PIERANTONIO BOLOGNINI Gardone e la Valletrompia Storia e Tradizione Tradizione a cura di Sandra Zubiani MUSEO DELLE ARMI GARDONE V.T. Quaderni del museo, 2 Novembre 2009 sommario PREISTORIA E STORIA ANTICA L’OCCUPAZIONE ROMANA CRISTIANIZZAZIONE E MEDIOEVO IL DOMINIO VENETO DA NAPOLEONE ALL’UNITA’ NAZIONALE LE TRADIZIONI La localizzazione della provincia di Brescia, situata quasi al centro della Valle Padana, ha fatto sì che il suo territorio fosse incrocio di numerose vie di comunicazione commerciali e culturali e che il suo baricentro nella zona pedemontana fosse naturalmente BRIXIA denominazione attribuita ad un centro abitato che nelle sue origini si può far risalire alle genti Liguri ed ai Celti. Carta del “Bressan” edita nel 1701 a Parigi da J. Nolin Da “Atlante Valtrumplino” Brescia, 1982. Sicuramente dunque, il territorio bresciano è entrato in contatto, subendone i vari influssi, con popolazioni e culture disparate dal neolitico fino all’età del ferro ed oltre. Nel bresciano troviamo infatti testimonianze delle palafitte neolitiche e dell’età del bronzo (stazioni di Polada, Gottolengo e Remedello) delle civiltà di Golasecca, Villanuova ed infine delle tribù alpine di origine prettamente retica. Sicure tracce dell’umana presenza nel territorio bresciano risalgono al paleolitico inferiore (150.000 anni fa = rinvenimenti dell’altipiano di Cariadeghe nei pressi di Serle) ma molto più abbondanti sono le testimonianze che si riferiscono al Mesoliticoi(8000- 5000 a.C.) ed al Neolitico ii(4.500 – 2.000 a.C.). Ricorderemo specificatamente per la nostra Valle. le punte di lancia in selce rinvenute nel 1935 da Pavan e Bottali nei dintorni della Busa del Tof (a cui si accede dall’antichissima stradicciola che unisce Ponte Zanano (località Grina) con Noboli, che testimoniano la presenza umana in loco tra il paleolitico ed il neolitico e che “costituiscono, molto probabilmente, la più antica testimonianza della civiltà in Valletrompia” (Simoni). Ad esse si aggiungono i ritrovamenti dei laghetti di Ravenole (Maniva = settimo millennio a. C.) e del laghetto di Desdana. Fra le rare testimonianze dell’eopoca mesolitica, i ritrovamenti di superficie della zona testimoniano l’esistenza di possibili bivacchi di cacciatori che si adattavano sapientemente al rigido clima locale e la presenza di una stazione di scambio per gli utensili selciferi che venivano importati dalle zone di giacimento (Lessinia). la paalstab (ascia a bordi rivoltati) di Gardone (età finale del bronzo) i ritrovamenti gardonesi della Busa dela volp nei pressi della Basilica di S. Maria degli Angeli (selci e picchi), quelli della Rocca di Marcheno ( stampo di fibula e pesi di telaio) quelli del Monte Gardio (terracotte) di Pezzaze e vari reperti della raccolta Pietro Cotelli (ora nelle collezioni della Sovrintendenza) effettuati in vari centri della Valle. A detta dell’Albertini il substrato etnico più antico identificabile nel territorio bresciano è identificabile con quello delle genti liguriiii, popolazioni preindoeuropee diffuse in vaste zone dell’Italia Settentrionale. La presenza di insediamenti liguri è testimoniata nel territorio dei laghi d’Iseo e di Garda e sul cittadino colle Cidneo. Alcuni gruppi liguri penetrarono anche nelle Valli dove divennero stanziali, abitando grotte o capanne e dedicandosi alla raccolta ed alla caccia. Dal 2000 a.C., infatti, le migrazioni verso l’Europa di popolazioni provenienti dall’antica Persia (in cui in tempi più remoti erano giunte dall’India) chiamate indoeuropee si fecero più massicce. Queste genti scesero ad ondate nell’Europa centrale da dove procedettero verso le vallate alpine e le pianure dove si integrarono con gli sparuti gruppi preesistenti prendendo nomi diversi od in base alla provenienza o ai luoghi di insediamento (Liguri, Reti, Etruschi……). Ogni gruppo aveva propri usi e costumi ma conservò una affinità di linguaggio che ricordava la comune origine e la comune provenienza dalle zone asiatiche. I RETI, forse un sottogruppo etrusco, lasciarono nella nostra Valle testimonianza delle loro caratteristiche fisiche “nordiche di genti delle Alpi” e del loro linguaggio aspro e duro (Tito Livio Ab Urbe Condita V.33). Sull’origine dei Reti non esiste infatti una precisa convinzione, ma vengono proposte dai vari storici o dalle loro varie scuole, tre ipotesi: * Livio identifica i Reti con gli etruschi che stanziatisi nelle Valli persero le loro tradizioni tranne i suoni della lingua madre (Livio Storia di Roma V, 33) * Plinio sostiene che i Reti erano in realtà gli etruschi cacciati nelle Valli dalle prime invasioni galliche dei tempi di Tarquinio Prisco * Il Mommsen ed altri storici moderni, presupponendo che gli Etruschi fossero anticamente discesi dalle Alpi, considera i Reti come le retroguardie di queste popolazioni in viaggio verso il centro dell’Italia. Di queste tribù retiche sappiamo che erano autonome le une dalle altre ( Omines in multas civitates divisi Plinio Naturalis H. III, 20) ed, in epoca preromana, unite da scarsi legami culturali La presenza etrusca nelle nostre Valli è più controversa. L’Albertini sostiene che l’esame dei reperti epigrafici dimostra la diffusione dell’alfabeto etrusco settentrionale nel territorio ma che pare esclusa una penetrazione etnica etrusca, altri sostengono tesi opposte; le fonti letterarie ( Virgilio, Plinio, Cornelio Nipote) affermano che gli etruschi ebbero il pieno controllo dell’Italia Settentrionale sino alle Alpi. Sostegno a questa ipotesi fu il progressivo specializzarsi della popolazione delle Valli nell’estrazione del minerale dalle miniere, di cui i territori erano ricchi, e nella lavorazione del ferroiv con l’introduzione dei forni “ a cumulo” che consentivano di ottenere una maggiore percentuale di metallo. Questa specializzazione consentì commerci con le tribù vicine (ed anche lontane) e non a caso (Simoni) l’influenza etrusca sulle Valli nei secoli dell’età del ferro coincise, e fu di grande rilevanza con lo sviluppo tecnologico registrato nello stesso periodo nella nostra Valle. Per i cultori degli antichi dialetti, di notevole importanza è sottolineare come, proprio gli etruschi, lasciarono nel dialetto trumplino una ricca eredità terminologica relativa, in particolar modo alla lavorazione del ferro e della miniera che si ricollega allo loro antica origine orientale: LOPA = scoria di fusione BRASCA – BRAZA = brace SEA = Canale, seriola, ghisa, metallo fuso MEDA = Catasta di legna – di letame MEDOL = Cava di pietra – miniera di ferro POIAT = Catasta per il carbone ARAL = spiazzo dove si erigeva il POIAT Secondo il Marzolla gli etruschi non conoscevano il pronome personale IO che sostituivano con MI ( a me) La stessa cosa capita nel nostro dialetto dove IO è sempre ME (Me so nat). E’ di probabile origine etrusca anche la sorda aspirazione della consonante S che si pronuncia come H aspirata sopra = Hura sotto = Hota Tra i popoli che in epoca successiva, si stanziarono nell’Italia centrale e che allargarono la loro espansione alla Spagna, Irlanda, Isole Britanniche e Galles vi furono i Celti, chiamati dai romani Galli o Galati. E’ probabile (Simoni) che loro gruppi, anche precedentemente, abbiano compiuto sporadiche spedizioni anche in Italia valicando le Alpi e raggiungendo la Pianura Padana, ma solo nel 450 a.C. i Celti con una vera e propria invasione occuparono l’intera Italia Settentrionale giungendo a scontrarsi con le legioni romane. Resta, per noi, da chiarire chi fossero i Galli o Celti. Più che una razza ( bianchi, alti e biondi con gli occhi azzurri) i Celti furono una comune civiltà ben definita che andò maturandosi tra le genti dell’Europa centrale sin dall’ inizio dell’età del ferro e le modalità del loro agire politico sociale e militare, possono trovare un’importante testimonianza descrittiva negli scritti del De Bello Gallico (1, 2 e segg.) in quanto Cesare ci tramanda relativamente alla migrazione degli Elvezi. Nel nostro territorio, tra l’Oglio e il Mincio, si stanziarono i Galli Cenomani del popolo degli Aulerci. Livio ci presenta i Cenomani come un popolo che amava vivere in piccoli villaggi nella pianura ma che seppe raggiungere anche le zone montane cacciandone o sottomettendone le popolazioni indigene. Ricostruita pittoricamente, l’organizzazione sociale di una tribù celta Trovarono in Valle Trompia tutto quanto loro necessitava: il ferro per le armi e gli attrezzi, i boschi e le terre per le loro coltivazioni. Indubbiamente il nostro tradizionale dialetto riflette questi periodi d’occupazione in una ricca serie di termini riferentesi ai lavori agricoli: LA SGUR = la scure I BO’ = i buoi EL PODET = la roncola, il pennacchio EL FIOCHET = il falcetto LA RANZA = la falce EL BENEL = Carro a due ruote LA FURCA = il tridente I Celti che non praticavano scrittura e non costruivano templi, si rapportavano al mondo naturale con una profonda religiosità; nella terra ed in questo mondo, nelle montagne, nelle sorgenti e nei fenomeni naturali essi coglievano le manifestazioni di una grande potenza primordiale che onoravano con i loro riti nei boschi e nelle vicinanze delle polle d’acqua. Nel bresciano i Cenomani si sovrapposero agli abitanti primitivi portando a compimento il mastodontico lavoro di dissodamento e di bonifica delle terre coltivabili e disperdendo nella campagna i loro villaggi. Purtroppo scarsissime sono le testimonianze archeologiche che possano documentare il periodo. Sicuro insediamento cenomane fu quello cittadino del Colle Cidneo che dovette in breve tempo acquistare una vasta estensione, tanto da essere indicato come la prima città cenomane che non fu però mai capitale di uno stato organizzato ( fra i Celti un’unità centrale di comando si creava solamente in occasione delle grandi spedizioni belliche e non nella gestione delle normalità economiche sociali o politiche). Il territorio bresciano entra quindi nella documentazione storica, dopo il lungo periodo delle tenebre preistoriche, come territorio cenomane. Tale, infatti, ce lo definisce Polibio, il primo tra gli autori classici che ce ne parli, avvalorato dalla conferma degli scritti degli altri storici antichi. Brescia è il centro del territorio occupato dai Galli Cenomani al di qua delle Alpi e, come città, ricopre una grande importanza politica reale, forse non più raggiunta nella sua lunga storia. Ma chi erano i Cenomani ? Quale era la struttura sociale di queste genti ? Da dove venivano ? Tito Livio nella sua grande opera risponde a questi quesiti ( Storia di Roma, libro V cap. 35). Mentre infatti in Roma regnava Tarquinio Prisco (616-578 a.C ca.), (ci ricorda Livio) dalla terra di Gallia, abitata dai Celti, partirono i fratelli Belloveso e Segoveso, nipoti del re dei Biturgi. Belloveso puntò all’Italia: passate le Alpi, dopo aver superato infinite traversie, sconfisse una tenue resitenza etrusca e fondò Milano. Lo seguì Elitovio con un’altra schiera di Galli : i Cenomani ed i nuovi invasori, col consenso di Belloveso, occuparono Brescia e Verona. Altre successive orde galliche giungeranno poi fino a Roma (Livio Storia di Roma V.35v) Giunti nella Pianura Padana i Celti incontrano le tribù Liguri e le estreme propaggini della dominazione etrusca che con ogni probabilità non opposero agli invasori una strenua difesa ( con l’eccezione delle popolazioni venete) e seppero raggiungere con le popolazioni indigene una salda integrazione, tanto consolidata che la Pianura Padana venne poi chiamata dai romani Gallia Cisalpina. La presenza dei Cenomani nel Bresciano, se trova larga espansione nella pianura, si frena verso le montagne ed in particolar modo all’imbocco delle nostre tre Valli abitate dalle popolazioni dei Camunni, dei Trumplini e dei Sabini. Scarsissime notizie ci restano di queste popolazioni prima del loro drammatico incontro con la civiltà e le legioni romane, incontro che ci è ricordato dal grande “Tropheum Alpium”. eretto a La Turbie dopo la conclusione della Guerra Retica, in cui i Trumplini ed i Camunni vengono citati al primo posto tra le le genti sconfitte (Gentes devictae). Il Tropheum Alpium di La Turbie (Principato di Monaco) con alla base l’iscrizione che elenca le tribù sconfitte dalle legioni romane Negli ultimi secoli che ci avvicinano alla nascita di Cristo nella nostra Valle vanno formandosi numerosi centri abitati che dopo Noboli e Zanano daranno origine a Sarezzo, Gardone-Inzino e Lumezzane le cui origini preromane sono testimoniate dalle numerose epigrafi rinvenute e che testimoniano toponimi e culti preromani (Tullino = Inzino, Brasseno = Noboli, Le Ninfe = Gardone). Ancora le epigrafi ricordano i Gennanates, probabilmente ad indicare le popolazioni della Bassa Valle ed i Bovenates ad indicare quelle dell’alta Valle. Andranno formandosi in questo periodo i due centri territoriali ed economici che prenderanno poi il nome di PAGUS LIVIUS (per la zona a Nord con centro a Bovegno, terra d’attività silvo-pastorale e di miniere) ed il PAGUS IULIUS (per la zona a sud con centro Inzino con una vitale economia basata sull’artigianato dei metalli che integrava una marginale economia agricola. I trumplini, circa duemila anni fa, prima della dominazione romana vivevano quindi nei loro villaggi sapientemente costruiti, in base ad antiche esperienze, sulle pendici dei monti ad evitare le piene del fiume. Lavoravano la terra, allevavano gli animali, cacciavano con gli archi e con le trappole e cavavano la vena dalle loro montagne validamente aiutati dalle loro donne che macinavano i cereali, cuocevano il pane, confezionavano i vestiti per una vita sapientemente organizzata con le proprie cerimonie sociali e religiose e utilizzando i beni comuni appartenenti ad ogni villaggio. Praticavano il culto dei morti e tutti gli abitanti delle singole comunità potevano utilizzare e trarre beneficio dai beni comuni appartenenti ad ogni villaggio: il bosco, i pascoli, le acque in base ad antiche consuetudini tramandate oralmente Giunge ormai, per la Val Padana e quindi per le nostre Valli, il tempo della conquista romana. Tra il 197 ed il 170 a.C. vengono vinti e costretti alla resa i Cenomani che però vennero poi trattati come alleati assumendo la funzione di controllori delle popolazioni delle Valli che, mai dome, non accettavano di sottomettersi ai nuovi dominatori. Nel 170 a.C. Brescia e la Bassa Valtrompia vengono assegnati alla tribù Fabia Nell’89 Roma concede il diritto latino ai popoli vinti conglomerando nel numero dei propri i loro abitanti Nel 49 a.C. Brescia ottiene la cittadinanza romana Nel 42 a.C. Tutta la Gallia Cisalpina fa parte dell’Impero Romano “Italia Gallica sive Gallia Cisalpina” Distribuzione delle genti Celtiche in Val Padana Ortelio, 1590 I nostri antenati resistono però tenacemente alla politica espansionistica imperiale costringendo Augusto, che vuole appropriarsi di tutte le Alpi, ad intraprendere una vera e propria guerra contro le tribù alpine con l’intento di sottometterle definitivamente. Nel 170 a.C. Brescia e la Bassa Valtrompia vengono assegnati alla tribù Fabia, Le legioni romane, comandate da Publio Nerva nel 16 a.C. risalgono la Valle e la resistenza trumplina sarà definitivamente sconfitta dalle truppe romane dopo mesi di scontri da Claudio Nerone Drusovi subentrato a Tiberio nel comando delle truppe imperiali. Druso finirà poi i suoi sogni di gloria per una mortale caduta da cavallo. Pesanti sono le conseguenze dell’occupazione: tutti i trumplini superstiti sono ridotti in schiavitù e dichiarati “ venales” (vendibili), quelli atti alle armi vengono deportati ed il territorio della Valle, che pare trasformarsi in un vivaio di schiavi, passa direttamente al demanio imperiale. Contrariamente però a quanto si potrebbe supporre la dominazione romana dà inizio allo sviluppo di una fiorente economia che si accompagna al rispetto osservato, come da tradizione, per i culti indigeni. Probabilmente anche il livello delle condizioni iniziali venne alleggerito in seguito ad un massiccio arruolamento e all’importanza strategica delle risorse minerarie. Brescia divenne COLONIA CIVICA AUGUSTA e si trasformò in un centro civile e militare di grande importanza impreziosita da realizzazioni civili di rilievo: il Capitolium, il Foro, il Teatro, le Terme ecc.. Ricostruzione del Foro di Brescia chiuso dal tempio capitolino addossato al colle Cidneo (Da Archeologia viva, 98- 2003) Il tempio Capitolino come appare oggi nella sistemazione museale degli anni trenta. Anche la bassa Valle venne abbellita da alcune domus patrizie ( Villa Carcina = grandiosa villa scoperta nel 1965) e tra la Valle e la città si instaurarono nuovi rapporti commerciali d’interscambio. I reclutamenti di giovani valtrumplini per le legioni portarono inevitabilmente all’uscita dall’antico isolamento e all’inizio di nuove forme di organizzazioni civili e militari. (Simoni). Tavoletta bronzea di patronato Rinvenuta a Zanano nel 1610 Da: “Atlante Valtrumplino” Brescia, 1982 La Valle divenne oggetto di una grandiosa realizzazione civile a vantaggio della città: l’acquedotto in muratura fatto costruire per volontà di Augusto (m. 14 d.C.) e del suo successore Tiberio ( 42 a.C.