La Santa Trinità (visita Abramo) - La vela e il vento... Centro per la Famiglia, Pina Turco - La riconciliazione come nuovo paradigma della missione, Gaetano Sabetta p.17 p. 18 - “Signore, ritorna!... vieni e visita la tua vigna.” Lettera pastorale 2012 p. 19 - 22 - Educazione politica, A. Venditti p. 36 - La Giornata diocesana della Famiglia all’Acero, p. V. Molinaro p. 37 -Duccio da Boninsegna, I Discepoli di Emmaus, “Maestà”, don M. Nemesi p. 38 - Le passioni di Bach, Mara Della Vecchia p. 39 icona russa, autore ignoto 1690, Ikonen Museum, Recklinghausen Il contenuto di articoli, servizi foto e loghi nonché quello voluto da chi vi compare rispecchia esclusivamente il pensiero degli artefici e non vincola mai in nessun modo Ecclesìa in Cammino, la direzione e la redazione Queste, insieme alla proprietà, si riservano inoltre il pieno ed esclusivo diritto di pubblicazione, modifica e stampa a propria insindacabile discrezione senza alcun preavviso o autorizzazioni. Articoli, fotografie ed altro materiale, anche se non pubblicati, non si restituiscono. E’ vietata ogni tipo di riproduzione di testi, fotografie, disegni, marchi, ecc. senza esplicita autorizzazione del direttore. Aprile 2012 3 Vincenzo Apicella, vescovo S embra doveroso, anzitutto, ringraziare da queste stesse pagine la redazione di Ecclesia, in particolare il redattore e responsabile unico don Angelo Mancini, e quindi don Franco Diamante, don Mauro De Gregoris, don Antonio Galatie Claudio Gessi per quanto hanno voluto scrivere e pubblicare nel 40° anniversario della mia Ordinazione sacerdotale, corredandolo con foto d’epoca, in cui i capelli erano ancora neri. Confesso che non era mia intenzione occupare due intere pagine di giornale, non per modestia, ma per la vecchia tentazione, rimproveratami più volte in passato, di evitare accuratamente di essere “edificante”. Comunque, debbo anche confessare che 40 anni di sacerdozio non sono ancora bastati per essere prete come vorrei e come dovrei e, credo, non basteranno neanche i prossimi 40, ma non mettiamo limiti alla divina Provvidenza e Misericordia. Quando leggerete questo numero saremo in pieno clima pasquale e la Croce e la Resurrezione di Gesù rimangono sempre la sorgente della nostra speranza, il fondamento della nostra fede, il motivo della nostra comunione e del nostro cammino comune. Come è ormai consuetudine, in questa occasione sarà consegnata alla Chiesa di Velletri-Segni la Lettera pastorale, che troverete più avanti e che quest’anno ha per tema un evento importante, che vivremo insieme nel prossimo futuro: la Visita pastorale alla Diocesi. Il vescovo, aiutato dai collaboratori, percorrerà tutte le parrocchie, soffermandosi per alcuni giorni in ciascuna di esse, per partecipare alla loro vita quotidiana, per condividerne le gioie e le sofferenze, per ascoltare, incoraggiare e sostenere quanti portano il peso dell’impegno pastorale ordinario e per incontrare tutti quelli che lo desiderano, possibilmente anche quelli che di solito non frequentano la parrocchia. Si tratta di una preziosa occasione che lo Spirito Santo ci offre per conoscerci meglio, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone, come ci indicava il Papa nel Messaggio quaresimale, per verificare il nostro impegno e rilanciarlo con più entusiasmo e determinazione. La Lettera è articolata in tre punti: nel primo si è cercato di presentare le motivazioni profonde della Visita pastorale, che hanno la loro radici nella Parola di Dio, il quale è il suo vero centro e il suo vero protagonista. Cristo Crocefisso e Risorto è il Pastore e Vescovo delle nostre anime (1Pt.5,4) e il vescovo transitorio, che lo rappresenta, è il primo destinatario e, allo stesso tempo, il povero strumento della Sua visita. Nel secondo punto vengono illustrati gli aspetti ecclesiali della Visita, attraverso una lettura sintetica dei documenti del Magistero, che indica in questa provvidenziale istituzione uno dei momenti più importanti e qualificanti del ministero episcopale e della vita diocesana. Essa è stata sancita e codificata definitivamente dal Concilio di Trento, cinque secoli fa, ma è nei documenti più recenti, a partire dal Concilio Vaticano II, di cui celebriamo quest’anno il cinquantesimo dell’apertura, che troviamo le indicazioni più puntuali e adeguiate al tempo e ai problemi che viviamo. Infine, nel terzo punto, si è cercato di riassumere e ripercorrere l’itinerario seguito dalla Diocesi, soprattutto negli ultimi anni, mostrando la logica che lo ha guidato e le prospettive che si profilano dinanzi a noi, anche facendo nostri gli orientamenti e le linee programmatiche di tutta la Chiesa italiana. La Visita pastorale, per essere efficace, necessita di un adeguato periodo di preparazione, in cui le parrocchie sono invitate ad approfondire i suoi contenuti, a prendere coscienza della propria realtà, a valutare le risorse e le criticità delle proprie situazioni, a risvegliare nella preghiera le proprie energie spirituali. Il vescovo, come si è detto, sarà accompagnato nella Visita da alcuni collaboratori, che si occuperanno di alcuni aspetti specifici, come quello amministrativo, della tenuta dei registri parrocchiali, della condizione e della conduzione degli immobili e dei beni culturali e ogni visita, a partire dal gennaio 2013, seguirà un programma concordato con la Segreteria. Al termine, ogni parrocchia riceverà una relazione con le osservazioni e l’incoraggiamento del vescovo a proseguire il cammino iniziato. Il Signore Risorto ci accompagni in questa iniziativa, che non vuole avere un rilievo soltanto formale, ma, con la sua Grazia, desidera costituire un momento di verifica e di vero rilancio pastorale della Diocesi. Per questo è necessaria la disponibilità, ma, anzitutto, la preghiera di tutti, poiché, come tante volte si è ripetuto, la Chiesa non è una associazione di persone bene intenzionate, né, tantomeno, una azienda che deve aumentare la produttività, ma il Corpo vivente di Cristo, che, attraverso di lei, vuole essere presente nella storia e nei luoghi di vita degli uomini. Cristo, nostra speranza, è veramente risorto! Buona Pasqua. Aprile 2012 4 Stanislao Fioramonti E ’ un cammino con Gesù attraverso il «deserto», un tempo in cui ascoltare maggiormente la voce di Dio e anche smascherare le tentazioni che parlano dentro di noi. All’orizzonte di questo deserto si profila la Croce. Gesù sa che essa è il culmine della sua missione: in effetti, la Croce di Cristo è il vertice dell’amore, che ci dona la salvezza. (...) Gesù sarà innalzato sulla Croce, perché chiunque è in pericolo di morte a causa del peccato, rivolgendosi con fede a Lui, che è morto per noi, sia salvato. «Dio infatti – scrive san Giovanni – non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17). Commenta sant’Agostino: «Il medico, per quanto dipende da lui, viene per guarire il malato. Se uno non sta alle prescrizioni del medico, si rovina da solo. Il Salvatore è venuto nel mondo … Se tu non vuoi essere salvato da lui, ti giudicherai da te stesso» (Sul Vangelo di Giovanni, 12, 12: PL 35, 1190). Dunque, se infinito è l’amore misericordioso di Dio, che è arrivato al punto di dare il suo unico Figlio in riscatto della nostra vita, grande è anche la nostra responsabilità. (...) Scrive ancora sant’Agostino: «Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio … Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano con il riconoscimento delle opere cattive» (ibid., 13: PL 35, 1191). (...) E’ importante allora accostarsi con regolarità al Sacramento della Penitenza, in particolare in Quaresima, per ricevere il perdono del Signore e intensificare il nostro cammino di conversione”. Concluso il commento al momento liturgico, il papa è passato a vari temi di attualità: il suo prossimo onomastico, la Giornata mondiale dell’Acqua e soprattutto il suo cordoglio per la tragedia dei bambini belgi deceduti in Svizzera nell’incidente del loro pullman che li riportava a casa. “Cari amici, domani celebreremo la festa solenne di san Giuseppe. Ringrazio di cuore tutti coloro che avranno per me un ricordo nella preghiera, nel giorno del mio onomastico. In particolare, vi chiedo di pregare per il viaggio apostolico in Messico e Cuba, che compirò a partire da venerdì prossimo. Affidiamolo all’intercessione della Beata Vergine Maria, tanto amata e venerata in questi due Paesi che mi accingo a visitare. Ieri si è concluso, a Marsiglia, il VI Forum mondiale dell’acqua, e giovedì prossimo si celebrerà la Giornata mondiale dell’acqua, che quest’anno sottolinea il fondamentale legame di tale preziosa e limitata risorsa con la sicurezza alimentare. Auspico che queste iniziative contribuiscano a garantire per tutti un accesso equo, sicuro e adeguato all’acqua, promuovendo così i diritti alla vita e alla nutrizione di ogni essere umano e un uso responsabile e solidale dei beni della terra, a beneficio delle generazioni presenti e future. Che questo tempo di Quaresima – ha aggiunto il papa parlan- do in francese – ci permetta di riorientare la nostra vita su Cristo, che si è caricato delle nostre sofferenze e delle nostre pene. Affido a lui il dolore dei genitori belgi che, per il tragico incidente in Svizzera, hanno perso i loro figli, e quello di coloro che si sono visti privati di un parente. Assicuro a loro la mia vicinanza e la mia preghiera”. Dopo il saluto ai pellegrini di lingua francese, il papa si è rivolto a quelli di lingua inglese, tedesca, spagnola, croata, slovacca, polacca, salutando tutti con affetto e chiedendo preghiere e vicinanza spirituale sia per il suo onomastico dell’indomani (S. Giuseppe, 19 marzo), sia per il prossimo viaggio apostolico transoceanico in Messico e a Cuba, che ha affidato alla Vergine Maria, tanto venerata in quei due Paesi, specie con gli appellativi di Guadalupe e della Carità. Infine il saluto ai pellegrini italiani, tra i quali erano quindici operai e sindacalisti dell’Alcoa di Portovesme con le loro famiglie; ad essi e alle rispettive famiglie ha assicurato la sua preghiera e la sua vicinanza, “auspicando che la loro difficile situazione, come altre simili, possa avere un’adeguata soluzione”. La fabbrica di alluminio sarda, inserita nel polo industriale del SulcisIglesiente anch’esso in difficoltà, è proprietà di una multinazionale statunitense che ha minacciato tra breve la sua chiusura; questo porterebbe al licenziamento dei 500 dipendenti, mentre altri 350 lavoratori delle imprese degli appalti e altri 1500 operai dell’indotto rischierebbero la perdita del posto di lavoro. La speranza è che, grazie anche alla solidarietà dimostrata dal papa, si trovi un modo per impedire questa sciagura. Aprile 2012 Pier Giorgio Liverani C ome le lingue normali, vale a dire quelle che sono composte di parole veritiere, ossia che dicono ciò che chi le parla vuol significare, sono perennemente in crescita, anche l’Antilingua è in continua crescita. Essa aggiunge continuamente al proprio “patrimonio” lessicale parole nuove nate dalla maliziosa e fervida fantasia di una certa cultura che alla vita (anche la parole concorrono a comunicarla, a favorirla, a sostenerla e assai spesso a salvarla o a generarla) preferisce la morte (con opposte intenzioni e con tragici risultati). L’Antilingua è fatta di parole dette per non dire quello che si ha paura di dire e, purtroppo, sta rapidamente sostituendo la lingua autentica, come già si era trattato su questa Rivista nel dicembre del 2005 (come passa veloce il tempo…). Mi sembra perciò opportuno e forse doveroso riprendere a parlarne sia pure nella ristrettezza di documentazione che lo spazio consente. Oggi ci limiteremo, perciò, a evidenziare alcuni nuovi termini di fresca data, ma che dimostrano bene non soltanto l’inganno che nascondono, ma anche la stravolta mentalità o “cultura” di chi le inventa e di chi le usa. La più fresca è nata alla fine di gennaio a Reggio Emilia, dove un convegno promosso da un’associazione dal nome impegnativo – “Iniziativa Laica” – contestava il lodevole accordo raggiunto a Correggio, grosso paese della provincia, tra il Movimento per la vita e il Comune (maggioranza e Sindaco Pd) per sostenere finanziariamente (in tutto diecimila Euro) le gestanti indotte ad abortire per le loro misere condizioni economiche. Si trattava, sosteneva Iniziativa Laica, di un attentato alla Legge 194 e al “diritto di aborto” delle donne. L’aborto volontario, ha detto la promotrice del convegno, è un aspetto della «salute laica» della donna: una definizione tanto assurda 5 e ingannevole da indurre a qualche complimento per la creatività della Signora in proposito (la quale, però, ha trascurato quella che, analogamente, si potrebbe definire l’uccisione laica del concepito. Nonostante ciò – tanto per la cronaca – il convegno si è concluso con il dichiarato intento del Consiglio provinciale di Reggio di mettere allo studio un analogo sostegno economico a favore della maternità allargato a tutto il proprio territorio.Una seconda antiparola, un po’ meno fresca della salute laica, è «omogenitorialità», costruita su misura per indicare uno dei cosiddetti diritti civili delle persone omosessuali, in realtà un termine che afferma una cosa fisicamente impossibile per gli evidenti motivi che da una coppia di soli uomini o di sole donne nessuna genitorialità può scaturire, essendo questa condizione sterile per definizione e – ammesso che il termine sia ammissibile – per natura. In entrambi i casi, come si sarà certamente notato, è emerso il nome “diritto”, che però è stato usato in un modo – come dire? – illegittimo, perché palesemente e per vari e diversi motivi né il diritto di aborto né il diritto di omogenitorialità sono diritti: il primo perché è assurdo definire diritto un’azione che toglie la vita a una creatura, il secondo per ragioni che diremo fisiologiche. L’aborto e l’eutanasia – scriveva nella sua enciclica Evangelium Vitæ il beato papa Giovanni Paolo II – «sollevano problema di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di “delitto” e ad assumere paradossalmente quello del “diritto” al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l’intervento gratuito degli stessi operatori sanitari» (corsivi nell’originale). Sono considerati oggi diritti civili, oltre l’aborto e l’eutanasia, anche il divorzio, il matrimonio omosessuale, la fecondazione artificiale omologa ed eterologa, la sperimentazione sugli embrioni, il cosiddetto “testamento biologico” (con il conseguente dovere del medico di dargli esecuzione), la droga eccetera. Grazie a questi “diritti” si praticano oggi in Italia circa 115mila aborti legali più altri venti o trentamila clandestini, più un numero non calcolabile ma altissimo di aborti precocissimi con le “pillole del giorno dopo” e “di cinque giorni dopo”. Solo in Italia dal varo della legge 194 a tutto il 2010 si sono praticati cinque milioni 300mila aborti. S e ne fanno 43milioni 800mila l’anno in tutto il mondo, cioè circa un miliardo e 400mila nei medesimi 34 anni (i dati sono forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità). Per non citare, per esempio, le statistiche delle eutanasie, dei suicidi assistiti, delle unioni omosessuali. Sono questi gli effetti terribili della cultura radicale, che tuttavia pare non smuovano di un millimetro le certezze giuridiche e morali “laiche” dei difensori dell’aborto. In un suo libro-intervista da poco in vendita la onorevole, perché deputata, Emma Bonino difende «I doveri della libertà». Sono sue parole: «Via via che approfondivo l’esperienza radicale mi sono formata una sorta di “religione” laica, fatta di consapevolezza dei doveri del cittadino nei confronti di se stesso e della collettività. Cardini di questa religione laica sono il rispetto e la promozione dei grandi diritti umani e civili, dovunque siano calpestati». Abbiamo appena visto qualche cosa di ciò che provocano i barbari diritti civili (che non si possono affiancare, come invece fa la Bonino, ai civilissimi diritti umani, perché ne sono l’esatto opposto) e con quale disinvoltura questa signora parli di “religione” coprendola per di più del manto, in questo caso indegno, di “laica”. Ma tutto ciò dev’essere considerato il risultato della diffusione dell’Antilingua1 che ha modificato la cultura della vita in cultura di morte. 1 Un breve trattato e un ampio Dizionario dell’Antilingua sono contenuti nel volume La Società Multicaotica, Ed. Ares, Milano, 2005, dell’Autore di questo articolo. Aprile 2012 6 sintesi dell’intervento a cura della redazione ingrazio prima di tutto il vostro vescovo e tutti i parroci che hanno avuto l’ardire di entrare in un argomento così difficile. Io credo che, in qualche modo, ciascuno di voi è stato toccato dal dolore e quindi la realtà del dolore ci appartiene. Quindi, nel ringraziare il vescovo e i sacerdoti, ringrazio ognuno di voi. Siamo in un tempo molto buono, almeno per chi tenta di credere, ci stiamo avvicinando a una data importante che è la nostra resurrezione, perché questo dovrebbe essere il giorno di Pasqua, ma è un giorno che lo si può vivere per 365 volte nell’anno. Quello che è importante è capire perché siamo qui e che cosa il Santo Padre ha voluto dirci con il tema la Responsabilità verso l’altro che implica ovviamente anche il tema del Perdono. (…) Sono nato nel ’46, sono figlio di un siciliano e di una dalmata, sono stato concepito in Sicilia, nato in provincia di Padova, vivo attualmente in provincia di Udine. Ho ricevuto molti doni dal “patrone di casa”, che noi chiamiamo Dio, tra questi doni anche dei figli. Io questa sera sono qui, intanto con molto piacere perché ci siete voi, ma sono qui per fare un servizio a chi mi ha detto: “Vai!”. E spero di farlo bene, spero anche nel vostro aiuto per riuscire a farlo bene! Il primo gennaio del 1990 alle 3.42 del mattino mio figlio Nicola e la sua ragazza Elena, in un incidente stradale, lasciano questa terra. Non vi nascondo che in quel tempo il rapporto fra me e Dio copriva una distanza che potrebbe essere quantificata in qualche anno luce. Vivevo da miliardario, perché lo ero, e quindi con i pochi pregi dei miliardari e molti difetti. Ed era vero che era più facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che non per un ricco che aveva speso la propria anima per la ricchezza, entrare nel Regno dei cieli. Ci sono state molte chiamate del Signore, ma io non le sentivo … R Ero troppo distratto dalla realtà terrena, dalla materialità, dagli idoli che mi portavo in tasca. C’è stato un urlo, dove non ho più potuto fingere di non sentire, quando è stato fatto il nome: “Nicola torna a casa!”. Ed io ero convinto che Nicola fosse mio … Ma c’è stato qualcuno che ha detto: “Torna a casa!”. Io ho tentato davanti alla bara di mio figlio di fare degli accordi, ma non si è firmato nessun accordo. Nicola è tornato a casa … Ecco, da quel momento è iniziato un cammino che continua ed io mi auguro che non debba continuare anche dopo che sarà fatto il mio nome, spero di arrivarci prima al traguardo. E quando ci lasceremo io vi dirò che mi ricorderò di voi nelle mie preghiere e vi chiederò di ricordarmi nelle vostre. Questo cammino ha fatto sì che si cominciassero a togliere tante, tante impurità, a capire che probabilmente il Donatore è più grande e più importante del Dono, e che, con ogni probabilità, quel dono che mi era stato fatto non lo avevo accolto nel nome del Donatore, ma mi ero adagiato a una realtà che è comune a tutti: lo si fa perché cosi è! Ci si sposa, si va in chiesa per tradizione, si battezzano i figli perché è tradizione farlo, perché magari in paese … poi magari qualcuno non chiacchieri … ma la responsabilità non la mettiamo mai nel conto vero. E allora nascono delle domande importanti, credo, per ognuno di noi, anche vedendo ciò che accade fuori di casa nostra: Ma il Signore dov’è? Dov’è il Signore quando ti uccidono un figlio, quando violentano una ragazzina o un bambino, quando rapiscono … e tutto quello che accade, non facciamo l’elenco altrimenti non finiamo più. Avete mai provato a pensare che il Signore è proprio lì, dove succede quel fatto? La risposta che Dio ci da in quel momento è: Io ero già lì, prima che accadesse! La mia risposta (…) è un nome: è Gesù! (…) Il Padre Eterno che accetta di farsi inchiodare su una croce il proprio figlio (– n. red. ) perché mi ama, ama me, ama ognuno di noi … ci ama, conosce tutti i nostri difetti. Ci ama! Ma non mi sta prendendo per le orecchie perché io ho difetti, non prende per le orecchie nessuno. Scusa sempre - sempre tutto – tutto - tutto! Vogliamo dire che in Gesù, questo Dio, c’è qualche cosa di sbalorditivo?! Questo Dio, in Gesù, frequenta ladri, prostitute, gente messa all’indice … Aprile 2012 Chissà quante volte noi mettiamo all’indice qualcuno? Gesù li frequenta, da mille spiegazioni del perché ... (…) È sbalorditivo questo Dio, ma è anche esigente, (…) perché perdona sì, è vero, tutto – tutto e sempre, ma nella stessa misura in cui perdoniamo noi! Se noi non perdoniamo, ma come possiamo pretendere di essere perdonati? Ma se noi non siamo capaci di amare, come possiamo pretendere di essere amati? Questo non è frutto di uno studio teologico; è un cammino iniziato il primo gennaio del ’90, ed è un cammino che continua, e ha avuto una parentesi il 17 settembre del 2007, quando mio figlio Giacomo, nel suo negozio dove acquistava oro, riceve un cliente, perché lo conosceva, (…) il quale aveva studiato sin dal mattino il modo di tentare una rapina. Approfittando del fatto che stavano lavorando per macinare l’asfalto davanti al negozio, quindi del rumore delle macchine, è entrato, ha chiuso la porta e con una pistola rubata, con cinque colpi tirati a Giacomo, lo fredda. Provate a immaginare che cosa può passare per la mente di un genitore che ha già sepolto un figlio di vent’anni, vent’anni e mezzo aveva Nicola quando ha lasciato questa terra … In una situazione famigliare molto difficile, perché poi quando accadono queste cose, e non c’è l’amore, la carta velina si strap- 7 pa, non ha consistenza. Voi provate solo a immaginare … In qualche modo bisogna proteggere l’ambiente. I giornali e le televisioni non te lo consentono. Prendo io l’iniziativa e mando delle lettere aperte alle redazioni dei giornali. La prima lettera che ho mandato è nata allora dal fatto che il mio primogenito, che quest’anno ha 45 anni, al comandante dei carabinieri responsabile delle indagini (…) disse: “O ti sbrighi a trovare chi ha ucciso mio fratello, o io te lo farò trovare alle porte di Bucarest in un sacco per le immondizie!” Un papà che ascolta una cosa del genere pensa: “Allora perdo anche questo figlio! Perché anche se non lo ammazzano, ma lui fa trovare l’assassino o gli assassini ammazzati, questi me lo sbattono in galera … È perso!, perdo anche questo figlio” ... Per cui nasce la prima lettera, una lettera nata dal cuore e guidata dalla ragione. È un atto di amore non solo verso mio figlio Michele, che è il mio primogenito, ma nasce anche dal fatto che chi ha commesso quel delitto …io non voglio nemmeno immaginare che cosa l’abbia spinto ad una azione di questo tipo. Probabilmente potrebbe capitare a me domani, a qualsiasi di noi, per ragioni che sono, da un punto di vista razionale, incomprensibili. Ma se quella mano l’avesse guidata Satana, cioè colui che divide, e quell’uomo appeso alla croce che si lascia uccidere per amore mio … è meno grande o è più grande di me? Io sono convinto che quella follia amorosa continui ancora oggi. E continua per ciascuno di noi. È talmente amante di ciascuno di noi che ogni giorno dà la sua vita, ogni giorno. I nostri sacerdoti celebrano l’Eucarestia tutti i giorni e tutti i giorni (Gesù – n. red.) dà la vita e c’è la Resurrezione. Provate a pensare di non essere semplici spettatori quando andate in chiesa per la celebrazione eucaristica, (…) che siete voi a celebrare l’Eucarestia e che il sacerdote è colui che presiede l’assemblea eucaristica. C’è un momento (…) che invita l’assemblea a pregare: “Pregate perché questo Mio e Vostro sacrificio salga gradito al Dio Padre Onnipotente”. In quel momento ognuno di noi fa parte del sacrificio e qualcosa dovrebbe mettere su quel altare, forse un po’ del proprio orgoglio, della propria superbia per chi ce l’ha … io dico un po’ di amore per gli altri che diventa amore per se stesso. Se non ci amiamo non possiamo amare nessuno. Lì dimostriamo di essere veri amanti, quando uscendo dalla celebrazione, siamo diversi da quando siamo entrati e gli altri ci devono vedere diversi. (…) Perché criticare (chi sbaglia – n. red.) invece di aiutarli, di essere loro vicini, di offrire qualche sacrificio personale al Signore perché vi aiuti ad essere servi fedeli? Sembrano cose dell’altro mondo ma sono banalità! È che non ci pensiamo … siamo talmente presi da altri problemi che non ci pensiamo! (…) Vi rendete conto che viviamo in un mondo che dovrebbe essere un paradiso terrestre e ci siamo riusciti a rovesciarlo tutto in funzione di che cosa? … di qualche Dio passeggero. Vi invito a prendere la parola PERDONO e di spezzarla: PER – DONO. Vogliamo provare a fare anche noi qualche dono, qualche azione che porti a dire questo lo faccio per – donare qualcosa? Non lo faccio per me! Lo faccio per quel disgraziato, per quel farabutto, per quel drogato, per quel ladro, per quell’assassino … Perché non sono meno amati da Gesù rispetto a noi, che ci pensiamo bravi. Non pensatelo mai, è una grave colpa... (…) Non vi voglio fare lezione, vi voglio invitare a riflettere da fratello a fratelli e sorelle, perché io vi vedo così. (…) Il Signore ha richiamato a casa due dei figli che mi aveva donato, ma vi assicuro che me ne ha dati tantissimi. Ricordo con una gioia immensa un carcerato di Rebibbia, dove sono stato a parlare, il quale mi scrive tutte le settimane chiamandomi papà. (…) È una cosa meravigliosa! Provate a pensare a quello che potreste fare nella vostra realtà, quindi la città di Velletri, nel quartiere in cui vivete, se ciascuno di voi con i talenti che ha ricevuto gratuitamente facesse qualche cosa per gli altri, quale esempio sarebbe questa comunità! Poi non aspettatevi riconoscimenti … (…) Vi invito a guardare la vostra carta di identità di cristiani, e in particolare di cristiani cattolici. Sapete quale è la carta di identità del cristiano cattolico? (…) Le Beatitudini sono la carta di identità del cristiano. Ma ricordatevi la quinta: “Beati i misericordiosi!” Gesù dice “Non voglio sacrifici, voglio misericordia” ed è questa la rotaia se non vogliamo fare deragliare il treno della nostra vita, la rotaia ha un nome: Gesù. Aprile 2012 8 Claudio Capretti “Andate anche voi a lavorare nella mia vigna (Mt 20,3-4) . La chiamata non riguarda soltanto i Pastori, i sacerdoti,i religiosi e le religiose, ma si estende a tutti: anche i fedeli laici sono personalmente chiamati dal Signore, dal quale ricevono una missione per la Chiesa e per il mondo”. C on queste parole il beato Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica “Christifideles Laici”, ci aiuta ad entrare sul ruolo che i laici devono avere all’interno della Chiesa. “Essi” ricordava Pio XII “si trovano nella linea più avanzata della vita della Chiesa. Perciò essi, specialmente essi, debbono avere una sempre più chiara consapevolezza, non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere Chiesa”. Appartenere al Corpo Mistico di Cristo, significa quindi esserne Suo membro vivo, creatura unica che realizzando la sua personale chiamata secondo il piano di Dio, realizza se stesso. L’invito del Signore: “Andate anche voi a lavorare nella mia vigna” lo coinvolge direttamente, lo chiama attraverso il lavoro nella Sua vigna alla santità, che, come ricordava la beata Madre Teresa di Calcutta:“non è un privilegio per pochi, ma un’esigenza per tutti”. La vigna in cui siamo chiamati a lavorare, non è mai un luogo astratto, ma un posto concreto, vero, reale, come la famiglia, il lavoro, le amicizie, e le nostre parrocchie. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che desidero soffermarmi, evidenziando la figura dell’operatore pastorale e quale tipo di collaborazione è chiamato a dare. Vorrei specificare che, indipendentemente da quale settore o ambito pastorale siamo chiamati ad operare , come quello sacramentale, familiare, carcerario, sanitario, giovanile, del lavoro, del- l’informazione,.. quello che deve essere chiaro è che l’operatore pastorale è chiamato a realizzare innanzi tutto una Pastorale. “La Pastorale”, afferma sant’Agostino, “è Cristo”. Da qui, si evince che un operatore pastorale per bene operare, deve appartenere a Cristo, essere suo, nel senso più profondo ed ampio della parola. E la strada maestra per appartenere a Cristo è quella di stare con Lui tramite la Sua Chiesa. E’ in fondo, la stessa pedagogia che Gesù ha avuto con i suoi. Infatti, Egli ha trascorso molto tempo con loro, amandoli, istruendoli alla Parola, avendo molta pazienza con loro e confermandoli nella fede prima ascendere al cielo e di inviare su di loro lo Spirito Santo. Cristo non ha formato degli specialisti dell’evangelizzazione, non li ha riempiti di tecniche sull’evangelizzazione, li ha riempiti di Lui della Sua Parola, ha formato dei testimoni, che, dopo il Suo ritorno alla casa del Padre, sarebbero stati in grado di continuare la Sua missione. Molti secoli dopo, un intellettuale lontano dalla Chiesa, Jean - Jaques Rousseau, constatava: ”Dopo la morte di Gesù Cristo, dodici poveri pescatori si accingono all’impresa di ammaestrare e convertire il mondo. Il loro metodo era semplice:predicavano senza artificio, ma con un cuore appassionato e, di tutti i miracoli di cui Dio onorava la loro fede, il più toccante era la santità della loro vita. I loro discepoli seguirono questo esempio e il successo fu prodigioso… La storia di questi primi tempi è un continuo prodigio”. Ma cerchiamo ora di entrare nello specifico della missione di un operatore pastorale, determinandone le modalità principali della sua collaborazione, per far questo mi riallaccio ad una legge della fisica, quella dei vasi comunicanti, pur riconoscendo l’accostamento riduttivo. Il vaso centrale (l’operatore pastorale), può riversare sul vaso che gli sta accanto (il suo prossimo), quello che ha ricevuto dal vaso più gran- de (Cristo). Ma quali particolarità deve avere il vaso centrale per assolvere alla sua funzione di vaso comunicante? Penso che debba essere principalmente vuoto, intendo privo di quel tipo di personalismo che rischi di inquinare il messaggio che deve travasare a chi gli sta accanto. La prima forma di collaborazione è quindi quella di entrare nella dimensione dell’accoglienza di Cristo nella propria vita, riconoscendo e sperimentando la Sua onnipotenza, la Sua signoria, la Sua misericordia, il Suo amore. Attraverso questo, egli, prendendo conoscenza dei suoi personali limiti, constata che nulla è impossibile a Dio. Il passaggio successivo è quello di entrare nella dimensione della gratuità, restituire gratuitamente quello che gratuitamente Dio ci è stato donato, in quel particolare ambito pastorale a cui si è chiamati. L’operatore pastorale, tramite i sacramenti, la preghiera, la direzione spirituale, il suo donarsi all’altro, rinnova e purifica la sua appartenenza a Cristo, ne diviene vetro trasparente attraverso il quale si rende visibile il Salvatore. In definitiva quindi, l’operatore pastorale non è mai esclusivamente la somma di un qualcosa (corsi, aggiornamenti, programmazioni, riunioni…) che hanno la loro utilità, ma è innanzi tutto un essersi riempiti di un Qualcuno, di Cristo. In fondo, è pur vero che un quadro senza cornice ha motivo di esistere e conserva il suo messaggio; una cornice senza un quadro, per quanto bella possa essere, non riuscirà mai a trasmettere il messaggio del quadro. Ma chi è in senso evangelico, l’operatore pastorale? Egli è il samaritano, che ha compassione del viandante malmenato dai briganti, che lo soccorre non improvvisandosi medico, ma portandolo nella locanda, o meglio nella Sua Chiesa, affidandolo alle cure dei medici, esattamente ai presbiteri; - egli è il contadino che vedendo il buon seme cadere su un cuore duro, distratto o affannato, non permette che quel seme cada invano, ma si mette a lavorare su quel particolare terreno (cuore), rendendolo idoneo ad accogliere il seme della Parola di Dio; - egli è il fratello maggiore del figliol prodigo, che corre dietro al fratello per non farlo andar via dalla casa del Padre, e se non ci riesce, veglia con il Padre in attesa che ritorni; - egli è il bracciante che pur essendo stato chiamato alla prima ora a lavorare nella Sua vigna, gioisce nel vedere che nel trascorrere la giornata viene raggiunto da altri braccianti, che non brontola perché il suo salario è come quello di chi ha lavorato meno di lui, anzi lo dona a quelcontinua a pag. 9 Aprile 2012 9 Sara Gilotta T utti gli uomini, credenti o no, talora senza volerlo e senza accorgersene, alzano i loro occhi, per guardare oltre la realtà nella quale sono chiusi fino a forme di totale nichilismo, per cercare di scorgere quaggiù o lassù almeno un “piccolo paradiso” capace di compensarli del contingente e spesso del male, in cui si sentono avvolti. Perché, e al di là di qualunque religione, è ben difficile per la natura umana scegliere di rimanere legata ad una finitudine assoluta e senza scampo che altro non può offrire se non solitudine e un continuo senso di morte. I testi sacri,che, tutti e senza eccezione,parlano del paradiso come luogo di beatitudine infinita riservato ai buoni, hanno anche mostrato l’importanza dell’infinitamente piccolo quale segno e luogo dell’infinità divina, come mostrano i Vangeli di Matteo e Luca, che esplicitamente ricordano che Gesù preferì i piccoli, di cui disse: ”tu che nascondesti queste cose ai sapienti e le rivelasti ai bambini”. Ai bambini e a tutti i “semplici”, agli uomini qualsiasi, quelli che non hanno potere e ricchezze, quelli insomma di animo puro, cui si rivolge il messaggio divino , troppo difficile da comprendere per chi è chiuso nell’egotismo assoluto. Ma anche molti poeti hanno scelto di cantare nelle loro opere i piccoli e gli emarginati e i mendicanti. Così per Emily Dickinson è la natura stessa nelle sue forme più umili che permette di vedere il giardino dell’eden, che diviene con assoluta semplicità un qualunque piccolo prato su cui fioriscono fiori di campo capaci di dare beatitudine e felicità più di quelli perfetti che adornano i giardini dei potenti. La poetessa inglese, infatti, ha sempre cantato ciò che è piccolo e più ancora ciò che è umile convinta che è in tali realtà che si deve cercare la voce dell’infinito. Perché è in esso che è racchiusa la voce di Dio , che, appunto, predilige i piccoli e le piccole cose, in cui più che altrove Egli fa brillare il miracolo presente nel quotidiano, in cui tutti possono riconoscere e contemplare l’opera straordinaria della creazione divina. Così la poe- segue da pag. 8 li che sono venuti dopo di lui, perché ha compreso che lavorare nella Sua vigna è già una ricompensa; - egli è l’apostolo Filippo che dopo aver convertito l’eunuco sparisce dalla sua vista e va altrove; - egli è la suocera di Pietro che appena guarita dalla febbre da Cristo, si mette a servirLo; - egli è colui che ha compreso che moltissimo gli è stato perdonato e molto deve perdonare, e non tanto perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non ha usato misericordia, ma soprattutto perché se ha gustato la dolcezza del perdono, non può non perdonare; - egli è Simone di Cirene, che aiuta Cristo pre- tessa, per la quale le sacre scritture furono sempre la base dei suoi versi, fece in un certo senso sue le parole di Gesù riportate nel Vangelo di Giovanni, quando il Cristo, per consolare i suoi discepoli, dice: “non sia turbato il vostro cuore . Credete in Dio e credete in me. Nella casa del Padre mio molte sono le dimore per voi ed io vi precedo per prepararvele”. E la dimora che la Dickinson sceglie per sé è sempre infinitamente piccola e infinitamente umile, così come lei stessa si sentiva, tanto che si rappresentò ora come un topolino,ora un insetto o una goccia che lotta con il mare prima di fondersi o perdersi in esso. E il mare può essere quello dell’amore terreno, ma può essere anche il tutto eterno, di cui la poetessa così dice: ”meditai su cosa fosse la beatitudine e se l’avrei sentita così vasta, se l’avessi raccolta nella mano, come un librarsi visto tra la nebbia”. La beatitudine raccolta in una mano piccola, ma capace di contenere quel che altrimenti sarebbe difficile persino da immaginare. Allo stesso modo un’altra poetessa Cristina Campo nei suoi componimenti ha saputo dischiudere il finito all’infinito, cercando di renderlo, per così dire, tangibile attraverso la scrittura, cui affidò il compito di tenere insieme il visibile con l’invisibile, così come la vita carnale con quella spirituale. Nella convinzione che tutto rimandi a realtà spirituali, che la poetessa desiderò ricercare continuamente, per individuare uno “spazio assoluto” libero “dalla feroce temporalità” che per lei fu innanzitutto quello della poesia. La poesia che divenne il luogo della bellezza, in cui riconobbe la presenza dell’infinito che divenne infine fede in Cristo, di cui dice: “ Quel Dio che offre a occhi mortali la suprema infermità di un costato aperto”, è la sola bellezza possibile, il solo infinito possibile. Un infinito che “parla” nel cuore di tutta l’umanità e ha suggerito opere d’arte immortali, anche quando , come nel caso di Leopardi una siepe cercava di impedire allo sguardo del poeta di “fingere interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete”. sente nel sofferente a portare la sua croce; - egli è il paralitico che non ha vergogna di portare con se il suo lettuccio, di far vedere quali peccati lo paralizzavano prima di essere stato sanato dal Signore e una volta guarito non esita a trasformarsi in anonimo barelliere, portando sulle sua spalle altri paralitici a Cristo; - egli, perché no, è il fariseo che pur essendo al primo banco, ha compreso di non essere migliore del pubblicano che è seduto all’ultimo banco, che lascia il suo posto e si mette a pregare con lui. L’operatore pastorale è Cur, che insieme ad Aronne tiene le braccia alzate di Mosè, è colui che fa la sua parte accanto all’alter Christus, cioè al sacerdote, che svolge il suo specifico servizio senza sovrapporsi o anteporsi a lui. Nell’immagine: Gesù Bambino dormiente nel giardino dell’Eden, XIX, Collezione Hiky Mayr. Entrambi, pur avendo due diverse strade alla santità, due diversi stati di grazia, sono chiamati, nell’esercizio della loro vocazione, a realizzare quelle opere che rendano maggior gloria a Dio. Cosa significhi la parola”maggior gloria a Dio” lo spiega bene San Basilio ai suoi monaci nell’Omelia al salmo 29: “In senso spirituale il nostro corpo è un salterio accordato con arte per accompagnare inni al nostro Dio. Le azioni del corpo sono la musica; esse rendono gloria a Dio quando, accordate al Verbo, non compiono alcuna azione dissonante”. Aprile 2012 10 Giovanna Abbate* Prologo E’ da qualche mese che avevo in mente di scrivere poche righe per raccontare una breve storia di vita quotidiana da insegnante in un Ateneo statale, semplicemente perché mi ha dato modo di riflettere sul vero ruolo che devono rivestire, soprattutto in questo momento storico, quanti hanno il compito di “lavorare” con i giovani. Premetto che sono oramai tanti i docenti universitari ad aver percepito come il loro ruolo non sia più solo quello di “formare professionisti”, ognuno per la disciplina di propria competenza, ma anche di prendere per mano (soprattutto nei corsi di Laurea triennale) dei ragazzi in gran parte fragili, confusi, privi di capacità di osservazione ed analisi, come fossero studenti dei primi anni delle scuole secondarie superiori. Allo stesso tempo, però, negli Atenei opera anche un folto gruppo di professori che non dedica tempo ed energie sufficienti a compensare i vuoti culturali ed educativi dei giovani; barricati con supponenza nei propri microcosmi disciplinari, questi docenti vivono le loro giornate presi dalla frenesia di pubblicare miriadi di articoli iperspecialistici, spesso ripetitivi ed autoreferenziali, utili in buona parte solo alla propria carriera e al reperimento di risorse economiche per la ricerca. Della qualità della docenza praticamente mai nessuna verifica. Sta di fatto, come dibattuto ampiamente di recente da mass-media e politici, che la gran parte dei giovani protrae troppo gli studi, fondamentalmente perché privi di motivazioni, tanto in termini culturali quanto lavorativi, vista la conclamata situazione di crisi economica globale. E le motivazioni, sappiamo bene, rappresentano la fonte principale di energia che guida le scelte e le azioni dell’individuo, determinando l’impegno che si è disposti a profondere per raggiungere un obiettivo. Ma, lungi dal voler approfondire un tema così complesso nelle sue ricadute umane, sociali ed economiche, veniamo alla storia che mi preme raccontare. Studenti universitari oggi Un gruppo di studenti del terzo anno di Scienze Ambientali, prossimi al conseguimento della Laurea triennale, alla fine di un seminario sulle applicazioni di alcune tematiche di grande attualità, partecipa ad un acceso dibattito sulle reali possibilità di trovare un lavoro che richieda le competenze acquisite durante il Corso di studi. I ragazzi esprimono una grande disillusione, non sanno minimamente in che direzione muoversi; osservano, giustamente, come ad un gran parlare di ambiente, da parte soprat- tutto di “tuttologi”, non corrispondano reali prospettive di occupazione. Dopo aver fatto loro presente che, nel settore delle Scienze della Natura, in futuro ci sarà lavoro per chi sarà in grado di reperire risorse finanziarie dall’Unione Europea e dalle aziende private, consiglio di innescare rapporti di collaborazione sinergica con altre professionalità, come ad esempio ingegneri e architetti. Ma gli studenti, pur ascoltando con interesse, mantengono uno sguardo spento, diciamo da “sfigati”. Uno di loro, trasferitosi a Roma dalla sede de L’Aquila dopo il terremoto del 2009, confida che il padre lo accusa di continuo per aver scelto un corso di studi inutile, che non gli garantirà di che vivere. Resto per un po’ in silenzio, fino a quando avverto una sorta di illuminazione e ripeto quanto pochi giorni prima avevo avuto modo di ascoltare, nella cattedrale di S. Clemente a Velletri, dalla voce di Ernesto Olivero, fondatore del Sermig e dell’Arsenale della Pace di Torino: ”... dobbiamo imparare a camminare sulle acque, ….possiamo fare cose più grandi di Cristo, lo ha detto Lui”. Ho parlato con estrema libertà, seguendo quanto mi dettava il cuore e non l’intelletto, come non è consuetudine fare in una Facoltà scientifica di un Ateneo statale, affermando, convinta come sono in questa fase adulta della vita, che solo la speranza e la fede, uniti a competenze, impegno e spirito di collaborazione, possono portare buoni frutti. Finalmente il loro sguardo è cambiato, e Fabiana, una bellissima ragazza che non ha mai pensato di fare la velina, ha esordito con candore: “Vede… è di questo che noi abbiamo bisogno”. Dopo aver dialogato ancora per qualche minuto su questa scia emotiva, ci siamo salu- tati a pomeriggio inoltrato, sicuramente tutti un po’ rinnovati. Ho incontrato pochi giorni fa Fabiana in seduta di Laurea; la prima cosa che ha voluto dirmi, prima della discussione dell’elaborato finale, è stata: “Ora so cosa devo fare … grazie!”. Riflessioni Quanto accaduto sta a dimostrare una cosa di sorprendente semplicità: è da noi adulti, privilegiati figli del boom economico di metà Novecento, che i ragazzi attendono di ricevere, in modo chiaro ed energico, e non ovattato, messaggi di speranza e di fede, per trovare forza e motivazioni in un mondo che cambia troppo in fretta. Oggi invece “i giovani si trovano spesso a confronto con figure adulte demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che suscitino amore e dedizione” (Educare alla vita buona del Vangelo I, 12). Non credo vi siano scelte politiche e riforme che possano compensare carenze di tipo essenzialmente educativo e culturale. Sono gli insegnanti delle scuole secondarie superiori e delle Università (oltre ovviamente alle famiglie) ad avere grandi responsabilità nei confronti dei giovani. E l’unica via che i docenti possono percorrere è di una ovvietà disarmante, valida in qualunque momento storico: svolgere il proprio lavoro con grande impegno e professionalità e fortificarsi nella fede, nella speranza e nella carità, così da poterle manifestare in un rapporto amorevole con gli studenti e, perché no, anche con i colleghi “distratti”. *Docente di Geobotanica presso l’Università La Sapienza di Roma Aprile 2012 Stanislao Fioramonti n missionario comboniano che conosce l’Honduras - definito “Somalia del Centroamerica” per essere dopo Haiti la nazione più povera dell’America Latina, ma che dalle parti nostre è noto, forse, solo per essere la “location” dell’Isola dei famosi, il programma televisivo più insulso di sempre (insieme al Grande Fratello), ma che ogni anno ritorna a spese dei contribuenti e a dispetto della vergogna (siamo credo alla nona edizione!) – ha scritto alla direzione della RAI una lettera cui pochissimi media hanno dato il risalto che merita. D’altra parte è ormai chiaro che il tanto enfatizzato canone televisivo serve ai programmatori del cosidetto servizio pubblico per finanziare programmi falsamente realistici (li chiamano appunto reality shows), pieni di false situazioni drammatiche e di falsi sentimentalismi, piuttosto che programmi che raccontino la realtà com’è davvero. Si parla delle vicende dei falsi profughi e non delle centinaia di morti che quotidianamente, per una violenza determinata soprattutto dal narcotraffico, colpiscono un paese piccolo e drammaticamente in difficoltà, che ha il solo “torto” di avere una natura meravigliosa . E’ veramente doveroso per noi leggere e meditare la lettera del p. Ceola; può servirci a “fare Quaresima” nel nostro cuore e a dare finalmente importanza alle cose che la meritano, invece che alle stupidaggini. (S. F.) U LETTERA APERTA ALLA RAI Dal 2003 si svolge con regolarità il reality show L’Isola dei famosi, programma trasmesso dalla rete nazionale Rai2. Con tutta sincerità, ma senza nessuna vergogna, ammetto di non conoscere nulla di questo programma, non avendo mai voluto seguirlo: ammetto di avere dei preconcetti verso tutti quei programmi che vengono qualificati come reality show. Purtroppo però alcune immagini le ho viste, vuoi al telegiornale, vuoi mentre ne fanno pubblicità; ma vi assicuro che non mi hanno fatto assolutamente cambiare idea. Il preconcetto resta, anzi, forse è diventato sempre più un concetto chiaro. Ma veniamo al motivo per cui scrivo questa lettera. Vi siete mai chiesti dove si trovi questa famosa isola? Su Wikipedia trovo quanto segue: «Le prime tre edizioni hanno avuto come location la Repubblica Dominicana, precisamente nella penisola di Samaná. Dalla quarta alla sesta edizione lo spettacolo si è spostato a Cayo Cochinos ( cochino in spagnolo significa maiale, ndr), in Honduras. Invece, causa colpo di stato in Honduras, nella settima edizione il reality show si è svolto 11 a Corn Island, in Nicaragua, salvo poi tornare in Honduras dall’ottava stagione». E l’Honduras dove si trova? Si trova nell’America Centrale. Che dire di questo paese? Padre Andres Tamayo, sacerdote hondureño, militante ecologista, che ha più volte subito nella sua vita minacce e attentati, ci dice questo: «Attualmente in Honduras permane una situazione di destabilizzazione. Chi detiene il potere politico ed economico vuole continuare a farlo, e ciò a spese dei diritti umani, che vengono costantemente violati. La popolazione continua a lottare per la democrazia, ma dal colpo di Stato (nel 2009, anno in cui i “famosi” fuggirono su un’altra isola, ndr) ad oggi non ci sono stati cambiamenti apprezzabili. Il governo attuale si pone in continuità con i golpisti e persegue gli stessi obiettivi, nonostante cerchi di “ripulirsi” l’immagine internazionale. Ultimamente ha annunciato di voler privatizzare i settori della sanità e dell’educazione. Il popolo ovviamente non accetta tutto questo e continua ad opporsi, nonostante la repressione». Alla domanda: «Lei si è battuto molti anni per la difesa del patrimonio ambientale dell’Honduras (come leader del Movimento ambientalista del Olancho-Mao). Chi vuole mettere le mani su questo patrimonio?» così risponde: «Sono soprattutto imprese transnazionali, alcune anche italiane, non registrate in Europa ma operanti in Honduras, come la Sansoni e la Lamas. Vendono il legname in primo luogo negli Stati Uniti e poi in Europa, a Paesi come la Germania e l’Inghilterra. Il contadino viene spinto, con metodi legali e illegali, a deforestare selvaggiamente. A volte le imprese pagano i contadini affinché svendano il legname e il contadino alla fine cede, lo fa. L’impoverimento a lungo termine dell’ambiente avrà ovviamente conseguenze pesanti per lui. Dopo il golpe la situazione è peggiorata perché il potere delle società transnazionali è enormemente cresciuto». Oltre a questo l’Honduras è considerato il secondo Paese più povero, sarebbe meglio dire impoverito, dell’America latina (il 65% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, n.d.R.) e, secondo il cardinale Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa, «il Paese sta sanguinando, ferito a morte dalla violenza, dalla povertà crescente, dalla mancanza di rispetto per la vita e dalla corruzione tra le forze dell’ordine». L’Honduras, con circa 8 milioni d’a- bitanti, vive un’ondata di violenza che, secondo le organizzazioni dei diritti umani e la stampa locale, provoca una media di 20 morti al giorno. Secondo i dati dell’Osservatorio della violenza dell’Università Nazionale Autonoma dell’Honduras, nel 2011 il paese ha registrato 81,5 omicidi per 100mila abitanti, ben al di sopra della media mondiale di 8,8 secondo i dati offerti dalle Nazioni Unite. Una delle conseguenze di tutto questo? Il sovraffollamento nelle carceri. Come il carcere di Comayagua, a circa 80 chilometri a Nord della capitale Tegucigalpa. Carcere diventato tristemente famoso proprio ieri a causa di un incendio scoppiato all’interno della prigione, per cause non ancora ben definite. Un incendio che ha provocato più di 350 morti. E i nostri “famosi”? Continuano la loro farsa, la loro “lotta” per vivere in quell’inospitale isola, cercando di eliminarsi per vedere chi sia il più… non mi viene la parola. Mi dispiace per loro, ma per me i nostri “famosi” non sono altro che delle persone a cui nel loro Paese non manca nulla e che si prendono il lusso di fingere fame in un paese dove la fame c’è davvero, di fingere lotte per la sopravvivenza dove gente lotta e muore per davvero, di fingere urla di dolore o di rabbia dove più di 350 uomini hanno gridato, urlato la loro disperazione, il loro dolore nel vedersi intrappolati dalle fiamme. Come uomo, cristiano, sacerdote, missionario e abbonato Rai sento il diritto e il dovere di gridare: Basta!!! Chiedo a chi può di intervenire e di smettere di prendere in giro milioni di persone che, non solo in Honduras, ma in tantissimi altri paesi sono stanchi di essere sfruttati, umiliati, uccisi. Sono stanchi di vedersi sbattere in faccia la nostra ipocrisia, la nostra ricchezza, la nostra cultura. Ringraziandovi per l’attenzione vi porgo i miei più distinti saluti. 