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rcheo
Foligno
N otiziario
bimestrale di
C ultura
dell ’A rcheo C lub d ’I talia sede di
F oligno
N. 5
Novembre - Dicembre 07
Spedizione in A.P. art. 1. com. 2/C D.L. 3
n° 353/2003 - DCB/Umbria
Un libro e una citta’
“
In copertina: Frontespizio del ”Discorso
sopra l’antichità della città di Foligno” di
Fabio Pontano.
La monumentale architettura che incornicia
il titolo presenta, in basso, due putti che
sostengono lo stemma della celebre famiglia
folignate degli Jacobilli: un leone rampante
che brandisce una spada.
Archeo Foligno
Notiziario bimestrale di Cultura
dell’ArcheoClub d’Italia
sede di Foligno
Autorizzazione
Tribunale di Perugia
n. 10/2003 del 07-02-2003
Direttore responsabile
Marco Morosini
Coordinamento di redazione
Carla Glingler
Grafica: Edicit
di Giampiero Badiali
Stampa: Grafiche Flaminia s.r.l.
Zona industriale
Sant’Eraclio - 06034 Foligno (PG)
Hanno prestato la loro opera per la
stesura del N°5 del bimestre
Novembre - Dicembre 2007:
Lucia Bertoglio, Luciano
Cicioni, Carla Glingler,
Elisabetta Marchionni,
Sandra Remoli
Segreteria
Via Nobili 4 - 06034 Foligno
Aperta il giovedì dalle ore 16,30 alle
ore 17,30 a partire dal 27 -09-07.
In qualunque giorno si può fare riferimento ai
N°: 0742.351601 0742.379634 - 339.6826526
importante
le conferenze avranno luogo presso
l’Università 3a Età – via Oberdan 123
Ho voluto scriver in volgare, a finché ogn’uno mi possa intendere”, con questa
frase si conclude l’opera di Fabio Pontano, Discorso dell’Antichità di Foligno, data alle stampe nel 1618.
In queste parole è racchiusa la caratteristica forse più straordinaria dell’opera del
Pontano: la volontà di trasmettere a quanti più lettori possibile, e quindi non solo
ad una ristretta élite di eruditi certamente in grado di comprendere il latino, la
conoscenza delle antiche origini di Foligno, dimostrate attraverso approfondite testimonianze documentarie: testi letterari antichi, iscrizioni rinvenute nel territorio
e “scovate” negli angoli più o meno nascosti della città di allora, elenchi redatti
dai vescovi in occasione di sinodi e concili. Una ricerca finalizzata a smentire con
rigore scientifico l’idea che la nostra città fosse invece sorta solo successivamente a
Forum Flaminii, conferendole così la dignità di un’origine autonoma ed autoctona;
ma ancora più degno di riflessione, è il fatto che sia stato il Consiglio della città ad
incaricare l’allora maestro di scuola Pontano, originario di Cerreto, ma adottato da
Foligno, di realizzare tale impegnativa opera.
Da tutto ciò emerge una lungimirante consapevolezza dei governanti nei confronti
del ruolo della storia, ma soprattutto del valore delle fonti che la sostengono e l’avvalorano, riconoscendole indiscutibile attendibilità, fonti non solo cartacee ed appannaggio di studiosi, ma anche sotto gli occhi di comuni cittadini, come nel caso
di tal Giovanni Santori, detto Ranocchia (Pontano vuole che i lettori individuino
bene di chi si sta parlando), nella cui abitazione Pontano scoprì un reperto utile alla
propria ricerca: “…sporge in fuori della parete una gran pietra, della quale credo,
che la metà stia cacciata dentro la parete, che per ciò non si può vedere”.
Ovviamente il Pontano arrivò in luoghi ben più autorevoli della casa del Ranocchia,
siamo a Foligno e non poteva certo essere omesso il Palazzo Trinci, allora Palazzo
del Governatore, del quale viene presa in esame la raccolta antiquaria.
Stranamente non viene menzionata la stele di Amore e Psiche, tuttavia, se tale grave e sorprendente dimenticanza non può essere perdonata, Pontano si redime parlandoci di un pezzo che invece non è più a Foligno, un bassorilievo donato nel 1622
al Cardinale Ludovico Ludovisi dallo zio, Papa Gregorio XV, raffigurante il mito
dei Due Cupidi ed ancora oggi conservato nel Casino Ludovisi a Roma (immagine
in quarta di copertina). Pontano descrive poi ampiamente il Rilievo del Circo (Piero
Lai fa notare come l’argomento si ripresenti in un’altra sua opera, l’opuscolo De
Circis), illustra inoltre i sarcofagi e le sette teste, alle quali cerca invano di attribuire
un’identità, non pensando alla simbologia delle età dell’uomo.
Nella seconda e definitiva edizione del suo Discorso, alla quale, come testimonierebbero 23 nuove pagine, poté probabilmente dedicare più tempo, Pontano decise
di presentare ai lettori anche la città di allora, la Foligno seicentesca, scusandosi
per la divagazione che evidentemente riteneva quanto mai opportuna e confacente
al contenuto del proprio libro. A dispetto di tanto rigore e di tanto accurato lavoro,
beffe della sorte, questo testo così degno di lode, è stato per anni parzialmente
oscurato da un posteriore Discorso sopra la città di Foligno del 1646, scritto, pensate un po’, proprio da colui al quale Fabio Pontano aveva dedicato il suo Discorso
dell’Antichità di Foligno: il celeberrimo Ludovico Jacobilli, che di Pontano scrisse
poi, nel 1658, una biografia confluita nel Bibliotheca Umbriae sive de scriptoribus
Provinciae Umbriae, sbagliando la data di stampa del Discorso e la data di morte
dell’autore, rispettivamente anticipate di uno e di due anni.
Sandra Remoli
Dietro le quinte
Archeoclub
d’Italia
sede di Foligno
Il quinto numero del Notiziario, ultimo del 2007, conclude un anno denso di
attività e di soddisfazioni.
Con il viaggio all’isola d’Elba, tra archeologia industriale e paesaggi di straordinaria
bellezza (10/16 settembre), è terminata la pausa estiva e con la conferenza “La platea
vetus tra reale e virtuale” si è inaugurato in modo innovativo il percorso culturale
intitolato “Medioevo Oggi” che ruoterà intorno ai “Luoghi e Personaggi” della
Foligno quattrocentesca fino al maggio 2008.
