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R I V I S TA
DIOCESANA
Anno LIV - n. 1
ANDRIESE
Gennaio - Aprile 2011
Ufficiale per gli atti della Curia Vescovile
Organo di comunicazione e di promozione della vita e della pastorale della Diocesi di Andria
SOMMARIO
LA PAROLA DEL PAPA
007
Messaggio per la XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni
Sociali.
011
Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale.
015
Messaggio a S.E. l’On. Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
021
Omelia per la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II.
SANTA SEDE
026
Il Cortile dei Gentili.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
031
Comunicato finale del Consiglio Permanente
(Ancona, 24-27 gennaio 2011).
037
Comunicato finale del Consiglio Permanente
(Roma, 28-30 marzo 2011).
043
Testimoni della vita buona del Vangelo. Messaggio della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata per la 15ª
Giornata Mondiale della vita consacrata (2 febbraio 2011).
046
“Educare alla pienezza della vita”. Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 33ª Giornata Nazionale per la vita (6
febbraio 2011).
VITA DIOCESANA
*
LA PAROLA DEL VESCOVO
048
Messaggio in occasione del X anniversario della costituzione del
Centro Pastorale Maria SS. Assunta in Canosa di Puglia.
050
052
055
061
062
063
4
*
065
066
067
068
070
071
073
074
075
Atto di affidamento della comunità parrocchiale B.V. Immacolata in Andria a Maria Ausiliatrice e a San Giovanni Bosco.
Presentazione agli Atti del Convegno diocesano.
“Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà” (Gal. 5,13)
Itinerario per la Quaresima 2011.
Presentazione al volume. “Il 10 marzo 1576 e le vicende del
Santuario di Andria”.
Presentazione alla 3ª edizione del Repertorio diocesano di Canti
per la Liturgia.
Presentazione al Rapporto Annuale 2010 della Casa di Accoglienza “S. Maria Goretti” e dell’Ufficio per le Migrazioni della
Diocesi di Andria.
ATTI DEL VESCOVO
Lettera di nomina ai Presidenti parrocchiali di Azione Cattolica.
Lettera agli assistenti uscenti di Azione Cattolica.
Lettera alla Presidente uscente di Azione Cattolica.
Decreto per l’Arciconfraternità del SS. Corpo di Cristo in Cattedrale.
Decreto di nomina del Presidente dell’Unitalsi diocesana.
Decreto di nomina della Presidente diocesana di Azione Cattolica.
Decreto di nomina dell’Assistente diocesano unitario di Azione
Cattolica.
Decreto di nomina dell’Assistente diocesano del settore Giovani
di Azione Cattolica.
Decreto di nomina dell’Assistente diocesano di ACR.
*
076
077
ATTI DI CURIA
Nomine.
Benedizione Apostolica per il XXV anniversario di presbiterato
di don Giannicola Agresti.
*
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
078
080
083
085
UFFICIO CATECHISTICO DIOCESANO
Il 2° Forum Catechistico diocesano.
Settimana biblica diocesana 2011.
La parola ai catechisti.
XIX Convegno Nazionale dell’Apostolato Biblico.
087
UFFICIO PER L’ATTIVITA MISSIONARIA
Restare nella speranza. XIX Giornata dei Missionari Martiri.
090
SERVIZIO DI PASTORALE GIOVANILE
Oratorio in cantiere.
095
UFFICIO PER L’ECUMENISMO
E IL DIALOGO INTERRELIGIOSO
“Onora tuo padre e tua madre”. Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei.
Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani.
097
UFFICIO PER LA PASTORALE SCOLASTICA
Giornata di formazione degli Insegnanti di Religione.
099
UFFICIO LITURGICO
Quale ministerialità e partecipazione dei laici nella liturgia.
092
101
104
106
109
111
114
116
CARITAS
XX rapporto sull’immigrazione della Caritas italiana e della
Fondazione Migrantes.
Un libro-testimonianza di Santa Porro su un “campo-lavoro”
in Egitto.
Quaresima di carità: la casa dei “Bambini di Gesù”.
Luoghi e Volti. Caritas e terzo settore insieme a Minervino
Murge.
Una Caritas parrocchiale si racconta: la parrocchia Gesù,
Giuseppe e Maria a Canosa.
Il commercio equo e solidale in Palestina.
UFFICIO DI PASTORALE SOCIALE E DEL LAVORO,
GIUSTIZIA, PACE E SALVAGUARDIA DEL CREATO
Salvaguardia del creato e impegno contro le fonti di inquinamento.
118
UFFICIO DI PASTORALE SANITARIA
“Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1 Pt 2,24).
XIX Giornata Mondiale del Malato.
*
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
120
122
124
AZIONE CATTOLICA
Riflessioni sul Seminario Nazionale ACR: “Tweens. La preadolescenza: un’età a più velocità”.
Per amore della persona. Un percorso formativo di AC sulle
questioni bioetiche.
Echi della XIV Assemblea Elettiva diocesana di Azione
Cattolica.
5
128
130
Dal documento finale dell’Assemblea Elettiva di AC.
Un pellegrinaggio dell’Azione Cattolica in Terra Santa.
134
MEIC
Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno.
136
AGESCI
L’AGESCI a Minervino Murge.
138
141
143
146
6
148
150
152
155
COMUNIONE E LIBERAZIONE
Riflessioni sul programma pastorale diocesano.
Centenario della chiesa dell’Immacolata di Andria.
Il Programma pastorale parrocchiale di Maria SS.ma Addolorata alle Croci di Andria.
Il programma pastorale parrocchiale nella parrocchia SS. Trinità
di Andria.
I laici tra fede, ricerca e preghiera a San Sabino - Canosa.
Dieci anni nella parrocchia Maria SS. Assunta - Canosa.
Esperienze formative a Minervino Murge.
L’antica storia della Madonna dei Miracoli e della città di
Andria in un’opera del secolo XVII.
STUDI ed INTERVENITI
157
V. D’ALARIO, Ester e Giuditta: la Sapiente laicità delle donne
di Israele.
173
R. VIGNOLO, Un doppio testimoniale nel Vangelo di Giovanni:
Giovanni Battista e il Discepolo amato.
206
A. PITTA, Dimensione laicale dei ministeri nelle comunità
Paoline.
218
S. GRASSO, La parabola degli operai mandati nella Vigna (Mt
20,1-16): una salvezza per i primi e una salvezza per gli ultimi.
7
LA PAROLA DEL PAPA
Messaggio per la XLV Giornata Mondiale
delle Comunicazioni Sociali
Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale
5 giugno 2011
Cari fratelli e sorelle,
in occasione della XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, desidero condividere alcune riflessioni, motivate da un fenomeno
caratteristico del nostro tempo: il diffondersi della comunicazione attraverso la rete internet. È sempre più comune la convinzione che, come la rivoluzione industriale produsse un profondo cambiamento nella società attraverso le novità introdotte nel ciclo produttivo e nella
vita dei lavoratori, così oggi la profonda trasformazione in atto nel
campo delle comunicazioni guida il flusso di grandi mutamenti culturali e sociali. Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo il modo
di comunicare, ma la comunicazione in se stessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale. Con
tale modo di diffondere informazioni e conoscenze, sta nascendo un
nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di
stabilire relazioni e di costruire comunione.
Si prospettano traguardi fino a qualche tempo fa impensabili, che
suscitano stupore per le possibilità offerte dai nuovi mezzi e, al tempo stesso, impongono in modo sempre più pressante una seria riflessione sul senso della comunicazione nell’era digitale. Ciò è particolarmente evidente quando ci si confronta con le straordinarie potenzialità della rete internet e con la complessità delle sue applicazioni. Come ogni altro frutto dell’ingegno umano, le nuove tecnologie della comunicazione chiedono di essere poste al servizio del bene integrale
della persona e dell’umanità intera. Se usate saggiamente, esse possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità
che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano.
Nel mondo digitale, trasmettere informazioni significa sempre più
spesso immetterle in una rete sociale, dove la conoscenza viene con-
7
LA PAROLA DEL PAPA
8
divisa nell’ambito di scambi personali. La chiara distinzione tra il
produttore e il consumatore dell’informazione viene relativizzata e la
comunicazione vorrebbe essere non solo uno scambio di dati, ma sempre più anche condivisione. Questa dinamica ha contribuito ad una
rinnovata valutazione del comunicare, considerato anzitutto come dialogo, scambio, solidarietà e creazione di relazioni positive. D’altro canto, ciò si scontra con alcuni limiti tipici della comunicazione digitale:
la parzialità dell’interazione, la tendenza a comunicare solo alcune
parti del proprio mondo interiore, il rischio di cadere in una sorta di
costruzione dell’immagine di sé, che può indulgere all’autocompiacimento.
Soprattutto i giovani stanno vivendo questo cambiamento della comunicazione, con tutte le ansie, le contraddizioni e la creatività proprie di coloro che si aprono con entusiasmo e curiosità alle nuove
esperienze della vita. Il coinvolgimento sempre maggiore nella pubblica arena digitale, quella creata dai cosiddetti social network, conduce a stabilire nuove forme di relazione interpersonale, influisce sulla percezione di sé e pone quindi, inevitabilmente, la questione non
solo della correttezza del proprio agire, ma anche dell’autenticità del
proprio essere. La presenza in questi spazi virtuali può essere il segno di una ricerca autentica di incontro personale con l’altro se si fa
attenzione ad evitarne i pericoli, quali il rifugiarsi in una sorta di
mondo parallelo, o l’eccessiva esposizione al mondo virtuale. Nella ricerca di condivisione, di “amicizie”, ci si trova di fronte alla sfida
dell’essere autentici, fedeli a se stessi, senza cedere all’illusione di costruire artificialmente il proprio “profilo” pubblico.
Le nuove tecnologie permettono alle persone di incontrarsi oltre i
confini dello spazio e delle stesse culture, inaugurando così un intero
nuovo mondo di potenziali amicizie. Questa è una grande opportunità,
ma comporta anche una maggiore attenzione e una presa di coscienza rispetto ai possibili rischi. Chi è il mio “prossimo” in questo nuovo mondo? Esiste il pericolo di essere meno presenti verso chi incontriamo nella nostra vita quotidiana ordinaria? Esiste il rischio di essere più distratti, perché la nostra attenzione è frammentata e assorta in un mondo “differente” rispetto a quello in cui viviamo? Abbiamo tempo di riflettere criticamente sulle nostre scelte e di alimentare rapporti umani che siano veramente profondi e duraturi? È
importante ricordare sempre che il contatto virtuale non può e non
deve sostituire il contatto umano diretto con le persone a tutti i livelli della nostra vita.
Anche nell’era digitale, ciascuno è posto di fronte alla necessità di
essere persona autentica e riflessiva. Del resto, le dinamiche proprie
dei social network mostrano che una persona è sempre coinvolta in
LA PAROLA DEL PAPA
ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali. Ne consegue che esiste uno stile cristiano di presenza anche nel mondo digitale: esso si concretizza in una forma di
comunicazione onesta ed aperta, responsabile e rispettosa dell’altro.
Comunicare il Vangelo attraverso i nuovi media significa non solo inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, ma anche testimoniare con coerenza, nel proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, scelte, preferenze, giudizi che siano
profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si
parla in forma esplicita. Del resto, anche nel mondo digitale non vi
può essere annuncio di un messaggio senza una coerente testimonianza da parte di chi annuncia. Nei nuovi contesti e con le nuove
forme di espressione, il cristiano è ancora una volta chiamato ad offrire una risposta a chiunque domandi ragione della speranza che è
in lui (cfr 1Pt 3,15).
L’impegno per una testimonianza al Vangelo nell’era digitale richiede a tutti di essere particolarmente attenti agli aspetti di questo
messaggio che possono sfidare alcune delle logiche tipiche del web.
Anzitutto dobbiamo essere consapevoli che la verità che cerchiamo di
condividere non trae il suo valore dalla sua “popolarità” o dalla quantità di attenzione che riceve. Dobbiamo farla conoscere nella sua integrità, piuttosto che cercare di renderla accettabile, magari “annacquandola”. Deve diventare alimento quotidiano e non attrazione di un
momento. La verità del Vangelo non è qualcosa che possa essere oggetto di consumo, o di fruizione superficiale, ma è un dono che chiede una libera risposta. Essa, pur proclamata nello spazio virtuale della rete, esige sempre di incarnarsi nel mondo reale e in rapporto ai
volti concreti dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo la vita
quotidiana. Per questo rimangono sempre fondamentali le relazioni
umane dirette nella trasmissione della fede!
Vorrei invitare, comunque, i cristiani ad unirsi con fiducia e con
consapevole e responsabile creatività nella rete di rapporti che l’era
digitale ha reso possibile. Non semplicemente per soddisfare il desiderio di essere presenti, ma perché questa rete è parte integrante della vita umana. II web sta contribuendo allo sviluppo di nuove e più
complesse forme di coscienza intellettuale e spirituale, di consapevolezza condivisa. Anche in questo campo siamo chiamati ad annunciare la nostra fede che Cristo è Dio, il Salvatore dell’uomo e della storia, Colui nel quale tutte le cose raggiungono il loro compimento (cfr
Ef 1,10). La proclamazione del Vangelo richiede una forma rispettosa
e discreta di comunicazione, che stimola il cuore e muove la coscienza; una forma che richiama lo stile di Gesù risorto quando si fece
9
LA PAROLA DEL PAPA
10
compagno nel cammino dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35), i
quali furono condotti gradualmente alla comprensione del mistero mediante il suo farsi vicino, il suo dialogare con loro, il far emergere con
delicatezza ciò che c’era nel loro cuore.
La verità che è Cristo, in ultima analisi, è la risposta piena e autentica a quel desiderio umano di relazione, di comunione e di senso
che emerge anche nella partecipazione massiccia ai vari social
network. I credenti, testimoniando le loro più profonde convinzioni, offrono un prezioso contributo affinché il web non diventi uno strumento che riduce le persone a categorie, che cerca di manipolarle
emotivamente o che permette a chi è potente di monopolizzare le opinioni altrui. Al contrario, i credenti incoraggiano tutti a mantenere
vive le eterne domande dell’uomo, che testimoniano il suo desiderio di
trascendenza e la nostalgia per forme di vita autentica, degna di essere vissuta. È proprio questa tensione spirituale propriamente umana che sta dietro la nostra sete di verità e di comunione e che ci
spinge a comunicare con integrità e onestà.
Invito soprattutto i giovani a fare buon uso della loro presenza
nell’arena digitale. Rinnovo loro il mio appuntamento alla prossima
Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid, la cui preparazione deve molto ai vantaggi delle nuove tecnologie. Per gli operatori della comunicazione invoco da Dio, per intercessione del Patrono san Francesco di Sales, la capacità di svolgere sempre il loro lavoro con grande
coscienza e con scrupolosa professionalità, mentre a tutti invio la mia
Apostolica Benedizione.
Dal Vaticano, 24 gennaio 2011, Festa di san Francesco di Sales
Benedetto XVI
11
LA PAROLA DEL PAPA
Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale
«Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21)
In occasione del Giubileo del 2000, il Venerabile Giovanni Paolo
II, all’inizio di un nuovo millennio dell’era cristiana, ha ribadito con
forza la necessità di rinnovare l’impegno di portare a tutti l’annuncio
del Vangelo «con lo stesso slancio dei cristiani della prima ora» (Lett.
ap. Novo millennio ineunte, 58). È il servizio più prezioso che la Chiesa può rendere all’umanità e ad ogni singola persona alla ricerca delle ragioni profonde per vivere in pienezza la propria esistenza. Perciò
quello stesso invito risuona ogni anno nella celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale. L’incessante annuncio del Vangelo, infatti, vivifica anche la Chiesa, il suo fervore, il suo spirito apostolico,
rinnova i suoi metodi pastorali perché siano sempre più appropriati
alle nuove situazioni - anche quelle che richiedono una nuova evangelizzazione - e animati dallo slancio missionario: «La missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno
nell’impegno per la missione universale» (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris missio, 2).
Andate e annunciate
Questo obiettivo viene continuamente ravvivato dalla celebrazione
della liturgia, specialmente dell’Eucaristia, che si conclude sempre riecheggiando il mandato di Gesù risorto agli Apostoli: “Andate…” (Mt
28,19). La liturgia è sempre una chiamata ‘dal mondo’ e un nuovo invio ‘nel mondo’ per testimoniare ciò che si è sperimentato: la potenza salvifica della Parola di Dio, la potenza salvifica del Mistero Pasquale di Cristo. Tutti coloro che hanno incontrato il Signore risorto
11
LA PAROLA DEL PAPA
hanno sentito il bisogno di darne l’annuncio ad altri, come fecero i
due discepoli di Emmaus. Essi, dopo aver riconosciuto il Signore nello spezzare il pane, «partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme dove trovarono riuniti gli Undici» e riferirono ciò che era accaduto loro lungo la strada (Lc 24,33-34). Il Papa Giovanni Paolo II
esortava ad essere “vigili e pronti a riconoscere il suo volto e correre
dai nostri fratelli a portare il grande annunzio: “Abbiamo visto il
Signore!”» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 59).
A tutti
12
Destinatari dell’annuncio del Vangelo sono tutti i popoli. La Chiesa, «per sua natura è missionaria, in quanto essa trae origine dalla
missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre» (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Ad gentes, 2). Questa è «la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità
più profonda. Essa esiste per evangelizzare» (Paolo VI, Esort. ap.
Evangelii nuntiandi, 14). Di conseguenza, non può mai chiudersi in
se stessa. Si radica in determinati luoghi per andare oltre. La sua
azione, in adesione alla parola di Cristo e sotto l’influsso della sua
grazia e della sua carità, si fa pienamente e attualmente presente a
tutti gli uomini e a tutti i popoli per condurli alla fede in Cristo
(cfr Ad gentes, 5).
Questo compito non ha perso la sua urgenza. Anzi, «la missione
di Cristo redentore, affidata alla Chiesa, è ancora ben lontana dal suo
compimento … Uno sguardo d’insieme all’umanità dimostra che tale
missione è ancora agli inizi e che dobbiamo impegnarci con tutte le
forze al suo servizio» (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris missio, 1).
Non possiamo rimanere tranquilli al pensiero che, dopo duemila anni, ci sono ancora popoli che non conoscono Cristo e non hanno ancora ascoltato il suo Messaggio di salvezza.
Non solo; ma si allarga la schiera di coloro che, pur avendo ricevuto l’annuncio del Vangelo, lo hanno dimenticato e abbandonato, non
si riconoscono più nella Chiesa; e molti ambienti, anche in società
tradizionalmente cristiane, sono oggi refrattari ad aprirsi alla parola
della fede. È in atto un cambiamento culturale, alimentato anche dalla globalizzazione, da movimenti di pensiero e dall’imperante relativismo, un cambiamento che porta ad una mentalità e ad uno stile di
vita che prescindono dal Messaggio evangelico, come se Dio non esistesse, e che esaltano la ricerca del benessere, del guadagno facile,
della carriera e del successo come scopo della vita, anche a scapito
dei valori morali.
LA PAROLA DEL PAPA
Corresponsabilità di tutti
La missione universale coinvolge tutti, tutto e sempre. Il Vangelo
non è un bene esclusivo di chi lo ha ricevuto, ma è un dono da condividere, una bella notizia da comunicare. E questo dono-impegno è
affidato non soltanto ad alcuni, bensì a tutti i battezzati, i quali sono «stirpe eletta, … gente santa, popolo che Dio si è acquistato”
(1Pt 2,9), perché proclami le sue opere meravigliose.
Ne sono coinvolte pure tutte le attività. L’attenzione e la cooperazione all’opera evangelizzatrice della Chiesa nel mondo non possono
essere limitate ad alcuni momenti e occasioni particolari, e non possono neppure essere considerate come una delle tante attività pastorali: la dimensione missionaria della Chiesa è essenziale, e pertanto
va tenuta sempre presente. È importante che sia i singoli battezzati
e sia le comunità ecclesiali siano interessati non in modo sporadico e
saltuario alla missione, ma in modo costante, come forma della vita
cristiana. La stessa Giornata Missionaria non è un momento isolato
nel corso dell’anno, ma è una preziosa occasione per fermarsi a riflettere se e come rispondiamo alla vocazione missionaria; una risposta essenziale per la vita della Chiesa.
Evangelizzazione globale
L’evangelizzazione è un processo complesso e comprende vari elementi. Tra questi, un’attenzione peculiare da parte dell’animazione
missionaria è stata sempre data alla solidarietà. Questo è anche uno
degli obiettivi della Giornata Missionaria Mondiale, che, attraverso le
Pontificie Opere Missionarie, sollecita l’aiuto per lo svolgimento dei
compiti di evangelizzazione nei territori di missione. Si tratta di sostenere istituzioni necessarie per stabilire e consolidare la Chiesa mediante i catechisti, i seminari, i sacerdoti; e anche di dare il proprio
contributo al miglioramento delle condizioni di vita delle persone in
Paesi nei quali più gravi sono i fenomeni di povertà, malnutrizione
soprattutto infantile, malattie, carenza di servizi sanitari e per l’istruzione. Anche questo rientra nella missione della Chiesa. Annunciando
il Vangelo, essa si prende a cuore la vita umana in senso pieno. Non
è accettabile, ribadiva il Servo di Dio Paolo VI, che nell’evangelizzazione si trascurino i temi riguardanti la promozione umana, la giustizia, la liberazione da ogni forma di oppressione, ovviamente nel rispetto dell’autonomia della sfera politica. Disinteressarsi dei problemi
temporali dell’umanità significherebbe «dimenticare la lezione che viene dal Vangelo sull’amore del prossimo sofferente e bisognoso» (Esort.
ap. Evangelii nuntiandi, 31.34); non sarebbe in sintonia con il comportamento di Gesù, il quale “percorreva tutte le città e i villaggi, in-
13
LA PAROLA DEL PAPA
segnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e
guarendo ogni malattia e infermità” (Mt 9,35).
Così, attraverso la partecipazione corresponsabile alla missione
della Chiesa, il cristiano diventa costruttore della comunione, della
pace, della solidarietà che Cristo ci ha donato, e collabora alla realizzazione del piano salvifico di Dio per tutta l’umanità. Le sfide che
questa incontra, chiamano i cristiani a camminare insieme agli altri,
e la missione è parte integrante di questo cammino con tutti. In essa noi portiamo, seppure in vasi di creta, la nostra vocazione cristiana, il tesoro inestimabile del Vangelo, la testimonianza viva di Gesù
morto e risorto, incontrato e creduto nella Chiesa.
La Giornata Missionaria ravvivi in ciascuno il desiderio e la gioia
di “andare” incontro all’umanità portando a tutti Cristo. Nel suo nome vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica, in particolare a
quanti maggiormente faticano e soffrono per il Vangelo.
14
Dal Vaticano, 6 gennaio 2011, Solennità dell’Epifania del Signore
Benedetto XVI
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LA PAROLA DEL PAPA
Messaggio a S.E. l’On. Giorgio Napolitano,
Presidente della Repubblica
in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia
Illustrissimo Signore
On. GIORGIO NAPOLITANO
Presidente della Repubblica Italiana
Il 150° anniversario dell’unificazione politica dell’Italia mi offre la
felice occasione per riflettere sulla storia di questo amato Paese, la
cui Capitale è Roma, città in cui la divina Provvidenza ha posto la
Sede del Successore dell’Apostolo Pietro. Pertanto, nel formulare a Lei
e all’intera Nazione i miei più fervidi voti augurali, sono lieto di parteciparLe, in segno dei profondi vincoli di amicizia e di collaborazione che legano l’Italia e la Santa Sede, queste mie considerazioni.
Il processo di unificazione avvenuto in Italia nel corso del XIX secolo e passato alla storia con il nome di Risorgimento, costituì il naturale sbocco di uno sviluppo identitario nazionale iniziato molto tempo prima. In effetti, la nazione italiana, come comunità di persone
unite dalla lingua, dalla cultura, dai sentimenti di una medesima appartenenza, seppure nella pluralità di comunità politiche articolate
sulla penisola, comincia a formarsi nell’età medievale. Il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità italiana attraverso l’opera della Chiesa, delle sue istituzioni educative ed assistenziali, fissando modelli di comportamento, configurazioni istituzionali, rapporti sociali; ma anche mediante una ricchissima attività artistica: la letteratura, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica. Dante, Giotto, Petrarca, Michelangelo, Raffaello, Pierluigi da Palestrina, Caravaggio, Scarlatti, Bernini e Borromini sono
solo alcuni nomi di una filiera di grandi artisti che, nei secoli, hanno dato un apporto fondamentale alla formazione dell’identità italiana. Anche le esperienze di santità, che numerose hanno costellato la
15
LA PAROLA DEL PAPA
16
storia dell’Italia, contribuirono fortemente a costruire tale identità,
non solo sotto lo specifico profilo di una peculiare realizzazione del
messaggio evangelico, che ha marcato nel tempo l’esperienza religiosa
e la spiritualità degli italiani (si pensi alle grandi e molteplici espressioni della pietà popolare), ma pure sotto il profilo culturale e persino politico. San Francesco di Assisi, ad esempio, si segnala anche per
il contributo a forgiare la lingua nazionale; santa Caterina da Siena
offre, seppure semplice popolana, uno stimolo formidabile alla elaborazione di un pensiero politico e giuridico italiano. L’apporto della
Chiesa e dei credenti al processo di formazione e di consolidamento
dell’identità nazionale continua nell’età moderna e contemporanea.
Anche quando parti della penisola furono assoggettate alla sovranità
di potenze straniere, fu proprio grazie a tale identità ormai netta e
forte che, nonostante il perdurare nel tempo della frammentazione
geopolitica, la nazione italiana poté continuare a sussistere e ad essere consapevole di sé. Perciò, l’unità d’Italia, realizzatasi nella seconda metà dell’Ottocento, ha potuto aver luogo non come artificiosa
costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo.
La comunità politica unitaria nascente a conclusione del ciclo risorgimentale ha avuto, in definitiva, come collante che teneva unite le pur
sussistenti diversità locali, proprio la preesistente identità nazionale,
al cui modellamento il Cristianesimo e la Chiesa hanno dato un contributo fondamentale.
Per ragioni storiche, culturali e politiche complesse, il Risorgimento è passato come un moto contrario alla Chiesa, al Cattolicesimo, talora anche alla religione in generale. Senza negare il ruolo di
tradizioni di pensiero diverse, alcune marcate da venature giurisdizionaliste o laiciste, non si può sottacere l’apporto di pensiero - e talora di azione - dei cattolici alla formazione dello Stato unitario. Dal
punto di vista del pensiero politico basterebbe ricordare tutta la vicenda del neoguelfismo che conobbe in Vincenzo Gioberti un illustre
rappresentante; ovvero pensare agli orientamenti cattolico-liberali di
Cesare Balbo, Massimo D’Azeglio, Raffaele Lambruschini. Per il pensiero filosofico, politico ed anche giuridico risalta la grande figura di
Antonio Rosmini, la cui influenza si è dispiegata nel tempo, fino ad
informare punti significativi della vigente Costituzione italiana. E per
quella letteratura che tanto ha contribuito a “fare gli italiani”, cioè a
dare loro il senso dell’appartenenza alla nuova comunità politica che
il processo risorgimentale veniva plasmando, come non ricordare Alessandro Manzoni, fedele interprete della fede e della morale cattolica;
o Silvio Pellico, che con la sua opera autobiografica sulle dolorose vicissitudini di un patriota seppe testimoniare la conciliabilità dell’amor
LA PAROLA DEL PAPA
di Patria con una fede adamantina. E di nuovo figure di santi, come
san Giovanni Bosco, spinto dalla preoccupazione pedagogica a comporre manuali di storia Patria, che modellò l’appartenenza all’istituto
da lui fondato su un paradigma coerente con una sana concezione liberale: “cittadini di fronte allo Stato e religiosi di fronte alla Chiesa”.
La costruzione politico-istituzionale dello Stato unitario coinvolse
diverse personalità del mondo politico, diplomatico e militare, tra cui
anche esponenti del mondo cattolico. Questo processo, in quanto dovette inevitabilmente misurarsi col problema della sovranità temporale dei Papi (ma anche perché portava ad estendere ai territori via via
acquisiti una legislazione in materia ecclesiastica di orientamento fortemente laicista), ebbe effetti dilaceranti nella coscienza individuale e
collettiva dei cattolici italiani, divisi tra gli opposti sentimenti di fedeltà nascenti dalla cittadinanza da un lato e dall’appartenenza ecclesiale dall’altro. Ma si deve riconoscere che, se fu il processo di unificazione politico-istituzionale a produrre quel conflitto tra Stato e
Chiesa che è passato alla storia col nome di “Questione Romana”, suscitando di conseguenza l’aspettativa di una formale “Conciliazione”,
nessun conflitto si verificò nel corpo sociale, segnato da una profonda
amicizia tra comunità civile e comunità ecclesiale. L’identità nazionale degli italiani, così fortemente radicata nelle tradizioni cattoliche,
costituì in verità la base più solida della conquistata unità politica.
In definitiva, la Conciliazione doveva avvenire fra le Istituzioni, non
nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all’unità
del Paese. L’astensione dalla vita politica, seguente il “non expedit”,
rivolse le realtà del mondo cattolico verso una grande assunzione di
responsabilità nel sociale: educazione, istruzione, assistenza, sanità,
cooperazione, economia sociale, furono ambiti di impegno che fecero
crescere una società solidale e fortemente coesa. La vertenza apertasi tra Stato e Chiesa con la proclamazione di Roma capitale d’Italia
e con la fine dello Stato Pontificio, era particolarmente complessa. Si
trattava indubbiamente di un caso tutto italiano, nella misura in cui
solo l’Italia ha la singolarità di ospitare la sede del Papato. D’altra
parte, la questione aveva una indubbia rilevanza anche internazionale. Si deve notare che, finito il potere temporale, la Santa Sede, pur
reclamando la più piena libertà e la sovranità che le spetta nell’ordine suo, ha sempre rifiutato la possibilità di una soluzione della “Questione Romana” attraverso imposizioni dall’esterno, confidando nei
sentimenti del popolo italiano e nel senso di responsabilità e giustizia dello Stato italiano. La firma dei Patti lateranensi, l’11 febbraio
1929, segnò la definitiva soluzione del problema. A proposito della fine degli Stati pontifici, nel ricordo del beato Papa Pio IX e dei Suc-
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cessori, riprendo le parole del Cardinale Giovanni Battista Montini,
nel suo discorso tenuto in Campidoglio il 10 ottobre 1962: “Il papato
riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale della Chiesa e nell’irradiazione sul mondo, come prima non
mai”.
L’apporto fondamentale dei cattolici italiani alla elaborazione della Costituzione repubblicana del 1947 è ben noto. Se il testo costituzionale fu il positivo frutto di un incontro e di una collaborazione tra
diverse tradizioni di pensiero, non c’è alcun dubbio che solo i costituenti cattolici si presentarono allo storico appuntamento con un preciso progetto sulla legge fondamentale del nuovo Stato italiano; un
progetto maturato all’interno dell’Azione Cattolica, in particolare della FUCI e del Movimento Laureati, e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ed oggetto di riflessione e di elaborazione nel Codice di
Camaldoli del 1945 e nella XIX Settimana Sociale dei Cattolici Italiani dello stesso anno, dedicata al tema “Costituzione e Costituente”.
Da lì prese l’avvio un impegno molto significativo dei cattolici italiani nella politica, nell’attività sindacale, nelle istituzioni pubbliche, nelle realtà economiche, nelle espressioni della società civile, offrendo così un contributo assai rilevante alla crescita del Paese, con dimostrazione di assoluta fedeltà allo Stato e di dedizione al bene comune e
collocando l’Italia in proiezione europea. Negli anni dolorosi ed oscuri del terrorismo, poi, i cattolici hanno dato la loro testimonianza di
sangue: come non ricordare, tra le varie figure, quelle dell’On. Aldo
Moro e del Prof. Vittorio Bachelet? Dal canto suo la Chiesa, grazie
anche alla larga libertà assicuratale dal Concordato lateranense del
1929, ha continuato, con le proprie istituzioni ed attività, a fornire un
fattivo contributo al bene comune, intervenendo in particolare a sostegno delle persone più emarginate e sofferenti, e soprattutto proseguendo ad alimentare il corpo sociale di quei valori morali che sono
essenziali per la vita di una società democratica, giusta, ordinata. Il
bene del Paese, integralmente inteso, è stato sempre perseguito e particolarmente espresso in momenti di alto significato, come nella “grande preghiera per l’Italia” indetta dal Venerabile Giovanni Paolo II il
10 gennaio 1994.
La conclusione dell’Accordo di revisione del Concordato lateranense, firmato il 18 febbraio 1984, ha segnato il passaggio ad una nuova fase dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia. Tale passaggio fu
chiaramente avvertito dal mio Predecessore, il quale, nel discorso pronunciato il 3 giugno 1985, all’atto dello scambio degli strumenti di ratifica dell’Accordo, notava che, come “strumento di concordia e collaborazione, il Concordato si situa ora in una società caratterizzata dal-
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la libera competizione delle idee e dalla pluralistica articolazione delle diverse componenti sociali: esso può e deve costituire un fattore di
promozione e di crescita, favorendo la profonda unità di ideali e di
sentimenti, per la quale tutti gli italiani si sentono fratelli in una
stessa Patria”. Ed aggiungeva che nell’esercizio della sua diaconia per
l’uomo “la Chiesa intende operare nel pieno rispetto dell’autonomia
dell’ordine politico e della sovranità dello Stato. Parimenti, essa è attenta alla salvaguardia della libertà di tutti, condizione indispensabile alla costruzione di un mondo degno dell’uomo, che solo nella libertà
può ricercare con pienezza la verità e aderirvi sinceramente, trovandovi motivo ed ispirazione per l’impegno solidale ed unitario al bene
comune”. L’Accordo, che ha contribuito largamente alla delineazione
di quella sana laicità che denota lo Stato italiano ed il suo ordinamento giuridico, ha evidenziato i due principi supremi che sono chiamati a presiedere alle relazioni fra Chiesa e comunità politica: quello della distinzione di ambiti e quello della collaborazione. Una collaborazione motivata dal fatto che, come ha insegnato il Concilio Vaticano Il, entrambe, cioè la Chiesa e la comunità politica, “anche se a
titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane” (Cost. Gaudium et spes, 76). L’esperienza
maturata negli anni di vigenza delle nuove disposizioni pattizie ha visto, ancora una volta, la Chiesa ed i cattolici impegnati in vario modo a favore di quella “promozione dell’uomo e del bene del Paese” che,
nel rispetto della reciproca indipendenza e sovranità, costituisce principio ispiratore ed orientante del Concordato in vigore (art. 1). La
Chiesa è consapevole non solo del contributo che essa offre alla società civile per il bene comune, ma anche di ciò che riceve dalla società civile, come afferma il Concilio Vaticano II: “chiunque promuove
la comunità umana nel campo della famiglia, della cultura, della vita economica e sociale, come pure della politica, sia nazionale che internazionale, porta anche un non piccolo aiuto, secondo la volontà di
Dio, alla comunità ecclesiale, nelle cose in cui essa dipende da fattori esterni” (Cost. Gaudium et spes, 44).
Nel guardare al lungo divenire della storia, bisogna riconoscere
che la nazione italiana ha sempre avvertito l’onere ma al tempo stesso il singolare privilegio dato dalla situazione peculiare per la quale
è in Italia, a Roma, la sede del successore di Pietro e quindi il centro della cattolicità. E la comunità nazionale ha sempre risposto a
questa consapevolezza esprimendo vicinanza affettiva, solidarietà, aiuto alla Sede Apostolica per la sua libertà e per assecondare la realizzazione delle condizioni favorevoli all’esercizio del ministero spirituale nel mondo da parte del successore di Pietro, che è Vescovo di
Roma e Primate d’Italia. Passate le turbolenze causate dalla “que-
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stione romana”, giunti all’auspicata Conciliazione, anche lo Stato Italiano ha offerto e continua ad offrire una collaborazione preziosa, di
cui la Santa Sede fruisce e di cui è consapevolmente grata.
Nel presentare a Lei, Signor Presidente, queste riflessioni, invoco
di cuore sul popolo italiano l’abbondanza dei doni celesti, affinché sia
sempre guidato dalla luce della fede, sorgente di speranza e di perseverante impegno per la libertà, la giustizia e la pace.
Dal Vaticano, 17 marzo 2011
Benedetto XVI
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Omelia per la beatificazione
di Papa Giovanni Paolo II
Sagrato della Basilica Vaticana
1° maggio 2011
Cari fratelli e sorelle!
Sei anni or sono ci trovavamo in questa Piazza per celebrare i funerali del Papa Giovanni Paolo II. Profondo era il dolore per la perdita, ma più grande ancora era il senso di una immensa grazia che
avvolgeva Roma e il mondo intero: la grazia che era come il frutto
dell’intera vita del mio amato Predecessore, e specialmente della sua
testimonianza nella sofferenza. Già in quel giorno noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato
in molti modi la sua venerazione per Lui. Per questo ho voluto che,
nel doveroso rispetto della normativa della Chiesa, la sua causa di
beatificazione potesse procedere con discreta celerità. Ed ecco che il
giorno atteso è arrivato; è arrivato presto, perché così è piaciuto al
Signore: Giovanni Paolo II è beato!
Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a tutti voi che, per questa felice circostanza, siete convenuti così numerosi a Roma da ogni
parte del mondo, Signori Cardinali, Patriarchi delle Chiese Orientali
Cattoliche, Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Delegazioni
Ufficiali, Ambasciatori e Autorità, persone consacrate e fedeli laici, e
lo estendo a quanti sono uniti a noi mediante la radio e la televisione.
Questa Domenica è la Seconda di Pasqua, che il beato Giovanni
Paolo II ha intitolato alla Divina Misericordia. Perciò è stata scelta
questa data per l’odierna Celebrazione, perché, per un disegno provvidenziale, il mio Predecessore rese lo spirito a Dio proprio la sera
della vigilia di questa ricorrenza. Oggi, inoltre, è il primo giorno del
mese di maggio, il mese di Maria; ed è anche la memoria di san Giuseppe lavoratore. Questi elementi concorrono ad arricchire la nostra
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preghiera, aiutano noi che siamo ancora pellegrini nel tempo e nello
spazio; mentre in Cielo, ben diversa è la festa tra gli Angeli e i Santi! Eppure, uno solo è Dio, e uno è Cristo Signore, che come un ponte congiunge la terra e il Cielo, e noi in questo momento ci sentiamo
più che mai vicini, quasi partecipi della Liturgia celeste.
“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29).
Nel Vangelo di oggi Gesù pronuncia questa beatitudine: la beatitudine della fede. Essa ci colpisce in modo particolare, perché siamo riuniti proprio per celebrare una Beatificazione, e ancora di più perché
oggi è stato proclamato Beato un Papa, un Successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede. Giovanni Paolo II è beato per
la sua fede, forte e generosa, apostolica. E subito ricordiamo quell’altra beatitudine: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”
(Mt 16,17). Che cosa ha rivelato il Padre celeste a Simone? Che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Per questa fede Simone diventa “Pietro”, la roccia su cui Gesù può edificare la sua Chiesa. La
beatitudine eterna di Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ha la
gioia di proclamare, sta tutta dentro queste parole di Cristo: “Beato
sei tu, Simone” e “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. La beatitudine della fede, che anche Giovanni Paolo II ha ricevuto in dono da Dio Padre, per l’edificazione della Chiesa di Cristo.
Ma il nostro pensiero va ad un’altra beatitudine, che nel Vangelo
precede tutte le altre. È quella della Vergine Maria, la Madre del Redentore. A Lei, che ha appena concepito Gesù nel suo grembo, santa
Elisabetta dice: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò
che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). La beatitudine della fede ha il
suo modello in Maria, e tutti siamo lieti che la beatificazione di Giovanni Paolo II avvenga nel primo giorno del mese mariano, sotto lo
sguardo materno di Colei che, con la sua fede, sostenne la fede degli
Apostoli, e continuamente sostiene la fede dei loro successori, specialmente di quelli che sono chiamati a sedere sulla cattedra di Pietro.
Maria non compare nei racconti della risurrezione di Cristo, ma la
sua presenza è come nascosta ovunque: lei è la Madre, a cui Gesù ha
affidato ciascuno dei discepoli e l’intera comunità. In particolare, notiamo che la presenza effettiva e materna di Maria viene registrata
da san Giovanni e da san Luca nei contesti che precedono quelli del
Vangelo odierno e della prima Lettura: nel racconto della morte di
Gesù, dove Maria compare ai piedi della croce (cfr Gv 19,25); e all’inizio degli Atti degli Apostoli, che la presentano in mezzo ai discepoli
riuniti in preghiera nel cenacolo (cfr At 1,14).
Anche la seconda Lettura odierna ci parla della fede, ed è proprio
san Pietro che scrive, pieno di entusiasmo spirituale, indicando ai
LA PAROLA DEL PAPA
neo-battezzati le ragioni della loro speranza e della loro gioia. Mi piace osservare che in questo passo, all’inizio della sua Prima Lettera,
Pietro non si esprime in modo esortativo, ma indicativo; scrive, infatti: “Siete ricolmi di gioia” – e aggiunge: “Voi lo amate, pur senza
averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di
gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede: la salvezza delle anime” (1Pt 1,6.8-9). Tutto è all’indicativo, perché c’è una nuova realtà, generata dalla risurrezione di Cristo, una
realtà accessibile alla fede. “Questo è stato fatto dal Signore - dice il
Salmo (118,23) - una meraviglia ai nostri occhi”, gli occhi della fede.
Cari fratelli e sorelle, oggi risplende ai nostri occhi, nella piena luce spirituale del Cristo risorto, la figura amata e venerata di Giovanni Paolo II. Oggi il suo nome si aggiunge alla schiera di Santi e
Beati che egli ha proclamato durante i quasi 27 anni di pontificato,
ricordando con forza la vocazione universale alla misura alta della vita cristiana, alla santità, come afferma la Costituzione conciliare Lumen gentium sulla Chiesa. Tutti i membri del Popolo di Dio – Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose – siamo in camino verso la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria,
associata in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della
Chiesa. Karol Wojtyla, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva
bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da
giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una visione che si riassume nell’icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre. Un’icona che si trova nel Vangelo di Giovanni (19,25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi papale
di Karol Wojtyla: una croce d’oro, una “emme” in basso a destra, e il
motto “Totus tuus”, che corrisponde alla celebre espressione di san
Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol Wojtyla ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: “Totus tutus ego sum
et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor
tuum, Maria – Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo
per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria” (Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 266).
Nel suo Testamento il nuovo Beato scrisse: “Quando nel giorno 16
ottobre 1978 il conclave dei cardinali scelse Giovanni Paolo II, il Primate della Polonia card. Stefan Wyszyƒski mi disse: «Il compito del
nuovo papa sarà di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio»”. E aggiungeva: “Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spi-
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rito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa – e soprattutto con l’intero episcopato – mi
sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX
secolo ci ha elargito. Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso
di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio
pontificato”. E qual è questa “causa”? È la stessa che Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima Messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a
tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società,
la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di
un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva
sembrare irreversibile.
Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a
non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà.
Ancora più in sintesi: ci ha ridato la forza di credere in Cristo,
perché Cristo è Redemptor hominis, Redentore dell’uomo: il tema della sua prima Enciclica e il filo conduttore di tutte le altre.
Karol Wojtyla salì al soglio di Pietro portando con sé la sua
profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo,
incentrato sull’uomo. Il suo messaggio è stato questo: l’uomo è la via
della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo. Con questo messaggio, che
è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo “timoniere” il
Servo di Dio Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II ha guidato il Popolo
di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a
Cristo egli ha potuto chiamare “soglia della speranza”. Sì, attraverso
il lungo cammino di preparazione al Grande Giubileo, egli ha dato al
Cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio,
trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia.
Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al
marxismo e all’ideologia del progresso, egli l’ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della
speranza, da vivere nella storia con uno spirito di “avvento”, in
un’esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza
dell’uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace.
LA PAROLA DEL PAPA
Vorrei infine rendere grazie a Dio anche per la personale esperienza che mi ha concesso, di collaborare a lungo con il beato Papa
Giovanni Paolo II. Già prima avevo avuto modo di conoscerlo e di stimarlo, ma dal 1982, quando mi chiamò a Roma come Prefetto della
Congregazione per la Dottrina della Fede, per 23 anni ho potuto stargli vicino e venerare sempre più la sua persona. Il mio servizio è stato sostenuto dalla sua profondità spirituale, dalla ricchezza delle sue
intuizioni. L’esempio della sua preghiera mi ha sempre colpito ed edificato: egli si immergeva nell’incontro con Dio, pur in mezzo alle molteplici incombenze del suo ministero. E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma egli
è rimasto sempre una “roccia”, come Cristo lo ha voluto. La sua
profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche
gli venivano meno. Così egli ha realizzato in modo straordinario la
vocazione di ogni sacerdote e vescovo: diventare un tutt’uno con quel
Gesù, che quotidianamente riceve e offre nella Chiesa.
Beato te, amato Papa Giovanni Paolo II, perché hai creduto! Continua – ti preghiamo – a sostenere dal Cielo la fede del Popolo di
Dio. Tante volte ci hai benedetto in questa Piazza dal Palazzo! Oggi,
ti preghiamo: Santo Padre ci benedica! Amen.
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Il Cortile dei Gentili
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“Mi manca la fede e, quindi, non potrò mai essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa (...) Non ho
ereditato il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto caro
al razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso, allora, gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui dubito”. Aveva soltanto 31 anni ed era già al culmine del successo; eppure il 4 novembre
1954 si era tolto la vita, e forse la chiave di questa resa fallimentare era da cercare proprio nelle righe che abbiamo citato dalla sua
opera Il nostro bisogno di consolazione. Stiamo parlando di uno scrittore svedese di “culto”, Stig Dagerman, che illumina in modo esplicito il senso di un dialogo tra atei e credenti.
Interrogarsi sul significato ultimo dell’esistere non coinvolge, certo, lo scettico sardonico e sarcastico che ambisce solo a ridicolizzare
asserti religiosi. Tra l’altro, uno che di ateismo s’intendeva come il filosofo Nietzsche non esitava a scrivere nel “Crepuscolo degli dei”
(1888) che “solo se un uomo ha una fede robusta, può indulgere al
lusso dello scetticismo”. Neppure il razionalista, avvolto nel manto
glorioso della sua autosufficienza conoscitiva, vuole correre il rischio
di inoltrarsi sui sentieri d’altura della sapienza mistica, secondo una
grammatica nuova che partecipa del linguaggio dell’amore, che è ben
diverso dalla spada di ghiaccio della pur importante ragione pura. Né
è interessato a questo dialogo l’ateo confessante che, sulla scia dello
zelo ardente del marchese de Sade della “Nouvelle Justine” (1797),
presenta il suo petto solo al duello: “Quando l’ateismo vorrà dei martiri, lo dica: il mio sangue è pronto!”.
L’incontro tra credenti e non credenti avviene quando si lasciano
alle spalle apologetiche feroci e dissacrazioni devastanti e si toglie via
SANTA SEDE
la coltre grigia della superficialità e dell’indifferenza, che seppellisce
l’anelito profondo alla ricerca, e si rivelano, invece, le ragioni profonde della speranza del credente e dell’attesa dell’agnostico. Ecco perché
si è voluto pensare a un “Cortile dei Gentili” che si inaugurerà a Bologna, nella sua antica università e a Parigi alla Sorbona, all’Unesco
e all’Académie Française. Lasciamo da parte la denominazione storica che ha solo una funzione simbolica, evocando l’atrio che nel tempio di Gerusalemme era riservato ai “gentili”, i non ebrei in visita alla città santa e al suo santuario. Fermiamoci, invece, sul suo aspetto
tematico, così come lo fa balenare Dagerman. Uno degli intellettuali
ebrei più aperti del primo secolo, Filone di Alessandria d’Egitto, artefice di un dialogo tra ebraismo ed ellenismo - quindi secondo i canoni di allora, tra fedeli jahvisti e pagani idolatrici - definiva il sapiente con l’aggettivo methòrios, ossia colui che sta sulla frontiera.
Egli ha i piedi piantati nella sua regione, ma il suo sguardo si protende oltre il confine e il suo orecchio ascolta le ragioni dell’altro. Per
attuare questo incontro ci si deve armare non di spade dialettiche, come nel duello tra il gesuita e il giansenista del film “La Via Lattea”
(1968) di Buñuel, ma di coerenza e rispetto: coerenza con la propria
visione dell’essere e dell’esistere, senza slabbramenti sincretistici o
sconfinamenti fondamentalistici o approssimazioni propagandistiche;
rispetto per la visione altrui alla quale si riservano attenzione e verifica. Si è, invece, incapaci di ritrovarsi su quel confine tra i due cortili simbolici del tempio di Sion, l’atrio dei gentili e quello degli israeliti, quando ci si arrocca solo in difesa dei propri idoli. Nell’“Adolescente” (1875) Dostoevskij, sia pure con la passione del credente, li
identificava con chiarezza. Da un lato, infatti, affermava che “l’uomo
non può esistere senza inchinarsi (...) Si inchinerà, allora, a un idolo
di legno o d’oro, o del pensiero... o di dèi senza Dio”. D’altro lato,
però, riconosceva che vi sono “alcuni che sono davvero senza Dio, solamente fanno più paura degli altri, perché vengono col nome di Dio
sulle labbra”. Ecco la tipologia comune a coloro che non si fermeranno a dialogare su quella frontiera: chi è convinto di aver già in sé
tutte le risposte e di doverle solo imporre.
Questo, però, non significa che ci si presenta soltanto come mendicanti, privi di qualsiasi verità o concezione della vita. Ponendomi
per congruenza sul territorio del credere a cui appartengo, vorrei solo evocare la ricchezza che questa regione rivela nei suoi vari panorami ideali. Pensiamo al raffinato statuto epistemologico della teologia come disciplina dotata di una sua coerenza, alla visione antropologica cristiana elaborata nei secoli, all’investigazione sui temi ultimi
della vita, della morte e dell’oltrevita, della trascendenza e della storia, della morale e della verità, del male e del dolore, della persona,
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dell’amore e della libertà; pensiamo anche al contributo decisivo offerto dalla fede alle arti, alla cultura e allo stesso ethos dell’Occidente. Questo enorme bagaglio di sapere e di storia, di fede e di vita, di
speranza e di esperienza, di bellezza e di cultura è posto sul tavolo
di fronte al “gentile” che potrà, a sua volta, imbandire la mensa della sua ricerca e dei suoi risultati per un confronto.
Da un simile incontro non si esce mai indenni, ma reciprocamente arricchiti e stimolati. Sarà un po’ paradossale, ma potrebbe
essere vero quello che Gesualdo Bufalino scriveva nel suo “Malpensante” (1987): “Solo negli atei sopravvive oggigiorno la passione per
il divino”. Una lezione, quindi, e un monito per lo stesso fedele abitudinario, affidato a formule dogmatiche, senza lo scavo del comprendere intelligente e vitale. Sull’altro versante si potrebbe immaginare l’epigrafe di una delle tombe dell’“Antologia di Spoon River”
(1915): “Io che qui giaccio ero l’ateo del villaggio, loquace, litigioso,
versato negli argomenti dei miscredenti. Ma in una lunga malattia
lessi le Upanishad e il Vangelo di Gesù. Ed essi accesero una fiaccola di speranza e di intuizione e di desiderio che l’Ombra, guidandomi tra le caverne del buio, non poté estinguere. Ascoltatemi, voi
che vivete nei sensi e pensate solo attraverso i sensi: l’immortalità
non è un dono ma un compimento. E solo coloro che si sforzano molto potranno ottenerla”.
Si deve, allora, affermare - sempre in questa linea e sulla scia della metafora della frontiera - che il confine, quando si dialoga, non è
una cortina di ferro invalicabile. Non solo perché esiste una realtà
che è quella della “conversione” e qui assumiamo il termine nel suo
significato etimologico generale e non nell’accezione religiosa tradizionale. Ma anche per un altro motivo. Credenti e non credenti si trovano spesso sull’altro terreno rispetto a quello proprio di partenza: ci
sono, infatti, come si suol dire, credenti che credono di credere, ma
in realtà sono increduli e, viceversa, non credenti che credono di non
credere, ma il loro è un percorso che si svolge in quel momento sotto il cielo di Dio. A questo proposito vorremmo solo suggerire un paio
di esempi paralleli, anche se distribuiti sui due campi. Partiamo dal
credente e dalla componente di oscurità che la fede comporta, soprattutto quando si allarga il sudario del silenzio di Dio. Facile è pensare ad Abramo e ai tre giorni di marcia sull’erta del monte Moria,
stringendo la mano del figlio Isacco e custodendo nel cuore lo sconcertante imperativo divino del sacrificio (Genesi, 22); oppure possiamo
ricorrere alla lacerante e fluviale interrogazione di Giobbe; o ancora
al grido dello stesso Cristo in croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?”. O tanto per scegliere un emblema moderno, tra i tanti possibili, alla “notte oscura” di un mistico altissimo come san Gio-
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vanni della Croce e, per venire a noi, al dramma del pastore Ericsson in crisi di fede, nel film “Luci d’inverno” (1962) di Ingmar Bergman. Scriveva giustamente un teologo francese, Claude Geffré: “Su un
piano oggettivo è evidentemente impossibile parlare di una non credenza nella fede. Ma sul piano esistenziale si può arrivare a discernere una simultaneità di fede e di non credenza. Ciò non fa che sottolineare la natura stessa della fede come dono gratuito di Dio e come esperienza comunitaria: il vero soggetto della fede è una comunità
e non un individuo isolato”.
Spostiamoci ora sull’altro versante, quello dell’ateo e delle sue
oscillazioni. Il suo stesso anelito, testimoniato per esempio dal citato
Dagerman, è già un percorso che s’inoltra nel mistero, a tal punto da
configurarsi in preghiera, come è testimoniato da questa invocazione
di Aleksandr Zinov’ev, l’autore di “Cime abissali” (1976): “Ti supplico,
mio Dio, cerca di esistere, almeno un poco, apri i tuoi occhi, ti supplico! Non avrai da fare altro che questo, seguire ciò che succede: è
ben poco! Ma, o Signore, sforzati di vedere, te ne prego! Vivere senza testimoni, quale inferno! Per questo, forzando la mia voce io grido, io urlo: Padre mio, ti supplico e piango: Esisti!”. È la stessa supplica di uno dei nostri poeti contemporanei più originali, Giorgio Caproni (1912-1990): “Dio di volontà, Dio onnipotente, cerca, / (Sforzati!), a furia di insistere, / - almeno - di esistere”. È significativo che
il concilio Vaticano II abbia riconosciuto che, obbedendo alle ingiunzioni della sua coscienza, anche il non credente può partecipare della
risurrezione in Cristo che “vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore invisibilmente lavora la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti (...) Perciò
dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di
venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale”
(Gaudium et spes, 22).
In ultima analisi l’ostacolo che si leva per questo dialogo-incontro
è forse uno solo, quello della superficialità che stinge la fede in una
vaga spiritualità e riduce l’ateismo a una negazione banale o sarcastica. Per molti, ai nostri giorni, il “Padre nostro” si trasforma nella
caricatura che ne ha fatto Jacques Prévert: “Padre nostro che sei nei
cieli, restaci!”. O ancora nella ripresa beffarda che il poeta francese
ha escogitato della Genesi: “Dio, sorprendendo Adamo ed Eva, / disse: Continuate, ve ne prego, / non disturbatevi di me, / fate come se
io non esistessi!”. Far come se Dio non esistesse, etsi Deus non daretur, è un po’ il motto della società del nostro tempo: chiuso come egli
è nel cielo dorato della sua trascendenza, Dio - o la sua idea - non
deve disturbare le nostre coscienze, non deve interferire nei nostri
affari, non deve rovinare piaceri e successi.
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SANTA SEDE
È questo il grande rischio che mette in difficoltà una ricerca reciproca, lasciando il credente avvolto in una lieve aura di religiosità, di
devozione, di ritualismo tradizionale, e il non credente immerso nel
realismo pesante delle cose, dell’immediato, dell’interesse. Come annunciava già il profeta Isaia, ci si ritrova in uno stato di atonia:
“Guardai, ma non c’era nessuno; tra costoro nessuno era capace di
consigliare, nessuno c’era da interrogare per avere una risposta” (41,
28). Il dialogo è proprio per far crescere lo stelo delle domande, ma
anche per far sbocciare la corolla delle risposte. Almeno di alcune risposte autentiche e profonde.
Card. Gianfranco Ravasi
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Comunicato finale del Consiglio Permanente
(Ancona, 24-27 gennaio 2011)
Per bocca del Consiglio Episcopale Permanente – riunito ad Ancona dal 24 al 27 gennaio 2011, sotto la presidenza del Card. Angelo
Bagnasco, Arcivescovo di Genova – la Chiesa che vive in Italia ha
parlato al Paese con riconosciuta autorevolezza e credibilità. Ha saputo farlo dimostrando unità di giudizio, anche nella disamina delle
delicate problematiche che ne stanno segnando la vita politica e sociale.
I Vescovi sono intervenuti in quanto pastori, animati da una chiarezza morale lontana da ogni faziosità, capaci di una parola di fiducia e d’incoraggiamento, sostenuti dal desiderio dei credenti e di tutti
i cittadini di superare le difficoltà del momento presente. I giovani
hanno rappresentato la lente, attraverso la quale leggere la realtà: di
qui l’attenzione alle loro attese, prima fra tutte quella dell’accesso al
mondo del lavoro. I Vescovi, consapevoli del fatto che il vincolo religioso è stato la radice da cui è scaturita la prima coscienza dell’identità nazionale, hanno riaffermato con convinzione l’impegno educativo
della Chiesa, orizzonte che abbraccia i suoi diversi ambiti di azione
nel Paese.
In tale prospettiva, alla luce degli Orientamenti pastorali per il decennio, hanno individuato il tema principale della prossima Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, che si terrà a Roma dal 23 al 27 maggio 2011: “Introdurre e accompagnare all’incontro con Cristo nella comunità ecclesiale: soggetti e metodi dell’educazione alla fede”, e hanno tratteggiato le linee di approfondimento della tematica educativa nel corso del decennio.
È stato presentata e discussa la bozza del documento conclusivo
della 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, celebrata a Reggio
Calabria dal 14 al 17 ottobre scorso. Il testo sarà pubblicato nelle
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
prossime settimane a firma del Comitato scientifico e organizzatore
delle Settimane Sociali. Nel medesimo contesto, i Vescovi si sono confrontati sulle scuole e le esperienze di formazione socio-politica di ispirazione cattolica e sulle prospettive di un loro sviluppo.
Ampio spazio è stato dedicato al confronto sulla formazione umana, spirituale e teologica offerta nei circa cento seminari maggiori esistenti in Italia: è stata una preziosa occasione di condivisione su un
tema cruciale per la vita e il futuro delle comunità ecclesiali.
Il Consiglio Permanente ha approvato i nuovi parametri per l’edilizia di culto per il 2011 e il Messaggio d’invito al XXV Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà proprio ad Ancona dal 3 all’11 settembre prossimi, per accompagnare il cammino di preparazione delle
diocesi italiane a tale importante appuntamento.
1. Una prolusione condivisa
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Una forte unità di giudizio da parte dei membri del Consiglio Permanente è emersa nell’articolato dibattito seguito alla prolusione del
Cardinale Presidente. Si è registrata in tutti gli interventi una
profonda condivisione del tono e ancor prima dei contenuti del suo intervento.
I Vescovi hanno apprezzato la pacatezza, la profondità e l’equilibrio di una lettura della realtà né reticente né aggressiva, e nel contempo capace di dar conto del disagio morale che serpeggia nel nostro Paese. In particolare – è stato rilevato – la posizione espressa
dal Cardinale Presidente ha saputo tener conto della complessità dei
fattori in gioco, senza prestarsi a interpretazioni di parte e riconducendo la questione a un livello culturale ed etico che chiama in causa la responsabilità di tutti, in particolare di quanti hanno maggiori
responsabilità in vista del bene comune.
I Vescovi hanno anche condiviso l’apertura al futuro che ha connotato l’intervento del Cardinale Presidente, soprattutto laddove egli
ha rilanciato come un’opportunità la sfida educativa, rappresentata in
primo luogo dal mondo giovanile. Proprio questa dimensione – è stato ribadito – necessita di venir assecondata e orientata dalla società
intera, che dovrà essere sempre più “comunità educante”, e dalla comunità cristiana nel suo sforzo evangelizzatore, per superare quel cinismo e quel disincanto che sempre più si fanno strada nelle pieghe
del sentire comune.
2. Il decennio sull’educazione: obiettivi e priorità
In vista della programmazione del decennio alla luce degli Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano, Educare alla vita buona del
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Vangelo, i Vescovi hanno fatto tesoro delle indicazioni emerse dai
gruppi di studio dell’Assemblea Generale tenuta ad Assisi nel novembre scorso, circa gli obiettivi e le priorità su cui investire. Il confronto ha permesso di rivisitare i momenti salienti dell’azione educativa delle comunità ecclesiali, in vista di un nuovo slancio della loro
missione evangelizzatrice. Si tratta, è stato sottolineato, di adattare
l’ideale al reale, senza rinunciare a far tendere quest’ultimo all’ideale. Concentrandosi sulle attività direttamente indirizzate all’educazione della persona, i Vescovi hanno portato l’attenzione sull’iniziazione
cristiana, la catechesi, la pastorale giovanile, l’insegnamento della religione cattolica, la formazione iniziale e permanente dei presbiteri e
degli operatori pastorali, la preparazione al matrimonio, la formazione permanente degli adulti e quella all’impegno sociale e politico.
È emersa la consapevolezza che l’iniziazione cristiana dei bambini
e dei ragazzi costituisce una chiave di accesso a una realtà pastorale
più ampia, che abbraccia in primo luogo i genitori e le famiglie.
Alla luce di queste considerazioni, è stato definito il tema principale della prossima Assemblea Generale, che si svolgerà a Roma dal
23 al 27 maggio: “Introdurre e accompagnare all’incontro con Cristo
nella comunità ecclesiale: soggetti e metodi dell’educazione alla fede”.
Guardando al decennio nel suo insieme, si è deciso di dedicarne
la prima metà l’approfondimento tematico intorno al tema “Comunità
cristiana ed educazione alla fede”, mentre la seconda parte sarà dedicata al tema “Comunità cristiana e città”. A fare da spartiacque
quasi tra le due fasi, si porrà il Convegno ecclesiale nazionale di
metà decennio. Sin da ora si è deciso di demandare alla Presidenza
la costituzione di un gruppo di lavoro con il compito di avviare la riflessione sul Convegno nazionale.
3. Sale e luce:
il documento conclusivo della 46a Settimana Sociale
Nelle prossime settimane sarà pubblicato, a cura del Comitato
scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, il documento conclusivo della 46a Settimana Sociale, celebrata a
Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre scorso.
La bozza del documento è stata esaminata dal Consiglio Permanente, che ne ha autorizzato la pubblicazione. Tra i motivi di speranza evidenziati in esso, vi è anzitutto l’esperienza di quanti hanno
condiviso la volontà e l’impegno di adoperarsi per il conseguimento
del bene comune, ponendo l’amore cristiano a fondamento del loro essere e del loro agire. Sono persone attente a promuovere una cultura
dell’uomo, della vita e della famiglia, quale fonte di autentico sviluppo. Per loro la fede cristiana è chiave di lettura della storia e via di
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
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conoscenza sapienziale e costruttiva.
Il documento riconduce la questione sociale alla questione antropologica nella sua integralità e la declina riprendendo le sessioni tematiche della Settimana Sociale: intraprendere (ambito nel quale la
crisi economica è stata analizzata e ricondotta alle sue cause più
profonde); educare (dove si ribadisce la centralità del ruolo dell’adulto e l’importanza di strumenti con cui sostenere famiglia e scuola e
dove non manca una lettura della realtà giovanile, colta quale risorsa che chiede di trovare uno sbocco); includere (con attenzione al fenomeno migratorio, ai percorsi di cittadinanza e alle condizioni dei rifugiati); slegare (valorizzando le opportunità che ciascuno può offrire,
come anche le opportunità del mercato, all’interno di un nuovo patto
sociale); completare la transizione istituzionale (evitando di escludere
i giovani, i poveri e i non qualificati, come pure di snaturare l’impianto della Costituzione).
I Vescovi, in particolare, hanno sottolineato l’importanza di promuovere il volontariato in tutte le sue forme; la necessità di declinare il tema del federalismo alla luce dei principi di sussidiarietà e di
solidarietà; l’importanza di additare figure emblematiche nell’impegno
impegno sociale, quali Giuseppe Toniolo e don Pino Puglisi.
In questa prospettiva, i Vescovi hanno condotto anche un’articolata riflessione sulle scuole e le esperienze di formazione all’impegno sociale e politico presenti sul territorio. Le motivazioni che le hanno originate e la loro ampia diffusione negli anni Ottanta hanno contribuito a far conoscere e apprezzare la dottrina sociale della Chiesa e a
sensibilizzare alla partecipazione democratica alla vita del Paese. Nel
contesto della prospettiva educativa e in sintonia con il costante richiamo del Santo Padre Benedetto XVI all’impegno dei cattolici a essere ovunque luce e sale, è stata riaffermata l’importanza dell’azione
di formazione delle coscienze, attraverso il veicolo di una cultura politica che, nel mutare dei tempi, aspiri alla ricerca del bene comune.
Si intendono, perciò, sostenere le diocesi che hanno avviato tali luoghi formativi e incoraggiare chi è disponibile a suscitarne di nuovi.
4. La formazione dei futuri presbiteri
Il Consiglio Episcopale Permanente si è ampiamente soffermato
sulla situazione dei circa cento seminari maggiori presenti in Italia e
destinati alla formazione dei futuri presbiteri. Si tratta di soggetti
spesso diversi fra loro per età, percorsi di studio, provenienze ed esperienze pregresse. Come è naturale, essi condividono le risorse e le fragilità che caratterizzano i loro coetanei. Curarne la formazione significa anzitutto evitare un approccio meramente funzionale al ministero, riconducendo la figura del sacerdote alla sua radice sacramentale
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
e combinando opportunamente la crescita umana, spirituale e intellettuale dei candidati. Affinché l’essere prete non si riduca a un atteggiamento esteriore, ma sia una forma mentis in grado di caratterizzare tutta l’esistenza, i Vescovi avvertono la necessità di un cammino di fede adeguato al profilo sacerdotale, unito a un’affettività matura e equilibrata. Sono queste le condizioni irrinunciabili per vivere
con serenità l’appartenenza alla communio presbiterale, per un’obbedienza non formale alla Chiesa nella persona del proprio Vescovo, per
impostare relazioni adulte con i laici e per non soccombere di fronte
alle inevitabili difficoltà dell’esperienza pastorale. La responsabilità
primaria di assicurare la qualità dei preti di domani richiede a ogni
diocesi l’investimento di adeguate risorse nella formazione dei formatori dei seminari, perché siano all’altezza del compito che la Chiesa
affida loro.
5. Nuovi parametri per l’edilizia di culto
Come ogni anno, il Consiglio Permanente ha approvato le tabelle
parametriche dei costi per la costruzione di nuovi edifici di culto. Rispetto al 2010, esse sono state aggiornate applicando alle singole voci di costo unitario l’incremento del 2%, secondo la variazione dell’indice ISTAT.
6. Il Messaggio d’invito al Congresso Eucaristico Nazionale
L’ormai imminente celebrazione del Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà ad Ancona e nelle diocesi limitrofe dal 3 all’11 settembre e che culminerà con l’incontro con il Santo Padre, è la ragione che ha giustificato il fatto che, in via eccezionale, il Consiglio Permanente si sia riunito in quella città. Grati della calorosa accoglienza a loro riservata dall’Arcivescovo di Ancona – Osimo e dalle autorità locali, i Vescovi hanno approvato il Messaggio d’invito al Congresso Eucaristico Nazionale, rivolto a tutte le diocesi per sostenerle
e accompagnarle nel cammino di preparazione di questo importante
evento di fede e di preghiera, che intende ribadire il ruolo dell’Eucaristia quale faro di luce per la vita quotidiana. Il testo del Messaggio
sarà diffuso a breve.
7. Nomine
Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha provveduto alla
seguenti nomine:
– Presidente del Comitato per l’edilizia di culto: S.E. Mons. Filippo
IANNONE, Vescovo di Sora – Aquino – Pontecorvo.
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Coordinatore nazionale della pastorale per gli immigrati ucraini:
don Yaroslav SEMEHEN (Ternopil-Zboriv degli Ucraini).
Coordinatore nazionale della pastorale degli immigrati africani
francofoni: don Denis KIBANGU MALONDA (Tivoli).
Consulente ecclesiastico nazionale della Federazione Italiana Unioni Diocesane Addetti al culto/Sacristi: mons. Alessandro GANDINI
(Milano).
Consigliere spirituale nazionale dell’Associazione Rinnovamento
nello Spirito Santo: don Guido PIETROGRANDE, SDB.
La Presidenza della CEI, riunitasi il 24 gennaio 2011, ha proceduto a rinnovare la Commissione Mista Vescovi – Religiosi – Istituti
secolari, che risulta ora così composta: S.E. Mons. Francesco LAMBIASI, Vescovo di Rimini, Presidente della Commissione Episcopale
per il clero e la vita consacrata, Presidente; S.E. Mons. Domenico
CANCIAN, Vescovo di Città di Castello; S.E. Mons. Oscar CANTONI,
Vescovo di Crema; S.E. Mons. Gianfranco Agostino GARDIN, Arcivescovo – Vescovo 5 di Treviso; don Alberto LORENZELLI, SDB; padre
Pier Luigi NAVA, SMM; padre Fidenzio VOLPI, OFMCap; suor Viviana BALLARIN, OP; suor Regina CESARATO, PDDM; suor Amalia
COLUCCIA SFAlc; prof.ssa Piera GRIGNOLO.
