APRILE 1.QXD:FEBBR 1 6-04-2012 14:41 PROTESTANO I SINDACI E ' sconsolato il ciclista che si sofferma sulla radura panoramica fronte lago, poco distante dalla ciclabile, che è poi la parte iniziale di quella Lunga Via delle Dolomiti su cui il Cadore punta molto per riossigenarsi di turismo. “Guarda lì, solo fango! E pensare che quando ci venivo ogni anno con mia madre, il lago era uno smeraldo che irradiava luce a tutta la vallata.” Romanticismo? No, amara constatazione del degrado ambientale che sta diventando ignominiosamente il logo di una ricchezza perduta. I problemi del lago del Cadore non sono nuovi, tant'è che le amministrazioni dei Comuni rivieraschi sostenuti dalla popolazione e pure dalla Provincia hanno più volte preso posizione contro i continui svuotamenti delle acque del bacino da parte dell'Enel, procedure che tanti danni hanno arrecato non solo all'immagine paesaggistica ma pure al biotopo ittico-floreale. Necessità d'utilizzo dell'acqua per le centrali idroelettriche, necessità di prelievi per i Consorzi irrigui della pianura, inghiaiamento del lago, carenze di precipitazioni atmosferiche, chi non lo capisce; cause queste che si sono sommate in crescendo rendendo ASPETTANDO IL GIRO Pagina 1 SITUAZIONE CRITICA PER IL LAGO DEL CADORE Ancora e sempre il lago al centro del dibattito Per la mancanza dʼacqua che lo rende una distesa fangosa e insalubre con moria di pesci permanente il disastro che è sotto gli occhi di tutti. E, in mancanza di protocolli sottoscritti ai tempi della costruzione della diga di Pieve di Cadore (completata alla fine del '49), essendo state prorogate le concessioni (lo scorso 2009) senza interventi di sorta, a poco valgono le rimostranze delle comunità locali. Ci ha provato l'allora presidente della Comunità Montana Centro Cadore Flaminio Da Deppo con azioni congiunte ai Comuni interessati ed alla Provincia volte a sensibilizzare tutte le autorità preposte (2006); ci ha provato il sindaco di Pieve di Cadore Maria Antonia Ciotti che è intervenuta spesso in questi ultimi anni presso l'Enel, la Regione, l'Autorità di bacino per contrastare il (segue a pag. 4) fenomeno; Renato De Carlo Il problema di fondo è lʼutilizzo del lago e delle aree intorno per lo sviluppo turistico. Contrasti con Enel, Consorzi Irrigui e Regione SERVIZIO A PAG. 4 RITORNA IL GIRO DʼITALIA ue date importanti mercoD ledì 23 e giovedì 24 maggio nel calendario 2012 del Cado- Molteplici le iniziative per la due giorni in rosa, occasione promozionale che non si ripeterà facilmente re e di Cortina d’Ampezzo. Due date che saranno memorizzate con il Giro d’Italia. La carovana rosa arriverà a Cortina nel pomeriggio di mercoledì 23 maggio. Sarà un traguardo importante nella strategia della competizione per tanti motivi a cominciare dall’impegnativo percorso che inizia in Trentino. Anche la tappa del giorno successivo, giovedì 24 maggio, con la partenza da San Vito di Cadore, assumerà una valenza strategica fin dalle prime pedalate, quelle che consentiranno ai ciclisti di fiancheggiare la ciclabile sotto lo sguardo austero dei regali Antelao e Pelmo fino a Pieve di Cadore dove, transitando per il centro storico, renderanno omaggio a Tiziano, il pittore che con le sue opere, ha anticipato la varietà cromatica dei colori del Giro. Da Pieve poi la carovana imboccherà la Cavalera e, passando per Perarolo scenderà verso Longarone. Ma c’è dell’altro in Cadore e a Cortina. Le iniziative che incorniceranno la due-giorni in rosa sono molteplici e tutte ispirate al desiderio di cogliere una grande occasione promozionale. (segue a pag.9) B. Casagrande LA LIBERTAʼ FRANCESE SERVIZIO A PAG.7 STORIA DEL POPOLO CADORINO G (11) iuseppe Ciani è giunto alla fine della sua poderosa “Storia del Popolo Cadorino” proprio quando la tempesta calamitosa della Rivoluzione produsse Napoleone e cancellò e ruinò la Comunità di Cadore, assieme alla Serenissima. Nel suo ultimo libro il ringraziamento: Tu ben meritasti, o Patria mia, queste lodi che ti prodigava la sapiente e veneranda Repubblica. Fatti troppo amari per l’Erodoto cadorino ritiratosi a Ceneda e nominato (fra non poche ostilità per la sua fierezza d’animo) canonico teologo. Il rivolgimento politico francese non ebbe qui effetti, ricorda Giovanni Fabbiani nella sua altrettanto rinomata “Storia del Cadore”, finché Napoleone non giunse ai confini e non fece del territorio veneto prima il suo campo di battaglia e poi merce di baratto. In Cadore ritornarono gli eserciti e il popolo non seppe più cosa fare. Ai primi del 1796 dei corpi dell’esercito austriaco invadono il Cadore scendendo da Montecroce e da Cimabanche diretti a Bassano, ma, battuti, risalgono il Piave inseguiti dai francesi, battuti ancora a Pian delle forche (Polpet) e inseguiti fino a Perarolo, dove i francesi giungono nel marzo 1797. Il 6 aprile il Doge manda un ringraziamento ai Cadorini e il 12 maggio il Maggior Consiglio scioglie il governo veneto e dà la città in mano ai francesi. In Cadore c’è molta ansia, non resta che raccomandarsi a Dio con 200 Messe. Il 13 maggio i francesi sono a Pieve. (segue a pag. 2) UN LEGAME FORTE CON GIOV. PAOLO II F inalmente l’intitolazione ufficiale dell’Ospedale di Pieve di Cadore a “Giovanni Paolo II sommo pontefice della Chiesa Cattolica”. Ora c’è la delibera del Direttore generale della Ulss1 ed i festeggiamenti si avranno nell’entrante estate. Era il 21 luglio 1996 quando Papa Giovanni Paolo II arrivò a Pieve di Cadore, in una Piazza Tiziano stracolma di gente e di operatori dell’informazione che rilanciarono l’evento in tutto il mondo. Accolto nel palazzo della Magnifica Comunità dall’allora presidente Giancandido De Martin e con al seguito il segretario mons. Stanislao Dziwisz, il vescovo di Belluno mons. Pietro Brollo, l’arcidiacono del Cadore mons. Renzo Marinello, a Papa Wojtyla l’allora sindaco Roberto Faccin palesò la volontà di intitolare a lui l’Ospedale. La cerimonia di battesimo non si tenne mai, e fu così che Nizzardo Tremonti s’impegnò a richiamare tutti all’impegno preso, perché “non trattasi di formalità ma di mantenere la parola”. Nizzardo è un operatore dell’Ospedale di Pieve, era sindaco a Lorenzago e conobbe personalmente il Papa, soprattutto ha inteso dare voce al pensiero di tanta gente comune: “non ci poteva essere dimenticanza, indifferenza, superficialità verso Giovanni Paolo II, il ‘servo sofferente’ che ha amato la nostra gente insieme ai nostri splendidi monti”. Ora l’ufficialità. “Con l’intitolazione dell’Ospedale del Cadore troveremo nella nostra quotidianità l’entusiasmo e la solidarietà di quei giorni”. R.D.C. RITROVAMENTI E IPOTESI Battaglia del 1866 a Tre Ponti “Castra” romano a Monte Croce MUSIZZA E DE DONÀ SERVIZI A PAG. 12 E 16 SINDACI A FINE MANDATO interviste a Maria Antonia Ciotti Bruno Zandegiacomo SERVIZI A PAG. 8 APRILE 2.QXD:FEBBR 3 6-04-2012 14:43 Pagina 1 ANNO LX Aprile 2012 2 MARZO D urante i primi tre mesi dell’anno gli uffici della Magnifica Comunità di Cadore hanno seguito, attraverso una serie di incontri, alcune attività relative all’ambito della programmazione e promozione delle peculiarità del territorio. Ha preso il via infatti, coordinata dall’assessore Giulia De Mario, con il supporto della prof. Maria Grazia Petroni e il dott. Matteo Da Deppo per la Magnifica Comunità di Cadore, la distribuzione dei libretti divulgativi, relativi allo Storico Ente ed alle attività dallo stesso svolte. Per circa un mese e mezzo dunque con cadenza bisettimanale, una delegazione della Magnifica Comunità è stata ospite presso tutte le scuole primarie del Cadore, incontrando alunni, insegnanti e dirigenti presentando le peculiarità e la storia della Comunità cercando di diffondere il messaggio relativo alle potenzialità offerte attraverso la conoscenza delle proprie radici e del pro- 4 CONOSCI LA MAGNIFICA COMUNITAʼ AGENDA prio territorio. Hanno preso avvio inoltre, alcuni tavoli di confronto che hanno visto anche la partecipazione dei partner dell’Ente come la Fondazione Museo Dell’Occhiale e la Fondazione Tiziano per stabilire il programma delle attività da intraprendere nel corso della prossima settimana della Cultura, che darà avvio alla stagione museale e di eventi culturali per l’anno 2012. Sul piano operativo poi, la giunta riunitasi con cadenza mensile, ha avuto modo di rinnovare gli incarichi relativi alle attività amministrative e per la gestione degli aspetti legati al patrimonio relativi al prossimo esercizio economico. Inoltre, sono in via di esecuzione alcuni progetti che riguardano l’installazione di un nuovo impianto di audio e video diffusione presso la sala fondato nel 1953 DIRETTORE RESPONSABILE Renato De Carlo VICE DIRETTORE Livio Olivotto consiliare, grazie al contributo concesso dal consorzio Bim Piave, e, il ripristino della zona delle antiche “prigioni” presso il Gran Caffè Tiziano. Da rilevare pure che è stata consegnata formalmente, da parte del Comune di Pieve di Cadore, la sala che ospiterà la redazione de “il Cadore”. Questo locale è sito al piano terra del Municipio e permetterà di sviluppare ulteriormente l’organizzazione del mensile che già svolge una potente ed apprezzata opera di comunicazione. La Sala Consiliare della Magnifica e le strutture STORIA DEL POPOLO CADORINO dalla prima pagina Il Consiglio Cadorino è a Belluno e rende omaggio al gen. Delmas che divide il Cadore in 6 cantoni: Pieve, Lozzo, Campitello, Vodo, Selva e Forni, con municipalità centrale a Pieve. Il 4 giugno a Pieve viene innalzato l’“albero della libertà” e istituita la guardia nazionale. Cambia tutto e il Cadore manda rappresentanti per trattative di unione con la Repubblica sono quotidianamente utilizzate da soggetti istituzionali e associazioni che si riuniscono e rendono vivo il Palazzo della Comunità attraverso la discussione dei temi che sono cari allo sviluppo del Cadore. L’Area book shop sta diventando sempre di più il fulcro nevralgico della vita culturale del territorio, attraverso il coordinamento delle attività legate alla promozione della Magnifica e dei propri partner, che si affidano sempre di più a questa struttura per poter beneficiare dei ser vizi che la stessa eroga. Marco Genova munità nomina nel 1805 un Vicario regio, ma ormai le attribuzioni del vecchio Statuto Cadorino erano finite. A fine anno, colpo di coda di Napoleone che vince ad Austerlitz e crea il Regno d’Italia; così nell’ambito della Provincia di Belluno che diventa dipartimento della Piave, viene creato il distretto del Cadore diviso nei cantoni di Pieve e Auronzo. Conseguenza: i cadorini vengono arruolati e vanno a morire fra le truppe napoleoniche. Cisalpina, ma poi, con la pace di Campoformido, il Veneto viene ceduto all’Austria, notizia accolta favorevolmente, sperando in un ripristino della tranquillità. Nel gennaio 1798 ritornano gli austriaci, ma poi ancora i francesi nel 1801, infine si attestano definitivamente gli austriaci. Il Cadore è in miseria per le continue requisizioni, il Consiglio della Co- (11) (continua) REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE Editrice Magnifica Comunità di Cadore Presidente Renzo Bortolot Cancelliere Marco Genova Segreteria Annalisa Santato Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore tel. 0435.32262 fax 0435.32858 EMail: [email protected] - Sito: www.il-cadore.it Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40% Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956 COME ACQUISTARE “IL CADORE” NELLE EDICOLE DEL CADORE: una copia € 2.10 - ARRETRATI: il doppio TARIFFE ABBONAMENTO ITALIA € 25,00 ESTERO € 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI €34.00 SOSTENITORE € 50,00 - BENEMERITO da € 75,00 in su COME ABBONARSI UFFICIO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore POSTE: CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327 intestato a “Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) VAGLIA POSTALE a ”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia BANCHE: BONIFICO presso Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento” DALL’ITALIA: UNCRITB1D41 Codice IBAN IT21I0200861230000000807811 DALL’ESTERO: UNCRITB1M90 codice IBAN IT21I0200861230000000807811 TARIFFE INSERZIONI (per un centimetro di altezza, base una colonna): 12 inserzioni mensili € 13,00; 6 inserzioni mensili € 10.20; a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. IVA sempre esclusa. La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti. Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta. Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 3.4.2012 APRILE 3 .QXD:FEBBR 3 4 6-04-2012 14:50 Pagina 1 ANNO LX Aprile 2012 3 ille bambini coinvolti, venM tuno scuole visitate e tanta soddisfazione: questo è il risultato dell’attività didattica promossa dalla Magnifica Comunità di Cadore (con il contributo della Regione Veneto e dell’Union Ladina del Cadore de Medo) che ha visto impegnati, dal 21 gennaio al 19 marzo, il presidente Renzo Bortolot, l’assessore Giulia De Mario, l’ex assessore Maria Grazia Petroni e il collaboratore dell’Ente Matteo Da Deppo in una sorta di “tour” tra le scuole primarie cadorine. L’obiettivo principale del progetto è stato quello di avvicinare tutti gli alunni del Cadore alla realtà della Magnifica Comunità, un Ente antico e glorioso troppe volte “dimenticato” nei libri di storia e che meriterebbe invece un approfondimento più attento nelle scuole locali, essendo esso uno degli Enti fondamentali per capire “chi siamo” e “da dove veniamo”. Il desiderio di avvicinare i bambini cadorini, dimostra la volontà della Magnifica di dare una risposta alla necessità di coinvolgere, a più livelli, tutti i soggetti sociali che costituiscono e animano il nostro contesto territoriale. Diventa quindi indiscutibile l’importanza di coinvolgere i “giovanissimi” che rappresentano il futuro del Cadore ed è bene che fin da subito si sentano parte di esso interagendo con le altre comunità: percepire l’unione del territorio è infatti (forse) il primo passo per imparare a gestirlo e “coltivarlo”. Quanto c’è di identità cadorina nei bambini del Cadore? “Ogni scolaresca ha una conoscenza propria di quello che è il Cadore – spiega Matteo Da Deppo - sono più appassionati alle cose del loro paese e conoscono bene il loro territorio (montagne piuttosto che chiese), però difficilmente sanno che cosa c’è QUEL MAGNIFICO PONTE TRA PASSATO E PRESENTE La Magnifica Comunità di Cadore crede nei cittadini del domani e lancia un progetto identitario nelle scuole primarie del territorio. Dal 2 aprile esposizione a Pieve dei disegni dei bambini sulla “Mia Magnifica” nei paesi vicini. Sappada conosce bene Pio Solero che appartiene a tutto il Cadore, mentre difficilmente conosce la realtà di Selva e l’uomo di Mondeval. Facendo queste attività continue nelle scuole si cerca di portare la conoscenza di tutto quanto il territorio in ogni singola comunità”. Ha visto un’apertura verso la conoscenza di altre realtà? “C’è stato un interesse a partecipare alla vita cadorina non solo da parte dei ragazzi ma anche delle maestre. Abbiamo avuto una pronta risposta, prenotazioni di visite che faranno le scuole di Auronzo, Lozzo e altre ancora. Bisogna rilanciare quello che c’è per “promuovere” e automaticamente c’è un ritorno”. L’iniziativa come è partita? “E’ iniziata con una attività simile a quella fatta presso le scuole medie dall’assessore Maria Grazia Petroni. Poi è stato deciso dal presidente della Magnifica e dall’assessore De Mario di farlo in maniera più pragmatica, diciamo, attraverso un ora di lezione nelle scuole e la distribuzione di un libretto composto dai disegni della scuola primaria di Vigo, dentro il quale c’era un biglietto per visitare la casa del Tiziano e il Museo Archeologico. Siamo partiti da Sappada, S. Pietro, Santo Stefano, San Nicolò Danta e Dosoledo , Villa e Reane di Auronzo, Lozzo, Vigo, Calalzo, Pieve, Domegge, Valle, Cibiana, Vodo, S. Vito, la scuola Montessoriana di Zuel a Cortina, Cortina, Casltellavazzo per i bambini di Ospitale e poi abbiamo raggiunto Selva”. Qual è stata la domanda che i bambini hanno posto di più? “Perché fare un palazzo così bello con una torre unica con quel suo stile, perché aveva le prigioni, perché Tiziano ha avuto la fortuna di diventare così bravo, curiosità sui ritrovamenti di Lagole, la composizione del mobilio dentro la sala della Magnifica, cosa rappresentavano stemmi e affreschi, perché una cartina del Cadore con la scritta Provincia del Cadore.” Vedo che state anche raccogliendo dei loro disegni. “La Giunta Comunitativa per valorizzazione il progetto che ho descritto ne ha deliberato la prosecuzione attraverso l’esposizione di disegni che interpretano il ruolo della Magnifica Comunità. Verrà quindi fatta una mostra con i disegni dei bambini, prosegue Da Deppo, che pubblicheremo anche sul sito della Magnifica: la mostra si chiamerà la “Mia Magnifica”. I disegni saranno esposti al pubblico dal 2 all’ 11 aprile presso il palazzo Comunitativo di Pieve di Cadore.” Irene Pampanin RENAULT TWIZY LʼUNICO URBAN CROSSER DA 6.990 € * Renault Twizy Urban 45 a 6.990 €, prezzo chiavi in mano, IVA inclusa, IPT e canone noleggio batteria esclusi, 50 €/mese IVA compresa (contratto 3 anni che include noleggio della batteria, 7.500 km/anno, prolungabile, assistenza alla mobilità). Foto non rappresentativa del prodotto. Zero emissioni di CO2 in fase di utilizzo, escluse le parti soggette ad usura. Reanault Twizy segue le norme di circolazione valide per i quadricicli leggeri. CONCESSIONA CONCESSIONARIA ARIA RENAULT RENAULLT E DACIA PER LA L PROVINCIA DI BELLUNO DAL PONT PONTt7JB%FM#PTDPOt5FM t 7JB%FM#PTDPOt 5FM F 4-5 .qxd:FEBBR 4-5 4 6-04-2012 15:00 Pagina 2 LA PROTESTA DALLA PRIMA PAGINA sono intervenuti recentemente i pescatori col vicepresidente di bacino Stefano Campi denunciando un livello esageratamente basso che ha causato una larga moria di pesci rendendo oltremodo insano l'ambiente lacustre; non sono mancate le rimostranze del sindaco di Calalzo Luca De Carlo che ha sottolineato altresì come purtroppo non ci siano leggi che tutelino il livello minimo dei laghi, e di Lino Paolo Fedon sindaco di Domegge che ha ipotizzato come l'abbassamento di livello del lago possa essere messo in correlazione con la realizzazione della centralina sulla diga. Di tutto ciò i giornali ne hanno ampiamente scritto. L'epilogo di questa storia infinita è di là da venire. Perché? Forse perché oggi il Cadore conta poco in rappresentanza e nessuno ha interesse a fermare questo risucchio di acque? Forse perché non c'è un vero interesse della popolazione a che nella vallata del lago fioriscano attività turistiche? E' per questo che l'unità d'intenti non va più in là delle parole e della richiesta di riavere la bella “cartolina” della vallata col suo lago? Ragioniamoci. 