PIERANTONIO BOLOGNINI
Gardone
e la
Valletrompia
Storia e Tradizione
Tradizione
a cura di
Sandra Zubiani
MUSEO DELLE ARMI GARDONE V.T.
Quaderni del museo, 2
Novembre 2009
sommario
PREISTORIA E STORIA ANTICA
L’OCCUPAZIONE ROMANA
CRISTIANIZZAZIONE E MEDIOEVO
IL DOMINIO VENETO
DA NAPOLEONE ALL’UNITA’
NAZIONALE
LE TRADIZIONI
La localizzazione della provincia di Brescia, situata
quasi al centro della Valle Padana, ha fatto sì che il suo
territorio fosse incrocio di numerose vie di
comunicazione commerciali e culturali e che il suo
baricentro nella zona pedemontana fosse naturalmente
BRIXIA denominazione attribuita ad un centro abitato
che nelle sue origini si può far risalire alle genti Liguri
ed ai Celti.
Carta del “Bressan” edita nel 1701 a Parigi da J. Nolin
Da “Atlante Valtrumplino” Brescia, 1982.
Sicuramente dunque, il territorio bresciano è entrato in
contatto, subendone i vari
influssi, con popolazioni e culture disparate dal neolitico fino
all’età del ferro ed oltre. Nel bresciano troviamo infatti
testimonianze delle palafitte neolitiche e dell’età del bronzo
(stazioni di Polada, Gottolengo e Remedello) delle civiltà di
Golasecca, Villanuova ed infine delle tribù alpine di origine
prettamente retica.
Sicure tracce dell’umana presenza nel territorio bresciano
risalgono al paleolitico inferiore (150.000 anni fa =
rinvenimenti dell’altipiano di Cariadeghe nei pressi di Serle)
ma molto più abbondanti sono le testimonianze che si
riferiscono al Mesoliticoi(8000- 5000 a.C.) ed al Neolitico
ii(4.500 – 2.000 a.C.). Ricorderemo specificatamente per la
nostra Valle.
le punte di lancia in selce rinvenute nel 1935 da Pavan e
Bottali nei dintorni della Busa del Tof (a cui si accede
dall’antichissima stradicciola che unisce Ponte Zanano
(località Grina) con Noboli, che testimoniano la presenza
umana in loco tra il paleolitico ed il neolitico e che
“costituiscono, molto probabilmente, la più antica
testimonianza della civiltà in Valletrompia” (Simoni).
Ad esse si aggiungono i ritrovamenti dei laghetti di
Ravenole (Maniva = settimo millennio a. C.) e del laghetto
di
Desdana.
Fra le rare testimonianze
dell’eopoca mesolitica,
i
ritrovamenti di superficie della zona testimoniano l’esistenza
di possibili bivacchi di cacciatori che si adattavano
sapientemente al rigido clima locale e la presenza di una
stazione di scambio per gli utensili selciferi che venivano
importati dalle zone di giacimento (Lessinia).
la paalstab (ascia a bordi rivoltati) di Gardone (età finale del
bronzo)
i ritrovamenti gardonesi della Busa dela volp nei pressi della
Basilica di S. Maria degli Angeli (selci e picchi), quelli della
Rocca di Marcheno ( stampo di fibula e pesi di telaio) quelli
del Monte Gardio (terracotte) di Pezzaze e vari reperti della
raccolta Pietro Cotelli
(ora nelle collezioni della
Sovrintendenza) effettuati in vari centri della Valle.
A detta dell’Albertini il substrato etnico più antico
identificabile nel territorio bresciano è identificabile con
quello delle genti liguriiii, popolazioni preindoeuropee
diffuse in vaste zone dell’Italia Settentrionale. La presenza
di insediamenti liguri è testimoniata nel territorio dei laghi
d’Iseo e di Garda e sul cittadino colle Cidneo. Alcuni gruppi
liguri penetrarono anche nelle Valli dove divennero stanziali,
abitando grotte o capanne e dedicandosi alla raccolta ed alla
caccia.
Dal 2000 a.C., infatti, le migrazioni verso l’Europa di
popolazioni provenienti dall’antica Persia (in cui in tempi
più remoti erano giunte dall’India) chiamate indoeuropee si
fecero più massicce. Queste genti scesero ad ondate
nell’Europa centrale da dove procedettero verso le vallate
alpine e le pianure dove si integrarono con gli sparuti gruppi
preesistenti prendendo nomi diversi od in base alla
provenienza o ai luoghi di insediamento
(Liguri, Reti,
Etruschi……). Ogni gruppo aveva propri usi e costumi ma
conservò una affinità di linguaggio che ricordava la comune
origine e la comune provenienza dalle zone asiatiche.
I RETI, forse un sottogruppo etrusco, lasciarono nella nostra
Valle testimonianza delle loro caratteristiche fisiche
“nordiche di genti delle Alpi” e del loro linguaggio aspro e
duro
(Tito Livio Ab Urbe Condita V.33).
Sull’origine dei Reti non esiste infatti una precisa
convinzione, ma vengono proposte dai vari storici o dalle
loro varie scuole, tre ipotesi:
* Livio identifica i Reti con
gli etruschi che
stanziatisi nelle Valli persero le loro tradizioni
tranne i suoni della lingua madre (Livio Storia di
Roma V, 33)
* Plinio sostiene che i Reti erano in realtà gli
etruschi cacciati nelle Valli dalle prime invasioni
galliche dei tempi di Tarquinio Prisco
* Il Mommsen ed altri storici moderni,
presupponendo
che
gli
Etruschi
fossero
anticamente discesi dalle Alpi, considera i Reti
come le retroguardie di queste popolazioni in
viaggio verso il centro dell’Italia.
Di queste tribù retiche sappiamo che erano
autonome le une dalle altre ( Omines in multas
civitates divisi Plinio Naturalis H. III, 20) ed, in
epoca preromana, unite da scarsi legami culturali
La presenza etrusca nelle nostre Valli è più controversa.
L’Albertini sostiene che l’esame dei reperti epigrafici
dimostra la diffusione dell’alfabeto etrusco settentrionale nel
territorio ma che pare esclusa una penetrazione etnica
etrusca, altri sostengono tesi opposte; le fonti letterarie (
Virgilio, Plinio, Cornelio Nipote) affermano che gli etruschi
ebbero il pieno controllo dell’Italia Settentrionale sino alle
Alpi.
Sostegno a questa ipotesi fu il progressivo specializzarsi
della popolazione delle Valli nell’estrazione del minerale
dalle miniere, di cui i territori erano ricchi, e nella
lavorazione del ferroiv con l’introduzione dei forni “ a
cumulo” che consentivano di ottenere una maggiore
percentuale di metallo. Questa specializzazione consentì
commerci con le tribù vicine (ed anche lontane) e non a caso
(Simoni) l’influenza etrusca sulle Valli nei secoli dell’età del
ferro coincise, e fu di grande rilevanza con lo sviluppo
tecnologico registrato nello stesso periodo nella nostra Valle.
Per i cultori degli antichi dialetti, di notevole importanza è
sottolineare come, proprio gli etruschi, lasciarono nel dialetto
trumplino una ricca eredità terminologica relativa, in
particolar modo alla lavorazione del ferro e della miniera che
si ricollega allo loro antica origine orientale:
LOPA = scoria di fusione
BRASCA – BRAZA = brace
SEA = Canale, seriola, ghisa, metallo fuso
MEDA = Catasta di legna – di letame
MEDOL = Cava di pietra – miniera di ferro
POIAT = Catasta per il carbone
ARAL = spiazzo dove si erigeva il POIAT
Secondo il Marzolla gli etruschi non conoscevano il
pronome personale IO che sostituivano con MI ( a me)
La stessa cosa capita nel nostro dialetto dove IO è sempre
ME (Me so nat).
E’ di probabile origine etrusca anche la sorda aspirazione
della consonante S che si pronuncia come H aspirata
sopra = Hura sotto = Hota
Tra i popoli che in epoca successiva, si stanziarono nell’Italia
centrale e che allargarono la loro espansione alla Spagna,
Irlanda, Isole Britanniche e Galles vi furono i Celti, chiamati
dai romani Galli o Galati. E’ probabile (Simoni) che loro
gruppi, anche precedentemente, abbiano compiuto
sporadiche spedizioni anche in Italia valicando le Alpi e
raggiungendo la Pianura Padana, ma solo nel 450 a.C. i Celti
con una vera e propria invasione occuparono l’intera Italia
Settentrionale giungendo a scontrarsi con le legioni romane.
Resta, per noi, da chiarire chi fossero i Galli o Celti.
Più che una razza ( bianchi, alti e biondi con gli occhi
azzurri) i Celti furono una comune civiltà ben definita che
andò maturandosi tra le genti dell’Europa centrale sin dall’
inizio dell’età del ferro e le modalità del loro agire politico
sociale e militare, possono trovare un’importante
testimonianza descrittiva negli scritti del De Bello Gallico
(1, 2 e segg.) in quanto Cesare ci tramanda relativamente alla
migrazione degli Elvezi.
Nel nostro territorio, tra l’Oglio e il Mincio, si stanziarono i
Galli Cenomani del popolo degli Aulerci. Livio ci presenta i
Cenomani come un popolo che amava vivere in piccoli
villaggi nella pianura ma che seppe raggiungere anche le
zone montane cacciandone o sottomettendone le popolazioni
indigene.
Ricostruita pittoricamente,
l’organizzazione sociale di una tribù celta
Trovarono in Valle Trompia tutto quanto loro necessitava: il
ferro per le armi e gli attrezzi, i boschi e le terre per le loro
coltivazioni.
Indubbiamente il nostro tradizionale dialetto riflette questi
periodi d’occupazione in una ricca serie di termini riferentesi
ai lavori agricoli:
LA SGUR = la scure
I BO’ = i buoi
EL PODET = la roncola, il pennacchio
EL FIOCHET = il falcetto
LA RANZA = la falce
EL BENEL = Carro a due ruote
LA FURCA = il tridente
I Celti che non praticavano scrittura e non costruivano
templi, si rapportavano al mondo naturale con una profonda
religiosità; nella terra ed in questo mondo, nelle montagne,
nelle sorgenti e nei fenomeni naturali essi coglievano le
manifestazioni di una grande potenza primordiale che
onoravano con i loro riti nei boschi e nelle vicinanze delle
polle d’acqua.
Nel bresciano i Cenomani si sovrapposero agli abitanti
primitivi portando a compimento il mastodontico lavoro di
dissodamento e di bonifica delle terre coltivabili e
disperdendo nella campagna i loro villaggi.
Purtroppo scarsissime sono le testimonianze archeologiche
che possano documentare il periodo. Sicuro insediamento
cenomane fu quello cittadino del Colle Cidneo che dovette in
breve tempo acquistare una vasta estensione, tanto da essere
indicato come la prima città cenomane che non fu però mai
capitale di uno stato organizzato ( fra i Celti un’unità centrale
di comando si creava solamente in occasione delle grandi
spedizioni belliche e non nella gestione delle normalità
economiche sociali o politiche).
Il territorio bresciano entra quindi nella documentazione
storica, dopo il lungo periodo delle tenebre preistoriche,
come territorio cenomane. Tale, infatti, ce lo definisce
Polibio, il primo tra gli autori classici che ce ne parli,
avvalorato dalla conferma degli scritti degli altri storici
antichi. Brescia è il centro del territorio occupato dai Galli
Cenomani al di qua delle Alpi e, come città, ricopre una
grande importanza politica reale, forse non più raggiunta
nella sua lunga storia.
Ma chi erano i Cenomani ? Quale era la struttura sociale di
queste genti ? Da dove venivano ? Tito Livio nella sua
grande opera risponde a questi quesiti ( Storia di Roma, libro
V cap. 35).
Mentre infatti in Roma regnava Tarquinio
Prisco (616-578 a.C ca.), (ci ricorda Livio) dalla terra di
Gallia, abitata dai Celti, partirono i fratelli Belloveso e
Segoveso, nipoti del re dei Biturgi. Belloveso puntò
all’Italia: passate le Alpi, dopo aver superato infinite
traversie, sconfisse una tenue resitenza etrusca e fondò
Milano. Lo seguì Elitovio con un’altra schiera di Galli : i
Cenomani ed i nuovi invasori, col consenso di Belloveso,
occuparono Brescia e Verona. Altre successive orde galliche
giungeranno poi fino a Roma (Livio Storia di Roma V.35v)
Giunti nella Pianura Padana i Celti incontrano le tribù Liguri
e le estreme propaggini della dominazione etrusca che con
ogni probabilità non opposero agli invasori una strenua
difesa ( con l’eccezione delle popolazioni venete) e seppero
raggiungere
con le popolazioni indigene una salda
integrazione, tanto consolidata che la Pianura Padana venne
poi chiamata dai romani Gallia Cisalpina.
La presenza dei Cenomani nel Bresciano, se trova larga
espansione nella pianura, si frena verso le montagne ed in
particolar modo all’imbocco delle nostre tre Valli abitate
dalle popolazioni dei Camunni, dei Trumplini e dei Sabini.
Scarsissime notizie ci restano di queste popolazioni prima
del loro drammatico incontro con la civiltà e le legioni
romane, incontro che ci è ricordato dal grande “Tropheum
Alpium”. eretto a La Turbie dopo la conclusione della Guerra
Retica, in cui i Trumplini ed i Camunni vengono citati al
primo posto tra le le genti sconfitte (Gentes devictae).
Il Tropheum
Alpium di La
Turbie (Principato
di Monaco) con
alla base
l’iscrizione che
elenca le tribù
sconfitte dalle
legioni romane
Negli ultimi secoli che ci avvicinano alla nascita di Cristo
nella nostra Valle vanno formandosi numerosi centri abitati
che dopo Noboli e Zanano daranno origine a Sarezzo,
Gardone-Inzino e Lumezzane le cui origini preromane sono
testimoniate dalle numerose epigrafi rinvenute e che
testimoniano toponimi e culti preromani (Tullino = Inzino,
Brasseno = Noboli, Le Ninfe = Gardone). Ancora le epigrafi
ricordano i Gennanates, probabilmente ad indicare le
popolazioni della Bassa Valle ed i Bovenates ad indicare
quelle dell’alta Valle. Andranno formandosi in questo
periodo i due centri territoriali ed economici che prenderanno
poi il nome di PAGUS LIVIUS (per la zona a Nord con
centro a Bovegno, terra d’attività silvo-pastorale e di
miniere) ed il PAGUS IULIUS (per la zona a sud con centro
Inzino con una vitale economia basata sull’artigianato dei
metalli che integrava una marginale economia agricola.
I trumplini, circa duemila anni fa, prima della dominazione
romana vivevano quindi nei loro villaggi sapientemente
costruiti, in base ad antiche esperienze, sulle pendici dei
monti ad evitare le piene del fiume. Lavoravano la terra,
allevavano gli animali, cacciavano con gli archi e con le
trappole e cavavano la vena dalle loro montagne validamente
aiutati dalle loro donne che macinavano i cereali, cuocevano
il pane, confezionavano i vestiti per una vita sapientemente
organizzata con le proprie cerimonie sociali e religiose e
utilizzando i beni comuni appartenenti ad ogni villaggio.
Praticavano il culto dei morti e tutti gli abitanti delle singole
comunità potevano utilizzare e trarre beneficio dai beni
comuni appartenenti ad ogni villaggio: il bosco, i pascoli, le
acque in base ad antiche consuetudini tramandate oralmente
Giunge ormai, per la Val Padana e quindi per le nostre Valli,
il tempo della conquista romana. Tra il 197 ed il 170 a.C.
vengono vinti e costretti alla resa i Cenomani che però
vennero poi trattati come alleati assumendo la funzione di
controllori delle popolazioni delle Valli che, mai dome, non
accettavano di sottomettersi ai nuovi dominatori.
Nel 170 a.C. Brescia e la Bassa Valtrompia vengono
assegnati alla tribù Fabia
Nell’89 Roma concede il diritto latino ai popoli vinti
conglomerando nel numero dei propri i loro abitanti
Nel 49 a.C. Brescia ottiene la cittadinanza romana
Nel 42 a.C. Tutta la Gallia Cisalpina fa parte
dell’Impero
Romano
“Italia Gallica sive Gallia Cisalpina”
Distribuzione delle genti Celtiche in Val Padana
Ortelio, 1590
I nostri antenati resistono però tenacemente alla politica
espansionistica imperiale costringendo Augusto, che vuole
appropriarsi di tutte le Alpi, ad intraprendere una vera e
propria guerra contro le tribù alpine con l’intento di
sottometterle definitivamente. Nel 170 a.C. Brescia e la
Bassa Valtrompia vengono assegnati alla tribù Fabia,
Le legioni romane, comandate da Publio Nerva nel 16 a.C.
risalgono la Valle e la resistenza trumplina sarà
definitivamente sconfitta dalle truppe romane dopo mesi di
scontri da Claudio Nerone Drusovi subentrato a Tiberio nel
comando delle truppe imperiali. Druso finirà poi i suoi sogni
di gloria per una mortale caduta da cavallo.
Pesanti sono le conseguenze dell’occupazione: tutti i
trumplini superstiti sono ridotti in schiavitù e dichiarati “
venales” (vendibili), quelli atti alle armi vengono deportati ed
il territorio della Valle, che pare trasformarsi in un vivaio di
schiavi, passa direttamente al demanio imperiale.
Contrariamente però a quanto si potrebbe supporre la
dominazione romana dà inizio allo sviluppo di una fiorente
economia che si accompagna al rispetto osservato, come da
tradizione, per i culti indigeni.
Probabilmente anche il livello delle condizioni iniziali venne
alleggerito in seguito ad un massiccio arruolamento e
all’importanza strategica delle risorse minerarie.
