parola scritta si fa, oggi, ritorno all’immagine (cinema, fotografia, televisione, internet). Lo storico Peppino Ortoleva ha intitolato, significativamente, Mediastoria uno dei suoi libri. Fotografie, film, documentari costituiscono per gli storici avveduti un materiale importantissimo per ricostruire lo spirito di un’epoca. Naturalmente, bisogna fare attenzione: il cinema, ma anche la fotografia, non sono un semplice specchio del reale, qualcosa di assolutamente oggettivo, come si credeva agli albori di entrambe le arti. Un film, o una fotografia, implicano, necessariamente, la scelta di un punto di vista: non sono, cioè, in grado di mostrare il passato come realmente era. Possono, però, sollecitare curiosità, spingere al confronto, essere un ideale punto di partenza per giungere all’approfondimento e ad una reale conoscenza, e presa di coscienza, storica. Si dice che quando Hitler si mise a tavolino per pianificare la “soluzione finale”, uno dei suoi uomini gli chiese: «Non crede che il mondo si scandalizzerà?». Hitler rispose: «C’è qualcuno al mondo che ricorda il genocidio degli Armeni? No, allora andiamo avanti». Perché non accada mai più niente di simile occorre coltivare, e onorare, la memoria: è questo, forse, il servizio più grande che il cinema, già veicolo e strumento di memoria per molte generazioni, può rendere, ancora oggi, alla Storia. Cinema, Storia, Memoria. Il cinema, come la memoria è la possibilità di far accadere il passato in un altro modo, la possibilità di ricominciare a vivere la propria storia e di sperimentarla in modi diversi… Nel 1920, David Griffith, regista di Nascita di una nazione (1915) e di Intolerance (1916), presagiva la graduale sostituzione dei libri di storia con i film storici, sostenendo che il cinema insegna in un lampo. In tempi a noi più vicini, Gian Piero Brunetta ha scritto che il grido della Magnani («Francesco! Francesco!») in Roma città aperta (1945), il suo divincolarsi e correre dietro al camion con i prigionieri prima di cadere sotto la raffica del mitra, hanno raccontato la lotta al fascismo più direttamente e emblematicamente di migliaia di documenti storici. Senza cadere in aspettative ingenue o eccessive, bisogna riconoscere che, effettivamente, il cinema ha avuto nel corso del Novecento un ruolo essenziale e fondante per la memoria individuale e collettiva. I film sono come i treni nella notte, diceva Truffaut, evocando movimenti nello spazio e nel tempo. Inoltre, se è vero che senza scrittura non si dà Storia, è altrettanto vero che l’immagine, dalle origini, è stata di grande aiuto alla comprensione del passato: affreschi, dipinti, resti architettonici hanno fornito un contributo determinante al nostro sapere. Tornando al presente, stupisce constatare la circolarità del percorso di ricostruzione storica del passato: partendo dall’immagine e passando attraverso il dominio incontrastato della Mariella Cruciani, Officina della storia 2 disegnerà una catena di stragi lungo la Linea Gotica fino a Marzabotto. Noi il film l'abbiamo visto. Un film in cui il tema centrale non è la strage, ma il riconoscimento fra le umanità di due sconfitti, il bambino e il gigante afroamericano che lo adotta. Una fiction senza pretesa di verità storiche, tratta dal romanzo omonimo di James McBride, che cura la sceneggiatura. Con tutti i limiti del romanzo stesso. McBride, nel corso del convegno «Cinema e memoria», che ha preceduto a Firenze l'anteprima, si è definito «autore di romanzi commerciali», obbligato a inventarsi qualcosa per far funzionare la vicenda. Ma ha anche rivendicato l'orgoglio di aver fatto mille miglia, dall'America a uno sperduto centro dell'entroterra versiliese, mentre «ci sono tanti bravi romanzieri italiani che su Sant'Anna non hanno scritto una parola». Touché. Verissimo è pure che il film di Lee accende i riflettori su una tragedia che il mondo, ma anche l'Italia al di fuori della Toscana, non conosce. Ma è vero anche che le licenze artistiche rischiano di trasformarsi in verità per gli spettatori. E dovrebbero far riflettere noi italiani le parole del regista: «Attraverso questa pellicola gli americani sapranno che anche in Italia, non solo in Francia, c'è stata la Resistenza». Non può indignare l'invenzione della figura del partigiano traditore, qualcuno sarà pur esistito. E l'affermazione di Lee che non tutti amavano i partigiani, al di là di retorica, in tempi di guerra civile parrebbe ovvietà. Magari, visto che ci si trincera dietro al piano artistico, può scandalizzare la mancanza di motivazioni. L'accenno al fratello repubblichino ucciso in uno scontro dall'amico partigiano non può essere la sola causa credibile di un duplice macello (i massacri nel film sono due). Una perfidia ottusa connota anche i tedeschi cattivi, a cominciare dall'ufficiale che dà l'ordine dell'eccidio dopo una telefonata al comando. Perché non hanno trovato il capo partigiano, come promesso dal traditore. Ecco il «casus belli» che ha indignato sopravvissuti, non tutti, va detto, e partigiani. Ha ragione Lee, questa fibrillazione fa pubblicità al film e indica che in Italia ci sono ferite non rimarginate. Ma non dovrebbe stupirsene, una ferita aperta è il motore della vicen- Miracolo a Sant'Anna - Spike Lee USA/Italia, 2008 Toscana, 1944. Quattro soldati americani appartenenti alla 92ª Divisione "Buffalo Soldiers" dell'esercito statunitense, interamente composta da militari di colore, rimangono bloccati in un piccolo paese al di là delle linee nemiche. I quattro sono rimasti separati dal resto della compagnia dopo che uno di loro ha rischiato la vita per trarre in salvo un bambino italiano, Angelo. Asserragliati sulle montagne toscane con i tedeschi da un lato ed i superiori americani incapaci di gestire gli eventi dall'altro, i soldati riscoprono una dimenticata umanità vivendo tra gli abitanti del paese e con un gruppo di partigiani. L'innocenza, il coraggio e l'affetto di Angelo, li aiuteranno a recuperare la speranza per andare avanti. Miracolo a Sant'Anna: tra polemiche e marketing, la critica di chi lo ha visto Le parole di buonsenso sono del sindaco di Stazzema Michele Silicati: «Guardiamolo questo film e poi giudichiamolo!». Perché «Miracolo a Sant'Anna», la pellicola di Spike Lee nelle sale italiane dal 3 ottobre, le polemiche le ha suscitate ancor prima di uscire. Il "la" dalle organizzazioni partigiane come l'Anpi della Versilia, nelle cui montagne Sant'Anna di Stazzema si trova. E dove il 12 agosto 1944 quattro colonne di SS della sedicesima divisione Panzergrenadier sterminarono 560 fra vecchi, donne e bambini. Una delle stragi più efferate della Seconda guerra mondiale, i cui documenti sono rimasti nascosti per anni nel cosiddetto «armadio della vergogna», e che solo nel 2005, con il processo di La Spezia, ha visto la condanna in contumacia di dieci ex SS (condanna confermata fino alla Cassazione) e il riconoscimento dell'eccidio come atto terroristico premeditato, all'interno di una strategia del terrore che 3 t'Anna. Ci sono gli italiani, e qui naufraga il dichiarato tentativo di ispirarsi al nostro grande cinema, che sapeva inserire momenti di sorriso pure nelle tragedie. «Prego che lo spirito di De Sica, Rossellini, Zavattini, e anche Pasolini mi guardino dall'alto con benevolenza», ci aveva dichiarato Lee. Così non è stato. Non si va oltre il bozzetto, con dei dialoghi desolanti (McBride colpisce ancora). Resta nelle parole, negli atteggiamenti di Lee e McBride (che scrive il romanzo prima del processo di La Spezia) un leggero sentore di supponenza yankee. Ironia della sorte, da un paladino delle battaglie per l'uguaglianza. Quando i due, al convegno fiorentino, tirano fuori un foglietto con aria marpiona, gelando la sala. Il documento, secretato fino a pochi anni fa, è della corte marziale americana (appunto), e parla di volantini affissi dai nazisti per invitare la popolazione di Sant'Anna ad evacuare il paese, volantini tolti dai partigiani e sostituiti con altri che dichiaravano che loro avrebbero difeso i civili. «Una delle tante versioni di cui siamo venuti a conoscenza». Ma il colpo di teatro non riesce per la presenza dello storico Paolo Pezzino, che ha affiancato il pm Marco De Paolis nel processo di La Spezia: «È noto da anni che il documento non corrisponde a verità storica». Così al povero Spike Lee non è bastato porre all'inizio del film l'avvertenza che dichiara l'esclusiva responsabilità nazista della strage. E la polemica, eccessiva ma non del tutto infondata, continua. Valeria Ronzani, Il sole24Ore, 3 ottobre 2008 da. Uno dei motori nobili, a fronte di tante cadute. La storia parte dall'oggi e nell'oggi si conclude, in un percorso catartico che, dopo tante mattanze, sfocia nel tono consolatorio della favola. Non sveliamo la trama, che ha le cadenze del giallo. Basti che il miracolo è la rinascita del bimbo, scampato dalla strage di Sant'Anna e salvato da una pattuglia di quattro soldati della Buffalo, la divisione di colore che su quel fronte combatté e di cui il regista vuole celebrare il sacrificio. Il piccolo trova rifugio assieme ai soldati in un paese che sarà oggetto della seconda strage (pure causata dal losco traditore). Qui, uno a fianco all'altro, si immoleranno i quattro soldati e i civili armati. Solo un americano sopravvivrà, risparmiato da un tedesco buono che gli darà una Luger per difendersi. Particolare gratuito quello dell'arma, ma funzionale alla sceneggiatura; l'abbiamo già vista, senza capire, nelle scene iniziali del film. E Angelo, questo il nome del bambino, morto nella seconda strage, resuscita per ricordare. Tanta carne al fuoco nei pur centoquarantaquattro minuti di proiezione (ci sono anche altri temi). Se il romanzo di McBride avvince con la leggerezza della letteratura d'evasione cui tutto è concesso, nel film di Lee molti nodi vengono al pettine. Dopo un inizio degno di Hitchcock per ritmo e tensione, una serie di flashback narra i fatti del '44. Il montaggio è un vero virtuosismo, ma le scene del guado del torrente, le membra a pezzi, il terrore dei soldati, nella loro efficacia sanno troppo di Salvate il soldato Rayan. «In questo film non ci sono eroi, ci sono solo buoni e cattivi», afferma Lee. È stato di parola. Solo i quattro della Buffalo sono personaggi strutturati, i bianchi razzisti, nell'esercito e fuori, son razzisti e basta, il traditore è un traditore. C'è il tedesco buono che salva i bambini, particolare confermato da alcuni sopravvissuti di San- Spike Lee: in un film il sacrificio dei soldati neri a Sant'Anna di Stazzema Disponibile, sorridente e spiritoso, lontano dal ritratto arrabbiato, aggrottato e polemico che a volte fanno di lui. Ma sempre appassionato e 4 damento e quando non sapevo bene cosa fare. E mia moglie Tonya, che in questi giorni è qui con me in Italia, mi appoggia in tutti i modi, mi sta accanto, mi incoraggia. Lei girerà a breve un film in Italia, anzi, in Toscana. Si tratta del suo primo film interamente girato all'estero. Che cosa la ha portata a questa scelta? Non scelgo di girare i miei film in funzione dei luoghi, ma delle storie. Per me un regista deve principalmente raccontare delle storie. La domanda che mi è stata fatta più di frequente dai giornalisti italiani quando venivo nel vostro paese, la prima volta è stato nel 1987, era: "quando girerà un film in Italia?" Io rispondevo sempre "quando troverò una storia". La storia l'ho trovata tre anni fa, leggendo il libro di James McBride "Miracolo a Sant'Anna". Anzi, al proposito vorrei fare chiarezza su alcune inesattezze che sono uscite sulla stampa. Non sarà un film sulla strage di Sant'Anna di Stazzema, ma un film sull'incontro di genti diverse che inizialmente non hanno i mezzi per capirsi. I soldati afroamericani non sanno una parola di italiano, i partigiani non hanno nemmeno mai visto un nero prima di allora. Però riescono lo stesso a creare un rapporto fra loro e a combattere insieme i nazisti. Il lavoro sarà complesso, con interpreti italiani, americani e tedeschi e l'intreccio di tre lingue. Inoltre, siccome reputo che le persone intelligenti devono ammettere i propri limiti, sono perfettamente consapevole che in un paese straniero non posso fare tutto da solo e sto cercando di circondarmi di persone che mi aiutino. La troupe sarà italiana, ci sarà anche una commissione di esperti per il massacro di Sant'Anna e per il movimento partigiano. Prego che lo spirito di De Sica, Rossellini, Zavattini, e anche Pasolini mi guardino dall'alto con benevolenza. Perché questo soggetto? Mi sono sempre piaciuti i film ambientati nella Seconda guerra mondiale. Allo stesso tempo mi sono reso conto che Hollywood ha praticamente cancellato la presenza dei soldati afroamericani da quel conflitto. Io voglio correggere quest'impressione, voglio ridare voce all'impegno dei neri americani per la democrazia. Il primo morto della Guerra d'indipendenza è stato un uomo di colore. Jesse Owens capace di indignarsi, proprio come il suo cinema. Spike Lee è a Fiesole per ricevere il Premio Fiesole ai maestri del cinema, andato in più di quarant'anni di storia a personalità come Visconti, Rossellini, Wells, Kubrick e, in anni più recenti, Loach, Bertolucci, Kaurismäki. Fino al 19 luglio, fra Fiesole e Firenze, sarà proiettata la sua filmografia integrale. Ma Lee si trova in Toscana anche per scegliere le location del suo prossimo film, "Miracle at St. Anna", che narra un episodio vero della seconda guerra mondiale. Protagonisti un bambino e un soldato afroamericano della 92esima divisione, detta "Buffalo". Per via dei capelli dei suoi componenti, tutti uomini di colore, come il pelo dei bisonti. Sullo sfondo, l'orribile strage di Sant'Anna di Stazzema. Lei viene sempre definito come il maggior esponente del cinema afroamericano. Non le dà fastidio questa etichetta, che è pur sempre una limitazione? Non succede solo in Europa. Anche in America scrivono ogni volta "Spike Lee black filmaker", Spike Lee regista nero o altre frasi simili. Tanti miei colleghi non lo sopportano, ma io ho imparato a buttarmi queste cose dietro alle spalle. Insomma, non ci do nessuna importanza. Nella sua biografia autorizzata, uscita anche in Italia, lei fa una dedica commovente alle quattro persone più importanti della sua vita, tutte afroamericane, e tutte donne. E donna è la protagonista del suo primo lungometraggio, "Lola darling". Qual è l'importanza della figura femminile nel suo cinema e nella sua vita? Nel mio cinema devo ancora lavorare molto sul femminile. La donna è un mondo ancora tutto da approfondire, devo prima fare chiarezza dentro di me. Mi è invece molto chiara la loro importanza nella mia vita privata. La dedica a cui lei accenna è a mia nonna, mia madre, mia moglie e mia figlia. Io so perfettamente che se sono arrivato al punto in cui sono oggi, lo devo principalmente a mia madre. Mia madre è morta nel 1976 di cancro al fegato, era stata insegnante di letteratura inglese. Devo a lei l'avermi avvicinato fin da piccolo all'arte, al teatro, al cinema, anche forzandomi. Mi portava spesso a teatro e ai musical, mi ha seguito nei momenti di sban5 investigatore privato; il senatore Russel Long; il misterioso colonnello "X"; Guy Bannister, ex agente Fbi.; l'ex pilota David Ferrie; l'omosessuale Willie O'Keefe, detenuto in un carcere. Ormai convinto della esistenza di un complotto politico per uccidere Kennedy, Garrison individua, ma invano, in Clay Shaw, uomo d'affari, omosessuale corrotto e agente Cia, il coordinatore e mandante dell'assassinio. vinse le Olimpiadi nel 1936 a Berlino, eppure quando è tornato in patria fu costretto per sopravvivere facendo il fenomeno da baraccone, correndo contro i cavalli. Ritengo che l'intervento USA nella Seconda guerra mondiale sia stato l'ultimo per una causa giusta. Tutte le altre guerre no. Anzi, credo che sia proprio per questo che il mondo adesso guarda con occhi diversi gli Stati Uniti. Ora la maggior parte dei soldati che si arruolano lo fa per poter avere uno stipendio, e sono quasi tutti apaprtenenti a minoranze etniche. E la cosa triste è che vanno a combattere guerre che hanno a che fare con un mucchio di soldi, naturalmente per altri, col potere e col dominio del mondo. Io apprezzo quello che sta facendo Al Gore per