LÌ SI STA GENERANDO
UNA RIVOLUZIONE
Disponibile in rete
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e su carta nelle migliori sezioni
e circoli comunisti in Europa
e non solo
AURORA
Brasile, dove si trovano il presidente Manuel Zelaya, la sua
famiglia ed un gruppo dei suoi sostenitori, costretti a rifugiarsi
in quell’area. È provato che il governo brasiliano non ha assolutamente nulla a che vedere con la situazione lì creatasi. È
quindi inammissibile, ancor più inconcepibile, che l’Ambasciata
brasiliana venga assaltata dal governo fascista, a meno che non
pretenda orchestrare il proprio suicidio, trascinando il paese
in un intervento diretto di forze straniere, come è accaduto ad
Haiti, che significherebbe l’intervento di truppe yankee sotto
la bandiera delle Nazioni Unite. L’Honduras non è un paese
lontano ed isolato nei Carabi. Un intervento delle forze straniere
in Honduras scatenerebbe un conflitto in America Centrale e
creerebbe un caos politico in tutta l’America Latina. L’eroica
lotta del popolo honduregno, dopo quasi 90 giorni d’incensante
battaglia, ha messo in crisi il governo fascista e filoamericano che
reprime uomini e donne disarmati. Abbiamo visto sorgere una
nuova coscienza nel popolo honduregno. Un’intera legione di
combattenti sociali si è temprata in quella battaglia. Zelaya ha
compiuto la sua promessa di ritornare. Ha il diritto ad essere
ristabilito al Governo e a presiedere le elezioni. Dai combattivi
movimenti sociali stanno emergendo nuovi e ammirevoli funzionari, capaci di guidare quel popolo lungo le difficili strade che
aspettano i popoli della Nostra America. Lì si sta generando una
Rivoluzione. L’Assemblea delle Nazioni Unite può essere storica,
dipende dai suoi successi o dai suoi errori. I leader mondiali
hanno esposto temi di grande interesse e complessità. Riflettono
la magnitudine dei compiti che l’umanità ha dinnanzi a sé e
quanto è scarso il tempo disponibile.
Riflessioni del compagno Fidel
L
o scorso 16 luglio ho detto testualmente che il colpo di Stato
in Honduras “è stato concepito ed organizzato da personaggi
senza scrupoli dell’estrema destra, ex funzionari di fiducia di
George W. Bush, da lui promossi.” Ho citato i nomi di Hugo
Llorens, Robert Blau, Stephen McFarland e Robert Callahan,
ambasciatori yankee in Honduras, El Salvador, Guatemala e
Nicaragua, nominati da Bush nei mesi di luglio e agosto del 2008
e che tutti e quattro seguivano la linea di John Negroponte e
Otto Reich, di tenebrosa memoria. Ho segnalato la base yankee
di Soto Cano come principale punto di sostengo dell’attività
golpista e che “ l’idea di un’iniziativa di pace dal Costa Rica
è stata trasmessa al Presidente di quel paese dal Dipartimento
di Stato quando Obama si trovava a Mosca e dichiarava, in
un’università russa, che l’unico Presidente dell’Honduras era
Manuel Zelaya.” Ho aggiunto che “con la riunione del Costa
Rica si mette in discussione l’autorità dell’ONU, dell’OEA e
delle altre istituzioni che si sono impegnate a sostenere il popolo
dell’Honduras e l’unica cosa corretta è chiedere al governo
degli Stati Uniti di cessare il suo intervento in Honduras e di
ritirare la sua task force da quel paese.” La risposta degli Stati
Uniti, dopo l’attività golpista nel paese centroamericano, è stata
quella di stabilire un accordo con il Governo della Colombia
per creare, in quel fraterno paese, sette basi militari come quella
di Soto Cano, che minacciano il Venezuela, il Brasile e tutti
gli altri popoli dell’America del Sud. In un momento critico,
mentre alle Nazioni Uniti, durante un Vertice dei Capi di Stati
nelle Nazioni Unite, si discute la tragedia del cambiamento
climatico e la crisi economica internazionale, in Honduras i
golpisti minacciano di violare l’immunità dell’Ambasciata del
AURORA: Giornale per l’unità comunista
Direttore: Massimo Congiu (H)
Direttore responsabile: Roberto Galtieri (B)
Comitato di redazione: Andrea Albertazzi (B), Ornella Carnevali (D), Claudia Cimini
(CZ), Perla Conoscenza (B), Mario Gabrielli Cossellu (B), Massimo Recchioni (CZ),
Michele Rosa-Clot (B), Simone Rossi (UK), Mariarosaria Sciglitano (H), Ivan Surina (GR),
Massimo Tuena (CH)
Hanno collaborato a questo numero: Angelo Ludovici, Tommaso Sorichetti
Grafica e impaginazione: Lorenza Faes
Tel. +36 20 973 97 58 – [email protected]
Costi: questo numero 1,00 E – arretrati 1,50 E
AURORA
Editoriale
di Roberto Galtieri (B)
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UE: 80 MILIONI DI POVERI
D
el ventennale della caduta del muro si è abusato e solo parlandone al passato, anche se pochissimi hanno rammentato il milione di morti causati
dal liberismo a sostituzione di quel sistema che voleva essere socialista. Ma il
capitalismo uccide ancora, oggi, nella “prospera” Unione europea. Di ciò Aurora
parlerà in questo e nei prossimi
numeri: della crudeltà e degli
effetti nefandi del capitalismo. A
partire dal dato ufficiale di Eurostat (l’ufficio statistico dell’Ue) di
80 milioni di europei che vivono
sotto la soglia di povertà; ovvero,
che non dispongono del denaro,
di un reddito sufficiente per
nutrirsi, curarsi, vestirsi pagare
l’esoso affitto di abitazioni al limite dell’insalubrità, per mandare
a scuola i propri figli: il 16% della popolazione totale dell’Ue. E poi gli omicidi
determinati dal capitalismo, un capitalismo che uccide nei luoghi di lavoro. I
dati ufficiali dell’UE avvisano che ogni anno circa 7.500 lavoratori sono vittime
di incidenti mortali e circa 170.000 muoiono a seguito di infortuni sul lavoro o
malattie professionali secondo le stime dell’Agenzia Europea per la Sicurezza e
la Salute sul Lavoro. Più di 7 milioni sono costretti ad assentarsi dal lavoro per
almeno tre giorni. Vedere l’articolo che pubblichiamo alle pagine 9,10 e 11. I
settori più a rischio sono l’agricoltura, l’edilizia, i trasporti e l’assistenza sanitaria
(stime ufficiali). Una strage.
Ma il capitalismo continua ad uccidere anche fuori dai luoghi di lavoro: l’imposizione del suo modello e la sua ideologia del profitto conducono i padroni, per
realizzare profitto, ad usare materie prime dannose per l’ambiente e quindi per
la salute di tutti: dall’amianto ai pesticidi, dai gas di scarico agli Ogm (organismi
geneticamente modificati). Aurora lavorerà per trovare anche questi dati, che da soli
dimostrano l’atrocità assassina del capitalismo e la necessità del suo superamento.
Torniamo sul dato della povertà nell’Ue e sulla percezione che di essa hanno gli
europei. Sempre secondo Eurostat, 3 europei su 4 definiscono “ampio” il livello
della povertà nel paese dove vivono e ben l’84% ritengono che negli ultimi tre anni
il numero dei poveri sia aumentato ulteriormente nel proprio Paese. Questi dati
sono drammatici anche per le nostre comunità. Secondo dati del Ministero degli
esteri del Belgio il 21% degli emigrati italiani di prima generazione che ancora vive
in Belgio è costretto ad una esistenza difficile, se no proprio impossibile, al di sotto
della soglia di povertà. E la disoccupazione aumenta; sempre secondo Eurostat i
cui dati generali saranno pubblicati nel prossimo numero di Aurora, essa è arrivata
al 9,2% nei 27 paesi dell’Ue (9,7 nei paesi della zona euro). Ovvero 22 milioni e
123 mila uomini e donne che hanno perduto il lavoro. A questi venano aggiunti
i giovani in cerca di lavoro: 4,9 milioni sotto i 25 anni.
13
numero
Anno II - dicembre 2009
Periodico di informazione
e cultura italiana per gli italiani
residenti all’estero
www.aurorainrete.org
Giornale
per l’unità comunista
I N Q U E S T O N U M E R O ...
pp. 4-5
CHE NE FACCIAMO
DEI Com.It.Es
di Mario Gabrielli Cossellu
pp. 9-12
pp. 6.8
LA NECESSARIA UNITÀ
DEI COMUNISTI
di Andrea Albertazzi
CAPITALISMO
ASSASSINO
pp. 15-16
LA DEMOCRAZIA
VA AL FAST FOOD
di Michele Rosa Clot
p. 13
DECALOGO PER
VIAGGIARE SICURI
pp. 17-18
La strage di
Piazza Fontana
40 ANNI FA
a cura di Claudia Cimini
“Oggi in
Italia”
di Massimo Recchioni
Supplemento monografico
il contemporaneo
IL MURO DI BERLINO
ALTRO ANCORA
DOPO VENT’ANNI SERVIREBBE
MAGGIOR E Q UILIBRIO
... E D
AURORA
er motivi personali ho dovuto anticipare di
qualche giorno la visita ai cimiteri per onorare
i parenti defunti. È stata una visita diversa dalle
altre volte. L’emotività e l’emozione erano forti. Si
andava in una zona di confine dove i sentimenti
assumono il loro vero valore, dove le ipocrisie
quotidiane vengono messe da parte e si riflette per
qualche secondo la condizione umana in cui siamo
costretti a vivere dopo il sisma del 6 aprile.
Anche i cimiteri sono stati colpiti dal sisma ma
i nomi e i cognomi e le immagini rimangono lì
scolpiti a futura memoria. Il tragico evento del 6
aprile che ha sconvolto la nostra Città ha turbato,
a dir poco, non solo gli aquilani, ma gli italiani e
i cittadini di tutto il mondo. Le 307 vittime del
sisma pesano e devono pesare come una roccia.
La responsabilità di noi sopravvissuti è grande: è
quella di non dimenticare, è quella di ritrovare il
coraggio di ricominciare e di resistere, è quella di
ricostruire la nostra Città, è quella di difendere e
far vivere la nostra cultura.
Qualcuno, in alto, comincia ad ammettere che
la tragedia e i morti potevano essere evitati. Qualcuno coltiva una specie di vendetta a “sanatoria”
delle vittime, ma secondo il mio modesto parere,
il primo compito che abbiamo è quello di rimboccarci le maniche per ricostruirsi una casa dove poter
condurre una vita priva di illusioni di sogni e di
gioiose aspettative, in questo momento.
La rabbia o lo spirito di vendetta, sicuramente,
non ci aiutano a capire, a sciogliere la matassa del
post terremoto e della ricostruzione. Il corso della
giustizia deve fare il suo corso ma la giustizia vera,
quella che ogni uomo onesto sogna è inscritta nella
nostra Carta costituzionale ma non sempre nelle
aule del tribunale. I rinvii a giudizio annunciati
questi giorni sicuramente ci danno la traccia di ciò
che la magistratura persegue, ma non la certezza
che essa sia la linea giusta. Perviene subito la perplessità di non vedere altri nomi che recentemente
hanno avuto responsabilità di governo nell’Azienda
Diritto allo Studio o nei crolli di diversi palazzi o
istituzioni pubbliche (Tribunale, Ospedale, ecc).
P
di Angelo Ludovici (segretario PdCI - L'Aquila)
La mia generazione non può dimenticare che nelle
aule del Tribunale, compreso quello della nostra
Città, i duemila morti del Vajont non hanno mai
trovato giustizia, che nelle aule del Tribunale di
Milano, di Roma o Bologna le vittime delle stragi
fasciste e golpiste non hanno mai trovato giustizia.
Rimango fondamentalmente ottimista ma spero
che i processi siano equi e giusti e che non paghino gli “ultimi”, in tutti i sensi. Il nostro paese
vive una profonda crisi non solo economica, ma
anche culturale e politica. Il nostro futuro è incerto
non solo per le condizioni economiche, ma anche
per la difficoltà di trovare un giusto equilibrio tra
ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. La nostra è
una società spaccata e divisa. Il gioco mediatico
ogni giorno ci porta a misurarci su un terreno che
non è il nostro, quello di persone che lavorano e
si costruiscono il loro futuro con fatica e con tenacia. In questi mesi di sfollati senza casa e senza
fissa dimora abbiamo dovuto difendere la nostra
identità ed il nostro orgoglio rifiutando prima di
tutto il pietismo o la compassionevole ipocrisia.
Il più delle volte abbiamo avuto la sensazione di
non capire il confine tra gentilezza e cortesia e
l’invadenza di un potere che ha la presunzione
di accompagnarti fino al cimitero. I valori degli
uomini che lottano per un futuro migliore sono
ben altri, perciò nella mia visita al cimitero, oltre a
rendere omaggio ai miei parenti e alle vittime del
terremoto, ho reso omaggio ad un eroe e martire
della libertà, Panto CEMOVIC-Jugoslavo che il
1° giugno del 1944, morì nella nostra Città dopo
le torture dei nazifascisti. La nostra è stata ed è
una Città vera, in tutti i sensi, dove le culture si
sono incontrate e si incontrano. Il razzismo non
è nel nostro DNA, i nostri nonni o genitori sono
stati migranti del mondo. La nostra Città riflette
questo grande patrimonio, perciò, la polemica sul
Capoluogo di Regione, tutta interna alla destra, non
può diventare l’alibi per non discutere del nostro
futuro, dell’adeguatezza della classe dirigente a
fronteggiare una situazione così complessa come
quella del post terremoto.
L’Aquila, 1.11.2009
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
CRONACHE
DAL TERREMOTO
2
evita di garantirne la diffusione per non contrastare il
mercato; il capitale ne ostacola una diffusione generale
poiché deve renderli scarsi al fine di trarne profitto.
Il capitale si trova in particolare difficoltà all’esplodere
di questa contraddizione nel settore dell’informazione.
Il giornale non è la sua carta, il telegiornale non è il suo
canale radio: il giornale è il frutto della redazione che lo
produce e della direzione che lo struttura.
L’informazione (e la formazione) non ha un valore in se
stessa, ma il suo valore deriva dall’uso che se ne può fare
(valore d’uso), e che va al di là delle notizie e dell’informazione stessa. Ad esempio la sua utilità come meccanismo
in grado di conquistare consensi (strumento ideologico),
o la sua capacità di attrarre lettori e introiti pubblicitari.