La sede degli incontri, come già annunciato nel numero precedente, è cambiata,
d’ora in poi il nostro punto di riferimento sarà Via Oberdan 123 presso l’Università
della Terza Età. Ringrazio il Presidente Dottor Carlo Messini, per averci concesso
l’uso dell’aula magna e contemporaneamente esprimo a Don Giovanni Zampa i sensi
della gratitudine del Consiglio Direttivo e miei personali per averci ospitato fino
al maggio 2007 presso la Parrocchia di San Giacomo. Abbiamo lasciato la vecchia
sala, diventata a noi familiare, per esigenze di maggiore spazio ed abbiamo salutato
i luoghi e le persone con un pizzico di nostalgia, anche se il trasferimento sta a
significare la crescita dell’Archeoclub di Foligno.
Guardando al futuro, entro il prossimo dicembre o a gennaio 2008, sarà presentato
al pubblico il volume con la copia anastatica del “Discorso sopra l’antichità della
città di Foligno” di Fabio Pontano a cura di Luigi Sensi, opera di grande rilievo che
segna un traguardo raggiunto. A tale proposito si è ritenuto significativo dedicare
il Notiziario del bimestre Novembre - Dicembre 2007 a questo evento perché si
faccia, anche visivamente, un punto fermo della memoria nella serie dei Bollettini
dell’Associazione.
Da un incontro avvenuto il 3 ottobre u.s. con gli Insegnanti coinvolti nell’allestimento
della Mostra di maggio “Archeoclub e Scuola” emerge in forma sempre più concreta
l’ipotesi ventilata a giugno della compilazione di un Catalogo (non importa se
posteriore all’avvenimento) che fissi sulla carta il ricordo di un lavoro didattico nato
intorno ai “Segni Disegni Figure” del programma 2006/2007 “Medioevo a Foligno
e in Terra d’Umbria”.
Per quanto concerne la Sede Nazionale, in data 5 ottobre è giunta la lettera del
Presidente Walter Mazzitti con cui si annunciano:
1. i risultati ottenuti in Sicilia, come da Periodico nazionale d’informazione N°
267;
2. l’iscrizione dell’Archeoclub d’Italia nel Registro Nazionale delle Associazioni
di promozione sociale con decreto del Direttore Generale del Ministero della
Solidarietà sociale;
3. la notizia che presto entrerà in funzione il nuovo sito internet
dell’Associazione;
4. e, finalmente… la convocazione per il 6 ottobre del Consiglio nazionale che,
da quanto è emerso successivamente, ha indetto l’Assemblea dei soci con il
compito di eleggere le cariche sociali per il triennio 2007/2010 fissandola al 16
dicembre p.v.
Mentre ci complimentiamo per i punti 1 - 2 - 3, ci pare di poter dire con rincrescimento
che il lungo periodo di “vacanza” degli Organismi centrali, oltre i limiti indicati e
consentiti dallo Statuto, abbia nuociuto alla coesione del Club.
Non ci si rammarichi poi se le singole sedi, private di indicazioni programmatiche
orientative e coerenti, si chiudono a riccio, come feudi nei loro territori, perseguendo
politiche autonomistiche staccate dal centro con conseguenti dissociazioni e
spaccature!
La Presidente
Carla Glingler
ARCHEO FOLIGNO
UN’OPERA MISCONOSCIUTA
IL ”DISCORSO DI FABIO PONTANO SOPRA
L’ANTICHITA’ DELLA CITTA’ DE FOLIGNO”
Esce la copia anastatica pubblicata con il sostegno finanziario dell’Archeoclub di Foligno
nella Collana dei “Bollettini Storici della Città di Foligno”
Cerreto di Spoleto - veduta.
Q
uando si pensa all’erudizione seicentesca folignate,
sono due i nomi che vengono in mente a tutti, quello
di Durante Dorio e quello di Ludovico Jacobilli, figure diverse ma a loro modo ingombranti che oscurano tutto
il resto. A pochi è noto il “Discorso di Fabio Pontano sopra l’antichità di Foligno”, che al giovane Jacobilli era stato
dedicato, anche perché il tempo è stato poco clemente con
quest’opera che ebbe due edizioni, entrambe del 1618: pochissime sono infatti le copie giunte fino a noi. Della seconda edizione, quella completa (di cui, fino agli anni Ottanta,
gli studiosi ignoravano l’esistenza), un esemplare è stato acquistato di recente grazie all’Assessorato alla Cultura della
Regione Umbria. Ciò rende ancora più meritevole la copia
anastatica di questa seconda edizione che, grazie al contributo dell’Archeoclub di Foligno e alla disponibilità della Biblioteca comunale di Foligno, viene data alla stampa, a cura
di Luigi Sensi.
In un’epoca in cui l’erudizione usava spesso il latino, il Pontano usa il volgare, quasi scusandosi, “a finché ogn’uno mi
possa intendere”, rendendosi così leggibile (come nota Piero
Lai nel suo contributo), anche per il lettore moderno che si
volesse avventurare nell’ampio periodare seicentesco. D’altronde il testo si legge con curiosità, sia nella prima parte,
quella “archeologica”, che nella seconda, con i veloci ritratti
dei folignati che si sono distinti nei diversi campi.
Fabio Pontano era folignate solo di adozione, ma amava profondamente la città dove era giunto nel 1591, per assumere la
carica di insegnante (magister scholae o praeceptor publicus
o magister ludij letterarij, come si diceva allora) presso la
scuola pubblica cittadina.
Era infatti originario di Cerreto di Spoleto, discendente da
una famiglia che aveva dato alla storia della letteratura Giovanni Pontano, poeta alla corte aragonense, che padroneggiava il volgare ed il latino e che ci ha lasciato, fra le altre opere,
commoventi epigrammi funebri: una gloria di famiglia di cui
ancora nel XIX secolo un discendente, Carlo Pontani, dà notizia in un contributo di cui il volume riporta il testo.
Anche la vita di Fabio fu dedicata alla cultura e alla letteratura (oltre al Discorso compose anche un opuscolo su Cerreto
ed uno sul rilievo del circo, conservato oggi nel Museo della
Città, a Palazzo Trinci).
