Focus Numero speciale La rivista online sulla tutorship 24 giugno 2011 ESPERIENZE DI TUTORSHIP IN EUROPA Questo numero speciale di FOCUS è dedicato a PROMOS (PROgetto per la Mobilità degli Operatori della Sanità), realizzato nell’ambito di Lifelong Learning Programme - Programma Settoriale Leonardo da Vinci, Azione Mobilità (LLP-LdV-VETPRO-10-IT-086). Beneficiari di PROMOS sono stati 15 operatori e operatrici della sanità specializzati in farmacia, ostetricia, fisioterapia e infermieristica, e appartenenti all'AUSL di Bologna. Ad essi è stata data l’opportunità di effettuare un soggiorno, collocato nel periodo da novembre 2010 a febbraio 2011, presso strutture ospedaliere e sedi dei partner ospitanti di tre paesi europei: Belgio, Portogallo e Romania. Per realizzare il progetto è stato costruito, sulla base di un interesse per la funzione tutoriale, un ampio partenariato, composto da: Centro Studi Tutor Azienda USL di Bologna Universitatea "Transilvania" Brasov (Romania) Sociedade Portuguesa de Enfermagem de Saúde Mental (Portogallo) Institut Supérieur d'Einsegnement Infirmier-ISEI (Belgio) Associazione Italiana Fisioterapisti Emilia Romagna (AIFI) Collegio Provinciale di Bologna Infermieri Professionali Assistenti Sanitari Vigilatrici d’Infanzia Collegio delle Ostetriche della Provincia di Bologna. Per i partecipanti a questa esperienza di mobilità in Europa i vantaggi immediati sono stati diversi: conoscere le pratiche tutoriali in atto nei tre paesi europei, approfondire le modalità di progettazione e pianificazione dei percorsi di tirocinio, confrontare le specificità professionali a livello transnazionale nella logica di promuovere mobilità e occupabilità, potenziare le competenze linguistiche attraverso l'uso della lingua in situazioni sociali e lavorative. Per i partner il progetto ha rappresentato una opportunità per: riflettere sugli aspetti teorici e sui modelli di intervento relativi alla tutorship, approfondire questioni legate ai sistemi organizzativi tutoriali, ai profili professionali degli operatori tutor, agli approcci metodologici e strumenti di supporto, ampliare la rete di relazioni tra soggetti che si occupano delle funzioni tutoriali. In questo numero di FOCUS si riportano alcuni capitoli del libro PRATICHE IN VIAGGIO. ESPERIENZE DI TUTORSHIP IN EUROPA, che l’AUSL di Bologna - UO Formazione - ha in corso di pubblicazione. Nello specifico, i testi dei tre gruppi che hanno soggiornato rispettivamente in Belgio, Portogallo, Romania, e il testo di interpretazione e commento ad essi, tutti parzialmente rivisti per questo numero di FOCUS dalle stesse curatrici del volume. CENTRO STUDI TUTOR VIA PALANZONE, 16 20162 MILANO (SEDE LEGALE) C.F. e P.IVA = 05911500964 (+39)02/6460761 e-mail: [email protected] sito: www.centrostuditutor.it Il libro, che dà voce ai protagonisti e ad alcuni esperti ed esperte sulle funzioni tutoriali, è strutturato in varie parti: Promuovere formazione Tutor e tutorship: sguardi e riflessioni Il progetto Promos Narrare l’esperienza L’esperienza in Europa Formazione, innovazione, ricerca. Il nucleo centrale è sostanzialmente costituito dalla narrazione delle esperienze vissute dai partecipanti, quale pre-testo per fare il punto sullo stato dell’arte della tutorship, di cui il testo si fa portavoce in più riprese. Il volume è corredato da un’Appendice dove sono consultabili gli strumenti didattici utilizzati a supporto dell’esperienza e i riferimenti normativi italiani ed europei. Il libro può contribuire a trovare risposte ad alcuni quesiti: Quali benefici si intravvedono per i professionisti e le professioniste che fanno i tutor? Come viene intesa e interpretata nelle pratiche quotidiane la tutorship in Europa? Quali vantaggi ha apportato ai partecipanti e ai partner coinvolti questo progetto cofinanziato da un programma europeo? Quali suggerimenti si possono ricavare da questa esperienza? Rossana di Renzo, Ornella Scandella (a cura di), Pratiche in viaggio. Esperienze di tutorship in Europa, edito in proprio dalla U.O.C. Formazione dell’Azienda Unità Sanitaria Locale di Bologna settembre 2011 (link indice) L’esperienza in Belgio di Barbara Ballo, Ivan Favarin, Catherine Giandonato, Marzia Mattarozzi, Antonello Pani1 1. L’accoglienza Il soggiorno in Belgio è durato una settimana, dal 20 al 27 febbraio 2011. L’impressione che abbiamo avuto nell’incontro con l’Institut Supérieur d’Enseignement Infirmier (ISEI), nostro ente ospitante a Bruxelles, è stata quella di stare in una situazione tutorata. Ci ha subito sorpreso infatti un grande poster rivolto agli studenti, reclamizzante il Service d’aide á la réussite (SAR), dove dominava l’espressione tutouyons nous, ovvero “diamoci del tu”, che l’assonanza con il termine tutor ci ha suggerito l’espressione “tutoriamoci”, diventata per il nostro gruppo lo slogan della settimana. Siamo stati accolti da Marie Friedel-Castorini, infermiera maître de formation pratique per l’area pediatrica, che si è interessata della nostra accoglienza, del nostro benessere anche nel tempo libero presso il B&B, e ci ha accompagnato in visita all’ISEI. L’impressione è stata di essere attesi e che la nostra presenza avesse implicato un’attenta organizzazione da parte di molti docenti. Cosa che ci ha fatto sentire valorizzati. Ci è stata persino dedicata una stanza per tutta la settimana dove lasciare il materiale e lavorare, e ci è stata messa a disposizione una vasta bibliografia. Il nostro soggiorno è trascorso tra incontri con testimoni privilegiati, visite a strutture e immersioni in reparti ospedalieri o strutture sociali a fianco di tutor. Siamo venuti così a conoscenza delle opportunità formative presenti in Belgio per le professioni sanitarie e del sistema tutoriale dell’ISEI. Qui ora vogliamo dare spazio soprattutto alle nostre esperienze sul campo. 2. L’ISEI L’Institut Supérieur d’Enseignement Infirmier appartiene alla Haute Ecole Léonard de Vinci, a sua volta parte del Polo Louvain che riunisce Università e scuole superiori2. Esso accoglie circa 1.400 studenti, studenti stranieri in ERASMUS, professionisti e docenti esperti. Ha il compito di formare referenti per l’apprendimento esperienziale, nonché favorire scambi fra studio e pratica. Il percorso degli studi presso l’ISEI si articola in tre cicli (secondo il Processo di Bologna): 1° ciclo (Bachelier/licence), 2° ciclo (Master/Maitrise), 3° ciclo (Doctorat). Nel corso del 1° ciclo le ore di tirocinio sono proporzionalmente così distribuite: 1° anno 25% (Medicina e Chirurgia - Geriatria) 2° anno 50% (Medicine specialistiche) 3° anno 75% (Intensiva, Semi-Intensiva e Urgenza). Il numero degli studenti accolti per ogni Unità Operativa va da uno a tre/quattro 3. Gli studenti del primo e secondo anno sono maggiormente presenti nei reparti dove l’assistenza di base é preponderante (Medicina, Neurologia, Ortopedia), quelli del terzo anno affrontano tirocini 1 Catherine Giandonato, UO Post Acuti Ospedale Bellaria; Barbara Ballo, UO Medicina Fisica e Riabilitativa Ospedale Maggiore); Marzia Mattarozzi, UO Post Acuti Ospedale Maggiore; Antonello Pani, UO Pneumologia Ospedale Bellaria; Ivan Favarin, UO Ostetricia-Ginecologia Ospedale di Bentivoglio. 2 Le scuole superiori del Polo sono: l’ISEI (per infermieri), il Parnasse (per fisiokinesiterapisti), il Marie Haps (per ostetriche). 3 Le istituzioni che accolgono gli studenti a Bruxelles e dintorni sono 80, corrispondenti a 340 Unità Operative. Attualmente sono presenti 1.000 studenti in Infermieristica, 370 dei quali frequentanti il primo anno. specialistici, con una presenza numericamente inferiore. Precisiamo che la presenza degli studenti nei reparti è continuativa per tutto l’anno. 3. Figure e strumenti tutoriali per il tirocinio A supporto del tirocinio vi sono diverse figure tutoriali: maître assistant, maître de formation pratique (figure appartenenti all’ISEI), infirmière chargée de l’accompagnement des nouveaux engagés, du personnel rentrant et des étudiants en stage (ICANE), infermier relais étudiant (IRE) (appartenenti alle strutture sedi di tirocinio). Esse gestiscono un numero di studenti molto elevato, che diminuisce nel corso degli anni, a causa dell’alto tasso di abbandono degli studi. Il sistema tutoriale dell’ISEI prevede inoltre numerosi strumenti, tra i quali ricordiamo: il Référentiel de compétences (RDC), lo strumento guida che indica le competenze da raggiungere per essere infermiere, espresse in termini di capacità e indicatori operazionali, osservabili in situazioni specifiche; e le Les groupes de paroles, uno strumento per gli studenti frequentanti il tirocinio in reparti con elevato rischio di carico emotivo, mirato ad agevolare e promuovere la comunicazione con il paziente, anche attraverso il riconoscimento delle emozioni, uno strumento che favorisce la riflessione sulla pratica infermieristica e incoraggia le riflessioni sul proprio sviluppo personale e professionale. 4. La nostra esperienza sul campo Presso il reparto di pediatria dell’Ospedale St. Anne di Bruxelles di Ivan Favarin Venerdì 25 febbraio. Ho appuntamento con la mia tutor Marie Friedel 4. Destinazione: Unità Operativa di Pediatria dell’Ospedale St. Anne. Lavoro da anni nell’area materno infantile; ho iniziato proprio in Pediatria. Indosso la divisa e mi calo “nel vivo”: finalmente operativo. Mi sento a mio agio in questa realtà, grazie all’accoglienza dei colleghi e alla loro disponibilità a farmi entrare nell’operare quotidiano. Io, Marie e l’allieva infermiera condividiamo subito il momento della valutazione iniziale basata sulla formulazione del piano assistenziale di un caso reale. Eccoci tutti e tre nella stanza di isolamento, protetti con tutti i dispositivi necessari. Aiuto e incoraggio l’allieva, che vince così l’iniziale ansia di vedersi circondata da due tutor. Con la supervisione attenta di Marie, ci proponiamo attivamente con molti interrogativi teorici e pratici sulle attività necessarie alla cura e al benessere della piccola paziente. Al termine delle attività in camera di isolamento, riconsideriamo i dubbi e le perplessità che il caso ci suggerisce. Al termine del confronto, notiamo con grande soddisfazione che l’allieva ha sviluppato maggior consapevolezza rispetto agli aspetti tecnici, educativi e relazionali della sua attività. Nello stesso giorno vivo un’altra esperienza interessante. Affianco l’infermiera ludo-terapeuta che sta mostrando il percorso pre, intra e post-operatorio a un bambino di cinque anni candidato a tonsillectomia: con omìni di plastica, un kit chirurgico giocattolo e un pupazzo appositamente preparato, il bambino simula l’intervento, affrontando come un gioco un’esperienza che altrimenti lo potrebbe impaurire. Anch’io, nel mio piccolo, esco entusiasta da questa mattinata in Pediatria, più sicuro e fiducioso. E mi dico: si può fare! Non si finisce davvero mai di apprendere, penso a coronamento di questa importante esperienza. Ripensandola ora, credo che essa mi abbia davvero arricchito, e fatto capire quante assonanze esistano fra noi infermieri - tutor e studenti, ad ogni livello - di fronte ai problemi di un paziente 4 Infermiera specializzata in Pediatria, maître-assistante e maître de formation pratique in ambito infermieristico. “difficile”, e quanta passione dia il vedere maturare la consapevolezza di essere in grado di affrontarli. Presso il reparto di Chirurgia e Trapianti addominali dell’Ospedale St. Luc di Bruxelles di Antonello Pani La mia esperienza di osservatore nei panni di tutor “sul campo” avviene, come per gli altri colleghi del progetto, venerdì 25 febbraio. L’accoglienza e la progettazione dell’evento iniziano in maniera molto professionale già dal giorno prima, con informazioni da parte di Marie Friedel e della collega che mi seguirà in questo percorso, Marie de Neiges, di cui ho il