- 37 d.C.) Il condotto dopo aver raccolto l’acqua di alcune sorgenti sgorganti nel territorio di Lumezzane scendeva dalla Valgobbia, attraversava il torrente Gobbia per dirigersi alle pendici della Pendeza (sponda sinistra orografica del fiume Mella) quindi a Pregno, a Concesio e dopo aver percorso 25 chilometri raggiungeva Mompiano e quindi il Colle Cidneo. Procedeva parzialmente interrato o su archi. Nel secolo VIII ne venne costruito un ramo complementare che portava direttamente l’acqua al monastero di S. Giulia. L’utilizzo dell’importante realizzazione durò a lungo nei secoli soddisfacendo le necessità idriche della città. La romanizzazione della Valle penetrò sino a Bovegno come è testimoniato da numerose epigrafi. Tracce di insediamenti d’epoca romana sono state rinvenute a Nave, Inzino, Lumezzane, Irma, Marmentino, Cogozzo, Villa Carcina ed in molti altri centri della Valle. Lucerna ritrovata a Gardone e donata da Marco Comi nassi al Museo di Brescia (1850) Are votive a Mercurio e Minerva rinvenute nella pieve di Inzino Ora a Brescia nel lapidario del Capitolium. Erano sorti dunque lungo la valle sui pendii dei monti alcuni villaggi: i primi nuclei di Polaveno, Inzino, Magno, Pezzaze, Marmentino, Irma ecc. i cui abitanti vivevano delle ricchezze dei boschi, della selvaggina, dell’allevamento, e delle risorse minerarie. Pastori e mercanti si aggiravano per la Valle e raggiungevano anche le valli vicine ed il Trentino attraverso una serie di vie tracciate sui monti e nel piano, al tempo di Etruschi e Celti. A nord di Inzino una strada saliva lungo la Valle per biforcarsi a Lavone verso Pezzaze e Bovegno. A sud, invece, scendeva la più antica strada della Valle che attraverso la Val Cavrera raggiungeva Ponte Zanano e, sulla destra del fiume, passava a Noboli e Cogozzo per raggiungere S. Vigilio, Collebeato ed Urago pervenendo a Brescia a Ponte Crotte (ponte per la cui manutenzione i comuni trumplini verseranno per lungo tempo un contributo annuale). Una seconda strada, da Gardone raggiungeva Ponte Zanano e, scavalcato il Mella, scendeva a Zanano, Sarezzo e l’imbocco della Valgobbia per proseguire ai piedi della montagna fino a Pregno, Concesio e Bovezzo (Strada della Pendeza). L’antica strada “della Pendeza” con i resti dell’acquedotto romano, in una litografia di Basiletti (1830 Lo scorrimento delle strade sulle due pendici opposte favoriva lo scarico dei prodotti montani e rispettando i campi coltivati. Le vie erano punteggiate da posti di ristoro, bettole e stalle ed i villaggi erano collegati da ponti che spesso venivano distrutti o danneggiati dalle piene del Mella ( Noboli e Zanano che la tradizione vuole romani). LA CRISTIANIZZAZIONE Secondo lo storiografo don Alessandro Sina il Cristianesimo, dopo la Palestina, evangelizzò l’Asia Minore e la Grecia. Roma fu poi la prima città d’Italia e di tutto l’Occidente a ricevere il Vangelo e dopo di essa vennero le città più importanti per popolazioni e commerci e da cui si dipartivano le grandi vie militari che legavano Roma alle provincie dell’impero. Da Roma partirono quindi i missionari per gli altri centri italiane. Nel Settentrione d’Italia fino al 4° secolo non vi fu dunque che un piccolo numero di chiese episcopali ( Ravenna, Milano e Aquileia che forse risalgono al 2° secolo) Brescia, dopo Aquileia e Verona, potè vantare una comunità cristiana che all’inizio del 4° secolo fu in grado di avere un proprio vescovo Dalla città l’opera di diffusione nel territorio si rivolse ai centri più importanti posti sulle strade di comunicazione ed anche alla vallate, nonostante le forti resistenze indigene in difesa degli antichi culti, la nuova dottrina iniziò ad essere conosciuta. Due grandi vescovi e padri della chiesa bresciana S. Filastrio e S. Gaudenzio ( sul trono episcopale dal 365 al 411) imprimeranno un nuovo intenso fervore all’opera di diffusione del cristianesimo e di proselitismo. Seppero organizzare le varie comunità, molte delle quali in via di formazione, con cappelle e chiese battesimali e con l’assegnazione del clero necessario a renderle attive ed operanti Per opera dei due vescovi anche in Valtrompia ha un notevole sviluppo l’evangelizzazione, ed inizia ad operare l’organizzazione ecclesiastica con la fondazione, in un centro importante, di una chiesa battesimale. Come precedentemente accennato, l’opera missionaria dei due vescovi trovò difficoltà di diffusione e seri ostacoli nei radicati culti pagani locali ( si ricorda che pagano deriva da pagus, luogo in cui per lungo tempo si conservarono le instaurate tradizioni ora considerate idolatriche) che furono soverchiate dal cristianesimo anche in maniera violenta. Non a caso molti dei luoghi di culto ancor oggi venerati nascono su preesistenti luoghi di culto pagani (Inzino – Santuario di Bovegno ecc…..) L’attuale antica Pieve d’Inzino La cristianizzazione della Valtrompia avvenne in tempo di invasioni barbariche, quando all’amministrazione romana subentrò progressivamente quella longobarda che si fece, tra le altre cose, promotrice dei grandi complessi monastici. I monaci curarono la bonifica e la coltivazione della terra promuovendo nello stesso tempo, come da loro missione, la costruzione di nuove cappelle, la diffusione del loro culto e la lotta ai culti paganeggianti. La presenza dei Longobardi è testimoniata nella nostra Valle da importanti ritrovamenti a Villa, Cogozzo, Inzino e Gardone centro residenziale che prende il proprio nome dal termine germanico gotico WARDON (Guardare, fare la guardia). La Valle Trompia fu donata in feudo , come la Valle Canonica, dall’imperatore Corrado II al Vescovo Olderico I nel 1037, il traffico ed il commercio sui due fiumi Oglio e Mella e le esenzioni dei pedaggi che dipendevano dall’imperatore da quell’anno passarono all’autorità del vescovo che più tardi ne affidò l’amministrazione ai grandi conventi di S. Faustino Maggiore e Sant’Eufemia. Col diffondersi della forza del cristianesimo ed il suo sostituirsi a quella del decadente impero e col tentativo e di ricostruzione del tessuto sociale che andava ormai disgregandosi e che porterà con la conquista carolingia alla nascita della PIEVE. La PIEVE è una ben definita suddivisione di territorio raggruppante più centri con a capo un arciprete, il pievano, che ha come collaboratori i preti delle singole comunità ed i diaconi loro aiutanti. Attorno all’arciprete, ai sacerdoti, ai diaconi, ai chierici si vanno formando comunità in miniatura gerarchicamente organizzate secondo distinte responsabilità anche di tipo amministrativo. Alla pieve dunque, fanno riferimento tutti i fedeli che risiedono entro i suoi confini. Nella pieve presbiteri e diaconi vivono in comune e nei giorni feriali si recano nei singoli villaggi per celebrare le messe nelle cappelle edificate dalle comunità dei fedeli. Accanto all’opera chiaramente evangelizzatrice (Coradazzi) la pieve sviluppa una vastissima azione caritativa ed assistenziale con un chiaro intento di educazione sociale. Le popolazioni disseminate nella vallate vengono rieducate allo spirito comunitario, ritrovano la perduta unità, riscoprono il valore delle libere scelte, preparandosi a divenire parti attive delle Vicinie e quindi dei Comuni. Poco noi oggi sappiamo degli effetti che ebbero le invasioni barbariche sulla nostra Valle. Le scarse testimonianze non sono certo confortanti: “La gente fuggiva dai paesi cercando di fuggire la morte, le case restavano vuote, c’erano solo i cani, le greggi restavano sole nei pascoli. Non c’era più alcun passante, le case si trasformavano in tane per le belve” Paolo Diacono : Historia Longobardorum Attila giunge e saccheggia Brescia nel 452. Gli faranno poi seguito i Goti (Teodorico), gli Ostrogoti (Odoacre), i Bizantini e poi i Longobardi, guerrieri di stirpe germanica che dopo aver superate le Alpi dilagarono nella Pianura Padana con le loro tribù. Al comando di ALACHIS occuparono Brescia stabilendosi nella parte occidentale della città mentre i superstiti bresciani trovarono sede sul decumano massimo tra le rovine delle domus della Brescia romana. Convertiti i Longobardi al Cristianesimo, divenne possibile una positiva integrazione che diede avvio ad un nuovo felice periodo di ricostruzioni. La nobile bresciana ANSAvii, nel 753, divenuta moglie del duca Desiderio volle la costruzione di un monastero femminile benedettino prima titolato a S. Pietro e poi a S. Salvatore. Desiderio, divenuto re, volle attribuire ogni onore al monastero, in cui era badessa la figlia Anselpergaviii ed i due sovrani concessero al monastero privilegi e possedimenti nel Bresciano e in Italia. Questi possedimenti dei grandi monasteri presero il nome di “ CORTI RUSTICHE”. Nella nostra Valle ne sono state identificate alcune : A Prato di Polaveno, Zanano, Castello di Bovegno e forse Magno d’Inzino. Le Corti, di proprietà dunque dei grandi monasteri, erano frutto di donazioni e del lavoro di bonifiche territoriali, erano territori accorpati al patrimonio del monastero e quindi ridistribuite ai contadini che le dovevano lavorare con l’obbligo di versare al monastero un affitto annuo, il livello. I fondi erano normalmente divisi in due parti; la migliore era detta DOMINICA (proprietà esclusiva del monastero gestita da un amministratore nominato dall’abate) la seconda era detta MASSARICIO, suddivisa in poderi dati in concessione alle famiglie dei coloni ( i Manentes) che erano tenuti anche a prestare numerose giornate di lavoro gratuite nella parte Dominica. Il centro della Corte era formato dalla casa dello SCARIO (l’amministratore), dalla chiesetta e dalle strutture produttive: mulino, fabbro e fucina. E’ importante notare che il titolo della originaria chiesetta fa sempre riferimento ai santi particolarmente venerati dai monaci benedettini, primi fra i quali: S. MARTINO maestro di S. Benedetto (Zanano, Magno, Polaveno ecc…) S. CALOCERO monaco benedettino (Cimmo) S. MAURO benedettino ( S. Maria) ……….. Il monastero centrale, entro le cui mura si ergevano mulini, fucine, stalle, cantine e dove operavano schiere di suore o di frati e servi, riceveva dalle proprietà ogni sorta di bene che era poi commercializzato in ogni luogo. Intorno all’anno mille, per il trasferimento dall’isola di Gorgona del corpo della martire S. Giulia il monastero bresciano prima designato come S. Salvatore venne designato anche come S. Giulia. Ritornando alle Pievi è opportuno ricordare che gli studi storici di buona parte del XX secolo considerarono le pievi medievali come un elemento di continuità tra i pagi dell’antichità romana ed i comuni rurali del basso medioevo e quindi non come una componente della struttura ecclesiastica quanto di quella politico sociale. Solo con fatica, nel dibattito storico del tempo, l’organizzazione pievana venne ricondotta all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. Recentemente Giancarlo Andenna ha finalmente tracciato un nuovo profilo delle “istituzioni ecclesiastiche di base sul territorio lombardo”. Per i cristiani “Plebs dei” designava il popolo di Dio inteso come cristianità nel suo insieme e talvolta una singola comunità cristiana, distinta dal suo clero. Solamente con la conquista franca il termine pieve comincerà a designare sia la comunità cristiana locale che la “chiesa del popolo” intesa come edificio sacro, sia l’ambito territoriale entro cui risiedevano i fedeli. La Pievi della Valle erano: CONCESIO INZINO BOVEGNO NAVE LUMEZZANE La più vasta fra le tre era la PIEVE DI BOVEGNO che da Brozzo (escluso) giungeva sino al Maniva e comprendeva gli antichi comuni di Cimmo, Marmentino, Pezzaze, Pezzoro, Irma e Collio; fu originariamente dedicata a S. Maria Assunta e poi a S.GIORGIOix, santo guerriero caro ai Longobardi. La PIEVE DI INZINO, secondo recentissimi studi comprendeva, molto probabilmente, il territorio comprendente la vallata di Lodrino, Brozzo, Marcheno, Cesovo, Inzino, Magno, il territorio di Gardone e quello di Sarezzo con le sue frazioni. IL PREVALERE DI INZINO SULLA TITOLARITA’ DELLA PIEVE DI S. GIORGIO DIMOSTRA LA MAGGIORE IMPORTANZA RAGGIUNTA DAL CENTRO INZINESE NEL RISPETTO DEGLI ALTRI VILLAGGI DELLA FASCIA CENTRALE DELLA VALLE E LA SUA POSIZIONE DI PREMINENZA NEI CONFRONTI DI GARDONE, POSIZIONE CHE VERRA’ MANTENUTA PER UN LUNGO PERIODO DI TEMPO L’opinione storica generale ritiene Gardone la propaggine estrema a sud del centro inzinese e quasi un suo avamposto come è testimoniato dall’etimologia del nome che probabilmente, lo ripetiamo, deriva dal termine longobardo WARD / WARDON a testimoniare l’esistenza in loco di un fortilizio eretto da tempo a guardia della valle e dello sbocco del torrente RE. L’esistenza del “fortino” è testimoniata dal testo di una delle pergamene di Bovegno che in data 14 febbraio 1317 ricorda che il capitano di Valtrompia s’insedia periodicamente nel “Castello di Valtrompia” Il santuario di San Rocco e della Madonna del Popolo, ricostruito, secondo tradizione, sulle antiche fondamenta del “castello di Garedone” Se è dunque provata l’esistenza del castello gardonese non ne è invece provata la localizzazione che solo affettivamente può essere indicata sul colle detto poi di S. Rocco. L’AFFERMARSI DELLA VICINIA ORGANIZZAZIONE POLITICO SOCIALE CHE RIUNISCE I CAPI DELLE FAMIGLIE ORIGINARIE DI UN CENTRO E LA SUCCESSIVA NASCITA DEI PRIMI COMUNI CHE ANDRANNO ISTITUENDOSI NEI CENTRI MINORI DEL TERRITORIO BRESCIANO, DETERMINERANNO LA CRISI DEFINITIVA DELLE “ PIEVI” E DELLE FUNZIONI DI PROSELITISMO RELIGIOSO E DI RICOSTRUZIONE CIVILE E CULTURALE CHE ESSE HANNO SVOLTE Non sono purtroppo stati rinvenuti ordinamenti né atti dell’antica VICINIA GARDONESE ma si può ragionevolmente supporre che essa fosse attiva verso la fine del secolo XIV, quando il paese è soggetto al dominio dei Visconti. NEL TARDO MEDIOEVO LA VALLE TROMPIA E’ TEATRO DI NUMEROSI EPISODI DI GUERRA CIVILE ALIMENTATA (vedi il caso di Bovegno) DA VELLEITA’ AUTONOMISTICHE RISPETTO AL COMUNE DI BRESCIA CHE VOLEVA ALLARGARE LA SUA INFLUENZA A TUTTO IL TERRITORIO, VELLEITA’ FACILMENTE STRONCATE PER LA VICINANZA DEI “RIVOLUZIONARI” ALLA CITTA’ NEL 1183, DOPO LA PACE DI COSTANZA ( che conclude le guerre tra il Barbarossa ed i comuni italiani) I COMUNI RICEVONO LA PUBBLICA SANZIONE DA PARTE DELL’IMPERATORE ED IN VALLE INIZIANO A DARSI I PROPRI STATUTI CHE VENNERO POI CONFERMATI La valletrompia E i suoi statuti 1318 