IL PAPATO NELLA STORIA.
1870-1960: NOVANT'ANNI DI BATTAGLIE.
STORIA - TESTIMONIANZE – DOCUMENTI
ITALICA LIBRI, Milano 1991
a cura di Marco Invernizzi e Oscar Sanguinetti
con contributi di Luigi Casalini, Giovanni Poggiali, Gabriele Fontana, Emanuela Comerio Galvagni, Piera Villa
Sanguinetti
Premessa
Chi leggerà quest'opera della collana «Dossier sul sacro» si accorgerà che il tema I
papi del nostro secolo viene trattato sotto un'angolatura particolare e forse
inconsueta, che mette in evidenza, nella figura dei pontefici, soprattutto la loro
missione magisteriale. Avremmo potuto seguire altre strade, come quella anedotticoscandalistica, o quella «politica» in senso lato, per esempio. Ci è sembrato viceversa
opportuno privilegiare la parola dei papi, attraverso la presentazione delle loro
principali encicliche o di altri documenti, allo scopo di far emergere la radicale
contrapposizione tra l'insegnamento della Chiesa e le ideologie, tra la civiltà sacrale e
la modernità, che caratterizza la storia delle nazioni occidentali da oltre due secoli.
Inoltre, il lettore troverà un 'interpretazione degli avvenimenti del XX secolo - e
soprattutto della genesi dell'unità italiana - sostanzialmente alternativa a quella oggi
corrente. Anch'essa, come per la scelta di privilegiare il magistero dei papi, nasce dal
desiderio di offrire una voce ai vinti almeno a posteriori, di dare cioè maggiore
spazio a quanto è inconsueto ed escluso dalla versione della storia data dalla cultura
prevalente: dai libri scolastici a quelli di grande tiratura, ai mass media.
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La Chiesa cattolica, infatti, può essere considerata come un insieme organico
all'interno del quale coesistono diverse funzioni, fra le quali quella magisteriale.
Quest'ultima comporta fondamentalmente il compito di trasmettere la dottrina
ricevuta, di discernere quanto è conforme ad essa e di giudicare di volta in volta come
questa dottrina deve essere ed è tradotta nella vita.
Depositari concreti di questa funzione di magistero sono i vescovi, successori degli
apostoli, e primo fra essi il vescovo di Roma, successore di Pietro, che rappresenta il
fondamento visibile della Chiesa di Gesù Cristo e il garante fino al termine dei secoli
della sua stabilità, della sua unità e della sua fedeltà al fondatore.
Ora, il papa, maestro nella fede per i credenti, che insegna e discerne, giudica e può
condannare, la cui parola viene ascoltata e accolta da milioni di uomini, rappresenta
senza dubbio una delle principali sfide che il «senso del sacro» continua a rivolgere
alla contemporanea mentalità laicistica e scettica, quella appunto che viene definita
con il termine di «modernità».
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Questo dossier intende fare stato di tale sfida tra Chiesa e mondo moderno, facendo
riemergere dall'oblio il magistero pontificio in una estensione ben più ampia di quella
consueta, non soltanto quindi attraverso una selezione interessata e talvolta fuorviante
di singoli documenti. Così esso potrà forse offrire la possibilità di valutare la
modernità anche alla luce del «senso del sacro», cioè del modo con il quale la Chiesa
l'ha affrontata e giudicata.
I criteri e le interpretazioni degli avvenimenti contenuti nelle pagine che seguono
potrebbero far pensare a un tentativo pregiudiziale di presentare la Chiesa come una
realtà anche temporalmente senza macchia e splendente, impossibilitata a sbagliare,
quasi disumana nella sua perfezione. No, non ci siamo dimenticati che la Chiesa,
realtà umano-divina, va guardata come uno stupendo grappolo di uva matura, che dal
tralcio si protende fino a toccare il terreno e, nella parte terminale, rimane esposta alla
marcescenza, che però non pregiudica la sua natura. Essa, come ha scritto uno dei più
grandi storici contemporanei, Hubert Jedin, «non appare come quella sposa senza
macchia e senza ruga quale se la sognarono gli spiritualisti di tutti i tempi, ma
coperta dalla polvere dei secoli, sofferente per le mancanze degli uomini e
perseguitata dai suoi nemici: per questo la storia della Chiesa è teologia della
Croce».
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Potrà il non credente accettare una lettura dei fatti che si fonda sulla consapevolezza
da parte dei pontefici che i loro atti magisteriali godono dell'assistenza dello Spirito
Santo, cioè sono espressione del «sacro»?
Ma, d'altra parte, come può il credente accostarsi alla storia della Chiesa, alle sue
conquiste, alle sue sconfitte, anche ai suoi errori pastorali, senza tenere presente la
verità fondamentale che la Pentecoste continua nella Chiesa, manifestandosi in modo
particolare in tale sacralizzazione dell'insegnamento del papa?
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Consapevoli di non aver potuto, per ragioni di spazio e per la natura essenzialmente
divulgativa della collana, svolgere un lavoro esaustivo dal punto di vista scientifico,
saremmo comunque soddisfatti se la lettura di queste pagine suggerisse a qualcuno di
accostare i documenti integrali dei pontefici relativi ai temi da noi semplicemente
sfiorati: il nostro lavoro, allora, non sarebbe risultato inutile.
Marco Invernizzi e Oscar Sanguinetti
I . IL SACRO NELL'ETÀ MODERNA
1. Sacralità e Rivoluzione
Con la Rivoluzione francese comincia per la Chiesa cattolica una delle prove più
difficili della sua storia.
Lo storico francese Jean Dumont ha scritto che vi è «una specificità della Rivoluzione
più significativa di ogni altra» e questa consiste nell'« anticristianesimo totalitario, la
sola vera essenza della Rivoluzione francese e il suo unico vero progetto, iniziale e
finale» (I falsi miti della Rivoluzione francese, effedieffe, Milano 1990, p. 32). La
Rivoluzione dell'Ottantanove, in questo senso, può essere considerata come il
parziale compimento di un processo di secolarizzazione cominciato con il
Rinascimento e continuato con la Riforma protestante. Utilizzando questa
interpretazione della storia - che legge l'epoca moderna e contemporanea come il
graduale manifestarsi di un «progetto» ideologico e politico ostile a ogni influenza
della religione sulla cultura e sul costume dei popoli - si può osservare come, dopo il
1789, è soprattutto la struttura politica delle nazioni europee a venire investita da
questo processo definito anche Rivoluzione. Il concetto stesso di autorità politica
nella prospettiva delle ideologie che si affermano nel secolo XIX - perde ogni legame
e ogni dipendenza da Dio e viene così radicalmente contestato il principio enunciato
da san Paolo, secondo cui ogni autorità proviene da Dio e in Lui trova origine e
legittimità (cfr. Rm. 13,1).
È dunque una cosa utile - a prescindere dal giudizio che si vorrà dare sul fenomeno esaminare come il magistero dei papi abbia accompagnato e giudicato questo
itinerario.
L'ostacolo alla secolarizzazione
La Chiesa infatti rappresenta l'ostacolo all'affermarsi della secolarizzazione e da ciò
nasce l'inevitabile conflitto che contraddistingue la storia dei secoli XIX e XX.
Bisogna pertanto tenere presente l'enormità della posta in gioco - cioè l'influenza
sulla vita dei popoli - per dare un giudizio sui singoli avvenimenti che s'incontrano
guardando la storia di quegli anni. Così, per esempio, si potrà comprendere la ferma
opposizione della gerarchia ecclesiastica e della maggioranza dei cattolici
all'abbandono del potere temporale dei pontefici, esemplificata dalle parole di Leone
XIII pronunciate nel 1892: «la rapina della civile sovranità fu compiuta per
abbattere a poco a poco la stessa spirituale potestà del Capo della Chiesa» (lettera
apostolica Pervenuti all'anno vigesimoquinto).
Dopo le rivoluzioni nazionali e liberali che avvengono in Europa nella prima metà
dell'Ottocento, la Chiesa si ritrova in una situazione per alcuni versi analoga a quella
dell'epoca pre-costantiniana, sottoposta alla persecuzione - a volte violenta, altre volte
soltanto politica e amministrativa, sempre comunque osteggiata da un'azione
culturale avversa - da parte di Stati impregnati di ideologie diverse, ma unite da un
comune sentire anticristiano.
La Chiesa comincia dunque a vivere in un'epoca completamente diversa dal tempo
della cristianità medioevale quando, come scriveva Leone XIII nell'enciclica
Immortale Dei, «la filosofia del Vangelo governava gli Stati» e «procedevano
concordi il sacerdozio e l'impero, stretti fra loro per amichevole reciprocità di
servigi».
Questa prova durerà - in forme diverse - fino al termine della seconda guerra
mondiale, quando il consolidamento del socialismo in Russia e la sua espansione
nell'Europa orientale e in altre nazioni, e l'avvento al potere in molti paesi occidentali
dei partiti di ispirazione cristiana determineranno una situazione nuova per la Chiesa,
caratterizzata da insidie e da problemi diversi dai precedenti.
Di fronte alla Rivoluzione
Mentre la Chiesa veniva sottoposta a questa nuova prova storica, le ideologie, i partiti
e i regimi che l'avevano sfidata dovevano dimostrare agli uomini la propria capacità
di costruire un mondo migliore di quello che per secoli era stato caratterizzato dalla
cultura cattolica. Via via che i cattolici diventavano una minoranza nell'ambito dei
nuovi regimi, questi dovevano passare dall'epoca della rivoluzione a quello della
costruzione, del mantenimento delle promesse fatte ai popoli.
Oggi, al termine del XX secolo, i risultati di questo processo di scristianizzazione
possono permettere un giudizio obiettivo da parte di chi osservi la genesi, lo sviluppo
e le conseguenze delle ideologie che hanno largamente caratterizzato il XIX e il XX
secolo.
2. IL PONTIFICATO DI PIO IX
Di fronte al processo di secolarizzazione che contraddistingue l'epoca successiva alla
Rivoluzione francese, il papato diventa il principale punto di riferimento della
resistenza cattolica nei riguardi del mondo divenuto ostile che circonda la Chiesa.
Colui che incarna in modo particolare questo ruolo è Pio IX, sia per la drammaticità
degli avvenimenti che si verificheranno durante il suo pontificato sia per la durata
dello stesso, che si protrarrà fino al 1878.
La vita
Giovanni Maria Mastai Ferretti nasce a Senigallia il 13 maggio 1792 e studia nel
collegio scolopio di Volterra; non riesce a entrare nel corpo delle Guardie Nobili del
papa perché malato di epilessia, dalla quale guarirà progressivamente negli anni
successivi, potendo così avviarsi al sacerdozio. Viene ordinato il 10 aprile 1819 e
consacrato vescovo il 3 giugno 1827. Cardinale dal 14 dicembre 1840, diventerà papa
il 16 giugno 1846.
È scritto sui muri del Quirinale nei giorni successivi alla sua elezione: «Mastai, che
fai?», e quando il papa legge la frase esclama: «Aspetta e lo vedrai». Promulga
immediatamente nello Stato pontificio l'attesa amnistia per i reati politici, in seguito
alla quale comincia la «favola» del papa liberale, favorevole alla guerra degli Stati
italiani contro l'Austria, «favola» che si conclude con l'allocuzione Non semel del 29
aprile 1848. In questa circostanza il pontefice, accortosi di essere rimasto
«prigioniero» del disegno delle sètte e delle mire annessionistiche del regno sabaudo,
oppone il grande rifiuto, affermando che il capo della cristianità non può favorire la
guerra contro una nazione cattolica come l'Austria. Pochi mesi dopo, il 24 novembre,
in seguito a sollevazioni di piazza promosse dalle forze rivoluzionarie, il papa è
costretto a lasciare Roma per Gaeta, dove viene accolto dal re delle Due Sicilie
Ferdinando II, abbandonando per diciassette mesi la sede di Pietro in mano a un
triumvirato rivoluzionario composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo
Armellini, che proclama la fine del potere temporale e instaura la Repubblica romana.
Comincia a Gaeta la seconda fase del pontificato, caratterizzata da un'altra «favola»,
quella del papa traditore del Risorgimento italiano: ma, chi conosce i documenti sa
bene che, pur constatando la simpatia di Pio IX per un «certo» modo di realizzare
l'unità d'Italia, già nella sua prima enciclica Qui pluribus, del 9-11-1846, aveva scritto
di «mostruosi e fraudolenti errori coi quali coloro che si occupano solo di cose
mondane tentano accanitamente di assalire la divina autorità della Chiesa e le sue
leggi e di calpestare i diritti tanto del potere sacro quanto di quello civile».
La Breccia di Porta Pia
Frattanto la Rivoluzione italiana procedeva attraverso una ben congegnata divisione
dei ruoli fra gli estremisti garibaldini e mazziniani e i moderati piemontesi, che si
ponevano come garanti di una rivoluzione nell'ordine nei confronti delle potenze
europee, che temevano una soluzione repubblicana e troppo sovversiva nel campo
sociale.
Con le tre guerre d'indipendenza e con i conseguenti plebisciti, abilmente diretti dalle
forze vincitrici, la Romagna, la Toscana, le Marche e l'Umbria entrano a far parte del
regno d'Italia, ingrandito anche dall'Italia meridionale e dalla Sicilia dopo la
spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Mancano soltanto il Lazio e
Roma, per i quali si attende il momento propizio, che verrà nel 1870, dopo la
sconfitta a Sedan di Napoleone m, il garante dell'esistenza dello Stato pontificio. Il 20
settembre le truppe del re Vittorio Emanuele II entrano in Roma attraverso la Breccia
di Porta Pia, dopo una resistenza puramente simbolica da parte dell'esercito
pontificio, composto anche da migliaia di volontari cattolici giunti da tutte le nazioni
europee per difendere il papa-re. Il Risorgimento era praticamente compiuto,
coronando almeno in parte il desiderio plurisecolare degli avversari del cattolicesimo,
così espresso tre anni prima a Ginevra da Giuseppe Garibaldi: «Qui i vostri antenati
ebbero animo di assalire per primi codesta pestilenziale istituzione che si chiama
Papato. A voi, cittadini di Ginevra, che vibraste i primi colpi alla Roma papale, non
è più l'iniziativa che io domando, ma vi domando di compir l'opera dei vostri padri
quando noi recheremo gli ultimi colpi al mostro. Vi ha nella missione degli italiani,
che lo custodirono così a lungo nel loro seno, una parte espiatoria; noi faremo il
debito nostro» (cit. in GIUSEPPE ORLANDI E ANTONIO ACHILLE, Un popolo
diviso. Il paradosso di un unità che disunì, La Parola, Roma 1988, p. 152).
Nel suo magistero, Pio IX aveva in un certo senso previsto questo esito drammatico
dello scontro fra la Chiesa e la Rivoluzione, non soltanto nel Sillabo, ma anche
nell'enciclica Quanta cura che lo accompagna, nelle allocuzioni Maxima quidem, del
9 giugno 1862, e Jamdudum cernimus, del 18 marzo 1861, nell'enciclica Nostis et
Nobiscum, dell'8 dicembre 1849, oltre che in numerosissimi altri documenti.
Ma sarà soprattutto il Sillabo ad attirare contro Pio IX le ire degli intellettuali laicisti.
Per la verità il Sillabo è soltanto un elenco di proposizioni che definiscono i principali
errori delle ideologie del tempo già condannati dalla Chiesa in precedenti documenti
e che il Sillabo si limita a riproporre. L'astio che si è riversato sopra di esso avrebbe
quindi dovuto riguardare molto più questi altri documenti, fra cui in particolare
l'enciclica Quanta cura. Circa il suo peso dottrinale, si deve dire che è ancora oggi
oggetto di discussione. È infatti indubbio che si tratti di un atto del magistero
ordinario della Chiesa, tuttavia sembrano mancare in esso quelle clausole formali che
conferirebbero al documento un valore certamente dogmatico. Inoltre, il Sillabo non è
firmato dal papa ma dal segretario di Stato cardinale Giacomo Antonelli, che
comunque lo distribuisce ai vescovi con l'esplicita menzione «mihi in mandatis dedit
[...] eiusdem Pontificis iussa». Rimane comunque un punto di riferimento obbligato
per tutti i cattolici che vogliono prestare attenzione e ossequio al magistero, ma anche
per ogni studioso che voglia accostare il documento e il periodo storico con la
serenità che è certo mancata fino ad oggi.
Il papa dell'Immacolata
La Breccia di Porta Pia non aveva impedito al papa di attendere ad uno degli eventi
più significativi del suo pontificato, ossia la convocazione del Concilio Vaticano I,
chiusosi poche settimane prima della caduta di Roma con la promulgazione del
dogma dell'infallibilità pontificia, decretato nel corso della seduta del 18 luglio 1870.
Davanti a un mondo sempre più dominato dal relativismo e da un indefinibile caos di
opinioni e di correnti ideologiche, la Chiesa ribadisce l'esistenza di una verità che
trascende l'opinione e che viene trasmessa agli uomini dalla cattedra di Pietro; a
quest'ultima, il Concilio attribuisce sotto forma di dogma la pienezza dell'autorità di
governo nella Chiesa e l'infallibilità in materia di fede e di morale.
Il dogma - contestato e rifiutato da intellettuali anche del mondo cattolico - viene
favorevolmente accolto dai fedeli, che proprio in quegli anni si stringono attorno al
papa «prigioniero» in Vaticano. Era lo stesso popolo che aveva accolto con
entusiasmo, l'8 dicembre 1854, la proclamazione del dogma dell'Immacolata
Concezione di Maria, che ricordava, di fronte ai liberali sostenitori della bontà
originaria dell'individuo, come soltanto la Madonna era stata preservata dal peccato
d'origine.
Pio IX morirà in fama di santità il 7 febbraio 1878 e oggi viene onorato con il titolo
di venerabile in seguito al decreto sull'eroicità delle virtù, approvato il 6 luglio 1985.
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APPENDICI AL CAPITOLO I
EVENTI POLITICI DURANTE
IL PONTIFICATO DI PIO IX
1848
Scoppia la Rivoluzione a Vienna, quindi a Venezia (17-3) e a Milano con le cinque
giornate (18-23 marzo). Il 23-3 il Piemonte dichiara guerra all'Austria: la prima
guerra d'indipendenza si conclude con la sconfitta piemontese e l'abdicazione del re
Carlo Alberto. Gli succede il figlio Vittorio Emanuele II che il 6-8-1849 firma a
Milano la pace con l'impero austro-ungarico.
novembre 1852
Inizia il ministero di Cavour.
1853-1856
Guerra di Crimea fra Turchia e Russia con intervento delle nazioni occidentali a
fianco della prima. La guerra si conclude con la sconfitta russa. Il Piemonte invia
15.000 bersaglieri.
1859
Inizia la seconda guerra d'indipendenza che si conclude con la cessione della
Lombardia dall'Austria alla Francia, che poi la consegnerà al Piemonte.
6.6.1861
Muore Cavour.
1866
Terza guerra d'indipendenza: si conclude con la cessione del Veneto all'Italia, anche
questa volta tramite Napoleone III.
20.9.1870
Con la Breccia di Porta Pia le truppe italiane conquistano Roma; viene così
sostanzialmente ultimata la Rivoluzione nazionale.
13.5.1871
Lo Stato italiano promulga la legge delle Guarentigie, che conserva allo Stato i diritti
di placet e di exequatur, pur riconoscendo alla Chiesa l'extra-territorialità dello Stato
del Vaticano e la libertà di esercitare la propria funzione spirituale. Con il divieto di
partecipare alla vita politica nazionale sancito nel 1874 dall'autorità ecclesiastica (non
expedit), si determina una profonda frattura nella nazione, fra i cattolici fedeli a papa
Pio IX «prigioniero in Vaticano» e lo Stato gestito dalla Destra storica (i seguaci di
Cavour, morto nel 1861) e poi, dopo il 18-3-1876, dalla Sinistra guidata da Agostino
Depretis.
1870-1914
Dopo la sconfitta militare nella guerra con la Prussia e dopo la repressione
dell'insurrezione socialista (la Comune di Parigi), la Francia entra nella Terza
Repubblica, la cui Costituzione viene approvata nel 1875 per un solo voto di scarto.
Inizia una politica laicista e imperialistica che durerà fino al 1914, con la nazione
sostanzialmente divisa in due blocchi contrapposti, uno cattolico e conservatore e
l'altro radicalsocialista, entrambi costituiti da componenti ideologiche profondamente
diverse fra loro.
1871
Il 18 gennaio, in seguito alla vittoria militare della Prussia sulla Francia, viene
proclamato a Versailles il II Reich. La politica tedesca è sempre più caratterizzata
dalla figura del cancelliere Otto von Bismarck, al potere dal 1862, che cerca di
vanificare l'influenza del cattolicesimo nella società tedesca attraverso il
KuIturkampf, una «lotta per la cultura» che contempla leggi che limitano l'azione
della Chiesa e prevedono lo scioglimento della Compagnia di Gesù, come poi
avviene nel 1875. Bismarck verrà licenziato nel 1890 dall'imperatore Guglielmo II.
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«VIVA PIO IX!»
È la parola d'ordine lanciata dalle forze liberali nel primo periodo del pontificato, per
coinvolgere il papa nel Risorgimento nazionale. Il tentativo raggiunge il suo apice
quando Pio IX decreta l'amnistia nel luglio del 1846 che suscita festose
manifestazioni popolari.
*********
«VIVA IL PAPA!»
È questo il grido che accoglierà Pio IX al suo ritorno a Roma, dopo la fine della
Repubblica Romana.
Tra gli avversari più irriducibili del papato è Garibaldi, che definì Pio IX «un metro
cubo di letame».
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IL RITORNO DI PIO IX (1850)
NARRATO DA DON BOSCO
Sparsa la notizia che Pio IX era per far ritorno alla sua sede, tutti i suoi stati si
prepararono ad una grande festa; moltissimi illustri personaggi da vari paesi della
cristianità si recarono in quella santa città, che divenne ingombra di carrozze e di
forestieri, tutti là accorsi per assistere e cooperare alla grande solennità. Ciò produsse
straordinaria allegria pei Romani, perché così vedevano rifiorire il commercio e
ripopolarsi le loro contrade. Il sommo Pontefice volle passare a Napoli, e di là prese il
cammino per Roma. Quel viaggio, miei cari amici, fu quale si conveniva al Capo
della cristianità, e si può appellare un vero trionfo. Da ogni parte era un affollarsi di
popolo sulla via che doveva percorrere l'augusto Pontefice; uomini e donne, vecchi e
fanciulli da ogni angolo spuntavano colla gioia sul volto e colle benedizioni sulle
labbra a contemplare il sembiante di un sovrano, che seco portava la fortuna del
mondo. Qui e qua si scorgevano archi trionfali, tappeti preziosi, pavimenti coperti di
fiori per accogliere degnamente quel sovrano, che rappresenta in terra il Re del
cielo.[...]
Il Papa continuò il suo viaggio accompagnato da molti insigni personaggi, tra i quali
gli ambasciatori delle potenze alleate, le cui armi avevano combattuto e represso i
rivoluzionari. Giunto a Terracina, prima città dei suoi stati, trovò tutte le autorità dei
paesi circonvicini, che eransi colà recate per ossequiarlo. Era somma l'allegrezza
degli abitanti; il loro contento sembrava un delirio […].
L'entrata di Pio IX nella sua capitale era fissata alle quattro dopo mezzodì del dodici
aprile. Pareva che colà si fossero aperte le porte del cielo; tanto grande era il concorso
della gente. Tutto era ornato a festa, e gli sguardi d'ognuno erano rivolti là donde si
aspettava il santo Padre. Sorge in lontananza un nugolo di polvere; indi a poco giunge
galoppando un corriere colla livrea rossa; si ode il primo sparo del cannone; da tutte
parti echeggiano le grida: Evviva il Papa! Ad ogni istante rimbomba una cannonata,
suonano le campane; esce in applausi l'immensa moltitudine. Pio IX giunge… smonta
dalla carrozza, e piangendo per tenerezza tocca col piede la terra della patria, da cui
era stato costretto per quasi un anno e mezzo di vivere lontano […]
Giovanni Bosco, La storia d'Italia raccontata alla gioventù, 17 ed., Tipografia e
Libreria Salesiana, Torino 1886, pp. 428-431.
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LA LEGISLAZIONE ANTICATTOLICA
DURANTE IL PONTIFICATO DI PIO IX
Abituati, dopo il Concordato del 1929, a un «clima» politico di relativa
collaborazione fra Stato e Chiesa perdurato in Italia fino all'inasprirsi della
secolarizzazione negli anni Sessanta, ci riesce ancora oggi difficile cogliere la gravità
della legislazione anticattolica attuatasi in Italia durante il pontificato di Pio IX. Vale
quindi la pena avere presenti alcuni dati sulla questione:
1854-1855. Presentazione e approvazione alla Camera e al Senato del regno sabaudo
di una legge che prevede la soppressione di un grande numero di ordini religiosi.
Secondo lo storico marxista Giorgio Candeloro, «la legge mirava a colpire gli ordini
religiosi puramente ascetici e contemplativi, da più di un secolo soggetti alla critica
corrosiva dell'illuminismo e poi della democrazia e del liberalismo, che erano anche
quelli giudicati più ostili al nuovo ordine di cose stabilito nel '48» (Storia dell'Italia
moderna, vol. IV, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 166-167).
La legge, approvata il 28 maggio 1855, comporta la soppressione di 34 ordini
religiosi con un totale di 331 case e 4.050 persone.
Nonostante la propensione del re, almeno in apparenza, per una soluzione di
compromesso con i vescovi, la legge fa il suo corso e la crisi del governo presieduto
da Cavour, che sosteneva la legge, si risolve con la riedizione di un nuovo governo
presieduto dallo stesso Cavour.
1865. Pio IX scrive al re Vittorio Emanuele II per denunciare l'esasperata politica
anticattolica dell'Italia. Infatti, 108 sedi vescovili su 229 sono vacanti, 80 vescovi, fra
cui 9 cardinali, sono stati negli ultimi tempi incarcerati, processati e condannati alla
reclusione o all'esilio.
1866. Con la legge del 7 luglio viene tolto ogni riconoscimento giuridico a ordini,
corporazioni e congregazioni religiose (1.809 complessivamente) e i loro beni
assegnati al demanio dello Stato.
1867. Promulgazione di una legge «per la soppressione di enti ecclesiastici e la
liquidazione dell'asse ecclesiastico» che, con le leggi precedenti, costituirà la base
della legislazione ecclesiastica italiana fino al 1929.
Vengono così soppressi 25.000 enti ecclesiastici senza cura d'anime e viene portato
un colpo definitivo alla presenza della Chiesa in Italia.
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I VOLONTARI DEL PAPA
Decine di migliaia i volontari, accorsi a Roma dalle diverse nazioni europee, ricevono
la benedizione del papa in piazza San Pietro, alla presenza delle famiglie della nobiltà
romana, qui convenute sulle loro carrozze. Sono irlandesi, belgi, polacchi, soprattutto
francesi, oltre agli italiani: vi si trovano i discendenti delle famiglie che combatterono
in Vandea e Bretagna, durante la Rivoluzione francese, come Charette e Chatelineau,
e ancora De Maistre, Pimodan, Duplessis de Grénedan. Sono loro che combatteranno
a Castelfidardo, nel 1860, e a Mentana, nel 1867.
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SUL RAPPORTO TRA RISORGIMENTO E PAPATO
«[...] leggo infine la religione posta in cima di ogni cosa umana; e i principi, i popoli
gareggiar fra loro di riverenza e di amore verso il romano pontefice, riconoscendolo e
adorandolo, non solo come successore di Pietro, vicario di Cristo e capo della chiesa
universale, ma come doge e gonfaloniere della confederazione italiana, arbitro
paterno e pacificato re di Europa. Institutore e incivilitore del mondo, padre spirituale
del genere umano, erede ed ampliatore naturale e pacifico della grandezza latina».
Vincenzo Gioberti (Del primato morale e civile degli Italiani)
***
«È un fatto innegabile il progresso compiuto in Italia, in tutti i cuori veramente
elevati, dal sentimento nazionale italiano. La gente per bene di questo paese non
desidera affatto, credetelo, di vedere gli austriaci nelle Romagne o i francesi a Roma,
e se li chiamano in questo momento, è con la speranza di vederli andar via, quando
saranno liberati dal nemico comune che minaccia tutte le nazioni, dal nemico
inafferrabile che si chiama la rivoluzione.
Proprio facendo vibrare la corda di questi sentimenti patriottici e molto onorevoli, i
settari hanno trascinato con sé alcuni uomini di qualità, che a tutta prima non hanno
visto nel programma del conte di Cavour che la felicità e l'indipendenza del loro
paese, e che oggi si accorgono che questa felicità è stata accaparrata da una setta e dai
nemici della religione cattolica. L'unità italiana ha generato il garibaldinismo, la
guerra contro la religione, il prestito forzoso, l'imposta sul reddito accompagnata
dalle più pesanti tasse dirette e indirette: questa unità condurrà fatalmente il paese alla
bancarotta, all'irreligione e al disordine sotto l'una o l'altra forma.
Giacché, non vi lasciate ingannare, qui il disordine è possibile persino con un
governo monarchico. In effetti, che cosa vediamo in questo momento?... Vediamo un
paese di ventisei milioni di abitanti, molto religioso, molto conservatore e molto
monarchico, condotto da dodici o quindici mila rivoluzionari, lasciando che si faccia
di tutto contro la religione, il diritto di proprietà e il principio monarchico. In Francia,
voi credete l'Italia popolata di feroci rivoluzionari: è un profondo errore. In Italia, di
empio e di rivoluzionario non c'è che il governo, e il giorno in cui i cattolici
decideranno di andare alle urne elettorali, si avrà una Camera interamente clericale.
Non bisogna dunque disperare del paese; siamo in una crisi, e quando sarà passata,
avremo la vera Italia conservatrice e religiosa».
(Henry d'Ideville, da I piemontesi a Roma 1867-1870, trad. it., Longanesi & C.,
Milano 1982, pp. 54-55. Diplomatico, secondo segretario dell'ambasciata francese a
Roma dal 1862 al 1866, poi trasferito a Dresda ma quotidianamente informato da un
amico rimasto nella capitale della cristianità, Henry-AMedée La Lorgne conte
d'Ideville ha raccolto in un diario la cronaca della fine del potere temporale).
***
«L'opera positiva, cosciente [di Pio IX] non fu la sua, ma dell'agitazione popolare e di
chi la dirigeva, prendendo occasione dalle concessioni di Pio IX, ingrandendole,
cambiandone il significato, facendo pressioni per ottenerne sempre di nuove. [...] Il
Risorgimento si è fatto contro il papato e non poteva farsi diversamente: e in questo
senso hanno concorso anche quegli elementi credenti cattolici che vi hanno
partecipato effettivamente. La contraddizione non era di un uomo, né poteva
cancellarsi per opera di un uomo: era nell'istituto, nell'idea».
Luigi Salvatorelli, Pio IX e il Risorgimento, in Spiriti e figure del Risorgimento, Le
Monnier, Firenze 1961, pp. 253-257.
II. LEONE XIII, IL PAPA DELLA RINASCITA CULTURALE (1878-1903)
1. La vita, il pontificato
Leone XIII proveniva da una famiglia della piccola aristocrazia del Lazio, quella dei
conti Pecci, residente a Carpineto Romano nelle vicinanze di Frosinone, dove il
padre, Ludovico, colonnello delle milizie pontificie locali, ricopriva diverse cariche
pubbliche - tra cui l'esazione delle imposte - per conto del governo della Santa Sede.
Vincenzo Gioacchino dei conti Pecci
Qui nasce, il 2 marzo 1810, Vincenzo Gioacchino, sesto di sette tra fratelli e sorelle. I
tempi dell'infanzia del futuro pontefice sono dunque quelli della restaurazione del
governo papale a Roma e nel Lazio all'indomani della caduta del Regno d'Italia,
fondato da Napoleone nel 1805, e del rientro a Roma di papa Pio VII dalla prigionia
francese.
Fin dai primi anni Gioacchino - come veniva chiamato, con omissione del suo primo
nome - mostra una netta inclinazione verso la vita di pietà e di studio e manifesta
segni della vocazione - così tradizionalmente propria delle élites sociali italiane ai
tempi dell'antico regime - di servire la Chiesa nei suoi ministeri o nelle cariche civili
della cristianità. Entrambi questi aspetti della sua personalità trovano realizzazione,
con l'aiuto della famiglia - in particolare di uno zio residente a Roma - in una
formazione orientata a fare di lui un membro della diplomazia pontificia e un
chierico: studia a Viterbo presso i padri gesuiti, continua poi a Roma sempre presso i
gesuiti del Collegio Romano, l'attuale università Gregoriana, dove si laurea in
filosofia nel 1832.
I due itinerari corrono paralleli: dopo l'ulteriore laurea in diritto canonico e civile,
inizia il tirocinio curiale diventando nel 1837 prelato domestico di papa Gregorio
XVI. Poco dopo viene nominato membro del tribunale della Segnatura apostolica e
ricopre cariche nell'ambito del governo civile della città di Roma, dando buona prova
delle sue doti in occasione di un'epidemia di colera che colpisce la città. Gli ordini
sacri maggiori gli vengono somministrati tutti in una volta tra il novembre e il
dicembre 1837. Ad essi fa seguito la prima nomina importante: delegato apostolico,
cioè governatore, della provincia di Benevento, allora facente parte degli Stati
pontifici. In questa provincia di frontiera gli anni dell'occupazione francese e il
rivolgimento sociale, politico e religioso da essa operato avevano lasciato una
situazione morale e materiale disastrosa. Gioacchino Pecci agisce con risolutezza per
riaffermare l'autorità dello Stato e la certezza del diritto, combattendo i potentati
locali venutisi a creare negli anni della resistenza anti-francese e del «brigantaggio»,
poteri che talora si arricchivano sul contrabbando e sul troppo facile asilo concesso a
ricercati dalla polizia napoletana. Oltre a ciò, si sforza di risollevare la vita
economica, le condizioni dei ceti inferiori, dando vita a importanti opere pubbliche.
Nel 1841, però, l'esperienza beneventana ha termine. Gregorio XVI, infatti,
ritenendo le sue doti come le più idonee per fronteggiare una situazione di fermento
soprattutto politico, originato dall'azione di propaganda e di agitazione delle sette
rivoluzionarie eredi del regime francese, lo invia nel capoluogo delle province umbre,
Perugia, come governatore. Monsignor Pecci dà qui ulteriore prova del suo acume
politico e diplomatico, affrontando i problemi con coraggio, sforzandosi con successo
di eliminare, ove possibile, le cause stesse del malcontento, onde togliere di mano ai
membri delle società segrete pretesti sui quali fare leva per sollevare le popolazioni.
Da Bruxelles a Perugia
Due anni dopo soltanto, tuttavia, monsignor Pecci deve ancora una volta partire, in
quanto inviato - dopo essere stato ordinato arcivescovo a Roma nel febbraio del 1843
a Bruxelles come nunzio apostolico. A un mese dalla nomina, Gioacchino Pecci dopo un viaggio per mare con partenza da Civitavecchia, durante il quale riesce ad
apprendere sufficientemente bene la lingua francese - arriva nella capitale dello Stato
da poco creatosi (1830) con il distacco della provincia a maggioranza cattolica dal
regno dei Paesi Bassi. Qui il futuro pontefice ha modo di intervenire nel dibattito
civile e culturale, soprattutto incentrato sulla libertà di insegnamento e sulla scuola
cattolica (sarà, in cooperazione con l'episcopato belga, uno degli artefici della
rinascita dell'università cattolica di Lovanio) e di far apprezzare anche negli ambienti
belgi le sue doti di fine diplomatico, lasciando di sé un duraturo ricordo.
Ma, quasi come se esistesse un disegno secondo cui monsignor Pecci doveva subire
un avvicendamento ogni due anni, ecco, ancora una volta, nel 1845, un trasferimento:
questa volta il papa lo richiamava in patria, ancora alla testa della città di Perugia,
però non più come massima autorità civile, bensì come pastore. È questa
un'esperienza nuova per il curriculum del giovane arcivescovo, che segna anche la
fine di quella che abbiamo immaginato essere la «legge dei due anni»: a Perugia
infatti monsignor Pecci resterà per oltre trent'anni. Come vescovo di Perugia, si
sforzerà di elevare la vita spirituale e culturale del clero, promuovendo la pratica
religiosa nel popolo, difendendo le classi umili e i più deboli. Tutto questo dovendo
costantemente combattere l'ostilità delle correnti liberali e l'aperta lotta delle sette
anticlericali, affrontando i gravi avvenimenti del 1859-60 e, in particolare,
l'insurrezione anti-pontificia del giugno 1859 e le polemiche seguite alla repressione
da parte delle truppe governative, e ancora l'invasione piemontese e i plebisciti. Nel
1853 Gioacchino Pecci viene elevato alla porpora cardinalizia da Pio IX e il suo
prestigio tra i vescovi della Penisola e presso la Curia romana si afferma sempre di
più. Del 1877 è la sua nomina a camerlengo della Chiesa romana - cioè cardinale
reggente in caso di sede vacante, come avviene alla morte di un pontefice incarico
che si trova a dover svolgere in modo effettivo soltanto sette mesi dopo, al momento
del transito di Pio IX. Come camerlengo è anche suo compito organizzare il
successivo conclave dei cardinali, che si presenta particolarmente difficile, essendo
ancora assai incerta e insicura la situazione della Santa Sede all'indomani della
conquista di Roma nel 1870 e della nascita del conflitto tra Vaticano e Stato sabaudo,
che andrà sotto il nome di Questione Romana. Dopo assicurazioni da parte della
pubblica autorità in merito al suo ordinato svolgimento, il conclave può riunirsi e,
assai rapidamente, dopo soli tre scrutini e a soli diciassette giorni dalla morte di Pio
IX, sovvertendo una tradizione che non voleva il camerlengo tra i candidati, il 20
febbraio 1878 elegge al soglio di Pietro il cardinale Gioacchino Pecci, che si impone
il nome di Leone XIII. Giudicato al suo inizio come un pontificato di transizione data l'età del nuovo papa, 68 anni, e la rapidità della sua elezione - quello di Leone
XIII è destinato a durare ben venticinque anni, uno dei più lunghi della storia, che si
concluderà soltanto il 20 luglio 1903.
Il mondo nei confronti del quale il nuovo pontefice si trova a dirigere l'azione
evangelizzatrice della Chiesa è caratterizzato da due tendenze generali prevalenti. Da
un lato, lungo tutto l'Ottocento, ma con un culmine nell'età leoniana (l'ultimo quarto
del secolo è anche detto «l'età dell'imperialismo»), si attua l'espansione oltremare
delle potenze europee, nonché si consolidano nelle Americhe gli Stati nazionali,
fenomeni entrambi che fanno sì che la civiltà europea si propaghi fino a toccare i
quattro angoli del globo.
Da un altro punto di vista, tuttavia, questa stessa civiltà inizia a mettere in
discussione le proprie radici cristiane sotto l'influsso di ideologie nate al tempo della
Riforma protestante, affermatesi con l'Illuminismo e tradotte in istituzioni civili dalla
Rivoluzione francese, dall'impero napoleonico e dalle diverse rivoluzioni «borghesi»
nazionali. Non sono più soltanto i popoli del nord Europa a rifiutare il legame con la
Chiesa: anche le nazioni latine tradizionalmente cattoliche iniziano a distaccarsi e,
talvolta, a entrare in conflitto con essa, perseguitandola.
In un mondo ostile
Mentre, sotto il primo aspetto, si offrono alla missione della Chiesa opportunità
magnifiche per dilatare il regno di Cristo - anche se menomate proprio dal minore
supporto ricevuto dall'autorità civile -, dall'altro, nel Vecchio Mondo in particolare,
tra i popoli di più antica e radicata civiltà cristiana, si assiste a una crescente erosione
del tessuto religioso della società. Dottrine empie ed eversive si diffondono tra il
popolo, talora con il favore del potere, mentre l'esistenza stessa della compagine
ecclesiale viene minacciata, e la Chiesa perseguitata fino al punto di vedere il
successore di Pietro stesso privato della libertà e della autonomia, e addirittura
assediato nei sacri palazzi.
In questo contesto di incipiente mondializzazione degli scenari e di crescente,
aggressiva secolarizzazione e laicismo, l'attività pastorale di Leone XIII - coadiuvata
dai segretari di Stato monsignor Ludovico Jacobini, prima, e Mariano Rampolla del
Tindaro, poi - si esplica secondo linee che partono tutte da una considerazione
preliminare: la sua diversificata e pluridecennale esperienza di pastore gli fa intendere
che i mali di cui soffre il mondo del suo tempo non sono soltanto gravi, ma anche
duraturi e necessitanti di terapie altrettanto lunghe e accurate. In altre parole, la
restaurazione di un fecondo rapporto tra Chiesa e mondo, che tenga conto delle
mutate condizioni di quest'ultimo, non può avvenire semplicemente attraverso
condanne, appelli, scontri, bensì va ritessuto giorno per giorno, sceverando ciò che di
buono esiste da ciò che di male si è prodotto, non demonizzando tutto in blocco, ma
con un atteggiamento benevolo e di costruttivo confronto verso tutte le realtà e i
poteri temporali.
Alla luce di questo si capisce, in primo luogo, il cambiamento di stile da parte del
magistero della Chiesa, molto più propositivo, volto a trattare sistematicamente e
diffusamente i vari temi, soprattutto i più delicati e controversi. Leone XIII intende
ottenere, fra l'altro, un rilancio della spiritualità, in particolare tramite la devozione al
Sacro Cuore di Gesù (con l'enciclica Annum Sacrum del 1899), la devozione alla
Madonna (alla preghiera del rosario dedica ben dieci encicliche, sette lettere
apostoliche e una costituzione), quella a san Giuseppe (enciclica Quamquam pluries
del 1889, più cinque lettere apostoliche, tra il 1890 e il 1895) e alla Sacra Famiglia
(indirizzata a richiamarne l'esemplarità per la società del tempo e consacrata con
l'istituzione della festa relativa il 16 giugno 1892). Un insegnamento indirizzato,
inoltre, a rifondare le corrette nozioni di autorità, di famiglia, di uso dei beni e di
lavoro umano, come si vedrà in dettaglio nei paragrafi seguenti.
Conflitto o confronto?
È in conseguenza di questa strategia di fondo, volta al confronto più che al conflitto,
che si spiega anche l'insistenza e il prodigarsi in prima persona del papa per una
rinascita della cultura cattolica: della sua filosofia, della sua scienza, delle sue scuole,
delle sue accademie.
È la Chiesa che sceglie di piegarsi per cercare di farsi intendere da un mondo che si
allontana sempre di più, invece che pretenderne la sottomissione con la certezza di
restare inascoltata.
È un cambiamento di prospettiva brusco, di difficile comprensione per molti,
ecclesiastici e laici: ed è per questo che il papa, su certi aspetti - come, ad esempio,
l'indifferenza delle forme di governo - deve insistere più e più volte.
Dove tutto questo è forse maggiormente avvertibile è nello stile che il papa inaugura
nelle relazioni con le potenze terrene: davanti agli attacchi alla Chiesa o a princìpi
irrinunciabili per essa, egli non si chiude mai nella protesta sdegnosa, bensì si sforza
costantemente di persuadere il suo avversario del momento che egli ha solo da
guadagnare concedendo libertà alla Chiesa o rinunciando alle sue pretese ragioni. Il
papa non demorde, per esempio, nella vicenda del Kulturkampf (la cosiddetta «lotta
per la cultura», contro la «superstizione» cattolica e clericale, scatenata dal
cancelliere tedesco Otto von Bismarck) oppure quando l'atteggiamento
dell'avversario è ispirato ad una intransigenza e a un fanatismo pressoché apocalittici,
come nel caso dei rapporti con i governi - largamente influenzati dalla massoneria della Terza Repubblica francese (cfr. oltre in questo stesso dossier). Ciò non
significa, peraltro, che Leone XIII non sia intransigente: oltre a non mettere mai in
questione il Sillabo di Pio IX sugli errori del tempo - del quale, anzi, a detta di
Giovanni Spadolini (Cfr. L'opposizione cattolica da Porta Pia al '98, ed. ridotta,
Mondadori, Milano 1976, p. 5) era stato fra gli ideatori -, nei suoi documenti
dottrinali è estremamente rigoroso e infiammato nel denunciare gli errori del secolo.
Nei riguardi per esempio della massoneria, intesa non solo come società di pensiero,
ma anche come gruppo umano, il suo atteggiamento conciliativo e benevolo viene
meno, quasi a voler ribadire che con essa ogni forma di dialogo è «tecnicamente»
impossibile.
2. Cultura cattolica e cultura laicista
Il progetto leoniano per rilanciare la cultura cattolica e metterla in condizione di
reggere il confronto con quella laicista moderna - orientata in senso anti-cristiano - si
attua in diversi ambiti.
La storia
In campo storiografico, dove forse più evidente appariva il divario, Leone XIII
favorisce la realizzazione di ricerche e di opere che costituiscono autentiche pietre
militari, quale per esempio la Storia dei papi dalla fine del Medioevo del tedesco
Ludwig von Pastor, in 16 volumi, promuove la nascita di centri di studio e di riviste,
mentre, nel 1880, apre agli studiosi laici la biblioteca vaticana, la biblioteca Borghese
e gli archivi vaticani e chiama a Roma studiosi di fama, come il cardinal Joseph
Hergenrother - che nomina archivista pontificio - e il gesuita Ehrle.
È del 1883 la sua enciclica programmatica in materia, la Saepenumero
considerantes. In essa Leone XIII afferma tra l'altro: «La Storia, studiata nelle sue
vere fonti con animo sgombro di passione e di pregiudizi, riesce spontaneamente per
se stessa la più splendida apologia della Chiesa e del Papato».
A chi si preoccupava di eventuali danni per la Chiesa dall'apertura degli archivi,
risponde: «Per qualche foglia secca non muore una quercia».
Gli studi biblici
Altro ambito nel quale era poi urgente intervenire - visto il confronto in atto con le
agguerrite scuole protestanti, nonché constatata l'incipiente diffusione delle società
bibliche popolari eterodosse, favorite tra l'altro dal governo italiano sin dai tempi di
Camillo Benso di Cavour - è quello degli studi scritturistici. Qui il papa si preoccupa
di rafforzare lo studio delle discipline ausiliarie della ricerca biblica, quali
l'archeologia, le lingue, nonché quello delle culture mediorientali antiche, e con una
certa apertura al metodo storico-critico favorisce la redazione di opere di sintesi,
talora poderose. Per la messe di studi propiziata del papa si delinea però presto il
rischio (come si avrà modo di rilevare in alcune ricerche di Alfred Loisy, che
diventerà uno dei massimi esponenti del modernismo) di una erezione del metodo
quasi a dogma, sì che Leone XIII, per ricondurre gli studi nel giusto alveo, deve
pronunciarsi con una enciclica, la Providentissimus Deus, del 1893, e istituire, nel
1902, una commissione centrale di coordinamento, la Pontificia Commissione
Biblica.
La filosofia
Ma il terreno sul quale l'azione leoniana di rinnovamento riesce più profonda e
duratura è quello filosofico. Consapevole dell'importanza capitale della filosofia allo stesso tempo punto di partenza, con le ipotesi generali, e momento di sintesi della
ricerca scientifica - e assolutamente persuaso della possibilità e della necessità di una
filosofia cristiana, Leone XIII ripropone al suo secolo quel sistema speculativo già
fiorito nei secoli XIII e XVII, cioè la Scolastica di san Tommaso d'Aquino, di
sant'Anselmo d'Aosta, di san Bonaventura da Bagnoregio, di Francisco Suarez, che
così felicemente era stata capace di organizzare insieme il dato di fede e quello di
ragione. Questa filosofia si viene a trovare, con il diffondersi di una cultura
relativistica nel mondo occidentale, una fra le tante possibili vie di pensiero e conosce
un progressivo declino in conseguenza del rifiuto dei suoi princìpi - talvolta
aprioristico - da parte del mondo profano e a causa della fascinazione operata dalla
cultura rivoluzionaria sullo stesso mondo intellettuale cattolico.
«Doctor angelicus»
Ma Leone XIII non si limita a riproporre genericamente un ritorno alla Scolastica:
conscio della sclerosi che ne aveva inaridito la linfa negli ultimi epigoni, nonché del
fatto che la Scolastica non era un tutt'uno omogeneo, bensì un insieme di correnti di
pensiero talvolta in disputa tra loro, Leone XIII ripropone al mondo il pensiero
dell'autore delle Summae, cui la cristianità si era ispirata per secoli. In san Tommaso
d'Aquino il pontefice vede il frutto più ricco e maturo di una speculazione cristiana,
quasi il culmine, forse non più raggiungibile, di penetrazione di un pensiero
illuminato dalla grazia divina nelle realtà del creato.
La rinascita del tomismo
Questa rinascita della filosofia cristiana è avvertita con tanta urgenza, che Leone XIII
dedica una delle primissime encicliche, la Aeterni Patris, del 4 agosto 1879. In essa,
il papa ricorda la funzione vitale della filosofia per pensare la fede (teologia), per
confortarla (preambula fidei) e per difenderla (apologetica), e l'uso che di essa hanno
fatto i Padri della Chiesa. Vede uno dei valori fondamentali della Scolastica
medievale proprio nell'avere ripreso e sintetizzato il pensiero dei Padri, e la presenza
in essa di san Tommaso come «maestro», dopo il quale quasi non rimarrebbe da
desiderare altro. L'adozione poi pressoché universale delle opere dell'Aquinate (da
parte di università, accademie, maggiori ordini religiosi, romani pontefici e, infine,
Concilii, come il Tridentino e il Vaticano I), ne testimonia ulteriormente l'eminenza e
l'efficacia, che il papa vede soprattutto nella formazione apologetica delle nuove
generazioni di cattolici, affinché possano meglio rendere ragione della propria
speranza.
