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SOMMARIO
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Mario
----------------------Carlo Marcello
-----------Gianni
Massimo
Antonio
Angelo
Veronica
----------------------------------------------------------------------------------------------------
Fancello
--------------------------Conti
-------------Milano
Sannelli
Diavoli
Petronella
La Padula
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
D
Ma se ghe penso
Note informative: Carlo Marcello Conti (a c. di M. Fancello)
Profilo biografico di Carlo Marcello Conti
Trascrizione dell‟intervento (a c. di M. Fancello)
Sottolineature (a c. di M. Fancello)
Dove sarà Pessoa?
Su Nome, nome
5 giorni
Un percorso sonoro a Genova
Falsi e/o interpretazioni (?)
Puntaspilli (a c. di M. Fancello)
Pamphlet (a c. di M. Fancello)
Spazzolature (a c. di M. Fancello)
L‟anello mancante (a c. di M. Fancello)
Genova (a c. di M. Fancello)
Farfalle metropolitane (a c. di M. Fancello)
Iridi: Vaclav Havel
Scheletri nell‟armadio: Raffaele Mantegazza (a c. di M. Fancello)
Indizi (a c. di M. Fancello)
Cantarena
Anno VIII – Numero 32
Dicembre 2005 (data pubblicazione: settembre 2007)
Periodicità trimestrale
Direzione e redazione
Mario Fancello
Silvana Masnata
Rosangela Piccardo
Mirella Tornatore
Realizzazione grafica
Mario Canepa
Mauro Grasso
Rosangela Piccardo
Produzione e distribuzione in proprio
Per contatti ed informazioni
Scuola Media Statale V. Centurione
Salita inferiore Cataldi, 5
16154 Genova
Fax 010 / 6011225
e-mail: [email protected]
www.cantarena.splinder.com
[email protected]
In copertina:
I figli dell‟Uranio (La stanza di Bush),
Museo d‟Arte Contemporanea di Villa Croce,
4 novembre – 18 dicembre 2005
PETER GREENWAY,
In quarta di copertina:
Campanotto Editore
Le fotografie raffiguranti gli incontri
alla S.M.S. Centurione sono di M. Fancello.
Ringraziamo per la collaborazione
la Circoscrizione VI – Medio Ponente
del Comune di Genova.
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MA SE GHE PENSO
Ogni città viva e pulsante è destinata a trasformarsi di continuo sotto gli occhi dei suoi
abitanti.
Genova, nel marino comporsi e dileguarsi, sembra conferire più smalto alla sua indole plurale.
Dalla labirintica dissipazione di senso – dovuta alla scomparsa di tanti spazi architettonici ed
urbanistici – e dal simultaneo ergersi di nuovi postulati edilizi affiora – il più delle volte – una
metamorfica effervescenza d‟ataviche radici.
La vis identitaria della città s‟annida nell‟assiduo ritrovarsi e disperdersi dell‟uomo
contemporaneo?
Monumento ad Enea in Piazza Bandiera a Genova.
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N O T E I N F O R M A T I V E:
CARLO MARCELLO CONTI
Da quel di Udine, appesantito da cospicua valigia e da altre masserizie ad uso didattico, venerdì 18
febbraio 2005, alle ore 10, Carlo Marcello Conti ha fatto il suo ingresso in aula video e, con il suo
fare affettuoso ed apparentemente dimesso, ha introdotto gli allievi della Centurione1 ai “misteri”
della ricerca polipoetica in un‟Italia affetta dal linguaggio nazionalpopolare.
Carlo Marcello Conti conversa amabilmente con gli studenti della Centurione.
Di spalle, a sinistra, è facilmente riconoscibile l‟artista Luisella Carretta.
Il titolo attribuito all‟incontro è il seguente:
LA PAROLA LETTA/LA PAROLA SCRITTA/LA PAROLA VISTA
PERFORMANCE CON TENSIONE TOTALE.
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All‟incontro hanno presenziato sei classi, suddivise in due turni.
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Alle ore 17 la performance è proseguita al Museo d‟Arte Contemporanea di Villa Croce con
un‟altra intestazione:
CARTE CARTIGLI CARTELLE CARTEGGI
CONFERENZA CONFESSIONE DI UN POETA-EDITORE DI UN EDITORE-POETA.
Il testo non è stato rivisto dall‟Autore.
Disponiamo di una registrazione in audio e di un‟altra in CD.
“questa è una maglietta vecchia” ... “era una performance che facevo” ...
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PROFILO BIOGRAFICO :
CARLO MARCELLO CONTI
Nato a Belluno nel 1941. Il suo lavoro visivo comincia nel 1953 copiando Renoir, Modigliani e
Braque. Nel 1961 a Bologna viene in contatto con Adriano Spatola, Alberto Tomiolo, Miro Bini,
Carletto Negri, Emilio Villa, Gianni Celati e altri poeti. In quegli anni è redattore della storica
rivista di poesia «Bab Ilu», diretta da Adriano Spatola. Segue corsi saltuari di estetica e di
linguistica. Scrive Fuori di casa e Eliminazz/zzione. Nel 1967 comincia ad interessarsi di poesia
visiva. Nel 1969 si stabilisce in Friuli, e da allora la ricerca verbo-visiva si presenta in varie forme,
come in collages di carta, trasferibili, pubblicità, rifiuti industriali e di giornale, oppure in una serie
di disegni a matita, a pennarello su carta, realizzazioni grafiche e di acrilici su tela intorno al
linguaggio considerato nella sua forma ipotetica prima della tipografia e anche dell‟alfabeto inteso
come serie di lettere che rappresentano i suoni di una lingua.
Più tardi si dedica alla fotocomposizione, alla camera oscura, e alla preparazione fotolitografica: la
costruzione anche manuale ed artigianale del libro come prodotto. Dal 1978, insieme a Franca
Campanotto, edita e dirige la rivista di poesia «Zeta» e fonda la casa editrice Campanotto,
attivissima nel campo della poesia. Nel 1985, presso la Casa del Mantegna, opera poetica e video.
Torna spesso in Irlanda, dove è stato lettore di italiano presso l‟Università di Belfast. Termina di
scrivere Bocia Passatore, tradotto in inglese da Gabrielle Barfoot. Traduzione inglese di Fuori di
casa a cura di Luiza Myra Ganassin e Gabrielle Barfoot. Sta lavorando al poema Cinesi e Il
consumo del presente. Nel 1986 è invitato al museo di poesia visiva di Senigallia. Con Lamberto
Pignotti cura nel 1986 l‟antologia Il nuovo in poesia e scrive il poema Berliner. Nel 1990 mostra
personale presso la galleria Firma a Riva del Garda, nel 1991 è invitato al museo d‟Arte moderna
di Gallarate, nel 1992 mostra presso l‟isola di Albarella, nel 1993 è invitato alla Quadriennale di
Roma. Letture ed esposizioni in varie città europee e fuori Europa. Nel 1998 insignito di
un‟onorificenza dal Ministero slovacco della cultura.
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TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO
CARLO MARCELLO CONTI
La parola letta / La parola scritta / La parola vista
Legenda:
- CMC –
- MF
–
-
Carlo Marcello Conti
Mario Fancello
CMC – Diamo inizio a questo incontro, spero felice; sicuramente per me perché ho [...] di
stare con i giovani. Anch‟io lo sono stato, ahimé tutto passa così in fretta e, come voi
immagino, io ho avuto dei sogni, spero che anche voi abbiate dei sogni e vi auguro anche
che questi sogni in qualche modo si avverino. L‟importante è non smettere di volerlo e
neanche smettere di sognarlo. Mia madre era molto preoccupata quando le dissi, ero forse
più giovane di voi, che mi sarebbe piaciuto stare vicino alle parole, raccontarmi in un
qualche modo, forse perché mi sentivo solo, dicono che si scrive perché non si riesce a
vivere, ma in fondo ecco queste cose che hanno preso posto dentro la mia vita, che sono
diventate la mia vita, non mi hanno creato difficoltà. È vero che fare poesia non è un
mestiere. Per mia madre non lo era e neppure per mio padre, credo; eppure per rimanere
vicino ai libri, come avete forse sentito, io sono diventato un piccolo editore e alla fine
l‟unico rammarico – come ricordo – è quello che tutto, purtroppo, passa così in fretta. E che
cosa fa un poeta oltre che raccontarsi? Cerca di filtrare delle cose che in un qualche modo si
provano vivendo e di restituirle in una forma che non sempre possono essere le parole,
perché il mondo, come voi sicuramente avete avvertito perché è il mondo che vi circonda
più del nostro, è così pieno di tecnologia, è così fitto di multimedialità, di sistemi di
comunicazione che sono andati oltre la parola, non solo per i supporti tecnici che abbiamo
ma anche per acquisto, è chiaro che c‟è anche un senso storico che viene dalle avanguardie,
sicuramente avrete sentito parlare di Futurismo, (ne avete sentito parlare? Sì) di Surrealismo,
di Dada, eccetera. Ecco noi siamo succeduti o vissuti a cavallo di questo tipo di
contemporaneità e abbiamo cercato di guardare questi aspetti della tecnologia magari con
dei punti di vista leggermente diversi, diversi, con degli scarti che ci sembravano di novità,
per fare delle riflessioni su questo tipo di contemporaneità. In fondo, faccio una breve
parentesi autobiografica, io sono nato da genitori romagnoli, in Cadore, in Comélico, mia
nonna parlava romagnolo e in quelle zone, dove poi io sono finito per vivere, parlavano una
lingua ladina che è il friulano, parlar tedesco, un venetoide, naturalmente anche l‟italiano, io
non ho imparato niente perché sono un pigro, e lo sono rimasto, ma mi piaceva di giocare e
proprio perché volevo giocare, che, come immaginate, è una forma di comunicazione, mi
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arrangiavo a gesti, a schegge, a visualità, a braccia. Ecco che questi aspetti della
comunicazione mi hanno accompagnato, quando poi sono ritornato in Romagna, e voi mi
capirete meglio perché siete abituati, per venire a scuola, per andare a casa, a piegare le
ginocchia perché anche qui il terreno non scherza, la fisicità della natura vi ha abituato a
leggere il territorio attraverso il vostro corpo in modi che non sono esattamente come per chi
vive in un terreno piatto, in una pianura. Quando mi riportarono in Romagna mi sembrò che
avessero ribaltato le strade, e poi c‟era il disagio di aver perso i compagni, di aver perso tutte
quelle cose a cui eravamo abituati. Perché vi faccio questo discorso? Per cercare di
L‟artista Luisella Carretta, in primo piano, la professoressa Piccardo, in ultima fila, e gli allievi della
Centurione.
introdurvi a un modo di leggere tutto quello che è intorno a noi, che alle volte sembra
sconcertante, alle volte sembra irrisorio, alle volte sembra minimo, che invece è qualcosa
che comunque non solo ci accompagna ma che entra dentro di noi e qualche volta, anche
senza saperlo, ci modifica. E questo in fondo è lo scorrere. Come catturarlo? Cosa fare?
allora una delle riflessioni quando poi io, già un po‟ più vecchio, me ne ero già andato dalla
Romagna, perché la Romagna è un territorio interessante [...] per cui ancora io sono molto
legato, ma c‟erano troppe piadine, troppi bar, era un po‟ più difficile parlare di poesia e
cominciai a fare questo a Bologna; a Bologna mi incontrai, a quel tempo c‟era Officina, una
rivista importante, storica, legata a dei personaggi come Pier Paolo Pasolini, io allora non
sapevo capire tutto il friulano che conosco oggi perché ho sposato una friulana,
paradossalmente, e proprio perché per stare al caldo ma anche per – diciamo – incontrare
questa contemporaneità che ci sembrava condizionata dall‟avanzare di queste tecnologie, di
questi modi altri di comunicare, pensate al cinema che allora, il cinema credo che abbia sì e
no cento anni di storia, io vi parlo di quarantacinque anni fa, in fondo il cinema era una cosa
nuova, era una cosa ancora agli albori, che si confrontava con questo ... e dall‟America
veniva Klein che aveva fotografato Nuova York in quel modo, mentre quando Pasolini, che
oggi è diventato un mito, diceva che i suoi film erano avanguardia, per noi – ecco – ci
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sembrava una posizione molto neorealista. Ecco di qui abbiamo fatto delle battaglie che
sempre – ovviamente – abbiamo perso, perché Pasolini assieme a Roversi, che poi tra l‟altro
Roversi, non so se molti di voi lo sanno, faceva le canzoni a Dalla, no, perché oggi –
diciamo – è un mito, tutti lo conoscete, penso, no? E noi ci trovavamo in un‟osteria, che si
chiamava Dei Poeti, in via Dei Poeti, frequentata anche dal Carducci, perché si poteva
arrivare lì e prendere qualcosa da bere e non spendere tanto e veniva anche Guccini, che
anche allora per noi era – diciamo – una persona che consideravamo meno della poesia
anche se era un uomo intelligente, preparato, era un maestro, quindi aveva una sua cultura;
noi ci sentivamo più importanti e avevamo presa questa, anche forse con presunzione, questa
posizione contro appunto Roversi, Pasolini, Moravia. Ce le hanno fatte pagare tutte perché
ci sembrava che il mondo stesse cambiando e per stare al caldo, scusate se parlo a schegge,
frequentavamo la Johns Hopkins University, la biblioteca della ..., che era – diciamo – oltre
che bella era molto informata, arrivavano queste cose in contemporanea, tutto quello che
succedeva, erano i periodi della Pop Art e un gruppo di amici, che hanno poi vissuto con
noi, tra i quali c‟è anche Pier Paolo Calzolari, che è uno dei dieci – credo – artisti dell‟Arte
Povera e noi li abbiamo visti nascere, i primi quadri erano nostre ombre proiettate sul muro e
Boatto e Calvesi, che allora Calvesi era sopraintendente a Bologna, venivano nel nostro
piccolo studio perché non avevano delle gallerie ma avevano (ecco perché vi ho parlato di
sogno) questo sogno di voler trasmettere delle cose che ci sembravano dettate dalla
contemporaneità e che volevamo restituire ai nostri amici, ma anche al mondo. No? Ecco, e
quindi un gruppo di pittori aveva affittato uno spazio a Palazzo Bentivoglio a Bologna, ci
facevamo le mostre, non avevamo una galleria, nessun gallerista forse avrebbe esposto le
nostre cose. Io allora tra l‟altro non mi occupavo ancora di poesia visiva, credevo che la
poesia avesse in sé la capacità anche di continuare a rappresentare questa contemporaneità.