statuto di pezzaze 1341 statuto di bovegno 1372 cimmo e tavernole 1436 CA. statuto di valtrompia Nel 1337 infatti i Viscontix di Milano si impadroniscono del territorio bresciano succedendo a Mastino Della Scalaxi La famiglia veneta era giunta al potere in Verona nel 1263 con Mastino I . Raggiunse il massimo della sua potenza con CANGRANDE I (1291-1329), vicario imperiale di Enrico VII, che estese la signoria scaligera su Vicenza, Feltre, Belluno, Padova e Treviso e con Mastino II che la estese anche a Brescia, Parma e Lucca. AZZONE VISCONTI (ghibellino) viene proclamato signore di Brescia. Nel 1385 GIAN GALEAZZO VISCONTI impone al territorio bresciano una radicale riorganizzazione legislativa ed amministrativa: Brescia sottoscrive i CAPITOLI DI SUDDITANZA in base ai quali la terra bresciana viene suddivisa in 14 “QUADRE” La QUADRA DI VALTROMPIA comprende 11 comuni: INZINO CASTELANZA DE LE’ (E MARCHE’) ZUMO E TABERNOLIS LUDRINO MARMENTINO PEZAZIS HERMA BOVEGNO COLLIBUS SARETIO CASTELANZA DE VILA Sono evidentemente di origini più recenti i comuni di GARDONE, BROZZO, CESOVO, MAGNO DI INZINO, PEZZORO, CARCINA E LUMEZZANE Il Feudalesimo verso e proprio non trova in Valtrompia degli sviluppi notevoli anche se non è del tutto assente. Potenti feudatari della Valtrompia medievale sono gli AVOGADROxii con vasti possedimenti in Gardone, Polaveno, Sarezzo e Lumezzane. Agli Avogadro si erano col tempo aggiunti i Confalonierixiii, proprietari del castello di Bovegno, i Negrobonixiv, i Nassinoxv ed i Lavellongoxvi che ottennero investiture in Marcheno, Cesovo e Brozzo dal monastero di S. Giulia nei primi decenni del 1200. Nel 1402, alla morte di Galeazzo Visconti riprendono le lotte tra GUELFI (fautori della supremazia politica del papato) e GHIBELLINI (di quella imperiale) bresciani e di queste lotte approfitta PANDOLFO MALATESTAxvii(signore di Fano) che chiamato in Valle dai Guelfi per cacciare i ghibellini si proclama SIGNORE di Brescia. PIETRO AVOGADRO al comando di truppe valtrumpline marcia sulla città per dare manforte al Malatesta “Grossi e minacciosi calavano que’ valligiani, s’addensavano lor file, guidati dal loro Avogadro……” Il Malatesta riconoscerà agli Avogadro il feudo di Polaveno L’occupazione malatestiana (1404-1420) regala alle Valli, dopo il duro e accentratore dominio visconteo, provvedimenti tesi a favorire l’economia valligiana quali la libertà di commerciare in ferrarezze senza particolari imposte ( privilegio dell’8 aprile 1406) la cui concessione dimostra tra l’altro quanto nel borgo di Gardone l’attività fosse andata sviluppandosi ( fin dal secolo precedente). * Il privilegio dispone anche altre determinazioni a favore delle Valli Trompia e Sabbia che vengono salvaguardate da ogni tipo di gabelle per i loro scambi commerciali. Nel 1407 il Malatesta concede ai valtrumplini la facoltà di acquistare e vendere il sale ritirato dalla Germania ed accorda il libero transito delle mandrie per i pascoli di tutto il Dominio. Un dominio, quello malatestiano, certamente tollerabile anche se comporta per la Valle il versamento di 800 libbre imperiali l’anno, la denuncia delle bestie da basto, e all’occorrenza la concessione di un numero necessario di armati Nel Codice Malatestiano 67 conservato nell’archivio di Stato di Fano, nel 1418 viene indicato tra i comuni trumplini GARDONE SIVE DE CASTELANZA DE INZINI dalla scritta apprendiamo quindi con certezza che Gardone, in questi anni, non ha ancora raggiunta un’indipendenza amministrativa anche se la precedenza nell’indicazione è a testimoniare il costante sviluppo dell’ “avamposto” inzinese. Ormai, infatti, la produzione di canne si è già ormai ampiamente affermata (Trovati) almeno entro i confini della Signoria, con tutti i benefici, d’ordine economico, che essa comporta. Nel 1420 FILIPPO MARIA VISCONTI vuole riprendersi Brescia, assolda allora Francesco Bussone conte di CARMAGNOLA che nell’ottobre dello stesso anno , nella piana di Montichiari sonfigge PANDOLFO III Malatesta. I Visconti riconquistano il Bresciano e la Bergamasca riportando uno stile di governo non prodigo di esenzioni fiscali e libertà di commerci I Valtrumplini si preparano alla rivolta e attendono l’occasione propriazia per insorgere. Il già ricordato PIETRO AVOGADRO nel 1426 avendo avuto sentore che Venezia stava schiarandosi a battaglia contro i Visconti organizzò quella che poi prese il nome di RIVOLTA DI GUSSAGO, radunando tutti i ribelli in Franciacorta. Entrati in città, unitamente alle truppe venete, costrinsero i viscontei a ritirarsi in castello ed il 6 ottobre giurarono fedeltà a Venezia. A MACLODIO AVVENNE IL 15 OTTOBRE 1427 LO SCONTRO DECISIVO FRA VENEZIA ED I VISCONTEI DAL QUALE LE TRUPPE DEL PICCININO ESCONO SCONFITTE IN MANIERA PESANTE L’infausto esito della battaglia secondo il Machiavelli induce i milanesi a “ NUOVI RAGIONAMENTI D’ACCORDO” che porteranno alla pace di Ferrara (1428) Venezia si affretta a premiare i suoi alleati e agli Avogadro concede l’intero feudo di Lumezzane. Ai valtrumplini Venezia conferma tutti i PRIVILEGI che avevano ottenuto dal Malatesta e che erano stati aboliti dai Visconti. Sin da ora è opportuno ricordare una delle caratteristiche costanti della politica della Serenissima che sarà quella di togliere, con qualche pretesto, quello che generosamente era stato concesso Segue un periodo di scontri armati tra Venezia ed i Visconti. Il Piccinino a cui si opponeva da parte veneta il Gattamelata, tentò di rioccupare Brescia e la Valle. Il 3 dicembre 1438 La nostra città, assediata, che conta, come sempre, sui contingenti trumplini respinge il furioso assedio del Piccinino (dicembre) che si ritirerà nella campagna fra Ghedi e Palazzolo. Nel 1454 assistiamo all’ultimo tentativo da parte milanese di riconquistare il Bresciano. Le truppe guidate da FRANCESCO SFORZAxviii si incagliano nuovamente in uno sterile assedio alla città i cui difensori sono capeggiati da PIETRO AVOGADRO. Lo Sforza si ritira e si proclama duca di Milano. Con la PACE DI LODI (1454) Venezia si assicura il pieno dominio del nostro territorio che godrà di un periodo di relativa tranquillità. VENEZIA RICONFERMA ALLA VALTROMPIA GLI ANTICHI PRIVILEGI ED IL DOGE FRANCESCO FOSCARI CONCEDE ALLA VALLE LO STATO DI “TERRA SEPARATA” CIOE’ DI TERRITORIO CHE GODE DI PARTICOLARI PRIVILEGI E DI VANTAGGI AMMINISTRATIVI E COMMERCIALI Gardone, ancora legato ad Inzino con cui forma un unico comune, in un documento del 1422 non compare fra i comuni trumplini chiamati a contribuire alle spese per la riparazione della strada valligiana e nel 1429 non compare ancora negli Statuti di Brescia promulgati per ordine del Doge Francesco Foscari IL DOMINIO VENETO Come precedentemente ricordato, nel 1454, la Valtrompia ottiene l’autonomia amministrativa. L’importanza dell’esonero dai dazi può essere facilmente capita per il fatto che le Valli non erano economicamente autosufficienti quanto a prodotti agricoli. In questi anni la Valle produceva derrate sufficienti per due mesi all’anno, quindi doveva contare sulle sue attività industriali e sull’esportazione dei suoi prodotti e sulle corrispondenti importazioni di generi di prima necessità. Gli abitanti erano allora circa 17.000, gli abitati 38 ed i comuni 17 Nel suo territorio erano eretti 7 forni da ferro, erano attive circa 40 fucine per la lavorazione del ferro che producevano attrezzature di ogni genere ed in particolare armi da taglio e da fuoco. E’ molto verosimile che sin dalla seconda metà del Trecento sia iniziata a Gardone e in Valtrompia la produzione delle canne da focile. Nel paese ed in Valle troviamo infatti le condizioni favorevoli all’affermarsi del commercio di tali manufatti: • Dalle numerose miniere presenti in alta Valle si estraeva siderite spatica (carbonato ferroso tra i più importanti minerali di ferro) ad alto tenore che essendo priva di fosforo e ricca di manganese si presta alla lavorazione della fucina dando un prodotto elastico ideale per la produzione delle canne • I boschi che circondano il paese forniscono legna ad alto potere calorico che viene abilmente trasformata in carbone ed è sufficiente ad alimentare gli alti forni attivi nella calcinazione del minerale ferroso ( processo che elimina le sostanze volatili) • Le acque del Mella, attraverso apposite canalizzazioni, ( Treade) possono essere sfruttate, attraverso le ruote, per produrre energia e far funzionare i mantici dei forni. Queste indispensabili condizioni si innestano su una salda ed antica tradizione che, come abbiamo visto risale all’epoca preromana ed è andata progressivamente affinandosi nel corso dei secoli penetrando geneticamente nella forza lavoro trumplini. Per la Valtrompia si apre quindi un capitolo veramente nuovo, con i valligiani che non tardano a cogliere i vantaggi da questa situazione caratterizzata da un modo di governare, quello veneto, nel quale il rigore amministrativo e la saldezza delle istituzioni statali s’accordano con un indirizzo politico che tutela le autonomie locali e che sostiene le economie più povere nel pieno rispetto delle esperienze delle varie province soggette. Questi propositi trovano il loro fondamentale momento di sintesi legislativo nella compilazione dello STATUTO DI VALTROMPIA il cui primo testo manoscritto risale al 1436 mentre il secondo a stampa reca la data del 1576 e presenta pochissime varianti rispetto al testo originale. Frontespizio dell’edizione del 1576 (Giacomo Britannico) degli Statuti di Valtrompia Il testo comprova che i Valtrumplini hanno ormai pienamente composto e affermato una loro identità costruita sulla reale economia locale e su valori che hanno accompagnato il loro autonomo sviluppo. La meravigliosa carabina e le due pistole realizzate da quattro armaioli bresciani quale dono della Serenissima al re di Francia Luigi XIII (Da Oplologia italiana di Marco Morin). Gardone diviene quindi il centro naturale per la produzione delle armi che vengono richieste dalla Serenissima e l’importanza a cui assurge il paese è testimoniata dal dato anagrafico che testimonia la sua preponderanza rispetto ad Inzino. Dal Codice 188 conservato nella Biblioteca del seminario di Padova apprendiamo infatti che nel 1493 gli abitanti di Inzino sono 280 mentre quelli gardonese assommano a 940. Nel 1567 gli inzinesi risultano essere 430 mentre i gardonese superano le 1600 unità. “IL GOVERNO VENETO E’ FORTEMENTE INTERESSATO A FAVORIRE LA PRODUZIONE DELLE CANNE PER SUO USO E CONSUMO ACCADE PERO’ CHE ALLORCHE’ IL MOMENTO POLITICO NON RICHIEDA IL PRODOTTO, LA REPUBBLICA NON POSSA FAVORIRE CHE L’ECCEDENZA PRENDA LA VIA DELL’ESTERO. IL SENATO DEVE QUINDI TROVARE UNA MEDIAZIONE FRA I PROPRI INTERESSI E QUELLI DEI GARDONESI CHE, CONSAPEVOLI DELLA QUALITA’ DELLE LORO CANNE TENTANO BEFFARDAMENTE DI SFUGGIRE ALLE RIGOROSE LEGGI IMPOSTE DALLA SERENISSIMA SULLE ESPORTAZIONI” La voce economica più consistente per il paese è dunque rappresentata dal commercio delle canne e la liquidità monetaria che se ne ricava consente alla popolazione di rifornirsi delle vettovaglie che devono essere importate dalla pianura. Il calo delle attività del settore armiero determinato o imposto dalla ragion di stato o dalle contingenze internazionali è quindi causa di profondi contrasti con la Repubblica e di emigrazione delle maestranze. Un dispaccio spedito dai rettori bresciani al Consiglio dei Dieci in data 3 APRILE 1505 , pubblicato da Marco Morin, comunica che alcuni maestri d’archibugio e schioppi sono usciti dal confine dello stato e si sono spinti a Domodossola, terra soggetta alla giurisdizione dei Borromeo, dove hanno vantaggiosamente ripreso la loro attività. Le licenze di esportazione concesse dalla Serenissima ai maestri di canne dimostrano come a metà del Cinquecento le armi gardonese fossero richieste da tutti i principati italiani, e da tutto il mercato europeo. Rimane documentazione di forniture alla Francia, all’inghilterra, ai Cavalieri di Malta e all’imperatore Carlo V. Le principali famiglie produttrici sono quelle ben conosciute dai collezionisti: AQUISTI BERETTA BELLI CHINELLI COMINAZZI DAFFINI FRANZINI GATELLI MANENTI MORETTI MUTTI PICINARDI RAMPINELLI SAVOLDI TIMPINI ZAMBONARDI In una relazione presentata al Senato il 19 settembre 1553 il podestà veneto di Brescia CATTERINO ZEN scrive che: A Gardone gli uomini girano armati di archibugi e che perfino le donne ne portano due : uno in mano e l’altro alla cintola. Il magistrato osserva che si tratta di gente aspra e presuntuosa, aperta alle idee luterane, difficile da governare Lo sfruttamento dei pascoli e delle zone boschive rappresenta però ancora una voce non irrilevante dell’economia del tempo e sul patrimonio sia comunale che privato si vigila con particolare attenzione Il comune, unico in Valtrompia, stipendia un maestro di scuola e gli armaioli sanno, quasi nella loro totalità, leggere e scrivere. Se questo impegno nel campo dell’istruzione ha un evidente fine utilitaristico non è però sicuramente, dati tempi, da sminuire nel suo intrinseco valore. D’altro canto è in grande sviluppo l’indice demografico che continua ad essere superiore di parecchie centinaia a quello di Inzino. Terzette a ruota bresciano del 1640 con piastre del Cavacciolo e canne di Gio. Batta Francino (Da Beretta, di Marco Morin) Pistole gardonese prodotte dall’industria Franzini LA SEPARAZIONE DALLA PIEVE DI S. GIORGIO Il notevole incremento demografico è una delle motivazioni che spingono i gardonesi a richiedere con fermezza la separazione della chiesa di S. Marco dalla pieve inzinese. Allo sviluppo numerico della popolazione, si aggiungono altre cause ad appoggiare la richiesta: • La chiesa di S. Marco è già dotata di preziosi calici e suppellettili di valore che testimoniano l’assiduità del culto dei gardonesi • Il territorio gardonese, nelle sue estreme propaggini ha una notevole distanza dalla pieve madre e questo fatto pregiudica la frequenza alle cerimonie liturgiche per le donne, le gestanti i vecchi ed i bambini • L’eccessiva distanza a volte impedisce la somministrazione dei sacramenti del Battesimo (in extremis) e dell’Estrema Unzione • A tutto questo si uniscono le frequenti esondazioni del fiume e dei torrenti che impediscono o rendono difficilissimi gli spostamenti A fronte dell’importanza delle motivazioni presentate il giorno 25 gennaio 1543 ANTONIO CARDINALE DI SANTA SABINA a nome del regnante pontefice PAOLO III accoglie le istanze dei gardonesi e concede la separazione da Inzino. La chiesa di S. Marco viene eretta a nuova cura con diritto di fonte battesimale, campanile e campane e dotata di un reddito di 15 ducati d’oro che deriva dai proventi di tre appezzamenti già di proprietà della fabbrica della chiesa VIENE CONCESSO A GARDONE IL GIUSPATRONATO NELLA SCELTA, NELL’ELEZIONE E NELLA DEPOSIZIONE DEI RETTORI DELLA CHIESA Alla separazione si oppone però PIETRO MALATESTA arciprete d’Inzino e cittadino veneto. L’opposizione provoca una lunga diatriba ed un processo che si concluderà solo nel 1544 con il riconoscimento delle ragioni dei gardonesi. Il primo rettore dell’indipendente chiesa di S. Marco, secondo Luigi Falsina, sarà PIETRO ROSSI DA FASANO A questa vicenda che si chiude ne segue un’altra di origine religiosa che interesserà la Valle per lunghi anni : LA DIFFUSIONE DELLE IDEE RIFORMATE E DELL’ANABATTISMO Infatti nelle vicende che vedono il dilagare dell’eresia protestante nel XVI secolo la Valtrompia occupa una posizione importante. La costante presenza di tecnici ed operai tedeschi nelle miniere dell’Alta Valle favorisce la penetrazione nel territorio delle nuove dottrine, considerate eretiche, soprattutto attraverso la divulgazione di opuscoli, mentre molti trumplini costretti ad emigrare per le ricorrenti difficoltà economiche