cellulare. Ci sentiamo e ci diamo appuntamento per il giorno successivo all’entrata riservata al personale dell’Ospedale. Ore 7,45. Marie puntuale arriva e mi accompagna per la conoscenza del reparto di Chirurgia e Trapianti addominali: unità 54 dell’Ospedale St. Luc. Mi presenta ai suoi colleghi e alla sua Chef (Coordinatrice) e mi mostra l’ambiente dove potrò indossare la divisa dell’ISEI che per quattro ore mi farà diventare “uno di loro”, non tanto nell’aspetto, quanto nel ruolo. Marie è un’infermiera con il titolo di Bachelier. Esercita la professione dal 1987 e lavora in questo reparto da quindici anni. E’ inoltre insegnante in Scienze Infermieristiche. Ore 8,00. Arrivano gli studenti. Sono due: Victor e Charlotte, frequentanti il secondo anno, che devono sostenere la valutazione. Per entrambi Marie formula una valutazione secondo il metodo di Lynda Juall Carpenito North American Nursing Diagnosis Association (NANDA), che prevede la formulazione di diagnosi infermieristiche e dei relativi interventi per il raggiungimento degli obiettivi assistenziali stabiliti. Il passaggio successivo viene eseguito al letto del paziente con lo svolgimento di attività assistenziali e di tecniche infermieristiche: rilevamento dei parametri vitali, somministrazione della terapia, medicazione delle ferite chirurgiche e mobilizzazione del paziente in sedia. Sono coinvolto attivamente durante tutte le attività. Mi fanno sentire davvero “uno di loro” quando Marie mi lascia solo prima con Victor, poi con Charlotte a controllare l’esecuzione delle tecniche infermieristiche. Successivamente sono coinvolto anche nella valutazione. Dopo i timori iniziali per questa esperienza, mi rendo conto che le ore sono volate e sono state intense. Mi convinco inoltre che al di là delle barriere linguistiche, culturali e geografiche, il metodo è quello che uniformerà, come un idioma unico, la nostra professione in Europa. I presupposti ci sono: i professionisti hanno motivazione, voglia di crescere, di scambiare esperienze, passione per la professione, e sono stimolati, anche da esperienze come quella di PROMOS, a crescere professionalmente. Presso il reparto di Medicina e Chirurgia generale dell’Ospedale privato Cavell di Giandonato Catherine Arrivata nell’atrio dell'ospedale, vengo accolta da Marie Mizaelle - la tutor - nel ruolo di maître de formation pratique, relativamente giovane per esperienza lavorativa (cinque anni), maturata nei reparti di Medicina, Chirurgia e presso un Hospice. Ci rechiamo in reparto, un'Unità Operativa con 30 posti letto, con cartella infermieristica informatizzata, dove ci aspetta la studentessa del secondo anno per la valutazione formativa. Mi ritrovo con la studentessa e Marie in una stanza e ci dedichiamo alla discussione di due casi clinici. La studentessa ha raccolto, il giorno precedente, tutti i dati anamnestici, clinici e sociali, per formulare un'accurata diagnosi infermieristica. La tutor, dopo aver rilevato alcune lacune nella raccolta dati, invita la studentessa a conoscere bene il suo paziente e a “leggerlo" secondo il modello concettuale dei 12 bisogni di V. Henderson. In più occasioni porta la sua attenzione verso la necessità di riflettere sul proprio agire, presupposto fondamentale per sviluppare la capacità critica. Evidenzia inoltre la necessità di usare un linguaggio comune e allo stesso tempo professionale. Al termine della presentazione, ci rechiamo in una guardiola dove la studentessa prepara la terapia orale e infusionale sotto la sua diretta osservazione. Viene posta molta attenzione al dosaggio e alla tipologia dei farmaci, ai calcoli di proporzione e alla preparazione stessa. La studentessa accetta e vive come opportunità di crescita e miglioramento questo momento a lei dedicato, sapendo di dover incamerare tutte le informazioni in vista anche della prossima valutazione, che sarà, questa volta, certificativa. Una volta nella stanza di degenza, ci presentiamo al paziente. Vedo la studentessa muoversi liberamente, somministrare la terapia dopo averla spiegata, e compiere insieme alla tutor tutte le azioni (rifacimento del letto, igiene, mobilizzazione, eliminazione, annotazione di eventuali drenaggi, ecc…). La tutor osserva attentamente come utilizza la comunicazione, verbale e non. In presenza di dubbi o domande, la incoraggia a instaurare un rapporto collaborativo con il medico di riferimento e a interagire con il resto dell'équipe. Si ritorna nella stanza dedicata alla valutazione e la tutor invita la studentessa a fare un'autovalutazione rispetto agli obiettivi da raggiungere, obiettivi che verranno poi confrontati con il resto dell'équipe, giungendo a mettere in luce i punti di forza e quelli di debolezza. Per concludere. Le projet d'apprentissage dello studente in stage prevede diversi momenti sia condivisi che di riflessione personale, oltre che l’uso di strumenti di autoapprendimento. Lo studente è portato a riflettere costantemente sul proprio agire, su come formulare il più correttamente possibile il giudizio clinico. Pianifica secondo il modello NANDA. Lo strumento vincente al riguardo è L'arbre des problèmes o Carte des problèmes, grazie al quale lo studente è portato a costruire il ragionamento clinico, scindendo gli obiettivi principali da raggiungere per “quel” paziente in sottogruppi, in modo ramificato, sempre connettendo i vari concetti. Presso il Saint Luc Hospital di Bruxelles di Barbara Ballo Ore 12,00. Mi reco con Marie Friedel al St. Luc Hospital, uno degli ospedali pubblici della città. Ci dirigiamo in una delle palestre e chiediamo un colloquio con una collega che ci concede un po’ del suo tempo. Mi racconta che in questo ospedale lavorano 90 fisioterapisti, 20 dei quali a part-time; che le richieste di tirocinio sono così numerose che i tirocini si svolgono durante tutto l’anno; che ogni tirocinio ha durata di almeno un mese. Mi spiega che l’ospedale predilige studenti provenienti dall’Università; che lo studente è considerato una risorsa, perché dopo la prima settimana di affiancamento è sufficientemente autonomo da lavorare, anche se a fianco del tutor. L’unico servizio a pagamento è il Day Hospital Riabilitativo che utilizza i fondi raccolti per la formazione interna degli operatori. Mi illustra un contratto di tirocinio dell’Università e scatto alcune foto alla palestra, che mi appare molto diversa dal luogo dove sono abituata a lavorare. Presso il reparto di Psico-Geriatria al Residence Port de Hall di Marzia Mattarozzi Nell’esperienza di mobilità in Belgio, ci viene offerta la possibilità di osservare alcune valutazioni di studenti in stage. Io scelgo di recarmi al Residence de Port de Hall, in un reparto di PsicoGeriatria, a circa mezz’ora di metropolitana dall’ISEI. Sono accolta e guidata da Gaelle Grosjean, infermiera maître de formation pratique (MFP). La struttura è un istituto di ricovero per anziani con problemi psicologici/psichiatrici. In particolare essa accoglie pazienti affetti dal morbo di Alzheimer, demenze, morbo di Parkinson. Le camere sono singole o doppie e dotate di bagno personale. Le porte sono tutte chiuse a chiave. Mi viene spiegato che questo provvedimento è necessario per evitare il pericolo che i pazienti possano introdursi nei locali addetti agli operatori e assumere incidentalmente farmaci o altre sostanze nocive. La prima impressione di questo luogo è di serenità e calma. Dopo aver indossato la divisa, ci rechiamo dalla studentessa che ci attende. Il tirocinio sta per finire ed è tempo di valutare l’esperienza. La studentessa inizia a illustrare i tre casi di pazienti da lei scelti e concordati con la responsabile della struttura. La MFP annota scrupolosamente le informazioni fornite e anch’io cerco di fare la stessa cosa. Non ho ancora ben capito come si svilupperà questo incontro, ma via via che la discussione procede, mi rendo conto di come sarà la valutazione. La MFP infatti sta già valutando le competenze. Mentre la studentessa procede ad esporre le informazioni sui pazienti, la MFP le chiede di spiegare le patologie, di metterle in relazione con le terapie e annota le sue osservazioni. L’esperienza in questo reparto mi suggerisce molte riflessioni. Prima riflessione della giornata E’ POSSIBILE NELLA MIA REALTÀ LAVORATIVA FAR SEGUIRE ALLO STUDENTE POCHI CASI E DESCRIVERLI? Scegliere pochi casi, descrivere le patologie, mettere in relazione le terapie, descrivere i bisogni dei pazienti è un ottimo sistema per testare le conoscenze dello studente. E’ utile per sopperire ad eventuali carenze, evita domande sporadiche e non legate al contesto, stimola la curiosità e il senso di responsabilità, e probabilmente aiuta a capire la presa in carico del paziente. Per trasferire questo metodo nella mia realtà lavorativa, dovrei prima di tutto condividere la mia esperienza con gli altri tutor e operatori e successivamente, prima dell’arrivo di altri studenti, prevedere l’applicazione del metodo nella mia organizzazione. Penso che nella mia realtà lavorativa il rapporto casi/studenti potrebbe essere di uno a uno e che potrei dedicare mezz’ora alla settimana alla discussione del caso. Circa mezz’ora è infatti il tempo richiesto per questa attività nella prosecuzione della mia mattinata presso il Residence Port de Hall. La studentessa si rivela molto competente. Il primo caso descritto riguarda una signora di 90 anni, di origine tedesca e professoressa di musica; parla poco il francese ma lo comprende, non ha parenti, ed è ricoverata nell’istituto dal 2008. La diagnosi medica è di: ipertensione, disorientamento spazio-temporale, pregresso intervento di protesi all’anca per frattura del femore, mastectomia per neoplasia mammaria. La mobilizzazione è incerta e necessita di aiuto per la deambulazione; segue infatti un corso di ginnastica. La signora è incontinente, deve essere aiutata per le cure igieniche; per la cura dei piedi è seguita dal podologo. E’ in grado di alimentarsi autonomamente. Riposa senza assumere farmaci. La studentessa riferisce che la signora non presenta dolore ed elenca i farmaci che assume mettendoli in relazione con le patologie. Terminata la descrizione dei casi da parte della studentessa, ci rechiamo nella camera della paziente. Poiché quest’ultima non ha problemi di deambulazione, ma ha solo bisogno di essere aiutata perché incerta nel cammino, viene accompagnata in bagno per procedere con le cure igieniche. La MFP lavora insieme alla studentessa ed è quest’ultima che dà le indicazioni sul come fare, perché conosce molto bene la signora. Seconda riflessione della giornata NELLA MIA REALTÀ È POSSIBILE CHE LO STUDENTE FORNISCA INDICAZIONI A UN OPERATORE SENZA IL TIMORE DI INVADERE IL SUO RUOLO? Rispondere a questa riflessione è arduo, dipende dalla maturità professionale di entrambi. Per esperienza ricordo che all’inizio della mia carriera professionale questa modalità mi disturbava. Nel tempo però ho cambiato idea, perché penso che siano fondamentali i contributi di tutti per fare un buon lavoro. La signora, poiché demente, durante le cure igieniche inizia ad urlare, ma la studentessa, conoscendo la passione della signora per la musica, intona un ritornello di un’opera che viene ripetuto dalla stessa. In questo modo si tranquillizza e si può procedere. Terminate le cure igieniche, la studentessa la accompagna nella sala da pranzo per la colazione e, per aiutarla, le conta i passi in tedesco. Prima di fare colazione, le prepara la terapia, controlla i farmaci, trita le pastiglie, le mescola alla marmellata, gliele somministra, descrivendo e motivando quello che sta facendo. Terza riflessione della giornata LA MFP SI È POSIZIONATA NEI CONFRONTI DELLA STUDENTESSA NEL RUOLO DI ESPERTA NON GIUDICANTE Credo che questa sia una qualità che dovrebbero possedere tutti i tutor e la utilizzerei come criterio