ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio - Marzo 2006 Direttore FRANCO SALVATI Comitato di redazione ALFONSO ALTIERI, FRANCESCO BELLI, MAURO CALVANI, GIUSEPPE CARDILLO, PAOLO MATTIA, GIOVANNI MINARDI, MAURIZIO MORUCCI, FABRIZIO NESI, BRUNO NOTARGIACOMO, SERGIO PILLON, ELIO QUARANTOTTO, MAURIZIO RUSSO, PIETRO SACCUCCI, MICHELE SCOPPIO, GIAN DOMENICO SEBASTIANI, MARIO VALLE Segreteria di redazione: RITA VESCOVO, ALMERINDA ILARIA Comitato scientifico-editoriale Coordinatore ROBERTO CANOVA LOREDANA ADAMI, MARIO GIUSEPPE ALMA, CATERINA AMODDEO, MARCELLO ASSUMMA, GIANLUCA BELLOCCHI, FRANCO BIANCO, PIETRO BORMIOLI, PIO BUONCRISTIANI, ALESSANDRO CALISTI, ILIO CAMMARELLA, ALBERTO CIANETTI, MASSIMO CICCHINELLI, ENRICO COTRONEO, FRANCESCO CREMONESE, ALBERTO DELITALA, EUGENIO DEL TOMA, FILIPPO DE MARINIS, LORENZO DE MEDICI, CARLO DE SANCTIS, SALVATORE DI GIULIO, GIUSEPPE DI LASCIO, CLAUDIO DONADIO, ALDO FELICI, MARIA ANTONIETTA FUSCO, ALFREDO GAROFALO, LAURA GASBARRONE, GIAMPIERO GASPARRO, CLAUDIO GIANNELLI, EZIO GIOVANNINI, LUCIA GRILLO, MASSIMO LENTINI, IGNAZIO MAJOLINO, CARLO MAMMARELLA, LUCIO MANGO, EMILIO MANNELLA, LAURO MARAZZA, MIRELLA MARIANI, MASSIMO MARTELLI, ANTONIO MENICHETTI, GIOVANNI MINISOLA, CINZIA MONACO, FRANCESCO MUSUMECI, GIULIO CESARE NICOTRA, MICHEL VOINO ORANSKY, REMO ORSETTI, PAOLO ORSI, GIOVACCHINO PEDICELLI, GIUSEPPE PIAZZA, ROBERTO PISA, LUIGI PORTALONE, COSIMO PRANTERA, GIOVANNI PUGLISI, GIORGIO RABITTI, SANDRO ROSSETTI, ENRICO SANTINI, ALESSANDRO SCHIRRU, GIOVANNI SCHMID, CIRIACO SCOPPETTA, FABRIZIO SOCCORSI, CORA STERNBERG, GIUSEPPE STORNIELLO, PIERO TANZI, ROBERTO TERSIGNI, ANNA RITA TODINI, CLAUDIO TONDO, MIRELLA TRONCI, ROBERTO VIOLINI Segreteria: GIOVANNA DE PAOLA NUOVA EDITRICE GRAFICA Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini Roma Direttore Generale: Luigi Macchitella Direttore Sanitario: Fulvio Forino Direttore Amministrativo: Roberto Noto NUOVA EDITRICE GRAFICA Abbonamenti 2006: istituzionali 100, privati 73 Per la richiesta di abbonamenti e per la richiesta di inserzioni pubblicitarie rivolgersi a Nuova Editrice Grafica srl, Via Francesco Donati, 180 - 00126 Roma Tel. 065219380 - Fax 06 5219399 Internet: www.negeditrice.it E-mail: [email protected] Garanzia e riservatezza per gli abbonati L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione scrivendo a: Nuova Editrice Grafica srl, Via Francesco Donati, 180 - 00126 Roma. 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ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio-Marzo 2006 Contenuto EDITORIALE La radiochemioterapia nel tumore del polmone non microcitoma (NSCLC) LUCIO TRODELLA Radio-chemotherapy in non-small cell lung cancer ARTICOLI ORIGINALI Trattamento endoscopico conservativo delle lesioni tracheali iatrogene: esperienza su diciannove pazienti GIOVANNI GALLUCCIO, PAOLO BATTISTONI, SANDRO BATZELLA, RAFFAELE DELLO IACONO, GIANLUIGI GASPARETTI, VITO LUCIFORA Endoscopic conservative treatment of iatrogenic tracheal lesions: experience in nineteen patients 5 9 Valutazione della personalità nell’abitudine tabagica PAOLA CIURLUINI, GIUSEPPE DE ANGELIS, FRANCESCA PICCIRILLO, LOREDANA MARTONE, ADELE MINUTILLO Personality and tobacco addiction 12 CASI CLINICI Benefici della sospensione del fumo in ottantenne fortemente tabacco-dipendente COSTANZA CAPRISTO, MARIO COMPAGNUCCI, MARIA ROSARIA SJEVA, CECILIA SERAFINI, LAURA GASBARRONE Benefits of quitting smoking in a 80 years old man with a heavy tobacco-dependence 17 Il drenaggio percutaneo nella spondilidiscite tubercolare: considerazioni tecniche su pazienti trattati STEFANO PIERI, ALFONSO MARIA ALTIERI, PAOLO AGRESTI, FEDERICA ANTONELLI, MARIO GIUSEPPE ALMA, STEFANO FEDELI Percutaneous drainage of tuberculous spondylodiscitis: technical considerations on treated patients 20 RASSEGNE Epatiti emergenti e nuovi virus epato-correlati FRANCESCO BELLI Emerging hepatitis and new hepato-associated viruses 26 “Farmaci problematici”: le statine LAURA GASBARRONE “Problematical drugs”: statins 37 VEGF e carcinoma broncogeno: le problematiche prognostico-predittive e le prospettive terapeutiche FRANCO SALVATI E MAURO SIGNORA Vascular Endothelial Growth Factor and bronchogenic carcinoma 46 GESTIONE E ORGANIZZAZIONE SANITARIA Archivi integrati in diagnostica per immagini RAFFAELLA MONACO, ACHILLE LUNGHI, RAIMONDO PANZICA, PAOLO MATTIA Integrated archives in a radiology department 50 RECENSIONI Il cervello anarchico Biostatistica - Cronobiologia F. SALVATI NOTIZIARIO Patologia ostruttiva respiratoria e problematiche ad essa connesse E. QUARANTOTTO 62 63 64 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio-Marzo 2006 Editoriale LA RADIOCHEMIOTERAPIA NEL TUMORE DEL POLMONE NON MICROCITOMA (NSCLC) RADIO-CHEMOTHERAPY IN NON-SMALL CELL LUNG CANCER LUCIO TRODELLA Direttore Radioterapia Oncologica, Policlinico Universitario Campus Bio-Medico - Roma Parole Chiave: Carcinoma polmonare non-microcitoma. Radio-chemioterapia. Key words: Non-small cell lung carcinoma. Radio-chemotherapy. Il tumore del polmone è il tumore maligno più diffuso al mondo e rappresenta la prima causa di morte per cancro. In Italia nel 2005 l’incidenza è stata di 25.791 casi fra gli uomini e di 6.939 fra le donne1. Il 40% delle neoplasie polmonari si presenta alla diagnosi in stadio localmente avanzato e con interessamento dei linfonodi regionali; in questi stadi la prognosi è scarsa (sopravvivenza a 5 anni del 5%)2 e la chirurgia da sola, a differenza degli stadi iniziali dove rappresenta la strategia terapeutica d’elezione, non riesce a controllare la malattia. Attualmente la radiochemioterapia concomitante è considerata il trattamento standard per le forme inoperabili (ASCO 2004). Fino alla metà degli anni ’90 lo standard terapeutico dei tumori polmonari (NSCLC) localmente avanzati e non operabili è stata la radioterapia. I risultati sono stati comunque deludenti. La sopravvivenza a 5 anni non ha superato il 5-6%. Nell’ultimo decennio, nel tentativo di migliorare la prognosi, alla radioterapia è stato aggiunto un trattamento chemioterapico. Nel 1995 una metanalisi ha analizzato i risultati, su studi randomizzati e non, della radioterapia esclusiva confrontati con quelli ottenuti dall’associazione di ra- dio-chemioterapia nel NSCLC localmente avanzato. L’aggiunta dell’antiblastico, in particolare del Cisplatino, ha ridotto in modo statisticamente significativo (p=0.005) il rischio di morte. Quindi l’associazione di radio-chemioterapia si è rivelata superiore, in termini di risposta e sopravvivenza, alla sola radioterapia3. Nel 1999 Sculier J.P.4 ha pubblicato i risultati di un trial randomizzato di fase III sulla chemioterapia v/s radio-chemioterapia nei pazienti con NSCLC localmente avanzato e non operabili. 462 pazienti sono stati inizialmente trattati con tre cicli di chemioterapia (Cisplatino 50 mg/mq, Ifosfamide 3 g/mq e Mitomicina C 6 mg/mq). I pazienti responsivi (35%) sono stati randomizzati a ricevere ulteriori tre cicli di chemioterapia o in alternativa radioterapia sulla lesione residua (dose totale 60 Gy con frazionamento giornaliero di 2 Gy). Non è stata trovata nessuna differenza nella sopravvivenza e nella durata della risposta, ma il miglior controllo locale è risultato statisticamente significativo nel braccio sottoposto a radioterapia (p=0.0007). L’Autore conclude che il trattamento combinato è da preferire alla sola chemioterapia. La modalità di associazione sequenziale, concomitante o mista (induzione chemioterapica seguita da radio-chemioterapia concomitante) è stata per lungo tempo oggetto di discussione. 6 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 La modalità concomitante offre due vantaggi rispetto a quella sequenziale: da una parte la chemioterapia associata alla radioterapia sterilizza eventuali microfoci sistemici, dall’altra agisce come farmaco radiosensibilizzante potenziando l’effetto citotossico delle radiazioni sul volume bersaglio (principio della cooperazione spaziale). Questo è stato confermato da numerosi studi randomizzati di fase III5 6 7 8 dai quali è emerso che la radio-chemioterapia concomitante è superiore alla modalità sequenziale in termini di Progression Free Survival (PFS) (9% vs 17%) e di sopravvivenza a 3 aa (15% vs 17%). Naturalmente si ha un aumento della tossicità acuta (27% vs 34%) e tardiva (14% vs. 26%) ematologica e non (polmonare ed esofagea) il che dipende da più fattori: 1) il tipo di farmaci impiegati; 2) le tecniche ed i volumi radioterapici. 1) Vari farmaci radiosensibilizzanti sono stati utilizzati in concomitanza alla radioterapia, quali il Cisplatino, che rappresenta lo standard terapeutico, e molecole di ultima generazione come la Gemcitabina. Sebbene studi di fase I e successivamente di fase II abbiano definito la ‘dose raccomandata’ di tali farmaci per limitarne la tossicità, nei trattamenti integrati di radiochemioterapia è fondamentale una stretta collaborazione tra il pneumoncologo ed il radioterapista oncologo. Questo si può esplicare tramite un parallelo ed integrato monitoraggio del paziente nelle divisioni rispettive, o con la realizzazione di DH o Degenze di Radioterapia oncologica. 2) Negli ultimi anni l’evoluzione tecnologica ha portato nel campo della radioterapia una vera rivoluzione metodologica. Sicuramente è diventato possibile realizzare trattamenti molto più accurati e selettivi, il che permette di perseguire, a seconda delle situazioni cliniche, l’obiettivo della “dose-escalation” a parità di tossicità, oppure quello della riduzione dei danni agli organi critici a parità di controllo tumorale. Si sono diffusi strumenti tecnologici che consentono nuove modalità di imaging, di planning e di trattamento, ovvero la cosiddetta Radioterapia Conformazionale o 3DCRT, basata su immagini TC, ricostruzione tridimensionale dei volumi di interesse e calcolo tridimensionale della dose. Rispetto alla Radioterapia convenzionale, la differenza fondamentale è l’uso di immagini TC (e/o RM) acquisite in posizione di trattamento, per una definizione volumetrica di target e tessuti sani. Obiettivo della Radioterapia Conformazionale è la distribuzione omogenea della dose al solo volume bersaglio, per quanto irregolare esso sia, definito tridimensionalmente, mediante l’utilizzo di collimatori multilamellari. La Radioterapia con Intensità Modulata (IMRT), è una forma evoluta di Radioterapia Conformazionale che permette un controllo maggiore della distribuzione della dose, tenendo conto dei vincoli di dose e dose-volume definiti all'interno di un modulo di pianificazione inversa. I volumi radioterapici utilizzati nello stadio avanzato del NSCLC, come indicato dai maggiori gruppi di riferimento americani ed europei (RTOG, NCGTG e Intergroup Neoadiuvant), sono molto estesi; infatti il Clinical Target Volume (CTV) deve comprendere non solo tutto il mediastino omolaterale, ma anche quello controlaterale associato talvolta ai linfonodi ilari e, secondo taluni, anche i linfonodi sovraclaveari omolaterali con margini che possono raggiungere anche i 5 cm (‘irradiazione elettiva di tutti i linfonodi mediastinici’)9. Poichè la tossicità radioterapica dipende dal volume irradiato e dalla dose erogata, questi volumi, necessari nei trattamenti radianti esclusivi, oggi risultano eccessivi in quanto il controllo di malattia è affidato ad un trattamento multimodale di cui la radioterapia è solo una parte. In trials clinici che hanno impiegato volumi di radioterapia limitati alla sola malattia (IF), la recidiva locale è stata molto bassa (8%) e sempre inclusa nel CTV; l’irradiazione elettiva comporta quindi un sovratrattamento nel 92% dei casi10. Armstrong11 sostiene che, poichè la chemioterapia può controllare non solo le micrometastasi sistemiche ma anche quelle L. Trodella: La radiochemioterapia nel tumore del polmone non microcitoma (NSCLC) linfonodali (cooperazione spaziale), nei trattamenti radiochemioterapici concomitanti si può evitare di comprendere nel CTV tutti i linfonodi mediastinici. In questo modo è possibile minimizzare il volume irradiato degli organi a rischio, e quindi la tossicità, ed aumentare la dose radiante sul nostro ‘target’ per ottenere un maggiore controllo locale di malattia ed una migliore sopravvivenza. Se la radiochemioterapia concomitante usata in modo radicale rappresenta il trattamento standard per le forme non-small cell localmente avanzate, resta invece da definire il ruolo dell’integrazione radiochemioterapica mista (cioè radiochemioterapia concomitante preceduta da una chemioterapia di induzione, o seguita da una chemioterapia di consolidamento), e dei trattamenti neoadiuvanti alla chirurgia. Esperienze di radiochemioterapia seguita da chemioterapia hanno evidenziato un vantaggio in termini di sopravvivenza rispetto alla sola radiochemioterapia concomitante (SWOG 9504) e alla chemioterapia di induzione (LAMP ASCO 2002), ma una maggiore tossicità non ematologica e quindi una ridotta compliance al trattamento. Viceversa la chemioterapia di induzione permette di ridurre il volume di irradiazione, quindi aumenta la possibilità di completare il programma terapeutico e di conseguenza la probabilità di controllare il tumore. La finalità dei trattamenti neoadiuvanti alla chirurgia consiste nel rendere resecabili le neoplasie inizialmente inoperabili, e nell’ottenere un downstaging patologico. Esperienze cliniche hanno evidenziato come il downstaging patologico (stadio 01) può essere considerato un indicatore diretto dell’efficacia di un approccio multimodale ed è significativamente correlato con l’intervallo libero da malattia e con la ripresa di malattia a distanza. Con la sola chemioterapia la resecabi- 7 lità è stata del 51.3%, e la risposta patologica completa del 7.3%, con un downstaging linfonodale (pN0) del 22.3% (Migliorino ’02, Betticher ’03, De Marinis ’03, Cappuzzo ’03, Leon ’03). Esperienze di radiochemioterapia neoadiuvante hanno invece riportato una resecabilità del 65.5% con una maggiore risposta patologica completa, 65.5%, e clearance completa dei linfonodi, 33.8% (SWOG ’95, Choy ’98, ESSEN ’98, Trodella ’04). Risultati preliminari dell’Intergroup Phase III trial 0139 (RTOG 93-09) presentati all’ASCO 2005 hanno evidenziato un vantaggio statisticamente significativo della radiochemioterapia neoadiuvante rispetto a quella radicale in termini di sopravvivenza libera da progressione a 3 anni (29% vs 19%), mentre resta ancora da valutare la sopravvivenza globale. Ma qual è la migliore associazione radiochemioterapica? Nella nostra esperienza 202 pazienti con neoplasia del polmone localmente avanzata (IIIAN2 e IIIBT4) sono stati trattati da Febbraio 1992 a Ottobre 2005 con radiochemioterapia neoadiuvante. Sono stati impiegati chemioterapici tradizionali, come Carboplatino, Cisplatino e 5-FU, e negli ultimi anni la Gemcitabina12, nuovo farmaco radiosensibilizzante. Nel gruppo dei pazienti trattati con Cisplatino (80 mg/mq ogni 28 giorni) e Gemcitabina (350 mg/mq settimanale), abbiamo avuto dei risultati molto incoraggianti: la risposta clinica globale è stata dell’ 81.5%, la resecabilità chirurgica dell’89 %, e il downstaging patologico del 71.5%. I nuovi farmaci e le nuove tecniche radioterapiche che permettono di collimare il più possibile i tessuti sani, intensificando la dose sul bersaglio, potranno aiutarci a migliorare la prognosi di questa neoplasia che rimane la più frequente: è una sfida ancora aperta. 8 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 BIBLIOGRAFIA 1. Reparto Epidemiologia dei Tumori del Centro Nazionale di Epidemiologia Sorveglianza e Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità. 2. Mountain CF. Revisions in the International System for Staging Lung Cancer. Chest. 1997;111:1710-17. 3. Chemotherapy in non-small lung cancer: a meta-analysis using updated data on individual patients from 52 randomised clinical trial. NonSmall Cell Lung Cancer Collaborative Group. BMJ. 1995;311 (7010):889-90. 4. Sculier JP, Paesmans M, Lafitte JJ et al. A randomised phase III trial comparing consolidation treatment with further chemotherapy to chest irradiation in patients with initially unresectable locoregional non-small-cell lung cancer responding to induction chemotherapy. European Lung Cancer Working Party. Ann Oncol. 1999; 10 :259-60. 5. Curran WJ, Scott C, Langer CJ, et al. Phase III comparison of sequential vs concurrent chemoradiation for PTS with unresected stage III nonsmall cell lung cancer (NSCLC): initial report of the Radiation Therapy Oncology Group (RTOG) 9410. Proc Am Soc Clin Oncol 2000; 19:48a (Abstract n°1891). 6. Furuse K, Fukuoka M, Ariyoshi Y et al. Phase III study of concurrent versus sequential thoracic radiotherapy in combination with mitomycin, vindesine, and cisplatin in unresectable sta- ge III non-small-cell lung cancer. J Clin Oncol. 1999;17:2692-9. 7. Zatloukal PV, Petruzelka L, Zemanova M, et al. Concurrent versus sequential radiochemotherapy with vinorelbine plus cisplatin in locally advanced NSCLC: a randomized phase II trial. Proc Am Soc Clin Oncol 2002; 21:290a (Abstract n°1159). 8. Choy H., Curran W.J., Belani C.P. et al. Preliminary report of locally advanced multimodality protocol (LAMP): ACR 427: a randomized phase II stady of three chemo-radiation regimens with paclitaxel, carboplatin, and thoracic radiation for patients with locally advanced non small cell lung cancer. ASCO 2002 Abstract n° 1160. 9. Shaw EG. Thoracic radiation therapy (TRT) for unresectable non-small cell lung cancer (NSCLC). ASCO 1994: 196-202. 10. Trodella L, Granone P, Valente S et al. Neoadjuvant Concurrent Radiochemotherapy in Locally Advanced (IIIa-IIIb) Non Small Cell Lung Cancer: long term results according to downstaging. Ann Oncol. 2004;15:389-98. Review. 11. Armstrong JG. Target volume definition for three-dimensional conformal radiation therapy of lung cancer. Br J Radiol 1998;71(846):587-94. 12. Galetta D, Cesario A, Trodella L et al. Multimodality treatment of unresectable stage III nonsmall cell lung cancer: interim analysis of a phase II trial with preoperative gemcitabine and concurrent radiotherapy. J Thorac Cardiovasc Surg. 2006;131:314-21. ____ Per richiesta estratti: Prof. Lucio Trodella Direttore Unità di Radioterapia Oncologica, Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, Roma; e-mail: [email protected] ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio Marzo 2006 Articoli originali TRATTAMENTO ENDOSCOPICO CONSERVATIVO DELLE LESIONI TRACHEALI IATROGENE: ESPERIENZA SU DICIANNOVE PAZIENTI ENDOSCOPIC CONSERVATIVE TREATMENT OF IATROGENIC TRACHEAL LESIONS: EXPERIENCE IN NINETEEN PATIENTS GIOVANNI GALLUCCIO, PAOLO BATTISTONI, SANDRO BATZELLA, RAFFAELE DELLO IACONO, GIANLUIGI GASPARETTI, VITO LUCIFORA Unità Operativa di Endoscopia Toracica, Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini - Roma Riassunto. Le lesioni iatrogene della trachea rappresentano una rara ma severa complicanza dell’intubazione oro-tracheale. Attualmente il gold standard nel trattamento è costituito dalla riparazione chirurgica a cielo aperto. Gli Autori presentano la propria esperienza su 19 pazienti con lesioni tracheali di vario tipo, nei quali la guarigione è stata ottenuta con un trattamento conservativo per via endoscopica. Parole chiave: Intubazione endotracheale. Lesioni iatrogene. Summary. Iatrogenic tracheal lesions are a rare but serious and life-threatening complication of oro-tracheal intubation. Since now the gold standard in treatment is surgical repair. In this paper the Authors present their experience on 19 patients in whom a conservative endoscopic treatment was employed with complete healing. Key words: Intubation, intratracheal. Iatrogenic injuries. INTRODUZIONE Sebbene lesioni della trachea (e dei bronchi) possano presentarsi nei traumi chiusi o aperti, come in corso di incidente stradale, la causa iatrogena, dovuta alle manovre di intubazione, rappresenta l’evenienza più frequente. La possibile insorgenza di complicazioni, quali pneumomediastino, enfisema sottocutaneo e particolarmente temibile, la mediastinite, richiedono diagnosi tempestiva e trattamento sollecito. L’esame endoscopico è imprescindibile per circostanziare la diagnosi1 2 3 4 5 mentre il trattamento chirurgico rappresenta il “gold standard”6 7 8; esso prevede una toracotomia o una cervicotomia, a seconda della sede della lesione. In letteratura sono stati sporadicamente ripor- tati casi nei quali è stato adottato un trattamento conservativo, per piccole lesioni, generalmente in pazienti ad elevato rischio chirurgico e frequentemente associato a tracheostomia decompressiva9 10 11 12. Sulla scorta di studi sperimentali sull’animale in ricostruzioni della trachea nei quali la colla di fibrina si è dimostrata capace di ridurre il numero di punti di sutura delle anastomosi ed il numero di complicazioni postoperatorie, nell’uomo sono state riportate esperienze (in verità limitate) di trattamento con colla di fibrina delle lesioni tracheali iatrogene13 14 15. La colla di fibrina umana è un collante biologico multicomponente (aprotinina e trombina calcica) (Tissucol registered trademark) che ha dimostrato una eccellente biocompatibilità locale e sistemica16 17 18. 10 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 Il prodotto deve essere conservato congelato e deve essere scongelato e portato a 37° prima dell’applicazione, che va eseguita mediante “catalizzazione” in loco con catetere a doppio lume. SCOPO DELLO STUDIO In questo studio gli Autori presentano la propria esperienza nel trattamento conservativo delle lesioni iatrogene della trachea. Lo scopo è quello di dimostrare l’efficacia di una metodica basata sull’apposizione di un collante biologico sulle lesioni, al fine di prevenire perdite aeree ed infezioni del connettivo lasso mediastinico. MATERIALI E METODI Negli scorsi tre anni sono giunti alla nostra osservazione, presso l’Unità Operativa di Endoscopia Toracica dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini 19 pazienti con lesioni tracheali iatrogene. In base alle caratteristiche anatomiche, le lesioni sono state classificate in lacerazioni lineari, perdite di sostanza, lesioni a lembo. I dati anamnestici sembrano dimostrare che le lesioni lineari e le perdite di sostanza siano causate dal becco del tubo oro-tracheale o dal suo mandrino, in corso di intubazioni difficili, mentre le lesioni a lembo siano verosimilmente dovute alla retrazione del tubo durante l’estubazione, con cuffia insufficientemente sgonfiata. A loro volta le lesioni sono state suddivise in sottogruppi, in base all’interessamento della parete: I livello: lesioni della mucosa o della sottomucosa senza enfisema mediastinico; II livello: lesioni della lamina muscolare con enfisema mediastinico o sottocutaneo; III livello: lesioni complete della parete con ernia della parete esofagea o di lasso mediastinico all’interno del lume tracheale. Le lesioni lineari osservate sono state 16 (di cui 3 di I livello, 13 di II livello) con lunghezze variabili da 2 a 12 anelli tracheali, le perdite di sostanza 2 (1 di I livello ed 1 di II livello) e le lesioni a lembo 1. In 18 pazienti è stato adoperato uno strumento flessibile, in sedazione ed anestesia locale. Solamente nel paziente con la lesione a lembo è stato adoperato il broncoscopio rigido, in anestesia generale (pervio trattamento con Yag laser, al fine di vaporizzare il tessuto necrotizzato endoluminale e controllare il sanguinamento causato dalla lacerazione). La procedura prevede: a) la ricopertura della lesione mediante colla di fibrina umana attivata (1-2 cc), per strati successivi con paziente mantenuto in decubito supino. b) nutrizione parenterale totale per sette giorni e c) trattamento con antibiotici e sedativi della tosse. RISULTATI Controlli endoscopici seriati mediante fibrobroncoscopio sono stati eseguiti ad intervalli di una settimana per un mese e quindi a 3 e 6 mesi. Dopo la ricopertura della lesione nei 14 pazienti che presentavano enfisema sottocutaneo e mediastinico, si è osservato il riassorbimento dell’aria entro pochi giorni. Tutti i pazienti sono andati incontro a completa guarigione entro la quinta settimana, senza complicazioni. CONCLUSIONI La frequenza delle lesioni iatrogene della trachea collegata a manovre di intubazione è in incremento (anche se in termini assoluti è un’evenienza alquanto rara). In queste lesioni iatrogene, probabilmente fattori come la malacia della parete tracheale o deviazioni dell’organo da compressione estrinseca o trazione, giocano un ruolo importante nella patogenesi. Questi fattori sono spesso misconosciuti o sottostimati e sono difficilmente valutabili mediante esame fisico; una valutazione radiografica (cifosi severa, depiazzamento della trachea, ecc.) ed ancor più endoscopica in caso di probabile intubazione difficile possono venire incontro all’anestesista durante la valutazione preoperatoria. In caso di anamnesi di difficoltosa intubazione o di patologia tracheale è necessario impiegare tubi di consistenza morbida ed osservare molta prudenza durante l’intubazione e l’estubazione. Eventualmente è possibile eseguire l’intubazione su guida fibroscopica. G.Galluccio et al.: Trattamento endoscopico conservativo delle lesioni tracheali iatrogene Anche il diametro del tubo da impiegare andrebbe in questi casi determinato sulla base della valutazione endoscopica. Il trattamento con colla di fibrina umana ha richiesto solo in un caso l’impiego di un broncoscopio rigido, mentre in tutti gli altri pazienti è stato sufficiente uno strumento flessibile in anestesia locale. La nostra esperienza ha provato che un trattamento conservativo delle lesioni tracheale di I e II livello, anche di cospicua lunghezza, è efficace e ben tollerato. Dopo la procedura endoscopica l’enfisema mediastinico e quello sottocutaneo vanno incontro a rapido riassorbimento ed i pazienti possono essere dimessi in pochi giorni. Inoltre i controlli a distanza non hanno mai rilevato comparsa di stenosi, pseudodiverticoli o alterazioni funzionali. Vanno pertanto sottolineati l’ottimo rapporto costi-benefici, la mancanza di complicazioni ed i risultati a lungo termine. 