La Voce Irredentista
di
Movimento Irredentista Italiano
1
Le emozioni vivono dentro di noi e spesso rivivono con le parole degli
altri: è quello che accade leggendo il toccante racconto di Aurelia
Bonaiuto Casalone che, pur lasciandosi alle spalle tanta sofferenza e
tante cose legate al suo passato, è stata in grado di ritrovare, in
poche parole, una nuova vita; e il suo mare.
Tantissimi i temi trattati in questo numero: il nostro Bel Paese
occupato dalle basi americane, il contrastante rapporto di amore-odio
che lega ticinesi e lombardi, una parte di storia (quella dell‟Eritrea)
interessante e che non tutti conoscono; poi ancora, due articoli
sportivi che sconfinano in argomenti più importanti…
Insomma, ancora una volta ci siamo impegnati a scrivere di qualcosa
che ci sta a cuore e che, come sempre, speriamo tocchi anche i vostri
interessi.
di Lucrezia Sordelli
2
IN QUESTA 10^ USCITA
NEL BEL PAESE
IL MARE RITROVATO
4
L‟ITALIA OCCUPATA
9
TICINESI E LOMBARDI: FRATELLI
11
LO SAPEVI CHE…
…LA COSTITUZIONE AMMETTE LA PRESENZA DI ITALIANI NELLE TERRE IRREDENTE?
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HANNO DETTO
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STORIA
24 MAGGIO – I PARTE
16
INDEFICIENTER – VIII PARTE
19
SPORT
MALTA
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GLI SLOVENI PRENDONO TRIESTE
31
STOCCATA FINALE
32
IL DERBY DI
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IL MARE RITROVATO
di Sebastiano Parisi
Grazie al gentile interessamento del signor Ennio di Prinzio abbiamo la possibilità di leggere la triste ed
emozionante storia della signora Aurelia Bonaiuto Casalone, esule da Fiume. Questo è un racconto
diverso dal solito, è molto profondo ma allo stesso tempo fisico e reale, quindi non voglio anticipare
nulla. Lascio la parola al nostro amico Ennio e poi al racconto della signora Casalone intitolato “Il Mare
Ritrovato”.
Allora eccomi qua a trascrivere il breve racconto di una signora (Aurelia Bonaiuto Casalone) esule dalla
città di Fiume che venne in Abruzzo nel lontano 1946. Il racconto è contenuto in un opuscolo a cura del
centro culturale -Università "Vincenzo Bellisario" del "conoscere"in ogni età- (ubicato nella città di
Lanciano). Il centro organizza eventi culturali e convegni dedicati alle persone di età non più acerba ma
non solo. Mia madre frequentatrice del centro insieme alla signora in questione mi ha segnalato questo
racconto. Leggendolo ne sono rimasto colpito,si è aperto un mondo di sofferenze che io non conoscevo,
ho chiamato la gentile signora al telefono chiedendole il permesso di poter pubblicare su internet sui
forum che si occupano di queste tematiche il suo racconto. La signora amabile e discreta mi ha accordato
il suo benestare.
Prima della fedele trascrizione del racconto introduco solo alcune notazioni che serviranno a chi non
conosce i luoghi abruzzesi citati nel racconto.
Innanzitutto il borgo di San Vito Chietino, uno dei luoghi del cuore della signora, esso si trova sul mare
nei pressi di Lanciano nell'Abruzzo meridionale. Qui la costa disegna un paesaggio morbido di colline
coperte ora di boschi (roverelle, cerri e qualche leccio) ora di vigneti ed uliveti. Una falesia arriva a
ridosso della linea di costa lasciando giusto il poco spazio per la strada statale adriatica e la ferrovia (ora
traslata più all'interno rispetto ai tempi del racconto). Il clima è mite,in qualche anfratto sfida l'inverno
anche qualche arancio,ma se a Trieste soffia la bora qui è neve copiosa fino al mare. Dal borgo sul colle il
panorama spazia dal mare ai colli fino alla mole imponente della Maiella che chiude a sud ovest lo
sguardo. Il racconto è ricco di coincidenze San Vito e Fiume sono due luoghi amati da D'Annunzio,se da
Fiume si prende il mare dritti verso sud dopo 340 chilometri in linea d'aria si incontra terra proprio a San
Vito. Ecco dunque la trascrizione del racconto,cercherò di trascriverlo tutto in una volta questa sera
poiché le parti inerenti le tematiche di Fiume sono prevalentemente nella parte finale.
Ennio di Prinzio
4
IL MARE RITROVATO
di Aurelia Bonaiuto Casalone
E' aprile. Dopo il grigiore dell'inverno una spera di sole apre il cielo,l'aria mite invita all'aperto.
Ho nostalgia del mare; per fortuna è vicino, prendo l'automobile e scendo a San Vito. Durante il tragitto
penso: San Vito, lo stesso santo patrono della mia città "Fiume"; c'è dunque un richiamo? San Vito
Chietino è un paese sulla collina, che degrada verso il mare e scende fino all'acqua con un desiderio
irresistibile.
Ma San Vito Marina mi incanta! Il suo mare non è mai uguale, cambia colore come le nostre emozioni,
diventa impetuoso, punteggiato all'orizzonte di creste bianche e spumose, colore dell'acciaio, verde come
le colline di fronte, che lo ammirano, azzurro intenso come i ricordi, che tornano, di un altro mare. Ho
trascorso qui le mie stagioni marine, per molti anni ho goduto delle sue brezze, delle nuotate al largo con
un desiderio inconscio di ritorno, della compagnia dei gabbiani che, con il loro volo ,mi sfiorano e penso:
non so dove i gabbiani abbiano il nido, ove trovino pace, "mi intimorisco nel loro perpetuo volo, ma” dice
il Poeta, come loro amo "la gran quiete marina".
Il mare mi invita alla riflessione sulla vita e sulla morte,mi invita alla preghiera di ringraziamento al
Creatore,
perché
tanta
infinita bellezza,
immensità
e
potenza
sotto
un
cielo
misterioso, non
può essere che
l'opera di una
divinità.
Sulla
scogliera
frangiflutti,
scoperto
ho
per
caso il busto di
una
scolpito
mare
pietra.
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donna,
dal
sulla
La donna è bellissima, guarda all'infinito, ha i capelli sciolti dal vento, il collo lungo come quello delle
donne di Modigliani, ma per vederla bisogna cercarla; è ritrosa, però c'è un punto preciso dal quale la si
vede. In principio, la tenni come un mio segreto, il mare mi aveva svelato il suo genio, ma poi rivelai la
scoperta agli amici e durante le nuotate ritrovarla è per noi un dono.
A San Vito i miei figli hanno imparato a nuotare, ad amare il mare, ma anche a temerlo e rispettarlo e ne
hanno tratto salute e gioia.
Amo i trabocchi, che paiono eremi sospesi, con gli intrecci di pali e corde, quasi fuori posto; invece sono
tutti studiati per uno scopo valido, la pesca, e mi incanto a guardarli, e questo incanto volentieri lo porto
sulla
tela,
non
certamente
con
la
stessa
perfezione,
ma
con
intensità
di
sentimenti.
Sono stata varie volte sul trabocco del porto, dal mio amico pescatore Nicola che mi dava il pesce "riso",
ma anche da "zio Rocco", la sua pescheria è molto apprezzata in paese. Ho gustato i gelati della "coppa
de dora", ho comprato la frutta e le verdure gustose e fresche che le donne del paese vendono ai piedi
della scalinata della chiesa.
Anche la chiesa è stata parte della mia permanenza a San Vito, lì si sono celebrati matrimoni di amici. La
chiesa è piccola e raccolta, invita alla preghiera intima.
Durante tanti anni di frequentazione del paese, ho conosciuto in spiaggia, o durante le feste patronali,
come quella della Madonna del Porto, tante persone. Alcune sono amicizie tuttora vive e serene.
Per la festa della Madonna del porto, le barche in processione portano al mare la statua della Madonnina
e i fantasmagorici fuochi d'artificio la salutano con grande strepito, e cadono sull'acqua come stelle,
perché anche il cielo La onora.
A ritroso nel tempo,penso alle levatacce mattutine per vedere l'alba, il miracolo del sole che sorge dal
mare in mille toni: giallo, rosa, arancione, rosso, o alle notti a passeggio sul molo al chiaro di luna
argentea sulla superficie del mare, allora godo veramente la bellezza della natura, ci sono momenti
magici di silenzio, di partecipazione a questo mistero d'amore che è la vita dell'universo.
C'é a San Vito lo storico eremo dannunziano, solitario dinanzi al mare "selvaggio", dove il poeta scrisse "Il
trionfo della morte".
Un'altra coincidenza tra Fiume e San Vito da parte mia. D'Annunzio entrò a Fiume con i suoi legionari e fu
ospite per un pranzo a casa di mio nonno. Uscendo dal portone di casa del nonno per andare al Palazzo
del Governo, si doveva attraversare la strada. La mia zia Lina disse: "Comandante, grembiuliamo la
strada"; in fiumano il grembiule significa traversa. Chissà se il comandante apprezzò il puntiglioso italiano
di mia zia, o ne rimase. In città restò come una barzelletta.