di selezione per l’esercizio della funzione tutoriale. Il secondo caso descritto dalla studentessa è una signora di 84 anni, di professione casalinga, con un figlio, ricoverata nell’istituto dal 2004. La diagnosi medica è di: ipertensione, demenza senile, artrosi diffusa. La studentessa riferisce che la signora saltuariamente presenta dolore ed elenca i farmaci che assume, mettendoli in relazione con le patologie. La signora non cammina, viene accompagnata in carrozzina. La signora è incontinente, necessita di cure igieniche complete, perché non riconosce i propri bisogni di igiene e per la cura dei piedi è seguita dal podologo. La comunicazione è scarsa e spesso presenta spunti aggressivi. Non è in grado di alimentarsi da sola e occorre imboccarla. Ha difficoltà a evacuare il contenuto intestinale e spesso le vengono praticati massaggi addominali e clisteri. E’ spesso agitata e assume quotidianamente sedativi per contenere l’aggressività. Ci rechiamo dalla signora S. che, nonostante non parli, appena vede la studentessa, sorride; e si salutano. La studentessa mi comunica che la signora è molto aggressiva e, se ci si avvicina con fretta, non collabora, diventando molto complicato praticarle le cure. Con molta dolcezza le parla e inizia a lavorare insieme alla MFP. Durante la pratica la signora si mostra tranquilla e al termine delle cure bacia la studentessa. Quarta riflessione della giornata NEI NOSTRI PERCORSI FORMATIVI È PREVISTO LO SVILUPPO DELLA DOLCEZZA NEI CONFRONTI DELLE PERSONE ANZIANE ? Ci rechiamo presso la terza signora, che appena vede la studentessa la riconosce, la saluta e la bacia. Si procede nello stesso modo di prima. Terminate le pratiche di cura presso i pazienti, ci rechiamo in una saletta appartata. La MFP esprime la propria valutazione alla studentessa e, poiché si è rivelata molto capace, la gratifica evidenziando tutte le competenze acquisite. Quinta riflessione della giornata NELLE VALUTAZIONI QUANTE VOLTE CI SOFFERMIAMO SUGLI ASPETTI NEGATIVI E DIAMO PER SCONTATO QUELLI POSITIVI? Credo che nella mia realtà si possa fare un piccolo cambiamento: quando farò le prossime valutazioni, cercherò di evidenziare entrambi gli aspetti. Prosegue la valutazione e la studentessa mostra la Carte des problèmes (Carta dei problemi di Virginia Henderson) di una paziente da lei scelta e ragiona sull’elaborato. Al termine della valutazione, la MFP le assegna come argomento di ricerca la tematica del dolore. Procedendo con questa modalità, la MFP valuta sul campo tutte le cinque competenze del Référentiel de compétences. Sesta riflessione della giornata LA RICERCA SU RIVISTE SCIENTIFICHE È UN ARRICCHIMENTO SIA PER LO STUDENTE CHE PER L’OPERATORE Al termine di questa giornata, esco dalla struttura e siedo su una panchina. Sento la necessità di lasciare depositare tutte le emozioni che ho provato durante la mattinata, prima di ritornare all’ISEI e ricongiungermi con i miei compagni di viaggio. La mia mente è affollata da progetti, idee, dal potrei fare. E’ un continuo confronto con la mia realtà. Quando torno all’ISEI, incontro i miei colleghi, vedo una luce nei loro occhi e capisco che anche loro hanno provato le stesse emozioni. Dopo è un susseguirsi di scambi di informazioni su quello che abbiamo visto. Questa esperienza è stata molto importante per tutti noi, per i contributi professionali ricevuti, ma altrettanto per gli apprendimenti informali. Vivere per una settimana a stretto contatto con persone che non fanno parte del proprio cerchio familiare/amicale, essere in una grande città europea, ascoltare lingue diverse dalla propria, conoscere altre realtà lavorative, districarsi con i trasporti e le necessità quotidiane, sono esperienze che incidono fortemente e positivamente sulla vita personale e professionale di ognuno di noi. 5. Un quadro a dieci mani L’esperienza sul campo del penultimo giorno del nostro soggiorno a Bruxelles in vari ospedali cittadini ci ha permesso di vedere all’opera il MFP, l’IRE e di metterci in gioco. Questo è stato il coronamento ideale di una settimana ricca e coinvolgente. Ritornando a casa è stato possibile riflettere, ripensare e rielaborare i molti momenti vissuti all’ISEI, sia individualmente, sia in gruppo, sia negli incontri di monitoraggio con tutti i partecipanti e lo staff del progetto. Potremmo sintetizzare la nostra esperienza ricorrendo alla metafora di un quadro dipinto a dieci, quattordici mani. Ognuno ha contribuito con linee e colori a un disegno, nell’immediato avvio non chiaro. Ma con il passare dei giorni, quelle linee e quei colori hanno disegnato un paesaggio definito e comprensibile. Sette giorni intensi, trascorsi per la maggior parte del tempo in una stanza, con noi cinque ad ascoltare un susseguirsi di persone che ci raccontavano azioni, scaturite da bisogni, riflessioni e progetti. Solo sulla comunicazione potremmo scrivere un trattato. La lingua usata poteva passare dal francese all’inglese, allo spagnolo con qualche parola di italiano, supportata da una mimica degna di consumati attori. Ciò che ci accomunava tutti era la sete di sapere e conoscere, con una domanda di sottofondo sempre presente: “Voi come fate?”. Una domanda che non indica la fretta di arrivare al dunque, o solo il bisogno formativo di trovare una risposta, ma che contiene altre domande: “Perché avete avuto quel bisogno?”, “L’avete affrontato anche in altri modi?”, “Perché alla fine avete scelto proprio quello?”. E mille altre. Con il passare dei giorni, gli incontri si sono trasformati in dibattiti dove l’oratore si fermava per lasciarci discutere su come collegare le informazioni e compararle alla nostra organizzazione. Cercavamo poi ulteriori chiarimenti con spirito di ricerca e curiosità. Non sappiamo se siamo riusciti a rendere in questa narrazione la fecondità dello scambio. L’incontro che abbiamo più apprezzato è stato quello con l’ICANE, figura nata da un bisogno formativo, persona scelta con cura, consapevole che la sua missione sarebbe stata un fallimento se non avesse preso provvedimenti. Per evitarlo è stata capace di creare una rete solida degli IRE che coordina, motivando le persone a essere figure di riferimento. Ascoltandoci, ha intuito che il suo lavoro mostra un punto debole, quello del continuo avvicendarsi dei tutor della rete, cui ha pensato di porre rimedio provvedendo a una loro formazione permanente. Ci siamo trovati a riflettere sull’esperienza in Belgio, a riflettere su come la formazione non sia mera trasmissione di saperi, sconnessa dalla cultura e dalla storia di un paese, e sul fatto che le scelte formative non possono essere decontestualizzate. L’esperienza in Portogallo di Morena Fogli, Milena Pagnoni, Micol Quiros, Antonella Rossini, Luciana Zanini5 1. L’accoglienza Bisogna ricominciare il viaggio, scrive Josè Saramago. E noi riprendiamo a viaggiare narrando la nostra esperienza, ripercorrendo i sentieri, le strade che ci hanno permesso di esplorare e scoprire aspetti alle volte nuovi, alle volte inaspettati della formazione e dello sviluppo delle competenze nella sanità portoghese. Vivere, conoscere e sperimentarsi è stata allo stesso tempo un’opportunità professionale e un’occasione per stare immersi in una realtà per noi nuova. Tentare di descrivere la nostra esperienza a Porto attraverso il ricordo dei servizi visitati, delle persone incontrate, delle realtà raccontate significa ripercorrere d’un fiato le sensazioni che colori, sapori, odori, immagini, incontri e testimonianze ci hanno lasciato, inducendoci a fare ordine tra una moltitudine di notizie, informazioni, percezioni, con le sue contraddizioni. L’accoglienza offertaci è stata impeccabile ed estremamente cordiale. Abbiamo colto nei nostri interlocutori la necessità di far emergere un paese all’avanguardia. Ci hanno presentato esperienze di eccellenza: la formazione delle professioni sanitarie, il supporto puntuale e aggiornato delle applicazioni informatiche in ambito assistenziale, i modelli gestionali che rispecchiano vision e mission aziendali in perfetta sintonia con i sistemi sanitari più avanzati. L’esperienza si è concentrata su realtà e modelli più maturi e innovatori della realtà sanitaria portoghese. 2. I luoghi dell’esperienza: tra formazione e servizi Durante il nostro soggiorno a Porto, della durata di una settimana dal 7 al 14 novembre 2010, abbiamo avuto l’opportunità di visitare centri di formazione per infermieri e strutture ospedaliere pubbliche: l’Escola Superior de Enfermagem do Porto, l’Universidade Catolica Portuguesa Centro de Enfermagem, l’Unidade de Saute Local - Hospital de Matosinhos (reparti di Medicina e Chirurgia, di Riabilitazione, di Ostetricia e sala Parto e Travaglio), l’Hospital Geral San Antonio (reparti di Terapia Intensiva e Sub-Intensiva, nel Servizio Centralizzato di Sterilizzazione, nel Servizio di Riabilitazione, nel Centro di Formazione), l’Hospital Magalhaes Lemos (Servizio di Riabilitazione psico-sociale - laboratori, piscina, palestra - e Reparto di degenza in regime di trattamento sanitario obbligatorio). 3. La formazione al lavoro del professionista sanitario Durante le varie attività siamo venuti a conoscenza del sistema formativo e di quello tutoriale nel settore sanitario. Dal 1999 in Portogallo la formazione di un professionista sanitario (infermiere, fisioterapista, tecnico di laboratorio, podologo, tecnico di radiologia …) è regolamentata dal “Modello di Bologna6”. Tale formazione, che comprende quattro diversi livelli (laurea, bachelor, master e 5 Morena Fogli, U.O.C. Ostetricia Ginecologia Ospedale Maggiore; Milena Pagnoni, U.O.C. Medicina Riabilitativa Infantile P. Saragozza; Micol Quiros, U.O.C. Medicina Fisica e Riabilitativa Ospedale Bellaria; Antonella Rossini, U.A. Servizio Infermieristico Domiciliare, P. Saragozza; Luciana Zanini, U.A. Servizio Infermieristico Domiciliare, Poliambulatorio P. Borgo Panigale. 6 Modello di Bologna: tale modello (firmato il 19/06/1999) è destinato ai Ministri dell'Istruzione dell'Unione Europea per dare un chiaro segnale della necessità di rendere condivisibili e comparabili i titoli conferiti dalle università europee e consentire così ai cittadini di Europa maggiori possibilità di lavoro e mobilità. in seguito alla Dichiarazione di Bologna è nata oggi la necessità di riflettere sia sul sistema formativo che sugli ordinamenti didattici come, ad esempio la formazione richiesta ai docenti universitari che ora prevede una formazione specifica come quella del conseguimento dottorato), prevede 4 anni di corso base (240 crediti formativi) dopo 12 anni di formazione scolastica obbligatoria e si inserisce in un contesto accademico riconosciuto nell’ambito di una facoltà dedicata alle “Professioni di Salute”. Con il nuovo regolamento, a partire da quest’anno accademico la professione di infermiere può essere esercitata solo dopo 9 mesi di internato o tirocinio post-base (con frequenza obbligatoria e supervisione clinica supportata da un tutor) all’interno di una struttura sanitaria. L’intero percorso formativo viene organizzato da scuole universitarie pubbliche o private, mentre l’organizzazione del corso di base (primi quattro anni + internato) e dei Master è a carico di scuole non universitarie (Politecnici), pubbliche o private. Il corso di base è suddiviso in lezioni teoriche e laboratori (120 crediti) e tirocinio clinico (120 crediti). Illustriamo con uno schema la programmazione dei semestri nelle scuole visitate. SCIENZE DELLA SALUTE SCUOLA SUPERIORE PER INFERMIERI DI PORTO Scuola pubblica: lo Stato partecipa alle spese degli studenti (paga circa l’80% delle tasse) Scuola privata: lo Stato non partecipa alle spese degli studenti I ANNO Teoria + laboratori (60 crediti) Teoria + laboratori (60 crediti) II ANNO Teoria + laboratori (60 crediti) Teoria + laboratori + Tirocinio