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Paolo Battistoni Via della Balduina, 181 00136 - Roma; Tel. 06 58702472 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio-Marzo 2006 VALUTAZIONE DELLA PERSONALITÀ NELL’ABITUDINE TABAGICA PERSONALITY AND TOBACCO ADDICTION PAOLA CIURLUINI1, GIUSEPPE DE ANGELIS2, FRANCESCA PICCIRILLO1, LOREDANA MARTONE2, ADELE MINUTILLO1 Unità Operativa di Psicologia area oncologica U.O. di Terapia dell’Insufficienza Respiratoria e Riabilitazione Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini - Roma 1 2 Riassunto. Recenti studi sui rapporti fra tratti di personalità e meccanismi legati all’iniziazione e alla persistenza del comportamento di fumare hanno evidenziato che i soggetti con personalità estroversa e neurotica tendono a provare maggiormente effetti piacevoli indotti dalla nicotina. È stato somministrato il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI) a 90 soggetti fumatori. Tutti sono stati sottoposti a terapia farmacologia (nicotina in cerotti o bupropione in compresse) con associata psicoterapia cognitivo comportamentale mediante i gruppi di auto aiuto. Al termine del trattamento 61 individui non hanno smesso di fumare, 29 hanno cessato la loro abitudine tabagica per oltre sei mesi. Si sono osservati i valori delle varie scale dell’MMPI tra i due gruppi e si è proceduto all’elaborazione statistica. Parole chiave: personalità, tabagismo, test MMPI. Summary. Recent studies on the relationships among personality’s features and mechanisms linked to initiation and persistence of the smohe behaviour have underlined that the subjects with extrovert and neurotic personality have the tendency to feel particularly pleasant effects induced by the nicotine. The Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI) has been effected in 90 smokers, of which 61 have not stopped smoking, and 29 have stopped their habit tabagica for over six months. All have been submitted pharmacology to therapy (nicotine in bandaids or bupropione in tablets) with in cognitive-behavioral psychotherapy through the (self) help groups. The values of the various staircases of the MMPI are noticed among the two groups and submitted statistic elaboration. Key words: Personality, Tobacco addiction, MMPI. INTRODUZIONE La dipendenza da fumo di tabacco è riconosciuta come una condizione patologica nella decima revisione delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e nel Manuale Diagnostico e Statistico dell’Associazione Americana di Psichiatria (DSM IV). Studi recenti hanno ampiamente dimostrato il ruolo della nicotina come sostanza che determina la dipendenza dalla sigaretta. Gli effetti indotti dalla nicotina, come ad esempio il cambiamento dell’umore, dell’attenzione e dell’emotività, sono chiaramente osservabili nella personalità e nei comportamenti di ciascun fumatore. Potremmo presupporre quindi che esista una facile correlazione tra le basi molecolari della dipendenza dalla nicotina, come da altre sostanze d’abuso, ed il comportamento del fumare. L’aspetto fondamentale, però, che non dovrebbe essere trascurato è rappresentato dai trat- 13 P. Ciurluini et al.: Valutazione della personalità nell’abitudine tabagica ti di personalità che potrebbero in qualche modo influire o predisporre al comportamento del fumare o più in generale alla dipendenza da nicotina. Seppur non è stato ancora mai dimostrato un legame reale tra personalità e comportamento d’abuso possiamo ipotizzare che le dimensione della personalità che derivano dalle teorie dei tratti di personalità possono essere correlate a taluni aspetti tipici della dipendenza e del comportamento del fumatore. Il presente studio ha come obiettivo di contribuire a capire se esista, quindi, la possibilità di una capacità maggiore per alcuni di continuare a fumare o a smettere di fumare dettata da determinati tratti che contraddistinguono la personalità di ciascuno. La somministrazione del test MMPI è iniziata nel 1998, da quando si sono intrapresi gruppi di terapia combinata medico-psicologica. CASISTICA E METODICA Il nostro campione è costituito da 90 soggetti (40 maschi e 50 femmine), di età compresa tra i 30 e i 70 anni (età media 45 anni) tutti accomunati dall’abitudine tabagica e dall’aver preso parte a gruppi di auto aiuto presso il Servizio di Psicologia Clinica Cognitivo-comportamentale nell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma, circa un anno prima. Il livello di scolarità è vario, nell’area mediosuperiore: 11 soggetti posseggono licenza elementare, 26 licenza media, 40 diploma superiore e 13 diploma di laurea. In media i soggetti utilizzati fumano da almeno 10 anni, e hanno cominciato in giovane età. Tutti i soggetti hanno partecipato alla terapia associata, medica e psicologica. La prima prevede: visita pneumologica, radiografia al torace, spirometria, la somministrazione del test di Fargestrom e in fine la prescrizione di un farmaco con principale principio attivo “bupropione” (150 mg, per la durata di 30 giorni). La seconda è costituita da otto incontri con lo psicologo: il primo, un colloquio clinico individuale, gli altri sette, incontri di psicoterapia cognitivo-comportamentale di gruppo. In occasione del primo colloquio con lo psicologo, è stato somministrato il questionario di valutazione della personalità Minnesota Multiphasic Personality Inventory, forma ridotta. Il follow up è stato programmato chiedendo la disponibilità dei soggetti partecipanti alla ricerca ad ulteriori tre incontri: dopo un mese, dopo tre mesi e dopo sei mesi dall’interruzione dell’abitudine tabagica. Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory, forma ridotta (MMPI) è un test ad ampio spettro utilizzato per valutare le principali caratteristiche strutturali di personalità e i disordini di tipo emotivo. Il questionario si compone di 357 items, ai quali il soggetto deve rispondere “Vero”, oppure “Falso”, a seconda che egli possa fare proprie o meno le singole affermazioni di cui il questionario si compone. La particolare costruzione del test fa sì che, al termine delle fasi di somministrazione e siglatura, si ottengano una serie di valori esprimenti il punteggio di 13 scale: tre scale di validità e 10 scale cliniche. Le scale comunemente indicate dalla sigla sono le seguenti: Menzogna (L); Frequenza (F); Correzione (K); Ipocondria (HS); Depressione (D); Isteria (HY); Deviazione Psicopatica (PD); Mascolinità-Femminilità (MF); Paranoia (PA); Psicastenia (PT); Schizofrenia (SC); Ipomania (MA); Introversione Sociale (SI). RISULTATI Terminata l’esperienza di gruppo 29 soggetti hanno smesso di fumare (gruppo_1) e 61 continuano a fumare. In conformità a questi dati dal gruppo di fumatori (gruppo_2) sono stati estratti 29 soggetti, utilizzando le tavole dei numeri casuali. per bilanciare la numerosità dei gruppi e computare le statistiche 7. Per l’analisi dei dati è stato utilizzato il pacchetto statistico Statistical Package Social Science (SPSS). Inizialmente sono state computate le statistiche descrittive, il test T di Student e l’Analisi della Varianza ad una via (ANOVA), su tutti i soggetti che avevano partecipato al programma per smettere di fumare, partendo dalla considerazione che questa è un'indagine preliminare (la letteratura sull’argomento è molto ampia e le procedure statistiche varie). Gli autori hanno de- 14 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 ciso arbitrariamente, quindi, di condurre un’indagine pilota per avere un’idea precisa del costrutto in questione. Il campione era composto da Ss 90 e nessuna delle analisi condotte, ha evidenziato differenze tra le medie statisticamente significative, né per l’intero campione, né per differenze di genere, né per classi di età e di status culturale (indagato attraverso il titolo di studio). La tab. 1 mostra le medie e le deviazioni standard su tutte le scale dell’MMPI, per gli ex fumatori e le persone che continuano a fumare. Non è stato indagato se queste persone hanno diminuito il numero di sigarette fumate durante il giorno. delle differenze statisticamente significative nelle scale di Deviazione Psicopatica (scala Pd, t, 2,07, p < 0,05) e Introversione Sociale (scala Si, t, 6,21, p <0,02). Nel gruppo dei fumatori (gruppo_2) si osservano medie significativamente più alte. Sulle altre scale non si osservano dati statistici significativi, probabilmente a causa della scarsa numerosità del campione, però la scala di Psicastenia (scala Pt) e la scala di Ipocondria (scala Hs) mostrano valori molto vicini alla significatività statistica fissata a p= <0,05. Tabella 2 – Scala Pd. Statistiche descrittive. Gruppo 1: ex fumatori; Gruppo 2: fumatori. Tabella 1. – Scale MMPI. Statistiche Descrittive. Campione totale: Ss 90. Gruppo 1: ex fumatori; Gruppo 2: fumatori L F K HS D HY PD MF PA PT SC MA SI Ex- fumatori Fumatori Gruppo 1 Gruppo 2 Media Dev.St. 45,71 56,43 46,93 57,57 59,54 55,82 55,21 50,50 50,64 52,11 56,00 52,39 56,29 9,74 13,58 10,36 8,61 12,43 10,38 12,15 8,18 11,74 12,72 12,53 10,46 10,71 L F K HS D HY PD MF PA PT SC MA SI Media Dev.St. 43,64 57,36 48,54 60,82 58,86 61,11 61,21 51,61 51,61 53,96 58,29 54,39 50,07 7,86 16,28 10,74 13,98 11,66 14,85 13,21 9,89 13,46 14,51 15,30 11,87 10,23 Si è deciso ha questo punto, di estrarre un subcampione dal gruppo di fumatori per bilanciare i campioni e sono state ripetute le analisi statistiche. Sono state utilizzate le tavole dei numeri casuali riportate in La Ricerca Psicologica. Il Test T di Student (tab. 3) ha mostrato differenze statisticamente significative solo nelle scale Pd e Si; mentre l’Analisi della Varianza ad una via non ha evidenziato nessun risultato significativo a livello statistico. Il computo del test T di Student ha mostrato ex fumatori fumatori Mean Std. Deviation Std. Error Mean 55,21 61,21 12,15 13,21 2,30 2,50 Le persone che hanno continuato a fumare anche dopo il programma seguito, mostrano valori della scala Pd (Deviazione Psicopatica) significativamente più alti rispetto a chi è riuscito a smettere di fumare durante lo stesso periodo (ex fumatori, media 55,21 vs fumatori, media 61, 21). Si sottolinea in questa sede che i tratti di personalità evidenziati dalla scala Pd dell’MMPI 1 riguardano anche il disinteresse per la maggior parte delle norme sociali e morali di condotta. Sono state evidenziate anche differenze statisticamente significative nella Scala Si (tab. 4, Introversione Sociale). Le persone che hanno smesso di fumare mostrano medie significativamente più alte rispetto a chi ha continuato a fumare (ex fumatori, media 56,29 vs fumatori, media 50,07). Anche se i punteggi di entrambi i gruppi rimangono nel range medio, le persone che hanno smesso di fumare (tab. 5) mostrano livelli più alti di timidezza sociale, preferenza per attività da svolgere da soli e minore assertività sociale, mentre i punteggi più bassi del gruppo dei fumatori indicano la tendenza verso la dominanza sociale. 15 P. Ciurluini et al.: Valutazione della personalità nell’abitudine tabagica Tabella 3 – Test T di Student. ex fumatori vs fumatori Mean Std. Deviation Std. Error Mean t df Sig. (2-tailed) -6,00 15,77 2,98 -2,01 27 0,05 Tabella 4 – Scala Si. Statistiche Descrittive. ex fumatori fumatori Mean Std. Deviation Std. Error Mean 56,29 50,07 10,71 10,23 2,02 1,93 Tabella 5 – Scala Si. Test T di Student. ex fumatori vs fumatori Mean Std. Deviation Std. Error Mean t df Sig. (2-tailed) 6,21 13,48 2,55 2,44 27 0,02 CONCLUSIONE Questo è uno studio preliminare, e a tal proposito gli autori si riservano di ampliare la numerosità del campione, con l’ipotesi di rendere evidenti le differenze riscontrate nelle scale suddette. Tuttavia, è stato osservato che esistono differenze significative tra i valori medi della scala di Deviazione Psicopatologica (scala Pd) tra il gruppo di chi non ha cessato (media, 61.21) e quello di chi ha cessato di fumare (media, 55.21; p=<0,05); e tra i valori medi della scala relativa al costrutto di introversione sociale (scala Si) tra il gruppo di chi non ha smesso (media, 50.07) e di chi ha smesso (media, 56.29; p=<0,02). Per le scale della psicastenia (scala Pt) e dell’ipocondria (scala Hs) si sono osservati valori più alti delle medie nel gruppo di chi non ha ces- sato l’abitudine tabagica (rispettivamente 53.96 vs 52.11 e 60.82 vs 57.57), anche se la differenza non è risultata statisticamente significativa. Pertanto il nostro campione a livello di “tratto”, presenta alcune caratteristiche ricorrenti. Alle scale di base è emersa la tendenza, nel gruppo dei soggetti ancora fumatori, di punteggi più elevati nella scala della Deviazione Psicopatologica (Pd) e più bassi nella scala dell’introversione sociale (Si) al contrario di quanto invece è emerso per gli ex fumatori. Questo significherebbe che chi mostra elevati punteggi nei tratti di personalità relativi alla “deviazione psicopatologica” (scala Pd) e punteggi più bassi nei tratti di personalità relativi alla “introversione sociale”, così come misurati dal test MMPI, ha maggiore difficoltà a smettere di fumare. 16 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Ciurluini P, De Angelis G, Sposato B et al. A pharmacological with nicotine or bupropion versus an integrated pharmacological and psychological program for smoking cessation. ERS Annual Congress. Stockkolm Sweden 2002,vol 20, 38, 14-8. 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Per richiesta estratti: Dott.ssa Paola Ciurluini - Via Livio Tempesta, 41 - 00151 ROMA Cell: 3202635116 - Tel. : 066536886 - Fax ufficio: 0655552441 E-mail: [email protected] ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio-Marzo 2006 Casi clinici BENEFICI DELLA SOSPENSIONE DEL FUMO IN OTTANTENNE FORTEMENTE TABACCO-DIPENDENTE BENEFITS OF QUITTING SMOKING IN A 80 YEARS OLD MAN WITH A HEAVY TOBACCO DEPENDENCE COSTANZA CAPRISTO, MARIO COMPAGNUCCI, MARIA ROSARIA SJEVA, CECILIA SERAFINI, LAURA GASBARRONE Dipartimento di Medicina Interna e Specialistica, U.O. Medicina Interna 5 Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini - Roma Riassunto. Gli Autori descrivono il caso di un uomo di 80 anni con una forte dipendenza da tabacco. Egli rimase senza poter fumare per oltre trenta giorni a causa di un processo broncopneumonico con insufficienza respiratoria, l’epoca di cessazione è chiaramente contrassegnata dalla ricrescita dell’unghia che appare discolorata. Con la guarigione il paziente chiese se i benefici della sospensione del fumo potevano osservarsi ad ogni età. I dati della letteratura riportano che sebbene i benefici siano maggiori ad un età più precoce, il rischio di sviluppare una neoplasia polmonare si riduce dal 20 al 90% in base all’epoca di cessazione; il rischio di infarto del miocardio e ictus cerebrale scende più rapidamente e si dimezza entro un anno. Inoltre smettere di fumare normalizza il declino della funzione polmonare nei soggetti con malattia ostruttiva cronica delle vie aeree. Parole chiave: Cessazione del fumo, Tumore polmonare, Malattie cardivascolari, Malatttia ostruttiva cronica delle vie aeree. Summary. The Authors describe a case of a 80 years old man with a heavy tobacco dependence. he was unable to smoke up to thirty days owing to a distressing pneumonia with respiratory failure, so the tip of this fingers nails appear discolored (quitters’ nail). With the recovery he questioned if the benefits of quitting smoking are substantial at any age. According to letterature we know that stopping earlier is associated with greater benefits, but the risk of developing lung cancer is reduced by 20-90%, depending on the number of years of abstinence; the risk of a myocardial infarction or stroke falls more rapidly and halved within a year. Moreover stopping smoking normalizes the decline in lung function found in people with cronic obstructive airways disease. Key words: Smoking cessation, Lung neoplasm, Cardiovascular disease, Lung disease, obstructive. CASO CLINICO - ICONOGRAFICO Recentemente si è ricoverato nel nostro reparto F. O., maschio di anni 80, per un approfondimento diagnostico relativo ad un addensamento broncopneumonico in regione lobare superiore dx, a lenta risoluzione. Il paziente era inoltre affetto da B.P.C.O. con insufficienza respiratoria, diabete mellito di tipo 2, ipertensione arteriosa, cardiopatia degenerativa, fibrillazione atriale persistente, parkinsonismo arteriosclerotico e iniziale decadimento cognitivo. Il soggetto proveniva da una casa di cura convenzionata dove era stato degente per circa una mese. 18 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 Il ricovero prolungato, le condizioni generali scadute, insieme con l’allettamento forzato avevano interrotto bruscamente e completamente la sua abitudine tabagica (circa 80 sigarette/die). Gli effetti sui depositi di nicotina a livello delle unghie sono chiaramente visibili (Figura 1). Figura 1. - Le unghie dell’ex fumatore (da 80 sigarette a 0). La velocità di ricrescita dell’unghia pari a 0,5-1,2 mm la settimana ha fatto si che nel giro di 4 settimane la porzione libera da macchie di nicotina raggiungesse la posizione rappresentata nella foto. Fortunatamente il paziente non era affetto da neoplasia polmonare, come fu verificato dalla broncoscopia e successivi controlli radiologici, pertanto fu possibile riavviarlo al proprio domicilio. Il piccolo effetto estetico osservato, non inusuale, ma emblematico della lenta risoluzione degli effetti del fumo, ci ha portato a ricercare in letteratura se anche altri e più sostanziali benefici si possono attendere nella popolazione anziana. DATI EPIDEMIOLOGICI La lotta al tabagismo è stata inserita tra gli intenti dell’ultimo piano sanitario nazionale, inoltre i recenti provvedimenti legislativi che proscrivono il fumo dagli ambienti confinanti di uso comune, hanno costretto anche i più scettici a prendere atto della pericolosità di quella che è ormai considerata una vera e propria dipendenza (DSM X). La prevalenza dei fumatori in Italia è pari al 34,4% tra gli uomini e al 17,1% tra le donne1. La percentuale di fumatori nella fascia di età tra i 14 e i 24 anni è incremento, essendo passata dal 17,4% del 1993 al 20,5% del 19972. Particolarmente dannosa sembra essere una dipendenza da tabacco contratta in età precoce, ad esempio una persona che inizia a fumare a 15 anni ha una probabilità tre volte superiore di contrarre un tumore rispetto ad un individuo che inizia a 20 anni3. Per questa serie di motivi si pensa che le campagne di educazione e informazione sui danni del fumo possono essere più incisive ed efficaci se indirizzate soprattutto a fasce di popolazione a rischio quali i giovani in età scolare e le donne in età fertile4. Tuttavia, a fronte di un 70-80% di fumatori teoricamente intenzionati a smettere, vi è una probabilità del 90% di ricadute se il soggetto non è adeguatamente assistito e motivato. Tali tentativi possono talvolta assumere anche un andamento ciclico. In un fumatore asintomatico ma intenzionato a smettere possono essere enfatizzati i benefici generali quali la migliore condizione fisica, il miglioramento del gusto e dell’olfatto, l’aumento dell’autostima, il superamento della dipendenza, i vantaggi economici. Tutti questi effetti si raggiungono rapidamente; diversamente per il fumatore già affetto da malattia legata all’abitudine tabagica, specie se anziano. Negli individui poco sensibilizzati nei riguardi delle proprie condizioni si potrebbe far leva sugli affetti famigliari e intrepersonali, in quanto il ruolo del fumo passivo (sia domestico che nei luoghi di lavoro) come carcinogeno ambientaele è stato ribadito anche di recente; in questo caso la popolazione più a rischio sono ancora i giovani e gli ex fumatori5,6. Tuttavia si deve convincere il paziente che smettere conviene sempre, anche nei casi più inveterati. Uno studio prospettico inglese durato 50 anni su una popolazione di 34.439 medici ha analizzato il grado di riduzione del rischio legato al fumo in base a differenti età di sospensione. La cessazione a 60,50,40 o 30 anni comporta un guadagno di circa 3,6,9 o 10 anni in termini di mortalità. Quindi i vantaggi della disassuefazione si riducono ma non si annullano nella fascia di età più avanzate, inoltre, più facilmente nella stessa fascia, una porzione di ex fumatori poteva essere motivata alla sospensione da uno stato di malattia già conclamato, e quindi con margine di beneficio inferiore7. Per quanto riguarda le singole patologie si sa che la abolizione del tabagismo riduce la probabilità di contrarre una neoplasia polmonare del 50% in 10 anni; il rischio scende a 1/6 dopo 15 anni di svezzamento. Analogamente, per quanto riguarda la B.P.C.O., la perdita di funzione polmonare non può essere recuperata con la sospensione del fumo, tutttavia il declino viene rallentato e si allinea con quello della popolazione generale8. Forse più evidente è la riduzione del rischio 19 C. Capristo et al.: I benefici della sospensione del fumo di infarto del miocardio, che cade rapidamente dopo un’anno di astinenza fino ad assimilarsi a quello del non fumatore, sappiamo infatti quanto il tabacco modifichi la funzione endoteliale, i processi trombotici e la stabilità di placca9. Anche nei confronti dell’ictus cerebrale i benefici comportano la riduzione del rischio del 50% ad un anno e il suo annullamento dopo 5 anni di cessazione dell’abitudine tabagica10. Incidentalmente riportiamo che il nostro paziente aveva diversi altri fattori che aumentavano il rischio di ictus quali l’età avanzata, l’ipertensione, il diabete, la fibrillazione atriale. CONCLUSIONI Il soggetto da noi esaminato, dopo una lunga e disabilitante malattia si trovava nella condizioen di aver superato (sia pure involontariamente) la fase spesso critica di astinenza nicotinica; come categoria rientrava a buon diritto tra quella dei fumatori “difficili”, ovvero con pesantissima dipendenza dal fumo, età e stato di malattia avanzato, numerosi tentativi di disassuefazione alle spalle. Non possiamo tuttavia non sconsigliare una ripresa della precedente abitudine in primo luogo nei confronti dei conviventi, e in secondo luogo perchè i benefici della sospensione del fumo rimangono evidenti ad ogni età. BIBLIOGRAFIA 1. ISTAT giugno 2001 Rapporto annuale: la situazione del paese nel 2000. 