4 ANNO LX Aprile 2012 SITUAZIONE CRITICA PER IL LAGO DEL CADORE SULLA DIGA AVVIATI DALLʼENEL I LAVORI PER LA NUOVA CENTRALINA IDROELETTRICA “Enel e Consorzi Irrigui la devono smettere di succhiare lʼacqua”, protesta la popolazione Un lago che non è solo elemento paesaggistico e deve diventare occasione di sviluppo turistico a regolazione delle L acque del Piave è affidata ai due grandi serba- Intanto, l'Enel che è l'interlocutore principale e già aveva avviato un progetto per il risanamento del lago con lunghi lavori di sghiaiamento (di cui però non si sa più nulla), respinge ancora una volta l'accusa di aver lasciato il lago a secco per lavori suoi (la nuova centralina). Anzi, rilancia: Il deficit idrico del bacino del Piave preoccupa fortemente il gruppo Enel. Dal mese di ottobre, la mancanza di precipitazioni è stata molto significativa, raggiungendo un deficit di ol- tre il 30% rispetto alla media storica: non solo il manto nevoso risulta estremamente modesto, ma anche le portate sono venute notevolmente a ridursi su tutta la rete idrografica. Tale situazione di siccità si riflette sui livelli di tutti i serbatoi di Enel Produzione presenti sull’asta del Piave, che ad oggi accumulano solamente 46 milioni di metri cubi (sui 67,500 iniziali). La situazione rischia di diventare ancora più critica, ricorda la nota, in quanto Enel dovrà rilasciare acqua nei tempi e nelle quantità richieste dai Consorzi Irrigui. Enel sottolinea poi di aver sempre assicurato il rilascio del deflusso minimo da tutte le proprie opere idrauli- COME USCIRNE? I Comuni rivieraschi si presentino uniti con un concreto programma di sviluppo dellʼintera area che per assicurare le condizioni di sussistenza della flora e fauna presente in alveo, dichiara che i lavori in corso sulla diga di Pieve di Cadore sono stati programmati nei mesi invernali proprio perché in questo periodo i livelli del serbatoio si attestano sui minimi stagionali, e ribadisce l'invito all'adozione di iniziative congiunte e condivise. Al di là delle spiegazioni Enel, plausibili dal loro punto di vista, rimane il problema di fondo che è l'utilizzo del lago e delle aree intorno: se poco possiamo perché il Cielo ci rovesci giù acqua quando la chiediamo, molto si potrebbe fare presentando un programma di sviluppo dell'intera area, concreto e non mediatico, condiviso da amministrazioni locali ed operatori economici. Forse allora il Cadore avrà più credito. toi di Pieve di Cadore e del Vaiont. Il serbatoio di testa di Pieve di Cadore è stato ottenuto mediante una diga ad arco-gravità disposta sopra un grande tavoliere roccioso e, sulla destra, sopra un tampone in calcestruzzo che chiude la parte più profonda della valle del Piave; in corrispondenza del tampone l’altezza globale della diga è di 112 m.; mentre la larghezza del coronamento è di 410 m.; il bacino ha una superficie di 818,5 km2. Dal serbatoio di Pieve di Cadore si sviluppa, sulla sinistra del Piave, per una lunghezza di 25 km, la galleria principale in pressione che adduce le acque al serbatoio di Val Gallina e alla centrale di Soverzene. Il bacino è pure serbatoio antipiena. Ora, sulla diga è in via di realizzazione una nuova centralina idroelettrica. I lavori condotti dalla ditta Camuna Idroelettrica (BS) sono partiti a metà febbraio, il 16 marzo è stato completato un foro di poco più di 1 metro sulla parte destra a monte della diga che in quel punto ha uno spessore di 14 metri (lavoro eseguito con idrodemolizione) e inserita una “pipetta” che pesca a circa 30 metri dal coronamento della diga; un tubo del diametro di 1 m. scenderà a valle fino al tamburo della diga laddove verrà costruita una centralina ed alloggiati 2 gruppi di alternatori da 2100 kw. In questi giorni (fine marzo) il foro verrà sigillato e posto un tappo sulla pipetta, cosicché i lavori potranno proseguire anche a lago pieno. Per la realizzazione ed i successivi collaudi sono previsti circa 2 anni. La produzione sarà in grado di soddisfare gli utenti di una piccola cittadina. Realizzazione importante ed opportuna, rilevano i tecnici Enel, perché è energia pulita e va a ridurre il deficit di fabbisogno. Quanto al basso livello d'acqua nel bacino, questo non è riconducibile all'esecuzione dei lavori sulla diga, aggiungono i tecnici, piuttosto della scarsità di piogge e nevi a monte; comunque da fine mese il bacino teoricamente potrebbe essere riempito. Problemi scottanti quelli della siccità e dell'inghiaiamento del lago (che ha ora una capacità stimata di circa 34.5 milioni di m3 d'acqua sugli iniziali 67,5 milioni, secondo alcuni esperti), tanto che in questo periodo la Centrale di Soverzene ricevendo meno acqua dalla diga di Pieve di Cadore (e dagli altri serbatoi idrici) ha in funzione solo una turbina in luogo delle 4 turbine a disposizione. Servizio di Renato De Carlo foto rdc DIGA ENEL DI PIEVE DI CADORE a Sottocastello foto rdc Nelle foto si vede il cantiere dei lavori, l’apertura del foro sulla diga, la pipetta installata, una panoramica della diga con localizzazione del foro in basso a destra foto Albrizio APRILE APRILE 4-5 .qxd:FEBBR 4-5 4 6-04-2012 15:00 Pagina 3 ANNO LX Aprile 2012 n vero tuffo nel U passato del Cadore. E’ l’esperienza vissuta a fine marzo a Pieve di Cadore, nella sala riunioni dell’albergo “Al Sole”, dove abitualmente si incontrano i partecipanti all’ “Angolo Cultura”, che ormai da quattro anni propongono con assiduità alla cittadinanza incontri a tema, spaziando da argomenti a carattere letterario, artistico, scientifico, filosofico, teologico ed altro ancora. Benito Pagnussat di Tai, che ha raccolto con passione per decenni fotografie e cartoline riguardanti in particolare il Centro Cadore, ha presentato una lunga serie di diapositive, partendo dall’Ottocento e arrivando fino al secondo dopoguerra. E’ stato un susseguirsi di ricordi, emozioni e scoperte, che ha coinvolto e sorpreso i numerosi presenti alla serata che hanno avuto modo di cogliere atmosfere cadorine d’altri tempi anche con alcune note di nostalgia. Pagnussat si è soffermato in particolare su Pieve, proiettando immagini riguardanti manifestazioni svoltesi in piazza Tiziano, ma anche evidenziando i mutamenti strutturali avvenuti nel corso degli anni. Si sono rivisti ad esempio sullo schermo l’imponente raduno ciclistico del 1904, la visita del principe Umberto avvenuta il 24 febbraio 1923 (nella foto), la struttura architettonica del centro storico, oggi in parte modificata, momenti riguardanti il periodo successivo alla grande guerra, il Roccolo di Sant’Alipio, frequentato da gentili signore in dolce compagnia ritratte in passeggiata romantica con l’ombrellino bianco per ripararsi dal sole, manifestazioni e sfilate del pe- 5 Allʼ”Angolo Cultura” di Pieve di Cadore ricordi, emozioni e scoperte PAGNUSSAT FA RIVIVERE IL CADORE DEL PASSATO stico cinquant’anni fa – ha affermato con giusto orgoglio Benito Pagnussat – ed ora posso dire che la mia collezione è in grado di evidenziare il Cadore di un tempo in modo ampio, spaziando in vari settori della vita sociale, politica e culturale del territorio”. Frattanto, nei prossimi mesi, all’”Angolo Cultura” presieduto dalla dott.ssa Francesca Bianchi, sono previsti altri incontri. Il prossimo avrà luogo venerdì 20 aprile, alle 18. Interverrà la poetessa bellunese Lorella De Bon. Maria Giacin Benito Pagnussat ha raccolto per decenni fotografie e cartoline del Cadore e non solo, dallʼOttocento al secondo dopoguerra, materiale documentaristico che spazia nei vari settori della vita cadorina Gli incontri “Angolo Cultura” si tengono all’ Albergo Al Sole di Pieve, gestito dalla dott.sa Francesca Bianchi riodo fascista, raduni sportivi per gare di sci da fondo e piazza Tiziano, in particolare prima che vi venisse collocato il monumento, al posto del quale si trovava la fontana ora a ridosso della casa natale del grande pittore. La panoramica proposta ha toccato anche Nebbiù, Tai, Pozzale, Sottocastello e i paesi vicini, in particolare Calalzo, Domegge e Valle. “Ho iniziato a raccogliere materiale documentari- Prossimo incontro all’Angolo Cultura di Pieve di Cadore venerdì 20 aprile ore 18, con la poetessa bellunese Lorella De Bon APRILE 6-7.qxd:FEBBR 6-7 6 6-04-2012 15:21 Pagina 2 RICORRENZE e il museo civico della Val S Fiorentina, al suo trentesimo compleanno, avesse potuto esprime un desiderio prima di spegnere le candeline, che cosa avrebbe desiderato? Sarà di certo rimasto stupito nel vedere, tra il folto pubblico presente alle celebrazioni del suo 30° anniversario, intere file occupate dai “volontari” di Selva di Cadore: gli Amici del Museo, il Gruppo Alpini, la Croce Bianca Val Fiorentina, il Soccorso Alpino, i Vigili del Fuoco, la Pro Loco. Gente di montagna che nulla ha da chiedere se non di essere aiutata a custodire e proteggere il paese, gente che non molla mai e che a volte, con il solo amore per il proprio territorio, riesce a dare vita a qualcosa di grandioso. LA NASCITA DEL MUSEO E’ quello che è successo più di trent’anni fa, quando un allora “sconosciuto” Vittorino Cazzetta da Pescul, studioso autodidatta delle “sue” montagne”, dopo aver collezionato un numero discreto di fossili, chiese di poterli mettere a disposizione dell’intera comunità. Il sindaco Giuseppe Romanelli valutò l’esistenza dei presupposti per dare vita ad un museo. Il 13 marzo 1982 fu quindi istituito il Museo Civico della Val Fiorentina, ospitato nello stesso edificio delle scuole materne. Venne nominata una commissione di volontari per l’allestimento e la gestione dello stesso, composta da Omero Nicolai, Pietro Lorenzini, don Lorenzo Dell’Andrea, Vittorino Cazzetta, Giuliano Palmieri, Corrado Chierzi, Giorgio Dell’Andrea e Ugo Buogo. Ai re- ANNO LX Aprile 2012 SELVA DI CADORE - Gente di montagna che per amore del proprio paese è riuscita a dar vita a qualcosa di grandioso I TRENTʼANNI DEL MUSEO CAZZETTA di Irene Pampanin Il sindaco Ivano Dall’Acqua consegna la Pergamena a Ermenegildo Rova Pietro Lorenzini Irma Cazzetta Ugo Buogo Corrado Chierzi Don Lorenzo Dell’Andrea Ai reperti fossili rinvenuti da Vittorino Cazzetta si aggiunsero altri ritrovamenti, il più importante la sepoltura dellʼ“uomo di Mondeval”, così il piccolo museo diventò importante I protagonisti di allora festeggiati con una targa ricordo Cooperativa di San Vito di Cadore Tel. 0436 9117 Cooperativa Outdoor Store di San Vito di Cadore Tel. 0436 99229 House Market e Ferramenta di San Vito di Cadore Tel. 0436 890421 Minimarket Cooperativa di Auronzo di Cadore Tel. 0435 400814 Market Cooperativa di Borca di Cadore Tel. 0435 482662 Market Cooperativa di Calalzo di Cadore Tel. 0435 501708 Market Cooperativa di Cibiana di Cadore Tel. 0435 540162 Market Cooperativa di Laggio di Cadore Tel. 0435 77073 Market Cooperativa di Selva di Cadore Tel. 0437 720613 Minimarket Cooperativa di Santa Fosca Tel. 0437 720140 Market Cooperativa di Zoldo Alto Tel. 0437 788560 Market Cooperativa di Valle di Cadore Tel. 0435 30188 Abbigliamento & Arredocasa di Valle di Cadore Tel. 0435 501534 perti fossili rinvenuti da Cazzetta si aggiunsero quelli rinvenuti dagli altri componenti e il piccolo museo cominciò a muovere i primi passi. LE GRANDI SCOPERTE Nel 1985 Vittorino Cazzetta rinvenne alcune selci di età mesolitica a Mondeval De Sora, nei pressi di un grande masso probabilmente adibito a riparo. La scoperta suscitò notevole interesse da parte di uno studioso dell’Università di Ferrara, il prof. Antonio Guerreschi, che si rese disponibile a cominciare una compagna di scavo in quella zona se gli Amici del Museo avessero provveduto a raccogliere i fondi. Grazie al contributo del Comune e di alcuni privati, gli Amici del Museo riuscirono a far partire la prima campagna di scavo nel 1986. L’anno successivo, sempre con l’aiuto di numerosi volontari e di nuovi finanziamenti, venne riportata alla luce la sepoltura di un cacciatore mesolitico, ribattezzato poi “l’uomo di Mondeval”, un nome che sarebbe passato sulle bocche di tutti per la sua eccezionale conservazione e la quota del suo ritrovamento: la scoperta assunse infatti un’importanza di livello internazionale. Lo scheletro e il corredo funerario (composto da circa 61 oggetti) si presentarono ai ricercatori in perfetto stato di conservazione e, ad oggi, rappresentano l’attrazione di punta del Museo della Val Fiorentina. Parallelamente a questa scoperta, i volontari dell’Associazione Amici del Museo (costituita legalmente nel 1989) conti- 4 nuarono le loro ricerche compiendo diversi ritrovamenti. Fu ancora Cazzetta a portare alla luce una preziosa scheggia di quarzo, da molti ritenuta essere la famosa Rajetta, quella “pietra” dalle funzioni soprannaturali più volte citata e ripresa nelle leggende dolomitiche. Su di un masso di dolomia principale, adagiato ai piedi del Pelmetto, Cazzetta individuò poi le orme di diverse specie di dinosauri che, riconosciute ufficialmente come tali, provarono in maniera indiscutibile l’esistenza dei dinosauri nel territorio italiano, possibilità fino ad allora ritenuta improbabile. Nel 1995 venne eseguito il calco completo della superficie, in seguito esposta all’interno del museo. UN NUOVO MUSEO: A VITTORINO CAZZETTA Nel 1996 Vittorino Cazzetta scomparve. Il suo corpo venne ritrovato un anno dopo in una fessura del Piz del Corvo: con sé aveva una madonnina di bronzo che forse portò in quel luogo per “devozione”, luogo in cui già 12 anni prima rischiò la vita ma di cui non rivelò mai l’ubicazione esatta. Il museo venne quindi intitolato a Vittorino Cazzetta e fino al 2004 poté contare una media di 6000 visitatori all’anno. Il Comune di Selva ottenne poi nel 2006 un contributo per la ristrutturazione e il museo venne chiuso, pronto a trasformarsi nella “perla” storica, moderna e dinamica dei nostri giorni. “Conosci la tua storia, rispetta la tua terra, consegnala al futuro” è il motto che contraddistingue il nuovo museo, inaugurato nel luglio del 2010 con un allestimento completamente diverso, fatto di velluto blu notte, dinosauri in 3d, percorsi interattivi, teche trasparenti, costellazioni, involucri evanescenti e atmosfere che riproducono, in ogni sezione, gli ambienti del passato. 30° ANNIVERSARIO Ad oggi il museo conta una media di 720 presenze al mese per un totale di 14.000 visitatori in 20 mesi. Un dato importante che, come ha ricordato la vice sindaco Silvia Cestaro durante le celebrazioni del 24 marzo nella sala conferenze, va però incrementato: è infatti ancora “scarsa” la presenza delle scolaresche nonché dei gruppi organizzati. I “festeggiamenti” hanno visto protagonisti assoluti i membri dell’originaria commissione di volontari, ai quali il sindaco di Selva Ivano Dall’Acqua ha consegnato una targa. Si tratta di Pietro Lorenzini, don Lorenzo Dell’Andrea, Corrado Chierzi, Giorgio Dell’Andrea, Ugo Buogo e Irma Cazzetta, mamma di Vittorino. Una pergamena al merito è stata consegnata quindi a tutta l’Associazione Amici del Museo, rappresentata dal suo presidente Ermenegildo Rova. Nel Museo Cazzetta in tanti ci hanno creduto e se al suo 30° compleanno avessero potuto esprimere un desiderio, certo avrebbe chiesto alla gente di Selva (specialmente ai giovani) di continuare a credere in esso e, magari, di avere tra il pubblico anche gli amici scomparsi, Omero Nicolai e Giuliano Palmieri. APRILE 6-7.qxd:FEBBR 6-7 4 6-04-2012 15:21 Pagina 3 7 ANNO LX Aprile 2012 RITORNA IL GIRO DʼITALIA “EVENTO NOTEVOLISSIMO, ANCHE PER IL SOLO AUDIENCE TELEVISIVO” SEGUE DALLA PRIMA PAGINA IL CALENDARIO DEL GIRO Grande occasione di notorietà per la LUNGA VIA DELLE DOLOMITI Lʼinvito a essere presenti numerosi al passaggio del Giro dʼItalia otto i riflettori del Giro sarà posta innanzitutto la “LunS ga via delle Dolomiti” che oggi collega Calalzo a Cortina ma che un domani permetterà di raggiungere Venezia pelando. L’occasione è di quelle ghiotte. Non si ripeterà tanto facilmente una due-giorni di esposizione mediatica come quella del 23 e 24 maggio per il nostro territorio. Per la ciclabile sarà la prima grande occasione per mostrarsi all’Italia e al mondo. Lo sanno bene i sindaci di Calalzo, Pieve, Valle, Vodo, Borca, San Vito e Cortina che, insieme con la Coop Sociale, i Consorzi Turistici e il Consorzio delle Pro loco del Centro Cadore, si stanno adoperando per far sì che l’edizione 2012 del Giro d’Italia tenga a battesimo la loro Pista delle Dolomiti. Alcuni esperti l’hanno annoverata tra le ciclabili più belle d’Europa. Non potrebbe essere altrimenti se consideriamo che il tracciato parte dal Centro Cadore incorniciato dagli Spalti di Toro e dalle Marmarole e, dopo essere passato sotto l’Antelao, si affaccia al Pelmo e al Sorapiss per arrivare al cospetto delle Tofane che contornano la conca ampezzana. Da sola ha la forza per impreziosire il futuro turistico del Cadore. L’importante è farla maturare e farla fruttare questa forza. La strategia è quella della promozione attraverso campagne intelligenti fatte di presentazioni e valorizzazioni. Come quella programmata per la vigilia dell’arrivo della carovana. Domenica 20 maggio, lungo la ciclabile, andrà in scena la “Pedalata in rosa”, una ciclopedalata turistica con partenza da Cortina e arrivo a Calalzo. Ogni comune, oltre ad addobbare il suo tratto di ciclabile, organizzerà una o più attrazioni per i partecipanti. All’arrivo a Calalzo tutti i partecipanti saranno invitati a pranzo con una pastasciutta ispirata al Giro. Nei giorni che precedono l’arrivo del Giro a Cortina il 23 maggio e la partenza il giorno successivo, 24 maggio, da San Vito saranno organizzate molte iniziative culturali e ludico-sportive. La Magnifica Comunità di Cadore, ad esempio, allestirà una mostra fotografica dedicata al Giro sulle Dolomiti. E, sempre, in collaborazione con l’artista Vico Calabrò, sabato 19 maggio Pieve animerà uno scampolo di memoria che avrà protagonisti ciclisti del passato, giornalisti e alcune pellicole storiche del Giro sulle Dolomiti. La stessa sera alle ore 20, a San Vito saranno presentati due libri: uno dedicato ai Comuni della Ciclabile e uno alla Strada Regia. Particolarmente ricco e variegato il carnet delle iniziative che accompagneranno in rosa domenica 20. Lungo il percorso si incontrerà di tutto compresi i Murales di Cibiana che per l’occasione scenderanno a Venas. Mercoledì 23 e giovedì 24 sono i giorni della grande festa che dovrà riuscire bene perché - come dicevamo - l’occasione è grande. Dobbiamo fare bella figura sul piano qualitativo e quindi della preparazione e anche sul piano quantitativo. E’ fondamentale esserci. Più saremo lungo il percorso e più accattivante sarà il biglietto da visita con il quale il Cadore e Cortina si presenta all’Italia e al mondo. enzo Minella è il referente e il coR ordinatore del Comitato Promotore del passaggio del Giro d’Italia sul territorio della Provincia di Belluno. Artefice del grande successo che ha incorniciato l’arrivo, l’anno scorso, del Giro a Belluno gli abbiamo chiesto quale importanza assume, in termini pubblicitari, l’arrivo di una tappa rosa per la località che la ospita e per l’area circostante? “Se pensiamo che le tappe del Giro sulle Dolomiti statisticamente hanno un audience televisivo di oltre tre milioni di telespettatori è facile capire che la portata dell’evento è notevolissima. Oltre all’effetto spot televisivo poi il Giro d’Italia è seguito da migliaia di persone in tutto il mondo attraverso il sito Gazzetta.it che sta diventando sempre più potente sul piano mediatico. E poi ci sono decine e decine di testate giornalistiche da tutto il mondo che raccontano quotidianamente le caratteristiche uniche del nostro territorio attraversato dai corridori. E’ chiaro che la località di arrivo di tappa o quella di partenza ne beneficeranno maggiormente. Ma tutte le aree toccate dalla carovana, grazie anche alla cornice festosa della gente che, soprat- SERVIZI di Bepi Casagrande Intervista a Renzo Minella coordinatore Comitato Promotore Bellunese tutto da noi, seguono il Giro, avranno garantita una ricaduta in termini di immagine e di attenzione.” Chi in Cadore e a Cortina ha creduto maggiormente alle potenzialità promozionali legate all’arrivo e alla partenza del Giro? “In questa fase ci hanno creduto maggiormente gli amministratori comunali e le associazioni del volontariato. Gli operatori turistici hanno bisogno di toccare con mano l’operazione. E avranno modo di toccare il tutto molto presto. Intento hanno fatto registrare una buona disponibilità mettendo a disposizione, anticipatamente rispetto alla stagione estiva, diversi posti letto.” Parliamo della Pista Ciclabile, della Lunga Via delle Dolomiti. Sono in molti a confidare nell’esposizione mediatica del Giro per promuoverla. Si riuscirà nell’impresa? “Penso che aver deciso tutti assieme che il Giro fosse il mezzo con cui lanciare in maniera definita sia stata una scelta intelligente. L’occasione è veramente importante. La spinta sarà garantita.” Ma da sola non sarà sufficiente a perpetuarne la notorietà. Ovviamente. Alla luce della sua esperienza cosa consiglia agli enti locali per far sì che l’effetto continui anche dopo il 24 maggio? “E’ indispensabile impedire che le iniziative che stiamo organizzando per accogliere il Giro di quest’anno non muoiano. E’ importantissimo riproporle a scadenza fissa anche nei prossimi anni.” Di tutto ciò che è stato messo in cantiere cosa pensa richiamerà maggiormente l’attenzione? “Credo che in Rosa da Cortina a Calalzo possa richiamare tanta attenzione e partecipazione festosa soprattutto da parte di famiglie che poi sono le frequentatrici ideali di una ciclabile che corre ai piedi delle montagne più famose al mondo quali sono le Dolomiti. Se domenica 20 maggio, il giorno della Pedalata in Rosa, se il tempo ci aiuta, potremo esibire uno spettacolo naturale fantastico.” IL GIRO:UNA STORIA DI FATICA SULLE DOLOMITI DI CORTINA E DEL CADORE L e Dolomiti e il Giro d’Italia. Il Cadore, Cortina d’Ampezzo e la carovana in rosa. Sulle nostre montagne sono state scritte pagine significative della grande corsa. Ed è proprio la storia di alcune tappe del passato a conferire un fascino adrenalinico alla vigilia dell’arrivo del prossimo Giro d’Italia a Cortina, a San Vito e in Cadore. Sono ancora in molti a ricordare i mitici arrivi alle Tre Cime di Lavaredo a cominciare da quello vittorioso di Felice Gimondi nel 1967. Alle sue spalle giunse Eddy Merckx. Terzo Gianni Motta. Un arrivo eccezionale. Un tripudio di gente. E non importa se la prova venne poi annullata causa le irregolari spinte di alcuni tifosi. Resta il ricordo di una festa grande che ha indotto gli organizzatori a ripetere la tappa l’anno successivo. Stesso traguardo e identico scenario di montagne e di popolo. Vinse Eddy Merckx che al Rifugio Auronzo indossò la maglia e la portò fino a Milano. La tappa più famosa alle Tre Cime è stata senza dubbio quella del Giro del 1974. Vinse lo spagnolo Josè Manuel Fuente ma il vero protagonista è stato l’allora ventunenne Giambattista Baronchelli al primo anno di professionismo che staccò il leader della classifica Merckx e per soli 12 secondi fallì l’impresa di prendergli la maglia rosa. Come rammenta Emanuele D’Andrea nel Quaderno della Tiziano Edizioni del 2007 dedicato al Giro sulle Dolomiti del Cadore e di Cortina, al Rifugio Auronzo il Giro è arrivato anche nel 1981, nel 1989 e nel 2007. Quest’anno i corridori non vedranno le Tre Cime. Ma avranno comunque modo di immergersi nelle Dolomiti del Cadore e d’Ampezzo. Pedaleranno ai piedi di alcuni tra i più noti giganti nobili dell’Unesco a cominciare dalle Tofane, dal Pelmo e dall’Antelao. E anche l’arrivo di Cortina sarà animato dai ricordi storici. In particolare si imporrà il ricordo della tappa del 3 giugno del 1948. Una frazione simbolo, per la vivacità agonistica espressa in gare e soprattutto per l’ordine d’arrivo. A tagliare per primo il traguardo di Cortina è stato Fausto Coppi davanti a Gino Bartali e Giordano Cottura. Era la trentunesima edizione del Giro d’Italia. Per arrivare a Cortina la carovana era partita da Auronzo e dopo un articolato alternarsi di salite e discese era giunta sulla conca pullulante di appassionati delle due ruote giunti da tutto il nord Italia. Un evento memorabile per quei tempi. Su questa lunghezza d’onda si sintonizzeranno le tappe del Giro che interesseranno quest’anno Cortina e il Cadore. A Cortina il Giro d’Italia era arrivato anche nel 1939 quando vinse Magni. Poi nel 1951 vinse Bobet, nel 1955 Contento e nel 1977 s’impose Perletto. Nella storia del Giro sulle Dolomiti è da ricordare che il centro storico di Auronzo ha ospitato tre traguardi di tappa con un Fausto Coppi vincitore nel 1946. Due traguardi li ha ospitati Pieve con Bartali vincitore nel 1947. E un traguardo l’ha ospitato Sappada. Fausto Coppi nel Giro del 1952 che attraversò il Cadore e si buttò su per il Falzarego APRILE 8-9 .qxd:FEBBR 10-11 8 6-04-2012 15:34 Pagina 2 AMMINISTRATIVE ANNO LX Aprile 2012 contatto continuo, Pieve di Cadore “Ilintenso con i miei concittadini mi ha UN BUON aiutato a capire e LAVORO CHE a migliorare il paese” CI HA FATTO CRESCERE inque anni di mandato coC me Sindaco di Pieve di Cadore, città