l'ambiente, ma nelle elezioni del 2000 lui doveva comportarsi diversamente. Doveva avere il coraggio, o meglio "le palle" per combattere fino in fondo, perché tutti in America sapevano che quelle elezioni erano truccate. Se non ci fosse quell'imbecille alla Casa Bianca, potete immaginare quante famiglie non piangerebbero i loro morti? […] Valeria Ronzani, Il sole24Ore, 13 luglio 2007 Il 22 novembre del 1963, il Presidente americano John Fizgerald Kennedy viene assassinato mentre l'auto che lo sta trasportando percorre le strade di Dallas. E' il più giovane Presidente nella storia degli Stati Uniti d'America. È nato a Brooklyn, un sobborgo di Boston, il 29 maggio del 1917 da una famiglia di origine irlandese. La sua carriera politica ha inizio dopo la seconda guerra mondiale, prima come rappresentante del partito democratico al Congresso e poi, dal novembre del 1952, al Senato. Nel 1956 vorrebbe presentarsi come vicepresidente del democratico Stevenson, che sta per sfidare Eisenhower. Perde la sua battaglia nel partito, ma comincia subito a lavorare per le successive elezioni presidenziali. Viaggia in lungo e in largo per il paese, scrive articoli, interviene sulle questioni politiche più importanti, e, fra il 1956 e il 1960, diventa una delle personalità più celebri degli Stati Uniti. Nel novembre del 1960, milioni di persone lo guardano, in televisione, sfidare il candidato repubblicano Richard Nixon. Vincendo con un margine ristretto, Kennedy è il primo cattolico ad entrare alla Casa Bianca. Si contorna di intellettuali e di politici esperti che formano un grande staff al suo servizio. In uno dei discorsi più celebri ricorda agli americani: 'non chiedetevi cosa il vostro paese può fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro paese'. Si riallaccia alla tradizione progressista di Wilson e di Roosevelt e rilancia il mito della 'nuova frontiera': non più materiale, come quella dei pionieri dell'Ottocento, ma spirituale, culturale e scientifica. Si batte per imporre l'integrazione razziale negli stati del sud che ancora praticano forme di discriminazione nei confronti dei neri. Nel suo programma economico è centrale l'i- JFK - Un caso ancora aperto Oliver Stone - USA 1991 Il 22 novembre 1963 John Fitzgerald Kennedy, Presidente degli Stati Uniti d'America, viene assassinato a Dallas nel Texas. L'ambiguo Lee Harvey Oswald, arrestato dalla polizia quale autore di questo attentato ed ucciso poco dopo da Jack Ruby, un malvivente, viene ritenuto solo e unico colpevole dalla commissione d'inchiesta presieduta dal giudice Earl Warren. Non condividendo tale supposizione per numerose discrepanze riguardo alla tesi dell'assassino solitario, l'energico Jim Garrison, procuratore distrettuale di New Orleans, assistito da Susie Cox, aiuto procuratore e da Lou Ivon, investigatore capo, inizia le indagini contattando vari personaggi: Jack Martin, 6 (l’eroe positivo del film, ispirato a un personaggio realmente esistente, interpretato da Kevin Costner). Ha subito alcuni sospetti su come vengono svolte le indagini, ma dopo i primi accertamenti deve lasciar perdere. Passano tre anni, la commissione d’inchiesta federale, presieduta dal giudice Earl Warren (che Stone fa impersonare al vero Garrison), avalla i risultati delle prime indagini: non ci fu complotto, e a uccidere il presidente fu solo Lee Oswald. Il procuratore di New Orleans, niente affatto convinto da queste conclusioni, decide di riprendere in mano il caso. Nuove audizioni di testimoni, indagini nel sottobosco anticastrista e di estrema destra e, soprattutto, la possibilità di visionare il celebre film amatoriale che aveva fissato le tragiche immagini degli spari. Il resto è storia: nonostante abbia raggiunto la convinzione del complotto (qualcuno ai massimi gradi non avrebbe voluto che Kennedy si ritirasse dal Vietnam) Garrison viene sconfitto in tribunale. Solo nel 2029, quando alcuni documenti segreti verranno finalmente pubblicati, forse si saprà qualcosa di più. Vigoroso, irruento, debordante: un montaggio mozzafiato permette di sopportare in scioltezza le oltre tre ore di durata della pellicola. Come spettacolo, non c’è dubbio, funziona: poi, se volete, ci fermiamo al bar per un dibattito. Luigi Paini, Il Sole24Ore dea di potenziare la spesa pubblica per assicurare minori tensioni sociali, ma anche per garantire agli Stati Uniti 'la corsa allo spazio' che in quegli anni li vede competere con l'URSS. È la sua politica estera ad avere raccolto le critiche più severe. Da un lato Kennedy si batte per la distensione con i sovietici, dall'altro difende, anche in modo spregiudicato, gli interessi americani nel mondo. Nel 1961 boicotta economicamente Cuba e finanzia gli esuli anticastristi che tentano una spedizione contro l'isola. Lo sbarco nella 'Baia dei porci', che nei progetti americani avrebbe dovuto suscitare un'insurrezione contro Castro, si risolve, invece, in un fallimento e in una grave sconfitta per l'amministrazione Kennedy. Nel conflitto si inserisce l'URSS, che non solo offre aiuto militare ed economico ai cubani, ma inizia l'installazione di basi missilistiche nell'isola. Quando, nell'ottobre del 1962, aerei americani scoprono i missili sovietici, Kennedy ordina il blocco navale di Cuba. Il mondo è sull'orlo di un nuovo conflitto mondiale e l'imminente tragedia viene evitata grazie al raggiungimento di un compromesso. Kruscev smantella le basi missilistiche e Kennedy si impegna ad astenersi da azioni militari contro Cuba. L'anno successivo URSS e USA firmano un trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari nell'atmosfera, ma Kennedy non farà in tempo a vederne gli esiti. JFK è un film, un buon film con alcune cose ottime e altre criticabili. Ma, appunto, è innanzitutto un film. Non è un libello politico né un saggio storiografico. Non ha la superficialità programmatica del primo, non gli interessano gli strumenti e i metodi del secondo. Oliver Stone, per sua e nostra fortuna, è un autore: il suo cinema ha ragioni proprie, dignità propria, regole proprie che non si subordinano a finalità extracinematografiche. La chiave per entrare nel film è qui, in questa nonsubordinazione. Stone ha cento una pas- Oliver Stone ci fa risentire, nei primi, grandissimi minuti di JFK - Un caso ancora aperto l’abissale sgomento che attraversò il mondo il 22 novembre 1963, quando a Dallas venne ferito a morte il Presidente John Fitzgerald Kennedy. Uno sgomento che evidentemente fu anche il suo. Dopo una breve ricostruzione delle principali vicende che portarono all’assassinio, cominciamo a vivere gli avvenimenti con gli occhi del giovane procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison 7 abitano l’immaginario americano (e anche il nostro). A essi ha cercato di trovare un senso. Lo a fatto in primo luogo lavorando su quelle immagini, su quella “scena primaria” che giace nel fondo della memoria collettiva. In JFK ci sono due film, tra loro dolorosamente legati. Uno, quello più tradizionale e di genere, è un poliziesco di forte resa, raccontato con classica linearità e con personaggi altrettanto classici. Jim Garrison è l’eroe di questo film, positivo e utopista quanto basta per rappresentare il sogno di cui Kennedy fu l’ultimo grande suscitatore. Se gli si cerca un omologo nel recente cinema americano, viene naturale pensare al protagonista di Tucker (1988). Francis Coppola racconta il dopoguerra e non gli anni Sessanta. Il suo film ha l’aria di commedia, non di un poliziesco. Ma Preston Tucker combatte la stessa battaglia di Jim Garrison (il titolo originale è Tucker, a Man and His Dream). E poi c’è il secondo film. Questo non è lineare, non è classico, non è di genere. È frammentato nella narrazione, frantumato. Il suo ritmo è antinaturalistico, esacerbato da un montaggio estremo. La scena primaria vi è continuamente evocata e maniacalmente esplorata, fino a negarne qualunque senso in una tiratissima sgranatura delle immagini. È questo disordine che il primo film cerca dolorosamente di ricondurre a un ordine. Ed è a questi fantasmi che Jim Garrison dà contorni chiari, finalmente tranquillizzanti, decostruendo e ricostruendo e dunque reinterpretando in tribunale - ossia nel buio creativo del cinema - quelle immagini e quella scena primaria. Occorre dire che Jim Garrison è Oliver Stone? Che autore e personaggio si sovrappongono? Il senso e il valore di JFK non stanno nella sua verità o falsità. Stanno invece nel tentativo di ritrovare un senso e un valore, nel bisogno di ritrovarli Roberto Escobar, Il Sole24Ore sione politica, ha certo una prospettiva ideologica, ha certo una rabbia esistenziale. Ma JFK non è girato in funzione di quella passione, di quella prospettiva, di quella rabbia. Semmai accade il contrario. Passione, prospettiva e rabbia sono tenute dentro il film, si piegano alla sua logica espressiva, diventano suoi punti di forza. Non è cinema politico, è cinema. Ecco perché si fa bene ad “entrare” in JFK senza cadere nella trappola del «vero o falso?» che il chiasso giornalistico tende allo spettatore. Non si tratta di decidere se si voglia credere o non si voglia credere alle tesi di Stone sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Da un lato, appunto, il film non è né un libello né un saggio. Dall’altro, la sua tesi quella profonda - non chiede d’essere creduta. Chiede invece di essere vissuta e partecipata dallo spettatore, d’essere goduta e sofferta come emozione. In questo senso, il punto più debole di JFK è l’inutile e lunga sequenza dedicata a Mister X. La sequenza potrebbe essere soppressa, senza che il senso e il valore del film ne subissero conseguenze. Con Mister X entra in JFK la dimensione precinematografica, extracinematografica - e perciò anticinematografica - che per tutto il resto dell’opera resta fuori. Sembra che Stone, per un po’, non si fidi di se stesso come autore, e dunque chieda aiuto alla “verità storica”. Risultato? Il film perde efficacia, la sua tensione etica, poetica e spettacolare s’allenta. In questa sequenza, appunto, JFK non è cinema, e cinema politico. Per il resto, a parte alcuni momenti melodrammatici tra Jim Garrison e la moglie, il film vola alto. Quella che Stone racconta non è la cronaca di una tragedia, è la ricostruzione, la scomposizione e l’interpretazione di un incubo collettivo. Di un incubo che ha gettato la sua ombra sull’immaginario di almeno una generazione, e che ne ha inquietato il “sogno”. Quell’incubo torna, ossessivo, in JFK. Le immagini dell’assassinio - incerte e sgranate, conosciutissime e sempre in attesa d’essere interrogate - vengono proiettate e riproiettate, ora nell’agghiacciata spietatezza del tempo reale ora fermate immagine per immagine, ora nell’oggettività del documento ora nella soggettività dell’interpretazione. Stone ha girato un film su dei fantasmi, su dei fantasmi che 8 Giordana, che ha voluto dedicare il suo dodicesimo film alle 17 vittime della strage, non si sofferma sulle sequenze più violente, né su quella dell’attentato; né gli assassini che si susseguono nel corso della storia vengono ripresi direttamente: tutto avviene fuori campo. Al contrario, Giordana decide di intraprendere la strada del romanzo, a tratti didascalico diviso in nove macrosequenze. Da Gli innocenti a La pista rossa fino ad un sottotitolo come Dire la verità, che già molto lascia intendere, il regista decide di seguire passo passo la vicenda, in tutti i suoi punti d’ombra che ancora oggi non hanno trovato risposta. Sì, perché dopo la strage del 12 dicembre scattò una vera e propria caccia all’uomo: seguendo la pista anarchica, la polizia fermò gran parte dei sospettati appartenenti al movimento, dando per scontato il loro coinvolgimento, spesso senza neanche andare a fondo in ogni singolo caso, ma basandosi solamente su testimonianze molto approssimative. Dalle varie piste intraprese dalla magistratura si passa al caso creatosi attorno alla morte di Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino), avvenuta in circostanze misteriose durante un interrogatorio, e a quella conseguente del commissario Luigi Calabresi (Valerio Mastandrea) che conduceva le indagini e che negli anni successivi aveva iniziato a dubitare sulla matrice anarchica della strage, vertendo piuttosto sul traffico internazionale di armi più vicino all’ultra destra, versione che gli era costata cara, venendo appunto ucciso il 17 maggio del ’72. La strage di Piazza Fontana inaugura la lunga stagione di attentati e violenze di quella che venne chiamata in seguito “strategia della tensione”. Nel corso di 33 anni vari processi si susseguono nelle più varie sedi, concludendosi con sentenze che si smentiscono a vicenda. Giordana si sofferma proprio su questo e veicola attraverso il film il senso di sdegno dovuto alle ingiustizie che fino ad oggi non hanno trovato giusta risoluzione. Alla fine tutti risulteranno assolti: la strage di piazza Fontana per la giustizia italiana non ha colpevoli. Il film, prodotto da Cattleya e Rai Cinema, è quindi un forte j’accuse del regista all’ipocrisia di quegli anni, ma non ricade nelle logiche farraginose del film storico; al con- Romanzo di una strage - Marco Tullio Giordana - Italia, 2012 L'eccidio di Piazza Fontana raccontato da Marco Tullio Giordana Il 12 dicembre 1969, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, esplode una bomba. Muoiono 17 persone e ne rimangono ferite altre 88, insieme ad un Paese sconvolto da un gesto tanto folle quanto estremo. Marco Tullio Giordana propone un film che si rivela essere una pagina di storia italiana riletta in maniera accorata e senza alcun moralismo, che lascia un grande interrogativo, ancora oggi troppo ingombrante per essere ignorato. Come in tutto il mondo, anche in Italia il Biennio a cavallo del ’68 portò grandi trasformazioni ed una profonda crisi. Aleggiava nell’aria la volontà di cambiamento di una società che aspirava ad una maggiore giustizia sociale e questo non senza creare disagi, conseguenze di manifestazioni studentesche e contestazioni operaie. Scontri, intimidazioni, bombe “dimostrative” erano tutti eventi all’ordine del giorno, i giornali in quel periodo piuttosto che parlare di cronaca, sembravano esporre un vero e proprio bollettino di guerra ed in fondo non si era poi tanto lontani da un vero e proprio confitto civile. A Milano, nel novembre del 1969, a culmine di queste violenze, proprio durante uno scontro tra manifestanti e polizia rimase sul suolo una vittima, Antonio Annarumma, agente delle forze armate, e la questura del capoluogo lombardo, così come il Governo, non esitarono minimamente a scaricarne l’intera colpa sulla pista degli anarchici. Ma non si era ancora giunti all’apice di quest’ondata di violenza. Il 12 dicembre, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, esplode una bomba. Muoiono 14 persone, che saliranno poi a 17 in tutto e ne rimangono ferite altre 88, insieme ad un Paese sconvolto da un gesto tanto folle quanto estremo. Marco Tullio 9 tana? Marco Tullio Giordana: Io non l'avrei saputo fare prima ma ho dovuto liberarmi da tanti pregiudizi creati dai depistaggi che hanno mietuto vittime inconsapevoli. A 30 o 40 anni non sarei stato capace di girare un film del genere, c'è voluto tempo insomma. Ho dovuto aspettare una certa maturità artistica. […] Buona parte del film ruota sulla figura del commissario Calabresi, come mai la scelta di questo punto di vista predominante? Marco Tullio Giordana: Sono stato interrogato da lui quando occupai il Berchet e ci tenne sotto torchio per parecchio tempo ma mi rimase subito impresso per i suoi modi cortesi. Aveva l'età di mio fratello, era un intellettuale, conosceva Marx e Bakunin. Poi ne avrei visti tanti di poliziotti come lui ma all'epoca era un’eccezione. Quando lui era in stanza non era ammessa la violenza. percorso. […] Giordana, non ha il timore che questo film possa essere considerato ideologico? Marco Tullio Giordana: dire la verità non è di parte o un qualcosa di ideologico, di partigiano. Questo è un grande film, recitato da un cast pazzesco che non finirò mai di ringraziare per l’aiuto e per la dedizione che hanno apportato a ciascun personaggio. Non mi interessa minimamente dell’ideologia. Aureliano Verità, Fanpage, 28 marzo 2012 