Brescia divenne COLONIA CIVICA AUGUSTA e si
trasformò in un centro civile e militare di grande importanza
impreziosita da realizzazioni civili di rilievo: il Capitolium, il
Foro, il Teatro, le Terme ecc..
Ricostruzione del Foro di Brescia chiuso dal tempio capitolino
addossato al colle Cidneo
(Da Archeologia viva, 98- 2003)
Il tempio Capitolino come appare oggi nella sistemazione
museale degli anni trenta.
Anche la bassa Valle venne abbellita da alcune domus
patrizie ( Villa Carcina = grandiosa villa scoperta nel 1965)
e tra la Valle e la città si instaurarono nuovi rapporti
commerciali d’interscambio. I reclutamenti di giovani
valtrumplini
per le legioni portarono inevitabilmente
all’uscita dall’antico isolamento e all’inizio di nuove forme
di organizzazioni civili e militari. (Simoni).
Tavoletta bronzea di patronato
Rinvenuta a Zanano nel 1610
Da: “Atlante Valtrumplino”
Brescia, 1982
La Valle divenne oggetto di una grandiosa realizzazione
civile a vantaggio della città: l’acquedotto in muratura fatto
costruire per volontà di Augusto (m. 14 d.C.) e del suo
successore Tiberio ( 42 a.C.- 37 d.C.) Il condotto dopo aver
raccolto l’acqua di alcune sorgenti sgorganti nel territorio di
Lumezzane scendeva dalla Valgobbia, attraversava il torrente
Gobbia per dirigersi alle pendici della Pendeza (sponda
sinistra orografica del fiume Mella) quindi a Pregno, a
Concesio e dopo aver percorso 25 chilometri raggiungeva
Mompiano e quindi il Colle Cidneo. Procedeva parzialmente
interrato o su archi. Nel secolo VIII ne venne costruito un
ramo complementare che portava direttamente l’acqua al
monastero di S. Giulia. L’utilizzo dell’importante
realizzazione durò a lungo nei secoli soddisfacendo le
necessità idriche della città.
La romanizzazione della Valle penetrò sino a Bovegno come
è testimoniato da numerose epigrafi. Tracce di insediamenti
d’epoca romana sono state rinvenute a Nave, Inzino,
Lumezzane, Irma, Marmentino, Cogozzo, Villa Carcina ed in
molti altri centri della Valle.
Lucerna
ritrovata a Gardone e
donata da Marco Comi
nassi al Museo di Brescia (1850)
Are votive a Mercurio e Minerva rinvenute nella pieve di Inzino
Ora a Brescia nel lapidario del Capitolium.
Erano sorti dunque lungo la valle sui pendii dei monti alcuni
villaggi: i primi nuclei di Polaveno, Inzino, Magno, Pezzaze,
Marmentino, Irma ecc. i cui abitanti vivevano delle ricchezze
dei boschi, della selvaggina, dell’allevamento, e delle risorse
minerarie.
Pastori e mercanti si aggiravano per la Valle e raggiungevano
anche le valli vicine ed il Trentino attraverso una serie di vie
tracciate sui monti e nel piano, al tempo di Etruschi e Celti.
A nord di Inzino una strada saliva lungo la Valle per
biforcarsi a Lavone verso Pezzaze e Bovegno.
A sud, invece, scendeva la più antica strada della Valle che
attraverso la Val Cavrera raggiungeva Ponte Zanano e, sulla
destra del fiume, passava a Noboli e Cogozzo per
raggiungere S. Vigilio, Collebeato ed Urago pervenendo a
Brescia a Ponte Crotte (ponte per la cui manutenzione i
comuni trumplini verseranno per lungo tempo un contributo
annuale).
Una seconda strada, da Gardone raggiungeva Ponte Zanano
e, scavalcato il Mella, scendeva a Zanano, Sarezzo e
l’imbocco della Valgobbia per proseguire ai piedi della
montagna fino a Pregno, Concesio e Bovezzo (Strada della
Pendeza).
L’antica strada “della Pendeza” con i resti dell’acquedotto
romano, in una litografia
di Basiletti (1830
Lo scorrimento delle strade sulle due pendici opposte
favoriva lo scarico dei prodotti montani e rispettando i campi
coltivati.
Le vie erano punteggiate da posti di ristoro, bettole e stalle ed
i villaggi erano collegati da ponti che spesso venivano
distrutti o danneggiati dalle piene del Mella ( Noboli e
Zanano che la tradizione vuole romani).
LA CRISTIANIZZAZIONE
Secondo lo storiografo don Alessandro Sina il Cristianesimo,
dopo la Palestina, evangelizzò l’Asia Minore e la Grecia.
Roma fu poi la prima città d’Italia e di tutto l’Occidente a
ricevere il Vangelo e dopo di essa vennero le città più
importanti per popolazioni e commerci e da cui si dipartivano
le grandi vie militari che legavano Roma alle provincie
dell’impero. Da Roma partirono quindi i missionari per gli
altri centri italiane.
Nel Settentrione d’Italia fino al 4° secolo non vi fu dunque
che un piccolo numero di chiese episcopali ( Ravenna,
Milano e Aquileia che forse risalgono al 2° secolo)
Brescia, dopo Aquileia e Verona, potè vantare
una comunità cristiana che all’inizio del 4°
secolo fu in grado di avere un proprio vescovo
Dalla città l’opera di diffusione nel territorio si rivolse ai
centri più importanti posti sulle strade di comunicazione ed
anche alla vallate, nonostante le forti resistenze indigene in
difesa degli antichi culti, la nuova dottrina iniziò ad essere
conosciuta.
Due grandi vescovi e padri della chiesa bresciana S. Filastrio
e S. Gaudenzio ( sul trono episcopale dal 365 al 411)
imprimeranno un nuovo intenso fervore all’opera di
diffusione del cristianesimo e di proselitismo.
Seppero organizzare le varie comunità, molte delle quali in
via di formazione, con cappelle e chiese battesimali e con
l’assegnazione del clero necessario a renderle attive ed
operanti
Per opera dei due vescovi anche in Valtrompia ha un
notevole sviluppo l’evangelizzazione, ed inizia ad operare
l’organizzazione ecclesiastica con la fondazione, in un centro
importante, di una chiesa battesimale.
Come precedentemente accennato, l’opera missionaria dei
due vescovi trovò difficoltà di diffusione e seri ostacoli nei
radicati culti pagani locali ( si ricorda che pagano deriva da
pagus, luogo in cui per lungo tempo si conservarono le
instaurate tradizioni ora considerate idolatriche) che furono
soverchiate dal cristianesimo anche in maniera violenta. Non
a caso molti dei luoghi di culto ancor oggi venerati nascono
su preesistenti luoghi di culto pagani
(Inzino – Santuario di Bovegno ecc…..)
L’attuale antica Pieve d’Inzino
La cristianizzazione della Valtrompia avvenne in tempo di
invasioni barbariche, quando all’amministrazione romana
subentrò progressivamente quella longobarda che si fece, tra
le altre cose, promotrice dei grandi complessi monastici. I
monaci curarono la bonifica e la coltivazione della terra
promuovendo nello stesso tempo, come da loro missione, la
costruzione di nuove cappelle, la diffusione del loro culto e la
lotta ai culti paganeggianti.
La presenza dei Longobardi è testimoniata nella nostra Valle
da importanti ritrovamenti a Villa, Cogozzo, Inzino e
Gardone centro residenziale che prende il proprio nome dal
termine germanico gotico WARDON (Guardare, fare la
guardia).
La Valle Trompia fu donata in feudo , come la Valle
Canonica, dall’imperatore Corrado II al Vescovo Olderico I
nel 1037, il traffico ed il commercio sui due fiumi Oglio e
Mella e le esenzioni dei pedaggi che dipendevano
dall’imperatore da quell’anno passarono all’autorità del
vescovo che più tardi ne affidò l’amministrazione ai grandi
conventi di S. Faustino Maggiore e Sant’Eufemia.
Col diffondersi della forza del cristianesimo ed il suo
sostituirsi a quella del decadente impero e col tentativo e di
ricostruzione del tessuto sociale che andava ormai
disgregandosi e che porterà con la conquista carolingia alla
nascita della PIEVE.
La PIEVE è una ben definita suddivisione
di territorio raggruppante più centri con a
capo un arciprete, il pievano, che ha come
collaboratori i preti delle singole comunità
ed i diaconi loro aiutanti.
Attorno all’arciprete, ai sacerdoti, ai diaconi, ai chierici si
vanno formando comunità in miniatura gerarchicamente
organizzate secondo distinte responsabilità anche di tipo
amministrativo. Alla pieve dunque, fanno riferimento tutti i
fedeli che risiedono entro i suoi confini. Nella pieve
presbiteri e diaconi vivono in comune e nei giorni feriali si
recano nei singoli villaggi per celebrare le messe nelle
cappelle edificate dalle comunità dei fedeli.
Accanto all’opera chiaramente evangelizzatrice (Coradazzi)
la pieve sviluppa una vastissima azione caritativa ed
assistenziale con un chiaro intento di educazione sociale. Le
popolazioni disseminate nella vallate vengono rieducate allo
spirito comunitario, ritrovano la perduta unità, riscoprono il
valore delle libere scelte, preparandosi a divenire parti attive
delle Vicinie e quindi dei Comuni.
Poco noi oggi sappiamo degli effetti che ebbero le invasioni
barbariche sulla nostra Valle. Le scarse testimonianze non
sono certo confortanti:
“La gente fuggiva dai paesi cercando di fuggire la morte, le case
restavano vuote, c’erano solo i cani, le greggi restavano sole nei
pascoli. Non c’era più alcun passante, le case si trasformavano in
tane per le belve”
Paolo Diacono : Historia Longobardorum
Attila giunge e saccheggia Brescia nel 452. Gli faranno poi
seguito i Goti (Teodorico), gli Ostrogoti (Odoacre), i
Bizantini e poi i Longobardi, guerrieri di stirpe germanica
che dopo aver superate le Alpi dilagarono nella Pianura
Padana con le loro tribù. Al comando di ALACHIS
occuparono Brescia stabilendosi nella parte occidentale della
città mentre i superstiti bresciani trovarono sede sul
decumano massimo tra le rovine delle domus della Brescia
romana.
Convertiti i Longobardi al Cristianesimo, divenne possibile
una positiva integrazione che diede avvio ad un nuovo felice
periodo di ricostruzioni. La nobile bresciana ANSAvii, nel
753, divenuta moglie del duca Desiderio volle la costruzione
di un monastero femminile benedettino prima titolato a S.
Pietro e poi a S. Salvatore. Desiderio, divenuto re, volle
attribuire ogni onore al monastero, in cui era badessa la figlia
Anselpergaviii ed i due sovrani concessero al monastero
privilegi e possedimenti nel Bresciano e in Italia. Questi
possedimenti dei grandi monasteri presero il nome di “
CORTI RUSTICHE”. Nella nostra Valle ne sono state
identificate alcune : A Prato di Polaveno, Zanano, Castello di
Bovegno e forse Magno d’Inzino.
Le Corti, di proprietà dunque dei grandi monasteri,
erano frutto di donazioni e del lavoro di bonifiche
territoriali, erano territori accorpati al patrimonio del
monastero e quindi ridistribuite ai contadini che le
dovevano lavorare con l’obbligo di versare al monastero
un affitto annuo, il livello.
I fondi erano normalmente divisi in due parti; la migliore era
detta DOMINICA (proprietà esclusiva del monastero gestita
da un amministratore nominato dall’abate) la seconda era
detta MASSARICIO, suddivisa in poderi dati in concessione
alle famiglie dei coloni ( i Manentes) che erano tenuti anche
a prestare numerose giornate di lavoro gratuite nella parte
Dominica.
Il centro della Corte era formato dalla casa dello SCARIO
(l’amministratore), dalla chiesetta e dalle strutture produttive:
mulino, fabbro e fucina.
E’ importante notare che il titolo della originaria chiesetta fa
sempre riferimento ai santi particolarmente venerati dai
monaci benedettini, primi fra i quali:
S. MARTINO maestro di S. Benedetto (Zanano,
Magno, Polaveno ecc…)
S. CALOCERO monaco benedettino (Cimmo)
S. MAURO benedettino ( S. Maria) ………..
Il monastero centrale, entro le cui mura si ergevano mulini,
fucine, stalle, cantine e dove operavano schiere di suore o di
frati e servi, riceveva dalle proprietà ogni sorta di bene che
era poi commercializzato in ogni luogo.
Intorno all’anno mille, per il trasferimento dall’isola di
Gorgona del corpo della martire S. Giulia il monastero
bresciano prima designato come S. Salvatore venne
designato anche come S. Giulia.
Ritornando alle Pievi è opportuno ricordare che gli studi
storici di buona parte del XX secolo considerarono le pievi
medievali come un elemento di continuità tra i pagi
dell’antichità romana ed i comuni rurali del basso medioevo
e quindi non come una componente della struttura
ecclesiastica quanto di quella politico sociale. Solo con
fatica, nel dibattito storico del tempo, l’organizzazione
pievana venne ricondotta all’interno delle istituzioni
ecclesiastiche.
Recentemente Giancarlo Andenna ha finalmente tracciato un
nuovo profilo delle “istituzioni ecclesiastiche di base sul
territorio lombardo”.
Per i cristiani “Plebs dei” designava il popolo di Dio inteso
come cristianità nel suo insieme e talvolta una singola
comunità cristiana, distinta dal suo clero. Solamente con la
conquista franca il termine pieve comincerà a designare sia la
comunità cristiana locale che la “chiesa del popolo” intesa
come edificio sacro, sia l’ambito territoriale entro cui
risiedevano i fedeli.
La Pievi della Valle erano:
CONCESIO
INZINO
BOVEGNO
NAVE LUMEZZANE
La più vasta fra le tre era la PIEVE DI BOVEGNO che da
Brozzo (escluso) giungeva sino al Maniva e comprendeva
gli antichi comuni di Cimmo, Marmentino, Pezzaze, Pezzoro,
Irma e Collio; fu originariamente dedicata a S. Maria
Assunta e poi a S.GIORGIOix, santo guerriero caro ai
Longobardi.
La PIEVE DI INZINO,
secondo recentissimi studi
comprendeva, molto probabilmente,
il territorio
comprendente la vallata di Lodrino, Brozzo, Marcheno,
Cesovo, Inzino, Magno, il territorio di Gardone e quello di
Sarezzo con le sue frazioni.
IL PREVALERE DI INZINO SULLA TITOLARITA’
DELLA PIEVE DI S. GIORGIO DIMOSTRA LA
MAGGIORE IMPORTANZA RAGGIUNTA DAL
CENTRO INZINESE NEL RISPETTO DEGLI ALTRI
VILLAGGI DELLA FASCIA CENTRALE DELLA
VALLE E LA SUA POSIZIONE DI PREMINENZA
NEI CONFRONTI DI GARDONE, POSIZIONE CHE
VERRA’ MANTENUTA PER UN LUNGO PERIODO
DI TEMPO
L’opinione storica generale ritiene Gardone la propaggine
estrema a sud del centro inzinese e quasi un suo avamposto
come è testimoniato dall’etimologia del nome che
probabilmente, lo ripetiamo, deriva dal termine longobardo
WARD / WARDON a testimoniare l’esistenza in loco di un
fortilizio eretto da tempo a guardia della valle e dello sbocco
del torrente RE.
L’esistenza del “fortino” è testimoniata dal testo di una delle
pergamene di Bovegno che in data 14 febbraio 1317 ricorda
che il capitano di Valtrompia s’insedia periodicamente nel
“Castello di Valtrompia”
Il santuario di San Rocco e della Madonna del Popolo, ricostruito,
secondo tradizione, sulle antiche fondamenta del “castello di
Garedone”
Se è dunque provata l’esistenza del castello gardonese non ne
è invece provata la localizzazione che solo affettivamente
può essere indicata sul colle detto poi di S. Rocco.
L’AFFERMARSI DELLA VICINIA ORGANIZZAZIONE
POLITICO SOCIALE CHE RIUNISCE I CAPI DELLE
FAMIGLIE ORIGINARIE DI UN CENTRO E LA
SUCCESSIVA NASCITA DEI PRIMI COMUNI CHE
ANDRANNO ISTITUENDOSI NEI CENTRI MINORI
DEL TERRITORIO BRESCIANO, DETERMINERANNO
LA CRISI DEFINITIVA DELLE “ PIEVI” E DELLE
FUNZIONI DI PROSELITISMO RELIGIOSO E DI
RICOSTRUZIONE CIVILE E CULTURALE CHE ESSE
HANNO SVOLTE
Non sono purtroppo stati rinvenuti ordinamenti né atti
dell’antica VICINIA GARDONESE
ma si può
ragionevolmente supporre che essa fosse attiva verso la fine
del secolo XIV, quando il paese è soggetto al dominio dei
Visconti.
NEL TARDO MEDIOEVO LA VALLE TROMPIA E’
TEATRO DI NUMEROSI EPISODI DI GUERRA
CIVILE ALIMENTATA (vedi il caso di Bovegno) DA
VELLEITA’ AUTONOMISTICHE RISPETTO AL
COMUNE
DI
BRESCIA
CHE
VOLEVA
ALLARGARE LA SUA INFLUENZA A TUTTO IL
TERRITORIO,
VELLEITA’
FACILMENTE
STRONCATE
PER
LA
VICINANZA
DEI
“RIVOLUZIONARI” ALLA CITTA’
NEL 1183, DOPO LA PACE DI COSTANZA ( che
conclude le guerre tra il Barbarossa ed i comuni italiani) I
COMUNI
RICEVONO
LA
PUBBLICA
SANZIONE DA PARTE DELL’IMPERATORE
ED IN VALLE INIZIANO A DARSI I PROPRI
STATUTI CHE VENNERO POI CONFERMATI
La valletrompia
E i suoi statuti
1318
statuto di pezzaze
1341
statuto di bovegno
1372
cimmo e tavernole
1436
CA. statuto di
valtrompia
Nel 1337 infatti i Viscontix di Milano si impadroniscono
del territorio bresciano succedendo a Mastino Della Scalaxi
La famiglia veneta era giunta al potere in Verona nel 1263
con Mastino I . Raggiunse il massimo della sua potenza con
CANGRANDE I (1291-1329), vicario imperiale di Enrico
VII, che estese la signoria scaligera su Vicenza, Feltre,
Belluno, Padova e Treviso e con Mastino II che la estese
anche a Brescia, Parma e Lucca.
