DICEMBRE 2008
ANNO XXI
EREMO DEI
SANTI APOSTOLI
PIETRO E PAOLO
BIENNO (BS)
LETTERE
DALL’EREMO
66
LETTERE
DALL’EREMO
Dall’Eremo
Direttore Responsabile
Don Gabriele Filippini
Dal Monastero
Autorizzazione n. 4/89
del Tribunale di Brescia
EREMO DEI
SANTI APOSTOLI
PIETRO E PAOLO
25040 BIENNO (Brescia)
Telefono 0364/40081
www.eremodibienno.it
[email protected]
ABBONAMENTO:
Ordinario € 30,00
Sostenitore € 50,00
C.C. Postale n. 17738253
int. a Alma Tovini Domus
Stampa:
Tip. Camuna S.p.A. - Breno
Tel. 0364/22007
Dalla Valle
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Educazione
Storia
Problemi
Arte e letteratura
Letture
Calendario
Avvenimenti
Lettera inviata dal Santo Padre alla diocesi
Testimoni di un possibile dialogo
Incontro con fra Fiorenzo Priuli
Corso di Esercizi Spirituali
pag. 3
pag. 5
pag. 9
pag. 13
Verremo… Siamo venute
Vent’anni di gratitudine
Poste come luce sul monte
Dal monastero si eleva incessantemente
la preghiera
Son passati venti anni
Grazie care Sorelle di Santa Chiara
pag. 16
pag. 17
pag. 22
Novant’anni dopo la grande guerra
A Breno l’accademia “Arte e Vita”
Inaugurato il “Museo dell’energia
idroelettrica”
pag. 29
pag. 31
Associazione ONLUS “Le Capèle”
pag. 35
Chiesa e oratori: emergenza o missione?
pag. 37
pag. 24
pag. 26
pag. 27
pag. 33
Un’eredità “al ventre pregante della moglie” pag. 42
Un banchiere camuno di fine ottocento
pag. 44
Morire di lavoro
pag. 51
Per l’ancona di Angone
pag. 52
Mark Strainer
Sulle rotte degli emigranti camuni
Un nuovo libro di Carla Bino
Illustrazione della Valle Camonica
2008 anno paolino,
in un volume il ritratto di S. Paolo
pag. 54
pag. 56
pag. 57
pag. 58
Alcune proposte dell’Eremo- anno 2008/09
pag. 62
Radio Voce Camuna compie trent’anni
pag. 67
pag. 60
Si ringrazia la
che, condividendone le finalità, contribuisce alla stampa e spedizione di questa rivista.
LA LETTERA INVIATA DAL SANTO
PADRE ALLA DIOCESI DI BRESCIA
NEL TRENTESIMO ANNIVERSARIO
DELLA MORTE DI PAOLO VI
Al Venerato Fratello Luciano Monari Vescovo di Brescia
In occasione del trentesimo anniversario
della morte del Papa Paolo VI, desidero
far giungere un cordiale e beneaugurante saluto a Lei, Venerato Fratello, al
Presbiterio e all’intera comunità diocesana di Brescia
dalla quale questo
mio Predecessore
ha ricevuto il dono
della fede ed ha
attinto quei grandi
valori di pietà, cultura ed umanità,
ai quali ha sempre
conformato la sua
esistenza, di Sacerdote, di Vescovo
e di Successore di
Pietro. A codesta
Chiesa, alla quale
fu introdotto da zelanti Sacerdoti, egli
fu sempre legato
da un amore mai
sopito e da sentimenti di profonda e
sincera riconoscenza, che non mancò di
esprimere in diverse circostanze con gesti colmi di affetto e di venerazione. Al
Servo di Dio Paolo VI sono anch’io personalmente grato per la fiducia che ebbe a
mostrarmi nominandomi, nel marzo 1977,
Arcivescovo di Monaco di Baviera, e, tre
mesi dopo, annoverandomi nel Collegio
Dall’Eremo
Cardinalizio.
Egli fu chiamato dalla Provvidenza divina
a guidare la Chiesa in un periodo storico
segnato da non poche sfide e problematiche.
Nel ripercorrere col pensiero gli anni del
suo pontificato, colpisce l’ardore missionario che lo animò
e che lo spinse ad
intraprendere impegnativi viaggi
apostolici anche in
nazioni lontane e a
compiere gesti di
alta valenza ecclesiale, missionaria
ed ecumenica.
Il nome di questo
Pontefice resta legato soprattutto al
Concilio Ecumenico Vaticano II. Il
Signore ha voluto
che un figlio della
terra bresciana diventasse il timoniere della barca
di Pietro proprio
durante la celebrazione dell’Assise conciliare e negli anni della sua prima attuazione.
Con il passare degli anni diventa sempre
più evidente l’importanza per la Chiesa
e per il mondo del suo pontificato, come
pure l’inestimabile eredità di magistero e
di virtù che egli ha lasciato ai credenti e
Dall’Eremo
all’intera umanità. Sono trascorsi 30 anni
da quel 6 agosto del 1978, quando nella
residenza estiva di Castel Gandolfo si
spegneva Papa Paolo VI. Era la sera del
giorno in cui la Chiesa celebra il mistero
luminoso della Trasfigurazione di Cristo.
Nel testo preparato per l’Angelus del 6
agosto, che non poté pronunciare, volgendo lo sguardo al Cristo trasfigurato
aveva scritto: «Quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli, è il corpo di Cristo nostro fratello,
ma è anche il nostro corpo chiamato alla
gloria; quella luce che lo inonda è e sarà
anche la nostra parte di eredità e di splendore». Siamo chiamati a condividere tanta
gloria, perché siamo “partecipi della natura divina” (Insegnamenti di Paolo VI,
XVI (1978), 588). Nel ricordarne la pia
scomparsa, rendo fervide grazie a Dio
per aver donato alla Chiesa un Pastore,
fedele testimone di Cristo Signore, così
sinceramente e profondamente innamorato della Chiesa e così vicino alle attese e
alle speranze degli uomini del suo tempo,
auspicando vivamente che ogni membro
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del Popolo di Dio sappia onorare la sua
memoria con l’impegno di una sincera e
costante ricerca della verità. Con tali sentimenti, mentre invoco la materna protezione della Vergine Maria, invio di cuore
a Lei, venerato Fratello, e a quanti sono
affidati alle sue cure pastorali una speciale
Benedizione Apostolica.
DA CASTEL GANDOLFO, 26 LUGLIO 2008
BENEDETTO PP XVI
«Lettere dall’Eremo»
augura a tutti
un SANTO NATALE
ed un Felice 2009
TESTIMONI DI UN
POSSIBILE DIALOGO
FRA LE RELIGIONI
Se guardiamo indietro alla storia del secolo scorso proviamo i brividi: il corteo
di donne e uomini che hanno impresso la
loro traccia sulle strade del Novecento,
testimoni, profeti, grandi cristiani, è affollato, straordinario, quasi incredibile.
Martin Luter King, Charles de Foucauld,
Edith Stein e Padre Yves Congar sono
alcuni di loro. Questi testimoni sono stati
al centro di quattro incontri, con il titolo
“Stili di dialogo”, all’Eremo Santi Pietro
e Paolo di Bienno, in continuazione del
ciclo “Grandi Religioni”.
Il primo incontro (14 settembre 2008) riguardava la figura del pastore protestante
statunitense M. L. King. La relatrice Lidia Maggi, pastora della Comunità Battista di Milano e Lodi, ha esaminato il
contesto che ha formato l’uomo di fede,
Dall’Eremo
il politico, il testimone, il martire. La
famiglia di Martin, secondo la Maggi,
ebbe un ruolo importante nella sua formazione; in essa imparò a vivere in una
comunità di fede; mise a punto un proficuo rapporto con la Scrittura; maturò il
senso della dignità dell’uomo di fronte al
doloroso fenomeno sociale della segregazione razziale. Nella comunità di cui fece
parte elaborò che la schiavitù era contro
la Parola di Dio. Riguardo poi alla Bibbia, Martin si sentì un po’ come Mosè:
<<Ho visto la terra promessa della libertà
e dei diritti civili, ma io purtroppo non
vi entrerò>>. Martin è stato un apostolo
della resistenza non violenta, ritenuta la
più sicura alternativa sia alla rassegnazione passiva che alla reazione violenta.
Domenica 21 settembre il relatore Ezio
Dall’Eremo
Bolis si è concentrato intorno alla figura
di Charles de Foucauld (fratel Carlo di
Gesù). Nato a Strasburgo nel 1858, di
ricca e antica famiglia, servì per qualche
tempo nell’esercito come ufficiale di cavalleria. Date le dimissioni dall’esercito,
compì un viaggio di esplorazione nel Marocco. Tornato a Parigi, si convertì per
influsso della cugina M. De Bondy e di
don Huvelin (1886) ed entrò nella Trappa
(1890), che poi lasciò per condurre volontariamente un’umile esistenza in Palestina. Spogliatosi d’ogni suo avere, dopo
l’ordinazione sacerdotale (1901) si stabilì
in pieno Sahara, a Tamanrasset. Qui gustò
la solitudine e anche le rudi bellezze del
deserto, ma provò soprattutto angoscia
per la salvezza di questo popolo. A questa
gente che era nella miseria e nell’ignoranza di Dio, fratel Carlo portò l’amore
di Gesù. Egli sapeva bene che ciò voleva
dire prendere una strada difficile e lunga
di cui lui stesso non avrebbe visto il termine. Era, comunque, compito suo l’aprire
questa strada, ed egli partì fortificato dal
pane eucaristico per dedicarsi tutto solo
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all’opera difficile di preparare alla conoscenza e all’amore di Dio un popolo che
nemmeno lo cercava. Vestito come gli
arabi, andò a vivere tra i tuareg, i berberi,
a esaltare - senza parole, con la condizione
di vita - l’eguaglianza di dignità.
È l’aurora di una nuova età, di uno squarcio rivoluzionario anche sui sentieri missionari. Charles non conosceva certo la
parola “inculturazione”, né tanto meno
l’espressione “pre-evangelizzazione”. Ma
questa è la sua anticipazione nella lettura
dei segni dei tempi: prima di evangelizzare, amare. Prima di declamare a parole
l’Annuncio, viverlo senza vanto, senza
diversità, senza altoparlanti, senza privilegi, nella propria carne. Così i tuareg
cominceranno a chiamarlo il “Marabutto
(cioè l’uomo della preghiera, l’uomo di
Dio) bianco”. Insomma, il contrario del
proselitismo. Nel deserto del Sahara,
fratel Carlo si costruì un piccolo eremo,
dove si pregava, si lavorava, si leggeva
il Vangelo, si accoglievano ospiti di ogni
tipo, cioè un porto di mare… in pieno deserto. Studiò la lingua dei tuareg e lavorò
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a tradurre in quella lingua il Vangelo. E
proprio negli anni del massimo impegno
di fratel Carlo sulla frontiera difficile e
inedita del dialogo cristiano-musulmano,
il rinascere del colonialismo delle grandi
potenze europee creò tensioni, conflitti
in Africa. Il “Marabutto” amato dai tuareg, che riscattò schiavi, che impose il
suo stile di vita, non la sua dottrina e la
sua cultura, cadde martire della crudeltà
della guerra tra bande rivali. L’uomo del
dialogo, come accadrà per Gandhi, come
accadrà per tutti i profeti dell’incontro e
della tolleranza, versò il suo sangue.
Massimo Epis della Facoltà Teologica
dell’Italia Setten. (Mi) ha affrontato la
figura di Edith Stein. Nata nel 1891 in
una famiglia ebrea di Breslavia, è stata
una tra le menti più lucide della filosofia tedesca. Dopo la difficile scelta di
diventare cristiana, la sua promettente
carriera scientifica fu definitivamente interrotta dal nazismo nel 1933. Entrò nel
Carmelo di Colonia e vi resterà fino al
1938, quando venne trasferita in Olanda
per sottrarla agli uomini della gestapo. Il
2 agosto 1942 fu, però arrestata insieme
alla sorella, alla quale Edith rivolse queste ultime parole: <<Vieni, andiamo ad
immolarci per il nostro popolo>>. Fin dal
tempo degli studi, la ricerca della verità fu
decisiva per la Stein. Dapprima la cercò
nella psicologia e nella filosofia. L’incontro con i filosofi Husserl, Scheler, Reinach le fece conoscere il mondo cristiano.
Esperienza travolgente fu per lei scoprire
che la fede in Gesù Cristo crea vincoli
di familiarità e di amicizia fra le persone
prima estranee e dona ai credenti una
forza di amare e una conoscenza di sé che
non aveva mai sperimentato. La morte di
un suo caro amico le aveva fatto provare
con improvvisa consapevolezza la forza
della croce. Ma solo un lungo conflitto
Dall’Eremo
interiore, a seguito della lettura dell’autobiografia di Santa Teresa d’Avila, la
porterà ad accettare l’esistenza di un Dio
personale che ama. Fin da quando Hitler
prese il potere, E. Stein capì quale destino sarebbe stato riservato all’ebraismo
europeo. Come ebrea e come cristiana,
Edith si sentiva chiamata a rappresentare
il suo popolo davanti a Dio, intercedendo
per esso con la preghiera e il sacrificio.
Pensava di poterlo fare nel modo migliore
nel Carmelo, perché per lei questo significava rinunciare a sé come Gesù, partecipare alla sua opera di redenzione. La
persecuzione degli ebrei era per E. Stein
la persecuzione dell’umanità di Gesù.
Seguendo l’esempio di Cristo, vedeva la
possibilità di vincere il male con il bene.
Vincere il male non significava per lei
fuggire la sofferenza, ma prenderla su di
sé nella forza della croce, in segno di solidarietà con gli altri e per gli altri. Dopo
nove anni di vita religiosa nel Carmelo le
fu chiesto ciò che fino a quel momento
aveva vissuto segretamente: il sacrificio
per i fratelli come testimonianza in nome
di Gesù Cristo.
Nell’ultimo incontro Fra Rosario Scognamiglio o.p. ha presentato la figura di Padre Yves Congar o.p. Nato a Sedan (Ardenne) nel 1904, Congar entra a ventun
anni nell’ordine domenicano con il nome
di Marie-Joseph ed è ordinato sacerdote
nel 1930. Studioso di ecclesiologia con
un forte interesse ecumenico, insegna e
pubblica opere importanti per lo sviluppo
della teologia contemporanea, ma a causa
di posizioni considerate troppo avanzate,
tra il 1947 e il 1956 subisce da parte delle
autorità ecclesiastiche misure che arrivano alla sospensione dell’insegnamento.
Riabilitato dall’inizio degli anni sessanta,
diviene uno dei protagonisti del Concilio
e del postconcilio, nonostante una ma-
Dall’Eremo
lattia che si manifesta proprio durante il
Vaticano II e finisce per ridurlo su una
sedia a rotelle. Creato cardinale nel 1994,
l’anno successivo muore a Parigi.
Congar è stato un ecumenista non solo
rinchiuso nella sua cella a studiare ma
capace di azione, di dialogo con i protestanti e gli ortodossi, che sentiva il “peso
e la responsabilità delle separazioni” tra
le chiese cristiane. Padre e ispiratore del
Concilio Vaticano II, ha saputo costruire
nuovi ponti di dialogo con il laicato e
spingere la Chiesa cattolica, attraverso i
suoi scritti e i suoi gesti, verso “un cammino ecumenico di riconciliazione” con
le altre confessioni cristiane. Congar, con
la sua opera “Credo nello Spirito Santo”,
ha ridato centralità alla terza persona
della SS. Trinità, fondamentale per gli
ortodossi e protestanti. Ha contribuito
indubbiamente a promuovere il ruolo
e l’importanza del laicato nella Chiesa.
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Ma terreno privilegiato di studio e di
azione per Congar è stato il suo tentativo
di dialogare e di comprendere le ragioni
delle divisioni tra cristiani. Questioni che
hanno assorbito buona parte dei suoi anni
di studio di teologia. La grande intuizione
che ci lascia è che concetti come “unità”
e “diversità” devono camminare insieme.
Ricordava spesso: <<Se vuoi essere cattolico devi essere unito nella diversità e
diverso nell’unità>>.
L’eredità che ci lascia Congar è sicuramente il suo grande sforzo di cercare di
capire le ragioni degli altri, ma soprattutto di ascoltarli. E capire, pensare costa
fatica e studio: è il prezzo della Verità.
Da autentico ecumenico e cattolico qual
era, cercò sempre di comprendere, come
amava dire “l’ermeneutica delle differenze” dei fratelli separati.
VINCENZA BELOTTI
INCONTRO CON
FRA FIORENZO PRIULI
CHIRURGO IN BENIN
“La gran parte di voi mi conosce solo
come chirurgo che taglia e cuce giorno e
notte, ma sono prima di tutto un religioso
che ha avuto la grazia di essere chiamato
a questo dono dal Signore, che è contemporaneamente un dono per i fratelli, per
quelli che soffrono.”
Con queste parole il 23 maggio scorso è
iniziata la serata con Fra Fiorenzo Priuli,
religioso dei Fatebenefratelli, nativo di
Capo di Ponte e chirurgo in Togo e Benin
da quasi 40 anni.
In Italia per eseguire terapia riabilitativa
a seguito di una grave frattura al femore
operata con successo in Africa, è riuscito
a ritagliarsi pochi giorni liberi da passare
in ritiro all’Eremo di Bienno e, subito, ne
abbiamo approfittato per organizzare un
incontro che ha visto una buona partecipazione di pubblico e l’interesse delle
emittenti televisive locali.
Ospiti d’onore Fra Luca Beato, vicepresidente dell’U.T.A. (organizzazione
onlus che si occupa del reperimento di
fondi per gli ospedali africani dei Fatebenefratelli), Don Maurizio Funazzi,
Dall’Eremo
responsabile della Pastorale della Salute
della Diocesi di Brescia, ma soprattutto
un nutrito gruppo di ragazzi del catechismo di Piamborno e di Borno, che nel
corso dell’anno avevano intrapreso delle
iniziative a favore di Fra Fiorenzo, accompagnati da Don Giovanni Isonni, vero
artefice della serata.
La realtà sanitaria e sociale che Fra Fiorenzo ci ha fatto conoscere, e che è purtroppo comune a buona parte del continente africano, si caratterizza per una quasi
totale mancanza di assistenza sanitaria
(per lo meno per come la intendiamo noi)
con pochi e mal gestiti ospedali pubblici,
i quali di fatto però non sono accessibili,
per motivi economici, alla gran parte della
popolazione.
In queste realtà le migliori e più economiche prestazioni sanitarie vengono proprio
dagli ospedali religiosi, da quelli cattolici
in particolare.
La scelta dei Fatebenefratelli, negli anni
60, di realizzare ospedali in Africa è diretta
conseguenza della “scelta degli ultimi” che
ha sempre caratterizzato l’ordine, secondo
Dall’Eremo
l’esempio del Santo Fondatore Giovanni
di Dio.
Citando Fra Fiorenzo: “Se facciamo un
ospedale “cattolico” lo facciamo per
tutti. Ai poveri che ricorrono ai nostri
ospedali non chiediamo che si convertano
al cristianesimo per essere curati gratuitamente. Il buon samaritano ha curato il
ferito senza fargli alcuna predica!!.”
L’Ospedale Saint Jean de Dieu a Tanguietà, di cui Fra Fiorenzo è responsabile
(o, come ama dire lui, “dove ho il privilegio di servire”) è situato nel nord del Benin, nella regione dell’Atakorà, vicino al
confine con il Burkina Faso. E’ una zona
che risente del clima del Sahara, con una
sola stagione delle piogge della durata di
quattro mesi. Il raccolto perciò è uno solo
ma se, come è avvenuto l’anno passato, le
piogge terminano prima del tempo, molti
cereali non arrivano a maturazione e vi è
carestia, con conseguente malnutrizione,
soprattutto grave per i bambini.
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Tanguietà è l’unico Ospedale in una zona sanitaria che conta circa 200.000 abitanti, ma
la sua fama ha superato i confini locali ed a
Tanguietà ormai arrivano pazienti da tutto il
resto del paese e dagli stati vicini (principalmente Burkina Faso, Togo e Niger).
L’attività è ovviamente intensa: per dare
solo un’idea numerica è stato valutato
che ogni giorno transitano dal cancello
dell’Ospedale circa 5000 persone!!
I pochi medici africani che prestano servizio continuativo svolgono dei turni massacranti tanto che molti, appena possono,
scappano in ospedali più tranquilli.
Le sedute operatorie contano in media 2530 pazienti e non ho mai visto l’ambulatorio di Fra Fiorenzo terminare alla sera
prima delle 22.
Fortunatamente Fra Fiorenzo, con una attività instancabile, è riuscito a tessere una
rete di volontari europei che si recano con
regolarità in Africa a portare il proprio
aiuto: particolarmente importanti sono
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gli accessi di alcuni “superspecialisti”
(chirurghi plastici, chirurghi pediatrici,
ortopedici, oculisti, odontoiatri ecc.) che
permettono di trattare con successo tante
patologie impegnative.
Sempre particolarmente affollata è la Pediatria che sulla carta ha 90 letti ma in
Africa i letti non contano: è sufficiente una
stuoia per terra! E così si contano spesso
più di 180 bambini ricoverati, tutti per gravissime patologie (malnutrizione, malaria,
infezioni, morsi di serpente, ecc.).
Dalla fine degli anni ‘80 anche a Tanguietà ha fatto la comparsa l’AIDS. E’
una gravissima piaga particolarmente per
il continente africano, per la quale Fra
Fiorenzo continua ad impegnarsi moltissimo e, attraverso rapporti con strutture
di ricerca europee (francesi, svizzere ed
italiane), l’Ospedale è divenuto un centro
di riferimento dell’OMS (Organizzazione
mondiale della Sanità), con centinaia di
pazienti in trattamento.
Dall’Eremo
BIOGRAFIA DI FRA FIORENZO PRIULI
Nato a Cemmo di Capo di Ponte nel 1946 entrò in
collegio dei Fatebenefratelli con l’intento tutto umano
di diventare carrozziere ma ne è uscito con il progetto
divino di consacrare la sua vita a Dio, dedicandosi
alla cura degli ammalati e dei poveri. Nel 1969, dopo
avere ottenuto il diploma di infermiere professionale,
partì per Afagnan (Togo), dove soltanto da pochi anni
era stato aperto l’ospedale dei Fatebenefratelli.
Fra Fiorenzo si dimostrò subito un volontario instancabile, sempre pieno di entusiasmo e di premure verso
gli ammalati, capace di adattarsi ad ogni situazione
all’interno del centro ospedaliero, sia in ambulatorio
che in sala operatoria. Proprio in virtù di questa sua
versatilità e disponibilità acquistò la totale fiducia
del Padre Priore, Fra Onorio Tosini, il fondatore e
costruttore dell’ospedale. Purtroppo fu costretto ad
un forzato rientro in Italia per un periodo di cure e
riposo quando, a causa del clima e del superlavoro,
si ammalò di tubercolosi.