2. ISTAT aprile 2001. Indagine multiscopo: aspetti della vita quotidiana 1999. 3. Limonato L, Agudo A, Ahrens W et al. Lung cancer and cigarette smoking in Europe: an update of risk estimats and an assesment of inter-country heterogeneity. Int J Cancer 2001; 321: 323-9. 4. 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Compagnucci Via Fonteiana,134 - 00152 Roma ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio-Marzo 2006 IL DRENAGGIO PERCUTANEO NELLA SPONDILODISCITE TUBERCOLARE: CONSIDERAZIONI TECNICHE SU PAZIENTI TRATTATI PERCUTANEOUS DRAINAGE OF TUBERCULOUS SPONDYLODISCITIS: TECHNICAL CONSIDERATIONS ON TREATED PATIENTS STEFANO PIERI1, ALFONSO MARIA ALTIERI2, PAOLO AGRESTI1, FEDERICA ANTONELLI2, MARIO GIUSEPPE ALMA2, STEFANO FEDELI3 1 UO Radiologia Vascolare ed Interventistica - 2 4° UO Pneumologia - 3 Radiologia Busi Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini – Roma Riassunto. La spondilodiscite tubercolare e gli ascessi dei muscoli psoas continuano ad essere una problematica comune anche nei paesi Occidentali, in considerazioni delle notevoli ondate migratorie. Facilmente diagnosticata con lo studio RM, trova nel drenaggio percutaneo un’efficace opzione terapeutica, in grado di superare i limiti rappresentati dalla terapia medica e chirurgica. Vengono presentati i quadri clinici e radiologici di tre pazienti affetti da spondilodiscite tubercolare, con ascessi dei muscoli psoas, trattati con la soluzione percutanea e terapia antimicobatterica sistemica. La localizzazione prevalente della tubercolosi ossea avviene a livello della colonna dorso-lombare, dove l’osso spugnoso è molto vascolarizzato, ma povero di cellule macrofagiche. L’infezione può diffondere nei compartimenti ileo-psoas sottoforma di ascessi. Il drenaggio percutaneo, assistito da una metodica radiologica, consente un trattamento preciso, mininvasivo, minitraumatico ed efficace: la risoluzione della sintomatologia dolorosa avviene già al momento dell’evacuazione dei primi cc di materiale ascessuale; la cura degli ascessi si registra in poche settimane. Parole chiave: Spondilodiscite tubercolare, Ascessi muscoli psoas, Drenaggio percutaneo Summary. Tubercolar spondylodiscitis and psoas abscesses are still a social problem also in Western countries, caused by emigration. Diagnosis is easily made with RM, percutaneous drainage is an effective therapeutic solution, able to overcome limits of medical and surgical options. Three patients with tubercolar spondylodiscitis and psoas abscesses are presented; clinical and radiological aspects are reviewed. The preferential location of osseous tubercolosis is dorso-lumbar spine, where is a rich vascularization but poor presence of macrofagi. Tubercolar infection can extend to ileo-psoas compartments with abscesses manifestations. Percutaneous drainage, assisted by radiological techiques, is selective, mininvasive, effective with low traumaticity. Resolution of clinical symptoms is seen just during the percutaneous evacuation of purulent fluid; abscesses resolution is performed in few weeks. Key words: Tubercolar spondylodiscitis, Psoas abscesses, Percutaneous drainage S. Pieri et al.: Il drenaggio percutaneo nella spondilodiscite tubercolare 21 INTRODUZIONE DESCRIZIONE DEI CASI CLINICI Anche se l’incidenza della tubercolosi è andata progressivamente diminuendo negli anni, continua a rimanere endemica nei Paesi in via di sviluppo, mentre, nei Paesi Occidentali, ha fatto registrare un lento, ma costante incremento del numero di casi annui1. Il polmone è l’organo più frequentemente interessato dall’infezione tubercolare, essendo la via aerea la principale fonte di trasmissione della malattia, mentre il coinvolgimento del sistema scheletrico o linfonodale è la più comune manifestazione della tubercolosi extrapolmonare2. Nei pazienti con Tb ossea la formazione degli ascessi paraspinali si osserva in circa il 50-75% dei casi ed in particolare nelle spondiliti tubercolari3. La diagnosi clinica di tubercolosi ossea non è semplice per la evoluzione strisciante della malattia, il lento manifestarsi dei sintomi, le multiformi presentazioni cliniche e il tardivo sviluppo dei reperti radiologici; molto spesso a richiamare l’attenzione può essere un dolore lombare inspiegabile o la comparsa di disturbi motori degli arti inferiori4. Può aiutare ad indirizzare la diagnosi una primitiva localizzazione polmonare della tubercolosi, ma questa non sempre è presente. La conferma del sospetto diagnostico può essere ottenuta dalla valutazione globale dei sintomi clinici, dei segni di flogosi, dalla intradermoreazione alla tubercolina secondo Mantoux, insieme al supporto offerto dalla radiologia, tramite la TC5 e la RM6. In passato, il tradizionale trattamento degli ascessi dei muscoli psoas e ileopsoas è stato sia di tipo conservativo (farmacoterapia, immobilizzazione, applicazione esterna di tutori) che di tipo chirurgico, con risultati non soddisfacenti. Come per altre regioni anatomiche, anche in queste condizioni cliniche il drenaggio percutaneo con la guida radiologica è diventato la prima opzione terapeutica di riferimento7. Riportiamo la nostra esperienza nella diagnosi e nella gestione di tre pazienti, con spondilodiscite tubercolare, con considerazioni sulla tecnica di drenaggio percutaneo. Tra il maggio del 2002 e il dicembre 2003, sono stati trattati 3 casi di pazienti con spondilodiscite tubercolare e ascessi nei muscoli psoas. Nessun paziente è stato trattato con la opzione chirurgica, mentre tutti sono stati curati con il drenaggio percutaneo in associazione con la chemioterapia antimicobatterica sistemica e loco-regionale. Caso clinico n. 1 – C.E., anni 24, di nazionalità moldava, nel febbraio 2001, in coincidenza con la gravidanza, comincia ad accusare stanchezza generale e dolori lombari, inizialmente messi in relazione con la naturale progressione della gravidanza. Tale sintomatologia è in parte regredita dopo il parto, permanendo solo una astenia, erroneamente giudicata connessa all’allattamento. Nel settembre 2003 la paziente ha cominciato ad accusare una sciatalgia destra, parzialmente controllata da farmaci antidolorifici generici, poi, nell’arco di un mese, aggravatasi con la contemporanea presenza di disturbi a tenere la postura eretta, a causa del dolore insopportabile. A novembre del 2003, si registra la comparsa di tosse, febbricola, dolore lombare ed emottisi. Vengono eseguiti degli accertamenti radiografici, che evidenziano la presenza di multiple formazioni cavitarie polmonari bilaterali; la sintomatologia sciatalgica viene riferita alla presenza di Tb ossea, con spondilodiscite a livello di D11 e D12, con alterazione di morfologia e di segnale dei metameri vertebrali alla RM, e comparsa di formazione espansiva a livello del muscolo psoas di destra. La paziente inizia il trattamento antimicobatterico sistemico; viene comunque proposto un drenaggio percutaneo lombare, per migliorare la sintomatologia della paziente e accelerare la risoluzione del quadro clinico. La procedura, attuata con assistenza ecografica, è consistita nel posizionamento di un catetere di drenaggio pig-tail 8 Fr, da cui sono fuoriusciti inizialmente 80 cc di materiale cremoso di colorito giallo-ocra, in cui fu evidenziata la presenza di Micobatterio tubercolare. La paziente ha avvertito la remissione della sintomatologia dolorosa già all’atto della procedura, con una progressiva sensazione di benessere, aumentata notevolmente nei giorni successivi. Visto che nel breve ricovero ospedaliero, la produ- 22 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 zione giornaliera era divenuta inesistente, il catetere di drenaggio è stato rimosso dopo quindici giorni. La paziente ha effettuato controllo TC ad un anno: l’indagine ha confermato la risoluzione del processo. Caso clinico n. 2 – C.C, anni 34, muratore rumeno, ai primi di maggio 2002 cominciò ad accusare febbre e dolori dorsali. Tra i vari accertamenti eseguiti, la Rx del torace mostrava la presenza di opacità disomogenee, sfumate, con aspetti di iperdiafania nel loro contesto, come per la presenza di fenomeni di tipo escavativo, prevalentemente a carico dei lobi superiori. Il riscontro del Micobatterio tubercolare nell’espettorato consentì di confermare la diagnosi etiologica, per cui si procedette, ad impostare una terapia antimicobatterica sistemica per nove mesi. La RM lombo-sacrale mise in evidenza un quadro di spondilodiscite a livello di L3-L4, con marcata alterazione osteostrutturale dei corpi vertebrali, con grossolane raccolte ascessuali, che occupavano entrambi i muscoli psoas, in sacche pluriconcamerate che distendevano i legamenti longitudinali anteriore e posteriori. Fu proposto ed attuato un drenaggio percutaneo ecoguidato, con approccio anteriore, in entrambe le raccolte segnalate alla RM, vista la loro anteriorizzazione a livello pelvico. Nei giorni successivi, il drenaggio sinistro ha funzionato ottimamente, mentre quello destro meno; il controllo radiologico confermava che il catetere destro non comunicava con la parte inferiore dell’ascesso, per cui si rendeva necessario eseguire un nuovo posizionamento, TC guidato. Un controllo radiologico nel mese successivo confermava la netta riduzione delle raccolte, per cui, anche per la scomparsa dei dolori, si decide di sfilare i cateteri di drenaggio. Per tutto il tempo della loro permanenza si è proceduto al lavaggio dell’ascesso con soluzione fisiologica e medicazione locale con streptomicina. Il controllo TC ad 1 anno ha confermato la completa risoluzione del quadro radiologico. Caso clinico n. 3 – N., anni 43, sardo, operaio, si presenta alla nostra osservazione con intensa sciatalgia lombare e una parziale paresi motoria degli arti inferiori, febbricola serotina, con tosse ed escreato produttivo. La Rx del torace evidenzia la presenza di multiple opacità disomogene, sfumate, con aspetti di iperdiafania nel loro contesto, come per la presenza di fenomeni di tipo escavativo. Il riscontro del Micobatterio tubercolare nell’espettorato ha consentito di orientatare correttamente la diagnosi e d’impostare la terapia antimicobatterica sistemica; la RM lombo-sacrale ha messo in evidenza un quadro di spondilodiscite a livello di L3-L4, con marcata alterazione osteostrutturale dei corpi vertebrali, con grossolane raccolte ascessuali, che occupavano entrambi i muscoli psoas, in sacche pluriconcamerate, con estrinsecazione prevalentemente anteriore (Fig. 1a, 1b). Il drenaggio degli ascessi è stato eseguito sotto guida TC, in anestesia locale (Fig. 2); dal materiale cremoso prelevato, in laboratorio, è stata confermata la presenza del Micobatterio tubercolare. La sensazione di scomparsa del dolore ha coinciso con l’iniziale svuotamento delle raccolte ascessuali già al momento del posizionamento dei cateteri di drenaggio; la sensazione di benessere è proseguita nei giorni successivi, con la riduzione volumetrica delle sacche ascessuali (Fig. 3); il paziente ha ripreso a deambulare regolarmente dopo 15 giorni. Con opportuni lavaggi giornalieri e somministrazione di farmaci, e ricovero Day-hospital, il catetere è rimasto in situ per oltre 32 giorni. È stato rimosso quando non c’era evidenza clinica e radiologica di attività del processo patologico (Fig. 4). Il controllo TC ad 1 anno di distanza dalla procedura ha confermato la guarigione clinica del paziente, con esiti fibrocalcifici. DISCUSSIONE La tubercolosi rimane un importante problema sociale non solo per i Paesi in via di sviluppo, dove il batterio tubercolare (MT) continua ad essere un’importante fonte di morbilità e di mortalità7; recentemente, l’abuso di alcool e droga, l’aumento dei casi di HIV e le notevoli ondate migratorie dal terzo mondo hanno fatto registrare un aumento del numero di casi annui anche nei paesi occidentali4. Nel 3% dei casi di tubercolosi extrapolmonare risulta coinvolto lo scheletro, il più delle volte per via ematogena. Tutti i segmenti ossei possono essere interessati, S. Pieri et al.: Il drenaggio percutaneo nella spondilodiscite tubercolare Figura 1a. - cfr testo Figura 1b. - cfr testo Figura 3. - cfr testo ma il MT si insedia prevalentemente nell’osso spugnoso più vascolarizzato e povero di cellule macrofagiche. Il 50% dei casi di tubercolosi ossea vede coinvolta la colonna, poi l’anca, più raramente il ginocchio, comunque i segmenti più colpiti sono quelli sottoposti a carico8. L’infezione della colonna può diffondersi nel compartimento ileopsoas, nella pelvi e nella coscia, sottoforma di raccolte fluide9. Per la diagnosi, la RM con contrasto è diventata la modalità diagnostica di rife- 23 Figura 2. - cfr testo Figura 4. - cfr testo rimento, potendo consentire anche il controllo periodico della discite e dell’osteomielite della colonna, e una migliore caratterizzazione degli aspetti radiologici della malattia10. Siccome anche la TC è un’eccellente modalità diagnostica per evidenziare l’esatta localizzazione ed estensione dell’ascesso, nonché le relazioni tra l’ascesso e gli organi adiacenti, questa ultima metodica viene utilizzata molto più spesso per guidare l’atto interventistico percutaneo11, anche se nella nostra 24 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 recente e ristretta esperienza abbiamo utilizzato con successo anche l’assistenza ecografica. Gli ascessi da noi trattati erano localizzati principalmente nel compartimento ileo-psoas; uno era destro, mentre gli altri due bilaterali e si estendevano fino a livello iliaco. Tutti erano ben circoscritti, maggiori di 3 cm di diametro, ben accessibili, per cui sono stati avviati alla procedura di drenaggio percutaneo. I pazienti in questione, studiati con la TC e la RM, avevano una localizzazione della spondilodiscite a livello dorso lombare: una a livello di D11D12, uno a livello di L3-L4, l’ultimo a livello di L3-L4. In tutti i casi, la procedura di drenaggio percutaneo è stata eseguita in anestesia locale, con un ago 18 G, inserito nella porzione più distale della raccolta fluida, per favorirne il migliore e completo drenaggio nel tempo; l’iniziale aspirazione manuale è stata effettuata per confermare la presenza del materiale purulento. Tutti i cateteri di drenaggio sono stati inseriti con la tecnica di Seldinger e tenuti in sede finchè il drenaggio non era cessato e/o era inferiore a 10 ml giornalieri per almeno 2 giorni consecutivi, oppure il miglioramento clinico era evidente, oppure i segni ematochimici confermavano l’assenza dell’infiammazione, oppure il follow-up TC e/o eco dimostrava l’assenza o la pressochè totale scomparsa della cavità ascessuale. Il periodo di drenaggio è stato 5-36 giorni (media 25 giorni). Il batterio tubercolare è stato isolato in tutte le localizzazioni ascessuali dei pazienti trattati. Se prima dell’avvento degli antibiotici, la spondilodiscite tubercolare e gli ascessi dei muscoli psoas avevano una prognosi infausta nel 25-70% dei casi con la sola terapia medica12, se la chirurgia era riservata ai casi con deformità spinale e peggioramento delle condizioni neurologiche per compressione midollare, con tuttavia elevate percentuali di recidive e di morbilità8, il drenaggio percutaneo radio-assistito, in particolare degli ascessi da spon- dilodiscite tubercolare, ha rappresentato una significativa svolta terapeutica13,14. La mininvasività e la relativa atraumaticità della procedura sono garantite dall’anestesia locale, dai calibri ridotti sia dell’ago che del catetere di drenaggio; la precisione e la selettività d’azione sono assicurati dalla guida radiologica; l’efficacia è dimostrata dall’immediata sensazione di benessere che i pazienti riferiscono all’atto dell’iniziale decompressione del materiale fluido, mediante evacuazione di pochi cc. di materiale ascessuale; tale miglioramento prosegue rapidamente nei giorni successivi, tanto da restituire ai pazienti l’autonomia negli atti quotidiani della vita e annullare la sensazione dolorosa lombare, divenuta precedentemente il loro incubo quotidiano. La validità del drenaggio percutaneo è ulteriormente garantita dalla possibilità di eseguire un lavaggio quotidiano del catetere, potendo così verificare direttamente l’evoluzione della cura, con la progressiva riduzione del materiale ascessuale validata dai controlli radiologici. Inoltre, il catetere consente anche una somministrazione locale dei farmaci antimicobatterici, in modo da aumentare la loro concentrazione “in loco”. Nella nostra pur piccola esperienza abbiamo verificato i benefici garantiti da questa opzione terapeutica: la sintomatologia soggettiva si è risolta in tempi rapidissimi, la guarigione degli ascessi e delle spondilodisciti è stata ottenuta in tempi celeri, confortata dai reperti radiologici, che ad un anno di distanza non hanno evidenziato recidiva della malattia, vera e temibile complicanza di questa procedura. L’unica controindicazione all’impiego di questa procedura, peraltro non verificatasi nella nostra piccola esperienza, è rappresentata dalla progressione della malattia negli spazi epidurali, con compromissione neurologica, o quando è consigliata la stabilizzazione della colonna11. Inoltre, visto l’esiguo numero di casi, ancora prematuro ci è parso un confronto con i risultati degli scarsi lavori presenti in letteratura. S. Pieri et al.: Il drenaggio percutaneo nella spondilodiscite tubercolare BIBLIOGRAFIA 1. Lindhal S, Nyman R S, Brismar J, et al. Imaging of tubercolosis. Spinal manifestations in 63 patients. Acta Radiologica. 1996; 37: 506-11. 2. World Health Organization. Press release, WHO/22. March 1996. 3. Rajasekaran S, Shanmugasundaram TK, Prabhakar R, et al. Tuberculous lesions of the lumbosacral region. A 15 year follow-up of patients treated by ambulant chemotherapy. Spine 1998; 23: 1163-7. 4. Maiuri F, Iaconetta G, Gallicchio B, et al. Spondylodiscitis. Clinical and magnetic resonance diagnosis. Spine 1997; 22: 1741-6. 5. Feldberg MA, Koehler PR, van Waes PF. Psoas compartment disease studied by computed tomography: analysis of 50 cases and subjet review. Radiology 1983; 148: 505-12. 6. Post DJM, Sze G, Quencer RM, et al. Gadolinium enhanced MR in spinal infection. J Comput Assist Tomogr 1990; 145: 721-9. 7. Dinç H, Onder C, Turhan AU, et al. Percutaneous catheter drainage of tuberculous and non ____ Per richiesta estratti: Dott. Stefano Pieri Via F. Algarotti, 8 - 00137 - Roma; e-mail: [email protected] 25 tubercolous psoas abscesses. Eur J Radiol 1996; 23: 130-4. 8. Antunes Jl. Infections of the spine. Acta Neurochir. 1992; 116: 179-82. 9. Mueller PR, Ferrucci JT, Wittemberg J, et al. Iliopsoas abscesses: treatment by CT-guided percutaneous catheter drainage. AJR 1984; 142: 359-62. 10. Longo M, Granata F, Ricciardi G K, et al. Contrast enhanced MR imaging with fat suppression in adult onset septic spondylodiscitis. Eur Radiol 2003; 13: 626-37. 11. Staaz G, Adam G, Keulers P, et al. Spondylodiskitis abscesses: CT guided percutaneous catheter drainage. Radiology 1998; 208: 363-7. 12. Pombo M, Martin-Egana R, Cela A, et al. Percutaneous catheter drainage of tubercolous abscesses. Acta Radiol 1993; 34: 366-8. 13. Dinç H, Ahmetoglu A, Baykal S, et al. 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Ma nuove realtà stanno emergendo: sono segnalati casi di epatiti da HEV, un virus diffuso soprattutto nell’America centro-meridionale e nel sud-est asiatico, la cui circolazione in occidente è oggi facilitata dal turismo, dalle emigrazioni e dal soggiorno di occidentali in paesi colpiti da catastrofi naturali e in precarie condizioni igienico-sanitarie. Il laboratorio dispone di metodiche EIA per la ricerca di anticorpi di classe G ed M. Ma soprattutto si sono evidenziati negli ultimi anni alcuni nuovi virus, a prevalente (ma non solo) trasmissione ematica, evocati come epatolesivi e potenzialmente in grado di provocare epatiti. Di questi virus, tra cui ricordiamo HGV, TTV, SENV, le nostre conoscenze sono ancora limitate e possono essere così riassunte: sono trasmessi mediante sangue ed emoderivati, più raramente tramite altri fluidi biologici; colpiscono il tessuto epatico ma anche cellule differenti, come quelle emolinfopoietiche; solo in pochi casi, finora, è stato possibile correlare la loro presenza come unica causa di malattia, più spesso sono una concausa di epatite con virus convenzionali o aggravano quadri preesistenti in immunodepressi, come i soggetti HIV+. Da un punto di vista laboratoristico, solo per HGV vi sono metodi di dosaggio alla portata dei laboratori di routine, mediante la ricerca degli anticorpi in EIA; in tutti gli altri casi bisogna ricorrere a tecniche di biologia molecolare, in alcuni laboratori di riferimento, per la ricerca del virus e la sua genotipizzazione nel sangue ed emoderivati. Parole chiave: Epatite E, Flaviviridae, Circoviridae, Immunodepressione. Summary. In western countries conventional viruses cause the majority of cases of hepatitis: HAV in orofecal transmission, HBV, HCV and HDV in cases with predominant blood transmission. But new viruses are emerging: cases of hepatitis by HEV, widespread virus particularly in central and south America and in south-east Asia, are noted in Europe and in north America; tourism, emigrations, natural disasters, travels of westernmen in poor health countries facilitate HEV circulation. To identify HEV, we have EIA assay for searching IgG and IgM antibodies anti HEV. Moreover some new viruses, transmitted by blood, but not only, have been identified in the last years; they can damage hepatic tissue and cause hepatitis. We recall HGV, TTV and SENV, but our knowledges are still poor; briefly, these viruses are transmitted by blood and derivates, seldom by other biologic fluids; they infect and damage liver and blood cells. Only in few cases we may correlate these viruses with liver infection, very often they coinfect with conventional viruses liver or worsen hepatic disease in immunocompromised patients (HIV+, for example). To identify these viruses, we have EIA assay only to search antibodies anti HGV; for TTV and SENV, virology laboratory has molecular biology assay for diagnosis and genotyping. Key words: Hepatitis E, Flaviviridae, Circoviridae, Immunodeficiency. 