Finora la sua biografia era nota grazie al ritratto che ne fece
ARCHEO FOLIGNO
Ludovico Jacobilli nella sua Bibliotheca Umbriae e ad un’altra lettera del già citato Carlo Pontani, anch’essa riportata in
appendice. Bruno Marinelli, con la consueta cura, ha cercato
negli archivi atti e documenti, attraverso i quali tratteggia la
storia del Pontano e della sua famiglia, alquanto inquieta in
verità. Il ramo di suo fratello Ortenzio, notaio, fu infatti coinvolto in omicidi e delitti (lo stesso Ortenzio morirà per mano
del cugino della moglie), di cui il saggio di Marinelli cerca di
ricostruire, quasi come in un giallo, i retroscena.
Più tranquilla fu la sua vita da maestro di scuola (carica che
aveva già rivestito suo padre e che passerà poi a suo figlio),
divisa fra lo studio e la famiglia.
Colpisce come in un atto del 1627 (si spegnerà sei anni dopo,
nel 1633) lasci alla terza moglie, da cui dice di aver ricevuto
“multa et grata servitia”, tutti i suoi libri, quegli stessi di cui
certo si era servito per le sue ricerche. Molte sono le opere
di altri autori che consultò, ma ai suoi tempi non usavano
citazioni precise come si usa oggi. Per questo, fra le diverse
appendici, piace sfogliare la bibliografia “postuma”, ovvero
l’elenco dei testi che studiò e che certo circolavano in città.
Nel 1616 era stato invitato dal Consiglio a raccogliere le antichità del territorio da cui potesse emergere l’“antichitatem
seu vetustatem” della città. Di questa ricerca, egli dà conto
nel primo libro del Discorso, una sorta di “guida retrospettiva”, come la definisce felicemente Fabio Bettoni. Leggendo
le pagine del Pontano, sembra di percorrere con lui le vie di
Foligno, le sue case e le sue chiese, all’interno e fuori dalle
mura, quasi in una caccia al tesoro delle tracce rimaste dell’epoca romana.
Oggi molti di questi oggetti sono stati spostati dalle sedi nelle quali il Pontano li vide, alcuni sono scomparsi, altri sono
conosciuti. Figlio del suo tempo, poi, Fabio Pontano affianca
letture, “archeologia” ed epigrafia, in un mélange affascinante ma che per il lettore moderno non è sempre semplice
da valutare criticamente: pubblicare il testo originario senza degli studi di commento e approfondimento sarebbe stato
lasciare il lavoro a metà. In questo la presente edizione si
mostra opera di pregio: Fabio Bettoni e Piero Lai introducono il lettore nella città e nel contesto culturale nel quale egli
scrisse e visse, Bruno Marinelli ne racconta la vita, Rossana
Landi analizza le varianti fra le due edizioni. Il denso saggio
di Luigi Sensi inserisce l’opera nel più ampio discorso dell’antiquaria folignate fra XV e XVII secolo, approfondisce
le fonti a cui il Pontano poteva accedere e ne valorizza le
indubbie qualità di studioso. Sarebbe stato fargli un inutile
torto rilevarne puntualmente le imprecisioni (e Sensi non lo
fa, sebbene non tralasci di segnalarne i limiti): la cultura di
Fabio rispecchia quella della sua epoca e noi siamo in vantaggio di altri quattrocento anni di studi e di ricerche.
Le immagini e le appendici arricchiscono un volume ricco
di notizie per gli studiosi, ma anche per chi sia attento alla
storia della nostra città. Di fatto il Discorso è un libro a tema:
il Pontano vuole dimostrare come Foligno sia città antica,
dotata di una propria identità, ricca e importante. Nasce da
un profondo amore per la cultura e per Foligno ed è forse in
questo la sua attualità, nell’invitare chi oggi vi abita a camminare per le sue vie con gli occhi all’insù a cercare il dettaglio di una cornice, il decoro di una finestra, a individuare
fra le pietre quella che porta le tracce di un uso precedente,
perché il volto di una città è fatto anche dai dettagli. Il suo
amore è attento ai segni, alle storie dimenticate che gli edifici
raccontano, ai personaggi che per noi oggi sono solo il nome
di una via e che invece costituiscono l’eredità che dobbiamo
conoscere, per poterla conservare e trasmettere a nostra volta
alle generazioni future.
Lucia Bertoglio
Sarcofago a lenos, Foligno, Palazzo Trinci, raccolta archeologica.
ARCHEO FOLIGNO
I pregi di un’opera
invito alla lettura
dal testo di Fabio Bettoni
Acquaforte - Rielaborazione grafica di Rolando Dominici
P
rendiamolo in mano questo libro, come una guida retrospettiva, come uno spazio della memoria, e andiamo
a cercare ciò che resta delle testimonianze lì menzionate. (....) Le pagine di Luigi Sensi che introducono il lettore
al Discorso pontaniano chiariranno la qualità di questa guida
archeologica ante litteram, diranno di ciò che resta, di ciò
che è andato perduto, di ciò che ha preso altri lidi. Sta di
fatto che nessuno mai prima di Fabio si era cimentato con
l’individuazione sistematica di siti ed oggetti che parlassero
dell’antichità di Foligno o con la descrizione anch’essa sistematica di reperti del remoto passato conservati nella città. In
lui, la sensibilità verso l’Antico aveva tratto alimento certamente dai sedimenti culturali che una consolidata tradizione
familiare aveva via via depositato, ma, come si vedrà, si era
arricchita e si arricchiva tuttora grazie a frequentazioni alte:
di letterati, di libri, di documenti, di monumenti; ne deriva
che alcuni passaggi del Discorso, discutibili quanto si voglia
alla luce delle conoscenze odierne, sembrano scritti a bella
posta per dimostrare quanta scienza storico-archeologica si
condensasse nella sua testa (...). Vi è, perciò, nel Discorso
un intento didascalico e didattico, una voglia di spiegare, di
far conoscere per suscitare l’amore verso il passato e verso il
presente vitale di una città. Che Pontano ami Foligno è molto
evidente in ogni riga della sua trattazione; e questo amore lo
spinge a redigere un testo esemplare. (...)
