1 SOMMARIO 3 4 6 7 18 19 31 34 36 39 41 45 47 48 49 50 52 53 56 Mario ----------------------Carlo Marcello -----------Gianni Massimo Antonio Angelo Veronica ---------------------------------------------------------------------------------------------------- Fancello --------------------------Conti -------------Milano Sannelli Diavoli Petronella La Padula ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- D Ma se ghe penso Note informative: Carlo Marcello Conti (a c. di M. Fancello) Profilo biografico di Carlo Marcello Conti Trascrizione dell‟intervento (a c. di M. Fancello) Sottolineature (a c. di M. Fancello) Dove sarà Pessoa? Su Nome, nome 5 giorni Un percorso sonoro a Genova Falsi e/o interpretazioni (?) Puntaspilli (a c. di M. Fancello) Pamphlet (a c. di M. Fancello) Spazzolature (a c. di M. Fancello) L‟anello mancante (a c. di M. Fancello) Genova (a c. di M. Fancello) Farfalle metropolitane (a c. di M. Fancello) Iridi: Vaclav Havel Scheletri nell‟armadio: Raffaele Mantegazza (a c. di M. Fancello) Indizi (a c. di M. Fancello) Cantarena Anno VIII – Numero 32 Dicembre 2005 (data pubblicazione: settembre 2007) Periodicità trimestrale Direzione e redazione Mario Fancello Silvana Masnata Rosangela Piccardo Mirella Tornatore Realizzazione grafica Mario Canepa Mauro Grasso Rosangela Piccardo Produzione e distribuzione in proprio Per contatti ed informazioni Scuola Media Statale V. Centurione Salita inferiore Cataldi, 5 16154 Genova Fax 010 / 6011225 e-mail: [email protected] www.cantarena.splinder.com [email protected] In copertina: I figli dell‟Uranio (La stanza di Bush), Museo d‟Arte Contemporanea di Villa Croce, 4 novembre – 18 dicembre 2005 PETER GREENWAY, In quarta di copertina: Campanotto Editore Le fotografie raffiguranti gli incontri alla S.M.S. Centurione sono di M. Fancello. Ringraziamo per la collaborazione la Circoscrizione VI – Medio Ponente del Comune di Genova. 2 MA SE GHE PENSO Ogni città viva e pulsante è destinata a trasformarsi di continuo sotto gli occhi dei suoi abitanti. Genova, nel marino comporsi e dileguarsi, sembra conferire più smalto alla sua indole plurale. Dalla labirintica dissipazione di senso – dovuta alla scomparsa di tanti spazi architettonici ed urbanistici – e dal simultaneo ergersi di nuovi postulati edilizi affiora – il più delle volte – una metamorfica effervescenza d‟ataviche radici. La vis identitaria della città s‟annida nell‟assiduo ritrovarsi e disperdersi dell‟uomo contemporaneo? Monumento ad Enea in Piazza Bandiera a Genova. 3 N O T E I N F O R M A T I V E: CARLO MARCELLO CONTI Da quel di Udine, appesantito da cospicua valigia e da altre masserizie ad uso didattico, venerdì 18 febbraio 2005, alle ore 10, Carlo Marcello Conti ha fatto il suo ingresso in aula video e, con il suo fare affettuoso ed apparentemente dimesso, ha introdotto gli allievi della Centurione1 ai “misteri” della ricerca polipoetica in un‟Italia affetta dal linguaggio nazionalpopolare. Carlo Marcello Conti conversa amabilmente con gli studenti della Centurione. Di spalle, a sinistra, è facilmente riconoscibile l‟artista Luisella Carretta. Il titolo attribuito all‟incontro è il seguente: LA PAROLA LETTA/LA PAROLA SCRITTA/LA PAROLA VISTA PERFORMANCE CON TENSIONE TOTALE. 1 All‟incontro hanno presenziato sei classi, suddivise in due turni. 4 Alle ore 17 la performance è proseguita al Museo d‟Arte Contemporanea di Villa Croce con un‟altra intestazione: CARTE CARTIGLI CARTELLE CARTEGGI CONFERENZA CONFESSIONE DI UN POETA-EDITORE DI UN EDITORE-POETA. Il testo non è stato rivisto dall‟Autore. Disponiamo di una registrazione in audio e di un‟altra in CD. “questa è una maglietta vecchia” ... “era una performance che facevo” ... 5 PROFILO BIOGRAFICO : CARLO MARCELLO CONTI Nato a Belluno nel 1941. Il suo lavoro visivo comincia nel 1953 copiando Renoir, Modigliani e Braque. Nel 1961 a Bologna viene in contatto con Adriano Spatola, Alberto Tomiolo, Miro Bini, Carletto Negri, Emilio Villa, Gianni Celati e altri poeti. In quegli anni è redattore della storica rivista di poesia «Bab Ilu», diretta da Adriano Spatola. Segue corsi saltuari di estetica e di linguistica. Scrive Fuori di casa e Eliminazz/zzione. Nel 1967 comincia ad interessarsi di poesia visiva. Nel 1969 si stabilisce in Friuli, e da allora la ricerca verbo-visiva si presenta in varie forme, come in collages di carta, trasferibili, pubblicità, rifiuti industriali e di giornale, oppure in una serie di disegni a matita, a pennarello su carta, realizzazioni grafiche e di acrilici su tela intorno al linguaggio considerato nella sua forma ipotetica prima della tipografia e anche dell‟alfabeto inteso come serie di lettere che rappresentano i suoni di una lingua. Più tardi si dedica alla fotocomposizione, alla camera oscura, e alla preparazione fotolitografica: la costruzione anche manuale ed artigianale del libro come prodotto. Dal 1978, insieme a Franca Campanotto, edita e dirige la rivista di poesia «Zeta» e fonda la casa editrice Campanotto, attivissima nel campo della poesia. Nel 1985, presso la Casa del Mantegna, opera poetica e video. Torna spesso in Irlanda, dove è stato lettore di italiano presso l‟Università di Belfast. Termina di scrivere Bocia Passatore, tradotto in inglese da Gabrielle Barfoot. Traduzione inglese di Fuori di casa a cura di Luiza Myra Ganassin e Gabrielle Barfoot. Sta lavorando al poema Cinesi e Il consumo del presente. Nel 1986 è invitato al museo di poesia visiva di Senigallia. Con Lamberto Pignotti cura nel 1986 l‟antologia Il nuovo in poesia e scrive il poema Berliner. Nel 1990 mostra personale presso la galleria Firma a Riva del Garda, nel 1991 è invitato al museo d‟Arte moderna di Gallarate, nel 1992 mostra presso l‟isola di Albarella, nel 1993 è invitato alla Quadriennale di Roma. Letture ed esposizioni in varie città europee e fuori Europa. Nel 1998 insignito di un‟onorificenza dal Ministero slovacco della cultura. 6 TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO CARLO MARCELLO CONTI La parola letta / La parola scritta / La parola vista Legenda: - CMC – - MF – - Carlo Marcello Conti Mario Fancello CMC – Diamo inizio a questo incontro, spero felice; sicuramente per me perché ho [...] di stare con i giovani. Anch‟io lo sono stato, ahimé tutto passa così in fretta e, come voi immagino, io ho avuto dei sogni, spero che anche voi abbiate dei sogni e vi auguro anche che questi sogni in qualche modo si avverino. L‟importante è non smettere di volerlo e neanche smettere di sognarlo. Mia madre era molto preoccupata quando le dissi, ero forse più giovane di voi, che mi sarebbe piaciuto stare vicino alle parole, raccontarmi in un qualche modo, forse perché mi sentivo solo, dicono che si scrive perché non si riesce a vivere, ma in fondo ecco queste cose che hanno preso posto dentro la mia vita, che sono diventate la mia vita, non mi hanno creato difficoltà. È vero che fare poesia non è un mestiere. Per mia madre non lo era e neppure per mio padre, credo; eppure per rimanere vicino ai libri, come avete forse sentito, io sono diventato un piccolo editore e alla fine l‟unico rammarico – come ricordo – è quello che tutto, purtroppo, passa così in fretta. E che cosa fa un poeta oltre che raccontarsi? Cerca di filtrare delle cose che in un qualche modo si provano vivendo e di restituirle in una forma che non sempre possono essere le parole, perché il mondo, come voi sicuramente avete avvertito perché è il mondo che vi circonda più del nostro, è così pieno di tecnologia, è così fitto di multimedialità, di sistemi di comunicazione che sono andati oltre la parola, non solo per i supporti tecnici che abbiamo ma anche per acquisto, è chiaro che c‟è anche un senso storico che viene dalle avanguardie, sicuramente avrete sentito parlare di Futurismo, (ne avete sentito parlare? Sì) di Surrealismo, di Dada, eccetera. Ecco noi siamo succeduti o vissuti a cavallo di questo tipo di contemporaneità e abbiamo cercato di guardare questi aspetti della tecnologia magari con dei punti di vista leggermente diversi, diversi, con degli scarti che ci sembravano di novità, per fare delle riflessioni su questo tipo di contemporaneità. In fondo, faccio una breve parentesi autobiografica, io sono nato da genitori romagnoli, in Cadore, in Comélico, mia nonna parlava romagnolo e in quelle zone, dove poi io sono finito per vivere, parlavano una lingua ladina che è il friulano, parlar tedesco, un venetoide, naturalmente anche l‟italiano, io non ho imparato niente perché sono un pigro, e lo sono rimasto, ma mi piaceva di giocare e proprio perché volevo giocare, che, come immaginate, è una forma di comunicazione, mi 7 arrangiavo a gesti, a schegge, a visualità, a braccia. Ecco che questi aspetti della comunicazione mi hanno accompagnato, quando poi sono ritornato in Romagna, e voi mi capirete meglio perché siete abituati, per venire a scuola, per andare a casa, a piegare le ginocchia perché anche qui il terreno non scherza, la fisicità della natura vi ha abituato a leggere il territorio attraverso il vostro corpo in modi che non sono esattamente come per chi vive in un terreno piatto, in una pianura. Quando mi riportarono in Romagna mi sembrò che avessero ribaltato le strade, e poi c‟era il disagio di aver perso i compagni, di aver perso tutte quelle cose a cui eravamo abituati. Perché vi faccio questo discorso? Per cercare di L‟artista Luisella Carretta, in primo piano, la professoressa Piccardo, in ultima fila, e gli allievi della Centurione. introdurvi a un modo di leggere tutto quello che è intorno a noi, che alle volte sembra sconcertante, alle volte sembra irrisorio, alle volte sembra minimo, che invece è qualcosa che comunque non solo ci accompagna ma che entra dentro di noi e qualche volta, anche senza saperlo, ci modifica. E questo in fondo è lo scorrere. Come catturarlo? Cosa fare? allora una delle riflessioni quando poi io, già un po‟ più vecchio, me ne ero già andato dalla Romagna, perché la Romagna è un territorio interessante [...] per cui ancora io sono molto legato, ma c‟erano troppe piadine, troppi bar, era un po‟ più difficile parlare di poesia e cominciai a fare questo a Bologna; a Bologna mi incontrai, a quel tempo c‟era Officina, una rivista importante, storica, legata a dei personaggi come Pier Paolo Pasolini, io allora non sapevo capire tutto il friulano che conosco oggi perché ho sposato una friulana, paradossalmente, e proprio perché per stare al caldo ma anche per – diciamo – incontrare questa contemporaneità che ci sembrava condizionata dall‟avanzare di queste tecnologie, di questi modi altri di comunicare, pensate al cinema che allora, il cinema credo che abbia sì e no cento anni di storia, io vi parlo di quarantacinque anni fa, in fondo il cinema era una cosa nuova, era una cosa ancora agli albori, che si confrontava con questo ... e dall‟America veniva Klein che aveva fotografato Nuova York in quel modo, mentre quando Pasolini, che oggi è diventato un mito, diceva che i suoi film erano avanguardia, per noi – ecco – ci 8 sembrava una posizione molto neorealista. Ecco di qui abbiamo fatto delle battaglie che sempre – ovviamente – abbiamo perso, perché Pasolini assieme a Roversi, che poi tra l‟altro Roversi, non so se molti di voi lo sanno, faceva le canzoni a Dalla, no, perché oggi – diciamo – è un mito, tutti lo conoscete, penso, no? E noi ci trovavamo in un‟osteria, che si chiamava Dei Poeti, in via Dei Poeti, frequentata anche dal Carducci, perché si poteva arrivare lì e prendere qualcosa da bere e non spendere tanto e veniva anche Guccini, che anche allora per noi era – diciamo – una persona che consideravamo meno della poesia anche se era un uomo intelligente, preparato, era un maestro, quindi aveva una sua cultura; noi ci sentivamo più importanti e avevamo presa questa, anche forse con presunzione, questa posizione contro appunto Roversi, Pasolini, Moravia. Ce le hanno fatte pagare tutte perché ci sembrava che il mondo stesse cambiando e per stare al caldo, scusate se parlo a schegge, frequentavamo la Johns Hopkins University, la biblioteca della ..., che era – diciamo – oltre che bella era molto informata, arrivavano queste cose in contemporanea, tutto quello che succedeva, erano i periodi della Pop Art e un gruppo di amici, che hanno poi vissuto con noi, tra i quali c‟è anche Pier Paolo Calzolari, che è uno dei dieci – credo – artisti dell‟Arte Povera e noi li abbiamo visti nascere, i primi quadri erano nostre ombre proiettate sul muro e Boatto e Calvesi, che allora Calvesi era sopraintendente a Bologna, venivano nel nostro piccolo studio perché non avevano delle gallerie ma avevano (ecco perché vi ho parlato di sogno) questo sogno di voler trasmettere delle cose che ci sembravano dettate dalla contemporaneità e che volevamo restituire ai nostri amici, ma anche al mondo. No? Ecco, e quindi un gruppo di pittori aveva affittato uno spazio a Palazzo Bentivoglio a Bologna, ci facevamo le mostre, non avevamo una galleria, nessun gallerista forse avrebbe esposto le nostre cose. Io allora tra l‟altro non mi occupavo ancora di poesia visiva, credevo che la poesia avesse in sé la capacità anche di continuare a rappresentare questa contemporaneità. Solo un po‟ di anni dopo, nel Sessantasette, invece ho cominciato a fare delle considerazioni che erano abbastanza vicino a quello che poi è diventata l‟Arte Concettuale o l‟Arte Povera, anzi noi delle volte diciamo che le abbiamo anticipate. Non è così perché il nostro ..., è così ma non è ancora considerato dalla storia dell‟arte perché il nostro percorso qualche volta proprio perché ci siamo fatti un po‟ da sé ci siamo occupati del nostro lavoro e questa forse è stata una delle nostre colpe, d‟altra parte se non lo facevamo noi non c‟era chi lo faceva e quindi – diciamo – non abbiamo suscitato interesse nelle gallerie, nei mercanti, perché facevamo mercato da soli, questo disturbava, tant‟è che adesso ce l‟hanno già detto in faccia “sicuramente siete degli artisti, sicuramente meritate qualcosa, ma dovete crepare tutti perché non dovevate occuparvi ...”