Solo un po‟ di anni dopo, nel Sessantasette, invece ho cominciato a fare delle considerazioni
che erano abbastanza vicino a quello che poi è diventata l‟Arte Concettuale o l‟Arte Povera,
anzi noi delle volte diciamo che le abbiamo anticipate. Non è così perché il nostro ..., è così
ma non è ancora considerato dalla storia dell‟arte perché il nostro percorso qualche volta
proprio perché ci siamo fatti un po‟ da sé ci siamo occupati del nostro lavoro e questa forse è
stata una delle nostre colpe, d‟altra parte se non lo facevamo noi non c‟era chi lo faceva e
quindi – diciamo – non abbiamo suscitato interesse nelle gallerie, nei mercanti, perché
facevamo mercato da soli, questo disturbava, tant‟è che adesso ce l‟hanno già detto in faccia
“sicuramente siete degli artisti, sicuramente meritate qualcosa, ma dovete crepare tutti
perché non dovevate occuparvi ...”. È la storia. D‟altra parte – badate bene – sì, forse
diciamo qualche volta anch‟io invidio chi appende un cavallo al soffitto e viene strapagato
anche se credo che tutto questo non sia morale, perché è vero che tutto ha bisogno di
mercato e di un supporto, ma non di cifre così – qualche volta – così inquietanti, che fanno
che un lavoro di un uomo del Quattrocento valga di meno di uno che è in questa
contemporaneità. È di questo mondo che dobbiamo e vogliamo occuparci, e le nostre
riflessioni per tagliare questi brevi cenni così autobiografici, che spero non vi annoino, ma è
solo per fare un quadro, anche per partire da una posizione e cercare di trasmettervi, per
quanto sia possibile, qualcosa. Ecco, vi invito a entrare un po‟ nelle faccende facendo delle
piccole considerazioni come quella qui sopra: le luci al neon, che sono qui sopra di noi, cosa
fanno? Illuminano, che è la funzione di uno strumento come la luce. Un‟insegna
pubblicitaria oltre illuminare fa altro da sé. Chiaro, no? Questa contemporaneità che ha
riempito intorno ai palazzi, alle strade, alla televisione, che di irreale mette di queste
immagini luminose ribaltate, che poi adesso addirittura in movimento, quindi dinamiche,
perché se no l‟abitudine fa in modo che nessuno più le osservi e quindi ecco il mondo della
scrittura – della comunicazione – è molto modificato dai nostri tempi, pensate ai computer,
all‟avvento di questi mezzi incredibili. Noi invece facevamo certe cose con dei pezzetti di
carta, con dei lacerti o schegge della contemporaneità, che raccoglievamo, che ci colpivano,
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che ci sembravano una restituzione qualche volta anche di rovine che si affacciavano in un
mondo capace d‟inghiottire tutto sempre più velocemente e in modi talvolta anche così
integrali. Ecco la nostra visualizzazione, la nostra presa di coscienza nei confronti dei cinque
sensi che venivano (dei nostri cinque sensi, no? Tutti sappiamo quali sono, no?) che in fondo
venivano spesso impigriti perché le persone nel tempo hanno preferito guardare che leggere,
perché il mondo appunto della comunicazione visiva ci aveva abituato a guardare più che a
leggere, no? Oppure molte cose del tatto venivano perse perché la realtà diventava
prendibile in modi sempre più virtuali, no? Tant‟è vero che ci volevano, per essere sempre
veloci, e fare una scorsa ci volevano i telefonini con i messaggini o i fax a fare in modo che
si riprendesse a scrivere per trasmettere poi qualcosa con questi sistemi elettronici perché
sembrava che la scrittura non avesse ..., ecco. Però ... invece che la scrittura aveva questa
importanza – ecco – ci è sempre piaciuto fare queste riflessioni, e, allacciandoci alle
avanguardie storiche, abbiamo cominciato proprio con il corpo del linguaggio (no?), che non
era il nostro corpo, era quell‟altrove dove spesso il nostro corpo si immedesima – si
identifica – per esserci in un qualche modo per noi e, possibilmente, anche per l‟altro. Ecco,
e in fondo proprio perché credo che qui tutti studiate arte e magari qualcuno di voi sogna
anche di essere un artista, se pensate bene, il corpo della scrittura è un fatto estetico in sé. Un
fonema, una lettera nella sua struttura, o in una parte di questa struttura, è un fatto estetico
che può benissimo accompagnare la contemporaneità – non so – degli anni Sessanta,
quando già Fautrier cominciava a fare un‟arte – così – astratta e noi stessi dicevamo “Cos‟è
„sta roba?”, eppure poteva essere il lacerto di un muro, i resti di una frittata. Insomma c‟era
questa materialità, questa contemporaneità, questi spessori che ci portavano a fare dei
percorsi sulla frammentarietà del nostro quotidiano. Pensate cosa è diventato il cibo, come
viene consumato, che tipo di ritualità oggi hanno tutte queste cose. È tutto cambiato e tutto
cambierà, perché certamente il mondo non si fermerà, andrà avanti, il futuro è nelle vostre
mani, non è certamente nelle nostre mani. L‟importante è che uno sappia sempre, ve lo dico
così come una cosa che porto dentro da sempre, l‟importante è sapere da dove si viene,
quindi quei pochi studi che farete e spero insieme a dei professori che sicuramente vi
possono dare delle cose, ecco, ma con questo senso, per capire dove si è, e – una volta
accertato dove siamo – immaginare appunto un futuro così come ognuno di voi lo vuole,
così come ognuno di voi lo trova. Io sono un chiacchierone e passerei così ad aprire la mia
valigia che mi sono portato con me e poi cercheremo di essere così, un po‟ più svagati,
proprio perché ci sono rimasto anche un pochino colpito da questa faccenda: la parola letta,
la parola scritta, la parola vista, performance con tensione totale. Sì, io vi venderò qualcosa
di quello che per noi è ancora la poesia in linea. Per poesia in linea, on line, che non è l‟on
line del computer, è – in inglese – la poesia in versi (no?) e quindi la poesia più o meno
tradizionale. Ma vi vorrei dare una prova, prima quando scherzando vi dicevo “Ma lì ci
manca qualcosa”, questo è un esempio di un libro oggetto, siccome – come sapete – non si
legge molto in Italia ma anche in giro per il mondo, in modi diversi, ma comunque nel
nostro Paese, che è un Paese interessante, svagato, ma siamo anche il Paese dei furbi, siamo
il paese di Machiavelli, diciamo non c‟è questo aspetto importante che ci accompagna che è
la lettura, no? Diminuire questa distanza che esiste tra chi legge e chi scrive è un esercizio
che non sempre esiste. Ci sono fortunatamente dei lettori, sono forti, sono pochi. Ecco. Un
compito della poesia, di noi, è anche quello di fare delle riflessioni intorno alla lettura, al
corpo della scrittura e anche a quello che sono i libri, qualcosa di fisico, qualcosa che si può
toccare, a qualcosa che è un contenitore di un bene fisico che dovrebbe durare nel tempo. Va
beh, insomma; io ...; quindi prima, se volete, lo facciamo con una scritta di concorso per
buttarla un po‟ più sull‟allegro (no?), cercare sempre di esservi un po‟ più vicino, dalla
vostra parte, non di stare lì, perché – tra l‟altro – non è così semplice come pensate, perché
uno pensa “Ma che cosa vuole questo? Ma che cosa vuole venirci a raccontare?” qui si
potrebbe aprire – ecco – il vivo della questione perché non si può sempre essere a senso
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unico. È sempre interessante sentire qual è il di qua e anche l‟al di là. È come giocare a
frisbee
La magica valigia del poeta Carlo Marcello Conti.
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MF – Scusa se t‟interrompo, lo sai (no?) che il secondo turno cambia classe?
CMC – Quindi dobbiamo spostarci.
MF – No, no, no. Hai solo un quarto d‟ora.
CMC – Allora sarò brevissimo. Cioè, boh, adesso mi sono un po‟ perso, sì, questo di qua e
di là è proprio quell‟aspetto della comunicazione, è un po‟ come giocare a frisbee, no? Tutti
sapete cos‟è? Sì.
RR – Il disco volante.
CMC – È questo dischetto che uno lancia; se sei da solo non è più gioco, ci vuole qualcuno
che te lo rispedisca, no? Ecco, questo è già un modo di comunicazione, non solo di gioco.
Va beh, visto che ho un quarto d‟ora, visto che sono venuto qui anche per dimostrarvi che
poi queste cose, per cercare di dimostrare che queste cose avevano preso corpo non solo in
questi libri, ... Ecco che cosa ci manca secondo voi qui? Così ci pensate. Intanto io apro la
valigia del poeta. Non sento eh, però dovete dirmelo. Beh, questo naturalmente è un
sacchetto del metrò che è stato contenitore capace di portarmi qua ..., così, che sono tutte
cose adesso buttate lì ma che fanno parte di un viaggio, in fondo siamo [...], beh molti di voi
non lo hanno mai visto perché poi è sparito anche come artista, mi pare si chiamasse ..., no,
non Santomaso, perché Santomaso era quello delle lettere, ma aveva un nome simile, non mi
viene adesso, in una Biennale alla fine degli anni Cinquanta o all‟inizio anni Sessanta aveva
esposto non un‟opera ma come si entrava qui in un ambiente da quella porta ci si trovava
avvolti nella plastica, era tutto coperto di plastica, di gocce di colore che sulla plastica non
avevano avuto presa e cadevano, così, e io stesso gli dissi: “Ma – scusate – ma in fondo che
cos‟è tutto questo?” poi negli anni – a dire il vero – quest‟opera invendibile mi ha fatto fare
una riflessione, credo ancora attualissima, in fondo questo mondo ci ha avvolto nella
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plastica, che non si distrugge, che qui e che là, comoda ma – insomma – che ..., quindi l‟arte
ha anche questa funzione di comunicare. Oh, la mia ... [valigia], la metto qua sopra [sopra la
cattedra], sicuramente sbaglierò qual è la parte ... Allora non vi siete accorti di che cosa
manca?
Il libro oggetto privo di matita.
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R – Pagine, al libro mancano le pagine.
CMC – Manca?
R – Le pagine.
CMC – Beh, essendo un libro oggetto è una pagina, vedi? Sono due pagine, queste sono due
pagine; si apre, si chiude. No. C‟è proprio una cosa che manca. Allora io intanto vado
avanti. Questo è un quadernino di appunti, ogni tanto scrivo qualcosa se ho tempo; questa è
una maglietta vecchia, allora ero più magro, vedete; era una performance che facevo, l‟ho
fatta a Bologna in Piazza Santo Stefano: temperando una matita venivano fuori queste
visualizzazioni e mia figlia allora mi aiutava, raccoglieva questi [...], adesso mia figlia ha
trentatré anni, quindi allora ne aveva due, è passato molto tempo, e veniva fuori questa
cartolina, questa cosa, poi dopo l‟avevamo realizzata su una ...; questa invece è una scatola,
è una scatola ancora attuale, è una scatola, io poi negli anni sono diventato un tipografo ma
anche un editore, e pensare che io non sapevo che cosa era la fotografia, parlando di nylon
per me è un‟asta, che voi tutti dovete sapere cos‟è, lo sapete cos‟è? Non studiate grafica
anche?
RR – No, no.
CMC – Beh, insomma, diciamo, per me un filo di nylon [...] è la stessa cosa, pensate a
com‟ero ignorante. Oggi i libri che produciamo ce li facciamo da soli, abbiamo un piccolo
impianto e diciamo: perché tutta questa utopia? È stato un modo per stare vicino al corpo del
linguaggio, a costruire e a entrare dentro questo percorso del linguaggio in un modo totale,
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ecco. Beh, questa scatola naturalmente si apre (no?), parte con ..., potrebbe essere LA, POE,
SIA ROM, ROMPE, e poi continua, naturalmente LE SCATOLE.
RR – [Ridono].
La poesia rompe le scatole in versione raccolta.
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La poesia rompe le scatole in versione distesa.
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CMC – La poesia rompe ..., no? Tanto per restare più ... Poi io naturalmente ci faccio anche
altre cose. Non abbiamo sempre avuto del tempo. Questi invece erano dei poemi sonori,
questo è più vecchio: Caffè Caffettiera; allora non c‟erano i CD. È un poema che è nato così,
per caso, allora un poeta ucraino, Igor Shankovsky, filosofo, ma anche uno scatenato ..., ha
attinto alla visualizzazione perché naturalizzato in America, e – diciamo – aveva questa
macchina per fare il caffè americano, – come sapete – il caffè americano è molto lungo
(no?), quindi la macchina era anche lunga, quindi ..., ma aveva anche dei suoni incredibili,
ecco, io rimasi colpito da questo suono. Questo poema sonoro che in verità non era mio ma
era di questa macchina americana – di cui non mi ricordo più il nome – per fare il caffè, che
inventammo questo poema Caffè Caffettiera, che è – se volete – un poema d‟amore e di
guerra, dove a un certo punto, poi magari qualche pezzettino, se c‟è il tempo, possiamo
anche sentirlo e posso anche fare qualcosa sopra dal vivo. A un certo punto diventava quasi
un poema che ricordava fatti inquietanti, che spesso – purtroppo – si ripetono, come la
guerra, e lui fece anche un intervento su questi momenti quasi devastanti, su un‟Europa che
spesso si è abituata a una grande civiltà ma anche – così – a periodi non sempre facili.
Sentite tutti o devo ...? Allora Caffè Caffettiera, poi, proprio perché vi ho parlato di
Carlo mostra agli studenti l‟audiocassetta del Poema Caffè Caffettiera.
tipografia e lavoro anche manuale, io nel tempo ho imparato anche a stampare, con una
macchina piccola, non quelle grandi, che è una macchina Kor, si chiama così, con la kappa,
Heisenberg, che è una seria costruttrice tedesca che ha sede ad Heidelberg, che è sede anche
di una grande università, e che a un certo numero di giri sembrava che entrasse in sintonia
con una voce che poteva accostarsi a stampa, stampa, ristampa, ecco, ecco, naturalmente io
non su una base musicale ma su una base tecnologica di questa macchina, del suo rumore,
quindi del suo corpo, ecco, cercavo di comunicare questa tecnicità che in fondo è la
macchina. Quando invece negli anni Ottanta fui ospite a Berlino del Theater....., che faceva
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capo all‟Accademia di Berlino, un amico, Benoit, che aveva vinto, allora a Berlino c‟era il
muro, aveva vinto un concorso perché aveva installato un piccolo microfono sul muro dalla
parte dove nell‟Est non possono scrivere nulla, il muro era bianco, sicuramente ricorderete
quando questo muro finalmente è stato abbattuto che dalla parte ... invece era pieno di scritte
di ogni tipo. Pensate dall‟altra parte non si poteva scrivere nulla, c‟erano i vopos su delle
scalette che guardavano continuamente se qualcuno cercava di scappare e negli anni ...,
tant‟è vero che senza un ricordo – senza un museo – credo tuttora visibile, dove c‟è anche
quest‟opera di Benoit che consisteva in questo piccolo microfonetto installato dall‟altra parte
dove in inglese c‟era scritto Parlate qui. Parlate, quindi ecco il coraggio ma anche la
contemporaneità e la semplicità di un piccolo strumento e di due parole per dire ecco che
cosa alle volte in modo inquietante la comunicazione può diventare. Benoit poi aveva fatto
delle cose più scherzose come quella ..., chi è stato a Berlino sa che quando il metrò si ferma
dicono una parola in tedesco, io non so perché non conosco il tedesco, la sapevo ma me la
sono dimenticata, e lui si mise – in una performance – una divisa simile a quella dei
controllori del metrò e diceva in un [audio....], quindi con degli strumenti elettronici, il
contrario. Le persone, che in Germania sono molto corrette, abbastanza ligie e ubbidienti,
venivano disorientate e quindi creavano questo scarto di confusione e di riflessione, però
corrispondevano a una realtà. Quindi ecco anche un altro modo di comunicare. Ecco, dico
questo perché un giorno mi invitò e mi disse “Ma – guarda – perché non vieni anche tu
all‟Accademia e facciamo qualcosa?”, dico “Ma – guarda – io non so il tedesco, non saprei
cosa fare”. Ecco in quegli anni Berlino festeggiava i settecentocinquanta anni della città e
avevano adoperato uno slogan [lo cita prima in tedesco e poi in italiano] Berlino tutto
buono, tutto bene, che era anche molto criticato perché erano stati fatti degli acquisti di
opere d‟arte nella città. Ecco, io rivisitai questa cosa (anche questa – se ci sarà tempo –
magari la faremo sentire) ed era – diciamo – un crescendo su questo linguaggio, su questi
fonemi, su questo slogan per fare un poema da trasmettere con gli altri e da fare anche con
gli altri e infatti poi, come potremo fare anche qui, non so, io partivo [performa vocalmente
un piccolo pezzo del poema], non ne avete voglia di giocare a frisbee? Ecco, perché è così
che si allacciarono i miei amici, che si erano messi tra il pubblico perché il pubblico
all‟inizio mi fischiò: Hanno speso un mucchio di soldi (come magari è successo a Genova
per Genova 2000 o che so io) e a noi che cosa ci viene da tutto questo? Un po‟ mi
fischiavano, poi – per fortuna – i miei amici, non solo Benoit, ma c‟era un venezuelano, un
giapponese, si erano messi tra il pubblico e avevano dei microfoni autonomi dentro le
giacche e li misero in moto [performa i suoni] e allora la gente – in mezzo si sentiva questo
coro – cominciarono anche loro così ... e avvenne la comunicazione.