27 F. Belli: Epatiti emergenti e nuovi virus epato-correlati INTRODUZIONE Al momento attuale, la quasi totalità delle infezioni epatiche virali che in un laboratorio ospedaliero di routine richiedono diagnosi e monitoraggio, si esaurisce con le quattro forme principali maggiormente diffuse: epatiti A B C D, rispettivamente provocate dai virus HAV HBV HCV e HDV. Sia per quanto riguarda le forme a trasmissione alimentare ed oro-fecale (epatite A), sia per quelle a trasmissione prevalentemente ematica (epatiti B C D), nel nostro paese la situazione epidemiologica è tale per cui pochi casi sfuggono ad un’identificazione di laboratorio inequivocabile. Tuttavia anche questo settore della diagnostica e della clinica è in evoluzione: altre forme sono state individuate o sono in corso di definizione. Per quanto riguarda le epatiti a trasmissione oro-fecale, è nota da anni l’infezione da virus E (HEV), ancora poco diffuso nel nostro paese ma importante come causa di epatiti acute specie in Asia e America centrale; viaggi di nostri connazionali in quei paesi o l’ingresso di lavoratori soprattutto asiatici in Italia fanno prevedere nei prossimi anni una maggior circolazione di HEV anche in Europa Occidentale (Italia inclusa) e dunque un aumento di domanda per la diagnostica di questa forma, da ritenere ormai come un’infezione emergente1. Pertanto saranno esaminate le caratteristiche di HEV, dell’infezione che determina e lo stato attuale della diagnostica, dati questi necessari per predisporre un substrato culturale ed operativo qualora il problema debba essere affrontato concretamente. Ma vi è soprattutto un gruppo di virus a prevalente trasmissione ematica e potenzialmente epatolesivi (ma, almeno in parte, a diffusione sistemica come HCV), ancora in via di definizione nosografica, di tipizzazione genotipica ed antigenica, di inquadramento epidemiologico e clinico: di questi, solo per l’agente dell’epatite G (HGV) esistono metodi di diagnostica di laboratorio semplici ed affidabili, mentre per gli altri siamo ancora in un ambito ristretto a pochi centri di ricerca2,3. Soprattutto si dovrà nel prossimo futuro rispondere a due quesiti principali: reale peso in patologia umana e reale epatolesività di questi “nuovi” virus epato-correlati. Anche per queste nuove entità presenteremo una panoramica soprattutto riguardo l’attuale situazione epidemiologica e le metodiche diagnostiche4. HEV ED EPATITE E HEV è un virus a RNA a singola elica, dapprima incluso nella famiglia “caliciviridae”, ma oggi etichettato “non classificabile” analizzando la sua mappa genetica; presenta notevoli differenze genotipiche da zona a zona. La via di trasmissione principale, ma non unica, accertata è quella oro-fecale e alimentare, specie acqua contaminata in zone in condizioni igienico-sanitarie precarie, con insufficiente trattamento delle acque potabili e degli scarichi. L’infezione è diffusa soprattutto nel sud-est-asiatico e in America centrale, ove costituisce un evidente rischio anche per i viaggiatori occidentali; recrudescenze epidemiche si verificano in seguito a catastrofi naturali (terremoti, maremoti) che peggiorano la già precaria situazione sanitaria di queste zone. Casi in Europa e nord-America si hanno perlopiù in turisti o lavoratori reduci da queste aree e loro contatti. In Italia e paesi con analoga situazione epidemiologica nei confronti di HEV, sono stati trovati anticorpi anti-HEV anche nel 5% di pazienti sottoposti a dialisi, donatori e controlli sani5: si ritiene che ciò sia dovuto o ad una bassa circolazione del virus in zone delimitate o ad artefatti di laboratorio, tenendo presente che il livello di sensibilità e specificità delle metodiche impiegate è inferiore rispetto ai test utilizzati per i virus epatitici maggiori. Recenti osservazioni indicano come HEV possa essere trasmesso all’uomo anche da animali della propria catena alimentare (suini, ad esempio) e rendono il quadro ancor più complesso. Si tratta in questi casi di una vera e propria zoonosi e recenti osservazioni indicano che i ceppi 28 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 isolati nell’uomo e nel maiale, limitatamente ad alcuni paesi occidentali, sono geneticamente correlati, che i genotipi 1 e 2 umani differiscono da quelli del maiale e che probabilmente solo i genotipi 3 e 4 sono potenzialmente zoonotici. Rispetto ad HAV, il virus dell’epatite E è trasmesso meno efficacemente ed ha una bassa penetrazione nella popolazione. I contatti con il virus e la sintesi di anticorpi specifici non conferiscono un’immunità permanente. Il periodo d’incubazione dell’infezione è di circa 40 giorni, il decorso è molto spesso asintomatico o, in caso di evidenza clinica, con sintomi uguali alle altre epatiti acute; analogamente all’epatite A, l’infezione non cronicizza. La diagnostica di laboratorio si avvale della ricerca degli anticorpi anti-HEV di classe M e G in ELISA mediante antigeni ricombinanti; la biologia molecolare ha messo a disposizione la possibilità di reperire HEV-RNA nelle feci e nel sangue6,7. Da un punto di vista della dinamica virale e della risposta anticorpale, all’esordio della malattia è possibile rintracciare l’RNA virale mediante PCR nelle feci per le prime due settimane, in seguito nel sangue per 2-3 mesi; dalla 3°-4° settimana si riscontrano le IgM nel sangue che decrescono a partire dal 2° mese; in convalescenza compaiono le IgG che permangono elevate a lungo 8,9,10. Il riscontro isolato di anticorpi di classe IgG non ha significato diagnostico – come per l’infezione da HAV – ma è solo indice di esposizione. virus e attualmente se ne conoscono cinque genotipi 14 (vedi tabella n. 1). HGV ED EPATITE G Oggi si assegna al solo gruppo C (GBVC) una completa autonomia tassonomica e di specie, come virus epato e linfotropo (soprattutto cellule Cd4+). L’organizzazione genomica e strutturale ha permesso di includerlo nella famiglia “flaviviridae”; ha un’omologia aminoacidica con HCV del 30 %. Il virione è sferico, con un diametro di 4060 nm ed è provvisto di pericapside; contiene RNA lineare a singolo filamento con polarità positiva; l’organizzazione funzionale, nel suo complesso, è simile a quella di HCV. La storia di questo virus è lunga e complessa, poiché, retrospettivamente, i primi casi di soggetti infettati risalgono agli anni ’60. Il primo vero isolamento è di poco posteriore a quello di HCV, nel siero di un paziente francese affetto da epatite posttrasfusionale e il virus fu denominato, inizialmente, dalle iniziali di questi, GBV e in seguito HGV 11,12,13. Successivamente sono stati meglio definiti e sequenziati tre gruppi (A B C) del Tabella 1 – Sintesi delle caratteristiche di HGV Famiglia Flaviviridae Acido Nucleico RNA lineare a singolo filamento Genotipi conosciuti 5 Pericapside Presente Tessuti e cellule infettate Fegato, midollo osseo, milza, linfo-monociti Trasmissioni dimostrate Sangue e derivati, saliva Patologie Epatiti acute e croniche isolate, da dimostrare Infezione sinergica con HBV, HCV e HIV, che aggrava Diagnostica di laboratorio Ricerca Ab anti- E2/HGV in EIA Ricerca di HGV – RNA mediante RTPCR quanti/qualitativa e genotipizzazione Frequenza È presente nel 20% dei candidati al Trapianto di fegato F. Belli: Epatiti emergenti e nuovi virus epato-correlati I cinque genotipi conosciuti sono stati reperiti perlopiù in differenti aree geografiche. A tutt’oggi lo studio in vitro presenta notevoli difficoltà, per cui aspetti biologici e meccanismi replicativi di HGV sono ancora poco noti, così come i suoi rapporti con l’ospite infettato e la reale patogenicità. È stato accertato che HGV infetta soprattutto persone sottoposte a trasfusione di sangue ed altri emoderivati e dializzati15: in questi casi metodiche molecolari possono evidenziarlo entro quindici giorni dal contagio e per diversi mesi successivi. Qualora l’infezione risolva mediante meccanismi dell’immunità innata e, in seguito, adattiva, si ha una forte risposta anticorpale verso la proteina pericapsidica E2 (la più simile a quella di HCV) e riduzione o scomparsa della viremia. Il rischio di reinfezione, indipendentemente dalla memoria immunologica, la cui validità è tutta da dimostrare, sembra molto basso. Il reale ruolo protettivo degli anticorpi anti-E2 è incerto e contestato, anche perché in alcuni casi possono coesistere a lungo con alti titoli viremici: questi pazienti, pur non numerosi e raramente sottoposti a follow-up clinico-virologico, possono avviarsi ad una malattia epatica cronica. Durante le infezioni persistenti HGV è stato riscontrato nel fegato, nel sistema reticolo-endoteliale (midollo osseo, milza), in linfociti e monociti del sangue periferico16 e, a basso titolo, in altri fluidi corporei come la saliva. Il tropismo di HGV per il tessuto epatico, ma anche per gli organi emolinfopoietici, è ben dimostrato, ma la mancanza di studi clinico-epidemiologici suffragati da ampie casistiche e osservazioni prospettiche impediscono di assegnare al virus peso e ruolo definitivi nelle epatiti negative per i virus convenzionali occorrenti in soggetti trasfusi o dializzati: l’evoluzione dell’infezione acuta da HGV non è collegabile, se non raramente, con certezza, ad un quadro clinico ben definito. L’infezione cronica inoltre è responsabile di patologie a carico del fegato in misura modesta. 29 HGV ha sicuramente un’azione sinergica in corso di infezione da HIV: in gruppi a rischio diversi studi hanno dimostrato come la coinfezione HGV/HIV sia accompagnata da una riduzione di alcune funzioni epatiche e da un innalzamento persistente delle transaminasi, pur in assenza di un chiaro e conclamato quadro epatitico. Analogamente HGV ha un’azione sinergica con altri virus epatotropi, aggravando la patologia epatica pre o coesistente. Recentemente sono stati condotti studi riguardo la presenza del virus, indipendentemente dalla sua patogenicità e dallo stato clinico, in particolari categorie: uno dei dati più interessanti emersi è che HGV compare nel sangue di pazienti candidati al trapianto di fegato (e precedentemente sottoposti in almeno un’occasione a trasfusioni o manovre invasive) nella misura del 20 %, senza particolare distinzione di gruppi o genotipi. Il gruppo C presenta più degli altri una marcata variabilità genetica (caratteristica di tutti i flavivirus) e una diversa distribuzione geografica; con maggior frequenza rispetto ai gruppi A e B può coinfettare pazienti HBV+ e HCV+, soprattutto in corso di epatiti croniche. Meno frequentemente il gruppo C è stato riscontrato nel siero di pazienti con epatite acuta o fulminante, tossicodipendenti, emofilici, politrasfusi, dializzati e trapiantati; oltre la metà di questi ultimi sviluppa un’infezione da HGV perlopiù clinicamente silente. La ricerca degli anticorpi anti-E2 e l’individuazione del genoma virale con metodiche molecolari sono attualmente i sussidi diagnostici disponibili, dal momento che non si dispone di un soddisfacente sistema di coltivazione in vitro del virus o di test per la ricerca diretta degli antigeni virali: ovviamente l’approccio molecolare offre informazioni più preziose riguardo le infezioni in atto17. Gli anticorpi anti-E2 (immunoglobuline totali) sono evidenziati mediante metodiche immunoenzimatiche che utilizzano antigeni ricombinanti adesi su pozzetti di micropiastre; la specificità non è alta, le 30 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 false positività superano il 2 % e il test è ovviamente condizionato dall’epoca di comparsa degli anticorpi (non inferiore ai quindici giorni, ma protratta negli immunodepressi): la presenza di anticorpi antiE2 è indice di avvenuta infezione e non può fornire ulteriori indicazioni cliniche. La ricerca del genoma viene effettuata su plasma o siero, con minor validità su altri materiali, mediante RT-PCR, è mirata alla regione non codificante 5’, sufficientemente conservata da permettere l’impiego di primers universali. A solo scopo di ricerca vengono condotte la quantificazione della viremia e la genotipizzazione. TTV È stato individuato nel 1997 in Giappone da Nishizawa e coll. e isolato per la prima volta in un paziente affetto da epatite fulminante contratta in seguito a trasfusioni: da qui la denominazione di TTV, sigla derivata allora da “Transfusional Trasmitted Virus” e oggi da “Torques and Tenuis/tenovirus”. È incluso nella famiglia dei “Circoviridae”, genere “Anellovirus”. Il virus è caratterizzato da un piccolo genoma circolare (30-50 nm) con DNA monocatenario a polarità negativa privo di pericapside (tabella n.2). Condivide forti somiglianze strutturali e funzionali, come detto, con i virus della famiglia “circoviridae”, in gran parte patogeni solo negli animali. Presenta un grado di variabilità genetica inconsueto nei virus a DNA 18 19. La similitudine filogenetica di TTV con virus presenti in animali d’allevamento, specie polli e altri uccelli, suggerisce la possibile azione, durante i passaggi intra e inter-animale, di questi sull’evoluzione genetica dello stesso virus e la possibilità di nuove fonti di contagio per l’uomo. L’analisi delle relazioni filogenetiche tra isolati differenti nell’uomo e negli animali di “circoviridae” e virus apparentati ha portato alla individuazione di oltre 30 genotipi, suddivisi in via provvisoria in 5 genogruppi principali filogeneticamente distinti, tra i quali TTV e altri virus di cui parleremo, ma con un progenitore ance- strale comune (figura n.1): - gruppo 1, con prototipo TTV - gruppo 2, con prototipo PMV - gruppo 3, con prototipo SENV/SANBAM - gruppo 4, con prototipo YONBAM - gruppo 5, senza ancora un prototipo ben definito. Tabella 2 –Sintesi delle caratteristiche di TTV Famiglia Circoviridae Acido Nucleico DNA monocatenario Genotipi conosciuti 30 Pericapside Assente Tessuti e cellule infettate Fegato, cellule ematiche Trasmissione Sangue ed emoderivati; saliva, latte materno, sperma e secreto vaginale? Patologie Epatiti fulminanti criptogenetiche? Epatiti latenti post-trasfusionali? Infezione sinergica con HBV, HCV e HIV, aggravamento discusso Diagnostica Ricerca DNA mediante PCR Frequenza 58% 29% 12% 17% emofilici HCV + donatori epatiti acute A/G - Hanno tutti un genoma di 3.8 Kb e si differenziano da un altro raggruppamento a loro correlato ma con genoma più piccolo di 2.8 Kb denominato TTV-Like Mini Virus (TLVM). I gruppi 1 e 2 sono geograficamente molto diffusi, mentre gli altri sono limitati a specifiche zone. In comune hanno tutti la scarsità di conoscenze a nostra disposizione riguardo la storia naturale delle infezioni provocate. La maggior parte di coloro che acquisi- F. Belli: Epatiti emergenti e nuovi virus epato-correlati scono l’infezione presenta il virus nel sangue a lungo e talora a tempo indefinito (limitatamente al periodo d’osservazione, che in nessun caso ha superato i 7/8 anni): la cronicizzazione è pertanto un esito frequente ed è poco credibile che un’infezione da TTV possa risolversi spontaneamente 20 21 22 23 . È anche vero altresì che poco o nulla conosciamo della reazione immune antiTTV, che comunque non sembra in grado di costituire un’efficace sistema anti-virale né di proteggere dalle superinfezioni; sono stati segnalati anche molti casi di infezioni miste con molteplici genotipi, non sappiamo se contemporanee o acquisite in momenti successivi 24. Per quanto riguarda il ruolo di TTV come causa di epatiti, si sta ripetendo quanto avvenuto per HGV. Pur essendo sicuramente un virus epatotropo ed epato-correlato (ma infetta anche cellule ematiche), sembrerebbe escluso un suo ruolo come agente primario ed esclusivo di patologie epatiche, se non rarissimamente e in soggetti immunodepressi e in fegati già compromessi, mentre vi è più concordanza nel ritenere TTV un fattore di aggravamento nelle coinfezioni con HBV, HCV e HIV 25 26. Di recente è stata notata la presenza di TTV in immunocomplessi circolanti e la sua attiva moltiplicazione in linfomonociti dopo stimolazione: il significato di queste osservazioni rimane oscuro. Pertanto, pur essendo implicato in alcuni casi di epatopatia, TTV non sembra essere tra i principali virus responsabili di epatiti acute o croniche B/C negative ed emotrasmesse, mentre è più plausibile che aggravi patologie epatiche da concomitanti infezioni con HBV e HCV. Come detto, nei soggetti infettati può persistere a lungo (stato di portatore cronico di TTV), provocando di rado fenomeni morbosi evidenti a carico del parenchima epatico. Lo stato dell’arte tuttavia non permette affatto di escludere l’ipotesi di un’epatite latente post-trasfusionale da TTV. Sangue ed emoderivati sono dunque le fonti principali di trasmissione di TTV, ponendo a rischio d’infezione soprattutto pazienti politrasfusi (talassemici, emofilici, dializzati); saliva, latte materno, sperma e 31 secreto vaginale rappresentano una fonte trascurabile se non a rischio zero27 28 29. L’esame di diversi studi statistici, circa la presenza di TTV in diverse categorie di pazienti e soggetti sani, può così essere riassunto: negli emofilici TTV è presente nella misura del 58 – 69 %, nei soggetti HCV+ nel 30 % dei casi, in pazienti affetti da epatite acuta HGV – nel 17 % dei casi ed infine in circa il 12 % dei donatori. In Francia, nel 1999, fu condotto uno studio su vasta scala che dimostrò come TTV era presente nel 27. 7 % di persone politrasfuse, percentuale che supera di gran lungo quella di altri virus trasmessi con il sangue ed altri emoderivati30. Lo stesso studio ha dimostrato un altro dato molto importante: TTV è inattivato trattando i preparati a 60° per 12h, mentre sono inefficaci detergenti o solventi chimici. In Italia uno studio analogo è stato effettuato alla fine del decennio passato dal gruppo SEIEVA (sorveglianza epidemiologica italiana epatite virale acuta) che ha riscontrato valori diversi rispetto allo studio francese: 56 % di prodotti emoderivati erano TTV+, ma il virus fu evidenziato nel 19 % di pazienti politrasfusi e nel 2 % di donatori periodici. Lo studio non riscontrò nessun caso di epatite acuta sicuramente ed esclusivamente connessa alla presenza del solo TTV, ma non si poteva escludere la sua azione sinergica con altri patogeni: pertanto, sia allora ma anche oggi, la valutazione del ruolo eziologico di TTV in malattie epatiche ed extraepatiche necessita di ulteriori indagini. Per la diagnostica di TTV, metodi sierologici attendibili non sono stati ancora messi a punto; mediante metodiche di amplificazione genomica, peraltro a disposizione di un ristretto numero di laboratori, è possibile evidenziare il virus principalmente nel sangue e suoi componenti, mentre è più raro, come detto, il riscontro nella saliva, nel liquido spermatico, nel secreto vaginale, nel latte materno. Vi sono segnalazioni di campioni fecali TTV+, suggerendo anche una possibile trasmissione oro-fecale che rimetterebbe in discussione molte nostre conoscenze su questo virus. La trasmissione intrauterina è dimostrata dal fatto che un neonato 32 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 su due di madre TTV+ è anch’esso positivo alla nascita. Studi recenti e ancora preliminari hanno permesso di tipizzare una trentina di genotipi, ma non sappiamo se siano localizzati in alcune aree geografiche o ampiamente distribuiti; sembra comunque che la presenza del virus non sia correlabile a fattori quali età, origine etnica, condizioni socio-economiche. In conclusione il riscontro di TTV nel sangue e in altri campioni biologici, a tutt’oggi, ha un significato clinico incerto: è sicuramente un virus trasmesso per via ematica (ma non solo), epatotropo (ma non solo), correlabile sia pur in condizioni particolari (immunodepressione, coinfezioni) ad alcuni casi di patologia epatica (ma non solo): la determinazione della carica virale, in quanto espressione dei livelli di replicazione virale, potrebbe rappresentare un più valido marker biologico del ruolo di TTV in determinate patologie. SENV E VIRUS CORRELATI SENV è stato individuato per la prima volta nel 1998 da Daniele e Coll., utilizzando primers modificati assemblati dalla sequenza originale di TTV, nel siero di un tossicodipendente HIV+: la nuova sequenza nucleotidica non reagiva e non apparteneva a nessuna delle sequenze virali contenute nelle banche dati 31. La nuova sequenza è stata in seguito completamente caratterizzata e ritrovata in percentuali significative di tossicodipendenti, soggetti politrasfusi e, più raramente, in donatori di sangue. Oggi numerosi laboratori, soprattutto di ricerca, utilizzano metodiche PCR per individuare SENV soprattutto in campioni di sangue ed altri emoderivati32. SENV, di cui abbiamo visto in precedenza le relazioni filogenetiche con TTV e altri virus correlati, appartiene alle Circoviridae, ha un DNA monocatenario ed è privo di pericapside (tabella n.3); se ne conoscono oggi 8 genotipi, indicati con le lettere A-H, in base alle differenze strutturali, ma aventi anche notevoli correlazioni genetiche: Tabella 3 –Sintesi delle caratteristiche di SENV Famiglia Circoviridae Acido Nucleico DNA monocatenario Genotipi conosciuti 8 Pericapside Assente Tessuti e cellule infettate Fegato, cellule ematiche? Trasmissioni dimostrate Sangue ed emoderivati Possibili patologie Epatiti acute e croniche A/G - Diagnostica di laboratorio Ricerca DNA mediante PCR e Genotipizzazione Frequenza 21% HBV + cronici 11% HCV + cronici 68% Epatiti A/G - croniche 83% politrasfusi con epatite criptogenetica 1% donatori 71% tossicodipendenti HIV + - SENV-C e SENV-H hanno un’omologia del 77.3 % - SENV-F e SENV-D hanno un’omologia del 77.1 % - SENV-A e SENV-B hanno un’omologia del 56.7 % - SENV-E e SENV-G hanno un’omologia del 39.7 % I rapporti fra SENV e TTV devono ancora essere chiariti, ma le differenze strutturali suggeriscono l’appartenenza a specie virali differenti (figura n.1): infatti la correlazione genomica non è estesa, pur possedendo omologie di sequenza nella regione non tradotta. Come abbiamo già accennato, si suppone comunque per TTV, SENV e altri virus correlati l’esistenza di un precursore ancestrale comune da cui si sarebbero evoluti indipendentemente dando origine a specie virali distinte. Recentemente è stata individuata una 33 F. Belli: Epatiti emergenti e nuovi virus epato-correlati l’elemento critico nel determinare le differenze percentuali di reperimento di SENV nelle statistiche riportate. Sono state dimostrate anche delle differenze di distribuzione dei genotipi di SENV conosciuti: SENV-A è risultato molto diffuso in tossicodipendenti HIV+ (71 %), molto meno in tossicodipendenti HIV-, per cui si ipotizzano, nella diffusione e nello sviluppo di questo genotipo, come fattori favorenti, la coinfezione con HIV e uno stato di immunodeficit. In coloro che hanno contratto l’ HIV non per via ematica ma per via sessuale SENV è presente in non più del 26 % dei pazienti, suggerendo, nella coinfezione con HIV, l’importanza della via di contagio nello sviluppo e nella replicazione di SENV. Infine, in pazienti affetti da epatiti post-trasfusionali negative ai virus B C D, sono stati reperiti soprattutto SENV-D e SENV-H. Rimangono comunque numerosi punti oscuri soprattutto sulle relazioni filogenetiche, tassonomiche e strutturali fra TTV, SENV e gli altri virus loro correlati: in futuro, l’identificazione separata con test più specifici di tutti i genotipi e varianti, analizzando l’organizzazione genetica, permetterà di attribuire a ogni singola identità una più precisa collocazione e di contribuire alla comprensione del vero ruolo di ciascun virus come agente patogeno. notevolissima omologia di sequenza fra SENV-E e il virus SANBAM: quest’ultimo, identificato e sequenziato da Hijkata e Coll., in un primo tempo era stato ritenuto un genotipo di TTV in base ad alcune similitudini genomiche, ma oggi, rimarcando invece maggiormente le differenze strutturali, viene considerato come un virus appartenente ad una nuova e differente specie. SENV ha vie di trasmissione analoghe a quelle di HBV, HCV, HDV, HGV e, per quel che si conosce, TTV: è epatotropo ma può infettare anche cellule ematiche; è stato chiamato in causa come agente responsabile o corresponsabile di epatiti acute e croniche A/G -, con ragionamenti analoghi a quelli riferiti per TTV. Studi epidemiologici recenti hanno permesso di quantizzare la percentuale di SENV+ in gruppi a rischio e soggetti sani: in pazienti affetti da epatite cronica B, 21 % di positività per SENV; 11 % in epatiti croniche C; 68 % in epatiti croniche negative a tutti i virus convenzionali; assenza completa nelle epatiti croniche non virali, come quella alcolica; 2 % in pazienti cardiochirurgici senza malattia epatica non trasfusi e 8 % politrasfusi; 83 % in persone politrasfuse con epatopatia cronica negativa per i virus convenzionali; 1 % in donatori sani. La trasfusione (e in particolare le politrasfusioni) appare attualmente Figura n. 1 - Origine filogenetica dei genogruppi TTV e