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PROTESTANO
I SINDACI
E
' sconsolato il ciclista che
si sofferma sulla radura
panoramica fronte lago, poco distante dalla ciclabile, che è poi
la parte iniziale di quella Lunga
Via delle Dolomiti su cui il Cadore punta molto per riossigenarsi di turismo. “Guarda lì, solo fango! E pensare che quando
ci venivo ogni anno con mia madre, il lago era uno smeraldo
che irradiava luce a tutta la vallata.” Romanticismo? No, amara
constatazione del degrado ambientale che sta diventando
ignominiosamente il logo di una
ricchezza perduta.
I problemi del lago del Cadore
non sono nuovi, tant'è che le amministrazioni dei Comuni rivieraschi sostenuti dalla popolazione e pure dalla Provincia hanno
più volte preso posizione contro
i continui svuotamenti delle acque del bacino da parte dell'Enel, procedure che tanti danni
hanno arrecato non solo all'immagine paesaggistica ma pure al
biotopo ittico-floreale. Necessità
d'utilizzo dell'acqua per le centrali idroelettriche, necessità di
prelievi per i Consorzi irrigui
della pianura, inghiaiamento del
lago, carenze di precipitazioni atmosferiche, chi non lo capisce;
cause queste che si sono sommate in crescendo rendendo
ASPETTANDO
IL GIRO
Pagina 1
SITUAZIONE CRITICA
PER IL LAGO DEL CADORE
Ancora e sempre il lago al centro del dibattito
Per la mancanza dʼacqua che lo rende una
distesa fangosa e insalubre con moria di pesci
permanente il disastro che è sotto gli occhi di tutti. E, in mancanza di protocolli sottoscritti ai
tempi della costruzione della diga di Pieve di Cadore (completata alla fine del '49), essendo state
prorogate le concessioni (lo
scorso 2009) senza interventi di
sorta, a poco valgono le rimostranze delle comunità locali.
Ci ha provato l'allora presidente della Comunità Montana Centro Cadore Flaminio Da Deppo
con azioni congiunte ai Comuni
interessati ed alla Provincia volte
a sensibilizzare tutte le autorità
preposte (2006); ci ha provato il
sindaco di Pieve di Cadore Maria Antonia Ciotti che è intervenuta spesso in questi ultimi anni
presso l'Enel, la Regione, l'Autorità di bacino per contrastare il
(segue a pag. 4)
fenomeno;
Renato De Carlo
Il problema di fondo è lʼutilizzo del lago e delle aree intorno per
lo sviluppo turistico. Contrasti con Enel, Consorzi Irrigui e Regione
SERVIZIO A PAG. 4
RITORNA IL GIRO DʼITALIA
ue date importanti mercoD
ledì 23 e giovedì 24 maggio nel calendario 2012 del Cado-
Molteplici le iniziative per la due giorni in rosa,
occasione promozionale che non si ripeterà facilmente
re e di Cortina d’Ampezzo. Due
date che saranno memorizzate
con il Giro d’Italia. La carovana
rosa arriverà a Cortina nel pomeriggio di mercoledì 23 maggio.
Sarà un traguardo importante
nella strategia della competizione per tanti motivi a cominciare
dall’impegnativo percorso che
inizia in Trentino. Anche la tappa
del giorno successivo, giovedì 24
maggio, con la partenza da San
Vito di Cadore, assumerà una valenza strategica fin dalle prime
pedalate, quelle che consentiranno ai ciclisti di fiancheggiare la
ciclabile sotto lo sguardo austero
dei regali Antelao e Pelmo fino a
Pieve di Cadore dove, transitando per il centro storico, renderanno omaggio a Tiziano, il pittore che con le sue opere, ha anticipato la varietà cromatica dei colori del Giro. Da Pieve poi la carovana imboccherà la Cavalera e,
passando per Perarolo scenderà
verso Longarone.
Ma c’è dell’altro in Cadore e a
Cortina. Le iniziative che incorniceranno la due-giorni in rosa
sono molteplici e tutte ispirate al
desiderio di cogliere una grande
occasione promozionale.
(segue a pag.9) B. Casagrande
LA LIBERTAʼ FRANCESE
SERVIZIO A PAG.7
STORIA DEL POPOLO CADORINO
G
(11)
iuseppe Ciani è
giunto alla fine della sua poderosa “Storia
del Popolo Cadorino”
proprio quando la tempesta calamitosa della Rivoluzione produsse Napoleone e cancellò e ruinò la
Comunità di Cadore, assieme alla Serenissima.
Nel suo ultimo libro il
ringraziamento: Tu ben
meritasti, o Patria mia,
queste lodi che ti prodigava la sapiente e veneranda Repubblica. Fatti troppo amari per l’Erodoto
cadorino ritiratosi a Ceneda e nominato (fra non
poche ostilità per la sua
fierezza d’animo) canonico teologo.
Il rivolgimento politico
francese non ebbe qui effetti, ricorda Giovanni
Fabbiani nella sua altrettanto rinomata “Storia
del Cadore”, finché Napoleone non giunse ai
confini e non fece del territorio veneto prima il
suo campo di battaglia e
poi merce di baratto. In
Cadore ritornarono gli
eserciti e il popolo non
seppe più cosa fare. Ai
primi del 1796 dei corpi
dell’esercito austriaco invadono il Cadore scendendo da Montecroce e
da Cimabanche diretti a
Bassano, ma, battuti, risalgono il Piave inseguiti
dai francesi, battuti ancora a Pian delle forche
(Polpet) e inseguiti fino a
Perarolo, dove i francesi
giungono nel marzo
1797. Il 6 aprile il Doge
manda un ringraziamento ai Cadorini e il 12 maggio il Maggior Consiglio
scioglie il governo veneto e dà la città in mano ai
francesi. In Cadore c’è
molta ansia, non resta che
raccomandarsi a Dio con
200 Messe. Il 13 maggio i
francesi sono a Pieve.
(segue a pag. 2)
UN LEGAME
FORTE CON
GIOV. PAOLO II
F
inalmente l’intitolazione ufficiale
dell’Ospedale di Pieve di Cadore
a “Giovanni Paolo II sommo pontefice
della Chiesa Cattolica”. Ora c’è la delibera del Direttore generale della Ulss1
ed i festeggiamenti si avranno nell’entrante estate.
Era il 21 luglio 1996 quando Papa
Giovanni Paolo II arrivò a Pieve di Cadore, in una Piazza Tiziano stracolma di
gente e di operatori dell’informazione
che rilanciarono l’evento in tutto il mondo. Accolto nel palazzo della Magnifica
Comunità dall’allora presidente Giancandido De Martin e con al seguito il
segretario mons. Stanislao Dziwisz, il
vescovo di Belluno mons. Pietro Brollo,
l’arcidiacono del Cadore mons. Renzo
Marinello, a Papa Wojtyla l’allora sindaco Roberto Faccin palesò la volontà di
intitolare a lui l’Ospedale.
La cerimonia di battesimo non si tenne mai, e fu così che Nizzardo Tremonti s’impegnò a richiamare tutti all’impegno preso, perché “non trattasi di formalità ma di mantenere la parola”. Nizzardo è un operatore dell’Ospedale di
Pieve, era sindaco a Lorenzago e conobbe personalmente il Papa, soprattutto ha inteso dare voce al pensiero di
tanta gente comune: “non ci poteva essere dimenticanza, indifferenza, superficialità verso Giovanni Paolo II, il ‘servo
sofferente’ che ha amato la nostra gente
insieme ai nostri splendidi monti”.
Ora l’ufficialità. “Con l’intitolazione
dell’Ospedale del Cadore troveremo nella
nostra quotidianità l’entusiasmo e la solidarietà di quei giorni”.
R.D.C.
RITROVAMENTI
E IPOTESI
Battaglia del 1866
a Tre Ponti
“Castra” romano
a Monte Croce
MUSIZZA E DE DONÀ
SERVIZI A PAG. 12 E 16
SINDACI A FINE
MANDATO
interviste a
Maria Antonia Ciotti
Bruno Zandegiacomo
SERVIZI A PAG. 8
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ANNO LX
Aprile 2012
2
MARZO
D
urante i primi tre
mesi dell’anno gli
uffici della Magnifica Comunità di Cadore hanno
seguito, attraverso una
serie di incontri, alcune
attività relative all’ambito
della programmazione e
promozione delle peculiarità del territorio.
Ha preso il via infatti,
coordinata dall’assessore
Giulia De Mario, con il
supporto della prof. Maria Grazia Petroni e il
dott. Matteo Da Deppo
per la Magnifica Comunità di Cadore, la distribuzione dei libretti divulgativi, relativi allo Storico
Ente ed alle attività dallo
stesso svolte. Per circa un
mese e mezzo dunque
con cadenza bisettimanale, una delegazione della
Magnifica Comunità è
stata ospite presso tutte
le scuole primarie del Cadore, incontrando alunni,
insegnanti e dirigenti presentando le peculiarità e
la storia della Comunità
cercando di diffondere il
messaggio relativo alle
potenzialità offerte attraverso la conoscenza delle
proprie radici e del pro-
4
CONOSCI LA
MAGNIFICA COMUNITAʼ
AGENDA
prio territorio.
Hanno preso avvio inoltre, alcuni tavoli di confronto che hanno visto anche la partecipazione dei
partner dell’Ente come la
Fondazione Museo Dell’Occhiale e la Fondazione Tiziano per stabilire il
programma delle attività
da intraprendere nel corso della prossima settimana della Cultura, che darà
avvio alla stagione museale e di eventi culturali per
l’anno 2012.
Sul piano operativo poi,
la giunta riunitasi con cadenza mensile, ha avuto
modo di rinnovare gli incarichi relativi alle attività
amministrative e per la
gestione degli aspetti legati al patrimonio relativi
al prossimo esercizio economico. Inoltre, sono in
via di esecuzione alcuni
progetti che riguardano
l’installazione di un nuovo
impianto di audio e video
diffusione presso la sala
fondato nel 1953
DIRETTORE RESPONSABILE
Renato De Carlo
VICE DIRETTORE
Livio Olivotto
consiliare, grazie al contributo concesso dal consorzio Bim Piave, e, il ripristino della zona delle
antiche “prigioni” presso
il Gran Caffè Tiziano.
Da rilevare pure che è
stata consegnata formalmente, da parte del Comune di Pieve di Cadore,
la sala che ospiterà la redazione de “il Cadore”.
Questo locale è sito al piano terra del Municipio e
permetterà di sviluppare
ulteriormente l’organizzazione del mensile che già
svolge una potente ed apprezzata opera di comunicazione.
La Sala Consiliare della
Magnifica e le strutture
STORIA DEL POPOLO CADORINO
dalla prima pagina
Il Consiglio Cadorino è a Belluno e rende omaggio al gen. Delmas
che divide il Cadore in 6 cantoni: Pieve, Lozzo, Campitello, Vodo, Selva e
Forni, con municipalità centrale a Pieve. Il 4 giugno a Pieve viene innalzato
l’“albero della libertà” e istituita la
guardia nazionale. Cambia tutto e il
Cadore manda rappresentanti per
trattative di unione con la Repubblica
sono quotidianamente
utilizzate da soggetti istituzionali e associazioni
che si riuniscono e rendono vivo il Palazzo della
Comunità attraverso la
discussione dei temi che
sono cari allo sviluppo del
Cadore. L’Area book
shop sta diventando sempre di più il fulcro nevralgico della vita culturale
del territorio, attraverso il
coordinamento delle attività legate alla promozione della Magnifica e dei
propri partner, che si affidano sempre di più a questa struttura per poter beneficiare dei ser vizi che
la stessa eroga.
Marco Genova
munità nomina nel 1805 un Vicario
regio, ma ormai le attribuzioni del
vecchio Statuto Cadorino erano finite.
A fine anno, colpo di coda di Napoleone che vince ad Austerlitz e crea il Regno d’Italia; così nell’ambito della Provincia di Belluno che diventa dipartimento della Piave, viene creato il distretto del Cadore diviso nei cantoni di
Pieve e Auronzo. Conseguenza: i cadorini vengono arruolati e vanno a
morire fra le truppe napoleoniche.
Cisalpina, ma poi, con la pace di Campoformido, il Veneto viene ceduto all’Austria, notizia accolta favorevolmente, sperando in un ripristino della
tranquillità. Nel gennaio 1798 ritornano gli austriaci, ma poi ancora i francesi nel 1801, infine si attestano definitivamente gli austriaci.
Il Cadore è in miseria per le continue requisizioni, il Consiglio della Co- (11)
(continua)
REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE
Editrice
Magnifica Comunità di Cadore
Presidente
Renzo Bortolot
Cancelliere
Marco Genova
Segreteria
Annalisa Santato
Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore
tel. 0435.32262 fax 0435.32858
EMail: [email protected] - Sito: www.il-cadore.it
Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40%
Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore
Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore
Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956
COME ACQUISTARE “IL CADORE”
NELLE EDICOLE DEL CADORE: una copia € 2.10
- ARRETRATI: il doppio
TARIFFE ABBONAMENTO
ITALIA € 25,00 ESTERO € 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI €34.00
SOSTENITORE € 50,00 - BENEMERITO da € 75,00 in su
COME ABBONARSI
UFFICIO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore
POSTE: CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327
intestato a “Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL)
VAGLIA POSTALE a
”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia
BANCHE: BONIFICO presso Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL)
intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento”
DALL’ITALIA: UNCRITB1D41
Codice IBAN IT21I0200861230000000807811
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(per un centimetro di altezza, base una colonna):
12 inserzioni mensili € 13,00; 6 inserzioni mensili € 10.20;
a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. IVA sempre esclusa.
La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti.
Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta.
Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo
QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 3.4.2012
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ille bambini coinvolti, venM
tuno scuole visitate e tanta
soddisfazione: questo è il risultato
dell’attività didattica promossa dalla Magnifica Comunità di Cadore
(con il contributo della Regione
Veneto e dell’Union Ladina del Cadore de Medo) che ha visto impegnati, dal 21 gennaio al 19 marzo, il
presidente Renzo Bortolot, l’assessore Giulia De Mario, l’ex assessore Maria Grazia Petroni e il
collaboratore dell’Ente Matteo Da
Deppo in una sorta di “tour” tra le
scuole primarie cadorine. L’obiettivo principale del progetto è stato
quello di avvicinare tutti gli alunni
del Cadore alla realtà della Magnifica Comunità, un Ente antico e
glorioso troppe volte “dimenticato” nei libri di storia e che meriterebbe invece un approfondimento
più attento nelle scuole locali, essendo esso uno degli Enti fondamentali per capire “chi siamo” e
“da dove veniamo”.
Il desiderio di avvicinare i bambini cadorini, dimostra la volontà
della Magnifica di dare una risposta alla necessità di coinvolgere, a
più livelli, tutti i soggetti sociali che
costituiscono e animano il nostro
contesto territoriale. Diventa quindi indiscutibile l’importanza di coinvolgere i “giovanissimi” che rappresentano il futuro del Cadore ed
è bene che fin da subito si sentano
parte di esso interagendo con le altre comunità: percepire l’unione
del territorio è infatti (forse) il primo passo per imparare a gestirlo e
“coltivarlo”.
Quanto c’è di identità cadorina nei bambini del Cadore?
“Ogni scolaresca ha una conoscenza
propria di quello che è il Cadore –
spiega Matteo Da Deppo - sono più
appassionati alle cose del loro paese
e conoscono bene il loro territorio
(montagne piuttosto che chiese), però difficilmente sanno che cosa c’è
QUEL MAGNIFICO PONTE
TRA PASSATO E PRESENTE
La Magnifica Comunità di Cadore crede nei cittadini del
domani e lancia un progetto identitario nelle scuole
primarie del territorio. Dal 2 aprile esposizione a Pieve
dei disegni dei bambini sulla “Mia Magnifica”
nei paesi vicini. Sappada conosce
bene Pio Solero che appartiene a tutto il Cadore, mentre difficilmente conosce la realtà di Selva e l’uomo di
Mondeval. Facendo queste attività
continue nelle scuole si cerca di portare la conoscenza di tutto quanto il
territorio in ogni singola comunità”.
Ha visto un’apertura verso la
conoscenza di altre realtà? “C’è
stato un interesse a partecipare alla
vita cadorina non solo da parte dei
ragazzi ma anche delle maestre. Abbiamo avuto una pronta risposta,
prenotazioni di visite che faranno le
scuole di Auronzo, Lozzo e altre ancora. Bisogna rilanciare quello che
c’è per “promuovere” e automaticamente c’è un ritorno”.
L’iniziativa come è partita?
“E’ iniziata con una attività simile
a quella fatta presso le scuole medie
dall’assessore Maria Grazia Petroni. Poi è stato deciso dal presidente
della Magnifica e dall’assessore De
Mario di farlo in maniera più pragmatica, diciamo, attraverso un ora
di lezione nelle scuole e la distribuzione di un libretto composto dai disegni della scuola primaria di Vigo,
dentro il quale c’era un biglietto per
visitare la casa del Tiziano e il Museo Archeologico. Siamo partiti da
Sappada, S. Pietro, Santo Stefano,
San Nicolò Danta e Dosoledo , Villa e Reane di Auronzo, Lozzo, Vigo,
Calalzo, Pieve, Domegge, Valle, Cibiana, Vodo, S. Vito, la scuola Montessoriana di Zuel a Cortina, Cortina, Casltellavazzo per i bambini di
Ospitale e poi abbiamo raggiunto
Selva”.
Qual è stata la domanda che i
bambini hanno posto di più?
“Perché fare un palazzo così bello
con una torre unica con quel suo
stile, perché aveva le prigioni, perché Tiziano ha avuto la fortuna di
diventare così bravo, curiosità sui
ritrovamenti di Lagole, la composizione del mobilio dentro la sala della Magnifica, cosa rappresentavano
stemmi e affreschi, perché una cartina del Cadore con la scritta Provincia del Cadore.”
Vedo che state anche raccogliendo dei loro disegni.
“La Giunta Comunitativa per valorizzazione il progetto che ho descritto ne ha deliberato la prosecuzione attraverso l’esposizione di disegni che interpretano il ruolo della
Magnifica Comunità. Verrà quindi
fatta una mostra con i disegni dei
bambini, prosegue Da Deppo, che
pubblicheremo anche sul sito della
Magnifica: la mostra si chiamerà la
“Mia Magnifica”. I disegni saranno
esposti al pubblico dal 2 all’ 11
aprile presso il palazzo Comunitativo di Pieve di Cadore.”
Irene Pampanin
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LA PROTESTA
DALLA
PRIMA PAGINA
sono intervenuti recentemente i pescatori col
vicepresidente di bacino
Stefano Campi denunciando un livello esageratamente
basso che ha causato una
larga moria di pesci rendendo oltremodo insano l'ambiente lacustre; non sono
mancate le rimostranze del
sindaco di Calalzo Luca De
Carlo che ha sottolineato altresì come purtroppo non ci
siano leggi che tutelino il livello minimo dei laghi, e di
Lino Paolo Fedon sindaco
di Domegge che ha ipotizzato come l'abbassamento di
livello del lago possa essere
messo in correlazione con la
realizzazione della centralina sulla diga. Di tutto ciò i
giornali ne hanno ampiamente scritto.
L'epilogo di questa storia
infinita è di là da venire. Perché? Forse perché oggi il Cadore conta poco in rappresentanza e nessuno ha interesse a fermare questo risucchio di acque? Forse perché
non c'è un vero interesse della popolazione a che nella
vallata del lago fioriscano attività turistiche? E' per questo che l'unità d'intenti non
va più in là delle parole e della richiesta di riavere la bella
“cartolina” della vallata col
suo lago? Ragioniamoci.
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ANNO LX
Aprile 2012
SITUAZIONE CRITICA
PER IL LAGO DEL CADORE
SULLA DIGA AVVIATI
DALLʼENEL I LAVORI PER
LA NUOVA CENTRALINA
IDROELETTRICA
“Enel e Consorzi Irrigui la devono smettere
di succhiare lʼacqua”, protesta la popolazione
Un lago che non è solo elemento paesaggistico
e deve diventare occasione di sviluppo turistico
a regolazione delle
L
acque del Piave è affidata ai due grandi serba-
Intanto, l'Enel che è l'interlocutore principale e già
aveva avviato un progetto
per il risanamento del lago
con lunghi lavori di sghiaiamento (di cui però non si sa
più nulla), respinge ancora
una volta l'accusa di aver lasciato il lago a secco per lavori suoi (la nuova centralina). Anzi, rilancia: Il deficit
idrico del bacino del Piave
preoccupa fortemente il gruppo Enel. Dal mese di ottobre,
la mancanza di precipitazioni è stata molto significativa,
raggiungendo un deficit di ol-
tre il 30% rispetto alla media
storica: non solo il manto nevoso risulta estremamente
modesto, ma anche le portate
sono venute notevolmente a
ridursi su tutta la rete idrografica. Tale situazione di siccità si riflette sui livelli di tutti
i serbatoi di Enel Produzione
presenti sull’asta del Piave,
che ad oggi accumulano solamente 46 milioni di metri cubi (sui 67,500 iniziali). La situazione rischia di diventare
ancora più critica, ricorda la
nota, in quanto Enel dovrà rilasciare acqua nei tempi e
nelle quantità
richieste dai
Consorzi Irrigui. Enel sottolinea poi di
aver sempre assicurato il rilascio del deflusso
minimo da tutte le proprie
opere idrauli-
COME USCIRNE?
I Comuni rivieraschi
si presentino uniti
con un concreto
programma di sviluppo
dellʼintera area
che per assicurare le condizioni di sussistenza della flora e
fauna presente in alveo, dichiara che i lavori in corso
sulla diga di Pieve di Cadore
sono stati programmati nei
mesi invernali proprio perché
in questo periodo i livelli del
serbatoio si attestano sui minimi stagionali, e ribadisce
l'invito all'adozione di iniziative congiunte e condivise.
Al di là delle spiegazioni
Enel, plausibili dal loro punto di vista, rimane il problema di fondo che è l'utilizzo
del lago e delle aree intorno:
se poco possiamo perché il
Cielo ci rovesci giù acqua
quando la chiediamo, molto
si potrebbe fare presentando un programma di sviluppo dell'intera area, concreto
e non mediatico, condiviso
da amministrazioni locali ed
operatori economici. Forse
allora il Cadore avrà più credito.
toi di Pieve di Cadore e del
Vaiont. Il serbatoio di testa
di Pieve di Cadore è stato
ottenuto mediante una diga ad arco-gravità disposta
sopra un grande tavoliere
roccioso e, sulla destra,
sopra un tampone in calcestruzzo che chiude la parte più profonda della valle
del Piave; in corrispondenza del tampone l’altezza
globale della diga è di 112
m.; mentre la larghezza
del coronamento è di 410
m.; il bacino ha una superficie di 818,5 km2. Dal serbatoio di Pieve di Cadore
si sviluppa, sulla sinistra
del Piave, per una lunghezza di 25 km, la galleria principale in pressione
che adduce le acque al serbatoio di Val Gallina e alla
centrale di Soverzene. Il
bacino è pure serbatoio
antipiena.
Ora, sulla diga è in via di
realizzazione una nuova
centralina idroelettrica. I
lavori condotti dalla ditta
Camuna Idroelettrica (BS)
sono partiti a metà febbraio, il 16 marzo è stato
completato un foro di
poco più di 1 metro sulla
parte destra a monte
della diga che in quel
punto ha uno spessore
di 14 metri (lavoro eseguito con idrodemolizione) e inserita una “pipetta” che pesca a circa 30
metri dal coronamento
della diga; un tubo del
diametro di 1 m. scenderà
a valle fino al tamburo della diga laddove verrà costruita una centralina ed
alloggiati 2 gruppi di alternatori da 2100 kw. In questi giorni (fine marzo) il foro verrà sigillato e posto
un tappo sulla pipetta, cosicché i lavori potranno
proseguire anche a lago
pieno. Per la realizzazione
ed i successivi collaudi sono previsti circa 2 anni. La
produzione sarà in grado
di soddisfare gli utenti di
una piccola cittadina. Realizzazione importante ed
opportuna, rilevano i tecnici Enel, perché è energia
pulita e va a ridurre il deficit di fabbisogno.