pratico (60 crediti) Tirocinio pratico (30 crediti) - I semestre 3 mesi in Medicina 3 mesi in Chirurgia 3 mesi al domicilio (infermiere di famiglia) 3 mesi in Comunità (scuola, prevenzione, ecc.) Stage in Salute Mentale Stage in Ostetricia Tirocinio pratico (30 crediti) - II semestre Stage in Pediatria Stage di 6 mesi a scelta Tirocinio pratico (30 crediti) - I semestre III ANNO IV ANNO Tirocinio pratico (30 crediti) - II semestre UNIVERSITA’ CATTOLICA DI PORTO CORSO PER INFERMIERI Teoria + laboratori + Tirocinio pratico (60 crediti) Tirocinio pratico (60 crediti) 4. La tutorship La tutorship è stata l’oggetto della nostra esperienza in Portogallo, durante la quale abbiamo appreso molte informazioni, che riassumiamo. Per la realizzazione del tirocinio essa è funzione indispensabile. E’ generalmente praticata come funzione aggiuntiva nell’ambito di uno specifico ruolo professionale. Il tempo ufficialmente riconosciuto per svolgerla è variabile sulla base della formazione del tutor o del particolare impiego nelle diverse aree critiche (es. rianimazione). Non prevede un riconoscimento sul piano giuridico, né economico in modo diretto: in alcuni casi è previsto il riconoscimento del carico orario (computato nel monte ore settimanale); in altri vengono pagate le ore effettuate fuori dall’orario di servizio, come accade in presenza di un contratto di tipo libero-professionale7. L’esperienza tutoriale svolta viene riconosciuta dal punto di vista curriculare. di un dottorato. Alcune scuole (in genere private) o università offrono ai tutor infermieri l’opportunità di acquisire crediti spendibili nelle stesse università per la formazione in area di supervisione clinica (gratuita, mensile). La collaborazione tra mondo accademico e organizzazioni fa sì che i professionisti possano usufruire di un beneficio economico per poter partecipare a corsi di aggiornamento (riduzione dei costi di iscrizione, acquisizione di crediti formativi per il superamento degli esami). Beneficiano della funzione tutoriale non solo gli studenti dei corsi professionalizzanti e dei progetti Erasmus, ma anche i neoassunti/neoinseriti. Questi ultimi vengono affiancati da tutor formatori o da professionisti esperti. Questa forma di tutorship non prevede un protocollo aziendale di inserimento, ma protocolli specifici in riferimento alla complessità del servizio (ad esempio, sono definite circa 2 settimane per l’inserimento in un reparto di ortopedia, dai 3 ai 6 mesi per la rianimazione e la sala parto). 4.1. Il ciclo della tutorship Per gli studenti infermieri ogni credito di tirocinio corrisponde a 35 ore di attività, 30 delle quali di attività clinica a contatto con l’utente, con affiancamento del tutor in una struttura (ospedali, territorio, domicilio, scuole, ecc.) e 5 di discussione e analisi di casi in aula, con la supervisione di un docente del corso specializzato in quella determinata area clinica. La tutorship si svolge in una sequenza di alcune azioni: accoglienza, affiancamento, valutazione. Accoglienza: l’accoglienza dello studente nella sede formativa può realizzarsi con diverse modalità. Alcune sedi, ad esempio il reparto di Rianimazione e Terapia Intensiva dell’Ospedale S. Antonio di Porto, preferiscono che il primo contatto del tirocinante non avvenga nella sede di tirocinio, ma in aula alla presenza di un tutor per connettere gli obiettivi formativi universitari alla realtà organizzativa del reparto che diverrà sede di tirocinio. In altre sedi, ad esempio l’Ospedale di Matosinhos, l’accoglienza avviene presso la struttura clinica stessa attraverso un incontro con gli studenti ai quali viene illustrata la mission e della vision aziendale, l’organizzazione del servizio e le modalità di espletamento del tirocinio. Presso il reparto di Salute Mentale dell’Ospedale di Lemos vengono presentati ai tirocinanti anche alcuni documenti: la “Guida di accoglienza per il paziente”, il “Regolamento di ricovero”, il “Manuale di accoglienza per gli studenti”. I neoassunti vengono generalmente accolti da un tutor incaricato dal Dipartimento di Formazione che illustra la struttura organizzativa, le procedure, la vision e la mission dell’azienda. Affiancamento: consiste nel guidare l’esperienza sul campo del tirocinante. I tutor di tirocinio che seguono i tirocinanti infermieri mantengono un rapporto di 1:5/6 durante il secondo e terzo anno; durante il quarto anno di 1:1, poiché è richiesto agli studenti il raggiungimento di una maggiore autonomia. Il tutor può fruire dell’ausilio di un supervisore. Durante il tirocinio del secondo e terzo anno presso l’Universidade Catolica Portuguesa la tutorship viene svolta spesso con la supervisione di un docente universitario o di un tutor specializzato, che ha stipulato un contratto con l’Università. Durante l’ultimo anno di corso il docente supervisore è presente solo in momenti sporadici e per la valutazione intermedia o finale. Nei reparti dell’Ospedale di Matosinhos viene messa a disposizione dei tutor e degli studenti durante il loro tirocinio una figura di supporto (docente o professionista con dottorato di ricerca). Questa azione, chiamata Unidad de Cuidado e Referenzia, garantisce al tutor una supervisione quotidiana e a tempo pieno. La presenza di questa figura nell’organizzazione ha permesso inoltre di sviluppare ed elaborare progetti di ricerca e pubblicazioni. L’affiancamento dei neoassunti è di competenza del tutor del servizio della sede di lavoro. Egli accompagna il neoassunto per tutto il periodo di inserimento (variabile in base alla complessità del servizio ma non superiore a 6 mesi) ed è responsabile della sua valutazione finale. 7 In Portogallo è ammessa l’attività libero professionale dei professionisti sanitari con contratto di lavoro nel pubblico impiego. Valutazione: avviene sia durante che al termine del periodo di tirocinio alla presenza del tutor e del supervisore universitario. La valutazione si riferisce agli obiettivi specifici e utilizza gli strumenti proposti dall’istituzione formativa, quali griglie di valutazione e check-list. 4.2. Dalla selezione alla formazione In seguito alla stipula di un accordo formale con le strutture sanitarie e alla verifica della disponibilità ad accogliere gli studenti in tirocinio, il Dipartimento di Formazione contatta i coordinatori dei vari servizi ospedalieri e individua il numero dei tutor necessari per lo svolgimento dei tirocini. I tutor vengono scelti dai coordinatori sulla base della loro disponibilità e secondo criteri definiti dalle strutture sanitarie di appartenenza. L’Istituzione formativa e il Collegio professionale possono esprimere preferenze in relazione ai requisiti formativi e professionali del professionista, specie in presenza di un contratto di tipo libero professionale. L’unico criterio vincolante per tutti è il possesso della laurea di base. In alcune strutture viene aggiunto l’ulteriore requisito dell’esperienza professionale, che nel caso dell’Ospedale S. Antonio di Porto consiste nel possesso di almeno 5 anni di esperienza professionale, 3 dei quali svolti nell’ospedale medesimo. Durante la nostra visita nelle diverse sedi formative abbiamo appreso inoltre che per la scelta degli infermieri cui affidare le funzioni tutoriali vengono osservati i seguenti criteri: una valida esperienza clinica nel settore specifico di formazione; un eventuale Master o una Specializzazione nella specifica area di tirocinio; la partecipazione al “Curso de supervision clinica”8; la partecipazione ad altro corso di supervisione della durata di un mese circa (150 ore). L’aggiornamento viene offerto su richiesta del tutor stesso, che ogni 5 anni può scegliere un percorso formativo definito nell’ambito di specifici corsi curriculari denominati Unidades Curriculares Isoladas (60 ore minimo), su uno o più aspetti della tutorship (aggiornamento opzionale). 5. Il viaggio non finisce mai Durante la frequenza nelle varie strutture abbiamo potuto apprezzare un’ottima accoglienza e organizzazione, una buona modalità di interazione ed esposizione e una grande disponibilità e motivazione professionale da parte di tutti i professionisti incontrati. La modalità relazionale e comunicativa informale e spontanea basata sull’utilizzo della lingua spagnola e portoghese ha consentito a tutto il gruppo di comunicare e comprendere con facilità. Abbiamo incontrato persone con grande professionalità, con capacità organizzative e solide competenze, con particolare riferimento alla professionalità infermieristica, che ha acquisito un’evidente specializzazione e una forte autonomia, sia in ambito ospedaliero che territoriale. La figura professionale del fisioterapista incontrata in due delle strutture visitate, esercita invece la propria professione con scarsa autonomia (solo con prescrizione fisiatrica) e in concomitanza e “competizione” con l’infermiere specializzato in fisioterapia, situazione che genera una notevole confusione di ruoli. 8 Il Curso de supervision clinica, a carattere teorico-pratico della durata di 900 ore annuali, e organizzato dalla Scuola Superiore di Infermieri di Porto, propone la seguente offerta formativa: introduzione alla supervisione clinica in infermieristica di I e II livello, epistemologia dell’infermieristica, pedagogia, comunicazione e relazione, pratica di supervisione clinica in infermieristica, introduzione ai sistemi di informazione infermieristici, pratica basata sull’evidenza, infermieristica etica. Un aspetto che ci ha particolarmente interessato, e che vogliamo sottolineare, è che nelle strutture cliniche visitate emerge un forte interesse nei confronti della ricerca non solo medica ma anche delle professioni sanitarie in genere. Nelle diverse realtà sanitarie e formative abbiamo potuto constatare l’enorme quantità di materiale come riviste, articoli, progetti, studi sperimentali prodotti da studenti, formatori, docenti e professionisti vari. Tutor, docenti e responsabili dei servizi e delle istituzioni formative concorrono a supportare progetti innovativi che spesso producono processi di miglioramento all’interno dei servizi. Abbiamo potuto constatare come, ad esempio, un progetto di ricerca effettuato da uno studente di infermieristica del quarto anno abbia prodotto un protocollo di comportamenti che l’infermiere e il fisioterapista possono adottare per supportare e sostenere il caregiver del paziente. Il protocollo in oggetto era esposto in formato di grande poster in uno degli spazi del reparto. Non sappiamo se siamo state in grado di capire la complessità del sistema formativo e organizzativo portoghese. Milena in una sua mail scrive: “Ciao cara, oggi la giornata è iniziata con un bel sole e cielo azzurro...! Tranquilla, Morena ieri sera si è incaricata di rispondere alle tue mail perché aveva voglia di stare al computer, però non è così semplice spiegare per iscritto quello che stiamo vivendo e vedendo, per cui ci riserviamo di farlo meglio a parole. Nel frattempo cerchiamo anche di svagarci. Ieri sera abbiamo assistito a uno spettacolo di Fado ma era vietato l'uso di foto e videocamera. Mangiamo e camminiamo un casino. L'ombrello purtroppo ci serve (a tratti), ma non ci scoraggiamo. La cosa che personalmente mi lascia una sensazione piacevolissima è la presenza costante dei gabbiani in cielo che con le loro voci mi danno un grande conforto... Va beh, ora andiamo a lavorare ... Baci”. Tra una parola in spagnolo e l’altra in portoghese abbiamo potuto sperimentare una splendida ospitalità in stile portoghese fatta di buon caffè, pastèis de Belèm e tanti sorrisi. Abbiamo anche percepito il loro bisogno di mostrare adeguatezza, qualità e tecnologia avanzata. Abbiamo avvertito l’esuberanza e il desiderio di progettare e di crescere dentro l’Europa e, forse, tra qualche non detto e non mostrato, un certo timore del