Foligno, scrive Pontano, non è città moderna, come alcuni
scrivevano, né che fusse edificata dopo la distruttione di Foroflaminio né meno da i Folignati che abitavano appresso
Todi overo da Todini, come dicono il Biondo e ’l Volaterrano
e alcun’altri; ma bene assai antica e avanti la nascita di nostro Signore e di Cicerone e d’ogni altro autore antico che
habbia scritto, e, a loro tempo, città nobile ed onorata. Una
chiave di volta; una premessa, fondativa dell’intera dimostrazione, e, come vedrà il lettore, conclusivamente argomentata
nelle ultime due pagine dell’opera. La città ha una identità
sua propria, non è il frutto di fondazioni eterogenee, semmai
è l’esito di stratificazioni successive, di innesti che hanno accresciuto un popolamento originario. La città antica, secondo
Pontano, sorge “dove sta ora”; passata la furia distruttiva dei
longobardi, che avrebbe implicato un esodo massiccio delle
popolazioni locali, e, una volta rientrate queste “nella patria
loro”, l’ampliarono, arricchendone il sito con le rovine di Foroflaminio e di Campi, un “castellotto” di cui restano “vestigij
di antichità” nella zona di Santa Maria in Campis. Ma il tema,
che oggi appassiona molti (e che per la totalità degli studiosi
è superato, nel senso che intorno a Santa Maria in Campis va
ricercato il sito della Fulginia romana), non lo coinvolge più
di tanto; per lui conta sopra tutto sottolineare che Foligno, la
Foligno dove vive ed insegna, la Foligno sommamente amata,
qualunque ne fosse stato il sito dell’originario insediamento,
ha una configurazione sua propria che le era stata riconosciuta dagli autori classici e una dimensione territoriale vasta, o,
ARCHEO FOLIGNO
per lo meno, un’area d’influenza assai ampia, che si protendeva verso Nocera a nord-est e verso le sorgenti del Clitunno
a sud; la Foligno di Pontano, insomma, è città eminente nella
Valle Topina e nella Valle Umbra anche perché lo era stata in passato. Potremmo dunque dire di un rovesciamento:
non solo l’antichità di Foligno è autentica, ma, rovesciando
appunto il parere dei detrattori, è un’antichità ornata di una
invidiabile egemonia territoriale.
Sappiamo che non era stato così, che anzi fino alla fine del
Quattrocento Foligno aveva dovuto difendere una territorialità costantemente minacciata; ma se antichità si coniuga con
nobiltà, antichità e nobiltà senza territorio ampio, fertile, ricco di risorse e di popolazione sarebbero ornamenti del tutto
irrilevanti; tant’è che il Discorso, alla proposizione dell’Antico, fa seguire l’esposizione di quanto, in maniera altrettanto
esemplare, ha lasciato di sé il Medio Evo. E la lunghissima
età medievale (...) è un’età ricca di uomini illustri in tutti i
campi, soprattutto nella santità. Ma quanta religione civica,
cittadina, in questo elenco lunghissimo di santi e di beati, modello di cataloghi ben più ponderosi a cui Iacobilli avrebbe
abituato i suoi lettori non solo in vita ma anche post mortem!
La lettura dell’Antico partiva dal substrato civico da porre a
fondamento della città attuale (…). Civico, cioè di città nella
quale si manifesta il protagonismo dell’aristocrazia e della
cittadinanza magnatizia, di città gelosa detentrice delle prerogative di ceto e di classe; civico nel senso di peculiare ad
una parte di città dunque, non ad una, impossibile, città di
tutti. Civico, in quanto la città è strenua sostenitrice, - al di
là dell’ossequio formale al sovrano pontefice e ai suoi rappresentanti temporali-, di una identità istituzionale propria,
autonoma, incardinata nel Consiglio Centumvirale aristocratico, nelle magistrature e prefetture municipali (ordinarie
e straordinarie), prima fra tutte il Magistrato dei Priori, nel
privilegio precipuo della Presidenza di una Fiera famosa e
antichissima, appannaggio durevole del patriziato. Come il
substrato civico era antico, anche quello economico lo era; si
veda quanto dice sul numero cospicuo degli abitanti e dei luoghi dipendenti, sull’abbondanza delle acque, sulle “ricchezze
di terra”, sull’aria resa ormai salubre da benefiche bonifiche,
sulla qualità delle produzioni agricole e artigianali, sull’intensità dei commerci, sulla formazione culturale come fattore qualitativo primario. Una floridezza insomma, quella del
tempo suo, che altro non era se non un prolungamento della
floridezza del passato.
Veduta di Foligno dl Piccolpasso
Acquaforte, acquatinta - Rielaborzione grafica di Rolando Dominici
ARCHEO FOLIGNO
ontano
un profilo biografico
Un personaggio di ieri in una
città che oggi lo ricorda. E nella città di
oggi la ricerca del luogo in cui il personaggio visse. Se non della casa, cancellata dalla memoria, il lettore volenteroso può andare alla scoperta della via,
che c’è ancora, incuneata tra la piazza
del mercato e le vecchie Conce, a fianco del signorile Palazzo Barnabò.
Si chiama Via delle Vergini ed appare più vicolo che strada aprendosi e districandosi nel reticolo medievale del centro storico, con un aspetto un po’ logoro, un po’ rimbellettato, ma con qualche traccia
ancora leggibile di una passata secolare distinzione.
Correva allora tra “il rione Spada e il rione Feldenghi”, come ricorda Bruno Marinelli nel suo saggio,
in una Foligno del tardo cinquecento ancora strettamente serrata dentro mura salde e compatte (vedi
i disegni di Ascensidonio Spacca e del Piccolpasso alle pag. 6 e 7).
Per questa strada, tra il 1615 e il 1633, immaginiamo passasse con abitudinaria frequenza il maestro
di scuola Fabio Pontano uscendo ogni giorno da casa sua, o meglio da casa di sua moglie Sabatina di
Giovanni Maria da Orvieto, sposata in terze nozze.
In questo arco di tempo risulta che il maestro non possedesse beni immobili, ma oggetti e libri accumulati in anni di studio e di ricerca per amore di conoscenza, per necessità professionale, per passione
personale. Li reputa preziosi al punto che li destina alla moglie in un atto di donazione del 1627 per
“multa et grata servitia” da lei ricevuti, ma riservandosene l’uso vita natural durante. Sabatina sarà
libera di tenerli o di venderli soltanto dopo la morte del marito.
Dovevano passare appena sei anni prima che quest’uomo onorato e stimato, ma ormai fiaccato nell’animo e nel corpo, morisse il giorno 11 marzo del 1633.