trario, mantiene alta l’attenzione dello spettatore con ritmi concitati da thriller ed un cast eccezionale in cui ritroviamo oltre ai due protagonisti, anche Laura Chiatti, nei panni della moglie di Calabresi, e Michela Cescon in quelli di Licia Pinelli, Fabrizio Gifuni nelle vesti di Aldo Moro, Giorgio Colangeli (Federico Umberto D'Amato), Luigi Lo Cascio (Giudice Paolillo), Giorgio Tirabassi, nell’infausto ruolo del “professore” esperto di scientifica e ferrato nell’insabbiare il caso, e persino Luca Zingaretti in un breve cameo. Romanzo di una strage si rivela essere una pagina di storia italiana riletta in maniera accorata e senza moralismi, che lascia un grande interrogativo, ancora oggi troppo ingombrante per essere ignorato. A Roma il cast ed il regista hanno presentato il film in conferenza stampa, ecco le loro dichiarazioni a riguardo: Per Giordana, riguardo al titolo del film, perché proprio il termine “Romanzo”? Marco Tullio Giordana: è una parola che rimanda all’intervento di Pier Paolo Pasolini, pubblicato sul Corriere della Sera nel 1974. In quel testo Pasolini affermava di sapere con certezza i “nomi dei responsabili di quello chiamato golpe, ma di non avere le prove”. Ecco, noi dopo quarant’anni abbiamo le prove e possiamo fare i nomi di chi prese parte a quegli attentati. Oggi possiamo finalmente dire che conosciamo la verità. La strage di piazza Fontana non può essere un punto di domanda e basta, la spiegazione di questa tragedia deve entrare a far parte della memoria collettiva del nostro Paese. Penso soprattutto ai giovani, a quelli che non sanno nulla di questa storia e che non sono introdotti all’argomento né dalla scuola, né dai genitori, forse ancorati ancora ai vecchi preconcetti. Loro hanno il diritto di sapere e un film assolve questo compito. Come mai sono passati così tanti anni prima di girare un film sulla strage di Piazza Fon- In un memorabile articolo1, scritto un anno prima di venire assassinato, Pier Paolo Pasolini affermava: «Io so, ma non ho le prove». Oggi, passati più di quarant'anni, - dice Marco Tullio Giordana – queste prove sono diventate finalmente accessibili, a disposizione di chiunque voglia davvero sapere. È giunto il momento di raccontarle, di tirarle fuori. È da questo desiderio di far luce su una ferita nella coscienza civile mai più rimarginata che è nato il film Romanzo di una strage, sulla tragedia di piazza Fontana, liberamente 10 tuire umanità alle persone, liberandole dalle condizione di simboli”. È, forse, proprio questa la caratteristica peculiare dell'intera filmografia di Giordana: il diffidare dell'ideologia e della funzione “didattica” del cinema. Lo ha spiegato benissimo lui stesso in un'intervista a Cinecritica2: “Quella di cinema civile mi sembra una definizione riduttiva, anche perché considero i grandi registi che vengono generalmente riuniti sotto quell'etichetta, innanzitutto cineasti che hanno fatto buon cinema. Penso ad esempio che Salvatore Giuliano (1961) di Francesco Rosi sia molto più vicino a Citizen Kane (1941) di Orson Welles che al giornalismo politico, anche di alto profilo, cui viene spesso apparentato. Per un politico varrà sempre il motto “la politique d'abord”, ma per un regista credo valga, invece, il motto “le cinéma d'abord”. E ha aggiunto: “Cinema civile è una definizione che mette subito in allarme, come se il cinema fosse lo strumento di propagazione dell'ideologia. Per me è esattamente il contrario: considero il cinema come la dimostrazione dell'impraticabilità dell'ideologia, della sua profonda inattualità e inutilità dal punto di vista artistico. Il cinema, come diceva Bazin, apre la finestra sul mondo, l'ideologia la chiude o la restringe”. Chiarito ciò, non resta che avvicinarsi, senza pregiudizi di sorta, ad un'opera che non vuole spargere, come alcuni hanno scritto, un inaccettabile perdonismo generale ma essere, semplicemente, il racconto di un testimone oculare d'eccezione (quel giorno, Giordana era uno dei tanti studenti sul tram che portava alla Statale). tratto dall'inchiesta di Paolo Cucchiarelli. Giordana, già autore di pellicole di forte impegno civile come I cento passi (2001) o La meglio gioventù (2003), rilegge la vicenda della “madre di tutte le stragi”, proponendo, insieme a Rulli e Petraglia, una “doppia pista”, a cavallo fra anarchici e neo fascisti, con l'intervento di elementi deviati dello Stato: per il regista e i suoi sceneggiatori, quel 12 dicembre del 1969 alla Banca dell'Agricoltura di Milano esplosero non una, ma due bombe e la morte del commissario fu voluta da chi voleva depistare le indagini. Tale ricostruzione ha generato uno scontento bipartisan sui giornali: per L'Unità e Repubblica il film “santifica i protagonisti” mentre per Libero “uccide il commissario Calabresi un'altra volta”. Infine, il Giornale ha evidenziato la “reticenza” nella “rievocazione della canea assatanata” con cui “Calabresi fu costretto a misurarsi”, ossia “le campagne d'odio di Lotta Continua”. In compenso, Romanzo di una strage ha avuto il riconoscimento e il sostegno dei parenti delle vittime e il presidente dell'associazione che li riunisce, ha dichiarato: “Mi sembra che dica ciò che la Cassazione ha affermato nel 2005, cioè che i responsabili della strage sono i fascisti veneti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura”. Al di là delle inevitabili polemiche, l'opera di Giordana costituisce, senz'altro, uno dei rari film da vedere per poterne, poi, discutere: non è un'inchiesta e non intende fornire un'impossibile verità umana sui personaggi reali, ma, in modo plausibile, cerca di trovare un filo che colleghi tanti indizi sparsi. In altre parole, il regista applica al racconto una intelligenza, come direbbe Pasolini, “poetica”, prima ancora che politica. Romanzo di una strage è l'opera di un autore che, sin dai suoi primi film - vd. Maledetti vi amerò (1980) e La caduta degli angeli ribelli (1981) - utilizza il cinema per raccontare il proprio tempo, senza tesi da imporre o opzioni da far valere: sarà lo spettatore a riconoscersi in quei fatti o a rifiutarli, ad analizzare, interpretare, esprimere un giudizio. Mario Calabresi, figlio del commissario, ha detto di non aver ritrovato suo padre nel personaggio interpretato da Valerio Mastandrea ma ha, altresì, parlato di un'opera “sulla linea del presidente Napolitano, che si è impegnato a resti- Mariella Cruciani, Il Sole24Ore, 11 Luglio 2012 ___________________ 1 Il Corriere della Sera, 14 novembre 1974, “Cos'è questo golpe? Il romanzo delle stragi”. 2 Cinecritica, n. 32, 2003. 11 all'impresa che in partenza sembra disperata. Quando il risultato del suo lavoro l'avrà condotta alla conclusione che si trattò di omicidio, lo sperato colpo giornalistico scandalistico le cadrà dalle mani: i lettori ora esigono attualità sensazionali che non hanno niente a che fare con le vecchie storie carcerarie di un tempo ormai lontano! Non le resta che raccontare, con prudenza ed un po' alla volta, tutta la verità a Jan, il figlioletto di Marianne che la madre aveva abbandonato per potersi dedicare completamente alla sua missione, in quanto "una come lei non poteva badare ai sentimenti!" Anni di piombo Margarethe Von Trotta - Germania, 1981 Juliane e Marianne Klein sono figlie di un severo pastore protestante. La prima ha un carattere duro e orgoglioso; lµaltra sembra mite ed ubbidente: come tale è la preferita in famiglia. Le adolescenti assistono esterrefatte alla proiezione scolastica degli orrori perpetrati dai loro connazionali nazisti nei famigerati lager ed al tempo stesso alle vergognose degradazioni umane per le quali milioni di innocenti muoiono di fame e di stenti. "Questo stato di cose non può continuare": fanno la loro scelta. Juliane lavora in un giornale femminista e fa politica; Marianne invece si unisce ad un gruppo terroristico ed entra in clandestinità. Dopo qualche anno Marianne è arrestata. La sorella nelle visite che le farà in carcere resterà sempre più scossa dalla irremovibilità della sorella e dalle sue convinzioni della bontà d'una scelta che lei disapprova del tutto. I diverbi e gli scontri rafforzano tuttavia il legame odio amore tra le due sorelle. Juliane continua il suo lavoro politico, condotto con metodi democratici, appoggiata dall'affetto del suo amante Wolf; la sorella inizia un prolungato sciopero della fame che la porta agli estremi. Mentre Juliane si trova in vacanza Marianne viene trovata morta in carcere. Il verdetto dell'indagine è inequivocabile: suicidio per impiccagione. La disperazione per l'avvenuto e la convinzione che la causa della morte sia ben altra portano la sorella alla ricerca puntigliosa della verità. Il proposito la induce all'abbandono d'una vita relativamente sicura e protetta per dedicarsi Juliane e Marianne, due sorelle divise dalle proprie scelte politiche. Entrambe contro il sistema, lottano però diversamente contro di esso: Juliane nella legalità come giornalista, Marianne come terrorista fino al giorno della cattura. La vita intima delle due donne e delle loro famiglie nella dura lotta quotidiana della vita. Ma l'epilogo sarà tragico; a Juliane toccherà rivendicare giustizia per la sorella morta impiccata in carcere. Questo film ha vinto il Leone d’Oro al Festival del cinema di Venezia nel 1981. È la storia di due sorelle Juliane e Marianne che vivono gli anni della rivolta contro il passato nazista e i suoi orrori e che si fanno portavoce di un modo nuovo di vedere il mondo. Juliane sceglie la via della legalità con la sua attività di giornalista, mentre Marianne partecipa ai gruppi armati e compie attentati. L’attenzione della regista si focalizza maggiormente sul rapporto tra le sorelle, un rapporto che sussiste fin dall’infanzia e che si basa anche nell’oggi sul ricordo vissuto di queste origini (la von Trotta insiste nell’utilizzo di flash-back che sottolineano questo passato e ne rendono partecipe lo spettatore). È un legame che vive anche nelle piccole cose, in 12 quel rapporto fraterno che supera anche il divario ideologico che permane tra e due sorelle. A fare da sfondo la vita della famiglie di Juliane e di Marianne che ne escono spaccate e distrutte. Jan, il figlio di Marianne, affidato ad un’altra famiglia dopo la fuga della madre e la morte per suicidio del padre, deve fare i conti con la figura materna, in quanto rischierà di morire ustionato per una ritorsione da parte di dissidenti verso l’attività politicorivoluzionaria di Marianne. La zia si farà carico di svelare a Jan la verità sulla madre. Stilisticamente è un film ben architettato, che non lascia tempo allo spettatore di annoiarsi, ma segue costantemente la vita delle protagoniste (in primis Juliane) nel tentativo di portare in evidenza la vita intima di chi ha sofferto e ha fatto soffrire per le proprie idee politiche. Toccanti le immagini dell’Olocausto mostrate nelle scene di flash-back, con inserti di documentari memorabili come Notte e Nebbia di Alain Resnais. Rimane l’interrogativo di come chi abbia vissuto da vicino l’Olocausto o abbia visto quelle immagini possa poi impegnarsi in una lotta armata altrettanto sanguinosa e portatrice di dolore. Sicuramente questo interrogativo affiora in Juliane che non smette tuttavia di amare la sorella e di combattere perché le sia resa giustizia dopo la sua morte in carcere. La vicenda narrata ha delle basi storiche nella vicenda della giornalista e attivista tedesca Ulrike Meinhof, vicenda che è recentemente tornata alla ribalta con il film La Banda Baader-Meinhof di Uli Edel, candidato agli ultimi Oscar come miglior pellicola straniera. Da notare la superba interpretazione del trio di attori Vogler - Sukowa - Lampe che tengono la scena perfettamente e polarizzano l’attenzione dello spettatore per tutta la durata del film. Francesco Carabelli, Storia dei film minando le cause, rendesse vani altri possibili tentativi di ricatto armato verso lo Stato tedesco. Sembrava infatti improbabile che avessero potuto togliersi la vita persone sorvegliate a vista giorno e notte in una struttura modernissima. Il funerale dei terroristi fu filmato da un gruppo di cineasti tedeschi e divenne "Germania in autunno", la testimonianza della fine di un'epoca e di un movimento di contestazione dissolti da una dura e capillare repressione, oltre che dei rovinosi effetti della lotta armata, scelta e praticata da alcuni. Proprio durante queste riprese Margarethe Von Trotta conosce Christiane Ensslin e dai suoi racconti la regista, che aveva già pensato di girare qualcosa su Gudrun Ensslin e Ulricke Meinhof, ricava un prezioso punto di vista soggettivo. Due le protagoniste del film, due sorelle che sembrano tanto opposte da non poter appartenere alla stessa casa, allo stesso mondo. Perché possano incontrarsi occorre infatti la morte, o, almeno, il presagio della sconfitta di una delle due. La regista non ha timidezze verso il cinema classico e non si concede trasgressioni formali, ma costruisce lo spessore del suo sguardo con massima intensità. Cita spesso (Bergman nei volti che si sovrappongono sul vetro), non ha paura dei sentimenti che anzi sottolinea con la musica e insiste poco dove ritiene che sia sufficiente un accenno (le femministe hanno qualche cartello ed i terroristi portano gli occhiali scuri anche di notte). Lavora sui corpi più che sulla psicologia e tutto viene mostrato più di quanto non sia detto. Dunque centralità dell'attore, ma anche muri, vetri, suoni distorti e citazioni pittoriche (Masaccio, le deposizioni) e fotografiche (la foto del Che morto in Bolivia). Gianni Furlanetto, cineclub.it L'occasione da cui scaturisce l'idea del film è la morte in carcere, il 18 ottobre 1977, di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jean Carl Raspe; Imgard Möller è in fin di vita. I quattro sono terroristi, tra i fondatori della RAF, e la tesi ufficiale della loro morte è il suicidio. Molti però sospettano un'esecuzione che, eli- Il 16 marzo 1978 Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, venne sequestrato dopo l'eliminazione della scorta - dal gruppo armato delle Buongiorno notte Marco Bellocchio Italia, 2003 13 Brigate Rosse. Il suo cadavere fu ritrovato il 9 maggio 1978, all'interno del bagagliaio di una Renault rossa, in una strada situata tra la sede della Dc e quella del Partito Comunista. A codesto episodio, tra i più tragici e traumatici nella storia politica dell'Italia repubblicana, sono già stati dedicati due film - Il caso Moro, diretto nel 1986 da Giuseppe Ferrara, ed il recente Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli - e molti libri: ad uno di essi, Il prigioniero, scritto assieme a Paola Tavella da Anna Laura Braghetti, custode del recluso e della casa di via Caetani, si è liberamente ispirato Marco Bellocchio per “Buongiorno, notte” (il titolo è tratto da un verso di Emily Dickinson). Il regista piacentino ha scelto di analizzare il rapporto fra il segregato ed i suoi carcerieri attraverso il punto di vista di Chiara, giovane terrorista preposta alla sorveglianza del prigioniero: la sua vita, divisa tra l'impiego in biblioteca e la gestione della casa fare la spesa, cucinare, occuparsi dei propri compagni - da una parte, i rituali del “processo” intentato a Moro e l'attesa messianica di una sollevazione delle masse dall'altro, percorre i sentieri d'una dissociazione appena latente che ogni tanto s'appalesa in manifestazioni d'ira (con un collega) o di commozione (le lacrime nell'ascoltare la missiva di Moro al papa). Mentre i telegiornali scandiscono il succedersi degli eventi esterni, dalla pena di morte sollecitata a caldo da alcuni politici all'alta invocazione di Paolo VI, la vicenda procede verso il suo tragico esito: Moro va verso la propria fine, non prima che l'immaginazione ci abbia mostrato - nella pagina più bella del film - un esito diverso, egli che va via libero, camminando a passo sostenuto e quasi gioioso per le vie della città. Ispirato, a tratti commovente, “Buongiorno, notte” trova in Maya Sansa una protagonista duttile e dotatissima; Roberto Herltizka è indimenticabile nel rendere il dolente itinerario cristologico del proprio personaggio. Francesco Troiano, Italica - Rai Internazionale te della Dc e ripercorre la storia delle Br. Che è anche