. È la storia. D‟altra parte – badate bene – sì, forse diciamo qualche volta anch‟io invidio chi appende un cavallo al soffitto e viene strapagato anche se credo che tutto questo non sia morale, perché è vero che tutto ha bisogno di mercato e di un supporto, ma non di cifre così – qualche volta – così inquietanti, che fanno che un lavoro di un uomo del Quattrocento valga di meno di uno che è in questa contemporaneità. È di questo mondo che dobbiamo e vogliamo occuparci, e le nostre riflessioni per tagliare questi brevi cenni così autobiografici, che spero non vi annoino, ma è solo per fare un quadro, anche per partire da una posizione e cercare di trasmettervi, per quanto sia possibile, qualcosa. Ecco, vi invito a entrare un po‟ nelle faccende facendo delle piccole considerazioni come quella qui sopra: le luci al neon, che sono qui sopra di noi, cosa fanno? Illuminano, che è la funzione di uno strumento come la luce. Un‟insegna pubblicitaria oltre illuminare fa altro da sé. Chiaro, no? Questa contemporaneità che ha riempito intorno ai palazzi, alle strade, alla televisione, che di irreale mette di queste immagini luminose ribaltate, che poi adesso addirittura in movimento, quindi dinamiche, perché se no l‟abitudine fa in modo che nessuno più le osservi e quindi ecco il mondo della scrittura – della comunicazione – è molto modificato dai nostri tempi, pensate ai computer, all‟avvento di questi mezzi incredibili. Noi invece facevamo certe cose con dei pezzetti di carta, con dei lacerti o schegge della contemporaneità, che raccoglievamo, che ci colpivano, 9 che ci sembravano una restituzione qualche volta anche di rovine che si affacciavano in un mondo capace d‟inghiottire tutto sempre più velocemente e in modi talvolta anche così integrali. Ecco la nostra visualizzazione, la nostra presa di coscienza nei confronti dei cinque sensi che venivano (dei nostri cinque sensi, no? Tutti sappiamo quali sono, no?) che in fondo venivano spesso impigriti perché le persone nel tempo hanno preferito guardare che leggere, perché il mondo appunto della comunicazione visiva ci aveva abituato a guardare più che a leggere, no? Oppure molte cose del tatto venivano perse perché la realtà diventava prendibile in modi sempre più virtuali, no? Tant‟è vero che ci volevano, per essere sempre veloci, e fare una scorsa ci volevano i telefonini con i messaggini o i fax a fare in modo che si riprendesse a scrivere per trasmettere poi qualcosa con questi sistemi elettronici perché sembrava che la scrittura non avesse ..., ecco. Però ... invece che la scrittura aveva questa importanza – ecco – ci è sempre piaciuto fare queste riflessioni, e, allacciandoci alle avanguardie storiche, abbiamo cominciato proprio con il corpo del linguaggio (no?), che non era il nostro corpo, era quell‟altrove dove spesso il nostro corpo si immedesima – si identifica – per esserci in un qualche modo per noi e, possibilmente, anche per l‟altro. Ecco, e in fondo proprio perché credo che qui tutti studiate arte e magari qualcuno di voi sogna anche di essere un artista, se pensate bene, il corpo della scrittura è un fatto estetico in sé. Un fonema, una lettera nella sua struttura, o in una parte di questa struttura, è un fatto estetico che può benissimo accompagnare la contemporaneità – non so – degli anni Sessanta, quando già Fautrier cominciava a fare un‟arte – così – astratta e noi stessi dicevamo “Cos‟è „sta roba?”, eppure poteva essere il lacerto di un muro, i resti di una frittata. Insomma c‟era questa materialità, questa contemporaneità, questi spessori che ci portavano a fare dei percorsi sulla frammentarietà del nostro quotidiano. Pensate cosa è diventato il cibo, come viene consumato, che tipo di ritualità oggi hanno tutte queste cose. È tutto cambiato e tutto cambierà, perché certamente il mondo non si fermerà, andrà avanti, il futuro è nelle vostre mani, non è certamente nelle nostre mani. L‟importante è che uno sappia sempre, ve lo dico così come una cosa che porto dentro da sempre, l‟importante è sapere da dove si viene, quindi quei pochi studi che farete e spero insieme a dei professori che sicuramente vi possono dare delle cose, ecco, ma con questo senso, per capire dove si è, e – una volta accertato dove siamo – immaginare appunto un futuro così come ognuno di voi lo vuole, così come ognuno di voi lo trova. Io sono un chiacchierone e passerei così ad aprire la mia valigia che mi sono portato con me e poi cercheremo di essere così, un po‟ più svagati, proprio perché ci sono rimasto anche un pochino colpito da questa faccenda: la parola letta, la parola scritta, la parola vista, performance con tensione totale. Sì, io vi venderò qualcosa di quello che per noi è ancora la poesia in linea. Per poesia in linea, on line, che non è l‟on line del computer, è – in inglese – la poesia in versi (no?) e quindi la poesia più o meno tradizionale. Ma vi vorrei dare una prova, prima quando scherzando vi dicevo “Ma lì ci manca qualcosa”, questo è un esempio di un libro oggetto, siccome – come sapete – non si legge molto in Italia ma anche in giro per il mondo, in modi diversi, ma comunque nel nostro Paese, che è un Paese interessante, svagato, ma siamo anche il Paese dei furbi, siamo il paese di Machiavelli, diciamo non c‟è questo aspetto importante che ci accompagna che è la lettura, no? Diminuire questa distanza che esiste tra chi legge e chi scrive è un esercizio che non sempre esiste. Ci sono fortunatamente dei lettori, sono forti, sono pochi. Ecco. Un compito della poesia, di noi, è anche quello di fare delle riflessioni intorno alla lettura, al corpo della scrittura e anche a quello che sono i libri, qualcosa di fisico, qualcosa che si può toccare, a qualcosa che è un contenitore di un bene fisico che dovrebbe durare nel tempo. Va beh, insomma; io ...; quindi prima, se volete, lo facciamo con una scritta di concorso per buttarla un po‟ più sull‟allegro (no?), cercare sempre di esservi un po‟ più vicino, dalla vostra parte, non di stare lì, perché – tra l‟altro – non è così semplice come pensate, perché uno pensa “Ma che cosa vuole questo? Ma che cosa vuole venirci a raccontare?” qui si potrebbe aprire – ecco – il vivo della questione perché non si può sempre essere a senso 10 unico. È sempre interessante sentire qual è il di qua e anche l‟al di là. È come giocare a frisbee La magica valigia del poeta Carlo Marcello Conti. - - MF – Scusa se t‟interrompo, lo sai (no?) che il secondo turno cambia classe? CMC – Quindi dobbiamo spostarci. MF – No, no, no. Hai solo un quarto d‟ora. CMC – Allora sarò brevissimo. Cioè, boh, adesso mi sono un po‟ perso, sì, questo di qua e di là è proprio quell‟aspetto della comunicazione, è un po‟ come giocare a frisbee, no? Tutti sapete cos‟è? Sì. RR – Il disco volante. CMC – È questo dischetto che uno lancia; se sei da solo non è più gioco, ci vuole qualcuno che te lo rispedisca, no? Ecco, questo è già un modo di comunicazione, non solo di gioco. Va beh, visto che ho un quarto d‟ora, visto che sono venuto qui anche per dimostrarvi che poi queste cose, per cercare di dimostrare che queste cose avevano preso corpo non solo in questi libri, ... Ecco che cosa ci manca secondo voi qui? Così ci pensate. Intanto io apro la valigia del poeta. Non sento eh, però dovete dirmelo. Beh, questo naturalmente è un sacchetto del metrò che è stato contenitore capace di portarmi qua ..., così, che sono tutte cose adesso buttate lì ma che fanno parte di un viaggio, in fondo siamo [...], beh molti di voi non lo hanno mai visto perché poi è sparito anche come artista, mi pare si chiamasse ..., no, non Santomaso, perché Santomaso era quello delle lettere, ma aveva un nome simile, non mi viene adesso, in una Biennale alla fine degli anni Cinquanta o all‟inizio anni Sessanta aveva esposto non un‟opera ma come si entrava qui in un ambiente da quella porta ci si trovava avvolti nella plastica, era tutto coperto di plastica, di gocce di colore che sulla plastica non avevano avuto presa e cadevano, così, e io stesso gli dissi: “Ma – scusate – ma in fondo che cos‟è tutto questo?” poi negli anni – a dire il vero – quest‟opera invendibile mi ha fatto fare una riflessione, credo ancora attualissima, in fondo questo mondo ci ha avvolto nella 11 plastica, che non si distrugge, che qui e che là, comoda ma – insomma – che ..., quindi l‟arte ha anche questa funzione di comunicare. Oh, la mia ... [valigia], la metto qua sopra [sopra la cattedra], sicuramente sbaglierò qual è la parte ... Allora non vi siete accorti di che cosa manca? Il libro oggetto privo di matita. - - R – Pagine, al libro mancano le pagine. CMC – Manca? R – Le pagine. CMC – Beh, essendo un libro oggetto è una pagina, vedi? Sono due pagine, queste sono due pagine; si apre, si chiude. No. C‟è proprio una cosa che manca. Allora io intanto vado avanti. Questo è un quadernino di appunti, ogni tanto scrivo qualcosa se ho tempo; questa è una maglietta vecchia, allora ero più magro, vedete; era una performance che facevo, l‟ho fatta a Bologna in Piazza Santo Stefano: temperando una matita venivano fuori queste visualizzazioni e mia figlia allora mi aiutava, raccoglieva questi [...], adesso mia figlia ha trentatré anni, quindi allora ne aveva due, è passato molto tempo, e veniva fuori questa cartolina, questa cosa, poi dopo l‟avevamo realizzata su una ...; questa invece è una scatola, è una scatola ancora attuale, è una scatola, io poi negli anni sono diventato un tipografo ma anche un editore, e pensare che io non sapevo che cosa era la fotografia, parlando di nylon per me è un‟asta, che voi tutti dovete sapere cos‟è, lo sapete cos‟è? Non studiate grafica anche? RR – No, no. CMC – Beh, insomma, diciamo, per me un filo di nylon [...] è la stessa cosa, pensate a com‟ero ignorante. Oggi i libri che produciamo ce li facciamo da soli, abbiamo un piccolo impianto e diciamo: perché tutta questa utopia? È stato un modo per stare vicino al corpo del linguaggio, a costruire e a entrare dentro questo percorso del linguaggio in un modo totale, 12 - ecco. Beh, questa scatola naturalmente si apre (no?), parte con ..., potrebbe essere LA, POE, SIA ROM, ROMPE, e poi continua, naturalmente LE SCATOLE. RR – [Ridono]. La poesia rompe le scatole in versione raccolta. 13 La poesia rompe le scatole in versione distesa. 14 - CMC – La poesia rompe ..., no? Tanto per restare più ... Poi io naturalmente ci faccio anche altre cose. Non abbiamo sempre avuto del tempo. Questi invece erano dei poemi sonori, questo è più vecchio: Caffè Caffettiera; allora non c‟erano i CD. È un poema che è nato così, per caso, allora un poeta ucraino, Igor Shankovsky, filosofo, ma anche uno scatenato ..., ha attinto alla visualizzazione perché naturalizzato in America, e – diciamo – aveva questa macchina per fare il caffè americano, – come sapete – il caffè americano è molto lungo (no?), quindi la macchina era anche lunga, quindi ..., ma aveva anche dei suoni incredibili, ecco, io rimasi colpito da questo suono. Questo poema sonoro che in verità non era mio ma era di questa macchina americana – di cui non mi ricordo più il nome – per fare il caffè, che inventammo questo poema Caffè Caffettiera, che è – se volete – un poema d‟amore e di guerra, dove a un certo punto, poi magari qualche pezzettino, se c‟è il tempo, possiamo anche sentirlo e posso anche fare qualcosa sopra dal vivo. A un certo punto diventava quasi un poema che ricordava fatti inquietanti, che spesso – purtroppo – si ripetono, come la guerra, e lui fece anche un intervento su questi momenti quasi devastanti, su un‟Europa che spesso si è abituata a una grande civiltà ma anche – così – a periodi non sempre facili. Sentite tutti o devo ...? Allora Caffè Caffettiera, poi, proprio perché vi ho parlato di Carlo mostra agli studenti l‟audiocassetta del Poema Caffè Caffettiera. tipografia e lavoro anche manuale, io nel tempo ho imparato anche a stampare, con una macchina piccola, non quelle grandi, che è una macchina Kor, si chiama così, con la kappa, Heisenberg, che è una seria costruttrice tedesca che ha sede ad Heidelberg, che è sede anche di una grande università, e che a un certo numero di giri sembrava che entrasse in sintonia con una voce che poteva accostarsi a stampa, stampa, ristampa, ecco, ecco, naturalmente io non su una base musicale ma su una base tecnologica di questa macchina, del suo rumore, quindi del suo corpo, ecco, cercavo di comunicare questa tecnicità che in fondo è la macchina. Quando invece negli anni Ottanta fui ospite a Berlino del Theater....., che faceva 15 - - capo all‟Accademia di Berlino, un amico, Benoit, che aveva vinto, allora a Berlino c‟era il muro, aveva vinto un concorso perché aveva installato un piccolo microfono sul muro dalla parte dove nell‟Est non possono scrivere nulla, il muro era bianco, sicuramente ricorderete quando questo muro finalmente è stato abbattuto che dalla parte ... invece era pieno di scritte di ogni tipo. Pensate dall‟altra parte non si poteva scrivere nulla, c‟erano i vopos su delle scalette che guardavano continuamente se qualcuno cercava di scappare e negli anni ..., tant‟è vero che senza un ricordo – senza un museo – credo tuttora visibile, dove c‟è anche quest‟opera di Benoit che consisteva in questo piccolo microfonetto installato dall‟altra parte dove in inglese c‟era scritto Parlate qui. Parlate, quindi ecco il coraggio ma anche la contemporaneità e la semplicità di un piccolo strumento e di due parole per dire ecco che cosa alle volte in modo inquietante la comunicazione può diventare. Benoit poi aveva fatto delle cose più scherzose come quella ..., chi è stato a Berlino sa che quando il metrò si ferma dicono una parola in tedesco, io non so perché non conosco il tedesco, la sapevo ma me la sono dimenticata, e lui si mise – in una performance – una divisa simile a quella dei controllori del metrò e diceva in un [audio....], quindi con degli strumenti elettronici, il contrario. Le persone, che in Germania sono molto corrette, abbastanza ligie e ubbidienti, venivano disorientate e quindi creavano questo scarto di confusione e di riflessione, però corrispondevano a una realtà. Quindi ecco anche un altro modo di comunicare. Ecco, dico questo perché un giorno mi invitò e mi disse “Ma – guarda – perché non vieni anche tu all‟Accademia e facciamo qualcosa?”, dico “Ma – guarda – io non so il tedesco, non saprei cosa fare”. Ecco in quegli anni Berlino festeggiava i settecentocinquanta anni della città e avevano adoperato uno slogan [lo cita prima in tedesco e poi in italiano] Berlino tutto buono, tutto bene, che era anche molto criticato perché erano stati fatti degli acquisti di opere d‟arte nella città. Ecco, io rivisitai questa cosa (anche questa – se ci sarà tempo – magari la faremo sentire) ed era – diciamo – un crescendo