–
La Presidenza ha inoltre nominato:
membri del Comitato per l’edilizia di culto: don Vincenzo BARBANTE (Milano), per l’area Nord; dott. Stefano MORI, per l’area
Centro; mons. Giovanni ACCOLLA (Siracusa), per l’area Sud; ing.
Andrea ZAPPACOSTA, Segretario; mons. Giuseppe RUSSO, Responsabile del Servizio Nazionale per l’edilizia di culto; don Franco MAGNANI, Direttore dell’Ufficio Liturgico Nazionale.
–
Membro del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici: don Francesco VALENTINI (Orvieto – Todi).
–
Membri della Commissione Nazionale Valutazione Film: mons. Dario Edoardo VIGANÒ, Presidente; dott. Massimo GIRALDI, Segretario; prof.ssa Giuliana ARCIDIACONO; suor Teresa BRACCIO,
FSP; dott.ssa Elisa COPPONI; dott. Mario DAL BELLO; prof. Nicola DI MARCOBERARDINO; dott. Francesco GIRALDO; dott.
Vittorio GIUSTI; prof.ssa Daniella IANNOTTA; prof.ssa Marina
MATALONI; sig.ra Graziella MILANO; dott. Raffaele NAPOLI;
dott. Lorenzo NATTA; dott. Beowulf PAESLERLUSCHKOWKO;
mons. Domenico POMPILI; dott. Renato TARANTELLI; dott.
Giancarlo TARÉ.
Roma, 28 gennaio 2011
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Comunicato finale del Consiglio Permanente
(Roma, 28-30 marzo 2011)
Sono essenzialmente tre i punti chiave che hanno animato il Consiglio Episcopale Permanente della CEI, riunito a Roma dal 28 al 30
marzo 2011. Anzitutto, i problemi legati all’intervento militare in Libia, all’emergenza dei profughi e dei rifugiati, al dovere della prima
accoglienza. In secondo luogo, la preoccupazione per il dilagare di un
paradigma antropologico che rende labile l’identità personale e il senso di una storia condivisa, illudendo di costruire un modello di uomo
che pretende di bastare a se stesso. Infine, l’orizzonte pastorale di una
Chiesa che vive l’evangelizzazione come il terreno della sua presenza
nel mondo, non stancandosi di educare con animo missionario e di seminare la Parola nelle molteplici occasioni della vita ordinaria, con
speranza e pazienza rispetto ai tempi di Dio.
Alla luce di questi temi si è articolato un confronto sereno e pacato, che ha valorizzato e approfondito i molteplici spunti offerti dalla
prolusione del Cardinale Presidente, Angelo Bagnasco, Arcivescovo di
Genova. Consapevoli del loro compito di guide della comunità ecclesiale, i Vescovi membri del Consiglio Permanente non hanno rinunciato a pronunciare una parola umile e ferma sul momento presente,
ben sapendo quanto le questioni in gioco siano complesse, complicate
e confuse, con l’intenzione esplicita di attivare pensieri e accendere
speranze più forti delle preoccupazioni che pure assalgono quanti hanno a cuore il bene delle persone e la serenità della convivenza sociale.
Nelle tre giornate di lavoro, il Consiglio Permanente ha approvato
l’ordine del giorno della prossima Assemblea Generale, che si terrà a
Roma dal 23 al 27 maggio 2011. Entrando nel vivo del decennio dedicato all’educazione, essa fisserà l’attenzione sui soggetti e sui metodi con cui la missione ecclesiale conduce all’incontro con Cristo, sor-
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
gente, itinerario e traguardo di ogni prassi pastorale. Durante l’Assemblea Generale sarà anche esaminata la seconda parte dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano. È stata annunciata la preghiera mariana che, in quella occasione, riaffiderà il Paese alla Vergine Madre, nell’anno in cui esso fa memoria del centocinquantesimo anniversario dell’unità.
È stata analizzata e approvata la proposta di ripartizione delle
somme che nell’anno corrente perverranno alla Chiesa cattolica dall’otto per mille, come pure la misura del contributo per il funzionamento dei Tribunali ecclesiastici regionali. In questo stesso ambito, si è
approvato un nuovo modello di inquadramento professionale per i giudici, i difensori del vincolo e i patroni stabili laici a tempo pieno. Ampio spazio è stato dedicato all’esame dei piani di lavoro delle Commissioni Episcopali, cosìì da orientarne la programmazione del prossimo quinquennio.
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1. Per una «via africana» verso il futuro
I moti popolari che nelle ultime settimane hanno infiammato –
con esiti diversi e tuttora incerti – non soltanto i Paesi del Nordafrica, ma anche quelli della Penisola arabica, rivelano la comune aspirazione umana alle libertà fondamentali e all’affermazione della dignità personale, non scevra però da violenze e da sofferenze.
L’attenzione dei Vescovi – a partire dalla prolusione del Cardinale Presidente – si è soffermata in particolare sul caso libico: la vicinanza espressa al Vicario apostolico di Tripoli trova corrispondenza
nell’impegno solidale, promosso e sostenuto fin dalle prime ore della
crisi da Caritas Italiana. A fronte dell’intervento internazionale, il
Consiglio Permanente ha fatto proprio l’auspicio del Card. Bagnasco
affinchéé “si fermino le armi”, nella convinzione di quanto “la strada
della diplomazia sia giusta e possibile”, oltre che “premessa e condizione per individuare una «via africana» verso il futuro”.
L’ampio confronto, caratterizzato dalla cura di evitare interpretazioni catastrofiche, ha dato voce alla necessità che l’Europa – la stessa che “è, non da oggi, in debito verso l’Africa” – sappia evitare l’illusione di poter vivere sicura chiudendo le porte al grido dei popoli
in difficoltà: soltanto autentiche politiche di cooperazione potranno assicurare a tutti sviluppo e pace duratura.
Nel frattempo, davanti al dramma degli sfollati, dei profughi e dei
richiedenti asilo, i Vescovi riaffermano l’impegno della Chiesa a educare a una cultura dell’accoglienza, oltre che a praticarla in tutte le
forme possibili, intensificando quanto Caritas Italiana e le Caritas
diocesane stanno già facendo in tutto il Paese.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
I membri del Consiglio Permanente chiedono con forza che l’Europa sia presente in modo concreto, immediato e congruo. E alla politica italiana di promuovere, per l’emergenza, modalità di lavoro più
flessibili, che consentano un’accoglienza che vada al di là della prima
risposta. Avendo presente il recente Documento conclusivo della 46ª
Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, essi invitano anche a cogliere le opportunità presenti in questo momento storico, che impongono
la rivisitazione della disciplina sulla cittadinanza e delle norme sul ricongiungimento familiare.
2. Alle radici della disgregazione sociale
Notevole preoccupazione suscita il dilagare di un paradigma antropologico che sostituisce la persona con l’individuo, stravolge il rapporto tra verità e libertà, equipara la convivenza al matrimonio e riduce lo Stato da ordinamento per il bene comune a strumento chiamato a registrare il mero esercizio dei diritti individuali.
Nella prolusione, il Cardinale Presidente ha sottolineato come
“l’individualismo odierno ?- una volta entrato in commistione con la
spinta narcisistica ?- non può non contorcersi in una versione antisociale”. I Vescovi del Consiglio Permanente hanno riconosciuto gli indicatori di questa evoluzione perversa anzitutto nella sterilità che
spesso accompagna l’esperienza affettiva e si esprime in legami effimeri, come pure nella rarefazione demografica, di cui è complice una
politica incapace di legiferare in maniera davvero efficace a tutela e
promozione della famiglia.
L’indebolimento di un paradigma antropologico “alto” si rivela
anche nelle molteplici forme in cui la vita è calpestata: dalla pratica abortiva alla fatica di darsi regole che siano di “garanzia per persone fatalmente indifese e la cui presa in carico potrebbe un domani risultare scomoda sotto il profilo delle risorse richieste”: emblematico, in proposito, è il caso delle cosiddette “dichiarazioni anticipate di fine vita”, oggetto di un disegno di legge ritenuto necessario
e urgente.
La stessa incapacità delle nazioni di cogliersi all’interno di un rapporto di interdipendenza ha a che vedere con la mentalità di chi è attento unicamente a difendere se stesso e il proprio territorio, arrivando a volte a privatizzare persino l’esperienza di fede, in una miopia che impedisce di riconoscere dignità e volto al povero, all’immigrato o al rom.
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3. Evangelizzare, cultura della vita
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A partire da queste riflessioni, il Consiglio Permanente ha riaffermato la necessità di lavorare per ricostruire l’umano, attraverso una
profonda opera di pensiero, capace di dare respiro a una cultura della vita. È il compito sempre nuovo dell’evangelizzazione che, in un
contesto che sta rapidamente passando da un cristianesimo per nascita a un cristianesimo per scelta, avverte l’urgenza di andare al
cuore della fede. Soltanto riproponendo i valori fondamentali – ritornando, quindi, a Gesù Cristo nell’esperienza ecclesiale – può reggere
anche l’impianto della morale personale, familiare e sociale.
Dal mistero trinitario, in particolare, scaturisce l’antropologia cristiana e il fondamento di una società aperta e solidale. Qui si apre
anche l’orizzonte della formazione permanente dei sacerdoti, non immuni dalle lusinghe di un individualismo che depotenzia la vita interiore e rischia di mortificare la perenne freschezza del ministero presbiterale. è parsa assai efficace l’immagine delle parrocchie come “palestre dello Spirito”, luoghi nei quali “non si gestiscono burocraticamente incontri e impegni, ma avvengono miracoli perchéé si cerca il
Signore, ci si imbatte con il suo sguardo, ci si sente raccolti nella sua
mano, e se ne ricava la vita trasformata, non più sottomessa al
conformismo o sofferente per il giudizio altrui”.
Su questo orizzonte si staglia l’impegno assunto dalla Chiesa in
Italia come priorità per il decennio: quello di un’educazione che sa entrare, con la forza della speranza cristiana, in tutti gli ambiti
dell’esperienza umana. Questo tema sarà al centro della prossima Assemblea Generale, prevista a Roma dal 23 al 27 maggio 2011, chiamata a orientare l’attuazione del documento programmatico per il decennio Educare alla vita buona del Vangelo, perchéé ispiri le linee pastorali di ciascuna diocesi.
4. Verso l’Assemblea Generale
Il Consiglio Permanente ha approvato l’ordine del giorno della
prossima Assemblea Generale di maggio. Oltre alla riflessione sui
soggetti e sui metodi dell’educazione alla fede – tema al quale sarà
dedicato anche l’approfondimento nei gruppi di studio –, essa procederà all’esame e all’approvazione della seconda parte dei materiali destinati a confluire nella terza edizione italiana del Messale Romano,
completando il lavoro svolto nel novembre scorso ad Assisi. Nel corso
dell’Assemblea, si terrà un momento di preghiera mariano nella Basilica di Santa Maria Maggiore, per rinnovare l’affidamento a Maria
dell’Italia, a centocinquant’anni dall’unità del Paese. Ciascuna diocesi
è invitata a preparare tale momento con una celebrazione analoga
nello stesso mese di maggio.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
5. Adempimenti amministrativi e giuridici
È stata presentata la proposta di ripartizione dei fondi dell’otto
per mille per l’anno corrente, la cui approvazione spetterà all’Assemblea Generale di maggio. Desta particolare compiacimento l’incremento in valore assoluto del numero dei firmatari, segno della validità del
meccanismo, a cui ha corrisposto in proporzione l’aumento delle firme
per la Chiesa cattolica. è un segno di conferma del costante apprezzamento degli italiani per l’opera svolta dai sacerdoti e dalle comunità ecclesiali in ambito religioso, educativo, sociale e caritativo. Un
ampio dibattito si è sviluppato in merito all’ipotesi di una campagna
per il rilancio delle erogazioni liberali per il sostentamento del clero,
a partire dalla consapevolezza del valore della solidarietà e della necessità di coinvolgere attivamente su questo tema le comunità parrocchiali. È stata determinata la misura del contributo da assegnare
ai Tribunali ecclesiastici regionali per l’anno in corso, definendo anche nuove modalità per l’inquadramento professionale di giudici, difensori del vincolo e patroni stabili laici che vi operano a tempo pieno. L’attenzione della Chiesa per una questione che ha evidenti riflessi sul vissuto interiore delle persone, induce a ritenere che sia
questo un ambito nel quale, oltre a elevate e specifiche competenze
giuridiche, occorre assicurare una spiccata identità ecclesiale e una
specifica sensibilità pastorale. Si è dato conto, infine, dell’ipotesi di
modifica dell’Intesa per l’insegnamento della religione cattolica, per
adeguarla ai nuovi percorsi accademici degli Istituti Superiori di
Scienze Religiose. In sessione separata, i Presidenti delle Conferenze
Episcopali hanno scelto, per ciascuna delle tre aree territoriali, i progetti-pilota per la nuova edilizia di culto.
6. La programmazione delle Commissioni Episcopali
All’inizio del nuovo quinquennio, le dodici Commissioni Episcopali,
a cui sono affidati all’interno della Conferenza Episcopale compiti di
studio, di proposta e di animazione nei diversi ambiti pastorali, sono
state chiamate a presentare al Consiglio Permanente il loro programma di lavoro. Emerge in ciascuno di essi un riferimento diretto agli
Orientamenti pastorali del decennio, con l’impegno a declinare l’istanza educativa nei settori di competenza. Tali programmi esprimono
un’indicazione autorevole, la cui realizzazione potrà subire eventuali
modifiche in corso d’opera, tenendo conto delle decisioni che matureranno all’interno del Consiglio Permanente e nell’Assemblea Generale, anche in vista della progettazione del Convegno ecclesiale nazionale di metà decennio.
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
7. Nomine
Nel corso dei lavori, il Consiglio Episcopale Permanente ha proceduto alla seguenti nomine:
– Membro della Commissione Episcopale per il servizio della carità
e la salute: S.E. Mons. Luigi Antonio CANTAFORA, Vescovo di
Lamezia Terme.
– Membri del Collegio dei revisori dei conti di Caritas Italiana:
Mons. Giampietro FASANI, Economo della CEI, Presidente; Rag.
Renzo BOLDRINI; Dott. Paolo BUZZONETTI.
– Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali (FIES):
S.E. Mons. Giovanni SCANAVINO, Vescovo emerito di Orvieto –
Todi.
– Consulente Ecclesiastico Nazionale del Centro Turistico Giovanile:
Mons. Guido LUCCHIARI (Adria – Rovigo).
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Ha inoltre espresso il gradimento all’elezione della Presidente
Nazionale dei Convegni di cultura Maria Cristina di Savoia: Dott.ssa
Stefania ROLLA PENSA.
Nella riunione del 28 marzo 2011, la Presidenza della CEI ha
nominato membro del Comitato per gli enti e i beni ecclesiastici don
Giovanni Soligo, Presidente dell’Istituto Centrale per il sostentamento del clero; Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del
Sacro Cuore – sede di Campobasso, padre Roberto NESTA, OFM.
Roma, 1° aprile 2011
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
“Testimoni della vita buona del Vangelo”
Messaggio della Commissione Episcopale
per il clero e la vita consacrata
per la 15ª Giornata Mondiale della vita consacrata
(2 febbraio 2011)
I Vescovi italiani hanno voluto concentrare l’impegno pastorale
delle nostre Chiese nel nuovo decennio su quella che il Santo Padre Benedetto XVI ha appropriatamente definito l’emergenza educativa1. La sfida dell’educazione emerge, infatti, sempre più chiaramente come la questione più urgente per la vita della società, e
quindi anche della Chiesa. È il Papa stesso a ricordarci che a causa di un errato concetto di autonomia della persona, di una riduzione della natura a mera materia manipolabile e della stessa Rivelazione cristiana a momento di sviluppo storico, privo di contenuti specifici, il processo di trasmissione dei valori tra le generazioni è fortemente compromesso. Per questo i luoghi tradizionali
della formazione, quali la famiglia, la scuola e la comunità civile,
sembrano tentati di rinunciare alla responsabilità educativa, riducendola a una mera comunicazione di informazioni, che lascia le
nuove generazioni in una solitudine disorientante. In realtà, la vera esperienza educativa porta a scoprire che l’io di ogni persona è
dato e si compie in relazione al “tu” e al “noi”, e ultimamente al
“tu” di Dio, rivelatoci in Cristo e reso accessibile dal dono dello
Spirito Santo. Infatti, “solo l’incontro con il ‘tu’ e con il ‘noi’ apre
l’‘io’ a se stesso”2. Sostenuti da queste visione antropologica e teologica, riconosciamo l’importanza vitale di promuovere l’educazione
alla vita buona del Vangelo.
1.
Cfr BENEDETTO XVI, Discorso alla 59ª Assemblea Generale della CEI, 28 maggio 2009.
2.
ID., Discorso alla 61ª Assemblea Generale della CEI, 27 maggio 2010.
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
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A questo compito urgente e affascinante sono chiamate tutte le
componenti ecclesiali. In questa Giornata, vogliamo ribadire che “un
ruolo educativo particolare è riservato nella Chiesa alla vita consacrata”3. Prima ancora delle numerose opere promosse nell’ambito educativo dagli istituti di vita consacrata, è necessario aver presente che
la stessa sequela di Cristo, casto, povero e obbediente, costituisce di
per sé una testimonianza della capacità del Vangelo di umanizzare la
vita attraverso un percorso di conformazione a Cristo e ai suoi sentimenti verso il Padre. Inoltre, la natura stessa della vita consacrata ci
ricorda che il metodo fondamentale dell’educazione è caratterizzato
dall’incontro con Cristo e dalla sua sequela. Non ci si educa alla vita buona del Vangelo in astratto, ma coinvolgendosi con Cristo, lasciandosi attrarre dalla sua persona, seguendo la sua dolce presenza
attraverso l’ascolto orante della Sacra Scrittura, la celebrazione dei
sacramenti e la vita fraterna nella comunità ecclesiale. È proprio la
vita fraterna, tratto caratterizzante la consacrazione, a mostrarci l’antidoto a quell’individualismo che affligge la società e che costituisce
spesso la resistenza più forte a ogni proposta educativa. La vita consacrata ci ricorda così che ci si forma alla vita buona del Vangelo solo per la via della comunione.
Anche i consigli evangelici, vissuti da Gesù e proposti ai suoi discepoli, possiedono un profondo valore educativo per tutto il popolo di
Dio e per la stessa società civile. Come ha affermato il venerabile
Giovanni Paolo II, essi rappresentano una sfida profetica e sono una
vera e propria “terapia spirituale” per il nostro tempo4. L’uomo, che
ha un bisogno insopprimibile di essere amato e di amare, trova nella testimonianza gioiosa della castità un riferimento sicuro per imparare a ordinare gli affetti alla verità dell’amore, liberandosi dall’idolatria dell’istinto; nella povertà evangelica, egli si educa a riconoscere
in Dio la nostra vera ricchezza, che ci libera dal materialismo avido
di possesso e ci fa imparare la solidarietà con chi è nel bisogno;
nell’obbedienza, la libertà viene educata a riconoscere che il proprio
autentico sviluppo sta solo nell’uscire da se stessi, nella ricerca costante della verità e della volontà di Dio, che è “una volontà amica,
benevola, che vuole la nostra realizzazione”5.
3.
4.
5.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo.
Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 4 ottobre 2010, n. 45.
Cfr GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata, 25
marzo 1996, n. 87.
CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ
DI VITA APOSTOLICA, Istruzione Il servizio dell’autorità e l’obbedienza, 11 maggio 2008, n. 4.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Gli Orientamenti pastorali ribadiscono che la vita consacrata “costituisce una testimonianza fondamentale per tutte le altre forme di
vita cristiana, indicando la meta ultima della storia in quella speranza che sola può animare ogni autentico processo educativo”6. Infatti,
senza una speranza affidabile non è possibile sostenere l’impegno della educazione. La vita consacrata, esprimendo in modo peculiare l’indole escatologica di tutta la Chiesa, richiama ogni fedele alla meta che
ci è assicurata in Gesù risorto, speranza del mondo. Pellegrini nel
tempo, abbiamo bisogno di attingere mediante la virtù della speranza
a ciò che è definitivo; per questo la vita consacrata “costituisce un efficace rimando a quell’orizzonte escatologico di cui ogni uomo ha bisogno per poter orientare le proprie scelte e decisioni di vita”7.
Su queste basi fiorisce l’impegno specifico di tanti istituti di vita
consacrata nel campo dell’educazione, secondo il carisma proprio, la
cui fecondità è testimoniata dalla presenza di numerosi educatori santi. La vita consacrata ci ricorda che l’educazione è davvero “cosa del
cuore”: non affastellamento di emozioni, ma sintesi personale, a partire dalla quale si orientano le scelte e le decisioni di ognuno. Tutto
il popolo di Dio si attende che questa ricchezza, che ha lasciato traccia di sé in tante istituzioni scolastiche e nella cura di itinerari di vita spirituale, si rafforzi e si rinnovi anche mediante la collaborazione
con le Chiese particolari.
Infine, celebrando la Giornata della vita consacrata, come non sentire l’urgenza educativa in riferimento alla animazione vocazionale?
Oggi più che mai, abbiamo bisogno di educarci a comprendere la vita
stessa come vocazione e come dono di Dio, così da poter discernere e
orientare la chiamata di ciascuno al proprio stato di vita. La testimonianza dei consacrati e delle consacrate, attraverso la sequela radicale di Cristo, rappresenta anche da questo punto di vista una risorsa
educativa fondamentale per scoprire che vivere è essere voluti e amati da Dio in Cristo istante per istante: “Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che
essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di
più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui”8.
Roma, 6 gennaio 2011, Solennità dell’Epifania del Signore
6.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo,
n. 45.
7.
BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, 22
febbraio 2007, n. 81.
8.
ID., Omelia della Messa per l’inizio del ministero petrino come Vescovo di Roma,
24 aprile 2005.
45
46
LA PAROLA DEL PAPA
“Educare alla pienezza della vita”
Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente
per la 33ª Giornata Nazionale per la vita
(6 febbraio 2011)
46
L’educazione è la sfida e il compito urgente a cui tutti siamo chiamati, ciascuno secondo il ruolo proprio e la specifica vocazione.
Auspichiamo e vogliamo impegnarci per educare alla pienezza della vita, sostenendo e facendo crescere, a partire dalle nuove generazioni, una cultura della vita che la accolga e la custodisca dal concepimento al suo termine naturale e che la favorisca sempre, anche
quando è debole e bisognosa di aiuto.
Come osserva Papa Benedetto XVI, «alla radice della crisi
dell’educazione c’è una crisi di fiducia nella vita» (Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008). Con preoccupante frequenza, la cronaca riferisce episodi di
efferata violenza: creature a cui è impedito di nascere, esistenze brutalmente spezzate, anziani abbandonati, vittime di incidenti sulla
strada e sul lavoro.
Cogliamo in questo il segno di un’estenuazione della cultura della
vita, l’unica capace di educare al rispetto e alla cura di essa in ogni
stagione e particolarmente nelle sue espressioni più fragili. Il fattore
più inquietante è l’assuefazione: tutto pare ormai normale e lascia intravedere un’umanità sorda al grido di chi non può difendersi. Smarrito il senso di Dio, l’uomo smarrisce se stesso: «l’oblio di Dio rende
opaca la creatura stessa» (Gaudium et spes, n. 36).
Occorre perciò una svolta culturale, propiziata dai numerosi e
confortanti segnali di speranza, germi di un’autentica civiltà dell’amore, presenti nella Chiesa e nella società italiana. Tanti uomini e donne di buona volontà, giovani, laici, sacerdoti e persone consacrate, sono fortemente impegnati a difendere e promuovere la vita. Grazie a
loro anche quest’anno molte donne, seppur in condizioni disagiate, saranno messe in condizione di accogliere la vita che nasce, sconfiggendo la tentazione dell’aborto.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Vogliamo di cuore ringraziare le famiglie, le parrocchie, gli istituti religiosi, i consultori d’ispirazione cristiana e tutte le associazioni
che giorno dopo giorno si adoperano per sostenere la vita nascente,
tendendo la mano a chi è in difficoltà e da solo non riuscirebbe a fare fronte agli impegni che essa comporta.
Quest’azione di sostegno verso la vita che nasce, per essere davvero feconda, esige un contesto ecclesiale propizio, come pure interventi sociali e legislativi mirati. Occorre diffondere un nuovo umanesimo, educando ogni persona di buona volontà, e in particolare le giovani generazioni, a guardare alla vita come al dono più alto che Dio
ha fatto all’umanità. «L’uomo – afferma Benedetto XVI – è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Il desiderio della vita più
grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua
“impronta”. Dio è vita, e per questo ogni creatura tende alla vita; in
modo unico e speciale la persona umana, fatta ad immagine di Dio,
aspira all’amore, alla gioia e alla pace» (Messaggio per la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 6 agosto 2010, n. 1).
È proprio la bellezza e la forza dell’amore a dare pienezza di senso alla vita e a tradursi in spirito di sacrificio, dedizione generosa e
accompagnamento assiduo. Pensiamo con riconoscenza alle tante famiglie che accudiscono nelle loro case i familiari anziani e agli sposi che,
talvolta anche in ristrettezze economiche, accolgono con slancio nuove
creature. Guardiamo con affetto ai genitori che, con grande pazienza,
accompagnano i figli adolescenti nella crescita umana e spirituale e li
orientano con profonda tenerezza verso ciò che è giusto e buono. Ci
piace sottolineare il contributo di quei nonni che, con abnegazione, si
affiancano alle nuove generazioni educandole alla sapienza e aiutandole a discernere, alla luce della loro esperienza, ciò che conta davvero.
Oltre le mura della propria casa, molti giovani incontrano autentici maestri di vita: sono i sacerdoti che si spendono per le comunità
loro affidate, esprimendo la paternità di Dio verso i piccoli e i poveri; sono gli insegnanti che, con passione e competenza, introducono al
mistero della vita, facendo della scuola un’esperienza generativa e un
luogo di vera educazione. Anche a loro diciamo grazie.
Ogni ambiente umano, animato da un’adeguata azione educativa,
può divenire fecondo e far rifiorire la vita. È necessario, però, che
l’anelito alla fraternità, posto nel profondo del cuore di ogni uomo, sia
illuminato dalla consapevolezza della figliolanza e dalla gratitudine
per un dono così grande, dando ali al desiderio di pienezza di senso
dell’esistenza umana. Il nostro stile di vita, contraddistinto dall’impegno per il dono di sé, diventa così un inno di lode e ci rende seminatori di speranza in questi tempi difficili ed entusiasmanti.
Roma, 7 ottobre 2010, Memoria della Beata Vergine del Rosario
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VITA DIOCESANA
LA PAROLA DEL VESCOVO
Messaggio
in occasione del X anniversario della costituzione
del Centro Pastorale Maria SS. Assunta
in Canosa di Puglia
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Prot. n. 01/11 E
Carissimo Don Michele,
Mi hai cortesemente informato che il prossimo 13 gennaio codesta
comunità parrocchiale ricorderà, in un momento di preghiera, il X anniversario della costituzione del Centro Pastorale Maria SS. Assunta,
che è stato il nucleo germinativo della parrocchia.
Si tratta di una iniziativa molto opportuna per attingere dalle proprie origini il senso di identità di una comunità parrocchiale e per
non smarrire, nel tempo, lo slancio e la vitalità iniziale.
È mia viva convinzione che la comunione ecclesiale non è soltanto un compito ed un dovere talora faticoso ed improbo in una società
frantumata, qual è purtroppo quella in cui viviamo, ma è una risorsa e un’atmosfera che ci rassicura, ci sostiene e ci dà, soprattutto,
gioia, rendendo facile quello che appare difficile.
Il segreto della vitalità della Chiesa è la certezza di fondo di essere un insieme di fratelli e sorelle che si vogliono bene, si aiutano,
collaborano perché nessuno si senta solo, debole, povero, afflitto.
La grazia che comporta essere in Cristo, come traspare da molti
scritti del Nuovo Testamento, è dono soprannatura, al di sopra, perciò, di tutti gli altri tipi o gradi di unione naturale, quale la famiglia,
il gruppo, la cittadinanza.
Ritengo, pertanto, che la commemorazione del gruppo iniziale o
primordiale, vada nella direzione desiderata e che percepisco ogni volta che vengo nella vostra parrocchia, grazie al Tuo particolare impegno e visione, che risulta condiviso da quanti, uomini, donne, piccoli,
adulti, anziani, sani e malati, collaborano con Te.
LA PAROLA DEL VESCOVO
Questa mia Lettera intende attestare la mia personale partecipazione a questa lieta circostanza e trasmette la mia benedizione, pegno di quella che non cessa di elargire Cristo Signore.
Con affetto vi saluto tutti e vi auguro ogni bene.
Andria, dal Palazzo Vescovile, il 9 gennaio 2011,
festa del Battesimo del Signore.
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
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50
VITA DIOCESANA
Atto di affidamento
della comunità parrocchiale B.V. Immacolata in Andria
a Maria Ausiliatrice e a San Giovanni Bosco
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Prot. n. 2/11 E
Maria Vergine Immacolata,
Patrona della nostra parrocchia,
ci affidiamo a Te quali Tuoi figli
certi del Tuo amore e della Tua protezione,
perché possiamo esperimentare
il grande dono della carità ecclesiale
e lo esprimiamo ogni giorno nella nostra vita.
Piena di grazia e inabitata dallo Spirito Santo
nella concezione del Figlio di Dio,
la Chiesa Ti onora e Ti venera
come Madre amatissima
e fonte di vita e di santità
sapendo che Tu ci precorri nella via
come Modello di amore verso Dio e i fratelli.
A Te ci affidiamo
perché, come nostra Regina,
possa essere la timoniera della nostra vita
nelle acque spesso agitate che ci circondano,
perché non soccombiamo nella prova
o, se caduti, possiamo preso rialzarci.
Ti sono cari i nostri giovani,
perché più esposti ai pericoli
nel loro affacciarci alla vita
per la loro inesperienza
e perché non sempre corroborati
LA PAROLA DEL VESCOVO
dall’esempio di quanti li circondano.
Li affidiamo a Te
perché attingano il coraggio di conferirne
un senso pieno alla loro vita.
Accanto ai giovani ci sono le loro famiglie
che avvertono nella trepidazione
l’alto compito e la permanente responsabilità
di testimoniare loro per primi
che la vita è bella ed è un dono
che non si può barattare a favore
di inebrianti seduzioni transitorie
e di varie chimere che lasciano l’amaro in bocca
e il vuoto nel cuore.
Amabile San Giovanni Bosco,
l’affidamento alla Vergine Maria
lo rinnoviamo a Te,
Educatore e Padre dei giovani.
Nella Tua vita e nella Tua opera
ci hai insegnato che solo in Maria Ausiliatrice
prende forma e consistenza ogni opera educativa
nella Chiesa e nella società.
Assistici con la Tua preghiera
e con la Tua intercessione,
perché possiamo sempre attingere
dalle fonti perenni della salvezza.
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Amen.
Andria, 31 gennaio 2011,
memoria di san Giovanni Bosco, sacerdote.
† Raffaele Calabro
Vescovo
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VITA DIOCESANA
Presentazione agli Atti del Convegno diocesano
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Prot. n. 10/11 E
Presentazione
Presento, con piacere, la raccolta degli Atti del Convegno diocesano sulla vocazione dei laici nella Chiesa e nella società, tenutosi ad
Andria il 21 e il 22 ottobre scorsi.
Lo scopo primario non è quello dell’autocompiacimento o del collezionismo erudito, quanto quello di mettere a disposizione della nostra
Chiesa particolare (consigli pastorale e presbiterale, consigli zonali,
parrocchie, associazioni…) un documento prezioso che contiene la riflessione e il dibattito sviluppatosi nel Convegno stesso.
Frutto del lavoro di tutti (ringrazio il Vicario Generale, i sacerdoti e i laici), intende preservare nel tempo e non far cadere in oblio (e
ciò è proprio della scrittura), quanto s’è ascoltato dal Relatore, il professor Giuseppe Savagnone, con notevole interesse, a quanto ricordo,
ed ampiamente e nei particolari, nelle riunioni di gruppo, come risulta dalla sintesi.
1. Per quanto concerne il Prof. Savagnone, noto che egli, nello spazio di circa un’ora, ci ha dato una sintesi articolata dei principali
argomenti che interessano la dottrina e soprattutto la prassi del
laicato oggi. Con una bella ed efficace immagine (quasi un’icona),
egli ha richiamato un nodo problematico che concerne il ruolo del
laicato: il dislivello, cioè lo scarto tra teoria e prassi: piano terra
e piano alto di un edificio. Il piano alto è quello dei vari documenti ecclesiastici, ispirati prevalentemente al criterio dell’ortodossia, con spunti e indicazioni, certo, finalizzati alla pratica. Il
piano basso allude alla recezione, poche volte integrale, o corrispondente agli obiettivi preposti.
LA PAROLA DEL VESCOVO
Più volte io stesso ho messo in evidenza questo “gap” o dislivello,
che pone a rischio l’efficacia stessa dei proponimenti pastorali, pur
così lucidamente elaborati e tracciati
2. Ritengo che il Relatore ha prospettato il modo di superare tale
fossato e i verbali delle riunioni di gruppo registrano il consenso
sostanziale, pur con varianti degne di attenzione.
La Chiesa, nella sua multiforme azione, è riuscita nel passato e
riuscirà in futuro, a formare i laici nell’ambito del popolo di Dio,
e ad interessarli, per poi impegnarli.
Preciso meglio il mio pensiero:
a) la multiforme azione della Chiesa riguarda, singolarmente e
nell’insieme, l’aspetto liturgico, che rappresenta la vita stessa
della Chiesa (“Culmen et Fons”, SC 10), la Signoria di Dio è celebrata (nella liturgia), ma è prima ancora creduta (catechesi),
donata (nei Sacramenti), testimoniata nel quotidiano.
Se la Chiesa agisce come Chiesa, sempre e dovunque, forma i
laici, li plasma e li pone in grado di testimoniare, nella Chiesa
e nel mondo, i più alti e nobili valori, che orientano ed illuminano non solo la vita della Chiesa, ma anche la storia e la società umana nel suo complesso.
b) Il nodo cruciale consiste nel superare – tra i laici e talora nel
clero – il muro dell’indifferenza che non costituisce un male solo contingente ma un male epocale, rappresentato dal clima del
nichilismo e del secolarismo che impregna la cultura e la mentalità odierna. L’indifferenza caratterizza la visione del mondo
esistenzialista.
Si ricorderà un romanzo di Alberto Moravia, “Gli indifferenti”.
Il tema dell’angoscia che oltrepassa nella sua genericità le paure concrete e individuabili. Ed infine la “Noia” (Moravia, Sartre
e tanti altri). La noia è il nome evocativo, simbolico, dell’insignificanza totale dell’esistenza votata alla morte.
Come cristiani e come uomini non possiamo non reagire a tale
visione deprimente e votata allo scacco.
Paul Tillich, un luterano poi accostatosi, insieme a Karl Barth,
alla visione cattolica, nel 1952, scrisse un libro: “The courage to
be”, che incita alla riscossa, e ricorda che la vita stessa spinge
all’affermazione della vita stessa, come un naufrago che fa ogni
sforzo per non essere sommerso.
Mi sembra che anche in vista della Quaresima tale via di uscita
vada indicata e proposta ai nostri fedeli ed ai nostri giovani, come motivo ispiratore di fondo per non lasciarsi risucchiare dal las-
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VITA DIOCESANA
sismo molto diffuso e che intacca non solo la fede ma anche le
energie vitali di ciascuno di noi.
Nel Vangelo di Matteo, versetti 8, 34 e ss, e negli altri due sinottici passi paralleli, viene narrata la tempesta sedata: alla domanda angosciata dei discepoli “Salvaci, Signore, siamo perduti”,
il Signore li rassicura: “Perché avete paura, uomini di poca fede?”
Desidererei che tale invito a non avere paura costituisse il sottofondo di questa riconsegna degli Atti, a quanti li hanno prodotti ed a quanti li accoglieranno non come lavoro concluso, ma come inizio di un nuovo lavoro di riflessione e di impegno.
Andria, 22 febbraio 2011,
festa della Cattedra di San Pietro.
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† Raffaele Calabro
Vescovo
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LA PAROLA DEL VESCOVO
“Voi infatti, fratelli,
siete stati chiamati a libertà”
(Gal. 5,13)
Itinerario per la Quaresima 2011
Prot. n. 11/11 E
Carissimi,
la Quaresima assume pienezza di senso solo in rapporto con la
Pasqua e al tempo successivo fino alla Pentecoste, che prolunga nella gioia l’azione salvifica per tutto il ciclo dei cinquanta giorni.
La celebrazione domenicale, in questo tratto dell’itinerario ecclesiale, assume più che mai la caratteristica di evento, di occasione pastorale. In questa prospettiva unitaria la celebrazione del Giorno del
Signore, dalla Quaresima alla Pentecoste, si presta a porre in risalto
il “Signore dei Giorni” quale fondamento ed asse dei vari e differenti itinerari di fede, che coinvolgono la vita semplice di tutti i giorni.
Secondo gli orientamenti della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei Sacramenti, tale prospettiva aiuta a superare una
concezione frantumata dell’anno liturgico. Occorre, pertanto, assicurare un giusto dosaggio per non sbilanciare la Pasqua ed i cinquanta
giorni rispetto alla Quaresima staccata dalla sua finalità.
Tale affermazione, forse un po’ sibillina, si traduce in pratica
nell’illuminare la Quaresima e motivare con la luce e la gioia della
Risurrezione. L’itinerario, certamente faticoso e non privo di ostacoli,
della penitenza e dell’ascesi, un termine non più in voga, ma che è
imprescindibile dalla vera conversione, apparirà nel suo risvolto positivo di rafforzamento delle energie interiori e di un equilibrio che dona serenità e gioia.
1. Conversione, cuore della quaresima
Il termine “conversione” compare subito all’inizio della Quaresima
con l’imposizione delle ceneri. Convertitevi e credete al Vangelo, che è
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VITA DIOCESANA
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il refrain o ritornello che inizia la predicazione stessa di Gesù, che
continua e prolunga quella di Giovanni Battista, battesimo voluto fermamente da Gesù, quale segno di solidarietà con i peccatori e del suo
abbassamento (kénosi).
L’appello di Gesù, molto simile a quello di Giovanni, se ne discosta poiché s’incentra sulla Buona Novella stessa del Regno, depurandolo, perciò, dalle minacce dell’ira divina.
Il Vangelo mette in evidenza l’aspetto positivo della Vita Nuova
esprime la fiducia di fondo del Padre celeste nei confronti dell’uomo,
nella certezza che se questi intuisce che gli viene offerto un gioiello
prezioso (preziosa margarita), non si lascerà sfuggire la straordinaria
ed imperdibile occasione di venirne in possesso, lasciando perdere i
surrogati, la cianfrusaglia dei falsi o apparenti gioielli.
La conversione, lo sappiamo, comporta un cambio totale di mentalità e una visione del mondo esclusiva, che esclude ogni compromesso con una mentalità mondana basata su una presunta autonomia dell’uomo e dei mezzi che egli ha a disposizione per salvarsi o
per valorizzare pienamente la propria esistenza.
L’umanesimo, proposto dal Vangelo, non può essere integrale se
non si ispira e si modella sull’Uomo-Dio. L’umanesimo integrale, quale lo concepisce Jacques Maritain, potrebbe ingenerare equivoci ed
ambiguità, certamente lontane dalle intenzioni del grande pensatore
cattolico, che non ha mancato di precisare sempre di più il suo pensiero nei confronti di false e ingiustificate interpretazioni.
Ad ogni modo, la vita nuova del Vangelo consiste nell’imitazione
di Cristo, nella configurazione piena a lui, anche nella prova e nel
cammino verso la Croce.
2. Ascesi
Rispunta, in questo contesto, il senso vero dell’ascesi, mortificazione, che non contraddice una sana antropologia ma la rafforza, non solo con riferimento alla fede ma anche nei confronti della ragione, tenendo conto dell’unità sostanziale anima-corpo. Il noto teologo Karl
Rahner definisce l’uomo come “Geist im Leben”, Spirito nel Corpo.
Il corpo non è così deprezzato, come nell’eresia manichea, quale
carcere, ostacolo nei confronti dello spirito o anima, ma si compone
armoniosamente con l’anima e le potenze spirituali, rivelando la sua
intrinseca dignità. Ne consegue che gli istinti e gli impulsi corporei
non possono né devono essere lasciati a se stessi. Ne verrebbe una situazione di disordine e di conflitto. Essi vanno contenuti, tenuti sotto controllo, e regolati in armonia con l’Io dell’uomo e con le sue potenze spirituali: mente, cuore, volontà, in modo da rappresentare una
forza, anziché una debolezza ed un disordine.
LA PAROLA DEL VESCOVO
Tale visione è ampiamente suffragata e documentata soprattutto
nelle Lettere paoline e data per scontata da tutti gli scritti del Nuovo Testamento.
Alla luce di questi principi e criteri risulta inaccettabile e pericolosa la concezione di Freud, secondo il quale tale impulsi o istinti non
vanno repressi e sbagliano tutti coloro che usano l’autorità e l’educazione per soffocare la natura stessa dell’uomo e della sua libertà.
In uno dei suoi ultimi libri, “Il disagio della civiltà”, egli pone sotto accusa la civiltà, la cultura e la struttura stessa della società, le
quali svolgono questa opera repressiva, anche se – egli ammette –
non può esistere società o civiltà senza un freno o un controllo che
induca l’uomo a “differire”, e a non appagare subito tali impulsi ma
solo a dilazionarli per ragioni di sicurezza o di tenuta della compagine sociale, che egli riassume nel principio di realtà.
La concezione freudiana verrà ripresa da Herbert Marcuse in
“Eros e Civiltà”, molto letto ed ascoltato negli anni 50 – 70, dando
origine a vari movimenti e iniziative libertarie, le cui conseguenze durano ancora.
3. Cammino verso la libertà
L’ascesi cristiana è sottesa alle pratiche tipiche della Quaresima:
digiuno, preghiera, elemosina, penitenza, che cercano di tradurre in
pratica la penitenza salutare dei quaranta giorni.
Comprendiamo molto bene che tali esercizi o prove di serietà cristiana si dovrebbero praticare nell’intero anno, alla luce delle letture
delle cinque domeniche fino alla Settimana Santa, con il soccorso della grazia sacramentale e dell’Eucarestia.
I Sacramenti, secondo la loro stessa natura, ripetono questo ammonimento: “Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne
con le sue passioni e concupiscenze” (Gal. 5, 24). Di conseguenza nella virtù cristiana della mortificazione si tratta di qualcosa infinitamente superiore alla categoria puramente morale, del dominio di sé e
dell’autodisciplina, del senso della misura – cose tutte che, naturalmente, vi sono incluse - la realtà più importante è comunque la
conformità a Cristo che soffre e espia.
La penitenza costituisce la vera ed unica via verso la libertà autentica.
La Pasqua cristiana realizza il suo significato etimologico: transito - Pesah. Prolunga la Pasqua ebraica ma la oltrepassa e la supera
e ne rappresenta il compimento definitivo. La liberazione dell’Esodo,
interpretata dal Deuteronomio, è costituita dalla liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto verso la Terra promessa.
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VITA DIOCESANA
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Già nell’Antico Testamento tale liberazione, avvenuta una volta sola, allude ad una liberazione continua, attestata da mille episodi consimili, analoghi, che da sempre rammentano al popolo d’Israele che il
loro Dio, Jahwé, è costantemente all’opera nel corso della storia, per
liberarlo e proteggerlo, come suo scudo e corazza. Il popolo ebraico è
l’inventore della storiografia, proprio perché i suoi scribi prendono nota degli eventi, giorno dopo giorno, per trasmetterli ai posteri.
Il profetismo tiene vivo nel popolo questa consapevolezza e certezza, al di là di ogni dubbio e di sconfitte temporanee, perché è il popolo eletto da parte di Jahwè che tuttavia non è esclusivista nei confronti di altri popoli. Israele ha il compito e la missione di far conoscere e testimoniare presso altri popoli la volontà salvifica ed universale di Jahwè. La splendida visione di Isaia: “Tutti i confini della terra vedranno e toccheranno con mano la salvezza del nostro Dio”.
La Pasqua cristiana è l’antitipo della liberazione di Israele dalla
schiavitù dell’Egitto, ma ne allarga i confini e ne raggiunge la profondità già implicita nel tipo, ma restata inespressa.
La redenzione operata da Cristo, con il suo sacrifico ed il versamento del suo sangue, culminante nella Risurrezione, libera da ben
altra e più radicata schiavitù: quella dal peccato.
Gesù è “l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, così lo indica il Battista ai suoi discepoli (Gv 1, 29). L’Agnus Dei liturgico usa
il plurale, anziché il singolare del Vangelo di Giovanni, forse occultandone la radicalità. Il peccato dice molto più dei peccati, perché di
questi è la radice e l’origine.
Ad ogni modo il concetto resta chiaro e si presta bene alla meditazione e alla riflessione.
4. “Voi, infatti, fratelli siete chiamati alla libertà” (Gal. 5,13)
Nell’epistola ai Galati, S. Paolo enuncia, in termini molto chiari,
la conseguenza della redenzione operata da Cristo: la libertà, effetto
della liberazione.
Dopo aver sviluppato nel capitolo 5 un interpretazione allegorica
(evidenziando la sua formazione rabbinica) tra Sara, la moglie di
Abramo, e Agar, la schiava convinta a surrogare la moglie legittima
per dare un figlio ad Abramo, Paolo conclude: Sara è la donna libera, Agar la schiava.
“Ora, queste cose - afferma Paolo - sono dette per allegoria: le due
donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar - il Sinai è
un monte dell’Arabia -; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale,
che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di
lassù è libera ed è la madre di tutti noi” (4, 24-25).
LA PAROLA DEL VESCOVO
L’argomentazione di Paolo diventa via via sempre più esplicita e
concreta:
“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e
non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che
fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo
dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non
è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.
Correvate così bene; chi vi ha tagliato la strada che non obbedite
più alla verità? Questa persuasione non viene sicuramente da colui
che vi chiama! Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta. Io sono
fiducioso per voi nel Signore che non penserete diversamente; ma chi
vi turba, subirà la sua condanna, chiunque egli sia. Quanto a me,
fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? È dunque annullato lo scandalo della croce? Dovrebbero
farsi mutilare coloro che vi turbano.
Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo
come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste
cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia,
dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere;
circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie
non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore,
gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di
sé; contro queste cose non c’è legge.
Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne
con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.
59
VITA DIOCESANA
Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso, per non
cadere anche tu in tentazione. Portate i pesi gli uni degli altri, così
adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa
mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e non negli altri troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello.
Chi viene istruito nella dottrina, faccia parte di quanto possiede a
chi lo istruisce. Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di
Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella
sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il
bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Poiché dunque
ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso
i fratelli nella fede” (Gal 5-6).
60
L’esistenza cristiana, lievitata e mossa dallo Spirito di Dio, risulta così una liberazione da (dal peccato e dai vincoli del peccato) e soprattutto una liberazione per amare di più, essere più snelli e spediti, senza impaccio, per seguire Cristo e la sua chiamata al discepolato e all’apostolato.
Ritornando alla concezione freudiana degli istinti lasciati liberi, si
può constatare come questi portino dritto dritto non alla libertà,
quanto piuttosto al libertinismo, alla violenza incontrollata, all’aggressività. Esiti questi che, nelle affermazioni stesse di Freud e Marcuse, dissolvono la società nell’anarchia e nel dominio, di un uomo
sull’altro, che il marxismo combatte.
Ognuno può rendersi conto della ricaduta sociale delle opposte visioni in gioco: quella cristiana e quella miope sua antagonista.
Vorrei concludere questa mia Lettera proposta come traccia possibile tra tante più autorevoli o preferite.
Disponendoci insieme a vivere con zelo e impegno la Santa Quaresima, vi saluto e vi benedico.
Andria, dal Palazzo Vescovile, 22 febbraio 2011,
festa della Cattedra di San Pietro.
† Raffaele Calabro
Vescovo
61
LA PAROLA DEL VESCOVO
Presentazione al volume
“Il 10 marzo 1576 e le vicende del Santuario di Andria”
Prot. n. 12/11 E
Volentieri presento il volume dedicato al Santuario della Madonna dei
Miracoli (o Madonna d’Andria) firmato da Michele Melillo, diacono permanente della diocesi di Andria.
L’opera ha il pregio di raccogliere la maggiore documentazione possibile sia sul Santuario (architettura, pitture, etc.), sia sull’origine e sviluppo del culto alla Madonna dei Miracoli, sia sulla presenza dei religiosi succeduti nella cura pastorale del Santuario (prima i Benedettini poi
gli Agostiniani).
Vuol essere anche una guida pratica per il visitatore del Santuario
Basilica.
Il volume aggiunge all’opera di sintesi e di raccolta, di cui sopra,
quella della divulgazione che fa riferimento a fonti di riconosciuto rigore
storico, come, per citarne uno, Mons. Cosimo Damiano Fonseca, dal quale nel 2008 fu pubblicato il volume Madonna di Andria (raccolta degli Atti del Convegno diocesano sull’argomento tenutosi qualche anno prima).
Ritengo che il Melillo meriti un elogio ed un ringraziamento per la diligenza con la quale ha reperito, compulsato e selezionato l’ampio materiale a disposizione e per la scorrevolezza dello stile che permetterà al volume di raggiungere non solo la cerchia degli specialisti dei singoli settori,
ma anche un pubblico più vasto e popolare, cui solitamente poco si pensa.
Auguro all’iniziativa il più ampio successo anche allo scopo di promuovere l’incremento della devozione mariana.
Andria, 10 marzo 2011, festa del Ritrovamento dell’Immagine della Madonna dei Miracoli,
Patrona principale della diocesi.
† Raffaele Calabro
Vescovo
61
62
VITA DIOCESANA
Presentazione alla 3ª edizione
del Repertorio diocesano di Canti per la Liturgia
62
Prot. n. 15/11 E
S. Ambrogio dice che: “cantando la Chiesa manifesta la sua natura di
sposa, affettuosamente rapita nella contemplazione di Colui che è la verità” (Ps 118, XIX, 25).
Siamo tutti convinti che la musica, all’interno della liturgia, occupa
un ruolo fondamentale per evidenziare i molteplici sentimenti dell’animo
in preghiera e per fomentare la partecipazione comunitaria al Mistero celebrato.
La comunità ecclesiale si costruisce e cresce con l’ascolto della Parola
e con la preghiera comunitaria. Questa terza edizione del Repertorio diocesano di Canti per la Liturgia, preparato dalla Commissione diocesana
per la Liturgia – sezione Musica Sacra, vuol essere uno strumento per la
celebrazione comunitaria della lode, del ringraziamento, della supplica e
della gioia.
Nella compilazione del repertorio si è privilegiato il canto dell’assemblea per il culto eucaristico, nei vari tempi liturgici, e i canti mariani.
Desidererei che questo repertorio fosse utilizzato in tutte le parrocchie
e le comunità religiose, senza mortificare la ricerca di nuovi canti.
Il repertorio diocesano aiuta a sentirsi Chiesa, evidenzia l’unità di un
cammino, rappresenta un punto di riferimento per tutti i cristiani in preghiera.
Auspico che questo sussidio diventi il libro di canti di tutta la diocesi e di vederlo nelle mani dei fedeli quando insieme celebriamo i Santi
Misteri.
Cerchiamo di diventare quasi in unico strumento musicale, suonato
con arte sublime dallo Spirito Santo.
Andria, 13 marzo 2011, Prima Domenica di Quaresima.
† Raffaele Calabro
Vescovo
63
LA PAROLA DEL VESCOVO
Presentazione al Rapporto Annuale 2010
della Casa di Accoglienza “S. Maria Goretti”
e dell’Ufficio per le Migrazioni
della Diocesi di Andria
Prot. n. 16/11 E
Il Direttore della Casa di Accoglienza “S. Maria Goretti” e dell’Ufficio per le Migrazioni della Diocesi, don Geremia Acri, ha redatto il
Rapporto Annuale 2010, sui servizi, attività e progetti, corredandolo
di cifre e statistiche.
Gli ambiti sono i più svariati, vanno dalla Mensa della Carità, alla distribuzione di sacchetti viveri, indumenti, docce, alle visite domiciliari. Vi è un ambulatorio medico ed infermieristico, al centro di
ascolto ed all’accoglienza notturna. Vi sono, infine, corsi di formazione per badanti, un percorso educativo per minori ed adulti ed un tutoraggio economico-educativo.
Di anno in anno si espande la “ragnatela” di assistenza e di beneficenza con l’intento di raggiungere un numero sempre maggiore di
fratelli e sorelle bisognosi, coloro che gli americani chiamano gli “underdogs” (inferiori ai cani) e K. Marx il “lumpenproletariat” (i proletari degli stracciaioli).
La Chiesa, seguendo le orme e gli insegnamenti del suo Fondatore, li considera fratelli e sorelle in Cristo, persone umane con la loro
dignità da accogliere, amare e soccorrere.
Dai dati si nota che negli ultimi anni la fascia di povertà estrema comprende un numero sempre maggiore di italiani, nostri concittadini ridotti in condizione di chiedere la carità per loro e le loro famiglie, i loro figli.
È un dato questo che ci deve indurre a riflettere e a domandarci
come mai in un Paese come il nostro, che figura tra i più avanzati e
prosperi la soglia di povertà, anziché restringersi, si allarga sempre
più.
63
VITA DIOCESANA
64
La carità è encomiabile è deve, comunque e sempre, essere praticata. Ma non far dimenticare la giustizia ed a tale scopo occorre “coscientizzare” (come si dice in Brasile) i nostri fedeli e i nostri concittadini, la classe politica ed il nostro Governo a non lavari le mani.
Se nel piccolo e con risorse limitate, Centri di Accoglienza come
“S. Maria Goretti” riescano a raggiungere tante persone, non chiudendo gli occhi, come mai le Istituzioni, che hanno come compito loro specifico di porre tutti i cittadini in condizioni di parità denotano
comportamenti di miopia e scarsa sensibilità?
Ringrazio, comunque, Don Geremia Acri, i Sacerdoti, le Associazioni ecclesiali e laicali, i Volontari, le Parrocchie, i Centri di Ascolto
Zonali della Diocesi ed anche tanti buoni fedeli e cittadini, che con le
loro offerte e dando una parte del loro tempo per soccorrere chi è nel
bisogno, dimostrano che c’è ancora altruismo fattivo.
Se si può e si deve sperare in un futuro migliore, dipende in buona parte da questi Samaritani volenterosi, che a somiglianza del Padre Celeste, che fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti, non discriminano, ma accolgono tutti in spirito di fraternità e di servizio.
Andria, 7 marzo 2011, memoria delle Sante Perpetua e Felicita, martiri.
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
65
LA PAROLA DEL VESCOVO
ATTI DEL VESCOVO
Lettera di nomina
ai Presidenti parrocchiali di Azione Cattolica
Prot. n. 08/11 E
65
Carissima/o
Esaminate le proposte giuntemi dei Presidenti parrocchiali di
Azione Cattolica, a norma dell’art. 19.5 dello Statuto e dell’art. 10.2
del Regolamento Nazionale di Attuazione dell’Azione Cattolica,
Con questo Atto
Ti nomino
Presidente della stessa Associazione della Parrocchia ____________________
per il triennio 2011-2014
Mentre Ti esprimo le più vive felicitazioni per la fiducia riscossa
presso gli amici dell’Azione Cattolica per presiedere l’Associazione della comunità parrocchiale, sento il dovere di richiamare la responsabilità che da tale onere consegue: essere modello di zelo e di impegno
cristiano autentico, di ministerialità a servizio dell’Azione Cattolica e
dell’intera comunità parrocchiale e diocesana.
Rinnovo la mia gratitudine a questa Associazione di laici cattolici
per quanto ha fatto in passato e per quanto fa per la Chiesa di Andria. Ritengo che essa abbia ancora davanti a sé un entusiasmante
futuro di azione, di sacrificio, di preghiera per l’annuncio di Cristo.
L’Azione Cattolica saprà rispondere a questa sua vocazione se avrà
ben chiara la propria identità e se, nell’interpretare le nuove esigenze della società di oggi, non perderà di vista i principi irrinunciabili
che danno senso alla sua azione e alla sua stessa esistenza.
RingraziandoTi per la generosa disponibilità a servizio dell’Associazione, rinnovo un sentito augurio per il Tuo compito ed invoco
sull’Azione Cattolica diocesana la benedizione del Signore.
Dato in Andria, dalla Sede Vescovile, il 19 febbraio 2011.
† Raffaele Calabro
Vescovo
66
VITA DIOCESANA
Lettera agli Assistenti uscenti
di Azione Cattolica
66
Prot. n. 20/11 E
Ai Reverendi
Don Antonio Basile
Mons. Giuseppe Ruotolo
Don Francesco Santomauro
Don Franco Leo
Loro sedi
Carissimi Confratelli,
Al termine del vostro mandato di Assistenti diocesani di Azione
Cattolica, sento il dovere di ringraziarvi per il lavoro svolto in questi
anni con passione, pazienza e sacrificio, dell’esempio di generosità e
gratuità donato a tanti con affetto e amicizia, e della competenza con
cui, assieme alla Presidenza e al Consiglio diocesano uscenti, avete
aiutato gli adulti, i giovani e i ragazzi di Azione Cattolica a sentirsi
parte di un’unica famiglia associativa, che ha il cuore nelle nostre
parrocchie e che, al contempo, sa assumere una dimensione più grande: quella diocesana, nazionale e universale.
A voi va il mio affetto, la riconoscenza e la mia benedizione.
† Raffaele Calabro
Vescovo
67
ATTI DEL VESCOVO
Lettera alla Presidente uscente
di Azione Cattolica
Prot. n. 21/11 E
67
Alla carissima
dott.ssa Anna Maria Basile
Presidente diocesano uscente dell’Azione Cattolica
Nel momento in cui, accogliendo i Tuoi voti e le indicazioni del
Consiglio diocesano dell’Azione Cattolica, nomino il nuovo Presidente
dell’Associazione, non posso tralasciare di esprimerTi la gratitudine
mia personale e, son sicuro, dell’intera diocesi per l’attaccamento dimostrato nei due mandati ininterrotti come Presidente diocesano alla
beneamata Associazione.
In questi sei anni mi sono reso conto delle Tue qualità di mente
e di cuore, dell’equilibrio ed esperienza che Ti hanno permesso di acquistare la stima, non solo presso di me, ma soprattutto presso gli associati, i presbiteri, gli organismi pastorali diocesani ed i fedeli delle
parrocchie.
Nel rinnovare ancora il mio ringraziamento, sono certo che continuerai a sentirTi vicino al Vescovo e alla diocesi che chiedono il
conforto della Tua collaborazione con il saggio consiglio e la collaudata esperienza.
Desiderando ogni grazia e bene dall’Alto Ti benedico.
Dato in Andria, dalla Sede Vescovile, il 19 marzo 2011,
solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria.
† Raffaele Calabro
Vescovo
68
VITA DIOCESANA
Decreto per l’Arciconfraternita
del SS. Corpo di Cristo in Cattedrale
68
Prot. n. 02/11 C
Visti i risultati a Noi comunicati con lettera del 30° dicembre
2010 dal Delegato Vescovile, Canonico Giannicola Agresti, delle elezioni effettuate presso l’Arciconfraternita SS. Corpo di Cristo in Cattedrale in data 16 dicembre 2010;
Letti gli articoli 85-87 dello Statuto-tipo per le Confraternite;
Verificato in fatto e in diritto la regolarità delle elezioni;
In deroga all’art. 20 dello stesso Statuto-tipo,
Con il presente
Ratifichiamo
a norma degli articoli citatati
i nominativi sotto menzionati
Priore
Dr. Nicola Agresti
Primo Assistente
Secondo Assistente
Primo Consigliere
Secondo Consigliere
Pietro Calvano
Francesco Di Bari
Giuseppe Mininno
Pasquale Lorusso
Tesoriere
Savino Santovito
A norma del can. 317 § 1 del Codice di Diritto Canonico e dell’art.
69 del menzionato Statuto,
ATTI DEL VESCOVO
Riconfermiamo
Padre Spirituale
il Rev.mo Canonico Giannicola Agresti
La durata delle cariche, a norma del Decreto n. 43/05 C del 31 ottobre 2005, è quinquennale, a partire dalla data del presente Atto.
Tanto stabiliamo per opportuna conoscenza e norma.
Nonostante qualsiasi altra disposizione contraria.
Dato in Andria, dalla Sede Vescovile, il 13 gennaio 2011,
memoria di S. Ilario, vescovo e dottore della Chiesa.
† Raffaele Calabro
Vescovo
Il Cancelliere Vescovile
sac. Ettore Lestingi
69
70
VITA DIOCESANA
Decreto di nomina
del Presidente dell’Unitalsi diocesana
70
Prot. n. 03/11 C
Vista la notifica prot. n. 1341/10 dell’11 gennaio 2011 indirizzataCi dal Presidente della Sezione Pugliese dell’U.N.I.T.A.L.S.I., Avv.
Angelamaria Cannone,
Con questo Atto
Concediamo
il Nostro benestare
alla scelta del
Dott. Francesco Scarabino
risultato eletto Presidente
dall’Assemblea della Sottosezione dell’U.N.I.T.A.L.S.I. di Andria in data
12 dicembre 2010.
Tanto si comunica per opportuna conoscenza e norma.
Andria, 13 gennaio 2011.
† Raffaele Calabro
Vescovo
Il Cancelliere Vescovile
sac. Ettore Lestingi
71
ATTI DEL VESCOVO
Decreto di nomina
della Presidente diocesana di Azione Cattolica
Prot. n. 07/11 C
71
Alla carissima
dott.ssa Silvana Campanile
Preso atto dei risultati delle elezioni per il rinnovo del Consiglio
diocesano dell’Azione Cattolica svoltesi il 19 febbraio 2011 e della terna dei nominativi proposta dal Consiglio diocesano, comunicatami dal
Presidente uscente Dott.ssa Anna Maria Basile;
Dopo attenta valutazione e accurato discernimento,
Ho ritenuto opportuno nominarTi, come di fatto con questo Atto
Ti
Nomino
Presidente dell’Azione Cattolica diocesana
per il prossimo triennio 2011-2014
La Tua lunga esperienza associativa, durante la quale hai sempre
mostrato una grande disponibilità, e la Tua età piena di entusiasmo,
mi fanno ritenere che possa essere Tu la persona giusta per continuare a guidare la nostra Associazione.
L’Azione Cattolica rappresenta un ganglio vitale dell’impegno ministeriale della Chiesa locale. Essa costituisce, come emerge dal suo
stesso Statuto, la più significativa e collaudata forma di apostolato
dei laici, strettamente collegata con il Papa, il Vescovo ed il presbiterio e, nello stesso tempo, immersa nella realtà temporale, per animarla secondo lo spirito e gli ideali del Vangelo.
VITA DIOCESANA
Mi auguro che possa riprendere e continuare con slancio il cammino già sostenuto dall’Associazione dai Tuoi predecessori, come pure
che sappia compiere questo servizio con passione, determinazione e
competenza in grande spirito di comunione con il Vescovo e l’intera
diocesi, curando la formazione degli associati ed integrando il loro
percorso in maniera sempre più organica con la pastorale diocesana e
parrocchiale.
Per questo compito così impegnativo Ti sono vicino con l’affetto e
con la preghiera, sicuro che non Ti mancherà la collaborazione ed il
sostegno del presbiterio diocesano, degli associati e dei fedeli.
Su di Te, sulla Presidenza, sui Sacerdoti assistenti e su tutti gli
amici dell’Associazione imploro la divina benedizione, affidando il vostro lavoro all’intercessione di San Giuseppe, lo sposo castissimo della B.V. Maria, nel giorno della sua festa liturgica.
72
Dato in Andria, dalla Sede Vescovile, il 19 marzo 2011,
solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria.
† Raffaele Calabro
Vescovo
Il Cancelliere Vescovile
sac. Ettore Lestingi
73
ATTI DEL VESCOVO
Decreto di nomina
dell’Assistente diocesano unitario di Azione Cattolica
Prot. n. 08/11 C
73
Al diletto figlio
don Domenico Basile
A norma dell’art. 10 dello Statuto e dell’art. 14 dell’Atto normativo diocesano dell’Azione Cattolica,
Con questo Atto Ti
Nomino
Assistente diocesano unitario
e Assistente diocesano del settore Adulti
dell’Azione Cattolica
con tutti i diritti e i doveri che tale incarico comporta.
Son certo che, con le qualità umane e sacerdotali e con lo spirito
di servizio alla Chiesa che Ti caratterizzano, saprai infondere nuovo
slancio alla benemerita Azione Cattolica.
Imploro su di Te e sugli associati le più elette grazie divine accompagnate dalla mia benedizione.
La nomina è ad triennium.
Dato in Andria, dalla Sede Vescovile, il 19 marzo 2011,
solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria.
† Raffaele Calabro
Vescovo
Il Cancelliere Vescovile
sac. Ettore Lestingi
74
VITA DIOCESANA
Decreto di nomina
dell’Assistente diocesano
del settore Giovani di Azione Cattolica
74
Prot. n. 09/11 C
Al diletto figlio
don Sabino Troia
A norma dell’art. 10 dello Statuto e dell’art. 14 dell’Atto normativo diocesano dell’Azione Cattolica,
Con questo Atto Ti
Nomino
Assistente diocesano del settore Giovani
dell’Azione Cattolica
con tutti i diritti e i doveri che tale incarico comporta.
Son certo che, con le Tue qualità umane e sacerdotali e con il Tuo
spirito di servizio alla Chiesa, saprai infondere nuovo slancio alla benemerita Azione Cattolica.
Imploro su di Te e sui fedeli affidati alle Tue cure le più elette
grazie divine e Ti benedico con tutto il cuore.
La nomina è ad triennium.
Dato in Andria, dalla Sede Vescovile, il 19 marzo 2011,
solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria.
† Raffaele Calabro
Vescovo
Il Cancelliere Vescovile
sac. Ettore Lestingi
75
ATTI DEL VESCOVO
Decreto di nomina
dell’Assistente diocesano di ACR
Prot. n. 10/11 C
75
Al diletto figlio
don Angelo Castrovilli
A norma dell’art. 10 dello Statuto e dell’art. 14 dell’Atto normativo diocesano dell’Azione Cattolica,
Con questo Atto Ti
Nomino
Assistente diocesano ACR
dell’Azione Cattolica
con tutti i diritti e i doveri che tale incarico comporta.
Son certo che, con le Tue qualità umane e sacerdotali e con il Tuo
spirito di servizio alla Chiesa, saprai infondere nuovo slancio alla benemerita Azione Cattolica.
Imploro su di Te e sui fedeli affidati alle Tue cure le più elette
grazie divine e Ti benedico con tutto il cuore.
La nomina è ad triennium.
Dato in Andria, dalla Sede Vescovile, il 19 marzo 2011,
solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria.
† Raffaele Calabro
Vescovo
Il Cancelliere Vescovile
sac. Ettore Lestingi
76
VITA DIOCESANA
ATTI DI CURIA
Nomine
76
S.Ecc. Mons. Raffaele Calabro, vescovo di Andria, ha nominato:
– il rev. Sac. Domenico Basile, Assistente diocesano unitario di
Azione Cattolica e Assistente diocesano del settore Adulti, il 19
marzo 2011 (prot. n. 08/11 C)
– il rev. Sac. Sabino Troia, Assistente diocesano del settore Giovani di Azione Cattolica, il 19 marzo 2011 (prot. n. 09/ 11 C)
– il rev. Sac. Angelo Castrovilli, Assistente diocesano dell’ACR,
il 19 marzo 2011 (prot. n. 10/ 11 C)
– il rev. Can. Don Giannicola Agresti, padre Spirituale dell’Arciconfraternita SS. Corpo di Cristo in Cattedrale ad Andria, il 13
gennaio 2011 (prot. n. 02 /11 C)
– la Dott.ssa Silvana Campanile, Presidente diocesano di Azione
Cattolica, il 19 marzo 2011 (prot. n. 07/11 C)
– il Dott. Nicola Agresti, Priore dell’Arciconfraternita del SS. Corpo di Cristo in cattedrale, il 13 gennaio 2011 (prot. n. 02/11 C)
– il Dott. Francesco Scarabino, Presidente diocesano dell’UNITALSI il 13 gennaio 2011 (prot. n. 03/11 C)
77
ATTI DI CURIA
Benedizione Apostolica
per il XXV anniversaro di presbiterato
di don Giannicola Agresti
77
Il Sommo Pontefice
Benedetto XVI
rivolge fervidi auguri al Rev.do Canonico
don Giannicola Agresti
Parroco della Chiesa
di S. Francesco d’Assisi in Andria
Presidente del Capitolo della Cattedrale
nella lieta ricorrenza del 25° anniversario di Ordinazione sacerdotale
e, mentre Si unisce al suo rendimento di grazie a Cristo Sommo ed
Eterno Sacerdote per i numerosi doni ricevuti nel ministero pastorale a edificazione del Popolo di Dio, invoca su di lui, auspice la Vergine Maria, ulteriori effusioni di ricompense celesti e di cuore gli imparte l’implorata Benedizione Apostolica, volentieri estendendola a
quanti si uniscono alla sua spirituale letizia.
Dal Vaticano, 19 aprile 2011
† Tarcisio card. Bertone
Segretario di Stato
78
VITA DIOCESANA
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
UFFICIO CATECHISTICO DIOCESANO
Il 2° Forum Catechistico diocesano
78
Il 7 e 8 marzo scorso si è svolto a Trani il 2° Forum Catechistico
a cura della Commissione Catechistica Regionale della Puglia, rivolto
a tutti i direttori e ai collaboratori di UCD di ogni diocesi di Puglia.