Fra Fiorenzo allora approfittò del tempo libero per
portare avanti e poi concludere gli studi di medicina
iniziati da tempo, grazie ai quali pensava di poter essere maggiormente utile al suo rientro in Africa. Il suo
ritorno in terra di missione coincise con un deciso aumento del carico di lavoro, poiché nel frattempo era
stato aperto il nuovo ospedale di Tanguietà (Benin),
ad opera di fra Tommaso Zamborlin.
Fra Fiorenzo iniziò allora ad alternare la sua presenza
nelle sale operatorie dei due ospedali.
Grazie alla tenacia del suo carattere, Fra Fiorenzo in
questi anni ha saputo dedicarsi anche alla ricerca, pur
tra mille difficoltà e con mezzi assai limitati.
E’ stato così che ha scoperto le proprietà terapeutiche di una comune erba, la Kinkelibà (Combretum
micranthum) che cresce spontaneamente e in abbondanza in Africa, e ha dimostrato le straordinarie proprietà sui malati di AIDS e di epatite, in alternativa ai
costosissimi farmaci prodotti nei paesi occidentali.
La preparazione professionale di Fra Fiorenzo ha
valicato i confini dei Paesi i cui lavora, tanto che
l’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) lo
convoca periodicamente nella sua sede di Ginevra
in qualità di esperto di malattie tropicali. Nel 2002
Fra Fiorenzo ha avuto il conferimento della “Legion
D’Onore” da parte del console francese in Togo. Si
tratta di un’alta onorificenza concessagli per gli elevati meriti raggiunti in ambito sanitario.
Nel 2004 a Brescia ha ricevuto il premio “Cuore
Amico” dall’omonimo istituto, una sorta di premio
Nobel per la solidarietà.
(tratto da “Africa nel Cuore”, UTA onlus, 2006)
Dall’Eremo
Un’altra importante intuizione di Fra
Fiorenzo è stata quella di integrare la
medicina occidentale con le terapie tradizionali africane praticate dai guaritori
nei villaggi. Questo ha consentito da una
parte di ridurre la naturale diffidenza degli abitanti verso i trattamenti ospedalieri,
particolarmente quelli chirurgici, dall’altra
di scoprire come delle sostanze di origine
vegetale possano essere addirittura più
efficaci dei nostri farmaci in alcune situazioni cliniche.
In particolare alcuni estratti (come il
Combretum Micrantum o il Coclospermum Tinctorium) hanno dimostrato un
evidente effetto benefico nel trattamento
delle epatiti e anche dell’AIDS, tanto che
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molti pazienti anche in Italia assumono
con vantaggio questi infusi restando in
contatto via e-mail con Fra Fiorenzo (che
dedica a queste corrispondenze buona
parte della notte!!).
Concluderei con una altra citazione da un
articolo scritto da Fra Fiorenzo per la rivista del PIME Mondo e Missione (Gennaio
2007) che sintetizza il suo modo di essere
religioso e medico e che ben si integra con
la frase con cui abbiamo iniziato: “Non
esistono le malattie, ma esistono i malati
da curare!!” (il testo completo, cui si rimanda per documentazione, è reperibile
sul sito www.mondoemissione.it)
ROBERTO CAZZANIGA
CORSO DI ESERCIZI
SPIRITUALI PER LAICI
AGOSTO 2008
“Non contano gli avvenimenti che si vivono nella vita… conta ciò che attraverso
di essi si diventa” (Hetty Hillesum Auschwitz 1943).
Ad agosto all’Eremo di Bienno, mons.
Francesco Beschi ha guidato l’esperienza
degli esercizi spirituali per giovani e laici.
Il titolo all’origine era “La chiamata di
Dio”, ma poi ha vissuto una mutazione in
“Un posto una preghiera: un viaggio attraverso alcuni luoghi evangelici, in ogni
posto si può pregare e ogni posto ha la
sua preghiera”.
Eravamo circa 50 persone dai 20 ai 70
anni, un gruppo vario, bello… e questa
diversità ha arricchito molto. Il nostro
vescovo ausiliare ha spezzato la Parola e
scandito in maniera stupenda e unica la
Grazia del tempo degli esercizi. E’ stato
un meraviglioso strumento (come lo definirebbe Madre Teresa) nelle Sue mani…
è proprio un uomo del Signore che cammina in mezzo alla gente.
La prima tappa è iniziata con la sorgente:
Ain karim (Lc 1,39) introducendoci così
nella geografia spirituale dell’incontro.
Maria che dopo aver accolto in se la Parola dell’Angelo si mette in cammino
“in fretta“ per visitare a Elisabetta. Già
in questo passaggio è stupendo vedere
la grazia del rilancio (come Beschi l’ha
definito): questa donna che raccoglie
e accoglie il Suo dono, la Sua Parola e,
affidandosi e fidandosi, si mette in cammino per giungere alla meta. Tutto questo movimento porterà all’incontro tra le
Dall’Eremo
due donne - che è grazia - dove esploderà
una grande gioia. Ed è proprio questa
esperienza la scintilla che farà nascere il
primo Magnificat di Elisabetta per Maria,
e poi quello di Maria per il Suo Signore.
Nel credo di Maria (percorso dallo spirito
dei poveri) confluisce l’intensità della
nostra esperienza personale, intima con il
Signore e la grandezza della storia della
salvezza (il Suo Amore abbraccia la nostra
povertà).
La seconda tappa visitata è stato il pozzo
Giacobbe (Gv 4,1-16), pozzo visto come
luogo d’incontro e di decisioni importanti. Molto bella è stata la descrizione
esistenziale della terra di Galilea: terra
della quotidianità che occupa la maggior
parte della nostra realtà, è qui l’autenticità della vita, nei piccoli gesti di ogni
giorno che non sono scontati e che tante
volte necessitano d’un senso. La Samaria:
terra di tensioni quelle non vorremmo mai
perché logoranti, luogo della conflittualità
che necessita obbligatoriamente d’essere
attraversata per raggiungere la meta, per
camminare qui indispensabile è il perdono
e l’accoglienza. La Giudea: terra dell’autenticità, dove le parole diventano vere
- la passione, la croce e la Resurrezione
di Cristo - per vivere qui fondamentale è
il dono di sé. Dopo queste “descrizioni
territoriali” abbiamo “incontrato la sete”:
“Dammi da bere” bisogno che Gesù
esprime ad una peccatrice, bisogno che
necessita d’essere soddisfatto per rimanere
in vita. E lascia senza parole l’evolversi
di questo dialogo tra il Maestro e la sa-
Dall’Eremo
maritana poiché il bisogno espresso approda nella nascita del desiderio di questa
donna di bere l’acqua che solo Lui può
dare, poter bere di quest’Acqua viva. Riempie di gratitudine vedere che è proprio
in questa terra ostile, di contraddizioni, di
difficoltà, di limiti, di povertà che il Signore ci aspetta al pozzo per incontrarci,
sostare con Lui e soprattutto dissetarci con
quell’Acqua fondamentale per continuare
il cammino. A quest’incontro mons. Francesco ha affiancato il salmo 63 “O Dio
Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di
Te ha sete l’anima mia”. La sete è una
condizione molto frequente, che a volte
può nascere anche dall’ ”aridità” di certe
nostre giornate dove non si riesce a tirar
fuori nulla. Questa condizione può essere
dissetata solo da una Persona, Lui: Gesù.
E’ Lui la Sorgente della vita, è Lui la Presenza nelle giornate povere e modeste, è
Lui la Speranza quando la vita contraddice. La Relazione che Dio ha con noi è
Grazia ed è all’interno di essa che si trova
il significato a ciò che si fa… ed è questa
grazia che ci ridà vita.
Il terzo luogo visitato è stato il Calvario
(Mc 14-15), la passione di Gesù. E’ un
affresco immenso e impregnato di gesti,
parole, immagini, emozioni, sentimenti,
desideri, paure, sofferenze, ma soprattutto d’Amore. Beschi ha dispiegato
questo luogo del calvario “sotto il segno
“dell’umiliazione”; quel Dio che “umiliò”
se stesso fino alla morte di croce, quel Dio
che vive l’umiliazione del tradimento di
Giuda, nell’abbandono, nella privazione
della libertà, nell’umiliazione fisica e verbale, nell’irrisione. Lui il Giusto assoluto
condannato a morte come un peccatore.
Lui l’uomo della gioia che ha incantato
il popolo e l’uomo che ha ripetuto fino
all’infinito “non abbiate paura“, Lui che
nel Getzemani prova angoscia, paura, tri-
14
stezza. A far da cornice a questo affresco
è stata la stupenda lettera di Pietro sulla
gioia della sofferenza. E’ nella prova, nella
sofferenza, nella tribolazione che ci viene
donata la Grazia di poter vivere una piccola briciola della Sua Passione. Al luogo
del Calvario Beschi ha affiancato il salmo
21 “Mio Dio, Mio Dio, perché mi hai abbandonato”. Questo salmo “è diviso” in
due parti, nella prima vi è la dichiarazione
sofferta della lontananza di Dio (l’esperienza della sofferenza, della prova del
buio dell’abbandono della morte che si
sperimenta quando siamo vivi), nella seconda la dichiarazione meravigliata della
vicinanza con Dio. Gesù passa di qui, Lui
vicinissimo ai vissuti della gente, Lui che
è venuto per la vita e non per le teorie…; è
solo Gesù il Dio che è sceso in terra, entra
nella notte e grida: “Mio Dio, mio Dio,
perché mi hai abbandonato!”.
In mezzo a questa sofferenza, dove Dio
tace, Lui ricorda…, descrivendo con parole dolcissime la maternità del Padre.
Ma è proprio da questa situazione di abbandono che si viene esauditi, e questo
permette di rinascere “e io vivrò per Lui”,
ecco l’esaudimento del grido! Lui farà
vivere anche quando sarò morto, poiché
nella relazione con Lui vivrò.
Siamo quindi arrivati all’ultima meta:
il sepolcro e l’incontro con Maria di
Magdala: (Gv 20) maestra di speranza.
Che immagine questa donna!! Sono righe
che ribaltano le viscere, fanno straripare
il cuore di gioia e invadono di felicità.
Una peccatrice che incontrando Gesù fa
l’esperienza di Lui e questo le cambia la
vita: capisce che solo Lui è il suo Signore,
riponendo in questa Relazione speranze e
aspettative. Maria che entrando nella notte
della fede (la morte del suo Signore), si
reca di buon mattino al sepolcro e scopre
che quella pietra che sembrava volesse
15
chiudere una storia, una speranza è ribaltata.
Corre quindi a raccontarlo ai discepoli i
quali si recano pure loro sul luogo dell’accaduto, vi entrano, ma non capiscono e
se ne vanno (comprendere é proprio Sua
Grazia). Solo lei rimane e piangendo ha il
coraggio di guardare fino in fondo al sepolcro vuoto (attraversando così il dolore)
nella speranza di “vedere qualcosa”, e ciò
che fa non è vano perché ad attenderla ci
sono gli angeli. Di seguito avviene l’incontro con il Risorto che inizialmente la
donna scambia per il giardiniere, solo nel
momento che Lui pronuncia il suo nome
lei Lo riconosce: “Maria!…”, qui c’è tutto:
la vita di questa donna, il passato, l’esperienza con Gesù. Il Risorto pronunciando
il suo nome arriva al cuore di Maria, ricolmando la speranza provata nel sepolcro: la
Sua chiamata porta a vivere! Il salmo 45
fa emergere ciò che veramente conta: la
relazione del Re con la Regina, è quest’ultima che investe il suo Re e i due troni
possono essere occupati solo da loro.
Da sfondo a questo salmo, le parole del
cantico dei cantici ci hanno accompagnato
e non solo “Mettimi come sigillo sul tuo
cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché
forte come la morte è l’amore”.
Vorrei chiudere con una frase che Mons.
Francesco Beschi ha condiviso con noi
Dall’Eremo
alla fine di questa intensissima esperienza:
“Una persona ha bisogno di una buona
ragione per vivere e la migliore ragione è
un’altra Persona”.
PAOLA
“VERREMO”
… SIAMO VENUTE
E FIORIRÀ L’AMORE
“Verremo”, così da Lovere avevamo scritto
agli Amici dell’Eremo, vent’anni fa.
“Verremo e pianteremo lassù un piccolo e
umile germoglio francescano-clariano; e
fiorirà per l’Amore che Dio gli ha preparato da sempre”.
Siamo venute e - a distanza di vent’anni possiamo dire che per quell’Amore questa
pianticella, qui in Bienno, ha posto le radici e pian piano ha cominciato a fiorire.
Per quell’Amore noi, Sorelle Povere di
Santa Chiara, abbiamo avuto la forza di
lasciare ogni sicurezza, per seguire una
nuova chiamata di Dio e iniziare una
nuova missione, in questa Porziuncola di
colle camuno (Vescovo Bruno Foresti).
“La Chiesa ci manda, avevamo scritto;
la Chiesa che ci è madre e maestra, nella
persona del nostro amato Vescovo, ci ha
parlato di missionarietà”.
Partire da Lovere per giungere a Bienno
non è stata una grande e difficile impresa,
non ha comportato le fatiche di un lungo
e avventuroso viaggio missionario. E non
si è trattato di approdare in una Valle non
cristiana. Anzi! Collocate sotto l’abbraccio
della grande statua di Cristo Re, ci siamo
trovate in una terra di Santi e di Beati,
con comunità cristiane fervorose e impegnate.
“Che significato può avere questo essere
mandate come presenza claustrale nel
cuore della nostra Valle?”. Già allora ci
eravamo interrogate sul senso di questo
tipo di missione, dal momento che la nostra forma di vita contemplativa, secondo
il Vangelo del Signore Gesù, si realizza nel
Dal Monastero
vivere comunitariamente la preghiera della
Chiesa, in unità di spiriti e in francescana
letizia. E dicevamo che sembra quasi un
paradosso parlare di missione, dal momento che la cornice esterna della nostra
vita è la clausura. “Qui siamo collocate
dall’Amore, per sua grazia, in una zona
di miracolosa libertà. Non la libertà di fare
quello che si vuole, ma la libertà di volere
nell’Amore tutto quello che si fa”, ogni
giorno, nell’amore fraterno e nella lode a
Dio, che ci ha amato per primo. Quindi, la
libertà di esistere per Dio!
Con queste convinzioni, vent’anni fa,
siamo venute a Bienno, “pellegrine nella
fede e nella speranza, per testimoniare una
sola realtà: Dio ci ama; la sua costante tenerezza avvolge ogni esistenza”.
SORELLE CLARISSE
8 Ottobre 1998, le monache clarisse entrano
nel Monastero accanto all’Eremo.
VENT’ANNI …
DI GRATITUDINE
AL SIGNORE
Da vent’anni abitiamo questo piccolo monastero, costruito in fretta per noi, dopo un
lungo e faticoso “iter” di discernimento, e
ora affidato alla nostra cura.
Da vent’anni la nostra Fraternità, con la preghiera della Liturgia delle Ore, loda l’Altissimo, onnipotente e bon Signore e lo prega
per tutti e per ciascuno, nel nome di Gesù,
nostro fratello e redentore, che ogni giorno
viene a noi nella celebrazione dell’Eucaristia.
Nel cammino di questi vent’anni si sono
intrecciati momenti di gioia e di sofferenza,
di salute e di malattia, di fatica e di riposo,
ma sempre abbiamo vissuto e sperimentato
quell’unico messaggio, che fin dall’inizio abbiamo a tutti annunciato: “Dio ci ama; la sua
costante tenerezza avvolge ogni esistenza”.
Il Signore ci ha fatto crescere nella nostra
Forma di vita e sempre ci custodisce nella
via del Vangelo, ci educa al dono e al perdono, all’ascolto e al dialogo, al servizio e al
lavoro, al silenzio e al canto, alla responsabilità e all’obbedienza.
Non sono tanti vent’anni di vita per un monastero! Decisamente, sono pochi!
Infatti, cosa sono i nostri 20 anni, rispetto ai
500 anni del monastero di Lovere, rispetto
agli 800 anni di Francescanesimo, rispetto
ai 2000 anni di Cristianesimo?
Sono pochi! Eppure, per noi, Clarisse di
Bienno, vent’anni sono già tanti!
Per questo abbiamo desiderato celebrarli.
Per ricordare … e dire grazie
Per ricordare i benefici ricevuti e dire grazie
al Signore, che ci ha custodite.
Per ricordare tutti i Vescovi e Sacerdoti della
Dal Monastero
nostra Diocesi, e dire grazie alla Chiesa, che
ci ha sostenute.
Per ricordare i vari Direttori e Suore dell’
Eremo, che ci hanno accompagnato e dire
grazie per la quotidiana celebrazione dell’Eucaristia e altri momenti di preghiera e di formazione spirituale, biblico - teologica.
Per ricordare i Parroci, i Sacerdoti e tutta la
comunità di Bienno e dire grazie per la preghiera, l’aiuto e la vicinanza fraterna sempre
dimostrata.
Per ricordare i Padri Cappuccini dell’Annunciata e di Lovere, e tutti i Frati Minori, e dire
grazie per la presenza fraterna, l’assistenza
spirituale e la condivisione dell’unico carisma francescano.
Per ricordare tutte le persone che ci sono
affidate e dire grazie alle nostre Sorelle di
Lovere e ai tanti parenti, conoscenti, amici e
benefattori, che ci sono stati vicini in diversi
e molteplici modi.
E infine … per riflettere sulla vita consacrata.
Insieme a don Renato Musatti, direttore
dell’Eremo, abbiamo pensato di proporre,
nel mese di ottobre, alcune iniziative per festeggiare il nostro anniversario e per riflettere sul tema: “La vita consacrata oggi nella
Chiesa”.
Sabato 4 ottobre, abbiamo vissuto con le Religiose, i Religiosi e i Sacerdoti della Valle
Camonica un Ritiro spirituale, guidato da
Padre Luigi Guccini, dehoniano.
Madre Chiara Amata ha introdotto questo
incontro con un saluto fraterno e una breve
presentazione del Relatore, esperto e testimone del cammino e dell’evoluzione della
Dal Monastero
vita consacrata nel post-Concilio, sia in Italia
che a livello internazionale. Quindi ha detto:
“Abbiamo pensato a questo tema, perché crediamo che la vita consacrata, radicata nelle
fragranti parole del Vangelo, abbia ancora
molto da dire nella Chiesa e nel mondo, ma
si trova in una fase di evidente difficoltà e di
fatica. Insieme possiamo aiutarci a scoprire
e a mettere in atto meglio le nostre risorse, a
servizio di Dio e del suo popolo”.
P. Luigi Guccini, nella sua ampia relazione
su “La vita consacrata oggi: difficoltà e prospettive”, si è soffermato sui vari aspetti, mettendo in risalto la dimensione apostolica di
ogni forma di vita religiosa, anche di quella
claustrale, auspicando un rinnovamento
sia della vita spirituale, sia della capacità
personale e comunitaria di discernimento,
per vivere nell’oggi la volontà del Signore,
come si dispiega nel Vangelo. La vita consacrata affonda le radici nel mistero di Dio
ed è un dono per la Chiesa e per il mondo:
“offre un servizio di magistero spirituale, un
supplemento d’anima, che lascia presagire
la potenza dello Spirito, che lavora i cuori,
aprendoli al regno di Dio”.
Mercoledì 8 ottobre, giornata di ringraziamento per il 20° anniversario di Fondazione del nostro monastero. La S. Messa
del mattino è stata celebrata dal direttore
dell’Eremo, don Renato Musatti, con sentimenti di intensa gratitudine a Dio per la
nostra presenza, accanto all’Eremo; alla sera
è stato innalzato un grande grazie al Signore,
con l’Inno Akathistos in onore di san Francesco d’Assisi.
Significative le parole della madre: “Oggi, 8
ottobre 2008, siamo esattamente a 20 anni di
distanza da quell’ 8 ottobre 1988, in cui ebbe
inizio il cammino della nostra fraternità qui a
Bienno. A memoria di quel giorno benedetto
ci riuniamo questa sera in preghiera, una preghiera dolcissima di lode, a onore del nostro
padre san Francesco, dal quale ebbe inizio,
18
ottocento anni fa, la storia dei frati minori e
delle sorelle povere. Con questa preghiera
vogliamo esprimere al Signore la nostra gratitudine per quanto egli ha compiuto nella
nostra fraternità e - oltre la nostra fraternità
- in tutti coloro che hanno ascoltato il suo
vangelo, nel corso di questi anni; e vogliamo
chiedere il suo aiuto per crescere ogni giorno
di più nel bene”.
La celebrazione, caratterizzata da preghiere,
invocazioni, incenso, musica e canti, è stata
animata dai frati minori: fra Paolo Ferrario, fra Francesco Metelli e fra Stefano Dallarda.
Sabato 11 ottobre, nel pomeriggio presso
l’Eremo si è tenuto un Convegno sulla vita
consacrata, coordinato dal nostro Assistente,
fra Stefano Dallarda. Poche le persone presenti, ma folto il gruppo dei giovani novizi
dei Frati Minori di Baccanello, che hanno
dato gioia ai due relatori invitati: padre Ermes Ronchi, dei Servi di Maria, e fra Fabio
Scarsato, dei Frati Minori Conventuali.
1° - Padre Ermes Ronchi ha parlato della vita
consacrata sul tema: “Esistere per Dio, per
guarire la vita”.
Una relazione, ascoltata col fiato sospeso,
per la sua densità spirituale, biblico – esistenziale. P. Ermes ce l’ha lasciata, quindi è
disponibile se qualcuno desidera leggerla.
I temi trattati sono questi: “Introduzione.
I. Esistere per Cristo. Perché vivere per Dio?
Per una vita buona, bella e beata. II. Guarire.
Il triplice male di vivere e i tre voti. Guarire
da violenza e menzogna, dalla sclerokardia,
con la scelta della fragilità, con povertà ed
essenzialità: meno opere e più gesti. Conclusione. Segno di contraddizione. Ombra
e sole”.
