LÌ SI STA GENERANDO UNA RIVOLUZIONE Disponibile in rete http://www.aurorainrete.org e su carta nelle migliori sezioni e circoli comunisti in Europa e non solo AURORA Brasile, dove si trovano il presidente Manuel Zelaya, la sua famiglia ed un gruppo dei suoi sostenitori, costretti a rifugiarsi in quell’area. È provato che il governo brasiliano non ha assolutamente nulla a che vedere con la situazione lì creatasi. È quindi inammissibile, ancor più inconcepibile, che l’Ambasciata brasiliana venga assaltata dal governo fascista, a meno che non pretenda orchestrare il proprio suicidio, trascinando il paese in un intervento diretto di forze straniere, come è accaduto ad Haiti, che significherebbe l’intervento di truppe yankee sotto la bandiera delle Nazioni Unite. L’Honduras non è un paese lontano ed isolato nei Carabi. Un intervento delle forze straniere in Honduras scatenerebbe un conflitto in America Centrale e creerebbe un caos politico in tutta l’America Latina. L’eroica lotta del popolo honduregno, dopo quasi 90 giorni d’incensante battaglia, ha messo in crisi il governo fascista e filoamericano che reprime uomini e donne disarmati. Abbiamo visto sorgere una nuova coscienza nel popolo honduregno. Un’intera legione di combattenti sociali si è temprata in quella battaglia. Zelaya ha compiuto la sua promessa di ritornare. Ha il diritto ad essere ristabilito al Governo e a presiedere le elezioni. Dai combattivi movimenti sociali stanno emergendo nuovi e ammirevoli funzionari, capaci di guidare quel popolo lungo le difficili strade che aspettano i popoli della Nostra America. Lì si sta generando una Rivoluzione. L’Assemblea delle Nazioni Unite può essere storica, dipende dai suoi successi o dai suoi errori. I leader mondiali hanno esposto temi di grande interesse e complessità. Riflettono la magnitudine dei compiti che l’umanità ha dinnanzi a sé e quanto è scarso il tempo disponibile. Riflessioni del compagno Fidel L o scorso 16 luglio ho detto testualmente che il colpo di Stato in Honduras “è stato concepito ed organizzato da personaggi senza scrupoli dell’estrema destra, ex funzionari di fiducia di George W. Bush, da lui promossi.” Ho citato i nomi di Hugo Llorens, Robert Blau, Stephen McFarland e Robert Callahan, ambasciatori yankee in Honduras, El Salvador, Guatemala e Nicaragua, nominati da Bush nei mesi di luglio e agosto del 2008 e che tutti e quattro seguivano la linea di John Negroponte e Otto Reich, di tenebrosa memoria. Ho segnalato la base yankee di Soto Cano come principale punto di sostengo dell’attività golpista e che “ l’idea di un’iniziativa di pace dal Costa Rica è stata trasmessa al Presidente di quel paese dal Dipartimento di Stato quando Obama si trovava a Mosca e dichiarava, in un’università russa, che l’unico Presidente dell’Honduras era Manuel Zelaya.” Ho aggiunto che “con la riunione del Costa Rica si mette in discussione l’autorità dell’ONU, dell’OEA e delle altre istituzioni che si sono impegnate a sostenere il popolo dell’Honduras e l’unica cosa corretta è chiedere al governo degli Stati Uniti di cessare il suo intervento in Honduras e di ritirare la sua task force da quel paese.” La risposta degli Stati Uniti, dopo l’attività golpista nel paese centroamericano, è stata quella di stabilire un accordo con il Governo della Colombia per creare, in quel fraterno paese, sette basi militari come quella di Soto Cano, che minacciano il Venezuela, il Brasile e tutti gli altri popoli dell’America del Sud. In un momento critico, mentre alle Nazioni Uniti, durante un Vertice dei Capi di Stati nelle Nazioni Unite, si discute la tragedia del cambiamento climatico e la crisi economica internazionale, in Honduras i golpisti minacciano di violare l’immunità dell’Ambasciata del AURORA: Giornale per l’unità comunista Direttore: Massimo Congiu (H) Direttore responsabile: Roberto Galtieri (B) Comitato di redazione: Andrea Albertazzi (B), Ornella Carnevali (D), Claudia Cimini (CZ), Perla Conoscenza (B), Mario Gabrielli Cossellu (B), Massimo Recchioni (CZ), Michele Rosa-Clot (B), Simone Rossi (UK), Mariarosaria Sciglitano (H), Ivan Surina (GR), Massimo Tuena (CH) Hanno collaborato a questo numero: Angelo Ludovici, Tommaso Sorichetti Grafica e impaginazione: Lorenza Faes Tel. +36 20 973 97 58 – [email protected] Costi: questo numero 1,00 E – arretrati 1,50 E AURORA Editoriale di Roberto Galtieri (B) -& 1)&0*,0000&+, UE: 80 MILIONI DI POVERI D el ventennale della caduta del muro si è abusato e solo parlandone al passato, anche se pochissimi hanno rammentato il milione di morti causati dal liberismo a sostituzione di quel sistema che voleva essere socialista. Ma il capitalismo uccide ancora, oggi, nella “prospera” Unione europea. Di ciò Aurora parlerà in questo e nei prossimi numeri: della crudeltà e degli effetti nefandi del capitalismo. A partire dal dato ufficiale di Eurostat (l’ufficio statistico dell’Ue) di 80 milioni di europei che vivono sotto la soglia di povertà; ovvero, che non dispongono del denaro, di un reddito sufficiente per nutrirsi, curarsi, vestirsi pagare l’esoso affitto di abitazioni al limite dell’insalubrità, per mandare a scuola i propri figli: il 16% della popolazione totale dell’Ue. E poi gli omicidi determinati dal capitalismo, un capitalismo che uccide nei luoghi di lavoro. I dati ufficiali dell’UE avvisano che ogni anno circa 7.500 lavoratori sono vittime di incidenti mortali e circa 170.000 muoiono a seguito di infortuni sul lavoro o malattie professionali secondo le stime dell’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro. Più di 7 milioni sono costretti ad assentarsi dal lavoro per almeno tre giorni. Vedere l’articolo che pubblichiamo alle pagine 9,10 e 11. I settori più a rischio sono l’agricoltura, l’edilizia, i trasporti e l’assistenza sanitaria (stime ufficiali). Una strage. Ma il capitalismo continua ad uccidere anche fuori dai luoghi di lavoro: l’imposizione del suo modello e la sua ideologia del profitto conducono i padroni, per realizzare profitto, ad usare materie prime dannose per l’ambiente e quindi per la salute di tutti: dall’amianto ai pesticidi, dai gas di scarico agli Ogm (organismi geneticamente modificati). Aurora lavorerà per trovare anche questi dati, che da soli dimostrano l’atrocità assassina del capitalismo e la necessità del suo superamento. Torniamo sul dato della povertà nell’Ue e sulla percezione che di essa hanno gli europei. Sempre secondo Eurostat, 3 europei su 4 definiscono “ampio” il livello della povertà nel paese dove vivono e ben l’84% ritengono che negli ultimi tre anni il numero dei poveri sia aumentato ulteriormente nel proprio Paese. Questi dati sono drammatici anche per le nostre comunità. Secondo dati del Ministero degli esteri del Belgio il 21% degli emigrati italiani di prima generazione che ancora vive in Belgio è costretto ad una esistenza difficile, se no proprio impossibile, al di sotto della soglia di povertà. E la disoccupazione aumenta; sempre secondo Eurostat i cui dati generali saranno pubblicati nel prossimo numero di Aurora, essa è arrivata al 9,2% nei 27 paesi dell’Ue (9,7 nei paesi della zona euro). Ovvero 22 milioni e 123 mila uomini e donne che hanno perduto il lavoro. A questi venano aggiunti i giovani in cerca di lavoro: 4,9 milioni sotto i 25 anni. 13 numero Anno II - dicembre 2009 Periodico di informazione e cultura italiana per gli italiani residenti all’estero www.aurorainrete.org Giornale per l’unità comunista I N Q U E S T O N U M E R O ... pp. 4-5 CHE NE FACCIAMO DEI Com.It.Es di Mario Gabrielli Cossellu pp. 9-12 pp. 6.8 LA NECESSARIA UNITÀ DEI COMUNISTI di Andrea Albertazzi CAPITALISMO ASSASSINO pp. 15-16 LA DEMOCRAZIA VA AL FAST FOOD di Michele Rosa Clot p. 13 DECALOGO PER VIAGGIARE SICURI pp. 17-18 La strage di Piazza Fontana 40 ANNI FA a cura di Claudia Cimini “Oggi in Italia” di Massimo Recchioni Supplemento monografico il contemporaneo IL MURO DI BERLINO ALTRO ANCORA DOPO VENT’ANNI SERVIREBBE MAGGIOR E Q UILIBRIO ... E D AURORA er motivi personali ho dovuto anticipare di qualche giorno la visita ai cimiteri per onorare i parenti defunti. È stata una visita diversa dalle altre volte. L’emotività e l’emozione erano forti. Si andava in una zona di confine dove i sentimenti assumono il loro vero valore, dove le ipocrisie quotidiane vengono messe da parte e si riflette per qualche secondo la condizione umana in cui siamo costretti a vivere dopo il sisma del 6 aprile. Anche i cimiteri sono stati colpiti dal sisma ma i nomi e i cognomi e le immagini rimangono lì scolpiti a futura memoria. Il tragico evento del 6 aprile che ha sconvolto la nostra Città ha turbato, a dir poco, non solo gli aquilani, ma gli italiani e i cittadini di tutto il mondo. Le 307 vittime del sisma pesano e devono pesare come una roccia. La responsabilità di noi sopravvissuti è grande: è quella di non dimenticare, è quella di ritrovare il coraggio di ricominciare e di resistere, è quella di ricostruire la nostra Città, è quella di difendere e far vivere la nostra cultura. Qualcuno, in alto, comincia ad ammettere che la tragedia e i morti potevano essere evitati. Qualcuno coltiva una specie di vendetta a “sanatoria” delle vittime, ma secondo il mio modesto parere, il primo compito che abbiamo è quello di rimboccarci le maniche per ricostruirsi una casa dove poter condurre una vita priva di illusioni di sogni e di gioiose aspettative, in questo momento. La rabbia o lo spirito di vendetta, sicuramente, non ci aiutano a capire, a sciogliere la matassa del post terremoto e della ricostruzione. Il corso della giustizia deve fare il suo corso ma la giustizia vera, quella che ogni uomo onesto sogna è inscritta nella nostra Carta costituzionale ma non sempre nelle aule del tribunale. I rinvii a giudizio annunciati questi giorni sicuramente ci danno la traccia di ciò che la magistratura persegue, ma non la certezza che essa sia la linea giusta. Perviene subito la perplessità di non vedere altri nomi che recentemente hanno avuto responsabilità di governo nell’Azienda Diritto allo Studio o nei crolli di diversi palazzi o istituzioni pubbliche (Tribunale, Ospedale, ecc). P di Angelo Ludovici (segretario PdCI - L'Aquila) La mia generazione non può dimenticare che nelle aule del Tribunale, compreso quello della nostra Città, i duemila morti del Vajont non hanno mai trovato giustizia, che nelle aule del Tribunale di Milano, di Roma o Bologna le vittime delle stragi fasciste e golpiste non hanno mai trovato giustizia. Rimango fondamentalmente ottimista ma spero che i processi siano equi e giusti e che non paghino gli “ultimi”, in tutti i sensi. Il nostro paese vive una profonda crisi non solo economica, ma anche culturale e politica. Il nostro futuro è incerto non solo per le condizioni economiche, ma anche per la difficoltà di trovare un giusto equilibrio tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. La nostra è una società spaccata e divisa. Il gioco mediatico ogni giorno ci porta a misurarci su un terreno che non è il nostro, quello di persone che lavorano e si costruiscono il loro futuro con fatica e con tenacia. In questi mesi di sfollati senza casa e senza fissa dimora abbiamo dovuto difendere la nostra identità ed il nostro orgoglio rifiutando prima di tutto il pietismo o la compassionevole ipocrisia. Il più delle volte abbiamo avuto la sensazione di non capire il confine tra gentilezza e cortesia e l’invadenza di un potere che ha la presunzione di accompagnarti fino al cimitero. I valori degli uomini che lottano per un futuro migliore sono ben altri, perciò nella mia visita al cimitero, oltre a rendere omaggio ai miei parenti e alle vittime del terremoto, ho reso omaggio ad un eroe e martire della libertà, Panto CEMOVIC-Jugoslavo che il 1° giugno del 1944, morì nella nostra Città dopo le torture dei nazifascisti. La nostra è stata ed è una Città vera, in tutti i sensi, dove le culture si sono incontrate e si incontrano. Il razzismo non è nel nostro DNA, i nostri nonni o genitori sono stati migranti del mondo. La nostra Città riflette questo grande patrimonio, perciò, la polemica sul Capoluogo di Regione, tutta interna alla destra, non può diventare l’alibi per non discutere del nostro futuro, dell’adeguatezza della classe dirigente a fronteggiare una situazione così complessa come quella del post terremoto. L’Aquila, 1.11.2009 AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 CRONACHE DAL TERREMOTO 2 evita di garantirne la diffusione per non contrastare il mercato; il capitale ne ostacola una diffusione generale poiché deve renderli scarsi al fine di trarne profitto. Il capitale si trova in particolare difficoltà all’esplodere di questa contraddizione nel settore dell’informazione. Il giornale non è la sua carta, il telegiornale non è il suo canale radio: il giornale è il frutto della redazione che lo produce e della direzione che lo struttura. L’informazione (e la formazione) non ha un valore in se stessa, ma il suo valore deriva dall’uso che se ne può fare (valore d’uso), e che va al di là delle notizie e dell’informazione stessa. Ad esempio la sua utilità come meccanismo in grado di conquistare consensi (strumento ideologico), o la sua capacità di attrarre lettori e introiti pubblicitari. L’informazione