Dinnanzi al mare molti anni fa, sotto l'eremo dannunziano allestirono un teatro all'aperto, dove io, in una
serata d'estate, assistetti alla rappresentazione della "Fiaccola sotto il Moggio", col panorama di un mare
incantato come noi dinanzi ad esso, sotto un cielo di stelle.
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C'erano poi, le Maggiolate, canzoni di musicisti e poeti abruzzesi, che radunavano un popolo di amatori
del folklore popolare; non godevo appieno di quei cori, perché ero ignorante della lingua dialettale locale.
Giorni, mesi anni di un'altra età.
Dalla terrazza di San Vito città, il panorama è superbo, la passeggiata che conduce fin la è la preferita nei
mesi autunnali e invernali, quando un po‟ di sole invita a respirare l'aria pulita e iodata del mare. Al
ritorno dalla "terrazza", si trova la piazzetta del paese, con il Municipio, la farmacia, i negozi di vari
articoli e il mercato.
Passeggiando lungo il Corso, il panorama è piacevole, si arriva alla stazioncina della "Ferrovia
Sangritana". Un trenino caratteristico percorre lentamente il retroterra e ti porta a Lanciano.
Oggi il sole primaverile mi induce a fermarmi sulla spiaggia. Guardo il mare che è un po‟ increspato, le
onde vanno e vengono. Da dove vengono?
Come un miracolo, la musica delle onde mi riporta indietro nel tempo. Le onde vengono a me per
svelarmi il destino che mi ha condotta in
questi luoghi e ha cambiato la mia vita?
Si. Eventi tragici!
Era il 29 Aprile del 1945,la guerra era
finita,
ma
a
Fiume,
in
città,
c'era
fermento, rabbia, ansia, paura, perché
nel trattato di pace, la città fu ceduta alla
Jugoslavia.
Mia madre disse "non voglio vedere i
Croati entrare a Fiume, e non li vedrò".
Il 30 Aprile mia madre morì per una
caduta
dalle
annunciata,
scale.
quando
Quella
avvenne,
morte
mi
sconvolse la vita. Il tempo non ha
cancellato il ricordo di quella tragedia. Il
primo Maggio,laceri e scalzi entrarono a
Fiume i Croati da vincitori. Fu per non
vederli che mia madre morì, così pensai
allora.
Con questi tragici eventi, finì la mia
gioventù spensierata e cominciò una vita
di responsabilità, incertezze, paure. Presi decisioni importanti come quella di lasciare la città per andare
in Italia, dove poi trovai un posto di insegnante in Abruzzo a Lanciano.
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Nel 1946 partii con un pullman per Trieste e alla frontiera ebbi il primo impatto con una realtà imprevista,
perché nella mia valigia c'erano documenti militari di onorificenza che l'ingegnere Carlo Casalone, che
conobbi a Fiume, da ufficiale, mi aveva lasciato da custodire.
Dopo la prigionia anche lui ebbe in Abruzzo l'incarico di ricostruire la “Ferrovia Sangritana" distrutta dalla
guerra, e da Milano si trasferì a Lanciano.
Il soldato che mi perquisì trovò questi documenti e non seppe leggerli, andò quindi a chiamare il suo
superiore, lasciandoli sul tavolino. Un signore, che attendeva il suo turno di controllo, mi disse:
"signorina, prenda questi fogli e vada via, perché certamente la prenderanno per una spia". Così feci e
arrancando, con la valigia pesante, mi incamminai nella zona franca.
Improvvisamente sentii gli spari, mi agghiacciarono, le gambe tremarono, cercai di affrettarmi, ma la
valigia era pesante e il cuore batteva all'impazzata. Fortunatamente un militare, dal confine triestino mi
corse incontro, prese la valigia e mi condusse sana e salva dall'altra parte. Qui però, a parte il gesto
generoso del militare, ci fu un'altra umiliazione, le impronte digitali, che mi furono prese come gli
extracomunitari di oggi e poi fui mandata allo sbaraglio, senza nessun aiuto.
Ero tornata in Patria!
Il viaggio per l'Abruzzo fu molto lungo e travagliato. Guardavo dal finestrino del treno le impressionanti
rovine dei paesi e delle città,mi pareva di essere in un mondo che mai più sarebbe stato restituito al suo
ordine e vivibilità; questo aumentava la paura dell'ignoto per la mia nuova vita che aveva dubbi per il
futuro. Quando, dopo due giorni, arrivai alla stazioncina di San Vito Marina, avevo ritrovato il mio mare
Adriatico.
Con le lacrime agli occhi sognavo l'amore e una vita nuova, la mia famiglia che poi avrei cresciuta, i miei
figli. Dietro di me c'era la tragedia della guerra, gli affetti persi, il lutto, la casa invasa dagli stranieri.
Davanti a me il mare spumeggiante e infinito di San Vito, il mare ritrovato, la mia patria mai
abbandonata, il sogno di una vita vera.
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L’ITALIA OCCUPATA
di Sebastiano Parisi
Un tema mai (volutamente) approfondito ma di elevata gravità riguarda la presenza di forze armate
straniere sul nostro suolo. Quale Paese non può dirsi “occupato” quando sul suo territorio sono presenti
113 basi militari straniere e ben 70 (qualcuno dice persino 90) ordigni nucleari? Nessuno credo, ma per
qualche motivo (che si può immaginare) l‟aggettivo non viene mai allegato all‟Italia. La maggioranza delle
forze militari non-italiane sul nostro suolo sono di origine americana, come americane sono anche le 70
bombe,
le
quali
si
trovano
precisamente ad Aviano (50 bombe)
e
Ghedi
Torre
(i
10-20
pezzi
restanti). Si tratta di ordigni tattici
nucleari B61 che possono essere
trasportati e sganciati da appositi
aerei, come gli F16 e i Tornado
(entrambi posseduti dall‟Aeronautica
Militare Italiana) e dai nuovi F35 che
l‟Italia ha comprato e che a breve
cominceranno ad essere sfornati.
Non è chiaro se gli ordigni possano essere utilizzati anche dagli aerei italiani, ma pare che, in caso di
necessità le 50 bombe B61 della base di Aviano siano a disposizione dei nostri Tornado, mentre quelle di
Ghedi Torre ad esclusivo uso degli americani. Non è chiaro neanche il senso di tutto ciò, il motivo per cui
nel 2012 il nostro suolo sia ancora violato da questa vera e propria spazzatura nucleare con un potere
distruttivo pari a 900 volte quello di Hiroshima e Nagasaki. Le condizioni di sicurezza in cui si trovano le
basi sono scarse e in particolare quella di Ghedi Torre è segnalata a rischio dallo stesso Pentagono.
Questo significa che in caso di attacco, se questi siti venissero colpiti, i danni sarebbero inimmaginabili.
La guerra fredda è finita da 20 anni ma la Nato non vuole rinunciare a nulla di ciò che ha acquisito e,
mentre la Russia ha ritirato gli ordigni disposti nei Paesi dell‟ex Patto di Varsavia, noi ci ritroviamo ancora
in queste assurde condizioni. L‟Italia potrebbe da sola provvedere alla propria difesa nazionale come
dovrebbe avvenire nei Paesi liberi e sovrani, ma a quanto pare noi non siamo né l‟uno né l‟altro.
Ma per assurdo non esiste un programma di ritiro (a parte qualche propagandistica illusione di ritiro delle
bombe B61 dall‟Europa), ma addirittura il programma è in allargamento, come dimostrano ad esempio la
base Dal Molin a Vicenza e il pericolosissimo impianto radar della Marina Usa a Niscemi, in Sicilia; in
entrambi i casi la popolazione si è attivata contro le opere: nel caso di Niscemi si tratta di un radar
pericolosissimo che gli americani hanno fin‟ora installato solo in aree desertiche e disabitate sul loro
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territorio nazionale. Oltre a gravi danni alla popolazione locale, i radar, se puntati erroneamente, anche
per pochissimi istanti, possono arrecare danni irreparabili ad eventuali civili colpiti che si trovassero nella
traiettoria.
Ma tornando alla questione centrale, c‟è da segnalare che più volte l‟Italia è venuta meno a trattati
internazionali e alla Costituzione per via di queste basi e degli ordigni nucleari; possono essere nominati
ad esempio il Trattato di Non Proliferazione della armi nucleari, il Trattato con la Libia o l‟articolo 11 della
Costituzione.
Per obbiettività è giusto dire che non siamo i soli in queste condizioni ma forse siamo tra quelli messi
peggio: in Belgio a Kleine Brogel ci sono tra le 10 e le 20 bombe (sempre B61); idem a Bruchel in
Germania e a Volkel in Olanda; in Turchia invece a Incirlik ci sono tra le 60 e le 70 bombe.
Ci sarebbero poi Francia e Gran Bretagna che però hanno bombe loro, non americane.
Alla fine vediamo quindi che l‟Italia è il Paese con più ordigni americani, a pari merito con la Turchia e
probabilmente anche più.
Va infine segnalato un fattore di non poco conto per i tempi di crisi che corrono: quello economico.