Qui riportiamo solo alcune affermazioni iniziali e conclusive:
“Il monachesimo è l’estasi della storia. La
vicenda umana non basta a se stessa. Ci
sono momenti in cui la storia ha bisogno di
19
estasi, ha bisogno cioè di uscire da se stessa,
ex-stare, attraverso spazi che sfuggono alla
logica, alla dittatura dei numeri e alla tirannia
della quantità, (…) qualcosa come la poesia,
il sogno, l’amore, il sacro, la bellezza: sono
delle falle, delle brecce di luce. Dicono che il
nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
La storia ha bisogno di estasi. Il monachesimo è il punto in cui la storia dell’uomo
diviene estasi, esce dalle leggi che si è data,
e lo fa attraverso la fragilità del monaco rispetto all’uso della forza, la sua marginalità
rispetto al centro del potere, per la scelta del
paradosso come misura di vita, per la contestazione silenziosa del sistema-mondo, per
lo sguardo nuovo sul cuore delle cose, per
il suo centro altrove. Ma soprattutto, per la
divina seduzione.(…) Molte e diverse le
seduzioni di Dio, eventi di mistero che non
29 Giugno 1986, posa della prima pietra del Monastero.
Dal Monastero
risparmiarono nessuno: pescatori ed esattori
di imposte, nemici di Dio, re e regine, cavalieri e tessitori, uomini e donne insospettabili. Ma continuerò a dimenticare quanti
si appagarono del divino amore. Quanti
si scoprirono amanti, amati e amabili e si
rifugiarono nelle piaghe di Cristo. Quanti
si scoprirono feriti e poi Colui che si era
fatto feritore sparì, forse per divenire con
più forza l’atteso. Ad alcuni fu concesso di
contemplare il fuggitivo e di unirsi a Lui in
qualche glorioso istante. A molti rimase la
ferita che palpitava nel fondo di loro stessi.
Lo cercarono non aspettandosi nulla in
cambio se non Lui medesimo. (…)
Il monachesimo è esistere per questo divino
seduttore, esistere per Dio (estasi quindi) per
guarire la storia. Unica è la vocazione di tutti
gli esseri umani, avere la vita in pienezza:
Dal Monastero
sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).
Il monachesimo, la clausura, il missionario,
il frate anonimo, l’eremita, la monaca hanno
la medesima unica vocazione: vivere in pienezza. ( … )
Un’immagine mi ha accompagnato nella
preparazione di questa riflessione: l’ombra
di Pietro, l’ombra che guarisce: negli atti
degli apostoli è detto:“Portavano i malati
al passaggio di Pietro affinché almeno la
sua ombra li sfiorasse e chi ne era sfiorato,
guariva”. Pietro non dice una sola parola:
passa e la sua ombra silenziosa, meno di un
soffio, meno di un gesto, sfiora, guarisce, dà
pace, rimette in cammino.
Ombra è una immagine che la Bibbia conosce bene: l’ombra di Dio sulla tenda dell’Alleanza nel deserto, l’ombra sulla vetta del Sinai, l’ombra del Dio che passa davanti alla
grotta di Elia, l’ombra dello Spirito sulla ragazza di Nazareth, l’ombra del Calvario da
mezzogiorno alle tre. Il più umile dei segni!
Passa Pietro e non lo accompagnano leggi o
troni, né il potere della sapienza, né quello
dei libri, tanto meno quello della spada, passa
la prima Chiesa tra i malati ed è un’ombra,
un ricordo del sole, una fame di sole.
La bellezza della Chiesa quando bastava
un’ombra ed era piena di sole!
Il monastero di Bienno è come l’ombra di
Pietro, stende la sua ombra benefica sulla
20
valle, sui paesi, sui cuori, sul male di vivere.
Lo farà nella misura in cui sarà pieno di Sole.
Questo è il mio augurio celebrando questi 20
anni di grazia: davanti al Sole non c’è nulla
di meglio che essere nulla, pura trasparenza
come l’aria. Che possiate essere un’ombra
pur piccola, proiettata da creature, da donne
che sono piene di sole”.
2° - Fra Fabio Scarsato ha tenuto la sua relazione sul tema: “Con Francesco e Chiara
seguire Gesù”. Riportiamo alcune significative domande iniziali: “Data la vocazione
cristiana, c’è un modo, una strada tutta francescana per realizzarla? Da che cosa si distingue la vocazione francescana, e perciò
la vita religiosa francescana, da tutte le altre?
Quali sono le sue accentuazioni particolari?
Che proposte originali fa rispetto, ad es. alla
vita religiosa gesuitica, benedettina, ..?”.
Fra Fabio ha svolto il suo discorso attingendo ampiamente alle Fonti Francescane e
ha spiegato che il Vangelo è la vocazione di
Francesco e Chiara. A coloro che andavano
da loro a chiedere di vivere la loro stessa vita,
sapevano proporre solo una cosa: Andiamo
a chiedere consiglio al Signore. Il Vangelo
non è per Francesco e Chiara un bel libro di
meditazioni spirituali, ma una persona che
ha qualcosa da dirci e soprattutto da farci
vivere: vieni dietro a me. La novità francescana è stata l’aver creduto sul serio che il
Vangelo potesse essere vissuto. Credere che
si può essere cristiani. “Non solo essere di
Cristo, ma divenire Cristo: questo non è solo
semplice risonanza di paradiso perduto, ma è
promessa sempre offerta ai cercatori di Dio.
Il Vangelo è una proposta praticabile: è la
promessa che ciascuno di noi può diventare
alter Christus”.
Al termine del Convegno, dall’ Eremo tutti
i partecipanti sono venuti qui al Monastero,
per il canto dei Vespri. Madre Chiara Amata
ha ringraziato tutti e ha invitato a passare
dalla riflessione alla celebrazione. “Cele-
21
brando i Vespri facciamo memoria della
salvezza operata dal Signore Gesù Cristo e
a noi offerta; e insieme impariamo ad essere
Chiesa viva, che raccoglie e promuove tutte
le vocazioni e le unisce nella lode”.
Sabato sera, 18 ottobre, ci è stato offerto di
vivere un momento di gioia e di elevazione
spirituale.
Con una parola di saluto la madre ha detto:
“La musica, che questa sera ci viene offerta,
sale a Dio come incenso prezioso di gratitudine e di lode e ci fa benedire il Signore per
tutta la bellezza che ha profuso sulla nostra
terra. Attingendo a tale fonte di bellezza,la
musica ci aiuterà a cogliere il senso di questi giorni di festa che la nostra Fraternità sta
celebrando, insieme a voi tutti, che in questi
anni ci siete stati vicini in tanti modi, ci avete
fatto sentire affetto e stima, avete pregato con
noi e per noi e vi siete affidati al Signore anche tramite la nostra preghiera”.
L’Orchestra ha eseguito brani di vari autori,
con violini, viola, violoncello, contrabbasso,
clavicembalo e tromba, ma il pezzo forte è
stato il “Nisi Dominus” di A.Vivaldi, per
contralto, archi e cembalo: “Nisi Dominus
aedificaverit domum, in vanum laboraverunt
qui aedificant eam. Nisi Dominus custodierit
civitatem, frustra vigilat qui custodit eam”.
Il salmo 126, a versetti distinti, suonati, cantati, ripetuti con armonie penetranti, ci hanno
aiutato ad affidarci con fiducia al Signore,
che opera nella nostra vita.
Nel pomeriggio di domenica 19 ottobre,
giornata missionaria mondiale, abbiamo
avuto il momento conclusivo: la S. Messa
di ringraziamento, presieduta dal Vescovo
Ausiliare di Brescia, mons. Francesco Beschi, concelebrata da tanti nostri Sacerdoti e
animata dal Coro Valgrigna di Esine.
La Liturgia della Parola si è rivelata particolarmente adatta per la circostanza, come
del resto sempre avviene, poiché la Parola
di Dio è viva ed efficace.
Dal Monastero
L’omelia del Vescovo - a disposizione per chi
desidera - ben articolata e onnicomprensiva,
ci ha lasciato un messaggio forte: “La vita
contemplativa, come testimonianza della
radicalità del rendere a Dio quel che è di
Dio”, e un augurio finale: “Splendete come
astri nel mondo, tenendo salda la parola di
vita”.
Prima di concludere, madre Chiara Amata
ha espresso il nostro ringraziamento per
la corale e intensa partecipazione “a questa celebrazione, che ci ha tanto ricordato
quella svoltasi venti anni fa, quando siamo
state accolte qui a Bienno. In questi anni
abbiamo vissuto tanti momenti di gioia e
anche momenti di dolore, come quando è
mancata suor Maria Pia, morta il giorno di
Natale del 1993. In ogni tempo abbiamo
sentito la vicinanza di voi tutti, l’interessamento della Diocesi, l’accompagnamento
dei nostri fratelli Frati Minori. In particolare
vogliamo ricordare la vicinanza delle nostre
Sorelle di Lovere, che anche oggi sono qui,
nella persona della madre Chiara Ivana e
di suor Celina, la madre che ci portò qui
vent’anni fa. Il cammino continua, il vangelo del Signore Gesù ci sta sempre davanti
come un invito quotidiano alla festa della
salvezza. E proprio al Signore Gesù, che ci
parla nel vangelo, vogliamo portare l’attenzione nostra e di tutti”.
Al termine di questi giorni di festa per il 20°
di fondazione del nostro Monastero, una
semplice preghiera ci risuona in cuore:
“Signore, tu sei il mio Dio,
voglio esaltarti e lodare il tuo nome,
perché hai eseguito progetti meravigliosi,
concepiti da lungo tempo, fedeli e veri”
(Is. 25,1).
SORELLE CLARISSE
POSTE COME LUCE
SUL MONTE
DONO ALLA VALLE
“Voi siete la luce del mondo;
non può restare nascosta una città
collocata sopra un monte,
né si accende una lucerna
per metterla sotto il moggio
ma sopra il lucerniere
perché faccia luce a tutti...
Così risplenda la vostra luce
davanti a tutti gli uomini
perché vedano le vostre opere buone
e rendano gloria al vostro Padre
che è nei cieli”
(Mt. 5, 14-15)
Pensando alle sorelle clarisse del monastero di Bienno mi torna sempre alla
mente questo passo evangelico perché mi
sembra che l’immagine della luce caratterizzi molto bene il significato e il valore della loro presenza nel mondo e per
il mondo.
Fin da quell’ormai lontano 8 ottobre 1988
io ho percepito il loro venire e il loro essere poste su quel monte come qualcosa
di bello, di profondamente autentico, l’ho
visto come un dono di luce e di grazia
che il Signore ha voluto regalare alla terra
camuna perchè la sua Chiesa potesse risplendere in modo nuovo.
Ed è stato proprio così.
Ricordo quel pomeriggio d’autunno carico di luce e ricordo il convenire di molti
fedeli, laici e religiosi, sul piazzale del
monastero preparato a festa e poi il comparire silenzioso delle cinque sorelle che
avrebbero dato vita alla nuova comunità.
Le accompagnava la Madre Abbadessa
Dal Monastero
del monastero di Lovere da cui provenivano e furono accolte con uno scrosciante
battimano della folla.
Ho letto sul loro volto un non so che di
sofferenza e non poteva che essere così
di fronte ad un distacco radicale dall’ambiente dove avevano vissuto fino a quel
momento, dalle sorelle con le quali avevano condivo già un buon tratto di strada
ma non mancava neppure nei loro sguardi
quella serenità che nasce dal profondo e,
proprio per questo, c’è anche quando la
storia è segnata dalla croce.
Una consorella che era accanto a me mi
disse: “Guarda come sono raccolte, si vede
che sono creature tutte di Dio”.
Ecco la prima testimonianza di quel dono
che, via via, si è fatto sempre più significativo e sempre più presente per tutti coloro
che lo hanno saputo vedere e cogliere.
Sì, care sorelle povere di Santa Chiara,
io, ma credo di poter dire noi, vi vediamo
così: come un piccolo miracolo che si ripete ogni giorno e che ogni giorno si carica di novità, come la luce che risplende
davanti a noi perché possiamo rendere
gloria al Padre che è nei cieli.
La vostra separazione non è certo una
fuga dal reale, ma un’esperienza interiore
che rivela la maturità del discepolo del
Signore, delle spose che vanno incontro
allo sposo con le lampade accese e che ha
il sapore della vera libertà del cuore.
La gioia dell’appartenere a Cristo vi dona
il coraggio e la forza per costruire una vita
che sia secondo il Vangelo e così diventate un segno luminoso del Regno di Dio
23
e comunicate speranza a quanti vengono
a bussare alla vostra porta.
Guardandovi negli occhi lasciate trasparire una tale serenità di fronte alla quale
non si può che esclamare: “Hanno davvero
posto Gesù nel cuore della loro giornata
e della loro intera vita, Lui è il loro vero
Maestro”.
Grazie quindi, care sorelle, per quello che
siete, perché tutto è grazia: il vostro essere su questo monte, il vostro porvi in
ginocchio per vivere quella sponsalità
che dà pienezza alla vostra e alla nostra
Dal Monastero
esistenza, il vostro farvi vicine a quanti
vengono a chiedervi preghiere e consigli,
il vostro saper ascoltare e mai lasciare che
qualcuno se ne vada senza aver avuto in
dono una buona parola, un consiglio fraterno, l’invito a capire che siamo di Dio e
che ciò che può riempire la nostra vita è
il suo amore.
Con il grazie l’augurio più bello: la speranza e la pace siano sempre vostre compagne di viaggio e la preghiera e il lavoro
strumenti efficaci per edificare la comunione tra voi, nella Chiesa e nel mondo.
SUOR ALBA
DAL MONASTERO SI ELEVA
INCESSANTEMENTE LA PREGHIERA
DI LODE E DI INTERCESSIONE
«C’è un luogo dove il cuore “canta”
canzoni di gioia o più tristi melodie...
Lì, è bello tornare per ascoltare
quello che siamo,
per cercare quello che domandiamo
e per scoprire la bellezza che’è in noi!»
È il ritornello di una canzone che associo
sempre ad un luogo speciale nella mia
esperienza di fede
e di vita: il Monastero delle monache
clarisse in Bienno.
Avevo solo quindici
anni quando questa
piccola, flebile, ma
tenace luce è stata
collocata, accesa
ed innalzata sul
colle dell’Eremo
e forse al cuore
un poco inquieto
di un’adolescente,
questo posto, queste
vocazioni, questo monastero, diceva ben
poco... suscitava più dubbi che certezze!
E poi la vita che scorre, gli anni che passano... e questo luogo è divenuto per me
un punto di riferimento... lo spazio della
preghiera, del silenzio, della meditazione,
ma anche dell’ascolto, della riflessione,
dei sorrisi aperti, degli occhi limpidi
in cui si specchia il cielo, della pace
dell’anima...
Il luogo in cui ho preso parte alla gioia
delle professioni religiose, in cui come
Dal Monastero
giovani della consulta giovanile abbiamo
vissuto esperienze forti, salutato amici,
pregato e meditato insieme. E non solo,
spesso mi reco lì per la celebrazione eucaristica.
Cammin facendo, mi sono accorta che non
era così solo per me. Quanti cuori, a volte
disperati, a volte angosciati, soli, in cerca
di luce, di pace, di ristoro, hanno bussato
a questa porta ed hanno trovato una parola di conforto, di
sollievo, ma anche
hanno fatto esperienza di Parola che
salva.
Sono già passati
vent’anni, pare
un soffio, ma da
vent’anni la nostra
Valle è più ricca:
questo Monastero
ne è il parafulmine:
la vocazione contemplativa di queste piccole e grandi
monache (Maria Chiara, Chiara Letizia,
Elisabetta Maria, Chiara Amata, Francangela, Andreina, Agostina) è situata nel
cuore della nostra terra.
Questa missione alimenta l’azione pastorale della Chiesa con il prezioso contributo della contemplazione, della preghiera,
del sacrificio, la cui silenziosa presenza
manifesta agli uomini del nostro tempo
l’inizio del Regno di Dio. Nella “forma di
vita” delle nostre sorelle clarisse si rende
visibile, anche agli uomini del nostro
25
tempo, il volto orante della Chiesa, il suo
cuore interamente posseduto dall’amore
per Cristo e colmo di gratitudine per il
Padre.
Dal Monastero si eleva incessantemente la
preghiera di lode e di intercessione per il
mondo intero e, particolarmente, per la nostra terra camuna, di cui voi, care sorelle,
siete state chiamate ad accogliere e a condividere sofferenze, attese e speranze.
Grazie carissime sorelle claustrali che
“abitate” il Monastero di Bienno, grazie
per la vostra silenziosa, ma indispensabile
presenza, con la quale mantenete viva nel
cuore della Chiesa camuna la chiamata ad
un amore totale per Cristo Sposo; offrite
Dal Monastero
così a tutti noi il contributo spirituale della
speranza e della gioia, orientando gli uomini verso l’incontro con Cristo, nostra
autentica pace.
Forse solo ora, dopo vent’anni - un soffio
agli occhi di Dio - mi rendo veramente
conto di quanti rivoli di Bene sono sgorgati dal Monastero... E vi confesso un segreto: da qui riparto sempre con il cuore
carico di gioia e serenità e ritorno nel vortice del quotidiano colma di un’inesprimibile pace.
Grazie piccole scintille di luce, la Sua
Luce!
ERCOLI GABRIELLA
SON PASSATI VENT’ANNI
Vent’anni sono volati, da quella sera
dell’otto ottobre 1988, quando le cinque
“Poverelle di Assisi” con il lume acceso,
facevano l’ingresso nel nuovo Monastero, accompagnate dal Vescovo Bruno
Foresti.
A monte vi era stato l’impegno di tante
persone per realizzare in Vallecamonica
quel sogno che nei secoli era sfumato
almeno due
volte. Si deve
ricordare l’intuito lungimirante di Mons.
Giuseppe Almici, la forte
determinazione dell’allora direttore
dell’Eremo
Don Aldo Delaidelli, la benevolenza del Card. E. Pironio Prefetto della S. Congregazione per
i Religiosi, il forte impulso dei Vescovi
Luigi Morstabilini e Bruno Foresti, il concorso di Padre Onorio Pontoglio Vicario
Generale dell’Ordine dei frati minori e,
infine, il determinante apporto della Madre Badessa di Lovere Sr. Immacolata
Gabossi, camuna di Darfo.
L’idea di far sorgere un Monastero di
clausura strettamente legato all’Eremo di
Bienno si è dimostrata feconda. Il Monastero ha formato con l’Eremo quel “Polmone Spirituale” auspicato dal Vescovo
Morstabilini per la Vallecamonica. Da al-
Dal Monastero
lora tutte le iniziative spirituali, di un certo
livello, che si sono realizzate all’Eremo in
questi anni sono avvenute in sinergia con
il Monastero. Inoltre l’Edificio Claustrale
è divenuto un centro di preghiera e di sosta
spirituale per fedeli di ogni ceto sociale.
In particolare va sottolineata una assidua
presenza del mondo femminile alla ricerca
di risposte, di preghiere e di consigli. Per
i fedeli camuni
che credono nel
valore sociale
e comunitario
della preghiera,
cioè nella “comunione dei
santi”, ha un
profondo significato il fatto di
avere in Valle
una comunità
dedita esclusivamente alla preghiera.
In una società come quella attuale in cui
sembrano prevalere i disvalori dell’affarismo, del1’edonismo, del consumismo e
del successo mediatico, la presenza nella
nostra Valle di questo centro di spiritualità
cristiana ha il significato di tenere alta la
fiaccola dei valori eterni.
Sono certo che i Camuni contribuiranno
anche per l’avvenire a sostenere e sviluppare, anche vocazionalmente, il Monastero
delle Clarisse.
PIERO AVANZINI
GRAZIE CARE SORELLE
DI SANTA CHIARA
Nelle parole pensate e scritte dalle nostre
sorelle Clarisse, sulle locandine e sui manifesti che annunciavano la festa per ricordare il 20° compleanno del Monastero
di Santa Chiara in Bienno, c’era tutto il
senso di quelle splendide occasioni-celebrazioni offerte a tutti. Giorni e celebrazioni di gratitudine. Sono state giornate
di lode, di ringraziamento a Dio, a frate
Francesco a Santa Chiara, a tutti… Chi,
in quelle giornate si è avvicinato al monastero è tornato a casa, ancora una volta, più
ricco di com’è arrivato. Dal Monastero di
Santa Chiara si torna sempre a casa ricchi.
Da quel lontano, ma anche tanto vicino,
1988, sgorga sul quel colle una sorgente
di Grazie e Benedizioni per tutta la Valle
e, quelli di Bienno, almeno per vicinanza
geografica, sono i primi ad abbeverarsi
a questa mistica sorgente e a sentire il
dovere della riconoscenza. Si scende dal
colle e si torna a casa
con la certezza nel
cuore di essere amati
da Dio, in modo del
tutto speciale; tutti devono sentirsi amati. Le
sorelle Clarisse sono il
segno tangibile, visibile di quell’amore di
Dio per noi. Grazie del
bene che ci volete.
Dentro di quel piccolo
e grazioso monastero
abitano 7 sorelle che
hanno deciso, in modo
Dal Monastero
radicale e totale, di dare a Dio nel silenzio
ciò che gli appartiene: il tempo.
Voi, con la vostra vita ci dite: “ Non abbiate paura di dare il vostro tempo a Cristo! Sì, apriamo a Cristo il nostro tempo,
perché egli lo possa illuminare e indirizzare. Egli è colui che conosce il segreto
del tempo e il segreto dell’Eterno, e ci
consegna il “suo giorno” come un dono
sempre nuovo del suo amore” (Giovanni
Paolo II, Dies Domini, n.7).
Non solo, ma tutte le volte che si scende
dal colle e si torna a Casa con una grande
voglia di silenzio. Vorremmo tanto imparare da voi care Sorelle di santa Chiara
a fare silenzio. Voi ci dite in ogni occasione: “Se vuoi ascoltare Dio, stai molto
attento perché a Dio piace parlare a bassa
voce”(V.G.). Viviamo in un mondo fracassone. Rumori di motori, radio e tele-
Dal Monastero
visioni; musica onnipresente nei negozi e
ristoranti, telefonini che hanno trasformato
la terra in un villaggio sonoro. Il silenzio
non ha più un minuto di pace. E’ tempo di
difendere il silenzio. Il rumore è la lama
invisibile che ci taglia l’anima; è quello
sporco che non si vede, ma inquina… Di
rumore si muore… di silenzio si vive. Il
rumore provoca…sordità… Voglia di silenzio … Il silenzio non è solo il contrario del rumore. E’ un’oasi, è lo spazio ove
lo spirito apre le ali… è il luogo in cui
l’anima sta bene. Il silenzio è il luogo in
cui ci si ferma per attendere che le nostre
anime ci raggiungano… visto che in questi
anni abbiamo camminato troppo in fretta
e sono rimaste indietro. Abbiamo voglia
e bisogno di silenzio … perché è nel si-
28
lenzio che ci portiamo a casa tre doni preziosi: L’incontro con noi stessi, l’incontro
col Creato, l’incontro con Dio.