Quanto al basso livello
d'acqua nel bacino, questo
non è riconducibile all'esecuzione dei lavori sulla diga, aggiungono i tecnici,
piuttosto della scarsità di
piogge e nevi a monte; comunque da fine mese il bacino teoricamente potrebbe essere riempito.
Problemi scottanti quelli
della siccità e dell'inghiaiamento del lago (che ha ora
una capacità stimata di circa 34.5 milioni di m3 d'acqua sugli iniziali 67,5 milioni, secondo alcuni
esperti), tanto che in questo periodo la Centrale di
Soverzene ricevendo meno acqua dalla diga di Pieve di Cadore (e dagli altri
serbatoi idrici) ha in funzione solo una turbina in
luogo delle 4 turbine a disposizione.
Servizio di Renato De Carlo
foto rdc
DIGA ENEL DI PIEVE DI
CADORE a Sottocastello
foto rdc
Nelle foto si vede il cantiere
dei lavori, l’apertura del foro
sulla diga, la pipetta installata,
una panoramica della diga con
localizzazione del foro in basso
a destra
foto Albrizio
APRILE
APRILE
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Aprile 2012
n vero tuffo nel
U
passato del Cadore. E’ l’esperienza vissuta
a fine marzo a Pieve di
Cadore, nella sala riunioni dell’albergo “Al Sole”,
dove abitualmente si incontrano i partecipanti all’ “Angolo Cultura”, che
ormai da quattro anni
propongono con assiduità alla cittadinanza incontri a tema, spaziando da
argomenti a carattere letterario, artistico, scientifico, filosofico, teologico
ed altro ancora.
Benito Pagnussat di
Tai, che ha raccolto con
passione per decenni fotografie e cartoline riguardanti in particolare il Centro Cadore, ha presentato
una lunga serie di diapositive, partendo dall’Ottocento e arrivando fino al
secondo dopoguerra.
E’ stato un susseguirsi
di ricordi, emozioni e scoperte, che ha coinvolto e
sorpreso i numerosi presenti alla serata che hanno avuto modo di cogliere atmosfere cadorine
d’altri tempi anche con alcune note di nostalgia.
Pagnussat si è soffermato in particolare su
Pieve, proiettando immagini riguardanti manifestazioni svoltesi in piazza
Tiziano, ma anche evidenziando i mutamenti
strutturali avvenuti nel
corso degli anni. Si sono
rivisti ad esempio sullo
schermo l’imponente raduno ciclistico del 1904,
la visita del principe Umberto avvenuta il 24 febbraio 1923 (nella foto), la
struttura architettonica
del centro storico, oggi in
parte modificata, momenti riguardanti il periodo successivo alla grande
guerra, il Roccolo di Sant’Alipio, frequentato da
gentili signore in dolce
compagnia ritratte in passeggiata romantica con
l’ombrellino bianco per
ripararsi dal sole, manifestazioni e sfilate del pe-
5
Allʼ”Angolo Cultura” di Pieve di Cadore ricordi, emozioni e scoperte
PAGNUSSAT FA RIVIVERE
IL CADORE DEL PASSATO
stico cinquant’anni fa –
ha affermato con giusto
orgoglio Benito Pagnussat – ed ora posso dire che
la mia collezione è in grado di evidenziare il Cadore di un tempo in modo
ampio, spaziando in vari
settori della vita sociale,
politica e culturale del territorio”.
Frattanto, nei prossimi
mesi, all’”Angolo Cultura” presieduto dalla
dott.ssa Francesca Bianchi, sono previsti altri incontri. Il prossimo avrà
luogo venerdì 20 aprile,
alle 18. Interverrà la poetessa bellunese Lorella
De Bon.
Maria Giacin
Benito Pagnussat ha raccolto per decenni fotografie
e cartoline del Cadore e non solo, dallʼOttocento
al secondo dopoguerra, materiale documentaristico
che spazia nei vari settori della vita cadorina
Gli incontri
“Angolo Cultura”
si tengono all’
Albergo Al Sole
di Pieve, gestito
dalla dott.sa
Francesca Bianchi
riodo fascista, raduni
sportivi per gare di sci da
fondo e piazza Tiziano, in
particolare prima che vi
venisse collocato il monumento, al posto del quale
si trovava la fontana ora a
ridosso della casa natale
del grande pittore.
La panoramica proposta ha toccato anche Nebbiù, Tai, Pozzale, Sottocastello e i paesi vicini, in
particolare Calalzo, Domegge e Valle.
“Ho iniziato a raccogliere materiale documentari-
Prossimo incontro
all’Angolo Cultura
di Pieve di Cadore
venerdì 20 aprile
ore 18, con la
poetessa bellunese
Lorella De Bon
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RICORRENZE
e il museo civico della Val
S
Fiorentina, al suo trentesimo
compleanno, avesse potuto esprime un desiderio prima di spegnere
le candeline, che cosa avrebbe desiderato? Sarà di certo rimasto stupito nel vedere, tra il folto pubblico
presente alle celebrazioni del suo
30° anniversario, intere file occupate dai “volontari” di Selva di Cadore: gli Amici del Museo, il Gruppo Alpini, la Croce Bianca Val Fiorentina, il Soccorso Alpino, i Vigili
del Fuoco, la Pro Loco. Gente di
montagna che nulla ha da chiedere
se non di essere aiutata a custodire
e proteggere il paese, gente che
non molla mai e che a volte, con il
solo amore per il proprio territorio,
riesce a dare vita a qualcosa di
grandioso.
LA NASCITA DEL MUSEO
E’ quello che è successo più di
trent’anni fa, quando un allora “sconosciuto” Vittorino Cazzetta da Pescul, studioso autodidatta delle
“sue” montagne”, dopo aver collezionato un numero discreto di fossili, chiese di poterli mettere a disposizione dell’intera comunità. Il
sindaco Giuseppe Romanelli valutò
l’esistenza dei presupposti per dare
vita ad un museo. Il 13 marzo 1982
fu quindi istituito il Museo Civico
della Val Fiorentina, ospitato nello
stesso edificio delle scuole materne. Venne nominata una commissione di volontari per l’allestimento
e la gestione dello stesso, composta da Omero Nicolai, Pietro Lorenzini, don Lorenzo Dell’Andrea,
Vittorino Cazzetta, Giuliano Palmieri, Corrado Chierzi, Giorgio
Dell’Andrea e Ugo Buogo. Ai re-
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SELVA DI CADORE - Gente di montagna che per amore del
proprio paese è riuscita a dar vita a qualcosa di grandioso
I TRENTʼANNI DEL MUSEO
CAZZETTA
di Irene Pampanin
Il sindaco Ivano Dall’Acqua consegna
la Pergamena a Ermenegildo Rova
Pietro Lorenzini
Irma Cazzetta
Ugo Buogo
Corrado Chierzi
Don Lorenzo Dell’Andrea
Ai reperti fossili rinvenuti da Vittorino Cazzetta si aggiunsero
altri ritrovamenti, il più importante la sepoltura dellʼ“uomo di
Mondeval”, così il piccolo museo diventò importante
I protagonisti di allora festeggiati con una targa ricordo
Cooperativa
di San Vito di Cadore
Tel. 0436 9117
Cooperativa Outdoor Store
di San Vito di Cadore
Tel. 0436 99229
House Market e Ferramenta
di San Vito di Cadore
Tel. 0436 890421
Minimarket Cooperativa
di Auronzo di Cadore
Tel. 0435 400814
Market Cooperativa
di Borca di Cadore
Tel. 0435 482662
Market Cooperativa
di Calalzo di Cadore
Tel. 0435 501708
Market Cooperativa
di Cibiana di Cadore
Tel. 0435 540162
Market Cooperativa
di Laggio di Cadore
Tel. 0435 77073
Market Cooperativa
di Selva di Cadore
Tel. 0437 720613
Minimarket Cooperativa
di Santa Fosca
Tel. 0437 720140
Market Cooperativa
di Zoldo Alto
Tel. 0437 788560
Market Cooperativa
di Valle di Cadore
Tel. 0435 30188
Abbigliamento & Arredocasa
di Valle di Cadore
Tel. 0435 501534
perti fossili rinvenuti da Cazzetta si
aggiunsero quelli rinvenuti dagli altri componenti e il piccolo museo
cominciò a muovere i primi passi.
LE GRANDI SCOPERTE
Nel 1985 Vittorino Cazzetta rinvenne alcune selci di età mesolitica
a Mondeval De Sora, nei pressi di
un grande masso probabilmente
adibito a riparo. La scoperta suscitò notevole interesse da parte di
uno studioso dell’Università di Ferrara, il prof. Antonio Guerreschi,
che si rese disponibile a cominciare una compagna di scavo in quella
zona se gli Amici del Museo avessero provveduto a raccogliere i fondi. Grazie al contributo del Comune e di alcuni privati, gli Amici del
Museo riuscirono a far partire la
prima campagna di scavo nel 1986.
L’anno successivo, sempre con
l’aiuto di numerosi volontari e di
nuovi finanziamenti, venne riportata alla luce la sepoltura di un cacciatore mesolitico, ribattezzato poi
“l’uomo di Mondeval”, un nome
che sarebbe passato sulle bocche
di tutti per la sua eccezionale conservazione e la quota del suo ritrovamento: la scoperta assunse infatti un’importanza di livello internazionale. Lo scheletro e il corredo
funerario (composto da circa 61
oggetti) si presentarono ai ricercatori in perfetto stato di conservazione e, ad oggi, rappresentano l’attrazione di punta del Museo della
Val Fiorentina. Parallelamente a
questa scoperta, i volontari dell’Associazione Amici del Museo (costituita legalmente nel 1989) conti-
4
nuarono le loro ricerche compiendo diversi ritrovamenti. Fu ancora
Cazzetta a portare alla luce una
preziosa scheggia di quarzo, da
molti ritenuta essere la famosa Rajetta, quella “pietra” dalle funzioni
soprannaturali più volte citata e ripresa nelle leggende dolomitiche.
Su di un masso di dolomia principale, adagiato ai piedi del Pelmetto,
Cazzetta individuò poi le orme di
diverse specie di dinosauri che, riconosciute ufficialmente come tali,
provarono in maniera indiscutibile
l’esistenza dei dinosauri nel territorio italiano, possibilità fino ad allora
ritenuta improbabile. Nel 1995 venne eseguito il calco completo della
superficie, in seguito esposta all’interno del museo.
UN NUOVO MUSEO:
A VITTORINO CAZZETTA
Nel 1996 Vittorino Cazzetta
scomparve. Il suo corpo venne ritrovato un anno dopo in una fessura del Piz del Corvo: con sé aveva
una madonnina di bronzo che forse
portò in quel luogo per “devozione”, luogo in cui già 12 anni prima
rischiò la vita ma di cui non rivelò
mai l’ubicazione esatta. Il museo
venne quindi intitolato a Vittorino
Cazzetta e fino al 2004 poté contare
una media di 6000 visitatori all’anno. Il Comune di Selva ottenne poi
nel 2006 un contributo per la ristrutturazione e il museo venne
chiuso, pronto a trasformarsi nella
“perla” storica, moderna e dinamica dei nostri giorni. “Conosci la tua
storia, rispetta la tua terra, consegnala al futuro” è il motto che contraddistingue il nuovo museo, inaugurato nel luglio del 2010 con un allestimento completamente diverso,
fatto di velluto blu notte, dinosauri
in 3d, percorsi interattivi, teche trasparenti, costellazioni, involucri
evanescenti e atmosfere che riproducono, in ogni sezione, gli ambienti del passato.
30° ANNIVERSARIO
Ad oggi il museo conta una media di 720 presenze al mese per un
totale di 14.000 visitatori in 20 mesi. Un dato importante che, come
ha ricordato la vice sindaco Silvia
Cestaro durante le celebrazioni del
24 marzo nella sala conferenze, va
però incrementato: è infatti ancora
“scarsa” la presenza delle scolaresche nonché dei gruppi organizzati. I “festeggiamenti” hanno visto
protagonisti assoluti i membri dell’originaria commissione di volontari, ai quali il sindaco di Selva
Ivano Dall’Acqua ha consegnato una targa. Si tratta di Pietro
Lorenzini, don Lorenzo Dell’Andrea, Corrado Chierzi, Giorgio
Dell’Andrea, Ugo Buogo e Irma
Cazzetta, mamma di Vittorino.
Una pergamena al merito è stata
consegnata quindi a tutta l’Associazione Amici del Museo, rappresentata dal suo presidente
Ermenegildo Rova.
Nel Museo Cazzetta in tanti ci
hanno creduto e se al suo 30° compleanno avessero potuto esprimere un desiderio, certo avrebbe
chiesto alla gente di Selva (specialmente ai giovani) di continuare a
credere in esso e, magari, di avere
tra il pubblico anche gli amici
scomparsi, Omero Nicolai e
Giuliano Palmieri.
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RITORNA IL GIRO DʼITALIA
“EVENTO NOTEVOLISSIMO, ANCHE
PER IL SOLO AUDIENCE TELEVISIVO”
SEGUE DALLA PRIMA PAGINA
IL CALENDARIO DEL GIRO Grande occasione di notorietà per
la LUNGA VIA DELLE DOLOMITI
Lʼinvito a essere presenti numerosi
al passaggio del Giro dʼItalia
otto i riflettori del Giro sarà posta innanzitutto la “LunS
ga via delle Dolomiti” che oggi collega Calalzo a Cortina ma che un domani permetterà di raggiungere Venezia
pelando. L’occasione è di quelle ghiotte. Non si ripeterà
tanto facilmente una due-giorni di esposizione mediatica
come quella del 23 e 24 maggio per il nostro territorio. Per
la ciclabile sarà la prima grande occasione per mostrarsi all’Italia e al mondo. Lo sanno bene i sindaci di Calalzo, Pieve, Valle, Vodo, Borca, San Vito e Cortina che, insieme con
la Coop Sociale, i Consorzi Turistici e il Consorzio delle Pro
loco del Centro Cadore, si stanno adoperando per far sì che
l’edizione 2012 del Giro d’Italia tenga a battesimo la loro
Pista delle Dolomiti. Alcuni esperti l’hanno annoverata tra le ciclabili più belle d’Europa. Non potrebbe
essere altrimenti se consideriamo che il tracciato parte dal
Centro Cadore incorniciato dagli Spalti di Toro e dalle Marmarole e, dopo essere passato sotto l’Antelao, si affaccia al
Pelmo e al Sorapiss per arrivare al cospetto delle Tofane
che contornano la conca ampezzana. Da sola ha la forza per
impreziosire il futuro turistico del Cadore.
L’importante è farla maturare e farla fruttare questa forza. La strategia è quella della promozione attraverso campagne intelligenti fatte di presentazioni e valorizzazioni. Come quella programmata per la vigilia dell’arrivo della carovana. Domenica 20 maggio, lungo la ciclabile, andrà
in scena la “Pedalata in rosa”, una ciclopedalata turistica con partenza da Cortina e arrivo a Calalzo. Ogni comune, oltre ad addobbare il suo tratto di ciclabile, organizzerà
una o più attrazioni per i partecipanti. All’arrivo a Calalzo
tutti i partecipanti saranno invitati a pranzo con una pastasciutta ispirata al Giro. Nei giorni che precedono l’arrivo
del Giro a Cortina il 23 maggio e la partenza il giorno
successivo, 24 maggio, da San Vito saranno organizzate
molte iniziative culturali e ludico-sportive. La Magnifica Comunità di Cadore, ad esempio, allestirà una mostra fotografica dedicata al Giro sulle Dolomiti. E, sempre, in collaborazione con l’artista Vico Calabrò, sabato 19 maggio Pieve animerà uno scampolo di memoria che avrà protagonisti ciclisti del passato, giornalisti e alcune pellicole storiche del Giro sulle Dolomiti. La stessa sera alle ore 20, a
San Vito saranno presentati due libri: uno dedicato ai
Comuni della Ciclabile e uno alla Strada Regia. Particolarmente ricco e variegato il carnet delle iniziative che accompagneranno in rosa domenica 20. Lungo il percorso si
incontrerà di tutto compresi i Murales di Cibiana che per
l’occasione scenderanno a Venas. Mercoledì 23 e giovedì
24 sono i giorni della grande festa che dovrà riuscire
bene perché - come dicevamo - l’occasione è grande. Dobbiamo fare bella figura sul piano qualitativo e quindi della
preparazione e anche sul piano quantitativo. E’ fondamentale esserci. Più saremo lungo il percorso e più accattivante
sarà il biglietto da visita con il quale il Cadore e Cortina si
presenta all’Italia e al mondo.
enzo Minella è il referente e il coR
ordinatore del Comitato Promotore del passaggio del Giro d’Italia sul
territorio della Provincia di Belluno. Artefice del grande successo che ha incorniciato l’arrivo, l’anno scorso, del Giro a Belluno gli abbiamo chiesto quale
importanza assume, in termini
pubblicitari, l’arrivo di una tappa
rosa per la località che la ospita e
per l’area circostante?
“Se pensiamo che le tappe del Giro sulle Dolomiti statisticamente hanno un
audience televisivo di oltre tre milioni di
telespettatori è facile capire che la portata dell’evento è notevolissima.
Oltre all’effetto spot televisivo poi il Giro d’Italia è seguito da migliaia di persone in tutto il mondo attraverso il sito
Gazzetta.it che sta diventando sempre
più potente sul piano mediatico. E poi ci
sono decine e decine di testate giornalistiche da tutto il mondo che raccontano
quotidianamente le caratteristiche uniche del nostro territorio attraversato dai
corridori.
E’ chiaro che la località di arrivo di
tappa o quella di partenza ne beneficeranno maggiormente. Ma tutte le aree
toccate dalla carovana, grazie anche alla cornice festosa della gente che, soprat-
SERVIZI di
Bepi Casagrande
Intervista a
Renzo Minella
coordinatore Comitato
Promotore Bellunese
tutto da noi, seguono il Giro, avranno
garantita una ricaduta in termini di immagine e di attenzione.”
Chi in Cadore e a Cortina ha creduto maggiormente alle potenzialità
promozionali legate all’arrivo e alla
partenza del Giro?
“In questa fase ci hanno creduto maggiormente gli amministratori comunali
e le associazioni del volontariato. Gli
operatori turistici hanno bisogno di toccare con mano l’operazione. E avranno
modo di toccare il tutto molto presto. Intento hanno fatto registrare una buona
disponibilità mettendo a disposizione,
anticipatamente rispetto alla stagione
estiva, diversi posti letto.”
Parliamo della Pista Ciclabile, della
Lunga Via delle Dolomiti. Sono in
molti a confidare nell’esposizione
mediatica del Giro per promuoverla. Si riuscirà nell’impresa?
“Penso che aver deciso tutti assieme
che il Giro fosse il mezzo con cui lanciare in maniera definita sia stata una scelta intelligente. L’occasione è veramente
importante. La spinta sarà garantita.”
Ma da sola non sarà sufficiente a perpetuarne la notorietà. Ovviamente. Alla
luce della sua esperienza cosa consiglia
agli enti locali per far sì che l’effetto
continui anche dopo il 24 maggio?
“E’ indispensabile impedire che le iniziative che stiamo organizzando per accogliere il Giro di quest’anno non muoiano. E’ importantissimo riproporle a scadenza fissa anche nei prossimi anni.”
Di tutto ciò che è stato messo in cantiere cosa pensa richiamerà maggiormente l’attenzione?
“Credo che in Rosa da Cortina a Calalzo possa richiamare tanta attenzione
e partecipazione festosa soprattutto da
parte di famiglie che poi sono le frequentatrici ideali di una ciclabile che corre ai
piedi delle montagne più famose al mondo quali sono le Dolomiti. Se domenica
20 maggio, il giorno della Pedalata in
Rosa, se il tempo ci aiuta, potremo esibire uno spettacolo naturale fantastico.”
IL GIRO:UNA STORIA DI FATICA SULLE
DOLOMITI DI CORTINA E DEL CADORE
L
e Dolomiti e il Giro d’Italia. Il Cadore, Cortina d’Ampezzo e la carovana
in rosa. Sulle nostre montagne sono state scritte pagine significative della grande
corsa. Ed è proprio la storia
di alcune tappe del passato
a conferire un fascino adrenalinico alla vigilia dell’arrivo del prossimo Giro d’Italia
a Cortina, a San Vito e in
Cadore.
Sono ancora in molti a ricordare i mitici arrivi alle
Tre Cime di Lavaredo a
cominciare da quello vittorioso di Felice Gimondi
nel 1967. Alle sue spalle
giunse Eddy Merckx. Terzo Gianni Motta. Un arrivo
eccezionale. Un tripudio di
gente. E non importa se la
prova venne poi annullata
causa le irregolari spinte di
alcuni tifosi. Resta il ricordo
di una festa grande che ha
indotto gli organizzatori a ripetere la tappa l’anno successivo. Stesso traguardo e
identico scenario di montagne e di popolo. Vinse Eddy
Merckx che al Rifugio Auronzo indossò la maglia e la
portò fino a Milano. La tappa
più famosa alle Tre Cime è
stata senza dubbio quella del
Giro del 1974. Vinse lo spagnolo Josè Manuel Fuente
ma il vero protagonista è stato l’allora ventunenne Giambattista Baronchelli al primo anno di professionismo
che staccò il leader della
classifica Merckx e per soli
12 secondi fallì l’impresa di
prendergli la maglia rosa.
Come rammenta Emanuele
D’Andrea nel Quaderno della Tiziano Edizioni del 2007
dedicato al Giro sulle Dolomiti del Cadore e di Cortina,
al Rifugio Auronzo il Giro è
arrivato anche nel 1981, nel
1989 e nel 2007.
Quest’anno i corridori
non vedranno le Tre Cime.
Ma avranno comunque modo di immergersi nelle Dolomiti del Cadore e d’Ampezzo. Pedaleranno ai piedi
di alcuni tra i più noti giganti nobili dell’Unesco a cominciare dalle Tofane, dal
Pelmo e dall’Antelao. E anche l’arrivo di Cortina sarà
animato dai ricordi storici.
In particolare si imporrà il
ricordo della tappa del 3 giugno del 1948. Una frazione
simbolo, per la vivacità agonistica espressa in gare e soprattutto per l’ordine d’arrivo. A tagliare per primo il
traguardo di Cortina è stato
Fausto Coppi davanti a Gino Bartali e Giordano Cottura. Era la trentunesima
edizione del Giro d’Italia.
Per arrivare a Cortina la carovana era partita da Auronzo e dopo un articolato alternarsi di salite e discese era
giunta sulla conca pullulante
di appassionati delle due
ruote giunti da tutto il nord
Italia. Un evento memorabile per quei tempi. Su questa
lunghezza d’onda si sintonizzeranno le tappe del Giro
che interesseranno quest’anno Cortina e il Cadore.
A Cortina il Giro d’Italia
era arrivato anche nel 1939
quando vinse Magni. Poi
nel 1951 vinse Bobet, nel
1955 Contento e nel 1977
s’impose Perletto. Nella
storia del Giro sulle Dolomiti è da ricordare che il centro storico di Auronzo ha
ospitato tre traguardi di tappa con un Fausto Coppi vincitore nel 1946. Due traguardi li ha ospitati Pieve
con Bartali vincitore nel
1947. E un traguardo l’ha
ospitato Sappada.
Fausto Coppi nel Giro del 1952 che attraversò
il Cadore e si buttò su per il Falzarego
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AMMINISTRATIVE
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contatto continuo,
Pieve di Cadore “Ilintenso
con i miei
concittadini mi ha
UN BUON
aiutato a capire e
LAVORO CHE a migliorare il paese”
CI HA FATTO CRESCERE
inque anni di mandato coC
me Sindaco di Pieve di Cadore, città di Tiziano, una vita
che Maria Antonia Ciotti dedica alla politica e al volontariato
sociale, in paese come in tutta la
provincia. E non ha intenzione di
demordere, quindi si ricandida.