L’informazione prodotta e distribuita in modo centralizzato con un forte ruolo di indirizzo di una direzione
editoriale e la necessità di grandi investimenti e capitali,
ha permesso la creazione di grossi gruppi editoriali e il
loro ruolo di quinto potere.
Internet ha fatto crollare le barriere dell’informazione
e, allo stesso tempo, l’oligopolio del fare informazione. I
gruppi editoriali, cercando di ‘stare al passo con i tempi
presentano le loro notizie anche sul web, incrementano i
lettori, acquisiscono limitati introiti pubblicitari aggiuntivi,
ma diminuiscono le vendite cartacee e le entrate pubblicitarie provenienti dalle versioni in rete non sono sufficienti
a bilanciare le perdite.
Alcuni gruppi editoriali (Murdoch in primis) valutano
la possibilità di offrire l’accesso delle informazioni su
rete solo dietro pagamento, ma pochi lettori sarebbero
disponibili ad acquistarle vista la enorme quantità di informazione circolante comunque nella rete e in concreto
non sarebbero più visibili sulla rete. Una situazione non
risolvibile poiché la conoscenza, l’informazione, la cultura
sono beni che hanno la caratteristica di aumentare di
valore con la loro riproduzione e distribuzione.
Il monopolio dell’informazione sta per sfuggire ai media
tradizionali; le questioni irrisolte (e irrisolvibili in un’ottica
capitalista) sono:
• Saranno ancora centrali la distribuzione cartacea o
televisiva in broadcasting nell’era della digitalizzazione
dell’informazione, o coesisteranno numerosi mezzi di
distribuzione alternativi? Quali i modelli di profitto/
sostenibilità?
• Il modello di informazione strutturata (quotidiano, rivista,
telegiornale) e uguale per tutti sarà ancora predominante, o vi saranno vari frammenti di informazione, poi
aggregati dall’utente, dai motori di ricerca, da strumenti
automatici, secondo gli interessi e delle preferenze del
lettore?
• Come cambierà la struttura delle notizie, vi sarà una
struttura a più livelli, da poche righe allo spazio per
approfondimenti, interazioni, dibattiti? Si creerà un
continuum fra informazione e corsi di formazione/
dibattiti?
• Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale tutti possono produrre informazione in
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
Perla Conoscenza
per la redazione di "Aurora"
Queste contraddizioni, insieme agli spazi dischiusi dalla
rete, rappresentano per noi comunisti una straordinaria
opportunità sulla quale fare leva.
Aurora è il primo successo, il primo nucleo di unione.
Aurora vuole essere primo tassello di una strategia, di
formazione e comunicazione distribuita, di giornalismo
comunitario, creato sfruttando le opportunità fornite
dalla rete.
Aurora ha elementi tradizionali: una struttura editoriale e organizzativa di una rivista classica. La sua produzione, concezione, realizzazione, distribuzione avviene
in rete, in modo distribuito e collettivo. A giornalisti e
grafici professionisti, si affiancano militanti e cittadini,
che tramite il giornale apprendono a comunicare, a
fornire l’informazione attivamente in prima persona, a
identificare temi e priorità, a sviluppare le tecniche e gli
strumenti editoriali e di rete; a gestire in prima persona
gli strumenti di informazione e la formazione.
Sviluppiamo così, insieme a tutti i nostri compagni,
la capacità collettiva di scrivere, esprimersi, pubblicare,
riflettere, discutere, elaborare.
Questa capacità di giornalismo comunitario, che
si estenderà gradualmente con una rete di siti web e
porterà (spero) alla creazione di una rete distribuita di
giornali su rete, realizzati dalle federazioni e dai collettivi, e già da voi proposto. Si attiverà una comunicazione
multimediale (testi, ipertesti, immagini, grafici e filmati)
e di strumenti interattivi. Si estenderà dall’informazione
alla formazione. Si realizzeranno moduli di formazione;
convegni e dibattiti distribuiti geograficamente; analisi
ed elaborazione politica interattiva.
Occorre utilizzare e approfondire i nuovi strumenti di
comunicazione per un rapporto organico con i movimenti,
per sviluppare insieme un pensiero critico diffuso e collettivo, una cultura e capacità di analisi politica basata
sulla condivisione dei saperi, sulla capacità di promuovere
azioni comuni e progetto sociale. Un impegno e un lavoro
quotidiano e collettivo di auto-formazione, che insieme
ci permetterà di costruire le basi per una società non
soggetta ai paradigmi capitalisti.
modo sempre più facile e specifico? Vi sarà ancora un
forte dualismo fra giornalista professionista e consumatore dell’informazione, oppure con la possibilità di
generare notizie da parte di tutti si formerà una zona
intermedia, basata sul giornalismo comunitario? Questo significa maggiore autonomia dei lavoratori della
conoscenza, meno soggetti al dominio del capitale?
Significa anche l’emancipazione e la capacità di tutti di
creare informazione, notizie e cultura (a diversi livelli).
Quanti si informeranno solo leggendo una babele di
corti messaggi e commenti (via SMS o alla Twitter)
senza approfondimenti e analisi?
23
22
Lettera
CARA REDAZIONE,
Siamo venuti in contatto con il mensile Aurora
dopo l’incontro avvenuto a
Luglio con Roberto Galtieri
per discutere di politiche
giovanili. Sono membro del
gruppo giovanile “Assieme
per Domani” e con gli altri
compagni dello stesso ho il preciso obiettivo di favorire
un processo sociale più giusto in questa società dominata da potenti; perché ritengo che soltanto attraverso
l’attivismo potremmo un giorno godere nuovamente
della libertà che ci meritiamo.
Durante l’incontro è emersa in modo inequivocabile la
volontà di cambiamento che persiste nei giovani, anche
se confinati come lo siamo noi valposchiavini (piccola
vallata di 3.000 anime nel sud della Svizzera). Anche noi,
però, per far fronte alla desocializzazione della società
ci siamo uniti in blocco formando un gruppo giovanile,
RISPOSTA
CARO MICHELANGELO, CARI COMPAGNI DEL
GRUPPO “ASSIEME PER DOMANI”,
La vostra lettera e le vostre riflessioni sul ruolo dei
nuovi media e di Aurora, ci spronano a proseguire nella
nostra coraggiosa “scommessa” tesa a costruire gradualmente in Europa, in modo distribuito e dalla base,
una rete di strumenti d’informazione e di formazione, dei
quali il mensile comunista Aurora è il primo elemento.
Colgo quindi l’occasione della vostra lettera, per
avviare una riflessione comune che continuerà nei
prossimi numeri.
Riflessione necessaria per ragionare e comprendere collettivamente quanto e come lo sviluppo delle
tecnologie di rete stia rapidamente modificando i mezzi
di comunicazione e di formazione. E come i processi di
accumulazione capitalista si trovino in difficoltà in questa
trasformazione dei processi di produzione dei beni immateriali, in particolare nella produzione di informazione
e conoscenza.
Nei prossimi numeri approfondiremo la trasformazione da un capitalismo industriale verso un capitalismo cognitivo, trasformazione questa in atto nei paesi
capitalisti avanzati; l’espansione dei profitti estratti dai
servizi e dai beni immateriali dove i maggiori profitti sono
legati ai saperi e alla conoscenza; la riduzione della forza
lavoro nell’industria come già avvenne nell’agricoltura al
tempo della rivoluzione industriale; la precarizzazione e
il maggiore sfruttamento dei lavoratori intellettuali.
Oggi, la conoscenza, nell’occidente capitalista, mezzo
principale di produzione, deve essere espropriata, ossia
non deve più essere né un bene comune né patrimonio
dai lavoratori di questi settori, ma deve essere “protetta”
e “recintata” per diventare proprietà privata, spesso di
multinazionali. Per questi motivi assistiamo a sforzi imma-
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
visto dalla maggioranza delle persone come pericoloso
perché molto simile a un sindacato o, peggio ancora,
a un partito di sinistra. Nella nostra regione, infatti, i
democristiani rappresentano ancora di gran lunga, la
realtà politica più forte; con i loro pregiudizi contro chi
è diverso e con la loro volontà di continuità, rendono il
nostro lavoro arduo e assai poco efficace.
Siamo però confortati dal vedere che mezzi mediatici
come il vostro giornale Aurora possano permettere a
un collettivo di farsi sentire e quindi di crescere. Anche
noi stiamo provando a stampare un giornale, anche se
le fatiche a volte non sono corrisposte dai risultati.
Poco male, continueremo di questo passo, consci
però di poterci avvalere di un nuovo importante aiuto
rappresentato da Aurora e da chi lo rende vivo.
Un affettuoso saluto dai Grigioni.
Per il gruppo “Assieme per Domani”
Michelangelo Lardi
ni del capitale per privatizzare la conoscenza e imporre
il concetto di “diritti di proprietà intellettuale”.
Un concetto ideologico e naturalmente innaturale, che
le multinazionali trovano estrema difficoltà a far accettare e imporre. Infatti, lo scambio e la condivisione della
conoscenza e delle idee, è la base del processo creativo,
è necessario per la formazione, per creare nuove idee e
per lo sviluppo del progresso tecnico e sociale.
Inoltre, con la diffusione di internet, è diventato sempre
più difficile recintare e bloccare lo scambio di conoscenza
e beni immateriali.
Internet si è, infatti, rivelato uno straordinario strumento per la produzione e lo scambio di beni comuni
di carattere informazionale (formazione e conoscenza)
e per la comunicazione orizzontale e sta scardinando i
processi di produzione dell’informazione.
Per questo motivo oggi si sta svolgendo una battaglia per controllare la rete e bloccare le sue capacità di
condividere, in particolare informazioni e idee.
È una battaglia globale combattuta in parallelo su vari
terreni: ideologico, legale, economico e tecnologico. Una
Europa, che a parole si proclama paladina della libertà di
espressione, sta imponendo leggi liberticide che realizzano
un controllo sulla comunicazione fra i cittadini, sull’informazione che essi si scambiano.
A fronte di ciò vi sono le prime reazioni, spesso semplici rivolte pre-politiche, quali la formazione di partiti
pirata. I partiti comunisti, geneticamente paladini dei beni
comuni, sono ancora legati a riferimenti materiali e si
stanno attivando con ritardo nella difesa della condivisione dei beni immateriali. Al contrario di quel che accade
con i beni materiali, la produzione collettiva di contenuti
e saperi socialmente prodotti crea legami sociali, la loro
distribuzione è spontanea e orizzontale, mentre lo stato
3
SCRITTI CORSARI
Da 14 novembre 1974.
Il romanzo delle stragi**
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
L’Elzeviro
Pier Paolo Pasolini –
** Sul “Corriere della Sera” col titolo “Che cos’è
questo golpe?”.
interventi anche giornalistici e politici: cioè
non di immaginazione o di finzione come è per
sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che
la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro
all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1°
novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i
politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi?
Evidentemente a chi non solo ha il necessario
coraggio, ma, insieme, non è compromesso
nella pratica col potere, e, inoltre, non ha,
per definizione, niente da perdere: cioè un
intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli
non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo
del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha
escluso gli intellettuali liberi – proprio per il
modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere
prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie,
potrei entrare in quel mondo esplicitamente
politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del
diritto ad avere, con una certa alta probabilità,
prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò
non è possibile, perché è proprio la ripugnanza
ad entrare in un simile mondo politico che si
identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la
pratica politica sono due cose inconciliabili
in Italia [...]
Pubblichiamo un brano di questo intervento di Pier Paolo Pasolini prendendo spunto dall’anniversario dell’attentato alla sede della Banca Nazionale
dell’Agricoltura a Milano, il 12 dicembre 1969. Lo scritto contiene profonde
riflessioni sul ruolo degli intellettuali nella società italiana.
neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in
concreto la tensione anticomunista) e infine
a criminali comuni, fino a questo momento,
e forse per sempre, senza nome (per creare
la successiva tensione antifascista). Io so i
nomi delle persone serie e importanti che
stanno dietro a dei personaggi comici come
quel generale della Forestale che operava,
alquanto operettisticamente, a Città Ducale
(mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei
personaggi grigi e puramente organizzativi
come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che
hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai
malfattori comuni, siciliani o no, che si sono
messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti
(attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono
resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno
scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che
succede, di conoscere tutto ciò che se ne
scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa
o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati
e frammentari di un intero coerente quadro
politico, che ristabilisce la logica là dove
sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il
mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere
e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia
difficile che il mio “progetto di romanzo” sia
sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la
realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone
reali siano inesatti. Credo inoltre che molti
altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò
che so io in quanto intellettuale e romanziere.
Perché la ricostruzione della verità a proposito
di ciò che è successo in Italia dopo il 1968
non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di
a cura di Mariarosaria Sciglitano (H)
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello
che viene chiamato golpe (e che in realtà
è una serie di golpes istituitasi a sistema di
protezione del potere.)
Io so i nomi dei responsabili della strage
di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi
di Brescia e di Bologna dei primi mesi del
1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di
golpes, sia i neofascisti autori materiali delle
prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori
materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due
differenti, anzi, opposte, fasi della tensione:
una prima fase anticomunista (Milano 1969),
e una seconda fase antifascista (Brescia e
Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che,
con l’aiuto della CIA (e in second’ordine dei
colonnelli greci e della mafia), hanno prima
creato (del resto miseramente fallendo)
una crociata anticomunista, a tamponare il
1968, e in seguito, sempre con l’aiuto e per
ispirazione della CIA, si sono ricostituiti una
verginità antifascista, a tamponare il disastro
del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e
l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato
la protezione politica a vecchi generali (per
tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione
di un potenziale colpo di Stato), a giovani
A
Bruxelles… È necessario
e urgente rilanciare il
ruolo e l’importanza dei
“Comitati degli Italiani
all’Estero” come organismi
di rappresentazione
democratica e di difesa
degli interessi dei nostri
concittadini nel mondo,
e non delle piattaforme
di potere e di maneggi
politicanti e personali.