AZZONE VISCONTI (ghibellino) viene proclamato
signore di Brescia.
Nel 1385 GIAN GALEAZZO VISCONTI impone al
territorio bresciano una radicale riorganizzazione legislativa
ed amministrativa: Brescia sottoscrive i CAPITOLI DI
SUDDITANZA in base ai quali la terra bresciana viene
suddivisa in 14 “QUADRE”
La QUADRA DI VALTROMPIA comprende 11 comuni:
INZINO
CASTELANZA DE LE’
(E MARCHE’)
ZUMO E TABERNOLIS
LUDRINO
MARMENTINO
PEZAZIS
HERMA
BOVEGNO
COLLIBUS
SARETIO
CASTELANZA DE
VILA
Sono evidentemente di origini più recenti i comuni di
GARDONE, BROZZO, CESOVO, MAGNO DI INZINO,
PEZZORO, CARCINA E LUMEZZANE
Il Feudalesimo verso e proprio non trova in Valtrompia degli
sviluppi notevoli anche se non è del tutto assente.
Potenti feudatari della Valtrompia medievale sono gli
AVOGADROxii con vasti possedimenti in Gardone,
Polaveno, Sarezzo e Lumezzane.
Agli Avogadro si erano col tempo aggiunti i Confalonierixiii,
proprietari del castello di Bovegno, i Negrobonixiv, i
Nassinoxv ed i Lavellongoxvi che ottennero investiture in
Marcheno, Cesovo e Brozzo dal monastero di S. Giulia nei
primi decenni del 1200.
Nel 1402, alla morte di Galeazzo Visconti riprendono le lotte
tra GUELFI (fautori della supremazia politica del papato) e
GHIBELLINI (di quella imperiale) bresciani e di queste lotte
approfitta PANDOLFO MALATESTAxvii(signore di Fano)
che chiamato in Valle dai Guelfi per cacciare i ghibellini si
proclama SIGNORE di Brescia.
PIETRO AVOGADRO al comando di truppe valtrumpline
marcia sulla città per dare manforte al Malatesta
“Grossi e minacciosi calavano que’ valligiani, s’addensavano
lor file, guidati dal loro Avogadro……”
Il Malatesta riconoscerà agli Avogadro il feudo di Polaveno
L’occupazione malatestiana (1404-1420) regala alle Valli,
dopo il duro e accentratore dominio visconteo,
provvedimenti tesi a favorire l’economia valligiana quali la
libertà di commerciare in ferrarezze senza particolari imposte
( privilegio dell’8 aprile 1406) la cui concessione dimostra
tra l’altro quanto nel borgo di Gardone l’attività fosse andata
sviluppandosi ( fin dal secolo precedente).
*
Il privilegio dispone anche altre determinazioni a favore delle
Valli Trompia e Sabbia che vengono salvaguardate da ogni
tipo di gabelle per i loro scambi commerciali.
Nel 1407 il Malatesta concede ai valtrumplini la facoltà di
acquistare e vendere il sale ritirato dalla Germania ed
accorda il libero transito delle mandrie per i pascoli di tutto il
Dominio.
Un dominio, quello malatestiano, certamente tollerabile
anche se comporta per la Valle il versamento di 800 libbre
imperiali l’anno, la denuncia delle bestie da basto, e
all’occorrenza la concessione di un numero necessario di
armati
Nel Codice Malatestiano 67 conservato nell’archivio di
Stato di Fano, nel 1418 viene indicato tra i comuni trumplini
GARDONE SIVE DE CASTELANZA DE INZINI
dalla scritta apprendiamo quindi con certezza che Gardone,
in questi anni, non ha ancora raggiunta un’indipendenza
amministrativa anche se la precedenza nell’indicazione è a
testimoniare il costante sviluppo dell’ “avamposto” inzinese.
Ormai, infatti, la produzione di canne si è già ormai
ampiamente affermata (Trovati) almeno entro i confini della
Signoria, con tutti i benefici, d’ordine economico, che essa
comporta.
Nel 1420 FILIPPO MARIA VISCONTI vuole riprendersi
Brescia, assolda allora Francesco Bussone conte di
CARMAGNOLA che nell’ottobre dello stesso anno , nella
piana di Montichiari sonfigge PANDOLFO III Malatesta.
I Visconti riconquistano il Bresciano e la Bergamasca
riportando uno stile di governo non prodigo di esenzioni
fiscali e libertà di commerci
I Valtrumplini si preparano alla rivolta e attendono
l’occasione propriazia per insorgere.
Il già ricordato PIETRO AVOGADRO nel 1426 avendo
avuto sentore che Venezia stava schiarandosi a battaglia
contro i Visconti organizzò quella che poi prese il nome di
RIVOLTA DI GUSSAGO,
radunando tutti i ribelli in
Franciacorta.
Entrati in città, unitamente alle truppe venete, costrinsero i
viscontei a ritirarsi in castello ed il 6 ottobre giurarono
fedeltà a Venezia.
A MACLODIO AVVENNE IL 15 OTTOBRE 1427 LO
SCONTRO DECISIVO FRA VENEZIA ED I
VISCONTEI
DAL QUALE LE TRUPPE DEL
PICCININO ESCONO SCONFITTE IN MANIERA
PESANTE
L’infausto esito della battaglia secondo il Machiavelli
induce i milanesi a “
NUOVI RAGIONAMENTI
D’ACCORDO” che porteranno alla pace di Ferrara (1428)
Venezia si affretta a premiare i suoi alleati e agli Avogadro
concede l’intero feudo di Lumezzane.
Ai valtrumplini Venezia conferma tutti i PRIVILEGI che
avevano ottenuto dal Malatesta e che erano stati aboliti dai
Visconti.
Sin da ora è opportuno ricordare una delle caratteristiche
costanti della politica della Serenissima che sarà quella di
togliere, con qualche pretesto, quello che generosamente
era stato concesso
Segue un periodo di scontri armati tra Venezia ed i Visconti.
Il Piccinino a cui si opponeva da parte veneta il Gattamelata,
tentò di rioccupare Brescia e la Valle. Il 3 dicembre 1438
La nostra città, assediata, che conta, come sempre, sui
contingenti trumplini
respinge il furioso assedio del
Piccinino (dicembre) che si ritirerà nella campagna fra
Ghedi e Palazzolo.
Nel 1454 assistiamo all’ultimo tentativo da parte milanese
di riconquistare il Bresciano. Le truppe guidate da
FRANCESCO SFORZAxviii si incagliano nuovamente in uno
sterile assedio alla città i cui difensori sono capeggiati da
PIETRO AVOGADRO. Lo Sforza si ritira e si proclama
duca di Milano.
Con la PACE DI LODI (1454) Venezia si assicura il pieno
dominio del nostro territorio che godrà di un periodo di
relativa tranquillità.
VENEZIA RICONFERMA ALLA VALTROMPIA
GLI ANTICHI PRIVILEGI ED IL DOGE
FRANCESCO FOSCARI CONCEDE ALLA VALLE
LO STATO DI “TERRA SEPARATA” CIOE’ DI
TERRITORIO CHE GODE DI PARTICOLARI
PRIVILEGI E DI VANTAGGI AMMINISTRATIVI E
COMMERCIALI
Gardone, ancora legato ad Inzino con cui forma un unico
comune, in un documento del 1422 non compare fra i
comuni trumplini chiamati a contribuire alle spese per la
riparazione della strada valligiana e nel 1429 non compare
ancora negli Statuti di Brescia promulgati per ordine del
Doge Francesco Foscari
IL DOMINIO VENETO
Come precedentemente ricordato, nel 1454, la Valtrompia
ottiene
l’autonomia
amministrativa.
L’importanza
dell’esonero dai dazi può essere facilmente capita per il fatto
che le Valli non erano economicamente autosufficienti
quanto a prodotti agricoli.
In questi anni la Valle produceva derrate sufficienti per due
mesi all’anno, quindi doveva contare sulle sue attività
industriali e sull’esportazione dei suoi prodotti e sulle
corrispondenti importazioni di generi di prima necessità.
Gli abitanti erano allora circa 17.000, gli abitati 38 ed i
comuni 17
Nel suo territorio erano eretti 7 forni da ferro, erano attive
circa 40 fucine per la lavorazione del ferro che producevano
attrezzature di ogni genere ed in particolare armi da taglio e
da fuoco.
E’ molto verosimile che sin dalla seconda metà del Trecento
sia iniziata a Gardone e in Valtrompia la produzione delle
canne da focile. Nel paese ed in Valle troviamo infatti le
condizioni favorevoli all’affermarsi del commercio di tali
manufatti:
• Dalle numerose miniere presenti in alta Valle
si estraeva
siderite spatica (carbonato ferroso tra i più
importanti minerali
di ferro) ad alto tenore che essendo priva di
fosforo e
ricca di manganese si presta alla lavorazione
della fucina
dando un prodotto elastico ideale per la
produzione delle canne
• I boschi che circondano il paese forniscono
legna ad alto potere
calorico che viene abilmente trasformata in
carbone ed è sufficiente
ad alimentare gli alti forni attivi nella
calcinazione del minerale ferroso ( processo
che elimina le sostanze volatili)
• Le acque del Mella, attraverso apposite
canalizzazioni, ( Treade)
possono essere sfruttate, attraverso le ruote,
per produrre energia e far funzionare i
mantici dei forni.
Queste indispensabili condizioni si innestano su una salda ed
antica tradizione che, come abbiamo visto risale all’epoca
preromana ed è andata progressivamente affinandosi nel
corso dei secoli penetrando geneticamente nella forza lavoro
trumplini.
Per la Valtrompia si apre quindi un capitolo veramente
nuovo, con i valligiani che non tardano a cogliere i
vantaggi da questa situazione caratterizzata da un modo di
governare, quello veneto,
nel quale il rigore
amministrativo e la saldezza delle istituzioni statali
s’accordano con un indirizzo politico che tutela le
autonomie locali e che sostiene le economie più povere nel
pieno rispetto delle esperienze delle varie province
soggette.
Questi propositi trovano il loro fondamentale momento di
sintesi legislativo nella compilazione dello STATUTO DI
VALTROMPIA il cui primo testo manoscritto risale al
1436 mentre il secondo a stampa reca la data del 1576 e
presenta pochissime varianti rispetto al testo originale.
Frontespizio dell’edizione
del 1576 (Giacomo Britannico)
degli Statuti di Valtrompia
Il testo comprova che i Valtrumplini hanno ormai
pienamente composto e affermato una loro identità costruita
sulla reale economia locale e su valori che hanno
accompagnato il loro autonomo sviluppo.
La meravigliosa carabina e le due pistole realizzate da quattro
armaioli bresciani quale dono della Serenissima al re di Francia
Luigi XIII (Da Oplologia italiana di Marco Morin).
Gardone diviene quindi il centro naturale per la produzione
delle armi che vengono richieste dalla Serenissima e
l’importanza a cui assurge il paese è testimoniata dal dato
anagrafico che testimonia la sua preponderanza rispetto ad
Inzino. Dal Codice 188 conservato nella Biblioteca del
seminario di Padova apprendiamo infatti che nel 1493 gli
abitanti di Inzino sono 280 mentre quelli gardonese
assommano a 940. Nel 1567 gli inzinesi risultano essere
430 mentre i gardonese superano le 1600 unità.
“IL GOVERNO VENETO E’ FORTEMENTE INTERESSATO A
FAVORIRE LA PRODUZIONE DELLE CANNE PER SUO USO
E CONSUMO ACCADE PERO’ CHE ALLORCHE’ IL
MOMENTO POLITICO NON RICHIEDA IL PRODOTTO, LA
REPUBBLICA NON POSSA FAVORIRE CHE L’ECCEDENZA
PRENDA LA VIA DELL’ESTERO. IL SENATO DEVE QUINDI
TROVARE UNA MEDIAZIONE FRA I PROPRI INTERESSI E
QUELLI DEI GARDONESI CHE, CONSAPEVOLI DELLA
QUALITA’ DELLE LORO CANNE TENTANO
BEFFARDAMENTE DI SFUGGIRE ALLE RIGOROSE LEGGI
IMPOSTE DALLA SERENISSIMA SULLE ESPORTAZIONI”
La voce economica più consistente per il paese è dunque
rappresentata dal commercio delle canne e la liquidità
monetaria che se ne ricava consente alla popolazione di
rifornirsi delle vettovaglie che devono essere importate dalla
pianura.
Il calo delle attività del settore armiero determinato o
imposto dalla ragion di stato o dalle contingenze
internazionali è quindi causa di profondi contrasti con la
Repubblica e di emigrazione delle maestranze.
Un dispaccio spedito dai rettori bresciani al Consiglio dei
Dieci in data 3 APRILE 1505 , pubblicato da Marco Morin,
comunica che alcuni maestri d’archibugio e schioppi sono
usciti dal confine dello stato e si sono spinti a Domodossola,
terra soggetta alla giurisdizione dei Borromeo, dove hanno
vantaggiosamente ripreso la loro attività.
Le licenze di esportazione concesse dalla Serenissima ai
maestri di canne dimostrano come a metà del Cinquecento le
armi gardonese fossero richieste da tutti i principati italiani,
e da tutto il mercato europeo. Rimane documentazione di
forniture alla Francia, all’inghilterra, ai Cavalieri di Malta e
all’imperatore Carlo V.
Le principali famiglie produttrici sono quelle ben conosciute
dai collezionisti:
AQUISTI
BERETTA
BELLI
CHINELLI
COMINAZZI
DAFFINI
FRANZINI
GATELLI
MANENTI
MORETTI
MUTTI
PICINARDI
RAMPINELLI
SAVOLDI
TIMPINI
ZAMBONARDI
In una relazione presentata al Senato il 19 settembre 1553 il
podestà veneto di Brescia CATTERINO ZEN scrive che:
A Gardone gli uomini girano armati di archibugi e
che perfino le donne
ne portano due : uno in mano e l’altro alla cintola.
Il magistrato osserva
che si tratta di gente aspra e presuntuosa, aperta
alle idee luterane, difficile da governare
Lo sfruttamento dei pascoli e delle zone boschive rappresenta
però ancora una voce non irrilevante dell’economia del
tempo e sul patrimonio sia comunale che privato si vigila
con particolare attenzione
Il comune, unico in Valtrompia, stipendia un maestro di
scuola e gli armaioli sanno, quasi nella loro totalità, leggere
e scrivere. Se questo impegno nel campo dell’istruzione ha
un evidente fine utilitaristico non è però sicuramente, dati
tempi, da sminuire nel suo intrinseco valore.
D’altro canto è in grande sviluppo l’indice demografico che
continua ad essere superiore di parecchie centinaia a quello
di Inzino.
Terzette a ruota bresciano del 1640 con piastre del Cavacciolo e
canne di Gio. Batta Francino
(Da Beretta, di Marco Morin)
Pistole gardonese prodotte dall’industria Franzini
LA SEPARAZIONE DALLA PIEVE DI
S. GIORGIO
Il
notevole
incremento
demografico
è
una
delle
motivazioni che spingono i
gardonesi a richiedere con
fermezza la separazione della
chiesa di S. Marco dalla pieve
inzinese.
Allo sviluppo numerico della popolazione, si aggiungono
altre cause ad appoggiare la richiesta:
• La chiesa di S. Marco è già dotata di preziosi
calici e suppellettili di valore che
testimoniano l’assiduità del culto dei
gardonesi
• Il territorio gardonese, nelle sue estreme
propaggini ha una notevole distanza dalla
pieve madre e questo fatto pregiudica la
frequenza alle
cerimonie liturgiche per le donne, le gestanti
i vecchi ed i bambini
• L’eccessiva distanza a volte impedisce la
somministrazione dei sacramenti del Battesimo (in extremis) e
dell’Estrema Unzione
•
A tutto questo si uniscono le frequenti
esondazioni del fiume e dei
torrenti che
impediscono o rendono difficilissimi gli
spostamenti
A fronte dell’importanza delle motivazioni presentate il
giorno 25 gennaio 1543
ANTONIO CARDINALE DI SANTA SABINA a nome
del regnante pontefice PAOLO III accoglie le istanze dei
gardonesi e concede la separazione da Inzino.
La chiesa di S. Marco viene eretta a nuova cura con diritto di
fonte battesimale, campanile e campane e dotata di un
reddito di 15 ducati d’oro che deriva dai proventi di tre
appezzamenti già di proprietà della fabbrica della chiesa
VIENE CONCESSO A GARDONE IL
GIUSPATRONATO NELLA SCELTA,
NELL’ELEZIONE E NELLA DEPOSIZIONE DEI
RETTORI DELLA CHIESA
Alla separazione si oppone però PIETRO MALATESTA
arciprete d’Inzino e cittadino veneto. L’opposizione provoca
una lunga diatriba ed un processo che si concluderà solo nel
1544 con il riconoscimento delle ragioni dei gardonesi.