di Tiziano, una vita che Maria Antonia Ciotti dedica alla politica e al volontariato sociale, in paese come in tutta la provincia. E non ha intenzione di demordere, quindi si ricandida. “Ho cercato in tutta onestà di dare tutto il mio impegno lavorando quotidianamente a favore della cittadinanza. E ogni mattina, presto, ho dato la possibilità ai cittadini che avevano delle urgenze/emergenze di parlare con il Sindaco. Certo che il fatto di avere viste ridotte le risorse da parte del governo centrale è stato come cambiare le regole a un corridore mentre sta correndo per una gara: non è leale e questo fatto ci ha messo in dif ficoltà. Nonostante questo sono molto contenta di aver avuto nella mia vita la possibilità di essere utile alla mia comunità e di aver potuto svolgere un lavoro importante che mi ha fatto crescere non solo dal punto di vista delle conoscenze ma anche e soprattutto dal punto di vista umano.” “Il fiore all’occhiello della mia amministrazione? Proprio il contatto continuo, costante, inten- “Non abbiamo Auronzo di Cadore aumentato di un euro nessun tipo E’ STATA UNA di imposte e costi a carico dei cittadini” AZIONE DI SVILUPPO uronzo di Cadore, comune A con spiccata vocazione turistica che può contare su due gioielli naturalistici e ambientali come il Lago di Misurina e le Tre Cime di Lavaredo, patrimonio dell'Umanità. Ma il paese ha anche una importate realtà economico produttiva che l'amministrazione guidata negli ultimi cinque anni da Bruno Zandegiacomo, ha cercato di sviluppare nonostante le difficoltà. Incontriamo il sindaco per un bilancio di questa esperienza amministrativa, partendo dalla scelta di non ricandidarsi alla guida del Comune. “Dopo due legislature come assessore e consigliere Comunale e quest’ultimo quinquennio come sindaco non è stata una scelta facile. Scelta assunta serenamente anche se in con- Intervista a Maria Antonia Ciotti Sindaco di Pieve di Cadore Intervista a Bruno Zandegiacomo Sindaco di Auronzo di Cadore trasto con le sollecitazioni ricevute per una ricandidatura, che comunque mi hanno fatto molto piacere, e con la consapevolezza di aver svolto questo importante compito affidatomi dal consenso degli auronzani, che approfitto a ringraziare sentitamente, con il massimo impegno, onestà e correttezza e mettendo a disposizione del paese le mie competenze. Nonostante la buona vo- 4 so con i miei cittadini che mi hanno aiutato a migliorare il nostro paese con i loro consigli, le loro segnalazioni il loro desiderio di vedere Pieve sempre più bella assieme alle sue frazioni Tai, Nebbiù, Pozzale, Sottocastello. E’ stato importante essere vicino alle famiglie soprattutto nei momenti difficili”. Che l’Amministrazione sia soddisfatta del lavoro fatto lo si deduce anche dall’opuscolo che riporta le realizzazioni più importanti dal 31.5.2007 ad oggi. I traguardi nel Sociale e nel Sanitario, con l’apertura della nuova Residenza sanitaria assistita per non autosufficienti verso la quale si è intervenuti con la strada di servizio e opere di urbanizzazione; come pure con l’impegno a favore dell’Ospedale, ultimo baluardo della sanità in Cadore. Gli interventi più importanti come Lavori Pubblici sono stati rivolti alla copertura dello Stadio Polivalente di Tai e al restauro del Forte di Monte Ricco, opera di rilevanza dove verrà realizzato un centro culturale multimediale per far conoscere ambiente, storia e arte del territorio cadorino; poi, i lavori al Municipio col nuovo riassetto degli uffici municipali, cosa che ha qualificato il Comune di Pieve; molti altri piccoli ma importanti lavori pub- blici e interventi di Edilizia pubblica, in centro come nelle frazioni, nonché la preparazione del Piano di assetto Territoriale che stabilisce la destinazione delle singole aree, in approvazione entro l’estate. Notevole e costante l’attenzione riservata alla pulizia e al decoro di Pieve e Frazioni, nonché all’ambiente, particolarmente della parte del lago vicino all’invaso. Non da ultimo, le attività per Cultura, Turismo e Sport che hanno trovato nella collaborazione del volontariato e degli sponsor un sostegno determinante: concerti, convegni, mostre d’arte, incontri culturali, soprattutto la straordinaria mostra di cimeli che ha raccontato il ruolo del Cadore nei 150 anni dell’Unità d’Italia. Un buon lavoro di squadra, conferma il Sindaco Maria Antonia Ciotti. “Come vedo il futuro? Dobbiamo tornare ad avere in Cadore l’autogoverno: la capacità di poterci governare ed essere indipendenti dalla pianura che non capisce e non valuta come dovrebbe chi vive in montagna (basti pensare alla sanità...). E’ importante che Pieve mantenga il suo ruolo per portarsi dietro e vicino tutto il Cadore, la “piccola patria” Renato De Carlo lontà e tutte le migliori intenzioni certamente qualche scelta può non essere stata condivisa o anche sbagliata, ma certamente sempre fatta in buona fede e con il solo obbiettivo di fare il bene della comunità auronzana”. Quali le principali iniziative della sua amministrazione? “Senza voler esprimere un mio giudizio su quanto realizzato, che ritengo di esclusiva competenza della popolazione auronzana, ne posso evidenziare gli obbiettivi. L’attenzione principale è stata per i cittadini e le famiglie, tenendo in particolare considerazione i giovani ed il difficile periodo socio-economico che stiamo affrontando, ma ci siamo rivolti anche alle iniziative culturali, all’impegnativa gestione del settore urbanistico oltre al sostegno ed alla promozione del turismo che è fondamentale per la nostra economia. In questo settore l’impegno si è concretizzato con l’incremento degli investimenti e del sostegno alle associazioni, alle numerose manifestazioni ed eventi, sottolineando in particolare modo i ritiri precampionato della S.S. Lazio, fortemente voluti da questa Amministrazione, che hanno notevolmente incrementato le presenze nei mesi di luglio di questi ultimi anni e dato grande visibilità al nostro paese contribuendo a migliorare i risultati degli operatori turistici e dell’intero paese anche al di fuori dei periodi dei ritiri”. Sono stati anni duri per il ridimensionamento dei trasferimenti statali e gli aumenti dei costi per i servizi, come ha reagito la sua amministrazione? “Non abbiamo aumentato nemmeno di un euro nessun tipo di imposta o tassa, nè i costi a carico dei cittadini, provvedendo invece alla riduzione dell’Ici, già prima dell’intervento dello Stato, ed al contemporaneo incremento dei fondi destinati ai cittadini con l’aumento degli stanziamenti destinati alle situazioni di disagio e con numerose assunzioni stagionali di disoccupati. Alle famiglie ed agli studenti attraverso l’istituzione dei bonus per i nuovi nati dopo il primogenito, con il raddoppio delle borse di studio per gli studenti meritevoli e da ultimo con il rimborso del maggior costo del trasporto scolastico l’Amministrazione ha voluto venire incontro alle legittime esigenze dei suoi concittadini in un periodo economico ed occupazionale particolarmente difficile”. Sul piano delle opere pubbliche e degli investimenti? “Sono stati ottenuti fondamentali contributi pubblici che, oltre alle risorse proprie del Comune, ci hanno permesso APRILE 8-9 .qxd:FEBBR 10-11 4 6-04-2012 15:34 Pagina 3 ANNO LX Aprile 2012 9 LA PITTURA COME TERAPIA LA SEZIONE DONATORI AL CENTRO SALUTE MENTALE DEL SANGUE DI PIEVE Un progetto realizzato da Maria Grazia Bassanello, pittrice di Padola, con lʼautorevole presenza di Calabrò L 'ingresso del Centro di Salute Mentale dell'ospedale di Pieve ha acquisito nuovi colori e fantasia, grazie all’opera degli ospiti, diventati artisti sotto la guida di Vico Calabrò e maria Grazia Bassanello. Due pareti bianche sono state dipinte con un mosaico di colori e di forme che accendono l'allegria degli occhi e la serenità del cuore. L'entusiasmo degli ospiti della struttura, che intingono i pennelli nei vasetti e seguono le forme predisegnate o spalmano colore a pennellate lunghe, è la dimostrazione più evidente della riuscita del progetto ideato da Maria Grazia Bassanello, pittrice di Padola, e seguito con autorevole ed affettuosa vicinanza da Vico Calabrò. La pittura come terapia è uno dei momenti dell'organizzazione settimanale del Csm di Pieve. Dal giugno dello scorso anno Maria Grazia presta il suo servizio volontario insegnando ad un gruppo di una decina di giovani in cura tecniche e armonie del dipingere. "Abbiamo accolto con entusiasmo la proposta di dipingere le pareti dell'ingresso del centro - dice Fabio Candeago, direttore del dipartimento di salute mentale - perchè crediamo nel valore dell'arte-terapia e soprattutto vogliamo che i nostri ospiti si sentano coinvolti nel miglioramento visivo di questi spazi". Per Vico Calabrò, maestro dell'affresco, ma a suo agio con qualsiasi tecnica di pittura, come in questo caso gli acrilici su superficie muraria bianca, è stato un rituffarsi in esperienze creativa dentro agli spazi ospedalie- di realizzare importanti e significativi investimenti infrastrutturali sul territorio comunale. Completate ed inaugurate due importanti infrastrutture quali la seggiovia quadriposto Taiarezze - Malon ed il Museo multi tematico al Palazzo Corte Metto; effettuati notevoli investimenti partendo da tutti gli edifici scolastici, sulla Scuola Materna, sulla struttura utilizzata dal Buffettin e dall’A.R.P.A., su altri edifici pubblici come i magazzini sotto Piazza santa Giustina e nella sede dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile, sulle isole ecologiche con ottimi risultati nel miglioramento del decoro urbano; il programma di riqualificazione generale del centro urbano di Auronzo con il nuovo viale pedonale di Via Roma che può essere considerato il fiore all’occhiello del nostro mandato”. Quale è il suo auspicio per il futuro? “Mi auguro che si possa continuare su questa strada anche con la realizzazione di quelle opere già programmate, come ad esempio la nuova centralina idroelettrica di ponte Malon o l’utilizzo degli ormai famosi Fondi Bran- ri. Ha decorato una sala nell'ospedale di Belluno, ha operato in quello di Feltre, recentemente ha dipinto il nuovo ingresso dell'ospedale di Conegliano. "Ma questo lavoro è molto più significativo -dice- perchè c'è l'opera e la fantasia dei ragazzi del Csm. Li abbiamo lasciati dipingere in libertà, sostenendoli e condividendo il bel ri- Donato un contributo al Circolo Auser e ricordata la figura di Olga Bacchetti mportante appuntaI mento per la Sezione Associazione Bellunese Vo- “Vogliamo che i nostri ospiti si sentano visivamente coinvolti”, sottolinea il direttore del Centro Dr. Fabio Candeago sultato finale". I ragazzi mostrano con orgoglio le forme decorative, alberi, fiori, farfalle, cieli di un azzurro intenso, prati di verde luminoso. Uno spazio ravvivato dal loro lavoro decorativo, che resterà come segno di una armonia cercata ogni giorno e dipinta nella diversità. Il lavoro preparatorio, che ha portato alla realizzzazione dei dipinti murari, è IN ASSEMBLEA stato anche fissato su pannelli di legno. E di queste opere viene fatta una mostra al Gran Caffè Tiziano in piazza a Pieve, che è visitabile per tutto il mese di aprile. Lucio Eicher Clere cher e Letta. Tutto ciò per portare ai nostri concittadini quell’auspicabile sviluppo che permetta alla nostra comunità, ed in particolar modo ai nostri giovani, di continuare a vivere con sempre maggiori opportunità nel nostro splendido paese”. Livio Olivotto lontari del Sangue di Pieve di Cadore che il 29 febbraio ha chiamato in assemblea i donatori presso la sala Coletti di Tai dove il segretario Carlo Tabacchi ha salutato calorosamente i donatori ringraziandoli per la loro fattiva presenza e ha relazionato sull'attività svolta lo scorso anno 2011. Nell'occasione, e a dimostrazione dell'alto spirito di comunità, il segretario ha voluto consegnare un piccolo contributo in denaro al presidente del Circolo Auser di Pieve di Cadore Carlo Baldessari e ricordare la figura di Olga Bacchetti benemerita socia donatrice. Ogni goccia di sangue donata è di sostegno ad altre vite. L'impegno dei donatori di sangue non è dunque una tradizionale incombenza ma si dimostra un valore ben saldo dopo quasi sessant'anni di presenza (1954) della Sezione ABVS a Pieve di Cadore. Al di là dei numeri del bilancio di “cassa”, sempre significativa la “relazione morale” illustrata dal segretario Carlo Tabacchi per il direttivo composto da Giovanni Giopp (cassiere), Flavia Tabacchi Burin, Gianantonio Baldessari, Floriano Cian, Giovanni Monico, Ruggero Ciotti, Luigina Fedon, Giancarlo Paludetti, Gino Ruoso, Alessandra Sposato (consiglieri), Francesco Ferraù e Franco Brunello (revisori dei conti): donatori attivi 139 sui 146 del 2010, donatori iscritti 150 sui 161 del 2010; 195 le donazioni totali, di cui 18 in aferesi, qualcosa in meno del 2010; la media percentuale delle donazioni pro capite aumenta a 1,40 grazie all'incremento delle chiamate dei donatori attivi; entrati ben 9 nuovi donatori ma il saldo è in calo di 7 unità, inalterato il numero dei donatori accantonati o trasferiti (16). Di qui l'auspicio del segretario che entrino nell'associazione forze nuove soprattutto giovani, e i sempre necessari avvisi operativi, fra i quali le modalità sulle donazioni che da circa tre anni sono su appuntamento e pertanto non è più possibile recarsi a Belluno senza aver preventivamente ottenuto la prenotazione. Particolare rilievo poi è stato dato al ricordo di Olga Bacchetti, socia fondatrice e segretaria della Sezione dal 1963 al'84, scomparsa qualche mese fa all'età di 87 anni. “Figura indimenticabile per la comunità di Pieve di Cadore che tanto le deve nel campo del volontariato e della solidarietà, esempio di generosità e dedizione sostenuto da grande determinazione”. Al ricordo del segretario è seguita una commossa testimonianza del fratello di lei Mario Bacchetti. RC foto di T. Albrizio Sezione ABVS Pieve di Cadore 150 donatori iscritti 9 donatori nuovi nel 2011 195 le donazioni totali TAI di Pieve di Cadore - 29.2.2012 Donatori della Sezione ABVS il presidente Carlo Tabacchi consegna un contributo a Carlo Baldessari APRILE 10-11 .qxd:FEBBR 8-9 6-04-2012 15:51 Pagina 2 10 ANNO LX Aprile 2012 4 Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni LE GIOVANI GENERAZIONI DEGLI EMIGRATI CHE CʼÈ DI MEGLIO DEL “TITA BARBA” CHE VOGLIONO TORNARE AL PAESE PER PER FESTEGGIARE LʼANNIVERSARIO? Dove festeggiano i coniuSPOSARSI CHIEDANO DI CRISTINA gi Gigetto Peverelli e Anna Buongiorno Direttore, le le scrivo perchè volevo ringraziarla enormemente per aver pubblicato l'intervista che il mensile OSTIA IN mi ha fatto a giugno 2011 e per averla considerata valida per i suoi contenuti. In chiusura dell'articolo accennavo ad un nuovo progetto in cui mi sto impegnando ed ho pensato che potrebbe essere interessante dargli un seguito e svelare ai lettori di che si tratta, senza contare che per me e per mio padre sarebbe un onore apparire di nuovo nella vostra rivista. A gennaio 2012 ho aperto, insieme ad una mia amica, Paola Lizza, un'agenzia di wedding planner internazionale con sede a Roma e Londra. Organizziamo matrimoni per gli stranieri che vogliono coronare il loro sogno d'amore nel nostro splendido paese ed anche per tutti gli sposi che sognano un ricevimento eco-sostenibile a basso impatto ambientale. Ci occupiamo di tutto noi, dalle pratiche burocratiche agli allestimenti passando per il make-up artist e gli addobbi floreali, consapevoli che chi vuole sposarsi in un paese diverso da quello in cui risiede ha bisogno di affidarsi a un professionista esperto ed affidabile anche per i più piccoli dettagli. Sicuramente in questo momento di crisi non è semplice ma siamo convinte che il nostro impegno porterà buoni frutti; inoltre ho dalla mia parte la caparbietà e la perseveranza che mi hanno regalato le mie origini cadorine. Io credo che per i vostri lettori d'oltreoceano potrebbe essere un'informazione utile, infondo sarebbe bello se le giovani generazioni dei nostri concittadini emigrati tornassero a sposarsi nelle stesse chiese del Cadore dove tutto ha avuto inizio. Resto a disposizione, cordialmente Cristina Liva Roma L’idea potrebbe solleticare i nostri Cadorini nel mondo e chissà che dall’intraprendenza di Cristina non nasca cosa. Invito quindi a visitare la pagina facebook LILIWEDDING ROME o a collegarsi al sito www.liliweddingrome.com Maria di Pieve l’anniversario di matrimonio? Al “Tita Barba” su in Vedorcia, a rinverdire i ricordi di gioventù. E in occasione del loro 62° anniversario di felice matrimonio (13 aprile 1950) hanno pensato bene di comunicarci la loro gioia d’aver fatto questa gita lassù, perché, si sa, le nostre montagne sono le più belle in assoluto. “L’anno scorso io e mio marito siamo saliti, nonostante la nostra… veneranda età, al Rifugio Tita Barba (altitudine 1830), dove abbiamo trascorso tre bellissime giornate. Si raggiunge il Rifugio da Casera Vedorcia attraverso una panoramica mulattiera, costellata da graziosissime casette in legno. Uno dei luoghi più incantevoli delle nostre montagne è l’area circostante di questa ti- pica casera d’alpeggio. Sedersi sul prato a contemplare le nuvole che giocano con le guglie degli Spalti di Toro è una emozione grandiosa, è una pace profonda interrotta solo dallo scampanio delle mucche in alpeggio. Il panorama è splendido e si vedono molti paesi compreso il lago del Centro Cadore.” Che spirito romantico, Anna! Ai nostri due abbonati felicitazioni e tanti auguri per l’anniversario. Si è svolto a Laggio a fine anno un corso di fotografia, il primo tenuto da Stefano da Rin Puppel. Lezioni di teoria accompagnate da due uscite, ad Erto e Venezia, per provare le nozioni impartite sulle basi della fotografia, come funzionano le macchine e come lavorare la foto dopo lo scatto con i programmi di fotorintocco. I partecipanti sono stati nu- merosi ed entusiasti dell’esperienza che li ha portati ad approfondire la tecnica fotografica. Il Comune di Vigo metterà a disposizione una sala dove i partecipanti esporranno le loro foto. C’è sempre qualcosa da fare d’interessante in Cadore… E. F. DINO ZANDONELLA RINGRAZIA MENEGUS ENTUSIASTI DEL CORSO DI FOTOGRAFIA PER I RICORDI IN “STORIE DI PAESE” Gentile Redazione, vi mando copia della lettera da me inviata al signor Giovanni Battista Menegus per ringraziarlo del meraviglioso libro scritto. Con l'occasione ringrazio anche la Magnifica Comunità per aver divulgato l'opera. Cordiali saluti. Dino Zandonella Romans d’Isonzo Egregio Signor Giovanni Battista, giusto alcuni giorni fa ho ricevuto, dalla Magnifica Comunità di Cadore, il libro da Lei scritto dal titolo “Storie di paese”. Oggi me lo sono letto tutto. E’ un libro bellissimo e racchiude racconti e storie di vita realmente vissute che anch’io, nato a Santo Stefa- no di Cadore pur avendo un po’ di anni in meno di Lei, ho fatto e “combinato” negli anni passati. Mi creda, nonostante le miserie di un tempo, non invidio per niente i giochi e giocattoli che hanno oggi i nostri giovani. Con il suo libro mi ha fatto tornare indietro di molti anni ricordandomi i miseri giochi che avevamo e che, spesso e volentieri, ci spingevano a diventare dei piccoli artigiani in erba in quanto quei miseri giochi ce li dovevamo inventare e costruire noi. Purtroppo anche i paesi hanno cambiato aspetto, non sembrano più allo sguardo quei magnifichi musei viventi di un tempo A tutti i nostri lettori Auguri di Buona Pasqua che, sicuramente, avrebbero attratto molti turisti veri e non quei proprietari di appartamenti acquistati come seconda casa in quei palazzi “condomini” che hanno deturpato la bellezza di un tempo dei nostri amatissimi paesi dando ai rispettivi comuni più grattacapi e spese rispetto a quei quattro soldi che pagano di tasse. Ringraziandola ancora per avermi fatto tornare indietro nel tempo, negli anni felici della mia gioventù, Le invio un cordialissimo saluto. cav. Dino Zandonella P.S.: Le zolle al Villaggio Corte le ho messe anch’io. APRILE 10-11 .qxd:FEBBR 8-9 4 6-04-2012 15:51 Pagina 3 ANNO LX Aprile 2012 11 Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni LʼASSOCIAZIONE ORGANI STORICI DEL CADORE VA IN SVIZZERA IN TRASFERTA L’associazione Organi storici i Cadore, oltre che l’organizzazione dei concerti estivi e il recupero degli strumenti storici del Cadore, ha anche l’obiettivo di far approfondire la conoscenza di questo particolare, fantastico, strumento sonoro, tra gli associati e gli appassionati. A questo scopo organizza delle visite a strumenti di particolare pregio e a fabbriche di organi. Quest’anno l’iniziativa è stata di particolare interesse e ha portato il gruppo alle città di Zugo e di Lucerna, in Svizzera. La conoscenza del presidente, Giuseppe Patuelli, con Marco Brandazza, organista della chiesa di St. Michael di Zugo e insegnante alla scuola superiore di musica di Lucerna, ha consentito la realizzazione dell’incontro di aggiornamento, cui hanno partecipato 15 appassionati, con il presidente e il direttore artistico, Renzo Bortolot. Al gruppo si è unita anche la signora Eva, moglie dell’accompagnatore, anche lei organista in una chiesa protestante e insegnante di musica. Nel corso dell’escursione, sono stati suonati 6 organi, da 1 a 5 tastiere, a trasmissione meccanica, provati e gustati ognuno nella particolare struttura fonica. In una messa festiva gli organisti italiani si sono alternati con il titolare, nell’accompagnamento della liturgia. Il pezzo finale ha coinvolto tutti i presenti, che sono usciti dalla chiesa solo al termine dell’esecuzione organistica. L’organo con la musica ha dimostrato di avere una LAUREE in diritto medioevale e moderno: “L’ordinamento penale nel Libro Terzo degli Statuti Cadorini del 1338”. Congratulazioni dalla moglie Raffaela e dal figlio Lorenzo, dagli amici tutti. Davanti al grandioso Hoforgel, sotto le eccezionali canne del 1650 Massimo Caltana, luogotenente e comandante della Stazione Carabinieri di Pieve di Cadore, ha