20.02.2012 Manuel Ceola, missionario comboniano Aprile 2012 12 don Andrea Pacchiarotti L a liturgia del Triduo pasquale, solennemente celebrato nella Settimana Santa, è una miniera inesauribile di spiritualità da cui non si finisce mai di estrarre i tesori nascosti. L’intento di questa nostra riflessione è un commento spirituale alla Preghiera Colletta del Triduo pasquale. Nella celebrazione dell’Eucaristia ha grande importanza la Parola di Dio, però non è meno importante l’eucologia, cioè la preghiera, che nasce dalla Parola ascoltata e diventa dialogo tra l’assemblea che celebra le meraviglie compiute dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito santo. Non sempre la preghiera della Chiesa è compresa dai fedeli nella sua profondità, per questo vorremmo presentare alcuni spunti meditativi che, forse aiuteranno a vivere in modo più profondo, a chiarire e approfondire alcuni aspetti teologici e rituali che celebriamo nel Triduo pasquale. «O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita». C on la celebrazione della Messa vespertina, detta in cena Domini, veniamo a trovarci in un orizzonte di luce, Cristo ci invita a un banchetto e tutto ci parla di un’intima riunione di famiglia: il colore bianco dei paramenti, i fiori, il suono delle campane. La colletta ci riporta nel cenacolo, dove Gesù, prima di andare alla morte, istituì il sacramento dell’Eucaristia, infatti, il testo dice questa sera siamo «riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore». Queste parole evidenziano che il sacrificio con cui Cristo si offrì al Padre, non si compie soltanto nella sua morte di croce, ma è già presente nel sacramento dell’Eucaristia, che egli istituisce dicendo sul pane «questo è il mio corpo», e sul vino «questo è il mio sangue». Dopo averci ricordato che nell’Ultima cena Gesù si offrì in sacrificio al Padre nei segni del pane e del vino. La nostra colletta afferma che egli «affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore». Gesù, infatti, donandosi sacramentalmente ai suoi discepoli disse: «prendete e mangiatene tutti; prendete e bevetene tutti; fate questo in memoria di me». Conferendo agli Apostoli questo mandato, Gesù li costituiva sacerdoti della nuova alleanza. Gli apostoli trasmisero tale ministero ai loro successori, e la successione continuò, continua e continuerà nella storia della Chiesa, fino al ritorno del Signore.In questa prospettiva, con la messa che stiamo celebrando, noi facciamo memoria anche dell’istituzione del sacerdozio ministeriale. La nostra colletta termina chiedendo: «fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita». Carità e vita si fondano insieme fino ad indicare la stessa cosa, cioè l’amore. La vita del cristiano è segnata dall’amore verso Dio, concretizzato nel servizio dei fratelli: di tale amore l’Eucaristia è la principale sorgente. «Ricordati, Padre, della tua misericordia; santifica e proteggi sempre questa tua famiglia, per la quale Cristo, tuo Figlio, inaugurò nel suo sangue il mistero pasquale» C on la Messa nella cena del Signore abbiamo iniziato il Triduo pasquale. In quella messa abbiamo celebrato l’offerta di Cristo al Padre per la nostra salvezza, ma a livello sacramentale, oggi con l’azione liturgica, facciamo memoria dello stesso sacrificio di Aprile 2012 Cristo, ma come fatto avvenuto nella storia. Trattandosi di un’unica celebrazione, iniziata ieri sera e che ancora continua, oggi non celebreremo l’Eucaristia; tuttavia faremo la comunione con il pane eucaristico consacrato ieri, e conservato nell’altare della reposizione. Le campane sono mute, gli altari sono spogli: tutto tace. Tutto quello che accade in questa celebrazione, deve colpirci profondamente, ma senza spaventare, poiché sotto l’oscurità del male c’è già il chiarore di un’alba nuova, c’è la nuova Vita che preme. La colletta inizia con una richiesta «Ricordati!», che significa «Guardaci con il cuore!»: «Ricordati, Padre, della tua misericordia; santifica e proteggi sempre questa tua famiglia, per la quale Cristo, tuo Figlio, inaugurò nel suo sangue il mistero pasquale». Il testo rende evidente che la misericordia di Dio è lui stesso, che da secoli e secoli, di generazione in generazione, riversa sugli uomini il suo amore, e non verrà mai meno nella sua fedeltà. Questa «misericordia», in quest’ora raggiunge il culmine della sua manifestazione: in un gesto d’amore il Padre ci dona il suo Figlio, immolandolo sulla croce per la nostra salvezza, per fare dell’umanità intera un’unica famiglia, per suggellare con il suo sangue la nuova ed eterna alleanza, secondo la fedeltà giurata ad Abramo e alla sua discendenza per sempre. 13 Mentre nella vita agitata del nostro tempo, è necessario che di tanto in tanto, cin introduciamo all’atmosfera meravigliosa del silenzio. Gesù che ora adoriamo sepolto, ma che tra poche ore acclameremo risorto… «O Dio, che illumini questa santissima notte con la gloria della risurrezione del Signore, ravviva nella tua famiglia lo spirito di adozione, perché tutti i tuoi figli, rinnovati nel corpo e nell’anima, siano sempre fedeli al tuo servizio» L a veglia che stiamo celebrando in onore del Signore risorto è il rito più solenne di tutto l’anno liturgico: dal seno di questa grande notte nasce il grande giorno che si diffonde nell’universo con un’esplosione di luce immortale. È Dio stesso ad illuminare la notte con le meraviglie che ha compiuto nel Figlio suo risuscitandolo dai morti. È’ nel cuore del silenzio notturno che si diffonde un messaggio di esultanza. «O Dio eterno e onnipotente, che ci concedi di cele- Tutto avviene «in questa santissima» e non in quella notte, perché la brare il mistero del Figlio tuo Unigenito, disceso nel- celebrazione del mistero rende presente l’evento della salvezza. In quele viscere della terra, fa’ che, sepolti con lui nel bat- sta notte, dunque ora, per noi Cristo morendo ha distrutto la morte e tesimo, risorgiamo con lui nella gloria della risur- risorgendo ci dà la vita. rezione» La colletta chiede al Padre di ravvivare per la sua famiglia riunita, la grazia della risurrezione, grazia che si estende a tutti i suoi figli di «adol sabato santo è il giorno del grande silenzio, agli agitati avvenimenzione»: non solo l’assemblea ma tutti sono ristorati dalla gioia pasquati del Venerdì fa seguito una profonda quiete. A livello celebrativo, oggi le. La Pasqua si celebra quindi non soltanto, dove si svolge la celebrazione sabato santo, non c’è l’Eucaristia, ma soltanto la liturgia delle Ore. liturgica, ma dovunque c’è un uomo credente, poiché per ogni uomo il Infatti, l’Eucaristia che celebreremo nella veglia pasquale della prossiCristo è morto e risorto. Nel mistero del Cristo risorto i figli sono «rinma notte appartiene alla Domenica di Pasqua. Sullo sfondo, sulle paronovati nel corpo e nell’anima». Verso i figli che hanno riacquistato, nel le dell’orazione della liturgia delle Ore, sostiamo con tutta la Chiesa in Figlio dilettissimo, la sua propria immagine, Dio Padre si protende con silenziosa preghiera. Questo silenzio ci aiuta a comprendere il dono delviscere di infinita tenerezza. L’impegno che scaturisce per i figli di adola vita; ci educa alla vita interiore e al colloquio con Dio. zione, perché la gioia possa davvero essere, piena è essere «sempre fedeli al tuo servizio». Non si può celebrare il Risorto, colui che si è immolato Oggi noi PASQUA 2012 per amore, tenendo il cuore chiuso ai fratelli; il cristiano uniti nell’amore è il figlio della gioia e tutti devono fare Pasqua nella gioia; possiamo far crollare Le tenebre furono vinte non si fa vera Pasqua se non insieme, non possiamo conogni barriera. la luce tornò a brillare tenerla egoisticamente, ma tale comunicazione di gioia il miracolo più grande pasquale avviene soprattutto amando con i fatti il nostro Oggi noi avvenne nel mondo prossimo. Una crescita nella fede: è quanto auspichiapossiamo quando mo per coloro che, accompagnati da queste povere riflesriaccendere e far brillare l’Agnello si fece immolare quella luce. sioni, entreranno nel Triduo pasquale non da spettatori per riscattare l’umanità. ma da protagonisti! Oggi noi Vincenza Calenne forti nella fede Accademica Tiberina possiamo abbattere ogni pregiudizio. I Aprile 2012 14 Claudio Capretti C ammino con cuore pesante verso il sepolcro, come chi segue un corteo funebre. Ogni lento passo conquistato verso la meta, aggiunge un peso in più al cuore, rendendo più faticoso la conquista del passo successivo. E’ come se il dolore, sommandosi di passo in passo, volesse di farmi desistere dall’andare nel luogo dove hanno messo il mio Maestro. Presto arriverà il giorno, ma la notte non è ancora finita. Un minaccioso cielo privo di stelle incombe su di me, come se volesse invadere un cuore già immerso nella tenebra. Lo guardo come a volergli dire: “Hai già riempito il mio cuore con la tua tenebra. Hai vinto, cos’altro vuoi da me?”. Neanche il pensiero dell’imminente arrivo dell’alba, mi giova. Mi fermo un poco appoggiandomi ad un albero per riprendere un po’ di fiato e mi rivedo ancora una volta sotto la tua croce o mio Signore. L’immagine della tua sofferenza, non mi ha mai abbandonato in questi due giorni; rivedo il Tuo volto sfigurato il tuo corpo martoriato e mi perdo in quella sofferenza che ancora non comprendo e non accetto. Non un sussulto di rabbia mi assale contro i tuoi persecutori, perché da quando mi liberasti dai miei nemici, niente è più stato come prima. Un dolore assale il mio cuore ripensando al Tuo dolore, a quello della tua amatissima Madre, raggiunta anche lei da un dolore immane,come trafitta da una spada invisibile. So già cosa mi troverò davanti stamane, una pietra posta come sigillo sulla tua tomba, sentinelle poste a vegliare un morto, per paura di cosa poi, non lo capisco davvero. Mi aiuteranno a rimuovere la pietra? Si muoveranno a pietà? Mi permetteranno di ungere con gli aromi il corpo del mio Signore? Lo sconforto mi dice di no, che sarà un viaggio inutile, che non serve a niente questo peregrinare. Ma conosco bene quella voce, so da chi giunge e non la ascolto. La mia mano abbandona l’appoggio di quel tronco, dando una leggera spinta a me stessa per riprendere il mio cammino. Mi avvicino sempre di più al giardino dove è collocato il sepolcro, credevo di sentire da lontano i rumori dei militari, ed invece mi accorgo che un irreale silenzio sovrasta su quel luogo. Dinnanzi al sepolcro il respiro si ferma, le mani lasciano cadere a terra gli aromi, il profumo che si alza da terra si diffonde nell’aria e svanisce in un istante, ma niente mi fa distogliere lo sguardo sull’impensabile. La pietra è stata tolta dal sepolcro, giace a terra e nessuna sentinella è presente. La mia mano, che in un primo istante si era portata sulla bocca per soffocare un grido, si sposta ora sul cuore, come se volesse attenuarne un battito oramai incontrollabile. Come se volesse proteggerlo dal dolore di aver perso il mio Signore per la seconda volta. Perso una prima volta da vivo su una croce, ed ora, una seconda volta da morto in quel giardino. Quel sepolcro non avrebbe dovuto custodirne il Suo corpo? Chi lo aveva rubato? Una corsa quasi isterica si impossessa di me, noto a malapena il cielo che si lascia squarciare dalla luce che sembra quasi rincorrermi mentre corro verso casa. “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo hanno posto”. Sono la causa di un trambusto che non avrei voluto suscitare, irrompo nella sala a infrangere un lutto ormai rassegnato. Nessuno riesce a farsi una ragione dell’accaduto, Simon Pietro, scuotendomi le spalle per calmarmi mi scruta con gli occhi come a volermi dire: “Donna, sei sicura di quello che dici?”. Vedo che esce in fretta seguito da Giovanni, forse andranno ad accertarsi del vero, devono avermi creduto. Mentre rispondo alle domande ripetendo più volte ciò che ho visto, capisco che devo ritornare al sepolcro. Ora che sono di nuovo davanti ad esso, avverto in me tutto il peso dell’inutilità di quel viaggio. Prima avevo la certezza che quel sepolcro custodiva il corpo del mio Signore, ora non ho più neanche quella. All’esterno lo sconforto mi assale, gli occhi che cercavano il mio Maestro si riempiono di lacrime, non so ancora perché rimango ancorata al sepolcro; gli apostoli vedendolo vuoto saranno ritornati a casa, non dovrei fare altrettanto anch’io?. Devo guardare quella tomba vuota, devo accertarmi che sia vero. Due figure in bianche vesti sedute all’inizio e alla fine della tomba mi dicono: “Donna perché piangi?” . Non avverto nessuna paura, e posso dire loro che: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Ora è un’altra voce che mi raggiunge alle spalle, “Donna perché piangi? Chi cerchi?” . Deve essere il guardiano, forse è stato lui a portare via il corpo del Maestro, lo chiamerò signore per riavere il mio Signore, darò a lui ciò che vuole: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Resto immobile fissando quella tomba vuota, con le spalle al giardiniere, in attesa di una risposta che finalmente giunge. “Maria”, il mio nome risuona in quel sepolcro, e ricordo da quale sepolcro sono stata tratta, riconosco in quella voce, la voce di Colui che mi ha risollevato dal fango della mia palude. Si, ne sono certa, è il mio Signore. Mi volto verso di Lui, una luce invade il sepolcro, la più remota tenebra è fuggita via e un profumo di Cielo, di eternità, invade quel luogo. “Rabbunì” è tutto quello che riesco a dire, e solo ora comprendo che dovevo perderti o mio Signore, perderti per due volte per ritrovarti di nuovo, per sempre. Un’intuizione mi assale, quella che dopo essere stata messaggera di una tomba vuota, della disgrazia sulla disgrazia, forse ora dovrò esserlo della Tua resurrezione, se così dovesse essere, la mia corsa sarà la corsa leggera come di chi deve annunciare una gran vittoria. Solo ora appare chiaro che quella morte che trascinavo con me stamane nella mia anima, non ha più potere, non ha avuto l’ultima parola su di Te mio Signore, non l’avrà mai più su nessuno di noi. Quelle sentinelle che erano a guardia delle mie paure, che mi avrebbero impedito di avvicinarmi a Te, anche loro si sono dissolte. Tu, mio Signore, sei risorto da morte, da oggi tutto è possibile. Se le pietre del Golgota sono state testimoni della trionfo del male, dell’odio, dello scherno, della violenza, delle solite logiche di potere, oggi, queste pietre sono testimoni della vittoria dell’amore, della non violenza. Oggi a vincere è la debolezza, non la forza. La disgrazia non è capitata a Te, mio Signore, ma alla morte, a colei che sembrava essere la padrona assoluta, la dominatrice incontrastata da sempre, abituata ad avere l’ultima parola sulle nostre vite. Tu l’hai vinta, Tu duellando con essa, hai ucciso ciò che ci uccideva, la morte. Vorrei trattenerti con me per sempre mio Signore…: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Nell’immagine:“Noli me tangere”, Fra Bartolomeo,1506, Parigi Aprile 2012 L Suore Monastero “Madonna delle Grazie” Velletri a risurrezione dei morti è stata rivelata progressivamente da Dio al suo Popolo. Nell’Antico Testamento abbiamo un esempio di fede nella risurrezione nell’episodio dei martiri Maccabei: quando il re Antioco stava per martirizzare il quarto dei sette fratelli, questi gli disse: «È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te la risurrezione non sarà per la vita» (2 Mac 7,14). Anche nel libro del profeta Daniele: «Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre» (Dn 12,2-4). «I farisei e molti contemporanei del Signore speravano nella risurrezione. Gesù la insegna con fermezza. Ai sadducei che la negano risponde: “Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio?” (Mc 12,24). La fede nella risurrezione riposa sulla fede in Dio che “non è un Dio dei morti, ma dei viventi! (Mc 12,27)». «Ma c’è di più. Gesù collega la fede nella risurrezione alla sua stessa persona: “Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,25). Sarà lo stesso Gesù a risuscitare nell’ultimo giorno coloro che avranno creduto in Lui e che avranno mangiato il suo Corpo e bevuto il suo Sangue». «Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,40); «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). Già nella sua vita pubblica Nostro Signore offre un segno e ci dona un pegno della risurrezione, ridando la vita ad alcuni morti, per esempio al suo amico Lazzaro, che era morto ormai da quattro giorni. «Tuo fratello risusciterà», disse Gesù a Marta, la quale rispose: «so che risusciterà nell’ultimo giorno». Allora Gesù annunziò la grande promessa: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,23-26). «Essere testimone di Cristo è essere “testimone della sua risurrezione” (At 1,22), aver “mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti” (At 10,41). 15 La speranza cristiana nella risurrezione è contrassegnata dagli incontri con Cristo risorto. Noi risusciteremo come lui, con lui, per mezzo di lui. Fin dagli inizi, la fede cristiana nella risurrezione ha incontrato incomprensioni ed opposizioni. “In nessun altro argomento la fede cristiana incontra tanta opposizione come a proposito della risurrezione della carne”. Si accetta abbastanza facilmente che, dopo la morte, la vita della persona umana continui in un modo spirituale. Ma come credere che questo corpo, la cui mortalità è tanto evidente, possa risorgere per la vita eterna?». E come risuscitano i morti? Innanzitutto: Che cosa significa risuscitare? Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù. Chi risusciterà? Tutti gli uomini che sono morti: «Usciranno [dai sepolcri], quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» (Gv 5,29; cf. Dn 12,2). Come? Cristo è risorto con il suo proprio corpo: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!» (Lc 24,39); ma egli non è ritorna- to ad una vita terrena. Allo stesso modo, in lui «tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti», ma questo corpo sarà trasfigurato in corpo glorioso (Fil 3,21), in «corpo spirituale» (1 Cor 15,44). Questo «modo con cui avviene la risurrezione» supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo nella fede. Ma la nostra partecipazione all’Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo: «…così i nostri corpi che ricevono l’Eucaristia non sono più corruttibili, dal momento che portano in sé il germe della risurrezione» (Sant’Ireneo). Quando? Definitivamente «nell’ultimo giorno» (Gv 6,39-40.44.54; 11,24); «alla fine del mondo». Infatti, le risurrezione dei morti è intimamente associata alla parusia di Cristo: «Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo» (1 Ts 4,16). Rinnoviamo la nostra fede nelle verità enunciate nel Credo della nostra Chiesa Cattolica e aderiamo ad esse con la coerenza della nostra vita! Cfr. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, 992-994; 996. Aprile 2012 16 to la prima volta nel primo dei sette sacramenti. In effetti è vero che la Cresima non aggiunge ulteriore Spirito, come se la terza persona della Trinità potesse essere rappresentata come un liquido versato solo a metà in un contenitore vuoto nel momento del Battesimo e che la Cresima intervenga per portare ulteriore liquido finché il contenitore si riempia. In altre parole, già il Battesimo dona “tutto” lo Spirito necessario a colmare in una sola volta tutto il contenitore vuoto che è l’uomo. Allo stesso tempo, però, la Cresima deve necessariamente produrre degli effetti, e questi devono essere necessariamente distinti da quelli del Battesimo, altrimenti sarebbe veramente da considerarsi un sacradon Antonio Galati er poter sottolineare alcune implicazioni del sacramento della Cresima bisogna, necessariamente, partire da una breve riflessione su quelli che sono i suoi effetti e su come essi manifestano un legame profondo con il sacramento del Battesimo. Gli effetti della Cresima, ovvero il senso di questo sacramento dopo il Battesimo Se si ricerca nel Catechismo della Chiesa Cattolica quali sono gli effetti che la Cresima ha su colui che riceve questo sacramento si legge così: «la Confermazione apporta una crescita e un approfondimento della grazia battesimale: - ci radica più profondamente nella filiazione divina grazie alla quale diciamo: “Abbà, Padre” (Rm 8,15); - ci unisce più saldamente a Cristo; aumenta in noi i doni dello Spirito Santo; rende più perfetto il nostro legame con la Chiesa; - ci accorda una speciale forza dello Spirito Santo per diffondere e difendere con la parola e con l’azione la fede»1. Se si intendono tutte le espressioni usate per descrivere gli effetti della Cresima nell’ottica quantitativa allora bisogna concludere che il Battesimo è un sacramento che rende cristiani “a metà” che, cioè, non rende pienamente figli di Dio, ma che si necessita di un altro sacramento, la Cresima appunto, per rendere piena la figliolanza divina e potersi dire veramente cristiani. In realtà si sa che non è così. Il Battesimo rende pienamente figli di Dio e, in quanto figli, si riceve da subito l’eredità promessa dal Padre, cioè lo Spirito Santo, cioè si è cristiani in maniera perfetta da subito. Ma, allora, si potrebbe concludere che il sacramento della Cresima è inutile, perché dona le stesse cose che ha già donato il Battesimo, in ultima analisi ridonerebbe lo stesso Spirito, con gli stessi suoi effetti, dona- P mento inutile. Da queste riflessioni si rende necessario pensare gli effetti della Cresima non nell’ottica della quantità. Lo stesso deve dirsi, però, anche dal punto di vista della qualità. Detto in maniera diversa, la qualità dei doni ricevuti nella Cresima non sono migliori dei doni ricevuti nel Battesimo, come se esistessero dei cristiani di serie B, i battezzati, e di seria A, i cresimati. Io penso che il punto di vista adeguato per comprendere il modo di intendere gli effetti della Cresima sia quello “confermativo”, nel senso che la Cresima conferma una volta per tutte che i doni dati dallo Spirito nel Battesimo sono stati donati a colui che li ha ricevuti e che quindi quest’ultimo ha il pieno diritto e dovere di utilizzarli senza limitazioni di sorta. Si può pensare il Battesimo come il momento in cui ognuno riceve una cosa preziosa che non si aspetterebbe e che non gli spetterebbe di diritto, mentre la Cresima come il momento in cui il Donatore ratifica questo dono, sot- toscrivendo un documento ufficiale in cui conferma che il regalo fatto appartiene a colui che la ricevuto e che, quindi, il cresimato può e deve usare quel dono come suo. Le implicazioni Se, in ultima analisi, l’effetto generale della Cresima è quello di confermare il dono ricevuto nel Battesimo, cioè lo Spirito, allora la prima e più importante implicazione di quest’effetto è che il cristiano può e deve sentirsi maggiormente sostenuto nella propria vita cristiana. E se si considera la vita cristiana come la vita dell’uomo vissuta in relazione costante con Dio, cioè amando Dio e il prossimo (cfr. Mt 22,3440), si può affermare che vivere questo tipo di vita ha anche una valenza testimoniale, perché il fatto stesso di vivere nell’ottica evangelica significa testimoniare che una vita così può essere vissuta in concreto. Se questo è vero, la Cresima, allora, ha come conseguenza seconda quella di sostenere la testimonianza della fede, proprio perché sostiene la vita vissuta sotto la luce del Vangelo, mostrando al tempo stesso la possibilità di farlo. Inoltre, proprio perché è il sostegno pieno e duraturo della vita cristiana e della spinta alla testimonianza, la Cresima rende idonei gli uomini e le donne che l’hanno ricevuta a ricoprire degli incarichi o uffici all’interno della comunità cristiana. Tra tutti l’ufficio di padrino o madrina per il Battesimo o la Cresima2. Se infatti queste figure devono affiancarsi ai genitori per l’educazione alla vita cristiana dei bambini e dei ragazzi (ma non solo) loro affidati e se la vera educazione passa attraverso la testimonianza di una vita vissuta, allora solo chi ha ricevuto il sacramento della Cresima è confermato ufficialmente e solennemente nel sostegno pieno dello Spirito nella propria vita e quindi può impostare tutto sul Vangelo e quindi testimoniare la fattibilità di una vita così vissuta e quindi può anche insegnare a coloro che gli sono affidati a fare altrettanto, perché è il primo a farlo. 