Quanto costa tutto questo ambaradam? I costi delle bombe non sono conosciuti proprio a causa del
segreto che circonda questa questione e difatti mai nessun governo italiano ha mai ammesso la loro
esistenza (dichiarata però dal Pentagono).
Questo problema, anche se non legato direttamente all‟Irredentismo e alle terre irredente, abbiamo
trovato giusto accennarlo e magari, in futuro, approfondirlo, perché è sicuramente molto importante e
alla fine collegato ai nostri ideali, in quanto un‟Italia “occupata” non potrà mai essere in grado di
riprendersi le sue terre. É chiaro che dobbiamo prima liberarci dei mali interni ed esterni che piegano la
nostra Patria, sia quelli fisici e visibili, come quelli affrontati in questo intervento, sia quelli nascosti e
velati che sono forse ancora più pericolosi e incontrollabili.
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TICINESI E LOMBARDI: FRATELLI
di Sebastiano Parisi
Se oggi si guarda alla Svizzera Italiana, specie al Canton Ticino, tutto si può fantasticare fuorché che da
queste popolazioni nostre consanguinee ci sia un minimo accenno di fratellanza verso gli italiani. Ovvio
che non si può generalizzare, non tutti i ticinesi scendono in strada a festeggiare quando la Nazionale di
calcio italiana perde una partita
(anche se alcuni sì), come non tutti
pensano che siamo dei mafiosi o dei
topi che rubano il formaggio agli
svizzeri. Certo che è diffuso un
sentimento di amore-odio nei nostri
confronti
che,
estremizzato,
anche
non
se
non
arriva
praticamente mai alla conclusione
che il sangue di un lombardo e di un
ticinese è il medesimo, mai e poi mai
c‟è
il
coraggio
l‟inammissibile,
di
ammettere
nominare
l‟innominabile, cioè che i ticinesi sono italiani. Ma non sempre è stato così. Ci fu un tempo in cui i ticinesi
si riconoscevano nella Nazione Italiana, perlomeno nel senso non politico del termine, un tempo in cui gli
abitanti di questo bel cantone scendevano giù in soccorso dei fratelli lombardi per dargli man forte contro
gli
austriaci
Giornate
di
durante
Milano.
sembrano
le
Cinque
Tempi
lontanissimi,
che
quasi
surreali. L‟Austria arrivò a bloccare
le frontiere col Ticino dopo che
questo aveva spudoratamente dato
aiuto ai patrioti italiani, che nel
cantone
si
rifugiavano
e
continuavano l‟attività iniziata nel
Lombardo-Veneto occupato. Il tutto
andò però lievemente scemando
negli anni e, nonostante la presenza di alcuni ticinesi tra le fila degli eserciti risorgimentali italiani tra il
11
1859 e il 1861, il numero non è paragonabile al migliaio che supportò i lombardi a Milano e nella Prima
Guerra d‟Indipendenza. Intanto il Governo federale di Berna temeva molto questa situazione di
fratellanza che rimaneva tra gli “svizzeri italiani” e i loro consanguinei oltre-confine. Durante la Grande
Guerra gli elvetici arrivarono a partorire un piano di invasione dell‟Italia sull‟onda di una sorta di
irredentismo alla rovescia che voleva riprendere i territori lombardi conquistati un tempo dai confederati
elvetici. L‟assurdo progetto che prevedeva un attacco coordinato con l‟Austria non venne (per nostra
fortuna) mai portato a compimento. Poi venne il tempo dell‟Adula e degli irredentisti ticinesi del calibro di
Teresina Bontempi, Aurelio Garobbio, Rosetta Colombi, Francesco Chiesa che lottarono per la redenzione
della loro terra, per fare in modo che anche il Ticino entrasse a far parte del Regno. In quegli anni il
Ticino era ancora una regione molto arretrata rispetto agli standard svizzeri, sottoposta costantemente al
rischio della germanizzazione. Va ricordato che il Ticino era una colonia svizzera, acquisita dagli elvetici a
spese del Ducato di Milano (il quale nel 1400 includeva il Ticino e i Grigioni meridionali). Si ricordino
dunque gli attuali abitanti del Ticino che la loro terra apparteneva a uno Stato italico e che fu ottenuta
dalla Svizzera in maniera tutt‟altro che gloriosa. E per di più per molto tempo il Ticino fu solo una colonia
povera e sfruttata, sottomessa agli staterelli germanici della Confederazione Elvetica. Oggi i ticinesi
guardano ancora verso l‟Italia, la nostra cultura riesce comunque ad attrarli, proprio per le affinità che ci
sono, prima fra tutte quella linguistica. Ma oltre questo non si va, come dicevo all‟inizio c‟è quella barriera
che non si può oltrepassare, quel tabù che se sfiorato irrigidisce le posizioni sul più ostinato nazionalismo
svizzero.
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…LA COSTITUZIONE AMMETTE LA PRESENZA DI ITALIANI
NELLE TERRE IRREDENTE?
di Sebastiano Parisi
La questione è complessa e ci vorrebbe un esperto per affrontarla. Con molta semplicità proverò a dare
un quadro il più possibile vicino alla realtà.
Tutto parte da una vecchia legge del Regno d‟Italia, la Legge Crispi. Questa legge riconosceva come
italiani non regnicoli (cioè italiani per stirpe ma non sudditi del Regno), gli abitanti della regione fisica
italiana, cioè i maltesi, i corsi, i nizzardi, gli svizzeri italiani, gli istriani, i fiumani, i dalmati, i sanmarinesi e
i cittadini vaticani. Questa legge rimase intatta fino alla fine del Regno d‟Italia. La Repubblica Italiana
inserì nuovamente la Legge nella nuova Costituzione, più che altro per cambiare la parola “regnicoli” in
“appartenenti alla Repubblica”. Questa vecchia Legge fu inserita nell‟Art. 51, precisamente al comma
due, che recita cosi:
"La legge può, per l'ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani
non appartenenti alla Repubblica."
Come vedete non viene specificato chi sono esattamente questi “italiani non appartenenti alla
Repubblica”, ma trattandosi del semplice ammodernamento della vecchia Legge Crispi potrebbe essere
sottinteso. Purtroppo però, per applicare questo comma due, c‟è bisogno di una legge. Nel 2006, con la
legge 124/2006, si apportarono delle modifiche alla legge 5 febbraio 1992 n° 91. Cosi recita l‟Art.17-bis
della legge:
“il diritto alla cittadinanza italiana è riconosciuto:
a) ai soggetti che siano stati cittadini italiani, già residenti nei territori facenti parte dello Stato italiano
successivamente ceduti alla Repubblica jugoslava in forza del Trattato di pace firmato a Parigi il 10
febbraio 1947, reso esecutivo dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947,
n. 1430, ratificato dalla legge 25 novembre 1952, n. 3054, ovvero in forza del Trattato di Osimo del 10
novembre 1975, reso esecutivo dalla legge 14 marzo 1977, n. 73, alle condizioni previste e in possesso
dei requisiti per il diritto di opzione di cui all'articolo 19 del Trattato di pace di Parigi e all'articolo 3 del
Trattato di Osimo;
b) alle persone di lingua e cultura italiane che siano figli o discendenti in linea retta dei soggetti di cui
alla lettera a).”
13
Il
senatore Nicola di Girolamo cercò di andare oltre e presentò nel 2009 un disegno di legge per
applicare ciò che la Costituzione forse lasciava intendere e che comunque già con la Legge Crispi era
stato anni addietro osato. Dunque, degli articoli del DDL del senatore, a noi interessa il numero tre, il
quale recita:
“Sono considerati italiani non appartenenti alla Repubblica:
- gli abitanti della Regione fisica italiana (e precisamente: i corsi, i nizzardi, i tendaschi, i brigaschi, gli
svizzeri italiani, gli istriani, i fiumani, i dalmati, i maltesi, i sanmarinesi, i monegaschi ed i cittadini
vaticani);
- gli emigrati ed i loro discendenti provenienti dalle zone suddette, nonchè gli emigrati ed i loro
discendenti provenienti da territori appartenenti o già appartenuti allo Stato unitario italiano (Regno
d'Italia prima, Repubblica italiana poi).”
Dunque, non solo gli italiani autoctoni della Regione geografica italiana, ma anche gli emigrati e i
connazionali abitanti nei territori coloniali italiani sono parificati ai cittadini italiani. Ma purtroppo questa
fantastica legge non venne mai approvata. Non c‟è traccia dell‟entrata in vigore della legge, né
dell‟approvazione, ma solo e unicamente della proposta, del DDL. Dunque siamo al punto di partenza.
Ma la Costituzione parla chiaro, come chiaro parlava la vecchia Legge Crispi, di cui il comma 2 dell‟Art. 51
non pare essere altro che l‟ammodernamento. Quindi diciamo che sarebbe ora che una legge applicasse
il tutto, perché onestamente preferisco che un corso o un italo-argentino siano parificati a un cittadino
italiano, rispetto a un africano o un cinese che evidentemente di sangue italiano non ne hanno nemmeno
una goccia.