conseguito la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università Telematica Pegaso di Napoli, discutendo la tesi Alice Peverelli di Calalzo - Pieve di Cadore si è laureata il 27 marzo scorso in Architettura presso l’Università di Udine. do raggiunto il papà RenaSi congratulano to, la mamma Sonia, parencon lei per il traguar- ti e amici. ROBERTO VALMASSOI IN UN LIBRORITRATTO DEGLI ARCHITETTI DI MILANO parte attiva nella liturgia e di non essere solo un abbellimento, il più delle volte inutilizzato o poco utilizzato. Del gruppo faceva parte anche un organista di livello mondiale, Silvio Celeghin, già ospite dei concerti estivi cadorini, che nei vari strumenti ha eseguito i brani di un ideale e apprezzato concerto che, proprio per questa alternanza di strumenti con caratteristiche differenti, è difficilmente ripetibile. Merita una citazione particolare l’ultimo strumento visitato e che ha interessato il gruppo fino a tarda sera, il grosse Hoforgel della collegiata di st. Leodegar, di Lucerna, a 5 tastiere, 84 registri, 5949 canne, con una canna di stagno alta 10 metri, pe- sante 385 chili, costruita nel 1650 a Salisburgo e che riesce ancora a far sentire la sua meravigliosa voce. Nel ritorno, i compatrioti dell’eroe cadorino, Pier Fortunato Calvi, hanno voluto rendere omaggio all’eroe del Canton Uri, Guglielmo Tell, facendo sosta davanti al monumento che lo ricorda. In una terra di studio delle mele, è emersa, scherzosamente, una domanda, che però non ha avuto risposta: “Di quale varietà era la mela che Guglielmo Tell ha posto sulla testa del figlio?” E’ stato l’unica risposta mancata in una iniziativa culturale, molto apprezzata e di alto livello, dell’Associazione Organi storici in Cadore. Agostino Sacchet “Essere stati architetti a Milano per 50 anni , significa aver vissuto eventi che hanno cambiato il mondo e la nostra città”. Così viene presentato il volume “60/ 10: cinquant’anni di professione” realizzato dall’Ordine degli Architetti di Milano che raccoglie le importanti esperienze di tanti architetti. Fra loro, alla presentazione del 12 marzo scorso, c’era anche il nostro architetto Roberto Valmassoi, che è nato a Pieve di Cadore nel 1933 e che per l’appunto, dopo gli studi universitari a Venezia dove si laurea nel 1959 e un periodo di apprendistato, apre il proprio studio a Milano. Operatore attivo nel settore dell’edilizia civile, industriale e, negli ultimi anni, nella pubblica residenziale ed ospedaliera è impegnato a finalizzare la sua competenza per la ricerca di espressioni architettoniche nella logica di obiettivi estetici, economici e sociali, usufruendo di metodi e mezzi tecnologicamente avanzati. Le sue significative opere sono state pubblicate su varie riviste. Valmassoi è attivo nel movimento cooperativo per la casa e realizza, da solo e in gruppo, molteplici iniziative in Brianza e a Milano, tanto che nel 1986 il prof. Bruno Zevi si esprimeva con queste parole: “Tale edilizia ha urgente bisogno di una qualificazione e lei è tra i pochissimi capaci di imprimerla”: era il novembre del 1986. Nell’edilizia pubblica residenziale partecipa a realizzazioni o ristrutturazioni tra Milano e provincia con l‘ALER e nell’edilizia sanita- ria con il Pio Albero Trivulzio. Parallelamente all’attività professionale, ha svolto attività didattica al Politecnico di Milano con il professor Fredi Drugman tra il 1987 e il 1988 ed è stato correlatore di tesi di laurea progettuali negli anni tra il 1986 e il 1990. Congratulazioni Roberto. APRILE 12-13 12 .qxd:FEBBR 12-13 6-04-2012 15:58 Pagina 2 STORIA l 14 agosto 1866, la III I guerra d’indipendenza, densa di umiliazioni materiali e morali per il nostro esercito e la nostra marina, ci concedeva una piccola soddisfazione in Cadore, peraltro fuori tempo massimo, ad armistizio di Cormons già concluso, scegliendo come teatro di scontro l’amena località di Tre Ponti, presso Cima Gogna, con i pendii boscosi che a nord-est salgono verso Piniè e il Tudaio, in quel di Vigo, e a sud corrono verso Lozzo, sulla destra del Piave. Di questo scontro risorgimentale che vide fronteggiarsi i volontari italiani del Capitano Guarnieri e quelli austriaci del Conte Mensdorff-Pouilly, molto si è già scritto ed i contributi storiografici e memorialistici apparsi fino ad oggi risultano invero assai diversi tra loro per spessore culturale e soprattutto per temperie spirituale, troppo spesso viziati dall’enfasi patriottica e nazionalistica imperanti fino a qualche decennio orsono. Partendo proprio dai documenti e dalle testimonianze di chi fu presente quel giorno abbiamo effettuato con moderni strumenti d’indagine una serie di approfondite ricerche sui luoghi che furono testimoni degli scontri. Per primo abbiamo indagato a Cima Gogna, dove la mattina del 14 agosto si erano inizialmente ritirati gli uomini del Galeazzi provenienti da Auronzo sostenendo uno scambio di fucileria prima di ritirarsi ai Tre Ponti. E qui abbiamo avuto la prima sorpresa con il ritrovamento, sui prati che sovrastano la vecchia osteria “Cella”, di numerose pallottole italiane conficcate nel terreno, sia di quelle oblunghe cal. 17 mm per fucili e carabine ad avancarica con canna liscia mod. 1860 in dotazione all’Esercito Piemontese che pallottole sferiche o oblunghe per pistole a canna liscia o rigate, armi per lo più personali dei volontari cadorini. Più in basso, nella conca prativa alle spalle del vecchio bivio per il Comelico, dove probabilmente gli Jäger si erano adunati al coperto, sono invece affiorati dal terreno numerosi bottoni di bronzo o rame delle loro divise, con impressi i numeri dei reggimenti (15° e 11°) o l’aquila bicipite. Sul piano di Gogna e giù ANNO LX Aprile 2012 4 RITROVAMENTI - Quasi 150 anni dopo, pallottole e proiettili rimasti sul terreno precisano particolari sullʼepico scontro del1866 di Walter Musizza Giovanni De Donà QUANDO I VOLONTARI ITALIANI FERMARONO GLI AUSTRIACI A TRE PONTI Vecellio, tutti di Pieve e Giovanni Zandegiacomo Cella di Auronzo) e 4 risultarono pure i feriti, di cui tre gravi. Certamente anche le nostre armi, seppur vetuste, non scherzavano, come testimonia il registro dei morti della Parrocchia di S. Giustina di Auronzo che riporta: “Degli Austriaci rimasero feriti gravissimamente 21, fra cui 3 ufficiali, e 2 cadetti, dei quali 12 partirono per la Carinzia il 16 corr. e 9 fra cui il Capitano Coronini e i 2 cadetti, esse impossibile il loro trasporto, restarono fra noi. Conchiuso fra i combattenti l'armistizio, gli Austriaci percorsero il campo da loro occupato nella giornata e rinvennero tre morti dei suoi che raccolti e trasportati a Villapiccola vennero il di seguente (15 corr.) sepolti nel cimitero di S. Lucano coll'assistenza di Mons. Pievano e col corteggio di tutta la truppa." I tre caduti austriaci erano: Aloysius Schega di Gratz in Stiria, nato nel 1847, cattolico, celibe, falegname; Jacob Viller, di Porgach di Laubach (Krain), nato nel 1834, cattolico, celibe, beccaio; Antonius Hribar, di Penovoda di Rudolveret (Krain) (forse Rudolfswerd, Windisch Marck), nato nel 1844, cattolico, celibe. Il 23 agosto mori poi in Auronzo il “patrolführer” del II Btg., II cp. Cacciatori delle Alpi, Henricus Weinhardt, goriziano, cattolico, celibe, sepolto pure lui a S. Lucano il 24 agosto. Costui era certamente uno dei 9 feriti rimasti ad Auronzo per farsi curare. In conclusione, anche questa piccola indagine storica conferma come la ricerca sul terreno sia sempre, anche a distanza di molti anni, preziosa fonte di apprendimento, complementare e sinergica rispetto alla tradizione orale e scritta consentendoci di evidenziare alcuni aspetti ancor oggi poco conosciuti, ma pur importanti, dei fatti accaduti. Un particolare ringraziamento va agli amici Giancarlo Arnoldo di Vigo, Giovanni De Lotto di Tai e Michele Domini di Domegge per l’aiuto determinante prestato nell’indagine. bottoni d’uniformi austriache Palla in dotazione esercito piemontese e pallottole del 1866 e palle di fucile per pistole dei volontari austriaco Lorenz (sotto) verso i Tre Ponti ancora molte pallottole italiane di varie fogge segno che i volontari erano armati con armi di diverso tipo, anche da caccia, tra le quali spicca una palla definita tecnicamente “oblunga a cavità quadrangolare espansibile” da 17 mm per carabina o fucile a retrocarica sistema Carcano, dell’Esercito Piemontese. Di più non è stato possibile trovare perché il terreno è stato sconvolto negli anni dai vari lavori per la zona industriale, le segherie e altre attività. Dall’altra parte della barricata, cioè quella presidiata dalle bande armate cadorine il terreno da sondare era molto vasto, quindi siamo partiti ai piedi del Tudaio scendendo verso Piniè nel bosco del “Pegnolè” dove sappiamo dal resoconto di Giobatta De Podestà Bellina di Vigo, testimone dei Lo scontro avvenne ad armistizio concluso (III Guerra dʼindipendenza) tra i volontari italiani del cap. Guarnieri e quelli austriaci del conte Mensdorff-Pouilly fatti. Egli ci racconta come già alle 9.35 il nemico avesse iniziato ad investire massicciamente l'ala destra cadorina comandata da Vittorelli e Cellini. I nostri erano disposti sull’argine e resistettero per 4 ore sotto un fuoco indiavolato tanto che, proprio al suo fianco sotto le “plotonate” austriache, cadde Giovanni Zandegiacomo di Auronzo. Lo scontro si spostò poi gradualmente più in basso, verso “Ponteviere”, fino a raggiungere i Tre Ponti. Ed in effetti i terreni presso il “Pino Solitario”, sotto Piniè e “Ponteviere” hanno restituito numerose palle austriache, soprattutto del tipo cilindrico-ogivale a cavità triangolare espansibile con punta piatta per fucili da fanteria a retrocarica (o ad ago), moschetti o pistoloni (cal.17,2 mm, lungh. 21,5 mm), a canna liscia. Poi ancora abbiamo reperito numerose palle cal. 13,9 per carabina da tiratore scelto ad avancarica “Jagerstutzen” mod. 1854 sistema Wanzel o cal. 13,9 sistema Lorenz, con canna rigata. Sono spuntate poi pallottole cilindriche “Nessler” con sporgenza mammellare dell’incavo per pistola e pistoloni (cal.16,6 mm lungh. 15mm) ed infine – quasi una sorpresa - alcune pallottole “Miniè”. Non è stato possibile trovare altri oggetti risalenti allo scontro perché, come riferirono i testimoni, essi furono raccolti dai numerosi curiosi che erano presenti sui luoghi dello scontro, o vi accorsero subito dopo.. Dall’analisi del materiale ritrovato possiamo dire con certezza che a Tre Ponti si combatté uno scontro nel quale i volontari austriaci, oltre ad essere equipaggiati col vecchio fucile ad avancarica “Lorenz”, utilizzaro- no per la prima volta delle armi moderne, a retrocarica, con cartucce di carta, i così detti “fucili ad ago” derivati dai modelli Dreyse e Chassepot, di produzione rispettivamente prussiana e francese. Si trattava di armi molto più precise e micidiali, rispetto alle nostre, che permettevano tiri più lunghi, (m 1200-1400) con cadenza maggiore. Non ci possiamo meravigliare dunque se il De Podestà raccontò d’aver avuto la giacca ed il cappello traforati da colpi esplosi dagli austriaci a circa 400-500 metri di distanza. Ma un ulteriore fatto importante va sottolineato, con queste armi si utilizzò la polvere antifumo, da poco inventata, proprio per permettere di mantenere libera la visuale del campo di tiro dopo ogni “plotonata”. Infatti con la vecchia polvere nera si dovevano attendere diversi minuti prima che il fumo si diradasse per poter individuare nuovamente il bersaglio e fare ancora fuoco. Come abbiamo visto, furono anche usate le famigerate pallottole “Miniè”, ideate ancora nel 1855 da Claude-Etienne Miniè, già utilizzate nella guerra di Crimea e diventate famose nella guerra di Secessione americana, soprattutto nella battaglia di Gettisburg del 1863. Queste avevano un diametro notevolmente più piccolo della canna del fucile e presentavano, nella parte terminale, 2 o 3 scanalature riempite di grasso, che all’atto dello scoppio si allargavano ed espandevano il proiettile fino a portarlo a contatto con la rigatura della canna, aumentando così la pressione e al contempo la precisione del tiro. Quando colpivano il bersaglio si schiacciavano, frantumando le ossa e procurando ferite paurose. In più il grasso delle scanalature era veicolo di infezione batterica e la cancrena era garantita sulle vittime con morte sicura o, nei casi più fortunati, con l’amputazione degli arti. Il combattimento ci costò 4 morti (Antonio Genova, Ignazio Vecellio, Romualdo APRILE 12-13 4 .qxd:FEBBR 12-13 6-04-2012 15:58 Pagina 3 ANNO LX Aprile 2012 iovan meritassimo “ P de S. Martin da Vigo”: così fu definito Matteo Pilotto in alcuni documenti e come tale figura nel prezioso studio “I Pievani di Vigo” di Antonio Ronzon. Ma a ben spulciare le carte dell’archivio della Magnifica Comunità di Cadore e del registro dei conti del “Comun d’Oltrapiave” e del “Lume di S. Orsola”, si trovano ulteriori notizie interessanti su di lui, capaci di rendere, dopo quasi 500 anni, il ritratto autentico dell’uomo. I parrocchiani lo chiamavano semplicemente “Pre Matio” ed era figlio dei suoi tempi, di un Cadore povero, dove “alcun forestier non potria star in questi monti sterilissimi et penuriosi dove si conpra fin il sole”, di un mondo e di un tempo che plasmavano la popolazione rendendola dura, a volte selvatica. Figlio di Baldassarre fu Bartolommeo, nacque a Laggio, discendente di una famiglia illustre, dalla quale si diramarono i Pilotti di Laggio e di Vigo e che, dopo di lui, diede parecchi sacerdoti, fra i quali quattro pievani e un arcidiacono. Nel 1544 egli era cappellano di Santa Orsola, probabilmente dopo il Pievano Domenico Giacobbi. Figura per la prima volta come Pievano di Vigo in un testamento del 24 gennaio 1553 ed abitava nel casón di Santa Orsola, forse perché la vecchia canonica di Vigo, in legno, era cadente. Il Ronzon ritiene sia diventato Pievano nel 1550 13 Dalle carte dʼarchivio emerge la figura di Matteo Pilotto, piovan meritatissimo de S. Martin da Vigo e buon diplomatico UN PIEVANO FUORI DAGLI SCHEMI Pre Matio divenne Pievano nel 1550, era uno dei pilastri della comunità in cui il sacro si confondeva col profano, e non disdegnava dʼintrattenersi nelle osterie Soleva dire: “alcun forestier non potria star in questi monti sterilissimi et penuriosi dove si conpra fin il sole” e la sua ipotesi è avvalorata dalla deposizione fatta dallo stesso Pilotto il 17 gennaio 1573 nella causa che verteva fra Pieve e Valle per la funzione del sabato santo, di essere cioè Pievano di Vigo da circa 23 anni. Il 24 maggio 1574 era presente alla riconciliazione della chiesa di Laggio fatta da mons. Luca Bisanzio, Vescovo di Cattaro. La chiesa infatti era stata riattata dopo l'incendio del 1540 e di conseguenza riconsacrata. Il nostro viveva coi proventi del beneficio di S. Orsola, con le varie offerte che riceveva dalla popolazione, coi denari delle messe, dei pellegrinaggi e con le 14 lire che il Comune gli versava ogni anno il 15 di agosto “per sua mercede”. D’altra parte era uno dei pilastri della comunità, in cui il sacro si fondeva col profano, dove i ritmi della natura e del lavoro si fondevano con la fede e la credenza religiosa, regolando una quotidianità scandita da lavoro e preghiera. Al momento della monticazione del bestiame, il 16 giugno di ogni anno, egli benediceva gli animali e celebrava una S. Messa in S. Antonio Abate. Partecipava inoltre alle varie processioni annuali, a S. Candido in Pusteria, alla Madonna della Molinà, a S. Vigilio di Vallesella, a S. Leonardo di Grea, a S. Giorgio a Domegge, a S. Lucano e S. Caterina in Auronzo, a S. Osvaldo di Sauris, dove concelebrava la S. Messa. Grazie alle sue conoscenze assisteva il Marigo nelle varie questioni che interessavano la sua comunità, come avvenuto ad esempio il 1° luglio 1578, quando era a Pieve per trattare con il Marigo di Lorenzago circa un pegno fatto “soto i pradi dantoia”, o il 31 marzo 1579, quando davanti a un “bochal de vin” risolveva “una diferencia contra Bastian marengon”. O ancora il 25 febbraio 1581, quando scriveva una lettera di raccomandazione al Marigo che doveva recarsi ad Udine da un avvocato per una causa coi fratelli Da Ronco. Figurava pure presente al momento della vendita del legname ai vari mercanti veneziani, aiutando il Marigo nella contrattazione o per fare i conti dei lavori boschivi, come il 28 ottobre 1578, allorché si trovò all’osteria di Greguol de Zaneto per pagare “le carezadure de le antene” dal bosco di Tamber fino all’altariol di Piniè. Il Pilotto non disdegna- IN STORIE DI PAESE Tita Menegus da Ruséco racconta IL DUCA AMEDEO DʼAOSTA orrevano gli anni 1936-37, C avrò avuto 14/15 anni. Era piena stagione estiva, San Vito era saturo di villeggianti, quelli di allora, quelli buoni. Io ero occupato alla pompa di benzina e olio Shell, nel piccolo garage di mio padre, che faceva servizio pubblico. Conoscevo tutte le macchine, specialmente quelle sportive: la favolosa Alfa 1750, la Bugatti, la Maserati, la Mercedes Benz, l’Auto Union, la Jaguar e tante altre. Le vetture lussuose, come la Rolls Royce, la Isotta Fraschini, erano rare. Per la meccanica ero troppo giovane, riparavo solo qualche gomma. Nel pomeriggio di una calda e serena giornata arriva una bella ragazza biondina, con i calzoncini corti, che a quei tempi erano una rarità. Molto educatamente mi spiega che sulla strada per Cortina, a circa 400/500 metri, erano rimasti con la macchina in secca, cioè senza benzina. Avevo per l’occorrenza una latta gialla e rossa, con un tubo flessibile di ottone. Carico cinque litri e ci avviamo. L’auto ferma era una FIAT 1500, decappottabile, tra le prime aerodinamiche, fatta a tartaruga. Sui sedili posteriori c’erano due bambine bionde. A lato, appoggiato al muro, attendeva un signore distinto, molto alto. Dopo i saluti, mi dice di essersi fermato improvvisamente, ritenendo di aver esaurita la benzina, contro ogni previsione. Verso i cinque litri nel serbatoio e, pur insistendo nell’accensione, il motore non accenna ad un minimo scoppio. All’inizio credevo che la donna venuta a chiamarmi fosse la mamma delle bambine e l’uomo alto suo marito. Invece, quando parla con lui, con tutto rispetto, lo chiama “Altezza” (pensavo allora che questo titolo gli si addicesse, perché era altissimo di statura, bello di aspetto e signorile nel tratto). Noto poi che ha un’aquila tatuata sul braccio sinistro: mi pare di ricordare che quell’aquila avesse una corona sulla testa. Sua Altezza decide di provare a fare il pieno, pertanto noi tre spingiamo la macchina a cambiare direzione, per avviarci alla pompa di benzina. La strada è quasi tutta in leggera discesa. Fatto il pieno, il motore non si avvia. Io pensavo che se la benzina c’era, poteva dipendere dalla mancanza della corrente. Per quello che capivo, lo spinterogeno, che già c’era su quelle macchine, sembrava a posto. Bisognava controllare il carburatore, che aveva due spruzzatori. Né io nè sua Altezza siamo stati in grado di fare qualcosa. Avevamo le mani unte e nere ed abbiamo armeggiato fino al punto che alcuni villeggianti, incuriositi, riconobbero il personaggio, ma non osavano intromettersi. I meccanici del paese, compreso mio padre, erano assenti fino a sera. Nel frattempo, le bambine si spostaro- va dunque di intrattenersi nelle osterie del Cadore, come quelle “de Nane da Pieve”, e soprattutto quando era di ritorno verso casa in quella di “ser Zorzi Barnabò a Domegie” e “ser Leo de Boneto” a Lozzo. Amava soprattutto la buona compagnia dei paesani davanti ad un buon piatto ed un “bochal de vin” nelle osterie di Vigo e Laggio. Quando la sua amata comunità rischiò di essere defraudata di pascoli o boschi, ecco che intervenne con energia in sua difesa, perorando la giusta causa presso il Vicario e il Consiglio della Magnifica Comunità, con l’aiuto del Cav. Vecellio, dei Genova e dei Bionda, mercanti di legname, nonché dell’Ufficiale di Pieve. Così fece pure nell’agosto del 1577, quando i vigesi si attivarono con tutti i mezzi (legali e non) contro il Consiglio della Magnifica per la conferma delle vizze di Razzo e Campo o nella vertenza per “i porti”, quando la tensione salì alle stelle e gli uomini di Vigo, per intimidire il Consiglio della Magnifica Comunità, si presentarono a Pieve armati “de schiopi, cortelli, spade, et pugnali” col Pievano in testa anche lui armato, minacciando di fare una strage. Una lettera anonima, conservata all’Archivio della Comunità (Busta 119, cartella 159) lo accusò duramente, definendolo “persona superba, arrogante, maligna, maldicente, sediciosa, risosa, scandalosa, deshonesta et di vita cativissima… contra ogni dover, et justitia se ingerisse in cose che a lui non apartiene suscitando popoli a litigar contra la comunità” e spiegando come trascurasse i suoi doveri religiosi comportandosi “come vagabondo che attende solamente alle conpagnie, hora in quella taverna, hora nel’altra a manzar et bever”.Il nostro Pievano, evidentemente più portato per la vita politica che per la vita religiosa, si spense all’improvviso nell'aprile 1582. Il suo corpo fu riposto nel tumulo dei sacerdoti nella pievanale di S. Martino di Vigo e sopra vi fu stesa una semplice “malta”. Walter Musizza Giovanni De Donà “Verso la benzina nel serbatoio della FIAT 1500 decapottabile, ma il motore non accenna ad un minimo scoppio” no, assieme alla ragazza, che era la baby sitter, sullo spiazzo erboso della chiesa. Turisti che apparivano di un certo rango, avvicinatisi e chiesto al duca se avesse gradito prendere qualcosa, fecero portare un tè dal Caffè Cantore, che era subito dopo la chiesa. Qualche altro si interessò per fare venire un meccanico da Cortina, che sopraggiunse poco dopo. (da Storie di Paese - Nov. 2011) Fontana Arreda Santo Stefano di Cadore Ambientazioni personalizzate anche su misura Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected] APRILE 14-15.qxd:FEBBR 16-17 6-04-2012 16:28 Pagina 2 ANNO LX Aprile 2012 14 LA G GRANDEZZA DEL iuseppe De