1 2 Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1303. Codice di diritto canonico, can. 874.893. Aprile 2012 Pina Turco ome spesso accade, i progetti nascono da una frase, da una chiacchierata tra amici, dall’incontro con una persona significativa o forse più semplicemente nascono perché siamo “una vela che accoglie il vento di Dio”.Ed è così che il 29 marzo 2012 verrà inaugurato il Centro per la famiglia della Caritas diocesana di Velletri-Segni “La vela e il vento”, nei locali messi a disposizione dalla Parrocchia di Santo Stefano di Artena, adiacenti la Chiesa di S. Stefano (Via Cavour, nel centro storico). La finalità del centro sarà quella di offrire sul territorio uno “spazio d’incontro” per famiglie di diversa tipologia e fornire servizi e strumenti concreti in grado di favorire migliori relazioni familiari. Una “sala operativa” per il territorio, verso la quale e dalla quale convogliare e far partire le iniziative utili ad aiutare la famiglia nella sua funzione educativa, affettiva e socializzante e, rispondere a situazioni di disagio e di crisi. Ad oggi, nel territorio diocesano sono presenti ed attive diverse agenzie socio-sanitarie C 17 che rivolgono la propria attenzione all’individuo ed ai suoi bisogni di sviluppo e d’integrazione nella struttura sociale con servizi essenzialmente orientati alla cura e alla risoluzione di situazioni conclamate di malessere e disagio. Il nostro centro per la famiglia vuole offrire la possibilità di sostenere e facilitare la famiglia in quanto soggetto nell’adempimento dei propri compiti di sviluppo sin dalle prime fasi della sua costituzione, in un nuovo e diverso approccio alla salvaguardia della salute e al miglioramento, in generale, della qualità della vita. La famiglia infatti, rappresenta sicuramente una delle esperienze emotive e relazionali maggiormente significative per le persone che ne fanno parte e, in tal senso, può essere vista come una risorsa efficace per ciascuno: una buona qualità delle relazioni durante tutte le fasi evolutive della vita familiare ed una buona capacità di relazione tra famiglia e contesto sociale di appartenenza, certamente permette a ciascun componente della famiglia di individuarsi e di completare con successo il processo di acquisizione dell’autonomia. In questo riferimento alla quotidianità la famiglia trova la sua realizzazione ed è quello che nel linguaggio cristiano chiamiamo: la via della santità. La famiglia cristiana trova il suo riferimento alla Sacra famiglia di Gesù: una famiglia come tante del suo tempo, in cui i componenti hanno compiuto gesti, azioni, impegno comuni a tante famiglie loro vicine. Il “segreto” della famiglia di Gesù, dove lui è stato per 30 anni, è proprio questo: una testimonianza di quotidianità discreta dove si scopre la salvezza di Dio. Il centro <La vela e il vento> sarà a disposizione della quotidianità delle famiglie in ogni fase del loro ciclo di crescita: famiglie giovani di fronte alla nascita del primo figlio, famiglie con figli nelle varie età, famiglie con anziani e famiglie di anziani. Particolare attenzione si presterà alle famiglie che affrontano eventi critici: famiglie con bambini che presentano situazioni di handicap, fami- glie in crisi, separate, ricomposte, monoparentali o famiglie con anziani non autosufficienti. Il centro accoglierà inoltre famiglie in situazioni speciali quali famiglie immigrate, famiglie adottive, famiglie transculturali, famiglie affidatarie, singles, coppie omosessuali. Attraverso l’esperienza e la disponibilità di figure professionali come lo psicologo, l’ostetrica, l’avvocato, l’assistente sociale, il mediatore familiare e il consulente spirituale, contiamo di poter attivare diversi servizi: SPAZIO INFORMAZIONE, ACCOGLIENZA, DOCUMENTAZIONE E ASCOLTO CONSULENZA PSICOLOGICA ACCOMPAGNAMENTO PRE E POST PARTUM CONSULENZA LEGALE MEDIAZIONE FAMILIARE CONSULENZA SPIRITUALE Il centro sarà aperto il martedì mattina dalle 9,00 alle 12,00 con uno sportello di ascolto animato da una suora figlia della Carità e da una volontaria, le consulenze sono previste su appuntamento. Le azioni saranno indirizzate verso un raccordo tra le risorse del territorio e il loro potenziamento per un lavoro di rete integrato. Per favorire questo sarà molto utile il lavoro delle Caritas parrocchiali che indirizzeranno ed accompagneranno le realtà familiare verso i servizi del centro. Il lavoro preliminare del counseling psicologico e spirituale, una relazione d’aiuto basata sul supporto ed orientamento nella comprensione della situazione e delle possibili soluzioni, offrirà un ampliamento di prospettive, a partire dal presupposto che nella persona e nel sistema familiare e di coppia, vi siano risorse interiori (emozionali, affettive, cognitive e relazionali) necessarie a che l’aiuto si produca per così dire nel loro interno. In altre parole uno stimolo alla crescita e allo sviluppo della persona nel suo ambiente, lì dove la difficoltà nasce, nell’interazione tra fattori personali e fattori di vita. Il servizio potrà servire come base solida di comprensione per un percorso da fare insieme ed/o insieme ad altri con problemi simili, attraverso una comunicazione completa che porti alla promozione umana e alla eventuale risoluzione del problema. Siamo quindi pronti a sciogliere le vele, ad accogliere il vento di Dio per poi muoverci…. e intraprendere il viaggio. *volontaria del “Centro la Vela e il Vento” Aprile 2012 18 Gaetano Sabetta L a riconciliazione quale nuovo paradigma della missione sta acquisendo sempre più centralità nella riflessione missiologica e nelle strategie pastorali delle comunità cristiane, sia cattoliche sia protestanti-evangeliche. Se la missione non è una semplice appendice della chiesa dei missionari, ma un modo di essere di tutta la Chiesa che si pone a servizio della missio Dei, la riconciliazione caratterizza il senso, nella duplice accezione di significato e direzione, del suo stesso essere ed esistere. La Bibbia, anche se non contiene la parola riconciliazione, è piena di storie di riconciliazione (Esau’ e Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli, la parabola del Figliol Prodigo), mentre il pensiero di San Paolo è incentrato sul tema della riconciliazione verticale (Rm 5,1-11), orizzontale (Ef 2,12-20) e cosmica (Ef 1,10; Col 1,20). La conclusione è chiara: la riconciliazione è il cuore del Vangelo e la stessa missio Dei può comprendersi nell’orizzonte di questa triplice riconciliazione. Tale orizzonte vede, per un verso, il Padre, il Figlio e lo Spirito continuamente impegnati a riconciliare l’uomo e il cosmo dalle alienazioni personali e sociali che li imprigionano e, dall’altro, le diverse comunità ecclesiali, in costante bisogno di riconciliazione - personale, ecumenica, interreligiosa - partecipare a tale opera trinitaria (2 Cor 5,17-20). In che maniera però le diverse comunità ecclesiali possono partecipare a questa missio Dei? È necessario, come suggeriscono alcuni autori, acquisire consapevolezza della riconciliazione come processo e come obiettivo. Se le dimensioni verticali e cosmiche della riconciliazione seguono in primis, anche se non esclusivamente, l’azione liturgica e la cura del creato, è la dimensione orizzontale che richiama, più direttamente, l’idea di processo. Tale dimensione prevede tre impegni ecclesiali distinti, ma interrelati. Prima di tutto, dire la verità. In un mondo segnato dalle divisioni, dalle discriminazioni, dalle guerre, dalle inimicizie, affermare la verità è il primo passo per poter correggere e superare le distorsioni, lenire e curare le memorie lacerate, altrimenti ingrossate dal buio del silenzio o dal grigiore delle mezze veri- tà. Per tutti i cristiani dire la verità comporta qualcosa in più: significa partecipare della natura di Dio che è verità (‘emet). Il dire la verità si coniuga poi col fare e ricercare la giustizia, poiché la giustizia senza la verità scivolerebbe troppo velocemente nella vendetta. Perseguire la giustizia significa riconoscere la giustizia punitiva, capace di dare la giusta pena ai colpevoli, ma anche di denunciare le ingiustizie dei colpevoli impuniti; la giustizia riparatoria, col suo obiettivo di ricostruire la dignità e i diritti delle vittime e degli stessi colpevoli; la giustizia distributiva, che si adopera per lenire la sperequazione economica e la discriminazione sociale, ed infine, la giustizia strutturale, che denuncia, chiede la riforma e si pone in controtendenza alle organizzazioni e al sistema che volontariamente o per inerzia continuano ad alimentare e creare discriminazioni. Un terzo ed ultimo ambito di questo processo è quello della ricostruzione delle relazioni. Per le vittime è il cammino della guarigione della memoria che passa anche attraverso il pentimento e la conversione dei colpevoli, per poi percorrere insieme la strada del perdono. Perdonare non significa dimenticare, ma creare lo spazio dove le tossine delle esperienze annichilenti delle vittime possano essere fatte circolare, se così si può dire, così da poter essere condivise e con ciò stemprate della loro forza distruttiva; soprattutto significa creare quell’alveo dove il colpevole abbia l’opportunità di pentirsi e la vittima quello di accoglierlo nella piena libertà. La riconciliazione come processo sarà sempre in divenire. Proprio questo porta alla riconciliazione come obiettivo, ovvero sfondo dell’intero impegno missionario delle diverse comunità cristiane. In tale orizzonte le diverse denominazioni cristiane rico- noscono che è Dio il principale attore della riconciliazione, poiché in Cristo riconcilia a sè tutte le cose (Col 1, 20). Tutto questo è fonte di inesauribile speranza. La riconciliazione sembra sempre più incisivamente entrare come una delle costanti nei diversi contesti. Tale paradigma di missione consente alle comunità cristiane di porsi quale luogo profetico di guarigione e speranza nel quale ogni altra comunità può avere accesso. Sembra chiaro che nel momento in cui il tema della riconciliazione acquisisse centralità, automaticamente l’impegno comune delle chiese appartenenti a denominazioni diverse riprenderebbe vigore, quasi che la riconciliazione richiamasse il riconciliarsi. Ancora una volta siamo nel divenire. Aprile 2012 “Signore, ritorna! .. vieni e visita la tua vigna” Lettera pastorale 2012 Premessa Al compimento del sesto anno del mio servizio in questa diocesi di Velletri-Segni e in obbedienza a quanto stabilito dalle norme della Chiesa, siamo chiamati a compiere una verifica accurata del cammino compiuto e individuare insieme le vie che il Signore ci chiede di percorrere. Il Codice di Diritto Canonico, infatti, stabilisce: ”Il Vescovo è tenuto all’obbligo di visitare ogni anno la diocesi, o tutta o in parte, in modo da visitare tutta la diocesi ogni cinque anni” (Can.396). Il vescovo ordinariamente si reca nelle parrocchie per le celebrazioni, per incontri o particolari occasioni, ma la Visita pastorale, come si è venuta definendo nel tempo, assume un carattere tutto proprio,in quanto prevede una prolungata presenza, una conoscenza diretta di tutti gli aspetti della vita di una comunità, una possibilità di incontro più capillare, un comune discernimento sulla situazione pastorale e viene indetta con uno specifico Decreto episcopale. Naturalmente non si tratta solo di obbedire ad una legge esteriore, ma di viverne lo spirito e le motivazioni profonde che l’hanno ispirata. La radice la possiamo rinvenire nel significato della stessa parola: “vescovo”, che vuol dire “sorvegliante”, “sovrintendente”, “ispettore” e, quindi, proprio “visitatore”. Le motivazioni bibliche E’ sempre opportuno prendere le mosse dalla Sacra Scrittura, che costituisce la fonte ed il punto costante di riferimento della vita e dell’operare della Chiesa e, in questo modo, scopriamo che l’atto del “visitare” ha come soggetto anzitutto il Signore, che “ha visitato e redento il suo popolo” (Lc.1,68). Egli fin dall’inizio visita l’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, per intrattenersi con lui nello splendido giardino che ha affidato alle sue cure, ma, quando l’uomo rifiuta la sua presenza , si nasconde e precipita nell’abisso della morte, non lo abbandona a se stesso, ma continua a cercarlo con la sua visita. Troviamo il termine nel momento in cui si adempie la prima promessa fatta ad Abramo: “Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. Sara concepì e partorì un figlio ad Abramo nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato” (Gen.21,1). Giuseppe, il figlio prediletto di Giacobbe, prima di morire in Egitto, preannuncia ai suoi fratelli: “Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questa terra verso la terra che egli ha promesso con giuramento ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe. Giuseppe fece giurare ai figli di Israele così: Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa” (Gen.50,24s). Nel Libro dell’Esodo, di fronte ai segni compiuti da Mosè, inviato per la liberazione dalla schiavitù del faraone, “il popolo credette. 19 Quando udirono che il Signore aveva visitato gli Israeliti e che aveva visto la loro afflizione, essi si inginocchiarono e si prostrarono.” (Es.4,31). Questa visita, che porta fecondità e liberazione, diventa l’oggetto della preghiera costante del Popolo di Dio: “Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua salvezza” (Sal.106,4), perché costante è la necessità dell’uomo di essere salvato, e questo fino alla fine dei tempi se l’ultimo Libro della Scrittura Santa, l’Apocalisse, si chiude con l’invocazione della visita ultima del Signore: “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!...Colui che attesta queste cose dice: Sì, vengo presto! Amen. Vieni, Signore Gesù.” (Ap.22,17.20). I Profeti, fino a Giovanni il Battista, avevano continuamente parlato della visita del Signore e del suo Cristo, indicato come “Colui che viene”, così essa si compie pienamente in Gesù di Nazareth, la Parola eterna del Padre, che “grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio”, è venuto “a visitarci dall’alto”, come “un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc.1,78s). Quando Gesù inizia ad annunciare l’Evangelo del Regno e a compierne i segni, dopo che ebbe restituito alla vita il figlio della vedova di Nain, “tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo:” (Lc.7,16). Con la sua Croce e Resurrezione Cristo è costituito per sempre, come dice s. Pietro: “Pastore e Vescovo delle vostre anime”. (1Pt.2,25). L’esercizio permanente di questa visita di Cristo Risorto alle sue Chiese veniva descritto, nella Lettera pastorale dello scorso anno, riportando il secondo e terzo capitolo dell’Apocalisse, “dedicati proprio ad una attenta e dettagliata verifica della vita di sette chiese dell’Asia minore, la regione in cui l’apostolo Giovanni svolgeva il suo ministero… Egli si presenta così: “Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap.2,17) e, alla fine di ogni pericope destinata a ciascuna delle sette chiese, aggiunge: “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese…”. Il Vivente loda, incoraggia, esorta, sottolinea gli aspetti positivi, ma insieme rimprovera, contesta e rileva le manchevolezze e le inadempienze, con un giudizio che vede nel profondo e non si ferma alle apparenze: “Conosco la tua tribolazione, la tua povertà, tuttavia sei ricco” (Ap.2,9); “Ti si crede vivo e invece sei morto” (3,1); ma c’è sempre una prospettiva, un invito a rimettersi in cammino: “Ho da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima” (2,4s); “Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire…Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te” (3,2s). Il rimprovero più ‘preoccupante’ è alla chiesa di Laodicea: “Tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tie- 20 “Signore, ritorna! .. vieni e visita la tua vigna” Lettera pastorale 2012 pido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (3,15s), ma alla fine viene data la ragione del rimprovero: “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (3,19s). Alla base di ogni rimprovero c’è l’amore appassionato e geloso, che cerca il bene dell’amato e lo sospinge a crescere sempre più nell’amore: è la stessa motivazione che si trova nella Lettera agli Ebrei, la quale, a sua volta, riprende un passo del Libro dei Proverbi: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. E’ per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli… Dio lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e raddrizzate le vie storte per i vostri passi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (Eb.12,613)”. Se ci siamo soffermati alquanto sui dati della Scrittura è, comunque, per stabilire un principio fondamentale, che è importante porre alla base della nostra Visita pastorale e che può essere formulato in questo modo: il soggetto e il centro della Visita pastorale non è la persona del vescovo, ma il Signore stesso che ci visita e, sia permesso dire, visita anzitutto il vescovo, cui ha affidato la cura di una porzione importante del popolo, che Egli si è acquistato “con il sangue del proprio Figlio” (At.20,28), per cui, come scrive s. Paolo, “Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia,” (2Cor.1,24). La Visita pastorale nel recente Magistero La figura e la funzione del vescovo hanno trovato nel Concilio Vaticano II, di cui celebriamo quest’anno il cinquantesimo della sua solenne apertura ed a cui ci siamo costantemente riferiti nell’indicare le nostre linee pastorali, una formulazione approfondita e suggestiva, che riprende e rilancia tutta la ricchezza di una Tradizione bimillenaria. Così si legge, nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium: “In mezzo ai credenti è presente il Signore Gesù Cristo pontefice sommo, nella persona dei vescovi assistiti dai presbiteri. Assiso alla destra di Dio Padre, non è però assente dall’assemblea dei suoi pontefici.” (LG 21) Nella Lettera pastorale del 2008 avevamo già riportato due fondamentali affermazioni conciliari della Costituzione sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium (n.41-42), in cui si rileva che attorno al vescovo, che “deve essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge, dal quale deriva e dipende, in certo modo, la vita dei suoi fedeli in Cristo”, a partire dalla Celebrazione eucaristica nella Cattedrale, si costituisce la diocesi quale “principale manifestazione della Chiesa”,che si articola poi nelle parrocchie, le quali rendono presente, “in certo qual modo, la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra”. Il ministero del vescovo sarà poi diffusamente trattato in un documento specifico, il Decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa, Christus Dominus, in cui si afferma: “Nell’esercizio del loro ministero di padri e pastori i vescovi in mezzo ai loro fedeli si comportino come coloro che prestano servizio; come buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e sono da esse cono- Aprile 2012 sciuti; come veri padri che si distinguono per spirito di carità e di sollecitudine verso tutti; di modo che tutti volentieri si sottomettano alla loro autorità, ricevuta da Dio. Raccolgano attorno a sé l’intera famiglia del loro gregge e diano ad essa una formazione tale che tutti, consapevoli dei propri doveri, vivano e operino in comunione di carità” e, poco oltre: “Per poter meglio provvedere al bene dei fedeli, secondo il bisogno di ciascuno, si adoperino di conoscere bene le loro necessità e le condizioni sociali nelle quali vivono, ricorrendo a tale scopo ai mezzi opportuni”. (CD 16). Dopo il Concilio, il successivo Magistero ha approfondito e sviluppato queste premesse nel Sinodo del 2003, le cui conclusioni furono ratificate nell’Esortazione apostolica Pastores Gregis e nel susseguente Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi Apostolorum Successores. In questi due documenti possiamo trovare le indicazioni più puntuali e diffuse sull’argomento che ora ci interessa. Nel primo, dopo aver trattato delle articolazioni della chiesa diocesana e, in particolare, dell’importanza fondamentale delle parrocchie, si legge: “E’ proprio in questa prospettiva che emerge l’importanza della Visita pastorale, autentico tempo di grazia e momento speciale, anzi unico, in ordine all’incontro e al dialogo del vescovo con i fedeli… E’ questo il momento in cui egli esercita più da vicino per il suo popolo il ministero della parola, della santificazione e della guida pastorale, entrando a più diretto contatto con le ansie e le preoccupazioni, con le gioie e le attese della gente e potendo rivolgere a tutti un invito alla speranza. Qui, soprattutto, il vescovo ha il diretto contatto con le persone più povere, con gli anziani e con gli ammalati. Realizzata così, la Visita pastorale si mostra qual è, un segno della presenza del Signore che visita il suo popolo nella pace.” (PG 46). Nel secondo documento, alla Visita pastorale sono dedicati ben cinque paragrafi, che trattano della sua natura, del modo di prepararla, di effettuarla e di concluderla, nonché dell’atteggiamento del vescovo nel suo svolgimento. Ci si può limitare a riportare i punti salienti, tra cui emerge, anzitutto, il fatto che la Visita pastorale non è un’ispezione burocratica o una serie di celebrazioni e cerimonie formali. “La visita pastorale è una delle forme, collaudate dall’esperienza dei secoli, con cui il Vescovo mantiene contatti personali con il clero e con gli altri membri del Popolo di Dio. è occasione per ravvivare le energie degli operai evangelici, lodarli, incoraggiarli e consolarli, è anche l’occasione per richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e ad un’azione apostolica più intensa. La visita gli consente inoltre di valutare l’efficienza delle strutture e degli strumenti destinati al servizio pastorale, rendendosi conto delle circostanze e difficoltà del lavoro di evangelizzazione, per poter determinare meglio le priorità e i mezzi della pastorale organica. La visita pastorale è pertanto un’azione apostolica che il Vescovo deve compiere animato da carità pastorale che lo manifesta concretamente quale principio e fondamento visibile dell’unità nella Chiesa particolare.” (AS 220). Alla Visita occorre far precedere un adeguato tempo di preparazione, sia della comunità parrocchiale, sia del vescovo stesso, che deve informarsi in precedenza della situazione socio-religiosa della parrocchia, attraverso i mezzi più opportuni. Per i fedeli si danno i seguenti suggerimenti: “La visita pastorale, programmata con il dovuto anticipo, richiede un’adeguata preparazione dei fedeli, mediante speciali cicli di conferenze e prediche su temi relativi alla natura della Chiesa, alla comunione gerarchica e all’episcopato, ecc. Si potranno anche pubblicare opuscoli e utilizzare altri mezzi di comunicazione sociale. Per mettere in risalto l’aspetto spirituale e apostolico, la visita può essere preceduta da un corso di missioni popolari, che raggiunga tutte le categorie sociali e tutte le persone, anche quelle lontane dalla pratica religio- Aprile 2012 “Signore, ritorna! .. vieni e visita la tua vigna” Lettera pastorale 2012 sa” (AS 222). Durante la Visita, in cui ha certamente la priorità l’incontro con le persone, a cominciare dal parroco e dai suoi più diretti collaboratori fino ai ragazzi, ai giovani, ai malati, ai lavoratori,, il vescovo non dovrà tralasciare “l’esame della amministrazione e conservazione della parrocchia: luoghi sacri e ornamenti liturgici, libri parrocchiali e altri beni. Tuttavia, alcuni aspetti di questo compito potranno essere lasciati ai vicari foranei o ad altri chierici idonei, nei giorni precedenti o successivi alla visita” (AS 221). Infine, “conclusa la visita pastorale alle parrocchie, è opportuno che il Vescovo rediga un documento che testimoni la avvenuta visita per ciascuna parrocchia, dove ricordi la visita svolta, apprezzi gli impegni pastorali e stabilisca quei punti per un cammino più impegnato della comunità, senza tralasciare di far presente lo stato dell’edilizia di culto, delle opere pastorali e di altre eventuali istituzioni pastorali” (AS 224). La Visita pastorale nella nostra diocesi Nelle due antiche e gloriose diocesi di Velletri e di Segni, le Visite pastorali dei vescovi si sono succedute, a intervalli più o meno regolari, da oltre quattrocento anni, lasciando nei nostri archivi documenti preziosi per la conoscenza della nostra storia. A Velletri, la prima Visita pastorale di cui si conoscano gli esiti è quella del cardinale Alfonso Gesualdo, effettuata nel 1595; la sua relazione dettagliata è riportata nel volume che l’architetto Marina Cogotti ha dedicato alla nostra Cattedrale (Marina Cogotti, La Cattedrale di San Clemente a Velletri, Roma 2006). A Segni, nel biennio 1709-1710, il vescovo Filippo Michele Ellis svolse la sua prima Visita pastorale, di cui ci fornisce ampie e interessanti notizie il compianto mons. Bruno Navarra (Bruno Navarra, Filippo Michele Ellis, Segni e la sua diocesi nei primi decenni del ‘700, Roma 1973). Dalla fusione delle due diocesi in quella attuale di VelletriSegni, già due volte si è tenuta la Visita pastorale, da parte di S.E. Mons. Dante Bernini e da S.E. Mons. Andrea Maria Erba. Questa è la prima del terzo millennio e giunge dopo che abbiamo già percorso insieme un piccolo tratto di strada. Provvidenzialmente, la nostra diocesi presenta dimensioni non eccessive ed è quindi possibile al vescovo essere presente almeno nei momenti più significativi della vita delle singole comunità ed averne continuamente una conoscenza sommaria abbastanza