Al richiamo di Leone XIII fa seguito un'autentica fioritura di iniziative nel mondo
cattolico: chi è già tomista (come, ad esempio, il cardinale Tommaso Zigliara, il
gesuita Matteo Liberatore, lo spagnolo Jaime Balmes, e le scuole di Piacenza e di
Napoli) trova nuovo impulso nei suoi studi; altri accettano la direttiva leoniana e così
centri importanti di ricerca vengono a crearsi presso le università cattoliche di
Lovanio (in Belgio, dove si distingue presto la figura del cardinale Désiré Mercier),
di Friburgo (in Svizzera), di Lilla (in Francia), di Washington, della Gregoriana di
Roma. È in questi anni che nascono le riviste Divus Thomas, a Piacenza, e Revue
Néoscolastique, a Lovanio, che tuttora esistono. Nell'ottobre 1879, con una lettera al
cardinale De Luca, prefetto della Congregazione degli Studi, Leone XIII istituisce la
Pontificia Accademia S. Tommaso e ordina la pubblicazione dell'opera omnia, la
cosiddetta edizione «leonina», dell'Aquinate. Il 25 gennaio 1882, poi, in una lettera
ad alcuni vescovi del nord Italia, la Cognita Nobis, ribadisce la necessità dell'opzione
tomistica, condannando alcuni fermenti di dissenso a riguardo. Altrettanto
raccomanda al clero francese nell'enciclica Depuis le jour del settembre 1899.
L'influsso della rinascita neoscolastica propiziata da Leone XIII sulla cultura cattolica
sarà destinato a durare circa fino alla metà del Novecento, quando entrerà
nuovamente in crisi.
**************
APPENDICE AL PARAGRAFO 2
DEL CAPITOLO II
********
COME SI TRASMETTE LA CULTURA?
Il principale veicolo di trasmissione della cultura è la famiglia: nessuno sfugge
interamente al tipo di cultura, od oltrepassa il grado di cultura che acquistò dal suo
primo ambiente. Ciò non vuol dire che questo possa essere l'unico veicolo di
trasmissione: in qualsiasi società, più o meno complessa, l'opera della famiglia è
assistita e continuata da altri mezzi di trasmissione. È così anche in società
relativamente primitive.
Nelle comunità più civilizzate, che conoscessero la specializzazione dei compiti, e in
cui non tutti i figli seguissero l'occupazione del padre, il discepolo (idealmente
almeno) non serviva semplicemente il suo maestro, né imparava da lui come uno
farebbe in una scuola tecnica: egli veniva accolto in un modo di vivere che
s'accompagnava a quel particolare mestiere o arte; e forse il segreto perduto dell'arte
è questo: che non semplicemente un'abilità veniva trasmessa, ma tutto un modo di
vivere. E cultura - da non confondersi con la conoscenza di essa - era quella che
veniva trasmessa dalle più antiche università: se ne sono avvantaggiati giovanotti che
pur sono stati studenti senza profitto, che non hanno acquistato alcun gusto per lo
studio o per l'architettura gotica degli edifici universitari o per la ritualità e le forme
della vita di collegio. [...] Ma la via di gran lunga più importante per la trasmissione
della cultura resta la famiglia; e quando la vita famigliare manca a tale compito,
dobbiamo attenderei una decadenza nella nostra cultura.
La famiglia è una istituzione di cui quasi tutti parlano bene: ma è opportuno tener
presente che è termine che può variare di estensione. Oggi come oggi, essa significa
poco più che i membri viventi di essa. E rara eccezione che un avviso pubblicitario
raffiguri una famiglia numerosa o di tre generazioni. La famiglia tipo dei manifesti
pubblicitari consiste dei due genitori e di uno o due figli.
Quel che si offre all'ammirazione non è la devozione a una famiglia ma l'affetto
personale tra i membri di essa, e quanto più piccola è la famiglia tanto più sarà facile
sentimentalizzare questo affetto personale. Ma quando parlo della famiglia penso ad
un legame che abbraccia un più lungo periodo di tempo che non questo: una pietà per
i morti, per quanto oscuri, e una sollecitudine per i non nati, per quanto remoti: se
questa devozione per il passato e per il futuro non è coltivata nella famiglia, nella
comunità essa non potrà essere altro che una convenzione verbale. Un tale interesse
per il passato è cosa diversa dalle vanità e dalle pretese della genealogia; una tale
responsabilità verso il futuro è cosa diversa da quella degli ideatori di programmi
sociali.
(Thomas Stearns Eliot, Da Appunti per una definizione della cultura, trad. it., 2a ed.,
Bompiani, Milano 1967. pp. 47-49).
3. LE IDEOLOGIE DEL SECOLO
Il magistero di Leone XIII non trascura alcuna area di problemi del suo tempo e il
carattere sistematico dei suoi documenti fa sì che nessuno di essi possa essere avulso
dal contesto generale e venir valutato il parte. Come ha scritto il filosofo cattolico
Augusto Del Noce, «i vecchi politici cattolici leggevano la Rerum Novarum come se
fosse isolabile dall'insieme del Corpus Leonianum; coerentemente i nuovi, portando
alle conseguenze ultime il difetto di questa linea, hanno del tutto trascurato di
leggerla» (Il marxismo di Gramsci e la religione, in CRIS documenti, anno IV, n. 35,
febbraio 1977, p. 26). Così, Leone XIII, ben lungi dall'essere soltanto il papa di una
enciclica, la più celebrata di quelle di argomento sociale, affronta fin dai suoi esordi il
problema delle ideologie, cioè del modo di pensare e quindi di vivere, della mentalità
del proprio secolo: prima di occuparsi dei singoli problemi sembra volere, infatti,
analizzarne le premesse ideali.
Il secolo del liberalismo
L'Ottocento è principalmente il secolo del liberalismo, la sua ideologia dominante,
mentre il socialismo e il comunismo vi trovano, se non la loro attuazione - anche se la
Comune di Parigi del 1871 ne è un saggio eminente -, quanto meno la loro massima
teorizzazione (il Manifesto di Karl Marx e Friedrich Engels è del 1848, mentre Il
Capitale di Marx viene pubblicato a partire dal 1867). Mentre al liberalismo dedica
l'enciclica Libertas, nel 1888, nonché parecchi passi di numerosi documenti di
argomento sociale ed economico, del socialcomunismo si occupa in una delle sue
prime encicliche, promulgata l'anno della sua ascesa al pontificato, nel 1878, la Quod
apostolici muneris.
L'urgenza con la quale il pontefice tratta di queste dottrine, a indirizzo principalmente
sociale, deriva dalla ferma persuasione della loro erroneità e pericolosità e pare quasi
un modo per mostrare al mondo, prima di indicare i princìpi per un'opera di
restaurazione sociale, come la società non deve essere concepita.
Il movimento socialista
Premessa l'origine settaria dei movimenti socialcomunisti nella società di allora «e
che sparsi per tutto il mondo e legati tra sé coi vincoli di iniqua cospirazione, ormai
non ricercano più l'impunità delle tenebre di conventicole occulte, ma apertamente
usciti alla luce del giorno si sforzano di colorire il disegno, già da lunga mano
concepito, di scuotere le fondamenta medesime del consorzio civile», il papa
individua nella radicalità dell'opposizione delle loro dottrine politiche e sociali
all'insegnamento della Chiesa il frutto maturo del pensiero moderno, emancipatosi
dalla religione. Frutto maturo, quindi, di quelle correnti filosofiche che, a partire dal
Rinascimento, hanno contrapposto la ragione alla rivelazione (naturalismo), hanno
elevato la ragione a giudice supremo (razionalismo), hanno sostenuto la separazione
della fede dalla vita e dalle istituzioni sociali (laicismo), contribuendo così al prodursi
di una mentalità ristretta al solo orizzonte temporale, che privilegia le realtà materiali,
come la forza e il denaro, e quindi, tendenzialmente, materialistica e priva di
speranza. Tutto ciò ha preparato e propiziato la negazione di realtà fondamentali e
benefiche, in quanto ordinate al perfezionamento dell'individuo, come il principio di
autorità, il matrimonio, la famiglia e la proprietà privata, cui si oppone uno spirito
egualitaristico, un individualismo o uno statalismo radicali, e l'introduzione del
collettivismo nei rapporti socio-economici.
La Quod apostolici muneris - più breve della media delle encicliche leoniane propone parallelamente alla denuncia degli errori indicati anche una succinta
elencazione dei princìpi opposti, così come la Chiesa li professa e li insegna da
secoli, sull'autorità, sulla famiglia e sulla proprietà. Essa suona quasi come un
accorato appello ai cattolici, ma soprattutto alle potenze mondane, perché tutte
cooperino nella difesa della società dalla «peste del socialismo», e nel con tempo
come un richiamo ai governi affinché cessino di combattere la Chiesa e invece si
avvalgano della sua dottrina e della sua esperienza anche «in umanità» per soffocare
realtà a lungo andare esiziali.
La libertà, per che cosa?
L'enciclica Libertas è, invece, un documento di ampio respiro, una via di mezzo fra
un trattato e un manifesto filosofico e politico, una risposta di grande momento al più
diffuso e potente errore del secolo: il liberalismo. Il documento propone dapprima la
concezione cristiana della libertà, maturata alla luce della retta ragione e della fede.
La libertà è caratteristica intrinseca alla natura umana, che la distingue dalle altre
creature, e discende dall'essenza razionale di questa ed ha come contropartita la
responsabilità.
Essa si attua nella conformazione volontaria, non meccanicistica, alla legge, cioè nel
riconoscimento da parte della ragione dei caratteri e dei fini della natura umana e
nell'assenso al loro perseguimento, allo scopo di esprimere in maniera compiuta per
la ragione tali caratteri. Posta tale condizione, per l'attuazione piena della propria
natura, all'uomo necessita una legge non solo naturale, cioè impressa dal Creatore nel
suo cuore, ma anche una legge positiva che lo guidi e lo trattenga dalla violazione
dell'ordine naturale e divino. La legge civile deve essere mutuata da tale legge
naturale e deve consentire che «si possa più agevolmente vivere secondo le norme
della legge eterna», cioè deve assicurare a ogni essere la possibilità di perfezionarsi
conseguendo il suo vero fine, che è Dio. La libertà è dunque non solo «libertà da»,
assenza di costrizione pura e semplice, ma «libertà per» e la prima, pur necessaria, ha
senso soltanto e unicamente alla luce della seconda.
La «libertà liberale»
La libertà del liberalismo, viceversa, viene ricollegata al «non serviam», cioè al
proposito di ribellione da sempre riferito dalla Chiesa a Lucifero. Le sue radici sono
nel razionalismo e nel naturalismo filosofici, nella concezione della cosiddetta morale
indipendente, tratti tutti riferiti alla descrizione dell'ideologia massonica nell'enciclica
Humanum genus. Secondo la visione del mondo massonica, le leggi della società
derivano la loro autorità non da un principio di verità sopra la natura e la storia, ma
da realtà terrene come per esempio la forza esclusiva delle maggioranze, il che apre la
via ad abusi tanto da parte dell'autorità quanto da quella dei sudditi. Gli altri capisaldi
del liberalismo politico sono le libertà civili (di culto, di coscienza, di stampa), che
vengono rigettate dal papa in quanto in tutte si ritrova il tratto comune del relativismo
(religioso, in ordine alla verità e alla morale). Questi errori del liberalismo, infatti,
privano i popoli degli apporti benefici della Chiesa e li espongono - come viene
spiegato nell'enciclica - a forme di aggressione esiziali, quali, per esempio, la
pornografia o l'accanito proselitismo delle «nuove religioni».
4. LE SOCIETÀ SEGRETE
Fin dai suoi primordi la Chiesa ha professato di credere nell'esistenza del diavolo e
nella presenza di uno sforzo storico contro la verità e la redenzione, ispirato dal
demonio e condotto attraverso la collaborazione di uomini, spesso organizzati in
gruppi e società segreti. È questa una credenza e un insegnamento espresso
magistralmente da sant'Agostino di Ippona nella sua dottrina «delle due città», la città
di Dio e la città di Satana: «Due amori hanno dunque fondato due città: l'amore di sé,
portato fino al disprezzo di Dio, ha generato la città terrena; l'amore di Dio, portato
fino al disprezzo di sé, ha generato la città celeste» (La città di Dio, lib. XIV, c.
XXVIII).
È un insegnamento che viene ripreso anche da sant'Ignazio di Loyola, il fondatore
della Compagnia di Gesù, nei suoi Esercizi spirituali, con la celebre «contemplazione
di due stendardi», nonché sviluppato dalla teologia cattolica, trovando formulazione
compiuta nel concetto di «corpo mistico del demonio» in analogia con quello di
«corpo mistico di Cristo».
La Chiesa nei secoli ha costantemente ricondotto a quest'opera di rivolta contro
l'ordine del creato e contro la redenzione, l'insorgere e il proliferare delle sette e delle
società iniziatiche, di volta in volta gnostiche, socialistiche, occultistiche, alchemiche,
magiche, ermetiche, esoteriche, illuministiche, pseudo-mistiche, neopagane. In esse
la Chiesa ha sempre individuato la proposta rivolta all'uomo - sia a quello colto, che a
quello rozzo, con lusinghe diverse ma analoghe - di false vie di auto-redenzione e
auto-trascendenza, basate sull'orgoglio e sulla sensualità, nonché su tecniche pseudo
spiritualistiche varie, ma sempre in alternativa alla rivelazione e all'ascesi cristiane.
La massoneria
Fin dagli anni immediatamente successivi alla nascita ufficiale della massoneria in
Inghilterra, nel 1717, la Chiesa ha ritenuto - con la condanna di papa Clemente XII
nella bolla In eminenti del 1738 - che la fratellanza dei liberi muratori o massoneria
fosse da considerare quale società segreta anticristiana, anzi, di più, come il tentativo
di coordinare, unificandole in un unico progetto, la miriade di società iniziatiche
allora esistenti. La massoneria conosce in breve tempo una diffusione capillare e una
crescente influenza lungo tutto il Settecento e l'Ottocento. Essa si afferma non solo
nel campo esoterico - dove viene a configurarsi sempre più come la «chiesa» o la
casa. madre dello pseudo-spiritualismo, ma anche in campo sociale, culturale e
politico, costituendo frequentemente un «gruppo di pressione», che influenza le
decisioni dei parlamenti, nonché un serbatoio di risorse umane e di idee per le classi
dirigenti non più cattoliche dei diversi paesi. I due ambiti di azione sembrano solo
apparentemente in conflitto, poiché la setta è consapevole di quanto la
scristianizzazione dell'ordine temporale sia determinano per logorare le radici sociali
della religione rivelata e della Chiesa. Reagendo all'aggressione, nel corso degli anni
la Chiesa rivolge alla massoneria una «raffica» di condanne davvero impressionante:
tra il 1738 e il 1983 (anno della pubblicazione dell'ultima dichiarazione ufficiale in
materia, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede) i papi e i dicasteri
vaticani emettono ben 586 documenti contro la massoneria; di essi 226 sono
pubblicati durante il solo pontificato di Leone XIII.
Uno «strano» atteggiamento
Alla luce di questi dati resta inesplicabile il tentativo operato da storici cattolici negli
anni seguenti al Concilio Vaticano II - e tenacemente reiterati anche di recente su
riviste a grande diffusione popolare - di ridimensionare l'importanza di questo
costante insegnamento dei papi, sforzandosi di volta in volta di diminuire il peso
della massoneria in determinate vicende storiche, come per esempio la Rivoluzione
francese o il Risorgimento italiano. Nessuno di questi storici sembra peraltro aver mai
approfondito a sufficienza i contenuti dell'ideologia massonica e della sua essenza, lo
gnosticismo, come invece ha fatto il magistero oppure hanno fatto in lunghi anni di
studi figure solitarie di contemporanei, ignoti ai più, come il gesuita padre Florido
Giantulli in Italia, o Leon de Montaigne de Poncins, in Francia.
A Leone XIII - sempre coerentemente con le linee programmatiche del suo magistero
- dobbiamo il documento teologicamente più profondo e completo sulla massoneria:
l'enciclica Humanum genus, del 1884.
L'enciclica Humanum genus
Attorno a essa si è tentata un'operazione riduttiva analoga, anche se con modalità
differenti, a quella messa in atto nei confronti della Rerum novarum: la si è voluta
isolare dal flusso dei molteplici pronunciamenti precedenti, allo scopo di datarla
storicamente, oppure la si è messa in relazione con gli eccessi anticlericali che si sono
manifestati nel clima di scontro prodottosi in Italia in seguito alla presa di Roma nel
1870. Secondo questa tesi, tra anticlericalismo e massoneria non esisterebbe un
legame strutturale ma soltanto accidentale, e l'enciclica di Leone XIII sarebbe una
risposta altrettanto «eccessiva» agli «eccessi» anticlericali visti come soltanto
temporanei - della massoneria.
La Humanum genus è in perfetta sintonia con quanto affermato dai papi precedenti:
solo che, al solito, lo stile leoniano se ne differenzia per il fatto di sottolineare più gli
aspetti analitici e terapeutici che non la condanna, che pure emerge decisa.
Nel documento, dopo il richiamo alla dottrina agostiniana delle due città, il pontefice
evidenzia il nesso tra massoneria e dottrine socialiste e comuniste e indica nel segreto
e nell'esoterismo - diverse verità e finalità, sotto la copertura di simboli diversi, a
seconda dei vari livelli di appartenenza alla setta - i motivi primari di condanna.
Motivo fondamentale resta comunque quello ideologico-dottrinale: sotto l'apparenza
di razionalismo e di filantropismo esteriori, la massoneria professa il naturalismo
filosofico e teologico (non esistono realtà soprannaturali, come la rivelazione e il
dogma, che limitino la ragione umana), che la Chiesa riprova come erroneo ed empio.
Da ciò deriva il rifiuto del cristianesimo, della Chiesa, del suo magistero e lo sforzo
di laicizzare, scristianizzandola, la società. Ancora: il naturalismo, rigettando la
rivelazione, respinge anche la metafisica, eliminando così gli unici agganci possibili
di una morale non ridotta a pura soggettività, e ingenera quindi il relativismo
religioso, filosofico ed etico, potremmo dire le basi stesse dell'atteggiamento pratico
dell'uomo moderno e contemporaneo.
E’ questo il carattere di fondo che rende radicalmente inconciliabile la massoneria
con il cristianesimo: per questo essa sarebbe sempre condannabile, anche se
smettesse di combattere la Chiesa. Ed è ancora questo aspetto di fondo che rende
impossibile per un cattolico la cosiddetta «doppia appartenenza», falso problema
ancora oggi agitato. La vita massonica per forza di cose conduce il cristiano verso un
modo scorretto di vivere la propria religione, la quale, tra l'altro, non va intesa
soltanto come una partecipazione a riti o a una comunità, ma è anche la pratica della
retta ragione e della legge morale integrale, così come la Chiesa le insegna.
L'influenza massonica
La Humanum genus illustra poi gli sviluppi di questo atteggiamento di fondo
dell'ideologia massonica, che conduce verso una visione panteistico-razionalistica o
materialistica del mondo da cui viene generato il deismo (Dio c'è ma non interviene
nella storia), e quindi l'ateismo, che producono diversi riflessi sociali, come la morale
«laica», il rifiuto della nozione di peccato originale, la «naturalità» del
comportamento intesa come libero sfogo alle proprie passioni, e, in generale, una
diffusa decadenza dei costumi pubblici e l'affermarsi di arti a sfondo immorale. Da
qui, ancora, le battaglie della setta a favore del matrimonio civile, del divorzio,
dell'istruzione di Stato contro la scuola libera e religiosa, per l'aconfessionalità dello
Stato, per una «libertà» sempre più simile alla socializzazione di valori negativi, una
uguaglianza sempre più vicina all'egualitarismo. L'influsso sui governi, sui
parlamenti, sulle amministrazioni pubbliche, l'infiltrazione di propri membri in tutte
le posizioni di potere in seno alla società civile, la propaganda velata dei propri
principi nel popolo attraverso la stampa e la scuola sono indicate come le modalità di
azione prescelte.
I due rimedi
Come potranno i cattolici difendersi da tale aggressione? I rimedi indicati da Leone
XIII sono molteplici, ma due spiccano fra tutti: primo, il dire sempre la verità
strappando così la maschera menzognera dietro cui si nasconde la setta e
mostrandone il vero volto tendenzialmente satanico; secondo, la diffusione di buoni
principi fra il popolo, soprattutto elementi di sana filosofia naturale e cristiana. In
questo compito un ruolo primario hanno il Terz'ordine francescano, così a contatto
con la gente, e le associazioni operaie e caritative.
5. La famiglia
Nell'insieme del grandioso disegno di restaurazione sociale di Leone XIII, un ruolo
importantissimo gioca la famiglia, cellula-base della società umana e primo luogo di
evangelizzazione. Essa aveva subìto guasti di fatto e di principio da parte delle
rivoluzioni illuministico-liberali, le quali, con la decapitazione del re di diritto divino
e con la distruzione dell'infrastruttura corporativa, avevano rigettato la famiglia come
modello delle istituzioni sociali stesse.
Leone XIII avverte l'urgente necessità di pronunciarsi sul tema, e dedica al
matrimonio e alla famiglia una delle prime encicliche, la Arcanum divinae sapientiae,
del 1880.
Il pontefice parte da molto lontano e si situa subito sul piano della teologia sociale,
affermando che, nonostante i copiosi frutti portati della redenzione di Gesù Cristo
anche nell'ordine della natura, la «società domestica» nella storia, soprattutto nei
tempi recenti, si è venuta deteriorando ed è esposta a nuovi e crescenti pericoli di
dissoluzione.
Il progetto divino sulla famiglia
Occorre pertanto richiamare le linee del disegno di Dio sulla famiglia. L'origine del
matrimonio è descritta nel Genesi sostanzialmente come unità tra due esseri umani,
un maschio e una femmina, nel vincolo coniugale perpetuo. Dopo il peccato di
Adamo, questo progetto originario inizia a corrompersi e nascono la poligamia, il
ripudio della sposa, l'oppressione della donna e del fanciullo. La rivelazione cristiana
- contenuta soprattutto nel capitolo 19 del vangelo di Matteo e nella prima lettera ai
Corinzi di san Paolo - pone rimedio, sancendo la pari dignità dell'uomo e della donna,
e, quindi, del marito e della moglie, l'uguale responsabilità morale nei confronti
dell'adulterio, i diritti dei figli, pur non mettendo in discussione la necessità del
regime gerarchico all'interno dell'unione matrimoniale e della famiglia. Il
matrimonio, inoltre, viene elevato dal cristianesimo a sacramento, cioè ad atto umano
di importanza somma, in quanto operante anche sul piano soprannaturale, e ne viene
ribadita l'unità e indissolubilità.
La Chiesa nella storia
La Chiesa, continuatrice della missione di Gesù nella storia, si è costantemente
sforzata nei secoli di rivendicare la dignità femminile, ha combattuto ovunque
possibile gli abusi dell'autorità maritale, ha lottato contro pratiche innaturali inerenti
al matrimonio e alla generazione, antichissime e sempre riaffioranti, come l'aborto, la
selezione della prole, la tendenza alla poligamia, il divorzio (la difesa del principio
dell'indissolubilità del vincolo contro il re Enrico VIII d'Inghilterra le costò, nel
Cinquecento, lo scisma della Chiesa d'Inghilterra, che tuttora perdura), il rifiuto della
procreazione (praticato dalle sette gnostico-manichee, come i catari, cioè «i puri», i
patarini in Lombardia, gli albigesi in Francia durante il Medioevo). Essa ha promosso
viceversa in ogni forma la castità, la dignità e santità dell'istituto e dello stato
coniugali.
L'attacco al regime naturale e cristiano del matrimonio e della famiglia viene
condotto secondo Leone XIII, con modalità diverse; di queste se ne possono
individuare due: da un lato l'azione corrosiva e corrompitrice delle ideologie
moderne, di stampo individualistico e libertario, dall'altro la sempre crescente
ingerenza dello Stato, che tende a proporsi sempre più spesso e fortemente come
principio, fonte e regolatore dell'istituto matrimoniale, rifiutando di riconoscere gli
aspetti religiosi della materia o confinandoli nella sfera privata e personale. La
Chiesa, in quanto tutrice del sacro e del diritto naturale divino, cui quello civile
dovrebbe conformarsi, non può non rivendicare il diritto di intervenire in materia di
vincolo coniugale, ribadendo il carattere non meramente naturale di esso, la sua
essenza non solo individualistica ma sociale e il suo rilievo per la comunità cristiana,
senza peraltro privare lo Stato delle sue giuste prerogative.
Essa deve inoltre e in specifico combattere il naturalismo anche in questo àmbito,
dove ragionare alla luce dei suoi postulati può condurre non solo a errori ma a
conseguenze pratiche gravi. Infatti, considerare il matrimonio soltanto come un
contratto tra due persone e non come sacramento - oltre alla erroneità della tesi sul
piano della stessa ragione naturale - apre la porta alla solvibilità di esso, cioè al
divorzio, che prepara a sua volta la strada alla poligamia, se non di principio almeno
di fatto.
Ferma è la condanna del divorzio. La sua legalizzazione, infatti, muta la struttura
dell'unione coniugale, e questo anche per i cristiani che lo rifiutano, in quanto vizia
tendenzialmente il consenso che sta alla base del contratto, accresce i rischi di
contesa all'interno della coppia, favorisce l'infedeltà, si ripercuote rovinosamente sui
figli, è contro la dignità della donna, accresce il numero delle separazioni, produce un
abbassamento della moralità pubblica, mina l'istituzione familiare che è fondamentale
per la società.
I rimedi davanti ai guasti delle ideologie
Il rimedio ai guasti riscontrati al suo tempo e l'argine a quelli futuri provocati dallo
sviluppo della tendenza alla laicizzazione e alla statalizzazione del matrimonio, non
può consistere, per Leone XIII, che in una inversione di tendenza e in un ritorno dello
Stato alla collaborazione feconda con la Chiesa. Egli non rivendica alla Chiesa un
diritto assoluto in materia, che essa non ha e non ha mai rivendicato: solo chiede che
nelle cosiddette «materie miste» che riguardano il cittadino come il credente, lo Stato
non proceda autonomamente, ma riconosca invece alla Chiesa il suo ruolo necessario
e insostituibile, dal quale ridonderà beneficio anche nella sfera civile, facendo sì che i
vincoli stabiliti siano saldi e duraturi.
6. LO STATO E IL PRINCIPIO DI AUTORITÀ
Il magistero di Leone XIII sul problema dell'autorità alla luce della rivelazione e del
diritto naturale cristiano si esplica attraverso diversi interventi, tra i quali due sono
particolarmente rilevanti: le encicliche Diuturnum illud del 1881 e Immortale Dei del
1885.
Nella prospettiva di restaurazione della società nei suoi fondamenti, abbiamo già
segnalato come al pontefice premesse in primo luogo distinguere ciò che era
irrinunciabile per un cattolico da ciò che era soltanto accessorio. Occorreva, in altre
parole, prima di passare all'azione, sgomberare il campo da polemiche e questioni
venute a crearsi nel corso degli anni al fine di giudicare serenamente e
spassionatamente la delicata situazione da modificare. Ad esempio, in campo
cattolico fervevano ancora nell'ultimo quarto dell'Ottocento - soprattutto in Francia le polemiche sul cosiddetto legittimismo (le correnti politiche che rivendicavano il
potere ai sovrani legittimi pre-rivoluzionari) e sul legame tra questo e la restaurazione
cristiana della società. Ebbene, Leone XIII non esiterà, in materia, a disilludere non
pochi cattolici di valore ricordando, proprio a partire dalla Diuturnum, che per il
cristianesimo nessuno dei regimi, né la monarchia e neppure la democrazia, può
considerarsi privilegiato rispetto ad altri. E su questo tema, particolarmente ancora
nei confronti dei francesi, insisterà più volte con un rigore quasi comparabile a quello
impiegato nel denunciare al mondo gli errori del pensiero politico moderno.
La sovranità
Ma l'enciclica non si riduce a questo tema particolare: essa contiene anche una
trattazione completa sul tema dell'autorità, partendo dalla questione della sua origine
che, sulla base della filosofia classica e tomistica, viene rinvenuta nella stessa natura
sociale dell'uomo. Essendo poi Dio l'autore della natura e il suo legislatore, è da Lui,
in ultima analisi, che discende l'autorità umana: il che non significa che il depositario
di essa nelle comunità umane più grandi non possa essere designato legittimamente
da altri uomini. La forma poi che il regime politico assume può variare a seconda
dell'epoca, del luogo o dell'indole dei sudditi, e tutte e tre le forme di governo
tradizionalmente individuate dalla filosofia politica - monarchia, aristocrazia e
democrazia - sono lecite in via di principio e buone, e la Chiesa le ammette tutte,
purché ordinate al bene comune. Le argomentazioni addotte a sostegno di queste tesi
sono abbondantissime: dai libri biblici dei Proverbi e della Sapienza, al vangelo di
Giovanni, alla lettera di san Paolo ai Romani, ai Padri della Chiesa, soprattutto
sant'Agostino.
Questi princìpi cozzavano frontalmente con le filosofie politiche di matrice
illuministico-liberale, nonché con quelle socialiste, già in circolazione all'epoca di
Leone XIII, secondo le quali il potere nasce solo dal popolo - concepito come somma
di individui - e viene esercitato solo per delega e in nome di esso. È la tesi formulata
nel celebre Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau, che tanto influsso ha avuto
sulla Rivoluzione francese e, anche, sulla nascita del totalitarismo moderno.
L'enciclica giudica questa dottrina del patto originario (secondo cui ogni uomo, unico
titolare di diritti per natura, si spoglia volontariamente di parte di essi a favore
dell'autorità allo scopo di conseguire una maggiore libertà) come falsa e fantastica, in
quanto storicamente non verificabile; inoltre, ancora, falsa di principio, in quanto la
socialità dell'uomo è vista come opzionale e non come necessaria.
Autorità e società
Quale deve essere, invece, il corretto rapporto dell'individuo con l'autorità legittima?
L'obbedienza all'autorità è per il cittadino e per il cristiano un obbligo di coscienza,
anche se non assoluto e senza limiti: l'autorità è infatti un servizio reso alla comunità
per il suo perfezionamento. Se essa si allontana da tale fine e viene esercitata, ad
esempio, in nome di interessi personali o contro la legge di Dio, vale per i cristiani come già ai tempi dell'impero di Roma - il precetto scritturale che afferma: «è
necessario obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At., 5, 29).
L'apogeo della concezione cristiana dell'autorità viene dal pontefice individuato nel
medioevo europeo: «Quando poi la civile società come suscitata dalle ruine
dell'Impero romano risorse alla speranza della cristiana grandezza, i Pontefici
Romani, istituito il sacro impero, consacrarono in modo singolare la politica potestà.
Una nobiltà grandissima s'aggiunse con ciò al principato. [...]». Tanto l'assolutismo
regio - più o meno «illuminato» - che mira a svincolare l'autorità del principe dalla
legge di Dio, quanto le dottrine politiche del democratismo, del liberalismo e del
socialismo, vengono considerate erronee e fonti sicure di mali per le società, non
ultimo tra i quali la «crisi d'autorità», lamentata allora (oltre cento anni fa!) anche da
ambienti liberali ostili al cristianesimo.
Lo Stato cristiano
Al tema dei caratteri di uno Stato cristiano è dedicata, quattro anni più tardi,
l'enciclica Immortale Dei. A differenza di quanto sostiene il cosiddetto «diritto
nuovo» - cioè il diritto pubblico costituzionale del tempo, d'ispirazione liberale -, uno
Stato cristiano deve modellare la propria autorità su quella paterna di Dio, esercitarla
a esclusivo vantaggio di tutti e, inoltre, deve fare esplicita professione di
cristianesimo - nelle forme possibili a una persona giuridica - anche fino al punto di
rendere a Dio un culto pubblico. Un esempio di statista autenticamente cattolico
veniva offerto fino a pochi anni prima, in un contesto di regime non monarchico
bensì repubblicano parlamentare, dal presidente dell'Ecuador, Gabriel Garcia
Moreno, che consacrò pubblicamente il suo paese al Sacro Cuore. Uno Stato cattolico
deve, infine, cooperare in armonia con la Chiesa, dato che i soggetti delle due potestà
sono sempre gli stessi: gli uomini.
Nell'enciclica di Leone XIII è contenuto anche il celebre panegirico della cristianità
medioevale - che conobbe tra l'altro tutte le forme di governo in tesi possibili - che
inizia con «Fu già da tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati […]» Il
«diritto nuovo», viceversa, propugna la separazione dell'autorità civile dalla Chiesa,
la sovranità popolare, la libertà civile in senso relativistico, rifiuta allo Stato contenuti
e finalità etici e vede la Chiesa come semplice associazione di diritto comune. Leone
XIII non può fare a meno, a questa stregua, di invitare i cattolici a rifiutarlo e se
possibile a espungerlo dalle costituzioni delle nazioni, soprattutto di quelle di più
antico e radicato cristianesimo. Ciò non significa altresì che il papa condanni i regimi
parlamentari, la partecipazione dei cittadini al governo, la tolleranza dei culti non
cattolici e non apprezzi e non difenda una retta e conveniente libertà o rigetti il
progresso scientifico e tecnologico moderno; al contrario, incoraggia tutto questo, ma
respinge le ideologie, le visioni del mondo, ad esso retrostanti, soprattutto quando
queste vengono spacciate come parte integrante del progresso materiale stesso.
Un magistero politico
Da quanto sopra detto sembra emergere con chiarezza che, anche se la Chiesa non si
occupa direttamente di politica, esiste un ben preciso e vasto magistero politico,
vincolante negli stessi limiti del restante magistero ordinario della Chiesa, e che,
quindi, non è lecito ridurre la dottrina sociale della Chiesa al solo ambito sociale ed
economico: la morale sociale cattolica, infatti, non investe soltanto le diverse
articolazioni del corpo sociale, ma anche, necessariamente, la testa di esso, cioè lo
Stato.
«QUESTO È SIGNORE, IL VOSTRO POPOLO»
Atto di consacrazione dell'Ecuador al Sacro Cuore pronunciato il 25 marzo 1874
«Questo è, Signore, il vostro popolo. Sempre, Gesù mio, vi riconoscerà come suo Dio,
Non volgerà i suoi occhi ad altra stella che non sia quella di amore e di misericordia
che brilla in mezzo al vostro petto, santuario della divinità, arca del vostro Cuore.
Guardate, Dio nostro!: genti e nazioni potenti trapassano con molti acuti dardi il
dolcissimo seno della vostra misericordia. I nostri nemici insultano la nostra Fede, e si
prendono gioco delle nostre speranze, perché le abbiamo riposte in voi. E tuttavia,
questo vostro popolo, il suo capo, i suoi legislatori, i suoi pontefici, consolano il vostro
Vicario, asciugano le lacrime della Chiesa: e, confondendo la empietà e la apostasia del
mondo, corrono a perdersi nell'oceano di amore e di carità che scopre loro il vostro
soavissimo Cuore.
«Sia dunque, Dio nostro!, sia il vostro Cuore il faro luminoso della nostra Fede,
l'àncora sicura della nostra speranza, il simbolo delle Vostre bandiere, lo scudo
impenetrabile della nostra debolezza, l'aurora bella di una pace imperturbabile, il
vincolo stretto di una concordia santa, la nube che feconda i nostri campi, il sole che
illumina i nostri orizzonti: insomma, la vena ricchissima della prosperità e della
abbondanza, delle quali abbiamo bisogno per elevare templi e altari da cui brilli, con
eterni e pacifici splendori, la sua santa e magnifica gloria.
«E, poiché ci consacriamo e ci affidiamo senza riserva al vostro Divino Cuore,
moltiplicate senza fine gli anni della nostra pace religiosa; allontanate dai confini della
patria la empietà e la corruzione, la calamità e la miseria. La vostra Fede detti le nostre
leggi; la vostra giustizia governi i nostri tribunali; la vostra clemenza e la vostra
fortezza sostengano e dirigano i nostri capi; la vostra sapienza, la vostra santità e il
vostro zelo rendano perfetti i nostri sacerdoti; la vostra grazia converta tutti i figli
dell'Ecuador, e la vostra gloria li coroni nella eternità, affinché tutti i popoli e tutte le
nazioni della terra, contemplando, con santa invidia, la vera fortuna e sorte del nostro,
si accostino a loro volta al vostro Cuore amante, e dormano il sonno tranquillo della
pace, che offre al mondo questa Fonte pura e questo Simbolo perfetto dell'amore e
della carità. Così sia.”
GABRIEL GARCIA MORENO
Il 30 gennaio 1985, in occasione della visita in Ecuador, Giovanni Paolo II ha
rinnovato l'atto di consacrazione della nazione al Sacro Cuore, ripetendo quasi
integralmente le parole usate mercoledì 25 marzo 1874.
7. LA QUESTIONE SOCIALE
La cosiddetta «questione sociale», cioè il problema inerente alla condizione del
lavoro umano e della vita delle classi lavoratrici nell'epoca del distacco della società
dal cristianesimo, viene affrontato dai cattolici assai prima che Leone XIII si
pronunci con l'enciclica che più è rimasta nella memoria storica anche del mondo
profano, la Rerum novarum.
Prima della Rerum novarum
Fin dai primi anni dell'Ottocento, infatti, le dure e talvolta tragiche condizioni dei
lavoratori in seguito alla rivoluzione industriale, avevano attirato l'attenzione del
mondo cattolico in tutti i paesi d'Europa ed era nato, di conseguenza, un vero e
proprio movimento di iniziative, per alleviare e sanare le piaghe dei ceti umili.
Questo slancio, che precorre di decenni il movimento socialista, è illustrato lasciando da parte figure di santi come Giovanni Bosco o Francesco Faà di Bruno, da nomi ormai celebri, come quelli del cardinale Gaspar Mermillod in Svizzera, del
cardinale Henry Manning in Inghilterra, del barone Karl von Vogelsang in Germania,
del visconte Albert de Mun e di monsignor Charles Freppel in Francia. La Rerum
novarum non segna, dunque, la nascita del movimento sociale cattolico bensì soltanto
l'occasione per un suo rinnovato impulso.
Essa non costituisce, peraltro, neppure il momento della nascita della dottrina sociale
cristiana. In realtà, quest'ultima, le cui fonti sono la rivelazione, la retta ragione e
l'esperienza storica, esiste da quando esiste la Chiesa e la sua struttura di princìpi è
una e non può mutare: possono soltanto variare nel tempo la modalità e la misura
della sua esplicitazione. Possiamo dire che la dottrina della Chiesa cattolica riguardo
alla società umana è rimasta tanto più implicita quanto più essa veniva incarnata nella
realtà: che senso avrebbe avuto, infatti, un'enciclica sociale durante i secoli della
cristianità, quando - almeno in tesi - la fede e il diritto naturale cristiano permeavano
radicalmente il potere, l'economia, il diritto, lo stesso modo di fare la guerra?
Viceversa, dopo la Rivoluzione francese e con i regimi liberali, con il cosiddetto
«diritto nuovo», come avrebbe potuto la Chiesa astenersi dall'agire, prima, e poi
dall'intervenire per illuminare le coscienze?
Una questione preliminare va infine chiarita ed è quella del nesso tra il magistero
sociale di Leone XIII e quello politico; mai ricordato o al massimo relativizzato,
restringendolo a prese di posizione in seno al dibattito del suo tempo. È proprio
l'esordio della Rerum novarum che lo chiarisce, laddove il pontefice afferma che
«L'ardente brama di novità che da gran tempo ha incominciato ad agitare i popoli,
doveva naturalmente dall'ordine politico passare nell'ordine congenere
dell'economia sociale», rivelando la piena consapevolezza che i mali sociali non
erano scindibili da quella crisi dell'autorità già lucidamente denunciata e analizzata
dal papa.
Sulla «questione operaia»
L'enciclica Rerum novarum, promulgata il 15 maggio 1891 con il sottotitolo «Sulla
condizione degli operai», è non solo un intervento autorevole su questo tema, bensì
un ampio riepilogo dei princìpi cattolici riguardo a tutto l'ordine delle realtà socioeconomiche.
Il papa anzitutto definisce il problema: «i portentosi progressi delle arti e i nuovi
metodi dell'industria; le mutate relazioni tra padroni e operai; l'essersi in poche
mani accumulata la ricchezza e largamente estesa la povertà […]; questo insieme di
cose e i peggiorati costumi hanno fatto scoppiare il conflitto». Quindi Leone XIII
passa senz'altro ad individuarne le cause remote, da un lato il venire meno delle
istituzioni socio-economiche della cristianità medioevale, cioè dei corpi sociali
intermedi, cioè ancora, in tema di lavoro, l'infrastruttura corporativa; dall'altro, il
prevalere nella società delle dottrine «moderne», individualistiche e professanti un
falso concetto della persona umana e della libertà. La caduta di entrambi questi argini
all'avidità dell'uomo ha condotto allo smantellamento degli antemurali classici che
proteggevano soprattutto le classi più basse, e quindi ha favorito l'immiserimento, la
inurbazione di queste ultime, e la loro caduta in condizioni di sostanziale
oppressione, alla mercé di un capitale avido e talora «anonimo e vagabondo».
La pretesa soluzione socialista della «questione operaia», sempre secondo la Rerum
novarum, è da rigettarsi in quanto falsa e peggiore del male che vorrebbe curare: la
sola soluzione possibile richiede il contributo concorde della Chiesa e dello Stato, e la
costituzione di associazioni tra i lavoratori stessi.
Socialismo e proprietà privata
Il socialismo è rifiutato - e nuovamente condannato - soprattutto perché vuole
sopprimere la proprietà privata, soppressione che, secondo Karl Marx, costituisce la
quintessenza e la sintesi stessa di tutto il socialismo. La proprietà, viceversa - qui
Leone XIII inserisce una delle più ampie e profonde argomentazioni a favore del
diritto di proprietà di tutta la dottrina sociale della Chiesa - è indispensabile per
l'uomo: senza possibilità di acquisire e conservare la proprietà, il lavoro umano stesso
è frustrato in radice; il diritto di provvedere non solo al bisogno momentaneo ma
anche a quello futuro, proprio e dei discendenti, è intimamente connesso alla natura
umana, antecedente ai diritti civili e non può essere negato senza ferire
profondamente l'uomo. Se Dio ha destinato i beni creati a tutti gli uomini - è la
dottrina cui corrisponde l'espressione, spesso fraintesa, del «comunismo primitivo» -,
non è meno vero che ha stabilito la proprietà come modalità naturale di fruizione di
essi da parte dell'uomo. L'abolizione della proprietà, poi, priverebbe la libertà
dell'uomo e della famiglia delle difese necessarie da costrizioni esterne, non esclusa
quella dello Stato. Infine, afferma Leone XIII con una lucidità che si può definire
profetica se si pensa che cento anni or sono non esistevano ancora esperienze di
«socialismo reale» - il socialismo è una causa di impoverimento generale delle
società; dalla distruzione del capitale materiale si passerebbe alla distruzione del
«capitale» in senso lato (conoscenze, esperienze tecniche, virtù, talenti) che sul primo
si appoggia; lo Stato dilaterebbe oltre misura la propria sfera di controllo sociale; lo
spirito di iniziativa individuale ne sarebbe mortificato e nascerebbero la passività e la
rassegnazione: «Si aprirebbe la via agli astii, alle recriminazioni, alle discordie: le
fonti stesse della ricchezza, tolte all'ingegno e all'industria individuale ogni stimolo,
inaridirebbero e la sognata uguaglianza, non altro sarebbe di fatto che una
condizione universale di abbiezione e di miseria». Come non pensare a quanti lutti,
sofferenze e ingiustizie prodotti dal socialismo realizzato, il mondo si sarebbe
risparmiato se le parole di Leone XIII non fossero cadute nel vuoto?
Ostacoli e rimedi
La soluzione vera si potrà avere ascoltando la parola della Chiesa, allorché essa
ricorda le stesse verità di ragione, come la provvidenzialità e la non ingiustizia
intrinseca delle differenze sociali, la necessaria inerenza del lavoro anche prima del
peccato originale alla condizione umana, la radicale contrapposizione della lotta di
classe al principio di organicità sociale. E, ancora, quando essa richiama
l'insegnamento del Vangelo, ammonendo sia i datori di. lavoro che i lavoratori a
rispettare gli obblighi di giustizia e di carità reciproci.
Anche lo Stato, secondo Leone XIII, può fare molto, soprattutto uno Stato sul
modello di quello delineato nella Immortale Dei, attraverso la promozione effettiva
del bene comune, l'attuazione di una efficace giustizia distributiva, non ingerendosi
ma intervenendo in maniera sussidiaria nei confronti delle famiglie e dei gruppi
sociali, tutelando e diffondendo la proprietà, intervenendo nei conflitti di lavoro al
fine di scongiurare la calamità dello sciopero, imponendo e difendendo il riposo
festivo o, comunque, sufficiente, soprattutto per i più deboli (donne e fanciulli),
sforzandosi di istituire un «giusto salario» e favorendo il risparmio dei lavoratori.
Infine, solo associandosi tra loro e con i propri datori di lavoro, per gli scopi più
diversi purché nei limiti del rispetto della legge e della religione, i lavoratori potranno
ricostituire legami di mutuo sussidio e una infrastruttura che, se non sarà come quella
dei «secoli della fede», sarà comunque a questi ispirata, al fine di proteggerli e di far
loro validamente affrontare la condizione lavorativa nel mondo moderno.
In ultima analisi, però, secondo Leone XIII, il rimedio alla questione operaia «non
può venire che dalla religione» e «la salvezza desiderata deve essere principalmente
frutto di una effusione di carità [...] che compendia in sé tutto il Vangelo e che […] è
il più sicuro antidoto contro l'orgoglio e l'egoismo del secolo». Ed è questa la
condizione - al di là dei principi e delle tecniche - per l'attuazione di tutta la dottrina
sociale cristiana, così come lo fu storicamente, attraverso l'opera e il sacrificio di
innumerevoli santi e di uomini retti, nei secoli della cristianità.
*****
APPENDICE AL PARAGRAFO 7
DEL CAPITOLO II
********
EVENTI POLITICI DURANTE
IL PONTIFICATO DI LEONE XIII
1875-1914
La politica imperiale britannica, accompagnata da un'intensa attività commerciale e
finanziaria su scala internazionale, porta al British Empire, che trova giustificazione
ideologica nella concezione puritana, la quale prevede la chiamata a portare e
promuovere nel mondo il progresso (cfr. Carlyle, Kipling, etc.).
1878
Congresso di Berlino: indipendenza nazionale per Romania, Serbia e Montenegro.
1882
L'Italia entra a far parte della Triplice Alleanza con la Germania e l'impero austroungarico.
1889
Nel centesimo anniversario della Rivoluzione francese viene fondata a Parigi la II
Internazionale Socialista, con un ufficio permanente a Bruxelles; essa è l'erede della I
Internazionale fondata nel 1864 ed entrata in crisi qualche anno dopo la Comune di
Parigi. Durerà fino allo scoppio della prima guerra mondiale.
1890
Con il licenziamento di Bismarck, la Germania di Guglielmo II attua la «politica
delle mani libere», caratterizzata da eccessiva fiducia nella propria forza militare. Il
risultato è l'isolamento internazionale.
1892
A Genova viene fondato il Partito Socialista Italiano che sancisce la definitiva rottura
del movimento socialista con quello anarchico.
26-10-1896
Dopo ripetute sconfitte italiane nella guerra d'Africa, viene stipulato il Trattato di
Addis Abeba con la rinuncia italiana al protettorato sull'Abissinia.
1897
A Basilea si svolge il primo Congresso mondiale sionistico che mira alla «creazione
per il popolo ebraico di una sede in Palestina garantita dal diritto pubblico».
29-7-1900
A Monza è assassinato Umberto I dall'anarchico Gaetano Bresci. Gli succede Vittorio
Emanuele III.
III . PIO X, UN PAPA CHE VERRÀ PROCLAMATO SANTO (1903-1914)
1. La vita, il pontificato
L'attività dottrinale e pastorale di Leone XIII era stata caratterizzata da un'accorta
prudenza politica nei rapporti con gli Stati liberali europei e da un grande sforzo
magisteriale per dotare i cattolici di un efficace apparato culturale, al fine di
affrontare i problemi posti dalla secolarizzazione del pensiero e della vita nell'epoca
della Rivoluzione. Gli succede Pio X, che si trova a dover affrontare soprattutto
l'acuirsi della crisi interna alla Chiesa a causa del diffondersi del movimento
modernista.
Giuseppe Sarto, da Riese
Giuseppe Melchiorre Sarto nasce a Riese, nella pianura veneta, il 2 giugno 1835, da
una famiglia profondamente religiosa, nella quale il padre, nonostante dovesse
lavorare duramente per sfamare i dieci figli - due dei quali moriranno in tenera età assisteva quotidianamente alla Messa e alla sera spiegava il catechismo alla famiglia.