raccoglievano ed accoglievano le nuove idee religiose e tutte le rivendicazioni di carattere sociale ad esse implicite. In particolar modo: L’ANABATTISMO CHE TRA LE DOTTRINE DELLA RIFORMA E’ QUELLA CHE MEGLIO SI ADATTA CON I SUOI PRESUPPOSTI DI COMUNISMO SOLIDARISTICO, UTOPISTICO E CRISTIANO, A DARE FORMA CONCRETA ALLE ASPIRAZIONI RIFORMISTICHE DI QUESTE CLASSI SOCIALI TROVA UN FERTILE TERRENO DI DIFFUSIONE NEL MALCONTENTO CHE REGNA NEI CONFRONTI DI UN CERTO CLERO E DI QUANTO ESSO RAPPRESENTA L’ANABATTISMO in Valle ha i cuoi centri in COLLIO dove predica ed è attivo GOMEZIO LOVISELLI degli Osservanti di S. Francesco e GARDONE luogo in cui il gruppo è particolarmente attivo sotto la guida di STEFANO DE GIUSTI, medico cremonese, Girolamo Allegretti e Marco Rampinelli contro i quali si scaglieranno gli strali dell’inquisizione. Il gruppo raccoglie, fra i maestri di canne, un largo seguito e fra gli anabattisti gardonese si ricordano il Rampinelli, Andrea Chinelli, Giuseppe Cominazzi, Cipriano Daffini, Maffeo Franzini e molti altri. Alcuni capi del movimento vengono arrestati dagli inquisitori bresciani che li vorrebbero processare in città, ma essendo l’Allegretti a Venezia anche i bresciani verranno avviati in laguna unitamente alla documentazione relativa alla loro causa. Agli inquisitori bresciani non resta che continuare a raccogliere prove testimoniali e deposizioni. Dalla deposizione di GIOVANNI MARTINELLI curato in Gardone si viene a conoscenza della “teologia” del gruppo gardonese . Il processo si conclude dunque a Venezia il 18 novembre 1550 con l’abiura del De Giusti e dell’Allegretti e la condanna al supplizio del sacerdote FRANCESCO GALGANO giustiziato a Brescia il 30 dicembre. La comunità anabattista gardonese però resiste e sopravvive e l’opera dei vescovi Bollani e Borromeo costringerà parecchi degli eretici gardonesi a rifugiarsi a Tirano dove verrà fondata una nuova piccola comunità. La partenza del gruppo di eretici coincide con un periodo di prospera attività per l’industria gardonese che coincide con contingenze internazionali che fautrici di una notevole richiesta di armi. Ai rettori bresciani si raccomanda di fare in modo che la produzione di canne sia incrementata al massimo e a Gardone dal 1570 al 1573 impegnando ogni energia e lavorando di giorno e di notte anche nelle feste comandate, si raggiunge una produzione giornaliera di 300 canne. Venezia accetta la sfida con il dominio turco per il controllo dell’Adriatico e dell’Egeo sfida che il 7 ottobre 1571 culminerà nella BATTAGLIA DI LEPANTO L’esito favorevole alla lega cristiana consentirà alla Serenissima di sopravvivere per altri due secoli. Come scrive il Morin infatti: SENZA LEPANTO E’ INFATTI LECITO SUPPORRE CHE CANDIA, ZANTE, CEFALONIA E CORFU’ SAREBBERO CERTAMENTE CADUTE IN MANO OTTOMANA. PRIVATA DELLE SUE INDISPENSABILI BASI MARITTIME … LA DOMINANTE SAREBBE IN BREVE MORTA PER SOFFOCAMENTO ECONOMICO Numerosi i valtrumplini che parteciparono alla grande battaglia della cristianità contro l’impero ottomano e musulmano. Fra i gardonesi ricordiamo il caporale GRAZIADIO FRANZINI e GIAN GIACOMO GARZETTO La ricorrenza del 7 ottobre, dedicato a S. Giustina, viene dichiarata festiva in tutta la Valle e sarà scelta dal papa PIO V per istituire in tutto il mondo cristiano la festa della BETA VERGINE DEL ROSARIO Gli eretici gardonesi continuano frattanto nella loro azione causando non pochi grattacapi all’autorità ecclesiastica. La visita apostolica del vescovo milanese CARLO BORROMEO del 1580 porrà fine alla propaganda eretica e nel contempo interesserà le forme più smaccate di delinquenza, malcostume, furti, usure, violenze ed omicidi che permeava la vita della Valle. 26 ottobre 1570 “attentato” a S. Carlo nel quale il Borromeo rimane illeso Chiesa parrocchiale Albissola Marina- Genova L’opera dei convisitatori che si svolgerà fra denunce, minacce e severi provvedimenti mirerà allo sradicamento delle influenze ereticali sulla comunità. Attentato a S. Carlo Chiesa parrocchiale S. Giovanni di Pola veno Gli in confessi che entro il termine stabilito non abbiano confessato i loro peccati e ricevuto il Sacramento della sacra Eucaristia, siano costretti a soddisfare le pene legate alle loro colpe. … Trascorsi otto giorni dalla esortazione pronunciata nella chiesa… siano pubblicamente scomunicati Per l’avvenire non vogliamo che nei pressi della chiesa e nella piazza prospiciente si tengano spettacoli, canti, danze e altri simili profani intrattenimenti… La comunità scelga ogni anno due omini probi che nei giorni festivi, nel tempo delle sacre funzioni… conducano alla chiesa i vagabondi e in special modo abbiano cura – anche con il soccorso dei magistrati secolari – che nei giorni festivi non vi sia chi attenda a giochi, spettacoli, alle profane occupazioni o si abbandoni all’ozio Particolare interesse i convisitatori riservano alla diffusa pratica dell’usura esercitata da privati e dalle stesse Confraternite laicalixix Vengono redarguiti i notai che stipulano i contratti dei prestiti stabilendo per loro delle forti pene (50 scudi per ogni contratto) e la sanzione canonica della scomunica. Per quanto riguarda l’eresia ricorda mons. Guerini : I sospetti di eresia erano facili e frequenti: si denunziava sotto questo sospetto ogni infrazione consuetudinaria delle leggi ecclesiastiche… molte volte anche chi sapeva leggere e scrivere e teneva libri che per gli analfabeti diventavano facilmente libri di propaganda ereticale… Il Borromeo sollecita al papa una lettera apostolica che gli conceda più ampie facoltà nell’opera di estirpazione dall’errore ereticale in Valle, il Breve del 12 novembre pubblicato a Roma, è la risposta. Concediamo la facoltà di accogliere ed assolvere – dopo aver loro ingiunto salutari penitenze ed altre pene secondo quanto ti sembrerà più conveniente – tutti gli eretici di Gardone,… purchè prima confessino e detestino gli errori propri e dei loro complici e sottoscrivano l’atto d’abiura davanti ad un notaio e ai testimoni… La nuova situazione porta ad una serie di denunce: ANTONIO BERETTA E GIACOMO AIARDI GIACOMO MUTTI E SUA MOGLIE CATERINA BATTISTA MAMBRINO Accusato di aver negato l’autorità del papa ANDREA PIRMELLO e LUDOVICO FRANZINI Per aver detto che i prelati spendono male i soldi della Chiesa, per aver letto il Decamerone la predica di un frate GIUSEPPE AIARDI LORENZO DE SOLMI GIUSEPPE BOSELLI BERNARDINO FAGNONE che invece d’andare a messa pescano sulle rive del Mella o vanno a caccia. e molti altri……… La lotta al movimento ereticale è dura, ma i provvedimenti sfociano in lievi condanne anche perché un altro Breve pontificio invita i visitatori a privilegiare la conversione interiore degli accusati rispetto alle pene. Gli ultimi decenni del secolo XVI vedono il sistema economico gardonese conoscere ripetuti momenti di crisi ai quali non è estranea la politica della Serenissima che, impegnata in costose operazioni belliche, è costretta a ricorrere a tassazioni straordinarie e a provvedimenti restrittivi che si riflettono anche sull’economia della Valle che da secoli è impegnata nella produzione delle armi. Dimenticati gli anni della guerra di Cipro e della Battaglia di Lepanto il mercato delle armi è ancora attivo per qualche anno e gli orizzonti commerciali si sono allargati sino alle lontane Americhe. Proprio questo allargamento ha però affiancato all’attività dei maestri di canne quella dei mercanti che non sono molto rispettosi della particolare organizzazione del lavoro gardonese ma che sono piuttosto alla ricerca di manodopera a basso costo e per di più, facilmente gestibile. Per evitare una consistente esportazione di attrezzature belliche che possono finire nelle mani dei nemici, la Serenissima conscia delle difficoltà in cui si dibatte l’economia gardonese e della fuga dalla Valle di numerosi maestri, istituisce a Gardone un fondaco per le armi. Il conduttore del fondaco viene eletto dal Senato e dalle maestranze. Con i fondi stanziati dalla Serenissima egli acquista il materiale grezzo necessario alla produzione che poi distribuisce ai Maestri dell’arte. Non sono richiesti pagamenti in contanti per il ricevuto, ma al contrario la nuova procedura apre larghi crediti ai produttori. Gli armaioli devono però rivendere al fondaco le armi prodotte dalle loro officine Questo tipo di organizzazione del lavoro presenta alcuni vantaggi : • Si ottiene di subordinare la produzione alla richiesta di armi da parte del governo • Attraverso un’equa distribuzione della materia prima si offre agli artigiani una più facile possibilità di lavoro Ma sono chiari anche i limiti dell’operazione : • Quando il fondaco è saturo e dispone di una dotazione che supera le richieste della Repubblica, le possibilità di lavoro sfumano, essendo negato al singolo armaiolo di commerciare i propri prodotti. Le conseguenze non si fanno attendere : Alcuni maestri esercitano con grave rischio attività di contrabbando, altri si allontanano, altri abbandonano la loro arte Nel 1626 il Da Lezze, capitano di Brescia, fa presente al governo veneto che i pochi artigiani rimasti VIVONO IN GRANDE MISERIA. La crisi si riflette anche sull’attività delle miniere, mentre fervono in Valle i lavori delle cartiere di Nave e Carcina, la produzione dei panni, delle coperte e dei mantelli di Cimmo, Lodrino, S. Apollonio, ma la situazione resta debole Un’ispezione effettuata nel fondaco nel 1608 rivela una situazione drammatica: su 1000 canne da moschetto immagazzinate SOLO 201 sono utilizzabili su 2.720 canne da archibugio solo 657 si possono ritenere buone il LORANDO aveva infatti acquistato grosse partite di canne di bassissima qualità dai mercanti gardonesi che le avevano prodotte utilizzando manodopera non qualificata ottenendo e facendo ottenere ingentissimi guadagni. Il contratto con il Lorando non viene rinnovato, il governo non riesce a frenare il contrabbando delle canne e che i maestri gardonese più qualificati accettino gli inviti ad emigrare loro rivolti dai principi italiani. Nel 1629-1631 la situazione è aggravata ulteriormente dalla carestia e da una lunga grave pestilenza che mette a dura prova i già ristretti bilanci dei comuni. La pestilenza, nonostante un rigido cordone sanitario disposto lungo la bassa Valle è portato in paese da Chiara Rampinelli e dalla sua cagnolina provenienti da Montichiari. In pochi giorni muoiono circa 300 persone che saliranno a 500 alla fine del contagio, la peste ha portato a morte circa un terzo del paese. A questa grave situazione si aggiungono nuove imposizioni venete con la richiesta di uomini e denari ed i drastici provvedimenti del capitano Venier che tendono ad estinguere i debiti censuari dei comuni. A QUESTE TREMENDE CALAMITA’ SE NE AGGIUNGE POI UN’ALTRA CERTO NON MENO DANNOSA: LA LOTTA CIVILE Le discordie nascono in paese per i già noti contrasti tra produttori e mercanti e si tramutano in veri e propri sanguinosi episodi di violenza che vedono schierarsi ed opporsi il paese in due fazioni capeggiate una dalla famiglia RAMPINELLI e l’altra dalla famiglia FERRAGLIO ( meno forte dei primi ma appoggiati dai Chinelli). Nel 1610 il Ferraglio viene bandito dal territorio veneto e trova ospitalità nel ducato di Parma dove con altri armaioli gardonese apre alcune fucine. Dopo il ritorno a Gardone di Pietro Franzini, da tempo al bando, riprendono i contrasti con nuovi morti e feriti. Il Senato offre ai denunciati la possibilità di riscattarsi ed il perdono qualora si rechino a combattere contro i turchi. VENGONO ISTITUITE DUE COMPAGNIE DI BANDITI GARDONESI : la FERRAGLIA e la RAMPINELLA CHE COMBATTERRANO PER CIRCA VENT’ANNI IN ORIENTE Nella fonderia CHINELLI di Gardone si inizia la fabbricazione di bombarde, di granate e la fusione di mortai e cannoni. Nel campo delle acciaierie eccelle in Sarezzo Tiburizo Bailo che nel 1692 è impegnato nella produzione di 50 cannoni per il governo veneto. La seconda metà del ‘600 si annuncia ai gardonesi abbastanza tranquilla grazie alle commesse venete che interessano canne, ma anche palle, granate e bombe necessarie a sostenere le battaglie contro gli Ottomani Nel 1657 è commessa ad un Ferraglio la fabbricazione di polvere da sparo con salnitro estero Nel 1658 Lorenzo Chinelli e Agostino Rampinelli appaltano la fornitura di 250.000 libbre di proiettili l’anno per cinque anni Consistenti appalti sono trattati anche dagli Aquisti e dai Franzini Nel 1703 sono ancora attive in Valle 26 miniere ma ben poche sono in realtà effettivamente sfruttate ( si ridurranno poi a 8 nel 1773) L’industria armiera è sempre rigidamente controllata da Venezia: non è permessa l’esportazione di canne da guerra, è prescritto il possesso di una regolare licenza per quelle da caccia e gli artigiani non possono TASSATIVAMENTE abbandonare il territorio della Repubblica. In una sua relazione del 1724 il capitano GIORGIO PASQUALIGO riferisce che le Valli sono in miseria e che le fabbriche di canne stanno avviandosi ad una fatale declino. Nel 1784 i moschetti gardonesi risultano poco maneggevoli e gli acciarini, punto d’orgoglio della produzione trumplina, verranno rifiutati dall’Arsenale di Venezia. 18 OTTOBRE 1738 TREMENDA ESONDAZIONE DEL FIUME MELLA Il Mella gonfiato da copiosissime piogge distrugge fucine e fonderie costringendo i molti in miseria, ad emigrare. Nel 1741 la Serenissima concede al Regno di Napoli di acquistare armi a Gardone : l’appalto interessa una fornitura di 12.000 fucili con baionetta e seimila paia di pistole. La Serenissima che si sente minacciata dall’impero asburgico e dopo un attento controllo ai propri arsenali ordina a Gardone 19.000 fucili. L’ordine risolleva le condizioni economiche dei gardonesi e offre ai maestri l’opportunità di rinnovare le tecniche di produzione. Si tratta dell’ultimo intervento statale fino alla caduta della Repubblica veneta , mentre i lavoratori lamentano i soprusi dell’oligarchia mercantile che offre lavoro solo ad alcuni maestri ignorando gli statuti e determinando il contrabbando. Ormai però la crisi produttiva avanza a passi di gigante, manca la materia prima ed i capi arte non sono più in grado di procurare l’attrezzatura necessaria alla produzione. Avanza la figura del mercante capitalista, che anticipa sì le somme necessaire alla produzione ma che umilia i maestri di canne rendendoli dei semplici salariati. Nel 1784 viene firmato fra i maestri e la ditta BECCALOSSI-FRANZINI-FEBBRARI un contratto che diminuisce il compenso dei maestri ma garantisce la continuità del lavoro per 10 anni ( 10.000 canne all’anno per 10 anni) Nel 1795 in occasione del contratto con il REGNO DI SPAGNA per la fornitura di 30.000 fucili i maestri rivendicano i loro diritti, ma l’intesa è stata resa possibile grazie all’abilità dei Beccalossi ed il governo non ritiene di intervenire. Marco Cominazzi noto diarista gardonese scrive: 1764, nel mese di marzo si sollevarono i popoli della Valtrompia e Sabbia per la carestia delle biade, perché si vendeva il formentone 36 lire la soma ed il frumento lire 44. Le due Valli.. non potendo più sufrire simile penuria calarono in numero di 400 li Sabini a Desenzano… ed ebbero circa 1800 some onde poterono supplire il loro bisogno…. …I valtrumplini in numero di 1000 si portarono in Brescia… e 400 andarono al palazzo del potere e richiesero del Grimani allora pretore e volevagli parlare…. Il comandante consegnava loro la città ma essi dissero di non ricercare la città, ma bensì soccorso alla carestia e furono achetate le loro sollevazioni con promesse di mandar biade …… Si provvede a soddisfare le richieste più urgenti e molti “facinorosi” vengono assicurati alla giustizia e più tardi giustiziati. IN QUESTA GRAVE SITUAZIONE DI DECLINO SI GIUNGE AL 1797, ULTIMO ANNO DELLA DOMINAZIONE