Il primo rettore dell’indipendente chiesa di S. Marco,
secondo Luigi Falsina, sarà PIETRO ROSSI DA FASANO
A questa vicenda che si chiude ne segue un’altra di origine
religiosa che interesserà la Valle per lunghi anni :
LA DIFFUSIONE DELLE IDEE RIFORMATE E
DELL’ANABATTISMO
Infatti nelle vicende che vedono il dilagare dell’eresia
protestante nel XVI secolo la Valtrompia occupa una
posizione importante.
La costante presenza di tecnici ed operai tedeschi nelle
miniere dell’Alta Valle favorisce la penetrazione nel
territorio delle nuove dottrine, considerate eretiche,
soprattutto attraverso la divulgazione di opuscoli, mentre
molti trumplini costretti ad emigrare per le ricorrenti
difficoltà economiche raccoglievano ed accoglievano le
nuove idee religiose e tutte le rivendicazioni di carattere
sociale ad esse implicite.
In particolar modo:
L’ANABATTISMO CHE TRA LE DOTTRINE DELLA
RIFORMA E’ QUELLA CHE MEGLIO SI ADATTA
CON I SUOI PRESUPPOSTI DI COMUNISMO
SOLIDARISTICO, UTOPISTICO E CRISTIANO, A
DARE FORMA CONCRETA ALLE ASPIRAZIONI
RIFORMISTICHE DI QUESTE CLASSI SOCIALI
TROVA UN FERTILE TERRENO DI DIFFUSIONE NEL
MALCONTENTO CHE REGNA NEI CONFRONTI DI
UN CERTO CLERO E DI QUANTO ESSO
RAPPRESENTA
L’ANABATTISMO in Valle ha i cuoi centri in COLLIO
dove predica ed è attivo GOMEZIO LOVISELLI degli
Osservanti di S. Francesco e GARDONE luogo in cui il
gruppo è particolarmente attivo sotto la guida di STEFANO
DE GIUSTI, medico cremonese, Girolamo Allegretti e
Marco Rampinelli contro i quali si scaglieranno gli strali
dell’inquisizione. Il gruppo raccoglie, fra i maestri di canne,
un largo seguito e fra gli anabattisti gardonese si ricordano il
Rampinelli, Andrea Chinelli, Giuseppe Cominazzi, Cipriano
Daffini, Maffeo Franzini e molti altri.
Alcuni
capi del movimento vengono arrestati dagli
inquisitori bresciani che li vorrebbero processare in città, ma
essendo l’Allegretti a Venezia anche i bresciani verranno
avviati in laguna unitamente alla documentazione relativa
alla loro causa. Agli inquisitori bresciani non resta che
continuare a raccogliere prove testimoniali e deposizioni.
Dalla deposizione di GIOVANNI MARTINELLI curato in
Gardone si viene a conoscenza della “teologia” del gruppo
gardonese .
Il processo si conclude dunque a Venezia il 18 novembre
1550 con l’abiura del De Giusti e dell’Allegretti e la
condanna al supplizio del sacerdote FRANCESCO
GALGANO giustiziato a Brescia il 30 dicembre.
La comunità anabattista gardonese però resiste e sopravvive
e l’opera dei vescovi Bollani e Borromeo costringerà
parecchi degli eretici gardonesi a rifugiarsi a Tirano dove
verrà fondata una nuova piccola comunità.
La partenza del gruppo di eretici coincide con un periodo di
prospera attività per l’industria gardonese che coincide con
contingenze internazionali che fautrici di una notevole
richiesta di armi.
Ai rettori bresciani si raccomanda di fare in modo che la
produzione di canne sia incrementata al massimo e a
Gardone dal 1570 al 1573 impegnando ogni energia e
lavorando di giorno e di notte anche nelle feste comandate, si
raggiunge una produzione giornaliera di 300 canne.
Venezia accetta la sfida con il dominio turco per il controllo
dell’Adriatico e dell’Egeo sfida che il 7 ottobre 1571
culminerà nella BATTAGLIA DI LEPANTO
L’esito favorevole alla lega cristiana consentirà alla
Serenissima di sopravvivere per altri due secoli. Come
scrive il Morin infatti:
SENZA LEPANTO E’ INFATTI LECITO SUPPORRE CHE
CANDIA, ZANTE, CEFALONIA E CORFU’ SAREBBERO
CERTAMENTE CADUTE IN MANO OTTOMANA.
PRIVATA DELLE SUE INDISPENSABILI BASI
MARITTIME … LA DOMINANTE SAREBBE IN BREVE
MORTA PER SOFFOCAMENTO ECONOMICO
Numerosi i valtrumplini che parteciparono alla grande
battaglia della cristianità contro l’impero ottomano e
musulmano.
Fra i gardonesi ricordiamo il caporale
GRAZIADIO FRANZINI e GIAN GIACOMO GARZETTO
La ricorrenza del 7 ottobre, dedicato a S. Giustina, viene
dichiarata festiva in tutta la Valle e sarà scelta dal papa PIO
V per istituire in tutto il mondo cristiano la festa della BETA
VERGINE DEL ROSARIO
Gli eretici gardonesi continuano frattanto nella loro azione
causando non pochi grattacapi all’autorità ecclesiastica.
La visita apostolica del vescovo milanese CARLO
BORROMEO del 1580 porrà fine alla propaganda eretica e
nel contempo interesserà le forme più smaccate di
delinquenza, malcostume, furti, usure, violenze ed omicidi
che permeava la vita della Valle.
26 ottobre 1570 “attentato” a
S. Carlo nel quale il
Borromeo rimane illeso
Chiesa parrocchiale
Albissola
Marina- Genova
L’opera dei convisitatori che si svolgerà fra denunce,
minacce e severi provvedimenti mirerà allo sradicamento
delle influenze ereticali sulla comunità.
Attentato a
S. Carlo
Chiesa
parrocchiale
S. Giovanni
di Pola veno
Gli in confessi che entro il termine stabilito non abbiano
confessato i loro peccati e ricevuto il Sacramento della
sacra Eucaristia, siano costretti a soddisfare le pene legate
alle loro colpe. … Trascorsi otto giorni dalla esortazione
pronunciata nella chiesa… siano pubblicamente
scomunicati
Per l’avvenire non vogliamo che nei pressi della chiesa e
nella piazza prospiciente si tengano spettacoli, canti, danze
e altri simili profani intrattenimenti…
La comunità scelga ogni anno due omini probi che nei
giorni festivi, nel tempo delle sacre funzioni… conducano
alla chiesa i vagabondi e in special modo abbiano cura –
anche con il soccorso dei magistrati secolari – che nei
giorni festivi non vi sia chi attenda a giochi, spettacoli, alle
profane occupazioni o si abbandoni all’ozio
Particolare interesse i convisitatori riservano alla diffusa
pratica dell’usura esercitata da privati e dalle stesse
Confraternite laicalixix Vengono redarguiti i notai che
stipulano i contratti dei prestiti stabilendo per loro delle forti
pene (50 scudi per ogni contratto) e la sanzione canonica
della scomunica.
Per quanto riguarda l’eresia ricorda mons. Guerini :
I sospetti di eresia erano facili e frequenti: si denunziava
sotto questo sospetto ogni infrazione consuetudinaria delle
leggi ecclesiastiche… molte volte anche chi sapeva leggere e
scrivere e teneva libri che per gli analfabeti diventavano
facilmente libri di propaganda ereticale…
Il Borromeo sollecita al papa una lettera apostolica che gli
conceda più ampie facoltà
nell’opera di estirpazione
dall’errore ereticale in Valle, il Breve del 12 novembre
pubblicato a Roma, è la risposta.
Concediamo la facoltà di accogliere ed assolvere – dopo
aver loro ingiunto salutari penitenze ed altre pene secondo
quanto ti sembrerà più conveniente – tutti gli eretici di
Gardone,… purchè prima confessino e detestino gli errori
propri e dei loro complici e sottoscrivano l’atto d’abiura
davanti ad un notaio e ai testimoni…
La nuova situazione porta ad una serie di denunce:
ANTONIO BERETTA E GIACOMO AIARDI
GIACOMO MUTTI E SUA MOGLIE CATERINA
BATTISTA MAMBRINO
Accusato di aver negato l’autorità del papa
ANDREA PIRMELLO e LUDOVICO FRANZINI
Per aver detto che i prelati spendono male i soldi della
Chiesa, per aver letto il Decamerone la predica di un frate
GIUSEPPE AIARDI
LORENZO DE SOLMI
GIUSEPPE BOSELLI
BERNARDINO FAGNONE
che invece d’andare a messa pescano sulle rive del Mella o
vanno a caccia.
e molti altri………
La lotta al movimento ereticale è dura, ma i provvedimenti
sfociano in lievi condanne anche perché un altro Breve
pontificio invita i visitatori a privilegiare la conversione
interiore degli accusati rispetto alle pene.
Gli ultimi decenni del secolo XVI vedono il sistema
economico gardonese conoscere ripetuti momenti di crisi ai
quali non è estranea la politica della Serenissima che,
impegnata in costose operazioni belliche, è costretta a
ricorrere a tassazioni straordinarie e a provvedimenti
restrittivi che si riflettono anche sull’economia della Valle
che da secoli è impegnata nella produzione delle armi.
Dimenticati gli anni della guerra di Cipro e della Battaglia di
Lepanto il mercato delle armi è ancora attivo per qualche
anno e gli orizzonti commerciali si sono allargati sino alle
lontane Americhe. Proprio questo allargamento ha però
affiancato all’attività dei maestri di canne quella dei mercanti
che non sono molto rispettosi della particolare
organizzazione del lavoro gardonese ma che sono piuttosto
alla ricerca di manodopera a basso costo e per di più,
facilmente gestibile.
Per evitare una consistente esportazione di attrezzature
belliche che possono finire nelle mani dei nemici, la
Serenissima conscia delle difficoltà in cui si dibatte
l’economia gardonese e della fuga dalla Valle di numerosi
maestri, istituisce a Gardone un fondaco per le armi.
Il conduttore del fondaco viene eletto dal Senato e dalle
maestranze. Con i fondi stanziati dalla Serenissima egli
acquista il materiale grezzo necessario alla produzione che
poi distribuisce ai Maestri dell’arte.
Non sono richiesti pagamenti in contanti per il ricevuto,
ma al contrario la nuova procedura apre larghi crediti ai
produttori.
Gli armaioli devono però rivendere al fondaco le armi
prodotte dalle loro officine
Questo tipo di organizzazione del lavoro presenta alcuni
vantaggi :
• Si ottiene di subordinare la produzione alla
richiesta di armi da parte del governo
• Attraverso
un’equa distribuzione della
materia prima si offre agli artigiani una più
facile possibilità di lavoro
Ma sono chiari anche i limiti dell’operazione :
• Quando il fondaco è saturo e dispone di una
dotazione che supera le richieste della
Repubblica, le possibilità di lavoro sfumano,
essendo negato al singolo armaiolo di
commerciare i propri prodotti.
Le conseguenze non si fanno attendere : Alcuni maestri
esercitano con grave rischio attività di contrabbando, altri si
allontanano, altri abbandonano la loro arte
Nel 1626 il Da Lezze, capitano di Brescia, fa presente al
governo veneto che i pochi artigiani rimasti VIVONO IN
GRANDE MISERIA.
La crisi si riflette anche sull’attività delle miniere, mentre
fervono in Valle i lavori delle cartiere di Nave e Carcina, la
produzione dei panni, delle coperte e dei mantelli di Cimmo,
Lodrino, S. Apollonio, ma la situazione resta debole
Un’ispezione effettuata nel fondaco nel 1608 rivela una
situazione drammatica:
su 1000 canne da moschetto immagazzinate SOLO 201
sono utilizzabili
su 2.720 canne da archibugio solo 657 si possono ritenere
buone
il LORANDO aveva infatti acquistato grosse partite di canne
di bassissima qualità dai mercanti gardonesi che le avevano
prodotte utilizzando manodopera non qualificata ottenendo e
facendo ottenere ingentissimi guadagni.
Il contratto con il Lorando non viene rinnovato, il governo
non riesce a frenare il contrabbando delle canne e che i
maestri gardonese più qualificati accettino gli inviti ad
emigrare loro rivolti dai principi italiani.
Nel 1629-1631 la situazione è aggravata ulteriormente dalla
carestia e da una lunga grave pestilenza che mette a dura
prova i già ristretti bilanci dei comuni.
La pestilenza, nonostante un rigido cordone sanitario
disposto lungo la bassa Valle è portato in paese da Chiara
Rampinelli e dalla sua cagnolina provenienti da Montichiari.
In pochi giorni muoiono circa 300 persone che saliranno a
500 alla fine del contagio, la peste ha portato a morte circa un
terzo del paese.
A questa grave situazione si aggiungono nuove imposizioni
venete con la richiesta di uomini e denari ed i drastici
provvedimenti del capitano Venier che tendono ad estinguere
i debiti censuari dei comuni.
A QUESTE TREMENDE CALAMITA’ SE
NE AGGIUNGE POI UN’ALTRA CERTO
NON MENO DANNOSA:
LA LOTTA
CIVILE
Le discordie nascono in paese per i già noti contrasti tra
produttori e mercanti e si tramutano in veri e propri
sanguinosi episodi di violenza che vedono schierarsi ed
opporsi il paese in due fazioni capeggiate una dalla famiglia
RAMPINELLI e l’altra dalla famiglia FERRAGLIO (
meno forte dei primi ma appoggiati dai Chinelli).
Nel 1610 il Ferraglio viene bandito dal territorio veneto e
trova ospitalità nel ducato di Parma dove con altri armaioli
gardonese apre alcune fucine.
Dopo il ritorno a Gardone di Pietro Franzini, da tempo al
bando, riprendono i contrasti con nuovi morti e feriti.
Il Senato offre ai denunciati la possibilità di riscattarsi ed il
perdono qualora si rechino a combattere contro i turchi.
VENGONO ISTITUITE DUE COMPAGNIE DI
BANDITI GARDONESI :
la FERRAGLIA e la
RAMPINELLA CHE COMBATTERRANO PER
CIRCA VENT’ANNI IN ORIENTE
Nella fonderia CHINELLI di Gardone si inizia la
fabbricazione di bombarde, di granate e la fusione di mortai e
cannoni.
Nel campo delle acciaierie eccelle in Sarezzo Tiburizo Bailo
che nel 1692 è impegnato nella produzione di 50 cannoni per
il governo veneto.
La seconda metà del ‘600 si annuncia ai gardonesi
abbastanza tranquilla grazie alle commesse venete che
interessano canne, ma anche palle, granate e bombe
necessarie a sostenere le battaglie contro gli Ottomani
Nel 1657 è commessa ad un Ferraglio la fabbricazione
di polvere da sparo con salnitro estero
Nel 1658 Lorenzo Chinelli e Agostino Rampinelli
appaltano la fornitura di
250.000 libbre di proiettili l’anno per cinque anni
Consistenti appalti sono trattati anche dagli Aquisti e
dai Franzini
Nel 1703 sono ancora attive in Valle 26 miniere ma ben
poche sono in realtà effettivamente sfruttate ( si ridurranno
poi a 8 nel 1773)
L’industria armiera è sempre rigidamente controllata da
Venezia: non è permessa l’esportazione di canne da guerra, è
prescritto il possesso di una regolare licenza per quelle da
caccia e gli artigiani non possono TASSATIVAMENTE
abbandonare il territorio della Repubblica.
In una sua relazione del 1724 il capitano GIORGIO
PASQUALIGO riferisce che le Valli sono in miseria e che le
fabbriche di canne stanno avviandosi ad una fatale declino.
Nel 1784 i moschetti gardonesi risultano poco maneggevoli
e gli acciarini, punto d’orgoglio della produzione trumplina,
verranno rifiutati dall’Arsenale di Venezia.
18 OTTOBRE 1738
TREMENDA ESONDAZIONE DEL FIUME MELLA
Il Mella gonfiato da copiosissime piogge distrugge fucine
e fonderie costringendo i molti in miseria, ad emigrare.
Nel 1741 la Serenissima concede al Regno di Napoli di
acquistare armi a Gardone : l’appalto interessa una fornitura
di 12.000 fucili con baionetta e seimila paia di pistole.
La Serenissima che si sente minacciata dall’impero asburgico
e dopo un attento controllo ai propri arsenali ordina a
Gardone 19.000 fucili. L’ordine risolleva le condizioni
economiche dei gardonesi e offre ai maestri l’opportunità di
rinnovare le tecniche di produzione.
Si tratta dell’ultimo intervento statale fino alla caduta della
Repubblica veneta , mentre i lavoratori lamentano i soprusi
dell’oligarchia mercantile che offre lavoro solo ad alcuni
maestri ignorando gli statuti e determinando il contrabbando.
Ormai però la crisi produttiva avanza a passi di gigante,
manca la materia prima ed i capi arte non sono più in grado
di procurare l’attrezzatura necessaria alla produzione.
Avanza la figura del mercante capitalista, che anticipa sì le
somme necessaire alla produzione ma che umilia i maestri di
canne rendendoli dei semplici salariati.
Nel 1784 viene firmato fra i maestri e la ditta
BECCALOSSI-FRANZINI-FEBBRARI un contratto che
diminuisce il compenso dei maestri ma garantisce la
continuità del lavoro per 10 anni ( 10.000 canne all’anno per
10 anni)
Nel 1795 in occasione del contratto con il REGNO DI
SPAGNA per la fornitura di 30.000 fucili i maestri
rivendicano i loro diritti, ma l’intesa è stata resa possibile
grazie all’abilità dei Beccalossi ed il governo non ritiene di
intervenire.
Marco Cominazzi noto diarista gardonese scrive:
1764, nel mese di marzo si sollevarono i popoli della
Valtrompia e Sabbia per la carestia delle biade, perché si
vendeva il formentone 36 lire la soma ed il frumento lire 44.