Non era stata un’esistenza facile e felice la sua e merita qui la pena di ripercorrerla sulle ali leggere
della sintesi liberando la storia dai tanti ed intricatissimi orpelli documentari e rileggendola come una
sorta di romanzo.
Fabio Pontano era nato a Cerreto di Spoleto ed era approdato a Foligno il 21 agosto 1591 nella veste
autorevole di “praeceptor publicus” eletto dal Consiglio comunale con 51 voti favorevoli e 15 contrari.
Vedovo e con (almeno) due figli (Riccardo ed Elena) avuti dalla prima moglie Settimia Pollio di Orvieto, nel 1593 sposerà in seconde nozze la folignate Arsilia di Sante Belli, anche lei vedova, ma senza
figli. Fu matrimonio d’interesse? Di comodo? D’amore? Fu sicuramente un’unione breve in quanto il
19 ottobre 1600 Arsilia morì lasciando l’usufrutto dei propri beni a Fabio, “suum dilectum maritum”,
e la proprietà degli stessi ai figli di lui Riccardo ed Elena.
Si apre senza dubbio per il nostro personaggio un periodo d’instabilità emotiva caratterizzato da in-
ARCHEO FOLIGNO
certezze, da decisioni imprevedibili, da ripensamenti, da ombre.
Di lì a due anni concede in sposa la figlia a un tal Pietro Paolo Dotti, perugino, di professione “calzettaro”, subito
dopo rinuncia al posto di maestro di scuola, poi torna inutilmente a concorrere per riottenere l’incarico e, non riuscendoci, lascia la città.
E’ perciò lontano da Foligno quando il fratello Ortenzio Pontano – notaio, sposato con la nobildonna Viginia del
ramo dei Boncompagni di Foligno e Visso – viene assassinato da un cugino della moglie, forse per motivi di interesse.
Fabio tornerà a Foligno solo nel 1615, eletto nuovamente e definitivamente “magister scholae”. E’ in questo periodo che, ormai uomo maturo e dotto, riacquistata la desiderata stabilità nel lavoro e negli affetti domestici, può
dedicarsi alla passione per l’antiquaria e all’esplorazione del territorio per incarico ufficiale del Comune che gli ha
commissionato di cercare le origini antiche della città. E’ il preludio della stesura del Discorso che verrà pubblicato
in due edizioni nel 1618.
Poi sopraggiungerà il tramonto reso cupo da un nuovo delitto e rattristato dalla progressiva consapevolezza del
maestro di essere arrivato al traguardo della vita e della carriera.
Il 25 luglio 1625 i nipoti Riccardo, Pietro, Alessandro e Agostino, figli del defunto notaio Ortenzio, avevano ucciso
l’abate Ercole Boncompagni, presumibilmente per vendetta. Nel febbraio del 1633, appena un mese prima della
morte, il vecchio maestro, indebolito da tante dolorose traversie, aveva chiesto al Comune di essere affiancato a
proprie spese da un secondo ripetitore, oltre quello ordinario, perché “desse a’ scolari maggior timore” di quello
che lui personalmente potesse incutere. Morirà l’11 marzo e sarà sepolto nella cattedrale cittadina. Si chiude così
tra luci ed ombre, la storia di un uomo rispettabile.
Notizie tratte dal saggio di Bruno Marinelli, narrazione di Carla Glingler.
10
ARCHEO FOLIGNO
Pensando a
Federico Flavio
Un personaggio di cui, sicuramente, Fabio Pontano avrà sentito parlare
Luciano Cicioni
L
e ruote della bicicletta emettono un dolce ronzio, le
pedivelle girano senza sforzo, la collina di san Sebastiano davanti a me e i campi intorno mostrano
varie tonalità di verde: cipressi, olivi, querce, qualche pioppo,
il grano che già spunta.
La pianeggiante via dei Trinci si presta bene ad una salutare passeggiata.
Alla mia destra, tra via “P. Barbati” e via “N. Tignosi”,
scorgo un’altra traversa con il suo bravo cartello indicatore :
“via F. Flavio”.
“F. Flavio” sta per Federico Flavio o, a dirla tutta, per Federico dei Bacerotti Flavio da Foligno, (circa 1470 – 1540) anche
lui come tanti altri condannato all’oblio da una toponomastica
troppo frettolosa.
Federico Flavio fa parte di quella schiera di intellettuali,
come Tignosi, Cantalicio, Barbati, De Comitibus, Venturi,
Bandoli, ed altri ancora, che fecero di Foligno uno dei centri
più vivaci, seppure minori, dell’umanesimo. Era non solo un
eccellente epistolografo, un dottissimo compositore di versi
latini in vario metro in gran parte di contenuto amoroso, ma
anche uomo di guerra e negoziatore politico e persino frutticoltore e agronomo.
Dal 1532 fino al termine della sua vita fu priore della cattedrale di Foligno, carica cui era giunto dopo essere stato parroco e poi arciprete a Belfiore. La sua carriera ecclesiastica,
intrapresa a trentacinque anni, si esplicò in tante munifiche
attività, massime in restauri di chiese, cappelle e cimiteri.
Fu una vita assai intensa la sua.
Come scriverà nel 1725 il suo
biografo Claudio Bolognini “… si
cacciò in imprese guerresche di terra e di mare e, fatto preda di corsari, si ridusse a salvamento sulle
coste di Napoli. Poi, adoperatosi in
maneggi diplomatici, fu oratore di
principi alle varie corti d’Italia”.
Un vero uomo del rinascimento
insomma, che dopo molto girare per
l’Italia e per la Francia, ritiratosi definitivamente nella sua città, amava
circondarsi di amici ed anche di uomini illustri in cenacoli e convegni
di alto livello culturale.
Fu anche, come dicevo, frutticultore e agronomo e questo è per
me l’aspetto più interessante della
sua multiforme personalità.
Un affresco che si trova in una sua casa di Foligno, lo ritrae in abiti ecclesiastici seduto su una scranna in mezzo ad
un prato; a terra alcuni codici, sullo sfondo qualche cipresso.
Ha la postura di chi impartisce una dotta lezione: lo sguardo
leggermente distaccato, la mano sinistra mollemente abbandonata sul bracciolo mentre l’indice della mano destra è disteso
ad indicare il tronco di un albero che un contadino, in abiti da
lavoro, tiene con entrambe le mani.
Il villano è ritratto di profilo con lo sguardo attento, ha
posato a terra la falce e sta tutto proteso verso il maestro come
per attendere un responso.
