parola scritta si fa, oggi, ritorno all’immagine
(cinema, fotografia, televisione, internet). Lo
storico Peppino Ortoleva ha intitolato, significativamente, Mediastoria uno dei suoi libri.
Fotografie, film, documentari costituiscono
per gli storici avveduti un materiale importantissimo per ricostruire lo spirito di un’epoca.
Naturalmente, bisogna fare attenzione: il cinema, ma anche la fotografia, non sono un
semplice specchio del reale, qualcosa di assolutamente oggettivo, come si credeva agli albori di entrambe le arti. Un film, o una fotografia, implicano, necessariamente, la scelta
di un punto di vista: non sono, cioè, in grado
di mostrare il passato come realmente era.
Possono, però, sollecitare curiosità, spingere
al confronto, essere un ideale punto di partenza per giungere all’approfondimento e ad una
reale conoscenza, e presa di coscienza, storica.
Si dice che quando Hitler si mise a tavolino
per pianificare la “soluzione finale”, uno dei
suoi uomini gli chiese: «Non crede che il
mondo si scandalizzerà?». Hitler rispose:
«C’è qualcuno al mondo che ricorda il genocidio degli Armeni? No, allora andiamo avanti». Perché non accada mai più niente di simile occorre coltivare, e onorare, la memoria: è
questo, forse, il servizio più grande che il cinema, già veicolo e strumento di memoria per
molte generazioni, può rendere, ancora oggi,
alla Storia.
Cinema, Storia, Memoria.
Il cinema, come la memoria è la possibilità di
far accadere il passato in un altro modo, la
possibilità di ricominciare a vivere la propria
storia e di sperimentarla in modi diversi…
Nel 1920, David Griffith, regista di Nascita di
una nazione (1915) e di Intolerance (1916),
presagiva la graduale sostituzione dei libri di
storia con i film storici, sostenendo che il cinema insegna in un lampo. In tempi a noi più
vicini, Gian Piero Brunetta ha scritto che il
grido della Magnani («Francesco! Francesco!») in Roma città aperta (1945), il suo divincolarsi e correre dietro al camion con i prigionieri prima di cadere sotto la raffica del
mitra, hanno raccontato la lotta al fascismo
più direttamente e emblematicamente di migliaia di documenti storici. Senza cadere in
aspettative ingenue o eccessive, bisogna riconoscere che, effettivamente, il cinema ha avuto nel corso del Novecento un ruolo essenziale e fondante per la memoria individuale e
collettiva. I film sono come i treni nella notte,
diceva Truffaut, evocando movimenti nello
spazio e nel tempo. Inoltre, se è vero che senza scrittura non si dà Storia, è altrettanto vero
che l’immagine, dalle origini, è stata di grande aiuto alla comprensione del passato: affreschi, dipinti, resti architettonici hanno fornito
un contributo determinante al nostro sapere.
Tornando al presente, stupisce constatare la
circolarità del percorso di ricostruzione storica del passato: partendo dall’immagine e passando attraverso il dominio incontrastato della
Mariella Cruciani, Officina della storia
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disegnerà una catena di stragi lungo la Linea
Gotica fino a Marzabotto.
Noi il film l'abbiamo visto. Un film in cui il
tema centrale non è la strage, ma il riconoscimento fra le umanità di due sconfitti, il
bambino e il gigante afroamericano che lo adotta. Una fiction senza pretesa di verità storiche, tratta dal romanzo omonimo di James
McBride, che cura la sceneggiatura. Con tutti
i limiti del romanzo stesso. McBride, nel corso del convegno «Cinema e memoria», che ha
preceduto a Firenze l'anteprima, si è definito
«autore di romanzi commerciali», obbligato a
inventarsi qualcosa per far funzionare la vicenda. Ma ha anche rivendicato l'orgoglio di
aver fatto mille miglia, dall'America a uno
sperduto centro dell'entroterra versiliese, mentre «ci sono tanti bravi romanzieri italiani che
su Sant'Anna non hanno scritto una parola».
Touché.
Verissimo è pure che il film di Lee accende i
riflettori su una tragedia che il mondo, ma anche l'Italia al di fuori della Toscana, non conosce. Ma è vero anche che le licenze artistiche rischiano di trasformarsi in verità per gli
spettatori. E dovrebbero far riflettere noi italiani le parole del regista: «Attraverso questa
pellicola gli americani sapranno che anche in
Italia, non solo in Francia, c'è stata la Resistenza». Non può indignare l'invenzione della
figura del partigiano traditore, qualcuno sarà
pur esistito. E l'affermazione di Lee che non
tutti amavano i partigiani, al di là di retorica,
in tempi di guerra civile parrebbe ovvietà.
Magari, visto che ci si trincera dietro al piano
artistico, può scandalizzare la mancanza di
motivazioni. L'accenno al fratello repubblichino ucciso in uno scontro dall'amico partigiano non può essere la sola causa credibile di
un duplice macello (i massacri nel film sono
due). Una perfidia ottusa connota anche i tedeschi cattivi, a cominciare dall'ufficiale che
dà l'ordine dell'eccidio dopo una telefonata al
comando. Perché non hanno trovato il capo
partigiano, come promesso dal traditore. Ecco
il «casus belli» che ha indignato sopravvissuti, non tutti, va detto, e partigiani.
Ha ragione Lee, questa fibrillazione fa pubblicità al film e indica che in Italia ci sono ferite non rimarginate. Ma non dovrebbe stupirsene, una ferita aperta è il motore della vicen-
Miracolo a
Sant'Anna - Spike
Lee USA/Italia, 2008
Toscana, 1944. Quattro soldati americani
appartenenti alla 92ª
Divisione "Buffalo
Soldiers" dell'esercito statunitense, interamente composta da
militari di colore, rimangono bloccati in
un piccolo paese al di là delle linee nemiche. I
quattro sono rimasti separati dal resto della
compagnia dopo che uno di loro ha rischiato
la vita per trarre in salvo un bambino italiano,
Angelo. Asserragliati sulle montagne toscane
con i tedeschi da un lato ed i superiori americani incapaci di gestire gli eventi dall'altro, i
soldati riscoprono una dimenticata umanità
vivendo tra gli abitanti del paese e con un
gruppo di partigiani. L'innocenza, il coraggio
e l'affetto di Angelo, li aiuteranno a recuperare la speranza per andare avanti.
Miracolo a Sant'Anna: tra polemiche e
marketing, la critica di chi lo ha visto
Le parole di buonsenso sono del sindaco di
Stazzema Michele Silicati: «Guardiamolo
questo film e poi giudichiamolo!». Perché
«Miracolo a Sant'Anna», la pellicola di Spike
Lee nelle sale italiane dal 3 ottobre, le polemiche le ha suscitate ancor prima di uscire. Il
"la" dalle organizzazioni partigiane come
l'Anpi della Versilia, nelle cui montagne Sant'Anna di Stazzema si trova. E dove il 12 agosto 1944 quattro colonne di SS della sedicesima divisione Panzergrenadier sterminarono
560 fra vecchi, donne e bambini.
Una delle stragi più efferate della Seconda
guerra mondiale, i cui documenti sono rimasti
nascosti per anni nel cosiddetto «armadio della vergogna», e che solo nel 2005, con il processo di La Spezia, ha visto la condanna in
contumacia di dieci ex SS (condanna confermata fino alla Cassazione) e il riconoscimento
dell'eccidio come atto terroristico premeditato, all'interno di una strategia del terrore che
3
t'Anna.
Ci sono gli italiani, e qui naufraga il dichiarato tentativo di ispirarsi al nostro grande cinema, che sapeva inserire momenti di sorriso
pure nelle tragedie. «Prego che lo spirito di
De Sica, Rossellini, Zavattini, e anche Pasolini mi guardino dall'alto con benevolenza», ci
aveva dichiarato Lee. Così non è stato. Non si
va oltre il bozzetto, con dei dialoghi desolanti
(McBride colpisce ancora).
Resta nelle parole, negli atteggiamenti di Lee
e McBride (che scrive il romanzo prima del
processo di La Spezia) un leggero sentore di
supponenza yankee. Ironia della sorte, da un
paladino delle battaglie per l'uguaglianza.
Quando i due, al convegno fiorentino, tirano
fuori un foglietto con aria marpiona, gelando
la sala. Il documento, secretato fino a pochi
anni fa, è della corte marziale americana (appunto), e parla di volantini affissi dai nazisti
per invitare la popolazione di Sant'Anna ad
evacuare il paese, volantini tolti dai partigiani
e sostituiti con altri che dichiaravano che loro
avrebbero difeso i civili. «Una delle tante versioni di cui siamo venuti a conoscenza».
Ma il colpo di teatro non riesce per la presenza dello storico Paolo Pezzino, che ha affiancato il pm Marco De Paolis nel processo di La
Spezia: «È noto da anni che il documento non
corrisponde a verità storica». Così al povero
Spike Lee non è bastato porre all'inizio del
film l'avvertenza che dichiara l'esclusiva responsabilità nazista della strage. E la polemica, eccessiva ma non del tutto infondata, continua.
Valeria Ronzani, Il sole24Ore, 3 ottobre 2008
da. Uno dei motori nobili, a fronte di tante cadute. La storia parte dall'oggi e nell'oggi si
conclude, in un percorso catartico che, dopo
tante mattanze, sfocia nel tono consolatorio
della favola. Non sveliamo la trama, che ha le
cadenze del giallo. Basti che il miracolo è la
rinascita del bimbo, scampato dalla strage di
Sant'Anna e salvato da una pattuglia di quattro soldati della Buffalo, la divisione di colore
che su quel fronte combatté e di cui il regista
vuole celebrare il sacrificio.
Il piccolo trova rifugio assieme ai soldati in
un paese che sarà oggetto della seconda strage
(pure causata dal losco traditore). Qui, uno a
fianco all'altro, si immoleranno i quattro soldati e i civili armati. Solo un americano sopravvivrà, risparmiato da un tedesco buono
che gli darà una Luger per difendersi. Particolare gratuito quello dell'arma, ma funzionale
alla sceneggiatura; l'abbiamo già vista, senza
capire, nelle scene iniziali del film. E Angelo,
questo il nome del bambino, morto nella seconda strage, resuscita per ricordare.
Tanta carne al fuoco nei pur centoquarantaquattro minuti di proiezione (ci sono anche
altri temi). Se il romanzo di McBride avvince
con la leggerezza della letteratura d'evasione
cui tutto è concesso, nel film di Lee molti nodi vengono al pettine. Dopo un inizio degno
di Hitchcock per ritmo e tensione, una serie di
flashback narra i fatti del '44. Il montaggio è
un vero virtuosismo, ma le scene del guado
del torrente, le membra a pezzi, il terrore dei
soldati, nella loro efficacia sanno troppo di
Salvate il soldato Rayan. «In questo film non
ci sono eroi, ci sono solo buoni e cattivi», afferma Lee. È stato di parola. Solo i quattro
della Buffalo sono personaggi strutturati, i
bianchi razzisti, nell'esercito e fuori, son razzisti e basta, il traditore è un traditore. C'è il
tedesco buono che salva i bambini, particolare
confermato da alcuni sopravvissuti di San-
Spike Lee: in un film il sacrificio dei soldati
neri a Sant'Anna di Stazzema
Disponibile, sorridente e spiritoso, lontano dal
ritratto arrabbiato, aggrottato e polemico che a
volte fanno di lui. Ma sempre appassionato e
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damento e quando non sapevo bene cosa fare.
E mia moglie Tonya, che in questi giorni è
qui con me in Italia, mi appoggia in tutti i
modi, mi sta accanto, mi incoraggia.
Lei girerà a breve un film in Italia, anzi, in
Toscana. Si tratta del suo primo film interamente girato all'estero. Che cosa la ha
portata a questa scelta?
Non scelgo di girare i miei film in funzione
dei luoghi, ma delle storie. Per me un regista
deve principalmente raccontare delle storie.
La domanda che mi è stata fatta più di frequente dai giornalisti italiani quando venivo
nel vostro paese, la prima volta è stato nel
1987, era: "quando girerà un film in Italia?"
Io rispondevo sempre "quando troverò una
storia". La storia l'ho trovata tre anni fa, leggendo il libro di James McBride "Miracolo a
Sant'Anna". Anzi, al proposito vorrei fare
chiarezza su alcune inesattezze che sono uscite sulla stampa. Non sarà un film sulla strage
di Sant'Anna di Stazzema, ma un film sull'incontro di genti diverse che inizialmente non
hanno i mezzi per capirsi. I soldati afroamericani non sanno una parola di italiano, i partigiani non hanno nemmeno mai visto un nero
prima di allora. Però riescono lo stesso a creare un rapporto fra loro e a combattere insieme
i nazisti. Il lavoro sarà complesso, con interpreti italiani, americani e tedeschi e l'intreccio
di tre lingue. Inoltre, siccome reputo che le
persone intelligenti devono ammettere i propri
limiti, sono perfettamente consapevole che in
un paese straniero non posso fare tutto da solo
e sto cercando di circondarmi di persone che
mi aiutino. La troupe sarà italiana, ci sarà anche una commissione di esperti per il massacro di Sant'Anna e per il movimento partigiano. Prego che lo spirito di De Sica, Rossellini,
Zavattini, e anche Pasolini mi guardino dall'alto con benevolenza.
Perché questo soggetto?
Mi sono sempre piaciuti i film ambientati nella Seconda guerra mondiale. Allo stesso tempo mi sono reso conto che Hollywood ha praticamente cancellato la presenza dei soldati
afroamericani da quel conflitto. Io voglio correggere quest'impressione, voglio ridare voce
all'impegno dei neri americani per la democrazia. Il primo morto della Guerra d'indipendenza è stato un uomo di colore. Jesse Owens
capace di indignarsi, proprio come il suo cinema. Spike Lee è a Fiesole per ricevere il
Premio Fiesole ai maestri del cinema, andato
in più di quarant'anni di storia a personalità
come Visconti, Rossellini, Wells, Kubrick e,
in anni più recenti, Loach, Bertolucci, Kaurismäki. Fino al 19 luglio, fra Fiesole e Firenze,
sarà proiettata la sua filmografia integrale. Ma
Lee si trova in Toscana anche per scegliere le
location del suo prossimo film, "Miracle at St.
Anna", che narra un episodio vero della seconda guerra mondiale. Protagonisti un bambino e un soldato afroamericano della
92esima divisione, detta "Buffalo". Per via dei
capelli dei suoi componenti, tutti uomini di
colore, come il pelo dei bisonti. Sullo sfondo,
l'orribile strage di Sant'Anna di Stazzema.
Lei viene sempre definito come il maggior
esponente del cinema afroamericano. Non
le dà fastidio questa etichetta, che è pur
sempre una limitazione?
Non succede solo in Europa. Anche in America scrivono ogni volta "Spike Lee black filmaker", Spike Lee regista nero o altre frasi
simili. Tanti miei colleghi non lo sopportano,
ma io ho imparato a buttarmi queste cose dietro alle spalle. Insomma, non ci do nessuna
importanza.
Nella sua biografia autorizzata, uscita anche in Italia, lei fa una dedica commovente
alle quattro persone più importanti della
sua vita, tutte afroamericane, e tutte donne.
E donna è la protagonista del suo primo
lungometraggio, "Lola darling". Qual è
l'importanza della figura femminile nel suo
cinema e nella sua vita?
Nel mio cinema devo ancora lavorare molto
sul femminile. La donna è un mondo ancora
tutto da approfondire, devo prima fare chiarezza dentro di me. Mi è invece molto chiara
la loro importanza nella mia vita privata. La
dedica a cui lei accenna è a mia nonna, mia
madre, mia moglie e mia figlia. Io so perfettamente che se sono arrivato al punto in cui
sono oggi, lo devo principalmente a mia madre. Mia madre è morta nel 1976 di cancro al
fegato, era stata insegnante di letteratura inglese. Devo a lei l'avermi avvicinato fin da
piccolo all'arte, al teatro, al cinema, anche
forzandomi. Mi portava spesso a teatro e ai
musical, mi ha seguito nei momenti di sban5
investigatore privato; il senatore Russel Long;
il misterioso colonnello "X"; Guy Bannister,
ex agente Fbi.; l'ex pilota David Ferrie; l'omosessuale Willie O'Keefe, detenuto in un carcere. Ormai convinto della esistenza di un complotto politico per uccidere Kennedy, Garrison individua, ma invano, in Clay Shaw, uomo d'affari, omosessuale corrotto e agente
Cia, il coordinatore e mandante dell'assassinio.
vinse le Olimpiadi nel 1936 a Berlino, eppure
quando è tornato in patria fu costretto per sopravvivere facendo il fenomeno da baraccone,
correndo contro i cavalli. Ritengo che l'intervento USA nella Seconda guerra mondiale sia
stato l'ultimo per una causa giusta. Tutte le altre guerre no. Anzi, credo che sia proprio per
questo che il mondo adesso guarda con occhi
diversi gli Stati Uniti. Ora la maggior parte
dei soldati che si arruolano lo fa per poter avere uno stipendio, e sono quasi tutti apaprtenenti a minoranze etniche. E la cosa triste è
che vanno a combattere guerre che hanno a
che fare con un mucchio di soldi, naturalmente per altri, col potere e col dominio del mondo. Io apprezzo quello che sta facendo Al Gore per l'ambiente, ma nelle elezioni del 2000
lui doveva comportarsi diversamente. Doveva
avere il coraggio, o meglio "le palle" per
combattere fino in fondo, perché tutti in America sapevano che quelle elezioni erano truccate. Se non ci fosse quell'imbecille alla Casa
Bianca, potete immaginare quante famiglie
non piangerebbero i loro morti? […]
Valeria Ronzani, Il sole24Ore, 13 luglio 2007
Il 22 novembre del 1963, il Presidente americano John Fizgerald Kennedy viene assassinato mentre l'auto che lo sta trasportando percorre le strade di Dallas. E' il più giovane Presidente nella storia degli Stati Uniti d'America. È nato a Brooklyn, un sobborgo di Boston,
il 29 maggio del 1917 da una famiglia di origine irlandese. La sua carriera politica ha inizio dopo la seconda guerra mondiale, prima
come rappresentante del partito democratico
al Congresso e poi, dal novembre del 1952, al
Senato.