In questo articolo si è cercato di affrontare la questione nel modo più completo possibile, ma non essendo stato scritto da un
esperto in materia è possibile che ci siano delle inesattezze e delle cose da aggiungere. Dunque esortiamo chi dovesse sapere
qualcosa in più di non esitare a contattarci e provvederemo dunque a rettificare e ad approfondire ulteriormente l‟argomento che ci
interessa profondamente. Grazie.
14
di Sebastiano Parisi
15
24 MAGGIO – I PARTE
di Domenico Verta
“Ventun anni son trascorsi dalla liberazione dell‟Eritrea, diciannove dall‟indipendenza: il fiero cammino di
una giovane e bella Nazione tra povertà e miracolo economico, tra pace e guerra, tra democrazia e
dittatura.”
Il titolo potrebbe ingannare. Non
parlerò del Piave e del nostro
intervento nella Grande Guerra
bensì
mi
occuperò
di
un‟altra
storia, molto meno conosciuta e di
un‟altra altra guerra, non meno
sanguinosa della suddetta. Ma in
questa storia non c‟è solo guerra,
c‟è il cammino di una Nazione…
Lo scorso 24 maggio l‟Eritrea ha
celebrato il ventunesimo annuale
della sua liberazione dal giogo
etiope ed il diciannovesimo della
sua indipendenza da Addis Abeba. L‟Eritrea è lo Stato più giovane d‟Africa ed è quello che ha avuto la
guerra di liberazione più lunga (un trentennio), guerra condotta non, come suggerirebbe la parola
“decolonizzazione”, contro la potenza che esercitava il dominio coloniale (cioè…l‟Italia!) bensì contro
un‟altra potenza occupante geograficamente molto più vicina, l‟Etiopia, e contro il suo velleitario
imperialismo spesso tollerato dagli occidentali perché “africano” e anticolonialista. L‟Eritrea è lontana
dall‟Italia eppur così vicina: aldilà della distanza geografica, molti aspetti ci uniscono agli eritrei. Questo
perché per più di mezzo secolo (1890-1941) fu colonia italiana anzi fu la “Colonia Primogenita”, il primo
nostro possedimento al quale gli italiani erano molto affezionati. L‟architettura della capitale Asmara
(definita la “piccola Roma”) per via dei numerosi edifici in stile razionalista,liberty,decò e per gli ampi
viali ricorda l‟Italia, anzi una città del Sud degli anni ‟30 come Latina (l‟architettura italiana è ben visibile
anche nei maggiori centri del Paese ossia a Massaua, ad Assab, a Cheren, a Decamerè, quest‟ultima
definita la” piccola Torino”per le sue industrie le quali rimasero in funzione sino alla metà degli anni
Settanta). A Dògali il ponte costruito dagli italiani ( quello che reca l‟iscrizione in piemontese “Ca custa
l‟on ca custa”-costi quel che costi- per ricordare il sacrificio degli uomini di De Cristoforis ed esortare
soldati e coloni a “non mollare mai” in terra d‟Africa, per dirla con un‟espressione mutuata dal calcio)
viene ancora oggi considerato un capolavoro d‟ingegneria al pari della ferrovia Massaua-Asmara che in
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poche ore porta il viaggiatore dalla calura infuocata di Massaua al celestiale e salubre clima di Asmara
utilizzando le locomotive dell‟epoca coloniale a carbone e le littorine, cosa molto suggestiva dal punto di
vista dell‟emergente ma ancora timido turismo (una curiosità:la ferrovia durante la guerra di liberazione
venne smontata per trarne materiale da costruzione per trincee, camminamenti e casamatte ma dopo la
liberazione il governo ordinò di recuperare i materiali e di ricostruirla. I protagonisti di questa
“rinascita”furono i giovanotti di 70 e 80 anni che avevano lavorato con gli italiani e che usavano la nostra
terminologia per indicare le parti del treno e della linea ferroviaria!). E poi la lingua, la cucina, le
abitudini, gli usi e i costumi. Lingua principale al tempo del colonialismo ma anche nel trentennio
successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l‟italiano, dopo una fase di calo coincidente con la
fase più aspra del conflitto con l‟Etiopia, ha tuttora una buona diffusione in Eritrea soprattutto nelle
grandi città come la capitale Asmara. Buona parte degli eritrei oggi parla italiano o come seconda lingua
accanto al tigrino (si tratta in genere di persone adulte o anziane che hanno vissuto sotto il dominio
italiano od in tempi nei quali l‟Eritrea
ospitava un‟attiva comunità italiana ossia
sino alla metà degli anni ‟70. Sino al 1975
infatti vi erano nel Paese scuole, negozi
,industrie, aziende agricole italiane e gli
eritrei studiavano e lavoravano accanto ai
nostri
connazionali)
o
come
lingua
veicolare (si tratta soprattutto di giovani
che l‟hanno appreso grazie agli studi nelle
Scuole Italiane come la Scuola Italiana
dell‟Infanzia “Maria Montessori”,la Scuola
Elementare
Italiana
Buonarroti”,la
Scuola
“Michelangelo
Media
Italiana
“Alessandro Volta”,il Liceo Sperimentale
“Guglielmo Marconi”.
sono
Le Scuole Italiane
le più prestigiose dell‟Eritrea,
si
trovano all‟Asmara e complessivamente i
loro allievi superano il migliaio). L‟italiano
inoltre ha profondamente influenzato il
tigrino,la lingua più diffusa del Paese:
“macchina”=
“automobile”,”macchina”;
“ciao”= “ciao”; “cappotto”= “cappotto”;
“uardia”= “guardiano”, ”guardia”;
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“armadio”=”armadio”; “bullone” = “bullone” “mastisci”= “mastice”,”colla” e così via. Sono utilizzate
anche espressioni italiane come “uffa!” e “dai,forza!” e sarebbe interessante sapere se l‟incontro tra
l‟italiano ed il tigrino abbia determinato, sia pur in modo circoscritto, un linguaggio misto, una sorta di
“creolo” per così dire.
L‟interesse per la lingua e la cultura italiana è vivissimo malgrado l‟”assalto”
dell‟inglese, presente anche qui: mi risulta che lavoratori seguano lezioni d‟italiano a sera, dopo il lavoro
per mantenere questa loro peculiarità culturale. E poi specie nelle città e nella capitale tutto ricorda
l‟Italia: il caffè espresso e il cappuccino sono serviti all‟Asmara assieme agli infusi tradizionali, la pasta, la
pizza ed i gelati affiancano l‟engera e lo zighinì, la Birra Asmara deriva direttamente dalla Birra Melotti,
azienda del Bel Paese, i pasticcini, la pasta al forno, il minestrone, la cotoletta. Di gusto italico, come
dicevo, è l‟architettura, si pensi al Cinema Impero, alla Stazione FIAT Tagliero, alla Cattedrale Cattolica,
al Palazzo del Governatore e ad altri capolavori frutto sì dell‟ingegno italico ma anche del lavoro di
numerosi operai eritrei che affiancarono i lavoratori della madrepatria e dell‟opera di tutela che gli eritrei
hanno sempre svolto in favore delle loro città, nonostante le numerose guerre. A pieno titolo dunque
questi edifici non sono solo italiani: sono italiani ed eritrei! E ancora la mentalità, il rito della passeggiata
all‟ora dell‟aperitivo, gli anziani seduti ai tavoli davanti ai bar intenti giocare a carte oppure i distinti
signori vestiti elegantemente che la domenica mattina salutano amici e visitatori levandosi il cappello,
gesto antico e signorile di un‟Italia che non c‟è più. E gli Ascari, gli eroici e fedeli soldati d‟Eritrea (non è
retorica:erano devoti al Tricolore più degli stessi nazionali e il loro coraggio,il loro spirito di sacrificio,il
loro amore per l‟Italia non conobbe eguali). Creati nel 1889, in origine erano raggruppati in quattro
Battaglioni: il I Turitto dalle insegne rosse, il II Hidalgo dalle insegne azzurre, il III Galliano dalle insegne
cremisi, il IV Toselli dalle insegne nere.
[Continua]
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INDEFICIENTER – PARTE VIII
di Domenico Verta
L‟inventore
della
entusiasmo
la
radio
causa
sostenne
fiumana
con
ricevendo
numerosi elogi dal Vate. Alla fine di settembre
del ‟20 la popolarità di quest‟ultimo, malgrado
le difficoltà della Reggenza, rimaneva molto
alta. D‟ Annunzio, conscio del periodo di magra
che i fiumani stavano attraversando per via del
blocco imposto dal governo italiano e per la
delicata situazione che l‟ Impresa stessa aveva
creato - un fermo “disobbedisco” ai governi
dell‟Intesa e al loro imperialismo da tavolino
velato di propositi democratici - , si prodigò in
iniziative umanitarie in favore degli abitanti di
Fiume.
Orfani,
operai, vedove, anziani,
scaricatori di porto, pescatori, militari d‟ogni
specialità e semplici popolani indigenti ebbero
elargizioni in denaro dal Comandante, che
chiedeva ai suoi “sudditi” sì sacrifici ma
sapendoli compiere egli stesso occupandosi e
preoccupandosi di persona della loro sorte. Il
Comandante insomma non era un godereccio banchiere od un cinico plutocrate.