VENETA. GLI AVVENIMENTI CHE PORTANO ALLA CADUTA DELLA REPUBBLICA VENETA SONO DIRETTAMENTE LEGATI ALLA CAMPAGNA NAPOLEONICA IN ITALIA. NEL BONAPARTE MOLTI VEDONO L’ALFIERE DELLE NUOVE IDEE AFFERMATESI IN FRANCIA DALLA RIVOLUZIONE E I GIOVANI PATRIOTI PENSANO CHE L’OSTACOLO PRINCIPALE CHE SI OPPONE AL NUOVO CORSO DELLA STORIA SIA VENEZIA CHE APPARE AI LORO OCCHI COME L’IMMAGINE DEL VECCHIO REGIME DA ABBATTERE LA REPUBBLICA BRESCIANA E CISALPINA Numerosi giovani patrioti già mentre infuriava oltralpe la lotta rivoluzionaria avevano formato in Brescia società segrete e quindi mentre Napoleone sviluppa la sua impresa militare, in città si congiura e si agisce. IL 17 MARZO 1797 IL BROLETTO, SEDE DEL GOVERNO VENETO, E’ OCCUPATO DAI COSPIRATORI E SI COSTITUISCE LA REPUBBLICA BRESCIANA Nelle Valli però la Serenissima ha molti fautori : L’ALTA VALTROMPIA E’ FAVOREVOLE A S. MARCO e quando il nuovo Governo bresciano tenta approcci amichevoli, incontra forti resistenze. GIUSEPPE BECCALOSSI e GIOVAN BATTISTA BORDOGNI il 20 marzo, per guadagnare appoggi alla causa, raggiungono Gardone dove sono accolti favorevolmente Il Consiglio Generale di Valle, due giorni dopo riconosce come legittimo il nuovo governo ma nell’Alta Valle (Collio – Bovegno – Lodrino – Marmentino) l’opposizione è tanto forte che costringe il Sindaco di Valle a riconvocare per il 1° Aprile un nuovo Consiglio che SCONFESSA LE DELIBERAZIONI DEL PRECEDENTE I fedeli a Venezia ottengono che siano inviate truppe a Carcina a difesa della Valle. Il povero gardonese PIETRO PAOLO MORETTI che si è presentato in ritardo è condannato come pena ad assumere il comando delle truppe valligiane. L “esercito trumplino “ deve attendere a Carcina le truppe venete in soccorso, ma purtroppo apprende che a Ponte Zanano è giunto da Iseo un battaglione di cinqucento francesi che al comando del CRUCHET pone il suo quartier generale a Gardone. Il 9 aprile a Villa si ha lo scontro tra valligiani e francesi in cui muoiono 26 trumplini. Le truppe della Valle, aiutate anche da uno schieramento di valsabbini, attaccano Gardone e poco sopra Inzino si scontrano con le truppe francesi e della Repubblica Bresciana che sono sonoramente sconfitte e devono in tutta fretta abbandonare Gardone. L’ira dei partigiani di Venezia si rivolge quindi a Gardone che il 27 aprile viene sottoposto ad un tremendo saccheggio. NEL CORSO DEL SACCHEGGIO SI RITIENE SIA ANDATA DEFINITIVAMENTE PERDUTA LA DOTAZIONE DELL’ARCHIVIO COMUNALE I Francesi però si riorganizzano e ottenuti rinforzi riconquistano Gardone spingendosi fino a Brozzo che il 1° maggio viene saccheggiato. Domate le ultime resistenze e pacificato il territorio, anche con l’intervento pacificatorio di personaggi di provata fama e di assoluto rispetto. IL GOVERNO BRESCIANO ORGANIZZA IL PICCOLO STATO INDIPENDENTE DELLA REPUBBLICA BRESCIANA CHE AVRA’ TUTTAVIA VITA MOLTO BREVE IL 17 OTTOBRE 1797 A PASSARIANO NAPOLEONE FIRMA CON L’AUSTRIA IL TRATTATO DI CAMPOFORMIO. IL TRATTATO PONE FINE ALLA VITA DELLA REPUBBLICA VENETA CHE VIENE ANNESSA ALL’AUSTRIA CON TUTTE LE TERRE AD EST DELL’ADIGE IN CAMBIO DELLE FIANDRE AUSTRIACHE E DEL RICONOSCIMENTO DELLA REPUBBLICA CISALPINA Ha termine anche la vita dell’effimera REPUBBLICA BRESCIANA che è conglobata dalla REPUBBLICA CISALPINA. GARDONE diventa capoluogo del CANTONE DEL MELLA che comprende l’intera Valtrompia. Con lo scioglimento della REPUBBLICA CISALPINA (1805) tutto il territorio bresciano entra a far parte della REPUBBLICA ITALIANA Le vicende che fanno del Bonaparte il dominatore della scena internazionale fanno rifiorire a Gardone l’industria delle canne, a Gardone si lavora e si lavora molto. Il Cominassi nel suo scritto Cenni sulla Fabbrica d’armi di Gardone V.T. ricorda che con un decreto del 20 settembre 1802 il ministro della guerra ordina: 70.000 fucili con baionetta 9.000 carabine ed altrettante paia di pistole La produzione annuale di fucili si attesta sui 40.000 pezzi Nel 1806 la FABBRICA viene visitata da EUGENIO DI BEAUHARNAISxx viceré d’Italia che riconosciutane l’importanza fa aprire un ARSENALExxi Le sconfitte napoleoniche nel 1812 in Russia e nel 1813 in Germania accentuano la pressione austriaca sui confini delle Valli. Nel 1813 una colonna austriaca discende lungo la Val Sabbia, sale a Lodrino ridiscende la Valle Trompia e attacca la città (Porta Pile) mentre un distaccamento attraversato il passo del Colle di San Zeno scende a Pisogne e risale la Val Canonica. La resistenza delle truppe italo-francesi riesce a contenere la situazione, ma le tre Valli verranno definitivamente conquistate l’anno successivo. Dopo Waterloo (18.6.1815), la battaglia che segnò la fine di Napoleone, la Restaurazione porta all’affermarsi del dominio austriaco sulla nostra Valle. L’AUSTRIA IN SEGUITO AL CONGRESSO DI VIENNA (1815) SI VEDE ANNETTERE LA LOMBARDIA ED IL VENETO E COSTITUISCE IL REGNO LOMBARDO VENETO COME PROVINCIA AUSTRIACA Nella nuova organizzazione amministrativa Gardone è capoluogo di un distretto che comprende 10 comuni: L’INDUSTRIA LOCALE VEDE LA PREVALENZA DELLE FABBRICHE D’ARMI CON IL SUPPORTO ECONOMICO DEI FILATOI PER LA SETA Gardone è pure sede della PRETURA che ha competenza sul territorio trumplino. Nel 1816 FRANCESCO I D’ASBURGO IMPERATORE D’AUSTRIA visita Gardone e ordina che ogni anno si costruiscano 6.000 canne per la dotazione dell’esercito imperiale. Frequenti sono le visite alla nostra comunità di regnanti o imparentati: Nel 1818 Gardone ospita l’Arciduca Ranieri viceré del Lombardo Veneto Nel 1820 è il turno di FERDINANDO III granduca di Toscana 1824 LEOPOLDO II Granduca di Toscana 1825 ARCIDUCA FRANCESCO CARLO con la moglie SOFIA ed il suocero MASSIMILIANO GIUSEPPE re di Baviera Un decreto imperiale stabilisce nel frattempo che i maestri di canne gardonese SIANO ESENTATI DAL SERVIZIO MILITARE Provvedimento che verrà confermato dall’imperatore FERDINANDO I successore di FRANCESCO I 1834 è la volta dell’Arciduca Giovanni e di molti altri principi Il Governo austriaco divide il territorio bresciano in 17 DISTRETTI; i comuni piccoli erano retti da un podestà di nomina imperiale, i grandi da una Congregazione municipale proposta dal Viceré e la cui designazione era ufficializzata dalla nomina imperiale IL GOVERNO AUSTRIACO NON VENNE SOLO MAL VISTO DAI NOSTALGICI DI S. MARCO, MA ANCHE DA QUEI CITTADINI CHE AVEVANO GUSTATO LA LIBERTA’, ANCHE SE LIMITATA, DURANTE IL PERIODO NAPOLEONICO Tra i ceti produttivi emergevano richieste di libertà e autodeterminazione che accompagneranno in continuazione i quarantacinque anni di dominio austriaco La casa regnante pose sempre particolare attenzione alla ricca provincia Bresciana e alla sua ricercata produzione e infatti: PER FACILITARE LA VIABILITA’ TRA LE VALLI NEL 1825 SI DIEDE INIZIO AI LAVORI PER LA REALIZZAZIONE DELLA STRADA BROZZOCASTO CHE CONGIUNGEVA LA VALTROMPIA CON LA VALSABBIA I moti antiaustriaci del 1820-1821 investirono anche Brescia dove operava un folto gruppo di rivoluzionari in stretto contatto con organizzazioni patriottiche milanesi. LE VALLI FURONO INVESTITE DALLA BUFERA RIVOLUZIONARIA DEL 1848-1849. ALLA DICHIARAZIONE DELLA PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA I DISTRETTI DOVEGNO E DI GARDONE FURONO TRA I PRIMI A RENDERE DISPONIBILI UOMINI ED ARMI. 5000 UOMINI (TRUMPLINI E SABBINI) AL COMDANDO DEL GENERALE DURANDO SI SCONTRARONO RIPETUTAMENTE CON GLI AUSTRIACI E NEL 1849 ACCORSERO IN CITTA’ A DAR MAN FORTE AGLI ASSEDIATI DELLE 10 GIORNATE. GLI ARMAIOLI GARDONESI CRESCENZIO PARIS, LODOVICO ANTONIO E MAFFEO FRANZINI DIRIGONO L’INCETTA DI ARMI E MUNIZIONI DA FAR PERVENIRE AGLI INSORTI La dura repressione seguita alla sconfitta alienò definitivamente ogni restante simpatia per l’Austria. Al notevole impegno profuso dai trumplini e dei gardonese risponde difatti l’Austria con pesanti condanne e fucilazioni: i gardonesi Matteo Cabona, Angelo Franzini, Rocco Bertarini, Angelo Gatti, Giuseppe Fappani sono fucilati nel Castello di Brescia NEL 1850 LA VALTROMPIA E’ COLPITA DA UNA SPAVENTOSA ALLUVIONE CHE DISTRUSSE ( da Bovegno a Brescia) FUCINE, STRUTTURE CIVILI E PRIVATE ARRECANDO DANNI INGENTISSIMI. VENGONO COSTITUITI DEI COMITATI CHE IN UN ANNO RACCOLSERO NEL LOMBARDO VENETO LA SOMMA INGENTISSIMA DI 365.000 LIRE (UNA CINQUANTINA DI MILIARDI DEL 1996 NEL 1859, SCONFITTI GLI AUSTRIACI A MAGENTA, I DISTRETTI DI BOVEGNO E GARDONE SONO NUOVAMENTE TRA I PRIMI A SCHIERARSI CONTRO GLI OCCUPANTI. LA BATTAGLIA DI SOLFERINO E S. MARTINO DEL GIUGNO 1859 CONSACRO’ DEFINIVAMENTE LA VITTORIA DEI FRANCOPIEMONTESI E LA LOMBARDIA VENNE AGGREGATA AL REGNO D’ITALIA Alla spedizione dei Mille di Garibaldi parteciparono sessanta bresciani di cui due Valtrumplini. NEL 1860 RICONOSCENTE AL PATRIOTTISMO BRESCIANO IL NUOVO GOVERNO AVEVA ISTITUITO A GARDONE UN GRANDE ARSENALE PER LA FABBRICAZIONE DELLE ARMI DA GUERRA, REALIZZAZIONE CHE DIEDE IMPULSO ECONOMICO ANCHE ALLE RESTANTI STRUTTURE INDUSTRIALI DELLA ZONA Un reparto dell’Arsenale di Gardone in un’immagine dall’ Illustrazione italiana Fra i capannoni dell’Arsenale gardonese ( da: Illustrazione Italiana) Particolarmente attivo in questi anni in Valle, fu l’imprenditore FRANCESCO GLISENTIxxii che attivò a Carcina la sua fabbrica di armi da fuoco ed una fonderia che utilizzava i forni MARTIN. Il forno Martin della Glisenti Gli opifici Glisenti di Carcina Il periodo che va dalla guerra del 1866 alla GRANDE GUERRA è caratterizzato dal decollo dell’industrializzazione in tutta l’Italia Settentrionale con EFFETTI NOTEVOLI PER IL BRESCIANO E LE SUE VALLI In Valtrompia il vecchio insediamento industriale di derivazione famigliare-artigianale entrò in crisi per la concorrenza operata dall’industria straniera. ALCUNI INDUSTRIALI DI PROVATA CAPACITA’ RIUSCIRONO PERO’ NEL TENTATIVO DI AMMODERNAMENTO: I GLISENTI A CARCINA I GNUTTI A LUMEZZANE I BERETTA A GARDONE Altri industriali giunsero da lontano: I REDAELLI A GARDONE FERMO CODURI (filatura di cascami) FEDERICO MYLIUS (filatura – Bernocchi - Cogozzo) La presenza del ceto operaio vide i primi tentativi di organizzazione nelle SOCIETA’ DI MUTUO SOCCORSO Nel 1861 è istituita quella gardonese Nel 1874 quella di Bovegno, poi a Villa, a Marcheno e via dicendo…. La presidenza della Società Gardonese verrà offerta a GIUSEPPE ZANARDELLI il deputato bresciano, con ascendenti trumplini, il cui liberalismo dominerà per molto tempo la vita amministrativa di molti centri trumplini fino all’avvento delle nuove idee socialiste. LE ANTICHE TRADIZIONI Rituali ed usanze di una comunità Nel mondo popolare il LUNARIO ( O ALMANACCO) era uno strumento tradizionale di informazione. Unitamente alle indicazioni sulle fasi lunari, offriva il calendario che registrava le festività civili e religiose, le fiere, le sagre ed i mercati. Molto spesso il Lunario annunciava le previsioni per il futuro che si estendevano dalla meteorologia, alle catastrofi naturali, alle epidemie, al fluire degli avvenimenti della vita. Cercheremo di documentare, rifacendoci alla memoria e a quanto ancora oggi è rintracciabile, i diversi momenti di lavoro e di festa compresi nei cicli delle stagioni che questi almanacchi erano soliti indicare, riportandoli alla nostra realtà culturale e geografica. Stiamo dunque parlando di una serie di vivi comportamenti che si sviluppano all’interno di un canone cerimoniale : lo svolgersi dell’anno. L’anno può essere, di conseguenza, diviso in varie fasi che hanno come punto di riferimento feste tradizionali che si susseguono con diversa densità in cicli stagionali e possono coincidere o meno con il calendario liturgico. FESTE E LAVORO SI INTRECCIANO SECONDO IL CORSO NATURALE DELLE STAGIONI. L’ANNO RIPETE I GRANDI CICLI DELLA VITA INDIVIDUALE E OGNI FESTA E’ LEGATA AL PARTICOLARE MOMENTO DELLE STAGIONI Nel mondo popolare l’anno inizia a novembre e non a gennaio. Questo fatto ha due spiegazioni, una intrinseca ( il ciclo agricolo comincia con la svinatura di novembre che prelude all’ingresso nel lungo periodo invernale) ed una storica (nel calendario celtico l’inizio dell’anno era fissato al primo di novembre, giorno in cui si credeva che i morti tornassero sulla terra Da questa antica credenza nasce un’usanza ancora conosciuta: nella notte tra il 1° ed il 2 novembre si accende sulla finestra un lume e sul desco si preparano un bicchiere di vino ed un piatto di castagne per accogliere coloro che dall’oltretomba tornano a visitare le proprie case e a vegliare sul comportamento dei loro cari La quasi totale sospensione invernale dei lavori agricoli consentiva il tradizionale ripetersi delle veglie e dei filò, riunioni che si svolgevano nelle stalle, dove, risparmiando combustibile ci si poteva riscaldare al tepore prodotto dagli animali. ALLA FIOCA LUCE DELLA LAMPADA AD OLIO DONNE UOMINI E BAMBINI DIVE NIVANO PARTECIPI DI UN’INTENSA VITA COMUNITARIA UNA VITA LAVORATIVA che trovava espressione per le donne nella filatura, nel lavoro a maglia e ad ago e per gli uomini nella produzione o riparazione degli attrezzi di uso comune, nei lavori di intreccio e relativi alla vita di ogni giorno UNA VITA RICREATIVA con canti in coro, narrazione di leggende e favole ed il commento dei fatti quotidiani che fra le altre cose esaltava la figura dell’anziano come maggior detentore del sapere e delle abilità lavorative. Esistevano a volte lettori “specializzati” che con la loro voce e le loro capacità interpretative trasmettevano agli astanti le avventure vissute dai personaggi più famosi dei romanzi d’appendice Evidentemente queste veglie avevano un grande valore per la trasmissione della cultura tradizionale consentendo, attraverso il racconto il passaggio della cultura orale dagli anziani ai giovani Iniziamo dunque il nostro excursus nelle tradizioni con la grande festa di cominciamento dell’anno : IL NATALE Una festa che ha in sé tutti i riti di eliminazione del male e di propiziazione del bene e che conserva tutte le manifestazioni soprannaturali che segnano la nascita di un nuovo ciclo come se si rinnovasse il miracolo della creazione Nella nostra Valle era antica usanza, nella notte che precede il Natale, vegliare davanti al camino dove bruciava il tradizionale ceppo. Nella bruciatura del ceppo trovavano espressione due elementi di carattere propiziatorio: il valore purificatorio e vitale della fiamma e l’idea che con il bruciare della legna si consumasse il vecchio anno con tutto il suo carico di male accumulato durante il suo corso La notte di Natale ci si recava alla messa di mezzanotte. Terminata la cerimonia, avvolti nei pesanti mantelli o nei caldi scialli di lana, si ritornava alle proprie case accompagnati dalle nenie delle tradizionali pastorelle scambiando gli auguri con quanti si incontravano. Arrivati a casa, mentre sul fuoco crepitavano il ceppo ed i rami di ginepro, ci si raccoglieva attorno al desco dove, una varietà di cibi, non certo frequente, allietava i commensali. Seguivano lunghe chiacchiere sui fatti dell’annata, mentre i ragazzi raccolti intorno alla nonna, ascoltavano le vecchie storie. VALENZA MAGICA AVEVA L’ACQUA ATTINTA A MEZZANOTTE ORA IN CUI, SECONDO LA TRADIZIONE, FU PER LA PRIMA VOLTA LAVATO IL BAMBINO GESU’ I resti spenti del ceppo venivano raccolti per essere poi usati nel corso dell’anno come potenti talismani ERA USANZA TRARRE AUSPICI METEOROLOGICI DAL TEMPO DEL GIORNO DI NATALE. SE IL CIELO ERA SERENO L’ANNATA SAREBBE STATA BUONA IN CASO CONTRARIO L’ANNA TA NASCEVA SOTTO CATTIVI AUSPICI Il desco di Natale era contornato da diverse umili specialità, era usanza infatti che i venditori regalassero per la ricorrenza del Natale, alla loro fedele clientela, vari prodotti: il macellaio un piede di maiale, il droghiere un pezzo di torrone, il fornaio una ciambellina e così via Forse la necessità