su questo linguaggio, su questi fonemi, su questo slogan per fare un poema da trasmettere con gli altri e da fare anche con gli altri e infatti poi, come potremo fare anche qui, non so, io partivo [performa vocalmente un piccolo pezzo del poema], non ne avete voglia di giocare a frisbee? Ecco, perché è così che si allacciarono i miei amici, che si erano messi tra il pubblico perché il pubblico all‟inizio mi fischiò: Hanno speso un mucchio di soldi (come magari è successo a Genova per Genova 2000 o che so io) e a noi che cosa ci viene da tutto questo? Un po‟ mi fischiavano, poi – per fortuna – i miei amici, non solo Benoit, ma c‟era un venezuelano, un giapponese, si erano messi tra il pubblico e avevano dei microfoni autonomi dentro le giacche e li misero in moto [performa i suoni] e allora la gente – in mezzo si sentiva questo coro – cominciarono anche loro così ... e avvenne la comunicazione. RR – [Diversi ragazzi imitano e poi interpretano liberamente i suoni a scopo ludico e sarcastico]. CMC – Vedete che ci siamo, no? Non era solo un gioco. Ma in fondo che cos‟è? Erano delle riflessioni anche intorno alla musica, intorno alla contemporaneità. Spesso la musica che cos‟è in questi anni? È anche tanto rumore. E noi volevamo fare delle riflessioni anche di questo tipo, cioè, beh, se dobbiamo fare del rumore per il rumore diamo un senso anche a questa velocità. Poi noi non siamo ..., almeno io non lo sono un cantante. Mi piace la musica, considero la musica un codice extraverbale capace di travalicare ogni capacità invece delle lingue – no? – perché bisogna conoscere la musica che è un linguaggio universale e segnico-visivo. Ecco, ci sono molti aspetti che potrebbero ...; tre poemi sonori, poi, poi naturalmente ...; beh questi sono dei biglietti da visita; questi sono dei libretti; un cataloghino di una mostra che ho fatto non molto tempo fa a Parigi; questa è un‟altra cosa, feci lo spessore della carta dove giocavo con ...; cosa è questa? RR – Una emme. CMC – La emme, no? Mmmmmm, no? Potrebbe essere uno che dubita insomma, no? una I, no? Iiiiiiiiiiiii. I come? 16 - - - - R – Imola. CMC – Come Imola. Beh, io ho vissuto a Imola, casualmente. Una E. RR – Eeeeeeeeeeeee ........... Ooooooooooooooooo CMC – Una O, ooooooooo. Potrebbe essere una forma anche diciamo ...., questa carta è fatta di cellulosa pura, non è carta normale, sulla quale io aggiungo delle carte che ho trovato e dei pezzettini di tela, è importante che voi osserviate. RR – Sììììììììììììììììììììììììììììììììì [Fanno molto chiasso]. CMC – [Eleva di molto il volume della voce] Siccome potrebbe venire fuori da queste lettere che avete visto così R – Oèèèhhh! CMC – Bravo, ci hai azzeccato, bravissimo. Poteva essere Pòem, la versione inglese di poema, Poema, Poemi, Poemai cioè Poe mai, come per dire la negazione anche di se stesso e – alla fine – ci aggiungevo della tela, che è una tela, quella proprio dove si puliscono i pennelli, e poi anche su questa io se potevo giocare ...: o i e ma eccetera, oppure po RR – [I ragazzi raccolgono lo stimolo al gioco e, divertendosi, si degustano le loro vocalizzazioni]. CMC – Ma, magari, se mi farete ritornare, faremo solo delle cose di questo tipo se vi piacciono. Adesso, così, era tanto per introdurvi ... Questo è Berliner, che è il mio poema naturalmente, poema in linea che io, visto che non avevo niente da fare, sono le mie impressioni normali legate alla città e alla mia esperienza di Berlino. Quella volta, se devo essere sincero, è stata una delle poche volte che ho pensato “Io non torno più a casa” anche se non amo la Germania; poi mi sono detto “Ma però io sono italiano, ho questa casa editrice, cosa faccio? Abbandonare tutto? No”. ma là, vi assicuro, ho avuto l‟impressione che anche un artista tra virgolette, uno squinternato poeta come me, stesse facendo qualcosa con tutti gli altri e venisse considerato per questo dalla società, tant‟è vero che avevo uno stipendio, una casa, ho incontrato tanti amici. Velocemente vi leggo, visto che abbiamo parlato di muro, di una cosa dedicata al muro, che è una realtà, come sapete spesso ci troviamo di fronte a dei muri e spesso ne creano anche di nuovi in una società così complessa come questa. Allora il muro [Legge una sua poesia]. RR –[Battono le mani credendo che sia terminata]. [Carlo prosegue nella lettura interpretativa ma, prima di giungere a conclusione, è il nastro magnetico a chiudere – inesorabile – il percorso]. 17 SOTTOLINEATURE 1. Dicono che si scrive perché non si riesce a vivere. 2. La fisicità della natura ci abitua a leggere il territorio attraverso il corpo. 3. Occorre imparare a leggere tutto quello che è intorno a noi, che alle volte sembra sconcertante, irrisorio, minimo, e che invece è qualcosa che ci accompagna e che entra dentro di noi e, anche senza saperlo, ci modifica. 4. Il corpo della scrittura è un fatto estetico 5. L‟importante è sapere da dove si viene, per capire dove si è, e immaginare un futuro così come ognuno lo vuole. 6. Diminuire la distanza che esiste tra chi legge e chi scrive è un esercizio poco frequentato. 7. Un compito della poesia è anche quello di fare delle riflessioni intorno alla lettura, al corpo della scrittura e alla fisicità dei libri. Ecco riapparire la famigerata matita latitante. 18 DOVE SARÀ PESSOA? Dicevo: “Speriamo che andando verso il sud si scopra che il sole esiste ancora. Non ne posso più di questa pioggia continua!”. Mia moglie mi rassicurava. In altri tempi lei aveva già visitato il Portogallo di cui ricordava con sommo piacere il „bacalao‟, il merluzzo. Per questo motivo lasciammo Santiago di Compostela e volgemmo la prua della nostra vettura verso il confine con il paese lusitano. Di questa terra conoscevo direttamente poco. Mi frullavano per la mente nomi di navigatori, sapevo del vasto impero che aveva avuto Lisbona per capitale. Ricordavo la lotta del Brasile per emanciparsi dal dominio dei sovrani d‟oltreoceano ed anche vi trovavo, curiosamente, invischiato Garibaldi. Ma soprattutto, con emozione, evocavo una data a noi prossima, il 25 aprile del 1974, quando ci fu la rivoluzione dei garofani, finì la dittatura salazarista, l‟Angola conquistò l‟indipendenza ed il rosso fiore che da noi in Italia, un tempo, fioriva all‟occhiello delle giacche durante le sfilate del 1° maggio, aveva siglato un cambio radicale ed incruento nella terra del „fado‟. Dalla pioggia a dirotto della Galizia scendemmo, dunque, verso il sud, ma il sole stentava a farsi vedere. Arrivammo in Portogallo verso l‟ora di pranzo e mia moglie si ricordò che c‟era l‟abitudine, come in Grecia ed in altri paesi mediterranei, di pranzare tardi, magari al bar dove servivano insalate varie assieme all‟immancabile merluzzo. Avemmo, così, un primo contatto con gente e costumi diversi da quelli francesi o spagnoli. Trovai quei portoghesi, ai primi approcci, piuttosto chiusi. Forse erano concentrati sui mondiali di calcio, che so! Non ci fasciammo la testa per così poco e alla sera raggiungemmo un villaggio, con campeggio, sull‟Oceano, il grande Atlantico, nel quale, secondo Dante, Ulisse sprofondò. 19 Il mio piccolo cane corse felice sulla spiaggia, Ketty, siciliana, si sentì nel suo elemento. Io diffidavo di quella vasta distesa d‟acqua senza confini. Ma era pur sempre l‟Oceano Atlantico e fasciava le coste occidentali d‟Europa! Avrei cercato di dialogare, di comprendere il segreto linguaggio dell‟immensa energia che lambiva la terra mentre il cielo, nuvoloso, pareva fondersi con le onde. “Altro che Mediterraneo!”, pensavo, e ricordavo i colorati paesini che si affacciavano sul più conviviale mare di casa nostra. Avevamo una tenda ad igloo, piccola ed impermeabile, adatta alle piogge e all‟umidità dei monti. Scomodo era, però, coricarsi di fretta, come in una cuccia, ed alzarsi, al mattino, di fretta, scrutando il cielo, smontando rapidamente la tenda prima che un acquazzone la rendesse inservibile. In auto, con il riscaldamento, la parte esterna dell‟igloo, più umida, asciugava, e noi eravamo pronti, ma scocciati, ad affrontare una nuova giornata. Il Portogallo, fuor di cartolina, ci appariva come un paese relativamente più povero d‟altri che avevamo attraversato in Europa. Nutrivo una certa aspettativa nei riguardi di Lisbona, la capitale, perché era stata protagonista recente di un film che molto m‟era piaciuto. Tabucchi, poi, con il suo libro “Sostiene Pereira” da cui era stato tratta l‟omologa pellicola, magistralmente interpretata da Marcello Mastroianni, aveva suscitato in me segrete curiosità. “Che Lisbona abbia il fascino di Praga?”, mi dicevo. Non ero in grado di darmi una risposta. Praga aveva la Moldava, che è un fiume, Lisbona l‟Atlantico, che è un oceano. La mia diffidenza montanara non mi permetteva un giudizio sereno. La prima grande città costiera che raggiungemmo fu Porto. Tutta in salita, con stradette che si inerpicano, sensi unici in quantità ed un campeggio in un parco nella città alta. Leggemmo, da qualche parte, perché il gallo, inteso come animale, fosse presente nel nome del paese, ma il portoghese, simile al genovese, non è per me di facile traduzione. Porto ci apparve come una città varia, con quartieri pieni di gatti randagi e cani senza collare, ma anche con zone estremamente europee, come se ne potevano trovare in altre metropoli del continente. Il Rio Douro attraversa Porto e sfocia nell‟Oceano per cui non si capisce se sia quest‟ultimo che dà l‟assalto alla terra ferma oppure la montagna, che si allunga per tutto il Portogallo da nord a sud. 20 Poesia sul ricetto Quando la mia anima diverrà passero senza casa, a Oporto antica cercherò mercede, confidando in Fernando e nella brina. Gianni Milano Da Porto partimmo per inoltrarci verso l‟interno e visitare luoghi isolati ma estremamente accattivanti, sotto un cielo permanentemente plumbeo, come funghi misteriosi emersi dalla bruma e dal muschio. Lungo le strade che si inerpicavano si leggevano sovente cartelli che annunciavano “Pedone quando cammini sulla strada tieni la tua sinistra”. Il tutto, ovviamente, in portoghese. Mentre guidavo, e mi perdevo in fantasie, traducevo in chiave para-politica il messaggio che, rivisitato, suonava, in italiano, così: “Proletario (che sei in mezzo a una strada) stai sempre a sinistra”. Così riconciliato potevo sfidare l‟umido, il grigio e la lingua incomprensibile. Raggiungemmo, quindi, Guimarães. Da qui partì l‟indipendenza del Portogallo, in tempi in cui, non diversamente da oggi, la forza creava il diritto. La cittadina storica, medioevale, scura e chiusa, mostrava, in alto, un castello, simile, voglio ricordarlo, ai molti che costellano la Valle d‟Aosta. Sembra strano che io parli di un Paese bagnato per tutta la sua lunghezza dall‟oceano Atlantico con una insistenza per le strade „in salita‟. Ma così è. La dorsale del Portogallo settentrionale non è pianeggiante ma si mostra come una cresta che lo divide dalla Spagna di cui, appunto, un tempo era parte. L‟usare le gambe in modo caprino mi riconciliava con il mondo! Fu nella culla del Portogallo che trovammo, però, vecchie donne in nero che chiedevano l‟elemosina. Ci riprecipitò, la visione, nell‟Italia del dopoguerra. Quel Portogallo rurale mostrava una frattura nell‟ottimistica affermazione del progresso senza fine per tutti. Le anziane donne vestite integralmente di nero, con un fazzoletto, anch‟esso nero, in testa ed i capelli bianchi 21 che si intravedevano alle tempie facevano parte della contemporaneità ma, pure, ne erano in qualche modo escluse. Portammo a casa, come ricordo, un paio di calzettoni in lana grezza, che ben s‟adattavano agli scarponi e all‟Alpe. Castello, memoria di una potenza intercontinentale perduta, donne che chiedevano l‟elemosina, cielo plumbeo, tutto induceva alla malinconia e ci faceva pensare ai paesi del Midi francese con desiderio. Per consolarci provammo, il giorno dopo, a visitare un‟altra cittadina dell‟interno, nota per la sua abbazia, di cui non ricordo assolutamente il nome, essendo la mia memoria offuscata da una sorta di lontana paura evocata dalla dimensione trucida del cattolicesimo lusitano. So, però, che c‟era il sole, la struttura conventuale era veramente bella ed albergava una storia gentile. Trovammo all‟interno due sarcofaghi. In uno era la salma di non so quale importante re portoghese. Accanto ve n‟era un altro che ospitava il corpo d‟una donna. La storia è questa. Il re, sposato, si innamorò d‟una donna d‟umili origine, una cameriera di corte. Il suo amore non poté mai manifestarsi pienamente ma alla morte della donna pretese ch‟essa fosse sepolta con gli onori di una consorte e le fosse riconosciuto il titolo di „regina‟. Ora riposano accanto, quasi un‟antica versione, documentata dalla pietra cesellata, di Cenerentola. Trassi un sospiro, ricuperai un po‟ di euro con il mio Bancomat, e mi accinsi a raggiungere Lisbona. Vi giungemmo un pomeriggio. Ketty disse che stentava a riconoscerla a causa dei nuovi quartieri che si elevavano sulla collina, perché Lisbona è sì città portuale sull‟Atlantico ma ha, pur essa, un retroterra che si inerpica. Sulla sommità, anche qui, si trovava il campeggio, bello, spazioso, internazionale, dove, paradosso, parlai tutta una notte, in francese, con un Belga e con sua moglie che avevano adottato una bimba vietnamita. Trovammo anche una giovane coppia italiana, con lei incinta e lui giustamente orgoglioso in attesa dell‟evento. Ci spiegarono come scendere in città senza dover usare l‟automobile che non avremmo saputo dove parcheggiare. Il giorno dopo la famigliola torinese, composta da me, capellone tutto bianco, da mia moglie Ketty e dal cagnetto di nome Freak, salì su un autobus, pagò tre biglietti e si accinse a scendere verso l‟Oceano. Patii il tragitto. L‟autista curvava e controcurvava per stradette impossibili, contorte, ben diverse dalle vie rette volute dai Romani e preservate da Torino. Alla fine, con la colazione nel gargarozzo, giungemmo su una grande piazza da cui si dipartiva il tour turistico della città. Ebbi l‟impressione di vedere i resti d‟una antica bellezza, quasi da matrona ben truccata ma con gli evidenti effetti del tempo che passa. Lisbona era stata la capitale d‟un impero coloniale che soltanto dal 1974 aveva cessato d‟essere tale. Cercai di abbandonarmi alle sensazioni ma il mio 22 spirito critico mi ostacolava. Quel giorno, poi, si festeggiava sant‟Antonio che noi diciamo „da Padova‟ ma qui affermano essere „da Lisbona‟. Donne con santini ci avvicinarono per chiedere oboli. Superato l‟ostacolo ci inerpicammo per stradine rese celebri da film, con i tram rossi che paiono giocattoli, e raggiungemmo l‟ennesima costruzione bellicosa, il castello, inevitabilmente presente, da dove si dominava la città e si vedeva in lontananza l‟Oceano. Scendendo nel quartiere, estremamente misero, simile ad analoghi marsigliesi, trovammo, però, isole di convivialità, piccoli spiazzi dove la gente mangiava insieme, sotto lenzuola, camicie, mutande stese ad asciugare. Folclore dei poveri, meno penoso in estate, molto di più quando soffia il vento dal mare. A differenza di quanto pensavo non vedemmo una grande integrazione razziale. Gli Angolani, neri, stavano per conto loro, frequentavano i loro bar, le loro rosticcerie, anche se tutti mangiavano il „bacalao‟. La rivoluzione dei garofani non aveva cancellato una storia imperiale in cui l‟Angola era stata una colonia sfruttata duramente e tenuta in soggezione con le armi. Nemmeno andava dimenticato che fino al 1974 il Portogallo aveva patito un regime fascista con Salazar e cambiare abitudini e stili di vita non era cosa facile. Ketty cercò invano di indicarmi un quartiere che le era piaciuto in un suo viaggio precedente. L‟incendio lo aveva distrutto. Non doveva essere un quartiere di lusso ma un assemblaggio di baracche povere che il fuoco aveva facilmente divorato. Povera città! Terremoti, incendi… Lisbona aveva visto e vissuto le sue! In realtà io cercavo Pessoa. Avevo fatto un lungo viaggio per trovarlo. I poeti si annusano l‟uno con l‟altro come fanno i cani. Avevo seguito una pista ed ora cercavo di sentire la cornice nella quale un poeta amato aveva vissuto e scritto. Lo 23 trovammo, il Pessoa, salendo ancora una volta per un‟ascensionale strada elegante nel cuore della città benestante. Lo trovammo al bar, sotto forma di statua, seduto a sorbire un caffè. Accanto a lui alcune lapidi ricordavano altri poeti. Ci assestammo, degustammo anche noi una bibita fresca e cercammo un impossibile dialogo con Pessoa. Terminato il rito, per me potevamo anche andarcene. Lisbona non mi aveva convinto. Credo che se fossi vissuto in questa città sarei stato un malinconico e malconcio poeta. La cosa non mi attirava più di tanto. Salutammo Pessoa, in spirito. Discendemmo verso l‟Oceano. Incontrammo scorci di vita e paesaggio quieti, o forse io ero più disposto ad accogliere, dopo aver compiuto quello che era un ennesimo pellegrinaggio dopo Santiago di Compostela. . Al ritorno in campeggio avemmo la sgradita sorpresa dell‟autista di autobus che non volle far salire il Freak e ce lo disse in modo brusco per cui lo spedii a quel paese e decisi che una terra così poco rispettosa degli animali ed inurbana non avrebbe visto neanche più un centesimo da parte mia. Pigliammo un taxi, che, tra l‟altro, ci costò meno dell‟autobus ed arrivò più veloce senza contestazioni, e preparammo la vettura per la partenza il giorno dopo. L‟odissea non era terminata. La Lisbona moderna aveva mutato d‟aspetto. Le strade cambiavano in continuazione nome; alle richieste da parte di mia moglie di indicazioni la gente si allontanava, quasi spaurita, e mia moglie è un‟assistente sociale, non dovrebbe spaventare nessuno!. Alla fine, mantenendo l‟Oceano alla nostra sinistra, intravedendo resti della ex-potenza imperiale, di stile simile a quello fascista italiano, riuscimmo finalmente a trovarci in campagna dove un contadino, a gesti, ci indicò la strada per l‟Estremadura, terra che ci avrebbe portato a Salamanca, da Cervantes e dalle cicogne. Ci salutarono, 24 nella campagna portoghese, un mulino a vento, scorci coloratissimi di un villaggio dove mangiammo ottima zuppa di ceci. Il Portogallo ci lasciava un senso di incompiutezza, quasi una casa abbandonata ripiena di ricordi e ricordini che sapevano di muffa. Però il sole era finalmente giunto. Noi eravamo asciutti. Nei bar la gente guardava i Mondiali di calcio, la vettura non aveva problemi ed io e mia moglie, nonostante l‟età, eravamo contenti e in sintonìa. Digerimmo anche quest‟esperienza. Ci ripromettemmo di ritornare con calma un‟altra volta, soprattutto per visitare il Portogallo dell‟interno, e superammo la frontiera verso la Spagna altera e picara, verso don Chisciotte e il suo scudiero, con la sensazione d‟una storia europea carica di lutti e orgogli ma pure madre di utopie grandi, che volavano con le ali delle cicogne sui tetti delle chiese di Salamanca che ci accolse con un matrimonio in costume, musica e sfilata con offerta dei doni della terra. Quijote querido “Passante, un dolce eroe qui trovò suo riposo, ebbe virtù preclare e indomito coraggio, s‟egli non fosse stato il pazzo più grazioso, l‟avrebber giudicato degli uomini il più saggio.” Miguel Cervantes De Saavedra (trad. Giuseppe Fanciulli, 1932) Salamanca è città universitaria che raccoglie un centro urbano estremamente vivibile e gustabile. Al centro del centro ci trovai una piazza circondata tutta da edifici, come a Lucca. Ci trovai le cicogne. Ci trovai creatività ed allegria. Ci trovai un quieto gusto della vita. Ci trovai Cervantes. Arrivammo a Salamanca dopo aver abbandonato il Portogallo ed aver scoperto che, a differenza dell‟Italia, i distributori di carburante sono rari, per cui non riuscii a gustarmi i bellissimi paesaggi dell‟Estremadura nel timore di restare per strada senza benzina. Per prima cosa trovammo un campeggio a due chilometri dalla città e, indovinate?, esso era intitolato „Don Quijote‟. Piccolo campeggio con quattro sentierini che lo dividevano in piazzuole: 25 uno per il Cavaliere, uno per lo scudiero Sancio, un altro per la bella Dulcinea e l‟ultimo per Ronzinante. Il poter dormire tra queste evocazioni mi calmò lo spirito e mi ricondusse all‟idea iniziale del viaggio come pellegrinaggio, magari dell‟immaginazione. Da Santiago di Compostela al poeta Pessoa ed ora presso Cervantes ed i suoi drammatici fantasmi. Indubbiamente la città aveva un aspetto più ridente che non la scontrosa Lisbona. Ci mettemmo alla prova con lo spagnolo ordinando un caffè gelato. “Un „cafè frio‟”, chiesi. Mi arrivò una tazzina posata da un cameriere con mossa lesta sul mio tavolino. Dentro c‟era caffè , ma non freddo, e lì ci accorgemmo che non sempre quel che per noi è evidente lo è anche in casa altrui. A gesti, quindi, ci facemmo portare dei pezzetti di ghiaccio per la saporita bevanda. Da quel momento mi limitai al „muchas gracias‟, rendendomi conto che Tex Willer conosceva lo spagnolo meglio di me, nipote d‟una nonna che nella mia infanzia mi aveva rimproverato, insultato, blandito in spagnolo, essendo ritornata dall‟Argentina ove era emigrata con la famiglia. Poesia sul regalo d‟un canto 1 Il treno che veloce ti sfracella, anonimo fratello dell‟asfalto, e non s‟ode un lamento e sempre dritto corre il ragno delle rette parallele la mosca nella tazza nuota invano – non so che dire, non mi resta un suono ma un crollo nella testa ch‟è incupita come un naufragio d‟un vascello stanco e parimenti fondono le insegne rivolando di porpora e di giallo, come un pus di robotiche esistenze, inorganiche e assurde a far da velo ma Amleto piange il padre in Danimarca e la mia quaestio si rintana e a stento non viene presa a calci dalla ratio che infila le siringhe nelle braccia e illumina le vene e ratti e gabbianelle accanto al fiume che scorre come fluido di morto fanno sembiante d‟essere natura mentre non è che inganno cerebrale il fantasmatico mondo che ci appare e rattrappito il volto si deforma come l‟urlo di Munch e nelle stanze vuote di senso e di parole amiche in mulinello l‟eco netta attorno finché rimane il vuoto e pellegrino senza palandrana, nudo e dimesso dopo Nagasaki, con occhi che mostruosi hanno segnato tutto il mio corpo, vela sfilacciata, cavalco solitario Ronzinante in Salamanca, con cicogne in cielo, azzurro d‟un azzurro quasi finto, che sfinisce lo sguardo, che cancella il grumo della storia individuale e t‟invita alla sosta che t‟accolga, come un Cristo deposto dalla croce, in grembo 26 a una Madonna, e attorno il mondo, la vita ch‟è un ronzìo indefinito, com‟api a far corona dolorante al Lazzaro risorto ed è per questo che l‟ombra mia ripara l‟operosa innocenza di Concetta che al pari d‟una rondine garrisce e copre il sogno di progetti buoni, come mamma di tutti, anche nei nidi, intrecci di speranze e protezione a miscelarsi con Gaudi in funzione d‟una bocca sventrata, esclamazione, stupore ed allegria, perdizione dai campanili ai campi di Castiglia e mi parrebbe cosa degna e buona trasformarmi in un ciottolo fluviale che brilla al sole, che ignora il bene e il male, che non ha mete, che scioglie come sale nell‟universo tutto la sua storia, sentendo come gloria il disparire, nota tra note, gocciolìo e frinire, erba che s‟arcua sotto la carezza della brezza che giunge di lontano e viene e viene… 2 La notte è una coperta pelosina, un riccio che ti fissa dentro agli occhi, un‟assemblea di morti in quieta attesa, un profumo di gelso sopra il capo, un prato senza strade la notte è lo sbadiglio della luna che nei lampioni gialli si frantuma e disperde nel bronzo delle strade cavalli di Guernica e rimembranze in un balletto sincopato e ignudo ma nella notte più non vedo osceni simulacri di morte e d‟arroganza, più la mattanza in giostra mi inguaina ma molle tende simile alla pioggia sinuosamente al nulla ed io cammino, verso Santiago, verso la frontiera, verso il pelame oscuro d‟una mucca, verso le braccia d‟una pietra antica, sul sommo, a Roncisvalle, ben sapendo il morbido contare d‟una storia e gli occhi che m‟osservano curiosi come emanati spilli dalla polpa, fanno coreografia al vagolare in terre assimilate da fratello, in terre fate, in terre come manna nutrimento e romba dell‟Atlantico il furore e la pietra si spacca e il granchio muore nella melma dell‟uomo, nel colore senza colori, senza luce alcuna, sotto il pallido volto della luna. Se piango sciolgo il nodo della stanza nella quale il mio nome si conferma e l‟ombra se ne scivola lontano, nella ricerca del popolo dei buoni, ovunque la parola „pace‟ suoni, chiedo clemenza, chiedo compassione agli stormi dei vinti, nel giudizio che certo emetteranno un giorno, spero – povero vengo, con l‟animo sincero, 27 sotto la pioggia e nella notte amara. Gianni Milano 2002 Da Salamanca il viaggio proseguiva verso nord, attraversando velocemente la Catalogna che già conoscevamo, visto che vi abitava una coppia di amici con il loro bambino, e puntando su Pamplona avremmo attraversato i Pirenei a Roncisvalle. Avevo visitato quella città nel 1974, quando ancora non possedevo né patente né automobile ed a guidare era la mia prima moglie. A quel tempo Francisco Franco era ancora vivo, in me si agitava un‟antica paura. Valicammo, allora, calando dalla Francia, i Pirenei, tra boschi oscuri (o forse era la mia trepidazione a farmeli apparire più neri di quel che in realtà erano), interrotti ogni tanto da casermette dalla Guardia Civil. Sui frontoni delle caserme stava scolpita la frase nota anche da noi nel ventennio: Todo por la Patria. Mia moglie guidava, io osservavo ed il mio fisiologico anarchismo fremeva. Pamplona nel 1974 pareva una città italiana dell‟immediato dopoguerra. Poche luci, scarsi prodotti nelle vetrine, scarpe da donna con le suole di sughero. In cambio nella pensione casalinga in cui dormimmo eravamo circondati da immagini di Madonne e Santi d‟ogni specie e colore. In quell‟anno non ce la facemmo a restare. Dopo una notte scappammo e trascorremmo i giorni del viaggio di nozze in una tendina canadese sulla spiaggia del golfo di Biscaglia, in terra basca. Ora, però, Franco era morto, c‟era la democrazia in Spagna ed i corpi speciali dell‟esercito non fermavano più le automobili straniere chiedendo i documenti come allora, quando fu mia moglie a spiegare che ero suo marito legalmente sposato, anche se avevo i capelli lunghi. “Marito?”, risposero. “Allora proseguite...”, mentre io leggevo nel loro cervelletto di militari che stavano brontolando “Ma guarda un po‟ tu se una bella ragazza come quella deve mettersi con un tipo come lui, magari un „finocchio‟!”. Altri tempi!, ma occorre stare all‟erta perché le tentazioni integraliste ed autoritarie sono sempre pronte a trasformarsi in azioni violente. Questo mi passava per la mente e mi faceva corrugare la fronte. Ketty, la moglie attuale, scambiò la ruga per fastidio. In effetti non amo muovermi in vettura nelle città e se posso le evito. Ma necessario era passare di là per trovare un campeggio a ridosso dlella frontiera. Alla fine giungemmo a destinazione e fummo mal accolti da una ragazzina che doveva registrare gli ospiti e non parlava né in spagnolo né in francese ma soltanto in inglese (nelle zone di frontiera, ad influenza basca, sia la Spagna che la Francia sono vissute come „occupanti‟). Non ricevemmo alcuna indicazione sul prosequio del viaggio e ne facemmo a meno. Montammo il nostro piccolo igloo, ci facemmo una pasta asciutta alla faccia degli scontrosi ed andammo a dormire. L‟indomani, di buon‟ora, sbaraccammo e a bordo della nostra intrepida Panda 4 X 4 ci avviammo verso i monti, fuori dall‟aria puzzolente dell‟estate cittadina, verso il passo fatidico che costò la vita ad Orlando, l‟Arrabbiato, delle cui leggendarie vicende non c‟è luogo, in Italia, che non abbia traccia. Roncisvalle ci attendeva e di là la Francia catara, il Midi, il percorso verso il sole per le nostre umide ossa. La strada per il passo era a tornanti continui. L‟aria via via rinfrescava e diveniva più pulita. Non c‟era anima viva. Altro che l‟agitazione pamplonese! Tra l‟altro, e ci andò bene, è tradizione, in quella città, lasciare liberi i tori per le strade, provocandoli a grida, correndo loro dinnanzi fino a che qualcuno dei bipedi animosi non cade per terra e viene travolto dalla massa dei bovini infuriati. Lo chiamano sport e fa parte dell‟orgoglio locale! Io sono vegetariano, i tori uccisi nelle corride mi producono una gran pena e se, qualche volta, non dico malmenare ma spedire all‟ospedale per una quindicina di giorni gli „hombres valientes‟... Irritando la mia non-violenza il pensiero, lo ammetto, pareva un trapano o un cavaturaccioli. Quindi via di qui, verso una nuova avventura, una nuova poesia! Giungemmo a Roncisvalle e quasi quasi non ci credevo. Esisteva realmente un tale luogo! Di qui era passato