prodotta e distribuita in modo centralizzato con un forte ruolo di indirizzo di una direzione editoriale e la necessità di grandi investimenti e capitali, ha permesso la creazione di grossi gruppi editoriali e il loro ruolo di quinto potere. Internet ha fatto crollare le barriere dell’informazione e, allo stesso tempo, l’oligopolio del fare informazione. I gruppi editoriali, cercando di ‘stare al passo con i tempi presentano le loro notizie anche sul web, incrementano i lettori, acquisiscono limitati introiti pubblicitari aggiuntivi, ma diminuiscono le vendite cartacee e le entrate pubblicitarie provenienti dalle versioni in rete non sono sufficienti a bilanciare le perdite. Alcuni gruppi editoriali (Murdoch in primis) valutano la possibilità di offrire l’accesso delle informazioni su rete solo dietro pagamento, ma pochi lettori sarebbero disponibili ad acquistarle vista la enorme quantità di informazione circolante comunque nella rete e in concreto non sarebbero più visibili sulla rete. Una situazione non risolvibile poiché la conoscenza, l’informazione, la cultura sono beni che hanno la caratteristica di aumentare di valore con la loro riproduzione e distribuzione. Il monopolio dell’informazione sta per sfuggire ai media tradizionali; le questioni irrisolte (e irrisolvibili in un’ottica capitalista) sono: • Saranno ancora centrali la distribuzione cartacea o televisiva in broadcasting nell’era della digitalizzazione dell’informazione, o coesisteranno numerosi mezzi di distribuzione alternativi? Quali i modelli di profitto/ sostenibilità? • Il modello di informazione strutturata (quotidiano, rivista, telegiornale) e uguale per tutti sarà ancora predominante, o vi saranno vari frammenti di informazione, poi aggregati dall’utente, dai motori di ricerca, da strumenti automatici, secondo gli interessi e delle preferenze del lettore? • Come cambierà la struttura delle notizie, vi sarà una struttura a più livelli, da poche righe allo spazio per approfondimenti, interazioni, dibattiti? Si creerà un continuum fra informazione e corsi di formazione/ dibattiti? • Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale tutti possono produrre informazione in AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 Perla Conoscenza per la redazione di "Aurora" Queste contraddizioni, insieme agli spazi dischiusi dalla rete, rappresentano per noi comunisti una straordinaria opportunità sulla quale fare leva. Aurora è il primo successo, il primo nucleo di unione. Aurora vuole essere primo tassello di una strategia, di formazione e comunicazione distribuita, di giornalismo comunitario, creato sfruttando le opportunità fornite dalla rete. Aurora ha elementi tradizionali: una struttura editoriale e organizzativa di una rivista classica. La sua produzione, concezione, realizzazione, distribuzione avviene in rete, in modo distribuito e collettivo. A giornalisti e grafici professionisti, si affiancano militanti e cittadini, che tramite il giornale apprendono a comunicare, a fornire l’informazione attivamente in prima persona, a identificare temi e priorità, a sviluppare le tecniche e gli strumenti editoriali e di rete; a gestire in prima persona gli strumenti di informazione e la formazione. Sviluppiamo così, insieme a tutti i nostri compagni, la capacità collettiva di scrivere, esprimersi, pubblicare, riflettere, discutere, elaborare. Questa capacità di giornalismo comunitario, che si estenderà gradualmente con una rete di siti web e porterà (spero) alla creazione di una rete distribuita di giornali su rete, realizzati dalle federazioni e dai collettivi, e già da voi proposto. Si attiverà una comunicazione multimediale (testi, ipertesti, immagini, grafici e filmati) e di strumenti interattivi. Si estenderà dall’informazione alla formazione. Si realizzeranno moduli di formazione; convegni e dibattiti distribuiti geograficamente; analisi ed elaborazione politica interattiva. Occorre utilizzare e approfondire i nuovi strumenti di comunicazione per un rapporto organico con i movimenti, per sviluppare insieme un pensiero critico diffuso e collettivo, una cultura e capacità di analisi politica basata sulla condivisione dei saperi, sulla capacità di promuovere azioni comuni e progetto sociale. Un impegno e un lavoro quotidiano e collettivo di auto-formazione, che insieme ci permetterà di costruire le basi per una società non soggetta ai paradigmi capitalisti. modo sempre più facile e specifico? Vi sarà ancora un forte dualismo fra giornalista professionista e consumatore dell’informazione, oppure con la possibilità di generare notizie da parte di tutti si formerà una zona intermedia, basata sul giornalismo comunitario? Questo significa maggiore autonomia dei lavoratori della conoscenza, meno soggetti al dominio del capitale? Significa anche l’emancipazione e la capacità di tutti di creare informazione, notizie e cultura (a diversi livelli). Quanti si informeranno solo leggendo una babele di corti messaggi e commenti (via SMS o alla Twitter) senza approfondimenti e analisi? 23 22 Lettera CARA REDAZIONE, Siamo venuti in contatto con il mensile Aurora dopo l’incontro avvenuto a Luglio con Roberto Galtieri per discutere di politiche giovanili. Sono membro del gruppo giovanile “Assieme per Domani” e con gli altri compagni dello stesso ho il preciso obiettivo di favorire un processo sociale più giusto in questa società dominata da potenti; perché ritengo che soltanto attraverso l’attivismo potremmo un giorno godere nuovamente della libertà che ci meritiamo. Durante l’incontro è emersa in modo inequivocabile la volontà di cambiamento che persiste nei giovani, anche se confinati come lo siamo noi valposchiavini (piccola vallata di 3.000 anime nel sud della Svizzera). Anche noi, però, per far fronte alla desocializzazione della società ci siamo uniti in blocco formando un gruppo giovanile, RISPOSTA CARO MICHELANGELO, CARI COMPAGNI DEL GRUPPO “ASSIEME PER DOMANI”, La vostra lettera e le vostre riflessioni sul ruolo dei nuovi media e di Aurora, ci spronano a proseguire nella nostra coraggiosa “scommessa” tesa a costruire gradualmente in Europa, in modo distribuito e dalla base, una rete di strumenti d’informazione e di formazione, dei quali il mensile comunista Aurora è il primo elemento. Colgo quindi l’occasione della vostra lettera, per avviare una riflessione comune che continuerà nei prossimi numeri. Riflessione necessaria per ragionare e comprendere collettivamente quanto e come lo sviluppo delle tecnologie di rete stia rapidamente modificando i mezzi di comunicazione e di formazione. E come i processi di accumulazione capitalista si trovino in difficoltà in questa trasformazione dei processi di produzione dei beni immateriali, in particolare nella produzione di informazione e conoscenza. Nei prossimi numeri approfondiremo la trasformazione da un capitalismo industriale verso un capitalismo cognitivo, trasformazione questa in atto nei paesi capitalisti avanzati; l’espansione dei profitti estratti dai servizi e dai beni immateriali dove i maggiori profitti sono legati ai saperi e alla conoscenza; la riduzione della forza lavoro nell’industria come già avvenne nell’agricoltura al tempo della rivoluzione industriale; la precarizzazione e il maggiore sfruttamento dei lavoratori intellettuali. Oggi, la conoscenza, nell’occidente capitalista, mezzo principale di produzione, deve essere espropriata, ossia non deve più essere né un bene comune né patrimonio dai lavoratori di questi settori, ma deve essere “protetta” e “recintata” per diventare proprietà privata, spesso di multinazionali. Per questi motivi assistiamo a sforzi imma- AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 visto dalla maggioranza delle persone come pericoloso perché molto simile a un sindacato o, peggio ancora, a un partito di sinistra. Nella nostra regione, infatti, i democristiani rappresentano ancora di gran lunga, la realtà politica più forte; con i loro pregiudizi contro chi è diverso e con la loro volontà di continuità, rendono il nostro lavoro arduo e assai poco efficace. Siamo però confortati dal vedere che mezzi mediatici come il vostro giornale Aurora possano permettere a un collettivo di farsi sentire e quindi di crescere. Anche noi stiamo provando a stampare un giornale, anche se le fatiche a volte non sono corrisposte dai risultati. Poco male, continueremo di questo passo, consci però di poterci avvalere di un nuovo importante aiuto rappresentato da Aurora e da chi lo rende vivo. Un affettuoso saluto dai Grigioni. Per il gruppo “Assieme per Domani” Michelangelo Lardi ni del capitale per privatizzare la conoscenza e imporre il concetto di “diritti di proprietà intellettuale”. Un concetto ideologico e naturalmente innaturale, che le multinazionali trovano estrema difficoltà a far accettare e imporre. Infatti, lo scambio e la condivisione della conoscenza e delle idee, è la base del processo creativo, è necessario per la formazione, per creare nuove idee e per lo sviluppo del progresso tecnico e sociale. Inoltre, con la diffusione di internet, è diventato sempre più difficile recintare e bloccare lo scambio di conoscenza e beni immateriali. Internet si è, infatti, rivelato uno straordinario strumento per la produzione e lo scambio di beni comuni di carattere informazionale (formazione e conoscenza) e per la comunicazione orizzontale e sta scardinando i processi di produzione dell’informazione. Per questo motivo oggi si sta svolgendo una battaglia per controllare la rete e bloccare le sue capacità di condividere, in particolare informazioni e idee. È una battaglia globale combattuta in parallelo su vari terreni: ideologico, legale, economico e tecnologico. Una Europa, che a parole si proclama paladina della libertà di espressione, sta imponendo leggi liberticide che realizzano un controllo sulla comunicazione fra i cittadini, sull’informazione che essi si scambiano. A fronte di ciò vi sono le prime reazioni, spesso semplici rivolte pre-politiche, quali la formazione di partiti pirata. I partiti comunisti, geneticamente paladini dei beni comuni, sono ancora legati a riferimenti materiali e si stanno attivando con ritardo nella difesa della condivisione dei beni immateriali. Al contrario di quel che accade con i beni materiali, la produzione collettiva di contenuti e saperi socialmente prodotti crea legami sociali, la loro distribuzione è spontanea e orizzontale, mentre lo stato 3 SCRITTI CORSARI Da 14 novembre 1974. Il romanzo delle stragi** AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 L’Elzeviro Pier Paolo Pasolini – ** Sul “Corriere della Sera” col titolo “Che cos’è questo golpe?”. interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia [...] Pubblichiamo un brano di questo intervento di Pier Paolo Pasolini prendendo spunto dall’anniversario dell’attentato alla sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, il 12 dicembre 1969. Lo scritto contiene profonde riflessioni sul ruolo degli intellettuali nella società italiana. neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine a criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile. Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di a cura di Mariarosaria Sciglitano (H) Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere.) Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della CIA (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della CIA, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani A Bruxelles… È necessario e urgente rilanciare il ruolo e l’importanza dei “Comitati degli Italiani all’Estero” come organismi di rappresentazione democratica e di difesa degli interessi dei nostri concittadini nel mondo, e non delle piattaforme di potere e di maneggi politicanti e personali. AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 2 1 Cominciamo dai Com.It.Es. del Belgio e del Lussemburgo. Lo spunto ce lo danno le notizie arrivate nelle settimane scorse proprio dal Lussemburgo: una serie di dimissioni dal Comitato locale di ben quattro consiglieri, tra i quali il Vicepresidente e la Tesoriera,2 tutti della lista di “centrosinistra” che era risultata largamente maggioritaria nelle ultime elezioni. Cos’è successo? Le motivazioni addotte parlano di “dialogo tra sordi” e di “incomunicabilità tra la Presidente e la Segretaria da una parte, ed il resto della maggioranza dall’altra”, per “conflitti di potere interni al costituendo Partito Democratico (PD) del Lussemburgo prima e durante la campagna elettorale per le elezioni politiche 2008”. Colpisce il fatto che queste notizie parlano di lotte intestine, di ragioni non di ordine Vedere http://www.esteri.it/MAE/IT/Ministero/NormativaOnline/Normativa_consolare/ComitesCGIE e http://www.esteri.it/MAE/IT/ Italiani_nel_Mondo/PrincipaliAttivita/OrganismiRappresentativi/COMITES.htm. Vedere le lettere e le dichiarazioni in http://www.italiani.lu/mmp/online/website/menu_left/785/786/1840_IT.html, pubblicate anche in altri organi di informazione per gli Italiani all’Estero. Niente male, no? Con questo i Com.It.Es. dovrebbero essere degli organismi chiave per gli Italiani all’Estero, conosciuti, stimati, rispettati e partecipati. Ma qual è invece la situazione reale oggi? Di Com.It.Es. nel mondo ce n’è oltre un centinaio, dei quali una sessantina in Europa, e c’è chi più o meno svolge le sue funzioni, e c’è chi no, o addirittura esiste solo sulla carta. Da questo numero di AURORA vogliamo provare a fare un giro per vedere come stanno le cose e che ne facciamo di questi Com.It.Es., anche in vista delle elezioni per il loro rinnovo che, dalla scadenza naturale quest’anno (le precedenti elezioni si sono svolte nel marzo 2004), sono state rinviate al 2010; o a chissà quando, del resto non sarebbe la prima volta che si succedono rinvii su rinvii, perché magari neanche il MAE stesso sa cosa fare, o non ci sono i fondi necessari, o c’è chi spinge per mantenere la propria posizione più tempo possibile. E in questo caso c’è anche un tema pendente: la possibile riforma della legge sui Com.It.Es., di cui si parla da tempo e che potrebbe essere utilizzata da questo governo con l’intento di esautorarli ancora di più dalle loro competenze: come dire, invece di mettere a posto ciò che va male, si vorrebbe praticamente chiudere tutto, ovvero la solita storia di “buttare il bambino con l’acqua sporca”. ome recita il nostro Ministero degli Affari Esteri (MAE) e la corrispondente normativa di base,1 i Comitati degli Italiani all’Estero (Com.It.Es.) sono “organismi rappresentativi della nostra collettività, eletti direttamente dagli italiani residenti all’estero in ciascuna Circoscrizione consolare ove risiedono almeno 3 mila connazionali”, in particolare “organi di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari”, con uno specifico ruolo “tanto nei confronti delle collettività di cui sono espressione, tanto dell’Autorità consolare”, con “gli stretti rapporti di collaborazione e cooperazione che debbono instaurarsi fra Autorità consolare e Comitati, anche attraverso il regolare flusso di informazioni”. Riguardo alle loro funzioni, “contribuiscono ad individuare le esigenze di sviluppo sociale, culturale e civile della comunità di riferimento; particolare cura viene assicurata alla partecipazione dei giovani, alle pari opportunità, all’assistenza sociale e scolastica, alla formazione professionale, al settore ricreativo, allo sport ed al tempo libero. I Comitati sono anche chiamati a cooperare con l’Autorità consolare nella tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini italiani residenti nella Circoscrizione consolare”. C di Mario Gabrielli Cossellu (B) CHE NE FACCIAMO a catena in DEI Com.It.Es? Dimissioni Lussemburgo, fantasmi a EUROPE A à ttualit ANNUALE 2009-2010 Rassegna del cinema cubano Proiezioni e dibattito Conquistare l’egemonia culturale contro quella dominante. Il cinema da strumento di riproduzione del modello culturale ed economico dominante a denuncia e rovesciamento del mito per la conquista dell’egemonia gramsciana. CINEMA 25 aprile e 1 maggio Sempre: 27 gennaio (giornata della memoria) Giochi da tavolo senza nemico tornei a coppie di briscola tresette scacchi Attività ludica come miglioramento dello stare insieme: LUDICO La carovana dei poeti Pro/Testo in collaborazione con il Club del Libro e Radio Alma POESIA COMPENDIO DEL CAPITALE di Domenico Moro Dopo quello di Cafiero il compendio aggiornato all’attuale fase di globalizzazione RESTIAMO UMANI di Vittorio Arrigoni Cronaca dell’operazione israeliana a Gaza, “piombo fuso” ULTIMI FUOCHI DI RESISTENZA di Massimo Recchioni La biografia di un partigiano della Volante Rossa rifugiatosi in Cecoslovacchia LA FABBRICA DEL FALSO di Vladimiro Giacché Cambiare le parole per mascherare le realtà PRESENTAZIONE LIBRI Come nel passato, durante il corso dell’anno non mancheranno iniziative specifiche dettate dall’attualità, come la presentazione del film “u stessu sangu” svolta il 17 ottobre, in occasione della manifestazione nazionale (in Italia) contro il razzismo ATTUALITÀ - insegnamento lingua italiana ai connazionali. Alfabetizzazione - il movimento socialista in Belgio e ruolo degli emigrati. Dall’alleanza operai-settori borghesia fine ‘800 al sindacalismo del dopo guerra. (con ACJJ) - il pensiero formatosi in Italia e ripreso nel mondo. 3 seminari: Gramsci, Mazzini, Garibaldi - rappresentanza politica e principio maggioritario: Quando i miti della democrazia rappresentativa traballano. L’invenzione progressiva del sistema rappresentativo si trova alla base del nostro sistema politico. Com’é nato e perché? - i Sistemi elettorali: Il potere riproduce se stesso in molti modi. Uno dei più efficaci è attraverso le riforme della leggi elettorali. - il Web strumento di libera condivisione e diffusione della conoscenza non broadcast (collettivo Libero Sapere) - il web, la Rete e la libertà di stampa e di informazione (collettivo Libero Sapere) - il futurismo: il movimento egemonizzato dal fascismo - lezioni di storia: le date del fascismo dalle leggi razziali al 25 luglio, all’inizio della Resistenza. Percorso biografico di un antifascista - nuovi mezzi di formazione: i cartoni IN/FORMAZIONE 21 P ROGRAMMA PER INFORMAZIONI: tel: 0477-258-765 – Rue Rouppe 4, 1000 Bruxelles e-mail: [email protected] http://gramscibxl.tripod.com AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 20 Di questo periodo il suo primo scritto, considerato la prima opera marxista sulla condizione della donna russa, “La donna lavoratrice”, libro che viene segretamente mandato in Russia e diffuso nelle fabbriche. Vive in Germania, Inghilterra e Svizzera. Dal 1901 al 1905 come segretaria del giornale bolsceviko Iskra è responsabile della corrispondenza con gli organi di partito, organizza le spedizione della letteratura clandestine, cura i rapporti con le donne migrate russe e, come capo delegazione, partecipa, nel 1915, alla Conferenza internazionale della donna a Berna. Nel 1917 pubblica “Istruzione popolare e democrazia”, scritto in cui, criticando la pretesa ‘neutralità’ del sistema educativo borghese, ne denuncia l’inconsistenza, invitando a seguire gli insegnamenti di pedagoghi quali Pestalozzi e Montessori. Nei mesi che precedono la rivoluzione, si occupa dell’organizzazione di scuole, biblioteche, attività volte all’alfabetizzazione dei giovani della classe operaia, della creazioni di reti culturali per migliorare la condizione soprattutto delle donne e dei giovani e delle giovani. Con la rivoluzione di ottobre emerge la necessità di riorganizzare tutto il sistema educativo, per rendere la conoscenza non monopolio di alcune classi ma mezzo di emancipazione di tutta la popolazione indipendentemente dal sesso, dal credo o dalla condizione sociale. La necessità di avere uomini e donne della classe lavoratrice in organi di potere, comporta una nuova idea di educazione, libera, accesibile a tutti e vicina alle necessità del popolo. La nascente società socialista ha bisogno “di persone preparate teoricamente e praticamente che possano affrontare ogni tipo doi lavoro, fisico e intellettuale, capaci di costruire una vita razionale, completa e felice nella società” Dopo la rivoluzione di ottobre Nadezhda continua ad essere particolarmente attiva specialmente nell’ambito educativo, non solo per cio’che riguarda la stesura di nuove leggi per migliorare il sistema educativo, per la lotta all’analfabetismo ed il cambiamento del sistema scolastico, ma per porre delle nuove basi culturali per la costituzione di una nuova società. Viene infatti inviata dal partito a lavorare al Commissariato del popolo per l’istruzione pubblica, le cui competenza andavano dall’al- lo non so AL NILE FEMMI8 marzo AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 fabetizzazione della popolazione, alla creazione di università operaie, dalla creazione di una rete di biblioteche e librerie, alla diffusione di una nuova cultura attraverso cinema e musei. Si occupa della creazione della scuola politecna per lavoratori, lavora alle riviste “La comunista” e “L’operaia”, tiene discorsi e conferenze in particolar modo presso le assemblee delle donne e dei giovani. Negli anni 20 il suo saggio “Il diritto matrimoniale e familiare nella Repubblica sovietica” diviene molto popolare. In questi stessi anni, preoccupata della formazione intellettuale delle generazioni piu’ giovani, in una lettera del 1922 indirizzata al Comitato Centrale del Komsomol, manifesta la necessità di fondare un’organizzazione che si occupi degli adolescenti: nasce cosi’ l’Organizzazione dei pionieri. Alla morte di Lenin, il 21 gennaio del 1924, alla seduta funebre del II Congresso dei Soviet dice nel suo discorso in ricordo del marito di non permettere alla tristezza di trasformarsi in “venerazione esteriore” attraverso opere monumentali in memorie di Lenin, ma esorta “Se voi volete onorare la sua memoria, costruite degli asili nido, dei giardini d’infanzia, edificate case, biblioteche, policlinici, ospedali, ricovere per invalidi e cosi’ via, e soprattutto mettete in pratica I suoi insegnamenti.” Difficile il suo rapporto con Stalin. Il libro pubblicato nel 1925 “L’educazione della gioventu’ nello spirito di Lenin” viene presto tolto dalla circolazione. Idee quali la relativizzazione del ruolo delle personalità nel processo storico e il costituirsi di un soggetto liberamente pensante quale fine dell’educazione, rendevano, agli occhi di Stalin, la suddetta opera libro di cui disfarsi. Nel 1926 si allinea per un breve periodo all’Opposizione di sinistra, ma presto rompe con essa e la condanna già prima che i suoi leader vengano espulsi. Nonostante membro attivo honoris causae dell’Accademia delle scienze, trova sempre tempo di leggere le moltissime lettere (fino a 450 al giorno) che riceve, risponde personalmente a molte di queste e segue molte delle vicende raccontatele. Sembra amasse rispondere ai bambini, inviar loro lettere e regali. Solo nel gennaio del 1939 risponde a 240 lettere, prende parte e interviene in 12 assemblee e scrive 20 articoli. Muore il mese successivo di quello stesso anno. AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 politico ma personale, di accuse e controaccuse e rivendicazioni di presunti meriti e demeriti; ma praticamente nulla dicono di quello a cui dovrebbe dedicarsi un Com. It.Es., cioè essere al servizio degli Italiani all’estero. Adesso il Com. It.Es. del Lussemburgo è praticamente paralizzato e, soprattutto, con la propria legittimità e operatività messa in forte discussione, anche tenendo conto dei tagli del MAE che hanno portato l’anno scorso alla chiusura del Consolato locale. A questo hanno portato le beghe interne – ormai di pubblico dominio – di un partito che coinvolgono in prima persona dei membri eletti divisi in fazioni diverse, tirando poi per la giacchetta gli altri membri per farli schierare con l’uno o con l’altro. A ità In Belgio la situazione è, se possibile, ancora peggiore. Anche nel Com.It.Es. di Bruxelles-Brabante-Fiandre, la lista del “centrosinistra” aveva vinto nettamente le elezioni del 2004, con una piattaforma molto bella e piena di promesse, programmi di lavoro, magnifiche sorti e progressive etc.; ma, una volta insediatosi, dopo i primi momenti di scaramucce procedurali per via di presunte incompatibilità etc., sono letteralmente spariti dalla scena. Un Com.It.Es. fantasma: nessuno lo conosce e nessuno sa se esistono, chi sono e cosa fanno i consiglieri eletti, dove e quando si riuniscono, e se si riuniscono di cosa parlano, cosa decidono, e anche, diciamola tutta, cosa fanno dei soldi e delle risorse di cui dispongono. Non si tratta qui naturalmente di accusare a vanvera nessuno, ma di denunciare con forza e chiarezza un’assoluta mancanza di trasparenza e di informazione, come richiesto non solo dalle stesse leggi che istituiscono e regolano i Com. It.Es., ma anche e soprattutto da un minimo di buon senso, di responsabilità e di rispetto verso i concittadini italiani all’estero: quelli a cui si sono dette tante belle parole per richiedere il voto in campagna elettorale e che hanno diritto di avere un organismo democratico e rappresentativo che funzioni veramente con loro e per loro; e di esserne informati e partecipare ad esso. Invece, tutto quello che abbiamo oggi a Bruxelles è una triste tabella sul sito web del Consolato – Consolato, a sua volta, minacciato di imminente chiusura per via dei noti tagli del MAE – con una lista di nomi che, per la maggior parte, non corrispondono neanche a quelli che si sono presentati alle elezioni e sono stati votati, per via di tutta una serie di sostituzioni, cooptazioni e quant’altro di cui nessuno sa nulla… nessuno, sia chiaro, che non faccia parte della solita cerchia ristretta di “addetti ai lavori” che sanno utilizzare la cosa pubblica come se fosse “cosa loro”. Attual EUROPE 5 Questi del Lussemburgo e di Bruxelles sono esempi chiarissimi dell’uso improprio, strumentale e diciamo pure vergognoso, che certi personaggi – anche di una cosiddetta “sinistra”!, o purtroppo ancora percepita come tale da tanta, troppa gente – fanno di un’istituzione come i Com.It.Es. che ben altre cose dovrebbe fare, al servizio degli Italiani all’estero appunto. Di fronte a tutto questo, noi come Italiani e come comunisti, completamente estranei a questi giochi di potere, possiamo e dobbiamo sviluppare un’azione coordinata forte e decisa a livello europeo, per almeno due obiettivi: 1° – denunciare, in