quella della sua vita. «Radio e televisione erano accese. Poco dopo le nove, fu il frastuono assordante degli elicotteri che si alzavano su Roma a dirmi che tutto era successo. Non resistevo più, non riuscivo a restare in casa. Scesi la breve rampa di scale verso il portone d’ingresso» . Così inizia Il prigioniero (appena riedito in edizione economica da Feltrinelli), che racconta il sequestro Moro, attraverso lo sguardo e le parole di Anna Laura Braghetti, colei che comperò e arredò la casa di via Montalcini, nella quale fu tenuto prigioniero il Presidente della Dc. E questa è anche una delle scene iniziali del film di Marco Bellocchio, Buongiorno, Notte, che da questo libro liberamente è tratto. Si tratta di un incipit - infatti - che segna l’andamento di tutta la vicenda, sia nella ricostruzione della brigatista, che in quella del regista. Paura, angoscia, entusiasmo, concitazione, dubbi, esaltazione mista ad abbattimento, perenne sensazione di stravolgimento. Sono questi i 55 giorni della prigionia di Moro per i suoi carcerieri, ed in particolare per quella particolare carceriera, ventitreenne impiegata piccolo borghese, entrata nella lotta armata più per contiguità affettive che per vere e proprie valutazioni politiche, schiacciata tra una fede ideologica che ne annulla le emozioni, ne indebolisce le percezioni, uccide la sua umanità, travolge vite altrui (fino al punto di portarla ad eseguire in prima persona e a sangue freddo l’omicidio di Vittorio Bachelet nel 1980) e una sensibilità che le viene riconosciuta da tutti (da Moretti che nelle sue interviste la chiama “Lauretta” ad Adolfo, il fratello gesuita di Bachelet, che la guida verso la strada della redenzione), ma che rimane costantemente repressa e mai trova una via d’uscita. Una via d’uscita che in qualche modo - invece - le dà Bellocchio nella finzione. Il personaggio che si rifà alla Braghetti, Chiara (interpretata da Maya Sansa), appare molto più travagliato, più vicino ad una presa di posizione diversa da quella degli altri tre carcerieri (Germano Maccari, Prospero Gallinari e Mario Moretti, nel film rispettivamente Primo, Ernesto e Mariano) rispetto a come la stessa Il sequestro Moro: scavo psicologico e risvolti “affettivi” Il prigioniero di Anna Laura Braghetti racconta i 55 giorni della prigionia del Presiden14 Buongiorno, Notte non è un film di denuncia politica in senso stretto: porta avanti più una denuncia esistenziale, un’istanza di umanità e di valori che tutti allora tradirono. E la denuncia è quasi implicita, semplicemente contenuta nel racconto dei fatti. Se i discorsi di Moretti a Moro appaiono deliranti, non meno impietoso è il giudizio sui politici italiani, che nelle immagini finali del film, riprese dai telegiornali dell’epoca, appaiono pallidi e quasi ridicoli, in quei funerali di Stato che Moro aveva dichiarato espressamente di non volere. Il film approfondisce, interpreta, trasforma, ma certamente il libro della Braghetti aveva già di suo un’attenzione particolare ai risvolti psicologici, umani, addirittura sentimentali della storia del sequestro Moro e più in generale di quella delle Br. Il Prigioniero (scritto con la collaborazione della giornalista Paola Tavella) è una sorta di autobiografia nella quale la protagonista racconta molti dei momenti cruciali della sua esperienza di brigatista, dall’adesione alla lotta armata al carcere, descrivendo la sua passione spesso attonita davanti agli eventi e soprattutto la sua affezione nei riguardi dei compagni di lotta, ma senza riuscire mai a spiegare davvero le motivazioni politiche delle sue scelte. Leggendola, si viene pervasi da un senso di angoscia quasi insostenibile di fronte a questa ragazzina, che ad un certo punto - raccontando il suo timido tentativo di convincere gli altri ad aspettare ancora un po’ prima di uccidere Aldo Moro scrive: «Ma non avevo esperienza sufficiente, né, del resto, ho mai avuto un gran talento politico, nonostante per l’ideologia abbia sprecato la mia vita e quella di altri». E poco dopo, scartata l’ipotesi di andarsene, di abbandonare la prigione e l’intera lotta armata: «Perché rimasi? Me lo sono chiesta tante volte, e mai ho trovato una risposta. O, forse, oggi non mi basta la risposta che mi diedi quella notte. Semplicemente, ci credevo. La fede rivoluzionaria, unita all’autodisciplina e alla necessità di brigatista descrive di essere all’epoca dei fatti: stravolta, piena di incomprensione per quello che le sta succedendo intorno, ma tutto sommato convinta della sua scelta e pronta ad avere fiducia nelle opinioni dei suoi compagni. Uno dei momenti più potenti e commoventi del film di Bellocchio, per esempio, è il sogno nel quale Chiara rivive, rivede tante esecuzioni di partigiani, associandoli a Moro. Una sequenza che trasfigura un passaggio, accennato, del libro della Braghetti: «Lessi alcune lettere. Mario non ce le nascondeva di certo. Erano terribili. Mio malgrado mi richiamavano alla mente quelle dei condannati a morte durante la Resistenza, raccolte in un libro che mio padre teneva in casa e che avevo letto anche a scuola, versando lacrime di rabbia e domandandomi, talvolta, come mi sarei comportata in analoghe circostanze. Adesso il carceriere ero io. Non dovevo pensarci. Non volevo pensarci». Come in questo caso, in moltissimi altri, Bellocchio ha lavorato sui dettagli. Descrivendo il contenuto delle borse di Moro, prese dai sequestratori, la Braghetti scrive: «Nella seconda pratiche ministeriali, il testo del progetto di riforma della polizia, lettere di raccomandazione e di ringraziamento, e, particolare che mi colpì moltissimo, la sceneggiatura di un film». Quella sceneggiatura, nella pellicola di Bellocchio, si intitola Buongiorno, notte, e ne è autore un collega d’ufficio di Chiara, che verrà arrestato dalla polizia con motivazioni che non vengono chiarite e che fanno aleggiare su tutta la vicenda un’ulteriore aura di mistero. Spesso, dunque, il film prende spunto da parole, osservazioni del libro a volte quasi casuali, per scavare nelle anime e nelle dinamiche psicologiche dei personaggi, aggiungendovi una dimensione onirica, che culmina nel sogno finale della protagonista: Aldo Moro liberato da Chiara, cammina vivo e tranquillo per le vie di Roma. 15 tega in grado di mantenere il controllo dei nervi mentre tutti gli altri lo perdevano, di un politico abbandonato, sacrificato dal suo partito e dai suoi amici, ma anche di un uomo intelligente, mite e gentile. Ma un uomo verso cui non poteva prevalere la pietà. E non solo per questioni di ordine “politico”. Scrive ancora la Braghetti: «Nonostante tutto, il dolore di Moro non era ignoto e indifferente né a me né agli altri. Per ognuno, infatti, l’angoscia dell’ostaggio ne risvegliava una segreta e personale, dalla quale dovevamo difenderci. Varcando la soglia della lotta armata tutti avevamo saputo più o meno lucidamente di compiere un passo grave e in certa misura irreversibile. Tutti avevamo lasciato persone alle quali eravamo legati». Wanda Marra, RaiLibro mettere le mie emozioni al secondo posto, sperimentate fin dall’infanzia, erano più forti di qualunque altra cosa. E poi, avevo fiducia in Moretti e in Prospero». In un articolo su Repubblica del 15 settembre, Marco Bellocchio ha risposto ad alcune delle polemiche politiche che hanno accompagnato il suo film, e in particolare a quelle di chi l’ha ritenuto indulgente con le Br. Ribadendo il diritto dell’elaborazione artistica alla libertà di rappresentazione e la possibilità, non aderendo alla verità storica, di restituire una verità più profonda, ha scritto: «Ho un’idea molto precisa, piuttosto: nel film delle Br si dice “folli e stupide”, è una definizione in cui credo. Moro, nella sua moderazione democristiana, aveva una percezione della realtà molto più nitida, concreta, umana della loro». Per quanto la stima soprattutto verso Moretti, personaggio che Bellocchio dipinge chiaramente come ottuso e rigido, appaia evidente e intatta anche ne Il Prigioniero, di questa incapacità delle Br di comprendere la realtà che volevano cambiare, parla anche la Braghetti: «Quando Mario ci interpellò chiedendo la nostra opinione sulle dichiarazioni di Moro, il mio contributo fu uguale a zero. Ma anche lui e gli altri, rispetto ai quali mi sentivo - ed ero - inesperta, non se la cavavano molto meglio. Moro era il massimo virtuoso di un linguaggio che ci trovava orgogliosamente analfabeti […] Capimmo, però, quale era davvero il ruolo di Moro. Un po’ lo spiegò lui, dicendo a Mario di essere il politico della maggioranza più inviso agli americani per l’apertura ai comunisti, e poiché l’Italia era un paese sotto l’influenza degli Usa, a livello internazionale nessuno avrebbe mosso un dito in suo favore. Un modo di alludere al fatto che eravamo stati dei poveri tonti». E la figura di Moro si staglia, sempre di più anche nelle pagine del libro, come quella dell’unico in grado di capire veramente il panorama italiano, come quella di un fine stra- Moro "Revisited" Bellocchio reimmagina il caso Moro: rinvenuta una chiave, il misurato dividersi tra un approccio realistico - alla base del film il libro Il Prigioniero della brigatista Braghetti - e uno più libero e fantasioso(\fantasmatico), il regista si addentra nella vicenda percorrendola a modo suo, reinterpretandola, arricchendo il dato cronachistico di inventivi chiaroscuri. Poco politico e più psicologico, moderatamente storico e molto immaginoso, il film è un gesto creativo infedele che Bellocchio compie nei confronti di una tragedia sfogliata in questi anni fino all'estenuazione. Nelle sue mani la vicenda diventa oggetto ingiudicato e ingiudicabile che il cineasta pone in una dimensione alternativa impossibile, nell'intento di contraddire la nota fatalità storica del rapimento e dell'esecuzione dello statista, di rifiutare utopisticamente di subirla. In questa coraggiosa scelta di una visione personale, quasi romantica e a tratti irreale, l'autore riesce a riproblematizzare l'esausta questione rioberandola di domande, molto più di quanto una qualsiasi, asettica ricostruzione storica riusci- 16 rebbe a fare. Bellocchio, partendo dalla cronaca (il film gli è stato commissionato dalla RAI) anziché ossequiarla, la piega alla sua poetica, ne fa "suo" cinema, imponendole il suo stile e il suo gusto per certe cariche atmosfere (e in realtà se una cosa può essergli rimproverata è di non aver completamente affondato il colpo, di non aver optato radicalmente, come ha scritto giustamente Sesti, per "una scelta pericolosa"); costruisce a dovere un personaggio che resta - quello della terrorista Chiara, scissa tra l'ideale della rivoluzione armata e l'istinto umano e pietistico -; concentra claustrofobicamente gran parte del dramma tra le mura dell'appartamento dei terroristi, restituendone i momenti quotidiani (i pasti, il sonno, le parole) e disegnando il ritratto di un'inquietante famiglia clandestina; spia il rapito, lo svela pian piano, facendo di quel buco praticato sulla porta della sua prigione, l'occhio privilegiato non solo della protagonista ma anche di uno spettatore che più di una volta resterà attonito (le scene oniriche in cui Moro passeggia per la casa e in cui, a detta dello stesso cineasta, si manifesta il fantasma di suo padre, cui il film è peraltro dedicato); si concede un sipario metafisico (l'ironico quadretto della seduta spiritica in cui lo spirito Bernardo - Bertolucci, ha ammesso il regista sbeffeggia gli astanti); dissemina il film di segni traditori e contraddittori (i terroristi che si fanno il segno della croce). E nel finale, quando le evocatrici note di Shine on you crazy diamond e The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd (Wish you were here è del 1975, The Dark Side of the Moon del 1973) raggiungono l'acme, la sequenza di Moro libero per le strade seguita da quella in cui si approssima la sua esecuzione sanciscono icasticamente la commistione che ha nutrito l'intero film, ne sintetizzano mirabilmente gli assunti, espongono con semplicità ammirevole la scomoda convivenza delle due anime dell'opera. Le vite degli altri Florian Henckel von Donnersmarck Germania, 2006 Le Vite degli Altri distrutte dalla Stasi e la Storia (dimenticata) rivive in un film Il regista (Oscar per la migliore opera straniera): «In Germania tutti preferiscono rimuovere». E per fare un parallelismo con l'Italia, cita lo scandalo delle intercettazioni. ROMA - È un caso davvero unico, nel panorama internazionale: un regista europeo (tedesco) praticamente sconosciuto, che col suo debutto su grande schermo ottiene un incredibile successo, in tutto il mondo. Aggiudicandosi una pioggia di premi, dai cosiddetti oscar europei all'Oscar vero e proprio, per la migliore pellicola straniera. Un exploit singolare, anche perché il film - bellissimo - affronta un tema oscuro, difficile, certo non popolare: le persecuzioni e lo spionaggio indiscriminato a opera della Stasi, la famigerata polizia segreta della Ddr. Una tragedia che ha pesato per decenni sulla popolazione della Germania Est, e che poi, dopo la caduta del Muro, è stata rimossa, oscurata. Ma adesso, a squarciare il velo, ci pensa il cinema. Anche se Le Vite degli Altri - questo il titolo del film, diretto dal debuttante Florian Henckel von Donnersmark, classe 1973, […] - non è affatto una storia a tesi, ideologica. No, la sua forza è proprio nell'umanità e nella verità dei suoi personaggi principali. Oltre che nell'andamento da thriller, in cui si sta col fiato sospeso per le sorti dei protagonisti. Siamo a Berlino est, nel 1984: il capitano Gerd Wiesler (Ulrich Muhe, bravissimo) è un ufficiale della Stasi, freddo, idealista, abilissimo a interrogare sospetti e a farli crollare. Viene contattato da un alto dirigente molto carrierista, il colonnello Anton Grubitz (Ulrich Tukur), che gli dà l'incarico di sorvegliare a tempo pieno lo scrittore e drammaturgo Georg Dreyman, fiore all'occhiello del regi- Luca Pacilio, Gli spietati - Cinema on line 17 Per questo l'autore ha visionato tantissimo materiale, e anche parlato con ex dirigenti della Stasi: «In nessuno di loro - racconta - ho visto il minimo rimorso. Un ufficiale, ad esempio, mi ha detto: “Era la guerra fredda, e in guerra ci sono altre regole”. Insomma, usava il concetto della guerra come scusante per tutto quello che aveva fatto». Un atteggiamento di rimozione che, paradossalmente, unisce i carnefici alle vittime. «Per legge, in Germania - racconta ancora il regista - tutti i cittadini dell'ex Ddr hanno diritto a consultare il fascicolo contro di loro della Stasi. Ebbene, solo il 10 per cento ha usato questa possibilità: gli altri preferiscono dire che in fondo allora si stava meno peggio di quanto si dice. Per non parlare dei collaboratori della polizia segreta: erano duecentomila, solo due o tre lo hanno ammesso. Gli altri sostengono che il loro risultare collaboratori era una bugia messa in giro proprio dalla Stasi!». Tra i pochi che hanno voluto subito vedere il proprio fascicolo c'è l'attore Ulrich Muhe, protagonista e vero eroe del film. Che ha così scoperto di essere stato spiato sia dalla moglie, sia da quattro membri della sua compagnia teatrale. Circostanze dolorosissime che spiegano - insieme al talento professionale - la sua straordinaria interpretazione del tormentato capitano Wiesler. Certo, resta il fatto che, al di là del contesto storico ricostruito così dettagliatamente, Le Vite degli Altri - come ammette il suo stesso autore - «tratta un tema universale: le organizzazioni di potere che violano la nostra privacy. È quello che è successo a voi in Italia, con lo scandalo delle intercettazioni. E che ha spinto Sidney Pollack a chiedere i diritti per il remake del mio film: ambientandolo però nell'America attuale. Quella del Patriot Act». Claudia Morgoglione, laRepubblica, 2 aprile 2007 me. La cui unica colpa è essere il compagno dell'attrice teatrale Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck), donna sensuale, tormentata e dipendente dalle pillole, di cui si è invaghito il ministro della Cultura (Thomas Thieme). Per Wiesler, almeno in apparenza, un lavoro come un altro. E anche poco interessante, visto che Dreyman è attentissimo a non fare nulla che possa spiacere al