Le due Valli.. non potendo più sufrire simile penuria
calarono in numero di 400 li Sabini a Desenzano… ed
ebbero circa 1800 some onde poterono supplire il loro
bisogno….
…I valtrumplini in numero di 1000 si portarono in Brescia…
e 400 andarono al palazzo del potere e richiesero del
Grimani allora pretore e volevagli parlare….
Il comandante consegnava loro la città ma essi dissero di
non ricercare la città, ma bensì soccorso alla carestia e
furono achetate le loro sollevazioni con promesse di mandar
biade ……
Si provvede a soddisfare le richieste più urgenti e molti
“facinorosi” vengono assicurati alla giustizia e più tardi
giustiziati.
IN QUESTA GRAVE SITUAZIONE DI DECLINO SI
GIUNGE AL 1797, ULTIMO ANNO DELLA
DOMINAZIONE VENETA. GLI AVVENIMENTI
CHE PORTANO ALLA CADUTA DELLA
REPUBBLICA VENETA SONO DIRETTAMENTE
LEGATI ALLA CAMPAGNA NAPOLEONICA IN
ITALIA.
NEL BONAPARTE MOLTI VEDONO L’ALFIERE
DELLE NUOVE IDEE AFFERMATESI IN
FRANCIA DALLA RIVOLUZIONE E I GIOVANI
PATRIOTI
PENSANO
CHE
L’OSTACOLO
PRINCIPALE CHE SI OPPONE AL NUOVO
CORSO DELLA STORIA SIA VENEZIA CHE
APPARE AI LORO OCCHI COME L’IMMAGINE
DEL VECCHIO REGIME DA ABBATTERE
LA REPUBBLICA BRESCIANA E
CISALPINA
Numerosi giovani patrioti già mentre infuriava oltralpe la
lotta rivoluzionaria avevano formato in Brescia società
segrete e quindi mentre Napoleone sviluppa la sua impresa
militare, in città si congiura e si agisce.
IL 17 MARZO 1797 IL BROLETTO, SEDE DEL
GOVERNO VENETO, E’ OCCUPATO DAI
COSPIRATORI E SI COSTITUISCE LA
REPUBBLICA BRESCIANA
Nelle Valli però la Serenissima ha molti fautori :
L’ALTA VALTROMPIA E’ FAVOREVOLE A S.
MARCO
e quando il nuovo Governo bresciano tenta approcci
amichevoli, incontra forti resistenze.
GIUSEPPE BECCALOSSI
e GIOVAN BATTISTA
BORDOGNI il 20 marzo, per guadagnare appoggi alla
causa, raggiungono Gardone dove sono accolti
favorevolmente
Il Consiglio Generale di Valle, due giorni dopo riconosce
come legittimo il nuovo governo ma nell’Alta Valle (Collio
– Bovegno – Lodrino – Marmentino) l’opposizione è tanto
forte che costringe il Sindaco di Valle a riconvocare per il 1°
Aprile un nuovo Consiglio che
SCONFESSA LE DELIBERAZIONI DEL
PRECEDENTE
I fedeli a Venezia ottengono che siano inviate truppe a
Carcina a difesa della Valle.
Il povero gardonese PIETRO PAOLO MORETTI che si è
presentato in ritardo è condannato come pena ad assumere il
comando delle truppe valligiane.
L “esercito trumplino “ deve attendere a Carcina le truppe
venete in soccorso, ma purtroppo apprende che a Ponte
Zanano è giunto da Iseo un battaglione di cinqucento francesi
che al comando del CRUCHET pone il suo quartier generale
a Gardone. Il 9 aprile a Villa si ha lo scontro tra valligiani e
francesi in cui muoiono 26 trumplini.
Le truppe della Valle, aiutate anche da uno schieramento di
valsabbini, attaccano Gardone e poco sopra Inzino si
scontrano con le truppe francesi e della Repubblica Bresciana
che sono sonoramente sconfitte e devono in tutta fretta
abbandonare Gardone.
L’ira dei partigiani di Venezia si rivolge quindi a Gardone
che il 27 aprile viene sottoposto ad un tremendo saccheggio.
NEL CORSO DEL SACCHEGGIO SI RITIENE SIA
ANDATA
DEFINITIVAMENTE
PERDUTA
LA
DOTAZIONE DELL’ARCHIVIO COMUNALE
I Francesi però si riorganizzano e ottenuti rinforzi
riconquistano Gardone spingendosi fino a Brozzo che il 1°
maggio viene saccheggiato.
Domate le ultime resistenze e pacificato il territorio, anche
con l’intervento pacificatorio di personaggi di provata fama e
di assoluto rispetto.
IL GOVERNO BRESCIANO ORGANIZZA IL PICCOLO STATO
INDIPENDENTE DELLA REPUBBLICA BRESCIANA CHE
AVRA’ TUTTAVIA VITA MOLTO BREVE
IL 17 OTTOBRE 1797 A PASSARIANO NAPOLEONE
FIRMA CON L’AUSTRIA IL TRATTATO DI
CAMPOFORMIO.
IL TRATTATO PONE FINE ALLA VITA DELLA REPUBBLICA
VENETA CHE VIENE ANNESSA ALL’AUSTRIA CON TUTTE LE
TERRE AD EST DELL’ADIGE IN CAMBIO DELLE FIANDRE
AUSTRIACHE E DEL RICONOSCIMENTO DELLA REPUBBLICA
CISALPINA
Ha termine anche la vita dell’effimera REPUBBLICA
BRESCIANA che è conglobata dalla REPUBBLICA
CISALPINA.
GARDONE diventa capoluogo del CANTONE DEL
MELLA che comprende l’intera Valtrompia.
Con lo scioglimento della REPUBBLICA CISALPINA
(1805) tutto il territorio bresciano
entra a far parte della REPUBBLICA
ITALIANA
Le vicende che fanno del Bonaparte
il
dominatore
della
scena
internazionale fanno rifiorire a
Gardone l’industria delle canne, a
Gardone si lavora e si lavora molto.
Il Cominassi nel suo scritto Cenni sulla Fabbrica d’armi di
Gardone V.T. ricorda che
con un decreto del 20 settembre 1802 il ministro della
guerra ordina: 70.000 fucili con baionetta 9.000 carabine ed
altrettante paia di pistole
La produzione annuale di fucili si attesta sui 40.000 pezzi
Nel 1806 la FABBRICA viene visitata da EUGENIO DI
BEAUHARNAISxx viceré d’Italia che riconosciutane
l’importanza fa aprire un ARSENALExxi
Le sconfitte napoleoniche nel 1812 in Russia e nel 1813 in
Germania accentuano la pressione austriaca sui confini delle
Valli.
Nel 1813 una colonna austriaca discende lungo la Val
Sabbia, sale a Lodrino ridiscende la Valle Trompia e attacca
la città (Porta Pile) mentre un distaccamento attraversato il
passo del Colle di San Zeno scende a Pisogne e risale la Val
Canonica.
La resistenza delle truppe italo-francesi riesce a contenere la
situazione, ma le tre Valli verranno definitivamente
conquistate l’anno successivo.
Dopo Waterloo (18.6.1815), la battaglia che segnò la fine di
Napoleone, la Restaurazione porta all’affermarsi del dominio
austriaco sulla nostra Valle.
L’AUSTRIA IN SEGUITO AL CONGRESSO DI VIENNA (1815)
SI VEDE ANNETTERE LA LOMBARDIA ED IL VENETO E
COSTITUISCE IL REGNO LOMBARDO VENETO COME
PROVINCIA AUSTRIACA
Nella nuova organizzazione amministrativa Gardone è
capoluogo di un distretto che comprende 10 comuni:
L’INDUSTRIA LOCALE VEDE LA PREVALENZA
DELLE FABBRICHE
D’ARMI CON IL SUPPORTO ECONOMICO DEI
FILATOI PER LA SETA
Gardone è pure sede della PRETURA che ha competenza sul
territorio trumplino.
Nel 1816 FRANCESCO I D’ASBURGO IMPERATORE
D’AUSTRIA visita Gardone e ordina che ogni anno si
costruiscano 6.000 canne per la dotazione dell’esercito
imperiale.
Frequenti sono le visite alla nostra comunità di regnanti o
imparentati:
Nel
1818
Gardone ospita
l’Arciduca Ranieri viceré del
Lombardo Veneto
Nel 1820 è il turno di
FERDINANDO III granduca di
Toscana
1824 LEOPOLDO II Granduca
di Toscana
1825
ARCIDUCA FRANCESCO CARLO con la
moglie SOFIA ed il suocero
MASSIMILIANO GIUSEPPE re di Baviera
Un decreto imperiale stabilisce nel frattempo che i maestri di
canne gardonese
SIANO ESENTATI DAL SERVIZIO MILITARE
Provvedimento che verrà confermato
dall’imperatore
FERDINANDO I successore di FRANCESCO I
1834 è la volta dell’Arciduca Giovanni e di molti altri principi
Il Governo austriaco divide il territorio bresciano in 17
DISTRETTI; i comuni piccoli erano retti da un podestà di
nomina imperiale, i grandi da una Congregazione municipale
proposta dal Viceré e la cui designazione era ufficializzata
dalla nomina imperiale
IL GOVERNO AUSTRIACO NON VENNE SOLO MAL
VISTO DAI NOSTALGICI DI S. MARCO, MA ANCHE
DA QUEI CITTADINI CHE AVEVANO GUSTATO LA
LIBERTA’, ANCHE SE LIMITATA, DURANTE IL
PERIODO NAPOLEONICO
Tra i ceti produttivi emergevano richieste di libertà e
autodeterminazione
che accompagneranno in continuazione i quarantacinque anni
di dominio
austriaco
La casa regnante pose sempre particolare attenzione alla
ricca provincia Bresciana e alla sua ricercata produzione e
infatti:
PER FACILITARE LA VIABILITA’ TRA LE VALLI
NEL 1825 SI DIEDE INIZIO AI LAVORI PER LA
REALIZZAZIONE DELLA STRADA BROZZOCASTO CHE CONGIUNGEVA LA VALTROMPIA
CON LA VALSABBIA
I moti antiaustriaci del 1820-1821 investirono anche Brescia
dove operava un folto gruppo di rivoluzionari in stretto
contatto con organizzazioni patriottiche milanesi.
LE VALLI FURONO INVESTITE DALLA BUFERA
RIVOLUZIONARIA
DEL
1848-1849.
ALLA
DICHIARAZIONE
DELLA
PRIMA
GUERRA
D’INDIPENDENZA I DISTRETTI DOVEGNO E DI
GARDONE FURONO TRA I PRIMI A RENDERE
DISPONIBILI UOMINI ED ARMI.
5000 UOMINI
(TRUMPLINI E SABBINI) AL
COMDANDO DEL
GENERALE
DURANDO
SI
SCONTRARONO
RIPETUTAMENTE
CON GLI AUSTRIACI E NEL 1849 ACCORSERO IN
CITTA’ A
DAR MAN FORTE AGLI ASSEDIATI DELLE 10
GIORNATE.
GLI ARMAIOLI GARDONESI CRESCENZIO PARIS,
LODOVICO
ANTONIO E MAFFEO FRANZINI DIRIGONO
L’INCETTA DI ARMI
E MUNIZIONI DA FAR PERVENIRE AGLI INSORTI
La dura repressione seguita alla sconfitta alienò
definitivamente ogni restante simpatia per l’Austria.
Al notevole impegno profuso dai trumplini e dei gardonese
risponde difatti l’Austria con pesanti condanne e fucilazioni:
i gardonesi
Matteo Cabona, Angelo Franzini, Rocco Bertarini, Angelo
Gatti, Giuseppe Fappani sono fucilati nel Castello di Brescia
NEL 1850 LA VALTROMPIA E’ COLPITA DA UNA
SPAVENTOSA ALLUVIONE CHE DISTRUSSE ( da
Bovegno a Brescia)
FUCINE,
STRUTTURE
CIVILI
E
PRIVATE
ARRECANDO DANNI INGENTISSIMI.
VENGONO COSTITUITI DEI COMITATI CHE IN UN
ANNO RACCOLSERO NEL LOMBARDO VENETO LA
SOMMA INGENTISSIMA DI 365.000 LIRE
(UNA CINQUANTINA DI MILIARDI DEL 1996
NEL 1859, SCONFITTI GLI AUSTRIACI A MAGENTA, I
DISTRETTI DI BOVEGNO E GARDONE SONO NUOVAMENTE
TRA I PRIMI A SCHIERARSI CONTRO GLI OCCUPANTI. LA
BATTAGLIA DI SOLFERINO E S. MARTINO DEL GIUGNO 1859
CONSACRO’ DEFINIVAMENTE LA VITTORIA DEI FRANCOPIEMONTESI E LA LOMBARDIA VENNE AGGREGATA AL
REGNO D’ITALIA
Alla spedizione dei Mille di Garibaldi parteciparono sessanta
bresciani di cui due Valtrumplini.
NEL 1860 RICONOSCENTE AL PATRIOTTISMO BRESCIANO
IL NUOVO GOVERNO AVEVA ISTITUITO A GARDONE UN
GRANDE ARSENALE PER LA FABBRICAZIONE DELLE ARMI
DA GUERRA, REALIZZAZIONE CHE DIEDE IMPULSO
ECONOMICO ANCHE ALLE RESTANTI STRUTTURE
INDUSTRIALI DELLA ZONA
Un reparto dell’Arsenale di Gardone in un’immagine dall’
Illustrazione italiana
Fra i capannoni dell’Arsenale gardonese ( da: Illustrazione
Italiana)
Particolarmente attivo in questi anni in Valle, fu
l’imprenditore FRANCESCO GLISENTIxxii che attivò a
Carcina la sua fabbrica di armi da fuoco ed una fonderia che
utilizzava i forni MARTIN.
Il forno Martin della Glisenti
Gli opifici Glisenti di Carcina
Il periodo che va dalla guerra del 1866 alla GRANDE
GUERRA
è
caratterizzato
dal
decollo
dell’industrializzazione in tutta l’Italia Settentrionale con
EFFETTI NOTEVOLI PER IL BRESCIANO E LE SUE
VALLI
In Valtrompia il vecchio insediamento industriale di
derivazione famigliare-artigianale entrò in crisi per la
concorrenza operata dall’industria straniera.
ALCUNI INDUSTRIALI DI PROVATA CAPACITA’
RIUSCIRONO PERO’ NEL TENTATIVO DI
AMMODERNAMENTO:
I GLISENTI A CARCINA
I GNUTTI A LUMEZZANE
I BERETTA A GARDONE
Altri industriali giunsero da lontano:
I REDAELLI A GARDONE
FERMO CODURI (filatura di cascami)
FEDERICO MYLIUS (filatura – Bernocchi
- Cogozzo)
La presenza del ceto operaio vide i primi tentativi di
organizzazione nelle SOCIETA’ DI MUTUO SOCCORSO
Nel 1861 è istituita quella gardonese
Nel 1874 quella di Bovegno, poi a Villa, a Marcheno e via
dicendo….
La presidenza della Società Gardonese verrà offerta a
GIUSEPPE ZANARDELLI il deputato bresciano, con
ascendenti trumplini, il cui liberalismo dominerà per molto
tempo la vita amministrativa di molti centri trumplini fino
all’avvento delle nuove idee socialiste.
LE ANTICHE
TRADIZIONI
Rituali ed usanze di
una comunità
Nel mondo popolare il LUNARIO ( O ALMANACCO) era uno
strumento tradizionale di informazione.
Unitamente alle indicazioni sulle fasi lunari, offriva il
calendario che registrava le festività civili e religiose, le fiere,
le sagre ed i mercati.
Molto spesso il Lunario annunciava le previsioni per il futuro
che si estendevano dalla meteorologia, alle catastrofi naturali,
alle epidemie, al fluire degli avvenimenti della vita.
Cercheremo di documentare, rifacendoci alla memoria e a
quanto ancora oggi è rintracciabile, i diversi momenti di
lavoro e di festa compresi nei cicli delle stagioni che questi
almanacchi erano soliti indicare, riportandoli alla nostra
realtà culturale e geografica.
Stiamo dunque parlando di una serie di vivi comportamenti
che si sviluppano all’interno di un canone cerimoniale : lo
svolgersi dell’anno.
L’anno può essere, di conseguenza, diviso in varie fasi
che hanno come punto di riferimento feste tradizionali che si
susseguono con diversa densità in cicli stagionali e possono
coincidere o meno con il calendario liturgico.
FESTE E LAVORO SI INTRECCIANO SECONDO IL
CORSO NATURALE DELLE STAGIONI. L’ANNO
RIPETE I GRANDI CICLI DELLA VITA
INDIVIDUALE E OGNI FESTA E’ LEGATA AL
PARTICOLARE MOMENTO DELLE STAGIONI
Nel mondo popolare l’anno inizia a novembre e non a
gennaio. Questo fatto ha due spiegazioni,
una intrinseca ( il ciclo agricolo comincia con la
svinatura di novembre che prelude all’ingresso nel lungo
periodo invernale)
ed una storica
(nel calendario celtico l’inizio
dell’anno era fissato al primo di novembre, giorno in cui si
credeva che i morti tornassero sulla terra
Da questa antica credenza nasce un’usanza ancora
conosciuta:
nella notte tra il 1° ed il 2 novembre si accende
sulla finestra un lume e sul desco si preparano un bicchiere di
vino ed un piatto di castagne per accogliere coloro che
dall’oltretomba tornano a visitare le proprie case e a vegliare
sul comportamento dei loro cari
La quasi totale sospensione invernale dei lavori agricoli
consentiva il tradizionale ripetersi delle veglie e dei filò,
riunioni che si svolgevano nelle stalle, dove, risparmiando
combustibile ci si poteva riscaldare al tepore prodotto dagli
animali.