forma circostanziata e specifica, i casi di degenerazione e impotenza a cui sono stati ridotti i Comitati degli Italiani all’Estero, per colpa della loro occupazione da parte di politicanti, di approfittatori e di inetti, che li hanno fatti diventare delle piattaforme di potere e di maneggi personali, tradendo il mandato degli elettori e squalificando l’istituzione stessa dei Com.It.Es. come tale; 2° – rilanciare il ruolo e l’importanza dei Comitati degli Italiani all’Estero come organismi di rappresentazione e difesa degli interessi degli Italiani all’estero, promuovendo un’operazione di formazione/informazione, di trasparenza e di partecipazione. Questo si tradurrà quanto prima in iniziative concrete e dirette che comprenderanno anche la richiesta di scioglimento di quei Com.It.Es. arrivati al punto di essere inefficaci e inutili – come quelli di Bruxelles e del Lussemburgo per esempio – e le elezioni per il loro rinnovamento, senza aspettare l’ennesimo rinvio nel 2010 o chissà quando (come è stato fatto per il Com.It.Es. di Atene, per esempio, quest’anno). A queste elezioni presenteremo delle Liste Comuniste, autonome da altri partiti del “centrosinistra” – e specialmente da quelli che portano la responsabilità maggiore dell’inefficienza e della paralisi – e che coinvolgano anche delle personalità indipendenti e rappresentative delle comunità italiane, con impegni programmatici all’insegna dell’onestà, della serietà, della competenza, dell’impegno e della responsabilità. Perché nei Com.It.Es. entri finalmente gente nuova che sia disposta a dare battaglia e a mantenere un contatto costante e concreto con i concittadini, al loro servizio, non a parole ma con i fatti. AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 scritto da Vinti appare molto debole e non risponde in nessun modo ai nodi politici dell’intervento di Giannini, tranne per rimarcare le “profonde” differenze che restano nell’approccio alla politica e ai “movimenti” tra PRC e PdCI. La chiusura a riccio e l’atteggiamento di superiorità di alcuni elementi del PRC purtroppo permangono e non lasciano spazio a nessuna riflessione politica di ampio respiro, impantanandosi invece nei personalismi e nei protagonismi. Ma il problema più grande è che il dibattito è stato messo subito a tacere dal giornale del Partito della Rifondazione Comunista: molte lettere sono state inviate alla redazione ma nessuna è stata pubblicata. Anche come circoli PRC del Belgio e del Lussemburgo ne abbiamo mandata una in cui descriviamo come l’unità con i compagni del PdCI la pratichiamo da tempo sul terreno, organizzando iniziative comuni e anche condividendo la sede. Questi interventi non pubblicati da Liberazione sono consultabili sul sito internet de “L’Ernesto” che li sta raccogliendo (www.lernesto.it). La situazione che viviamo, in Italia così come in Europa, è di assoluta emergenza, sia da un punto di vista politico che economico-sociale: vi è quindi urgenza e necessità di avere un unico partito comunista capace di proporre soluzioni indipendenti dal tatticismo delle alleanze. Le divisioni che oggi ci sono non sono soltanto estremamente negative per le classi che ci prefiggiamo di difendere a rappresentare, ma anche per i militanti, che giorno dopo giorno perdono entusiasmo e speranza. Un partito comunista serio sarebbe invece capace di risvegliare la voglia di impegnarsi di molti compagni, che oggi hanno abbandonato la politica attiva per la mancanza di una prospettiva d’alternativa. È bene comunque tenere presente che l’Unità dei comunisti non può essere una semplice sommatoria dei due partiti, delle strutture e degli apparati sopravvissuti. Parlare di Unità dei Comunisti significa pensare ad un progetto di lunga lena, che in questa fase passa inevitabilmente per la riunificazione dei due partiti, ma che non potrà essere giudicato e messo alla prova soltanto dai risultati elettorali (come spesso si tende a fare) ma dai contenuti che sarà in grado di proporre e dalla coerenza con la quale li metterà in campo. UNITÀ DEI COMUNISTI LA NECESSARIA inutile negarlo: la questione dell’Unità Comunista in Italia passa anche e soprattutto da un processo di unificazione tra i due partiti comunisti PdCI e PRC e, da questo punto di vista, si sa che gli ostacoli e le reticenze più rilevanti siano nel Partito della Rifondazione Comunista, nonostante la scissione intervenuta dopo il congresso di Chianciano nel 2008. È altrettanto chiaro che esistono compagni, all’interno del PRC, che hanno le idee più chiare rispetto ad altri nei confronti della necessità ed urgenza di avviare un processo che porti in tempi non biblici ad avere un unico partito comunista unificato. È in questo quadro che Liberazione pubblica il 16 ottobre scorso, una lettera aperta a Ferrero firmata dal compagno Giannini, esponente dell’area de “L’Ernesto” e membro della direzione nazionale del PRC. In questa lettera Giannini pone una domanda molto importante al segretario del suo partito: “perché sei contrario all’unità dei comunisti?”. In questo scritto si denuncia anzitutto la mancanza di una risposta politica alla proposta che viene da PdCI di una riunificazione seria, non semplicemente basata su una sommatoria di apparati. Si suppone che molti, all’interno del PRC, si oppongano a tale riunificazione basandosi sul presupposto che Rifondazione avrebbe fatto numerosi passi in avanti rispetto al PdCI e che quindi, per molti aspetti, si sarebbe ancora fermi alla divisione del ‘98. Ma quali sono le innovazioni che il PRC avrebbe messo in campo? – ci si domanda. La rinuncia alla categoria dell’imperialismo, l’abiura del comunismo del novecento? Sarebbero innovazioni quelle portate avanti dal bertinottismo? Nel chiedere nuovamente le motivazioni del “no” di Ferrero all’unità comunista, si fa emergere anche un’ultima argomentazione, che il segretario sembra fare propria: il fatto cioè che una riunificazione col PdCI porterebbe ad ulteriori scissioni. La risposta di Giannini è che per paura di una scissione domani, si ratifica una scissione oggi, che vede francamente superati, nella pratica, le ragioni del ‘98 e che se si trascina, contribuirà a far diminuire il numero di militanti. Il giornale del PRC affida la replica del giorno successivo a Stefano Vinti, segretario regionale dell’Umbria. Quanto È di Andrea Albertazzi (B) 6 Da sempre affascinata dalla professione dell’insegnamento inteso non come un mero passaggio di sterili informazioni ma come strumento per formare la crescita dell’individuo in modo consapevole e responsabile all’interno di una società, dopo la morte del padre comincia ad insegnare per potersi mantenere. La vicinanza alle problematiche della classe ope- Appassionata lettrice, approfondisce la conoscenza delle teorie di sociologi russi e stranieri, si interessa particolarmente a quelle teorie pedagogiche di Tolstoy in cui prioritaria è l’attenzione per lo sviluppo intellettivo di ciascuno studente e il rapporto tra docente e discente. La condivisione delle idee democratico rivoluzionarie dai genitori con l’intelligentia dell’epoca, contribuiscono sicuramente alla formazione intellettuale umanista e internazionalista di Nadezhda. Nasce il 26 febbraio del 1868 a San Pietroburgo. 19 Trascorsi 7 mesi di reclusione, viene esiliata in Siberia a Susenko, dove si sposa con Vladimir Ilych Ulyanov. Insegnante e attivista politica, si unisce ai movimenti rivoluzionari. In un circolo marxista conosce Vladimir Ilych Ulyanov, futuro Lenin, con cui partecipa all’organizzazione dell’“Unione per la lotta per l’emancipazione della classe lavoratrice”. raia a cui insegna in classi serali e l’attenzione per i conflitti sociali sono alcuni dei fili conduttori che caratterizzeranno tutta la sua vita: cercare una soluzione all’eliminazione delle contraddizioni e alle ingiustizie che i privilegi sociali causano all’interno di una comunità. La frequentazione di vari circoli studenteschi la porta ad avvicinarsi allo studio dei fondatori del materialismo storico. Nonostante la difficoltà nel reperire i testi di Marx e Engels, allora vietati in Russia, si dedica ad uno studio approfondito delle teorie marxiane. NADEZHDA KRUPSKAYA NADEZHDA KRUPSKAYA (1869-1939) scrittrice, educatrice e rivoluzionaria bolscevica, storica e teorica di scienza dell’educazione, figura riconosciuta del Partito comunista russo e una delle principali riorganizzatrici del sistema educativo socialista. Sempre dedita a migliorare le condizioni delle donne e dei giovani, nel 1917, insieme ad Inessa Armand e Clara Zetkin, fa pressioni perché venga sancito il Giorno Internazionale della donna. di Claudia Cimini (CZ) o8 non sol AL NILE FEMMI m a r z o RUBRICA 18 in tre giorni viene arrestata una decina di persone sulle quali, come dichiara la polizia, “gravano pesanti indizi”. Sono tutti anarchici dei circoli Bakunin e 22 Marzo. Tra di loro vi sono: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Per la polizia, insomma, oltre a quella anarchica, nessun’altra pista merita di essere presa in considerazione. Iniziano gli interrogatori. Sono condotti con energia. Il 15 dicembre, a mezzanotte, nel cortile della questura di Milano, un corpo s’infrange quasi senza rumore ai piedi di un giornalista. È Giuseppe Pinelli, uno degli anarchici arrestati tre giorni prima, caduto senza un grido da una stanza del quarto piano. Causa ufficiale della morte: suicidio. Non ci crederà nessuno... Tra gli anarchici fermati subito dopo la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, il commissario Calabresi sembra interessarsi a una sola persona: Pietro Valpreda, di professione ballerino. Il giovane grida la propria innocenza. Essa non sarà riconosciuta che molto tempo dopo. Eppure, già all’epoca, tutto denunciava l’esistenza di una “pista nera”, che verrà esplorata solo tardivamente. Sempre il 15 dicembre Guido Lorenzon, segretario di una sezione della Democrazia cristiana, si presenta da un avvocato della città dichiarando di essere a conoscenza di fatti che potrebbero essere in rapporto con gli attentati. Due giorni prima, cioè all’indomani delle esplosioni, ha avuto con l’editore Giovanni Ventura (amico di vecchia data), una conversazione che, da allora, l’ossessiona. Le informazioni che Ventura gli ha fornito sugli attentati sono state troppo precise e circostanziate perché possa essere totalmente estraneo alla strage. Già in precedenza Ventura gli aveva parlato dei dieci attentati ai treni compiuti nel Nord Italia l’8 e il 9 agosto 1969. Gli aveva anche confidato di appartenere a un’organizzazione clandestina che progettava un colpo di stato per instaurare un regime ispirato alla Repubblica di Salò. Fino a quel momento Lorenzon aveva taciuto. Ora non poteva più farlo: nell’ultima conversazione con Ventura, infatti, gli era parso di capire che questi stesse preparando altri sanguinosi attentati. Il giorno dopo, in compagnia dell’avvocato, Lorenzon ripete la sua testimonianza di fronte a un magistrato di Treviso, il procuratore Pietro Calogero. Con l’aiuto di Lorenzon, “Oggi in Italia” da Ventura una cassetta di metallo, aveva capito che qualcuno era andato a comprarla al posto suo. Il 3 marzo del 1972 Franco Freda, procuratore legale a Padova, Giovanni Ventura e Pino Rauti, dirigente nazionale dell’msi e fondatore del movimento Ordine Nuovo, vengono arrestati. Sono accusati di aver organizzato gli attentati del 25 aprile 1969 (alla Fiera e alla Stazione Centrale di Milano) e dell’8 e 9 agosto dello stesso anno (a danno di alcuni treni). Il 21 marzo, aggiungendo ai capi d’imputazione contro il gruppo Freda-Ventura gli attentati del 12 dicembre 1969, il giudice Stiz trasmette il fascicolo, per competenza territoriale, alla procura di Milano. A proseguire le indagini sono designati tre nuovi magistrati la cui prima iniziativa è rimettere in libertà Rauti, senza però far cadere il capo d’accusa. Tre magistrati milanesi ricominciano le indagini da zero, e raccolgono in qualche mese una serie di prove decisive contro il gruppo Freda-Ventura e, nello stesso tempo, dimostrano che i poliziotti e i giudici che si sono precipitati sulla pista anarchica hanno commesso numerose irregolarità. Comincerà poi la serie infinita di processi. Fascisti condannati per essere assolti in Appello. Processi annullati dalla Cassazione e trasferiti a Catanzaro. Nel 1987 addirittura la Cassazione sentenzierà che per quella strage NON ci sono responsabili! Ma nello stesso anno il giudice istruttore Salvini apre una nuova inchiesta sull’eversione di destra. Quell’inchiesta, nel 1995, porterà al rinvio a giudizio di un gruppo di neofascisti. Ma bisognerà aspettare il giugno 2001 per assistere alla condanna all’ergastolo di Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Più la condanna di tre anni a Stefano Tringali per favoreggiamento. La strage di piazza Fontana è stata realmente una strage di stato come la definirono gli anarchici del Ponte della Ghisolfa il 17 dicembre 1969 in una conferenza stampa che gli organi di stampa definirono “farneticante”. Strage di stato perché vi troviamo coinvolti ministri, segretari di partito, servizi segreti italiani (tutt’altro che deviati, ma obbedienti agli ordini dei responsabili della politica) e servizi segreti