Carlo, detto Ruoiba. è stato una famosa guida del Cadore e, prima che l’oblio ne cancelli il ricordo anche nel suo paese, ne parliamo sulla scorta del suo libretto di guida. Glielo aveva rilasciato il Consorzio Nazionale delle Guide e Portatori del C’AI di Milano il 17 giugno 1910 e recava il numero 14. Non c’è la fotografia, che non si usava neppure sui passaporti, ma per identificarlo c’erano alcuni dati. “De Carlo Giuseppe di Antonio. nato a Calalzo i1 24 novembre 1886. residente a Calalzo, provincia di Belluno. Altezza m. 1.78, corporatura regolare. capelli neri, fronte regolare, sopracciglia nere, occhi neri, naso regolare, barba nera, colorito bruno, segni particolari nessuno. Firmato GD Carlo, il sindaco del Comune G. Vascellari, lì 25 giugno 1910”. Egli lo ha portato nella giubba per quasi trenta anni. Era nato nella frazione di Rizzios e, soltanto dopo il matrimonio con Francesca Giacobbi (1897- 1963), aveva costruito una casa a Calalzo, in centro, dove s’era trasferito. Ora poteva permetterselo perché era diventato Guida Alpina, professione di grande prestigio e di buona entrata. Ma il primo anno era stato qualificato solo Portatore, che significava più fatiche perché avrebbe dovuto portare fino ad un massimo di 25 chili sulla schiena, e minori soldi in tasca, così era scritto nel suo libretto di riconoscimento personale. Le prime sette paginette contenevano il Regolamento di 23 articoli; e naturalmente li conosceva a memoria tutti. Soprattutto il primo che lo abilitava per i “monti della provincia di Belluno e limitrofi”. Gli altri, per così dire, più importanti, dicevano ad esempio che doveva: “essere provvisto di una corda di almeno 25 metri, una piccozza e una lanterna”; che come Guida CADORE Giuseppe De Carlo Ruoiba (Calalzo 1886-1963) alpino durante la I guerra mondiale era obbligato a portare “le provviste del cliente e i suoi effetti fino a 7 kg. per le escursioni difficili e fino a 12 per quelle facili” (quali erano’?). Infine la circostanza che la Guida “doveva provvedersi da sé il vitto e l’alloggio”. Spesso questo era un affare alquanto complicato. Per dire, quando doveva accompagnare un cliente sulle Lavaredo, se voleva risparmiare la spesa del pernotto nel rifugio, partiva da Calalzo all’una di notte e risaliva a piedi la valle di Auronzo fino al rifugio dove, alle sette del mattino, trovava il cliente pronto per l’arrampicata. Alla sera il ritorno a casa, ancora a piedi! La prima escursione la fece il 13 giugno 1910 con Luisa e Arturo Fanton che gli rilasciarono questa nota. “Attestano che hanno compiuto col portatore De Carlo Giuseppe l’ascensione del Cimòn della Froppa in condizioni assai cattive per la nebbia e la neve che cadde abbondantemente per limita la durata del- Giuseppe De Carlo di Mario Ferruccio Belli la salita. Egli ha mostrato ottime qualità di arrampicatore”. La seconda la compì accompagnando sul Crìdola tre clienti, fra cui Antonio Berti, il già famoso medico e scrittore di libri di montagna, che così commentò “De Carlo Giuseppe apprendista portatore promette di diventare un ‘ottima guida”, Quell’estate con lo stesso gruppetto scalò tutte le cime delle Marmarole, dalla Val d’Oten. L’anno seguente veniva promosso guida. Durante il 1911 il libretto segnala due volte la Grande di Lavaredo, tre volte i Cadini di Misurina, una la Piccola Lavaredo. Poi, facendo capo al rifugio Tiziano, in compagnia del conte Ludovico Nani Mocenigo, primo segretario dell‘ambasciata di Berlino, scalò la Croda Bianca, l’Antelao, la Cima Schiavina e alcune vette delle Marmarole. Il 1912 è ancora più proficuo, giacché il lavoro lo porta sul Cristallo da Misurina e poi al Campanile di Montanaia. Quando alla fine di agosto lo ingaggia per la seconda volta Antonio Berti per alcune scalate sul gruppo del Popèra di Comelico, sul libretto compare questo elogio: “De Carlo è la guida che oggi conosce meglio le Dolomiti dei Cadore”. Anche il 1913 porta soddisfazioni e denaro. Più volte va con clienti sulle Marmarole, dalla Croda Bianca al Cimòn della Froppa; poi un paio di volte sull’Antelao, una sulla Grande di Lavaredo e due il Crìdola. Così anche nel 1914, quando fa tre volte l’Antelao, con clienti nuovi dai quali riceve elogi. Nel gennaio 1915 compare invece una escursione invernale, l’unica, sulla Forcella Scodavacca. Poi purtroppo in tutta l’estate sale solo una volta l’Antelao. Ormai la guerra è alle porte. De Carlo viene richiamato con gli alpini sul fronte delle Tofane, dove passa due anni fino a Caporetto, quan- 4 GUIDA ALPINA Bepi della Ruoiba fece di professione la guida alpina, fra i suoi clienti il famoso Antonio Berti Fisico forte, andava a piedi da Calalzo alle Tre Cime, arrampicava e tornava do il suo reparto si sposta sul Grappa. Dalla guerra mondiale esce fortunatamente incolume, ma con poco lavoro da guida. Siccome possiede un cavallo bisogna adattarsi ai piccoli trasporti, al legname, alla fienagione, alle arature dei campi. Nel 1920, il libretto torna a parlare con una salita sul Cadin di Toro ed una sul campanile di Montanaia, con alpinisti di Roma. Nell’anno seguente lo assume l’ingegner Gino Ravà ancora sugli Spalti di Toro. Il commento finale “Non ebbi che a lodarmi del De Carlo sotto ogni aspetto. E’ raccomandabile agli alpinisti che frequentano queste belle montagne”. In seguito Ravà si sarebbe spostato a Cortina, abbandonando le Dolomiti del Cadore. Nel 1921 soci di Padova lo ingaggiano per una settimana di esplorazioni dei monti di Bolzano, da poco ritornati italiani. Oltre alla paga gli danno in regalo una nuova corda. Nel 1922 ricompare un Antelao, salito con tredici alpinisti di Biella. Nel 1923 ha un solo cliente. Alfonso Vandelli, per una sola salita sul Crìdola. I bei tempi di anteguerra sono cambiati ma pure la clientela. Infatti nel 1924 accompagna la prima cliente donna, contessa Maria Miani, sul campanile di Montanaia; e lei scrive: “la guida ha dimostrato tecnica e accortezza insuperabili”. Nel 1925, con alpinisti di Cremona, sale l’Antelao e alcune vette delle Marmaro- le. Poi più nulla. La crisi dell’italia e il nuovo regime caratterizzano il tramonto. De Carlo è nel pieno delle forze e dell’abilità alpinistica ma non ci sono clienti né cronache sul libretto. Due turisti di Feltre compaiono nel 1927; un cliente tedesco, il primo(!) nel 1928, due nel 1929; uno che già conosciamo, Alfonso Vandelli nel 1930 per una salita del Cristallo. Egli elogia la guida “per la sua perizia e la sua prudenza”. Nel 1931 compare per l’ultima volta l’Antelao scalato con neve fresca e insidiosa. Nel 1932 è registrata l’ultima salita della verticale Croda Bianca. La nota è firmata dal giovanissimo ingegnere Mario Giacobbi di Pieve (futuro costruttore del trampolino olimpico di Cortina!) in compagnia di due suoi colleghi. Con loro compie anche due escursioni sul Popèra, percorrendo l’ormai mitica Strada degli alpini. Le ultime salite sono datate settembre 1936. Quattro righe in tutto. “Campanile di Toro, campanile di Montcanaia. Molto contento delle salite e della guida. Giacomo Luis (?) Milano “. Giuseppe De Carlo è mancato un giorno d’agosto del 1963. Pochi giorni dopo lo seguiva la moglie che, chissà quante volte, con un fondo d’ansia l’aveva visto partire a notte fonda per lontane montagne. Ma questo non appare sul suo libretto di guida dalla copertina consunta. LA BANDA MUNICIPALE S. VITO DI CADORE 1948 an Vito – Sono passati S cinquant'anni dalla morte di Gabriele De Sandre (1898-1962). Come disse il pievano, don Guglielmo Sagui, “la scuola, l'ufficio postale, la cantoria dell'organo, gli archivi comunali, le scansie dell'Azienda di Soggiorno, le sedi di Giunta e di Consiglio comunale, i palchi delle recite o piccole accademie, la stampa di propaganda e guida turistica furono palestra delle sue fatiche, della sua genialità ed attività appassionata”. La foto Roma (raccolta di Marcellino Belli Codan), scattata nel 1948 sul piazzale stazione ferroviaria, permette di aggiungere la fon- dazione della banda municipale, provvista degli strumenti abbandonati nell'albergo Marcora dai soldati austriaci nel 1918, menzionata nel ritratto curato da M. F. Belli (luglio/2004). In piedi, da sinistra: Gelindo Martinelli Santa, Natale Del Favero de Menin, Remo Palatini Zotelo, Vincenzo Menegus Tamburin, Ermenegildo Menegus Tamburin, Battista Sala de Donin, Italo Sala de Donin, Gabriele De Sandre Colombo, maestro del sodalizio, Giovanni De Ghetto Aucel, Bortolo Da Col Perarol, Ernesto Palatini Zotelo, Giuseppe Fiori Monego, Giovanni Pordon Masarié, Romolo Palatini Zote- lo, Gregorio Del Favero Fouro, Alberto Cavallini, Gioachino Menegus Spagnoleto, Marcellino Belli Codan, Luigi Fiori Cuco, Luigi De Sandre Danel; seduti, da sini- stra: Antonio De Vido Coleti, Marino De Sandre Balota, Giovanni Del Favero Mostaci, Antonio Belli Sandre de chi de Sandre, Simeone Del Favero Fouro, Giovanni Por- don Pordon, Raffaele Belli Paneto, Natale Belli Paneto, Mario De Lotto Frances, Giordano Fregonese, Battista Fiori Carlo (da: Roberto Belli, Rac- conti di un tempo, personaggi e immagini di San Vito, Borca e Vodo di Cadore, volume primo, Print House, Cortina 2004). Giuseppe De Sandre APRILE 14-15.qxd:FEBBR 16-17 4 6-04-2012 16:29 Pagina 3 ANNO LX Aprile 2012 ra il fuoco a costituire E uno dei motivi di maggior timore nei nostri paesi. Le cronache cadorine dei tempi andati abbondano di notizie circa incendi, talora devastanti, considerati tra le maggiori calamità da cui guardarsi, contando sulla mutua solidarietà. Valga per tutte la narrazione di quanto accadde il 14 aprile 1854 a Laggio. Ce ne dà notizia il lorenzaghese Fortunato Tremonti, il quale ne ha lasciato memoria nella suo manoscritto “Notizie storiche sul Cadore e specialmente di Lorenzago”. Ci racconta di certo Pietro Antonio De Sandre di Laggio, uomo assai dabbene, che si era fatto costruire un forno al secondo piano della propria abitazione onde potervi confezionare il pane “a suo talento” senza aver bisogno di attrezzature prestategli da altrui. Correva il periodo della Settimana Santa quando un giorno si verificò l’irreparabile. Concluso il lavoro, di preparazione del pane, si era passati alla cottura, ma proprio in quella fase non ci fu la dovuta attenzione: “gli diedero - riferisce Tremonti - legna di più che poteva portare il forno e, chiusa la bocca, lasciandolo solo, andarono a 15 Cronaca dʼun fatto accaduto a Laggio nel 1854 IL FORNO SʼINCENDIOʼ E ARSE IL PAESE I fatti sono descritti da Fortunato Tremonti in “Notizie storiche sul Cadore... ” Dal forno le fiamme si levarono altissime e in poco tempo accesero le case di Laggio dormire.” Imperdonabile imprudenza. La forza del fuoco e del fumo fece che, essendo il forno fresco, non poté resistere e scoppiò la parte superiore. “Le fiamme non tardarono a levarsi altissime, tanto da raggiungere velocemente il soffitto della casa, dove trovarono facile alimento nelle strutture lignee. Da lì il fuoco avanzò furioso avvolgendo la soffitta e anche il tetto iniziò ad ardere.” Si sa come in tali frangenti andavano le cose nei nostri paesi, dove le abitazioni sorgevano l’una accanto all’altra. Ciò che accadde quella notte a Laggio è un copione di quanto un’infinità di volte si era verificato in altri villaggi. L’immagine è ben resa dal cronista, il quale spiega che in poco tempo il fuoco accese le case vicine, “in modo che appena ebbero tempo di salvarsi la vita, senza poter salvarsi che pochissimi effetti. Il numero delle famiglie, le disgraziate che ebbero il fuoco, sono verso cinquanta. In così terribile incendio fu abbruciato il campanile, cadute le campane, il tetto della chiesa. Ma in chiesa non entrò il fuoco e fu salvato tutto ciò ch’era dentro.” Data la situazione quelli di Laggio da soli non potevano farcela ad arginare l’avanzata di un simile incendio e non c’era che da sperare negli aiuti che potevano arrivare dai paesi vicini. Precisa Tremonti che “ciò seguì la sera del venerdì santo, tempo in cui le campane usano fare silenzio e qui a Lorenzago furono i primi a suonare a stor- mo, suono tale che Lozzo e Pelos ancora non sapevano nulla del fuoco, né dov’era. Finalmente videro il fuoco a Laggio e presero il suono delle loro campane. L’eco di quel che si stava verificando raggiunse pure Domegge i cui abitanti, udendo quei lontani scampanii, si erano chiesti che cosa stesse accadendo. Non s’era ancora fatto giorno che la gente si era riversata per le contrade, ansiosa di capire dove si fosse determinata la calamità. Per la verità in lontananza si ve- deva un bagliore, ma non era chiaro se venisse da Lorenzago o Lozzo. Ed era importante capirlo, dato che diverse sarebbero state le strade per arrivare più rapidamente a portare soccorso. Qualcuno allora salì su un colle e fu allora chiaro che non si trattava né di Lorenzago né di Lozzo, bensì di Laggio. Fu generale la mobilitazione. Accorsero anche da Auronzo. Alla volta del paese dell’Oltrepiave aggredito dalle fiamme si diressero cir- ca 2.500 persone. In quell’esercito c’erano guardie boschive e gendarmi, impegnati ad organizzare i soccorritori in modo che la loro opera si rivelasse il più possibile efficace. Tutti fecero del loro meglio: chi nel cercare di contrastare l’avanzata all’incendio, chi nel tentare di portar fuori dalle case il maggior numero di cose sottraendole alla distruzione. Sul posto arrivò da Auronzo il Regio Commissario che, dopo il sopralluogo, fece di seguito una relazione all’Imperial Regio Delegato, Benedetto Barbaro. Questi annota il cronista - ebbe il rapporto il sabato successivo alle ore 8 di mattina e subito fece attaccare la carrozza, deciso a verificare di persona il danno. Lo accompagnava un ingegnere con l’incarico di riprogettare senza indugio il rifabbrico. Un esempio di attenzione e solerzia, questo, che merita di essere sottolineato. Il Delegato fece di più: “lasciò di sua particolarità ai disgraziati austriache lire 150. Lasciò ordine alla Rappresentanza comunale di Vigo di fare un taglio immediato per sussidiare la povera gente e per la rimessa dei fabbricati.” Bruno De Donà Il territorio della Regola si estendeva da sotto Candide a sud fino al torrente Digon, saliva ad est e a nord oltre lʼantica chiesa di San Leonardo IL LAUDO DI VODO DEL 1371 I l Laudo è conservato nell’archivio antico della Magnifica Comunità di Cadore e, secondo Giovanni Fabbiani, che lo pubblicò nel 1972/73, era stato compilato, la prima volta, nel 1371 e poi aggiornato nel 1568 ed infine rivisto e tradotto in lingua italiana nel 1776. Nei 78 articoli che lo compongono si trovano cose riguardanti la Regola, ma anche piacevoli notizie per il lettore odierno. Ad esempio, nell’articolo 9 è scritto che sempre in Regola s ‘abbia in pronto il Laudo, il Libro delle parti e così il libro per registrar le pene che verranno imposte a delinquenti. Era non solo consigliato, ma obbligatorio, prima della riunione della Regola, avere, da parte del Marigo, a portata di mano i tre volumi giudicati essenziali per il buon andamento della riunione della Comunità e cioè: la pergamena del Laudo, il registro delle deliberazioni della stessa Regola e quello in cui erano registrate e si dovevano scrivere le eventuali pene imposte a chi si era reso responsabile di violazioni. Altro interessante articolo è il numero 11: In tempo che si entrerà in Paveone per le radduzioni, sarà debito del sr. Marico di far star alla porta uno dei Saltari quale abbi ad invigilare che non entri dentro persone ubriache, o persone che avessero meno d’anni 21. Le riunioni pubbliche erano un evento importante, sia perché tutti i regolieri dovevano parteciparvi, sia per gli argomenti che venivano discussi: era quindi necessario che lo svolgimento, che si teneva nell’edificio designato, avesse un decorso il più tranquillo possibile: non vi potevano entrare né gli ubriachi, i quali avrebbero creato confusione, né i minori di 21 anni i quali, considerati non maggiorenni, non potevano votare come le altre persone presenti. Singolare è il contenuto dell’articolo 21: Resta proibito a qualunque Regoliere di piantar Arbori d’estensione che crescono d’altezza esorbitante vicino a frabiche (sic!) o campi altrui in maniera tale che porti danno a confinanti, nel qual caso venendo da dannificato fatta istanza alla Banca, sarà preciso obbligo della medesima di farlo incidere o fargli pagar il danno. La proprietà privata era salvaguardata con Leggi appropriate e soprattutto era invalso il costume di non impoverire gli altrui beni con l’aumentare il proprio tornaconto: una siepe poteva andar bene come segno di confine, ma bisognava tenerla in acconcio perché non oltrepassasse la proprietà. Un albero d’altezza esorbitante non era proprio consentito e qualora la natura avesse fatto il suo corso ed il proprietario non l’avesse tenuto nelle giuste dimensioni, l’Autorità poteva addivenire a due semplici conclusioni: o far tagliare l’albero in questione, oppure obbligare il padrone a pagare i danni al proprietario del fondo contiguo. Altro paragrafo degno di menzione è il 40: ...resta proi- bito a qualunque regoliere e non regoliere di sbarrare archibugi o qualunque altra arma da fuoco, sì di giorno che di notte, verso le Frabiche (sic!)... Questo divieto, che è da integrarsi con le norme circa la custodia del fuoco ed il pericolo di incendio, è quanto dovevano, tassativamente, delle norme contro il perico- re sicuri e protetti dalle frane mai singolare se si considera fare le ispezioni per la pulizia lo degli incendi e vigilare sul- dell’Antelao. che il costo delle munizioni dei camini con l’applicazione la Vizza sora Ciase per esseMarcello Rosina era alquanto elevato e queste venivano usate solamente quando era strettamente necessario. Non è possibile immaginare che qualcuno andasse in giro, sparando o con gli archibugi o con qualsiasi altra arma da fuoco, per le strette vie del paese. Strettamente collegato a quest’ultimo articolo è il numero 64: Item sono obbligati il marico e capi di far le solite due visite del fuoco e della Viza due volte all’anno, una in maggio e l’altra in ottobre unitamente alli quattro deputati che verL’AMORE PER NEL SEGNO ranno d’anno in anno a tal proposito eletti e sarà LA PROPRIA TERRA DELL’ ACCOGLIENZA obbligo di detti deputati invigilare sopra la viza acciò non venghi dannegIl dolce di produzione propria, la ricerca esclusiva di nuove mète giata e venendo dannegdel gusto. Prodotti che coniugano esperienza e innovazione giata doveranno dar noconfezionati artigianalmente per ritrovare i sapori di una volta tizia al marico. Anche da asporto e su ordinazione Qui si fa riferimento agli obblighi che le AuIn un ambiente confortevole potrai trascorrere momenti torità dovevano ottemindimenticabili assaporando bevande di Tuo maggior gradimento perare verso la Comunità e cioè, a maggio ed ottobre, all’inizio della belDosoledo di Comelico Superiore (BL) - Borgata” Sacco la stagione e prima dell’arrivo del lungo perioVia Roma, 18 - Tel. 0435 68376 do invernale quando si Per i tuoi peccati di gola PASTICCERIA CAFFETTERIA APRILE 16-17.qxd:FEBBR 16-17 16 6-04-2012 16:33 Pagina 2 ARCHEOLOGIA er gli articoli pubblicaP ti qualche settimana fa, relativi al sito archeologico dell’isola del Lago di Centro Cadore, determinanti per la nostra ricerca si sono dimostrate alcune fonti scritte, soprattutto quelle raccolte da mons. Giuseppe Ciani nella sua “Storia del Popolo Cadorino” del 1856. Un passo importante, nel cap. VIII, è dedicato ai castelli che sorgevano sul territorio cadorino: anzitutto quelli di Pieve di Cadore e Botestagno, affiancati da tutta una serie di rocche minori, come il castello di S. Martino a Valle, la Chiusa di Venas, le torri di Domegge e Lozzo, con la “Chiusa” di Treponti, “ove l’Ansiei si abbraccia e si mesce col Piave, torreggiava l’ampio e nobilissimo castello che portava il nome del luogo; io stesso ne vidi i ruderi ora dispersi dagli auronzani. Narrano che d’uno munissesi pure il Montecroce…” (pag.27). Certo il Passo di M. Croce Comelico è un valico importante ancora oggi e certamente lo era ancor di più nell’antichità, costituendo una delle porte del Cadore, assieme a Cimabanche, guardata dal castello di Botestagno, e Misurina, difesa dalla “palata” (palizzata) difensiva in epoca medievale. Mossi da curiosità, ci siamo recati al Passo per verificare se davvero ci fossero dei segni sul terreno che potessero in qualche modo avvalorare quanto scritto dal Ciani. Effettivamente, lungo il tratto terminale dell’antica strada romana, la Claudia Augusta Altinate, nel bel mezzo del grande prato antistante gli alberghi del passo, abbiamo rilevato un fossato di una trentina di metri con un terrapieno alto poco più di un metro, che di primo acchito pensavamo essere una trincea italiana risalente alla Grande Guerra. Controllando meglio il territorio con la consultazione di alcune foto aeree in bianco e nero scattate dai ricognitori austriaci della 15a e 45a FLIK (Compagnia di Vo- ANNO LX Aprile 2012 Trovati resti di una fortificazione-accampamento ove risiedeva una unità di presidio dellʼesercito romano SEGNI DI UN “CASTRA” CON TORRI ANGOLARI A MONTE CROCE lo) del 1° settembre 1916 e 29 luglio 1917, ecco che il manufatto ha iniziato a prendere una ben determinata fisionomia, qualcosa di più complesso e consistente rispetto a quanto visibile sul sito. Determinante è diventata a questo punto l’immagine ingrandita che ci ha rivelato qualcosa di inaspettato e sicuramente molto antico. Si tratta di una struttura quadrangolare, delle dimensioni stimate di m 60 x 60, divisa internamente in quattro parti ed attraversata a metà dalla strada romana che dal Che sia questo il “castello” di cui parla mons. Ciani? La scoperta, se confermata, apre a sorprese davvero importanti e rare, visto che il sito avrebbe mantenuto inalterata la struttura originaria Cadore portava in Val Pusteria. Sull’angolo occidentale dalle linee perimetrali è evidente una sporgenza determinata da un’opera rotonda, del diametro di circa 6 metri, che