Nel 1956 vorrebbe presentarsi come vicepresidente del democratico Stevenson, che sta
per sfidare Eisenhower. Perde la sua battaglia
nel partito, ma comincia subito a lavorare per
le successive elezioni presidenziali. Viaggia
in lungo e in largo per il paese, scrive articoli,
interviene sulle questioni politiche più importanti, e, fra il 1956 e il 1960, diventa una delle
personalità più celebri degli Stati Uniti.
Nel novembre del 1960, milioni di persone lo
guardano, in televisione, sfidare il candidato
repubblicano Richard Nixon. Vincendo con
un margine ristretto, Kennedy è il primo cattolico ad entrare alla Casa Bianca. Si contorna
di intellettuali e di politici esperti che formano
un grande staff al suo servizio. In uno dei discorsi più celebri ricorda agli americani: 'non
chiedetevi cosa il vostro paese può fare per
voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro paese'. Si riallaccia alla tradizione progressista di Wilson e di Roosevelt e rilancia il
mito della 'nuova frontiera': non più materiale,
come quella dei pionieri dell'Ottocento, ma
spirituale, culturale e scientifica. Si batte per
imporre l'integrazione razziale negli stati del
sud che ancora praticano forme di discriminazione nei confronti dei neri.
Nel suo programma economico è centrale l'i-
JFK - Un caso
ancora aperto Oliver Stone - USA
1991
Il 22 novembre 1963
John
Fitzgerald
Kennedy, Presidente
degli Stati Uniti
d'America,
viene
assassinato a Dallas
nel Texas. L'ambiguo
Lee Harvey Oswald, arrestato dalla polizia
quale autore di questo attentato ed ucciso poco dopo da Jack Ruby, un malvivente, viene
ritenuto solo e unico colpevole dalla commissione d'inchiesta presieduta dal giudice Earl
Warren. Non condividendo tale supposizione
per numerose discrepanze riguardo alla tesi
dell'assassino solitario, l'energico Jim Garrison, procuratore distrettuale di New Orleans,
assistito da Susie Cox, aiuto procuratore e da
Lou Ivon, investigatore capo, inizia le indagini contattando vari personaggi: Jack Martin,
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(l’eroe positivo del film, ispirato a un personaggio realmente esistente, interpretato da
Kevin Costner). Ha subito alcuni sospetti su
come vengono svolte le indagini, ma dopo i
primi accertamenti deve lasciar perdere. Passano tre anni, la commissione d’inchiesta federale, presieduta dal giudice Earl Warren
(che Stone fa impersonare al vero Garrison),
avalla i risultati delle prime indagini: non ci
fu complotto, e a uccidere il presidente fu solo
Lee Oswald. Il procuratore di New Orleans,
niente affatto convinto da queste conclusioni,
decide di riprendere in mano il caso. Nuove
audizioni di testimoni, indagini nel sottobosco
anticastrista e di estrema destra e, soprattutto,
la possibilità di visionare il celebre film amatoriale che aveva fissato le tragiche immagini
degli spari. Il resto è storia: nonostante abbia
raggiunto la convinzione del complotto (qualcuno ai massimi gradi non avrebbe voluto che
Kennedy si ritirasse dal Vietnam) Garrison
viene sconfitto in tribunale. Solo nel 2029,
quando alcuni documenti segreti verranno finalmente pubblicati, forse si saprà qualcosa di
più. Vigoroso, irruento, debordante: un montaggio mozzafiato permette di sopportare in
scioltezza le oltre tre ore di durata della pellicola. Come spettacolo, non c’è dubbio,
funziona: poi, se volete, ci fermiamo al bar
per un dibattito.
Luigi Paini, Il Sole24Ore
dea di potenziare la spesa pubblica per assicurare minori tensioni sociali, ma anche per garantire agli Stati Uniti 'la corsa allo spazio'
che in quegli anni li vede competere con
l'URSS. È la sua politica estera ad avere raccolto le critiche più severe. Da un lato Kennedy si batte per la distensione con i sovietici,
dall'altro difende, anche in modo spregiudicato, gli interessi americani nel mondo. Nel
1961 boicotta economicamente Cuba e finanzia gli esuli anticastristi che tentano una spedizione contro l'isola.
Lo sbarco nella 'Baia dei porci', che nei progetti americani avrebbe dovuto suscitare un'insurrezione contro Castro, si risolve, invece, in un fallimento e in una grave sconfitta
per l'amministrazione Kennedy.
Nel conflitto si inserisce l'URSS, che non solo
offre aiuto militare ed economico ai cubani,
ma inizia l'installazione di basi missilistiche
nell'isola. Quando, nell'ottobre del 1962, aerei
americani scoprono i missili sovietici, Kennedy ordina il blocco navale di Cuba. Il mondo è sull'orlo di un nuovo conflitto mondiale e
l'imminente tragedia viene evitata grazie al
raggiungimento di un compromesso. Kruscev
smantella le basi missilistiche e Kennedy si
impegna ad astenersi da azioni militari contro
Cuba. L'anno successivo URSS e USA firmano un trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari nell'atmosfera, ma Kennedy non farà in tempo a vederne gli esiti.
JFK è un film, un buon film con alcune cose
ottime e altre criticabili. Ma, appunto, è innanzitutto un film. Non è un libello politico
né un saggio storiografico. Non ha la superficialità programmatica del primo, non gli interessano gli strumenti e i metodi del secondo.
Oliver Stone, per sua e nostra fortuna, è un
autore: il suo cinema ha ragioni proprie, dignità propria, regole proprie che non si subordinano a finalità extracinematografiche. La
chiave per entrare nel film è qui, in questa
nonsubordinazione. Stone ha cento una pas-
Oliver Stone ci fa risentire, nei primi, grandissimi minuti di JFK - Un caso ancora aperto
l’abissale sgomento che attraversò il mondo il
22 novembre 1963, quando a Dallas venne ferito a morte il Presidente John Fitzgerald
Kennedy. Uno sgomento che evidentemente
fu anche il suo. Dopo una breve ricostruzione
delle principali vicende che portarono
all’assassinio, cominciamo a vivere gli avvenimenti con gli occhi del giovane procuratore
distrettuale di New Orleans, Jim Garrison
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abitano l’immaginario americano (e anche il
nostro). A essi ha cercato di trovare un senso.
Lo a fatto in primo luogo lavorando su quelle
immagini, su quella “scena primaria” che giace nel fondo della memoria collettiva. In JFK
ci sono due film, tra loro dolorosamente legati. Uno, quello più tradizionale e di genere, è
un poliziesco di forte resa, raccontato con
classica linearità e con personaggi altrettanto
classici. Jim Garrison è l’eroe di questo film,
positivo e utopista quanto basta per rappresentare il sogno di cui Kennedy fu l’ultimo
grande suscitatore. Se gli si cerca un omologo
nel recente cinema americano, viene naturale
pensare al protagonista di Tucker (1988).
Francis Coppola racconta il dopoguerra e non
gli anni Sessanta. Il suo film ha l’aria di
commedia, non di un poliziesco. Ma Preston
Tucker combatte la stessa battaglia di Jim
Garrison (il titolo originale è Tucker, a Man
and His Dream). E poi c’è il secondo film.
Questo non è lineare, non è classico, non è di
genere. È frammentato nella narrazione, frantumato. Il suo ritmo è antinaturalistico, esacerbato da un montaggio estremo. La scena
primaria vi è continuamente evocata e maniacalmente esplorata, fino a negarne qualunque
senso in una tiratissima sgranatura delle immagini. È questo disordine che il primo film
cerca dolorosamente di ricondurre a un ordine. Ed è a questi fantasmi che Jim Garrison dà
contorni chiari, finalmente tranquillizzanti,
decostruendo e ricostruendo e dunque reinterpretando in tribunale - ossia nel buio creativo del cinema - quelle immagini e quella
scena primaria. Occorre dire che Jim Garrison
è Oliver Stone? Che autore e personaggio si
sovrappongono? Il senso e il valore di JFK
non stanno nella sua verità o falsità. Stanno
invece nel tentativo di ritrovare un senso e un
valore, nel bisogno di ritrovarli
Roberto Escobar, Il Sole24Ore
sione politica, ha certo una prospettiva ideologica, ha certo una rabbia esistenziale. Ma
JFK non è girato in funzione di quella passione, di quella prospettiva, di quella rabbia.
Semmai accade il contrario. Passione, prospettiva e rabbia sono tenute dentro il film, si
piegano alla sua logica espressiva, diventano
suoi punti di forza. Non è cinema politico, è
cinema. Ecco perché si fa bene ad “entrare” in
JFK senza cadere nella trappola del «vero o
falso?» che il chiasso giornalistico tende allo
spettatore. Non si tratta di decidere se si voglia credere o non si voglia credere alle tesi di
Stone sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Da un lato, appunto, il film non è né un
libello né un saggio. Dall’altro, la sua tesi quella profonda - non chiede d’essere creduta.
Chiede invece di essere vissuta e partecipata
dallo spettatore, d’essere goduta e sofferta
come emozione. In questo senso, il punto più
debole di JFK è l’inutile e lunga sequenza
dedicata a Mister X. La sequenza potrebbe essere soppressa, senza che il senso e il valore
del film ne subissero conseguenze. Con
Mister X entra in JFK la dimensione precinematografica, extracinematografica - e perciò anticinematografica - che per tutto il resto
dell’opera resta fuori. Sembra che Stone, per
un po’, non si fidi di se stesso come autore, e
dunque chieda aiuto alla “verità storica”. Risultato? Il film perde efficacia, la sua tensione
etica, poetica e spettacolare s’allenta. In questa sequenza, appunto, JFK non è cinema, e
cinema politico. Per il resto, a parte alcuni
momenti melodrammatici tra Jim Garrison e
la moglie, il film vola alto. Quella che Stone
racconta non è la cronaca di una tragedia, è la
ricostruzione,
la
scomposizione
e
l’interpretazione di un incubo collettivo. Di
un incubo che ha gettato la sua ombra
sull’immaginario di almeno una generazione,
e che ne ha inquietato il “sogno”.
Quell’incubo torna, ossessivo, in JFK. Le
immagini dell’assassinio - incerte e sgranate,
conosciutissime e sempre in attesa d’essere
interrogate - vengono proiettate e riproiettate,
ora nell’agghiacciata spietatezza del tempo
reale ora fermate immagine per immagine, ora
nell’oggettività del documento ora nella soggettività dell’interpretazione. Stone ha girato
un film su dei fantasmi, su dei fantasmi che
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Giordana, che ha voluto dedicare il suo dodicesimo film alle 17 vittime della strage, non si
sofferma sulle sequenze più violente, né su
quella dell’attentato; né gli assassini che si
susseguono nel corso della storia vengono ripresi direttamente: tutto avviene fuori campo.
Al contrario, Giordana decide di intraprendere
la strada del romanzo, a tratti didascalico diviso in nove macrosequenze. Da Gli innocenti
a La pista rossa fino ad un sottotitolo come
Dire la verità, che già molto lascia intendere,
il regista decide di seguire passo passo la vicenda, in tutti i suoi punti d’ombra che ancora
oggi non hanno trovato risposta. Sì, perché
dopo la strage del 12 dicembre scattò una vera
e propria caccia all’uomo: seguendo la pista
anarchica, la polizia fermò gran parte dei sospettati appartenenti al movimento, dando per
scontato il loro coinvolgimento, spesso senza
neanche andare a fondo in ogni singolo caso,
ma basandosi solamente su testimonianze
molto approssimative.
Dalle varie piste intraprese dalla magistratura
si passa al caso creatosi attorno alla morte di
Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino), avvenuta in circostanze misteriose durante un
interrogatorio, e a quella conseguente del
commissario Luigi Calabresi (Valerio Mastandrea) che conduceva le indagini e che negli anni successivi aveva iniziato a dubitare
sulla matrice anarchica della strage, vertendo
piuttosto sul traffico internazionale di armi
più vicino all’ultra destra, versione che gli era
costata cara, venendo appunto ucciso il 17
maggio del ’72. La strage di Piazza Fontana
inaugura la lunga stagione di attentati e violenze di quella che venne chiamata in seguito
“strategia della tensione”. Nel corso di 33 anni vari processi si susseguono nelle più varie
sedi, concludendosi con sentenze che si smentiscono a vicenda. Giordana si sofferma proprio su questo e veicola attraverso il film il
senso di sdegno dovuto alle ingiustizie che fino ad oggi non hanno trovato giusta risoluzione. Alla fine tutti risulteranno assolti: la
strage di piazza Fontana per la giustizia italiana non ha colpevoli.
Il film, prodotto da Cattleya e Rai Cinema, è
quindi un forte j’accuse del regista
all’ipocrisia di quegli anni, ma non ricade nelle logiche farraginose del film storico; al con-
Romanzo di una
strage - Marco Tullio
Giordana - Italia,
2012
L'eccidio di Piazza
Fontana raccontato
da Marco Tullio
Giordana
Il 12 dicembre 1969,
alla Banca Nazionale
dell’Agricoltura
di
Piazza
Fontana,
esplode una bomba.
Muoiono 17 persone e ne rimangono ferite altre 88, insieme ad un Paese sconvolto da un
gesto tanto folle quanto estremo. Marco Tullio Giordana propone un film che si rivela essere una pagina di storia italiana riletta in
maniera accorata e senza alcun moralismo,
che lascia un grande interrogativo, ancora
oggi troppo ingombrante per essere ignorato.
Come in tutto il mondo, anche in Italia il
Biennio a cavallo del ’68 portò grandi trasformazioni ed una profonda crisi. Aleggiava
nell’aria la volontà di cambiamento di una società che aspirava ad una maggiore giustizia
sociale e questo non senza creare disagi, conseguenze di manifestazioni studentesche e
contestazioni operaie. Scontri, intimidazioni,
bombe “dimostrative” erano tutti eventi
all’ordine del giorno, i giornali in quel periodo piuttosto che parlare di cronaca, sembravano esporre un vero e proprio bollettino di
guerra ed in fondo non si era poi tanto lontani
da un vero e proprio confitto civile. A Milano,
nel novembre del 1969, a culmine di queste
violenze, proprio durante uno scontro tra manifestanti e polizia rimase sul suolo una vittima, Antonio Annarumma, agente delle forze
armate, e la questura del capoluogo lombardo,
così come il Governo, non esitarono minimamente a scaricarne l’intera colpa sulla pista
degli anarchici. Ma non si era ancora giunti
all’apice di quest’ondata di violenza.
Il 12 dicembre, alla Banca Nazionale
dell’Agricoltura di Piazza Fontana, esplode
una bomba. Muoiono 14 persone, che saliranno poi a 17 in tutto e ne rimangono ferite altre
88, insieme ad un Paese sconvolto da un gesto
tanto folle quanto estremo. Marco Tullio
9
tana?
Marco Tullio Giordana: Io non l'avrei saputo
fare prima ma ho dovuto liberarmi da tanti
pregiudizi creati dai depistaggi che hanno
mietuto vittime inconsapevoli. A 30 o 40 anni
non sarei stato capace di girare un film del
genere, c'è voluto tempo insomma. Ho dovuto
aspettare una certa maturità artistica. […]
Buona parte del film ruota sulla figura del
commissario Calabresi, come mai la scelta di
questo punto di vista predominante?
Marco Tullio Giordana: Sono stato interrogato da lui quando occupai il Berchet e ci tenne
sotto torchio per parecchio tempo ma mi rimase subito impresso per i suoi modi cortesi.
Aveva l'età di mio fratello, era un intellettuale, conosceva Marx e Bakunin. Poi ne avrei
visti tanti di poliziotti come lui ma all'epoca
era un’eccezione. Quando lui era in stanza
non era ammessa la violenza.
percorso. […]
Giordana, non ha il timore che questo film
possa essere considerato ideologico?
Marco Tullio Giordana: dire la verità non è di
parte o un qualcosa di ideologico, di partigiano. Questo è un grande film, recitato da un
cast pazzesco che non finirò mai di ringraziare per l’aiuto e per la dedizione che hanno apportato a ciascun personaggio. Non mi interessa minimamente dell’ideologia.