confronto. Ma poi… giungeva la sera, fresca a novembre, la pioggia, il fiume e le luci, una passeggiata e un bicchiere di Porto, per riderci su. L’esperienza in Romania Bianca Barattoni, Valentina Gualandi, Maria Mercedes Gutierrez Valero, Leonardo Montanari, Maria Siotto9 1. Le attese e l’incontro con la Romania Quello che segue è il racconto di un breve viaggio, forse troppo breve, compiuto da un eterogeneo gruppo di cinque operatori (due infermieri, due ostetriche, una farmacista) all’interno del sistema sanitario e universitario della città di Brasov in Transilvania, Romania. E’ un tassello del progetto PROMOS: l’esperienza fatta per approfondire la conoscenza delle pratiche tutoriali in altri paesi della Unione europea, allo scopo di sviluppare confronto in vista del sempre più intenso scambio di studenti, ma anche di professionisti, che scelgono di lavorare in un paese diverso da quello di nascita o di formazione. I luoghi delle nostre osservazioni sono le aule universitarie, e soprattutto, le sedi di tirocinio sparse nei vari ospedali cittadini, scelte in base alla loro rappresentatività e al nostro interesse. In questi anni la trasformazione del Corso per Assistenta Medicala Generala (la nostra infermiera) è stata complessa e veloce, come del resto quella del sistema universitario, di quello sanitario, o più semplicemente della Romania stessa. Per questo l’università e la sanità rimarranno in questa narrazione contesto: indispensabili per capire la pratica della tutorship all’interno dei luoghi di cura, ma anche ambiente troppo complesso per essere raccontato, se non attraverso la sua influenza sugli attori coinvolti. Le stesse considerazioni dei professionisti intervistati sono utili non tanto per la loro oggettività, quanto perché sono espressione del loro modo di sentire e operare. Nell’ambito di questa esperienza è interessante parlare della città di Brasov e della sua provincia, da molti considerata “la capitale culturale” della Romania. Questo per sottolineare che il nostro sguardo, oltre che per un tempo limitato, si è esercitato solo in uno specifico e particolare territorio. Difficile è dire, fino a che punto, quanto abbiamo osservato sia estendibile all’intera Romania. Malgrado molto di quanto riportato in questo testo sia frutto di osservazioni sistematiche, si è scelto di mantenere uno stile narrativo. Questa scelta ci permette di separare fatti, opinioni degli intervistati, nostre interpretazioni e di offrire uno sguardo sul contesto generale senza appesantire eccessivamente la lettura. Partiamo il 6 dicembre. “Come quando da bambini la notte prima della partenza era quasi insonne, ho dormito poco. L’adrenalina era alta, i pensieri che per quanto tu ti impegni si accavallano: non si riesce a fermarli. Pensi che con la “maturità” hai acquisito padronanza di te stesso. Scopri invece che è come a otto anni. Finalmente è ora, avevo anticipo la sveglia. Finalmente si parte e si vivrà l’esperienza dopo averla immaginata tante volte in tanti modi diversi”. Quattro su cinque partiamo da Bologna. Mi faccio accompagnare da mia figlia in stazione; nell’atrio arrivano Mercedes, poi Maria e Leonardo. Ho già i biglietti per tutti, si va al binario e si inizia per davvero. Gli scambi tra noi quattro cominciano intensi. Ci si comincia a conoscere meglio. Negli incontri preparatori l’attenzione era su altri aspetti. Da anni per professione, la relazione tra le persone è l’aspetto più importante. Penso che la qualità della relazione che riusciremo a costruire nel gruppo assicurerà il buon esito del viaggio. Mi sembra già di condividere valori: con gli altri la puntualità, il senso del dovere, aspettarsi e supportarsi se occorre. 9 Bianca Barattoni, Servizio farmaceutico, Ospedale Maggior; Valentina Gualandi, Consultorio Familiare, Poliambulatorio Mazzacorati; Maria Mercedes Gutierrez Valero, UA Post Acuti, Ospedale Belluria; Leonardo Montanari, UA Post Acuti, Ospedale Maggiore; Maria Siotto, Consultorio Familiare, Poliambulatorio Saragozza. A Forlì decidiamo per il trasferimento in taxi. In aeroporto, mentre facciamo il check-in, arriva anche Bianca, accompagnata da suo fratello. Ora il gruppo è al completo. Nell’attesa della partenza passando attraverso i controlli di sicurezza si scherza. Si consolidano le basi per fare gruppo”. Vogliamo condividere anche la bellezza della città che ci ha accolto: Brasov. Situata nella parte centrale del paese, lungo il fiume Olt, la provincia di Brasov è in effetti il “paese del turismo”. È più facile parlare di questi posti senza avere un interesse turistico, che specificare i luoghi innumerevoli dove l’occhio e il cuore vengono affascinati dai meravigliosi paesaggi. Le origini di Brasov come città medievale si perdono in tempi passati. Gli edifici di Brasov possono dire molto riguardo allo sviluppo della città attraverso le diverse epoche. Denominata anche “Kronstadt” o “Corona”, fu la residenza degli artigiani, gioiellieri e negozianti della Transilvania. Scrive Valentina in una sua mail prima di partire: “Quando cerco di studiare inglese, mi vengono delle idee che mi portano lontano. Che cosa portiamo “noi di Bologna”… Non penso alla professione, non penso alla tutorship ... . Ho visto in internet Brazov e mi sembra davvero carina, la Bologna rumena, una popolazione di 200.000 abitanti. Guccini direbbe “con il culo sui colli”, un bel centro vecchio, una piazza, i portici e tanto verde ...”. 2. L’accoglienza Dal 2005, in conformità con le norme comunitarie europee, il Corso di Laurea in Infermieristica, successivo ai 12 anni della scuola superiore, è di 4 anni e prevede 240 crediti 10. Per frequentare il corso è obbligatorio avere un diploma di scuola superiore e superare test di ammissione in anatomia. Da anni l’Università e il Corso di Laurea hanno programmi di collaborazione e scambio con altre università rumene ed europee. Sono queste le prime informazioni che riceviamo dalla presentazione di Liliana Rogozea 11, svoltasi nell’aula informatizzata del Corso per Assistenta Medicala Generala, presso la Facoltà di Medicina. In questa occasione conosciamo due studentesse del secondo anno, Cristina e Anca, che parlano italiano e si improvvisano traduttrici per accompagnarci nelle sedi di tirocinio. In realtà, nei giorni successivi, Anca viene sostituita, assente per malattia, da Ioana, che non parla italiano ma un ottimo inglese. La loro presenza sarà preziosa, più ancora che come traduttrici - spesso la comunicazione diretta con i vari interlocutori sarà possibile - come testimoni e mediatrici della complessa realtà in cui ci immergeremo. Una delle informazioni più interessanti, per i suoi risvolti formativi, è che ogni studente, dal suo primo giorno di pratica, può compiere qualunque mansione o tecnica infermieristica a cui l’infermiere di affidamento lo autorizzi. Lo studente durante ogni tirocinio produce un piano clinico assistenziale: un’elaborazione teorica sulla quale verrà valutato in sede universitaria, e guidato nelle successive esperienze. Ritorneremo in questa stessa aula per assistere alla lezione di una tutor, dopo alcuni giorni trascorsi visitando varie sedi di tirocinio ospedaliero previste dal programma di mobilità. In pratica, le lezioni si svolgono ogni pomeriggio, dopo che al mattino gli studenti si sono recati nelle varie sedi di tirocinio. Pensiamo che in questo modo si voglia utilizzare la maggiore attività mattutina delle strutture sanitarie per collegarla in tempi brevi a una riflessione teorica. 10 Il percorso formativo, secondo gli standard formativi disposti dalla normativa dell’Unione europea per la professione infermieristica, comprende sia attività didattica teorico pratica sia attività di pratica clinica; particolare rilievo riveste l’attività formativa pratica e di tirocinio clinico. 11 Liliana Rogozea, docente e general chancellor, Transilvania University of Brasov. L’insegnamento verte sulla presentazione di casi clinici. In particolare abbiamo potuto osservare un caso in cui il paziente era affetto da patologie dell’apparato respiratorio. Dopo la presentazione, viene stimolato il confronto, sollecitando l’inquadramento del caso, la sua gestione in autonomia o in collaborazione con figure mediche. Gli studenti vengono invitati a individuare obiettivi, interventi necessari a raggiungerli e modalità di verifica, attraverso un procedimento di dialogo collettivo, definibile maieutico. Successivamente, il lungo pomeriggio degli studenti continua in aula con simulazioni di tecniche infermieristiche. Un aspetto che ci ha colpito è lo stile comunicativo. Abbiamo potuto osservare nelle varie situazioni che i professionisti abitualmente parlano con un volume di voce moderato e più lentamente. Gli interlocutori si concedono nel proprio turno nella conversazione pause chiare e definite. Raramente le voci si sovrappongono e il più spesso chi prende la parola lo fa dopo una piccola pausa, che a noi tende ad apparire molto lunga. Naturalmente non vogliamo generalizzare, bensì parliamo di un’impressione consolidatasi con la nostra permanenza. Forse l’interesse nasce dallo stile comunicativo tendenzialmente diverso dal nostro. 3. L’esperienza sul campo nelle varie strutture Se in ambiente universitario le differenze con la nostra realtà ci sembrano sottili e sfuggenti a causa della nostra fugace osservazione, l’impatto con le strutture di cura è decisamente più rilevante, in particolare per la discordanza che rileviamo pensando ai nostri servizi. La sanità rumena si trova attualmente in grave difficoltà: saranno spesso i nostri stessi interlocutori a rilevare la carenza materiale delle loro dotazioni. Aggiungiamo comunque che tale carenza è spesso in contrasto con la preparazione degli operatori, che sembrano perfettamente a conoscenza di tecnologie e pratiche a loro non disponibili, e in possesso di una buona informazione su realtà di altri paesi, che a noi appare superiore alla nostra. All’Ospedale Astra che abbiamo visitato, l’edificio pare riflettere la difficile situazione. Nel vecchio edificio il labirinto di corridoi angusti e oscuri evocano alcune suggestioni. E’ un ambiente decisamente più adatto a soddisfare le esigenze di un antico convento, piuttosto che quelle di un moderno ospedale. La prima cosa che colpisce è la difficoltà nel distinguere fra loro infermieri, medici e altri operatori, e a volte dai pazienti stessi. Gli indumenti sanitari, di varia foggia e colore, non sono in alcun modo rappresentativi della categoria di appartenenza. Le studentesse che ci accompagnano ci spiegano che l’acquisto degli abiti da lavoro, avviene su base personale, quindi con criteri personali di funzionalità, qualità e gusto. E’ possibile, a questo proposito, osservare sia camici spartani che abiti perfettamente adattati al portatore, che possiamo definire eleganti. In inverno vengono utilizzati, come da noi, abiti supplementari. La mancanza di standardizzazione porta spesso operatori e operatrici a sceglierli fra accappatoi o vestaglie da camera. Da qui la nostra potenziale confusione fra operatori e utenza. In un solo reparto tra tutti quelli visitati nella nostra permanenza, abbiamo visto una vera e propria divisa, usata all’interno di un’unità operativa, contrassegnata dal logo di uno sponsor, ben visibile sul petto a sinistra. Altra dissonanza è la generale mancanza del suono dei campanelli di chiamata per il personale, da noi onnipresente. E i malati apparentemente non sembrano soffrirne particolarmente. Assenti sono anche i richiami verbali o segni di esplicitata insofferenza. Ci verrà detto che la suddivisione del lavoro di assistenza in settori, e quindi il sostanziale presidio delle camere da parte degli operatori, minimizza il disagio. In Medicina Interna e Riabilitazione Nel corso della visita al reparto di Medicina Interna e