RR – [Diversi ragazzi imitano e poi interpretano liberamente i suoni a scopo ludico e
sarcastico].
CMC – Vedete che ci siamo, no? Non era solo un gioco. Ma in fondo che cos‟è? Erano delle
riflessioni anche intorno alla musica, intorno alla contemporaneità. Spesso la musica che
cos‟è in questi anni? È anche tanto rumore. E noi volevamo fare delle riflessioni anche di
questo tipo, cioè, beh, se dobbiamo fare del rumore per il rumore diamo un senso anche a
questa velocità. Poi noi non siamo ..., almeno io non lo sono un cantante. Mi piace la
musica, considero la musica un codice extraverbale capace di travalicare ogni capacità
invece delle lingue – no? – perché bisogna conoscere la musica che è un linguaggio
universale e segnico-visivo. Ecco, ci sono molti aspetti che potrebbero ...; tre poemi sonori,
poi, poi naturalmente ...; beh questi sono dei biglietti da visita; questi sono dei libretti; un
cataloghino di una mostra che ho fatto non molto tempo fa a Parigi; questa è un‟altra cosa,
feci lo spessore della carta dove giocavo con ...; cosa è questa?
RR – Una emme.
CMC – La emme, no? Mmmmmm, no? Potrebbe essere uno che dubita insomma, no? una I,
no? Iiiiiiiiiiiii. I come?
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-
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-
-
R – Imola.
CMC – Come Imola. Beh, io ho vissuto a Imola, casualmente. Una E.
RR – Eeeeeeeeeeeee ........... Ooooooooooooooooo
CMC – Una O, ooooooooo. Potrebbe essere una forma anche diciamo ...., questa carta è
fatta di cellulosa pura, non è carta normale, sulla quale io aggiungo delle carte che ho
trovato e dei pezzettini di tela, è importante che voi osserviate.
RR – Sììììììììììììììììììììììììììììììììì [Fanno molto chiasso].
CMC – [Eleva di molto il volume della voce] Siccome potrebbe venire fuori da queste lettere
che avete visto così
R – Oèèèhhh!
CMC – Bravo, ci hai azzeccato, bravissimo. Poteva essere Pòem, la versione inglese di
poema, Poema, Poemi, Poemai cioè Poe mai, come per dire la negazione anche di se stesso
e – alla fine – ci aggiungevo della tela, che è una tela, quella proprio dove si puliscono i
pennelli, e poi anche su questa io se potevo giocare ...: o i e ma eccetera, oppure po
RR – [I ragazzi raccolgono lo stimolo al gioco e, divertendosi, si degustano le loro
vocalizzazioni].
CMC – Ma, magari, se mi farete ritornare, faremo solo delle cose di questo tipo se vi
piacciono. Adesso, così, era tanto per introdurvi ... Questo è Berliner, che è il mio poema
naturalmente, poema in linea che io, visto che non avevo niente da fare, sono le mie
impressioni normali legate alla città e alla mia esperienza di Berlino. Quella volta, se devo
essere sincero, è stata una delle poche volte che ho pensato “Io non torno più a casa” anche
se non amo la Germania; poi mi sono detto “Ma però io sono italiano, ho questa casa
editrice, cosa faccio? Abbandonare tutto? No”. ma là, vi assicuro, ho avuto l‟impressione
che anche un artista tra virgolette, uno squinternato poeta come me, stesse facendo qualcosa
con tutti gli altri e venisse considerato per questo dalla società, tant‟è vero che avevo uno
stipendio, una casa, ho incontrato tanti amici. Velocemente vi leggo, visto che abbiamo
parlato di muro, di una cosa dedicata al muro, che è una realtà, come sapete spesso ci
troviamo di fronte a dei muri e spesso ne creano anche di nuovi in una società così
complessa come questa. Allora il muro [Legge una sua poesia].
RR –[Battono le mani credendo che sia terminata].
[Carlo prosegue nella lettura interpretativa ma, prima di giungere a conclusione, è il nastro
magnetico a chiudere – inesorabile – il percorso].
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SOTTOLINEATURE
1. Dicono che si scrive perché non si riesce a vivere.
2. La fisicità della natura ci abitua a leggere il territorio attraverso il corpo.
3. Occorre imparare a leggere tutto quello che è intorno a noi, che alle volte sembra
sconcertante, irrisorio, minimo, e che invece è qualcosa che ci accompagna e che entra
dentro di noi e, anche senza saperlo, ci modifica.
4. Il corpo della scrittura è un fatto estetico
5. L‟importante è sapere da dove si viene, per capire dove si è, e immaginare un futuro così
come ognuno lo vuole.
6. Diminuire la distanza che esiste tra chi legge e chi scrive è un esercizio poco frequentato.
7. Un compito della poesia è anche quello di fare delle riflessioni intorno alla lettura, al corpo
della scrittura e alla fisicità dei libri.
Ecco riapparire la famigerata matita latitante.
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DOVE SARÀ PESSOA?
Dicevo: “Speriamo che andando verso il sud si scopra che il sole esiste ancora. Non ne posso più di
questa pioggia continua!”. Mia moglie mi rassicurava. In altri tempi lei aveva già visitato il
Portogallo di cui ricordava con sommo piacere il „bacalao‟, il merluzzo. Per questo motivo
lasciammo Santiago di Compostela e volgemmo la prua della nostra vettura verso il confine con il
paese lusitano. Di questa terra conoscevo direttamente poco. Mi frullavano per la mente nomi di
navigatori, sapevo del vasto impero che aveva avuto Lisbona per capitale. Ricordavo la lotta del
Brasile per emanciparsi dal dominio dei sovrani d‟oltreoceano ed anche vi trovavo, curiosamente,
invischiato Garibaldi. Ma soprattutto, con emozione, evocavo una data a noi prossima, il 25 aprile
del 1974, quando ci fu la rivoluzione dei garofani, finì la dittatura salazarista, l‟Angola conquistò
l‟indipendenza ed il rosso fiore che da noi in Italia, un tempo, fioriva all‟occhiello delle giacche
durante le sfilate del 1° maggio, aveva siglato un cambio radicale ed incruento nella terra del „fado‟.
Dalla pioggia a dirotto della Galizia scendemmo, dunque, verso il sud, ma il sole stentava a farsi
vedere. Arrivammo in Portogallo verso l‟ora di pranzo e mia moglie si ricordò che c‟era l‟abitudine,
come in Grecia ed in altri paesi mediterranei, di pranzare tardi, magari al bar dove servivano insalate
varie assieme all‟immancabile merluzzo.
Avemmo, così, un primo contatto con gente e costumi diversi da quelli francesi o spagnoli. Trovai
quei portoghesi, ai primi approcci, piuttosto chiusi. Forse erano concentrati sui mondiali di calcio,
che so! Non ci fasciammo la testa per così poco e alla sera raggiungemmo un villaggio, con
campeggio, sull‟Oceano, il grande Atlantico, nel quale, secondo Dante, Ulisse sprofondò.
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Il mio piccolo cane corse felice sulla spiaggia, Ketty, siciliana, si sentì nel suo elemento. Io diffidavo
di quella vasta distesa d‟acqua senza confini. Ma era pur sempre l‟Oceano Atlantico e fasciava le
coste occidentali d‟Europa! Avrei cercato di dialogare, di comprendere il segreto linguaggio
dell‟immensa energia che lambiva la terra mentre il cielo, nuvoloso, pareva fondersi con le onde.
“Altro che Mediterraneo!”, pensavo, e ricordavo i colorati paesini che si affacciavano sul più
conviviale mare di casa nostra.
Avevamo una tenda ad igloo, piccola ed impermeabile, adatta alle piogge e all‟umidità dei monti.
Scomodo era, però, coricarsi di fretta, come in una cuccia, ed alzarsi, al mattino, di fretta, scrutando
il cielo, smontando rapidamente la tenda prima che un acquazzone la rendesse inservibile. In auto,
con il riscaldamento, la parte esterna dell‟igloo, più umida, asciugava, e noi eravamo pronti, ma
scocciati, ad affrontare una nuova giornata.
Il Portogallo, fuor di cartolina, ci appariva come un paese relativamente più povero d‟altri che
avevamo attraversato in Europa. Nutrivo una certa aspettativa nei riguardi di Lisbona, la capitale,
perché era stata protagonista recente di un film che molto m‟era piaciuto. Tabucchi, poi, con il suo
libro “Sostiene Pereira” da cui era stato tratta l‟omologa pellicola, magistralmente interpretata da
Marcello Mastroianni, aveva suscitato in me segrete curiosità. “Che Lisbona abbia il fascino di
Praga?”, mi dicevo. Non ero in grado di darmi una risposta. Praga aveva la Moldava, che è un fiume,
Lisbona l‟Atlantico, che è un oceano. La mia diffidenza montanara non mi permetteva un giudizio
sereno.
La prima grande città costiera che raggiungemmo fu Porto. Tutta in salita, con stradette che si
inerpicano, sensi unici in quantità ed un campeggio in un parco nella città alta. Leggemmo, da
qualche parte, perché il gallo, inteso come animale, fosse presente nel nome del paese, ma il
portoghese, simile al genovese, non è per me di facile traduzione. Porto ci apparve come una città
varia, con quartieri pieni di gatti randagi e cani senza collare, ma anche con zone estremamente
europee, come se ne potevano trovare in altre metropoli del continente. Il Rio Douro attraversa Porto
e sfocia nell‟Oceano per cui non si capisce se sia quest‟ultimo che dà l‟assalto alla terra ferma
oppure la montagna, che si allunga per tutto il Portogallo da nord a sud.
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Poesia sul ricetto
Quando la mia anima diverrà passero senza casa,
a Oporto antica
cercherò mercede,
confidando in Fernando e nella brina.
Gianni Milano
Da Porto partimmo per inoltrarci verso l‟interno e visitare luoghi isolati ma estremamente
accattivanti, sotto un cielo permanentemente plumbeo, come funghi misteriosi emersi dalla bruma e
dal muschio. Lungo le strade che si inerpicavano si leggevano sovente cartelli che annunciavano
“Pedone quando cammini sulla strada tieni la tua sinistra”. Il tutto, ovviamente, in portoghese.
Mentre guidavo, e mi perdevo in fantasie, traducevo in chiave para-politica il messaggio che,
rivisitato, suonava, in italiano, così: “Proletario (che sei in mezzo a una strada) stai sempre a
sinistra”. Così riconciliato potevo sfidare l‟umido, il grigio e la lingua incomprensibile.
Raggiungemmo, quindi, Guimarães. Da qui partì l‟indipendenza del
Portogallo, in tempi in cui, non diversamente da oggi, la forza creava
il diritto. La cittadina storica, medioevale, scura e chiusa, mostrava, in
alto, un castello, simile, voglio ricordarlo, ai molti che costellano la
Valle d‟Aosta. Sembra strano che io parli di un Paese bagnato per tutta
la sua lunghezza dall‟oceano Atlantico con una insistenza per le strade
„in salita‟. Ma così è. La dorsale del Portogallo settentrionale non è
pianeggiante ma si mostra come una cresta che lo divide dalla Spagna
di cui, appunto, un tempo era parte. L‟usare le gambe in modo caprino
mi riconciliava con il mondo! Fu nella culla del Portogallo che
trovammo, però, vecchie donne in nero che chiedevano l‟elemosina.
Ci riprecipitò, la visione, nell‟Italia del dopoguerra. Quel Portogallo
rurale mostrava una frattura nell‟ottimistica affermazione del
progresso senza fine per tutti. Le anziane donne vestite integralmente
di nero, con un fazzoletto, anch‟esso nero, in testa ed i capelli bianchi
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che si intravedevano alle tempie facevano parte della contemporaneità ma, pure, ne erano in qualche
modo escluse. Portammo a casa, come ricordo, un paio di calzettoni in lana grezza, che ben
s‟adattavano agli scarponi e all‟Alpe.
Castello, memoria di una potenza intercontinentale perduta, donne che chiedevano l‟elemosina, cielo
plumbeo, tutto induceva alla malinconia e ci faceva pensare ai paesi del Midi francese con desiderio.
Per consolarci provammo, il giorno dopo, a visitare un‟altra cittadina dell‟interno, nota per la sua
abbazia, di cui non ricordo assolutamente il nome, essendo la mia memoria offuscata da una sorta di
lontana paura evocata dalla dimensione trucida del cattolicesimo lusitano. So, però, che c‟era il sole,
la struttura conventuale era veramente bella ed albergava una storia gentile. Trovammo all‟interno
due sarcofaghi. In uno era la salma di non so quale importante re portoghese. Accanto ve n‟era un
altro che ospitava il corpo d‟una donna. La storia è questa. Il re, sposato, si innamorò d‟una donna
d‟umili origine, una cameriera di corte. Il suo amore non poté mai manifestarsi pienamente ma alla
morte della donna pretese ch‟essa fosse sepolta con gli onori di una consorte e le fosse riconosciuto
il titolo di „regina‟. Ora riposano accanto, quasi un‟antica versione, documentata dalla pietra
cesellata, di Cenerentola. Trassi un sospiro, ricuperai un po‟ di euro con il mio Bancomat, e mi
accinsi a raggiungere Lisbona. Vi giungemmo un pomeriggio. Ketty disse che stentava a
riconoscerla a causa dei nuovi quartieri che si elevavano sulla collina, perché Lisbona è sì città
portuale sull‟Atlantico ma ha, pur essa, un retroterra che si inerpica. Sulla sommità, anche qui, si
trovava il campeggio, bello, spazioso, internazionale, dove, paradosso, parlai tutta una notte, in
francese, con un Belga e con sua moglie che avevano adottato una bimba vietnamita. Trovammo
anche una giovane coppia italiana, con lei incinta e lui giustamente orgoglioso in attesa dell‟evento.
Ci spiegarono come scendere in città senza dover usare l‟automobile che non avremmo saputo dove
parcheggiare. Il giorno dopo la famigliola torinese, composta da me, capellone tutto bianco, da mia
moglie Ketty e dal cagnetto di nome Freak, salì su un autobus, pagò tre biglietti e si accinse a
scendere verso l‟Oceano. Patii il tragitto. L‟autista curvava e controcurvava per stradette impossibili,
contorte, ben diverse dalle vie rette volute dai Romani e preservate da Torino. Alla fine, con la
colazione nel gargarozzo, giungemmo su una grande piazza da cui si dipartiva il tour turistico della
città. Ebbi l‟impressione di vedere i resti d‟una antica bellezza, quasi da matrona ben truccata ma
con gli evidenti effetti del tempo che passa. Lisbona era stata la capitale d‟un impero coloniale che
soltanto dal 1974 aveva cessato d‟essere tale. Cercai di abbandonarmi alle sensazioni ma il mio
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spirito critico mi ostacolava. Quel giorno, poi, si festeggiava sant‟Antonio che noi diciamo „da
Padova‟ ma qui affermano essere „da Lisbona‟. Donne con santini ci avvicinarono per chiedere
oboli. Superato l‟ostacolo ci inerpicammo per stradine rese celebri da film, con i tram rossi che
paiono giocattoli, e raggiungemmo l‟ennesima costruzione bellicosa, il castello, inevitabilmente
presente, da dove si dominava la città e si vedeva in lontananza l‟Oceano. Scendendo nel quartiere,
estremamente misero, simile ad analoghi marsigliesi, trovammo, però, isole di convivialità, piccoli
spiazzi dove la gente mangiava insieme, sotto lenzuola, camicie, mutande stese ad asciugare.