regime. Le cose però cambiano quando un suo amico dissidente, il regista Albert Jerska, muore suicida; allora lo scrittore prende coraggio e decide di inviare clandestinamente un suo articolo di denuncia, al di là del Muro. Una scelta che porterà anche l'uomo che spia ogni sua mossa a cambiare atteggiamenti, modi di pensare, certezze. E solo dopo alcuni anni, con la riunificazione della Germania, la verità verrà a galla... Il tutto in un film cupo, noir, in parte romantico, vista la storia di passione e disperazione che unisce lo scrittore e l'attrice. Girato nei veri luoghi simbolo della Ddr, come l'ex quartier generale della Stasi. Frutto di anni di ricerche, da parte del regista e sceneggiatore. Ricco di particolari realistici, sulla Germania comunista: dalle prostitute di regime, usate per alleviare la solitudine degli ufficiali della Stasi, al modo di condurre gli interrogatori dei sospettati. E, soprattutto, efficace nel rendere quella atmosfera di sottile paura, di terrore vero anche se sottotraccia, in cui vivevano i cittadini. E che Henckel von Dommersmark, malgrado la giovane età, ricorda bene: «I miei genitori erano entrambi dell'Est - racconta oggi, alla presentazione italiana del film - ma erano andati all'Ovest prima della costruzione del Muro. A volte, però, ci portavano dall'altra parte, a trovare i parenti: ricordo bene la paura che provavamo, ogni volta. E anche l'atteggiamento di chi viveva lì, quel tenere sempre gli occhi bassi». Il suo, però, non è un film biografico. Ma un tentativo - riuscito - di raccontare quegli anni. 18 henschönhausen fosse stato esposto ad alte dosi di radiazioni che gli avrebbero causato in seguito il tumore di cui è morto. La stessa rara forma di leucemia è stata riscontrata in altri due dissidenti tedeschi imprigionati dalla Stasi e morti poco tempo dopo Fuchs. Dopo la caduta del Muro di Berlino nell’ottobre del 1989, alcuni membri dei comitati dei cittadini della Germania dell’est occuparono le prigioni di tutto il paese; all’interno furono effettivamente trovate apparecchiature per i raggi X non nelle sale mediche, ma dove venivano fotografati e schedati i prigionieri. Thomas Auerbach, che lavora come ricercatore per l’autorità statale che sta investigando sulla Stasi, ricorda di aver già visto apparecchiature simili durante un sit-in di protesta in una prigione prima del 1989. Lo studioso dichiara di avere visto documenti che provano l’esistenza di esperimenti all’interno delle prigioni per studiare gli effetti delle radiazioni come mezzi di avvelenamento o sabotaggio. L’organizzazione della Staatssicherheit poteva contare su 80.000 agenti segreti e 300.000 informatori, i cosiddetti inoffizielle Mitarbeiter. Due ex ufficiali della Stasi, Peter Pfütze e Gotthold Schramm, hanno presentato al pubblico nel mese scorso due monografie sulla polizia segreta della DdR. Naturalmente la versione dei due agenti è diversa: tutti i prigionieri furono trattati umanamente e tutti confessarono di aver commesso dei reati. Il punto è non tanto se hanno confessato, semmai se hanno veramente commesso il reato. Un altro sostenitore dell’opera della Stasi è Gregor Gysi, co-presidente insieme a Oskar Lafontaine della Linkpartei, il partito di estrema sinistra in Germania. In un’intervista al quotidiano Die Welt il politico prende le difese dell’organizzazione, cercando di sdrammatizzare le toccanti immagini del nuovo film di Florian Heckel Le vite degli altri. Il film è una denuncia nei confronti dei “carnefici”, gli ex ufficiali della Stasi che, come scrive Paolo Valentino del Corriere della Sera, “provano a riscrivere il passato, tacendo le loro responsabilità in libri pieni di buchi e di menzogne.” L’archivio della Normannenstrasse contiene riferimenti a più di 3 milioni di cittadini della ex DDR, in rapporto di uno a cinque con LE PRIGIONI DELLA STASI La verità su Bautzen e su gli altri luoghi di tortura Nel 2005 più di 140.000 persone hanno visitato il Memorial del Berlin-Hohenschönhausen, nella periferia nord-est di Berlino, che durante il regime socialista nella DdR era una prigione della Stasi, la Staatssicherheit, la polizia per la “sicurezza nazionale” nella Repubblica democratica tedesca. All’inizio dell’anno il direttore del Memorial di Berlino, Hubertus Knabe, ha reso noto che dalle statistiche della pagina web dedicata al Memorial risulta una netta prevalenza di visitatori stranieri, indice del fatto che all’estero c’è un crescente interesse per la storia della dittatura comunista nell’ex Germania dell’est. Alla pagina www.stiftung-hsh.de è possibile scaricare informazioni sulla storia della ex prigione; in loco sono effettuate visite guidate oltre che in lingua tedesca, in inglese, francese, spagnolo, danese, norvegese, polacco e ceco. Fino all’apertura degli archivi nella DdR è stato possibile apprendere la verità sulla condizione dei prigionieri politici perseguitati dalla Stasi solo attraverso le testimonianze di chi è sopravvissuto o è riuscito a scappare nella Germania ovest, come lo scrittore Utz Rachowski, condannato nel 1979 e liberato grazie all’intervento della diplomazia della BRD (Repubblica Federale Tedesca) nel 1980. Rachowski visita regolarmente le scuole tedesche per raccontare agli alunni cosa ha significato per lui essere arrestato a 16 anni e interrogato dagli agenti della Stasi. La prigione della Stasi fu chiusa nel 1990, qualche mese dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del governo di Honecker; tra i suoi più famosi “detenuti” la dissidente Vera Lengsfeld, il giornalista ed esperto di Stasi Karl Wilhelm Fricke, il musicista Christian Kunert, componente del gruppo Klaus Rentft Combo che, a causa delle canzoni in opposizione con la leadership della DdR, fu bandito dalla Germania dell’est. I capi d’accusa più ricorrenti erano: tentativo di fuga, propaganda o satira contro il regime. Un altro scrittore Jürgen Fuchs, morto di leucemia, era fermamente convinto che durante gli anni di prigionia nel penitenziario di Hö19 permanente di documenti e foto delle vittime della persecuzione politica nella Germani dell’est. Leila Tavi, inStoria l’intera popolazione di allora; un’estensione che può essere quantificata con ben 200 chilometri di carta. Un’alta prigione della Stasi si trovava nella cittadina medievale di Bautzen, un ameno luogo nell’alta Sassonia, vicino a Dresda, con una millenaria storia, ma che durante il regime era famosa solo perché ospitava due dei penitenziari più famigerati della Stasi. A Bautzen sono stati imprigionati dal 1956 al 1989 molti oppositori del regime tra cui Erich Loest, Walter Janka e Rudolf Bahro. A Bautzen si trovavano due prigioni: Bautzen I e Bautzen II, ufficiosamente sotto il controllo della direzione del Ministero della sicurezza di Stato; Loest, Janka e Bahro furono detenuti a Bautzen II. Bautzen I, situata a nord, era soprannominata “la miseria gialla” per il colore dei suoi mattoni; già durante il periodo nazista tra il 1933 e il 1945 fu luogo di detenzione degli oppositori politici del Nazionalsocialismo, tra cui Ernst Thälmann, il capo del Partito comunista tedesco. Durante l’occupazione sovietica tra il 1945 e il 1950 fu utilizzata come campo speciale per i prigionieri di guerra nazisti e gli oppositori di Stalin. Con il passaggio all’amministrazione tedesca nel 1950 fu sotto il controllo del Ministro della giustizia, poi nel 1951 passò al Ministero dell’interno e infine dal 1956 al 1989 al Ministero della sicurezza di Stato. Migliaia di persone furono detenute a Bautzen in condizioni inumane e sottoposte a torture; almeno 2.700 prigionieri perirono durante la prigionia e furono sepolti sul Kaninchen Hügel, la “collina del coniglio”, dove oggi si trova una cappella in memoria delle vittime di Bautzen. Nel penitenziario di Bautzen II negli anni Sessanta furono accusati di spionaggio anche alcuni cittadini italiani tra cui Graziano Bertussin e Nicola Marcucci; altri italiani furono accusati di calunnia: Pasquale Cervera, Antonio Di Muccio ed Ernesto De Persilis; altri ancora di tratta di uomini: Elena Sciascia e Pietro Purcu. Bruno Zoratto nel suo Gestapo rossa. Italiani nelle prigioni della Germania est descrive la condizione dei detenuti italiani nelle prigioni della Stasi. Oggi Bautzen II, l'ex Stasi-Knast, è divenuta un “centro della memoria” con un’esposizione Munich - Steven Spielberg - USA 2005 Durante le Olimpiadi di Monaco del 1972, un commando di estremisti palestinesi fa irruzione nel villaggio olimpico e prende in ostaggio undici atleti israeliani, che rimarranno uccisi durante un blitz della polizia tedesca. A seguito del tragico evento, il primo ministro israeliano Golda Meir, decide di costituire un gruppo di vendicatori che avrà il compito di trovare i mandanti dell'attentato e di sterminarli. Ci sono voluti otto anni di ricerche, e un altro anno e mezzo per la stesura della sceneggiatura, basata sul romanzo Vengeance di George Jonas, per raccontare le conseguenze dell'attentato che costò la vita a undici atleti israeliani durante le olimpiadi di Monaco del '72. A dirigere un'operazione tanto articolata, quanto pericolosa non poteva esserci che Steven Spielberg, il cineasta ebreo più impegnato nel raccontare la storia della sua gente (Schindler's List), che alterna da sempre film di impegno sociale e civile ad altri di mero intrattenimento. Il film, come il romanzo da cui è tratto, affronta il complicato susseguirsi degli eventi scaturiti dall'attentato di Monaco, e racconta la storia di una missione di vendetta, voluta in primis dal primo ministro israeliano dell'epoca Golda Meir, che si assunse tutta la responsabilità dell'estrema e ardita decisione di trascinare uno Stato a livello di mandante di una lunga serie di brutali assassinii. Per questa operazione, battezzata "Ira di Dio", furono scelti cinque uomini che non erano killer di professione, ma persone normali specializzate 20 dono al sangue con altro sangue; Ebrei e Palestinesi sono posti sullo stesso piano e il regista non prende posizioni, ma si interroga sui risultati che otteniamo dalle nostre azioni, sul fatto che siano o no veramente quello che vogliamo e che spesso gli esiti imprevisti sono quelli che più tormentano le nostre coscienze. Girato in Israele e in mezza Europa, fra cui anche Roma, il film, pur accompagnato da molte polemiche da parte degli Ebrei, ha ottenuto cinque candidature all'Oscar, fra cui miglior film, regia e sceneggiatura. Lo stato delle cose, affiliato FICC ognuna in settori diversi utili alla pianificazione degli omicidi, di diversa nazionalità (Sud Africa, Germania, Francia e naturalmente Israele), uomini integri e moralmente integerrimi, che pian piano cominciano ad avere dei dubbi sulla legittimità delle loro azioni. A capo del gruppo c'è Avner, giovane ufficiale del Mossad, i servizi segreti israeliani, che più di tutti rappresenta la divisione morale e il senso di colpa comune a tutti i componenti la missione. Gli archivi dell'inchiesta sugli eventi di Monaco sono coperti dal segreto di Stato, quindi sia il romanzo che il film sono in gran parte frutto di finzione, pur basandosi su almeno tre fatti conclamati e realmente accaduti: l'attentato stesso architettato dagli estremisti palestinesi di Settembre Nero, la decisione di Golda Meir di istituire l'operazione "Ira di Dio", e il fatto che molte delle persone coinvolte nell'attentato furono uccise nei mesi successivi. Tutto quello che vediamo nel film, i dettagli, le ricostruzioni, i momenti degli assassini sono opera di finzione, ma tutto sembra essere successo in una maniera molto vicina a quella raccontata in Munich, e nel romanzo Vengeance, attaccato duramente sia dal Mossad che da uno dei terroristi di Settembre Nero, ma mai smentito o screditato. Munich si impone come uno dei migliori film della stagione 2005-2006, soprattutto come un eccellente thriller dai numerosi risvolti psicologici, che crea una suspence in alcuni momenti quasi insostenibile (l'episodio della bambina e del telefono bomba), sorretto da attori perfettamente in ruolo, montato e fotografato in maniera spettacolare. Uno dei film più riusciti di Spielberg attraverso il quale il regista apre una questione fondamentale nei rapporti fra i popoli che lo ha reso obiettivo di molte polemiche da parte di Israele, e cioè la violenza usata come risposta alla violenza. In Munich non ci sono buoni, ma solo uomini accecati dal bisogno di vendetta, che rispon- Spielberg contro tutti Chi scrive non è (era?) mai stato uno spieleberghiano. Chi scrive ha per lungo tempo pensato che il regista in questione avesse prodotto alcuni grandissimi film nella parte iniziale della sua carriera per poi (dis)perdere buona parte del suo talento in una serie di produzioni più o meno riuscite ma mai veramente incisive. Da qualche stagione a questa parte, però, Spielberg è tornato alla carica con una serie di film di grande rilievo, tutti portatori di un ragionamento lucido e a tratti spietato sugli Stati Uniti e sul mondo di oggi. Un percorso iniziato con Prova a prendermi (forse persino con Minority Report?) e proseguito con The Terminal e La guerra dei mondi, film diversissimi tra loro ma legati da un fil rouge solido e compatto. Un percorso ed un fil rouge che culminano nel suo ultimo film, Munich. Munich racconta della cosiddetta operazione Ira di Dio, ovvero della rappresaglia non ufficiale attuata da Israele come reazioni ai tragici fatti di Monaco ‘72, quando un commando palestinese di Settembre Nero sequestrò 11 atleti della squadra olimpica israeliana; atto che - complice il non brillantissimo intervento della polizia tedesca - si concluse con la morte di tutti gli ostaggi, di cinque degli otto terroristi e di altre due vittime. Israele decise quindi 21 le e formale quindi, Munich dimostra però tutta la sua importanza nell'analisi dei temi che tratta. Come detto, il film è tanto politicamente spietato da aver spiazzato e scontentato tutti. Nella parabola del protagonista, (l'Avner a capo della squadra di "Ira di Dio" ottimamente interpretato di Eric Bana) c'è tutto il dramma di un uomo cresciuto con ideali e idealismi che si rivelano drammaticamente sbagliati, di un uomo che portando a termine la missione di morte assegnatagli perde una parte di sé che non ritroverà mai più. Quel che Avner capisce a spese sue, dei suoi compagni e delle sue vittime, è che la vendetta occhio per occhio, la rappresaglia che mira a decapitare un'organizzazione indecapitabile, scatenerà solo altre vendette e altre rappresaglie. Lo sguardo di Spielberg è lucido e pessimista. Anche quando israeliani e palestinesi si parlano (in una scena che mette a confronto Avner con palestinese ignaro della sua identità) quello che emerge è magari una simpatia e un'empatia a livello umano, ma una assoluta e profonda inconciliabilità di vedute a livello macro, nella politica e nella sua azione pratica. La violenza scatena altra violenza, il dialogo sembra impossibile, ragioni e torti sono distribuiti in maniera equanime da entrambe le parti. La resa di Avner, una fuga, una rinuncia, sembra l'unica (non)soluzione possibile. E se questo è il pensiero di Spielberg sulla questione israelo-palestinese, conseguente è quello che, come detto in apertura, va a toccare gli Stati Uniti e le loro responsabilità di ieri e di oggi. Apparentemente lontani da tutto quanto accade nel film, gli USA vengono tirati in ballo in pochi e precisi momenti da Spielberg, con spietata puntualità. Se il film si apre mostrando atleti americani che, seppur ignari, aiutano i terroristi di Settembre Nero ad entrare nel Villaggio Olimpico di Monaco non è certo un caso. Non è certo casuale che della CIA si sottolinei la presenza/assenza in alcuni precisi momenti nel corso della narra- di mettere in piedi una squadra speciale, indipendente dal Mossad, che avesse il compito di rintracciare e uccidere coloro i quali erano ritenuti gli ideatori ed i mandanti dei fatti di Monaco. Una vera e propria vendetta, compiutasi nell'arco di molti anni, che Spielberg racconta oggi con un film di grande intelligenza, cinematografica e non. Rifuggendo da ogni retorica, il regista (ebreo , lo ricordiamo) ha girato un film che dal punto di vista politico è stato capace di scontentare tutti: ha scontentato