Malgrado le recenti
tensioni si ebbe un formale riavvicinamento tra le autorità civili e quelle militari della città e vi fu un
incontro tra il Comandante e Grossich. Tuttavia gravi permanevano i dissidi così come tesa era anche la
situazione in seno al Consiglio Municipale. D‟ Annunzio scrisse al Podestà Gigante (ammiratore del Vate)
affinché il Consiglio riconoscesse la Reggenza: cosa che avvenne con un voto che assicurò alla proposta
dannunziana una larghissima maggioranza. Il potere si trovava praticamente concentrato nelle mani del
Comandante ma questo volle rivolgersi alla sovranità popolare in un decreto del 26 settembre. Era il
decreto costitutivo del Governo Provvisorio della Reggenza.
Fiume in sostanza,
malgrado la ferma
volontà di unione dei Liberatori e del popolo all‟Italia, prese, in attesa dell‟annessione al Bel Paese, a
funzionare come uno Stato indipendente e sovrano a tutti gli effetti malgrado l‟eccezionalità della
situazione. Il decreto prevedeva, oltre alla carica suprema di Comandante mantenuta da d‟Annunzio,
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l‟istituzione di sette Rettorati (cioè Ministeri): Affari Esteri (Rettore Gabriele d‟Annunzio, quindi il Vate si
occupava personalmente delle relazioni con gli altri Stati); Difesa Nazionale (Nino Host Venturi); Finanze
e Tesoro (Maffeo Pantaleoni);
Istruzione Pubblica
Interno e Giustizia (Icilio Baccich,
(Lionello Lenaz,
medico e scienziato);
ex combattente ed irredentista);
Economia Pubblica
(Luigi Bescocca,
ingegnere); Lavoro (Clemente Marassi). Tutti avevano responsabilità di governo. Sorprendente fu la
nomina di Pantaleoni a Rettore alle Finanze in quanto non aveva risparmiato aspre critiche alla Carta del
Carnaro. Disse infatti a proposito della Carta che era “incompatibile con ogni attività economica moderna,
in contrasto con qualsiasi Codice civile e commerciale moderno” ed attaccò in particolare l‟articolo
riguardante le Corporazioni (“Questo articolo o resta lettera morta o darà la città in mano alle sole leghe
operaie. Non muta una lega se la si chiama sindacato, associazione o corporazione. L‟articolo ristabilisce
la mano morta e tratta i datori d‟opra come malfattori da sorvegliare”) paventando l‟esodo dei datori di
lavoro da Fiume (“Il mondo è grande e questi «malfattori» troveranno posto a vita in altre regioni che
inciviliranno e arricchiranno lasciando la città alla sua marmaglia di operai”).
La proclamazione della
Reggenza acuì i contrasti mai sopiti tra moderati (che di sperimentazioni politiche non volevano saperne
ed anzi alcuni probabilmente vedevano in d‟Annunzio una sorta di Majakovskij latino) e rivoluzionari
(che apprezzavano la politica sociale e patriottica del Vate ma che volevano spingersi più in là fino
all‟aperto sostegno ai Soviet ed ad una repubblica “bolscevica” in salsa italica; la Reggenza Italiana del
Carnaro fu comunque il primo Stato al mondo a riconoscere la Russia sovietica). Intanto nel resto d‟ Italia
forte era il tumulto degli operai e Giolitti s‟affannava a restaurare l‟autorità statale. Vi furono scioperi
continui ed occupazioni di fabbriche e non pochi guardarono con simpatia alla Russia sognando di fare la
rivoluzione anche in Italia malgrado una delegazione socialista di ritorno da Mosca fosse rimasta
impressionata dai disastrosi esiti del bolscevismo. Il capitano Giulietti (che non aveva mai nascosto le
sue simpatie per i Soviet) catturò in quel periodo un piroscafo, il “Rodosto”, appartenente ai russi
bianchi e lo consegnò alle autorità fiumane che a loro volta lo donarono ai sovietici, tra il tripudio dei
“rossi” della città del Carnaro.
L‟Italia infatti insieme ad altre potenze dell‟Intesa come la Francia,
l‟Inghilterra, il Giappone, la Grecia, gli Stati Uniti e la Romania sosteneva le armate zariste contro i
bolscevichi per arginare la diffusione del comunismo; il nostro Paese inviò armi, vettovaglie e mezzi a
russi bianchi ed anche un corpo di spedizione ma per contro la Fiume dannunziana parteggiava per
l‟Armata Rossa: il Vate perciò riconobbe la Federazione Sovietica Russa, osteggiò l‟intervento dell‟Intesa
in Russia e aiutò concretamente i bolscevichi grazie alle imprese degli uscocchi che sottrassero agli zaristi
armi e rifornimenti. Fiume era per tutti il paradiso della rivoluzione, in ogni caso. Non mancavano le
contraddizioni ma forse l‟Impresa di Fiume e la Reggenza furono rivoluzionarie proprio perché
contraddittorie,
furono rivoluzionarie perché non convenzionali e non conformi al solito modo di far
politica. D‟ Annunzio si iscrisse in questo periodo al Fascio di Fiume: una scelta che ancora oggi suscita
un vivo dibattito.
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Qui dirò semplicemente la mia.
Il Vate si iscrisse, è vero al Fascio ma ciò non
significa…che fosse fascista.
repubblicano,
D„ Annunzio non era né fascista né comunista,
era semplicemente dannunziano ergo era solo sé stesso.
né monarchico né
Si considerava aldilà delle
etichette di partito o dei posti in Parlamento. Ciò che dico è provato dal fatto che, pur avendo anticipato
in alcuni aspetti (e anzi ispirato) il Fascismo, il d‟ Annunzio politico fu aperto ad ogni istanza ideale, ad
ogni tendenza ideologica purché essa non fosse avversa all‟italianità di Fiume. Forse si iscrisse al Fascio
poiché tra le Camicie Nere vi erano numerosi sostenitori della sua azione, tanto che non pochi vedevano
in lui (e non in Mussolini) il “Duce” del Fascismo. I fascisti di Fiume comunque non si discostavano di
molto dai loro camerati del Regno: in città devastarono la Camera del Lavoro ed organizzarono frequenti
spedizioni punitive soprattutto contro gli slavi per “vendicare Spalato”. Nonostante questo Lenin continuò
a nutrire simpatia per d‟Annunzio e sembrava possibile un‟alleanza tra fiumani e sovietici. Circolò la voce
–poi rivelatasi falsa- che d‟Annunzio avesse scritto al Ministro degli Esteri russo Cicerin al fine di ottenere
aiuti dai Soviet ma il quotidiano socialista “Avanti!” smentì sin da subito ogni ipotesi d‟alleanza tra
fiumanesimo e comunismo affermando che d‟ Annunzio scrisse sì ai bolscevichi ma che questi non lo
presero nemmeno in considerazione ed evitarono persino di rispondergli.
E‟ vero che i sovietici non
andarono mai aldilà della semplice simpatia ma è falso ciò che sosteneva l‟ “Avanti!” a proposito della
scarsa considerazione russa: Lenin anzi disse che d‟Annunzio era l‟unico uomo in Italia capace di fare la
rivoluzione e forse per questo complimento
che lo statista russo fece al Vate,
i socialisti –che di
rivoluzioni si consideravano evidentemente gli unici esperti- nutrirono sempre un grande astio nei suoi
confronti, dato che loro non erano riusciti a fare granché. Non ci fu comunque nessuna svolta rossa
nella Città di Vita. Contemporaneamente si prospettava un‟ insurrezione di tipo nazionalistico che da
Fiume si sarebbe dovuta propagare nel resto d‟Italia. Qui entravano in gioco le destre, nazionalisti in
primis, ma anche un movimento né di destra né di sinistra com‟era il Fascismo. Ci furono contatti tra
fiumani e fascisti e tra fiumani e nazionalisti ma Mussolini -pur essendo in visita a Trieste, Monfalcone e
Pola-
non volle incontrare il Comandante che invece desiderava un meeting.
Perciò gli scrisse
inviandogli un piano elaborato da Alceste De Ambris. Si trattava di un‟azione insurrezionale basata su tre
punti: I Instaurazione di un ordine nuovo in Italia; II d‟Annunzio guida dell‟ impresa; III Estensione allo
Stato italiano della Carta del Carnaro. Si era nel settembre- ottobre del 1920. Ora un rapido flashback:
torniamo al tempo della Santa Entrata,
in un‟atmosfera di vivo e vivido patriottismo.
Grande è la
speranza che alberga nei cuori di quei giovani del ‟19 e…uno di loro dice la sua…
LA MARCIA DI RONCHI
Qui ci affidiamo alle memorie (in nostro possesso) di EUGENIO COSELCHI, pubblicate sull'opera
"Decennale", nel X anniversario della Vittoria a Vittorio Veneto. Pubblicazione Nazionale, edita sotto il
patronato di S.M. il Re e con l'alto assenso del Capo del Governo Mussolini", Vallecchi Ed., anno 1928
21
L' 11 settembre 1919 alle ore 14, Gabriele d'Annunzio su una lancia dell'Ammiragliato, lasciò la Casa
Rossa a Venezia ove abitava per recarsi a S. Giuliano ove lo attendeva l'automobile. Egli era arso tuttora
da una fortissima febbre che da qualche giorno lo teneva a letto, indebolito e dolorante: ma lo spirito
fervido e
pronto
aveva
vinto la
materia e
la
volontà
eroica
aveva
superato il destino.