L’obiettivo del Forum è stato quello di segnalare e divulgare nuove
esperienze di iniziazione cristiana nelle Chiese di Puglia, supposto che
oggi sembra non rinviabile un “ripensamento e rinnovamento” della
prassi dell’IC. Il nodo della questione è quello di rendere la catechesi
ancora capace di dare risposte attuali e concrete ai ragazzi e ai fanciulli del terzo millennio e di fare in modo che le famiglie siano coinvolte nel processo di educazione alla fede dei propri figli giacché prime responsabili della questione educativa in tutta la sua complessità
e in tutte le sue dinamiche. La società è cambiata, questa è ormai una
certezza, ma come possono cambiare le prassi educative della fede? La
Chiesa si interroga e riflette. Tutti gli aspetti della vita dell’uomo sono importanti agli occhi di Dio e poiché la storia della salvezza continua ad incarnarsi oggi nella nostra storia, non è più pensabile che la
catechesi possa fermarsi al puro nozionismo e alla dottrina. Insegnamento e vita devono essere tra loro coniugati, la catechesi deve creare una sintonia tra fede e vita, deve dare una formazione globale e
non deve fermarsi alla preparazione ai Sacramenti. Per operare tutti
questi interventi è necessario non solo pensarli ma, più di ogni altra
cosa, occorre metterli in pratica attraverso il cambiamento del modo di
pensare, la formazione dei catechisti e delle intere comunità parrocchiali e diocesane. La Commissione Pugliese, già nel 2010 con il 1° Forum Catechistico, e accogliendo le nuove tendenze esposte nel XLIV
Convegno Nazionale dei direttori degli UCD, ha cercato di farsi portavoce di questa esigenza verificando, dapprima, la situazione regionale
e poi mettendo in evidenza le sperimentazioni in atto: lo scopo è quel-
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
lo di non imporre dall’alto un modello da imitare, ma capire quali nuove esperienze, introdotte dal basso, potessero soddisfare le nuove necessità. Ecco che il Forum è diventato non un dire, in modo più o meno accademico, su teorie e modelli astratti, ma una vetrina di esperienze nuove e originali, un raccontarsi esperienze che diventa stimolo per riflettere e aprire le menti a situazioni nuove.
Sperimentazioni si sono fatte nella Parrocchia S. Maria Assunta
di Polignano a Mare (Ba) con il Metodo a quattro tempi. Qui gli incontri sono articolati in tappe mensili ponendo al centro la domenica,
recuperando il ruolo centrale che la famiglia ha nella comunicazione
della fede e offrendo ai bambini un’esperienza di fede, non una “lezione”. Nella Parrocchia S. Maria del Carmine di Noicattaro (Ba) si
è rilevato soprattutto il problema del rapporto tra IC e Messa domenicale che spesso viene abbandonata, da qui la proposta di tre itinerari educativi che vanno vissuti in stretto accordo: liturgico (di pari
passo con l’anno liturgico), catechistico (seguendo i catechismi CEI) e
caritativo (attraverso la testimonianza). Nella Parrocchia San Giuseppe di Corato (Ba) lo scopo principale che ci si è proposti è quello del
coinvolgimento dei genitori, avvalendosi di una catechesi nella famiglia tesa a far comprendere ai genitori che essi stessi sono i protagonisti nella comunicazione della fede. Nella Parrocchia Regina Pacis
di Lama (Ta) ci si è rivolti direttamente ai genitori per proporre un
nuovo cammino di IC, un cammino di corresponsabilità che ha portato buoni frutti. Nella Parrocchia Sacro Cuore di Gesù di Andria (Bt)
e Mater Domini di Mesagne (Br) già da qualche anno ci si è ispirati
al cammino catecumenale sperimentato nella Diocesi di Trento. Il
cammino prevede un itinerario parallelo, di crescita spirituale, tra
bambini e genitori. Da ultime le sperimentazioni che si stanno svolgendo nelle Arcidiocesi di Foggia-Bovino e di Taranto dove i progetti
di Pastorale Catechistica sono improntati sullo stile dei primi cristiani e l’obiettivo della catechesi è vivere da cristiani.
Il filo conduttore che lega tutte le esperienze è senza dubbio quello
di proporre un cammino di IC a partire dai genitori. Sono gli adulti ad
aver bisogno, oggi come non mai, di riscoprire la fede e di imparare a
vivere da cristiani. La catechesi deve essere pensata per la famiglia e
con la famiglia rendendo responsabili i genitori, in primis, dell’educazione alla fede dei propri figli. Le difficoltà sono innumerevoli e di diversa specie. Siamo di fronte ad una svolta epocale, ad un cambiamento di rotta e, come per tutti i cambiamenti di grande portata, si
annunciano fatiche. Non c’è una ricetta, c’è solo la volontà unanime,
della Chiesa tutta, a provare strade nuove, consapevoli che quelle vecchie risultano ormai inadeguate per una reale iniziazione alla fede.
Maria Selvarolo
Ufficio Catechistico Diocesano
79
80
VITA DIOCESANA
Settimana biblica diocesana 2011
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Insegnanti, docenti di religione, catechisti, animatori della pastorale della Diocesi di Andria si sono ritrovati tutti riuniti, più o meno
motivati, intorno al libro per eccellenza, la Bibbia.
Quattro giorni di riscoperta della sua ricchezza e preziosità, particolarmente in relazione alla vocazione dei laici nella Chiesa e nella
società, oggi. Personaggi biblici dell’Antico e Nuovo Testamento quali
Ester, Giuditta, Giovanni Battista, il Discepolo Amato, sono stati presentati in tutta la loro identità di membri dell’Antico e Nuovo Popolo di Dio (dal greco laos), il cui senso di appartenenza alla comunità
si traduce in profonda solidarietà e unione indissolubile ad essa.
Ester e Giuditta, presentate dalla prof.ssa Vittoria D’Alario nella
prima serata, rappresentano una laicità ispirata ai valori della Sapienza. Due figure femminili alla cui bellezza è associata l’astuzia,
che consente loro di prevalere sull’arroganza degli empi e sul potere
ottuso e irrazionale. Esse rappresentano il popolo d’Israele che si riconosce nei poveri e negli oppressi, perché sa che Dio è dalla loro
parte.
Ester riesce ad evitare lo sterminio degli Ebrei facendo leva sui
sentimenti che il re nutre nei suoi confronti e sollecitando il suo orgoglio maschile. Al potere oppressivo Ester oppone la disobbedienza
civile (4,8.11). Ella non pensa all’interesse personale ma al suo popolo.
Giuditta è donna di coraggio, intraprendente, non si arrende di
fronte agli avversari dei suoi connazionali, rappresenta la protesta
contro il totalitarismo politico-religioso.
Secolarità e religiosità si intrecciano nella loro personalità: protagonismo attivo nella storia di liberazione del loro popolo e costante
preghiera verso quel Dio che potenzia le loro doti naturali, la bellez-
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
za e l’astuzia, consentendo loro di vincere contro la violenza e l’oppressione.
Una laicità dunque impegnata nella storia del loro tempo, modello per la laicità nel nostro tempo a favore di una globalizzazione dal
volto più umano che non sia sistema di sopraffazione nei confronti
delle nazioni e delle popolazioni più deboli; a favore dei nuovi poveri
oggi: i giovani, gli anziani, gli stranieri; contro ogni forma di sterminio e genocidio presenti in alcuni paesi ancora oggi.
Ester e Giuditta ci indicano la strada per l’efficacia del nostro laicato: dalla preghiera la forza per contrastare il fatalismo e la rassegnazione alimentati nel nostro cuore dai fallimenti della politica e
dell’economia.
Riscoprire la vocazione laicale è riscoprire la nostra vocazione di
discepoli sotto il profilo della testimonianza: è ciò che il sac. prof. Roberto Vignolo ha sottolineato nella seconda serata.
La Bibbia è ‘Rivelazione attestata’. La testimonianza è l’anima
della Parola, portata a compimento da Gesù. Nel vangelo di Giovanni due testimoni speciali: Giovanni Battista e il Discepolo Amato, legati a Gesù da uno speciale rapporto amicale. Il Discepolo che Gesù
amava “stava ai piedi di Gesù sotto la croce”, con Maria, riceve da
Gesù la sua vocazione filiale, ma soprattutto è presente quando Gesù
viene trafitto e dal suo costato esce acqua e sangue, frutto del sacrificio di Gesù. Testimone è colui che è presente al posto giusto e al momento giusto. L’acqua è lo Spirito, è l’idea che quel corpo morto è vivente. Dal trafitto, che esce intatto, dobbiamo uscire anche noi come
frutto della testimonianza. Tutto il quarto vangelo è un concerto di
testimoni del Risorto: Gesù, il Padre, lo Spirito, le Sacre scritture. Come con uno zoom sul corpo di Gesù ci avvicina a ciascuna delle sue
membra (“guarderanno colui che è stato trafitto,…non gli sarà spezzato alcun osso”), così con un grand’angolo ci fa fare un passo indietro e ci coinvolge tutti e la testimonianza diventa corale.
Giovanni Battista è il testimone che si relativizza di fronte alla
verità, punta il dito verso Gesù e fa una marcia indietro (“Lui deve
crescere, io diminuire”). Il testimone ha il coraggio di esistere in prima persona, ma al contrario di quello che succede oggi nei dibattiti
televisivi, non è il protagonista, è il contrario dell’essere autoreferenziale. Il testimone con un movimento ostensivo fa riascoltare la Parola che ha ricevuto, ha il coraggio di dire “Io ho visto e ho reso testimonianza” e risveglia l’amore per la Verità.
Ogni cristiano è, dunque, testimone in relazione, in quanto membro, con il corpo vivente della comunità. È nella Chiesa, corpo di Cristo, che ciascuno scopre e vive i propri carismi e ministeri. E’ proprio
su questi che il sac. prof. Antonio Pitta ha focalizzato l’attenzione dei
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VITA DIOCESANA
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presenti. I carismi sono doni da porre al servizio della comunità cristiana. La Chiesa può trasformare il carisma in ministero. I ministeri non sono una concessione della gerarchia ma sono un diritto promosso per l’utilità personale e comune. Carismi e ministeri non eccezionali, ma segnati dalla fatica del quotidiano e della normalità, quelli più naturali quelli che risaltano dal nostro carattere, dono generoso del Signore. Carismi non per esaltarsi, ma perché siano messi a disposizione di tutti. Bando a forme di verticismo nella fede e nelle relazioni con il Signore!
Conclude la settimana biblica l’intervento del sac. prof. Santi
Grasso che con professionalità porta i presenti nell’analisi esegetica
della parabola degli operai mandati nella vigna (Mt 20, 1-16), fino a
condurli di fronte ad un Dio che dà gratuitamente; non è il Dio del
‘do ut des’, degenerazione interpretativa del mondo reale riportata su
Dio. È un Dio che chiama continuamente ‘operai’ nella sua vigna,
simbolo non più solo di Israele ma di tutto il mondo, il cosmo; un Dio
che ha a cuore la salvezza di tutti, ultimi e primi, cioè che vivano in
comunione più profonda con il Padre. È questa la ‘ricompensa’ evangelica. I laici dunque chiamati, mandati nella Chiesa e nella società
con la logica della gratuità e del dono contro quella del fare e
dell’avere.
Lella Buonvino
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UFFICI DIOCESANI PASTORALI
La parola ai catechisti
Tutta la Chiesa evangelizza ed è missionaria anche quando agisce
attraverso singole persone. Per evitare che il compito catechistico della Chiesa sia delegato o appaltato dal singolo in quanto tale, l’Ufficio
Catechistico Diocesano, per primo, fa suo il “mandato” di educare al
senso della comunione e della comunità. Da qui l’iniziativa di incontrare nelle diverse zone pastorali i catechisti dell’iniziazione cristiana.
L’obiettivo è stato quello di mettersi in ascolto gli uni gli altri per conoscere e condividere i percorsi catechistici parrocchiali e creare una
rete di rapporti.
La possibilità di essere stati presenti, in questi mesi, in diverse
comunità parrocchiali ci ha permesso di apprezzare ancora di più il
tanto lavoro semplice e quotidiano che viene svolto nelle parrocchie.
La cosiddetta “pastorale ordinaria” è in molte comunità tutt’altro che
uno stanco e ripetitivo intrecciarsi di iniziative. C’è insomma tanta
voglia di elaborazione e tanto desiderio di “innervare” l’annuncio del
Vangelo nella vita delle comunità.
L’incontro dei componenti dell’UCD con le comunità parrocchiali
ha costituito lo spazio visibile e l’occasione favorevole per condividere
un sì grande servizio.
Siamo, infatti, convinti che l’ascolto è una dimensione essenziale
non solo dal punto di vista metodologico, ma anche come stile di relazioni e di collaborazione. Il compito dell’Ufficio Catechistico Diocesano è soprattutto quello di favorire un cammino unitario, nel rispetto delle scelte e nello stesso tempo di valorizzare la ricchezza che si
esprime nelle diverse realtà parrocchiali. È, pertanto, nostra intenzione favorire la circolazione delle idee, la condivisione dei problemi e
delle risorse nella convinzione che le persone con i loro bisogni e desideri costituiscono il centro dei percorsi formativi.
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VITA DIOCESANA
Agli incontri zonali sono stati invitati a partecipare con i sacerdoti, i coordinatori parrocchiali della catechesi e i referenti parrocchiali di ogni corso di catechesi di iniziazione cristiana.
Il calendario degli incontri è stato il seguente:
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24.01.2011
Minervino Murge c/o parrocchia B.V. Immacolata - ore 19.00;
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31.01.2011:
Canosa di Puglia c/o parrocchia Gesù, Giuseppe, Maria - ore 19.00;
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07.02.2011:
Andria (3ª zona) c/o parrocchia B.V. Immacolata - ore 19.00;
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14.02.2011:
Andria (2ª zona) c/o parrocchia S. Francesco d’Assisi - ore 19.00;
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21.02.2011:
Andria (1ª zona) c/o parrocchia SS. Sacramento - ore 19.00.
don Gianni Massaro
e gli amici dell’Ufficio Catechistico Diocesano
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UFFICI DIOCESANI PASTORALI
XIX Convegno Nazionale
dell’Apostolato Biblico
Dal 4 al 6 febbraio si è svolta a Roma il XIX Convegno Nazionale dell’Apostolato Biblico sul tema: Gesù Cristo centro delle Scritture
nella prospettiva esegetica, teologica, catechistico-pastorale, liturgica.
Vale la pena ricordare in questo contesto che lo scopo dell’Apostolato
Biblico, che è un settore dell’Ufficio Catechistico nazionale, è quello di
promuovere iniziative che valorizzino la presenza della Bibbia
nell’azione pastorale della Chiesa e che favoriscano l’incontro diretto
dei fedeli col testo sacro. Il settore biblico ha anche ricevuto un grande impulso dalla recente pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale di Benedetto XVI Verbum Domini. Così il papa presenta
l’animazione biblica della pastorale nel documento: «In tale linea, il
Sinodo ha invitato ad un particolare impegno pastorale per fare emergere il posto centrale della parola di Dio nella vita ecclesiale, raccomandando di incrementare la pastorale biblica non in giustapposizione con altre forme della pastorale, ma come animazione biblica
dell’intera pastorale. Non si tratta, quindi, di aggiungere qualche incontro in parrocchia o nella diocesi, ma di verificare che nelle abituali
attività delle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle associazioni e
nei movimenti, si abbia realmente a cuore l’incontro personale con
Cristo che si comunica a noi nella sua Parola» (Verbum Domini 73).
L’intento del convegno di quest’anno dell’Apostolato Biblico era di
presentare un tema che sta a fondamento della lettura cristiana della Bibbia: riconoscere che dietro ogni pagina della Scrittura c’è Gesù
Cristo. Il tema è stato approcciato da quattro punti di vista: esegetico, teologico, catechistico-pastorale, liturgico. Per l’approccio esegetico
il primo giorno di convegno ci sono state due relazioni. La prima di
don Claudio Doglio, biblista della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, che è partita dalla diatriba fra i Giudei e Gesù nel capitolo
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5 del Vangelo di Giovanni per mostrare come le prime comunità cristiane hanno vissuto il rapporto fra la rivelazione di Cristo e quella
veterotestamentaria, attraverso il metodo della rilettura delle Scritture ebraiche alla luce di Cristo. Suor Benedetta Rossi, docente ad
Arezzo, nella seconda relazione, ha presentato alla luce di alcuni brani della Scrittura, un esercizio di lettura cristiana del testo sacro ponendo in evidenza la qualità profetica della Scrittura, capace di suscitare domande di senso. La prima giornata di convegno si è conclusa con una lectio divina guidata da don Pasquale Giordano, biblista di Potenza. La seconda giornata si è aperta con la riflessione teologica del gesuita Paolo Gamberini, professore di Cristologia alla Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, sulla centralità della persona di
Cristo alla luce della tradizione dogmatica e della recente ricerca teologica. Il pastoralista don Cesare Pagazzi, docente a Milano, invece
ha svolto una relazione sulla portata educativa del canone delle Scritture che aiuta a tenere sempre presente l’importanza dell’inizio e delle singole biografie da collocare nel contesto complessivo. Il pomeriggio del secondo giorno di convegno è stato dedicato al racconto delle
varie esperienze di Apostolato Biblico presente in Italia e al lavoro di
laboratorio sul tema: “Dal Mosè della Torah al Cristo del Discorso
della montagna” guidato dal biblista don Giovanni Giavini. La giornata si è conclusa con la presentazione della miscellanea in onore di
don Cesare Bissoli, responsabile e anima dell’Apostolato biblico nazionale. Nell’ultimo giorno c’è stata la relazione del liturgista Andrea
Grillo sulla centralità di Cristo nella liturgia, dove la parola nella dinamica simbolico-rituale trova compimento. Il convegno si è concluso
con l’Eucaristia domenicale presieduta da don Guido Benzi, direttore
dell’Ufficio Catechistico Nazionale.
Il convegno è stato l’occasione per prendere sempre più consapevolezza che la Parola di Dio è una Persona, è Gesù Cristo, una consapevolezza che deve sempre guidare ogni iniziativa dell’Apostolato
Biblico.
don Sabino Mennuni
Ufficio Catechistico diocesano
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UFFICIO PER L’ATTIVITA MISSIONARIA
Restare nella speranza.
XIX Giornata dei Missionari Martiri
“Spero di avere la stessa fortuna, grazia e coraggio di morire per
il Signore. Ci sono molti modi per morire: l’importante è dire sì a
quello che ti manda Dio”.
Con queste parole, don Andrea Santoro, sacerdote “fidei donum”
assassinato nel 2006 nel Nord-Est della Turchia, spiega molto bene il
tema della giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martiri. Dicendo “sì”, collaboriamo al progetto di Dio e quindi la speranza
di un mondo migliore si fa più forte!
Il tema della speranza è molto caro alla Chiesa in questi ultimi
tempi. Già nel 2008, il Papa nel Messaggio per la giornata missionaria mondiale, richiamando l’Enciclica “Spe salvi” si domandava: “C’è
speranza per il futuro, o meglio, c’è un futuro per l’umanità? E come
sarà questo futuro? La risposta a questi interrogativi viene a noi credenti dal Vangelo. È Cristo il nostro futuro e, come ho scritto nella
Lettera enciclica “Spe salvi”, il suo Vangelo è comunicazione che
“cambia la vita”, dona la speranza, spalanca la porta oscura del tempo e illumina il futuro dell’umanità e dell’universo”.
Come si può parlare di speranza nel giorno in cui preghiamo per
uomini e donne, consacrati e laici, che dopo 2000 anni continuano a
morire a causa del Vangelo? Il martirio, infatti, mostra sempre due
facce: la violenza e il dono. A trasformare una morte violenta in martirio è la verità per la quale il testimone subisce violenza. Essere
martiri è molto di più di una semplice proclamazione della verità: implica dedizione, appartenenza, coinvolgimento di tutto se stessi fino
alle estreme conseguenze.
Il martirio, quindi, non è un’interruzione della vita ma una testimonianza portata in pienezza. Non è la morte che ci istruisce ma la vita!
Il martire non sceglie la morte, ma un modo di vivere, come Gesù!
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VITA DIOCESANA
Il martire diviene non l’eroe ma il segno concreto dell’amore di
Dio per l’uomo. Tutta la vita dell’uomo deve diventare “segno e fonte
di speranza”!
L’invito, quindi è di “restare nella speranza”, cioè a “stare nelle cose”. Si può portare speranza solo se si vivono le situazioni con la passione e l’amore…mettendo in conto anche la sofferenza!
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Missio ha invitato: le COMUNITÀ parrocchiali
ad utilizzare la veglia, la via crucis, l’adorazione eucaristica, per
vivere momenti di preghiera non solo il 24 marzo ma anche nei
giorni precedenti o successivi;
a creare in Chiesa l’angolo del martirio utilizzando una croce, un
drappo rosso (che potrebbe essere esposto anche davanti alla porta
principale), un ramo d’olivo con i nomi delle missionarie e dei missionari uccisi;
a suonare le campane alle ore 15,00 del 24 marzo per invitare alla meditazione sul sacrificio di Cristo e delle tante donne e uomini di buona volontà;
a piantare un albero per fare memoria di quanti hanno dato tutto per amore;
le FAMIGLIE
ad accendere un cero rosso sul davanzale della finestra o ad
esporre un drappo rosso,
a compiere un gesto di riconciliazione: tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra vicini di casa, tra membri
della stessa famiglia, etc.;
ad offrire l’offerta del digiuno per sostenere il progetto di solidarietà proposto da Missio;
gli AMMALATI e i SOFFERENTI
ad unire ed offrire la loro sofferenza in memoria delle missionarie
e dei missionari uccisi per l’annuncio del Vangelo, per sostenere il
lavoro apostolico di quanti operano in ogni angolo della terra e per
chiedere al Signore il dono di sante e numerose vocazione missionarie;
a sottoscrivere l’atto di offerta della sofferenza;
i GIOVANI
A visitare, singolarmente o in gruppo, l’ospedale, una casa di riposo, il carcere, gli ammalati o anziani soli in casa, etc.;
a donare il proprio sangue;
ad offrire l’offerta del digiuno per sostenere il progetto di solidarietà proposto da Missio.
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
QUADRO RIASSUNTIVO
dei missionari uccisi nel 2010
1 Vescovo; 15 Sacerdoti (13 diocesani; 1 OFM; 1 OFM Conv); 1
Religioso (SDB); 2 Seminaristi (1 SJ); 1 Religiosa; 3 Laici.
Paesi di origine: Asia 5 (2 Cina, 2 Iraq, 1 India); America 14 (5
Brasile, 3 Colombia, 2 Messico, 1 Perù, 1 Stati Uniti,1 Portorico, 1
Haiti); Africa 2 (1 R.D.Congo; 1 Togo); Europa 2 (1 Italia, 1 Polonia).
Luoghi della morte: Asia 6 (2 Cina, 2 Iraq, 1 India, 1 Turchia);
America 15 (5 Brasile, 3 Colombia, 2 Messico, 2 Perù, 1 Venezuela,
1 Haiti, 1 Ecuador); Africa 2 (2 R.D.Congo).
MISSIONARI MARTIRI ITALIANI
S.E. Mons. Luigi Padovese nato a Milano il 31 marzo del 1947 fa
la prima professione nei frati cappuccini il 4 ottobre del 1965 ed esattamente 3 anni dopo quella solenne.
L’11 ottobre 2004 viene nominato Vicario Apostolico dell’Anatolia
e vescovo titolare di Monteverde. Viene consacrato a Iskenderun il 7
novembre dello stesso anno.
E stato ucciso il 3 giugno a coltellate dal suo autista nella sua
abitazione a Iskenderun (Turchia).
don Riccardo Taccardi
Direttore Ufficio Missionario diocesano
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VITA DIOCESANA
SERVIZIO DI PASTORALE GIOVANILE
Oratorio in cantiere
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Domenica 23 gennaio presso la Parrocchia Cuore Immacolato di
Maria si è svolta la seconda esperienza di formazione per tutti coloro
che svolgono il loro servizio negli oratori della nostra diocesi.
Lo scorso anno si era pensato di proporre una “due giorni” (8 e 9
Maggio), dove presentare non solo la proposta estiva Party nel Mondo, ma anche vivere alcune esperienze laboratoriali su alcuni ambiti
significativi dell’azione pastorale oratoriana.
Mantenendo la stessa finalità, quest’anno come Coordinamento,
abbiamo voluto distinguere le due proposte, riservando esclusivamente alla formazione degli animatori, proprio la data del 23 gennaio.
Tale attenzione si coniuga con i nuovi orientamenti pastorali dalla Chiesa italiana per i prossimi dieci anni: “Educare alla vita buona
del Vangelo”. Infatti al n. 42 si legge:
“Un ambito in cui tale approccio ha permesso di compiere passi significativi è quello dei giovani e dei ragazzi. La necessità di rispondere alle loro esigenze porta a superare i confini parrocchiali e ad allacciare alleanze con le altre agenzie educative. Tale dinamica incide
anche su quell’espressione, tipica dell’impegno educativo di tante parrocchie, che è l’oratorio. Esso accompagna nella crescita umana e spirituale le nuove generazioni e rende i laici protagonisti, affidando loro responsabilità educative. Adattandosi ai diversi contesti, l’oratorio
esprime il volto e la passione educativa della comunità, che impegna
animatori, catechisti e genitori in un progetto volto a condurre il ragazzo a una sintesi armoniosa tra fede e vita. I suoi strumenti e il
suo linguaggio sono quelli dell’esperienza quotidiana dei più giovani:
aggregazione, sport, musica, teatro, gioco, studio.”
La giornata, cominciata con una “calda accoglienza” preparata dalla comunità ospitante, è stata organizzata grazie all’apporto e il con-
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
tributo di un gruppo di formatori salesiani, a cui ancora una volta
volgiamo il nostro più sentito ringraziamento.
La proposta è stata strutturata secondo due livelli: il primo livello
riproponeva tre laboratori legati a tre ambiti dell’ oratorio (Il Gioco,
L’animazione, il Teatro), mentre il secondo livello, monotematico, affrontava la valenza educativa del gioco.
La strutturazione in due livelli, vuole proprio richiamare la gradualità del cammino, che si sostanzia di tappe e momenti. Infatti, è
nel nostro intento mantenere stabile la proposta del primo livello,
mentre sarà nostro impegno andare a modulare anno dopo anno, un’
attenzione diversa tra gli svariati aspetti che riguardano l’ oratorio.
La formazione cristiana non può definirsi tale se non parte e giunge all’ Eucarestia, fonte e culmine di ogni azione ecclesiale. Ecco perché al centro della giornata tutti siamo confluiti attorno alla mensa
del Signore per essere con – formati dalla sua Parola e nutriti dal
suo Corpo.
C.O.R.D.A.
(Coordinamento Oratori Estivi Riuniti Diocesi di Andria)
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VITA DIOCESANA
UFFICIO PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO INTERRELIGIOSO
“Onora tuo padre e tua madre”.
Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo
del dialogo tra Cattolici ed Ebrei
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Nel 2011 continuerà la comune riflessione sulle “Dieci Parole”, che
anche il Santo Padre ha incoraggiato in occasione dell’incontro di Roma nella Sinagoga Maggiore. Egli, parlando del Decalogo, l’ha definito “… un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un
“grande codice” etico per tutta l’umanità”. Il verso riportato nella Bibbia CEI afferma “Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio”, dove la radice del verbo Kabad, (onora) in ebraico, contiene l’idea che “ciò che
conta, che pesa, che si manifesta e deve contare agli occhi di tutti,
deve essere riconosciuto e manifestato a causa del suo valore eminente”.
La quinta parola è, dunque quella che riconosce una situazione
privilegiata dei genitori, dando loro il giusto valore. Sono, infatti, con
il loro amore, strumenti di Dio come fonte di vita e insieme garanti
di quella filogenesi che unisce, con un filo invisibile, ma continuo, tutte le generazioni precedenti.
Secondo Abulafia, uno dei più grandi maestri di Kabbalah mai
esistiti, si possono fare delle ricerche cabalistiche su parole non in
ebraico e collegarle con l’ebraico.
Il rapporto padre-madre, che genera il figlio è un legame di amore che in ebraico si scrive:
ALEF – MEM – VAV – RESH – ALEF
Le prime due lettere, Alef-mem; formano la parola E M, madre.
La madre è il primo esempio d’amore che riceviamo, oltre che riconosciuta come la diade fra le più significative delle relazioni. Poiché
originaria, l’individuo, il figlio in questo caso, può emanciparla o arrestarla in un rapporto simbiotico, responsabile in futuro di numerose manifestazioni nevrotiche e psicotiche. Il padre, invece, consenten-
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
do al bambino il passaggio dal registro del bisogno pressante verso la
madre, a quello del desiderio, prepara e trova in seguito la sua
espressione nella domanda dell’Altro da sé e nella separazione simbiotica, necessaria alla crescita. Come unità sociale istituzionalizzata,
la famiglia entra nel gioco delle responsabilità e deresponsabilizzazioni di cui è gravido il vissuto psichico dell’individuo, con le sue particolarità, la sua visione del mondo o le sue eventuali anomalie. Sempre nella Kabbalah l’unione Adamo-Eva, prima famiglia al mondo, è
esaminata sommando i valori numerici dei rispettivi nomi.
Adamo+Eva=64 (45+19). Questo numero è importante dal punto di vista cabalistico, perché:
1) 64 sono i percorsi dell’Albero della Vita dall’alto in basso (32) e
dal basso in alto (32).
2) 64 è anche 8x8 dove 8 è l’infinito, altro numero di Dio. E’ il quadrato dell’immortalità.
3) 64 sono i codici unici del DNA (4x4x4).
4) 64 sono gli esagrammi dell’I Ching Cinese.
Mentre la Cheit, iniziale di Chavà, Eva, è formata da due lettere
che sono la Zain e la Vav.
Simbolicamente esse rappresentano la consapevolezza superiore
(Zain) e il processo di discesa graduale (Vav) che vanno unite per dare vita e forma alla Cheit. La forma della Cheit ricorda inoltre il baldacchino nunziale dei matrimoni ebraici,quindi un’unione sacra e l’inizio di una nuova vita, legata ai comandamenti precedenti dall’adorazione del Dio unico, Padre per eccellenza. I genitori sono, quindi, a
titolo speciale l’immagine di Dio, nei suoi aspetti paterni (Cfr. Os
11,1-4; Is 63,16; Ger 3,19…) con un cuore di madre (Cfr. Is 49,15; Os
11,8; Ger 31,20).
Ecco perché la trasgressione di questo comandamento era punita
severamente. Nel codice d’Alleanza troviamo le prescrizioni: “Chi batte suo padre o sua madre, costui sia messo a morte. Chi maledisce
suo padre o sua madre, costui sia messo a morte” (Es 21,15.17). Nel
libro del Deuteronomio, il disprezzo dei genitori viene annoverato tra
i delitti degni di maledizione. (Dt 27,16). Anche il libro dei Proverbi
tratteggerà in modo negativo, l’atteggiamento sprezzante verso i genitori “Chi rovina il padre e fa fuggire la madre è un figlio disonorato e infame”. (Pr 19,26), oppure in Pr 20,20 “Chi maledice il padre
e la madre vedrà spegnersi la sua lucerna nel cuore delle tenebre”, è
legato alla seconda parte del versetto: “…perché si prolunghino i tuoi
giorni…”.
La promessa di benedizione si può spiegare come richiamo alla necessità che il futuro del popolo di Dio, dipenda da famiglie sane,
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VITA DIOCESANA
amanti dei genitori e delle tradizioni. Tra l’altro nella struttura sociale di quel tempo solo la generazione successiva poteva prendersi
cura della precedente, quando ormai l’invecchiamento e le forze affievolite, dovevano necessariamente contare sui figli e sul rispetto, l’onore e l’affetto che a loro si doveva. Nella Bibbia fra l’Antico e il Nuovo Testamento ci sono esempi mirabili di queste situazioni, che non
cito per esteso per motivi di spazio, ma dal libro di Tobia, magnifico
esempio di amore filiale, all’Eccl. 3,2-16 alle parole di Gesù in Matteo 15,4-6; o Marco 7,10-13 o a quelle parole di S. Paolo in Ef 6,1; o
Col 3,20 sono tutti insegnamenti che spingono in un’unica direzione.
Il “vivere per lunghi giorni” dove la vita è il bene primario, è assicurato dall’osservanza delle Dieci parole, incise sulla pietra dal dito
di Dio, per amore dell’uomo. “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio” (Es 31,18).
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Porzia Quagliarella
Delegato per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso
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UFFICI DIOCESANI PASTORALI
Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani
Il mese di gennaio ci ha riportato all’appuntamento annuale con
la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, un’iniziativa ecumenica, che si è andata strutturando ormai da oltre un secolo, e che
attira ogni anno l’attenzione su un tema, quello dell’unità visibile tra
i cristiani, che coinvolge la coscienza e stimola l’impegno di quanti
credono in Cristo. E lo ha fatto innanzitutto con l’invito alla preghiera, ad imitazione di Gesù stesso, che chiede al Padre per i suoi discepoli “Siano uno, affinché il mondo creda” (Gv 17,21).
Il richiamo perseverante alla preghiera per la piena comunione tra
i cristiani manifesta l’orientamento più autentico e più profondo
dell’intera ricerca ecumenica, perché l’unità, prima di tutto, è dono di
Dio (cf UR 24).
Pertanto, oltre al nostro sforzo di sviluppare relazioni fraterne e
promuovere il dialogo per chiarire e risolvere le divergenze che separano le Chiese e le Comunità ecclesiali, è necessaria la fiduciosa e
concorde invocazione al Signore.
Il tema di quest’anno è stato preso da At 2,42-47, in particolare
dal primo versetto, il v. 42: “Essi ascoltavano con assiduità l’insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente, partecipavano
alla Cena del Signore e pregavano insieme”.
La proposta del tema e la preparazione del Sussidio sono state demandate dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, in accordo con la Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese, alle Chiese cristiane di Gerusalemme,
che hanno voluto così richiamare i quattro elementi peculiari e fondamentali della comunità cristiana originaria come essenziali alla vita di ogni comunità cristiana, chiamata - ovunque essa si trovi - a rivivere il tempo in cui la Chiesa era unita.
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VITA DIOCESANA
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Il brano è uno dei sommari che punteggiano la prima parte del libro degli Atti: 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16; 5,42; 6,7-8; 8,lb-4.
I «sommari» sono testi narrativi in cui vengono generalizzati una
serie di comportamenti che l’autore presenta come diffusi e reiterati,
tali da caratterizzare non questo o quel momento della vita di un organismo, ma la sua stabile costituzione. Luca alterna, particolarmente nella prima parte degli Atti, dal cap. 1 agli inizi del cap. 8, testi
riassuntivi e generalizzanti con narrazioni di singoli episodi: sommari e racconti, con lo scopo di offrire un’immagine esemplare della
Chiesa di sempre e della sua missione, un modello di Chiesa che possa valere perennemente, ancorandolo ai suoi caratteri fondamentali.
Ma non tutti i sommari hanno la stessa importanza. Dal confronto emerge chiaramente che il sommario che chiude il c. 2 del libro ha
una particolare rilevanza. La sua collocazione iniziale, la sua estensione, il suo rapporto con il contenuto dei sommari successivi lasciano emergere come At 2,42-47 sia da intendersi quale nucleo generatore dei successivi sommari e quindi di tutta la narrazione, almeno dei
primi sette capitoli degli Atti. Con un’espressione provocatoria, potremmo dire che tutto il libro degli Atti, o almeno la sua prima parte, è contenuto nei sei versetti finali del c. 2.
Va tenuto presente che la comunità che Luca descrive nasce dallo Spirito (Pentecoste: At 2,1-13) e dalla Parola (Discorso di Pietro:
2,14-41), una comunità che vive e si regge su quattro strutture portanti: insegnamento e comunione (didaché e koinonìa), frazione del pane e preghiere.
C’è una profonda unità e una coesa dinamica tra queste quattro
strutture portanti della vita cristiana. La fede, continuamente
alimentata dall’ascolto della Parola, è il fondamento di quell’unità di
cuori che si esprime anche nella condivisione dei beni per la solidarietà verso i bisognosi. È la stessa comunione che si esprime e si alimenta nella frazione del pane ed è la condizione per presentarsi di
fronte al Padre nelle preghiere.
La medesima fede alimenta la gioia che scaturisce dall’esperienza
della salvezza escatologica, assicurata dalla presenza del Risorto, che
convoca tutti all’unità e alla perseveranza.
In quella comunità i cristiani di ogni tempo e di ogni luogo sono
chiamati a riconoscere la propria origine e il proprio modello e a riscoprire i valori che tennero uniti i primi cristiani di Gerusalemme.
Guardando alla Chiesa madre di Gerusalemme siamo chiamati a rinnovare il nostro impegno perché “la nostra testimonianza possa, come
quella dei primi cristiani, essere visibile e costituire un modo di essere obbedienti alla preghiera di Gesù “che tutti siano una cosa sola”
(Gv 17,21)” (cf Sussidio, p. 6).
Mons. Michele Lenoci
Delegato diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso
97
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
UFFICIO PER LA PASTORALE SCOLASTICA
Giornata di formazione degli Insegnanti di Religione
“Educare alla vita buona del vangelo”, è la proposta pastorale dei
Vescovi italiani per il decennio 2010-2020 intorno alla quale circa
quaranta docenti di Religione, fedeli laici della diocesi, guidati dal Direttore dell’Ufficio scuola mons. Michele Lenoci , si sono fermati a riflettere per una giornata di formazione spirituale e professionale.
Educare a una umanità nuova e piena, promuovendo la ricerca,
l’apertura e il confronto con l’Uomo “più”, Gesù, vero Dio e vero uomo, è la motivazione di fondo, la forza interiore su si poggia il nostro
lavoro di docenti di religione tra generazioni che globalmente definirei del ‘senza senso’, individualisti, mediocri, resistenti ad interrogarsi su se stessi, sulla vita, che non cercano il ‘più’, in una scuola sempre più difficile, complessa e faticosa da gestire.
Il Papa ci incoraggia in questa direzione in quanto riconosce che
l’educare oggi assume caratteristiche più ardue visti gli insuccessi degli sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita.
Il Vangelo ci mette in contatto con Cristo, maestro e pedagogo,
modello di educatore che parla all’intelligenza e scalda il cuore; alla
sua scuola scopriamo il nostro specifico di educatori: essere non tanto
solo adulti, quanto piuttosto dei “risorti”, cioè persone che conoscono
la vita, nelle sue contraddizioni, ma che avendo sperimentato la risurrezione conoscono la speranza, e in sé una certezza li anima: la vita vincerà, non il male! L’educatore ‘risorto’ affronta la realtà, ma
educa attraverso la realtà che sa leggere con gli occhi della risurrezione.
Di fronte a chi è convinto di ciò che sa, a chi si chiude nelle certezze che non mette mai in discussione (Saulo sulla via di Damasco
At 9, 1-22; At 26,9-11), l’educatore è colui che cammina accanto, pre-
97
VITA DIOCESANA
ga che qualcosa accada, e consola, aiuta quando le certezze vengono
meno e le menti sono confuse.
Di fronte a uomini dallo stato d’animo incerto, che vanno verso
una ‘non meta’ (i discepoli di Emmaus in Lc 24, 13-35), che hanno
solo deciso di evadere, e che vivono senza risurrezione nel grigiore
della vita , l’educatore conforme a Gesù resta vigile nei confronti degli affanni degli uomini con quel sentimento di compassione che fa
sentire sulla propria pelle il dolore degli altri, cammina accanto, li lascia esprimere, ascolta, coglie le loro domande profonde, rispetta i tempi di crescita, tocca e risveglia il loro cuore e la loro intelligenza, parla di sé, della propria verità, quella verità che riguarda se stesso e
prende la sua vita, fa crescere il desiderio di credere, di aprirsi, di
avere fiducia, il bisogno di un “più”, di una meta alta, la comunione
con Dio nell’amore.
Da educatori “risorti” a educatori “eucaristici”.
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Lella Buonvino
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UFFICI DIOCESANI PASTORALI
UFFICIO LITURGICO
Quale ministerialità e partecipazione
dei laici nella liturgia
Quale ministerialità e partecipazione dei laici nella liturgia, è
stato il tema del Convegno diocesano organizzato dall’Ufficio Liturgico nei giorni 17 e 18 novembre, presso l’Auditorium dell’Oratorio
S. Annibale Maria Di Francia in Andria, inserendosi pienamente nel
solco del programma pastorale di quest’anno. A provocare la riflessione dei 300 partecipanti, provenienti dalle Parrocchie, Associazioni e Movimenti ecclesiali, sono state le magisteriali relazioni del
Prof. Andrea Grillo, Docente di Liturgia presso l’Anselmianum di
Roma e dell’Istituto di liturgia pastorale di Padova, e della Professoressa Suor Antonella Meneghetti, Docente di Liturgia presso
l’Auxilium di Roma.
Dalle relazioni è emersa l’importanza della ministerialità delle e
nelle nostre assemblee liturgiche, intesa non in senso funzionale, ma
“diaconica”, cioè un servizio reciproco che oltre a orientare all’incontro con Cristo, diventa epifania della Chiesa come popolo tutto ministeriale, caratterizzato dal comando dell’amore e che nelle azioni liturgiche indossa non solo i paramenti dello splendore, come pallido riflesso dell’abbassamento della Bellezza (la Kenosi della Bellezza), ma
anche il grembiule del servizio, come testimonianza della Bellezza
dell’abbassamento (la Bellezza della Kenosi).
Dunque, non una riflessione tecnico-rubricistica sui ministeri istituiti e di fatto, ma un cogliere il senso profondo ed anche testimoniale della ministerialità nella Chiesa.
Il Convegno ha ridestato in tutti i partecipanti il desiderio profondo di ridare slancio alla ministerialità nella Chiesa, ma anche la convinzione della necessità di un percorso formativo, per giungere al servizio liturgico purificati da ogni tentazione di protagonismo.
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VITA DIOCESANA
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A servizio di tale desiderio di formazione si pone l’Ufficio Liturgico diocesano, programmando incontri laboratoriali all’interno delle Zone Pastorali.
Di fatti sono stati calendarizzati gli incontri di approfondimento
(10 e 11 gennaio; 3 e 4 febbraio 2011), che hanno avuto come obiettivo fondamentale quello di riqualificare laddove ci sono e di impiantare dove mancano i Gruppi liturgici parrocchiali, intesi come forma
di corresponsabilità laicale nella preparazione e animazione delle
celebrazioni liturgiche.
Agli incontri è stata proposta una lezione sul senso e sui compiti
del Gruppo Liturgico, a seguire una simulazione sul come è chiamato ad operare un Gruppo Liturgico, nel quadro della riscoperta della
dignità e della missione dei laici nella Chiesa in ambito liturgico.
E tutto con l’augurio che le nostre assemblee liturgiche esprimano
in pienezza la loro identità di popolo adunato dal Padre, dal Figlio e
dallo Spirito, che celebra le meraviglie di Dio nella multiforme varietà
dei carismi e dei ministeri.
don Ettore Lestingi
Ufficio Liturgico diocesano
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UFFICI DIOCESANI PASTORALI
CARITAS
XX rapporto sull’immigrazione
della Caritas italiana e della Fondazione Migrantes
È stato presentato di recente il XX Rapporto sull’Immigrazione di
Caritas Italiana e della Fondazione Migrantes, l’attento lavoro che
monitora annualmente la situazione dell’immigrazione. Non è un caso che il titolo che il rapporto riporta quest’anno è lo stesso di quello che riportava il primo anno; L’iniziativa esprimeva la sensibilità
della comunità ecclesiale nei confronti di un “segno dei tempi” nel
quale si configuravano le linee del cambiamento in atto in Italia, in
Europa e nell’intero contesto mondiale (ci troviamo all’inizio degli anni ’90). Il Dossier suscitò subito grande interesse. Questa prima raccolta organica dei dati statistici andava incontro alle esigenze degli
operatori sociali, dei funzionari pubblici e dei giornalisti, tant’è che
nel giro di pochi mesi si rese necessaria una ristampa. Sono aumentate man mano le pagine del rapporto, che ha suscitato spesso l’apprezzamento di altri paesi europei dove non è disponibile un sussidio
così completo. In Italia, invece, è stata avvertita talvolta una reazione di disappunto, quasi che la Chiesa cattolica abbia praticato una
sorta di invasione di campo occupandosi delle statistiche sull’immigrazione. In realtà questa ricerca, nata per rimediare a una carenza,
non è avulsa dai compiti pastorali, perché la missione della Chiesa si
compone sia di evangelizzazione e testimonianza della fede cristiana,
sia di promozione umana e sostegno sociale. Con questo progetto culturale è stato messo a disposizione un sussidio di larga diffusione per
favorire una conoscenza del fenomeno migratorio libera da pregiudizi
culturali e contrapposizioni partitiche. Di fondamentale supporto è
stata la rete di migliaia di operatori pastorali, a loro volta collegati
con altre realtà sociali e di ricerca. È stata questa la base che ha
consentito di arricchire di contenuti l’osservazione sulle dimensioni
nazionali e regionali del fenomeno migratorio e di far sentire il Dos-
101
VITA DIOCESANA
sier come un prodotto a disposizione di tutti.
Questo ventesimo anniversario cade in una fase complessa e problematica come attestano i tre concetti che si sono scelti di argomentare (crisi, criminalità e integrazione), i quali costituiscono un ricorrente motivo di contrapposizione tra gli italiani e di avversione agli
immigrati e sui quali il Dossier, con i suoi numeri, cerca di apportare elementi di chiarezza.
In questi 20 anni la popolazione immigrata è cresciuta di quasi 10
volte, arrivando alla soglia di 5 milioni, ma insieme al numero degli
immigrati sono aumentate anche le chiusure.
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L’immigrazione e la crisi economico-occupazionale
A predisporre negativamente la popolazione verso la presenza immigrata sono gli effetti in Italia della crisi mondiale: è il nostro sistema economico a trovarsi in difficoltà e alla luce degli effetti della
crisi bisogna chiedersi se gli immigrati, che contribuiscono alla produzione del Prodotto Interno Lordo per l’11,1% siano il problema o
non piuttosto un contributo per la sua soluzione.
E il fattore criminalità?
1. la criminalità in Italia è aumentata in misura contenuta negli ultimi decenni, nonostante il forte aumento della popolazione straniera, e addirittura è andata diminuendo negli anni 2008 e 2009;
2. il ritmo d’aumento delle denunce contro cittadini stranieri è molto ridotto rispetto all’aumento della loro presenza, per cui è infondato (e non solo per il Dossier) stabilire una rigorosa corrispondenza tra i due fenomeni;
3. il Rapporto del Cnel ha mostrato che il tasso di criminalità addebitabile agli immigrati venuti ex novo nel nostro paese, quelli su
cui si concentrano maggiormente le paure, è risultato, nel periodo
2005 - 2008, più basso rispetto a quello riferito alla popolazione
già residente;
4. il confronto tra la criminalità degli italiani e quella degli stranieri, ha consentito di concludere che gli italiani e gli stranieri in posizione regolare hanno un tasso di criminalità simile.
Queste linee interpretative non devono portare ad “abbassare la
guardia”, bensì a vincere i preconcetti e a investire maggiormente sulla prevenzione e sul recupero.
Immigrazione e pari opportunità: un binomio irrinunciabile
L’immigrazione e l’integrazione devono andare di pari passo. Il
Governo ha proposto un piano per l’integrazione nella sicurezza e nel
documento vengono individuati 5 assi di intervento: l’educazione e
l’apprendimento, dalla lingua ai valori; il lavoro e la formazione pro-
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
fessionale; l’alloggio e il governo del territorio; l’accesso ai servizi essenziali; l’attenzione ai minori e alle seconde generazioni. Si insiste
inoltre, sugli aiuti allo sviluppo, progressivamente ridotti in Italia a
un livello veramente minimo, oltre che sulle migrazioni a carattere
rotatorio e sui rientri. Ma, intanto, è andata radicandosi la convinzione, supportata dai dati, che l’immigrazione stia acquisendo un carattere sempre più stabile. Nel 2009, tuttavia, il Fondo nazionale per
l’inclusione sociale è rimasto sprovvisto di copertura e questa carenza, oltre tutto in fase di crisi economica, di certo non aiuta l’integrazione, anzi continua a essere più difficoltoso per gli immigrati
l’accesso ai servizi. Integrazione e pari opportunità, quindi, devono
andare di pari passo, in un intreccio di doveri ma anche di diritti.
Il “Dossier Statistico Immigrazione” della Caritas e della Fondazione Migrantes da 20 anni si batte per diffondere questa cultura
dell’altro: l’ampliamento di questa campagna di sensibilizzazione sarà
una maniera molto concreta per preparare l’Italia del futuro.
Simona Inchingolo
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VITA DIOCESANA
Un libro-testimonianza di Santa Porro
su un “campo-lavoro” in Egitto
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Copie vendute a scopo benefico, al fine di sollecitare e promuovere il programma di educazione interculturale avviato dalla comunità
comboniana in Egitto, animato da suor Annamaria Sgaramella. Questo è stato il lavoro di cui Santa Porro, insieme con la collaborazione
di quanti hanno condiviso la proposta della Caritas diocesana, si è
fatta promotrice nonché portavoce esemplare. La sua eco la si avverte forte, prorompente. Le gole del deserto dorato pullulano di speranza, profumano di sogni, attendono risposte concrete. La Caritas diocesana, impegnata nel “campo missione” in Egitto ha confermato la sua
proposta, credendo sempre più in un impegno che racconta a noi tutti l’esigenza di una fraternità universale. Sacerdoti della nostra Diocesi insieme a giovani e una coppia di coniugi, si sono immersi nelle
acque di quel “fiume lento”, il Nilo, che con il suo sciabordio melodioso, li ha condotti in una della peregrinazioni più toccanti, capace
di far vibrare le corde del cuore. Poiché, l’Egitto, non è solo la realtà
faraonica che conosciamo, realtà che ammalia, che incanta e stupisce.
L’Egitto possiede anche una fetta di mela marcia, ingiallita, corrosa
dalla povertà, dalla fame, dal disagio, dalla violenza, dalla precarietà
e dalla corruttela dell’animo umano. Un paesaggio, quello del Cairo,
con strade non asfaltate, bambini dai volti già adulti e dalle mani
bianche intinte di calce, donne dal volto rigorosamente coperto, quasi
a voler velare e mal celare quel dolore che serpeggia dentro. Ed intanto sorge l’aurora e all’imbrunire cala la notte…e il fiume continua
a scorrere lento. Tra i rifiuti si trova la ricchezza. Gli avanzi della
società benestante, diventano “pane quotidiano” da spezzare alla mensa dei più poveri, dei diseredati, delle vittime della violenza e del consumismo. Il gruppo dei volontari, impegnato nella costruzione e manutenzione di una scuola per bambini, riscopre ogni giorno al sorger
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
del sole, la sua collocazione nel mondo. Stendere pennellate su pennellate, allestire l’ambiente, creare spazi idonei adibiti all’insegnamento e alla cultura, rendono ricche di gioia le giornate. Vince la collaborazione, viene premiato l’impegno, e i piccoli gesti paiono doni
meravigliosi. La riconoscenza non ha eguali, la gratitudine della gente del posto commuove. Collaborare al fine di raggiungere obiettivi
che nobilitano l’animo umano, permette di guardare oltre i meandri
della crudeltà e della miseria, malattie queste che incancreniscono i
sentimenti. L’Egitto che vive nell’agio e nello sfarzo, pare non avere
occhi per quella parte di umanità sofferente. Gli alti palazzi grigi e il
fumo denso delle ciminiere, paiono annebbiare gli spiriti di quanti vivono adagiati su baldacchini color rosso porpora. Altro è il senso della vita piena e vera, quella dello spirito. Ciascun uomo è solo di passaggio. Siamo matite nelle mani del Signore, è Lui Colui il quale avrà
premura nel delineare il nostro ritratto. Basta lasciare le redini e
percorrere il fiume, qualunque sia il suo corso. Tutto deve vivere in
funzione di Lui e per Lui. Siamo cittadini chiamati a rendere questo
mondo migliore, debellando ogni sorta di violenza o forma di razzismo. Siamo diversi gli uni dagli altri, ma nella diversità ci si scopre
fratelli del cielo. La nostra meta non deve mai dissolversi …. “Il campo lavoro” diventa dunque esperienza di condivisione, crescita, formazione spirituale, donazione di sé stesso verso l’altro, il povero, il bisognoso, il senza tetto, l’ammalato, il bambino desideroso di affetto. Sorprendente diventa il peso del fardello di ritorno. Non più i soli indumenti sono posti in valigia. Vi è spazio in abbondanza occupato
dall’amore ricevuto in dono, dai sorrisi rubati ai sudanesi in un giorno riservato al divertimento in mare, dalle mani che si toccavano e
stringevano le une con le altre durante i momenti dediti alla preghiera, dal pane bianco, spezzato, condiviso e assaporato con un gusto diverso dal quotidiano. Il “campo lavoro” irrobustisce la spiritualità di quanti aderiscono all’iniziativa carichi di entusiasmo e voglia
di versare una piccola goccia in quell’oceano profondo, ricco di speranza e voglia di cambiare una realtà dolente. Affinché ciascuno leggendo le pagine di questo “diario di bordo”, possa far propria un’esperienza che ha segnato la vita di tanti e possa nascere un germe che
spinga molti a percorrere lo stesso cammino di fede, entro il medesimo “fiume lento” e le medesime gole del deserto dell’Egitto, deserto
che attende l’arrivo della primavera.
Il libro è in vendita presso le librerie, la bottega Filomondo, ed è
ordinabile anche on line sul sito della Casa editrice (www.etet.it). Il
ricavato della vendita permette alla Caritas di finanziare un’altra annualità del progetto di educazione interculturale.
Rossella Fusaro
Caritas diocesana
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VITA DIOCESANA
Quaresima di carità:
la casa dei “Bambini di Gesù”
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La finalità per la Quaresima di Carità 2011 per la nostra Diocesi è il frutto di un “pellegrinaggio” di 50 giovani e adulti guidati da
Paolo Farina e don Mario Cornioli in Palestina l’estate scorsa. Tra i
partecipanti c’ero anch’io e ho potuto conoscere, incontrare e confrontare le diverse situazioni di bisogno che sono presenti nella Terra
Santa.
Già l’11 dicembre 2009 un gruppo di cristiani palestinesi (presieduti dal patriarca latino Michel Sabbah) avevano pubblicato il documento “Kairos Palestina” pieno di dolore per la situazione presente
(occupazione israeliana dei territori palestinesi, innalzamento del muro e umiliazioni subite, ma anche offerta di una lettura di fede, speranza e carità per i palestinesi, per i musulmani, per gli ebrei e per
l’intera comunità internazionale!
Nel mese di ottobre 2010 a Roma il Santo Padre Benedetto XVI
aveva convocato il Sinodo per il Medio Oriente. A conclusione, e in
attesa della esortazione pontificia, il Sinodo ha prodotto un elenco di
proposizioni tra le quali leggiamo: “Occorrerà attirare l’attenzione del
mondo intero sulla situazione drammatica di certe comunità cristiane
nel Medio Oriente, le quali soffrono ogni tipo di difficoltà, giungendo
talvolta fino al martirio. Occorre anche chiedere alle istanze nazionali e internazionali uno sforzo speciale per mettere fine a questa situazione di tensione ristabilendo la giustizia e la pace” (n. 5).
Ecco, dunque, la proposta della nostra Caritas, che come ogni anno, in questo tempo di Quaresima apre la sua attenzione al mondo.
Un progetto in Palestina, a Betlemme.
Negli anni la città di Betlemme ha seguito le sorti della Palestina, essendo stata dapprima occupata dagli israeliani verso la fine degli anni ’60, per poi ricadere sotto il controllo palestinese nel 1996.
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
La popolazione di Betlemme affronta oggi una situazione estremamente critica a seguito del lungo conflitto in corso, reso più aspro dalla
realizzazione del muro di separazione che segna un confine provvisorio tra i territori Palestinesi ed Israeliani. L’economia della cittadina
è fortemente legata al commercio degli oggetti sacri, al turismo e
all’artigianato; la costruzione del muro ha provocato gravi ripercussioni sull’economia e notevoli difficoltà di spostamento per lavoratori
e studenti pendolari.
La difficoltà degli spostamenti tra un territorio all’altro e la difficoltà di rinnovare i permessi di lavoro concessi dall’autorità israeliana, hanno diffuso un clima di tensione e di povertà economica sempre crescente e una mancanza di prospettive future.
A causa delle difficoltà o quasi impossibilità ad attraversare quotidianamente le linee di confine, molti hanno perso il lavoro o incontrano maggiori difficoltà a svolgere normalmente attività imprenditoriali e commerciali, scarseggiano risorse di primaria necessità quali
cibi, medicine e servizi ospedalieri; i flussi turistici che alimentano le
piccole attività commerciali ed artigianali a carattere familiare sono
fortemente calati.
In quest’area geografica la disabilità è frequente e spesso conseguenza dei matrimoni tra consanguinei.
Nella società araba avere dei figli disabili è segno di una punizione divina per delle colpe che i membri delle stesse famiglie avrebbero commesse; riconoscere quindi di avere parenti handicappati rappresenta un grave limite sociale. Per questo chi si trova in questa situazione, spesso viene chiuso in isolamento in casa, nascosto alla vista degli altri, reso invisibile.
I bambini disabili e affetti da malformazioni spesso vengono abbandonati dalle famiglie che vedono nell’handicap un disonore.
Le madri non sanno come far fronte alle disabilità dei figli a causa della mancanza di una cultura dell’assistenza verso i più deboli e
sfavoriti.
Molte in ogni caso le famiglie che non sanno come trattare il familiare disabile o che, comunque, non credono che si possa fare qualcosa per migliorarne la condizione (scuole specifiche, terapie mirate) e
quindi si limitano a nutrirlo e a mantenerlo in vita.
Il nostro progetto sostiene l’Istituto Serve del Signore e della Vergine di Matarà, le cui suore gestiscono l’“Hogar Niño Dios”, casa d’accoglienza per bambini handicappati, abbandonati o in grave necessità.
Le religiose sono in 5, e l’opera che svolgono è dare una casa a 20
ragazzi disabili fisici e mentali che altrimenti non avrebbero dove andare, oltre a seguire altri 10 ragazzi disabili che vengono soltanto per
seguire le attività pomeridiane. Provengono dalle zone limitrofe di Be-
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VITA DIOCESANA
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tlemme, da Ramallah, Jenin e Hebron, mandati da altri centri che
non li possono tenere perché già pieni, o direttamente dalle famiglie,
o ancora perché rifiutati dalle scuole che non vogliono pagare insegnanti specializzati a loro necessari.
Concretamente con le offerte che raccoglieremo nelle nostre comunità parrocchiali sosterremo il costo di alcuni operatori sanitari (fisioterapista, logopedista, fisioterapista occupazionale e idroterapista).
La convinzione nostra e delle suore che vi operano è che un bambino handicappato non è un bambino malato, certamente ha funzioni
biologiche imperfette, ma conserva tutte le esigenze affettive ed educative di un bambino sano.
Quanti pellegrinaggi hanno avuto nella visita alla Grotta della
Natività il suo momento più alto, quanti hanno saputo poi riconoscere nei “piccoli” il volto di Gesù che sin dalla sua nascita ha voluto
essere riconosciuto nei poveri?
Con questo interrogativo avviamo una nuova stagione di carità
nella nostra Chiesa, sicuri che come la primavera potrà portare in sé
segni di speranza e di vita nuova, per tutti.
don Mimmo Francavilla
Direttore Caritas diocesana
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UFFICI DIOCESANI PASTORALI
Luoghi e Volti.
Caritas e terzo settore insieme a Minervino Murge
“Luoghi e Volti. Percorsi di sostegno alla crescita”, è il titolo del
progetto di servizi integrati a favore delle famiglie con minori che, da
ottobre 2009 a dicembre 2010, la Cooperativa Sociale L’Albero ha realizzato a Minervino Murge, grazie al sostegno della Caritas Italiana e
della Caritas diocesana di Andria.
Attraverso il cofinanziamento ottenuto a valere sui fondi
dell’8x1000 infatti, per la prima volta nel comune di Minervino, un
soggetto privato non profit, quale appunto la Coop. L’Albero, ha potuto offrire in maniera organica e continuata, una serie di servizi socio-assistenziali integrati, dedicati alle famiglie con minori. La sede
operativa de L’Albero, attrezzata ed arredata ad hoc, è divenuta un
“centro formativo-ludico-ricreativo” dove i ragazzi ed i loro genitori
hanno potuto usufruire di diversi servizi quali: sostegno post-scolastico pomeridiano, attività musicali di propedeutica, coro di voci bianche,
laboratori creativi, laboratorio teatrale, percorsi di gruppo di sostegno
alla genitorialità e disponibilità ad incontri individuali curati da una
psicoterapeuta familiare. Attraverso queste attività sono stati favoriti
l’incontro, lo scambio, il confronto e la socializzazione non solo tra i
ragazzi, impegnati nelle diverse attività, ma anche tra gli stessi genitori. L’intero progetto è stato fortemente orientato a soggetti in situazione di disagio socio-economico-culturale, con l’obiettivo di attivare percorsi di inclusione sociale.
In termini operativi, già nel mese di settembre 2009 la Coop. L’Albero ha organizzato un corso di formazione di alto livello per educatori professionali/formatori, tra i cui partecipanti sono poi stati selezionati gli operatori che, da ottobre 2009 a giugno 2010, hanno seguito le attività di sostegno post-scolastico. I ragazzi che si sono
iscritti al “doposcuola”, ogni giorno, dal lunedì al sabato, sono stati
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VITA DIOCESANA
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impegnati prima nello svolgimento dei compiti, ed a seguire nelle diverse attività di cui abbiamo già detto, ciascuna curata da un professionista esperto.
A partire da marzo 2010 sono state potenziate le attività musicali. In collaborazione con l’Ass. Musicale “Il colore dei suoni” e con il
sostegno delle parrocchie, è stata fortemente promossa la formazione
di un coro di voci bianche. Luogo di crescita e di incontro, luogo con
un’identità culturale definita, in cui poter fare esperienza di comunità, relazione, scambio, condivisione, cultura, il CORO è per sua natura un’esperienza educante. Per questo l’attività corale è stata particolarmente incentivata e sostenuta e, ad oggi, proprio questa attività, rappresenta uno dei risultati duraturi del progetto. Il coro di voci bianche ET CETERA Junior, diretto dal M° Luigi Leo, è oggi un
nuovo “luogo” generato dal progetto. Non solo una tra le tante attività per impegnare il tempo libero, ma un luogo dove i ragazzi di Minervino, sperimentando la dimensione affascinante ed insostituibile
del canto corale, imparano loro le regole della vita di comunità, superando lo sterile individualismo e lo stile di egocentrismo del nostro
tempo, per aprirsi alle dinamiche di relazione e di comunità.
Il progetto, dopo lo star up della Caritas, continua a svolgere le
proprie azioni sul nostro territorio e sicuramente non solo quanti ne
fanno parte, ma l’intera comunità beneficerà dei risultati raggiunti
che permettono di qualificare sempre più un vivere comunitario armonico e capace di infondere fiducia.
Rossana Giorgio
Presidente Cooperativa Sociale “L’Albero”
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UFFICI DIOCESANI PASTORALI
Una Caritas parrocchiale si racconta:
la parrocchia Gesù, Giuseppe e Maria a Canosa
Il 1° Febbraio 2011 in Canosa di Puglia presso il Centro Servizi
Culturale, si è tenuto un convegno organizzato dalla FIDAPA (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) di Canosa - Spinazzola
- Terlizzi con il patrocinio del Comune di Canosa, Assessorato alla
Cultura, dedicato al ruolo della donna nella realtà culturale del volontariato: dalla C.R.I. alle realtà territoriali.
Il percorso del rispetto, così come è stato intitolato il convegno, ha
sottolineato preliminarmente gli aspetti legali del volontariato partendo dalla Legge n° 266 del 91 con la relazione dell’Avv. Eufemia Ippolito, Vice Presidente Nazionale FIDAPA ed i rapporti tra Istituzioni e Volontariato con l’Assessore comunale alle Politiche Sociali e Famiglia di Canosa, Raffaella De Troia.
Al centro dell’incontro però sono state collocate le testimonianze di
volontariato a partire dalle attività ed esperienza di una volontaria
della CRI, Responsabile degli Ospedali di Roma, alla volontaria UNITALSI di Terlizzi, alla volontaria dell’Associazione Coloriamo Insieme
di Spinazzola, alla Volontaria del Gruppo Amici di Canosa ed infine
alla Volontaria Caritas Parrocchiale.
Tutte esperienze concrete di vita di donne impegnate nel sociale,
nel servizio, nello sviluppo e promozione del bene comune, espressione della cittadinanza attiva, dalle quali sono scaturite riflessioni, proposte, considerazioni positive ma al contempo sono emersi aspetti di
criticità.
Cogliamo l’occasione per riportare alcune parti più salienti della
relazione fatta nel Convegno dalla Operatrice Volontaria Caritas della Parrocchia di Gesù Giuseppe e Maria di Canosa, Avv. Cristina
Saccinto: “…parlare di volontariato nell’anno proclamato dall’Unione
Europea è occasione molto propizia e gradita per evidenziare il ruo-
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VITA DIOCESANA
lo insostituibile del volontariato nella società civile e per estenderlo
al maggior numero possibile di persone, facendo formazione e promozione.
La mia esperienza di volontariato si realizza nella CARITAS PARROCCHIALE della Chiesa di Gesù Giuseppe e Maria in Canosa, che
ha le seguenti finalità:
– promuovere la testimonianza della carità,
– promuovere la formazione di operatori pastorali,
– predisporre piani di intervento e stimolare le Istituzioni civili nel
sostegno ai bisogni.
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La CARITAS PARROCCHIALE è all’interno della Parrocchia
strumento di aiuto per tutta la comunità a divenire soggetto unitario
di carità, cioè essa ha in primis compiti pedagogici, promozionali e di
coordinamento.
Occorre, infatti, partire dal presupposto che tutta la CHIESA è
chiamata alla CARITÀ CRISTIANA, pertanto l’equipe Caritas della
Parrocchia deve essere stimolo per tutta la comunità. Segno visibile
della carità, antenna che capta i bisogni e li segnala alla comunità;
in questa direzione la CARITAS PARROCCHIALE realizza la sua
funzione educativa:
EDUCARE ALLA CULTURA DELLA CARITÀ significa insegnare
a fare i conti con il dolore e la povertà, a far dono di sé e del proprio tempo con gratuità, non come fatto episodico, sporadico ed occasionale tipico della elemosina o della beneficenza.
L’EQUIPE CARITAS, in cui opero, vede il coinvolgimento di diversi laici che si occupano di attività diversificate a seconda delle proprie competenze ed attitudini. Oltre al soccorso prestato per le grandi emergenze, attraverso raccolte di fondi o di derrate alimentari.
Tante sono le persone che per svariate ragioni di bisogno si rivolgono al Centro Caritas Parrocchiale o meglio al parroco o a noi, volontari Caritas. In genere accade che dopo un primo contatto informale si passa ad un approccio che si formalizza con generalità, certificati di residenza e situazione di famiglia, perché i nostri assistiti o
utenti che dir si voglia hanno una propria scheda anagrafica, aggiornata periodicamente e corredata delle informazioni seppur sommarie
circa il loro stato di bisogno. Uno dei criteri di servizio è quello
dell’appartenenza territoriale alla parrocchia, questo per non disperdere energie e per coordinarci all’interno del territorio comunale con
le altre Caritas parrocchiali.
Un altro criterio è quello della non dazione di danaro, le richieste
in tal senso non sono previste dal nostro tipo di intervento ritenendole non utili alla soluzione dei problemi della persona. Tutte le vol-
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te in cui la situazione lo richiede, ci mettiamo in contatto con l’Ente
Pubblico, Assessorato servizi Sociali, chiedendo loro un aiuto, perché
si realizza una rete con il pubblico e con il territorio.
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I Servizi che nel quotidiano cerchiamo di garantire vanno:
dalla Distribuzione quindicinale di generi alimentari, prodotti di
prima necessità, indumenti, accessori per la prima infanzia. Le
scorte alimentari e vestiarie provengono dalla generosità dei parrocchiani, dalla collaborazione di aziende locali più sensibili e dal
costante sostegno della Caritas Diocesana;
all’Ascolto discreto delle diverse problematiche che angustiano chi
vive il disagio, che riguardano molto spesso la ricerca del lavoro,
la ricerca della abitazione, le dipendenze, le difficili situazioni affettive o di rapporti coniugali. Questo ci serve ad inquadrare la situazione, a conoscere il problema e ad orientare, il compito più arduo è senz’altro questo. Non avendo le risorse per risolvere o per
dare risposte a tutti, possiamo solo sforzarci di orientare, di essere cassa di risonanza. Relazionarci con la persona nel rispetto della dignità umana, per non abbandonarli al loro disagio;
al Laboratorio Caritas che progetta ed opera manualmente per finalità caritative, per fronteggiare situazioni di emergenza.
ai Momenti di aggregazione periodici, al fine d favorire la conoscenza, l’integrazione all’interno della comunità.