TTV-like PMV TTV SENV/SANBAM YONBAM 3.8 Kb TLVM: TTV like mnivirus TTV PMV SENV/SANBAM YONBAM Virus non definito 2.8 Kb UNDEFINED Virus Ancestrale Comune TLVM 34 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 CONCLUSIONI L’individuazione di nuovi virus o la riconsiderazione di altri, tutti caratterizzati da tropismo per il tessuto epatico e trasmissibili o per via oro-fecale o per via ematica, induce inevitabilmente a diverse riflessioni sullo stato attuale delle nostre conoscenze in tema di patologie emergenti. Come la stessa storia delle scoperte degli agenti patogeni delle epatiti virali insegna, o come emerge anche da recenti epidemie virali in altri campi (SARS, ad esempio), le nostre conoscenze su quali e quanti virus possono aggredire il parenchima epatico e altri organi sono ben lungi dall’essere esaurite. Ma non solo vi è ancora molto da conoscere sulla patogenesi di alcune infezioni virali del fegato, ma anche su una serie di manifestazioni di primaria importanza, quali: - vie di diffusione e contagio - tropismo per altri tessuti, oltre quello epatico - storia naturale dell’infezione - rapporti con altri virus, specie HBV, HCV e HIV e sviluppo di coinfezioni - diagnostica di laboratorio. Per quanto riguarda virus a trasmissione oro-fecale, come HEV, è indubbio che fenomeni sociali propri del nostro tempo (immigrazione da paesi ove l’infezione è endemica e talora epidemica, viaggi di occidentali per turismo o per lavoro in queste aree, rapporti internazionali sempre più frequenti) o il verificarsi di catastrofi naturali in vaste aree geografiche ove l’HEV è diffuso (terremoto e maremoto nel sud-est-asiatico del 2004), causeranno nel prossimo futuro una maggior circolazione del virus e quindi un aumento di infettività in tutto il pianeta: l’occidente ricco ed avanzato dal punto di vista economico e sanitario ha l’obbligo di affrontare questa potenziale nuova emergenza sia “in casa” che nelle zone di diffusione tradizionale33 34. Necessitano pertanto nuovi studi su possibili diverse vie di contagio e l’eventuale coinvolgimento di animali, come detto in precedenza, nel quadro epidemiologico. L’impressione, oggi, è che limitare l’infezione da HEV e il suo diffondersi ai soli fattori legati a viaggi e trasmigrazioni sia riduttivo e porti a sottostimare il problema. A questo punto è inevitabile porsi, di conseguenza, la domanda: vi sono ancora nuovi virus a trasmissione alimentare e oro-fecale, epatotropi, da individuare? Non possiamo negarlo, anche perché (SARS ed altre epidemie di nuovi virus respiratori insegnano) lo sviluppo di mutanti virali, specie nei passaggi animali, è imprevedibile. Altrettanto complesso, sia pur per motivi diversi, il discorso riguardante virus di recente individuazione, a trasmissione prevalentemente ematica, che hanno tutti tropismo per numerosi tessuti, non solo per quello epatico, potendosi in alcuni soggetti sviluppare un’infezione o una malattia sistemica; anche se in molti casi, alla luce delle conoscenze attuali, possiamo escludere la possibilità di sviluppo di forme gravi di epatite (come quelle da HBV e HCV), tuttavia la nebulosità della storia naturale dell’infezione e il persistere di quadri non etichettabili tra le epatiti non convenzionali, ci obbliga a intensificare le ricerche nei settori dell’epidemiologia, della clinica e della diagnostica. Come abbiamo illustrato, in taluni casi infezioni da HGV, TTV o SENV possono complicare un’epatite preesistente da HBV o HCV o un’infezione da HIV, determinando quadri, perlopiù in un ambito di profonda immunodepressione, in cui si sviluppano coinfezioni gravi e ad evoluzione infausta 35 36. Tuttavia, in un settore ci troviamo avvantaggiati rispetto al passato: nella diagnostica di laboratorio, infatti, la possibilità di disporre oggi di nuove tecnologie di biologia molecolare permette di raggiungere con maggior rapidità ed efficienza un risultato che, in passato, per i virus convenzionali, ha richiesto ben altri tempi. Prova ne è che quasi tutti i virus di recente individuazione sono stati rapidamente sequenziati e clonati nelle loro strutture fondamentali. Un messaggio che deriva da questa rassegna è di non abbassare mai la guar- F. Belli: Epatiti emergenti e nuovi virus epato-correlati dia nel settore della ricerca di nuove fonti di contagio e di trasmissione di agenti patogeni; in particolare, per quanto riguarda i virus trasmessi soprattutto per via ematica, la medicina delle trasfusioni e dei trapianti d’organo, oggi in grande sviluppo, ha necessità di operare al massimo della sicurezza, così come qualunque manovra medica di tipo invasivo o comunque potenzialmente contaminata o contaminante. Pertanto, l’approfondimento delle conoscenze di agenti virali “emergenti” o la “caccia” a nuove entità sono obblighi per il nostro futuro. BIBLIOGRAFIA 1. Thomas DL, Yarbough PO, Vlahov DM et al. Seroreactivity to HEV in areas where the disease is not endemic. J Clin Microbiol 1997; 35: 1244-7. 2. Alter HJ, Bradley DW. Non-A, Non-B hepatitis unrelated to hepatitis C virus (non-ABC). Semin Liver Dis 1995; 15: 110-20. 3. Bendinelli M, Pistello M, Freer G et al. Viral hepatitis. In: Manual of Clinical Laboratory Immunology. 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Medicina Interna 5 Dipartimento di Medicina Interna e Specialistica Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini - Roma Riassunto. Le statine costituiscono un ottimo trattamento della dislipidemia. Sono universalmente prescritte nei pazienti con patologia coronarica, ma anche in tutti i pazienti a rischio di sviluppare malattia vasale aterosclerotica. Comunque il caso “cerivastatina” occorso nel 2001 fa ancora riflettere e discutere sulla sicurezza delle statine. Gli effetti avversi sono in realtà relativamente poco comuni, < 1%, viceversa le statine hanno dimostrato di ridurre l’incidenza a 5 anni di eventi coronarici maggiori, del ricorso a rivascolarizzazione coronarica, di eventi cardiovascolari fatali e non fatali quali la malattia coronarica e lo stroke. Le statine hanno azioni “pleiotropiche”, quali gli effetti sul livello di colesterolo HDL e LDL, gli effetti sulla funzione endoteliale, sull’infiammazione, sulla stabilità della placca e sul sistema immune. La farmacocinetica è differente per i diversi tipi, per cui gli eventi avversi, come la miopatia, sono da correlare anche all’interazione con altri farmaci, quali i fibrati, il warfarin, la digossina, la ciclosporina attraverso meccanismi di competizione per la via enzimatica del citocromo P450. La assunzione insieme alle statine di ezetimibe, una nuova classe di farmaci per la dislipidemia che inibisce selettivamente l’assorbimento del colesterolo nell’intestino e che non segue la via metabolica del citocromo P450, è capace di determinare una riduzione media significativamente superiore di colesterolo LDL. In conclusione è necessario considerare con attenzione la prescrizione delle statine, ricordando che non possono essere offerti come “farmaci da banco”. Parole chiave: Statine, Interazioni farmacologiche, Rabdomiolisi. Summary. Statins represent a valuable treatment option to manage lipid levels. They are prescribed worldwide for patients with coronary heart disease and also for all patients at risk of developing atherosclerotic vascular disease. However the withdrawal of cerivastatin in 2001 leads to reflect and much discuss about safety of statins. Overall, side effects of statins are relatively uncommon, < 1%, while they can reduce the 5-years incidence of major coronary events, coronary revascularization, fatal and non fatal cardiovascular events, such coronary artery disease and stroke. Statins possess “pleiotropic” effects, such as benefit on LDL and HDL cholesterol levels, and effects on endothelial function, inflammation, plaque stability and immune regulation. Farmacokinetic of statins is different for different drugs; therefore side effects, as myopathy, are correlated also with interaction of other drugs, as fibrates, warfarin, digoxin, cyclosporine with competition for cytochrome P450 pathway. Coadministration of statins with ezetimibe, a new class of lipid-lowering compounds that selectively inhibits the intestinal absorption of cholesterol and is not metabolized via cytochrome P450 pathway, result in a significantly larger mean percent reduction in LDL cholesterol. Therefore safety considerations in prescribing therapy with statins are mandatory; these drugs cannot be offered over-the counter status. Key words: Statins, Drug interactions, Rhabdomyolysis. 38 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 INTRODUZIONE Le statine sono ormai entrate a far parte da anni a pieno diritto della terapia delle dislipidemie ma anche dei protocolli terapeutici di prevenzione primaria e secondaria della malattia coronarica e di prevenzione in quelle categorie di pazienti con rischio aumentato di sviluppare patologia vascolare aterosclerotica. Le loro azioni possono essere definite pleiotropiche, anche in virtù del fatto che si attribuisce a questa classe di farmaci un effetto benefico di protezione endoteliale, indipendentemente dall’uso per la correzione delle dislipidemie; infatti i pazienti ad alto rischio cardiovascolare sembrano beneficiare del trattamento con statine indipendentemente dal livello del loro colesterolo LDL. Tuttavia il caso della cerivastatina occorso alcuni anni fa e comunque le segnalazioni della letteratura, se pur sporadiche, di effetti secondari in alcune situazioni non trascurabili attribuiti alle statine, di volta in volta ne mettono in discussione la sicurezza d’uso, soprattutto in considerazione del fatto che la prescrizione di questa classe di farmaci avviene specialmente in pazienti che assumono contemporaneamente più farmaci di altre classi, per cui agli ipotetici effetti indesiderati dannosi potrebbero aggiungersi quelli dovuti alle possibili interazioni farmacologiche. Queste problematiche rischiano di frenare il concetto emergente, applicato in alcune situazioni cliniche, che tende all’uso delle statine in modo più aggressivo allo scopo di ridurre significativamente il colesterolo LDL in pazienti già sottoposti a procedure di rivascolarizzazione coronaria o di applicazione di stents medicati. Inoltre la popolazione dei pazienti che può beneficiare della terapia con statine è spesso costituita da pazienti che possono già essere a rischio maggiore di sviluppare patologia muscolare, quali gli anziani, i trapiantati cardiaci, gli ipertesi, i diabetici, i pazienti con malattia aterosclerotica multivasale1, 2. Quindi è sempre necessario valutare con attenzione l’appropriatezza della prescrizione, osservare e controllare l’insor- genza di possibili effetti collaterali avversi prima che questi possano determinare una vera e propria patologia d’organo con gravi conseguenze. CARATTERISTICHE DELLE STATINE Le statine, in quanto a classe di farmaci, sono strutturalmente simili al idrossimetil-glutaril-Coenzima A (HMG-CoA), precursore del colesterolo ed agiscono come inibitori competitivi della HMG-CoA reduttasi, enzima coinvolto nell’ultimo passaggio della cascata enzimatica per la sintesi del colesterolo. Abbassano le concentrazioni seriche di colesterolo LDL sia attraverso l’up-regulation della attività dei recettori per le LDL, sia attraverso la riduzione della immissione di colesterolo LDL nel circolo sanguigno. Sono farmaci inibitori molto selettivi della HMG-CoA reduttasi, e di norma non dimostrano affinità per altri sistemi enzimatici o recettoriali3. Quindi dal punto di vista farmacodinamico, cioè a livello del loro sito di azione, le statine non sono portate ad interferire con altri farmaci; tuttavia dal punto di vista farmacocinetico, ossia a livello di assorbimento, di distribuzione, di metabolismo ed escrezione, le statine si dimostrano differenti per emivita, esposizione a livello sistemico, massima concentrazione plasmatica, biodisponibilità, legame con le proteine plasmatiche, lipofilia, metabolismo, presenza di metaboliti attivi e tasso di escrezione. Il fegato biotrasforma tutte le statine, il che rende conto della loro biodisponibilità sistemica complessivamente bassa. La clearance corporea è apparentemente molto alta per effetto di un importante primo passaggio epatico. Con l’eccezione della pravastatina, trasformata per via enzimatica nel cytosol epatico, tutte le statine vanno incontro ad esteso metabolismo microsomiale attraverso il sistema degli isoenzimi del citocromo P450 (CYP). Va a questo punto sottolineato come circa la metà di tutti i farmaci disponibili nella pratica clinica subisca biotrasformazione nel fegato ad opera del CYP450 3A4, isoenzima responsabile del metabolismo L. Gasbarrone: “Farmaci problematici”: le statine di lovastatina, simvastatina e atorvastatina, mentre la fluvastatina è metabolizzata principalmente dall’isoenzima CYP2C9 e secondariamente da CYP3A4 e da CYP2C8; la rosuvastatina non è estesamente metabolizzata ma dimostra alcune interazioni con CYP2C94, 5. Queste differenze possono influenzare le potenziali interazioni delle statine con altri farmaci, con il risultato di concentrazioni del tipo specifico di farmaco marcatamente aumentate o diminuite pur nell’ambito della stessa classe. Inoltre la correlazione tra concentrazione plasmatica alterata ed effetti avversi o tossicità può non essere lineare; altre variabili possono influire su questa relazione concentrazione/effetto, quali le rapide variazioni di concentrazione, terapie ipolipidiche concomitanti o fattori genetici dell’ospite che codificano per differenti forme o quantità di enzimi metabolizzanti i farmaci o per i recettori specifici. Soprattutto nei pazienti a rischio cardiovascolare elevato quali quelli con patologia coronaria, dislipidemia, diabete, ipertensione, sindrome nefrosica, infezione da HIV in terapia antiretrovirale, trapiantati d’organo ed anziani, si dovrebbe usare particolare attenzione nell’evitare interazioni farmacologiche rilevanti dal punto di vista clinico. Le statine hanno differenti profili farmacologici, per cui i diversi tipi possono presentare più o meno propensione alle interazioni farmacologiche. Inoltre in circa un terzo dei casi le statine sono prescritte in associazione con farmaci con i quali possono potenzialmente interagire, ma gli effetti avversi si verificano solo nel 3% di questi pazienti5, 6. INTERAZIONI FARMACOLOGICHE L’interazione tra farmaci è causa comune di induzione competitiva o di inibizione degli isoenzimi del CYP 450, il cui effetto farmacocinetico è costituito dall’incremento di biodisponibilità plasmatica con aumentato rischio di eventi avversi. La fluvastatina, soprattutto metabolizzata da CYP2C9, la pravastatina e la ro- 39 suvastatina che seguono vie metaboliche diverse, sono meno soggette ad interazioni rispetto alle altre statine, interazioni tuttavia descritte comunque con la ciclosporina A, forse per una ulteriore interferenza con la glicoproteina P. Di particolare interesse è l’interazione delle statine con un calcio antagonista, il mibefradil, ritirato precocemente dal commercio proprio per le gravi interazioni; anche verapamil e diltiazem, inibitori del CYP3A4, aumentano di circa quattro volte le concentrazioni plasmatiche rispettivamente di simvastatina e di lovastatina5. Anche nei pazienti con HIV in terapia con inibitori delle proteasi si ha inibizione competitiva del CYP3A4/5. Curiosamente l’assunzione di circa 600 ml al giorno di succo concentrato di pompelmo per più giorni consecutivi aumenta in modo diverso la biodisponibilità delle varie statine, con effetto reversibile entro 3-7 giorni dall’ultima assunzione del succo7. Le interazioni con farmaci induttori del CYP450 possono viceversa indurre diminuzione della concentrazione plasmatica delle statine, come la fenitoina, la rifampicina, così come la preparazione erboristica di St John’s, spesso prescritta ma anche spesso usata senza prescrizione medica nella credenza comune che il preparato a base di erba non sia comunque nocivo. L’interazione con i fibrati deve essere considerata con attenzione a causa del potenziale effetto dannoso sulla muscolatura da parte di questi ultimi farmaci, poiché insieme alle statine la tossicità è additiva; in particolare l’associazione tra gemfibrozil, più che tra bezafibrato o fenofibrato, e cerivastatina ha dimostrato di aumentate da 16 a 80 volte l’incidenza di rabdomiolisi fatale. Si ritiene che l’interazione sia di tipo farmacodinamico, ma non solo; il gemfibrozil può modulare la farmacocinetica delle statine inibendone la glicuronidazione, via metabolica che permette la conversione di forme attive di parecchie statine, successivamente metabolizzate attraverso il CYP3A4. Tutte le statine in associazione ai fibrati hanno determinato casi di rabdomiolisi5, 8. 40 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 Vanno ricordate altre possibili interazioni con farmaci in uso nella pratica clinica, quali la digossina, che agisce come inibitore della glicoproteina P, trasportatrice di membrana che regola la biodisponibilità di molte sostanze, e da cui risultano livelli ematici elevati di digossina. Probabilmente per effetto del meccanismo di competizione sul CYP2C9, l’interazione con warfarin può determinare un aumento dell’effetto anticoagulante con necessità di rivedere il dosaggio del farmaco. Tutte le statine in associazione sia a digossina sia a warfarin hanno determinato casi di rabdomiolisi. Dati contrastanti si hanno con il clopidogrel, al quale si deve porre particolare attenzione vista la numerosità dei farmaci in genere prescritti in associazione in pazienti con problemi cardiovascolari importanti. Nei pazienti che assumono ciclosporina, farmaco usato di frequente nel posttrapianto cardiaco, sono stati descritti casi di rabdomiolisi in associazione con tutte le statine, particolarmente a dosaggi elevati, tranne fluvastatina e pravastatina. L’interazione è sempre con il CYP3A4, tranne per la pravastatina con la quale vi è competizione nella escrezione biliare 5, 6. È importante definire il quadro clinico della miopatia, anche ai fini della sorveglianza e della condotta terapeutica, per cui si definiscono 4 condizioni: RISCHI POTENZIALI DELLA TERAPIA CON STATINE Si sottolinea come la FDA abbia posto rilievo alla presenza di danno d’organo clinicamente evidenziabile come elemento fondamentale per la diagnosi di rabdomiolisi, insieme all’aumento notevole del CK. Se non trattata rapidamente la rabdomiolisi è un evento potenzialmente fatale, così come può essere interrotta l’evoluzione da miopatia a rabdomiolisi con il precoce riconoscimento del danno muscolare e il suo adeguato trattamento5, 6, 8, 9. Il rischio di seri eventi avversi derivati dall’uso delle statine riportato in letteratura è comunque piuttosto basso, inferiore a 1%, e comprende il rialzo degli enzimi epatici e la miopatia. Il rischio di aumento reversibile degli enzimi epatici, definito come superiore a tre volte il valore normale, è circa 1% per tutte le statine, con percentuali variabili tra 0,2 e 2,3% in relazione al dosaggio prescritto. Altri effetti avversi di scarsa rilevanza comprendono la cefalea, il rash, disturbi gastrointestinali. Sicuramente la miopatia è l’effetto secondario più importante e sul quale si è focalizzata principalmente l’attenzione. - mialgia, il sintomo più comune, consistente nella semplice riferita dolenzia muscolare di scarsa entità, senza segni di laboratorio di miolisi o con scarsissima elevazione di CK; possono essere coinvolti tutti i muscoli, preferibilmente quelli prossimali; è una condizione completamente reversibile; - miopatia, con dolori muscolari e aumento del CK tra 5 e 10 volte il valore normale; sono presenti alterazioni elettromiografiche e segni iniziali di necrosi muscolare; - miosite, con stanchezza muscolare più intensa, alla biopsia alterazione delle fibre muscolari con infiltrati di cellule infiammatorie; è dose correlata; - rabdomiolisi, caratterizzata da distruzione muscolare, rilascio di mioglobina in circolo, mioglobinuria, aumento notevole di CK, ma soprattutto insufficienza renale acuta, ridotto metabolismo dell’ossido nitrico con vasocostrizione e ischemia tissutale. Il meccanismo determinante la rabdomiolisi non è del tutto noto; è dose dipendente, è legato alla associazione con altri farmaci miotossici in soggetti con condizioni predisponesti, quali le donne e gli anziani. Il rischio assoluto è comunque molto basso, circa 0,1%. L. Gasbarrone: “Farmaci problematici”: le statine 41 INCIDENZA DI MIOPATIA RIPORTATA NEI TRIALS CLINICI pazienti, con l’associazione atorvastatina, pravastatina, simvastatina e fibrati 1672 pazienti, ma con l’associazione di cerivastatina e fibrati bastano solo 11 pazienti trattati per avere un caso di rabdomiolisi. L’effetto di classe si esprime quindi in modo drammaticamente diverso per le diverse sostanze15. Inoltre, in contrasto con la dimostrata sicurezza della terapia con statine nei trials clinici, nei quali nessun paziente ha avuto rabdomiolisi fatale o insufficienza renale, una meta-analisi con aspirina in prevenzione primaria ha stimato che per ogni 1000 pazienti trattati per cinque anni si verificano da 0 a 2 stroke emorragici e da 2 a 4 emorragie gastrointestinali maggiori16. Il paragone tra farmaci con differente “sicurezza” potrebbe essere d’obbligo! Nei trials clinici la miopatia è riportata approssimativamente nello 0,1-0,2% dei pazienti che ricevono terapia con statine. Comunque l’aumento del CK è differente per il tipo di statina usata: con la cerivastatina l’incremento è stato significativamente superiore che con altre statine ed era dose dipendente: 1% con dosaggio di 0,4 mg al dì, 1,3% al dosaggio di 0,8 mg al dì; in donne di età superiore a 65 anni è salita al 5,6%. Con la lovastatina il differente dosaggio di 20 mg e di 80 mg al dì comporta piccole differenze di incidenza di miopatia, da 0,0% a 0,2%. Infine con la fluvastatina agli stessi dosaggi si passa da 0,2% a 0,3%; si sottolinea come con la fluvastatina non vi siano stati casi di rabdomiolisi o insufficienza renale acuta fatali10, 11, 12. In una ulteriore meta-analisi su 70.000 pazienti trattati con statine è riportato un solo caso di miopatia in un paziente che assumeva simvastatina 20 mg al dì13. Dall’epoca della commercializzazione della prima statina, la lovastatina nel 1987, sono stati riportati complessivamente 73 casi di rabdomiolisi fatale, di cui 31 con la cerivastatina, commercializzata solo nel 1997: è evidente che, nonostante si parli di farmaci appartenenti ad una unica classe, siamo di fronte solo parzialmente ad un effetto di classe. D’altra parte l’effetto di classe è un concetto regolatorio, ma non scientifico, in quanto le diverse sostanze rappresentano una classe condividendo lo stesso meccanismo o effetto, ma sono in realtà diverse dal punto di vista chimico e, come abbiamo visto, farmacodinamico, hanno una diversa farmacocinetica e diversi effetti avversi in rapporto ai diversi dosaggi14. Tornando ancora sul concetto di sicurezza dell’uso delle statine e sul concetto di effetto di classe, pur con differenze tra le varie sostanze, basti ricordare come per determinare un caso di rabdomiolisi per anno sia necessario trattare con atorvastatina, pravastatina e simvastatina 22727 pazienti, con i fibrati da soli 3546 pazienti, con cerivastatina da sola 1873 EFFETTI BENEFICI DELLE STATINE A fronte quindi dei diversi effetti avversi descritti finora, vanno considerati sull’altro piatto della bilancia gli effetti benefici derivati dall’uso delle statine, sia nei confronti della prevenzione primaria e secondaria degli eventi cardiovascolari secondaria alla riduzione della colesterolemia, sia nei confronti del beneficio economico derivante dal minor numero di eventi vascolari acuti da trattare e dal minor numero di residue patologie invalidanti. Numerosi trials clinici randomizzati e controllati hanno chiaramente dimostrato come il trattamento farmacologico teso a ridurre il livello di colesterolo con l’impiego di farmaci inibitori della HMG-Co-A reduttasi determini un significativo beneficio in termini di riduzione di mortalità e di morbilità per le malattie cardiovascolari, riducendo le conseguenze cliniche della aterosclerosi, gli eventi coronarici acuti fatali e non fatali e il ricorso alla rivascolarizzazione coronaria. In particolare lo studio Heart Protection Study (HPS) su 20536 pazienti di età compresa tra 40 e 80 anni con impiego di simvastatina 40 mg al dì ha potuto dimostrare riduzione di mortalità totale nel 12%, di mortalità per cause vascolari nel 17%, di eventi coronarici nel 24% e di stroke nel 27% 17, 18. 