aggiornata. Ciò non toglie che, talvolta, si possa avere l’impressione di procedere in ordine sparso e che i problemi e le necessità dei singoli non siano pienamente condivisi. La Messa crismale, i Convegni annuali, le Lettere pastorali, i ritiri mensili del Presbiterio, gli incontri dei diversi organismi di partecipazione e quelli promossi da alcuni uffici diocesani sono le normali occasioni di comunione e di scambio, ma forse non bastano per sentirsi accompagnati nella quotidiana e faticosa azione pastorale, che assume caratteristiche sempre singolari e specifiche. Lo scopo presente è quello di sostenere, incoraggiare, indirizzare gli operatori ed i fedeli delle parrocchie proprio in questa dimensione feriale della loro vita, perché cresca la consapevolezza di partecipare e contribuire ad una crescita comune della nostra chiesa locale. Nelle Lettere pastorali di questi anni si è cercato di tracciare e di dare conto di questo cammino, a cominciare da quella del Natale 2006, dal titolo: Accogliete la Parola di Dio che opera in voi che credete. La scelta fu di ripartire dalle fondamenta, verificando il terreno su cui stiamo costruendo il nostro edificio, per non correre il rischio di edificare sulla sabbia. Allora si disse: “In ogni parrocchia 21 occorre istituire e promuovere una vera scuola, dove tutti possano trovare l’opportunità di scoprire e di approfondire il rapporto con la Parola di Dio, che è sempre conoscenza d’amore e potenza trasformante. Ogni incontro di catechesi, ad ogni livello, non può prescindere da questa fonte zampillante ed inesauribile, che è il vero segreto della vita della chiesa ed il dono più prezioso che abbiamo ricevuto e di cui siamo debitori verso tutti”. Si sottolineava l’importanza di una sempre più curata lettura liturgica della Parola di Dio, che deve penetrare nel tessuto della nostra vita quotidiana, per una indispensabile purificazione della ragione e delle coscienze. Ripercorrendo le tematiche conciliari, l’anno seguente ci siamo soffermati a considerare il nostro Essere chiesa oggi e, in quel periodo, ho avuto modo di incontrare tutti i Consigli pastorali parrocchiali, compiendo un primo giro d’orizzonte delle diverse situazioni e scoprendo tanta ricchezza di energie e di partecipazione. Gli obiettivi proposti furono riassunti nelle due espressioni “comunione” e “missione”, di cui “la prima è in funzione della seconda e che si possono perseguire solo se vengono valorizzati i talenti di tutti e tutte le forze vive della chiesa presenti sul territorio, religiose e religiosi, giovani e famiglie, associazioni e movimenti, si integrano in una pastorale comune, secondo i principi della complementarietà e della sussidiarietà”. Proseguendo la nostra riflessione sul compito che il Signore ci ha affidato, lo abbiamo poi individuato nell’esigenza di trasmettere la fede, all’interno di una Tradizione ininterrotta, nella consapevolezza che il suo principale soggetto e, insieme, il suo principale oggetto trascendente è lo stesso Spirito Santo, che il Padre ci dona attraverso il Figlio Incarnato. Avevamo sottolineato che Tradizione è, al tempo stesso, conservazione e sviluppo e che occorre da una parte vivere ciò che annunciamo e, dall’altra, conoscere i destinatari dell’annuncio, “ricordando che, nel linguaggio cristiano, conoscere vuol dire anzitutto amare, accogliere, coinvolgersi in un rapporto personale. Il cristiano non può chiamarsi fuori da questo mondo, anche se non è “del mondo” (Gv.17,16), poiché “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv.3,16) e la Chiesa ci ricorda che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et spes 1). Di fronte a questo mondo sono dunque da evitare da una parte lo scoraggiamento e dall’altra la presunzione, ogni complesso di inferiorità o di superiorità. Occorre, invece, una profonda “simpatia”, che, nell’atteggiamento di Cristo, assume la forma delle “viscere di misericordia materne” (Mc.6,34)”. In quel contesto si era per la prima volta rilevato come ambito privilegiato dell’azione pastorale il coinvolgimento delle famiglie, luogo primario della trasmissione della fede. Negli ultimi due anni abbiamo curato, in continuità con i temi precedenti, di recepire le indicazioni del programma pastorale della Chiesa italiana: Educare alla vita buona del Vangelo. Le due ultime Lettere pastorali, L’educazione è cosa di cuore e Educati da Cristo Risorto, hanno tentato di fornire pochi principi di fondo e alcune linee guida, che emergevano essenzialmente dal testo evangelico. Vi si legge: “l’azione pastorale non può esaurirsi nell’ordinaria amministrazione, concentrata sulla preparazione dei fanciulli ai Sacramenti, ma è chiamata a dilatarsi alla sollecitudine di evangelizzare tutte le generazioni, nell’ambito di una formazione permanente della fede, che in modo inevitabile e prioritario interessa gli adulti, soggetti primari, attivi e passivi, del compito educativo”. Si è parlato di “mistagogia” necessaria e continua, di attenzione al territorio, con i suoi pro- 22 “Signore, ritorna! .. vieni e visita la tua vigna” Lettera pastorale 2012 blemi sociali e ambientali, delle esigenze della giustizia, della pace e della solidarietà, dell’educare nello stile e nella logica della Resurrezione di Cristo, oltre che di alcuni obiettivi pastorali in tre ambiti specifici: i ragazzi e i giovani con la proposta dell’oratorio, la preparazione al matrimonio cristiano e il potenziamento del servizio della carità, col coinvolgimento dei gruppi giovanili. Nell’ultima Lettera, riflettendo alla luce che promana dalla Resurrezione di Cristo, troviamo anche queste parole, che possono costituire l’aggancio con il compito che ci aspetta nel prossimo futuro: “Tutto questo vuol dire anzitutto che la speranza, la quale nasce dalla Pasqua, dà senso e valore anche alle nostre croci e ai nostri fallimenti. Ma vuol dire pure che non possiamo sottrarci all’esigenza di una seria verifica del nostro cammino, che non possiamo accontentarci della mediocrità, che occorre porsi in ascolto dello Spirito, attraverso il quale il Risorto parla alla nostra chiesa come a tutte le altre, per individuare le mete ulteriori della nostra crescita nella fedeltà al Signore, che tale impegno nasce dall’amore, deve essere svolto con amore e deve portare ad un amore più pieno”. Questa verifica, che avrà come oggetto proprio l’itinerario fin qui sintetizzato, cercheremo di svolgerla anzitutto nel periodo preparatorio alla Visita pastorale, mediante l’aiuto di un questionario predisposto dalla Commissione diocesana, che accompagnerà il vescovo e che comprende i responsabili dei vari ambiti, tra cui quello amministrativo e della conservazione dei luoghi e dei beni culturali e della cancelleria parrocchiale. Come traccia di riflessione per i Consigli pastorali, in questa fase, sembra anche opportuno riprendere quel prezioso documento della CEI, pubblicato nel 2004, che è la Nota pastorale dal titolo: Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. Lì possiamo trovare preziosi suggerimenti e spunti di riflessione per rispondere all’invito ad una vera ed efficace conversione pastorale, a cui siamo chiamati dal Signore nel mutare dei tempi e delle situazioni. Emerge, anzitutto, l’esigenza di un rinnovato annuncio dell’Evangelo, in un mondo che riconosce sempre meno le sue radici cristiane e in cui la religiosità rischia di diventare un bene di consumo come tanti altri; negli incontri di presbiterio di zona, avviati negli ultimi mesi, proprio questo tema è stato messo per primo all’ordine del giorno e, non a caso, sarà anche l’argomento del prossimo Sinodo dei vescovi indetto da Benedetto XVI. Si tratta di raggiungere quanti vivono ai margini delle nostre comunità e che la nostra pastorale ordinaria incontra solo occasionalmente, anche con iniziative organiche di proposta del messaggio cristiano. Ma, allo stesso tempo, è necessario ripensare anche l’impostazione dei nostri itinerari di iniziazione, la qualità delle nostre celebrazioni eucaristiche domenicali e festive, il nostro impegno ad essere presenti nei luoghi e nelle realtà del vissuto quotidiano: la famiglia, il lavoro, il riposo, la sofferenza, il territorio, la cultura. La Visita vera e propria potrà, quindi, iniziare nel primo mese del prossimo anno 2013, secondo un calendario che sarà definito il prima possibile e prevederà la permanenza del vescovo in ogni parrocchia per alcuni giorni e, dove opportuno, fino a una intera settimana. A titolo esemplificativo, il Direttorio Apostolorum Successores fornisce le seguenti indicazioni: “Nella visita alle parrocchie, il vescovo cerchi di realizzare, secondo le possibilità di tempo e di luogo, i seguenti atti: a) celebrare la Messa e predicare la Parola di Dio; b) conferire solennemente il sacramento della Confermazione, possibilmente durante la Messa; c) incontrare il parroco e gli altri chierici che aiutano nella parrocchia; d) riunirsi con il Consiglio pastorale o, se Aprile 2012 non esiste, con i fedeli (chierici, religiosi e membri delle Società di vita apostolica e laici) che collaborano nei diversi apostolati e con le associazioni di fedeli; e) incontrarsi con il Consiglio per gli affari economici; f) avere un incontro con i bambini, i ragazzi e i giovani che percorrono l’itinerario catechistico; g) visitare le scuole e altre opere e istituzioni cattoliche dipendenti dalla parrocchia; h) visitare, nei limiti del possibile, alcuni malati della parrocchia. Il vescovo potrà anche decidere altri modi di farsi presente tra i fedeli, considerando gli usi del posto e l’opportunità apostolica: con i giovani, per esempio in occasione di iniziative culturali e sportive; con gli operai, per stare in loro compagnia, dialogare, ecc.” (AS 221). Comunque, i singoli programmi saranno stabiliti d’intesa con i parroci e con i membri della Commissione diocesana, sempre cercando di evitare il rischio di ridurre la Visita al solo aspetto celebrativo e formale. Come è previsto dalle norme canoniche, al termine della Visita sarà cura del vescovo redigere le osservazioni conclusive e le indicazioni opportune, che potranno costituire materiale utile per il futuro e per la documentazione. Si invitano tutti ad accogliere questo momento importante con disponibilità e speranza, sostenuti, in questo cammino di grazia, dall’intercessione della Beata Vergine Maria e dei Santi Patroni Clemente e Bruno e dalla nostra comune preghiera. Velletri, 4 aprile 2012 + Vincenzo Apicella, vescovo Mercoledì Santo Padre di misericordia che ci hai visitati e redenti mediante il tuo unico Figlio Gesù Cristo, per noi Crocefisso e Risorto, Pastore e Vescovo delle nostre anime, effondi nei nostri cuori la grazia del tuo Santo Spirito affinché, con la visita del vescovo Vincenzo, possiamo sperimentare la gioia di essere salvati e di essere costituiti come Popolo santo, capace di proclamare le meraviglie del tuo amore e di essere segno e strumento dell’edificazione del tuo Regno di giustizia e di pace. Te lo chiediamo per l’intercessione della Beata Vergine Maria e dei santi Clemente e Bruno patroni della nostra Diocesi Per Cristo nostro Signore Amen. Preghiera in preparazione della Visita Pastorale di S. E. Rev.ma Mons. Vincenzo Apicella Aprile 2012 Claudio Gessi ono sempre più allarmanti i dati relativi alla disoccupazione giovanile in Italia. In questo contesto si inserisce il Progetto “Policoro”. Dal 1995, anno della sua nascita, “Policoro” ha visto nascere 500 tra consorzi, imprese e cooperative dando lavoro a circa 4000 giovani. Dal gennaio 2012 anche il Lazio è entrato ufficialmente nel progetto, con tre diocesi: Velletri-Segni, Anagni-Alatri e Palestrina. Sull’iniziativa abbiamo intervistato Claudio Gessi, direttore della Commissione Regionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Laziale, promotore del progetto Policoro nella nostra regione. D. -Quali sono le principali linee di intervento del progetto: R. – Le principali linee di intervento sono tre. La prima è l’evangelizzazione, ossia evangelizzare il lavoro e la vita. Poi l’educazione ad una nuova mentalità nei confronti del lavoro, un lavoro che sia comunque attento alla dignità della persona. Infine l’esprimere impresa, far cioè scaturire innanzitutto l’imprenditoria personale - in modo che ogni giovane investa su se stesso - e far scaturire anche l’impresa come azienda, come cooperativa, dove più giovani che riscoprono se stessi, la loro dignità e libertà, mettendosi insieme, fanno germogliare questi segni di speranza sui loro territori. D. – Avviato nel 1995 in Basilicata, Calabria e Puglia, il progetto coinvolge oggi sempre più regioni… R. – Nasce come attenzione verso il Sud, perché la disoccupazione affligge maggiormente i territori del sud Italia. Il progetto, però, ha visto fin dall’inizio la partecipazione delle chiese del centro-nord in un rapporto di reciprocità: le chiese del nord danno cioè a quelle del sud l’esperienza nel costi- S 23 tuire cooperative e nell’organizzare il lavoro, mentre quelle del sud ridonano alle chiese del nord quei tratti di ospitalità e di disponibilità che caratterizzano i territori del centro e sud Italia. L’attuale crisi ha ovviamente messo in discussione anche il sistema organizzativo del centro-nord, per cui sempre più diocesi centro-settentrionali hanno chiesto di poter aderire al progetto. La CEI, tre anni fa, ha ampliato anche a queste aree del Paese la possibilità di aderire al progetto. Nel gennaio 2011 abbiamo iniziato il “percorso” di promozione e di attivazione nel Lazio, con l’ingresso , a partire dal 2012 di 3 diocesi, tra le quali la nostra di Velletri-Segni. D. – Quali sono le principali aree di intervento? R. – Innanzitutto restituire dignità alla persona. Poi, gli interventi sono tra i più variegati: vanno dal turismo sostenibile alla gestione dei servizi museali, dalle biblioteche diocesane alle cooperative agricole. Inoltre, il lavoro all’interno delle carceri, per permettere ai carcerati di recuperare la propria dignità attraverso il lavoro, l’assistenza agli immigrati ed alle persone malate. Gli interventi sono quindi i più diversi, proprio perché costituiscono la risposta ai bisogni locali. D. – Quale consiglio si sente di dare ai giovani che, oggi, si trovano senza lavoro? R. – Il primo consiglio è quello di non scoraggiarsi: il primo messaggio che diamo, come cristiani, è quello della fiducia e della speranza, perché il Signore non ci abbandona mai. Un altro consiglio è guardarsi attorno e mettersi quindi insie- me agli altri, contattando magari gli Uffici della Pastorale sociale o l’Equipe Diocesana del Progetto Policoro. Si potrà così scoprire di avere intorno altri giovani che, credendo in loro stessi ed essendo supportati dalle nostre diocesi, sono riusciti a dare un senso alla loro vita e anche a far scaturire un piccolo segno di speranza quale può essere l’apertura di una piccola cooperativa. La cooperativa può appunto rispondere ai bisogni del territorio, e poi dobbiamo anche pensare al recupero dei mestieri artigiani. L’importante è non pensare che il lavoro “venga dal cielo”: il lavoro ce lo dobbiamo costruire guardando dentro al nostro cuore e mettendo a frutto l’intelligenza ed i talenti che il Signore ci ha donato. D- Operativamente, quali azioni sono state messe in campo nella nostra diocesi? R. - Di concerto tra i tre uffici interessati (pastorale sociale, caritas, pastorale giovanile) ed il nostro vescovo, abbiamo individuato l’AdC (animatore di comunità) nella persona di Francesca Proietti di Colleferro, la quale ha partecipato la Corso Nazionale di Assisi (30 novembre – 4 dicembre 2011). Francesca ha coinvolto a livello diocesano altri giovani che hanno così dato vita all’Equipe Diocesana del Progetto Policoro. Nei prossimi mesi l’Equipe organizzerà incontri di sensibilizzazione e di promozione del Progetto in diversi centri della diocesi. Nel prossimo numero di Ecclesia forniremo ulteriori informazioni e dettagli sulle iniziative. Aprile 2012 24 Silvia, Parrocchia Regina Pacis Velletri L a mia avventura è iniziata nella metà del mese di Settembre del 2010, quando un lunedì mattina come tanti, ho ricevuto in ufficio una telefonata di quelle che ti fanno corrugare la fronte e sgranare gli occhi. Don Angelo, con cui ho condiviso con il mio Luca il meraviglioso cammino verso il matrimonio cercava proprio me, per iniziare il catechismo con i bambini del “Primo anno Comunione”. Come si può facilmente desumere lo sgomento e la paura di non essere all’altezza hanno inizialmente preso il sopravvento, ma non mi sono mai scoraggiata. La compagnia di Dio mi ha donato da subito un’immensa energia e, nonostante i molteplici impegni quotidiani, grazie al sostegno di Don Angelo ho iniziato questa meravigliosa avventura. La sera stessa della telefonata mi sono recata in Parrocchia ed ho letteralmente sovrastato Don Angelo di tanti di quei quesiti che, credo proprio che per qualche minuto si sia seriamente pentito di avermi chiamata. L’entusiasmo che caratterizza il mio carattere ha preso il sopravvento e dopo aver riempito la mia macchina di tutto il materiale che potessi chiedere il prestito, ho preso l’elenco del mio futuro gruppo di bambini e sono tornata a casa. Per una settimana intera mi sono chiesta che viso avessero avuto, cosa si sarebbero aspettati dal corso di catechismo e dalla loro nuova catechista, alternando momenti di vero terrore all’entusiasmo di chi ha voglia di “servire”in modo concreto. Da subito ho ripensato al mio percorso di catechismo, svolto ormai ben più di 20 anni fa presso la Parrocchia del Santissimo Crocifisso a Velletri, cercando di rivivere le emozioni che provavo nel recarmi agli incontri ed ho deciso che avrei dovuto elaborare la strategia migliore per rendere il loro “primo” incontro con Gesù come dire..indimenticabile. Ebbene, il primo incontro è stato all’insegna dell’entusiasmo e della cioccolata….ci siamo presentati a Gesù con un gran sorriso..e qualche baffetto di nutella. Per me, neo catechista vederli crescere e divenire, di sabato in sabato, sempre più bravi e soprattutto consapevoli di quello che stanno facendo, è davvero una bella sensazione. Di settimana in settimana stringerci in cerchio per iniziare la nostra lezione con la consueta preghiera, fissando quegli occhi brillanti, mi ricompensa di ogni cosa. Il tempo trascorso insieme è davvero importante, vedersi due ore alla settimana spesso non basta ed è necessario condividere momenti sia di impegno che di svago. Ogni sabato chiudo la porta della mia aula stanca, senza voce, ma con la voglia di rivedersi presto e di rivivere nuovamente l’esperienza. Il mio compito principale è stato quello di formare un gruppo, ma non un gruppo qualunque, ma di bambini che si sentano parte della chiesa, e per fare ciò ho impiegato del tempo ed ho dovuto verificare spesso il cammino percorso per correggere la rotta. Anche se può sembra- re tutto bello e soprattutto facile, non è così. Durante questo anno e mezzo, infatti, alcuni di loro hanno manifestato dei momenti di crisi che ho necessariamente dovuto far miei ed è stato necessario elaborare una strategia di “riaggancio”. Quello che cerco di fare sempre è di non perdere mai di vista neanche uno solo di loro, giacchè per me ciascuno di loro è molto importante. Le energie che un gruppo del genere richiede sono moltissime e se riesco a proseguire, nonostante i molteplici impegni è grazie al fatto siamo un gran bel gruppo pronto a sostenerci nei momenti difficili. Quello che questa esperienza mi fa capire è che non bisogna mai scoraggiarsi nonostante le apparenze. A volte tutto può sembrare impossibile, ma lo Spirito Santo è sempre all’opera e noi siamo solo strumenti. Mettiamoci al suo servizio con umiltà e semplicità. Non c’è niente di più emozionante, almeno per me, che vedere dei bambini emozionarsi per la loro prima confessione, enunciare a squarciagola il <<Credo>> felici di essere cristiani e di condividere con gli altri la loro gioia. Questo è più forte di ogni fatica e mi sprona a non mollare. Aprile 2012 25 Michela, Parrocchia Collegiata Valmontone A molti giovani nella nostra parrocchia, Collegiata di Valmontone, viene chiesta la disponibilità ad impegnarsi in un cammino di formazione che vede coinvolta la propria persona. Questo cammino rende capaci di dedicarsi agli altri per aiutarne la crescita e per far capire loro il progetto che Dio ha per ciascuno. L’educatore, il catechista, vive una relazione con i ragazzi e diventa per loro una guida, un sostegno, un punto di riferimento. Porsi come guida richiede impegno e soprattutto una continua ricerca di strategie per poterli coinvolgere e motivare affinché siano consapevoli delle loro scelte e decisioni. La mia esperienza di educatrice è iniziata tre anni fa da un cammino in parrocchia che con il catechismo inizia sin dai primi anni della scuola elementare. Un’esperienza che ha inciso nelle mie scelte è stata sicuramente quella del campeggio che mi ha offerto infinite occasioni per sperimentare la ricchezza della vita. Quest’anno seguo tre gruppi di ragazzi: bambini di terza elementare che si preparano alla prima Confessione, ragazzi di prima media, con i quali ho iniziato un cammino da quando facevano la terza elementare, e un gruppo di giovanissimi di terzo superiore. Nei vari incontri, anche se in modo diverso, mi trovo ad affrontare esperienze di ascolto che mi portano a scrutare le intenzioni e i desideri di ogni ragazzo. Attraverso il dialogo, la discussione in gruppo, il gioco e le varie attività cerco di trasmettere e di testimoniare il messaggio cristiano. A volte incontro delle difficoltà, non sempre si riesce a coinvolgere i ragazzi attratti da numerosi stimoli e interessi diversi, soprattutto a far fronte IL NOSTRO SI Marina Nesca, Elisabetta Marinelli, Fabrizio Pistolesi * U n giorno gli educatori dell’a.c.r. ed il parroco, hanno convocato alcuni genitori dei ragazzi, che frequentavano il gruppo da più tempo. La richiesta è stata subito chiara: Volete diventare educatori? Abbiamo bisogno di aiuto almeno con il gruppo dei più piccoli! Assolutamente no! Ma chi si sente pronto! Non sono in grado! Non ho tempo! Ecc.. ecc.. Queste sono state le risposte che si sono sentite in saletta, così molti si sono defilati. In tre siamo rimasti ancora tentennanti, non ce la siamo sentita di rifiutare. Da quel momento, con l’aiuto di alcuni educatori, abbiamo iniziato un cammino fatto di pace e serenità, merito anche di alcuni ritiri spirituali, campi con i ragazzi, che erano più bravi di noi! E’ stato con questo confronto così forte, che abbiamo pensato di essere stati chiamati dal Signore! Come avrebbero potuto pensare a noi? Perché proprio noi non abbiamo fatto come gli altri? La verità, è che non abbiamo potuto rifiutare. Usiamo sempre questa frase con i nostri ragazzi: Dio ci pone davanti delle scelte, sta a noi fare quella giusta! Conoscere meglio ciò che Dio vuole da noi, spiegarlo in modo semplice ai ragazzi per noi è dire si alla chiamata del Signore. *Parrocchia S. Martino Velletri alla loro criticità e ai loro dubbi. Tuttavia questo per me non è motivo di arresa, ma diventa uno stimolo che offre occasioni di confronto e riflessione sul mio cammino spirituale. Per me essere educatrice è diventato un impegno importante a cui non si può dedicare solo ritagli di tempo; attraverso questo servizio si guadagna in rapporti che danno una straordinaria ricchezza alla nostra umanità e che rendono testimoni delle sorprese di Dio. Aprile 2012 26 Mons. Franco Risi l prossimo 29 aprile, nella domenica del Buon Pastore, verrà celebrata la 49a giornata mondiale di preghiera, per chiedere al “Signore della messe” che non manchino vocazioni nella Chiesa per la vita consacrata e per il ministero sacerdotale. La preghiera, o dialogo con Dio, per tutte le vocazioni è un bene sommo, in quanto riguarda la continuazione della missione di Gesù nel mondo. Il cristiano è chiamato a far proprio il comando di Gesù: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!” (Lc 10, 2). Due sono le comunità chiamate ad attuare questo comando di Gesù nell’ambito della Chiesa gare il Signore della messe, ma anche a creare le condizioni favorevoli, affinché possano sbocciare e far rifiorire tutte le vocazioni, per realizzare nel nostro mondo secolarizzato, risposte generose alla chiamata del Padre, per la salvezza di tutti. Ne segue che tutte le famiglie cristiane e tutte le comunità parrocchiali sono chiamate ad essere consapevoli che “ogni specifica vocazione nasce infatti dall’iniziativa di Dio, è dono della carità di Dio” (Ben. XVI). Questo invita le due comunità su dette ad essere consapevoli che la fonte fondamentale delle vocazioni è sempre Dio Padre ed è sempre Lui a compiere il primo passo, non a motivo di una bontà riscontrata in noi, ma in forza del suo amore perenne e disinteressato. All’uomo spetta la risposta nella piena libertà personale. na del Vangelo. Per questo esse devono impegnarsi in primo luogo alla formazione cristiana per poter poi generare testimoni nel mondo, facendo incontrare gli uomini con Dio, principio e ragione ultima di ogni amore, donatoci definitivamente da Cristo e presente fin dalla creazione del mondo. Una volta che esse lo sperimentano e lo vivono nei propri ambienti, per esempio con una vita di preghiera, la partecipazione attiva alla vita liturgica della Chiesa, specialmente