Quando il Volontariato prende corpo e forma, prende nomi e cognomi è sempre difficile parlarne, però un laico deve uscire dall’anonimato perché chiamato ad essere cittadino corresponsabile nella chiesa e nella società. D’altronde il Programma Pastorale Diocesano dello
scorso anno: una comunità che educa alla cittadinanza, abitare il
mondo, ci chiama a farci testimoni di una carità aperta al mondo,
agli scenari agli sviluppi globali in cui viviamo, ai forti cambiamenti,
che devono portare un cambiamento dei nostri modi di pensare, di
agire, a stili di vita, scelte quotidiane di consumo più consone alle ristrettezze, alla sobrietà alla sensibilità verso l’altro. Meno sprechi, più
condivisione e più disponibilità per il bene comune”.
a cura degli animatori parrocchiali
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VITA DIOCESANA
Il commercio equo e solidale in Palestina
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Il giorno in cui siamo stati a Ramallah, durante il magnifico pellegrinaggio sui generis vissuto quest’estate in Palestina, la Bottega
del Mondo di Andria FILOMONDO (sita in via Bologna 115), attraverso una piccola delegazione composta da Giovanna Tangaro, Don
Mimmo Francavilla e dal sottoscritto, ha incontrato Shadi S. Mahmoud, responsabile delle relazioni esterne dell’organizzazione PARC
(Comitati Palestinesi di Sostegno Agricolo). Saliti su uno degli innumerevoli taxi di color giallo Mahmoud ci ha portato nella loro sede
centrale per descriverci qual è la situazione attuale del commercio
equo e solidale in Palestina, che in quest’ambito sembra essere il
“Paese” (sigh!!) più attivo in tutta la regione Araba e del Medio
Oriente.
Il commercio equo e solidale (Fair Trade) è una relazione commerciale, basata sul dialogo, sulla trasparenza, il rispetto dei diritti
umani e dell’ambiente, su relazioni di lunga durata e sul prefinanziamento degli ordini (evitando l’indebitamento degli agricoltori con
banche o usurai), cercando il più possibile l’equità nel commercio internazionale e pagando prezzi più alti rispetto a quelli imposti dalle
multinazionali. Esso contribuisce allo sviluppo sostenibile offrendo migliori condizioni commerciali a produttori e lavoratori marginalizzati
dei Sud del Mondo.
In un contesto caratterizzato dalla brutale occupazione che perdura da quasi 62 anni, tra il 1987-1993 PARC iniziò a sostenere e
diffondere il concetto di economia domestica e di cooperativa rurale,
dando vita ad un “Home Garden Programme” (programma giardino
domestico) con il quale venivano distribuite piantine, semi, e pecore a
migliaia di povere famiglie rurali marginalizzate che stavano vivendo
sotto l’assedio israeliano. In seguito cominciò ad assistere queste coo-
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
perative anche nella vendita dei loro prodotti, dapprima nelle città
palestinesi e successivamente nel circuito del Commercio Equo e Solidale internazionale.
In più PARC (in collaborazione con l’Unione degli Agricoltori Palestinesi - Palestinian Farmers Union) offre supporto tecnico e logistico alle varie cooperative di agricoltori, permettendo loro di offrire
prodotti di più elevata qualità, e quindi maggiormente remunerati.
La crescita del mercato di prodotti come mandorle (con cui si producono i confetti), timo, cous-cous, datteri, olio d’oliva biologico e saponi, in Europa, USA, Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Regione
del Golfo, rappresenta una nuova speranza per altri agricoltori e donne palestinesi. Infatti sono circa 8.000 i Palestinesi che, in differenti
aree, beneficiano direttamente del Fair Trade, ottenendo per le loro
produzioni prezzi 20-25% maggiori di quelli del mercato locale. Ciò significa che i loro figli hanno un più facile accesso all’educazione e alle cure mediche, mentre i contadini stessi acquistano più fiducia in
se stessi e consapevolezza socio-politica lavorando le proprie terre
(sotto costante minaccia di confisca israeliana). E ciò significa anche
un ulteriore veicolo di informazioni circa la situazione alla quale sono condannati dalle politiche israeliane (come le restrizioni alle libertà individuali o la costruzione incessante di colonie: interi quartieri o coltivazioni fortemente sussidiate sui territori sottratti ai palestinesi).
Oggi, dunque, il commercio equo è diventato un importante mezzo per realizzare uno sviluppo sostenibile: una cultura che aiuta i poveri ad evitare gli aiuti umanitari ed a guadagnarsi una vita dignitosa, a beneficio cioè di migliaia di svantaggiati piccoli agricoltori e
donne delle aree rurali palestinesi. È cioè la prova che una maggiore
giustizia nel Mondo è ancora possibile. Ed è praticabile quotidianamente attraverso le scelte di voi consumatori.
Marcello Carbutti
Bottega del Mondo “Filomondo”
- Fatti dai Sud della Terra -
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VITA DIOCESANA
UFFICIO DI PASTORALE SOCIALE E DEL LAVORO, GIUSTIZIA,
PACE E SALVAGUARDIA DEL CREATO
Salvaguardia del creato
e impegno contro le fonti di inquinamento
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La Consulta Diocesana della Pastorale Sociale di Andria, composta dai settori “Lavoro e Problemi Sociali”, ”Giustizia e Pace”, “Salvaguardia del Creato” cui aderiscono realtà ecclesiali, sociali e sindacali impegnata con la Chiesa Locale, nella costruzione del bene comune, nella formazione riguardante comportamenti individuali e collettivi, sociali e istituzionali di custodia del creato e solidale con quanti
spendono le proprie energie per un mondo sempre meno inquinato e
più sano in ogni dimensione della vita umana, convinta che gli eventi drammatici e tragici vicini e lontani, ormai all’ordine del giorno, ci
costringono a pensare che la custodia del creato non è questione soltanto di buoni sentimenti, di deleghe al mondo del volontariato o che
interessi unicamente alcune aree o realtà o Paesi del mondo, ma è
responsabilità del nostro vivere quotidiano perché le grandi questioni
planetarie e le soluzioni autentiche delle fragilità e criticità di questa
nostra famiglia umana in ogni angolo del pianeta hanno radici nel
nostro cuore, nei nostri progetti e nei nostri comportamenti e trovano in essi il fondamento dell’autentica cultura della vita, unisce la
propria voce a quanti si oppongono alla implementazione di una nuova cementeria prevista nell’agro di Trani, al confine con il territorio
andriese, perché, siamo convinti che
- rappresenti una scelta non oculata di ulteriore fonte di inquinamento dei territori comunali confinanti e della salute di tutti gli
abitanti in essi residenti, a partire dalle persone più indifese,
più deboli e più a rischio;
- sia carica di ricadute negative sull’economia della nostra agricoltura, ricchezza primaria delle nostre popolazioni; crede che la risposta degli Amministratori a nuove opportunità economiche per
le casse comunali o al problema lavoro, che nella fascia giovanile,
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
reggiunge ormai quasi il 30%, non possa e non debba passare attraverso percorsi che aumentino i rischi di vivibilità e assuefazione ad una cultura che diventa sempre più selettiva ed escludente
da un lato e rassegnata dall’altro, ma debba aprirsi al rispetto dei
diritti e delle necessità effettive dei singoli cittadini e della collettività, favorire occupazione reale per tutti (che ne è di lavoratori/trici che a 45/50 anni perdono il lavoro e delle famiglie che non
possono contare su una entrata mensile certa e sufficiente per i
propri bisogni primari, il mutuo della casa, ecc?), valorizzando le
risorse locali, aprendo nuovi sbocchi di lavoro alla creatività giovanile, dando vita a una imprenditoria che metta al centro lo sviluppo del territorio e il ben-essere delle popolazioni.
Piuttosto che bruciare, sprecare e distruggere per consumare sempre di più, siamo convinti che valga la pena di imparare la sobrietà
della vita, avviare con convinzione e serietà di controlli la differenziata, educare al recupero, al riciclo e al riuso di tutto ciò che è possibile per il rispetto dell’ambiente e delle persone, per dare nuova linfa alla convivenza civile, alla formazione giovanile, ad un presente
che cammini fiducioso verso il… futuro.
Il settore “salvaguardia del creato” della Consulta è disponibile,
pertanto, ad attivare conferenze itineranti, curate da studiosi della
materia e tecnici che si sono resi disponibili, nelle comunità parrocchiali e nel mondo dell’associazionismo per migliorare sempre più la
consapevolezza che la cura dell’ambiente è un indice intangibile di
coerenza con quanto affermato da Benedetto XVI nel Messaggio per
la Giornata della Pace del 1° gennaio 2010 “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato” e dalla CEI nella V° Giornata per la Salvaguardia del Creato, a settembre scorso, “Custodire il creato per coltivare la pace”.
don Vito Miracapillo
Direttore della Consulta Pastorale Sociale
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VITA DIOCESANA
UFFICIO DI PASTORALE SANITARIA
“Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1 Pt 2,24)
XIX Giornata Mondiale del Malato
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L’attenzione pastorale della Chiesa in Italia per gli ammalati, i loro familiari, i volontari e gli operatori professionali della sanità è in
costante crescita. Sul versante della salute si affrontano, oggi più che
mai, questioni decisive per la nostra società e per il futuro dell’umanità.
I vescovi italiani hanno accolto l’appello, lanciato da Giovanni Paolo II (Evangelium Vitae) e confermato da Benedetto XVI, ad affermare e far crescere una nuova cultura della vita umana.
Il programma triennale dell’Ufficio CEI per la sanità, ha come tema: “Educare alla vita: sfida e profezia per la pastorale della salute”.
In questo contesto si celebra l’11 febbraio la XIX Giornata Mondiale del Malato, avente per tema “Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt. 2,24).
Memore del comando del Maestro di Galilea, la Chiesa fa sua l’avventura di riconoscere il suo volto nelle piaghe sofferenti di ogni uomo, perché “se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente, il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione”.
Benedetto XVI lo ribadisce nel suo messaggio al mondo credente
e agli uomini di buona volontà, cittadini e istituzioni, ricordando a
tutti che è dell’uomo essere capace di compassione, una attitudine che
lega insieme i diversi per fede e cultura e rilancia a ogni latitudine
il bisogno di cura come estrema espressione della giustizia.
“Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana”. (Spe salvi n° 38).
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
Sguardo, quello del Papa, che copre di tenerezza chi dal male è
stato visitato. Se è vero che il sofferente deve potersi confrontare, con
la sua fede, per trovare in sé la forza di una compagnia che gli viene da Dio, riconoscendo che Lui alla “prepotenza del male ha opposto
l’onnipotenza del suo amore” , è anche vero che tutti devono avere lo
sguardo puntato sulla croce e imparare a vedere nella croce la consolazione a ogni sofferenza: “In ogni sofferenza umana, allora, è entrato Uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; in ogni sofferenza si diffonde la CON-SOLATIO, la consolazione dell’amore partecipe di Dio per far sorgere la stella della speranza” (Spe salvi n° 39).
La croce, le piaghe dolorose del Maestro sono la cura definitiva di
ogni sofferenza, e se nel frattempo il pungolo del dolore non abbandona la carne malata dell’uomo porovato, la sua speranza di salvezza
non sarà delusa, perché “Dalle sue piaghe siete stati guariti”
(1Pt. 2,24), dalla croce di Gesù di Nazareth.
“La croce è il sì di Dio all’uomo, l’espressione più alta e più intensa del suo amore e la sorgente da cui sgorga la vita eterna”.
Il Messaggio di Papa Benedetto XVI è un appello rivolto alle diocesi del mondo, agli operatori pastorali del settore, per far sì che il
Vangelo sia annunziato agli ammalati e che gli ammalati possano essere inseriti a pieno titolo nella comunità credente come Vangelo
scritto nella propria carne. Appello che preziosamente, e in modo del
tutto particolare, il Papa rivolge ai giovani colorando il loro prossimo
impegno di Madrid, per la Giornata Mondiale della Gioventù in agosto, con una provocazione stimolante; guardare negli occhi il Maestro
e imparare da Lui a essere compagni dell’ammalato; riconoscere Cristo nel sofferente e far amicizia con il dolore, senza mai fuggirlo per
paura di dirsi il vero. “Seppiatelo riconoscere e servire anche nei poveri, nei malati, nei fratelli sofferenti e in difficoltà, che hanno bisogno del vostro aiuto” chiede Benedetto XVI ai giovani, perché solo così la festa della vita diventa un banchetto di pace. Questo il messaggio di Papa Benedetto. Agli uomini di giustizia e di pace il compito
di costruire ponti di compassione.
don Michele Troia
Direttore Ufficio per la Pastorale della Salute
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VITA DIOCESANA
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
AZIONE CATTOLICA
Riflessioni sul Seminario Nazionale ACR:
“Tweens. La preadolescenza: un’età a più velocità”
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Da sempre la curiosità stimola la ricerca suscitando stupore. E
l’ufficio centrale ACR ha saputo stupirci, oltre che arricchirci, con un
seminario di studi tenuto da profondi conoscitori del mondo adolescenziale che hanno analizzato l’universo dei Tweens in tutte le sue
sfaccettature e sempre con uno sguardo attento alla realtà, con un
approccio pratico e concreto a questa sorta di terra di mezzo di tolkeniana memoria.
Partiamo dal titolo: chi sono i tweens? Il termine sta a indicare in
mezzo, fra (dall’inglese between), si tratta dunque di ragazzi non più
bambini e non ancora adolescenti, che vanno a più velocità: quella del
fisico, che si sviluppa e trasforma sempre più precocemente, e quella
della sfera psico-emotiva, più lenta, legata alla corporeità, al faccia a
faccia, al contatto fisico, che può essere l’abbraccio della mamma o lo
scazzottamento con il compagno di squadra, ma è altresì attratta dal
sentirsi e volersi “grande”, dalla voglia di sperimentare il distacco
dalla famiglia, essere parte del gruppo, scolastico, sportivo o parrocchiale che sia.
Come possiamo noi educatori gestire questa “emergenza educativa”?
Nel suo intervento il prof. Savagnone sosteneva che l’emergenza
educativa riguarda più gli adulti che i ragazzi. Perché, riprendendo
il bel parallelo fra il rapporto ragazzi-adulti e la storia di Alice, proposto da Mirko Campoli a conclusione dei lavori, gli adulti hanno
sempre fretta, come il Coniglio; talvolta sono incomprensibili, come
il Cappellaio; talvolta troppo autoritari, come la Regina. Alice, invece, è mossa dalla curiosità, dalla voglia di scoprire senza neanche
porsi il problema di dove andrà a finire. Noi adulti siamo sempre
pronti a scommettere e investire sul futuro dei ragazzi, ma ci chiediamo cosa pensano del futuro – se mai ci pensano – loro che vivo-
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
no nel qui e ora, in una realtà sempre più virtuale e sempre meno
reale?
Il tema scottante dei social network è stato affrontato con sapiente intelligenza da don Mario Delpiano, il quale, lungi dal demonizzarli, ne ha messo in evidenza i possibili risvolti positivi, purché non
si perda la consapevolezza che si tratta pur sempre di strumenti.
La questione è a dir poco complessa, tanto più quando si tocca
l’argomento evangelizzazione. L’abbandono post-cresima è sempre più
diffuso e anche in questo senso le agenzie preposte stentano a trovare
soluzioni. Una possibilità ci viene suggerita da don Armando Matteo,
il quale insiste sul dare fiducia ai ragazzi affinché superino la vergogna. E un’iniezione di fiducia la fa a noi, educatori di ACR, quando
afferma che l’ACR è forse l’unica realtà in grado di abolire questa
vergogna, di far capire che la chiesa è per ogni stagione della vita;
che Dio non è affare della chiesa, ma di chiunque voglia una vita
buona; che la fede (che è una forma di fiducia!) non è una questione
di cuore, ma di corpo e di libertà e che è una sfida, per questo è difficile. E se la preadolescenza è un periodo di rottura, rompiamo anche noi gli schematismi e facciamo capire ai ragazzi che «il cristianesimo è più di una morale sessuale, più di quello che dice la famiglia
o la TV, più dei preti con la pancia e delle suore con i baffi». Insomma compito dell’educatore è stimolare domande, sollevare dubbi e
dare fiducia. Non dimentichiamo, ancora con il prof. Savagnone, che
l’educatore è un pescatore che va alla ricerca dei pesci; sono sott’acqua e non li vede, non li giudica, ma li segue, li osserva, riflette e
studia le loro mosse, solo dopo aver pescato si “trasforma” in contadino, che pianta il seme, lo coltiva e lo ama perché dia frutti.
Valeria Fucci
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VITA DIOCESANA
Per amore della persona.
Un percorso formativo di AC sulle questioni bioetiche
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“L’uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena, poiché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio.” (Evangelium Vitae 2)
Rivestiti della pienezza di vita e consapevoli della necessità di
continuare il cammino formativo di ricerca dei valori autentici relativi alla dimensione affettivo-relazionale nella vita di coppia, il settore
adulti dell’Azione Cattolica Diocesana di Andria ha continuato il percorso organico guidato da don Luigi Renna, rettore del seminario
pontificio regionale pugliese, docente di teologia morale.
“Maternità e paternità responsabile, alla luce del magistero e della teologia” il titolo del nostro primo incontro. Nell’ottica di una sessualità di coppia che comprenda in sé sia la funzione riproduttiva sia
quella di intimo rapporto relazionale, il Cristiano è chiamato ad una
straordinaria compartecipazione alla natura generativa di Dio e nello
stesso tempo ad un utilizzo gioioso e positivo della propria reciproca
corporeità. Siamo strumenti e coautori nel procreare nuova vita per
volere di Dio, con la responsabilità di regolare in maniera armoniosa
tale capacità secondo la nostra razionalità.
Sul controllo delle nascite la Chiesa ha in passato fatto un lungo cammino di discernimento per elaborare il suo insegnamento in
una materia così delicata, che va ad intercettare la sfera affettiva e
sessuale della coppia e la coscienza e la libertà umana. La coppia
può e deve avere la possibilità di vivere la propria sessualità anche
e non solo a scopo procreativo, per vivere in pienezza anche il significato unitivo. Questo comporta lo sviluppo di una maturità ed
una comunanza di intenti all’interno della coppia che possono essere raggiunti attraverso una formazione ed un sostegno soprattutto
da parte di chi, all’interno della Chiesa ha sviluppato specifiche ca-
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
pacità tecnico-scientifiche, come ad esempio gli operatori dei consultori familiari cristiani.
Nel secondo incontro don Luigi ha guardato al tema “Interruzione
della gravidanza…interpella la coscienza del credente”. Il dibattito
sull’aborto è divenuto molto vivo dall’epoca del referendum popolare
che ha introdotto la possibilità in Italia di praticare l’interruzione volontaria della gravidanza entro determinate condizioni. La vita è un
dono di Dio e come tale va accettata e difesa, ed in particolare quella dell’embrione. La Chiesa, sempre aperta al dialogo continuo, mantiene salda la dignità di essere umano all’embrione fin dal suo concepimento; per noi Cristiani la vita ha inizio nel momento stesso in
cui i cromosomi del padre e quelli della madre si uniscono in una
nuova cellula, lo zigote, che porta in sé un corredo genetico e quindi
una individualità unica ed irripetibile, perché unico ed irripetibile è
ciascuno di noi nel cuore e nella mente del Creatore.
La fermezza delle posizioni della Chiesa su tematiche che, come
queste, toccano il rispetto e la sacralità della vita, non va confusa
però con un atteggiamento di condanna verso l’uomo o con una sorta
di freddo e distaccato decalogo moralistico. Lo stesso don Luigi ha ricordato anche l’atteggiamento tenero e misericordioso della Chiesa
verso la fragilità umana, verso il dramma che spesso accompagna
scelte tragiche e dolorose.
Il percorso formativo sulle questione bioetiche, intrapreso dal settore adulti dell’A.C., ha mantenuto l’impegno di stimolare il pensiero, la
consapevolezza e l’attenzione verso la ricerca del bene integrale della
persona umana e la sua vocazione massima all’amore per la vita,
mettendo in relazione le diverse generazioni, convocandole ad un discernimento comune.
I prossimi anni, comunque, ci vedranno impegnati nella ricerca di
modi nuovi per fare educazione e di nuovi modi di comunicare, lo faremo con impegno affidandoci, come sempre, all’aiuto dello Spirito.
Giulia e Giuseppe Coratella
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VITA DIOCESANA
Echi della XIV Assemblea Elettiva diocesana
di Azione Cattolica
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Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore…” (Sal 138)
Queste parole del Salmo rendono senza dubbio benissimo lo spirito con il quale la XIV Assemblea Elettiva Diocesana è stata preparata e vissuta, una assemblea che conclude l’esperienza di servizio donato in tre anni da tutti i soci di Azione Cattolica e che apre al rinnovo degli incarichi della responsabilità associativa a livello diocesano.
L’Assemblea è stata aperta la sera del 18 febbraio, nella Chiesa
del Carmine, con una veglia di preghiera guidata da Mons. Ugo Ughi,
vice Assistente generale dell’Azione Cattolica, alla quale erano invitati
non solo i delegati alla stessa Assemblea, ma anche tutti i soci
dell’AC, chiamati a riflettere e a lasciarsi interrogare dal brano evangelico che guida l’AC in questo anno: “Voi siete il sale della terra…
Voi siete la luce del mondo”.
A questo momento importante e partecipato, è seguito, sabato 19
febbraio, il momento assembleare vero e proprio, apertosi con la celebrazione dei Vespri, presieduta dal Vicario don Gianni Massaro (che
ha fatto le veci del nostro Vescovo, al quale tutti ci uniamo nel dirgli un immenso grazie per l’attenzione che sempre ha mostrato e mostra per l’Azione Cattolica), che ha consegnato le nomine ai Presidenti
Parrocchiali; successivamente i ragazzi dell’ACR hanno portato un
sorriso sul volto dei partecipanti allietandoli per qualche minuto con
un simpatico gioco. Subito dopo c’è stato l’insediamento degli organi
assembleari con la nomina del Presidente dell’Assemblea, il Prof. Nicola Conversano, e della Segretaria dell’Assemblea, Gabriella Calvano,
a cui sono seguite le relazioni della Presidente Diocesana Anna Maria Basile e del Delegato Regionale Vincenzo Di Maglie e le votazioni
a cui erano chiamati quattro (o cinque, in caso di associazione terri-
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
toriale con più di cento iscritti) delegati per parrocchia: il presidente
ed un rappresentante per ogni settore.
Il sentimento di GRAZIE è stato il fil rouge che ha tenuto insieme la relazione della Presidente Diocesana, chiamata a fare un bilancio dei sei anni di responsabilità, all’interno dei quali si è vissuto
il momento importante del Centenario della nostra AC diocesana.
Fondamentale è stato il richiamo, ad inizio relazione, ai primi due
articoli dello Statuto e al Progetto Formativo. Riflettere ogni volta sul
fatto che essere laici di AC voglia dire essere laici “semplicemente”
radicati nel Battesimo rappresenta un punto di forza per tutti i soci,
chiamati al servizio gioioso ed in comunione con tutti, chiamati ad
uno stile di verità nella carità. Ripartire dai documenti fondamentali
dell’Associazione vuol dire, ha sottolineato ancora Anna Maria, riscoprire ogni volta la nostra chiamata a spenderci per la formazione “alla vita buona del Vangelo”, come chiede l’episcopato italiano negli
Orientamenti Pastorali per il prossimo decennio, al cui interno (al n.
43) si fa esplicitamente riferimento all’Azione Cattolica quale «scuola
di formazione cristiana». Tale formazione non può essere il frutto di
un impegno individuale, ma si deve inserire in un cammino di comunità, di «squadra», ha più volte affermato Anna Maria.
Proprio l’importanza della dimensione comunitaria e della autenticità delle relazioni ha guidato l’Azione Cattolica nella sua verifica del
sessennio. In particolare, ci si è interrogati sul cammino percorso, ma
soprattutto su ciò che questa Presidenza e questo Consiglio lasciano
a chi verrà dopo: è questo un elemento da cui non si può prescindere in quanto la nostra è una storia che si vive di “generazione in generazione”, coscienti che solo valorizzando il passato, e con esso le nostre radici, è possibile progettare un futuro pieno e autentico. La valutazione dei sei anni appena terminati hanno portato l’AC, così come emerso dalla relazione della Presidente, a prendere coscienza che
si è lavorato perché:
– si sperimentasse il servizio, soprattutto un servizio mosso dalla fiducia, dall’affidamento, dal coraggio;
– si insistesse sul senso di unitarietà, intesa in termini di farsi carico gli uni degli altri, recuperando un modo di fare Associazione
nell’essere UNA, pur se articolata in più settori, e di essere Chiesa, pur nella convinzione di essere imperfetti, fragili e bisognosi di
affidarsi a Dio;
– si progettasse una formazione a trecentosessanta gradi, che fosse,
cioè, sociale e spirituale, oltre che ecclesiale ed associativa;
– ci si impegnasse in vista di relazioni rinvigorite, con la consapevolezza che è bello e prezioso scoprirsi fratelli nella diversità. Da
ciò sono scaturite comunicazioni con andamento circolare, giammai
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VITA DIOCESANA
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verticistico, per fare in modo che tutti i membri dell’Associazione
fossero sempre coinvolti il più possibile in ogni scelta ed in ogni
momento della vita dell’AC;
si vivesse una partecipazione più completa e più costante, nella
consapevolezza della preziosità delle presenza di ciascuno, sempre;
si costruisse un profondo legame umano, oltre che associativo, tra
comunità parrocchiali, tra queste e il Centro Diocesano e tra quest’ultimo e il Centro Regionale e Nazionale. In questo modo l’Azione Cattolica si è scoperta meno autoreferenziale e più necessitante di confrontarsi per poter meglio crescere e servire;
si lavorasse in vista di una adesione più consapevole, pur trovandosi in un periodo dove si sperimenta ogni giorno la crisi dell’associazionismo.
L’impegno del periodo appena conclusosi si è concretizzato nel recupero del senso e del valore della corresponsabilità (nell’accezione più
alta del termine), vissuta non solo negli ambienti ecclesiali, ma anche
sociali e politici. Efficace, a tal proposito, è stata la citazione, fatta da
Anna Maria, di don Tonino Bello: «Dovete portare la tuta di lavoro
in chiesa e la veste battesimale in ufficio, in banca, nella scuola», ad
indicare che compito dell’AC è proprio quello di favorire il recupero
dell’osmosi tra fede e vita.
Questi elementi e molti altri spunti di riflessione sono stati l’argomento di una intensa, sentita ed emozionata relazione di Anna Maria Basile, che, come soci di AC, Presidenti Parrocchiali, membri del
Consiglio e della Presidenza Diocesana, ringraziamo sulle pagine della Rivista Diocesana.
Così come Anna Maria, anche il Delegato Regionale, Vincenzo Di
Maglie, ha esordito col ringraziare per i legami che grazie all’AC si
sono creati, ma soprattutto per la nostra Associazione, che da più di
140 anni ha come priorità l’impegno educativo. È questo evidentemente un discorso che ci coinvolge tutti, ha asserito Vincenzo, poiché
tutti abbiamo delle profonde responsabilità nei confronti delle generazioni future. «Sono io il custode del mio fratello?» (Gn). Assolutamente sì, perché è proprio del DNA del laico di AC, del suo cuore, prendersi cura di chi gli è posto accanto. Responsabilità è, ha continuato
il Delegato Regionale, rispondere ad una situazione. Essa ha dimensione relazionale, è libera, è nei confronti dell’altro, la cui presenza
inevitabilmente ci interpella, ci scuote, ci interroga. È una responsabilità, poi, che non può non concretizzarsi anche nei confronti della
società. Non possiamo, tuttavia, assumerci una responsabilità di tale
natura se non ci impegniamo prima di tutto a riflettere su noi stessi e a formarci a nostra volta.
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
Anche Vincenzo Di Maglie, come la Presidente Diocesana, ha ripreso lo Statuto, in particolare gli Artt. 1-3. Questi articoli hanno per
noi una importanza fondamentale: ci spingono a riflettere sul fatto
che è nel mondo di tutti i giorni che siamo chiamati a portare il nostro contributo. Paolo VI, quando parlava di impegno dei laici invitava costoro a stare più vicini alla Chiesa per potersi formare al meglio perché, poi, il loro compito, la loro missione, andava vissuta nel
quotidiano, in tutti gli ambienti di vita e di lavoro. Il laico, dunque,
deve prendersi cura il più possibile di se stesso perché solo in questo
modo può portare qualcosa agli altri: solo allora sarà testimone di
Cristo.
Come fare perché il nostro sì sia responsabile e originale? Vincenzo ci ha dato alcuni preziosi suggerimenti:
vita spirituale alta ed intensa: bisogna puntare alle alte vette,
scrutare il cielo, fare in modo che la fatica della quotidianità non celi l’infinito;
fare della comunità ecclesiale il luogo della nostra formazione, nella consapevolezza che questo non ci può bastare. Bisogna vivere la
città ed avere la dimensione della piazza come luogo dell’incontro, in
cui si affina il dialogo, in cui ci si confronta.
Riscoprire, ogni volta nuovamente, il valore e la bellezza di essere
associazione, per non sentirsi mai soli o solisti fuori dal coro.
Non bisogna mai trascurare, tuttavia, il fatto di essere delle persone libere. Solo chi è libero non ha difficoltà a incontrare chi è diverso da sé, di dialogare con chi la pensa in modo differente. Tutto
questo fa della nostra responsabilità il luogo educativo per eccellenza:
la responsabilità è un atto d’amore che compiamo ogni giorno. Per
farlo serve, però, saper sperare: anche di fronte alla più grande difficoltà.
Chiudendo il suo intervento, Vincenzo Di Maglie, ha, allora, augurato, ai soci di AC di Andria, di essere sempre, ovunque, in qualsiasi occasione, «soci e responsabili in grado di tracciare percorsi di
responsabilità pieni di speranza e autorevolezza». In questo modo la
responsabilità è la risposta ad una chiamata e non sterile peso da
portare sulle spalle.
In conclusione, mi sembra doveroso riprendere la parte finale della relazione di Anna Maria Basile, nella quale ella fa il suo augurio
al nuovo Consiglio e alla nuova Presidenza Diocesani servendosi delle parole di San Francesco: «Noi abbiamo fatto la nostra parte… la
vostra, ve la insegni Cristo».
Duc in Altum Azione Cattolica!
Gabriella Calvano
Centro diocesano A.C.
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VITA DIOCESANA
Dal documento finale
dell’Assemblea Elettiva di AC
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Dal Documento Finale approvato in seno alla XIV Assemblea Elettiva Diocesana.
Esso è stato articolato in tre parti:
1. Il percorso da cui veniamo,
2. Il nostro vissuto,
3. L’AC che consegniamo.
In particolare riportiamo integralmente la terza parte del Documento.
L’AC CHE CONSEGNIAMO
Papa Benedetto XVI indica chiaramente quali debbano essere oggi le priorità della Chiesa: una fede adulta, una Chiesa profetica; un
laicato maturo. Non è facile, oggi, incarnare e fare propri questi concetti. Molto spesso cediamo alla tentazione di rinchiuderci nello spazio ristretto del gruppo e di sentirci appagati nell’eseguire compiti affidatici dai sacerdoti, ma ad un laico che si sente chiamato ad offrire il suo servizio alla Chiesa attraverso l’esperienza dell’AC viene
chiesto qualcosa che va oltre il perimetro dell’altare e lo fa uscire nella piazza.
La Chiesa diocesana nel Convegno Ecclesiale dello scorso ottobre
“Andate anche voi nella mia vigna. Riscopriamo la vocazione dei laici nella Chiesa e nella società, oggi” e la Chiesa di Puglia, in cammino verso il Convegno Ecclesiale Regionale “I laici nella Chiesa e
nella società pugliese, oggi” ci interpellano innanzitutto sulla corresponsabilità e l’impegno formativo, che connotano fortemente la nostra associazione e per i quali posiamo spenderci come laici.
Quale A.C. consegniamo al futuro in questa Assemblea? Un’AC
più matura, più consapevole, con una buona dose di buona volontà e
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
di entusiasmo per crescere e per affrontare le sfide che il tempo presente ci chiede di vivere. Ad essa affidiamo la cura di una vita spirituale alta e intensa, con la guida degli assistenti, l’impegno educativo, che più ci sta a cuore, l’impegno alla formazione, alla corresponsabilità, a sviluppare la missionarietà oltre il campanile, in un
dialogo costruttivo con il territorio, continuando il percorso intrapreso
nello stile della partecipazione, dell’unitarietà e dell’intergenerazionalità. Affidiamo all’Azione Cattolica diocesana del futuro: adulti che
siano capaci di essere responsabili, educatori, testimoni più che maestri; giovani che sono una risorsa prima ancora che un “problema pastorale” e ragazzi che comunicano la spontaneità e la gioia della fede
in Gesù Cristo, che vogliamo portare al mondo.
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VITA DIOCESANA
Un pellegrinaggio dell’Azione Cattolica
in Terra Santa
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Dal 28 dicembre al 5 gennaio si è svolto in Terra Santa il pellegrinaggio della Presidenza nazionale di Azione Cattolica con la partecipazione di 50 rappresentanti di quasi tutte le regioni italiane, Presidenti diocesani insieme ad alcuni membri della Presidenza nazionale, consiglieri regionali e nazionali e collaboratori degli uffici centrali.
L’iniziativa si inserisce nel rapporto di prossimità che da sempre
unisce l’AC alla Terra Santa, secondo lo stile di un incontro che riguarda non solo i luoghi santi e le tracce della presenza storica di
Gesù in questa terra, ma le “pietre vive” di una comunità cristiana
che in modo particolare, negli ultimi tempi, chiede la vicinanza spirituale e fisica dei fratelli di fede perchè, come ci ricorda il Salmo 87,
“tutti là siamo nati…”.
Il tema: ”La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza. La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola (At 4, 32)” ci ha accompagnati non
solo in queste giornate, ma anche nella preparazione remota al pellegrinaggio, attraverso la lettura dell’Instrumentum Laboris dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi (10-24 ottobre 2010), l’Esortazione Apostolica Postsinodale di Sua Santità Benedetto XVI “Verbum Domini”, e il Messaggio al Popolo di Dio che ha
concluso il Sinodo.
Siamo stati invitati all’inizio del pellegrinaggio da Mons. Sigalini,
nostro Assistente centrale, ad essere in duplice tensione: verso il Signore, qui dove si riesce meglio a cogliere la sua umanità, e verso le
persone.
“Andiamo fino a Betlemme…”:queste parole che i pastori si dicevano l’un l’altro dopo l’annuncio degli Angeli, riecheggiavano dentro di
noi durante il viaggio e nella sosta a Betlemme, dove pressante era
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
l’invito a lasciare le nostre sicurezze, a farci piccoli riscoprendo la potenza della debolezza e a ripartire dal Bambino di Betlemme.
L’umanità di Gesù continua ad emergere in alcuni luoghi di Gerusalemme: al Dominus flevit, dove la memoria del pianto di Gesù alla vista di Gerusalemme che “non ha riconosciuto il tempo in cui è
stata visitata” ci mette in guardia dal rischio di non accorgerci, nella
nostra corsa quotidiana, del SIGNORE CHE PASSA…
Il Getsemani ci aiuta a cogliere nella vita di Gesù il mistero
dell’obbedienza al Padre e a discernere, nella nostra vita, i segni della presenza del Signore che salva, per ridire, ogni giorno: SIA FATTA LA TUA VOLONTA’.
L’incontro del paralitico alla piscina Bethesda con il Signore, che
ha cambiato la sua vita, è monito per noi a conservare la memoria
del passato e a ricordare la Grazia che ha rinnovato la nostra vita.
L’area della Flagellazione e il Sepolcro costituiscono un invito a
deporre ogni resistenza a condividere il Suo stesso destino e a richiedere una vita nuova…
Nazareth ci aiuta a cogliere, oltrechè l’adesione piena alla volontà
di Dio attraverso l’ECCOMI di Maria all’Angelo, il senso pieno della
famiglia e della “spiritualità del quotidiano” , vivendo la vita ordinaria in pienezza, come Gesù.
La sosta al Monte delle Beatitudini, a Cafarnao, a Tabgha, al Tabor ci hanno gradualmente condotti a consegnare la nostra vita, sempre in tempesta, al Signore, a vivere le Beatitudini come una disposizione e non uno stato, ad accogliere la nostra fragilità come Pietro
e a fissare lo sguardo su Gesù per avere occhi limpidi per guardare
il mondo.
La sosta in ogni luogo ci ha consentito di portare con noi, oltreché le nostre Associazioni diocesane di AC, tutte le nostre comunità
diocesane di appartenenza, con i propri Pastori e fedeli tutti…
Alla visita dei luoghi santi di Betlemme, Ein Karem, Gerusalemme, Nazaret, Gerico, deserto di Giuda, Tiberiade, Tabor, Cesarea marittima, Monte Carmelo, si sono alternati gli incontri con i responsabili della Chiesa locale - il Patriarca della Chiesa latina, Sua Beatitudine Fouad Twal; i suoi vicari mons. William Shomali e p. David
Neuhaus; il Custode di Terra Santa, fra Giambattista Pizzaballa - con
quelli con le esperienze più in prima linea nel sostegno alle necessità
della popolazione (il Caritas Baby Hospital di Betlemme, l’asilo delle
suore comboniane di Betania, le scuole francescane di Gerico).
È stato fra Oscar Marzo, la nostra guida francescana in Terra
Santa, il primo a notarlo: «In questo pellegrinaggio gli incontri più significativi sono stati quelli con le donne». E mons. Sigalini, nella celebrazione eucaristica al Cenacolino, ha sottolineato il coraggio e la
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VITA DIOCESANA
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sensibilità delle donne ricordando come, sotto la croce di Gesù, ci fosse solo Giovanni insieme a loro. Sotto la croce di una «Chiesa che sa
cos’è il Calvario», come l’ha definita il Patriarca latino Twal, ci sono
ancora molte donne a sostenere il peso di un dolore che ha diversi
volti e a tenere alta la speranza.
Come sr. Lucia Corradin, una delle quattro suore lisabettiane che
lavorano al Caritas Baby Hospital di Betlemme, l’unica struttura pediatrica di tutta la Cisgiordania. L’ospedale accoglie i bambini palestinesi, con gravi deficit a livello cardiaco, respiratorio o metabolico,
piccoli malati cronici «per i quali la struttura diventa una seconda casa e spesso dobbiamo farci carico di accompagnare alla morte». Quando ci sono delle possibilità di guarigione si cerca di farli accogliere dagli ospedali israeliani e comincia un’odissea di permessi da ottenere
per superare il muro che separa Betlemme da Israele, autoambulanze da predisporre da una parte e dall’altra del check point, soldi da
raccogliere per accedere ad un sistema di sanità privatizzata. «Meno
male - sorride sr. Lucia - che c’è una cardiologa palestinese che lavora in Israele e viene qui due volte la settimana la quale, quando
ritiene che il trasferimento di un bambino sia assolutamente da fare,
insiste così tanto che i suoi colleghi d’ospedale si arrendono per sfinimento… La sua presenza è un segno di incoraggiamento e di speranza».
A Betlemme la speranza di un futuro migliore è fragile, ma resiste anche ai venti più gelidi di dicembre e punta sulle donne: «Lavoriamo sul profilo educativo - afferma sr. Lucia - perché cresca la consapevolezza del proprio valore rispetto al ruolo marginale che gli attribuisce la cultura tradizionale. Ciò avrà effetto anche sul futuro dei
loro figli».
Bambini e bambine che cercano nella scuola la chiave per sperare
in un futuro migliore per sé e per tutto il loro Paese. A Betania, sulla strada da Gerusalemme a Gerico, le suore comboniane tengono
aperta una scuola materna da quarant’anni. Nel 2004 il Muro è arrivato fin là e ha diviso l’istituto delle suore dal resto del Paese.
Sembrava già una soluzione estrema quella di una specie di finestra nel cemento aperta dalle 8.00 alle 8.15 e dalle 12.00 alle 12.15
attraverso la quale i bambini venivano fatti passare da una parte
all’altra, ma da settembre scorso anche questa finestra è stata chiusa e l’alternativa sarebbe far passare i piccoli dal check point, venti
chilometri più in là. «Il risultato - racconta sr. Alicia Vacas - è che i
bambini sono scesi da 57 a 9, ma soprattutto abbiamo perso i contatti con la comunità cristiana di Betania nella quale le suore sono
inserite da sempre». Dal mese prossimo, due o tre suore della comunità si trasferiranno a vivere dall’altra parte del Muro, fuori dal pro-
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
prio convento, per continuare il lavoro con le donne e i bambini: «Ciò
che vorremmo fare -afferma sr. Alicia - è vivere e far comprendere la
realtà di Cristo venuto per essere la nostra pace abbattendo il muro
di separazione». «C’è un grande pericolo - sottolinea sr. Alicia - nel
far vivere in modo separato bambini israeliani e palestinesi: la mancanza di conoscenza reciproca alimenta il mito e il pregiudizio».
La conoscenza, il crescere insieme di bambini e ragazzi che appartengono a religioni e anche a culture in parte diverse: è l’obiettivo
delle scuole francescane di Gerico, 600 alunni e alunne per la scuola
delle suore fino alla classe terza e 470 fino alla decima, due anni prima della maturità, per la scuola dei frati. Suor Colombia Ayub è irachena e vive qui da due anni: «Gli alunni cristiani sono 16 - spiega
- tutti gli altri sono musulmani: si trovano bene da noi». «Lavoriamo
per il bene del Paese - prosegue - e per una convivenza pacifica con
i musulmani: i ragazzi che oggi giocano a calcio insieme si troveranno domani a dividere la responsabilità della loro comunità».
Cristiani, ebrei, musulmani; cattolici, ortodossi, protestanti, armeni, copti; cattolici di rito latino, greco, armeno, provenienti dall’ebraismo: tutte le distinzioni religiose e anche le sfumature sono presenti in
Terra Santa e si urtano tra loro e cercano in vari modi una strada
per convivere, come ha testimoniato anche il recente Sinodo per il
Medio Oriente.
«Incontrando le contraddizioni di questa terra - ci ha detto ancora mons. Sigalini al Cenacolino - ognuno fa i conti con la propria
umanità, con le proprie debolezze». Eppure Gesù «ha istituito l’Eucarestia, il dono totale di sé, tra il tradimento di uno e la fuga di tutti gli altri». Solo al Cenacolo «con la discesa dello Spirito santo, gli
apostoli hanno cominciato ad avere il coraggio che ancora oggi non li
abbandona». Proprio da qui, allora «nasce la consapevolezza che il Signore usa la fragilità per fare cose grandi».
Anna Maria Basile
Presidente diocesana di A.C.
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VITA DIOCESANA
MEIC
Per un paese solidale.
Chiesa italiana e Mezzogiorno
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La Lettera dei Vescovi italiani “Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, pubblicata dopo vent’anni dalla precedente “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, è stata l’argomento dell’incontro organizzato dal MEIC il 14 gennaio, presso l’Opera diocesana “Giovanni Paolo II”.
In continuità con quanto il MEIC con l’Azione Cattolica, la FUCI,
il Forum per la formazione sociale e politica e la Biblioteca diocesana stanno facendo da alcuni anni, la finalità dell’incontro è stata, non
solo quella di portare nel dibattito civile ed ecclesiale la conoscenza
puntuale dei documenti magisteriali spesso misconosciuti, ma anche e in particolare- “la riflessione (dei Vescovi ndr) sul cammino della solidarietà nel nostro Paese, con particolare attenzione al Mezzogiorno
d’Italia e ai suoi problemi irrisolti. […]
Intervenendo in un dibattito che coinvolge tanti soggetti, l’Episcopato italiano ribadisce la consapevolezza del dovere e della volontà
della Chiesa di essere presente e solidale in ogni parte d’Italia, per
promuovere un autentico sviluppo di tutto il Paese” (Cfr. Introduzione al Documento).
Il documento, insieme all’enciclica di Benedetto XVI Caritas in Veritate, ha costituito il punto di riferimento della 46a Settimana Sociale dei Cattolici, tenutasi a Reggio Calabria lo scorso ottobre.
Dopo la chiara e sintetica introduzione del nostro Vescovo, entrambi i relatori, sia l’Arcivescovo di Potenza e Vicepresidente della
CEI, Sua Eccellenza Mons. Agostino Superbo, che il Prof. Gianfranco
Viesti, docente di Economia presso l’Università di Bari, pur partendo
da punti diversi della Lettera, hanno rilanciato alla comunità ecclesiale e a tutti gli uomini di buona volontà, l’invito alla speranza “con-
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
tro ogni tentazione di torpore e di inerzia” e l’appello a “osare il coraggio della speranza”.
Mons. Superbo, infatti, ha invitato con forza a guardare con amore intelligente al Mezzogiorno e al Paese “nella consapevolezza che lo
sviluppo dei popoli si realizza non in forza delle sole risorse materiali, di cui si può disporre in misura più o meno larga, ma soprattutto
grazie alla responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri”.
È importante - ha ancora detto Mons. Superbo - “promuovere la
necessaria solidarietà nazionale e lo scambio di uomini, idee, risorse
tra le diverse parti del Paese”, poiché “un Mezzogiorno umiliato impoverisce e rende più piccola tutta l’Italia”.
Il prof. Viesti, dal canto suo, ha centrato il suo intervento soprattutto sul guardare al Sud con occhi aperti e attenti al mondo, senza
nascondersi i problemi.
Riprendendo inoltre alcuni punti dell’intervento di Mons. Superbo,
egli ha sottolineato che è fondamentale non lasciarsi schiacciare dai
molteplici problemi che affliggono le nostre terre, ma affermare “il dovere di annunciare che i cambiamenti sono possibili attraverso “un
nuovo protagonismo della società civile e della comunità ecclesiale”.
Saverio Sgarra
Presidente MEIC Andria
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VITA DIOCESANA
AGESCI
L’AGESCI a Minervino Murge
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“Gioca! Non stare a guardare” (Baden-Powell) è stato l’invito che
alcuni giovani cinque anni fa hanno accettato, intraprendendo una
nuova avventura: lo scoutismo.
Solennemente hanno recitato la loro promessa: “con l’aiuto di Dio
prometto sul mio onore di fare del mio meglio per compiere il mio dovere verso Dio e il mio Paese, per aiutare gli altri in ogni circostanza, per osservare la legge scout”. Fiduciosi si sono impegnati di fronte a Dio e al Mondo nell’assumere un ruolo responsabile nella vita
mettendo in gioco il proprio onore, con la consapevolezza che l’importante non è l’”essere arrivato”, ma “fare il proprio meglio“.
Lo scoutismo è un movimento in movimento, che si pone come
obiettivo la formazione completa del ragazzo, riconoscendo l’assoluta
importanza di ogni componente, credendo nell’autodisciplina, nella
fraternità, nella responsabilità e nel rispetto delle reciproche funzioni.
I principi fondamentali su cui si basa il metodo sono: la formazione del carattere che ha lo scopo di favorire la nascita di una coscienza critica che permetta di compiere scelte autonome; la salute e
la forza fisica, cioè l’accettazione e cura del proprio corpo quale dono
di Dio e fonte di relazione con gli altri e l’ambiente; l’abilità manuale, mira all’adozione di una progettualità pratica e creativa; servizio
del prossimo, educare al bene comune e alla solidarietà scoprendo la
ricchezza della diversità.
Fondamentale nella realtà scoutistica è la vita all’aria aperta, occasione in cui è più facile scoprire e riscoprire la bellezza della natura quale dono di inestimabile valore affidataci da Dio, nonché momento in cui si sperimenta l’essenzialità e la semplicità dei semplici
gesti lontano dalla caotica frenesia quotidiana.
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
La chiara professione della fede cattolica indica lo sforzo costante
di tutti i capi nel promuovere nei ragazzi la crescita cristiana attraverso il magistero della Chiesa ed una vita comunitaria partecipata e
attiva nella Chiesa.
Il nostro progetto triennale parte da un’attenta analisi del territorio in cui è emerso che i ragazzi vivono una certa disaffezione al proprio paese, probabilmente per una mancata conoscenza di esso. Ne segue una sorta di dispersione e la tendenza a creare luoghi di ritrovo
e di aggregazione autogestiti, i cosiddetti “club”.
Di qui la necessità di dare stimoli ai ragazzi che, conoscendo le
proprie radici, valorizzino se stessi e il proprio territorio e, ovunque
possano trovarsi per motivi di studio o di lavoro, siano espressione
del proprio essere minervinese. Nasce cosi il PEG (Progetto Educativo di Gruppo) che prende spunto dall’immagine dell’albero:
Io… Radici: il ragazzo sarà aiutato a scoprire la propria identità
attraverso un percorso di conoscenza del suo paese da un punto di vista storico, culturale socio-economico, attingendo da alcuni detti della
tradizione popolare (ad esempio “jej sond u meghj” in quanto vive in
un paese dell’entroterra con poche occasioni di confronto; “nan voghj
staj a siggett” non accetta l’aiuto di qualcuno, seppure lo ritenga giusto; “aghja faj stu duver” tiene agli impegni di grande importanza
morale. E ancora “ionn ditt” esprime la tendenza a rendere impersonale una propria opinione).
Io… Tronco: prendendo spunto da uno dei quattro punti di B.P
“formazione del carattere”, si mira ad irrobustire e fortificare la personalità del ragazzo, correggendo i difetti e valorizzandone le qualità.
Io… Frutto - il mio dovere verso il mio paese: andremo a sviluppare e progettare il segno concreto da lasciare nel nostro paese.
a cura della Comunità Capi
di Minervino
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VITA DIOCESANA
COMUNIONE E LIBERAZIONE
Riflessioni sul programma pastorale diocesano
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“I laici nella vita della Chiesa e della società” è il programma pastorale della nostra diocesi, un programma credo, che vuole aiutarci
a riscoprire la identità laicale là dove si opera per divenire sempre di
più coscienza critica e profetica nella Chiesa e nel mondo. La specificità del Movimento al riguardo.
Per il Movimento “Comunione e Liberazione”, il “laico” è l’uomo
che prende coscienza del proprio destino, storicamente resosi presente
nella persona di Gesù Cristo e si impegna nella consapevolezza di ciò
che esso comporta:crescere nella vita di comunione e imparare a “narrare” la propria esperienza di fede. Laici, in questo senso, si possono
chiamare tutti i cristiani. L’unica differenza tra gli uomini è nella vocazione che Dio dà a ciascuno.Il laico cristiano è colui che investe tutta la sua vita, tutti i suoi rapporti, tutto il suo lavoro “a lode e gloria di Cristo”, riconosciuto come il senso dell’esistenza e della storia
La formazione è l’elemento prioritario e fondamentale per una
nuova interpretazione ed espressione della fede. Quali percorsi significativi sta vivendo in tal senso Comunione e Liberazione?
Nel metodo educativo di CL vi sono alcuni gesti che hanno un valore fondamentale: la preghiera comunitaria, la Scuola di Comunità,
la caritativa, le vacanze, la lettura, il canto e il fondo comune. La
preghiera, personale e comunitaria, è una delle caratteristiche peculiari del movimento. La partecipazione alla liturgia e ai sacramenti,
la consuetudine alla recita dell’Angelus e del rosario tendono a generare una familiarità con il senso più vero e semplice della preghiera.
Essa, infatti, è l’origine della comunione e il primo frutto di una vita di comunità autenticamente vissuta. La preghiera è l’espressione
della dipendenza da un Altro che ogni uomo ragionevole e realista
avverte.
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
La Scuola di Comunità è un gesto settimanale di catechesi, di
confronto e di giudizio. È una vera e propria scuola che, attraverso
la lettura e il paragone della propria esperienza con testi del Magistero o di don Giussani, genera una più chiara coscienza della natura del fatto cristiano. La Scuola di Comunità, come ogni altro gesto
del movimento, ha valore per tutti e viene pubblicamente proposta in
tutti gli ambienti. Inoltre, dallo scorso anno, ad Andria, presso la
parrocchia Madonna della Grazia, molti sono i partecipanti ai videocollegamenti delle assemblee tenute a Milano da don Carron, responsabile di tutto il Movimento. La caritativa, non è un dar corso
ad azioni filantropiche o pretendere di offrire con varie iniziative risposte esaurienti a necessità spesso vaste e complesse, bensì imparare, attraverso la fedeltà ad un gesto esemplare, che la legge ultima dell’esistenza è la carità, la gratuità. Da tale “scuola”di gratuità
è nata in Italia e nel mondo, una serie fittissima di attività piccole
e grandi a scopo caritativo, nei campi più disparati: dal catechismo
ai bambini, all’aiuto allo studio per studenti, al fare compagnia agli
anziani, dall’accoglienza in famiglia di bambini o di persone in difficoltà alla creazione di vere e proprie case-famiglia per casi difficili,
dalla creazione di imprese dedicate all’inserimento lavorativo dei portatori di handicap alla fondazione di organismi non governativi per
progetti di sviluppo e di assistenza nei Paesi poveri come AVSI in
Italia, dalla costituzione di Fondazioni come il Banco Alimentare e il
Banco Farmaceutico che forniscono alimenti e farmaci a famiglie bisognose. Nella nostra Diocesi operano il Banco di Solidarietà di Andria e, a Canosa, il Banco di Solidarietà “Ing. Carlo Di Muro”. Le
vacanze, vissute comunitariamente in località di montagna, sono un
momento privilegiato per scoprire il gusto della compagnia cristiana
e l’atteggiamento di stupore e di rispetto a cui essa educa dinanzi
alla realtà del creato.Don Giussani ci ha sempre invitati alla lettura
di testi che potessero educare al senso critico, alla scoperta della dignità umana e al vero volto della Chiesa. Il canto ha segnato la nascita e accompagnato lo sviluppo di CL. Con il canto, infatti, la comunità esprime in modo sintetico e persuasivo la propria unità, il
gusto e la coscienza nuova che da tale unità discendono.Il fondo comune è uno dei gesti più educativi del Movimento. Si tratta di un
fondo finalizzato alla costruzione dell’opera comune attraverso il sostegno alle attività missionarie, caritative, culturali. A tale fondo
ognuno partecipa liberamente, versando mensilmente una quota libera. Lo scopo di tale gesto è la testimonianza di una concezione comunionale del proprio avere, l’incremento della coscienza della povertà come virtù evangelica.
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VITA DIOCESANA
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Il laico è chiamato a vivere la novità evangelica nell’essere attento all’uomo e ai suoi bisogni In un contesto culturale frammentato e
complesso, come servire la persona e la società oggi?
La vita del Movimento è stata sempre caratterizzata da una feconda attività culturale e missionaria. La vivacità culturale di CL nasce dalla passione a verificare la capacità della fede cristiana di offrire un criterio più fecondo e completo per leggere la realtà. In questi ultimi anni, la presenza di CL nella società, non solo italiana, si
è venuta precisando nella sua natura di presenza educativa, culturale e sociale. In un momento in cui, per diverse cause, anche la politica e la battaglia delle idee sembrano aver perso capacità di coinvolgimento popolare e in cui, non solo in Italia, si è presunto di far
passare come rivolta morale una lotta per il potere, il Movimento
punta alla radice di tutte le crisi sociali e politiche: la crisi dell’educazione. Attraverso l’azione di tanti adulti impegnati nelle scuole e
nella guida dei gruppi giovanili, CL offre oggi il suo contributo perché permangano ipotesi positive di educazione in una società che pare a volte definitivamente fiaccata e svuotata di slancio ideale.
Maria Miracapillo
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CRONACA DI VITA DIOCESANA
Centenario della chiesa dell’Immacolata
di Andria
È davvero un altro anno fortunato per la comunità salesiana e parrocchiale dell’Immacolata. Celebriamo, infatti, il 18 e 19 dicembre 2010
il centenario dell’arrivo della statua della Vergine Maria che campeggia nell’abside e il centenario della dedicazione della chiesa.
A dire il vero, la statua in Andria era giunta il 26 aprile 1910 e
poiché i lavori di costruzione dell’edificio si prolungavano fu ospitata
nell’abitazione del defunto Vescovo Stefano Porro finché fosse necessario. Il Vescovo, insigne benefattore, non arrivò a vedere coronato il suo
sogno. Le cronache dicono che si ammalò gravemente di polmonite il
10 marzo del 1904 e il 23 marzo spirò, lasciando però nella disposizione testamentaria l’obbligo di continuare i lavori della chiesa e lasciò
per quest’opera una congrua somma.
La storia dell’origine della costruzione della chiesa dell’Immacolata risale alla fine del 1800. Con atto pubblico del notaio Isacco Guglielmi, redatto in Andria in data 11 dicembre 1881 il Vescovo Mons. Galdi acquistava per la somma di L. 8.500 lasciata da Salvatore Savarese, un suolo edificatorio dai Sigg. Nicola Giannone De Maioribus da Bitonto e Riccardo Guantario da Andria.
Con un altro atto dello stesso notaio Guglielmi, il Vescovo Mons.
Galdi acquistava in data 20 ottobre 1882 un altro suolo del medesimo
Giannone.
Il Vescovo Galdi nominò una commissione formata da diversi sacerdoti e signori, per far costruire una chiesa dedicata all’Immacolata.
I lavori iniziavano, ma dopo pochi mesi, esaurite le offerte raccolte, i
lavori furono sospesi e fu costruito un muro di cinta.
Nel 1889 Mons. Stefano Porro Canonico Priore del Capitolo Cattedrale, Vescovo titolare di Cesaropoli ed ausiliario di Andria, per assecondare il desiderio vivissimo del suo carissimo nipote sacerdote Stefano Porro, proponeva di elargire da parte sua una cospicua somma per
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VITA DIOCESANA
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la creazione di detta chiesa, nominando contemporaneamente una commissione di sacerdoti per raccogliere le offerte.
Nel febbraio 1904 si dette inizio ai lavori, sospesi precedentemente,
per mano della cooperativa muratori “Umberto I°”; direttore fu l’ingegnere Zagaria Giuseppe. Bisogna tributare un merito all’ingegnere cavalier Riccardo Ceci, il quale prestò gratuitamente l’opera sua per detta costruzione e con zelo veramente ammirabile. La statua dell’Immacolata
fu acquistata dalla Sig.na Antonia Porro fu Riccardo.
Il 18 dicembre 1910, domenica, ebbe luogo il trasporto della statua
della Vergine Immacolata dalla casa del defunto Vescovo alla chiesa
con un’imponente processione e il 19 dicembre, lunedì, verso le ore 10,
Mons. Staiti benediceva il tempio e dava incarico a Don Stefano Porro
di dirigere la chiesa.
Mons. Macchi, dato l’espandersi della città volle erigerla a parrocchia e il 30 settembre 1930, nominò primo parroco Don Riccardo Losito. I Salesiani furono chiamati in Andria dal nuovo Vescovo Ferdinando Bernardi l’11 gennaio 1934. Il 23 settembre dello stesso anno il salesiano Don Bernardo Savarè divenne parroco dell’Immacolata.
Il tempio dedicato all’Immacolata Concezione è di stile lombardo-romano, lungo 40 metri, largo 24 metri e alto 25 metri. È diviso in tre
navate. Il prospetto è maestoso. La grande porta che dà accesso alla navata centrale è adorna di colonne e frontone nel cui centro sono scolpite le iniziali dell’Immacolata. Le due porte che danno accesso alle navate laterali portano lesene e capitelli, simili alla porta centrale. Nella
parte superiore del prospetto si aprono due bifore e una trifora centrale. Su quest’ultima si nota un rosone di gran valore. Tre finimenti a
campanile completano il prospetto. Le volte sono a crociera.
Oggi la comunità parrocchiale non può dimenticare la sua origine.
Il tesoro di fede, di impegno e di generosità ricevuto dalle generazioni
passate è motivo di gioia e di santo orgoglio. Siamo grati al Signore
per il dono della sua presenza in mezzo a noi. La sua casa tra le case degli uomini è segno di benedizione. La statua della Vergine Immacolata, cara a tante generazioni di devoti andriesi, continua ad accogliere quanti si inginocchiano in preghiera ai suoi piedi.
Celebrare il centenario non è sfogliare semplicemente l’album sbiadito dei ricordi ma rinnovare l’impegno di conservare integra la fede per
donarla, più limpida che mai, agli anni che verranno, per dire a tutti,
con la stessa passione e con immutata devozione, che Dio è buono.
Umilmente, vogliamo rendere vera e attuale la decisione dell’apostolo Giovanni, quando, sotto la croce, si sentì affidare in custodia da
Gesù morente la Madre. “Da quel momento egli la prese con sé”. Riprendiamo con noi Maria perché sia, per tutti e per sempre, la Madre.
don Paolo Zamengo
Parroco B.V. Immacolata
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CRONACA DI VITA DIOCESANA
Il programma pastorale parrocchiale
di Maria SS.ma Addolorata alle Croci di Andria
Il titolo del Progetto pastorale della parrocchia Santa Maria Addolorata alle Croci è “Laici: ponti tra Vangelo e Mondo”; un programma, già dal titolo ardito, che pare cogliere appieno le direttive
indicate da S.E.R. Mons. Calabro nel Programma Pastorale 2010/2011
“Andate anche voi nella mia vigna” (Mt 20,4); dedicato ai laici e al
loro impegno attivo nelle proprie comunità, nella propria città e nella realtà lavorativa quotidiana, il programma si sviluppa in quattro
tappe: la prima “Chiamati da sempre”, la seconda “I cristiani: tralci
secchi?”, la terza “Chiamati alla Santità mediante il battessimo” e la
quarta ed ultima parte ancora da attuare dal tema “I ministeri”.
Ogni tappa prevede a sua volta quattro momenti e l’introduzione
ad ogni tappa. L’introduzione è curata dal parroco, dal viceparroco e
dal Consiglio pastorale parrocchiale; traggo un passo della introduzione della prima tappa del programma: «Tutti insieme pensiamo che sia
importante cogliere che nostro Signore ci vuole bene e ci ha “chiamati
da sempre” a lavorare nella sua vigna che è il mondo. Ripartire dal
Vangelo significa mettersi in cammino per riscoprire la propria identità vocazionale senza la quale ci sentiremmo sempre dei subalterni,
considereremmo la nostra vita un percorso da infelici e non sapremmo gioire dei segni dei tempi che ci vengono donati per essere pienamente corresponsabili della propria e altrui salvezza».
Il primo momento, dopo l’introduzione, è dedicato all’ASCOLTO
DELLA PAROLA: il Salmo 138 nella prima tappa, il Vangelo di Giovanni (Gv 15,1-17) nella seconda, il Vangelo di Matteo (Mt 3,13-17)
nella terza che si concluderà a giugno. Ogni lettura è oggetto di commento per la riflessione personale e comunitaria.
Il secondo momento della tappa è dedicato alla STORIA DI UN
SANTO del nostro tempo come Chiara Luce Badano, Pier Giorgio
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VITA DIOCESANA
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Frassati, San Pio da Pietrelcina ecc.. I santi sono i testimoni autentici dell’incarnazione del Vangelo, gli esempi trascinanti dell’Evangelo
nella quotidianità della vita di ogni laico continuamente teso tra mondo vissuto e mondo sperato.
Il terzo momento è quello dell’incontro con il laico impegnato nella parrocchia: I LAICI RACCONTANO. Egli risponde alle domande
loro rivolte dai parrocchiani, dai sacerdoti, bambini, anziani che vivono nella comunità. Ha accolto l’invito al dialogo la responsabile parrocchiale del gruppo Caritas, che ha spiegato come concretamente
opera la Caritas all’interno della parrocchia, il numero delle famiglie
che usufruiscono del servizio, chi sono gli altri operatori Caritas, le
difficoltà che si vivono ordinariamente, le aumentate necessità per rispondere ai tanti in difficoltà, le speranze. Ha raccontato la propria
esperienza il rieletto Presidente dell’azione cattolica parrocchiale, che
ha ricordato che impegnarsi è assumersi delle responsabilità, una responsabilità che deve essere impregnata di preghiera che non deve
mai mancare, lo stesso ha ricordato che la missione di un presidente
di A.C. non è diventare “qualcuno” all’interno della parrocchia ma annunciare la Parola di Dio agli altri con il proprio esempio. Nel dialogo coi laici ha riportato il proprio contributo il responsabile del Gruppo liturgico che ha indicato il percorso per divenire liturgista, la sua
esperienza, come opera il gruppo liturgico e quali sono gli auspici e
gli strumenti per far crescere maggiormente la comunità alla partecipazione liturgica.
Il quarto ed ultimo momento è chiamato LA COMUNITÀ SI
MUOVE ed è costituito dalle innumerevoli iniziative parrocchiali ed
oratoriani che si sviluppano all’interno della comunità che sono sia di
tipo religioso che ludico-ricreative.
«Il programma pastorale con il suo tema: “I laici ponti tra Vangelo e mondo”, ha consentito» dice il parroco Don Riccardo Agresti «di
non tralasciare nessuno dei figli affidati alla cura spirituale, invitando i fedeli a creare anche ponti tra il carcere e il mondo. L’esperienza quadriennale della visita ai carcerati che svolgo con Don Vincenzo
Giannelli, ha portato a realizzare il progetto “Ponti tra il carcere e il
mondo”. Tale progetto, grazie al Vescovo e al direttore della Caritas
diocesana Don Mimmo Francavilla e Don Vincenzo Giannelli, è servito a sollecitare tutte le comunità della diocesi a sostenerlo. Il progetto è stato poi» ha continuato Don Riccardo «approvato dalla Caritas
Nazionale e pertanto sarà attuato a partire da Aprile 2010 e si concluderà nel marzo 2012. Da qui la scelta di formare da sempre la comunità ad uno stile di accoglienza, di solidarietà e di inserimento
perché la pastorale della comunità è rivolta alla formazione integrale
della persona umana e di tutte le persone e quindi anche verso colo-
CRONACA DI VITA DIOCESANA
ro che hanno sbagliato con reati e con comportamenti moralmente disdicevoli. “I laici ponti tra Vangelo e mondo” si è rivelato uno strumento straordinario di avvicinamento e di collaborazione tra coloro
che sono nella vita della comunità semplicemente “spettatori” o “passeggeri” e coloro che quotidianamente vivono la realtà parrocchiale ed
operano con impegno sincero e amorevole nella “Vigna del Signore”».
Michele Caldarola
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VITA DIOCESANA
Il programma pastorale parrocchiale
nella parrocchia SS. Trinità di Andria
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Il Programma Pastorale Diocesano 2010-2011, che ha per tema
“La vocazione dei laici nella Chiesa e nella società”, pone l’attenzione
sull’importanza e sulla necessità oggi della viva testimonianza dei laici nella vita della Chiesa e del mondo.
Esso vede la sua origine anche alla luce di un importante evento
cui le Chiese di Puglia sono invitate a prepararsi, il 3° convegno Ecclesiale Pugliese che sarà celebrato a San Giovanni Rotondo dal 29
aprile al 1° Maggio 2011.
Nella lettera d’indizione del Convegno, così si esprimono i Vescovi
di Puglia nel giustificare l’urgenza di una riflessione sulla vocazione
dei laici: “È nostro vivo desiderio che i membri del popolo santo di
Dio (presbiteri, consacrati e laici) destinatari e protagonisti di questo
importante evento ecclesiale, riscoprano la grandezza della vocazione
laicale…vogliamo che nelle nostre chiese maturi un’ecclesiologia di comunione più compiuta, rinvigorendo la corresponsabilità ecclesiale dei
laici e potenziando la loro formazione”
In virtù di ciò, la nostra comunità parrocchiale ha sviluppato un
programma pastorale in cui, oltre al cammino formativo dei singoli
gruppi (giovanissimi, giovani, famiglie, adulti di A.C.) ed alla partecipazione ai momenti diocesani, ha previsto, per la formazione dottrinale, quattro incontri che presentassero in maniera approfondita il documento di Giovanni Paolo II “Christifideles laici”.
Il primo, tenuto dal Prof. Leo Fasciano, su “Laicità e laicismo a
confronto”, ha posto l’attenzione sui paragrafi 11-17 del documento; il
secondo, tenuto dall’Ins. Lucia Cavallo, ha approfondito i paragrafi
18-31 sviluppando il tema della corresponsabilità; nel terzo, invece,
tenuto dal Prof. Paolo Farina, ci si è soffermati sui paragrafi 32-44
approfondendo l’aspetto della testimonianza e della missionarietà so-
CRONACA DI VITA DIOCESANA
prattutto in famiglia; in ultimo, l’incontro con Don Mimmo Francavilla, il quale, su suggerimento della Caritas parrocchiale e partendo
dai paragrafi 42-43, ha presentato alcuni progetti della Caritas diocesana: il Progetto Barnaba, il Progetto Policoro e la conoscenza della
Banca Etica.
Per la formazione spirituale il programma vede come momenti importanti: l’adorazione eucaristica settimanale, ogni giovedì, vissuta comunitariamente e come momento di preghiera personale, e quattro
incontri di Lectio Divina sulla Prima Lettera di S. Paolo Apostolo ai
Corinzi, durante i quali si approfondiranno alcuni passi per conoscere più da vicino le dinamiche, i problemi e lo stile di vita di questa
primitiva comunità cristiana. Questi incontri saranno animati da
Mons. Michele Lenoci, don Peppino e don Riccardo. Tutti questi momenti certamente hanno aiutato e continueranno ad aiutare noi laici
a gustare la preziosità della parola di Dio come straordinaria risorsa
per rinvigorire la fede e dare ragione della speranza che è in noi.
Durante l’anno pastorale l’A.C. parrocchiale, prendendo spunto dal
cammino formativo associativo, ha previsto di organizzare per la comunità degli incontri in cui evidenziare la testimonianza di alcuni
laici, come Vittorio Bachelet, Aldo Moro o persone presenti nella nostra Chiesa locale. Certamente un’ambito in cui impegnarsi in prima
persona, come laici (adulti e giovani), è quello dell’Oratorio, frequentato da diverse centinaia di ragazzi, giovani e famiglie: è il luogo in
cui ci si spende per a la formazione dei ragazzi.
Come ulteriore impegno di partecipazione e di corresponsabilità alla vita della Chiesa, il Consiglio Pastorale Parrocchiale ha ritenuto
opportuno di proporre ai genitori dei bambini del I anno di catechismo, all’atto delle iscrizioni, la scelta di tre percorsi diversi: il percorso tradizionale, il percorso dell’A.C.R. (già in atto) ed il percorso
della catechesi familiare. Quest’ultimo percorso ha l’intento di far
prendere coscienza ai genitori di essere i primi testimoni ed educatori alla fede per i propri figli.