più sentita era quella di ritrovarsi in casa con parenti ed amici. Situazione molto triste era essere lontano da casa ed a ragione un vecchio proverbio ricordava che A NATALE ANCHE I BANDITI TORNANO A CASA Al Natale seguiva il CAPODANNO IL PRIMO DEI 365 GIORNI DELL’ ANNO DETERMINA L’ANDAMENTO DEGLI ALTRI 364, HA QUINDI VALORE INDICATIVO E PROPIZIATORIO ED E’ UNO DEI GIORNI PIU’ EFFICACI PER TRARRE AUSPICI SUL LAVORO E SULLA VITA Si pensava infatti che quello che accadeva il giorno di Capodanno si sarebbe ripetuto per l’intera annata. Era quindi opportuno cercare di non inquietarsi, di no rattristarsi e soprattutto di non eseguire pagamenti CHI CHE PAGA ‘L PRIM DE L’AN ‘L PAGA TOT L’AN Allegria doni e benessere avrebbero garantito una annata felice. Tradizione ancora ricordata è la considerazione della prima persona che al mattino viene a porgere gli auguri o che si incontra appena uscita di casa : E’ BUON AUGURIO PER UN UOMO INCONTRARE UNA DONNA e viceversa Buon augurio è incontrare un anziano specialmente se proviene da un paese più a Nord del proprio; l’anziano infatti è infatti indicazione di lunga vita ( sempre il principio di magia simpatica sopra ricordato) ALLA BASE DI MOLTE DELLE USANZE DEL CAPODANNO E’ L’ESIGENZA DI DISTRUGGERE VECCHIUME, TRISTEZZE E MALI DELL’ANNO CHE MUORE, INIZIANDO IL NUOVO ANNO NEL SEGNO DEL RINNOVAMENTO Era abitudine indossare al mattino del primo giorno dell’anno un indumento nuovo, se non addirittura, per chi lo poteva, un abito nuovo. Nei cibi del cenone di capodanno vengono conservati significati propiziatori ; nell’uso di uva passita, nocciole, noci e miele permangono infatti tracce di antichi riti propiziatori per la fecondità e l’abbondanza anche riferite alla sfera sessuale. Dolce tipico della ricorrenza, in Valle, era il PANE SPEZIATO ora accompagnato dall’universale panettone Tradizione che risale sicuramente all’epoca romana è quella di TRARRE LE PREVISIONI ATMOSFERI- CHE PER L’INTERA ANNATA DAL DECORSO CLIMATICO DEI PRIMI 12 GIORNI DELL’ANNO OGNUNO ABBINA TO IN SUCCESSIONE AD UN MESE Contrariamente a quanto avviene nella ricorrenza del Natale, il desiderio di trascorrere la notte del capodanno fuori casa è grande. In compagnia degli amici impegnati in abbondanti libagioni, si attende il nuovo anno corollato da un brindisi e dai rituali colpi di fucile. Sui cocuzzoli dei monti che fanno da confine alla Valle, grandi falò a bruciare l’anno passato e ad affidare alla fiamma il rigenerarsi di una nuova forza vitale che abbraccia la gente da paese a paese dimenticando, almeno per una notte, dispute e problemi E’ la volta quindi dell’ EPIFANIA che tutte le feste la porta via un’altra festa di Capodanno e di rinnovamento, una vecchia stagione che deve morire portandosi via i guai ed i peccati della comunità. La festa ha indubbia origine pagana e si rifà alla nascita di un Dio probabilmente DIONISIO od OSIRIDE. Su questo fondo pagano si è venuto inserendo un complesso di forme tipiche del culto popolare cristiano, dando alla festa un nuovo contenuto che si riflette nelle tradizionali canzoni, i CANTI DELLA STELLA, che gruppi di cantori portavano nelle strade e nelle case questuando i prodotti del luogo che poi venivano consumati in un pranzo comune con la funzione di affratellare spiritualmente i partecipanti Il 17 gennaio ricorre la celebrata festa di SAN ANTONIO ABATE Il santo, di origini egiziane, ebbe una vita improntata al più severo ascetismo, desta quindi vivo stupore che sia diventato il santo più familiare alle classi umili e popolari Forse la diffusione del suo culto è dovuta ad una leggenda alternativa all’agiografia ufficiale collegata alle lotte che, in vita, il santo aveva sostenuto contro il demonio. Nell’iconografia tradizionale infatti S. Antonio venne sempre raffigurato con un maialetto ai suoi piedi (rappresentazione del demonio) ma questa immagine si trasformò, a livello popolare, in un rapporto amichevole con gli animali, di cui, col tempo, il santo si trasformò in protettore L’attribuzione è molto antica ed è testimoniata dalla consuetudine, da parte di molte comunità, di allevare un maialino. Il 17 gennaio il maiale veniva ucciso ed il ricavato era devoluto ad opere di bene. La fantasia popolare trasformò un altro simbolo legato al santo, il fuoco, in concretezza. S. Antonio divenne il protettore dal fuoco, da ogni tipo di fuoco, da quello delle braci al temutissimo FUOCO DI S. ANTONIO, o fuoco sacro, una temutissima malattia epidemica che nel Medioevo a volte era confusa con la peste. Tipiche cerimonie valtrumpline, e non solo, in occasione della ricorrenza del Santo erano le aste, la benedizione degli animali e la distribuzione dei pani di S. Antonio Il 2 febbraio si celebrava poi la: CANDELORA La festa che celebrava la PRESENTAZIONE DI GESU’ AL TEMPIO assunse col tempo un carattere eminentemente mariano fondendo alla Presentazione la CELEBRAZIONE DELLA PURIFICAZIONE DI MARIA La Purificazione avveniva, secondo la legge mosaica, quaranta giorni dopo il parto ( ogni donna che avesse dato alla luce un figlio maschio era considerata impura per sette giorni e veniva esclusa dalla partecipazione al culto per altri 33 giorni. In caso il nuovo nato fosse una femmina, la prescrizione durava il doppio. La mattina della candelora il celebrante benedice i ceri che vengono poi acquistati dai fedeli e gelosamente conservati appesi nelle camere da letto. AD ESSI SI ATTRIBUISCONO POTERI MAGICI E MIRACOLOSI CONTRO LE FORZE MALEFICHE DELLA NATURA E CONTRO GLI SPIRITI MALIGNI Venivano accesi davanti al capezzale dei moribondi nella speranza che la luce della benedizione divina allontanasse la morte, oppure erano utilizzati durante i temporali per proteggere le case ed i campi dai fulmini e dalla grandine. METEOROLOGICAMENTE LA CANDELORA SEGNA LA FINE DELL’INVERNO. DI CONSEGUEN ZA ALLA FESTA E’ ISPIRATA UNA LUNGA SERIE DI PROVERBI E DI PREVI SIONI CHE TRAGGONO SPUNTO DAL TEMPO DEL 2 GENNAIO Dal latino carnem – levare (levare la carne) giungiamo al CARNEVALE L’origine della festa è più complicato di quanto non dica il nome, dato che nella ricorrenza sono confluite feste ed usanze che riportano direttamente al mondo pagano con significati rituali di inizio dell’anno. In questa festa si è trasferita quella dei SATURNALI che si svolgeva in Roma per il Solstizio d’inverno (l) e nel Carnevale possiamo ritrovare il re dei Saturnali, il re della Baldoria che veniva processato condannato e bruciato alla fine della festa incarnando un rito di eliminazione del male e di propiziazione della fertilità. TRATTO FONDAMENTALE DELLA TEMATICA DEL CARNEVALE SONO LE MASCHERE (= masca, strega) CHE SIMBOLEGGIANO I DEMONI CHE SI COMPORTANO DI CONSEGUENZA AL LORO STATO. IL CAPO RICONO SCIUTO DELLE MASCHERE ERA ARLECCHINO, ORIGINARIAMENTE UN DIAVOLO ( vedi la maschera nera) Fin dall’inizio il Carnevale si è dunque presentato come festa caratterizzata da un godimento smodato dei beni materiali (cibi, bevande e piaceri sessuali) e attraverso l’uso delle maschere, dal capovolgimento dei rapporti instaurati dal vivere civile, attraverso l’uso delle maschere, con l’abbandono del proprio ruolo e l’assunzione di quello altrui. E come dice il proverbio: DOPO ‘L CARNEAL VE LA QUARESMA Con il campanone che lanciava i suoi mesti rintocchi nella mezzanotte del maretedì grasso e la benedizione delle ceneri del mercoledì mattina iniziava la QUARESIMA QUARANTA GIORNI DI PENITENZA E DIGIUNO SPEZZATI DALLA FESTA DI MEZZA QUARESIMA LA SETTIMANA SANTA La Quaresima prelude alla Settimana Santa, la settimana GRANDE – PENOSA - SANTA che va dalla DOMENICA DELLE PALME a PASQUA Erano i giorni del gracchiante suono dei “Maitì” e delle “Ciacole” che accompagnavano lo svolgersi delle cerimonie nelle chiese. Tanto grande era il fracasso provocato da questi strumenti di legno che alcuni ragazzetti ne approfittavano per inchiodare ai banchi della chiesa le lunghe gonne delle donne anziane assorte in preghiera Il GIOVEDI’ venivano legate le campane che non avrebbero fatto udire il loro suono fino alla notte che precede la Pasqua IL VENERDI’ venivano affidate ai ragazzi le catene dei fuochi che in cambio di una mancetta erano trascinate lungo le strade perché si pulissero. Era usanza raccogliere le uova del giorno da mangiare o donare agli amici e parenti perché proteggessero la salute. Il venerdì si potava la salvia e durante tutto l’anno in questo giorno si riteneva di poter effettuare le seminagioni senza che su di esse influissero i cicli lunari IL SABATO NOTTE le campane venivano slegate e, ai loro primi rintocchi era consuetudine bagnarsi occhi. Si credeva che tale operazione preservasse dalle malattie della vista. Il lancio di un sasso o di uno zoccolo dietro le spalle, effettuato in questi attimi, avrebbe protetto dalla morsicatura delle vipere PULIZIE DI PASQUA Era abitudine, il mattino di Pasqua, scambiarsi la “Pasqua Fiurida”. L’augurio si trasformava quasi in una competizione che vedeva vincitore il primo che, incontrandosi, fosse riuscito a rivolgerlo all’amico o al conoscente Si giunge dunque al mattino della DOMENICA, al GIORNO NUOVO quello che i Padri della Chiesa hanno chiamato l’ OTTAVO GIORNO perché in esso trovano compimento i sette giorni della creazione. Significativi sono i doni di scambio per la ricorrenza : uovaxxiii,, ulivi, colombe indicatori di vita e di rinascita. Come nel venerdì si svolgevano le sacre rappresentazioni, da molti giudicate funebri e masochiste, forse perché non si riesce ad entrare veramente nello spirito di questi riti che non sono solo il memoriale della Passione di nostro Gesù, ma anche meditazione sul mistero della morte, vissuta non come conclusione di tutto, ma come passaggio alla nuova vita Così nella domenica ci troviamo immersi nella rinascita, nel bisbocciare della natura, in un rinnovellarsi che ha raggiunto, con la tradizione cristiana, la sua massima espressione e dove la RESURREZIONE DI CRISTO diventa la RESURREZIONE DI OGNI UOMO 1 MAGGIO CALENDIMAGGIO – FESTA DEL ALVORO 24 GIUGNO S. GIOVANNI BATTISTA S. Giovanni, che ricorre il 24 giugno, corrispondeva anticamente al solstizio d’estate e rientrava perciò fra le feste di cambiamento di stagione ( con la Pasqua, S. Michele, ed il Natale) Le tradizioni legate alla ricorrenza risalgono a tempi antichissimi e su di esse la chiesa sovrappose il ricordo della nascita del Battista. Importante è l’analogia fra l’acqua usata dal santo per i battesimi con una festa in cui l’acqua acquistava grande rilevanza fino ad essere ritenuta magica. Si credeva infatti che la rugiada della notte di S. Giovanni avesse poteri straordinari; le coperte, le lenzuola, gli indumenti erano stesi, la sera della vigilia della festa, sull’erba dei prati nella convinzione che l’umidità di questa particolare notte li avrebbe preservati dall’attacco delle tarme. La Camomilla, le Cipolle, l’Aglio non potevano poi essere raccolti se non dopo aver ricevuto la rugiada della notte misteriosa. 29 GIUGNO S. PIETRO E PAOLO San Pietro era l’apostolo pescatore; come si potrebbe meglio ricordarlo se non pensando a lui, alla sua barca e alle sue pesche miracolose ? Nella nostra Valle è da sempre tradizione attendere la ricorrenza versando, la sera della vigilia, due chiare ( albumi) d’uovo in un fiasco ( senza vino e senza paglia) riempito d’acqua che sarà poi posto sulla finestra della casa. Se tutto va bene e si i presagi volgono al meglio, durante la magica notte, gli albumi formeranno nel contenitore la forma di un’imbarcazione con le sue vele nel ricordo della gloriosa barca e ad onore della miracolosa pesca sul lago di Tiberiade. Maggiore il numero delle vele, si riteneva in Valle, maggiore la fortuna che arriderà ai devoti cultori della tradizione. Attenzione in giornata al temuto “Temporal de S. Piero” 27 LUGLIO S. PANTALEONE Un particolare culto è tributato al santo dalla gente gardonese a partire dal 1528 quando, provati dalla terribile pestilenza che affliggeva il paese, i gardonese ricorsero all’intercessione di Pantaleone promettendo di solennizzarne in perpetuo la festa. Il voto è ricordato da una lapide murata all’esterno della parrocchiale ( porta laterale destra) 16 AGOSTO S. ROCCO Il culto al santo francese vissuto probabilmente nel XIV secolo, è particolarmente diffuso nel Bresciano e nella Valle Trompia che vanta dodici oratori a lui dedicati. Le tremende epidemie pestilenziali, contro le quali non esisteva alcun rimedio se non le preghiere all’Altissimo e le intercessioni da parte dei Santi, colpirono con frequenza la Valle. La pubblicazione dell’opera “ Vita del glorioso S. Rocho” del Diedo trovò rapida diffusione nella diocesi, suscitando per il Santo una devozione grandissima. In Valle il culto del Santo, quale intercessore contro la peste, è presente almeno dal 1469, anno in cui viene consacrato ai santi Sebastiano e Rocco l’oratorio di Bovegno, una tra le prime chiesette dedicate nel Bresciano al pellegrino di Montpellier. I primi documenti che testimoniano il culto a Gardone risalgono al 1533 (….nella chiesa di S. Marco, sopra l’altare di S. Rocco ….). Nel 1606 è promulgata la Bolla papale “Cum certas” (Papa Paolo V) documento che concede ai confratelli della Disciplina gardonese di S. Rocco benefici ed indulgenze. La devozione tradizionale al Santo è continuata in terra gardonese con prevalenza a volte dell’aspetto religioso, a volte di quello folcloristico. La visita al santuario ha saputo divenire anche occasione per felici scampagnate dai tradizionali semplici menù, bagnati dal tradizionale bicchiere di vino. S. ROCCO E S. SEBASTIANO in un dipinto di Tommaso Bona Bovegno, canonica 28 NOVEMBRE S. PROSPERO Da tempi ormai lontani si raccontala leggenda del Santo martirizzato nei primi secoli del Cristianesimo le cui reliquie erano state, con venerazione e tutti i sacri crismi, asportate da Roma per raggiungere la devozione di una chiesetta della nostra Valle. Fermatisi i portatori a Gardone per trascorrere una notte al riparo di quattro mura, nonostante ripetuti tentativi non riuscirono più ad allontanarsene dato che ogni volta che l’urna delle reliquie usciva sul sagrato per ricominciare il viaggio, i cieli scatenavano tremendi diluvi. Il santo restò a Gardone e lo strano fenomeno degli improvvisi acquazzoni venne trasformato, dal popolo, nella sua particolare vocazione a portare pioggia nei tempi di siccità. BIBLIOGRAFIA OPERE CONSULTATE Opere generali L’ENCICLOPEDIA ITALIANA Roma, Treccani, 1929 STORIA DI BRESCIA Brescia, Morcelliana, 1963 ENCICLOPEDIA BRESCIANA Brescia, Voce Popolo (a cura di A. Fappani) L’ENCICLOPEDIA Torino, UTET, 2003 L’UNIVERSALE Milano, Garzanti, 2003 Monografie TITO LIVIO Milano, Mondadori, 1994 Storia di Roma. A cura di Carlo Vitali STATUTO DI VALTROMPIA Brescia, Britannico, 1576 Con due tavole una delle rubriche dei capitoli…. CAPITOLI Per la rinovation del fondici Brescia, Sabbi, 1612 delle canne da guerra che si fabbricano nella terra di Pardon RACCOLTA Brescia, Bossino, 1736 Di privilegi, Ducali, Giudizi e Terminazioni… concernenti l’esenzioni, immunità e benemerenze delle Valli Trompia e Sabbia REGOLE Brescia, Bossino, 1767 da osservarsi da’ confratelli delle veneranda Confraternita di S. Rocco in Gardone V.T. COMPARONI, Giacomo Salò, 1805 Storia delle Valli Trompia e Sabbia BROCCHI, Giambattista Brescia, Bettoni, 1807- 8 Trattato mineralogico e chimico sulle miniere di ferro del Dipartimento del Mella DELLE INONDAZIONI Brescia, Gilberti, 1851 del Mella e dei suoi confluenti nella notte dal 14 al 15 agosto 1850 MAZZOLDI, Angelo Della Valtrompia e della inondazione del Mella nella Brescia, Strenna bresciana, 1851 notte del 14 agosto 1850 ROSA, Gabriele Bergamo, Mazzoleni, 1857 Dialetti, costumi e tradizioni delle province di Bergamo e