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
2
1
Cominciamo dai Com.It.Es. del Belgio e del Lussemburgo. Lo spunto ce lo danno le notizie arrivate nelle settimane
scorse proprio dal Lussemburgo: una serie di dimissioni
dal Comitato locale di ben quattro consiglieri, tra i quali il
Vicepresidente e la Tesoriera,2 tutti della lista di “centrosinistra” che era risultata largamente maggioritaria nelle ultime
elezioni. Cos’è successo? Le motivazioni addotte parlano di
“dialogo tra sordi” e di “incomunicabilità tra la Presidente e la
Segretaria da una parte, ed il resto della maggioranza dall’altra”,
per “conflitti di potere interni al costituendo Partito Democratico
(PD) del Lussemburgo prima e durante la campagna elettorale
per le elezioni politiche 2008”. Colpisce il fatto che queste
notizie parlano di lotte intestine, di ragioni non di ordine
Vedere http://www.esteri.it/MAE/IT/Ministero/NormativaOnline/Normativa_consolare/ComitesCGIE e http://www.esteri.it/MAE/IT/
Italiani_nel_Mondo/PrincipaliAttivita/OrganismiRappresentativi/COMITES.htm.
Vedere le lettere e le dichiarazioni in http://www.italiani.lu/mmp/online/website/menu_left/785/786/1840_IT.html, pubblicate anche in altri
organi di informazione per gli Italiani all’Estero.
Niente male, no? Con questo i Com.It.Es. dovrebbero
essere degli organismi chiave per gli Italiani all’Estero, conosciuti, stimati, rispettati e partecipati. Ma qual è invece la
situazione reale oggi? Di Com.It.Es. nel mondo ce n’è oltre un
centinaio, dei quali una sessantina in Europa, e c’è chi più o
meno svolge le sue funzioni, e c’è chi no, o addirittura esiste
solo sulla carta. Da questo numero di AURORA vogliamo
provare a fare un giro per vedere come stanno le cose e che
ne facciamo di questi Com.It.Es., anche in vista delle elezioni
per il loro rinnovo che, dalla scadenza naturale quest’anno (le
precedenti elezioni si sono svolte nel marzo 2004), sono state
rinviate al 2010; o a chissà quando, del resto non sarebbe la
prima volta che si succedono rinvii su rinvii, perché magari
neanche il MAE stesso sa cosa fare, o non ci sono i fondi
necessari, o c’è chi spinge per mantenere la propria posizione
più tempo possibile. E in questo caso c’è anche un tema pendente: la possibile riforma della legge sui Com.It.Es., di cui
si parla da tempo e che potrebbe essere utilizzata da questo
governo con l’intento di esautorarli ancora di più dalle loro
competenze: come dire, invece di mettere a posto ciò che va
male, si vorrebbe praticamente chiudere tutto, ovvero la solita
storia di “buttare il bambino con l’acqua sporca”.
ome recita il nostro Ministero degli Affari Esteri (MAE)
e la corrispondente normativa di base,1 i Comitati degli
Italiani all’Estero (Com.It.Es.) sono “organismi rappresentativi della nostra collettività, eletti direttamente dagli italiani
residenti all’estero in ciascuna Circoscrizione consolare ove
risiedono almeno 3 mila connazionali”, in particolare “organi
di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le
rappresentanze diplomatico-consolari”, con uno specifico ruolo
“tanto nei confronti delle collettività di cui sono espressione, tanto
dell’Autorità consolare”, con “gli stretti rapporti di collaborazione
e cooperazione che debbono instaurarsi fra Autorità consolare e
Comitati, anche attraverso il regolare flusso di informazioni”.
Riguardo alle loro funzioni, “contribuiscono ad individuare le
esigenze di sviluppo sociale, culturale e civile della comunità di
riferimento; particolare cura viene assicurata alla partecipazione
dei giovani, alle pari opportunità, all’assistenza sociale e scolastica,
alla formazione professionale, al settore ricreativo, allo sport ed
al tempo libero. I Comitati sono anche chiamati a cooperare con
l’Autorità consolare nella tutela dei diritti e degli interessi dei
cittadini italiani residenti nella Circoscrizione consolare”.
C
di Mario Gabrielli Cossellu (B)
CHE NE FACCIAMO
a catena in
DEI Com.It.Es? Dimissioni
Lussemburgo, fantasmi a
EUROPE
A
à
ttualit
ANNUALE
2009-2010
Rassegna del cinema cubano
Proiezioni e dibattito
Conquistare l’egemonia culturale contro quella dominante. Il cinema da strumento di riproduzione del modello culturale ed economico dominante a denuncia e rovesciamento del mito per la conquista dell’egemonia gramsciana.
CINEMA
25 aprile e 1 maggio
Sempre: 27 gennaio (giornata della memoria)
Giochi da tavolo senza nemico
tornei a coppie di
briscola
tresette
scacchi
Attività ludica come
miglioramento dello stare
insieme:
LUDICO
La carovana dei poeti
Pro/Testo
in collaborazione con il Club
del Libro e Radio Alma
POESIA
COMPENDIO DEL CAPITALE
di Domenico Moro
Dopo quello di Cafiero il
compendio aggiornato all’attuale
fase di globalizzazione
RESTIAMO UMANI
di Vittorio Arrigoni
Cronaca dell’operazione
israeliana a Gaza,
“piombo fuso”
ULTIMI FUOCHI DI RESISTENZA
di Massimo Recchioni
La biografia di un partigiano
della Volante Rossa rifugiatosi in
Cecoslovacchia
LA FABBRICA
DEL FALSO
di Vladimiro Giacché
Cambiare le parole per
mascherare le realtà
PRESENTAZIONE LIBRI
Come nel passato, durante il corso dell’anno non mancheranno iniziative specifiche dettate dall’attualità, come la presentazione del film “u stessu sangu”
svolta il 17 ottobre, in occasione della manifestazione nazionale (in Italia) contro il razzismo
ATTUALITÀ
- insegnamento lingua italiana ai connazionali. Alfabetizzazione
- il movimento socialista in Belgio e ruolo degli
emigrati. Dall’alleanza operai-settori borghesia fine
‘800 al sindacalismo del dopo guerra. (con ACJJ)
- il pensiero formatosi in Italia e ripreso nel mondo. 3
seminari: Gramsci, Mazzini, Garibaldi
- rappresentanza politica e principio maggioritario:
Quando i miti della democrazia rappresentativa traballano. L’invenzione progressiva del sistema rappresentativo si trova alla base del nostro sistema politico. Com’é
nato e perché?
- i Sistemi elettorali: Il potere riproduce se stesso in
molti modi. Uno dei più efficaci è attraverso le riforme
della leggi elettorali.
- il Web strumento di libera condivisione e diffusione
della conoscenza non broadcast (collettivo Libero Sapere)
- il web, la Rete e la libertà di stampa e di informazione (collettivo Libero Sapere)
- il futurismo: il movimento egemonizzato dal fascismo
- lezioni di storia: le date del fascismo dalle leggi
razziali al 25 luglio, all’inizio della Resistenza. Percorso
biografico di un antifascista
- nuovi mezzi di formazione: i cartoni
IN/FORMAZIONE
21
P ROGRAMMA
PER INFORMAZIONI: tel: 0477-258-765 – Rue Rouppe 4, 1000 Bruxelles
e-mail: [email protected] http://gramscibxl.tripod.com
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
20
Di questo periodo il suo primo scritto, considerato la prima
opera marxista sulla condizione della donna russa, “La donna
lavoratrice”, libro che viene segretamente mandato in Russia
e diffuso nelle fabbriche.
Vive in Germania, Inghilterra e Svizzera. Dal 1901 al 1905
come segretaria del giornale bolsceviko Iskra è responsabile
della corrispondenza con gli organi di partito, organizza le
spedizione della letteratura clandestine, cura i rapporti con le
donne migrate russe e, come capo delegazione, partecipa, nel
1915, alla Conferenza internazionale della donna a Berna.
Nel 1917 pubblica “Istruzione popolare e democrazia”,
scritto in cui, criticando la pretesa ‘neutralità’ del sistema
educativo borghese, ne denuncia l’inconsistenza, invitando
a seguire gli insegnamenti di pedagoghi quali Pestalozzi e
Montessori.
Nei mesi che precedono la rivoluzione, si occupa dell’organizzazione di scuole, biblioteche, attività volte all’alfabetizzazione dei giovani della classe operaia, della creazioni di reti
culturali per migliorare la condizione soprattutto delle donne
e dei giovani e delle giovani.
Con la rivoluzione di ottobre
emerge la necessità di riorganizzare tutto il sistema educativo,
per rendere la conoscenza non
monopolio di alcune classi ma
mezzo di emancipazione di tutta
la popolazione indipendentemente dal sesso, dal credo o dalla
condizione sociale. La necessità
di avere uomini e donne della
classe lavoratrice in organi di potere, comporta una nuova idea
di educazione, libera, accesibile
a tutti e vicina alle necessità
del popolo. La nascente società
socialista ha bisogno “di persone
preparate teoricamente e praticamente che possano affrontare
ogni tipo doi lavoro, fisico e
intellettuale, capaci di costruire
una vita razionale, completa e
felice nella società”
Dopo la rivoluzione di
ottobre Nadezhda continua ad essere particolarmente attiva
specialmente nell’ambito educativo, non solo per cio’che
riguarda la stesura di nuove leggi per migliorare il sistema
educativo, per la lotta all’analfabetismo ed il cambiamento
del sistema scolastico, ma per porre delle nuove basi culturali
per la costituzione di una nuova società.
Viene infatti inviata dal partito a lavorare
al Commissariato del popolo per l’istruzione
pubblica, le cui competenza andavano dall’al-
lo
non so
AL
NILE
FEMMI8 marzo
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
fabetizzazione della popolazione, alla creazione di università
operaie, dalla creazione di una rete di biblioteche e librerie,
alla diffusione di una nuova cultura attraverso cinema e musei.
Si occupa della creazione della scuola politecna per lavoratori,
lavora alle riviste “La comunista” e “L’operaia”, tiene discorsi
e conferenze in particolar modo presso le assemblee delle
donne e dei giovani.
Negli anni 20 il suo saggio “Il diritto matrimoniale e familiare nella Repubblica sovietica” diviene molto popolare. In
questi stessi anni, preoccupata della formazione intellettuale
delle generazioni piu’ giovani, in una lettera del 1922 indirizzata
al Comitato Centrale del Komsomol, manifesta la necessità
di fondare un’organizzazione che si occupi degli adolescenti:
nasce cosi’ l’Organizzazione dei pionieri.
Alla morte di Lenin, il 21 gennaio del 1924, alla seduta
funebre del II Congresso dei Soviet dice nel suo discorso in
ricordo del marito di non permettere alla tristezza di trasformarsi in “venerazione esteriore” attraverso opere monumentali
in memorie di Lenin, ma esorta “Se voi volete onorare la sua
memoria, costruite degli asili nido, dei giardini d’infanzia, edificate case, biblioteche, policlinici,
ospedali, ricovere per invalidi e
cosi’ via, e soprattutto mettete in
pratica I suoi insegnamenti.”
Difficile il suo rapporto
con Stalin. Il libro pubblicato
nel 1925 “L’educazione della
gioventu’ nello spirito di Lenin” viene presto tolto dalla
circolazione. Idee quali la relativizzazione del ruolo delle
personalità nel processo storico
e il costituirsi di un soggetto
liberamente pensante quale fine
dell’educazione, rendevano, agli
occhi di Stalin, la suddetta opera
libro di cui disfarsi.
Nel 1926 si allinea per un
breve periodo all’Opposizione
di sinistra, ma presto rompe con
essa e la condanna già prima che
i suoi leader vengano espulsi.
Nonostante membro attivo
honoris causae dell’Accademia delle scienze, trova sempre
tempo di leggere le moltissime lettere (fino a 450 al giorno)
che riceve, risponde personalmente a molte di queste e segue
molte delle vicende raccontatele. Sembra amasse rispondere
ai bambini, inviar loro lettere e regali.
Solo nel gennaio del 1939 risponde a 240 lettere, prende
parte e interviene in 12 assemblee e scrive 20 articoli.
Muore il mese successivo di quello stesso anno.
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
politico ma personale, di accuse e
controaccuse e rivendicazioni di
presunti meriti e demeriti; ma praticamente nulla dicono di quello
a cui dovrebbe dedicarsi un Com.
It.Es., cioè essere al servizio degli
Italiani all’estero. Adesso il Com.
It.Es. del Lussemburgo è praticamente paralizzato e, soprattutto,
con la propria legittimità e operatività messa in forte discussione,
anche tenendo conto dei tagli del
MAE che hanno portato l’anno
scorso alla chiusura del Consolato
locale. A questo hanno portato le
beghe interne – ormai di pubblico dominio – di un partito che
coinvolgono in prima persona dei
membri eletti divisi in fazioni diverse, tirando poi per la giacchetta
gli altri membri per farli schierare
con l’uno o con l’altro.
A
ità
In Belgio la situazione è, se
possibile, ancora peggiore. Anche
nel Com.It.Es. di Bruxelles-Brabante-Fiandre, la lista del
“centrosinistra” aveva vinto nettamente le elezioni del 2004,
con una piattaforma molto bella e piena di promesse, programmi di lavoro, magnifiche sorti e progressive etc.; ma,
una volta insediatosi, dopo i primi momenti di scaramucce
procedurali per via di presunte incompatibilità etc., sono
letteralmente spariti dalla scena. Un Com.It.Es. fantasma:
nessuno lo conosce e nessuno sa se esistono, chi sono e cosa
fanno i consiglieri eletti, dove e quando si riuniscono, e se si
riuniscono di cosa parlano, cosa decidono, e anche, diciamola
tutta, cosa fanno dei soldi e delle risorse di cui dispongono.
Non si tratta qui naturalmente di accusare a vanvera nessuno, ma di denunciare con forza e chiarezza un’assoluta
mancanza di trasparenza e di informazione, come richiesto
non solo dalle stesse leggi che istituiscono e regolano i Com.
It.Es., ma anche e soprattutto da un minimo di buon senso,
di responsabilità e di rispetto verso i concittadini italiani
all’estero: quelli a cui si sono dette tante belle parole per
richiedere il voto in campagna elettorale e che hanno diritto
di avere un organismo democratico e rappresentativo che
funzioni veramente con loro e per loro; e di esserne informati
e partecipare ad esso. Invece, tutto quello che abbiamo oggi
a Bruxelles è una triste tabella sul sito web del Consolato –
Consolato, a sua volta, minacciato di imminente chiusura
per via dei noti tagli del MAE – con una lista di nomi che,
per la maggior parte, non corrispondono neanche a quelli
che si sono presentati alle elezioni e sono stati votati, per via
di tutta una serie di sostituzioni, cooptazioni e quant’altro
di cui nessuno sa nulla… nessuno, sia chiaro, che non faccia
parte della solita cerchia ristretta di “addetti ai lavori” che
sanno utilizzare la cosa pubblica come se
fosse “cosa loro”.