L’obiettivo ultimo del nostro Programma è quello di far interagire
i vari gruppi per una corresponsabilità maggiore nella vita della comunità parrocchiale.
Luigia Vilella
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I laici tra fede, ricerca e preghiera
a San Sabino - Canosa
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Questa volta, nel continuare il nostro viaggio avviato tra le diverse Comunità Parrocchiali di Canosa di Puglia, la nostra attenzione si
è focalizzata sulla Cattedrale di San Sabino. È il cuore della città, in
quanto è situata nel centro storico ed è guidata da Don Felice Bacco.
Parlando con lui, ci siamo soffermati sul programma pastorale proposto per questo anno dalla Diocesi, e perciò del ruolo che svolgono i
laici nella sua Comunità Parrocchiale.
Come obiettivo fondamentale, don Felice, propone la permanente
formazione dei laici affinchè ognuno prenda coscienza della sua particolare vocazione all’interno della Chiesa, capendo così quale è il ministero da vivere nella comunità. Ognuno non deve essere semplice
collaboratore della propria realtà parrocchiale, ma deve essere un corresponsabile che si impegni ad edificare la comunità mettendo a disposizione degli altri i carismi ricevuti.
Tutto ciò può avvenire nel momento che l’impegno del laico sia
continuamente motivato e sostenuto da un cammino di fede, di ricerca e di preghiera. E questo cammino è stato definito all’interno del
Consiglio Pastorale Parrocchiale, che durante le riunioni cerca di
creare momenti di dialogo e confronto con tutti i gruppi che operano
all’interno della comunità, sentendosi così un’unica Chiesa.
Don felice, ritiene che questi incontri sia opportuno estenderli a
tutta la città; ed è proprio per questo che in collaborazione con le altre comunità parrocchiali si è intrapreso un percorso mirato al rafforzamento della nostra comunione, facendoci sentire una Chiesa che dà
sapore con la sua testimonianza e coerenza. Si è venuto a formare un
Tavolo di Lavoro, dove si sono individuate tre problematiche particolarmente avvertite sul territorio,che sono l’ambiente, il lavoro e la legalità, dove si cerca una soluzione comune.
CRONACA DI VITA DIOCESANA
In linea di massima, Don Felice sostiene che i rapporti tra i sacerdoti e i laici sono di grande fiducia e collaborazione, anche se abbiamo sempre bisogno di convertirci ad una carità pastorale radicata
nell’amore di Gesù Cristo, “perché il mondo creda”.
Paola Cecca
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VITA DIOCESANA
Dieci anni nella parrocchia Maria SS. Assunta
Canosa
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La comunità parrocchiale Maria SS. Assunta si è ritrovata intorno a Don Michele Malcangio per celebrare il primo decennio di vita
insieme. Una celebrazione eucaristica, un incontro formativo ed una
festa di comunità, hanno scandito i tre giorni dedicati a questa ricorrenza. Per amore della verità, in questa circostanza, non si deve
omettere di ricordare che, in principio, questo luogo nasceva come
Centro Pastorale dedicato alla splendida figura del Redentorista Servo di Dio Padre Antonio Maria Losito, per l’esempio di vita straordinaria di servizio, di fede e di carità, per il quale, ricordiamo, sono ancora in corso le attività per il processo di beatificazione. Il 13 gennaio
2001, Sua Ecc. Mons. Raffaele Calabro, avendo destinato i locali a
luogo di culto, e non potendo questi essere dedicati al Padre Antonio
non ancora Beato, procedeva a dedicare la Chiesa alla Madonna Assunta in cielo. La scelta di questo titolo non era casuale perché se
l’edificio e la comunità parrocchiale sono ancora giovani, la tradizione
devozionale riservata alla Madonna Assunta nella zona si perde nel
tempo. Sotto il manto protettore, dunque, della Madonna, per quanto
attiene la dimensione della fede e della devozione, e grazie ai fondi
dell’ “8 per mille” e della Diocesi per quello che riguarda gli aspetti
più materiali, la chiesa è sorta e la comunità ha preso vita. “I momenti di gioia sono stati tanti in questi anni” – dice Don Michele –
“e ci hanno ripagato di quei momenti tristi che si succedono inevitabilmente nel corso degli anni. Il mio primo pensiero va naturalmente
a chi era con noi all’inizio ed ora non c’è più, ma anche alle centinaia di bambini che ho battezzato e che vedo giù grandi, pronti per
la cresima, o ai ragazzi di dieci anni fa che si sposano e mettono su
famiglia. L’alternarsi dei volti - aggiunge Don Michele - non mi fa
sentire più “vecchio”, anzi, è una piacevole conferma che ciò che re-
CRONACA DI VITA DIOCESANA
sta immutabile, lo Spirito di Dio, prende forma ogni volta con lineamenti diversi. Senza dimenticare la costante presenza degli Scout,
(Gruppo Canosa 1) che qui hanno trovato sede e che partecipano attivamente alla vita della parrocchia, affiorano tanti ricordi, soprattutto legati ai momenti più belli; ma questa comunità - conclude Don
Michele - pur non disdegnando di guardare alle cose fatte, sa che le
cose da fare sono ancora tante, e penso alle situazioni di disagio, ai
ragazzi a rischio ed alle famiglie in difficoltà, per finire all’ultimazione dei campetti di calcio e di pallavolo-pallacanestro che speriamo
presto possano diventare un ulteriore strumento di incontro e di aggregazione e per i quali sono convinto che la comunità non vorrà far
mancare, come sempre, il suo appoggio”.
Dario Di Nunno
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VITA DIOCESANA
Esperienze formative a Minervino Murge
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L’Associazione “L’Arca”, operante nella parrocchia di San Michele
Arcangelo a Minervino Murge da diversi anni impegnata nella formazione cristiana di ragazzi, giovani e adulti, durante le festività natalizie ha messo in scena un’esilarante commedia in vernacolo minervinese dal titolo “LA R-CONOSCE-N-Z D CANIUCC E ZEZZELL”.
Ideata e scritta da Antonio Gallucci nel 1992 la commedia ripropone “LA R-CONOSCE-N-Z” uno dei momenti di vita più radicati nella cultura minervinese nei primi anni sessanta.
Frizzante, simpatica e ironica la commedia ha riscosso, soprattutto grazie alla bravura dei giovani attori tutti alla prima esperienza,
grande approvazione e successo all’interno della comunità parrocchiale e da parte degli spettatori, un po’ malinconici delle vecchie tradizioni perse, tanto da registrare ogni sera il tutto esaurito dei posti
della palestra dell’ex liceo Fermi.
Inoltre - come spiega il regista e presidente dell’associazione, Andrea Elifani, - “il vernacolo, dal canto suo, ha amplificato il contesto
ironico e ci riconsegnati ad un quadro esistenziale tipico del secolo
scorso e quindi del nostro caro bagaglio culturale”.
Per i giovani attori, che in soli tre mesi hanno realizzato l’impresa, è stata un’esperienza davvero esaltante e divertente, certamente
da ripetere. Che dire… aspettiamo la prossima commedia!!!!
Savio Scarpa
Da qualche anno, stimolati e guidati dall’ingegnoso don Cinzio
Giorgio, noi catechisti, con il gruppo dei giovanissimi, allestiamo e
mettiamo in scena il Presepe Vivente. Non è uno spettacolo, ma un
modo alternativo di fare catechesi sia ai bambini che agli adulti.
CRONACA DI VITA DIOCESANA
L’obiettivo è quello di far comprendere il vero significato del Natale, che molti mettono in secondo piano perchè ormai quel che conta di più è l’organizzazione di grandi pranzi e cene, l’acquisto di regali da sistemare sotto l’albero....e il Presepe? Che fine ha fatto?
Il messaggio che abbiamo fatto nostro quest’anno è quello di Paolo VI che ci ha ripreso don Franco Leo in una omelia, e cioè: “Un
buon Natale vuol dire anche un bel Presepio”.
Il Presepe è una guida per le famiglie che si preparano a vivere
cristianamente il Natale.
I ragazzi, i bambini e i loro genitori hanno partecipato con entusiasmo all’organizzazione, creando un ambiente fraterno in cui si concretizza il messaggio del Natale. La gioia della condivisione, del lavorare insieme è quello che appaga ogni sacrificio e apre i nostri cuori all’amore concreto verso ogni uomo che il Figlio di Dio ha consegnato alle nostre cure.
Nella Angiulo
Il 7 gennaio a Minervino si è svolta, presso la cripta della Chiesa dell’Immacolata, la “Tombolata per Madrid”, organizzata dal Servizio di Pastorale Giovanile Diocesano, a cui hanno partecipato circa
sessanta ragazzi delle comunità parrocchiali minervinesi.
Tra prove, ricchi premi e cotillons si è raccolto un bel gruzzoletto
da destinare al fondo diocesano per la partecipazione dei giovani alla
GMG che si terrà dal 16 al 21 Agosto prossimo a Madrid.
Alla GMG è prevista una delegazione di circa venti ragazzi minervinesi.
Giacomo Cocola
Il 30 Dicembre si è svolta la Marcia della Pace sul tema “Libertà
religiosa, via della pace”, secondo quanto indicato dal Santo Padre nel
suo annuale Messaggio per la Giornata della Pace.
Organizzata dal Servizio di Pastorale Giovanile Diocesano, dalla
Fuci e dalle Comunità Parrocchiali Minervinesi, la marcia ha avuto
inizio nell’atrio del Palazzo Comunale dove è stato presentato il tema
attraverso un breve video “La libertà religiosa” ispirato all’art. 19 della nostra costituzione. Poi si è proseguito fino a raggiungere Piazza
Bovio dove i giovani di Minervino hanno presentato i cinque simboli
delle religioni principali (la stella di David, la ruota del buddismo, lo
ying-yang del taoismo, la mezzaluna con la stella dell’Islam, la Croce
per il cristianesimo) a indicare l’apporto che ciascuna religione ha nella costruzione della pace. Nella Chiesa di San Michele abbiamo vissuto il momento più intenso della Veglia di preghiera con la testimonianza Santa Porro sui possibili cammini di integrazione tra i cre-
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VITA DIOCESANA
denti di varie religioni in Egitto messi in atto dalla nostra con-diocesana Suor Annamaria Sgaramella e sostenuti dalla Caritas diocesana.
Giacomo Cocola
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Il 23 dicembre Il Centro “Emmaus”, la Caritas Diocesana e l’Amministrazione Comunale di Minervino Murge hanno organizzato un
pranzo di solidarietà per i cittadini indigenti e gli extracomunitari
che per festeggiare e vivere insieme la gioia del Natale. Inoltre a numerose famiglie bisognose è stato consegnato a domicilio, tramite le
ragazze dell’AVS, un ricco cesto contenente prodotti alimentari.
Come da anni, il 5 gennaio il centro ‘Emmaus’ ha organizzato la
festa della Befana per tutti i bambini delle famiglie che durante l’anno si rivolgono alla struttura caritativa. È stata innanzitutto l’occasione d’incontro e di collaborazione tra i volontari e i giovani. L’animazione con balli e giochi, curata dalle ragazze dell’AVS e dai giovani della parrocchia di S. Michele, ha reso il momento una festa.
Per noi che il più delle volte incontriamo le famiglie nella difficoltà e nella tristezza e che spesso sperimentiamo la delusione dovuta alle nostre limitate possibilità di aiuto e sostegno, riempie il cuore solamente vederli, anche se per una sera, gioiosi e ridenti.
Molto più toccante è leggere negli occhi dei bambini l’attesa della
Befana con il suo sacco pieno di calze e di ricchi doni e la gioia del
sentirsi chiamati per nome e ricevere dalla brutta, ma sorridente vecchina il regalo per sé.
Incontenibile la curiosità che ha portato ciascuno a scartare subito il pacco…
Sono dei momenti che devono costituire per tutti una “riserva di
gioia” a cui poter attingere per dare colore e luce ai giorni del nostro
impegno e speranza a chi vive nella difficoltà.
Antonio Bevilacqua
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LA PAROLA DEL VESCOVO
L’antica storia della Madonna dei Miracoli
e della città di Andria in un’opera del secolo XVII
L’avevano stampata a Napoli, presso la Stamperia storica di Tarquinio Longo nel 1606, a soli circa trent’anni da quando l’antica Valle di santa Margherita ad Andria era ritornata ad essere, dopo secoli di abbandono, un luogo di fede e di vita. Ha visto una sua ristampa dopo circa quattro secoli, grazie alla concessione dei Padri
Agostiniani, custodi del Santuario, e l’impegno del dottor Vincenzo Zito, andriese da sempre impegnato in serie ricerche storiche su vari
monumenti della città. Stiamo parlando di una delle più antiche opere che riguarda Andria, il volume “Di Santa Maria de’ Miracoli d’Andria. Libri Tre”, del canonico catanese don Giovanni di Franco, fratello di uno dei primi superiori- il “decano titolare” Valeriano- del monastero benedettino sorto accanto all’antica grotta affrescata. La presenza di questi due fratelli catanesi ad Andria ha lasciato traccia anche in uno degli affreschi della Capella del Crocifisso, vale a dire la
raffigurazione della martire Agata, patrona della città siciliana.
Il libro “Di Santa Maria de’ Miracoli…”, consultato finora solo da
pochi studiosi (a Zito risulta che ne sono rimaste nelle biblioteche solo cinque copie, compresa quella di Andria), conservato gelosamente
dai Padri agostiniani, ora viene messo a disposizione di un maggior
numero di lettori e di studiosi. Sul frontespizio del volume risalta lo
stemma della famiglia Carafa, i feudatari della città, ed è proprio al
Duca Antonio che è dedicato il testo. Facciamo parlare l’autore stesso nell’introduzione e poi passiamo a descrivere brevemente le caratteristiche di ciascuno dei “tre libri”. Il Di Franchi (così si firma nella presentazione, mentre sul frontespizio viene chiamato di Franco),
scrive di voler “far palesi al mondo le opere meravigliose della Reina
(=Regina) del Cielo, la cui immagine, (che tanti e tanti anni era stata nel buio di una sì erma (= nascosta) e aspera grotta sepolta) am-
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VITA DIOCESANA
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mirabilmente si fè nota nella felicissima contrada d’Andria, Città del
suo Stato; e insieme rappresentando misi l’occasione di far conoscere
a gli huomini (sic) ( benché non vi sia tal bisogno, essendo per se
stessa chiara, e risplendente), l’Illustrissima, e Eccellentissima famiglia Carafa…”(pag. 8). L’autore infatti non solo ci consegna una descrizione del Santuario mariano e della leggenda del ritrovamento
della sacra immagine, ma dedica parte del libro terzo a raccontare la
storia di Andria e della famiglia Carafa. Il suo interesse non è quindi solo circoscritto alla Madonna dei Miracoli, ma si estende a ricostruire la storia della città, quella del suo santo patrono Riccardo,
quello delle sorti del feudo, passato dai Del Balzo ai Cordova e venduto nel 1553 a Fabrizio Carafa. Possiamo quindi a ragione chiamare il volume del di Franco il precursore della prima storia di Andria,
certo meno completa di quella del Prevosto di san Nicola Giovanni
Pastore (sec. XVIII), poi confluita nell’opera dello storico don Riccardo D’Urso (sec. XIX).
Il primo dei tre libri descrive il sito della chiesa della Madonna
dei Miracoli, che aveva già ormai i tre livelli attuali, la storia di san
Riccardo (datata come si credeva allora erroneamente nei secoli V e
VI), quella del ritrovamento della sacra immagine della Madonna, i
primi miracoli avvenuti attorno alla icona. Le descrizioni degli avvenimenti sono accompagnate da digressioni molto erudite, con citazioni
bibliche e riferimenti ad opere religiose e classiche. Il secondo libro è
uno straordinario documento che ci fa comprendere il perché del titolo attribuito alla Madonna di Andria, con una ricca testimonianza dei
miracoli avvenuti per intercessione della Vergine dal 1576 al 1604,
con il decreto del Vescovo Luca Antonio Resta attestante la veridicità
delle testimonianze. Dal lungo elenco si può notare che il Santuario
andriese vedeva accorrere pellegrini da tutta la Puglia, ed aveva assunto in pochi anni una grande rinomanza. Il terzo libro, come già
detto, riporta una breve storia di Andria, della famiglia Carafa, un
documento della corte spagnola sulla famiglia nobile andriese, altri
documenti, papali, episcopali e del governo della città, sulla prima
confraternita che si prendeva cura del culto mariano e poi del monastero voluto da Fabrizio Carafa.
Siamo grati a chi ha permesso la pubblicazione e la divulgazione
di questo testo, da interpretare, contestualizzare storicamente -distinguendo, ad esempio, le antiche leggende sul santo patrono da ciò che
la ricerca storica ha poi acclarato – studiare e far conoscere, per una
sempre migliore comprensione delle fonti della storia religiosa e civile di Andria.
don Luigi Renna
Direttore della Biblioteca Diocesana di Andria
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STUDI ED INTERVENTI
Ester e Giuditta:
la Sapiente laicità delle donne di Israele
Vittoria D’Alario*
Ai fini del discorso sull’impegno dei laici nella Chiesa e nella società contemporanea la presentazione di figure femminili appartenenti all’ambito veterotestamentario può essere illuminante per comprendere il ruolo che il laico oggi deve svolgere nel proprio contesto ecclesiale e sociale. Ester e Giuditta sono particolarmente rappresentative per l’importanza che esse rivestono nella storia del popolo eletto,
ma anche per i valori religiosi e civili di cui si rendono interpreti e
che sono ancora oggi attuali pur nella diversità della temperie storica.
Prima di entrare nell’argomento è utile fare alcune precisazioni
sul concetto di laicità nell’Antico Testamento e sulla posizione che la
donna occupa nel popolo di Israele.
1. La laicità nell’Antico Testamento
Sembrerebbe vano ricercare nell’Antico Testamento la figura moderna del laico impegnato o della donna considerata come persona con
pari dignità e diritti rispetto all’uomo. Eppure il concetto moderno di
laicità affonda le sue radici proprio nell’Antico Testamento. Non a caso il Concilio Vaticano II, nel presentare la chiesa nella storia della
salvezza,considera il popolo ebraico ecclesia Dei: “Come già Israele secondo la carne, peregrinante nel deserto, viene chiamato chiesa di Dio
(2 Esd 13,1; cf. Nm 20,4; Dt 23,1ss), così il nuovo Israele dell’era presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente (cf.
*
Docente di Esegesi Biblica presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. Relazione tenuta alla Settimana biblica diocesana, Andria, 14
marzo 2011
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STUDI ED INTERVENTI
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Eb 13,14), si chiama pure chiesa di Cristo…”. È solo alla luce delle
categorie veterotestamentarie che si può comprendere il nuovo popolo
di Dio, che è la Chiesa. La prima lettera di Pietro si serve infatti dei
concetti e delle immagini, che l’Antico Testamento utilizza in relazione a Israele, per descrivere le caratteristiche del nuovo popolo di Dio
che comprende non solo gli ebrei ma anche i pagani: “Ma voi siete
una stirpe scelta, un organismo sacerdotale, regale, un popolo santo,
un popolo destinato ad essere posseduto da Dio, così da annunziare
pubblicamente le opere degne di colui che dalle tenebre vi chiamò alla sua luce meravigliosa, voi che un tempo eravate non- popolo, ora
invece siete popolo di Dio, eravate non beneficati dalla bontà divina,
ora invece siete beneficati” (1 Pt 2,9-10)1. Ma anche la terminologia
dei testi biblici può essere utile per illustrare il nostro tema.
Il termine “laico”, che deriva dal greco laós, è utilizzato dai LXX
per tradurre la parola ebraica am, usata in riferimento al popolo eletto soprattutto nei testi che trattano del suo particolare rapporto con
Dio2.
L’identità del popolo di Israele si basa principalmente sulla Legge
che regola i rapporti all’interno della comunità e costituisce il cuore
della vita del popolo. Ma non meno importanti sono i fattori di ordine istituzionale, come pure l’unità di stirpe, il possesso della terra
promessa, una lingua comune che garantisce la trasmissione di una
cultura e di una visione del mondo, in cui il primato dei valori religiosi non annulla ma anzi favorisce una concezione “laica” della vita.
1.
Alla base di quest’affermazione si trova il testo di Es 19,1-6, che riguarda l’ autocomprensione di Israele in quanto popolo di Dio. Dopo aver ricordato i suoi interventi prodigiosi durante l’esodo dall’Egitto, Dio fonda sulla fedeltà all’alleanza
la posizione speciale di Israele. A Jahvé appartiene tutta la terra, che comprende
quindi tutti i popoli. Ma Israele deve essere la sua particolare proprietà (v.5) e
perciò un popolo “santo”, al quale è affidata una missione universale. Al v. 6 si
dice infatti che Israele deve costituire un “regno di sacerdoti”, un’organizzazione
statale simile a quella di altri popoli che assume però la funzione di membro sacerdotale. Deve svolgere dunque la missione che è propria dei sacerdoti, compiere
cioè un “servizio a Dio” per tutto il mondo (cfr anche Is 61, 5-6).
Questo è infatti il suo destino fin dalla vocazione di Abramo (Gen 12, 2-3), nel
quale si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Cf. M. NOTH, Esodo (Antico Testamento, 5), Paideia, Brescia 1977, 194-195.
2.
Utilissimi per una comprensione generale del tema sono i seguenti contributi con
relativa bibliografia: M. CIMOSA, voce “Popolo/popoli”, in P. ROSSANO, G. RAVASI, A. GHIRLANDA (a cura di), Nuovo Dizionario di Teologia biblica, Paoline,
Cinisello Balsamo (Mi) 1988, 1189-1202; W. KRAUS, voce “Popolo di Dio”, in R.
PENNA, G. PEREGO, G. RAVASI (a cura di), Temi teologici della Bibbia, San
Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2010, 1051-1060.
STUDI ED INTERVENTI
Nell’Antico Testamento laicità significa appartenenza al popolo
eletto. Questa appartenenza determina una profonda solidarietà tra
tutti i membri del popolo, al punto tale che l’individuo, anche se riveste importanti cariche politiche e religiose, si percepisce sempre nella sua unità indissolubile con la comunità. L’individualismo, triste retaggio dell’età moderna, è inconcepibile nell’ottica biblica. Come osserva M. Cimosa3, gli stessi profeti, oltre ad essere uomini di Dio, sono anche uomini del popolo, capaci di rappresentare la volontà popolare, di portare avanti le sue istanze contribuendo così ad impedire
ogni assolutismo dispotico da parte del re. Il popolo ebreo partecipa
attivamente alla vita politica e religiosa, non vive in un rapporto di
totale subordinazione rispetto alle autorità, ma ha il diritto di parlare e di essere presente nelle decisioni che lo riguardano, come pure
ha diritto ad essere ascoltato e le sue opinioni sono tenute in considerazione.
Anche per quanto riguarda il ministero, coloro che hanno un compito particolare sono presi dal popolo, il profeta è preso in mezzo ai
suoi fratelli (Dt 18, 15.18) e gli è affidata la missione di comunicare
al popolo la volontà di Dio in ordine alla salvezza, il sacerdote e il re
vengono nominati dal popolo (Dt 17,15) con il compito di garantire
l’osservanza dei comandamenti e la giustizia.
2. Le donne e il popolo di Israele
Qual era allora il ruolo della donna nel popolo di Israele?
Pur vivendo nella situazione tipica della società patriarcale, in cui
la moglie è sottomessa al marito, la donna israelita non è una schiava. È soprattutto il matrimonio che le conferisce particolare dignità e
prestigio e la protegge nello stesso tempo da ogni forma di arbitrio.
L’uomo può vendere il suo schiavo e perfino sua figlia (Es 21,7) ma
non può vendere la moglie anche se l’avesse acquistata come prigioniera di guerra (Dt 21,14).
Non è consentito alla donna di divorziare, perché solo il marito
può prendere tale iniziativa; la donna ha però il diritto di ottenere il
libello del ripudio che le restituisce la libertà e conserva almeno la
proprietà di una parte della dote e di quanto aveva ricevuto dai genitori (Gs 15,19: Gdc 1,15).
In famiglia la donna è impegnata al massimo non solo nell’ambito domestico, perché tesse, fila e cucina, ma anche nel lavoro dei campi e nella custodia del gregge. Il suo prestigio aumenta quando diventa madre e le viene affidata l’educazione dei figli nei primi anni
3 CIMOSA, “Popolo/popoli”, cit., 1192.
159
STUDI ED INTERVENTI
160
di vita; alla madre, come comanda Es 20,12, si deve lo stesso rispetto che si nutre verso il padre (Lev 19,3)4.
I testi che dedicano maggiore spazio al vissuto familiare mostrano
come la donna sia amata e ascoltata dal marito e da lei trattata come pari: la madre di Samuele (1 Sam 1,4-8; 22-23), la donna di Shunem (2 Re 4,8-24); le due vecchie famiglie del libro di Tobia.
Per quanto riguarda i ministeri, la donna è esclusa dal sacerdozio.
Mentre in Assiria e Fenicia vi erano delle sacerdotesse, in Israele
le donne non potevano accedere al sacerdozio non solo per i ben noti
condizionamenti sociali e familiari, ma anche per motivi strettamente
religiosi. Durante il periodo della monarchia, quando Israele era più
incline al sincretismo religioso, furono introdotti nel Tempio uomini e
donne dediti alla pratica della prostituzione sacra, una pratica propria dei santuari cananei, legata soprattutto ai culti della fertilità (Os
4,14; 1 Re 14,24; 15,12; 22,47). In 2 Re 22,7 si parla di donne che
tessevano i veli per Ashera e che abitavano nella casa dei prostituti
sacri. Una condanna aperta di tale pratica si ritrova nei testi deuteronomici e profetici:
Non vi sarà alcuna donna dedita alla prostituzione sacra né vi
sarà alcun uomo dedito alla prostituzione sacra tra i figli d’Israele
(Dt 23,18);
Non punirò le vostre figlie se si prostituiscono,
né le vostre nuore se commettono adulterio:
poiché essi stessi si appartano con le prostitute
e con le prostitute sacre offrono sacrifici” (Os 4,14)
Fu Giosia, nel contesto della sua riforma, a demolire la casa dei
prostituti sacri al fine di purificare il culto jahvista. L’idea di un sacerdozio femminile era quindi impensabile e assurda. Nonostante ciò
le donne non sono emarginate dalla comunità sacra d’Israele, ma
partecipano alla sua vita religiosa e cultuale. Es 38,8 parla di donne che prestavano servizio all’ingresso della tenda del convegno e che
regalarono i loro specchi per la fusione del bacino di bronzo. Esd
2,65 enumera cantori e cantatrici nelle carovane del ritorno. Donne
cantanti e danzanti appaiono nelle feste religiose (Es 15,20-21); Gdc
21,21; Sal 68,26) anche se non hanno un posto nel personale cultuale.
4.
Su questo insistono soprattutto i libri sapienziali (Prov 19,26; 20,20; 23,22;30,17:
Sir 3,1-16). Sul tema della donna cf. V. D’ALARIO, “Le donne nei libri sapienziali”, in A. BONORA, M. PRIOTTO, Libri sapienziali e altri scritti (Logos,4),
LDC, Torino-Leumann 1997, 413-422.
STUDI ED INTERVENTI
Alle donne è data anche la possibilità di praticare il nazireato che
consiste nel consacrarsi a Dio per un determinato periodo di tempo
(Nm 6,1-21) 5.
Particolarmente importanti sono le donne che prendono parte ai
pubblici affari; prime tra tutte Debora, che è giudice e profetessa insieme (Gdc 4-5) e Atalia, che occupa il trono di Giuda (2 Re 11).
Profetesse sono pure Maria, sorella di Mosè (Es 15,20), la moglie
di Isaia (Is 8,4), Culda, che è la moglie del guardarobiere del tempio
Sallum e contemporanea di Geremia. Nell’Antico Testamento il carisma profetico riguarda uomini e donne, senza distinzione come avverrà anche nell’era messianica (Gl 3,1-2).
Infine Rut, Ester e Giuditta sono donne del tutto straordinarie.
Rut è una donna straniera, che diventerà antenata del re Davide,
Ester e Giuditta sono due eroine nelle cui mani è riposto il destino
di Israele.
161
3. Ester e Giuditta: due figure paradigmatiche.
Prendendo in esame le figure femminili che hanno svolto un ruolo importante nella storia di Israele, emerge un tratto unificante. Si
tratta di donne che incarnano gli ideali religiosi e politici ai quali fa
riferimento la comunità israelita soprattutto nei momenti critici della
sua storia.
La vicenda di Ester si svolge a Susa, una delle capitali dell’impero persiano, al tempo del re Serse (chiamato Assuero). Il testo greco
parla già di Artaserse 6. In seguito a un gesto di disobbedienza il re
ripudia sua moglie Vasti (in greco, Astin) e sceglie come moglie Ester,
un’orfana ebrea, che diventa regina al posto di Vasti.
Nel frattempo scoppia un conflitto tra il primo ministro Amàn e
l’ebreo Mardocheo, che rifiuta di inginocchiarsi davanti a lui.
Amàn decide di punire Mardocheo e di sterminare tutti gli ebrei
del regno.
L’intervento di Ester presso il re smaschera il piano perverso di
Amàn che viene impiccato e Mardocheo prende il suo posto. Gli ebrei
vengono autorizzati a difendersi e sconfiggono i loro nemici, uccidendo 75.000 persone.
5.
Il nazireato era un costume molto antico, che inizialmente consisteva in una consacrazione a vita.
6.
Del libro di Ester esistono due versioni: la più antica, in ebraico, è stata composta probabilmente intorno al 300 a. C. La più recente (II sec. a C.) è in greco ed
è quella recepita nel canone cattolico.
STUDI ED INTERVENTI
162
Il libro di Giuditta, la “giudea” per eccellenza, è ambientato
all’epoca di Nabucodonosor, che, dopo aver sconfitto Arfacsad, sovrano dell’impero Medo-Persiano, si propone di diventare re di tutta la
terra e di sostituire ogni divinità. Egli sarà l’unico dio e impererà su
tutto l’universo (3,8). Conquista prima tutti i popoli dell’Oriente e poi
si porta verso l’Occidente, terrorizzando con il suo potentissimo esercito tutte le popolazioni che incontra e riducendole in schiavitù. Una
sola nazione resiste e si prepara alla difesa: il piccolo popolo di Giuda. Ma le forze sono impari e la piccola città di Betulia, ormai prostrata dalla fame, decide di arrendersi.
A questo punto si fa avanti Giuditta, una vedova ancora giovane,
bella e ricca. Ella chiede alle autorità di lasciarla libera per operare
la salvezza del popolo ed ottiene un salvacondotto. Viene introdotta
presso Oloferne, il comandante in capo e, dopo essere rimasta presso
di lui per tre giorni, al terzo giorno lo uccide staccandogli la testa.
Tornata a Betulia, con la testa del nemico come trofeo, ordina che la
popolazione esca in battaglia. I nemici, disorientati dalla morte del loro comandante, fuggono e vengono uccisi.
Alla luce di quanto abbiamo detto a proposito della donna, come
mai vengono scelte queste due figure femminili per trattare di argomenti così “maschili” come la politica e la guerra? Tutto si spiega alla luce dal particolare genere letterario dei due testi.
Il libro di Ester è una novella, in cui i personaggi e gli eventi storici assumono un significato altamente simbolico in virtù di un processo di tipizzazione che è caratteristico dello stile sapienziale.
Il libro di Giuditta è un romanzo teologico, che è narrato con un
evidente intento didattico sul quale occorre appunto soffermarsi. Ester
e Giuditta sono infatti due figure paradigmatiche che rappresentano
sia gli ideali religiosi di Israele sia i valori laici ai quali si ispira il
popolo eletto nel suo vivere quotidiano.
Esse appartengono a due categorie sociali che nella tradizione di
Israele sono annoverate tra gli ‘anawîm: Ester è orfana e povera
(2,7), Giuditta è vedova e senza figli, due persone senza alcun prestigio sociale. La scelta di questi due personaggi femminili è già di
per sé indicativa per comprendere il significato teologico dei due testi. Il disegno di Dio e la salvezza di Israele si realizzano attraverso
i più deboli. L’Israele perseguitato viene salvato da Dio grazie a due
donne che nella loro fragilità e debolezza riescono a prevalere sui nemici arroganti e violenti.
La mediazione di donne che sono fuori dagli schemi tradizionali è
una costante della storia della salvezza. La protagonista del Cantico
dei Cantici è una donna dalla pelle scura (Ct 1,5); Susanna è una
donna indifesa e calunniata (Dan 13); Rut, che è vedova, straniera e
STUDI ED INTERVENTI
povera (Rt 1,4ss) avrà il privilegio di diventare l'antenata di Davide
ed entrerà a far parte della genealogia di Gesù (Mt 1,5) ; infine Maria, l’umile fanciulla di Nazaret, sarà la madre del Messia.
Ester e Giuditta sono il simbolo del popolo di Israele che si riconosce nei poveri e negli oppressi, perché sa che Dio è dalla parte dei
deboli e dei perseguitati. Come afferma giustamente S. Gallazzi, il popolo dei poveri preferisce riconoscersi nella debolezza delle donne,
“perché è proprio questa debolezza che le fa “belle” agli occhi di Dio
e degli uomini. Dio non saprà mai resistere alla bellezza del debole e
dell’oppresso, al quale ha giurato eterno amore” 7. Il Magnificat e le
Beatitudini evangeliche esprimono con la massima chiarezza questa
grande verità che accomuna l’ebraismo e il cristianesimo e che nello
stesso tempo costituisce il fondamento del nostro impegno di laici nella società contemporanea.
3.1. Una laicità ispirata ai valori della sapienza.
Ester e Giuditta hanno in comune la bellezza, come la donna del
Cantico dei cantici, come Rut e Susanna. Non si tratta dunque di
donne rudi e mascoline, ma di due personaggi femminili che nonostante le traversie della vita conservano la loro squisita femminilità.
La bellezza delle donne conta più del potere e della forza.
Ciò non deve stupire se si considera che nella tradizione sapienziale la donna è assunta come metafora della sapienza, di cui si decanta la bellezza e la superiorità sul male (Sap 7, 29-30):
29
Essa in realtà è più bella del sole
e supera ogni costellazione di astri;
paragonata alla luce, risulta superiore;
30
a questa, infatti, succede la notte,
ma contro la sapienza la malvagità
non può prevalere.
Più volte sono stati sottolineati dai critici gli elementi sapienziali
che caratterizzano il libro di Ester. Come nota il Ravasi, “nel libro di
Ester si respira un’atmosfera sapienziale, Dio è quasi assente dalla
ribalta esteriore della storia. Al centro si muove l’uomo con la sua
abilità e acutezza, anzi l’ebreo con le sue risorse umane, intellettuali
ed estetiche. Si intravede quindi una dimensione secolare della nuova sapienza d’Israele, con una specie di “sionismo” ante litteram.. Essa, pur non accantonando il sacro né escludendo il soprannaturale,
7.
S. GALLAZZI, Ester (Commentario biblico), Borla, Roma 1987, 46-47.
163
STUDI ED INTERVENTI
164
privilegia il versante umano con le sue capacità personali, le sue manovre, le sue vendette, i suoi successi” 8.
Alla bellezza Ester e Giuditta associano l’astuzia femminile, che
consente loro di prevalere sull’arroganza degli empi e sul potere ottuso e irrazionale.
Ester riesce ad evitare lo sterminio degli ebrei facendo leva sui
sentimenti che il re nutre nei suoi confronti e sollecitando il suo orgoglio maschile. Ella riesce a dosare sapientemente l’emotività del re,
perché imbandisce ben tre banchetti ai quali invita anche il suo avversario, Aman , che per questo motivo si illude di essere nelle grazie del re e della regina. Soltanto al terzo banchetto, quando la vicenda è giunta al culmine del pathos, Ester fa la sua richiesta al re
e ottiene la grazia per il suo popolo. Aman, invece, di cui il sovrano
riconosce la colpevolezza, è condannato a morte. Il ribaltamento delle
situazioni e la rovina dell’empio sono caratteristiche della tematica
sapienziale. Ester sfrutta il suo fascino femminile a favore del suo popolo. Il “gioco”, come sottolinea il Bonora 9, comprende tutti gli accorgimenti umani che però sono posti, in modo dignitoso e responsabile,
al servizio di una grande causa.
Giuditta, al pari di Ester, è una donna “bella d’aspetto e molto avvenente nella persona….”; ricca e indipendente, ella unisce alla bellezza il timor di Dio (8,7-8) che nella tradizione sapienziale è indicato come “principio della sapienza” (Pr 1,7). Fin dall’inizio, come afferma Ozia, tutto il popolo riconosce il suo discernimento (8,28 - 7,29),
perché l’indole del suo cuore è retta. Anche queste qualità vanno comprese alla luce delle categorie sapienziali; si pensi ad esempio a Giobbe che viene descritto come uomo integro e retto, timorato di Dio e
alieno dal male (Gb 1, 1).
Ma Giuditta è soprattutto una donna dotata di straordinario coraggio.
Contrariamente ai suoi connazionali, che vogliono arrendersi di
fronte alla potenza degli avversari, Giuditta nel suo lungo discorso
davanti agli anziani interpreta gli avvenimenti storici in una prospettiva teologica che non considera la distruzione come una realtà
inevitabile ma interpreta il momento presente in termini di correzione da parte del Signore. Egli si comporta così con coloro che ama
(8,25-27); la sofferenza del popolo è così vista non come punizione fi-
8.
G. RAVASI, “Ester”, in ROSSANO, RAVASI, GIRLANDA, Nuovo Dizionario di
Teologia Biblica, cit., 520. Dello stesso avviso è A. BONORA, “Libro di Ester”, in
BONORA, PRIOTTO, Libri sapienziali e altri scritti, cit., 183-193; spec. 190-191.
9.
Ivi, 192.
STUDI ED INTERVENTI
ne a se stessa ma come espressione d’amore 10. È una linea interpretativa presente nel dibattito sapienziale, che si sforza di superare il
meccanismo del rapporto condotta- retribuzione e di fornire una lettura positiva della sofferenza come momento di prova e occasione di
purificazione. È nei momenti più difficili della propria vita, che è possibile comprendere se si ha veramente fede in Dio.
Giuditta rappresenta il popolo di Israele, che confida in Dio anche
quando si trova nel più grande pericolo.
3.2. La forza debole della preghiera
Secolarità e religiosità si intrecciano sapientemente nei libri di
Ester e di Giuditta.
Prima di presentarsi al re, Ester si prepara alla grande impresa
col digiuno e la preghiera (4, 17k-17z). Ella si rivolge al Dio unico, riconoscendo la sua assoluta sovranità:
Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico!
Vieni in aiuto a me, che sono sola
e non ho altro soccorso se non te,
perché un grande pericolo mi sovrasta.
(4,17l)
Di fronte alla trascendente solitudine di Dio si leva il grido di chi
è solo e per questo si sente debole e impotente. Ester ricorda ciò che
la sua famiglia le ha insegnato fin dalla nascita, come il Signore abbia scelto Israele tra tutte le nazioni facendone la sua eredità perenne. Nella sua preghiera Ester ammette il peccato del suo popolo, che
ha dato gloria alle divinità dei suoi nemici e per questa colpa è stato punito da Dio nella sua grande giustizia. Ma il nemico si è inorgoglito del suo potere al punto tale da farsi uguale a Dio e decidere
di sterminare per sempre la sua eredità. Di qui la supplica di Ester,
nella quale risuonano i motivi tipici dei salmi di lamentazione:
Non consegnare, Signore, il tuo scettro
a dei che neppure esistono.
Non abbiano a ridere della nostra caduta!
Ma volgi contro di loro questi loro progetti
e colpisci con un castigo esemplare
il primo dei nostri persecutori.
(4, 17q)
10. Si veda soprattutto il libro di Giobbe, in cui Elihu propsetta un’interpretazione
della sofferenza come occasione di crescita (Gb 36, 8-15).
165
STUDI ED INTERVENTI
Consapevole della propria fragilità, Ester chiede a Dio il coraggio
di affrontare il sovrano, che appare ai suoi occhi come un leone; ella
è pronta a tutto perché ciò che le sta veramente a cuore è la salvezza del suo popolo:
Metti nella mia bocca una parola ben misurata
di fronte al leone,
e volgi il suo cuore all’odio contro colui che ci combatte,
allo sterminio di lui e di coloro che sono d’accordo con lui.
Quanto a noi, salvaci con la tua mano
e vieni in mio aiuto, perché sono sola
e non ho altri che te Signore!
(4,17t)
166
La preghiera di Ester si conclude come è iniziata, con un’accorata
richiesta di aiuto nel momento della solitudine in cui, come può accadere a ognuno di noi, non ci rimane altri che il Signore.
A partire da questa preghiera Ester si mostra abile e decisa e
conduce il suo popolo verso la liberazione dal potere oppressivo. Avviene in lei una vera e propria trasformazione, che scaturisce dalla
potenza della fede: da debole orfana si trasforma in una vera regina,
capace di dominare gli eventi determinando un ribaltamento delle situazioni in cui l’empio viene punito per la sua superbia e l’Israele
perseguitato ottiene giustizia.
Bellezza, sapienza e devozione sono anche le qualità di cui è dotata Giuditta.
Prima di intraprendere ciò che ha meditato nel suo cuore, ella si
rivolge a Dio affinché ascolti la preghiera di una vedova (9, 1-14).
Nella sua supplica Giuditta rivela una conoscenza profonda dell’onnipotenza divina, nel cui disegno tutti gli eventi sono preordinati, e
chiede l’intervento di Dio contro il popolo oppressore:
7
Or ecco gli Assiri hanno aumentato la moltitudine dei loro eserciti, vanno in superbia per i loro cavalli e cavalieri, si vantano della
forza dei loro fanti, poggiano la loro speranza sugli scudi e sulle lance, sugli archi e sulle fionde e ignorano che tu sei il Signore che disperde le guerre; 8Signore è il tuo nome. Abbatti la loro forza con la
tua potenza e rovescia la loro violenza con la tua ira: fanno conto di
profanare il tuo santuario, di contaminare la Dimora ove riposa il tuo
nome e la tua gloria, di abbattere con il ferro il corno del tuo altare.
(9, 7-8)
Alla violenza dell’uomo si contrappone la logica di Dio, la cui forza non risiede nelle armi ma nella difesa degli oppressi.
Perché la tua forza non sta nel numero, né sugli armati si regge
il tuo regno: tu sei invece il Dio degli umili, sei il soccorritore dei de-
STUDI ED INTERVENTI
relitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore
dei disperati. (9, 11)
Di fronte alla sopraffazione del più forte si può ricorrere anche
all’inganno, che nell’Antico Testamento non è considerato un atto moralmente disdicevole perché è espressione di intelligenza e di astuzia,
a condizione che rientri nella lotta contro il male. Alla preghiera e alla devozione tradizionale Giuditta unisce la radicale intraprendenza
umana e un modo di agire che esula dalle convenzioni 11. Ma ella attinge forza dalla penitenza e dalla preghiera, che potenziano le sue
doti naturali, la bellezza e l’astuzia, e le consentono di trionfare sul
nemico del suo popolo. La preghiera diventa così l’arma più potente
contro la violenza e l’oppressione.
4. Il contesto storico dei libri di Ester e Giuditta.
Per comprendere il significato teologico dei testi che abbiamo preso in esame è importante considerare anche il contesto storico in cui
sono stati redatti. Essi riflettono situazioni drammatiche per il popolo eletto che si sono purtroppo ripetute nel corso della storia fino alla Shoah.
4.1. L’ellenismo e la globalizzazione del mondo antico.
I libri di Ester e di Giuditta sono stati composti durante l’epoca
maccabaica, in un periodo di profonda crisi quando Israele si trovava
sotto il dominio di potenze nemiche ostili a Dio e alle tradizioni del
popolo ebraico. Ci troviamo nella fase più recente di quel fenomeno
politico e culturale che va sotto il nome di ellenismo.
Il grande sogno di Alessandro Magno, con il quale iniziava l’epoca ellenistica, era stato quello di creare un impero universale che mirava ad unificare politicamente il regno macedone e quello persiano.
Questo progetto politico era poi accompagnato da un ambizioso progetto culturale, che si proponeva la diffusione e l’affermazione della
cultura greca in tutto l’impero. Alla sua morte (323 a. C.) si verificò
però la frammentazione dell’impero in tre grandi regni: la Macedonia
sotto i discendenti di Antigono; l’Egitto sotto i discendenti di Tolomeo;
l’Asia Minore, la Mesopotamia e la Persia sotto i discendenti di Seleuco.
11. Soprattutto l’esegesi femminista pone in evidenza l’anticonformismo di Giuditta.
Cf. E. M. SCHULLER, “Scritti apocrifi o deuterocanonici”, in C. A. NEUSOM, SH.
H. RINGE (a cura di), La Bibbia delle donne, vol. II, Claudiana, Torino 1998,
272-278.
167
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168
Le lotte tra i successori di Alessandro, i diadochi, terminarono solo nel 281 a. C. , anno della battaglia di Corupedio, e tra i regni ellenistici si instaurò un equilibrio che durò circa un secolo. Si modificò l’organizzazione politica: si ebbero monarchie fortemente accentrate intorno alla figura divinizzata del sovrano e con la trasformazione delle compagini sociali si verificò anche una grande evoluzione
economica e sociale. Sorsero imponenti centri cittadini, come Alessandria, Pergamo, Antiochia, Laodicea, che condussero ad un alto livello di benessere economico favorito dal rifiorire dell’artigianato e
dei commerci internazionali. Questo periodo della storia greca presenta singolari affinità con l’attuale civiltà della globalizzazione perché si assiste ad un incremento demografico senza precedenti e nello stesso tempo al rafforzamento del ceto medio che divenne il destinatario della cultura ellenistica. Il tramonto della polis e l’estensione dei confini geografici e culturali comportava però anche il costituirsi di una società piuttosto omogenea nella quale il cittadino
aveva minori possibilità di partecipare attivamente alla vita politica
; il suo stile di vita rientrava in forme piuttosto preordinate e consuetudinarie lasciando ampio spazio all’individualismo e alla perdita
dei valori comunitari.
L’ellenizzazione dell’Oriente non poteva restare senza conseguenze
per la comunità di Gerusalemme, anche perché si era sviluppata nel
Mediterraneo orientale una diaspora di lingua greca. La Palestina era
venuta in contatto con l’ellenismo fin dal tempo della dominazione tolemaica, quando nel territorio palestinese erano sorte città, quali Filadelfia, eretta sull’area dell’antica capitale ammonita Rabbat-benêAmmon (oggi Amman), Tolemaide (oggi Akka) situata all’estremità
meridionale del Lago di Tiberiade, Nisa-Scitopoli (oggi Besan). Gli
israeliti rimanevano affascinati dalla vita libera e brillante che si conduceva in queste città ellenistiche e, come narra il libro dei Maccabei, anche alcuni sacerdoti di Gerusalemme si sentirono attratti dai
nuovi modelli culturali (2 Mac 4,14s.). Ma gli ebrei, che erano rimasti fedeli alla tradizione, respingevano la cultura straniera e consideravano l’abbandono dei costumi aviti come una forma di idolatria 12.
Agli inizi del II secolo la situazione interna della comunità religiosa di Gerusalemme era molto tesa; i Seleucidi tentarono allora di
risolvere con la forza questo contrasto al fine di rendere stabile, per
quanto possibile, la situazione nel paese.
12. Su questo periodo storico si veda M. NOTH, Storia di Israele, Paideia, Brescia
1975, 437-486.
STUDI ED INTERVENTI
4.2. L’antisemitismo dell’era precristiana. La resistenza di Israele.
La tensione raggiunse il culmine con Antioco IV Epifane , il quale salì sul trono di Siria nel 175 a. C. e iniziò il suo programma di
ellenizzazione forzata del regno, deliberando di annientare la comunità religiosa di Gerusalemme che egli considerava ribelle. Con un
editto (1 Mac 1, 41 ss) proibì tutte le principali cerimomie religiose,
l’offerta dei tradizionali sacrifici, l’osservanza del sabato, la pratica
della circoncisione; fece inoltre distruggere i libri sacri e stabilì la pena di morte per i trasgressori di questi divieti. Nel 167 a. C. si consuma quella che la Bibbia definisce “abominio della desolazione”, cioè
viene inaugurato nel Tempio il culto di Zeus Olimpio. Le violenze di
Antioco e i numerosi martiri spinsero molti pii, fedeli alla Legge, alla rivolta (168 a. C.), che nel 166 a. C. si organizzò intorno alla famiglia degli Asmonei, costituita dal sacerdote Mattatia e dai suoi cinque figli. Il terzogenito di Mattatia, Giuda, soprannominato Maccabeo
(martello), fu il primo capo del movimento. La rivolta, iniziata come
una guerriglia, ebbe successo: Gerusalemme fu quasi interamente liberata e il tempio riconsacrato (164 a. C.). In questo diffcile clima politico e religioso sono composti i libri di Ester e di Giuditta.
Il libro di Ester, redatto in greco nella seconda metà del II sec.,
esprime la condanna decisa di ogni abuso da parte del potere politico, capace nella sua cecità e irrazionalità di arrivare fino all’oppressione e allo sterminio di un intero popolo. Al potere oppressivo Ester
oppone la disobbedienza civile (4, 8.11); anche quando il sovrano le
garantisce che le leggi razziali non mettono in pericolo la sua vita,
Ester non pensa all’interesse personale ma al suo popolo e sfida quindi il sistema restando nell’ambito della legalità. Sia Ester sia Mardocheo sono infatti cittadini leali verso lo stato, come lo erano anche gli
ebrei nel periodo del nazismo. Con l’ironia tipica dello stile sapienziale il libro di Ester mostra come l’arroganza del potere che si crede onnipotente finisca per naufragare in modo ridicolo perché Dio
ascolta la preghiera dei poveri.
Il libro di Giuditta, che è stato scritto probabilmente verso il 150
a. C., dopo che la rivolta maccabaica aveva già raggiunto alcuni dei
suoi obiettivi fondamentali, sostiene la rivolta maccabaica contro Antioco IV e i collaborazionisti giudei. Nell’ambito della comunità giudaica sussisteva ancora la divisione tra i fedeli jahvisti e coloro che
collaboravano con il governo ellenista e intende incitare alla resistenza contro tutti i tentativi di attentare alla religione dei padri. Il messaggio risulta chiaro. Il potere di Nabucodonosor, che rappresenta il
totalitarismo politico-religioso, viene abbattuto: Antioco IV subirà lo
stesso destino. Ciò che conta di più è la fede in Dio, che consentirà
alla resistenza di perseguire i suoi fini, nonostante la povertà e la de-
169
STUDI ED INTERVENTI
bolezza dei mezzi umani. Il libro di Giuditta è giustamente interpretato come una protesta antimilitarista e antimperialista. Questi due
libri, che si presentano a noi sotto la forma innocente della novella e
del romanzo, hanno dunque un grosso spessore politico oltre che religioso e ci comunicano un messaggio che può essere molto significativo per i tempi moderni.
5. Il messaggio teologico e la sua attualità.
Una laicità impegnata nella storia del nostro tempo.
170
Come sappiamo, la secolarità è una delle dimensioni costitutive
della condizione del laico (LG, 31), che è chiamato a leggere e comprendere la storia del proprio tempo. Questo fa parte del suo carisma
profetico, che lo costituisce come una persona profondamente radicata
nella società in cui vive. Il laico non può avere un orizzonte mentale
ristretto all’ambito particolare del suo ambiente familiare e sociale;
ha il dovere di considerare i problemi in un’ottica globale, capace di
cogliere profeticamente i segni dei tempi e individuare così la specificità della sua missione nel XXI secolo.
a) Per una globalizzazione dal volto umano
Se consideriamo il contesto storico nel quale viviamo non possiamo prescindere dal fenomeno della globalizzazione, che, iniziata negli
anni ottanta del secolo scorso con grandi prospettive di crescita economica e culturale, ha subito un’involuzione simile a quella dell’ellenismo trasformandosi in un sistema di sopraffazione nei confronti delle nazioni e delle popolazioni più deboli. Alla sopraffazione economica, che porta all’indebolimento dell’economia nazionale di molti paesi,
si unisce la volontà di imporre con la forza il modello culturale
dell’Occidente allo scopo di cancellare ogni diversità culturale e religiosa. È nostro dovere opporci nei limiti delle nostre possibilità ad
ogni forma di intolleranza e di oppressione, e affermando con tenacia
i valori del dialogo e della pace. È quanto ci propone il magistero della Chiesa a partire da Giovanni XXIII con l’ Enciclica Pacem in terris, continuando con la Populorum Progressio di Paolo VI fino alle encicliche sociali di Giovanni Paolo II, il quale auspica una globalizzazione dal volto umano che rispetti le diversità e tuteli nello stesso
tempo le popolazioni più deboli. Sarà sufficiente, a questo proposito,
citare un passo dell’enciclica Sollicitudo rei socialis, 33: “Sul piano internazionale, ossia dei rapporti tra gli Stati o, secondo il linguaggio
corrente, tra i vari “mondi”, è necessario il pieno rispetto dell’identità
di ciascun popolo con le sue caratteristiche storiche e culturali. È indispensabile, altresì, come già auspicava l’Enciclica Populorum Progressio, riconoscere ad ogni popolo l’eguale diritto «ad assidersi alla
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mensa del banchetto comune» 13, invece di giacere come Lazzaro fuori
della porta, mentre «i cani vengono a leccare le sue piaghe» (Lc
16,21). Sia i popoli che le persone singole debbono godere dell’eguaglianza fondamentale, su cui si basa, per esempio, la Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: eguaglianza che è il fondamento del
diritto di tutti alla partecipazione al processo di pieno sviluppo”. Giovanni Paolo II ha poi ribadito la posizione della Chiesa nell’esortazione apostolica Christifideles laici, ribadendo la necessità dell’impegno dei laici per il bene comune: “Collaborando con tutti coloro che
cercano veramente la pace e servendosi degli specifici organismi e
istituzioni nazionali e internazionali, i fedeli laici devono promuovere
un’opera educativa capillare destinata a sconfiggere l’imperante cultura dell’egoismo, dell’odio, della vendetta e dell’inimicizia e a sviluppare la cultura della solidarietà ad ogni livello” 14.
b) contro ogni forma di ingiustizia e di persecuzione.
Il libro di Ester è di grande attualità “per mostrare l’assurdità e
la ferocia dell’antisemitismo e rilevare come esso abbia radici profonde e lontane” 15. Èdavvero sconcertante che in epoca recente si ponga
in discussione la verità della Shoah e si pretenda di minimizzarne la
tragica portata. Questa forma di revisionismo è inaccettabile perché,
oltre ad essere un grave errore dal punto di vista storiografico, mina
alla base la dignità del popolo ebreo che continua ad essere per noi
il simbolo di tutti i popoli perseguitati e oppressi dei poveri e degli
oppressi. È importante non abbassare la guardia per non cadere in
un pericoloso torpore della mente e dello spirito, che potrebbe favorire un tragico ritorno al passato, come purtroppo già è accaduto e ancora oggi accade in tutte le nuove forme di sterminio e di genocidio.
c) al servizio dei più deboli.
Il 2010 è stato decretato dall’Unione Europea come l’anno della
lott0a alla povertà. Ci si era prefissi un obiettivo ambizioso, che era
quello della riduzione del debito dei paesi più poveri e un miglioramento generalizzato della qualità della vita. Invece la povertà è diventata un fenomeno planetario e investe anche i paesi dell’Occidente colpendo le fasce più deboli della popolazione: i giovani, che a causa della disoccupazione e del materialismo dilagante, vivono senza valori e senza prospettive per il futuro; gli anziani, che non hanno mez-
13. Cf Lett. Enc. Populorum progressio, 47, cit. nel testo.
14. GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici, 42.
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STUDI ED INTERVENTI
172
zi sufficienti per far fronte alla solitudine e all’emarginazione; gli
stranieri, che non trovano accoglienza e ospitalità dignitosa nella nostra terra; le famiglie che vivono in grosse difficoltà economiche. A
questi nuovi poveri si aggiungono le masse di emarginati che già nell’
Enciclica Sollicitudo rei socialis Giovanni Paolo II segnalava all’attenzione della Chiesa, dopo aver ricordato l’amore preferenziale per i
poveri, che occupa un ruolo di primo piano nell’esercizio della carità:
“Oggi poi attesa la dimensione mondiale che la questione sociale ha
assunto, questo amore preferenziale, con le decisioni che esso ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di
mendicanti, di senzatetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore: non si può non prendere atto
dell’esistenza di queste realtà. L’ignorarle significherebbe assimilarci
al «ricco epulone», che fingeva di non conoscere Lazzaro il mendico,
giacente fuori della sua porta (Lc 16, 19-31)” 16. La pastorale dei laici deve far fronte ai grandi problemi della società contemporanea nelle singole diocesi, intensificando l’impegno nelle parrocchie e nelle associazioni. Si tratta di fare tutto il possibile per rispondere al “grido”
dei sofferenti, perché siamo chiamati ad essere “ imitatori di Dio”. In
che modo? Ester, Giuditta e infine Maria ci hanno indicato la strada.
Dalla preghiera è possibile attingere la forza per contrastare il fatalismo e la rassegnazione che si annidano nel nostro cuore, alimentati dai fallimenti della politica e dell’economia. Anche se dotati di pochi mezzi, con la fede possiamo spostare queste montagne; raddrizzando i sentieri e pianificando le valli prepareremo la via all’affermazione del Regno di Dio.
173
STUDI ED INTERVENTI
Un doppio testimoniale nel Vangelo di Giovanni:
Giovanni Battista e il Discepolo amato
Roberto Vignolo*
1. Preliminari
A titolo di premessa va detto che, allo stato attuale della ricerca,
l’imponenza intrinseca del nostro tema – la testimonianza nel Quarto Vangelo (d’ora in poi QV) –, come pure la sua preponderanza contestuale all’interno del canone neotestamentario, non risultano certo
una novità bisognosa di troppe dimostrazioni, essendo comunque materia già largamente studiata. Il carattere spiccatamente testimoniale
del QV, è del resto ben noto alla tradizione più antica, riconosciuto
fin dai tempi di I-reneo di Lione e di Policrate di Efeso 1. Va pure
detto quanto questo topos sia pure prontamente ri-conoscibile fin dalle prime battute del prologo poetico (1,1-18) e narrativo (1,19-2,12),
dove ogni lettore è chiamato a misurarsi con Giovanni Battista, solenne testimone della luce (1,5ss.15ss.) e dell’agnello (1,29-34.36), la
cui voce e figura testimoniale accompagnano Gesù lungo l’intera sua
missione terrena (3,26; 5,33-36; 10,41). Quando poi effettivamente
Giovanni Battista, coerentemen-te con la propria definitiva consegna,
«diminuisce» in ordine a lasciar «crescere» Gesù (3,30), ecco che allo
*
Docente di Esegesi Biblica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di
Milano. Relazione tenuta alla Settimana biblica diocesana, Andria, 15 marzo 2011
Apparso con il titolo: La dottrina della testimonianza in Giovanni, in: G. ANGELINI – S. UBBIALI (a cura di), La testimonianza cristiana e testimo-nianza di Gesù alla verità, (Quodlibet 22) Glossa ed. 2007, 171-206. L’excursus sul Discepolo
che Gesù amava è tratto dal volume Personaggi del Quarto Vangelo. Figure delle
fede nel Vangelo di San Giovanni, Glossa Milano 1998 (3° ed.), pp. 192-202.
1.
Secondo IRENEO, Adv. Haer. III,3,4, «un testimone autentico della tradizione degli apostoli»; secondo POLICRATE «testimone e didascalo» (cit. da EUSEBIO, Historia Ecclesiastica III,31,3; V,24,3).
173
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174
scoccare dell’ora di gloriosa passione (13,1ss.) gli subentra il Discepolo Amato, intimo a Gesù quanto Gesù al Padre (13,21ss; cf 1,18), con
ottima probabilità compagno di Andrea e disce-polo della primissima
ora (1,35-37.40), presente all’interrogatorio di Gesù da parte del sommo sa-cerdote (18,15ss.), veggente perspicace sotto la croce (19,35), come pure al sepolcro (20,9), e sul lago di Tiberiade (21,7.20ss.), da Gesù destinato a «rimanere», non perché immortalato biologica-mente
(21,22-23), ma in quanto testimone-autore del libro e fondatore di
quella propria comunità che se ne fa solenne garante: «questi è il discepolo che testimonia queste cose e che le ha scritte, e noi sappiamo
che la sua testimonianza è vera» (21,24). Accompagnato da questi due
speciali super-testimoni, il lettore viene inoltrato lungo l’intero QV come all’ascolto di una vera e propria sinfonia testimoniale, raccogliendone organicamente l’intera fitta rete di ulteriori attestazioni sulla loro falsa-riga. Queste voci saranno talora non altrettanto imponenti e
frequenti quanto il Battista e il Discepo-lo Amato, come p. es. quelle
della Samaritana e della folla (4,39;12,17). Ma, in verità, più spesso
si dimostreranno dotate di ben maggior spessore rivelativo. Sarà appunto questo il caso delle scritture d’Israele (5,39-47), che nella seconda parte del vangelo entrano nel dinamismo del loro esplicito compimento (12,37-43;19,36-37); e più radicalmente ancora quello di Gesù in persona, testimone del Padre (3,11.32-33; 4,44; 5,31; 7,7; 8,1314.18; 13,21; 18,37), nonché del Padre stesso testimone del proprio Figlio (5,32.37; 8,18). Il tema testimoniale aderisce tanto intimamente
alla forma e al contenuto, come pure alla semantica, alla struttura,
alla vis comunicativa e alla referenzialità del QV (19,35-37; 20,30-31;
21,24-25), di cui qualunque lettore minimamente disponibile e competente po-trà rendersene conto senza troppo sforzo. Queste poche pagine cercano semplicemente fornirne una messa punto, ricavabile da
una lettura prevalentemente narrativa, centrata soprattutto sul doppio te-stimoniale costituito da Giovanni Battista (d’ora in poi GB) e
dal Discepolo Amato (d’ora in poi DA). Il loro auspicato guadagno
consisterà nel potere (dovere) legittimamente parlare di una vera e
propria poetica testimoniale giovannea, quale intentio recta e anima
pervasiva di questo libro, addi-tabile come analogatum princeps, ovvero – insieme con il corpo di scritti giovannei, comprendenti soprattutto la 1Gv e l’Apocalisse – quale eccellente esecutore e promotore
di una teologia della ri-velazione e della scrittura, cioè della fede e
della vita divina attingibili appunto attraverso l’autorivelazione vivificante, essa stessa attestante e capace di farsi attestare nella consegna e ricon-segna di un libro, ad un livello davvero di rara e originaria potenza e unità.
STUDI ED INTERVENTI
2. Terminologia, semantica, genere letterario testimoniale
Cominciamo quindi dalla terminologia e della semantica, esse stesse già indicative circa il genere letterario del QV, dove, addirittura
preponderante rispetto all’intero NT risulta la frequenza del so-stantivo martyria (37x nel NT, 14x in Gv, 9x Ap, 6x 1Gv), e del verbo
martyréw (76x nel NT, 33x in Gv, 10x in 1-3Gv, 11x in At). Per converso, invero un po’ curiosamente, del tutto ignorati restano i sostantivi martys (cf invece Ap 1,5; 2,13; 3,14; 11,3; 17,6, nonché l’uso frequente in At, con 13x), e martyrion. Nella maggioranza delle volte
(19x) il verbo martyréw viene costruito con perì + gen., con lo scopo
di focalizzare l’oggetto di una testimonianza complessiva «riguardo a».
Nella stragrande maggioranza dei casi la testimonianza giovannea è
di contenuto cristologico, rife-rendosi più direttamente la sua persona
(non tanto alla sua risurrezione, come invece in At 1,22; 2,23; 3,15;
5,32). Nei discorsi e dialoghi frequentemente Gesù rivendica in prima
persona le testi-monianza che lo riguardano (Gv 5,31-32.36-39;
8,14.18; 10,25; 15,26). martyréw ricorre anche co-struito con il complemento oggetto diretto (all’acc., sempre riferito alla visione del Padre attestata da Gesù, indicata con un generico pronome neutro singolare: «ciò che» 3,11.32). Ricorre pure la co-struzione con hoti («testimoniare che»: 1,34; 4,39.44), e con il dativus commodi («a vantaggio di»: 3,26.28; 5,33; 18,37; 1Gv 5,9-10), piuttosto che con il verbo coniugato in forma assoluta (nel senso di «dichiarare»: 13,21). C’è qui
di mezzo una connotazione semantica giudiziale tipicamente gio-vannea, per cui – quando ne va della verità della storia di Gesù mandato dal Padre come luce e vita del mondo –, tutto procede come trattandosi di deporre solennemente e ufficialmente, come difronte ad un
tribunale (Gv 1,7-8.15; 2,25; 5,31-32.36-39; 7,7; 8,13-14.18; 10,25;
15,26; 18,23.37; 21,24).
Fin dall’inizio del secolo scorso la critica ha ben percepito il carattere processuale del QV, percepi-bile dall’uso di vocabolario giuridico, 2
concomitante e omogeneo al campo semantico di martyria - martyréw).
Sembra appunto questa una torsione specificamente forense che Gv
conferisce al te-nore kerygmatico più tipicamente tradizionale (di At e
dei sinottici), di cui propriamente non condi-vide la terminologia classica (mancando di paradigmi quali euaggelion, euaggelizomai, keryssw).
In quanto azione parallela alla confessione cristologica (homologhéw:
Gv 1,19-20; 9,22; 12,42), e ad ulteriori atti di solenne proclamazione –
2.
elenchw (3,20; 8,46; 16,8); krinw (3,17-18; 5,22.30; 7,24.51; 8,15-16.26.50; 12,47-48;
16,11; 18,31), krisis (3,19; 5,22-30; 7,24; 8,16; 12,31; 16,8.11), parakletos (14,16.26;
15,26; 16,7); kathgoréw (5,45).
175
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176
quali il gridare (krazw: con soggetto Giovanni Battista in 1,15, mentre in tutti gli altri casi è Gesù: 7,28.37; 12,44), l’annunciare (aggéllw:
Gv 4,51; 20,18; anaggéllw: Gv 4,25; 5,15; 16,13-15; 1Gv 1,5; apaggéllw: Gv 16,25; 1Gv 1,2-3), il parlare (laléw: 1,37; 3,11.31;34; 4,26; 6,63;
7,17-18.26.46…12,36-50; 18,20)–, l’attestazione prende chiare conno-tazioni kerygmatiche di energica carica affettiva e comunicativa, tutte
ben compatibili con il campo semantico e con un’atmosfera di tipo processuale. Nel QV la rivelazione – al cui campo semantico va ricondotto il linguaggio testimoniale – si attua come un grande processo inizialmente tutto inten-tato a spese di Gesù, mediatore della vita divina, durante il quale si produce la classica inversione di ruoli tra l’accusato (Gesù), che in realtà diventa il giudice dei suoi accusatori (i
Giudei e il mondo), che alla fine sono loro ad essere giudicati, insieme al principe di questo mondo. Specifico del QV, che pure come i Sinottici racconta la vita di Gesù quale evento escatologico e di rivelazione salvifi-ca, è di appartenere tuttavia ad una letteratura testimoniale di controversia, risultando effettivamente sintonico con l’ultima
impresa di Giuseppe Flavio, il Contra Apionem, (databile tra il 93 e
96 d.C.). Pur appartenendo al genere di un trattato storico-apologetico, e quindi discostandosi da quello pro-priamente narrativo del QV, le
due opere condividono la stessa epoca, lingua, e appartenenza a un
giudaismo fortemente ellenizzato, nonché, appunto, il profilo di un genere letterario giuridico-testimoniale. In effetti anche il Contra Apionem altro non è che una «sinfonica» 3 e ben selezionata rassegna di testimonianze 4, universalmente accettabili 5, raccolte «per confutare coloro che hanno scritto ingiustamente su di noi, attaccando senza pudore
la verità stessa» 6, nella fattispecie l’antigiudaismo del sacerdote egiziano Apione. In tal senso Giuseppe Flavio ribadisce l’antichità del suo
popolo, la non discendenza egiziana, le vere condizioni della liberazione esodica, l’eccellenza di Mosè, legislatore che «come testimone della
sua virtù trovò prima Dio, poi il tempo», nonché bontà, giustizia, ed
effettiva praticabilità della sua legislazione 7. Chiude infine, in forma
3.
CA, I, VIII,38; XXI,154.160; II, XIX,179-181.
4.
Il vocabolario della testimonianza (martys, martyria, marturéw) scandisce con regolare, e perfino noiosa ricorrenza l’intero libello, a recensire tutte le voci invocate a sostegno della propria tesi (dal Libro I: I,4; X,50-56; XIII,70; XV,93; XVII,106;
XVIII,116.127.129; XXII,205; XXIII,217; XXVI,227. Dal Libro II: I,1; XV,151;
XVI,168; XXX,218; XXXIX,279; L,288.290). 3
5.
Cfr. I, XXII,161. Testimonianze vuoi estrinseche (voci diverse, barbare e greche)
vuoi intrinseche, ricavabili dall’efficacia e dalla pratica della stessa legge ebraica:
II, XVI,163ss.; XXXIX,284.
6.
II, XL, 287
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di dedica e congedo, un appello diretto dell’autore al/ai lettore/i, in nome dell’amore alla verità («a te, Epafro-dito, che più di tutto ami la
verità, e a coloro che per opera tua vorranno anch’essi avere informazioni sulla nostra nazione, sia dedicato questo e il precedente libro») 8,
che ha qualche analogia con Gv 21,24.