Aureliano Verità, Fanpage, 28 marzo 2012
trario, mantiene alta l’attenzione dello spettatore con ritmi concitati da thriller ed un cast
eccezionale in cui ritroviamo oltre ai due protagonisti, anche Laura Chiatti, nei panni della
moglie di Calabresi, e Michela Cescon in
quelli di Licia Pinelli, Fabrizio Gifuni nelle
vesti di Aldo Moro, Giorgio Colangeli (Federico Umberto D'Amato), Luigi Lo Cascio
(Giudice Paolillo), Giorgio Tirabassi,
nell’infausto ruolo del “professore” esperto di
scientifica e ferrato nell’insabbiare il caso, e
persino Luca Zingaretti in un breve cameo.
Romanzo di una strage si rivela essere una
pagina di storia italiana riletta in maniera accorata e senza moralismi, che lascia un grande
interrogativo, ancora oggi troppo ingombrante
per essere ignorato.
A Roma il cast ed il regista hanno presentato
il film in conferenza stampa, ecco le loro dichiarazioni a riguardo:
Per Giordana, riguardo al titolo del film, perché proprio il termine “Romanzo”?
Marco Tullio Giordana: è una parola che rimanda all’intervento di Pier Paolo Pasolini,
pubblicato sul Corriere della Sera nel 1974. In
quel testo Pasolini affermava di sapere con
certezza i “nomi dei responsabili di quello
chiamato golpe, ma di non avere le prove”.
Ecco, noi dopo quarant’anni abbiamo le prove
e possiamo fare i nomi di chi prese parte a
quegli attentati. Oggi possiamo finalmente dire che conosciamo la verità. La strage di piazza Fontana non può essere un punto di domanda e basta, la spiegazione di questa tragedia deve entrare a far parte della memoria collettiva del nostro Paese. Penso soprattutto ai
giovani, a quelli che non sanno nulla di questa
storia e che non sono introdotti all’argomento
né dalla scuola, né dai genitori, forse ancorati
ancora ai vecchi preconcetti. Loro hanno il diritto di sapere e un film assolve questo compito.
Come mai sono passati così tanti anni prima
di girare un film sulla strage di Piazza Fon-
In un memorabile articolo1, scritto un anno
prima di venire assassinato, Pier Paolo Pasolini affermava: «Io so, ma non ho le prove».
Oggi, passati più di quarant'anni, - dice Marco
Tullio Giordana – queste prove sono diventate
finalmente accessibili, a disposizione di
chiunque voglia davvero sapere.
È giunto il momento di raccontarle, di tirarle
fuori. È da questo desiderio di far luce su una
ferita nella coscienza civile mai più rimarginata che è nato il film Romanzo di una strage,
sulla tragedia di piazza Fontana, liberamente
10
tuire umanità alle persone, liberandole dalle
condizione di simboli”. È, forse, proprio questa la caratteristica peculiare dell'intera filmografia di Giordana: il diffidare dell'ideologia e
della funzione “didattica” del cinema. Lo ha
spiegato benissimo lui stesso in un'intervista a
Cinecritica2: “Quella di cinema civile mi
sembra una definizione riduttiva, anche perché considero i grandi registi che vengono
generalmente riuniti sotto quell'etichetta, innanzitutto cineasti che hanno fatto buon cinema. Penso ad esempio che Salvatore Giuliano (1961) di Francesco Rosi sia molto più
vicino a Citizen Kane (1941) di Orson Welles
che al giornalismo politico, anche di alto profilo, cui viene spesso apparentato. Per un politico varrà sempre il motto “la politique d'abord”, ma per un regista credo valga, invece,
il motto “le cinéma d'abord”. E ha aggiunto:
“Cinema civile è una definizione che mette
subito in allarme, come se il cinema fosse lo
strumento di propagazione dell'ideologia. Per
me è esattamente il contrario: considero il cinema come la dimostrazione dell'impraticabilità dell'ideologia, della sua profonda inattualità e inutilità dal punto di vista artistico. Il cinema, come diceva Bazin, apre la finestra sul
mondo, l'ideologia la chiude o la restringe”.
Chiarito ciò, non resta che avvicinarsi, senza
pregiudizi di sorta, ad un'opera che non vuole
spargere, come alcuni hanno scritto, un inaccettabile perdonismo generale ma essere,
semplicemente, il racconto di un testimone
oculare d'eccezione (quel giorno, Giordana
era uno dei tanti studenti sul tram che portava
alla Statale).
tratto dall'inchiesta di Paolo Cucchiarelli.
Giordana, già autore di pellicole di forte impegno civile come I cento passi (2001) o La
meglio gioventù (2003), rilegge la vicenda
della “madre di tutte le stragi”, proponendo,
insieme a Rulli e Petraglia, una “doppia pista”, a cavallo fra anarchici e neo fascisti, con
l'intervento di elementi deviati dello Stato: per
il regista e i suoi sceneggiatori, quel 12 dicembre del 1969 alla Banca dell'Agricoltura
di Milano esplosero non una, ma due bombe e
la morte del commissario fu voluta da chi voleva depistare le indagini. Tale ricostruzione
ha generato uno scontento bipartisan sui giornali: per L'Unità e Repubblica il film “santifica i protagonisti” mentre per Libero “uccide il
commissario Calabresi un'altra volta”. Infine,
il Giornale ha evidenziato la “reticenza” nella
“rievocazione della canea assatanata” con cui
“Calabresi fu costretto a misurarsi”, ossia “le
campagne d'odio di Lotta Continua”. In compenso, Romanzo di una strage ha avuto il riconoscimento e il sostegno dei parenti delle
vittime e il presidente dell'associazione che li
riunisce, ha dichiarato: “Mi sembra che dica
ciò che la Cassazione ha affermato nel 2005,
cioè che i responsabili della strage sono i fascisti veneti di Ordine Nuovo Franco Freda e
Giovanni Ventura”. Al di là delle inevitabili
polemiche, l'opera di Giordana costituisce,
senz'altro, uno dei rari film da vedere per poterne, poi, discutere: non è un'inchiesta e non
intende fornire un'impossibile verità umana
sui personaggi reali, ma, in modo plausibile,
cerca di trovare un filo che colleghi tanti indizi sparsi. In altre parole, il regista applica al
racconto una intelligenza, come direbbe Pasolini, “poetica”, prima ancora che politica. Romanzo di una strage è l'opera di un autore
che, sin dai suoi primi film - vd. Maledetti vi
amerò (1980) e La caduta degli angeli ribelli
(1981) - utilizza il cinema per raccontare il
proprio tempo, senza tesi da imporre o opzioni da far valere: sarà lo spettatore a riconoscersi in quei fatti o a rifiutarli, ad analizzare,
interpretare, esprimere un giudizio. Mario Calabresi, figlio del commissario, ha detto di
non aver ritrovato suo padre nel personaggio
interpretato da Valerio Mastandrea ma ha, altresì, parlato di un'opera “sulla linea del presidente Napolitano, che si è impegnato a resti-
Mariella Cruciani, Il Sole24Ore,
11 Luglio 2012
___________________
1
Il Corriere della Sera, 14 novembre 1974,
“Cos'è questo golpe? Il romanzo delle stragi”.
2
Cinecritica, n. 32, 2003.
11
all'impresa che in partenza sembra disperata.
Quando il risultato del suo lavoro l'avrà condotta alla conclusione che si trattò di omicidio, lo sperato colpo giornalistico scandalistico le cadrà dalle mani: i lettori ora esigono attualità sensazionali che non hanno niente a
che fare con le vecchie storie carcerarie di un
tempo ormai lontano! Non le resta che raccontare, con prudenza ed un po' alla volta, tutta la verità a Jan, il figlioletto di Marianne che
la madre aveva abbandonato per potersi dedicare completamente alla sua missione, in
quanto "una come lei non poteva badare ai
sentimenti!"
Anni di piombo Margarethe
Von
Trotta - Germania,
1981
Juliane e Marianne
Klein sono figlie di un
severo
pastore
protestante. La prima ha
un carattere duro e
orgoglioso;
lµaltra
sembra
mite
ed
ubbidente: come tale è
la preferita in famiglia.
Le adolescenti assistono esterrefatte alla
proiezione scolastica degli orrori perpetrati
dai loro connazionali nazisti nei famigerati lager ed al tempo stesso alle vergognose degradazioni umane per le quali milioni di innocenti muoiono di fame e di stenti. "Questo stato
di cose non può continuare": fanno la loro
scelta. Juliane lavora in un giornale femminista e fa politica; Marianne invece si unisce ad
un gruppo terroristico ed entra in clandestinità. Dopo qualche anno Marianne è arrestata.
La sorella nelle visite che le farà in carcere resterà sempre più scossa dalla irremovibilità
della sorella e dalle sue convinzioni della bontà d'una scelta che lei disapprova del tutto. I
diverbi e gli scontri rafforzano tuttavia il legame odio amore tra le due sorelle. Juliane
continua il suo lavoro politico, condotto con
metodi democratici, appoggiata dall'affetto
del suo amante Wolf; la sorella inizia un prolungato sciopero della fame che la porta agli
estremi. Mentre Juliane si trova in vacanza
Marianne viene trovata morta in carcere.
Il verdetto dell'indagine è inequivocabile: suicidio per impiccagione. La disperazione per
l'avvenuto e la convinzione che la causa della
morte sia ben altra portano la sorella alla ricerca puntigliosa della verità.
Il proposito la induce all'abbandono d'una vita
relativamente sicura e protetta per dedicarsi
Juliane e Marianne, due sorelle divise dalle
proprie scelte politiche. Entrambe contro il sistema, lottano però diversamente contro di esso: Juliane nella legalità come giornalista,
Marianne come terrorista fino al giorno della
cattura.
La vita intima delle due donne e delle loro
famiglie nella dura lotta quotidiana della vita.
Ma l'epilogo sarà tragico; a Juliane toccherà
rivendicare giustizia per la sorella morta impiccata in carcere. Questo film ha vinto il Leone d’Oro al Festival del cinema di Venezia
nel 1981. È la storia di due sorelle Juliane e
Marianne che vivono gli anni della rivolta
contro il passato nazista e i suoi orrori e che si
fanno portavoce di un modo nuovo di vedere
il mondo. Juliane sceglie la via della legalità
con la sua attività di giornalista, mentre Marianne partecipa ai gruppi armati e compie attentati.
L’attenzione della regista si focalizza maggiormente sul rapporto tra le sorelle, un rapporto che sussiste fin dall’infanzia e che si basa anche nell’oggi sul ricordo vissuto di queste origini (la von Trotta insiste nell’utilizzo
di flash-back che sottolineano questo passato
e ne rendono partecipe lo spettatore). È un legame che vive anche nelle piccole cose, in
12
quel rapporto fraterno che supera anche il divario ideologico che permane tra e due sorelle.
A fare da sfondo la vita della famiglie di Juliane e di Marianne che ne escono spaccate e
distrutte. Jan, il figlio di Marianne, affidato ad
un’altra famiglia dopo la fuga della madre e la
morte per suicidio del padre, deve fare i conti
con la figura materna, in quanto rischierà di
morire ustionato per una ritorsione da parte di
dissidenti
verso
l’attività
politicorivoluzionaria di Marianne. La zia si farà carico di svelare a Jan la verità sulla madre.
Stilisticamente è un film ben architettato, che
non lascia tempo allo spettatore di annoiarsi,
ma segue costantemente la vita delle protagoniste (in primis Juliane) nel tentativo di portare in evidenza la vita intima di chi ha sofferto
e ha fatto soffrire per le proprie idee politiche.
Toccanti le immagini dell’Olocausto mostrate
nelle scene di flash-back, con inserti di documentari memorabili come Notte e Nebbia di
Alain Resnais.
Rimane l’interrogativo di come chi abbia vissuto da vicino l’Olocausto o abbia visto quelle
immagini possa poi impegnarsi in una lotta
armata altrettanto sanguinosa e portatrice di
dolore. Sicuramente questo interrogativo affiora in Juliane che non smette tuttavia di amare la sorella e di combattere perché le sia
resa giustizia dopo la sua morte in carcere. La
vicenda narrata ha delle basi storiche nella vicenda della giornalista e attivista tedesca Ulrike Meinhof, vicenda che è recentemente
tornata alla ribalta con il film La Banda Baader-Meinhof di Uli Edel, candidato agli ultimi
Oscar come miglior pellicola straniera. Da
notare la superba interpretazione del trio di
attori Vogler - Sukowa - Lampe che tengono
la scena perfettamente e polarizzano
l’attenzione dello spettatore per tutta la durata
del film.
Francesco Carabelli, Storia dei film
minando le cause, rendesse vani altri possibili
tentativi di ricatto armato verso lo Stato tedesco. Sembrava infatti improbabile che avessero potuto togliersi la vita persone sorvegliate a
vista giorno e notte in una struttura modernissima. Il funerale dei terroristi fu filmato da un
gruppo di cineasti tedeschi e divenne "Germania in autunno", la testimonianza della fine
di un'epoca e di un movimento di contestazione dissolti da una dura e capillare repressione,
oltre che dei rovinosi effetti della lotta armata,
scelta e praticata da alcuni. Proprio durante
queste riprese Margarethe Von Trotta conosce
Christiane Ensslin e dai suoi racconti la regista, che aveva già pensato di girare qualcosa
su Gudrun Ensslin e Ulricke Meinhof, ricava
un prezioso punto di vista soggettivo.
Due le protagoniste del film, due sorelle che
sembrano tanto opposte da non poter appartenere alla stessa casa, allo stesso mondo. Perché possano incontrarsi occorre infatti la morte, o, almeno, il presagio della sconfitta di una
delle due. La regista non ha timidezze verso il
cinema classico e non si concede trasgressioni
formali, ma costruisce lo spessore del suo
sguardo con massima intensità. Cita spesso
(Bergman nei volti che si sovrappongono sul
vetro), non ha paura dei sentimenti che anzi
sottolinea con la musica e insiste poco dove
ritiene che sia sufficiente un accenno (le
femministe hanno qualche cartello ed i terroristi portano gli occhiali scuri anche di notte).
Lavora sui corpi più che sulla psicologia e tutto viene mostrato più di quanto non sia detto.
Dunque centralità dell'attore, ma anche muri,
vetri, suoni distorti e citazioni pittoriche (Masaccio, le deposizioni) e fotografiche (la foto
del Che morto in Bolivia).
Gianni Furlanetto, cineclub.it
L'occasione da cui scaturisce l'idea del film è
la morte in carcere, il 18 ottobre 1977, di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jean Carl Raspe; Imgard Möller è in fin di vita. I quattro
sono terroristi, tra i fondatori della RAF, e la
tesi ufficiale della loro morte è il suicidio.
Molti però sospettano un'esecuzione che, eli-
Il 16 marzo 1978 Aldo
Moro, presidente della
Democrazia Cristiana,
venne sequestrato dopo
l'eliminazione
della scorta - dal
gruppo armato delle
Buongiorno notte Marco Bellocchio Italia, 2003
13
Brigate Rosse. Il suo cadavere fu ritrovato il 9
maggio 1978, all'interno del bagagliaio di una
Renault rossa, in una strada situata tra la sede
della Dc e quella del Partito Comunista. A
codesto episodio, tra i più tragici e traumatici
nella storia politica dell'Italia repubblicana,
sono già stati dedicati due film - Il caso Moro,
diretto nel 1986 da Giuseppe Ferrara, ed il recente Piazza delle Cinque Lune di Renzo
Martinelli - e molti libri: ad uno di essi, Il prigioniero, scritto assieme a Paola Tavella da
Anna Laura Braghetti, custode del recluso e
della casa di via Caetani, si è liberamente ispirato Marco Bellocchio per “Buongiorno, notte” (il titolo è tratto da un verso di Emily Dickinson). Il regista piacentino ha scelto di analizzare il rapporto fra il segregato ed i suoi
carcerieri attraverso il punto di vista di Chiara, giovane terrorista preposta alla sorveglianza del prigioniero: la sua vita, divisa tra l'impiego in biblioteca e la gestione della casa fare la spesa, cucinare, occuparsi dei propri
compagni - da una parte, i rituali del “processo” intentato a Moro e l'attesa messianica di
una sollevazione delle masse dall'altro, percorre i sentieri d'una dissociazione appena latente che ogni tanto s'appalesa in manifestazioni d'ira (con un collega) o di commozione
(le lacrime nell'ascoltare la missiva di Moro al
papa). Mentre i telegiornali scandiscono il
succedersi degli eventi esterni, dalla pena di
morte sollecitata a caldo da alcuni politici all'alta invocazione di Paolo VI, la vicenda procede verso il suo tragico esito: Moro va verso
la propria fine, non prima che l'immaginazione ci abbia mostrato - nella pagina più bella
del film - un esito diverso, egli che va via libero, camminando a passo sostenuto e quasi
gioioso per le vie della città. Ispirato, a tratti
commovente, “Buongiorno, notte” trova in
Maya Sansa una protagonista duttile e dotatissima; Roberto Herltizka è indimenticabile nel
rendere il dolente itinerario cristologico del
proprio personaggio.