Dai rami dell’albero pende un cartiglio con la dicitura :
Flavius cultor mediocritatis.
Federico Flavio sta certamente dando prova della sua “moderazione” sentenziando non solo sul modo di coltivare le piante ma anche, da eccellente umanista e maestro del bello, sulla
loro collocazione, sull’armonico accostamento delle varie essenze.
Penso a questa scena mentre, pedalando, guardo i campi e
le colline intorno a me. E’un paesaggio dolcissimo, non ancora
devastato dall’edilizia di tanti sedicenti creativi che dimostrano poca “mediocritas” nel senso latino e molta “mediocritas”
nel senso comune.
E’ un paesaggio la cui bellezza non nasce dal semplice accostamento casuale dei suoi elementi perché un paesaggio agrario non è naturale. Anzi, per dirla con Leopardi “E’ piuttosto
artificiale. I campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate
e disposte in ordine, i fiumi stretti
infra certi termini e indirizzati a
certo corso non hanno quello stato
e quella sembianza che avrebbero
naturalmente. In modo che la vista
di ogni paese abitato da qualunque
generazione di uomini civili, è cosa
artificiata e diversa molto da quella
che sarebbe in natura.”
Dov’è allora la chiave di tanta
bellezza, di tanta armonia?
Mi piace pensare che stia nella
cultura umanistica di persone come
Federico Flavio, letterato e agricoltore, agricoltore e letterato dai cui
consigli è nato un paesaggio tanto
poetico ed illustre da essere scelto
per fare da sfondo a tanti capolavori
della pittura italiana del Rinascimento.
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ARCHEO FOLIGNO
La “nobile e pomposa mascherata”
di Arlecchino
Elisabetta Marchionni
I
n uno spazio aperto e mobile, non destinato al teatro, il
favoloso spettacolo itinerante “Un Arlecchino d’Oriente”,
allestito dal Teatro Tascabile di Bergamo e dal Teatro Due
Mondi, ha aperto la ventottesima edizione del Festival dei Segni Barocchi.
Piazza Piermarini, Corso Cavour, Largo Carducci, Piazza della
Repubblica e la Corte di Palazzo Trinci sono stati scenario di
una “nobile e pomposa mascherata”. A dominare la messa in
scena la forza espressiva dell’attore, un Arlecchino alla scoperta del leggendario Oriente dei grandi viaggiatori.
Arlecchino è il personaggio che, nascosto dietro la fissità della
maschera, esprime le passioni con il corpo, dialoga con il pubblico, segue il canovaccio, ma improvvisa anche parti recitate e battute che lasciano spazio ad una libera interpretazione,
seppure del repertorio classico, sia recitativa che corporea. Lo
vediamo attraversare scenari esotici e rutilanti: carri addobbati formano un grande palcoscenico sulla piazza ed evocano
l’Oriente dorato di leggere danzatrici, di maschere aristocratiche e popolari che sfilano sotto gli occhi meravigliati degli
astanti. Poi scimmiette e servitori, ampi costumi del Kathakali,
musica turkmena, fiori ed oro. Ma anche giganteschi
samurai sui trampoli che rincorrono indifesi contadini, in una vorticosa battaglia sul ritmo incalzante di
una marcia stravinskiana.
Dopo i fasti, il richiamo alla falce della morte accenna alle origini antichissime della figura di Arlecchino, legate alla ritualità agricola.
Arlecchino era il nome di un demone ctonio. Già
nel XII secolo Oderico Vitale narra nella sua “Historia Ecclesiastica” della apparizione di una “Familia Herlechini”, corteo di anime dei morti guidato
da un grande demone. Compare un “Alichino” anche nell’Inferno dantesco, come capo di una stirpe
diabolica. La maschera seicentesca dal ghigno nero
evoca qualcosa di demoniaco, come la stessa radice
germanica del nome Hölle König (“re dell’inferno”),
traslato in Helleking, poi in Harlequin.
Tutti gli arlecchini, come sempre i servi delle commedie a partire da Plauto, hanno in comune un certo
spirito villanesco, a volte arguto, come il “Bertoldo”
di Giulio Cesare Croce, più spesso stolto e sprovveduto. L’aspetto comico origina invece dal Medioevo, quando i demoni delle sacre rappresentazioni si
aggiravano sulla scena con atteggiamento burlesco,
tentativo di esorcizzare la paura del soprannaturale,
ma anche di deridere quei demoni pagani che difficilmente il Cristianesimo riusciva a sradicare, ancora
così vivi nell’immaginario popolare (presenta tratti
burleschi anche l’“Alichino” di Dante).
Da qui dunque la figura dell’Arlecchino del teatro,
apparso ad un certo punto della storia della Comme-
dia dell’Arte come un alter ego dello Zanni, il servo inurbato presente nelle incisioni di Jacques Callot, dalla cui figura
mutua la maschera demoniaca e l’ampia tunica del contadino
veneto-bergamasco, con pezze colorate sparse.
Per ogni epoca restano soltanto alcuni accenni di ciò che accadeva sul palcoscenico, leggibili attraverso i canovacci. Ma
l’evocazione creata dagli attori del Teatro Tascabile di Bergamo e del Teatro Due Mondi, ricca anche di elementi di novità,
permette di assistere idealmente alla messa in scena di tutti gli
artisti che nel tempo si sono passati il testimone nel ruolo di
Arlecchino, tra i più noti l’attore di origine bergamasca Alberto
Naselli, conosciuto come “Zan Ganassa”, che nel Cinquecento
portò il personaggio anche in Spagna ed in Francia e Tristano
Martinelli, che nel 1600 fu inviato dal Duca di Mantova alla
corte di Francia per allietare le nozze di Enrico IV di Francia
e Maria de’ Medici. Poi Antonio Sacco, l’ultimo grande Arlecchino della Commedia dell’Arte, per l’espressività del quale
Carlo Goldoni ha scritto le sue grandi opere.
Segni Barocchi - Spettacolo “Arlecchino d’Oriente”
(foto Saulo Stoppini)
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ARCHEO FOLIGNO
Artisti Umbri
(1981-2000)
P
ittura, videoarte, arte digitale, installazione che si affianca e si fonde alla scultura, oggetti d’arte distinguibili dalla loro controparte della realtà per il fatto di creare una particolare esperienza in un determinato
ambiente - impronta concettuale che ha un precedente nel
ready-made di Marcel Duchamp – tutto fa parte della sesta
sessione della rassegna delle arti visuali del Novecento in
Umbria, allestita dal 5 agosto al 28 ottobre nello spazio della
Limonaia e nel Parco di Villa Fidelia a Spello.