Attual
EUROPE
5
Questi del Lussemburgo e di
Bruxelles sono esempi chiarissimi
dell’uso improprio, strumentale
e diciamo pure vergognoso, che
certi personaggi – anche di una
cosiddetta “sinistra”!, o purtroppo
ancora percepita come tale da tanta, troppa gente – fanno di un’istituzione come i Com.It.Es. che ben
altre cose dovrebbe fare, al servizio
degli Italiani all’estero appunto. Di
fronte a tutto questo, noi come
Italiani e come comunisti, completamente estranei a questi giochi
di potere, possiamo e dobbiamo
sviluppare un’azione coordinata
forte e decisa a livello europeo, per
almeno due obiettivi:
1° – denunciare, in forma
circostanziata e specifica, i casi
di degenerazione e impotenza a
cui sono stati ridotti i Comitati
degli Italiani all’Estero, per colpa
della loro occupazione da parte di
politicanti, di approfittatori e di inetti, che li hanno fatti
diventare delle piattaforme di potere e di maneggi personali,
tradendo il mandato degli elettori e squalificando l’istituzione stessa dei Com.It.Es. come tale;
2° – rilanciare il ruolo e l’importanza dei Comitati degli Italiani all’Estero come organismi di rappresentazione e
difesa degli interessi degli Italiani all’estero, promuovendo
un’operazione di formazione/informazione, di trasparenza
e di partecipazione.
Questo si tradurrà quanto prima in iniziative concrete e
dirette che comprenderanno anche la richiesta di scioglimento
di quei Com.It.Es. arrivati al punto di essere inefficaci e inutili
– come quelli di Bruxelles e del Lussemburgo per esempio – e
le elezioni per il loro rinnovamento, senza aspettare l’ennesimo rinvio nel 2010 o chissà quando (come è stato fatto per
il Com.It.Es. di Atene, per esempio, quest’anno). A queste
elezioni presenteremo delle Liste Comuniste, autonome da
altri partiti del “centrosinistra” – e specialmente da quelli
che portano la responsabilità maggiore dell’inefficienza e
della paralisi – e che coinvolgano anche delle personalità
indipendenti e rappresentative delle comunità italiane, con
impegni programmatici all’insegna dell’onestà, della serietà, della competenza, dell’impegno e della responsabilità.
Perché nei Com.It.Es. entri finalmente gente nuova che sia
disposta a dare battaglia e a mantenere un contatto costante
e concreto con i concittadini, al loro servizio, non a parole
ma con i fatti.
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
scritto da Vinti appare molto debole e non risponde in nessun
modo ai nodi politici dell’intervento di Giannini, tranne per
rimarcare le “profonde” differenze che restano nell’approccio
alla politica e ai “movimenti” tra PRC e PdCI. La chiusura a
riccio e l’atteggiamento di superiorità di alcuni elementi del
PRC purtroppo permangono e non lasciano spazio a nessuna
riflessione politica di ampio respiro, impantanandosi invece
nei personalismi e nei protagonismi.
Ma il problema più grande è che il dibattito è stato messo
subito a tacere dal giornale del Partito della Rifondazione
Comunista: molte lettere sono state inviate alla redazione
ma nessuna è stata pubblicata. Anche come circoli PRC
del Belgio e del Lussemburgo ne abbiamo mandata una in
cui descriviamo come l’unità con i compagni del PdCI la
pratichiamo da tempo sul terreno, organizzando iniziative
comuni e anche condividendo la sede. Questi interventi non
pubblicati da Liberazione sono consultabili sul sito internet
de “L’Ernesto” che li sta raccogliendo (www.lernesto.it).
La situazione che viviamo, in Italia così come in Europa,
è di assoluta emergenza, sia da un punto di vista politico che
economico-sociale: vi è quindi urgenza e necessità di avere
un unico partito comunista capace di proporre soluzioni
indipendenti dal tatticismo delle alleanze. Le divisioni che
oggi ci sono non sono soltanto estremamente negative per
le classi che ci prefiggiamo di difendere a rappresentare,
ma anche per i militanti, che giorno dopo giorno perdono
entusiasmo e speranza.
Un partito comunista serio sarebbe invece capace di
risvegliare la voglia di impegnarsi di molti compagni, che
oggi hanno abbandonato la politica attiva per la mancanza
di una prospettiva d’alternativa. È bene comunque tenere
presente che l’Unità dei comunisti non può essere una
semplice sommatoria dei due partiti, delle strutture e degli
apparati sopravvissuti. Parlare di Unità dei Comunisti significa pensare ad un progetto di lunga lena, che in questa fase
passa inevitabilmente per la riunificazione dei due partiti, ma
che non potrà essere giudicato e messo alla prova soltanto
dai risultati elettorali (come spesso si tende a fare) ma dai
contenuti che sarà in grado di proporre e dalla coerenza con
la quale li metterà in campo.
UNITÀ DEI
COMUNISTI
LA NECESSARIA
inutile negarlo: la questione dell’Unità Comunista in
Italia passa anche e soprattutto da un processo di unificazione tra i due partiti comunisti PdCI e PRC e, da questo
punto di vista, si sa che gli ostacoli e le reticenze più rilevanti
siano nel Partito della Rifondazione Comunista, nonostante
la scissione intervenuta dopo il congresso di Chianciano nel
2008. È altrettanto chiaro che esistono compagni, all’interno
del PRC, che hanno le idee più chiare rispetto ad altri nei
confronti della necessità ed urgenza di avviare un processo
che porti in tempi non biblici ad avere un unico partito
comunista unificato.
È in questo quadro che Liberazione pubblica il 16 ottobre
scorso, una lettera aperta a Ferrero firmata dal compagno
Giannini, esponente dell’area de “L’Ernesto” e membro della
direzione nazionale del PRC. In questa lettera Giannini pone
una domanda molto importante al segretario del suo partito:
“perché sei contrario all’unità dei comunisti?”. In questo scritto si denuncia anzitutto la mancanza di una risposta politica
alla proposta che viene da PdCI di una riunificazione seria,
non semplicemente basata su una sommatoria di apparati. Si
suppone che molti, all’interno del PRC, si oppongano a tale
riunificazione basandosi sul presupposto che Rifondazione
avrebbe fatto numerosi passi in avanti rispetto al PdCI e
che quindi, per molti aspetti, si sarebbe ancora fermi alla
divisione del ‘98. Ma quali sono le innovazioni che il PRC
avrebbe messo in campo? – ci si domanda. La rinuncia alla
categoria dell’imperialismo, l’abiura del comunismo del
novecento? Sarebbero innovazioni quelle portate avanti dal
bertinottismo?
Nel chiedere nuovamente le motivazioni del “no” di
Ferrero all’unità comunista, si fa emergere anche un’ultima
argomentazione, che il segretario sembra fare propria: il
fatto cioè che una riunificazione col PdCI porterebbe ad
ulteriori scissioni. La risposta di Giannini è che per paura
di una scissione domani, si ratifica una scissione oggi, che
vede francamente superati, nella pratica, le ragioni del ‘98
e che se si trascina, contribuirà a far diminuire il numero di
militanti.
Il giornale del PRC affida la replica del giorno successivo
a Stefano Vinti, segretario regionale dell’Umbria. Quanto
È
di Andrea Albertazzi (B)
6
Da sempre affascinata dalla professione dell’insegnamento
inteso non come un mero passaggio di sterili informazioni
ma come strumento per formare la crescita dell’individuo in
modo consapevole e responsabile all’interno di una società,
dopo la morte del padre comincia ad insegnare per potersi
mantenere. La vicinanza alle problematiche della classe ope-
Appassionata lettrice, approfondisce la conoscenza delle
teorie di sociologi russi e stranieri, si interessa particolarmente a quelle teorie pedagogiche di Tolstoy in cui prioritaria è
l’attenzione per lo sviluppo intellettivo di ciascuno studente
e il rapporto tra docente e discente.
La condivisione delle idee democratico rivoluzionarie dai
genitori con l’intelligentia dell’epoca, contribuiscono sicuramente alla formazione intellettuale umanista e internazionalista
di Nadezhda.
Nasce il 26 febbraio del 1868 a San Pietroburgo.
19
Trascorsi 7 mesi di reclusione, viene esiliata in Siberia a
Susenko, dove si sposa con Vladimir Ilych Ulyanov.
Insegnante e attivista politica, si unisce ai movimenti
rivoluzionari. In un circolo marxista conosce Vladimir Ilych
Ulyanov, futuro Lenin, con cui partecipa all’organizzazione
dell’“Unione per la lotta per l’emancipazione della classe
lavoratrice”.
raia a cui insegna in classi serali e l’attenzione per i conflitti
sociali sono alcuni dei fili conduttori che caratterizzeranno
tutta la sua vita: cercare una soluzione all’eliminazione delle
contraddizioni e alle ingiustizie che i privilegi sociali causano
all’interno di una comunità.
La frequentazione di vari circoli studenteschi la porta ad
avvicinarsi allo studio dei fondatori del materialismo storico.
Nonostante la difficoltà nel reperire i testi di Marx e Engels,
allora vietati in Russia, si dedica ad uno studio approfondito
delle teorie marxiane.
NADEZHDA
KRUPSKAYA
NADEZHDA KRUPSKAYA
(1869-1939) scrittrice, educatrice
e rivoluzionaria bolscevica,
storica e teorica di scienza
dell’educazione, figura
riconosciuta del Partito comunista
russo e una delle principali
riorganizzatrici del sistema
educativo socialista. Sempre
dedita a migliorare le condizioni
delle donne e dei giovani, nel
1917, insieme ad Inessa Armand
e Clara Zetkin, fa pressioni
perché venga sancito il Giorno
Internazionale della donna.
di Claudia Cimini (CZ)
o8
non sol
AL
NILE
FEMMI m a r z o
RUBRICA
18
in tre giorni viene arrestata una decina di
persone sulle quali, come dichiara la polizia,
“gravano pesanti indizi”. Sono tutti anarchici
dei circoli Bakunin e 22 Marzo. Tra di loro vi
sono: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese,
Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro
Valpreda. Per la polizia, insomma, oltre a
quella anarchica, nessun’altra pista merita di
essere presa in considerazione.
Iniziano gli interrogatori. Sono
condotti con energia. Il 15 dicembre,
a mezzanotte, nel cortile della questura
di Milano, un corpo s’infrange quasi
senza rumore ai piedi di un giornalista.
È Giuseppe Pinelli, uno degli anarchici
arrestati tre giorni prima, caduto senza
un grido da una stanza del quarto
piano. Causa ufficiale della morte: suicidio. Non ci crederà nessuno... Tra gli
anarchici fermati subito dopo la strage
alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, il commissario Calabresi sembra
interessarsi a una sola persona: Pietro
Valpreda, di professione ballerino. Il
giovane grida la propria innocenza.
Essa non sarà riconosciuta che molto
tempo dopo. Eppure, già all’epoca, tutto
denunciava l’esistenza di una “pista nera”,
che verrà esplorata solo tardivamente.
Sempre il 15 dicembre Guido Lorenzon,
segretario di una sezione della Democrazia
cristiana, si presenta da un avvocato della
città dichiarando di essere a conoscenza di
fatti che potrebbero essere in rapporto con
gli attentati. Due giorni prima, cioè all’indomani delle esplosioni, ha avuto con l’editore
Giovanni Ventura (amico di vecchia data),
una conversazione che, da allora, l’ossessiona.
Le informazioni che Ventura gli ha fornito
sugli attentati sono state troppo precise e
circostanziate perché possa essere totalmente
estraneo alla strage.
Già in precedenza Ventura gli aveva parlato dei dieci attentati ai treni compiuti nel
Nord Italia l’8 e il 9 agosto 1969. Gli aveva
anche confidato di appartenere a un’organizzazione clandestina che progettava un colpo
di stato per instaurare un regime ispirato alla
Repubblica di Salò. Fino a quel momento
Lorenzon aveva taciuto. Ora non poteva più
farlo: nell’ultima conversazione con Ventura,
infatti, gli era parso di capire che questi stesse
preparando altri sanguinosi attentati.
Il giorno dopo, in compagnia dell’avvocato, Lorenzon ripete la sua
testimonianza di fronte a un
magistrato di Treviso, il procuratore Pietro Calogero.
Con l’aiuto di Lorenzon,
“Oggi in
Italia”
da Ventura una cassetta di metallo, aveva
capito che qualcuno era andato a comprarla
al posto suo.
Il 3 marzo del 1972 Franco Freda, procuratore legale a Padova, Giovanni Ventura
e Pino Rauti, dirigente nazionale dell’msi e
fondatore del movimento Ordine Nuovo,
vengono arrestati. Sono accusati di aver
organizzato gli attentati del 25 aprile 1969
(alla Fiera e alla Stazione Centrale di
Milano) e dell’8 e 9 agosto dello stesso
anno (a danno di alcuni treni). Il 21
marzo, aggiungendo ai capi d’imputazione contro il gruppo Freda-Ventura
gli attentati del 12 dicembre 1969, il
giudice Stiz trasmette il fascicolo, per
competenza territoriale, alla procura
di Milano.
A proseguire le indagini sono designati tre nuovi magistrati la cui prima
iniziativa è rimettere in libertà Rauti,
senza però far cadere il capo d’accusa.
Tre magistrati milanesi ricominciano
le indagini da zero, e raccolgono in
qualche mese una serie di prove decisive
contro il gruppo Freda-Ventura e, nello
stesso tempo, dimostrano che i poliziotti e i giudici che si sono precipitati sulla
pista anarchica hanno commesso numerose
irregolarità.
Comincerà poi la serie infinita di processi. Fascisti condannati per essere assolti in
Appello. Processi annullati dalla Cassazione
e trasferiti a Catanzaro. Nel 1987 addirittura
la Cassazione sentenzierà che per quella
strage NON ci sono responsabili! Ma nello
stesso anno il giudice istruttore Salvini apre
una nuova inchiesta sull’eversione di destra.
Quell’inchiesta, nel 1995, porterà al rinvio
a giudizio di un gruppo di neofascisti. Ma
bisognerà aspettare il giugno 2001 per assistere alla condanna all’ergastolo di Delfo
Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria
Maggi. Più la condanna di tre anni a Stefano
Tringali per favoreggiamento. La strage di
piazza Fontana è stata realmente una strage
di stato come la definirono gli anarchici del
Ponte della Ghisolfa il 17 dicembre 1969
in una conferenza stampa che gli organi di
stampa definirono “farneticante”. Strage di
stato perché vi troviamo coinvolti ministri,
segretari di partito, servizi segreti italiani
(tutt’altro che deviati, ma obbedienti agli
ordini dei responsabili della politica) e servizi
segreti esteri (americani e israeliani).