Folclore dei poveri, meno penoso in estate, molto di più quando soffia il vento dal mare.
A differenza di quanto pensavo non vedemmo una grande integrazione razziale. Gli Angolani, neri,
stavano per conto loro, frequentavano i loro bar, le loro rosticcerie, anche se tutti mangiavano il
„bacalao‟. La rivoluzione dei garofani non aveva cancellato una storia imperiale in cui l‟Angola era
stata una colonia sfruttata duramente e tenuta in soggezione con le armi. Nemmeno andava
dimenticato che fino al 1974 il Portogallo aveva patito un regime fascista con Salazar e cambiare
abitudini e stili di vita non era cosa facile. Ketty cercò invano di indicarmi un quartiere che le era
piaciuto in un suo viaggio precedente. L‟incendio lo aveva distrutto. Non doveva essere un quartiere
di lusso ma un assemblaggio di baracche povere che il fuoco aveva facilmente divorato. Povera città!
Terremoti, incendi… Lisbona aveva visto e vissuto le sue! In realtà io cercavo Pessoa. Avevo fatto
un lungo viaggio per trovarlo. I poeti si annusano l‟uno con l‟altro come fanno i cani. Avevo seguito
una pista ed ora cercavo di sentire la cornice nella quale un poeta amato aveva vissuto e scritto. Lo
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trovammo, il Pessoa, salendo ancora una volta per un‟ascensionale strada elegante nel cuore della
città benestante. Lo trovammo al bar, sotto forma di statua, seduto a sorbire un caffè.
Accanto a lui alcune lapidi ricordavano altri poeti. Ci assestammo, degustammo anche noi una bibita
fresca e cercammo un impossibile dialogo con Pessoa. Terminato il rito, per me potevamo anche
andarcene. Lisbona non mi aveva convinto. Credo che se fossi vissuto in questa città sarei stato un
malinconico e malconcio poeta. La cosa non mi attirava più di tanto. Salutammo Pessoa, in spirito.
Discendemmo verso l‟Oceano. Incontrammo scorci di vita e paesaggio quieti, o forse io ero più
disposto ad accogliere, dopo aver compiuto quello che era un ennesimo pellegrinaggio dopo
Santiago di Compostela.
.
Al ritorno in campeggio avemmo la sgradita sorpresa dell‟autista di autobus che non volle far salire
il Freak e ce lo disse in modo brusco per cui lo spedii a quel paese e decisi che una terra così poco
rispettosa degli animali ed inurbana non avrebbe visto neanche più un centesimo da parte mia.
Pigliammo un taxi, che, tra l‟altro, ci costò meno dell‟autobus ed arrivò più veloce senza
contestazioni, e preparammo la vettura per la partenza il giorno dopo. L‟odissea non era terminata.
La Lisbona moderna aveva mutato d‟aspetto. Le strade cambiavano in continuazione nome; alle
richieste da parte di mia moglie di indicazioni la gente si allontanava, quasi spaurita, e mia moglie è
un‟assistente sociale, non dovrebbe spaventare nessuno!. Alla fine, mantenendo l‟Oceano alla nostra
sinistra, intravedendo resti della ex-potenza imperiale, di stile simile a quello fascista italiano,
riuscimmo finalmente a trovarci in campagna dove un contadino, a gesti, ci indicò la strada per
l‟Estremadura, terra che ci avrebbe portato a Salamanca, da Cervantes e dalle cicogne. Ci salutarono,
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nella campagna portoghese, un mulino a vento, scorci coloratissimi di un villaggio dove mangiammo
ottima zuppa di ceci. Il Portogallo ci lasciava un senso di incompiutezza, quasi una casa abbandonata
ripiena di ricordi e ricordini che sapevano di muffa. Però il sole era finalmente giunto.
Noi eravamo asciutti. Nei bar la gente guardava i Mondiali di calcio, la vettura non aveva problemi
ed io e mia moglie, nonostante l‟età, eravamo contenti e in sintonìa. Digerimmo anche
quest‟esperienza. Ci ripromettemmo di ritornare con calma un‟altra volta, soprattutto per visitare il
Portogallo dell‟interno, e superammo la frontiera verso la Spagna altera e picara, verso don
Chisciotte e il suo scudiero, con la sensazione d‟una storia europea carica di lutti e orgogli ma pure
madre di utopie grandi, che volavano con le ali delle cicogne sui tetti delle chiese di Salamanca che
ci accolse con un matrimonio in costume, musica e sfilata con offerta dei doni della terra.
Quijote querido
“Passante, un dolce eroe qui trovò suo riposo,
ebbe virtù preclare e indomito coraggio,
s‟egli non fosse stato il pazzo più grazioso,
l‟avrebber giudicato degli uomini il più saggio.”
Miguel Cervantes De Saavedra
(trad. Giuseppe Fanciulli, 1932)
Salamanca è città universitaria che raccoglie un centro urbano estremamente vivibile e gustabile. Al
centro del centro ci trovai una piazza circondata tutta da edifici, come a Lucca. Ci trovai le cicogne.
Ci trovai creatività ed allegria. Ci trovai un quieto gusto della vita. Ci trovai Cervantes.
Arrivammo a Salamanca dopo aver abbandonato il Portogallo ed aver scoperto che, a differenza
dell‟Italia, i distributori di carburante sono rari, per cui non riuscii a gustarmi i bellissimi paesaggi
dell‟Estremadura nel timore di restare per strada senza benzina.
Per prima cosa trovammo un campeggio a due chilometri dalla città e, indovinate?, esso era
intitolato „Don Quijote‟. Piccolo campeggio con quattro sentierini che lo dividevano in piazzuole:
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uno per il Cavaliere, uno per lo scudiero Sancio, un altro per la bella Dulcinea e l‟ultimo per
Ronzinante. Il poter dormire tra queste evocazioni mi calmò lo spirito e mi ricondusse all‟idea
iniziale del viaggio come pellegrinaggio, magari dell‟immaginazione. Da Santiago di Compostela al
poeta Pessoa ed ora presso Cervantes ed i suoi drammatici fantasmi.
Indubbiamente la città aveva un aspetto più ridente che non la scontrosa Lisbona. Ci mettemmo alla
prova con lo spagnolo ordinando un caffè gelato. “Un „cafè frio‟”, chiesi. Mi arrivò una tazzina
posata da un cameriere con mossa lesta sul mio tavolino. Dentro c‟era caffè , ma non freddo, e lì ci
accorgemmo che non sempre quel che per noi è evidente lo è anche in casa altrui. A gesti, quindi, ci
facemmo portare dei pezzetti di ghiaccio per la saporita bevanda. Da quel momento mi limitai al
„muchas gracias‟, rendendomi conto che Tex Willer conosceva lo spagnolo meglio di me, nipote
d‟una nonna che nella mia infanzia mi aveva rimproverato, insultato, blandito in spagnolo, essendo
ritornata dall‟Argentina ove era emigrata con la famiglia.
Poesia sul regalo d‟un canto
1
Il treno che veloce ti sfracella, anonimo fratello dell‟asfalto,
e non s‟ode un lamento e sempre dritto corre il ragno
delle rette parallele
la mosca nella tazza nuota invano – non so che dire, non mi resta
un suono ma un crollo nella testa ch‟è incupita come un naufragio
d‟un vascello stanco
e parimenti fondono le insegne rivolando di porpora e di giallo,
come un pus di robotiche esistenze, inorganiche e assurde
a far da velo
ma Amleto piange il padre in Danimarca e la mia quaestio si rintana
e a stento non viene presa a calci dalla ratio che infila le siringhe
nelle braccia e illumina le vene
e ratti e gabbianelle accanto al fiume che scorre come fluido di morto
fanno sembiante d‟essere natura mentre non è che inganno cerebrale
il fantasmatico mondo che ci appare
e rattrappito il volto si deforma come l‟urlo di Munch e nelle stanze
vuote di senso e di parole amiche in mulinello l‟eco netta attorno
finché rimane il vuoto
e pellegrino senza palandrana, nudo e dimesso dopo Nagasaki, con occhi
che mostruosi hanno segnato tutto il mio corpo, vela sfilacciata, cavalco
solitario Ronzinante
in Salamanca, con cicogne in cielo, azzurro d‟un azzurro quasi finto,
che sfinisce lo sguardo, che cancella il grumo della storia individuale
e t‟invita alla sosta
che t‟accolga, come un Cristo deposto dalla croce, in grembo
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a una Madonna, e attorno il mondo, la vita ch‟è un ronzìo indefinito,
com‟api a far corona dolorante al Lazzaro risorto
ed è per questo che l‟ombra mia ripara l‟operosa innocenza di Concetta
che al pari d‟una rondine garrisce e copre il sogno di progetti buoni,
come mamma di tutti, anche nei nidi,
intrecci di speranze e protezione a miscelarsi con Gaudi in funzione
d‟una bocca sventrata, esclamazione, stupore ed allegria, perdizione
dai campanili ai campi di Castiglia
e mi parrebbe cosa degna e buona trasformarmi in un ciottolo fluviale
che brilla al sole, che ignora il bene e il male, che non ha mete,
che scioglie come sale
nell‟universo tutto la sua storia, sentendo come gloria il disparire,
nota tra note, gocciolìo e frinire, erba che s‟arcua sotto la carezza
della brezza che giunge di lontano e viene e viene…
2
La notte è una coperta pelosina, un riccio che ti fissa dentro agli occhi,
un‟assemblea di morti in quieta attesa, un profumo di gelso sopra il capo,
un prato senza strade
la notte è lo sbadiglio della luna che nei lampioni gialli si frantuma e disperde
nel bronzo delle strade cavalli di Guernica e rimembranze in un balletto
sincopato e ignudo
ma nella notte più non vedo osceni simulacri di morte e d‟arroganza,
più la mattanza in giostra mi inguaina ma molle tende simile alla pioggia
sinuosamente al nulla ed io cammino,
verso Santiago, verso la frontiera, verso il pelame oscuro d‟una mucca,
verso le braccia d‟una pietra antica, sul sommo, a Roncisvalle, ben sapendo
il morbido contare d‟una storia
e gli occhi che m‟osservano curiosi come emanati spilli dalla polpa, fanno
coreografia al vagolare in terre assimilate da fratello, in terre fate, in terre
come manna nutrimento
e romba dell‟Atlantico il furore e la pietra si spacca e il granchio muore
nella melma dell‟uomo, nel colore senza colori, senza luce alcuna,
sotto il pallido volto della luna.
Se piango sciolgo il nodo della stanza nella quale il mio nome si conferma
e l‟ombra se ne scivola lontano, nella ricerca del popolo dei buoni, ovunque
la parola „pace‟ suoni,
chiedo clemenza, chiedo compassione agli stormi dei vinti, nel giudizio
che certo emetteranno un giorno, spero – povero vengo, con l‟animo sincero,
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sotto la pioggia e nella notte amara.
Gianni Milano
2002
Da Salamanca il viaggio proseguiva verso nord, attraversando velocemente la Catalogna che già
conoscevamo, visto che vi abitava una coppia di amici con il loro bambino, e puntando su Pamplona
avremmo attraversato i Pirenei a Roncisvalle. Avevo visitato quella città nel 1974, quando ancora
non possedevo né patente né automobile ed a guidare era la mia prima moglie. A quel tempo
Francisco Franco era ancora vivo, in me si agitava un‟antica paura. Valicammo, allora, calando dalla
Francia, i Pirenei, tra boschi oscuri (o forse era la mia trepidazione a farmeli apparire più neri di quel
che in realtà erano), interrotti ogni tanto da casermette dalla Guardia Civil. Sui frontoni delle
caserme stava scolpita la frase nota anche da noi nel ventennio: Todo por la Patria. Mia moglie
guidava, io osservavo ed il mio fisiologico anarchismo fremeva. Pamplona nel 1974 pareva una città
italiana dell‟immediato dopoguerra. Poche luci, scarsi prodotti nelle vetrine, scarpe da donna con le
suole di sughero. In cambio nella pensione casalinga in cui dormimmo eravamo circondati da
immagini di Madonne e Santi d‟ogni specie e colore. In quell‟anno non ce la facemmo a restare.
Dopo una notte scappammo e trascorremmo i giorni del viaggio di nozze in una tendina canadese
sulla spiaggia del golfo di Biscaglia, in terra basca.
Ora, però, Franco era morto, c‟era la democrazia in Spagna ed i corpi speciali dell‟esercito non
fermavano più le automobili straniere chiedendo i documenti come allora, quando fu mia moglie a
spiegare che ero suo marito legalmente sposato, anche se avevo i capelli lunghi. “Marito?”,
risposero. “Allora proseguite...”, mentre io leggevo nel loro cervelletto di militari che stavano
brontolando “Ma guarda un po‟ tu se una bella ragazza come quella deve mettersi con un tipo come
lui, magari un „finocchio‟!”.
Altri tempi!, ma occorre stare all‟erta perché le tentazioni integraliste ed autoritarie sono sempre
pronte a trasformarsi in azioni violente. Questo mi passava per la mente e mi faceva corrugare la
fronte. Ketty, la moglie attuale, scambiò la ruga per fastidio. In effetti non amo muovermi in vettura
nelle città e se posso le evito. Ma necessario era passare di là per trovare un campeggio a ridosso
dlella frontiera. Alla fine giungemmo a destinazione e fummo mal accolti da una ragazzina che
doveva registrare gli ospiti e non parlava né in spagnolo né in francese ma soltanto in inglese (nelle
zone di frontiera, ad influenza basca, sia la Spagna che la Francia sono vissute come „occupanti‟).
Non ricevemmo alcuna indicazione sul prosequio del viaggio e ne facemmo a meno. Montammo il
nostro piccolo igloo, ci facemmo una pasta asciutta alla faccia degli scontrosi ed andammo a
dormire. L‟indomani, di buon‟ora, sbaraccammo e a bordo della nostra intrepida Panda 4 X 4 ci
avviammo verso i monti, fuori dall‟aria puzzolente dell‟estate cittadina, verso il passo fatidico che
costò la vita ad Orlando, l‟Arrabbiato, delle cui leggendarie vicende non c‟è luogo, in Italia, che non
abbia traccia. Roncisvalle ci attendeva e di là la Francia catara, il Midi, il percorso verso il sole per le
nostre umide ossa.
La strada per il passo era a tornanti continui. L‟aria via via rinfrescava e diveniva più pulita. Non
c‟era anima viva. Altro che l‟agitazione pamplonese! Tra l‟altro, e ci andò bene, è tradizione, in
quella città, lasciare liberi i tori per le strade, provocandoli a grida, correndo loro dinnanzi fino a che
qualcuno dei bipedi animosi non cade per terra e viene travolto dalla massa dei bovini infuriati. Lo
chiamano sport e fa parte dell‟orgoglio locale! Io sono vegetariano, i tori uccisi nelle corride mi
producono una gran pena e se, qualche volta, non dico malmenare ma spedire all‟ospedale per una
quindicina di giorni gli „hombres valientes‟... Irritando la mia non-violenza il pensiero, lo ammetto,
pareva un trapano o un cavaturaccioli. Quindi via di qui, verso una nuova avventura, una nuova
poesia!