Francesco Troiano,
Italica - Rai Internazionale
te della Dc e ripercorre la storia delle Br.
Che è anche quella della sua vita.
«Radio e televisione erano accese. Poco dopo
le nove, fu il frastuono assordante degli elicotteri che si alzavano su Roma a dirmi che
tutto era successo. Non resistevo più, non riuscivo a restare in casa. Scesi la breve rampa di
scale verso il portone d’ingresso» . Così inizia
Il prigioniero (appena riedito in edizione economica da Feltrinelli), che racconta il sequestro Moro, attraverso lo sguardo e le parole di
Anna Laura Braghetti, colei che comperò e
arredò la casa di via Montalcini, nella quale fu
tenuto prigioniero il Presidente della Dc. E
questa è anche una delle scene iniziali del film
di Marco Bellocchio, Buongiorno, Notte, che
da questo libro liberamente è tratto. Si tratta
di un incipit - infatti - che segna l’andamento
di tutta la vicenda, sia nella ricostruzione della
brigatista, che in quella del regista.
Paura, angoscia, entusiasmo, concitazione,
dubbi, esaltazione mista ad abbattimento, perenne sensazione di stravolgimento. Sono
questi i 55 giorni della prigionia di Moro per i
suoi carcerieri, ed in particolare per quella
particolare carceriera, ventitreenne impiegata
piccolo borghese, entrata nella lotta armata
più per contiguità affettive che per vere e proprie valutazioni politiche, schiacciata tra una
fede ideologica che ne annulla le emozioni, ne
indebolisce le percezioni, uccide la sua umanità, travolge vite altrui (fino al punto di portarla ad eseguire in prima persona e a sangue
freddo l’omicidio di Vittorio Bachelet nel
1980) e una sensibilità che le viene riconosciuta da tutti (da Moretti che nelle sue interviste la chiama “Lauretta” ad Adolfo, il fratello gesuita di Bachelet, che la guida verso la
strada della redenzione), ma che rimane costantemente repressa e mai trova una via
d’uscita.
Una via d’uscita che in qualche modo - invece
- le dà Bellocchio nella finzione. Il personaggio che si rifà alla Braghetti, Chiara (interpretata da Maya Sansa), appare molto più travagliato, più vicino ad una presa di posizione
diversa da quella degli altri tre carcerieri
(Germano Maccari, Prospero Gallinari e Mario Moretti, nel film rispettivamente Primo,
Ernesto e Mariano) rispetto a come la stessa
Il sequestro Moro: scavo psicologico e risvolti
“affettivi”
Il prigioniero di Anna Laura Braghetti racconta i 55 giorni della prigionia del Presiden14
Buongiorno, Notte non è un film di denuncia
politica in senso stretto: porta avanti più una
denuncia esistenziale, un’istanza di umanità e
di valori che tutti allora tradirono. E la denuncia è quasi implicita, semplicemente contenuta nel racconto dei fatti. Se i discorsi di Moretti a Moro appaiono deliranti, non meno impietoso è il giudizio sui politici italiani, che
nelle immagini finali del film, riprese dai telegiornali dell’epoca, appaiono pallidi e quasi
ridicoli, in quei funerali di Stato che Moro aveva dichiarato espressamente di non volere.
Il film approfondisce, interpreta, trasforma,
ma certamente il libro della Braghetti aveva
già di suo un’attenzione particolare ai risvolti
psicologici, umani, addirittura sentimentali
della storia del sequestro Moro e più in generale di quella delle Br. Il Prigioniero (scritto
con la collaborazione della giornalista Paola
Tavella) è una sorta di autobiografia nella
quale la protagonista racconta molti dei momenti cruciali della sua esperienza di brigatista, dall’adesione alla lotta armata al carcere,
descrivendo la sua passione spesso attonita
davanti agli eventi e soprattutto la sua affezione nei riguardi dei compagni di lotta, ma
senza riuscire mai a spiegare davvero le motivazioni politiche delle sue scelte. Leggendola,
si viene pervasi da un senso di angoscia quasi
insostenibile di fronte a questa ragazzina, che
ad un certo punto - raccontando il suo timido
tentativo di convincere gli altri ad aspettare
ancora un po’ prima di uccidere Aldo Moro scrive: «Ma non avevo esperienza sufficiente,
né, del resto, ho mai avuto un gran talento politico, nonostante per l’ideologia abbia sprecato la mia vita e quella di altri». E poco dopo,
scartata l’ipotesi di andarsene, di abbandonare
la prigione e l’intera lotta armata: «Perché rimasi? Me lo sono chiesta tante volte, e mai ho
trovato una risposta. O, forse, oggi non mi basta la risposta che mi diedi quella notte. Semplicemente, ci credevo. La fede rivoluzionaria, unita all’autodisciplina e alla necessità di
brigatista descrive di essere all’epoca dei fatti:
stravolta, piena di incomprensione per quello
che le sta succedendo intorno, ma tutto sommato convinta della sua scelta e pronta ad avere fiducia nelle opinioni dei suoi compagni.
Uno dei momenti più potenti e commoventi
del film di Bellocchio, per esempio, è il sogno
nel quale Chiara rivive, rivede tante esecuzioni di partigiani, associandoli a Moro. Una sequenza che trasfigura un passaggio, accennato, del libro della Braghetti: «Lessi alcune lettere. Mario non ce le nascondeva di certo. Erano terribili. Mio malgrado mi richiamavano
alla mente quelle dei condannati a morte durante la Resistenza, raccolte in un libro che
mio padre teneva in casa e che avevo letto anche a scuola, versando lacrime di rabbia e
domandandomi, talvolta, come mi sarei comportata in analoghe circostanze. Adesso il carceriere ero io. Non dovevo pensarci. Non volevo pensarci».
Come in questo caso, in moltissimi altri, Bellocchio ha lavorato sui dettagli. Descrivendo
il contenuto delle borse di Moro, prese dai sequestratori, la Braghetti scrive: «Nella seconda pratiche ministeriali, il testo del progetto di
riforma della polizia, lettere di raccomandazione e di ringraziamento, e, particolare che
mi colpì moltissimo, la sceneggiatura di un
film». Quella sceneggiatura, nella pellicola di
Bellocchio, si intitola Buongiorno, notte, e ne
è autore un collega d’ufficio di Chiara, che
verrà arrestato dalla polizia con motivazioni
che non vengono chiarite e che fanno aleggiare su tutta la vicenda un’ulteriore aura di mistero.
Spesso, dunque, il film prende spunto da parole, osservazioni del libro a volte quasi casuali, per scavare nelle anime e nelle dinamiche psicologiche dei personaggi, aggiungendovi una dimensione onirica, che culmina nel
sogno finale della protagonista: Aldo Moro
liberato da Chiara, cammina vivo e tranquillo
per le vie di Roma.
15
tega in grado di mantenere il controllo dei
nervi mentre tutti gli altri lo perdevano, di un
politico abbandonato, sacrificato dal suo partito e dai suoi amici, ma anche di un uomo intelligente, mite e gentile. Ma un uomo verso
cui non poteva prevalere la pietà. E non solo
per questioni di ordine “politico”. Scrive ancora la Braghetti: «Nonostante tutto, il dolore
di Moro non era ignoto e indifferente né a me
né agli altri. Per ognuno, infatti, l’angoscia
dell’ostaggio ne risvegliava una segreta e personale, dalla quale dovevamo difenderci. Varcando la soglia della lotta armata tutti avevamo saputo più o meno lucidamente di compiere un passo grave e in certa misura irreversibile. Tutti avevamo lasciato persone alle quali
eravamo legati».
Wanda Marra, RaiLibro
mettere le mie emozioni al secondo posto,
sperimentate fin dall’infanzia, erano più forti
di qualunque altra cosa. E poi, avevo fiducia
in Moretti e in Prospero».
In un articolo su Repubblica del 15 settembre,
Marco Bellocchio ha risposto ad alcune delle
polemiche politiche che hanno accompagnato
il suo film, e in particolare a quelle di chi l’ha
ritenuto indulgente con le Br. Ribadendo il diritto dell’elaborazione artistica alla libertà di
rappresentazione e la possibilità, non aderendo alla verità storica, di restituire una verità
più profonda, ha scritto: «Ho un’idea molto
precisa, piuttosto: nel film delle Br si dice
“folli e stupide”, è una definizione in cui credo. Moro, nella sua moderazione democristiana, aveva una percezione della realtà molto
più nitida, concreta, umana della loro».
Per quanto la stima soprattutto verso Moretti,
personaggio che Bellocchio dipinge chiaramente come ottuso e rigido, appaia evidente e
intatta anche ne Il Prigioniero, di questa incapacità delle Br di comprendere la realtà che
volevano cambiare, parla anche la Braghetti:
«Quando Mario ci interpellò chiedendo la nostra opinione sulle dichiarazioni di Moro, il
mio contributo fu uguale a zero. Ma anche lui
e gli altri, rispetto ai quali mi sentivo - ed ero
- inesperta, non se la cavavano molto meglio.
Moro era il massimo virtuoso di un linguaggio che ci trovava orgogliosamente analfabeti
[…] Capimmo, però, quale era davvero il ruolo di Moro. Un po’ lo spiegò lui, dicendo a
Mario di essere il politico della maggioranza
più inviso agli americani per l’apertura ai comunisti, e poiché l’Italia era un paese sotto
l’influenza degli Usa, a livello internazionale
nessuno avrebbe mosso un dito in suo favore.
Un modo di alludere al fatto che eravamo stati
dei poveri tonti».
E la figura di Moro si staglia, sempre di più
anche nelle pagine del libro, come quella
dell’unico in grado di capire veramente il panorama italiano, come quella di un fine stra-
Moro "Revisited"
Bellocchio reimmagina il caso Moro: rinvenuta una chiave, il misurato dividersi tra un approccio realistico - alla base del film il libro Il
Prigioniero della brigatista Braghetti - e uno
più libero e fantasioso(\fantasmatico), il regista si addentra nella vicenda percorrendola a
modo suo, reinterpretandola, arricchendo il
dato cronachistico di inventivi chiaroscuri.
Poco politico e più psicologico, moderatamente storico e molto immaginoso, il film è
un gesto creativo infedele che Bellocchio
compie nei confronti di una tragedia sfogliata
in questi anni fino all'estenuazione. Nelle sue
mani la vicenda diventa oggetto ingiudicato e
ingiudicabile che il cineasta pone in una dimensione alternativa impossibile, nell'intento
di contraddire la nota fatalità storica del rapimento e dell'esecuzione dello statista, di rifiutare utopisticamente di subirla. In questa coraggiosa scelta di una visione personale, quasi
romantica e a tratti irreale, l'autore riesce a riproblematizzare l'esausta questione rioberandola di domande, molto più di quanto una
qualsiasi, asettica ricostruzione storica riusci-
16
rebbe a fare. Bellocchio, partendo dalla cronaca (il film gli è stato commissionato dalla
RAI) anziché ossequiarla, la piega alla sua
poetica, ne fa "suo" cinema, imponendole il
suo stile e il suo gusto per certe cariche atmosfere (e in realtà se una cosa può essergli rimproverata è di non aver completamente affondato il colpo, di non aver optato radicalmente,
come ha scritto giustamente Sesti, per "una
scelta pericolosa"); costruisce a dovere un
personaggio che resta - quello della terrorista
Chiara, scissa tra l'ideale della rivoluzione
armata e l'istinto umano e pietistico -; concentra claustrofobicamente gran parte del dramma tra le mura dell'appartamento dei terroristi,
restituendone i momenti quotidiani (i pasti, il
sonno, le parole) e disegnando il ritratto di un'inquietante famiglia clandestina; spia il rapito, lo svela pian piano, facendo di quel buco
praticato sulla porta della sua prigione, l'occhio privilegiato non solo della protagonista
ma anche di uno spettatore che più di una volta resterà attonito (le scene oniriche in cui
Moro passeggia per la casa e in cui, a detta
dello stesso cineasta, si manifesta il fantasma
di suo padre, cui il film è peraltro dedicato); si
concede un sipario metafisico (l'ironico quadretto della seduta spiritica in cui lo spirito
Bernardo - Bertolucci, ha ammesso il regista sbeffeggia gli astanti); dissemina il film di segni traditori e contraddittori (i terroristi che si
fanno il segno della croce). E nel finale,
quando le evocatrici note di Shine on you
crazy diamond e The Great Gig in the Sky dei
Pink Floyd (Wish you were here è del 1975,
The Dark Side of the Moon del 1973) raggiungono l'acme, la sequenza di Moro libero
per le strade seguita da quella in cui si approssima la sua esecuzione sanciscono icasticamente la commistione che ha nutrito l'intero
film, ne sintetizzano mirabilmente gli assunti,
espongono con semplicità ammirevole la
scomoda convivenza delle due anime dell'opera.
Le vite degli altri Florian Henckel von
Donnersmarck
Germania, 2006
Le Vite degli Altri
distrutte dalla Stasi
e la Storia (dimenticata)
rivive in un film
Il regista (Oscar per la
migliore opera straniera):
«In
Germania
tutti
preferiscono rimuovere».
E per fare un parallelismo con l'Italia, cita lo
scandalo delle intercettazioni.
ROMA - È un caso davvero unico, nel panorama internazionale: un regista europeo (tedesco) praticamente sconosciuto, che col suo
debutto su grande schermo ottiene un incredibile successo, in tutto il mondo. Aggiudicandosi una pioggia di premi, dai cosiddetti oscar
europei all'Oscar vero e proprio, per la migliore pellicola straniera. Un exploit singolare, anche perché il film - bellissimo - affronta
un tema oscuro, difficile, certo non popolare:
le persecuzioni e lo spionaggio indiscriminato
a opera della Stasi, la famigerata polizia segreta della Ddr. Una tragedia che ha pesato
per decenni sulla popolazione della Germania
Est, e che poi, dopo la caduta del Muro, è stata rimossa, oscurata.
Ma adesso, a squarciare il velo, ci pensa il cinema. Anche se Le Vite degli Altri - questo il
titolo del film, diretto dal debuttante Florian
Henckel von Donnersmark, classe 1973, […]
- non è affatto una storia a tesi, ideologica.
No, la sua forza è proprio nell'umanità e nella
verità dei suoi personaggi principali. Oltre che
nell'andamento da thriller, in cui si sta col fiato sospeso per le sorti dei protagonisti.
Siamo a Berlino est, nel 1984: il capitano
Gerd Wiesler (Ulrich Muhe, bravissimo) è un
ufficiale della Stasi, freddo, idealista, abilissimo a interrogare sospetti e a farli crollare.
Viene contattato da un alto dirigente molto
carrierista, il colonnello Anton Grubitz (Ulrich Tukur), che gli dà l'incarico di sorvegliare a tempo pieno lo scrittore e drammaturgo
Georg Dreyman, fiore all'occhiello del regi-
Luca Pacilio,
Gli spietati - Cinema on line
17
Per questo l'autore ha visionato tantissimo
materiale, e anche parlato con ex dirigenti della Stasi: «In nessuno di loro - racconta - ho
visto il minimo rimorso. Un ufficiale, ad esempio, mi ha detto: “Era la guerra fredda, e
in guerra ci sono altre regole”. Insomma, usava il concetto della guerra come scusante per
tutto quello che aveva fatto». Un atteggiamento di rimozione che, paradossalmente, unisce i
carnefici alle vittime. «Per legge, in Germania
- racconta ancora il regista - tutti i cittadini
dell'ex Ddr hanno diritto a consultare il fascicolo contro di loro della Stasi. Ebbene, solo il
10 per cento ha usato questa possibilità: gli
altri preferiscono dire che in fondo allora si
stava meno peggio di quanto si dice. Per non
parlare dei collaboratori della polizia segreta:
erano duecentomila, solo due o tre lo hanno
ammesso. Gli altri sostengono che il loro risultare collaboratori era una bugia messa in
giro proprio dalla Stasi!».
Tra i pochi che hanno voluto subito vedere il
proprio fascicolo c'è l'attore Ulrich Muhe,
protagonista e vero eroe del film. Che ha così
scoperto di essere stato spiato sia dalla moglie, sia da quattro membri della sua compagnia teatrale. Circostanze dolorosissime che
spiegano - insieme al talento professionale - la
sua straordinaria interpretazione del tormentato capitano Wiesler.
Certo, resta il fatto che, al di là del contesto
storico ricostruito così dettagliatamente, Le
Vite degli Altri - come ammette il suo stesso
autore - «tratta un tema universale: le organizzazioni di potere che violano la nostra
privacy. È quello che è successo a voi in Italia, con lo scandalo delle intercettazioni. E
che ha spinto Sidney Pollack a chiedere i diritti per il remake del mio film: ambientandolo però nell'America attuale. Quella del
Patriot Act».
Claudia Morgoglione, laRepubblica,
2 aprile 2007
me. La cui unica colpa è essere il compagno
dell'attrice teatrale Christa-Maria Sieland
(Martina Gedeck), donna sensuale, tormentata
e dipendente dalle pillole, di cui si è invaghito
il ministro della Cultura (Thomas Thieme).