esteri (americani e israeliani). Una strage, oltre che un bruttissimo affare. Come tanti, troppi altri nella storia del nostro Paese. Dove a volte si trovano i pesci piccoli. Quelli grossi, i mandanti, mai. AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 che continua a frequentare Ventura, in qualche settimana Calogero raccoglierà una serie di solidi indizi contro quest’ultimo e un suo amico, Franco Freda, un avvocato di Padova ben noto nella regione per le sue opinioni neonaziste. Franco Freda, poco più anziano di Ventura, grande ammiratore di Hitler e delle ss, fanatico antisemita, ha fatto la gavetta, come Ventura, nell’msi, di cui all’inizio degli anni Sessanta ha diretto l’organizzazione universitaria (fuan). Più tardi ha fondato i Gruppi d’aristocrazia ariana (Gruppi ar), vicini a Ordine Nuovo. Giovanni Ventura, cresciuto nella nostalgia di Mussolini, s’è iscritto all’msi giovanissimo. Nel 1965, trovando questo movimento troppo moderato, entra in Ordine Nuovo, la cui politica più energica meglio corrisponde alle sue aspirazioni. Mentre le indagini vanno avanti, nel novembre del 1971 un muratore, nell’eseguire alcune riparazioni sul tetto di una casa di Castelfranco Veneto, sfonda per errore il tramezzo divisorio di un’abitazione di proprietà di un consigliere comunale socialista, Giancarlo Marchesin, e scopre un arsenale di armi ed esplosivi, tra cui, in particolare, casse di munizioni siglate nato. Arrestato, Marchesin dichiara che quelle armi sono state nascoste lì da Giovanni Ventura qualche giorno dopo gli attentati del 12 dicembre, e che prima si trovavano presso un certo Ruggero Pan. Interrogato a sua volta, Pan rivela che durante l’estate del 1969, dopo gli attentati ai treni, Ventura gli aveva chiesto di comprare delle casse metalliche tedesche di marca Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi gli esplosivi negli attentati, aveva spiegato l’editore, non avevano prodotto l’effetto di “compressione esplosiva del metallo”. Pan si era rifiutato. Il giorno dopo, notando AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 7 Cara “Liberazione”, salutiamo molto positivamente il dibattito apertosi sull’unità dei Comunisti sul nostro giornale in questi giorni, perché fa finalmente riemergere un tema che appare troppo spesso tabù, specialmente in certi ambienti del nostro Partito della Rifondazione Comunista. Nella nostra esperienza di militanti di base, all’estero ma anche in Italia, abbiamo abbandonato da tempo pregiudizi nei confronti dei compagni del PdCI e di altri esterni, e per fortuna che lo abbiamo fatto! Grazie a questa apertura, ben ricambiata, siamo riusciti a dare vita, da tempi non sospetti, ad una unità d’azione che oggi ha un nome col quale ci firmiamo unitariamente in tutte le nostre iniziative, documenti, volantini etc.: la “Federazione Comunista del Belgio”. Anche per questioni logistiche abbiamo condiviso la sede di Bruxelles, lavoriamo insieme anche nella Vallonia, nelle Fiandre e nel Lussemburgo, e contribuiamo a pubblicare un giornale, Aurora, che è un mensile di politica e cultura per gli emigrati per l’unità comunista, diffuso in tutta Europa. L’unità comunista noi non la declamiamo in teoria, ma la pratichiamo nella quotidianità, nell’affrontare insieme problemi, iniziative e mobilitazioni, e lo facciamo semplicemente perché siamo comunisti e perché l’”analisi concreta della situazione concreta” ci ha portato a capire da tempo che il cammino dell’unità è quello da seguire. Un’unità comunista che non esclude naturalmente possibili aggregazioni e forme di cooperazione con altre forze della sinistra anticapitalista e di alternativa; ma se non riusciamo ad unirci noi comunisti ovunque collocati, come possiamo pensare di unirci con altri? Qui lavoriamo insieme tra PRC e PdCI senza stare troppo a giocare a chi ce l’ha più lungo tra “noi” e “loro”, come per esempio invece vediamo nella risposta del compagno Vinti al compagno Giannini, dove si fa ancora un largo uso di vecchi luoghi comuni che nei territori, nella pratica, sono spesso ormai superati. Specialmente in ciò che pensano e fanno i compagni in carne ed ossa: e specialmente sono stati i vecchi compagni, quelli con un passato di vera manovalanza forte e generosa nel PCI, quelli che hanno sempre la barra dritta e la bussola giusta, a dirci per primi che per loro quella dell’unità comunista è l’unica strada possibile, altrimenti se ne sarebbero ritornati a casa. Se il Nazionale si decidesse ad uscire da questa fase di stallo, facendo passi concreti verso l’unità comunista, siamo sicuri che molti veri militanti, oggi incolpevolmente stanchi e rassegnati, riscoprirebbero l’entusiasmo. Lo sappiamo benissimo che l’unità comunista non è sufficiente, ma altrettanto benissimo sappiamo che è necessaria, perchè i comunisti ci siano veramente con forza nella Federazione della Sinistra di Alternativa come nelle lotte e nelle prospettive di un cambiamento della società. Fraterni saluti comunisti. Le compagne e i compagni dei Circoli di Rifondazione Comunista del Belgio “Enrico Berlinguer”, di Bruxelles e della Vallonia, e del Lussemburgo “Che Guevara” CARO PAOLO, PERCHÉ SEI CONTRARIO ALL’UNITÀ DEI COMUNISTI? Lettera aperta al compagno Ferrero di Fosco Giannini* su "Liberazione" del 16/10/2009 (continua) Caro compagno Ferrero, credo sia tempo di porti una domanda: perché respingi la proposta, avanzata dal Pdci – ma ormai fatta propria da tanta parte dei quadri e della base del Prc, dalla diaspora e dall’elettorato comunista – di unire i due piccoli partiti comunisti italiani? Non è una domanda retorica, un artifizio: è tutta quell’area, ormai vastissima ( anche esterna ai due partiti comunisti, che chiede l’unità, che non sopporta più di vedere i comunisti dissanguarsi, dividersi ) a portela. È una domanda vera: vorrebbero tutti conoscere i motivi di fondo (politici, teorici, tattici, strategici, quelli che siano) che ti spingono a dire no. Ti pongo la questione in questi termini poiché mai, in verità, né tu come segretario né il gruppo dirigente del Prc avete mai formulato una risposta chiara a proposito, che motivasse seriamente il no. E credo che questo rimuovere il problema sia anche irrispettoso, sia per chi la proposta l’ha avanzata che per quell’ormai vasto senso comune comunista che l’unità la vuole ed è già pronto a praticarla. Nel senso che se motivi profondi per il no ci sono è giusto che la nostra base li conosca e possa autonomamente riflettere. Va ricordato che nessuno – tra tutti coloro che propongono l’unità dei comunisti – pensa a fusioni a freddo, a pure sommatorie di gruppi dirigenti, a improvvisate scorciatoie unitarie. Pensano tutti ad un processo unitario (dai tempi tuttavia politici e non storici); si pensa ad una riflessione ed una ridefinizione politico teorica comune, come base avanzata dell’unità. Nell’appello per l’unità dei comunisti del 17 aprile 2008, nel documento dell’ultimo Congresso nazionale del Pdci, nello stesso documento de “l’Ernesto” al nostro ultimo Cpn, si parla chiaramente di un progetto di unità che si basi sull’autocritica per gli errori fatti da Prc e Pdci e che tale l’unità avvenga sia attraverso il terreno di un nuovo conflitto sociale comunemente vissuto che attraverso la ridefinizione comune di una *Direzione Nazionale Prc AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 piattaforma politica e teorica avanzata e adatta alla fase. È così che si concepisce il processo unitario e perché – dunque – un comunista non dovrebbe esserne interessato? È di buon senso, è facile capirlo, viverlo, organizzarlo. L’unità dei comunisti in un unico partito di lotta e cardine autonomo dell’unità della sinistra anticapitalista – oggi la Federazione – susciterebbe una nuova passione, sia tra i militanti uniti che nei compagni oggi senza partito. Perché, dunque, questo no ostinato? Sai benissimo – la dura realtà italiana è sotto i nostri occhi – che siamo di fronte ad un regime reazionario di massa, che per i lavoratori, i precari, le donne, gli immigrati è durissima, che la sinistra è in grande difficoltà, che una primavera politica è lontana, che per i comunisti vi è persino il pericolo di estinzione. È anche da questo punto di vista – ad esempio – che la proposta di giungere ad un unico partito comunista e ad un obiettivo comune di 100 mila iscritti (con sedi uniche, un unico giornale, commissioni di lavoro uniche, cose importanti anche alla luce delle nostre difficoltà economiche) appare di assoluto buon senso e, dunque, molto sentita e voluta da un numero sempre più alto di compagne e compagni. Perché no, allora? Non trovi giusto che i nostri compagni – dopo tutto questo tempo – ne conoscano finalmente i motivi? Posso aiutarti? A me sembra che la parte del nostro gruppo dirigente contrario all’unità ragioni più o meno così: “il Prc ha avviato profonde innovazioni, politiche e teoriche, e il Pdci non lo ha fatto”. Prendiamo sul serio questa argomentazione: quali sono queste nostre innovazioni? È stata un’innovazione la cancellazione, da parte nostra, della categoria dell’imperialismo? È stata un’innovazione seria la scelta bertinottiana di affidare completamente il ruolo di “intellettuale collettivo” (centrale nel pensiero gramsciano) allo spontaneismo dei movimenti? È stata un’innovazione positiva aver affermato (Bertinotti e Gianni) che “i dirigenti e gli intellettuali comunisti del ‘900 sono tutti morti e non solo fisicamente”? È stata mai delineata un’analisi profonda, critica ma non liquidatoria, della storia del movimento comunista, o una lettura seria delle nuove contraddizioni di classe in Italia, dei nuovi processi produttivi? No, mai. È stata innovativa la leadership – monarchica e mediatica – di Bertinotti e del suo gruppo dirigente sull’intero Partito? Ha prodotto – essa – una forma partito nuova, democratica, unitaria? Noi possiamo dire che il rapporto forte con i movimenti è stato certamente innovativo: ma perché dovremmo pensare che questa lezione non possa essere assunta dagli altri compagni? Insomma, se il gruppo dirigente del Prc crede di aver risolto il problema della rifondazione comunista ed essere in possesso delle nuove Tesi di Lione e in ragione di ciò non possa unirsi con i comunisti trinariciuti del PdCI, credo che saremmo nella falsa coscienza, nel senso che se c’è qualcosa di concretamente verificabile è che – al posto della rifondazione – il bertinottismo ci ha portati ad un passo dalla liquidazione comunista. Se la questione che si vuol porre, invece, è quella dell’inclinazione istituzionalista del PdCI è chiaro che – dopo il nostro Congresso di Venezia, il governo Prodi e le nostre cento esperienze subordinate negli Enti Locali – dovremmo più onestamente dire che il problema ( da superare) di tale inclinazione è ormai dell’intero – e piccolo, diviso – movimento comunista italiano. La questione è ancora quella della scissione del 98 ? D’accordo, per molti è ancora dolorosa. Tuttavia, dopo undici anni e con un regime di destra che toglie il respiro alla “classe” e al Paese non sarebbe meglio andare a vedere le carte, appurare cioè se la proposta unitaria è sincera, fattibile, se lo stesso progetto unitario – di fronte al dolore sociale dilagante – non sia più importante degli attriti passati? C’è una tua argomentazione – Paolo – che ha fatto capolino negli ultimi tempi: l’unità tra comunisti non sarebbe praticabile perché – essendo unità tra diversi – porterebbe a nuove scissioni. La trovo un’argomentazione debole, dai caratteri speciosi e anche un po’ paradossale, nel senso che – seguendone il filo – per non rischiare una eventuale scissione domani si ratifica una profonda scissione oggi. In essa non si considerano alcune questioni; primo, il Pdci non è una cristallizzazione salina, ma è un’organizzazione fatta da donne e uomini in carne ed ossa, da compagne/i esposti anch’essi al mutare del tempo sociale e politico, e oggi noi non siamo più di fronte al primo Pdci cossuttiano, ma ad una formazione in evoluzione e dalla forte pulsione unitaria, che occorre conoscere e non rimuovere pregiudizialmente; secondo, la tesi delle diversità non unificabili varrebbe – allora – anche all’interno del Prc, ove permangono diversità profonde tra varie tendenze comuniste. In verità, ciò di cui non si vuole prendere atto è che, essendo fallito il progetto di rifondazione comunista – come base primaria di un superamento e di un’unità condivisa e non burocratica delle varie “scuole” comuniste – ciò che ora occorre è ripartire dallo spirito originario che ci unì tutti dopo la Bolognina: una consapevole unità tra diversi avente lo scopo di giungere ad una sintesi alta delle differenze attraverso la pratica del conflitto condiviso e una ricerca politico e teorica antidogmatica, aperta, profonda – anche temporalmente lunga, ma seria – e volta alla costruzione di un partito comunista dotato di una prassi e di un pensiero della rivoluzione in occidente (che nessuno, oggi, detiene). Non trovi più razionale, compagno Ferrero, persino più appassionante, tentare di ricostruire, attraverso l’unità e attraverso le dure lezioni della storia che tutti abbiamo subito quel processo unitario che tanto ci appassionò dopo la Bolognina? Siamo convinti che questa strada è possibile: i militanti e i dirigenti Prc e Pdci e tanti compagni/e oggi senza partito sono in quest’ordine di idee e attendono fiduciosi. 