Giungemmo a Roncisvalle e quasi quasi non ci credevo. Esisteva realmente un tale luogo! Di qui era
passato Carlo il Grande con il suo famoso nipote e l‟esercito dei Franchi e qui Orlando ci aveva
lasciato la vita. Ma non furono i Saraceni, come una lettura di parte vuol farci intendere, a provocare
la morte d‟Orlando, il quale inutilmente suonò l‟Olifante, il suo grande corno, per richiamare
28
l‟esercito, ma guerriglieri, o predoni, o partigiani (comunque li si voglia intendere) baschi, i quali
sbalzarono di sella i cavalieri della retroguardia lanciando sassi con le micidiali fionde e poi li
sgozzarono. La storia si ripete sempre e la morte non ha fantasia. A Roncisvalle, sul passo, c‟è,
rilevata, una grande croce, ed altre piccoline fatte con due rami intrecciati e piantate in terra da
coloro che vi passano. Buon augurio, forse? Tradizione devozionale che preferisco all‟orgogliosa
scritta in bassorilievo sul palazzo che fronteggia la chiesa di San Giacomo a Santiago di Compostela,
scritta che urla “Santiago matamores”. Le umili croci dei viandanti sottolineano tutta la sofferenza
che cammina per il mondo e produce vittime infinite. Mia moglie ed io ne piantammo una piccola e
sbilenca per la nostra famiglia. Accanto alla croce si eleva un monastero-ricetto e non mi stupisce
più che siano i luoghi elevati, antiche sedi di spiriti e dei, ad ospitare le case del Dio vincente, che
dalla Palestina conquistò il mondo occidentale. Preferisco ancora, comunque, in onore dell‟antica
prassi druidica, i boschi e la mia preghiera, seduto ai piedi di un albero, è silenziosa. Facemmo così
anche questa volta, mangiandoci un panino con i formaggini, che non mancano mai, della „Vache
qui rit‟. Iniziava la discesa di una montagna che conoscevo poco, boscosa e nebbiosa. Capii, allora,
come mai il suono del corno di guerra di Orlando non avesse raggiunto Carlo Magno e i suoi soldati
che procedevano in avanti. Da Roncisvalle al fondo valle in territorio francese staziona
permanentemente una nebbia che si diparte da circa un metro e mezzo da terra. Si vede la strada ma
il rumore è assorbito. Si viaggia avvolti dal silenzio, con rari incontri, perché la strada non è molto
frequentata. Dissi a Ketty: ”Aveva un bel soffiare nel suo corno l‟Orlando, nessuno l‟avrebbe
sentito...”. Ed infatti probabilmente così avvenne. I boschi ne proteggono la memoria.
Giunti in Francia, con gran sollievo per il mio desiderio di dialogo ridottosi nelle terre di Catalogna e
Navarra ad un antipatico monologo borbottato, decidemmo di mantenerci in quota e visitare
Lourdes. Avevo, infatti, trascorso, da ragazzo, i tre anni della scuola media, allora distinta dalla
scuola di avviamento, presso i Salesiani. Alla domenica vendevo caramelle nel cortile dell‟Oratorio
e poi entravo gratuitamente al cine della Parrocchia. Lourdes faceva parte dell‟immaginario mio
infantile. Perciò una certa curiosità, ora, nei riguardi d‟un luogo tanto nominato e visitato. Visto che
eravamo sulla strada, tanto valeva, per me e per Ketty, farci un salto. Vi arrivammo nel pomeriggio e
vi fuggimmo assai presto. In effetti lo spettacolo che ci si presentò mi lasciò sbigottito. Fu per me,
non credente, uno scandalo. Dalla giovanile visione della piccola pastora si era passati alla
speculazione più bieca ed il cemento, di svariatissimi ordini religiosi cattolici, aveva rosicchiato il
paese. Mi accorsi, in quel frangente, di preferire le rocce della Languedoc, come luogo di
meditazione e raccoglimento. Scendemmo in basso, sempre più convinti che la visione deve essere
protetta nell‟intimo, che può, di certo, essere comunicata ma mai strumentalizzata. Quando,
malauguratamente, questo avviene, allora perde d‟intensità, diviene simulacro, morta spoglia.
Verso sera ci accampammo in un prato, perchè “Fate come foste a casa vostra”, ci disse il
proprietario. Il mattino dopo eravamo a Carcassonne. La città bassa era fresca e linda, come capita
sovente di osservare nelle cittadine francesi. Le signore a far la spesa parevano delle indossatrici e
persino i cani trotterellavano con il naso in su. Bello il posto, molto laico e gaudente, impossibile,
come al solito, il caffè, buone le baguettes. Scostato, sulla collina, ci stava, però il Castello ed il
borgo medioevale che, ovviamente, volendo fare i turisti tranquilli, visitammo. Così scoprimmo il
perché del nome imposto alla città. Pare che, in epoca medioevale, la città, entro le mura, fosse stata
assediata e gli aggressori attendessero di prenderla per fame. Ma una nobile signora del posto, la
Dame de Carcas, trovò un rimedio. Diede in pasto ad una scrofa l‟ultimo grano rimasto e poi la fece
gettare fuori dalle mura, in faccia agli aggressori. Costoro, sventrata la maiala, scoprirono che era
alimentata a grano e quindi ne dedussero che gli abitanti non fossero affatto ridotti alla fame.
Preferirono togliere l‟assedio e la città fu salva. Dall‟unione di Carcas e „cochonne‟ nacque il nome
della città. Lode sia alla donna ed alla scrofa che impedirono un massacro!
29
Di lì, con un sole benevolo sulla testa, ci inoltrammo in Camargue, dove trovammo un campeggio
punteggiato d‟alberi di gelso, che segnavano le piazzuole per le tende. Gli alberi avevano grosse
more che mi ricordavano l‟infanzia. Deliziosi poveri frutti legati ad una tradizione antica, quella
dell‟allevamento del baco da seta, che si nutriva di foglie di gelso. La mia nonna aveva conosciuto
tali tipi di produzione. Ora mi ritrovavo lontano dalle colline monferrine a mangiare con gusto le
more di gelso. Ci riposammo per alcuni giorni, asciugandoci per bene, rosolandoci al caldo.
Incontrammo pure una coppia di canadesi che viaggiava su bici, modificate per poter portare tenda
ed abiti, attraverso l‟Europa. In maniera rustica offrimmo loro una cena a base di spaghetti. L‟uomo,
canadese d‟origine francese, non aveva problemi nella conversazione, la donna, canadese di lingua
inglese, riusciva a seguire, qualche volta richiedendo una traduzione simultanea. Pensare che
l‟incontro si era realizzato perché Ketty, che non parla lingue straniere, al lavatoio aveva in qualche
modo fatto amicizia con la signora e da brava siciliana l‟aveva invitata a cena! Avevo pubblicato da
poco un libro scritto con Luigi su un tipo di pedagogia tribale che avevo praticato negli anni settanta
e che faceva riferimento ad un libriccino proveniente da un nativo canadese, morto da poco. Mi
parve destino! Potevamo ritornare a casa, trascorrere alcuni giorni nel nostro piccolo rifugio alpino.
Prendemmo l‟autostrada per Nizza e ci avvicinammo alla frontiera ma, prima di varcarla, Ketty volle
onorare una nostra tradizione, giocare al casinò di Menton. Così lei fece. Non vinse ma trascorse
un‟oretta come una bambina contenta. Dato il suo duro lavoro di assistente sociale sempre
impegnata in situazioni di malessere e dolore, mi pareva giusta e buona una diversione ludica.
Eravamo partiti con la pioggia, tornavamo con il sole. Avevamo storie da raccontarci, piccole
avventure da rievocare, righe da scrivere per Mario.
La vetturetta filava per conto suo. Gertrude, l‟avevamo chiamata, conosceva la strada di casa. Il
mondo continuava a ruotare.
Gianni Milano
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SU NOME, NOME
la doppia ossessione della maternità e dell‟alimentazione: chi dà la vita e ciò che mantiene in
vita. L‟allevatrice, in principio e finché la madre è in vita, e il sostentamento, dal principio della mia
vita all‟ultimo giorno. L‟ossessione consapevole del cibo significa: non sei più un solo essere con
TUA MADRE – ora sai che il cibo è all‟esterno e non è più la madre a darlo, abbondante e sùbito,
dal seno gonfio. Allo svezzato che ha fame non è più dovuto nulla, se non per carità. Così è adulta o
adulto. La nostra fame è proporzionale alla libertà di cui si „gode‟ (!). Chi mangia a volontà – senza
consapevolezza della precarietà del rifornimento e di altro – non ha volontà. La catena di aforismi
ripete e ripete e ripete (anche in poesia)
*
dov‟è la madre diversa, parte,
tra i figli sopportare questa
solitudine lunga, allora è fatto
sfregio; dietro è fatta
esperienza e luce; certo è giglio.
chi credete che io sia? ti aiuto, spiega, con
la mancanza fiera, aiuto – le roi
dissociarsi, le roi urlare, così
in fretta anche, dalle due mani,
separare, oh, sassi, strumenti, colpire:
il popolo a cui si è fatto; e fa
vento innocente questo, nei
rumori; ché corre vento.
31
*
chi alimenta sé dei pani, più di un
solo, morbidi, e i dolci, e i biscotti
grassi e duri, ad uno è chiesto «tu
già bruciavi? sì?», e per questo è
tiepido uno, per acqua tiepida, uno
è molle. non bruci? mai? nessuna
virilità è questa, che realizza
la figura minuta, alta dalla sedia.
nome, nome: con gioco di parole – mutuato da Mesa, come molto altro – sul calembour
«nomen omen». Qui il calembour è lo stesso Nome del libro. un altro Nome, impronunciabile, vi è
incluso e non circoscritto. il libro contiene, al solito e di nuovo, i veri nomi di persone vere, o vive o
morte. Poiché i nomi sono veri, si testimonia la terza ossessione, che è il tempo. Ad esempio, si è
discusso su Tondelli: senza vedere che Tondelli ha avuto il grido per 11 anni e che il suo nome
sopravvive alla morte da 16; non si vede che 27 anni di durata del nome significano che il suo nome
è un Nome: nome è nome, con nominanza e discreto onore.
non un libro SCRITTO, ma una partitura tentata: che riguarda la voce. La voce di chi è stato
in silenzio – e insultato e colpito (non è una metafora) – non è la voce che irrompe sempre; e G. ha
detto: sono stato violento, ma anche il tuo silenzio è violento; e ha detto: pubblichi sempre la tua
vita privata: e non dico altro, e questo è un danno. Ma io dico a G.: la poesia ha bisogno di corpi,
per reggere. Oggi è tempo di smobilitazione. Perciò bisogna spiegare le cose più semplici, di nuovo.
Questa vita è PRIVATA: non si può avere, liberamente, l‟urgenza di PRIVARSENE?
il performer non è solo aggressivo-isterico, il non performer non è solo mistico-elegante. Le
due forme devono convivere nel corpo della stessa persona. Un piccolo Gotha critico riconosce chi
è performer, in Italia – ma Grotowski è superiore al Gotha italiano. Il performer «è l‟attuante, il
prete, il guerriero: è al di fuori dei generi artistici». io non „voglio‟ questo: ma così SI VUOLE DA
ME, ed eseguo la mia parte del rito, come posso.
e poco „inosabile‟ da osare ancora (e poche cose impreviste – se non i miracoli, a cui credo –
da vivere o volere, e voler vedere, qui; e presto l‟uscita dalla madrelingua e la prima uscita
dall‟Europa: l‟inizio sperato di altro, non una fine) (è forse l‟ultimo libro di poesia in italiano che
scrivo, l‟ultimo in italiano per gli italiani) (e poi? dopo il libro undici c‟è veramente il libro dodidci:
ma in altre parti e forme)
non è per te – ma dóve? è certo
villanella, cantata, perché, ieri,
nell‟angolo romano – non è per te,
infino al collo. infino al
collo, «dolcissima caduta dei cementi» e
delle case eccelse; e dei pavimenti, o altri percorsi, per
l‟età – si piegano ammirabili. «la tua lingua
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toscana mi manca», anche davanti a persone, e
non lasciarla – e quando? e come?
[la raccolta Nome, nome è uscita nell‟estate 2007, con una prefazione di Marina Pizzi, per le
edizioni Inedition di Bologna]
Massimo Sannelli
33
5
G I O R N I
estratto da
« Diario dei prossimi giorni » su
http://nextdays.wordpress.com
11 luglio
Nella parola mischi i semi alla terra, sperando in quel germoglio della sua natura volitiva. I cattivi
eccessi però della stagione danno pochi esiti. Non gioisce neppure l‟amore del volto, risorto a breve
distanza in una luce comune, appena intravista. Nella parola si mischia una donna di terra, in una
posa aperta e scomposta. I due pugni scherzano sui fianchi, la bocca scioglie il nodo alla sua gola.
*
È tempo che anche gli specchi restituiscano una immagine al battito profondo delle ciglia,
esprimano visibilmente un mondo, schiuso un po‟ più ai raggi nel sole. Ieri mi sembrava giusto
proprio questo e strano di fermare ancora il passo in mezzo all‟erba, smetterla di scacciare altrove
insetti e petali dai fiori, muovendomi senz‟accortezza.
Era pomeriggio lungo il fiume, con gli uccelli dividevo il battito dell‟ansia come fosse già
d‟Agosto, lo sguardo buono e innamorato, quello di una vacca uscita al fresco di mattina nel suo
prato.
Ho però sentito a un tratto giù cadere una pesca a un ramo, in acqua, dopo il tuffo in una pioggia di
riflessi, lasciarsi trasportare. Sparita dai miei occhi dietro ai sassi non mi è più sembrata persa - era
il primo mio pensiero, questo - ma come nata in luce, dopo un parto.
12 luglio
Si cerca subito la somiglianza nei ritratti, la natura descrittiva come indizio di talento: ciò che
«come è appare» rassicura. Il dolore forte resta altrove, sfugge. Il concreto fatto delle cose lo
sfinisce. Temi invece in questo l‟invisibile, come parte di un raggiro caro a molti, finché non è
prova data agli occhi, presentata bene. Non che stiano poi le cose come sembra. Si ha pietà però
solo di ciò che è reale. Il resto sembra inutile disposizione per soffrire, senza meritare altra verità.
34
22 luglio
Quando si è presa ormai la parola e siamo certi che sia tutta per noi, allora non si dovrebbe
procedere a confutare un nonnulla emerso dalla conversazione, sciupare l‟occasione con quel ritmo
perfetto, quasi canzonatorio, che fa prendere piacere a chi ascolta, interessandolo.
Bisognerebbe tacere il più a lungo possibile, come si tiene un segreto, meglio ancora il respiro
sott‟acqua e tenerla nascosta, tutta per noi, non dargliela più vinta.
Se qualcuno inizia a muoversi, mettergli un dito davanti alle labbra, come si fa coi bambini,
guardandolo fisso e seri negli occhi, come se con quel movimento si fosse scoperto e messo in un
rischio grandissimo in chissà che affare e di essere scoperto. Fargli sentire a quel modo che tutto
quello che stiamo facendo è solo nel suo bene e interesse.