Una strage, oltre che un bruttissimo
affare. Come tanti, troppi altri nella storia
del nostro Paese.
Dove a volte si trovano i pesci piccoli.
Quelli grossi, i mandanti, mai.
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
che continua a frequentare Ventura, in
qualche settimana Calogero raccoglierà una
serie di solidi indizi contro quest’ultimo e
un suo amico, Franco Freda, un avvocato
di Padova ben noto nella regione per le sue
opinioni neonaziste. Franco Freda, poco
più anziano di Ventura, grande ammiratore
di Hitler e delle ss, fanatico antisemita, ha
fatto la gavetta, come Ventura, nell’msi, di
cui all’inizio degli anni Sessanta ha diretto
l’organizzazione universitaria (fuan). Più tardi ha fondato i Gruppi d’aristocrazia ariana
(Gruppi ar), vicini a Ordine Nuovo.
Giovanni Ventura, cresciuto nella nostalgia di Mussolini, s’è iscritto all’msi giovanissimo. Nel 1965, trovando questo movimento
troppo moderato, entra in Ordine Nuovo, la
cui politica più energica meglio corrisponde
alle sue aspirazioni.
Mentre le indagini vanno avanti, nel
novembre del 1971 un muratore, nell’eseguire alcune riparazioni sul tetto di una casa
di Castelfranco Veneto, sfonda per errore il
tramezzo divisorio di un’abitazione di proprietà di un consigliere comunale socialista,
Giancarlo Marchesin, e scopre un arsenale
di armi ed esplosivi, tra cui, in particolare,
casse di munizioni siglate nato. Arrestato,
Marchesin dichiara che quelle armi sono
state nascoste lì da Giovanni Ventura qualche
giorno dopo gli attentati del 12 dicembre,
e che prima si trovavano presso un certo
Ruggero Pan.
Interrogato a sua volta, Pan rivela che
durante l’estate del 1969, dopo gli attentati
ai treni, Ventura gli aveva chiesto di comprare
delle casse metalliche tedesche di marca
Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi
gli esplosivi negli attentati, aveva spiegato
l’editore, non avevano prodotto l’effetto di
“compressione esplosiva del metallo”. Pan
si era rifiutato. Il giorno dopo, notando
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
7
Cara “Liberazione”, salutiamo molto positivamente il dibattito apertosi sull’unità dei Comunisti sul nostro giornale
in questi giorni, perché fa finalmente riemergere un tema che appare troppo spesso tabù, specialmente in certi
ambienti del nostro Partito della Rifondazione Comunista.
Nella nostra esperienza di militanti di base, all’estero ma anche in Italia, abbiamo abbandonato da tempo pregiudizi
nei confronti dei compagni del PdCI e di altri esterni, e per fortuna che lo abbiamo fatto! Grazie a questa apertura, ben
ricambiata, siamo riusciti a dare vita, da tempi non sospetti, ad una unità d’azione che oggi ha un nome col quale ci
firmiamo unitariamente in tutte le nostre iniziative, documenti, volantini etc.: la “Federazione Comunista del Belgio”.
Anche per questioni logistiche abbiamo condiviso la sede di Bruxelles, lavoriamo insieme anche nella Vallonia, nelle
Fiandre e nel Lussemburgo, e contribuiamo a pubblicare un giornale, Aurora, che è un mensile di politica e cultura
per gli emigrati per l’unità comunista, diffuso in tutta Europa.
L’unità comunista noi non la declamiamo in teoria, ma la pratichiamo nella quotidianità, nell’affrontare insieme
problemi, iniziative e mobilitazioni, e lo facciamo semplicemente perché siamo comunisti e perché l’”analisi concreta
della situazione concreta” ci ha portato a capire da tempo che il cammino dell’unità è quello da seguire. Un’unità
comunista che non esclude naturalmente possibili aggregazioni e forme di cooperazione con altre forze della sinistra
anticapitalista e di alternativa; ma se non riusciamo ad unirci noi comunisti ovunque collocati, come possiamo pensare di unirci con altri? Qui lavoriamo insieme tra PRC e PdCI senza stare troppo a giocare a chi ce l’ha più lungo tra
“noi” e “loro”, come per esempio invece vediamo nella risposta del compagno Vinti al compagno Giannini, dove si fa
ancora un largo uso di vecchi luoghi comuni che nei territori, nella pratica, sono spesso ormai superati. Specialmente
in ciò che pensano e fanno i compagni in carne ed ossa: e specialmente sono stati i vecchi compagni, quelli con un
passato di vera manovalanza forte e generosa nel PCI, quelli che hanno sempre la barra dritta e la bussola giusta, a
dirci per primi che per loro quella dell’unità comunista è l’unica strada possibile, altrimenti se ne sarebbero ritornati
a casa. Se il Nazionale si decidesse ad uscire da questa fase di stallo, facendo passi concreti verso l’unità comunista, siamo sicuri che molti veri militanti, oggi incolpevolmente stanchi e rassegnati, riscoprirebbero l’entusiasmo. Lo
sappiamo benissimo che l’unità comunista non è sufficiente, ma altrettanto benissimo sappiamo che è necessaria,
perchè i comunisti ci siano veramente con forza nella Federazione della Sinistra di Alternativa come nelle lotte e nelle
prospettive di un cambiamento della società.
Fraterni saluti comunisti.
Le compagne e i compagni dei Circoli di Rifondazione Comunista
del Belgio “Enrico Berlinguer”, di Bruxelles e della Vallonia,
e del Lussemburgo “Che Guevara”
CARO PAOLO, PERCHÉ SEI CONTRARIO ALL’UNITÀ DEI COMUNISTI?
Lettera aperta al compagno Ferrero di Fosco Giannini* su "Liberazione" del 16/10/2009
(continua)
Caro compagno Ferrero, credo sia tempo di porti una domanda: perché respingi la proposta, avanzata dal Pdci – ma
ormai fatta propria da tanta parte dei quadri e della base del Prc, dalla diaspora e dall’elettorato comunista – di unire i
due piccoli partiti comunisti italiani?
Non è una domanda retorica, un artifizio: è tutta quell’area, ormai vastissima ( anche esterna ai due partiti comunisti,
che chiede l’unità, che non sopporta più di vedere i comunisti dissanguarsi, dividersi ) a portela. È una domanda vera:
vorrebbero tutti conoscere i motivi di fondo (politici, teorici, tattici, strategici, quelli che siano) che ti spingono a dire no.
Ti pongo la questione in questi termini poiché mai, in verità, né tu come segretario né il gruppo dirigente del Prc avete mai formulato una risposta chiara a proposito, che motivasse seriamente il no. E credo che
questo rimuovere il problema sia anche irrispettoso, sia per chi la proposta l’ha avanzata che per quell’ormai vasto senso comune comunista che l’unità la vuole ed è già pronto a praticarla. Nel senso che se motivi profondi per il no ci sono è giusto che la nostra base li conosca e possa autonomamente riflettere.
Va ricordato che nessuno – tra tutti coloro che propongono l’unità dei comunisti – pensa a fusioni a freddo, a
pure sommatorie di gruppi dirigenti, a improvvisate scorciatoie unitarie. Pensano tutti ad un processo unitario
(dai tempi tuttavia politici e non storici); si pensa ad una riflessione ed una ridefinizione politico teorica comune,
come base avanzata dell’unità. Nell’appello per l’unità dei comunisti del 17 aprile 2008, nel documento dell’ultimo
Congresso nazionale del Pdci, nello stesso documento de “l’Ernesto” al nostro ultimo Cpn, si parla chiaramente di
un progetto di unità che si basi sull’autocritica per gli errori fatti da Prc e Pdci e che tale l’unità avvenga sia attraverso il terreno di un nuovo conflitto sociale comunemente vissuto che attraverso la ridefinizione comune di una
*Direzione Nazionale Prc
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
piattaforma politica e teorica avanzata e adatta alla fase. È così che si concepisce il processo unitario e perché –
dunque – un comunista non dovrebbe esserne interessato? È di buon senso, è facile capirlo, viverlo, organizzarlo.
L’unità dei comunisti in un unico partito di lotta e cardine autonomo dell’unità della sinistra anticapitalista – oggi
la Federazione – susciterebbe una nuova passione, sia tra i militanti uniti che nei compagni oggi senza partito.
Perché, dunque, questo no ostinato?
Sai benissimo – la dura realtà italiana è sotto i nostri occhi – che siamo di fronte ad un regime reazionario di
massa, che per i lavoratori, i precari, le donne, gli immigrati è durissima, che la sinistra è in grande difficoltà, che una
primavera politica è lontana, che per i comunisti vi è persino il pericolo di estinzione. È anche da questo punto di vista –
ad esempio – che la proposta di giungere ad un unico partito comunista e ad un obiettivo comune di 100 mila iscritti
(con sedi uniche, un unico giornale, commissioni di lavoro uniche, cose importanti anche alla luce delle nostre difficoltà
economiche) appare di assoluto buon senso e, dunque, molto sentita e voluta da un numero sempre più alto di compagne e compagni. Perché no, allora? Non trovi giusto che i nostri compagni – dopo tutto questo tempo – ne conoscano
finalmente i motivi? Posso aiutarti? A me sembra che la parte del nostro gruppo dirigente contrario all’unità ragioni più
o meno così: “il Prc ha avviato profonde innovazioni, politiche e teoriche, e il Pdci non lo ha fatto”. Prendiamo sul serio
questa argomentazione: quali sono queste nostre innovazioni? È stata un’innovazione la cancellazione, da parte nostra,
della categoria dell’imperialismo? È stata un’innovazione seria la scelta bertinottiana di affidare completamente il ruolo
di “intellettuale collettivo” (centrale nel pensiero gramsciano) allo spontaneismo dei movimenti? È stata un’innovazione
positiva aver affermato (Bertinotti e Gianni) che “i dirigenti e gli intellettuali comunisti del ‘900 sono tutti morti e non solo
fisicamente”? È stata mai delineata un’analisi profonda, critica ma non liquidatoria, della storia del movimento comunista,
o una lettura seria delle nuove contraddizioni di classe in Italia, dei nuovi processi produttivi? No, mai. È stata innovativa
la leadership – monarchica e mediatica – di Bertinotti e del suo gruppo dirigente sull’intero Partito? Ha prodotto – essa
– una forma partito nuova, democratica, unitaria? Noi possiamo dire che il rapporto forte con i movimenti è stato certamente innovativo: ma perché dovremmo pensare che questa lezione non possa essere assunta dagli altri compagni?
Insomma, se il gruppo dirigente del Prc crede di aver risolto il problema della rifondazione comunista ed essere in
possesso delle nuove Tesi di Lione e in ragione di ciò non possa unirsi con i comunisti trinariciuti del PdCI, credo che
saremmo nella falsa coscienza, nel senso che se c’è qualcosa di concretamente verificabile è che – al posto della
rifondazione – il bertinottismo ci ha portati ad un passo dalla liquidazione comunista.
Se la questione che si vuol porre, invece, è quella dell’inclinazione istituzionalista del PdCI è chiaro che – dopo il nostro Congresso di Venezia, il governo Prodi e le nostre cento esperienze subordinate negli Enti Locali – dovremmo più
onestamente dire che il problema ( da superare) di tale inclinazione è ormai dell’intero – e piccolo, diviso – movimento
comunista italiano. La questione è ancora quella della scissione del 98 ? D’accordo, per molti è ancora dolorosa.
Tuttavia, dopo undici anni e con un regime di destra che toglie il respiro alla “classe” e al Paese non sarebbe meglio
andare a vedere le carte, appurare cioè se la proposta unitaria è sincera, fattibile, se lo stesso progetto unitario – di
fronte al dolore sociale dilagante – non sia più importante degli attriti passati?
C’è una tua argomentazione – Paolo – che ha fatto capolino negli ultimi tempi: l’unità tra comunisti non sarebbe
praticabile perché – essendo unità tra diversi – porterebbe a nuove scissioni.
La trovo un’argomentazione debole, dai caratteri speciosi e anche un po’ paradossale, nel senso che – seguendone il filo – per non rischiare una eventuale scissione domani si ratifica una profonda scissione oggi. In essa non si
considerano alcune questioni; primo, il Pdci non è una cristallizzazione salina, ma è un’organizzazione fatta da donne
e uomini in carne ed ossa, da compagne/i esposti anch’essi al mutare del tempo sociale e politico, e oggi noi non
siamo più di fronte al primo Pdci cossuttiano, ma ad una formazione in evoluzione e dalla forte pulsione unitaria,
che occorre conoscere e non rimuovere pregiudizialmente; secondo, la tesi delle diversità non unificabili varrebbe
– allora – anche all’interno del Prc, ove permangono diversità profonde tra varie tendenze comuniste. In verità, ciò
di cui non si vuole prendere atto è che, essendo fallito il progetto di rifondazione comunista – come base primaria
di un superamento e di un’unità condivisa e non burocratica delle varie “scuole” comuniste – ciò che ora occorre è
ripartire dallo spirito originario che ci unì tutti dopo la Bolognina: una consapevole unità tra diversi avente lo scopo
di giungere ad una sintesi alta delle differenze attraverso la pratica del conflitto condiviso e una ricerca politico e
teorica antidogmatica, aperta, profonda – anche temporalmente lunga, ma seria – e volta alla costruzione di un
partito comunista dotato di una prassi e di un pensiero della rivoluzione in occidente (che nessuno, oggi, detiene).
Non trovi più razionale, compagno Ferrero, persino più appassionante, tentare di ricostruire, attraverso l’unità e attraverso le dure lezioni della storia che tutti abbiamo subito quel processo unitario che tanto ci appassionò dopo la
Bolognina? Siamo convinti che questa strada è possibile: i militanti e i dirigenti Prc e Pdci e tanti compagni/e oggi senza
partito sono in quest’ordine di idee e attendono fiduciosi.
8
ra un venerdì, lo ricordo benissimo
nonostante avessi poco piu’ di 10 anni.
Nel pomeriggio mio padre telefono’ a casa.
Lavorava alla Banca Nazionale del Lavoro,
ci disse che una bomba era esplosa in una
filiale di Milano, c’erano dei feriti; un’altra
era stata trovata in tempo in un’altra filiale
a Roma. A casa ci preoccupammo, ricordo
perfettamente che quando lui torno’ a casa
accendemmo la televisione per sentire se
davano la notizia. Fu solo allora (all’epoca
non c’erano gli odierni, rapidi tam-tam di
diffusione delle notizie) che ci rendemmo
conto che quelle bombe non erano nulla
(avrebbero dato la notizia solo alla fine) in
confronto a quello che era successo nella
Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza
Fontana a Milano.