Riabilitazione, accompagnati dalla caposala Maria Dragoi, riusciamo finalmente a mettere ordine alla confusione fra termini, funzioni e traduzioni, nella nostra ricerca della figura del tutor all’interno delle strutture sanitarie. Il successo comunicativo produce un risultato che sembra derubarci del nostro principale oggetto di ricerca: non esistono particolari inquadramenti funzionali o economici, il tutor di tirocinio semplicemente non esiste. L’unico ad avere diritto ad essere identificato con tale sostantivo è l’insegnante dell’aula. Successivamente ci viene detto che la figura alla quale noi ci riferiamo è identificata come “mentor”. Mentore è, secondo chi ci parla, l’operatore che in ambito pratico si prende cura dell’apprendimento dello studente. “Mentore è il nome dell’amico e consigliere di Ulisse, divenuto maestro e guida del figlio Telemaco durante la sua assenza per la guerra di Troia. Etimologicamente mentore rimanda alla radice indoeuropea men, che evoca il significato di pensiero e forza vitale, conservati anche nella lingua greca e in quella latina”12. Malgrado siano a volte confusi e trattati come sinonimi, nella letteratura di riferimento le definizioni di mentore e tutor, tendono a fare assumere a due figure apparentemente simili caratteristiche diverse e peculiari. Entrambe impegnate in una funzione di mediazione e facilitazione all‘apprendimento, le due figure si differenziano principalmente per la necessaria codifica e l’inquadramento all’interno di una istituzione formativa tutoriale. Il mentore non ha necessariamente una funzione istituzionale e un’intenzionalità dell’atto pedagogico. Egli è scelto dall’allievo e deve accettare. Con il mentore, ben oltre le asimmetrie di ruolo, è possibile una comunione psicologica profonda, che nei suoi esiti migliori può ricordare la “bottega” dell’artista rinascimentale, o le guide spirituali dell’Oriente. Il mentore può essere portatore di insegnamenti che vanno oltre il suo ruolo istituzionale, e a volte contrastare con esso13. In Chirurgia generale e toracica Entrando nello studio del professore, primario di Chirurgia generale e toracica e docente universitario, le studentesse che ci accompagnano mostrano uno strana mescolanza di profondo rispetto e cordialità. Alla domanda se sia un loro docente rispondono negativamente. Lo conoscono perché in università lui rivolge la parola a tutti, scherza, è molto buono, dicono. Lo studio è tappezzato di disegni: una caricatura del primario stesso e vignette satiriche a carattere sanitario. In riferimento al tirocinio egli afferma che gli studenti sono troppi, non è possibile seguirli correttamente, stabilire una relazione. Si interrompe e dopo una breve pausa cambia argomento. Ci racconta che il suo reparto è costretto ad affrontare gravi carenze, dopo gli anni della transizione politica, gli enormi cambiamenti, la fluidità dei riferimenti. L’attuale crisi economica rende le cose ancora più difficili: ad esempio è costretto ad utilizzare come tubi di drenaggio toracico normali tubi di aspirazione. Bisogna riuscire a dare comunque delle risposte - si giustifica - ci sono le urgenze, sottrarsi non è opzione praticabile. “Gli operatori che incontriamo sono consapevoli delle carenze. Spesso il chirurgo toracico compra le garze grasse per le medicazioni. Dai loro sguardi sembrano chiedersi perché siamo lì, ma che cosa siete venuti a vedere….Tutti sono cortesi e rispondono alle nostre domande, ma poi tornano rapidamente al loro lavoro. Si coglie che il lavoro è pressante. Mi sembra di percepire la volontà, nonostante i numerosi problemi, di lavorare al meglio. La mia mente torna a quando anche noi nei nostri reparti non utilizzavamo il monouso. Ho come un sussulto e mi domando “E se per un qualche motivo ci trovassimo anche noi nelle loro condizioni?” Quale reazione? Saremmo in grado di individuare le migliori pratiche possibili? O andremmo in burnout?”. Alla domanda se svolga attività privata, il Professore si avvicina alla finestra e indica il suo studio, dicendo che non è lontano, a pochi passi. Improvvisamente si avvicina a un enorme armadio, apre le ante e rimane per alcuni secondi in silenzio, mostrandone il contenuto: principalmente fleboclisi e materiale a perdere per medicazioni; il materiale a perdere è estremamente raro, diffusi sono i cestelli di sterilizzazione, per ferri e garze. Senza mostrare alcun orgoglio, ma con un poco di 12 13 Scandella O. (2007), Interpretare la tutorship, FrancoAngeli, Milano. Ibidem. tristezza, dice come quello sia materiale che acquista personalmente per i pazienti. Quando richiude l’armadio, sulla parte esterna dell’anta è possibile notare un poster, scritto in francese: è la riproduzione dei diritti dell’uomo e del cittadino della rivoluzione del 1789. “La giornata inizia presto e fa molto freddo. Ci diranno che ci sono 10 gradi sotto zero. Abbiamo problemi con le batterie del computer. Cerchiamo un’elettricista. Per me sta diventando un incubo. Non possiamo utilizzare il computer. Quando si dice “i casi della vita”: incontriamo un elettricista romeno (non sappiamo come si chiama). Lavora da 14 anni in Italia e per molti anni ha abitato a Casalecchio di Reno, lavorando per Ducati e Sabiem. Attualmente lavora a Ferrara. E’ appena arrivato a Brasov dove abita la famiglia. Ha viaggiato per 22 ore dandosi il cambio di guida con un amico. L’elettricista con una pinza che ha in auto, toglie la terra dalla mia spina e d’ora in avanti potrò caricare le batterie. Non posso fare a meno di pensare a cosa diranno a casa dell’intervento sul computer nuovo. Ci avviamo verso l’ospedale”. Durante la visita al reparto di Chirurgia toracica ci vengono indicati gli studenti: un gruppo di sette giovani dagli indumenti sanitari multicolore, che si stringono in un angolo del corridoio e chiacchierano fra loro. L’incontro si rivela particolarmente proficuo quando incontriamo le due tutor/mentor che vengono a valutare l’attività di alcuni di loro. Dopo la consueta difficoltà a ritrovare la corrispondenza terminologica e di senso, apprendiamo che queste tutor non appartengono al corso universitario. Dal 1999 esiste un Corso statale per infermiere - 3 anni di studio - che richiede la frequenza di 12 anni di scuola, fino a quella superiore inclusa, e non è riconosciuto all’estero. Il corso è sopravvissuto alla parallela istituzione nel 2005 del corso universitario di 4 anni. Le tutor con funzioni tutoriali sia d’aula che di tirocinio e in possesso di master universitario, quotidianamente, a differenza di quanto accade nel corso universitario, visitano i loro studenti nelle sedi di tirocinio, si confrontano con gli operatori, intervengono in caso di difficoltà e compilano una scheda personale sulle attività dello studente. Dalle loro parole sembra trasparire il tentativo di mantenere una continua relazione di trasposizione e confronto fra attività teorica e pratica. A complicare la situazione, ci verrà detto in seguito che esistono anche enti privati che si occupano della preparazione di “infermieri. Ma ci è risultato difficile capire quali siano le attività svolte e le competenze richieste. In Neurochirurgia Il primario di neurochirurgia, si scusa perché non potremo assistere all’attività piena del suo reparto: ogni attività chirurgica ordinaria è sospesa, il giorno successivo egli andrà in ferie e si svolgeranno solo attività a carattere di urgenza (in coincidenza con una festività in Romania paragonabile per importanza alla nostra Epifania, che sembra precedere il Natale, e investe il periodo del nostro soggiorno). Ma questo per fortuna - dice - non limita, ma favorisce, la possibilità di conversare tranquillamente. Il primario, come molte delle persone incontrate, figura carismatica con accenni di anticonvenzionalità, anziché attendere le nostre domande inizia a porle. Ci viene chiesto il motivo per cui in Italia oggi, a differenza di quello che avveniva nel passato, si sia disponibili ad accettare figure professionali sanitarie senza alcuna esperienza, provenienti dalla Romania. Il nostro sparuto gruppo reagisce ondeggiando con la stessa perplessità dei nostri casuali interlocutori romeni, quando poniamo loro domande che richiedono risposte di precisa e minuziosa statistica sanitaria. Dopo avere balbettato una risposta di nessuna importanza, archiviamo comunque l’affermazione che la domanda contiene. Da anni, anche per ragioni contingenti, continua il neurochirurgo - le sue infermiere godono di una notevole autonomia attraverso una sua personale assunzione della responsabilità. Per anni, non più oggi, egli è stato l’unico neurochirurgo della sua unità operativa, primario senza medici: assente dal reparto per riposo o perché in sala operatoria, molto doveva essere necessariamente demandato alle infermiere. Esiste naturalmente un medico di guardia ospedaliero, che non è però un neurochirurgo. E’ così spesso più opportuno confidare sulle conoscenze in campo specifico delle infermiere: reperibile, di notte, la telefonata di una infermiera esperta era più che sufficiente a farlo tornare e fargli attivare la sala operatoria. Il primario esprime poi concetti che sembrano apparentemente contraddirsi. Da un lato, lamenta la perdita di alcune fra le migliori figure del suo personale, che si sono recate a lavorare all’estero. Dall’altro, pone dei dubbi sulla necessità per la Romania di una infermiera con una preparazione teorica così ampia come quella universitaria: consapevoli delle loro conoscenze, finiscono per avere aspettative professionali e retributive che la patria in questo momento non può soddisfare. Il primario di neurochirurgia per riferirsi alle infermiere usa spesso le parole “the girls” o “my girls”, con un atteggiamento indubbiamente paternalistico; fra le stesse “girls” che ci circondano e intervengono a tratti nella conversazione c’è sua moglie. “Non so perché ma non ho potuto fare a meno di pensare alle numerose donne rumene o di altri paesi dell’Est Europa che devono intraprendere viaggi verso l’ignoto. Spinte da problemi di povertà o per far studiare i figli o per integrare i magri stipendi del marito. Ho ascoltato le storie delle donne che vengono in consultorio, questo avviene già da parecchi anni e ultimamente sono aumentate… Mi sembra di poter dire che conosco il loro stato d’animo, mi sembra di percepire con più chiarezza le loro motivazioni e cosa vuol dire vivere per anni lontane dalla famiglia”. Come già in precedenza, siamo attratti dal mobilio delle guardiole degli infermieri, a volte estremamente confortevole a volte meno, ma scarsamente standardizzato. Comprendendo la nostra curiosità, una infermiera ci riferisce che lo hanno acquistato loro autonomamente; poi ci pensa e si corregge, dicendoci che in realtà lo ha comprato lui, il primario. 