Carlo Maria Martini, cardinale emerito di
Milano è giunto a dire: “Il nemico di Dio
non è l’ateismo, ma il rumore!”. Dunque
il silenzio ci regala Dio.
Grazie care Sorelle di santa Chiara perché
ogni giorno, voi, nel silenzio del Monastero, regalate Dio anche a noi, lo rendete
presente, lo mostrate con il vostro volto
sereno e sorridente. Continuate a voler
bene a Lui e a noi…come state facendo…
e pregate, senza stancarvi, perché nasca
nel cuore di ognuno di noi: voglia di silenzio… la legge delle anime delicate…
IL VOSTRO PARROCO
Dalla Valle
NOVANT’ANNI DOPO
LA GRANDE GUERRA
Sabato 30 agosto 2008 si è svolta nell’incantevole scenario ai piedi del Montozzo
una coinvolgente cerimonia per commemorare il novantesimo anno dal termine
della prima guerra mondiale.
La Santa Messa è stata celebrata da Sua
Eccellenza Cardinale Gianbattista Re, alla
presenza delle massime autorità civili e
militari, che con la loro partecipazione
hanno voluto testimoniare l’importanza
ed il radicamento della cultura alpinomontana, i cui valori sono ancora oggi
punti di riferimento nella vita quotidiana
di ognuno di noi. Valori quali l’abnegazione, la ricerca di un ideale più alto che
si rispecchiano nella condivisione delle
privazioni, nel sacrificare la propria vita
per salvare un compagno, ricordando che
anche il nemico ha dei genitori, dei figli
per i quali immola se stesso. Questi capisaldi che il corpo degli alpini continua
a porre al centro della propria esistenza
sono un modello cui ispirarsi, anche in
momenti di difficoltà sociale, oltre che
nelle occasioni più felici. In tale contesto
l’artista trentino Guglielmo Bertarelli ( in
arte “El Duca”), cittadino edolese di adozione, ha voluto rendere omaggio ai molti
che hanno sacrificato la propria esistenza
donando agli alpini di Valle Camonica un
altare, una piccola campana, una croce e
l’alza bandiera. Così come il grigiore del
ferro ed il freddo del metallo vogliono essere un monito per ricordare le difficoltà,
le oscurità di quel periodo, così il movimento circolare posto alla base dell’altare
L’altare inaugurato al Montozzo a novant’anni dalla Grande Guerra.
Dalla Valle
30
vuole riproporre l’evolversi ineludibile
della storia o quella croce che si erge verso
l’alto, creare un collegamento con Dio. Il
materiale stesso utilizzato per la realizzazione dell’altare, quella pietra che era già
parte del precedente altare ubicato poco
distante dalla attuale posizione, vuole essere un filo conduttore.
Silenziosi ed inermi spettatori di tragedie
passate e di future speranze, le montagne
ci ricordano che la bellezza del creato può
essere macchiata dal sangue della guerra
e il suono della campana che riecheggia
oggi nella valle sembra riportare a quello
stesso segnale di speranza nel quale i soldati del primo conflitto mondiale riversavano le proprie preghiere per una rapida
conclusione delle ostilità.
Gli sforzi profusi dai molti che hanno attivamente collaborato per la realizzazione
di questa suggestiva cerimonia non possono essere paragonati a quelli prodigati
dai nostri soldati che hanno speso tanta
fatica per la costruzione delle trincee in
una zona tanto impervia e difficile da
raggiungere. L’auspicio è che questo momento di riflessione storica, di preghiera
per chi ci ha preceduti ed i segnali di fede
e di speranza che sono stati volutamente
installati in tale sfondo possano raggiungere chiunque, passeggiando tra le nostre
montagne, pervenga in questo luogo della
memoria.
LUISA BULFERETTI
La croce dell’altare.
La campanella del Montozzo.
A BRENO L’ACCADEMIA
“ARTE E VITA”
Sorge nella cittadina di Breno una nuova
realtà culturale. E’ nata come iniziativa a
scopo artistico-educativo e nella più assoluta discrezione. Il vecchio collegio delle
Suore Messicane è ormai un ricordo del
passato. Oggi, negli stessi locali, completamente ristrutturati ed abbelliti con preziosi affreschi troviamo sale per la danza,
per la recitazione, per arti plastiche, laboratorio di informatica e linguistico, biblioteca, sale per la musica attrezzate di pianoforti e strumenti musicali per giovani
e per adulti. Non manca una bellissima
Cappella come richiamo spirituale e crescita nell’interiorità, nonché l’ambiente
adibito alla ristorazione ed all’ospitalità.
Il nome di questa nuova realtà culturale
esprime la sua anima: arte come bellezza,
ispirazione, creatività, forza interiore, rinnovamento, fede e speranza; vita come
gioia, voglia di vivere, di incontrarsi, di
fare, di proporre… “Arte e vita” è un sogno che è divenuto realtà, e cioè inizia
a far parte del tessuto sociale e culturale
Dalla Valle
quotidiano della nostra Valle Camonica.
Quanto è prezioso questo nuovo dono,
specialmente perché la Divina Provvidenza ne è l’ispiratrice e l’esecutrice.
Iddio ha messo il desiderio ed il sogno
prima nel cuore di alcune persone e poi,
via via ha maturato il progetto e messo a
disposizione tutto il necessario per la sua
realizzazione.
E’ il momento di ricordare queste persone
e di dire loro il nostro GRAZIE: il Grazie
dei bimbi, degli adolescenti, dei giovani
e degli adulti che frequentano l’Accademia. Il grazie dei genitori, il Grazie della
gente comune, il Grazie di tutti coloro che
direttamente o indirettamente traggono beneficio dell’Accademia. Non ci è possibile
ricordare tutti, ma è semplicemente doveroso fare qualche nome da lasciare ai posteri: i coniugi Sig. Romain Zaleski e Sig.
ra Hélène Prittwitz di Zaleski che hanno
trasformato con i loro beni questo edificio
in un tempio d’arte; il direttore dei lavori
Sig. Claudio Reboldi; il direttore artistico
Dalla Valle
Sig. Roberto Damiani, la capo squadra
dei ragazzi e ragazze decoratori del Liceo
Artistico di Lovere, Sig.na Moira Maffeis
e l’impresa Immobiliaria Magenta che ha
realizzato tutti i lavori di ristrutturazione
e ampliamento dello stabile.
Dopo le incertezze normali di ogni inizio di attività, l’Accademia Arte e Vita
è giunta ad oltre duecento iscrizioni nei
vari corsi proposti per l’anno accademico
2008-2009. Gli alunni provengono sia da
Breno che dai diversi paesi della Valle Camonica, più o meno vicini. Consideriamo
questo risultato un grande successo, ma
abbiamo anche la soddisfazione di essere
riusciti a colmare un notevole vuoto nel
campo educativo-artistico.
Il nostro compito non si esaurisce nella
formazione artistica dell’infanzia e gioventù, ma da gennaio, in collaborazione
con l’Università Cattolica del Sacro Cuore
e con la Diocesi di Brescia iniziano nuovi
32
corsi per formazione di operatori teatrali
e per operatori/gestori delle case della cultura, necessari soprattutto per chi opera in
ambienti con la gioventù, specialmente
negli oratori, ricoveri, comunità, ecc.
Speriamo che questi nuovi corsi, molto
interessanti dal punto di vista artistico e
formativo, studiati, coordinati e impartiti
con insegnanti dell’Università Cattolica
siano accolti con interesse ed entusiasmo
anche dagli adulti che stanno già operando
in questi campi. E’ una grande occasione
per creare o migliorare i servizi di animazione specialmente negli ambienti sociali
ove purtroppo il disagio si manifesta in
modi diversi e forme alquanto pesanti.
Speriamo che questo nuovo sforzo sia accolto da più parti e non cada nel vuoto, ma
produca molto frutto.
SERVE DEL SACRO CUORE DI GESÙ
E DEI POVERI (SUORE MESSICANE)
INAUGURATO ED APERTO
IL MUSEO DELL’ENERGIA
IDROELETTRICA DI CEDEGOLO
Il Museo dell’Energia Idroelettrica di Cedegolo è il primo dei quattro poli museali che
saranno realizzati, nei prossimi anni e su
tutto il territorio bresciano, nell’ambito del
progetto MUSIL: Museo dell’Industria e
del Lavoro “Eugenio Battisti”, per ricostruire, ricordare e celebrare i più importanti
passi compiuti nel corso dell’industrializzazione del nostro Paese dal Secondo
Dopoguerra ad oggi. Inaugurato lo scorso
13 settembre, in una mattinata fredda e
piovosa, ma calda di emozione e carica
di una nuova luce che illumina di amore
per la storia e di passione per la cultura
l’intera Valle Camonica, il Museo è stato
aperto al pubblico dopo una cerimonia che
ha visto la partecipazione di centinaia di
persone, intervenute numerose nonostante
il maltempo ad ascoltare in silenzio e con
grande attenzione le parole delle autorità, avvicendatesi sul palco per celebrare
l’evento e per illustrare l’importanza della
struttura, nonché per ringraziare e ricordare
tutti coloro che, in questi anni di lavoro,
si sono adoperati per la concretizzazione
di questo ambizioso progetto. La realizzazione, nata dall’intuizione di Mimmo Franzinelli della necessità di realizzare proprio
in Valle Camonica una struttura museale
dedicata all’evoluzione dell’energia idroelettrica, è il risultato di un enorme lavoro
di ricerca storica, di progettazione e di ristrutturazione, svolto grazie alla passione
ed all’impegno di studiosi, ricercatori ed
esperti tra cui Augusto Preti, Magnifico
Rettore dell’Università degli Studi di Brescia, il Dottor Pierpaolo Poggio, Direttore
Dalla Valle
del Museo, gli architetti progettisti Claudio
Gasparotti, Giorgio Azzoni e Marina Tonsi,
i responsabili per gli allestimenti dello Studio Azzurro di Milano ed, infine, la Fondazione “Luigi Micheletti” il cui prezioso
contributo è stato assolutamente determinante nella concretizzazione del progetto.
Ad avvicendarsi al microfono, dopo l’intervento del Sindaco di Cedegolo, Pierluigi Mottinelli, le parole del Presidente della
Fondazione MUSIL, Valerio Castronovo,
del Responsabile Area Energie Rinnovabili
di Enel, Vittorio Vagliasindi, del Presidente
della Commissione Lavoro della Camera
dei Deputati, Stefano Saglia, del Presidente
della Provincia di Brescia, Alberto Cavalli,
Dalle Valle
del Presidente della Regione Lombardia,
Roberto Formigoni e delle numerose altre
autorità intervenute, elogiano la realtà del
Museo di Cedegolo, prima pietra posta per
la creazione di un sistema museale “a rete”,
e la grande intuizione delle sue finalità didattiche, perché la celebrazione della risorsa
acqua, il famoso “carbone bianco” della
Valle Camonica, sia occasione di studio e
motivo di crescita ed educazione soprattutto
per i giovani, in cui deve essere radicata
la cultura del risparmio energetico, del rispetto per l’ambiente e nella valorizzazione
della montagna e di tutte le sue ricchezze,
ma a cui deve essere anche tramandata la
memoria storica di coloro che hanno lavorato tutta la vita intera per permettere loro
di fruire il prezioso dono della tecnologia
e del progresso. Fino ad oggi, in tutta Italia
non è infatti mai esistita una realtà museale
così specifica e nessun’altra struttura è mai
stata interamente dedicata a raccontare la
storia dei primi produttori di energia elettrica, definiti dal regista Ermanno Olmi in
una sua lettera come “maestri silenziosi
che parlavano con l’esempio della loro
dignità”: quella gente semplice di montagna che, con il proprio lavoro, il proprio
sudore e la propria fatica, ha contribuito in
modo determinante alla modernizzazione
dell’Italia intera nell’epoca difficile del
Dopoguerra dove il Paese, distrutto dalla
34
guerra, si trovava in uno stato di totale indigenza, povero di risorse e capitali e ricco
solamente di bocche da sfamare e di braccia
da svendere. Il Museo deve così essere un
luogo sì emblematico, che celebri l’importanza, il valore ed il significato del lavoro
e del progresso, ma anche un luogo aperto
di promozione e divulgazione culturali: un
luogo dove si possa “capire il passato per
progettare il futuro”, un luogo, infine che
possa fare da polo per attività ed iniziative,
per corsi, convegni e seminari e possa essere un esempio per le realtà future, facendo
da punto di riferimento e da forte stimolo
per la realizzazione dei centri di raccolta di
quei saperi che sono alla base della nostra
cultura e della nostra terra. L’apertura di
questo Museo dimostra infine come la Valle
Camonica possa contribuire al formidabile
progetto di promozione turistica nazionale
ed internazionale dell’intera Provincia, basato sull’incredibile ricchezza dell’archeologia industriale e sulla storia di quei lavoratori
camuni e bresciani il “mestiere”, la manualità, il lavoro e la tecnica dei quali per nulla
si discostano dall’arte autentica: uomini che
hanno saputo risollevare le sorti del Paese e
trasformarlo in quella grande potenza economica ed industriale che proprio a Brescia
conserva il suo nucleo più attivo.
ANDREA RICHINI
ASSOCIAZIONE ONLUS
“LE CAPÈLE”
L’idea per questa associazione parte da lontano, da conversazioni, conferenze e dibattiti
provocanti ed intriganti di questi ultimi anni
sul tema dello sviluppo economico della nostra valle. Per citarne solo due ricordiamo la
conferenza del prof. Marco Vitale, economista d’azienda, del 28 ott. 2006 all’UCID
(Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti)
di Vallecamonica e l’incontro promosso
dalla Comunità Montana, presso l’Auditorium Mazzoli di Breno, il 16 gen. 2007 con
Vitale e Hugues de Varine. La tesi di questi
insigni studiosi era ed è che nessuna altra
valle alpina ha un concentrato di bellezze
naturali ed artistiche altrettanto ricco ed articolato come la valle dell’Oglio: di questo
Gruppi
patrimonio tutti dovremmo prendere maggior coscienza, attivarci per conservarlo e
valorizzarlo perché diventi la maggior risorsa
economica del nostro territorio.
L’UCID di Valle Canonica ha raccolto le
provocazioni e, conoscendo l’urgenza, quasi
l’improrogabilità, di un serio intervento conservativo del Complesso della VIA CRUCIS
di Cerveno si è attivamente impegnata per
la costituzione, avvenuta il 26 giugno 2008,
dell’Associazione ONLUS “Le Capèle” con
sede a Cerveno.
Presidente è Marco Vitale che insieme a Mario Parolini (vicepresidente) Emilio Chini (tesoriere) Gianfranco Bellicini, Amedea Bossi,
Alberto Corbelli, Giovanna Maria Gelpi, Lo-
Gruppi
36
Oliviero Franzoni: Studioso, Storico d’arte,
Oliviero Franzoni: particolarmente
Oliviero Franzoni: della Val Camonica;
Francesco Lechi: Già Presidente del Museo Arte
Francesco Lechi: e Spiritualità di Brescia;
Fiorella Minervino: Storica d’arte,
Fioella Minervino: Docente universitaria;
Gian Franco Bondioni: Storico d’arte;
Hugues de Varine: Maggior esperto europeo
Hugues de Varine: in materia di sviluppo locale
Hugues de Varine: attraverso la valorizzazione
Hugues de Varine: dei beni culturali, è Socio
Hugues de Varine: d’Onore.
redana Moira Rivadossi, Gianfranca Rossetti
compone il Consiglio Direttivo.
Domenica 28 settembre 08 al Santuario di
Cerveno si è svolta, con la partecipazione
del parroco don Giudo Menolfi, del sindaco
Anna Bonfadini e di altre autorità, la presentazione pubblica dell’Associazione, dei suoi
scopi, dei suoi programmi e del prestigioso
comitato scientifico composto da:
Ermanno Olmi: Regista, Scrittore, Poeta;
Paolo Biscottini: Direttore Museo Diocesano
Paolo Biscottini: Milano;
Marco Magnifico: Direttore Generale F.A.I.
Franco Monteforte: Giornalista, Critico d’arte,
Franco Monteforte: Storico;
Franca Ghitti: Scultrice;
Don Giuseppe Fusari: Conservatore Museo
Don Giuseppe Fusari: Diocesano Brescia;
Dal depliant informativo distribuito a Cerveno in settembre riportiamo le parole del
Prof. Marco Vitale: “L’operazione nasce in
piena collaborazione con le competenti autorità religiose e civili rispetto alle quali l’Associazione si pone nel ruolo di collaboratrice
e suscitatrice di energie pubbliche e private.
Il restauro è urgente e dovuto per preservare
un’opera eccezionale dai danni del tempo,
conservarla e restituirla integra alle nuove
generazioni. Noi pensiamo che l’impegno
dell’Associazione debba essere diretto anche ad aumentare la notorietà dell’opera, e
valorizzarla, ed a far sì che gli abitanti della
Valle diventino sempre più consapevoli ed
orgogliosi del capolavoro che gli antenati
hanno loro donato”. E’ di questi giorni la
conferma che la regista Elisabetta Sgarbi, per
completare la sua trilogia cinematografica
sulla scultura sacra, intende realizzare un
documentario sulla settecentesca Via Crucis
di Cerveno, opera magnifica di Beniamino
Simoni. Il film ad alta definizione verrà presentato al Festival Internazionale di Locarno
ed a Venezia.
Per informazioni o iscrizioni a “Le Capèle”
contattare la segretaria al cell. 335/6021801
CHIESA E ORATORI:
EMERGENZA O MISSIONE?
Emergenza educativa. Se ne fa un gran
parlare.
Perfino il Papa, lo scorso anno, in un discorso alla Diocesi di Roma, sollevò il
problema e le pubblicazioni recenti sul
tema si sprecano. Alcune di queste, anche
solo nel titolo, confermano la percezione
allarmista (es. Luigi Negri, Emergenza
educativa. Che fare? Fede&Cultura, Verona, 2008), mentre altre la pongono in
discussione (es. Paola Bignardi, Educazione, un’emergenza? La Scuola, Brescia, 2008). Il rischio è che ormai sia “di
moda” accostarsi ai temi educativi in termini di emergenza, connotando ad esempio di “bullismo” tutti i comportamenti
problematici dei giovani odierni, come
se il Lucignolo di Pinocchio o il Franti
del Libro Cuore fossero modelli letterari
di angioletti, o come se chi oggi ha i capelli grigi non avesse avuto compagni di
scuola con alle spalle situazioni sociali e
familiari a loro modo devastanti. Certo,
allora non c’era Youtube sul quale pubblicare il trofeo delle proprie “imprese”
filmato col telefonino e gli strappi nel tessuto familiare e comunitario erano meno
vistosi …
La Chiesa, oggi come allora, non può rimanere indifferente, ma non tanto o non
solo perché si percepisce un allarme sociale, piuttosto perché la natura della sua
pastorale è educativa. Il compianto mons.
Enzo Giammancheri evidenziò da par suo
(vale a dire in modo profondo e insieme
semplice e chiaro) questo intimo legame
tra l’agire ecclesiale e l’educazione (Enzo
Educazione
Giammancheri, L’educazione come dimensione trasversale della pastorale, in
AA.VV., Per una cultura dell’educazione,
Edizioni La Voce del Popolo, Brescia,
1994, pp. 31-40) e in un recente appuntamento diocesano (Travagliato, 28 Ottobre 2008) per il ventennale della consegna
alle parrocchie del Progetto Educativo
dell’Oratorio (Travagliato, 31 Gennaio
1988), l’allora segretario del Segretariato
Diocesano Oratori, don Amerigo Barbieri,
ha ribadito che “gli Oratori non esistono
per rispondere ad eventuali emergenze
educative: l’educazione è la vocazione
della Chiesa, dell’Oratorio, nasce dal
fonte battesimale di una Chiesa che è
madre”. “Educazione come missione”,
come ha ben titolato Avvenire Giovedì 30
Ottobre nel riferire dell’incontro di Travagliato.
Oratorio, dunque, come strumento e
metodo privilegiato che storicamente
la Chiesa bresciana si è data per vivere
la propria missione educativa. Oratorio
come risposta ancora valida alla sfida
educativa che ancora oggi interpella e
provoca (o almeno dovrebbe …) le nostre
comunità cristiane? Domanda legittima
visto che tutti noi intuiamo che l’Oratorio ha ancora qualcosa da dire e da dare
alla Chiesa e alla società contemporanee,
ma nello stesso tempo vediamo in certe
parrocchie oratori semideserti o chiusi,
registriamo alcune esperienze classiche
andare deserte e proposte nuove far fatica
ad affermarsi. Sempre lucido il direttore
de “La Voce del Popolo”, don Adriano
Educazione
Bianchi, nell’editoriale del 24 Ottobre
2008 dall’emblematico titolo “Ieri, oggi,
domani” afferma e provoca: “L’identità
dell’oratorio bresciano non è in pericolo.
Semmai lo sono gli oratori o perlomeno la
loro sopravvivenza nel futuro (…) Qualcosa è cambiato in questi anni. Prima di
tutto il calo dei giovani preti (…) Una
seconda nota di cambiamento è la percezione che sia venuta un po’ meno la passione educativa nelle comunità (…) Con
lo sparire dei curati spariranno gli oratori? (…) Oggi, con pochi curati, servirà
la fantasia di qualcosa di nuovo. (…) E
la passione educativa? Forse è solo sopita (…) Ed è anche per questo che serve
metodo nella pastorale. (…)”. Identità,
passione e metodo sembrano essere i nuclei attorno ai quali far gravitare il futuro
dell’esperienza oratoriana.
Quanto all’identità e al metodo il porre
38
di nuovo all’attenzione delle parrocchie il
Progetto Educativo dell’Oratorio (PEO)
a vent’anni dalla sua consegna da parte di
Mons. Bruno Foresti è un chiaro invito a
riscoprirne la necessità e la validità, pur
con i necessari adattamenti alla realtà in
trasformazione. Il convegno di Travagliato
cui si è accennato e alcuni contributi scritti
per l’occasione (in particolare: Giovanni
Falsina, Progetto Educativo dell’Oratorio. Se ne parla ancora? in Il Gabbiano, a
cura dell’Ufficio Oratori e Pastorale Giovanile – Diocesi di Brescia, n. VIII, 2008,
pp. 10-14 e gli articoli pubblicati in La
Voce del Popolo, n. 41, 24 Ottobre 2008,
pp. 3-5) ci aiutano in tal senso.