ALLA FIOCA LUCE DELLA LAMPADA AD OLIO
DONNE UOMINI E BAMBINI DIVE NIVANO
PARTECIPI DI UN’INTENSA VITA COMUNITARIA
UNA VITA LAVORATIVA che trovava espressione per le
donne nella filatura, nel lavoro a maglia e ad ago e per gli
uomini nella produzione o riparazione degli attrezzi di uso
comune, nei lavori di intreccio e relativi alla vita di ogni
giorno
UNA VITA RICREATIVA con canti in coro, narrazione
di leggende e favole ed il commento dei fatti quotidiani che
fra le altre cose esaltava la figura dell’anziano come maggior
detentore del sapere e delle abilità lavorative.
Esistevano a volte lettori “specializzati” che con la loro voce
e le loro capacità interpretative trasmettevano agli astanti le
avventure vissute dai personaggi più famosi dei romanzi
d’appendice
Evidentemente queste veglie avevano un grande valore
per la trasmissione della cultura tradizionale
consentendo, attraverso il racconto il passaggio della
cultura orale dagli anziani ai giovani
Iniziamo dunque il nostro excursus nelle tradizioni con la
grande festa di cominciamento dell’anno :
IL NATALE
Una festa che ha in sé tutti i riti di eliminazione del
male e di propiziazione del bene e che conserva tutte
le manifestazioni soprannaturali che segnano la
nascita di un nuovo ciclo come se si rinnovasse il
miracolo della creazione
Nella nostra Valle era antica usanza, nella notte che precede
il Natale, vegliare davanti al camino dove bruciava il
tradizionale ceppo.
Nella bruciatura del ceppo trovavano espressione due
elementi di carattere propiziatorio:
il valore purificatorio e vitale della fiamma
e l’idea che con il bruciare della legna
si consumasse il vecchio anno
con tutto il suo carico di male accumulato durante il suo
corso
La notte di Natale ci si recava alla messa di mezzanotte.
Terminata la cerimonia, avvolti nei pesanti mantelli o nei
caldi scialli di lana, si ritornava alle proprie case
accompagnati dalle nenie delle tradizionali pastorelle
scambiando gli auguri con quanti si incontravano.
Arrivati a casa, mentre sul fuoco crepitavano il ceppo ed i
rami di ginepro, ci si raccoglieva attorno al desco dove, una
varietà di cibi, non certo frequente, allietava i commensali.
Seguivano lunghe chiacchiere sui fatti dell’annata, mentre i
ragazzi raccolti intorno alla nonna, ascoltavano le vecchie
storie.
VALENZA MAGICA AVEVA L’ACQUA ATTINTA
A MEZZANOTTE ORA IN CUI, SECONDO LA
TRADIZIONE, FU PER LA PRIMA VOLTA
LAVATO IL BAMBINO GESU’
I resti spenti del ceppo venivano raccolti per essere poi usati
nel corso dell’anno come potenti talismani
ERA
USANZA
TRARRE
AUSPICI
METEOROLOGICI DAL TEMPO DEL GIORNO DI
NATALE. SE IL CIELO ERA
SERENO L’ANNATA SAREBBE STATA BUONA
IN CASO CONTRARIO L’ANNA TA NASCEVA
SOTTO CATTIVI AUSPICI
Il desco di Natale era contornato da diverse umili specialità,
era usanza infatti che i venditori regalassero per la ricorrenza
del Natale, alla loro fedele clientela, vari prodotti: il
macellaio un piede di maiale, il droghiere un pezzo di
torrone, il fornaio una ciambellina e così via
Forse la necessità più sentita era quella di ritrovarsi in casa
con parenti ed amici. Situazione molto triste era essere
lontano da casa ed a ragione un vecchio proverbio ricordava
che
A NATALE ANCHE I BANDITI TORNANO A CASA
Al Natale seguiva il
CAPODANNO
IL PRIMO DEI 365 GIORNI DELL’ ANNO
DETERMINA L’ANDAMENTO DEGLI ALTRI 364,
HA
QUINDI
VALORE
INDICATIVO
E
PROPIZIATORIO ED E’ UNO DEI GIORNI PIU’
EFFICACI PER TRARRE AUSPICI SUL LAVORO
E SULLA VITA
Si pensava infatti che quello che accadeva il giorno di
Capodanno si sarebbe ripetuto per l’intera annata. Era quindi
opportuno cercare di non inquietarsi, di no rattristarsi e
soprattutto di non eseguire pagamenti
CHI CHE PAGA ‘L PRIM DE L’AN ‘L PAGA TOT L’AN
Allegria doni e benessere avrebbero garantito una annata
felice.
Tradizione ancora ricordata è la considerazione della prima
persona che al mattino viene a porgere gli auguri o che si
incontra appena uscita di casa :
E’ BUON AUGURIO PER UN UOMO INCONTRARE
UNA DONNA
e viceversa
Buon augurio è incontrare un anziano specialmente se
proviene da un paese più a Nord del proprio; l’anziano infatti
è infatti indicazione di lunga vita ( sempre il principio di
magia simpatica sopra ricordato)
ALLA BASE DI MOLTE DELLE USANZE DEL
CAPODANNO E’ L’ESIGENZA DI DISTRUGGERE
VECCHIUME, TRISTEZZE E MALI DELL’ANNO
CHE MUORE, INIZIANDO IL NUOVO ANNO NEL
SEGNO DEL RINNOVAMENTO
Era abitudine indossare al mattino del primo giorno dell’anno
un indumento nuovo, se non addirittura, per chi lo poteva,
un abito nuovo.
Nei cibi del cenone di capodanno vengono conservati
significati propiziatori ; nell’uso di uva passita, nocciole,
noci e miele permangono infatti tracce di antichi riti
propiziatori per la fecondità e l’abbondanza anche riferite
alla sfera sessuale.
Dolce tipico della ricorrenza, in Valle, era il PANE
SPEZIATO ora accompagnato dall’universale panettone
Tradizione che risale sicuramente all’epoca romana è quella
di
TRARRE LE PREVISIONI ATMOSFERI- CHE PER
L’INTERA ANNATA DAL DECORSO CLIMATICO
DEI PRIMI 12 GIORNI DELL’ANNO OGNUNO
ABBINA TO IN SUCCESSIONE AD UN MESE
Contrariamente a quanto avviene nella ricorrenza del Natale,
il desiderio di trascorrere la notte del capodanno fuori casa è
grande. In compagnia degli amici impegnati in abbondanti
libagioni, si attende il nuovo anno corollato da un brindisi e
dai rituali colpi di fucile.
Sui cocuzzoli dei monti che fanno da confine alla Valle,
grandi falò a bruciare l’anno passato e ad affidare alla
fiamma il rigenerarsi di una nuova forza vitale che abbraccia
la gente da paese a paese dimenticando, almeno per una
notte, dispute e problemi
E’ la volta quindi dell’
EPIFANIA
che tutte le feste la porta via
un’altra festa di Capodanno e di rinnovamento, una vecchia
stagione che deve morire portandosi via i guai ed i peccati
della comunità.
La festa ha indubbia origine pagana e si rifà alla nascita di un
Dio probabilmente DIONISIO od OSIRIDE.
Su questo fondo pagano si è venuto inserendo un complesso
di forme tipiche del culto popolare cristiano, dando alla festa
un nuovo contenuto che si riflette nelle tradizionali canzoni, i
CANTI DELLA STELLA, che gruppi di cantori portavano
nelle strade e nelle case questuando i prodotti del luogo che
poi venivano consumati in un pranzo comune con la funzione
di affratellare spiritualmente i partecipanti
Il 17 gennaio ricorre la celebrata festa di
SAN ANTONIO ABATE
Il santo, di origini egiziane, ebbe una vita improntata al più
severo ascetismo, desta quindi vivo stupore che sia diventato
il santo più familiare alle classi umili e popolari
Forse la diffusione del suo culto è dovuta ad una leggenda
alternativa all’agiografia ufficiale collegata alle lotte che, in
vita, il santo aveva sostenuto contro il demonio.
Nell’iconografia tradizionale infatti S. Antonio venne sempre
raffigurato con un maialetto ai suoi piedi (rappresentazione
del demonio) ma questa immagine si trasformò, a livello
popolare, in un rapporto amichevole con gli animali, di cui,
col tempo, il santo si trasformò in protettore
L’attribuzione è molto antica ed è testimoniata dalla
consuetudine, da parte di molte comunità, di allevare un
maialino. Il 17 gennaio il maiale veniva ucciso ed il ricavato
era devoluto ad opere di bene.
La fantasia popolare trasformò un altro simbolo legato al
santo, il fuoco, in concretezza. S. Antonio divenne il
protettore dal fuoco, da ogni tipo di fuoco, da quello delle
braci al temutissimo FUOCO DI S. ANTONIO, o fuoco
sacro, una temutissima malattia epidemica che nel Medioevo
a volte era confusa con la peste.
Tipiche cerimonie valtrumpline, e non solo, in occasione
della ricorrenza del Santo erano le aste, la benedizione degli
animali e la distribuzione dei pani di S. Antonio
Il 2 febbraio si celebrava poi la:
CANDELORA
La festa che celebrava la PRESENTAZIONE DI GESU’ AL
TEMPIO assunse col tempo un carattere eminentemente
mariano fondendo alla Presentazione la CELEBRAZIONE
DELLA PURIFICAZIONE DI MARIA
La Purificazione avveniva, secondo la legge mosaica,
quaranta giorni dopo il parto ( ogni donna che avesse dato
alla luce un figlio maschio era considerata impura per sette
giorni e veniva esclusa dalla partecipazione al culto per altri
33 giorni. In caso il nuovo nato fosse una femmina, la
prescrizione durava il doppio.
La mattina della candelora il celebrante benedice i ceri che
vengono poi acquistati dai fedeli e gelosamente conservati
appesi nelle camere da letto.
AD ESSI SI ATTRIBUISCONO POTERI MAGICI E
MIRACOLOSI CONTRO LE FORZE MALEFICHE
DELLA NATURA E CONTRO GLI SPIRITI
MALIGNI
Venivano accesi davanti al capezzale dei moribondi nella
speranza che la luce della benedizione divina allontanasse la
morte, oppure erano utilizzati durante i temporali per
proteggere le case ed i campi dai fulmini e dalla grandine.
METEOROLOGICAMENTE
LA
CANDELORA
SEGNA
LA
FINE
DELL’INVERNO.
DI
CONSEGUEN ZA ALLA FESTA E’ ISPIRATA UNA
LUNGA SERIE DI PROVERBI E DI PREVI SIONI
CHE TRAGGONO SPUNTO DAL TEMPO DEL 2
GENNAIO
Dal latino carnem – levare (levare la carne) giungiamo al
CARNEVALE
L’origine della festa è più complicato di quanto non dica il
nome, dato che nella ricorrenza sono confluite feste ed
usanze che riportano direttamente al mondo pagano con
significati rituali di inizio dell’anno.
In questa festa si è trasferita quella dei SATURNALI che si
svolgeva in Roma per il Solstizio d’inverno (l) e nel
Carnevale possiamo ritrovare il re dei Saturnali, il re della
Baldoria che veniva processato condannato e bruciato alla
fine della festa incarnando un rito di eliminazione del male e
di propiziazione della fertilità.
TRATTO FONDAMENTALE DELLA TEMATICA
DEL CARNEVALE SONO LE MASCHERE (= masca,
strega) CHE SIMBOLEGGIANO I DEMONI CHE SI
COMPORTANO DI CONSEGUENZA AL LORO
STATO.
IL CAPO RICONO SCIUTO DELLE
MASCHERE
ERA
ARLECCHINO,
ORIGINARIAMENTE UN DIAVOLO ( vedi la
maschera nera)
Fin dall’inizio il Carnevale si è dunque presentato come festa
caratterizzata da un godimento smodato dei beni materiali
(cibi, bevande e piaceri sessuali) e attraverso l’uso delle
maschere, dal capovolgimento dei rapporti instaurati dal
vivere civile, attraverso l’uso delle maschere, con
l’abbandono del proprio ruolo e l’assunzione di quello altrui.
E come dice il proverbio:
DOPO ‘L CARNEAL VE
LA QUARESMA
Con il campanone che lanciava i suoi mesti rintocchi nella
mezzanotte del maretedì grasso e la benedizione delle ceneri
del mercoledì mattina iniziava la QUARESIMA
QUARANTA GIORNI DI PENITENZA E DIGIUNO
SPEZZATI
DALLA
FESTA
DI
MEZZA
QUARESIMA
LA SETTIMANA SANTA
La Quaresima prelude alla Settimana Santa, la settimana
GRANDE – PENOSA - SANTA
che va dalla
DOMENICA DELLE PALME a PASQUA
Erano i giorni del gracchiante suono dei “Maitì” e delle
“Ciacole” che accompagnavano lo svolgersi delle cerimonie
nelle chiese. Tanto grande era il fracasso provocato da questi
strumenti di legno che alcuni ragazzetti ne approfittavano per
inchiodare ai banchi della chiesa le lunghe gonne delle donne
anziane assorte in preghiera
Il
GIOVEDI’
venivano legate le campane che non
avrebbero fatto udire il loro suono fino alla notte che precede
la Pasqua
IL VENERDI’ venivano affidate ai ragazzi le catene dei
fuochi che in cambio di una mancetta erano trascinate lungo
le strade perché si pulissero.
Era usanza raccogliere le uova del giorno da mangiare o
donare agli amici e parenti perché proteggessero la salute.
Il venerdì si potava la salvia e durante tutto l’anno in questo
giorno si riteneva di poter effettuare le seminagioni senza che
su di esse influissero i cicli lunari
IL SABATO NOTTE le campane venivano slegate e, ai loro
primi rintocchi era consuetudine bagnarsi occhi. Si credeva
che tale operazione preservasse dalle malattie della vista.
Il lancio di un sasso o di uno zoccolo dietro le spalle,
effettuato in questi attimi, avrebbe protetto dalla morsicatura
delle vipere
PULIZIE DI PASQUA
Era abitudine, il mattino di Pasqua, scambiarsi la “Pasqua
Fiurida”. L’augurio si trasformava quasi in una competizione
che vedeva vincitore il primo che, incontrandosi, fosse
riuscito a rivolgerlo all’amico o al conoscente
Si giunge dunque al mattino della DOMENICA, al
GIORNO NUOVO quello che i Padri della Chiesa hanno
chiamato l’ OTTAVO GIORNO perché in esso trovano
compimento i sette giorni della creazione.
Significativi sono i doni di scambio per la ricorrenza :
uovaxxiii,, ulivi, colombe indicatori di vita e di rinascita.
Come nel venerdì si svolgevano le sacre rappresentazioni, da
molti giudicate funebri e masochiste, forse perché non si
riesce ad entrare veramente nello spirito di questi riti che non
sono solo il memoriale della Passione di nostro Gesù, ma
anche meditazione sul mistero della morte, vissuta non
come conclusione di tutto, ma come passaggio alla nuova
vita
Così nella domenica ci troviamo immersi nella rinascita, nel
bisbocciare della natura, in un rinnovellarsi che ha raggiunto,
con la tradizione cristiana, la sua massima espressione e dove
la
RESURREZIONE
DI
CRISTO
diventa
la
RESURREZIONE DI OGNI UOMO
1 MAGGIO
CALENDIMAGGIO – FESTA DEL ALVORO
24 GIUGNO
S. GIOVANNI BATTISTA
S. Giovanni, che ricorre il 24 giugno, corrispondeva
anticamente al solstizio d’estate e rientrava perciò fra le feste
di cambiamento di stagione ( con la Pasqua, S. Michele, ed il
Natale)
Le tradizioni legate alla ricorrenza risalgono a tempi
antichissimi e su di esse la chiesa sovrappose il ricordo della
nascita del Battista.
Importante è l’analogia fra l’acqua usata dal santo per i
battesimi con una festa in cui l’acqua acquistava grande
rilevanza fino ad essere ritenuta magica.
Si credeva infatti che la rugiada della notte di S. Giovanni
avesse poteri straordinari; le coperte, le lenzuola, gli
indumenti erano stesi, la sera della vigilia della festa,
sull’erba dei prati nella convinzione che l’umidità di questa
particolare notte li avrebbe preservati dall’attacco delle
tarme.
La Camomilla, le Cipolle, l’Aglio non potevano poi essere
raccolti se non dopo aver ricevuto la rugiada della notte
misteriosa.
29 GIUGNO
S. PIETRO E PAOLO
San Pietro era l’apostolo pescatore; come si potrebbe meglio
ricordarlo se non pensando a lui, alla sua barca e alle sue
pesche miracolose ?
Nella nostra Valle è da sempre tradizione attendere la
ricorrenza versando, la sera della vigilia, due chiare ( albumi)
d’uovo
in un fiasco ( senza vino e senza paglia) riempito d’acqua che
sarà poi posto sulla finestra della casa.
Se tutto va bene e si i presagi volgono al meglio, durante la
magica notte, gli albumi formeranno nel contenitore la
forma di un’imbarcazione con le sue vele nel ricordo della
gloriosa barca e ad onore della miracolosa pesca sul lago di
Tiberiade.
Maggiore il numero delle vele, si riteneva in Valle, maggiore
la fortuna che arriderà ai devoti cultori della tradizione.