Fu una delle primissime vicende che
mi tenne incollato davanti al nostro Telefunken in bianco e nero e che ricordo con
nitida precisione (assieme al presunto sbarco
sulla Luna, ai mondiali messicani dell’anno
successivo e alle folle oceaniche dei funerali
di Nasser nel 1970). Insomma, aldilà dei
miei ricordi (tra i quali le scritte sui muri di
Roma “le bombe fanno Rumor” – si giocava
con il nome del presidente del consiglio in
carica per affermare che si trattava di “stragi
di Stato”), sulla vicenda di Piazza Fontana
si sono scritti decine e decine di libri, migliaia di articoli, miliardi di parole. Le mie
sparirebbero in confronto a tutto il resto,
né sarebbero degne di esservi paragonate.
Allora ho preferito prendere dei piccoli pezzi
da un sito che consiglio a tutti, le “RETI
INVISIBILI”, www.reti-invisibili.net. È in
realtà un portale, attraverso il quale si accede
a tutti gli episodi “inspiegabili” della nostra
della nostra Repubblica. Ci troverete davvero
di tutto, e di ogni vicenda le testimonianze,
i links alle Associazioni delle Vittime, gli
atti giudiziari, insomma davvero di tutto.
Dai singoli assassini dimenticati (Giuseppe
Pinelli – non si puo’ parlare di Piazza Fontana
E
n
i
i
g
g
O
“
Italia”
RUBRICA
Esplode una bomba nel salone degli sportelli della Banca Nazionale dell’Agricoltura,
al numero 4 di piazza Fontana. Ha inizio
una nuova era tragica.
I terroristi non avrebbero potuto scegliere
un momento migliore: la banca è infatti
gremita per il “mercato del venerdì”, che
richiama gli agricoltori delle province di
Milano, 12 dicembre 1969,
ore 16.30
senza parlare di lui, Pietro Bruno, Giorgiana
Masi, Fausto e Iaio, fino a Carlo Giuliani)
alle stragi, partendo da Portella della Ginestra
passando per le tante stragi politiche di quegli
anni, per i morti di Reggio Emilia, Piazza
della Loggia, l’Italicus, la stazione di Bologna,
Ustica), Insomma davvero di tutto. Un sito
di informazione di importanza e precisione
notevolissime.
di Massimo Recchioni (CZ)
Milano e Pavia. L’ordigno è stato collocato
in modo da provocare il massimo numero
di vittime: sotto il tavolo al centro del salone
riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo
degli sportelli. I locali devastati testimoniano
la potenza dell’esplosivo impiegato.
L’attentato causa sedici morti, di cui
quattordici sul colpo, e ottantotto feriti.
La storia dirà se la strage di piazza Fontana,
inaugurando la strategia della tensione, ha
determinato i dieci anni più bui della vita
politica italiana.
Nelle ore che seguono gli attentati, vengono compiute perquisizioni nelle sedi di
tutte le organizzazioni dell’estrema sinistra.
Viene visitata anche qualche organizzazione
d’estrema destra, ma senza molta convinzione, visto che le indagini risparmiano
Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, le
più importanti. Fin dall’indomani, come
preparata in anticipo, parte un’incredibile
campagna contro gli estremisti di sinistra. Le
indagini sono di una stupefacente rapidità;
La strage di
Piazza Fontana
40 ANNI FA
17
16
elezioni e accettano di essere registrati nell’Albo pubblico
delle elettrici ed elettori e versano un contributo di 2 euro.”
(art. 2, comma 8 dello Statuto). Già, siccome in Italia non
abbiamo le liste degli elettori registrati (per avere il diritto
di voto in Italia non ci sono ancora gli inghippi burocratici
che i partiti americani congegnarono nella prima metà
dell’ottocento per scoraggiare la partecipazione elettorale) il
PD inventa un albo pubblico degli elettori... che, purtroppo,
però, non sono riuscito a trovare in alcun luogo pubblicamente accessibile. Ah, la trasparenza!
Ma chiamiamole “primarie”. Sarebbe riduttivo dire che
l’Unione, i DS e il PD hanno voluto le “primarie” solo per
scimmiotare il sistema democratico americano (il Congresso
del PD si chiama Convention). In questo particolare momento politico di transizione verso uno schieramento che
tenta disperatamente di spacciarsi per nuovo, era necessario
un atto di forza, contarsi e far vedere che il bicipite è, tutto
sommato, ancora tonico nonostante un netto calo degli elettori rispetto alle primarie precedenti (poco più di 3.000.000
di partecipanti al voto contro gli oltre 4.300.000 nel 2005
e oltre 3.500.000 nel 2007).
D’accordo: chiamiamole pure “Primarie”, va bene, ma
per favore, che non si pretenda che io mi beva il parallelismo
con quelle americane e, soprattutto, la storiella della loro
intrinseca democraticità.
Nel dibattito politico americano del primo quarto del
Novecento, un periodo di enorme ed approfondito dibattito sulle forme della democrazia, i riformatori progressisti
avevano individuato molto chiaramente nelle elezioni primarie un momento cruciale del processo di affermazione e
riproduzione del potere sociale, politico ed economico dei
partiti politici. Le primarie erano descritte come un “mercato
delle vacche”, il luogo dove si confrontavano e si misuravano
i rapporti di forza dei boss del partito; il luogo dove si accordavano e componevano gli interessi delle lobbies, si facevano
interessi privati e “favori” a vario livello, intrallazzi, trame,
intrighi, inciuci, si corrompeva, si colludeva e compagnia
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
bella. Questa era l’analisi un secolo fa e oggi, a leggere la
stampa americana, non è cambiata. E il fatto di farle in Italia
non le rende diverse (e se mi si permette un commento assai
poco scientifico, aggiungerei, “anzi!”).
Come tutti, anche io ho assistito all’orgasmo democratico delle “primarie” e sono d’accordo che si sia trattato di
un momento molto importante della vita politica italiana,
un momento significativo della volontà di partecipazione
popolare. Ho solo l’impressione che base e quadri abbiano
inteso in modo assai differente quel momento… E che tutte
e due si siano resi partecipi di un meccanismo esiziale della
cultura politica italiana. Se gli elettori che hanno partecipato
alle primarie l’hanno fatto con un certo spirito di revanche,
nel disperato tentativo di infondere una scossa vitale in una
dirigenza dall’elettroencefalogramma preoccupantemente
appiattito e di mostrare l’esistenza di un’alternativa vigorosa
alla società passiva e berlusconizzata, la dirigenza l’ha invece
intesa in termini plebiscitari. L’investitura di se stessa. Se
in politica confondere il senso delle parole può essere una
strategia importante, il farlo in modo sistematico porta ad
una pericolosa confusione mentale, ci fa viaggiare per una
landa nebbiosa in cui si confondono le parole e le idee che
esse esprimono, in cui si parla di una cosa ma se ne significa
un’altra. Si potrebbe affermare che la politica in generale e
la politica italiana in particolare si sono sempre mosse su
questi binari; Vero! ma mai come negli ultimi vent’anni
si è assistito ad una debacle concettuale tanto strutturale
e profonda. Berlusconi (il Berlusconismo) ci ha abituati
alla estremizzazione del vacuo e il PD, come qualsiasi altra
declinazione della società italiana, ne è stato attivamente e
completamente risucchiato. Completando, in questo modo,
un giro perverso del meccanismo, le vittime del processo di
decostruzione dei segni (linguistici, logici, politici, ecc.) ne
diventano attivissimi e zelanti boia. E così ho l’impressione
che ci si sia aggrappati alle parole e ai simboli di un’altra
democrazia con storia, pensiero, miti, procedure e linguaggi
politici completamente diversi dalla nostra per cercare di
riempire i contenitori vuoti e stropicciati di un centrosinistra disorientato e un po’ cialtrone. Il problema è che negli
ultimi decenni l’operazione dell’enunciazione di un concetto
è diventata “IL” concetto. Insomma le parole non devono
significare più nulla se si vuole che veicolino un messaggio
vuoto. Dire “primarie” evoca un portato massiccio di storia
del processo democratico. Cosa esattamente siano le primarie, come funzionano, perché sono state inventate, quali
meccanismi celano però nessuno ce lo spiega. E fa bene,
perché qualcuno potrebbe anche decidere che non sono
uno strumento tanto allettante. È un po’ come in un fast
food: il prodotto ti viene dato bell’e impacchettato, nella
sua brava scatolina con un logo accattivante. Il prodotto è
composto per il 98% da pubblicità e merchandising, solo
un 2% è effettivamente sostanza. Qual’è il rischio? Che il
consumatore (l’elettore) si assuefaccia a tal punto alla presentazione del prodotto democrazia da non avvertire più il
bisogno di valutare la qualità del 2% rimasto e ne deleghi
sapore e apporto nutritivo a quel che gli racconta il padrone
del fast food.
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
-& 1)&0*,
0000&+,
IN EUROPA, UN
LAVORATORE SU DIECI VITTIMA
DI UN INFORTUNIO O DI
UN PROBLEMA DI SALUTE
COLLEGATO AL LAVORO
9
%
%
%
lavoratori
lavoratori lavoratori
con
in congedo in congedo
infortunio infortunio
≥ 1 mese
6,9
13,3
ND
NA 10,7
6,4
17,1
NA 4,6
ND
17,1
7,6
7,2
NA 3,1
NA 9,1
ND
13,5
NA 12,8
ND
ND
ND
16,2
28,5
8,1
8,5
8,6
NA 12,6
NA 8,2
7,7
9,2
9,6
%
lavoratori
con
infortunio
in itinere
77,8
82,6
NA 56,8
70,7
94,2
83,2
68,6
69,4
75,6
81,7
59,6
65,8
85,4
ND
85,2
80,4
74,3
67,8
73,6
61,7
94,1
86,0
75,4
34,2
87,9
79,9
61,5
72,1
73,4
23,1
31,8
ND
19,8
44,4
21,9
15,8
21,5
8,8
28,5
12,1
20,0
20,1
25,0
28,6
18,0
ND
NA 26,8
ND
14,8
56,2
38,0
NA 5,4
8,6
NA 33,7
23,9
11,5
21,0
22,0
5,1
3,2
0,6
3,0
2,6
2,9
4,9
2,3
1,9
3,9
6,3
5,4
1,0
1,5
2,7
3,4
NA 1,0
2,2
3,4
2,5
1,1
3,0
2,3
5,1
3,9
1,6
3,2
3,6
3,2
Elaborazioni a cura dell’Osservatorio INCA CGIL per le politiche
sociali in Europa su dati Eurostat 2009
NA = Dato non attendibile a causa dell’esiguità del campione.
ND = Dato non disponibile
AT
BE
BG
CY
CZ
DE
DK
EE
EL
ES
FI
FR
HU
IE
IT
L
LT
LV
MT
NL
PL
PT
RO
SE
SI
SK
UK
UE15
UE27
TABELLA 1 - Tassi di infortuni sul lavoro nei 27 paesi Ue
a cura dell’Osservatorio INCA CGIL per le politiche sociali in Europa
Nell’Unione europea, il 3,2% dei
lavoratori ha subìto almeno un
infortunio sul posto di lavoro e
l’8,6% ha dichiarato di soffrire
di un qualche disturbo della
salute causato dal lavoro, non
necessariamente riconosciuto
come malattia professionale. Sono
esposti a uno o più fattori di rischio
per la “salute fisica” il 41% dei
lavoratori. Sono invece esposti a
fattori di rischio per la loro “salute
mentale” il 28% dei lavoratori. I dati
provengono da un’indagine Eurostat
sulle forze di lavoro, disponibile sul
portale dell’Osservatorio INCA CGIL
per le politiche sociali in Europa
(www.osservatorioinca.org)
Infortuni sul lavoro. Ha dichiarato di aver subìto nel
corso dell’anno almeno un incidente sul lavoro il 3,2% dei
lavoratori, ossia circa 6,9 milioni di lavoratori.
I giovani sono vittime d’infortuni sul lavoro più frequentemente dei loro colleghi anziani. La percentuale di lavoratori
maschi colpiti da infortuni è, infatt,i pari al 5% tra i giovani
di età inferiore ai 25 anni e del 2.9% nella fascia più anziana,
55-64 anni. Anche tra le donne il tasso di infortuni sul lavoro
raggiunge il suo picco massimo nell’età più giovane, ma è
costantemente inferiore a quello degli uomini.
Per gli uomini, i settori con il più alto rischio sono l’edilizia, l’industria manifatturiera e l’agricoltura. Per le donne
i settori con il più elevato tasso d’infortuni sono i servizi
Problemi di salute. L’8,6%
dei lavoratori dell’Unione europea
ha accusato durante l’anno almeno
un problema di salute correlato
al lavoro, ossia in totale circa 20
milioni di persone.
A differenza degli infortuni,
i disturbi della salute di origine
professionale colpiscono specialmente i lavoratori anziani, più a
lungo esposti ai rischi. Tra le donne
si osserva un fenomeno analogo,
ma la percentuale di lavoratrici
che soffrono di un disturbo della
salute è leggermente più alta tra le
giovani e più bassa tra le lavoratrici
anziane.
Le patologie più frequenti
sono quelle di natura muscoloscheletrica e psicosomatica. I lavoratori maschi accusano soprattutto
disturbi alla zona dorso-lombare
(31%), agli arti superiori (17%) e
inferiori (13%), e problemi come
stress, ansia e depressione (13%).
Per le donne, i disturbi della zona
dorso-lombare, tipici del sollevamento di carichi pesanti, sono
un po’ meno frequenti rispetto
ai loro colleghi maschi (21%),
mentre sono più frequenti le patologie degli arti superiori (22%)
e i problemi come stress, ansia e
depressione (16%).
Per quanto riguarda i diversi
settori di attività, le malattie professionali colpiscono specialmente
le donne che lavorano nell’agricoltura (13,5%) e i lavoratori
dell’industria mineraria (13%).
Altri settori con un’alta percentuale di lavoratori che accusano
sociosanitari, alberghi e ristorazione, agricoltura. Considerando i
differenti tipi di occupazioni, i più
esposti al rischio d’infortuni sono i
lavoratori maschi con mansioni di
tipo manuale e poco qualificati.
Il 9,6% degli incidenti si è
verificato “in itinere”, ossia durante il percorso da casa a lavoro o
viceversa. Anche in questo caso gli
uomini sono più esposti al rischio
rispetto alle donne: il 71% di tutti
gli infortuni sulla strada colpisce
infatti i lavoratori maschi.