Solo così si spiegherebbe l‟invisibile, senza troppe decorazioni, mettendo le parole al riparo, in un
luogo sicuro dai chiarimenti.
27 luglio
Quando vedi un gruppo di uomini al sole scaricare un carro di casse di piante e sopra i filari a stento
riquadrati vociare, tersi in fronte di quel sentore umido della fatica, e rossi d‟affanno quando coi
loro scarponi misurano a fasce lunghe il crinale, gettano a calci pietre dentro l‟abisso, affondano giù
nella terra le lame, le zappe nelle radici, allora si è certi di avere passato la forma, di assistere al
mito, se tutto appare così distaccato in sé, lentamente, unica parte di quel falso fondale su cui tutto
s‟agita, battuto.
Allora la vite, l‟ulivo, la zampa leggera del ragno nel suo silenzio illuminato e le fila tese in un
diverso divenire senza tempo, restano divisi in un identico mistero, che li fa apparire a sé.
Tira l‟antica ferita in mezzo alla pelle nuova, per riprendersi la carne, questa dove ti senti più vivo,
resa immagine di te – come la credi.
Accodati all‟acqua piuttosto, l‟orecchio sopra la pietra, taci l‟altezza della parola, chinati al varco.
29 luglio
Bisogna variare poco, le sillabe come i colori, per ragionare del cielo - una mattina di luce si spacca
in ogni punto - così che cresca e diventi qualcosa anche in un solo centimetro il verso.
È cosa fatta allora quella pressione sul vuoto che lo circonda. E tutta ardita nell‟aria e di scintille di
suono nella vocale tra consonanti, la voce piana respira.
Pare non così inutile anche la lingua ispirata. E dopo gli occhi, la gioia.
Antonio Diavoli
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UN PERCORSO SONORO A GENOVA
Il percorso
All‟uscita del Palazzo Ducale il suono del traffico si mescola con quello della fontana e del
vocio di un gruppo di turisti che staziona. Pochi passi e lo scroscio dell‟acqua maschera ogni
altro suono.
Attraversiamo la strada: le automobili si fanno sentire di nuovo.
Sotto il portico di via Dante tutti i suoni acquistano un riverbero sulle frequenze medie, anche
la voce del mio accompagnatore, che mi sta guidando in questo percorso: una guida
inesauribile nel fornire dati e indicazioni per dotare di prospettiva storica - uno sguardo
attraverso la stratificazione di eventi e di costruzioni - le percezioni che mi giungono come
dati simultanei. In questo modo anche il suono mostra il suo spessore e rivela la sua valenza
abitativa, un ambiente da vivere con caratteristiche che si sono formate nel corso di una
temporalità anche molto estesa.
Piazza Dante: davanti a Porta Soprana possiamo abbassare il volume della voce, nonostante la
presenza continua del traffico nella piazza. Si potrebbe descrivere la traiettoria nello spazio di
ogni veicolo seguendone il suono, ma i vari suoni, nei loro tragitti, si mescolano in un unico
sfondo che, pur presentando variazioni più o meno accentuate al suo interno, diventa
percettivamente omogeneo e tendente a determinare una disattenzione dell‟udito nei confronti
delle differenze.
Imbocchiamo via Ravecca e le voci dei passanti diventano chiare, su uno sfondo appena
riverberato: un vero e proprio cambio di scena sonora. Il tragitto di ogni veicolo acquista una
sua collocazione distinta, mobile ma definita, tra gli altri suoni. A tratti si sentono anche i
passi, insieme alle voci degli studenti. La commistione tra l‟ambiente achitettonico, la
tipologia della presenza umana e la dimensione sonora invita a una sosta.
Stiamo come in attesa, ma di qualcosa che già c‟è e si ripropone con moderate variazioni.
Entriamo nella Facoltà di Architettura: nell‟atrio si sentono solo voci e passi, nell‟ascensore le
nostre voci scolpite nello spazio ristretto.
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Dalla terrazza la vista è sorprendente ma il passaggio dei veicoli sulla soprelevata è un magma
sonoro continuo che sale verso di noi con una intensità che scoraggia la permanenza.
Usciamo, direzione Casa Paganini: l‟ambiente sonoro sembra appartenere ad altri tempi.
Piazza San Silvestro: uno spazio per apprezzare qualsiasi tipo di suono. Giù fino a Santa
Maria di Castello. Entriamo.
Anche se l‟ultimo tragitto percorso, una stradina incassata tra muri, si costituisce come una
efficace protezione dai motori a scoppio che non vi transitino o che non siano nelle immediate
vicinanze, l‟interno della chiesa non manca di dare la sensazione di oasi acustica. I suoni sono
rarefatti e evidenti: passi leggeri più o meno riverberati a seconda della posizione, minimi
scricchiolii di panche, sfregamenti di abiti, voci quasi afone, la chiusura ovattata del portone.
Usciamo dalla chiesa, dopo una visita ai suoi tesori, inaspettati come gli scorci visivo-sonori
degli spazi interni, e continuiamo il nostro percorso nel centro storico genovese.
Arrivati alla fermata dei mezzi che ci porteranno alle nostre mete, mi separo dal mio
accompagnatore.
E‟ sera inoltrata quando torno nei luoghi in cui sono stato di giorno, poche ora prima.
Santa Maria di Castello: le voci di alcune persone sedute sui gradini del sagrato sono
riverberate dalla piazzetta. Si sente il traffico notturno della soprelevata, proveniente come da
un luogo non precisabile. Dai vicoli intorno voci riverberate. La notte sembra restituire la città
a una dimensione sonora prodotta prevalentemente dai corpi umani.
Casa Paganini: ancora i suoni definiti e precisamente collocabili dei passanti, a cui si
aggiungono voci di giovani che cantano; il suono sordo della soprelevata è sparito.
Imbocco del Sestiere del Molo: il traffico si apre una breccia tra le mura; prendo per Vico
delle Murette e i passi sono di nuovo nitidi mentre il traffico è mascherato. Lo stesso in
Campo Pisano.
Vico San Salvatore: voci e passi di giovani, che transitano e stazionano; musica lontana
dall‟interno dei locali.
Piazza Sarzano: il suono stagliato di un‟auto isolata che passa, si allontana, si perde. Voci di
giovani vicini emergono nitide dal brusio di gruppi di persone più lontane. Il brusio aumenta
fino a quando, in via Ravecca, la dimensione sonora diurna quasi si rovescia.
Faccio ritorno in direzione del Palazzo del Principe evitando il più possibile di incrociare il
transito dei veicoli.
Habitat sonoro
Questa sorta di partitura sonora che ho appena delineato costituisce sia un punto di arrivo che
un punto di partenza. E‟ un punto di arrivo quando lo si intenda come un modo divenuto
abituale di incontrare uno spazio urbano, più o meno esteso, vario, stratificato. Ma è un punto
di partenza per una riflessione sulla qualità sonora ambientale.
Senza richiamare rilevazioni scientifiche o normative sulla quantità di decibel presenti e
permessi in un‟area abitativa, un esercizio che tutti possono fare è porsi in ascolto della
dimensione sonora di un luogo. E‟ un esercizio di sospensione del ritmo con cui abitualmente
si conduce la propria attività ma lo ritengo fondamentale per una valutazione soggettiva della
vivibilità di un luogo: partendo dal campo di rimandi estetici l‟attenzione si sposta su aspetti
abitativi che di quelli sono causa ma anche effetto.
Ciò che generalmente sembra avvenire è che i suoni che vengono prodotti intorno a noi e che
noi stessi produciamo abbiano la valenza, autonoma e trascurabile, di effetti collaterali al
perseguimento di una meta. E‟ come se quando siamo in automobile il suono che essa
produce fosse inesistente. E‟ vero che il rombo degli autoveicoli è stato molto ridotto, ma in
ogni caso esso costituisce, per molte persone e per una parte considerevole della giornata, una
sorta di tessuto connettivo nel quale si articolano gli altri suoni.
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Penso che il senso dell‟udito abbia bisogno di una emancipazione da funzionalità di servizio a
costituente di un habitat.
Si può pensare che queste siano considerazioni da artisti; e in effetti dal punto di vista
musicale, l‟ascolto dei luoghi rivela fenomeni sorprendenti sia riguardo alle qualità sonore che
ai paradigmi compositivi. A proposito dell‟attenzione alla sonorità urbana, approcciata nella
totalità che la estende anche agli interni, esiste una tradizione che - per fare solo alcuni esempi
e per fermarsi al secolo scorso - va dal Futurismo e Luigi Russolo con la sua “Arte dei
rumori”, per passare a Luciano Berio, Bruno Maderna e Roberto Leydi con il loro “Ritratto di
città” e a tutta la musica che utilizza suoni “concreti” nella propria articolazione.
Se però non si fa un discorso interno alle procedure e alle forme dell‟arte - e quindi alla
costruzione di un pezzo musicale, di un‟installazione o di una performance - ma generalmente
extraestetico, cioè se si fa un discorso a proposito di quanto non immediatamente percepibile
riverbera intorno a un fenomeno che cade sotto i nostri sensi, porsi in ascolto dei luoghi - e
quindi degli oggetti, dei corpi e delle voci - è per chiunque un modo di essere auspicabile per
ripercorrere - riconoscendo, modificando o rifondando - una provenienza, un comportamento,
un‟area di giudizio.
Scegliere i luoghi
Tralasciando la considerazione di ambienti naturali non antropizzati - penso a boschi, scogli,
montagne - in cui non sia presente il suono del motore elettrico o a scoppio, veri colonizzatori
sonori del secolo scorso, in Italia abbiamo la preziosa opportunità di incontrare ambienti
urbani che offrono qualità acustiche e sonore che invitano a sostare, a stare.
E‟ il caso di una città come Genova, straordinaria nell‟offrire varietà contigue e contrastanti.
Ma penso anche alla quantità di borghi di origine medievale, in cui piccole piazze, chiuse o
non accessibili al traffico, permettono all‟udito di sottrarsi alla continuità dello sfondo sonoro
sordo dei motori, di scegliere i suoni da ascoltare e la posizione nello spazio, di distinguere
ciò che proviene da un interno da ciò che si muove nel vicolo laterale, di sentire variazioni
solo muovendo la testa. E magari è la campana che segna l‟ora.
D‟altra parte non si può non percepire il dinamismo dell‟ambiente metropolitano, con la sua
densità di esseri umani e di suoni, sia per quanto riguarda le opportunità relazionali che esso
implica che, quasi conseguentemente, per la misura in cui conferisce senso all‟agire artistico.
E non mi sono sottratto a immergermi empaticamente nella massa unica, di corpi e fronte di
suono, di un concerto in un centro sociale.
Tuttavia, ritengo che il giudizio estetico vada esercitato in continuazione, perché il criterio di
bellezza ha un aspetto evolutivo ed è il risultato di un insieme di valutazioni che comprende
anche questioni etiche. Uno degli effetti che auspico che un artista inneschi con le sue azioni e
realizzazioni, rivolte a un pubblico come a se stesso, è un processo di consapevolezza su
quanto cade sotto i nostri sensi; un processo che, nell‟aderire alle esigenze biologiche e
psichiche dell‟esistenza, includa il riconoscimento dell‟ambiente acustico-sonoro come parte
della condizione abitativa generale.
E‟ evidente che la qualità della vita di una comunità è il risultato di una organizzazioneinterazione sociale complessa e ogni semplificazione rischia omissioni ingiuste.
Penso, comunque, che i musicisti, come gli artisti che lavorano con il suono, debbano essere
assidui nel pronunciarsi su acustica e sonorità dei centri abitati perché esse costituiscono
fattori del tutto concreti sui quali basare una trasformazione.
Angelo Petronella
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FALSI E/O INTERPRETAZIONI (?)
Avete mai ascoltato le sei Suites per violoncello di J. S. Bach?
Ebbene, se la risposta è “no”, vi invito a colmare subito questa lacuna.
Io l‟ho colmata abbondantemente, visto che ne possiedo due versioni...
La prima che acquistai fu scelta, lo ammetto, in conseguenza di esigenze economiche; un‟edizione
della Naxos. L‟esecutrice si chiama Maria Kliegel. Impeccabile ma un po‟ fredda. Si avverte
ammirazione per il Maestro che nel lontano 1720 ci lasciava quest‟opera. Tuttavia, il rispetto
costituisce un freno. Così, seguendo il consiglio di un amico musicista, mi lancio nell‟ascolto della
versione di Pablo Casals. Suono pastoso, sbavature... ma che interpretazione!
Lo immagino addosso allo strumento, occhi chiusi, a vivere la musica.
E a farla vivere.
Ora, con questo preambolo, sappiate che non intendo continuare a parlare di musica.
Desidero invece porvi la domanda che mi è sorta in conseguenza di tale esperienza e cioè: perché
eseguire più e più volte lo stesso brano viene accettato in musica (non solo per la classica ma anche
per la moderna sotto la definizione di “cover”, tale fenomeno è presente anche nel campo
cinematografico e si parla di “remake”) e non nelle arti figurative? La ragione non può (nel senso
che se lo fosse mi dispiacerebbe) essere legata ad un fatto meramente economico, ovvero collocare i
nuovi diplomati al Conservatorio.
Voi mi direte, scuotendo la testa, abbozzando un sorriso “ma nelle arti figurative esistono i temi...”.
a parte il fatto che esistono anche nella musica e nel cinema, sono perfettamente d‟accordo: ritratto,
paesaggio, scene storiche, mitologiche, sacre, erotiche e via cantando.
È quella che si chiama “pittura di genere”.
Non è neanche il soggetto, il problema. Lo stesso autore può trattare decine di volte lo stesso
soggetto aggiungendo ogni volta un significato nuovo: un esempio lampante è costituito da
Morandi.
Penso che risulterò più chiara con un esempio: se io mi sveglio una mattina con l‟intento di dare la
mia interpretazione del Cenacolo o dei Girasoli, se sono ignota, nella migliore delle ipotesi verrà
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valutato l‟impegno nell‟esecuzione ovvero la “somiglianza con l‟originale”; se fossi un po‟ più nota
o avessi frequentato un istituto d‟arte, allora i miei verrebbero definiti “falsi d‟autore”.
Che è un bel modo per dire niente.
La ragione forse sta nel fatto che lo spartito che Bach ci lasciò risulta muto per la maggior parte dei
mortali. Per me, almeno, lo è. Purtroppo.
Da qui l‟esigenza di un medium, di qualcuno che traduca quel segno.
Questo pensiero si può estendere a tutte le forme d‟arte che hanno bisogno dell‟intervento umano
per esistere: teatro, opera, cinema...
Potremmo benissimo leggerci i libretti comodamente seduti sulla poltrona di casa.
Quello che cerchiamo non è tanto l‟opera quanto l‟amore, l‟interprete.
In virtù dell‟individualità di ciascuno di noi, ogni giorno è possibile aggiungere una sfumatura ad
un‟opera che è, così, compiuta ed incompiuta contemporaneamente.
Forse perché quello che le manca è il colore.
Con quest‟ultima frase direi che mi sono fatta una domanda e data una risposta, ahimé, in perfetto
stile marzulliano.
È dunque il colore l‟aspetto che completa l‟opera visiva e che la rende del tutto indipendente, che le
permette di avere un‟individualità?
O questa domanda deriva dall‟ennesimo tabù che bisogna far cadere?
Veronica La Padula
40
PUNTASPILLI
1. Il nostro primordiale istinto cannibalesco ci permette di sbranare il contesto d‟un articolo
offrendo ai lettori solo due laceri brandelli:
[...].