Innanzi tutto quel progetto nacque in un
contesto ecclesiale forte e coinvolgente:
il Sinodo diocesano del 1979, che s’interrogò sui giovani dopo anni di contestazione e difficoltà, fu la sua sorgente e
il percorso della sua preparazione negli
anni Ottanta vide maturare la consapevolezza che se è necessario fissare alcune
linee condivise a livello diocesano queste
non devono calare dall’alto ma piuttosto
essere traccia e stimolo alle singole comunità parrocchiali affinché diventino
soggetti pastorali chiamati a scrivere sulla
carta e nella vita singoli progetti oratoriani
centrati sulla soggettività educativa della
parrocchia intesa come un’ampia e multiforme comunità educativa che propone
cammini che non possono esaurirsi nella
catechesi. Tornare periodicamente a riflettere sulle brevi ma intense pagine iniziali
del PEO dedicate all’identità della Chiesa
universale, diocesana e parrocchiale, al
suo rapporto col mondo nell’ottica del
Vaticano II, alla natura educativa della
sua proposta pastorale rivolta alla globalità della persona inserita in una comunità
e in un territorio, potrebbe aiutare singoli
e parrocchie (a partire dai Consigli Pasto-
39
rali) a evitare confusioni e riduzionismi,
distrazioni e deleghe (ci pensi il curato,
se c’è; ci pensino “quelli dell’Oratorio”,
se ci sono …).
Gli anni successivi alla consegna del PEO
videro una stagione di fermento sul
piano strutturale e progettuale. Molti
oratori furono costruiti o ristrutturati, ma
insieme si affermò la consapevolezza che
l’Oratorio è più del luogo e dell’ambiente
che lo ospitano. É progetto e valori, metodo e attività, preoccupazione, sensibilità, sollecitudine per i più giovani da educare alla fede e alla vita piena. Qualcuno
scrisse queste cose in progetti parrocchiali,
altri le maturarono e cercarono di viverle
dando pari dignità educativa ai cammini
di catechesi, animazione, sportivi e ricreativi (indicativo che in una parrocchia
della Valle dopo che gli allenatori sportivi
vennero definiti “alleducatori”, anche le
volontarie bariste rivendicassero il titolo
di “bareducatrici”), favorendo l’investimento non solo in strutture ma anche in
formazione e progettualità. Si visse una
stagione d’apertura ai bisogni socioeducativi del territorio che, proprio a partire da
un’identità ben delineata, permise di dialogare (non senza alcuni fraintendimenti
e difficoltà) con le istituzioni pubbliche e
con le altre agenzie educative (in primis
la scuola) per la realizzazione di progetti
condivisi. Alcuni Centri di Aggregazione
Giovanile (C.A.G.) parrocchiali anche in
Vallecamonica sono solo uno dei segni
di questo periodo d’apertura e collaborazione col territorio.
Oggi è certamente necessario adeguare il
PEO e i cammini nati negli anni della sua
prima ricezione e attuazione. Solo per fare
qualche esempio, rispetto a quegli anni la
situazione ecclesiale oltre che da un numero ridotto di preti in generale e di giovani curati in particolare, è caratterizzata
Educazione
dalla nascita (voluta o forzata) delle unità
pastorali e dall’affermazione altalenante
delle zone pastorali; il contesto sociale in
cui questa Chiesa opera è sempre più multietnico, multiculturale e multireligioso; le
dinamiche familiari evolvono nel bene e
nel male (più separazioni, divorzi e convivenze, ma pure un certo rilancio della
natalità, alcune disponibilità alle varie
forme di affido ed adozione, un ritorno
in parrocchia di giovani “lontani” diventati genitori); la comunicazione sociale è
diventata più complessa, pervasiva e, se
possibile, ancor più banalizzante e diseducativa (basti citare certa tv, internet e
sms/mms), le dinamiche adolescenziali
tendono ad anticipare l’età d’inizio e a ritardare quella del loro termine, il nomadismo dei giovani in luoghi e “non luoghi”
di un presunto divertimento sembra sempre più senza meta e senza senso, anche se
non mancano alcuni approdi significativi
nel volontariato e nell’impegno sociopolitico… Un quadro in evoluzione con tinte
contrastanti che dovrebbe interpellare le
comunità cristiane per individuare nuove
risorse, nuovi progetti, nuove forme di
servizio (presbiterale e laicale) per valorizzare quanto di buono la nuova realtà
propone e per rapportarsi con le nuove
forme di povertà materiale ed esistenziale,
con le nuove categorie di meno garantiti
che essa produce.
Questa nuova chiamata alla creatività pastorale e alla corresponsabilità ecclesiale
e sociale potrebbe però nuovamente essere orientata dai capisaldi del metodo e
dello stile educativo oratoriano proposti
dal PEO che sembrano mantenere intatta
la loro validità pur nella variabilità delle
realizzazioni concrete: centralità della persona e della relazione interpersonale e di
gruppo; pluralità di presenze e di proposte
educative anche associative; modo di pro-
Educazione
porsi caratterizzato da tre tipici momenti
di progressione che sono la convocazione
(non solo strumenti mediatici adeguati ma
anche stile e attenzioni personali), l’accoglienza (atteggiamento prima ancora che
dinamica, delicato “ministero della soglia” che fa sentire attesi, accolti e amati)
e la proposta (di un incontro vitale e non
semplicemente teorico con la persona di
Gesù, presente e vivo nella Chiesa).
Dopo aver detto quanto ad identità e metodo, resta il terzo e forse più importante
nucleo: quello della passione educativa e
pastorale di una comunità senza la quale
nessun metodo, nessuno strumento (progetto o struttura) e nessun evento - fossero
anche i grandi convegni giovanili ecclesiali come le GMG o come quelli diocesani che il Vescovo Luciano ha annunciato
di voler rilanciare tanto nella scorsa Veglia
delle Palme quanto nel convegno di Travagliato - può manifestare appieno la sua
efficacia.
E qui torniamo alle riflessioni iniziali
sulla percezione di una situazione educativa continuamente connotata in termini
d’emergenza. La percezione dell’emergenza, in un ambiente sociale già segnato
da elementi d’insicurezza (anche se alcuni artificiosamente e strumentalmente
alimentati) può ingenerare disillusione e
paura educativa. Come alimentare allora una rinnovata passione pastorale
e educativa? Ci può soccorrere proprio
il tema dell’anno oratoriano appena
iniziato, incentrato sull’evento dell’Annunciazione, così come presentato dal
direttore dell’Ufficio diocesano Oratori
don Marco Mori, in una lectio educativa
pubblicata sul numero de Il Gabbiano in
precedenza citato (pp. 6-9). La banalità di
Nazareth, in cui avviene l’Evento più atteso e decisivo della storia, fa il paio con
quella di una temporalità senza progetto
40
in cui scorre la vita apparentemente poco
interessante di molti giovani incapaci di
decisioni impegnative e definitive, contrapposta ad una cultura che vive invece
di spettacolarizzazioni eccessive.
La banalità disillusa rischia di contagiare
anche le percezioni di genitori, sacerdoti,
catechisti e educatori. “La paura è la base
di partenza della nostra sensibilità educativa, è il basso continuo che rimane,
come rumore di fondo, sul presente educativo”, ci ricorda don Marco, che subito
individua anche negli annunci evangelici
che aprono il Vangelo di Luca un identico sfondo umano: “Zaccaria ha paura, e
chiede spiegazioni. Maria prova una sorta
di paura, e chiede spiegazioni. Sicuramente non è una paura uguale alla nostra
nell’atto educativo ma (...) è significativo
per noi sapere di questa paura e poterla
guardare in faccia, attraverso gli occhi di
Maria”. L’affinità tra il momento dell’Annunciazione e la nostra fatica educativa
si risolve nell’attimo del dialogo, forse
sfuggente ed irrilevante, che avvia una
concreta storia di salvezza. Don Marco ci
ricorda certo che educare con gli attimi
può essere controverso e rischioso concentrando l’attenzione solo sul presente
(magari virtualmente vissuto in internet
e dintorni) dimentico del passato e incapace di progetti per il futuro. Ma la vita
di giovani, genitori e educatori è sempre
più caratterizzata da attimi di tempo, di
attività e di attenzione a disposizione per
l’educazione. Ma se in questi attimi interviene Dio la storia cambia. “Crediamo
ancora che Dio esista anche nelle vicende
educative dei nostri ragazzi?” si chiede
provocatoriamente don Mori.
L’attimo di Dio cui Maria risponde è innervato su una storia passata per generarne una futura e salvifica che travalica
ogni umana comprensione e possibilità,
41
pur richiedendo la necessità di quell’attimo in cui l’uomo pronuncia il suo sì. “In
questo stile di Dio gustiamo un modo con
cui disporre degli attimi educativi con i
nostri ragazzi: l’educatore è portatore di
storia, di un progetto più
grande e l’arte dell’educare coincide oggi con la
capacità di far percepire
che il pezzo che viviamo
insieme, l’attimo della
relazione educativa, non
è isolato, ma si può inserire dentro una scelta
più ampia. É bello non
solo perchè è bello in sé,
ma perchè è parte di un
disegno, di una storia
grande”. Questo innervamento nella storia più
grande che Dio tesse
con gli uomini è fondato
sulla sua Parola che crea
relazione significativa
con essi.
Così i nostri dialoghi, i
silenzi e le attese, le domande a volte inespresse e le risposte a
volte incerte sono una delle possibilità
più importanti e decisive che abbiamo a
disposizione e hanno bisogno di parole significative, esigenti e incoraggianti, vere e
dignitose, non cariche di scoraggiamento,
giudizio severo e di sentenze affrettate,
come spesso avviene nei contesti educativi e pastorali. Una qualità della parola
che si costruisce frequentando la Parola e
nutrendosi di essa.
L’icona che accompagna l’anno oratoriano
(Annunciazione del XIII sec., Chiesa di S.
Zenone a Brescia) suggerisce a don Marco
Mori e a noi tutti alcune considerazioni
conclusive per sostenere la nostra passione
educativa in un contesto percepito come
Educazione
emergenziale. L’angelo porta l’annuncio,
ma la parola esce direttamente dalla bocca
di Dio per raggiungere Maria. L’educatore dice una presenza ma non è l’artefice dell’atto educativo e non possiede il
messaggio. “É Dio che
educa il suo popolo, non
noi. Anche oggi”. L’angelo poi entra in punta
di piedi, delicatamente,
rilevando il senso del
mistero dell’educare, del
rispetto dovuto all’educando; ci richiama che
il primo atteggiamento
educativo non è offrire
ma contemplare. “Siamo
ancora consapevoli che
i nostri ragazzi sono un
tesoro, o viviamo l’atto
educativo semplicemente come un dovere
o, peggio, come un problema da risolvere?”
ci provoca ancora don
Marco. Infine nell’icona
il volto di Maria è rovinato e sarà sempre incompleto perché
ci dobbiamo mettere il nostro e quello di
tutti i nostri bambini, ragazzi, adolescenti
e giovani. Di tutti, senza selezionare a chi
portare il messaggio di Dio.
Chiude infatti la sua lectio educativa il
direttore dell’Ufficio Oratori: “La nostra
conversione educativa passa anche dal
fatto che quel volto non può essere definito da noi, è non abbiamo il diritto di
decidere a chi debba andare o non andare
la parola di Dio”. E anche noi chiudiamo
con questa consapevolezza che si fa auspicio e augurio per il rilancio dei nostri
Oratori.
ALFREDO MORATTI
UN’EREDITÀ “AL VENTRE
PREGNANTE DELLA
MOGLIE”
Una recente notizia di cronaca ha contribuito
ulteriormente a tenere desto l’ampio dibattito da tempo in atto sulla tutela della vita
nascente. La procura generale di una grande
città dell’Alta Italia ha presentato appello
contro l’assoluzione dall’accusa di procurato aborto nei confronti di un uomo, reo
confesso dell’omicidio di una donna incinta,
al nono mese di gravidanza. Il soggetto,
convivente della giovane e perfettamente
consapevole dello stato della stessa (e oltretutto padre del bambino prossimo alla nascita), in primo grado era stato condannato a
trent’anni di carcere per il delitto compiuto,
ma assolto per il caso di aborto, in quanto
il feto era deceduto dopo la madre, crimine
di fatto assorbito dall’intervenuto assassinio
della giovane donna. Nell’istanza di ricorso
presentata dalla procura si sostiene, invece,
che il feto, prossimo alla nascita e vitale,
abbia diritto alla tutela penale, spettando
allo stesso - a tutti gli effetti- il riconoscimento pieno dello status di soggetto giuridico. Senza entrare nelle particolarità dello
specifico evento, pare di poter dire che si
sia in presenza di una richiesta di sana applicazione del buon senso e dell’amore per
la verità, contenuti ormai largamente smarriti nella società nichilista e relativista oggi
trionfante.
Storia
Di questi requisiti e principi è facile imbattersi presso gli antichi. Infatti, nella documentazione che capita sottomano nelle ricerche d’archivio inerenti i secoli XVII-XVIII,
emergono spesso testamenti dettati da uomini in età ancora fertile. Al momento della
designazione degli eredi non è infrequente
incontrare quale beneficiario “il ventre pregnante” della moglie, con l’ovvia condizione
implicita che si porti a termine la gravidanza,
nascendone dei figli, con precedenza per i
maschi1.
Un caso sicuramente emblematico è quello
riguardante un ramo della famiglia Calvi,
stanziato nel paese di Gianico nel Seicento
proveniente dall’alpestre villa di Cortenedolo. A questa diramazione appartenne il
muratore Antonio, sposato il 3 febbraio 1717
con Caterina Antonioli. Caduto seriamente
ammalato, passato un mese dalla cerimonia delle nozze, il 7 marzo 1717 Antonio
fece testamento, designando “suoi heredi
universali i postumi suoi figlioli legittimi,
o figliole che potessero nascere dal ventre
di Cattarina sua moglie, et datto il caso non
nascessero figlioli, o figliole, substituisse la
Beata Vergine al Monte di Ianico”, l’antica
chiesetta costruita dalla comunità gianichese
nella prima metà del Cinquecento in segno
di gratitudine per lo scampato pericolo da
1 Ad esempio, il notaio Giuseppe Ronchis di Vilminore di Scalve (1660 c. - 1687) istituì eredi il figlio Giovan Mondino
e quelli “posthumo et posthumi maschi se ne nasceranno dal ventre” gravido della moglie Maria; se moriranno i maschi
“in età pupillare subentrerà la figlia Maria (o figlia/figlie postume se nasceranno dal seno) per metà e per l’altra metà
i fratelli del testatore” (Archivio di Stato di Bergamo, Notarile, notaio Giovanni Albrici, filza 4366).
43
Storia
Necrologio di don Antonio Calvi, 1752.
un’alluvione2. Antonio morì due giorni dopo,
il 9 marzo 1717. Dallo sfortunato matrimonio, nove mesi esatti dopo la celebrazione,
venne alla luce un maschio, nato e battezzato
il 3 novembre 1717 con il nome di Antonio.
Questi, rimasto ben presto orfano anche della
madre, morta il 3 ottobre 1720, raggiunta
l’età canonica di sedici anni e sentendosi alquanto indisposto nel corpo, fece a sua volta
testamento il 9 novembre 1733, raccomandando “l’anima sua all’Onnipotente Iddio,
alla Beata Vergine Maria, et a tutta la Curia
Celeste, e massimamente a santo Antonio
santo del suo nome, acciò gli siano presenti
al passaggio da questa all’altra vita”. Con
l’atto lasciava la celebrazione di un centinaio
di messe e disponeva elemosine a favore dei
luoghi pii fondati nella chiesa parrocchiale
di San Michele arcangelo, compreso l’altare
della Beata Vergine Maria “delli sette dolori”; eleggeva eredi universali certi cugini
materni, pregandoli “con il maggior fervore
di spirito, e d’affetto, a vivere unitamente con
buona pace, ed’amore tanto fra di loro, come
pure verso il padre, et sorella, con prottesta, e
dichiaratione, e con patto espresso, che il di
loro padre, et di lui zio materno possa usufruttuare di detta sua heredità volendo vivere
unitamente con detti suoi figlioli heredi, pre-
gando pure il medesimo del solito amore da
padre verso li figlioli”3.
Risollevatosi impensatamente dalle infermità
ed abbracciata la vocazione ecclesiastica,
Antonio divenne sacerdote, svolgendo il
proprio servizio in paese. Morì, ancora giovane, il 7 aprile 1752 di malattia ai polmoni,
realizzando un desiderio che era già di suo
padre, ovvero destinando le proprie sostanze
all’amata chiesa di Santa Maria del Monte,
solo grazie all’impiego delle quali la devota
comunità locale potè procedere nei mesi
successivi a una radicale e urgente ristrutturazione del vetusto oratorio.
Così l’embrione, dichiarato - praticamente
appena concepito - soggetto in grado di ereditare dal padre, una volta sviluppatosi, nascendo e diventato Antonio Calvi, si farà una
posizione, eserciterà un ministero prezioso e
prima di morire destinerà una grossa somma
alla ricostruzione di quel luogo di culto che
oggi tutti - non solo i fedeli di Gianico, ma
anche quelli che transitano lungo la Valle
Camonica - ammirano, lassù in alto, levato
sopra il borgo di Gianico, a indicare che è
sempre possibile ergersi dal fango in cui rischiamo di sprofondare.
OLIVIERO FRANZONI
2 Il testamento in: Archivio di Stato di Brescia, Notarile di Breno, notaio Giovan Maria Fiorini, filza 600, atto 605. Per i
dati anagrafici: Archivio Parrocchiale di Gianico, Battesimi 1580-1796; Matrimoni 1580-1929; Defunti 1642-1796.
3 Archivio di Stato di Brescia, Notarile di Breno, notaio Zaccaria Fiorini, filza 701, atto 65.
UN BANCHIERE CAMUNO
DI FINE OTTOCENTO
ISPETTORE AI MONUMENTI
A disimpegnare le onorevoli e delicate
funzioni di primo presidente della Banca
di Valle Camonica, società per azioni costituita il 2 giugno 1872 grazie alla concorde volontà di uno scelto e affiatato
gruppo di professionisti e di imprenditori,
esponenti di rilievo della società valligiana
e del composito mondo economico locale,
venne chiamato uno dei soci fondatori
più in vista, il cavalier Giuseppe Amadio
Rigali. Saggio e stimato uomo pubblico,
dovizioso negoziante e bachicoltore, era
nato a Breno il 26 luglio 1816, venuto ad
allietare il matrimonio celebrato nella cittadina camuna il 12 ottobre 1813 tra Pietro
(Breno 27 giugno 1789 – 26 luglio 1837)
e Annamaria Noventa (Breno 14 marzo
1789 – 7 settembre 1855, di colera). La
famiglia Rigali era originaria di Borno:
da qui proveniva il nonno Bartolomeo
(nato in quel paese il 6 novembre 1759)
che verso la fine del Settecento si era trapiantato a Breno per impiegarsi in qualità
di servitore presso la nobile casata Griffi
e dove il 7 ottobre 1788 aveva condotto
all’altare Giulia Rapetti (Brescia 1758 c.
– Breno 14 giugno 1823), oriunda genovese. Pietro Rigali svolgeva il mestiere di
artigiano “confettore” e aveva messo in
piedi una piccola attività mercantile che il
figlio farà fiorire e svilupperà in maniera
notevole, fino a realizzarne una ditta assai
redditizia nel commercio all’ingrosso e al
dettaglio di articoli da pizzicagnolo, per la
vendita di “commestibili, olii, saponi, formaggi, salumi, candele di sego, coloniali
ed altri generi”. Accanto alle impegnative
Storia
Il Cav. Rigali, primo presidente
della Banca di Valle Camonica.
cure della fornita bottega, Giuseppe Amadio coltivò il comparto bancario-finanziario diventando direttore dell’agenzia brenese della Cassa di Risparmio e, negli anni
Cinquanta, responsabile distrettuale della
società assicuratrice “Riunione Adriatica
di Sicurtà”, istituita nel 1838 e attiva “contro i danni degli incendi, della grandine e
sulla vita dell’uomo”. In queste mansioni
trovò il modo di entrare in contatto e di
guadagnarsi la fiducia di una vasta rete
di clienti, tra privati e pubblici organismi.
Già comandante con il grado di capitano
45
della seconda compagnia del Corpo della
Guardia Nazionale di Breno, impostata
nel 1859 al fine di sorvegliare l’ordine
pubblico e dare una mano nel garantire la
stabilità del nascente Stato, dispiegò una
intensa attività sociale. Fu componente
del comitato promotore della Società di
Tiro a Segno di Valle Camonica (1862),
membro e presidente della Commissione
per la perequazione del censo delle alpi
camune (1862-1863), nonché revisore
del conto del Comizio Agrario di Breno
(1884) e componente delle commissioni
per la liquidazione dell’ex Corpo Pubblico
di Valle (1883) e per l’istituzione in Breno
di una scuola tecnica. Svolse prestigiosi e
continuativi compiti anche in campo amministrativo: fu più volte sindaco, vice sindaco, assessore e consigliere di Breno (tra
il 1865 e il 1893), capo della locale Congregazione di Carità, presidente (nominato
1867) della Commissione consorziale di
sindacato incaricata delle operazioni per
la determinazione dei redditi per l’imposta
sui terreni, fabbricati e ricchezza mobile.
Si prodigò per la realizzazione del nuovo
tracciato della strada nazionale transitante dentro l’abitato di Breno e fu membro della commissione incaricata di promuovere l’attuazione del prolungamento
ferroviario alla Valle. Esperto di materie
fiscali e patrimoniali, redasse un breve
articolo intitolato Genesi della questione
sul censimento dei fondi boscati della Valcamonica, inserito nel settimanale locale
“Il Camuno” (1882). In ambito politico
si mantenne costantemente e fedelmente
schierato tra i ranghi del partito liberale,
con qualche personale insofferenza anticlericale. A riconoscimento della sua le-
Storia
vatura e della sua operosità in così tanti
campi fu insignito dalla Corona d’Italia
dell’onorificenza di cavaliere. Nel 1841
aveva contratto matrimonio con la signorina Caterina Rosa (Breno 21 ottobre 1815
– 17 dicembre 1902), figlia del distinto
negoziante Luigi (Breno 1783 - 1861),
la cui famiglia da Formigara, in diocesi
di Cremona, si era stabilita a Breno durante la seconda metà del XVIII secolo.
Dall’unione vennero alla luce tre figli: Pia
Vittoria (nata a Breno il 10 aprile 1848),
sposata il 27 aprile 1879 con Zaccaria
Fanzaga di Pisogne (dimorante a Darfo),
Maria Giulia (Breno 15 dicembre 1841 –
24 dicembre 1888) e Pietro (Breno 23 novembre 1842 – 10 agosto 1866). Essendo
morto celibe e in giovane età l’unico figlio
maschio, la famiglia fu destinata all’estinzione. Il Rigali manterrà la carica di presidente della Banca di Valle Camonica fino
alla scomparsa, avvenuta il 16 gennaio
1894, dopo breve malattia, conseguendo
molti “meriti” e distinguendosi per le spiccate “virtù” e per l’opera “a vantaggio”
dell’azienda, alla quale “dedicava sempre
con vera affezione il suo pensiero, il suo
consiglio, il suo appoggio”, impiegando
a beneficio della stessa “il suo nome, i
suoi lumi, la sua esperienza”1. Sensibile
alla cultura e amante dell’arte, fu ispettore
della banda musicale brenese e provetto
suonatore di flauto.