3. Figura fondamentale della testimonianza
Testimoniare per il QV implica comunque un articolato profilo, che
essenzialmente comporta:
a. anzitutto un’esperienza diretta previa del testimone (consistente
soprattutto nel «vedere» e nell’«udire»), che acquisisce una frequentazione profonda, consapevole e assidua della «cosa» destinata alla successiva attestazione;
b. l’esperienza oculare–auricolare acquisita da parte del testimone
viene trasmessa in un contesto pubblico di Israele (1,31), così che
chi ha potuto vedere e udire faccia a sua volta vedere e udire i
propri diretti destinatari mediante la propria testimonianza (volentieri i verbi di visione/audizione e di attestazione sono coniugati al perfetto resultativo, un tempo usato con grande maestria dal
QV); domina in merito il processo di deissi, di ostensione.
c. il tutto viene trasmesso in forza di una presa di posizione relativa a vantaggio di qualcuno, per cui ci si schiera pro o contro qualcosa o qualcuno, come in una deposizione processuale (secondo il
co-stume forense dell’epoca).
d. Questo implica che il testimone sia a servizio personale e in funzione sociale dell’oggetto della propria testimonianza, escludendo
così a priori che essa sia autoreferenziale, a priori invalidando la
pretesa di renderla a se stesso. Pur non nascondendosi, anzi dovendo per ovvie ragioni uscire allo scoperto e quindi sottoporsi ad
una pubblica (perfino rischiosa) mostrazione, il testimone ha uno
statuto per definizione strutturalmente eteroreferenziale e sociale.
Il testimone stesso è oggetto di sorprendente mostrazione, essa
stessa al servizio dell’ ancora più stupenda ostensione rivelatrice.
e. Decisiva e peculiare l’attestazione rivelatrice di Gesù, che dovrà
difendersi dall’accusa di fornire una testimonianza a se stesso, autoreferenziale, e quindi non vera (8,13). E lo farà prima respingendo nettamente tale contestazione (5,31), e invocando la testimonianza del Padre. Poi però ammetterà che la propria testimonian-
7.
Rispettivamente §§. 290 (cfr. II, XV,154-XVI,163) e 291-292.
8.
§ 296
177
STUDI ED INTERVENTI
178
za a se stesso ha comunque valore, in quanto sostenuta dalla consapevo-lezza della propria provenienza e della propria destinazione al Padre («se anche io rendo testimo-nianza a me stesso, la
mia testimonianza è vera, perché io so da dove vengo e dove vado»: 8,14). Nel suo secondo soggiorno a Gerusalemme (5,1ss.), in
polemica contro i suoi persecutori che non gli perdonano una guarigione di sabato (5,9.16), e tantomeno la giustificazione da lui addotta («il Padre mio opera sempre, e anch’io opero»: 5,17), Gesù
propone un ragionato compendio delle te-stimonianze rivendicabili
a proprio favore (5,31-47). Così, rispetto a GB e a qualunque umana te-stimonianza, invocherà in primo luogo un «altro» veritiero
testimone (5,32) al meglio riconoscibile nel Padre stesso (5,37); secondariamente la testimonianza delle opere affidate dal Padre alla sua fe-dele esecuzione e compimento filiale (5,36); infine si richiamerà a quella delle scritture dai suoi av-versari vanamente
compulsate (5,39-40), quella di Mosè in persona che di lui ha scritto (5,45-47). Decisivo è comunque che la reciproca testimonianza
tra Gesù e il Padre produce un primo duplice mutuo visibile accordo, più immediato,costituito appunto dall’esecuzione delle opere
(segni) vivificanti, messe in atto da Gesù e rivendicabili all’agire
sinergico di entrambi, e proprio così esse stesse attestazioni eloquenti (5,36; 10,25; cf 17,4). La testimonianza di Gesù altro non è
che la vita prodot-ta dai suoi segni e dalle sue opere appunto vivificanti, operate nell’obbedienza fedele e nell’interpretazione audace rispetto alla incondizionata volontà di vita del Padre.
f. Un ulteriore accordo, questo invece meno immediato e diretto e invece bisognoso di distensione e discontinuità temporale segnata
dalla glorificazione e partenza di Gesù, sarà quello garantito dallo Spirito di verità, «l’altro Paraclito» rispetto a Gesù, mandato da
lui e dal Padre (14,15-17), che ali-menterà la memoria cristologica (14,25-26), e potenziando la testimonianza ulteriore dei discepoli (15,26-27), sostenendoli nel conflitto con il mondo (16,1-4.511), e guidandoli all’intera verità cri-stologica (16,12-15). (Di passaggio va segnalato che testimonianza delle opere e quella dello
Spirito hanno stretto nesso con la teologia della glorificazione rispetto a cui andrebbero approfondite).
g. È quindi chiaro come per Gv valga rigorosamente il principio per
cui mai e poi mai potrà esser valida una testimonianza isolata,
unica e solitaria, ma solo la testimonianza di almeno due voci concordi (conformemente a Dt 19,15 citato in Gv 8,17) potrà legittimamente imporsi. Quello testimo-niale è un mondo sinfonicamente referenziale, di verità ostensivamente mostrata da prospettive
plu-rali, è spazio concesso alla vita originariamente condivisibile.
STUDI ED INTERVENTI
4. Testimonianza come principio di prefigurazione,
configurazione e rifigurazione del QV
Considerandone la consistenza qualitativa del tema, cioè la sua distribuzione e gestione interna al libro, ecco che la frequenza quantitativamente alta della terminologia testimoniale prende senso in termini davvero decisivi, mostrando di presiedere alla strutturazione
configurante del QV e alla sua rifigurazione da parte del lettore (nonché alla sua prefigurazione nel vissuto originariamente conflit-tuale di
Gesù e della comunità giovannea della fine del I° sec.) 9. Come si vede dal prospetto ivi schizzato sulla traccia dei lemmi martyria martyréw caratterizzanti la figura della rivelazione co-me quella della fede, il tema trova regolare scansione lungo tutte le sezioni del Libro. 10 Pur prescin-dendo da un’analisi dettagliata, sarà agevole constatare quanto coerentemente il genere testimoniale incida sul livello
di volta in volta compositivo, sostanziale e comunicativo del QV, determinandone rispettivamente:
– sia la comunemente detta struttura letteraria (ovvero la forma
dell?espressione che presiede alla sua composizione);
– sia l’intreccio sviluppato nel conflitto agonistico di un gruppo di
personaggi testimoniali, tutti coinvolti come coadiuvanti impegnati nel processo rivelativo credente, rispetto alle figure op-ponenti
del mondo, dei farisei e dei sacerdoti, e di larga parte dei giudei
(in merito al conflitto qualificante l’intreccio si tratta ovviamente
della forma del contenuto);
– sia la stessa comunicazione metanarrativa con i lettori, ripetutamente chiamati a decidersi in rapporto alla testimonianza del QV,
accogliendo l’invito a credere (19,35; 20,31); qui è in gio-co appunto l’appello con cui il mondo del testo – attraverso i personaggi, quasi ad ogni episo-dio raffigurati per la loro opzione di fede o di incredulità 11– si collega al mondo del lettore.
9.
In merito vedi M. NICOLACI, Egli diceva loro il Padre. I discorsi con i Giudei a
Gerusalemme in Giovanni 5-12 (Studia Biblica 6), Città Nuova Roma 2007, e L.
KIERSPEL, The Jews and the World in the Fourth Gospel (WUNT 2.R 220), Mohr
Siebeck Tuebingen, 2006.
10. G. SEGALLA, Evangelo e Vangeli. Quattro Evangelisti, quattro Vangeli, quattro
destinatari, EDB Bologna, 1992, 287-291.
11. A livello intradiegetico in fine di pericope o di episodio, molto frequente ricorrenza di pistéuw (soprattutto all’aor). Al tempo finito: 2,11.22.23; 4,41; 4,53; 7,39(ptc);
8,30; 10,42; 11,45; 12,11; 19,35(cong. svl); 20,31 (cong. svl). Inoltre: 3,36; 6,35; 6,40
(ptc.pres.); 1,50; 9,38 (ind.pres.); 4,41-42 (aor.+ pres.indic.); 5,47 (pres.indic+fut.);
6,29 (pres.cong.); 20,29 (pf+ptc aor.); 20,31 (aor + ptc.pres.). 6,69; 11,27 (pf.); 20,29
(pf. + ptc aor). Più raramente all’inizio dell’episodio (7,31; 12,44; 14,1). L’invito extradiegetico di 19,35 e 20,31 sollecita il lettore a misurarsi sui personaggi di cui
si è narrato.
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180
Prologo
– prologo innico 1,1-18 GB 1,7-8.15
– prologo narrativo 1,19 - 2,12 GB 1,19.32.34
Crescendo
(2,13 - 4,54) homo quidam 2,25
Gesù 3,11; 4,44
GB 3,26.32-33
Discepoli di GB 3,28
La Samaritana 4,39
Crisi e rifiuto
(5,1 - 10,42) Gesù 5,31; 7,7; 8,13-14.18
Il Padre 5,32.37; 8,18
GB 5,33-36; cf. 10,41
Le opere 5,36; 10,25
Le scritture 5,39; cf 5,45-47: Mosè
Intermezzo
(11,1 - 12,50) Le folle 12,17
Testamento
(13,1 - 17,26) Gesù 13,21
Lo Spirito… 15,26
…insieme ai Discepoli 15,27
Compimento
(17,1 - 19,42) Gesù davanti a Pilato 18,37
Il DA sotto la croce 19,35
Riconoscimento
(20,1 - 21,24.25) Il DA «autore» del QV, e
fondatore della comunità 21,24
Insomma: l’architettura complessiva, nonché la cornice interna ed
esterna, come pure l’intrinseca sostanza del libro, il suo intreccio e i
suoi personaggi principali, risultano infine aspetti perfettamen-te
omogenei, tutti vivificati da una medesima indivisa anima (ovvero:
poetica) testimoniale.
5. GB e DA – un doppio testimoniale
A questo punto sviluppiamo il nostro tema concentrandoci sulla testimonianza di GB e del DA, trattandole qui in chiave di doppio letterario 12, secondo un approccio coerente con il metodo narrati-vo e in
particolare con i personaggi in questione, anzi, con l’opera giovannea
12 Per il doppio tra GB e DA, cfr. R. VIGNOLO, Personaggi, cit., 177-205. Tuttavia
stimo oggi l’universo giovanneo pervaso dal doppio molto ben più profondamente
di quanto allora evidenziato.
STUDI ED INTERVENTI
tout court, che al dop-pio letterario in effetti ricorre con intensità e finezza non minori rispetto agli altri ben noti espedien-ti stilistici preferiti (quali il doppio significato, l’ironia, l’equivoco, l’inversione di
ruoli, il simboli-smo, il commento narrativo)13.
Coimplicato con il doppio psicologico14, il doppio letterario è fenomeno interpretabile secondo un’accezione più estesa, ovvero più circo13 Rispetto a questi l’espediente del doppio nel QV pare davvero poco trattato. Eccezion fatta per il vocabolario giovanneo, riconosciuto articolare volentieri sinonimi con doppio significato, non mi risulta sia stato trattato il fenomeno nel suo
complesso, tantomeno riconosciuta l’istanza antropolo-gica e teologica fondamentale da cui insorge, plausibilmente riconducibili al cruciale interesse giovanneo per
la vita, e quindi, riconducibile ad un archetipo teologico e soteriologico di stampo
trinitario, il cui nucleo originario è la singolare relazione di Gesù al Padre, e dello Spirito ad entrambi. Se lo Spirito, «il Paraclito postpasquale è in qualche modo il doppio del Gesù prepasquale» [J. ZUMSTEIN, Miettes exégètiques (Le Monde de la Bible, 25), Labor et Fides Genève 1991, 310], appunto in quanto come
lui insegna (14,26), profetizza (16,13), giudica (16,8-117 e guida nella verità
(16,13), ecco allora che, analogamente, Gesù, in quanto monogenes theos / hyios
tou patros (1,14.18; 3,16.18) è il doppio del Padre, visibile attraverso la sua umanità (14,9). Osservazioni sparse nei commentari circa il parallelo tra l’infermo di
Bethesda (Gv 5) e il cieco nato (Gv 9), come pure circa i rappor-ti tra Lazzaro,
Marta e Maria (Gv 11-12).
14 La scoperta del doppio psicologico risale al discepolo freudiano eterodosso O.
RANK (1884-1939), Der Doppelgänger (Vienna/Lipsia 1914; trad. it. Il doppio. Il
significato del sosia nella letteratura e nel folklore [1994]), il cui merito sta
nell’avervi colto la duplice istanza di superare (o temperare) l’angoscia sempre incombente della morte («l?idea della morte diventa sopportabile se c?è un Doppio
che dopo questa vita ce ne assicura una secon-da»: op. cit. 1994, 102; sott. mia),
ma, al tempo stesso, di esserne implacabile annunciatore (chi vede il suo doppio,
muore!). Suo limite è l’averlo circoscritto all’ambito di un patologico e narcisistico
amore di sé, laddove invece sottende una dimensione antropologica più radicale.
In questa linea vanno E. FUNARI, Fenomenologia, processualità e struttura sul
tema del «Doppio», in: E. FUNARI, (a cura di), Il doppio tra patologia e necessità,
Raffaello Cortina ed. Milano, 1986. Idem, La chimera e il buon compagno. Storie
e rappresentazioni del Doppio, Raffaello Cortina ed. Milano, 1998, e G. VADALÀ,
Syzygos. Il Doppio, da Compagno Divino a Immagine del Sé, (Il Tridente 39), Moretti e Vitali, Bergamo 2003. Per il primo è la «risul-tante di un conflitto tra tendenze di chiusura alla alterità, intrise di distruttività e di persecutorietà, e spinte verso l’amore oggettuale: la sua figura met-te in scena una crisi in atto, una
crisi che mantiene in sé le condizioni per un potenziale cambiamento» (E. FUNARI [1998] 86). Irriducibile ad un profi-lo patologico, il doppio oscilla così tra
due poli estremi: uno persecutorio, distruttivo, mortifero, l?altro bonificato, integrato e perfino salvifico (ib. 62-63). In ogni caso, l?invariante della crisi di identificazione è ritracciabile in tutte le sue forme. Analogamente, con dichiarato orientamento jun-ghiano, e con interesse mistico-religionistico, anche VADALÀ recupera il doppio «come figura che rappresenta, media, favorisce un processo trasformativo del soggetto, colto nel momento del trapasso da uno stato di individuazione a un altro» (cit. 349). Il rapporto tra aspetto psicologico e letterario è di reciproca coimplicazione (come suggerito dal sottotitolo di RANK), ma per limite di
competenza, si privilegia qui quello più strettamente lettera-rio.
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scritta. Nel primo caso, definendolo come una caratterizzazione reduplicata per contrapposizione o integrazione reciproca,15 più latente che
non esplicitata16. Nel secondo, invece, riferendolo esclusivamente al
vero e proprio sdoppiamento di un soggetto nel suo sosia (due individui rivendicanti la stessa identità, lo stesso corpo e nominativo)17. Per
Gb e il DA ci atterremo qui in primo luogo all’applicazione più larga
del concetto, ma recuperando, come vedremo, anche quella più radicale (precisamente a livello della condivisibilità di un unico nome).
Assai comune in ambito letterario e folklorico, il tema conosce la
sua massima efflorescenza narrativa nel XIX sec.18, a ridosso della
quale comincia ad essere focalizzato. Ma è arcinoto all’antichità greca
e latina19, come pure alla tradizione biblica, dove ricorre anche nella
peculiare forma della tipologia (rivisitabile anche sotto questo segno).20
In ogni caso si tratta d’un fenomeno psicologico e letterario ricco
e complesso, antropologicamente parlando focalizzabile nel problema
dell’identità sdoppiata oppure reduplicata di un soggetto in un altro
se stesso, alle prese con la propria limitazione, in gioco quindi tra dissoluzione e sopravvivenza, tra fusione ed emarginazione, ovvero integrazione. Insomma, per dirla in linguaggio giovanneo, là dove c’è il
doppio, è sempre in gioco la questione di «avere la vita», e viceversa.
15. In merito M. RUTELLI, Il desiderio del diverso. Saggio sul doppio letterario, Liguori ed., Napoli 1983, e M. FUSILLO, L?altro e lo stesso. Teoria e storia del doppio, (Biblioteca di Cultura, 236) La Nuova Italia Firenze 1998, che spazia comparatisticamente dalla grecità ai nostri giorni, con la più ricca bibliografia attualmente disponibile (321-352), ma evitando d’interrogarsi in radice sul carattere «antropologicamente primario» (ib. 80) del doppio come tale.
16. FUSILLO, L?altro e lo stesso cit., 8-9, in controtendenza, opta per una definizione più ristretta. In effetti la peculiarità del fenomeno chiede riscontri nella costruzione letteraria dei personaggi. In ogni caso si può parlar di doppio quando il
raffronto dei punti di vista (verbale, spaziale, temporale, as-siologico), nonché dei
ruoli attanziali d’intreccio consenta di verificare una consistente correlazione (di
qualunque segno essa sia) tra due (o più) per-sonaggi.
17. Connesso all’identità rubata, la somiglianza perturbante, e la duplicazione dell’io
(le tre parti dello studio di FUSILLO).
18. Qualche riferimento trai più noti: T. GAUTIER, Le chevalier double (1840). F.
DOSTOJEVSKIJ, Il Sosia (1845/1866), E. A. POE, The Fall of the House of Usher (18452). R.L. STEVENSON, Strano caso di Dr. Jekyll e Mr. Hyde (1885); H.
JAMES, The Jolly Corner (1908); J. CONRAD, The Duel: a Mili-tary Tale (1908)
e The Secret Sharer (1909).
19. Si pensi alla Elena di EURIPIDE e all’Amphitruo di PLAUTO (cfr. FUSILLO,
L?altro e lo stesso, cit 37ss.; 59ss.).
20. Per Lc-At, J.-N. ALETTI, Il racconto come teologia. Studio narrativo del terzo
Vangelo e del libro degli Atti degli Apostoli, Edizioni Dehoniane Roma 1996, 5486 parla di un parallelismo attoriale, riconducibile alle procedure della synkrisis
(la comparazione dei destini su cui è costruito tutto il libro della Sapienza).
STUDI ED INTERVENTI
6. Il doppio testimoniale tra consuetudine e novità
Un doppio straodinariamente emblematico costituiscono GB e DA,
ancorchè si tratti di una novità solo parziale nell’ambito della tradizione evangelica. La tradizione sinottica, infatti, conosce il doppio proprio in riferimento a GB, presentandolo vuoi come nuovo Elia, vuoi
come precursore del Messia Gesù, tale perfino nella sua stessa morte21, e riportando la credenza popolare – folklorica, appunto – di Gesù come GB, o addirittura Elia stesso redivivo (Mc 6,14-15; 8,28; 9,1113 e par.). A propria volta il QV non manca, con speciali caratteristiche, di sviluppare quei tratti tipologicamente cristologici del suo
GB22, come Gesù anche lui (sia pur a diverso titolo) mandato e venuto da Dio, più per testimonianza alla verità (5,33;18,37) che non come precursore del Messia23.
Rispetto a Gesù, GB avanza come una sorta di suo adombramento
anticipato, una sua stupenda controfigura «concava». Il QV mostra tutta l’analogica differenza tra il testimone profetico del Messia, colui che
battezza con acqua, lampada-che-illumina da una parte, e dall’altra il
testimone-Logos, il Cristo rivelatore, che battezza nello Spirito Santo,
la vera-luce-che-che viene-nel-mondo. L’analogia che accomuna questi
due «testimoni della verità» è tuttavia attraversata da una maior dissimilitudo, dal momento che GB non produce segni (10,40-42), non può
certo autoattestarsi (8,14) o autoidentificarsi nella verità (14,6) come fa
Gesù; e nemmeno vantare una testimonianza il cui oggetto coincide
tout court con quello della propria visione (3,11.32). Nondimeno, GB rischia di essere scambiato per il Cristo, e qualora non rifiutasse energicamente l’identificazione messianica propostagli («e confessò, e non
negò, e confessò: “non sono io il Cristo!”»: Gv 1,20), ecco che potrebbe
costituire quel classico, più aggressivo caso di doppio nella forma
dell’«identità rubata» (quel fenomeno da R. Girard diffusamente descritto come «desiderio mimetico» capace di scatenare la violenza legata al dominio del sacro). Proprio per sottrarsi ad ogni confusione/usur-
21. Cfr. Mc 1,14; 6,16-28: GB ha in sorte di «essere consegnato» al martirio, proprio
come lo sarà Gesù stesso (10,33 ecc.). Lc 1-2 eleva il confronto tra GB e Gesù a
molto elaborato dittico di vite parallele.
22. In merito al parallelo giovanneo tra Gesù e GB come testimoni della verità, cfr.
I. DE LA POTTERIE Gesù verità. Studi di Cristologia giovannea, Marietti Torino, 1973, 167-178. Idem La Vérité dans Saint Jean, Tome I. Le Christ et la vérité. L?Esprit et la vérité. Tome II. Le croyant et la vérité (AnBib 73/74), Biblical
Institute Press Rome, 1977, 89-116.
23. R. INFANTE, L?amico dello sposo. Giovanni Battista, (PBT 4) Dehoniane Napoli,
1984. E. LUPIERI, Giovanni Battista tra storia e leggenda, (BCR 53) Paideia Brescia 1988.
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pazione d’identità e funzione messianica (3,29), la figura di GB subisce
nel QV un elaborato trattamento da cui esce al tempo stesso ridimensionata e valorizzata, secondo un modello, fin dal Prologo poetico (Gv
1,1-18), a completo servizio cristologico testimoniale. Nella versione di
testimone dell’Agnello di Dio, GB subisce nel QV una ulteriore cristianizzazione, per cui egli è per un verso il cavo della figura cristologica,
(che non deruba Gesù della sua identità messianica, rinunciando a costituirsi come suo doppio alternativo), e nello stesso tempo per altro
verso il prototipo del DA, del Testimone Veggente (che ne ricalcherà
appunto la struttura fondamentale di testimone). Questa configurazione del personaggio mira a produrre sul lettore di udienza autoriale
eventualmente nostalgico di GB, l’effetto di sottrargli (o temperargli)
ogni motivo di rimpianto per lui, proprio anche in forza della sua ulteriore reduplicazione, che fa «sopravvivere» GB nel DA. Limitata agli
albori della storia di Gesù, la testimonianza di GB si comprende solo
completata e integrata da quella del DA, cui offre così la tipologia del
testimone più accreditato, il suo perfetto antitipo, deputato all’ora di
Gesù, capace di decifrare e trasmettere i segni della ri-velazione pasquale (19,25-27.35; 20,8; 21,7.20-23.24) in profonda corrispondenza con
quelli dell’iniziale manifestazione a Israele (1,5-8.15.19-28.29.34.35ss.).
Questo inedito parallelo testimoniale tra GB e la figura tutta giovannea del DA è costruito secondo un sapiente dittico strutturale e
narrativo di reciproca, integrativa corrispondenza dei due personaggi,
ben visibile tanto nella cornice quanto nel corpo stesso del QV,24 nella cui sinfonia testimoniale assumono specialissima funzione. Proprio
nella cornice narrativa GB e DA godono di una posizione paragonabile a quella dei due pannelli laterali di un polittico convergenti sulla rappresentazione cristologica centrale (come d’altronde felicemente
intuito dalla tradizione iconografica d’oriente e d’occidente)25. Non a
caso entrambi campeggiano in cornice come figure liminari deputate
a custodire la soglia di comunicazione tra mondo dell’opera e mondo
del lettore, letteralmente «indigitandogliela». Una nitida inclusio
24. Recentemente anche L. DEVILLERS, Les trois témoins: une structure pour le quatrième évangile, «Révue Biblique» 104 (1997) 40-87, punta l’attenzione sul parallelismo GB/DA.
25. In oriente come pure in occidente GB è rappresentato sotto la croce (là dove ci si
aspetterebbe il DA). Ma entrambi sono collocati simmetricamente ai lati del Cristo dal BEATO ANGELICO, Polittico di Cortona (Chiesa di S. Domenico); Trittico dei Linaioli (Museo di S. Marco-Firenze); da H. MEMLING, Trittico (1485)
Vienna -Kunsthistorisches Museum; Trittico (London National Gallery); da G. DAVID, Tryptique de la famille Scolano (Parigi-Louvre); e da M. GRÜNEWALD, Polittico di Isenheim (Museo di Unterlinden, Colmar, 1515). Caso non raro in cui gli
artisti si rivelano più perspicaci di molta esegesi.
STUDI ED INTERVENTI
maior configurante l’intero Libro esibisce con studiata solennità questi due supertestimoni più accreditati della rivelazione, applicando, a
loro come all’oggetto da loro attestato, semplici ed efficaci espressioni
deittiche, con cui vengono simultaneamente mostrati i due testimoni
e l’oggetto cristologico-pneumatico della loro attestazione. Ne sortisce
così un effetto complessivo di ostensione reduplicata, per cui la loro
testimonianza di fede si coordina in cooriginaria e subalterna appartenenza al prodursi dell’autotestimonianza divina (testimonianza della divina autotestimonianza), come pure in reciproco gioco speculare:
GB DA
1,7 questi (GB) venne a testimonianza 21,24 questi è il discepolo, che
attesta intorno a queste cose, e le ha scritte, e noi sappiamo che
1,19 E questa è la testimonianza di Giovanni… la sua testimonianza
è vera!
Così GB interviene fin dal Prologo poetico (1,7.15-17) e narrativo
(1,19-34.35-37)26, e quindi lungo la prima parte del Vangelo – in actu
exercito non oltre 3,22-30[31-36; cfr. 4,1] ma in actu signato fino a
10,4127, in tutto subordinato al ruolo di testimone per mandato divino del Logos/Agnello di Dio. A dargli il cambio in analoga funzione
per la fase pasquale della missione di Gesù subentrerà invece, esplicitamente, il DA (a partire dal cenacolo, fino alla cena sul lago di Tiberiade: Gv 13,23-30; 21,1-24).
La sua testimonianza si collega quindi alla prima venuta del Logos nel mondo per favorire accoglienza all’incarnazione, in funzione
quindi della fede di tutti (1,9.11.15) cioè della manifestazione ad
Israele (1,31) del Messia Gesù come «agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo»: 1,29). Nella rievocazione della sola teofania battesimale (1,29-34) molto evidenziato il triplice rapporto tra Gesù e lo Spirito28, a GB rivelato direttamente da Dio in una speciale visione. In
26. Nel prologo narrativo (1,19ss.) la testimonianza di GB è scandita in tre quadri: a/
quella in negativo, attraverso il dialogo con i messi delle autorità di Gerusalemme (1,19-28); b/ quella positiva prestata a Gesù, rievocante la teofania battesimale (1,29-34); c/infine, quella più direttamente personale a due dei suoi discepoli,
che seguono Gesù (1,35-37).
27. Con qualche esagerazione H. THYEN, Noch einmal: Johannes 21 und «der Jünger, den Jesus liebte», in: T. FORNBERG – D. HELLOLM, Texts and Contexts. Biblical Texts in Their Textual and Situational Context. Essais in Honour of L.
HARTMAN, Scandinavian University Press Oslo-Copenhagen-Stockholm-Boston,
147-190, 1995) parla di Gv 1,19-10,41 come das Buch der Taufermartyria. Strutturante l’inclusione tra 1,28 e 10,40 («al di là del Giordano, nel luogo dove Giovanni battezzava») evidenziata da A. MARCHADOUR, Lazare, Du Cerf Paris,
1988, 102, e da L. DEVILLERS Les trois témoins, cit. ivi 63.
28. Lo Spirito scende su Gesù e vi rimane, e Gesù ne disporrà per battezzare nello
Spirito Santo (1,33). Il battesimo per mano di GB è invece vistosa-mente taciuto.
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seguito la sua testimonianza sarà ancora menzionata dal narratore
(1,40; 3,22-30 [36?]; 4,1-2; 10,40), dai suoi discepoli (3,26), da Gesù
stesso (5,33-36), e infine dalla folla (10,41: «molti»), illuminando così
quasi interamente la manifestazione di Gesù al mondo nella prima
parte del Libro (capp. 1-10). In particolare, se subito stride il suo contrasto con le autorità giudaiche gerosolimitane (rappresentate dai sacerdoti e leviti loro messi: 1,19-28), dopo la teofania (1,29-34), la sua
testimonianza prestata ad Andrea accompagnato dall’altro anonimo
discepolo offre buon propellente per l’intreccio, innescando, con la loro sequela del Messia Gesù (1,35ss.), una reazione a catena di mediazioni testimoniali, molto caratteristica del QV rispetto ai racconti
di vocazione sinottici (mentre di nuovo problematico si dimostrerà invece il rapporto con il gruppo dei suoi stessi discepoli, preoccupati
perché «tutti vanno da Gesù» (3,22-30). Omogeneo, ben compatto risulta quindi il racconto relativo alla sua testimonianza, accorpato entro la prima (1,18-2,12) e seconda (2,13-4,54) sezione del Vangelo. In
seguito la sua figura viene solo evocata in retrospettiva, con un’analessi intradiegetica prima di Gesù stesso (5,33-36), e poi della folla
(10,40-42; cfr. 4,1-2), dove propriamente però interviene un’inversione
di ruoli: infatti sarà piuttosto la missione di Gesù, testimone del Padre, autore di segni messianici (assenti dall’opera del Battista), a far
risaltare la verità della testimonianza prestatagli in precedenza, e
non più viceversa (10,41).
La testimonianza prodotta dal DA invece si concentra entro il più
ristretto arco temporale della Pasqua e dell’«ora» di Gesù – scoccando la quale (13,1) viene non a caso, per la prima volta apertamente
nominato e mostrato nel cenacolo recumbens in sinu Jesu: (13,23).
Quest’episodio è richiamato con macroscopica inclusione (addirittura
una citazione comprendente anche il successivo gesto di 13,25, quando il DA «dunque, chinatosi così sul petto di Gesù gli dice: “Signore,
chi è?”») quando, in 21,20, Pietro si gira e vede «il discepolo, quello
che Gesù amava, che li segue, quello che alla cena si era chinato sul
suo petto e gli aveva detto: “Signore, chi è che ti tradisce”»): ecco allora che – analogamente a GB nella prima parte del Vangelo
(1,28;10,40) – a propria volta anche il DA arrotonda la sagoma testimoniale dell’intero Libro, coprendone quindi a propria volta interamente la seconda parte (capp. 13-21). A partire dalla cena con la lavanda dei piedi (13,1ss.), dove spicca per contrasto con Giuda Iscariota, il traditore (13,21-30), eccolo stabilmente a fianco di Pietro (unica eccezione 19,25-27), fino alla pesca notturna sul lago di Tiberiade
(21,1-14) e al dialogo tra Gesù e Simon Pietro (21,15-21.22-24). In
mezzo contiamo tre tappe: l’ingresso nel cortile di Anna (18,15-18, dove il DA, che fa entrare anche Pietro, appare anch’egli, come GB in
STUDI ED INTERVENTI
1,19ss., a contatto con gruppi sacerdotali), la stazione ai piedi della
croce con Maria e le donne (19,25-27) con la sua testimonianza invocata assieme alle Scritture (19,35-37), e la corsa e l’ingresso al sepolcro trovato vuoto (20,1-11, dove arriva per primo, ma entra per secondo lasciando questa precedenza a Pietro). Nella terza manifestazione pasquale di Gesù come Signore glorioso (21,1-14), il suo intervento risulta determinante per la sua modalità specifica («Gesù per la
terza volta si manifestò così ai discepoli»: 21,1; cfr. v.14), pilotata
com’è dal DA che annuncia a Pietro: «è il Signore!» (cfr. 21,7), una
testimonianza effettivamente propellente dell’ulteriore riconoscimento
di Gesù da parte di Pietro e dei discepoli (21,8-14).
Chiare le analogie con GB: come questi all’inizio, pure il DA è
preposto a custodia della cornice del Libro in posizione conclusiva, dove a propria volta è riferito alla venuta di Gesù – ma quella seconda e definitiva («se io voglio che lui rimanga fino a che io venga, ch
eimporta a te?»: 21,22-23), come GB alla prima venuta della luce nel
mondo (1,6-11), si tratta infatti dei due personaggi contemporanei alla storia di Gesù che il lettore incontra rispettivamente per primo
(GB) all’inizio del racconto, e per ultimo (DA), proprio nell’atto della
sua stessa conclusione (21,24). Pure la te-stimonianza del DA è funzionale alla fede dei lettori, però attraverso la mediazione scritta di
un Libro, rivolta quindi ad una più larga cerchia di destinatari («affinché crediate»: 19,35; 20,31; «e noi sappiamo» 21,24; cfr. 1,7), ben oltre i confini d’Israele (cfr. 1,31). Valicando i limiti spazio-temporali,
un libro trascende anche quelli etnico-culturali.
La medesima struttura e un analogo contenuto testimoniale accomunano quindi le due figure, così come si evince dal parallelismo contestualizzato di 1,34 e 19,35, due pilastri su cui si distende l’intero
arco narrativo giovanneo.
GB – al di là del Giordano DA – sotto la croce
1.34 e io ho visto e testimoniato… 19,35 e chi ha visto, ha testimoniato…
1.35 Il giorno dopo Giovanni stava 19,26 Gesù dunque, vedendo la
madre
ancora là, e c?erano due dei suoi e il discepolo che egli amava
discepoli che stava lì vicino…
Condividendo l’identica forma d’esperienza testimoniale, entrambi
stanno/ vedono/ ascoltano/29attestano il Cristo in quanto datore dello
Spirito. La loro contemplazione testimoniale (secondo la sequenza ho-
29. Per l’ascoltare (meno evidenziato) cfr. 3,29; 19,27.
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raw/martyréw entrambi al pf. durativo-resultativo, caratteristica del
QV)30 ha valore fondativo e permanente. Pur specularmente modellato sul Gv 1,34, tuttavia Gv 19,35 spicca rispetto al contesto narrativo per il sorprendente effetto sorpresa di una testimonianza più direttamente innestata sulla visione31, nonché per la sua saldatura alla
duplice testimonianza scritturistica (le citazioni di compimento e la
testimonianza del veggente si corroborano a vicenda: cfr. la citazione
di Sal 34,21; Es 12,46; Zc 12,10, in Gv 19,36-37).
In effetti, rispetto a quella di GB, la visione del DA subisce una
sorta di espansione progressiva: mentre, infatti, la prima sta rigorosamente circoscritta sull’epifania battesimale (1,29-34), quella del DA
diventa lo work in progress di una contempla-zione itinerante, scandita sulle sequenze dell’«ora» di Gesù, rispettivamente:
– alla cena (13,23), unico destinatario della rivelazione sul traditore;
– sotto la croce (19,26.35), come testimone dell’epifania messianica;
– al sepolcro (20,8) come primo credente nel risorto;
– sul lago (21,7), ancora il primo a riconoscere il Signore vivo nella
missione ecclesiale.
Per entrambi inoltre la visione rappresenta una conquista cognitiva, con a monte, un dichiarato deficit di conoscenza cristologica come
punto di partenza:
GB DA
1,31.33 20,9 (cfr. v. 2); 21,4
e io non lo conoscevo (2x) infatti ancora non conoscevano la scrittura…
Ma i discepoli non avevano riconosciuto che era Gesù.
A ridosso di questo «non sapere» incalza sempre la domanda cristologica (relativa all’identità di Gesù: «tu chi sei?») nella sua prima
(1,19 ss.) e ultima ricorrenza (21,12)32, proprio ai bordi estremi della
cornice narrativa. La vittoria di entrambi questi personaggi che – per
primi nel mondo intradiegetico – superano l’ignoranza cristologica, ricade a vantaggio di una manifestazione universale di Gesù, fino a
rendere addirittura superflua la domanda cristologica («nessuno dei
30. Martyrew, in regolare coppia con horaw, descrive 1/sia l’esperienza di Gesù rivelatore (l’unico che vede il Padre: 3,11.32); 2/ sia la testimonianza di GB alla teofania battesimale (1,34), come quella del Discepolo Amato sotto la croce (19,35);
3/ e in 1 Gv 1,2; 4,14 quella di testi in 1a pl.
31. «E colui che ha visto, rende testimonianza»: echeggia in questa visione, espressa
col ptcp. pf., un molto solenne nomen actionis, un vero e proprio titolo d’onore, secondo uno stile di costruzione spesso applicato al DA, volentieri presentato con
tempi durativi (ptcp. pres. o pf.: 13,23; 19,25.35; 21,20; 21,24), quasi dei «titoli»
designanti un’attitudine permanente (all’aor.: 18,15-16; 21,24).
32. Pur in obliquo, la domanda del DA sul traditore di Gesù (13,25;21,20) è ancora
cristologica.
STUDI ED INTERVENTI
discepoli osava domandargli: “Tu, chi sei?”…»)– oltre che per gli altri
personaggi, anche per lo stesso lettore, guidando gli uni e l’altro a
matura conoscenza del Signore («…poiché sapevano bene che era il
Signore»: 21,12).
7. Un unico pattern testimoniale condiviso
Un medesimo pattern vale per i due testimoni della manifestazione cristologica. In ef-fetti GB e DA condividono un consistente pacchetto di azioni qualificanti la loro posi-zione e attitudine speciale, sagomati quindi secondo tessere testimoniali comuni sog-giacenti alla loro costruzione in doppio letterario, come qui schematizzato33:
azioni GB DA
stare histemi 1,35;3,29; paristemi 19,26;
cfr.13,23.25;21,2
vedere blépw 1,29; emblépw 1,36; blépw 20,5
theaomai 1,32; heoraka 1,34; heoraka19,35;cfr. 20,25
eidon 1,33 20,8.20
ascoltare akouw 3,29 1,37*.40*;cfr. 19,27
testimoniare martyréw 1,7-8.15.32.34;3,26.29 19,35;21,24
accogliere lambanw 1,16*;3,32* 19,27
non sapere ouk oida 1,31.33 20,8; 21,4.12
manifestare phanerow 1,31 21,1.14
Anche lo speciale rapporto amicale che lega i nostri due testimoni
a Gesù li assimila analogicamente. Mentre nei confronti di Gesù GB
stesso si autodichiarara «l’amico dello sposo» (3,29),34 l’anonimo discepolo (che mai parla di sé) viene designato «il (l’altro) discepolo, quello che Gesù amava» (13,23; 19,26; 20,2; 21,7.20)35 sempre e solo dal-
33. L’asterisco (*) sta per quando il soggetto in questione è discusso.
34. L’autodesignazione di GB riprende l’istituzione giudaica dello shosbin, l’amico dello sposo custode della sposa (R. INFANTE, cit 106-110). Ma il simbolismo sponsale è reperibile già a partire da Gv 1,27.30, testi passibili di un’interpretazione
in chiave di diritto matrimoniale. In merito cfr. L. ALONSO SCHÖKEL – P.
PROULX Las Sandalias del Mesias Esposo, «Biblica» 59 (1978) 1-37. In forma
breviore L. ALONSO SCHÖKEL, La lettura sim-bolica del Nuovo Testamento, in:
W. EGGER (a cura di), Per una lettura molteplice della Bibbia, EDB Bologna,
1981 47-71. Per la discussa interpre-tazione della «voce dello sposo» cfr. anche E.
LUPIERI, cit. 154 n. 47.
35. In 18,15-16 è designato solo come «un altro discepolo» (senza articolo). Stante il
parallelismo con 20,2-9 (analogo minuetto di precedenze d’ingresso, questa volta a
vantaggio di Pietro), non vedrei però ragione di pensare ad un altro personaggio.
Alcuni tra i testimoni diretti (2 C L Q 054 f 1.13 M ac2) vanno – non a caso –
proprio in questa direzione, inserendo l’articolo secondo una lettura sospettabile
quanto ad autenticità testuale, ma ermeneuticamente affidabile.
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la voce narrante, che verbalizza così il senso intuitivo della sua singolare po-stura, che lo vede appoggiato al petto di Gesù.
Per il contenuto la loro testimonianza restituisce la figura cristologica nel suo pieno spessore messianico-soteriologico, additando Gesù
come l’agnello di Dio (il Servo e Messia del Signore, senza escludere
l’agnello apocalittico: 1,29.35), ma pure come il vero giusto preservato intatto, analogamente all’agnello pasquale (19,36; cf Sl 34,20; Es
12,46); come colui che battezza nello Spirito (1,32-33) nella sua stessa morte (19,30.34.37) e risurrezione (20,22), capace di liberare dai
peccati (1,29), attirando a sé uno sguardo di conversione (19,37; Zc
12,10). Questo risvolto soteriologico viene declinato nel dittico tra battesimo e morte di Gesù – nella tradizione sinottica di Mc/Mt già assestato in ben configurata inclusione letteraria e teologica. Nel trattamento inclusivo delle due scene il QV si allinea a questa tradizione, rincalzandola con l’attivazione, da ambo le parti, di due figure testimoniali in speculare parallelo.
Nessuna fatica quindi – se non quella dell’attenzione al testo – a
rinvenire la nitida simmetria di questi due testimoni per il loro ruolo intradiegetico e di cornice, de-terminanti nell’introdurre, accompagnare, e accommiatare il lettore, totalmente al-l’insegna di un’esperienza diretta del proprio oggetto da mostrare, ovvero del conoscere
per far conoscere, del vedere per far vedere. Vivono in vista dell’accoglienza alla rivelazione: la loro personale, di coattori della storia in
cui sono inseriti, e quella del lettore. L’effetto della loro testimonianza è quindi perfettamente analogo quanto all?esito e al merito. Entrambi poi concludono la loro parabola avendo formato e consolidato
un gruppo di credenti attorno a Gesù – nel caso del DA, un gruppo
perfino tradente del suo Libro (10,41; 21,24). Non a caso poi l’ultima
menzione intradiegetica di entrambi è supportata dall’accredito della
verità della loro testimo-nianza complessiva, proveniente da una voce
corale. Così questa loro testimonianza non viene mai veicolata al lettore come nuda istanza autoritaria, ma sempre in quanto già riconosciuta corrispondente al vero, e quindi ulteriormente riproposta nella
sua già avvenuta accoglienza, pragmaticamente confermata nella sua
verità ed efficacia.
Ma entrambi patiscono pure il ridimensionamento e la relativizzazione costitutivi della figura del testimone.
Il ridimensionamento (con l’ausilio sintattico di un’avversativa) si
oppone a qualsiasi confusione tra la figura del testimone con la rivelazione da lui attestata: se Gesù «illumina, brilla» (1,5) – lo stesso fa
GB, da Gesù in persona definito «lampada che arde e brilla»: 5,35).
Tuttavia ribadendo che non è lui stesso la luce, ma solo un mandato
a testimonianza alla luce (1,7). Imponente ridimensionamento: visto
STUDI ED INTERVENTI
che GB rischia d’essere scambiato con la luce, eccogli allora negati,
assieme all’identità messianica, anche molti altri attributi pur già rivendicatigli dalla tradizione (Elia, o il profeta: 1,21). Egli viene così
ridotto alla pura autoidentificazione con la voce del Deuteroisaia («io
sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore!»:
1,23; cfr. Is 40,3 – LXX), tutta in risonanza a quella del messia-sposo (3,30), cioè alla Parola in persona. Questo ridimensionamento di
GB, essenzializzato alla pura voce, corrisponde a 1,536.
Insieme al ridimensionamento, anche la relativizzazione: non solo
GB (testimone precursore) non dev’essere confuso con Gesù (testimone rivelatore), ma di fronte a lui dovrà diminuire la propria portata
e rilevanza, perché quello possa «crescere» (3,30).
Pronunciata dallo stesso GB questa parola si dimostra perfettamente programma-tica e performativa sul suo personale destino (per
la serie: «detto/fatto!»). Nel raccon-to successivo, infatti, sarà subito
verificabile come promessa pienamente mantenuta, visto che da
quell’istante a tal punto egli diminuirà da non comparire né parlar
più nell’ulteriore narrazione. A differenza di altri personaggi (Pietro,
Tommaso) larga-mente deficitari quanto alla parola data, GB vi si
mantiene perfettamente fedele, con-formemente alla volontà divina
(3,30; cfr. 3,27). Ecco il profilo del vero testimone, che, al momento
del rivelarsi cristologico, addita e grida, ma per sparire e togliersi,
perché l’evento stesso parli da sé e per concorso di altre voci.
Relativizzazione comporta altresì rispetto della gerarchia che organizza diverse te-stimonianze.
Per rilevante che sia, la testimonianza di GB risulta decisiva più
per i Giudei che non per Gesù stesso, il quale vanta per sé quella
ben superiore del Padre, delle opere, e di Mosè (5,36-37.45-47;10,25),
e perfino quella che egli può dare direttamente a se stes-so – sempre
in quanto unito al Padre (8,14-18), come portatore della verità incar-
36. Tanta circospezione nel ridimensionare GB, pur riconoscendolo testimone più altolocato, tradisce una polemica tra la comunità giovannea e i gruppi di battisti,
che potevano facilmente rivendicare la superiorità del loro maestro, per l’ovvia ragione che Gesù si era sottoposto al suo battesimo. La memoria di Gesù, immerso
dal Precursore nelle acque del Giordano, doveva percepirsi nella comunità primitiva come un pudendum davvero imba-razzante da spiegare (come si evince già
dalla sequenza narrativa genuinamente kerygmatica di Mc 1,1-8 e 1,9-11, nonché
più esplicitamente da Mt 3,14-15, dall’Ev. Ebion. riportato da EPIFANIO, Panarion haer. 30,13,7-8; e, inoltre, dall’Ev. sec. Hebraeos, citato da GIROLAMO, Contra Pelag. III,2. Testi in K. ALAND, Synopsis Quattuor Evangeliorum, Deutsche
Bibelgesellschaft Stuttgart 198813, p. 27 n. 18). Si capisce perché mai Gv ignori
il battesimo effettivamente ricevuto da Gesù dalle mani di GB, e al contempo trasformi quest’ultimo in testimone dell’epifania celeste (ruolo impensabi-le per i
Sin).
191
STUDI ED INTERVENTI
192
nata dalla sua stessa esistenza (18,37). C’è inoltre quella che Gesù
presta al Padre (5,31-32), nonché quella dello Spirito (15,26), destinato a succedere alla missione di Gesù. L’archetipo testimoniale giovanneo è (assiologicamente parlando) cristologico, teolo-gico e pneumatologico (in breve, trinitario). Il Padre, il Figlio e lo Spirito pongono
ognuno la propria attestazione sempre a favore di quella dell’altro,
per poi ritirarsi, e lasciare tutto lo spazio necessario perché sia l’altro a prestare la propria ulteriore te-stimonianza. Analogamente si
muovono GB e DA. Mai sovrapponibili concorrenzial-mente, ma alternati in rispettosa successione di tempi e quindi facilmente intuibili in
reciproca integrazione. Portato subito in primissimo piano fin dal prologo poetico (1,6ss.15ss.), GB finisce in rapida dissolvenza sullo sfondo, permanendo nell’atto stesso di indicare e far spazio arretrando e
sparendo. Dal testimone dell’incarnazione la parola passa così a quello pasquale (19,35; 20,8; 21,7. 20.24), anch’egli impegnato a additare
l’Agnello (1,29.36; 19,35-37).
Una relativizzazione subisce anche il DA, anzitutto per il modo in
cui nel racconto viene ripetutamente trattato con l’espediente della reticenza narrativa (13,23; 19,25-27; 21,2-7), mediante il quale questo
personaggio – sempre ben radicato nel gruppo discepolare, e più strettamente relazionato a figure di prima grandezza –37 dallo sfondo viene di colpo portato in primo piano (un trattamento narrativo mai applicato a GB, e tuttavia per certi versi corrispettivo analogo dell’altolocato ridimensionamento inflittogli). A differenza di quest’ultimo poi,
il DA non rischia mai di essere confuso con Gesù Messia, quanto
piuttosto di subire una mitizzazione circa la volontà di Gesù di farlo
«rimanere» fino al suo ritorno, equivocata come promessa d’immortalità (21,22-23)38.
Questa destinazione di Gesù non riguarda propriamente la sua
persona fisica, quanto piuttosto la testimonianza prodotta con il suo
Libro (20,30-31) generatrice di una comunità che se ne fa garante e
custode in seno alla «grande Chiesa». Così egli resta come «il testimone intorno a queste cose» (21,24), dal punto di vista di Gesù, limitatamente a «finché io venga» (allora ogni libro diverrà superfluo).
La testimonianza di GB (1,7-8.19.32.34; 3,26.29) si dà invece come
trasmissione strettamente orale, nelle forme specifiche di predicazione
profetica solenne (gridare: 1,15; 1,23; confessare: 1,20 bis), dichiarare
e dialogare: 1,15.21.22.26.29.30.31.32.36; 3,27.28; 10,41; rispondere:
37. Con Pietro (13,24;18,15-18;20,2-10;21,7.20-24); con la Madre di Gesù, sua sorella,
Maria di Cleopa e Maria Maddalena (19,25-27); ancora con la Maddalena (20,1-2).
38. La morte del DA apre una crisi nella sua comunità, cui in 21,20-24 evidentemente
risponde.
STUDI ED INTERVENTI
3,27), accompagnata ad una energica ostensione (importante il ruolo
dei deittici: «ecco!» [1,29.36]; «questi è…» [1,30.33.34]). Parla spesso in
prima persona con uso enfatico di «io» (1,20.31.33.34). Fa lunghi, solenni discorsi diretti (1,15.29-34;3,27ss.). Come Gesù, sostiene confronti dialettici piuttosto drammatici (1,19-28) con i propri antagonisti.
Taciturno e avaro di parole invece il DA, che dialoga molto brevemente, mai in prima persona, prestandosi per una testimonianza
piuttosto indiretta. Massimale e difficilmente esagerabile la sua valorizzazione testimoniale di veggente in quanto scritta, «canonica» e
ispirata, una tradizione, che presenta significative analogie con quella del qumraniano Maestro di Giustizia, almeno per tre aspetti:
a. il richiamo all’autorità di un maestro anonimo;
b. il richiamo ad una ispirazione nel processo di tradizione e di ermeneutica (il Maestro di Giustizia e il DA giovanneo non sono
portatori di rivelazione, ma ermeneuti a capo di una tradizione);
c. la fissazione scritta della stessa tradizione, appunto sotto l’egida
di un’autorità ispirata.39
Di insostituibile rilevanza appare dunque il ruolo poetico compositivo (tanto sul piano strutturale quanto su quello narrativo) del doppio testimoniale costituito dalle figure di GB e DA, veri e propri mistagoghi della rivelazione a servizio del lettore. A riprova ultima osserveremo ancora come la testimonianza di cui sono fatti carico appartenga originariamente alla rivelazione cristologico-trinitaria, costituendone un risvolto storico e comunicativo intrinseco. Non deve sfuggire, infatti, la capitale osservazione per cui lo stesso vocabolario testimoniale è molto scientemente applicato dal QV vuoi a GB e al DA,
mistagoghi–custodi della rivelazione, vuoi al proprio genere letterario
di Libro testimoniale, vuoi ai portatori più diretti della rivelazione
stessa (Gesù, il Padre, lo Spirito, oltre che a Mosè e alle Scritture).
Abbiamo quindi una chiarissima corrispondenza tra forma e contenuto, costituendo appunto la testimonianza sia il genere letterario sia lo
stesso tema intrinseco del QV – il suo oggetto formale più proprio costituito dalla correlazione rivelazione/fede, perfettamente coperta dal
vocabolario testimoniale (riferibile appunto ad entrambi i poli della
correlazione stessa). Tale corrispondenza è verificabile – come già visto – nella distribuzione del vocabolario testimoniale martyréw,
39. Cfr. J. ROLOFF, Der johanneische „Lieblingsjünger? und der Lehrer der
Gerechtigkeit, «New Testament Studies» 15 (1968/69) 129-151. A.R. CULPEPPER
,The Johannine School: An Evaluation of the Johannine-School Hypotesis Based
on an Investigation of the Nature of Ancients School (SBLDS 26), Scholars Press
Missoula MT, 1975.
193
STUDI ED INTERVENTI
martyria rintracciabile lungo il Libro in ogni sua sezione, ma ripartito secondo una precisa logica concentrica e inclusiva. Appunto così Gv
tematizza infatti la rivelazione cristologico-trinitaria come testimonianza incorniciata appunto ai due estremi del Libro con il doppio testimoniale, quasi una siepe protettiva attorno al cuore della rivelazione. Nello stesso tempo le radici di questo doppio testimoniale affondano nel terreno della rivelazione stessa rivendicata irriducibile e perfino indipendente (2,25; 3,34; 5,34) ma sempre condiscendente fino ad
ospitare al proprio interno quell’accoglienza originaria capace di costituirsi come fede testimoniale.
8. Due testimoni – uno stesso nome?
194
A differenza di GB (dal QV chiamato solo con il suo nome proprio
«Giovanni») il DA resta invece anonimo, individuato solo per la sua
relazione a Gesù descritta da quest’epiteto. Menzionato esplicitamente molto più di lui, e comunque personaggio se-condario dopo Pietro
nominato più di ogni altro40, GB non viene però mai (a differenza dei
Sin) definito per la sua funzione (appunto come «il battezzatore»41, ma
sempre con il solo nome proprio – fatto questo singolare, tanto più
che il QV ricorda la sua prassi di battezzare.42
L’omissione sarà difficilmente insignificante, visto che Gv, oltre a
conoscere la tradizione, ama non poco gli epiteti43, sicchè, se qui vi rinuncia, la cosa potrà avere un senso. Forse serve ad accentuarne ulteriormente la funzione testimoniale, originale del QV, a spese di
quella battesimale comune alla tradizione. Oppure tradisce un approccio «confidenziale», da cui trapelerebbe una speciale affinità dell’autore e dell’ambiente del QV a GB. Forti del doppio con il DA, azzardiamo un passo ulterio-re: l’omissione dell’epiteto, in complicità
coll’anonimia del DA, potrebbe pure -coerentemente e anche più radicalmente rispetto alle altre caratteristiche di «doppio»- favorire un’allusiva identificazione di quest’ultimo con lo stesso nome del suo proto-tipo.
Alla luce del doppio letterario per cui un personaggio può caratterizzarsi in tanta simbiosi con l’altro fino a condividerne corpo e nome, le due omissioni del tradizionale epiteto «il battezzatore» per il
40. 1,6.15.19.26.28.32.35.40; 3,23.24.25.26.27; 4,1; 5,33.36; 10,40.41 (2x).
41. Cfr. Mc 6,25; 8,28; Mt 3,1; 11,11.12; 14,2.8; 16,14; 17,13; Lc 7,20.33; 8,19. Come
Mc 1,4; 6,14.24 Gv ha il ptc.pres. baptizwn, ma sempre come predicato, mai come attributo (secondo l’uso di Mc).
42. ptc.pres. 1,25.26.28.33; 3,23a.23b; 4,1; 10,40; con acqua 1,26.33b.
43. Cfr. p.es. 1,42; 7,50 (cfr. 19,39); 9,13.24; 11,2.3.16; 20,24.
STUDI ED INTERVENTI
Testimone precursore, e del nome proprio per il DA congiurano a formare un possibile intrigante indizio, un piccolo enigma, forse nemmeno troppo complicato, visto che ne lascerebbe presagire la risposta.
L’omissione de «il battezzatore» consentirebbe un più agevole adattamento della sagoma di GB al DA suo doppio, alleggerita di un titolo
forse un po’ ingombrante rispetto all’identificazione del DA. Così il
nome del DA, autore del QV, non sarebbe allora propriamente negato, ma solo trascritto con inchiostro simpatico, una casella vuota (un
blank) lasciata da riempire alla perspicacia del lettore, un messaggio
in codice, abbastanza agevole da decifrarsi con l’attribuzione al Testimone Veggente del medesimo nome del Testimone Precursore. Proprio
in quanto personaggi costruiti in doppio, perché mai GB e DA, assieme alla medesima costituzione testimoniale, non potrebbero condividere perfino lo stesso nome, l’elemento per l’appunto più caratterizzante di un personaggio? Sotto questa luce l’anonimato del DA cambierebbe completamente di segno, suonando non più come argomento
contrario, bensì semmai a favore dell’attribuzione tradizionale del QV
all’apostolo Giovanni44. L’omissione del nome per il DA autore del
Vangelo rientrerebbe nel gioco del doppio, che in ragione del semplice buon gusto ne sconsiglierebbe l’esplicita denotazione (intelligenti,
pauca).
L’identità del DA si nasconderebbe quindi sotto uno pseudo-anonimato destinato non tanto a costituire un rompicapo difficile, e forse
perfino impossibile da sciogliere in sede storico-critica nei termini di
sufficiente e consensuale certezza45. Del resto, un problema più nostro
che non dell’autore del Libro e dei suoi primi destinatari, cui l’iden-
44. Naturalmente qui non si vuole sostenere l’attribuzione del QV a Giovanni l’apostolo come suo autore sulla base di un semplice argomento narrati-vo-letterario (è
necessario rispettare la differenza dei metodi). Lasciamo quindi aperta la questione storica, semplicemente guarnendone il dossier con una precisazione importante, che rimette in discussione l’opinio communis: quella per cui non è affatto così sicuro – come invece troppo facilmente si sostiene - che il QV lasci in un perfetto anonimato il proprio autore.
45. Da cui siamo certamente lontani. Senza entrare nel merito, la risposta più tradizionale che lo identifica con Giovanni, fratello di Giacomo, figlio di Zebedeo, uno
dei dodici apostoli, tra i primissimi chiamati da Gesù, non andrà troppo sbrigativamente snobbata. In proposito cfr. G. SEGALLA, «Il discepolo che Gesù amava»
e la tradizione giovannea, «Teologia» XIV (1989), 217-244. Rielaborato in: «Ricerche Storico Bibliche» III (1991), 11-36. Per una posizione alternativa M. L. RIGATO, L’«apostolo ed evangelista Giovanni», «Sacerdote» levitico, «Rivista Biblica»
38, (1990) 451-483 (che lo identifica con il Giovanni di stirpe sacerdotale di At
4,6). V. MANNUCCI, Giovanni, il Vangelo narrante, EDB Bologna, 1993, 201-242
– fa-vorevole all’identificazione con Giovanni il presbitero, recentemente riproposta
da M. HENGEL, La questione giovannea (SB 120) Paideia Brescia 1998 (orig.
1993).
195
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196
tità del DA doveva essere ben nota, e che non abbisognavano quindi
di una in-formazione esplicita. Ricondotto alla corrispondenza armonica tra le due figure, rientrerebbe come ulteriore contributo alla costruzione dell’antimodello cristologico con cui GB viene ulteriormente
cristianizzato non solo in quanto Testimone dell’Agnello, ma anche come prototipo del testimone Veggente.
Scopo ed effetto dell’anonimia del DA non sono in ogni caso quelli di frustrare la curiosità dei destinatari del Libro, ma piuttosto di
affidare a questo (pseudo-)anoni-mato un messaggio particolarmente
prezioso per i lettori, se si tien conto che, in virtù di questo espediente, la figura corrispondente all’autore ideale (e da cui la voce narrante – coincidente con l’autore implicito – mutua autorevolezza), può
in effetti proporsi come modello del lettore implicito, o (se mai da
qualche parte esiste) del lettore ideale. Talvolta meglio ancora di
quello identificato con il nome proprio, il personaggio anonimo offre
infatti condizioni di più facile rispecchiamento per il lettore, rivestendo quindi in tal senso per l’appunto una funzione pragmatica46.
9. Riassumendo
Come prodotti di un’efficace caratterizzazione integrativa che li costruisce in doppio, GB e DA sono quindi configurati allo stesso tempo quali:
a. testimoni di speciale autorità al Messia Gesù, Servo del Signore –
agnello pasquale, fonte dello Spirito e del perdono dei peccati –
contemplato in tutta la sua incidenza soteriologica;
b. a lui legati amicalmente;
c. entrambi a contatto con ambienti sacerdotali;
d. coralmente riconosciuti come testimoni, ma anche come tali adeguatamente demitizzati, ridimensionati, relativizzati;
e. diversificati (almeno parzialmente) per il medium espressivo della
loro testimo-nianza (rispettivamente solo orale, e orale/scritto).
f. coordinati tra loro in scrupolosa scansione diegetica di spazi e tempi ben distinti; ma con tutta probabilità anche concatenati in successione discepolare oltre che temporale (se nel compagno di Andrea riconosciamo il DA, antico discepolo di GB, presente già fin
«da principio» (15,27), a partire dal prologo narrativo)47.
46. Circa il ruolo pragmatico dell’anonimato nei personaggi giovannei (specie nel DA),
cfr. D. R. BECK The Narrative Function of Anonymity in Fourth Gospel Characterization, «Semeia» 63 (1993) 143-158, (soprattutto 153-155). Più recentemente,
THEOBALD, cit. 250.
47. Esercitando la propria funzione rispettivamente sulla prima e seconda parte del
Vangelo, questi due testimoni restano effettivamente intervallati dal-la figura si-
STUDI ED INTERVENTI
Come tutti i personaggi del QV (e coerentemente con lo stesso
kerygma nelle sue più primitive formulazioni)48, anche il DA dipende
dalla testimonianza di GB, mentre la prosegue, la integra e perfeziona, perfino superandola a due livelli, e cioè:
a. in quanto personaggio intradiegetico che, come suo doppio/discepolo, occupa spazi e tempi inattingibili a GB, divenendo un testimone cristologico meglio appostato e informato, e qualificato di lui.
b. Inoltre egli non solo offre un ottimo paradigma del discepolo (con
funzione di lettore implicito/ideale), ma anche viene accreditato come «autore» responsabile ex-tradiegetico del QV, che sta all’origine del Libro (come garante di una tradizione da lui fatta mettere
per iscritto), e che con la sua scrittura si costituisce in certo qual
modo testimone collettore di tutti i testimoni, che complementa perfettamente la testimonianza fin dal prologo inaugurata dal Battista.
197
10. Concludendo
Il rilievo della teologia della testimonianza intrinseca al QV (e
all’intero corpo giovanneo: 1Gv 1,2; 4,14; 5,6-10.11; Ap 1,1-3; 22,16-20)
sarà difficilmente esagerabile. La sua adozione a livello fondamentale–sistematico da parte di una teologia uscita dalle secche manualistiche, che invero non s’è fatta attendere49, risulta quanto mai promettente, proprio in forza della sua spendibilità su diversi fronti del
lenziosa e passiva di Lazzaro, anch’essa caratterizzata da forte relazione amicale
con Gesù, che con il bridge-passage degli episodi di Be-tania e dell’ingresso in Gerusalemme (11,1-44; 12,1-8.9-11.17) interviene a congiunzione dei loro rispettivi cicli testimoniali
48. At 10,37; 11,16; 13,24-25.
49. Il più perspicace interprete di questo theologoumenon giovanneo è certamente H.
URS VON BALTHASAR, Gloria. Un?estetica teologica. La perce-zione della forma,
Jaca Book Milano 1975 [ed. or. 1961]. In effetti, una lettura che si mantenga con
lo sguardo attento all’indice di questo primo tomo della trilogia balthasariana consente di coglierne l’intera sua configurazione guadagnata in gran parte semplicemente attraverso una ritrascrizione del-la teologia giovannea della testimonianza.
Su questa scìa P.-A. SEQUERI, Il Dio affidabile. Saggio di teologia fondamentale (BTC 85) Queriniana Bre-scia 1996, nonché G. ANGELINI (a cura di), La Rivelazione attestata. Studi in onore del Card. Martini («Quodlibet» 7), Glossa Milano 1997. Signifi-cativamente pure S.M. SCHNEIDERS, The Revelatory Text. Interpreting New Testament as Sacred Scripture, Harper San Francisco, 1991 [tr.
francese: Le Texte de la Rencontre (LD 161), Cerf/Fides, Paris 1995], oltre che P.
RICOEUR, Testimonianza, Parola e Rivelazione (a cura di F. Franco), Edi-zione
Dehoniane Roma 1997, valorizzano il concetto di testimonianza. Più recentemente
G. ANGELINI, La testimonianza. Prima del “dialogo” e oltre, Centro Ambrosiano,
Milano 2008.
STUDI ED INTERVENTI
discorso teologico. Il suo valore risiede soprattutto nella sua effettiva
forza poetica, cioè al tempo stesso articolata e sintetica, per cui questo theologoumenon giovanneo dimostra una straordinaria analogica
applicabilità alla rivelazione come alla fede, al suo risvolto contenutistico, pratico e spirituale, alla sua mediazione orale e alla sua fissazione scritta (per una teologia della canonicità e dell’ispirazione biblica), al suo uso in cristologia, pneumatologia e teologia trinitaria, come pure in sede di ecclesiologia. Per una teologia biblica e una teologia della Bibbia sarà davvero difficile trovare una categoria migliore o almeno altrettanto prestante50.
Excursus – «Il discepolo che Gesù amava»
- senso e portata di un epiteto
198
E veniamo all’epiteto dell’anonimo Discepolo Amato - oJ maqhth;” oJn hjgavpa (ejfivlei) oJ jIhsou’” - sempre solo sulla bocca del narratore e di nessun altro personaggio.
Su di un punto le ricostruzioni degli studiosi, intorno al senso di
questo epiteto, sembrano concordare: non fu certo l’interessato a darselo, e nemmeno deve essere stato Gesù a conferirglielo, ma piuttosto
la Chiesa primitiva - o più precisamente la comunità giovannea - che,
quasi “deducendolo dall’atteggiamento costante del Signore verso colui
che appariva come il privilegiato” 51 tra i discepoli, ne ha fatto
un’espressione corrente.
Al narratore bastano tre rapide pennellate per dirci di chi si tratta, e schizzarne la figura in una efficacissima sintesi di elementi ordinari e straordinari.
1. Anzitutto egli è semplicemente un membro di un gruppo, un appartenente al gruppo del Maestro52, “uno dei suoi di-scepoli”(ei|”
ejk tw’n maqhtw’n aujtou’).
2. E tuttavia certo non uno qualunque, se alla mensa occupa non un
posto a caso, ma sta proprio a contatto più diretto e familiare con
Lui (ajnakeivmeno” ejn tw’/ kovlpw/ tou’ Ihsou’);
3. Non a caso trattasi appunto di colui per il quale Gesù nutriva
particolare predilezione,”il discepolo che Gesù amava “ (oJn hjgavpa oJ jIhsou’”: 13,23).
50. Promettente in ambito biblico il suo nesso con la memoria [in merito mi permetto rimandare a R. VIGNOLO, Teologia biblica, teologia della Bibbia e dintorni,
«Rivista Biblica» LVI (2008) 129-155].
51. C. SPICQ, Agape III, Gabalda 227
52. Volentieri Giovanni introduce i suoi personaggi indicando in primo luogo la loro
appartenenza ad un gruppo 1,35 i discepoli del Battista; Nicodemo , uno dei farisei 3,1;
STUDI ED INTERVENTI
Questi tre tocchi - che disegnano il Discepolo Amato entro la cerchia dei discepoli, nel posto occupato a mensa durante la cena, e infine secondo l’apprezzamento mostrato dal Signore verso di lui - vanno tutti nel senso di una densa configurazione cristologica ed ecclesiale del nostro personaggio, unico in tutto il racconto ad essere definito anonima-mente ed esclusivamente per una sua relazione a Gesù
tanto sovradeterminata.
La prima sua caratteristica - quella di “uno dei discepoli” - sta a
dire che (anche se agli occhi di Gesù conta assai più degli altri) si
tratta anzitutto di uno dei discepoli che hanno aderito alla sua chiamata, e che, al pari degli altri, sulla spinta della grande testimonianza di Giovanni Battista (1,19-34.35-39), aveva avuto la propria vita segnata dall’e-sperienza diretta di quelle “parole di vita “ che solo
Lui mostrava di possedere (6,68; 7,46). Qualcuno quindi impegnato
nella fatica della sequela, nell’ ascoltarne e ricordarne la parola, alla
cui luce contemplare e interpretare i segni e le ope-re, nell’ andare
da lui, rimanere presso di lui e in lui, obbedirgli, riconoscere in Lui
la rivelazione del Padre, divenirne testimone, accoglierne il comandamento nuovo dell’amore. Un discepolo infatti per definizione non può
essere altro che qualcuno impegnato ad adempiere in qualche modo
tutti questi atteggiamenti caratteristici del “credere” in Gesù.
Come personaggio - narrativamente parlando - egli ha quindi alle
sue spalle una lunga trafila percorsa come silenziosa comparsa, prima di essere individuato per il suo speciale rapporto al Signore. Una
figura quindi di nessuna particolare appariscenza, stagliata su di un
ampio sfondo opaco, il cui tratto di base è appunto quello di avere come tanti altri, aderito alla sequela del Signore. Un discepolo tra coloro che sono stati con lui “fin dal principio” (15,27). L’ordi-narietà di
discepolo è come lo zoccolo duro della condizione straordinaria di questo testimone unico e tanto autorevole.
Ma questa sua ordinaria configurazione cristologica e appartenenza ecclesiale, si arricchisce di un elemento straordinario. La qualità
di questo discepolo è intuibile dalla sua stessa posizione fisica, da
quello spazio di intimità as-solutamente unico da lui occupato come
commensale a fianco di Gesù, che da lui può ricevere in tutta riservatezza la rivelazione del traditore. E questa posizione di commensale riceve una pronta spiegazione nel fatto di essere appunto “quel discepolo che Gesù amava” (JoJn hjgavpa oJ jIhsou’”: 13,23; 19,26;
21,7.20, 53). Tutta la vicenda del Di-scepolo si manterrà immersa nel
più stretto anonimato. Non interessa l’identità di questo discepolo,
53. In 20,2 si cambia il verbo con philéo.
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200
non è il suo nome a qualificarlo, ma la sua molteplice e stretta relazione al Maestro, e soprattutto il punto di vista del Maestro su di lui.
Si tratta di “relazione”, e non di “funzione” (come talvolta più piattamente vien detto).