“Ho cercato in tutta onestà di
dare tutto il mio impegno lavorando quotidianamente a favore della
cittadinanza. E ogni mattina, presto, ho dato la possibilità ai cittadini che avevano delle urgenze/emergenze di parlare con il
Sindaco. Certo che il fatto di avere
viste ridotte le risorse da parte del
governo centrale è stato come
cambiare le regole a un corridore
mentre sta correndo per una gara:
non è leale e questo fatto ci ha
messo in dif ficoltà. Nonostante
questo sono molto contenta di aver
avuto nella mia vita la possibilità
di essere utile alla mia comunità e
di aver potuto svolgere un lavoro
importante che mi ha fatto crescere non solo dal punto di vista delle
conoscenze ma anche e soprattutto
dal punto di vista umano.”
“Il fiore all’occhiello della
mia amministrazione? Proprio il
contatto continuo, costante, inten-
“Non abbiamo
Auronzo di Cadore aumentato
di un
euro
nessun
tipo
E’ STATA UNA
di imposte e costi
a carico dei cittadini”
AZIONE
DI SVILUPPO
uronzo di Cadore, comune
A
con spiccata vocazione turistica che può contare su due
gioielli naturalistici e ambientali
come il Lago di Misurina e le Tre
Cime di Lavaredo, patrimonio dell'Umanità. Ma il paese ha anche
una importate realtà economico
produttiva che l'amministrazione
guidata negli ultimi cinque anni
da Bruno Zandegiacomo, ha
cercato di sviluppare nonostante
le difficoltà. Incontriamo il sindaco per un bilancio di questa esperienza amministrativa, partendo
dalla scelta di non ricandidarsi
alla guida del Comune. “Dopo
due legislature come assessore e
consigliere Comunale e quest’ultimo quinquennio come sindaco non
è stata una scelta facile. Scelta assunta serenamente anche se in con-
Intervista a
Maria Antonia
Ciotti
Sindaco di
Pieve di Cadore
Intervista a
Bruno
Zandegiacomo
Sindaco di
Auronzo di Cadore
trasto con le sollecitazioni ricevute
per una ricandidatura, che comunque mi hanno fatto molto piacere, e
con la consapevolezza di aver svolto
questo importante compito affidatomi dal consenso degli auronzani,
che approfitto a ringraziare sentitamente, con il massimo impegno,
onestà e correttezza e mettendo a
disposizione del paese le mie competenze. Nonostante la buona vo-
4
so con i miei cittadini che mi hanno aiutato a migliorare il nostro
paese con i loro consigli, le loro segnalazioni il loro desiderio di vedere Pieve sempre più bella assieme
alle sue frazioni Tai, Nebbiù, Pozzale, Sottocastello. E’ stato importante essere vicino alle famiglie soprattutto nei momenti difficili”.
Che l’Amministrazione sia soddisfatta del lavoro fatto lo si deduce anche dall’opuscolo che riporta
le realizzazioni più importanti
dal 31.5.2007 ad oggi. I traguardi nel Sociale e nel Sanitario,
con l’apertura della nuova Residenza sanitaria assistita per non
autosufficienti verso la quale si è
intervenuti con la strada di servizio e opere di urbanizzazione; come pure con l’impegno a favore
dell’Ospedale, ultimo baluardo
della sanità in Cadore. Gli interventi più importanti come Lavori
Pubblici sono stati rivolti alla copertura dello Stadio Polivalente di
Tai e al restauro del Forte di Monte Ricco, opera di rilevanza dove
verrà realizzato un centro culturale multimediale per far conoscere
ambiente, storia e arte del territorio cadorino; poi, i lavori al Municipio col nuovo riassetto degli uffici municipali, cosa che ha qualificato il Comune di Pieve; molti altri
piccoli ma importanti lavori pub-
blici e interventi di Edilizia pubblica, in centro come nelle frazioni,
nonché la preparazione del Piano
di assetto Territoriale che stabilisce la destinazione delle singole
aree, in approvazione entro l’estate. Notevole e costante l’attenzione riservata alla pulizia e al decoro di Pieve e Frazioni, nonché all’ambiente, particolarmente della
parte del lago vicino all’invaso.
Non da ultimo, le attività per Cultura, Turismo e Sport che hanno
trovato nella collaborazione del
volontariato e degli sponsor un sostegno determinante: concerti,
convegni, mostre d’arte, incontri
culturali, soprattutto la straordinaria mostra di cimeli che ha raccontato il ruolo del Cadore nei 150 anni dell’Unità d’Italia. Un buon lavoro di squadra, conferma il Sindaco
Maria Antonia Ciotti.
“Come vedo il futuro?
Dobbiamo tornare ad avere in
Cadore l’autogoverno: la capacità
di poterci governare ed essere indipendenti dalla pianura che non
capisce e non valuta come dovrebbe chi vive in montagna (basti pensare alla sanità...).
E’ importante che Pieve mantenga il suo ruolo per portarsi
dietro e vicino tutto il Cadore, la
“piccola patria”
Renato De Carlo
lontà e tutte le migliori intenzioni
certamente qualche scelta può non
essere stata condivisa o anche sbagliata, ma certamente sempre fatta
in buona fede e con il solo obbiettivo di fare il bene della comunità
auronzana”.
Quali le principali iniziative
della sua amministrazione?
“Senza voler esprimere un mio giudizio su quanto realizzato, che ritengo di esclusiva competenza della
popolazione auronzana, ne posso
evidenziare gli obbiettivi. L’attenzione principale è stata per i cittadini e le famiglie, tenendo in particolare considerazione i giovani ed
il difficile periodo socio-economico
che stiamo affrontando, ma ci siamo rivolti anche alle iniziative culturali, all’impegnativa gestione del
settore urbanistico oltre al sostegno
ed alla promozione del turismo che
è fondamentale per la nostra economia. In questo settore l’impegno si è
concretizzato con l’incremento degli investimenti e del sostegno alle
associazioni, alle numerose manifestazioni ed eventi, sottolineando
in particolare modo i ritiri precampionato della S.S. Lazio, fortemente voluti da questa Amministrazione, che hanno notevolmente incrementato le presenze nei mesi di luglio di questi ultimi anni e dato
grande visibilità al nostro paese
contribuendo a migliorare i risultati degli operatori turistici e dell’intero paese anche al di fuori dei periodi dei ritiri”.
Sono stati anni duri per il ridimensionamento dei trasferimenti
statali e gli aumenti dei costi per i
servizi, come ha reagito la sua
amministrazione? “Non abbiamo
aumentato nemmeno di un euro
nessun tipo di imposta o tassa, nè i
costi a carico dei cittadini, provvedendo invece alla riduzione dell’Ici,
già prima dell’intervento dello Stato, ed al contemporaneo incremento dei fondi destinati ai cittadini
con l’aumento degli stanziamenti
destinati alle situazioni di disagio e
con numerose assunzioni stagionali di disoccupati. Alle famiglie ed
agli studenti attraverso l’istituzione
dei bonus per i nuovi nati dopo il
primogenito, con il raddoppio delle
borse di studio per gli studenti meritevoli e da ultimo con il rimborso
del maggior costo del trasporto scolastico l’Amministrazione ha voluto venire incontro alle legittime esigenze dei suoi concittadini in un
periodo economico ed occupazionale particolarmente difficile”.
Sul piano delle opere pubbliche e degli investimenti? “Sono
stati ottenuti fondamentali contributi pubblici che, oltre alle risorse proprie del Comune, ci hanno permesso
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LA PITTURA COME TERAPIA LA SEZIONE DONATORI
AL CENTRO SALUTE MENTALE DEL SANGUE DI PIEVE
Un progetto realizzato da Maria Grazia Bassanello,
pittrice di Padola, con lʼautorevole presenza di Calabrò
L
'ingresso del Centro di
Salute Mentale dell'ospedale di Pieve ha acquisito nuovi colori e fantasia,
grazie all’opera degli ospiti,
diventati artisti sotto la guida di Vico Calabrò e maria
Grazia Bassanello. Due pareti bianche sono state dipinte con un mosaico di colori e di forme che accendono l'allegria degli occhi e la
serenità del cuore. L'entusiasmo degli ospiti della
struttura, che intingono i
pennelli nei vasetti e seguono le forme predisegnate o
spalmano colore a pennellate lunghe, è la dimostrazione più evidente della riuscita del progetto ideato da
Maria Grazia Bassanello,
pittrice di Padola, e seguito
con autorevole ed affettuosa
vicinanza da Vico Calabrò.
La pittura come terapia è
uno dei momenti dell'organizzazione settimanale del
Csm di Pieve. Dal giugno
dello scorso anno Maria
Grazia presta il suo servizio
volontario insegnando ad un
gruppo di una decina di giovani in cura tecniche e armonie del dipingere. "Abbiamo accolto con entusiasmo la
proposta di dipingere le pareti dell'ingresso del centro - dice Fabio Candeago, direttore del dipartimento di
salute mentale - perchè crediamo nel valore dell'arte-terapia e soprattutto vogliamo
che i nostri ospiti si sentano
coinvolti nel miglioramento
visivo di questi spazi".
Per Vico Calabrò, maestro dell'affresco, ma a suo
agio con qualsiasi tecnica di
pittura, come in questo caso
gli acrilici su superficie muraria bianca, è stato un rituffarsi in esperienze creativa
dentro agli spazi ospedalie-
di realizzare importanti
e significativi investimenti infrastrutturali sul territorio comunale. Completate ed inaugurate due importanti infrastrutture quali la seggiovia
quadriposto Taiarezze - Malon
ed il Museo multi tematico al
Palazzo Corte Metto; effettuati
notevoli investimenti partendo
da tutti gli edifici scolastici,
sulla Scuola Materna, sulla
struttura utilizzata dal Buffettin e dall’A.R.P.A., su altri edifici pubblici come i magazzini
sotto Piazza santa Giustina e
nella sede dei Vigili del Fuoco
e della Protezione Civile, sulle
isole ecologiche con ottimi risultati nel miglioramento del
decoro urbano; il programma
di riqualificazione generale del
centro urbano di Auronzo con
il nuovo viale pedonale di Via
Roma che può essere considerato il fiore all’occhiello del nostro mandato”.
Quale è il suo auspicio
per il futuro? “Mi auguro che
si possa continuare su questa
strada anche con la realizzazione di quelle opere già programmate, come ad esempio la
nuova centralina idroelettrica
di ponte Malon o l’utilizzo degli ormai famosi Fondi Bran-
ri. Ha decorato una
sala nell'ospedale di
Belluno, ha operato
in quello di Feltre, recentemente ha dipinto il nuovo ingresso
dell'ospedale di Conegliano. "Ma questo lavoro è molto più significativo -dice- perchè c'è l'opera e la
fantasia dei ragazzi
del Csm. Li abbiamo
lasciati dipingere in libertà, sostenendoli e
condividendo il bel ri-
Donato un contributo al Circolo Auser
e ricordata la figura di Olga Bacchetti
mportante
appuntaI
mento per la Sezione
Associazione Bellunese Vo-
“Vogliamo che i nostri ospiti
si sentano visivamente coinvolti”,
sottolinea il direttore del Centro
Dr. Fabio Candeago
sultato finale". I ragazzi mostrano con orgoglio le forme decorative, alberi, fiori,
farfalle, cieli di un azzurro
intenso, prati di verde luminoso. Uno spazio ravvivato
dal loro lavoro decorativo,
che resterà come segno di
una armonia cercata ogni
giorno e dipinta nella diversità. Il lavoro preparatorio,
che ha portato alla realizzzazione dei dipinti murari, è
IN ASSEMBLEA
stato anche fissato su pannelli di legno. E di queste
opere viene fatta una mostra al Gran Caffè Tiziano
in piazza a Pieve, che è visitabile per tutto il mese di
aprile.
Lucio Eicher Clere
cher e Letta. Tutto ciò per portare ai nostri concittadini
quell’auspicabile sviluppo che
permetta alla nostra comunità, ed in particolar modo ai
nostri giovani, di continuare a
vivere con sempre maggiori opportunità nel nostro splendido
paese”.
Livio Olivotto
lontari del Sangue di Pieve
di Cadore che il 29 febbraio
ha chiamato in assemblea i
donatori presso la sala Coletti di Tai dove il segretario Carlo Tabacchi ha salutato calorosamente i donatori ringraziandoli per la
loro fattiva presenza e ha
relazionato sull'attività svolta lo scorso anno 2011. Nell'occasione, e a dimostrazione dell'alto spirito di comunità, il segretario ha voluto
consegnare un piccolo contributo in denaro al presidente del Circolo Auser di
Pieve di Cadore Carlo Baldessari e ricordare la figura di Olga Bacchetti benemerita socia donatrice.
Ogni goccia di sangue donata è di sostegno ad altre
vite. L'impegno dei donatori di sangue non è dunque
una tradizionale incombenza ma si dimostra un valore
ben saldo dopo quasi sessant'anni
di
presenza
(1954) della Sezione ABVS
a Pieve di Cadore. Al di là
dei numeri del bilancio di
“cassa”, sempre significativa la “relazione morale” illustrata dal segretario Carlo
Tabacchi per il direttivo
composto da Giovanni
Giopp (cassiere), Flavia
Tabacchi Burin, Gianantonio Baldessari, Floriano Cian, Giovanni Monico, Ruggero Ciotti, Luigina Fedon, Giancarlo Paludetti, Gino Ruoso,
Alessandra Sposato (consiglieri), Francesco Ferraù e Franco Brunello
(revisori dei conti): donatori attivi 139 sui 146 del 2010,
donatori iscritti 150 sui 161
del 2010; 195 le donazioni
totali, di cui 18 in aferesi,
qualcosa in meno del 2010;
la media percentuale delle
donazioni pro capite aumenta a 1,40 grazie all'incremento delle chiamate
dei donatori attivi; entrati
ben 9 nuovi donatori ma il
saldo è in calo di 7 unità,
inalterato il numero dei donatori accantonati o trasferiti (16). Di qui l'auspicio del
segretario che entrino nell'associazione forze nuove
soprattutto giovani, e i sempre necessari avvisi operativi, fra i quali le modalità sulle donazioni che da circa tre
anni sono su appuntamento
e pertanto non è più possibile recarsi a Belluno senza
aver preventivamente ottenuto la prenotazione.
Particolare rilievo poi è
stato dato al ricordo di Olga
Bacchetti, socia fondatrice
e segretaria della Sezione
dal 1963 al'84, scomparsa
qualche mese fa all'età di 87
anni. “Figura indimenticabile per la comunità di Pieve
di Cadore che tanto le deve
nel campo del volontariato
e della solidarietà, esempio
di generosità e dedizione
sostenuto da grande determinazione”. Al ricordo del
segretario è seguita una
commossa testimonianza
del fratello di lei Mario Bacchetti.
RC
foto di T. Albrizio
Sezione ABVS
Pieve di Cadore
150 donatori
iscritti
9 donatori
nuovi nel 2011
195 le
donazioni totali
TAI di Pieve di Cadore - 29.2.2012
Donatori della Sezione ABVS
il presidente Carlo Tabacchi consegna
un contributo a Carlo Baldessari
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Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni
LE GIOVANI GENERAZIONI DEGLI EMIGRATI CHE CʼÈ DI MEGLIO DEL “TITA BARBA”
CHE VOGLIONO TORNARE AL PAESE PER PER FESTEGGIARE LʼANNIVERSARIO?
Dove festeggiano i coniuSPOSARSI CHIEDANO DI CRISTINA
gi Gigetto Peverelli e Anna
Buongiorno Direttore, le
le scrivo perchè volevo ringraziarla enormemente per
aver pubblicato l'intervista
che il mensile OSTIA IN mi
ha fatto a giugno 2011 e per
averla considerata valida per
i suoi contenuti. In chiusura
dell'articolo accennavo ad
un nuovo progetto in cui mi
sto impegnando ed ho pensato che potrebbe essere interessante dargli un seguito
e svelare ai lettori di che si
tratta, senza contare che per
me e per mio padre sarebbe
un onore apparire di nuovo
nella vostra rivista.
A gennaio 2012 ho aperto, insieme ad una mia amica, Paola Lizza, un'agenzia di wedding planner internazionale con sede a Roma e Londra. Organizziamo
matrimoni per gli stranieri
che vogliono coronare il loro sogno d'amore nel nostro splendido paese ed anche per tutti gli sposi che
sognano un ricevimento
eco-sostenibile a basso impatto ambientale. Ci occupiamo di tutto noi, dalle pratiche burocratiche agli allestimenti passando per il make-up artist e gli addobbi
floreali, consapevoli che
chi vuole sposarsi in un paese diverso da quello in cui
risiede
ha
bisogno
di affidarsi a un professionista esperto ed affidabile anche per i più piccoli dettagli.
Sicuramente in questo
momento di crisi non è semplice ma siamo convinte che
il nostro impegno porterà
buoni frutti; inoltre ho dalla
mia parte la caparbietà e la
perseveranza che mi hanno
regalato le mie origini cadorine. Io credo che per i vostri lettori d'oltreoceano potrebbe essere un'informazione utile, infondo sarebbe
bello se le giovani generazioni dei nostri concittadini
emigrati tornassero a sposarsi nelle stesse chiese
del Cadore dove tutto ha
avuto inizio.
Resto a disposizione, cordialmente
Cristina Liva
Roma
L’idea potrebbe solleticare i
nostri Cadorini nel mondo e
chissà che dall’intraprendenza di Cristina non nasca cosa. Invito quindi a visitare la
pagina facebook
LILIWEDDING ROME
o a collegarsi al sito
www.liliweddingrome.com
Maria di Pieve l’anniversario di matrimonio? Al “Tita
Barba” su in Vedorcia, a
rinverdire i ricordi di gioventù. E in occasione del
loro 62° anniversario di felice matrimonio (13 aprile
1950) hanno pensato bene
di comunicarci la loro gioia
d’aver fatto questa gita lassù, perché, si sa, le nostre
montagne sono le più belle
in assoluto.
“L’anno scorso io e mio
marito siamo saliti, nonostante la nostra… veneranda età, al Rifugio Tita Barba
(altitudine 1830), dove abbiamo trascorso tre bellissime
giornate. Si raggiunge il Rifugio da Casera Vedorcia attraverso una panoramica
mulattiera, costellata da graziosissime casette in legno.
Uno dei luoghi più incantevoli delle nostre montagne è
l’area circostante di questa ti-
pica casera d’alpeggio. Sedersi sul prato a contemplare le
nuvole che giocano con le guglie degli Spalti di Toro è una
emozione grandiosa, è una
pace profonda interrotta solo
dallo scampanio delle mucche in alpeggio. Il panorama
è splendido e si vedono molti
paesi compreso il lago del
Centro Cadore.”
Che spirito romantico,
Anna! Ai nostri due abbonati
felicitazioni e tanti auguri
per l’anniversario.
Si è svolto
a Laggio a fine anno un
corso di fotografia, il primo tenuto
da Stefano
da Rin Puppel. Lezioni
di teoria accompagnate
da due uscite, ad Erto e
Venezia, per
provare le
nozioni impartite sulle
basi della fotografia, come funzionano
le macchine e come lavorare la foto dopo lo scatto con
i programmi di fotorintocco.
I partecipanti sono stati nu-
merosi ed entusiasti dell’esperienza che li ha portati
ad approfondire la tecnica
fotografica. Il Comune di
Vigo metterà a disposizione
una sala dove i partecipanti
esporranno le loro foto. C’è
sempre qualcosa da fare
d’interessante in Cadore…
E. F.
DINO ZANDONELLA RINGRAZIA MENEGUS
ENTUSIASTI DEL CORSO DI FOTOGRAFIA
PER I RICORDI IN “STORIE DI PAESE”
Gentile Redazione, vi
mando copia della lettera
da me inviata al signor Giovanni Battista Menegus per
ringraziarlo del meraviglioso libro scritto. Con l'occasione ringrazio anche la
Magnifica Comunità per
aver divulgato l'opera.
Cordiali saluti.
Dino Zandonella
Romans d’Isonzo
Egregio Signor Giovanni
Battista, giusto alcuni giorni fa ho ricevuto, dalla Magnifica Comunità di Cadore, il libro da Lei scritto dal
titolo “Storie di paese”. Oggi me lo sono letto tutto. E’
un libro bellissimo e racchiude racconti e storie di
vita realmente vissute che
anch’io, nato a Santo Stefa-
no di Cadore pur avendo
un po’ di anni in meno di
Lei, ho fatto e “combinato”
negli anni passati.
Mi creda, nonostante le
miserie di un tempo, non
invidio per niente i giochi e
giocattoli che hanno oggi i
nostri giovani. Con il suo libro mi ha fatto tornare indietro di molti anni ricordandomi i miseri giochi
che avevamo e che, spesso
e volentieri, ci spingevano
a diventare dei piccoli artigiani in erba in quanto quei
miseri giochi ce li dovevamo inventare e costruire
noi. Purtroppo anche i paesi hanno cambiato aspetto,
non sembrano più allo
sguardo quei magnifichi
musei viventi di un tempo
A tutti
i nostri lettori
Auguri di
Buona Pasqua
che, sicuramente, avrebbero attratto molti turisti veri
e non quei proprietari di appartamenti acquistati come
seconda casa in quei palazzi “condomini” che hanno
deturpato la bellezza di un
tempo dei nostri amatissimi paesi dando ai rispettivi
comuni più grattacapi e
spese rispetto a quei quattro soldi che pagano di tasse.
Ringraziandola ancora
per avermi fatto tornare indietro nel tempo, negli anni
felici della mia gioventù, Le
invio un cordialissimo saluto.
cav. Dino Zandonella
P.S.: Le zolle al Villaggio
Corte le ho messe anch’io.
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Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
LʼASSOCIAZIONE ORGANI STORICI DEL
CADORE VA IN SVIZZERA IN TRASFERTA
L’associazione Organi storici i Cadore, oltre che l’organizzazione dei concerti estivi
e il recupero degli strumenti
storici del Cadore, ha anche
l’obiettivo di far approfondire
la conoscenza di questo particolare, fantastico, strumento sonoro, tra gli associati e
gli appassionati. A questo
scopo organizza delle visite a
strumenti di particolare pregio e a fabbriche di organi.
Quest’anno l’iniziativa è stata
di particolare interesse e ha
portato il gruppo alle città di
Zugo e di Lucerna, in Svizzera. La conoscenza del presidente, Giuseppe Patuelli, con
Marco Brandazza, organista
della chiesa di St. Michael di
Zugo e insegnante alla scuola superiore di musica di Lucerna, ha consentito la realizzazione dell’incontro di aggiornamento, cui hanno partecipato 15 appassionati, con
il presidente e il direttore artistico, Renzo Bortolot. Al
gruppo si è unita anche la signora Eva, moglie dell’accompagnatore, anche lei organista in una chiesa protestante e insegnante di musica. Nel corso dell’escursione, sono stati suonati 6 organi, da 1 a 5 tastiere, a trasmissione meccanica, provati e gustati ognuno nella particolare struttura fonica.
In una messa festiva gli organisti italiani si sono alternati con il titolare, nell’accompagnamento della liturgia. Il pezzo finale ha coinvolto tutti i presenti, che sono
usciti dalla chiesa solo al termine dell’esecuzione organistica. L’organo con la musica
ha dimostrato di avere una
LAUREE
in diritto medioevale
e moderno: “L’ordinamento penale nel
Libro Terzo degli Statuti Cadorini del
1338”.
Congratulazioni
dalla moglie Raffaela e dal figlio Lorenzo, dagli amici tutti.
Davanti al grandioso
Hoforgel, sotto le
eccezionali canne
del 1650
Massimo Caltana, luogotenente e comandante
della Stazione Carabinieri di
Pieve di Cadore, ha conseguito la laurea magistrale in
Giurisprudenza presso l’Università Telematica Pegaso
di Napoli, discutendo la tesi
Alice Peverelli di
Calalzo - Pieve di Cadore si è laureata il
27 marzo scorso in
Architettura presso
l’Università di Udine. do raggiunto il papà RenaSi congratulano to, la mamma Sonia, parencon lei per il traguar- ti e amici.