4. A passeggio per Brasov In una Brasov coperta di neve, in piena atmosfera natalizia, ci muoviamo faticosamente per raggiungere i vari luoghi della nostra esperienza. La città è molto pulita e ordinata, il centro storico sassone è molto curato. In piazza Sfatului, addobbata a festa, con il presepe, l’enorme albero, il palco per gli spettacoli serali, ambulanti vendono semplici rametti dipinti di bianco e avvolti nella carta stagnola. E’ tradizione riporli la notte negli scarponi. A varie riprese, fra il 1141 e il 1162, lavoratori sassoni vennero invitati dal re di Ungheria a colonizzare la Transilvania: per coltivare, lavorare nelle miniere, fondare città e per proteggere gli stessi confini dell’allora regno di Ungheria. L’influenza culturale della Germania è ancora oggi visibile e attiva nella quotidianità di questa città. Alcuni esempi: una delle studentesse che sovente ci accompagnano - Ioana, la nostra “traduttrice” romeno/inglese - aveva compiuto i suoi studi superiori alla scuola tedesca, nei pressi della Chiesa Nera; nei vari luoghi della città il tedesco sembra altrettanto o maggiormente diffuso dell’inglese; fra il materiale in uso nel reparto di neurochirurgia ci sono state indicate alcune donazioni, letti e lenzuola, provenienti dalla Germania. Elemento caratterizzante e onnipresente del paesaggio urbano sono le farmacie: si tratta spesso di bei negozi, con vetrine estremamente curate e ricche, che appaiono in numero decisamente maggiore, e con una diffusione molto più capillare di quanto normalmente non sia nelle nostre città. La farmacia del Policlinico, che consegna i farmaci ai reparti sulla base di richieste quotidiane, appare, per numero di impiegati e volume delle attività, di dimensioni abbastanza modeste. Questo per contrasto alimenta la nostra perplessità a fronte di una così massiva presenza delle farmacie in ambito cittadino. Il primario di Medicina interna e Riabilitazione, sostiene che le farmacie avrebbero in pratica sostenuto il sistema sanitario nei momenti di crisi, anticipando le forniture a fronte di pagamenti futuri. E’ possibile, in una provincia relativamente ricca come quella di Brasov, che le farmacie giochino un ruolo molto rilevante nell’assistenza extraospedaliera. Percorrendo le strade di Brasov, ci troviamo a passare davanti a uno scintillante edificio di nuovissima costruzione; accanto all’ingresso una monumentale macchina bancomat. L’edificio però sembra anche poco utilizzato; dalle vetrate perfettamente pulite si intravvedono enormi quantità di materiale imballato e intonso. Si tratta di un ospedale privato, la cui apertura è stata rimandata a causa della crisi economica e della difficoltà a reperire clienti. Siamo ormai sulla via del ritorno. “Poi tutto procede velocemente una notte dove si dorme poco: la sveglia, lo spostamento in aeroporto. I tempi senza fine dei controlli di sicurezza. L’aeroporto che è davvero piccolo e inadeguato per un traffico che nello spazio di un’ora deve far partire 6 aerei. Si parte, le condizioni meteo sono buone, meno turbolenze, qualcuno dorme. Sono vicina al finestrino e guardo le zone che stiamo sorvolando, all’andata non si vedeva nulla. A 20 minuti dall’arrivo vedo il mare, poi una striscia di terra. Riconosco la laguna veneta, la città di Venezia con dietro Marghera. Più lontano le montagne dell’arco alpino. E’ un’emozione avere l’atlante geografico aperto sotto di me. Infine virata e davanti a me c’è l’Appennino fino al Cusna, stiamo atterrando a Forlì. Ora non resta che arrivare in stazione prendere il treno per Bologna, avvisare Rossana e casa. Comincio a pensare che cosa racconteremo alle nostre famiglie, ai nostri, colleghi, ai nostri amici di questo viaggio. Il gruppo è stato l’aspetto di forza di questo viaggio. Le formazioni moderne nelle aziende prevedono esperienze di out-door. Io l’ho vissuta e credo di poterne testimoniare l’efficacia. Permette alle persone al di là della professione di incontrarsi come uomini, donne e scoprire, scoprirsi con competenze di solito non utilizzate, aprendo la mente a conoscenze inattese. Non so se come capogita sono stata utile al gruppo, loro sono stati molto utili a me”. Uno sguardo alle pratiche europee Ornella Scandella Questo contributo rappresenta una prima analisi delle testimonianze dei gruppi di operatori e operatrici che hanno soggiornato in Belgio, Portogallo e Romania, oltre che delle relazioni dei partner delle strutture che li hanno ospitanti. 1. La tutorship per la pedagogia del successo (Belgio) Il percorso della formazione alle professioni sanitarie presso l’ISEI è punteggiato di forme di tutoraggio, tanto da suggerire l’idea di una tutorship diffusa: metaforicamente, una rete di salvataggio dalle maglie strette contro l’abbandono e l’insuccesso. L’apprendimento, per così dire, teorico presso la scuola superiore prevede un tutoraggio d’aula svolto dal maître assistant (un docente che assume la funzione tutoriale in aggiunta al suo ruolo) e interventi di peer tutoring svolti da studenti-tutor a beneficio di studenti del primo anno in situazione di difficoltà o disagio formativo14. Nell’apprendimento, come si usa dire, sul campo entrano in scena tre figure tutoriali: il maître de formation pratique, un infermiere dell’ISEI che dedica al tutoraggio di ciascun studente un monteore settimanale di non poco conto (2,5 ore); l’infirmier chargé de l’accompagnement des nouveaux engagés du personnel rentrant et des étudiants en stage (ICANE), e l’infirmier relais étudiants (IRE), entrambi infermieri dei servizi ospedalieri che accolgono in reparto i tirocinanti e li accompagnano nell’esperienza di apprendimento. Tra queste figure, quelle cardine nel tutoraggio individualizzato dello studente tirocinante sono il maître de formation pratique (MFP) e l’infirmier relais étudiants (IRE). Il primo svolge le funzioni cruciali della tutorship: monitoraggio e valutazione del tirocinio, gestione della relazione di aiuto, trasferendosi nella sede dove si svolge il tirocinio. Il secondo affianca e sostiene lo studente continuativamente nella sua sede di servizio, dedicandogli un monteore del proprio orario di lavoro settimanale15. A complemento del tutoraggio nella sede del tirocinio opera anche l’ICANE. Si tratta di un ruolo svolto a tempo pieno da un infermiere di lunga esperienza professionale, istituito per assicurare la gestione e il buon andamento dei tirocini: una corretta collocazione degli studenti nelle unità di cura, il raccordo con gli infermieri responsabili della formazione, il coordinamento della rete degli IRE (ben 130 ne coordina l’ICANE delle Cliniche universitarie St. Luc di Bruxelles!). Sua prerogativa è anche quella di continuare l’azione avviata presso la scuola superiore per facilitare l’inserimento nel contesto del tirocinio, accogliendo i tirocinanti - ma anche i neoassunti - in setting di gruppo, fornendo loro strumenti pedagogici e logistici, gestendo seminari sulla sicurezza e sull’etica. La rete tutoriale, oltre che da professionisti-tutor è costituita anche da servizi e strumenti, tutti facilitanti l’apprendimento, con particolare attenzione all’acquisizione delle competenze comunicative in ambito professionale e di quelle riflessive. Ne sono esempi gli strumenti usati nei laboratori e negli incontri seminariali, che sono centrati sul problem solving, sull’analisi di caso, sulla riflessione a partire da pre-testi narrativi, quale ad esempio La carte des problèmes d’un 14 Ogni studente peer tutor riceve una formazione di 12 ore su principi della psicologia dell’apprendimento, coaching, gestione dello stress, ed è responsabile di 3 o 4 studenti per un massimo di 10 ore all’anno. 15 Figura istituita anche per volontà dello stesso ICANE di razionalizzare i suoi carichi di lavoro e ottimizzare il tutoraggio dell’esperienza sul campo, negli ultimi anni è stata fatta oggetto di riconoscimenti (inserimento di un suo logo nel badge e il coinvolgimento nella predisposizione di opuscoli informativi per studenti e di documenti di valutazione per migliorare il tirocinio). patient. Lo stesso strumento Référentiel de compétences denota attenzione allo sviluppo dell’autonomia dello studente, in termini di automonitoraggio e autoregolamentazione del processo apprenditivo, non solo di valutazione finale o di mera certificazione16. Un esempio di servizio è il SAR (Service d’aide á la réussite), istituito per legge in tutte le Hautes Ecoles della Comunità francese, per rilevare il fabbisogno formativo in termini di recupero e attivare adeguati interventi. Con intento tutoriale vengono promosse altre iniziative: seminari per aiutare a connettere apprendimenti teorici e apprendimenti esperienziali, azioni di supporto alla ricerca bibliografica da parte di un infermiere appositamente impiegato presso la Biblioteca dell’ISEI, e consulenze metodologiche agli studenti nella predisposizione della tesi di laurea. L’insieme delle figure, dei servizi, metodi e strumenti tutoriali disegna un dispositivo complesso e articolato17. Esso è stato costruito nel tempo per migliorare l’apprendimento dei futuri infermieri, facilitandone il cammino formativo con ausili propri di una pedagogie de la réussite, ancorata al paradigma della centralità del soggetto e dell’apprendimento, di matrice francese; un dispositivo mirato ad attrezzare il soggetto a diventare il connettore tra gli apprendimenti e fra le esperienze che vive; un modello nel quale anche nell’apprendimento sul campo vengono usati numerosi strumenti per attivare i tirocinanti a riflettere e imparare. La visione tutoriale che ispira questo modello si inscrive comunque nel più ampio disegno politico di incrementare la qualità dell’offerta formativa dell’istruzione superiore: l’obiettivo posto agli Stati membri dalla Dichiarazione di Bologna nella riunione dei ministri dell’istruzione dell’UE del 1999, nella quale furono stabiliti obiettivi, ambiti e criteri per uno “spazio europeo dell’istruzione superiore”. 2. La tutorship di qualità e per la qualità della formazione (Portogallo) La realtà portoghese mira a garantire agli operatori sanitari un progressivo e costante sviluppo di conoscenze e competenze, pensiero critico e decisionalità consapevole. Questo è uno degli obiettivi per il più ampio traguardo della qualità del sistema sanitario in Portogallo, in nome del quale si è dato origine a protocolli, indicatori, standard di riferimento, forme di indirizzo e vigilanza. Nell’attenzione alla qualità e all’innovazione, non va sottaciuto che il Portogallo è uno dei 27 paesi europei che hanno firmato la Dichiarazione di Bologna. Una visione qualitativa sistemica sembra ispirare e permeare le scelte in merito alla cura della professionalità degli operatori sanitari (infermieri, ostetriche, fisioterapisti, ecc.), dalla loro formazione iniziale a quella continua, ivi compresa quella dell’operatore da impiegare come tutor e supervisore clinico. Chi è il tutor nel sistema della qualità? E’ innanzitutto una peculiarità del sistema stesso: un “supporto per elaborare, implementare e riflettere sulla pratica professionale, per stimolare un miglioramento continuo, contribuendo alla qualità dell’assistenza e al raggiungimento della soddisfazione professionale”. In Portogallo si pone molta enfasi al processo di apprendimento pratico per l’acquisizione o il potenziamento di competenze professionali in ambito infermieristico, che sono definite dall’Ordine degli infermieri. Lungo il percorso di sviluppo e qualificazione professionale, dalla formazione iniziale a quella continua, sono infatti previste numerose opportunità di tirocinio: nel corso di laurea in Scienze Infermieristiche; nel periodo di “pratica monitorata” post-laurea; 16 All’ISEI si presta molta attenzione alle competenze professionali come ancoraggio per il percorso accademico e per il tirocinio. Dal 1995 è stato elaborato un Repository delle competenze infermieristiche, con metodologia socio-costruttivista, che ogni tre anni viene aggiornato e migliorato: uno strumento punto di riferimento per docenti, infermieri, figure tutoriali e studenti. 