Carlo il Grande con il suo famoso nipote e l‟esercito dei Franchi e qui Orlando ci aveva lasciato la vita. Ma non furono i Saraceni, come una lettura di parte vuol farci intendere, a provocare la morte d‟Orlando, il quale inutilmente suonò l‟Olifante, il suo grande corno, per richiamare 28 l‟esercito, ma guerriglieri, o predoni, o partigiani (comunque li si voglia intendere) baschi, i quali sbalzarono di sella i cavalieri della retroguardia lanciando sassi con le micidiali fionde e poi li sgozzarono. La storia si ripete sempre e la morte non ha fantasia. A Roncisvalle, sul passo, c‟è, rilevata, una grande croce, ed altre piccoline fatte con due rami intrecciati e piantate in terra da coloro che vi passano. Buon augurio, forse? Tradizione devozionale che preferisco all‟orgogliosa scritta in bassorilievo sul palazzo che fronteggia la chiesa di San Giacomo a Santiago di Compostela, scritta che urla “Santiago matamores”. Le umili croci dei viandanti sottolineano tutta la sofferenza che cammina per il mondo e produce vittime infinite. Mia moglie ed io ne piantammo una piccola e sbilenca per la nostra famiglia. Accanto alla croce si eleva un monastero-ricetto e non mi stupisce più che siano i luoghi elevati, antiche sedi di spiriti e dei, ad ospitare le case del Dio vincente, che dalla Palestina conquistò il mondo occidentale. Preferisco ancora, comunque, in onore dell‟antica prassi druidica, i boschi e la mia preghiera, seduto ai piedi di un albero, è silenziosa. Facemmo così anche questa volta, mangiandoci un panino con i formaggini, che non mancano mai, della „Vache qui rit‟. Iniziava la discesa di una montagna che conoscevo poco, boscosa e nebbiosa. Capii, allora, come mai il suono del corno di guerra di Orlando non avesse raggiunto Carlo Magno e i suoi soldati che procedevano in avanti. Da Roncisvalle al fondo valle in territorio francese staziona permanentemente una nebbia che si diparte da circa un metro e mezzo da terra. Si vede la strada ma il rumore è assorbito. Si viaggia avvolti dal silenzio, con rari incontri, perché la strada non è molto frequentata. Dissi a Ketty: ”Aveva un bel soffiare nel suo corno l‟Orlando, nessuno l‟avrebbe sentito...”. Ed infatti probabilmente così avvenne. I boschi ne proteggono la memoria. Giunti in Francia, con gran sollievo per il mio desiderio di dialogo ridottosi nelle terre di Catalogna e Navarra ad un antipatico monologo borbottato, decidemmo di mantenerci in quota e visitare Lourdes. Avevo, infatti, trascorso, da ragazzo, i tre anni della scuola media, allora distinta dalla scuola di avviamento, presso i Salesiani. Alla domenica vendevo caramelle nel cortile dell‟Oratorio e poi entravo gratuitamente al cine della Parrocchia. Lourdes faceva parte dell‟immaginario mio infantile. Perciò una certa curiosità, ora, nei riguardi d‟un luogo tanto nominato e visitato. Visto che eravamo sulla strada, tanto valeva, per me e per Ketty, farci un salto. Vi arrivammo nel pomeriggio e vi fuggimmo assai presto. In effetti lo spettacolo che ci si presentò mi lasciò sbigottito. Fu per me, non credente, uno scandalo. Dalla giovanile visione della piccola pastora si era passati alla speculazione più bieca ed il cemento, di svariatissimi ordini religiosi cattolici, aveva rosicchiato il paese. Mi accorsi, in quel frangente, di preferire le rocce della Languedoc, come luogo di meditazione e raccoglimento. Scendemmo in basso, sempre più convinti che la visione deve essere protetta nell‟intimo, che può, di certo, essere comunicata ma mai strumentalizzata. Quando, malauguratamente, questo avviene, allora perde d‟intensità, diviene simulacro, morta spoglia. Verso sera ci accampammo in un prato, perchè “Fate come foste a casa vostra”, ci disse il proprietario. Il mattino dopo eravamo a Carcassonne. La città bassa era fresca e linda, come capita sovente di osservare nelle cittadine francesi. Le signore a far la spesa parevano delle indossatrici e persino i cani trotterellavano con il naso in su. Bello il posto, molto laico e gaudente, impossibile, come al solito, il caffè, buone le baguettes. Scostato, sulla collina, ci stava, però il Castello ed il borgo medioevale che, ovviamente, volendo fare i turisti tranquilli, visitammo. Così scoprimmo il perché del nome imposto alla città. Pare che, in epoca medioevale, la città, entro le mura, fosse stata assediata e gli aggressori attendessero di prenderla per fame. Ma una nobile signora del posto, la Dame de Carcas, trovò un rimedio. Diede in pasto ad una scrofa l‟ultimo grano rimasto e poi la fece gettare fuori dalle mura, in faccia agli aggressori. Costoro, sventrata la maiala, scoprirono che era alimentata a grano e quindi ne dedussero che gli abitanti non fossero affatto ridotti alla fame. Preferirono togliere l‟assedio e la città fu salva. Dall‟unione di Carcas e „cochonne‟ nacque il nome della città. Lode sia alla donna ed alla scrofa che impedirono un massacro! 29 Di lì, con un sole benevolo sulla testa, ci inoltrammo in Camargue, dove trovammo un campeggio punteggiato d‟alberi di gelso, che segnavano le piazzuole per le tende. Gli alberi avevano grosse more che mi ricordavano l‟infanzia. Deliziosi poveri frutti legati ad una tradizione antica, quella dell‟allevamento del baco da seta, che si nutriva di foglie di gelso. La mia nonna aveva conosciuto tali tipi di produzione. Ora mi ritrovavo lontano dalle colline monferrine a mangiare con gusto le more di gelso. Ci riposammo per alcuni giorni, asciugandoci per bene, rosolandoci al caldo. Incontrammo pure una coppia di canadesi che viaggiava su bici, modificate per poter portare tenda ed abiti, attraverso l‟Europa. In maniera rustica offrimmo loro una cena a base di spaghetti. L‟uomo, canadese d‟origine francese, non aveva problemi nella conversazione, la donna, canadese di lingua inglese, riusciva a seguire, qualche volta richiedendo una traduzione simultanea. Pensare che l‟incontro si era realizzato perché Ketty, che non parla lingue straniere, al lavatoio aveva in qualche modo fatto amicizia con la signora e da brava siciliana l‟aveva invitata a cena! Avevo pubblicato da poco un libro scritto con Luigi su un tipo di pedagogia tribale che avevo praticato negli anni settanta e che faceva riferimento ad un libriccino proveniente da un nativo canadese, morto da poco. Mi parve destino! Potevamo ritornare a casa, trascorrere alcuni giorni nel nostro piccolo rifugio alpino. Prendemmo l‟autostrada per Nizza e ci avvicinammo alla frontiera ma, prima di varcarla, Ketty volle onorare una nostra tradizione, giocare al casinò di Menton. Così lei fece. Non vinse ma trascorse un‟oretta come una bambina contenta. Dato il suo duro lavoro di assistente sociale sempre impegnata in situazioni di malessere e dolore, mi pareva giusta e buona una diversione ludica. Eravamo partiti con la pioggia, tornavamo con il sole. Avevamo storie da raccontarci, piccole avventure da rievocare, righe da scrivere per Mario. La vetturetta filava per conto suo. Gertrude, l‟avevamo chiamata, conosceva la strada di casa. Il mondo continuava a ruotare. Gianni Milano 30 SU NOME, NOME la doppia ossessione della maternità e dell‟alimentazione: chi dà la vita e ciò che mantiene in vita. L‟allevatrice, in principio e finché la madre è in vita, e il sostentamento, dal principio della mia vita all‟ultimo giorno. L‟ossessione consapevole del cibo significa: non sei più un solo essere con TUA MADRE – ora sai che il cibo è all‟esterno e non è più la madre a darlo, abbondante e sùbito, dal seno gonfio. Allo svezzato che ha fame non è più dovuto nulla, se non per carità. Così è adulta o adulto. La nostra fame è proporzionale alla libertà di cui si „gode‟ (!). Chi mangia a volontà – senza consapevolezza della precarietà del rifornimento e di altro – non ha volontà. La catena di aforismi ripete e ripete e ripete (anche in poesia) * dov‟è la madre diversa, parte, tra i figli sopportare questa solitudine lunga, allora è fatto sfregio; dietro è fatta esperienza e luce; certo è giglio. chi credete che io sia? ti aiuto, spiega, con la mancanza fiera, aiuto – le roi dissociarsi, le roi urlare, così in fretta anche, dalle due mani, separare, oh, sassi, strumenti, colpire: il popolo a cui si è fatto; e fa vento innocente questo, nei rumori; ché corre vento. 31 * chi alimenta sé dei pani, più di un solo, morbidi, e i dolci, e i biscotti grassi e duri, ad uno è chiesto «tu già bruciavi? sì?», e per questo è tiepido uno, per acqua tiepida, uno è molle. non bruci? mai? nessuna virilità è questa, che realizza la figura minuta, alta dalla sedia. nome, nome: con gioco di parole – mutuato da Mesa, come molto altro – sul calembour «nomen omen». Qui il calembour è lo stesso Nome del libro. un altro Nome, impronunciabile, vi è incluso e non circoscritto. il libro contiene, al solito e di nuovo, i veri nomi di persone vere, o vive o morte. Poiché i nomi sono veri, si testimonia la terza ossessione, che è il tempo. Ad esempio, si è discusso su Tondelli: senza vedere che Tondelli ha avuto il grido per 11 anni e che il suo nome sopravvive alla morte da 16; non si vede che 27 anni di durata del nome significano che il suo nome è un Nome: nome è nome, con nominanza e discreto onore. non un libro SCRITTO, ma una partitura tentata: che riguarda la voce. La voce di chi è stato in silenzio – e insultato e colpito (non è una metafora) – non è la voce che irrompe sempre; e G. ha detto: sono stato violento, ma anche il tuo silenzio è violento; e ha detto: pubblichi sempre la tua vita privata: e non dico altro, e questo è un danno. Ma io dico a G.: la poesia ha bisogno di corpi, per reggere. Oggi è tempo di smobilitazione. Perciò bisogna spiegare le cose più semplici, di nuovo. Questa vita è PRIVATA: non si può avere, liberamente, l‟urgenza di PRIVARSENE? il performer non è solo aggressivo-isterico, il non performer non è solo mistico-elegante. Le due forme devono convivere nel corpo della stessa persona. Un piccolo Gotha critico riconosce chi è performer, in Italia – ma Grotowski è superiore al Gotha italiano. Il performer «è l‟attuante, il prete, il guerriero: è al di fuori dei generi artistici». io non „voglio‟ questo: ma così SI VUOLE DA ME, ed eseguo la mia parte del rito, come posso. e poco „inosabile‟ da osare ancora (e poche cose impreviste – se non i miracoli, a cui credo – da vivere o volere, e voler vedere, qui; e presto l‟uscita dalla madrelingua e la prima uscita dall‟Europa: l‟inizio sperato di altro, non una fine) (è forse l‟ultimo libro di poesia in italiano che scrivo, l‟ultimo in italiano per gli italiani) (e poi? dopo il libro undici c‟è veramente il libro dodidci: ma in altre parti e forme) non è per te – ma dóve? è certo villanella, cantata, perché, ieri, nell‟angolo romano – non è per te, infino al collo. infino al collo, «dolcissima caduta dei cementi» e delle case eccelse; e dei pavimenti, o altri percorsi, per l‟età – si piegano ammirabili. «la tua lingua 32 toscana mi manca», anche davanti a persone, e non lasciarla – e quando? e come? [la raccolta Nome, nome è uscita nell‟estate 2007, con una prefazione di Marina Pizzi, per le edizioni Inedition di Bologna] Massimo Sannelli 33 5 G I O R N I estratto da « Diario dei prossimi giorni » su http://nextdays.wordpress.com 11 luglio Nella parola mischi i semi alla terra, sperando in quel germoglio della sua natura volitiva. I cattivi eccessi però della stagione danno pochi esiti. Non gioisce neppure l‟amore del volto, risorto a breve distanza in una luce comune, appena intravista. Nella parola si mischia una donna di terra, in una posa aperta e scomposta. I due pugni scherzano sui fianchi, la bocca scioglie il nodo alla sua gola. * È tempo che anche gli specchi restituiscano una immagine al battito profondo delle ciglia, esprimano visibilmente un mondo, schiuso un po‟ più ai raggi nel sole. Ieri mi sembrava giusto proprio questo e strano di fermare ancora il passo in mezzo all‟erba, smetterla di scacciare altrove insetti e petali dai fiori, muovendomi senz‟accortezza. Era pomeriggio lungo il fiume, con gli uccelli dividevo il battito dell‟ansia come fosse già d‟Agosto, lo sguardo buono e innamorato, quello di una vacca uscita al fresco di mattina nel suo prato. Ho però sentito a un tratto giù cadere una pesca a un ramo, in acqua, dopo il tuffo in una pioggia di riflessi, lasciarsi trasportare. Sparita dai miei occhi dietro ai sassi non mi è più sembrata persa - era il primo mio pensiero, questo - ma come nata in luce, dopo un parto. 12 luglio Si cerca subito la somiglianza nei ritratti, la natura descrittiva come indizio di talento: ciò che «come è appare» rassicura. Il dolore forte resta altrove, sfugge. Il concreto fatto delle cose lo sfinisce. Temi invece in questo l‟invisibile, come parte di un raggiro caro a molti, finché non è prova data agli occhi, presentata bene. Non che stiano poi le cose come sembra. Si ha pietà però solo di ciò che è reale. Il resto sembra inutile disposizione per soffrire, senza meritare altra verità. 34 22 luglio Quando si è presa ormai la parola e siamo certi che sia tutta per noi, allora non si dovrebbe procedere a confutare un nonnulla emerso dalla conversazione, sciupare l‟occasione con quel ritmo perfetto, quasi canzonatorio, che fa prendere piacere a chi ascolta, interessandolo. Bisognerebbe tacere il più a lungo possibile, come si tiene un segreto, meglio ancora il respiro sott‟acqua e tenerla nascosta, tutta per noi, non dargliela più vinta. Se qualcuno inizia a muoversi, mettergli un dito davanti alle labbra, come si fa coi bambini, guardandolo fisso e seri negli occhi, come se con quel movimento si fosse scoperto e messo in un rischio grandissimo in chissà che affare e di essere scoperto. Fargli sentire a quel modo che tutto quello che stiamo facendo è solo nel suo bene e interesse. Solo così si spiegherebbe l‟invisibile, senza troppe decorazioni, mettendo le parole al riparo, in un luogo sicuro dai chiarimenti. 