42 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 Più recentemente una meta-analisi su 90056 pazienti condotta in 14 trials randomizzati ha confermato la riduzione di incidenza di eventi coronarici maggiori, di ricorso a rivascolarizzazione coronaria e di stroke con la riduzione della colesterolemia LDL, indipendentemente dal valore iniziale del colesterolo LDL. Ma gli effetti benefici delle statine non derivano solo dalla riduzione della colesterolemia ma anche dalla azione antinfiammatoria con stabilizzazione della placca aterosclerotica. I pazienti con dislipidemia hanno markers di infiammazione elevati, quali il fibrinogeno, ed è noto come l’infiammazione rivesta un ruolo di primo piano nel processo di instabilizzazione delle lesioni coronariche determinandone la vulnerabilità e la conseguente rottura della placca con infiltrazione da parte di macrofagi e di linfociti T, liberazione di proteasi e di citochine dell’infiammazione. Le statine sopprimono la attivazione dei linfociti T e inibiscono la liberazione delle citochine dell’infiammazione prodotte dall’endotelio vascolare, riducono la PCR indipendentemente dalla riduzione della colesterolemia, aumentano la biodisponibilità di ossido nitrico da parte dell’endotelio. L’ossido nitrico modula le funzioni endoteliali, regolando il tono vascolare e mantenendo integra l’interfaccia di resistenza tra il flusso ematico e la parete vascolare19, 20, 21. Questi effetti benefici sono molto più spiccati con le ultime statine disponibili in commercio, la torvastatina e la rosuvastatina; in particolare quest’ultima avrebbe dimostrato, in studi con ecografia intracoronarica, la capacità di ridurre la componente lipidica della placca22, 23. Non va infine trascurato, in un periodo di attenzione alle risorse economiche disponibili e alla appropriatezza del loro impiego, la ricaduta economica positiva derivante dalla prevenzione cardiovascolare, il cui costo è sicuramente inferiore ai costi economici della cura degli eventi vascolari acuti e dei loro reliquati in termini di invalidità e di complessità assistenziale24. CONSIDERAZIONI PER LA PRESCRIZIONE DELLE STATINE Essendo gli effetti avversi anche se poco probabili tuttavia non prevedibili, è comunque necessario usare le dovute cautele nella prescrizione delle statine. Riportiamo le raccomandazioni necessarie all’atto della prescrizione. Cosa si deve fare: _ consigliare la limitazione dell’esercizio fisico; _ valutare la funzione renale e tiroidea basali; _ controllare AST e ALT prima dell’inizio della terapia e ad ogni aumento di dosaggio; _ considerare il rischio potenziale di interazione farmacologia con altre sostanze; _ valutare le caratteristiche del paziente che possano aumentare il rischio di miopatia (età, particolarmente nelle donne), insufficienza renale o epatica, diabete con steatosi epatica, ipotiroidismo, abuso di sostanze (eroina, cocaina, amfetamine, alcool), interventi chirurgici, traumi, ischemia-riperfusione; _ educare il paziente a riferire la comparsa di sintomi di miopatia; _ consigliare la sospensione della terapia in corso di patologie acute o in caso di ricovero ospedaliero; _ considerare la sospensione in corso di terapia con macrolidi; _ sospettare miopatia se compare inspiegabilmente dolore muscolare generalizzato, stanchezza, fatica. Crampi notturni, dolori articolari o dolori localizzati non sono sintomo di miopatia; _ attenzione negli anziani che riferiscono solo astenia, poiché la soglia dolorifica può essere più alta; _ controllare il CK in caso di riferiti sintomi di miopatia: se CK < 5 volte il valore normale, ripetere dopo una settimana; se CK > 5 volte il valore normale interrompere la terapia e monitorare; _ attenzione ai segni di disidratazione o compromissione renale; _ in associazione con i fibrati iniziare con basse dosi di statine; _ considerare i differenti profili farmacocinetici, soprattutto in associazione a 43 L. Gasbarrone: “Farmaci problematici”: le statine farmaci che agiscono su CYP3A4. Cosa non si deve fare: _ prescrivere terapia di combinazione con statine e fibrati in pazienti con insufficienza renale accertata (creatininemia > 2 mg/dl), in terapia con ciclosporina o tacrolimus, in terapia con macrolidi o antifungini a lungo, in pazienti di età > 70 anni, in pazienti con patologia muscolare; _ prescrivere statine ad alte dosi in pazienti anziani, in pazienti con insufficienza renale, in combinazione con fibrati o ciclosporina 6. LE NUOVE STRATEGIE Nell’intento di migliorare la strategia terapeutica dell’ipercolesterolemia è stato introdotto nell’uso, recentemente negli USA e da poco anche in Italia, un nuovo farmaco con caratteristiche e azioni diverse rispetto alle statine. Si tratta dell’ezetimibe, un inibitore molto potente dell’assorbimento intestinale del colesterolo che non influenza l’assorbimento dei trigliceridi, degli acidi biliari e delle vitamine liposolubili. È rapidamente assorbito, coniugato a glucuronide a livello intestinale e sottoposto a circolo enteroepatico; si localizza sulla superficie degli enterociti dove inibisce selettivamente un trasportatore del colesterolo al fegato. Con ezetimibe l’accumulo del colesterolo nel fegato è quindi diminuito, non ne è diminuita la sintesi. Ha una lunga emivita, circa 22 ore, tale da permetterne la monosomministrazione giornaliera. Inoltre non è metabolizzato dal sistema del citocromo P-450, quindi non interferisce con le statine né con i farmaci metabolizzati da questo sistema enzimatico. Sembra quindi un farmaco ben tollerato, anche se deve essere usata cautela nella associazione con fibrati, colestiramina e ciclosporina poiché questi influenzano la farmacocinetica dell’ezetimibe. Il meccanismo di azione è quindi complementare a quello delle statine: riduzione dell’assorbimento e dell’accumulo del colesterolo nel fegato per l’ezetimibe, riduzione della sintesi del colesterolo nel fegato per le statine25. L’associazione di ezetimibe a dosaggio fisso di 10 mg al dì con tutte le statine ha dimostrato in modo significativo di ridurre ulteriormente il colesterolo LDL e di aumentare il colesterolo HDL rispetto all’impiego delle statine da sole. Inoltre sembra che anche l’effetto antinfiammatorio delle statine venga amplificato: si è osservata riduzione di circa il doppio della PCR rispetto a quanto ottenuto con sola simvastatina, suggerendo una possibile azione antinfiammatoria e anti-aterosclerotica dell’ezetimibe stesso25, 26, 27. L’impiego dell’ezetimibe in associazione alle statine permetterebbe quindi di modulare la terapia a seconda delle esigenze nel singolo paziente: ove sono necessarie dosi elevate di statine per ridurre la colesterolemia, il dosaggio potrebbe essere ridotto, con minor rischio di effetti avversi, se si riduce anche l’assorbimento intestinale del colesterolo. CONCLUSIONI Dai risultati degli studi clinici sull’impiego delle statine nella prevenzione primaria e secondaria della coronaropatia e della malattia aterosclerotica più in generale, emerge chiaramente il ruolo fondamentale esercitato da questa classe di farmaci sia mediante la correzione della dislipidemia sia mediante la loro azione antinfiammatoria. Una revisione critica degli effetti avversi riscontrati nel corso degli anni, ha permesso di evidenziare come la loro incidenza sia effettivamente contenuta, dipendente dal tipo di statina impiegato e soprattutto evitabile se vengono messi in atto i controlli clinici raccomandati, per cui le statine, a fronte della loro dimostrata efficacia terapeutica, rappresentano una classe di farmaci abbastanza sicura. L’associazione con l’ezetimibe permetterà di migliorare ulteriormente il goal terapeutico della riduzione della colesterolemia. Ciò non toglie che, vista la provata effi- 44 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 cacia e sicurezza delle statine, queste possano, come è stato recentemente discusso, costituire farmaci da automedicazione e quindi essere proposti come farmaci da banco, con il rischio di un uso improprio nel concetto errato che forse “più se ne assumono e meglio è” per la riduzione del colesterolo e per la prevenzione28. Va anche considerato che l’automedicazione spesso comporta uso, o abuso, o uso improprio, anche di altri farmaci o di altri prodotti anche di erboristeria, nella convinzione errata che poiché sono “erbe” non fanno male, ma tralasciando il fatto che se vengono assunti perché hanno un teorico “effetto terapeutico” evidentemente devono anche avere una azione farmacologica e quindi una potenziale interazione con i farmaci tradizionali. A nostro avviso la prescrizione e il controllo della terapia di farmaci che hanno comunque il rischio di potenziali effetti avversi non va delegata all’automedicazione. BIBLIOGRAFIA 1. Ehrenstein WR, Jury EC, Mauri C. Statins for atherosclerosis. As good as it gets? N Engl J Med 2005; 352: 73-5 2. Cannon CP, Braunwald E, McCabe C et al. Comparision of intensive and moderate lipid lowering with statins after acute coronary syndromes. N Engl J Med 2004; 350: 495-504 3. Davignon J, Montigny M, Dufour R. 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N Engl J Med 2005; 352: 1403-5 ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio-Marzo 2006 VEGF E CARCINOMA BRONCOGENO: LE PROBLEMATICHE PROGNOSTICO-PREDITTIVE E LE PROSPETTIVE TERAPEUTICHE VASCULAR ENDOTHELIAL GROWTH FACTOR AND BRONCHOGENIC CARCINOMA FRANCO SALVATI E MAURO SIGNORA Forza Operativa Nazionale Interdisciplinare Contro il Carcinoma Polmonare FONICAP Riassunto. Gli Autori illustrano le complesse problematiche prognostico-predittive relative al VEGF nel carcinoma broncogeno e le prospettive terapeutiche in corso di sperimentazione. Parole chiave: VEGF, Carcinoma broncogeno. Summary. The authors discuss the complex theme of the influence of the prognostic and therapeutic significance of the VEGF in patients with bronchogenic carcinoma considering the recent studies in literature. Key words: VEGF, Bronchogenic carcinoma. INTRODUZIONE È ormai acquisizione consolidata che il processo angiogenetico riconosce nel fattore di crescita vascolare endoteliale (Vascular Endothelial Growth Factor, VEGF) uno dei più potenti fattori coinvolti nel ruolo che l’angiogenesi svolge, attraverso meccanismi vari, nel complesso fenomeno della progressione neoplastica: di qui il suo sempre più rilevante significato sia nel contesto dell’identificazione di parametri prognostici e predittivi sia nell’ottica di una razionale impostazione di nuove strategie per il trattamento antineoplastico. ANALISI DELLE PROBLEMATICHE E DELLE PROSPETTIVE Elevati livelli di espressione del VEGF sono stati riscontrati in molte neoplasie solide, tra cui il carcinoma broncogeno non-microcitoma1,2,3: da alcuni studi risulta che quelle caratterizzate da alte concentrazioni di VEGF sono a prognosi più favorevole. In particolare Brattström et al.4 hanno evidenziato nel carcinoma nonmicrocitoma che la sopravvivenza mediana è notevolmente superiore se i livelli di VEGF sono normali, rispetto a quella dei pazienti con livelli elevati (1223 gg. vs 630 gg.: p=0,01) anche se all’analisi multivariata tale significato prognostico non si confermava e ciò anche per quanto concerne la percentuale di recidiva della malattia per la quale comunque si registrava un trend favorevole nei casi con normali livelli di VEGF (46% vs 67%). Anche dallo studio di Choi et al.5 era peraltro emerso che non si rilevava alcuna differenza statisticamente significativa in termini di sopravvivenza mediana (8 mesi ad elevati livelli di VEGF vs 9 mesi a bassi livelli). A proposito di questi due ultimi studi è da sottolineare che gli AA attribuiscono un maggiore, aggiuntivo, valore prognostico ad una valutazione che tenga globalmente conto, insieme al VEGF, del conteggio di piastrine e leucociti e, secondo gli AA svedesi6, in particolare anche del bFGF (basic Fibroblast Growth Factor). F. Salvati et al.: VEGF e carcinoma broncogeno Nella valutazione prognostica del NSCLC recentemente il VEGF è stato inoltre associato alle metalloproteinasi (MMP) da Laack et al.7: il loro studio ha evidenziato che nella malattia metastatica elevati livelli di VEGF correlano significativamente (p=0,04) con una peggiore mediana di sopravvivenza (34,4 settimane vs 38 settimane) al contrario di quanto è risultato per la MMP-9 sierica. Nel contesto del loro studio gli AA hanno esteso la valutazione del parametro VEGF dall’ambito “prognostico” a quello “predittivo” e ne hanno tratto la conclusione che i pazienti responsivi alla chemioterapia (sia con Gemcitabina + Vinorelbina che con la tripletta Gemcitabina + Vinorelbina + Cisplatino) insistevano significativamente nel gruppo con bassi livelli sierici di VEGF come del resto era stato precedentemente osservato da Lissoni et al.8 nel carcinoma del colon-retto. Di qui scaturisce la raccomandazione degli Autori a procedere in ogni trial alla determinazione pretrattamento dei livelli sierici di VEGF, quale importante target per le strategie terapeutiche da adottare quanto meno nel NSCLC metastatico, comprese quelle con anticorpi anti-VEGF o con inibitori dei recettori del VEGF sia da soli che in associazione con chemioterapici. Il ruolo predittivo del VEGF risulta indirettamente confermato dal recente studio prospettico di fase II condotto da Gasparini et al.9 in pazienti affetti da NSCLC pretrattati con Cisplatino nei quali gli AA hanno dimostrato che i responsivi al successivo trattamento con Paclitaxel e l’inibitore selettivo della COX-2 (celecoxib) hanno – dopo almeno due mesi di trattamento – un decremento significativo dei livelli sierici del VEGF. Correlazione significativa con la prognosi sfavorevole nei pazienti con elevati livelli tissutali di VEGF è stata osservata nel NSCLC da Fontanini et al.10, da Volm et al.11, da Imoto et al.12 e da Yuan et al.13 (quest’ultimi in termini non soltanto di sopravvivenza globale, ma anche di tempo alla recidiva post-operatoria). Inoltre dallo studio di Volm, incentrato sul carcinoma epidermoidale in pazienti non trattati, si è evidenziato che il negativo impatto di 47 VEGF sulla prognosi non è modificato dalla contemporanea determinazione del suo recettore Flt-1 e coincide comunque con la significatività espressa dalla presenza di metastasi, confermando così quanto precedentemente riferito da Imoto nel lavoro sopracitato e con particolare riferimento all’espressione della isoforma VEGF 189 mRNA, prognosticamente assai più significativa rispetto alle isoforme VEGF 121, VEGF 165 e VEGF 2006 mRNA. È da segnalare inoltre un successivo studio di Fontanini et al.14 in quanto è uno dei pochi studi nei quali la correlazione tra overespressione di VEGF e prognosi sfavorevole è stata dimostrata anche in pazienti con SCLC, correlazione di marcata significatività sia per quanto concerne la sopravvivenza globale (p=0,001) che il tempo libero da malattia (p=0,08). Gli stessi AA sottolineano che ancor più significativo impatto prognostico è stato riscontrato negli stessi pazienti con SCLC per la presenza di metastasi linfonodali ilomediastiniche (p=0,0001) sia per quanto riguarda la sopravvivenza globale che il tempo libero da malattia. Significato predittivo del VEGF è stato rilevato oltre che nella malattia avanzata anche negli stadi iniziali del tumore broncogeno. Tanaka et al.15 in pazienti con NSCLC stadio I TNM patologico sottoposti a chirurgia radicale (compresa la completa dissezione linfonodale) e precedentemente trattati con terapia neo-adiuvante hanno infatti osservato che l’espressione del VEGF è correlata con l’efficacia del successivo trattamento chemioterapico adiuvante con UFT (agente antitumorale composto da Tegafur e Uracile): la quota di sopravviventi a 5 anni è maggiore nei pazienti in cui la neoplasia esprimeva una forte espressione di VEGF rispetto a quelli con debole espressione (84,6% vs 60,6%, p=0,048). È da notare peraltro che nei casi a debole espressione di VEGF non vi è stata alcuna ripercussione sfavorevole sulla sopravvivenza. Tutti questi elementi relativi al valore prognostico-predittivo del VEGF proiettano la ricerca clinica applicata verso le prospettive che potrebbe offrire, nell’ambito del trattamento del carcinoma broncoge- 48 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 no, la combinazione di farmaci chemioterapici con agenti a bersaglio molecolare (tra i quali anche il VEGF), targeted agents da impiegare o contro bersagli noti come responsabili del processo oncogenetico oppure per favorire l’azione di bersagli molecolari responsabili della inibizione di tale processo. D’altra parte studi preclinici condotti con agenti biologici che avevano mostrato attività nei confronti di linee cellulari di carcinoma broncogeno erano stati indicativi della possibilità di sinergismo tra farmaci chemioterapici e farmaci biologici16: sulla scorta di questi primi risultati (peraltro non ancora confermati pienamente nella sperimentazione di fase III, almeno per quanto concerne il trattamento di prima linea con il bersaglio rappresentato dal recettore dell’epidermal growth factor) è stato effettuato da Johnson et al.17 uno studio randomizzato di fase II associando un anticorpo monoclonale anti-VEGF al trattamento chemioterapico con Carboplatino-Paclitaxel. Dai risultati di tale studio condotto su pazienti con NSCLC (istotipo epidermoidale escluso) stadio IIIB e stadio IV non precedentemente trattati, è emerso un vantaggio sia in termini di risposte obiettive (31,5 vs 18,8 mesi) che in termini di sopravvivenza (17,7 vs 14,9 mesi) e di tempo alla progressione (7,4 vs 4,2 mesi). In un successivo studio dell’ECOG, randomizzato di fase III in cui i pazienti con carcinoma broncogeno non –epidermoidale, sono stati trattati in prima linea con la combinazione anticorpo antiVEGF/Paclitaxel Carboplatino si è ottenuta una sopravvivenza mediana superiore di circa 3 mesi rispetto a quella dei pazienti trattati con la sola chemioterapia, il che ha documentato per la prima volta il superamento dei risultati conseguibili con la sola chemioterapia18. Non deve essere comunque sottovalutata la l’eventualità che – come per tutti gli inibitori dell’angiogenesi – possano verificarsi eventi tossici trombotici o emorragici (in particolare emottisi, talora gravi)19 il che ha determinato la esclusione dal trial sopracitato dei pazienti con carcinoma epidermoidale, rivelatosi - in esperienze preliminari - fortemente gravato da questo tipo di tossicità. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Dalla disamina della più recente letteratura relativa alle ricerche sul valore prognostico e predittivo del VEGF si delinea il persistere di una fase caratterizzata da incertezze interpretative (e talora da contraddittorietà) le quali tra i vari parametri biomolecolari vedono coinvolto anche il VEGF stesso e del tutto recentemente associato – proprio per avere una più appropriata interpretazione del suo significato – anche alla determinazione della interleuchina IL-8 ed alla sua relazione con mutazioni della p53 rivelatesi in vitro ed in vivo a potenziale effetto angiogenetico20. Peraltro è da rimarcare al riguardo che molti degli studi sull’impatto prognosticopredittivo del VEGF nelle loro conclusioni associano questo fattore biomolecolare ad alcuni dei parametri non certo di recente riferimento, ma collaudati a lungo anche in un arco temporale caratterizzato dal concetto della “Evidence Based Medicine”; ci si riferisce in particolare al parametro “stadio TNM” del carcinoma broncogeno e soprattutto alla sua componente linfonodale ilo-mediastinica la cui significatività – spesso sottolineata all’analisi statistica multivariata quale fattore prognostico indipendente – è talora maggiore rispetto a quella del parametro biomolecolare. Per quanto documentato appena qualche anno addietro nel 2002, la persistente e non irrilevante validità dei parametri prognostico-predittivi “tradizionali” di ordine clinico ed istologico e dei primi fattori biomolecolari studiati21 deve pertanto costituire ulteriore stimolo a che la ricerca, sia quella di base che quella clinica applicata, potendosi sempre più avvalere di progressi biotecnologici vieppiù sofisticati, possa fornire al clinico dati compiutamente probanti e tali da poter essere utilizzati – principalmente sul versante della predittività22 – per impostare strategie terapeutiche quanto più possibile orientate alla personalizzazione dei trattamenti, anche alla luce dei risultati dell’ultimo trial randomizzato dell’Eastern Cooperative Oncology Group23. In questo contesto è anche da auspicare che gli studi in argomento siano pola- F. Salvati et al.: VEGF e carcinoma broncogeno rizzati più di quanto attualmente si verifichi (e come ben evidenziabile in letteratura e qui segnalato a proposito del citato contributo di Fontanini) anche sul microcitoma che non può essere considerato ancora, ed ormai da troppo tempo, quasi “il parente povero” nel complessivo ambito della pneumo-oncologia soltanto perché gravato dal “peccato originale” di rappresentare in ambito epidemiologico soltanto una persistente minoranza casistica percentuale (15-20%) rispetto agli altri istotipi. BIBLIOGRAFIA 1. Mattern J, Koomagi R, Volm M. Vascular endothelial growth factor expression and angiogenesis in non-small cell lung cancer. Int J Oncology 1995;6:1059-62. 2. Takigawa N, Segava Y, Fujimoto N, Hotta K, Eguchi K. Elevated vascular endothelial growth factor in sera of patients with lung cancer. Anticancer Res 1998;18:1251-4. 3. O’Birne KJ, Koukourakis MI, Giatromanolakri A, et al. 