La vocazione sacerdotale di Giuseppe viene aiutata dall'esempio e dall'educazione
ricevuta dalla madre oltre che dall'aiuto del parroco di Riese, don Tito Fusarini.
Ordinato sacerdote nella cattedrale di Castelfranco Veneto il 18 settembre 1858, sarà
cappellano di Tombolo e parroco di Salzano, entrambi in provincia di Treviso, e
quindi canonico della cattedrale del capoluogo dal 28 novembre 1875.
Il 16 novembre 1884 viene consacrato vescovo e il 19 aprile dell'anno successivo farà
il suo ingresso nella sede episcopale di Mantova; creato cardinale il 12 giugno 1892,
entra a Venezia come patriarca il 24 novembre 1894.
Il cardinale Giuseppe Sarto diventa papa il 4 agosto 1903, al termine di un conclave
divenuto famoso per il veto posto dall'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe attraverso una lettera letta in assemblea dal vescovo di Cracovia, cardinale Jan
Puzyna - all'elezione al soglio pontificio del cardinale Mariano Rampolla, segretario
di Stato di Leone XIII. Accetta il pontificato dopo una certa resistenza - «come una
croce» dirà al cardinale decano Luigi Oreglia che lo interrogava secondo la prassi
prevista dal diritto canonico - e sceglie il nome da pontefice con questa motivazione:
«Poiché devo soffrire, prendo il nome di quelli che hanno sofferto: mi chiamerò Pio»,
ricordando la persecuzione subìta dal predecessore Pio VII da parte di Napoleone.
Uno dei primi atti del pontificato sarà, il 20 gennaio 1904, la Costituzione
Commissum nobis con la quale viene abolito il veto utilizzato dall'imperatore
d'Austria nei confronti del cardinale Rampolla: la relativa questione era stata affidata
dal papa al futuro segretario di Stato di Pio XI, il monsignor Pietro Gasparri, esperto
nelle materie giuridiche, e questi a sua volta aveva incaricato per una prima stesura
don Eugenio Pacelli, il futuro papa Pio XII.
«Instaurare omnia in Christo»
Dopo aver scelto come segretario di Stato monsignor Raffaele Merry del Val - una
personalità complementare alla sua, per le origini aristocratiche del cardinale e per il
fatto che proveniva dalla diplomazia pontificia senza essere passato attraverso tutte le
tappe del ministero sacerdotale, come papa Sarto - Pio X definisce il programma
dell'azione pastorale e affronta i due principali ostacoli per la sua realizzazione.
Infatti, nella prima enciclica E supremi apostolatus, del 4 ottobre 1903, spiega come
caratteristica del pontificato sarà quella di cercare l'instaurazione di tutte le cose in
Cristo, affinché il mondo si lasci guidare dalla Chiesa, e questa guardi a Cristo come
Cristo a Dio. Ma questo progetto incontra due ostacoli, secondo il papa: l'ignoranza
religiosa, riscontrabile anche nelle classi alte e causa in moltissimi della perdita della
fede, e il diffondersi anche tra il clero di una «certa nuova scienza», che favorisce
l'estendersi del razionalismo; questa preoccupazione, già presente dalla prima
enciclica, diventerà sempre più intensa e sarà alla base della lotta contro l'eresia
modernista.
La realizzazione della divisa ricavata da san Paolo, «instaurare omnia in Christo»,
necessitava dunque dell'incremento dell'insegnamento catechistico, per superare
l'ignoranza religiosa, e della lotta contro il modernismo e i modernisti, che si erano
installati in posti significativi all'interno delle strutture ecclesiastiche, per esempio
nelle cattedre dei seminari, da dove potevano influenzare agevolmente il mondo
cattolico e soprattutto determinare in molti aspetti la formazione dei futuri sacerdoti.
Naturalmente, sia la realizzazione del programma pastorale che la rimozione degli
ostacoli predetti richiedevano la rivitalizzazione dei cattolici, sia sacerdoti che laici,
che avrebbero poi dovuto concretamente attuare questo progetto. Come aveva scritto
nella prima enciclica, questa consegna era rivolta anche al laicato, perché «i fedeli
tutti, senza eccezione, [...] debbono darsi pensiero degli interessi di Dio e delle
anime».
Tre modelli da imitare
Ai vescovi, il papa indica tre esempi ai quali conformare in modo particolare la loro
azione pastorale: san Gregorio Magno, alla rievocazione del quale dedica l'enciclica
Jucunda sane del 1904, dove fra l'altro ribadisce le indicazioni cui attenersi in
materia di musica sacra, già contenute nel motu proprio del 22 novembre dell'anno
precedente. Lo scopo di Pio X consiste nel fare comprendere che la musica deve
essere al servizio della liturgia e non viceversa, come sembra accadesse con
frequenza all'epoca, quando non era difficile assistere a messe accompagnate da
musica profana che attirava l'attenzione dei fedeli più della celebrazione stessa.
La seconda figura che Pio X indica ai vescovi come modello è il monaco
sant'Anselmo d'Aosta, arcivescovo di Canterbury dal 1033 al 1109, del quale papa
Sarto ricorda la vita, l'attività pastorale e il grande tentativo dottrinale di presentare la
ragionevolezza della fede; in occasione dell'ottavo centenario della morte del santo
vescovo, il papa scrive l'enciclica Communium rerum, nel 1909.
Il terzo esempio additato è quello dell'arcivescovo di Milano san Carlo Borromeo,
con l'enciclica Editae saepe Dei del 1910. Le indicazioni contenute in quest'ultima
sono molto utili per comprendere il modo di pensare del papa a proposito della crisi
della Chiesa: egli ricorda infatti che in ogni tempo la Provvidenza divina suscita nella
Chiesa persone adeguate per rispondere ai problemi del tempo, e come suscitò san
Carlo per fare fronte all'eresia protestante, così saprà fare oggi di fronte ad un'eresia
tanto più pericolosa e sottile in quanto opera all'interno della Chiesa stessa, fingendo
che le condanne non la riguardino. Quest'ultima infatti è la caratteristica più singolare
del modernismo, che lo distingue per esempio dal protestantesimo, come avremo
modo di vedere in un successivo paragrafo. Lo scopo del vescovo, spiega papa Sarto
citando san Carlo, consiste nel vigilare affinché l'eresia non penetri nel gregge
affidatogli, e nel ricacciarla, con ogni sforzo, qualora vi fosse penetrata.
Pio X sarà sempre inflessibile per quanto riguarda la custodia del deposito affidato
alla Chiesa dal Signore e per l'obbedienza dei sacerdoti ai loro pastori: la profonda
mitezza del tratto e la grande bontà così documentate da innumerevoli testimonianze,
e che sono sempre state percepite dai fedeli anche prima dell'elezione al soglio
pontificio, non devono essere mai confuse con la debolezza nell'esercizio del
ministero o con la disponibilità al compromesso con l'errore. Tutto ciò appare in
modo evidente nella fermezza con la quale affronta il modernismo e la crisi dei
rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica francese, quando dimostra che, se
necessario, si deve «rinunciare ai beni della Chiesa per il bene della Chiesa».
Con l'enciclica Pleni animo del 2 luglio 1906, il papa ricorda ancora ai pastori la
necessità di vincere l'insubordinazione del clero, allora particolarmente diffusa, e
raccomanda una particolare prudenza nell'ordinazione di nuovi sacerdoti, anche
perché - sorprendentemente per chi considera la situazione di oggi - in molte diocesi
«il numero dei sacerdoti è di gran lunga superiore alle necessità dei fedeli».
A tutti i sacerdoti, infine, il papa esprime la propria preferenza per una predicazione
che privilegi l'istruzione catechistica e quella di natura morale rispetto alle
conferenze, peraltro utili, ma poco adatte al pulpito.
Per vivificare l'azione popolare
«In un'udienza ai cardinali, il papa aveva domandato:
- Qual è oggi la cosa più importante per la salvezza della società?
- Aprire molte scuole, rispose uno.
- Moltiplicare le chiese, soggiunse un altro.
- Promuovere le vocazioni ecclesiastiche, rispose un terzo.
- No - commentò Pio X - quello che presentemente è necessario è di avere un gruppo
di laici, virtuosi, illuminati, risoluti e veramente apostoli (cit. in Luigi Cocco, Cuore
di un papa, breve vita aneddotica di S. Pio X, 9 ed., Ed. Paoline, Modena 1967, p.
100).
Il papa si rendeva conto che «instaurare omnia in Christo» diventava un programma
possibile soltanto con il coinvolgimento del laicato cattolico, superando le divisioni
che l'incremento della corrente democratico-cristiana aveva cominciato a determinare
nelle associazioni di militanti verso la fine del pontificato di Leone XIII,
particolarmente in Italia, ma anche in altre nazioni europee. Per questo dedica molti
documenti del magistero a chiarire punti dottrinali nel campo sociale e politico,
cosciente che le divergenze operative hanno la loro origine nel campo teoretico. Il
primo di questi documenti è il motu proprio del 18 dicembre 1903, che il papa stesso
definisce Ordinamento fondamentale dell'azione popolare cristiana. Si tratta di
diciannove tesi di dottrina sociale ricavate dalle encicliche di Leone XIII Quod
apostolici muneris, Rerum novarum e Graves de communi e dalla Istruzione della
Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari del 27 gennaio 1902.
Ai cattolici italiani, papa Sarto dedicherà un'attenzione particolare - come vedremo in
un apposito capitolo - arrivando a soluzioni anche drastiche, come la soppressione
dell'Opera dei Congressi, resa necessaria dalla gravità della situazione.
Il papa si rivolge anche ai cattolici tedeschi con l'enciclica Singulari quadam del 24
settembre 1912, con la quale interviene nei confronti dei vescovi di quella nazione
per dare indicazioni a proposito di un dissenso sorto fra due gruppi di cattolici, circa
la possibilità o meno di partecipare a sindacati interconfessionali. Nel documento, il
papa invita a privilegiare le associazioni composte soltanto da cattolici, ma non
esclude la possibilità di entrare a far parte di sindacati misti quando questo venga
ritenuto utile per ragioni sociali o salariali e purché si prendano le necessarie
precauzioni di fronte ai pericoli insiti in questo tipo di scelta.
Le riforme e i loro frutti
Ma come era possibile restaurare tutte le cose in Cristo e ricostruire la civiltà cristiana
«sulle sue naturali e divine fondamenta contro i rinascenti attacchi della malsana
utopia» (lettera Notre charge apostolique all'episcopato francese del 15 agosto 1910)
senza la riforma personale dei laici, che avrebbero dovuto partecipare a questa
straordinaria opera di apostolato? Il papa sa che questo grande ideale per i cattolici è
raggiungibile soltanto con la grazia di Dio e che quest'ultima si ottiene attraverso la
preghiera e i Sacramenti, in primis quello dell'Eucarestia. La conseguenza di questo
ragionamento si attua, fra l'altro, nella promozione della comunione quotidiana per i
fedeli e di quella anticipata per i bambini, attraverso i decreti eucaristici voluti dal
papa dell'Eucarestia, come Pio X verrà chiamato. Lo scopo di queste riforme - fra le
più importanti del pontificato per le straordinarie conseguenze che avranno nella vita
di pietà dei fedeli - era quello di favorire, attraverso l'accostamento frequente al
sacramento eucaristico, un reale mutamento nelle tendenze dei fedeli rispetto al
laicismo dominante nella cultura e nel costume. Infatti, soltanto dalla santificazione
dei singoli, cioè dalla loro «incorporazione» in Cristo, sarebbe potuta venire la
riforma della società.
A tutti, infine - e sempre nella stessa prospettiva della riforma personale strettamente
legata a quella sociale - il papa raccomanda la devozione alla Madonna con l'enciclica
Ad diem illum laetissimum del 2 febbraio 1904, in occasione del cinquantesimo
anniversario della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione. In essa, il
papa non si limita a commemorare, ma rammenta come l'immacolato concepimento
di Maria ricordi a tutti i popoli l'altrettanto fondamentale «punto fermo» del peccato
originale, presente in ogni uomo dalla nascita e così insistentemente negato dalla
cultura moderna.
Pio X chiuderà la sua esistenza terrena il 20 agosto 1914, poco dopo aver firmato
l'esortazione ai popoli del mondo per metterli in guardia contro le conseguenze del
conflitto mondiale ormai deflagrato.
Trentasette anni dopo, nel giugno del 1951, verrà beatificato e infine, nel maggio del
1954, verrà, da Pio XII, proclamato santo.
2. LA CRISI MODERNISTA
Di fronte alle difficoltà che i cattolici incontrano nel promuovere la penetrazione del
messaggio evangelico nel mondo ostile del XIX e dell'inizio del XX secolo, nasce il
tentativo di adattare la dottrina cattolica di sempre alle ideologie dominanti.
È il modernismo, definito da Pio X «il compendio e il veleno di tutte le eresie che
tende a scalzare i fondamenti della fede e ad annientare il Cristianesimo»
(allocuzione concistoriale del 15 aprile 1907). Si può dire che esso nasca da un
peccato contro la speranza nell'azione salvifica di Cristo, speranza promossa
attraverso la predicazione della dottrina della Chiesa: se quest'ultima non convince
più gli uomini del tempo, allora, secondo i modernisti, deve essere «adattata» allo
spirito dell'epoca, per diventare comprensibile ed essere accettata.
Da questi presupposti derivano alcune tesi fondamentali del modernismo:
adattamento ed evoluzione dei dogmi, immanentismo e vitalismo della fede,
sottomissione dell'idea di Dio alla verifica della scienza e separazione della Chiesa
dallo Stato.
Il problema-modernismo ha ancora oggi una grande rilevanza nel mondo cattolico: lo
dimostra, per esempio, una recensione abbastanza recente, scritta dall'ex-direttore de
La Civiltà Cattolica padre Bartolomeo Sorge, di un libro sui rapporti fra Pio X e il
cardinale di Milano Andrea Ferrari (cfr. La Civiltà Cattolica, n. 3217 del 7 giugno
1984) che ha dato adito a forti polemiche intorno alla figura di papa Sarto.
La Pascendi e l'azione disciplinare contro il modernismo
Perché la polemica sul modernismo ritorna periodicamente e non si limita al solo
aspetto storico? Il modernismo è una di quelle eresie che, come il giansenismo e a
differenza del protestantesimo, vogliono operare in modo discreto all'interno della
Chiesa, anche dopo la condanna pronunciata contro di esse dal magistero. È quello
che accade dopo l'enciclica Pascendi dominici gregis con la quale, 1'8 settembre
1907, il papa non si limita a condannare il fenomeno, ma ne ricostruisce e descrive i
contenuti dottrinali tanto fedelmente che più tardi uno dei capi del movimento
modernista, l'inglese padre George Tyrrel, scriverà di riconoscere il modernismo
nella descrizione tracciata nel documento pontificio (cfr. The Times, 30 settembre
1907). Dopo l'enciclica - e anche in seguito alle condanne ripetute negli anni
successivi - i modernisti infatti continueranno a organizzarsi in modo discreto dentro
la Chiesa per diffondere le loro idee: questo spiega perché l'attività pastorale
promossa dal papa e dai suoi collaboratori contro il modernismo non poteva rimanere
su di un piano soltanto dottrinale, ma doveva necessariamente essere portata anche
nel campo disciplinare. Così, l'azione della Chiesa non si limita ad enunciazioni di
principio raccolte nei documenti pontifici, ma fa seguire provvedimenti concreti nei
confronti dei singoli teologi e propagandisti modernisti che «si celano nel seno stesso
della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista», come scrive il papa
sempre nell'enciclica Pascendi. Proprio a causa della segretezza del loro agire, essi
dovevano essere individuati e scoperti e, a questo fine, Pio X si serve di numerosi
collaboratori fra i quali diventerà particolarmente famoso monsignor Umberto
Benigni, fondatore nel 1909 del Sodalitium Pianum, un organismo ristretto avente lo
scopo di informare il papa sull'attività modernista nelle diverse diocesi del mondo,
particolarmente per mezzo di un'agenzia di stampa che si chiamava La
Correspondance de Rome.
Molti storici hanno voluto denigrare l'azione antimodernista promossa da Pio X
accusandola di «caccia alle streghe», e attribuendola nella gran parte dei casi al
fanatismo e alla ristrettezza di vedute dei suoi collaboratori, in primis di monsignor
Umberto Benigni: un papa intransigente ma buono, circondato da un'entourage di
uomini mediocri e violenti: questa è l'immagine diffusa. Ma la tesi non è sostenibile,
sia perché il papa conosceva e sosteneva l'azione del Sodalitium Pianum, come per
esempio dimostra l'esortazione scritta nel luglio 1912 e indirizzata direttamente a
monsignor Benigni, sia perché in una lettera a un parroco, il 19 marzo 1911 - il papa
trovava tempo anche per questo -, scriveva «che il S. Padre, per la grazia del
Signore, è circondato da tali persone che, con sincerità e coscienza, lo coadiuvano,
non gli tacciono niente di quello che si riferisce al governo della Chiesa, e che Egli è
informato dell'andamento di tutte le diocesi non solo dell’Italia, ma del mondo, così
da poter provvedere con l'aiuto di Dio a tutto» (in S. PIO X, Lettere, raccolte da
Nello Vian, Gregoriana, Padova 1958, p. 369).
Il modernismo sociale
Il modernismo, ricostruito nella Pascendi soprattutto come un errore nel campo
religioso, doveva inevitabilmente estendersi ad altri settori della vita umana. Infatti, il
magistero di papa Sarto interverrà in modo particolare contro il modernismo nel
campo politico-sociale con la lettera Notre charge apostolique del 25 agosto 1910,
indirizzata all'episcopato francese per condannare il movimento democraticocristiano Sillon guidato da Marc Sangnier. Come aveva fatto nella Pascendi, il papa
ricostruisce le teorie filosofico-politiche alla base del movimento francese e ne
condanna il contenuto utopistico; in particolare rifiuta il principio secondo cui
soltanto la moderna democrazia potrebbe realizzare autenticamente i postulati del
Vangelo, e denuncia il principio della sovranità popolare, in contrasto con il principio
cattolico secondo il quale ogni autorità, quella politica compresa, discende da Dio.
La lotta contro l'eresia modernista caratterizzerà così tutto il periodo del pontificato e
sarà un assillo costante del papa, il quale evidentemente si rendeva conto che la
possibilità di raggiungere l'obiettivo del suo pontificato, instaurare omnia in Christo
non poteva essere raggiunto se i cattolici non avessero ritrovato l'unità nelle verità
della fede.
***
APPENDICE AL PARAGRAFO 2 DEL CAPITOLO III
*********
«PERCHÈ COMBATTO IL MODERNISMO»
(Da una lettera di Pio X a monsignor Bonomelli)
[...l Voi quasi spaventato mi raccomandate moderazione nelle disposizioni contro il
Modernismo.
Ora distinguiamo benissimo, il moderno, (fonte di studi severi e di ricerche diligenti)
dal modernismo. Mi meraviglio che Voi troviate eccessive le misure prese per
rattenere la fiumana, che minaccia di dilagare, mentre l'errore che si vuol diffondere
ai nostri dì, è ben più micidiale di quello dei tempi di Lutero, perché arriva
direttamente alla distruzione non della Chiesa soltanto, ma del cristianesimo, per cui
in qualche luogo gli stessi protestanti hanno stabilito la Commissione di vigilanza,
che ha deposto da poco tempo un Pastore convinto di modernismo. Sono con Voi
nell'ammettere tutta la benignità e l'indulgenza nella applicazione delle pene; ma di
fronte ad un male così grave non sono mai troppe le precauzioni, né severe le leggi,
che prevenendo mettono in guardia senza far male ad alcuno.
E quindi fra tanti che sono infetti di questa pece non troverete che un solo Prete (il
Murri) il quale avendo abusato di ogni pazienza e di tutte le misericordie non solo ha
provocato, ma voluto il massimo dei castighi; mentre nel doloroso processo dei mesi
passati provocato dall'apostata Verdesi fui biasimato perfino nel Tribunale di trattare
con troppa generosità certi Preti dimessi dall'insegnamento, ai quali ho conservato
gran parte dello stipendio, altri sospesi dalla Messa, ma che ricevono egualmente da
me la quotidiana limosina, e tutti finalmente trattati con la massima carità e
benevolenza.
Ma colle Vostre disposizioni così severe, Voi dite, fate degli apostati o degli ipocriti.
Abbiamo pur troppo degli apostati, ma non condotti dalle leggi contro il
Modernismo, e li compiangiamo; avremo degli ipocriti, e peggio per loro; ma non
avremo almeno nel Clero dei maestri e predicatori dell'errore che condurrebbero in
breve alla eresia tutto il mondo.
Mi ha recato poi non solo meraviglia, ma vero dolore la preghiera, che mi fate, di
mettere fine al dissidio ed alla lotta, che v'è fra la Chiesa e l'Italia, aggiungendo che
basta una mia parola per salvare tante anime.
Qual è questa prodigiosa parola che Voi desiderate da me?
Voi soggiungete subito, «che non dovrò mai compromettere la libertà della S. Sede.
Su ciò nessuna concessione assolutamente. Ma altro è la libertà della S. Sede ed altro
il mezzo per ottenerla ed assicurarla. Quella è cosa assolutamente necessaria, questo
può e deve variare». Sono d'accordo perfettamente con Voi; ma ripeto qual è la parola
che da me si aspetta?
Per parlare in termini chiari: la rinuncia al potere temporale. In tutto il mio pontificato
ho voluto, che in nessuna lettera, in nessuna allocuzione si nominasse il potere
temporale, per non dare argomento agli avversari (che però l'hanno sempre in bocca
perché è un incubo che li opprime) a inveire contro la Chiesa ed il Papa. Ma data la
rinuncia a questo mezzo, che la Provvidenza per tanti secoli ha voluto come baluardo
alla libertà della Chiesa, qual altra cosa lo sostituisce per conseguire questo fine
necessario?
E Voi mi rispondete subito: le Guarantige. - Assicurate da chi? Da un Governo che si
cambia ogni mese e schiavo della setta, [massonica, ndr] - da un Parlamento nel quale
i partiti estremi reclamano tutti i dì l'abolizione di ogni guarantigia, perché non è al
potere temporale che si fa la guerra, ma aperta e manifesta allo spirituale volendo ad
ogni costo distrutta la Chiesa.
Ah! se quelli che stanno al Governo potessero e volessero la vera libertà della Chiesa
in quarant'anni avrebbero trattata ben altrimenti la Sede Apostolica e la persona del
Papa! Non avrebbero tollerato che si facessero leggi, che impediscono il libero
esercizio del ministero ecclesiastico, non avrebbero impediti i diritti sacrosanti della
Chiesa persino nella educazione del Clero, non avrebbero tollerato la licenza sfrenata
degli insegnamenti nelle pubbliche scuole, né permesso che la persona del Papa fosse
trattata nei modi più sconci ed abbietti, nel Parlamento, nei giornali, nei pubblici
uffici, fatto ludibrio alla furia del popolo persino dal primo Magistrato di Roma, che
impunemente e quasi gloriosamente lo insulta del continuo nella sua autorità
spirituale, impedendo poi, che la sola voce di un onesto faccia solenne protesta nel
Senato.
E qui mi fermo, perché sarebbe da scrivere un volume, se si volesse enumerare tutte
le angherie del Governo contro la S. Sede, che deve studiare ogni atto, ogni parola
per non dare appiglio a nuove persecuzioni a tal punto che è tolta al Papa non solo la
libertà di lamentarsi, ma anche quella di parlare, perché ogni sua parola, oltre essere
derisa, eccita secondo loro alla violenza ed alla ribellione, e per poco il Papa è la
causa di tutti i mali; delle discordie, delle rivolte e delle sediziose dimostrazioni.
Ma concediamo, che un Governo forte ed indipendente assicuri in modo assoluto le
guarantige. Però il Papa non è dell'Italia soltanto, ma di tutto il mondo; e saranno
paghe le altre Nazioni? Saranno soddisfatti i popoli cattolici, che qui hanno diritto di
cittadinanza, e guardano a Roma come alla Patria universale? - E se l'Italia fosse in
guerra con una nazione, come si troverebbe il Papa, che è Re della Pace e Padre di
tutti i suoi figli a qualunque nazione appartengano? - Siamo proprio adesso nel caso
che la S. Sede non può avere comunicazioni col Delegato di Costantinopoli dove per
soprappiù, prendendo occasione dalle preghiere indette dai Vescovi per la cessazione
della guerra, si è fatta correre laggiù la voce, che il Papa, il quale ha usato sempre ed
usa con tutti il più delicato riserbo, benedice le armi italiane, e quindi nella Turchia si
perseguitano non solo gli italiani, ma tutti i cattolici.
Ora vi dimando, caro Monsignore, se nelle presenti circostanze dopo una prova di
quarant'anni, nei quali tutti i Governi d'Italia, che si succedettero, hanno trattato la S.
Sede ed il Papa peggio assai di quello che avrebbe fatto il più accanito avversario, sia
possibile pronunciare la parola, che Voi suggerite, e se la S. Sede possa rinunciare ai
mezzi ordinarii della sua esistenza per tentare Iddio obbligando lo ad un miracolo.
Io voglio sperare che questi brevi riflessi Vi persuaderanno a non dare ulteriormente
di tali suggerimenti, [...]».
(Da una lettera di Pio X al vescovo di Cremona mons. Geremia Bonomelli del 14-101911, in S. Pio X, Lettere raccolte da Nello Vian, Gregoriana, Padova 1958, pp. 375379).
*************
MURRI, TRA POLITICA E MODERNISMO
Romolo Murri (1870-1944), sacerdote, animatore del movimento democraticocristiano negli ultimi decenni del secolo XIX, è probabilmente l'esponente italiano
più noto del fenomeno modernista.
Dotato di grandi capacità intellettuali e organizzative, studia sia in istituti ecclesiastici
che in università statali; entra in conflitto con l'autorità ecclesiastica dopo aver
profondamente influenzato il movimento cattolico italiano sia attraverso una intensa
opera di pubblicistica culturale sia militando nell'Opera dei Congressi. Dopo la
soppressione di quest'ultima nel 1904, fonda la Lega Democratica Nazionale tentando
la via del partito aconfessionale. Nel 1907 viene sospeso a divinis; due anni dopo, in
seguito alla decisione di candidarsi al Parlamento con l'appoggio di radicali e
socialisti, viene scomunicato. Abbandonato anche dai seguaci più vicini, che
sceglieranno di continuare l'azione culturale dentro la Chiesa, Murri si iscrive al
gruppo radicale della Camera e nel 1912 si sposa con la figlia del presidente del
Senato norvegese. Si avvicinerà alla filosofia di Giovanni Gentile e guarderà con
simpatia ad alcuni aspetti del fascismo, prima di riconciliarsi con la Chiesa nel
novembre del 1943. Redattore del quotidiano Il Resto del Carlino dal 1919 al 1942, è
in questa veste che si trova a Napoli nel 1920 al secondo congresso del Partito
Popolare Italiano, dove rilascia questa intervista (Giornale d'Italia, 10-4-1920), utile
per capire come il «suo» modernismo andasse nella direzione del partito di don
Sturzo.
***
Intervistato da un inviato del Giornale d'Italia, che gli faceva presente come, con un
poco di pazienza, il suo posto avrebbe potuto essere oggi quello di don Sturzo, cioè
segretario del nuovo partito, Romolo Murri rispondeva:
«In un certo senso ciò è vero. Io lavorai per l'agitazione da parte dei cattolici del
problema politico della libertà in cui vedevo una nuova e feconda esplicazione del
cristianesimo; per l'autonomia politica dei cattolici e per la costituzione di un partito
politico non confessionale: questa ultima era già fatta in embrione e ad essa oggi si
appoggiano in gran parte quelli che oggi la conducono, a cominciare da don Sturzo.
«Vi furono dei momenti difficili nei quali fui lasciato quasi solo rivendicando
l'autonomia di quelli stessi che oggi ne profittano. Ma le basi del partito erano gettate.
Poi venne la reazione di Pio X."
«... E voi perdeste la pazienza."
«... No. Fu piuttosto Pio X che la perdette. Ad ogni modo era necessario che
l'iniziatore si sacrificasse o che fosse sacrificato. Avviene sempre così, ma non me ne
dolgo.»
«Tuttavia, scusate l'audacia: Non sentite che sareste voi in mezzo a costoro al vostro
posto?»
«No. C'è un equivoco che importa dissipare e io veggo con piacere i frutti del mio
lavoro, molto più che noto come questo enorme partito messo insieme in fretta,
tessitura, tradizione, programma, gran parte dell'ufficialità e dello stato maggiore
sono presi dalla democrazia cristiana di ieri […]».
«Lo confessarono in parte ieri mattina per atto di lealtà. Ma nel mio programma v'è
ben altro, c'è quel che fu detto poi il modernismo; ossia una concezione nuova,
idealistica e immanentistica del cristianesimo, detestata dalla Chiesa; una relazione
spirituale profonda, e questa deve ancora venire. Evitare con cura ogni traccia di
confessionalismo non vale finché la Chiesa è quella che è ed ha il programma che ha.
La società contemporanea non può tornare alla religione di ieri. Bisogna che essa
faccia sua l'essenza viva del cristianesimo, e forse alcuni congressisti più o meno
oscuramente hanno questa convinzione. Ma essa è l'eresia di oggi e come l'eresia di
ieri, ossia l'autonomia politica, è la verità di oggi, così l'eresia di oggi sarà la verità di
domani. Il p[artito] p[opolare] è un problema risolto e un problema nuovo. Io ho un
poco il diritto di rallegrarmi di quello che ho ottenuto e che si è fatto, ma attendo di
più e vado più avanti e più lontano di coloro che si sono messi in marcia, e un tempo
erano ai miei fianchi nel movimento di battaglia».
3. L'INSEGNAMENTO DELLE «COSE DIVINE»
Avendo svolto il suo ministero sacerdotale sempre a contatto con il popolo e con i
problemi pastorali conseguenti, prima come cappellano e come parroco, poi come
vescovo di Mantova e patriarca di Venezia, papa Sarto porterà nel suo pontificato il
frutto delle preoccupazioni e delle esperienze maturate. Questo spiega l'estrema
attenzione al tema dell'istruzione catechistica dei fedeli, al quale il papa dedica una
delle sue prime encicliche, l'Acerbo nimis, del 15 aprile 1905.
L'enciclica Acerbo nimis
Pio X è convinto che la radice del rilassamento e della decadenza religiosa dei tempi
sia da ricercarsi «nell'ignoranza delle cose divine», non soltanto tra i fedeli di bassa
condizione - «scusabili talvolta perché soggetti al comando di inumani padroni, e
con appena il tempo sufficiente per pensare a se e ai propri interessi» -, ma anche fra
le persone colte, la cultura delle quali è limitata alle scienze profane. L'osservazione
del papa non ha perso di attualità, se pensiamo che ai nostri giorni, nonostante la
grande diffusione dell'istruzione scolastica e universitaria, l'ignoranza nelle cose
divine è sicuramente aumentata rispetto ai tempi di Pio X, tanto da spingere i vescovi
italiani a rilanciare la catechesi degli adulti, riproponendo un invito fatto da papa
Sarto quasi un secolo fa.
L'enciclica Acerbo nimis spiega questa osservazione ricordando come la volontà
dell'uomo moderno, fuorviata e accecata, ha un particolare bisogno della guida
dell'intelletto, perché, se alla corruzione dei costumi si aggiunge l'ignoranza della
fede, allora la conversione degli uomini diventa quasi impossibile.
Ai bambini ma anche agli adulti
A questo scopo, il papa raccomanda ai sacerdoti che l'istruzione dei fedeli sia il loro
primo e principale dovere e ricorda che l'insegnamento del catechismo non può essere
sostituito dalla spiegazione del Vangelo. Quindi il papa stabilisce che tutti coloro che
hanno cura d'anime istruiscano i bambini in ogni festa religiosa dell'anno, per un'ora,
spiegando loro il catechismo; la stessa cosa, in modo più approfondito, dovrà
avvenire in occasione della preparazione dei bambini alla Penitenza, alla prima
Comunione, alla Cresima. Nelle parrocchie poi, il papa ordina l'erezione canonica
della Congregazione della Dottrina Cristiana, con la quale vuole far partecipare
all'insegnamento del catechismo anche i laici, iniziando un fenomeno che si estenderà
progressivamente nella vita della Chiesa e non soltanto per la diminuzione dei
sacerdoti. Inoltre, nelle maggiori città, anticipando gli attuali Istituti di formazione
teologica anche per laici, il papa vuole l'istituzione di scuole di religione destinate
all'educazione della gioventù «che frequenta le pubbliche scuole, dalle quali è
bandito ogni insegnamento religioso».
Infine, chiede a tutti i parroci di promuovere la spiegazione del catechismo anche agli
adulti, distinguendola dalla omelia sul Vangelo della messa festiva e utilizzando allo
scopo il Catechismo tridentino.
Il «Catechismo maggiore»
Due mesi più tardi, il 14 giugno 1905, papa Sarto dispone con una lettera al vicario di
Roma l'adozione nelle parrocchie della diocesi di un catechismo popolare, la stesura
del quale era stata personalmente seguita da lui stesso, redatto sulla base del
catechismo utilizzato nelle diocesi di Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia e
Toscana. Il papa auspica che venga adottato dalle diocesi di tutta la penisola e questo
testo, chiamato Catechismo Maggiore, rimarrà per cinquant'anni la base
dell'istruzione catechistica per gli adulti e, grazie a una versione ridotta e adattata
predisposta negli anni successivi, anche per i bambini.
4. LA «RIFORMA EUCARISTICA»
Il Concilio di Trento aveva auspicato «che in ciascuna messa i fedeli che
l'ascoltavano si comunicassero non solo spiritualmente, ma sibbene con ricevere il
vero Sacramento Eucaristico». La diffusione nel XVII secolo dell'eresia giansenista e
una certa permanenza dei suoi effetti ancora all'inizio del secolo ventesimo - con
l'abitudine rigoristica presso alcuni fedeli di accostarsi alla Comunione di rado e in
taluni casi soltanto una volta all'anno pur frequentando regolarmente la messa e pur
essendo in stato di grazia - indeboliva fortemente la vita spirituale dei cattolici in
quanto li privava della forza soprannaturale proveniente dalla grazia sacramentale.
Una bambina veneziana
Già nelle precedenti esperienze pastorali, papa Sarto aveva combattuto questa
pericolosa tendenza cercando di favorire la Comunione frequente tra i fedeli e di
anticipare la prima Comunione dei bambini. Si racconta per esempio che quando era
patriarca di Venezia ricevette la visita di una mamma, con una bambina di sette anni,
che chiedeva il permesso per la figlia di ricevere all'indomani la sua prima
Comunione, cosa contraria a tutte le abitudini di allora. Il cardinale Sarto le fece una
sola domanda: «Quante nature vi sono in Gesù Cristo?», «Due», rispose la bambina,
«la natura divina e la natura umana». Allora il patriarca si rivolse al suo segretario
dicendogli: «Scrivete al parroco di San Silvestro che domani ammetta questa piccina
alla prima Comunione. Io stesso la comunicherò giacché devo portarmi alla chiesa
per la cerimonia» (cit. in RENÈ BAZIN, Pio X, trad. il., Libreria Editrice Fiorentina,
Firenze 1928, pp. 157-158).
Diventato papa, Pio X dispone l'applicazione di queste sue convinzioni. I decreti
eucaristici che vengono promulgati durante il suo pontificato determineranno una
grande svolta nella vita di pietà dei cattolici, nonostante le diffidenze e gli ostacoli
che incontrano all'inizio in molte diocesi.
Il 20 dicembre 1905, la Sacra Congregazione del Concilio promulga il decreto sulla
Comunione frequente approvato dal papa. Il documento, diviso in nove paragrafi,
contiene questa affermazione: «La Comunione frequente e quotidiana, essendo
desideratissima da Gesù Cristo e dalla Cattolica Chiesa, sia accessibile a tutti i
fedeli a qualsivoglia classe e condizione appartengano; cosicché a nessuno, che
trovisi nello stato di grazia ed abbia retta intenzione, può essa negarsi». Con due
interventi successivi, il 14 febbraio 1906 e il 15 settembre 1906, la stessa
Congregazione stabilisce che la Comunione frequente e quotidiana va raccomandata
anche ai bambini che hanno fatto la prima Comunione, ricordando come questa
pratica fosse molto diffusa nell'antichità e, nonostante sia entrata in disuso, non è mai
stata condannata dalla Chiesa.
Rimaneva da definire soltanto l'età nella quale i bambini si sarebbero potuti accostare
alla prima Comunione. Viene stabilita l'età di sette anni, cioè quando i bambini
vengono ritenuti in grado di distinguere il pane eucaristico da quello materiale
(decreto della S. Congregazione del Concilio Quam singulari, dell'8 agosto 1911). Lo
scopo del decreto è quello di favorire l'accostamento dei bambini alla Comunione
eucaristica prima che perdano l'innocenza, come non accadeva allora nella
maggioranza dei casi, con la prima Comunione stabilita all'età di dodici o anche
quattordici anni, conformemente alle abitudini del tempo.
Dopo i decreti, bisognava favorire la loro messa in pratica. A questo fine, già
dall'aprile del 1905, viene istituita a Roma dai padri del SS. Sacramento una Lega
sacerdotale della quale, sei anni dopo, faranno parte cinquantamila sacerdoti. Nello
stesso senso, dopo il decreto che anticipa la comunione ai bambini, viene costituita
sempre a Roma una Pia Unione per la Comunione dei bambini; gli stessi decreti,
inoltre, conosceranno una maggiore applicazione grazie all'opera di sensibilizzazione
sul punto svolta dai Congressi Eucaristici Internazionali, anche dopo la morte di Pio
X, quando la Comunione frequente e quotidiana viene assunta dal Codice di Diritto
Canonico, redazione di quest'ultimo, iniziata con il motu proprio Arduum sane mutus
del 19 marzo 1904, si concluderà durante il pontificato di Benedetto con la
promulgazione definitiva, nel 1917.
La Comunione come mezzo per acquistare la virtù
La riforma eucaristica voluta da papa Sarto si fonda teologicamente sul ritenere la
Comunione non un premio per la vita virtuosa condotta, ma un mezzo per ottenerla;
questo principio incontrava allora forti resistenze in chi pensava che per accostarsi
frequentemente al banchetto eucaristico bisognasse romperla con il peccato veniale
deliberato. Ammiratore di don Giovanni Bosco, grande apostolo della Comunione
frequente e di quella precoce per i bambini, e continuatore dell'azione nello stesso
senso iniziata da Leone XIII con l'enciclica Mirae caritatis del 28 maggio 1902, Pio
X stabilisce che per accostarsi alla Comunione è necessario soltanto lo stato di grazia
e la retta intenzione. Egli ritiene tanto importante la questione che, dal 30 maggio
1905 al 14 luglio 1907, interviene ben dodici volte in questa direzione, con decreti,
lettere o discorsi. Oggi, a distanza di quasi un secolo, possiamo valutare l'importanza
dell'opera di papa Sarto constatando la grande diffusione della Comunione frequente,
anche se spesso accompagnata da un certo abbandono della pratica del sacramento
della Confessione. Ciononostante, persiste in alcuni paesi, dove più intensa è stata la
penetrazione giansenista, l'abitudine da parte di molte persone di frequentare
quotidianamente la messa senza accostarsi all'Eucarestia.
5. PIO X E IL MOVIMENTO CATTOLICO IN ITALIA
di Gabriele Fontana
Quando il cardinale Giuseppe Sarto viene eletto pontefice - il 4 agosto del 1903 - il
movimento cattolico in Italia si trovava già in una situazione di frattura latente.
Organizzati nell'Opera dei Congressi, da poco tempo sotto la presidenza del conte
Giovanni Grosoli, i militanti cattolici italiani mantenevano un'unità formale che però
conosceva al suo interno una profonda divisione.
Intransigenti e democratici cristiani
Il congresso cattolico di Bologna, nel novembre 1903, palesa in pieno la gravità della
contrapposizione fra la componente intransigente, che fa riferimento al presidente
uscente dell'Opera, Giambattista Paganuzzi, e quella democratico-cristiana,
capeggiata da don Romolo Murri.
La posizione degli intransigenti vuole mantenere saldo da una parte il legame tra
l'azione sociale dei cattolici e la dottrina del magistero pontificio, e dall'altra appare
legata all'osservanza del non expedit, cioè al rifiuto di partecipare alle elezioni
politiche dopo l'occupazione di Roma da parte dell'esercito sabaudo.
I democratico-cristiani, al contrario, spingono verso una autonomia che dovrebbe
assumere le forme del partito politico, semplicemente «ispirato» a valori cristiani e
sostanzialmente indipendente dal movimento cattolico stesso. Di fatto, essi
continuavano a ignorare il contenuto delle raccomandazioni circa la vera
«democrazia cristiana», indicate dal precedente pontefice Leone XIII nell'enciclica
Graves de communi.
La posizione di mediazione del presidente in carica Giovanni Grosoli, che pur
propende verso la componente democratico-cristiana, fa riferimento alla necessità di
unità tra i cattolici - in linea con il messaggio inviato al congresso di Bologna dallo
stesso pontefice -, ma operativamente si allinea sulle posizioni contrarie a quelle di
Giambattista Paganuzzi. Quest'ultimo viene infatti messo in minoranza alla fine del
congresso stesso.
Pio X, fin dai suoi incarichi precedenti di vescovo a Mantova e di patriarca a
Venezia, aveva sempre riservato particolare attenzione al contenuto e
all'organizzazione dell'azione sociale dei cattolici. Non gli sfuggiva quindi la sostanza
dei problemi e della crisi in tutti i suoi aspetti: perciò non pone indugi nel mettere
mano all'opera di riforma.
La soppressione dell'Opera dei Congressi
L'Ordinamento fondamentale dell'azione popolare cristiana, del 18 dicembre 1903, è
il primo documento in cui affronta organicamente il problema, subito dopo la
conclusione del congresso di Bologna, tanto che è difficile non vedere il nesso tra le
insoddisfacenti conclusioni di quest'ultimo e quanto indicato dall'Ordinamento.
Nonostante lo scopo del documento sia ben chiaro - mettere fine alle divergenze
pratiche e teoriche in seno al movimento cattolico - non sortisce effetto immediato e
le contese non cessano. Atto finale di questa crisi è la circolare del presidente Grosoli
ai comitati cattolici, datata 15 luglio 1904, nella quale si afferma di assumere il
programma democratico-cristiano e di ritenere superata la Questione Romana: si
tratta quindi di un documento non certo conforme alle indicazioni del magistero.
Infatti viene riprovato da L'Osservatore Romano pochi giorni dopo: le dimissioni di
Grosoli appaiono a questo punto inevitabili e vengono accettate dalla Santa Sede, che
inoltre - con provvedimento della segreteria di Stato sopprime l'Opera dei Congressi.
Il provvedimento è indubbiamente drastico, ma ha tutt'altro scopo che la
disorganizzazione del movimento cattolico. All'origine di esso vi è indubbiamente
un'esigenza di carattere dottrinale, cioè il distacco tra magistero e democraticocristiani sul significato stesso della democrazia cristiana, che non casualmente il
pontefice continua ad indicare con il termine di «azione popolare cristiana», come per
svuotarla di significati ideologici. Ma per rispondere a questa esigenza sarebbe
bastato un provvedimento disciplinare di espulsione dell'ala democratico-cristiana
dall'Opera.
La ristrutturazione del movimento cattolico
In realtà Pio X aveva dubbi anche su alcune modalità operative, quale ad esempio
l'astensionismo elettorale senza deroghe, il non expedit, conseguenza diretta della
Questione Romana che traeva origine dall'occupazione sabauda dello Stato pontificio.
Tutto ciò diviene ben chiaro con la promulgazione dell'enciclica Il fermo proposito,
fondamento non solo dottrinale della riorganizzazione del movimento cattolico e uno
tra i più importanti documenti del pontificato. Inconsuetamente la lingua usata è
l'italiano, a significare la specifica situazione cui faceva riferimento. Peraltro la
profondità della dottrina ne fa tuttora un testo di riferimento che va ben oltre il
contesto storico in cui era stato concepito.
Allo scopo di introdurre organizzativamente i cattolici alla vita politica dello Stato
unitario, viene costituita l'Unione Elettorale Cattolica Italiana, mentre, affinché ci
fosse «un solo centro comune di dottrina, di propaganda e di organizzazione sociale»,
si dà vita all'Unione Popolare Cattolica Italiana. Il vasto patrimonio di iniziative
economiche e sociali che avevano preso corpo nell'ambito della defunta Opera rimane
invece nell'Unione Economico-Sociale, continuità resa evidente dal mantenimento
del gruppo dirigente che già operava nello stesso ambito.
L'enciclica Il fermo proposito
Quanto ai criteri che i cattolici avrebbero dovuto seguire nel loro operare, l'enciclica
Il fermo proposito pone alcuni riferimenti precisi, in primo luogo circa le dimensioni
di tale operare, pertinenti tanto ai beni spirituali quanto alla costituzione della civiltà
in tutti i suoi elementi, per i quali non è possibile negare il legame - anche solo
indiretto - con i primi.
La Chiesa - inoltre - così come mantiene sempre «l'integrità e l'immutabilità» di ciò
che concerne fede e morale, mostra flessibilità per quanto riguarda le esigenze dei
tempi e della società. A questo proposito viene da una parte ribadita la validità storica
del non expedit, ma anche la possibilità per i cattolici di partecipare alle elezioni
politiche, a discrezione dei singoli vescovi, di fronte al crescere delle forze socialiste.
Questo criterio troverà in seguito, nel 1913, amplia applicazione con il cosiddetto
Patto Gentiloni.
Secondo l'enciclica, l'attività cattolica deve apparire veramente tale, avendo sempre
come scopo il bene comune, anche in termini economici e sociali, e deve «difendere
insieme gli interessi della Chiesa, che sono quelli della religione e della giustizia».
Quanto alle opere concrete, devono nascere spontaneamente per non risultare
effimere, e si possono quindi organizzare secondo un criterio di maggiore autonomia.
L'enciclica Il fermo proposito si può così vedere - nell'ambito della dottrina sociale
della Chiesa - come un grande documento «missionario», indicante la via per
risvegliare la società da quell'oblìo verso la legge naturale e divina che il pontefice
non solo percepisce pienamente, ma del quale intuisce i rischi a venire.
La reazione dei democratico-cristiani
L'ala democratico-cristiana reagisce alle indicazioni pontificie ed alla loro attuazione
in modo diverso: i più radicali - con don Romolo Murri - escono dal movimento
cattolico per dar vita alla Lega Democratica Nazionale, che in realtà non avrà grande
successo; gli altri - con don Luigi Sturzo - non intraprendono la via della scissione,
pur conservando un atteggiamento critico.
Pio X aveva una concreta percezione del bene comune e ciò gli consentiva di valutare
appieno come, di fronte alla gravità del pericolo socialista, fosse opportuno
modificare alcuni atteggiamenti del passato, anche se gli elementi che li avevano
determinati di fatto sussistevano ancora. Da questa visione della realtà nasce quel
fenomeno definito clerico-moderatismo, spesso con intenti dispregiativi, frutto di una
scelta pastorale che escludeva la via del partito «ispirato», cara ai democraticocristiani.
Il «Patto Gentiloni»
In tale prospettiva il non expedit trova progressiva attenuazione a partire dal 1910,
per poi sfociare nel cosiddetto Patto Gentiloni - dal nome del presidente dell'Unione
Elettorale, il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni - realizzazione politica principale del
cosiddetto clerico-moderatismo.
Il patto nasce in occasione delle elezioni del novembre 1913, che per la prima volta
vedono ampliarsi in modo significativo la base di suffragio, prima assai ridotta, e di
conseguenza accrescersi l'importanza elettorale dei cattolici stessi, ma anche dei
socialisti. Il patto consiste in accordi specifici tra i candidati governativi e le
rappresentanze locali dell'Unione Elettorale dei cattolici, in base ai quali i primi
aderiscono pubblicamente o per iscritto a sette punti programmatici, irrinunciabili per
i princìpi cristiani, mentre i cattolici assicurano l'appoggio elettorale. L'operazione si
risolve in un successo: ben duecentoventotto candidati risultano eletti con il pubblico
appoggio dei cattolici, mentre contemporaneamente viene bloccata l'avanzata
elettorale socialista. Non si sopiscono invece le polemiche nel mondo cattolico, anche
a causa del giudizio negativo che i democratico-cristiani mantengono nei confronti
del fenomeno cosiddetto clericomoderato.
*********
APPENDICE AL PARAGRAFO 5
DEL CAPITOLO III
***********
LE ORIGINI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA
Tra le questioni di particolare importanza e gravità che si presentano a Pio X quando
sale al pontificato il 4 agosto 1903, si trovano quelle relative al movimento sociale
cattolico, nato e sviluppatosi nel tentativo di porre rimedio ai guasti operati
soprattutto dalla Rivoluzione francese ai danni dell'ordinamento sociale dell'Antico
Regime, già snaturato da inopportuni interventi statali
***
Da molti anni, ma sopra tutto, dall'epoca della Rerum novarum di Leone XIII (15
maggio 1891) vivissime discussioni erano sorte tra i cattolici a proposito del
movimento sociale e della democrazia cristiana.