ROBERTO VALMASSOI IN UN LIBRORITRATTO DEGLI ARCHITETTI DI MILANO
parte attiva nella liturgia e di
non essere solo un abbellimento, il più delle volte inutilizzato o poco utilizzato. Del
gruppo faceva parte anche
un organista di livello mondiale, Silvio Celeghin, già
ospite dei concerti estivi cadorini, che nei vari strumenti
ha eseguito i brani di un
ideale e apprezzato concerto
che, proprio per questa alternanza di strumenti con caratteristiche differenti, è difficilmente ripetibile.
Merita una citazione particolare l’ultimo strumento visitato e che ha interessato il
gruppo fino a tarda sera, il
grosse Hoforgel della collegiata di st. Leodegar, di Lucerna, a 5 tastiere, 84 registri, 5949 canne, con una canna di stagno alta 10 metri, pe-
sante 385 chili, costruita nel
1650 a Salisburgo e che riesce ancora a far sentire la
sua meravigliosa voce.
Nel ritorno, i compatrioti dell’eroe cadorino,
Pier Fortunato Calvi, hanno
voluto rendere omaggio all’eroe del Canton Uri, Guglielmo Tell, facendo sosta
davanti al monumento che lo
ricorda. In una terra di studio delle mele, è emersa,
scherzosamente, una domanda, che però non ha avuto risposta: “Di quale varietà
era la mela che Guglielmo
Tell ha posto sulla testa del
figlio?” E’ stato l’unica risposta mancata in una iniziativa
culturale, molto apprezzata e
di alto livello, dell’Associazione Organi storici in Cadore.
Agostino Sacchet
“Essere stati architetti a
Milano per 50 anni , significa aver vissuto eventi che
hanno cambiato il mondo e
la nostra città”. Così viene
presentato il volume “60/
10: cinquant’anni di professione” realizzato dall’Ordine degli Architetti di Milano che raccoglie le importanti esperienze di tanti architetti.
Fra loro, alla presentazione del 12 marzo scorso, c’era anche il nostro architetto
Roberto Valmassoi, che è
nato a Pieve di Cadore nel
1933 e che per l’appunto,
dopo gli studi universitari a
Venezia dove si laurea nel
1959 e un periodo di apprendistato, apre il proprio
studio a Milano. Operatore
attivo nel settore dell’edilizia civile, industriale e, negli
ultimi anni, nella pubblica
residenziale ed ospedaliera
è impegnato a finalizzare la
sua competenza per la ricerca di espressioni architettoniche nella logica di obiettivi estetici, economici e sociali, usufruendo di metodi
e mezzi tecnologicamente
avanzati. Le sue significative opere sono state pubblicate su varie riviste.
Valmassoi è attivo nel movimento cooperativo per la
casa e realizza, da solo e in
gruppo, molteplici iniziative
in Brianza e a Milano, tanto
che nel 1986 il prof. Bruno
Zevi si esprimeva con queste parole: “Tale edilizia ha
urgente bisogno di una qualificazione e lei è tra i pochissimi capaci di imprimerla”:
era il novembre del 1986.
Nell’edilizia pubblica residenziale partecipa a realizzazioni o ristrutturazioni tra
Milano e provincia con
l‘ALER e nell’edilizia sanita-
ria con il Pio Albero Trivulzio. Parallelamente all’attività professionale, ha svolto
attività didattica al Politecnico di Milano con il professor Fredi Drugman tra il
1987 e il 1988 ed è stato correlatore di tesi di laurea progettuali negli anni tra il 1986
e il 1990.
Congratulazioni Roberto.
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STORIA
l 14 agosto 1866, la III
I
guerra d’indipendenza,
densa di umiliazioni materiali e morali per il nostro
esercito e la nostra marina,
ci concedeva una piccola
soddisfazione in Cadore,
peraltro fuori tempo massimo, ad armistizio di Cormons già concluso, scegliendo come teatro di
scontro l’amena località di
Tre Ponti, presso Cima Gogna, con i pendii boscosi
che a nord-est salgono verso Piniè e il Tudaio, in quel
di Vigo, e a sud corrono verso Lozzo, sulla destra del
Piave.
Di questo scontro risorgimentale che vide fronteggiarsi i volontari italiani del
Capitano Guarnieri e quelli
austriaci del Conte Mensdorff-Pouilly, molto si è già
scritto ed i contributi storiografici e memorialistici apparsi fino ad oggi risultano
invero assai diversi tra loro
per spessore culturale e soprattutto per temperie spirituale, troppo spesso viziati
dall’enfasi patriottica e nazionalistica imperanti fino a
qualche decennio orsono.
Partendo proprio dai documenti e dalle testimonianze di chi fu presente
quel giorno abbiamo effettuato con moderni strumenti d’indagine una serie
di approfondite ricerche sui
luoghi che furono testimoni
degli scontri. Per primo abbiamo indagato a Cima Gogna, dove la mattina del 14
agosto si erano inizialmente
ritirati gli uomini del Galeazzi provenienti da Auronzo sostenendo uno scambio
di fucileria prima di ritirarsi
ai Tre Ponti.
E qui abbiamo avuto la
prima sorpresa con il ritrovamento, sui prati che sovrastano la vecchia osteria
“Cella”, di numerose pallottole italiane conficcate nel
terreno, sia di quelle oblunghe cal. 17 mm per fucili e
carabine ad avancarica con
canna liscia mod. 1860 in
dotazione all’Esercito Piemontese che pallottole sferiche o oblunghe per pistole a canna liscia o rigate, armi per lo più personali dei
volontari cadorini. Più in
basso, nella conca prativa
alle spalle del vecchio bivio
per il Comelico, dove probabilmente gli Jäger si erano
adunati al coperto, sono invece affiorati dal terreno
numerosi bottoni di bronzo
o rame delle loro divise, con
impressi i numeri dei reggimenti (15° e 11°) o l’aquila
bicipite.
Sul piano di Gogna e giù
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RITROVAMENTI - Quasi 150 anni dopo, pallottole e proiettili
rimasti sul terreno precisano particolari sullʼepico scontro del1866
di Walter Musizza
Giovanni De Donà
QUANDO I VOLONTARI ITALIANI
FERMARONO GLI AUSTRIACI A TRE PONTI
Vecellio, tutti di Pieve e
Giovanni Zandegiacomo
Cella di Auronzo) e 4 risultarono pure i feriti, di cui tre
gravi.
Certamente anche le nostre armi, seppur vetuste,
non scherzavano, come testimonia il registro dei morti della Parrocchia di S. Giustina di Auronzo che riporta: “Degli Austriaci rimasero feriti gravissimamente
21, fra cui 3 ufficiali, e 2 cadetti, dei quali 12 partirono
per la Carinzia il 16 corr. e 9
fra cui il Capitano Coronini
e i 2 cadetti, esse impossibile il loro trasporto, restarono fra noi. Conchiuso fra i
combattenti l'armistizio, gli
Austriaci percorsero il campo da loro occupato nella
giornata e rinvennero tre
morti dei suoi che raccolti e
trasportati a Villapiccola
vennero il di seguente (15
corr.) sepolti nel cimitero di
S. Lucano coll'assistenza di
Mons. Pievano e col corteggio di tutta la truppa."
I tre caduti austriaci erano: Aloysius Schega di
Gratz in Stiria, nato nel
1847, cattolico, celibe, falegname; Jacob Viller, di Porgach di Laubach (Krain),
nato nel 1834, cattolico, celibe, beccaio; Antonius Hribar, di Penovoda di Rudolveret (Krain) (forse Rudolfswerd, Windisch Marck),
nato nel 1844, cattolico, celibe. Il 23 agosto mori poi in
Auronzo il “patrolführer”
del II Btg., II cp. Cacciatori
delle Alpi, Henricus Weinhardt, goriziano, cattolico,
celibe, sepolto pure lui a S.
Lucano il 24 agosto. Costui
era certamente uno dei 9
feriti rimasti ad Auronzo
per farsi curare.
In conclusione, anche
questa piccola indagine storica conferma come la ricerca sul terreno sia sempre, anche a distanza di
molti anni, preziosa fonte di
apprendimento, complementare e sinergica rispetto alla tradizione orale e
scritta consentendoci di
evidenziare alcuni aspetti
ancor oggi poco conosciuti,
ma pur importanti, dei fatti
accaduti.
Un particolare ringraziamento va agli amici
Giancarlo Arnoldo di Vigo, Giovanni De Lotto di
Tai e Michele Domini di
Domegge per l’aiuto determinante prestato nell’indagine.
bottoni d’uniformi austriache Palla in dotazione esercito
piemontese e pallottole
del 1866 e palle di fucile
per pistole dei volontari
austriaco Lorenz (sotto)
verso i Tre Ponti ancora
molte pallottole italiane di
varie fogge segno che i volontari erano armati con armi di diverso tipo, anche da
caccia, tra le quali spicca
una palla definita tecnicamente “oblunga a cavità
quadrangolare espansibile”
da 17 mm per carabina o fucile a retrocarica sistema
Carcano, dell’Esercito Piemontese. Di più non è stato
possibile trovare perché il
terreno è stato sconvolto
negli anni dai vari lavori per
la zona industriale, le segherie e altre attività.
Dall’altra parte della barricata, cioè quella presidiata
dalle bande armate cadorine il terreno da sondare era
molto vasto, quindi siamo
partiti ai piedi del Tudaio
scendendo verso Piniè nel
bosco del “Pegnolè” dove
sappiamo dal resoconto di
Giobatta De Podestà Bellina di Vigo, testimone dei
Lo scontro
avvenne ad
armistizio
concluso
(III Guerra
dʼindipendenza)
tra i volontari
italiani del cap.
Guarnieri e
quelli austriaci
del conte
Mensdorff-Pouilly
fatti. Egli ci racconta come
già alle 9.35 il nemico avesse iniziato ad investire massicciamente l'ala destra cadorina comandata da Vittorelli e Cellini. I nostri erano
disposti sull’argine e resistettero per 4 ore sotto un
fuoco indiavolato tanto che,
proprio al suo fianco sotto
le “plotonate” austriache,
cadde Giovanni Zandegiacomo di Auronzo.
Lo scontro si spostò poi
gradualmente più in basso,
verso “Ponteviere”, fino a
raggiungere i Tre Ponti. Ed
in effetti i terreni presso il
“Pino Solitario”, sotto Piniè
e “Ponteviere” hanno restituito numerose palle austriache, soprattutto del tipo cilindrico-ogivale a cavità triangolare espansibile
con punta piatta per fucili
da fanteria a retrocarica (o
ad ago), moschetti o pistoloni (cal.17,2 mm, lungh.
21,5 mm), a canna liscia.
Poi ancora abbiamo reperito numerose palle cal. 13,9
per carabina da tiratore
scelto ad avancarica “Jagerstutzen” mod. 1854 sistema
Wanzel o cal. 13,9 sistema
Lorenz, con canna rigata.
Sono spuntate poi pallottole
cilindriche “Nessler” con
sporgenza mammellare dell’incavo per pistola e pistoloni (cal.16,6 mm lungh.
15mm) ed infine – quasi
una sorpresa - alcune pallottole “Miniè”.
Non è stato possibile trovare altri oggetti risalenti allo scontro perché, come riferirono i testimoni, essi furono raccolti dai numerosi
curiosi che erano presenti
sui luoghi dello scontro, o
vi accorsero subito dopo..
Dall’analisi del materiale
ritrovato possiamo dire con
certezza che a Tre Ponti si
combatté uno scontro nel
quale i volontari austriaci,
oltre ad essere equipaggiati
col vecchio fucile ad avancarica “Lorenz”, utilizzaro-
no per la prima volta delle
armi moderne, a retrocarica, con cartucce di carta, i
così detti “fucili ad ago” derivati dai modelli Dreyse e
Chassepot, di produzione
rispettivamente prussiana e
francese. Si trattava di armi
molto più precise e micidiali, rispetto alle nostre, che
permettevano tiri più lunghi, (m 1200-1400) con cadenza maggiore. Non ci
possiamo meravigliare dunque se il De Podestà raccontò d’aver avuto la giacca
ed il cappello traforati da
colpi esplosi dagli austriaci
a circa 400-500 metri di distanza.
Ma un ulteriore fatto importante va sottolineato,
con queste armi si utilizzò
la polvere antifumo, da poco inventata, proprio per
permettere di mantenere libera la visuale del campo di
tiro dopo ogni “plotonata”.
Infatti con la vecchia polvere nera si dovevano attendere diversi minuti prima che
il fumo si diradasse per poter individuare nuovamente
il bersaglio e fare ancora
fuoco.
Come abbiamo visto, furono anche usate le famigerate pallottole “Miniè”, ideate ancora nel 1855 da Claude-Etienne Miniè, già utilizzate nella guerra di Crimea
e diventate famose nella
guerra di Secessione americana, soprattutto nella battaglia di Gettisburg del
1863. Queste avevano un
diametro notevolmente più
piccolo della canna del fucile e presentavano, nella parte terminale, 2 o 3 scanalature riempite di grasso, che
all’atto dello scoppio si allargavano ed espandevano il
proiettile fino a portarlo a
contatto con la rigatura della canna, aumentando così
la pressione e al contempo
la precisione del tiro. Quando colpivano il bersaglio si
schiacciavano, frantumando le ossa e procurando ferite paurose. In più il grasso
delle scanalature era veicolo di infezione batterica e la
cancrena era garantita sulle
vittime con morte sicura o,
nei casi più fortunati, con
l’amputazione degli arti.
Il combattimento ci costò
4 morti (Antonio Genova,
Ignazio Vecellio, Romualdo
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iovan meritassimo
“
P
de S. Martin da Vigo”: così fu definito Matteo Pilotto in alcuni documenti e come tale figura
nel prezioso studio “I Pievani di Vigo” di Antonio
Ronzon. Ma a ben spulciare le carte dell’archivio
della Magnifica Comunità di Cadore e del registro
dei conti del “Comun
d’Oltrapiave” e del “Lume
di S. Orsola”, si trovano
ulteriori notizie interessanti su di lui, capaci di
rendere, dopo quasi 500
anni, il ritratto autentico
dell’uomo.
I parrocchiani lo chiamavano semplicemente
“Pre Matio” ed era figlio
dei suoi tempi, di un Cadore povero, dove “alcun
forestier non potria star
in questi monti sterilissimi et penuriosi dove si
conpra fin il sole”, di un
mondo e di un tempo che
plasmavano la popolazione rendendola dura, a
volte selvatica.
Figlio di Baldassarre fu
Bartolommeo, nacque a
Laggio, discendente di
una famiglia illustre, dalla quale si diramarono i
Pilotti di Laggio e di Vigo
e che, dopo di lui, diede
parecchi sacerdoti, fra i
quali quattro pievani e
un arcidiacono. Nel 1544
egli era cappellano di
Santa Orsola, probabilmente dopo il Pievano
Domenico Giacobbi. Figura per la prima volta come Pievano di Vigo in un
testamento del 24 gennaio 1553 ed abitava nel
casón di Santa Orsola,
forse perché la vecchia
canonica di Vigo, in legno,
era cadente.
Il Ronzon ritiene sia diventato Pievano nel 1550
13
Dalle carte dʼarchivio emerge la figura di Matteo Pilotto,
piovan meritatissimo de S. Martin da Vigo e buon diplomatico
UN PIEVANO FUORI DAGLI SCHEMI
Pre Matio divenne Pievano nel
1550, era uno dei pilastri della
comunità in cui il sacro si confondeva
col profano, e non disdegnava
dʼintrattenersi nelle osterie
Soleva dire: “alcun forestier
non potria star in questi monti
sterilissimi et penuriosi dove
si conpra fin il sole”
e la sua ipotesi è avvalorata dalla deposizione
fatta dallo stesso Pilotto
il 17 gennaio 1573 nella
causa che verteva fra Pieve e Valle per la funzione
del sabato santo, di essere cioè Pievano di Vigo da
circa 23 anni. Il 24 maggio 1574 era presente alla
riconciliazione della chiesa di Laggio fatta da
mons. Luca Bisanzio, Vescovo di Cattaro. La chiesa infatti era stata riattata dopo l'incendio del
1540 e di conseguenza riconsacrata.
Il nostro viveva coi proventi del beneficio di S.
Orsola, con le varie offerte che riceveva dalla popolazione, coi denari delle
messe, dei pellegrinaggi e
con le 14 lire che il Comune gli versava ogni anno
il 15 di agosto “per sua
mercede”. D’altra parte
era uno dei pilastri della
comunità, in cui il sacro si
fondeva col profano, dove
i ritmi della natura e del
lavoro si fondevano con la
fede e la credenza religiosa, regolando una quotidianità scandita da lavoro e preghiera. Al momento della monticazione
del bestiame, il 16 giugno
di ogni anno, egli benediceva gli animali e celebrava una S. Messa in S.
Antonio Abate. Partecipava inoltre alle varie
processioni annuali, a S.
Candido in Pusteria, alla
Madonna della Molinà, a
S. Vigilio di Vallesella, a
S. Leonardo di Grea, a S.
Giorgio a Domegge, a S.
Lucano e S. Caterina in
Auronzo, a S. Osvaldo di
Sauris, dove concelebrava la S. Messa.
Grazie alle sue conoscenze assisteva il Marigo nelle varie questioni
che interessavano la sua
comunità, come avvenuto
ad esempio il 1° luglio
1578, quando era a Pieve
per trattare con il Marigo
di Lorenzago circa un pegno fatto “soto i pradi
dantoia”, o il 31 marzo
1579, quando davanti a
un “bochal de vin” risolveva “una diferencia contra
Bastian marengon”.
O ancora il 25 febbraio
1581, quando scriveva
una lettera di raccomandazione al Marigo che doveva recarsi ad Udine da
un avvocato per una causa coi fratelli Da Ronco.
Figurava pure presente
al momento della vendita
del legname ai vari mercanti veneziani, aiutando
il Marigo nella contrattazione o per fare i conti dei
lavori boschivi, come il 28
ottobre 1578, allorché si
trovò all’osteria di Greguol de Zaneto per pagare “le carezadure de le antene” dal bosco di Tamber
fino all’altariol di Piniè.
Il Pilotto non disdegna-
IN STORIE DI PAESE Tita Menegus da Ruséco racconta
IL DUCA AMEDEO DʼAOSTA
orrevano gli anni 1936-37,
C
avrò avuto 14/15 anni. Era
piena stagione estiva, San Vito era
saturo di villeggianti, quelli di allora, quelli buoni. Io ero occupato alla
pompa di benzina e olio Shell, nel
piccolo garage di mio padre, che faceva servizio pubblico. Conoscevo
tutte le macchine, specialmente
quelle sportive: la favolosa Alfa
1750, la Bugatti, la Maserati, la
Mercedes Benz, l’Auto Union, la Jaguar e tante altre. Le vetture lussuose, come la Rolls Royce, la Isotta Fraschini, erano rare. Per la meccanica ero troppo giovane, riparavo
solo qualche gomma.
Nel pomeriggio di una calda e serena giornata arriva una bella ragazza biondina, con i calzoncini
corti, che a quei tempi erano una
rarità. Molto educatamente mi spiega che sulla strada per Cortina, a
circa 400/500 metri, erano rimasti
con la macchina in secca, cioè senza benzina. Avevo per l’occorrenza
una latta gialla e rossa, con un tubo
flessibile di ottone. Carico cinque litri e ci avviamo. L’auto ferma era
una FIAT 1500, decappottabile, tra
le prime aerodinamiche, fatta a tartaruga. Sui sedili posteriori c’erano
due bambine bionde. A lato, appoggiato al muro, attendeva un signore
distinto, molto alto. Dopo i saluti,
mi dice di essersi fermato improvvisamente, ritenendo di aver esaurita
la benzina, contro ogni previsione.
Verso i cinque litri nel serbatoio e,
pur insistendo nell’accensione, il
motore non accenna ad un minimo
scoppio. All’inizio credevo che la
donna venuta a chiamarmi fosse la
mamma delle bambine e l’uomo alto suo marito. Invece, quando parla
con lui, con tutto rispetto, lo chiama
“Altezza” (pensavo allora
che questo titolo gli si addicesse, perché era altissimo di statura, bello di
aspetto e signorile nel tratto). Noto poi che ha un’aquila tatuata sul braccio sinistro: mi pare di ricordare che quell’aquila avesse
una corona sulla testa. Sua
Altezza decide di provare
a fare il pieno, pertanto
noi tre spingiamo la macchina a cambiare direzione, per avviarci alla pompa
di benzina. La strada è
quasi tutta in leggera discesa. Fatto il pieno, il motore non si avvia. Io pensavo che se la benzina c’era,
poteva dipendere dalla
mancanza della corrente.
Per quello che capivo, lo
spinterogeno, che già c’era su quelle macchine,
sembrava a posto. Bisognava controllare il carburatore, che aveva due
spruzzatori.
Né io nè sua Altezza siamo stati in grado di fare
qualcosa. Avevamo le mani unte e nere ed abbiamo
armeggiato fino al punto
che alcuni villeggianti, incuriositi,
riconobbero il personaggio, ma
non osavano intromettersi. I meccanici del paese, compreso mio padre, erano assenti fino a sera. Nel
frattempo, le bambine si spostaro-
va dunque di intrattenersi nelle osterie del Cadore, come quelle “de Nane
da Pieve”, e soprattutto
quando era di ritorno verso casa in quella di “ser
Zorzi Barnabò a Domegie” e “ser Leo de Boneto”
a Lozzo. Amava soprattutto la buona compagnia
dei paesani davanti ad
un buon piatto ed un “bochal de vin” nelle osterie
di Vigo e Laggio.
Quando la sua amata
comunità rischiò di essere defraudata di pascoli o
boschi, ecco che intervenne con energia in sua difesa, perorando la giusta
causa presso il Vicario e il
Consiglio della Magnifica
Comunità, con l’aiuto del
Cav. Vecellio, dei Genova
e dei Bionda, mercanti di
legname, nonché dell’Ufficiale di Pieve. Così fece
pure nell’agosto del 1577,
quando i vigesi si attivarono con tutti i mezzi (legali e non) contro il Consiglio della Magnifica per
la conferma delle vizze di
Razzo e Campo o nella
vertenza per “i porti”,
quando la tensione salì
alle stelle e gli uomini di
Vigo, per intimidire il
Consiglio della Magnifica
Comunità, si presentarono a Pieve armati “de
schiopi, cortelli, spade, et
pugnali” col Pievano in
testa anche lui armato,
minacciando di fare una
strage. Una lettera anonima, conservata all’Archivio della Comunità
(Busta 119, cartella 159)
lo accusò duramente, definendolo “persona superba, arrogante, maligna,
maldicente, sediciosa, risosa, scandalosa, deshonesta et di vita cativissima… contra ogni dover, et
justitia se ingerisse in cose che a lui non apartiene
suscitando popoli a litigar contra la comunità” e
spiegando come trascurasse i suoi doveri religiosi comportandosi “come
vagabondo che attende
solamente alle conpagnie,
hora in quella taverna,
hora nel’altra a manzar
et bever”.Il nostro Pievano, evidentemente più
portato per la vita politica che per la vita religiosa, si spense all’improvviso nell'aprile 1582. Il suo
corpo fu riposto nel tumulo dei sacerdoti nella pievanale di S. Martino di
Vigo e sopra vi fu stesa
una semplice “malta”.
Walter Musizza
Giovanni De Donà
“Verso la benzina nel serbatoio della
FIAT 1500 decapottabile, ma il motore
non accenna ad un minimo scoppio”
no, assieme alla ragazza, che era la
baby sitter, sullo spiazzo erboso
della chiesa. Turisti che apparivano
di un certo rango, avvicinatisi e
chiesto al duca se avesse gradito
prendere qualcosa, fecero portare
un tè dal Caffè Cantore, che era subito dopo la chiesa. Qualche altro si
interessò per fare venire un meccanico da Cortina, che sopraggiunse
poco dopo.