Brescia L’ACQUEDOTTO di Valtrompia. In “l’Alba”, anno 1 n. 37, 1858 CURIONI, Giulio Milano, Bernardoni, 1860 Sulla industria del ferro in Lombardia COMINAZZI, Marco Brescia, 1861 Cenni sulla fabbrica d’armi di Gardone Val Trompia compilati da Marco Cominazzi artefice in quelle officine QUARENGHI, Cesare Brescia, Valentini, 1870 Le fonderie di cannoni bresciano ai tempi della Repubblica Veneta SOCIETA’ OPERAIA DI GARDONE V.T. Gardone V.T., 1875 Statuto organico della Società Operaia in Gardone V.T. e Mandamento QUISTINI, Giovanni Le armi bresciano. In “Brixia”, 1882 DE LAMA , Pietro Reggio Emilia, CAI, 1883 Le fucine di Gardone nel 1794 BONARDI, Massimo Brescia, 1889 Il ferro bresciano PIOTTI, Omobono Brescia, Apollonio, 1910 S. Carlo in Valtrompia PIOTTI, Omobono Breno, Tip. Camina, 1912 Il culto di S. Glisente eremita nell’alta Valtrompia RUFFINI, Guido Brescia, Ateneo, 1923 Note sull’acquedotto romano della Valtrompia PASERO, Carlo Brescia, 1927 I libri di Collio in Valtrompia LA VALLE TROMPIA ANNO VII Brescia, Apollonio, 1930 CANTIMORI, Delio Firenze, Sansoni, 1939 Eretici italiani del Cinquecento RICORDO DI UN VOTO Gardone, Parrocchia, 1944 28-2-43 / 29-10-44 FALSINA, Luigi Note storiche gardonese ANTOLOGIA Gardonese Gardone, Amm. Comunale, 1967 Gardone, Amm. Comunale, 1969 DA LEZZE, Giovanni Brescia, Apollonio, 1969-73 Il Catastico Bresciano 1509-1610 GAROBBIO, Aurelio Bologna, Alfa, 1969-77 Alpi e Prealpi. Mito e realtà FAPPANI Antonio Santuari e immagini mariane nel bresciano FERRARI Costanzo Brescia, Voce del Popolo, 1972 Gardone, Tip. Maffina, 1972 La Croce di Pezzuolo BIANCHI, Giacomo Brescia, Pavoniana, 1973 Il sasso del cane: leggende Bresciano TAVERNOLE IERI E OGGI Tavernole, Amm. Comunale, 1975 TRACCE DI ABITATO Capodiponte, 1975 preromano in Valtrompia in: Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici PRODUZIONE E COMMERCIO DELLE ARMI Atti del Convegno Gardone, Amm. Comunale, 1979 BERNARDELLI, Ciso Brescia, Apollonio, s.d. La Campanèla ARMI E CULTURA Brescia, Ateneo, 1981 Nel Bresciano MONTANARI, Daniele Brescia, Grafo, 1981 La fabbrica d’armi di Gardone V.T., analisi di un “trend” economico tra pace e guerra ATLANTE VALTRUMPLINO Brescia, Grafo, 1982 Brescia, Grafo, 1982 BEGNI REDONA, Pier Virgilio Brescia, Grafo, 1982 La Pieve della Mitria ed il Pagus romano di Nave FAPPANI – TROVATI Brescia, Moretto, 1982 I Vescovi di Brescia NARDINI, Franco Brescia, Ramperto, 1982 Brescia e provincia, storia per date dalla preistoria al 1980 ABBIATICO, Mario Tra la mia gente Brescia, E.A.I., 1984 DE LAMA, Pietro Le fucine di Gardone V.T. – 1794 Reggio Emilia, CAI, 1883 FAPPANI – SABATTI – TROVATI Ripr. Facs. Gardone, CELBIB, 1984 Brescia, Grafo, 1984 Gardone di Valle Trompia MARZOLLA BERNARDINI, Piero Milano, 1984 L’etrusco, una lingua ritrovata BOVEGNO di Valletrompia Bovegno, Cassa Rurale, 1985 GUO- SABATTI Brescia, La rosa, 1986 Il Santuario di San Bartolomeo a Magno di Gardone V.T. BONETTI – PAGANI Brescia, Squassina, 1987 Il movimento operaio in Valtrompia dal 1860 all’avvento del fascismo EL CASU’ DE LA PORA Storie e leggende trumpline Gardone, Sist. Bibliot., 1987 CATTABIANI, Alfredo Rusconi, 1988 Calendario BERNARDELLI, Ciso Gardone Valtrompia e le sue armi Gardone, Ac.d.a., /1989/ BEVILACQUA, Francesco La toponomastica di Gardone V.T., ovvero la storia delle sue vie GITTI, Giuseppe Gardone, Amm. Comunale, 1992 Gardone, Acda, 1992 Lavoro, tradizione, folklore, arte valtrumplino ATTWATER, Donald Torino, Piemme, 1993 Dizionario Piemme dei Santi TROVATI, Francesco Gardone, Parrocchia, 1993 La “Madonna del Popolo” di Gardone V.T.: Storia di un dipinto e di un voto BETTARI- SABATTI-PINTOSSI Brescia, Brixia, 1994 Viaggio in Valtrompia PARLARE DI ARMI Brescia, A.c.d.a, 1994 (a cura di Ciso Bernardelli) BOLOGNINI – TROVATI Gardone Valle Trompia – Note storiche BOLOGNINI – SCHENA Gardone, Amm. Comunale, 1994 Gardone, Biblioteca, 1995 Nel cuore della terra GARDONE 1875 Relazione del Sindaco Luigi Gardone, Biblioteca, 1995 Moretti al Consiglio Comunale BASSOLI, Silvio Gardone, Biblioteca, 1997 La scuola a Gardone: Cronologia storica e appunti di cronaca AL TOCCO Brescia, Civiltà Bresc., 1997 Di campana general 1 797-1997 Bicentenario della caduta del governo veneto e insorgenze nelle Valli Sabbia e Trompia LA MONTAGNA A cura di Carla Boroni Venezia, Corbo e Fiore, 1997 BERRUTI, G. Levandosi i fiumi sopra le rive Brescia, Grafo, 1998 BOLOGNINI, Pierantonio Gardone, Biblioteca, 1998 Il culto di S. Rocco a Gardone ed in Valle: religiosità e storia LE PIEVI DEL BRESCIANO Brescia, FAI, 2000 A cura del FAI – Delegazione di Brescia SIMONI. Roberto Per le contrade di Sarezzo Brescia, Grafo, 2001 LA VIA DEL FERRO e delle miniere in Valtrompia Gardone, Com. Montana 2002 i MESOLITICO Periodo della preistoria tra il paleolitico ed il neolitico, inziato subito dopo la fine dell’ultima glaciazione. Le genti del mesolitico abitavano l’Europa, l’Africa, l’Asia, in clima temperato o caldo, praticando la pesca (soprattutto di acqua dolce), l’uccellagione, la raccolta intensiva dei cereali selvatici ( nel Vicino Oriente) e di altri vegetali commestibili. E’ testimoniato per la prima volta l’uso dell’arco. Comuni a tutte le culture del mesolitico sono i manufatti (lamette o segmenti di lame in selce, spesso di forma geometrica) montati con mastici vegetali su supporti di legno o di osso. Scomparsa la grande arte delle caverne del paleolitico superiore, caratteristica del mesolitico è l’arte rupestre di stile subnaturalistico o schematico ii NEOLITICO O nuova età della pietra, periodo della preistoria successivo al mesolitico, caratterizzato dalla più antica produzione di cibo mediante agricoltura (orzo e grano) e allevamento (ovini, suini, bovini), da abitati stabili e da innovazioni tecnologiche (ceramica, levigatura di pietre dure per strumenti, filatura e tessitura di fibre vegetali e animali). Centro di origine del N. fu il Vicino Oriente, tra l’Anatolia meridionale e l’altopiano iranico e la Palestina; nel corso di pochi millenni si produsse una profonda trasformazione dell’ambiente naturale, una maggiore articolazione della società, un forte incremento demografico e la possibilità di accumulo di eccedenze alimentari. Sorsero così le prime civiltà urbane di carattere storico. In Europa il N. continuò a presentare un’economia piuttosto primitiva, dipendente ancora da caccia e pesca. Nel sud-est asiatico (Thailandia e Vietnam) ebbero origine le tecniche di trapianto e della coltivazione del riso. Un terzo autonomo centro di origine di culture neolitiche fu l’America centrale dove si sviluppò la coltivazione del mais, poi base economica delle civiltà precolombiane iii LIGURI Secondo Plutarco i Liguri, che chiamavano se stessi ambroni furono uno dei popoli più importanti dell’Italia primitiva; in epoca storica, e soprattutto dopo le grandi invasioni celtiche nella regione padana (inizi sec. IV) non possedevano più che la ristretta contrada che da essi prende il nome. Nell’Italia settentrionale i L. erano divisi in molte popolazioni e occupavano, prima che vi si espandessero i celti, la massima parte della regione alpina e piemontese fino al Ticino, con ampie propaggini nella Toscana e nell’Emilia. Roma combattè per la prima volta contro i Liguri negli anni 238-235 e molte guerre furono poi portate dai romani nel territorio ligure per debellare la loro feroce resistenza. iv IL FERRO La lavorazione del ferro in territorio bresciano pare risalga ai tempi preistorici e se non esistono realistiche documentazioni riguardanti le miniere in epoca romana, la tradizione vuole che essa fosse, al tempo, già attiva grazie agli etruschi e recenti ritrovamenti paiono confermare l’ipotesi anche per la nostra Valle. Nell’antichità la qualità del minerale più adatta ad ottenere il ferro era generalmente ritenuta la Magnes Lapis (ossido magnetico) e l’industria antica otteneva il ferro direttamente dal minerale che dopo essere stato lavato e sminuzzato si poneva, unitamente alla legna da ardere in un crogiolo ( fornax) attraverso il quale si faceva passare una forte corrente d’aria. Il ferro, in seguito alla combinazione dell’ossigeno del minerale con il carbone nell’anidride carbonica, rimaneva libero e quindi reso compatto attraverso una ripetuta martellatura. La corrente d’aria necessaria alla combustione nel crogiolo si ottenne inizialmente con il sistema della Fornace a vento: il forno veniva costruito combinando le aperture in modo che vi passasse naturalmente una corrente d’aria. Il sistema non garantiva però una riduzione completa del minerale. v STORIA DI ROMA “ … Allontanato quel cittadino la cui presenza sarebbe bastata, se si può parlare di certezza negli avvenimenti umani, ad impedire la presa di Roma, incombente già la rovina della città per volere del Fato, vennero a Roma ambasciatori da Chiusi per invocare aiuto contro i Galli. Queste popolazioni, a quanto si dice, allettate dalla bontà dei prodotti agricoli ma soprattutto del vino, di cui allora essi non conoscevano il gusto, avevano passato le Alpi e posto la loro sede su territori coltivati fino allora dagli Etruschi: chi poi avrebbe mandato il vino in Gallia con lo scopo di invogliare quel popolo sarebbe stato un tal Arrunte da Chiusi, spinto dall’odio contro un lucumone, di cui era stato tutore, che gli aveva sedotto la moglie, giovane altolocato del quale non poteva vendicarsi se non ricorrendo ad aiuti dall’esterno: egli sarebbe stato guida dei Galli per la traversata delle Alpi e istigatore dell’assedio di Chiusi. Non intendo certo escludere l’ipotesi che i Galli siano stati indotti ad assediare Chiusi dietro l’invito di Arrunte o di qualche altro Chiusino: però risulta con bastante certezza che i Galli che assediarono Chiusi non erano i primi che abbian passato le Alpi. Duecento anni prima dell’assedio di Chiusi e della presa di Roma avvenne una calata di Galli in Italia e i loro eserciti combatterono più volte, prima, con le popolazioni etrusche che abitavano tra le Alpi e gli Apennini “ Il potere degli etruschi, prima della supremazia dei Romani, si estese largamente sulla terra e sul mare. I nomi stessi dei mari superiore e inferiore che circondano l’Italia a guisa di un’isola sono la prova di quella loro influenza, perché le popolazioni italiche chiamano l’uno Etrusco, nome comune a tutta quella gente, l’altro Adriatico da Adria, colonia etrusca: i Greci li chiamano Tirreno e Adriatico. Essi posero le loro sedi sulle regioni che si affacciano sull’uno e sull’altro mare, divisi in due gruppi di dodici città ciascuna, prima in quelle al di qua dell’Appennino verso il mare inferiore, poi mandando al di là di esso un numero di colonie quante erano i ceppi da cui provenivano, le quali si stabilirono su tutto il territorio al di là del Po, fino alle Alpi, salvo l’angolo dei Veneti che abitano intorno al golfo del mare. E certamente non diversa è anche la provenienza della popolazione delle Alpi, specialmente dei Rezi, così imbarbariti dalla natura stessa dei luoghi che non conservarono altro della loro origine se non la parlata, ed anche questa non inalterata. Tito Livio Storia di Roma libro V, 33 In: Storia di Roma libri, IV-VI A cura di Carlo Vitali, Mondatori, 1994 vi CLAUDIO NERONE DRUSO Figlio di Tiberio Claudio Nerone e di Livia Drusilla (38-9 a.C.) Fratello minore del futuro imperatore Tiberio, fu allevato nella casa di Ottaviano, secondo marito della madre. Questore nel 18, fu uno dei più audaci realizzatori della politica militare d’Augusto. Con Tiberio condusse una brillante campagna contro i Reti e vindelici (15 a.C.), durante la quale venne sviluppata la tattica della manovra a tenaglia, poi fondamentale nelle sue campagne germaniche. Legato della Gallia nel 13, comandò le operazioni militari contro le tribù renane: in tre guerre (tra il 12 ed il 9) si spinse fino all’Ems, al Weser, all’Elba, costruendo una grandiosa rete di fortificazioni da utilizzare nelle successive offensive e per le sue vittorie ottenne il titolo di Germanico vii ANSA Regina dei Longobardi d’incerta origine ma probabilmente essa stessa Longobarda. Andò sposa a re Desiderio, ne ispirò la politica riguardo a Brescia, dove ebbe grande influenza. Il suo nome, infatti, è legato soprattutto alla nostra città, dove fondò il monastero di S. Michele e di S. Pietro che poi divenne di S. Salvatore e S. Giulia. Dal 759 fondò e aiutò con donazioni anche altri monasteri come quello di Sirmione e promosse la costruzione di chiese. Si presentò a Carlomagno il 5 giugno 754. Dopo l’imprigionamento del marito non si sa se sia rimasta in Italia o presso di lui in Francia. Paolo Diacono, nel suo “Epitaphion Ansae Reginae” la dice sepolta in Brescia, nel monastero di S. Salvatore, molto bella, religiosissima ed abile negli affari politici. viii ANSELPERGA Figlia di Desiderio, re dei Longobardi e di Ansa. Nacque nella prima metà del secolo VIII. Fu prima badessa del monastero dei ss. Michele e Pietro, fondato dai genitori, cui furono unite le due chiese di S. Salvatore e S.Maria. Anselperga arricchì il monastero di un vastissimo patrimonio e lo pose direttamente alle dipendenze del patriarcato di Aquileia, dal quale il monastero prese il rito “patriarchino”. Di lei non si sa più nulla dopo la caduta della monarchia longobarda ix SAN GIORGIO San Giorgio, festeggiato in aprile, ha ereditato le funzioni di una divinità pagana ed evoca un simbolismo solare come s’addice alla stagione in cui l’astro ascende nell’alto dei cieli. La memoria del santo, 23 aprile, è per la chiesa soltanto facoltativa perché non esistono notizie certe da inserire nella liturgia, il che non significa però che non sia mai esistito, dato che in Palestina( dove il santo fu probabilmente martirizzato nel IV secolo) era venerato il suo sepolcro e la documentazione storica parla di una chiesa consacrata al santo qualche decennio dopo la morte. Alle notizie certe si aggiunge una stratificazione di leggende che hanno reso popolare san Giorgio, nella cristianità ed anche nella tradizione islamica e lo hanno promosso al rango degli ausiliatori la cui intercessione, secondo l’antica tradizione popolare, è particolarmente efficace nei frangenti drammatici. E’ considerato protettore dei cavalieri e dei soldati, invocato contro i serpenti velenosi, la peste, la lebbra, la sifilide e le streghe. Santo patrono dell’Inghilterra è titolare di numerosissime chiese in tutto il mondo. La storia del santo, resa popolare dall “Leggenda aurea” raffigura Giorgio come un cavaliere che a Silene, in Libia, salvò una fanciulla da un drago e che dopo aver convertito migliaia di persone alla fede; dopo una lunga serie di miracoli, cadde vittima della persecuzione di Diocleziano a Nicomedia, dove fu decapitato. x VISCONTI Famiglia lombarda che detenne la signoria di Milano (1277-1447) Rappresentanti della fazione nobiliare avversa ai Della Torre, raggiunsero il potere con Ottone (m. 1265) arcivescovo di Milano dal 1262 che sconfisse i rivali a Desio. Matteo, signore dal 1295, fu costretto all’esilio dalla fazione guelfa, ma riprese il potere con l’appoggio di Enrico VII di cui fu vicario imperiale (1311) ed estese il suo dominio a Pavia, Alessandria, Vercelli, Novara, Como, Lodi, Bergamo, Cremona e Piacenza suscitando l’ostilità del papato. Matteo, scomunicato, lasciò il potere al figlio Galeazzo I (1277-1328). Azzone (1302-1339) estende i suoi domini fino a Brescia e batte gli Estensi che appoggiano le mire del nipote Ladrisio. Alla morte di Giovanni (1354) la signoria venne divisa tra i nipoti Galeazzo e Bernabò e la spartizione indebolì i Visconti che attaccati da varie coalizioni riuscirono però a mantenere i loro domini. Gian Galeazzo, nel1385, dopo essersi sbarazzato dello zio Bernabò, rimase