Israele, ha scontentato arabi e palestinesi, ha scontentato gli Stati Uniti, che vi hanno giustamente letto una durissima accusa alla loro politica estera, di ieri e (soprattutto) di oggi. E scontentare tutti, oggi, è un gran bene. Andiamo per gradi. Da un punto di vista formale e di struttura cinematografica Spielberg ha avuto l'intelligenza di non puntare su una forma aulica e "autoriale" come quella di film come Schindler's List e A.I. Intelligenza artificiale, ma di raccontare una storia di spionaggio utilizzando temi e stilemi tipici del cinema di quel genere. Letto superficialmente, e dimenticando per un momento la Storia, Munich è una spy-story appassionante e con un ritmo impressionante, considerata la durata di quasi 2 ore e 45. Agenti segreti, commando, terroristi, informatori, killer si alternano sul grande schermo di pari passo con alberghi, appartamenti e case situati nelle principali città europee, quelle dove gli incaricati dell'operazione "Ira di Dio" stanano di volta in volta le loro vittime. Una vicenda avvincente ed emozionante, nella quale non stonano affatto l'umanità espressa dai protagonisti, i loro dubbi, le loro riserve, i loro errori, le loro paure e le loro rabbie. Il tutto girato da Spielberg con la consueta maestria tecnica e fotografato splendidamente da un altro grande nel suo campo come Janusz Kaminski. Quasi impeccabile dal punto di vista struttura- 22 zione. E di certo non è un caso se il film si va a chiudere come si chiude: con una discussione tra il disilluso Avner ed il convinto sionista Ephraim (uno dei capi del Mossad che cerca di riportare Avner in servizio) che ha come sfondo lo skyline di Manhattan, che mostra il palazzo di vetro dell'Onu prima e le Torri Gemelle poi. Il simbolismo è chiaro. Il riferimento all'oggi anche. Con Munich Spielberg non si limita a sottolineare le responsabilità americane in Medio Oriente, ma denuncia l'inadeguatezza della diplomazia e soprattutto mostra, con inaudito coraggio, come l'11 settembre sia figlio di una spirale di violenza con precise responsabilità americane e di come le successive reazioni del governo Bush siano destinate a fare la stessa fine dell'operazione "Ira di Dio". Si può cercare di eliminare i terroristi, si possono minacciare o invadere gli Stati canaglia. Ma, in assenza di cambiamenti strutturali, questo servirà solo ad alimentare violenza, conflitti, scontri di cultura e disillusione. Si può condividere il discorso di Spielberg o meno (noi lo condividiamo). Se ne può contestare il pessimismo. Ma non si può negare il coraggio che ha dimostrato con questo film né il grande talento cinematografico che ha confermato. seguire Carla, schiva fino al mutismo ma con improvvise aperture di dolcezza. Entrando nella vita della ragazza, George si rende rapidamente conto del dolore che ne fa parte e che la spinge a tentare il suicidio: è ammirevole (e irrazionale) il suo comportamento, fino alla decisione di accompagnarla in Nicaragua per farle fare i conti col passato. La cesura tra la parte scozzese e quella sudamericana è netta, al punto che il primo tempo finisce con l’aereo che decolla; non è un caso che Antonio, più volte evocato per tutto il film, si veda per la prima volta in un flashback proprio ad inizio secondo tempo. Il secondo atto è un altro film: un paese in balia della violenza, di una guerra tra sandinisti e contras, tra rivoluzionari e CIA, ospita la ricerca di Carla. Mentre la ragazza si muove in un territorio che conosce alla ricerca dell’uomo che ha amato, George la segue finendo così per capovolgere i ruoli iniziali. Ai suoi occhi si palesa, mano a mano, un territorio dilaniato, nel quale la vita non è uno scopo ma un mezzo; in questo momento, George cessa di essere un turista meravigliato e diventa lo strumento di denuncia di Loach: il regista vuole raccontare una guerra voluta dagli americani, che hanno scuole ed ospedali come obiettivi militari, stuprano e ammazzano donne e bambini, manovrano una fazione di due contrapposte che, prima del loro intervento, nemmeno esistevano. E’ una denuncia cruda, ma non forte: in molte parti del Sud America le cose sono andate così, e nessuno si stupisce più nel sentirselo raccontare. Ma, anche se questo rende il film disomogeneo fino a dubitare dei significati della prima parte, che alla luce della seconda sembra soltanto un prologo, è un bene che qualcuno continui a raccontarcelo, ed a ripetere che “non c’è guerra senza la CIA”. Non ci sarebbe questa guerra, voleva dire Bradley pronunciando la sua accusa; non ci sarebbero molte guerre, tutte gratuite, tutte americane meno che i morti. Glauco Almonte, Cinema del silenzio Federico Gironi, movieplayer, 25 gennaio 2006 La canzone di Carla Ken Loach - Gran Bretagna, 1996 Tragedia in due atti per Ken Loach: nel primo nasce la relazione tra George e Carla, lui conducente d’autobus, lei passeggera senza biglietto. Una Glasgow brutta (ma Loach è un maestro nell’esaltare le bruttezze urbane) fa da sfondo a una storia tenera, fatta di silenzi imbarazzanti da una parte e insistenza romantica, ai limiti dell’invadenza, dall’altra. George perde un lavoro al quale dopo tutto non tiene per in- Hollywood mente sull’America Latina, Ken Loach no! Hollywood ha trattato alcune volte, direttamente o indirettamente, il tema della situazione politica dell’America Latina. Lo ha fatto, 23 ad esempio, nei film Viva Zapata! (1952) di Elia Kazan; Bananas (Il dittatore dello stato libero di Bananas, 1971) di Woody Allen; Salvador (1986 ) di Oliver Stone; Death Chase (Jungle Assault, 1988) di David A. Prior; Romero (1989 ) di John Duigan; Havana (1990 ) di Sydney Pollack; Delta Force 2: The Colombian Connection (Colombia Connection: il massacro, 1990) di Aaron Norris; Evita (1996 ) di Alan Parker. Ora, la situazione politica dell’America Latina è chiara : è una neo-colonia statunitense (con l’eccezione di Cuba) dove gli USA sostengono governi locali collaborazionisti in genere messi al potere con colpi di Stato e poi aiutati e anche istigati nelle repressioni. Lo scopo è di permettere alle proprie Multinazionali di sfruttare le risorse dell’area. Questi governi si prestano al gioco perché in cambio le Multinazionali USA lasciano il resto delle risorse alla cerchia che li esprime. Naturalmente il governo USA fa anche partecipare elementi di quelle cerchie al traffico di cocaina, che è da lui gestito a livello mondiale. Tutto ciò che di orrendo capita in America Latina - colpi di Stato sanguinosissimi, desaparecidos, stragi di contadini e relative famiglie, torture della polizia e dei paramilitari, Squadroni della Morte eccetera, cose che dal 1945 ad oggi hanno provocato la morte di vari MILIONI di persone nel sub continente, di ogni sesso ed età - è dovuto solo e soltanto agli Stati Uniti. Non ci fossero gli USA, non ci sarebbero neanche quegli orrori. Questo lo sanno tutti gli addetti ai lavori del mondo: i governi, l’ONU, il Vaticano, l’Accademia svedese dei premi Nobel, tutti gli intellettuali di una minima intelligenza e preparazione. Lo sanno cani e porci. Ma Hollywood ci viene a dire che non lo sa. Quei film infatti sono realizzati con la seguente premessa, esplicita o implicita: è tutta farina del sacco latinoamericano. Nei film che vogliono apparire più spregiudicati e meno sprovveduti - come il Salvador di Stone e il Romero di Duigan - non si nascondono le collusioni dei mostri locali con CIA e Pentagono, del resto venute di dominio pubblico in moltissime istanze (anche negli USA), ma le si presenta come un appoggio a strategie od operazioni sempre iniziate dai locali, la giustificazione essendo la lotta al comunismo. Cosa succede, Hollywood è forse scema? Certo che no. Semplicemente è una filmografia di Stato, asservita alle esigenze di propaganda e disinformazione del suo governo, che la controlla tramite l’Agenzia federale USIA (United States Information Agency, creata nel 1954). Così i suoi film sull’America Latina non dicono certo la verità. Non la POSSONO dire. Carla’s Song invece la dice. Perché non è un film di Hollywood (è scozzese-spagnolo infatti). E perché evidentemente i responsabili (produttore, sceneggiatore e attori principali, e naturalmente il regista Ken Loach) sono intellettualmente onesti e non temono le ritorsioni statunitensi. Tratta di un autista d’autobus di Glasgow (George-Robert Carlyle) che si innamora di una profuga dal Nicaragua (CarlaOyanka Cabezas), finendo per riaccompagnarla nel suo Paese dove - è il 1987 - tocca con mano il terrorismo scatenato dai Contras; qui conosce anche Bradley-Scott Glenn, un americano operatore di una organizzazione umanitaria che risulterà essere stato in precedenza un agente della CIA. Conoscete la storia. Nel 1979 i Sandinisti costringevano alla fuga il dittatore Anastasio Somoza Debayle, che assieme ad altre 16 famiglie si divideva con le Multinazionali USA della frutta il 50% delle terre coltivate (mentre da solo, con la sua Plasmaferesis, vendeva negli USA il sangue pagato niente ai suoi campesinos “donatori”), e poco dopo il governo di Washington - su richiesta delle stesse Multinazionali, quelle da cui voi comprate banane, caffè e ananassi - organizzava un esercito di 15.000 mercenari reclutati tra la feccia del Nicaragua e del resto dell’America 24 ti di là scavalcando quei sacchetti di sabbia e sono andati dritti sugli obiettivi. Ma che bisogno c’è di questa! Ecco qui quel che resta della scuola e dell’ospedale. Obiettivi militari! George - Cristo! Bradley - È la CIA a dirigere tutto lo spettacolo. Ci sono gli Stati Uniti dietro tutto questo. Non ci sono Contras, non c’è guerra senza la CIA. Violentano i bambini davanti ai genitori. E dopo li sventrano con le baionette. Ho parlato con una donna un paio di settimane fa, in un barrio di Esteban, la senora Mercedes. Sta a sentire cosa mi ha detto. Allora, il suo orrendo crimine era stato di partecipare alla raccolta del caffè nella cooperativa. Il giorno dopo qualcuno la mette in guardia: i Contras stanno arrivando per punirti dell’orrendo crimine che hai commesso. Arrivano, così lei esce di casa con suo figlio di tre mesi attaccato al seno, afferra un altro dei suoi figli di due anni, e si nasconde in cima a un albero. Sente delle voci, sotto ci sono tre Contras con suo figlio di 14 anni. Due lo tengono e un terzo gli solleva l’ascella e con la baionetta lo squarcia sino all’inguine. Gli escono fuori le budella e mentre quello urla in agonia gli versano una bottiglia di alcool nella pancia. Bè, quella donna mi guarda negli occhi e dice: mi dispiace farti sentire male, tu non sai che succedono cose del genere, non sai che il tuo Paese fa certe cose. Loro torturano maestri di scuola, infermieri, e io lo sapevo perché li ho aiutati a farlo! George - Tu cosa hai fatto? Bradley - Sì, li ho reclutati, armati, allenati, equipaggiati e - Dio mi perdoni - li ho mandati in Nicaragua.» Si poteva dire anche di più. Si poteva pronunciare un numero delle vittime civili dei Contras. Si potevano citare le Multinazionali statunitensi della frutta. Si poteva accennare che il tutto era per ordine del Congresso di Washington via presidente Reagan. Si poteva dire Centrale per compiere stragi nella popolazione civile. Per lucrare ulteriormente a quegli uomini era permesso di portare cocaina negli USA, il trasporto avvenendo con gli stessi aerei militari americani senza insegne che gli fornivano la logistica di guerriglia. Il messaggio da convogliare era: massacreremo civili sino a che non rimetterete in piedi un governo filo nostre Multinazionali. Dal 1980 al 1988 furono uccisi dai Contras 50.000 civili, sino a che il governo Sandinista accettò di “perdere” le elezioni del 25 febbraio del 1990. Qual era la verità da dire in merito, per un film che tratta il soggetto? Che i Contras erano una creazione esclusiva degli USA, e non una spontanea fazione locale “di destra” come diceva il governo americano, fazione magari poi aiutata dalla CIA per “anticomunismo”, come aggiungevano alcuni media statunitensi per passare da “critici”. E il film la dice. Una notte il villaggio in cui si trovano George e Bradley viene attaccato dai Contras e la seguente è la trascrizione del colloquio fra i due il mattino dopo, come risulta dalla versione in italiano del film diretta da Mario Maldesi con dialoghi di Mario Paolinelli: «George - Animali schifosi! Bradley - Animali? No, no. Cosa accidenti pensi che fossero, soldatini allo sbaraglio? Svegliati ragazzo. Forse non lo sai ma nasce tutto a Langley, in Virginia. E sai che c’è lì? Il quartier generale della CIA, i servizi segreti degli Stati Uniti d’America. Cristo santo, guarda qui. Uno di quei Contras là per terra aveva questa foto in tasca. Mi dici come l’ha avuta? È faxata con un satellitare ed è stata scattata da un aereo americano. Guarda qui: scuola, scuola, scuola, e questo vuoi sapere cos’è? Te lo dico subito, è un ospedale. Questa è una cooperativa agricola, è chiaro? Questi sono i piani di attacco che quei bastardi avevano per stanotte. Eccoli qua. Avevano la mappa dettagliata di questo posto. Sono entra- 25 culturale ed il risveglio politico di George formano il nucleo emotivo dell’arrabbiato e addolorato film di Ken Loach Carla’s Song... [che] si lancia coraggiosamente ma in modo incerto in un misto di semi documentaristico, rancoroso trattato politico e di succosa favola... e tramite la non tremendamente credibile figura di Bradley (Scott Glenn), un coriaceo ex agente della CIA che ora è un operatore pieno di rimorsi per una organizzazione per i diritti umani, consegna anche al film il suo franco monologo politico. Un ex avversario diventato sostenitore della causa sandinista, ed un testimone di innominabili atrocità patrocinate dalla CIA, Bradley è pieno di segreti, la maggioranza dei quali trattiene sino alla fine del film... Carla’s Song raggiunge la sua massima efficacia in scene che sembrano quasi improvvisate, nelle quali George supera le barriere del linguaggio e della cultura per stabilire un caldo cameratismo con soldati sandinisti e pacifici paesani che sono sotto l’attacco dei Contras. Il suo ritratto di un idealistico esercito di contadini e dei suoi sostenitori alle prese con un nemico feroce è platealmente nostalgico per il sogno di sinistra che i sandinisti allora rappresentarono”. Senza darsene a vedere Holden disinnesca subito la bomba contenuta nel film, il monologo di Bradley. Lo fa definendo i Contras “di destra” (“right-wing contras”). I Contras non erano affatto di destra: erano dei mercenari, che facevano ciò che facevano perché pagati, in dollari e in cocaina. C’erano fra loro diversi ex elementi della Guardia Nazionale di Somoza, ma la maggioranza erano di altri Paesi dell’America Centrale, accorsi per le ricche prebende statunitensi. Oltretutto la “ Guardia Nazionale “ di Somoza era essa stessa composta da mercenari. C’erano anche dei mercenari statunitensi, come risultò nel 1987 quando un aereo dei Contras fu abbattuto in Nicaragua: il pilota era lo statunitense Richard Hasenfus. Definendoli invece “di destra” tutto cambia: erano una fazione politica locale in lotta armata contro il governo. La versione sempre sostenuta da Washington e dai media statunitensi. Ora, dice Holden, il film accusa la CIA di avere aiutato questa fazione. Si, i Contras compivano azioni “innominabili” (“unspeakable”), ma dov’è lo scandalo? Come puntua- che i Contras venivano assoggettati a trattamenti di condizionamento psicologico nelle apposite strutture statunitensi situate a Panama (la Army School of the Americas) e in Texas (la Border Police Academy), allo scopo di indurli ad efferatezze senza limiti (la BPA di Fresno è fra l’altro una nota scuola di tortura). Si poteva dire chiaro e tondo che per motivarli oltre alla paga ai Contras era stato aperto un canale di traffico di cocaina negli USA. Si potevano dire tante cose, ma visto il clima tra il complice e l’istupidito che regna da decenni nell’Europa Occidentale ci si può accontentare. Noterei piuttosto che il monologo testè riportato, della durata esatta di 3 minuti e 30 secondi, risulta pericolosamente isolato nel contesto del film: mancasse questo il film manterrebbe una sua congruenza ma cambierebbe “colore” e potrebbe sembrare uscito da Hollywood, un