ricorda una “caponiera” oppure la torre di un antico castello. L’angolo meridionale, verso il Comelico, non è invece ben riconoscibile, in quanto tagliato da una trincea della Grande Guerra, e nemmeno lo è il lato nord orientale, in quanto occupato dall’attuale strada statale, che peraltro lascia intravedere il tratto estremo di un’analoga struttura rotonda. Che sia questo il “castello” di cui parla mons. Ciani? E se lo fosse, a quale epoca potrebbe risalire? Secondo Sergio De Bon di Tai, che ha definito la scoperta una vera “bomba”, siamo di fronte ai resti di una fortificazione-accampamento (“castra”), nella quale risiedeva in forma stabile o provvisoria un’unità di presidio dell’esercito romano. In questo caso l’obiettivo era il controllo in quota di un importante passo attraversato della via Claudia Augusta Altinate, l’arteria lunga 350 miglia costruita nel 15 a.C.. Essa, tracciata da Druso Maggiore e successivamente ampliata da Claudio, univa Altino (Venezia) a S. Candido (Littamum) nel Norico, puntando infine verso Vipiteno e il Brennero. Una scoperta destinata ad avvalorare ancora di più, a distanza di quasi 70 anni, la geniale acribia in- vestigativa di suo padre, l’archeologo Alessio De Bon. L’accampamento “semipermanente” adottato dai Romani fin dei tempi della Repubblica era l’“hiberna”, cioè un “castra” che potesse permettere alle truppe di mantenere uno stato di occupazione e di controllo militare-amministrativo continuativo nei territori provinciali ancora in via di romanizzazione. Fu solo grazie ad Augusto (27 a.C. - 14 d.C.) che si ottenne una prima e vera riorganizzazione del sistema difensivo acquartierando in modo permanente legioni ed “auxilia” in fortezze e forti permanenti, detti “stativa” lungo l’intero confine, il cosiddetto “limes”. Le dimensioni assai ridotte del “castra” di M. Croce con torri angolari farebbero supporre che esso fosse un “quadriburgium” o “centenarium”, databile al III secolo d.C., cioè al periodo del tardo impero. In questi anni infatti le incursioni barbariche in profondità si facevano sempre più frequenti e si rendeva necessario provvedere ad un nuovo tipo di difesa che, pur consentendo al nemico o a bande di razziatori di muoversi liberamente, ne impediva l’accesso ai centri importanti o ai magazzini, dando il tempo al grosso dell’esercito di intervenire. Una strategia perfezionata dai successori di Diocleziano con installazioni fisse, dotate di migliori difese, con fossati e torri di protezione esterna. Un’analoga tipologia di “quadriburgium” è quella rilevata a Qseys es Sele in Siria (G. Cascarino, “Castra, campi e fortezze dell’esercito romano”, Città di Castello 2010, pag.181). Per la costruzione di un “castra”, di piccole o grandi dimensioni, i romani adottavano delle regole ben precise riportate nel “De munitionibus Castrorum” (La fortificazione del campo), una specie di manuale con 58 articoli. Esso non doveva sorgere in località sfavorevoli, chiamate “matrigne”, bensì su un piano in leggera pendenza, con ampia visuale, lontano da boschi in cui i nemici potessero nascondersi o da alture da cui osservarne l’interno e sferrare un attacco. Qualunque fosse la posizione, doveva comunque avere un fiume o una sorgente da un lato o dall’altro. Per renderlo più sicuro si scavava tutto attorno un fossato, largo almeno 5 piedi (148 cm) e profondo 3 (89 cm), a forma di “V”, del tipo a punta (fossa fastigata) o “punico”, con in basso un fossetto “spezzacaviglie”. Un’ulteriore difesa era garantita dai “cervoli”, tronchi con ramificazioni laterali, come 4 corna di cervi, utilizzati per la prima volta da Giulio Cesare in Gallia nell’assedio di Alesia, e i “valli”, pali appuntiti di legno duro, infissi nel fossato. Dietro a questo si alzava il “vallum”, un terrapieno rialzato, fatto di zolle, terra, sassi, muri a secco (“agger”), largo 8 piedi e alto 6, e su questo poteva essere eretta una palizzata (come a M. Croce) detta “lorica” o “pluteus”. L’accesso era garantito da 2 porte: la “decumana” sul retro e la “praetoria” rivolta alle provenienze nemiche. Questa era difesa da un apparato protettivo detto “clavicola”, che limitava l’accesso del nemico. In territorio ostile erano previste pure delle piattaforme per macchine da lancio, attorno alle porte, agli angoli e sulle torri. Sul perimetro esterno in certi casi veniva realizzata una specie di “campo minato”, con la posa dei “lilia”, dei paletti acuminati in buche profonde 3 piedi. Le torri angolari, di 6-9 metri di diametro e sporgenti dal muro per ¾, oltre che a fini difensivi, potevano essere usate per allertamento e segnalazione. Ci viene in mente a questo proposito che le torri di M. Croce sono in linea visiva diretta con le infrastrutture militari dell’Oltrepiave, Vigo in particolare, e la torre del “castra” di Col Palotto, a sua volta collegata visivamente con Pieve di Cadore. All’interno vi erano il “praetorium”, il “forum”, i magazzini e gli alloggi, in tende (“papiliones”) o in baracche di legno. Non ci meravigliamo dunque se una via così importante, che univa la pianura al Norico, fosse presidiata sul M. Croce ed a questo proposito ricordiamo come Sergio De Bon, tempo fa, avesse fatto eseguire degli esami al radio carbonio di un frammento di legno della panconata di sostegno del fondo stradale sul Passo. L’analisi ha confermato lavori di bonifica in loco su zona paludosa risalenti al tempo di Settimio Severo e a ciò s’aggiunge che alcuni anni fa nella stessa zona fu ritrovato l’ombone di uno scudo romano. Riteniamo che la scoperta, se confermata da saggi di scavo, potrebbe garantire agli studiosi sorprese davvero importanti e rare, visto che gran parte delle fortificazioni romane nel corso dei secoli sono state trasformate in castelli medievali o centri abitati, perdendo le originali caratteristiche. Nel nostro caso invece il sito, come confermato dall’immagine aerea, potrebbe aver mantenuto inalterata la struttura originaria, costituendo quindi un esempio pressoché unico di “castra”, sulle Alpi ed in particolare nelle Dolomiti. E tutto ciò varrebbe anche per il “castra” di Col Palotto, che come quello di M. Croce, ha avuto la fortuna di non subire nel tempo significativi stravolgimenti. In conclusione, le lezioni del Ciani e del De Bon si confermano ancor oggi valide e potrebbero assicurare novità importanti in un futuro non troppo lontano. Walter Musizza Giovanni De Donà APRILE 16-17.qxd:FEBBR 16-17 4 6-04-2012 16:33 Pagina 3 RACCONTO ANNO LX Aprile 2012 RACCONTO di Pietro Boninsegna roprio il giorno in cui per i P ristoranti è diventato obbligatorio emettere la ricevuta fiscale mi trovavo casualmente a Pieve di Cadore. Ero assieme all'amico Franco, incontrato come al solito di buon mattino al bar della rotonda di Marghera: lui proveniente da Padova ed io dalla Romea. Pochi minuti per cappuccino, brioche ed una sbirciata ai titoli del Gazzettino e via con una sola auto lungo la tangenziale felici di trascorrere una giornata diversa dalle solite tra le amate montagne. Era sempre un piacere viaggiare in macchina con Franco che parlava con entusiasmo dei suoi progetti coinvolgendomi con il suo ottimismo. Quella mattina mi raccontava come avrebbe fatto la sua casetta, se avessimo avuto la fortuna di trovare da qualche parte un fazzoletto di terra. Anche presumendo che alla sera saremmo tornati con le pive nel sacco, continuava a compiacersi nel descrivere nei minimi particolari quello che avrebbe desiderato. Io lo ascoltavo volentieri assecondandolo e così percorrevo chilometri e chilometri senza rendermi conto di averli fatti. La casa, quasi tutta di legno e con le camere da letto direttamente sotto il tetto, doveva essere interamente sviluppata attorno ad un grande camino. La immaginavamo rustica e senza fronzoli particolari, il più possibile assomigliante ai piccoli tabià cadorini sui quali avevamo lasciato gli occhi. Anche quella volta era stato Romano che ci aveva avvisato di avere un'occasione proprio per noi. Ci attendeva puntuale al bar di Tai per accompagnarci a vedere nelle vicinanze un terreno, a suo dire meraviglioso, che vendevano però a peso d'oro. Non era proprio quello che cercavamo. In breve dopo aver pregato Romano di insistere nella ricerca ed averlo salutato ci trovammo a bighellonare tra le auto usate in mostra nel grande spiazzo della strada per Nebbiù e come sempre finimmo nella zona delle fuoristrada alla ricerca di qualche buona offerta. Ecco, questa mi piacerebbe! - diceva Franco girando attorno ad una Defender - non scarterei però neanche quella piccola Suzuki...quel pikup sarebbe però l'idea- DA OLIVO, AL FORTE COLLE VACCHER Olivo ci guardò facendo un cenno di non curarsi delle tracce che avremmo lasciato per terra, un poʼ seccato di vedere dei clienti così presto. “Non avevo voglia di lavorare oggi - disse ho solo dei funghi e alcune salsicce... lasciate fare a me... qualche cosa mangerete lo stesso.” le per tutto quello che devo trasportare... quella lì poi, che assomiglia ad una che vedo spesso in giro per Tai, farebbe proprio il comodo mio. Anche se è scoperta e di bagagli ne porta pochi ci sarei sopra in tutte le stagioni. Di solito, durante quelle brevi visite a Pieve, mangiavo poco per non correre il rischio di addormentarmi nel monotono viaggio di ritorno in autostrada e costringevo allora Franco, che non aveva problemi perché non guidava, a piccoli rapidi spuntini in qualche bar. Quella volta invece, sarà stata l’aria pulita e fresca o la camminata in salita che facemmo per raggiungere il terreno in vendita, ci venne una fame tale che decidemmo di andare a mangiare in qualche posto caratteristico. Perché non andiamo al Forte? – propose Franco che non vedeva l'ora di parlare con lo strano personaggio che conduceva il ristorante e che possedeva la macchina scoperta dei suoi sogni – dicono che cucina alla casalinga e che si spende poco. Anche se era ancora presto mancavano alcuni minuti a mezzogiorno - ci avviammo di buon passo verso il parcheggio. Camminando pregustavamo quello che avremmo mangiato da quel tipo che spesso vedevamo per le strade alla guida della fuoristrada scoperta che tanto piaceva al mio amico. Barba incolta, capelli sempre ordinatamente spettinati, giacca militare, pantaloni mimetici alla zuava con calzettoni pesanti e scarponi invernali. Non sembrava proprio un ristoratore né tanto OTELLO olti anni fa noi bambine M andavamo dal parrucchiere che si chiamava Otello. L’entrata era caratterizzata da doppie porticine verdi. Una volta entrate sentivamo un profumo particolare composto da lacca per capelli e borotalco. Bondì Otello! Son vigneste par taiase ‘n tin i ciavei” dicevamo. Otello si trovava di fianco alla poltrona centrale mentre terminava il lavoro su di una persona del paese, noi restavamo in attesa che ci invitasse a sederci. Notai che la poltrona era molto alta e inoltre Otello aggiungeva un ulteriore cuscino verde. Otello disse: “a chi taione prima?”, “Io!” risposi. Mi aiutò a sedermi, vedevo la mia figura riflessa nello specchio; ero impressionata dalla mia altezza su quella poltrona, quasi fossi una regina. E dopo pochi attimi mi sentii avvolgere da una mantella enorme, fredda e un po’ pe- 17 sante. Lui usava diverse forbici e rasoi. Mi domandai quale avrebbe utilizzato per tagliarmi un po’ i capelli. Osservavo intensamente come si spostava prima su un fianco, poi sul altro mentre premeva con le dita sulla mia fronte per farmi stare ferma. Lo fissai con stupore finché non sentii che tagliò la prima ciocca di capelli. Nel silenzio c’era il suono costante delle forbici di metallo che Otello apriva e chiudeva in continuazione. Terminato il lavoro di Otello e delle sue forbici su di me e sulle mie amiche, guardandoci allo specchio potevamo constatare che eravamo cambiate. Ancora mi sembra di vederlo avvicinarsi a noi tenendo in mano un pennello bianco colmo di borotalco che passava sulla nostra nuca per regalarci un tocco di profumo. Giuseppina De Vidal meno un cuoco, ma io e Franco non abbiamo mai badato a certe sottigliezze. Ci bastava mangiare bene. Nel bosco di Tai era stato costruito alla fine dell'ottocento un grande forte per difendere il Cadore da truppe provenienti da Cortina. Con le altre due fortificazioni, Monte Rico e Batteria Castello, costituiva il Campo trincerato di Pieve di Cadore, forse una delle ultime opere militari di vecchia concezione costruite dall'Italia. Il possente Forte Vaccher, la nostra meta, che per la sua distanza dal fronte non svolse mai il compito per il quale era stato costruito, venne nel tempo variamente utilizzato e da ultimo trasformato addirittura in ristorante bar. Percorrendo la bella strada tra abeti, larici e prati arrivammo in breve tempo allo spiazzo di fronte all'entrata. Il forte era in uno stato pietoso. Impressionante, comunque, per le proporzioni e per la robustezza delle sue opere murarie. Varie parti della costruzione portavano i segni di demolizioni e di crolli. Erba, diversi cespugli, pini mughi e qualche abete crescevano addirittura sulla sua copertura. Tutto attorno i segni del degrado e dell'abbandono. Nessuno avrebbe immaginato che dentro ci fosse un ristorante. Attraversammo un ponte che scavalcava il fossato che circondava la fortificazione e passammo sotto l'arco dell'ingresso principale riportante la grande scritta "Forte Colle Vaccher". Lasciato l'atrio, appena dentro scorgemmo il titolare che, dietro un rustico bancone, stava lavando dei bicchieri. Fummo sorpresi che calzasse guanti di gomma e stesse usando del detersivo al limone. L'ambiente era saturo di odori diversi, ma sovrastava tutti gli altri Dopo un assaggio dubbioso divorammo una minestra di fagioli squisita, salsicce, funghi e polenta abbrustolita, non la solita grappa al barancio ma uno strizzabudelle che si adattava perfettamente allʼambiente e al simpatico personaggio. quello di cose vecchie. Il pavimento era stato lavato da poco ed era ancora umido. Ci guardò facendo cenno di non curarsi delle tracce che avremmo lasciato per terra, un po' seccato di vedere dei clienti così presto. Poi, dopo averci scrutati con attenzione ed aver capito dalle nostre facce che si trattava di buoni diavoli disse: se volete lo scontrino fiscale è meglio che ve ne andiate… quella è la porta… Alla nostra risata di risposta al suo secco benvenuto cambiò espressione, ci venne incontro asciugandosi le mani su qualcosa che teneva alla cintola e ci offrì da bere. Si rifiutò di servire una cedrata chiesta da Franco dicendo che non era bevanda per il suo ristorante e versò del vino rosso in bicchieri bassi da osteria. Facendo i complimenti per il vino e per la fantasia usata per arredare l'ambiente, ridemmo assieme per un bel po’ discutendo sulla scelta del governo che pensava di far pagare le tasse a ristoranti e pizzerie con lo stratagemma dello scontrino. Ci fece sedere attorno ad un piccolo tavolo quadrato già apparecchiato in una specie di separé sotto una grande finestra. “Non avevo intenzione di lavorare oggi perché non ho trovato il tempo di andare a ritirare il blocchetto con le ricevute... ho solo dei funghi ed alcune salsicce... lasciate fare a me... qualche cosa mangerete lo stesso.” Non vedemmo inservienti o camerieri, sembrava che fosse solo in cucina. Dopo pochi minuti ci raggiunse con un vassoio di incerto colore su cui erano posati due tegamini di alluminio fumanti che all’esterno erano tutti neri di fuliggine. Dopo un assaggio dubbioso divorammo una minestra di fagioli squisita. Sul fondo era attaccata, forse perché non era stata mesco- lata, ma il leggero odorino di fumo che aveva preso la pasta fece mugolare di piacere Franco. Buona vero? – disse mentre veniva per portar via i piatti che non avevamo ancora finito di spazzolare. Intanto aveva posato su di un tavolo vicino due tegami un po’ più grandi con il secondo: salsicce, funghi e polenta. Questa era stata abbrustolita sopra una graticola ed un piccolo tizzone, che vi si era attaccato, ardeva ancora. Si fermò accanto a noi per vedere la nostra faccia mentre gustavamo la salsiccia e per capire se ci eravamo accorti che i funghi erano quasi tutti porcini. Lo invitammo a sedere a tavola con noi ed egli, dato che eravamo i soli clienti, non se lo fece dire due volte. Prese da un tavolo vicino un bicchiere e cominciò a bere il nostro vino. Franco, che non vedeva l'ora di averlo vicino, gli chiese dove avesse trovato la sua bella fuori strada e se gliela vendeva. Dallo sguardo che gli lanciò capimmo che gli avrebbe ceduto piuttosto il ristorante. Non ci fece il conto e non ci chiese soldi quando ci alzammo andando verso la cassa. Deponemmo sul banco, una alla volta, delle banconote che intascò quando raggiunsero la cifra che ritenne giusta. Ci offrì allora una grappa che versò da una bottiglia che doveva avere cento anni. Non era la solita grappa al barancio, era uno strizzabudelle che si adattava perfettamente al simpatico personaggio ed all'ambiente. Quella volta, nel viaggio di ritorno a casa, faticai a tenere ben aperti gli occhi, nonostante Franco continuasse entusiasta a parlarmi di camini accesi, di tabià e di fuoristrada. Pietro Boninsegna APRILE 18-19.qxd:FEBBR 18-19 18 6-04-2012 16:41 Pagina 2 LIBRI - TEATRO ANNO LX Aprile 2012 Simonetta Cancian PIETRE VIVE ONDE NUOVE ssere donna non è un dato na“ E turale, ma il risultato di una storia. Non c'è un destino biologico e psicologico che definisce la donna in quanto tale. Tale destino è la conseguenza della storia della civiltà, e per ogni donna la storia della sua vita”. Lo ha detto Simone de Beauvoir, la scrittrice del Secondo sesso, e le “Onde nuove” di Simonetta Cancian ce ne riportano ora il suono e il senso, a ricordarci di quanto, delle grandi movimentazioni femminili del passato, abbia spesso solo sfiorato, nell'ombra opaca di culture ancestrali, le vite delle donne rimaste di quelle culture ancora prigioniere. L'uomo, certo, ma non sempre: può essere un amore sbagliato, può essere la soffocazione di un egoismo materno o di una tirannia patriarcale. Simonetta scrive e pubblica libri, insegna, collabora al nostro mensile, ma è soprattutto lo studio dell'anima il suo background di formazione: lo si capirebbe – anche se non lo rivelassero le sue note – solo a leggere questo suo ultimo romanzo, che forse è piuttosto un saggio in cui la letteratura incrocia la scienza e una scrittura stilisticamente prosciugata racconta le vicende esemplari di quattro donne che si ritrovano “in un locale senza grandi pretese, però grazioso”, per una serata “inventata” - l'espediente narrativo Le cappelle di Ampezzo Storie di donne, storie diverse, accomunate nella capacità di riprendersi la vita e ricominciare, più forti è antico – in cui parlare di sé e, in una sorta di seduta psicanalitica, riprendere tra le pieghe dei ricordi i fili scoloriti di esistenze bloccate, che solo lo scatto di una nuova autocoscienza era riuscito a liberare. Carola, Marina, Teresa, Giovanna, storie diverse nelle circostanze ma accomunate nella capacità di riprendersi la vita e ricominciare, perché ogni resa non sia l'ultima, così come non è mai l'ultima l'onda brechtiana del fiume che scorre sul piede. “Occorre prendere le distanze – afferma Giovanna – per tornare a volare. Disfarsi del passato, quale che sia”. E ancora: “dobbiamo constatare che la vita non è tenera con nessuno, ancor meno con noi donne. Però...” Eccola, la piccola parola di una grande diversità, l'avvertimento di essere, nonostante tutto, le più forti. Quanto agli uomini, “li amiamo alla follia, ma una volta realizzato che non ne vale la pena, siamo capaci di mandarli affan...”; in effetti, a parte Luciano, mu- sistevano già strumenti, E di pari o diverso formato, dedicati alla ventina, fra ratore gentile e comprensivo, l'uomo non fa una gran figura: amante ritmico e raggelato, marito distratto, medico predicante o patriarca irremovibile, resta comunque arretrato rispetto il piano del racconto, incentrato diversamente su di lei. Vite in salita che hanno infine vinto la pendenza: la felicità di Teresa nella sua nuova casa e i figli agli studi, Carola figlia liberata, Marina uscita dal torpore dei sensi, e Giovanna, i vini come gli uomini, un doppio amore che le ha insaporito la vita. Alla fine sono diventate amiche e si ritroveranno. Ma intanto è arrivato il tempo di sorridere. Ennio Rossignoli L’attore Cipiciani chiude la stagione a AURONZO DI SCENA piccoli e grandi sacelli e chiese; ma questa guida delle Cappelle di Ampezzo li batte tutti oltre che per la bellezza formale e l’agilità dei testi, soprattutto per la varietà degli autori, che sono: Emilio Bassanin, Mario Ferruccio Belli, Paolo Giacomel, Agostino Hirschtein, Ernesto Majoni e Roberto Pappacena. Ben sei! coordinati dalla dott. Angela Alberti Menardi. Il lavoro è rivolto soprattutto ai turisti cui la fretta impedisce spesso ogni approfondimento. Quanto al contenuto, pur nella concisione dei testi, abbondano le curiosità accanto alle informazioni storiche. Si va dalla gloriosa chiesa dei santi Nicolò, Antonio e Biagio di Ospitale, costruita dalla comunità d’ Ampezzo nel 1226 (dunque fra le più antiche della diocesi di Belluno – Feltre!); alle cappelle sui passi dolomitici del Falzarego e Tre Croci. Si va da San Rocco di Zuel, ricco di affreschi del Pescoller, costruito in tempi di peste nel 1600; alla chiesa gentilizia della SS Trinità a Majon, della famiglia de Zanna, che vanta “RICORDI CON GUERRA” n "fascista piccolo piccolo" è il U protagonista del racconto di guerra che in poco più di 50 minuti narra la storia di Pompilio. Perugino, venuto dalla campagna, dal cuore generoso e grande, costretto in un nome scelto dal padre, ma sbeffeggiato da tutti: Pompilio. Nell'Italia degli anni Quaranta il giovane ragazzo, figlio di un mezzadro, odia la terra e il mestiere del contadino; decide così di mettersi dalla parte delle divise e dell'autorità. Scelta di comodo, visto che da quel momento il padre verrà trattato meglio dal padrone e lui stesso non verrà più deriso. Ma durerà poco. Quel ruolo diventa presto troppo grande per lui e finirà per dargli un destino tragico quando accecato dal "potere" uccide una donna per futili motivi. Braccato sia dai fascisti che dai partigiani, finisce la sua corsa in un campo minato, su quella terra tanto odiata, ma che in fondo."