Grazie alle indubbie capacità e alla capillare conoscenza del territorio, il cavalier
Rigali fu per qualche anno responsabile
dell’Ispettorato degli Scavi e Monumenti
d’arte ed antichità del Circondario di
Breno (1885-1891). In questa veste si occupò della tutela dei monumenti ricadenti
1.Sulla figura del Rigali in ambito bancario, cfr.: O. FRANZONI, . Breno 2003.
Storia
nell’ambito della sua giurisdizione. Il 10
settembre 1885 si interessò della chiesa
di San Giovanni Battista di Edolo e degli
affreschi del pittore Girolamo Romanino
(1486 - 1561 c.), indirizzando il proprio
“debole parere” al sottoprefetto di Breno
Gritta sotto forma di appunto2: “E’ di pubblica notorietà, che esistono nella chiesa
di San Giovanni Battista in Edolo, delle
bellissime pitture del 1500 del distinto
autore, Romanino, tuttora bene conservate, e molto apprezzate dagli intelligenti
e cultori della pittura. La loro preziosità,
venne accennata in tutte le monografie
state pubblicate sulla Vallecamonica, e da
ultimo anche dagli illustri storici, Cesare
Cantù e Gabrio Rosa3. Il riferente ignora,
se la detta chiesa di Edolo sia inscritta fra i
monumenti d’arte e di antichità della Provincia, ai quali ha riferimento l’istituzione
delle provinciali commissioni consultive
conservatrici create col regio decreto 5
marzo 1876 n° 3028, ciò che potrà essere
a cognizione del signor direttore di quella
chiesa. In ogni caso, egli è desiderabile,
che si provveda ai necessari ripari per tutelare la conservazione delle pitture stesse,
che oltre d’essere per loro natura, un pregiato lavoro d’arte e di antichità, costituiscono altro dei pochi distinti capi di pittura
posseduti dalla Valle. Per agevolare il buon
effetto della pratica, gioverà che a mezzo
della regia Prefettura, sia comunicata alla
Commissione consultiva provinciale, per
le istruzioni e giudizio che essa troverà
di emettere sul proposito, invocandosi
anche il particolare di lei patrocinio, per
46
poter appoggiare al caso, domanda d’analogo sussidio al Ministero dell’Istruzione
Pubblica, onde ovviare al deperimento o
fors’anco alla totale perdita di un antico e
prezioso capo d’arte”.
Più tardi, l’ispettore Rigali diede esecuzione nel territorio di sua competenza
al censimento, promosso dal Ministero
dell’Istruzione Pubblica con circolare
emessa il 7 settembre 1891, delle epigrafi
scolpite su fabbricati “medioevali o del
rinascimento”. Tramite il sottoprefetto di
Breno Pier Lodovico Peschiera, il 5 novembre 1891 trasmetteva alla Divisione
Arte Antica del dicastero la notizia delle
“poche epigrafi dedicatorie vetuste” raccolte, “esistenti in questo Circondario, sopra facciate esterne di antichi edifici, od
all’ingresso stradale di qualche abitato”.
Il rilevamento conteneva la riproduzione
del testo di alcune iscrizioni d’epoca a cui
il volonteroso ispettore aveva unito osservazioni e commenti esplicativi4.
“Comune di Breno.
2 Archivio Centrale dello Stato in Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale Antichità e Belle
Arti, Divisione Monumenti e Oggetti d’arte, II versamento, 2^ serie, b. 62, fasc. 690, Edolo-Chiesa di S. Giovanni,
1876-1895.
3 Si tratta dei noti studiosi Cesare Cantù (Brivio 1804 - Milano 1895) e Gabriele Rosa (Iseo 1812 – 1897).
4 Archivio Centrale dello Stato in Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale Antichità e Belle
Arti, Divisione Monumenti e Oggetti d’arte, II versamento, 2^ serie, b. 62, fasc. 686, Breno-Epigrafi dedicatorie nel
circondario, 1891.
47
‘In Cristi Nomine Amen. Regnando Sua
Maestà Francesco Primo Imperatore, e Rè.
Certifico io Carlo fu Andrea Zendrini nodaro5 publico residente in Breno di Valle
Camonica Provincia di Bergamo d’aver ad
litteram trascritta la suddetta inscrizione
esistente in pietra sopra la porta maestra
della chiesa di S. Antonio situata sulla
piazza di Breno suddetto e con la medesima collazionata, e ciò per ordine della
locale deputazione all’amministrazione
comunale, come da sua nota 29 prossimo passato maggio n° 348, e per fede vi
pongo il segno del mio tabellionato oggi
tre 3 giugno 1825 venticinque. Segno del
tabellionato’.
Illustrazione. Giovanni dei Ronco alias
Maronus, di Breno, con testamento 10
novembre 1334 rogato dal notaio Satio
d’Iseo, ha istituito il beneficio della sacerdotale rettoria di Sant’Antonio in Breno,
manifestando il desiderio, che sia eretta
analoga chiesa, che a mezzo di pubbliche
oblazioni degli abitanti del paese, venne
fatta costruire in fianco della piazza ivi,
nel 1480, tuttora esistente”6.
“Nel Comune di Gorzone, Mandamento
di Pisogne. A destra della pubblica strada
comunale, ed a pochi passi di distanza
dell’ingresso nel paese, trovasi un monumento sepolcrale del secolo XIV.
E’ costrutto per intero di pietra rossa detta
simona (arenaria rossa).
Storia
Rappresenta un arco a tutto sesto, e nel
mezzo havvi un sarcofago lapideo. La tradizione accenna, che vi sia stato sepolto un
personaggio dell’antica famiglia Federici,
altra dei signorotti della Vallecamonica di
quel secolo, un ramo della quale possedeva
ed abitava il castello di Gorzone, situato
sul culmine di un promontorio in prossimità all’abitato del paese. Sulla facciata
esterna del monumento havvi scolpita la
seguente epigrafe:
‘Hic jacet Dominus Isod de Federicis de
Gorzono, qui decessit die XXI. mensis
Augusti MiloCCCXXXVI. Magister Betacinus de Tercio. M.C. fecit’.
Illustrazione. Rilevasi difatto dalle varie
cronache di questa Valle, che esistette tra
il secolo 13° al 14° il prenominato Isotto
Federici7, altro dei membri del ramo principale di quella feudale famiglia ghibellina, già potente, che abitava il castello
di Gorzone con altre rocche a Montecchio, Mù, Cemo ed Erbanno della stessa
Valle”.
Il 6 dicembre 1891 l’ispettore Rigali provvedeva all’allestimento e all’invio di un
secondo elenco di epigrafi.
“Inscrizioni antiche esistenti nell’abitato
del comune di Cividate Camuno, Mandamento di Breno.
1. Sul davanzale della finestra verso mezzodì della torre medioevale, di proprietà
ora del signor Gozio Lorenzo.
5 Lo Zendrini (Breno 1770 – 1833) era cancelliere dell’Imperial Regio Archivio sussidiario notarile di Valle Camonica
in Breno.
6 L’epigrafe, fatta apporre nel 1490 dal comune, fa riferimento a una sentenza emessa nel 1487 dall'avogadore veneziano Francesco Foscarini in merito alla titolarità dei diritti riguardanti il giuspatronato della chiesa, allora in contenzioso tra la comunità e la parrocchia. Questo il testo: "Capella iuris patronatus comunis Breni dotata per quondam
Domino Iohanne Maronis erecta per comune ac opere Magnifici Domini Francisi Foscareni redempta iuris".
7 La sepoltura, eseguita da mastro Betacinus de Tercio e inserita in un’edicola realizzata da mastro Betonus de Burno,
venne costruita per inumare le spoglie di Isonno Federici, morto nel 1336; il monumento è addossato al lato destro
esterno della chiesa parrocchiale di Sant'Ambrogio.
Storia
48
4. Lapide murata sulla spalla sinistra del
cancello dell’orto di questa prebenda parrocchiale.
2. Lapide murata in fondo al viale dell’orto
parrocchiale.
3. Sulla facciata a sera della chiesa parrocchiale.
Illustrazione relativa al paese. L’attuale comune di Cividate Camuno ebbe molta importanza nei tempi antichi, e verso il secolo
VI prima dell’era volgare denominavasi
Vannia, ed era il centro e principale luogo
in cui si adunavano i comizi dei Camunni
abitatori della Vallecamonica. Dipoi sotto il
dominio dei Romani, anno 15 avanti Cristo,
fu ingrandito e vi si istituì una Curia, e chiamossi Civitas Blasiae. Vari secoli dopo, i
popoli Camunni si accomunarono coi Longobardi, e diretti dal loro duca Folcorino,
che risiedeva in Cividate, avversarono la
servitù dei Franchi, che voleva loro imporsi,
e che dopo la disfatta dell’ultimo re longobardo, si estendeva in gran parte dell’Italia.
Ma nell’anno 778 insorti a difendere la loro
indipendenza, i Camunni furono battuti e
sconfitti dalle armi del conte Raimone proconsole a Brescia di Carlo Magno, ed assediato e preso d’assalto Cividate, vennero
diroccate le sue case e quasi distrutto, e fatto
prigioniero il loro duca. Da quell’epoca,
49
cessò in Cividate l’esistenza centrale della
Valle, e fu trapiantata in Breno ove tuttora
esiste. Il dominio dei Romani fu fastoso,
e lasciò in Cividate molte vestigia della
loro grandezza, diverse traccie della quale,
furono scoperte a caso nello scorso e nel
volgente secolo”.
“Comune di Malegno, Mandamento di
Breno. Nel vicino Brefotrofio trovasi la seguente iscrizione.
‘Anno Domini MCCCXL / Hoc opus factum fuit / quot fecit fieri / Frater Franciscus
de Vezia / tunc minister hujus Hospitalis. /
Eo tempore soma frumenti / valebat libras
VI. imperialium’8.
Illustrazione. La retrodescritta iscrizione,
parte in lettere gotiche e le inferiori in latino, sopra pietra arenaria rossa è murata
sull’architrave della porta maggiore della
piccola chiesetta ivi esistente e di fronte
all’accennato Brefotrofio, alla distanza di
circa 6 metri, al quale appartiene in proprietà e per servizio del suo culto. Esso è
ubicato sul confine del vicino abitato di Cividate. Il detto ricovero dei trovatelli, è fra
i pochissimi, se non l’unico, che esistono
fuori delle città nell’alta Italia. Si hanno
tradizioni e memorie, che sia stato fondato
dai frati dell’ordine degli Umiliati nello
scorcio del secolo XIV, e dopo quello di
Parma sorto nel 1300, di Firenze nel 1316,
di Venezia nel 1346, ecc.”.
Il 24 luglio 1892 il Rigali inoltrava al Regio
Ufficio Regionale per la conservazione dei
monumenti in Lombardia di Milano una
dettagliata relazione riguardante il rinvenimento nel censuario di Berzo Inferiore
di una “lastra di metallo con figure rilevate”. Il memoriale dava informazione che
“nell’agro del Comune di Berzo Inferiore,
Storia
distante sei chilometri da questo capoluogo
di Circondario, nell’aperta campagna, fuori
dell’abitato circa mezzo chilometro, nella
località denominata la Plagna, e precisamente al piede del monte, nel cui transito vi
esisteva un piccolo rialzo del terreno, a dislivello della restante parte, e che mediante
scavatura si voleva conguagliarlo, venne nel
corso dello scavo scoperta, alla profondità
di circa mezzo metro, una lastra di metallo,
che dagli scopritori fu creduto presentare,
forse, i caratteri di antichità romana. Appena
ebbi sentore di un tale fatto, mi feci premura
di trasferirmi sul luogo, per le doverose verificazioni di mia competenza, e di quanto
ebbi a rilevare, a mio limitato giudizio, ne
espongo il risultato, del quale mi sono fatto
dovere darne partecipazione immediata alla
Prefettura provinciale di Brescia, col mio
rapporto 4 andante mese, n° 3, per quelle
superiori disposizioni che fossero giudicate
convenienti al caso. Esaminata attentamente
la lastra stessa in ogni sua parte e carattere,
sarebbe sorta l’idea, che possa rappresentare
lo stemma dell’antica e potente famiglia dei
Federici di questa Valle, principali signorotti
camuni del Medio Evo, che possedeva nei
vari suoi rami, case fortificate e castelli in
diversi comuni della Valle stessa. Un ramo
di detta famiglia era da tempo stazionato in
Brescia, ed ebbe ad emergere nelle fazioni
politiche e guerresche popolari del secolo
XII ivi avvenute, di cui accennano le cronache bresciane. In taluna di dette case in
questa Valle, come sarebbe in quella nei comuni di Cividate Alpino e di Erbanno, passate in altri proprietari, esiste tuttora sulla
fronte della loro porta principale d’ingresso,
uno stemma in pietra, cogli emblemi che
molto assomigliano a quelli della predetta
8 L’epigrafe fa riferimento a un non specificato intervento di natura edilizia promosso da Francesco da Vezza, confratello e ministro dell'ospizio.
Storia
lastra. Dall’assaggio eseguito, sembra che
la sostanza metallica di cui è composta la
ripetuta lastra, sia di piombo. Le sue dimensioni sono le seguenti; altezza metri 0,62;
larghezza metri 0,40; spessore metri 0,05;
profondità dello sfondo metri 0,02. Non vi
sono iscrizioni. Il suo peso è di kilogrammi
105. A meglio raffigurare il complesso del
vero della lastra stessa, ho creduto bene,
in una seconda trasferta sul luogo, di farla
rilevare in fotografia, conducendo meco il
fotografo di qui9, e ne unisco due esemplari,
il tutto a mie spese. Ho pure ravvisato utile
di avvertire e pregare con apposita nota il
sindaco di quel luogo, a voler far custodire
nel proprio locale comunale, per qualche
tempo, e fino a nuovo avviso di svincolo,
la lastra ridetta, per le eventuali ispezioni
e verificazioni, che la Superiorità credesse
di far praticare, salvo il diritto di proprietà
verso chi di ragione. L’immobile in cui fu
trovata la lastra è di proprietà degli eredi del
fu Francesco Bettoni, del limitrofo comune
di Bienno. Sarò grato a codesto spettabile
Ufficio Regionale se, nella sua cortesia,
vorrà rassegnare al Ministero dell’Istruzione Pubblica, Divisione Arte Antica,
il presente mio rapporto, sia in copia che
nell’originale, come meglio giudicherà. Di
tuttociò mi onoro dare comunicazione, in
esito alla pregiata nota di codesto Ufficio 14
stante mese, n° 744. Colla massima osservanza10.” Il direttore dell’ufficio lombardo
Beltrami si preoccupava di trasmettere rapidamente a Roma il resoconto presentato dal
Rigali, ottenendo il 3 agosto dalla struttura
centrale sollecita risposta nella quale si evidenziava che il manufatto “non appartiene
50
“Buono” emesso nel 1872 dalla Banca di Vallecamonica.
neppure al Medio Evo, come si suppone,
ma al secolo XVII. E ciò risulta dall’esame
dello stemma dei Federici con l’aquila ad
ali arenate, dalle volute laterali al busto che
sta sopra allo stemma, e da altri caratteri
dei particolari del bassorilievo”. Ritenendo
l’oggetto non di particolare importanza e
non ricadente sotto la classificazione di
bene di interesse nazionale, con successiva
nota dell’11 agosto il Ministero ne accordava il richiesto svincolo.
Dopo il Rigali, altri tre amministratori della
Banca di Valle Camonica ricopriranno le
funzioni di ispettore agli scavi e monumenti
d’antichità camuni: l’avvocato Paolo Felice
Gaetano Prudenzini (Breno 1855 - 1907),
il professor Fortunato Canevali (Breno
1856 – 1930) e il geometra Leone Canevali
(Fasano di Gardone Riviera 1892 – Breno
1933). Sicchè, si può affermare, che per
l’Istituto camuno l’attenzione al territorio e
alla valorizzazione dei beni culturali locali
sono parte integrante, sin dalle origini, del
proprio impegno speso a sostegno e a servizio sia dello sviluppo economico, sia della
crescita sociale e intellettuale della Valle.
OLIVIERO FRANZONI
9 All’epoca avevano studi fotografici in Breno il pittore Angelo Epifanio Vielmi (Breno 1837 - Valle di Saviore 1895)
e Giovanni Marieni (Bergamo 1840 - Breno 1901).
10 Archivio Centrale dello Stato in Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale Antichità e Belle
Arti, Divisione Musei, Gallerie e Scavi Antichità, II versamento, 1^ serie, b. 33, fasc. 614, Berzo Inferiore-Scoperta
di una lastra di metallo, 1892.
MORIRE DI LAVORO
Oltre 1.200 morti in un anno, tre ogni
giorno: gli infortuni sul lavoro, seppure in
costante calo dal 2000 ad oggi, si confermano una delle principali cause di morte
in Italia, con un numero di decessi che è
quasi il doppio rispetto agli omicidi. E’
l’allarme lanciato dall’Anmil, l’Associazione nazionale mutilati e invalidi del
lavoro, in occasione della 58a Giornata
nazionale per le vittime, celebrata in tutta
Italia il 12 ottobre.
Complessivamente nel 2007 le vittime sul
lavoro, secondo gli ultimi dati Inail, sono
state 1.210.
Nei primi 8 mesi del 2008 sono accaduti
837 mila 626 incidenti, in cui sono morte
837 persone e 20 mila 940 sono rimaste
invalide. Solo nel bresciano da gennaio
2008 sono stati contati 17 incidenti dagli
esiti mortali. L’ultimo a colpire la nostra
Valle, l’8 settembre a Ono San Pietro: due
cognati, mentre ristrutturavano una cascina, sono stati travolti dal muro che stavano abbattendo. Avevano 53 e 64 anni.
Di lavoro si muore, ma di chi è la colpa?
Datori di lavoro e appaltatori che puntano
al risparmio, che non danno indicazioni
in fatto di sicurezza, che non forniscono
l’attrezzatura adatta, come scarponi, imbragature e caschi. Operai che non rispettano le norme per negligenza o fretta, che
non indossano gli indumenti antinfortunistici o che agiscono senza prudenza. Non
si può stabilire un colpevole. Certo è che
al giorno d’oggi, con gli strumenti che
Problemi
cantieri e fabbriche hanno a disposizione,
sembra assurdo che una giornata di lavoro
di tanti padri di famiglia o giovani figli
venga pagata in quel modo e che la vita
umana valga meno di una gara d’appalto.
Negli ultimi tre anni il settore più colpito
è stato quello dell’edilizia, con una media di sei infortuni su dieci. E la maggior
parte degli incidenti si verifica in aziende
piccole, che contano fino a quindici dipendenti.
Statistiche che stanno diventando notizie quotidiane, cronaca in un trafiletto in
prima pagina che ci siamo abituati a leggere. Ciò di cui non si parla più è il dolore
dei familiari, la solitudine e l’impotenza di
mogli e madri. La rassegnazione di chi si
trova con un pugno di soldi e senza il suo
caro, caduto da un ponteggio, arso vivo
in un capannone oppure colpito di una
malattia dovuta all’esposizione ad agenti
tossici e cancerogeni. Il tempo passa e le
notizie - troppe - si sovrappongono e si
dimenticano.
Ciò che bisogna fare, invece, per prevenire il dilagare del fenomeno, è ricordare,
stampare nella memoria quei trafiletti per
far sì che ciò non si ripeta.
Bisogna lottare, battersi per la sicurezza
in ogni campo, anche nelle situazioni più
banali. Perché sprecare anche soltanto un
minuto per creare le condizioni per lavorare in modo sicuro può davvero salvare
la vita.
LINDA BRESSANELLI
PER L’ANCONA DI ANGONE
Il 5 ottobre 1695 i sindaci della graziosa
chiesa della Beata Vergine Maria1 esistente
in capo alla terricciola di Angone si accordarono con il valente intagliatore Giovanni
Domenico Ramus2, affidandogli l’incarico
di realizzare una grande ancona per il loro
piccolo oratorio, da collocare a perfezionamento dell’altare maggiore dedicato a San
Matteo, tradizionale patrono del luogo. La
scrittura di contratto venne stabilita e firmata dinanzi al notaio Ambrogio Sangalli
(Bessimo di Rogno 1665 – 1734)3. “Mistro”
Ramus, nato il 10 maggio 1643 nel munito
borgo castrense di Ossana, nella trentina Val
di Sole, apparteneva a una celebre famiglia
di attivi e capaci scultori lignei originaria
di Edolo; era giunto ormai alla fine della
sua onorata e intensa, seppur breve, carriera
che l’aveva portato a produrre numerosi
complessi d’altare e statue, soprattutto nei
paesetti dell’Alta Valle Camonica. L’ancora
relativamente giovane artista, presumibilmente oberato di commesse, fece appena in
tempo a condurre a termine e consegnare in
posa la maestosa opera, dato che il 21 luglio
1697 passava a miglior vita nella parrocchia di Vezza4, dove da anni si era accasato
e abitava stabilmente insieme alla moglie
Francesca (morta a Vezza, sessantenne,
il 20 aprile 1706) e all’unica figlia Maria
Arte e letteratura
Maddalena (nata a Vezza il 12 giugno 1671).
La prematura scomparsa, nel pieno della sua
operosità, impedì al Ramus di riscuotere le
ultime rate del proprio lavoro per Angone,
in pratica “ressidui pretij iconis facti, et constructi”. Quando si addivenne alla compilazione della contabilità finale, nel computo
delle varie partite da conteggiare e nella
compensazione tra spese, pagamenti e forniture di materiali di consumo, insorsero divergenze circa l’effettiva entità del saldo dovuto,
tra Lorenzo Cominelli di Gorzone, all’epoca
titolare dell’agenzia di massaro (ovvero tesoriere) dei “vicini di detta contrada di Angone
per scodere da debitori di detta chiesa e pagare l’occorrente per la fabrica medesima”,
e il notaio Andrea Buccella (Vezza 1669 –
1751), marito di Maria Maddalena Ramus,
erede universale del defunto “sculptoris”.