17 La complessità del dispositivo tutoriale è data dalla quantità e dalla tipologia di azione e strumenti, oltre che dal dispiegamento di risorse umane, diversamente funzionali. al termine del corso di specializzazione post-laurea; nell’inserimento di un neoassunto in un’Unità Ospedaliera. Un’altra opportunità è prevista durante l’attività lavorativa, quando un infermiere, intenzionato a sviluppare determinate capacità, chiede di essere seguito da un collega riconosciuto supervisore clinico dall’Ordine degli Infermieri. Le varie forme di praticantato e i tirocini sono sempre svolti in situazione di tutoraggio/supervisione clinica. Il tutor - più comunemente noto come mentore - è un infermiere scelto dalle sedi formative (scuole superiori, università) che a tempo parziale affianca studenti in tirocinio e laureati durante l’Exercício profissional tutelado nell’esperienza di apprendimento presso poliambulatori, ospedali, cliniche, ospizi: un affiancamento inteso come dispositivo per la qualità della formazione. L’affiancamento di infermieri specializzandi e neoassunti avviene ad opera di un supervisore clinico, autorizzato e incaricato dall’Ordine degli infermieri. La supervisione clinica è una relazione basata su principi pedagogici di facilitazione di una persona inserita in un processo educativo, affinché essa impari con l’aiuto di un’altra persona riflessiva con grande esperienza professionale. Con questo significato la supervisione clinica è assimilabile alla tutorship. Il profilo delle competenze del tutor è definito dall’Ordine degli infermieri e prevede il possesso di competenze tecnico professionali, competenze di lettura del contesto, competenze di problem solving, decision making, competenze di natura pedagogica, tra le quali valutare le performance e il progresso della persona monitorata, competenze relazionali (ascolto, comunicazione assertiva, empatia, rispetto, capacità di dominare le emozioni e lo stress); oltre che propensione alla riflessione, allo spirito critico, al rigore e all’impegno nella riuscita del lavoro. Nel panorama delle pratiche tutoriali le modalità di impiego del tutor/supervisore possono variare da una scuola all’altra. Per l’attribuzione dell’incarico alcune scuole di infermieristica chiedono una formazione specifica, altre motivazione ed esperienza professionale; talvolta costituisce titolo preferenziale l’esperienza acquisita nella partecipazione a progetti di ricerca scientifica. Presso la Portuguese Society for Mental Health Nursing (SPESM), struttura ospitante del progetto PROMOS, per divenire tutor è prevista la frequenza obbligatoria di corsi di lunga durata, oltre che un percorso sulla supervisione di ben 150 ore. Sono in genere previste forme di aggiornamento per gli infermieri tutor/supervisori, che possono accedere su richiesta con cadenza quinquennale a corsi di Unidades curriculares isoladas. Alcune realtà ospedaliere organizzano particolari forme di supporto: una formazione mensile in supervisione clinica, la presenza quotidiana nei reparti/servizi di un esperto, che funge anche da stimolo per la ricerca. Nella realtà portoghese, unica forse nel panorama europeo, si incontra anche chi fa il tutor come professionista autonomo, avendo sottoscritto con la scuola o l’università da cui dipende un contratto di lavoro libero-professionale, in base al quale esercita anche in sedi diverse da quella di appartenenza. In merito al riconoscimento del lavoro tutoriale, alcune scuole considerano il carico orario (computato nel monteore settimanale), variabile in base alla criticità e complessità dell’area in cui egli opera (es. rianimazione); altre scuole o università riconoscono crediti spendibili per la formazione in supervisione clinica o per la partecipazione a corsi di aggiornamento. Può costituire forma di riconoscimento e incentivo per il tutor anche il suo coinvolgimento in progetti innovativi, alcuni dei quali sono progetti di ricerca sulla qualità dei servizi, svolti in collaborazione con docenti e responsabili dei servizi e delle istituzioni formative. Il tempo impiegato per fare il tutor non prevede standard, ma varia per tipologia di impiego. Il tutor di tirocinio segue di norma un tirocinante in un setting duale (tutor/tutorato); ma è stata osservata anche la modalità del setting di gruppo presso l’Universidade Catolica Portuguesa. 3. La tutorship per l’apprendi-stato professionale (Romania) La tutorship in Romania è assunta in aula dal docente nel Corso di Laurea in Infermieristica, e si sottolinea, con approccio teorico-pratico. E’ proprio questa l’informazione che sembra fare da file rouge a tutto il quadro informativo costruito nel soggiorno a Brasov: l’approccio esperienziale contrassegna un modello che privilegia la dimensione pratica e concreta dell’apprendimento, dove non pare assolutamente sminuita la dimensione teorica, ma dove il “saper fare” sostanzia e orienta tutti i processi formativi alla professione, da quelli in aula a quelli nei servizi ospedalieri. Ci sono segni forti nelle pratiche osservate, a supporto di questa considerazione: il tirocinio si svolge dal primo anno; l’attività del tirocinio nei servizi è collocata al mattino; l’attività accademica in aula, che si svolge di pomeriggio, è in buona parte centrata sull’analisi e discussione di casi; l’analisi di caso prevede anche simulazioni tecniche. Nella realtà dei tirocini formativi presso i reparti ospedalieri o gli ambulatori medici il tutor è figura generalizzata e più nota con la denominazione di mentore. Il mentore è un infermiere del reparto dove viene inserito il tirocinante, con esperienza lavorativa in esso almeno biennale, per essere operativamente in grado di contestualizzare l’esperienza. Tutti gli infermieri hanno la qualifica di mentori. Il mentore è figura importante nel tirocinio: decide in quali attività del reparto/servizio coinvolgere lo studente, ne modula la gradualità per livello e tipo di apprendimento, diventa egli stesso oggetto dell’osservazione sul campo, valuta lo studente durante la pratica di tirocinio (capacità tecniche e relazionali, atteggiamenti sul lavoro, rispetto delle regole). In questa veste il mentore richiama per analogia - come raccontano gli stessi partecipanti - il maestro di bottega medioevale e rinascimentale, o le guide spirituali d’Oriente. Nella pratica della formazione infermieristica romena l’utilizzo del termine mentore è vicino al senso etimologico18, ovvero colui che stimola e sostiene il processo di socializzazione professionale attraverso un’esperienza in contesto lavorativo; un apprendere in vista di uno status professionale: quasi un’iniziazione al ruolo. Ciò sottolinea la postura apprenditiva del tirocinio/apprendistato che non è di mera osservazione di quanto accade nel servizio, ma, come nella bottega medioevale, di messa alla prova e applicazione lavorativa, sotto una guida. La guida a volte viene semplicemente imitata, altre volte spiega, esorta e aiuta a costruire significati: ecco forse il motivo per chiamarla mentore. Una figura di istruttore sovrintende al buon andamento del tirocinio, presidiando affinché le condizioni dell’apprendimento non vengano meno, anche con interventi correttivi nel caso di difficoltà riscontrate e analizzate con il mentore; prepara inoltre lo studente al tirocinio informandolo e predisponendo con lui un piano di azione. Il raccordo tra sede formativa e sede di tirocinio è affidato a un docente che cura gli aspetti comunicativi tra i soggetti coinvolti, e quelli valutativi. Anche gli strumenti appositamente predisposti giocano un ruolo nel raccordo, come nella gestione complessiva dell’esperienza, assicurando piani di lavoro e standard di riferimento. Quelli cardine per il tirocinio all’Università Transilvania di Brasov sono: il dossier dell’assistenza sanitaria, che lo studente è tenuto a elaborare per ogni tirocinio che realizza; 18 Mentore è il maestro di Telemaco, figlio di Ulisse, durante la sua assenza per la guerra di Troia. Etimologicamente mentore rimanda alla radice indoeuropea men, che evoca il significato di pensiero e forza vitale, conservati anche nella lingua greca e in quella latina. Per approfondire: Mottana P. (1997), cit.; Zannini L. (2005), cit., pp. 103-107; Scandella O. (2007), cit, pp. 21-25. il documento di valutazione del tirocinio; il libretto di valutazione del tirocinio dello studente. Il ruolo chiave per l’apprendimento sul campo sembra comunque essere quello del mentore, che, come il maestro di bottega, attraverso il lavoro esibisce le sue capacità; mentre l’apprendista osserva, imita, si sperimenta, in un ambiente dove anche l’errore può essere occasione di confronto e apprendimento. 4. Il valore aggiunto di PROMOS Grazie al progetto PROMOS trovano conferma alcune convinzioni e attese con le quali abbiamo intrapreso questa esperienza in Europa. La tutorship è interpretata come relazione pedagogica per promuovere autonomia di pensiero tramite una postura cognitiva orientata alla riflessività. Essa è implementata come funzione aggiuntiva e non come ruolo professionale autonomo. E’ intesa come dispositivo di qualità per la formazione iniziale e continua delle diverse professioni e per la qualificazione professionale durante la vita lavorativa. E’ generalmente intesa come relazione versatile, difficilmente standardizzabile e omologante, ovvero a prescindere dai contesti nei quali viene interpretata: dalla cultura organizzativa, dai bisogni dei soggetti, dall’hic et nunc della relazione e dei suoi imprevisti. Come ci si attendeva, le pratiche tutoriali europee delineano uno scenario disomogeneo, quanto a modelli organizzativi, focalizzazioni culturali e tipo di figure impiegate. I tre modelli incontrati in Europa rispondono, pur nell’ampia e comune istanza tutoriale, a esigenze diverse: dalla pedagogie de la réussite del modello dell’ISEI in Belgio, alla qualità del sistema tutoriale come parte di quello sanitario in Portogallo, fino a un efficace apprendistato professionale in Romania. Potrebbe sembrare banale, ma alla fine del viaggio PROMOS ci conforta sapere che anche in altri paesi i tutor ci sono e sono molti, e che la tutorship è importante. Ci ha sorpreso venire a conoscenza che anche in Europa quello del tutor e della tutorship è un mondo in evoluzione verso una più matura e consolidata identità. Che esso vive e risente della cultura formativa e delle linee di politica europea in tema di istruzione e formazione, presentate agli Stati membri nell’ultimo ventennio per fare dell’Europa una società della conoscenza (Strategia di Lisbona, processo di Copenaghen), per consentire una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva (Europa 2020); per dare vita a uno spazio europeo dell’istruzione superiore, facendo convergere i diversi sistemi di insegnamento superiore verso una maggiore trasparenza (processo di Bologna). Ci ha sorpreso sapere che il tutor, quale dispositivo della qualità nell’ambito del sistema sanitario, è esso stesso fatto bersaglio di qualità: valorizzato e riconosciuto tramite la definizione del suo profilo di competenza dagli stessi Ordini professionali, preparato con percorsi iniziali di lunga durata e accompagnato durante il suo lavoro con consistenti iniziative di supervisione, come accade in Portogallo. Ci ha confortato sapere che il lavoro del tutor prevede forme e figure di supporto e di controllo; e inoltre che sono sempre in predisposizione e revisione strumenti didattici per l’efficacia del lavoro tutoriale nel corso dell’esperienza sul campo, come accade in Belgio. Per tutte queste ragioni, ci paiono maturi i tempi per sperare di giungere a definire una carta della qualità europea per le funzioni tutoriali esercitate a supporto dei tirocini e dei nuovi inserimenti lavorativi, magari sulla falsa riga della Carta europea di qualità per la mobilità nella Comunità 19. E per prevedere in essa riferimenti etici per la “professionalità” del tutor; e più in particolare per il tutor che opera in un contesto sanitario. 19 Carta europea di qualità per la mobilità. Allegato alla Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 (2006/961/CE). Ci sembra sia anche possibile trovare un accordo sul profilo funzionale del tutor in una logica di mobilità transnazionale, e intraprendere un confronto sulle modalità di formazione, aggiornamento e supervisione professionale. Tutto ciò grazie al confronto transnazionale che l’Europa favorisce con programmi dedicati, in primo luogo Lifelong Learning Programme con il programma settoriale Leonardo da Vinci, di cui PROMOS è una testimonianza.