Prima di partire, egli dette il primo annunzio al grande compagno - BENITO MUSSOLINI - che rimaneva
al suo posto di combattimento del "Popolo d'Italia" per sostenere la stessa battaglia con lo stesso
intrepido cuore
Senza incidenti il Comandante giunse a Ronchi la sera poco dopo le 18. Il suo alloggio è una povera
cameretta nella casa di un operaio: non vi è che un lettino di ferro, e su di esso il Condottiero si adagia
per riposare, mentre i suoi fedeli ufficiali stanno preparando i soldati del battaglione. Condizione
indispensabile, perché l'occupazione di Fiume riuscisse con quella fulminea prontezza che le circostanze
esigevano, erano i mezzi di trasporto adeguati, per condurre rapidamente tutto il reparto. A tale scopo,
erano già stati presi dei contatti con il capitano SALOMONE comandante l'autoparco di Palmanova. Alla
richiesta di fornire i quaranta camion che occorrevano per il trasporto del battaglione a Fiume, il capitano
Salomone, facendo presente la gravissima reponsabilità che pesava su di lui, oppose dapprima un rifiuto,
ma poi accondiscese quando gli fu promesso che si sarebbe trasmesso un falso fonogramma al comando
dell'autoparco di Palmanova, a firma del maggiore SERSALE comandante dell'autoparco di Trieste dal
quale dipendeva quello di Palmanova. Su tale assicurazione i congiurati vivevano tranquilli e attendevano
con piena fiducia l'arrivo degli autocarri per l'una di notte.
Ma l'una passò, passò l'una e mezza, passarono le due, e i camion non giungevano. Intanto il
Comandante si era alzato, nonostante che la febbre fosse divenuta più alta e si era recato al Municipio
ove era stato improvvisato una specie di quartiere generale, e qui attendeva con ansietà l'arrivo dei
mezzi di trasporto. Pallido, scosso dai brividi del male, con le braccia appoggiate a un rozzo tavolino
illuminato da un mozzicone fumoso di candela, mentre i suoi occhi ardevano per la sofferenza e per
l'impazienza, non si stancava di chiedere " I carri, i carri ! cercatemi, portatemi i carri !".
Poi, ad un tratto, si alzò risolutamente e comunicò che se non fosse potuto andare a Fiume con il
battaglione vi sarebbe andato ugualmente, con quelli ufficiali che avessero potuto trovar posto nella sua
automobile. A Fiume si sarebbe messo a capo di un'insurrezione popolare, pronto a servire la causa con
un sacrificio disperato, e a gettare il suo corpo sanguinante tra Fiume e l'iniquità del mondo.
Ma intanto quattro ufficiali sono balzati in un automobile filando a vertiginosa rapidità verso Palmanova.
Sono tra essi il capitano MIANI, triestino, medaglia d'oro, che sulla Bainsizza aveva da solo con la sua
mitragliatrice tenuto testa a un contrattacco di austriaci che lo stavano accerchiando in gran forze, e che
si era bruciato le mani sull'arma arroventata dai colpi, e il tenente aviatore GUIDO KELLER dagli strani
occhi lampeggianti, dal pizzo ispido e dai capelli selvaggi, curioso tipo di audacissimo soldato e di poeta
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stravagante, quello stesso che poi, volando su Montecitorio, vi gettò quel tale .... intimo oggetto, a
sommo dispregio del Parlamento "incagoiato".
I quattro giungono a Palmanova, cercano di SALOMONE. Egli era a crogiolarsi nel letto, dormendo in
pace sul suo tradimento. Dopo aver tagliato tutte le linee telefoniche e telegrafiche che facevano capo al
comando dell'autoparco essi irrompono nella camera. II dormiente si scuote di soprassalto. Gli arditi lo
circondano e gli ricordano l'impegno: l'altro balbetta delle scuse puerili, ma insiste nel rifiuto. Che fare?
Nei momenti decisivi è sempre la santa violenza quella che scioglie i nodi. Il Capitano Miani, con quel suo
sguardo fiero, tagliente e implacabile che già aveva diretto senza esitazione la sua mitragliatrice contro le
orde degli austriaci, punta la sua rivoltella alla tempia del molle Salomone, lo persuade immediatamente,
lo obbliga a vestirsi in pochi minuti, e a dare disposizioni affinché tutti gli autocarri disponibili partano
subito per Ronchi.
Come descrivere l'attesa dei rimasti presso le dirupate case del villaggio? Occorrerebbe il ritmo della più
alta poesia.
Nella serenità della notte brillavano vive le stelle sembrava che il tremito dei mille astri del cielo
accompagnasse il respiro di quei generosi che tacevano assorti. Tutte le anime, tutte le orecchie, erano
tese e vibranti, tutti gli occhi erano fissi in fondo alla strada dove il bianco riflesso si perdeva nell'oscurità.
E certo a quell'ora sorgeva da tutti i cuori, anche dei più rozzi e dei più semplici fanti, un'ardente
preghiera al Dio della Patria perché tante angosce non fossero vane, perché tante speranze non fossero
troncate;
una
preghiera
che
saliva
direttamente,
nel
silenzio
infinito,
all'infinita
immensità.
Ed ecco, d un tratto, giungere di lontano un rumore, prima fioco, poi più distinto: è un rombo di un
motore, è un sobbalzo di ruote .... Gli autocarri! giungono gli autocarri! Ansie, timori, preoccupazione
dileguano e i veicoli si colmano rapidamente di granatieri che lasciano ogni ingombro curandosi solo di
portare il fucile e le cartucce.
L'automobile di d'Annunzio si muove, la colonna degli autocarri la segue.... Si va verso Fiume, comincia la
nuova storia. Nessun grido, nessuna voce: l'ordine è di non fiatare finché si attraversa la zona degli
accampamenti della Brigata. Le tendine degli autocarri sono distese impedendo la vista dei soldati. Tutto
va bene. La Provvidenza vigila sulle sorti della Patria. La marcia procede regolare e rapida .... È giorno, il
sole si alza in un magnifico cielo: nuvoli di polvere si sollevano dalla lunga teoria; e colla luce mattutina
irrompe in frenabile anche la gioia della giovinezza, l'esultanza per la vittoria che sta per essere afferrata.
Si alzano canti, alalà festosi a Fiume e all'Italia mentre appare d un tratto il tremolio sfavillante
dell'Adriatico. In breve si giunge nel cuore dell'Istria, a Castelnuovo. Quattro autoblindate sono sulla
piazza del paese; dovrebbero sbarrare la via alla colonna. Gli ufficiali si avvicinano in gruppo
all'automobile del Comandante; un breve colloquio, un alalà per Fiume italiana, gridato da tutto il gruppo,
23
e le autoblindate, che avevano le loro mitragliatrici minacciosamente rivolte contro gli autocarri si
dirigono anch'esse verso Fiume, si uniscono ai liberatori.
La corsa continua: s'incontrano altri gruppi di ufficiali e soldati dei bersaglieri e di cavalleria che si
accompagnano ai granatieri, acclamando. In prossimità di Fiume frotte di volontari accorsi da Trieste e di
cittadini muniti di armi di ogni specie, fucili da caccia, vecchie pistole, pugnali di tutte le fogge, vengono
incontro: reparti di tutte le fiamme: gialle, nere, verdi, - finanzieri, arditi, alpini - ingrossano il torrente
che sta per straripare, che sembra portare in sé tutti i germi e tutti i virgulti della rinnovata giovinezza
italiana. E le canzoni della guerra salgono da tutte le bocche in un ritmo che è pieno di nostalgia e di
passione, di slancio, di tenerezza e di fierezza. L'inno del Piave, prima sussurrato, poi gridato da tante
gole riarse dalla polvere, ma accese da una passione sovrumana, sembra riportare nei cuori, confondere
nelle anime il rumorio sacro delle acque.
Ad un tratto un'automobile viene incontro a quella di D'Annunzio. Ne discende il generale PITTALUGA
nuovo comandante del Presidio interalleato di Fiume. Gabriele d'Annunzio fa fermare la macchina.
Siamo ormai alle porte di Fiume. Una solida sbarra di legno attraversa la strada: al di là di quell'ostacolo
la via s'insinua tra le prime case della Città sospirata.
Il generale Pittaluga domanda a d'Annunzio dove è diretto.
- A Fiume ! - risponde.
- È impossibile che Ella prosegua. Le ordino di retrocedere.
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- Non ricevo ordini da alcuno, se non dalla Patria, e la Patria esige che noi passiamo.
- La Patria si rovina così; non si salva.
- Lei rovinerà l'Italia, se si opporrà al raggiungimento dei suoi giusti confini, se si farà complice di una
politica infame.
Il generale Pittaluga domanda a d'Annunzio quali intenzioni ha per il passaggio.
- Nemmeno un colpo di fucile - risponde il Comandante - Ho impartito quest'ordine, e non tireremo se ci
lascerete il passo libero.