10
Fattori di rischio. L’esposizione sul posto di lavoro a uno o più fattori di
rischio che possono influire negativamente sulla salute fisica è stata segnalata dal
41% dei lavoratori intervistati, ossia 81 milioni di lavoratori. I fattori di rischio
più ricorrenti sono collegati alla postura da tenere durante il lavoro o a movimenti,
come il sollevamento di carichi pesanti. I più esposti sono i lavoratori manuali (65%
per gli uomini, 52% per le donne).
Per gli uomini, le più alte percentuali di esposizione al rischio si registrano
nell’industria estrattiva e mineraria, nella pesca e nell’edilizia. Per le donne, i settori
con maggiore esposizione ai rischi sono l’agricoltura e i servizi sociosanitari.
disturbi della salute sono, per le donne, i servizi sociosanitari e la scuola, e per gli
uomini, l’agricoltura e i trasporti. In tutti i settori i lavoratori maggiormente colpiti
sono quelli poco qualificati ed occupati in mansioni manuali e con orario di lavoro
atipico (turni, lavoro di notte, ecc.).
Elaborazioni a cura dell’Osservatorio INCA CGIL per le politiche sociali in Europa su dati Eurostat 2009.
NA = Dato non attendibile a causa dell’esiguità del campione.
ND = Dato non disponibile
% lavoratori con
% lavoratori
% lavoratori in
difficoltà nelle normali
con problemi di salute
congedo malattia
attività quotidiane
Difficoltà
Difficoltà
Totale Uomini Donne
Totale ≥ un mese
media
elevata
AT
15,0
16,3
13,6
57,7
26,1
61,4
31,3
BE
11,7
12,8
10,6
45,3
26,8
69,8
40,6
BG
4,9
4,7
5,2
57,9
31,3
50,6
29,1
CY
8,4
8,9
7,9
44,7
36,8
65,7
26,8
CZ
8,5
8,0
8,9
26,4
44,9
97,7
36,7
DE
6,1
6,6
5,5
55,0
13,3
74,7
22,8
DK
12,9
10,8
15,1
36,5
31,9
67,0
34,3
EE
9,0
9,1
8,8
50,0
24,3
58,2
25,9
EL
6,6
7,0
5,9
58,8
17,1
47,1
15,2
ES
5,8
5,6
6,0
41,6
29,9
72,8
46,2
FI
24,5
20,6
28,4
51,0
15,8
43,0
18,7
FR
ND
ND
ND
ND
ND
ND
ND
HU
5,4
5,8
5,0
44,8
28,4
44,9
12,5
IE
3,2
3,5
2,9
36,4
26,0
54,2
25,2
IT
6,9
7,4
6,3
60,6
7,7
47,3
16,7
LT
4,0
4,1
3,9
62,3
NA 24,7
93,2 NA 33,5
LU
3,8
4,2
3,3
40,0
20,0
80,1
48,5
LV
4,1
4,1
4,0
38,2
54,5
63,6
46,7
MT
4,0
5,8 NA 1,1
50,0
NA 20,0
47,2
ND
NL
11,0
11,2
10,7
37,4
34,4
97,9
66,8
PL
22,2
21,9
22,4
55,9
17,5
54,0
17,8
PT
7,8
7,4
8,1
38,4
48,2
41,7
21,4
RO
5,2
5,0
5,4
65,4
30,2
66,0
21,5
SE
14,3
11,7
17,0
29,3
24,6
38,0
17,0
SI
10,2
9,3
11,1
45,2
47,6
98,1 NA 32,2
SK
6,0
6,2
5,8
55,2
26,0
89,7
46,4
UK
5,1
5,3
4,8
42,1
31,4
62,5
31,2
UE 15
7,5
7,6
7,3
48,2
22,0
62,3
29,2
UE 27
8,6
8,6
8,5
50,1
22,3
62,0
27,0
TABELLA 2 - Percentuale di lavoratori con problemi di salute nei 27 paesi Ue
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
“Elezioni primarie: il 25 ottobre scegli tu il segretario. Fai vedere che ci tieni”. Lo si legge sul cartoncino
distribuito dal PD in formato cartaceo ed elettronico,
sui gruppi facebook, sugli spazi pubblicitari… “Fai
vedere che ci tieni” a cosa? Fai vedere che ci tieni a
questo grande momento di partecipazione, che ci
tieni esprimere la tua opinione, che ci tieni al PD Ma
soprattutto che ci tieni alla democrazia. L’equivalenza
è ovunque: “Primarie” uguale “democrazia” è un
mantra insistente, scandito ad ogni piè sospinto.
Il problema è che, come tutti i mantra, formule,
preghiere e giaculatorie, la ripetizione ossessiva cancella il significato delle parole che lo compongono. A
me, invece, quando si parla di primarie, non viene in
mente la democrazia. Anzi, avverto sempre una sensazione di sospetto, come quelle volte che al mercato
ho l’impressione che mi stanno fregando sul peso della
frutta. Al di là della formula “Fai vedere che ci tieni”
e dell’orribile “ci tengo” (traduzione riduttivamente
letterale dell’I Care dei democratici americani che nel gennaio 2000 Walter Veltroni, dando prova di superficialità e
acriticità, tanto volle per il I Congresso dei Democratici di
Sinistra) mi insospettisce che le si chiamino “primarie” e
che le si vogliano trionfo del sistema democratico. Passi la
prima; non la seconda.
Negli Stati Uniti le primarie sono state messe a punto dai
neonati partiti politici durante il primo quarto dell’Ottocento
come fatto puramente interno. Non un atto istituzionale ma
interamente gestito dai partiti e da loro diretto. Oggi, come
allora, le primarie servono a selezionare i candidati elettorali
(non le cariche politiche del partito). Come è noto il cittadino americano ha il diritto di voto solo in potenza: per
poterlo esercitare deve registrarsi in apposite liste dichiarando
il partito che intende votare o, in quelli Stati che
lo prevedono, registrandosi come independent.
A questo punto l’elettore
registrato (registered elector) ha effettivamente il
diritto di voto e può, se lo
desidera, prendere parte
alle primarie organizzate
dai partiti e procedere
alla elezione dei candidati di quel partito. Dei
di Michele Rosa-Clot (B)
15
candidati alle elezioni politiche, non dei suoi dirigenti, che
sono invece eletti dai Committees (ovvero, mi si passi la banalizzazione storico-linguistica di sapore veltroniano, dalle
elezioni di circolo).
Da noi, invece, le primarie non sono servite ad eleggere
i candidati del partito alle elezioni nazionali ma l’apparato
(Segretario, Assemblea Nazionale ecc.). Se vorrà, il Segretario potrà anche divenirne il candidato alla Presidenza del
Consiglio ma questo dovrebbe essere un discorso totalmente
separato: alle “primarie” della “Convenzione” del PD si eleggevano quadri, non candidati elettorali. Negli Stati Uniti,
modello simbolico che alimenta l’ideologia del centrosinistra,
le due cose sono accuratamente mantenute distinte per mille
motivi (continuità della funzione, conflitto, competenza
specifica, chiarezza del mandato, ecc.). In Italia pare di no.
Ma chiamiamole pure “primarie” anziché primo turno
elettorale, elezione di base o primo grado di elezione. E poi le
“primarie” in Italia non sono una novità. A livello nazionale,
sono state già usate nell’ottobre 2005 per acclamare Romano
Prodi a candidato dell’Unione alla Presidenza del Consiglio
e, nell’Ottobre 2007 per eleggere Walter Veltroni a segretario del PD, i delegati regionali e i membri della assemblea
nazionale. Come nel 2007, alle primarie di quest’ottobre
sono stati ammessi al voto i tutti i cittadini italiani oltre i
16 anni e gli immigrati in possesso di regolare permesso di
soggiorno da un certo tempo e “che si riconoscono nella
proposta politica del partito, si impegnano a sostenerla alle
LA DEMOCRAZIA
VA AL FAST FOOD
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
14
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
L’EUROPA E LA LIBERTÀ
DI INFORMAZIONE
di Tommaso Sorichetti
I
l 21 ottobre, presso la sessione plenaria del Parlamento europeo (Pe) a Strasburgo, hanno avuto luogo le votazioni sulla
libertà di informazione in Italia, dopo che un acceso dibattito
aveva animato tutti i gruppi parlamentari l’8 ottobre nella sede
di Bruxelles. In quell’occasione la Commissaria europea deputata
al settore Società dell’informazione e Media Vivane Reding aveva
ricordato la Direttiva europea dell’ottobre 1989 sulla Televisione
senza frontiere, poi aggiornata nel 1997 e nel 2007: un esempio
da seguire che stabilisce degli standard minimi comuni a tutti i
Paesi membri dell’UE sulla distribuzione delle frequenze televisive,
sulla garanzia che le produzioni indipendenti debbano avere uno
spazio del 10% del totale della programmazione e sull’istituzione
di un’autorità indipendente per il controllo dei media nazionali.
Sia la Reding sia la maggioranza di destra del Pe si erano poi espressi
in modo negativo sull’opportunità di risolvere a livello europeo
una questione tutta italiana, questione che, secondo l’onorevole
Speroni del gruppo EFD, non sussiste. I gruppi dei Verdi, S&D,
ALDE e GUE/NGL avevano portato le statistiche sconcertanti
dell’organizzazione Freedom House, secondo le quali i media
di Italia, Romania e Bulgaria risultano “parzialmente liberi”.
Nonostante la premura del Presidente Giorgio Napolitano nel
cercare di evitare un dibattito di risonanza continentale, molti
eurodeputati avevano denunciato la situazione critica del nostro
Paese e gli squilibri nella libertà di informazione dovuti al pesante
conflitto d’interessi del premier Berlusconi.
Alle votazioni del 21 ottobre, oltre alle sette proposte di
risoluzione individuali, sono state avanzate anche due mozioni
comuni: una di PPE-ECR-EFD e l’altra di Verdi/ALE-GUE/
NGL-S&D-ALDE. La prima si concentra sul fatto che in Italia
l’informazione sia tutelata dalla Costituzione, che i media diano
ampio spazio a qualsiasi tipo di parere e che in caso di presunta
diffamazione ad ogni individuo sia permesso di adire le vie legali, che si tratti di privati cittadini o leader politici. La seconda
mozione tiene toni più generali, fa appello, oltre all’art. 10 della
Convenzione Europea sui Diritti Umani come la precedente,
anche all’art. 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE,
in cui viene sancita la libertà di ogni individuo di esprimersi,
diritto che include anche la libertà di opinione e la libertà di
ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa
essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di
frontiera; infine statuisce il rispetto per la libertà dei media ed il
loro pluralismo. Questa mozione auspica un intervento urgente
della Commissione per una Direttiva sulla concentrazione dei
media e sulla protezione del pluralismo con il pieno coinvolgimento del futuro Commissario sui Diritti Umani, soprattutto per
evitare che l’esempio italiano faccia perdere credibilità all’azione
dell’Unione.
La posizione della sinistra europea sembrava essere dominante,
ma al momento del voto la plenaria si è espressa in modo negativo per tutte e nove le proposte di risoluzione: per la mozione
comune della destra hanno votato 297 a favore e 322 contrari,
mentre per quella dei gruppi di sinistra lo scarto è stato di soli
tre voti. Fra i diciassette assenti dello schieramento di sinistra,
è impossibile non notare il verde Daniel Cohn Bendit, peraltro
uno dei firmatari della mozione.
Il Parlamento europeo ha deciso quindi di non prendere in
considerazione le preoccupazioni provenienti da sinistra, né di
dar credito alla posizione della destra sulla normalità della condizione italiana. Una scelta che intacca ulteriormente il ruolo
dell’unica istituzione europea eletta in modo diretto dai cittadini
dei ventisette Paesi membri.
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
Il 28% dei lavoratori, cioè circa 56 milioni di persone,
sono invece esposti a fattori di rischio professionale che
possono mettere a repentaglio la loro salute mentale. Dalle
interviste effettuate, i fattori di rischio più frequenti per la
salute mentale riguardano l’organizzazione degli orari e il
sovraccarico di lavoro. In questo caso i risultati sono molto
simili per uomini e donne.
Questo tipo di rischi riguarda soprattutto i lavoratori
non manuali altamente qualificati ed è più frequente nel
settore sociosanitario, nei servizi finanziari, nei trasporti e
nella pubblica amministrazione.
% Lavoratori esposti
a fattori di rischio
per la salute
mentale
28,3
70,0
50,8
47,8
41,4
43,3
27,1
14,0
30,8
47,8
44,5
19,4
42,8
36,7
76,7
54,6
56,7
50,7
53,7
26,0
16,7
39,6
59,1
55,3
23,5
48,8
18,2
62,3
46,7
35,2
26,9
32,7
28,3
10,9
19,3
34,1
32,8
14,2
35,3
14,3
49,0
40,3
25,6
14,9
17,4
21,3
15,8
14,5
43,1
12,8
14,6
32,5
13,9
48,5
34,1
26,7
15,7
16,0
19,1
17,1
15,8
45,1
13,3
14,7
36,4
17,1
13,4
14,6
49,7
46,8
24,0
13,7
18,8
23,9
14,2
12,9
40,7
12,1
14,4
27,8
ND
13,3
26,9
18,2
ND
60,3
13,4
28,2
23,3
17,7
65,7
17,4
13,7
27,8
10,5 NA 0,9
26,3
18,4
27,3
63,3
20,7
42,7
30,6
27,8
24,9
18,2
40,7
45,6
29,0
49,0
18,9
37,9
11,3
23,2
48,9
33,7
18,3
39,8
38,5
38,3
19,8
58,2
33,5
40,2
15,6
30,0
6,0
42,1
56,6
34,5
40,2
37,6
20,0
54,0
50,2
45,0
13,7
30,2
6,0
46,3
47,5
42,1
38,0
18,3
40,8
50,4
13,8
30,1
6,0
41,6
59,8
32,3
19,1
47,8
35,8
33,4
27,6
5,1
51,8
50,9
28,1
18,9
26,1
47,3
27,9
9,1
42,2
32,4
38,9
41,0
47,5
7,3
40,7
29,0
Totale Uomini Donne Totale Uomini Donne
% Lavoratori esposti
a fattori di rischio
per la salute
fisica
TABELLA 3 – Percentuale di lavoratori esposti a fattori di
rischio nei 27 paesi Ue
AT
BE
BG
CY
CZ
DE
DK
EE
EL
ES
FI
FR
HU
IE
IT
LT
LU
LV
MT
NL
PL
PT
RO
SE
SI
SK
UK
UE15
UE27
Elaborazioni a cura dell’Osservatorio INCA CGIL per le politiche
sociali in Europa su dati Eurostat 2009
NA = Dato non attendibile a causa dell’esiguità del campione.