è la sua terra". Stefano Cipiciani su un praticabile di legno 2x2 sopra il palcoscenico, porta così un personaggio costruito con grande cura, raccontato più nella 4 sua dimensione umana che storicopolitica: da qui i tratti essenziali di una vita scandita dalla gioventù in paese con ragazze troppo esigenti, dalla conquista di Matilde che aveva il marito al fronte, dalla morte di un amico a causa di una uscita incosciente, incuranti del coprifuoco, dalla scelta di una guerra che non gli appartiene ed è lontana dalla sua gente. Una prova d'attore di grandissima intensità, con Cipiciani che sul palcoscenico balla, si lancia, corre, sconfinando perfino in platea. Nell'ultima scena, dopo una svestizione che rappresenta il suo corpo dilaniato dalla mina, quasi incredulo per una vita che non doveva finire in quel modo, chiude con una plastica verticale sulle note malinconiche del canto "alla mia terra" Nato per un progetto messo in scena da Marco Baliani tra il 1989 e il 1990 ("Cor vi di luna" e "D'acqua la luna"), il personaggio di Pompilio faceva parte di una galleria di storie sulla Resistenza che traevano spunto da testi di Italo Calvino e di Beppe Fenoglio. Con questo spettacolo si è chiusa la stagione 20112012 di "Auronzo di scena", proposta dall'Amministrazione comunale in collaborazione con Tib Teatro, che ha raccolto notevoli consensi grazie alle molteplici proposte culturali allargate anche a scuole e famiglie. Livio Olivotto (forse) un Palma il Giovane; a Sant’Antonio di Chiave che i bombardamenti francesi del 1809 semidistrussero, ma che conserva ancora altari provenienti dalla parrocchiale; al santuario della Madonna della Salute, bianco sulla collina di Cadìn; al piccolo San Francesco del Trecento, di proprietà dei Constantini, con interessanti lacerti di un’Ultima Cena. Poi si parla della chiesetta di Santa Caterina di Alessandria, cannoneggiata nel 1809; ancora, della Madonna della Difesa, ricostruita sulla vecchia chiesa gotica del Quattrocento dal parroco Francesco Caldara. Per finire con la Basilica Minore dei santi patroni, opera di artisti di frontiera fra il mondo tedesco e quello veneto, fra il patriarcato di Aquileia e la diocesi principesca di Bressanone. E così via. A rendere accattivante il volume di 126 pagine contribuiscono infine le tantissime fotografie che attraggono di primo acchito l’occhio del lettore. Il volumetto, curato in maniera egregia da Roberto Belli della Print House di Pian da lago, è edito dalla Cooperativa di Cortina, nella serie dedicata alle guide. ( Red ) Pregievole lavoro edito dalla Cooperativa di Cortina come guida tascabile delle sue chiese In vendita al prezzo di 8 euro presso il book shop della Cooperativa Alberto Ghelli NEL BOSCO DI-ABETE n coraggioso e geneU roso racconto di una esperienza vissuta sulla propria pelle: il diabete. Una nuova vita, la paura, le difficoltà, lo sconforto di fronte ad un "fulmine a ciel sereno", inaspettato. Alberto Ghelli si mette a nudo e scrive la sua storia, una storia a lieto fine. Un grande esempio per i diabetici e non solo. Un incontro con un dottore che gli consiglia attività fisica segna la svolta. Dopo diversi approcci arriva al podismo, corre sempre di più fino a raggiungere risultati eccellenti, con lo stupore di tutti, dottori compresi. Fa tutte le maratone possibili, anche la "100 Km del Passatore". E vince pure la sfida più grande: il Kilimanjaro. Il libro si rivolge ai diabetici e non, in un modo diverso, con linguaggio semplice e di facile lettura con l'intento di fare comprendere a coloro che quotidianamente si devono rapportare con il "problema" che è sbagliato continuare dire "non posso perchè sono diabetico". E' un racconto molto coinvolgente, dove vengono descritte situazioni simpatiche e divertenti che possono soddisfare qualsiasi lettore. Alberto Ghelli è nato a Portomaggiore (FE) nel 1947. All'età di 27 anni gli è stato diagnosticato il diabete e su consiglio dei medici diabetologi di Ferrara, per superare il problema, ha scoperto il potere terapeutico dello sport. Da allora assieme all'A.N.I.A.D. (Associazione Nazionale Italiana Atleti Diabetici) si impegna a cancellare il pregiudizio che vede preclusa al diabetico l'attività fisica. APRILE 18-19.qxd:FEBBR 18-19 4 6-04-2012 16:41 Pagina 3 ANNO LX Aprile 2012 19 OLGA RIVA CREATIVITAʼ DELLO AL MUSEO ALGUDNEI CON SGUARDO FOTOGRAFICO MASCARADA D SANTA PLONIA F l museo Algudnei ha I aperto i suoi spazi anche alla pittura, ospitando i dipinti di Olga Riva sul tema della “mascarada d Santa Plonia”. La pittrice di Sappada, ma legata al Comelico per nascita e linguaggio ladino, ha caratterizzato molte sue opere con i simboli e le immagini del carnevale. Vivendo entrambe le manifestazioni dell'antico rito del mascherarsi, quella comeliana caratterizzata dal Matazin e quella sappadina, su cui si impone l'inquietante Rollate, Olga Riva ha attribuito a queste manifestazioni dell'allegria popolare anche la espressività di molte situazioni di vita e particolarità paesaggistiche legate al periodo invernale. Tanti suoi quadri (basti ricordare le due opere di notevole dimensione rispettivamente in sala consiliare della Comunità Montana a Santo Stefano e in municipio di Sappada) raffigurano situazioni e maschere tipiche, ma il lavoro svolto nei mesi scorsi dalla Riva specificamente per il carnevale di Comelico Superiore propone con una accurata indagine personaggi, maschere, particolari ambientali della "mascarada d Santa Plonia de Dudlè", la festa popolare più sentita e più rispettata nella scadenza di tutte le altre manifestazioni. Colori e decorazioni ispirate alla "calota" del Matazin, l'arte povera delle Matazere, i partico- Collocati allʼingresso del Museo, i quadri di Olga descrivono con puntigliosa precisione la tradizione a Dosoledo lari e le scene di un giorno di festa unico nella tradizione della vallata del Comelico. Collocati all'ingresso del Museo Algudnei, proprio accanto alla sezione dello stesso museo dedicato al carnevale di Comelico Superiore, i quadri di Olga Riva hanno descritto con precisione puntigliosa, come è abitudine dell’arti- del paese di Dosoledo. Lucio Eicher Clere sta, i vari momenti della tradizionale uscita in maschera per le strade e la piazza rancesca Casanova coltiva da qualche F anno la passione per la fo- tografia. Avvicinatasi al maestro del bianco-nero Vito Vecellio, ha sperimentato con l'obiettivo gli spazi e le possibilità di fissare i contrasti di luce, che questa affascinante tecnica offre. I suoi scatti si sono arricchiti e perfezionati, diventando momenti espositivi nella rassegna d'arte estiva "Lorenzago Aperta", dove Francesca dedica anche molto tempo all'organizzazione. Originaria di Campolongo, ora risiede ad Auronzo, dove lavora e si dedica alla creatività dello sguardo fotografico. Recentemente ha avuto l'opportunità di partecipare, unica artista bellunese, nella mostra d'arte "Dimensione Femminile", che si è tenuta dal 16 al 31 marzo a Villa Erizzo di Mestre. Le fotografie in bianconero della Casanova sono state inserite insieme alle sculture ed alle opere pittoriche di Kuihee Jeon, Antonella Bottacin, Chiara Annibale e Marzia Dal Gesso. Artiste provenienti da differenti ambienti ed esperienze artistiche con in comune l’amore per ciò che fanno, l’impegno e la convinzione che l’Arte sia linguaggio universale, chiaro anche per chi appartiene ad altre dimensioni. In conclusione della Gli scatti di Francesca Casanova sono diventati momenti espositivi Sue foto alla importante mostra dʼarte di Mestre Dimensione femminile mostra, che ha sucitato interesse nei numerosi visitatori, a questo quintetto si è aggiunta Giorgia Pollastri e “Il gruppo poesia comunità di Mestre” che presenterà la sua opera poetica "dimensione letteraria". Per Francesca Casanova una esperienza densa di stimoli, che metterà a Adriano Cereser LA MAGICA TERRA DEI NAIVES CROATI uesto libro non vuole essere Q un saggio accademico sull’arte naive croata, ma il frutto di una grande passione personale che ha dato come risultato una ricca testimonianza fotografica dei luoghi e delle opere di alcuni dei migliori artisti naive croati, per far meglio comprendere la relazione ambientale da cui sono nati. Così l’autore Adriano Cereser introduce il libro che vede anche la partecipazione per la parte fotografica del “nostro artista” Vito Vecellio. Cereser è un piccolo imprenditore artigiano della provincia di Venezia con la grande passione della pittura naive croata della quale conosce personalmente quasi tutti i più grandi artisti. Di qui l’idea di raccontare gli artistipittori-contadini crati della Podravina che trovano nella natura i motivi ispiratori della loro arte. Ricca testimonianza fotografica che racconta la Podravina e gli artisti-pittoricontadini naives croati Foto bianco-nero di Vito Vecellio Pagg. 312, foto bianco e nero 132, riproduzioni di opere a colori 96, prezzo 38 euro Info: [email protected] In quel loro territorio così bello e - racconta Adriano Cereser - potecosì imponente, aspro e misterioso, che incide profondamente nel destino di chi vi nasce, c’è una magia - sottolinea Cereser - che comunica una pace interiore, anche se solo per pochi minuti, a quanti ammirano le opere più sincere e vere di questi artisti. Un angolo di paradiso perduto, ritrovato, necessario per sopravvivere in questo nostro tempo. Per la parte fotografica del libro l’autore aveva bisogno di un grande “naif”, nel senso di genuino-ingenuo oltre che grande professionista. Solo una persona così va fornirmi le foto piene di energia e di calore che andavo cercando. E scelse, naturalmente Vito Vecellio. Un incontro casuale, magico come la terra cadorina dalla quale Vecellio proviene, e che ha molte analogie con la Podravina. Dopo qualche reciproca “annusata” l’iniziale collaborazione è sfociata in unià d’intenti e di comune visione, sempre nel rispetto delle nostre diversità. Un libro da sfogliare con curiosità per trovare, dentro le foto e i magici vetri croati, quelle stesse pulsazioni di vita. Red frutto in altri lavori in preparazione per la prossima edizione di "Lorenzago Aperta", quest'anno in nuova veste e diverso periodo estivo. Lucio Eicher Clere APRILE 20-21.qxd:FEBBR 20-21 6-04-2012 16:45 Pagina 2 ANNO LX Aprile 2012 20 Inte chesto sfoi se dora la grafia de l Istituto Ladin de la Dolomites a cura di FRANCESCA LARESE FILON Cadorins STAGION DE NOTA: L’AISUDA I LIBRO POCO ONESTO SU LA STORIA DI LADINS DLE DOLOMITI a storia di Ladins dle DoL lomiti taca da cuön ch i omin inà podù stablisse in maniöra stabile cassù zle valade e zi costogn de ste monte. Ma par ciamasse Ladins, pitosto che Badiotes, Gardeneres o Fassögn, Fodom e Anpezane, inà toció spité zi ultme ane dl Otzento, cuön ch avee tacó a nasse i movimöinte dl indipendenza zal grön missiot d popui ch inera zal inpero di Asburgo e nascuance inteletuai dle valade d Badia e Gardena à tacó a sofié sote aped la so dente, ch löre ne n era ne taliane ne todösse ma Ladins. Na storia ch inà avù un seguito e picsöia s é rinforzada sote al Fascismo, cuön ch Mussolini e i soi avee zarcó da soprime ogni minoranza ch volee desfranziesse. Dopo dla segonda guera mondial, col riconossimöinto dla minoranza todössa dal Sud Tirol e di so derite garantide da l acordo De Gasperi-Gruber, anche i Ladins d Badia, Gardena in provinzia d Bolzano e dopo d cöi d Fassa in provinzia de Trento inà avù la possibilité da otgnì diverse derite, ch i à portade a esse la minoranza in Italia pi favorida fin a l aprovazion dla lege 482 zal 1999, ch inà riconossù 12 minoranze storiche dinze dal Stato taliön. Sta lege inà dó la possibilité ai Comugn e dopo a le Provinzie da stablì gno ch la dente parla e se sente minoranza. Da inclota in provinzia del Blun 39 Comugn inà dlibró da esse parte dla minoranza ladina dle Dolomiti e al Consilio provinzial, zal 2001 inà stablù che zal teritorio dl Agordin, d Zoldo e dal Cadore iné presente la minoranza ladina. Sti ate comunai e provinziai iné gnude lege dal Stato taliön, conpagn d cöi ch inà riconossù ila minoranza todössa in Sud Tirol e cöla ladina in Badia, Gardena e Fassa. E alora parché zun ste valade, dopo pi de 10 ane s continua ncamò a non riconosse i Ladins dal Veneto? Öi gnorantes o disoneste inteletualmöinte? L Istituto ladin “Micurà de Ru”, ch inà la sede a San Martin de Tor in Badia, m à fato rivé al libro d Werner Pescosta intitoló “Storia dei Ladini delle Dolomiti”. Un laoro grön e grosso, btu dinze zun 750 pagine, piön d fotografii e informaziogn su la storia di dle popolaziogn d 4 valade intorno al Sela, pi cöla d Anpezo zal teritorio dal Cadore, da la preistoria al dì d incöi. “Un libro ch pöda 4 chile”, inà dito con sodisfazion un di pi rude anpezane, ch pöda la cultura un tanto al chilo. Ma se s deve bdà la cultura col metro dl onestà inteletual, sto libro pöda pöco. Infate a lede al titul gnaraa da pensà che dedinze s parle de duce i Ladins dle Dolomiti e inveze, zle 750 pagine Werner Pescosta à btu inze snoma notizie e fotografii dla dente ladina dle valde intorno al Sela. Possibile che zun duta sta bondanza d pagine snoma calche riga ricorde i Ladins dal Veneto, e in pi co la solta solfa che i Ladins de Blun inà aprofitó dla lege 482 snoma par i sode ch la fadee rivé? Scrive Pescota a pagina 532 dal so librazo: “Lo stanziamento della cospicua somma di 20 miliardi e mezzo di vecchie lire ha invogliato diverse comunità a cogliere l’occasione per salvaguardare il proprio dialetto e la propria cultura locale, dichiarandosi semplicemente 4 parte in causa”. Ma che salo sto badiot dl inpögno e dl amor ch inà btu inteletuai e dente dal popul par mantgnì e salvà la so lönga mare ladina (lönga o dialeto n fa diferenza!) zle valade dle Dolomiti dal Veneto? Che salo dle fadii par föi crösse la cosenzia zal popul e dle sodisfaziogn par vöde cuanto ch l è carsuda zun sti ane? I Ladins dal Sela iné piöins d aroganza e massa passude, parcheche i voraa tgni i sode e i favores snoma par sé. Ma iné anche disoneste inteletualmöinte, parcheche dopo pi de trenta ane che zle valade dal Cadore e dl Agordin se produs cultura ladina e se slargia la cossenzia da föi parte dla Ladinia dolomitica, non volöi riconosse sta realtà iné un bruto sögno, ch dimostra cuanto pöra e cuanto di vista curta ch i é. Spron che nove generaziogn d inteletuai ladins sapia desfranziesse da cöi che cröde ch par esse raza pura bisogna mazà i frades ch vö esse riconossude zi so derite da föi parte dla stössa famöia, dla stössa geografia, de storie diverse, in zerca d un futuro duce a una. Lucio Eicher Clere tosate no vedèa lora che vignese tarén, dopo linverno così longo, par dugà par le strade. Era n’posto al sol, chel neve se desfasèa prima. Là se ciateone a dugà a la “lasta”, co le “bàle de matòn”. Dopo calche dì gireone coi zerce, che guideone col fèr de la cosina. I èra dute de misure diverse, anche al rumor èra diferente, così gireone par le strente, tre quatro n’fila e faseone na bèla musica. Presto calche vara se liberaa dal neve e deone là a dugà al balon, calche dì, fin chel paron ne corèa davoi col baston, così deone da nautra e avanti così. Era lunico nostro pensièr dugà! E la scola? La roba pì antipatica che i avèa n’ventou. Un dei prime laore che se fasèa era dì a slargià grasa. Adès chel neve era desto via se vedèa par la campagna dute i grume de grasa che se avèa menou dinverno co la lioda. Te le vare, col restèl de fèr, se slargiaa le talpine e se portaa le père te la masièra, dopo co la careòla se distribuia sta corte par duta la vara e se scominziaa a slargià co la forcia. Anche a noi tosate, quanche reone pì grandute, i ne dasèa na forcia. Era i prime laore, i prime ciaude, e le mose, chele mose dàle da grasa, le era a milioni. No sèi se era la fadìa o ludor de la grasa, ma avèo n’gropo sul stomego e tanta fame e i domandao al pare ogni dièse minuti se no era n’cora medodì. A “portà ruòi” era el primo laoro tei ciampe, tel piàn se portaa co la careòla se nò co la zuièra e se proprio era erto se portaa su col darlìn. Era sempre le femene che fasèa sto laoro. Prima de sapà, anche cà, se dovèa slargià la grasa, che concimaa la tèra e dopo con dute l’atenzion de fèi le righe drete, con tanta cura le betèa sote le patate, taeade a metà. Dopo, a periodi diverse, le semenaa el sorgo, i fasuoi, capuze, zuce, rave, carote e vignèa de duto. La mare avèa n’ciampo de sorgo che la fasèa farina par duto el an e reone na bèla famèa! Adès se lamenton de continuo: “No e pì i tempe de nota, no e pì le stagion de nota, nota vignèa…”. Ma forse no è che se desmenteòn de semenà? Man man chel neve se tirou n’sù deone a curà i colenièi e sempre pin su fin ai tabià lassù aute. De duoiba no era scola e dèo su col nono n’Dopieto co la borsa a tracòla con inte algo da magnà (pan e formai sempre). Ogni tanto al me fermaa co la man: “Varda, vedesto chela peruzola col mus’cio te bocia? La porta a feise la coa”. Staseone là a vardala fin che la dèa inte pal bus de la tauta. A metà strada se ciataa n’bèl bosco de pezuò, la strada là era piana e deone inte pian pian, de no fèi rumor. Chel era el bosco de le sghirate! Le vedeone sempre anche fer- me là sul ramo bàs de la pianta. Prima del tabià era duto n’bosco de faghère, era la ciasa dei “francolìn”, che i giolaa fora con rumor che ciapeone paura. Co rueone su n’Dopieto el nono betèa la borsa te cosina sempre sul steso ciòdo, el tolèa i restièi e a mì al me dasèa chel col manego pì curto. Daspò deone a restelà le rame chel vento avèa destacou da le piante e là, tei solite poste distante dal bosco, faseone la “frata” chel nono, con mile riguardi el dasèa fuogo solo quanche era tempo da pioa e noi tosate se godeone a sautà el fumo. A restelà la foea sote le bruse de nosolèra ciateone le nosele, tante sbusade da le sorize, ma anche de chele bone, e che bone! Prima de vignì do me empio la borsa de viole che portao ai mièi fardièi pì picioi, i le s’ciocaa dute fin chè i vignèa i bociàs. El nono vignèa do a ciasa pian pian, lavèa mal tei denoi. Iò disèo – vado davante – e corèo dò de corsa co la speranza de ruà a ora a dai doe peàde al balon. El dì dopo, sentou te n’banco de scola, vedèo da la finestra el bosco de le sghirate, dei francolìn, sentio el profumo del mus’cio, de le viole, anche el sudor del nono, sentio, e quanche l’urlo de la maestra me a fato girà la testa, lèi sbasada ma… èi continuou a pensà. Anche chel dì n’voto ros! Tita de Ina PES MOR TE E LAGO BAS S to an al livel de l lago l é stou portou tanto bas che i pes inte i é dute morte! Calchedun à dito che é stou par la sicità, parché no pioe da tanto tenpo e ndo' i avea bisuoi de l aga, ma daspo' se à visto che l desvoitamento de l lago l é stou programou par fei n bus nte la diga par n autra derivazion par l aga. Benon parché permetarà de giavà fora pì energia neta da la nostra aga che belo la permete de irigà la pianura e de dà energia idroeletrica a duto l Veneto. Manco ben par i pes che i é morte e che i é state soterade: pì o manco 120 quintai de pes morte secondo la riserva de pesca de l Centro Cadore. Poco mal parché l'Enel à dito che rimborserà duto sto pes ma pecà che cheste risorse leade a lo sfrutamento de la nostra aga no vegne ricognoseste a la nostra dente come che suziede da autre parte. Penson che la provinzia de Trento se à conprou le centrali calche an fa e par chesto l energia fata la va a parmete a la dente che vive nte le val desfate da le dighe de vive meo. Ca da noi no suziede così e la nostra aga vien data par un bruscol (nisun sa neanche par cuanto) a i orte de ndò e la fornise l energia a duto l Veneto senza che sea recognosesto a la dente che vive nte i paesi intorno almanco algo, visto che le val le é de la nostra dente. Dopo tante ane de sfrutamento de l energia de l nostro lago dovarae ese che i comun o i consorzie de i comun tache a gestì chesta risorsa leada a la tera e chel che se guadagna servirae a chi che vive casù, come che suziede a Trento. Daspo' che i laghe à canbiou le nostre val, à desfato paesi (penson a Valesela) non é giusto che no sea previsto na conpensazion consistente a la dente che à subiu tasendo chisti inter venti. Dovon domandà che na percentual de i profite vegne dada a i comun ntorno al lago, che le rive le vegne netade e tegneste pulito, che l energia neta che noi produson la serva anche a la nostra dente che ades la subise la crisi de le fabriche de ociai serade. Se penson che avon l aga no podon dì de ese puarete, ma algo che chel che vien ricavou da l aga a da tornà a la nostra dente. Francesca Larese Filon APRILE 20-21.qxd:FEBBR 20-21 4 6-04-2012 16:45 Pagina 3 PERSONAGGI D’0GGI ANNO LX Aprile 2012 DALLʼESPERIENZA ROMANA sono qui per far A PARROCO DI PERAROLO “Non rinascere il paese, ma tto anni a Roma, priO ma, dall’’89 al ’93, per studiare teologia morale e psicologia all’università Gregoriana, successivamente, dal 2001 al 2005, in qualità di assistente nazionale dei giovani di Azione Cattolica. Don Francesco Silvestri è tornato da qualche anno nella sua diocesi di Belluno, dove è incaricato della formazione permanente del clero e dirige l’Istituto Superiore di Scienze Religiose. Ma, in Cadore, è anche parroco di Perarolo. Una molteplicità di impegni, che non gli impedisce tuttavia di trovare il tempo per incontrare le persone, per raccontare, con semplice e spontanea cordialità. Abbiamo parlato della sua vita e della sua vocazione prendendo un caffè insieme, una domenica di marzo. Primo pomeriggio, fuori pioveva e la primavera faticava a farsi spazio. Don Francesco, come è nata l’idea di farsi prete? “La vocazione si è presentata, dapprima, come un pensiero insistente da cui non riuscivo a liberarmi. Frequentavo