(da Storie di Paese - Nov. 2011)
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14
LA
G
GRANDEZZA DEL
iuseppe De Carlo, detto
Ruoiba. è stato una famosa
guida del Cadore e, prima che l’oblio ne cancelli il ricordo anche nel
suo paese, ne parliamo sulla scorta
del suo libretto di guida. Glielo aveva rilasciato il Consorzio Nazionale
delle Guide e Portatori del C’AI di
Milano il 17 giugno 1910 e recava il
numero 14. Non c’è la fotografia,
che non si usava neppure sui passaporti, ma per identificarlo c’erano
alcuni dati. “De Carlo Giuseppe di
Antonio. nato a Calalzo i1 24 novembre 1886. residente a Calalzo,
provincia di Belluno. Altezza m.
1.78, corporatura regolare. capelli
neri, fronte regolare, sopracciglia nere, occhi neri, naso regolare, barba
nera, colorito bruno, segni particolari nessuno. Firmato GD Carlo, il
sindaco del Comune G. Vascellari, lì
25 giugno 1910”. Egli lo ha portato
nella giubba per quasi trenta anni.
Era nato nella frazione di Rizzios
e, soltanto dopo il matrimonio con
Francesca Giacobbi (1897- 1963),
aveva costruito una casa a Calalzo,
in centro, dove s’era trasferito. Ora
poteva permetterselo perché era
diventato Guida Alpina, professione di grande prestigio e di buona
entrata. Ma il primo anno era stato
qualificato solo Portatore, che significava più fatiche perché avrebbe dovuto portare fino ad un massimo di 25 chili sulla schiena, e minori soldi in tasca, così era scritto nel
suo libretto di riconoscimento personale. Le prime sette paginette
contenevano il Regolamento di 23
articoli; e naturalmente li conosceva a memoria tutti. Soprattutto il
primo che lo abilitava per i “monti
della provincia di Belluno e limitrofi”. Gli altri, per così dire, più importanti, dicevano ad esempio che
doveva: “essere provvisto di una corda di almeno 25 metri, una piccozza
e una lanterna”; che come Guida
CADORE
Giuseppe De Carlo Ruoiba
(Calalzo 1886-1963) alpino
durante la I guerra mondiale
era obbligato a portare “le provviste
del cliente e i suoi effetti fino a 7 kg.
per le escursioni difficili e fino a 12
per quelle facili” (quali erano’?). Infine la circostanza che la Guida “doveva provvedersi da sé il vitto e l’alloggio”. Spesso questo era un affare
alquanto complicato. Per dire,
quando doveva accompagnare un
cliente sulle Lavaredo, se voleva risparmiare la spesa del pernotto nel
rifugio, partiva da Calalzo all’una di
notte e risaliva a piedi la valle di Auronzo fino al rifugio dove, alle sette
del mattino, trovava il cliente pronto per l’arrampicata. Alla sera il ritorno a casa, ancora a piedi!
La prima escursione la fece il 13
giugno 1910 con Luisa e Arturo
Fanton che gli rilasciarono questa
nota. “Attestano che hanno compiuto col portatore De Carlo Giuseppe
l’ascensione del Cimòn della Froppa
in condizioni assai cattive per la
nebbia e la neve che cadde abbondantemente per limita la durata del-
Giuseppe De Carlo
di Mario Ferruccio Belli
la salita. Egli ha mostrato ottime
qualità di arrampicatore”. La seconda la compì accompagnando
sul Crìdola tre clienti, fra cui Antonio Berti, il già famoso medico e
scrittore di libri di montagna, che
così commentò “De Carlo Giuseppe
apprendista portatore promette di
diventare un ‘ottima guida”, Quell’estate con lo stesso gruppetto scalò tutte le cime delle Marmarole,
dalla Val d’Oten. L’anno seguente
veniva promosso guida. Durante il
1911 il libretto segnala due volte la
Grande di Lavaredo, tre volte i Cadini di Misurina, una la Piccola Lavaredo. Poi, facendo capo al rifugio
Tiziano, in compagnia del conte
Ludovico Nani Mocenigo, primo
segretario dell‘ambasciata di Berlino, scalò la Croda Bianca, l’Antelao, la Cima Schiavina e alcune vette delle Marmarole. Il 1912 è ancora più proficuo, giacché il lavoro lo
porta sul Cristallo da Misurina e
poi al Campanile di Montanaia.
Quando alla fine di agosto lo ingaggia per la seconda volta Antonio
Berti per alcune scalate sul gruppo
del Popèra di Comelico, sul libretto
compare questo elogio: “De Carlo è
la guida che oggi conosce meglio le
Dolomiti dei Cadore”. Anche il 1913
porta soddisfazioni e denaro. Più
volte va con clienti sulle Marmarole, dalla Croda Bianca al Cimòn
della Froppa; poi un paio di volte
sull’Antelao, una sulla Grande di
Lavaredo e due il Crìdola. Così anche nel 1914, quando fa tre volte
l’Antelao, con clienti nuovi dai quali riceve elogi. Nel gennaio 1915
compare invece una escursione invernale, l’unica, sulla Forcella Scodavacca. Poi purtroppo in tutta l’estate sale solo una volta l’Antelao.
Ormai la guerra è alle porte. De
Carlo viene richiamato con gli alpini sul fronte delle Tofane, dove passa due anni fino a Caporetto, quan-
4
GUIDA ALPINA
Bepi della Ruoiba fece di professione
la guida alpina, fra i suoi clienti
il famoso Antonio Berti
Fisico forte, andava a piedi da Calalzo
alle Tre Cime, arrampicava e tornava
do il suo reparto si sposta sul Grappa. Dalla guerra mondiale esce fortunatamente incolume, ma con poco lavoro da guida. Siccome possiede un cavallo bisogna adattarsi ai
piccoli trasporti, al legname, alla
fienagione, alle arature dei campi.
Nel 1920, il libretto torna a parlare con una salita sul Cadin di Toro
ed una sul campanile di Montanaia,
con alpinisti di Roma. Nell’anno seguente lo assume l’ingegner Gino
Ravà ancora sugli Spalti di Toro. Il
commento finale “Non ebbi che a lodarmi del De Carlo sotto ogni aspetto. E’ raccomandabile agli alpinisti
che frequentano queste belle montagne”. In seguito Ravà si sarebbe
spostato a Cortina, abbandonando
le Dolomiti del Cadore. Nel 1921
soci di Padova lo ingaggiano per
una settimana di esplorazioni dei
monti di Bolzano, da poco ritornati
italiani. Oltre alla paga gli danno in
regalo una nuova corda. Nel 1922
ricompare un Antelao, salito con
tredici alpinisti di Biella. Nel 1923
ha un solo cliente. Alfonso Vandelli, per una sola salita sul Crìdola. I
bei tempi di anteguerra sono cambiati ma pure la clientela. Infatti nel
1924 accompagna la prima cliente
donna, contessa Maria Miani, sul
campanile di Montanaia; e lei scrive: “la guida ha dimostrato tecnica e
accortezza insuperabili”. Nel 1925,
con alpinisti di Cremona, sale l’Antelao e alcune vette delle Marmaro-
le. Poi più nulla. La crisi dell’italia e
il nuovo regime caratterizzano il
tramonto. De Carlo è nel pieno delle forze e dell’abilità alpinistica ma
non ci sono clienti né cronache sul
libretto. Due turisti di Feltre compaiono nel 1927; un cliente tedesco, il primo(!) nel 1928, due nel
1929; uno che già conosciamo, Alfonso Vandelli nel 1930 per una salita del Cristallo. Egli elogia la guida “per la sua perizia e la sua prudenza”. Nel 1931 compare per l’ultima volta l’Antelao scalato con neve
fresca e insidiosa. Nel 1932 è registrata l’ultima salita della verticale
Croda Bianca. La nota è firmata dal
giovanissimo ingegnere Mario Giacobbi di Pieve (futuro costruttore
del trampolino olimpico di Cortina!) in compagnia di due suoi colleghi. Con loro compie anche due
escursioni sul Popèra, percorrendo l’ormai mitica Strada degli alpini. Le ultime salite sono datate settembre 1936. Quattro righe in tutto. “Campanile di Toro, campanile
di Montcanaia. Molto contento delle
salite e della guida. Giacomo Luis
(?) Milano “.
Giuseppe De Carlo è mancato un
giorno d’agosto del 1963. Pochi
giorni dopo lo seguiva la moglie
che, chissà quante volte, con un fondo d’ansia l’aveva visto partire a notte fonda per lontane montagne. Ma
questo non appare sul suo libretto
di guida dalla copertina consunta.
LA BANDA MUNICIPALE
S. VITO DI CADORE 1948
an Vito – Sono passati
S
cinquant'anni
dalla
morte di Gabriele De Sandre (1898-1962). Come disse il pievano, don Guglielmo
Sagui, “la scuola, l'ufficio postale, la cantoria dell'organo,
gli archivi comunali, le scansie dell'Azienda di Soggiorno, le sedi di Giunta e di
Consiglio comunale, i palchi
delle recite o piccole accademie, la stampa di propaganda e guida turistica furono
palestra delle sue fatiche, della sua genialità ed attività
appassionata”.
La foto Roma (raccolta di
Marcellino Belli Codan),
scattata nel 1948 sul piazzale stazione ferroviaria, permette di aggiungere la fon-
dazione della banda municipale, provvista degli strumenti abbandonati nell'albergo Marcora dai soldati
austriaci nel 1918, menzionata nel ritratto curato da
M. F. Belli (luglio/2004).
In piedi, da sinistra: Gelindo Martinelli Santa, Natale
Del Favero de Menin, Remo
Palatini Zotelo, Vincenzo
Menegus Tamburin, Ermenegildo Menegus Tamburin,
Battista Sala de Donin, Italo
Sala de Donin, Gabriele De
Sandre Colombo, maestro
del sodalizio, Giovanni De
Ghetto Aucel, Bortolo Da
Col Perarol, Ernesto Palatini
Zotelo, Giuseppe Fiori Monego, Giovanni Pordon Masarié, Romolo Palatini Zote-
lo, Gregorio Del Favero Fouro, Alberto Cavallini, Gioachino Menegus Spagnoleto,
Marcellino Belli Codan, Luigi Fiori Cuco, Luigi De Sandre Danel; seduti, da sini-
stra: Antonio De Vido Coleti,
Marino De Sandre Balota,
Giovanni Del Favero Mostaci, Antonio Belli Sandre de
chi de Sandre, Simeone Del
Favero Fouro, Giovanni Por-
don Pordon, Raffaele Belli
Paneto, Natale Belli Paneto,
Mario De Lotto Frances,
Giordano Fregonese, Battista Fiori Carlo
(da: Roberto Belli, Rac-
conti di un tempo, personaggi e immagini di San Vito,
Borca e Vodo di Cadore, volume primo, Print House,
Cortina 2004).
Giuseppe De Sandre
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Aprile 2012
ra il fuoco a costituire
E
uno dei motivi di maggior timore nei nostri paesi.
Le cronache cadorine dei
tempi andati abbondano di
notizie circa incendi, talora
devastanti, considerati tra le
maggiori calamità da cui
guardarsi, contando sulla
mutua solidarietà.
Valga per tutte la narrazione di quanto accadde il 14
aprile 1854 a Laggio. Ce ne
dà notizia il lorenzaghese
Fortunato Tremonti, il quale
ne ha lasciato memoria nella
suo manoscritto “Notizie storiche sul Cadore e specialmente di Lorenzago”.
Ci racconta di certo Pietro
Antonio De Sandre di Laggio, uomo assai dabbene,
che si era fatto costruire un
forno al secondo piano della
propria abitazione onde potervi confezionare il pane “a
suo talento” senza aver bisogno di attrezzature prestategli da altrui.
Correva il periodo della
Settimana Santa quando un
giorno si verificò l’irreparabile. Concluso il lavoro, di
preparazione del pane, si era
passati alla cottura, ma proprio in quella fase non ci fu la
dovuta attenzione: “gli diedero - riferisce Tremonti - legna
di più che poteva portare il
forno e, chiusa la bocca, lasciandolo solo, andarono a
15
Cronaca dʼun fatto accaduto a Laggio nel 1854
IL FORNO SʼINCENDIOʼ
E ARSE IL PAESE
I fatti sono descritti da Fortunato Tremonti
in “Notizie storiche sul Cadore... ”
Dal forno le fiamme si levarono altissime e
in poco tempo accesero le case di Laggio
dormire.” Imperdonabile imprudenza. La forza del fuoco
e del fumo fece che, essendo
il forno fresco, non poté resistere e scoppiò la parte superiore. “Le fiamme non tardarono a levarsi altissime, tanto
da raggiungere velocemente il
soffitto della casa, dove trovarono facile alimento nelle
strutture lignee. Da lì il fuoco
avanzò furioso avvolgendo la
soffitta e anche il tetto iniziò
ad ardere.”
Si sa come in tali frangenti
andavano le cose nei nostri
paesi, dove le abitazioni sorgevano l’una accanto all’altra. Ciò che accadde quella
notte a Laggio è un copione
di quanto un’infinità di volte
si era verificato in altri villaggi. L’immagine è ben resa
dal cronista, il quale spiega
che in poco tempo il fuoco
accese le case vicine, “in modo che appena ebbero tempo
di salvarsi la vita, senza poter
salvarsi che pochissimi effetti.
Il numero delle famiglie, le
disgraziate che ebbero il fuoco, sono verso cinquanta. In
così terribile incendio fu abbruciato il campanile, cadute
le campane, il tetto della chiesa. Ma in chiesa non entrò il
fuoco e fu salvato tutto ciò
ch’era dentro.”
Data la situazione quelli di
Laggio da soli non potevano
farcela ad arginare l’avanzata di un simile incendio e
non c’era che da sperare negli aiuti che potevano arrivare dai paesi vicini. Precisa
Tremonti che “ciò seguì la sera del venerdì santo, tempo in
cui le campane usano fare silenzio e qui a Lorenzago furono i primi a suonare a stor-
mo, suono tale che Lozzo e Pelos ancora non sapevano nulla del fuoco, né dov’era. Finalmente videro il fuoco a
Laggio e presero il suono delle
loro campane.
L’eco di quel che si stava verificando raggiunse pure Domegge i cui abitanti, udendo
quei lontani scampanii, si
erano chiesti che cosa stesse
accadendo. Non s’era ancora
fatto giorno che la gente si era
riversata per le contrade, ansiosa di capire dove si fosse
determinata la calamità. Per
la verità in lontananza si ve-
deva un bagliore, ma non era
chiaro se venisse da Lorenzago o Lozzo.
Ed era importante capirlo,
dato che diverse sarebbero
state le strade per arrivare
più rapidamente a portare
soccorso. Qualcuno allora
salì su un colle e fu allora
chiaro che non si trattava né
di Lorenzago né di Lozzo,
bensì di Laggio.
Fu generale la mobilitazione. Accorsero anche da Auronzo. Alla volta del paese
dell’Oltrepiave aggredito
dalle fiamme si diressero cir-
ca 2.500 persone. In quell’esercito c’erano guardie boschive e gendarmi, impegnati ad organizzare i soccorritori in modo che la loro opera si rivelasse il più possibile
efficace. Tutti fecero del loro
meglio: chi nel cercare di
contrastare l’avanzata all’incendio, chi nel tentare di
portar fuori dalle case il
maggior numero di cose sottraendole alla distruzione.
Sul posto arrivò da Auronzo il Regio Commissario
che, dopo il sopralluogo, fece di seguito una relazione
all’Imperial Regio Delegato,
Benedetto Barbaro. Questi annota il cronista - ebbe il
rapporto il sabato successivo alle ore 8 di mattina e subito fece attaccare la carrozza, deciso a verificare di persona il danno. Lo accompagnava un ingegnere con l’incarico di riprogettare senza
indugio il rifabbrico. Un
esempio di attenzione e solerzia, questo, che merita di
essere sottolineato. Il Delegato fece di più: “lasciò di
sua particolarità ai disgraziati austriache lire 150. Lasciò ordine alla Rappresentanza comunale di Vigo di fare un taglio immediato per
sussidiare la povera gente e
per la rimessa dei fabbricati.”
Bruno De Donà
Il territorio della Regola si estendeva da sotto Candide
a sud fino al torrente Digon, saliva ad est e a nord oltre
lʼantica chiesa di San Leonardo
IL LAUDO DI VODO DEL 1371
I
l Laudo è conservato
nell’archivio antico della
Magnifica Comunità di Cadore e, secondo Giovanni
Fabbiani, che lo pubblicò nel
1972/73, era stato compilato,
la prima volta, nel 1371 e poi
aggiornato nel 1568 ed infine
rivisto e tradotto in lingua
italiana nel 1776.
Nei 78 articoli che lo compongono si trovano cose riguardanti la Regola, ma anche piacevoli notizie per il
lettore odierno.
Ad esempio, nell’articolo 9
è scritto che sempre in Regola
s ‘abbia in pronto il Laudo, il
Libro delle parti e così il libro
per registrar le pene che verranno imposte a delinquenti.
Era non solo consigliato,
ma obbligatorio, prima della
riunione della Regola, avere,
da parte del Marigo, a portata di mano i tre volumi giudicati essenziali per il buon andamento della riunione della
Comunità e cioè: la pergamena del Laudo, il registro
delle deliberazioni della stessa Regola e quello in cui erano registrate e si dovevano
scrivere le eventuali pene
imposte a chi si era reso responsabile di violazioni.
Altro interessante articolo
è il numero 11: In tempo che
si entrerà in Paveone per le
radduzioni, sarà debito del sr.
Marico di far star alla porta
uno dei Saltari quale abbi ad
invigilare che non entri dentro persone ubriache, o persone che avessero meno d’anni
21.
Le riunioni pubbliche erano un evento importante, sia
perché tutti i regolieri dovevano parteciparvi, sia per gli
argomenti che venivano discussi: era quindi necessario
che lo svolgimento, che si teneva nell’edificio designato,
avesse un decorso il più tranquillo possibile: non vi potevano entrare né gli ubriachi,
i quali avrebbero creato confusione, né i minori di 21 anni i quali, considerati non
maggiorenni, non potevano
votare come le altre persone
presenti.
Singolare è il contenuto
dell’articolo 21: Resta proibito a qualunque Regoliere di
piantar Arbori d’estensione
che crescono d’altezza esorbitante vicino a frabiche (sic!)
o campi altrui in maniera tale che porti danno a confinanti, nel qual caso venendo da
dannificato fatta istanza alla
Banca, sarà preciso obbligo
della medesima di farlo incidere o fargli pagar il danno.
La proprietà privata era
salvaguardata con Leggi appropriate e soprattutto era
invalso il costume di non impoverire gli altrui beni con
l’aumentare il proprio tornaconto: una siepe poteva andar bene come segno di confine, ma bisognava tenerla in
acconcio perché non oltrepassasse la proprietà. Un albero d’altezza esorbitante non
era proprio consentito e qualora la natura avesse fatto il
suo corso ed il proprietario
non l’avesse tenuto nelle giuste dimensioni, l’Autorità poteva addivenire a due semplici conclusioni: o far tagliare
l’albero in questione, oppure
obbligare il padrone a pagare i danni al proprietario del
fondo contiguo.
Altro paragrafo degno di
menzione è il 40: ...resta proi-
bito a qualunque regoliere e
non regoliere di sbarrare archibugi o qualunque altra arma da fuoco, sì di giorno che
di notte, verso le Frabiche
(sic!)...
Questo divieto, che è da
integrarsi con le norme circa
la custodia del fuoco ed il pericolo di incendio, è quanto dovevano, tassativamente, delle norme contro il perico- re sicuri e protetti dalle frane
mai singolare se si considera fare le ispezioni per la pulizia lo degli incendi e vigilare sul- dell’Antelao.
che il costo delle munizioni dei camini con l’applicazione la Vizza sora Ciase per esseMarcello Rosina
era alquanto elevato e
queste venivano usate
solamente quando era
strettamente necessario.
Non è possibile immaginare che qualcuno andasse in giro, sparando
o con gli archibugi o con
qualsiasi altra arma da
fuoco, per le strette vie
del paese.
Strettamente collegato a quest’ultimo articolo è il numero 64: Item
sono obbligati il marico e
capi di far le solite due visite del fuoco e della Viza
due volte all’anno, una
in maggio e l’altra in ottobre unitamente alli
quattro deputati che verL’AMORE PER
NEL SEGNO
ranno d’anno in anno a
tal proposito eletti e sarà
LA PROPRIA TERRA
DELL’ ACCOGLIENZA
obbligo di detti deputati
invigilare sopra la viza
acciò non venghi dannegIl dolce di produzione propria, la ricerca esclusiva di nuove mète
giata e venendo dannegdel gusto. Prodotti che coniugano esperienza e innovazione
giata doveranno dar noconfezionati
artigianalmente per ritrovare i sapori di una volta
tizia al marico.
Anche da asporto e su ordinazione
Qui si fa riferimento
agli obblighi che le AuIn un ambiente confortevole potrai trascorrere momenti
torità dovevano ottemindimenticabili
assaporando bevande di Tuo maggior gradimento
perare verso la Comunità e cioè, a maggio ed ottobre, all’inizio della belDosoledo di Comelico Superiore (BL) - Borgata” Sacco
la stagione e prima dell’arrivo del lungo perioVia Roma, 18 - Tel. 0435 68376
do invernale quando si
Per i tuoi
peccati di gola
PASTICCERIA
CAFFETTERIA
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ARCHEOLOGIA
er gli articoli pubblicaP
ti qualche settimana fa,
relativi al sito archeologico
dell’isola del Lago di Centro
Cadore, determinanti per la
nostra ricerca si sono dimostrate alcune fonti scritte, soprattutto quelle raccolte da
mons. Giuseppe Ciani nella
sua “Storia del Popolo Cadorino” del 1856. Un passo importante, nel cap. VIII, è dedicato ai castelli che sorgevano sul territorio cadorino:
anzitutto quelli di Pieve di
Cadore e Botestagno, affiancati da tutta una serie di rocche minori, come il castello
di S. Martino a Valle, la Chiusa di Venas, le torri di Domegge e Lozzo, con la “Chiusa” di Treponti, “ove l’Ansiei
si abbraccia e si mesce col
Piave, torreggiava l’ampio e
nobilissimo castello che portava il nome del luogo; io stesso
ne vidi i ruderi ora dispersi
dagli auronzani. Narrano
che d’uno munissesi pure il
Montecroce…” (pag.27).
Certo il Passo di M. Croce
Comelico è un valico importante ancora oggi e certamente lo era ancor di più nell’antichità, costituendo una
delle porte del Cadore, assieme a Cimabanche, guardata
dal castello di Botestagno, e
Misurina, difesa dalla “palata” (palizzata) difensiva in
epoca medievale.
Mossi da curiosità, ci siamo recati al Passo per verificare se davvero ci fossero
dei segni sul terreno che potessero in qualche modo avvalorare quanto scritto dal
Ciani. Effettivamente, lungo
il tratto terminale dell’antica
strada romana, la Claudia
Augusta Altinate, nel bel
mezzo del grande prato antistante gli alberghi del passo,
abbiamo rilevato un fossato
di una trentina di metri con
un terrapieno alto poco più
di un metro, che di primo acchito pensavamo essere una
trincea italiana risalente alla
Grande Guerra.
Controllando meglio il territorio con la consultazione
di alcune foto aeree in bianco e nero scattate dai ricognitori austriaci della 15a e
45a FLIK (Compagnia di Vo-
ANNO LX
Aprile 2012
Trovati resti di una fortificazione-accampamento ove
risiedeva una unità di presidio dellʼesercito romano
SEGNI DI UN “CASTRA” CON TORRI
ANGOLARI A MONTE CROCE
lo) del 1° settembre 1916 e
29 luglio 1917, ecco che il
manufatto ha iniziato a prendere una ben determinata fisionomia, qualcosa di più
complesso e consistente rispetto a quanto visibile sul
sito. Determinante è diventata a questo punto l’immagine
ingrandita che ci ha rivelato
qualcosa di inaspettato e sicuramente molto antico.
Si tratta di una struttura
quadrangolare, delle dimensioni stimate di m 60 x 60, divisa internamente in quattro
parti ed attraversata a metà
dalla strada romana che dal
Che sia questo il “castello”
di cui parla mons. Ciani?