Laconico e solenne nello stesso tempo, l’epiteto ci suggerisce infatti
un atteggiamento stabile di amore da parte di Gesù nei suoi confronti
- come si può capire dal regolare uso dell’imperfetto (che esprime
un’azione continua nel pas-sato: “il discepolo che Gesù amava”). Un
rapporto e atteggiamento stabile54,non puntuale, legato ad un episodico momento di grazia (il tempo è non a caso all’imperfetto - un tempo durativo di continuità nel passato). Ma in che senso? “Il discepolo
che Gesù ricambiava con il proprio amore”: così andrà meglio intesa
la nostra singolare e pregnante for-mula, dove il costante amore di
Gesù prende appunto una connotazione di ricambio, una sfumatura di
gratitudine 55.
Ma questo amore di gratitudine, nel caso del Discepolo Amato ,
procede piuttosto dallo stesso Maestro nei suoi riguardi. Che cosa significa questo amore con cui Gesù gratificava proprio questo discepolo? Era semplice amicizia o amore teologale? E perché Gesù lo gratificava così? Propriamente il vangelo non ci fornisce un’esplicita spiegazione, sicché non è facile rispondere (e, naturalmente, di nuovo le
interpretazioni divergono). L’espressione ha imbarazzato anche interpreti autorevoli 56. L’imbarazzo viene superato da Agostino (sulla linea
che più tardi Alberto Magno definirà “Quid est autem: quem diligebat
Iesus? Quasi alios non diligeret, de quibus idem ipse Iohannes superius ait: ‘in finem dilexit eos’(13,1)? Et ipse Dominus: ‘maiorem hac
caritate nemo habet, quam ut animam suam ponat pro amicis suis
54. Un rapporto quindi sensibilmente diverso da quello del ben noto episodio sinottico del “(giovane)ricco, dove Gesù, nel momento cruciale del colloquio, gli volge uno
sguardo e un gesto di singolare predilezione (unico in Mc), accompagnati dall’invito a seguirlo: “allora Gesù fissatolo lo amò...” (egapesen autòn: 10,21). Ma qui il
verbo è non a caso all’aoristo, e segna un momento di elezione, mentre in Gv è
all’imperfetto. Propriamente è Mt 19,16-22 che fa di questo protagonista un giovane (v.20.22) - Mc 10,17-22 ne par-la più genericamente come di “un tale” (v.17).
55. Ci aiuta a capire questo “amare” nel senso di “ricambiare l’amore” la scena - anch’essa episodio di commensalità - del perdono del-la peccatrice di Lc 7,36-50 - dove l’espressione di 7,47 “le sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato
(egapesen polù). A chi è perdonato poco, ama poco”, viene resa da J. JEREMIAS,
Teologia del Nuovo Testamento, Paideia Brescia 1972, 249-250 ap-punto con questo senso di amore di riconoscenza: “poiché la sua riconoscenza è così grande. Colui al quale si perdona poco, ha poca riconoscenza”.
56. La preoccupazione era che questa predilezione di Gesù andasse a scapito dell’amore universale di Gesù per i suoi: forse che gli altri discepoli, contemporanei e posteri, non sarebbero stati amati altrettanto? AGOSTINO, In Io.Ev. LXI,5 (PL
XXXV,1800-1801);
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(15,13). Et quis enumeret omnia divinarum testimonia paginarum,
quibus Dominus Iesus, non illius neque eorum quae tunc erat tantum,
sed etiam post futu-rorum membrorum suorum, et totius Ecclesiae
suae ostenditur?”
secundum signum piuttosto che secundum dilectionem) nel senso
di una predilezione con valore di segno esemplare u-niversale: la predilezione apparentemente esclusiva del Discepolo Amato serve a far
capire che tutti i discepoli possono così essere amati dal Signore 57.
Tommaso accentua il tratto di un amore speciale, ancorché non esclusivo 58, sempre con valore di segno, motivandolo in ragione di tratti di
particolare familiarità59. Ruperto di Deutz ha una bella formula: “Dilectus iste discipulus inter dilectos omnes dilectissimus!”; e per spiegare questa condizione speciale non trova altra ragione che la gratuità dell’amore di Gesù60.
La specificità dell’amore di Gesù per questo suo discepolo va senza dubbio colta nella prospettiva dell’amore universale che Gesù ha
non solo per i discepoli suoi contemporanei, ma per tutti i credenti in
lui, contemporanei (“...dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li
amò sino alla fine” (13,1); “Non vi chiamo più servi,...ma vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (15,15) e posteri: “E io ho fatto co-noscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia
in essi e io in loro” (17.26). Ma sulla base di questo riferimento più
universale non è ancora spiegata la specificità della relazione a Gesù
di questo discepolo.
Cercando una ragione più specifica, si ricorderà come propriamente anche di altri personaggi si dice che era-no oggetto di particolare
predilezione da parte di Gesù, che “voleva bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro” (Gv 11,5; cfr. 11,3.35) 61. Anche sotto questo profilo allora l’amore per il Discepolo Amato sembra perdere i tratti di
esclusività assoluta, visto che anche verso i propri abituali ospiti di
57. Così ancora AGOSTINO, op. cit. CXXIV,4 (PL XXXV,1971): “quasi solum diligeret,
ut hoc signo discernetur a ceteris quos uti-que omnes diligeret “.
58. “Non quidem singulariter, sed quasi quodammodo excellentius prea aliis “ (In Io.
ad loc.)
59. Ia q.20 art.4 ad 3m TOMMASO specifica lui pure il riferimento al segno “quantum ad quaedam famliaritatis indicia “. E nei mo-tivi di questa predilezione, individua: 1) la perspicacia del suo intelletto; 2) la verginità; 3) la sua giovinezza.
Cfr. commento ad loc.
60. RUPERTO di DEUTZ, In Ioh. Ev. XI,520.548-550: “nullam tantae dilectionis reddit causam, videlicet solam volens intelligi ul-troneam diligentis gratiam “
61. In 11,3.35 con philew; in 11,5 con agapaw
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Betania (12,1-8) Gesù dimostra una predilezione del tutto simi-le 62.
Tuttavia, a differenza di Lazzaro e delle sue sorelle, si tratta di un
amore che caratterizza il nostro personaggio esplicitamente in quanto
discepolo. Si potrà rispondere allora che in tal modo egli è da riconoscere addirittura come “il tipo, il modello esemplare del discepolo
perfetto... il discepolo per eccellenza: questa è la ragione per cui è
amato da Gesù”. Così M.- E. BOISMARD63, che trova la chiave in
15,8-10 64: il discepolo Amato è colui che, in quanto osserva nell’obbedienza i comandamenti di Gesù,rimane nel suo amore, proprio come
Gesù stesso osserva i comandi del Padre e rimane nel suo amore (non
a caso in 19,25-27 il Discepolo obbedirà prontamente alla parola dalla croce - “Ecco tua ma-dre!” - parola che tuttavia è ben qualcosa di
più che semplice comando!).
Questa lettura, senza dubbio corretta, interpreta tuttavia la relazione di amore di Gesù al discepolo in termini puramente retrospettivi, cercando la ragion causale, la radice di questo amore. Ma è possibile anche individuare una “ragion teleologica”, ovvero il senso e il
frutto di questo amore, la prospettiva che esso dischiude? Proviamo a
chiederci cioè non “perché” Gesù amasse questo discepolo, ma: “che
cosa succede a questo discepolo in quanto amato da Gesù, qual è il
suo destino?” In termini narratologici: questo amore del Maestro che
portata ha nella costruzione della sua fi-gura discepolare?
Si potrà dire che esso implica non un generico riconoscimento di
gratitudine, tantomeno un semplice affetto umano di predilezione 65,
ma, ben più radicalmente, il contraccambio di quell’ ulteriore rivelazione di Gesù e del Padre promessa al discepolo che presta amore e
obbedienza a Gesù. In 14,21 abbiamo un passo illuminante al riguardo, dove Gesù dichiara: “chi mantiene i miei comandamenti e li
osserva, questi veramente mi ama. Colui che mi ama sarà amato dal
62. Qualcuno ha voluto identificare il Discepolo Amato con lo stesso Lazzaro, ma
13,23 mette in primo piano un riferimento generico “uno dei suoi discepoli” che
(qualora la specificazione “quello che Gesù amava” dovesse essere riferita a Lazzaro), avrebbe dovuto più specificamente essere espresso con un pronome relativo
(“quello dei suoi discepoli”).
63. Synopse III, 343.
64. [15.8] In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate
miei discepoli. [15.9] Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. [15.10] Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel
mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel
suo amore.
65. Come vorrebbe C.SPICQ 228-229 e quanti intendono l’amore di Gesù per il Discepolo nei termini di semplice amicizia umana, al di fuori di una prospettiva di
amore divino.
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Padre mio, e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui). Il Discepolo
Amato, in quanto personificazione del discepolo esemplare, si ritrova
così per due volte oggetto dell’amore di Gesù in due tempi diversi e
successivi:
– anzitutto oggetto dell’ amore universale rivolto a tutti i discepoli
(capp. 15 e 17),
– e successivamente oggetto dell’ amore che Gesù elargisce ulteriormente a quanti lo amano mantenendosi fedeli al suo comandamento: una conferma e custodia nell’ amore, anzi una promessa di
ulteriore più profonda rivelazione e manife-stazione dell’amore già
elargito.
La figura del Discepolo Amato ci dà la forma compiuta del discepolo credente, caratterizzata da un processo di scambio, di circolarità
dell’amore, dall’ evento di una comunicazione progressiva, di incessante e sempre fresca rivela-zione. Nel dinamismo della fede - contrariamente ad un certo modo di pensare fondamentalmente ancora
oggettivistico - l’ultima parola non è antropologica (la nostra risposta
alla rivelazione del Signore che si è rivelato). Certamente: Dio parla,
e poi tocca all’uomo rispondere. Ma tutto non finisce affatto con la risposta dell’uomo, poiché a questa il Signore contraccambia con nuova
rivelazione, o meglio con un’intelligenza ulteriore e più penetrante del
suo mistero. Solo in questo dinamismo circolare la fede è davvero viva, e non fa del suo oggetto un “dato” scontato, bensì una presenza
sempre in atto di rivelarsi. Decisiva resta così l’iniziativa divina, non
solo all’inizio, ma lungo tutto il percorso dell’espe-rienza di fede, di risposta in risposta in una dinamica di sempre nuova circolarità, poiché nei confronti di chiunque cre-de all’amore di Dio manifestato in
Gesù, viene prevista una nuova manifestazione di Lui e del Padre. In
questo senso il Discepolo Amato sta immerso “nella sfera dell’agape”
(F.M.Braun), ovvero in quella sfera di corrispondenza reciproca e incessante di rivelazione e fede, promessa da Gesù a tutti i credenti
(“chi mi ama” - ovvero “chiunque mi ama” - “sarà amato dal Padre
mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” 14,21).
Possiamo verificare questa lettura osservando come in diversi episodi del vangelo il Discepolo Amato anticipa paradigmaticamente questa condizione discepolare destinataria di nuova manifestazione promessa da Gesù a quanti ve-ramente lo amano:
a. quando, ricevendo la rivelazione del traditore, per primo vede la
gloria dell’amore che accetta e affronta il tradimento (13,21-30.3135),
b. quando sotto la croce per rivelazione di Gesù scopre nella Madre
sua la propria madre, e nella propria condizione di discepolo una
nuova familiarità filiale con lei e fraterna con Gesù (19,25-27: “Ec-
203
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co tuo Figlio “...Ecco tua Madre!”. Accogliendo Maria come propria
madre il Discepolo amato viene introdotto in una nuova più
profonda comunione con il Maestro: la fraternità con Gesù,che anticipa quella fraternità ecclesiale con cui Gesù vorrà gratificare
tutti i discepoli all’indomani della sua risurrezione (“va’ dai mie
fratelli e dì loro...” 20,17);
c. quando questi, saprà per primo riconoscere i segni dell’avvenuta
risurrezione di Gesù nelle enigmatiche tracce del sepolcro vuoto,
quando, entrato dopo Pietro, “vide e credette” (20,8);
d. quando infine sul lago di Tiberiade (21,7) per primo coglierà e
farà cogliere la terza manifestazione del Signore risor-to.
In tutta la sua vicenda “il discepolo che Gesù amava” emerge allora come il destinatario di una ripetuta e pro-gressiva manifestazione pasquale che prefigura la rivelazione piena promessa a tutti i futuri discepoli 66. Il suo epiteto davvero prefigura il dramma successivo. Il suo segreto sta quindi più nella storia ulteriore dei suoi rapporti pasquali con Gesù che non in quella precedente lungo la sua
missione terrena. Così se il Quarto Vangelo non ci dice perché Gesù
amasse questo discepolo (ma ce lo lascia intuire), ci mostra però in
modo assai efficace come questo suo amore abbia garantito a lui per
primo la sua ulteriore e più profonda rivelazione promessa a tutti i
discepoli.
Non è tuttavia il Quarto Vangelo ad inventare questa logica di
circolarità. Essa è già ben nota all’Antico Testa-mento, dove si ripete
insistentemente che il Signore custodisce i suoi fedeli, e benedice chi
si mantiene leale alla sua al-leanza, praticando la giustizia, corrispondendo con tutte le forze alla sua volontà. Ma - più che nella logica dell’alleanza - siamo probabilmente in quella della Sapienza che
si rivela ai suoi discepoli promettendo la stessa circolarità di amore :
“Io amo coloro che mi amano” - proclama la Sapienza in persona in
66. Il verbo che in Gv 14,21 della rivelazione promessa ai discepoli che ameranno Gesù è ejmfanivzw (in tutto il vangelo solo in questo contesto; cfr anche 14,22).
Nell’ Antico Testamento ricorre significativamente a proposito della rivelazione
che Mosè chiede a Dio della sua gloria ( Es 33,13.18), e che Dio concede a quanti non diffidano di lui (Sap 1,2). In At 10,40 una costruzione come “farsi manifesto” (ejmfanh’ genevsqai) è usata a proposito delle apparizioni del risorto agli
apostoli. Rispetto ad Atti degli A-postoli, Giovanni allarga il concetto, non limitandolo alle apparizioni, ma intendendo anzitutto la piena rivelazione di Gesù e
del Pa-dre in quanto amano il credente che ama Gesù , e prendono dimora in lui
(cfr. in merito TWNT IX,8 = GLNT XIV,848-849). Il verbo quindi abbraccia la manifestazione ulteriore di Dio ai fedeli , tipica della fede di tutti i tempi, e non limitata all’esperienza dei testimoni della prima generazione, che tuttavia sono come il modello esemplare e la garanzia di tale esperienza universale.
STUDI ED INTERVENTI
Prov 8,17(LXX) - “e coloro che mi cercano mi troveranno!”. A questo
modello 67 Giovanni sembra essere stato particolarmente attento per
descrivere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli fin dal primo incontro con loro (1,35-51), caratterizzato dal dinamismo del cercare-trovare(incontrare). Il Discepolo Amato è quindi il vero amico di Gesù il
quale - come Parola e Sapienza di Dio - gra-tifica di nuova rivelazione, riconoscendolo un discepolo che, sapendo contraccambiare la rivelazione dell’amore con il suo stesso linguaggio, ne viene sempre più
profondamente iniziato.
Davvero vale per lui quel principio narrativo per cui nei racconti
(biblici e non) lo stesso nome del personag-gio, o l’epiteto con cui viene presentato prefigura tutto il dramma (M. STERNBERGER), precontenendo tutta la vicenda ulteriore che ne è come l’esplicitazione.
Ma quella del Discepolo Amato è vicenda che precontiene quella di
tutti i di-scepoli futuri discepoli, per i quali diventa una sorta di modello esemplare. L’anonimato di questo personaggio (così ge-losamente mantenuto) è allora di grande aiuto per il lettore, per potersi identificare più facilmente nella sua figura, de-stinata a diventare anche
la sua. Restandosene un po’ più in ombra, diventa uno spazio più accogliente per noi lettori, e può meglio illuminarci.
67. Che ha radici molto antiche, risalenti alla cultura egiziana Cfr. i testi citati da
M.GILBERT in J.-N. ALETTI - M.GILBERT, J.N.ALETTI - M. GILBERT, La Sapienza e Gesù Cristo (Bibbia oggi) ed. Gribaudi.
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Dimensione laicale dei ministeri
nelle comunità Paoline
Antonio Pitta*
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Ci soffermiamo sulla dimensione laicale dei ministri nelle lettere
paoline. Il brano che abbiamo ascoltato durante il momento di preghiera è tratto dalla Lettera ai Romani (cap. 12): una pericope che
funge da ponte tra due momenti della teologia dei ministeri nelle lettere di Paolo, più esattamente tra il primo testo, 1 Cor 12, e il terzo, rappresentato da Ef 4.
In 1 Cor 12 per evitare nella comunità di Corinto situazioni di arrivismo e di tensione tra coloro i quali aspiravano ai carismi più alti – come la glossolalia, cioè il parlare le lingue – e coloro che si sentivano totalmente inadeguati o inadatti a qualsivoglia ministero, Paolo compone una pagina molto bella sui ministeri, elencandone diversi
e utilizzando, per la prima volta, quella che è più che una metafora:
la categoria del corpo, su cui tornerò perché si trova proprio nel nostro testo. Il secondo testo è proprio Rom, 12, quello che abbiamo
ascoltato ma con una differenza fondamentale: mentre in 1 Cor 12
traspare la tensione tra i migliori e i peggiori o tra quelli che si ritengono deboli o forti nella comunità, in Romani la tensione manca.
Lo stesso elenco dei ministeri è segnato dalla quotidianità e dalla loro umanità, non v’è nulla di eccezionale. Il terzo testo è, invece, di
una teologia elevatissima in cui non è più lo Spirito che offre i diversi carismi ai credenti, i ministeri e le attuazioni, né soltanto Dio
ma Cristo che, come capo della Chiesa, la irrora con vari carismi e
ministeri. Per cui si parla di unità. Ricordate quel testo stupendo della lettera agli Efesini in cui si parla di un solo corpo, di un solo bat-
*
Docente di Esegesi Biblica presso la Pontificia Università Lateranense di Roma.
Relazione tenuta alla Settimana biblica diocesana, Andria, 16 marzo 2011
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tesimo, di una sola fede, di un solo Signore e di un solo Dio da cui
tutto ha origine ed è presente in tutti. Quindi a ognuno ha dato una
diversità di doni: gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i
dottori.
Chiarito il contesto, cerchiamo di cogliere, a partire dalla tematica che mi è stata chiesta, la dimensione laicale del ministero. Per uno
studioso delle lettere di Paolo il termine laicale dovrebbe essere inutile perché tutti i ministeri, nelle sue lettere, sono laicali. Chiunque
può notare che S. Paolo, quando presenta i ministeri nella Chiesa e
nella comunità cristiana, non presenta mai ministeri che non siano
laicali e che non riguardano il credente.
Diremmo che sono ministeri che hanno a che fare con ogni persona che è inserita in Cristo mediante la fede e con il battesimo. Non
c’è nessuna preclusione, né esclusione. Questo non significa che tutti
saranno apostoli, dottori o profeti ma che lo Spirito offre a tutti diversità di carismi e ministeri. Pertanto tutti i ministeri nelle comunità paoline non sono se non laicali. Con questo non vogliamo assolutamente escludere tutto ciò che poi sarà nel cammino dei Vangeli e
del Nuovo Testamento e nella storia della Chiesa, quindi del sacerdozio ministeriale. Sia ben chiaro! Questi ben s’inserisce nel sacerdozio comune e non può esistere se non a partire da quest’ultimo. Non
vi può essere una realtà di ministero presbiterale o episcopale se non
all’interno della Chiesa come corpo, in cui ognuno già riceve dei carismi in quanto battezzato.
Questo aspetto è molto importante e lo vediamo anzitutto dal versante storico e sociologico delle comunità cristiane nel Nuovo Testamento. Ciò che intendo evidenziare è che le comunità paoline sono comunità familiari: sono comunità prettamente familiari. Non vi sono
comunità in cui si prescinde dalla famiglia; questa rappresenta sempre il bacino della Chiesa, anzi, non è pensabile la Chiesa senza la
famiglia. C’è un’espressione bellissima, da questo versante, proprio
nella lettera ai Romani, al capitolo 16: e che tornerà in prima Corinzi
e altrove “La Chiesa che si raduna in casa di…” Aquila e Priscilla,
Giunia e Andronico, Stefana…: tutte le persone che, all’inizio del cristianesimo hanno offerto la loro casa come luogo d’incontro.
Per questo i ministeri non possono non essere se non laicali, perché il luogo del contesto ministeriale non è il tempio! Vedremo come,
nei ministeri elencati da Paolo, non c’è n’è uno sacerdotale o cultuale. Questo dato ci meraviglia, ma non più di tanto perché il contesto
fondamentale in cui i ministeri si sono espressi è quello della domus,
ossia la casa. Ed è proprio in tale contesto che sorgeranno quei ministeri che poi chiameremo “ordinati”. Agli episcopi, ai diaconi e ai
presbiteri verrà chiesto anzitutto di essere capaci di guidare la pro-
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pria casa, perché se non saranno capaci di governare la propria famiglia come faranno a governare la chiesa? Dunque, è questo il secondo tratto, che è di grande attualità: la Chiesa che non può prescindere dalla famiglia, ma non perché deve difendere a tutti i costi
la famiglia istituzionale. La Chiesa deve sempre partire dalla famiglia, come destinatario e come soggetto pastorale, perché è nata nella famiglia. Basti vedere gli Atti degli Apostoli, dove quest’aspetto è
sottolineato in svariati modi. Questo testo di storia primitiva del cristianesimo inizia in una casa per terminare in una casa: nel capitolo primo, dove si dice che tutti sono riuniti, dopo l’Ascensione in una
casa; al capitolo 28 ritroviamo Paolo in una casa – prigione. Dunque
questo secondo tratto ci fa comprendere che la chiesa dovrebbe – e se
non lo è tradisce se stessa – essere una famiglia, in cui le relazioni
sono molto intessute e molto legate.
Passiamo al terzo momento: che cosa avviene quando la Chiesa si
pensa come famiglia? Avviene che la Chiesa deve considerarsi come
corpo. Tutti i ministeri sono laicali perché ogni persona è membro del
corpo di Cristo che è la Chiesa. Sia in 1 Cor, 12 sia nelle lettere ai
Romani, agli Efesini e ai Colossesi Paolo sottolinea sempre questo
aspetto fondamentale della comunità ecclesiale: tutti i ministeri si inseriscono in una Chiesa che non solo è famiglia, ma è corpo, di cui
ognuno è parte viva. I ministeri che devono essere valorizzati nella
Chiesa saranno tali soltanto quando in essa ci si sente corpo, membra vive gli uni e degli altri. Questo significa che, in questa realtà di
“Chiesa come corpo”, bisogna pensarsi in relazione costante rispetto
agli altri. Abbiamo profeti, dottori, apostoli, maestri, governanti, consolatori… avremo tutti questi ministeri soltanto quando sappiamo crescere come corpo, camminare come corpo.
Qui Paolo, di per sé, non è originale. La categoria “Corpo” è già
presente nel Nuovo Testamento, come in Tito Livio o in filosofi come
Platone, Aristotele, Seneca.
Si tratta di una categoria molto diffusa. Quindi Paolo, apparentemente, ci dice una cosa vecchia e nuova al contempo, alla luce della
quale capiamo che la dimensione laicale del ministero non è un opzionale, una concessione, ma è un’urgenza e una necessità.
In pratica, mentre altrove si parte dalla diversità delle membra,
di origine, di cultura, di sessualità, dalla diversità culturale, per poi,
infine, giungere alla unità, nella Chiesa si parte dall’unità per esprimersi nella diversità.
Paolo lo dirà in maniera molto bella nella lettera agli Efesini: partire dall’uno, dall’unità. L’unità è l’aspetto più caratterizzante della
Chiesa. Direi, addirittura, l’unicità, l’unicità della fede in Cristo. Ed
è l’unicità della fede in Cristo che si esprime nella diversità. Vi sono
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una diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito. V’è una molteplicità di ministeri, ma uno solo è il Signore Gesù Cristo. Diversità di
attuazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti.
Inoltre mentre nel corpo umano, e in qualsiasi altra tipologia di
corpo, soltanto le parti centrali determinano ripercussioni su tutte le
altre membra, mentre quelle periferiche no e dipendono fortemente e
fondamentalmente da essa. Paolo, invece, in 1 Cor 12 ci dice che nella chiesa avviene qualcosa di diverso, di misterioso: se un membro
soffre tutte le membra soffrono. Se un membro gioisce, tutte le membra gioiscono.
Da un punto di vista anatomico tutto ciò non è vero, per fortuna;
ma dal punto di vista ecclesiale, che noi lo vogliamo o meno, questo
avviene, per cui la sofferenza di una parte, anche di un unghia, è sofferenza di tutto il corpo. Così come la gioia di una parte è gioia di
tutto il corpo. Non è pensabile una relazione che possa prescindere da
una minima parte. Per questo Paolo ci dice che le parti più deboli
Dio ha scelto di curarle maggiormente. Egli se ne prende cura maggiormente!
La terza notevole differenza sta nel fatto che la Chiesa come corpo è irrorata dallo Spirito, che la potenzia e l’alimenta costantemente. Lo Spirito ne è la linfa vitale, il respiro. Per questo il soggetto
principale dei ministeri è lo Spirito. Non è la Chiesa, bensì lo Spirito: da lui che nascono i carismi. Quando poi questi diventano ministeri allora poi è necessaria la Chiesa.
Lo Spirito è libero di dare a chi vuole i carismi che desidera e
grazie alla sua grande libertà e alla sua creatività, si vede esplodere
nella Chiesa una serie di carismi impensabili! Paolo, nella prima lettera ai Tessalonicesi esorta a “Non spegnete lo Spirito”, perché i carismi nascono dallo Spirito e ono doni dello Spirito.
Passiamo al quarto momento della riflessione: “Come può, ognuno
di noi, imparare a scoprire qual è il suo ministero nella Chiesa. Come posso capire qual è il mio ministero, il mio ruolo laicale nella
Chiesa? Quali sono le modalità? Me lo deve dire la Chiesa? Però se
i carismi sono un dono dello Spirito, e non della Chiesa, vuol dire che
essa ha un altro ruolo.
La prima modalità per comprendere qual è il proprio ministero
nella Chiesa è scoprire il proprio metro della fede, o la propria analogia della fede. Che cos’è il metro della fede? Che cos’è l’analogia della fede? Sono espressioni che sembrano strane a prima vista, ma che
sono molto concrete. Il metro della fede è la capacità di misurarsi interiormente: la capacità che ognuno ha, la disponibilità che ognuno
pone nel conoscere la propria statura interiore.
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Corriamo due rischi: di pensarci superiori o inferiori agli altri. Lo
stesso Paolo lo dice: “Non valutatevi né troppo al di sopra né troppo
al di sotto”. Quando una persona si valuta al di sopra degli altri avviene che si è scontenti di ciò che si ha. Questo avviene quando non
sappiamo misurarci! Il rischio di considerarsi superiori e al di sopra
agli altri è enorme!
Ma c’è anche un altro rischio. Ed è quello che Paolo sottolinea
maggiormente per la comunità di Roma: sottovalutarsi, non considerarsi all’altezza e non pensarsi capaci di poter svolgere un ministero
nella Chiesa.
Se ognuno è nella Chiesa questo vuol dire che ad ognuno è data
una manifestazione dello Spirito, per l’utilità della stessa. Dunque, è
importante non sopravvalutarsi, né sottovalutarsi ma cercare di capire la propria statura interiore, i propri limiti, la propria capacità di
relazione con gli altri. E questo avviene solo nella Chiesa, non al di
fuori di essa!
Al di fuori della Chiesa posso al massimo conoscere me stesso.
Però questo non basta! Per conoscere me stesso io, per analogia, devo rapportarmi alla comunità in cui devo operare. Devo capire quale
parte sono del corpo di Cristo che, come abbiamo visto e come ben
sappiamo, è la Chiesa. Capire il luogo in cui lo Spirito mi ha posto.
Tutti, senza distinzione, abbiamo un ministero da svolgere, anche se
la maggior parte dei credenti non è consapevole dei ministeri che è
chiamata a svolgere nella Chiesa, perché non è aiutata o non è posta
nelle condizioni o perché c’è una forma di arrivismo verso i ministeri più eclatanti o ritenuti migliori, senza poi essere capaci di cogliere
la valenza e l’importanza dei ministeri della quotidianità, del giorno
per giorno.
Ma perché esistono i ministeri laicali? Paolo lo dice bene sia in 1
Corinzi come anche nella prima lettera ai Romani: per l’utilità. È
molto interessante la traduzione del versetto seguente, 1Cor 12,7, perché, dopo il Vaticano II, la sua traduzione cambia la prospettiva ministeriale all’interno della Chiesa. Nella prima Bibbia di Gerusalemme, del 1974, era tradotto con l’espressione “utilità comune”. Ma il
verbo greco utilizzato, tradotto come si deve, significa, oltre che “utilità comune” anche “utilità personale”. Nel 1998 la nuova traduzione
della CEI ha preferito mettere, piuttosto che “per l’utilità comune”,
“per il bene comune”. V’è una differenza notevole! Però la funzione
dei ministeri è rivolta all’utilità! Finalmente si è andati a riscoprire
il valore di quel verbo: “Per l’utilità, i ministeri sono dati nella Chiesa a tutti e ad ognuno, nella varietà dei carismi, per l’utilità e non
per estetica. Per utilità personale e comune! Il primo destinatario di
un ministero non è la Chiesa ma il soggetto che lo riceve! Avviene,
STUDI ED INTERVENTI
non poche volte, che un carisma o ministero ricevuto sia capace di far
crescere di più la Chiesa che il singolo che lo ha ricevuto. Questa,
però, è una disfunzione, una disfunzione terribile del corpo! È come
se io ricevessi un dono senza valorizzarlo in alcun modo.
Il primo destinatario dei ministeri è il singolo all’interno della comunità! San Girolamo lo aveva ben capito che traduce semplicemente con “Ad utilitatem”: l’utilità è personale e di tutta la Chiesa. Ecco
perché tutte le persone che compongono la comunità cristiana come
corpo hanno un carisma che deve diventare ministero per l’utilità personale e di tutti.
Adesso vediamo come questi ministeri si delineano, in quanto laicali, nelle comunità paoline. A prima vista, non abbiamo ministeri caratterizzati dal culto, dal sacerdozio in queste comunità, anche per
chi aspira all’episcopato! Per tutti i ministeri: apostoli, profeti, dottori, pastori, guaritori, assistenza, governo, lingue – così in 1 Cor - ,
profezia, ministero, insegnamento, esortazione (o consolazione, cioè il
ministero del farsi prossimo), in Romani. Siamo passati dai ministeri
più eclatanti e più normali a quelli più quotidiani in quest’ultima lettera. Spesso pensiamo che non sia un ministero il farsi prossimo
dell’altro e consolarlo o compiere un’opera di misericordia oppure
esortare l’altro. Lo stesso dedicarsi all’insegnamento è ritenuto un lavoro. No, questi sono veri e propri ministeri!
Ecco cosa intende Paolo con la dimensione laicale del ministero.
Queste liste hanno tre orizzonti di relazione: il primo è la Parola di
Dio. Per Paolo gli apostoli non sono soltanto i Dodici. Questi si distinguono, ciò non va negato, ma apostoli sono tutti coloro che hanno
un messaggio da dare, un’evangelizzazione da portare nella famiglia
e nella Chiesa; chiunque è apostolo. In Romani capitolo 16 Paolo ci
dice che una coppia di credenti è fatta di apostoli e che essi sono apostoli prima di lui: Giunia e Andronico – è interessante notare come
in Padri della Chiesa hanno avuto problemi con la figura di Giunia.
Essi pensavano che Giunia fosse il diminutivo di Giunianus, Giuniano, ma, nel mondo antico non esiste alcuna epigrafe riportante tale
nome. Esiste soltanto Giunia, che è un nome di donna. Giunia è una
donna apostolo! Dunque, questi ministeri sono prevalentemente caratterizzati dall’orizzonte della Parola di Dio. È questa che suscita apostoli, maestri, evangelizzatori, persone che sanno trasmettere la fede.
Il secondo orizzonte è quello della carità nella Chiesa: l’assistenza, la consolazione, la misericordia l’esortazione…tutto questo è ministero!
Infine: il governo. Questo orizzonte viene appena accennato da
Paolo. Per questo si parla di coloro che governano, che presiedono
l’assemblea, definiti nella Lettera agli Efesini come pastori.
211
STUDI ED INTERVENTI
212
Evitiamo di fare sociologizzazioni della Chiesa. Quando diciamo
che tutti abbiamo dei carismi, quindi dei ministeri da svolgere nella
Chiesa, non intendiamo fare un socialismo delle comunità del I secolo.
Ma con questi carismi e ministeri, come facciamo ad evitare i rischi che Paolo individua nella comunità cristiana? I rischi fondamentali sono questi: arrivismo e disfattismo. Nel primo caso troviamo una
comunità monopolizzata da pochi: per esempio il prete, attorniato da
pochi collaboratori… e il resto rimane fuori. Il secondo rischio sta nel
considerasi superiori o inferiori agli altri. Come facciamo ad evitare
questi rischi? Sia in Romani sia in prima Corinzi Paolo ci da un valido criterio, il quale deve aggiungersi a quanto detto poc’anzi circa la
misura interiore di ognuno di noi.
In 1 Cor Paolo lo chiama l’odòs, la via, mentre in Romani - utilizzando una immagine molto bella, cioè quella dell’edera che si attacca al muro senza staccarsi mai – lo chiama l’agape, l’amore, il criterio che deve guidarci tutti, presbiteri e laici in quanto credenti.
Senza di esso non saremmo nulla.
L’amore, qualcosa che diviene col tempo superiore alla fede e alla
speranza, poiché queste due categorie appartengono all’orizzonte del
tempo e del mondo, l’amore va al di la di tutto.
Di quest’ultimo criterio sembra che noi ce ne siamo dimenticati.
Dappertutto, dai seminari agli istituti di formazione, dalle famiglie alle scuole alle parrocchie, nella formazione matrimoniale, nella formazione dei sacramenti, di tutto parliamo al di fuori che dell’amore.
Allora come farò a capire chi sono e quindi qual è il mio ruolo
nella Chiesa, il mio ministero se mi manca questa cartina di tornasole. Di fronte ad essa io devo essere capace di capire che se non riesco a perdonare, se non sono abile a sopportare è chiaro che non sarò
capace di governare la mia famiglia.
Concludo invitando a porre domande e cercando di mostrare il
rapporto tra ministeri, carismi e la loro attuazione, così da avere un
quadro chiaro di ciò che questa sera abbiamo detto. Che ce ne accorgiamo o meno, tutti riceviamo dei carismi dallo Spirito. Il soggetto
principale è sempre lo Spirito. La Chiesa, la comunità non è la gerarchia! Non confondete la Chiesa con la gerarchia – la Chiesa, di cui
la gerarchia fa parte, ha il compito di rendere questi carismi ministeri, di trasformarli in ministeri.
Di fronte alla potente azione dello Spirito la Chiesa ha questa
enorme responsabilità. Infine, la comunità concreta: la parrocchia di…
la casa di… la famiglia di… diventano luoghi in cui i ministeri si trasformano in attuazioni all’interno della Chiesa.
STUDI ED INTERVENTI
Allora, che rapporto c’è tra i carismi che tutti noi abbiamo, ognuno diverso dall’altro, e questa capacità di trasformarli in ministero?
La risposta sta nell’attività pastorale. I pastori devono aiutarci a farci capire come i carismi possono trasformarsi in ministeri. E quale
spazio dare ai ministeri nelle comunità, affinché questi non diventi
una mera etichetta?
Non dipende dall’inventiva di un parroco o dell’altro, non sono una
concessione della gerarchia al laicato i ministeri, ma sono un diritto
naturale, addirittura una necessità!
Infine, badiamo che nessun ministero è dato per estetica o per
bellezza. Lo Spirito li fa sorgere affinché siano utili. Non li fa sorgere affinché qualcuno dica che è migliore di un altro o più capace. Li
fa sorgere per l’utilità, mai per semplice estetica. Non è la bellezza
che determina un ministero, ma l’utilità ovvero il fatto che sono una
forma di servizio. I vari ministeri quanto più sono capaci di esprimere la loro funzione di servizio verso il prossimo, tanto più esprimono
la bellezza della Chiesa. Affido alla vostra attenzione una riflessione
che una delle più grandi mistiche, Teresina del Bambin Gesù, s’è posta di fronte a queste pagine. Nella sua “notte oscura” – così come è
stata definita dai suoi biografi – Teresina si chiede: “Sono molti i
santi che si chiedono: chi sono nella Chiesa? Qual è il mio ruolo nella Chiesa?”. Questa è una domanda molto importante, che prima o
poi tutti noi dobbiamo porci, poiché il quesito ci fa capire che noi non
stiamo “di fronte” alla Chiesa, ma in essa, che facciamo parte del suo
corpo.
Alla fine della ricerca Santa Teresina comprende: “Della Chiesa io
sarò il cuore, perché senza questo cuore i profeti non potrebbero evangelizzare, i missionari non potrebbero donare la loro vita e non ci sarebbe nessun missione e nessun servizio nella carità. Nella Chiesa io
sarò l’amore”. Ciò è illuminante, poiché ci fa ben comprendere come
individuare il nostro metro interiore, a come rispondere alla domanda che s’è posta Teresina del Bambin Gesù. È affrontare e rispondere a questa domanda è un’esigenza quanto mai urgente e attuale.
Domande
Anna Maria Di Leo: Lei non pensa che per noi laici il primo ministero da assumere è quello di stare dentro la storia, nella realtà terrena, da persone competenti che, insieme con gli altri, annunciano e
fanno crescere il Regno lì, dove il Signore ci ha posti? A mio avviso,
questo è il primo ministero specifico dei laici! Poi nella Chiesa vi sono tanti altri ministeri da svolgere ma guai se venisse meno questo!
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STUDI ED INTERVENTI
Don Sabino: Qual è il rapporto tra i carismi e la liturgia, visto
che, come si dice, essa è la manifestazione piena della Chiesa?
Don Peppino: Come mai nelle lettere paoline si insiste molto su
ministeri quali quello episcopale, quello presbiterale e quello diaconale e come mai non è stata mai colta questa dimensione laicale dagli
autori nelle lettere pastorali?.
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Risposta del professor Pitta
Il primo compito dei laici è stare nella storia, nella realtà laicale
e politica del mondo contemporaneo. Su questo non c’è dubbio. Ma
guai - attenzione, è questo è stato il più grande errore commesso, soprattutto per quanto riguarda la formazione dei laici in fatto di politica contemporanea – se viene a mancare loro un contesto ecclesiale
solido. I grandi laici italiani del passato impegnati nella politica, come G. Lazzati e A. Moro, erano persone che vivevano in comunità cristiane.
Noi abbiamo pensato che formare i laici nella politica significa trovare un cristiano che la domenica viene a messa e dirgli semplicemente: candidati in un partito!
La formazione laicale deve avvenire dentro la Chiesa, perché è
questa poi che permette di sostenere un’etica politica degna e senza
compromessi.
Invece questo non c’è, per cui è verissimo che è necessario un impegno laicale nella realtà secolare. È prioritario appunto perché proviene dalla Chiesa, dalla comunità in cui si è operato.
Per quanto concerne la questione del rapporto tra Liturgia e carismi rimando a 1Cor 14 in cui Paolo sottolinea che l’assemblea liturgica deve essere caratterizzata non dal disordine e dalla confusione,
ma dalla capacità di esprimere la Chiesa come corpo. Questo avviene
nella Liturgia. In essa la Chiesa si manifesta come corpo perché si
nutre del corpo di Cristo e si esprime come corpo. E come in un corpo – nel mio corpo – tutte le parti sono funzionali e sono ordinate,
così avviene nell’assemblea. Per cui è sbagliato, da una parte, far risaltare una sola parte del corpo durante la Liturgia, come il capo, per
esempio, delegando al solo sacerdote ogni funzione. Dall’altra parte ci
troviamo innanzi ad assemblee liturgiche ove ognuno fa ciò che vuole. La liturgia deve esprimere la “Sinfonia della Chiesa”. Paolo, nel
versetto citato e solo in esso, attraverso una metafore molto bella,
parla di sinfonia di strumenti.
Come mai “episcopi, presbiteri e diaconi” nelle lettere pastorali...
come nascono? Dunque – attenzione a quanto sto per dire – episcopi,
diaconi e presbiteri non nascono con le pastorali. In Filippesi 1,1b
Paolo saluta i cristiani di Filippi con gli episcopi e i diaconi. Che co-
STUDI ED INTERVENTI
sa è avvenuto con questa definizione di episcopi e diaconi? Innanzitutto nelle lettere pastorali non vi sono solo episcopi e diaconi: ci sono vedove, ragazze giovani, anziani, diaconi e diaconesse – la figura
di quest’ultima è confermata altrove, basti vedere la diaconessa di Corinto, citata in Rm 16,1.
Questi ministeri non li ha inventati la tradizione paolina, facciamo attenzione, ma nascono dal sedimentarsi della Chiesa nella comunità domestica. Ho detto poc’anzi che il criterio fondamentale, per
diaconi, episcopi e presbiteri è sempre la casa, la famiglia, la cui condizione di governo è anche quella fondamentale per governare la
Chiesa. Il fatto che i diaconi e gli episkopi delle prime comunità siano sposati, una sola volta, e che sappiano educare i figli è determinante.
Questo ci fa capire che non sono gli stessi preti, vescovi e diaconi di oggi, perché attualmente abbiamo un codice differente. Ma cosa
resta pur nella diversità? Semplice: la dimensione umana e familiare
che deve caratterizzare gli episcopi di allora e i vescovi di oggi, i presbiteri di allora e i preti di oggi, i diaconi di allora e i diaconi di oggi, cioè essere nella condizione non tanto di sposarsi o meno ma di
non essere considerati dei vitelloni singoli, di essere persone che dentro hanno un carisma che li permette di gestire una famiglia. Senza
di questo non si è nelle condizioni di governare una comunità. Il prete, il pastore, il parroco non è un single. Egli è il padre di una famiglia, un genitore.
“La casa è il mio corpo”. Questa è la motivazione di questo sviluppo categoriale nelle lettere pastorali di Paolo. Ma mi raccomando
a non considerarle esclusive in quanto si differenziano in sacerdozio
ministeriale e sacerdozio comune. Entrambe si fondano su di un’altra
dimensione, quella riportata da Paolo in Rom, 12, per la misericordia
di Dio offrite i vostri corpi come sacrificio santo e gradito a Dio. Questo è il culto! Per questo non ci sono ministeri cultuali o templari! Il
primo culto è il nostro corpo. Questo è il sacerdozio comune. Ed è su
di esso che si innesta per poi divenire sacerdozio ministeriale e senza il quale non è pensabile né concepibile!
Nessun prete è di fronte alla Chiesa – attenzione alla traduzione
della Pastores dabo vobis. Il testo originale non dice che il prete è di
fronte alla Chiesa, bensì ergam ecclesiam, “a favore della Chiesa”. È
tutta un’altra cosa. Dietro di me, prete, non c’è il vuoto, non posso
gestire la Chiesa come voglio, C’è la Chiesa come corpo. Quindi facciamo attenzione a non intendere quei ministeri in maniera staccata
da tutta la dimensione laicale dei ministeri.
Anna: Quale spazio ha oggi l’agape nella comunità Cristiana?
215
STUDI ED INTERVENTI
Angela Moschetta: In 1 Cor, 12 Paolo dice che c’è un conferimento di onori maggiori alle membra del corpo che sembrano essere
le più deboli. Questo come si realizza oggi nella Chiesa?
Giuseppe: Lei ha detto che è indispensabile calcolare la propria
statura interiore. Ci dice come si fa, se ci sono degli strumenti concreti che può suggerirci?
216
Don Pitta: Quale spazio ha oggi l’agape nella comunità Cristiana? In una realtà sociale così frenetica complessa e difficile da gestire? Direi che quel testo (1 Cor 12 – 13, ma anche in Romani) sottolinea una dimensione imprescindibile dell’agape, che va coltivata: la
dimensione della gratuità. Del donare senza ricevere nulla in cambio.
Questo è uno dei segreti più importanti della vita cristiana. Perché
l’Agape non si differenzia dall’eros o dalla filia (cioè dall’amicizia). Li
porta entrambe in sé e li potenzia con la capacità di donarsi, di fare
della propria vita il dono di sé.
In quel testo di letteratura universale che è appunto 1 Cor, 13
Paolo non ci parla del soggetto e del destinatario dell’amore ma
dell’amore come persona. E qual è l’elemento che accomuna tutto l’elogio dell’amore? Proprio questa gratuità senza fine, questo sopportare
tutto, questo credere tutto, l’avere la capacità di guardare con speranza. Credo che questa dimensione della gratuità, soprattutto in una
società così segnata dallo stress, dalla mancanza di tempo, sia quella
da coltivare di più. Troviamoci dello spazio nella famiglia e nella comunità, dove poter operare con la gratuità, senza che qualcuno debba dirci grazie. Solo così potremo fare nostro questo testo e renderlo
vivo e concreto, altrimenti diventerebbe un puro mito.
Le membra più deboli: dove, nella Chiesa, oggi? Difficile rispondere a questa domanda. Credo che si trovino nelle realtà più periferiche della Chiesa. Purtroppo siamo abituati a pensare la Chiesa con
due distorsioni: o che s’identifica con la gerarchia o che s’identifica
con il centro. Sono due errori, ma la Chiesa non è solo questo. Dobbiamo abbandonare questa visione, perché è fallimentare pensare che
la Chiesa s’identifica solo con una parte di essa, fosse anche la più
importante, cioè il capo. La Chiesa s’identifica anche nelle parti periferiche, ove si trovano parti estremamente deboli. E non si identifica
neanche con il centro, perché tante volte lo Spirito, con enorme libertà, fa riconoscere la Chiesa non nel centro ma nelle periferie. Mostra “l’azione bella della Chiesa” non soltanto nella gerarchia, ma nei
padri di famiglia, nelle coppie di sposi! Permettetemi di aggiungere
che i primi apostoli, i primi evangelizzatori della Chiesa erano schiavi e coppie cristiane. A Roma, a Pozzuoli il Cristianesimo non è stato portato da Pietro, né da Paolo bensì schiavi, famiglie, coppie! Ec-
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co la mia risposta alla domanda posta circa le membra più deboli: ci
sono dei luoghi non appariscenti della Chiesa in cui essa cresce e si
sviluppa, dove è possibile vedere un’esplosione di carismi e di ministeri! Posti dove non si vede una Chiesa, per usare una metafora, come un elefante che faticosamente cammina in una cristalleria!
Come identificare la propria statura interiore, Paolo ce lo dice:
nella Chiesa, nella comunità, in quanto membra del corpo. Per conoscere la nostra statura interiore il mondo greco-romano ci da questi
criteri, che poi Paolo farà suoi, ai quali ne aggiungerà un altro. Il primo è: conosci te stesso, comprenditi, cerca di capire quali sono le tue
qualità, i tuoi difetti, le tue virtù e le tue potenzialità. Anche se non
è necessario essere cristiani per attuare questo principio, per noi rimane una cosa imprescindibile! È come se volessimo costruire un palazzo senza gettare solide fondamenta! Il secondo criterio, anche questo molto importante; nella comunità – così com’è e non come la vorrei – nella quale si è posti bisogna misurare la propria fede! Il terzo
criterio che Paolo offre ai suoi credenti si trova anche in Seneca, comune al suo pensiero. “Scegli – dice il filosofo in una Lettera a Lucillo – una persona che tu possa imitare perché possa sentirne i pensieri, le parole, le opere e possa imparare a diventare uomo perfetto,
uomo sapiente”. Paolo, nell’intimità delle sue comunità, sottolinea
spesso: “Fatevi miei imitatori”. E lo dice a persone che conosce bene.
Imitare l’altro è una delle funzioni più naturali dell’uomo. Questi criteri offrono la giusta misura di se stessi, la comprensione della propria proporzione.
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STUDI ED INTERVENTI
La parabola degli operai mandati nella Vigna (Mt 20,1-16):
una salvezza per i primi e una salvezza per gli ultimi1
Santi Grasso*
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1. Articolazione del testo
Le parabole del padrone e degli operai, del padre e dei due figli
(Mt 21,28-32) e quella dei contadini ribelli (Mt 22,33-41) costituiscono una trilogia che ha come tematica fondamentale la vigna.
Il racconto degli operai mandati a lavorare dal padrone nella sua
vigna è inquadrato da un duplice ritornello ripetuto all’inizio e alla
fine del testo, ma costruito in maniera incrociata: «Molti dei primi saranno ultimi…» (v. 30)/ «Gli ultimi saranno i primi…» (v. 16). Queste
*
Docente di Esegesi Biblica presso la facoltà Teologica del Triveneto di Padova.Relazione tenuta alla Settimana biblica diocesana, Andria, 17 marzo 2011.
1.
I. BROER, Die Gleichnisexegese und die neuere Literaturwissenschaft. Ein Diskussionsbeitrag zur Exegese von Mt 20,1-16, BibNot 5 (1978) pp. 13-27; I.R. CÓBRECES, «Los obreros de la viÀa». Elementos midráschicos en la parábola de Mt 20,116, Stud 30 (1990) pp. 485-505; J.D.M. DERRETT , Workers in the Wineyard. A Parable of Jesus, in: Studies in the New Testament, Leiden 1977, pp. 48-75; C. DIETZFELBINGER, Das Gleichnis von den Arbeitern im Weinberg als Jesuswort, EvT 43
(1983) pp. 126-37; A. FEUILLET, Les ouvriers envoyés à la vigne. (Mt XX, 1-16),
RThom 79 (1979) pp. 5-24; J.-C. GIROUD – L. PANIER, La parabole des ouvriers
de la vigne (Matthieu 20,1-15), CahÉv 59 (1987) pp. 9-25 ; F.C. GLOVER, Workers
for the Vineyard, ExpTim 86 (1974-75) pp. 310-11; W. HAUBECK, Zum Verständnis der Parabel von den Arbeitern im Weinberg (Mt 20,1-15), in: W. HAUBECK –
M. BACHMANN (hrsg.), Wort in der Zeit, (Fs. K.H. Rengstorf), Leiden 1980, pp.
95-107; D.A. NELSON, Matthew 20:1-16, Int 29 (1975 pp. 288-92; D. PATTE, Bringing Out of the Gospel-Treasure What is New and What is Old: Two Parables in
Matthew 18,23, QR 10 (1990) pp. 93-108; F. SCHNIDER, Von der Gerechtigkeit Gottes. Beobachtungen zum Gleichnis von den Arbeitern im Weinberg (Mt 20,1-16), Kair
23 (1981) pp. 88-95; L. SCHENKE, Die Interpretation der Parabel von den «Arbeitern im Weinberg» (Mt 20,1-15) durch Matthäus, in: Id. (ed.), Studien zum Matthäusevangelium, (Fs. W. Pesch), (SBS), Stuttgart, 1988, pp. 245-68.
STUDI ED INTERVENTI
due frasi a forma di slogan, la cui terminologia «primo» e «ultimo»
viene ripresa all’interno della parabola nella direttiva del padrone sul
pagamento agli operai, costituiscono il motivo guida del racconto (cfr.
v. 8.10.12.14).
La vicenda si svolge in due fasi che coprono tutta la giornata e
sono introdotte da due espressioni temporali: «all’alba» (v. 1), «venuta la sera» (v. 8). La prima parte (vv. 1-7) è ritmata da cinque uscite del padrone che, coprendo l’intero arco della giornata, corrispondono a cinque scaglioni di operi assunti; all’alba (v. 1), alle nove (v. 3),
alle dodici, alle quindici (v. 5) e alle diciassette (v. 6). Unicamente
nella prima chiamata viene concordato il salario (v. 2) e soltanto con
gli operai dell’ultima ora è riportato un breve dialogo con il padrone,
senza far parola di un eventuale compenso (vv. 6-7).
Il calare della sera introduce la seconda fase (vv. 8-15) la quale,
incentrata sul pagamento degli operai incominciando dagli «ultimi» fino ai «primi», si conclude con una discussione tra i lavoratori convocati all’alba e il padrone che ha l’ultima parola. Il padrone incarica
del pagamento il fattore e stabilisce anche l’ordine con cui gli operai
devono essere retribuiti (v. 8). Viene menzionato soltanto il pagamento degli ultimi (v. 9) e dei primi che, vedendosi trattati allo stesso modo degli ultimi (v. 10), iniziano a protestare (vv. 11-12) provocando la risposta del padrone (vv. 13-15). Essa che è costruita mediante tre interrogativi, si basa su due argomentazioni: gli operai della prima ora sono stati pagati secondo l’accordo stipulato; il padrone
ha diritto di fare del proprio denaro l’uso che vuole.
2. Interpretazione del testo
La duplice sentenza che fa da cornice superiore e inferiore alla parabola degli operai inviati nella vigna è una parola di avvertimento
per «i primi» e di consolazione per «gli ultimi» (Mt 20,16). L’affermazione costruita su un parallelismo antitetico, può avere diverse applicazioni basti pensare a quelle che derivano dai diversi contesti evangelici. Se nel vangeli di Marco, il detto si trova nello stessa collocazione di Matteo (Mc 10,31), in Luca invece è posto a conclusione di
alcune parole di Gesù sulla salvezza (Lc 13,30). Per capire il significato di questa frase di carattere proverbiale, che annuncia un capovolgimento degli assetti umani si deve tener conto del messaggio del
racconto parabolico.
Soltanto il primo vangelo, tra i sinottici, riporta la parabola del
padrone che invia gli operai nella vigna. La parabola introdotta dalla particella gar assume il valore di spiegazione o motivazione della
frase precedente. L’autore di Matteo risulta un buon interprete della
tradizione profetica, dove il simbolo della vigna serve a descrivere la
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STUDI ED INTERVENTI
220
situazione del popolo che da una parte appartiene a Dio, e dall’altra
ne trasgredisce l’alleanza (Sal 80/79,9-17; Is 5,1-7; 7,23; 16,8; 27,2-5;
32,10-12; Ger 2,21; 5,10; 6.9; 8,13; 12,10; Ez 19,10-14, Os 2,14.17;
10,1). Questa proprietà di Dio, che nell’Antico Testamento corrisponde a Israele ad esclusione degli altri popoli, con la missione di Gesù
e della comunità credente, banditori del regno di Dio, si estende universalmente (Mt 28,16-20), Che Matteo voglia descrivere, attraverso
la vicenda del padrone che ingaggia durante tutta la giornata operai
per la sua vigna, la dinamica dell’azione di Dio, si comprende
dall’introduzione: «il regno di Dio è simile al caso», spesso usata
nel suo vangelo per cominciare a raccontare una parabola (Mt
13,31.33.44.45.47; cfr anche 13,24; 18,23; 22,2; 25,1). Il racconto è imperniato sul rapporto di lavoro tra il padrone della vigna e i diversi
gruppi di operai. La figura del «padrone»/anthrÿpos oikodespotês, è
spesso protagonista delle parabole matteane (Mt 13,27.52; 21,33;
24,43); mentre quella dell’«operaio»/ergatês, compare ancora soltanto
nel discorso di missione per indicare gli inviati (Mt 9,37.38; 10,10). Il
verbo misthoÿ alla forma media con il significato di “assumere a giornata” stabilisce la funzione del proprietario della vigna (cfr. v.7). Il
primo reclutamento avviene all’alba (prÿi), inizio della giornata lavorativa, la quale, cominciando alle sei della mattina, dura all’incirca
dodici ore.
Soltanto con questi primi operai il padrone concorda (=symphÿneÿ)
espressamente il salario di un denaro (dïnarion) al giorno che, secondo l’abitudine del tempo, veniva pagato alla sera (Lv 19,13; Dt 24,15;
Tb 4,14).
La giornata è scandita dalle uscite del padrone per assumere altri operai. Con quelli che alle nove del mattino trova nella piazza disoccupati egli non si accorda sul pagamento, ma promette di dare
«quello che è giusto». Il vocabolario della giustizia è molto importante per la teologia del primo vangelo canonico. Di solito l’aggettivo
dikaios ricorre per indicare chi attua quella giustizia che deriva dal
vangelo (vedi Mt 1,19), ma in questo caso ricorre al neutro per indicare non una persona, ma ciò che sarà il comportamento salvifico di
Dio che viene realizzato dal padrone della vigna nei confronti degli
operai.
Alla fine della pattuizione viene registrato l’effettiva partenza dei
salariati per andare a lavorare. Le uscite del padrone vengono ancora descritte secondo una scadenza regolare sia a mezzogiorno che verso le quindici e le diciassette. Sebbene si sia tentato di identificare
nella storia biblica le diverse convocazioni dei salariati, esse, nella loro regolarità, più che indicare dei momenti precisi alludono alla continua chiamata da parte di Dio del suo popolo. Mentre le assunzioni
STUDI ED INTERVENTI
tra le nove e le quindici sono descritte sinteticamente, l’ultima quella delle diciassette, viene messa particolarmente in rilievo da un dialogo tra il padrone e quegli operai dell’ultima ora. Il primo li interroga sulla ragione della loro disoccupazione e i salariati rispondono
che nessuno li aveva chiamati a lavorare. Allora il proprietario della
vigna manda anche loro a lavorare.
La conclusione della giornata che ha luogo di sera, indicata dal
genitivo assoluto opsisias de geneomenïs (Mt 8,16; 14,15.23; 16,2;
26,20; 27,57) segna l’inizio della seconda parte del racconto occupata
dal pagamento del salario. Non è il padrone direttamente come aveva fatto in precedenza con le assunzioni a retribuire gli operai, ma
questi incarica il fattore di incominciare «dagli ultimi fino ai primi».
La disposizione ricorda la frase di introduzione e conclusione (Mt
19,30; 20,16), ed ha non solo la funzione narrativa molto importante
di permettere agli operai assunti all’alba di presenziare al pagamento di quelli chiamati al termine della giornata. Ma anche di indicare
la scelta di privilegiare nell’ordine del pagamento proprio quelli che
erano stati gli ultimi. Sono infatti questi i due gruppi di lavoratori
che hanno un ruolo principale, riscontrabile nel dialogo conclusivo della parabola.
Coloro che avevano cominciato a lavorare alla cinque del pomeriggio ricevono un denaro. La stessa somma viene pagata anche a coloro che erano stati ingaggiati all’alba. Questi che vengono denominati esplicitamente prÿtoi/”primi” pensavano che avrebbero ricevuto di
più. Qui per indicare la loro falsa aspettativa ricorre il verbo nomizÿ
che significa “credere, ritenere, stimare” e che nel vangelo di Matteo
indica sempre una opinione sbagliata (Mt 5,17; 10,34).
La presa di coscienza di aver ricevuto il medesimo trattamento
di coloro che hanno lavorato un’ora soltanto provoca la protesta da
parte di quelli convocati al mattino presto. Le loro rimostranze fanno leva su un duplice aspetto: hanno dovuto lavorare per l’intera
giornata e per di più sotto la calura. Nelle loro parole essi vengono
denominati come eschatoi richiamando così alla memoria la duplice
sentenza finale e iniziale che fornisce la chiave dell’interpretazione
della parabola (Mt 19,30; 20,16). Il verbo goggyzÿ che descrive la loro reazione, significa “brontolare, protestare” ricorda la mormorazione del popolo d’Israele contro Dio nel deserto (Es 16,7; 17,3). La recriminazione da parte degli operai che hanno lavorato tutta la giornata ha, tra l’altro, lo scopo di attirare il consenso dei lettori, i quali sarebbero portati a valutare la vicenda in termini di giustizia sociale. Ma il punto di vista del padrone, reso noto nel suo intervento finale, fa capire come il suo comportamento sia mosso da un’altra logica.
221
STUDI ED INTERVENTI
222
Il proprietario della vigna risponde alla protesta di uno di questi
mediante un triplice interrogativo. Nel primo egli rievoca l’accordo sul
salario di un denaro al giorno. L’appellativo hetaire che qui in Matteo compare per la prima volta, letteralmente significa “amico, compagno”, ma in realtà denota sempre un certo conflitto da parte di chi
lo usa nei confronti di chi viene diretto (Mt 22,12; 26,50). Il verbo
adikeÿ che ricorre soltanto qui nel primo vangelo mentre è più frequentemente nell’opera lucana (Lc 10,19; At 7,24.26.27; 25,10.11), è
molto usato nella letteratura paolina. Esso ha il significato di “fare
torto, essere ingiusto, iniquo, trattare ingiustamente”. Sebbene sia un
hapax questo termine assume un particolare valore dal contesto del
vangelo di Matteo nel quale l’uso del vocabolario della giustizia è
piuttosto cospicuo. Il padrone della vigna è a posto non solo da un
punto di vista della giustizia contrattuale, ma anche da quello della
giustizia evangelica. Egli infatti ha ricompensato gli operai della prima ora secondo ciò che aveva pattuito (cfr. v. 2), ma nulla toglie che
possa ripagare con longanimità i lavoranti assunti in seguito, con i
quali non si era messo d’accordo sul compenso.
Il datore di lavoro invita il salariato, rappresentante dei lavoratori della prima ora a ritirare il proprio denaro e ad andarsene, mentre sostiene la volontà di retribuire nella stessa misura anche gli operai dell’ultima ora. Essi vengono richiamati nelle parole del padrone
sempre attraverso l’aggettivo sostantivato eschatos. Il secondo interrogativo verte sul verbo exestin con il significato di “essere lecito, permesso”, usato di solito nel vangelo di Matteo in riferimento alla legge (Mt 12,2). Con questa terminologia il proprietario della vigna intende mostrare che anche secondo una prospettiva legale egli è a posto quando usa dei suoi beni come vuole. L’ultimo interrogativo con
cui si chiude la parabola, ripropone il conflitto tra la benevolenza del
padrone e la malignità degli operai che vengono accusati di avere
l’«occhio malvagio». L’espressione che ha le sue radici nella tradizione
biblica (Pro 23,6-7; 28,22), è ripresa da Matteo per indicare la malvagità umana che porta a una distorta interpretazione dell’azione di
Dio (Mt 6,22-23). La loro empietà emerge proprio a confronto con la
bontà gratuita del padrone nei confronti dei lavoratori dell’ultima ora.
Inoltre il ricorso all’aggettivo agathos/“buono”, con il quale il padrone
si definisce in realtà rimanda alla figura di Dio (Mt 19,17).
La sentenza che viene ripetuta alla fine è costruita sul parallelismo antitetico tra “ultimi” e “primi” per proporre un ribaltamento tra
queste due categorie di persone. La parola viene a interpretare il racconto parabolico in cui ricorrono i due gruppi di personaggi: gli operai della prima ora prÿtoi/”primi” (vv.8.10) e quelli dell’ultima eschatoi/”ultimi” (vv.8.12.14). Con tutta probabilità la parabola, che rispon-
STUDI ED INTERVENTI
de alla critica dei pii osservanti e integristi, drammatizza l’esperienza della missione di Gesù, inviato a Israele. Egli, venendo rifiutato
come messia dal popolo della promessa, chiama coloro che sono ritenuti esclusi dalla salvezza, come i peccatori e il popolo ignorante, i
quali adesso diventano i primi destinatari dell’azione salvifica e gratuita di Dio. La parabola così mette in crisi il giudaismo, e in particolare i movimenti religiosi impegnati che avevano sviluppato una soteriologia imperniata interamente sull’impegno umano. Al contrario,
Gesù afferma la salvezza gratuita di Dio. Soltanto la sua azione salvifica rende possibile al discepolo la sequela di Gesù libera, indivisa
e senza compromessi (Mt 19,26), così come l’unità indissolubile della
coppia (Mt 19,10) e la scelta del celibato (Mt 19,12). La parabola inoltre assume un nuovo significato nel contesto della missione universale della chiesa (Mt 28,16-20), dove gli ultimi chiamati – i pagani –
sono invitati a godere dell’azione salvifica di Dio allo stesso modo del
popolo d’Israele. A livello narrativo si può individuare un’altra spiegazione della sentenza in relazione al racconto parabolico. Si deve notare che in realtà non ci sono due tipi di retribuzione come lascerebbero intendere la classificazione di ultimi e di primi, ma soltanto una
ricompensa uguale per tutti. I primi sono da identificarsi con i dodici (Mt 19,28) e con coloro che hanno compiuto una scelta radicale nei
confronti di Gesù (Mt 19,29), gli ultimi sono quei discepoli che invece non sono stati capaci di lasciare le loro ricchezze. Nonostante la
loro inadempienza alla parola evangelica essi sono quegli ultimi che
riceveranno per l’azione salvifica gratuita di Dio la stessa ricompensa
dei primi.
Con la parabola del padrone e degli operai si descrive lo stile di
Dio, che si rivela ora nella missione di Gesù tesa alla ricerca degli
«ultimi». Matteo con il racconto parabolico offre un’interpretazione
della sentenza enigmatica secondo la quale gli «ultimi» diventeranno
«i primi». La parabola ha lo scopo di smantellare quella logica così comune di prestazione-retribuzione che, mutuata dai rapporti economici, viene utilizzata per interpretare anche il rapporto con Dio. La salvezza che Gesù annuncia non è soltanto il frutto dello sforzo umano,
bensì dono generoso e gratuito di Dio.
223
R I V I S TA
DIOCESANA
Anno LIV - n. 2
ANDRIESE
Maggio - Agosto 2011
Ufficiale per gli atti della Curia Vescovile
Organo di comunicazione e di promozione della vita e della pastorale della Diocesi di Andria
SOMMARIO
LA PAROLA DEL PAPA
007
Messaggio ai partecipanti alla XIV assemblea generale dell’Azione Cattolica Italiana (6 maggio 2011).
011
Omelia alla Veglia di preghiera per i giovani durante la XXVI
Giornata Mondiale della Gioventù (Base aerea dei Quattro Venti, Madrid - sabato, 20 agosto 2011).
014
Omelia alla Celebrazione Eucaristica per i giovani durante la
XXVI Giornata Mondiale della Gioventù (Base aerea dei Quattro Venti, Madrid - domenica, 21 agosto 2011).
017
Omelia per la Celebrazione Eucaristica a conclusione del XXV
Congresso Eucaristico Nazionale Italiano (Cantiere Navale di
Ancona - Domenica, 11 settembre 2011).
SANTA SEDE
022
Telegramma per il 60° anniversario di Ordinazione sacerdotale
del Santo Padre.
023
Risposta della Segreteria di Stato.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
024
Messaggio per l’87ª Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore (8 maggio 2011).
027
Comunicato finale della 63ª assemblea generale della CEI (27
maggio 2011).
033
Messaggio per la 6ª Giornata per la salvaguardia del creato (1°
settembre 2011).
038
Calendario delle Giornata mondiali e nazionali del 2012.
CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE
040
“I laici nella Chiesa e nella società pugliese, oggi”. Dal terzo
Convegno ecclesiale regionale.
VITA DIOCESANA
*
LA PAROLA DEL VESCOVO
044
Messaggio alla comunità parrocchiale S. Giovanni Battista in
Canosa di Puglia.
4
046
Presentazione al volume C. Gelao - L. Renna, Minervino Murge. Testimonianze su un’antica diocesi.
049
Lettera di Comunione in occasione del 60° anniversario dell’Ordinazione sacerdotale di Sua Santità Benedetto XVI.
050
Presentazione del Programma Pastorale Diocesano (2011-2013).
“Dio educa il suo popolo. Discepoli di Cristo animati da un
grande passione educativa”.
*
ATTI DEL VESCOVO
053
Decreto di istituzione della sezione UCID di Andria.
054
Decreto di riconoscimento dell’Associazione “Amici del Servo di
Dio padre Antonio Maria Losito CSSR”.
055
Decreto di nomina per l’Associazione Madonna dei Miracoli.
*
ATTI DI CURIA
056
Verbale del consiglio pastorale diocesano (Andria, 6 aprile 2011).
060
Resoconto degli incontri degli organismi pastorali a conclusione
di un anno pastorale.
064
Erogazioni delle Somme derivanti dall’8‰ dell’IRPEF per l’esercizio 2010.
066
Nomine.
067
Necrologio.
*
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
UFFICIO CATECHISTICO DIOCESANO
069
Il convegno catechistico diocesano.
SERVIZIO DI PASTORALE GIOVANILE
071
“Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”. Giornata Diocesana della Gioventù 2011.
073
La partecipazione dei giovani della diocesi alla Giornata Mondiale della Gioventù.
CENTRO DIOCESANO VOCAZIONI
077
La Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni 2011.
079
Iniziative proposte dal CDV.
UFFICIO DI PASTORALE SOCIALE E DEL LAVORO,
GIUSTIZIA, PACE E SALVAGUARDIA DEL CREATO
081
Forum di formazione all’impegno Sociale e Politico.
083
“La Chiesa, i giovani e il lavoro”. Palermo, 10-15 Maggio 2011
15° anniversario del Progetto Policoro.
UFFICIO PER LO SPORT, TURISMO,
TEMPO LIBERO, PELLEGRINAGGI
085
Pellegrinaggio a Lourdes.
CARITAS
087
Il progetto della Caritas per i detenuti della Diocesi.
090
Analisi dell’utenza e dell’attività dei Centri di Ascolto Caritas
della Diocesi di Andria.
*
ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
AZIONE CATTOLICA
106
Il XIV Convegno Regionale Elettivo di Azione Cattolica.
109
Riflessioni in margine al XXXI Convegno Bachelet a Roma.
5
*
CRONACA DI VITA DIOCESANA
112
Celebrazione di saluto di due Suore Orsoline della comunità
parrocchiale di san Riccardo ad Andria.
115
Un nuovo mosaico per la comunità di Gesù Liberatore a Canosa.
118
La Giornata della Concordia e del bene comune a Canosa.
120
Esperienze pastorali estive a Minervino.