L‟Italia è un Paese che ha avuto un approccio troppo autarchico nella gestione della ricerca
scientifica. Basti pensare che solo fino a pochi anni fa era impossibile per uno scienziato
straniero fare la carriera di professore in un‟università italiana e tuttora la circolazione di
scienziati stranieri è troppo modesta. Guardiamo invece cosa succede altrove, in particolare
negli Stati Uniti, dove migliaia di scienziati di valore provenienti da tutto il mondo hanno
trovato spazio per affermarsi e crescere contribuendo in maniera cruciale allo sviluppo
scientifico e tecnologico di quel Paese. Ma anche in Francia dove proprio in questi anni
numerose giovani promesse della ricerca trovano possibilità concrete di lavoro. Oggi giorno
si parla molto della fuga dei giovani cervelli che le nostre scuole formano, investendo
energie considerevoli, e che poi sono costretti ad emigrare altrove, per mancanza di
prospettive di lavoro nel nostro paese. I nostri cervelli emigrano e non riusciamo a
importarne da fuori. È troppo facile (e triste) fare il confronto con quanto accade, per
esempio, nel mondo del calcio dove risorse enormi vengono destinate per far giocare le
migliori star nelle nostre squadre.
[...].
Le varie riforme della scuola, a tutti i livelli, non sono riuscite, purtroppo, a far compiere
passi significativi in questa direzione [nell‟innalzamento del livello generale di conoscenza
nell‟area scientifica]. La domanda tipica che ci viene fatta da chi è estraneo al mondo della
ricerca, ma troppo spesso anche dai giornalisti scientifici, è «a cosa servono le vostre
ricerche?» e raramente viene fatto uno sforzo per capirne il significato e il loro valore
culturale in sé.
[...].
41
SANDRO STRINGARI, Aboliamo
le frontiere della scienza, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 20 settembre 2005,
p. 18.
2. Estraiamo, da una risposta di Don Mazzi ad un lettore (lettrice?) di Oggi, alcune ghiotte
indicazioni sui requisiti “professionali” necessari ad un (una) docente di Religione.
[...]. Ne approfitto, invece, per domandarmi quali debbano essere le specificità di un/una
docente di religione nella scuola italiana dl Duemila. Non reputo sia sufficiente la
preparazione professionale, la capacità di comunicare, l‟eleganza del tratto e la forte
personalità. Nei programmi scolastici l‟ora di religione dovrebbe essere un momento
liberatorio, autentico, capace di porre domande profonde e far affiorare inquietudini interiori
difficili da esternare in famiglia e con gli amici, luogo nel quale il confronto tra religioni
diverse diventi dialogo permanente e ricchezza scambievole. Dove ci fosse un docentetestimone si potrebbe giungere anche a momenti di contemplazione e ascesi. Non vedo nel
panorama scolastico testimoni capaci di offrirsi come mediatori di incontri tra il quotidiano e
il sovrannaturale. È questo l‟urgente bisogno che ciascuno di noi ha quando si alza il
mattino: fare sintesi fra queste due velocità. [...].
Domande di Oggi. – Il vescovo la caccia perché troppo bella per insegnare religione. È
giusto? in Oggi, Milano, 21 settembre 2005, n° 38, p. 17.
ANTONIO MAZZI,
3. Nella rubrica epistolare del Decimonono una lettrice deplora il fatto che il premio Nobel
Carlo Rubbia lavori in Spagna dal momento che l‟Italia non ha saputo offrirgli condizioni
soddisfacenti. Trascriviamo una piccola parte della risposta datale dal direttore del
quotidiano.
[...].
La verità è che una classe dirigente di straordinario livello l‟Italia ce l‟ha – solo che sta
all‟estero. Basta scorrere gli elenchi di un qualsiasi ateneo, di un qualsiasi centro di ricerca,
di una qualsiasi multinazionale, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, per incocciare in
una sequela di nomi italianissimi. Sono gli emigrati dell‟ultima generazione, gente che se ne
è andata fuori per un master, ha immediatamente ricevuto un‟offerta di lavoro e ora non è
lontanamente sfiorata dall‟idea di tornare indietro.
La ragione fondamentale della fuga di cervelli sta nel distorto e perverso meccanismo di
selezione della classe dirigente che prima la partitocrazia e poi il nepotismo (e spesso le due
cose insieme) hanno imposto in questo Paese. Ci sono anche altri motivi, naturalmente, ma
qui, per dirla con una scorciatoia brutale, si va avanti per il nome che si porta o per le
relazioni che si hanno piuttosto che per i meriti personali. [...].
LANFRANCO VACCARI,
Il caso Rubbia e la fuga dei cervelli, in Il Secolo XIX, Genova, domenica 16 ottobre
2005, p. 43.
4. [...].
Che [cioè: la scienza] dev‟essere comprensibile, entrare nella vita quotidiana, far parte del
nostro orizzonte: «Perché se rimane confinata nelle aule universitarie, legata a una certa
accademicità, finiamo per perdere il contatto con la scoperta scientifica, e allora è un guaio»
spiega Andrea Kerbaker, scrittore, manager e amministratore delegato di Telecom Progetto
Italia «perché, come ci fa spesso notare Umberto Veronesi, questo distacco può trasformarsi
42
in diffidenza verso la scienza. invece dobbiamo sempre sapere dove ci sta portando e quali
sono le sue potenzialità».
RENATO TORTAROLO,
Kerbaker: «Il pensiero scientifico deve entrare nella vita quotidiana», in Il Secolo XIX,
Genova, giovedì 20 ottobre 2005, p. 14.
5. Così si conclude un breve articolo dedicato al libro, di Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi,
“Matematica in camicia nera”.
[...]. In questi giorni a Genova è in corso il Festival della scienza che sta ottenendo
clamorosi risultati di pubblico. Le conferenze più ardue registrano il pienone di giovani,
mentre i bambini possono entrare in contatto con le discipline scientifiche in modo nuovo e
divertente. Purtroppo è ancora difficile parlare di un‟inversione di tendenza, soprattutto fino
a quando la scuola continuerà a fare di tutto per farci “odiare la matematica”, e non solo la
matematica.
GIULIANO GALLETTA, Fascismo
e matematica, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 1 novembre 2005, p.22.
6. Traiamo da un servizio di cronaca apparso sul Decimonono alcuni passi.
Quasi sei milioni di italiani sono analfabeti e privi di un titolo di studio. Lo afferma uno
studio dell‟Unla (Unione nazionale lotta all‟analfabetismo) dell‟Università di Castel
Sant‟Angelo, presentato ieri a Roma. Il rapporto, basato sui dati dell‟ultimo censimento Istat
del 1991, delinea un quadro preoccupante del livello di istruzione in Italia, che nella
graduatoria dei 30 Paesi più istruiti del mondo compare al terz‟ultimo posto, precedendo
solo Portogallo e Messico. Oltre 36 milioni di italiani (il 66% della popolazione) sono infatti
“ana-alfabeti”, ossia hanno difficoltà a leggere e scrivere oppure sono totalmente analfabeti,
pur avendo frequentato la scuola elementare.
[...]. Ampiamente superata [la soglia d‟allarme] in un Paese [l‟Italia] in cui i laureati sono
solo 4 milioni, ossia il 7,5% dei residenti.
Una percentuale inferiore a quella di molti altri Paesi europei, come conferma il dato
secondo cui, su 11 nazioni dell‟Unione europea, l‟Italia è all‟ultimo posto per numero di
laureati tra gli addetti alla produzione di merci e servizi. Piuttosto basso è anche il numero di
italiani in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore (quasi 14 milioni). Un altro
dato molto negativo, visto che la licenza elementare e quella di scuola media ormai non
bastano più per trovare lavoro.
L‟Italia è insomma una nazione ancora molto arretrata dal punto di vista culturale, come ha
confermato ieri Tullio De Mauro, docente di linguistica ed ex ministro dell‟Istruzione. Il
quale ha sottolineato come «il 25% degli studenti con la licenza media non sappia né leggere
né scrivere, né fare di conto». [...].
LUCA DE CAROLIS,
Sei milioni di italiani sono analfabeti, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 15 novembre
2005, p. 6.
7. Scuola pubblica o scuola privata? Generalmente la scelta (anche per motivi economici)
predilige la prima possibilità. Tuttavia, in questi ultimi anni si sta verificando un fenomeno
nuovo, anche se facilmente prevedibile. Sono sempre più numerose le scuole di madrelingua
inglese e sempre più alto il numero degli iscritti. Si tratta senz‟altro di una soluzione
educativa elitaria, essendo le rette alte: da una media di 6 mila euro per l‟asilo a 9 mila per le
43
elementari. Comunque se osserviamo le proiezioni statistiche, ci accorgiamo che questo tipo
di scuola avrà uno sviluppo significativo. Ci troveremo non solo nell‟alternativa di decidere
tra l‟istruzione pubblica e quella privata ma anche tra istituto italiano e istituto straniero
(fondamentalmente inglese). Non è un‟alternativa semplice da risolvere, ammesso che non
ci siano problemi economici. Non è semplice, perché si tratta di stabilire come indirizzare la
formazione del proprio figlio. È chiaro che nella scuola pubblica, ma anche in quella privata
convenzionale, la socializzazione dei nostri figli assume preferibili caratteristiche egualitarie
e non elitarie, le materie insegnate rientrano nell‟alveo della nostra tradizione,
prevalentemente umanistica, e ci si diploma alla maturità conoscendo Dante e Manzoni, la
storia classica e quella che ha formato la nostra nazione. Tuttavia, non ci vuole molta
perspicacia per capire che cosa accadrà tra venti o venticinque anni, quando i bambini di
oggi dovranno entrare nel mercato del lavoro. La conoscenza dell‟inglese sarà determinante,
ma dovrà essere una conoscenza fluently, cioè un modo di parlare l‟inglese come se fosse la
lingua madre. E poi la globalizzazione dell‟istruzione prevederà un apprendimento che
perde i confini delle identità nazionali per meglio favorire un eventuale perfezionamento ad
alto livello nelle università straniere, soprattutto se si studiano le discipline scientifiche.
Cosa decidere? Se la scelta dev‟essere radicale e senza possibilità di mediazione, io, pur con
dolore, taglierei i ponti con la nostra tradizione umanistica e manderei mio figlio, fin
dall‟asilo, in una scuola inglese.
STEFANO ZECCHI,
Ho un dubbio: scuola straniera o no?, in Gente, Milano, 24 novembre 2005, n°47, p. 99.
44
PAMPHLET
Estraiamo alcuni passi dal testo di un‟intervista all‟ottantunenne Giovanni Sartori, esperto in
scienza della politica, professore all‟Università di Firenze e alla Columbia University.
[...].
«Ma la democrazia è degenerata anche perché la scuola è crollata. Non produce più né educazione,
cioè trasmissione del sapere, né educazione civica. E poi c‟è la devastazione di questa televisione,
che porta alla perdita della capacità astraente, della facoltà di pensare per concetti astratti. Tutto
nasce nel ‟68, quando si è stabilito che il sapere nasceva allora, che non c‟era più bisogno di
trasmettere niente e che bastava affidarsi all‟immaginazione.
Il messaggio del ‟68 era che ogni generazione passata aveva fallito. Tutto il sapere passato era
quantomeno inutile e un nuovo, meraviglioso mondo sarebbe semplicemente stato generato dalla
fresca e incontaminata ignoranza giovanile. Oggi la freschezza di quel messaggio si è persa, ma il
potere della sua ignoranza è intatto. È un morbo, un male che continua a trasmettersi e a mietere
vittime.
Il male esiste, dunque. Esiste nel senso che i sanculotti universitari della rivoluzione giovanile
hanno interrotto, ripeto, la trasmissione del sapere e affermato l‟antielitismo. I sessantottini
intelligenti in seguito si sono ravveduti e oggi costituiscono la nuova élite. Ma quelli poco
intelligenti – una larghissima maggioranza – vogliono ancora il governo dei loro simili, degli
stupidi.
Bisogna ripeterlo, le élites sono necessarie. Anche perché dire élite equivale semplicemente a
raccomandare un principio meritocratico e funzionale. Fu il ‟68 a farlo diventare negativo. Il
problema è che svalutando la meritocrazia si ottiene l‟immeritocrazia. Svalutando la selezione si
ottiene la disselezione. E svalutando l‟uguaglianza in merito (e quindi l‟uguaglianza di opportunità)
si ottiene semplicemente l‟uguaglianza in demerito. Ed eccoci qua.
Quando ho fatto la maturità eravamo in 70. passammo in 13. io non ero un genio, se ho fatto
carriera l‟ho fatto con la disciplina e lo studio della logica. Non ero nemmeno un secchione. Non mi
facevo rimandare a settembre semplicemente perché non mi volevo rovinare le vacanze. Oggi
45
invece passano tutti, al punto che questa scuola sarebbe meglio chiuderla, dando così ai genitori la
doverosa soddisfazione di occuparsi direttamente dei figli». (a cura di Walter Mariotti)
GIOVANNI SARTORI, I
sessantottini stupidi sono il male. Quelli furbi, l‟élite, in Class Pocket, Milano, novembre 2005, n°
235, p. 24.
46
SPAZZOLATURE
1. Rimanendo fedele al mio consueto malcostume, lacero il senso incontaminato di un articolo
giornalistico per stralciarne alcuni passi da me trasformati in smarriti anatroccoli orbati
della loro mamma.
L‟estensore dello scritto espone alcune sue riflessioni sugli ultimi eventi riguardanti la
riforma della scuola, proposta dal Ministro Moratti e inciampicata nelle pesanti e motivate
critiche di molte Regioni.
L‟infortunio politico induce il commentatore a reclamare che si tragga profitto dagli errori.
[...].
Un secondo insegnamento è relativo al modo con cui i governi attuano il loro mandato
elettorale. Il conflitto è certo il sale della democrazia e la possibilità dell‟alternanza
attraverso le scelte dei cittadini elettori è una grande conquista democratica. Ciò non
dovrebbe escludere, tuttavia, un minimo di cautela e di autolimitazione: gli elettori
conferiscono il mandato per una sola legislatura e, di conseguenza, i governanti pro-tempore
dovrebbero autolimitarsi nel varare riforme i cui principi fondamentali siano oggetto di
conflitti radicali con lo schieramento opposto e anche con le autonomie regionali nei casi in
cui esse siano coinvolte nella attuazione.
Non ci sono materie, tranne quella costituzionale ed elettorale, che debbano essere per loro
natura oggetto di consenso bipartisan. Nulla vieta, ad esempio, che ci possano essere
distinzioni anche marcate in politica estera, finito il rigido schema della guerra fredda. Ma
dentro ogni materia andrebbe accuratamente soppesata la quantità e la qualità di innovazioni
da introdurre, specie quando esse non siano condivise e non sia ragionevolmente prevedibile
che anche la parte soccombente in Parlamento non finisca per accettarle in futuro.
[...].
47
Il bipolarismo non può essere concepito come la tela di Penelope, in cui ogni maggioranza si
ritiene per natura inamovibile, tessendo una tela destinata in realtà ad essere presto
smantellata.
[...].
STEFANO CECCANTI, Moratti,
lezione di flop, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 17 settembre 2005, p. 21.
L’ANELLO MANCANTE
1. In questo fine d‟anno il Secolo XIX si è divertito a stimolare, con il gioco della torre, lo
spirito critico dei genovesi nei confronti dell‟anno appena trascorso. Alla domanda “Ma
cosa c‟è da dimenticare, cosa invece da salvare?”, rivolta a quattordici persone, Eliana
Amadio, presidente dell‟associazione Arti per la rinascita e la trasformazione urbana,
riferendosi ovviamente alla sua città, così risponde:
La cosa più negativa è la mancanza di continuità. Quando si fa una proposta nuova e magari
incontra il favore delle istituzioni e del pubblico, poi troppo spesso muore lì.