27 luglio Quando vedi un gruppo di uomini al sole scaricare un carro di casse di piante e sopra i filari a stento riquadrati vociare, tersi in fronte di quel sentore umido della fatica, e rossi d‟affanno quando coi loro scarponi misurano a fasce lunghe il crinale, gettano a calci pietre dentro l‟abisso, affondano giù nella terra le lame, le zappe nelle radici, allora si è certi di avere passato la forma, di assistere al mito, se tutto appare così distaccato in sé, lentamente, unica parte di quel falso fondale su cui tutto s‟agita, battuto. Allora la vite, l‟ulivo, la zampa leggera del ragno nel suo silenzio illuminato e le fila tese in un diverso divenire senza tempo, restano divisi in un identico mistero, che li fa apparire a sé. Tira l‟antica ferita in mezzo alla pelle nuova, per riprendersi la carne, questa dove ti senti più vivo, resa immagine di te – come la credi. Accodati all‟acqua piuttosto, l‟orecchio sopra la pietra, taci l‟altezza della parola, chinati al varco. 29 luglio Bisogna variare poco, le sillabe come i colori, per ragionare del cielo - una mattina di luce si spacca in ogni punto - così che cresca e diventi qualcosa anche in un solo centimetro il verso. È cosa fatta allora quella pressione sul vuoto che lo circonda. E tutta ardita nell‟aria e di scintille di suono nella vocale tra consonanti, la voce piana respira. Pare non così inutile anche la lingua ispirata. E dopo gli occhi, la gioia. Antonio Diavoli 35 UN PERCORSO SONORO A GENOVA Il percorso All‟uscita del Palazzo Ducale il suono del traffico si mescola con quello della fontana e del vocio di un gruppo di turisti che staziona. Pochi passi e lo scroscio dell‟acqua maschera ogni altro suono. Attraversiamo la strada: le automobili si fanno sentire di nuovo. Sotto il portico di via Dante tutti i suoni acquistano un riverbero sulle frequenze medie, anche la voce del mio accompagnatore, che mi sta guidando in questo percorso: una guida inesauribile nel fornire dati e indicazioni per dotare di prospettiva storica - uno sguardo attraverso la stratificazione di eventi e di costruzioni - le percezioni che mi giungono come dati simultanei. In questo modo anche il suono mostra il suo spessore e rivela la sua valenza abitativa, un ambiente da vivere con caratteristiche che si sono formate nel corso di una temporalità anche molto estesa. Piazza Dante: davanti a Porta Soprana possiamo abbassare il volume della voce, nonostante la presenza continua del traffico nella piazza. Si potrebbe descrivere la traiettoria nello spazio di ogni veicolo seguendone il suono, ma i vari suoni, nei loro tragitti, si mescolano in un unico sfondo che, pur presentando variazioni più o meno accentuate al suo interno, diventa percettivamente omogeneo e tendente a determinare una disattenzione dell‟udito nei confronti delle differenze. Imbocchiamo via Ravecca e le voci dei passanti diventano chiare, su uno sfondo appena riverberato: un vero e proprio cambio di scena sonora. Il tragitto di ogni veicolo acquista una sua collocazione distinta, mobile ma definita, tra gli altri suoni. A tratti si sentono anche i passi, insieme alle voci degli studenti. La commistione tra l‟ambiente achitettonico, la tipologia della presenza umana e la dimensione sonora invita a una sosta. Stiamo come in attesa, ma di qualcosa che già c‟è e si ripropone con moderate variazioni. Entriamo nella Facoltà di Architettura: nell‟atrio si sentono solo voci e passi, nell‟ascensore le nostre voci scolpite nello spazio ristretto. 36 Dalla terrazza la vista è sorprendente ma il passaggio dei veicoli sulla soprelevata è un magma sonoro continuo che sale verso di noi con una intensità che scoraggia la permanenza. Usciamo, direzione Casa Paganini: l‟ambiente sonoro sembra appartenere ad altri tempi. Piazza San Silvestro: uno spazio per apprezzare qualsiasi tipo di suono. Giù fino a Santa Maria di Castello. Entriamo. Anche se l‟ultimo tragitto percorso, una stradina incassata tra muri, si costituisce come una efficace protezione dai motori a scoppio che non vi transitino o che non siano nelle immediate vicinanze, l‟interno della chiesa non manca di dare la sensazione di oasi acustica. I suoni sono rarefatti e evidenti: passi leggeri più o meno riverberati a seconda della posizione, minimi scricchiolii di panche, sfregamenti di abiti, voci quasi afone, la chiusura ovattata del portone. Usciamo dalla chiesa, dopo una visita ai suoi tesori, inaspettati come gli scorci visivo-sonori degli spazi interni, e continuiamo il nostro percorso nel centro storico genovese. Arrivati alla fermata dei mezzi che ci porteranno alle nostre mete, mi separo dal mio accompagnatore. E‟ sera inoltrata quando torno nei luoghi in cui sono stato di giorno, poche ora prima. Santa Maria di Castello: le voci di alcune persone sedute sui gradini del sagrato sono riverberate dalla piazzetta. Si sente il traffico notturno della soprelevata, proveniente come da un luogo non precisabile. Dai vicoli intorno voci riverberate. La notte sembra restituire la città a una dimensione sonora prodotta prevalentemente dai corpi umani. Casa Paganini: ancora i suoni definiti e precisamente collocabili dei passanti, a cui si aggiungono voci di giovani che cantano; il suono sordo della soprelevata è sparito. Imbocco del Sestiere del Molo: il traffico si apre una breccia tra le mura; prendo per Vico delle Murette e i passi sono di nuovo nitidi mentre il traffico è mascherato. Lo stesso in Campo Pisano. Vico San Salvatore: voci e passi di giovani, che transitano e stazionano; musica lontana dall‟interno dei locali. Piazza Sarzano: il suono stagliato di un‟auto isolata che passa, si allontana, si perde. Voci di giovani vicini emergono nitide dal brusio di gruppi di persone più lontane. Il brusio aumenta fino a quando, in via Ravecca, la dimensione sonora diurna quasi si rovescia. Faccio ritorno in direzione del Palazzo del Principe evitando il più possibile di incrociare il transito dei veicoli. Habitat sonoro Questa sorta di partitura sonora che ho appena delineato costituisce sia un punto di arrivo che un punto di partenza. E‟ un punto di arrivo quando lo si intenda come un modo divenuto abituale di incontrare uno spazio urbano, più o meno esteso, vario, stratificato. Ma è un punto di partenza per una riflessione sulla qualità sonora ambientale. Senza richiamare rilevazioni scientifiche o normative sulla quantità di decibel presenti e permessi in un‟area abitativa, un esercizio che tutti possono fare è porsi in ascolto della dimensione sonora di un luogo. E‟ un esercizio di sospensione del ritmo con cui abitualmente si conduce la propria attività ma lo ritengo fondamentale per una valutazione soggettiva della vivibilità di un luogo: partendo dal campo di rimandi estetici l‟attenzione si sposta su aspetti abitativi che di quelli sono causa ma anche effetto. Ciò che generalmente sembra avvenire è che i suoni che vengono prodotti intorno a noi e che noi stessi produciamo abbiano la valenza, autonoma e trascurabile, di effetti collaterali al perseguimento di una meta. E‟ come se quando siamo in automobile il suono che essa produce fosse inesistente. E‟ vero che il rombo degli autoveicoli è stato molto ridotto, ma in ogni caso esso costituisce, per molte persone e per una parte considerevole della giornata, una sorta di tessuto connettivo nel quale si articolano gli altri suoni. 37 Penso che il senso dell‟udito abbia bisogno di una emancipazione da funzionalità di servizio a costituente di un habitat. Si può pensare che queste siano considerazioni da artisti; e in effetti dal punto di vista musicale, l‟ascolto dei luoghi rivela fenomeni sorprendenti sia riguardo alle qualità sonore che ai paradigmi compositivi. A proposito dell‟attenzione alla sonorità urbana, approcciata nella totalità che la estende anche agli interni, esiste una tradizione che - per fare solo alcuni esempi e per fermarsi al secolo scorso - va dal Futurismo e Luigi Russolo con la sua “Arte dei rumori”, per passare a Luciano Berio, Bruno Maderna e Roberto Leydi con il loro “Ritratto di città” e a tutta la musica che utilizza suoni “concreti” nella propria articolazione. Se però non si fa un discorso interno alle procedure e alle forme dell‟arte - e quindi alla costruzione di un pezzo musicale, di un‟installazione o di una performance - ma generalmente extraestetico, cioè se si fa un discorso a proposito di quanto non immediatamente percepibile riverbera intorno a un fenomeno che cade sotto i nostri sensi, porsi in ascolto dei luoghi - e quindi degli oggetti, dei corpi e delle voci - è per chiunque un modo di essere auspicabile per ripercorrere - riconoscendo, modificando o rifondando - una provenienza, un comportamento, un‟area di giudizio. Scegliere i luoghi Tralasciando la considerazione di ambienti naturali non antropizzati - penso a boschi, scogli, montagne - in cui non sia presente il suono del motore elettrico o a scoppio, veri colonizzatori sonori del secolo scorso, in Italia abbiamo la preziosa opportunità di incontrare ambienti urbani che offrono qualità acustiche e sonore che invitano a sostare, a stare. E‟ il caso di una città come Genova, straordinaria nell‟offrire varietà contigue e contrastanti. Ma penso anche alla quantità di borghi di origine medievale, in cui piccole piazze, chiuse o non accessibili al traffico, permettono all‟udito di sottrarsi alla continuità dello sfondo sonoro sordo dei motori, di scegliere i suoni da ascoltare e la posizione nello spazio, di distinguere ciò che proviene da un interno da ciò che si muove nel vicolo laterale, di sentire variazioni solo muovendo la testa. E magari è la campana che segna l‟ora. D‟altra parte non si può non percepire il dinamismo dell‟ambiente metropolitano, con la sua densità di esseri umani e di suoni, sia per quanto riguarda le opportunità relazionali che esso implica che, quasi conseguentemente, per la misura in cui conferisce senso all‟agire artistico. E non mi sono sottratto a immergermi empaticamente nella massa unica, di corpi e fronte di suono, di un concerto in un centro sociale. Tuttavia, ritengo che il giudizio estetico vada esercitato in continuazione, perché il criterio di bellezza ha un aspetto evolutivo ed è il risultato di un insieme di valutazioni che comprende anche questioni etiche. Uno degli effetti che auspico che un artista inneschi con le sue azioni e realizzazioni, rivolte a un pubblico come a se stesso, è un processo di consapevolezza su quanto cade sotto i nostri sensi; un processo che, nell‟aderire alle esigenze biologiche e psichiche dell‟esistenza, includa il riconoscimento dell‟ambiente acustico-sonoro come parte della condizione abitativa generale. E‟ evidente che la qualità della vita di una comunità è il risultato di una organizzazioneinterazione sociale complessa e ogni semplificazione rischia omissioni ingiuste. Penso, comunque, che i musicisti, come gli artisti che lavorano con il suono, debbano essere assidui nel pronunciarsi su acustica e sonorità dei centri abitati perché esse costituiscono fattori del tutto concreti sui quali basare una trasformazione. Angelo Petronella 38 FALSI E/O INTERPRETAZIONI (?) Avete mai ascoltato le sei Suites per violoncello di J. S. Bach? Ebbene, se la risposta è “no”, vi invito a colmare subito questa lacuna. Io l‟ho colmata abbondantemente, visto che ne possiedo due versioni... La prima che acquistai fu scelta, lo ammetto, in conseguenza di esigenze economiche; un‟edizione della Naxos. L‟esecutrice si chiama Maria Kliegel. Impeccabile ma un po‟ fredda. Si avverte ammirazione per il Maestro che nel lontano 1720 ci lasciava quest‟opera. Tuttavia, il rispetto costituisce un freno. Così, seguendo il consiglio di un amico musicista, mi lancio nell‟ascolto della versione di Pablo Casals. Suono pastoso, sbavature... ma che interpretazione! Lo immagino addosso allo strumento, occhi chiusi, a vivere la musica. E a farla vivere. Ora, con questo preambolo, sappiate che non intendo continuare a parlare di musica. Desidero invece porvi la domanda che mi è sorta in conseguenza di tale esperienza e cioè: perché eseguire più e più volte lo stesso brano viene accettato in musica (non solo per la classica ma anche per la moderna sotto la definizione di “cover”, tale fenomeno è presente anche nel campo cinematografico e si parla di “remake”) e non nelle arti figurative? La ragione non può (nel senso che se lo fosse mi dispiacerebbe) essere legata ad un fatto meramente economico, ovvero collocare i nuovi diplomati al Conservatorio. Voi mi direte, scuotendo la testa, abbozzando un sorriso “ma nelle arti figurative esistono i temi...”. a parte il fatto che esistono anche nella musica e nel cinema, sono perfettamente d‟accordo: ritratto, paesaggio, scene storiche, mitologiche, sacre, erotiche e via cantando. È quella che si chiama “pittura di genere”. Non è neanche il soggetto, il problema. Lo stesso autore può trattare decine di volte lo stesso soggetto aggiungendo ogni volta un significato nuovo: un esempio lampante è costituito da Morandi. Penso che risulterò più chiara con un esempio: se io mi sveglio una mattina con l‟intento di dare la mia interpretazione del Cenacolo o dei Girasoli, se sono ignota, nella migliore delle ipotesi verrà 39 valutato l‟impegno nell‟esecuzione ovvero la “somiglianza con l‟originale”; se fossi un po‟ più nota o avessi frequentato un istituto d‟arte, allora i miei verrebbero definiti “falsi d‟autore”. Che è un bel modo per dire niente. La ragione forse sta nel fatto che lo spartito che Bach ci lasciò risulta muto per la maggior parte dei mortali. Per me, almeno, lo è. Purtroppo. Da qui l‟esigenza di un medium, di qualcuno che traduca quel segno. Questo pensiero si può estendere a tutte le forme d‟arte che hanno bisogno dell‟intervento umano per esistere: teatro, opera, cinema... Potremmo benissimo leggerci i libretti comodamente seduti sulla poltrona di casa. Quello che cerchiamo non è tanto l‟opera quanto l‟amore, l‟interprete. In virtù dell‟individualità di ciascuno di noi, ogni giorno è possibile aggiungere una sfumatura ad un‟opera che è, così, compiuta ed incompiuta contemporaneamente. Forse perché quello che le manca è il colore. Con quest‟ultima frase direi che mi sono fatta una domanda e data una risposta, ahimé, in perfetto stile marzulliano. È dunque il colore l‟aspetto che completa l‟opera visiva e che la rende del tutto indipendente, che le permette di avere un‟individualità? O questa domanda deriva dall‟ennesimo tabù che bisogna far cadere? Veronica La Padula 40 PUNTASPILLI 1. Il nostro primordiale istinto cannibalesco ci permette di sbranare il contesto d‟un articolo offrendo ai lettori solo due laceri brandelli: [...]