la messa domenicale, sono esse chiamate a prolungare la testimonianza cristiana sia nel tessuto sociale, sia in un ambito preciso della vita ecclesiale, aprendosi in questo modo alla costruzione del Regno di Dio. Tutto questo le porta, a vivere e alimentare la fede, a dire si a Dio Padre met- universale: la famiglia, piccola Chiesa, e la parrocchia, con tutte le sue componenti. La famiglia è il luogo privilegiata della formazione umana e cristiana dei figli, in quanto essa è comunità di vita, di cuore e di apertura al mondo. Il beato Giovanni Paolo II, in proposito, ha affermato nella Familiaris Consortio n. 53, che la famiglia può essere definita: “il primo e il migliore seminario della vocazione alla vita di consacrazione per il Regno di Dio”. Da questo pensiero scaturisce che la famiglia cristiana è chiamata a far riscoprire, al proprio interno, la bellezza e l’importanza dei dei doni dello Spirito Santo e delle vocazioni cristiane ai propri figli. La parrocchia, intesa come: sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi, vocazioni laiche, catechisti, operatori pastorali sposi secondo lo stile del Vangelo e tutti quelli che sono impegnati nel campo dell’educazione delle nuove generazioni alla vita buona del vangelo, è chiamata ad essere non solo sempre sollecita a pre- All’origine della chiamata divina, quindi, c’è sempre l’iniziativa di Dio, che si è resa visibile mediante la missione di Gesù e compiuta in questa vita terrena attraverso il dono dello Spirito, fonte di amore. Nella storia della Chiesa fin dai primi secoli, si registra non solo il valore dell’annuncio esplicito, ma questo era accompagnato dalla coerenza della vita vissuta alla luce del Vangelo. Così dovrebbe essere anche oggi per le famiglie cristiane e le comunità parrocchiali, ci si deve impegnare a riannunciare, specialmente alle nuove generazioni, attratte molte volte solo dalle gioie terrene, il valore grande della donazione totale di sé a Dio, per il bene proprio e quello degli altri, all’annuncio deve sempre corrispondere un impegno di vita illuminata dalla sapienza del Vangelo e testimoniata da una condotta morale coerente. Solo l’Amore divino può donare ad esse la grazia e l’aiuto per fare della “Carità divina” il centro dell’evangelizzazione, mediante la quale educare le nuove generazioni alla vita buo- tendo a disposizione tutte le loro risorse positive a vantaggio di tutti. La carità vissuta è insieme germe dell’evangelizzazione e il suo frutto maturo. Benedetto XVI, in riferimento a quanto detto, ci vuole far comprendere che “la vocazione non può che essere un’apertura totale a Dio da un lato, agli altri dall’altro: rispondere alla chiamata divina significa gettare un ponte tra Dio e gli uomini”. Questo stesso stile, nel capitolo decimo di Giovanni, è attribuito a Gesù, che si definisce porta delle pecore e buon pastore, questo non è solo un modello da attribuire ai sacerdoti e alla vita consacrata, ma è necessario che le famiglie e le comunità parrocchiali prendano sempre più coscienza che esse stesse sono ponte tra Dio e l’uomo, e così veramente possono aiutare le nuove generazione a rispondere quel loro si generoso al progetto salvifico dell’intera umanità. I Aprile 2012 Suore Apostoline Velletri 27 olti ragazzi anche oggi, nei tempi dell’Ipod e del Wi-Fi, sentono una voce accompagnata da un intenso sentimento di gioia ed entusiasmo, una dinamica assai diversa dal brivido delle mille forme di divertimento del mondo; si tratta della chiamata di Gesù a seguirlo più da vicino. Dietro a questa sensazione, tenue La vocazione si proverà poi con la maturazione personale che pian piano ci condurrà al suo livello di qualità. Quindi, sentire la vocazione non vuol dire per forza che uno debba essere già perfetto. Tutti i chiamati hanno sentito la distanza tra l’ideale vocazionale e la loro realtà. Non c’è nessun chiamato senza dubbi. Ma il Signore ha schiarito sempre le ombre dell’incertezza accendendo una luce nel cuore. Quindi, il dubbio può tante volte camuffare la vocazione. è meglio avere qualche umile dubbio, anziché essere troppo superbi rispetto alla vocazione. Profondo: Occorre non rimanere in superficie. La vocazione consacrata non è legata a dettagli esterni, al riconoscimento personale o allo status. Essa tocca, invece, la profondità del proprio cuore. Impegnato: I “chiamati”, ordinariamente, non sono impeccabili; nella loro vita s’incrociano la grazia e il peccato, la grandezza e il limite. Però, e rispettosa, molti ragazzi si chiedono: proprio io posso sentire una chiamata così impegnativa? Di solito la domanda successiva è: ma come faccio io a sapere se questo è veramente il mio cammino? Questa è “la domanda del milione” per uno che coltiva un’amicizia viva con Gesù e che si sente “guardato/amato” da Lui... Bisogna dire subito, che i “dubbi” sulla vocazione, non sono sinonimo di “non avere la vocazione”, piuttosto il contrario. Sì, normalmente, l’interrogativo sorge quando la vocazione c’è... quindi, il da farsi non è scappare dalla domanda, ma verificare l’autenticità della voce e la propria idoneità. Ciò non si realizza attraverso una radiografia momentanea. L’operazione è più complessa e serve per capire se uno può camminare sicuro dietro alle orme di Gesù. Comunemente, tutto ciò prende il nome di “discernimento”. Una terza domanda frequente è questa: in che modo devo discernere? La risposta è: sereno, umile, profondo e impegnato. Sereno: Il discernimento - nonostante la rima non deve essere un tormento, ma uno sguardo sereno sul proprio cammino e sulle motivazioni della scelta. Esso non si fa nell’agitazione, nella crisi di senso... serve la serenità del cuore per vedere la sorgente profonda della propria identità, e non le acque mosse da una tempesta occasionale. Il Signore non parla nel chiasso, ma nella brezza soave del tramonto, quando tutto ritorna alla sua quiete più grande. Umile: Non è buon segno essere troppo “sicuri della vocazione”, senza aver approfondito la propria storia o senza aver ascoltato persone con una buona esperienza vocazionale. L’individuo autosufficiente può viziare le sue scelte attribuendosi una certezza poco realistica. Perciò, passo passo, l’impegno in una vita santa e radicale diventa per loro un obiettivo imprescindibile. Quindi, la percezione della vocazione va accompagnata dalla certezza delle proprie povertà, ma non senza la volontà di trasformarsi, ottenendo a poco a poco la purificazione dal male e la maturazione necessaria. Quindi, nel discernimento, come possiamo intuire, non serve il “fai da te”, ma l’accompagnamento sapiente di un maestro affidabile, al quale confidare la propria esistenza, perché egli ci guidi in una valutazione oggettiva e sicura della vocazione che sentiamo nel nostro cuore. Nel nostro cammino di ri-scoperta delle diverse vocazioni incontriamo in questo numero la VITA CONSACRATA. Una scelta di vita che si fonda totalmente sull’incontro con Gesù e il suo amore che porta a seguirlo con tutto se stessi nella via dei consigli evangelici. M di Mario Oscar Llanos sdb docente di Scienze dell’Educazione e di Pastorale Vocazionale, UPS. Da SE VUOI 3/2009 Aprile 2012 28 Fabrizio Cellucci* Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. 1 I l Signore si rivela a noi come ad un amico, quindi con una intimità e verità, che ci coinvolge con una serie di suggestioni che, sono legate alla singola esperienza che ognuno di noi fa riguardo a questa dimensione importante per la vita e anche per il discernimento vocazionale. Troviamo il nostro posto nel disegno d’Amore di Dio anche grazie ai consigli e le parole che ci vengono dagli amici. Sono color che ci conoscono, e nell’arco della vita sono strumento nelle mani di Dio ch entra nella storia e ci visita anche attraverso la loro vita e il loro modo di essere, quindi nella relazione che noi viviamo insieme con loro. In poche parole potremmo dire che i nostri amici fanno parte della nostra vita e le nostre amicizie spiegano la nostra vita.2 Nell’amicizia che viviamo quotidianamente e che molte volte non teniamo in grande attenzione a causa della routine, abbiamo invece, una possibilità bella e importante di poter fare esperienza di Dio, e insieme un grande arricchimento e purificazione del nostro essere. L’amicizia è un luogo in cui si vive una relazione importante, si evidenzia un’importante reciprocità fatta di dono e mistero. Un luogo in cui agisce la potenza misteriosa di Dio, se vissuta nella verità della relazione di amicizia. La vera amicizia è verità. Essere umili, essere veri significa riconoscere che nella vita c’è bisogno dell’amicizia, ovvero c’è bisogno di qualcuno per poter vivere bene: Dio e gli altri. Altrimenti il rischio è quello di diventare distruttivi e fondati nella superbia che blocca il flusso delle emozioni e del poter N vivere bene.Come bene ci ha ricordato anche il Concilio nella Dei Verbum, il Signore Gesù si è preoccupato di vivere con i suoi come un amico: e affinché i discepoli si amassero come Lui li ha amati. Facendo mie le parole di Giovanni Cucci, mi sento di dire che l’amicizia nella vita consacrata,nel cammino di discernimento vocazionale verso il sacerdozio ministeriale, rappresenta dunque un dono grande che il Signore offre a chi lo segue, a chi per lui ha lasciato padre, madre, casa e la propria terra; essa è anche un segno del centuplo promesso fin da quaggiù (cf. Mt 19,29).3 Vivere bene l’amicizia. È un segno di maturazione personale, molto importante. In quanto vivere bene l’amicizia richiede anche la capacità di stare bene con se stessi, con il proprio mondo e di saper accentare anche la solitudine. Prima di tutto in ragione della profonda amicizia ella quarta Domenica di Pasqua, 29 Aprile 2012, domenica del Buon Pastore, si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, proposta alla Chiesa universale con profetica intuizione, da Papa Paolo VI nel 1964. Il tema che il S. Padre Benedetto XVI propone in questa quarantanovesima Giornata mondiale per la riflessione e la preghiera delle comunità cristiane è: “Le vocazioni dono della carità di Dio” (Deus caritas est, n.17). Ciò significa riscoprire la gratuità del dono di ogni vocazione e di ogni chiamata a vivere la propria vita nel segno della Beatitudine e dell’Amore, in continuità con quanto afferma Gesù nel vangelo di Matteo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Lo slogan scelto dal Centro Nazionale Vocazioni della Conferenza Episcopale Italiana è: “Rispondere all’ Amore... si può“. Esso si propone come invito a vivere con creatività, responsabilità e fedeltà la propria vocazione. E’ un gran- che Lui ci ha donato, il primo impegno per il cristiano è ricordare che siamo chiamati a stare con il Signore che come amico ci parla ogni giorno e vuole portare luce al nostro cuore, illuminando ogni emozione sentimento, azione che parla e dice qualcosa di noi e della nostra identità. L’amicizia è un dono grande, e quindi la parola che si mette in campo va preparata bene: la sbrigatività non è il criterio della trasparenza amicale. La vera comunicazione è autentica quando nasce dal silenzio e sa rispettare il silenzio. L’essere amici con gli altri ricorda anche che ognuno di noi è bisognoso di eternità, non si vorrebbe morire mai, per non perdere le persone a cui si tiene. L’amore, come la vita quindi, richiede eternità; l’amicizia come la vita vorrebbe durare sempre. Sperimentiamo come l’amore umano non basta a se stesso, non può compiersi che in Altro. Questo può essere dato come promessa non compiuta e anticipata solo nella fede. Alla luce della fede è bello poter pensare che l’affetto che abbiamo condiviso e ciò che ci appartiene nell’intimo, e che porteremo sempre con noi, sarà pure ciò che resterà di noi al termine della vita: inoltre secondo la parola di Gesù saranno proprio i nostri amici ad accoglierci quando giungeremo alle dimore eterne (cf. Lc 16,9). *Seminarista diocesano Verbum 2. R. MARITAIN, i grandi amici, vita e pensiero, Milano 1999, 9. 3 Cf G. CUCCI, la forza della debolezza, Adp, Roma 2010, 288. 1 Dei 2 de inno all’amore, che riecheggia in tante pagine bibliche, e che si esprime nelle due grandi espressioni e modalità dell’amore: la vita di coppia e la verginità donata nel ministero ordinato del Sacerdote o nella Vita consacrata. Sono due espressioni dell’Amore che si innestano sullo stesso tronco dalle radici profonde, che attingono fecondità dalla sorgente viva che è Gesù, e come due rami fioriti si liberano in alto per cercare gli spazi inifiniti del Cielo. Brani biblici di riferimento: 1 Gv 4,19; Cantico dei Cantici 8, 6-7; Geremia 20,7. Aprile 2012 29 *Fabricio Cellucci Carissimi amici di Ecclesia in cammino, il 19 marzo 2012 nella celebrazione eucaristica della sera in 13 seminaristi siamo stati istituiti accoliti da Mons. Raffaello Martinelli, Vescovo di Frascati. Abbiamo vissuto un grande momento di gioia per il dono e la responsabilità che il Signore ci ha voluto donare con questo ministero dell’accolitato. Alla celebrazione hanno partecipato tanti sacerdoti delle nostre chiese diocesane, tanti amici e tutti i nostri genitori. Un giorno che nel nostro seminario è stato preparato da tutti i seminaristi, che ci hanno accompagnato con le loro preghiere e con la loro amicizia, sincera e discreta ma molto significativa. Nella celebrazione il vescovo Martinelli, ci ha affidato alla paterna cura di san Giuseppe, perché sul suo esempio in modo analogo, possiamo essere anche noi custodi della presenza reale e sostanziale del Signore Gesù presente nell’Eucarestia, in particolare in quello che sarà il nostro servizio di accoliti. Ma la cosa più significativa che mi ha donato il Signore, nella mia preghiera personale, è stata quella di poter sperimentare un senso di Gratitudine e di fiducia grande da parte dell’Autore della vita. Sensazione che grazie ad un bigliettino di auguri che ho ricevuto proprio la sera del 19 da un amico, mi permette di poter donare tutti voi carissimi lettori di Ecclesia, un pensiero spirituale sulla gratitudine: La parola più bella che noi possiamo dire nella vita è grazie. La parola grazie ripetuta con frequenza crea la gratitudine che è uno stile preziosissimo. La gratitudine però parte da un cuore che scopre dentro di sé il punto centrale della vita spirituale, cioè la gratuità e la gratuità è la fonte della povertà e della castità. Ma la gratuità regge, nella nostra vita, se tutti i giorni noi l’appoggiamo sul rendimento di grazie che è l’Eucarestia. Il grazie ti relaziona e diventa gratitudine, la gratitudine ti lancia il cuore in alto perché diventa gratuito, ma poggia sul rendimento di grazie eucaristico. Non abbiate paura di dire troppe volte “GRAZIE” all’autore della vita e ai fratelli che vi pone accanto lungo il sentiero della vita (Don Tonino Bello). *Seminarista Diocesano Aprile 2012 30 Gaetano e Monica Di Laura C ome ho intrapreso il mio cammino per il diaconato permanente: sono Gaetano Di Laura e faccio parte della parrocchia di S. Barbara a Colleferro, ho 49 anni, di cui 25 condivisi con la mia sposa; io e Monica abbiamo 2 figlie, Giorgia di 13 anni e Diletta di 20 che da 7 mesi ci ha reso nonni. Da più di venti anni lavoro nel campo della comunicazione e della pubblicità globale, dalla cui esperienza è nato poi un piccolo stabilimento di stampa digitale. La mia è una storia di conversione e di un cammino di grazia che inizia attraverso un provvidenziale viaggio, un pellegrinaggio che ho sentito come una chiamata; la Spagna ed il cammino, una parte del Cammino di Santiago. AgostoSettembre 2005 da Leon a Santiago, circa 330 km in 13 giorni. Santiago di Compostela, la mèta da raggiungere di un immaginario collettivo che ne ha fatto storia e romanzo. Un cammino duro ed imprevedibile, un percorso arduo, benefico, riparatore, una sconcertante avventura che procura ferite e dolori al corpo, ma cura e sana quelle dell’anima. Sono partito insieme a mia moglie Monica che ha condiviso da subito ogni tappa di questo santo viaggio, che non è stato l’arrivo, ma bensì, l’inizio e la partenza di tutto. Il Signore ci ha chiamato e la vita è cambiata; priorità diverse, atteggiamenti nuovi, la preghiera costante e la fede che anima ogni nostra giornata. Abbiamo abbracciato la realtà dell’amore, ritrovando i significati del cuore e le necessità dell’anima, riscoprendo l’importanza e la gioia della famiglia in Cristo e dell’affidamento che rendono la casa tempio di preghiera, di quella semplice, spontanea, viva di gratitudine e speranza, d’abbandono e consacrazione, vivendo in una fecondità spirituale che si nutre della Parola e che fonda la capacità di amare oltre le nostre sole forze, portandoci come sposi a far coppia con Dio, nella fedeltà del rapporto con Lui. Camminando insieme in famiglia ed in parrocchia, abbiamo trovato ognuno la sua dimensione spirituale, dividendo le strade che sono divenuti due percorsi paralleli per poterci confrontare crescendo insieme. La mia chiamata alla dimensione del servizio ha avuto il suo imput con il volontariato; faccio parte ormai da alcuni anni dell’Unitalsi e opero nell’organizzazione di cui fa parte anche mia moglie, qui nella sede diocesana e nei viaggi a Lourdes in cui mi alterno con Monica. Come coppia facciamo parte del CDV (centro diocesano vocazioni) in cui viviamo l’esperienza forte di un impegno, che è divenuto fonte per poter maturare all’interno di un gruppo unito, che è estremamente attivo e spiritualmente prolifico; da cui sono scaturite ben due vocazioni: una monastica ed una diaconale. Per mia esigenza personale 5 anni fa ho intrapreso gli studi di teologia pensando che una preparazione più formativa mi potesse aiutare a camminare sulla strada giusta. Meditando sulla scelta di un impegno fattivo, sono giunto attraverso l’aiuto determinante della mia guida spirituale, la preghiera e il discernimento, alla consapevolezza di una vocazione al servizio, che a Dio piacendo si potrà tradurre nel diaconato permanente. Conseguentemente ho intrapreso la preparazione inerente a questo cammino, seguendo un percorso di formazione, che prevede incontri specifici e il coinvolgimento delle famiglie. Cerco di adoperarmi in parrocchia, la domenica porto la comunione e la parola in un ricovero di anziani. L’opportunità di poter camminare insieme agli altri aspiranti ha esteso questo cammino dal personale al comunitario, che lo rende vivo di occasioni di confronto e crescita, forte di rapporti umani fondati sulla roccia dell’amore in Cristo in cui condividere la gioia di una testimonianza concreta. E’ stata una decisione profondamente meditata, e costantemente prego perchè sia quella giusta, aspirando alla fine di un percorso che porterà alla consacrazione, per poter seguire la Sua strada; così che il Signore mi possa guidare passo passo per poter divenire suo servo e servo degli uomini. ”Il diaconato permanente, se è il gradino più basso nella gerarchia dell’ordine sacro, è però la soglia più alta che l’avvicina a Cristo, diacono di Jhwh, servo del Signore.”(Mons. T. Bello) Aprile 2012 31 Francesco Canali D a tempo immemorabile, l’attuale Via Vittorio Emanuele II, nella città di Segni, è stata sempre chiamata Jo lago benché nei pressi non si trovasse né un corso d’acqua né tanto meno un lago, sia esso naturale che artificiale. Ancora oggi qualche sprovveduto forestiero domanda ancora incuriosito dove si trovi questo fantomatico lago, suscitando l’ilarità dei segnini, peraltro sempre pronti alla “battuta”. E allora, perché questo nome? Così scrive in proposito lo storico segnino mons. Bruno Navarra (19252006) nella sua Storia di Segni dal 1797 al 2006, parlando della chiesa di S. Maria degli Angeli: ”L’odierno corso Vittorio Emanuele II fino a tutto il XIX secolo, era un ampio viale rettilineo che, iniziando dalle mura poligonali innalzate a sostegno del terrapieno “deglio spassiggio”, terminava alla diramazione a sinistra per il colle dei Cappuccini. Ombreggiato ai lati da alberi di olmo, i cigli erbosi e i prati a destra e a sinistra, avea il fondo di terra battuta con tratti imbrecciati. Larghe pozzanghere vi si formavano nei tempi piovosi da giustificare il nome popolare Jo lago. Altri pensano, continua lo storico, che quel nome gli provenga dal laghetto della Pezza che, protetto da un muro elevato di circa un metro dal suolo, si estendeva tra la chiesa di S. Maria degli Angeli e il vicino edificio della scuola media “Don Cesare Ionta”. Anche l’altro studioso delle tradizioni segnine Emanuele Lorenzi (1924-2005) nel suo voluminoso Vocabolario del dialetto di Segni alla voce (Jo) Laco scrive: ”... nel cap. 9 degli Statuti si parla di un altro lago, il lago della pezza che doveva trovarsi nella zona dell’attuale lago (Corso Vittorio Emanale II) e più precisamente nella zona dove era ubicato il mattatoio comunale, sulla quale in seguito fu costruita la Scuola media inferiore “Don Cesare Ionta”. A questo punto non dobbiamo fare altro che verificare cosa viene riportato negli Statuti della città di Segni emanati nella metà del ‘500: “ ... di più risolviamo che l’Esecutore non possi accusare alcuno, eccetto che nelli casi infrascritti senza l’intervento dell’Esecutore, cioè del porto d’armi, del giuoco dei dati, di carte, della sporcizia delle fontane, di chi lava vicino alla fontana, più del suo segno e termine, di chi bevera o lava dentro il lago dei bovi, chi lava dentro il lago della pezza nel quale li porci e bufali dopo che avranno bevuto non possano trattenersi …”. In un altro capitolo, il lago viene collocato nei pressi del Borgo di San Marco, dal nome dell’omonimo converto diruto e che confinava proprio con l’attuale viale Vittorio Emanuele II. I due studiosi erano giunti vicini alla verità ma man- cavano ulteriori prove! E la risposta sta proprio in quel “laghetto della Pezza” che altro non era che una vecchia cisterna romana chiamata il lago o laghetto che nel tempo ha dato origine al toponimo Jo lago a tutta la zona. In un documento conservato nell’archivio storico comunale della città, a partite dai primi decenni dell’Ottocento, si parla proprio di questo laghetto o meglio cisterna che corrisponde in tutto a quanto sopra descritto: ”Lago distante dalla porta principale dalla città di Segni palmi seicento circa, la profondità ragguagliatala questo lago è di palmi sei, mentre la sua area è di palmi 150 quadrati. Non è questo formato da cemento o ad arte, ma presenta piuttosto un fondo terrivo di antico anfiteatro e accoglie le acque pluviali di vicini terreni delle quali, mentre è ripieno nell’inverno, va a disseccarsi nell’estate restandovi poche acque imputridire e ripiene di melma. Tanto per l’umidità dell’inverno, quanto per il puzzone dell’estate, nuoce di molto specialmente alla parte inferiore della città che però riempirvi di terra aprire alle acque un inviato per il vicino fosso di via Traiana e così avrebbe la città fuori della porta un delizioso prato per comodo di fiere e spettacoli pubblici”. Quindi una cisterna costruita con blocchi di tufo simile alla cisterna dove si svolgeva la “giostra del maialino”, distante circa seicento palmi, a circa mille metri dalla città, e pertanto nei pressi dell’attuale Chiesa di S. Maria degli Angeli e della Scuola Media “Don Cesare Ionta”, profonda sei palmi, oltre 1 metro e ampia palmi 150 quadrati, circa 30-40 mq con un diametro di 7-8 metri. Era la conferma di quanto riportato negli Statuti e riportato dai due studiosi: il laghetto menzionato nel documento corrispondeva alla cisterna o meglio al “lago della pezza” degli Statuti. Stracolma d’acqua nel periodo invernale, la cister- na aveva il grave inconveniente di diventare, nel periodo estivo, ricettacolo di ogni genere di animali, a cominciare dalle fastidiosissime zanzare fino ad abbeveratoio per maiali e bufali emanando cattivi odori a causa delle sue acque malsane. L’acqua putrida rappresentava poi anche un serio veicolo di contagio a causa delle precarie situazioni igieniche esistenti nella città. Per ovviare a tutto ciò, nel 1836 la magistratura di Segni decise di riempire o meglio “seppellire” la cisterna attraverso “canne dieci e palmi ottocento di terra ben pilotata e spianata a dovere acciò le acque non abbiano più a formare il sito per restare di nuovo in essa circonversa”, facendo bene attenzione che la terra non fosse “mischiata” con il letame. Incaricato di redigere il progetto fu nominato il perito-misuratore di fabbriche Giuseppe Manni di Gavignano il quale, il 27 ottobre 1836, presentò un preventivo di spesa di scudi 24 e baiocchi 80, dando facoltà alla ditta appaltatrice di “crescere o diminuire i lavori descritti nella perizia”. Il lavoro doveva “compiersi nel termine di giorni dodici”. Da allora si è definitivamente perduta la memoria del lago - cisterna mentre la toponomastica della città si arricchiva di un nuovo vocabolo: Jo lago. Grazie dunque al documento rinvenuto nell’archivio storico, è stato svelato il significato e l’origine del detto toponimo Jo lago, cosa che non avrebbe avuto però fondatezza storica senza il prezioso riscontro degli ultimi due inguaribili innamorati della segninità, Don Bruno Navarra ed Emanuele Lorenzi, o meglio della loro “Segni, perla dei Lepini” come Emanuele Lorenzi, l’amico Lelle, chiamava con smisurato orgoglio: “mia città natale”. Ancora una colta si ha la riprova che la storia si ricostruisce accostando i vari tasselli a disposizione! Aprile 2012 32 don Daniele Valenzi A bbiamo iniziato a leggere nel terzo capitolo del secondo libro delle sentenze di Bruno di Segni la grande descrizione di come la virtù della carità trasformi la vita dell’uomo, come lo porti a perdersi nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Il nostro autore giunto a questo punto, attraverso l’esegesi del tredicesimo capitolo della prima lettera si Paolo ai Corinti, da buon pastore, conduce ai verdi pascoli della conoscenza interiore di questa virtù. Il beato Giovanni Paolo secondo commentando la vita di Sant’Agostino a proposito della virtù della carità che il vescovo ipponense viveva come pilastro della sua vita spirituale scriveva: ”Le prerogative della carità sono molte: l’inesauribile ricchezza che ha sempre qualcosa da dare anche quando ha dato tutto; l’inestinguibile dinamismo che si placa solo in Dio; l’intransigente radicalità che penetra le più riposte fibre del cuore e trascina tutto l’uomo, perché “Dio che ti ha fatto tutto, ti esige tutto”; il totale disinteresse che cerca Dio gratuitamente e nulla all’infuori di Lui; la forza progressiva dell’assimilazione per cui “ognuno è tale qual è il suo amore”; e, in ultimo, la genuina soprannaturalità: “Da dove proviene negli uomini la carità verso Dio e verso il prossimo se non da Dio stesso?”