unico signore ottenendo il titolo ducale. Con lui la potenza viscontea, estesasi anche al Veneto, toccò il culmine del prestigio politico. Il figlio Filippo Maria (1402-47) tentò una ripresa della politica di espansione incontrando però le resistenze di Venezia e Firenze e alla sua morte si estinse la linea ducale della famiglia. Nella lotta per la successione prevalse Francesco Sforza (1450), marito dell’unica figlia di Filippo Bianca Maria. Vari rami collaterali mantennero i numerosi possedimenti minori della famiglia. xi SCALIGERI ( o Della Scala) Nobile famiglia veneta che, giunta al potere in Verona nel 1263 con Mastino I, ne ebbe la signoria dal 1279 con Alberto I (m. 1301) e rappresentò a lungo la maggior forza del ghibellinismo veneto. Raggiunse la massima potenza con Cangrande I (1291-1329) vicario imperiale di Enrico VII, che estese la signoria scaligera su Vicenza, Feltre, Belluno, Padova e Treviso e con Mastino II che occupò anche Brescia, Parma e Lucca. Contro l’egemonia degli Scaligeri nell’Italia centrosettentrionale si collegarono Milano, Venezia e Firenze (1337-39) che ridussero i possedimenti di Mastino alle sole Verona e Vicenza. La famiglia, ulteriormente indebolita da una lunga serie di lotte familiari, perse la Signoria nel 1387 in seguito all’occupazione di Verona da parte di Gian Galeazzo Visconti. xii AVOGADRO Quello occupato dagli Avogadro, l’avvocato del vescovo, costituì uno degli incarichi più lucrosi della curia vescovile che veniva ricompensato con la concessione di possedimenti fondiari trasmissibili per eredità. L’avvocato aveva il privilegio di tenere le briglie del bianco cavallo (chinea) che era utilizzato dal vescovo di Brescia il giorno del suo ingresso in diocesi. La famiglia Avogadro, forse discendente dagli Scaligeri, gestì l’advocatia della chiesa bresciana resistendo al partito ghibellino e per questo ottenne insigni privilegi. Da Brescia gli Avogadro si stabilirono anche a Zanano per amministrare i beni che il vescovo là possedeva. I tre rami della famiglia, di cui due a Brescia ed uno a Venezia, risalgono a Giacomo, vissuto nella seconda metà del ‘300. Un ramo si estinse nel 1670 con la contessa Emilia, sposa a Bartolomeo Colleoni; l’altro con la contessa Paola sposa a Bartolomeo Fenaroli. Dal ramo veneto nacque Lorenzo capostipite degli Avogadro di Zanano. La famiglia ebbe possedimenti in vari territori della provincia, a Bovezzo (villa di campagna), a Gardone e Sarezzo, e fu investita dei feudi di Polaveno e Lumezzane xiii CONFALONIERI Il gonfaloniere era il portatore di vessilli nella corte vescovile. Era quasi un ministro della guerra e con l’avvocato (= Avogadro) ricopriva uno degli incarichi più alti nella gerarchia feudale. Per la sua mansione era ricompensato con l’elargizione di estesi possedimenti fondiari. L’incarico diede il nome alla famiglia dei Gonfalonieri che si andò diramando nei secoli XI-XII. Secondo il Guerrini, la famiglia discendeva con gli Avogadro, con i Calini ed i Cazzago, da un’unica stirpe che assunse diversi cognomi nei feudi locali. Nel sec. XIII i Gonfalonieri avevano un castello in Bovegno, passato poi in affitto ai Pinzoni ed al comune nel 1376, dopo il loro ritiro in città. I Confalonieri si schierarono, in Brescia, con il popolo contro la corrente intransigente dei da Palazzo. L’espansione della famiglia e la frammentazione delle proprietà finirono con l’indebolirne il potere e la videro schierata con l’uno o con l’altro dei Signori imperanti Visconti o Scaligeri che fossero xiv NEGROBONI Nobile famiglia trumplini che compare per la prima volta a Bovegno con un NEGRO “DE CURTIS” che ebbe figlio Comino dal Negro e nipote NEGROBONO dal quale derivarono il cognome i discendenti e col quale ebbe inizio l’ascesa della famiglia che si stabilì a Brescia sulla fine del sec. XV. I Negroboni furono uomini d’armi e amministratori pubblici. Giacomo Negroboni (1560-1624) ebbe la carica di comandante delle Ordinanze, comando che fu poi assegnato al figlio Gerolamo. Giovanni Antonio venne a sua volta nominato sovrintendente delle armi “ordinarie e straordinarie” delle Valli bresciane. Pare che i Negroboni a Bovegno abitassero una casa in contrada Castello poi passata ai Tanghetti. Con Bovegno ebbero contatti continui anche dopo il loro trasferimento in città nel centro dell’alta Valle possedevano fino al sec. XVII una tenuta boschiva di 492 piò poi permutata con una tenuta che il comune di Bovegno possedeva in Valenzano. Costruirono poi a Brescia il palazzo di piazza Paganora, quello di Botticino, il palazzo di Gerolanuova e possedettero altre case, tese roccoli e uccellande in vari luoghi della provincia. xv NASSINO Antica famiglia che il cronista Pandolfo fa addirittura venire da “Costanapoli” (Costantinopoli ?) de Romania e la fa risiedere originariamente a S. Vizilio loco Pressano. I Nassino, che non sono elencati nella Matricola Malatestiana del 1406, sono firmatari del patto di unione con Venezia del 1426. Baldassare Nassino, esponente della famiglia, fu decapitato, quale partigiano dei Visconti, nell’agosto del 1440. Ebbero beni a Carlina, Villa Cogozzo, S. Vigilio e Concesio dove restano loro discendenti di condizione borghese. Il notaio Nassino Nassini occupò dal 1463 la carica lucrosa di Cancelliere della Città e fu più volte ambasciatore a Venezia. Tra i Nassini vi furono anche eminenti religiosi, fra cui gli abati di Leno e di Rodengo. xvi LAVELLONGO Antica e potente famiglia guelfa bresciana che derivava il proprio nome dal luogo dove passava l’acquedotto longobardo ( lavellongo= lungo bacino) da Mompiano al monastero di S. Giulia. Nemici dichiarati di Ezzelino da Romano, i Lavellongo vengono da lui banditi da Brescia. Molti membri della famiglia occuparono durante il sec. XIII cariche in Brescia ed in altre città d’Italia Settentrionale e Centrale. Posseggono le torri più alte di Brescia che il vescovo bresciano Alberto da Reggio avrebbe voluto demolire, azione scongiurata col perdono del papa. xvii MALATESTA Nobile famiglia guelfa che ottenne nel 1295, con Malatesta (m. 1312) la signoria su Rimini e la mantenne fino al 1503, dopo che Pandolfo V Malatesta (m. 1534) fu travolto da Cesare Borgia. Alla famiglia appartennero Gianciotto (m. 1304), marito di Francesca da Rimini e suo fratello Paolo amante di questa e con lei ucciso da Gianciotto. Illustri condottieri furono: Carlo (m.1429), Pandolfo III (m. 1427) e Sigismondo (m. 1468). xviii SFORZA Famiglia di origine romagnola che tenne il Ducato di Milano dal 1450 al 1500 e per brevi periodi, dal 1512 al 1535. Capostipite fu Muzio Attendolo detto Sforza (13691424) capitano di ventura che si procurò vasti feudi nel napoletano Il figlio Francesco (1401-66) ottenne nel 1450 il Ducato di Milano che passò, alla morte ai suoi discendenti: Galeazzo Maria (1466-76) Gian Galeazzo Maria (1476-94) Ludovico il Moro (1402-1508) Deposto quest’ultimo da Luigi XII di Francia, riottennero il Ducato i suoi figli. Ercole Massimiliano e Francesco II detronizzato e reinsediato da Carlo V (1529) con la promessa di designare come eredi gli Asburgo xix CONFRATERNITE LAICALI Le Confraternite Laicali ( o Scuole) nascono con fini assistenziali e culturali e si mantengono con i capitali che raccolgono attraverso le elemosine dei confratelli e soprattutto per mezzo dei loro legati testamentari che non raramente raggiungono somme considerevoli accompagnate da beni immobili di rilevante valore. Con il passare degli anni il loro patrimonio tocca tali livelli da consentire due forme di intervento all’interno della comunità: Da una parte si continua a provvedere alle necessità degli indigenti; dall’altra si esercita una vera e propria attività di tipo bancario prestando denaro per investimenti privati con l’applicazione di tassi più convenienti di quelli pretesi dagli usurai Si differenziano dalle associazioni monastiche in quanto i consoci o confratelli non sono obbligati alla vita comune, ad emettere voti e ad impiegare ogni propria attività ed ogni propria sostanza per il sodalizio. Vengono chiamate scholae nel Lombardo Veneto, nelle province meridionali esaurite e casacie in Liguria. Dagli atti della visita pastorale del Vescovo Bollani a Gardone (1567) conosciamo precise annotazioni a riguardo delle prime Confraternite attive nella nostra comunità: Le Scuole più antiche sono La scuola della Concezione di Maria e quella del Corpo di Cristo fondate a Gardone nel ultimi anni del secolo XV D’epoca posteriore è poi la Confraternita del S. Rosario istituita nel 1589 e quindi La Confraternita di S. Rocco xx EUGENIO DI BEAUHARNAIS (1781- 1824) Quella dei Beauharnais era una famiglia aristocratica francese la cui notorietà ebbe inizio con Alexandre (1760-94) deputato agli Stati Generali e poi vittima del terrore. La vedova Josephine Tascher de la Palerie, sposò Napoleone (1796) che ne adottò i figli Eugenio e Ortensia ( poi moglie di Luigi Bonaparte e regina d’Olanda). Eugenio (1781-1824) venne nominato Viceré d’Italia (1805-1814) e negli anni del suo incarico curò la formazione di un esercito italico a capo del quale partecipò ad alcune campagne dell’impero. Leale e valoroso, fece crescere negli italiani la speranza di un regno unitario e indipendente. Partecipò alla spedizione di Russia e diresse la ritirata (1812) dopo la battaglia di Lipsia, nel 1814 si ritirò a Monaco ospite del re Massimiliano di Baviera, di cui aveva sposato la figlia. Condusse il resto della vita occupandosi di arte e disdegnando la politica. xxi ARSENALE Fabbrica governativa d’armi Nel 1805, durante la sua visita a Gardone e alle sue fabbriche d’armi, Eugenio di Beauharnais (v.) viceré d’Italia, restava entusiasta dell’industriosità e della potenzialità costruttiva del paese, tanto da istituire con I.R.D. a Gardone un “Arsenale Militare” a capo del quale venne posto un ufficiale dell’esercito. Nel 1845 esisteva già un vasto capannone dove veniva distribuito il lavoro ed il materiale alle officine che lavoravano per l’Arsenale. Nello stesso fabbricato venivano alla fine collaudati i materiali. I lavori di sistemazione della struttura vennero ultimati nel 1850 anche per le pressioni esercitate sul governo dalla commissione insediata con l’incarico di attuare i provvedimenti a favore degli alluvionati dell’inondazione del Mella dell’agosto 1850 (v.) Con l’annessione della Lombardia al Regno Sardo, l’Arsenale, con R.D. 18 agosto 1859, assume la denominazione di “Fabbrica d’Armi di Brescia” e dà inizio alla vita di uno dei più antichi stabilimenti militari, ricco di storia e del ricordo di un’opera fattiva delle maestranze nelle vicende risorgimentali. La ripresa del lavoro fu immediata dato che il Municipio offrì all’impresa garibaldina 1000 fucili della locale produzione ed a questa fornitura seguì un ordine di ventimila fucili da parte di Vittorio Emanuele II. Nel 1860, costituitosi l’esercito italiano, la “Fabbrica d’Armi di Brescia” viene inclusa nell’ordinamento dell’artiglieria mantenendone il nome. Dal 1868 al 1870 le officine gardonese concorrono alla trasformazione di 800 mila fucili ad avancarica in fucili ad ago sistema Carcano. Nel 1871, dopo l’ampliamento dell’opificio, inizia la trasformazione di un milione di fucili Wetterly in Wetterly-Vitali 70-87. Nel 1892 prende l’avvio la fabbricazione delle famose armi modello 91. Di questa serie i primi 10.000 pezzi nascono a Gardone e verranno dati in dotazione alle truppe alpine. Dal 1898 al 1911 la “Fabbrica d’Armi” perde il suo carattere autonomo ed in conseguenza del R.D. 29XII-1910 viene aggregata come stabilimento sussidiario all’Arsenale di Terni e quindi è definitivamente soppressa. Nel 1911, a seguito della situazione internazionale, viene deciso l’ampliamento della struttura produttiva e dai cento operai del 1911 si arriverà ai 3790 del 1917. Imponente fu, per l’Italia, l’apporto dell’Arsenale Gardonese alla felice soluzione del conflitto mondiale. I governi che si succedettero nel primo dopoguerra ignorarono del tutto gli stabilimenti militari fino al 1933, anno della totale riorganizzazione, impegnato nella produzione di armi per la guerra italo-etiopica. Il secondo conflitto mondiale vide lo stabilimento modernamente attrezzato e con una produzione imponente. L’8 settembre 1943, in piena produzione, l’Arsenale cessa ogni attività come fabbrica d’armi ed è requisito dalle truppe tedesche e consegnato alla O.M. per la sua produzione. Dell’Arsenale non resterà che un Ufficio stralcio con scarso personale e funzione di liquidatore. Terminate le vicende belliche, nonostante illusorie speranze, la O.M. tornò nella sua struttura cittadina ed all’abbandono, seguì la cessione della parte moderna della struttura ad altre imprese. E’ seguita una costante diminuzione del personale che ai nostri giorni conta meno di una decina di unità impegnate nella gestione dell’unico Centro di Collaudo di Armi Militari d’Italia. Gran parte del rimanente stabilimento è stato trasformato e ceduto a piccole imprese Interno dell’Arsenale gardonese. Da “Illustrazione Italiana”, 1855 xxii DITTA GLISENTI Villa Carcina L’ Impresa e gli stabilimenti Glisenti di Carcina furono fondati da Francesco Glisenti e dai suoi fratelli Isidoro e Costanzo nei luoghi dove esisteva una vecchia cartiera distrutta dalla piena del Mella del 1850 (v.) L’opificio si divideva inizialmente in due parti: una preposta alla produzione siderurgica ed una a quella delle costruzioni meccaniche. Che diede fama europea agli stabilimenti Glisenti fu l’industria armiera e dei proiettili da guerra. L’attività dei Glisenti andò con gli anni articolandosi negli stabilimenti di Carcina, Villa ( con forno elettrico Martin), Zanano (due officine), Tavernole (forno per la produzione della ghisa) e Bovegno, con forni e con la miniera “Alfredo” la cui attività venne iniziata dai Glisenti nel 1872. La produzione armiera e meccanica dei Glisenti fu in gran parte riservata alle forniture militari per l’esercito italiano e toccò i vertici del suo sviluppo nel periodo zanardelliano. Stabilimenti Glisenti da: Illustrazione italiana, 1855 xxiii L’UOVO: SIMBOLO DI PASQUA Le uova, fanno ormai parte da millenni, delle tradizionali feste di primavera. E questo in tutto il mondo ed in tutte le tradizioni. , anche quelle non cristiane. A partire dai popoli primitivi l’uovo ha sempre avuto un significato di vita soprannaturale: per gli antichi Egizi era simbolo della vita ultraterrena, per i Greci della fecondità della terra, per gli Indiani manifestava l’origine della divinità di Brama. Per gli antichi ebrei la Pasqua cadeva all’equinozio di primavera e coincideva con l’inizio dell’anno e perciò le uova erano legate alla festività come “inizio dell’anno”. La Pasqua cristiana ha mantenuto la tradizione delle uova, come simbolo di resurrezione. I riti pasquali sono molti e diversi : dalla benedizione delle uova (che nel Medioevo venivano mangiate nel periodo quaresimale) al dono delle medesime agli amici. L’abitudine di colorarle risale al primo Medioevo e, sin da allora, il colore predominante era il rosso. Esiste e val la pena ricordarla, una leggenda che giustifica la predilezione per questo colore : quando Maria Maddalena annunciò la resurrezione di Cristo a Pietro questi, incredulo, rispose indicando le uova che aveva nel paniere “Quando queste uova diventeranno rosse Cristo resusciterà !” : le uova immediatamente si colorarono di rosso. Dal Medioevo ad oggi le uova pasquali si sono arricchite di decorazioni, sono state fabbricate con metalli preziosi e con gemme per trasformarsi in doni ricchi e sontuosi, e inoltre sono state prodotte in cioccolata con ghiotte decorazioni. Ma certamente le vere uova di Pasqua sono quelle naturali, magari decorate con pazienza ed allegria dai piccoli e grandi donatori