Per Wiesler, almeno in apparenza, un lavoro
come un altro. E anche poco interessante, visto che Dreyman è attentissimo a non fare
nulla che possa spiacere al regime. Le cose
però cambiano quando un suo amico dissidente, il regista Albert Jerska, muore suicida; allora lo scrittore prende coraggio e decide di
inviare clandestinamente un suo articolo di
denuncia, al di là del Muro. Una scelta che
porterà anche l'uomo che spia ogni sua mossa
a cambiare atteggiamenti, modi di pensare,
certezze. E solo dopo alcuni anni, con la riunificazione della Germania, la verità verrà a galla...
Il tutto in un film cupo, noir, in parte romantico, vista la storia di passione e disperazione
che unisce lo scrittore e l'attrice. Girato nei
veri luoghi simbolo della Ddr, come l'ex quartier generale della Stasi. Frutto di anni di ricerche, da parte del regista e sceneggiatore.
Ricco di particolari realistici, sulla Germania
comunista: dalle prostitute di regime, usate
per alleviare la solitudine degli ufficiali della
Stasi, al modo di condurre gli interrogatori dei
sospettati. E, soprattutto, efficace nel rendere
quella atmosfera di sottile paura, di terrore vero anche se sottotraccia, in cui vivevano i cittadini. E che Henckel von Dommersmark,
malgrado la giovane età, ricorda bene: «I miei
genitori erano entrambi dell'Est - racconta oggi, alla presentazione italiana del film - ma erano andati all'Ovest prima della costruzione
del Muro. A volte, però, ci portavano dall'altra parte, a trovare i parenti: ricordo bene la
paura che provavamo, ogni volta. E anche l'atteggiamento di chi viveva lì, quel tenere sempre gli occhi bassi».
Il suo, però, non è un film biografico. Ma un
tentativo - riuscito - di raccontare quegli anni.
18
henschönhausen fosse stato esposto ad alte
dosi di radiazioni che gli avrebbero causato in
seguito il tumore di cui è morto. La stessa rara
forma di leucemia è stata riscontrata in altri
due dissidenti tedeschi imprigionati dalla Stasi e morti poco tempo dopo Fuchs.
Dopo la caduta del Muro di Berlino
nell’ottobre del 1989, alcuni membri dei comitati dei cittadini della Germania dell’est occuparono le prigioni di tutto il paese;
all’interno furono effettivamente trovate apparecchiature per i raggi X non nelle sale mediche, ma dove venivano fotografati e schedati i
prigionieri. Thomas Auerbach, che lavora
come ricercatore per l’autorità statale che sta
investigando sulla Stasi, ricorda di aver già
visto apparecchiature simili durante un sit-in
di protesta in una prigione prima del 1989. Lo
studioso dichiara di avere visto documenti che
provano l’esistenza di esperimenti all’interno
delle prigioni per studiare gli effetti delle radiazioni come mezzi di avvelenamento o sabotaggio.
L’organizzazione della Staatssicherheit poteva contare su 80.000 agenti segreti e 300.000
informatori, i cosiddetti inoffizielle Mitarbeiter. Due ex ufficiali della Stasi, Peter Pfütze e
Gotthold Schramm, hanno presentato al pubblico nel mese scorso due monografie sulla
polizia segreta della DdR. Naturalmente la
versione dei due agenti è diversa: tutti i prigionieri furono trattati umanamente e tutti
confessarono di aver commesso dei reati. Il
punto è non tanto se hanno confessato, semmai se hanno veramente commesso il reato.
Un altro sostenitore dell’opera della Stasi è
Gregor Gysi, co-presidente insieme a Oskar
Lafontaine della Linkpartei, il partito di estrema sinistra in Germania. In un’intervista
al quotidiano Die Welt il politico prende le difese dell’organizzazione, cercando di sdrammatizzare le toccanti immagini del nuovo film
di Florian Heckel Le vite degli altri. Il film è
una denuncia nei confronti dei “carnefici”, gli
ex ufficiali della Stasi che, come scrive Paolo
Valentino del Corriere della Sera, “provano a
riscrivere il passato, tacendo le loro responsabilità in libri pieni di buchi e di menzogne.”
L’archivio della Normannenstrasse contiene
riferimenti a più di 3 milioni di cittadini della
ex DDR, in rapporto di uno a cinque con
LE PRIGIONI DELLA STASI
La verità su Bautzen e su gli altri luoghi di
tortura
Nel 2005 più di 140.000 persone hanno visitato il Memorial del Berlin-Hohenschönhausen,
nella periferia nord-est di Berlino, che durante
il regime socialista nella DdR era una prigione della Stasi, la Staatssicherheit, la polizia
per la “sicurezza nazionale” nella Repubblica
democratica tedesca.
All’inizio dell’anno il direttore del Memorial
di Berlino, Hubertus Knabe, ha reso noto che
dalle statistiche della pagina web dedicata al
Memorial risulta una netta prevalenza di visitatori stranieri, indice del fatto che all’estero
c’è un crescente interesse per la storia della
dittatura comunista nell’ex Germania dell’est.
Alla pagina www.stiftung-hsh.de è possibile
scaricare informazioni sulla storia della ex
prigione; in loco sono effettuate visite guidate
oltre che in lingua tedesca, in inglese, francese, spagnolo, danese, norvegese, polacco e ceco. Fino all’apertura degli archivi nella DdR è
stato possibile apprendere la verità sulla condizione dei prigionieri politici perseguitati
dalla Stasi solo attraverso le testimonianze di
chi è sopravvissuto o è riuscito a scappare
nella Germania ovest, come lo scrittore Utz
Rachowski, condannato nel 1979 e liberato
grazie all’intervento della diplomazia della
BRD (Repubblica Federale Tedesca) nel
1980. Rachowski visita regolarmente le scuole tedesche per raccontare agli alunni cosa ha
significato per lui essere arrestato a 16 anni e
interrogato dagli agenti della Stasi.
La prigione della Stasi fu chiusa nel 1990,
qualche mese dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del governo di Honecker; tra i
suoi più famosi “detenuti” la dissidente Vera
Lengsfeld, il giornalista ed esperto di Stasi
Karl Wilhelm Fricke, il musicista Christian
Kunert, componente del gruppo Klaus Rentft
Combo che, a causa delle canzoni in opposizione con la leadership della DdR, fu bandito
dalla Germania dell’est. I capi d’accusa più
ricorrenti erano: tentativo di fuga, propaganda
o satira contro il regime.
Un altro scrittore Jürgen Fuchs, morto di leucemia, era fermamente convinto che durante
gli anni di prigionia nel penitenziario di Hö19
permanente di documenti e foto delle vittime
della persecuzione politica nella Germani
dell’est.
Leila Tavi, inStoria
l’intera popolazione di allora; un’estensione
che può essere quantificata con ben 200 chilometri di carta.
Un’alta prigione della Stasi si trovava nella
cittadina medievale di Bautzen, un ameno
luogo nell’alta Sassonia, vicino a Dresda, con
una millenaria storia, ma che durante il regime era famosa solo perché ospitava due dei
penitenziari più famigerati della Stasi. A Bautzen sono stati imprigionati dal 1956 al 1989
molti oppositori del regime tra cui Erich Loest, Walter Janka e Rudolf Bahro. A Bautzen
si trovavano due prigioni: Bautzen I e Bautzen II, ufficiosamente sotto il controllo della
direzione del Ministero della sicurezza di Stato; Loest, Janka e Bahro furono detenuti a
Bautzen II. Bautzen I, situata a nord, era soprannominata “la miseria gialla” per il colore
dei suoi mattoni; già durante il periodo nazista
tra il 1933 e il 1945 fu luogo di detenzione
degli oppositori politici del Nazionalsocialismo, tra cui Ernst Thälmann, il capo del Partito comunista tedesco. Durante l’occupazione
sovietica tra il 1945 e il 1950 fu utilizzata
come campo speciale per i prigionieri di guerra nazisti e gli oppositori di Stalin. Con il passaggio all’amministrazione tedesca nel 1950
fu sotto il controllo del Ministro della giustizia, poi nel 1951 passò al Ministero
dell’interno e infine dal 1956 al 1989 al Ministero della sicurezza di Stato.
Migliaia di persone furono detenute a Bautzen
in condizioni inumane e sottoposte a torture;
almeno 2.700 prigionieri perirono durante la
prigionia e furono sepolti sul Kaninchen Hügel, la “collina del coniglio”, dove oggi si trova una cappella in memoria delle vittime di
Bautzen.
Nel penitenziario di Bautzen II negli anni
Sessanta furono accusati di spionaggio anche
alcuni cittadini italiani tra cui Graziano Bertussin e Nicola Marcucci; altri italiani furono
accusati di calunnia: Pasquale Cervera, Antonio Di Muccio ed Ernesto De Persilis; altri
ancora di tratta di uomini: Elena Sciascia e
Pietro Purcu. Bruno Zoratto nel suo Gestapo
rossa. Italiani nelle prigioni della Germania
est descrive la condizione dei detenuti italiani
nelle prigioni della Stasi.
Oggi Bautzen II, l'ex Stasi-Knast, è divenuta
un “centro della memoria” con un’esposizione
Munich - Steven
Spielberg - USA
2005
Durante le Olimpiadi
di Monaco del 1972,
un commando di
estremisti palestinesi
fa
irruzione
nel
villaggio olimpico e
prende in ostaggio
undici atleti israeliani,
che rimarranno uccisi
durante un blitz della polizia tedesca. A seguito del tragico evento, il primo ministro israeliano Golda Meir, decide di costituire un
gruppo di vendicatori che avrà il compito di
trovare i mandanti dell'attentato e di sterminarli.
Ci sono voluti otto anni di ricerche, e un altro
anno e mezzo per la stesura della sceneggiatura, basata sul romanzo Vengeance di George
Jonas, per raccontare le conseguenze dell'attentato che costò la vita a undici atleti israeliani durante le olimpiadi di Monaco del '72.
A dirigere un'operazione tanto articolata,
quanto pericolosa non poteva esserci che Steven Spielberg, il cineasta ebreo più impegnato
nel raccontare la storia della sua gente
(Schindler's List), che alterna da sempre film
di impegno sociale e civile ad altri di mero intrattenimento.
Il film, come il romanzo da cui è tratto, affronta il complicato susseguirsi degli eventi
scaturiti dall'attentato di Monaco, e racconta
la storia di una missione di vendetta, voluta in
primis dal primo ministro israeliano dell'epoca Golda Meir, che si assunse tutta la responsabilità dell'estrema e ardita decisione di trascinare uno Stato a livello di mandante di una
lunga serie di brutali assassinii. Per questa
operazione, battezzata "Ira di Dio", furono
scelti cinque uomini che non erano killer di
professione, ma persone normali specializzate
20
dono al sangue con altro sangue; Ebrei e Palestinesi sono posti sullo stesso piano e il regista non prende posizioni, ma si interroga sui
risultati che otteniamo dalle nostre azioni, sul
fatto che siano o no veramente quello che vogliamo e che spesso gli esiti imprevisti sono
quelli che più tormentano le nostre coscienze.
Girato in Israele e in mezza Europa, fra cui
anche Roma, il film, pur accompagnato da
molte polemiche da parte degli Ebrei, ha ottenuto cinque candidature all'Oscar, fra cui miglior film, regia e sceneggiatura.
Lo stato delle cose, affiliato FICC
ognuna in settori diversi utili alla pianificazione degli omicidi, di diversa nazionalità
(Sud Africa, Germania, Francia e naturalmente Israele), uomini integri e moralmente integerrimi, che pian piano cominciano ad avere
dei dubbi sulla legittimità delle loro azioni. A
capo del gruppo c'è Avner, giovane ufficiale
del Mossad, i servizi segreti israeliani, che più
di tutti rappresenta la divisione morale e il
senso di colpa comune a tutti i componenti la
missione.
Gli archivi dell'inchiesta sugli eventi di Monaco sono coperti dal segreto di Stato, quindi
sia il romanzo che il film sono in gran parte
frutto di finzione, pur basandosi su almeno tre
fatti conclamati e realmente accaduti: l'attentato stesso architettato dagli estremisti palestinesi di Settembre Nero, la decisione di
Golda Meir di istituire l'operazione "Ira di
Dio", e il fatto che molte delle persone coinvolte nell'attentato furono uccise nei mesi
successivi. Tutto quello che vediamo nel film,
i dettagli, le ricostruzioni, i momenti degli assassini sono opera di finzione, ma tutto sembra essere successo in una maniera molto vicina a quella raccontata in Munich, e nel romanzo Vengeance, attaccato duramente sia
dal Mossad che da uno dei terroristi di Settembre Nero, ma mai smentito o screditato.
Munich si impone come uno dei migliori film
della stagione 2005-2006, soprattutto come un
eccellente thriller dai numerosi risvolti psicologici, che crea una suspence in alcuni momenti quasi insostenibile (l'episodio della
bambina e del telefono bomba), sorretto da
attori perfettamente in ruolo, montato e fotografato in maniera spettacolare. Uno dei film
più riusciti di Spielberg attraverso il quale il
regista apre una questione fondamentale nei
rapporti fra i popoli che lo ha reso obiettivo di
molte polemiche da parte di Israele, e cioè la
violenza usata come risposta alla violenza. In
Munich non ci sono buoni, ma solo uomini
accecati dal bisogno di vendetta, che rispon-
Spielberg contro tutti
Chi scrive non è (era?) mai stato uno spieleberghiano. Chi scrive ha per lungo tempo
pensato che il regista in questione avesse prodotto alcuni grandissimi film nella parte iniziale della sua carriera per poi (dis)perdere
buona parte del suo talento in una serie di
produzioni più o meno riuscite ma mai veramente incisive. Da qualche stagione a questa
parte, però, Spielberg è tornato alla carica con
una serie di film di grande rilievo, tutti portatori di un ragionamento lucido e a tratti spietato sugli Stati Uniti e sul mondo di oggi. Un
percorso iniziato con Prova a prendermi (forse persino con Minority Report?) e proseguito
con The Terminal e La guerra dei mondi, film
diversissimi tra loro ma legati da un fil rouge
solido e compatto. Un percorso ed un fil rouge che culminano nel suo ultimo film, Munich.
Munich racconta della cosiddetta operazione
Ira di Dio, ovvero della rappresaglia non ufficiale attuata da Israele come reazioni ai tragici
fatti di Monaco ‘72, quando un commando
palestinese di Settembre Nero sequestrò 11
atleti della squadra olimpica israeliana; atto
che - complice il non brillantissimo intervento
della polizia tedesca - si concluse con la morte
di tutti gli ostaggi, di cinque degli otto terroristi e di altre due vittime. Israele decise quindi
21
le e formale quindi, Munich dimostra però tutta la sua importanza nell'analisi dei temi che
tratta. Come detto, il film è tanto politicamente spietato da aver spiazzato e scontentato tutti. Nella parabola del protagonista, (l'Avner a
capo della squadra di "Ira di Dio" ottimamente interpretato di Eric Bana) c'è tutto il dramma di un uomo cresciuto con ideali e idealismi che si rivelano drammaticamente sbagliati, di un uomo che portando a termine la missione di morte assegnatagli perde una parte di
sé che non ritroverà mai più. Quel che Avner
capisce a spese sue, dei suoi compagni e delle
sue vittime, è che la vendetta occhio per occhio, la rappresaglia che mira a decapitare un'organizzazione indecapitabile, scatenerà solo altre vendette e altre rappresaglie. Lo
sguardo di Spielberg è lucido e pessimista.
Anche quando israeliani e palestinesi si parlano (in una scena che mette a confronto Avner
con palestinese ignaro della sua identità) quello che emerge è magari una simpatia e un'empatia a livello umano, ma una assoluta e profonda inconciliabilità di vedute a livello macro, nella politica e nella sua azione pratica.
La violenza scatena altra violenza, il dialogo
sembra impossibile, ragioni e torti sono distribuiti in maniera equanime da entrambe le
parti. La resa di Avner, una fuga, una rinuncia, sembra l'unica (non)soluzione possibile.
E se questo è il pensiero di Spielberg sulla
questione israelo-palestinese, conseguente è
quello che, come detto in apertura, va a toccare gli Stati Uniti e le loro responsabilità di ieri
e di oggi. Apparentemente lontani da tutto
quanto accade nel film, gli USA vengono tirati in ballo in pochi e precisi momenti da
Spielberg, con spietata puntualità. Se il film si
apre mostrando atleti americani che, seppur
ignari, aiutano i terroristi di Settembre Nero
ad entrare nel Villaggio Olimpico di Monaco
non è certo un caso. Non è certo casuale che
della CIA si sottolinei la presenza/assenza in
alcuni precisi momenti nel corso della narra-
di mettere in piedi una squadra speciale, indipendente dal Mossad, che avesse il compito di
rintracciare e uccidere coloro i quali erano ritenuti gli ideatori ed i mandanti dei fatti di
Monaco. Una vera e propria vendetta, compiutasi nell'arco di molti anni, che Spielberg
racconta oggi con un film di grande intelligenza, cinematografica e non.