ND = Dato non disponibile
-& 1)&0*,
0000&+,
TESTIMONIANZA
DALLA GRECIA
11
VITA ROVINATA
AD ATENE
di Olga (GR, a cura di Ivan Surina)
Q
uando l’altra sera Ivan mi ha chiesto di scrivere qualcosa per
Aurora, non avevo idea di come fare a riportare quello che
conoscevo, leggevo e vivevo. L’idea mi è arrivata quando una sera,
trovandomi a prendere un tè, in una zona popolare di Atene, si
è avvicinato un immigrato di colore, di quelli che normalmente
vendono i falsi cd, ma che in questo caso non aveva nulla da
vendere e ci chiedeva qualcosa dicendo ”ho fame, ho fame”.
Sono rimasta scioccata, perché ho ricordato mia nonna quando
mi raccontava che durante la guerra la gente che incontravi per
strada diceva esattamente quelle parole.
Nel 2009 alle elezioni europee il 40% dei greci aventi diritto
al voto non è andato a votare, dato per la Grecia estremamente
straordinario. Il mio, infatti, è un Paese dove i cittadini sono
molto informati e formati politicamente, se non altro anche per
uno scopo clientelare. Lo strano è che nessun partito ha valutato
a fondo questo dato, nonostante ci fosse stato il « dicembre » del
2008, con mezza Grecia data alle fiamme e con la gente per le
strade per l’omicidio di uno studente di 15 anni da parte di un
poliziotto che si era messo a sparare in mezzo alla strada. In quella
occasione i giovani, attraverso sms sui cellulari e su certi blogs
di internet, si organizzarono per scendere per strada, alcuni con
strumenti musicali, altri con sassi e bastoni; i più estremisti con le
molotov per affermare qualcosa, o per trasmettere un messaggio
che solo i loro insegnanti e alcuni genitori hanno compreso superficialmente, inquadrati come sono nei loro doveri quotidiani,
in un Paese corrotto e corruttore che semplicemente non offre
più alcuno spazio ai sogni dei giovani ne tanto meno educazione e lavoro. Soltanto uno dei dirigenti di uno dei partiti della
sinistra (il segretario del Sinaspismos) ha osato dire che stavamo
assistendo alla genesi di una nuova idea della sinistra in Grecia,
ma fu subito messo a tacere in un mare di critiche (come si sa i
partiti non possono nascere dalla base).
Naturalmente la vittoria del L.A.O.S., partito nazional populista (equivalente della Lega, se non peggio n.d.t.) ha riportato
in scena la sensazione del popolo greco che è tutta colpa degli
immigrati che rubano il lavoro ai greci e non che a piazza Metaxurghio ragazzine africane quindicenni si prostituiscono a fianco
ai tossicodipendenti all’ultimo stadio, senza il lusso di nessuna
assistenza statale, dato che buona parte dei soldi destinati all’assistenza vengono utilizzati per pagare gli stipendi e le macchine di
rappresentanza a presidenti di enti totalmente inutili, a ministri
e segretari di ministri, segretari generali – e a scopo clientelare
– per assumere persone senza alcuna conoscenza o preparazione
per i compiti che sono chiamati a svolgere.
Un esempio pratico sono stati i soldi che la CEE ha erogato
per il reiserimento dei malati mentali abbandonati a se stessi nel
manicomio dell’isola di Leros (dopo lo scandalo internazionale
dovuto alla pubblicazione delle foto che illustravano la situazione
drammatica, fisico e psicologica, nella quale vivevano i malati).
Ebbene questi fondi sono stati sospesi dopo che la stessa CEE si
è accorta che i soldi erano stati utilizzati per altre attività.
Per quello che riguarda invece il settore della pubblica istruzione – pubblica istruzione fortemente voluta dai partiti della
sinistra dopo la caduta dei colonnelli e che teoricamente dovrebbe
essere gratuita – i libri sono forniti ad esempio gratuitamente fino
all’università compresa. In questa pubblica istruzione operano
insegnanti che non cadono sotto alcuna valutazione riguardo il
loro sistema pedagogico o il loro stato di salute mentale, tanto
la meritocrazia viene valutata attraverso un ente statale l’ASEP,
indipendentemente dal fatto che, come per il caso della maestra di
mia figlia, si stia in classe con i piedi sulla cattedra e si accenda la
radio affinché, in questo modo, i bambini sappiano cosa succede
nel mondo. Oppure le assemblee dei corpo docente, vengono
svolte solo durante le ore di lezione. Oppure, se alcuni professori
sono in sciopero gli studenti possono rimanere a casa anche due
mesi di seguito,in una società che è arrivata a dover costringere
i genitori ad avere due, quando non tre, lavori contemporaneamente per sopravvivere, e quindi sono nell’impossibilità di stare
a casa con i loro figli. Per cui se c’è disponibilità economica i figli
sono mandati in costose scuole private, che non sono migliori,
solo che non fanno sciopero e non chiudono, anche se li gli insegnanti guadagnano la metà dei loro colleghi statali, altrimenti
sono cresciuti dai nonni se si ha la fortuna di averli in vita
e abitanti nelle vicinanze. Ovvero si spera che i figli se la
possano cavare da soli.
Per quello che riguarda la sanità pubblica questa formalmente ancora esiste; anche se ormai se ne è perso ogni
controllo e che per questo, come per la scuola, chi può si
rivolge a quella privata. In questo modo, quando una ragazza
ventenne con una tonsillite cronica si presenta al medico
dell’IKA (la nostra Asl, n.d.t.), e viene rimproverata perché
non si è ancora operata e sul perché i giovani non si curano
di più, lei risponde che semplicemente non ha i 3000 euro
che gli sono stati chiesti sottobanco per essere operata subito
da lui e saltare la fila. Questo stato di cose fa si che allora
alla ragazza le «girino», come probabilmente «giravano» ai
giovani che a dicembre hanno messo a ferro e a fuoco il
centro di Atene. Per quello che riguarda la mia esperienza
personale con la pubblica assistenza? Ultimamente mi sono
rivolta ad un medico dell’IKA per un pap test. È stata una
esperienza così traumatica e umiliante, sia perché il medico
dimostrava una incoscienza fuori dal comune, sia perché
mi trattava nel peggiore dei modi, tanto che alla fine sono
uscita dall’ambulatorio piangendo e ripromettendomi che
la prossima volta avrei rinunciato a un paio di scarpe ma
sarei andata in un ambulatorio privato.
In conclusione : Le industrie nel nord della Grecia
(Macedonia) un tempo fiorenti, con punte di eccellenza
nella produzione del tabacco, del marmo e della meccanica
pesante, dopo aver ricevuto per anni contributi da parte
dello stato e della Cee, hanno smantellato e trasferito i
macchinari nel giro di una notte nei paesi dell’ex est europeo: in Bulgaria, nella macedonia jugoslava, in Turchia
e in Cina. Il risultato è tale per cui, ormai, il nord est del
12
Paese è da considerare zona morta a livello di lavoro, tanto è vero
che ora molti greci vanno a lavorare in Bulgaria e la sera tornano
in Grecia. La situazione sta comunque diventando insostenibile.
Le piccole e medie aziende chiudono una dopo l’altra, così che
anche i negozi oramai cominciano a chiudere anche nei quartieri
“in” di Atene. Per salvare il salvabile gli imprenditori cercano
di imporre contratti di lavoro part time, senza contributi, dove
l’unico part time riguarda lo stipendio, pur di salvare il salvabile. In
tutto questo bailamme il governo è rimasto immobile (ha versato
solo lo 0.1% del Pil per combattere la crisi) e ha licenziato tutti
i dipendenti a contratto a termine e gli stagiaires.
In questo mare di problemi ciò che si sta perdendo ormai è
l’umanità e la solidarietà. Coloro i quali sono licenziati odiano,
ormai, quelli che sono rimasti a lavorare, nonostante la situazione.
Nei luoghi pubblici e sugli autobus sempre più spesso si sentono le
persone litigare: contro gli immigrati che sono sporchi e puzzano,
contro quello che ti sta di fianco perché ti ha fregato il posto, contro
gli immigrati che mi hanno già fregato due volte la borsa. In tutto
questo cerchiamo la persona a fianco a noi, fino a quando potrà
resistere e fino a quando vorrà ascoltare. L’importante è cercare e
reagire insieme e aiutare per essere aiutati.
In un film della mia infanzia Peter Pan gridava: “credo nelle
fate”, insieme a tutti i bambini.
Io oggi grido: “credo nell’uomo, l’ho incontrato, gli ho parlato, l’ho ascoltato, mi ha ascoltato, una soluzione la troveremo
insieme ognuno nel suo modo, fin dove può, fin dove resiste….
perché i giorni che arriveranno saranno giorni molto difficili e
tutto dopo sarà diverso”.
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
Chi acquista un ‘viaggio tutto compreso’ deve sapere cosa è incluso nel pacchetto. I deplian pubblicitari devono indicare in modo
chiaro prezzo, destinazione, itinerario, mezzi di trasporto, tipo di
alloggio, pasti forniti, formalità sanitarie, documenti e visti necessari, tempi di pagamento e i termini per informare i consumatori in
caso di annullamento. Per maggiori informazioni http://eur-lex.
europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31990L
0314:EN:HTML
Viaggi tutto compreso
La compagnia aerea è responsabile dello smarrimento e del
danneggiamento dei bagagli. In caso di danneggiamento contattate
la compagnia entro 7 giorni dal momento della consegna, in caso
di smarrimento entro 21 giorni. Se necessario, potete contattare
l’associazione per la protezione del consumatore nazionale o la rete
dei centri europei dei consumatori (European Consumer Centres
Network –ECC-Net). http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/
LexUriServ.do?uri=CELEX:32002R0889:EN:HTML
Bagagli smarriti e danneggiati.
Quando si prenota un volo online, per agevolare la scelta del
consumatore e migliorare i servizi offerti dalle compagnie aeree, il
prezzo finale ‘completo’ deve apparire sin dalla prima pagina. Per
informazioni più dettagliate consultate http://eur-lex.europa.
eu/smartapi/cgi/sga_doc?smartapi!celexplus!prod!CELE
Xnumdoc&lg=en&numdoc=308R1008
http://ec.europa.eu/consumers/rights/
Trasparenza del sito in material di prezzi
La regolamentazione comunitaria vigente vieta qualsiasi tipo di
discriminazione verso passeggeri aerei disabili o con mobilità ridotta.
Dal prossimo 3 dicembre, anche le ferrovie adotteranno tali norme.
È necessario comunicare alla compagnia aerea o al tour operator la
richiesta di assistenza per viaggiatori disabili almeno 48 ore prima
dell’imbarco. Per maggiori informazioni consultate il sito http://
ec.europa.eu/transport/passengers/air/prm_en.htm
Disabili e passeggeri a mobilità ridotta
La decisione di negare l’imbarco non può essere una misura
discrezionale della compagnia aerea. In tal caso si ha diritto al rimborso o all’imbarco su un altro volo. Per maggiori informazioni
http://ec.europa.eu/health/ph_threats/com/Influenza/
novelflu_en.htm
Influenza A (H1N1) e negato imbarco.
Informazioni e
raccomandazioni
per tutelare i diritti
del consumatore e
viaggiatore
13
Per sapere quali sono i vostri diritti e avere maggiori informazione su come e dove presentare reclamo, rivolgetevi a Europe Direct http://
ec.europa.eu/europedirect/ind ex_en.htm consultate inoltre http://ec.europa.eu/europedirect/index_en.htm o la rete dei centri
europei dei consumatori ECC http://ec.europa.eu/consumers/redress_cons/index_en o ancora http://apr.europa.eu
Nel caso in cui il vostro volo venga annullato o se vi viene negato
l’imbarco, potete o chiedere il rimborso del prezzo pieno del biglietto,
o di esser imbarcati su un altro volo. In caso di ritardi con il volo alternativo potete avere un rimborso che va da 250 a 600 euro. In caso
di attesa prolungata, la compagnia aerea deve fornire motivazioni del
ritardo e assistenza. È possibile inoltre presentar reclamo all’organismo
nazionale competente nello stato dell’UE dove si è verificato l’incidente.
Un elenco di tali organismi è consultabile sul sito http://ec.europa.
eu/health/ph_threats/com/Influenza/novelflu_en.htm
Cosa fare in caso di annullamento del volo
o di negato imbarco
eu/transport/air/doc/security_2006_aviation_security_new_rules_poster.pdf
Per tutelare la sicurezza dei passeggeri, sono in vigore dei limiti
e delle modalità riguardanti il trasporto di liquidi a bordo. È consentito portare con sé liquidi solo in contenitori con una capacità
massima di 100 ml. Il quantitativo massimo consentito è di 1 litro
per passeggero. I contenitori devono esser messi in un sacchetto
di plastica risigillabile. Sono consentiti medicinali e alimenti per
bambini. Per maggiori informazioni contattare le compagnie aeree
o scaricate un opuscolo informativo dal sito http://ec.europa.
Sicurezza negli aeroporti
Alcune compagnie aeree non rispettano gli standard di sicurezza previsti dall’UE, per questo motivo sono bandite all’interno
dell’Unione. Questo però non impedisce a tali compagnie di volare
in altri parti del mondo. Per consultare l’elenco delle compagnie
bandite andate su http://air-ban.europa.eu/.
Volare sicuri
La quantità di alcol nel sangue che la Commissione europea ha
indicativamente considerato limite massimo è pari a 0,5 mg/ml, fanno
eccezione però i neopatentati e conducenti professionisti il cui limite
è di 0,2 mg/ml. Tali quantità sono solo indicative e possono variare
da paese a paese. Per ulteriori informazioni consultare il sito http://
ec.europa.eu/transport/road_safety/index_en.htm
Prevenzione degli incidenti stradali
Sia da telefoni fissi che da cellulari, in tutti i paesi dell’Unione
Europea, il 112 è il numero da contattare per mettersi in contratto
con i servizi di emergenza. Per ulteriori informazioni, consultare il sito
http://ec.europa.eu/information_society/activities/112/
index_en.htm
Numero da chiamare in caso di emergenza
a cura di Claudia Cimini (CZ)
IL DECALOGO DELL’UE
PER I PASSEGGERI
AURORA – n. 13 – Anno II – dicembre 2009
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