Non si vuole negare che la Rerum novarum non desse una grande spinta alle
iniziative sociali dei cattolici; ma il movimento era vecchio ed aveva dato ottimi
risultati, i quali andarono sciupati per l'invadenza di tendenze tutt'altro che ortodosse,
sebbene si volessero giustificare proprio con la Rerum novarum il fatto che Leone
XIII si vide costretto a richiamare i cattolici democratici sulla retta strada con la
susseguente Enciclica Graves de communi (18 Gennaio 1901) riprovando
interpretazioni e spiegazioni niente affatto corrispondenti al pensiero nella Rerum
novarun, è già di per sé eloquente.
Purtroppo il Modernismo, dopo di avere falsato le idee nel campo filosofico e
teologico, aveva finito per scendere dal principio della separazione della scienza dalla
fede, all'altro principio della separazione dello Stato dalla Chiesa, della coscienza
cristiana da quella civile. Dunque aconfessionalità completa. Questo il principio
seguito dalla scuola dei nuovi cattolici sociali - come così si chiamarono - mutato ben
presto nell'altro di democratici cristiani. Il cambiamento del nome avvenne in seguito
alla Lettera ai Francesi del 16-2-1892
Il favore che la democrazia politica credette di poter ricavare da questa Lettera
Pontificia per le proprie idee, ossia, per una adesione senza riserve non soltanto alla
Repubblica in quanto forma di governo, ma ai principi che la informavano […]
condusse i cattolici aderenti a quella politica ad attribuire egualmente un carattere
democratico alla Rerum novarum, nella quale essi non vedevano che una
proclamazione dei diritti del popolo. E così l’azione sociale cattolica sì trovò mutata
in una azione democratica cristiana, subendo, necessariamente, tutte le deviazioni,
alle quali la mescolanza e confusione dei principi la esponevano.
Così nacque la Democrazia Cristiana in Francia, donde passò in Italia, con i caratteri
di un vero e proprio partito politico che doveva provocare la reazione dei cattolici più
fedeli alla parola e alle direttive del Papa, che di partito politico democratico cristiano
non aveva mai inteso di parlare né voleva sapere. L’azione politica dei cattolici, se
così sì voleva chiamare l’azione sociale cattolica, doveva essere solo e unicamente
un movimento in favore della elevazione, del miglioramento morale e materiale delle
classi meno abbienti, non mai un movimento politico.
Ma, i desideri e gli ordini di Leone XIII espressi nella accennata Graves de comnumi
re e rinnovati nella non meno famosa Istruzione della S. Congregazione degli Affari
Ecclesiastici straordinari sulla Azione popolare cristiana del 27 Gennaio 1902,
dovevano rimanere, pur troppo, inascoltati. Così, le discussioni e le polemiche tra i
cattolici continuarono, con danno immenso della causa cattolica e della stessa fede.
Sappiamo il contegno osservato dal Cardinale Sarto, Patriarca di Venezia, in mezzo
alle correnti che si discutevano e si combattevano e quanto attentamente seguisse il
movimento cattolico sul terreno delle riforme sociali. Perciò, elevato al supremo
Pontificato, fece sentire subito la sua voce
A quelli che temevano quasi una sconfessione dell’azione sociale cattolica Pio X
fece sapere che egli niente aveva da mutare nell'indirizzo del suo Predecessore, a un
patto, però, che l’azione si tenesse nelle linee e nel programma bene fissato nelle
Encicliche Rerun novarum e Graves de communi; che non uscisse dal proprio fine di
«movimento in favore della elevazione religiosa, morale e materiale del popolo» per
diventare un partito politico; che, nella discussione di materie sociali si attenesse
strettamente alla dottrina tradizionale della Chiesa affermata nei documenti della
Sede Apostolica, e, soprattutto, fosse in essa assicurata il rispetto e l'obbedienza alla
autorità del Papa e dei Vescovi, a cui, pur troppo, la Democrazia Cristiana tentava di
sottrarsi, innalzando la bandiera della ribellione contro la Gerarchia della Chiesa.
Pio X non aveva niente da cambiare, in materia di movimento sociale negli indirizzi
di Leone XIII, ma riflettessero bene che la Democrazia cristiana non era quella
benedetta, promossa e valutata da Leone XIII. E per meglio persuaderli, il 18
Dicembre 1903 - quattro mesi appena dopo la sua esaltazione - pubblicava il celebre
Motu Proprio sull'Azione Popolare cristiana: riassunto lucidissimo degli
insegnamenti sparsi nelle diverse Encicliche Sociali del suo Predecessore, codice e
«guida pratica» da seguirsi fedelmente e costantemente da tutti i cattolici che si
interessavano di azione sociale secondo le direttive della dottrina sociale cristiana.
L'opportunità - meglio - la necessità del documento fu resa manifesta dalla sorda
opposizione, con cui esso venne accolto dalle file democratiche, particolarmente
murriane, le quali ne erano state - per dire così - la causa prossima con le loro
intemperanze al Congresso Cattolico Italiano di Bologna del precedente Novembre.
Ma l'ammonimento del Papa si rivolgeva a tutti i democratici cristiani o cattolici
sociali - come allora pomposamente non meno che abusivamente si chiamavano - di
qualunque paese e nazionalità, perché, tanto in Italia, quanto in Francia ed altrove,
identici erano gli errori e identiche le tendenze della Democrazia Cristiana: errori e
tendenze che si riassumevano nel sottrarre l'economia sociale dalla legge morale, e,
per conseguenza, dalla autorità e dalla direzione della Chiesa.
Per questo il Motu Proprio di Pio X costituiva il vero «codice» e la «regola pratica» a
cui l'Azione Popolare Cristiana doveva da qui innanzi uniformarsi, volendo lavorare
insieme con la Chiesa al miglioramento morale e materiale del popolo e per esso,
come a fine ultimo, alla formazione del regno sociale di Gesù Cristo nel mondo.
***
Questa lunga citazione è tratta da GEROLAMO DAL GAI., Beato Pio X Papa, a cura
della postulazione della causa, Il Messaggero di S. Antonio, Padova 1951, pp.
460464. Essa spiega le origini e lo sviluppo del movimento democratico-cristiano e
ricorda un documento su questo tema, tanto importante quanto sconosciuto, il motu
proprio sull'azione popolare cristiana di Pio X, che lo stesso papa ha definito la
«regola pratica» dell'azione sociale dei cattolici (il documento integrale si può trovare
in Cristianità, anno I, n. 2, novembre-dicembre 1973).
6. IL SEGRETARIO DI STATO, CARDINALE MERRY DEL VAL
di Giovanni Poggiali
Raffaele Merry del Val nasce a Londra il 10 ottobre 1865. Di famiglia nobile, suo
padre don Raffaele e sua madre donna Giuseppina De Zulueta sono cattolici ferventi,
di profonde convinzioni e di pratica religiosa quotidiana. Le origini della famiglia
Merry del Val erano irlandese e spagnola e da quest'ultima discendenza era nato nel
1250 san Dominguito del Val, crocifisso a sette anni nei dintorni della cattedrale di
Saragozza da fanatici ebrei e oggi venerato soprattutto in Spagna.
All'età di sei anni, alla domanda rivoltagli da un padre gesuita «Che cosa vuoi
diventare da grande?», Raffaele risponde: «Voglio essere prete». Il suo unico svago
consiste nella costruzione di piccoli altari, nel formare arredi sacri e mettere insieme
candelabri ed immaginette; si diverte, inoltre, ad imitare il sacerdote nel celebrare la
messa, invitando ad assistervi i suoi fratelli e coetanei.
Ancora adolescente si trasferisce a Bruxelles con la famiglia, dove studia presso il
Collegio di San Michele. I suoi compagni di studio si compiacevano ammirando in
lui bontà e dolcezza senza pari, unite ad un'intelligenza superiore alla media. Venuto
quindi a Roma nel 1885 per poter studiare nel Collegio Scozzese, viene indirizzato
dallo stesso Leone XIII alla Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici. Frequenta
poi la Pontificia Università Gregoriana laureandosi in filosofia e successivamente in
teologia.
Viene ordinato sacerdote il 30 dicembre del 1888 a Roma. Particolarmente forte in lui
è il desiderio di ricondurre i cristiani dissidenti alla religione cattolica e così si occupa
personalmente di coloro che tornano alla fede, persuaso che una persona convertita è
quasi sempre occasione di nuove conquiste spirituali nella propria famiglia o fra le
proprie conoscenze.
Durante il pontificato di Leone XIII riceve incarichi importanti affidatigli dallo stesso
papa, che aveva grande stima di lui. Consacrato arcivescovo titolare di Nicea il 6
maggio 1890, a soli 35 anni, anziché offrire il consueto rinfresco di tali occasioni, il
novello consacrato offre un pranzo a duecento poveri d'ambo i sessi, regalando anche
un vestito nuovo ad ognuno di loro.
Frattanto, nel 1903, moriva Leone XIII e la contemporanea morte di monsignor
Volpini, che avrebbe dovuto essere il segretario del conclave, porta alla nomina del
cardinale Merry del VaI come segretario del Sacro Collegio dei cardinali e quindi del
conclave.
La scelta di Pio X
Con l'elezione pontificia del cardinale Sarto, che assume il nome di Pio X, inizia la
fruttuosa collaborazione del cardinale Merry del Val con il santo pontefice che, fin da
subito, ripone in lui piena fiducia; gli sarebbe stato illuminato collaboratore e amico
devoto nelle sofferenze e nelle lotte del pontificato.
Il cardinale Merry del Val a 38 anni viene infatti scelto da Pio X come nuovo
segretario di Stato e di fronte alla titubanza del prescelto, che non si credeva
all'altezza, il pontefice risponde: «lavoreremo insieme, soffriremo insieme per amore
della Chiesa».
Inizia così un pontificato tra i più difficili della storia. Pio X rinforza la gerarchia
accostandola più strettamente alla cattedra di san Pietro; accresce la responsabilità e
la missione del clero; disciplina il laicato cattolico, diviso fra intransigenti e
democratici-cristiani, cerca di gettare i fondamenti perché la società cristiana possa
fondarsi su rette basi e sui princìpi immutabili di dottrina e di morale, che le teorie
utopisti che ed eversive e il ritorno di vecchi errori già condannati avevano deformato
o fatto perdere di vista.
Per condurre a compimento un tale programma occorrono uomini di metodo e di
azione, e Pio X sa scegliersi come segretario di Stato un uomo dalle rare qualità.
Nel corso della lotta contro il modernismo, il papa e il segretario di Stato diventano
oggetto di ampie critiche ed insulti e dichiarati fanatici intolleranti dai modernisti.
Mentre l'anticlericalismo in Italia cresceva, aizzato soprattutto dalla stampa
massonica, lo stesso cardinale segretario di Stato, trovandosi in villeggiatura a Castel
Gandolfo, per poco non rimane vittima di un agguato tesogli da anticlericali di
Marino. Ma il modernismo viene smascherato e perseguito ovunque possibile, e dopo
la morte del pontefice, il cardinale Merry del Val, con la carica assegnatagli da
Benedetto XV di segretario della Sacra Congregazione del Sant'Offizio, vigilerà
affinché si mantenga integro il frutto di tanti sforzi.
Due anime gemelle
A Pio X e al cardinale Merry del Val si devono la riforma dei seminari, l'istituzione
della Commissione Biblica, di quella per la liturgia, per la musica sacra, la
restaurazione dell'insegnamento catechistico, l'importante riforma delle
congregazioni, dei tribunali, degli uffici della Curia romana, riforme che segnano
altrettante tappe di un cammino irto di spine e di dolori in cui però i successi della
Chiesa sono molti e duraturi.
Il 19 agosto 1914 Pio X muore, e il cardinale Merry del Val ne rimane
profondamente colpito per il grande legame che lo avevano legato al papa.
Pio X e Merry del Val: tanto distanti per nascita, per età, per formazione e anche per
cultura, in realtà erano due anime gemelle, unite dal dovere soprattutto, dalla
sottomissione alla volontà di Dio, dall'obbedienza gerarchica, dalla purezza della
dottrina insegnata e da una volontà inflessibile al servizio di questi ideali. Per volere
dello stesso pontefice, il cardinale assume, nel 1914, la carica di arciprete della
Basilica e Prefetto della Rev. Fabbrica di San Pietro, che mantiene fino alla morte,
nel 1930. Fonda anche la pia associazione del Sacro Cuore di Gesù, che seguirà e
amerà come una famiglia. L'associazione aveva sede in Trastevere e quando il
cardinale aveva tempo disponibile, tra i molteplici impegni di arciprete e segretario
della Sacra Congregazione del Santo Offizio, lo dedicava ai giovani, che lo amavano
profondamente.
Sarà legato Pontificio nel 1920 ad Assisi per l'anniversario del ritrovamento del corpo
di san Francesco. Negli anni prima della morte assolve i suoi compiti e il suo
ministero con l'unico fine della conquista delle anime a Dio, con carità, umiltà e
profondo spirito di mortificazione.
Il 26 febbraio 1930 si spegne nella Città del Vaticano ed il 26 febbraio 1953 inizia il
suo processo informativo ordinario sulla fama di santità. Tale processo viene
richiesto con voto solenne dall'episcopato spagnolo, che indirizzando la richiesta al
santo Padre, diceva del cardinale: «La sua fama di santità non è mai venuta meno tra
il popolo, ma specialmente tra il clero, il quale guarda a lui come ad un sacerdote
santo degno di meritare gli onori dell'altare».
************
APPENDICE AL PARAGRAFO 6
DEL CAPITOLO III
************
EVENTI POLITICI DURANTE IL PONTIFICATO DI PIO X
1903-1904
Durante questi anni, la politica italiana è caratterizzata dalla figura dello statista
Giovanni Giolitti, che governa quasi ininterrottamente con un'abile attività
parlamentare e attraverso il tentativo di coinvolgere al governo l'opposizione
socialista (sfruttando la divisione fra riformisti e massimalisti) e quella cattolica (con
l'accordo elettorale fra liberali conservatori e cattolici del 1913, che passa alla storia
con il nome di Patto Gentiloni).
1911-1912
Guerra italo-turca in seguito all'occupazione italiana della Libia dopo lo sbarco delle
truppe italiane a Tripoli (29-9). Il 5 novembre un decreto regio italiano sancisce
l'annessione della Libia, accettata anche dalla Turchia con la pace di Losanna il 1810-1912.
1910
Enrico Corradini fonda l'Associazione Nazionalista Italiana, cui aderisce anche
Gabriele D'Annunzio.
1912-1913
Crisi balcanica. La prima guerra balcanica (ottobre 1912) vede la sconfitta della
Turchia contro Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro, che nella pace di Londra
(maggio 1913) ottengono ampi territori dalla Turchia e le isole egee. Ma nella lotta
per la spartizione di questi territori, la Bulgaria attacca la Serbia e al fianco di
quest'ultima intervengono Romania, Grecia, Montenegro e Turchia. La seconda
guerra balcanica termina con la pace di Bucarest (agosto 1913) con la quale la
Bulgaria perde la Macedonia e la Dobrugia, Creta tocca alla Grecia e l'Albania
diventa un principato autonomo.
28.6.1914
L'erede al trono austriaco arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie vengono
assassinati dallo studente bosniaco Gavrilo Princip, membro dell'organizzazione
segreta grandeserba «Unità o morte». L'ultimatum lanciato il 23 luglio dall'impero
austro-ungarico alla Serbia, considerata corresponsabile, nel quale si chiede la
repressione dei movimenti nazionalistici anche attraverso la partecipazione di forze
austriache, viene respinto dalla Serbia che decreta la mobilitazione parziale. Scattano
con un effetto a catena tutte le alleanze fra i diversi Stati e in breve quasi tutta
l'Europa è coinvolta nella guerra che diverrà mondiale.
***********
LA CHIESA E L'EMIGRAZIONE
Il fenomeno dell'emigrazione si afferma, per molti aspetti drammaticamente, a partire
dai primi decenni dell'Ottocento. In Italia l'emigrazione esplode all'indomani
dell'unità, con particolare accentuazione nelle regioni meridionali. Non mancheranno,
però, in seguito, contributi di altre zone, come il Veneto e il Friuli, anche verso
l'Australia. Prima del 1876 si calcola siano migrati circa un milione di italiani dal
1876 al 1885, 1.300.000; 2.400.000 fino al 1895; 4.300.000 fino al 1906 e, infine,
circa 6 milioni fino all'inizio del conflitto mondiale, quando inizierà la flessione,
anche in conseguenza delle restrizioni adottate dagli Stati Uniti. Nel 1913 si verifica
il «picco» con 900.000 migranti.
La Chiesa e il mondo cattolico affrontano il problema, soprattutto in vista dei rischi
morali ad esso inerenti. Un nome, quello di santa Francesca Cabrini lodigiana,
s'impone su tutti.
Con il pontificato di Pio X si tenta di dare un carattere di organicità agli interventi nei
confronti dei migranti: patronati cattolici vengono istituiti in ogni diocesi allo scopo
di preparare e tutelare la migrazione, anche in collaborazione con le diocesi cattoliche
di arrivo. Nel 1912 viene poi fondata una struttura presso la Curia romana, con
competenza su tutta la Chiesa. Infine, per l'assistenza religiosa degli emigranti, viene
fondata a Roma nel 1914 il Pontificio Collegio per l'emigrazione italiana, con lo
scopo di preparare sacerdoti per potenziare il personale ecclesiastico dei paesi
ospitanti.
7. LO SCONTRO CON LA REPUBBLICA FRANCESE
Papa Sarto non era mai stato in Francia; sapeva di questa nazione quello che aveva
detto uno dei suoi maestri preferiti, il cardinale Edouard Pie: «far la guerra a Dio non
è nella sua natura».
Eppure la guerra tra la Francia e la Chiesa cattolica scoppia violenta proprio durante
il suo pontificato, anche se sotto quello di Leone XIII - nonostante gli sforzi del papa
per avvicinare i cattolici alla repubblica, con il cosiddetto ralliement - era proseguita
la profonda secolarizzazione della nazione, con la laicizzazione della scuola
elementare (28 marzo 1882), il ripristino del divorzio (27 luglio 1884), l'abolizione
delle pubbliche preghiere alla riapertura del Parlamento (14 agosto 1884),
l'esclusione dei membri delle congregazioni religiose dal pubblico insegnamento (30
ottobre 1886), l'imposizione ai chierici del servizio militare (15 luglio 1889) e quindi,
nel marzo del 1903, il rifiuto da parte della Camera dei deputati di esaminare le
domande di autorizzazione di 50 congregazioni maschili, delle quali 25 insegnanti, e
di 91 congregazioni femminili, premessa alla legge del 7 luglio 1904, che vieterà
l'insegnamento in ogni grado ai membri delle congregazioni religiose.
La frattura
Pio X, il 2 dicembre 1903, prende l'iniziativa di scrivere al presidente della
Repubblica francese, Emile Loubet, denunciando le suddette iniziative legislative che
mirano «non solamente alla completa separazione dello Stato dalla Chiesa, ma
anche, se fosse possibile, a togliere alla Francia l'impronta cristiana che la rese
gloriosa nei secoli passati». Il presidente francese risponde il 27 febbraio 1904
sostenendo la sua irresponsabilità costituzionale e due mesi dopo, il 24 aprile, la sua
visita a Roma al re Vittorio Emanuele II suscita l'inevitabile protesta del Vaticano,
automatica nei confronti di sovrani che visitavano a Roma un re scomunicato in
seguito ai fatti del 1870. Si aggrava così, irrimediabilmente, la tensione tra Francia e
Santa Sede.
La rottura formale delle relazioni diplomatiche avviene il 30 luglio dello stesso anno,
in seguito al rifiuto da parte del governo francese, guidato da Emile Combès, di
permettere a due vescovi francesi di recarsi a Roma per rispondere ad accuse relative
a supposte violazioni del diritto canonico: ma la vicenda è chiaramente un pretesto e
del resto la rottura diplomatica rappresenta soltanto un preludio alla separazione
totale fra Chiesa e Stato, che infatti avviene l'anno successivo con la legge di
separazione votata dal Parlamento 1'11 dicembre 1905. Il papa, avvertito per
telefono, risponde: «ecco forse l'ora in cui i cristiani di Francia dovranno dare a
Cristo più del loro tempo, della loro pena e del loro amore. La Francia non verrà
staccata da Cristo» (dalle note di Camillo Bellaigue, udienza del 7 gennaio 1906, cito
in RENÈ BAZIN, Pio X, cit., pp. 174-175).
Una grave decisione
Promulgata la legge, gli agenti del governo cominciano ad inventariare i beni delle
sessantamila chiese francesi: molte di queste, soprattutto a Parigi, vengono difese dai
fedeli. Il patrimonio ecclesiastico, più di 42 milioni di franchi, viene incamerato dallo
Stato. In questo clima di altissima tensione, 1'11 febbraio 1906, due mesi dopo la
promulgazione della legge, il papa pubblica la prima enciclica sulla situazione
francese, la Vehementer Nos. In essa Pio X, dopo aver ricordato i diversi
provvedimenti legislativi contrari alla Chiesa promossi dal governo francese negli
ultimi decenni, condanna formalmente la soppressione del Concordato e il principio
stesso della separazione fra Stato e Chiesa, affermando che «questa opinione si basa
infatti sul principio che lo Stato non deve riconoscere nessun culto religioso: ed è
assolutamente ingiuriosa verso Dio, poiché il Creatore dell'uomo è anche il
fondatore delle società umane e conserva nella vita tanto loro che noi, individui
isolati. Perciò noi gli dobbiamo non soltanto un culto privato, ma anche un culto
sociale e onori pubblici».
La legge di separazione prevedeva anche l'istituzione di associazioni cultuali,
composte da fedeli, alle quali attribuiva la tutela e l'amministrazione del culto
pubblico, andando contro il principio gerarchico sul quale si fonda la Chiesa, come
Pio X fa notare nella sua enciclica. Ma queste associazioni cultuali - e soprattutto una
loro revisione in senso più favorevole ai principi cattolici che le rendesse sia legali
che conformi al diritto canonico - avrebbero potuto salvare la Chiesa in Francia dalla
miseria in cui sarebbe caduta in seguito alla separazione. I vescovi francesi riuniti in
assemblea plenaria avevano rifiutato le associazioni cultuali così com'erano previste,
ma si erano dichiarati disponibili a una loro revisione.
Ma il papa non è dello stesso avviso e nella seconda enciclica sulla crisi francese, la
Gravissimo officii, del 10 agosto dello stesso anno 1906, rifiuta anche l'ipotesi della
revisione, non ritenendo sufficienti le garanzie offerte in quel momento dalla
Repubblica.
È una decisione estremamente grave, e come tale viene percepita in tutto il mondo. Il
papa impone il fardello della povertà alla Chiesa francese pur di non venire ad alcun
compromesso con una legge che ritiene iniqua e con il potere che l'ha emanata: così
facendo ribadisce che il principio della collaborazione fra l'autorità religiosa e quella
politica e, in subordine, quello della libertà della Chiesa di fronte ad ogni interferenza
dello Stato, non hanno prezzo.
Pio X aveva ritenuto la Chiesa francese capace di eroismo e i cattolici rispondono con
grande generosità, mantenendo le loro scuole e sostentando l'attività pastorale del
loro clero, rinunciando anche ad usare la forza contro gli espropri, così come richiesto
dal papa nella stessa enciclica. Papa Sarto ritornerà ancora sulla crisi francese con
una nuova enciclica, Une fois encore, il 5 gennaio 1907, rispondendo al parlamento
francese che aveva reso definitive le spoliazioni sancite con la legge di separazione.
La morte e la canonizzazione
Pio X fa in tempo ad implorare la pace ai popoli e ai governi che hanno appena dato
inizio al primo conflitto mondiale (esortazione Dum Europa, del 2 agosto 1914), poi,
il 20 agosto, soltanto diciotto giorni dopo, muore.
Le linee pastorali del nuovo pontificato cambiano e i suoi principali collaboratori, fra
i quali il segretario di Stato, cardinale Merry del Val, e i cardinali De Lai e Vives y
Tutò, vanno ad assumere posizioni secondarie nella struttura ecclesiastica. Ma la
fama di santità che circonda la figura di papa Sarto e la ferma volontà di Pio XII
permettono la canonizzazione in tempi straordinariamente brevi, dopo soltanto
quaranta anni.
Verrà infatti fatto santo da Pio XII il 29 maggio 1954, dopo che i diversi processi
diocesani e apostolici avevano dovuto superare non poche difficoltà, tutte legate alla
lotta contro il modernismo e i modernisti voluta da Pio X, fra le quali la deposizione
contraria del cardinale Pietro Gasparri.
A chi accusava Pio X di eccessi nella lotta antimodernista risponderà papa Pacelli nel
discorso per la beatificazione, il 3 giugno 1951: «Non dunque eccessiva prevalenza
della fortezza sulla prudenza. Al contrario queste due virtù, che danno quasi il
crisma a coloro che Dio presceglie a governare, furono in Pio X equilibrate a tal
segno, che, all'esame obbiettivo dei fatti, egli apparisce tanto eminente nell'una,
quanto eccelso nell'altra». E preoccupato per il permanere e per il diffondersi di un
«nuovo modernismo», nel discorso per la canonizzazione Pio XII richiamerà «al
grande Pontefice» che «non conobbe debolezze dinanzi a qualsiasi alta dignità o
autorità di persone, non tentennamenti di fronte ad adescanti ma false dottrine entro
la Chiesa e fuori, né alcun timore di attirarsi offese personali e ingiusti
disconoscimenti delle sue pure intenzioni» (29 maggio 1954).
IV . BENEDETTO XV, UN PAPA NELLA TRAGEDIA DELLA «GRANDE
GUERRA»
(1914-1922)
1. LA VITA, IL PONTIFICATO
Asceso al soglio di Pietro pochi giorni dopo l'inizio del primo conflitto mondiale,
Benedetto XV spenderà la sua autorità e la sua capacità diplomatica perché venga
posto fine alla tragedia bellica. Ma i governanti delle potenze terrene non lo
ascolteranno.
Giacomo Della Chiesa, da Pegli
Giacomo Paolo Battista Della Chiesa nasce a Pegli il 21 novembre 1854 da una
famiglia nobile; studia filosofia come esterno nel seminario arcivescovile e quindi
giurisprudenza all'università di Genova, dove si laurea nel 1875. Ottiene dal padre il
permesso di iniziare la via verso il sacerdozio e studia teologia a Roma, presso il
Collegio Capranica. Viene ordinato sacerdote il 21 dicembre 1878 e continua gli studi
nell'Accademia dei Nobili fino al 1882, quando, per interessamento del cardinale
Mariano Rampolla, che sarà fino alla morte il suo protettore, entra nella
Congregazione degli Affari Straordinari. Il cardinale Rampolla lo porta con sé in
Spagna, dove era stato nominato nunzio apostolico, e quando, nel 1887, diventa
segretario di Stato, fa di Giacomo Della Chiesa un suo stretto collaboratore, prima
come minutante, poi come sostituto. Accanto alla carriera diplomatica, svolge anche
intensa attività nella cura d'anime nella chiesa di Sant'Eustachio e anche come
catechista e conferenziere. Dopo l'elezione al soglio pontificio di Pio X, nel 1903,
rimane al suo posto nonostante la sostituzione del cardinale Rampolla alla segreteria
di Stato. Nel 1907 viene nominato arcivescovo di Bologna e soltanto sette anni dopo
riceve la porpora cardinalizia: alla madre, il cardinale Rampolla aveva «profetizzato»:
«Suo figlio farà pochi passi ma lunghi». Alla morte di papa Sarto, nel conclave che si
svolge a guerra mondiale già incominciata, dal 31 agosto al 3 settembre 1914, viene
eletto papa e sceglie il nome di Benedetto XV, in memoria di Benedetto XIV, il
cardinale Prospero Lambertini, anch'egli arcivescovo di Bologna nel Settecento.
Sceglie come segretario di Stato il cardinale Domenico Ferrata e, alla morte di
quest'ultimo, il 10 ottobre dello stesso anno, incarica il cardinale Pietro Gasparri.
Il suo magistero
Nei poco più di sette anni di pontificato - morirà il 22 gennaio 1922 - l'opera di
Benedetto XV è evidentemente condizionata dalla prima guerra mondiale in corso e
dagli strascichi che le seguono, ma molti altri interventi magisteriali e pastorali
meritano di essere ricordati. Di alcuni di questi tratteremo specificamente nei
successivi paragrafi, come la promulgazione del Codice di Diritto Canonico nel 1917,
che conclude l'opera iniziata da Pio X, la pubblicazione dell'enciclica Spiritus
Paraclitus sulla Scrittura nel 1920, probabilmente la più importante del pontificato, e
quella su Dante Alighieri, In praeclara summorum, del 1921, oltre naturalmente ai
numerosi interventi a proposito della guerra. Ma altri documenti devono almeno
essere ricordati: le encicliche per i centenari di sant'Efrem Siro (Principi Apostolorum
Petro, del 1920), di san Francesco d'Assisi (Sacra propediem, del 1921), contro la
sua rappresentazione come figura «di vago e vaporoso ascetismo» «d'invenzione
prettamente modernista», di san Domenico (Fausto appetente die, del 1921), le
importanti canonizzazioni di Giovanna d'Arco, di Gabriele dell'Addolorata e di
Margherita Maria Alacoque e inoltre il grande sviluppo alle missioni anche attraverso
l'enciclica Maximum illud del 1919.
L'opera per le Chiese orientali
Né bisogna dimenticare l'intensa opera per favorire la riunificazione con le Chiese
ortodosse, soprattutto dopo la persecuzione iniziata in Russia in seguito alla
Rivoluzione socialista del 1917, e il sostegno offerto alle Chiese cattoliche di rito
orientale, con la costituzione della Sacra Congregazione per le Chiese Orientali nel
1917 e l'enciclica Principi apostolorum del 1920. La stessa azione diplomatica svolta
a Varsavia dal nunzio monsignor Achille Ratti, il futuro Pio XI, diretta a favorire il
disegno del capo dello Stato polacco, il cattolico maresciallo Iòsef Pilsudski, di
costituire Lituania, Russia Bianca e Ucraina come Stati autonomi confederati alla
Polonia in funzione antirussa, sembra rientrare a pieno titolo nel progetto di
Benedetto XV di aiutare appunto le Chiese greco-cattoliche. E ancora deve essere
menzionata la costante azione diplomatica in Europa e nel mondo, che aumenta,
durante il pontificato di Benedetto XV, l'autorevolezza internazionale della Santa
Sede e il numero di Stati accreditati in Vaticano.
La prima guerra mondiale
La maggioranza degli interventi e delle energie del papa hanno avuto come oggetto la
guerra. Mentre nel prossimo paragrafo esamineremo i principali documenti del
pontefice sulla guerra e sulle sue conseguenze, con i problemi che il conflitto provoca
anche nel mondo cattolico, è utile descrivere brevemente alcuni aspetti culturali e di
costume relativi al periodo di Benedetto XV, con i mutamenti avvenuti durante e in
seguito alla guerra mondiale.
Si legge con una certa frequenza di una rinascita religiosa che sarebbe avvenuta nelle
trincee, durante le lunghe pause dei combattimenti, grazie anche alla presenza di un
numero rilevante di cappellani militari e alla partecipazione al conflitto di masse di
contadini tradizionalmente religiosi, a causa della leva obbligatoria. In alcune
nazioni, sempre secondo questo ragionamento, la guerra avrebbe potuto favorire il
superamento della frattura tra le forze laiciste e i cattolici, e questo particolarmente in
Francia e in Italia. Addirittura, nel caso italiano, questa preoccupazione avrebbe
spinto alcuni cattolici, sia democratici come don Luigi Sturzo, che conservatori, a
propagandare l'ingresso dell'Italia in guerra disattendendo completamente le
indicazioni del magistero pontificio.
È facile osservare come queste speranze, nell'arco di tempo che va dall'inizio al
termine della guerra e che copre buona parte del pontificato di Benedetto XV, non
soltanto non si siano realizzate ma, al contrario, si siano determinate condizioni
sociali peggiori di quelle esistenti all'inizio del conflitto. Diversa, infatti, è la
riscoperta del cristianesimo nel dramma della guerra, di fronte al dolore e alla morte,
dalla penetrazione dei principi cristiani nella cultura e nel costume di un popolo, che
liberamente e consapevolmente li accetta. Se la guerra, come tutte le guerre, è stata
occasione per la conversione di molti uomini, basta osservare il dopoguerra per
rendersi conto di quanti mali il conflitto sia stato portatore alle nazioni dell'epoca.
Le tragiche conseguenze della guerra
Benedetto XV scrive poche settimane dopo la fine del conflitto mondiale: «È
desolante ciò che dai fratelli nell'Episcopato Ci viene riferito sulle devastazioni
morali della guerra, scaltramente sfruttate da chi spia le sventure e le abbiezioni, per
volgerle a profitto della irreligione e dell'abbruttimento sociale» (allocuzione al
Sacro Collegio, del 24 dicembre 1919). Viene individuato, con queste parole, il
passaggio della corruzione e della pratica dell'immoralità da ambiti ristretti della
popolazione a livelli di massa, con la relativa giustificazione ideologica di questi
disordini. La guerra favorisce così quella che viene chiamata la «secolarizzazione di
massa» e si assiste negli anni del dopoguerra ad una esplosione di erotismo, al rifiuto
delle autorità sociali, favorito anche dall'odio ideologico propagano dato dopo la
vittoria della Rivoluzione bolscevica in Russia e dai successivi moti socialisti nelle
principali nazioni europee. Benedetto XV descrive con queste parole tale male
morale: «Oggi lo spirito di indisciplina, stato per lo innanzi tristo privilegio di pochi,
ha invaso le masse e suggerisce anche ad esse l'antico "Non serviamo. Oggi,
l'umanità avida di piacere, assetata di ricchezze, schiva del lavoro, non arrossisce,
con insana e collettiva incoscienza, di sollazzarsi fra le gramaglie ed i lutti, e non si
périta di intensificare l'abuso dei beni, proprio mentre ne inaridisce le fonti»
(ibidem). Il papa - che spiegherà ancora più in dettaglio questa analisi nel corso
dell'allocuzione al Sacro Collegio dell'anno successivo, il 24 dicembre 1920 - indica
nel naturalismo la causa di questi mali, naturalismo che individualmente porta
all'egoismo e socialmente alla «rivoluzione, all'anarchia, alla distruzione».
*********
APPENDICE AL PARAGRAFO I
DEL CAPITOLO IV
EVENTI POLITICI DURANTE
IL PONTIFICATO DI BENEDETTO XV
26.4.1915
Dopo essersi proclamata neutrale, l'Italia si accosta all'Intesa e con il «patto segreto»
di Londra ottiene la promessa di guadagni territoriali in cambio dell'entrata nel
conflitto, che avviene il 24 maggio con la dichiarazione di guerra all'impero austroungarico.
6.4.1917
Dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti contro la Germania a cui seguirà il 7
dicembre quella all'impero austro-ungarico.
27.2[12.3].1917
Rivoluzione di febbraio a Pietrogrado. Abdicazione dello zar Nicola II.
3[16].3.1917
Lenin rientra in Russia grazie al «treno piombato» messogli a disposizione dall'Alto
Comando tedesco.
3[16]/4[17].7.1917
Fallimento di moti bolscevichi a Pietrogrado e fuga di Lenin in Finlandia. Alexsandr
Kerenskij diventa presidente del Consiglio.
24.10[6.11]/25-10[7.11].1917 Rivoluzione d'Ottobre in Russia.
26.10[8.11].1917
Il Governo rivoluzionario assume compiti governativi e decreta l'esproprio dei grandi
proprietari terrieri (150 milioni di ettari).
6[19].1.1918
Il Consiglio dei Commissari del Popolo scioglie l'Assemblea Costituente, nella quale
il partito di Lenin aveva solo il 25% dei voti.
8.1.1918
Pubblicazione dei «quattordici punti» da parte del presidente americano Thomas
Woodrow Wilson, che prevedono l'abolizione della diplomazia segreta, la libertà di
navigazione sui mari, la liberalizzazione degli scambi economici mondiali, la
limitazione degli armamenti, il disfacimento delle giuste aspirazioni coloniali,
l'evacuazione della Russia da parte degli imperi centrali, la restaurazione della piena
sovranità del Belgio, la restituzione alla Francia dell'Alsazia-Lorena, la rettifica del
confine italiano secondo il principio di nazionalità, lo sviluppo libero e autonomo dei
popoli dell'impero austro-ungarico, lo sgombero della Romania, della Serbia e del
Montenegro, l'indipendenza della Turchia e l'apertura degli Stretti, l'autonomia ai
popoli non turchi dell'impero ottomano, la creazione di uno Stato polacco con sicuro
accesso al mare, la fondazione di una Società delle Nazioni che assicuri la pace
mondiale.
3.3.1918
Con la pace di Brest-Litovsk, la Russia riconosce Finlandia e Ucraina come Stati
autonomi e rinuncia a ogni pretesa su Livonia, Curlandia, Lituania, Lettonia, Estonia
e Polonia. Lenin vuole concludere al più presto la pace per consolidare la
Rivoluzione.
18.1.1919
Si apre la Conferenza della Pace nella Sala degli Specchi del castello di Versailles,
con la partecipazione di 70 delegati delle 27 nazioni vincitrici. Inizia la stesura dei
trattati di pace con gli Stati sconfitti.
28.6.1919
Dopo molte resistenze viene firmato dai delegati tedeschi il trattato di pace. Consta di
440 articoli e prevede per la Germania la perdita delle colonie, dell'Alsazia-Lorena,
della Posnania, della Prussia Occidentale, dei territori di Hultschin e della zona di
Memel. Il territorio della Saar viene posto sotto l'amministrazione della Società delle
Nazioni, mentre i bacini carboniferi vengono assegnati alla Francia. La Renania viene
smilitarizzata e divisa in tre zone d'occupazione a tempo determinato (5-10-15 anni).
L'esercito tedesco è ridotto a 100.000 uomini. Si stabiliranno in 269 miliardi marchioro le riparazioni dovute dalla Germania agli Stati vincitori.
10.9.1919
Viene firmato il Trattato di pace con l'impero austro-ungarico a St. Germain-en-Laye.
Prevede la cessione all'Italia dell'Alto Adige fino al Brennero, oltre a Trieste, all'Istria
e a parte della Dalmazia, della Carinzia e della Camiola; l'indipendenza
dell'Ungheria, e la formazione di nuovi Stati nazionali come la Cecoslovacchia, la
Polonia e la Jugoslavia. L'esercito austriaco non può superare i 30.000 uomini.
Seguiranno nei mesi successivi le firme dei Trattati di pace con la Bulgaria,
l'Ungheria e la Turchia.
2. I CATTOLICI E IL PRIMO CONFLITTO MONDIALE
Ciò che più stupisce di fronte ai reiterati appelli di Benedetto XV in favore della pace
durante la prima guerra mondiale, è la posizione opposta assunta da molti cattolici,
anche autorevoli, nelle diverse nazioni coinvolte nel conflitto.
Come era conciliabile infatti l'interventismo contro l'impero Austro-ungarico di don
Luigi Sturzo - che fra l'altro proprio nel corso del pontificato di Benedetto XV va ad
occupare ruoli rilevanti nel movimento cattolico italiano, prima di fondare il Partito
Popolare Italiano nel 1919 - con l'universalità del messaggio evangelico e con le
indicazioni del magistero per una soluzione negoziata della guerra, che non
prevedesse né vinti né vincitori?
Il nazionalismo e il mondo cattolico
La mentalità nazionalista era penetrata dunque nel mondo cattolico. Ma bisogna
distinguere fra il grande problema di coscienza di un cattolico francese o tedesco,
chiamati entrambi a combattere in una guerra che poteva significare la sopravvivenza
per la propria nazione, dall'odio ideologico che caratterizza l'atteggiamento
interventista contro l'impero Austro-ungarico dei cattolici democratici italiani o
l'ambigua giustificazione «politica» che spinge alcuni cattolici conservatori a ritenere
giusto l'intervento italiano a fianco della Triplice Intesa, al fine di non lasciare fuori i
cattolici anche dall'ultima fase del processo di unificazione nazionale. Sono soltanto i
cattolici intransigenti - che avevano dato vita all'Opera dei Congressi - o quelli
chiamati «integrali», a prendere sul serio il magistero di Benedetto XV, rimanendo
rigorosamente neutrali, assecondati in questo dalla gran parte della popolazione
italiana che, come dimostrano le 535.000 diserzioni nel corso della guerra, non
parteciperà mai moralmente al conflitto.
Quest'ultimo, infatti, come ormai documentato da storici di diverse tendenze
ideologiche, in Italia era stato voluto dal re e dal governo, influenzati dalla
massoneria - come dimostra il telegramma in questa direzione inviato il 6 settembre
1914 dal Gran Maestro Ettore Ferrari ad Antonio Salandra e da quest'ultimo riportato
nelle sue Memorie (cit. in. G. CANDELORO, op. cit., p. 38) - e da interventisti
presenti in tutti i partiti, da quello socialista a quello liberale.
Il magistero del papa
Rigorosamente contrario alla guerra invece è l'atteggiamento della Santa Sede, anche
se esistevano fra i cattolici posizioni favorevoli all'impero Austroungarico, e
soprattutto a un intervento che ponesse fine alle gravi provocazioni della Serbia, una
delle quali, con l'assassinio dell'arciduca austriaco Francesco Ferdinando, era stata
all'origine del conflitto.
Già Pio X, il 2 agosto 1914, aveva esortato i cattolici a pubbliche preghiere perché
venisse risparmiata al mondo, «una funestissima guerra». Benedetto XV riprende
immediatamente la stessa consegna con l'esortazione Ubi primum dell'8 settembre
dello stesso anno e, poco dopo, con la prima enciclica del suo pontificato, Ad
beatissimi, del primo novembre. In questo documento il papa indica in quattro fattori
le cause della guerra: la mancanza di mutuo amore fra gli uomini, il disprezzo per
l'autorità, l'ingiustizia nei rapporti fra le diverse classi sociali e il bene materiale
considerato come unico obbiettivo dell'attività umana. La guerra mondiale mette in
evidenza la crisi radicale dell'unità del genere umano; scrive il papa a questo
proposito: «chi direbbe che tali genti, l'una contro l'altra armata, discendano da uno
stesso progenitore, che sian tutte della stessa natura, e parti tutte di una medesima
società umana?».
L'«inutile strage»
Gli interventi del pontefice non si limitano a indicare le radici della guerra, ma
scendono sul terreno delle proposte concrete.
Il primo agosto 1917, rivolgendosi alle nazioni belligeranti con la famosa esortazione
nella quale definisce la guerra in corso una «inutile strage», Benedetto XV chiede la
«diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti», la libertà di accesso ai mari,
l'«evacuazione totale sia del Belgio [...] sia del territorio francese» da parte della
Germania e, dalla parte avversaria, la «restaurazione delle colonie tedesche».
Purtroppo, la Conferenza di Pace di Versailles e i successivi trattati con le singole
nazioni sconfitte non garantiranno l'equanimità che la Santa Sede auspicava, tanto
che il 24 gennaio 1921, parecchio tempo dopo la fine del conflitto e in seguito al
trattato di pace, Benedetto XV interverrà per sottolineare «la singolare e triste
condizione in cui è venuta a trovarsi l'Austria», «che nel corso dei secoli tante
benemerenze si è acquistata per la difesa della fede e della civiltà cristiana», la cui
capitale una volta «era il centro di un vasto e fiorente Impero», mentre oggi
«somiglia ad un capo tagliato dal corpo e si dibatte fra gli orrori della miseria e
della disperazione», invitando infine ad un soccorso finanziario internazionale per
porre fine a questa ingiusta condizione (lettera La singolare, al cardinale Pietro
Gasparri).
Le proposte del Vaticano
La Santa Sede era stata anche accusata di difendere gli interessi austriaci, accusa alla
quale aveva risposto la segreteria di Stato nel mese di ottobre del 1917, biasimando
l'«atteggiamento generalmente ostile della stampa francese nei confronti dell'appello
pontificio» del primo agosto 1917 e facendo presente che «se vi è nella Lettera
pontificia una nazione favorita, questa non è la Germania o l'Austria ma bensì la
Francia e il Belgio». Nello stesso documento, la segreteria di Stato avanza ancora
proposte concrete per la restaurazione di una pace definitiva e generale, fra le quali,
molto significativa, quella della soppressione in tutte le nazioni civili del «servizio
militare obbligatorio», «da oltre un secolo, la vera causa di innumerevoli mali che
hanno afflitto la società», con la conseguente proposta di boicottaggio universale
contro la nazione che volesse ristabilirlo (lettera della segreteria di Stato a monsignor
Chesnelong, arcivescovo di Sens, dell'ottobre 1917).
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APPENDICE AL PARAGRAFO 2
DEL CAPITOLO IV
IL GOVERNO ITALIANO CONTRO LA SANTA SEDE
Il primo agosto 1917 Benedetto XV inviava la famosa Nota ai capi dei popoli
belligeranti nella quale invitava i governi a iniziare trattative sulla base di proposte
concrete per porre fine alla «inutile strage». La Nota ottiene una risposta formalmente
favorevole dagli imperi centrali, una sostanzialmente negativa dal governo degli Stati
Uniti e nessuna risposta dai governi dell'Intesa.
Il ministro degli Esteri Italiano Giorgio Sidney Sonnino (1847-1922) attacca
esplicitamente la Nota nel discorso alla Camera del 25 ottobre 1917, giudicandola
espressione della propaganda austro-tedesca, e sostiene l'opportunità di non darle
alcuna risposta.
Quest'uomo politico liberal conservatore è lo stesso che aveva fatto inserire nel patto
di Londra - con il quale l'Italia si impegnava a entrare in guerra a fianco dell'Intesa il famoso articolo 15, che impegnava le potenze alleate Francia, Gran Bretagna e
Russia a sostenere «...l'opposizione che l'Italia farà a ogni proposta tendente a
introdurre un rappresentante della Sante Sede in qualsiasi negoziato per la pace e
per la soluzione dei problemi sollevati dalla guerra in corso».
Del governo in cui Sonnino era ministro degli Esteri faceva parte anche uno dei
cattolici più conosciuti, l'onorevole Filippo Meda. Quest'ultimo, dopo il discorso di
Sonnino, pensa di rassegnare le dimissioni per difendere la Nota del papa; ma in
seguito alla difficile situazione militare venutasi a creare in Friuli-Venezia Giulia
dopo Caporetto, decide di rimanere al suo posto per dimostrare fedeltà alla patria in
pericolo.
L'episodio dimostra la grave crisi che in quel drammatico frangente travagliava il
mondo cattolico, diviso tra la fedeltà al magistero papale, che chiede la pace, e la
lealtà verso la patria impegnata nella guerra.
3. SULLA SACRA SCRITTURA
Benedetto XV è conosciuto soprattutto per i documenti con i quali interviene per
spiegare le radici della guerra e indicare le condizioni della pace: e non poteva essere
altrimenti date le enormi, tragiche dimensioni del conflitto.
Sebbene siano passati ingiustamente in secondo piano, molti altri documenti del papa
meritano di essere conosciuti e studiati. Fra questi, una grande attenzione si deve
certamente portare alla lettera enciclica Spiritus Paraclitus, del 15 dicembre 1920,
scritta in occasione del quindicesimo centenario della morte di san Gerolamo, dottore
della Chiesa, il più grande maestro riconosciuto dalla Chiesa nell'interpretazione delle
Sacre Scritture.
«Per almeno mezz'ora...»
I cattolici sanno che la loro fede si fonda sulla Tradizione e sulle Sacre Scritture;
sanno anche che queste ultime sono state ispirate da Dio e scelte dalla Chiesa fra tanti
altri documenti considerati non ispirati e quindi apocrifi. La caratteristica di ogni
eresia consiste nel mettere in contrasto dialettico due verità, o due aspetti della verità,
e così accade in occasione dell'eresia protestante che sceglie la Scrittura e abbandona
la Tradizione, cioè la Chiesa come Maestra e interprete delle Scritture e custode della
Rivelazione. Ora, i cattolici, per opporsi alla penetrazione dello spirito protestante e
nell'esasperazione del clima polemico, accantonarono la lettura e lo studio della
Bibbia, partendo dal presupposto, esatto, che soltanto la Chiesa possiede l'autorità per
risolvere eventuali dubbi in materia, ma limitando così l'influsso di uno dei più
importanti elementi di arricchimento della vita spirituale, tanto che Paolo VI
assicurerà l'indulgenza plenaria a coloro che leggeranno e mediteranno la Bibbia per
almeno mezz'ora.
La Chiesa è perfettamente consapevole della fondamentale importanza delle Scritture
anche come prezioso alimento spirituale dei fedeli; in questo senso interviene con il
suo magistero sia per favorirne la lettura e lo studio, sia per diffonderne l'inerranza e
l'assoluta ispirazione divina dagli attacchi dello scientismo moderno e dalle
restrizioni avanzate dal modernismo. Come di fronte al protestantesimo, anche
davanti agli errori del secolo XX, la Chiesa ritiene di dover intervenire.
Nella sua enciclica, Benedetto XV si richiama esplicitamente alla Providentissimus
Deus di Leone XIII, del 18 novembre 1893, e all'opera di Pio X in questa direzione,
in particolare alla fondazione dell'Istituto Biblico, avvenuta a Roma, il 10 maggio
1907.