- Anch'io ho dato ordini precisi. Io debbo impedirle, con qualunque mezzo, che si compia un atto che
potrà avere gravissime conseguenze per il Paese.
- Ho compreso. Lei ha l'ordine di sparare. Ma faccia prima fuoco su me. - E additando il segno della
medaglia d'oro al valore e il distintivo di mutilato, d'Annunzio soggiunge fieramente: - Qui, qui faccia
mirare!
Il generale Pittaluga non ha più la forza di ribattere è commosso da tanta fede appassionata, da un cosi
alto spirito di sacrificio.
- Non io - risponde - farò spargere sangue italiano.
E si ritira.
La colonna prosegue la marcia: giunge allo sbarramento. Una delle autoblindate si spinge a tutta velocità
contro l'ostacolo: un urto, uno scroscio, la barra vola in frantumi, i cardini sono scossi e troncati.
Come
rievocare
quell'attimo
se
non
con
le
parole
stesse
del
Comandante?
"Riudiamo dentro di noi lo schianto della barra all'urto risoluto. E a noi vale più di qualunque musica. E a
noi risuona più chiaro che un colpo di gong; a noi rimbomba più forte che il battente di una porta di
bronzo scardinata dal cozzo dell'ariete.
Quattro potenze avevano concorso a squadrare quella barra per arrestare la marcia di un migliaio di folli
Italiani: Italia Francia Inghilterra America!
"È vietato l'ingresso alle persone non addette all' Intesa" c‟era là, scritto, il solito divieto degli appaltatori.
Gli fu opposto il motto popolano che rimase trapunto per sempre nei nostri gagliardetti.
Al motto tennero bordone il rombo del motore e il riso della giovinezza. Al comando rispose l'azione più
rapidamente che al lampo non succeda il tuono.
Detto fatto.
La barra si spezzò; volò in schegge e faville".
Sono le undici. L'automobile del Comandante fila da Cantrida verso il cuore della Città, imbocca il viale,
giunge ai giardini.
La popolazione, che fin dall'alba, frenava a stento la sua impazienza, la sua ansia ineffabile, erompe in
acclamazioni deliranti. Le grida di esultanza salgono al cielo, l'entusiasmo non conosce più limiti. Ci si
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abbraccia, si canta, si piange di gioia. Gabriele d'Annunzio quasi scompare sotto una pioggia di fiori e di
lauri: la sua automobile diviene una piramide vivente: soldati, cittadini, vi si aggrappano da ogni parte,
urlando, piangendo, stringendosi attorno al Condottiero, che è baciato in volto e sulle mani, da mille
bocche. Il Poeta è come immerso in una vivente corona. Alle autoblindate, agli autocarri dei granatieri, si
aggiungono cannoni, mitragliatrici; corrono reparti della Brigata Sesia, galoppano squadroni di
cavalleggeri che, mandati a contenere la marcia, rientrano scortando il Comandante e salutandolo con le
sciabole e le lance abbassate, in un turbine di alalà ! Il selciato della via scompare sotto il lauro gettato
d'ogni
parte,
che
impregna
l'aria
dell'acre
odore
del
trionfo.
E d'ogni parte s'inneggia a Fiume e al suo Liberatore. Una selva di bandiere tricolori sfolgora sotto il sole
radioso, come in un immenso arco di gloria, mentre la campana civica suona a festa; e certamente la sua
eco si ripercuote in tutti i cimiteri del Carso, in tutti i cimiteri del Grappa, in tutti i cimiteri del Piave e
dell'Isonzo.
Quanti erano i Legionari?
Nella notte di Ronchi il numero non ebbe alcun valore; la forza e la volontà erano ispirate e sorrette da
tutte le vibranti e misteriose potenze dell'Infinito.
Il 12 settembre 1919 le truppe che marciavano dietro il Comandante non potevano numerarsi. Non erano
mille, né diecimila, né centomila: non erano cavalieri, né bersaglieri, né artiglieri, né arditi; erano i
cittadini, i poeti, i martiri, gli artigiani armati e possenti dell'Italia militante e trionfante, i difensori e gli
operai della sua grandezza e della sua prosperità balzati dal profondo di ogni tempo: dalle Legioni di
Roma vittoriose sul mondo, dalle libere mura delle repubbliche comunali, dalle navi veleggianti attraverso
gli oceani per diffondere la sapienza e la ricchezza del pensiero e del lavoro italiano, dalle carceri e dai
patiboli santificati dal sangue dei martiri caduti sotto l'oppressione straniera, dai verdi campi delle nostre
battaglie luminose di Goito e Solferino, dai gioghi delle Alpi riconquistate, dalle melmose trincee, dalle
orride pietre del Carso.
Intanto invano il Comando interalleato si affrettava ad impartire ordini categorici perché un'altra
squadriglia d'autoblindate provvedesse a fermare l'Italia giovine e ardita, nella sua marcia trionfale verso
la città derelitta: invano erano chiesti rinforzi, invano si usavano tutti i mezzi persuasivi e tutte le belle
parole affinché i soldati d'Italia rifacessero il cammino percorso.
Alle ore 18 del 12 settembre tutta Fiume, sempre vibrante di in, indescrivibile entusiasmo, si riversò in
Piazza Roma per udire la parola del salvatore. Tutto il vasto spazio era letteralmente gremito di popolo:
nei vani delle finestre prospicienti e sulle terrazze tutte pavesate di bandiere tricolori e sui cancelli,
ovunque erano grappoli umani.
Tutta la Via XXX Ottobre era una scia ondeggiante di popolo.
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Quando Gabriele d'Annunzio, alle 18.20 appare al balcone del Palazzo, un grido poderoso erompe dalla
folla, seguito da un silenzio religioso non appena il Poeta fa cenno di parlare. E' stanco, è febbricitante, è
sofferente,
ma
la
sua
fibra
è
inesauribile,
ma
la
sua
fede
non
conosce
requie.
Con voce chiara e squillante, scandendo le parole che s'imprimono nei cuori come lame d'acciaio, cosi
comincia la sua orazione:
"Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile è una
sola
Fiume
cosa
è
pura:
come
Fiume!
un
faro
è
una
luminoso
sola
che
verità:
splende
Fiume;
in
mezzo
è
un
"ad
solo
un
amore:
mare
di
Fiume!
abiezione"
In questo pellegrinaggio d'amore io sono venuto a sciogliere il voto promesso nel maggio scorso al
popolo di Roma. Allora la vasta bandiera del Timavo, la bandiera che aveva coperto il corpo del Fante dei
fanti, fu spiegata dalla ringhiera del Campidoglio e poiché il lembo rosso giunse a bagnarsi nella tazza
della fontana sottostante, "essa fu battezzata dall'acqua Capitolina".
E tutto il popolo gridò al presagio.
Poi vi gettai una lunga banda di crespo nero perché la bandiera restasse abbrunata finché Fiume non
fosse "nostra"; ma il vento la investì e la sollevò come se volesse distogliere il lutto. E tutto il popolo
gridò nuovamente al presagio.
Oggi io vi mostro questa bandiera che io dovevo consegnare a Trieste.
Ma prima di portarla a Trieste essa doveva venire a Fiume per essere riconsacrata dalla vostra fede.
Così dicendo il Poeta spiega la bandiera, mentre la folla applaude freneticamente.
Poi, col più alto accento lirico d'Annunzio prosegue invocando a testimoni l'Inghilterra di Milton, la Francia
di Victor Hugo, l'America di Lincoln e di Walt Whitman. E infine Egli chiede al popolo di Fiume se
riconferma il plebiscito del Consiglio Nazionale del 30 ottobre.
A questo punto la folla prorompe in un grido che pare un singulto. In esso è tutto il suo amore, in esso è
tutta la sua tenace volontà di vincere o morire.
Sembra che il monosillabo urlato da tante bocche giunga nelle più alte purità del cielo, mentre una
confusione di tricolori, piccoli e grandi si agita verso la spiegata immensa bandiera dei Fanti.
"Dopo quest'atto di rinnovata volontà - prosegue il Poeta - dichiaro : IO SOLDATO, IO VOLONTARIO, IO
MUTILATO DI GUERRA, SENTO DI INTERPRETARE LA VOLONTA‟ DI TUTTO IL SANO POPOLO D'ITALIA
PROCLAMANDO L'ANNESSIONE DI FIUME ALLA PATRIA".
Una profonda commozione s'impadronisce della folla che inneggia in un delirio di applausi all'Italia ed al
suo interprete fedele. Moltissimi piangono. Il Poeta si ritira consegnando la bandiera di Giovanni
Randaccio al Presidente del Consiglio Nazionale che la bacia devotamente.
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Il popolo intona gli inni della redenzione mentre tutti si affollano intorno al Poeta per baciarlo e per
acclamarlo; è preso da commozione profonda, non sa come sottrarsi alle manifestazioni calorose, ed agli
abbracci di tutti i cittadini.
Finalmente riesce ad aprirsi un varco e si ritira nelle sale del Comando.