Rifuggendo da ogni retorica, il regista (ebreo ,
lo ricordiamo) ha girato un film che dal punto
di vista politico è stato capace di scontentare
tutti: ha scontentato Israele, ha scontentato arabi e palestinesi, ha scontentato gli Stati Uniti, che vi hanno giustamente letto una durissima accusa alla loro politica estera, di ieri e
(soprattutto) di oggi. E scontentare tutti, oggi,
è un gran bene.
Andiamo per gradi. Da un punto di vista formale e di struttura cinematografica Spielberg
ha avuto l'intelligenza di non puntare su una
forma aulica e "autoriale" come quella di film
come Schindler's List e A.I. Intelligenza artificiale, ma di raccontare una storia di spionaggio utilizzando temi e stilemi tipici del cinema di quel genere. Letto superficialmente, e
dimenticando per un momento la Storia, Munich è una spy-story appassionante e con un
ritmo impressionante, considerata la durata di
quasi 2 ore e 45. Agenti segreti, commando,
terroristi, informatori, killer si alternano sul
grande schermo di pari passo con alberghi,
appartamenti e case situati nelle principali città europee, quelle dove gli incaricati dell'operazione "Ira di Dio" stanano di volta in volta
le loro vittime. Una vicenda avvincente ed
emozionante, nella quale non stonano affatto
l'umanità espressa dai protagonisti, i loro
dubbi, le loro riserve, i loro errori, le loro paure e le loro rabbie. Il tutto girato da Spielberg
con la consueta maestria tecnica e fotografato
splendidamente da un altro grande nel suo
campo come Janusz Kaminski.
Quasi impeccabile dal punto di vista struttura-
22
zione. E di certo non è un caso se il film si va
a chiudere come si chiude: con una discussione tra il disilluso Avner ed il convinto sionista
Ephraim (uno dei capi del Mossad che cerca
di riportare Avner in servizio) che ha come
sfondo lo skyline di Manhattan, che mostra il
palazzo di vetro dell'Onu prima e le Torri
Gemelle poi. Il simbolismo è chiaro. Il riferimento all'oggi anche. Con Munich Spielberg
non si limita a sottolineare le responsabilità
americane in Medio Oriente, ma denuncia l'inadeguatezza della diplomazia e soprattutto
mostra, con inaudito coraggio, come l'11 settembre sia figlio di una spirale di violenza con
precise responsabilità americane e di come le
successive reazioni del governo Bush siano
destinate a fare la stessa fine dell'operazione
"Ira di Dio".
Si può cercare di eliminare i terroristi, si possono minacciare o invadere gli Stati canaglia.
Ma, in assenza di cambiamenti strutturali,
questo servirà solo ad alimentare violenza,
conflitti, scontri di cultura e disillusione. Si
può condividere il discorso di Spielberg o
meno (noi lo condividiamo). Se ne può contestare il pessimismo. Ma non si può negare il
coraggio che ha dimostrato con questo film né
il grande talento cinematografico che ha confermato.
seguire Carla, schiva fino al mutismo ma con
improvvise aperture di dolcezza. Entrando
nella vita della ragazza, George si rende rapidamente conto del dolore che ne fa parte e che
la spinge a tentare il suicidio: è ammirevole (e
irrazionale) il suo comportamento, fino alla
decisione di accompagnarla in Nicaragua per
farle fare i conti col passato. La cesura tra la
parte scozzese e quella sudamericana è netta,
al punto che il primo tempo finisce con
l’aereo che decolla; non è un caso che Antonio, più volte evocato per tutto il film, si veda
per la prima volta in un flashback proprio ad
inizio secondo tempo. Il secondo atto è un altro film: un paese in balia della violenza, di
una guerra tra sandinisti e contras, tra rivoluzionari e CIA, ospita la ricerca di Carla. Mentre la ragazza si muove in un territorio che
conosce alla ricerca dell’uomo che ha amato,
George la segue finendo così per capovolgere
i ruoli iniziali. Ai suoi occhi si palesa, mano a
mano, un territorio dilaniato, nel quale la vita
non è uno scopo ma un mezzo; in questo momento, George cessa di essere un turista meravigliato e diventa lo strumento di denuncia
di Loach: il regista vuole raccontare una guerra voluta dagli americani, che hanno scuole ed
ospedali come obiettivi militari, stuprano e
ammazzano donne e bambini, manovrano una
fazione di due contrapposte che, prima del loro intervento, nemmeno esistevano. E’ una
denuncia cruda, ma non forte: in molte parti
del Sud America le cose sono andate così, e
nessuno si stupisce più nel sentirselo raccontare. Ma, anche se questo rende il film disomogeneo fino a dubitare dei significati della
prima parte, che alla luce della seconda sembra soltanto un prologo, è un bene che qualcuno continui a raccontarcelo, ed a ripetere
che “non c’è guerra senza la CIA”. Non ci sarebbe questa guerra, voleva dire Bradley pronunciando la sua accusa; non ci sarebbero
molte guerre, tutte gratuite, tutte americane meno che i morti.
Glauco Almonte, Cinema del silenzio
Federico Gironi, movieplayer,
25 gennaio 2006
La canzone di Carla Ken Loach - Gran
Bretagna, 1996
Tragedia in due atti
per Ken Loach: nel
primo
nasce
la
relazione tra George e
Carla, lui conducente
d’autobus,
lei
passeggera
senza
biglietto.
Una
Glasgow brutta (ma Loach è un maestro
nell’esaltare le bruttezze urbane) fa da sfondo
a una storia tenera, fatta di silenzi imbarazzanti da una parte e insistenza romantica, ai
limiti dell’invadenza, dall’altra. George perde
un lavoro al quale dopo tutto non tiene per in-
Hollywood mente sull’America Latina, Ken
Loach no!
Hollywood ha trattato alcune volte, direttamente o indirettamente, il tema della situazione politica dell’America Latina. Lo ha fatto,
23
ad esempio, nei film Viva Zapata! (1952) di
Elia Kazan; Bananas (Il dittatore dello stato
libero di Bananas, 1971) di Woody Allen;
Salvador (1986 ) di Oliver Stone; Death
Chase (Jungle Assault, 1988) di David A.
Prior; Romero (1989 ) di John Duigan; Havana (1990 ) di Sydney Pollack; Delta Force 2:
The Colombian Connection (Colombia
Connection: il massacro, 1990) di Aaron Norris; Evita (1996 ) di Alan Parker. Ora, la situazione politica dell’America Latina è chiara
: è una neo-colonia statunitense (con
l’eccezione di Cuba) dove gli USA sostengono governi locali collaborazionisti in genere
messi al potere con colpi di Stato e poi aiutati
e anche istigati nelle repressioni. Lo scopo è
di permettere alle proprie Multinazionali di
sfruttare le risorse dell’area. Questi governi si
prestano al gioco perché in cambio le Multinazionali USA lasciano il resto delle risorse
alla cerchia che li esprime. Naturalmente il
governo USA fa anche partecipare elementi di
quelle cerchie al traffico di cocaina, che è da
lui gestito a livello mondiale. Tutto ciò che di
orrendo capita in America Latina - colpi di
Stato sanguinosissimi, desaparecidos, stragi di
contadini e relative famiglie, torture della polizia e dei paramilitari, Squadroni della Morte
eccetera, cose che dal 1945 ad oggi hanno
provocato la morte di vari MILIONI di persone nel sub continente, di ogni sesso ed età - è
dovuto solo e soltanto agli Stati Uniti. Non ci
fossero gli USA, non ci sarebbero neanche
quegli orrori. Questo lo sanno tutti gli addetti
ai lavori del mondo: i governi, l’ONU, il Vaticano, l’Accademia svedese dei premi Nobel,
tutti gli intellettuali di una minima intelligenza e preparazione. Lo sanno cani e porci. Ma
Hollywood ci viene a dire che non lo sa. Quei
film infatti sono realizzati con la seguente
premessa, esplicita o implicita: è tutta farina
del sacco latinoamericano. Nei film che vogliono apparire più spregiudicati e meno
sprovveduti - come il Salvador di Stone e il
Romero di Duigan - non si nascondono le collusioni dei mostri locali con CIA e Pentagono,
del resto venute di dominio pubblico in moltissime istanze (anche negli USA), ma le si
presenta come un appoggio a strategie od operazioni sempre iniziate dai locali, la giustificazione essendo la lotta al comunismo. Cosa
succede, Hollywood è forse scema? Certo che
no. Semplicemente è una filmografia di Stato,
asservita alle esigenze di propaganda e disinformazione del suo governo, che la controlla
tramite l’Agenzia federale USIA (United States Information Agency, creata nel 1954). Così i suoi film sull’America Latina non dicono
certo la verità. Non la POSSONO dire. Carla’s Song invece la dice. Perché non è un film
di Hollywood (è scozzese-spagnolo infatti). E
perché evidentemente i responsabili (produttore, sceneggiatore e attori principali, e naturalmente il regista Ken Loach) sono intellettualmente onesti e non temono le ritorsioni
statunitensi. Tratta di un autista d’autobus di
Glasgow (George-Robert Carlyle) che si innamora di una profuga dal Nicaragua (CarlaOyanka Cabezas), finendo per riaccompagnarla nel suo Paese dove - è il 1987 - tocca
con mano il terrorismo scatenato dai Contras;
qui conosce anche Bradley-Scott Glenn, un
americano operatore di una organizzazione
umanitaria che risulterà essere stato in precedenza un agente della CIA.
Conoscete la storia. Nel 1979 i Sandinisti costringevano alla fuga il dittatore Anastasio
Somoza Debayle, che assieme ad altre 16 famiglie si divideva con le Multinazionali USA
della frutta il 50% delle terre coltivate (mentre
da solo, con la sua Plasmaferesis, vendeva
negli USA il sangue pagato niente ai suoi
campesinos “donatori”), e poco dopo il governo di Washington - su richiesta delle stesse
Multinazionali, quelle da cui voi comprate
banane, caffè e ananassi - organizzava un esercito di 15.000 mercenari reclutati tra la
feccia del Nicaragua e del resto dell’America
24
ti di là scavalcando quei sacchetti di sabbia e
sono andati dritti sugli obiettivi. Ma che bisogno c’è di questa! Ecco qui quel che resta della scuola e dell’ospedale. Obiettivi militari!
George - Cristo!
Bradley - È la CIA a dirigere tutto lo spettacolo. Ci sono gli Stati Uniti dietro tutto questo.
Non ci sono Contras, non c’è guerra senza la
CIA. Violentano i bambini davanti ai genitori.
E dopo li sventrano con le baionette. Ho parlato con una donna un paio di settimane fa, in
un barrio di Esteban, la senora Mercedes. Sta
a sentire cosa mi ha detto. Allora, il suo orrendo crimine era stato di partecipare alla raccolta del caffè nella cooperativa. Il giorno dopo qualcuno la mette in guardia: i Contras
stanno arrivando per punirti dell’orrendo crimine che hai commesso. Arrivano, così lei esce di casa con suo figlio di tre mesi attaccato
al seno, afferra un altro dei suoi figli di due
anni, e si nasconde in cima a un albero. Sente
delle voci, sotto ci sono tre Contras con suo
figlio di 14 anni. Due lo tengono e un terzo gli
solleva l’ascella e con la baionetta lo squarcia
sino all’inguine. Gli escono fuori le budella e
mentre quello urla in agonia gli versano una
bottiglia di alcool nella pancia. Bè, quella
donna mi guarda negli occhi e dice: mi dispiace farti sentire male, tu non sai che succedono cose del genere, non sai che il tuo Paese
fa certe cose. Loro torturano maestri di scuola, infermieri, e io lo sapevo perché li ho aiutati a farlo!
George - Tu cosa hai fatto?
Bradley - Sì, li ho reclutati, armati, allenati,
equipaggiati e - Dio mi perdoni - li ho mandati in Nicaragua.»
Si poteva dire anche di più. Si poteva pronunciare un numero delle vittime civili dei Contras. Si potevano citare le Multinazionali statunitensi della frutta. Si poteva accennare che
il tutto era per ordine del Congresso di Washington via presidente Reagan. Si poteva dire
Centrale per compiere stragi nella popolazione civile. Per lucrare ulteriormente a quegli
uomini era permesso di portare cocaina negli
USA, il trasporto avvenendo con gli stessi aerei militari americani senza insegne che gli
fornivano la logistica di guerriglia. Il messaggio da convogliare era: massacreremo civili
sino a che non rimetterete in piedi un governo
filo nostre Multinazionali. Dal 1980 al 1988
furono uccisi dai Contras 50.000 civili, sino a
che il governo Sandinista accettò di “perdere”
le elezioni del 25 febbraio del 1990.
Qual era la verità da dire in merito, per un
film che tratta il soggetto? Che i Contras erano una creazione esclusiva degli USA, e non
una spontanea fazione locale “di destra” come
diceva il governo americano, fazione magari
poi aiutata dalla CIA per “anticomunismo”,
come aggiungevano alcuni media statunitensi
per passare da “critici”. E il film la dice. Una
notte il villaggio in cui si trovano George e
Bradley viene attaccato dai Contras e la seguente è la trascrizione del colloquio fra i due
il mattino dopo, come risulta dalla versione in
italiano del film diretta da Mario Maldesi con
dialoghi di Mario Paolinelli:
«George - Animali schifosi!
Bradley - Animali? No, no. Cosa accidenti
pensi che fossero, soldatini allo sbaraglio?
Svegliati ragazzo. Forse non lo sai ma nasce
tutto a Langley, in Virginia. E sai che c’è lì?
Il quartier generale della CIA, i servizi segreti
degli Stati Uniti d’America. Cristo santo,
guarda qui. Uno di quei Contras là per terra
aveva questa foto in tasca. Mi dici come l’ha
avuta? È faxata con un satellitare ed è stata
scattata da un aereo americano. Guarda qui:
scuola, scuola, scuola, e questo vuoi sapere
cos’è? Te lo dico subito, è un ospedale. Questa è una cooperativa agricola, è chiaro? Questi sono i piani di attacco che quei bastardi
avevano per stanotte. Eccoli qua. Avevano la
mappa dettagliata di questo posto. Sono entra-
25
culturale ed il risveglio politico di George
formano il nucleo emotivo dell’arrabbiato e
addolorato film di Ken Loach Carla’s Song...
[che] si lancia coraggiosamente ma in modo
incerto in un misto di semi documentaristico,
rancoroso trattato politico e di succosa favola... e tramite la non tremendamente credibile
figura di Bradley (Scott Glenn), un coriaceo
ex agente della CIA che ora è un operatore
pieno di rimorsi per una organizzazione per i
diritti umani, consegna anche al film il suo
franco monologo politico. Un ex avversario
diventato sostenitore della causa sandinista,
ed un testimone di innominabili atrocità patrocinate dalla CIA, Bradley è pieno di segreti, la maggioranza dei quali trattiene sino alla
fine del film... Carla’s Song raggiunge la sua
massima efficacia in scene che sembrano quasi improvvisate, nelle quali George supera le
barriere del linguaggio e della cultura per stabilire un caldo cameratismo con soldati sandinisti e pacifici paesani che sono sotto
l’attacco dei Contras. Il suo ritratto di un idealistico esercito di contadini e dei suoi sostenitori alle prese con un nemico feroce è platealmente nostalgico per il sogno di sinistra che
i sandinisti allora rappresentarono”. Senza
darsene a vedere Holden disinnesca subito la
bomba contenuta nel film, il monologo di
Bradley. Lo fa definendo i Contras “di destra”
(“right-wing contras”). I Contras non erano
affatto di destra: erano dei mercenari, che facevano ciò che facevano perché pagati, in dollari e in cocaina. C’erano fra loro diversi ex
elementi della Guardia Nazionale di Somoza,
ma la maggioranza erano di altri Paesi
dell’America Centrale, accorsi per le ricche
prebende statunitensi. Oltretutto la “ Guardia
Nazionale “ di Somoza era essa stessa composta da mercenari. C’erano anche dei mercenari
statunitensi, come risultò nel 1987 quando un
aereo dei Contras fu abbattuto in Nicaragua: il
pilota era lo statunitense Richard Hasenfus.
Definendoli invece “di destra” tutto cambia:
erano una fazione politica locale in lotta armata contro il governo. La versione sempre
sostenuta da Washington e dai media statunitensi. Ora, dice Holden, il film accusa la CIA
di avere aiutato questa fazione. Si, i Contras
compivano azioni “innominabili” (“unspeakable”), ma dov’è lo scandalo? Come puntua-
che i Contras venivano assoggettati a trattamenti di condizionamento psicologico nelle
apposite strutture statunitensi situate a Panama (la Army School of the Americas) e in
Texas (la Border Police Academy), allo scopo
di indurli ad efferatezze senza limiti (la BPA
di Fresno è fra l’altro una nota scuola di tortura). Si poteva dire chiaro e tondo che per motivarli oltre alla paga ai Contras era stato aperto un canale di traffico di cocaina negli USA.