Il valore storico dei testi
Dopo aver ricordato alcuni cenni biografici di san Gerolamo - il ritiro in Palestina e
poi nel deserto siriano, la presenza a Roma accanto a papa Dàmaso dal quale riceve
l'incarico di revisionare la versione latina del Nuovo Testamento, e infine il ritorno a
Betlemme per consacrarsi interamente alla preghiera e allo studio dei testi sacri l'enciclica di Benedetto XV passa a descrivere l'insegnamento del santo dalmata.
Quest'ultimo aveva anticipato la dichiarazione di Leone XIII circa l'inerranza della
Bibbia, inerranza che non viene meno «per il fatto che lo Spirito Santo s'è servito di
uomini come di strumenti per scrivere», perché «diversamente non potrebbe essere lo
Spirito Santo l'autore di tutta la Sacra Scrittura» (enciclica Providentissimus Deus).
Benedetto XV denuncia le false interpretazioni dell'enciclica del suo predecessore,
secondo le quali l'ispirazione divina si limiterebbe all'aspetto religioso della Scrittura,
ma non riguarderebbe i fenomeni naturali e i fatti storici. «Non è così che Gerolamo,
Agostino e gli altri Dottori della Chiesa hanno compreso il valore storico degli
Evangeli», aggiunge il papa, soffermandosi poi, nella terza parte dell'enciclica, a
descrivere la dottrina di san Gerolamo e il suo amore per la Scrittura. Il papa
raccomanda ancora la diffusione della Società di San Gerolamo, sorta con «lo scopo
di [...] estendere la diffusione dei quattro Vangeli e degli Atti degli Apostoli, in modo
che questi libri trovino finalmente il loro posto in ogni famiglia cristiana e che
ognuno prenda l'abitudine di leggerli e meditarli ogni giorno». In conclusione, dopo
aver ricordato, nella quarta parte del documento, i frutti spirituali colti da san
Gerolamo accostando la Scrittura, Benedetto XV esorta alla fedeltà alla Chiesa e
all'amore per le Sacre Scritture, alla difesa di queste ultime da tutti gli attacchi e dalle
riduzioni alle quali sono sottoposte, e infine invita a osservare con cura le prescrizioni
contenute nella presente enciclica e nella precedente di Leone XIII, la
Providentissimus Deus.
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APPENDICE AL PARAGRAFO 3
DEL CAPITOLO IV
UNA RISPOSTA BRUTALE
Per documentare il clima di tensione venutosi a creare fra la Santa Sede e il governo
dell'URSS, al potere dopo l'Ottobre, riportiamo la missiva inviata 1'11 marzo 1918
dal commissario del popolo agli Esteri russo, Georgij V. Cicerin, in risposta a una
preoccupata richiesta di informazioni fatta pervenire a Mosca dal cardinal Gasparri,
segretario di Stato di Benedetto XV, a causa delle tragiche notizie di uccisioni e
violenze perpetrate contro i fedeli e la gerarchia della Chiesa ortodossa da parte delle
forze rivoluzionarie. Cicerin non si limita a smentire spudoratamente i fatti d'altronde confermati parzialmente dalla stessa stampa sovietica dell'epoca - ma
contrattacca, riversando sull'interlocutore accuse e responsabilità.
«Dopo la separazione della chiesa dallo stato che è stata attuata in Russia, la religione
è considerata un fatto privato, per questo motivo è senz'altro errato parlare di
persecuzioni contro i rappresentanti della religione in Russia. Tenendo presente il
particolare interesse da Lei manifestato verso una religione che la chiesa cattolicoromana ha definito eretica, e che Lei oggi designa come ortodossa, Le posso garantire
che nessun rappresentante di questa religione ha avuto a soffrire a causa delle proprie
convinzioni.
«Le testimonianze di solidarietà delle varie chiese ci giungono proprio nel momento
in cui le nostre autorità hanno finalmente tolto la maschera all'inganno clericale con
cui si raggiravano le masse popolari.
«Ritengo necessario sottolineare che nel momento esatto in cui ponevano qualche
limitazione al clero, venivano compiute innumerevoli atrocità da parte dei nemici del
popolo russo. L'autentico umanitarismo, per il quale combatte la nostra rivoluzione,
non è stimato da quanti vengono considerati vostri seguaci.»
GeorgiJ V. Cicerin
(pubblicata in L'altra Europa, anno XII, n. 6, novembre.dicembre 1987)
4. IL CODICE DI DIRITTO CANONICO
di Emanuela Comerio Galvagni
Il Codex Iuris Canonici del 1917 rappresenta nel diritto della Chiesa un'innovazione
di incomparabile portata. Viene promulgato da Benedetto XV con la costituzione
Providentissima Mater Ecclesiae il 27 maggio 1917 ed è pubblicato il 28 giugno
dello stesso anno, mediante inserzione negli Acta Apostolicae Sedis.
La nuova normativa, entrata in vigore il 19 maggio 1918, si compone di 2414 canoni
raccolti in cinque libri. Il valore giuridico del Codice è quello di una collezione
autentica ed unica, ma non universale ed esclusiva; non universale perché il Codice
riguarda solo la Chiesa latina e non esclusiva perché non comprende la totalità del
diritto: non comprende infatti le leggi liturgiche; non abroga gli accordi della Santa
Sede e lascia intatti i diritti acquisiti ed i privilegi disposti dalla Santa Sede che siano
ancora in uso, purché non espressamente revocati.
La genesi del Codice Pio-Benedettino
Il Codice del 1917, conosciuto anche come Codice Pio-Benedettino, dal nome dei
due pontefici che intervennero nella sua redazione, costituisce il risultato di un
lunghissimo lavoro avviato ufficialmente nel 1904, ma che si snoda, ancor prima,
nell'ampio dibattito sul processo di codificazione del diritto della Chiesa.
Molti, a più riprese e con vigore, ribadiscono l'esigenza di un intervento radicale,
quale solo poteva essere una codificazione, che eliminasse gli inconvenienti di una
legislazione frammentata e dispersa in più fonti stratificatesi nei secoli. Non mancano
però quelli che avanzano critiche alle istanze dilaganti, manifestando il timore che,
abbandonando il sistema tradizionale delle collezioni, si finisca con il privilegiare i
concetti giuridici e le formule astratte, in ossequio ad una concezione secolarizzante
della Chiesa, sempre più assimilata alle società statuali (cfr. GIORGIO FELICIANI,
Le basi del Diritto Canonico, Il Mulino, Bologna 1984, p. 18).
Il dibattito sembra perdere importanza con la pubblicazione del motu proprio Arduum
sane munus, con cui Pio X avvia i lavori per la redazione del Codice. Una
commissione speciale, composta da cardinali designati dal papa, dirige i lavori.
La stesura dei canoni richiede approfondite conoscenze giuridiche e, per questo
motivo, la collaborazione si estende a consultori specializzati in diritto ed in teologia,
la cui nomina spetta ai membri della commissione cardinalizia, salva approvazione
del pontefice. Il numero degli Acta Apostolicae Sedis in cui è contenuto il motu
proprio Arduum sane munus riconferma, in una nota marginale, la lista dei sedici
cardinali che Pio X aveva nominato membri della commissione.
Tuttavia ci si rende subito conto che la commissione è troppo numerosa perché possa
adeguatamente far fronte al proprio compito. Allora, su suggerimento di monsignor
Pietro Gasparri, al quale è affidata l'immane attività di coordinamento dei lavori, il
pontefice crea una nuova commissione di cinque cardinali scelti nell'ambito della
commissione plenaria: Ferrata, Cavagnis, Cavicchioni, Gennari e Vives y Tuto.
Monsignor Gasparri, segretario della Congregazione degli Affari Ecclesiastici
Straordinari, è nominato segretario di questa commissione ristretta. Per questo
motivo, tutto quello che riguarda l'amministrazione della commissione cardinalizia e
del collegio dei consultori viene affidato alla Cancelleria della Congregazione degli
Affari Ecclesiastici Straordinari.
Il 25 marzo 1904 il santo padre ratifica la scelta di diciassette consultori, a cui se ne
aggiungeranno altri venticinque. Essi appartengono a nazionalità diverse, ma sono in
maggior parte italiani. Sempre il 25 marzo 1904, il cardinale segretario di Stato,
Raffaele Merry del Val invia la circolare Pergratum mihi a tutti i metropoliti della
Chiesa, al fine di sollecitare l'apporto di tutti coloro che abbiano il diritto di prendere
parte ai Concilii provinciali, apporto che sii concretizza nell'invio alla S. Sede di
suggerimenti su tutte le innovazioni alla disciplina canonistica ritenute indispensabili.
In un'altra circolare i vescovi sono invitati a designare uno o due specialisti di diritto
canonico e di teologia che avrebbero avuto il diritto di far parte della commissione
dei consultori.
Il pontefice, su ispirazione di monsignor Gasparri, redige, 1'11 aprile 1904,
un'istruzione che contiene alcune direttive sul testo del futuro Codice e sul merito dei
lavori, direttive che troveranno poi puntuale attuazione.
Il Codice avrebbe dovuto contenere unicamente disposizioni disciplinari e, soltanto se
ritenuto opportuno, si sarebbe consentita l'enunciazione di qualche principio di diritto
naturale o relativo alla stessa Fede, «quae ad jus naturale vel ad ipsam fidem
referrentur», ma le disposizioni dogmatiche avrebbero potuto trovare spazio solo se
in stretto rapporto con le istituzioni giuridiche. Le fonti utilizzabili sarebbero state: il
Corpus Iuris Canonici, i decreti del Concilio di Trento e del Vaticano I, gli atti delle
Congregazioni romane e dei tribunali romani.
I lavori dei cardinali e dei consultori hanno inizio con la prima sessione dei consultori
che si tiene a Roma il 13 novembre 1904. Nel 1907 monsignor Pietro Gasparri viene
nominato cardinale e questo gli permette di assumere la presidenza della
commissione cardinalizia.
Tra il 1912 ed il 1914 il progetto è quasi terminato e, prima di sottoporlo
all'approvazione del pontefice, il cardinale Gasparri propone di inviarlo a tutti i
vescovi della Chiesa latina. La sua richiesta incontra però l'opposizione di alcuni
cardinali che la ritengono un'inutile perdita di tempo; il santo padre decide di seguire
il suggerimento del cardinale Gasparri e, a partire dal 1912, si stampano i libri del
progetto in volumi che vengono inviati ai vescovi e a tutti coloro che abbiano il
diritto di prendere parte ai Concili i generali.
Nel 1912 sono stampati ed inviati i primi due libri, il primo aprile 1913 è stampato il
terzo libro, il primo luglio 1913 viene inviato il quarto libro e il 15 novembre 1914,
infine, viene inviato anche il quinto libro. Le osservazioni dell'episcopato giungono
alla Santa Sede numerose, dimostrando l'utilità dell'idea del cardinale Gasparri.
Nel frattempo, il lavoro dei consultori continua incessantemente e, nel 1916, il
Codice sta per essere stampato, ma Benedetto XV, succeduto intanto a Pio X, decide
di rinviarne la promulgazione e di rimettere il progetto ai cardinali e ai membri della
Curia romana per un ultimo esame.
Uno dei motivi più importanti tra quelli addotti a favore della codificazione del
Diritto Canonico è la necessità di porre fine alla confusione legislativa. La
molteplicità delle fonti e, soprattutto, la frequente irreperibilità degli atti in cui la
normativa era venuta a stratificarsi nei secoli, avevano reso quasi impossibile la
conoscenza e la fedele applicazione del diritto.
Non c'è da stupirsi se, in una simile situazione, si auspicasse con fervore un radicale
intervento di razionalizzazione. In tale prospettiva, il Codice ha sicuramente
contribuito ad una maggiore conoscenza delle leggi ecclesiastiche, ha consentito uno
svolgimento più ordinato della vita ecclesiale e ha dato impulso agli studi canonistici.
I principali artefici
Tuttavia, risolvere il processo di codificazione del Diritto Canonico in un mero lavoro
di riordino e di semplificazione della materia sarebbe fuorviante. Un quadro completo
del processo di codificazione non può prescindere dal ruolo, dai compiti e
dall'atteggiamento di quelli che ne furono i principali artefici. Mentre l'episcopato ed
i consultori sembrano insistere per una rigida uniformità disciplinare e, talvolta, per
una maggiore severità della normativa, il cardinale Gasparri e gli altri membri della
commissione cardinalizia assumono un atteggiamento «moderato».
Il termine non è forse tecnicamente appropriato, ma è l'unico capace di esprimere la
prudenza, la consapevolezza di dover contemperare interessi diversi e spesso
contrastanti, il rifiuto di ogni tentativo volto ad inquadrare rigidamente la poliedricità
e la varietà della vita concreta in fattispecie astratte. Se, per certi aspetti, la
codificazione canonica subisce il mito dei codici delle moderne società statuali e, in
questo senso, affiora una visione della Chiesa intesa come societas iuridice perfecta,
è anche vero che non viene dimenticata la specificità della Chiesa, derivante dalla
constatazione che i suoi fini si proiettano nell'escatologia.
Nei casi in cui i consultori sembrano accantonare la tendenza dei fini per privilegiare
le costruzioni teoriche e le questioni esclusivamente giuridiche, si interviene per
ricondurre la disquisizione alle reali situazioni di vita della Chiesa, per verificare la
possibilità di applicazione della normativa e per valutarne l'efficacia in relazione ai
bisogni pastorali. In quest'ottica si colloca la partecipazione dell'episcopato che, nelle
proprie osservazioni e nelle proprie richieste, espone problemi e necessità quotidiane;
infatti, la consultazione dell'episcopato ha proprio lo scopo di evitare che la teoria
prevalga sulle necessità concrete della vita pastorale.
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APPENDICE AL PARAGRAFO 4
DEL CAPITOLO IV
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LO STATUTO DELLA PALESTINA
Ricorderete certamente che nel Concistoro segreto del 10 marzo 1919 Noi Ci
mostrammo assai preoccupati della piega che prendevano gli avvenimenti, dopo la
guerra, in Palestina; terra tanto cara a Noi e ad ogni cuore cristiano, perché consacrata
dallo stesso Redentore Divino nella sua vita mortale. Se non che, lungi dal diminuire,
quella Nostra apprensione si va purtroppo ogni giorno aggravando.
Infatti se Noi allora lamentammo l'opera nefasta svolta in Palestina dalle sette
acattoliche che pur sogliono gloriarsi del nome di cristiane, anche adesso dobbiamo
alzare lo stesso lamento nel vedere che esse, provviste, come sono, abbondantemente
di mezzi, proseguono la loro opera sempre più attiva, profittando abilmente della
immensa miseria in cui quegli abitanti piombarono in seguito alla immane guerra
[...]. Cosicché siamo costretti ad assistere con gran pena alla progressiva rovina
spirituale di anime a Noi si dilette e per la cui salvezza lavorarono tanti uomini di
zelo apostolico, primi fra tutti i figli del Serafico Patriarca d'Assisi.
Inoltre, quando i cristiani, per mezzo delle truppe alleate ritornarono in possesso dei
Luoghi Santi, Noi ben di cuore Ci unimmo alla generale esultanza dei buoni; ma
quella Nostra letizia non era disgiunta dal timore, espresso nella citata Allocuzione
Concistoriale, che cioè in seguito a sì magnifico e lieto avvenimento, gli israeliti
venissero a trovarsi in Palestina in una posizione di preponderanza e di privilegio. Se
dobbiamo giudicare dallo stato presente, purtroppo ciò che temevamo si è verificato.
È noto infatti che la condizione dei cristiani in Palestina non solo non è migliorata,
ma è stata anzi peggiorata dai nuovi ordinamenti civili colà stabiliti, i quali mirano se non nelle intenzioni di chi li ha promossi, certamente però nel fatto - a scacciare la
cristianità dalle posizioni che ha finora occupate, per sostituirvi gli ebrei. Né
possiamo inoltre non deplorare il lavoro intenso che molti fanno per togliere il
carattere sacro ai Luoghi Santi, trasformandoli in ritrovi di piacere con tutte le
attrattive della mondanità: il che, se è dappertutto riprovevole, molto più è dove si
incontrano ad ogni passo le più auguste memorie della religione.
Ma poiché la condizione della Palestina, non è stata ancora definitivamente regolata,
Noi fin d'ora leviamo la Nostra voce, affinché, quando sarà giunto il tempo di darle
un assetto stabile, siano assicurati alla Chiesa Cattolica e a tutti i cristiani i diritti
inalienabili che essi vi posseggono. Noi non vogliamo certamente che siano
menomati i diritti dell'elemento ebraico; intendiamo però che essi non si debbano in
alcun modo sovrapporre ai giusti diritti dei cristiani. E a questo scopo esortiamo
caldamente tutti i Governi delle Nazioni cristiane, anche non cattoliche, a vigilare ed
insistere presso la Società delle Nazioni, che, come si dice, dovrà prendere in esame il
regolamento del mandato inglese in Palestina.
Benedetto XV
(Allocuzione al Concistoro del 13-6-1921 )
5. L'EPISTOLA SU DANTE ALIGHIERI
Il 30 aprile 1921 Benedetto XV pubblica l'epistola In praeclara summorum sulla
figura di Dante Alighieri, nel sesto centenario della morte. Può apparire curioso
ricordarla nel contesto di un'opera che, per evidenti ragioni di spazio, deve limitarsi a
rievocare soltanto i principali documenti dei papi, ma essa contiene importanti
osservazioni sul pensiero sociale di Dante e, oltretutto, si inseriva allora in una
polemica contro coloro che celebravano Dante separandolo dal cristianesimo. Figura
troppo grande per essere attaccata, l'Alighieri viene infatti spesso utilizzato dalle
diverse ideologie prescindendo dalla sua fede e dalla cultura che ispira le sue opere.
La fede e la cultura di Dante
La Chiesa lo «reclama come suo figlio» - scrive Benedetto XV - e anzi rileva «come
sia di somma giustizia l'attribuire in gran parte al Cattolicesimo gli elogi tributati a
sì grande nome» e ricorda come Dante «durante tutta la sua vita ha professato in
modo esemplare la religione cattolica».
Anche la cultura di Dante è cattolica, tanto che «prese a somma guida Tommaso
d'Aquino», al quale «deve tutto». La sua Commedia - ricorda il pontefice - assume
come scopo dichiarato «quello di esaltare la giustizia e la provvidenza di Dio» e
presenta una serie di dogmi «in perfetta conformità con la fede cattolica»; anche la
sua cosmologia, pure legata a elementi mitici dell'antichità, coglie comunque la verità
fondamentale, secondo cui «è la volontà di Dio Onnipotente che imprime il moto a
tutta la natura e che pone ovunque un riflesso più o meno potente della sua gloria».
Molti e preziosi sono gli insegnamenti contenuti nelle opere di Dante, validi ancora
oggi per tutti i fedeli: l'epistola di Benedetto XV ricorda la sua «venerazione più
assoluta della Sacra Scrittura» come opera ispirata da Dio, «un rispetto
meraviglioso» per la Chiesa cattolica - che Dante chiama «la tenerissima madre» e
«la sposa del Crocifisso» - e per il papa, che «proclama giudice infallibile della
verità da Dio rivelata» e per i Concili, «ai quali - scrive - nessun fedele dubita che
Cristo abbia partecipato». Se è vero che nelle sue opere Dante ha inveito contro
ecclesiastici e anche nei riguardi di qualche pontefice del suo tempo, bisogna d'altra
parte riconoscere che, in un'epoca in cui «certi membri del clero avevano una
condotta poco edificante, queste invettive nascevano dall'amore profondo per la
Chiesa». Sempre a questo proposito, il papa ricorda come qualche giudizio ingiusto
ed eccessivo può essere perdonato ad un uomo, come Dante, «agitato dai flutti di
enormi sfortune» e vittima di profonde ingiustizie. Se Dante si trovò in opposizione,
per ragioni politiche, con uomini di Chiesa, l'epistola In praeclara summorum ricorda
che l'Alighieri polemizzò «senza allontanarsi da quel rispetto che un buon figlio deve
a suo padre, un buon figlio a sua madre, un buon figlio a Cristo, un buon figlio alla
Chiesa». Dante poteva dissentire dai papi quanto a scelte umane, ma non si discosta
mai dal loro magistero quanto ai princìpi.
Dante e la civiltà cristiana
Se l'opera di Dante non può essere compresa senza il legame con la Fede, così
verrebbe travisata se non si tenesse conto che uno dei suoi scopi è «cantare le
istituzioni cristiane, di cui egli contemplava con tutta l'anima la bellezza e lo
splendore, comprendendole magnificamente e ritenendole sua stessa vita».
Cantore innamorato dell'idea imperiale in una prospettiva culturale rigorosamente
cristiana - e non «ghibellina» nel senso di una separazione fra l'autorità temporale e
quella spirituale, di stampo laicista -, Dante sostiene appunto che la dignità
dell'imperatore viene direttamente da Dio; tuttavia - scrive - «questa verità non deve
essere presa in un senso tanto assoluto che il Principe Romano non si sottometta, in
questo o in quel punto, al Romano Pontefice; poiché la prosperità mortale della terra
è in qualche sorta subordinata alla felicità eterna» (Monarchia, m, 16). «Principio
eccellente e pieno di saggezza - commenta Benedetto XV - che, se oggi fosse
osservato fedelmente, porterebbe agli Stati i più abbondanti frutti di prosperità».
L'epistola afferma ancora che l'opera di Dante è «una preziosa miniera di dottrina
cattolica» non solo per la filosofia e la teologia, ma anche per una «sintesi delle leggi
divine sul governo e sull'amministrazione degli Stati». L'essenza di questo
insegnamento è che «il primo e più sicuro fondamento delle nazioni» è «il
mantenimento dei diritti di Dio» e il rispetto della sua legge.
Benedetto XV ricorda anche come Dante sia «quasi un nostro contemporaneo»,
perché la funzione sociale della sua letteratura è vicina all'anima cattolica di ogni
tempo e anche per l'utilizzazione del fascino della poesia «per guidare il lettore
all'amore della verità cristiana», fine che si proponeva.
L'insegnamento di Dante nella scuola
In conclusione della sua epistola, Benedetto XV polemizza con gli autori laicisti dei
programmi scolastici, che portano nelle scuole l'insegnamento su Dante ma cercano
assurdamente di separarlo dalla fede e dall'amore per la civiltà cristiana: così, da
Dante «i giovani non traggono quasi mai l'alimento di vita che il poema invece deve
produrre». Occorre invece che gli insegnanti si sforzino di fare di Dante «un maestro
di dottrina cristiana per gli studenti» riconoscendo nel poeta «il più eloquente dei
predicatori e degli araldi della dottrina cristiana, Più voi l'amerete, più il raggio
della verità trasfigurerà profondamente le vostre anime e più resterete servi fedeli e
devoti della nostra Fede».
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APPENDICE AL PARAGRAFO 5
DEL CAPITOLO IV
DUE NUOVE REALTÀ: IL PARTITO POPOLARE E L'UNIVERSITÀ
CATTOLICA
Il 18 gennaio 1919 viene lanciato da Roma l'appello «a tutti gli uomini liberi e forti»
con cui nasce il Partito Popolare Italiano, che avrà don Luigi Sturzo come primo
segretario politico. Pochi mesi dopo, il 2 aprile, padre Agostino Gemelli convoca un
comitato promotore per gettare le basi del primo statuto dell'Università Cattolica del
Sacro Cuore.
Il Partito Popolare nasce dal complesso e variegato mondo cattolico del dopoguerra
ed è caratterizzato da una componente che esce dall'esperienza modernista dei primi
venti anni del secolo - come ricorda lo stesso don Murri nell'intervista che abbiamo
riportato più sopra - ma anche da cattolici conservatori e da una cosiddetta «ala
destra» composta da cattolici intransigenti come Filippo Sassoli de' Bianchi, Stefano
Reggio d'Aci, Vincenzo Del Giudice e lo stesso Giovanni Battista Paganuzzi, che
contestano l'aconfessionalità del PPI. Ma la critica al partito più conosciuta è quella
contenuta nell'opuscolo di padre Gemelli e di Mons. Francesco Olgiati Il programma
del Partito Popolare Italiano. Come non è e come dovrebbe essere, che accusa il
programma del partito di essere succube dell'ideologia liberale e di annacquare la
propria fisionomia cattolica.
Proprio gli autori di questo opuscolo sono i principali artefici del progetto che negli
stessi giorni porta anche in Italia alla fondazione di una università cattolica. A lungo
desiderata dai cattolici dell'Opera dei Congressi nel clima di opposizione al
monopolio educativo detenuto dallo Stato liberale negli ultimi decenni dell'Ottocento,
l'Università Cattolica può nascere in seguito alla prima guerra mondiale con il duplice
riconoscimento della Santa Sede e dello Stato italiano. Viene infatti inaugurata il 7
dicembre 1921 alla presenza del cardinale Achille Ratti, nominato per l'occasione
legato pontificio, del segretario del PPI, don Sturzo, che pronuncia un discorso
unitamente al rettore, padre Gemelli, e al sottosegretario alla Pubblica Istruzione, on.
Anile, deputato dello stesso PPI.
V . PIO XI, UN PAPA NELL'ETA' DEI TOTALITARISMI
(1922-1939)
1. LA VITA, IL PONTIFICATO
Cercò sempre di fare tutto nel miglior modo possibile, dalla mansione più umile a
quella più importante, secondo lo spirito che ispirerà queste sue parole, scritte da
sommo pontefice: «Le cose straordinarie difficilmente si presentano; la vita di tutti è
un tessuto di piccole cose, di cose comuni [...] che possono divenire straordinarie
quando siano compiute con la perfezione della virtù cristiana» (discorso del 17
dicembre 1922). Ma a questo papa toccherà il non facile compito di guidare la Chiesa
cattolica negli anni difficili che precedono la seconda guerra mondiale.
Achille Ratti, da Desio
Era nato a Desio, nella provincia di Milano, il 31 maggio 1857. Ordinato sacerdote
nel 1879, tre anni dopo ritorna da Roma nella diocesi milanese con tre lauree, in
diritto canonico, filosofia e teologia. Viene assegnato alla parrocchia di Barni, in
Valassina, poi incaricato dell'insegnamento in seminario e quindi, nel 1888, viene
nominato Dottore della Biblioteca Ambrosiana della quale, nel 1907, diventa prefetto.
Alla Biblioteca Ambrosiana, nel 1890, inizia la pubblicazione degli Acta Ecclesiae
mediolanensis, ma nel 1911, per volontà di Pio X, viene chiamato anche alla
Biblioteca Vaticana, come vice-prefetto.
Nel 1918 diventa prefetto della Biblioteca Vaticana, ma l'anno seguente un nuovo
incarico completamente diverso dai precedenti lo porta lontano da Roma e dall'Italia:
viene infatti nominato visitatore apostolico in Polonia e l'anno successivo diventa
nunzio della nazione appena ricostruita, in seguito alla prima guerra mondiale.
Nella nazione polacca conoscerà da vicino il problema rappresentato dall'ideologia
socialista, appena insediatasi al potere nella vicina Russia, dopo la Rivoluzione
d'Ottobre del 1917. Nel 1920 rimarrà, unico fra i diplomatici, nella Varsavia assediata
dall'Armata Rossa e negli stessi mesi assisterà al «miracolo della Vistola», cioè alla
vittoria delle truppe polacche contro quelle socialiste, avvenuta proprio attorno al
fiume polacco dal quale prenderà il nome. Sempre a Varsavia, il 28 ottobre 1919, era
stato consacrato vescovo.
Nel 1921 viene sottratto alla vita diplomatica per quella pastorale, in quanto nominato
arcivescovo di Milano. Guiderà la diocesi ambrosiana soltanto per cinque mesi,
perché il 6 febbraio 1922 viene eletto papa.
Con il passo dello scalatore
Dopo essersi dedicato agli studi e all'attività diplomatica per molti anni, in pochi mesi
di vita pastorale diventa la guida dei cattolici del mondo. Avrebbe immediatamente
sorpreso tutti impartendo la prima benedizione Urbi et Orbi dalla loggia esterna della
basilica di San Pietro, per la prima volta dopo la Breccia di Porta Pia; con questo
gesto indica immediatamente la disponibilità della Santa Sede a cercare una forma di
convivenza con gli Stati moderni - che si sarebbe poi concretizzata nei numerosi
Concordati stipulati durante il pontificato - allo scopo di garantire giuridicamente
l'azione dei cattolici nella vita pubblica contemporanea.
Trascorrono molti mesi dall'elezione alla prima enciclica e il fatto, inusuale, non
passa inosservato e viene criticato: ma invece di rappresentare una difficoltà, questa
attesa prelude a un'attività straordinariamente ricca, come dimostreranno le ventitré
encicliche e l'alto numero di documenti e discorsi. Così spiegherà il cardinale Carlo
Confalonieri rievocando Pio XI nel trentesimo anniversario della morte: «Non
sapevano che lo scalatore (e tale egli era stato, nel senso più genuino della parola)
usa procedere con passo lento e misurato, proprio per arrivare più sicuramente alla
meta. Se ne accorsero, quando pochi giorni avanti Natale uscì la prima e
programmatica Lettera Enciclica Ubi Arcano Dei e assistettero negli anni successivi
al massiccio succedersi di opere, avvenimenti e documenti, da "togliere il respiro"»
(in Achille Ratti visto da vicino, I quaderni albiatesi de «il Cittadino della domenica»,
n. 30, 7-12-1988, p. 17).
Le tre encicliche programmatiche
Luigi Crippa - un autore che ha recentemente curato la pubblicazione di alcune fra le
principali encicliche di Pio XI (Contro i nuovi idoli, Messaggero, Padova 1983) ritiene che il programma del pontificato di Pio XI si articoli attorno a tre documenti
principali, le encicliche Ubi arcano Dei, Quas primas e Miserentissimus Redemptor.
La prima, del 23 dicembre 1922, inaugura il pontificato, anche se cronologicamente
era stata preceduta da una Lettera apostolica ai vescovi italiani, pubblicata il 6 agosto
dello stesso anno. Come avviene in tutte le encicliche inaugurali, il papa vi traccia le
linee di fondo a cui ispirerà la sua azione e lancia la «parola d'ordine» del pontificato.
L'enciclica Ubi arcano Dei parte dalla constatazione del permanere di una crisi
mondiale a quattro anni dalla fine della guerra, crisi internazionale caratterizzata dal
fatto che i popoli non hanno ancora ritrovato le vie della pace. Questa crisi si
ripercuote anzitutto nella vita interna delle singole nazioni, manifestandosi attraverso
il dilagare della lotta di classe, particolarmente in seguito alla vittoria bolscevica in
Russia, e la continua lotta fra i partiti, vero cancro che corrode le democrazie
rappresentative, i regimi «più esposti al sovvertimento delle fazioni» scrive Pio XI.
Questa crisi sociale, continua l'enciclica, arriva a colpire la famiglia e di conseguenza
compie l'ultimo passaggio, giungendo fino all'individuo, preda, scrive il pontefice, di
una «irrequietezza morbosa in ogni età e condizione», del «disprezzo
dell'ubbidienza» e «dell'intolleranza della fatica», della dimenticanza del pudore e
della «ostentazione del lusso», che spesso diventa «insulto aperto dell'altrui
miseria».
Il papa mostra così come ogni crisi internazionale si ripercuota sui singoli uomini e
ricorda anche le tristi conseguenze della guerra nell'ordine spirituale, come la
mancata riapertura di molte chiese utilizzate per usi profani durante il conflitto, la
mancata riapertura di seminari, l'eliminazione in molti luoghi della predicazione della
parola di Dio e l'impossibilità per molti missionari di ritornare nelle terre di missione
dove si trovavano prima che iniziasse il conflitto. Tutti questi mali non possono
essere dimenticati, nonostante alcuni aspetti positivi siano emersi nel corso del
conflitto, che il papa ricorda per dimostrare come Dio sappia trarre il bene anche dal
male.
L'enciclica non si limita a descrivere la crisi ma ne indica le cause e i possibili rimedi.
Anzitutto la triplice concupiscenza, che opera non soltanto fra gli individui ma anche
fra le nazioni, come dimostrano «lo smoderato nazionalismo» ma soprattutto il rifiuto
di Dio, espulso dalla società, dalla famiglia e dalla scuola; quest'ultima è la causa
delle cause della crisi che colpisce le nazioni e gli individui, e contro questo male che l'enciclica Quas primas identifica nel laicismo, «la peste dell'età nostra» - Pio XI
indica il rimedio principale nella formula «Pax Christi in regno Christi», che
diventerà il programma del pontificato.
La regalità di Gesù
Per realizzare la pace, scrive il pontefice, bisogna instaurare il regno di Cristo,
riassumendo così i due propositi principali dei suoi predecessori, Pio X («instaurare
omnia in Christo») e Benedetto XV, (porre fine a «l'inutile strage»). Il tema della
regalità di Cristo viene sviluppato nell'enciclica Quas primas, dell'11 dicembre 1925,
con la quale viene istituita in tutta la Chiesa universale la festa liturgica di Cristo re,
da celebrarsi l'ultima domenica del mese di ottobre.
Gesù Cristo - afferma Pio XI - non è re soltanto per diritto di natura, in quanto
seconda persona della Santissima Trinità, ma anche per diritto di conquista, avendo
come Uomo «conquistato» tale titolo con il sacrificio della sua vita per la redenzione
degli uomini e del mondo. Come tale, Gesù Cristo ha in sé la triplice potestà
legislativa (cfr. Gv. 14,15 e 15,10), giudiziaria («il Padre non giudica nessuno, ma ha
rimesso ogni giudizio al figlio», Gv. 5,22) ed esecutiva, poiché tutti coloro che
vogliono sfuggire al castigo eterno devono obbedire ai suoi comandi.
Il suo regno «non è di questo mondo» e nel corso della sua vita terrena Gesù ha
sempre voluto dissipare l'equivoco che lo voleva come il Messia temporale venuto
sulla terra per ripristinare il regno d'Israele e scacciare i romani. Ma - aggiunge Pio
XI - «gravemente errerebbe chi togliesse a Cristo-Uomo il potere su tutte le cose
temporali, dato che egli ha ricevuto dal padre un diritto assoluto su tutte le cose
create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio». Nello stesso senso, continua il
papa, non si deve credere che la regalità di Cristo riguardi soltanto i battezzati, perché
essa si estende su tutto il genere umano, come aveva già ricordato Leone XIII
nell'enciclica Annum Sacrum del 25 maggio 1899. E, ancora, Pio XI ricorda come
questa regalità non riguardi soltanto i singoli ma abbracci anche le nazioni, e in
questo senso si appella a tutti i capi perché prestino «pubblica testimonianza di
riverenza e di ubbidienza all'impero di Cristo insieme ai loro popoli», perché «è lui
solo la fonte della salute privata e pubblica».
Se con la prima enciclica Ubi arcano Dei, Pio XI aveva esaminato la gravità e le
cause della crisi dell'umanità, indicandone anche i principali rimedi, con la Quas
primas e con l'istituzione della festa liturgica di Cristo re, il papa vuole ribadire che la
regalità di Cristo è universale e sociale, e pertanto rappresenta il più efficace ostacolo
alla diffusione del laicismo, questo male dell'epoca che porta gli uomini e le nazioni a
organizzare la loro vita personale e pubblica come se Dio non esistesse e spesso in
opposizione alla sua legge.
La riparazione al Sacro Cuore
Che cosa avrebbero dovuto fare i fedeli per favorire la restaurazione della regalità di
Cristo e così opporsi al laicismo diffuso dalle ideologie del tempo? Dal mancato
riconoscimento della regalità di Cristo e dalla correlativa offesa, nasce il dovere della
riparazione da parte dei cristiani verso Colui che viene dimenticato ed oltraggiato dal
mondo. Per questo fine viene promulgata l'enciclica Miserentissimus Redemptor, del
9 maggio 1928, esplicitamente collegata con le apparizioni avvenute a santa
Margherita Maria Alacoque, nel 1674, a Paray-le-Monial, che iniziarono la diffusione
del culto al Sacro Cuore in tutto il mondo cattolico.
La prima conseguenza della diffusione di questo culto era stata la pratica della
consacrazione, mediante la quale singoli, famiglie, associazioni, Stati e infine, nel
1900, per iniziativa di Leone XIII, tutto il genere umano, si erano consacrati al Sacro
Cuore di Gesù. Ma l'offerta di sé stessi e delle proprie opere non poteva bastare di
fronte agli oltraggi ai quali il Redentore era continuamente sottoposto, e appunto così
nasce il proposito della riparazione al Cuore di Gesù, per «risarcire gli oltraggi in
qualsiasi modo recatigli», cominciando dai peccati personali.
Il sacrificio di Cristo ha certamente espiato tutto il debito contratto dal peccato
dell'uomo con Dio; ma, come ha scritto sant'Agostino, rimanevano da compiersi le
sofferenze nel Corpo di Cristo, cioè nella Chiesa. Così il sacrificio del Signore
continua a rinnovarsi, anzitutto nella Messa, ma richiede anche la collaborazione
riparatrice di tutti i fedeli, tanto più nel mondo moderno «i cui re o governi
veramente si sono sollevati e hanno congiurato insieme contro il Signore e contro la
sua Chiesa», come ricorda la Miserentissimus Redemptor.
Questa azione riparatrice - afferma Pio XI - non ha soltanto una funzione espiatrice,
ma anche consolatoria. Misticamente, cioè misteriosamente, ma realmente, Dio ha
voluto essere consolato dalle preghiere, dai sacrifici e dalle opere degli uomini.
Quando Gesù si trovava in agonia nell'orto durante la sua Passione, angosciato fino a
sudare sangue per i peccati degli uomini, compresi quelli futuri ma previsti, «non è a
dubitare - scrive il papa - che qualche conforto non abbia anche fin d'allora provato
per la previsione della nostra riparazione».
Un'opera di consolazione
Riparazione, dunque, sia individuale che sociale, ma anche opera di consolazione
verso il Cuore di Gesù, imitando l'Angelo che lo conforta durante l'agonia nell'orto
dopo aver sudato sangue. Queste sono le indicazioni che il papa affida alla
Miserentissimus Redemptor, con la speranza di promuovere la diffusione di questa
pratica riparatrice, allo scopo anche ordinando la lettura di un atto di riparazione in
tutte le chiese in occasione della festa del Sacro Cuore.
La pace di Cristo attraverso il riconoscimento della sua regalità e per mezzo di opere
riparatrici: ecco il programma e lo scopo ultimo del lungo pontificato di papa Ratti.
L'ultimo discorso
Pio XI muore il 10 febbraio 1939 alla vigilia del decennale della Conciliazione; per
questa importante ricorrenza aveva convocato a Roma tutti i vescovi italiani, che
assistono ai suoi solenni funerali non avendo potuto ascoltare il discorso che aveva
preparato per l'anniversario. Quest'ultimo - che darà luogo a molte congetture perché,
diranno alcuni storici, ma non era vero, avrebbe contenuto una condanna del regime
fascista - verrà pubblicato nella sua parte sostanziale da Giovanni XXIII.
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APPENDICE AL PARAGRAFO 1
DEL CAPITOLO V
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EVENTI POLITICI DURANTE
I PONTIFICATI DI PIO XI E PIO XII
1921-1926
Avvicinamento fra Russia e Germania che stipulano il Trattato di Rapallo, nel 1922,
con il quale viene sancita la clausola della nazione favorita negli scambi commerciali.
C'è una clausola segreta che permette alla Germania di addestrare gli ufficiali delle
truppe corazzate e i piloti militari in Russia, e a quest'ultima di ottenere l'assistenza di
tecnici tedeschi per la produzione bellica.
28-10-1922
Dopo la marcia su Roma delle Camice Nere fasciste, Benito Mussolini viene
nominato presidente del Consiglio dal re Vittorio Emanuele III.
1923
Occupazione francese della Ruhr in seguito alla mancata osservanza da parte della
Germania di quanto stabilito dal Trattato di pace. Riprendono comunque i negoziati.
1925
Con la mediazione inglese e italiana si giunge al Trattato di Locarno, che stabilisce
un periodo di distensione in Europa. La Germania riconosce i confini occidentali e la
smilitarizzazione della Renania; viene così ammessa nella Società delle Nazioni.
23/29-10-1929
Crolla la Borsa.valori di New York: crisi economica in quasi tutti i paesi europei.
Negli USA la produzione industriale diminuisce dal 1929 al 1932 del 54%. Ne
derivano fallimenti, disoccupazione e crack bancari. Con l'elezione di F. D.
Roosevelt, nel 1933, comincia il New Deal, che prevede un maggiore intervento dello
Stato nella vita economica del paese.
4-1-1933
Hitler è nominato Cancelliere dal presidente Hindenburg; con la «legge sui pieni
poteri» del 21.3 il parlamento perde ogni autorità a vantaggio del governo, presieduto
da Hitler.
1935
In aprile, alla Conferenza di Stresa, Gran Bretagna, Francia e Italia condannano le
violazioni degli obblighi previsti dalla Società delle Nazioni da parte della Germania.
1936
Il 7 marzo Hitler decide l'occupazione della Renania smilitarizzata. Le nazioni
occidentali reagiscono solo con proteste formali e comincia così il riarmo ufficiale
tedesco.
1936-1938
In URSS avviene la Grande Purga, con l'eliminazione dei vecchi rivoluzionari nel
partito e nell'esercito. Oltre ai rivali, socialisti, Stalin fa deportare e assassinare
milioni di cittadini.
agosto 1936
Inizia la guerra civile in Spagna.
13.3.1938
«Anschluss»: l'Austria viene incorporata al Reich.
29.9.1938
Patto di Monaco tra Francia, Inghilterra, Germania e Italia, in cui viene decisa la
cessione dei Sudeti dalla Cecoslovacchia alla Germania.
15/16-3-1939
Marcia delle truppe tedesche sulla Cecoslovacchia. È proclamato il Protettorato del
Reich su Boemia e Moravia.
26-3-1939
Rottura dei negoziati fra Germania e Polonia. Denuncia del patto navale anglotedesco, dopo la dichiarazione di garanzia per la Polonia da parte di Francia e
Inghilterra (31-3).
22-5-1939
«Patto di Acciaio» fra Germania e Italia, che contempla il reciproco intervento in
guerra a sostegno dell'alleato coinvolto in un conflitto.
27-8-1939
Patto di non aggressione fra URSS e Germania, con un protocollo segreto che
definisce le reciproche zone d'influenza nell'Europa Orientale.
1-9-1939
Attacco tedesco alla Polonia. Mussolini dichiara la non belligeranza. Dopo una
campagna militare di circa un mese, la Polonia diventa un Governatorato generale
asservito alla Germania.
3-9-1939
Scaduto l'ultimatum, Inghilterra e Francia dichiarano guerra alla Germania.
17-9-1939
L'URSS invade la Polonia orientale.
28-9-1939
Trattato sovietico-tedesco di amicizia, che lascia mano libera all'URSS in Lituania,
Lettonia, Estonia.
30-11-1939
Attacco sovietico alla Finlandia, che provoca l'espulsione dell'URSS dalla Società
delle Nazioni.
2. SULL'EDUCAZIONE
Il 31 dicembre 1929, al termine dello stesso anno in cui aveva stipulato la
Conciliazione con lo Stato italiano, Pio XI promulga un'enciclica - la Divini illius
Magistri - sul tema dell'educazione, esprimendo così l'attenzione della Chiesa verso
questo settore tanto importante per la vita delle nazioni.
«Si dedicano tante cure per la vita professionale e si è impreparati nel compito più
importante che riguarda l'educazione dei figli». Pio XI rivolge questo monito ai
genitori cristiani nell'ambito della Divini illius Magistri, un vero trattato
sull'educazione, scritta nella prima stesura in lingua italiana, forse per ricordare al
regime fascista che il mondo cattolico non avrebbe abdicato su un terreno così
decisivo.
A chi spetta l'educazione?
«L'educazione è opera necessariamente sociale, non solitaria»: tale opera, scrive il
papa, secondo il progetto divino appartiene alla famiglia e alla società civile,
nell'ambito naturale, e alla Chiesa, società di ordine soprannaturale. A quest'ultima,
l'educazione appartiene per l'espressa missione ricevuta da Gesù Cristo «Andate,
ammaestrate tutte le genti» (Mt. 28,19) e a causa della maternità spirituale che la
contraddistingue, per cui sant'Agostino scriveva che «non avrà Dio per padre chi
avrà rifiutato di avere la Chiesa per madre».
Alla famiglia la missione di educare è stata data direttamente dal Creatore e questo
diritto è anteriore a qualsiasi intervento della società civile e dello Stato. Quest'ultimo
ha certamente il diritto di riservarsi alcuni ambiti educativi - come «l'istituzione e la
direzione di scuole preparatorie ad alcuni suoi dicasteri e segnatamente alla milizia»
- ma il suo intervento nel campo dell'educazione deve rispettare il principio di
sussidiarietà, cioè deve «proteggere e promuovere, non già assorbire, la famiglia e
l'individuo, o sostituirsi ad essi».
Pio XI mette in luce anche alcuni aspetti negativi della cultura pedagogica del tempo,
soprattutto ispirata al «naturalismo pedagogico», che non tiene conto o addirittura
nega l'esistenza e le conseguenze del peccato originale e la necessità di correggere le
inclinazioni disordinate del giovane. Il papa mette così in guardia contro i tentativi di
sottrarre «l'educazione da ogni dipendenza della legge divina», dalla cosiddetta
«educazione sessuale» e dalla «coeducazione», che favorisce la promiscuità e
l'uguaglianza livellatrice, dimenticando la diversità e la complementarietà dei sessi
secondo il progetto originario di Dio.
L'importanza dell'ambiente
Assolutamente necessaria, affinché si possa educare con speranza di risultati positivi,
è la presenza di ambienti adatti e favorevoli, quali dovrebbero essere la famiglia, la
Chiesa e la scuola. Quest'ultima, in particolare, è molto importante perché in essa il
giovane trascorre gran parte della sua giornata, ricevendone una notevole influenza.
In particolare, la Divini illius Magistri condanna la scuola neutra, laicista, che esclude
la religione dall'insegnamento, ma ricorda che non è sufficiente inserire l'istruzione
religiosa per rendere la scuola conforme ai princìpi cristiani. Su questo punto il papa
sembra fare appello alla necessità dell'«unità del sapere» nei programmi scolastici,
affinché la religione sia il coronamento di un insegnamento coerente in tutte le
materie e allo scopo di superare quelle forme di relativismo grazie alle quali ogni
insegnante «dice la sua», con il risultato di disorientare gli studenti.
Perciò, dice il pontefice, bisogna che lo Stato rispetti il diritto anteriore della famiglia
ad avere una scuola conforme ai suoi princìpi, anzitutto rinunciando alla scuola che
prevede l'insegnamento della religione ma con professori anche non cattolici, e
lasciando libertà e sostenendo anche finanziariamente le scuole volute dalla Chiesa e
quelle promosse da genitori.
A distanza di oltre sessant'anni e nonostante i Patti Lateranensi, il desiderio di Pio XI
di vedere la scuola espressione delle esigenze della famiglia e organizzata in modo
conforme ai princìpi naturali e cristiani non si è ancora avverato, almeno in Italia,
dove lo Stato continua a penalizzare le scuole non statali costringendo i genitori che
le scelgono a pagare rette spesso molto alte e senza alcuno sgravio fiscale, a fronte
della virtuale gratuità della scuola di Stato.
3. LA QUADRAGESIMO ANNO NELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
L'uomo è un essere sociale che secondo il progetto di Dio raggiunge la pienezza della
sua umanità attraverso i rapporti con i suoi simili, costituendo con loro alcuni legami
che danno vita a società - di diversa perfezione - per mezzo delle quali persegue il
suo fine naturale e soprannaturale.
Le regole che caratterizzano la vita di queste società si apprendono osservando la
natura dell'uomo nella sua dimensione sociale e riflettendo sull'esperienza storica
delle nazioni, oltre che assumendo i dati offerti dalla Rivelazione cristiana, contenuti
nelle Scritture ed insegnati dal magistero.
Ecco così, in estrema sintesi, il contenuto della dottrina sociale naturale e cristiana,
una teologia morale della società - come scriverà Giovanni Paolo II nell'enciclica
Sollicitudo rei socialis - che tiene conto della natura umana, dell'esperienza storica e
della Rivelazione, per essere quindi formulata dai diversi documenti papali ed
elaborata dagli esperti della materia, ecclesiastici e laici.
La dottrina sociale naturale e cristiana sulla società non nasce dunque nel XIX secolo
- come spesso si vuoi far credere, quasi per ridurne l'importanza -, come risposta al
liberalismo e al socialismo, non comincia perciò con la Rerum novarum, ma consiste
semplicemente nell'attenzione che l'uomo - da cui il termine dottrina naturale - e la
Chiesa - da cui il termine cristiana - devono portare al progetto creatore di Dio, alla
verità sull'uomo e sui rapporti con i suoi simili e con le cose create. In questo senso i
dieci comandamenti sono la più perfetta sintesi di morale sociale, oltre che
individuale, che oltretutto ci insegnano come ragione e Rivelazione si incontrino
sempre, provenendo entrambe dallo stesso Dio creatore. Infatti il Decalogo è
espressione della riflessione razionale dell'uomo su se stesso e sui suoi doveri sociali
- quale miglior cittadino si potrebbe immaginare di quello che rispettasse davvero i
dieci comandamenti - e insieme Rivelazione di Dio agli uomini, attraverso la
consegna delle Tavole della legge dal Signore a Mosé sul monte Sinai.