prodotto di propaganda verafinta critica tipo Romero e Salvador. Potrebbe trattarsi di un accorgimento per poter distribuire il film in certe aree, ad esempio in... America Latina, previa la soppressione del monologo. Anche il finale non è convincente. Si costruisce il film sull’attesa di vedere come sia ridotto Antonio, l’ex fidanzato di Carla catturato e torturato dai Contras, che dall’imbarazzo e dalla reticenza dei conoscenti ci si aspetterebbe come il povero reduce di Johnny Got His Gun, e lo si trova che suona la chitarra in forma quasi perfetta, giusto muto perché i Contras gli hanno strappato la lingua. Non è da Ken Loach, e sembrerebbe un finale edulcorato per l’Europa, mentre quello “buono” va su altri mercati. Ma di nuovo non sottilizziamo e accontentiamoci. Piuttosto, chiediamoci come il film è stato accolto negli Stati Uniti, dove è stato presentato in una sola sala e poi destinato a una distribuzione che non so di quale livello (può anche darsi del massimo livello, ma io credo che sia stato ritirato, fatto scomparire, desaparecido come a suo tempo da noi L’Amerikano di Costa Gavras). Su Internet c’è una recensione niente meno che del New York Times, scritta da tale Stephen Holden. È una normale e superficiale critica cinematografica, dove spiccano però alcuni passi: “... È il 1987, quando i Contras di destra conducono una guerriglia contro il governo di sinistra dei Sandinisti... Lo shock 26 lizzerà nel finale dell’articolo, i Contras si opponevano a un governo comunista e si sa che gli USA sono contro il comunismo. Un lavoro sporco della CIA, ma che andava fatto, o in qualche modo giustificabile. Anche questa è la versione sempre sostenuta da Washington e dai media statunitensi. Dei quali ultimi Holden fa parte. Il finale della recensione è dedicato a giustificare, anche qui senza parere, perché mai gli USA siano tanto ostili al comunismo. Non è perché sono cattivi, anzi: gli americani si rendono conto che il comunismo è un tentativo di migliorare le cose. È perché sono realisti, disincantati: il comunismo è un’utopia (l’aggettivo “idealistico” e il sostantivo “sogno” nella stessa frase) fuori della portata degli uomini; gli uomini sono dominati dall’egoismo materiale e l’unica strada è assecondare tale impulso, appunto come fa il capitalismo americano. Una bufala, ma non è la sede per elaborare. Un’ultima osservazione su questa recensione. Immaginate di essere un critico cinematografico italiano e di dover recensire un film che accusa l’Italia di avere premeditatamente fatto massacrare nell’arco di 8 anni ben 50.000 civili di ogni sesso e età in un Paese straniero, dite l’Egitto. Non vi scandalizzereste? Non cerchereste di dimostrare con veemenza, se non altro a voi stessi, che non può essere vero perché troppo orribile? Lo fareste, ma Stephen Holden non spende una parola in proposito. Avete una misura di cosa sono gli americani. La canzone di Carla è un film veridico e istruttivo, che tutti dovrebbero vedere. In Italia, dove vige circa lo stesso tipo di censura che c’è negli USA, è stato distribuito in pochissime sale (n.d.r.); però esiste in dvd, doppiato in italiano. John Kleeves, I divi di stato Il controllo politico su Hollywood, Il Settimo Sigillo, 1999 Il reporter inglese Michael Henderson si trova a Sarajevo per una nuova cronaca di guerra. Siamo nel 1992, all'inizio dell'assedio della città. I giornalisti la sera si ritrovano al bar dell'albergo per raccontarsi, in un clima di paura ma anche di inevitabile rivalità professionale, le reciproche esperienze. Un giorno Henderson e il collega americano Flynn scoprono uno dei campi di concentramento organizzati dai serbo-bosniaci. Poi è la volta delle stragi di civili in coda per la distribuzione del pane. Durante la visita ad un orfanotrofio sotto il fuoco nemico Henderson sente il bisogno di fare qualcosa di più concreto e promette ad una bambina, Emira, di portarla lontano dalla guerra. Quando un convoglio di aiuti umanitari guidato dall'americana Nina si offre di mettere in salvo alcuni bambini, Henderson decide di portare Emira in Inghilterra. Sembra tutto risolto, quando la mamma pretende di riaverla indietro. Henderson torna a Sarajevo e riesce a convincere la madre. Intanto in città qualcuno riesce ad organizzare un piccolo concerto, sfidando il pericolo, in favore della pace. Welcome to Sarajevo, Help Bosnia Now, due scritte che risaltano sui muri di una devastata Sarajevo, due messaggi, il primo di speranza, sia pure trasformatasi ben presto in amara autoironia, il secondo di disperazione, raccolti, con mano questa volta poco felice, da Michael Winterbottom (Go Now, Jude) in Benvenuti A Sarajevo, suo quarto lungometraggio, presentato in concorso al Festival di Cannes 1997, tratto dal libro di Michael Nicholson Natasha's Story. Ma se al centro della narrazione di Nicholson, reporter televisivo inglese sempre in prima linea dal Vietnam in poi, è, sì, la sua esperienza in Bosnia, ma soprattutto il salvataggio della piccola Natasha dagli orrori di una guerra fratricida, nel film di Winterbottom è alla coralità dei personaggi ed ai tragici eventi che viene offerto il proscenio, suscitando, però, nello spettatore, con una scelta stilistica perennemente in bilico fra documentarismo e fiction, di certo più irritazione che non commozione. Michael Henderson (Stephen Dillane) è un corrispondente di guerra, un veterano, ormai, Benvenuti a Sarayevo - Michael Winterbottom Gran Bretagna, 1997 27 dopo la guerra, un film con il quale costringerci a confrontarci con una realtà a noi vicina senza poter scegliere, questa volta, di cambiare canale. Le intenzioni, c'è da crederlo, sono delle migliori, ma le crude immagini di repertorio ed il materiale originale, se anche generano in noi un'innegabile sensazione di impotenza, non riescono mai a tradursi in un vero atto d'accusa, spezzettandosi, piuttosto, in un insieme di piccole vicende che non cercano nemmeno di imporsi con il proprio peso. Paragonato, senza andare eccessivamente indietro negli anni, ad altri sguardi "giornalistici" su paesi dilaniati da lotte intestine, come il Nicaragua di Sotto Tiro o, ma qui la tematica è piuttosto diversa, Un Anno Vissuto Pericolosamente di Peter Weir, il film di Winterbottom mostra tutti i propri limiti, oltre che nella frammentarietà dell'azione, nell'evidente incapacità di comunicare con il pubblico trasmettendo emozioni tangibili. Del tutto fuori luogo è poi una colonna sonora che, per quanto ricca e di per sé piacevole, si riduce ad un uso intrusivo e straniante del Brit Pop, in una forzatissima contrapposizione ironica fra le immagini di disperazione e le soavi canzoncine anglosassoni. © Carlo Cimmino, reVision, 1997 alla sua quattordicesima missione: Sarajevo. Assediata dalle truppe serbo-bosniache inneggianti all'ennesima pulizia etnica, la città, da sempre cosmopolita, si sforza di condurre una vita per quanto possibile normale, sfidando - siamo nel 1992 - la ferocia dell'ex vicino, i costanti bombardamenti, il fuoco dei cecchini sui passanti, sulla gente in coda per l'acqua o il pane. I giornalisti, qui, rappresentano un'entità a sé stante che divide con la popolazione gli stessi rischi quotidiani, ma non la miseria, stracarichi come sono di soldi e di non meno preziose sigarette, un gruppo apparentemente compatto in cui serpeggia una voglia di affermarsi che sfocia in rivalità. Per alcuni è la ricerca dello scoop, per altri un incontrollabile desiderio di protagonismo, come per l'americano Flynn (Woody Harrelson, già protagonista del Larry Flynt di Forman), disposto ad esporsi spavaldamente alle pallottole dei cecchini pur di vendere i suoi servizi ed il suo volto al mondo intero. Ma la distruzione della città, la sistematica uccisione di civili indifesi, la scoperta dei campi di concentramento, le tiepide reazioni da parte dell'occidente ed il disinteresse dei governi e delle stesse Nazioni Unite, per le quali Sarajevo è soltanto il 14° luogo più pericoloso della terra, trasformeranno questi uomini pronti a tutto nell'unico avamposto non soggetto ai principi della politica e della diplomazia, nell'unica speranza di salvezza, attraverso la costante proposta di frammenti di sofferenza, per un popolo senza speranza. È così che Michael Henderson prenderà a cuore le sorti dei bambini di un orfanotrofio, attivandosi in una campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, e della piccola Emira che porterà con sé in Inghilterra, lontana dalle esplosioni di granate, dall'odio, dal sangue. Interamente girato a Sarajevo nel 1996, a pochi mesi dalla fine delle ostilità, Benvenuti A Sarajevo è il primo film occidentale le cui riprese abbiano avuto luogo nella città bosniaca "Con Winterbottom si combatte contro l'indifferenza. Dove se mai Welcome to Sarajevo si rivela insufficiente è proprio nell'aspetto emotivo, tanto che deve rivolgersi alla fine al classico 'Adagio' di Albinoni per riannodare le fila sentimentali. Ma ben venga un film che, con un ottimo montaggio, lotta per non dimenticare e per denunciare il cinismo occidentale, sfiorando la poesia e parlando a nome di 300 mila bambini. Una cosa è certa: nessun uomo è moralmente abilitato a reggere l'agonia di un popolo. E i bambini sempre e comunque ci guardano". Maurizio Porro, Il Corriere della Sera, 8 novembre 1997 28 Diaz - Non pulite questo sangue Daniele Vicari - Italia, 2012 "Come ipnotizzato, Winterbottom moltiplica piste, personaggi, punti di vista, senza negarsi niente. Il rock in colonna sonora e la vita che prosegue nella tragedia. La scoperta dei lager serbi e le elezioni di 'Miss Sarajevo assediata'. Le esecuzioni sommarie e le retrovie dei media, con dubbi e dibattiti fra addetti ai lavori. E la fatica dei reporter, i pericoli, gli affetti, il senso di impotenza, le delusioni, l'inutile parata dei capi di Stato, la grottesca classifica Onu per cui Sarajevo 'è solo al 14° posto' nell'hit parade mondiale dell'orrore. Una doccia scozzese che però rischia di far perdere il film su due tavoli: come documento è già superato, come fiction fin troppo elementare. Ma forse questo voleva Winterbottom: raccontare mimare? - una disfatta che non è solo della Bosnia ma di tutti noi". Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 16 novembre 1997 Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna (giornale di centro destra) che il 20 luglio 2001 decide di andare a vedere di persona cosa sta accadendo a Genova dove, in seguito agli scontri per il G8, un ragazzo, Carlo Guliani, è stato ucciso. Alma è un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri e ora, insieme a Marco (organizzatore del Social Forum) è alla ricerca dei dispersi. Nick è un manager francese giunto a Genova per seguire il seminario dell'economista Susan George. Anselmo è un anziano militante della CGIL che ha preso parte al corteo pacifico contro il G8. Bea e Ralf sono di passaggio ma cercano un luogo presso cui dormire prima di ripartire. Max è vicequestore aggiunto e, nel corso della giornata, ha già preso la decisione di non partecipare a una carica al fine di evitare una strage di pacifici manifestanti. "Benvenuti a Sarajevo è un film importante. Non solo per le ragioni evidenti, ma anche per il fatto di mettere in luce una contraddizione fondamentale: come capiti cioè che il reale dei documenti visivi mescolato alla finzione della narrazione cinematografica non necessariamente riesca a essere più eloquente della pura invenzione. E lo dico pensando ad almeno altri tre film sulla guerra in Bosnia, due quasi capolavori come Lo sguardo di Ulisse e Underground, e un piccolo film che se non parlasse di morte chiameremmo minimalista, Il cerchio perfetto. Tutti, per ragioni diverse, più impressionanti del film di Michael Winterbottom - un regista interessante, ma erratico e mutevole, che con Benvenuti a Sarajevo tenta ancora un'altra strada e un altro modello di cinema dopo Il bacio della farfalla, Go now, Jude. (...) Alla fine di questo film onesto e squilibrato, generoso e irrisolto, non si può che dar ragione alle sue intenzioni e a Woody Harrelson: le immagini di Sarajevo sono un virus di cui lo spettatore farà fatica a liberarsi". Irene Bignardi, la Repubblica, 9 novembre 1997 Il G8 secondo Vicari In una sala meno affollata di quanto l’attesa intorno al film facesse sperare, è stato presentato oggi (12 febbraio 2012) nella sezione Panorama Special della Berlinale Diaz - Non pulite questo sangue, nuovo film di Daniele Vicari (Il passato è una terra straniera), che torna ad accendere i riflettori su una delle pagine più discusse della recente storia italiana. Nel luglio 2001, il Governo italiano (allora guidato da Silvio Berlusconi) decise di ospitare il summit del G8 a Genova. La scelta, molto criticata sin dall’inizio per la particolare topografia della città portuale - strade strette e labirintiche, di fatto incontrollabili -, si rivelò drammatica: Genova fu invasa da circa 700 tra associazioni pacifiste e no-global, e divenne presto teatro di violentissimi scontri tra polizia e manifestanti, culminati con la morte di uno di essi, Carlo Giuliani. Di fronte ad un materiale tanto ricco, Vicari 29 una messa in scena da action-movie concitata e confusa, dove il contesto storico e politico è indecifrabile, la divisione fra bene e male sempre troppo netta e gli sfocati protagonisti troppo stereotipati. Per difficoltà produttive e di budget, la coproduzione italiano-rumena è stata girata a Bucarest, nella quale sono stati interamente ricostruiti 20.000 mq di Genova. Valentina Di Michele, Cineuropa, 12 febbraio 2012 sceglie di costruire un vero e proprio film bellico (con tanto di scene di massa e centinaia di stunt e comparse) intorno ad un solo episodio, il brutale assalto della polizia alla scuola Diaz e le violenze della caserma di Bolzaneto. Il film, frutto di un lavoro di ricerca sugli atti processuali durato ben due anni, si apre su una scena di guerriglia urbana, e appare subito chiaro che a Genova è in corso una guerra fra black block e forze armate, e che tutti, dai cittadini ai manifestanti, fino al comitato di coordinamento delle manifestazioni anti-G8 (il Genoa Social Forum) sono coinvolti. La sensazione di coralità viene ribadita dalla volontà del regista di non avere un unico protagonista, ma vari personaggi in movimento in una città ormai nel caos: un poliziotto con scrupoli morali (Claudio Santamaria), un giornalista (Elio Germano) e numerosi giovani, per lo più stranieri, del colorato popolo della protesta. In una struttura sincopata, con salti temporali in avanti e all’indietro, Vicari ricostruisce la drammatica notte dell’irruzione di 400 poliziotti nella scuola Diaz, dormitorio per circa 93 dimostranti e sede del media center, e il successivo brutale pestaggio. Il regista non sembra lavorare per sottrazione: la violenza è tutta mostrata, ad eccezione di rari momenti di vera tensione, quando le urla delle vittime picchiate e lo scalpiccio dei passi dei poliziotti sulle scale rimbombano nel buio. Il film alterna scene ben documentate di fiction e video realmente girati nella notte dell’aggressione, e materializza, senza omissione di dettagli, le torture fisiche e verbali subite dai manifestanti arrestati nella caserma di Bolzaneto. Troppo lontano dagli eventi per esserne una ricostruzione a caldo, e troppo vicino per una lucida analisi storica, Diaz - Non pulite questo sangue ha l’evidente obiettivo di rendere giustizia alle vittime, ma non riesce a trovare una forma precisa, restando così imprigionato in I due volti (violenti) del G8 di Genova Ci vorrebbe il doppio programma per proiettarli uno dopo l’altro: prima Diaz di Daniele Vicari e poi The Summit di Franco Fracassi e Massimo Lauria. Parlano della stessa cosa, le manifestazioni contro il G8 a Genova nel 2001 e soprattutto i pestaggi alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, il primo con le armi della finzione, ricostruendo con puntigliosità il bestiale massacro dei ragazzi accampati nella scuola, il secondo con l’inchiesta, mettendo a confronto materiali di repertorio e testimonianze di chi c’era o di chi può spiegare. Perché il «limite» di Diaz (rivendicato dal regista) è quello di mostrare «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale» (come