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Radiologia Generale Ospedale Carlo Forlanini Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini Parole chiave: Radiologia, Informazione, Comunicazione, Archiviazione, Sistemi Key words: Radiological Information System, Hospital Information System, Picture Archiving and Communication System INTRODUZIONE Nell'arco di appena cento anni, anche nella Diagnostica per Immagini, si sono realizzati eventi che hanno posto e risolto nuovi problemi, con metodiche assolutamente nuove ed imprevedibili in epoche precedenti. Il problema della informazione interessa in modo specifico il settore sanitario e le attuali realtà telematiche permettono la programmazione e la distribuzione degli impegni e la trasmissione delle più complesse risultanze diagnostiche e terapeutiche; si può considerare nostro dovere impegnarci in modo diretto in questo campo di ricerca. CONCETTI DI BASE SU RETI, IMMAGINI DIGITALI, PROTOCOLLI DI COMUNICAZIONE, TELERADIOLOGIA RETI INFORMATICHE Il termine “rete” è soggetto a molte definizioni, spesso contrastanti; di fatto siamo abituati ad intendere una rete come un sistema di collegamento tra due o più calcolatori. Partendo da questo semplice concetto, si può subito chiarire che lo scopo di una rete è quello di permettere la condivisione di risorse e la cooperazione fra entità. Nel contesto sanitario, l'utilizzo delle reti informatiche riguarda molteplici aspetti; nello specifico di un servizio di Diagnostica per Immagini è relativo alla comunicazione tra servizi, all’interno ed all’esterno dell'Azienda ospedaliera. Una rete informatica è un insieme di macchine e di altri dispositivi, collegati tra loro tramite cavi, al fine di consentire la reciproca comunicazione e la condivisione di informazioni e strumenti, quali una sola stampante per molti personal computer (PC). Una rete collegata su un'area limitata si chiama Rete Locale (LAN=Local Area Network); ad esempio una rete aziendale od una piccola città è una LAN; una serie di dispositivi o reti locali collegate nell'ambito di una vasta area geografica si definisce Rete ampia (WAN= Wide Area Network). I PC di una rete comunicano trasmettendosi reciprocamente informazioni, sotto forma di gruppi di piccoli impulsi elettrici, definiti “pacchetti”. Ogni pacchetto contiene l'indirizzo del dispositivo che esegue la trasmissione (es. indirizzo del PC di sorgente) e l'indirizzo del dispositivo che riceve i dati (indirizzo del PC di trasmissione). Le comunicazioni avvengono secondo protocolli definiti. R. Monaco et al.: Archivi integrati in diagnostica per immagini Le più comuni tecnologie utilizzate nelle reti locali sono: Ethernet (10 Mbps –Mbps= megabit per secondo-) e Fastethernet (100 Mbps), le quali differiscono per la velocità di funzionamento. Internet è una rete che permette la comunicazione fra tutti i calcolatori di reti locali e del mondo usando: _ un indirizzo diverso per ogni calcolatore (indirizzo IP -IP=Internet Protocol-) _ un protocollo di comunicazione comune (TCP/IP; -TCP=Trasmission Control Protocol-), per lo scambio di messaggi tra i calcolatori. Il World Wide Web (WWW) è la ragnatela mondiale: assieme alla posta elettronica è il modo più diffuso di utilizzare la rete internet, permettendo agli utenti la condivisione di documenti, anche attraverso il protocollo di trasferimento di immagini HTTP (HyperText Transfer Protocol). Per utilizzare i PC in rete locale è necessaria una scheda di rete; per accedere ad internet tramite linea telefonica è necessario un modem (modulatore - demodulatore), che converte i dati digitali del computer in segnali analogici e viceversa (ad esempio comunicazione per linee telefoniche); alternativa al modem è la fibra ottica, che trasferisce immagini e dati in tempi brevissimi. VANTAGGI DEL COLLEGAMENTO AD UNA RETE: Condivisione di periferiche costose; scambio di dati tra utenti, in tutto il mondo; centralizzazione di programmi informatici essenziali; scambio di file con strutture situate in altre sedi ed all’interno della propria Azienda; accesso alle risorse di internet o di World Wide Web. TIPOLOGIA DI RETE Le strutture fondamentali delle reti sono di tre tipi: _ a stella: tutti i nodi periferici sono connessi a un nodo principale, indipendentemente l’una dall’altra; _ ad anello: tutti i nodi sono connessi tra loro in sequenza; ognuno ha contatto diretto solo con il precedente ed il successivo; _ a bus: la connessione dei nodi è condi- 51 visa da tutti; la trasmissione simultanea da parte di due nodi genera collisione e perdita del messaggio trasmesso. IMMAGINI DIGITALI, INFORMAZIONI BINARIE I sistemi digitali in Radiologia sono diffusi sia per le alte tecnologie che per la Radiologia di base. L'utilizzo delle immagini su elaboratori anche nella Diagnostica per Immagini e nella Radioterapia è stato reso possibile negli ultimi anni, grazie alla potenza di calcolo ed alla estensione di memoria dei computer attuali. Attualmente è possibile acquisire ed archiviare in sistemi informativi una notevole quantità di dati, relativi sia ad informazioni iconografiche digitali (informazioni binarie) che ad informazioni cliniche alfanumeriche (caratteri alfabetici e numerici). Nel contesto di tutti i sistemi elettronici attuali che riconoscono solo due diversi stati fisici (acceso- spento; tensione alta - bassa etc.), l'informazione digitale è anch’essa rappresentata da una cifra binaria (bit) che può assumere solo due valori: 0 od 1. Il bit (b=binary digit) è l'unità elementare di memorizzazione ed è il valore rappresentato in un punto (0 od 1); il byte (B) è un ottetto (gruppo di 8 bit), che consente di codificare 256 simboli (in Radiologia Digitale rappresentano 256 valori di colore di grigio); il pixel (picture element = elemento dell'immagine) è la superficie rappresentata nel reticolo costituito da righe e colonne. Ogni pixel rappresenta un valore di grigio sull'immagine radiologica; tale valore è espresso da un numero di Hounsfield, che varia da -1000 (aria) 0 (acqua) e +1000 (osso) in funzione dell'assorbimento delle radiazioni da parte della materia attraversata; il voxel (volume element) è il volume rappresentato nei tre piani. CODIFICA DELLA IMMAGINI DIGITALI La codifica ovvero la trasformazione delle immagini analogiche (informazioni continue) in informazioni digitali (discontinue, binarie, 0 od 1) è costituita da due metodi di scomposizione dell'immagine: 1- codifica bitmap: l'immagine è scomposta in un reticolo di pixel (formato JPEG, TIFF, BMP, GIF) 52 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 2- codifica vettoriale: l'immagine è scomposta in un insieme di elementi base, quali linee (formato DXF, IGES). Il formato PostScript e PDF consente di trattare le immagini con ambedue le codifiche. È utilizzato per veicolare documenti codificati in HTLM (Hyper Text Markup Language) ed è applicato nella Telemedicina. La diffusione del Web è stata resa possibile grazie alla sua funzionalità ed alla interfaccia grafica. PROTOCOLLI DI COMUNICAZIONE I protocolli sono norme utilizzate per far comunicare i sistemi operativi di rete con altri dispositivi; i protocolli di comunicazione definiscono il linguaggio comune tra due applicativi posti eventualmente su computer remoti (o distanti). Esistono tre diverse tipologie di protocolli di comunicazione, di cui si riportano alcuni esempi: SMTP (Simple Mail Transfer Protocol): è il protocollo di trasferimento della posta semplice ed è utilizzato per trasferire messaggi di posta elettronica (linguaggio TCP/IP) PROTOCOLLI DI TRASPORTO IP (Internet Protocol): è il protocollo standard di internet; trasporta pacchetti di dati da una sorgente (identificata da un indirizzo IP); se necessario riduce la dimensione dei pacchetti troppo grandi. TCP (Trasmission Control Protocol): è un protocollo di controllo della trasmissione, di un livello superiore al precedente; stabilisce una connessione tra due applicazioni identificate, garantendone la trasmissione senza errori di flusso di dati. ICMP (Internet Control Message Protocol): un protocollo di messaggi di controllo di internet ed ha la specifica funzione di inviare messaggi sia di controllo che diagnostici. PROTOCOLLI APPLICATIVI FTP (File Transfer Protocol): è un protocollo di trasferimento dei dati, che consente di trasferire file tra macchine a diversa architettura di funzionamento; i file sono trattati come file di testo (7 bit per carattere) oppure come file binari (8 bit per carattere). http (Hyper Text Transfer Protocol): è un protocollo di trasferimento di testi particolari e di immagini; interconnette i siti Internet noti come WWW. POP (Post Office Protocol): è un protocollo che recupera messaggi di posta elettronica conservati in una macchina remota; permette l'accesso ai servizi di posta anche a macchine non collegate direttamente ad Internet; per motivi di sicurezza e di limitazione all’accesso ad Internet è utilizzato anche su reti locali. PROTOCOLLI PER SESSIONI REMOTE TELNET Basato su TCP ed IP: crea una sessione interattiva su macchina remota senza protezione o crittazione di dati. DICOM 3 DICOM è lo standard mondiale per il trasferimento e la gestione delle immagini mediche tra apparecchiature; è utilizzato nel PACS e nell’integrazione PACS/RIS per la Diagnostica per Immagini. DICOM è l’acronimo di Digital Imaging and Communication on Medicine (Iconografia digitale e comunicazione in Medicina). L’introduzione in rete dello standard DICOM è stato possibile con l’adozione del modello di riferimento ISO - OSI e del protocollo di comunicazione TCP/IP. Il modello ISO - OSI è costituito da un insieme di specifiche sviluppate nel 1978 (ISO, International Organization for Standardization) e nel 1984 (OSI, Open System Interconnection Reference Model). I software utilizzati in DICOM (C++, Smalltalk, Java), hanno un’architettura di funzionamento cosiddetta Objectoriented, costituita dai seguenti elementi: _ l’oggetto informativo (Information R. Monaco et al.: Archivi integrati in diagnostica per immagini Object) corrisponde ad uno specifico tipo di immagine (TC, radiografia digitale) _ la classe di servizio (service class) definisce l’operazione che si può effettuare (stampa, archiviazione) _ la combinazione di una classe di servizio ed un oggetto prende il nome di SOP (Service/Object Pair); l’insieme delle SOP relative ad un unico soggetto (SOP Class) è l’unità funzionale del linguaggio DICOM 3. TELERADIOLOGIA La Teleradiologia è un settore della Telemedicina (-telos =distanza-; Medicina a distanza che utilizza la rete Internet), i cui obiettivi primari sono: il miglioramento della qualità di vita dei pazienti, con possibilità di monitoraggio telematico anche in zone remote o presso il proprio domicilio; l’incremento di efficienza e produttività del Servizio Sanitario; la garanzia di sicurezza e riservatezza delle informazioni; l’offerta di un’efficace e tempestiva assistenza diagnostica e terapeutica in casi di urgenza ed emergenza. Le aree di applicazione della Telemedicina di interesse radiologico consistono in diagnosi e consultazioni remote tra diversi presidi: Sistemi Informativi Sanitari; servizi ambulatoriali remoti, con accesso a servizi specialistici da parte di centri rurali o isolati; scambio e raccolta informatica di informazioni di diverso tipo, relative al paziente ed al servizio (per es. statistiche); Accesso elettronico a banche-dati per aggiornamento in letteratura; educazione continua in medicina; Teledidattica; emergenza. Le Linee Guida su supporto informatico multimediale utilizzano il linguaggio HTLM (Hyper Text Markup Language), costituito da pagine multimediali con testo, immagini, suoni, sequenze animate. 53 PROBLEMATICHE CONNESSE ALL'ARCHIVIAZIONE DEI DOCUMENTI DI IMMAGINE ARCHIVIO ANALOGICO E DIGITALE L'archiviazione radiologica riguarda le immagini con i relativi referti, insieme ai dati anagrafici e clinici. La pellicola radiografica, supporto iconografico della radiologia convenzionale, con l'introduzione dell'informatica nei Servizi di Diagnostica per Immagini è affiancata dall'informazione digitale ovvero da un insieme di numeri binari. L'Archivio Radiologico può essere eterogeneo (per la presenza di documentazione analogica e digitale) o omogenea. se costituito da informazioni solo analogiche (con archiviazione su pellicola anche delle immagini digitali) o solo digitale (con archiviazione su supporto digitale delle immagini acquisite anche in modo analogico). L'Archivio Analogico presenta il vantaggio di avere consolidate metodiche, possibilità di confronti al diafanoscopio, elevatissima risoluzione spaziale delle immagini. Tale Archivio richiede spazi consistenti, rischio di perdita delle informazioni originali, faticose metodiche di dearchiviazione, rischio di smarrimento degli originali, accessi non autorizzati, mancata integrazione delle informazioni. La Circolare del Ministero della Sanità del 19 dicembre 1986 consente la microfilmatura delle pellicole radiografiche. Il costo relativo è elevato e la notevole riduzione spaziale comporta perdita di qualità dell'informazione. L'Archivio Digitale risolve i difetti dell'Archivio Analogico in termini di spazio, consultazione simultanea, accessi mirati, applicazioni didattiche e trasmissione a distanza di dati e immagini. Si vanno affermando procedure film less (senza pellicole sensibili), che prevedono la stampa delle immagini solo per motivi contingenti (in genere di carattere medico – legale). Gli svantaggi dell'Archivio Digitale consistono negli elevati costi di installazione e gestione; nella formazione ed aggiornamento del personale sanitario ed 54 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 amministrativo; nella necessità di protezione dei dati e delle immagini da manipolazioni mediante chiavi elettroniche di accesso; margine di errore umano che si riflette su tutto il processo; eventuali guasti elettrici o interruzioni di corrente che impediscono la consultazione elettronica. CRITTOGRAFIA Il metodo matematico utilizzato per rendere illeggibile un’informazione a soggetti non autorizzati è il processo di cifratura e decifratura, detto crittografia (dal greco criptos = segreto e grafein = scrivere), che si basa sui seguenti principi: 1- riservatezza: accesso dati ai soli autorizzati 2- integrità dei dati: garanzia che i dati trasmessi siano uguali a quelli ricevuti, con individuazione di eventuali modifiche non autorizzate 3- autenticità: identificazione dell’origine e dell’autore con firma digitale 4- accessibilità: possibilità di accedere in modo semplice, senza effettuare complicate procedure di decodifica. La necessità per cui l'Archivio Radiologico deve rispondere a determinati requisiti sono di ordine diverso: _ motivi medico legali: la documentazione originale è indispensabile per procedimenti di responsabilità o danni subiti dal paziente o valutazioni di invalidità. _ motivi clinici: necessità di confronto con esami precedenti o con altre metodiche diagnostiche nell'arco di 5-10 anni. _ motivi protezionistici: il confronto con esami precedenti o con altre metodiche può limitare o evitare l'esposizione a radiazioni ionizzanti. L'istituzione di un’anagrafe radiologica può facilitare il controllo ed il calcolo dosimetrico individuale e sulla popolazione. _ motivi didattici e di ricerca _ motivi di ordine amministrativo: in un Archivio Digitale si possono effettuare verifiche, controlli e statistiche in termini qualitativi e quantitativi. SUPPORTI DIGITALI Sono ad accesso casuale o sequenziale: _ l'accesso sequenziale caratterizza i nastri magnetici, che hanno lungo tempo di accesso (secondi) e sono strutturalmente fragili; di contro sono standardizzati ed economici. _ l'accesso casuale è proprio dei dischi fissi (hard disk) e di quelli rimovibili (soft disk); sono supporti più solidi, meno esposti a danni fisici; richiedono tempo di accesso ridotto (msec.); sono costituiti da supporti magnetici, dischi ottici, dischi magneto - ottici (MOD). La attuale Normativa consente l'utilizzazione di qualsiasi tipo di supporto, purchè risponda ai requisiti riportati dalla circolare AIPA 42/2001, in cui è definito il “supporto ottico”: mezzo fisico che consente la memorizzazione di documenti digitali mediante l'impiego della tecnologia laser (quali, ad esempio, dischi ottici, magneto-ottici, DVD). Nella Circolare allegata nel paragrafo sulla Normativa, si riportano le regole tecniche per riproduzione e conservazione di documenti su supporto ottico. In un servizio di Diagnostica per Immagini l'acquisizione con tecnologia digitale riguarda esami diretti e contrastografici, tomografia computerizzata, ecografia, risonanza magnetica, interventistica, esami di Medicina Nucleare e di Radioterapia Le informazioni digitali possono sostituire completamente quelle analogiche. Dal punto di vista della digitalizzazione ed informatizzazione del ciclo operativo radiologico nel suo complesso, è richiesta una pianificazione strategica che preveda la connessione in rete sia delle apparecchiature di diagnostica o terapia che del sistema informativo del servizio (RIS, HIS, PACS). Tale pianificazione, pur presentando problematiche metodologiche, organizzative ed economiche di rilievo, rappresenta un punto centrale nel più ampio processo di gestione della Qualità in Radiologia. FORMAZIONE La pianificazione di un Sistema Informativo Radiologico deve valutare e prevedere la formazione del personale sanitario R. Monaco et al.: Archivi integrati in diagnostica per immagini ed amministrativo, come indicatore di efficacia dell'intero processo, anche in funzione del processo di Educazione Continua in Medicina. È importante che tutti gli operatori siano preparati dal punto di vista tecnico ed informatico, avendo acquisito le conoscenza delle integrazioni tra le diverse stazioni di lavoro. Gli operatori di un servizio informatizzato di Diagnostica per Immagini, ed egualmente nell'intero sistema sanitario, dovrebbero avere la consapevolezza che tutte le loro azioni sono connesse per logica e tecnica, anche ai fini della responsabilità civile e penale dell'archiviazione dei dati e delle immagini. BII SISTEMA INFORMATIVO IN RADIOLOGIA (RIS) INTEGRAZIONE CON: Il Sistema Informativo Sanitario (SIS) La rete Informativa Ospedaliera (HIS) Sistema di Archivio e Comunicazione (PACS) Il RIS (Radiology Information System, Sistema Informativo Radiologico) è il sistema di gestione dell'attività del reparto di Radiologia, limitatamente alle informazioni alfanumeriche ovvero ai dati anagrafici, clinici e tecnici. Le immagini digitali, informazioni binarie, sono gestite da un sistema diverso ma integrato e dedicato (PACS, Picture Archiving and Communication System). È importante sottolineare la differenza tra Sistema Informatico e Sistema Informativo: il Sistema Informativo è indipendente dalla soluzione tecnologica e di automazione. Il RIS si occupa di prenotazione, accettazione, refertazione ed archiviazione dei referti, gestione materiali, statistiche. In molti casi il RIS è a sua volta collegato al PACS ed all'HIS, realizzando una gestione informatica integrata dell’U.O. di Radiologia all’interno dell’Azienda Ospedaliera. Il Sistema Informativo Ospedaliero (HIS, Hospital Information System, Sistema Informativo Ospedaliero) è il sistema 55 di gestione integrato dell'intera struttura ospedaliera od aziendale; permette la comunicazione tra i singoli sistemi informativi di reparti e servizi e li coordina gerarchicamente. Il Sistema Informativo Sanitario (SIS) a livello Nazionale e Regionale è un processo previsto già a partire dal Piano Sanitario Nazionale del biennio 1998-2000, nell'obiettivo III "Portare la Sanità in Europa". L’archiviazione digitale di dati clinici ed iconografie radiologiche rientra nell’obiettivo nazionale e regionale dell’attuale Piano Sanitario Nazionale. Il PACS (Picture Archiving and Communication System) è un sistema di archiviazione e trasmissione Immagini che permette di ottimizzare il flusso delle immagini diagnostiche, consentendone l’acquisizione, la visualizzazione, la elaborazione, l’archiviazione, la stampa, la trasmissione in conformità al protocollo DICOM. I benefici operativi dell’integrazione RIS/PACS sono relativi alle fasi di: _ prenotazione esami, con caricamento automatico di esami precedenti dall’archivio _ esecuzione esami, con possibilità di acquisire immagini al medesimo livello, per giudizi diagnostici di ordine comparativo. _ refertazione/visualizzazione, con possibilità di richiamare esami da visualizzare direttamente all’interno del RIS _ analisi statistiche su archivi logici di immagini, in funzione della classificazione dei referti a livello del RIS. Si riporta la descrizione sintetica del Sistema Informatico e PACS nell’U.O.C. Radiologia Generale dell'Ospedale Forlanini, Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini in Roma, nel quale dai primi anni novanta è attivo un Sistema Informativo Radiologico (Radio Assistant –RA-), con diverse, successive versioni. La prima versione di Radio Assistant è stata creata per le esigenze del Servizio di Diagnostica; successivamente è stata aggiornata con diverse versioni del programma RA 2000, che prevedono l’integrazione 56 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 con il sistema PACS, in rete con il sistema aziendale, con archiviazione digitale delle immagini ed interconnessione con le sezioni diagnostiche digitali. È in corso di evoluzione la fase sperimentale dell’accesso in Web alle immagini ed ai referti da alcuni Reparti di degenza degli Ospedali San Camillo e Forlanini e l’integrazione con il sistema CUP Regionale. Il sistema RIS Radio Assistant 2000 è stato progettato e realizzato dalla Siemens; di seguito ne è riportata una descrizione, estratta dal Manuale dell'Utente e dal Manuale dell'Amministratore, conformi alla attuale Normativa sulla Sicurezza. Tale sistema è stato progettato per trarre vantaggio dalle più moderne tecnologie internet - intranet sul preciso modello di servizio radiologico a cui è dedicato; le versioni del sistema operativo vengono periodicamente aggiornate. Il presupposto di funzionamento prevede di dotare il personale sanitario ed amministrativo di una chiave elettronica di accesso al sistema (password) strettamente personale. Tale chiave permette di accedere alle funzioni per le quali la categoria professionale o il singolo operatore viene abilitato dall'Amministratore di Sistema, su istruzione del Responsabile del Servizio. Ogni singola operazione viene registrata ed archiviata. L’Amministrazione del Sistema è consentita ai soli Amministratore di sistema e personale Siemens, che conoscono a fondo le problematiche organizzative ed operative del Servizio di Radiologia. Tra le responsabilità dell'Amministratore vi è la definizione dei privilegi di accesso dei singoli operatori, su istruzioni del responsabile del servizio. I principi fondamentali su cui si basa RA2000 sono i seguenti: A- LE FASI OPERATIVE DEL CICLO OPERATIVO RADIOLOGICO Anagrafica: riguarda le informazioni personali del paziente Richiesta: viene accettata la richiesta di un esame radiologico, redatta dal Medico di reparto o di base; questa fun- zione è esterna a RA2000 ma integrata. Prenotazione: la richiesta viene inviata per la prenotazione; si può stampare la conferma della prenotazione; è specificato il reparto di provenienza. Il personale abilitato è quello tecnico; se i dati del paziente sono già presenti nell'Archivio ospedaliero, si aggiorna il RIS in rete. Sono abilitati a questa funzione alcuni operatori tecnici. Accettazione: il paziente ricoverato o esterno si presenta nel Servizio, per ricevere la prestazione radiologica. Sono gestite in accettazione anche le urgenze e le richieste di radiografie “a letto”; è confermato automaticamente il reparto di provenienza. Il personale di accettazione può essere del profilo tecnico, infermieristico o amministrativo. In questa fase si verifica l'esattezza dei dati anagrafici, mediante Cartella Clinica o documento personale, al fine di evitare errori in caso di omonimie. Si verifica inoltre la corrispondenza della prestazione richiesta e la relativa prenotazione. Esecuzione: il Tecnico di radiologia (il Medico Radiologo per gli esami ecografici) esegue l'esame e ne registra l’esecuzione con indicazione della quantità dei materiali utilizzati (pellicole, contrasti ect.). Refertazione: il Medico Radiologo redige il referto, tramite tastiera, riconoscimento vocale (ViaVoice) o personale addetto. Archiviazione: il referto e le informazioni relative (riferimenti al paziente, materiali, personale che ha eseguito le distinte fasi) sono archiviati e consultabili per sola lettura; i referti vengono stampati per la consegna. Distribuzione: il referto, eventualmente associato alle immagini PACS, è reso disponibile in consegna per il Medico di reparto o il Medico di base. B- LE SEZIONI DIAGNOSTICHE In RA2000 si identificano con le singole apparecchiature diagnostiche, le quali definiscono un'Agenda di prenotazione (per esempio TC1, TC2, eco1, eco2, toraci, telecomandato contrasti, 57 R. Monaco et al.: Archivi integrati in diagnostica per immagini ossa, ortopantomografo, radiografie a letto, sala operatoria) C- LE PRENOTAZIONI Sono basate sulla flessibilità oraria. Ogni sezione può avere un numero qualsiasi di fasce orarie definite per ciascun giorno lavorativo della settimana. Per ciascuna fascia oraria si può definire quali