La scoperta, se confermata,
apre a sorprese davvero
importanti e rare, visto che
il sito avrebbe mantenuto
inalterata la struttura originaria
Cadore portava in Val Pusteria. Sull’angolo occidentale
dalle linee perimetrali è evidente una sporgenza determinata da un’opera rotonda,
del diametro di circa 6 metri,
che ricorda una “caponiera”
oppure la torre di un antico
castello. L’angolo meridionale, verso il Comelico, non è
invece ben riconoscibile, in
quanto tagliato da una trincea della Grande Guerra, e
nemmeno lo è il lato nord
orientale, in quanto occupato
dall’attuale strada statale,
che peraltro lascia intravedere il tratto estremo di un’analoga struttura rotonda. Che
sia questo il “castello” di cui
parla mons. Ciani? E se lo
fosse, a quale epoca potrebbe risalire?
Secondo Sergio De Bon di
Tai, che ha definito la scoperta una vera “bomba”, siamo di fronte ai resti di una
fortificazione-accampamento (“castra”), nella quale risiedeva in forma stabile o
provvisoria un’unità di presidio dell’esercito romano. In
questo caso l’obiettivo era il
controllo in quota di un importante passo attraversato
della via Claudia Augusta Altinate, l’arteria lunga 350 miglia costruita nel 15 a.C.. Essa, tracciata da Druso Maggiore e successivamente ampliata da Claudio, univa Altino (Venezia) a S. Candido
(Littamum) nel Norico, puntando infine verso Vipiteno e
il Brennero. Una scoperta
destinata ad avvalorare ancora di più, a distanza di quasi
70 anni, la geniale acribia in-
vestigativa di suo padre, l’archeologo Alessio De Bon.
L’accampamento “semipermanente” adottato dai Romani fin dei tempi della Repubblica era l’“hiberna”, cioè
un “castra” che potesse permettere alle truppe di mantenere uno stato di occupazione e di controllo militare-amministrativo continuativo nei
territori provinciali ancora in
via di romanizzazione. Fu solo grazie ad Augusto (27 a.C.
- 14 d.C.) che si ottenne una
prima e vera riorganizzazione del sistema difensivo acquartierando in modo permanente legioni ed “auxilia”
in fortezze e forti permanenti, detti “stativa” lungo l’intero confine, il cosiddetto “limes”.
Le dimensioni assai ridotte del “castra” di M. Croce
con torri angolari farebbero
supporre che esso fosse un
“quadriburgium” o “centenarium”, databile al III secolo
d.C., cioè al periodo del tardo impero. In questi anni infatti le incursioni barbariche
in profondità si facevano
sempre più frequenti e si
rendeva necessario provvedere ad un nuovo tipo di difesa che, pur consentendo al
nemico o a bande di razziatori di muoversi liberamente,
ne impediva l’accesso ai centri importanti o ai magazzini,
dando il tempo al grosso dell’esercito di intervenire. Una
strategia perfezionata dai
successori di Diocleziano
con installazioni fisse, dotate
di migliori difese, con fossati
e torri di protezione esterna.
Un’analoga tipologia di “quadriburgium” è quella rilevata
a Qseys es Sele in Siria (G.
Cascarino, “Castra, campi e
fortezze dell’esercito romano”, Città di Castello 2010,
pag.181).
Per la costruzione di un
“castra”, di piccole o grandi
dimensioni, i romani adottavano delle regole ben precise riportate nel “De munitionibus Castrorum” (La fortificazione del campo), una specie di manuale con 58 articoli. Esso non doveva sorgere
in località sfavorevoli, chiamate “matrigne”, bensì su un
piano in leggera pendenza,
con ampia visuale, lontano
da boschi in cui i nemici potessero nascondersi o da alture da cui osservarne l’interno e sferrare un attacco.
Qualunque fosse la posizione, doveva comunque avere
un fiume o una sorgente da
un lato o dall’altro.
Per renderlo più sicuro si
scavava tutto attorno un fossato, largo almeno 5 piedi
(148 cm) e profondo 3 (89
cm), a forma di “V”, del tipo
a punta (fossa fastigata) o
“punico”, con in basso un fossetto “spezzacaviglie”. Un’ulteriore difesa era garantita
dai “cervoli”, tronchi con ramificazioni laterali, come
4
corna di cervi, utilizzati per
la prima volta da Giulio Cesare in Gallia nell’assedio di
Alesia, e i “valli”, pali appuntiti di legno duro, infissi nel
fossato. Dietro a questo si alzava il “vallum”, un terrapieno rialzato, fatto di zolle, terra, sassi, muri a secco (“agger”), largo 8 piedi e alto 6, e
su questo poteva essere eretta una palizzata (come a M.
Croce) detta “lorica” o “pluteus”.
L’accesso era garantito da
2 porte: la “decumana” sul
retro e la “praetoria” rivolta
alle provenienze nemiche.
Questa era difesa da un apparato protettivo detto “clavicola”, che limitava l’accesso
del nemico. In territorio ostile erano previste pure delle
piattaforme per macchine da
lancio, attorno alle porte,
agli angoli e sulle torri. Sul
perimetro esterno in certi
casi veniva realizzata una
specie di “campo minato”,
con la posa dei “lilia”, dei paletti acuminati in buche profonde 3 piedi.
Le torri angolari, di 6-9
metri di diametro e sporgenti dal muro per ¾, oltre che a
fini difensivi, potevano essere usate per allertamento e
segnalazione. Ci viene in
mente a questo proposito
che le torri di M. Croce sono
in linea visiva diretta con le
infrastrutture militari dell’Oltrepiave, Vigo in particolare, e la torre del “castra” di
Col Palotto, a sua volta collegata visivamente con Pieve
di Cadore. All’interno vi erano il “praetorium”, il “forum”, i magazzini e gli alloggi, in tende (“papiliones”) o
in baracche di legno.
Non ci meravigliamo dunque se una via così importante, che univa la pianura al
Norico, fosse presidiata sul
M. Croce ed a questo proposito ricordiamo come Sergio
De Bon, tempo fa, avesse
fatto eseguire degli esami al
radio carbonio di un frammento di legno della panconata di sostegno del fondo
stradale sul Passo. L’analisi
ha confermato lavori di bonifica in loco su zona paludosa
risalenti al tempo di Settimio
Severo e a ciò s’aggiunge
che alcuni anni fa nella stessa zona fu ritrovato l’ombone
di uno scudo romano.
Riteniamo che la scoperta,
se confermata da saggi di
scavo, potrebbe garantire
agli studiosi sorprese davvero importanti e rare, visto
che gran parte delle fortificazioni romane nel corso dei
secoli sono state trasformate
in castelli medievali o centri
abitati, perdendo le originali
caratteristiche. Nel nostro
caso invece il sito, come confermato dall’immagine aerea, potrebbe aver mantenuto inalterata la struttura originaria, costituendo quindi
un esempio pressoché unico
di “castra”, sulle Alpi ed in
particolare nelle Dolomiti. E
tutto ciò varrebbe anche per
il “castra” di Col Palotto, che
come quello di M. Croce, ha
avuto la fortuna di non subire nel tempo significativi
stravolgimenti.
In conclusione, le lezioni
del Ciani e del De Bon si
confermano ancor oggi valide e potrebbero assicurare
novità importanti in un futuro non troppo lontano.
Walter Musizza
Giovanni De Donà
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RACCONTO
ANNO LX
Aprile 2012
RACCONTO
di Pietro Boninsegna
roprio il giorno in cui per i
P
ristoranti è diventato obbligatorio emettere la ricevuta fiscale mi trovavo casualmente a Pieve
di Cadore. Ero assieme all'amico
Franco, incontrato come al solito
di buon mattino al bar della rotonda di Marghera: lui proveniente
da Padova ed io dalla Romea. Pochi minuti per cappuccino, brioche ed una sbirciata ai titoli del
Gazzettino e via con una sola auto
lungo la tangenziale felici di trascorrere una giornata diversa dalle solite tra le amate montagne.
Era sempre un piacere viaggiare
in macchina con Franco che parlava con entusiasmo dei suoi progetti coinvolgendomi con il suo
ottimismo. Quella mattina mi raccontava come avrebbe fatto la sua
casetta, se avessimo avuto la fortuna di trovare da qualche parte
un fazzoletto di terra. Anche presumendo che alla sera saremmo
tornati con le pive nel sacco, continuava a compiacersi nel descrivere nei minimi particolari quello
che avrebbe desiderato. Io lo
ascoltavo volentieri assecondandolo e così percorrevo chilometri
e chilometri senza rendermi conto
di averli fatti. La casa, quasi tutta
di legno e con le camere da letto
direttamente sotto il tetto, doveva
essere interamente sviluppata attorno ad un grande camino. La immaginavamo rustica e senza fronzoli particolari, il più possibile assomigliante ai piccoli tabià cadorini sui quali avevamo lasciato gli
occhi.
Anche quella volta era stato Romano che ci aveva avvisato di avere un'occasione proprio per noi.
Ci attendeva puntuale al bar di Tai
per accompagnarci a vedere nelle
vicinanze un terreno, a suo dire
meraviglioso, che vendevano però
a peso d'oro. Non era proprio
quello che cercavamo. In breve
dopo aver pregato Romano di insistere nella ricerca ed averlo salutato ci trovammo a bighellonare
tra le auto usate in mostra nel
grande spiazzo della strada per
Nebbiù e come sempre finimmo
nella zona delle fuoristrada alla ricerca di qualche buona offerta.
Ecco, questa mi piacerebbe! - diceva Franco girando attorno ad
una Defender - non scarterei però
neanche quella piccola Suzuki...quel pikup sarebbe però l'idea-
DA OLIVO, AL FORTE COLLE VACCHER
Olivo ci guardò facendo un
cenno di non curarsi delle
tracce che avremmo lasciato
per terra, un poʼ seccato di
vedere dei clienti così presto.
“Non avevo voglia
di lavorare oggi - disse ho solo dei funghi e alcune
salsicce... lasciate fare a me...
qualche cosa mangerete
lo stesso.”
le per tutto quello che devo trasportare... quella lì poi, che assomiglia ad una che vedo spesso in
giro per Tai, farebbe proprio il comodo mio. Anche se è scoperta e
di bagagli ne porta pochi ci sarei
sopra in tutte le stagioni.
Di solito, durante quelle brevi
visite a Pieve, mangiavo poco per
non correre il rischio di addormentarmi nel monotono viaggio
di ritorno in autostrada e costringevo allora Franco, che non aveva
problemi perché non guidava, a
piccoli rapidi spuntini in qualche
bar. Quella volta invece, sarà stata
l’aria pulita e fresca o la camminata in salita che facemmo per raggiungere il terreno in vendita, ci
venne una fame tale che decidemmo di andare a mangiare in qualche posto caratteristico.
Perché non andiamo al Forte? –
propose Franco che non vedeva
l'ora di parlare con lo strano personaggio che conduceva il ristorante e che possedeva la macchina scoperta dei suoi sogni – dicono che cucina alla casalinga e che
si spende poco.
Anche se era ancora presto mancavano alcuni minuti a mezzogiorno - ci avviammo di buon passo verso il parcheggio. Camminando pregustavamo quello che
avremmo mangiato da quel tipo
che spesso vedevamo per le strade alla guida della fuoristrada scoperta che tanto piaceva al mio
amico. Barba incolta, capelli sempre ordinatamente spettinati, giacca militare, pantaloni mimetici alla
zuava con calzettoni pesanti e
scarponi invernali. Non sembrava
proprio un ristoratore né tanto
OTELLO
olti anni fa noi bambine
M
andavamo dal parrucchiere che si chiamava Otello.
L’entrata era caratterizzata da
doppie porticine verdi. Una volta entrate sentivamo un profumo particolare composto da
lacca per capelli e borotalco.
Bondì Otello! Son vigneste par
taiase ‘n tin i ciavei” dicevamo.
Otello si trovava di fianco alla
poltrona centrale mentre terminava il lavoro su di una persona
del paese, noi restavamo in attesa che ci invitasse a sederci.
Notai che la poltrona era molto
alta e inoltre Otello aggiungeva
un ulteriore cuscino verde.
Otello disse: “a chi taione prima?”, “Io!” risposi. Mi aiutò a
sedermi, vedevo la mia figura
riflessa nello specchio; ero impressionata dalla mia altezza su
quella poltrona, quasi fossi una
regina. E dopo pochi attimi mi
sentii avvolgere da una mantella enorme, fredda e un po’ pe-
17
sante. Lui usava diverse forbici
e rasoi. Mi domandai quale
avrebbe utilizzato per tagliarmi
un po’ i capelli. Osservavo intensamente come si spostava
prima su un fianco, poi sul altro
mentre premeva con le dita sulla mia fronte per farmi stare ferma. Lo fissai con stupore finché
non sentii che tagliò la prima
ciocca di capelli. Nel silenzio
c’era il suono costante delle forbici di metallo che Otello apriva
e chiudeva in continuazione.
Terminato il lavoro di Otello
e delle sue forbici su di me e
sulle mie amiche, guardandoci
allo specchio potevamo constatare che eravamo cambiate. Ancora mi sembra di vederlo avvicinarsi a noi tenendo in mano
un pennello bianco colmo di borotalco che passava sulla nostra
nuca per regalarci un tocco di
profumo.
Giuseppina De Vidal
meno un cuoco, ma io e Franco
non abbiamo mai badato a certe
sottigliezze. Ci bastava mangiare
bene.
Nel bosco di Tai era stato costruito alla fine dell'ottocento un
grande forte per difendere il Cadore da truppe provenienti da
Cortina. Con le altre due fortificazioni, Monte Rico e Batteria Castello, costituiva il Campo trincerato di Pieve di Cadore, forse una
delle ultime opere militari di vecchia concezione costruite dall'Italia. Il possente Forte Vaccher, la
nostra meta, che per la sua distanza dal fronte non svolse mai il
compito per il quale era stato costruito, venne nel tempo variamente utilizzato e da ultimo trasformato addirittura in ristorante
bar.
Percorrendo la bella strada tra
abeti, larici e prati arrivammo in
breve tempo allo spiazzo di fronte
all'entrata. Il forte era in uno stato
pietoso. Impressionante, comunque, per le proporzioni e per la robustezza delle sue opere murarie.
Varie parti della costruzione portavano i segni di demolizioni e di
crolli. Erba, diversi cespugli, pini
mughi e qualche abete crescevano addirittura sulla sua copertura.
Tutto attorno i segni del degrado
e dell'abbandono. Nessuno avrebbe immaginato che dentro ci fosse
un ristorante. Attraversammo un
ponte che scavalcava il fossato che
circondava la fortificazione e passammo sotto l'arco dell'ingresso
principale riportante la grande
scritta "Forte Colle Vaccher".
Lasciato l'atrio, appena dentro
scorgemmo il titolare che, dietro
un rustico bancone, stava lavando
dei bicchieri. Fummo sorpresi che
calzasse guanti di gomma e stesse usando del detersivo al limone.
L'ambiente era saturo di odori diversi, ma sovrastava tutti gli altri
Dopo un assaggio dubbioso
divorammo una minestra
di fagioli squisita, salsicce,
funghi e polenta abbrustolita,
non la solita grappa
al barancio ma
uno strizzabudelle che si
adattava perfettamente
allʼambiente e
al simpatico personaggio.
quello di cose vecchie. Il pavimento era stato lavato da poco ed era
ancora umido. Ci guardò facendo
cenno di non curarsi delle tracce
che avremmo lasciato per terra,
un po' seccato di vedere dei clienti
così presto. Poi, dopo averci scrutati con attenzione ed aver capito
dalle nostre facce che si trattava di
buoni diavoli disse: se volete lo
scontrino fiscale è meglio che ve
ne andiate… quella è la porta…
Alla nostra risata di risposta al
suo secco benvenuto cambiò
espressione, ci venne incontro
asciugandosi le mani su qualcosa
che teneva alla cintola e ci offrì da
bere. Si rifiutò di servire una cedrata chiesta da Franco dicendo
che non era bevanda per il suo ristorante e versò del vino rosso in
bicchieri bassi da osteria. Facendo i complimenti per il vino e per
la fantasia usata per arredare l'ambiente, ridemmo assieme per un
bel po’ discutendo sulla scelta del
governo che pensava di far pagare
le tasse a ristoranti e pizzerie con
lo stratagemma dello scontrino.
Ci fece sedere attorno ad un piccolo tavolo quadrato già apparecchiato in una specie di separé sotto una grande finestra. “Non avevo intenzione di lavorare oggi perché non ho trovato il tempo di andare a ritirare il blocchetto con le
ricevute... ho solo dei funghi ed alcune salsicce... lasciate fare a
me... qualche cosa mangerete lo
stesso.”
Non vedemmo inservienti o camerieri, sembrava che fosse solo
in cucina. Dopo pochi minuti ci
raggiunse con un vassoio di incerto colore su cui erano posati due
tegamini di alluminio fumanti che
all’esterno erano tutti neri di fuliggine. Dopo un assaggio dubbioso
divorammo una minestra di fagioli
squisita. Sul fondo era attaccata,
forse perché non era stata mesco-
lata, ma il leggero odorino di fumo
che aveva preso la pasta fece mugolare di piacere Franco.
Buona vero? – disse mentre veniva per portar via i piatti che non
avevamo ancora finito di spazzolare. Intanto aveva posato su di un
tavolo vicino due tegami un po’
più grandi con il secondo: salsicce, funghi e polenta. Questa era
stata abbrustolita sopra una graticola ed un piccolo tizzone, che vi
si era attaccato, ardeva ancora. Si
fermò accanto a noi per vedere la
nostra faccia mentre gustavamo la
salsiccia e per capire se ci eravamo accorti che i funghi erano quasi tutti porcini.
Lo invitammo a sedere a tavola
con noi ed egli, dato che eravamo i
soli clienti, non se lo fece dire due
volte. Prese da un tavolo vicino un
bicchiere e cominciò a bere il nostro vino. Franco, che non vedeva
l'ora di averlo vicino, gli chiese dove avesse trovato la sua bella fuori
strada e se gliela vendeva. Dallo
sguardo che gli lanciò capimmo
che gli avrebbe ceduto piuttosto il
ristorante.
Non ci fece il conto e non ci
chiese soldi quando ci alzammo
andando verso la cassa. Deponemmo sul banco, una alla volta,
delle banconote che intascò quando raggiunsero la cifra che ritenne
giusta. Ci offrì allora una grappa
che versò da una bottiglia che doveva avere cento anni. Non era la
solita grappa al barancio, era uno
strizzabudelle che si adattava perfettamente al simpatico personaggio ed all'ambiente.
Quella volta, nel viaggio di ritorno a casa, faticai a tenere ben
aperti gli occhi, nonostante Franco continuasse entusiasta a parlarmi di camini accesi, di tabià e di
fuoristrada.
Pietro Boninsegna
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LIBRI - TEATRO
ANNO LX
Aprile 2012
Simonetta Cancian
PIETRE VIVE
ONDE NUOVE
ssere donna non è un dato na“
E
turale, ma il risultato di una
storia. Non c'è un destino biologico e psicologico che definisce la donna in quanto
tale. Tale destino è la conseguenza della
storia della civiltà, e per ogni donna la
storia della sua vita”. Lo ha detto Simone de Beauvoir, la scrittrice del Secondo sesso, e le “Onde nuove” di Simonetta Cancian ce ne riportano ora
il suono e il senso, a ricordarci di
quanto, delle grandi movimentazioni
femminili del passato, abbia spesso
solo sfiorato, nell'ombra opaca di culture ancestrali, le vite delle donne rimaste di quelle culture ancora prigioniere. L'uomo, certo, ma non sempre:
può essere un amore sbagliato, può
essere la soffocazione di un egoismo
materno o di una tirannia patriarcale.
Simonetta scrive e pubblica libri, insegna, collabora al nostro mensile, ma
è soprattutto lo studio dell'anima il
suo background di formazione: lo si
capirebbe – anche se non lo rivelassero le sue note – solo a leggere questo
suo ultimo romanzo, che forse è piuttosto un saggio in cui la letteratura incrocia la scienza e una scrittura stilisticamente prosciugata racconta le vicende esemplari di quattro donne che
si ritrovano “in un locale senza grandi
pretese, però grazioso”, per una serata “inventata” - l'espediente narrativo
Le cappelle di Ampezzo
Storie di donne, storie
diverse, accomunate
nella capacità di
riprendersi la vita
e ricominciare, più forti
è antico – in cui parlare di sé e, in una
sorta di seduta psicanalitica, riprendere tra le pieghe dei ricordi i fili scoloriti di esistenze bloccate, che solo lo
scatto di una nuova autocoscienza era
riuscito a liberare. Carola, Marina, Teresa, Giovanna, storie diverse nelle
circostanze ma accomunate nella capacità di riprendersi la vita e ricominciare, perché ogni resa non sia l'ultima, così come non è mai l'ultima l'onda brechtiana del fiume che scorre
sul piede. “Occorre prendere le distanze – afferma Giovanna – per tornare a
volare. Disfarsi del passato, quale che
sia”. E ancora: “dobbiamo constatare
che la vita non è tenera con nessuno,
ancor meno con noi donne. Però...” Eccola, la piccola parola di una grande
diversità, l'avvertimento di essere,
nonostante tutto, le più forti. Quanto
agli uomini, “li amiamo alla follia, ma
una volta realizzato che non ne vale la
pena, siamo capaci di mandarli affan...”; in effetti, a parte Luciano, mu-
sistevano già strumenti,
E
di pari o diverso formato, dedicati alla ventina, fra
ratore gentile e comprensivo, l'uomo non fa una gran figura: amante ritmico e raggelato, marito
distratto, medico predicante o patriarca irremovibile, resta comunque arretrato rispetto il piano del racconto, incentrato diversamente su di lei. Vite
in salita che hanno infine vinto la pendenza: la felicità di Teresa nella sua
nuova casa e i figli agli studi, Carola figlia liberata, Marina uscita dal torpore
dei sensi, e Giovanna, i vini come gli
uomini, un doppio amore che le ha insaporito la vita. Alla fine sono diventate amiche e si ritroveranno. Ma intanto è arrivato il tempo di sorridere.
Ennio Rossignoli
L’attore Cipiciani chiude la stagione a AURONZO DI SCENA
piccoli e grandi sacelli e chiese; ma questa guida delle Cappelle di Ampezzo li batte tutti
oltre che per la bellezza formale e l’agilità dei testi, soprattutto per la varietà degli
autori, che sono: Emilio Bassanin, Mario Ferruccio Belli, Paolo Giacomel, Agostino Hirschtein, Ernesto Majoni e Roberto Pappacena.
Ben sei! coordinati dalla dott.
Angela Alberti Menardi.
Il lavoro è rivolto soprattutto ai turisti cui la fretta impedisce spesso ogni approfondimento. Quanto al contenuto,
pur nella concisione dei testi,
abbondano le curiosità accanto alle informazioni storiche.
Si va dalla gloriosa chiesa dei
santi Nicolò, Antonio e Biagio
di Ospitale, costruita dalla comunità d’ Ampezzo nel 1226
(dunque fra le più antiche della diocesi di Belluno – Feltre!);
alle cappelle sui passi dolomitici del Falzarego e Tre Croci.
Si va da San Rocco di Zuel, ricco di affreschi del Pescoller,
costruito in tempi di peste nel
1600; alla chiesa gentilizia della SS Trinità a Majon, della famiglia de Zanna, che vanta
“RICORDI CON GUERRA”
n "fascista piccolo piccolo" è il
U
protagonista del racconto di
guerra che in poco più di 50 minuti narra la storia di Pompilio. Perugino, venuto dalla campagna, dal cuore
generoso e grande, costretto in un
nome scelto dal padre, ma sbeffeggiato da tutti: Pompilio. Nell'Italia degli anni Quaranta il giovane ragazzo,
figlio di un mezzadro, odia la terra e
il mestiere del contadino; decide così
di mettersi dalla parte delle divise e
dell'autorità. Scelta di comodo, visto
che da quel momento il padre verrà
trattato meglio dal padrone e lui stesso non verrà più deriso. Ma durerà
poco. Quel ruolo diventa presto troppo grande per lui e finirà per dargli
un destino tragico quando accecato
dal "potere" uccide una donna per futili motivi. Braccato sia dai fascisti
che dai partigiani, finisce la sua corsa
in un campo minato, su quella terra
tanto odiata, ma che in fondo."è la
sua terra".