Attenzione in giornata al temuto “Temporal de S. Piero”
27 LUGLIO
S. PANTALEONE
Un particolare culto è tributato al santo dalla gente gardonese
a partire dal 1528 quando, provati dalla terribile pestilenza
che affliggeva il paese, i gardonese ricorsero all’intercessione
di Pantaleone promettendo di solennizzarne in perpetuo la
festa. Il voto è ricordato da una lapide murata all’esterno
della parrocchiale ( porta laterale destra)
16 AGOSTO
S. ROCCO
Il culto al santo francese vissuto probabilmente nel XIV
secolo, è particolarmente diffuso nel Bresciano e nella Valle
Trompia che vanta dodici oratori a lui dedicati.
Le tremende epidemie pestilenziali, contro le quali non
esisteva alcun rimedio se non le preghiere all’Altissimo e le
intercessioni da parte dei Santi, colpirono con frequenza la
Valle. La pubblicazione dell’opera “ Vita del glorioso S.
Rocho” del Diedo trovò rapida diffusione nella diocesi,
suscitando per il Santo una devozione grandissima. In Valle
il culto del Santo, quale intercessore contro la peste, è
presente almeno dal 1469, anno in cui viene consacrato ai
santi Sebastiano e Rocco l’oratorio di Bovegno, una tra le
prime chiesette dedicate nel Bresciano al pellegrino di
Montpellier.
I primi documenti che testimoniano il culto a Gardone
risalgono al 1533 (….nella chiesa di S. Marco, sopra
l’altare di S. Rocco ….).
Nel 1606 è promulgata la Bolla papale “Cum certas” (Papa
Paolo V) documento che concede ai confratelli della
Disciplina gardonese di S. Rocco benefici ed indulgenze.
La devozione tradizionale al Santo è continuata in terra
gardonese con prevalenza a volte dell’aspetto religioso, a
volte di quello folcloristico. La visita al santuario ha saputo
divenire anche occasione per felici scampagnate dai
tradizionali semplici menù, bagnati dal tradizionale bicchiere
di vino.
S. ROCCO E S. SEBASTIANO in un dipinto di Tommaso Bona
Bovegno, canonica
28 NOVEMBRE
S. PROSPERO
Da tempi ormai lontani si raccontala leggenda del Santo
martirizzato nei primi secoli del Cristianesimo le cui reliquie
erano state, con venerazione e tutti i sacri crismi, asportate da
Roma per raggiungere la devozione di una chiesetta della
nostra Valle.
Fermatisi i portatori a Gardone per trascorrere una notte al
riparo di quattro mura, nonostante ripetuti tentativi non
riuscirono più ad allontanarsene dato che ogni volta che
l’urna delle reliquie usciva sul sagrato per ricominciare il
viaggio, i cieli scatenavano tremendi diluvi.
Il santo restò a Gardone e lo strano fenomeno degli
improvvisi acquazzoni venne trasformato, dal popolo, nella
sua particolare vocazione a portare pioggia nei tempi di
siccità.
BIBLIOGRAFIA OPERE CONSULTATE
Opere generali
L’ENCICLOPEDIA ITALIANA
Roma, Treccani, 1929
STORIA DI BRESCIA
Brescia, Morcelliana, 1963
ENCICLOPEDIA BRESCIANA
Brescia, Voce Popolo
(a cura di A. Fappani)
L’ENCICLOPEDIA
Torino, UTET, 2003
L’UNIVERSALE
Milano, Garzanti, 2003
Monografie
TITO LIVIO
Milano, Mondadori, 1994
Storia di Roma.
A cura di Carlo Vitali
STATUTO DI VALTROMPIA
Brescia, Britannico, 1576
Con due tavole una delle
rubriche dei capitoli….
CAPITOLI
Per la rinovation del fondici
Brescia, Sabbi, 1612
delle canne da guerra che si
fabbricano nella terra
di Pardon
RACCOLTA
Brescia, Bossino, 1736
Di privilegi, Ducali, Giudizi e
Terminazioni… concernenti
l’esenzioni, immunità e
benemerenze delle
Valli Trompia e Sabbia
REGOLE
Brescia, Bossino, 1767
da osservarsi da’ confratelli
delle veneranda Confraternita
di S. Rocco in Gardone V.T.
COMPARONI, Giacomo
Salò, 1805
Storia delle Valli Trompia
e Sabbia
BROCCHI, Giambattista
Brescia, Bettoni, 1807- 8
Trattato mineralogico e
chimico sulle miniere di ferro
del Dipartimento del Mella
DELLE INONDAZIONI
Brescia, Gilberti, 1851
del Mella e dei suoi confluenti
nella notte dal 14 al
15 agosto 1850
MAZZOLDI, Angelo
Della Valtrompia e della
inondazione del Mella nella
Brescia, Strenna bresciana,
1851
notte del 14 agosto 1850
ROSA, Gabriele
Bergamo, Mazzoleni, 1857
Dialetti, costumi e tradizioni
delle province di Bergamo
e Brescia
L’ACQUEDOTTO
di Valtrompia. In “l’Alba”,
anno 1 n. 37, 1858
CURIONI, Giulio
Milano, Bernardoni, 1860
Sulla industria del ferro in
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COMINAZZI, Marco
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Cenni sulla fabbrica d’armi
di Gardone Val Trompia
compilati da Marco Cominazzi
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Brescia, Valentini, 1870
Le fonderie di cannoni bresciano
ai tempi della Repubblica Veneta
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S. Carlo in Valtrompia
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Il culto di S. Glisente eremita
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Alpi e Prealpi. Mito e realtà
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BERRUTI, G.
Levandosi i fiumi sopra le rive
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BOLOGNINI, Pierantonio
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Il culto di S. Rocco a Gardone
ed in Valle: religiosità e storia
LE PIEVI DEL BRESCIANO
Brescia, FAI, 2000
A cura del FAI – Delegazione
di Brescia
SIMONI. Roberto
Per le contrade di Sarezzo
Brescia, Grafo, 2001
LA VIA DEL FERRO
e delle miniere in Valtrompia
Gardone, Com.
Montana 2002
i
MESOLITICO
Periodo della preistoria tra il paleolitico ed il neolitico,
inziato subito dopo la fine dell’ultima glaciazione.
Le genti del mesolitico abitavano l’Europa, l’Africa, l’Asia,
in clima temperato o caldo, praticando la pesca (soprattutto
di acqua dolce), l’uccellagione, la raccolta intensiva dei
cereali selvatici ( nel Vicino Oriente) e di altri vegetali
commestibili. E’ testimoniato per la prima volta l’uso
dell’arco.
Comuni a tutte le culture del mesolitico sono i manufatti
(lamette o segmenti di lame in selce, spesso di forma
geometrica) montati con mastici vegetali su supporti di legno
o di osso.
Scomparsa la grande arte delle caverne del paleolitico
superiore, caratteristica del mesolitico è l’arte rupestre di
stile subnaturalistico o schematico
ii
NEOLITICO
O nuova età della pietra, periodo della preistoria successivo
al mesolitico, caratterizzato dalla più antica produzione di
cibo mediante agricoltura (orzo e grano) e allevamento
(ovini, suini, bovini), da abitati stabili e da innovazioni
tecnologiche (ceramica, levigatura di pietre dure per
strumenti, filatura e tessitura di fibre vegetali e animali).
Centro di origine del N. fu il Vicino Oriente, tra l’Anatolia
meridionale e l’altopiano iranico e la Palestina; nel corso di
pochi millenni si produsse una profonda trasformazione
dell’ambiente naturale, una maggiore articolazione della
società, un forte incremento demografico e la possibilità di
accumulo di eccedenze alimentari. Sorsero così le prime
civiltà urbane di carattere storico.
In Europa il N. continuò a presentare un’economia piuttosto
primitiva, dipendente ancora da caccia e pesca. Nel sud-est
asiatico (Thailandia e Vietnam) ebbero origine le tecniche di
trapianto e della coltivazione del riso. Un terzo autonomo
centro di origine di culture neolitiche fu l’America centrale
dove si sviluppò la coltivazione del mais, poi base economica
delle civiltà precolombiane
iii
LIGURI
Secondo Plutarco i Liguri, che chiamavano se stessi
ambroni furono uno dei popoli più importanti
dell’Italia primitiva; in epoca storica, e soprattutto
dopo le grandi invasioni celtiche nella regione
padana (inizi sec. IV) non possedevano più che la
ristretta contrada che da essi prende il nome.
Nell’Italia settentrionale i L. erano divisi in molte
popolazioni e occupavano, prima che vi si
espandessero i celti, la massima parte della regione
alpina e piemontese fino al Ticino, con ampie
propaggini nella Toscana e nell’Emilia. Roma
combattè per la prima volta contro i Liguri negli anni
238-235 e molte guerre furono poi portate dai romani
nel territorio ligure per debellare la loro feroce
resistenza.
iv
IL FERRO
La lavorazione del ferro in territorio bresciano pare
risalga ai tempi preistorici e se non esistono
realistiche documentazioni riguardanti le miniere in
epoca romana, la tradizione vuole che essa fosse, al
tempo, già attiva grazie agli etruschi e recenti
ritrovamenti paiono confermare l’ipotesi anche per la
nostra Valle.
Nell’antichità la qualità del minerale più adatta ad
ottenere il ferro era generalmente ritenuta la Magnes
Lapis (ossido magnetico) e l’industria antica otteneva
il ferro direttamente dal minerale che dopo essere
stato lavato e sminuzzato si poneva, unitamente alla
legna da ardere in un crogiolo ( fornax) attraverso il
quale si faceva passare una forte corrente d’aria.
Il ferro, in seguito alla combinazione dell’ossigeno
del minerale con il carbone nell’anidride carbonica,
rimaneva libero e quindi reso compatto attraverso
una ripetuta martellatura.
La corrente d’aria necessaria alla combustione nel
crogiolo si ottenne inizialmente con il sistema della
Fornace a vento:
il forno veniva costruito
combinando le aperture in modo che vi passasse
naturalmente una corrente d’aria. Il sistema non
garantiva però una riduzione completa del minerale.
v
STORIA DI ROMA
“
… Allontanato quel cittadino la cui presenza
sarebbe bastata, se si può parlare di certezza negli
avvenimenti umani, ad impedire la presa di Roma,
incombente già la rovina della città per volere del
Fato, vennero a Roma ambasciatori da Chiusi per
invocare aiuto contro i Galli. Queste popolazioni, a
quanto si dice, allettate dalla bontà dei prodotti
agricoli ma soprattutto del vino, di cui allora essi non
conoscevano il gusto, avevano passato le Alpi e posto
la loro sede su territori coltivati fino allora dagli
Etruschi: chi poi avrebbe mandato il vino in Gallia
con lo scopo di invogliare quel popolo sarebbe stato
un tal Arrunte da Chiusi, spinto dall’odio contro un
lucumone, di cui era stato tutore, che gli aveva
sedotto la moglie, giovane altolocato del quale non
poteva vendicarsi se non ricorrendo ad aiuti
dall’esterno: egli sarebbe stato guida dei Galli per la
traversata delle Alpi e istigatore dell’assedio di
Chiusi. Non intendo certo escludere l’ipotesi che i
Galli siano stati indotti ad assediare Chiusi dietro
l’invito di Arrunte o di qualche altro Chiusino: però
risulta con bastante certezza che i Galli che
assediarono Chiusi non erano i primi che abbian
passato le Alpi. Duecento anni prima dell’assedio di
Chiusi e della presa di Roma avvenne una calata di
Galli in Italia e i loro eserciti combatterono più volte,
prima, con le popolazioni etrusche che abitavano tra
le Alpi e gli Apennini “
Il potere degli etruschi, prima della supremazia dei
Romani, si estese largamente sulla terra e sul mare. I
nomi stessi dei mari superiore e inferiore che
circondano l’Italia a guisa di un’isola sono la prova
di quella loro influenza, perché le popolazioni italiche
chiamano l’uno Etrusco, nome comune a tutta quella
gente, l’altro Adriatico da Adria, colonia etrusca: i
Greci li chiamano Tirreno e Adriatico. Essi posero le
loro sedi sulle regioni che si affacciano sull’uno e
sull’altro mare, divisi in due gruppi di dodici città
ciascuna, prima in quelle al di qua dell’Appennino
verso il mare inferiore, poi mandando al di là di esso
un numero di colonie quante erano i ceppi da cui
provenivano, le quali si stabilirono su tutto il
territorio al di là del Po, fino alle Alpi, salvo l’angolo
dei Veneti che abitano intorno al golfo del mare. E
certamente non diversa è anche la provenienza della
popolazione delle Alpi, specialmente dei Rezi, così
imbarbariti dalla natura stessa dei luoghi che non
conservarono altro della loro origine se non la
parlata, ed anche questa non inalterata.
Tito Livio
Storia di Roma libro V, 33
In: Storia di Roma libri, IV-VI
A cura di Carlo Vitali, Mondatori, 1994
vi
CLAUDIO NERONE DRUSO
Figlio di Tiberio Claudio Nerone e di Livia Drusilla
(38-9 a.C.)
Fratello minore del futuro imperatore Tiberio, fu allevato
nella casa di Ottaviano, secondo marito della madre.
Questore nel 18, fu uno dei più audaci realizzatori della
politica militare d’Augusto. Con Tiberio condusse una
brillante campagna contro i Reti e vindelici (15 a.C.),
durante la quale venne sviluppata la tattica della manovra a
tenaglia, poi fondamentale nelle sue campagne germaniche.
Legato della Gallia nel 13, comandò le operazioni militari
contro le tribù renane: in tre guerre (tra il 12 ed il 9) si
spinse fino all’Ems, al Weser, all’Elba, costruendo una
grandiosa rete di fortificazioni da utilizzare nelle successive
offensive e per le sue vittorie ottenne il titolo di Germanico
vii
ANSA
Regina dei Longobardi d’incerta origine ma probabilmente
essa stessa Longobarda. Andò sposa a re Desiderio, ne
ispirò la politica riguardo a Brescia, dove ebbe grande
influenza.
Il suo nome, infatti, è legato soprattutto alla nostra città,
dove fondò il monastero di S. Michele e di S. Pietro che poi
divenne di S. Salvatore e S. Giulia.
Dal 759 fondò e aiutò con donazioni anche altri monasteri
come quello di Sirmione e promosse la costruzione di chiese.
Si presentò a Carlomagno il 5 giugno 754. Dopo
l’imprigionamento del marito non si sa se sia rimasta in
Italia o presso di lui in Francia.
Paolo Diacono, nel suo “Epitaphion Ansae Reginae” la dice
sepolta in Brescia, nel monastero di S. Salvatore, molto
bella, religiosissima ed abile negli affari politici.
viii
ANSELPERGA
Figlia di Desiderio, re dei Longobardi e di Ansa. Nacque
nella prima metà del secolo VIII. Fu prima badessa del
monastero dei ss. Michele e Pietro, fondato dai genitori, cui
furono unite le due chiese di S. Salvatore e S.Maria.
Anselperga arricchì il monastero di un vastissimo patrimonio
e lo pose direttamente alle dipendenze del patriarcato di
Aquileia, dal quale il monastero prese il rito “patriarchino”.
Di lei non si sa più nulla dopo la caduta della monarchia
longobarda
ix
SAN GIORGIO
San Giorgio, festeggiato in aprile, ha ereditato le
funzioni di una divinità pagana ed evoca un
simbolismo solare come s’addice alla stagione in cui
l’astro ascende nell’alto dei cieli.
La memoria del santo, 23 aprile, è per la chiesa
soltanto facoltativa perché non esistono notizie certe
da inserire nella liturgia, il che non significa però che
non sia mai esistito, dato che in Palestina( dove il
santo fu probabilmente martirizzato nel IV secolo)
era venerato il suo sepolcro e la documentazione
storica parla di una chiesa consacrata al santo
qualche decennio dopo la morte.
Alle notizie certe si aggiunge una stratificazione di
leggende che hanno reso popolare san Giorgio, nella
cristianità ed anche nella tradizione islamica e lo
hanno promosso al rango degli ausiliatori la cui
intercessione, secondo l’antica tradizione popolare, è
particolarmente efficace nei frangenti drammatici.
E’ considerato protettore dei cavalieri e dei soldati,
invocato contro i serpenti velenosi, la peste, la
lebbra, la sifilide e le streghe.
Santo patrono dell’Inghilterra è titolare di
numerosissime chiese in tutto il mondo.
La storia del santo, resa popolare dall “Leggenda
aurea” raffigura Giorgio come un cavaliere che a
Silene, in Libia, salvò una fanciulla da un drago e
che dopo aver convertito migliaia di persone alla
fede; dopo una lunga serie di miracoli, cadde vittima
della persecuzione di Diocleziano a Nicomedia, dove
fu decapitato.
x
VISCONTI
Famiglia lombarda che detenne la signoria di Milano
(1277-1447)
Rappresentanti della fazione nobiliare avversa ai
Della Torre, raggiunsero il potere con Ottone (m.
1265) arcivescovo di Milano dal 1262 che sconfisse i
rivali a Desio. Matteo, signore dal 1295, fu costretto
all’esilio dalla fazione guelfa, ma riprese il potere
con l’appoggio di Enrico VII di cui fu vicario
imperiale (1311) ed estese il suo dominio a Pavia,
Alessandria, Vercelli, Novara, Como, Lodi, Bergamo,
Cremona e Piacenza suscitando l’ostilità del papato.
Matteo, scomunicato, lasciò il potere al figlio
Galeazzo I (1277-1328).
Azzone (1302-1339) estende i suoi domini fino a
Brescia e batte gli Estensi che appoggiano le mire del
nipote Ladrisio.
Alla morte di Giovanni (1354) la signoria venne
divisa tra i nipoti Galeazzo e Bernabò e la spartizione
indebolì i Visconti che attaccati da varie coalizioni
riuscirono però a mantenere i loro domini.
Gian Galeazzo, nel1385, dopo essersi sbarazzato
dello zio Bernabò, rimase unico signore ottenendo il
titolo ducale.