. La via del discepolo è la carità: chi ama Dio è conosciuto da Dio: questa è la verità più sconvolgente del cristianesimo, in tutte le religioni i fedeli amano il loro dio, ma nel cristianesimo i fedeli si riconoscono amati. Quello che rimarrà è la carità: Dio è carità. Vivere la carità è esprimere come ci si è lasciati trasformare dalla Carità, che è Dio. In questa seconda parte del capitolo in questione, che riporto fino alla conclusione, san Bruno dopo aver parlato degli effetti straordinari di questa virtù, descrive minuziosamente le qualità, eccone il testo. Ecco, abbiamo conosciuto finora quanto sia buono il possedere la carità, ma ora sentiamo circa la stessa carità, come è. Dì dunque, o beato Paolo, come è la carità. “La carità è paziente.” E da dove motivi questo? Perché “non invidia, non agisce perversamente, non si gonfia, non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse. Non si adira, non pensa male, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità (1Cor13, 4-6). Ecco, ha dimostrato ed egregiamente dimostrato, che è paziente e benigna, solo questo potrebbe bastare. “È paziente” perché non si adira con nessuno e non provoca con nessuna accusa, ma intercede per i suoi stessi nemici. Se infatti si adirasse e provocasse, non sarebbe paziente. E poiché “è benigna”, è capace di benevolenza e usa misericordia verso chiunque. Poiché, dunque con pazienza tutti perdona, e con benevolenza ha compassione, che cosa c’è che può fare più grande? Poiché infatti è benigna: quindi “non è gelosa”, non invidia. “Non agisce perversamente”, cioè temere ed ingiustamente fare qualcosa. “E non si gonfia” per superbia. “Non è ambizioso”, perché non desidera onori del mondo. “Non cerca il proprio interesse”, ma quelli che sono di tutti, perché possano essere salvati. Mette da parte le proprie cose e si prende cura delle altrui. “Non si adira” altrimenti non sarebbe stata paziente. “Non pensa male”, che è contrario alla benevolenza. “Non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità”, cose che spettano entrambe alla benevolenza. “Tutto crede”, di ciò che deve essere creduto. Ma quali sono le cose che devono essere credute, custodite e sperate? Vuoi sapere quali sono? Tutte quelle cose che entrambi i testamenti comandano di credere, sperare, e custodire. “La carità non avrà mai fine (1Cor13,8)” E questo è ciò in cui, rispetto alle due virtù di cui ho parlato prima, cioè la fede e la speranza, la carità è più grande ed è quindi collocata alla fine. “Ma di queste la più grande è la carità (1Cor13, 13). Più grande di tutte, perché “non svanisce mai”, perché è eterna, perché c’è sempre, e non ha fine. Le altre cose non saranno necessarie dopo questa vita, perché soltanto a questa appartengono, quelle cose che si aspettano e che non si vedono. Infatti la speranza è l’attesa delle cose future. “La fede è la sostanza delle cose che si sperano, e prova di quelle che non si vedono (Eb 11, 1).” Ma allora dove saranno queste virtù dopo che niente più spereremo ed ogni cosa apparirà? Infatti Dio sarà tutto in tutti, e quelle cose vedranno ed avranno, saranno sufficienti per tutti. Ma andiamo a sentire quello che anche nel Cantico dei Cantici lo sposo dice alla sposa circa la carità: “Mettimi, dice, come un sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché è forte come la morte l’amore, tenace come gli inferi la gelosia. Le sue vampe, come vampe di fuoco e di fiamme. Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo CdC 8, 6 e ss.) Ha comandato il Signore e nostro Salvatore, che sempre come un sigillo sul cuore possiamo averlo e mai dimenticarlo, cosa che appartiene davvero al grande amore; e ciò è quello che dice altrove: “amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore (Mt 22, 37)” Questo, dunque, sia sempre sul nostro cuore; sia sempre sul nostro braccio perché la carità non sia oziosa, e l’amore, che è nel cuore si manifesti nelle mani. E così incitati corriamo incontro e non temiamo la morte, perché “forte come la morte è l’amore” anzi, di più, e più forte. È infatti più forte chi sorpassa di chi è superato: “ tenace come gli inferi la gelosia.” Che cosa comprendiamo per gli inferi se non ogni genere di pene? Quindi quelli che vediamo sono nei più grandi tormenti, siamo soliti dire che sono negli inferi. Poiché, quindi, l’amore non può essere superato dai tormenti, a ragione gli inferi ed suoi i tormenti sono paragonati alla costanza. “Le sue vampe sono vampe di fuoco e di fiamme. “ Il Beato Lorenzo e quei famosissimi bambini dovrebbero essere un esempio per noi, essi che infiammati dal fuoco della carità non hanno avuto paura delle fiamme dell’incendio. Così la fiamma della carità li infiammò nell’animo, perché non sentissero più le fiamme di quel fuoco. Per questo il martire di Cristo diceva: “ Impara, o uomo misero, perché non sento i tuoi tormenti” - “Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo”. Le grandi acque, i grandi popoli, non uno o due, ma tutta la città insorgeva contro il martire, ma tanto grande era quel fuoco di carità che ardeva nel cuore del martire che tutta quell’onda di popolo furente non era in grado di estinguere quella fiamma. A questo sermone non pongo una fine poiché la carità non ha fine. Aprile 2012 33 Velletri, L’edicola Madonna del Buon Consiglio Arch. Alvaro Ronzani n quindici anni di lavoro nel Comune di Velletri, di frequentazione della città e della nascita di tante amicizie mi è capitato più volte sentirmi raccontare, sapendo che venivo da Genazzano, i loro lontani ricordi d’infanzia, legati ai pellegrinaggi fatti con i nonni al Santuario della Madonna del Buon Consiglio di Genazzano. Ricordi di antiche processioni, di un paese medievale, di una grande chiesa, di una dolce immagine orientaleggiante. Erano ricordi di bambini, di un mondo in cui i pellegrinaggi ai santuari del basso Lazio, per secoli scandivano, come le fiere e le stagioni, l’attività del mondo contadino, il tempo della spiritualità e della fede religiosa. A me, che abitavo a fianco del santuario, tornavano in mente i miei ricordi, i canti dei pellegrini che arrivavano la notte della venuta, i grandi fuochi che scaldavano la notte di veglia, la penitenza di chi percorreva l’intera chiesa in ginocchio, i continui canti e i lunghi suoni delle campane che suonavano a festa. Il pellegrinaggio, per le popolazioni della zona, era un rito, corale, preparato dalle varie comunità lungo tutto l’anno, come si prepara un appuntamento tanto atteso e cui non si può mancare. Quasi sempre questi itinerari erano segnati, nel percorso, da edicole con l’immagine devozionale del santuario dove si era diretti, lasciate in altri tempi da altre generazio- I ni di pellegrini. Un anno fa, in occasione del rifacimento della pavimentazione del corso della Repubblica in Velletri, sono state restaurate le epigrafi e l’edicola dell’immagine della Madonna del Buon Consiglio posta all’angolo del ex palazzo Corsetti. Ero sempre stato curioso di sapere in che occasione fu posta la santa immagine e quale storia aveva dietro, chi l’aveva istallata, in che occasione. La sua posizione subito dietro l’antica porta Romana, all’inizio del Corso, nella strada principale della città testimoniavano ai miei occhi una grande devozione alla immagine della madonna venerata nel mio paese. Non sono riuscito al mio scopo, ma ho comunque trovato le due epigrafi del 1760, o quella del 1797 in cui la Santità di Papa Pio VI concedeva indulgenze a chi si fermava a pregare in quel luogo, ed inoltre due lettere, conservate nell’archivio storico comunale, che se pur non legate alla sua prima istallazione, descrivono con chiarezza l’antica devozione verso questa sacra immagine: in sintesi il proprietario dell’edificio, dovendo eseguire dei lavori di consolidamento , chiedeva che l’Immagine venisse traslocata o nella Chiesa parrocchiale o nel vicino Ospedale, contiguo all’altra chiesa di S. Giovanni Battista. Lettera in data 7 febbraio 1872, n. 276 di protocollo, del Sindaco Filippi al Suffraganeo e Vicario Generale D. Angelo Di Pietro: «Sulla via Corriera si trova esposta alla pubblica venerazione la sacra Immagine di Maria SS.ma del Buon Consiglio nella parete della casa spettante al Sig. D. Achille Corsetti. Avendo questi domandato al Municipio la licenza di rafforzare il muro ove si trova collocata detta S. Immagine, e non potendo il Municipio stesso dinegargli il richiesto permesso, rendesi necessario di provvedere alla collocazione della lodata S. Immagine, quindi prego V. S. Ill.ma e Rev.ma ad avere la degnazione di disporre che sia traslocata nella Chiesa di S. Maria del Trivio, ovvero in quella dell’Ospedale, tanto più che la località ove si trova non è decente, dovendo l’inquilino dell’attuale casa passare d’avanti la S. Imagine con bestie da soma.» La risposta di costui è del 17 successivo: «Da tempo immemorabile l’Imagine di Maria SS.ma del Buon Consiglio è posta sulla parete della casa, che ora spetta al Sig. D. Achille Corsetti. E’ una vera e perpetua servitù di quella casa. Ed è notorio, quali atti di devozione e di ossequio il popolo nella sua pietà abbia sempre praticato e pratichi tuttavia avanti la veneranda Effigie. Il toglierla ora da quel luogo offenderebbe altamente, per non dir altro, i sentimenti religiosi dello steso popolo. Né l’eseguire in quella parete qualche risarcimento potrebbe esimere il proprietario della casa dall’obbligo di mantenervi la S. Immagine e quant’altro le appartiene. Che se nel breve intervallo dell’esecuzione dei restauri si rendesse evidentemente necessario qualche temporaneo provvedimento sarebbe allora del medesimo proprietario l’intendersela coll’autorità Ecclesiastica». Ovviamente della traslazione non se ne fece nulla. Domenico Gorga lamenta al vescovo diocesano Mons. Luigi Ricci l’inadempienza del precetto da parte di Antonio Baiocchi del fu Domenico: ”Qui è restato uno solo che ancora non soddisfa al Precetto della Comunione Pasquale ed è un certo Antonio Baiocchi del fu Domenico il quale però incominciò a fare la sua confessione tempo fa ed ancora non la compie, promettendosi sempre di volersi sbrigare presto. Se vuole dargli altro tempo a questo tale per questa cosa lo faccia, altrimenti le serva di regola quanto le ho manifestato”. Non sappiamo quale fosse la pena ultima per il credente che non rispettava il santo precetto pasquale ... di sicuro però il piissimo parroco si era imbattuto in un “osso duro” che a distanza di alcuni mesi (la lettera reca la data del 7 settembre), non solo non aveva adempiuto all’obbligo del precetto, ma neppure era entrato nel confessionale anzi “incominciò a fare la sua confessione promettendosi sempre di volersi sbrigare presto”. In questa maniera il Baiocchi, o aveva tanti, ma proprio tanti peccati da confessare oppure, approfittando della bontà dell’arciprete, usava questa tattica “temporeggiatrice” per rimandare la confessione a tempo indeterminato. Non sappiamo alla fine se questo “parrocchiano miscredente” si sia accostato al sacramento della confessione …certo doveva essere sicuramente un tizio guardato a vista, una specie di diavolo da scansare se è vero che era l’unico tra i circa quattrocento uomini e cinquecento donne abili alla comunione, a trasgredire ad un obbligo così importante come il precetto pasquale. Francesco Canali ue erano le cose che i sudditi del Papa Re dovevano assolutamente evitare: evadere le tasse e dimenticarsi di adempiere al precetto pasquale! In entrambi i casi la giustizia pontificia, ad onta della sua proverbiale lentezza, si trasformava in una infernale (mai aggettivo fu più appropriato) macina che implacabile si abbatteva sul povero malcapitato. E sì, perché nello Stato della Chiesa le tasse andavano pagate e il precetto pasquale rispettato. Il precetto pasquale era infatti l’adempimento religioso più importante per ogni credente che andava ottemperato entro il “tempo pasquale” e cioè dalla Pasqua di Resurrezione fino all’Ascensione di Gesù in Cielo attraverso una santa confessione generale ed una altrettanto santa comunione. Del resto, anche nei precetti della chiesa si comanda che un fedele debba “…confessarsi e comunicarsi almeno una volta l’anno a Pasqua”. Disattendere tale obbligo, era considerato un peccato molto grave anche se, molto raramente, vi era qualche parrocchiano che di confessarsi e comunicarsi a Pasqua non ne voleva proprio sapere. I trasgressori erano soggetti ad un “richiamo” da parte del parroco e i loro nomi affissi sulla porta principale della chiesa come quando, il 7 settembre 1865, l’arciprete di Gavignano don D Aprile 2012 34 Stanislao Fioramonti U na volta nelle campagne, luoghi spesso lontani, non abitava nessuno. I contadini vi si recavano ogni giorno a lavorare la terra, dall’alba al tramonto, a piedi da soli o col somaro, e per riparo vi costruivano una capanna di stoppie, ma non potevano lasciarvi nulla perché di notte l’avrebbero rubato. Ogni giorno quindi si mettevano in spalla (o nei “cestroni” appesi ai fianchi dell’asino) gli strumenti di lavoro. Prima di uscire per il lavoro, alzandosi la mattina presto, gli uomini andavano in cucina dove, appesa a uno spago, c’era una aringa (“renga”) o una “saraga” affumicata, comprata nella pizzicheria; ad essa strofinavano un pezzo di polenta o di pane, e quell’odore era il solo companatico: raramente potevano permettersi un pezzo di quel pesce da portare via. Appena fuori dell’uscio, un’occhiata alla banderuola del palazzo Doria per una rapida previsione del tempo: se la bandiera guardava a nord o a ovest (cioè verso Palestrina o Velletri/Rocca Priora) prometteva buono, ma se puntava su Artena o Anagni (sud o est), tempo brutto o addirittura pioggia! Il lavoro prevedeva due sole soste per mangiare: una per la colazione, verso le 10 di mattina, e una per la merenda verso le 4 del pomeriggio; allora essi accendevano un fuocherello con pochi rametti e vi mettevano sopra a scaldare, appuntata su due “zeppitti”, la pizza di polenta che avevano portato; vi si poteva aggiungere qualche ortaggio, patate, un pò di verdura e un frutto. I pranzi con la pasta sfoglia fatta in casa e la carne di pollo erano riservati solo ai giorni di festa, e le cene spesso si saltavano perché la sera si cadeva dal sonno, specie se si era fatta una visita all’osteria. Per vincere l’arsura e la polvere si beveva vino acquato. I braccianti agricoli andavano a lavorare (“all’opera”) chiamati a giornata dal padrone, che doveva passare loro da mangiare: di solito un tegame di baccalà in umido afferrato con un pezzo di canna appuntita a un estremo. Il principe Doria “affidava” i suoi terreni ai braccianti (giornalieri) mediante un “bando”, e li divideva secondo la domanda. I “bandi” si “buttavano”: a febbraio quando si cominciava a vangare la terra; a metà giugno quello per la falciatura del grano; a metà settembre quello per la “licenza” di cogliere il granturco in certe zone. Il principe dilazionava le licenze per poter con- trollare meglio i raccolti. I banditori a Valmontone erano due: Giggetto Recchia detto “Sprechino” per quelli importanti (del Principe, del Comune...), perché sapeva leggere; e “Pacchiano” – e qualche volta anche “Tamburrini” – per quelli meno impegnativi (ad es. della carne a basso macello ecc.); negli ultimi anni cioè nell’immediato secondo Dopoguerra, questo lo fece Gino Bucci detto “Sagna”. In estate, dopo il raccolto, i contadini compravano alla fiera di S. Luigi di settembre, al prezzo di 5 lire, un paio di scarpe chiodate che dovevano durare tutto l’anno; i bambini portavano stivaletti chiodati, appunto perché si consumassero meno velocemente. La stragrande maggioranza dei contadini era analfabeta, intimidita dalla sola presenza del dottore, dell’impiegato o del signorotto, a volte addirittura del prete. Solo nel 1913 il diritto di voto in Italia fu esteso a tutti i cittadini maschi, anche se analfabeti. Tra la seconda metà dell’’800 e i primi anni del ‘900 i contadini erano ridotti alla fame: avevano una famiglia numerosa, e poca o niente terra, costretti perciò a coltivare – come mezzadri o coloni – i terreni del principe Doria, degli altri proprietari o degli ecclesiastici, ai quali andava la metà del raccolto (spartizione “a mezzo”). Dalla propria parte il contadino doveva poi togliere tutta una serie di “pesi” (tasse) che gravavano su di lui: l’entratura per l’occupazione del terreno da lavorare; la guardianìa (un pelliccio “raso” di grano o granturco spettante al guardiano dei campi); la quota per i “barrocciai” (trasportatori del raccolto) e per i “topinari” (“soreciari”, persone che bonificavano il terreno dai topi piazzando le tagliole = “toparòle”), per l’acquisto delle sementi, ecc. Perciò già a dicembre le sue scorte, dopo tante fatiche, erano spesso esaurite e – nell’impossibilità di tirare avanti da soli per tutto l’anno - tornava lo spettro della fame sulla sua famiglia; così erano costretti a chiedere prestiti agli usurai che presto si trasformavano in debiti insolubili. Iniziava infatti un circolo vizioso che portava alla disperazione: violenze, galera o emigrazione nelle Americhe (500 mila partenze ogni anno in Italia). Per andare a New York su navibestiame si spendevano 125 lire di biglietto in tempi nei quali chi aveva 5 lire era un signore! Nel 1913 una locandina della “società di navigazione a vapore Italia” presenta la più recente performance del suo “vapore” a 2 eliche e 2 macchine “Napoli”, che salpò il 30 marzo 1913 e, dopo scalo a Palermo, giunse in 14 giorni a New York e in 15 a Filadelfia, al costo di 200 lire a persona in terza classe e di 325 in seconda classe. Giustificato dunque il detto amaro: “Lavora, contadino, lavora, cane, la robba che aremitti è de jò padrone”. Aprile 2012 I Mons. Franco Fagiolo n questo secondo articolo dedicato al Silenzio nella Celebrazione eucaristica, vediamo quando è opportuno e desiderabile il silenzio nei diversi momenti della Messa. RITI D’INIZIO.Sono due i momenti di silenzio previsti dal messale: Prima del Rito penitenziale, qualunque sia la forma usata. Dopo l’introduzione del presidente, segue un momento di silenzio. Prima dell’orazione o colletta, dopo l’invito a pregare, “tutti insieme con il sacerdote stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e per poter formulare nel proprio cuore la preghiera personale” (PNMR 32). È importante quanto suggerisce il messale, perché ognuno abbia la possibilità di entrare nella preghiera con tutta la propria persona. LITURGIA DELLA PAROLA. Se proprio vogliamo essere fiscali, non si parla di silenzio né prima, né dopo le letture. Ma la pratica dimostra che non sarebbe male lasciare qualche attimo dopo ciascuna lettura, prima del Salmo responsoriale e prima dell’Acclamazione al Vangelo. L’organista, con un breve preludio potrebbe preparare al Salmo e con una introduzione festosa di tipo acclamatorio “lanciare” (come si dice oggi) l’acclamazione, e così disporre gli animi alla proclamazione del Vangelo. Diciamo questo perché la Liturgia della Parola non è una semplice e piatta lettura di testi. È una “celebrazione” della Parola vera e propria. Inoltre, consigliamo vivamente al lettore, una volta giunto all’ambone, di non partire subito all’attacco con la lettura, sparando sul microfono, senza neppure aspettare che tutta l’assemblea sia comodamente seduta e pronta ad ascoltare. Altrettanto importante è evitare che il celebrante, una volta finita l’omelia, non incominci subito il Credo, come se fosse un tutt’uno con la predica! Se si vuole guadagnare un po’ di tempo, è meglio accorciare l’omelia che defraudare l’as- S 35 i terrà a Velletri presso il laboratorio del Museo diocesano il primo corso Base di Iconografia Bizantina,un corso curato dal maestro d’arte Fabio Pontecorvi. Lo scopo del corso è quello di dipingere un icona del volto di Cristo, percorrendo un percorso base di primo livello, tecnico e teologico. Il corso è aperto anche a coloro che hanno poca manualità e prevede un massimo di sette allievi che saranno seguiti personalmente dal maestro attraverso otto tappe, il primo incontro si terrà giovedi 26 Aprile dalle ore 15:00 alle 18:00 ed a seguire per i successivi sette giovedi fino al 16 Giugno. “Quando si parla del lavoro dell’iconografo,non si dice «dipingere»ma dal greco gràphein(grafia) quindi «Scrivere». Come la parola scritta, l’icona insegna la verità cristiana: è una teologia in immagini. L’immagine rappresenta ciò che la scrittura insegna con la parola”. Le otto tappe graduali partiranno con il disegno su tavola ingessata(Levkas) per segui- semblea di quel momento di silenzio e di meditazione che prepara alla professione di fede. Anche nella preghiera dei fedeli, non è male una certa calma tra un’intenzione e l’altra. LITURGIA EUCARISTICA. Contrariamente a quanto si pensa, nella Liturgia eucaristica c’è più dinamismo, più azione e meno meditazione e silenzio. È il momento dell’azione di grazia fatta da tutti insieme, anche se è solo il presidente dell’assemblea che la interpreta e la esprime in nome di Cristo, Capo del Corpo ecclesiale. Un momento di silenzio è opportuno e prezioso dopo la comunione di tutti, purchè sia vero silenzio e non semplice attesa di gente che scalpita e non vede l’ora di andarsene. Da questo silenzio potrebbe nascere un canto intenso e generoso.Anche l’orazione dopo la comunione prevede un invito e un breve silenzio, ma qui il senso è soprattutto quello di prendere il tempo necessario perché la gente si alzi e si metta in atteggiamento di preghiera. CONCLUSIONE. Come si vede, non mancano certamente gli spazi e le occasioni per il silenzio in una celebrazione. E per ottenere il silenzio non è necessario sacrificare il canto! Basta farlo bene tutti quando è previsto. Il problema è farlo diventare, come si diceva nella puntata precedente, silenzio “abitato”, silenzio che si ascolta e che permette di oltrepassare la soglia dei riti e riconoscervi le tracce del passaggio di Dio, secondo quanto sperimentato da Elia sull’Oreb: “Ci fu un vento impetuoso e gagliardo… ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto… ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu un mormorìo di un vento leggero…..ed ecco, come l’udì… Elia senti una voce…” (1Re 19, 11 e ss). re con la preparazione della tempere all’uovo, tecnica usata dagli antichi maestri fino ad arrivare con diversi passaggi ai tratti di luce dell’icona. Ad ogni allievo verrà consegnato con l’iscrizione, una tavola ingessata, dei pennelli, colori(pigmenti naturali) e foglia in oro, gli allievi dovranno portare con se matita, compasso, gomma pane, due squadre e un righello.