La sera stessa il Comandante costituiva il suo ufficio affidando l'incarico di Capo del suo Gabinetto a
GIOVANNI GIURIATI allora Presidente della Trento-Trieste, oggi Ministro del Governo Fascista, tempra
coraggiosa, adamantina e nobilissima di volontario, e di mutilato di guerra.
Questo articolo è stato realizzato col prezioso contributo di Elisa Aresi che ringrazio di vero cuore.
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IL DERBY DI MALTA
di Sebastiano Parisi
Dopo
un‟affannata
ma
avvincete qualificazione, l‟Italia
sfiderà oggi ad Euro 2012 la
nemica storica: l‟Inghilterra.
Sicuramente la maggior parte
degli italiani non si renderà
conto
dell‟importanza
della
sfida, come fu per la partita
con la Croazia. In entrambi i
casi infatti non è stato solo
calcio e mai potrà esserlo. La
partita
di
stasera
sarà
certamente difficile da vincere,
ma sicuramente Albione è alla
nostra portata. L‟Inghilterra schiererà un 4-4-2: terzini di spinta Johson e Cole, centrali grossi Terry e
Lescott; Young mediano e Gerrard al centrocampo; siamo poi all‟attacco: Young è uno che punta l‟uomo
e Milner è un esterno che riesce a macinare chilometri, ma non da dribbling; c‟è poi Rooney, una bestia
da sfondamento che ha pochi eguali al mondo. Dovrà però vedersela con il nostro Gigi Buffon, veterano e
campione del mondo. L‟Italia non propone il vincente catenaccio, siamo una squadra più offensiva, alla
spagnola. Nelle prime partite abbiamo visto diverse pecche nella difesa, ma è naturale, sentiamo la
mancanza della squadra del 2006, ci mancano un Camoranesi o Totti al centrocampo, come un Materazzi
in difesa che riusciva a fare gol di testa sui calci piazzati. In questo Europeo abbiamo giocatori non
proprio alti, a parte Chiellini. Cassano ha segnato di testa con l‟Irlanda, ma è innegabile che sarà dura
per i nostri ragazzi lottare contro i colossi inglesi. Ma credo che con la volontà si possa riuscire. Se i nostri
modesti M-13 in Africa misero in fuga gli Scherman e i Matilda, allora riusciremo a farlo anche nel calcio.
In difesa Prandelli ha messo un De Rossi che non se l‟è cavata malaccio, riuscendo spesso a impostare
azioni offensive e ad avanzare più in là nell‟area avversaria tirando persino in porta, ma nelle ultime
partite, come stasera giocherà al centrocampo. Bene anche Marchisio, Diamanti, Motta e Balzanetti.
Davanti abbiamo poi tre veri talenti: Cassano, Di Natale e Balotelli. Tutti hanno già segnato in questo
Europeo e anche Mario è riuscito a sbloccarsi.
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Come detto prima, la partita di stasera non è solo una partita. Forse la maggioranza degli italiani la vedrà
solo come tale, o al massimo come una sfida contro una squadra forte. Ma non noi, né i fratelli maltesi.
Per Malta, Italia-Inghilterra è un derby che sarebbe un po‟ come dire: libertà-schiavitù. I nostri fratelli
tiferanno in massa l‟Italia, tra loro i nazionalisti maltesi e gli irredentisti. Ci sarà anche qualcuno che tiferà
Inghilterra, specie chi ama servire e soffre di autolesionismo. E‟ innegabile che per Malta, Italia è
sinonimo di libertà e indipendenza e Inghilterra di colonizzazione e sottomissione. Speriamo dunque di
vincere anche per loro, per regalargli questa soddisfazione e questo orgoglio. E se passiamo il turno
prepariamoci ad avere notizie di una Malta bloccata per i festeggiamenti, come fu per i mondiali del
2006. Crediamoci, si può fare!
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GLI SLOVENI PRENDONO TRIESTE
di Sebastiano Parisi
Sportivamente parlando è proprio cosi. Dopo che la Triestina ha esalato l‟ultimo respiro, ha lasciato dietro
sé un vuoto immenso e a colmarlo c‟è solo una squadra: il Kras (Carso in sloveno) di Monrupino. La
squadra slaveggiante gioca in serie D e molto probabilmente avrà accesso allo stadio Nereo Rocco di
Trieste, essendo rimasta
l‟unica squadra della zona
in una serie più alta. Gli
sloveni festeggiano al grido
“Rocco je nas” e come
dargli torto, sono riusciti,
attraverso lo sport, nel loro
sogno
di
conquistare
Trieste, divenendo prima
squadra della città. Inutile
dire che orrore sarebbe
vedere
titini
questi
giocare
nostalgici
al
Rocco
sventolando al vento la
bandiera
slovena.
Assistiamo purtroppo all‟ennesima beffa, non siamo noi italiani che cerchiamo di tornare nelle nostre
terre perdute, ma sono addirittura gli sloveni che si prendono Trieste, uno dei nostri simboli
dell‟irredentismo. E‟ questa solo l‟ultima umiliazione che gli italiani di quella lingua di terra si
autoinfliggono, dopo i cartelli bilingui, (dove persino Venezia veniva tradotta in sloveno), dopo le ingiurie
al passaggio dei bersaglieri alla commemorazione della loro entrata in città, dopo gli emblemi titini in
comune e il matrimonio titino con foto insieme al sindaco. Dunque, in un contesto tale, la promozione del
Kras al Rocco pare essere la naturale prosecuzione di queste vergogne.
Non illudiamoci e aspettiamo il prossimo rivoltamento di stomaco che ci procureranno.
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di Sebastiano Parisi
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Cosa è “La Voce Irredentista”?
“É una voce nel vero senso della parola. Flebile, ma viva. Cerca di risvegliare
nei lettori quel sentimento di italianità che si è visto solo in parte quest‟anno
con i festeggiamenti dell‟Unità d‟Italia, portando a conoscenza fatti, luoghi,
personaggi sconosciuti di cui la storiografia non si occupa più, ma legati
indissolubilmente all‟Italia e alla sua storia.”
“Un piccolo tentativo per cercare di logorare il velo di silenzi che c‟è su Terre
Italiane nelle quali gli italiani sono stranieri.”
“È gioia di esprimersi e parlare di queste terre italiane, di tanta sofferenza ma
anche di tante cose belle. La Voce cerca di essere un aiuto, una voce
(appunto) per chi per troppo tempo non ne ha avuta…”
“Un giornale per far capire, attraverso articoli scritti, che non c‟entrano le
correnti politiche, ma è solo un modo per aprire gli occhi a molte persone e far
capire come l‟Italia non ha avuto governi con i dovuti attributi sotto, i quali
hanno permesso agli invasori di derubare il nostro paese da queste belle terre.”
“Un giornale apolitico e leggero che tratta argomenti inerenti alle terre
irredente. Visto che a nessun grande quotidiano nazionale importa di queste
regioni.”
“L‟unico giornale da leggere: lì c‟è la verità su di noi, sulla nostra Nazione”.
“La Voce Irredentista è la traduzione dei sogni calpestati, degli ideali derisi,
degli italiani fieri di esserlo, delle sentinelle italiane, è il fuoco che arde sotto la
cenere di un‟Italia mai sconfitta e dove l‟unico obiettivo è la difesa della nostra
lingua e cultura.”
“Serve per andare avanti culturalmente, socialmente e anche politicamente,;
finire di litigare tra di noi e credere veramente in un ideale comune, così come
vi credeva l‟Italia romana, che dominò il mondo conosciuto. Serve a far capire
la verità su terre da sempre italiche e latine, contro la storiografia antinazionale
rossa e seCESSIsta che ha sempre parlato male della nostra nazione; insomma,
serve a far sì che non vi siano più divisioni ma solo unione, cosicché un giorno
si tenterà di far tornare le terre perdute alla nostra patria. Se il popolo sarà
d‟accordo, sarà tutto più facile.”
“La Voce Irredentista è un mensile che vuole fugare la coltre d‟oblio che da
oltre 60 anni attanaglia le terre irredente. La Voce Irredentista, spero di non
essere retorico, è la Voce della Coscienza Patriottica Italiana, che pone
all‟attenzione del pubblico questioni fondamentali della nostra Nazione,
purtroppo volutamente tralasciate…in primis dai potenti.”
“La Voce Irredentista” non è protetta da ©
Ad ogni modo, sarebbe di buon gusto:
1- non reclamare la proprietà della Voce; essa è frutto dell‟impegno e della passione dei ragazzi del Movimento Irredentista Italiano;
2- citare gli autori, qualora si voglia riportare nel proprio sito/giornale/pagina Facebook/ecc un intero numero o parti dello stesso; o in caso, lasciare un
di Lucrezia
commento
al di sotto Sordelli
dei post di pubblicazione, ringraziando e spiegando di aver preso la Voce per diffonderla;
3- gli autori sono persone qualunque unite da un unico interesse; chiunque può diventare autore della Voce (basta contattarci), nessuno dovrebbe copiare e
incollare spacciandosi per il vero autore di un articolo.
Vi preghiamo di rispettare queste poche e semplici regole, per rispetto e correttezza.
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La Voce Irredentista - MOVIMENTO IRREDENTISTA ITALIANO