Con lui la potenza viscontea, estesasi anche al
Veneto, toccò il culmine del prestigio politico.
Il figlio Filippo Maria (1402-47) tentò una ripresa
della politica di espansione incontrando però le
resistenze di Venezia e Firenze e alla sua morte si
estinse la linea ducale della famiglia.
Nella lotta per la successione prevalse Francesco
Sforza (1450), marito dell’unica figlia di Filippo
Bianca Maria.
Vari rami collaterali mantennero i numerosi
possedimenti minori della famiglia.
xi
SCALIGERI ( o Della Scala)
Nobile famiglia veneta che, giunta al potere in
Verona nel 1263 con Mastino I, ne ebbe la signoria
dal 1279 con Alberto I (m. 1301) e rappresentò a
lungo la maggior forza del ghibellinismo veneto.
Raggiunse la massima potenza con Cangrande I
(1291-1329) vicario imperiale di Enrico VII, che
estese la signoria scaligera su Vicenza, Feltre,
Belluno, Padova e Treviso e con
Mastino II che occupò anche Brescia, Parma e
Lucca.
Contro l’egemonia degli Scaligeri nell’Italia
centrosettentrionale si collegarono Milano, Venezia e
Firenze (1337-39) che ridussero i possedimenti di
Mastino alle sole Verona e Vicenza.
La famiglia, ulteriormente indebolita da una lunga
serie di lotte familiari, perse la Signoria nel 1387 in
seguito all’occupazione di Verona da parte di Gian
Galeazzo Visconti.
xii
AVOGADRO
Quello occupato dagli Avogadro, l’avvocato del
vescovo, costituì uno degli incarichi più lucrosi della
curia vescovile che veniva ricompensato con la
concessione di possedimenti fondiari trasmissibili per
eredità.
L’avvocato aveva il privilegio di tenere le briglie del
bianco cavallo (chinea) che era utilizzato dal vescovo
di Brescia il giorno del suo ingresso in diocesi.
La famiglia Avogadro, forse discendente dagli
Scaligeri, gestì l’advocatia della chiesa bresciana
resistendo al partito ghibellino e per questo ottenne
insigni privilegi.
Da Brescia gli Avogadro si stabilirono anche a
Zanano per amministrare i beni che il vescovo là
possedeva.
I tre rami della famiglia, di cui due a Brescia ed uno
a Venezia, risalgono a Giacomo, vissuto nella
seconda metà del ‘300. Un ramo si estinse nel 1670
con la contessa Emilia, sposa a Bartolomeo Colleoni;
l’altro con la contessa Paola sposa a Bartolomeo
Fenaroli.
Dal ramo veneto nacque Lorenzo capostipite degli
Avogadro di Zanano.
La famiglia ebbe possedimenti in vari territori della
provincia, a Bovezzo (villa di campagna), a Gardone
e Sarezzo, e fu investita dei feudi di Polaveno e
Lumezzane
xiii
CONFALONIERI
Il gonfaloniere era il portatore di vessilli nella corte
vescovile. Era quasi un ministro della guerra e con
l’avvocato (= Avogadro) ricopriva uno degli
incarichi più alti nella gerarchia feudale. Per la sua
mansione era ricompensato con l’elargizione di estesi
possedimenti fondiari.
L’incarico diede il nome alla famiglia dei
Gonfalonieri che si andò diramando nei secoli XI-XII.
Secondo il Guerrini, la famiglia discendeva con gli
Avogadro, con i Calini ed i Cazzago, da un’unica
stirpe che assunse diversi cognomi nei feudi locali.
Nel sec. XIII i Gonfalonieri avevano un castello in
Bovegno, passato poi in affitto ai Pinzoni ed al
comune nel 1376, dopo il loro ritiro in città.
I Confalonieri si schierarono, in Brescia, con il
popolo contro la corrente intransigente dei da
Palazzo.
L’espansione della famiglia e la frammentazione delle
proprietà finirono con l’indebolirne il potere e la
videro schierata con l’uno o con l’altro dei Signori
imperanti Visconti o Scaligeri che fossero
xiv
NEGROBONI
Nobile famiglia trumplini che compare per la prima
volta a Bovegno con un NEGRO “DE CURTIS” che
ebbe figlio Comino dal Negro e nipote NEGROBONO
dal quale derivarono il cognome i discendenti e col
quale ebbe inizio l’ascesa della famiglia che si stabilì
a Brescia sulla fine del sec. XV.
I Negroboni furono uomini d’armi e amministratori
pubblici.
Giacomo Negroboni (1560-1624) ebbe la carica di
comandante delle Ordinanze, comando che fu poi
assegnato al figlio Gerolamo.
Giovanni Antonio venne a sua volta nominato
sovrintendente delle armi “ordinarie e straordinarie”
delle Valli bresciane.
Pare che i Negroboni a Bovegno abitassero una casa
in contrada Castello poi passata ai Tanghetti. Con
Bovegno ebbero contatti continui anche dopo il loro
trasferimento in città nel centro dell’alta Valle
possedevano fino al sec. XVII una tenuta boschiva di
492 piò poi permutata con una tenuta che il comune
di Bovegno possedeva in Valenzano.
Costruirono poi a Brescia il palazzo di piazza
Paganora, quello di Botticino, il palazzo di
Gerolanuova e possedettero altre case, tese roccoli e
uccellande in vari luoghi della provincia.
xv
NASSINO
Antica famiglia che il cronista Pandolfo fa addirittura
venire da “Costanapoli” (Costantinopoli ?) de
Romania e la fa risiedere originariamente a S. Vizilio
loco Pressano.
I Nassino, che non sono elencati nella Matricola
Malatestiana del 1406, sono firmatari del patto di
unione con Venezia del 1426.
Baldassare Nassino, esponente della famiglia, fu
decapitato, quale partigiano dei Visconti, nell’agosto
del 1440.
Ebbero beni a Carlina, Villa Cogozzo, S. Vigilio e
Concesio dove restano loro discendenti di condizione
borghese.
Il notaio Nassino Nassini occupò dal 1463 la carica
lucrosa di Cancelliere della Città e fu più volte
ambasciatore a Venezia.
Tra i Nassini vi furono anche eminenti religiosi, fra
cui gli abati di Leno e di Rodengo.
xvi
LAVELLONGO
Antica e potente famiglia guelfa bresciana che
derivava il proprio nome dal luogo dove passava
l’acquedotto longobardo
( lavellongo= lungo
bacino) da Mompiano al monastero di S. Giulia.
Nemici dichiarati di Ezzelino da Romano, i
Lavellongo vengono da lui banditi da Brescia. Molti
membri della famiglia occuparono durante il sec. XIII
cariche in Brescia ed in altre città d’Italia
Settentrionale e Centrale. Posseggono le torri più
alte di Brescia che il vescovo bresciano Alberto da
Reggio avrebbe voluto demolire, azione scongiurata
col perdono del papa.
xvii
MALATESTA
Nobile famiglia guelfa che ottenne nel 1295, con
Malatesta (m. 1312) la signoria su Rimini e la
mantenne fino al 1503, dopo che Pandolfo V
Malatesta (m. 1534) fu travolto da Cesare Borgia.
Alla famiglia appartennero Gianciotto (m. 1304),
marito di Francesca da Rimini e suo fratello Paolo
amante di questa e con lei ucciso da Gianciotto.
Illustri condottieri furono: Carlo (m.1429), Pandolfo
III (m. 1427) e Sigismondo (m. 1468).
xviii
SFORZA
Famiglia di origine romagnola che tenne il Ducato di
Milano dal 1450 al 1500 e per brevi periodi, dal 1512
al 1535.
Capostipite fu Muzio Attendolo detto Sforza (13691424) capitano di ventura che si procurò vasti feudi
nel napoletano
Il figlio Francesco (1401-66) ottenne nel 1450 il
Ducato di Milano che passò, alla morte ai suoi
discendenti:
Galeazzo Maria (1466-76)
Gian Galeazzo Maria (1476-94)
Ludovico il Moro (1402-1508)
Deposto quest’ultimo da Luigi XII di Francia,
riottennero il Ducato i suoi figli.
Ercole Massimiliano e Francesco II detronizzato e
reinsediato da Carlo V (1529) con la promessa di
designare come eredi gli Asburgo
xix
CONFRATERNITE LAICALI
Le Confraternite Laicali ( o Scuole) nascono con fini
assistenziali e culturali e si mantengono con i capitali
che raccolgono attraverso
le elemosine dei
confratelli e soprattutto per mezzo dei loro legati
testamentari che non raramente raggiungono somme
considerevoli accompagnate da beni immobili di
rilevante valore.
Con il passare degli anni il loro patrimonio tocca tali
livelli da consentire
due forme di intervento
all’interno della comunità: Da una parte si continua
a provvedere alle necessità degli indigenti; dall’altra
si esercita una vera e propria attività di tipo bancario
prestando denaro per investimenti privati con
l’applicazione di tassi più convenienti di quelli pretesi
dagli usurai
Si differenziano dalle associazioni monastiche in
quanto i consoci o confratelli non sono obbligati alla
vita comune, ad emettere voti e ad impiegare ogni
propria attività ed ogni propria sostanza per il
sodalizio.
Vengono chiamate scholae nel Lombardo Veneto,
nelle province meridionali esaurite e casacie in
Liguria.
Dagli atti della visita pastorale del Vescovo Bollani a
Gardone (1567) conosciamo precise annotazioni a
riguardo delle prime Confraternite attive nella nostra
comunità:
Le Scuole più antiche sono
La scuola della Concezione di Maria e quella del
Corpo di Cristo
fondate a Gardone nel ultimi anni del secolo XV
D’epoca posteriore è poi la
Confraternita del S. Rosario istituita nel 1589 e
quindi
La Confraternita di S. Rocco
xx
EUGENIO DI BEAUHARNAIS
(1781- 1824)
Quella dei Beauharnais era una famiglia
aristocratica francese la cui notorietà ebbe inizio con
Alexandre (1760-94) deputato agli Stati Generali e
poi vittima del terrore.
La vedova Josephine Tascher de la Palerie, sposò
Napoleone (1796) che ne adottò i figli Eugenio e
Ortensia ( poi moglie di Luigi Bonaparte e regina
d’Olanda).
Eugenio (1781-1824) venne nominato Viceré d’Italia
(1805-1814) e negli anni del suo incarico curò la
formazione di un esercito italico a capo del quale
partecipò ad alcune campagne dell’impero.
Leale e valoroso, fece crescere negli italiani la
speranza di un regno unitario e indipendente.
Partecipò alla spedizione di Russia e diresse la
ritirata (1812) dopo la battaglia di Lipsia, nel 1814 si
ritirò a Monaco ospite del re Massimiliano di
Baviera, di cui aveva sposato la figlia. Condusse il
resto della vita occupandosi di arte e disdegnando la
politica.
xxi
ARSENALE
Fabbrica governativa d’armi
Nel 1805, durante la sua visita a Gardone e alle sue
fabbriche d’armi, Eugenio di Beauharnais (v.) viceré
d’Italia, restava entusiasta dell’industriosità e della
potenzialità costruttiva del paese, tanto da istituire
con I.R.D. a Gardone un “Arsenale Militare” a capo
del quale venne posto un ufficiale dell’esercito. Nel
1845 esisteva già un vasto capannone dove veniva
distribuito il lavoro ed il materiale alle officine che
lavoravano per l’Arsenale. Nello stesso fabbricato
venivano alla fine collaudati i materiali. I lavori di
sistemazione della struttura vennero ultimati nel 1850
anche per le pressioni esercitate sul governo dalla
commissione insediata con l’incarico di attuare i
provvedimenti
a
favore
degli
alluvionati
dell’inondazione del Mella dell’agosto 1850 (v.)
Con l’annessione della Lombardia al Regno Sardo,
l’Arsenale, con R.D. 18 agosto 1859, assume la
denominazione di “Fabbrica d’Armi di Brescia” e dà
inizio alla vita di uno dei più antichi stabilimenti
militari, ricco di storia e del ricordo di un’opera
fattiva delle maestranze nelle vicende risorgimentali.
La ripresa del lavoro fu immediata dato che il
Municipio offrì all’impresa garibaldina 1000 fucili
della locale produzione ed a questa fornitura seguì un
ordine di ventimila fucili da parte di Vittorio
Emanuele II.
Nel 1860, costituitosi l’esercito
italiano, la “Fabbrica d’Armi di Brescia” viene
inclusa
nell’ordinamento
dell’artiglieria
mantenendone il nome. Dal 1868 al 1870 le officine
gardonese concorrono alla trasformazione di 800
mila fucili ad avancarica in fucili ad ago sistema
Carcano.
Nel 1871, dopo l’ampliamento
dell’opificio, inizia la trasformazione di un milione di
fucili Wetterly in Wetterly-Vitali 70-87. Nel 1892
prende l’avvio la fabbricazione delle famose armi
modello 91. Di questa serie i primi 10.000 pezzi
nascono a Gardone e verranno dati in dotazione alle
truppe alpine.
Dal 1898 al 1911 la “Fabbrica d’Armi” perde il suo
carattere autonomo ed in conseguenza del R.D. 29XII-1910 viene aggregata come stabilimento
sussidiario all’Arsenale di Terni e quindi è
definitivamente soppressa.
Nel 1911, a seguito della situazione internazionale,
viene deciso l’ampliamento della struttura produttiva
e dai cento operai del 1911 si arriverà ai 3790 del
1917.
Imponente fu, per l’Italia, l’apporto
dell’Arsenale Gardonese alla felice soluzione del
conflitto mondiale. I governi che si succedettero nel
primo dopoguerra ignorarono del tutto gli
stabilimenti militari fino al 1933, anno della totale
riorganizzazione, impegnato nella produzione di armi
per la guerra italo-etiopica. Il secondo conflitto
mondiale vide lo stabilimento modernamente
attrezzato e con una produzione imponente. L’8
settembre 1943, in piena produzione, l’Arsenale cessa
ogni attività come fabbrica d’armi ed è requisito dalle
truppe tedesche e consegnato alla O.M. per la sua
produzione. Dell’Arsenale non resterà che un Ufficio
stralcio con scarso personale e funzione di
liquidatore.
Terminate le vicende belliche,
nonostante illusorie speranze, la O.M. tornò nella sua
struttura cittadina ed all’abbandono, seguì la
cessione della parte moderna della struttura ad altre
imprese. E’ seguita una costante diminuzione del
personale che ai nostri giorni conta meno di una
decina di unità impegnate nella gestione dell’unico
Centro di Collaudo di Armi Militari d’Italia. Gran
parte del rimanente stabilimento è stato trasformato e
ceduto a piccole imprese
Interno dell’Arsenale gardonese. Da “Illustrazione Italiana”, 1855
xxii
DITTA GLISENTI
Villa Carcina
L’ Impresa e gli stabilimenti Glisenti di Carcina
furono fondati da Francesco Glisenti e dai suoi
fratelli Isidoro e Costanzo nei luoghi dove esisteva
una vecchia cartiera distrutta dalla piena del Mella
del 1850 (v.)
L’opificio si divideva inizialmente in due parti: una
preposta alla produzione siderurgica ed una a quella
delle costruzioni meccaniche.
Che diede fama europea agli stabilimenti Glisenti fu
l’industria armiera e dei proiettili da guerra.
L’attività dei Glisenti andò con gli anni articolandosi
negli stabilimenti di Carcina, Villa ( con forno
elettrico Martin), Zanano (due officine), Tavernole
(forno per la produzione della ghisa) e Bovegno, con
forni e con la miniera “Alfredo” la cui attività venne
iniziata dai Glisenti nel 1872.
La produzione armiera e meccanica dei Glisenti fu in
gran parte riservata alle forniture militari per
l’esercito italiano e toccò i vertici del suo sviluppo
nel periodo zanardelliano.
Stabilimenti Glisenti
da: Illustrazione italiana, 1855
xxiii
L’UOVO: SIMBOLO DI PASQUA
Le uova, fanno ormai parte da millenni, delle
tradizionali feste di primavera. E questo in tutto il
mondo ed in tutte le tradizioni. , anche quelle non
cristiane. A partire dai popoli primitivi l’uovo ha
sempre avuto un significato di vita soprannaturale:
per gli antichi Egizi era simbolo della vita
ultraterrena, per i Greci della fecondità della terra,
per gli Indiani manifestava l’origine della divinità di
Brama.
Per gli antichi ebrei la Pasqua cadeva all’equinozio
di primavera e coincideva con l’inizio dell’anno e
perciò le uova erano legate alla festività come “inizio
dell’anno”. La Pasqua cristiana ha mantenuto la
tradizione delle uova, come simbolo di resurrezione.
I riti pasquali sono molti e diversi : dalla benedizione
delle uova (che nel Medioevo venivano mangiate nel
periodo quaresimale) al dono delle medesime agli
amici. L’abitudine di colorarle risale al primo
Medioevo e, sin da allora, il colore predominante era
il rosso.
Esiste e val la pena ricordarla, una leggenda che
giustifica la predilezione per questo colore : quando
Maria Maddalena annunciò la resurrezione di Cristo
a Pietro questi, incredulo, rispose indicando le uova
che aveva nel paniere
“Quando queste uova
diventeranno rosse Cristo resusciterà !” : le uova
immediatamente si colorarono di rosso.
Dal Medioevo ad oggi le uova pasquali si sono
arricchite di decorazioni, sono state fabbricate con
metalli preziosi e con gemme per trasformarsi in doni
ricchi e sontuosi, e inoltre sono state prodotte in
cioccolata con ghiotte decorazioni. Ma certamente le
vere uova di Pasqua sono quelle naturali, magari
decorate con pazienza ed allegria dai piccoli e grandi
donatori
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