Curata da Antonio Carlo Ponti, Giorgio Bonomi, Fedora
Boco e Paolo Nardon, ha messo in mostra 147 artisti umbri
ed altrettante opere. Opere contemporanee, senza per forza
averne il marchio: ci sono spazi che derivano dall’arte antica, dall’attenzione alla tradizione trasportata nelle scelte
innovative, senza forzatamente porsi in atteggiamento distruttivo nei confronti del passato.
Ad eccepire la contemporaneità Vittorio Sgarbi, presente
alla cerimonia di inaugurazione, che ha tracciato il confine
tra area figurativa ed area sperimentale, confine destinato
a dissolversi nell’immediato. Contemporanea è la reazione
dell’artista di fronte alla realtà, come di fronte all’astrazione di un pensiero.
Passando in rassegna in maniera rapsodica le opere esposte,
come solo rapsodico può essere il metodo applicabile ad una
materia tanto complessa, per ragioni logistiche ma anche di
concetto (scegliere di privilegiare la pura idea, la tecnica, la
diffusione dell’artista), ecco l’assemblaggio in ferro “Acuto”
di Edgardo Abbozzo, tra i maggiori artisti della sua generazione. Chiara Armellini espone un’acquaforte, acquatinta
su carta rosaspina, dal segno grafico, su fondale pittorico
monocromatico. Roberto Banfi Rossi utilizza nella sua “Terra” (1) un linguaggio figurativo pervaso da percezioni irreali. Sandro Bini è presente con “Terni, zona centro”, olio su
tela dall’atmosfera atona, soffusa. Lucilla Candeloro ritrae
“Mattia” con un segno compiaciuto ed efficace, che attraversa l’emotività del soggetto. Bruno Ceccobelli accosta con
versatilità materiali diversi nell’opera “L’uovo del mattino”
(2), di teak, legno, zolfo e porcellana, spingendosi verso un
simbolismo spirituale. Angelo Cucciarelli allestisce “Basculante”, “Idolo” fatto di lamiere di ferro assemblate con ti-
ranti e colorate. I “Grandi cipressi” (3) di Luigi Frappi, olio
su tela, propone un paesaggio intenso e visionario. Giuseppe
Gallo (4) presenta un’opera fatta da forme di figure allegoriche come sospese. Francesca Greco lascia intravedere con
“Ugo”, acrilico e pastello su carta colorata, un mondo trasognato, che tende al surrealismo decorativo. Paolo Grimaldi,
nell’opera “La sentinella e l’ascesi” (5) che appartiene ai
suoi “Borghi onirici”, fa coesistere la memoria ed il sogno
con la realtà e l’apparenza. Il “Paesaggio-Luce”, pannelloscultura di Elfrida Gubbini, fatto di gesso, pigmenti e corde
su tavola, dà origine ad un gioco sottile e raffinato. Ugo Levita, con “Tea legge”, (6) attraversa il mondo immaginario
delle suggestioni surrealiste. Colpisce l’attenzione il gesto
plastico del “Corpus Domini” di Marco Mariucci, intaglio
in legno di ciliegio. Bruno Marcelloni propone una definitiva, essenziale “Nevicata”. Armando Moriconi crea con “Totem materno” la percezione tattile della materia che cede
in un drappo antropomorfo di marmo statuario. Giuseppe
Riccetti, nell’opera “Personae”, acrilico e sabbia su tavola,
interpreta pittoricamente un’immagine elaborata. Virginia
Ryan espone “Child Soldiers”, installazione fatta in ceramica di Deruta e mattoni di Marsciano. Il “Gonfiatore di palloni. Evo XXXVII” (7) di Fausto Segoni si riferisce ad una
ricerca psicologica tesa a mettere a nudo le tensioni dell’
individuo che lotta per cercare la propria essenza interiore. Marcello Sforna compie un’accurata ricerca della forma
in “Nudo di donna”, dal sapore classico. “Ciotola” (8), di
Xavier Vantaggi, mostra un oggetto quotidiano che, isolato,
fuoriesce dal fondo scuro in un gioco di luci ed ombre.
Testimoniare i fenomeni artistici del Novecento attraverso i
Maestri ed il loro legame con la Terra ospitante, l’Umbria,
dalle esperienze più isolate alle attività delle Scuole: questo
lo scopo delle sei sessioni di Terra dei Maestri.
Sgarbi si riferisce proprio alle molteplici forme espressive
del Novecento per giungere alla risoluzione: tanti stili, nessuno stile. Ecco che “se Dio non esiste tutto è permesso” di
dostoevskijana memoria diviene “se l’arte non esiste, o non
esiste più, allora tutto è permesso”.
Elisabetta Marchionni
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ARCHEO FOLIGNO
1. Roberto Banfi Rossi
Terra 1992
4. Giuseppe Gallo
Senza titolo 2004
7. Fausto Segoni
Il Gofiatore di palloni Evo XXXVII 2003
5. Paolo Grimaldi
La sentnella e l’ascesi
6. Ugo Levita
Tea legge 1998
2. Bruno Ceccobelli
L’Uovo del Mattino 1980
3. Luigi Frappi
Grandi cipressi 1994
8. Xavier Vantaggi
Ciotola 2000
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ARCHEO FOLIGNO
ABBIAMO PERCORSO
L’ISOLA D’ELBA
U
n’isola verde di boschi, ondulata di pendii che scendono
al mare dove i rari vigneti, ritagliati sulle pendici assolate dei rilievi o nel ventre accogliente delle valli, tracciano precise geometrie bicromatiche con i filari paralleli allineati
tra il marrone rossiccio delle zolle. Una terra rimasta padrona
della sua armonia e della sua bellezza dove le case appaiono
nelle misure e nelle proporzioni antiche, dove il cemento non
afferma l’arroganza della modernità e i tanti alberghi affondano
e mascherano la loro presenza nella vegetazione abbondante e
fiorita dei giardini.