Tratto in inganno dalla sommaria e piuttosto
confusa registrazione delle partite del dare
e dell’avere, dapprima il Buccella ritenne
opportuno adattarsi a percepire una certa,
affrettata liquidazione; in seguito -fatto più
ponderato riflesso e discussone anche con i
propri figli, che intanto si andavano facendo
grandi- si convinse dell’assoluta inadeguatezza della cifra che gli era stata riconosciuta
dal cassiere. Solo che, incredibilmente, nel
frattempo era trascorso un considerevole
1 L’oratorio era allora governato, con le funzioni di cappellano curato, da don Giacomo Sangalli († Angone 1712).
2 Sulla sua figura: A. SINA, Una famiglia di artisti camuni. I Ramus di Edolo-Mù. Brescia 1944, pp. 13-14; G. VEZZOLI, P.V. BEGNI REDONA, Sculture lignee in Valle Camonica. Breno 1981, pp. 29-31.
3 La consultazione della filza 570 del Notarile di Breno dell’Archivio di Stato di Brescia, contenente i rogiti redatti
dal notaio Sangalli dal 4 aprile 1687 al 25 luglio 1702, non ha, purtroppo, restituito l’accordo, evidentemente non
conservato agli atti. L’informazione inerente l’avvenuta stesura del contratto è desunta dall’atto di procura dei Buccella
del 1731, citato più avanti nel testo.
4 Archivio Parrocchiale di Vezza, Libro de morti della chiesa parochiale di San Martino di Vezza, 1682-1739.
53
lasso di tempo, al punto che più di trentacinque anni dopo la stesura del contratto la pratica non risultava ancora chiusa. L’1 giugno
1731 il notaio Buccella, costituitosi creditore
unitamente ai propri figli notaio Giuseppe
Antonio (Vezza 1694 – 1757), prete don
Giovan Domenico (n. Vezza 1692), Giovan
Battista (Vezza 1701 c. – 1771), Pietro e Stefano, si risolse a rilasciare procura nei confronti dell’amico Giacomo Pievani (Piano
1676 – 1736), suo collega nell’ambito del
corpo notarile valligiano, assegnandogli
l’incombenza di contattare quanto prima gli
uomini di Angone e di stabilire una volta
per tutte i conti “sopra la ressidual pretesa di
mercede per la construtione” dell’elegante
manufatto, in modo da recuperare il rancido
avanzo rimasto troppo a lungo non riscosso,
accettando in via di ragionevole transazione
–allo scopo di schivare una fastidiosa e defatigante causa giudiziaria dall’esito incerto,
essendo trascorsi così tanti anni e scomparsi
diversi protagonisti della vicenda- la somma
di 110 lire, pure in accoglimento di una perizia effettuata in precedenza con l’intervento
del nobile Giovanni Federici di Darfo, personaggio di sicura autorevolezza e rara competenza. L’operazione richiese poco tempo
per essere concretizzata, anche per la piena
disponibilità a definire ogni pendenza manifestata sia dai responsabili dell’amministrazione dell’oratorio, sia da parte di messer
Giacomo Cominelli, erede del defunto zio
Lorenzo. Quest’ultimo, analizzati i libri mastri tenuti dal parente e confrontate le risultanze che, nella fattispecie, emergevano con
le coeve annotazioni contabili della chiesa,
il 26 luglio dello stesso anno riconosceva la
fondatezza e la dimensione del credito vantato dai Buccella, giustamente da mettere
a carico dell’esercizio di tesoreria: su sua
Arte e letteratura
autorizzazione scritta, l’indomani, i sindaci
della chiesetta di Angone –i messeri Faustino Pederzolo e Giacomo Triaco- erano in
grado di versare nelle mani del notaro Pievani la pattuita somma di 110 lire, ottenendone debita e regolare ricevuta. Il 6 agosto il
sospirato importo veniva sborsato, in sonanti
monete d’“oro ed argento”, agli oltremodo
pazienti Buccella da monsignor Pietro Togni
(Cortenedolo 1669 c. - Edolo 1760), grave
arciprete di Edolo e insigne dottore in teologia, a cui era stato prontamente trasmesso a
cura del Pievani. Rimaneva ancora da mettere nero su bianco il conclusivo atto legale
di “piena, et ampia liberatione” tra le parti.
Tale rogito di quietanza fu stipulato -con ulteriore, soverchio ritardo- solo due anni dopo,
il 29 settembre 1733, in Gianico, in contrada
Somma Villa, nella “caminata delle case”
del dottore in legge Fiorino Fiorini (Gianico
1692 – 1752), con l’intervento del procuratore Pievani, del Cominelli e dei rappresentanti della chiesa angonese Giacomo Triaco
e Lorenzo Mazarini, assistendo in qualità di
testimoni il dottor Carlo Paoli (Darfo 1684
– 1762) e il farmacista darfense Valentino
Prandini, nonché - a maggior garanzia degli effetti giuridici- il notaio Simone Federici (Gorzone 1688 – 1760)5. In definitiva,
grazie a un piccolo documento, anche per la
splendida ancona di Angone6 ora abbiamo la
data di esecuzione abbastanza precisa (16951697) e il nome dell’autore finalmente certificato (Giovanni Domenico Ramus): il fatto
accertato che il provetto intagliatore sia deceduto nel 1697 rimette, invece, in discussione
alcune attribuzioni avanzate dalla critica per
opere lignee d’inizio Settecento sparse nelle
chiese camune.
OLIVIERO FRANZONI
5 Archivio di Stato di Brescia, Notarile di Breno, notaio G. Pievani, filza 626, atto n° 282 (unita procura Buccella).
6 Notizie su questa bella soasa in: A. BERTOLINI, G. PANAZZA, Arte in Val Camonica. Monumenti e opere. II.
Angolo, Darfo-Boario Terme. Brescia 1984, pp. 410-416, 420; E. FONTANA, Terra di Valle Camonica. Brescia 1984,
p. 26; G. BOTTICCHIO, Angone. Breno 2003, pp. 74-84.
MARK STRAINER
E IL GIALLO
DELLA DAMA BIANCA
Fa sempre piacere trovare sugli scaffali
delle librerie e delle edicole un libro firmato da un proprio conterraneo. Fa ancora
più piacere, leggendo il libro, scoprire che
i bravi talenti non vanno ricercati sempre
e solo all’estero, o comunque lontano da
noi. E’ il caso del romanzo d’esordio di
Mark Strainer, pseudonimo del bresciano
Francesco Marcolini, che ha assecondato
la propria passione per il genere poliziesco scrivendo “La maledizione della dama
bianca” (204 pagg., 14 euro, edito da Aveit
e stampato da Tipografia Camuna), intrigante giallo che ruota tutto attorno ad un
Letture
francobollo -la Dama Bianca, appunto-,
protagonista di antiche ed attuali vicende
tragiche.
L’ispettore in pensione di Scotland Yard
Larry Neal si aggira tra i vari personaggi,
ognuno dei quali cela vecchi rancori e si
rende protagonista di momenti di tensione,
che culminano in un ultimo omicidio.
Ecco, allora, che le indagini iniziano a
farsi sempre più mirate, con i sospetti che
aumentano e s’insinuano nella mente del
lettore, per giungere però ad una conclusione spiazzante ed azzeccata.
Al suo debutto tra le pagine, MarcoliniStrainer gioca col lettore, garantendogli a
piena forma il patto letterario che ognuno
di noi, inconsapevolmente, fa quando
inizia a leggere un romanzo. A maggior
ragione, se c’è di mezzo un giallo, la necessità di coinvolgere chi legge, di appassionarlo e, perchè no, divertirlo si fa
fondamentale. Diventa quasi spontaneo,
quindi, calarsi nei panni dell’ispettore
Neal, muoversi in simbiosi con lui tra i
personaggi di cui non tutto è stato ancora
detto, e “tifare” per trovare il colpevole il
prima possibile.
Sotto quest’aspetto “La maledizione della
dama bianca” mostra un buon ritmo: la risoluzione del caso non si perde in troppe
parole, e la suspense viene gestita senza
puntare troppo su di essa ma neanche dimenticandosene.
Protagonista del libro, ancora più del
francobollo, centro di interessi filatelici
e non che possono trasformarsi in ossessioni, è il lettore, che si trova a suo agio
55
tra la semplicità delle parole e delle descrizioni, che sa di dover “partecipare”
alle indagini, che non può rifiutarsi di
non collaborare col proprio ingegno. E’
la magia del giallo: far sentire al centro
della scena, sempre, ancora più di chi indaga o di chi ha commesso il reato, noi,
che da fuori, seppur entrando in punta di
piedi ci ritroviamo totalmente coinvolti
e in azione dopo poche pagine. Ovviamente bisogna amare il genere per capire
quanto si sta affermando in queste righe,
e soprattutto non essere bloccati dalla
paura di incappare in qualche immagine
troppo cruda per i propri gusti. La bravura di uno scrittore sta anche in questo:
non esagerare nella violenza, lasciare che
siano le situazioni già di per sé accattivanti, senza aggiungere loro quei rossi e
neri della cronaca che già siamo abituati
a sentire -per imposizione di altri- nella
vita di tutti i giorni.
In questo, Marcolini ha saputo fermarsi
prima che il limite tra tensione ed eccesso
si facesse confuso, puntando soprattutto su
una costruzione dalla logica ferrea, mirata
alla risoluzione del caso ed allo smascheramento dell’assassino, animando l’inchiostro della sua penna con personaggi
ambigui, portatori di maschere sociali che
sembrano solide ma che con poco si sfaldano e rivelano la loro vera natura.
In conclusione, l’autore rispetta i canoni
tradizionali del genere e propone una storia intrigante e apparentemente facile, dai
sapori tipici del noir con una spruzzata di
imprevedibilità che non guasta mai. Un
buon debutto, che fa ben sperare nella
seconda opera di Marcolini: una storia
giudiziaria con protagonista un innocente
accusato ingiustamente di un crimine.
Nell’attesa che gli scaffali delle librerie
si riempiano di più di altri bravi autori
nostrani.
Letture
SULLE ROTTE DEGLI
EMIGRANTI CAMUNI
La Cooperativa socioculturale di Artogne
pubblica con data 1 maggio 2008 per ricordare le vittime del lavoro ‘Sulle rotte
degli emigranti camuni’ del compianto Ernesto Andreoli, appassionato ricercatore di
storia camuna.
La stampa è promossa dal Centro “Punto
d’incontro” di Artogne con il sostegno
degli Amici di Ernesto, i quali intendono
ricordare ai giovani quanta fatica hanno
sopportato i loro antenati per sostenere le
famiglie.
Nella presentazione Claudio Maria Pegorari definisce l’opuscolo un vero brano
letterario, che descrive l’amaro calice
Letture
dell’emigrazione. Come fuochi d’artificio brillano e si spengono scene di vita di
dolore, che vale la pena di confrontare con
il ripetersi della situazione, ma in un’Italia
oggi terra di immigrazione, per capire ed
aprire il cuore.
La trasfusione degli emigranti delle vallate
alpine verso l’estero comincia dal 1860
con bastimenti colmi verso le Americhe,
dove trovano lavori estenuanti e pericolosi, come nelle piantagioni di caffè, che
matura ogni tre anni ed il cui raccolto può
essere annullato da una notte di brina.
Gli Artognesi ampliano le loro uscite anche in Europa, nella stagione dei trafori,
con la silicosi in costante agguato. Vanno
in Australia e tra il 1920 ed il 1930 in
Francia.
Si parte dal 1936 per l’Africa orientale,
al seguito delle truppe coloniali. Si va in
Svizzera, in Grecia, in Belgio.
La faccia cupa del dolore dell’emigrazione è quella dell’8 agosto 1956, per la
catastrofe di Marcinelle con 139 italiani
vittime.
Il testo è ricchissimo di fotografie che
sono testimonianza lampante di una storia che non va scordata, perché deve servire di monito alla politica ed alla società
d’oggi.
Grafica e impaginazione sono di QCINQUE dei F.lli Quetti di Artogne; la stampa
della Tipolitografia M. Quetti di Artogne.
SEBASTIANO PAPALE
UN NUOVO LIBRO
DI CARLA BINO
Inutile presentare ai Camuni Carla Bino, nota
anzitutto come figlia dell’indimenticabile Rizzardo Bino, poi come ideatrice e responsabile
artistico (con Claudio Bernardi) della rassegna
di teatro sacro “Crucifixus-Festival di Primavera”, quindi nella sua qualità di docente di
Istituzioni di teatro e spettacolo e Teoriche del
teatro nell’Università Cattolica di Brescia. Già
nel recente passato, la studiosa aveva dato alle
stampe il saggio: “Con le braccia in croce:
Regola ed Officio della quaresima dei disciplinati di Breno” (edizioni Università 2000,
Breno 2000, 2004); adesso un’altra notevole
ed interessante fatica accademica: “Dal trionfo
al pianto: la fondazione del ‘teatro della misericordia’ nel Medioevo (V-XIII secolo)”. Da
buona camuna, l’autrice prende le mosse da
Cerveno, dalla famosa “Via Crucis” scolpita
nel legno da Beniamino Simoni nel 1700, dalla
celebre processione decennale della “Santa
Crùs”, un evento che coinvolge tutti gli abitanti del borgo ai piedi della Concarena. “Perché – si chiede Carla – si ha l’impressione di
assistere a qualcosa che accade davvero? Per il
semplice motivo che si tratta di una traduzione
nella carne dell’immagine. Non è cerimonia
liturgica, non è spettacolo, ma ‘drammaturgia
della pietà’ per un ‘teatro della memoria’, che
appunto fa presente il ricordo di quel che è
accaduto, rendendolo accessibile, trasformandolo in esperienza”. Da queste considerazioni
iniziali la Bino parte col preciso intento di sceverare i processi di maturazione del dramma
medievale. “Dal trionfo al pianto”, recita il
titolo, nel senso che si inizia con una passione
Letture
dapprima gloriosa e vincente, “annegata” nella
resurrezione, per approdare alla fine al pianto
(o compianto) sul corpo martoriato del Cristo. Nel secolo IX un’importante svolta: nella
tragedia del Golgota, l’attenzione si sposta
sempre di più sulla carne sofferente del DioUomo. Nuovo ed interessante anche il diverso
ruolo di Maria ai piedi della croce: la Madre
porta all’interno della passione un’umanità
violentemente carica di passioni non divine,
come ad esempio il sacrosanto risentimento. Il
lancinante dolore della Vergine viene quindi a
costituire lo snodo più interessante della drammaturgia medievale. La violenza sul Nazareno
ed il pianto della Madonna risultano essere i
due elementi intrecciati costanti nelle passioni
dei disciplinati. Si passa in seguito dal ‘pianger la passione’ alla ‘rivoluzione drammaturgica delle lacrime’. Ed ancora: “Nel dramma
moderno c’è scissione tra componimento teatrale e situazione esterna dello spettatore; nel
dramma religioso di contro non si istituisce
una vera e propria finzione, ma rimane sempre
una forma di celebrazione rituale nella quale
situazione interna ed esterna coincidono”. La
nostra saggista conclude sposando la tesi di
Mario Apollonio: leggere la rappresentazione
passionistica medievale come “dràma”, cioè
coma azione che accade in presenza, stabilisce relazioni, diviene esperienza. Alla fine ci
si accorge che è stata data esaustiva risposta
all’interrogativo iniziale maturato in quel di
Cerveno, assistendo alla “Santa Crùs”.
ERMETE GIORGI
? C. Bino, Dal trionfo al pianto: la fondazione del “Teatro della misericordia”, Vita e pensiero, Milano, 2008.
ILLUSTRAZIONE DELLA
VALLE CAMONICA
Bortolo Rizzi fu decisamente un degno
figlio del suo tempo. Nato nel 1818 a Pisogne, dove morì nel 1885, non si limitò
ad essere sacerdote, ma si inserì in quella
prestigiosa linea di Grazia che definì,
anche in quegli anni, la vocazione pedagogica della provincia bresciana e della
Valle Camonica. Laureato in Pedagogia fu
professore e rettore del Collegio dei Mercanti di Pisogne con una
dedizione tale da meritargli il pubblico elogio della
Giunta Comunale di Pisogne, l’abilitazione all’insegnamento della lingua
italiana, della storia e della
geografia per decreto della
Pubblica Istruzione e l’Atto
di benemerenza dell’Ateneo
di Brescia.
Fu personaggio dagli interessi diversificati: uomo di
scuola e di storia, attento osservatore dell’ambiente, cultore della musica, al punto
di comporre alcune Messe,
promotore del canto e del
disegno. Una sensibilità ed
una curiosità spiccate, che
diventano i tratti distintivi
della sua opera maggiore,
quella “Illustrazione della
Valcamonica” che vide la
luce nel 1870 presso il libraio Pietro Ghitti. E’ lo
stesso Rizzi a farne analitica
descrizione nel “Manifesto”
Letture
con il quale, nel 1869, invita i “patrioti
camuni” a sottoscriverne la prenotazione:
non per “pubblicità editoriale”, come
si usa oggi, ma per senso pratico “non
amando fare spesa inutile, stampandone
un numero di esemplari superiore a quello
che possa essere spacciato”.
Quattro libri, oggi diremmo capitoli, il
primo dedicato al quadro geografico-sta-
59
tistico della Valle, il secondo alle notizie
storiche della stessa, il terzo alla descrizione dei singoli comuni, il quarto che raccoglie quattro appendici. Il tutto corredato
da una carta geografica della Valle e dei
territori limitrofi.
Didattica la finalità dell’opera: don Bortolo si rivolge “ai Sindaci, alle Giunte
Municipali e ai Consiglieri di Comune”,
invitandoli ad “acquistare parecchie copie di quest’operetta, per dispensarla in
premio alle Scuole, anche negli anni futuri”. Rizzi precisa di aver “disposto le
notizie storiche in modo che anche la gioventù, leggendole, possa formarsi un’idea
tutt’altro che imperfetta delle grandi vicende dell’Italia, dai tempi antichi fino ai
nostri giorni; e per essa, come anche per
gli indotti, in fine di ogni periodo di storia
ho notato le principali invenzioni e scoperte fatte dai nostri e dagli stranieri”.
Accanto all’animo dell’educatore, sin dalle
prime righe dell’introduzione emerge un
secondo filo conduttore che accompagna
la stesura: l’amore per il proprio territorio
e il desiderio di dimostrarne il valore e la
dignità, a dispetto di quanti la considerano
area selvaggia. Sentimento, questo di riscatto, già individuabile in Padre Gregorio
ed in molti altri autori che, a diverso titolo
e con diverso successo, si sono impegnati
in realizzazioni analoghe.
Il proposito e il metodo sono esplicitati
“voglio dare una Illustrazione, più che
sia possibile, esatta e completa della nostra Valle; e mi lusingo che ciò possa riuscirmi, purché da tutti i Municipj rispondano all’appello loro fatto, fornendomi le
Letture
necessarie notizie dei rispettivi Comuni e
Frazioni di Comune”.
Il risultato finale dello sforzo di Rizzi è
sorprendente: un’analisi a 360 gradi della
Valle del suo tempo, resa con descrizioni,
tabelle, tavole comparative, analisi quantitative. Non solo una fotografia, ma una
ricerca ben contestualizzata e correlata ai
micro e macro riferimenti storici e geografici. Una sorgente di dati di natura molto
diversa, collezionati ed elaborati con passione, che forniscono ancora oggi stimoli
per la ricerca e l’approfondimento, anche
e soprattutto in termini didattici, attraverso
analisi comparative col presente. Non
solo statistica, comunque: la sensibilità
dell’autore si è spinta oltre, aggiungendo
a piene mani nei diversi aspetti della cultura, non senza idee creative ed originali
come quella di sfruttare le cornici grafiche
a capo pagina per farne spazio di massime
e proverbi.
Un’opera importante, di difficile reperimento al di fuori dei canali del prestito
interbibliotecario: il tempo e le “ragioni
logiche” di cui sopra avevano reso praticamente introvabile il volume. Benvenuta perciò è stata la ripubblicazione del
testo, in riproduzione anastatica, per i tipi
della Tipografia Camuna. Il volume è stato
promosso in occasione della seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Cedegolo indetta il 9 giugno 2007 per il conferimento della cittadinanza onoraria al dott.
Giuseppe Camadini, già notaio titolare di
quella sede per oltre un trentennio.
GIACOMINO RICCI
2008 ANNO PAOLINO,
IN UN VOLUME
IL RITRATTO DI S. PAOLO
In occasione dell’anno paolino (cade infatti quest’anno il bi-millenario della nascita di S. Paolo) è stata presentata venerdì
14 novembre 2008, in Vaticano, presso
la prestigiosa sede dell’Accademia delle
Scienze, l’ultima opera del prof. Eugenio
Fontana: “Ritratto di Paolo”.
L’incontro, proposto quale atto di amicizia
e di stima verso l’Autore e verso i partecipanti dal nostro Cardinale Giovanni
Battista Re, è stato aperto da Mons. Marcelo Sánchez Sorondo Cancelliere della
Pontificia Accademia delle Scienze. Interventi veramente di alto livello si sono
succeduti: il Ch.mo prof. Mons. Romano
Penna, docente ordinario di Esegesi del
Letture
Nuovo Testamento presso la Pontificia
Università Lateranense, specializzato
in particolare nello studio di S. Paolo; il
dott. Pietro Zander, custode della necropoli e della fabbrica di S. Pietro; il dott.
Umberto Utro, responsabile per l’Arte Paleocristiana dei Musei Vaticani e docente
di Iconografia Cristiana. Presenti il Bresciano mons. Vittorio Formenti, incaricato
dell’Ufficio Centrale di Statistica della
Chiesa presso il Vaticano, mons. Franco
Corbelli, parroco di Breno e Mons. Tino
Clementi, parroco di Manerbio; nonché
molte persone interessate, tra le quali i
rappresentanti delle Istituzioni camune: il
presidente della Comunità Montana, l’assessore all’Istruzione, il presidente della
SECAS, ecc. Moderatore dell’incontro
Gian Mario Martinazzoli, giornalista e
direttore di Radio Voce Camuna.
Questa pubblicazione si inserisce - sostiene
nella prefazione il Cardinal Re - con una
propria caratteristica nella lunga serie di
libri dedicati a Paolo di Tarso, illustrando
alcuni tratti significativi della personalità e
del pensiero teologico dell’uomo che, sulla
strada di Damasco, da persecutore dei seguaci di Cristo divenne ardente e instancabile missionario e apostolo della fede
e del vangelo. Con pennellate essenziali,
il volume delinea un profilo oggettivo di
San Paolo, cercando di penetrare nel suo
mondo spirituale e mettendo in luce l’eccezionale intelligenza dell’uomo, la sua
personalità volitiva e il temperamento appassionato e generoso.