Si potevano dire tante cose, ma visto il clima
tra il complice e l’istupidito che regna da decenni nell’Europa Occidentale ci si può accontentare. Noterei piuttosto che il monologo
testè riportato, della durata esatta di 3 minuti e
30 secondi, risulta pericolosamente isolato nel
contesto del film: mancasse questo il film
manterrebbe una sua congruenza ma cambierebbe “colore” e potrebbe sembrare uscito da
Hollywood, un prodotto di propaganda verafinta critica tipo Romero e Salvador. Potrebbe
trattarsi di un accorgimento per poter distribuire il film in certe aree, ad esempio in...
America Latina, previa la soppressione del
monologo. Anche il finale non è convincente.
Si costruisce il film sull’attesa di vedere come
sia ridotto Antonio, l’ex fidanzato di Carla
catturato e torturato dai Contras, che
dall’imbarazzo e dalla reticenza dei conoscenti ci si aspetterebbe come il povero reduce di
Johnny Got His Gun, e lo si trova che suona
la chitarra in forma quasi perfetta, giusto muto perché i Contras gli hanno strappato la lingua. Non è da Ken Loach, e sembrerebbe un
finale edulcorato per l’Europa, mentre quello
“buono” va su altri mercati. Ma di nuovo non
sottilizziamo e accontentiamoci. Piuttosto,
chiediamoci come il film è stato accolto negli
Stati Uniti, dove è stato presentato in una sola
sala e poi destinato a una distribuzione che
non so di quale livello (può anche darsi del
massimo livello, ma io credo che sia stato ritirato, fatto scomparire, desaparecido come a
suo tempo da noi L’Amerikano di Costa Gavras). Su Internet c’è una recensione niente
meno che del New York Times, scritta da tale
Stephen Holden. È una normale e superficiale
critica cinematografica, dove spiccano però
alcuni passi: “... È il 1987, quando i Contras
di destra conducono una guerriglia contro il
governo di sinistra dei Sandinisti... Lo shock
26
lizzerà nel finale dell’articolo, i Contras si
opponevano a un governo comunista e si sa
che gli USA sono contro il comunismo. Un
lavoro sporco della CIA, ma che andava fatto,
o in qualche modo giustificabile. Anche questa è la versione sempre sostenuta da Washington e dai media statunitensi. Dei quali ultimi
Holden fa parte. Il finale della recensione è
dedicato a giustificare, anche qui senza parere, perché mai gli USA siano tanto ostili al
comunismo. Non è perché sono cattivi, anzi:
gli americani si rendono conto che il comunismo è un tentativo di migliorare le cose. È
perché sono realisti, disincantati: il comunismo è un’utopia (l’aggettivo “idealistico” e il
sostantivo “sogno” nella stessa frase) fuori
della portata degli uomini; gli uomini sono
dominati dall’egoismo materiale e l’unica
strada è assecondare tale impulso, appunto
come fa il capitalismo americano. Una bufala,
ma non è la sede per elaborare.
Un’ultima osservazione su questa recensione.
Immaginate di essere un critico cinematografico italiano e di dover recensire un film che
accusa l’Italia di avere premeditatamente fatto
massacrare nell’arco di 8 anni ben 50.000 civili di ogni sesso e età in un Paese straniero,
dite l’Egitto. Non vi scandalizzereste? Non
cerchereste di dimostrare con veemenza, se
non altro a voi stessi, che non può essere vero
perché troppo orribile? Lo fareste, ma Stephen Holden non spende una parola in proposito. Avete una misura di cosa sono gli americani.
La canzone di Carla è un film veridico e istruttivo, che tutti dovrebbero vedere. In Italia, dove vige circa lo stesso tipo di censura
che c’è negli USA, è stato distribuito in pochissime sale (n.d.r.); però esiste in dvd, doppiato in italiano.
John Kleeves, I divi di
stato
Il controllo politico su
Hollywood,
Il Settimo Sigillo,
1999
Il reporter inglese Michael Henderson si trova
a Sarajevo per una nuova cronaca di guerra.
Siamo nel 1992, all'inizio dell'assedio della
città. I giornalisti la sera si ritrovano al bar
dell'albergo per raccontarsi, in un clima di
paura ma anche di inevitabile rivalità professionale, le reciproche esperienze. Un giorno
Henderson e il collega americano Flynn scoprono uno dei campi di concentramento organizzati dai serbo-bosniaci. Poi è la volta delle
stragi di civili in coda per la distribuzione del
pane. Durante la visita ad un orfanotrofio sotto il fuoco nemico Henderson sente il bisogno
di fare qualcosa di più concreto e promette ad
una bambina, Emira, di portarla lontano dalla
guerra. Quando un convoglio di aiuti umanitari guidato dall'americana Nina si offre di mettere in salvo alcuni bambini, Henderson decide di portare Emira in Inghilterra. Sembra tutto risolto, quando la mamma pretende di riaverla indietro. Henderson torna a Sarajevo e
riesce a convincere la madre. Intanto in città
qualcuno riesce ad organizzare un piccolo
concerto, sfidando il pericolo, in favore della
pace.
Welcome to Sarajevo, Help Bosnia Now, due
scritte che risaltano sui muri di una devastata
Sarajevo, due messaggi, il primo di speranza,
sia pure trasformatasi ben presto in amara autoironia, il secondo di disperazione, raccolti,
con mano questa volta poco felice, da Michael
Winterbottom (Go Now, Jude) in Benvenuti A
Sarajevo, suo quarto lungometraggio, presentato in concorso al Festival di Cannes 1997,
tratto dal libro di Michael Nicholson Natasha's Story. Ma se al centro della narrazione di
Nicholson, reporter televisivo inglese sempre
in prima linea dal Vietnam in poi, è, sì, la sua
esperienza in Bosnia, ma soprattutto il salvataggio della piccola Natasha dagli orrori di
una guerra fratricida, nel film di Winterbottom è alla coralità dei personaggi ed ai tragici
eventi che viene offerto il proscenio, suscitando, però, nello spettatore, con una scelta
stilistica perennemente in bilico fra documentarismo e fiction, di certo più irritazione che
non commozione.
Michael Henderson (Stephen Dillane) è un
corrispondente di guerra, un veterano, ormai,
Benvenuti a Sarayevo
- Michael Winterbottom Gran Bretagna, 1997
27
dopo la guerra, un film con il quale costringerci a confrontarci con una realtà a noi vicina
senza poter scegliere, questa volta, di cambiare canale. Le intenzioni, c'è da crederlo, sono
delle migliori, ma le crude immagini di repertorio ed il materiale originale, se anche generano in noi un'innegabile sensazione di impotenza, non riescono mai a tradursi in un vero
atto d'accusa, spezzettandosi, piuttosto, in un
insieme di piccole vicende che non cercano
nemmeno di imporsi con il proprio peso. Paragonato, senza andare eccessivamente indietro negli anni, ad altri sguardi "giornalistici"
su paesi dilaniati da lotte intestine, come il
Nicaragua di Sotto Tiro o, ma qui la tematica
è piuttosto diversa, Un Anno Vissuto Pericolosamente di Peter Weir, il film di Winterbottom mostra tutti i propri limiti, oltre che nella
frammentarietà dell'azione, nell'evidente incapacità di comunicare con il pubblico trasmettendo emozioni tangibili. Del tutto fuori
luogo è poi una colonna sonora che, per quanto ricca e di per sé piacevole, si riduce ad un
uso intrusivo e straniante del Brit Pop, in una
forzatissima contrapposizione ironica fra le
immagini di disperazione e le soavi canzoncine anglosassoni.
© Carlo Cimmino, reVision, 1997
alla sua quattordicesima missione: Sarajevo.
Assediata dalle truppe serbo-bosniache inneggianti all'ennesima pulizia etnica, la città,
da sempre cosmopolita, si sforza di condurre
una vita per quanto possibile normale, sfidando - siamo nel 1992 - la ferocia dell'ex vicino,
i costanti bombardamenti, il fuoco dei cecchini sui passanti, sulla gente in coda per l'acqua
o il pane. I giornalisti, qui, rappresentano un'entità a sé stante che divide con la popolazione gli stessi rischi quotidiani, ma non la
miseria, stracarichi come sono di soldi e di
non meno preziose sigarette, un gruppo apparentemente compatto in cui serpeggia una voglia di affermarsi che sfocia in rivalità. Per alcuni è la ricerca dello scoop, per altri un incontrollabile desiderio di protagonismo, come
per l'americano Flynn (Woody Harrelson, già
protagonista del Larry Flynt di Forman), disposto ad esporsi spavaldamente alle pallottole dei cecchini pur di vendere i suoi servizi ed
il suo volto al mondo intero.
Ma la distruzione della città, la sistematica
uccisione di civili indifesi, la scoperta dei
campi di concentramento, le tiepide reazioni
da parte dell'occidente ed il disinteresse dei
governi e delle stesse Nazioni Unite, per le
quali Sarajevo è soltanto il 14° luogo più pericoloso della terra, trasformeranno questi
uomini pronti a tutto nell'unico avamposto
non soggetto ai principi della politica e della
diplomazia, nell'unica speranza di salvezza,
attraverso la costante proposta di frammenti
di sofferenza, per un popolo senza speranza. È
così che Michael Henderson prenderà a cuore
le sorti dei bambini di un orfanotrofio, attivandosi in una campagna di sensibilizzazione
dell'opinione pubblica, e della piccola Emira
che porterà con sé in Inghilterra, lontana dalle
esplosioni di granate, dall'odio, dal sangue.
Interamente girato a Sarajevo nel 1996, a pochi mesi dalla fine delle ostilità, Benvenuti A
Sarajevo è il primo film occidentale le cui riprese abbiano avuto luogo nella città bosniaca
"Con Winterbottom si combatte contro l'indifferenza. Dove se mai Welcome to Sarajevo si
rivela insufficiente è proprio nell'aspetto emotivo, tanto che deve rivolgersi alla fine al classico 'Adagio' di Albinoni per riannodare le fila sentimentali. Ma ben venga un film che,
con un ottimo montaggio, lotta per non dimenticare e per denunciare il cinismo occidentale, sfiorando la poesia e parlando a nome
di 300 mila bambini. Una cosa è certa: nessun
uomo è moralmente abilitato a reggere l'agonia di un popolo. E i bambini sempre e comunque ci guardano".
Maurizio Porro, Il Corriere della Sera,
8 novembre 1997
28
Diaz - Non pulite
questo
sangue
Daniele Vicari - Italia,
2012
"Come ipnotizzato, Winterbottom moltiplica
piste, personaggi, punti di vista, senza negarsi
niente. Il rock in colonna sonora e la vita che
prosegue nella tragedia. La scoperta dei lager
serbi e le elezioni di 'Miss Sarajevo assediata'.
Le esecuzioni sommarie e le retrovie dei media, con dubbi e dibattiti fra addetti ai lavori.
E la fatica dei reporter, i pericoli, gli affetti, il
senso di impotenza, le delusioni, l'inutile parata dei capi di Stato, la grottesca classifica
Onu per cui Sarajevo 'è solo al 14° posto' nell'hit parade mondiale dell'orrore. Una doccia
scozzese che però rischia di far perdere il film
su due tavoli: come documento è già superato,
come fiction fin troppo elementare. Ma forse
questo voleva Winterbottom: raccontare mimare? - una disfatta che non è solo della
Bosnia ma di tutti noi".
Fabio Ferzetti, Il Messaggero,
16 novembre 1997
Luca è un giornalista
della Gazzetta di Bologna (giornale di centro
destra) che il 20 luglio
2001 decide di andare a
vedere di persona cosa
sta accadendo a Genova
dove, in seguito agli
scontri per il G8, un ragazzo, Carlo Guliani, è
stato ucciso. Alma è un'anarchica tedesca che
ha partecipato agli scontri e ora, insieme a
Marco (organizzatore del Social Forum) è alla
ricerca dei dispersi. Nick è un manager francese giunto a Genova per seguire il seminario
dell'economista Susan George. Anselmo è un
anziano militante della CGIL che ha preso
parte al corteo pacifico contro il G8. Bea e
Ralf sono di passaggio ma cercano un luogo
presso cui dormire prima di ripartire. Max è
vicequestore aggiunto e, nel corso della giornata, ha già preso la decisione di non partecipare a una carica al fine di evitare una strage
di pacifici manifestanti.
"Benvenuti a Sarajevo è un film importante.
Non solo per le ragioni evidenti, ma anche per
il fatto di mettere in luce una contraddizione
fondamentale: come capiti cioè che il reale
dei documenti visivi mescolato alla finzione
della narrazione cinematografica non necessariamente riesca a essere più eloquente della
pura invenzione. E lo dico pensando ad almeno altri tre film sulla guerra in Bosnia, due
quasi capolavori come Lo sguardo di Ulisse e
Underground, e un piccolo film che se non
parlasse di morte chiameremmo minimalista,
Il cerchio perfetto. Tutti, per ragioni diverse,
più impressionanti del film di Michael Winterbottom - un regista interessante, ma erratico e mutevole, che con Benvenuti a Sarajevo
tenta ancora un'altra strada e un altro modello
di cinema dopo Il bacio della farfalla, Go
now, Jude. (...) Alla fine di questo film onesto
e squilibrato, generoso e irrisolto, non si può
che dar ragione alle sue intenzioni e a Woody
Harrelson: le immagini di Sarajevo sono un
virus di cui lo spettatore farà fatica a liberarsi".
Irene Bignardi, la Repubblica,
9 novembre 1997
Il G8 secondo Vicari
In una sala meno affollata di quanto l’attesa
intorno al film facesse sperare, è stato presentato oggi (12 febbraio 2012) nella sezione Panorama Special della Berlinale Diaz - Non pulite questo sangue, nuovo film di Daniele Vicari (Il passato è una terra straniera), che
torna ad accendere i riflettori su una delle pagine più discusse della recente storia italiana.
Nel luglio 2001, il Governo italiano (allora
guidato da Silvio Berlusconi) decise di ospitare il summit del G8 a Genova. La scelta, molto criticata sin dall’inizio per la particolare topografia della città portuale - strade strette e
labirintiche, di fatto incontrollabili -, si rivelò
drammatica: Genova fu invasa da circa 700
tra associazioni pacifiste e no-global, e divenne presto teatro di violentissimi scontri tra polizia e manifestanti, culminati con la morte di
uno di essi, Carlo Giuliani.
Di fronte ad un materiale tanto ricco, Vicari
29
una messa in scena da action-movie concitata
e confusa, dove il contesto storico e politico è
indecifrabile, la divisione fra bene e male
sempre troppo netta e gli sfocati protagonisti
troppo stereotipati.
Per difficoltà produttive e di budget, la coproduzione italiano-rumena è stata girata a
Bucarest, nella quale sono stati interamente
ricostruiti 20.000 mq di Genova.
Valentina Di Michele, Cineuropa,
12 febbraio 2012
sceglie di costruire un vero e proprio film bellico (con tanto di scene di massa e centinaia di
stunt e comparse) intorno ad un solo episodio,
il brutale assalto della polizia alla scuola Diaz
e le violenze della caserma di Bolzaneto.
Il film, frutto di un lavoro di ricerca sugli atti
processuali durato ben due anni, si apre su
una scena di guerriglia urbana, e appare subito
chiaro che a Genova è in corso una guerra fra
black block e forze armate, e che tutti, dai cittadini ai manifestanti, fino al comitato di coordinamento delle manifestazioni anti-G8 (il
Genoa Social Forum) sono coinvolti. La sensazione di coralità viene ribadita dalla volontà
del regista di non avere un unico protagonista,
ma vari personaggi in movimento in una città
ormai nel caos: un poliziotto con scrupoli morali (Claudio Santamaria), un giornalista (Elio
Germano) e numerosi giovani, per lo più stranieri, del colorato popolo della protesta.
In una struttura sincopata, con salti temporali
in avanti e all’indietro, Vicari ricostruisce la
drammatica notte dell’irruzione di 400 poliziotti nella scuola Diaz, dormitorio per circa
93 dimostranti e sede del media center, e il
successivo brutale pestaggio.
Il regista non sembra lavorare per sottrazione:
la violenza è tutta mostrata, ad eccezione di
rari momenti di vera tensione, quando le urla
delle vittime picchiate e lo scalpiccio dei passi
dei poliziotti sulle scale rimbombano nel buio.
Il film alterna scene ben documentate di
fiction e video realmente girati nella notte
dell’aggressione, e materializza, senza omissione di dettagli, le torture fisiche e verbali
subite dai manifestanti arrestati nella caserma
di Bolzaneto.