8 ra un venerdì, lo ricordo benissimo nonostante avessi poco piu’ di 10 anni. Nel pomeriggio mio padre telefono’ a casa. Lavorava alla Banca Nazionale del Lavoro, ci disse che una bomba era esplosa in una filiale di Milano, c’erano dei feriti; un’altra era stata trovata in tempo in un’altra filiale a Roma. A casa ci preoccupammo, ricordo perfettamente che quando lui torno’ a casa accendemmo la televisione per sentire se davano la notizia. Fu solo allora (all’epoca non c’erano gli odierni, rapidi tam-tam di diffusione delle notizie) che ci rendemmo conto che quelle bombe non erano nulla (avrebbero dato la notizia solo alla fine) in confronto a quello che era successo nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Fu una delle primissime vicende che mi tenne incollato davanti al nostro Telefunken in bianco e nero e che ricordo con nitida precisione (assieme al presunto sbarco sulla Luna, ai mondiali messicani dell’anno successivo e alle folle oceaniche dei funerali di Nasser nel 1970). Insomma, aldilà dei miei ricordi (tra i quali le scritte sui muri di Roma “le bombe fanno Rumor” – si giocava con il nome del presidente del consiglio in carica per affermare che si trattava di “stragi di Stato”), sulla vicenda di Piazza Fontana si sono scritti decine e decine di libri, migliaia di articoli, miliardi di parole. Le mie sparirebbero in confronto a tutto il resto, né sarebbero degne di esservi paragonate. Allora ho preferito prendere dei piccoli pezzi da un sito che consiglio a tutti, le “RETI INVISIBILI”, www.reti-invisibili.net. È in realtà un portale, attraverso il quale si accede a tutti gli episodi “inspiegabili” della nostra della nostra Repubblica. Ci troverete davvero di tutto, e di ogni vicenda le testimonianze, i links alle Associazioni delle Vittime, gli atti giudiziari, insomma davvero di tutto. Dai singoli assassini dimenticati (Giuseppe Pinelli – non si puo’ parlare di Piazza Fontana E n i i g g O “ Italia” RUBRICA Esplode una bomba nel salone degli sportelli della Banca Nazionale dell’Agricoltura, al numero 4 di piazza Fontana. Ha inizio una nuova era tragica. I terroristi non avrebbero potuto scegliere un momento migliore: la banca è infatti gremita per il “mercato del venerdì”, che richiama gli agricoltori delle province di Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.30 senza parlare di lui, Pietro Bruno, Giorgiana Masi, Fausto e Iaio, fino a Carlo Giuliani) alle stragi, partendo da Portella della Ginestra passando per le tante stragi politiche di quegli anni, per i morti di Reggio Emilia, Piazza della Loggia, l’Italicus, la stazione di Bologna, Ustica), Insomma davvero di tutto. Un sito di informazione di importanza e precisione notevolissime. di Massimo Recchioni (CZ) Milano e Pavia. L’ordigno è stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli. I locali devastati testimoniano la potenza dell’esplosivo impiegato. L’attentato causa sedici morti, di cui quattordici sul colpo, e ottantotto feriti. La storia dirà se la strage di piazza Fontana, inaugurando la strategia della tensione, ha determinato i dieci anni più bui della vita politica italiana. Nelle ore che seguono gli attentati, vengono compiute perquisizioni nelle sedi di tutte le organizzazioni dell’estrema sinistra. Viene visitata anche qualche organizzazione d’estrema destra, ma senza molta convinzione, visto che le indagini risparmiano Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, le più importanti. Fin dall’indomani, come preparata in anticipo, parte un’incredibile campagna contro gli estremisti di sinistra. Le indagini sono di una stupefacente rapidità; La strage di Piazza Fontana 40 ANNI FA 17 16 elezioni e accettano di essere registrati nell’Albo pubblico delle elettrici ed elettori e versano un contributo di 2 euro.” (art. 2, comma 8 dello Statuto). Già, siccome in Italia non abbiamo le liste degli elettori registrati (per avere il diritto di voto in Italia non ci sono ancora gli inghippi burocratici che i partiti americani congegnarono nella prima metà dell’ottocento per scoraggiare la partecipazione elettorale) il PD inventa un albo pubblico degli elettori... che, purtroppo, però, non sono riuscito a trovare in alcun luogo pubblicamente accessibile. Ah, la trasparenza! Ma chiamiamole “primarie”. Sarebbe riduttivo dire che l’Unione, i DS e il PD hanno voluto le “primarie” solo per scimmiotare il sistema democratico americano (il Congresso del PD si chiama Convention). In questo particolare momento politico di transizione verso uno schieramento che tenta disperatamente di spacciarsi per nuovo, era necessario un atto di forza, contarsi e far vedere che il bicipite è, tutto sommato, ancora tonico nonostante un netto calo degli elettori rispetto alle primarie precedenti (poco più di 3.000.000 di partecipanti al voto contro gli oltre 4.300.000 nel 2005 e oltre 3.500.000 nel 2007). D’accordo: chiamiamole pure “Primarie”, va bene, ma per favore, che non si pretenda che io mi beva il parallelismo con quelle americane e, soprattutto, la storiella della loro intrinseca democraticità. Nel dibattito politico americano del primo quarto del Novecento, un periodo di enorme ed approfondito dibattito sulle forme della democrazia, i riformatori progressisti avevano individuato molto chiaramente nelle elezioni primarie un momento cruciale del processo di affermazione e riproduzione del potere sociale, politico ed economico dei partiti politici. Le primarie erano descritte come un “mercato delle vacche”, il luogo dove si confrontavano e si misuravano i rapporti di forza dei boss del partito; il luogo dove si accordavano e componevano gli interessi delle lobbies, si facevano interessi privati e “favori” a vario livello, intrallazzi, trame, intrighi, inciuci, si corrompeva, si colludeva e compagnia AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 bella. Questa era l’analisi un secolo fa e oggi, a leggere la stampa americana, non è cambiata. E il fatto di farle in Italia non le rende diverse (e se mi si permette un commento assai poco scientifico, aggiungerei, “anzi!”). Come tutti, anche io ho assistito all’orgasmo democratico delle “primarie” e sono d’accordo che si sia trattato di un momento molto importante della vita politica italiana, un momento significativo della volontà di partecipazione popolare. Ho solo l’impressione che base e quadri abbiano inteso in modo assai differente quel momento… E che tutte e due si siano resi partecipi di un meccanismo esiziale della cultura politica italiana. Se gli elettori che hanno partecipato alle primarie l’hanno fatto con un certo spirito di revanche, nel disperato tentativo di infondere una scossa vitale in una dirigenza dall’elettroencefalogramma preoccupantemente appiattito e di mostrare l’esistenza di un’alternativa vigorosa alla società passiva e berlusconizzata, la dirigenza l’ha invece intesa in termini plebiscitari. L’investitura di se stessa. Se in politica confondere il senso delle parole può essere una strategia importante, il farlo in modo sistematico porta ad una pericolosa confusione mentale, ci fa viaggiare per una landa nebbiosa in cui si confondono le parole e le idee che esse esprimono, in cui si parla di una cosa ma se ne significa un’altra. Si potrebbe affermare che la politica in generale e la politica italiana in particolare si sono sempre mosse su questi binari; Vero! ma mai come negli ultimi vent’anni si è assistito ad una debacle concettuale tanto strutturale e profonda. Berlusconi (il Berlusconismo) ci ha abituati alla estremizzazione del vacuo e il PD, come qualsiasi altra declinazione della società italiana, ne è stato attivamente e completamente risucchiato. Completando, in questo modo, un giro perverso del meccanismo, le vittime del processo di decostruzione dei segni (linguistici, logici, politici, ecc.) ne diventano attivissimi e zelanti boia. E così ho l’impressione che ci si sia aggrappati alle parole e ai simboli di un’altra democrazia con storia, pensiero, miti, procedure e linguaggi politici completamente diversi dalla nostra per cercare di riempire i contenitori vuoti e stropicciati di un centrosinistra disorientato e un po’ cialtrone. Il problema è che negli ultimi decenni l’operazione dell’enunciazione di un concetto è diventata “IL” concetto. Insomma le parole non devono significare più nulla se si vuole che veicolino un messaggio vuoto. Dire “primarie” evoca un portato massiccio di storia del processo democratico. Cosa esattamente siano le primarie, come funzionano, perché sono state inventate, quali meccanismi celano però nessuno ce lo spiega. E fa bene, perché qualcuno potrebbe anche decidere che non sono uno strumento tanto allettante. È un po’ come in un fast food: il prodotto ti viene dato bell’e impacchettato, nella sua brava scatolina con un logo accattivante. Il prodotto è composto per il 98% da pubblicità e merchandising, solo un 2% è effettivamente sostanza. Qual’è il rischio? Che il consumatore (l’elettore) si assuefaccia a tal punto alla presentazione del prodotto democrazia da non avvertire più il bisogno di valutare la qualità del 2% rimasto e ne deleghi sapore e apporto nutritivo a quel che gli racconta il padrone del fast food. AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 -& 1)&0*, 0000&+, IN EUROPA, UN LAVORATORE SU DIECI VITTIMA DI UN INFORTUNIO O DI UN PROBLEMA DI SALUTE COLLEGATO AL LAVORO 9 % % % lavoratori lavoratori lavoratori con in congedo in congedo infortunio infortunio ≥ 1 mese 6,9 13,3 ND NA 10,7 6,4 17,1 NA 4,6 ND 17,1 7,6 7,2 NA 3,1 NA 9,1 ND 13,5 NA 12,8 ND ND ND 16,2 28,5 8,1 8,5 8,6 NA 12,6 NA 8,2 7,7 9,2 9,6 % lavoratori con infortunio in itinere 77,8 82,6 NA 56,8 70,7 94,2 83,2 68,6 69,4 75,6 81,7 59,6 65,8 85,4 ND 85,2 80,4 74,3 67,8 73,6 61,7 94,1 86,0 75,4 34,2 87,9 79,9 61,5 72,1 73,4 23,1 31,8 ND 19,8 44,4 21,9 15,8 21,5 8,8 28,5 12,1 20,0 20,1 25,0 28,6 18,0 ND NA 26,8 ND 14,8 56,2 38,0 NA 5,4 8,6 NA 33,7 23,9 11,5 21,0 22,0 5,1 3,2 0,6 3,0 2,6 2,9 4,9 2,3 1,9 3,9 6,3 5,4 1,0 1,5 2,7 3,4 NA 1,0 2,2 3,4 2,5 1,1 3,0 2,3 5,1 3,9 1,6 3,2 3,6 3,2 Elaborazioni a cura dell’Osservatorio INCA CGIL per le politiche sociali in Europa su dati Eurostat 2009 NA = Dato non attendibile a causa dell’esiguità del campione. ND = Dato non disponibile AT BE BG CY CZ DE DK EE EL ES FI FR HU IE IT L LT LV MT NL PL PT RO SE SI SK UK UE15 UE27 TABELLA 1 - Tassi di infortuni sul lavoro nei 27 paesi Ue a cura dell’Osservatorio INCA CGIL per le politiche sociali in Europa Nell’Unione europea, il 3,2% dei lavoratori ha subìto almeno un infortunio sul posto di lavoro e l’8,6% ha dichiarato di soffrire di un qualche disturbo della salute causato dal lavoro, non necessariamente riconosciuto come malattia professionale. Sono esposti a uno o più fattori di rischio per la “salute fisica” il 41% dei lavoratori. Sono invece esposti a fattori di rischio per la loro “salute mentale” il 28% dei lavoratori. I dati provengono da un’indagine Eurostat sulle forze di lavoro, disponibile sul portale dell’Osservatorio INCA CGIL per le politiche sociali in Europa (www.osservatorioinca.org) Infortuni sul lavoro. Ha dichiarato di aver subìto nel corso dell’anno almeno un incidente sul lavoro il 3,2% dei lavoratori, ossia circa 6,9 milioni di lavoratori. I giovani sono vittime d’infortuni sul lavoro più frequentemente dei loro colleghi anziani. La percentuale di lavoratori maschi colpiti da infortuni è, infatt,i pari al 5% tra i giovani di età inferiore ai 25 anni e del 2.9% nella fascia più anziana, 55-64 anni. Anche tra le donne il tasso di infortuni sul lavoro raggiunge il suo picco massimo nell’età più giovane, ma è costantemente inferiore a quello degli uomini. Per gli uomini, i settori con il più alto rischio sono l’edilizia, l’industria manifatturiera e l’agricoltura. Per le donne i settori con il più elevato tasso d’infortuni sono i servizi Problemi di salute. L’8,6% dei lavoratori dell’Unione europea ha accusato durante l’anno almeno un problema di salute correlato al lavoro, ossia in totale circa 20 milioni di persone. A differenza degli infortuni, i disturbi della salute di origine professionale colpiscono specialmente i lavoratori anziani, più a lungo esposti ai rischi. Tra le donne si osserva un fenomeno analogo, ma la percentuale di lavoratrici che soffrono di un disturbo della salute è leggermente più alta tra le giovani e più bassa tra le lavoratrici anziane. Le patologie più frequenti sono quelle di natura muscoloscheletrica e psicosomatica. I lavoratori maschi accusano soprattutto disturbi alla zona dorso-lombare (31%), agli arti superiori (17%) e inferiori (13%), e problemi come stress, ansia e depressione (13%). Per le donne, i disturbi della zona dorso-lombare, tipici del sollevamento di carichi pesanti, sono un po’ meno frequenti rispetto ai loro colleghi maschi (21%), mentre sono più frequenti le patologie degli arti superiori (22%) e i problemi come stress, ansia e depressione (16%). Per quanto riguarda i diversi settori di attività, le malattie professionali colpiscono specialmente le donne che lavorano nell’agricoltura (13,5%) e i lavoratori dell’industria mineraria (13%). Altri settori con un’alta percentuale di lavoratori che accusano sociosanitari, alberghi e ristorazione, agricoltura. Considerando i differenti tipi di occupazioni, i più esposti al rischio d’infortuni sono i lavoratori maschi con mansioni di tipo manuale e poco qualificati. Il 9,6% degli incidenti si è verificato “in itinere”, ossia durante il percorso da casa a lavoro o viceversa. Anche in questo caso gli uomini sono più esposti al rischio rispetto alle donne: il 71% di tutti gli infortuni sulla strada colpisce infatti i lavoratori maschi. 