“Sono sicuro che sarà un cammino che ci aiuterà a riscoprire la bellezza che salva dell’amore di Dio” - Fabio Pontecorvi. - Iscrizioni entro il 13 Aprile 2012. - I posti sono limitati, massimo 7 allievi. - Alla fine del corso le icone verranno benedette durante una celebrazione Eucaristica. - Ad ogni allievo sarà consegnato un attestato di partecipazione. Per informazioni rivolgersi direttamente al maestro Fabio Pontecorvi al cell. 334 1707171 o inviando una mail a: [email protected] [email protected] *Responsabile Diocesano del Canto per la Liturgia [email protected] Aprile 2012 36 Antonio Venditti N elle famiglie, nelle scuole ed in tutti gli ambiti educativi, l’educazione politica non deve essere un tabù ma piuttosto un bisogno di consapevole appartenenza alla società civile e di attiva partecipazione al governo della “Res publica”. Parliamo, ovviamente, di “Politica” nel senso più elevato del termine, come concezione dello Stato, della sua struttura e dei meccanismi di funzionamento, dei ruoli e dei rapporti che devono contraddistinguere una società civile. Non si parla, invece – ed è bene prescinderne – di politica in senso ideologico e partitico, non perché ideologie e partiti non abbiamo la loro importanza, ma perché l’educazione non può fondarsi su contrapposizioni, quanto meno ansiogene e fuorvianti, ma sulle conoscenze, il più possibile unificanti, di un percorso di ricerca della verità. Conoscenze soprattutto scolastiche e per questo asettiche e lontane dalle passioni : conoscenze teoriche, attinte quindi dallo studio dei legislatori e delle istituzioni delle varie civiltà, cominciando dalle più antiche, con particolare riguardo alla Grecia, dove varie forme di governo sono state elaborate e sperimentate, tra cui la democrazia, con le profonde teorie attorno ad esse elaborate dai grandi filosofi : Socrate, Platone, Aristotele. La storia, in questo senso, è davvero “maestra di vita”, perché ci mostra come tali teorie sono state applicate nella vita pratica, con i punti di forza nella risoluzione dei problemi di governo e di convivenza, e con le degenerazioni e le deviazioni che nel tempo si sono verificate, rendendo indispensabili mutamenti e rinnovamenti per il bene pubblico. Nel momento di grave crisi che stiamo vivendo, con difficoltà di funzionamento delle istituzioni, confusione di ruoli e disorientamento dei cittadini, l’educazione politica, correttamente intesa, diventa, a mio avviso, indispensabile. Occorre, però, non ripetere gli errori del passato, quando, ad esempio, la scuola è divenuta campo privilegiato di adescamento politico, perpetrato da docenti che avevano smarrito il senso della loro funzione, anteponendo la formazione partitica alla formazione civica, l’unica legit- timata nell’educazione. Mi riferisco ai primi decenni del dopoguerra, contrassegnati da grande partecipazione dei cittadini alla vita politica negli anni della ricostruzione e dello sviluppo, ma anche da grandi contrapposizioni, legittime nelle assemblee e nei centri di gestione del potere, ma non nei luoghi educativi, dove si formano le nuove generazioni, che devono essere abituate alla tolleranza ed al rispetto reciproco, come necessarie premesse all’esercizio delle libertà civili. Le diverse opinioni devono quindi emergere nel libero confronto delle idee, in un percorso non preordinato o addirittura imposto autoritariamente dal docente, che si deve limitare ad un’azione di regolazione e di stimolo, non esprimendo mai la sua opinione personale, ma partendo proprio dalla maieutica socratica, per spingere ogni allievo a “conoscere se stesso” e ad esprimere la sua “verità interiore”. Nonostante le acerrime lotte politiche, con i pericoli che ne derivavano, e le dolorose divisioni che scuotevano spesso anche le famiglie, faticosamente la società italiana è andata avanti, con progressi notevoli nell’economia, nel lavoro e nelle generali condizioni di vita, trovando anche momenti di unità e di concordia nazionale. Con il deteriorarsi, già allora, delle condizioni economiche, con il prevalere delle spinte egoistiche e con il venir meno della volontà e della forza d’animo dei cittadini che avevano ricostruito l’Italia dopo la dittatura e le devastazioni della guerra , è entrato in crisi l’intero sistema. Nella situazione odierna, con il crollo determinato dalla crisi finanziaria ed economica mondiale ma anche dalle debolezze insite nel sistema economico e politico italiano, diventa fondamentale l’educazione politica delle nuove generazioni, contemporaneamente alla rieducazione degli adulti, che hanno smarrito la con- sapevolezza dell’appartenenza alla comunità, per la quale ognuno è tenuto a fare la sua parte con schiettezza d’intenti e ragionevolezza nelle azioni. Tanto si discute sui sacrifici da sostenere : per risollevare le sorti dell’economia abbattendo il debito pubblico, per dare lavoro ai milioni di disoccupati favorendo la produzione delle aziende, per snellire l’apparato statale, regionale e comunale rendendolo efficiente e meno costoso, per riformare il fisco evitando l’evasione, per razionalizzare lo stesso assetto costituzionale eliminando eccessi, abusi e privilegi. Cosa insegneremo ai giovani studenti? Partendo necessariamente dalla Costituzione, la “Magna Charta” della nostra democrazia, indicheremo ciò che mantiene il suo valore ed è inalterabile, come la prima parte dei “Principi fondamentali”, ma anche ciò che si deve rinnovare per far funzionare meglio le Istituzioni, a cominciare dall’eliminazione della duplicazione delle funzioni nelle due Camere del Parlamento, dimezzando opportunamente il numero dei Rappresentanti. Deputati e Senatori devono rinunciare ad assurdi privilegi, come il famoso “vitalizio” e tanti altri di cui non godono i cittadini e devono avere uno stipendio più “sobrio”, legato all’effettiva “presenza”, senza poter svolgere contemporaneamente altre lucrose funzioni. Non deve esistere altro incarico retribuito più di quello di rappresentanza a livello nazionale, senza possibilità alcuna di “buonuscite e pensioni d’oro”. In proporzione devono essere ridimensionati gli stipendi di amministratori regionali e comunali, abrogando le inutili, quanto costose province. Ogni funzione pubblica elettiva si esercita per non più di due mandati, dopodichè si ritorna a svolgere la precedente professione, che ognuno deve avere, prima di candidarsi ad una carica pubblica.E così si pone fine anche alle ricorrenti discussioni sul rinnovo generazionale, che non può degenerare in uno scontro tra anziani e giovani : i “giovani”, prima che a governare, pensino ad esercitare un qualsiasi lavoro, perché è improprio e dannoso il “mestiere” della politica ; gli “anziani” non pensino di restare attaccati alle poltrone, ma dimostrino di essere saggi, coltivando altri utili interessi nella vita. Infatti “tutti siamo utili ma nessuno è indispensabile”. Le Amministrazioni pubbliche devono essere efficienti centri di erogazione di servizi ai cittadini, non centri di potere burocratico e politico. I funzionari che non sanno raggiungere precisi obiettivi, non hanno ragione di mantenere la loro funzione e devono lasciar posto ad altri più competenti, scelti in base al “merito” effettivo. I clientelismi ed i nepotismi, gli abusi di potere, come le omissioni di atti dovuti, vanno perseguiti. La corruzione, punita continua a pag.37 Aprile 2012 p. Vincenzo Molinaro on lettera del nostro vescovo indirizzata a tutti i parroci e operatori pastorali, è stata indetta la Giornata Diocesana della Famiglia. Il giorno scelto per questo incontro è il primo maggio 2012, presso Santa Maria dell’Acero. In tal modo, la giornata tradizionalmente dedicata all’Acero e alla spiritualità viene arricchita di questa nuova proposta e, diciamo pure, tensione pastorale. In effetti, già lo scorso anno era stata calendarizzata la giornata per la famiglia e non si poté realizzare. Ora è giunto il momento di confrontarsi con la situazione delle nostre famiglie. Come si svolgerà la giornata? Senza nulla togliere ai momenti tradizionali, cominciando dalla festa civile del Primo Maggio, passando per l’opportunità di incontrarsi delle varie parrocchie con le loro realtà associative, dalla possibilità di sostenere le attività dell’Acero con la Lotteria, tutto con il clima giocoso proprio, a questo si aggiungerà una riflessione introduttiva al tema. Questa sarà affidata a un esperto che ci aiuterà a leggere le luci e le ombre non tanto della nostra diocesi ma di questa società. Da qui al termine della giornata con la celebrazione dell’Eucaristia, il percorso delle famiglie è tracciato. L’attenzione al dato culturale tende verso la Messa. Qui riposa ogni possibilità di sciogliere i nodi intricati di tante famiglie.Comunque il programma completo della giornata lo troverete su queste stesse pagine. C segue da pag.36 esemplarmente, deve essere considerata assolutamente incompatibile con lo svolgimento di ogni funzione pubblica, ad ogni livello. Tutto ciò sarà possibile con una riforma della Giustizia civile e penale, che garantisca la certezza della pena in procedimenti trasparenti e di durata ragionevole. Il lavoro è al centro della vita sociale e tutti devono poter svolgere un’attività, per la loro dignità e per il sostentamento delle famiglie. Le aziende che creano lavoro vanno sostenute come un bene prezioso della comunità. Allungare gli anni di lavoro con relativi contributi pensionistici è una misura giusta, perché alleggerisce la spesa pubblica e garantisce le future pensioni dei giova- 37 Ora una breve riflessione che possa servire a prepararci all’incontro. L’esperienza della vita familiare come la conosciamo, come ne sentiamo parlare in questi ultimi anni, è certo che stia subendo una radicale trasformazione. L’inizio si è avuto con le leggi sul divorzio e sull’aborto, queste hanno inciso in profondità sul rapporto familiare, mettendo spesso i credenti con le spalle al muro. Inoltre, non si sa se causa o effetto della situazione culturale ed economica, assistiamo a una deriva di relativismo che di fatto nega ogni validità agli impegni durevoli e definitivi. Ovvio che non si possa dire in poche righe quello che costituisce sofferenza di una parte sempre crescente della nostra società. Vi entra il tema del lavoro e più indietro dello sviluppo stesso. Si è creduto che fosse verità assoluta la crescita economica esponenziale dell’Occidente, senza domandarsi a quale costo e sulle spalle di chi. Così quando sono sorte altre voci con richieste contrastanti, e quando nell’ambito del lavoro si sono affacciate altre maniere di produrre, facendo profitto lontano da noi, ecco che tutte le contraddizioni si sono scaricate sulla famiglia. La scarsità, la mancanza, l’incertezza del lavoro si fanno sentire sulle famiglie prima di tutto con effetti devastanti. I giovani non se la sentono di programmare il matrimonio perché non hanno certezze sul lavoro. Le splendide case che i genitori hanno costrui- to ai figli negli ultimi decenni, ora sono un sogno. I giovani non trovano finanziamenti presso le Banche perché spesso il loro è un lavoro precario. Così assistiamo al rinvio dell’età del matrimonio, mentre gli anni passano. Sono questi i temi che verranno affrontati al 7° incontro mondiale delle famiglie a Milano. Famiglia, lavoro e festa. La famiglia ha bisogno del primo, ma non può rinunciare alla festa. La nostra riflessione e speriamo le conseguenti prese d’atto e le decisioni sul piano operativo, dovranno tenere conto della necessità di camminare in rete, ossia non semplicemente coltivando il proprio orticello, ma guardando con occhio attento alla realtà che ci circonda. Sia essa diocesana o nazionale o meglio ancora europea. L’auspicio che dalla prima giornata diocesana si torni via rinsaldando i legami della fraternità e offrendo a tutte le famiglie le svariate competenze di cui siamo portatori. Rimane in calendario un incontro ordinario, previsto per il 27 aprile. Sarà comunicato come sempre il tema e comunque anche prima se necessario ci sarà una convocazione per la preparazione della giornata. Così la speranza di radicare nelle singole parrocchie questa tematica sarà più motivata. ni. Tutti devono contribuire, secondo le accertate possibilità, alle spese indispensabili, senza sprechi, per il buon funzionamento dello Stato. Devono essere ricercati, stanati e puniti (non condonati) tutti coloro che non pagano le tasse. Il principio inderogabile è che ognuno paghi su tutto il reddito, comprensivo di tutti i beni, anche delle rendite finanziarie. L’educazione politica, pertanto, non si esaurisce in discorsi generici sulla probità e capacità dei governanti, ma va ancorata a tangibili comportamenti virtuosi, in un quadro generale di stabilità delle Istituzioni, efficienti ed efficaci nel loro funzionamento. Rafforzato il vincolo tra cittadini e loro rappresentanti, liberamente eletti, il ruolo dei primi è reso preminente, per la respon- sabilità che hanno nell’elezione di persone oneste e competenti, capaci di perseguire con giustizia il bene comune, e per la necessità che ognuno, in una comunità ordinata, sia in grado di svolgere efficacemente il proprio servizio, rispettando ed applicando scrupolosamente le leggi. Con tali idee e con sinceri propositi, gli educatori devono riuscire ad appassionare i loro allievi nel dare alla loro vita non un’impronta egoistica ma civica, ossia capace di allargare l’orizzonte alla sfera comunitaria, da quella locale a quella nazionale, nel contesto europeo e mondiale, con una spiccata dedizione al bene comune, nel quale deve collocarsi il giusto anelito di ognuno a realizzarsi come persona, in pace con stesso e con gli altri. Tante famiglie, all’Acero Aprile 2012 38 Duccio da Boninsegna, I discepoli di Emmaus, “Maestà” 1308-1311, Museo dell’Opera Metropolitana del Duomo di Siena. don Marco Nemesi* P er un pittore medievale era “in maestà” una figura rappresentata frontalmente, seduta su un trono, nel pieno della propria potenza. In origine questo tipo di rappresentazione era riservata soprattutto alla raffigurazione di Cristo Re, ma nel corso del Duecento essa fu adottata più spesso per la figura della Madonna, la cui immagine seduta, col bambino in grembo, divenne in breve tempo la “Maestà” per antonomasia. La ‘Maestà’ per l’altare maggiore del Duomo di Siena, da sempre considerata il capolavoro di Duccio, risale agli anni della piena maturità del pittore. Il primo elemento che colpisce della “Maestà” è la sua straordinaria complessità: una tavola di più di quattro metri per lato, dipinta sia davanti sia dietro, rutilante d’oro e di splendidi colori. Era chiusa in origine entro una ricca cornice dorata, irta di sette cuspidi e di pinnacoli, con un profilo frastagliato come quello dei polittici gotici, la cui perdita ha diminuito l’effetto monumentale che l’opera doveva fare sull’altare maggiore della cattedrale. La parte anteriore, con la figura monumentale della Madonna, accompagnata da un corteo di angeli e santi, alla quale si rivolgono supplici i quattro protettori di Siena, era rivolta verso la navata e destinata al pubblico dei fedeli. Alla base del trono, sta la preghiera-firma in versi latini: “MATER S(AN)CTA DEI/SIS CAUSA SENIS REQUIEI/SIS DUCIO VITA/TE QUIA PINXIT ITA” (“Madre Santa di Dio, sii causa di pace per Siena, sii vita per Duccio, poiché ti ha dipinta così”). Quella posteriore, con le 26 storie della “Passione di Cristo”, era invece riservata alla visione e alla contemplazione del clero. All’estrema solennità del prospetto, con le tre file di santi disposte in perfetta simmetria ai lati della grande Madonna in trono, si contrappone, nelle storie del retro, un elegantissimo equilibrio tra naturalismo e astrazione. Ogni composizione è attentamente pensata, dall’inquadramento architettonico alla disposizione delle figure. Nelle scene con molti personaggi gli accostamenti più squisiti di giallo zafferano e pesca, malva e verde erba, glicine e lampone s’intrecciano sull’oro lucente del fondo. Colpisce l’attentissima resa dell’incidenza della luce, che proviene sempre da sinistra e definisce i volumi delle architetture digradando sapientemente dai punti più tersi a quelli più cupi attraverso una gamma articolata di mezze ombre. La “Maestà” rimase sull’altare maggiore del Duomo fino al 1506, quando per volontà di Pandolfo Petrucci, allora signore della città, fu sostituita col grande tabernacolo di bronzo del Vecchietta (prima in Santa Maria della Scala) che sopravvisse anche al nuovo allestimento della zona del coro messa in opera da Baldassarre Peruzzi nel 1536. La tavola di Duccio fu allora appesa a una parete del transetto sinistro, dove rimase fino al 1771, quando le due facce dell’opera furono separate: quella anteriore fu posta nella cappella di Sant’Ansano, quella posteriore nella cappella di San Vittore; nella stessa occasione furono tolte e spostate in sagrestia le tavolette della predella e del coronamento, che cominciarono ben presto a essere vendute a collezionisti e musei stranieri. Quando la “Maestà” fu finalmente traslocata nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena, nel 1878, mancavano ormai all’appello nove elementi della predella, due tavole del coronamento e tutte le cuspidi con figure di angeli. All’interno di questo scrigno prezioso che appartiene a tutti quelli che vorranno amarlo con discrezione e rispetto, Duccio narra l’episodio dei discepoli di Emmaus non a partire dall’evento straordinario che si consuma all’interno della locanda, non racconta cioè l’aprirsi degli occhi dei discepoli alla Fede grazie al gesto di Cristo dello spezzare il pane, ma ritrae Clèopa e l’amico in cammino, come vuole l’evangelista Luca; in cammino come i credenti di ogni tempo il cui passo si fa lento per le delusioni e il gravame della storia. E Gesù cammina con loro sotto le mentite spoglie del viandante. La posizione dei tre personaggi è discreta, posta nell’angolo sinistro del riquadro contrasta con la scena precedente, dove campeggia l’angelo della risurrezione che in vesti candide e in solenni panneggi addita la terra. Non addita il cielo perché il cielo, per Duccio, è qui. Il cielo è lo spazio che irrompe nella scena del mondo grazie alla fede del credente. Sul cielo, infatti, il Maestro stende generoso il color dell’oro che scintillante e impenetrabile annuncia il carattere mistico dell’avvenimento. Dall’oro si solleva eloquente il volto del Cristo: “Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti” (Lc 24,25). Lo sfondo oro, se colpito dalla luce violenta si appiattisce e riflette, ma quando l’oro è accarezzato dalla luce calda di un raggio di sole si colora d’iridescenze e si anima di riflessi palpitanti e vivi. Così colui che si ferma ad una pretesa evidenza dei fatti resta abbagliato dall’orgoglio della sua stessa mente, mentre chi indaga con l’umile raggio della fede scopre nel panorama quotidiano orizzonti nuovi e prospettive ribaltate. Per cui il rovesciamento di prospettiva che dovette subire lo sguardo e la vita dei due discepoli si scorge dalla posizione dei loro corpi. Essi volgono le spalle a colui con il quale pure stanno conversando e camminano, ciò li costringe a una rotazione evidente e innaturale dei volti. Anche loro, come già Pietro un giorno, stanno davanti a Cristo, lo precedono laddove - invece - devono seguirlo. Cristo li costringe a rimanere nel presente, a fare i conti - qui e ora - con le sfide della storia. Entrambi, infatti, in modo diverso si vogliono sottrarre alle loro responsabilità. Nei colori delle vesti, nella caratterizzazione così semplice e precisa dei gesti emerge la situazione peculiare di ciascuno con una vivezza e un’efficacia inimitabile. Il discepolo più anziano riflette i sentimenti di chi non ha più fiducia nella vita e nel futuro. Il verde del manto è facilmente assimilato all’oro del fondo e accentua il ritrarsi del personaggio. Quest’anziano guarda Cristo con intensità ma appare dubbioso e il gesto della mano appoggiata delicatamente alla spalla del suo giovane amico esprime desiderio e cautela insieme. Certo è affascinato dai modi e dall’eloquenza del misterioso viandante, ma si sta chiedendo se non sarà forse, anche costui, uno dei tanti venditori di fumo: non sarà forse anche questa un’illusione cui farà seguito una delusione, come quella appena registrata del Cristo Messia? Così il verde scintillante dell’uomo anziano assomma le speranze e i timori dell’osservatocontinua nella pag. accanto Aprile 2012 39 Mara Della Vecchia T ra l’enorme produzione di musica sacra del grande Bach, torniamo a parlare delle sue celebri Passioni, scritte durante il suo lungo incarico presso la scuola di san Tommaso a Lipsia. Le passioni furono composte per le celebrazioni della Pasqua e avevano, come duplice fine quello della narrazione evangelica e quello della meditazione. Le parti narrative si sviluppano nello stile recitativo, cantate dal tenore nel ruolo dell’evangelista stesso, mentre le altri parti dialogiche sono affidate a i vari solisti nei ruoli di Gesù, Giuda, Pietro, il sommo Sacerdote, Pilato, la moglie di Pilato, infine il coro che rappresenta, ovviamente, il popolo. Il basso continuo accompagna il recitativo, ma in alcuni passaggi intervengono degli strumenti. Per quanto riguarda la sezione meditativa, si sviluppa con arie e ariosi. I testi sono stati composti da Barthold Heinrich Brockers per la Passione secondo San Giovanni e da Picander per la Passione di San Matteo. Entrambi le passioni furono eseguite per la prima volta a Lipsia, rispettivamente nel 1723 e nel 1728, nella celebrazione del venerdì santo e l’esecuzione avveniva dopo la lettura del vangelo, ma veniva interrotta dall’omelia. La passione di Matteo risulta più complessa di quella di Giovanni e nel comporla, Bach ha potuto approfittare di due condizioni eccezionali: la disponibilità di un numero cospicuo di musicisti e della particolarità della chiesa di san Tommaso, dove doveva essere eseguita, infatti in essa sono presenti due organi, sistemati sui lati della chiesa e dunque abbastanza distanti tra di essi e posti uno a destra e l’altro a sinistra dell’assemblea dei fedeli. Per questo Bach compose la sua passione secondo Matteo per due cori e due orchestre dialoganti in molti passaggi cruciali della narrazione, costruendo un risultato davvero drammatico, oltre ad ottenere uno straordinario effetto stereofonico. Una situazione simile si ritrova nella basilica di san Marco a Venezia, nella quale sono presenti segue da p. 38 re: le sue domande sono le nostre, nostre sono le sue perplessità. Il giovane discepolo possiede più coraggio. La sua veste dorata cerca di assimilarlo al fondo, ma il rosso del manto lo fa emergere con decisione. Più deciso è anche il gesto della mano: “Resta con noi Signore, perché l’ora è ormai tarda e il giorno volge al declino” (cfr. Lc 24, 29). Lo sguardo di questo giovane discepolo è così profondo, così risolutamente diretto a Cristo che l’osservatore non può indugiare a lungo su di lui, subito è orientato a guardare al Risorto. Si scopre allora, nei panni di un viandante che deve viaggiare a lungo, vestito di pelo, con il bastone in mano e una conchiglia nella bisaccia, come i pellegrini diretti a Compostela. Egli è diretto, come voleva la tradizione medioevale, là dove la terra finisce. Cristo, infatti, annota il Vangelo, “fece come se dovesse andare più lontano” (Lc 24, 28).Il dialogo fra Cristo e il giovane discepolo si fa, a questo punto, più serrato. Gli sguardi, uno nell’altro, fissano un istante eterno dal quale non si vorrebbe mai uscire, mentre i gesti esprimono un’urgenza: “Noli me tangere! Anche tu, non mi trattenere. Io devo camminare lungo i secoli e il tempo, io sono compagno due cantorie, anch’esse abilmente sfruttate dai musicisti veneziani. La passione si apre in modo spettacolare, con un coro grandioso in cui l’autore fa parlare la Fanciulla di Sion che invita tutti a guardare Gesù, al quale risponde il secondo coro che interpreta la risposta del popolo. Si intreccia così il dialogo tra i due cori e le due orchestre: “Venite, sorelle, unitevi al mio pianto, guardate – Chi?- Lo sposo, guardatelo – Come? – Come un agnello”. Da qui scaturisce un Corale O Lamm Gottes, che è il corrispondente dell’Agnus Dei. La spettacolarità e la grandiosità della passione di san Matteo a cui il doppio coro e la doppia orchestra conferiscono una sua singolarità, contrasta con la precedente passione si san Giovanni, nella quale prevale la dimensione riflessiva e meditativa, sono le arie e i cori che formano la parte consistente dell’opera che favoriscono l’intima partecipazione al mistero della passione di Cristo. Nella passione di san Matteo prevale invece la narrazione, grande spazio è riservato al recitativo con la conseguenza di ottenere un taglio quasi teatrale. Tuttavia possiamo rintracciare l’elemento unificante tra le due passioni, nella presenza dei Corali, dove Bach sa esprimere la sua più profonda religiosità.Oltre le passioni di Giovanni e di Matteo, Bach compose anche la passione secondo San Marco e la passione secondo San Luca. di viaggio per ogni uomo, fino alla fine del mondo.” Ed è così che il dialogo trova lo sbocco, la giusta mediazione fra le urgenze del Mendicante Divino e il desiderio dei discepoli di rimanere in sua compagnia, rimanere in quello sguardo così denso di promesse e di vita. Lo sbocco lo offre la locanda. Solo ora ci si accorge della sua architettura sobria ed essenziale. Solo ora si individua il percorso, in salita, lungo un acciottolato che conduce ad un antro oscuro. La locanda si riduce a una porta, a un antro, appunto. L’edificio è, senza equivoci, simbolico. La sua linea prospettica riprende la diagonale del monte che si erge dietro il giardino della risurrezione. Siamo nello stesso mistero, saliamo verso la stessa Presenza alla quale però si è ammessi passando attraverso l’oscurità della fede. Seguendo la direzione suggerita dalle mura della locanda l’occhio, si dirige verso la scena dipinta in basso a sinistra del Tergo, dov’è collocato l’inizio della narrazione: l’ingresso trionfale di Cristo nella Gerusalemme terrena. A Emmaus il percorso è compiuto, la folla è scomparsa, il trionfo lontano: siamo toccati dal Mistero in maniera personale e discreta. La croce si è interposta fra la Gerusalemme dei trionfi e il cammino faticoso di Emmaus: qui ci sco- priamo diretti verso una Gerusalemme che non è di questo mondo, le cui porte sono oscure perché nascoste dentro il cuore dell’uomo. Qui arde la fede, qui risiede la forza che apre gli occhi allo stupore di vedere Dio presente nelle pieghe del quotidiano. Da qui si riparte per la Gerusalemme terrena, missionari di un annuncio: Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone! (Lc 24, 34). *Dir. Uff. Diocesano Beni Culturali, Chiese e Arte Sacra