. L‟Italia è un Paese che ha avuto un approccio troppo autarchico nella gestione della ricerca scientifica. Basti pensare che solo fino a pochi anni fa era impossibile per uno scienziato straniero fare la carriera di professore in un‟università italiana e tuttora la circolazione di scienziati stranieri è troppo modesta. Guardiamo invece cosa succede altrove, in particolare negli Stati Uniti, dove migliaia di scienziati di valore provenienti da tutto il mondo hanno trovato spazio per affermarsi e crescere contribuendo in maniera cruciale allo sviluppo scientifico e tecnologico di quel Paese. Ma anche in Francia dove proprio in questi anni numerose giovani promesse della ricerca trovano possibilità concrete di lavoro. Oggi giorno si parla molto della fuga dei giovani cervelli che le nostre scuole formano, investendo energie considerevoli, e che poi sono costretti ad emigrare altrove, per mancanza di prospettive di lavoro nel nostro paese. I nostri cervelli emigrano e non riusciamo a importarne da fuori. È troppo facile (e triste) fare il confronto con quanto accade, per esempio, nel mondo del calcio dove risorse enormi vengono destinate per far giocare le migliori star nelle nostre squadre. [...]. Le varie riforme della scuola, a tutti i livelli, non sono riuscite, purtroppo, a far compiere passi significativi in questa direzione [nell‟innalzamento del livello generale di conoscenza nell‟area scientifica]. La domanda tipica che ci viene fatta da chi è estraneo al mondo della ricerca, ma troppo spesso anche dai giornalisti scientifici, è «a cosa servono le vostre ricerche?» e raramente viene fatto uno sforzo per capirne il significato e il loro valore culturale in sé. [...]. 41 SANDRO STRINGARI, Aboliamo le frontiere della scienza, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 20 settembre 2005, p. 18. 2. Estraiamo, da una risposta di Don Mazzi ad un lettore (lettrice?) di Oggi, alcune ghiotte indicazioni sui requisiti “professionali” necessari ad un (una) docente di Religione. [...]. Ne approfitto, invece, per domandarmi quali debbano essere le specificità di un/una docente di religione nella scuola italiana dl Duemila. Non reputo sia sufficiente la preparazione professionale, la capacità di comunicare, l‟eleganza del tratto e la forte personalità. Nei programmi scolastici l‟ora di religione dovrebbe essere un momento liberatorio, autentico, capace di porre domande profonde e far affiorare inquietudini interiori difficili da esternare in famiglia e con gli amici, luogo nel quale il confronto tra religioni diverse diventi dialogo permanente e ricchezza scambievole. Dove ci fosse un docentetestimone si potrebbe giungere anche a momenti di contemplazione e ascesi. Non vedo nel panorama scolastico testimoni capaci di offrirsi come mediatori di incontri tra il quotidiano e il sovrannaturale. È questo l‟urgente bisogno che ciascuno di noi ha quando si alza il mattino: fare sintesi fra queste due velocità. [...]. Domande di Oggi. – Il vescovo la caccia perché troppo bella per insegnare religione. È giusto? in Oggi, Milano, 21 settembre 2005, n° 38, p. 17. ANTONIO MAZZI, 3. Nella rubrica epistolare del Decimonono una lettrice deplora il fatto che il premio Nobel Carlo Rubbia lavori in Spagna dal momento che l‟Italia non ha saputo offrirgli condizioni soddisfacenti. Trascriviamo una piccola parte della risposta datale dal direttore del quotidiano. [...]. La verità è che una classe dirigente di straordinario livello l‟Italia ce l‟ha – solo che sta all‟estero. Basta scorrere gli elenchi di un qualsiasi ateneo, di un qualsiasi centro di ricerca, di una qualsiasi multinazionale, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, per incocciare in una sequela di nomi italianissimi. Sono gli emigrati dell‟ultima generazione, gente che se ne è andata fuori per un master, ha immediatamente ricevuto un‟offerta di lavoro e ora non è lontanamente sfiorata dall‟idea di tornare indietro. La ragione fondamentale della fuga di cervelli sta nel distorto e perverso meccanismo di selezione della classe dirigente che prima la partitocrazia e poi il nepotismo (e spesso le due cose insieme) hanno imposto in questo Paese. Ci sono anche altri motivi, naturalmente, ma qui, per dirla con una scorciatoia brutale, si va avanti per il nome che si porta o per le relazioni che si hanno piuttosto che per i meriti personali. [...]. LANFRANCO VACCARI, Il caso Rubbia e la fuga dei cervelli, in Il Secolo XIX, Genova, domenica 16 ottobre 2005, p. 43. 4. [...]. Che [cioè: la scienza] dev‟essere comprensibile, entrare nella vita quotidiana, far parte del nostro orizzonte: «Perché se rimane confinata nelle aule universitarie, legata a una certa accademicità, finiamo per perdere il contatto con la scoperta scientifica, e allora è un guaio» spiega Andrea Kerbaker, scrittore, manager e amministratore delegato di Telecom Progetto Italia «perché, come ci fa spesso notare Umberto Veronesi, questo distacco può trasformarsi 42 in diffidenza verso la scienza. invece dobbiamo sempre sapere dove ci sta portando e quali sono le sue potenzialità». RENATO TORTAROLO, Kerbaker: «Il pensiero scientifico deve entrare nella vita quotidiana», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 20 ottobre 2005, p. 14. 5. Così si conclude un breve articolo dedicato al libro, di Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi, “Matematica in camicia nera”. [...]. In questi giorni a Genova è in corso il Festival della scienza che sta ottenendo clamorosi risultati di pubblico. Le conferenze più ardue registrano il pienone di giovani, mentre i bambini possono entrare in contatto con le discipline scientifiche in modo nuovo e divertente. Purtroppo è ancora difficile parlare di un‟inversione di tendenza, soprattutto fino a quando la scuola continuerà a fare di tutto per farci “odiare la matematica”, e non solo la matematica. GIULIANO GALLETTA, Fascismo e matematica, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 1 novembre 2005, p.22. 6. Traiamo da un servizio di cronaca apparso sul Decimonono alcuni passi. Quasi sei milioni di italiani sono analfabeti e privi di un titolo di studio. Lo afferma uno studio dell‟Unla (Unione nazionale lotta all‟analfabetismo) dell‟Università di Castel Sant‟Angelo, presentato ieri a Roma. Il rapporto, basato sui dati dell‟ultimo censimento Istat del 1991, delinea un quadro preoccupante del livello di istruzione in Italia, che nella graduatoria dei 30 Paesi più istruiti del mondo compare al terz‟ultimo posto, precedendo solo Portogallo e Messico. Oltre 36 milioni di italiani (il 66% della popolazione) sono infatti “ana-alfabeti”, ossia hanno difficoltà a leggere e scrivere oppure sono totalmente analfabeti, pur avendo frequentato la scuola elementare. [...]. Ampiamente superata [la soglia d‟allarme] in un Paese [l‟Italia] in cui i laureati sono solo 4 milioni, ossia il 7,5% dei residenti. Una percentuale inferiore a quella di molti altri Paesi europei, come conferma il dato secondo cui, su 11 nazioni dell‟Unione europea, l‟Italia è all‟ultimo posto per numero di laureati tra gli addetti alla produzione di merci e servizi. Piuttosto basso è anche il numero di italiani in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore (quasi 14 milioni). Un altro dato molto negativo, visto che la licenza elementare e quella di scuola media ormai non bastano più per trovare lavoro. L‟Italia è insomma una nazione ancora molto arretrata dal punto di vista culturale, come ha confermato ieri Tullio De Mauro, docente di linguistica ed ex ministro dell‟Istruzione. Il quale ha sottolineato come «il 25% degli studenti con la licenza media non sappia né leggere né scrivere, né fare di conto». [...]. LUCA DE CAROLIS, Sei milioni di italiani sono analfabeti, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 15 novembre 2005, p. 6. 7. Scuola pubblica o scuola privata? Generalmente la scelta (anche per motivi economici) predilige la prima possibilità. Tuttavia, in questi ultimi anni si sta verificando un fenomeno nuovo, anche se facilmente prevedibile. Sono sempre più numerose le scuole di madrelingua inglese e sempre più alto il numero degli iscritti. Si tratta senz‟altro di una soluzione educativa elitaria, essendo le rette alte: da una media di 6 mila euro per l‟asilo a 9 mila per le 43 elementari. Comunque se osserviamo le proiezioni statistiche, ci accorgiamo che questo tipo di scuola avrà uno sviluppo significativo. Ci troveremo non solo nell‟alternativa di decidere tra l‟istruzione pubblica e quella privata ma anche tra istituto italiano e istituto straniero (fondamentalmente inglese). Non è un‟alternativa semplice da risolvere, ammesso che non ci siano problemi economici. Non è semplice, perché si tratta di stabilire come indirizzare la formazione del proprio figlio. È chiaro che nella scuola pubblica, ma anche in quella privata convenzionale, la socializzazione dei nostri figli assume preferibili caratteristiche egualitarie e non elitarie, le materie insegnate rientrano nell‟alveo della nostra tradizione, prevalentemente umanistica, e ci si diploma alla maturità conoscendo Dante e Manzoni, la storia classica e quella che ha formato la nostra nazione. Tuttavia, non ci vuole molta perspicacia per capire che cosa accadrà tra venti o venticinque anni, quando i bambini di oggi dovranno entrare nel mercato del lavoro. La conoscenza dell‟inglese sarà determinante, ma dovrà essere una conoscenza fluently, cioè un modo di parlare l‟inglese come se fosse la lingua madre. E poi la globalizzazione dell‟istruzione prevederà un apprendimento che perde i confini delle identità nazionali per meglio favorire un eventuale perfezionamento ad alto livello nelle università straniere, soprattutto se si studiano le discipline scientifiche. Cosa decidere? Se la scelta dev‟essere radicale e senza possibilità di mediazione, io, pur con dolore, taglierei i ponti con la nostra tradizione umanistica e manderei mio figlio, fin dall‟asilo, in una scuola inglese. STEFANO ZECCHI, Ho un dubbio: scuola straniera o no?, in Gente, Milano, 24 novembre 2005, n°47, p. 99. 44 PAMPHLET Estraiamo alcuni passi dal testo di un‟intervista all‟ottantunenne Giovanni Sartori, esperto in scienza della politica, professore all‟Università di Firenze e alla Columbia University. [...]. «Ma la democrazia è degenerata anche perché la scuola è crollata. Non produce più né educazione, cioè trasmissione del sapere, né educazione civica. E poi c‟è la devastazione di questa televisione, che porta alla perdita della capacità astraente, della facoltà di pensare per concetti astratti. Tutto nasce nel ‟68, quando si è stabilito che il sapere nasceva allora, che non c‟era più bisogno di trasmettere niente e che bastava affidarsi all‟immaginazione. Il messaggio del ‟68 era che ogni generazione passata aveva fallito. Tutto il sapere passato era quantomeno inutile e un nuovo, meraviglioso mondo sarebbe semplicemente stato generato dalla fresca e incontaminata ignoranza giovanile. Oggi la freschezza di quel messaggio si è persa, ma il potere della sua ignoranza è intatto. È un morbo, un male che continua a trasmettersi e a mietere vittime. Il male esiste, dunque. Esiste nel senso che i sanculotti universitari della rivoluzione giovanile hanno interrotto, ripeto, la trasmissione del sapere e affermato l‟antielitismo. I sessantottini intelligenti in seguito si sono ravveduti e oggi costituiscono la nuova élite. Ma quelli poco intelligenti – una larghissima maggioranza – vogliono ancora il governo dei loro simili, degli stupidi. Bisogna ripeterlo, le élites sono necessarie. Anche perché dire élite equivale semplicemente a raccomandare un principio meritocratico e funzionale. Fu il ‟68 a farlo diventare negativo. Il problema è che svalutando la meritocrazia si ottiene l‟immeritocrazia. Svalutando la selezione si ottiene la disselezione. E svalutando l‟uguaglianza in merito (e quindi l‟uguaglianza di opportunità) si ottiene semplicemente l‟uguaglianza in demerito. Ed eccoci qua. Quando ho fatto la maturità eravamo in 70. passammo in 13. io non ero un genio, se ho fatto carriera l‟ho fatto con la disciplina e lo studio della logica. Non ero nemmeno un secchione. Non mi facevo rimandare a settembre semplicemente perché non mi volevo rovinare le vacanze. Oggi 45 invece passano tutti, al punto che questa scuola sarebbe meglio chiuderla, dando così ai genitori la doverosa soddisfazione di occuparsi direttamente dei figli». (a cura di Walter Mariotti) GIOVANNI SARTORI, I sessantottini stupidi sono il male. Quelli furbi, l‟élite, in Class Pocket, Milano, novembre 2005, n° 235, p. 24. 46 SPAZZOLATURE 1. Rimanendo fedele al mio consueto malcostume, lacero il senso incontaminato di un articolo giornalistico per stralciarne alcuni passi da me trasformati in smarriti anatroccoli orbati della loro mamma. L‟estensore dello scritto espone alcune sue riflessioni sugli ultimi eventi riguardanti la riforma della scuola, proposta dal Ministro Moratti e inciampicata nelle pesanti e motivate critiche di molte Regioni. L‟infortunio politico induce il commentatore a reclamare che si tragga profitto dagli errori. [...]. Un secondo insegnamento è relativo al modo con cui i governi attuano il loro mandato elettorale. Il conflitto è certo il sale della democrazia e la possibilità dell‟alternanza attraverso le scelte dei cittadini elettori è una grande conquista democratica. Ciò non dovrebbe escludere, tuttavia, un minimo di cautela e di autolimitazione: gli elettori conferiscono il mandato per una sola legislatura e, di conseguenza, i governanti pro-tempore dovrebbero autolimitarsi nel varare riforme i cui principi fondamentali siano oggetto di conflitti radicali con lo schieramento opposto e anche con le autonomie regionali nei casi in cui esse siano coinvolte nella attuazione. Non ci sono materie, tranne quella costituzionale ed elettorale, che debbano essere per loro natura oggetto di consenso bipartisan. Nulla vieta, ad esempio, che ci possano essere distinzioni anche marcate in politica estera, finito il rigido schema della guerra fredda. Ma dentro ogni materia andrebbe accuratamente soppesata la quantità e la qualità di innovazioni da introdurre, specie quando esse non siano condivise e non sia ragionevolmente prevedibile che anche la parte soccombente in Parlamento non finisca per accettarle in futuro. [...]. 47 Il bipolarismo non può essere concepito come la tela di Penelope, in cui ogni maggioranza si ritiene per natura inamovibile, tessendo una tela destinata in realtà ad essere presto smantellata. [...]