prestazioni sono ammesse e per quale tipologia di pazienti (di Reparto o ambulatoriali). D- LE PRESTAZIONI Le prestazioni possibili sono definite a priori in fase di configurazione; sono disponibili codifiche SIRM e ISTAT ai fini statistici per analisi scientifiche o amministrative. E- I MATERIALI RA2000 gestisce il consumo di materiale registrato dell'utente abilitato in fase di esecuzione. l'Amministratore di sistema interviene per modificare, aggiungere o eliminare materiale. F- LE PATOLOGIE RA2000 offre la possibilità al Medico Radiologo di codificare le patologie diagnosticate utilizzando modalità ACR (American College of Radiology) o ICD9 (codice europeo). ARCHITETTURA CLIENT SERVER Il funzionamento del RIS si basa sull'architettura client-server: la singola stazione di lavoro (PC cosiddetto CLIENT), si limita a mettere in comunicazione l'operatore-utente con il SERVER, computer di sistema che gestisce e memorizza tutte le informazioni. La comunicazione tra i vari client ed il server avviene attraverso il protocollo di comunicazione TCP/IP, il protocollo di comunicazione standard di Internet. Nel Reparto radiologico sono presenti diversi client, nelle Sezioni di Diagnostica e Refertazione, e due computer di sistema in una sala dedicata, su cui vengono effettuate le operazioni di salvataggio dei dati ed interventi sul sistema da parte dell’Amministratore e da perso- nale Siemens. Il sistema PACS con computer e contenitore dei dischi collegato in rete si trova nella sala server. SERVER Server RA2000 Server PACS TCP/IP Protocollo di comunicazione CLIENT stazione di lavoro RA2000 L'architettura client -server presenta i seguenti vantaggi: A- l'utilizzo del protocollo di comunicazione di internet TCP/IP consente di utilizzare reti locali presenti in ospedale. Tale protocollo è supportato da tutti i sistemi operativi e da tutte le macchine. È possibile effettuare in modo semplice, economico e sperimentato l'estensione del RA2000 ad altri Reparti ospedalieri, a strutture distaccate, ai Medici di base. B- l'utilizzo di JDBC minimizza la dipendenza da uno specifico prodotto di gestione del database. C- l'utilizzo di Java consente di utilizzare virtualmente qualsiasi piattaforma come stazione di lavoro (PC windows, Macintosh, UNIX). Le stazioni PACS sono in genere basate su UNIX e consentono quindi di essere utilizzate dai Medici come stazioni di lavoro, con refertazione diretta. Il Servizio di Radiologia del Forlanini è dotato di una specifica stazione di refertazione nel Tomografo Multistrato, che consente di richiamare direttamente dal PACS le immagini di esami precedenti. Tale stazione è un importante risultato dell'integrazione RIS-PACS. SISTEMA DI ARCHIVIO E TRASMISSIONE (PACS) Il PACS, acronimo di Picture Archiving and Communication System, è un sistema di archiviazione e trasmissione delle immagini. Gestisce in rete le immagini digitali all'interno di un reparto di Radiologia e consente la trasmissione della iconografia all’interno ed all’esterno della struttura aziendale. Tra i vantaggi dell’invio di immagini in 58 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 rete vi è il consistente risparmio in termini economici, per la non necessità di stampa su pellicole radiologiche (film less, assenza di pellicole). Lo standard di riferimento e di gestione delle immagini è il linguaggio DICOM, in base al quale le informazioni sono trattate come oggetti informativi. Lo standard ACR NEMA (American College of Radiology and the National Electrical Manifactures Associated) rappresenta il modo standard con cui le Aziende codificano il formato per la trasmissione dei dati e delle immagini radiologiche. Lo standard DICOM 3, evoluzione delle prime versioni, supporta la trasmissione dell’immagine in una rete di computer; assume notevole importanza per l’integrazione dei vari sistemi. Lo standard di comunicazione per i testi contenuti nel RIS è costituito dal Health Level Seven (HL7), che permette la comunicazione con HIS e PACS. Nel servizio di Radiologia Centrale il sistema PACS è costituito da un sistema Siemens integrato con il RIS RA2000. Il sistema PACS SIENET MagicStore è costituito da macchine server che contengono i programmi ed i dati anagrafici dei pazienti e da un contenitore jukebox, contenente i dischi ottici destinati all'archiviazione digitale. Le operazioni da effettuare sul sistema PACS possono essere quotidiane o periodiche e possono essere richieste dal sistema in presenza di errore o dal server. Le operazioni di controllo e salvataggio vengono effettuate sull’Archivio dei pazienti (PDIR Patient Directory) e sull’Archivio delle Immagini (IMS Image Management) OPERAZIONI QUOTIDIANE DA EFFETTUARE NEL SISTEMA PACS: _ controllo stato dei processi di funzionamento. Solo in caso di buon funzionamento si effettua il salvataggio dei dati (backup), sia anagrafici che di immagine (IMS) (PDIR) dei pazienti su dischi magneto-ottici (MOD). _ controllo delle richieste di esami presenti in dischi fuori linea (fuori del jukebox). OPERAZIONI SETTIMANALI: _ riduzione del database IMS; _ controllo del database IMS e PDIR; _ controllo dei dati anagrafici dei pazienti; OPERAZIONI RICHIESTE DAL SISTEMA: _ inizializzazione di nuovi dischi ottici non riscrivibili utilizzati per l'archivio digitale; _ inserimento dei suddetti dischi nel jukebox. OPERAZIONI IN CASO DI ERRORE DEL SISTEMA: _ lettura ed annotazione dell'errore; _ riavvio dell'applicazione e chiusura dell'applicazione e del sistema. Il jukebox di Archivio attualmente contiene circa 50 dischi (memoria di circa 250 G), che periodicamente devono essere estratti e depositati in luogo sicuro ed accessibile ai soli autorizzati, per creare spazio a nuovi dischi ottici. In caso di richiesta per controlli periodici i dischi contenenti l'esame richiesto vengono reinseriti nel lettore per la consultazione. La stazione di refertazione della TC multistrato richiama automaticamente dal PACS l’esame precedente se in linea (nel jukebox); in caso non sia più presente il disco ottico (fuori linea) il server comunica la richiesta in tempo reale. Il Tecnico che reinserisce il disco ottico deve annotare il numero di disco e la data di prelievo e di reinserimento nell’archivio fuorilinea. Si sta valutando la possibilità di connettersi all’archivio del San Camillo, che ha attualmente una capacità complessiva di archiviazione in linea di 12 TB. RUOLO DEL TECNICO NEI PROCESSI TECNOLOGICI E NEL CICLO PRODUTTIVO DI UN SERVIZIO DI RADIOLOGIA Il Tecnico di Radiologia è impegnato in diverse fasi della prestazione radiologica. Se ne riportano in breve le funzioni, variabili con l'evolversi delle tecnologie e dell'informatizzazione. L'aggiornamento del personale tecnico R. Monaco et al.: Archivi integrati in diagnostica per immagini sulle nuove metodiche di indagine e di trattamento dei dati e delle immagini rientra nell'obiettivo dell'Educazione Continua in Medicina (E.C.M. prevista dal D.Lgs. 229/99) e nel Codice Deontologico della professione; è un punto imprescindible nell'intero processo di miglioramento della qualità del servizio. LE COMPETENZE E LE RESPONSABILITÀ PROFESSIONALI DEL TECNICO DI RADIOLOGIA In un servizio informatizzato il Tecnico, mediante la password, accede alle diverse fasi del processo e risponde personalmente del suo operato, ai sensi dei Codici Civile, Deontologico e Penale. Una figura professionale nuova per impegno e responsabilità è l'Amministratore e Coordinatore di Sistema Locale, che possiede accesso abilitato alla gestione del RIS- PACS, relativamente alle seguenti fasi: _ prenotazione esami: codifica dei dati anagrafici dei pazienti “nuovi” e registrazione di quelli già esistenti nel RIS o nella rete informativa dell'azienda (HIS, Hospital Information System); risoluzione di eventuali omonimie; _ accettazione e preparazione dei paziente. Il Tecnico deve annotare anamnesi, riferite anche a gravidanza presunta, accertata o negata, ed ogni elemento utile ai fini diagnostici; _ informazione al paziente sulle modalità dell'esame da effettuare, _ esecuzione degli esami, in autonomia professionale ed in collaborazione con altri operatori, sempre in riferimento agli obiettivi diagnostici ed ai protocolli d’indagine suggeriti dal Medico. È compito specifico del Tecnico conoscere bene ed utilizzare al meglio le attrezzature, controllandone a tempi definiti i parametri fisici, anche mediante prove di qualità, al fine di ridurre al 59 minimo (compatibilmente col quesito diagnostico) la dose di esposizione; _ sviluppo delle immagini analogiche ed elaborazione delle immagini digitali; stampa ed archiviazione digitale delle immagini; disposizione per la consegna di pellicole e referti al Reparto o al Medico di base; Archivio di pellicole; _ ricerca dei documenti conservati negli archivi Tra le funzioni dell’Amministratore di Sistema rientra il controllo periodico dello stato dei processi-PACS, l’esecuzione dei backup, lo spegnimento e riavvio dell'applicazione e del sistema RIS-PACS. Le responsabilità del Tecnico di Radiologia ai sensi dei Codici Civile e Penale interessano vari aspetti della professione. È importante conoscere la legislazione di riferimento in materia di responsabilità professionale, di radiazioni ionizzanti e di organizzazione sanitaria, per la tutela sia del lavoratore e dei pazienti che della popolazione (D.Lgs. 230/95, D.Lgs. 187/00, D-Lgs. 241/00), contro i rischi biologici, chimici e fisici (D.Lgs. 626/94), per i rischi di incendio ed infine in materia di sicurezza e privacy, relativamente al trattamento dei dati sensibili. Per l’utilizzo dei videoterminali, collegati a RIS, PACS e a tutte le apparecchiature per la Diagnostica Digitale, le norme da rispettare sono riportate nel Decreto Legislativo n° 626 del 19 settembre 1994, nel Titolo VI: Uso di attrezzature munite di videoterminali. I servizi Aziendali di Prevenzione e Protezione e di Igiene e Sicurezza provvedono, come richiede la normativa di prevenzione sul lavoro, a formare gli operatori sui rischi cui si è esposti durante la attività lavorativa (Opuscoli VVFF, Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini, 2000). Nelle Sezioni di Diagnostica Digitale collegate al RIS (TC, sezione Chest, ecografia, RM, contrasti, ortopantomografo) il database della consolle di lavoro viene aggiornato in tempo reale con l’accettazione del paziente. Il Tecnico di Sezione può accedere 60 Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 8, 1, 2006 quindi ai dati anagrafici, conoscere il tipo di esame prenotato ed accettarlo con il relativo numero di archivio. Nella consolle di lavoro devono essere inseriti il nome del Medico Radiologo e del Tecnico, ai fini dell’archiviazione dell’esame. Effettuata la verifica della correttezza dei dati, si procede all’impostazione dei parametri tecnici in base al quesito clinico, alle condizioni del paziente ed al protocollo d’indagine scelto dal Medico. Eseguito l’esame, le immagini sono inviate dalla consolle di acquisizione a quelle di refertazione e quindi all’archivio PACS collegato in rete. Questo passaggio è particolarmente importante, perchè determina l’archiviazione effettiva delle immagini e dei dati relativi che, una volta archiviati sui dischi ottici, non sono modificabili. Al fine di uniformare l’attività di archiviazione, si utilizzano procedure scritte, affisse in Sezione diagnostica. Il sistema di archiviazione digitale è in grado di effettuare, in tempo reale ed in automatico, il richiamo degli esami precedenti del paziente. CODICE DEONTOLOGICO DEL TECNICO SANITARIO DI RADIOLOGIA MEDICA Nel Codice Deontologico del 2004 si fa esplicito riferimento al principio fondamentale “promozione della salute di tutti i cittadini”, già tutelato dai Codici Civile e Penale. In un servizio di Radiologia informatizzato, oltre alle procedure ed ai protocolli di stretto riferimento professionale, esistono linee di riferimento per l’archiviazione dei dati anagrafici, clinici ed iconografici. In tale contesto, l’attenzione dell’operatore nelle diverse fasi del ciclo radiologico riguarda tutto il periodo di conservazione dei suddetti dati. Il tempo di conservazione delle immagini è limitato a 10 anni; per i dati clinici il periodo è illimitato. Rientra quindi nell’attività ordinaria il rispetto di protocolli e procedure e la segnalazione di eventuali lacune organizzative. Il Codice Deontologico è un elemento dinamico della professione, mo- dificato nel tempo in funzione delle diverse competenze e responsabilità della categoria di professionisti. Nei Convegni più recenti, si evidenzia la necessità di aggiornare continuamente il personale, in particolare sull'evoluzione tecnologica delle apparecchiature diagnostiche e terapeutiche, sui sistemi di archiviazione digitale. sugli aspetti legislativi e sulle problematiche gestionali; per ultimo, non certo per importanza, sulla formazione della categoria, riferite al nuovo percorso universitario. CONCLUSIONI L’evoluzione tecnologica nel Settore Sanitario ha assunto un valore insostituibile. Nel presente lavoro abbiamo trattato il sempre più impegnato valore della integrazione, nella funzionalità complessiva di un Ospedale o di una Azienda, tra le diverse voci attinenti a: Servizio informativo in Radiologia, (RIS) ed integrazione con 1. il Servizio Informativo Sanitario Nazionale (SIS) e Regionale; 2. la rete Informativa Ospedaliera (HIS); 3. il Sistema di Archivio e trasmissione dei dati (PACS) È stata posta in particolare evidenza la necessità di un armonico rapporto tra la figura del Tecnico di Radiologia ed il Medico Radiologo, ai fini di un raggiungimento mirato e soluzione positiva della unica problematica che investe ogni giorno la finalità della nostra attività lavorativa: il bene del paziente che si rivolge a noi perchè possa nel tempo più breve essere restituito alla Società, nel pieno delle sue possibilità di impegno laborioso ed umano. RINGRAZIAMENTI Si ringrazia tutto il personale della U.O.C. Radiologia Generale dell’Ospedale Carlo Forlanini per la quotidiana attività di collaborazione ed il senso di responsabilità nel trattamento sia della persona che dei dati sensibili relativi. R. Monaco et al.: Archivi integrati in diagnostica per immagini BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Cavallo V, Andreoli C. Le linee guida in diagnostica per immagini: proposta di una metodologia per la realizzazione. La Radiologia Medica 2002; 103:11-9. Fistill M, Tombolato A, Traversa M. Digitalizzazione di un reparto di Radiologia. Da idea a realtà: nostra esperienza, Rassegna Tecnica di Radiologia Medica, 1997; 37:53-9. Giordano G. Il TSRM del terzo millennio: dal profilo professionale al profilo di competenza, atti Corso Riscrivere la professione, Collegio TSRM Roma 14.12.2002. Lagalla R. Editoriale Gestione delle risorse in Radiologia: una necessaria filosofia di lavoro. La Radiologia Medica 2002; 103:1-10. Mattia P, Fedeli S. Problematiche connesse alla archiviazione dei documenti di diagnostica per 61 immagini. Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 2001; 3:200-5. Monaco R. L’integrazione RIS-PACS in Diagnostica per Immagini – Tesi di Laurea in Tecniche di Radiologia Medica per Immagini e Radioterapia, I Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Polo didattico SanCamillo-Forlanini, A.A. 2001-2002. Panzica R, Monaco R. RIS E PACS, Atti Corso di aggiornamento per TSRM, Collegio TSRM Roma, 1-2 ottobre 2004. Panziera F. Il trasferimento e la gestione delle immagini in radiologia, Rassegna Tecnica di Radiologia Medica 2001, 43:4-5. Passariello R. Elementi di tecnologia in radiologia e diagnostica per immagini, Seconda edizione, Roma: Cromac, 1996. Pedicelli G. Editoriale La radiologia digitale è maggiorenne, Annali degli Ospedali San Camillo e Forlanini 2000; 2:221-7. ____ Per richiesta estratti: Dott.ssa Raffaella Monaco Via Adda, 87 - 00198 Roma Tel. 0685302151 e-mail: rmonaco@scamillo forlanini.rm.it ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio-Marzo 2006 Recensioni IL CERVELLO ANARCHICO L’Autore del volume “Il Cervello Anarchico” (UTET Editore, Torino 2005, pagg. 213, 20.00), il prof Enzo Soresi, Primario Emerito dell’Ospedale Niguarda di Milano è da alcuni anni approfondito ed appassionato cultore di una nuova Scienza, la Psiconeuroendocrinoimmunologia. Questa scienza studia in particolare la relazione mente-corpo delineando un percorso per cui il cervello sviluppa, a partire dal periodo fetale sino alla nascita, una relazione con il resto dell’organismo umano che è caratterizzata da una forte, fisiologica armonia e alla quale fa seguito nel tempo tutta una rete di messaggeri neurochimici: con l’assetto definitivo del cervello vengono raccolti i “suggerimenti” espressi dall’ambiente che, attraverso il fisiologico stato/processo dello stress, provocano turbe a livello dell’asse endocrino che si traducono in malattie psicosomatiche. Partendo da tale premessa l’Autore si impegna con invidiabile passione nell’interpretazione di casi clinici che Egli stesso definisce “singolari” e che fanno parte del suo vissuto professionale. In siffatto contesto tra le numerose situazioni, tutte effettivamente peculiari, è proprio arduo selezionarne qualcuna più significativa rispetto alle altre: per i lettori della costellazione sanitaria che vogliano addentrarsi negli affascinanti meandri de “Il Cervello Anarchico” per arricchire sè stessi nel quotidiano contatto con i pazienti che ad essi si affidano per migliorare la propria salute e tenendo conto dell’affermato primato delle emozioni rispetto alla razionalità si potrebbero segnalare - inter pares- i due capitoli “La Comunicazione al paziente“ e la “Relazione medico-paziente”. Non si finisce mai d’imparare, anche dall’anarchia del proprio cervello attraverso l’impegnativo compito di attivare sempre più due eccellenti compagni di viaggio di ognuno di noi, così come definisce l’Autore i nostri lobi frontali! Franco Salvati ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio-Marzo 2006 BIOSTATISTICA - CRONOBIOLOGIA Il libro “BIOSTATISTICA, CRONOBIOLOGIA, CAOSBIOLOGIA NELLA METODOLOGIA MEDICA – METODI CHIAVE” del Prof. Pietro Cugini, già Professore di Metodologia Medica dell’Università di Roma “La Sapienza”, esce per i tipi della Società Editrice Universo (SEU) di Roma, pagg. 742, Euro 65.00, 2006. L’opera vuole essere una guida vademecum di didattica al conoscenza, uso ed interpretazione della Biostatistica (studio di biofenomeni probabilistici), Cronobiologia (studio dei biofenomeni ritmici) e Caosbiologia (studio dei biofenomeni imprevedibili) nella metodologia di ricerca sperimentale e clinica in campo bio-medico. Il volume si compone di quattro parti. La I Parte. Biostatistica tratta i metodi di analisi univariata e multivariata applicata a variabili continue, nominali, ordinali (metodi descrittivi, metodi comparativi, metodi correlativi, metodi di trend, metodi di analisi bayesiana), nonché i metodi di analisi statistiche speciali: 1. Analisi delle curve di sopravvivenza; 2. Analisi di serie temporali univariate (Analisi di Smooting, Analisi di autocorrelazione, Analisi di Cross-Correlazione, Analisi di Stagionalità, ARIMA, Analisi di Scomposizione in Serie Fourier, Analisi della Trasformata Rapida di Fourier, Analisi della Massima Entropia); 3. Analisi di studi epidemiologici-clinico-terapeutici (Case Report, Studi di prevalenza, Studi caso-controllo, Studi a coorte, Studi randomizzati controllati, Metodi di meta-analisi). La II Parte. Cronobiologia tratta i metodi di analisi descrittiva dei ritmi biologici (Metodo Cosinor), di analisi di integrazione periodica (Metodo Cosint), di analisi spettrale bivariata (Analisi spettrale lineare-infrequenza, Analisi spettrale lineare-in-periodo), di analisi del trend ciclico (Metodo Clinospectror, Analisi della Sezione Seriale). La III Parte. Caosbiologica espone i metodi di “matematica del caos” applicati ai fenomeni bio-medici non ordinati e, come tali, imprevedibili, delucidando i metodi sia rappresentativi (Scatter plot di Lorenz, Spazio delle fasi, Mappe di ritorno, Interpolazione frattalica) sia descrittivi (Analisi di dimensione do correlazione, Analisi della Entropia). La IV Parte. Tabulario statistico riporta le Tavole statistiche dei Valori Critici dei vari coefficienti stimati nei vari metodi per il confronto dei loro Valori Relativi verso la probabilità (P) minima di escludere l’interferenza del caso. Ogni parte è divisa in due sezioni: 1. Principi e Metodi; 2. Applicazioni. Nella sezione Principi e Metodi sono esposti, in modo sistematico e strutturato, i vari metodi statistici con il loro significato, la loro indicazione, ed, in opportune tabelle sinottiche, le linee-guida per la scelta del metodo statistico più indicato in relazione alle variabili ed agli scopi protocollari. Nella sezione Applicazioni, con esempi concreti, sono riportate le modalità pratiche di esecuzione dei metodi precedentemente descritti. Il testo è didatticamente indirizzato a Studenti, Docenti, Ricercatori, Dottorandi, Specializzandi e Specialisti dei Corsi di Laurea in Medicina-Chirurgia, Scienze Biologiche, Scienze Naturali, Scienze Umane, Farmacia, Psicologia, Botanica, Veterinaria, nonché agli Operatori dei Servizi Sanitari, delle Istituzioni di Salute Pubblica ed ai Ricercatori delle Industrie Farmaceutiche. Torna didatticamente utile anche per gli Studenti ed ai Docenti dei Corsi di Laurea Breve in Scienze della Salute (Infermieristica, di Fisioterapia, di Tecnico di Radiologia, di Tecnico di Laboratorio). ANNALI DEGLI OSPEDALI San Camillo e Forlanini Volume 8, Numero 1, Gennaio-Marzo 2006 Notiziario PATOLOGIA OSTRUTTIVA RESPIRATORIA E PROBLEMATICHE AD ESSA CONNESSE È stato il tema delle GIORNATE PNEUMOLOGICHE tenutesi a Roma in occasione del FORLANINI DAY 2006 con il patrocinio dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO) e dell’Azienda Ospedaliera S. Camillo-Forlanini. Nella 1° Giornata le Relazioni, articolate in due sessioni, una presieduta da C. Saltini e l’altra da F. Salvati coadiuvati dai Moderatori I. Cammarella, V. Malori, B. Macciocchi e F. Nunziati, hanno sviscerato nella prima sessione la problematiche relative a “Diagnosi e Clinica delle Patologie Ostruttive”: G. Schmid, G. Pedicelli, F. Benassi, E. Maialetti, si sono succeduti nell’illustrare l’ascesa del trend epidemiologico della BPCO, l’importanza del test di broncostimolazione aspecifico, il rapporto tra alterazioni funzionali e radiologiche, le analogie e le differenze tra asma e BPCO. Nella seconda sessione V. Cilenti, G. Farinelli, G. Galluccio, E. Li Bianchi, A. Sebastiani e M. Vitto hanno illustrato i meccanismi di ossidazione della BPCO, i confini frequentemente indeterminati tra BPCO e Bronchiettasie, il ruolo dell’Endoscopia toracica nell’asma e nella BPCO, gli effetti sistemici della BPCO ed i mo- delli di gestione integrata nell’asma e nella BPCO tra Ospedale (Pneumologi) e Territorio (Medici di Medicina Generale). Nelle successive Sessioni delle Giornate, presiedute da L: Portalone e C. Fiorani coadiuvati dai Moderatori F. Fiorucci, C. Mollica, D. Parola e A. Sini, oggetto delle Relazioni (M.G. Alma, G. Brunetti, A. Fanti, M. Martelli, R. Orsetti, F. Pasqua, A. Sbrocca, C. Terzano) sono stati gli Aspetti terapeutici delle patologie ostruttive respiratorie, la Terapia intensiva e la Riabilitazione respiratoria. A conclusione delle giornate vi è stata una nutrita esposizione di Casi clinici volta al confronto di esperienze diverse, nello spirito di quanto in premessa il Coordinatore del Corso G. Puglisi aveva delineato circa le finalità e le metodologie proposte:segnatamente l’approfondimento dei diversi aspetti della Patologia Ostruttiva Respiratoria la cui gestione terapeutica rappresenta una delle sfide più complesse ed importanti non soltanto per gli Pneumologi, ma anche per i Medici di Medicina Generale. Elio Quarantotto