Troppo lontano dagli eventi per esserne una
ricostruzione a caldo, e troppo vicino per una
lucida analisi storica, Diaz - Non pulite questo
sangue ha l’evidente obiettivo di rendere giustizia alle vittime, ma non riesce a trovare una
forma precisa, restando così imprigionato in
I due volti (violenti) del G8 di Genova
Ci vorrebbe il doppio programma per proiettarli uno dopo l’altro: prima Diaz di Daniele
Vicari e poi The Summit di Franco Fracassi e
Massimo Lauria. Parlano della stessa cosa, le
manifestazioni contro il G8 a Genova nel
2001 e soprattutto i pestaggi alla scuola Diaz
e alla caserma di Bolzaneto, il primo con le
armi della finzione, ricostruendo con puntigliosità il bestiale massacro dei ragazzi accampati nella scuola, il secondo con
l’inchiesta, mettendo a confronto materiali di
repertorio e testimonianze di chi c’era o di chi
può spiegare. Perché il «limite» di Diaz (rivendicato dal regista) è quello di mostrare «la
più grave sospensione dei diritti democratici
in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale» (come ha detto Amnesty International) senza allargare il discorso alle responsabilità e alle decisioni (della polizia e
della politica). Così che le didascalie finali
che ricordano le sentenza dei due processi, di
primo grado e di appello, così risibili rispetto
ai fatti, sembrano davvero poca cosa. Il documentario di Fracassi e Lauria invece lavora
solo sulle testimonianze e sulle analisi (anche
di esperti della polizia) per ricordare le dinamiche dei fatti, come i troppi dubbi sulla morte di Carlo Giuliani, e per smontare la verità
ufficiale e cercare di spiegare le ragioni che
spinsero il governo a innescare, se non pro-
30
questa parte Vicari dà il meglio di sé, costruendo un’atmosfera da incubo fatta di ombre, suoni cupi, luci sinistre, singhiozzi e grida disperate, tanto simile ad un horror in cui
la vittima tenta inutilmente di nascondersi dal
suo carnefice, e lo spettatore già sa che non
avrà comunque scampo.
Meno riuscite le altre parti del film, a partire
dalle fumose riunioni dei vertici della polizia
in cui viene deciso l’assalto, che sembrano
uscite da un poliziottesco anni ’70 (“ma cosa
li fermiamo a fare questi sovversivi se poi il
giudice non ci convalida l’arresto?”) fino alla
sequenza delle torture nella caserma di Bolzaneto con il poliziotto aguzzino che brandendo
il manganello a mò di fallo verso una povera
ragazza sembra fare il verso ad un aguzzino di
un nazi porno.
“Diaz”, dunque, più che per i suoi meriti squisitamente cinematografici, va apprezzato per
quello che è: un potente atto di accusa verso
una delle maggiori vergogne della nostra recente democrazia, in cui l’indignazione dello
spettatore, più che alle violenze mostrate dalla
cinepresa, esplode alla lettura dei titoli di coda, che evidenziano la sostanziale impunità
dei mandanti e degli esecutori.
Vassili Casula, Eco del cinema
prio a «ordinare», una repressione così bestiale della manifestazione. Finendo per essere
meno «spettacolare» ma più convincente.
Paolo Mereghetti, Corriere della sera,
15 febbraio 2012
A dieci anni dal G8 di Genova, Vicari affronta una delle pagine più nere della nostra storia democratica. E lo fa picchiando
duro sulla pancia dello spettatore
Non è un buon periodo cinematografico per le
italiche forze dell’ordine, o del disordine come da qualcuno polemicamente ribattezzate.
Dopo il riuscito ACAB di Stefano Sollima,
che racconta le vite di un manipolo di celerini
omertosi e drogati di violenza, tornano sugli
schermi le infami gesta di poliziotti che nella
notte del 21 luglio 2001, a G8 di Genova ormai finito, irruppero nella scuola Diaz per
compiere quella che il vice questore Michelangelo Fournier all’epoca definì una “macelleria messicana” ai danni di un centinaio di
pacifici dimostranti italiani e stranieri, con la
scusa di stanare un nucleo di black blocks.
La vicenda che fece scandalo in tutto il mondo, tanto da essere stata definita da Amnesty
International “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo
la Seconda Guerra Mondiale” approda sugli
schermi dopo aver transitato con successo
all’ultimo Festival di Berlino, con una trasposizione ben documentata, firmata da Daniele
Vicari con un cast composto perlopiù da quella ‘meglio gioventù attoriale’ romana rimasta
fuori dal già citato ACAB (Elio Germano,
Claudio Santamaria, Alessandro Roja, Paolo
Calabresi).
Il film è costruito intorno alle storie di alcuni
personaggi che si trovano al G8 per differenti
motivi (il giornalista, l’anziano sindacalista, il
manager che si occupa di economia solidale,
l’anarchica che ha partecipato agli scontri nei
giorni precedenti) che finiscono per ritrovarsi
a condividere un comune tragico destino.
Ovviamente il “piatto forte” della pellicola è
l’assalto alla scuola e il selvaggio pestaggio
da parte della polizia: una mezzora di manganellate, calci in faccia, denti spaccati, insulti
ed umiliazioni assortite, con una scuola trasformata in una trappola lager, dove viene fatto scempio dei più elementari diritti umani. In
L’intervista a Daniele Vicari
[…] Dalle dichiarazioni rese dai 93 arrestati
nasce il processo Diaz. Su più di 300 poliziotti che parteciparono al blitz della Diaz, soltanto 29 sono stati processati e nella Sentenza di
Appello in 27 hanno riportato una condanna
per lesioni, falso in atto pubblico e calunnia.
Le condanne per lesioni e calunnia sono ormai prescritte, restano valide le condanne per
falso in atto pubblico che andranno in prescrizione nel 2016.
Nel processo relativo ai fatti accaduti nel carcere/caserma di Bolzaneto sono stati imputati
45 tra poliziotti, carabinieri, guardie penitenziarie, medici e infermieri. Per questo processo «la mancanza, nel nostro sistema penale, di
uno specifico reato di tortura ha costretto il
tribunale a circoscrivere le condotte inumane
e degradanti (che avrebbero potuto senza
dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali)»
[sentenza del tribunale di Genova del 14 lu31
effettivamente passato in quei giorni e ci ha
fatto entrare in un universo che almeno da
150 anni avremmo dovuto superare, cioè che
quando una persona viene arrestata deve essere rispettata dallo Stato nella sua integrità fisica e morale, invece questi poliziotti in maniera coordinata e continuata hanno tolto il diritto di democrazia ed il rispetto a queste persone, come denuncia la stessa Amnesty International. Una cosa così, compiuta contro cittadini contro cui non c’è neanche un’accusa
precisa è davvero senza precedenti. Abbiamo
quindi cercato di tracciare delle traiettorie
umane, per esempio il famoso “basta, basta”
che ad un certo punto il poliziotto (interpretato da Santamaria) ha avuto la capacità di dire;
sono precipitate un’infinità di storie lette anche dal punto di vista dei ragazzi incarcerati.
Il processo ha sviscerato fino in fondo determinate questioni, questo film cerca di guardare in faccia a quella realtà e questo a noi ha
dato l’occasione anche di confrontarci con
persone che quella sera non erano dentro la
DIAZ e che sono scampate alla carcerazione,
dando l’occasione di creare un quadro completo narrativo della vicenda. […] Tenete presente che i processi della scuola DIAZ e Bolzaneto sono del tutto assimilabili ai grandi
processi di mafia che coinvolgono centinaia e
centinaia di storie e persone ed ovviamente
bisogna scegliere che cosa raccontare e su chi
concentrarsi. Noi raccontiamo questa vicenda
di Alma, in particolare a Bolzaneto, ma dentro
quel carcere sono transitate più di duecento
persone, sono successe tantissime altre cose, a
mio avviso alcune addirittura non raccontabili. La scena di Alma che è costretta a girare su
se stessa è successa ad una quindicina di ragazze, lo scherzo del far abbaiare il ragazzo è
successo a decine di ragazzi… è successo anche che un ragazzo è stato picchiato da un salame, sì, scena grottesca ma è successa realmente ed altre cose come queste non abbiamo
glio 2008].
Il giudizio di appello si conclude con 44 condanne per abuso di ufficio, abuso di autorità
contro arrestati o detenuti, violenza privata.
[…]
Le dichiarazioni del regista in conferenza
stampa a Roma:
È arrivata una circolare in cui si ordina a tutti i rappresentanti della Polizia di non rilasciare dichiarazioni riguardanti i film in uscita in questo periodo che toccano la tematica
dei servizi dell’ordine, guarda caso proprio in
questo momento sono usciti Romanzo di Una
Strage e DIAZ.
Daniele Vicari: Mi auguro che gli uomini e le
donne in divisa se hanno il tempo e la voglia,
vadano a vedere il film, perché sono convinto
che molti di loro non condividono questo modo di intendere la polizia. Come hanno scritto
i giornalisti, questo film potrebbe essere
l’occasione per riflettere fino in fondo sul ruolo e la posizione che le forze dell’ordine hanno nella società e soprattutto nella democrazia. Che cos’è la democrazia? Questa domanda risuona forte in questo film.
Non c’è una sola parola in questo film che
non sia ripresa dai documenti ufficiali, Daniele, come l’avete scritto il film?
D. V.: Dopo la sentenza di primo grado che è
stata resa pubblica nel novembre del 2008,
con Domenico ci siamo sentiti e ci siamo detti, cerchiamo di capire di più su questa sentenza, molte persone in aula gridarono vergogna e questo grido fece il giro del mondo.
Una ragazza tedesca dichiarò che non avrebbe
mai più messo piede in questo Paese e siccome questo Paese è anche il mio, il nostro, tentammo di capire cosa veramente accadde. Con
tutto il gruppo abbiamo fatto un’esperienza
prima di tutto umana, poi lavorativa, perché
leggere di seguito gli atti del processo della
DIAZ, poi quelli di Bolzaneto, chiarisce meglio i destini di queste persone, ciò che hanno
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obiettivo? Dare delle risposte e fare ipotesi
molto azzardate come può fare un tg o dare il
senso degli avvenimenti? Il senso profondo di
questo film è far vedere come sono stati sospesi i diritti umani in questa vicenda. Io ho
tentato di sottrarmi proprio a questo meccanismo, l’obiettivo narrativo del film è proprio
quello di farti fare una domanda radicale e
violenta su quello che è successo in un Paese
democratico. Per me se questa domanda fosse
passata in secondo piano sarebbe stata una
sconfitta enorme. Domenico (Procacci, il produttore n.d.r.) disse a Cannes, quando annunciò che avrebbe fatto il film, che avrebbe fatto
un film alla luce del sole, portò lui stesso la
sceneggiatura alla Polizia, ma non attese risposta. Oltre che da produttore del film, non
solo per avere permessi o eventualmente dei
mezzi, ma per avere l’agibilità necessaria per
fare i film, si è mosso in tutto e per tutto. Noi
per bloccare una strada abbiamo bisogno proprio della polizia e devo dire che questo è avvenuto con una grande disponibilità. Ma non
possiamo non notare questo atteggiamento di
grande silenzio sul film, e non solo da parte
della polizia, bensì da tutte le istituzioni.
Quella di cui parliamo noi è una polizia di
Stato, le istituzioni secondo me hanno il dovere di esprimersi a riguardo, lasciare dei civili
in mano a queste barbarie senza pronunciare
parola al di fuori dell’avvocato di fronte ad un
giudice lo trovo folle, in questi dieci anni è
stata rimossa la vicenda che noi raccontiamo.
Ora a metà giugno, quando ci sarà il verdetto
della cassazione, sarebbe doveroso comunque
vada che ci si assicuri che fatti di questo genere non accadano più, perché la prima vittima
di quella barbarie è stata la democrazia in
primis, la libertà dei cittadini italiani. Nessun
uomo politico potrà lamentarsi se il cittadino
dirà che non crede più nelle istituzioni. Ovviamente non è solo una vicenda italiana visto
che al G8 erano presenti tutti i maggiori capi
di stato mondiali e queste cose sono avvenute
avuto il coraggio di metterle in scena. Dopo la
prima che è stata a Genova, il PM di Genova
ha intitolato: DIAZ violento? È successo molto peggio. Noi infatti abbiamo raccontato una
parte limitata degli eventi, si sarebbero potuti
fare 80 film su quei giorni, su quelle angherie.
Il livello di tradimento di queste storie è legato solamente a necessità drammaturgiche, la
storia interpretata da Scarpa è la storia di un
signore di Vicenza che è rimasto a Genova
per portare dei fiori alla moglie; questo nella
realtà sarebbe dovuto avvenire il giorno dopo
il blitz, ma siccome ci piace il cinema visivo e
non quello dei dialoghi, abbiamo comunque
fatto avvenire la cosa, ma è l’unica sulla quale
abbiamo forzato la mano, tutto il resto è ripreso dagli atti. Abbiamo preso soprattutto quello
che è documentato nell’ospedale, anche da libri e stampa, cose che magari non sono presenti nei processi. In tutto quello che è ripreso
dall’inizio fino a Bolzaneto, è tutto vero. Abbiamo tolto i nomi di alcuni, tra poliziotti e
parti offese, ed avendo ad esempio un attore
come Alessandro Roja nel film, abbiamo cercato di unificare in lui tutte le angherie che ha
compiuto lui come attore nel film ma non un
unico poliziotto nella realtà; ovviamente ha su
di sé un insieme di soprusi fatti da più poliziotti, ma quelle cose sono successe davvero.
Non c’è nessun altro tipo di invenzione, la
scrittura del film è un lavoro combinatorio,
basato sul mettere in relazione tutti gli eventi
che abbiamo documentato in tutti i modi. […]
Come mai non ci si pone nel film la domanda
“Perché?”?
D. V.: Io credo che la cosa più importante
quando si racconta un fatto realmente accaduto è quello di rispettar davvero gli eventi, tirando fuori però i significati che il pubblico fa
propri. Costruire delle teorie nel cinema è una
cosa alla quale sono sempre stato contrario.
Non ho mai compreso questa definizione di
cinema civile, il cinema è cinema, raccontando un fatto realmente accaduto qual è il mio
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questo motivo che ho deciso di raccontare una
cosa, ossia la sospensione dei diritti civili in
uno Stato democratico. Qui sono passati in
secondo piano i diritti a favore di strategie politiche, questo significa che la nostra democrazia non è compiuta, quantomeno non sta
tanto bene.
Quanto durano le scene all’interno della
scuola Diaz? Ed i cartelli alla fine del film,
funzionali alla credibilità delle immagini?
D. V.: I cartelli che sono presenti alla fine del
film non dico che non dovevano esserci, ma
diciamo che mi hanno creato un problema a
livello narrativo, la realtà dei fatti è raccontata
nel film stesso. Poi ovviamente quei cartelli
sono funzionali a confermare tutte le scene.
Prendo in prestito delle parole di Ettore Scola:
quando si fa un film su fatti realmente accaduti, il regista deve fare lo sforzo di coniugare
metafora e realtà, se ci si riesce il film è veramente riuscito. Il blitz dura 9 minuti, ma
leggendo gli atti del processo, o ascoltando le
persone che hanno vissuto quella vicenda, sono talmente scandagliati che hai una percezione dilatata di tutto quanto. Il fatto di tornare sulle stesse azioni da altri punti di vista, a
detta mia, dona senso ai fatti stessi. Le sequenze all’interno della scuola Diaz durano
circa il doppio.
Aureliano Verità, Fanpage, 10 aprile 2012
sotto i loro occhi.
L’inserimento di immagini video reali, prese
da materiali dell’epoca, come è stato organizzato e gestito? Come hai ottenuto quel materiale e come hai scelto di utilizzarlo?
D. V.: Ci sono tre minuti circa di immagini di
repertorio in 120 minuti di film, ma quel materiale è stato fondamentale per ricostruire
ogni minima scena. Persino dentro la scuola
DIAZ fu fatta una ripresa, in una cassetta che
poi ovviamente fu sequestrata e non se ne ebbe più traccia. I nostri uffici di produzione erano pieni di questi fotogrammi che ci sono
serviti per calarci in quel mondo che volevamo raccontare. Quelle immagini che troverete
nel film sono fortemente influenzate dal lavoro che han fatto in quei giorni i filmaker amatoriali. Noi abbiamo raccontato solo i fatti assolutamente certi, assolutamente provati, questa intenzione, mettendo del repertorio nel
film, è diventato un metodo narrativo, lo spettatore spesso non si rende conto di vedere
immagini attinenti alla realtà, senza però che
lo spettatore perda l’orientamento nella narrazione. Molti registi hanno paura di usare immagini di repertorio, proprio perché molto
spesso le immagini sono molto più belle della
messa in scena. Il repertorio è stata una base
fondamentale sulla quale abbiamo costruito le
immagini del film.
[…] Cosa pensa della posizione che gli altri
stati hanno preso a riguardo della vicenda
DIAZ?
D. V.: è un dato di fatto che solamente
l’Austria fece una protesta ufficiale. Se un italiano viene arrestato per un’accusa di stupro a
Taiwan, subito la Farnesina ordina di estradarlo in Italia perché si tratta di un cittadino
italiano. Non c’è stata nessuna mossa ufficiale
di rilievo fatta da alcuno Stato. Questi ragazzi
sono stati trattati da terroristi, il comunicato
stampa diffuso dall’Italia ha fatto testo e gli
Stati occidentali hanno preso per buona la
versione ufficiale italiana, dimenticando il fatto che i propri cittadini sono detenuti illegalmente nel nostro Paese; questa cosa qui mi fa
aggiungere un tassello in questa storia e penso
che in qualche modo si volesse fermare il
movimento ed erano tutti d’accordo. Siamo
arrivati in Europa al punto tale che la democrazia è oramai un fatto secondario. È per
A cura di Gaetano Panella
Dipartimento di filosofia
Liceo Scientifico “G. Rummo” - Benevento
Anno scolastico 2012-2013
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