Esprimo - continua il presule camuno -
61
vivo apprezzamento per l’approfondito
studio del Prof. Fontana, che ha attinto direttamente dagli Atti degli Apostoli e dalle
lettere di San Paolo, ma anche dall’arte,
non mancando infatti di dedicare un capitolo pure all’attenzione che gli artisti
lungo i secoli hanno riservato a questa
figura che nella storia della Chiesa brilla
come stella di prima grandezza.
Tornando all’incontro romano, il prof.
Penna ha detto che si tratta di un volume
di ampio approfondimento circa un soggetto poliedrico, come lo può essere un
genio. C’è, infatti, un Paolo giudeo, un
Paolo cristiano, un Paolo scrittore, un
Paolo pensatore, ecc. e parlare di questo
straordinario personaggio è tutt’altro che
facile. Il Prof. Fontana lo ha fatto e tra i
libri dedicati a S. Paolo il suo è indubbiamente uno dei migliori. Fontana, continua
il docente, è entrato dentro il pensiero di S.
Paolo toccando con grande maestria argomenti vastissimi e tra questi quello della libertà, tema centrale che fa delle
prop
op
proposte
dell’Apostolo di
Tarso un messaggio
di grande attualità.
Si è detto particolarmente grato agli
organizzatori il
dott. Pietro Zander
in quanto il volume
veniva presentato
a pochi passi dalla
tomba di Pietro e
ciò gli ha consentito di sottolineare
il legame che unisce i due grandi pilastri della chiesa
nascente.
Ha concluso il
prof. Umberto Utro
dando una chiara
Letture
panoramica dell’ultima parte del volume
dedicata all’iconografia su S. Paolo.
Si può dire che Eugenio Fontana ha voluto trasporre in un documento scritto il
suo grande amore per S. Paolo, un amore
nato un poco alla volta durante i convegni dell’AIMC (Associazione Italiana
Maestri Cattolici), dove si era iniziato e
si continua a leggere ed a commentare le
lettere paoline; un amore coltivato per
una costante, quotidiana frequentazione
da parte dello studioso degli scritti, rigorosamente in lingua originale, dell’apostolo delle genti. Proprio questi incontri,
affiancati dalle “lezioni” all’Università
2000, hanno fatto scaturire studi ed annotazioni di grande peso che correvano il
rischio di restare nel cassetto se l’amico di
sempre, on. Gianni Prandini, non avesse
sostenuto ed incoraggiato la stampa dei
medesimi presso la tipografia “La Cittadina” di Gianico.
LUIGI DOMENIGHINI
ALCUNE PROPOSTE
DELL’EREMO
ANNO 2008 - 2009*
GIORNATE DI SPIRITUALITA’
MENSILI
• Per religiosi e persone consacrate
Parola di Dio – Parola di vita
- Sabato 04 Ottobre 2008 - Vita consacrata
oggi nella Chiesa - Pd Luigi Guccini
- Sabato 15 novembre 2008 - Ia Lettera ai
Corinti - don Giacomo Bulgari
- Sabato 13 dicembre 2008 - Lettera ai
Galati - don Mauro Orsatti
- Sabato 17 gennaio 2009 - Lettera agli
Efesini - don Cristian Favalli
- Sabato 07 febbraio 2009 - Lettera ai
Filippesi - don Angelo Blanchetti
- Sabato 14 marzo 2009 - Lettera di
Giacomo - don Giancarlo Pianta
- Sabato 16 maggio 2009 - Ia Lettera di
Pietro - don Gianluca Loda
- Sabato 20 giugno 2009 - Ia Lettera di
Giovanni - don Renato Musatti
• Per mamme e spose
Familiari del clero collaboratori
parrocchiali
- Martedì 21 ottobre 2008
- Martedì 18 novembre 2008 - presso LA
CASA a Bienno
- Martedì 23 dicembre 2008
- Martedì 20 gennaio 2009
- Martedì 17 febbraio 2009
- Martedì 24 marzo 2009
- Martedì 28 aprile 2009
- Martedì 19 maggio 2009 - Pellegrinaggio
mariano
- Domenica 31 maggio 2009 (ore 20.00)
Calendario
- Mercoledì 03 giugno 2009 (ore 20.00)
S. ESERCIZI PER SPOSE–MAMME–
COLLABORATRICI PARROCCHIALI
• Per laici giovani e adulti
Per vivere più intensamente l’Anno Paolino
e l’Anno della Parola, l’Eremo insieme alle
Parrocchie della IIa Zona Pastorale, propone,
a laici giovani ed adulti, alcuni incontri di
spiritualità.
Lampada per i miei passi è la tua parola’
(Sal 119,105)
‘Nella Parola di Dio è insita tanta efficacia
e potenza da essere sostegno e vigore della
Chiesa, saldezza della fede, cibo dell’anima,
sorgente pura e perenne della vita spirituale.
Perciò si deve riferire per eccellenza alla
Sacra Scrittura ciò che è stato detto: vivente
ed efficace è la Parola di Dio’. (DV, 21)
- Domenica 16 novembre 2008 - Ia Lettera ai
Corinti - don Adriano Bianchi
- Domenica 14 dicembre 2008 - Lettera ai
Galati - don Raffaele Maiolini
- Domenica 18 gennaio 2009 - Lettera agli
Efesini - mons. Gianfranco Mascher
- Domenica 08 febbraio 2009 - Lettera ai
Filippesi - don Diego Facchetti
- Domenica 15 marzo 2009 - Lettera di
Giacomo - don Raffaele Donneschi
- Domenica 17 maggio 2009 - Ia Lettera di
Pietro - mons. Mauro Orsatti
- Domenica 21 giugno 2009 - Ia Lettera di
Giovanni - don Renato Musatti
* Per conoscere l’intero programma dell’Eremo si può consultare il sito www.eremodibienno.it oppure chiedere alla
Direzione dell’Eremo la pubblicazione con tutte le proposte.
63
Note
• Il ritiro è occasione di incontro con la
Parola, di meditazione e di silenzio
• L’incontro di spiritualità inizia alle ore
08.30 e si conclude alle ore 12.30 con il
pranzo
• Alle ore 08.00, per chi lo desidera, ci sarà la
celebrazione della S. Messa
• Si chiede la presenza per tutto il tempo
dell’incontro
EUCARESTIA MENSILE PER
“FIGLI IN CIELO”
Molte famiglie vivono il dramma di aver
perso un figlio in giovane età. Quasi sempre
per incidente stradale, come, pure, per
malattia o suicidio.
La Chiesa non può non condividere questa
grande sofferenza e non può rinunciare
ad offrire una parola di speranza. Parola
che attingiamo dalla Parola che ci dice la
certezza che Gesù di Nazareth, il Signore,
ha vinto la sofferenza e la morte. L’Eremo
propone, per il terzo anno, la celebrazione
dell’Eucarestia mensile perché, come
credenti, ci sentiamo vicini nel sostenerci e
nel portare ciascuno la sofferenza del fratello
e nel dirci che una speranza esiste, è certa:
Dio, in Gesù Cristo morto e risorto, abita la
nostra sofferenza e apre alla luce del mattino
di Pasqua.
• Celebrazione dell’Eucarestia
per papà e mamme:
- Sabato 18 ottobre 2008
- Sabato 22 novembre 2008
- Sabato 20 dicembre 2008
- Sabato 17 gennaio 2009
- Sabato 21 febbraio 2009
- Sabato 21 marzo 2009
- Sabato 18 aprile 2009
- Sabato 16 maggio 2009
- Sabato 13 giugno 2009
• La celebrazione si terrà all’Eremo alle ore
16.30
Calendario
GIORNATE DI SPIRITUALITA’
PER CATEGORIE
Per impegnati nel politico e sociale
- Ritiro in preparazione al Natale - Domenica
21 dicembre 2008
Propone le meditazioni + Francesco Beschi
- Vescovo Ausiliare di Brescia
- Ritiro in preparazione alla Pasqua - 22 marzo
2009
Propone le meditazioni + Luciano Monari Vescovo di Brescia
- Ore 08.45 – Preghiera di Lodi
- Segue la proposta di riflessione
- Tempo per la riflessione personale e per il
Sacramento della Riconciliazione
- Ore 11.15: S. Messa
- Ore 12.15: Pranzo (per chi lo desidera e lo
prenota)
• Per operatori sanitari e associazioni di
volontariato nel mondo della salute
Questi ritiri si terranno presso la Cappella
dell’Ospedale di Esine
- Ritiro in preparazione al Natale - Martedì 16
dicembre 2008
- Ritiro in preparazione alla Pasqua - Martedì
17 marzo 2009
- Ore 18.00 - Preghiera
- Proposta di riflessione
- Tempo per la riflessione personale e il
Sacramento della Riconciliazione
- Ore 19.45 - Condivisione
- Conclusione e momento di fraternità
LA PAROLA
- 28 Giugno 2008 – 29 giugno 2009
Anno Paolino - Bimillenario della nascita di
San Paolo Apostolo ...
- 05 – 26 ottobre 2008 – Sinodo dei Vescovi
‘La Parola di Dio nella vita e nella missione
della Chiesa’
‘Il laico nel cammino con la Parola di Dio
non sia soltanto un ascoltatore passivo, ma
Calendario
partecipi attivamente, in tutti i campi dove
entra la Bibbia…. Il servizio dei laici richiede
competenze diversificate che esigono una
formazione biblica specifica’. (Inst. Lab.
Sinodo dei Vescovi, n.51)
01. Corso biblico - I
‘La gloria di Dio è l’uomo vivente’
Riscopriamo l’identità e la grandezza
dell’uomo – Tra Parola di Dio, teologia e
filosofia
• ‘L’uomo nel progetto di Dio e la distruzione
di tale progetto’ (Genesi 1-2-3)
Lunedì 03 novembre 2008 - ore 20.15
• ‘L’uomo nuovo in Cristo. Linee di
antropologia paolina’
Lunedì 10 novembre 2008 - ore 20.15
• ’Il Padre nostro: scuola di preghiera dei
figli’
Lunedì 17 novembre 2008 - ore 20.15
• Conduce gli incontri don Mauro Orsatti Diocesi di Brescia - Docente di S. Scrittura
Questi incontri biblici saranno preceduti da
altri tre appuntamenti che riproporranno il
tema dell’antropologia tra filosofia e teologia:
• ‘L’uomo: L’uomo antico - L’uomo moderno
- Alla ricerca’
Lunedì 13 ottobre 2008
• ‘Il vivente: L’uomo ebraico - L’uomo
cristiano - Domande e risposte per l’uomo di
oggi’
Lunedì 20 ottobre 2008
• ‘La Gloria: Individuo - Comunità Umanità’
Lunedì 27 ottobre 2008
Conduce gli incontri: Gianluca Falconi Docente di filosofia
02. Corso biblico - II
‘S. Scrittura – L’Apostolo Paolo’
A volte i credenti rischiano di non conoscere
gli elementi fondamentali della S. Scrittura
che permettono, poi, un accostamento più
fecondo alla Parola. Con questi incontri si
offrono alcuni spunti storici, letterari, teologici
64
circa la composizione e la strutturazione della
S. Scrittura.
Come, pure, alcuni elementi per accostare la
figura di Paolo e il suo pensiero.
• S. Scrittura: Parola di Dio Parola dell’uomo
Domenica 11 gennaio 2009 - ore 15.00
• S. Scrittura: Problema dell’interpretazione e
senso della Parola di Dio
Domenica 18 gennaio 2009 - ore 15.00
Conduce gli incontri: Padre Paolo Dozio Frate Francescano e Docente di S. Scrittura
• Personalità di Paolo e sua conformazione a
Cristo
Domenica 01 febbraio 2009 - ore 15.00
• Il pensiero e la teologia di Paolo
Domenica 08 febbraio 2009 - ore 15.00
Conduce gli incontri: Prof.ssa Marialaura
Mino - Docente Ist. Scienze religiose Univ.
Cattolica
03. Convegno biblico
Domenica 10 maggio 2009 - ore 09.00
-16.30
Intervengono:
+ Luciano Monari - Vescovo di Brescia: ‘Dal
Sinodo dei Vescovi - La Parola di Dio nella
vita e nella missione della Chiesa’
Don Roberto Vignolo - Docente di Sacra
Scrittura presso la Facoltà teologica
dell’Italia Sett.
‘Esegesi scientifica, esegesi spirituale e
pastorale: interazioni e convergenze
Ruolo e identità del lettore della Bibbia’
04. Lectio divina
Occorre porsi di fronte alla Parola in
tteggiamento di ascolto e di domanda: in
atteggiamento, quindi, di dialogo. Allora
la Parola è luce e fermento per la vita, è
contemplare il Dio di Gesù Cristo, è vita nello
Spirito.
Ecco perché si pensa ad un gruppo stabile di
laici e consacrati che insieme si pongono alla
scuola della Parola.
• Il metodo sarà quello della Lectio: la Parola
ascoltata, spiegata brevemente, meditata,
condivisa.
65
Calendario
• I testi saranno tolti dal Vangelo proposto
dalla Liturgia della domenica seguente.
• L’incontro sarà tenuto dalle ore 20.15
alle ore 21.45 precise.
• Martedì
04.11.2008
02.12.2008
13.01.2009
10.02.2009
03.03.2009
31.03.2009
05.05.2009
02.06.2009
21.10.2008
18.11.2008
16.12.2008
27.01.2009
24.02.2009
17.03.2009
21.04.2009
19.05.2009
16.06.2009
05. Giornate biblico-spirituali
Accanto ad una conoscenza correttamente
esegetica, chi accompagnerà l’esperienza
porterà i partecipanti a gustare nella
meditazione, nella preghiera e nel dialogo
fraterno ciò che la Parola andrà suggerendo.
• Venerdì 28 agosto 2009 (ore 16.00)
– Martedì 01 settembre 2009 (ore 13.00)
• S. Paolo – Lettere a Timoteo e a Tito
• don Mauro Orsatti - Docente di S. Scrittura
nel Seminario teologico di Brescia
PROPOSTE DI ATTENZIONE
CULTURALE
III Corso - Grandi Religioni
Stili di dialogo
Domenica 14.09.2008 - ore 15.30
‘MARTIN LUTER KING’ - Testimone del
Vangelo – Martire della non violenza
Lidia Maggi - Pastora Comunità Battista di
Milano e Lodi
Domenica 21.09.2008 - ore 15.30
‘CHARLES DE FOUCAULD’ - Presenza
silenziosa nell’Islam
Ezio Bolis - Facoltà Teologica dell’Italia
Settentrionale (MI)
Domenica 28.09.2008 - ore 15.30
‘EDITH STEIN’ - Fedeltà all’ebraismo e al
cristianesimo
Massimo Epis - Facoltà dell’Italia Settentrionale
(MI)
Domenica 05.10.2008 - ore 15.30
‘Padre YVES CONGAR o.p.’ - Profeta del
dialogo ecumenico
Fra Rosario Scognamiglio o.p. - Preside
Istituto di Teologia Ecumenico-Patristica di
Bari
Attraverso il ‘68
Colloquio-dibattito a quarant’anni dall’avvio
della contestazione tra storia e testimonianza
Domenica 26 ottobre 2009 - ore 15
Coordinatore: Gianmario Martinazzoli
Intervengono:
- Prof. Giorgio Campanini (i valori, i
disvalori, le idee, la cultura, la presenza dei
cattolici nella società italiana in prospettiva
storica)
- Dott. Giacomo Scanzi (la cronaca, i fatti,
gli uomini, i movimenti sociali fin dentro gli
anni Settanta)
- Avv. Mino Martinazzoli (le istituzioni,
la politica, il profilo della democrazia, il
destino della Repubblica)
- spazio per il dibattito
Media senza virtù
Seminario di aggiornamento sull’emergenza
educativa e la sfida dei mass-media tra
famiglia, scuola e oratorio
Sabato 21 febbraio 2009 - ore 16.30
– Moderatore: dott. Paolo Erba
– Intervengono:
- don Adriano Bianchi, Direttore dell’Ufficio
comunicazioni sociali della Diocesi di
Brescia
- prof. Giuseppe Mari, Ordinario di
Pedagogia generale, Università Cattolica del
Sacro Cuore
Una carta tra passato e presente
Riflessioni a sessant’anni dall’entrata in
vigore della Costituzione repubblicana
Domenica 19 aprile 2009 - ore 15.00
- Introduce e modera: prof. Giancarlo
Maculotti, assessore alla cultura della
Comunità montana di Valle Camonica
Calendario
- Interventi di:
- Le radici nazionali e il contesto storico,
prof. Rolando Anni, Archivio storico
della resistenza bresciana e dell’età
contemporanea, Università Cattolica del
Sacro Cuore
- Dibattito, principi, valori, prof. Filippo
Pizzolato, Università degli studi di Milano
- Bicocca
APPUNTAMENTI VARI ALL’EREMO.....
Triduo pasquale Vissuto insieme alle
Sorelle Clarisse – Monastero S. Chiara dal
Giovedì Santo (ore 15.00) al Sabato Santo
(ore 01.30)
09-10-11- Aprile 2009
Le Sorelle Clarisse proporranno momenti di
meditazione e di approfondimento dei Riti
del Triduo Pasquale. Insieme a momenti di
contemplazione e di preghiera proposti e
accompagnati da loro.
Inoltre si condivideranno con loro i Riti del
Triduo.
L’Eremo ospiterà coloro che vivranno il
Triduo con le Sorelle Clarisse.
L’ospitalità verrà data fino al mattino di
Pasqua.
31 dicembre 2008 - Veglia di preghiera
- ore 21.00: Ritrovo all’Eremo - Preghiera Sguardo ai fatti più salienti dell’anno appena
trascorso
66
- ore 21.45: Marcia silenziosa verso il
monastero delle Sorelle Clarisse
- ore 22.15: Concelebrazione con i Sacerdoti
presenti della Santa Eucarestia
- ore 23.15: Con le fiaccole cammino di
preghiera verso il colle di Cristo Re
- ore 24.00: * Dal colle affidamento a Cristo
Re del nuovo anno, della Valle e del mondo
intero
- Segue, poi, un momento di fraternità presso
l’Eremo
Festa patronale dell’eremo
Domenica 28 giugno 2009 - ore 17.00
Celebrazione Eucaristica con il Vescovo
Luciano Monari
RADIO VOCE CAMUNA,
COMPIE TRENT’ANNI
Quando negli anni cinquanta arrivò la televisione, sembrò finita; eppure sopravvisse
pur nel ristretto regime monopolistico della
RAI. Quando, poi, negli anni settanta, arrivò
la “liberalizzazione” fu un autentico boom:
le radio “private” spuntarono dappertutto e
molte ebbero un successo strepitoso, significativo di un bisogno di radio mai sopito.
Oggi le “radio libere” sostanzialmente hanno
raggiunto un equilibrio, sono regolamentate
dalla Legge Mammì (1990) e dalla più recente legge Gasparri (2004) che sostanzialmente le dividono in “commerciali” e “comunitarie”. Le prime agiscono come un’impresa, le seconde prevalentemente come
servizio ai cittadini della zona di emittenza,
caratterizzate dall’assenza dello scopo di lucro e portatrici di particolari istanze culturali,
etniche, politiche e religiose. Queste ultime,
non hanno mai avuto vita facile, tant’è che
quando nacque Radio Voce Camuna erano
in Italia approssimativamente 2000 ed oggi
sono circa 200. Eppure ogni giorno 37 milioni di Italiani ascoltano la radio e sono
molti quelli che si sintonizzano sulle radio
comunitarie proprio perché in esse si identificano come cultura, pensiero, territorio.
Un successo dunque che continua e, se possibile, cresce.
Ma perché la radio piace? E’ sicuramente più
creativa e stimolante: si ascolta e le immagini
nascono nella mente così come le vogliamo
noi, senza che altri ce le impongano. In genere poi la programmazione radiofonica è
più vicina, più varia, meno condizionante
e la musica qualunque essa sia, è la grande
protagonista.
Avvenimenti
Va detto ancora che la radio fa una compagnia discreta, la si ascolta volentieri mentre
si è alla guida dell’automobile, mentre si fa
un lavoro, mentre si è intenti alle quotidiane
faccende, mentre si è in casa, ecc.
Ebbene Radio Voce Camuna è la nostra
Radio comunitaria e ci tiene compagnia
da trent’anni. Ricordo con precisione gli
studi della prima sede ricavati nel 1978 in
due piccole stanze della casa del parroco di
Malegno don Enrico Melotti, proprio lì dove
c’era la Sede degli Aspiranti, ormai trasferita
all’Oratorio. Ora da ventisei anni, risiede a
Breno nei locali messi a disposizione dalla
Tipografia Camuna, nel ristrutturato edificio
dell’ex Cinema Manzoni. Sorella di Radio
Voce di Brescia, in sintonia con lo spirito e
Avvenimenti
le finalità dell’emittente diocesana, nacque
per rappresentare ed interpretare la sensibilità peculiare della Valle. E’ sostenuta dall’associazione Radio Voce Camuna, ha un suo
consiglio di amministrazione presieduto da
Angelo Farisoglio ed è magistralmente diretta da Gian Mario Martinazzoli. Radio
Voce ha a cuore la difesa delle tradizioni camune, dei valori del territorio nella prospettiva di una cultura della persona, alla luce del
messaggio cristiano concretamente vissuto e
divulgato ogni giorno. E’ quanto la radio fa
ogni giorno con l’informazione puntuale e
corretta, l’approfondimento delle notizie, i
programmi culturali, l’intrattenimento musicale e la diffusione delle iniziative legate alle
parrocchie e alle zone pastorali della Valle.
In questi ultimi anni la Radio ha creato nuovi
programmi rivolti ai giovani. E’ il caso di
“Progetto Radio”, di “Hammer Music Radio” e ancora di “Radio Grest” programma
68
con concorso a premi riservato ai Grest parrocchiali.
Radio Voce Camuna estende il suo segnale
su tutta la Valle Camonica fino al Basso
Sebino sintonizzandosi sui 102 (alta valle)
100.5 (media valle) 95.00 (bassa valle) e
104 (sebino) Mhz. L’anniversario è stato ricordato con numerose iniziative tra le quali
una S. Messa per gli animatori della radio,
gli amministratori e gli amici presso il Monastero della Clarisse a Bienno ed uno stupendo, affollatissimo concerto dell’orchestra
da camera “A. Vivaldi”, diretto dal maestro
Silvio Maggioni, tenutosi sabato 7 novembre nella Pieve di S. Maurizio a Breno e trasmesso in diretta da Radio Voce Camuna e
da Radio Voce in Blu di Brescia.
Auguri, dunque a questa nostra Radio Comunitaria.
LUIGI DOMENIGHINI
LETTERE
DALL’EREMO
È IN INTERNET AL SITO:
www.eremodibienno.it
(pubblicazioni)
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n° 66 anno XXIII - dicembre 2008