La strada principale corre sopra la costa smerlata e il viaggiatore
curioso, allungando il collo e abbrividendo nelle curve a strapiombo, spia dall’alto i porticcioli costellati di barche e le mille
insenature, dorate di sassi arrotondati dall’acqua, brune di ghiaie
ferrose, bianche di sabbia morbida e fine, accavallate di rocce
granitiche, sovrapposte come gusci scuri, dove i villeggianti si
arrostiscono al sole.
Un viaggio punteggiato di sorprese alla ricerca dell’ordinario e
dello straordinario: sfidando il monte Capanne in cabinovia per
vedere il panorama dell’arcipelago toscano fino alla Corsica ed
incontrando invece soltanto nubi trascorrenti tra squarci di luce
e capre selvatiche in bilico tra picchi e dirupi nel profumo silvestre portato dal vento; scoprendo i fondali marini attraverso i
cristalli immersi del battello “Nautilus” in attesa d’individuare
la presenza annunciata di un relitto disteso sul fianco tra alghe
fluttuanti e guizzi argentei di pesci; raggiungendo Pianosa e percorrendo, tra muri a secco e ciuffi di ginestra, di cisto e rosmarino, le diramazioni della colonia agricola penale ormai fatiscente
con l’occhio attento a cogliere al di là del muro “Dalla Chiesa”
l’immagine tetra del carcere di massima sicurezza isolato nella
piatta campagna.
Un viaggio progettato sulle tracce dell’archeologia industriale,
dalla miniera dismessa di Gavorrano nelle Colline Metallifere toscane, ai cantieri in disuso della terra del ferro nella zona “nera”
dell’Elba, tra Rio Marina e Cavo. In quest’area disseminata di
cespugli invadenti, allargata verso l’azzurro del mare, le cave a
cielo aperto mostrano i rossi degli ossidi mescolati ai gialli della
limonite tra presenze intatte e ombrose di grigio. Qui Annigoni
veniva a cercare i colori per i suoi quadri, qui la natura, sventrata
dall’uomo, si è divertita a creare le sue opere d’arte composte
da venature, da striature, da luccichii metallici, da macchie bizzarre dove le pozze d’acqua hanno l’opacità dell’ocra e qualche
vecchia escavatrice arrugginita segna il cielo con la rigidità dei
bracci in muta melanconica astratta gestualità di addio e di abbandono.
La ricchezza mineraria ormai improduttiva ha determinato da
tempo immemorabile la fortuna e la sfortuna dell’isola. Alla ricerca del prezioso metallo popoli diversi sono approdati alle sue
sponde per grattare e setacciare i filoni metalliferi in invasioni e
dominazioni successive che hanno fatto fuggire gli abitanti verso
gli anfratti delle montagne in cerca di salvezza. Ecco, dunque, i
paesi arroccarsi sui fianchi dei monti, ecco, dunque, spiegarsi
la presenza di torri di avvistamento e di fortezze lungo la linea
costiera.
Un viaggio ad anello che si è annodato e snodato dentro lo splendore di un’isola per chiudersi all’approdo nel golfo di Baratti
dove tra i cumuli delle scorie dei forni fusori etruschi, diventati
colline tra il mare e l’acropoli di Populonia, si allarga la necropoli di San Cerbone. In questa zona, una volta inquinata dai fumi
delle fornaci, il turista moderno si aggira fra erbe basse e infiorescenze ruvide e spinose alla scoperta delle tombe a tumulo, poi
s’inerpica nel bosco alla ricerca delle camere funerarie scavate
dentro la roccia. Una visione si apre: la parete rossa di una cava
di pietra bucata in cunicoli e stanze non accessibili riporta alla
memoria un frammento di Petra. Oriente e occidente si toccano,
ma, si sa, ogni viaggio regala le sue suggestioni…
Carla Glingler
Aperte le
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L’iscrizione dà diritto a
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DIRETTIVO E LA
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A TUTTI UN FELICE
NATALE
PROGRAMMA
Novembre
Martedì 6
Ore 16,30
“Organizzazione e funzione delle botteghe medievali”
Prof. F. Franceschi
Università della 3a Età – Via Oberdan 123
Domenica 18
Alla ricerca dei luoghi della famiglia Pontano
Partenza ore 8,30 Visita guidata: Ponte - Cerreto di Spoleto – Vajda Pontani
c/o Hotel Holiday Pranzo presso il ristorante tipico “La Cantina”
Prenotazione obbligatoria
Martedì 20
Ore 16,30
“L’infografica come sussidio alla ricerca storico-artistica e
al restauro”
Tavola rotonda: P. Belardi, F. Bettoni, L. Lametti, B. Sperandio
Palazzo Trinci – Sala didattica
Dicembre
Sabato 1
Ore 11,30
Celebrazione in lingua latina e canto gregoriano
Celebra il Vescovo S. E. Mons. Arduino Bertoldo
Coro: Ensemble S. Michele Arcangelo diretto da Padre
Maurizio Verde
Cattedrale di San Feliciano – Cripta
Per ragioni di sicurezza numero massimo consentito: 100
persone. Pertanto è necessario
ritirare in segreteria una contromarca numerata i giorni 22 e
29 nov. ore 16,30 - 17,30
Seguirà il Pranzo degli Auguri presso l’Hotel Italia – Piazza
Matteotti
Martedì 4
Ore 16,30
Assemblea dei soci (importante!) dedicata alle iscrizioni per
l’anno 2008 e
alle votazioni per il rinnovo delle cariche sociali nazionali.
Bilancio preventivo 2008.
Università della 3a Età - Via Oberdan 123
Mercoledì 4
Ore 16,00
Presentazione del catalogo “Archeoclub e Scuola”
Palzzo Trinci - Sala didattica.
Domenica 16
ASSEMBLEA NAZIONALE: votazioni per il rinnovo delle
cariche sociali triennio 2007/2010
Le schede elettorali devono essere spedite alla segreteria nazionale entro il 10 dicembre.
Per maggiori informazioni consultare il Notiziario nazionale
Gennaio 2008
Martedì 15
Ore 16,30
“Nicolò Alunno al presente. Una esperienza pedagogica
dell’Arte”
Prof.ssa E. Guglielmi
Università della 3a Età – Via Oberdan 123
ARCHEOCLUB D’ITALIA - SEDE DI FOLIGNO
Trono di Apollo, particolare dei putti con faretra, Roma, Casino Ludovisi.
GRAFICHE
FLAMINIA
Comune di Foligno
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