. STEFANO CECCANTI, Moratti, lezione di flop, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 17 settembre 2005, p. 21. L’ANELLO MANCANTE 1. In questo fine d‟anno il Secolo XIX si è divertito a stimolare, con il gioco della torre, lo spirito critico dei genovesi nei confronti dell‟anno appena trascorso. Alla domanda “Ma cosa c‟è da dimenticare, cosa invece da salvare?”, rivolta a quattordici persone, Eliana Amadio, presidente dell‟associazione Arti per la rinascita e la trasformazione urbana, riferendosi ovviamente alla sua città, così risponde: La cosa più negativa è la mancanza di continuità. Quando si fa una proposta nuova e magari incontra il favore delle istituzioni e del pubblico, poi troppo spesso muore lì. BRUNO VIANI, «Io del 2005 butterei ...» Il peggio di dodici mesi vola giù dalla torre, In Il Secolo XIX, Genova, sabato 31 dicembre 2005, p. 23. 48 GENOVA 1. Ecco un giudizio su Genova dato da Vincenzo Spera, imprenditore dello spettacolo. [...]. Tuttavia tra i difetti di questa città c‟è la scarsa comunicazione tra le varie espressioni artistiche: l‟“altro” non è mai visto come elemento di arricchimento. DONATA BONOMETTI, Spera: «Esiste anche la musica // non pensino solo a teatri e musei», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 17 novembre 2005, p. 28. 2. Silvio Seghi, contitolare del ristorante “Il Fado” di via San Donato, nel raccontare alcuni aspetti della sua vita “professionale”, venuta a contatto con varie persone della cultura genovese, si lascia andare alla seguente dichiarazione: [...]. «Gli enti locali non sembrano più di tanto interessati agli artisti contemporanei, la maggior parte delle collezioni istituzionali si fermano agli inizi del Novecento [...]». [...]. “Il Fado”, cucina d‟arte tra i maestri della pittura, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 22 novembre 2005, p. 33. RAFFAELLA GRASSI, 49 FARFALLE METROPOLITANE 1. Testo tratto dalla rubrica Le Lettere al Decimonono: A proposito di degrado delle stazioni, vorrei raccontare un fatto accadutomi a Pegli giorni orsono. Stavo scendendo la scala che porta al secondo binario quando, constatando lo stato di degrado delle pareti completamente lordate da graffiti e scritte demenziali, all‟improvviso mi è scappata una sonora risata. Una signora che stava scendendo con me si è indignata del mio umorismo e mi ha sgridato dicendomi che non c‟era proprio nulla da ridere anzi, visto l‟attuale stato della stazione avrei dovuto piangere. Le ho risposto che aveva perfettamente ragione e che dentro di me c‟era tanta rabbia. “E allora?” mi ha risposto. Le ho fatto a questo punto notare un cartello affisso al muro che sovrastava tutte quelle scritte che recitava: “Attenzione area videosorvegliata”. La signora mi ha guardato e non ha più parlato. Renato Durante Genova Pegli RENATO DURANTE, Le aree videosorvegliate, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 17 settembre 2005, p. 39. 2. Genova. Lunedì 19 settembre 2005, ore 17,42, linea d‟autobus 47; la vettura è occupata da molti passeggeri ma non è per nulla colma. Vicino a me sento protestare due persone di mezz‟età, un uomo (U) e una donna (D): - D – Eh! Ma che roba! U – Ci schiacciano come zanzare. 50 3. Genova. Venerdì 7 ottobre 2005, ore 14,30. Entrando nell‟aula 3a F, situata all‟ultimo piano del Palazzo dell‟Accademia di Belle Arti, ho visto, scritta alla lavagna d‟ardesia, la seguente frase: BENVENUTI NeLLA NOIA 4. Dal settimanale Gente traggo questa notizia: Scandalo in un istituto tecnico di Udine: un‟allieva, per convincere i compagni a farsi eleggere capoclasse, ha fatto uno strip, ma filmata è finita su Internet. ***, Strip a scuola per essere capoclasse, in Gente, Milano, 24 novembre 2005, n°47, p. 16. 51 IRIDI Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per Per un un un un un un un un un un un un un un un un un un un un un un un un un un universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale universale ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed ed armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico armonico sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo sviluppo della della della della della della della della della della della della della della della della della della della della della della della della della della personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità personalità ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! ! Vaclav Havel 52 SCHELETRI NELL’ARMADIO RAFFAELE MANTEGAZZA [...]. Se uno dei compiti assegnati all‟educazione almeno negli ultimi cinque secoli, da Comenio in poi, era quello di migliorare il mondo attraverso il miglioramento degli esseri umani, di realizzare la pax perpetua educando gli uomini e le donne almeno a non uccidersi a vicenda, dobbiamo tristemente ma realisticamente constatare che questo compito non è stato realizzato. Se l‟educazione doveva togliere agli uomini e alle donne la paura aiutandoli a vivere una vita dignitosa con le armi della ragione, della fede o della morale dobbiamo tragicamente ma obiettivamente constatare che l‟educazione ha fallito. E il mondo del ventunesimo secolo si apre su un panorama che enfatizza l‟educazione come mai prima era accaduto, e che contemporaneamente scivola verso l‟autodistruzione e l‟annientamento dell‟altro e del diverso con una radicalità e una produttività del tutto inedite nella storia. Il secolo dell‟istruzione obbligatoria per tutti, dell‟educazione per le donne, della formazione estesa ai popoli oppressi ha creato nuove forme di oppressione, ha creato al-Qaeda e i guerrieri di Bush, ha creato le scuole per gli aguzzini di Auschwitz e per i tecnici dello sterminio di Hiroshima. E proprio quando tutto diventa precario sotto le bombe o sotto le macerie ci sentiamo dire che tutto è educazione: proprio quando ogni problema sociale, politico, economico viene trasformato in « problema educativo» ci rendiamo conto di non avere alcuna risposta al problema del futuro della specie umana sulla Terra. In un mondo che declina rapidamente e inconsapevolmente verso la propria fine sembra che l‟educazione celebri il suo inutile, illusorio trionfo. RAFFAELE MANTEGAZZA, La fine dell‟educazione, Troina (En), Città Aperta Edizioni, 2005, pp.11-12. L‟educazione incontra la sua fine quando la brutalità della società si scatena contro il soggetto, non per eliminarlo ma per costruirlo integralmente, [...]. La fine dell‟educazione è la fine del sogno umano, per quanto borghese, di una società giusta per tutti; [...]. Op. cit., p. 23. [...]. Non ci spaventa né ci sorprende che le aziende mirino al profitto, semmai ci scandalizza che la logica del profitto abbia colonizzato anche ambiti che non dovrebbero né devono appartenerle, come la pubblica amministrazione, la salute pubblica, l‟istruzione, il divertimento; ma un‟azienda deve tendere alla massimizzazione del profitto ed è compito dello Stato e dei poteri pubblici legiferare in modo che questo obiettivo non sia in contrasto con il bene comune. [...]. Op. cit., pp. 45-46. 53 Anzitutto ci sembra innegabile l‟abbassamento dei livelli qualitativi: oggi la laurea triennale italiana è qualcosa di più – ma poco – della maturità di vent‟anni fa; le tesi di laurea diventano sempre più simili a relazioncine di tirocinio; il livello culturale, di elaborazione e di critica degli studenti e delle studentesse in uscita dal sistema universitario è sempre più basso; gli stessi programmi d‟esame si adeguano a questo «collo di bottiglia» della semplificazione a tutti i costi (anzi delle equazioni matematiche «tot crediti = tot pagine»). Oggi un ragazzo può laurearsi in Filosofia senza aver mai letto neppure uno tra i classici della filosofia occidentale, per non parlare della conoscenza del greco e del latino, dalle lingue straniere ecc. Le commissioni di laurea pullulano di studenti armati di «slide» e di lavagne luminose ma si fa sempre più fatica a trovare una tesi di laurea che risponda ai criteri minimi di serietà scientifica e criticità intellettuale. Ridurre i programmi come si è voluto fare per farli entrare a forza nell‟abito stretto della laurea triennale è stato uno dei più gravi contributi all‟abbassamento culturale della nostra gioventù. Ci sembra che le armi della critica debbano essere oliate da una raffinatezza culturale che sia all‟altezza dell‟oggetto da criticare, e che la supeficialità e l‟ignoranza, la cultura raffazzonata e le scorciatoie non portino alla critica ma solamente all‟acquiescenza. Scorciatoie che sono invece le strade più praticate nell‟Università attuale: un confronto tra i programmi di un corso di laurea di vent‟anni fa e quelli odierni potrà essere assai istruttivo al proposito. E per favore no ci si accusi di essere reazionari. Stiamo solamente sostenendo quello che molti altri colleghi pensano, cioè che l‟Università italiana è diventata una specie di succursale dell‟istituto tecnico, un luogo dove gli studenti stazionano per qualche anno senza che i loro processi mentali siano realmente stimolati e, perché no, messi in crisi da proposte culturali davvero alte, e soprattutto senza che essi possano incontrare discorsi alternativi rispetto all‟esistente, se non in qualche nicchia di poco conto e di poco potere e ancora meno appeal. [...]. Op. cit., p.52. [...]. Infine l‟Università italiana soffre dell‟eliminazione virtuale della ricerca: la sostanziale riduzione dell‟Università a scuola post-superiore, [...]. Op. cit., p. 53. [...]. Alla strutturazione mentale provvista dai new media, alla filosofia aziendalistica onnipervasiva dentro e fuori l‟azienda corrisponde una Università che sacrifica il meglio della cultura come pungiglione velenoso e critico al quieto vivere di un rapporto pacificato con il mercato. [...]. Op. cit., p. 53. [...]. Occorre insegnare a sognare, ma soprattutto insegnare a risvegliarsi e a fare del sogno un compito. [...]. Op. cit., pp. 61-62. 54 [...], è la felicità di tutti gli esseri viventi (non solo umani) a costituire uno sfondo di senso all‟educazione. [...]. Op. cit., p.64. 55 I N D I Z I pittura e scultura a Genova dal dopoguerra ad oggi Proponiamo un primo raffazzonato elenco di opere (dipinti, sculture, ecc.) presenti, dal secondo dopoguerra ad oggi, nello spazio urbano di Genova; ragion per cui chiediamo ai nostri lettori di farsi vivi per incrementare il numero e la qualità delle menzioni qui riportate. Nome autori, titolo dell’opera, ubicazione - Nr scheda fotografica KOSTAS piazza Matteotti 0 BANCA CARIGE, collezione d’arte contemporanea, Via Cassa di 1 0 GEORGAKIS, . Risparmio, 15 BANCA D’ITALIA, Via Dante, 3, (Reggiani F., 56 Il varo, 1982, bronzo – 2 fusione a cera persa; Sirotti Raimondo, vari dipinti astratti esposti al piano ammezzato) BANCA NAZIONALE DEL LAVORO, Largo Eros Lanfranco,2 (2 3 mosaici) BARBIERI VIALE MICHELANGELO, Parco di Villa Croce BOSCO ALDO, Via San Leonardo, 18 BUKER ANDRÉ, Parco di Villa Croce CARLO FELICE, Teatro d’Opera, Largo Pertini CAVALLINI, 2 La nave umana ..., 1992, via Antonio Cecchi CAVALLO ELENA Parco di Villa Gruber 3 4 CONTEMORRA, Parco di Villa Croce DEGLI ABBATI GIGI, Il mare nella storia, ’99-2000, Porto Antico5 FIESCHI GIANNETTO, Santa Caterina che riceve la pace dalla Trinità, Santa Maria di Castello, Via Santa Maria di Castello FONDAZIONE KATINCA PRINI, Salita Dinegro GALLERIA D’ARTE MODERNA, Villa Serra, Via Capolungo, 3 GAULAM VAL, Mahatma Gandhi, 22 giugno 2006, Porto Antico LUZZATI LELE, Via San Vincenzo LUZZATI LELE, Vetrate della sinagoga, Via Giovanni Bertora, 5 LUZZATI LELE, Scenografia scultorea, Porto Antico KAPOOR ANISH, (proprietà privata), Via XXV aprile, 12 MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA, Villa Croce, Via J. Ruffini, 3 MUSEO LUZZATI LELE, Porta Siberia NEBIOLO MARIO, Interventi pittorici sul muraglione di Via Dino Col PHASE II, 1996, Sottopasso di via Cadorna PIANO RENZO, Bigo, Porto Antico PIANO RENZO, Sfera bioclimatica, Porto Antico PIANO RENZO, modulo architettonico, Piazza Corvetto (attualmente 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 41 22 23 42 24 rimosso) PICASSO ALESSANDRO, L’albero della vita, 2000, Porto Antico6 PIOMBINO UMBERTO, San Tommaso d’Aquino, Santa Maria di 25 26 Castello POMODORO ARNALDO, Incontro fra industria e ricerca, 1992, 27 Istituto per le biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi POMODORO GIÒ, Sole – agli italiani nel mondo, ’89 – 2001, Stazione Marittima, Ponte dei Mille 7 28 2 Fotografie tratte da The Carlo Felice Opera House, Genova, Sagep, 1994. La presenza di questo monumento c‟è stata segnalata da Mauro Ghiglione. 4 Courtesy Ellequadro. 5 ESEGUITO DA MATTIA VIGO E FIGLI MOSAICISTI IN GENOVA 6 PRIMA SCULTURA AD ENERGIA SOLARE FOTOVOLTAICA DEDICATA ALL‟UNIONE EUROPEA 7 LA “GRANDI NAVI VELOCI” E ALDO GRIMALDI 3 57 REGGIANI F., Il leudo, via Carducci (proprietà Banco Di San 29 Giorgio) REGGIANI F., Il *varo, 1982, bronzo – fusione a cera persa, Banca 2 d’Italia, Via Dante, 3 ROSSETTI RICCARDO & STEFANO, Graffito situato all’ingresso della 45 stazione metropolitana di Principe, 1996 SIROTTI RAIMONDO, Sant’Anna e San Gioacchino, SS. Annunziata 30 del Vastato, Piazza della Nunziata, 4 SIROTTI SOMAINI, Mosaici pavimentazione Galleria Mazzini, 20018 * RAIMONDO , vari dipinti ammezzato della Banca d’Italia astratti esposti al piano SUSUMU SHINGU, Sculture eoliche al Porto Antico, 1992 Palazzo d’abitazione, Via Peschiera, 19, (rilievi) Liceo Scientifico Cassini, Via Galata, 34 Monumento ai caduti della Resistenza, viale Brigata Bisagno Monumento a Guido Rossa, Largo XII Ottobre Installazione della Biennale di Venezia – Porto Antico Sculture all’Expo – Porto Antico Cimitero di Staglieno Scultura di Via San Sebastiano Scultura in Via Renata Bianchi, Campi, Cornigliano Scultura situata in piazzale Marassi, antistante lo Stadio di Calcio Luigi Ferraris 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 43 44 Nel sito di Cantarena verrà quanto prima indicato l‟indirizzo della pagina su cui saranno visualizzate le fotografie. DONANO QUESTA OPERA DI GIÒ POMODORO A GENOVA LA “SUPERBA” ED AL SUO PORTO LUGLIO 2001 Le fotografie 31 e (31) sono tratte dall‟opuscolo “Genoa - A Port on a Human Scale, a cura dell‟Autorità portuale di Genova e della Stazioni Marittime s.p.a. 8 MOSAICI DONATI DA CAMERA DI COMMERCIO FONDAZIONE CARIGE E CON IL CONTRIBUTO DI TRAMETAL 58 POMODORO ARNALDO, Incontro fra industria e ricerca, 1992, Istituto per le biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi 59 60