Ma qualcuno potrebbe obiettare che la Chiesa comincia a parlare di dottrina sociale
soltanto nella seconda metà del XIX secolo. È certamente vero, si può rispondere,
anzi fino al nostro secolo il termine non compare neppure nei documenti sociali dei
pontefici. Ma non si può negare che tutti gli interventi in tema sociale presenti nelle
Scritture, nei testi dei Padri e del magistero, lungo il corso dei secoli vanno a
costituire quel patrimonio che oggi viene chiamato appunto dottrina sociale della
Chiesa.
Dalla Rerum novarum alla Quadragesimo anno
È indubbio però che l'enciclica Rerum novarum di Leone XIII segna una svolta. Gli
interventi del magistero, che fino ad allora erano occasionati da avvenimenti,
controversie o ricorrenze, con la Rerum novarum cominciano a diventare parti di un
corpo di princìpi sempre più organico, costruito per dare indicazioni dottrinali e
pratiche ai cattolici e agli «uomini di buona volontà».
La Chiesa si trova costretta, dal venir meno della società cristiana e dal progredire
delle ideologie, a spiegare ai fedeli e a tutti gli uomini le ragioni di questa crisi e a
fornire le indicazioni anzitutto dottrinali per ricostruire una società conforme ai
princìpi cristiani. Il magistero della Chiesa, in ultima analisi, di fronte ad ideologie
che pretendono di rifare l'uomo e il mondo secondo un progetto umano, deve
confutare queste teorie e ricordare l'esistenza di un fondamentale piano di Dio
sull'uomo e sulla società.
La differenza più radicale fra una qualsiasi ideologia e la dottrina cattolica consiste
proprio in questo: la Chiesa, al contrario dei vari atteggiamenti ideologici, non
«produce» la verità, ma la cerca nella realtà della Creazione, la riconosce e si sforza
di insegnarla, incitandone la messa in pratica.
Il diritto-dovere di giudicare
L'enciclica Quadragesimo anno rimane uno dei capisaldi della dottrina sociale della
Chiesa.
Promulgata nel 1931, in essa il papa anzitutto commemora, a quaranta anni di
distanza, la Rerum novarum, che definisce la «Magna Charta sulla quale deve posare
tutta l'attività cristiana del campo sociale» - e quindi ne ricorda i frutti. Fra questi,
Pio XI mette in evidenza la nascita di «una vera sociologia cattolica», il parziale
accoglimento da parte della legislazione di alcuni Stati di indicazioni contenute
nell'enciclica e quindi la nascita di una nuova disciplina giuridica, il diritto del lavoro.
Pio XI prende spunto dalla ricorrenza dell'enciclica di Leone XIII per ricordare che
spetta alla Chiesa «il diritto e il dovere di giudicare con suprema autorità intorno a
siffatte questioni sociali ed economiche», anche se non per quanto riguarda gli aspetti
tecnici, che non hanno diretta attinenza con la morale. In questa prospettiva, il papa
usa parole molto dure sia verso il liberalismo, che dimentica l'aspetto sociale della
proprietà e tende a un individualismo egoistico, sia verso il socialismo, che mirando
all'abolizione della proprietà privata porta a un collettivismo indiscriminato. La
condanna di quest'ultima ideologia si riferisce non soltanto al socialismo nella
versione comunista, ma anche al socialismo più moderato che, pur rifiutando la
violenza e proponendo riforme graduali, a volte somiglianti a quelle della dottrina
sociale cristiana, rimane tuttavia legato a una concezione dell'uomo e della società
che è in conflitto con quella cristiana.
Capitale e lavoro
Leone XIII aveva fissato il principio secondo cui «non può sussistere capitale senza
lavoro, né lavoro senza capitale», Favorire l'armonia tra i due fattori portanti della
vita dell'uomo è uno dei fondamenti della dottrina sociale della Chiesa. A questo fine
il pontefice ricorda le ingiuste rivendicazioni del capitale, che per lungo tempo
«troppo aggiudicò a se stesso» lasciando «appena all'operaio quel tanto che bastasse
a ristorare le forze e a riprodurle» e assumendo i princìpi del liberalismo inglese, in
particolare quelli della cosiddetta scuola di Manchester. Altrettanto netta è la
condanna delle ingiuste rivendicazioni del lavoro e cioè dell'errore socialista secondo
cui, tolto «quel tanto che basti a risarcire e riprodurre il capitale», tutto il resto
spetta senz'altro ai lavoratori.
Ancora a questo proposito, il papa ricorda il tema del giusto salario, che andrebbe
adeguato alle esigenze dell'operaio e della sua famiglia (per evitare che le madri siano
costrette a lavorare fuori casa), allo «stato dell'azienda» (perché «è ingiusto chiedere
esagerati salari quando l'azienda non li può sopportare») e alle necessità del bene
comune e dello stato generale dell'economia, anche allo scopo di favorire la maggior
occupazione possibile.
Il principio di sussidiarietà
Uno dei punti più importanti di dottrina sociale contenuti nell'enciclica di Pio XI
riguarda l'enunciazione, in termini che resteranno classici, del principio di
sussidiarietà, secondo il quale gli individui, le famiglie e le comunità intermedie
devono poter fare tutto quello che riescono con le loro forze e lo Stato deve
intervenire soltanto dove queste forze non sono sufficienti; oltretutto, ricorda il papa,
dall'applicazione di questo principio l'autorità dello Stato uscirà rinforzata e, libera
«da quei pesi che non le sono propri», potrà intervenire con direttive generali
nell'economia del paese.
Le trasformazioni sociali dopo la Rerum novarum
Il capitalismo «non è di sua natura vizioso», scrive Pio XI; ma lo diventa «quando il
capitale vincola a sé gli operai», sfruttando «a suo arbitrio e vantaggio le imprese e
quindi l'economia tutta», prescindendo dalla «dignità umana degli operai», dal
«carattere sociale dell'economia», dalla «stessa giustizia sociale» e dal «bene
comune».
Il papa si sofferma quindi a descrivere il principale mutamento avvenuto nel sistema
capitalistico dopo la Rerum novarum, ossia la concentrazione della ricchezza, in
seguito al «dilatarsi dell'industrialismo», anzi «l'accumularsi [...] di una potenza
enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mano di pochi, e questi
sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale».
Il pontefice ha parole molto forti contro questa economia «divenuta orribilmente
dura, inesorabile, crudele». Essa «è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di
concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti», quelli più violenti e con meno
scrupoli; questo sistema, continua il papa, produce funeste conseguenze fra le quali,
nell'ordine delle relazioni internazionali, le due correnti contrapposte del
«nazionalismo o anche imperialismo economico» e dell'«internazionalismo bancario
o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene».
La crisi morale della società
Pio XI conclude l'enciclica ricordando due verità di grande rilevanza per tutti i
cattolici: l) ogni restaurazione di un ordine sociale più giusto deve essere preceduta
dalla riforma personale degli uomini; 2) il danno maggiore prodotto dai guasti
dell'attuale sistema economico riguarda la salvezza delle anime. Nella parte
conclusiva dell'enciclica, infatti, il pontefice analizza per alcune pagine il disordine
del vigente sistema economico, dell'anarchia del mercato, causata anche dall'assenza
di interventi dell'autorità statale, delle ingiustizie perpetrate anche dietro il paravento
di società anonime: in breve, ricorda come la separazione della scienza economica
dalla legge morale abbia lasciato libero freno alle passioni disordinate degli uomini,
fino a favorire l'attuale situazione di profondo degrado.
Da questo si può uscire - conclude il pontefice - soltanto attraverso la restaurazione
dell'ordine sociale secondo la dottrina evangelica, dove «le cose tutte siano
indirizzate a Dio come a primo supremo termine di ogni attività creata», e queste
ultime siano utilizzate come semplici mezzi che conducono allo scopo; così si potrà
porre fine «alla sordida cupidigia dei soli interessi propri, che è l'obbrobrio e il
grande peccato del nostro secolo».
4. DI FRONTE AL SOCIALCOMUNISMO
di Luigi Casalini
Diventato papa nel 1922, a pochi anni dalla Rivoluzione bolscevica del 1917, dopo
essere stato nunzio apostolico nella Varsavia del 1920 assediata dall'Armata Rossa,
Pio XI ha sempre avuto presenti i problemi dottrinali e pastorali rappresentati
dall'ideologia socialcomunista.
La Chiesa non aveva certamente aspettato l'avvento al potere di Vladimir Ilic Lenin
per analizzare e giudicare l'ideologia socialista e proprio Pio XI ricorda la condanna
pronunciata dal suo predecessore Pio IX nell'enciclica Qui pluribus del 1846, due
anni prima della pubblicazione del Manifesto del partito comunista di Karl Marx e di
Friedrich Engels. Ma è indubbio che il socialismo, conquistando il potere in Russia,
trova una «base operativa» che aumenta di molto le sue possibilità di espansione. La
nascita della II Internazionale - la coalizione dei partiti socialisti di tutto il mondo
sotto la guida di quello russo - e il conseguente sviluppo organizzativo e
propagandistico dei socialisti nelle diverse nazioni europee, costituiscono un
problema sempre più urgente al quale la Chiesa non può né vuole sottrarsi. Anche la
posizione della Chiesa di fronte al fascismo - e una certa benevolenza dimostrata
verso il regime di Benito Mussolini («l'uomo della Provvidenza»), che le causerà
molti attacchi e incomprensioni - dipendono in buona percentuale dal problema
socialista, in quanto appare oggi evidente come una parte del mondo cattolico abbia
considerato positivamente il fascismo soprattutto in una prospettiva anticomunista.
Con l'avvento al potere in Russia, oltretutto, il socialismo dimostra con i fatti che il
suo ateismo militante non si sarebbe fermato all'aspetto verbale e propagandistico, ma
avrebbe colpito, direttamente e violentemente, la struttura ecclesiastica in alto e in
basso, cercando di estirpare la religione nella vita del popolo con l'uso della violenza.
Così, l'ideologia socialista pone ai cattolici sia un problema di sopravvivenza fisica in quanto l'ascesa al potere del socialismo comporta la perdita della libertà per la
Chiesa - sia un problema dottrinale, perché si dimostra una concezione del mondo
assolutamente alternativa al cristianesimo, e capace di influenzare e mobilitare le
componenti più sfruttate nella società liberale: in questo senso Pio XI scriverà che «il
grande scandalo del XIX secolo è la perdita della classe operaia». Tutto ciò spinge
papa Ratti a scrivere un'enciclica che affronti in modo organico il problema socialista,
affinché i fedeli ne conoscano i fondamenti ideologici, ma anche i rimedi e i mezzi
per contrastarne l'espansione mondiale.
La Divini Redemptoris
Viene pubblicata il 19 maggio 1937, soltanto cinque giorni dopo la Mit brennender
Sorge sul nazionalsocialismo – un’altra forma con cui il socialismo si invera -, allo
scopo evidente di evitare l'uso propagandistico della condanna dell'avversario da
parte di entrambi i regimi. Anzitutto l'enciclica ricostruisce le caratteristiche
dell'ideologia in esame, il suo materialismo evoluzionistico che nega l'esistenza di
Dio creatore e che si dovrebbe sviluppare nella storia attraverso la lotta di classe,
portando il mondo e gli uomini verso una società sempre più perfetta, che viene a
sostituire l'ideale cristiano del Paradiso, immanentizzandolo attraverso la promessa
della sua realizzazione sulla terra.
In questo quadro dottrinale, l'uomo è soltanto il momento più elevato dell'evoluzione,
che deve continuare a lottare per realizzare se stesso e per realizzare il mondo nuovo
promesso dall'utopia marxista. Tali fondamenti ideologici comportano la negazione
di ogni diritto naturale della persona, in particolare quelli di professare pubblicamente
la religione, di costruire una società diversa da quella socialista, di provvedere
all'educazione dei figli e di possedere e usare le proprietà.
Liberalismo e socialismo
Come spiegare una così imponente diffusione del socialismo, si chiede Pio XI? E
risponde ricordando anzitutto i guasti prodotti dal liberalismo e dalla sua economia,
tesa solo al profitto, che ha favorito la scristianizzazione soprattutto del mondo
operaio e quindi la penetrazione socialista. Il pontefice usa molta durezza nei
confronti del liberalismo e questo fa capire come la Chiesa, nel condannare il
socialismo, non avesse nessuna intenzione di salvaguardare interessi costituiti:
addirittura Pio XI ricorda come l'ottusa grettezza e l'egoismo prodotti
dall'individualismo liberale abbiano contagiato anche certi imprenditori cattolici, che
il papa accusa esplicitamente di non aver concesso agli operai alcuni diritti
raccomandati dalla Chiesa e addirittura, in qualche caso, di avere impedito «la lettura
della Nostra Enciclica Quadragesimo Anno, nelle loro Chiese patronati». Ma oltre ai
guasti prodotti dal liberalismo, l'enciclica attribuisce una straordinaria importanza alla
capillare propaganda socialista, «veramente diabolica, quale forse il mondo non ha
mai veduto», e inoltre a «una vera congiura del silenzio in una grande parte della
stampa mondiale non cattolica», silenzio, sul pericolo socialista, «favorito da varie
forze occulte le quali da tempo cercano di distruggere l'ordine sociale cristiano».
Rimedi e mezzi di difesa
Spesso si crede che la Chiesa abbia opposto la dottrina sociale cristiana al socialismo
come si contrappone un'ideologia a un'altra. Ma questo è fraintendere l'atteggiamento
cattolico, comunque lo si consideri. La Chiesa non ha mai «prodotto» nessuna verità,
ma si sforza di cercarla nella realtà delle cose e di trasmettere quanto ha ricevuto
dall'alto con la Rivelazione. Così, quando Pio XI indica la pazienza o la carità come
rimedi principali all'espansione dell'ideologia socialista, li intende come valori
costitutivi dell'essere umano che, quando non vengono incarnati nella quotidianità,
lasciano il posto alle ideologie. Ecco che allora l'ironia usata dai marxisti verso la
pazienza predicata ai poveri dalla Chiesa, o peggio l'accusa rivolta a questa
predicazione di essere un modo per proteggere gli interessi dei ricchi, si rivelano
prive di ogni fondamento. Tanto più dopo che le vicende del 1989 in Europa orientale
e in URSS hanno dimostrato il fallimento del «socialismo reale», soprattutto nel
settore dell'economia dove, dopo la predicazione del paradiso in terra e della guerra ai
ricchi, si è prodotta una società infernale e invivibile e tutti i cittadini hanno dovuto
cercare di sopravvivere nella miseria.
In questa luce appare ben fondata la dura affermazione dell'enciclica: «Il comunismo
è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la
collaborazione con esso da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione
cristiana». Come pure la decisione di Pio XI, per allontanare la minaccia, di porre
«[...] la grande azione della Chiesa Cattolica contro il comunismo ateo mondiale
sotto l'egida del potente protettore della Chiesa, san Giuseppe».
*********
APPENDICE AL PARAGRAFO 3
DEL CAPITOLO V
*********
LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA
(1936-1939)
Per molti storici la guerra civile in Spagna ha rappresentato l'anticipazione della
«guerra civile europea», come verrà definita dallo storico tedesco Ernst Nolte la
seconda guerra mondiale.
Ma, analizzandone più attentamente origini e decorso, si incontra la presenza decisiva
del fattore religioso che, al contrario, sarà assente o secondario nel conflitto
mondiale. Dall'instaurazione della Repubblica in Spagna, nel 1931, era infatti iniziata
una violenta persecuzione anticattolica che porterà a molte migliaia di vittime fra
ecclesiastici, religiosi e laici. Anche questo elemento serve per spiegare l'appoggio
della Chiesa alla sollevazione nazionale, che sarà determinante per ottenerle il
consenso popolare.
Il primo aprile 1939 il generale Francisco Franco annuncia la fine della guerra civile.
Pio XII, diventato papa da nemmeno due mesi, in un telegramma dello stesso giorno
al generale spagnolo si rallegra della vittoria, «tanto desiderata dalla Spagna
cattolica».
5. DI FRONTE AL FASCISMO E AL NAZIONALSOCIALISMO
Ragioni di spazio ci costringono ad affrontare in un unico capitolo i rapporti fra la
Chiesa, il fascismo e il nazionalsocialismo, soprattutto analizzando le encicliche che
hanno trattato il problema, rispettivamente la Non abbiamo bisogno, del 29 giugno
1931, e la Mit brennender Sorge, del 14 marzo 1937.
Ma le differenze fra le due ideologie, fra i rispettivi regimi e fra i rapporti di questi
ultimi con la Chiesa cattolica sono tali che meriterebbero trattazioni separate.
Anzitutto perché le vicende storiche italiane negli anni successivi alla marcia su
Roma rimangono condizionate dal permanere del dissidio fra Stato e Chiesa, in
seguito all'annessione militare di Roma da parte del regno d'Italia, nel 1870. Un
dissidio che sia Mussolini sia Pio XI vogliono senz'altra comporre, seppure per
diversi motivi.
Non a caso, un grave contrasto fra il regime e la Chiesa si verificherà proprio
all'indomani della firma dei Patti Lateranensi, a causa dell'opposta interpretazione
datane dal capo del governo e dal papa, e quindi esploderà nel 1931, a proposito del
ruolo che sarebbe dovuto spettare all'Azione Cattolica proprio nell'ambito dei Patti
Lateranensi.
Raggiunta la Conciliazione con la Chiesa, il regime cerca di innestare nella società
italiana quella «svolta totalitaria» descritta da Renzo De Felice nei suoi studi su
Mussolini e sul fascismo.
La «svolta totalitaria»
La «svolta totalitaria» avrebbe dovuto cominciare dalla scuola, al fine di porre le basi
dell'Italia fascista del futuro. In questo tentativo, il regime incontra la presenza e la
resistenza della Chiesa, che appunto rappresenta - accanto alla Monarchia, ma con
una ramificazione sociale che quest'ultima evidentemente non possedeva - il
principale ostacolo al disegno totalitario. Mussolini si rende conto proprio in questi
anni che la Chiesa non avrebbe mai appoggiato incondizionatamente il regime e
inoltre assiste preoccupato al crescere dei militanti del ramo giovanile dell'Azione
Cattolica, dai 121.763 del 1928 ai 145.028 del 1930.
Così, nel febbraio del 1931, sulla stampa fascista cominciano i primi attacchi contro
l'Azione Cattolica, ai quali risponde personalmente il papa con un discorso del 19
aprile, ricordando l'insostituibilità dell'associazione laicale. Si arriva al 20 maggio,
quando con un decreto il capo del governo ordina ai prefetti di sciogliere e vietare le
associazioni giovanili che non facciano capo al partito e all'Opera Nazionale Balilla.
L'ordine viene eseguito, ma un mese dopo, il 29 giugno 1931, Pio XI pubblica
l'enciclica Non abbiamo bisogno.
Il documento merita di essere ricordato perché rappresenta la posizione ufficiale della
Chiesa di fronte al fascismo e perché esprime considerazioni di carattere dottrinale
che rimangono valide nel tempo, a differenza dell'attività politico-diplomatica,
strettamente legata agli avvenimenti contingenti.
Infatti, l'enciclica non si limita a ricostruire i fatti culminati nello scioglimento delle
associazioni giovanili e neppure a ribattere all'accusa di parte fascista secondo la
quale l'Azione Cattolica continuerebbe a occuparsi di politica attraverso la presenza,
nelle sue fila, di esponenti dell'ex-Partito Popolare Italiano. La parte più rilevante
dell'enciclica, o almeno quella meno contingente, ribadisce che il diritto delle
famiglie e della Chiesa a educare la gioventù non può essere assolutamente
menomato dallo Stato, riallacciandosi così a quanto già scritto nell'enciclica Divini
illius Magistri.
Fascismo, socialismo e massoneria
Il papa sembra poi volersi «insinuare» all'interno stesso del regime fascista - che non
condanna «come tale» per denunciare quelle sue componenti ideologiche che
vorrebbero ridurre l'azione della Chiesa «alle pratiche esterne di religione (Messa e
Sacramenti)» in nome di una concezione totalitaria dello Stato.
È significativo, in questo senso, come l'enciclica denunci l'incoerenza
dell'atteggiamento del regime fascista verso il socialismo e la massoneria, che dopo
essere stati messi fuori legge vengono, dal regime stesso, «così largamente
riammessi, come tutti vedono e deplorano, e fatti tanto più forti e pericolosi e nocivi,
quanto più dissimulati e insieme favoriti dalla nuova divisa».
La denuncia di Pio XI è molto diversa dall'antifascismo di stampo liberaldemocratico
o socialcomunista: essa condanna nel fascismo la disponibilità verso le ideologie
rivoluzionarie e le rispettive forze politiche, anticipando così un'analisi e un giudizio
sul fascismo come «fascio» di componenti ideologiche profondamente diverse e
contrastanti fra loro.
Inoltre, l'enciclica lascia intravedere, seppure a grandi linee, il costante atteggiamento
tenuto dalla Chiesa nei confronti del regime fascista: cercare di favorirne una
trasformazione nella direzione dei princìpi della dottrina sociale cristiana - enunciati
in particolare proprio nel 1931 nell'enciclica Quadragesimo anno - oppure preparare
la successione cattolica al regime, se e quando quest'ultimo fosse caduto, attraverso il
mantenimento e il potenziamento di una presenza organica nella società soprattutto
per mezzo dell'Azione Cattolica.
Quest'ultima ipotesi si realizzerà dopo la sconfitta militare dell'Italia nella Seconda
Guerra Mondiale e in seguito alla caduta del regime. Ma, durante gli anni Trenta,
Stato e Chiesa manterranno comunque un rapporto di collaborazione, seppure
caratterizzato da profonde tensioni, alternate a periodi di convergenza, come in
occasione della guerra d'Etiopia, nel 1935, e dell'intervento italiano nella guerra civile
spagnola, nel 1936.
La Chiesa e il nazionalsocialismo
Renzo De Felice ha scritto che «... in sostanza fra fascismo italiano e nazismo le
differenze sono enormi», anche se si può trovare un minimo denominatore che li
unisce (Intervista sul fascismo, Laterza, Bari 1974, p. 24).
Accomunati dalla sconfitta militare e spesso superficialmente considerati come
denominazioni differenti della stessa ideologia, in verità nazionalsocialismo e
fascismo sono stati molto diversi sia come ideologia che come regime.
«Con ardente ansia»
Per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa cattolica, bisogna anzitutto tenere conto
che la maggioranza dei tedeschi era di confessione protestante e protestante era la
cultura nazionale, dominante da ormai quattrocento anni. Tuttavia, anche con il Terzo
Reich la Chiesa cattolica stipula un Concordato, il 20 luglio 1933, pochi mesi dopo la
nomina di Adolf Hitler a cancelliere da parte del presidente della Repubblica Paul
Ludwig Hindenburg.
Il concordato, firmato agli albori del regime nazionalsocialista, viene ricordato da Pio
XI nella sua enciclica Mit brennender Sorge (Con ardente ansia), dedicata alla
situazione della Chiesa sotto il Terzo Reich, scritta il 14 marzo 1937. È l'anno in cui
il regime di Hitler, abbandonata ogni moderazione, comincia a istituire i campi di
concentramento e a mettere in atto le misure sia contro gli ebrei, sia contro i fedeli
delle diverse Chiese.
Le suggestioni nazionalsocialiste
L'enciclica comincia infatti rievocando il motivo per il quale, «non senza sforzo», la
Chiesa aveva accettato di stipulare il Concordato: «tutelare la libertà della missione
specifica della Chiesa in Germania». Il documento ricorda poi come le risposte al
Concordato da parte del regime siano state le macchinazioni e la lotta fino al tentativo
di annientare la Chiesa stessa. Passa quindi ad esaminare quella «religione nazionale»
o «cristianesimo tedesco» che costituisce uno degli elementi più insidiosi del
nazionalsocialismo, perché, dietro al pretesto di offrire ai tedeschi un'unica religione,
di fatto mina i fondamenti della fede nella vera religione.
Così l'enciclica passa in rassegna i principali errori di questo tentativo,
contrapponendo le verità cattoliche su Dio, Gesù Cristo, la Chiesa e il primato di
Pietro, agli errori diffusi dall'ideologia nazionalsocialista, mettendo anche in guardia i
fedeli dal tentativo di quest'ultima di strumentalizzare alcuni principi della religione
cristiana, svuotandoli del loro significato originario per applicarli ad ambiti profani.
Accenna per esempio all'adulterazione del termine «rivelazione», che per un cristiano
è la Parola di Dio rivolta agli uomini, e che dall'ideologia nazionalsocialista viene
invece utilizzato per giustificare «suggestioni provenienti dal sangue e dalla razza» o
«le irradiazioni della storia di un popolo». Ma l'enciclica ricorda anche la necessità
di riconoscere il diritto naturale - che è ben più di «ciò che è utile alla nazione» - e il
legame che dovrebbe sempre esistere fra la politica e la morale.
Il documento mette così in guardia i fedeli cattolici da un aspetto dell'ideologia
nazionalsocialista, accuratamente descritto da George Mosse nelle sue opere, ossia la
trasposizione di liturgia e linguaggio cristiani al servizio di un'ideologia politica, allo
scopo di «nazionalizzare le masse» e ottenerne il necessario consenso.
Il «leone di Munster»
Il tono del documento è molto fermo sulle questioni di principio, ma sempre
disponibile a un accordo con l'autorità pubblica, con la quale auspica il ristabilimento
di una vera pace. Un famoso cardinale tedesco, Clemens August von Galen, che verrà
chiamato il «leone di Munster» per la fierezza opposta alla prevaricazione
nazionalsocialista, userà lo stesso tono durante gli anni di convivenza con il regime,
duro e risentito sui principi, ma mai sovversivo nei confronti dell'autorità costituita.
6. GLI «ESERCIZI SPIRITUALI»
Nel primo anno di pontificato, con la costituzione apostolica Summorum Pontificum
del 25 luglio 1922, Pio XI proclama sant'Ignazio di Loyola «Patrono celeste di tutti
gli Esercizi spirituali».
La lunga storia del piccolo libro, nel quale il fondatore della Compagnia di Gesù
racchiude e propone una via di santificazione attraverso l'imitazione di Cristo, è la
storia di tutte quelle generazioni di cristiani che hanno sperimentato questa proposta,
dalla sua prima approvazione, avvenuta il 311uglio 1548 per iniziativa di papa Paolo
III, fino ai nostri giorni. Pio XI è stato uno di questi cristiani e nel corso della vita ha
potuto ripetutamente utilizzare quanto offerto da sant'Ignazio nel suo «libro degli
Esercizi».
Anche questo motivo, forse, spiega come il papa abbia voluto ritornare sul tema con
l'enciclica Mens nostra, del 20 dicembre 1929, dedicata all'importanza e all'utilità di
promuovere gli esercizi spirituali. Questi ultimi, infatti, nell'enciclica non vengono
considerati soltanto come uno dei mezzi da sempre praticati nella vita della Chiesa
perché le anime si mantengano costantemente unite al Signore, ma sono anche
esplicitamente presentati come antidoto alla «grande malattia dell'età moderna», cioè
«la mancanza di riflessione, quell'effusione continua e veramente febbrile alle cose
esterne, quell'immoderata appetenza delle ricchezze e dei piaceri», che impediscono
all'uomo la «considerazione delle verità eterne, delle leggi divine, di Dio».
I «primi» esercizi
Fra le tante encicliche di Pio XI, dunque, anche questa merita di essere ricordata,
perché permette di individuare uno dei modi previsti dal papa per raggiungere, nel
mondo moderno, «la pace di Cristo nel regno di Cristo», che non si può ottenere se
prima non viene conquistata dalle anime dei singoli uomini. E «gli Esercizi
spirituali» - scrive il pontefice - «sarebbero già una grande cosa se soltanto
servissero alle anime per appartarsi dalle assillanti incombenze della vita di tutti i
giorni», per «ritirarsi» a riflettere sui «problemi più vitali», quali l'origine e il fine
della vita. Del resto, la Chiesa ha sempre praticato questa modalità educativa delle
facoltà umane, fino dai primordi, quando gli Apostoli si ritirarono nel Cenacolo per
dieci giorni, sotto «lo sguardo e nella materna assistenza di Maria», in attesa dello
Spirito Santo: questo avvenimento, descritto negli Atti degli Apostoli, viene
esplicitamente considerato da Pio XI come la prima esperienza di «Esercizi spirituali
praticati nella Chiesa».
Da quel giorno la pratica degli esercizi spirituali è diventata «familiare agli antichi
cristiani», come scrivevano san Francesco di Sales (Trattato dell'amor di Dio, libro
12, cap. 8), e san Gerolamo, il dottore della Sacra Scrittura, che così si rivolgeva a
una nobile donna romana: «Scegliti un luogo adatto e lontano dallo strepito della
famiglia, in cui tu possa ricoverarti come in un porto. Quivi lo studio della divina
Scrittura sia così intenso, così frequente il ritorno alla preghiera, tanto assidua la
considerazione delle cose future che tu abbia da compensare con questo riposo tutte
le occupazioni degli altri tempi. Né diciamo questo quasi volessimo distoglierti dai
tuoi: anzi con ciò intendiamo che ivi tu impari e mediti quale poi tu debba mostrarti
verso dei tuoi».
Quattro secoli di frutti spirituali
Ma gli esercizi di sant'Ignazio sono qualcosa di più di un vitalizzante ritiro, di una
occasione di meditazione lontano dalle ansie della vita ordinaria; essi offrono un
metodo per imparare a pregare, a meditare e a contemplare i misteri della vita eterna
e della vita di Cristo, utilizzando tutte le facoltà dell'uomo, cioè l'intelligenza, la
volontà e la sensibilità, affinché sia tutto l'uomo a rendere gloria al suo Creatore e
Signore. E questo metodo - spiega Pio XI - è quello che «ha riscosso le piene e
ripetute approvazioni di questa Sede Apostolica», oltre ad aver «raccolto
incalcolabili frutti di santità attraverso ormai quattro secoli».
Questi esercizi, infine, non provengono da una per quanto nobile iniziativa umana,
ma - come aveva ricordato lo stesso Pio XI nell'epistola apostolica scritta il 3
dicembre 1922, in occasione del terzo centenario della canonizzazione di sant'Ignazio
di Loyola e di san Francesco Saverio - arrivarono a Ignazio «nella grotta di
Manresa», nella nativa Spagna, all'inizio della sua nuova vita dopo la conversione,
dove «ammaestrato dalla stessa Madre di Dio nell'arte di combattere le battaglie del
Signore, ricevette come dalle mani di Lei quel perfetto codice di leggi» che sono
appunto gli esercizi spirituali.
7. I PATTI LATERANENSI
Arturo Carlo Jemolo, uno dei maggiori esponenti della storiografia cattolico-liberale,
ha scritto che «quello di Pio XI fu il pontificato più grigio degli ultimi cento anni»
(Chiesa e Stato in Italia dalla unificazione a Giovanni XXIII, Einaudi, Torino 1973,
p. 265).
L'accordo con il regime fascista per la soluzione della Questione Romana è una delle
principali cause dei giudizi di questo tipo, molto duri contro il pontificato di papa
Ratti. Due sono sostanzialmente i motivi che hanno spinto gli storici antifascisti a
condannare i Patti Lateranensi: innanzitutto l'evidente vantaggio ricavato con la
Conciliazione da Benito Mussolini, il primo uomo politico dopo il 1870 capace di
trovare il modo per ricomporre la frattura fra lo Stato e la Chiesa, incrementando così
il proprio prestigio personale e quello del fascismo presso la popolazione italiana, che
era ancora in maggioranza cattolica; in secondo luogo, l'attenuarsi del carattere
laicista dello Stato unitario uscito dalla Rivoluzione nazionale, proprio in seguito al
Concordato, che restituisce alla religione cattolica un ruolo pubblico nella nazione.
Ogni concordato, infatti, rappresenta una via di mezzo fra il principio cattolico
dell'unità d'intenti, pur nella diversità delle mansioni, che deve regolare il rapporto fra
l'autorità spirituale e quella politica, e il principio liberale che sostiene invece la
completa separazione fra Stato e Chiesa. Ora, indubbiamente, il Concordato del 1929
veniva a sanare, almeno parzialmente, una situazione di radicale separazione,
esistente dalla proclamazione del regno d'Italia nel 1860 e soprattutto dalla Breccia di
Porta Pia, nel 1870. Questo fatto, naturalmente, provocherà il polemico giudizio dei
liberali, anche se il tipo di collaborazione fra Stato e Chiesa durante il regime fascista
sarà sempre di tipo concorrenziale, con un alternarsi di periodi di collaborazione a
gravi tensioni e vere e proprie crisi, come quelle del 1931 e del 1938. Queste ultime
sono entrambe causate dal problema dell'Azione Cattolica, l'unica associazione
organizzata e popolare esistente in Italia oltre a quelle fasciste, e soprattutto dalla
volontà di influire sull'educazione dei giovani, a cui né lo Stato fascista, né la Chiesa
cattolica volevano rinunciare.
La preparazione dell' accordo
Le trattative per la soluzione della Questione Romana cominciano nell'agosto del
1921, quando per la prima volta s'incontrano il consigliere di Stato Domenico Barone
e l'avvocato Francesco Pacelli, che rappresenterà la Santa Sede. Nonostante che
entrambe le parti vogliano effettivamente raggiungere gli accordi, la trattativa non
sarà mai facile. Mussolini, in particolare, deve superare l'opposizione a qualsiasi
accordo con i cattolici da parte sia del fascismo rivoluzionario - quello rappresentato
in particolare da Roberto Farinacci - che da parte del fascismo di origine liberale
rappresentato dal filosofo Giovanni Gentile, che peraltro riconoscerà pubblicamente
l'utilità della Conciliazione a cose fatte. Il capo del governo ha di fronte anche
l'opposizione di re Vittorio Emanuele III, sostanzialmente ostile al cattolicesimo e
timoroso che lo Stato possa perdere prestigio da un accordo con i cattolici, in quanto
costretto a riconoscere in qualche modo i torti commessi verso la Chiesa dopo il
1870. Ma Mussolini riesce a superare queste resistenze, mantenendo come unica
condizione preliminare per le trattative la soluzione definitiva della questione
territoriale, cioè la rinuncia da parte della Santa Sede di ogni rivendicazione ulteriore
nei confronti dello Stato italiano.
Da parte della Chiesa l'attenzione è molto più spostata verso il Concordato, che è la
parte che regola i rapporti fra lo Stato e la Chiesa, mentre le altre componenti dei
Patti erano il Trattato, che riguardava la soluzione degli aspetti territoriali, e una
Convenzione finanziaria. Per questo, il papa vorrà sempre legare l'accettazione
definitiva della soluzione territoriale all'attuazione e al rispetto del Concordato. La
sua preoccupazione è essenzialmente rivolta a garantire la libertà d'azione della
Chiesa nel campo educativo ed assistenziale, insieme alla speranza che il regime
possa cambiare, fino al punto di trasformarsi in futuro nella base politica di uno Stato
cattolico. Proprio a questo fine la Santa Sede non aveva reagito a suo tempo davanti
allo scioglimento del Partito Popolare Italiano, anzi, non aveva posto ostacoli
all'esilio dall'Italia del suo fondatore, don Luigi Sturzo.
Ma questa illusione finisce già pochi mesi dopo la firma dei Patti - avvenuta l' 11
febbraio 1929 - quando il capo del governo fornisce l'interpretazione fascista della
Conciliazione con il discorso pronunciato il 13 maggio alla Camera dei Deputati. «Lo
Stato fascista - afferma Mussolini - è cattolico, ma è fascista; anzi soprattutto,
esclusivamente, essenzialmente fascista». Il fondatore del fascismo vuole il controllo
totale della vita politica e vuole che la Chiesa sia garante dell'accettazione della
struttura del regime da parte dei cattolici. Ecco perché aveva concentrato la sua
azione politica contro il Partito Popolare - che poteva rappresentare un'alternativa
politica al fascismo - operando affinché la Gerarchia lo abbandonasse, in cambio di
larghe concessioni, come poi effettivamente è avvenuto. Ma Pio XI risponde al
discorso di Mussolini in termini altrettanto duri, soprattutto ribadendo il concetto che
il Concordato e il Trattato sono inscindibili: «simul stabunt, simul cadent», scriverà
su L'Osservatore Romano del 6 giugno.
La convivenza «forzata»
Anche questa volta le due parti trovano un compromesso che permette la
continuazione della convivenza, entrambe consapevoli di non avere un'alternativa
praticabile in quel momento storico. E mentre la Chiesa vede sfumare la speranza di
una restaurazione cattolica dello Stato e allontanarsi la prospettiva della regalità
sociale di Cristo, evocata nell'enciclica Quas Primas, lo Stato fascista è costretto a
rinunciare alla sua pretesa totalitaria, proprio per la presenza di un mondo cattolico
organizzato: ma può peraltro consolidare la sua popolarità grazie al consenso diffidente ma reale - offerto dai cattolici, soprattutto dopo la Conciliazione.
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APPENDICE AL PARAGRAFO 6
DEL CAPITOLO V
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«BOTTA E RISPOSTA»
FRA MUSSOLINI E PIO XI DOPO LA CONCILIAZIONE
Sono passati pochi mesi dalla firma dei Patti Lateranensi e già scoppia la polemica
fra cattolici e fascisti, originata, dopo il 29 aprile 1929, dai disegni di legge esecutivi
del Trattato e del Concordato, che vengono giudicati da molti cattolici come
caratterizzati da un'impostazione liberale e massonica.
È Benito Mussolini a innestare la polemica, con il discorso alla Camera dei deputati
in occasione della discussione parlamentare sui Patti (13 maggio). Gli risponderà il
papa il giorno successivo, parlando a un gruppo di alunni del collegio dei gesuiti di
Mondragone, rievocando nell'occasione il principio di sussidiarietà come fondamento
dei rapporti fra lo Stato, le famiglie e la Chiesa.
La polemica salirà di tono nelle successive settimane, fin quasi a pregiudicare lo
scambio delle ratifiche, previsto per il 7 giugno. Ma questa solenne cerimonia
avverrà, nonostante le difficoltà e, a suggellare il raggiunto accordo, Pio XI esce il 25
luglio sulla piazza san Pietro: è la prima volta, per un pontefice, dal 1870.
Mussolini:
«Un altro regime che non sia il nostro, un regime demoliberale, un regime di quelli
che noi disprezziamo, può ritenere utile rinunziare all'educazione delle giovani
generazioni. Noi no.
«In questo campo siamo intrattabili. Nostro deve essere l'insegnamento. Questi
fanciulli debbono essere educati nella nostra fede religiosa, ma noi abbiamo bisogno
di integrare questa educazione, abbiamo bisogno di dare a questi giovani il senso
della virilità, della potenza, della conquista [...]
«Lo Stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è cattolico, ma è
fascista, anzi soprattutto esclusivamente, essenzialmente fascista. Il cattolicismo lo
integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica
e metafisica, di cambiarci le carte in tavola. [...]
«Si è notato [...] che taluni elementi cattolici, specialmente fra quelli che non hanno
tagliato tutti l ponti con le ideologie del Partito Popolare, stavano intentando dei
processi al Risorgimento. Si leggevano appelli di questo genere: moltiplichiamo le
file, stringiamo i ranghi, serriamo le schiere, ecc. ecc. Naturalmente, di fronte a
questo frasario, si è tratti a domandarsi: ma che cosa succede? E curioso che in tre
mesi io ho sequestrato più giornali cattolici che nei sette anni precedenti! Era questo
forse l'unico modo per ricondurli nell'intonazione giusta!...»
Pio XI:
«Lo Stato certamente non può, non deve disinteressarsi dell'educazione dei cittadini,
ma soltanto per porgere aiuto in tutto quello che l'individuo e la famiglia non
potrebbero dare da sé. Lo Stato non è fatto per assorbire, per inghiottire, per
annichilire l'individuo e la famiglia; sarebbe un assurdo, sarebbe contro natura,
giacché la famiglia è prima della società e dello Stato... In un certo modo si può dire
che esso è chiamato a completare l'opera della famiglia e della Chiesa. [...] Su questo
punto Noi non vogliamo dire di essere intrattabili, anche perché l'intrattabilità non è
una virtù, ma soltanto intransigenti; come potremmo non essere intransigenti se ci
domandassero quanto fa due più due».
VI . PIO XII, UN PAPA TRA GUERRA TOTALE E GUERRA «FREDDA»
(1939-1958)
1. La vita, il pontificato
La vita del futuro Pio XII, dalla nascita all'ascesa al papato, si presenta quanto mai
lineare e priva - almeno sul piano personale - di eventi fuori dal comune e di scosse:
dà l'impressione di una quieta e tenace preparazione a una meta, nella Chiesa e nel
mondo, comunque di alta responsabilità. Essa mostra straordinarie somiglianze con
l'iter personale e con il cursus honorum di Leone XIII: una famiglia della piccola
nobiltà laziale con tradizionale vocazione a servire la Chiesa di Roma, la profonda
educazione religiosa e civica ricevuta in tale ambito, un inizio precoce di carriera
ecclesiastica, una vocazione nata e coltivata nella calma e nel quasi ovvio ma
ponderato assecondamento, il lavoro con responsabilità sempre maggiori nella
diplomazia pontificia, l'episcopato, la carica di camerlengo e da ultimo il pontificato.
Eugenio Pacelli, da Roma
Eugenio Pacelli nasce a Roma, nel palazzo di famiglia sito nell'attuale via degli
Orsini, il 2 marzo 1876. I Pacelli, originari di Acquapendente nel Viterbese, erano
approdati a Roma all'inizio dell'Ottocento: il nonno del futuro Pio XII, Marcantonio,
era stato chiamato a Roma dal cardinal Caterini per completare i suoi studi di diritto
in vista di un incarico nella magistratura ecclesiastica. Marcantonio Pacelli inizia ben
presto una rapida carriera nell'amministrazione pontificia durante la quale avrà modo
ripetutamente, attraverso le drammatiche peripezie subite dalla Santa Sede nel corso
del secolo, dalla Repubblica Romana del 1849 fino alla conquista sabauda del 1870,
di dimostrare la sua assoluta e intransigente fedeltà a papa Pio IX. La Breccia di Porta
Pia lo trova a ricoprire la carica di sostituto del ministro dell'interno del papa.
Rifiutatosi di servire il nuovo regno, dopo il 1870 è esponente di spicco del ceto
dirigente cittadino che collabora strettamente con la Curia ed è tra i fondatori, prima
del 1870, e tra i dirigenti, poi, de L'Osservatore Romano.
Anche il padre di Eugenio, Filippo Pacelli, cattolico fervente e terziario francescano,
è avvocato ecclesiastico e impegnato politicamente nella nuova Italia, ricoprendo a
più riprese la carica di consigliere - due volte quella di assessore - al Comune di
Roma. Il suo parallelo impegno di apostolato lo porta a collaborare alla catechesi
delle classi popolari della capitale, a pubblicare a proprie spese e a diffondere
migliaia di copie delle Massime Eterne di sant'Alfonso de' Liguori, nonché a
organizzare opere caritative e a difenderne di già esistenti dalla rapacità dello Stato
liberale. Filippo si sposa nel 1871 con Virginia Graziosi e diventa padre di quattro
figli, due maschi e due femmine, il penultimo dei quali è Eugenio; l'altro figlio
maschio, Francesco, seguirà le orme del padre nell'avvocatura ecclesiastica e
ricoprirà incarichi di grande responsabilità per conto della Santa Sede, collaborando
anche alla realizzazione dei Patti Lateranensi del 1929; nel corso dello stesso anno,
Francesco riceverà il titolo di marchese da Pio XI, titolo recepito nel 1941 anche dalla
corona italiana.
Da quanto detto, l'immagine di un Pio XII aristocraticamente distante dal mondo immagine spesso artatamente diffusa per contrapporre il suo stile pontificale a quello
del suo successore, presuntamente «più democratico» - esce sensibilmente
ridimensionata. Se qualcosa di aristocratico vi è indubitabilmente nel suo stile e nel
suo portamento, ci sembra dovuto principalmente ad una sua reale aristocrazia
spirituale e alla consapevolezza dell'altezza del ministero ricoperto.
In un liceo «laico»
Compiuti gli studi elementari, Eugenio Pacelli viene iscritto all'età di nove anni al
liceo-ginnasio Ennio Quirino Visconti di Roma, un istituto statale dall'orientamento,
visti i tempi di «bollente» Questione Romana, decisamente laicistico. Tale scelta
suona apparentemente in contrasto con le tendenze dell'epoca - un'epoca che è stata
detta delle «due Italie» - in ambito cattolico. Ma si può leggere forse come un
tentativo ardito, da parte dei genitori, di familiarizzare fin da subito il loro terzogenito
con il mondo, le idee e le persone con le quali si sarebbe trovato a vivere. Egli
crescerà così in questo ambiente a contatto con i rampolli della nuova classe dirigente
romana - e spesso italiana -, come Vittorio Emanuele Orlando, futuro presidente del
Consiglio.
Un suo compagno di classe di allora così ce lo descrive molti anni dopo: «[...] Una
volontà ferrea, una austera integrità di costumi e di carattere: gentilissimo con tutti,
socievole, anche se un po' riservato. Era alto, per la sua età, magro, con gli occhiali.
Studiosissimo, fornito di un 'intelligenza vivida e equilibrata, ci sorprendeva per la
sua prontezza in greco e in latino [...]. Amava tutti i compagni e ne serbò sempre
vivo e grato il ricordo» (Lucio D'ORAZI, Pio XII. Eugenio Pacelli. Attualità di un
Papa inattuale, Conti, Bologna 1984, p. 48). In questi anni di studi, a causa della sua
costituzione esile, incontra a più riprese problemi di salute che gli impongono pause
nella frequenza scolastica, ma che egli si sforza di vincere con decisione attraverso
ripetuti esercizi fisici, soprattutto durante le vacanze estive.
La vocazione sacerdotale, maturata da tempo, viene manifestata alla famiglia
nell'estate del 1894 - l'anno della licenza liceale - dopo un breve ritiro spirituale
presso la chiesa romana di sant'Agnese fuori le Mura, durante il quale ha meditato
con la guida degli Esercizi Spirituali di sant'Ignazio. Nell'ottobre dello stesso anno
entra come seminarista nel Collegio Capranica di Roma e si iscrive all'università
Gregoriana retta dai gesuiti. L'intenso impegno negli studi gli provoca nuovamente
difficoltà fisiche: un principio di esaurimento nervoso lo obbliga infatti a continuare
il seminario come esterno. Superata la crisi, si iscrive a teologia presso lo Studio di
sant'Apollinare, nonché - anche qui in contrasto con le abitudini del tempo - a
filosofia, presso l'università statale di Roma, sebbene per la durata di un solo anno
accademico, il 1895-96.
Nel 1899, ancora preparato da un ritiro spirituale ignaziano presso i padri sulpiziani,
viene ordinato sacerdote (2 aprile) e celebra la prima messa il giorno successivo lunedì dell'Angelo, all'altare della Madonna Salus Populi Romani - nella basilica di
Santa Maria Maggiore. Da sacerdote, continua ancora gli studi iscrivendosi, secondo
la tradizione di famiglia, a giurisprudenza. I suoi primi passi nel ministero sono a
sussidio del clero cittadino, nella liturgia, nella catechesi, nell'assistenza spirituale
alle comunità religiose: egli non si assume però impegni tanto gravosi da poterlo
distogliere dallo studio.
Un «minutante»
Durante il secondo anno di legge, per intervento del cardinale Vannutelli, inizia
l'apprendistato come «minutante»nella diplomazia vaticana presso la Segreteria di
Stato. Laureatosi nel 1904 in utroque iure, Eugenio Pacelli si appassiona talmente e si
dedica così intensamente al suo lavoro in seno alla segreteria - retta dal cardinale
Raffaele Merry del Val, prima, e, dal 1907 in poi, dal cardinale Pietro Gasparri, da
«bruciare» in pochi anni le tappe della carriera diplomatica vaticana: sottosegretario
della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari nel 1911, pro-segretario
l'anno seguente, segretario nel 1914, nunzio apostolico nel 1917. In coincidenza con
quest'ultima nomina, Benedetto XV eleva alla dignità episcopale il giovane prelato
romano (era prelato fin dal 1905) ordinandolo arcivescovo titolare di Sardi, in
partibus infidelium, il 13 maggio 1917.
Nell'ambiente diplomatico vaticano monsignor Pacelli si era già segnalato
precedentemente, oltre che per l'indefessa devozione al suo lavoro, anche per i
risultati conseguiti, come nel caso del Concordato tra la Santa Sede e il regno serbo
del giugno 1914, a pochi giorni dallo scoppio del primo conflitto mondiale.
Nunzio in Germania
Inviato come nunzio pontificio in Baviera, ricoprirà durante il lungo e sanguinoso
scontro tra le potenze europee una posizione privilegiata - quella all'interno del più
forte degli imperi Centrali - che gli offrirà l'opportunità per influire sulle sorti della
guerra. Il futuro Pio XII si prodiga con tutte le sue forze per far sì che la divisa di
pacificatore che legherà in seguito al suo pontificato trovi sempre più spessore e
giustificazione. Fin dall'indomani della sua nomina a Monaco, il giovane nunzio si
prodiga presso il re di Baviera Luigi, prima, e, poi, presso il Kaiser Guglielmo II a
Berlino, per chiarire e cercare di dimostrare l'insufficienza delle controversie
politiche che avevano scatenato il conflitto, per supplicare il ritorno alla negoziazione
e per sottolineare - nel 1917 se ne intravedevano già gli esiti probabili - come la
continuazione della guerra avrebbe portato alla sconfitta di tutti i belligeranti, tanto
dei vincitori come dei vinti. Nell'indirizzo a Re Luigi per la presentazione delle
credenziali, monsignor Pacelli così si esprime: «Forse mai, come in quest'ora tanto
grave, si è sentito profondamente il bisogno di ricostruire l'umana società sulla
solida base della giustizia cristiana, né mai, come in quest'ora colma di
responsabilità, è apparso chiaro che una pace giusta e duratura può unicamente
poggiare sulle solide basi del diritto cristiano» (L. D'ORAZI, op. cit., p. 88). È a lui,
inoltre, che tocca il compito di trasmettere al governo germanico la nota di Benedetto
XV ai paesi belligeranti, contenente il celebre appello a far cessare quella che il papa
definiva 1'«inutile strage».