BRUNO VIANI, «Io
del 2005 butterei ...» Il peggio di dodici mesi vola giù dalla torre, In Il Secolo XIX, Genova,
sabato 31 dicembre 2005, p. 23.
48
GENOVA
1. Ecco un giudizio su Genova dato da Vincenzo Spera, imprenditore dello spettacolo.
[...]. Tuttavia tra i difetti di questa città c‟è la scarsa comunicazione tra le varie espressioni
artistiche: l‟“altro” non è mai visto come elemento di arricchimento.
DONATA BONOMETTI,
Spera: «Esiste anche la musica // non pensino solo a teatri e musei», in Il Secolo XIX,
Genova, giovedì 17 novembre 2005, p. 28.
2. Silvio Seghi, contitolare del ristorante “Il Fado” di via San Donato, nel raccontare alcuni
aspetti della sua vita “professionale”, venuta a contatto con varie persone della cultura
genovese, si lascia andare alla seguente dichiarazione:
[...].
«Gli enti locali non sembrano più di tanto interessati agli artisti contemporanei, la maggior
parte delle collezioni istituzionali si fermano agli inizi del Novecento [...]».
[...].
“Il Fado”, cucina d‟arte tra i maestri della pittura, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 22
novembre 2005, p. 33.
RAFFAELLA GRASSI,
49
FARFALLE METROPOLITANE
1. Testo tratto dalla rubrica Le Lettere al Decimonono:
A proposito di degrado delle stazioni, vorrei raccontare un fatto accadutomi a Pegli giorni
orsono. Stavo scendendo la scala che porta al secondo binario quando, constatando lo stato
di degrado delle pareti completamente lordate da graffiti e scritte demenziali, all‟improvviso
mi è scappata una sonora risata.
Una signora che stava scendendo con me si è indignata del mio umorismo e mi ha sgridato
dicendomi che non c‟era proprio nulla da ridere anzi, visto l‟attuale stato della stazione avrei
dovuto piangere.
Le ho risposto che aveva perfettamente ragione e che dentro di me c‟era tanta rabbia. “E
allora?” mi ha risposto. Le ho fatto a questo punto notare un cartello affisso al muro che
sovrastava tutte quelle scritte che recitava: “Attenzione area videosorvegliata”.
La signora mi ha guardato e non ha più parlato.
Renato Durante
Genova Pegli
RENATO DURANTE, Le
aree videosorvegliate, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 17 settembre 2005, p. 39.
2. Genova. Lunedì 19 settembre 2005, ore 17,42, linea d‟autobus 47; la vettura è occupata da
molti passeggeri ma non è per nulla colma. Vicino a me sento protestare due persone di
mezz‟età, un uomo (U) e una donna (D):
-
D – Eh! Ma che roba!
U – Ci schiacciano come zanzare.
50
3. Genova. Venerdì 7 ottobre 2005, ore 14,30. Entrando nell‟aula 3a F, situata all‟ultimo
piano del Palazzo dell‟Accademia di Belle Arti, ho visto, scritta alla lavagna d‟ardesia, la
seguente frase:
BENVENUTI
NeLLA
NOIA
4. Dal settimanale Gente traggo questa notizia:
Scandalo in un istituto tecnico di Udine: un‟allieva, per convincere i compagni a farsi
eleggere capoclasse, ha fatto uno strip, ma filmata è finita su Internet.
***, Strip a scuola per essere capoclasse, in Gente, Milano, 24 novembre 2005, n°47, p. 16.
51
IRIDI
Per
Per
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sviluppo
sviluppo
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Vaclav Havel
52
SCHELETRI NELL’ARMADIO
RAFFAELE MANTEGAZZA
[...]. Se uno dei compiti assegnati all‟educazione almeno negli ultimi cinque secoli, da Comenio in
poi, era quello di migliorare il mondo attraverso il miglioramento degli esseri umani, di realizzare la
pax perpetua educando gli uomini e le donne almeno a non uccidersi a vicenda, dobbiamo
tristemente ma realisticamente constatare che questo compito non è stato realizzato. Se l‟educazione
doveva togliere agli uomini e alle donne la paura aiutandoli a vivere una vita dignitosa con le armi
della ragione, della fede o della morale dobbiamo tragicamente ma obiettivamente constatare che
l‟educazione ha fallito. E il mondo del ventunesimo secolo si apre su un panorama che enfatizza
l‟educazione come mai prima era accaduto, e che contemporaneamente scivola verso
l‟autodistruzione e l‟annientamento dell‟altro e del diverso con una radicalità e una produttività del
tutto inedite nella storia. Il secolo dell‟istruzione obbligatoria per tutti, dell‟educazione per le donne,
della formazione estesa ai popoli oppressi ha creato nuove forme di oppressione, ha creato al-Qaeda
e i guerrieri di Bush, ha creato le scuole per gli aguzzini di Auschwitz e per i tecnici dello sterminio
di Hiroshima. E proprio quando tutto diventa precario sotto le bombe o sotto le macerie ci sentiamo
dire che tutto è educazione: proprio quando ogni problema sociale, politico, economico viene
trasformato in « problema educativo» ci rendiamo conto di non avere alcuna risposta al problema
del futuro della specie umana sulla Terra. In un mondo che declina rapidamente e
inconsapevolmente verso la propria fine sembra che l‟educazione celebri il suo inutile, illusorio
trionfo.
RAFFAELE MANTEGAZZA,
La fine dell‟educazione, Troina (En), Città Aperta Edizioni, 2005, pp.11-12.
L‟educazione incontra la sua fine quando la brutalità della società si scatena contro il soggetto, non
per eliminarlo ma per costruirlo integralmente, [...]. La fine dell‟educazione è la fine del sogno
umano, per quanto borghese, di una società giusta per tutti; [...].
Op. cit., p. 23.
[...]. Non ci spaventa né ci sorprende che le aziende mirino al profitto, semmai ci scandalizza che la
logica del profitto abbia colonizzato anche ambiti che non dovrebbero né devono appartenerle,
come la pubblica amministrazione, la salute pubblica, l‟istruzione, il divertimento; ma un‟azienda
deve tendere alla massimizzazione del profitto ed è compito dello Stato e dei poteri pubblici
legiferare in modo che questo obiettivo non sia in contrasto con il bene comune. [...].
Op. cit., pp. 45-46.
53
Anzitutto ci sembra innegabile l‟abbassamento dei livelli qualitativi: oggi la laurea triennale italiana
è qualcosa di più – ma poco – della maturità di vent‟anni fa; le tesi di laurea diventano sempre più
simili a relazioncine di tirocinio; il livello culturale, di elaborazione e di critica degli studenti e delle
studentesse in uscita dal sistema universitario è sempre più basso; gli stessi programmi d‟esame si
adeguano a questo «collo di bottiglia» della semplificazione a tutti i costi (anzi delle equazioni
matematiche «tot crediti = tot pagine»). Oggi un ragazzo può laurearsi in Filosofia senza aver mai
letto neppure uno tra i classici della filosofia occidentale, per non parlare della conoscenza del greco
e del latino, dalle lingue straniere ecc. Le commissioni di laurea pullulano di studenti armati di
«slide» e di lavagne luminose ma si fa sempre più fatica a trovare una tesi di laurea che risponda ai
criteri minimi di serietà scientifica e criticità intellettuale. Ridurre i programmi come si è voluto fare
per farli entrare a forza nell‟abito stretto della laurea triennale è stato uno dei più gravi contributi
all‟abbassamento culturale della nostra gioventù. Ci sembra che le armi della critica debbano essere
oliate da una raffinatezza culturale che sia all‟altezza dell‟oggetto da criticare, e che la supeficialità
e l‟ignoranza, la cultura raffazzonata e le scorciatoie non portino alla critica ma solamente
all‟acquiescenza. Scorciatoie che sono invece le strade più praticate nell‟Università attuale: un
confronto tra i programmi di un corso di laurea di vent‟anni fa e quelli odierni potrà essere assai
istruttivo al proposito. E per favore no ci si accusi di essere reazionari.
Stiamo solamente sostenendo quello che molti altri colleghi pensano, cioè che l‟Università italiana è
diventata una specie di succursale dell‟istituto tecnico, un luogo dove gli studenti stazionano per
qualche anno senza che i loro processi mentali siano realmente stimolati e, perché no, messi in crisi
da proposte culturali davvero alte, e soprattutto senza che essi possano incontrare discorsi alternativi
rispetto all‟esistente, se non in qualche nicchia di poco conto e di poco potere e ancora meno
appeal.
[...].
Op. cit., p.52.
[...].
Infine l‟Università italiana soffre dell‟eliminazione virtuale della ricerca: la sostanziale riduzione
dell‟Università a scuola post-superiore, [...].
Op. cit., p. 53.
[...].
Alla strutturazione mentale provvista dai new media, alla filosofia aziendalistica onnipervasiva
dentro e fuori l‟azienda corrisponde una Università che sacrifica il meglio della cultura come
pungiglione velenoso e critico al quieto vivere di un rapporto pacificato con il mercato. [...].
Op. cit., p. 53.
[...]. Occorre insegnare a sognare, ma soprattutto insegnare a risvegliarsi e a fare del sogno un
compito. [...].
Op. cit., pp. 61-62.
54
[...], è la felicità di tutti gli esseri viventi (non solo umani) a costituire uno sfondo di senso
all‟educazione. [...].
Op. cit., p.64.
55
I
N
D
I
Z
I
pittura e scultura a Genova dal dopoguerra ad oggi
Proponiamo un primo raffazzonato elenco di opere (dipinti, sculture, ecc.) presenti, dal secondo
dopoguerra ad oggi, nello spazio urbano di Genova; ragion per cui chiediamo ai nostri lettori di
farsi vivi per incrementare il numero e la qualità delle menzioni qui riportate.
Nome autori, titolo dell’opera, ubicazione
-
Nr scheda fotografica

KOSTAS
piazza Matteotti
0

BANCA CARIGE, collezione d’arte contemporanea, Via Cassa di
1
0
GEORGAKIS,
.
Risparmio, 15

BANCA D’ITALIA, Via Dante, 3, (Reggiani F.,
56
Il varo, 1982, bronzo –
2
fusione a cera persa; Sirotti Raimondo, vari dipinti astratti
esposti al piano ammezzato)

BANCA
NAZIONALE
DEL
LAVORO,
Largo
Eros
Lanfranco,2
(2
3
mosaici)























BARBIERI VIALE MICHELANGELO, Parco di Villa Croce
BOSCO ALDO, Via San Leonardo, 18
BUKER ANDRÉ, Parco di Villa Croce
CARLO FELICE, Teatro d’Opera, Largo Pertini
CAVALLINI,
2
La nave umana ..., 1992, via Antonio Cecchi
CAVALLO ELENA Parco di Villa Gruber
3
4
CONTEMORRA, Parco di Villa Croce
DEGLI ABBATI GIGI,
Il mare nella storia, ’99-2000, Porto Antico5
FIESCHI GIANNETTO, Santa Caterina che riceve la pace dalla
Trinità, Santa Maria di Castello, Via Santa Maria di Castello
FONDAZIONE KATINCA PRINI, Salita Dinegro
GALLERIA D’ARTE MODERNA, Villa Serra, Via Capolungo, 3
GAULAM VAL, Mahatma Gandhi, 22 giugno 2006, Porto Antico
LUZZATI LELE, Via San Vincenzo
LUZZATI LELE, Vetrate della sinagoga, Via Giovanni Bertora, 5
LUZZATI LELE, Scenografia scultorea, Porto Antico
KAPOOR ANISH, (proprietà privata), Via XXV aprile, 12
MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA, Villa Croce, Via J. Ruffini, 3
MUSEO LUZZATI LELE, Porta Siberia
NEBIOLO MARIO, Interventi pittorici sul muraglione di Via Dino Col
PHASE II, 1996, Sottopasso di via Cadorna
PIANO RENZO, Bigo, Porto Antico
PIANO RENZO, Sfera bioclimatica, Porto Antico
PIANO RENZO, modulo architettonico, Piazza Corvetto (attualmente
4
5
6
7
8
9
10
11
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13
14
15
16
17
18
19
20
21
41
22
23
42
24
rimosso)


PICASSO ALESSANDRO,
L’albero della vita, 2000, Porto Antico6
PIOMBINO UMBERTO, San Tommaso d’Aquino, Santa Maria di
25
26
Castello

POMODORO ARNALDO,
Incontro fra industria e ricerca, 1992,
27

Istituto per le biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi
POMODORO GIÒ, Sole – agli italiani nel mondo, ’89 – 2001,
Stazione Marittima, Ponte dei Mille 7
28
2
Fotografie tratte da The Carlo Felice Opera House, Genova, Sagep, 1994.
La presenza di questo monumento c‟è stata segnalata da Mauro Ghiglione.
4
Courtesy Ellequadro.
5
ESEGUITO DA
MATTIA VIGO E FIGLI
MOSAICISTI IN GENOVA
6
PRIMA SCULTURA AD ENERGIA SOLARE FOTOVOLTAICA DEDICATA ALL‟UNIONE EUROPEA
7
LA “GRANDI NAVI VELOCI”
E ALDO GRIMALDI
3
57

REGGIANI F.,
Il leudo, via Carducci (proprietà Banco Di San
29
Giorgio)

REGGIANI F.,
Il *varo, 1982, bronzo – fusione a cera persa, Banca
2
d’Italia, Via Dante, 3

ROSSETTI RICCARDO
&
STEFANO, Graffito situato all’ingresso della
45
stazione metropolitana di Principe, 1996

SIROTTI RAIMONDO,
Sant’Anna e San Gioacchino, SS. Annunziata
30
del Vastato, Piazza della Nunziata, 4

SIROTTI









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SOMAINI, Mosaici pavimentazione Galleria Mazzini, 20018
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RAIMONDO
,
vari dipinti
ammezzato della Banca d’Italia
astratti
esposti
al
piano
SUSUMU SHINGU, Sculture eoliche al Porto Antico, 1992
Palazzo d’abitazione, Via Peschiera, 19, (rilievi)
Liceo Scientifico Cassini, Via Galata, 34
Monumento ai caduti della Resistenza, viale Brigata Bisagno
Monumento a Guido Rossa, Largo XII Ottobre
Installazione della Biennale di Venezia – Porto Antico
Sculture all’Expo – Porto Antico
Cimitero di Staglieno
Scultura di Via San Sebastiano
Scultura in Via Renata Bianchi, Campi, Cornigliano
Scultura situata in piazzale Marassi, antistante lo Stadio di
Calcio Luigi Ferraris
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Nel sito di Cantarena verrà quanto prima indicato l‟indirizzo della pagina su cui saranno
visualizzate le fotografie.
DONANO QUESTA OPERA
DI GIÒ POMODORO
A GENOVA LA “SUPERBA”
ED AL SUO PORTO
LUGLIO 2001
Le fotografie 31 e (31) sono tratte dall‟opuscolo “Genoa - A Port on a Human Scale, a cura dell‟Autorità portuale di Genova e della Stazioni
Marittime s.p.a.
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MOSAICI DONATI DA
CAMERA DI COMMERCIO
FONDAZIONE CARIGE
E CON IL CONTRIBUTO
DI TRAMETAL
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POMODORO ARNALDO,
Incontro fra industria e ricerca, 1992,
Istituto per le biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi
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