10 Fattori di rischio. L’esposizione sul posto di lavoro a uno o più fattori di rischio che possono influire negativamente sulla salute fisica è stata segnalata dal 41% dei lavoratori intervistati, ossia 81 milioni di lavoratori. I fattori di rischio più ricorrenti sono collegati alla postura da tenere durante il lavoro o a movimenti, come il sollevamento di carichi pesanti. I più esposti sono i lavoratori manuali (65% per gli uomini, 52% per le donne). Per gli uomini, le più alte percentuali di esposizione al rischio si registrano nell’industria estrattiva e mineraria, nella pesca e nell’edilizia. Per le donne, i settori con maggiore esposizione ai rischi sono l’agricoltura e i servizi sociosanitari. disturbi della salute sono, per le donne, i servizi sociosanitari e la scuola, e per gli uomini, l’agricoltura e i trasporti. In tutti i settori i lavoratori maggiormente colpiti sono quelli poco qualificati ed occupati in mansioni manuali e con orario di lavoro atipico (turni, lavoro di notte, ecc.). Elaborazioni a cura dell’Osservatorio INCA CGIL per le politiche sociali in Europa su dati Eurostat 2009. NA = Dato non attendibile a causa dell’esiguità del campione. ND = Dato non disponibile % lavoratori con % lavoratori % lavoratori in difficoltà nelle normali con problemi di salute congedo malattia attività quotidiane Difficoltà Difficoltà Totale Uomini Donne Totale ≥ un mese media elevata AT 15,0 16,3 13,6 57,7 26,1 61,4 31,3 BE 11,7 12,8 10,6 45,3 26,8 69,8 40,6 BG 4,9 4,7 5,2 57,9 31,3 50,6 29,1 CY 8,4 8,9 7,9 44,7 36,8 65,7 26,8 CZ 8,5 8,0 8,9 26,4 44,9 97,7 36,7 DE 6,1 6,6 5,5 55,0 13,3 74,7 22,8 DK 12,9 10,8 15,1 36,5 31,9 67,0 34,3 EE 9,0 9,1 8,8 50,0 24,3 58,2 25,9 EL 6,6 7,0 5,9 58,8 17,1 47,1 15,2 ES 5,8 5,6 6,0 41,6 29,9 72,8 46,2 FI 24,5 20,6 28,4 51,0 15,8 43,0 18,7 FR ND ND ND ND ND ND ND HU 5,4 5,8 5,0 44,8 28,4 44,9 12,5 IE 3,2 3,5 2,9 36,4 26,0 54,2 25,2 IT 6,9 7,4 6,3 60,6 7,7 47,3 16,7 LT 4,0 4,1 3,9 62,3 NA 24,7 93,2 NA 33,5 LU 3,8 4,2 3,3 40,0 20,0 80,1 48,5 LV 4,1 4,1 4,0 38,2 54,5 63,6 46,7 MT 4,0 5,8 NA 1,1 50,0 NA 20,0 47,2 ND NL 11,0 11,2 10,7 37,4 34,4 97,9 66,8 PL 22,2 21,9 22,4 55,9 17,5 54,0 17,8 PT 7,8 7,4 8,1 38,4 48,2 41,7 21,4 RO 5,2 5,0 5,4 65,4 30,2 66,0 21,5 SE 14,3 11,7 17,0 29,3 24,6 38,0 17,0 SI 10,2 9,3 11,1 45,2 47,6 98,1 NA 32,2 SK 6,0 6,2 5,8 55,2 26,0 89,7 46,4 UK 5,1 5,3 4,8 42,1 31,4 62,5 31,2 UE 15 7,5 7,6 7,3 48,2 22,0 62,3 29,2 UE 27 8,6 8,6 8,5 50,1 22,3 62,0 27,0 TABELLA 2 - Percentuale di lavoratori con problemi di salute nei 27 paesi Ue AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 “Elezioni primarie: il 25 ottobre scegli tu il segretario. Fai vedere che ci tieni”. Lo si legge sul cartoncino distribuito dal PD in formato cartaceo ed elettronico, sui gruppi facebook, sugli spazi pubblicitari… “Fai vedere che ci tieni” a cosa? Fai vedere che ci tieni a questo grande momento di partecipazione, che ci tieni esprimere la tua opinione, che ci tieni al PD Ma soprattutto che ci tieni alla democrazia. L’equivalenza è ovunque: “Primarie” uguale “democrazia” è un mantra insistente, scandito ad ogni piè sospinto. Il problema è che, come tutti i mantra, formule, preghiere e giaculatorie, la ripetizione ossessiva cancella il significato delle parole che lo compongono. A me, invece, quando si parla di primarie, non viene in mente la democrazia. Anzi, avverto sempre una sensazione di sospetto, come quelle volte che al mercato ho l’impressione che mi stanno fregando sul peso della frutta. Al di là della formula “Fai vedere che ci tieni” e dell’orribile “ci tengo” (traduzione riduttivamente letterale dell’I Care dei democratici americani che nel gennaio 2000 Walter Veltroni, dando prova di superficialità e acriticità, tanto volle per il I Congresso dei Democratici di Sinistra) mi insospettisce che le si chiamino “primarie” e che le si vogliano trionfo del sistema democratico. Passi la prima; non la seconda. Negli Stati Uniti le primarie sono state messe a punto dai neonati partiti politici durante il primo quarto dell’Ottocento come fatto puramente interno. Non un atto istituzionale ma interamente gestito dai partiti e da loro diretto. Oggi, come allora, le primarie servono a selezionare i candidati elettorali (non le cariche politiche del partito). Come è noto il cittadino americano ha il diritto di voto solo in potenza: per poterlo esercitare deve registrarsi in apposite liste dichiarando il partito che intende votare o, in quelli Stati che lo prevedono, registrandosi come independent. A questo punto l’elettore registrato (registered elector) ha effettivamente il diritto di voto e può, se lo desidera, prendere parte alle primarie organizzate dai partiti e procedere alla elezione dei candidati di quel partito. Dei di Michele Rosa-Clot (B) 15 candidati alle elezioni politiche, non dei suoi dirigenti, che sono invece eletti dai Committees (ovvero, mi si passi la banalizzazione storico-linguistica di sapore veltroniano, dalle elezioni di circolo). Da noi, invece, le primarie non sono servite ad eleggere i candidati del partito alle elezioni nazionali ma l’apparato (Segretario, Assemblea Nazionale ecc.). Se vorrà, il Segretario potrà anche divenirne il candidato alla Presidenza del Consiglio ma questo dovrebbe essere un discorso totalmente separato: alle “primarie” della “Convenzione” del PD si eleggevano quadri, non candidati elettorali. Negli Stati Uniti, modello simbolico che alimenta l’ideologia del centrosinistra, le due cose sono accuratamente mantenute distinte per mille motivi (continuità della funzione, conflitto, competenza specifica, chiarezza del mandato, ecc.). In Italia pare di no. Ma chiamiamole pure “primarie” anziché primo turno elettorale, elezione di base o primo grado di elezione. E poi le “primarie” in Italia non sono una novità. A livello nazionale, sono state già usate nell’ottobre 2005 per acclamare Romano Prodi a candidato dell’Unione alla Presidenza del Consiglio e, nell’Ottobre 2007 per eleggere Walter Veltroni a segretario del PD, i delegati regionali e i membri della assemblea nazionale. Come nel 2007, alle primarie di quest’ottobre sono stati ammessi al voto i tutti i cittadini italiani oltre i 16 anni e gli immigrati in possesso di regolare permesso di soggiorno da un certo tempo e “che si riconoscono nella proposta politica del partito, si impegnano a sostenerla alle LA DEMOCRAZIA VA AL FAST FOOD AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 14 AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 L’EUROPA E LA LIBERTÀ DI INFORMAZIONE di Tommaso Sorichetti I l 21 ottobre, presso la sessione plenaria del Parlamento europeo (Pe) a Strasburgo, hanno avuto luogo le votazioni sulla libertà di informazione in Italia, dopo che un acceso dibattito aveva animato tutti i gruppi parlamentari l’8 ottobre nella sede di Bruxelles. In quell’occasione la Commissaria europea deputata al settore Società dell’informazione e Media Vivane Reding aveva ricordato la Direttiva europea dell’ottobre 1989 sulla Televisione senza frontiere, poi aggiornata nel 1997 e nel 2007: un esempio da seguire che stabilisce degli standard minimi comuni a tutti i Paesi membri dell’UE sulla distribuzione delle frequenze televisive, sulla garanzia che le produzioni indipendenti debbano avere uno spazio del 10% del totale della programmazione e sull’istituzione di un’autorità indipendente per il controllo dei media nazionali. Sia la Reding sia la maggioranza di destra del Pe si erano poi espressi in modo negativo sull’opportunità di risolvere a livello europeo una questione tutta italiana, questione che, secondo l’onorevole Speroni del gruppo EFD, non sussiste. I gruppi dei Verdi, S&D, ALDE e GUE/NGL avevano portato le statistiche sconcertanti dell’organizzazione Freedom House, secondo le quali i media di Italia, Romania e Bulgaria risultano “parzialmente liberi”. Nonostante la premura del Presidente Giorgio Napolitano nel cercare di evitare un dibattito di risonanza continentale, molti eurodeputati avevano denunciato la situazione critica del nostro Paese e gli squilibri nella libertà di informazione dovuti al pesante conflitto d’interessi del premier Berlusconi. Alle votazioni del 21 ottobre, oltre alle sette proposte di risoluzione individuali, sono state avanzate anche due mozioni comuni: una di PPE-ECR-EFD e l’altra di Verdi/ALE-GUE/ NGL-S&D-ALDE. La prima si concentra sul fatto che in Italia l’informazione sia tutelata dalla Costituzione, che i media diano ampio spazio a qualsiasi tipo di parere e che in caso di presunta diffamazione ad ogni individuo sia permesso di adire le vie legali, che si tratti di privati cittadini o leader politici. La seconda mozione tiene toni più generali, fa appello, oltre all’art. 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani come la precedente, anche all’art. 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, in cui viene sancita la libertà di ogni individuo di esprimersi, diritto che include anche la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera; infine statuisce il rispetto per la libertà dei media ed il loro pluralismo. Questa mozione auspica un intervento urgente della Commissione per una Direttiva sulla concentrazione dei media e sulla protezione del pluralismo con il pieno coinvolgimento del futuro Commissario sui Diritti Umani, soprattutto per evitare che l’esempio italiano faccia perdere credibilità all’azione dell’Unione. La posizione della sinistra europea sembrava essere dominante, ma al momento del voto la plenaria si è espressa in modo negativo per tutte e nove le proposte di risoluzione: per la mozione comune della destra hanno votato 297 a favore e 322 contrari, mentre per quella dei gruppi di sinistra lo scarto è stato di soli tre voti. Fra i diciassette assenti dello schieramento di sinistra, è impossibile non notare il verde Daniel Cohn Bendit, peraltro uno dei firmatari della mozione. Il Parlamento europeo ha deciso quindi di non prendere in considerazione le preoccupazioni provenienti da sinistra, né di dar credito alla posizione della destra sulla normalità della condizione italiana. Una scelta che intacca ulteriormente il ruolo dell’unica istituzione europea eletta in modo diretto dai cittadini dei ventisette Paesi membri. AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 Il 28% dei lavoratori, cioè circa 56 milioni di persone, sono invece esposti a fattori di rischio professionale che possono mettere a repentaglio la loro salute mentale. Dalle interviste effettuate, i fattori di rischio più frequenti per la salute mentale riguardano l’organizzazione degli orari e il sovraccarico di lavoro. In questo caso i risultati sono molto simili per uomini e donne. Questo tipo di rischi riguarda soprattutto i lavoratori non manuali altamente qualificati ed è più frequente nel settore sociosanitario, nei servizi finanziari, nei trasporti e nella pubblica amministrazione. % Lavoratori esposti a fattori di rischio per la salute mentale 28,3 70,0 50,8 47,8 41,4 43,3 27,1 14,0 30,8 47,8 44,5 19,4 42,8 36,7 76,7 54,6 56,7 50,7 53,7 26,0 16,7 39,6 59,1 55,3 23,5 48,8 18,2 62,3 46,7 35,2 26,9 32,7 28,3 10,9 19,3 34,1 32,8 14,2 35,3 14,3 49,0 40,3 25,6 14,9 17,4 21,3 15,8 14,5 43,1 12,8 14,6 32,5 13,9 48,5 34,1 26,7 15,7 16,0 19,1 17,1 15,8 45,1 13,3 14,7 36,4 17,1 13,4 14,6 49,7 46,8 24,0 13,7 18,8 23,9 14,2 12,9 40,7 12,1 14,4 27,8 ND 13,3 26,9 18,2 ND 60,3 13,4 28,2 23,3 17,7 65,7 17,4 13,7 27,8 10,5 NA 0,9 26,3 18,4 27,3 63,3 20,7 42,7 30,6 27,8 24,9 18,2 40,7 45,6 29,0 49,0 18,9 37,9 11,3 23,2 48,9 33,7 18,3 39,8 38,5 38,3 19,8 58,2 33,5 40,2 15,6 30,0 6,0 42,1 56,6 34,5 40,2 37,6 20,0 54,0 50,2 45,0 13,7 30,2 6,0 46,3 47,5 42,1 38,0 18,3 40,8 50,4 13,8 30,1 6,0 41,6 59,8 32,3 19,1 47,8 35,8 33,4 27,6 5,1 51,8 50,9 28,1 18,9 26,1 47,3 27,9 9,1 42,2 32,4 38,9 41,0 47,5 7,3 40,7 29,0 Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne % Lavoratori esposti a fattori di rischio per la salute fisica TABELLA 3 – Percentuale di lavoratori esposti a fattori di rischio nei 27 paesi Ue AT BE BG CY CZ DE DK EE EL ES FI FR HU IE IT LT LU LV MT NL PL PT RO SE SI SK UK UE15 UE27 Elaborazioni a cura dell’Osservatorio INCA CGIL per le politiche sociali in Europa su dati Eurostat 2009 NA = Dato non attendibile a causa dell’esiguità del campione. ND = Dato non disponibile -& 1)&0*, 0000&+, TESTIMONIANZA DALLA GRECIA 11 VITA ROVINATA AD ATENE di Olga (GR, a cura di Ivan Surina) Q uando l’altra sera Ivan mi ha chiesto di scrivere qualcosa per Aurora, non avevo idea di come fare a riportare quello che conoscevo, leggevo e vivevo. L’idea mi è arrivata quando una sera, trovandomi a prendere un