Tutti i tentativi di pacificazione, sia quelli operati dalla diplomazia vaticana che quelli
emersi talora anche dal seno dei paesi belligeranti - gli ultimi erano stati quelli
promossi da Carlo d'Asburgo, imperatore d'Austria, del quale verrà introdotta la
causa di beatificazione - non hanno però seguito e il conflitto consuma il suo corso di
distruzioni e di lutti fino in fondo, così che il giovane ambasciatore della Santa Sede
in Germania si trova ben presto ad affrontare a fianco del popolo bavarese il
tumultuoso dopoguerra, lo sconforto provocato dall'ingiustizia di Versailles, i
tentativi insurrezionali bolscevizzanti del 1918 e la conseguente repressione operata
dai «corpi franchi», la travagliata stagione della Repubblica di Weimar e l'ascesa
impetuosa e violenta del nazionalsocialismo. Nominato nunzio apostolico presso la
nuova repubblica, monsignor Pacelli si trasferisce a Berlino, nel 1925, dove opera per
la stipulazione di due nuovi Concordati: quello con la Baviera e quello con la Prussia.
La stagione tedesca del futuro pontefice - che conserverà sempre un affetto
particolare per il popolo, la lingua, la musica e la cultura tedesche - ha termine nel
1929, allorché Pio XI lo richiama a Roma e, dopo averlo rivestito della dignità
cardinalizia (16 dicembre), lo nomina titolare della Segreteria di Stato (7 febbraio
1930).
Da segretario di Stato a successore di Pietro
I nove anni nei quali il cardinal Pacelli ricopre tale carica sono anni di una
intensissima attività di relazione con i governi di tutto il mondo, che imporrà al futuro
papa una mobilità, straordinaria per i tempi, che lo farà ricorrere anche a mezzi di
trasporto inusitati allora, soprattutto per un dignitario pontificio, come l'aeroplano, sì
da meritare l'appellativo di «cardinale volante». Nel 1934 è legato di Pio XI al
Congresso Eucaristico di Buenos Aires; l'anno successivo è invece a Lourdes per la
chiusura dell'Anno Santo straordinario, mentre nel 1936 effettua un lungo viaggio
negli Stati Uniti, - in forma privata - dove ha modo di visitare un gran numero di
comunità e di istituzioni cattoliche, avendo pure l'opportunità di incontrare a
colloquio il presidente Franklin Delano Roosevelt; l'anno seguente è a Lisieux per la
beatificazione di Santa Teresa del Bambin Gesù; infine, nel 1938, si reca in Ungheria
come rappresentante del papa al Congresso Eucaristico internazionale. Ed ecco che,
proprio mentre si addensano via via più nere le nubi di un altro immane conflitto tra
le nazioni europee, il 10 febbraio 1939 muore Pio XI. Il cardinale Eugenio Pacelli,
come camerlengo della Curia pontificia (dal 1935) - con una sorte, anche in questo
frangente, simile a quella di Leone XIII - ha il compito di celebrarne le esequie e di
disporne la successione. Sarà lui a uscire eletto papa, dopo soli tre scrutini, dal
conclave-lampo che riunisce in Vaticano sessantadue cardinali dall'1 a12 marzo 1939.
Nella bufera della guerra
Si apriva così un pontificato quasi ventennale, svoltosi sotto l'incalzare della guerra «calda» prima, «fredda» poi - e sotto il segno di una volontà di pace, incessantemente
agognata e perseguita, come segno tangibile della presenza di Cristo nel mondo e
all'interno delle nazioni. Esso aveva termine quando Pio XII, il Pastor angelicus,
l'ultimo papa romano, chiudeva gli occhi all'alba del 9 ottobre 1958.
Le tendenze storiche e gli eventi del mondo e della Chiesa che segnano il pontificato
di Pio XII e che ci aiutano a interpretarlo si possono distinguere approssimativamente
in tre periodi. La prima metà degli anni Quaranta è il periodo infuocato della seconda
guerra mondiale, che termina con la scomparsa del regime fascista in Italia e
nazionalsocialista in Germania e con l'avanzata sovietica in Europa. Il secondo
coincide con il dopoguerra, fino all'inizio degli anni Cinquanta e vede lo sforzo di
ricostruzione dei singoli paesi, come pure di un ordine internazionale più giusto e più
durevolmente pacifico. Gli anni Cinquanta, infine, sono gli anni della guerra «fredda»
e della contrapposizione dei blocchi, nonché dell'emergere del cosiddetto Terzo
Mondo.
La Chiesa e il mondo
In generale, si può osservare che quest'epoca, con il determinante catalizzatore e
acceleratore costituito dalla guerra mondiale, è marcata da un accentuarsi del
processo di distacco del mondo dal cristianesimo, parallelo e conseguente
all'affermarsi della cosiddetta modernità. In questo periodo, fenomeni deteriori propri
fino a quel tempo di élites sociali (la nobiltà, l'alta borghesia, il mondo intellettuale)
finiscono per coinvolgere masse sempre più ampie di popolazione, come già aveva
denunciato Benedetto XV al termine della prima guerra mondiale, fino a diventare,
nel corso del decennio successivo, fenomeni sociali dominanti: la secolarizzazione, la
diffusione di ideologie politiche ugualitaristiche, un materialismo crescente e un
ateismo pratico che preludono al «consumismo», un febbrile attivismo, l'incipiente
influenza dei media (allora limitati ai rotocalchi) sui costumi popolari, sono tutte
realtà con le quali la Chiesa si deve necessariamente confrontare.
Le ideologie
Sul piano geo-politico è questa l'epoca detta della finis Europae, cioè il tramonto del
Vecchio Continente come centro della politica mondiale. Mentre le potenze europee
tradizionali perdono sempre più peso politico-strategico, dopo la fine del conflitto si
assiste all'emergere e all'affermarsi delle due superpotenze continentali, quella
statunitense e quella sovietica, che a loro volta divengono egemoni e leader di blocchi
di nazioni, di ideologie e di apparati militari sovranazionali contrapposti. Le ideologie
dei due blocchi, il democratismo capitalistico di matrice americana all'Ovest, il
socialismo «reale» all'Est, si affermano anche all'interno dei paesi europei, sia
colmando il vuoto lasciato dalle ideologie fallite e travolte dalla guerra, sia imposte
dalla influenza dei mass-media e dai meccanismi di mercato: due culture entrambe, in
sostanza, estranee alla cultura europea profonda (non certo a quella di minoranze
ideologizzate), che è permeata ancora di cristianesimo, di religiosità naturale, di sano
senso comune, di tradizioni plurisecolari. E queste culture, impregnate di ideologie talora soltanto subite - recenti, astratte, grezze, naturalistica l'una, grettamente
materialistica ed evoluzionistica l'altra, influenzano le masse (quelle masse che, come
vedremo, Pio XII considererà uno dei peggiori prodotti del secolo), erodendone
l'ambito di vita tradizionale e causando profonde trasformazioni nei costumi, nei
rapporti sociali, familiari, professionali, e nelle credenze.
In un altro ambito, l'ascesa dei popoli delle ex-colonie europee, il cosiddetto Terzo
Mondo, pone all'evangelizzazione missionaria nuovi problemi. Viene a mancare alle
missioni cattoliche e alle comunità cristiane l'ombrello protettivo delle potenze
europee, e così esse si trovano in breve volgere di anni alla mercé di instabili governi
indigeni, nei quali rinasce il tribalismo, ed esposte al proselitismo sempre più
aggressivo dell'Islam, delle chiese protestanti e delle sette religiose.
Per i fratelli perseguitati
La Chiesa, durante il pontificato di Pio XII, alle prese con questi giganteschi
mutamenti di scenario e con nuovi, complessi, soggetti politici e culturali, sembra
quasi arroccarsi in una posizione di difesa e di irrigidimento delle sue strutture e della
sua disciplina. Pare quasi voler prendere tempo per capire la natura dei rapidi
cambiamenti in atto, rafforzando nel frattempo la centralità della Sede di Pietro e
mantenendo pressoché immutato il modo di portare al mondo il deposito della fede.
Occorrerà, per operare tale discernimento, un concilio ecumenico, anni dopo, dal
1962 al 1965. Sarà infatti il Vaticano II che riconsidererà tutto il problema del
rapporto tra Chiesa e mondo. Esso elaborerà nuovi metodi di apostolato e di esercizio
del magistero, che vedranno il successore di Pietro incamminarsi per le vie del
mondo e riprendere, pellegrino come san Paolo, l'annuncio del Vangelo a tutti i
popoli.
L'atteggiamento sospeso e difensivo che abbiamo descritto non impedisce però che il
pontificato di Pio XII sia caratterizzato da iniziative originali, alcune delle quali,
come vedremo, saranno riprese dal Concilio Vaticano II. Sotto il profilo del
magistero è questo un pontificato ricco di fermenti, mentre sotto quello «politico» Pio
XII non assisterà muto alla nascita e alle vicende della «Chiesa del silenzio», ma
lancerà la Chiesa occidentale in una autentica crociata di preghiera e di aiuti ai fratelli
oppressi. Così pure non ometterà di insegnare autorevolmente alle nazioni occidentali
«libere» i princìpi della vera libertà e di indicare il pericolo derivante dall'abuso della
libertà stessa. Così pure, infine, applicando rettamente la virtù della prudenza politica
e in conseguenza, forse, anche della sua preferenza per la spiritualità antagonistica
ignaziana, non si chiude in uno sterile «terzaforzismo» nei fatti - pur essendo il
cattolicesimo per essenza un' altra forza tra liberalismo e socialismo - ma, pur con
tutti i distinguo del caso, sceglie di schierarsi con l'Occidente egemonizzato dagli
Stati Uniti contro Mosca, con i partiti democratici-cristiani europei - (in mancanza,
peraltro a lui non imputabile, di altre élites partitico-politiche cattoliche) contro quelli
socialcomunisti, con la teologia scolastica contro una ancor poco chiara nouvelle
theologie che appariva come una riedizione del modernismo.
Pio XII è lucidamente consapevole che la nuova res publica christiana, strumento di
pacifico ordine nella giustizia, che sarà il sogno di tutta la sua vita, non sarebbe
realizzabile se non per gradi, come riconquista quotidiana, partendo da ciò che di
cristiano e naturale ancora persiste.
Scrive Giorgio Campanini: «Dietro i trasparenti inviti di Pio XII a optare per la
civiltà occidentale, pur nella consapevolezza dei suoi limiti, soprattutto nella sua
versione protestante e capitalistica, stava pur sempre una preoccupazione religiosa.
Le scelte temporali proposte ai cattolici apparivano come la logica conseguenza
della sollecitazione rivolta ai credenti, ma non solo ad essi, a riscoprire la profonda
connessione tra civiltà europea e valori evangelici. La stessa presenza politica dei
cattolici avrebbe dovuto essere finalizzata, nell'ottica di Pio XII, alla realizzazione di
una nuova civiltà cristiana che prendesse il posto di quella medievale definitivamente
conclusa» (in AA.VV., I papi del ventesimo secolo, cit., p. 171).
Un bilancio
Il pontificato di Pio XII non va assolutamente letto con le lenti spesso deformanti
della Chiesa “post-conciliare” o in confronto e contrapposizione con figure di
pontefici successivi, né, d'altro canto, va rivisitato in chiave nostalgica, come
emblema di una Chiesa pre-conciliare mitizzata, tutta luci e niente ombre, come a
taluni pseudo-tradizionalisti piace sperare. Esso va invece interpretato dal suo
interno, calandosi nei panni e con le categorie di pensiero di coloro, in primo luogo
del papa stesso, che si sono trovati a viverlo da protagonisti o da semplici fedeli.
«Rigido conservatore, accorto diplomatico, personaggio idolatrato dalle masse
cattoliche... È difficile racchiudere questo papa in una definizione, soprattutto se
troppo interna al linguaggio politologico [...]. Indubbiamente autoritario, anche
secondo lo stile dell'esercizio del potere d'una stagione storica, Pio XII non è un
dittatore: su di lui e sul suo governo si riflettono i problemi e le condizioni del
cattolicesimo contemporaneo, le spinte al mutamento, l'ansia di modernizzazione.
Per certi aspetti, la sua biografia diviene, nei limiti d'una esistenza umana, anche lo
specchio della realtà e delle contraddizioni del cattolicesimo della metà del secolo»
(AA.VV., Pio XII, a cura di A. Riccardi, Bari 1984, p. VIII).
**********
APPENDICE AL PARAGRAFO 1
DEL CAPITOLO VI
**********
IL PATTO HITLER-STALIN
L'accordo russo-tedesco fu un evento determinante per l'esplosione del conflitto.
Il 23 agosto 1939 la politica estera sovietica - così come la strategia del movimento
socialista internazionale - subiva un repentino e radicale rivolgimento, allorché i
ministri degli Esteri del Terzo Reich, Ribbentrop, e dell'URSS, Molotov, firmavano a
Mosca un patto di reciproca non aggressione. Il trattato, oltre a ciò, definiva anche le
zone di espansione e di influenza delle due potenze e apriva, di fatto, la strada alla
successiva ennesima spartizione della nazione polacca, come pure alla conquista
sovietica della Finlandia, che viene sovietizzata al termine di una eroica e impari
guerra di resistenza condotta dalle truppe finlandesi comandate dal maresciallo
Mannerheim, e all'incorporazione nel medesimo anno 1940 delle Repubbliche
baltiche (Lituania, Estonia e Lettonia) nell'URSS. Il patto, infine, lasciava mano
libera ad Hitler per una eventuale guerra contro le potenze occidentali. Il patto sarà
operativo fino al dicembre 1940, quando Hitler deciderà l'aggressione militare contro
l'URSS, decisa dopo il mancato coinvolgimento di quest'ultima nell'accordo tripartito
fra Germania, Italia e Giappone. Durante i sedici mesi di operatività, il patto fra
Hitler e Stalin vedrà una completa collaborazione fra i due Stati in ogni campo, fino
al punto che, nel febbraio del 1940, il governo sovietico consegnerà alla Germania
570 antifascisti tedeschi e austriaci emigrati in URSS.
***
L'articolo 1 del patto stabilisce che Germania e URSS si impegnano ad astenersi da
ogni aggressione dell'una parte contro l'altra. L'articolo 2 contempla la neutralità
dell'altro Stato nel caso che una delle parti sia fatta «oggetto di azioni belliche».
L'articolo 3 prevede l'obbligo di consultazione reciproca in caso di «divergenze o
conflitti», anche nel caso di questioni che riguardino «comuni interessi di entrambi
gli Stati». L'articolo 4 proibisce espressamente la partecipazione a «qualsiasi
raggruppamento di potenze [...] che si indirizzi direttamente o indirettamente contro
uno dei contraenti» del patto. L'articolo 5 tratta della regolamentazione delle
divergenze e istituisce un collegio arbitrale. L'articolo 6 estende a dieci anni la durata
del patto, il 7 dichiara il patto in vigore «immediatamente dopo la firma».
Il trattato contiene inoltre in appendice alcuni protocolli aggiuntivi, destinati a restar
segreti in quanto definiscono esplicitamente «la delimitazione delle sfere d'interesse
delle parti contraenti nell'Europa orientale».
2. LA SECONDA GUERRA MONDIALE, IL NAZIONALSOCIALISMO E
GLI EBREI
Già poche settimane dopo la sua elezione al soglio di Pietro, Pio XII deve
confrontarsi con la nuova situazione che viene creandosi in Europa: nello stesso mese
della sua incoronazione, nel marzo 1939, la Germania nazionalsocialista iniziava la
sua espansione militare invadendo la Cecoslovacchia. Il papa - come abbiamo visto conosceva bene la nazione tedesca, la sua cultura, il suo «spirito»; come pure aveva
avuto modo di osservare da vicino, quale nunzio apostolico, la nascita e l'affermarsi
del movimento nazionalsocialista. Egli era, anzi, uno dei maggiori conoscitori anche
della dottrina hitleriana avendo partecipato alla stesura dell'enciclica Mit brennender
Sorge, con la quale papa Pio XI aveva condannato nel marzo di due anni prima il
«neopaganesimo» del partito al governo del Terzo Reich.
Egli, inoltre, quando era segretario di Stato, aveva continuato a mantenere stretti
legami con i presuli tedeschi che subivano alla testa delle loro diocesi l'offensiva del
regime nei riguardi del cristianesimo e del clero, contro il quale particolarmente si
accanivano le calunnie dei fogli governativi. È interessante a questo proposito
rievocare con quanta veemenza aveva reagito sul piano diplomatico ad accuse di
corruzione morale dei religiosi cattolici tedeschi messe in circolazione dal ministro
della propaganda, Joseph Goebbels, ritorcendo senza mezzi termini l'accusa sui
circoli e sulle formazioni nazionalsocialiste. Le figure di eroici pastori come quelle
dei cardinali Michael Faulhaber o Clemens August von Galen, autentiche anime della
resistenza dei cattolici contro le prevaricazioni del naturalismo-militante del partito
nazionalsocialista, vedranno costantemente al loro fianco il vescovo di Roma.
L'ultimo appello
Nella imminenza del conflitto, il 24 agosto 1939, questi rivolge un appello, ormai
celebre, ai governi dei paesi che stanno per scendere in campo. Al cancelliere
tedesco, del quale conosce bene l'animus, si ritiene egli abbia in particolare diretto il
passo più volte citato: «È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che
la Giustizia si fa strada. E gli imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti
da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la
vogliono. Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace.
Tutto può esserlo con la guerra».
Pio XII, che ha vissuto direttamente l'esperienza del primo conflitto mondiale, come
allora tenterà tutto quanto in suo potere, quale vicario di Cristo e capo di Stato, per
impedire il nuovo, apocalittico dramma. Quando esso, poi, purtroppo, avrà
tragicamente inizio per la cecità dell'orgoglio di alcuni uomini, il papa si adopererà
per evitarne l'allargamento a nuovi paesi (come nel caso dell'Italia, allorché si spinge
fino a violare il plurisecolare protocollo vaticano, recandosi di persona a far visita ai
reali d'Italia nella ex-residenza dei papi, al Quirinale, nel dicembre 1939), per
mitigarne gli effetti, per abbreviarne il corso, per sollevare le sofferenze dei
combattenti, dei prigionieri, della popolazione civile duramente coinvolta nel
conflitto (è famosa la sua uscita dal Vaticano per recarsi tra la popolazione romana
colpita dai bombardamenti nel luglio del 1943). È anche universalmente noto
l'atteggiamento da lui tenuto nella difesa della sua città, della sua diocesi, del popolo
di Roma, della capitale della cristianità, dalle bombe alleate e dalla rabbia
nazionalsocialista, così da meritare l'appellativo di defensor Civitatis. È interessante
notare, ancora, l'equanimità con la quale si caratterizza la sua condotta nei vari
svolgimenti del conflitto. Ad esempio di ciò, quando le armate tedesche, italiane,
ungheresi, rumene attaccano l'Unione Sovietica nell'estate del 1941, Pio XII delude
profondamente le aspettative della propaganda nazionalsocialista evitando di
associare la sua persona e la Chiesa alla cosiddetta crociata antibolscevica,
dimostrando di non giudicare con maggior benevolenza il regime hitleriano - e le sue
imitazioni est-europee - di quello staliniano.
Al termine del conflitto
Quando poi le sorti della guerra volgono a favore del blocco anglo-sovieticoamericano e gli vengono rese note (da parte dell'ambasciatore speciale del presidente
statunitense Franklin Delano Roosvelt in visita a Roma nel settembre 1942) le
clausole del piano alleato contro le potenze dell' Asse (resa incondizionata,
bombardamenti anche terroristici, ecc.), Pio XII si prodiga per farle attenuare. Negli
anni successivi, quando ormai le armate alleate stringono sempre più da presso il
Reich, il papa non si trattiene dal criticare l'eccessiva lentezza con la quale si svolge
l'avanzata degli eserciti delle potenze occidentali verso il Reno, in quanto essa
rischiava di allargare l'area controllata dalle truppe sovietiche al termine del conflitto.
Nell'imminenza, infine, della sconfitta tedesca, prevedendo lucidamente lo scenario
postbellico con il dilatato peso della potenza sovietica nel mondo, si spinge a
sollecitare la democrazia statunitense a svolgere responsabilmente il ruolo di
baluardo del mondo libero e a «neutralizzare le tentazioni al ritorno all'isolazionismo
dopo la fine della guerra, particolarmente forti nell'amministrazione Roosevelt»
(DANlLO VENERUSO, Gli inutili appelli di Hitler, in AA.VV., I papi del
Ventesimo secolo, op. cit., p. 160).
Pio XII e gli ebrei
Una menzione a parte merita la questione del rapporto tra Pio XII e la persecuzione
degli ebrei ad opera del nazionalsocialismo.
Nel corso degli anni Sessanta veniva diffusa - principalmente dal dramma del tedesco
Rolf Hochhuth, Il Vicario, da uno storico ebreo, Gunther Lewy, e dallo storico
ecclesiastico di orientamento laicista, l'italiano Carlo Falconi - la tesi secondo cui Pio
XII sarebbe colpevole di avere taciuto davanti ai crimini commessi dai
nazionalsocialisti contro gli ebrei, soprattutto con la organizzazione dei campi di
concentramento negli anni della guerra.
La gravità delle accuse, nonché la clamorosa campagna orchestrata dalla stampa
laicista contro la memoria del pontefice, suscitano immediatamente reazioni in campo
cattolico, tra le prime quella di monsignor Giovanni Battista Montini, allora
arcivescovo di Milano, che nel 1963, pochi giorni prima della sua elezione a
pontefice, scrive una lettera di protesta al settimanale cattolico inglese The Tablet,
sostenendo la tesi - che è poi quella più veritiera - della impossibilità di conversione
del nazionalsocialismo e del maggior danno che sarebbe derivato ai perseguitati ebrei
da una denuncia clamorosa da parte del papa.
Accuse e smentite
La smentita - già peraltro venuta da ricerche storiche condotte all'indomani dell'inizio
del «caso» - definitiva delle calunnie contro Pio XII veniva dalla comparsa tra il 1965
e il 1981 degli undici volumi degli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la
Seconde Guerre Mondiale (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano), a cura
degli storici gesuiti Pierre Blet, Angelo Martini e Burkhart Schneider.. In essi sono
contenute le prese di posizione ufficiali della Santa Sede, nonché, particolarmente nel
decimo volume, una raccolta di testimonianze di gratitudine nei confronti di Pio XII
provenienti da singoli esponenti e dirigenti di comunità e associazioni ebraiche di
tutti i paesi d'Europa. Da questi documenti emerge in qual modo il Vaticano, così
come le comunità cristiane delle varie nazioni, si sia prodigato ovunque per aiutare
(basti pensare al contributo in oro offerto dalla Santa Sede nel 1943, agli esordi delle
angherie delle «SS» contro la comunità israelitica romana) e per strappare al lager
tanti fratelli in Abramo. Pio XII non fa mai nulla per nascondere la sua avversione
per il tiranno germanico (fino al punto da vedere di buon occhio, se non di agevolare,
tentativi per deporlo o da fare sapere tramite diplomatici presso la Santa Sede, ai
governi belga e olandese, dell'imminenza dell'aggressione militare nel 1940). Tanto
che il Fuhrer, allorché viene a conoscenza del costante interessamento di Pio XII per
la sorte degli ebrei, giunge a far elaborare un piano per il suo rapimento e la sua
deportazione in Germania (sul tipo di quello che poi verrà attuato nei confronti di
Benito Mussolini). Se Pio XII sceglie la via dell'aiuto e non quella della condanna
clamorosa, lo fa avendo ben presente la natura del nazionalsocialismo. E, occorre
dire, mantiene lo stesso contegno anche davanti alla persecuzione di altre nazionalità
e comunità, non ultimi i cattolici, come ricordano le vicende esemplari di
Massimiliano Maria Kolbe, futuro santo, di Tito Brandsma, futuro beato e di suor
Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, anch'essa beatificata, e di
innumerevoli altri.
3. LA «CHIESA DEL SILENZIO»
Terminata la seconda guerra mondiale, una nuova grande calamità si abbatte sulle
nazioni cristiane dell'Est europeo e minaccia quelle occidentali: il socialismo
sovietico. Dall'immenso impero euroasiatico degli zar, alla testa del quale si è
installato fin dall'ottobre del 1917, il socialismo ateo, dilaga e penetra fino nel cuore
dell'Europa. In sincronia con la conquista militare, la tragedia dell'ateismo militante
di Stato e la persecuzione delle Chiese e comunità cristiane, come pure di ogni
manifestazione religiosa pubblica, si profilano e si attuano non più solo nell'Ucraina,
nella Russia e nelle altre terre soggette all'impero sovietico, ma coinvolgono anche
altri popoli di tradizioni cristiane e di libertà ancora più antiche. In breve volgere di
tempo, tra il 1945 e il 1948, in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania,
Bulgaria, Germania orientale, Jugoslavia, Albania, Lituania, Lettonia, Estonia
salgono al potere governi egemonizzati dai partiti socialisti.
Anche fuori dall'Europa, negli anni seguenti, il socialismo ateo mette a segno nuove
conquiste: nel 1949 cade l'immensa Cina, l'anno successivo una parte della Corea, nel
1954 il Vietnam settentrionale.
Ovunque, fin da subito, in ossequio al principio leninista secondo cui occorre
combattere la religione non con le teorie astratte ma distruggendone le radici nella
società, i regimi socialisti iniziano a perseguitare le comunità religiose e i singoli
credenti, spesso in nazioni che avevano fino a poco tempo prima comunque subito la
persecuzione di stampo massonico e, subito dopo, quella nazionalsocialista.
La persecuzione
Durante le persecuzioni - che nei regimi socialisti assumono carattere non episodico,
bensì strutturale ed endemico - vengono disciolti movimenti laicali e partiti di
ispirazione cristiana, vengono soppresse confraternite talora antichissime, vengono
requisiti istituti e opere di carità, vengono chiusi o drasticamente ridimensionati i
seminari di ogni ordine, viene cancellata la presenza degli ordini religiosi attivi tra le
popolazioni, perseguitati i sacerdoti e la gerarchia. Lo scopo è quello di ridurre la
Chiesa «all'osso», alla sola presenza degli ordinari e di qualche sparuto sacerdote,
facendola a poco a poco estinguere per mancanza di nuova linfa. Lo scopo è, ancora,
il suo assoggettamento a uno stretto controllo statale, ottenuto attraverso
l'intimidazione personale del clero o la sua corruzione morale, talvolta dando vita a
gerarchie fittizie e infiltrando agenti socialisti all'interno di ogni ambiente religioso
superstite. Parallelamente viene dispiegata ovunque un'azione di ateizzazione di
massa che si serve anche della più crassa propaganda antireligiosa di matrice
massonica ottocentesca, della deformazione o diffamazione della figura del sacerdote
e del religioso.
Le forme più aspre della persecuzione ateistica sono riservate al cattolicesimo che,
per antichità, diffusione nel mondo e centralizzazione, viene visto dal socialismo
come un pericolo maggiore delle altre confessioni.
Decenni di violenza
Sono questi, per i cristiani nei paesi socialisti, decenni di violenza, di sofferenza, di
tentazione. Anni nei quali la Chiesa cattolica si configura, in quanto gravemente
impedita nella sua missione, non più come Chiesa dell'annuncio bensì come Chiesa
«con le braccia legate, con le labbra chiuse, la "Chiesa del silenzio'», così come il
pontefice si esprime nel radiomessaggio della vigilia di Natale del 1951. In ciascun
paese le comunità cristiane, però, resistono con eroismo, talvolta fino al martirio
cruento, contro l'ondata antireligiosa, Una spietata persecuzione che - tra l'altro, e in
modo da costituire un autentico monstrum nella storia - va ad assommarsi alle altre
tragiche conseguenze del socialismo reale: la miseria, lo sfruttamento, la
disperazione, la corruzione, la divisione.
Mentre questa resistenza dei credenti contribuisce ad accrescere la popolazione delle
prigioni e dei campi di lavoro forzato, il mondo libero abbandona - tranne lodevoli
eccezioni di iniziati. ve a carattere propagandistico e caritativo - alla loro sorte i
fratelli nella fede, gli anticomunisti, i popoli privati della libertà, anche quando essi
talora insorgono con la forza della disperazione, come l'Ungheria nel 1956.
Ma a costoro non mancherà mai il sostegno, il conforto, l'illuminazione, la preghiera
del Santo Padre, che sempre, «opportune et importune», leverà la sua voce di pastore
e di vicario di
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Cristo a loro favore. Lungo tutti gli anni del pontificato, Pio XII non tralascia alcun
mezzo, dalla preghiera personale a quella pubblica - talvolta composta appositamente
da lui stesso e proposta alla Chiesa universale -, dai messaggi radiodiffusi ad Est ai
sussidi materiali alle chiese, dall'accoglienza dei profughi e dei fuggiaschi alle armi
della diplomazia, per alleviare le sofferenze di quella parte del corpo mistico di
Cristo.
Tenerezza e intransigenza
Particolarmente veemente e appassionata si fa la parola del papa allorché vengono
attaccati i capi delle Chiese dell'Est, come nel caso della persecuzione contro il
primate di Ungheria, cardinale Joszef Mindszenty, contro i presuli jugoslavi
monsignor Aloys Stepinac e monsignor Josef Beran, contro, infine, l'arcivescovo di
Varsavia Stefan Wyszynski. I pronunciamenti del pontefice si esplicano in primo
luogo e nei casi più gravi o complessi con le encicliche, tra le quali ricordiamo, nel
corso dell'anno santo 1950, la Anni sacri e la Summi maeroris; altre tre, dedicate alla
Cina, la Evangelii praecones del giugno 1951, la Cupimus imprimis del gennaio 1952
e la Ad Sinarum gentes dell'ottobre 1954. Ricordiamo ancora le tre encicliche con le
quali in brevissimo lasso di tempo sosterrà l'insurrezione ungherese del 1956 e ne
condannerà la repressione: Luctuosissimi eventus del 28 ottobre, la Laetamur
admodum del primo novembre e la Datis nuperrime del 5 novembre.
Oltre a ciò vanno ricordate le allocuzioni pronunciate in varie occasioni, come le
udienze diplomatiche o i pellegrinaggi, i radiomessaggi al mondo intero o a singole
nazioni. Scrive monsignor Alberto Giovannetti in Pio XII parla alla Chiesta del
silenzio (Ancora, Milano 1958, p. 13): «I caratteri distintivi dell'appello che Pio XII
rivolge al mondo quando parla della persecuzione sono un amore di predilezione per
le vittime ed un'inesauribile fermezza nel denunciare i delitti dei persecutori. Questa
tenerezza e questa intransigenza ripetono entrambe la loro origine dall'amore
segreto e dalla sollecitudine per la Chiesa di Cristo».
Appelli appassionati
In questo contesto rimane memorabile come documento il suo intervento
appassionato in occasione del processo di monsignor Joszef Midszenty, tenutosi a
Budapest nel 1949, cui il papa testimonierà la sua solidarietà indefettibile ad ogni
occasione pubblica, tra il gennaio e il febbraio di quell'anno, in particolare nel
discorso ai fedeli della città di Roma, pronunciato il 20 di febbraio.
************
APPENDICE AL PARAGRAFO 2
DEL CAPITOLO VI
*************
LA PERSECUZIONE IN UCRAINA:
IL CARDINALE SLIPYJ
Il 7 settembre 1984 chiudeva a Roma la sua lunga e travagliata esistenza il cardinale
Josyf Slipyj, arcivescovo maggiore di Leopoli degli ucraini. Nato il 17 febbraio 1892
a Zazdrist, nell'Ucraina Occidentale, a venticinque anni, il 30 settembre 1917, è
ordinato sacerdote a Lviv. Rettore nel 1925 del seminario di Lviv, nel settembre del
1939 viene nominato esarca dell'Ucraina Orientale e nel novembre del 1944 diventa
metropolita.
L'11 aprile 1945 è arrestato dai sovietici e nel 1946 subisce una prima condanna a
otto anni di lavori forzati. Nel 1953 viene condannato per la seconda volta a cinque
anni di Siberia e nel 1958 subisce la terza condanna a quattro anni di lavori forzati.
1128 marzo 1960 viene nominato cardinale in pectore da Giovanni XXIII, e nel 1962,
a settant'anni, patisce la quarta condanna: la deportazione a vita in Mordovia.
Inaspettatamente liberato il 26 gennaio 1963, viene espulso dall'URSS e giunge a
Roma il 9 febbraio. L'11 ottobre dello stesso anno interviene in Concilio per chiedere
l'erezione del patriarcato ucraino, rendendo così pubblica la controversia che costituì
il più profondo tormento di tutto il suo lungo esilio.
L'8 dicembre 1963 fonda a Roma l'università cattolica ucraina. Il 25 gennaio 1965
viene pubblicato cardinale da Paolo VI. Nel 1971, in occasione del Sinodo dei
Vescovi, denuncia la persecuzione della Chiesa sotto il regime socialista; nel 1976
lancia un appello all'ONU in favore dei perseguitati e nel 1977 testimonia, a Roma,
davanti al Tribunale Sakharov. Nel 1980 presiede, sempre a Roma, il sinodo dei
vescovi ucraini.
Riportiamo stralci del suo testamento (da Quaderni di 'Cristianità', anno I, n. 2, estate
1985, pp. 26-44).
***
Ho dovuto subire l'arresto di notte, i tribunali segreti e interminabili interrogatori.
Sono stato spiato e sono stato sottoposto a maltrattamenti e a umiliazioni morali e
fisiche, alla tortura e alla fame forzata. Fui, di fronte agli investigatori e ai giudici
malvagi, un prigioniero indifeso e «testimone silenzioso della Chiesa», che stanco ed
esausto fisicamente e psicologicamente, testimoniava a favore della sua Chiesa,
anch'essa silenziosa e condannata a morire... E il prigioniero-galeotto poté vedere che
alla fine anche lui era condannato a morire una volta che il suo cammino avesse
raggiunto «gli estremi confini della terra»! .
Come prigioniero per l'amore di Cristo trovai forza durante la mia via crucis quando
ebbi la percezione che il mio gregge spirituale, il mio popolo natale ucraino, tutti i
vescovi, i sacerdoti e i fedeli, sia padri che madri, i bambini, i giovani zelanti e gli
anziani indifesi, camminavano accanto a me per lo stesso sentiero. Non ero solo!
Ricevetti una resistenza sovrumana e una forza misteriosa dalle parole di Cristo
incise dentro la mia anima: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque
accorti come i serpenti e semplici come le colombe. [...]
Oggi ringrazio Dio nostro Signore per avermi concesso la grazia di diventare
testimone di Cristo e di professare la Sua fede, come Egli comanda! Ringrazio Dio
nostro Signore con tutto il mio cuore ché con il Suo aiuto non ho disonorato né la mia
terra, né il buon nome della mia Chiesa natale né me stesso, il suo umile servo e
Pastore...
E così oggi, «seduto sulla slitta, avendo meditato nella mia anima e avendo lodato
Dio, che mi ha guidato fino a questo giorno... seduto sulla slitta sulla strada verso
l'eternità, recito una preghiera con voce stanca» (dalle istruzioni ai bambini, del
Gran Principe di Rus' Volodymyr Monomakh).
***
LA PERSECUZIONE IN UNGHERIA: IL CARDINALE MINDSZENTY
Jozsef Mindszenty nasce il 29 marzo 1892 a Mindszent. Seminarista a Szombathely,
viene ordinato sacerdote il 12 giugno 1915. Parroco in una piccola cittadina, viene
arrestato a più riprese dai governi socialisti insurrezionali ungheresi del primo
dopoguerra. Nel 1944 Pio XII lo nomina vescovo di Veszprém, dove si prodiga
quanto possibile per risparmiare alla popolazione le sofferenze della guerra totale e
riesce anche a salvare numerosi ebrei.
Subito dopo deve difendere ancora il suo popolo, questa volta contro gli orrori
dell'invasione dell'Armata Rossa, Viene arrestato dagli occupanti e torna libero nel
marzo del 1945 per andare a ricoprire la sede primaziale di Esztergom. Il 26 dicembre
1948 è nuovamente arrestato e sottoposto a gravi torture fisiche e morali. Contro di
lui viene imbastito un processo-farsa cui il regime assegna un ruolo vessillare. Dopo
solo tre giorni, sufficienti per mostrare a tutto il mondo l'immagine del cardinale
inquisito, questi viene condannato a morte. La condanna verrà poi commutata nel
carcere a vita. Jozsef Mindszenty sarà liberato otto anni più tardi dagli insorti anticomunisti di Budapest, ma dopo soli quattro giorni dovrà rifugiarsi all'interno
dell'ambasciata statunitense per sfuggire alla repressione sovietica. Qui resterà fino al
settembre 1971, allorché Paolo VI riuscirà ad ottenerne la liberazione e lo chiamerà a
Roma. Mindszenty accetta a malincuore di abbandonare la patria. Nel 1973 la diocesi
di Esztergom viene dichiarata sede vacante. Muore il 6 maggio 1975 a Vienna.
***
Riportiamo un brano del diario di prigionia del cardinale, tratto dalle sue Memorie, 5a
ed., Rusconi, Milano 1975, p. 277.
IN PRIGIONE
In prigione non esistono solo cose brutte. C'è anche del buono. La prigione
salvaguarda da certi pericoli e da certe tentazioni. Nel caso mio mi ha evitato di dover
prestar giuramento e di dover concludere un accordo con i carnefici del mio popolo,
che avevano calpestato la Chiesa. Quando si è chiusi da soli in una cella non si
possono più commettere peccati con la lingua. La sorveglianza dei sensi diventa
molto più facile e si è assai più protetti contro la triplice concupiscenza. Il detenuto
può ancora esser superbo nel baratro in cui è precipitato? Mai come allora sono vere
le parole che dicono: «I dì dell'uomo son come l'erba...: se su vi passa il vento, più
non è» (Sal. 103, 15-16). Il tempo passato in prigione è propizio per l'esame di
coscienza, il pentimento, l'introspezione e per elevare l'anima a Dio, in altre parole è
un tempo di salvezza (Rom. 13, 11). Abbiamo difetti di cui nel trambusto della vita
non avremmo mai preso coscienza. Quanti buoni propositi si fanno in quelle
condizioni, che cominciano con le parole: «Mio Dio, se un giorno ritornerò libero... ».
Anch'io ne ho fatti e ho promesso: «Mi dedicherò ai carcerati; andrò in Terra Santa».
L'offerta del sacrificio della santa messa, quando ebbi il permesso di celebrarla,
divenne il punto centrale della giornata. Vi impiegavo dalle due ore e mezzo alle tre
ore e mezzo. Meditavo, pregavo per i bisogni della Chiesa ungherese e per la patria.
Nelle mie preghiere includevo sempre il Papa, i cardinali, i vescovi, i sacerdoti, i
malati, mia madre, mia sorella, i miei seminaristi che vivevano in mezzo alle
tentazioni e alle tribolazioni, e poi i nemici, le guardie, i carcerati, la patria, i
profughi, le madri e i padri, la gioventù, la vita delle famiglie ungheresi.
San Filippo Neri impiegava molto tempo nella celebrazione della messa e per questo
preferiva celebrarla da solo. Chi celebra il santo sacrificio da solo si prende il tempo
necessario e lo fa con maggiore coscienza.
Così pure custodivo il Santissimo, lo nascondevo con cura particolare nella cella e mi
prostravo spesso in adorazione, specie durante le lunghe notti. In quelle ore il
breviario diventava per me una vera fonte di gioia. Lo recitavo con calma, pur
sentendone nello stesso tempo fame e sete, come il cervo che aspira alla fonte. Invece
della solita ora e un quarto la sua recita mi occupava tutti i giorni dalle due ore e
mezzo alle tre ore. Per molto tempo esso è stato la mia Bibbia, la mia dogmatica, la
mia mistica, il mio direttore spirituale. L'esistenza del carcerato aiuta anche a capire
bene molti salmi.
********
LA PERSECUZIONE IN CROAZIA: IL CARDINALE STEPINAC
Nato a Krasic, in Croazia, 1'8 maggio 1898, Alojzije Stepinac rappresenta il simbolo
della resistenza croata di fronte al regime socialista instaurato in Jugoslavia dal
maresciallo Tito dopo la seconda guerra mondiale. Arcivescovo di Zagabria dal 1934,
viene arrestato il 18 settembre 1946 e il 30 dello stesso mese comincia il processo che
sancirà la sua condanna a 16 anni di lavori forzati e a 5 anni di privazione dei diritti
civili. Resterà nella prigione di Lepoglava 1.864 giorni, prima di essere confinato nel
suo paese nativo. Qui morirà, il 10 febbraio 1960, dopo 2.647 giorni di confino. Nel
frattempo, era stato eletto cardinale da Pio XII, il 29 novembre 1952.
Riportiamo stralci della sua dichiarazione resa davanti al tribunale al termine del
processo che lo condannerà (in NEKI ISTRANIN, Stepinac, un innocente
condannato, L.I.E.F., Vicenza 1982, pp. 318.326).
«A tutte le accuse che mi sono state mosse, rispondo che la mia coscienza è
tranquilla, anche se il pubblico presente ne vorrà ridere.
[...] «Centinaia di volte fu ripetuto in quest'aula 'incriminato Stepinac'. Ma nessuno è
tanto ingenuo da non capire che dietro questo 'incriminato Stepinac' siede, sul banco
degli imputati, l'arcivescovo di Zagabria, il metropolita della Croazia, il
rappresentante della Chiesa Cattolica in Jugoslavia.
[...] «Nei libri di scuola si afferma, contro tutte le prove storiche, che Gesù Cristo non
è mai esistito. Sappiatelo bene! Gesù Cristo è Dio! Io sono pronto a morire per lui, e a
scuola si insegna che non è mai esistito. E, se qualche professore osasse affermare il
contrario, potrebbe stare sicuro di venire eliminato dalla scuola. Io le dico, signor
procuratore, che questa non è libertà della Chiesa, ma che si cerca di sradicarla nel
più breve tempo possibile.
«Ebbene, Cristo è il fondamento del Cristianesimo. Voi vi preoccupate degli
ortodossi. Bene, ma io vi chiedo come ve la immaginate la ortodossia senza Cristo. E’
un assurdo! Come vi immaginate una Chiesa cristiana senza Cristo? Siete
nell'assurdo! [...] I libri di scuola, in mano ai nostri bambini, dicono che la Madonna
era una donna di mala vita! Ma sapete che per noi cattolici e per gli ortodossi lei è la
persona più santa che sia esistita?
[...] «Per quanto, poi, riguarda il mio caso personale, io non ho bisogno di
misericordia, perché la mia coscienza è tranquilla».
4. IL MAGISTERO SOCIALE
Vi è una frase, pronunciata da Pio XII a tre anni circa dalla sua ascesa al soglio di
Pietro (nel radiomessaggio di Pentecoste al mondo del 10 giugno 1941), che ci dà la
chiave per capire, da un lato, il senso profondo della dottrina sociale cristiana,
dall'altro lo stile che il pontefice darà al suo magistero.
La dottrina sociale e l'azione missionaria della Chiesa
«Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s'insinua
anche il bene o il male nelle anime [...]» Secondo questa espressione, la dottrina,
dunque, va intesa non in senso meramente tecnico ma come estensione dell'apostolato
individuale alla sfera pubblica; oggetto, quindi, rimesso per la sua maggiore o minore
attuazione allo zelo missionario di tutti i cristiani e alla sollecitudine pastorale della
Gerarchia e, in ultima analisi, del papa. In questa concezione, che riallaccia la
dottrina sociale alla missionarietà della Chiesa, e nell'ardore straordinario con il quale
papa Pacelli compie la sua missione universale, va ritrovato il tratto essenziale del
suo magistero sociale: la grande abbondanza di interventi e la loro articolazione, fino
a raggiungere un grado di dettaglio, sia di tematiche affrontate che di soggetti
destinatari, mai visto prima. Infatti, mentre i suoi predecessori, particolarmente Leone
XIII e Pio XI, emettono documenti di grande momento, innovativi nei concetti,
sistematici, Pio XII ama di più i discorsi di richiamo, di appello, di applicazione a
casi e situazioni concreti di tali insegnamenti e, soprattutto, ama rivolgersi a pubblici
diversissimi. Si può dire che non vi è ceto o funzione sociale, alto o basso, cui egli
non si rivolga approfittando anche dei nuovi mezzi di diffusione della parola, come la
radio: dai medici alle ostetriche, dai patrizi romani agli operai, dai militanti cattolici
ai giuristi, ai diplomatici, ai contadini, ai popoli. A tutti e a ciascuno egli traccia la
strada perché con il loro contributo, nell'ambito proprio di ciascuno, l'ordine cristiano
all'interno delle società e tra di esse, ordine che è fondamento della pace, possa essere
restaurato o instaurato.
I problemi sul tappeto
Quali sono i punti sui quali il pontefice insiste particolarmente?
È possibile dire che egli avverta lucidamente i mutamenti e la crisi della società
occidentale nel cuore del ventesimo secolo, tanto a livello di microstrutture, quanto a
livello di istituzioni statuali e sovranazionali. Egli si sforza pertanto di sostenere la
famiglia, cellula-base della società, alla quale dedica notevole spazio fin dalla sua
prima enciclica Summi pontificatus del 20 ottobre 1939; di affrontare la condizione
della donna - è il primo pontefice a comprendere l'importanza della rivoluzione
sociale in atto con il diffondersi del lavoro femminile a livello di massa -; di risolvere
i problemi posti dall'etica sanitaria.
Ulteriore preoccupazione del pontefice è quella di orientare cristianamente la
ricostruzione dell'ordine internazionale all'indomani del secondo conflitto mondiale.
Merita particolare cenno, a questo proposito, il discorso Trés sensible ai congressisti
del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale, del 6 aprile 1951, nel
quale descrive i fondamenti di un assetto nazionale e sovranazionale cristianamente
ispirato. Ancora, sempre in tema, il discorso Ci riesce al V Congresso Nazionale
dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani, del 6 dicembre 1953, sul problema della
tolleranza del male nell'ordine sociale.
Le «élites» della società
Urgente, in questa prospettiva di ricostruzione nello scenario post-bellico che vede il
tramonto dell'Europa (dal papa consapevolmente previsto e dolorosamente vissuto) e
l'emergere prepotente sulla scena internazionale delle superpotenze statunitense e
sovietica, nonché delle ideologie di democrazia universale e socialismo da esse
incarnate, è la ricostituzione o la rigenerazione di élites sociali cristiane. A
quest'ultimo proposito, il pontefice si adopera a fornire principi e direttive,
particolarmente nelle sue ripetute allocuzioni al patriziato romano (si tratta di dodici
interventi con cadenza annuale pronunciati in occasione di udienze tra il 1941 e il
1952). Si rivolge ai nobili romani con un intento che li trascende - ma non li esclude e ne fa i destinatari immediati di un discorso che si indirizza in realtà a tutti gli
ambienti nei quali siano presenti potenzialmente o realmente - anche se allo stato
residuale - élites cristiane.
Popolo e «massa»
In omaggio alla concezione organica della società (così felicemente espressa da Pio
XII stesso nella memorabile distinzione tra «popolo» e «massa»: «Il popolo vive e si
muove per vita propria; la massa è per sé inerte e non può essere mossa che dal di
fuori. Il popolo vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono [...]»,
nel radiomessaggio natalizio del 24 dicembre 1944) il papa propone alle élites
cristiane il grandioso compito di assumere la responsabilità di organizzare o
influenzare beneficamente gli altri gruppi sociali, anche all'interno del quadro
istituzionale della democrazia moderna; di guidarne e stimolarne lo sviluppo fino alla
pienezza, con attenzione particolare agli strati poveri della società; di custodirne i
costumi e le tradizioni, creando ambienti, istituti e centri di produzione e diffusione di
sana cultura e, dando con il proprio esempio di vita austera e disinteressatamente
posta al servizio della nazione - secondo il modello classico dell'autorità cristiana -, il
«tono» a tutta la società e allo Stato, creando così quella «democrazia delle élites»
che papa Pacelli preconizza e della quale vede un valido referente storico nella
Confederazione svizzera.