Stefano Cipiciani su un praticabile
di legno 2x2 sopra il palcoscenico,
porta così un personaggio costruito
con grande cura, raccontato più nella
4
sua dimensione umana che storicopolitica: da qui i tratti essenziali di
una vita scandita dalla gioventù in
paese con ragazze troppo esigenti,
dalla conquista di Matilde che aveva il marito al fronte, dalla morte di
un amico a causa di una uscita incosciente, incuranti del coprifuoco, dalla scelta di una guerra che non
gli appartiene ed è lontana dalla sua
gente. Una prova d'attore di grandissima intensità, con Cipiciani che sul
palcoscenico balla, si lancia, corre,
sconfinando perfino in platea. Nell'ultima scena, dopo una svestizione che
rappresenta il suo corpo dilaniato dalla mina, quasi incredulo per una vita che non doveva finire in quel modo, chiude con una plastica verticale
sulle note malinconiche del canto "alla mia terra" Nato per un progetto
messo in scena da Marco Baliani tra
il 1989 e il 1990 ("Cor vi di luna" e
"D'acqua la luna"), il personaggio di Pompilio faceva parte di una galleria di storie sulla Resistenza
che traevano
spunto da testi
di Italo Calvino
e di Beppe Fenoglio.
Con questo
spettacolo si è
chiusa la stagione
20112012 di "Auronzo di scena",
proposta dall'Amministrazione comunale
in collaborazione con Tib Teatro, che ha raccolto notevoli
consensi grazie
alle molteplici
proposte culturali allargate
anche a scuole
e famiglie.
Livio
Olivotto
(forse) un Palma il Giovane; a
Sant’Antonio di Chiave che i
bombardamenti francesi del
1809 semidistrussero, ma che
conserva ancora altari provenienti dalla parrocchiale; al
santuario della Madonna della
Salute, bianco sulla collina di
Cadìn; al piccolo San Francesco del Trecento, di proprietà
dei Constantini, con interessanti lacerti di un’Ultima Cena. Poi si parla della chiesetta
di Santa Caterina di Alessandria, cannoneggiata nel 1809;
ancora, della Madonna della
Difesa, ricostruita sulla vecchia chiesa gotica del Quattrocento dal parroco Francesco
Caldara. Per finire con la Basilica Minore dei santi patroni,
opera di artisti di frontiera fra
il mondo tedesco e quello veneto, fra il patriarcato di Aquileia e la diocesi principesca di
Bressanone. E così via.
A rendere accattivante il volume di 126 pagine contribuiscono infine le tantissime fotografie che attraggono di primo
acchito l’occhio del lettore. Il
volumetto, curato in maniera
egregia da Roberto Belli della
Print House di Pian da lago, è
edito dalla Cooperativa di Cortina, nella serie dedicata alle
guide.
( Red )
Pregievole
lavoro edito
dalla
Cooperativa
di Cortina
come guida
tascabile delle
sue chiese
In vendita al prezzo
di 8 euro presso
il book shop
della Cooperativa
Alberto Ghelli
NEL BOSCO DI-ABETE
n coraggioso e geneU
roso racconto di una
esperienza vissuta sulla propria pelle: il diabete. Una
nuova vita, la paura, le difficoltà, lo sconforto di fronte
ad un "fulmine a ciel sereno", inaspettato. Alberto
Ghelli si mette a nudo e scrive la sua storia, una storia a
lieto fine. Un grande esempio per i diabetici e non solo.
Un incontro con un dottore
che gli consiglia attività fisica
segna la svolta. Dopo diversi
approcci arriva al podismo,
corre sempre di più fino a
raggiungere risultati eccellenti, con lo stupore di tutti,
dottori compresi. Fa tutte le
maratone possibili, anche la
"100 Km del Passatore". E
vince pure la sfida più grande: il Kilimanjaro.
Il libro si rivolge ai diabetici e non, in un modo diverso,
con linguaggio semplice e di
facile lettura con l'intento di
fare comprendere a coloro
che quotidianamente si devono rapportare con il "problema" che è sbagliato continuare dire "non posso perchè sono diabetico". E' un
racconto molto coinvolgente, dove vengono descritte situazioni simpatiche e divertenti che possono soddisfare
qualsiasi lettore.
Alberto Ghelli è nato
a Portomaggiore (FE) nel
1947. All'età di 27 anni gli è
stato diagnosticato il diabete
e su consiglio dei medici diabetologi di Ferrara, per superare il problema, ha scoperto
il potere terapeutico dello
sport. Da allora assieme all'A.N.I.A.D. (Associazione
Nazionale Italiana Atleti Diabetici) si impegna a cancellare il pregiudizio che vede
preclusa al diabetico l'attività
fisica.
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OLGA RIVA
CREATIVITAʼ DELLO
AL MUSEO ALGUDNEI CON SGUARDO FOTOGRAFICO
MASCARADA D SANTA PLONIA F
l museo Algudnei ha
I
aperto i suoi spazi anche alla pittura, ospitando i
dipinti di Olga Riva sul tema della “mascarada d Santa Plonia”. La pittrice di
Sappada, ma legata al Comelico per nascita e linguaggio ladino, ha caratterizzato molte sue opere con
i simboli e le immagini del
carnevale. Vivendo entrambe le manifestazioni dell'antico rito del mascherarsi,
quella comeliana caratterizzata dal Matazin e quella
sappadina, su cui si impone
l'inquietante Rollate, Olga
Riva ha attribuito a queste
manifestazioni dell'allegria
popolare anche la espressività di molte situazioni di vita e particolarità paesaggistiche legate al periodo invernale. Tanti suoi quadri
(basti ricordare le due opere di notevole dimensione
rispettivamente in sala consiliare della Comunità
Montana a Santo Stefano e
in municipio di Sappada)
raffigurano situazioni e maschere tipiche, ma il lavoro
svolto nei mesi scorsi dalla
Riva specificamente per il
carnevale di Comelico Superiore propone con una
accurata indagine personaggi, maschere, particolari ambientali della "mascarada d Santa Plonia de Dudlè", la festa popolare più
sentita e più rispettata nella
scadenza di tutte le altre
manifestazioni. Colori e decorazioni ispirate alla "calota" del Matazin, l'arte povera delle Matazere, i partico-
Collocati allʼingresso del Museo,
i quadri di Olga descrivono con
puntigliosa precisione
la tradizione a Dosoledo
lari e le scene di
un giorno di festa unico nella
tradizione della
vallata del Comelico.
Collocati all'ingresso del Museo
Algudnei,
proprio accanto
alla sezione dello
stesso museo dedicato al carnevale di Comelico
Superiore, i quadri di Olga Riva
hanno descritto
con precisione puntigliosa,
come è abitudine dell’arti- del paese di Dosoledo.
Lucio Eicher Clere
sta, i vari momenti della tradizionale uscita in maschera per le strade e la piazza
rancesca Casanova
coltiva da qualche
F
anno la passione per la fo-
tografia. Avvicinatasi al
maestro del bianco-nero
Vito Vecellio, ha sperimentato con l'obiettivo gli
spazi e le possibilità di fissare i contrasti di luce,
che questa affascinante
tecnica offre. I suoi scatti
si sono arricchiti e perfezionati, diventando momenti espositivi nella rassegna d'arte estiva "Lorenzago Aperta", dove
Francesca dedica anche
molto tempo all'organizzazione. Originaria di Campolongo, ora risiede ad
Auronzo, dove lavora e si
dedica alla creatività dello
sguardo fotografico. Recentemente ha avuto l'opportunità di partecipare,
unica artista bellunese,
nella mostra d'arte "Dimensione Femminile",
che si è tenuta dal 16 al 31
marzo a Villa Erizzo di
Mestre. Le fotografie in
bianconero della Casanova sono state inserite insieme alle sculture ed alle
opere pittoriche di Kuihee
Jeon, Antonella Bottacin,
Chiara Annibale e Marzia
Dal Gesso.
Artiste provenienti da
differenti ambienti ed
esperienze artistiche con
in comune l’amore per ciò
che fanno, l’impegno e la
convinzione che l’Arte sia
linguaggio
universale,
chiaro anche per chi appartiene ad altre dimensioni. In conclusione della
Gli scatti
di
Francesca
Casanova
sono
diventati
momenti
espositivi
Sue foto
alla
importante
mostra
dʼarte
di Mestre
Dimensione
femminile
mostra, che ha sucitato interesse nei numerosi visitatori, a
questo quintetto si è
aggiunta Giorgia Pollastri e “Il gruppo poesia
comunità di Mestre” che
presenterà la sua opera
poetica "dimensione letteraria".
Per Francesca Casanova una esperienza densa
di stimoli, che metterà a
Adriano Cereser
LA MAGICA TERRA DEI NAIVES CROATI
uesto libro non vuole essere
Q
un saggio accademico sull’arte naive croata, ma il frutto di
una grande passione personale
che ha dato come risultato una
ricca testimonianza fotografica
dei luoghi e delle opere di alcuni
dei migliori artisti naive croati,
per far meglio comprendere la relazione ambientale da cui sono
nati. Così l’autore Adriano Cereser introduce il libro che vede anche la partecipazione per la parte
fotografica del “nostro artista”
Vito Vecellio.
Cereser è un piccolo imprenditore artigiano della provincia di
Venezia con la grande passione
della pittura naive croata della
quale conosce personalmente
quasi tutti i più grandi artisti. Di
qui l’idea di raccontare gli artistipittori-contadini crati della Podravina che trovano nella natura i
motivi ispiratori della loro arte.
Ricca testimonianza fotografica che
racconta la Podravina e gli artisti-pittoricontadini naives croati
Foto bianco-nero di Vito Vecellio
Pagg. 312, foto bianco
e nero 132, riproduzioni di opere a colori
96, prezzo 38 euro
Info:
[email protected]
In quel loro territorio così bello e - racconta Adriano Cereser - potecosì imponente, aspro e misterioso, che incide profondamente nel
destino di chi vi nasce, c’è una
magia - sottolinea Cereser - che
comunica una pace interiore, anche se solo per pochi minuti, a
quanti ammirano le opere più sincere e vere di questi artisti. Un
angolo di paradiso perduto, ritrovato, necessario per sopravvivere
in questo nostro tempo.
Per la parte fotografica del libro l’autore aveva bisogno di un
grande “naif”, nel senso di genuino-ingenuo oltre che grande professionista. Solo una persona così
va fornirmi le foto piene di energia e di calore che andavo cercando. E scelse, naturalmente Vito
Vecellio. Un incontro casuale,
magico come la terra cadorina
dalla quale Vecellio proviene, e
che ha molte analogie con la Podravina. Dopo qualche reciproca
“annusata” l’iniziale collaborazione è sfociata in unià d’intenti e
di comune visione, sempre nel rispetto delle nostre diversità.
Un libro da sfogliare con curiosità per trovare, dentro le foto e i
magici vetri croati, quelle stesse
pulsazioni di vita.
Red
frutto in altri lavori in preparazione per la prossima
edizione di "Lorenzago
Aperta", quest'anno in
nuova veste e diverso periodo estivo.
Lucio Eicher Clere
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Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
STAGION DE NOTA: L’AISUDA
I
LIBRO POCO ONESTO SU LA STORIA
DI LADINS DLE DOLOMITI
a storia di Ladins dle DoL
lomiti taca da cuön ch i
omin inà podù stablisse in maniöra stabile cassù zle valade e
zi costogn de ste monte. Ma
par ciamasse Ladins, pitosto
che Badiotes, Gardeneres o
Fassögn, Fodom e Anpezane,
inà toció spité zi ultme ane dl
Otzento, cuön ch avee tacó a
nasse i movimöinte dl indipendenza zal grön missiot d popui
ch inera zal inpero di Asburgo
e nascuance inteletuai dle valade d Badia e Gardena à tacó a
sofié sote aped la so dente, ch
löre ne n era ne taliane ne todösse ma Ladins. Na storia ch
inà avù un seguito e picsöia s é
rinforzada sote al Fascismo,
cuön ch Mussolini e i soi avee
zarcó da soprime ogni minoranza ch volee desfranziesse.
Dopo dla segonda guera
mondial, col riconossimöinto
dla minoranza todössa dal Sud
Tirol e di so derite garantide
da l acordo De Gasperi-Gruber, anche i Ladins d Badia,
Gardena in provinzia d Bolzano e dopo d cöi d Fassa in provinzia de Trento inà avù la possibilité da otgnì diverse derite,
ch i à portade a esse la minoranza in Italia pi favorida fin a l
aprovazion dla lege 482 zal
1999, ch inà riconossù 12 minoranze storiche dinze dal Stato taliön. Sta lege inà dó la possibilité ai Comugn e dopo a le
Provinzie da stablì gno ch la
dente parla e se sente minoranza. Da inclota in provinzia del
Blun 39 Comugn inà dlibró da
esse parte dla minoranza ladina dle Dolomiti e al Consilio
provinzial, zal 2001 inà stablù
che zal teritorio dl Agordin, d
Zoldo e dal Cadore iné presente la minoranza ladina. Sti ate
comunai e provinziai iné gnude
lege dal Stato taliön, conpagn d
cöi ch inà riconossù ila minoranza todössa in Sud Tirol e cöla ladina in Badia, Gardena e
Fassa.
E alora parché zun ste valade, dopo pi de 10 ane s continua ncamò a non riconosse i
Ladins dal Veneto? Öi gnorantes o disoneste inteletualmöinte? L Istituto ladin “Micurà de
Ru”, ch inà la sede a San Martin de Tor in Badia, m à fato rivé al libro d Werner Pescosta
intitoló “Storia dei Ladini delle
Dolomiti”. Un laoro grön e
grosso, btu dinze zun 750 pagine, piön d fotografii e informaziogn su la storia di dle popolaziogn d 4 valade intorno al Sela, pi cöla d Anpezo zal teritorio
dal Cadore, da la preistoria al
dì d incöi. “Un libro ch pöda 4
chile”, inà dito con sodisfazion
un di pi rude anpezane, ch pöda la cultura un tanto al chilo.
Ma se s deve bdà la cultura col
metro dl onestà inteletual, sto
libro pöda pöco. Infate a lede al
titul gnaraa da pensà che dedinze s parle de duce i Ladins
dle Dolomiti e inveze, zle 750
pagine Werner Pescosta à btu
inze snoma notizie e fotografii
dla dente ladina dle valde intorno al Sela. Possibile che zun
duta sta bondanza d pagine
snoma calche riga ricorde i Ladins dal Veneto, e in pi co la
solta solfa che i Ladins de Blun
inà aprofitó dla lege 482 snoma
par i sode ch la fadee rivé?
Scrive Pescota a pagina 532
dal so librazo: “Lo stanziamento della cospicua somma di 20
miliardi e mezzo di vecchie lire
ha invogliato diverse comunità
a cogliere l’occasione per salvaguardare il proprio dialetto e
la propria cultura locale, dichiarandosi semplicemente
4
parte in causa”. Ma che salo
sto badiot dl inpögno e dl amor
ch inà btu inteletuai e dente dal
popul par mantgnì e salvà la so
lönga mare ladina (lönga o dialeto n fa diferenza!) zle valade
dle Dolomiti dal Veneto? Che
salo dle fadii par föi crösse la
cosenzia zal popul e dle sodisfaziogn par vöde cuanto ch l è
carsuda zun sti ane? I Ladins
dal Sela iné piöins d aroganza e
massa passude, parcheche i
voraa tgni i sode e i favores
snoma par sé. Ma iné anche
disoneste inteletualmöinte,
parcheche dopo pi de trenta
ane che zle valade dal Cadore e
dl Agordin se produs cultura
ladina e se slargia la cossenzia
da föi parte dla Ladinia dolomitica, non volöi riconosse sta
realtà iné un bruto sögno, ch
dimostra cuanto pöra e cuanto
di vista curta ch i é. Spron che
nove generaziogn d inteletuai
ladins sapia desfranziesse da
cöi che cröde ch par esse raza
pura bisogna mazà i frades ch
vö esse riconossude zi so derite da föi parte dla stössa famöia, dla stössa geografia, de
storie diverse, in zerca d un futuro duce a una.
Lucio Eicher Clere
tosate no vedèa lora
che vignese tarén,
dopo linverno così longo,
par dugà par le strade.
Era n’posto al sol, chel
neve se desfasèa prima.
Là se ciateone a dugà a la
“lasta”, co le “bàle de matòn”. Dopo calche dì gireone coi zerce, che guideone col fèr de la cosina. I èra dute de misure
diverse, anche al rumor
èra diferente, così gireone par le strente, tre quatro n’fila e faseone na bèla musica.
Presto calche vara se
liberaa dal neve e deone
là a dugà al balon, calche
dì, fin chel paron ne corèa davoi col baston, così
deone da nautra e avanti
così. Era lunico nostro
pensièr dugà! E la scola?
La roba pì antipatica che
i avèa n’ventou.
Un dei prime laore che
se fasèa era dì a slargià
grasa. Adès chel neve
era desto via se vedèa
par la campagna dute i
grume de grasa che se
avèa menou dinverno co
la lioda. Te le vare, col restèl de fèr, se slargiaa le
talpine e se portaa le père te la masièra, dopo co
la careòla se distribuia
sta corte par duta la vara
e se scominziaa a slargià
co la forcia. Anche a noi
tosate, quanche reone pì
grandute, i ne dasèa na
forcia. Era i prime laore,
i prime ciaude, e le mose, chele mose dàle da
grasa, le era a milioni.
No sèi se era la fadìa o ludor de la grasa, ma avèo
n’gropo sul stomego e
tanta fame e i domandao
al pare ogni dièse minuti
se no era n’cora medodì.
A “portà ruòi” era el
primo laoro tei ciampe,
tel piàn se portaa co la
careòla se nò co la zuièra
e se proprio era erto se
portaa su col darlìn. Era
sempre le femene che fasèa sto laoro. Prima de
sapà, anche cà, se dovèa
slargià la grasa, che concimaa la tèra e dopo con
dute l’atenzion de fèi le
righe drete, con tanta cura le betèa sote le patate,
taeade a metà. Dopo, a
periodi diverse, le semenaa el sorgo, i fasuoi, capuze, zuce, rave, carote e
vignèa de duto. La mare
avèa n’ciampo de sorgo
che la fasèa farina par duto el an e reone na bèla
famèa! Adès se lamenton
de continuo: “No e pì i
tempe de nota, no e pì le
stagion de nota, nota vignèa…”. Ma forse no è
che se desmenteòn de
semenà?
Man man chel neve se
tirou n’sù deone a curà i
colenièi e sempre pin su
fin ai tabià lassù aute. De
duoiba no era scola e dèo
su col nono n’Dopieto co
la borsa a tracòla con inte algo da magnà (pan e
formai sempre). Ogni
tanto al me fermaa co la
man: “Varda, vedesto
chela peruzola col mus’cio te bocia? La porta a
feise la coa”. Staseone là
a vardala fin che la dèa
inte pal bus de la tauta.
A metà strada se ciataa
n’bèl bosco de pezuò, la
strada là era piana e deone inte pian pian, de no
fèi rumor. Chel era el bosco de le sghirate! Le vedeone sempre anche fer-
me là sul ramo bàs de la
pianta. Prima del tabià
era duto n’bosco de faghère, era la ciasa dei
“francolìn”, che i giolaa
fora con rumor che ciapeone paura.
Co rueone su n’Dopieto el nono betèa la borsa
te cosina sempre sul steso ciòdo, el tolèa i restièi
e a mì al me dasèa chel
col manego pì curto. Daspò deone a restelà le rame chel vento avèa destacou da le piante e là,
tei solite poste distante
dal bosco, faseone la
“frata” chel nono, con mile riguardi el dasèa fuogo solo quanche era tempo da pioa e noi tosate se
godeone a sautà el fumo.
A restelà la foea sote le
bruse de nosolèra ciateone le nosele, tante
sbusade da le sorize, ma
anche de chele bone, e
che bone! Prima de vignì
do me empio la borsa de
viole che portao ai mièi
fardièi pì picioi, i le s’ciocaa dute fin chè i vignèa
i bociàs. El nono vignèa
do a ciasa pian pian, lavèa mal tei denoi. Iò disèo – vado davante – e corèo dò de corsa co la
speranza de ruà a ora a
dai doe peàde al balon.
El dì dopo, sentou te n’banco de scola, vedèo da
la finestra el bosco de le
sghirate, dei francolìn,
sentio el profumo del mus’cio, de le viole, anche el
sudor del nono, sentio, e
quanche l’urlo de la maestra me a fato girà la testa, lèi sbasada ma… èi
continuou a pensà. Anche chel dì n’voto ros!
Tita de Ina
PES MOR TE E LAGO BAS
S
to an al livel de l lago l é stou portou tanto bas che i
pes inte i é dute morte! Calchedun à dito che é stou
par la sicità, parché no pioe da tanto tenpo e ndo' i avea bisuoi de l aga, ma daspo' se à visto che l desvoitamento de
l lago l é stou programou par fei n bus nte la diga par n autra derivazion par l aga. Benon parché permetarà de giavà
fora pì energia neta da la nostra aga che belo la permete
de irigà la pianura e de dà energia idroeletrica a duto l Veneto. Manco ben par i pes che i é morte e che i é state soterade: pì o manco 120 quintai de pes morte secondo la riserva de pesca de l Centro Cadore.
Poco mal parché l'Enel à dito che rimborserà duto sto
pes ma pecà che cheste risorse leade a lo sfrutamento de
la nostra aga no vegne ricognoseste a la nostra dente come che suziede da autre parte. Penson che la provinzia de
Trento se à conprou le centrali calche an fa e par chesto l
energia fata la va a parmete a la dente che vive nte le val
desfate da le dighe de vive meo. Ca da noi no suziede così e la nostra aga vien data par un bruscol (nisun sa neanche par cuanto) a i orte de ndò e la fornise l energia a duto l Veneto senza che sea recognosesto a la dente che vive nte i paesi intorno almanco algo, visto che le val le é de
la nostra dente.
Dopo tante ane de sfrutamento de l energia de l nostro
lago dovarae ese che i comun o i consorzie de i comun tache a gestì chesta risorsa leada a la tera e chel che se guadagna servirae a chi che vive casù, come che suziede a
Trento. Daspo' che i laghe à canbiou le nostre val, à desfato paesi (penson a Valesela) non é giusto che no sea
previsto na conpensazion consistente a la dente che à
subiu tasendo chisti inter venti. Dovon domandà che na
percentual de i profite vegne dada a i comun ntorno al lago, che le rive le vegne netade e tegneste pulito, che l
energia neta che noi produson la serva anche a la nostra
dente che ades la subise la crisi de le fabriche de ociai serade. Se penson che avon l aga no podon dì de ese puarete, ma algo che chel che vien ricavou da l aga a da tornà a
la nostra dente.
Francesca Larese Filon
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PERSONAGGI D’0GGI
ANNO LX
Aprile 2012
DALLʼESPERIENZA ROMANA
sono qui per far
A PARROCO DI PERAROLO “Non
rinascere il paese, ma
tto anni a Roma, priO
ma, dall’’89 al ’93, per
studiare teologia morale e
psicologia all’università Gregoriana, successivamente,
dal 2001 al 2005, in qualità di
assistente nazionale dei giovani di Azione Cattolica. Don
Francesco Silvestri è tornato
da qualche anno nella sua
diocesi di Belluno, dove è incaricato della formazione permanente del clero e dirige l’Istituto Superiore di Scienze
Religiose. Ma, in Cadore, è
anche parroco di Perarolo.
Una molteplicità di impegni,
che non gli impedisce tuttavia
di trovare il tempo per incontrare le persone, per raccontare, con semplice e spontanea cordialità. Abbiamo parlato della sua vita e della sua
vocazione prendendo un caffè insieme, una domenica di
marzo. Primo pomeriggio,
fuori pioveva e la primavera
faticava a farsi spazio.