il liceo scientifico a Pieve e, poco prima della maturità, ho chiesto un colloquio con l’allora rettore del seminario, Giuseppe Andrich, l’attuale vescovo. Ormai il percorso appariva avviato, non restava che comunicare la mia decisione in famiglia. Ricordo che eravamo a tavola e che mio padre era rimasto con il cucchiaio sospeso a mezz’aria, per la sorpresa. Posso dire però che, doato nell’anno 2005, alla N morte del Beato Papa Giovanni Paolo II, un gruppo di giovani volontari con l’avallo del parroco di Lorenzago, don Sergio De Martin, ha deciso di dedicare qualcosa di tangibile alle sei presenze papali nel piccolo paese cadorino. Lo storico edificio della canonica, ormai in disuso da qualche anno, era la sede più adatta per una esposizione permanente dedicata alla presenza di questo illustrissimo personaggio ed è stato restaurato per questo. L’ottocentesco edificio, costruito con la pietra di recupero dell’abbattimento del campanile, si presenta con un grande corridoio passante, centrale e quattro stanze laterali, somigliante alle antiche case signorili di un tempo. Questo palazzo è stato, per tutti i sessant’anni di ministero, abitazione del parroco don Sesto Da Pra, che ha sempre accolto il Papa nelle sue vacanze, tanto da po qualche perplessità iniziale, i miei genitori sono stati contenti della mia scelta”. In che anno è stato ordinato? “Nel 1989. Il periodo di studio e formazione in seminario a Belluno è durato sei anni. Un percorso molto stimolante. Il giorno dell’ordinazione, avvenuta nell’ arcidiaconale di Pieve, una conoscente ha commentato, rivolgendosi a mia madre: “Corajo, siora, pitosto che ‘l se droghe…”. La sua famiglia è di Tai? “Si. Io, classe 1964, sono il quinto di sei fratelli”. Dopo l’ordinazione, è andato subito a Roma? “Si. Dopo gli studi sono rientrato in Diocesi. Ho trascorso tre anni al Centro Papa Luciani, come vicedirettore, e poi quattro a Santa Giustina come cappellano. Nel 2001 sono diventato assistente dei giovani di AC, su invio del vescovo Vincenzo Savio, che aveva idee molto aperte. In quel periodo, mi spostavo settimanalmente anche a Napoli, per insegnare psicologia alla facoltà teologica dell’Italia meridionale. Sento di aver ricevuto tanto e adesso avverto il bisogno di restituire. Un bisogno che è anche fonte di gioia”. Una sottolineatura importante. “Nel periodo vissuto lontano da Belluno e dal Cadore ho incontrato tante persone significative, ho capito soprattutto quanto sia importante lo spessore umano nella “risposta di fede” dei singoli. A poco a poco mi sono sentito liberato, soprattutto da determinate idee irrealistiche. Ad esempio quella che il prete debba avere sempre una risposta adeguata per tutte le situazioni. O che debba risultare simpatico a tutti”. Parliamo di religiosità. Anzi, di fede. Come vede la situazione in Cadore? “Sono diventato parroco dopo diciotto anni dall’ordinazione. È stata questa l’occasione per sperimentare un approfondimento della mia stessa fede. In un certo senso è cambiato anche il modo di pregare e l’esperienza di “essere Chiesa” ha assunto un volto più concreto”. In che senso? “Ho capito quanto sia decisivo condividere un cammino con le persone. La mia adesione a quel Cristo che mi ha chiamato ad essere prete sta assumendo significato in quanto si manifesta fra la gente della mia parrocchia, non in modo astratto. Non sono lì per far rinascere il paese, o magari perché si riempia la chiesa, ma per stare con le persone, con quelle persone: questo è diventato per me il valore preminente”. Perarolo, un paese diventato un po’ marginale dopo la costruzione del ponte Cadore… “È innegabile, ma è un paese che riserva tante sorprese: tanti bambini, tante nazionalità, tanta cordialità, tanta storia. La mancanza del traffico, poi, presenta molti vantaggi. Certo, la scomodità dei trasporti è un handicap, ma se si trovasse il modo di supe- 21 Don Francesco Silvestri per stare con le persone, con quelle persone” “So che i giovani se ne andranno altrove, è importante che portino con sé una esperienza di Chiesa bella e positiva” rarlo, credo che abitare nel Comune di Perarolo potrebbe diventare perfino allettante! Lì non mi sento certo sprecato, come qualcuno talvolta insinua… Qualcuno mi chiede: come mai, dopo aver passato tanti anni a Roma, non sei ancora diventato monsignore? Interiormente io sorrido, tutto sommato questa è anche una piccola soddisfazione: preferisco essere semplicemente parroco di Perarolo!”. E i giovani? “So che probabilmente la maggior parte se ne andrà altrove, soprattutto per motivi di lavoro. Ma è importante, credo, che portino con sé, nel corso dell’esistenza, un’esperienza di Chiesa bella e positiva, e mi occupo di offrire questo, come posso”. Lei è incaricato della formazione permanente del clero in diocesi di Belluno. Su quali aspetti si sofferma, in particolare, affinché i preti siano in grado di corrispondere alle attese dei tempi attuali? “Cerco di offrire delle occasioni affinché noi preti impariamo a crescere su un triplice versante: quello dell’uomo, del cristiano e del sacerdote. È un compito, il mio, che obbliga ad una continua revisione. Vi è poi la necessità costante di maturare nella fede. Si tratta di una crescita non scontata, come potrebbe sembrare. Da questo servizio ricevo molto. Da tutti i preti. E vado sperimentando che Dio ci parla nei modi più impensati”. Resta essenziale, tuttavia, il problema della trasmissione della fede. “La difficoltà delle generazioni adulte di trasmettere a quelle successive ciò che di buono e valido hanno trovato si collega, anche in Cadore, a quella che può essere definita una situazione epocale di emergenza educativa. Ciò vale un po’ dovunque. Ho potuto constatare ad esempio, duran- te un soggiorno in Thailandia, che anche nel mondo buddhista esistono difficoltà analoghe. In Cadore, poi, si aggiungono le difficoltà legate alla povertà del territorio. A parte la crisi occupazionale, esiste un tessuto umano che si va impoverendo, non solo in termini numerici”. Una situazione tutt’altro che rassicurante. “Non mi sento in grado di dare risposte o soluzioni. Sono tuttavia convinto che, nella vita, le cose vere finiscano per restare. E credo anche che si riesca a “trasmettere” solo nel momento in cui si “vedono” le persone. Ecco l’importanza di costruire un tessuto comunitario, di offrire occasioni di incontro autentico, con la gratuità che diventa dono e fonte di gioia: anche per questo ho fiducia e credo nel valore di essere parroco in montagna”. Antonio Chiades dicata alla contemplazione con una suggestiva foto di Papa Wojtyla aggrappato alla croce ed una preziosa reliquia arrivata direttamente da Cracovia. All’interno della struttura è presente pure una sala proiezione dove vengono trasmessi i filmati realizzati durante questi sei soggiorni. Dall’anno 2007, un locale è dedicato alla presenza di Papa Benedetto XVI che, seguendo le orme del suo predecessore ha voluto trascorrere a Lorenzago circa tre settimane. In questa stanza troviamo delle foto scattate nel verde della natura, lo sgabello adoperato da Papa Ratzinger per suonare il pianoforte e l’inginocchiatoio usato durante la visita nella chiesa parrocchiale. Il museo è aperto nei mesi estivi dal martedì alla domenica, 10,30 - 12 e 17 19. In altri periodi o per prenotare delle visite telefonare al numero 043575043 in parrocchia o visitare il sito www.museodelpapa.it inviando un’email. Marco D’Ambros IL MUSEO DEL PAPA, PERLA DI LORENZAGO Esposizione permanente nellʼedificio ex canonica Prossimamente sarà attivato un nuovo sito Internet instaurare con lui un rapporto di stima e profonda amicizia ed essere nominato Monsignore durante l’Angelus a Villetta di Mirabello. Per questo motivo, al piano terra, troviamo il suo ufficio con foto e ricordi di questo pastore che ha visto le culle e le tombe di Lorenzago dall’anno 1940 al 2000 ed al piano superiore, in bellissimi mobili, sistemata tutta la sua biblioteca che, per volere testamentario, è rimasta a disposizione della Parrocchia. L’inaugurazione del museo è stata fatta il 12 luglio 2005, in occasione della festa dei patroni, i martiri aquilejesi Ermagora e Fortunato, da Mons. Alber- to Maria Careggio Vescovo di Ventimiglia-San Remo ed accompagnatore di Wojtyla durante le sue escursioni in Valle d’Aosta. L’esposizione è caratterizzata principalmente da foto che ritraggono il Santo Padre in particolari momenti, ufficiali e in mezzo alla natura, arricchendosi via via nel tempo con preziosissimi oggetti appartenuti a Karol Wojtyla e donati direttamente dal suo segretario particolare e cittadino onorario di Lorenzago, Cardinale Arcivescovo di Cracovia Stanislao Dziwisz, dal Vescovo Emerito di Belluno-Feltre Mons. Maffeo Ducoli, dal Commendator Camillo Cibin, già Capo della Gendarmeria Vaticana e da altri amici che hanno avuto a cuore questa iniziativa. Tra gli articoli importanti troviamo una veste bianca, una casula con stemma papale, un paio delle classiche scarpe in pelle tendente al rosso, i bastoni delle passeggiate, la panchina utilizzata per il riposo nel bosco; ma anche oggetti donati al Pontefice nei suoi viaggi, tra i quali una resta di lance che arrivano dal Burundi, uno scudo in legno dalla Papua Nuova Guinea e un insieme di medaglie coniate in occasione dei viaggi Papali. Commovente è la stanza de- APRILE 22-23.qxd:FEBBR 22-23 22 6-04-2012 16:55 Pagina 2 SPORT a piccola era stata indirizzata D verso la danza; del resto sono molti i genitori cui piace immaginarsi la loro graziosa figlioletta con il tutù a volteggiare leggiadra in un teatro, mentre interpreta una delle straordinarie variazioni di balletto classico. Lei, però, non era fatta per danzare. Non era il suo mondo; il suo habitat naturale era sì caratterizzato da una ferrea disciplina e dal concedere libero sfogo al linguaggio del corpo, ma tutto si svolgeva su un ring, il tatami, e aveva movenze completamente differenti dallo stare sulle punte e compiere esercizi alla sbarra. Stiamo parlando di una delle più forti atlete juniores di karate a livello italiano, Consuelo Gaggio, 18 anni di Pelos, studentessa al quinto anno presso il liceo linguistico di Auronzo. Consuelo, come ti sei avvicinata al karate? “Ho iniziato nel '99, avevo sei anni. I miei volevano farmi praticare uno sport e così mi avevano proposto danza. Io, però, dopo aver visto le prove di alcune ragazze, capii subito che non faceva per me. Così mi hanno portato alla IEFESO di Calalzo e lì mi sono innamorata del karate. Io ero l'unica femmina del gruppo e questo mi ha dato ancora maggior carica per intraprendere questa strada.” Cosa ti piace del karate? “Trovo molto affascinante il fatto che questo non sia un semplice sport, ma un vero e proprio stile di vita per coloro che lo praticano e così è stato anche per me. Il karate ti insegna il rispetto nei confronti degli altri e ti istruisce sull'autocontrollo e sull'autodifesa, cosa molto utile soprattutto per le donne. Ad oggi sono quasi tredici anni che pratico questa disciplina e anno dopo anno posso dire di aver accresciuto la mia passione: grazie al karate, sono ANNO LX Aprile 2012 Consuelo Gaggio, diciottenne di Pelos, sta conseguendo risultati importanti nel karate che pratica da quasi 13 anni PASSIONE DI KARATE di Mario Da Rin Momenti emozionanti con i tornei di cintura nera: Consuelo ha vinto a maggio i campionati italiani FIKTA in kumite e è arrivata seconda in kata, mentre nel marzo scorso è arrivata 2a in kumite al Trofeo delle Regioni in Emilia “Ringrazio i maestri Roberto e Marco Bacchilega e in particolar modo papà Gabri e mamma Flory” riuscita a superare alcune mie paure e sono diventata molto più sicura di me stessa.” Parlaci della tua carriera. “Grazie a passione e dedizione, sono riuscita a raggiungere precocemente diverse tappe della mia formazione. Le prime cinture le ho conquistate tutte in tempi brevi, nei tre mesi di preparazione indispensabili tra una e l'altra, fino arrivare alla cintura nera, la quale richiede tempi più lunghi, ma anche in quel caso sono riuscita ad anticipare i tempi del mio esame. Molti pensano che conquistare la cintura nera sia il traguardo principale per uno che fa karate in realtà non è così.” In che senso? “E’ proprio quando diventi cintura nera che inizi a praticare sul serio quest'arte marziale. Le fasi prima sono solo una preparazione alla vera e propria disciplina. Ci sono dieci dan, ovvero dieci livelli, di cintura nera, ma, giusto per rendere l'idea, il decimo dan, in Italia, ce l'ha solo il maestro giapponese che ha portato il karate nella nostra penisola, il Maestro Shirai; io sono al secondo dan.” Quali sono stati i momenti più emozionanti nei tornei che hai vissuto? “Preciso una cosa: che mi ha fatto innamorare del karate è l'agonismo. Penso sia l'ambizione più grande per ogni sportivo, perché vedi che tutti i tuoi sforzi e il tuo impegno hanno dato i loro frut- 4 ti e questo ti fa provare una soddisfazione indescrivibile. Per quanto riguarda i tornei, ho iniziato molto presto, a sette anni, con le gare provinciali. Ho fatto molti tornei negli anni in cui mi preparavo agli esami per le varie cinture, ma i momenti più emozionanti sono arrivati con i tornei di cintura nera. In particolare, la stagione scorsa è stata bellissima. Innanzi tutto, nell'ottobre 2010, ho vinto a Lignano Sabbiadoro i campionati italiani AICS in kumite, che sarebbe il combattimento fra due atleti, e sono arrivata seconda nel kata, dove invece ci si esibisce singolarmente in alcune sequenze di mosse tecniche. Poi ho partecipato, nel marzo 2011, in Emilia, al Trofeo Delle Regioni, dove sono arrivata seconda in kumite e seconda in kumite a squadre. Anche se sono arrivata seconda, questa è stata la gara che mi piaciuta di più in assoluto della mia carriera, per le emozioni che ho provato e per l'atmosfera in cui mi sono ritrovata. A maggio ho poi vinto i campionati italiani FIKTA in kumite e sono arrivata seconda in kata.” E quest'anno? “Purtroppo non ho ancora preso parte ad una gara in questa stagione perché mi sono rotta un dito. Ora però mi sto preparando ai campionati italiani del 15 aprile, speriamo vadano bene.” I programmi del futuro? “Innanzi tutto spero di ritornare in forma dopo questo infortunio, facendo un buona gara in aprile. Il prossimo anno comincerò l'università, ma spero di riuscire a studiare qui vicino, in modo da poter continuare ad allenarmi e raggiungere il mio prossimo traguardo importante, il terzo dan di cintura nera. Ci tengo, per concludere, a ringraziare i miei maestri Roberto e Marco Bacchilega; ma in particolar modo voglio ringraziare i miei genitori, papà Gabri e mamma Flory, senza i quali il mio sogno non sarebbe stato possibile.” A PADOLA, GRAN PRIX LATTEBUSCHE FESTA DELLO SPORT CON 700 ATLETI IN DUE GIORNI DI GARE on si era mai vista così tanN ta gente in Piazza San Luca. Nè si erano mai visti così tanti bambini e ragazzi tutti assieme. La due giorni per la 34a finale del Gran Prix Lattebusche svoltasi il 10 e 11 marzo, è stata un successo sotto ogni profilo, dal punto di vista tecnico-agonistico, ma anche come esempio di ottima organizzazione di un evento molto impegnativo. L'Unione Sportiva Valpadola, con la collaborazione della società di gestione degli impianti di risalita, è riuscita a predisporre delle piste di slalom assolutamente idonee per il passaggio di centinaia di concorrenti, nonostante le temperature quasi primaverili di iniziomarzo. Per lo sci nordico è stato necessario andare a Passo Monte Croce Comelico, ma la breve trasferta non ha rappresentanto un problema. Spettacolare è stata la cerimonia di premiazione, apertasi con la sfilata del corteo sulla via principale, con la partecipazione degli alpini del Gruppo Ana di Comelico Superiore, seguiti dal gruppo folk dei Legar con i costumi e la musica tradizionale. Quindi la pletora di ragazzini festanti, dagli 8 agli 11 anni, appartenenti a una settantina di società. Sul palco predisposto in piazza S. Luca, con il contorno di genitori, allenatori, appassionati, il doveroso saluto delle autorità, con APRILE 22-23.qxd:FEBBR 22-23 4 6-04-2012 16:55 Pagina 3 ANNO LX Aprile 2012 ata da un’esigenza loN gistica per sviluppare le attività dell’Associazione Sportiva Sottocastello, sta in questi giorni prendendo forma in località Saccon di Sottocastello, adiacente al campo sportivo comunale il nuovo edificio che ospiterà la sede e il deposito dell’Associazione. Attualmente in campo sportivo la ASD Sottocastello partecipa con buoni risultati (quest’anno con qualche rilassamento di troppo) al Campionato Provinciale di calcio categoria open del Centro Sportivo Italiano, composto da 3 gironi da 10 squadre; un campionato che negli anni sta avendo uno sviluppo quasi esponenziale considerando che quando la ASD Sottocastello vi ha preso parte per la prima volta era composto (solamente) da 11 compagini. L’ultima partita del campionato il Sottocastello l’ha disputata sabato 31 marzo contro la fortissima capolista Mel subendo 3 goal, comunque soddisfatto anche d’aver indossato la rossa maglia della FIDAS provinciale attiva nel sensibilizzare a donare il sangue (foto in ultima di copertina). Ritornando al discorso della sede, non si può dimenticare il promotore di questa iniziativa, il dinamico Presidente Pietro Da Col che coadiuvato e supportato dagli associati ha iniziato l’iter burocratico per dare il là al realizzo dell’opera. La prematura scomparsa di Pietro nel dicembre del 2007 non ha scoraggiato la dirigenza e con il subentro a Presidente del figlio Giuseppe Da Col eletto plebiscitariamente Presidente dall’assemblea straordinaria dell’Associazione, ha dato ulteriore impulso e vitalità al raggiungimento dell’obiettivo. Da sottolineare la sensibilità dell’amministrazione comunale di Pieve di Cadore guidata dal sindaco Maria Antonia Ciotti, che ha capito l’esigenza di una Associazione che fin dalla sua fondazione è sempre stata attiva sul territorio comunale 23 con proprie manifestazioni sportive e sociali, di intrattenimento e di supporto ad altre iniziative organizzate da altre realtà del territorio e dal Comune, potendo contare su di un cospiquo numero di associati cresciuto di anno in anno. Altrettanta sensibilità è stata dimostrata nei confronti dell’Associazione da altri enti quali la Regione del Veneto che ha finanziato con 85.000 euro l’opera e dalla Fondazione Cariverona per una quota pari a 40.000 euro, i restanti 45.000 euro sono stati reperiti tramite un mutuo sottoscritto dall’ASD Sottocastello. Attualmente l’avanzamento dei lavori del fabbricato procede con regolarità e la struttura grezza è arrivata al tetto; rimangono poi da realizzare le varie impiantistiche, le finiture interne, gli infissi e il miglioramento delle adiacenze: parte di queste lavorazioni sarà effettuato di- PER L’ASD SOTTOCASTELLO UNA GRANDE SEDE Promotore dell’iniziativa fu il dinamico Presidente Pietro Da Col Idee per il futuro del Sottocastello Calcio ce ne sono tante, a cominciare dallʼutilizzo delle giovani leve Nelle foto: fasi della partita Mel-Sottocastello finita 3-0 l’azione di Michael De Luca e Daniel Merijeru (a sinistra) Il presidente Giuseppe Da Col tra il Segretario Antonio Tabacchi e il Segretario amm. William Tabacchi rettamente dagli associati. A opera completata l’edificio rimarrà di proprietà comunale e in base ad una convenzione già stipulata con il Comune di Pieve di Cadore verrà gestito dall’ASD Sottocastello, e questa sede permetterà all’associazione di valorizzare l’area sportiva, di essere da suppporto al parco giochi Sugli scudi lo Sci Club Cortina che ha vinto sia nello slalom che nel fondo Ottima lʼorganizzazione di Livio Olivotto dellʼU.S. Valpadola il sindaco Mario Zandonella e il presidente della Regola di Padola Gabriele De Martin, per la Fisi Veneta il vicepresidente Marino Cassol cui è seguito il saluto di Da- Sta per essere ultimato lʼedificio nato dallʼesigenza logistica di poter sviluppare le attività. Contributi da Regione Veneto e Cariverona niele Peloso responsabile di Lattebusche. Numerosi i premi a sorteggio e offerti dagli sponsor. Tra questi, anche i pettorali di coppa del mondo con l'autografo di Pietro Piller Cottrer e Virginia De Martin. Proprio l'olimpionico sappadino intevenuto in diretta telefonica ha voluto augurare a tutti i ragazzi presenti i migliori successi per il futuro: “Pensate a divertirvi con lo sport e a stare insieme, ha detto Piller “poi se verranno i risultati meglio ancora”. Un autentico boato della piazza ha ringraziato il campione. Passando al contenuto tecnico, come previsto i ragazzi bellunesi hanno fatto la parte del leone: su 12 titoli complessivi - 8 di sci alpino e 4 di fondo - solo 3 sono andati fuori provincia. Nella classifica adiacente e quant’altro. Le idee per il futuro del calcio locale sono tante non per ultime quelle riservate alle giovani leve, e sicuramente, con la nuova sede come punto di appoggio, ci sarà la possibilità di portarle avanti con più facilità e nuova energia. V. T. per società da segnalare il dominio dello Sci Club Cortina primo in entrambe le specialità. In conclusione della cerimonia il simpatico augurio di Daniele Peloso responsabile di Lattebusche: “Speriamo di poter inaugurare le piste del collegamento tra Padola e la Pusteria con una nuova finale tra qualche anno”. Mancava sul palco il presidente dell'US Valpadola Nicola De Martin bloccato nei giorni precedenti da uno sfortunato incidente, ma che ha coordinato da casa lo stuolo di collaboratori e volontari. Lasciamo a lui l'ultima parola su questo evento. “Voglio ringraziare tutti quelli che hanno reso possibile questa meravigliosa festa dello sport: in primo luogo il Comitato Veneto della Fisi, i collaboratori dell'Unione Sportiva, i tantissimi volontari, le istituzioni e gli sponsor che ci sono stati vicini. Ancora una volta Padola ha dimostrato di saper affrontare con successo impegni di grande rilievo e di saper dare agli ospiti una bella immagine del Comelico.