Il diritto naturale
La filosofia politica soggiacente a tale sforzo di magistero e che è costantemente talvolta esplicitamente - richiamata, è quella ispirata alla dottrina del diritto naturale
cristiano (fino dalla sua enciclica programmatica Summi pontificatus afferma: «[le
norme] devono piuttosto appoggiarsi sull'inconcusso fondamento, sulla roccia
incrollabile del diritto naturale e della divina rivelazione») che fa derivare la
giustizia e il diritto dalla struttura antropologica dell'uomo e dalla sua conformazione
al disegno eterno di Dio, Creatore della realtà, ivi compresa la persona e la società
umane, diritto di suo indipendente dalla volontà positiva di chi esercita il potere. Pio
XII, di formazione e mentalità eminentemente giuridiche, riprende e utilizza nel suo
magistero le categorie in materia di diritto naturale elaborate dal pensiero cattolico,
da san Tommaso d'Aquino ai teorici spagnoli del XVII secolo, Federico Suarez e
Francisco de Vitoria. Un'altra stagione del diritto naturale si ebbe di nuovo
nell'Ottocento, con la scuola gesuita dei padri Matteo Liberatore e Luigi Taparelli
d'Azeglio, che continua nel Novecento con la neoscolastica e con figure come quelle
di Francesco Olgiati, Antonio Messineo e Giorgio Del Vecchio.
La pace: «tranquillità dell'ordine»
Se è vero che, secondo l'espressione agostiniana, la pace altro non è che la tranquillità
dell'ordine, cioè il frutto dell'ordine, si può dire che la produzione magisteriale di Pio
XII, in quanto descrive e propugna le condizioni e le forme dell'ordine individuale,
familiare e sociale, non possa essere separata da quell'obiettivo costante di
pacificazione che costituisce l'abito, il leitmotiv, dell'azione di papa Pacelli, fino ad
essere recepito nella frase di Isaia apposta al proprio stemma pontificale «Opus
justitiae pax».
************
APPENDICE AL PARAGRAFO 2
DEL CAPITOLO VI
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NATURA E LIMITI DELLE TASSE
Nessun dubbio sussiste sul dovere di ciascun cittadino a sopportare una parte del
gravame delle spese pubbliche. Ma lo Stato, dal canto suo, in quanto incaricato di
proteggere e di promuovere il bene comune dei cittadini, ha l'obbligo di non
distribuire tra questi che gli oneri necessari e proporzionatamente alle loro risorse.
L'imposta non può quindi divenire mai per i pubblici poteri un mezzo comodo per
colmare l'ammanco cagionato da un'amministrazione imprevidente, per favorire
un'industria o una branca di commercio a svantaggio di un'altra egualmente utile. Lo
Stato dovrà astenersi da qualsiasi spreco del denaro pubblico; esso dovrà prevenire
gli abusi e le ingiustizie da parte dei suoi funzionari, nonché l'evasione di coloro che
vengono legittimamente colpiti. Gli Stati moderni sono propensi oggi a moltiplicare i
loro interventi e ad assicurare un numero crescente di servizi; essi esercitano un
controllo più stretto sull'economia; intervengono maggiormente nella protezione dei
lavoratori; inoltre i loro bisogni aumentano nella misura in cui diventano più ampie le
loro amministrazioni. Spesso le imposte troppo onerose opprimono l'iniziativa
privata, frenano lo sviluppo dell'industria e del commercio, scoraggiano le buone
volontà [...].
Si può dire, in breve, che le dimensioni considerevoli degli Stati moderni esigano una
sistemazione accurata della legislazione fiscale, ancora aggravata, su più di un punto,
da un empirismo discutibile. [...] La saggezza dei governanti e l'efficacia di
un'amministrazione zelante ed integra, deve dimostrare chiaramente che il sacrificio
imposto corrisponde ad un servizio reale e genera i suoi frutti.
(PIO XII, Allocuzione al Congresso dell'Associazione fiscale internazionale, del 210-1956).
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L'ARMONIA DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE
Sensibilissimi al vostro gesto deferente. Noi vi diamo, signori Membri del Congresso
del Movimento universale per una Confederazione mondiale, il Nostro cordiale
benvenuto. Il Nostro vivo interesse per la causa della pace in una umanità così
duramente travagliata vi è ben noto. Ne abbiamo dato frequenti testimonianze. La
conservazione o il ristabilimento della pace è sempre stato ed è sempre più l'oggetto
della Nostra sollecitudine costante. E se troppo spesso i risultati sono stati lontani dal
rispondere ai Nostri sforzi e ai Nostri atti, l'insuccesso non Ci scoraggerà mai, fino a
che la pace non regnerà nel mondo. Fedele allo spirito di Cristo, la Chiesa vi tende e
vi lavora con tutte le sue forze: essa lo fa con i suoi precetti e con le sue esortazioni,
con l'azione incessante, con incessanti preghiere [...].
Inoltre essa sa, ed è suo dovere, discernere tra i veri e i falsi amici della pace. Essa la
vuole, e perciò si adopera a promuovere tutto ciò che, negli schemi dell'ordine divino,
naturale e soprannaturale, contribuisce ad assicurare la pace. Il vostro Movimento,
signori, si dedica a realizzare una organizzazione politica efficace del mondo. Niente
è più conforme alla dottrina tradizionale della Chiesa, più conforme al suo
insegnamento circa la guerra legittima o illegittima, soprattutto nelle congiunture
presenti. Bisogna giungere dunque ad una organizzazione di tal genere, non fosse che
per farla finita con una corsa agli armamenti in cui, da decine di anni, i popoli si
rovinano e si esauriscono in pura perdita.
Voi siete d'opinione che, per essere efficace, l'organizzazione politica mondiale debba
avere forma federalistica. Se con ciò intendete che essa deve essere esente
dall'ingranaggio di un unitarismo meccanico, siete anche in questo d'accordo con i
principii della vita sociale e politica fermamente enunciati e sostenuti dalla Chiesa. In
realtà nessuna organizzazione del mondo sarebbe vitale se non si armonizzasse con
l'insieme delle relazioni naturali, con l'ordine normale e organico che regge i rapporti
particolari degli uomini e dei diversi popoli. Senza di che qualunque ne fosse la
struttura le sarebbe impossibile sostenersi e durare [...].
Dappertutto oggi la vita delle nazioni è disintegrata dal culto cieco del valore
numerico. Il cittadino è elettore. Ma, come tale, egli non è in realtà che una delle
unità, il cui totale costituisce una maggioranza o una minoranza che uno spostamento
di qualche voto, anche di uno solo, basterà a capovolgere. Di fronte ai partiti, egli
conta soltanto per il suo valore elettorale, per l'apporto che il suo voto dà: del suo
posto e del suo ufficio nella famiglia e nella professione non si tratta [...].
Fino a che l'organizzazione politica universale non sarà stata consolidata su questa
indispensabile base si corre il rischio di inocularle i germi mortali dell'unitarismo
meccanico. [...]
In realtà è impossibile risolvere il problema dell'organizzazione politica mondiale
senza accettare di allontanarsi talvolta dalle vie battute, senza fare appello
all'esperienza della storia, ad una sana filosofia sociale e anche a un certo intuito
dell'immaginazione creatrice.
PIO XII, Stralci dal discorso Très sensible, pubblicato in Cristianità, anno VII, n. 45,
gennaio 1979.
*****
5. IL MAGISTERO SCIENTIFICO
Intellettuale di razza egli stesso, Pio XII lungo tutto l'arco del suo pontificato non
tralascia mai di rivolgersi agli esponenti degli ambienti colti della società.
Il contenuto del suo magistero mira, da un lato, a riaffermare la possibilità di
un'armonica integrazione della fede con le scienze umane (il Dio che rivela non può
infatti trovarsi in contraddizione con l'Autore del creato), le quali, a partire dal
razionalismo settecentesco, attraverso il positivismo e lo scientismo dell'Ottocento,
fino a giungere al tecnocratismo del nostro tempo, si è tentato di integrare a visioni
del mondo contrapposte a quella religiosa o, anche, semplicemente teistica. Dall'altro
lato, fa parte del suo disegno orientare la formazione di tali élites intellettuali sotto
due aspetti: perché esse esercitano una influenza notevole sulle altre élites sociali e
sulla società nel suo insieme e perché l'attività stessa di ricerca intellettuale pone agli
stessi studiosi problemi e pericoli di chiusura orgogliosa o di naturalismo - se non di
materialismo - dai quali il pontefice intende salvaguardarli.
I caratteri
Gli interventi di carattere scientifico di Pio XII sono generalmente indirizzati ad
ambienti elevati e qualificati del corpo sociale e, di conseguenza, le considerazioni
che vengono fatte nel loro ambito godono di una particolare autorevolezza ai fini
dottrinali. Il punto di partenza del pontefice nel trattare i vari temi scientifici è quello
dei tesori di dottrina che la Chiesa possiede, la Rivelazione e il diritto naturale in
primo luogo, nonché, elemento non trascurabile, la propria plurisecolare esperienza di
umanità, tanto individuale quanto collettiva.
Nel magistero di Pio XII possiamo dapprima identificare un gruppo di discorsi e testi
diretti al ceto intellettuale nella sua generalità e potenzialità: sono quelli che egli
rivolge agli universitari e ai laureati cattolici, come pure ai loro docenti. Il papa
chiama tutti loro, più volte, a combattere la battaglia per la riconquista culturale del
mondo contemporaneo, a farsi cioè anche nel nostro secolo «araldi della verità
cattolica» (cfr. l'allocuzione Nei tesori, sui doveri dell'intelligenza cattolica, agli
studenti universitari e ai laureati italiani di Azione Cattolica, del 20 aprile 1941) e
«nuovi apostoli del Vangelo in seno alla società dei dotti e dei sapienti moderni»
(ibid.). Egli fa appello anche alla coerenza tra il perfezionamento intellettuale e
quello morale e spirituale, a nutrire la propria intellettualità con l'istruzione e la
pratica religiose, a lottare abbandonando la superbia e adottando invece l'umiltà e la
carità, nella consapevolezza della «grave responsabilità» che incombe sui dotti nei
confronti degli altri membri della società, «specialmente i più umili» (come si
esprime nel discorso Nel darvi ai laureati italiani di Azione Cattolica, del 24 maggio
1953).
Il modello di scienziato
Da parte del papa non può mancare neppure la proposizione di un modello di uomo di
scienza cattolico, che egli ritrova nel filosofo, scienziato e teologo tedesco medievale
sant’Alberto Magno, il quale viene dichiarato («colla pienezza della Nostra
Apostolica potestà»), in un breve apostolico del 16 dicembre 1941, «celeste Patrono
presso Dio degli studiosi delle Scienze Naturali».
I discorsi di argomento più specificamente scientifico sono invece rivolti per lo più
alla Pontificia Accademia delle Scienze con cadenza annuale in occasione delle
inaugurazioni degli anni accademici. Altri sono invece costituiti dai messaggi di
saluto che il pontefice indirizza a vati convegni scientifici, specialmente medici. Il
papa, in tutte queste occasioni, non cessa di ricordare i retti presupposti filosofici, sia
teoretici che cosmologici e psicologici, di ogni ricerca scientifica, la quale,
applicandosi al mondo delle cose, non può disancorarsi dalla visione creazionistica e
giusnaturalistica, come quella cattolica, pena il non comprendere più oppure il
concentrarsi sul particolare dimenticando l'universale.
Nessuna disciplina viene tralasciata: neppure la ricerca filosofica, definita «la più
nobile e alta disciplina umana» nel discorso al Congresso Internazionale di Filosofia
di Roma, del 20 novembre 1946.
Ostacoli da superare
Nell'occuparsi dei diversi argomenti, Pio XII non può non incontrarsi con i problemi
più gravi e pressanti di allora, problemi sia interni alle discipline ecclesiastiche come
a quelle profane, spesso interessando entrambi gli ambiti. Egli cerca di illuminarli
tutti e di elaborare per ciascuno una soluzione in accordo con il cristianesimo.
Talvolta la sua parola è ascoltata e accettata, ma altre volte, purtroppo, anche se
autorevolmente reiterata, non vale a provocare il consenso degli intelletti e a
smuovere le volontà, così che al pontefice non resta altra via, almeno per il gregge a
lui affidato dalla Provvidenza, se non quella di una motivata condanna: l'integrità
della verità e della fede è più importante per la Chiesa che non la libertà di opinione
dei ricercatori.
Un esempio tipico di questi ultimi pronunciamenti è l'enciclica Humani generis del
12 agosto 1950. Il papa effettua in questa sede una sorta di accurato e accorato
bilancio della cultura del suo tempo e palesa alcuni degli errori più pericolosi, per i
credenti, allora in circolazione. Uno di questi è l'evoluzionismo materialistico,
assunto allora come autentico dogma in campo non solo scientifico ma anche,
coniugandosi con la concezione monistica della realtà (questa sarebbe costituita da
un'unica sostanza), da diverse scuole filosofiche, offrendo altresì un sostegno
formidabile al materialismo dialettico marxista. Anche un certo esistenzialismo collocato a lato dell'idealismo, dell'immanentismo, del pragmatismo, di un certo
pseudo-storicismo - incorre nella censura del pontefice, «perché ripudiate le essenze
immutabili delle cose, si preoccupa solo dell'esistenza dei singoli individui». Un'altra
dottrina che dalle scienze naturali deborda in campo teologico (questa volta) è il
cosiddetto poligenismo (secondo cui il genere umano non avrebbe avuto origine da
un'unica coppia originaria ma da più esseri cui andrebbe ricondotto, come nome
collettivo, l'Adamo biblico). Essa viene giudicata pericolosa in quanto mette in
discussione il peccato di origine.
La questione dei teologi
In campo teologico, diverse tendenze del momento divengono oggetto di messa in
guardia da parte della Humani generis. Ad esempio, l'abbandono dell'apparato
concettuale della filosofia scolastico-tomistica nella interpretazione del dogma; la
lotta contro l'apologetica tradizionale in nome del cosiddetto «irenismo»; la latente
sostituzione delle conclusioni della ricerca teologica al magistero. Particolarmente
veemente è la reazione di Pio XII in relazione al problema della filosofia tomistica:
egli non esita ad affermare che «questi amatori delle novità facilmente passano dal
disprezzo della teologia scolastica allo spregio verso lo stesso Magistero della
Chiesa (...) Questo Magistero viene da costoro fatto apparire come un impedimento
al progresso e un ostacolo per la scienza; (...) il divin Redentore non ha affidato
questo deposito (della fede), per l'autentica interpretazione, né ai singoli fedeli né
agli stessi teologi, ma solo al Magistero della Chiesa». Sono questi i termini di un
dibattito - quello del rapporto teologia/magistero - che dura tuttora e i successivi
pronunciamenti, in consonanza con Pio XII, ripetuti più volte dai pontefici, non
sembrano a tutt'oggi avere avuto esito. Vi sono stati in anni recenti «casi» clamorosi,
come la vicenda del teologo svizzero Hans Kung, le polemiche contro l'enciclica di
Paolo VI Humanae vitae, la «teologia della liberazione». Un documento volto a
ripercorere organicamente i termini del dibattito e, augurabilmente, a porvi fine, è la
Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, emesso il 24 maggio 1990 dalla
Congregazione per la Dottrina della Fede.
Altri punti teologici toccati nell'importante documento di Pio XII: i dubbi sulla natura
degli angeli, la rimozione o riduzione del concetto di peccato originale e di peccato
attuale, il tentativo di svuotare di realtà la consacrazione eucaristica sostituendo il
termine «transustanziazione» con altri più vaghi.
Come non individuare in tutti questi fermenti erronei, condannati dal pontefice - e
rinnovati ancora in seguito, forse in maniera grave come non mai nella storia della
Chiesa - antichi errori, già più volte manifestatisi e culminati in quella «sintesi di tutte
le eresie», cioè il modernismo teologico, affrontato e contestato con tanta fermezza
da Pio X?
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APPENDICE AL PARAGRAFO 5
DEL CAPITOLO VI
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ARMONIA TRA FEDE E SCIENZA
«(...) Ma anche nella vostra personale presenza in questo stesso luogo, nel magnifico
omaggio di 350 opere di scienziati e letterati, Noi vediamo la conferma - onorevole
per voi e, per Noi intimamente consolante - del molteplice e indissolubile accordo
della vostra sollecitudine per l'umano sapere e per il progresso scientifico con il
profondo rispetto per la verità divina, di cui l'insegnamento, la difesa, la
conservazione, l'interpretazione è affidata alla Chiesa di Cristo.
Gli è che, fra i risultati certi delle investigazioni scientifiche e i dati essenziali della
fede, non vi è e non vi può essere alcuna opposizione irriducibile. Circa le eventuali
divergenze bisognerà attribuirle agli errori a cui sono facilmente soggetti i giudizi
umani, ma non mai possono riferirsi ad un contrasto oggettivo e inconciliabile tra la
scienza e la fede.
No, signori: i diritti della ragione e il progresso del sapere non hanno alcuna minaccia
da temere da parte della fede. Il loro nemico non è certo Dio; lo sono invece tutti
coloro che, in un modo o nell'altro, hanno rinnegato o messo da parte Dio per porre al
suo posto un idolo. E chi oserebbe negare che il nostro tempo scivola
pericolosamente sulla china che lo porta al culto di false divinità, il cui servizio è
incompatibile con la libertà morale e la dignità dello scienziato?»
PIO XII, Dal discorso di Pio XII ai professori e studenti universitari di Francia (10
aprile 1950) in: PIO XII, Discorsi agli intellettuali (1939-1954), Ed. Studium, Roma,
p. 144.
*****
6. LE ENCICLICHE DOGMATICHE
Tra i documenti che Pio XII dedica specificamente alla Chiesa spiccano tre
encicliche: la Mystici corporis, avente per tema la teologia della Chiesa, la Divino
afflante spiritu, sulla Sacra Scrittura e, infine, la Mediator Dei, sulla liturgia.
Tutte e tre vengono promulgate in breve arco di tempo: le prime due nel 1943, la
terza nel 1947.
Il «Corpo mistico»
Nell'enciclica sulla Chiesa, datata 29 giugno 1943, festa dei santi Pietro e Paolo, il
papa introduce, per la prima volta a livello di magistero ecclesiale, il concetto e il
termine di «Corpo mistico di Cristo». Esso veniva ad affiancarsi alle definizioni
tradizionali - o diventate consuete - di «sposa di Cristo», «madre dei viventi», «ovile
di Cristo», «dimora del Dio vivente», «tempio santo», «città» o «regno di Dio».
Con la nuova definizione e la dottrina ad essa connessa, Pio XII si richiama
direttamente alla teologia paolina e intende sottolineare il carattere di compagine
organica che contraddistingue la Chiesa. Essa è, secondo questo insegnamento, una
realtà unica, con articolazione analoga - ma non identica - a quella di un corpo, una
realtà cioè indivisa, visibile, gerarchicamente compaginata, dotata di organi vitali (i
sacramenti), che si compone di membri individuabili (i battezzati, che sono legati a
Cristo e tra loro stessi con la stessa forza delle membra con il corpo). Cristo è colui
che ha dato vita a tale corpo e che lo sostiene e lo conserva. La sua natura è però
«mistica», cioè misteriosa, in quanto in essa opera lo Spirito di Dio, come linfa vitale,
con le sue grazie, i suoi carismi, i suoi frutti, che sono tanto ineffabili quanto
invisibili.
La Chiesa non è, per altro aspetto, né una Chiesa nascosta, intangibile, riducibile al
soffio dello Spirito, una «Chiesa pneumatica», né, altresì, una pura istituzione umana
(una Chiesa «giuridica»), bensì, come nel Verbo incarnato convivono due nature, la
divina e la umana, così nella Chiesa coesistono i due aspetti di realtà spirituale e di
istituzione terrena che ha un suo assetto anche giuridicamente statuito.
La seconda parte della Mystici Corporis è dedicata a descrivere come si realizza
questa unione dei battezzati in Cristo e tra essi stessi; mentre la terza contiene
un'esortazione pastorale nella quale vengono confutate, tra l'altro, tendenze ascetiche
che vengono raccolte sotto il titolo di «falso misticismo» e di «falso quietismo». Essa
termina con un caloroso appello ai fedeli affinché il loro amore per la Chiesa abbia
come modello quello di Cristo medesimo.
Questa dottrina del Corpo Mistico avrà grande influsso nella teologia degli anni
successivi, anche su quella spirituale e sull'apologetica, e verrà recepito in integro, a
fianco del nuovo concetto di «popolo di Dio», nella costituzione Lumen gentium sulla
Chiesa del Concilio Vaticano II.
L'enciclica Divino afflante Spiritu del 30 settembre 1943 viene promulgata allo scopo
di ricordare e celebrare il cinquantenario dell'enciclica Providentissimus Deus di
Leone XIII, che viene definita «la Magna Charta degli studi biblici»,
Pio XII non si propone di aggiungere alcunché all'insegnamento scritturale del
predecessore, ma soltanto di richiamarne e riaffermarne i termini e lo spirito,
intendendo al più presentare alcune modalità di svolgimento degli studi biblici più
adeguate ai mutati tempi.
L'«anima» delle Scritture
La divina ispirazione della Bibbia, insegnava Leone XIII, non doveva né venir messa
in discussione, né ristretta ai soli insegnamenti riguardanti la fede e la morale, ma
andava considerata inerente all'intero testo dei libri approvati dalla Chiesa e ad essi
soli. Eventuali errori di natura storica o scientifica rilevabili in alcuni testi non erano
propriamente da ritenere tali, in quanto l'agiografo non era necessariamente esperto di
questioni di «cose fisiche» o, comunque, ne riferiva con le categorie comuni proprie
dello stadio di progresso scientifico del suo tempo. Né peraltro tali nozioni erronee
sono da considerare parte essenziale della rivelazione divina, anzi sono «cose [che]
nulla importano per la salute eterna», ché questa è, in ultima analisi, l'«anima» della
Sacra Scrittura.
Dopo aver ricordato con quanta fedeltà i suoi predecessori Pio X e Pio XI si erano
fatti eco dell'insegnamento leoniano, Pio XII espone i nuovi criteri metodologici da
usare nella ricerca. Necessità di salde basi filologiche, quindi linguistiche, corretta e
serrata critica testuale, uso delle versioni greca ed ebraica della Scrittura a fianco
della Volgata (la traduzione in latino, opera di san Girolamo, è adottata come
ufficiale dalla Chiesa), retto uso dei «sensi» (letterale, allegorico, ecc.) del testo,
utilizzo delle esegesi dei Padri, maggiore impiego dei risultati delle discipline
storiche, archeologiche e culturali, ne sono i cardini. L'enciclica si chiude
rammentando lo stretto legame che unisce l'esegesi scritturale con l'annuncio e il
commento biblico popolare e, quindi, con la fede e la pietà del popolo di Dio, che
dalla parola di Dio trae nutrimento per la sua salvezza.
Maggior carattere innovativo ha invece l'ultimo dei tre documenti in esame, la
Mediator Dei del 20 novembre 1947. Si tratta di un documento di ampio respiro (è
stato edito con la numerazione di ben 183 paragrafi), una sorta di breve trattato, con il
quale il sommo pontefice intende riprendere, rinnovare e rinvigorire il senso
teologico della liturgia cattolica. Era un tema assai sentito in quegli anni in quanto
molti avvertivano una certa fissità nelle forme liturgiche, nonché la presenza in esse
di numerosi sedimenti devozionali posteriori alla riforma tridentina che rischiavano
di far perdere il significato genuino degli atti di culto. È senz'altro noto, poi, come
non molti anni dopo, con il Concilio Vaticano II, la Chiesa latina inaugurerà un'ampia
anche se spesso malintesa e, quindi, deformata, azione di riforma della lex orandi.
L'esigenza di un rinnovamento liturgico, di una maggiore conoscenza delle sue fonti
storiche, nonché di una maggiore compenetrazione tra liturgia e pastorale e liturgia e
vita della comunità, era già emersa durante l'intenso periodo: di restaurazione delle
comunità benedettine in Francia, dopo la Rivoluzione, soprattutto ad opera della
gigantesca figura di fondatore, liturgista e divulgatore di don Prosper Guéranger. La
corrente di studi da questi iniziata era culminata nei primi anni del Novecento con la
costituzione del cosiddetto «movimento liturgico».
«Il Nostro dovere c'impone - afferma Pio XII nell'introduzione - di seguire con
attenzione questo “rinnovamento” nella maniera nella quale è da alcuni concepito, e
di curare diligentemente che le iniziative non diventino né eccessive né difettose».
Liturgia e preghiera
Nella prima parte egli dà una definizione della liturgia che suona così: «la sacra
liturgia è (...) il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come Capo
della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di
Lui, all'Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di
Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra».
Nell'ambito delle diverse forme di culto, ruolo centrale riveste il culto eucaristico, cui
Pio XII dedica la seconda parte del documento. La sua fonte è il sacrificio rinnovato
del Signore nella messa e si esplica ancora nella comunione eucaristica e
nell'adorazione delle sacre specie. La novità - che sarà poi parte saliente
dell'insegnamento dei padri del Vaticano II - è l'accento che il papa pone sulla liceità
e sull'efficacia della partecipazione dei fedeli al sacrificio della messa in unione con il
sacerdote.
Altre due forme liturgiche prese in considerazione e giudicate come da rivalutare
sono per Pio XII l'ufficio divino e l'anno liturgico. Soprattutto la preghiera «ufficiale»
del Corpo mistico, basata sui Salmi, riprenderà impulso e diffusione anche tra i laici
dopo l'ultimo concilio. Il secondo (la meditazione sui misteri della vita di Cristo in
sincronia con la liturgia nei vari «tempi» dell'anno) ha conosciuto, pare, meno
fortuna. Forse perché imperniato sulla persona storica del Redentore e sui santi e
quindi male sonante per le orecchie di «quegli scrittori moderni, i quali - come
afferma la Mediator Dei -, ingannati da una pretesa più alta disciplina mistica, osano
affermare che non ci si deve concentrare sul Cristo storico, ma sul Cristo
"pneumatico e glorificato"». (n. 137)
************
APPENDICE AL PARAGRAFO 6
DEL CAPITOLO VI
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EVENTI POLITICI DURANTE IL PONTIFICATO DI PIO XII
(prima parte)
12-3-1940
Dopo tre mesi di strenua resistenza, la Finlandia soccombe all'URSS.
10-5-1940
Occupazione tedesca di Belgio, Lussemburgo e Olanda. Offensiva contro la Francia,
che capitolerà il 22-6.
10-6-1940
Dichiarazione di guerra dell'Italia alla Francia e all'Inghilterra.
3/6-8-1940
Annessione sovietica di Estonia. Lettonia e Lituania.
27-9-1940
Patto tripartito fra Germania, Italia e Giappone.
22-6-1940
La Germania invade l'URSS.
7/8-12-1941
Attacco giapponese a Pearl Harbour. Gli USA entrano in guerra contro il Giappone.
11-12-1941
Dichiarazione di guerra di Germania e Italia contro gli Stati Uniti.
25-7-1943
Mussolini viene arrestato per ordine del re Vittorio Emanuele III dopo un voto
contrario del Gran Consiglio del fascismo. Dopo trattative segrete con gli alleati e il
successivo armistizio (3-9), il governo Badoglio e la famiglia reale si rifugiano a
Brindisi sotto il controllo dell'esercito americano: nasce il regno del sud.
12-9-1943
Mussolini, liberato dalle “SS”. costituisce la Repubblica Sociale Italiana (1-12) che
governerà l'Italia del nord per 19 mesi, combattendo soprattutto contro i gruppi
partigiani.
28-11/1-12-1943
Conferenza di Teheran tra Roosevelt, Churchill e Stalin.
9/18-10-1944
Colloqui di Mosca fra Roosevelt, Eden e Stalin. Si definiscono le rispettive sfere
d'influenza delle potenze alleate nei Balcani.
1/11-2-1945
Alla Conferenza di Yalta, Churchill, Roosevelt e Stalin decidono, fra l'altro, il futuro
della Germania (divisione in due zone di occupazione).
25-4-1945
Mussolini viene catturato da partigiani a Dongo e fucilato.
30-4-1945
Suicidio di Hitler a Berlino.
17-7/2.8.1945
Conferenza di Potsdam sulla sistemazione del mondo nel dopoguerra.
7/8-5-1945
Resa delle forze armate tedesche.
6-8-1945
Lancio da parte degli USA delle prime bombe atomiche: su Hiroshima (100.000
morti e 100.000 feriti) e, tre giorni dopo, su Nagasaki.
2-9-1945
Capitolazione del Giappone.
Fine della guerra che, secondo un bilancio approssimativo, è costata 55 milioni di
morti, di cui il 55% civili.
24-10-1945
Entra in vigore la Carta delle Nazioni Unite firmata da 51 Stati dopo la fondazione
dell'ONU (26-6-1945).
Europa orientale. Si estende l'influenza sovietica, che nel 1945 si annette la Prussia
nord-orientale, l'Ucraina carpatica e i territori orientali polacchi, e, nel 1947, dopo i
trattati di Pace di Parigi, ottiene la Carelia dalla Finlandia e la Bessarabia dalla
Romania.
7. L'ETICA SANITARIA
di Piera Villa Sanguinetti
Pio XII nel suo multiforme magistero ha affrontato in maniera ampia i problemi di
etica sanitaria, sottolineando in modo deciso l'interdipendenza dell'anima e del corpo
che sono i due aspetti, le due componenti di una sola realtà: l'uomo. Il papa richiama
continuamente questa unità agli operatori sanitari, ricordando l'altissima dignità della
loro missione che li vede «collaboratori di Dio nella difesa e nello sviluppo della Sua
creazione» (Discorso ai Congressisti delle Società Nazionali di Gastro-Enterologia,
del 26 aprile 1952). Originale è l'approccio che il pontefice ha con il problema: egli si
mette sullo stesso piano tecnico-scientifico dei suoi interlocutori, adottando sempre
una terminologia moderna e aggiornata, dando la preminenza ad una esatta
impostazione dei problemi di fondo. Questo «tecnicismo» non va però a discapito del
suo obbiettivo di «reductio ad unum» delle scienze e delle tecnologie mediche. Quasi
profetiche, considerando il tempo ormai non più vicinissimo, sono le sue prese di
posizione su tematiche oggi ampiamente dibattute, quali la fecondazione artificiale ed
i princìpi di deontologia che definiscono i limiti nella ricerca e nella sperimentazione,
i confini degli interventi di «rianimazione», o l'inquadramento morale delle questioni
di genetica e di psicologia.
I tre princìpi di base
Ci sembra importante evidenziare le tre idee basilari che fondano l'etica sanitaria
secondo Pio XII. Esse sono le seguenti.
a) «La morale medica deve poggiare sopra l'essere e la natura. E ciò perché essa
deve corrispondere all'essenza della natura umana e alle sue leggi (...). Tutte le
norme morali, anche quelle della medicina, procedono necessariamente da principi
ontologici [...]» (all'Associazione Medica Mondiale, 30 settembre 1954).
b) «La morale medica deve essere conforme alla ragione, alla finalità ed orientarsi a
seconda dei valori» (ibid.) L'operatore medico sanitario, secondo tale principio, non
può essere superficiale, bensì deve avere una coscienza attiva, chiedendosi ad ogni
intervento quale è la sua giustificazione, a che cosa mira e quali mezzi lecitamente
può usare.
c) «La morale medica deve essere radicata nel trascendente» (ibid.) L'ordine morale
ha, infatti, un carattere assoluto che supera sia l'incostanza del comportamento
umano, sia la mutevolezza del costume sociale, e di conseguenza anche la morale
medico-sanitaria ha un fondamento ed obbedisce ad una regola che sono trascendenti.
Avendo presenti queste premesse, il medico cattolico, come pure l'operatore
sanitario, secondo l'insegnamento del papa, interverranno sul malato ricordando
sempre la totalità e l'unicità della persona, fatta ad immagine e somiglianza di Dio,
recante l'impronta di Dio nell'anima e perciò degna del massimo rispetto.
Tra le tematiche cui abbiamo accennato, vogliamo soffermarci su tre temi, oggi al
centro dell'attenzione.
La fecondazione artificiale
La fecondazione artificiale, sia al di fuori che all'interno del matrimonio, in generale,
se riferita all'uomo, non può essere considerata dal punto di vista medico-biologico
soltanto, escludendo quello etico. Al di fuori del matrimonio, è immorale perché la
legge naturale stessa, oltre a quella divina positiva, stabilisce che la procreazione
avvenga all'interno di un contesto certo e stabile, cioè all'interno di una famiglia
frutto di un matrimonio. Nell'ambito del matrimonio stesso, se prodotta attraverso
l'elemento attivo di un terzo, è immorale perché solo gli sposi hanno il diritto
reciproco sul loro corpo. Oltre a ciò, siccome al genitore compete anche la
conservazione della vita del figlio e soprattutto la sua educazione, ciò non può
avvenire (o, quanto meno, è esposto a grave rischio) se tra lo sposo legittimo ed il
bambino non esiste alcun vincolo di origine.
La genetica
Agli studiosi di genetica il pontefice, dopo aver minuziosamente ripercorso le tappe
del progresso della loro scienza ed essersene rallegrato, ricorda invece che: «[...] La
sola genetica nulla può dire sull'unirsi che fa un'anima spirituale, nell'unità di una
natura umana, a un substrato organico dotato di un'autonomia relativa. La
psicologia e la metafisica, od ontologia, devono dire la loro parola non per opporsi
alla genetica, ma per procedere in accordo con essa, riprendendo ma anche
sostanzialmente completando i suoi dati [...]. Non è lecito dedurre tutto lo psichismo
[...] dall'anima rationalis come forma corporis, sostenendo che la materia prima
amorfa riceve ogni sua determinazione dall'anima spirituale creata direttamente da
Dio, e nulla dai geni racchiusi nel nucleo cellulare» (Discorso ai partecipanti al
Primo Congresso Internazionale di Genetica medica, del 7 settembre 1953).
La farmacia
Non ci si può esimere, infine, dal ricordare, anche brevemente, gli insegnamenti ai
farmacisti, cui ricorda la necessità della retta coscienza, «perché oltre il suo aspetto
tecnico, l'effetto buono o cattivo dei rimedi riveste un aspetto morale, al quale lo
sbandamento ed il disordine attuali delle coscienze conferiscono presentemente una
gravità mai avuta in passato» (Lettera He recibido della Segreteria di Stato al III
Congresso Internazionale dei farmacisti cattolici, del settembre 1954).
8. IL MAGISTERO SPIRITUALE
Il magistero di carattere spirituale di Pio XII - anche se tutto il magistero della Chiesa
ha in verità una lata intentio di natura spirituale, in quanto finalizzato anch'esso alla
salvezza dell'uomo - trova la sua origine, da un lato, dalla profonda vita interiore di
Eugenio Pacelli e, dall'altro, dalle diverse necessità di sostegno spirituale e di
impetrazione dell'aiuto del Fondatore, che la Chiesa, popolo di Dio, presenta nei vari
momenti storici.
Pio XII e la Vergine
Tra i vari temi toccati dal magistero spirituale di Pio XII vogliamo ricordarne due: la
devozione a Maria e quella al Sacro Cuore di Gesù.
Riguardo al primo, si rileva che per tutta la sua vita il papa coltiva una devozione privata come pubblica - altissima e teologicamente fondata alla Madre di Dio. Ella è
vista, in particolare, come Madre della Chiesa ed è, quindi, sentita straordinariamente
vicina a lui, vicario di Cristo e pastore supremo della Chiesa. Di lei il papa mette
specialmente in risalto la figura di mediatrice di tutte le grazie, liberamente eletta dal
Figlio come termine medio fra se stesso e l'umanità redenta, e, di conseguenza, la
indica come colei nelle cui mani sta la sorte, non solo delle singole anime, ma anche
dei popoli, delle nazioni, degli Stati. Maria è inoltre ininterrottamente invocata e
additata da Pio XII come modello di santità femminile, in particolare - ai singoli, alla
Gerarchia, ai diversi stati di vita, ai reggitori di popoli.
Apostolo, custode e animatore fervente delle varie forme di devozione a Maria soprattutto quelle popolari - da quella di Lourdes a quella di Fatima e a quella del
Carmelo, egli si sforza costantemente di meglio fondare dottrinalmente e di purificare
tali correnti spirituali.
Alla Regina del cielo
A Maria, Pio XII dedica memorabili encicliche. Una delle più belle e fondamentali è
Ad coeli Reginam del 1954, nella quale rintraccia il profilo teologico e rilancia la
dottrina della Regalità della Vergine, della quale istituisce nel contempo la festa, al
termine del mese di maggio. Tre anni prima, nel 1951, con l'enciclica Ingruentium
malorum, aveva richiamato il popolo cristiano alla necessità della preghiera mariana,
proponendo in particolare il ricorso a Maria mediante il Rosario, che viene proposto
come il rimedio più appropriato, per la sua natura di preghiera contemplativa, alla
dispersività del mondo moderno. Nel 1953, poi, con l'enciclica Fulgens corona,
indice l'anno Mariano, in occasione del centenario, esplicitamente richiamato, della
proclamazione del dogma della Immacolata Concezione da parte di Pio IX. Per
l'occasione il papa compone una preghiera, rivolta alla Madonna e segno del suo
amore straordinario per lei.
È anche noto che si deve a Pio XII la definizione dogmatica - l'ultima tra l'altro,
finora - dell'Assunzione in cielo in corpo e anima della Vergine, definizione
proclamata a Roma e rivolta alla Chiesa universale il 10 novembre 1950 nel corso
dell' Anno Santo con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus e preparata
fino dal maggio 1946 con l'enciclica consultiva Deiparae Virginis Mariae.
Le apparizioni di Fatima
Una menzione a parte merita il legame tra Pio XII e la Madonna di Fatima. Egli viene
ordinato vescovo proprio nel giorno della prima apparizione di Maria ai tre pastorelli
portoghesi, il 13 maggio 1917, e sembra quasi che tale coincidenza segni per sempre
la vita e il ministero del futuro pontefice. Coltiva infatti una devozione viva e speciale
al Cuore Immacolato di Maria, la cui imitazione sovente ripropone ai contemporanei,
come si può rilevare dalla sua lettera al vescovo di Autun (in Francia) Ex officiosis
litteris del 15 gennaio 1948. Si fa inoltre esplicitamente strumento delle richieste
rivolte da Maria a Fatima allo scopo di allontanare il castigo di Dio dal mondo
peccatore, allorché consacra nel 1942, in pieno conflitto mondiale, il mondo al Cuore
della Vergine con il radiomessaggio ai pellegrini di Fatima Benedicite Deum caeli.
Dieci anni più tardi, il 7 luglio 1952, ottempererà ancora più fedelmente ai desideri di
Maria consacrando «tutti i popoli della Russia» al suo Cuore Immacolato.
Una seconda volta ancora, nel 1946, ritorna sul tema di Fatima indirizzando ai
vescovi e al popolo portoghesi il radiomessaggio Bendito seja o Senhor in occasione
della incoronazione della statua di Maria ad opera del legato pontificio, cardinale
Aloisi Masella, il 28 aprile 1946, nel quale sottolinea il ruolo regale universale della
Madre di Dio.
Ancora, in tema di mariologia, vanno menzionate le esortazioni ai pellegrinaggi verso
i luoghi delle apparizioni mariane, in particolare Lourdes; la promozione della
consacrazione delle nazioni a Maria nel Vecchio come nel Nuovo Mondo; la
composizione di preghiere di rara bellezza, quali quella contenuta nel radiomessaggio
Quando, lasciate alla gioventù cattolica italiana dell'8 dicembre 1953, che inizia con
le parole «O Vergine bella come la luna (...)», quella a Maria Assunta (10 novembre
1950), quella alla Madonna di Lourdes del 1957, quella, infine, «O piena di grazia
(...)», recitata il 26 maggio 1957, preghiera della e per la donna cristiana.
Pio XII stesso, sul finire del proprio pontificato, nell'enciclica Meminisse iuvat, del
14 luglio 1958, traccerà un sintetico bilancio della sua opera per la confermazione e
la propagazione del culto mariano nel mondo.
Il culto del Sacro Cuore
Al culto del Sacro Cuore di Gesù, Pio XII dedica invece un documento
importantissimo dal punto di vista teologico e pastorale, l'enciclica Haurietis aquas.
Essa si riallaccia a due altri solenni documenti di predecessori: l'enciclica Annum
sacrum di Leone XIII (1899) e la Miserentissimus Redemptor di Pio XI (1928). Di
essi l'enciclica pacelliana costituisce un approfondimento e uno sviluppo: ciò vale in
particolare per il secondo documento, il cui motivo centrale - la riparazione ai dolori
inferti al Cuore di Gesù per i peccati degli uomini, anche sociali, da parte di schiere
elette dei fedeli - viene riproposto pressantemente dal papa, che ne avverte acutissima
la necessità, tanto più urgente quanto più la degradazione morale nel mondo si va
diffondendo.
************
APPENDICE AL PARAGRAFO 7
DEL CAPITOLO VI
*************
EVENTI POLITICI DURANTE IL PONTIFICATO DI PIO XII
(seconda parte)
12-6-1946
In Italia dopo il referendum viene proclamata la Repubblica.
1946
Inizia in Indocina la guerra tra le forze socialiste del Viet-Minh e le truppe francesi.
maggio 1947
In Italia viene costituito il quarto governo De Gasperi: per la prima volta dal 1944, il
PCI non ne fa parte.
1947
Gli Stati Uniti d'America lanciano il «Piano Marshall» (per la Ricostruzione
Europea).
18-4-1948
Elezioni generali in Italia: sconfitta socialista e inizio dell'egemonia politica
democratico-cristiana.
1948
Il leader del socialismo jugoslavo, Josip Broz «Tito», rompe con Mosca.
Blocco sovietico di Berlino: ponte aereo per rifornire la città assediata.
maggio 1948
Guerra tra la Lega Araba e gli ebrei palestinesi: si conclude con un armistizio. Poco
dopo nasce lo Stato nazionale ebraico.
1-10-1949
Viene proclamata la Repubblica Popolare Cinese.
1950
Scoppia la guerra di Corea.
1951
In Cecoslovacchia purghe nel partito socialista.
5-3-1953
Muore Stalin; emerge Nikita Krusciov che dà segni del «disgelo».
17-6-1953
A Berlino est la popolazione insorge contro la SED (il partito socialista). Violenta
repressione russa.
1954
In Indocina sconfitta dei francesi a Dien Bien Phu; nascono Laos, Cambogia e i due
Vietnam.
1954
Lo sfaldamento dell'impero coloniale francese in nord Africa: indipendenza di
Tunisia e Marocco. In Algeria esplode la guerriglia tra il Fronte di Liberazione
Nazionale e il governo francese.
1956
Nel giugno scoppiano rivolte popolari in Polonia, soprattutto a Poznan.
ottobre 1956
L'Ungheria insorge.
1956
L'Egitto nazionalizza il Canale di Suez. Israele attacca l'Egitto per conquistarsi uno
sbocco sul Mar Rosso (il porto di Eilat). Intervengono la Francia e l'Inghilterra.
Sotto le pressioni dell'ONU e americane gli anglo-francesi devono ritirarsi. Le
potenze europee realizzano quanto siano mutati i rapporti strategici dopo la guerra
mondiale.
1956
Al XX congresso del PCUS Krusciov denuncia i crimini di Stalin. Si apre la
«destalinizzazione» all'interno dell'URSS e dei paesi satelliti.
1957
Inizia la «seconda guerra d'Indocina»: una virulenta guerriglia sul territorio del
Vietnam del Sud prelude all'intervento nord-vietnamita socialista a fianco del
Vietcong e degli Stati Uniti a fianco dei governativi.
1957
Con il lancio del satellite artificiale sovietico Sputnik si apre l'era dell'esplorazione
dello spazio.
1958
Nasce in Francia la Quinta Repubblica che l'anno dopo eleggerà alla sua testa il
generale Charles De Gaulle.
CONCLUSIONE
Pio XII muore nel 1958, a pochi anni dalla convocazione del Concilio Vaticano II,
che segnerà una svolta nella vita della Chiesa e nei rapporti di questa con il mondo.
Al di là dei limiti cronologici recepiti nel titolo di questo dossier (I papi del nostro
secolo) abbiamo voluto ricostruire l'identikit del periodo storico che termina con il
Vaticano II e, per questo, abbiamo dovuto risalire fino all'evento che lo apre, cioè la
Breccia di Porta Pia, che segna l'inizio almeno emblematicamente - di quel processo
di irrigidimento reciproco fra Chiesa e mondo che l'ultimo Concilio sembrerà
attenuare. Abbiamo dovuto, a tale fine, operare una digressione nell'Ottocento
trattando del pontificato di Pio IX e della prima parte di quello di Leone XIII.
Come riassumere le grandi linee storiche di questa epoca?
*****
1870-1960: sono novant'anni segnati dalla progressiva conquista liberale del governo
degli Stati e da una conseguente e generalizzata legislazione tendenzialmente
laicistica, dalla secolarizzazione del pensiero e della vita, dall'avvento delle ideologie
(socialcomunista, fascista, nazionalsocialista) che contendono al liberalismo la guida
delle società occidentali fino al punto da scatenare una guerra «calda», prima, e una
guerra «fredda», poi. Ad esse seguirà - come vedremo in un successivo dossier l'esplosione a livello culturale dei fermenti liberali e marxisti in quella che verrà
chiamata la Rivoluzione culturale del Sessantotto.
*****
Alla fine degli anni Cinquanta la Chiesa si trova in una situazione apparentemente
senza uscita, dal punto di vista temporale, nel suo rapporto con il mondo. Tanto nel
mondo libero, infatti, quanto nel mondo dominato dal blocco sovietico, il processo di
distacco dei popoli dal cristianesimo procede e si acuisce, sotto la spinta di forze
apparentemente divergenti ma in realtà cospiranti, come il materialismo pratico che si
diffonde ad Ovest (anche in reazione al tragico conflitto mondiale) e il materialismo
ateistico militante che opprime i popoli dell'Est. Nelle altre aree del mondo, mentre
l'Islam conosce i primi fermenti di risveglio culturale e politico, l'evangelizzazione
missionaria inizia a conoscere notevoli difficoltà di penetrazione.
Alla Chiesa si pone dunque con urgenza il problema di come fare fronte a questa
condizione storica. Certamente, come sempre e come ripetono tutti i pontefici in un
modo assolutamente non convenzionale, la prima riforma inizia dagli uomini, dal loro
maggior tendere alla santità assumendo l'insegnamento evangelico in tutta la sua
radicalità. Questo non elimina, però, la necessità di adeguare la pastorale ai bisogni
dei tempi.
*****
È da qui che nasce l'intenzione originaria che porterà alla convocazione di un nuovo
Concilio generale durante il pontificato di Giovanni XXIII.
Davanti a questa intenzione e alla sua attuazione nel Concilio, si delineano peraltro
almeno tre atteggiamenti fondamentali: quello di coloro che vogliono semplicemente
continuare a proporre l'insegnamento della Chiesa, nell'attesa che il mondo receda
dalle sue posizioni; quello di alcuni che, riprendendo il tentativo modernista,
cercheranno, soprattutto durante e dopo il Concilio, di cambiare anche il contenuto
del messaggio cattolico sotto il pretesto dell'aggiornamento pastorale, e, infine, quello
dei cattolici che andranno incontro agli uomini del proprio tempo, rinunciando ad
ogni pur legittimo privilegio conseguito dalla Chiesa in tempi più cristiani, ma senza
mutare uno “jota” della dottrina di sempre.
Sarà quest'ultima la posizione che, dopo gli anni di confusione e di illusione del postConcilio, troverà corpo nel magistero di Giovanni Paolo II, che rivolgerà alle nazioni
di più antica tradizione cristiana l'appello pressante ed appassionato a intraprendere
una «nuova evangelizzazione» (del vecchio mondo) e a riscoprire il ruolo
essenzialmente missionario del cattolico, in particolare del laico.
Ma per tutto questo, rimandiamo il lettore al secondo dossier su I papi del nostro
secolo: da Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II.
INDICE
Premessa
I. IL SACRO NELL'ETÀ MODERNA
Sacralità e Rivoluzione
Il pontificato di Pio IX
II. LEONE XIII, IL PAPA DELLA RINASCITA CULTURALE (1878-1903)
La vita, il pontificato
Cultura cattolica e cultura laicista
Le ideologie del secolo
Le società segrete
Sulla famiglia
Lo Stato e il principio d'autorità
La questione sociale
III. PIO X, UN PAPA CHE VERRÀ PROCLAMATO SANTO (1903-1914)
La vita, il pontificato
La crisi modernista
L'insegnamento delle «cose divine»
La «riforma eucaristica»
Pio X e il movimento cattolico in Italia
Il segretario di Stato, cardinale Merry del Val
Lo scontro con la Repubblica francese
La morte e la canonizzazione
IV. BENEDETTO XV, UN PAPA NELLA TRAGEDIA DELLA «GRANDE
GUERRA» (1914-1922)
La vita, il pontificato
I cattolici e il primo conflitto mondiale
Sulla Sacra Scrittura
Il codice di Diritto Canonico
L'epistola su Dante Alighieri
V. PIO XI, UN PAPA NELL'ETÀ DEI TOTALITARISMI (1922-1939)
La vita, il pontificato
Sull'educazione
La «Quadragesimo anno» nella dottrina sociale della Chiesa
Di fronte al socialcomunismo
Di fronte al fascismo e al nazionalsocialismo
Gli «esercizi spirituali»
I Patti Lateranensi
VI. PIO XII, UN PAPA TRA GUERRA TOTALE E GUERRA «FREDDA» (19391958)
La vita, il pontificato
La seconda guerra mondiale
il nazionalsocialismo e gli ebrei
La «Chiesa del silenzio»
Il magistero sociale
Il magistero scientifico
Le encicliche dogmatiche
L'etica sanitaria
Il magistero spirituale
Conclusione
FINITO DI STAMPARE NEL FEBBRAIO 1991
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