Don Francesco, come è
nata l’idea di farsi prete?
“La vocazione si è presentata, dapprima, come un pensiero insistente da cui non riuscivo a liberarmi. Frequentavo il
liceo scientifico a Pieve e, poco
prima della maturità, ho chiesto un colloquio con l’allora
rettore del seminario, Giuseppe Andrich, l’attuale vescovo.
Ormai il percorso appariva
avviato, non restava che comunicare la mia decisione in
famiglia. Ricordo che eravamo a tavola e che mio padre
era rimasto con il cucchiaio
sospeso a mezz’aria, per la sorpresa. Posso dire però che, doato nell’anno 2005, alla
N
morte del Beato Papa
Giovanni Paolo II, un gruppo
di giovani volontari con l’avallo del parroco di Lorenzago, don Sergio De Martin, ha
deciso di dedicare qualcosa
di tangibile alle sei presenze
papali nel piccolo paese cadorino. Lo storico edificio della
canonica, ormai in disuso da
qualche anno, era la sede più
adatta per una esposizione
permanente dedicata alla
presenza di questo illustrissimo personaggio ed è stato
restaurato per questo. L’ottocentesco edificio, costruito
con la pietra di recupero dell’abbattimento del campanile, si presenta con un grande
corridoio passante, centrale
e quattro stanze laterali, somigliante alle antiche case signorili di un tempo. Questo
palazzo è stato, per tutti i
sessant’anni di ministero,
abitazione del parroco
don Sesto Da Pra, che ha
sempre accolto il Papa
nelle sue vacanze, tanto da
po qualche perplessità iniziale, i miei genitori sono stati
contenti della mia scelta”.
In che anno è stato ordinato? “Nel 1989. Il periodo di
studio e formazione in seminario a Belluno è durato sei
anni. Un percorso molto stimolante. Il giorno dell’ordinazione, avvenuta nell’ arcidiaconale di Pieve, una conoscente ha commentato, rivolgendosi a mia madre: “Corajo, siora, pitosto che ‘l se droghe…”.
La sua famiglia è di Tai?
“Si. Io, classe 1964, sono il
quinto di sei fratelli”.
Dopo l’ordinazione, è
andato subito a Roma? “Si.
Dopo gli studi sono rientrato
in Diocesi. Ho trascorso tre
anni al Centro Papa Luciani,
come vicedirettore, e poi quattro a Santa Giustina come
cappellano. Nel 2001 sono diventato assistente dei giovani
di AC, su invio del vescovo
Vincenzo Savio, che aveva
idee molto aperte. In quel periodo, mi spostavo settimanalmente anche a Napoli, per insegnare psicologia alla facoltà
teologica dell’Italia meridionale. Sento di aver ricevuto
tanto e adesso avverto il bisogno di restituire. Un bisogno
che è anche fonte di gioia”.
Una sottolineatura importante. “Nel periodo vissuto lontano da Belluno e dal
Cadore ho incontrato tante
persone significative, ho capito soprattutto quanto sia importante lo spessore umano
nella “risposta di fede” dei singoli. A poco a poco mi sono
sentito liberato, soprattutto da
determinate idee irrealistiche.
Ad esempio quella che il prete
debba avere sempre una risposta adeguata per tutte le situazioni. O che debba risultare
simpatico a tutti”.
Parliamo di religiosità.
Anzi, di fede. Come vede
la situazione in Cadore?
“Sono diventato parroco dopo diciotto anni dall’ordinazione. È stata questa l’occasione per sperimentare un approfondimento della mia stessa fede. In un certo senso è cambiato anche il modo di pregare
e l’esperienza di “essere Chiesa” ha assunto un volto più
concreto”.
In che senso? “Ho capito
quanto sia decisivo condividere un cammino con le persone. La mia adesione a quel
Cristo che mi ha chiamato ad
essere prete sta assumendo significato in quanto si manifesta fra la gente della mia parrocchia, non in modo astratto.
Non sono lì per far rinascere il
paese, o magari perché si riempia la chiesa, ma per stare
con le persone, con quelle persone: questo è diventato per
me il valore preminente”.
Perarolo, un paese diventato un po’ marginale
dopo la costruzione del
ponte Cadore…
“È innegabile, ma è un paese che riserva tante sorprese:
tanti bambini, tante nazionalità, tanta cordialità, tanta
storia. La mancanza del traffico, poi, presenta molti vantaggi. Certo, la scomodità dei
trasporti è un handicap, ma
se si trovasse il modo di supe-
21
Don Francesco Silvestri
per stare con le persone,
con quelle persone”
“So che i giovani se
ne andranno altrove,
è importante che
portino con sé una
esperienza di Chiesa
bella e positiva”
rarlo, credo che abitare nel
Comune di Perarolo potrebbe
diventare perfino allettante!
Lì non mi sento certo sprecato, come qualcuno talvolta insinua… Qualcuno mi chiede:
come mai, dopo aver passato
tanti anni a Roma, non sei
ancora diventato monsignore? Interiormente io sorrido,
tutto sommato questa è anche
una piccola soddisfazione:
preferisco essere semplicemente parroco di Perarolo!”.
E i giovani? “So che probabilmente la maggior parte se
ne andrà altrove, soprattutto
per motivi di lavoro. Ma è importante, credo, che portino
con sé, nel corso dell’esistenza,
un’esperienza di Chiesa bella
e positiva, e mi occupo di offrire questo, come posso”.
Lei è incaricato della
formazione permanente
del clero in diocesi di Belluno. Su quali aspetti si
sofferma, in particolare,
affinché i preti siano in
grado di corrispondere alle attese dei tempi attuali?
“Cerco di offrire delle occasioni affinché noi preti impariamo a crescere su un triplice
versante: quello dell’uomo, del
cristiano e del sacerdote. È un
compito, il mio, che obbliga
ad una continua revisione. Vi
è poi la necessità costante di
maturare nella fede. Si tratta
di una crescita non scontata,
come potrebbe sembrare. Da
questo servizio ricevo molto.
Da tutti i preti. E vado sperimentando che Dio ci parla nei
modi più impensati”.
Resta essenziale, tuttavia, il problema della trasmissione della fede.
“La difficoltà delle generazioni adulte di trasmettere a
quelle successive ciò che di
buono e valido hanno trovato
si collega, anche in Cadore, a
quella che può essere definita
una situazione epocale di
emergenza educativa. Ciò vale un po’ dovunque. Ho potuto
constatare ad esempio, duran-
te un soggiorno in Thailandia, che anche nel mondo buddhista esistono difficoltà analoghe. In Cadore, poi, si aggiungono le difficoltà legate
alla povertà del territorio. A
parte la crisi occupazionale,
esiste un tessuto umano che si
va impoverendo, non solo in
termini numerici”.
Una situazione tutt’altro
che rassicurante.
“Non mi sento in grado di
dare risposte o soluzioni. Sono
tuttavia convinto che, nella vita, le cose vere finiscano per
restare. E credo anche che si
riesca a “trasmettere” solo nel
momento in cui si “vedono” le
persone. Ecco l’importanza di
costruire un tessuto comunitario, di offrire occasioni di incontro autentico, con la gratuità che diventa dono e fonte
di gioia: anche per questo ho
fiducia e credo nel valore di
essere parroco in montagna”.
Antonio Chiades
dicata alla contemplazione
con una suggestiva foto di
Papa Wojtyla aggrappato alla
croce ed una preziosa reliquia arrivata direttamente da
Cracovia. All’interno della
struttura è presente pure
una sala proiezione dove
vengono trasmessi i filmati
realizzati durante questi sei
soggiorni. Dall’anno 2007,
un locale è dedicato alla presenza di Papa Benedetto XVI
che, seguendo le orme del
suo predecessore ha voluto
trascorrere a Lorenzago circa tre settimane. In questa
stanza troviamo delle foto
scattate nel verde della natura, lo sgabello adoperato da
Papa Ratzinger per suonare
il pianoforte e l’inginocchiatoio usato durante la visita
nella chiesa parrocchiale.
Il museo è aperto nei
mesi estivi dal martedì alla
domenica, 10,30 - 12 e 17 19. In altri periodi o per prenotare delle visite telefonare al numero 043575043
in parrocchia o visitare il sito
www.museodelpapa.it
inviando un’email.
Marco D’Ambros
IL MUSEO DEL PAPA,
PERLA DI LORENZAGO
Esposizione permanente nellʼedificio ex canonica
Prossimamente sarà attivato un nuovo sito Internet
instaurare con lui un rapporto di stima e profonda amicizia ed essere nominato Monsignore durante l’Angelus a
Villetta di Mirabello. Per
questo motivo, al piano terra,
troviamo il suo ufficio con foto e ricordi di questo pastore
che ha visto le culle e le tombe di Lorenzago dall’anno
1940 al 2000 ed al piano superiore, in bellissimi mobili, sistemata tutta la sua biblioteca che, per volere testamentario, è rimasta a disposizione della Parrocchia. L’inaugurazione del museo è stata
fatta il 12 luglio 2005, in occasione della festa dei patroni, i
martiri aquilejesi Ermagora
e Fortunato, da Mons. Alber-
to Maria Careggio Vescovo
di Ventimiglia-San Remo ed
accompagnatore di Wojtyla
durante le sue escursioni in
Valle d’Aosta.
L’esposizione è caratterizzata principalmente da
foto che ritraggono il Santo
Padre in particolari momenti, ufficiali e in mezzo alla natura, arricchendosi via via
nel tempo con preziosissimi
oggetti appartenuti a Karol
Wojtyla e donati direttamente dal suo segretario particolare e cittadino onorario di
Lorenzago, Cardinale Arcivescovo di Cracovia Stanislao Dziwisz, dal Vescovo
Emerito di Belluno-Feltre
Mons. Maffeo Ducoli, dal
Commendator Camillo Cibin, già Capo della Gendarmeria Vaticana e da altri amici che hanno avuto a cuore
questa iniziativa. Tra gli articoli importanti troviamo una
veste bianca, una casula con
stemma papale, un paio delle
classiche scarpe in pelle tendente al rosso, i bastoni delle
passeggiate, la panchina utilizzata per il riposo nel bosco; ma anche oggetti donati
al Pontefice nei suoi viaggi,
tra i quali una resta di lance
che arrivano dal Burundi,
uno scudo in legno dalla Papua Nuova Guinea e un insieme di medaglie coniate in occasione dei viaggi Papali.
Commovente è la stanza de-
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SPORT
a piccola era stata indirizzata
D
verso la danza; del resto sono molti i genitori cui piace immaginarsi la loro graziosa figlioletta
con il tutù a volteggiare leggiadra
in un teatro, mentre interpreta una
delle straordinarie variazioni di balletto classico. Lei, però, non era fatta per danzare. Non era il suo mondo; il suo habitat naturale era sì caratterizzato da una ferrea disciplina
e dal concedere libero sfogo al linguaggio del corpo, ma tutto si svolgeva su un ring, il tatami, e aveva
movenze completamente differenti
dallo stare sulle punte e compiere
esercizi alla sbarra. Stiamo parlando di una delle più forti atlete juniores di karate a livello italiano, Consuelo Gaggio, 18 anni di Pelos, studentessa al quinto anno presso il liceo linguistico di Auronzo.
Consuelo, come ti sei avvicinata al karate? “Ho iniziato nel
'99, avevo sei anni. I miei volevano
farmi praticare uno sport e così mi
avevano proposto danza. Io, però,
dopo aver visto le prove di alcune ragazze, capii subito che non faceva
per me. Così mi hanno portato alla
IEFESO di Calalzo e lì mi sono innamorata del karate. Io ero l'unica
femmina del gruppo e questo mi ha
dato ancora maggior carica per intraprendere questa strada.”
Cosa ti piace del karate? “Trovo molto affascinante il fatto che
questo non sia un semplice sport,
ma un vero e proprio stile di vita
per coloro che lo praticano e così è
stato anche per me. Il karate ti insegna il rispetto nei confronti degli altri e ti istruisce sull'autocontrollo e
sull'autodifesa, cosa molto utile soprattutto per le donne. Ad oggi sono
quasi tredici anni che pratico questa disciplina e anno dopo anno
posso dire di aver accresciuto la
mia passione: grazie al karate, sono
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Aprile 2012
Consuelo Gaggio, diciottenne di Pelos, sta conseguendo
risultati importanti nel karate che pratica da quasi 13 anni
PASSIONE
DI KARATE
di Mario Da Rin
Momenti emozionanti con i tornei di cintura nera:
Consuelo ha vinto a maggio i campionati
italiani FIKTA in kumite e è arrivata seconda
in kata, mentre nel marzo scorso è arrivata
2a in kumite al Trofeo delle Regioni in Emilia
“Ringrazio i maestri Roberto e Marco Bacchilega
e in particolar modo papà Gabri e mamma Flory”
riuscita a superare alcune mie paure e sono diventata molto più sicura
di me stessa.”
Parlaci della tua carriera.
“Grazie a passione e dedizione, sono
riuscita a raggiungere precocemente diverse tappe della mia formazione. Le prime cinture le ho conquistate tutte in tempi brevi, nei tre
mesi di preparazione indispensabili
tra una e l'altra, fino arrivare alla
cintura nera, la quale richiede tempi più lunghi, ma anche in quel caso sono riuscita ad anticipare i tempi del mio esame. Molti pensano
che conquistare la cintura nera sia
il traguardo principale per uno che
fa karate in realtà non è così.”
In che senso? “E’ proprio quando diventi cintura nera che inizi a
praticare sul serio quest'arte marziale. Le fasi prima sono solo una
preparazione alla vera e propria disciplina. Ci sono dieci dan, ovvero
dieci livelli, di cintura nera, ma,
giusto per rendere l'idea, il decimo
dan, in Italia, ce l'ha solo il maestro
giapponese che ha portato il karate
nella nostra penisola, il Maestro
Shirai; io sono al secondo dan.”
Quali sono stati i momenti
più emozionanti nei tornei che
hai vissuto? “Preciso una cosa:
che mi ha fatto innamorare del karate è l'agonismo. Penso sia l'ambizione più grande per ogni sportivo,
perché vedi che tutti i tuoi sforzi e il
tuo impegno hanno dato i loro frut-
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ti e questo ti fa provare una soddisfazione indescrivibile. Per quanto
riguarda i tornei, ho iniziato molto
presto, a sette anni, con le gare provinciali. Ho fatto molti tornei negli
anni in cui mi preparavo agli esami per le varie cinture, ma i momenti più emozionanti sono arrivati con i tornei di cintura nera. In
particolare, la stagione scorsa è stata bellissima. Innanzi tutto, nell'ottobre 2010, ho vinto a Lignano Sabbiadoro i campionati italiani AICS
in kumite, che sarebbe il combattimento fra due atleti, e sono arrivata
seconda nel kata, dove invece ci si
esibisce singolarmente in alcune sequenze di mosse tecniche. Poi ho
partecipato, nel marzo 2011, in
Emilia, al Trofeo Delle Regioni, dove sono arrivata seconda in kumite
e seconda in kumite a squadre. Anche se sono arrivata seconda, questa è stata la gara che mi piaciuta
di più in assoluto della mia carriera, per le emozioni che ho provato e
per l'atmosfera in cui mi sono ritrovata. A maggio ho poi vinto i campionati italiani FIKTA in kumite e
sono arrivata seconda in kata.”
E quest'anno? “Purtroppo non
ho ancora preso parte ad una gara
in questa stagione perché mi sono
rotta un dito. Ora però mi sto preparando ai campionati italiani del 15
aprile, speriamo vadano bene.”
I programmi del futuro? “Innanzi tutto spero di ritornare in forma dopo questo infortunio, facendo
un buona gara in aprile. Il prossimo anno comincerò l'università,
ma spero di riuscire a studiare qui
vicino, in modo da poter continuare
ad allenarmi e raggiungere il mio
prossimo traguardo importante, il
terzo dan di cintura nera. Ci tengo,
per concludere, a ringraziare i miei
maestri Roberto e Marco Bacchilega; ma in particolar modo voglio
ringraziare i miei genitori, papà
Gabri e mamma Flory, senza i quali il mio sogno non sarebbe stato
possibile.”
A PADOLA, GRAN
PRIX LATTEBUSCHE
FESTA DELLO SPORT CON 700
ATLETI IN DUE GIORNI DI GARE
on si era mai vista così tanN
ta gente in Piazza San Luca. Nè si erano mai visti così tanti
bambini e ragazzi tutti assieme.
La due giorni per la 34a finale del
Gran Prix Lattebusche svoltasi il
10 e 11 marzo, è stata un successo
sotto ogni profilo, dal punto di vista tecnico-agonistico, ma anche
come esempio di ottima organizzazione di un evento molto impegnativo. L'Unione Sportiva Valpadola, con la collaborazione della
società di gestione degli impianti
di risalita, è riuscita a predisporre
delle piste di slalom assolutamente idonee per il passaggio di centinaia di concorrenti, nonostante
le temperature quasi primaverili
di iniziomarzo. Per lo sci nordico
è stato necessario andare a Passo
Monte Croce Comelico, ma la
breve trasferta non ha rappresentanto un problema.
Spettacolare è stata la cerimonia
di premiazione, apertasi con la sfilata del corteo sulla via principale,
con la partecipazione degli alpini
del Gruppo Ana di Comelico Superiore, seguiti dal gruppo folk dei
Legar con i costumi e la musica
tradizionale. Quindi la pletora di
ragazzini festanti, dagli 8 agli 11
anni, appartenenti a una settantina
di società. Sul palco predisposto in
piazza S. Luca, con il contorno di
genitori, allenatori, appassionati, il
doveroso saluto delle autorità, con
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ata da un’esigenza loN
gistica per sviluppare
le attività dell’Associazione
Sportiva Sottocastello, sta in
questi giorni prendendo forma in località Saccon di Sottocastello, adiacente al campo sportivo comunale il nuovo edificio che ospiterà la sede e il deposito dell’Associazione.
Attualmente in campo
sportivo la ASD Sottocastello
partecipa con buoni risultati
(quest’anno con qualche rilassamento di troppo) al
Campionato Provinciale di
calcio categoria open del
Centro Sportivo Italiano,
composto da 3 gironi da 10
squadre; un campionato che
negli anni sta avendo uno
sviluppo quasi esponenziale
considerando che quando la
ASD Sottocastello vi ha preso parte per la prima volta
era composto (solamente)
da 11 compagini. L’ultima
partita del campionato il Sottocastello l’ha disputata sabato 31 marzo contro la fortissima capolista Mel subendo 3
goal, comunque soddisfatto
anche d’aver indossato la
rossa maglia della FIDAS
provinciale attiva nel sensibilizzare a donare il sangue (foto in ultima di copertina).
Ritornando al discorso
della sede, non si può dimenticare il promotore di
questa iniziativa, il dinamico
Presidente Pietro Da Col
che coadiuvato e supportato
dagli associati ha iniziato l’iter burocratico per dare il là
al realizzo dell’opera. La prematura scomparsa di Pietro
nel dicembre del 2007 non
ha scoraggiato la dirigenza e
con il subentro a Presidente
del figlio Giuseppe Da Col
eletto plebiscitariamente
Presidente dall’assemblea
straordinaria dell’Associazione, ha dato ulteriore impulso e vitalità al raggiungimento dell’obiettivo.
Da sottolineare la sensibilità dell’amministrazione comunale di Pieve di Cadore
guidata dal sindaco Maria
Antonia Ciotti, che ha capito l’esigenza di una Associazione che fin dalla sua fondazione è sempre stata attiva sul territorio comunale
23
con proprie manifestazioni
sportive e sociali, di intrattenimento e di supporto ad altre iniziative organizzate da
altre realtà del territorio e
dal Comune, potendo contare su di un cospiquo numero di associati cresciuto di
anno in anno. Altrettanta
sensibilità è stata dimostrata nei confronti dell’Associazione da altri enti quali la
Regione del Veneto che
ha finanziato con 85.000
euro l’opera e dalla Fondazione Cariverona per una
quota pari a 40.000 euro, i restanti 45.000 euro sono stati reperiti tramite un
mutuo sottoscritto dall’ASD
Sottocastello.
Attualmente l’avanzamento dei lavori del fabbricato
procede con regolarità e la
struttura grezza è arrivata al
tetto; rimangono poi da realizzare le varie impiantistiche, le finiture interne, gli infissi e il miglioramento delle
adiacenze: parte di queste lavorazioni sarà effettuato di-
PER L’ASD SOTTOCASTELLO
UNA GRANDE SEDE
Promotore dell’iniziativa fu il dinamico Presidente Pietro Da Col
Idee per il futuro
del Sottocastello
Calcio ce ne sono
tante, a cominciare
dallʼutilizzo delle
giovani leve
Nelle foto: fasi della partita
Mel-Sottocastello finita 3-0
l’azione di Michael De Luca e
Daniel Merijeru (a sinistra)
Il presidente Giuseppe Da
Col tra il Segretario Antonio
Tabacchi e il Segretario
amm. William Tabacchi
rettamente dagli associati. A
opera completata l’edificio rimarrà di proprietà comunale
e in base ad una convenzione
già stipulata con il Comune
di Pieve di Cadore verrà gestito dall’ASD Sottocastello,
e questa sede permetterà all’associazione di valorizzare
l’area sportiva, di essere da
suppporto al parco giochi
Sugli scudi lo Sci Club Cortina
che ha vinto sia nello slalom
che nel fondo
Ottima lʼorganizzazione
di Livio Olivotto
dellʼU.S. Valpadola
il sindaco Mario Zandonella e il presidente della
Regola di Padola Gabriele De
Martin, per la Fisi Veneta il vicepresidente Marino Cassol
cui è seguito il saluto di Da-
Sta per essere ultimato lʼedificio nato dallʼesigenza logistica di poter
sviluppare le attività. Contributi da Regione Veneto e Cariverona
niele Peloso responsabile
di Lattebusche. Numerosi i
premi a sorteggio e offerti dagli sponsor. Tra questi, anche
i pettorali di coppa del mondo
con l'autografo di Pietro Piller
Cottrer e Virginia De Martin.
Proprio l'olimpionico sappadino intevenuto in diretta telefonica ha voluto augurare a tutti
i ragazzi presenti i migliori
successi per il futuro: “Pensate
a divertirvi con lo sport e a stare insieme, ha detto Piller “poi
se verranno i risultati meglio
ancora”. Un autentico boato
della piazza ha ringraziato il
campione.
Passando al contenuto tecnico, come previsto i ragazzi
bellunesi hanno fatto la parte
del leone: su 12 titoli complessivi - 8 di sci alpino e 4 di fondo - solo 3 sono andati fuori
provincia. Nella classifica
adiacente e quant’altro.
Le idee per il futuro del
calcio locale sono tante non
per ultime quelle riservate
alle giovani leve, e sicuramente, con la nuova sede
come punto di appoggio, ci
sarà la possibilità di portarle
avanti con più facilità e nuova energia.
V. T.
per società da segnalare il
dominio dello Sci Club
Cortina primo in entrambe le
specialità. In conclusione della cerimonia il simpatico augurio di Daniele Peloso responsabile di Lattebusche:
“Speriamo di poter inaugurare
le piste del collegamento tra
Padola e la Pusteria con una
nuova finale tra qualche anno”. Mancava sul palco il presidente dell'US Valpadola
Nicola De Martin bloccato
nei giorni precedenti da uno
sfortunato incidente, ma che
ha coordinato da casa lo stuolo di collaboratori e volontari.
Lasciamo a lui l'ultima parola
su questo evento. “Voglio ringraziare tutti quelli che hanno
reso possibile questa meravigliosa festa dello sport: in primo luogo il Comitato Veneto
della Fisi, i collaboratori dell'Unione Sportiva, i tantissimi
volontari, le istituzioni e gli
sponsor che ci sono stati vicini.
Ancora una volta Padola ha
dimostrato di saper affrontare
con successo impegni di grande
rilievo e di saper dare agli ospiti una bella immagine del Comelico.
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