tè, in una zona popolare di Atene, si è avvicinato un immigrato di colore, di quelli che normalmente vendono i falsi cd, ma che in questo caso non aveva nulla da vendere e ci chiedeva qualcosa dicendo ”ho fame, ho fame”. Sono rimasta scioccata, perché ho ricordato mia nonna quando mi raccontava che durante la guerra la gente che incontravi per strada diceva esattamente quelle parole. Nel 2009 alle elezioni europee il 40% dei greci aventi diritto al voto non è andato a votare, dato per la Grecia estremamente straordinario. Il mio, infatti, è un Paese dove i cittadini sono molto informati e formati politicamente, se non altro anche per uno scopo clientelare. Lo strano è che nessun partito ha valutato a fondo questo dato, nonostante ci fosse stato il « dicembre » del 2008, con mezza Grecia data alle fiamme e con la gente per le strade per l’omicidio di uno studente di 15 anni da parte di un poliziotto che si era messo a sparare in mezzo alla strada. In quella occasione i giovani, attraverso sms sui cellulari e su certi blogs di internet, si organizzarono per scendere per strada, alcuni con strumenti musicali, altri con sassi e bastoni; i più estremisti con le molotov per affermare qualcosa, o per trasmettere un messaggio che solo i loro insegnanti e alcuni genitori hanno compreso superficialmente, inquadrati come sono nei loro doveri quotidiani, in un Paese corrotto e corruttore che semplicemente non offre più alcuno spazio ai sogni dei giovani ne tanto meno educazione e lavoro. Soltanto uno dei dirigenti di uno dei partiti della sinistra (il segretario del Sinaspismos) ha osato dire che stavamo assistendo alla genesi di una nuova idea della sinistra in Grecia, ma fu subito messo a tacere in un mare di critiche (come si sa i partiti non possono nascere dalla base). Naturalmente la vittoria del L.A.O.S., partito nazional populista (equivalente della Lega, se non peggio n.d.t.) ha riportato in scena la sensazione del popolo greco che è tutta colpa degli immigrati che rubano il lavoro ai greci e non che a piazza Metaxurghio ragazzine africane quindicenni si prostituiscono a fianco ai tossicodipendenti all’ultimo stadio, senza il lusso di nessuna assistenza statale, dato che buona parte dei soldi destinati all’assistenza vengono utilizzati per pagare gli stipendi e le macchine di rappresentanza a presidenti di enti totalmente inutili, a ministri e segretari di ministri, segretari generali – e a scopo clientelare – per assumere persone senza alcuna conoscenza o preparazione per i compiti che sono chiamati a svolgere. Un esempio pratico sono stati i soldi che la CEE ha erogato per il reiserimento dei malati mentali abbandonati a se stessi nel manicomio dell’isola di Leros (dopo lo scandalo internazionale dovuto alla pubblicazione delle foto che illustravano la situazione drammatica, fisico e psicologica, nella quale vivevano i malati). Ebbene questi fondi sono stati sospesi dopo che la stessa CEE si è accorta che i soldi erano stati utilizzati per altre attività. Per quello che riguarda invece il settore della pubblica istruzione – pubblica istruzione fortemente voluta dai partiti della sinistra dopo la caduta dei colonnelli e che teoricamente dovrebbe essere gratuita – i libri sono forniti ad esempio gratuitamente fino all’università compresa. In questa pubblica istruzione operano insegnanti che non cadono sotto alcuna valutazione riguardo il loro sistema pedagogico o il loro stato di salute mentale, tanto la meritocrazia viene valutata attraverso un ente statale l’ASEP, indipendentemente dal fatto che, come per il caso della maestra di mia figlia, si stia in classe con i piedi sulla cattedra e si accenda la radio affinché, in questo modo, i bambini sappiano cosa succede nel mondo. Oppure le assemblee dei corpo docente, vengono svolte solo durante le ore di lezione. Oppure, se alcuni professori sono in sciopero gli studenti possono rimanere a casa anche due mesi di seguito,in una società che è arrivata a dover costringere i genitori ad avere due, quando non tre, lavori contemporaneamente per sopravvivere, e quindi sono nell’impossibilità di stare a casa con i loro figli. Per cui se c’è disponibilità economica i figli sono mandati in costose scuole private, che non sono migliori, solo che non fanno sciopero e non chiudono, anche se li gli insegnanti guadagnano la metà dei loro colleghi statali, altrimenti sono cresciuti dai nonni se si ha la fortuna di averli in vita e abitanti nelle vicinanze. Ovvero si spera che i figli se la possano cavare da soli. Per quello che riguarda la sanità pubblica questa formalmente ancora esiste; anche se ormai se ne è perso ogni controllo e che per questo, come per la scuola, chi può si rivolge a quella privata. In questo modo, quando una ragazza ventenne con una tonsillite cronica si presenta al medico dell’IKA (la nostra Asl, n.d.t.), e viene rimproverata perché non si è ancora operata e sul perché i giovani non si curano di più, lei risponde che semplicemente non ha i 3000 euro che gli sono stati chiesti sottobanco per essere operata subito da lui e saltare la fila. Questo stato di cose fa si che allora alla ragazza le «girino», come probabilmente «giravano» ai giovani che a dicembre hanno messo a ferro e a fuoco il centro di Atene. Per quello che riguarda la mia esperienza personale con la pubblica assistenza? Ultimamente mi sono rivolta ad un medico dell’IKA per un pap test. È stata una esperienza così traumatica e umiliante, sia perché il medico dimostrava una incoscienza fuori dal comune, sia perché mi trattava nel peggiore dei modi, tanto che alla fine sono uscita dall’ambulatorio piangendo e ripromettendomi che la prossima volta avrei rinunciato a un paio di scarpe ma sarei andata in un ambulatorio privato. In conclusione : Le industrie nel nord della Grecia (Macedonia) un tempo fiorenti, con punte di eccellenza nella produzione del tabacco, del marmo e della meccanica pesante, dopo aver ricevuto per anni contributi da parte dello stato e della Cee, hanno smantellato e trasferito i macchinari nel giro di una notte nei paesi dell’ex est europeo: in Bulgaria, nella macedonia jugoslava, in Turchia e in Cina. Il risultato è tale per cui, ormai, il nord est del 12 Paese è da considerare zona morta a livello di lavoro, tanto è vero che ora molti greci vanno a lavorare in Bulgaria e la sera tornano in Grecia. La situazione sta comunque diventando insostenibile. Le piccole e medie aziende chiudono una dopo l’altra, così che anche i negozi oramai cominciano a chiudere anche nei quartieri “in” di Atene. Per salvare il salvabile gli imprenditori cercano di imporre contratti di lavoro part time, senza contributi, dove l’unico part time riguarda lo stipendio, pur di salvare il salvabile. In tutto questo bailamme il governo è rimasto immobile (ha versato solo lo 0.1% del Pil per combattere la crisi) e ha licenziato tutti i dipendenti a contratto a termine e gli stagiaires. In questo mare di problemi ciò che si sta perdendo ormai è l’umanità e la solidarietà. Coloro i quali sono licenziati odiano, ormai, quelli che sono rimasti a lavorare, nonostante la situazione. Nei luoghi pubblici e sugli autobus sempre più spesso si sentono le persone litigare: contro gli immigrati che sono sporchi e puzzano, contro quello che ti sta di fianco perché ti ha fregato il posto, contro gli immigrati che mi hanno già fregato due volte la borsa. In tutto questo cerchiamo la persona a fianco a noi, fino a quando potrà resistere e fino a quando vorrà ascoltare. L’importante è cercare e reagire insieme e aiutare per essere aiutati. In un film della mia infanzia Peter Pan gridava: “credo nelle fate”, insieme a tutti i bambini. Io oggi grido: “credo nell’uomo, l’ho incontrato, gli ho parlato, l’ho ascoltato, mi ha ascoltato, una soluzione la troveremo insieme ognuno nel suo modo, fin dove può, fin dove resiste…. perché i giorni che arriveranno saranno giorni molto difficili e tutto dopo sarà diverso”. AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009 Chi acquista un ‘viaggio tutto compreso’ deve sapere cosa è incluso nel pacchetto. I deplian pubblicitari devono indicare in modo chiaro prezzo, destinazione, itinerario, mezzi di trasporto, tipo di alloggio, pasti forniti, formalità sanitarie, documenti e visti necessari, tempi di pagamento e i termini per informare i consumatori in caso di annullamento. Per maggiori informazioni http://eur-lex. europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31990L 0314:EN:HTML Viaggi tutto compreso La compagnia aerea è responsabile dello smarrimento e del danneggiamento dei bagagli. In caso di danneggiamento contattate la compagnia entro 7 giorni dal momento della consegna, in caso di smarrimento entro 21 giorni. Se necessario, potete contattare l’associazione per la protezione del consumatore nazionale o la rete dei centri europei dei consumatori (European Consumer Centres Network –ECC-Net). http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/ LexUriServ.do?uri=CELEX:32002R0889:EN:HTML Bagagli smarriti e danneggiati. Quando si prenota un volo online, per agevolare la scelta del consumatore e migliorare i servizi offerti dalle compagnie aeree, il prezzo finale ‘completo’ deve apparire sin dalla prima pagina. Per informazioni più dettagliate consultate http://eur-lex.europa. eu/smartapi/cgi/sga_doc?smartapi!celexplus!prod!CELE Xnumdoc&lg=en&numdoc=308R1008 http://ec.europa.eu/consumers/rights/ Trasparenza del sito in material di prezzi La regolamentazione comunitaria vigente vieta qualsiasi tipo di discriminazione verso passeggeri aerei disabili o con mobilità ridotta. Dal prossimo 3 dicembre, anche le ferrovie adotteranno tali norme. È necessario comunicare alla compagnia aerea o al tour operator la richiesta di assistenza per viaggiatori disabili almeno 48 ore prima dell’imbarco. Per maggiori informazioni consultate il sito http:// ec.europa.eu/transport/passengers/air/prm_en.htm Disabili e passeggeri a mobilità ridotta La decisione di negare l’imbarco non può essere una misura discrezionale della compagnia aerea. In tal caso si ha diritto al rimborso o all’imbarco su un altro volo. Per maggiori informazioni http://ec.europa.eu/health/ph_threats/com/Influenza/ novelflu_en.htm Influenza A (H1N1) e negato imbarco. Informazioni e raccomandazioni per tutelare i diritti del consumatore e viaggiatore 13 Per sapere quali sono i vostri diritti e avere maggiori informazione su come e dove presentare reclamo, rivolgetevi a Europe Direct http:// ec.europa.eu/europedirect/ind ex_en.htm consultate inoltre http://ec.europa.eu/europedirect/index_en.htm o la rete dei centri europei dei consumatori ECC http://ec.europa.eu/consumers/redress_cons/index_en o ancora http://apr.europa.eu Nel caso in cui il vostro volo venga annullato o se vi viene negato l’imbarco, potete o chiedere il rimborso del prezzo pieno del biglietto, o di esser imbarcati su un altro volo. In caso di ritardi con il volo alternativo potete avere un rimborso che va da 250 a 600 euro. In caso di attesa prolungata, la compagnia aerea deve fornire motivazioni del ritardo e assistenza. È possibile inoltre presentar reclamo all’organismo nazionale competente nello stato dell’UE dove si è verificato l’incidente. Un elenco di tali organismi è consultabile sul sito http://ec.europa. eu/health/ph_threats/com/Influenza/novelflu_en.htm Cosa fare in caso di annullamento del volo o di negato imbarco eu/transport/air/doc/security_2006_aviation_security_new_rules_poster.pdf Per tutelare la sicurezza dei passeggeri, sono in vigore dei limiti e delle modalità riguardanti il trasporto di liquidi a bordo. È consentito portare con sé liquidi solo in contenitori con una capacità massima di 100 ml. Il quantitativo massimo consentito è di 1 litro per passeggero. I contenitori devono esser messi in un sacchetto di plastica risigillabile. Sono consentiti medicinali e alimenti per bambini. Per maggiori informazioni contattare le compagnie aeree o scaricate un opuscolo informativo dal sito http://ec.europa. Sicurezza negli aeroporti Alcune compagnie aeree non rispettano gli standard di sicurezza previsti dall’UE, per questo motivo sono bandite all’interno dell’Unione. Questo però non impedisce a tali compagnie di volare in altri parti del mondo. Per consultare l’elenco delle compagnie bandite andate su http://air-ban.europa.eu/. Volare sicuri La quantità di alcol nel sangue che la Commissione europea ha indicativamente considerato limite massimo è pari a 0,5 mg/ml, fanno eccezione però i neopatentati e conducenti professionisti il cui limite è di 0,2 mg/ml. Tali quantità sono solo indicative e possono variare da paese a paese. Per ulteriori informazioni consultare il sito http:// ec.europa.eu/transport/road_safety/index_en.htm Prevenzione degli incidenti stradali Sia da telefoni fissi che da cellulari, in tutti i paesi dell’Unione Europea, il 112 è il numero da contattare per mettersi in contratto con i servizi di emergenza. Per ulteriori informazioni, consultare il sito http://ec.europa.eu/information_society/activities/112/ index_en.htm Numero da chiamare in caso di emergenza a cura di Claudia Cimini (CZ) IL DECALOGO DELL’UE PER I PASSEGGERI AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009