ha detto Amnesty International) senza allargare il discorso alle responsabilità e alle decisioni (della polizia e della politica). Così che le didascalie finali che ricordano le sentenza dei due processi, di primo grado e di appello, così risibili rispetto ai fatti, sembrano davvero poca cosa. Il documentario di Fracassi e Lauria invece lavora solo sulle testimonianze e sulle analisi (anche di esperti della polizia) per ricordare le dinamiche dei fatti, come i troppi dubbi sulla morte di Carlo Giuliani, e per smontare la verità ufficiale e cercare di spiegare le ragioni che spinsero il governo a innescare, se non pro- 30 questa parte Vicari dà il meglio di sé, costruendo un’atmosfera da incubo fatta di ombre, suoni cupi, luci sinistre, singhiozzi e grida disperate, tanto simile ad un horror in cui la vittima tenta inutilmente di nascondersi dal suo carnefice, e lo spettatore già sa che non avrà comunque scampo. Meno riuscite le altre parti del film, a partire dalle fumose riunioni dei vertici della polizia in cui viene deciso l’assalto, che sembrano uscite da un poliziottesco anni ’70 (“ma cosa li fermiamo a fare questi sovversivi se poi il giudice non ci convalida l’arresto?”) fino alla sequenza delle torture nella caserma di Bolzaneto con il poliziotto aguzzino che brandendo il manganello a mò di fallo verso una povera ragazza sembra fare il verso ad un aguzzino di un nazi porno. “Diaz”, dunque, più che per i suoi meriti squisitamente cinematografici, va apprezzato per quello che è: un potente atto di accusa verso una delle maggiori vergogne della nostra recente democrazia, in cui l’indignazione dello spettatore, più che alle violenze mostrate dalla cinepresa, esplode alla lettura dei titoli di coda, che evidenziano la sostanziale impunità dei mandanti e degli esecutori. Vassili Casula, Eco del cinema prio a «ordinare», una repressione così bestiale della manifestazione. Finendo per essere meno «spettacolare» ma più convincente. Paolo Mereghetti, Corriere della sera, 15 febbraio 2012 A dieci anni dal G8 di Genova, Vicari affronta una delle pagine più nere della nostra storia democratica. E lo fa picchiando duro sulla pancia dello spettatore Non è un buon periodo cinematografico per le italiche forze dell’ordine, o del disordine come da qualcuno polemicamente ribattezzate. Dopo il riuscito ACAB di Stefano Sollima, che racconta le vite di un manipolo di celerini omertosi e drogati di violenza, tornano sugli schermi le infami gesta di poliziotti che nella notte del 21 luglio 2001, a G8 di Genova ormai finito, irruppero nella scuola Diaz per compiere quella che il vice questore Michelangelo Fournier all’epoca definì una “macelleria messicana” ai danni di un centinaio di pacifici dimostranti italiani e stranieri, con la scusa di stanare un nucleo di black blocks. La vicenda che fece scandalo in tutto il mondo, tanto da essere stata definita da Amnesty International “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale” approda sugli schermi dopo aver transitato con successo all’ultimo Festival di Berlino, con una trasposizione ben documentata, firmata da Daniele Vicari con un cast composto perlopiù da quella ‘meglio gioventù attoriale’ romana rimasta fuori dal già citato ACAB (Elio Germano, Claudio Santamaria, Alessandro Roja, Paolo Calabresi). Il film è costruito intorno alle storie di alcuni personaggi che si trovano al G8 per differenti motivi (il giornalista, l’anziano sindacalista, il manager che si occupa di economia solidale, l’anarchica che ha partecipato agli scontri nei giorni precedenti) che finiscono per ritrovarsi a condividere un comune tragico destino. Ovviamente il “piatto forte” della pellicola è l’assalto alla scuola e il selvaggio pestaggio da parte della polizia: una mezzora di manganellate, calci in faccia, denti spaccati, insulti ed umiliazioni assortite, con una scuola trasformata in una trappola lager, dove viene fatto scempio dei più elementari diritti umani. In L’intervista a Daniele Vicari […] Dalle dichiarazioni rese dai 93 arrestati nasce il processo Diaz. Su più di 300 poliziotti che parteciparono al blitz della Diaz, soltanto 29 sono stati processati e nella Sentenza di Appello in 27 hanno riportato una condanna per lesioni, falso in atto pubblico e calunnia. Le condanne per lesioni e calunnia sono ormai prescritte, restano valide le condanne per falso in atto pubblico che andranno in prescrizione nel 2016. Nel processo relativo ai fatti accaduti nel carcere/caserma di Bolzaneto sono stati imputati 45 tra poliziotti, carabinieri, guardie penitenziarie, medici e infermieri. Per questo processo «la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura ha costretto il tribunale a circoscrivere le condotte inumane e degradanti (che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali)» [sentenza del tribunale di Genova del 14 lu31 effettivamente passato in quei giorni e ci ha fatto entrare in un universo che almeno da 150 anni avremmo dovuto superare, cioè che quando una persona viene arrestata deve essere rispettata dallo Stato nella sua integrità fisica e morale, invece questi poliziotti in maniera coordinata e continuata hanno tolto il diritto di democrazia ed il rispetto a queste persone, come denuncia la stessa Amnesty International. Una cosa così, compiuta contro cittadini contro cui non c’è neanche un’accusa precisa è davvero senza precedenti. Abbiamo quindi cercato di tracciare delle traiettorie umane, per esempio il famoso “basta, basta” che ad un certo punto il poliziotto (interpretato da Santamaria) ha avuto la capacità di dire; sono precipitate un’infinità di storie lette anche dal punto di vista dei ragazzi incarcerati. Il processo ha sviscerato fino in fondo determinate questioni, questo film cerca di guardare in faccia a quella realtà e questo a noi ha dato l’occasione anche di confrontarci con persone che quella sera non erano dentro la DIAZ e che sono scampate alla carcerazione, dando l’occasione di creare un quadro completo narrativo della vicenda. […] Tenete presente che i processi della scuola DIAZ e Bolzaneto sono del tutto assimilabili ai grandi processi di mafia che coinvolgono centinaia e centinaia di storie e persone ed ovviamente bisogna scegliere che cosa raccontare e su chi concentrarsi. Noi raccontiamo questa vicenda di Alma, in particolare a Bolzaneto, ma dentro quel carcere sono transitate più di duecento persone, sono successe tantissime altre cose, a mio avviso alcune addirittura non raccontabili. La scena di Alma che è costretta a girare su se stessa è successa ad una quindicina di ragazze, lo scherzo del far abbaiare il ragazzo è successo a decine di ragazzi… è successo anche che un ragazzo è stato picchiato da un salame, sì, scena grottesca ma è successa realmente ed altre cose come queste non abbiamo glio 2008]. Il giudizio di appello si conclude con 44 condanne per abuso di ufficio, abuso di autorità contro arrestati o detenuti, violenza privata. […] Le dichiarazioni del regista in conferenza stampa a Roma: È arrivata una circolare in cui si ordina a tutti i rappresentanti della Polizia di non rilasciare dichiarazioni riguardanti i film in uscita in questo periodo che toccano la tematica dei servizi dell’ordine, guarda caso proprio in questo momento sono usciti Romanzo di Una Strage e DIAZ. Daniele Vicari: Mi auguro che gli uomini e le donne in divisa se hanno il tempo e la voglia, vadano a vedere il film, perché sono convinto che molti di loro non condividono questo modo di intendere la polizia. Come hanno scritto i giornalisti, questo film potrebbe essere l’occasione per riflettere fino in fondo sul ruolo e la posizione che le forze dell’ordine hanno nella società e soprattutto nella democrazia. Che cos’è la democrazia? Questa domanda risuona forte in questo film. Non c’è una sola parola in questo film che non sia ripresa dai documenti ufficiali, Daniele, come l’avete scritto il film? D. V.: Dopo la sentenza di primo grado che è stata resa pubblica nel novembre del 2008, con Domenico ci siamo sentiti e ci siamo detti, cerchiamo di capire di più su questa sentenza, molte persone in aula gridarono vergogna e questo grido fece il giro del mondo. Una ragazza tedesca dichiarò che non avrebbe mai più messo piede in questo Paese e siccome questo Paese è anche il mio, il nostro, tentammo di capire cosa veramente accadde. Con tutto il gruppo abbiamo fatto un’esperienza prima di tutto umana, poi lavorativa, perché leggere di seguito gli atti del processo della DIAZ, poi quelli di Bolzaneto, chiarisce meglio i destini di queste persone, ciò che hanno 32 obiettivo? Dare delle risposte e fare ipotesi molto azzardate come può fare un tg o dare il senso degli avvenimenti? Il senso profondo di questo film è far vedere come sono stati sospesi i diritti umani in questa vicenda. Io ho tentato di sottrarmi proprio a questo meccanismo, l’obiettivo narrativo del film è proprio quello di farti fare una domanda radicale e violenta su quello che è successo in un Paese democratico. Per me se questa domanda fosse passata in secondo piano sarebbe stata una sconfitta enorme. Domenico (Procacci, il produttore n.d.r.) disse a Cannes, quando annunciò che avrebbe fatto il film, che avrebbe fatto un film alla luce del sole, portò lui stesso la sceneggiatura alla Polizia, ma non attese risposta. Oltre che da produttore del film, non solo per avere permessi o eventualmente dei mezzi, ma per avere l’agibilità necessaria per fare i film, si è mosso in tutto e per tutto. Noi per bloccare una strada abbiamo bisogno proprio della polizia e devo dire che questo è avvenuto con una grande disponibilità. Ma non possiamo non notare questo atteggiamento di grande silenzio sul film, e non solo da parte della polizia, bensì da tutte le istituzioni. Quella di cui parliamo noi è una polizia di Stato, le istituzioni secondo me hanno il dovere di esprimersi a riguardo, lasciare dei civili in mano a queste barbarie senza pronunciare parola al di fuori dell’avvocato di fronte ad un giudice lo trovo folle, in questi dieci anni è stata rimossa la vicenda che noi raccontiamo. Ora a metà giugno, quando ci sarà il verdetto della cassazione, sarebbe doveroso comunque vada che ci si assicuri che fatti di questo genere non accadano più, perché la prima vittima di quella barbarie è stata la democrazia in primis, la libertà dei cittadini italiani. Nessun uomo politico potrà lamentarsi se il cittadino dirà che non crede più nelle istituzioni. Ovviamente non è solo una vicenda italiana visto che al G8 erano presenti tutti i maggiori capi di stato mondiali e queste cose sono avvenute avuto il coraggio di metterle in scena. Dopo la prima che è stata a Genova, il PM di Genova ha intitolato: DIAZ violento? È successo molto peggio. Noi infatti abbiamo raccontato una parte limitata degli eventi, si sarebbero potuti fare 80 film su quei giorni, su quelle angherie. Il livello di tradimento di queste storie è legato solamente a necessità drammaturgiche, la storia interpretata da Scarpa è la storia di un signore di Vicenza che è rimasto a Genova per portare dei fiori alla moglie; questo nella realtà sarebbe dovuto avvenire il giorno dopo il blitz, ma siccome ci piace il cinema visivo e non quello dei dialoghi, abbiamo comunque fatto avvenire la cosa, ma è l’unica sulla quale abbiamo forzato la mano, tutto il resto è ripreso dagli atti. Abbiamo preso soprattutto quello che è documentato nell’ospedale, anche da libri e stampa, cose che magari non sono presenti nei processi. In tutto quello che è ripreso dall’inizio fino a Bolzaneto, è tutto vero. Abbiamo tolto i nomi di alcuni, tra poliziotti e parti offese, ed avendo ad esempio un attore come Alessandro Roja nel film, abbiamo cercato di unificare in lui tutte le angherie che ha compiuto lui come attore nel film ma non un unico poliziotto nella realtà; ovviamente ha su di sé un insieme di soprusi fatti da più poliziotti, ma quelle cose sono successe davvero. Non c’è nessun altro tipo di invenzione, la scrittura del film è un lavoro combinatorio, basato sul mettere in relazione tutti gli eventi che abbiamo documentato in tutti i modi. […] Come mai non ci si pone nel film la domanda “Perché?”? D. V.: Io credo che la cosa più importante quando si racconta un fatto realmente accaduto è quello di rispettar davvero gli eventi, tirando fuori però i significati che il pubblico fa propri. Costruire delle teorie nel cinema è una cosa alla quale sono sempre stato contrario. Non ho mai compreso questa definizione di cinema civile, il cinema è cinema, raccontando un fatto realmente accaduto qual è il mio 33 questo motivo che ho deciso di raccontare una cosa, ossia la sospensione dei diritti civili in uno Stato democratico. Qui sono passati in secondo piano i diritti a favore di strategie politiche, questo significa che la nostra democrazia non è compiuta, quantomeno non sta tanto bene. Quanto durano le scene all’interno della scuola Diaz? Ed i cartelli alla fine del film, funzionali alla credibilità delle immagini? D. V.: I cartelli che sono presenti alla fine del film non dico che non dovevano esserci, ma diciamo che mi hanno creato un problema a livello narrativo, la realtà dei fatti è raccontata nel film stesso. Poi ovviamente quei cartelli sono funzionali a confermare tutte le scene. Prendo in prestito delle parole di Ettore Scola: quando si fa un film su fatti realmente accaduti, il regista deve fare lo sforzo di coniugare metafora e realtà, se ci si riesce il film è veramente riuscito. Il blitz dura 9 minuti, ma leggendo gli atti del processo, o ascoltando le persone che hanno vissuto quella vicenda, sono talmente scandagliati che hai una percezione dilatata di tutto quanto. Il fatto di tornare sulle stesse azioni da altri punti di vista, a detta mia, dona senso ai fatti stessi. Le sequenze all’interno della scuola Diaz durano circa il doppio. Aureliano Verità, Fanpage, 10 aprile 2012 sotto i loro occhi. L’inserimento di immagini video reali, prese da materiali dell’epoca, come è stato organizzato e gestito? Come hai ottenuto quel materiale e come hai scelto di utilizzarlo? D. V.: Ci sono tre minuti circa di immagini di repertorio in 120 minuti di film, ma quel materiale è stato fondamentale per ricostruire ogni minima scena. Persino dentro la scuola DIAZ fu fatta una ripresa, in una cassetta che poi ovviamente fu sequestrata e non se ne ebbe più traccia. I nostri uffici di produzione erano pieni di questi fotogrammi che ci sono serviti per calarci in quel mondo che volevamo raccontare. Quelle immagini che troverete nel film sono fortemente influenzate dal lavoro che han fatto in quei giorni i filmaker amatoriali. Noi abbiamo raccontato solo i fatti assolutamente certi, assolutamente provati, questa intenzione, mettendo del repertorio nel film, è diventato un metodo narrativo, lo spettatore spesso non si rende conto di vedere immagini attinenti alla realtà, senza però che lo spettatore perda l’orientamento nella narrazione. Molti registi hanno paura di usare immagini di repertorio, proprio perché molto spesso le immagini sono molto più belle della messa in scena. Il repertorio è stata una base fondamentale sulla quale abbiamo costruito le immagini del film. […] Cosa pensa della posizione che gli altri stati hanno preso a riguardo della vicenda DIAZ? D. V.: è un dato di fatto che solamente l’Austria fece una protesta ufficiale. Se un italiano viene arrestato per un’accusa di stupro a Taiwan, subito la Farnesina ordina di estradarlo in Italia perché si tratta di un cittadino italiano. Non c’è stata nessuna mossa ufficiale di rilievo fatta da alcuno Stato. Questi ragazzi sono stati trattati da terroristi, il comunicato stampa diffuso dall’Italia ha fatto testo e gli Stati occidentali hanno preso per buona la versione ufficiale italiana, dimenticando il fatto che i propri cittadini sono detenuti illegalmente nel nostro Paese; questa cosa qui mi fa aggiungere un tassello in questa storia e penso che in qualche modo si volesse fermare il movimento ed erano tutti d’accordo. Siamo arrivati in Europa al punto tale che la democrazia è oramai un fatto secondario. È per A cura di Gaetano Panella Dipartimento di filosofia Liceo Scientifico “G. Rummo” - Benevento Anno scolastico 2012-2013 34