NOTIZIE
*
SEGNALAZIONI
122
Un volume sulla Chiesa Madre di Minervino. C. Gelao - L. Renna, Minervino Murge. Testimonianze su un’antica diocesi, Et/Et,
Andria 2011.
6
STUDI ed INTERVENITI
125
don LUIGI RENNA - Un vescovo andriese e l’Unità d’Italia:
mons. Felice Regano, pastore di Catania.
128
N. MONTEPULCIANO - V. ZITO, Nuove ricerche sul santuario
della Madonna d’Andria.
7
LA PAROLA DEL PAPA
Messaggio ai partecipanti
alla XIV assemblea generale dell’Azione Cattolica Italiana
(6 maggio 2011)
Cari amici dell’Azione Cattolica Italiana!
Siete riuniti nella vostra Assemblea generale sul tema: Vivere la
fede, amare la vita. L’impegno educativo dell’Azione Cattolica, per ribadire il vostro amore a Cristo e alla Chiesa e rinnovare il cammino
della vostra Associazione, con l’impegno di assumervi pienamente la
vostra responsabilità laicale a servizio del Vangelo. Siete ragazzi, giovani e adulti che si mettono a disposizione del Signore nella Chiesa
con un impegno solenne, pubblico, in comunione con i Pastori, per dare buona testimonianza in ogni ambito della vita. La vostra presenza
è capillare nelle parrocchie, nelle famiglie, nei quartieri, negli ambienti sociali: una presenza che vivete nella quotidianità e nell’aspirazione alla santità. I vostri bambini e ragazzi, adolescenti e giovani
vogliono essere vivaci e felici, generosi e coraggiosi, come il beato Pier
Giorgio Frassati. Avete slancio di dedizione alla costruzione della città
di tutti e coraggio di servizio nelle istituzioni, come Vittorio Bachelet,
come il beato Alberto Marvelli, come Giuseppe Toniolo, che presto
sarà proclamato beato. Nel vostro progetto di formazione umana e cristiana volete essere amici fedeli di Cristo, come le beate Pierina Morosini e Antonia Mesina, come la venerabile Armida Barelli. Volete
ravvivare le nostre comunità con bambini affascinanti per la purezza
del loro cuore, come Antonietta Meo, capaci di attirare anche i genitori a Gesù. Quando accolgo i vostri ragazzi in occasione del Natale
o del mese della pace resto sempre ammirato della genuinità con cui
comunicano la gioia del Signore.
Ho incontrato l’anno scorso in ottobre i vostri adolescenti e giovani, impegnati e festosi, amanti della libertà vera che li orienta a una
vita generosa, a un apostolato diretto. Essi hanno davanti a sé
l’esempio di uomini e donne contenti della loro fede, che vogliono ac-
7
LA PAROLA DEL PAPA
8
compagnare le nuove generazioni con amore, con saggezza e con la
preghiera, che intendono costruire con pazienza tessuti di vita comunitaria e affrontare i problemi più scottanti della vita quotidiana della famiglia: la difesa della vita, la sofferenza delle separazioni e
dell’abbandono, la solidarietà nelle disgrazie, l’accoglienza dei poveri e
dei senza patria. Vi seguono presbiteri assistenti che sanno bene che
cosa significa educare alla santità. Nelle diocesi siete chiamati a collaborare con i vostri Vescovi, in maniera costante, fedele e diretta, alla vita e alla missione della Chiesa. Tutto questo non nasce spontaneamente, ma con una risposta generosa alla chiamata di Dio a vivere con piena responsabilità il Battesimo, la dignità dell’essere cristiani. Perciò vi stabilite in associazione con ideali e qualità precisi
come li indica il Concilio Ecumenico Vaticano II: un’associazione che
ha il fine apostolico della Chiesa, che collabora con la gerarchia, che
si manifesta come corpo organico e che dalla Chiesa riceve un mandato esplicito (cfr Decr. Apostolicam actuositatem, 20). Sulla base di
ciò che voi siete vorrei, cari amici, sulla scia dei miei venerati Predecessori, affidarvi alcune indicazioni di impegno.
1. La prospettiva educativa
Nella linea tracciata dai Vescovi per le Chiese che sono in Italia,
siete particolarmente chiamati a valorizzare la vostra vocazione educativa. L’Azione Cattolica è una forza educativa qualificata, sostenuta
da buoni strumenti, da una tradizione più che centenaria. Sapete
educare bambini e ragazzi con l’ACR, sapete realizzare percorsi educativi con adolescenti e giovani, siete capaci di una formazione permanente per gli adulti. La vostra azione sarà maggiormente incisiva
se, come già fate, lavorerete ancor più fra di voi in un’ottica profondamente unitaria e favorirete collaborazioni con le altre forze educative sia ecclesiali che civili. Per educare occorre andare oltre l’occasione, il momento immediato, e costruire con la collaborazione di tutti un progetto di vita cristiana fondato sul Vangelo e sul magistero
della Chiesa, mettendo al centro una visione integrale della persona.
Il vostro Progetto Formativo è valido per tanti cristiani e uomini di
buona volontà, soprattutto se possono vedere in voi modelli di vita
cristiana, di impegno generoso e gioioso, di interiorità profonda e di
comunione ecclesiale.
2. La proposta della santità
Le vostre associazioni siano palestre di santità, in cui ci si allena
ad una dedizione piena alla causa del Regno di Dio, ad una impostazione di vita profondamente evangelica che vi caratterizza come
LA PAROLA DEL PAPA
laici credenti nei luoghi del vivere quotidiano. Questo esige intensa
preghiera sia comunitaria che personale, ascolto continuato della Parola di Dio, assidua vita sacramentale. Occorre rendere il termine
“santità” una parola comune, non eccezionale, che non designa soltanto stati eroici di vita cristiana, ma che indica nella realtà di tutti i giorni una decisa risposta e disponibilità all’azione dello Spirito
Santo.
3. La formazione all’impegno culturale e politico
Santità significa per voi anche spendersi al servizio del bene comune secondo i principi cristiani offrendo nella vita della città presenze qualificate, gratuite, rigorose nei comportamenti, fedeli al magistero ecclesiale e orientate al bene di tutti. La formazione all’impegno culturale e politico rappresenta dunque per voi un compito importante, che richiede un pensiero plasmato dal Vangelo, capace di
argomentare idee e proposte valide per i laici. È questo un impegno
che si attua anzitutto a partire dalla vita quotidiana, di mamme e
papà alle prese con le nuove sfide dell’educazione dei figli, di lavoratori e di studenti, di centri di cultura orientati al servizio della crescita di tutti. L’Italia ha attraversato periodi storici difficili e ne è
uscita rinvigorita anche per la dedizione incondizionata di laici cattolici, impegnati nella politica e nelle istituzioni. Oggi la vita pubblica
del Paese richiede un’ulteriore generosa risposta da parte dei credenti, affinché mettano a disposizione di tutti le proprie capacità e le
proprie forze spirituali, intellettuali e morali.
4. Una dedizione di ampio respiro
nel grande sconvolgimento del mondo e del Mediterraneo
Vi chiedo infine di essere generosi, accoglienti, solidali, e soprattutto comunicatori della bellezza della fede. Tanti uomini, donne e
giovani vengono a contatto con il nostro mondo, che conoscono superficialmente, abbagliati da immagini illusorie, e hanno bisogno di non
perdere la speranza, di non barattare la loro dignità. Hanno bisogno
di pane, di lavoro, di libertà, di giustizia, di pace, di veder riconosciuti i propri inderogabili diritti di figli di Dio. Hanno bisogno di fede, e noi possiamo aiutarli, nel rispetto delle loro convinzioni religiose, in uno scambio libero e sereno, offrendo con semplicità, franchezza e zelo la nostra fede in Gesù Cristo. Nella costruzione della storia
dell’Italia l’Azione Cattolica – come ho già avuto modo di scrivere al
Presidente della Repubblica in occasione del 150° dell’Unità d’Italia –
ha avuto una grande parte, sforzandosi di tenere assieme amore di
patria e fede in Dio. Radicata in tutto il territorio nazionale, essa può
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LA PAROLA DEL PAPA
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contribuire anche oggi a creare una cultura popolare, diffusa, positiva, e formare persone responsabili capaci di mettersi al servizio del
Paese, proprio come nella stagione in cui fu elaborata la Carta costituzionale e si ricostruì il Paese dopo la seconda guerra mondiale.
L’Azione Cattolica può aiutare l’Italia a rispondere alla sua vocazione
peculiare, collocata nel Mediterraneo, crocevia di culture, di aspirazioni, di tensioni che esigono una grande forza di comunione, di solidarietà e di generosità. L’Italia ha sempre offerto ai popoli vicini e
lontani la ricchezza della sua cultura e della sua fede, della sua arte e del suo pensiero. Oggi voi laici cristiani siete chiamati ad offrire con convinzione la bellezza della vostra cultura e le ragioni della
vostra fede, oltre che la solidarietà fraterna, affinché l’Europa sia
all’altezza della presente sfida epocale.
Nel rivolgere all’intera Assemblea il mio augurio più cordiale, saluto il Presidente, prof. Franco Miano, l’Assistente generale, Mons.
Domenico Sigalini, e tutti i delegati, ed a ciascuno e alla grande famiglia dell’Azione Cattolica Italiana invio una speciale Benedizione
Apostolica.
Dal Vaticano, 6 maggio 2011
Benedetto XVI
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LA PAROLA DEL PAPA
Omelia alla Veglia di preghiera per i giovani
durante la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù
(Base aerea dei Quattro Venti, Madrid - Sabato, 20 agosto 2011)
Cari giovani,
vi saluto tutti, in particolare i giovani che mi hanno formulato le loro domande, e li ringrazio per la sincerità con la quale hanno prospettato le loro inquietudini, che esprimono, in un certo modo, l’anelito di tutti voi per giungere a qualcosa di grande nella vita, qualcosa che vi dia pienezza e felicità.
Però, come può un giovane essere fedele alla fede cristiana e continuare ad aspirare a grandi ideali nella società attuale? Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù ci dà una risposta a questa importante questione: «Come il Padre mi ha amato, così io ho amato voi;
rimanete nel mio amore» (Gv 15,9).
Sì, cari amici, Dio ci ama. Questa è la grande verità della nostra
vita e che dà senso a tutto il resto. Non siamo frutto del caso o
dell’irrazionalità, ma all’origine della nostra esistenza c’è un progetto
d’amore di Dio. Rimanere nel suo amore significa quindi vivere radicati nella fede, perché la fede non è la semplice accettazione di alcune verità astratte, bensì una relazione intima con Cristo che ci porta
ad aprire il nostro cuore a questo mistero di amore e a vivere come
persone che si riconoscono amate da Dio.
Se rimarrete nell’amore di Cristo, radicati nella fede, incontrerete,
anche in mezzo a contrarietà e sofferenze, la fonte della gioia e
dell’allegria. La fede non si oppone ai vostri ideali più alti, al contrario, li eleva e li perfeziona. Cari giovani, non conformatevi con
qualcosa che sia meno della Verità e dell’Amore, non conformatevi
con qualcuno che sia meno di Cristo.
Precisamente oggi, in cui la cultura relativista dominante rinuncia
alla ricerca della verità e disprezza la ricerca della verità, che è
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LA PAROLA DEL PAPA
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l’aspirazione più alta dello spirito umano, dobbiamo proporre con coraggio e umiltà il valore universale di Cristo, come salvatore di tutti
gli uomini e fonte di speranza per la nostra vita. Egli, che prese su
di sé le nostre afflizioni, conosce bene il mistero del dolore umano e
mostra la sua presenza piena di amore in tutti coloro che soffrono. E
questi, a loro volta, uniti alla passione di Cristo, partecipano molto
da vicino alla sua opera di redenzione. Inoltre, la nostra attenzione
disinteressata agli ammalati e ai bisognosi sarà sempre una testimonianza umile e silenziosa del volto compassionevole di Dio.
Cari amici, che nessuna avversità vi paralizzi! Non abbiate paura
del mondo, né del futuro, né della vostra debolezza. Il Signore vi ha
concesso di vivere in questo momento della storia, perché grazie alla
vostra fede continui a risuonare il suo Nome in tutta la terra.
In questa veglia di preghiera, vi invito a chiedere a Dio che vi
aiuti a riscoprire la vostra vocazione nella società e nella Chiesa e a
perseverare in essa con allegria e fedeltà. Vale la pena accogliere nel
nostro intimo la chiamata di Cristo e seguire con coraggio e generosità il cammino che ci propone!
Molti sono chiamati dal Signore al matrimonio, nel quale un uomo e una donna, formando una sola carne (cfr Gn 2,24), si realizzano in una profonda vita di comunione. È un orizzonte luminoso ed
esigente al tempo stesso. Un progetto di amore vero che si rinnova e
si approfondisce ogni giorno condividendo gioie e difficoltà, e che si
caratterizza per un dono della totalità della persona. Per questo, riconoscere la bellezza e la bontà del matrimonio, significa essere coscienti che solo un contesto di fedeltà e indissolubilità, come pure di
apertura al dono divino della vita, è quello adeguato alla grandezza
e dignità dell’amore matrimoniale.
Cristo chiama altri, invece, a seguirlo più da vicino nel sacerdozio
e nella vita consacrata. Che bello è sapere che Gesù ti cerca, fissa il
suo sguardo su di te, e con la sua voce inconfondibile dice anche a
te: «Seguimi!» (cfr Mc 2,14).
Cari giovani, per scoprire e seguire fedelmente la forma di vita alla quale il Signore chiama ciascuno di voi, è indispensabile rimanere
nel suo amore come amici. E come si mantiene l’amicizia se non attraverso il contatto frequente, la conversazione, lo stare uniti e il condividere speranze o angosce? Santa Teresa di Gesù diceva che la preghiera è «conversare con amicizia, stando molte volte in contatto da
soli con chi sappiamo che ci ama» (cfr Libro della vita, 8).
Vi invito, quindi, a rimanere ora in adorazione di Cristo, realmente presente nell’Eucarestia. A dialogare con Lui, a porre davanti
a Lui le vostre domande e ad ascoltarlo. Cari amici, prego per voi con
tutta l’anima. Vi supplico di pregare anche per me. Chiediamo al Si-
LA PAROLA DEL PAPA
gnore, in questa notte, attratti dalla bellezza del suo amore, di vivere sempre fedelmente come suoi discepoli. Amen!
Cari amici, grazie per la vostra gioia e per la vostra resistenza!
La vostra forza è più grande della pioggia. Grazie! Il Signore, con la
pioggia, ci ha mandato molte benedizioni. Anche con questo siete un
esempio.
Saluto in italiano
Mi rivolgo ora ai giovani di lingua italiana. Cari amici, questa Veglia rimarrà come un’esperienza indimenticabile della vostra vita. Custodite la fiamma che Dio ha acceso nei vostri cuori in questa notte:
fate in modo che non si spenga, alimentatela ogni giorno, condividetela con i vostri coetanei che vivono nel buio e cercano una luce per
il loro cammino. Grazie! Arrivederci a domani mattina!
Cari giovani!
abbiamo vissuto un’avventura insieme. Saldi nella fede in Cristo,
avete resistito alla pioggia! Prima di lasciarvi, desidero augurare a
tutti la buona notte. Riposate bene. Grazie per il sacrificio che state
facendo e che, non ho dubbi, offrirete generosamente al Signore. Ci
vediamo domani, a Dio piacendo. Vi attendo tutti. Vi ringrazio per il
meraviglioso esempio che avete dato. Come questa notte, con Cristo
potrete sempre affrontare le prove della vita. Non lo dimenticate!
Grazie a tutti!
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LA PAROLA DEL PAPA
Omelia alla Celebrazione Eucaristica per i giovani
durante la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù
(Base aerea dei Quattro Venti, Madrid - Domenica, 21 agosto 2011)
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Cari giovani,
con la celebrazione dell’Eucaristia giungiamo al momento culminante
di questa Giornata Mondiale della Gioventù. Nel vedervi qui, venuti in
gran numero da ogni parte, il mio cuore si riempie di gioia pensando
all’affetto speciale con il quale Gesù vi guarda. Sì, il Signore vi vuole
bene e vi chiama suoi amici (cfr Gv 15,15). Egli vi viene incontro e desidera accompagnarvi nel vostro cammino, per aprirvi le porte di una
vita piena e farvi partecipi della sua relazione intima con il Padre.
Noi, da parte nostra, coscienti della grandezza del suo amore, desideriamo corrispondere con ogni generosità a questo segno di predilezione
con il proposito di condividere anche con gli altri la gioia che abbiamo
ricevuto. Certamente, sono molti attualmente coloro che si sentono attratti dalla figura di Cristo e desiderano conoscerlo meglio. Percepiscono che Egli è la risposta a molte delle loro inquietudini personali. Ma
chi è Lui veramente? Come è possibile che qualcuno che ha vissuto
sulla terra tanti anni fa abbia qualcosa a che fare con me, oggi?
Nel Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Mt 16,13-20) vediamo descritti due modi distinti di conoscere Cristo. Il primo consisterebbe in
una conoscenza esterna, caratterizzata dall’opinione corrente. Alla domanda di Gesù: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’Uomo?», i discepoli rispondono: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Vale a dire, si considera Cristo
come un personaggio religioso in più di quelli già conosciuti. Poi, rivolgendosi personalmente ai discepoli, Gesù chiede loro: «Ma voi, chi
dite che io sia?». Pietro risponde con quella che è la prima confessione di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». La fede va al
di là dei semplici dati empirici o storici, ed è capace di cogliere il mistero della persona di Cristo nella sua profondità.
LA PAROLA DEL PAPA
Però la fede non è frutto dello sforzo umano, della sua ragione,
bensì è un dono di Dio: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché
né carne, né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei
cieli». Ha la sua origine nell’iniziativa di Dio, che ci rivela la sua intimità e ci invita a partecipare della sua stessa vita divina. La fede
non dà solo alcune informazioni sull’identità di Cristo, bensì suppone
una relazione personale con Lui, l’adesione di tutta la persona, con la
propria intelligenza, volontà e sentimenti alla manifestazione che Dio
fa di se stesso. Così, la domanda «Ma voi, chi dite che io sia?», in fondo sta provocando i discepoli a prendere una decisione personale in relazione a Lui. Fede e sequela di Cristo sono in stretto rapporto. E, dato che suppone la sequela del Maestro, la fede deve consolidarsi e crescere, farsi più profonda e matura, nella misura in cui si intensifica e
rafforza la relazione con Gesù, la intimità con Lui. Anche Pietro e gli
altri apostoli dovettero avanzare per questo cammino, fino a che l’incontro con il Signore risorto aprì loro gli occhi a una fede piena.
Cari giovani, anche oggi Cristo si rivolge a voi con la stessa domanda che fece agli apostoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispondetegli con generosità e audacia, come corrisponde a un cuore giovane qual è il vostro. Ditegli: Gesù, io so che Tu sei il Figlio di Dio,
che hai dato la tua vita per me. Voglio seguirti con fedeltà e lasciarmi guidare dalla tua parola. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di te
e metto la mia intera vita nelle tue mani. Voglio che Tu sia la forza
che mi sostiene, la gioia che mai mi abbandona.
Nella sua risposta alla confessione di Pietro, Gesù parla della
Chiesa: «E io a te dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la
mia Chiesa». Che significa ciò? Gesù costruisce la Chiesa sopra la roccia della fede di Pietro, che confessa la divinità di Cristo.
Sì, la Chiesa non è una semplice istituzione umana, come qualsiasi altra, ma è strettamente unita a Dio. Lo stesso Cristo si riferisce ad essa come alla «sua» Chiesa. Non è possibile separare Cristo
dalla Chiesa, come non si può separare la testa dal corpo (cfr 1Cor
12,12). La Chiesa non vive di se stessa, bensì del Signore. Egli è presente in mezzo ad essa, e le dà vita, alimento e forza.
Cari giovani, permettetemi che, come Successore di Pietro, vi inviti a rafforzare questa fede che ci è stata trasmessa dagli Apostoli,
a porre Cristo, il Figlio di Dio, al centro della vostra vita. Però permettetemi anche che vi ricordi che seguire Gesù nella fede è camminare con Lui nella comunione della Chiesa. Non si può seguire Gesù
da soli. Chi cede alla tentazione di andare «per conto suo» o di vivere la fede secondo la mentalità individualista, che predomina nella società, corre il rischio di non incontrare mai Gesù Cristo, o di finire
seguendo un’immagine falsa di Lui.
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LA PAROLA DEL PAPA
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Aver fede significa appoggiarsi sulla fede dei tuoi fratelli, e che la
tua fede serva allo stesso modo da appoggio per quella degli altri. Vi
chiedo, cari amici, di amare la Chiesa, che vi ha generati alla fede,
che vi ha aiutato a conoscere meglio Cristo, che vi ha fatto scoprire
la bellezza del suo amore. Per la crescita della vostra amicizia con
Cristo è fondamentale riconoscere l’importanza del vostro gioioso inserimento nelle parrocchie, comunità e movimenti, così come la partecipazione all’Eucarestia di ogni domenica, il frequente accostarsi al
sacramento della riconciliazione e il coltivare la preghiera e la meditazione della Parola di Dio.
Da questa amicizia con Gesù nascerà anche la spinta che conduce a dare testimonianza della fede negli ambienti più diversi, incluso
dove vi è rifiuto o indifferenza. Non è possibile incontrare Cristo e
non farlo conoscere agli altri. Quindi, non conservate Cristo per voi
stessi! Comunicate agli altri la gioia della vostra fede. Il mondo ha
bisogno della testimonianza della vostra fede, ha bisogno certamente
di Dio. Penso che la vostra presenza qui, giovani venuti dai cinque
continenti, sia una meravigliosa prova della fecondità del mandato di
Cristo alla Chiesa: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Anche a voi spetta lo straordinario
compito di essere discepoli e missionari di Cristo in altre terre e paesi dove vi è una moltitudine di giovani che aspirano a cose più grandi e, scorgendo nei propri cuori la possibilità di valori più autentici,
non si lasciano sedurre dalle false promesse di uno stile di vita senza Dio.
Cari giovani, prego per voi con tutto l’affetto del mio cuore. Vi
raccomando alla Vergine Maria, perché vi accompagni sempre con la
sua intercessione materna e vi insegni la fedeltà alla Parola di Dio.
Vi chiedo anche di pregare per il Papa, perché come Successore di
Pietro, possa proseguire confermando i suoi fratelli nella fede. Che
tutti nella Chiesa, pastori e fedeli, ci avviciniamo ogni giorno di più
al Signore, per crescere nella santità della vita e dare così testimonianza efficace che Gesù Cristo è veramente il Figlio di Dio, il Salvatore di tutti gli uomini e la fonte viva della loro speranza. Amen.
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LA PAROLA DEL PAPA
Omelia per la Celebrazione Eucaristica
a conclusione
del XXV Congresso Eucaristico Nazionale Italiano
(Cantiere Navale di Ancona - Domenica, 11 settembre 2011)
Carissimi fratelli e sorelle!
Sei anni fa, il primo viaggio apostolico in Italia del mio pontificato mi condusse a Bari, per il 24° Congresso Eucaristico Nazionale.
Oggi sono venuto a concludere solennemente il 25°, qui ad Ancona.
Ringrazio il Signore per questi intensi momenti ecclesiali che rafforzano il nostro amore all’Eucaristia e ci vedono uniti attorno all’Eucaristia! Bari e Ancona, due città affacciate sul mare Adriatico; due
città ricche di storia e di vita cristiana; due città aperte all’Oriente,
alla sua cultura e alla sua spiritualità; due città che i temi dei Congressi Eucaristici hanno contribuito ad avvicinare: a Bari abbiamo
fatto memoria di come “senza la Domenica non possiamo vivere”; oggi il nostro ritrovarci è all’insegna dell’“Eucaristia per la vita quotidiana”.
Prima di offrivi qualche pensiero, vorrei ringraziarvi per questa
vostra corale partecipazione: in voi abbraccio spiritualmente tutta la
Chiesa che è in Italia. Rivolgo un saluto riconoscente al Presidente
della Conferenza Episcopale, Cardinale Angelo Bagnasco, per le cordiali parole che mi ha rivolto anche a nome di tutti voi; al mio Legato a questo Congresso, Cardinale Giovanni Battista Re; all’Arcivescovo di Ancona-Osimo, Mons. Edoardo Menichelli, ai Vescovi della
Metropolìa, delle Marche e a quelli convenuti numerosi da ogni parte del Paese. Insieme con loro, saluto i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le consacrate, e i fedeli laici, fra i quali vedo molte famiglie e
molti giovani. La mia gratitudine va anche alle Autorità civili e militari e a quanti, a vario titolo, hanno contribuito al buon esito di
questo evento.
“Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?” (Gv 6,60). Davanti al
discorso di Gesù sul pane della vita, nella Sinagoga di Cafarnao, la
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LA PAROLA DEL PAPA
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reazione dei discepoli, molti dei quali abbandonarono Gesù, non è
molto lontana dalle nostre resistenze davanti al dono totale che Egli
fa di se stesso. Perché accogliere veramente questo dono vuol dire
perdere se stessi, lasciarsi coinvolgere e trasformare, fino a vivere di
Lui, come ci ha ricordato l’apostolo Paolo nella seconda Lettura: “Se
noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il
Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore” (Rm 14,8).
“Questa parola è dura!”; è dura perché spesso confondiamo la libertà con l’assenza di vincoli, con la convinzione di poter fare da soli, senza Dio, visto come un limite alla libertà. È questa un’illusione
che non tarda a volgersi in delusione, generando inquietudine e paura e portando, paradossalmente, a rimpiangere le catene del passato:
“Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto…” – dicevano gli ebrei nel deserto (Es 16,3), come abbiamo ascoltato. In
realtà, solo nell’apertura a Dio, nell’accoglienza del suo dono, diventiamo veramente liberi, liberi dalla schiavitù del peccato che sfigura
il volto dell’uomo e capaci di servire al vero bene dei fratelli.
“Questa parola è dura!”; è dura perché l’uomo cade spesso nell’illusione di poter “trasformare le pietre in pane”. Dopo aver messo da
parte Dio, o averlo tollerato come una scelta privata che non deve
interferire con la vita pubblica, certe ideologie hanno puntato a organizzare la società con la forza del potere e dell’economia. La storia ci dimostra, drammaticamente, come l’obiettivo di assicurare a
tutti sviluppo, benessere materiale e pace prescindendo da Dio e
dalla sua rivelazione si sia risolto in un dare agli uomini pietre al
posto del pane. Il pane, cari fratelli e sorelle, è “frutto del lavoro
dell’uomo”, e in questa verità è racchiusa tutta la responsabilità affidata alle nostre mani e alla nostra ingegnosità; ma il pane è anche, e prima ancora, “frutto della terra”, che riceve dall’alto sole e
pioggia: è dono da chiedere, che ci toglie ogni superbia e ci fa invocare con la fiducia degli umili: “Padre (…), dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6,11).
L’uomo è incapace di darsi la vita da se stesso, egli si comprende
solo a partire da Dio: è la relazione con Lui a dare consistenza alla
nostra umanità e a rendere buona e giusta la nostra vita. Nel Padre
nostro chiediamo che sia santificato il Suo nome, che venga il Suo regno, che si compia la Sua volontà. È anzitutto il primato di Dio che
dobbiamo recuperare nel nostro mondo e nella nostra vita, perché è
questo primato a permetterci di ritrovare la verità di ciò che siamo,
ed è nel conoscere e seguire la volontà di Dio che troviamo il nostro
vero bene. Dare tempo e spazio a Dio, perché sia il centro vitale della nostra esistenza.
LA PAROLA DEL PAPA
Da dove partire, come dalla sorgente, per recuperare e riaffermare il primato di Dio? Dall’Eucaristia: qui Dio si fa così vicino da farsi nostro cibo, qui Egli si fa forza nel cammino spesso difficile, qui si
fa presenza amica che trasforma. Già la Legge data per mezzo di Mosè veniva considerata come “pane del cielo”, grazie al quale Israele divenne il popolo di Dio, ma in Gesù la parola ultima e definitiva di
Dio si fa carne, ci viene incontro come Persona. Egli, Parola eterna,
è la vera manna, è il pane della vita (cfr Gv 6,32-35) e compiere le
opere di Dio è credere in Lui (cfr Gv 6,28-29). Nell’Ultima Cena Gesù riassume tutta la sua esistenza in un gesto che si inscrive nella
grande benedizione pasquale a Dio, gesto che Egli vive da Figlio come rendimento di grazie al Padre per il suo immenso amore. Gesù
spezza il pane e lo condivide, ma con una profondità nuova, perché
Egli dona se stesso. Prende il calice e lo condivide perché tutti ne
possano bere, ma con questo gesto Egli dona la “nuova alleanza nel
suo sangue”, dona se stesso. Gesù anticipa l’atto di amore supremo,
in obbedienza alla volontà del Padre: il sacrificio della Croce. La vita gli sarà tolta sulla Croce, ma già ora Egli la offre da se stesso.
Così la morte di Cristo non è ridotta ad un’esecuzione violenta, ma è
trasformata da Lui in un libero atto d’amore, in un atto di auto-donazione, che attraversa vittoriosamente la stessa morte e ribadisce la
bontà della creazione uscita dalle mani di Dio, umiliata dal peccato e
finalmente redenta. Questo immenso dono è a noi accessibile nel Sacramento dell’Eucaristia: Dio si dona a noi, per aprire la nostra esistenza a Lui, per coinvolgerla nel mistero di amore della Croce, per
renderla partecipe del mistero eterno da cui proveniamo e per anticipare la nuova condizione della vita piena in Dio, in attesa della quale viviamo.
Ma che cosa comporta per la nostra vita quotidiana questo partire dall’Eucaristia per riaffermare il primato di Dio? La comunione eucaristica, cari amici, ci strappa dal nostro individualismo, ci comunica lo spirito del Cristo morto e risorto, e ci conforma a Lui; ci unisce
intimamente ai fratelli in quel mistero di comunione che è la Chiesa,
dove l’unico Pane fa dei molti un solo corpo (cfr 1 Cor 10,17), realizzando la preghiera della comunità cristiana delle origini riportata nel
libro della Didaché: “Come questo pane spezzato era sparso sui colli
e raccolto divenne una cosa sola, così la tua Chiesa dai confini della
terra venga radunata nel tuo Regno” (IX, 4). L’Eucaristia sostiene e
trasforma l’intera vita quotidiana. Come ricordavo nella mia prima
Enciclica, “nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e
l’amare a propria volta gli altri”, per cui “un’Eucaristia che non si
traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata” (Deus caritas est, 14).
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LA PAROLA DEL PAPA
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La bimillenaria storia della Chiesa è costellata di santi e sante, la
cui esistenza è segno eloquente di come proprio dalla comunione con
il Signore, dall’Eucaristia nasca una nuova e intensa assunzione di
responsabilità a tutti i livelli della vita comunitaria, nasca quindi uno
sviluppo sociale positivo, che ha al centro la persona, specie quella
povera, malata o disagiata. Nutrirsi di Cristo è la via per non restare estranei o indifferenti alle sorti dei fratelli, ma entrare nella stessa logica di amore e di dono del sacrificio della Croce; chi sa inginocchiarsi davanti all’Eucaristia, chi riceve il corpo del Signore non
può non essere attento, nella trama ordinaria dei giorni, alle situazioni indegne dell’uomo, e sa piegarsi in prima persona sul bisognoso, sa spezzare il proprio pane con l’affamato, condividere l’acqua con
l’assetato, rivestire chi è nudo, visitare l’ammalato e il carcerato (cfr
Mt 25,34-36). In ogni persona saprà vedere quello stesso Signore che
non ha esitato a dare tutto se stesso per noi e per la nostra salvezza. Una spiritualità eucaristica, allora, è vero antidoto all’individualismo e all’egoismo che spesso caratterizzano la vita quotidiana, porta
alla riscoperta della gratuità, della centralità delle relazioni, a partire dalla famiglia, con particolare attenzione a lenire le ferite di quelle disgregate. Una spiritualità eucaristica è anima di una comunità
ecclesiale che supera divisioni e contrapposizioni e valorizza le diversità di carismi e ministeri ponendoli a servizio dell’unità della Chiesa, della sua vitalità e della sua missione. Una spiritualità eucaristica è via per restituire dignità ai giorni dell’uomo e quindi al suo lavoro, nella ricerca della sua conciliazione con i tempi della festa e
della famiglia e nell’impegno a superare l’incertezza del precariato e
il problema della disoccupazione. Una spiritualità eucaristica ci aiuterà anche ad accostare le diverse forme di fragilità umana consapevoli che esse non offuscano il valore della persona, ma richiedono
prossimità, accoglienza e aiuto. Dal Pane della vita trarrà vigore una
rinnovata capacità educativa, attenta a testimoniare i valori fondamentali dell’esistenza, del sapere, del patrimonio spirituale e culturale; la sua vitalità ci farà abitare la città degli uomini con la disponibilità a spenderci nell’orizzonte del bene comune per la costruzione di
una società più equa e fraterna.
Cari amici, ripartiamo da questa terra marchigiana con la forza
dell’Eucaristia in una costante osmosi tra il mistero che celebriamo e
gli ambiti del nostro quotidiano. Non c’è nulla di autenticamente
umano che non trovi nell’Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza: la vita quotidiana diventi dunque luogo del culto
spirituale, per vivere in tutte le circostanze il primato di Dio, all’interno del rapporto con Cristo e come offerta al Padre (cfr Esort. ap.
postsin. Sacramentum caritatis, 71). Sì, “non di solo pane vivrà l’uo-
LA PAROLA DEL PAPA
mo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4): noi viviamo dell’obbedienza a questa parola, che è pane vivo, fino a consegnarci, come Pietro, con l’intelligenza dell’amore: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,68-69).
Come la Vergine Maria, diventiamo anche noi “grembo” disponibile ad offrire Gesù all’uomo del nostro tempo, risvegliando il desiderio
profondo di quella salvezza che viene soltanto da Lui. Buon cammino, con Cristo Pane di vita, a tutta la Chiesa che è in Italia! Amen.
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SANTA SEDE
Telegramma per il 60° anniversario
di Ordinazione sacerdotale del Santo Padre
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Prot. n. 44/11 E
Santo Padre occasione 60° anniversario Vostra Ordinazione sacerdotale anche at nome fedeli et clero questa diocesi formulo voti augurali uniti at preghiera per fecondità Vostro ministero pastore universale. Assicuro fedeltà et devozione Vostro magistero et indicazioni
preziose di vita spirituale et dedizione generosa et gioiosa at Cristo
et Chiesa. Ci benedica.
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
A Sua Santità
Benedetto XVI
00120 Città del Vaticano
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SANTA SEDE
Risposta della Segreteria di Stato
Dal Vaticano, 2 luglio 2011
Eccellenza Reverendissima,
il Santo Padre ha accolto con vivo compiacimento le espressioni di
fervido augurio, che Ella, anche a nome di codesta Comunità diocesana, ha voluto farGli pervenire in occasione del 60° anniversario della Sua Ordinazione sacerdotale, assicurando speciali preghiere per la
Sua persona.
Il Sommo Pontefice ringrazia cordialmente per tale premuroso attestato di spirituale vicinanza e di comunione col Suo universale Ministero e, mentre invoca da Cristo Sommo Sacerdote abbondanza di
grazie per Lei e per quanti si sono uniti nel devoto pensiero, volentieri imparte l’implorata Benedizione Apostolica.
Profitto della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio
dell’Eccellenza Vostra Rev.ma
dev.mo nel Signore
mons. Peter B. Wells
Assessore
A Sua Eccellenza Rev.ma
mons. RAFFAELE CALABRO
Vescovo di Andria
Vescovado - Piazza Vittorio Emanuele II, 23
76123 ANDRIA
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CONFERENZA EPISCOLAPE ITALIANA
Messaggio
per l’87ª Giornata per l’Università Cattolica
del Sacro Cuore
(8 maggio 2011)
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“L’università svolge un ruolo determinante per la formazione delle
nuove generazioni, garantendo una preparazione che consente di orientarsi nella complessità culturale odierna” (Educare alla vita buona del
Vangelo, n. 49).
Il motto scelto per l’87a Giornata per l’Università Cattolica è davvero incisivo. Si tratta di un’espressione di Padre Agostino Gemelli,
pubblicata nel 1932 nel capitolo dedicato all’azione del saggio Il francescanesimo. Letta integralmente, suona: “agire soprannaturalmente
nel cuore della realtà”. Padre Gemelli attribuisce al Santo di Assisi il
merito di aver saputo vedere “l’azione sotto un aspetto, per i suoi
tempi, nuovissimo”, mettendo in evidenza “il valore religioso della vita attiva”. Per giungere al cuore della realtà bisogna, infatti, imboccare la via in cui la dimensione fattiva, cioè l’agire, si determina alla luce della dimensione contemplativa.
È facile collegare questa pregnante formulazione con il tema educativo, al centro dell’attenzione della Chiesa in Italia nel decennio
corrente, se l’educazione è intesa come introduzione alla realtà totale
e la cultura è vista come l’ampio e concreto orizzonte di senso entro
il quale il soggetto inscrive la propria interpretazione, progettazione e
pratica di vita, in una parola, la propria forma di civiltà. Allora l’università, luogo di elaborazione e comunicazione qualificata del sapere,
si pone certamente come istituzione educativa di primo rilievo.
Ciò chiama immediatamente in causa la responsabilità ecclesiale.
La pastorale dell’educazione, infatti, non è un corollario marginale,
ma un compito costitutivo della comunità cristiana. Come ci ricorda
con singolare efficacia il Beato Giovanni Paolo II, “una fede che non
diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente
pensata, non fedelmente vissuta” (Discorso ai partecipanti al Con-
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
gresso nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale, 16
gennaio 1982). Espressione di umanesimo integrale e trascendente,
essa è passione originaria e servizio alla salvezza dell’uomo.
Proprio nell’università la fede cristiana è chiamata a dire se stessa in maniera credibile, come parola della verità che salva, perché sa
indicare la via della vita. Questa convinzione di fondo assume
nell’università forma culturale, rispettosa della peculiare fisonomia di
tale istituzione, caratterizzata dal libero dibattito delle idee, ma
nell’orizzonte di un’indomita ricerca del vero.
In un tempo di marcata frammentazione e dispersione educativa,
è necessario dilatare gli spazi dove la persona e la società trovino
percorsi idonei di formazione. L’asserita neutralità di ogni proposta
accademica snerva il potenziale educativo dell’università in nome di
un rispetto astratto delle diversità. In realtà, la cultura e la sua comunicazione implica sempre una determinata – anche se talora non
dichiarata – concezione dell’uomo e della vita; ogni impostazione educativa, lo si voglia o no, ha sempre una valenza positiva o negativa.
Il prevalere della pretesa di neutralità copre di fatto posizioni ideologicamente determinate, sullo sfondo delle quali si coglie l’influsso prodotto dalla persistente emarginazione della questione antropologica
dalla cultura pubblica e dal suo confinamento nel privato.
Nei suoi novant’anni di vita, l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha perseguito con tenacia ed efficacia l’obiettivo di mostrare che
non è mera utopia la convinzione che proprio all’interno di un’istituzione universitaria la Parola della fede si muove a suo agio e può costituire l’orizzonte entro il quale trova unità e coerenza la differenziata coltivazione del sapere delle molteplici discipline accademiche.
Si fa chiaro così come proprio all’interno di un’università sia possibile mostrare che la luce del Vangelo è sorgente di cultura autentica,
capace di superare la frammentazione e il pragmatismo funzionale,
per sprigionare energie di nuovo umanesimo.
Per questo va ribadito e incrementato il legame originario tra
“l’Ateneo dei cattolici italiani” e le Chiese locali: l’Università Cattolica è posta al servizio di questa responsabilità ecclesiale, sulla frontiera di quella nuova evangelizzazione su cui il Papa Benedetto XVI
ha ripetutamente posto l’accento. Essa è, per natura propria, il “cortile dei gentili dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa” (Discorso alla Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi,
21 dicembre 2009). Nella sua origine e per la sua storia, l’Università
Cattolica è frutto di quell’impulso insopprimibile per cui la fede cristiana proietta i propri valori nel vissuto storico dell’uomo, facendosi
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
generatrice di cultura, con un’intelligenza del reale che illumina le
singole realtà e le diverse situazioni nelle quali è in questione la persona umana. Tutto questo ne esalta il ruolo a servizio delle diocesi
italiane e chiede il contributo di educatori competenti, convinti e coerenti, maestri di sapere e di vita, formati alla scuola dell’unico Maestro.
Su questo sentiero, l’Università Cattolica sa di essere chiamata a
compiere un’opera di autentica umanizzazione. Dal canto loro, le
Chiese che sono in Italia sono invitate a valorizzare questa Giornata,
occasione preziosa per sensibilizzare le comunità sull’importanza e sui
bisogni concreti di un’istituzione tanto preziosa e peculiare.
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Comunicato finale
della 63ª assemblea generale della CEI
(27 maggio 2011)
“La comunione nello Spirito Santo è la condizione del giusto discernimento”. Queste parole, pronunciate dal Card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, nell’omelia della Concelebrazione eucaristica in San Pietro, individuano con efficacia i tratti caratterizzanti la 63ª Assemblea Generale della CEI (Roma, 23-27 maggio 2011). A essa hanno preso parte 231 membri e 18 Vescovi emeriti, a cui si sono aggiunti 22 rappresentanti di Conferenze Episcopali
europee, i delegati dei religiosi, delle religiose, degli Istituti secolari,
della Commissione Presbiterale Italiana e della Consulta Nazionale
delle aggregazioni laicali, nonché alcuni esperti, in ragione degli argomenti trattati.
Uno spirito di comunione ha contraddistinto anzitutto la prolusione
del Presidente, il Card. Angelo Bagnasco, che ha riletto, a partire dalla recente beatificazione, la figura e il magistero di Giovanni Paolo II,
riproponendo la forza rigenerante dell’originalità cristiana, anche in un
clima culturale segnato dal dilagare del secolarismo e del relativismo.
Con fermezza, esprimendo “dolore e incondizionata solidarietà” alle vittime e alle loro famiglie, ha ribadito il dovere di affrontare l’infame
piaga degli abusi sessuali perpetrati da sacerdoti; la preoccupazione per
la crisi della vita pubblica e per l’individualismo indiscriminato che
porta a ignorare le urgenze sociali; il bisogno di tutelare la persona in
ogni momento della vita e la famiglia, come nucleo primario della società; la necessità di qualificare la scuola e di una politica del lavoro
che abbia a cuore il futuro dei giovani. L’anelito alla comunione ha indotto a varcare i confini del nostro Paese, per soffermarsi sullo situazione del Medio Oriente e del Nordafrica, con particolare attenzione alla Libia, chiedendo un “cessate il fuoco” che apra la strada alla diplomazia e a un diverso coinvolgimento dell’Unione europea.
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
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La comunione si è manifestata visibilmente nella celebrazione mariana del 26 maggio nella Basilica di S. Maria Maggiore, nella quale i Vescovi, riuniti in preghiera intorno al Santo Padre, hanno rinnovato l’affidamento dell’Italia alla Vergine Madre, nell’anno in cui ricorre il centocinquantesimo anniversario dell’unità politica.
L’Assemblea Generale ha esercitato il suo discernimento in particolare riflettendo sulle modalità secondo cui articolare nel decennio
corrente gli Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo, approvati nel 2010. In quest’opera i Vescovi sono stati guidati da
due relazioni magistrali, l’una volta ad approfondire cosa significhi
introdurre e accompagnare all’incontro con Cristo nella comunità ecclesiale, e l’altra imperniata sulla sfida che il secolarismo pone all’universalità cristiana.
Continuando l’opera iniziata nella precedente Assemblea Generale,
tenuta ad Assisi nel novembre scorso, i Vescovi hanno esaminato e approvato la seconda parte dei materiali della terza edizione italiana del
Messale Romano. Fra gli adempimenti di natura amministrativa, spicca l’approvazione della ripartizione e dell’assegnazione delle somme
derivanti dall’otto per mille.
A integrazione dei lavori, sono state svolte comunicazioni e date
informazioni su alcune esperienze ecclesiali di rilevanza nazionale e
sui prossimi eventi che coinvolgeranno le Chiese in Italia.
1. L’esperienza cristiana, via della bellezza
L’educazione è il fulcro prospettico e l’impegno prioritario delle diocesi italiane nel decennio corrente: ciò impone un’attenta analisi delle
dinamiche culturali in cui essa è chiamata a vivere. È fondamentale
affrontare il discorso culturale per giungere a una proposta di fede, in
una società nella quale il pensiero individualistico trasforma la libertà
in privilegio del più forte e conduce alla deriva dell’indifferenza.
Oggi la secolarizzazione costituisce la condizione normale per ciascuno. L’approfondimento dedicato al tema ha aiutato a recuperare la
genesi storica di questa situazione, che ha visto anzitutto venire meno la fiducia che la singolarità di Cristo conferisca unità e senso a
tutto ciò che è umano. Questa frattura ha aperto la strada alla privatizzazione della fede e alla costruzione di alternative culturali
all’universalismo cristiano, sfociate nelle ideologie del Novecento. La
critica radicale all’Assoluto ha portato con sé anche la negazione degli assoluti antropologici, con l’avvento dei particolarismi, della frammentarietà e della solitudine, fino alla deriva nichilista.
Per non restare succubi e inerti, è indispensabile riproporre l’esperienza cristiana quale sintesi forte e bella, che individua nel Cristo il
principio che ridona respira a tutto l’umano. Educare alla fede di-
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
venta così la prima urgenza e il primo servizio a cui la Chiesa è chiamata, dando respiro e profondità all’impegno culturale e alla testimonianza della carità.
2. Con la forza di un incontro
L’orizzonte della fede non muove da una dottrina o da un’etica,
ma da un incontro personale. Nel dibattito in aula è emersa con forza la necessità di contestualizzare l’opera educativa della Chiesa nel
panorama culturale, consapevoli del fatto che è questo il momento per
indicare strade che introducano e accompagnino all’incontro con Cristo. In tale ottica, il lavoro in gruppi di studio – finalizzato a individuare soggetti e metodi dell’educazione alla fede – ha evidenziato anzitutto l’imprescindibilità, per la trasmissione della fede, di relazioni
profonde di prossimità e di accompagnamento, nella linea dell’icona
evangelica dei discepoli di Emmaus.
Molti hanno sottolineato come non manchino nelle nostre comunità sperimentazioni stimolanti e buone prassi, soprattutto nell’ambito dell’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi: un primo obiettivo operativo sarà quello di una mappatura delle esperienze, che ne
consenta una conoscenza più diffusa in vista del discernimento.
La famiglia – spesso integrata dall’apporto dei nonni – resta il
soggetto educativo primario, nonostante le fragilità che la segnano.
Un nuovo rilievo può essere assunto dai padrini, se scelti in quanto
persone disponibili e idonee a favorire la formazione cristiana delle
nuove generazioni.
Accanto alla famiglia, rimane fondamentale il ruolo della parrocchia. Associazioni laicali, gruppi e movimenti vanno a loro volta valorizzati, verificandone con puntualità esperienze e proposte educative. Molto ci si attende dai sacerdoti: ribadendo la stima nei loro confronti, per la dedizione di cui danno prova, si chiede loro un salto di
qualità, le cui basi devono essere poste sin dalla formazione in seminario. Educatore per eccellenza, il sacerdote non può a sua volta esimersi dal dovere della formazione permanente, antidoto al rischio di
lasciarsi travolgere dalle esigenze del fare, perdendo i riferimenti
complessivi del quadro culturale ed ecclesiologico, senza i quali l’attività pastorale si condanna alla sterilità.
I Vescovi hanno condiviso l’importanza di offrire una risposta accogliente e vitale in particolare ai cosiddetti “ricomincianti”: quanti,
cioè, dopo un tempo di indifferenza o di distacco, maturano la volontà
di riavvicinarsi alla pratica religiosa e di sentirsi parte della Chiesa.
Un’attenzione specifica deve essere rivolta agli immigrati – specialmente alle giovani generazioni –, destinati a diventare parte integrante delle comunità ecclesiali e del Paese.
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
3. La carità politica nasce dalla santità
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La prolusione del Cardinale Presidente è stata apprezzata per
l’impostazione, l’equilibrio e l’ampiezza di sguardo. In particolare, i
Vescovi hanno condiviso la preoccupazione per la situazione di precariato lavorativo che mette a dura prova soprattutto i giovani, e per
la contrazione dei servizi sociali – a partire dall’offerta sanitaria. Il
doveroso contenimento della spesa pubblica non può, infatti, avvenire
penalizzando il livello delle prestazioni sociali, che è segno di civiltà
garantire a tutti.
Unanime è l’impegno a investire energie per formare una nuova
generazione di amministratori e di politici appassionata al bene comune. C’è bisogno in questo campo di luoghi, metodi e figure significative: tra esse, spicca per la sua esemplarità il Servo di Dio Giuseppe Toniolo, la cui prossima beatificazione costituirà un’opportunità
per rilanciare un modello di fedele laico capace di vivere la misura
alta della santità.
Gli abusi sessuali compiuti da ministri ordinati sono una piaga infame, che “causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie,
cui non cessiamo di presentare il nostro dolore e la nostra incondizionata solidarietà”: stringendosi intorno al Cardinale Presidente e facendone proprie le parole ferme, i Vescovi hanno ribadito che sull’integrità dei sacerdoti non si può transigere. Condivisa è la certezza
che chiarezza, trasparenza e decisione, unite a pazienza e carità, sono la via della perenne riforma della Chiesa.
Profonda sintonia è emersa anche nella valutazione della drammatica situazione libica: i Vescovi hanno chiesto con fermezza che le
armi cedano il posto alla diplomazia; che l’Europa avverta come il
Nordafrica rappresenti oggi un appuntamento a cui è essa convocata
dalla storia; che l’impegno di accoglienza dei profughi sia condiviso a
livello comunitario. Particolare riconoscenza va alle Caritas diocesane
e alle associazioni di volontariato che si stanno spendendo per fare
fronte all’emergenza, forti di un’esperienza di integrazione da tempo
quotidianamente condotta.
4. Sotto il manto della Vergine
L’Assemblea Generale ha vissuto il suo momento più alto e toccante giovedì 26 maggio, stingendosi in preghiera intorno al Santo
Padre per la recita del Rosario nella Basilica di S. Maria Maggiore.
In questo modo – come ha ricordato il Cardinale Presidente
nell’indirizzo di saluto – si è voluto affidare l’Italia a Maria nel centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, richiamando i tasselli di una memoria condivisa e additando gli elementi di una prospettiva futura per il Paese.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Papa Benedetto XVI, osservando che a ragione l’Italia può essere
orgogliosa della presenza e dell’azione della Chiesa, ha esortato i Vescovi a essere coraggiosi nel porgere a tutti ciò che è peculiare
dell’esperienza cristiana: la vittoria di Dio sul male e sulla morte,
quale orizzonte che getta una luce di speranza sul presente. In particolare, ha incoraggiato le iniziative di formazione ispirate alla dottrina sociale della Chiesa e ha sostenuto gli sforzi di quanti si impegnano a contrastare il precariato lavorativo, che compromette nei giovani la serenità di un progetto di vita familiare.
5. Liturgia, fulcro dell’educazione
La liturgia costituisce il cuore dell’azione educativa della Chiesa.
Continuando il lavoro intrapreso nella precedente Assemblea Generale (Assisi, 8-11 novembre 2010), i Vescovi hanno esaminato i materiali della seconda parte della terza edizione italiana del Messale Romano. Per completare l’opera, restano da affrontare gli adattamenti
propri della versione italiana: essi saranno esaminati nella prossima
Assemblea Generale, che si terrà a Roma nel maggio 2012.
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Adempimenti amministrativi, comunicazioni e informazioni
Come ogni anno, i Vescovi hanno provveduto ad alcuni adempimenti amministrativi, fra cui spicca l’approvazione dell’assegnazione e
della ripartizione delle somme provenienti dall’otto per mille per il
2011. I dati, come sempre riferiti alle dichiarazioni dei redditi effettuate tre anni fa, cioè nel 2008, confermano l’ottima tenuta del meccanismo dell’otto per mille: all’aumento complessivo del numero dei
firmatari, è corrisposta la perfetta tenuta della percentuale di quanti
hanno espresso la propria preferenza per la Chiesa cattolica. Ciò induce a perseverare nell’impegno di trasparenza quanto all’utilizzazione e alla rendicontazione di queste somme.
Si è data comunicazione degli esiti della rilevazione delle opere sanitarie e sociali ecclesiali presenti in Italia. È stato presentato il libro bianco informatico sulle opere realizzate grazie ai fondi dell’otto
per mille, nonché il portale internet www.chiesacattolica.it. Si sono
forniti ragguagli sul seminario di studio per i Vescovi sul tema dei
rapporti fra Chiesa, confessioni religiose e Unione europea (Roma, 1416 novembre 2011). Altre informazioni hanno riguardato la Giornata
per la Carità del Papa, la Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid, il Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona e l’Incontro Mondiale delle Famiglie di Milano.
Infine, è stato approvato il calendario delle attività della CEI per
l’anno pastorale 2011-2012.
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
7. Nomine
La Presidenza della CEI, riunitasi il 23 maggio, ha nominato don
Paolo Morocutti (Siena – Colle di Val d’Elsa – Montalcino) Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma.
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Il Consiglio Episcopale Permanente, riunitosi il 25 maggio, ha
provveduto alle seguenti nomine:
– Padre Michele Pischedda, Oratoriano, Assistente Ecclesiastico Nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI).
– S.E. Mons. Luigi Marrucci, Vescovo di Civitavecchia – Tarquinia,
Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’UNITALSI.
– Don Danilo Priori (L’Aquila), Vice Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’UNITALSI.
– Prof. Francesco Miano, Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica
Italiana.
– Dott.ssa Francesca Simeoni, Presidente Nazionale Femminile della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI).
–
–
Ha inoltre confermato:
Avv. Salvatore Pagliuca, Presidente dell’UNITALSI.
Mons. Antonio Donghi (Bergamo), Assistente Spirituale Nazionale
dell’Associazione Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo.
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Messaggio
per la 6ª Giornata per la salvaguardia del creato
(1° settembre 2011)
“In una terra ospitale, educhiamo all’accoglienza”
Il tema della 6ª Giornata per la salvaguardia del creato è assai significativo nel contesto del dibattito ecclesiale e culturale odierno. Esso si articola in quattro punti, in continuità con l’argomento trattato
l’anno passato, Custodire il creato, per coltivare la pace, nella linea
degli Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio
corrente: “La comunità cristiana offre il suo contributo e sollecita
quello di tutti perché la società diventi sempre più terreno favorevole all’educazione. Favorendo condizioni e stili di vita sani e rispettosi
dei valori, è possibile promuovere lo sviluppo integrale della persona,
educare all’accoglienza dell’altro e al discernimento della verità, alla
solidarietà e al senso della festa, alla sobrietà e alla custodia del
creato, alla mondialità e alla pace, alla legalità, alla responsabilità
etica nell’economia e all’uso saggio delle tecnologie” (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 50).
La Giornata diventa così occasione di un’ulteriore immersione nella storia, per ritrovare le radici della solidarietà, partendo da Dio, che
creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, con il mandato di fare della terra un giardino accogliente, che rispecchi il cielo e prolunghi
l’opera della creazione (cfr Gen 2,8-15).
1. L’uomo, creatura responsabile e ospitale
La Sacra Scrittura, infatti, narra che l’uomo venne posto da Dio
nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Affidandogli la terra, Dio gli consegnò, in qualche modo, tutta la sua gratuità.
L’uomo diventa così la creatura chiamata a realizzare il disegno divi-
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
no di governare il mondo nello stile della gratuità, con santità e giustizia (cfr Sap 9,2-3), fino a giungere alla meta di riconoscersi, per
grazia, figlio adottivo in Gesù Cristo (cfr Ef 1,5).
Accogliendo l’intero creato come dono gratuito di Dio e agendo in
esso nello stile della gratuità, l’uomo diviene egli stesso autentico spazio di ospitalità: finalmente idoneo e capace di accogliere ogni altro
essere umano come un fratello, perché l’amore di Dio effuso dallo Spirito nel suo cuore lo rende capace di amore e di perdono, di rinuncia
a se stesso, “di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 79).
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È il cuore dell’uomo, infatti, che deve essere formato all’accoglienza, anzitutto della vita in se stessa, fino all’incontro e all’accoglienza
di ogni esistenza concreta, senza mai respingere qualcuno dei propri
fratelli. Il Santo Padre ci ricorda che: “se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono. L’accoglienza
della vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco”
(Caritas in veritate, n. 28).
L’ospitalità diventa così, in un certo senso, la misura concreta dello sviluppo umano, la virtù che getta il seme della solidarietà nel tessuto della società, il parametro interiore ed esteriore del disegno
dell’amore che rivela il volto di Dio Padre. Diventando ospitale, l’uomo riconosce con i fatti a ogni persona il diritto a sentirsi di casa nel
cuore stesso di Dio.
2. Il problema dei rifugiati ambientali
In questa delicata stagione del mondo il tema dell’ospitalità richiama con drammatica urgenza le dinamiche delle migrazioni internazionali, nel loro legame con la questione ambientale. Sono sempre
più numerosi, oggi, gli uomini e le donne costretti ad abbandonare la
loro terra d’origine per motivi legati, più o meno direttamente, al degrado dell’ambiente. È la terra stessa, infatti, che – divenuta inospitale a motivo del mancato accesso all’acqua, al cibo, alle foreste e
all’energia, come pure dell’inquinamento e dei disastri naturali – genera i cosiddetti “rifugiati ambientali”. Si tratta di un fenomeno che
può avere una dimensione nazionale, laddove gli spostamenti avvengano all’interno di un Paese o di una regione; ma che si caratterizza
sempre più spesso per la portata globale, con migrazioni che interessano talvolta popoli interi, sospinti dagli eventi a spostarsi in terre
lontane.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
In questo processo gioca un ruolo non trascurabile il mutamento
del clima, che attraverso la variazione repentina e non sempre prevedibile delle sue fasce, rischia di intaccare l’abitabilità di intere aree
del pianeta e di incrementare, di conseguenza, i flussi migratori.
Per quanto sia possibile prevedere, non si è lontani dal vero immaginando che entro la metà di questo secolo il numero dei profughi
ambientali potrà raggiungere i duecento milioni.
Si comprende bene, allora, il senso dell’accorato richiamo del Papa nel Messaggio per la giornata della pace dell’anno 2010: “Come rimanere indifferenti di fronte alle problematiche che derivano da fenomeni quali i cambiamenti climatici, la desertificazione, il degrado e
la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei
fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento
di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e
tropicali? Come trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti ‘profughi ambientali’: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui
vivono, lo devono lasciare – spesso insieme ai loro beni – per affrontare i pericoli e le incognite di uno spostamento forzato?” (n. 4).
3. Educare all’accoglienza
È questo lo scenario cosmico e umano dentro il quale la Chiesa è
chiamata oggi a rendere presente il mistero della presenza di Cristo,
via, verità e vita, riproponendone con forza il messaggio di solidarietà
e di pace. Attraverso la sua opera educativa, “la Chiesa intende essere testimone dell’amore di Dio nell’offerta di se stessa; nell’accoglienza
del povero e del bisognoso; nell’impegno per un mondo più giusto, pacifico e solidale; nella difesa coraggiosa e profetica della vita e dei diritti di ogni donna e di ogni uomo, in particolare di chi è straniero,
immigrato ed emarginato; nella custodia di tutte le creature e nella
salvaguardia del creato” (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 24).
Ecco perché educare all’accoglienza a partire dalla custodia del
creato significa condurre gli uomini lungo un triplice sentiero: quello,
anzitutto, di coltivare un atteggiamento di gratitudine a Dio per il dono del creato; quello, poi, di vivere personalmente la responsabilità di
rendere sempre più bella la creazione; quello, infine, di essere,
sull’esempio di Cristo, testimoni autentici di gratuità e di servizio nei
confronti di ogni persona umana. È così che la custodia del creato,
autentica scuola dell’accoglienza, permette l’incontro tra le diverse
culture, fra i diversi popoli e perfino, nel rispetto della identità di ciascuno, fra le diverse religioni, e conduce tutti a crescere nella reciproca conoscenza, nel dialogo fraterno, nella collaborazione più piena.
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Ciò può realizzarsi senza mai dimenticare la necessità che la
Chiesa, con il coraggio della parola e l’umiltà della testimonianza,
continui a proclamare che è proprio Gesù Cristo, il Verbo di Dio
fatto carne, la presenza profonda che permette il disvelarsi del disegno di Dio sull’uomo e sul cosmo, perché “tutto è stato fatto per
mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Gv
1,3). È in Cristo che la solidarietà diventa reciprocità, esercizio di
amore fraterno, gara nella stima vicendevole, custodia dell’identità
e della dignità di ciascuno, stimolo al cambiamento nel vivere sociale.
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È consolante rilevare come, sull’insieme di questi temi, le diverse
Chiese e comunità cristiane abbiano raggiunto una significativa sintonia: il mondo ortodosso, a partire dal Patriarcato ecumenico, ha dedicato al problema della salvaguardia responsabile del creato documenti, momenti di riflessione ed iniziative; le diverse denominazioni
evangeliche condividono la preoccupazione per l’uso equo e solidale
delle risorse della terra, in un impegno concreto e fattivo. Tutte convergono nella sollecitudine verso i più poveri, verso le vittime delle
guerre, dei disastri ambientali e della ingiusta distribuzione dei frutti della terra.
La Giornata per la salvaguardia del creato si conferma, così, anche una felice occasione di incontro ecumenico, che mostra come il
dialogo fra i credenti in Cristo salvatore non si limiti al confronto teologico, ma tocchi il comune impegno per le sorti dell’umanità.
Tutti siamo chiamati a cooperare perché le risorse ambientali siano preservate dallo spreco, dall’inquinamento, dalla mercificazione e
dall’appropriazione da parte di pochi. Il fatto che, in questo sforzo
condiviso, le Chiese riescano a parlare con una voce sola, rappresenta una grande testimonianza cristiana, che rende di sicuro più credibile l’annuncio del Vangelo nel mondo di oggi.
4. I miti, eredi di questo mondo
“Beati i miti, perché avranno in eredità la terra” (Mt 5,5). Sentirsi custodi gli uni degli altri è l’effetto dinamico dell’essere dono
nell’accoglienza. Sappiamo, però, che la mitezza coincide con la purezza del cuore: è uno stile di vita e di relazioni a cui il cristiano
aspira, perché in esso arde la pienezza dell’umiltà contro la prevaricazione e l’egoismo. Sono i miti i veri difensori del creato, perché
amano quanto il Padre ha creato per la loro sussistenza e la loro felicità.
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Dio infatti “ha creato il mondo per manifestare e per comunicare
la sua gloria, in modo che le sue creature abbiano parte alla sua verità, alla sua bontà, alla sua bellezza: ecco la gloria per la quale Dio
le ha create” (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 319).
Tutti abbiamo bisogno di Dio: riconoscendoci opera delle sue mani, sue creature, siamo invitati a custodire il mondo che ci ha affidato, perché, condividendo le risorse della terra, esse si moltiplichino,
consentendo a ogni persona di condurre un’esistenza dignitosa.
Roma, 12 giugno 2011, Solennità di Pentecoste
La Commissione Episcopale
per il problemi sociali e il lavoro,
la Giustizia e la pace
La Commissione Episcopale
per l’ecumenismo e il dialogo
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Calendario
delle Giornate mondiali e nazionali del 2012
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Le Giornate mondiali sono riportate in neretto;
le Giornate nazionali in corsivo
GENNAIO
- 1° gennaio:
45a Giornata della pace
- 6 gennaio:
Giornata dell’infanzia missionaria
- 15 gennaio:
98ª Giornata delle migrazioni (colletta obbligatoria)
- 17 gennaio:
23ª Giornata per l’approfondimento
e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei
- 18-25 gennaio: Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani
- 29 gennaio:
59ª Giornata dei malati di lebbra
FEBBRAIO
- 2 febbraio:
16ª Giornata della vita consacrata
- 5 febbraio:
34ª Giornata per la vita
- 11 febbraio:
20ª Giornata del malato
MARZO
- 24 marzo:
Giornata di preghiera e digiuno
in memoria dei missionari martiri
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
APRILE
- 1° aprile:
27ª Giornata della gioventù (celebrazione nelle diocesi)
- 6 aprile:
Venerdì santo
(o altro giorno determinato dal Vescovo diocesano)
Giornata per le opere della Terra Santa
(colletta obbligatoria)
- 22 aprile:
88ª Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore
(colletta obbligatoria)
- 29 aprile:
49ª Giornata di preghiera per le vocazioni
MAGGIO
- 6 maggio:
Giornata di sensibilizzazione
per il sostegno economico alla Chiesa Cattolica
- 20 maggio:
46ª Giornata per le comunicazioni sociali
GIUGNO
- 15 giugno:
Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
Giornata di santificazione sacerdotale
- 24 giugno:
Giornata per la carità del Papa
(colletta obbligatoria)
SETTEMBRE
- 1° settembre: 7ª Giornata per la salvaguardia del creato
OTTOBRE
- 21 ottobre:
Giornata missionaria (colletta obbligatoria)
NOVEMBRE
- 1° novembre:
Giornata della santificazione universale
- 11 novembre: Giornata del ringraziamento
- 21 novembre: Giornata delle claustrali
- 25 novembre: Giornata di sensibilizzazione
per il sostentamento del clero
* Domenica variabile: Giornata del quotidiano cattolico
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CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE
“I laici nella Chiesa e nella società pugliese, oggi”.
Dal terzo Convegno ecclesiale regionale
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Dal 27 al 30 Aprile si è tenuto il III Convegno Ecclesiale Regionale promosso dalla Conferenza Episcopale Pugliese “I laici nella
Chiesa e nella società pugliese, oggi”. Laici, Vescovi, Sacerdoti, Religiosi, provenienti dalle diocesi della regione, si sono incontrati presso
il Centro di Spiritualità Padre Pio a San Giovanni Rotondo. La diocesi di Andria - rappresentata dal nostro Pastore S. Ecc.za Mons. Raffaele Calabro, dai delegati Anna Maria Basile e Don Francesco Di
Tria, dal Presidente diocesano di Azione Cattolica, Silvana Campanile, dai rappresentanti delle zone pastorali Giuseppe Coratella, Vincenzo Caricati, Giuseppe Sciascia, Rosa Cascella, da Don Paolo Zamengo per i Religiosi e Annamaria Di Leo per le aggregazioni laicali - ha partecipato al Convegno contribuendo allo svolgimento dello
stesso.
All’introduzione di S. Ecc.za Mons. Pietro Maria Fragnelli, Vescovo di Castellaneta e Presidente dell’Istituto Pastorale Pugliese e alla
relazione della prof.ssa Annalisa Caputo, docente all’Università di Bari e alla Facoltà Teologica Pugliese sono seguite tre sessioni di lavoro articolate in tre aree “Educazione”, “Corresponsabilità”, “Testimonianza”, sul tema “Coltivare la speranza in Puglia”. Gli orientamenti
indicati sono stati approfonditi nella seconda giornata all’interno dei
nove gruppi di lavoro. I partecipanti si sono confrontati sulla traccia
“Laici per un nuovo protagonismo della società civile e della comunità
ecclesiale”.
Nella sua relazione la prof.ssa Caputo prova a tracciare l’identità
del laico nel pensiero contemporaneo che «intende per laico il non credente, l’agnostico, chi prescinde dalla religione, o chi crede nella separazione della sfera del religioso dalla sfera del pubblico». Invece
«essere laici – afferma la relatrice – significa desiderare di essere fe-
CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE
lici, vivendo una vita compiuta in tre dimensioni: il rapporto con se
stessi, con gli altri e con le istituzioni». Il laico, «uomo del presente
che non rinuncia a scrivere l’utopia del futuro», è uomo di speranza.
Il laico cristiano non è chiamato a pensare un altro orizzonte, ma ad
amare questo orizzonte. Fondamentale per il laico cristiano è il senso
del cammino, non nella solitudine delle proprie certezze, ma nella
compagnia delle opinioni altrui, rinunciando alla tentazione del “ più”
(più uomo, più bravo, più giusto, più laico). La preghiera, i sacramenti e la direzione spirituale assicurano il “minimo comune” nella
molteplicità dei carismi, considerando che non esiste un unico modello di laico.
Quest’ora in cui i laici di Puglia si incontrano intorno ad un progetto comune può diventare “tempo favorevole” nella misura in cui diviene anche l’ora dei Vescovi, dei Sacerdoti, dei Religiosi, l’ora in cui
occorre stare “insieme di fronte”. La Chiesa di Puglia ha una sua vocazione: il dialogo con culture differenti, dialogo favorito dalla collocazione geografica del nostro territorio, configurazione ideale per essere costruttori di ponti.
Il discernimento operato all’interno dei gruppi di lavoro ha generato 12 proposizioni finali che riporto qui di seguito in sintesi.
1. Laici educatori: la difficoltà di educare nella società contemporanea è superabile solo all’interno di un progetto educativo in rete.
2. Alleanza educativa e scuola: la comunità cristiana deve guardare
con rinnovata attenzione e fiducia alla scuola e all’università statale. I laici cristiani possono contribuire a renderle luoghi di formazione integrale e non di mero accumulo di informazioni e competenze operative.
3. Parrocchia, famiglia, giovani: fondamentale è il recupero dell’amore come metodologia comune e la promozione di un’apertura in
termini di ricerca di significati, di ascolto e narrazione di esperienze.
4. Trasmissione della fede: occorre rimettere al centro la Sacra Scrittura; riconoscere i singoli carismi, perché la comunità cristiana sia
sempre una comunità plurale; valorizzare le competenze e condividere la responsabilità, per operare un consapevole discernimento.
5. Laici corresponsabili: si compia un cammino sinodale del laicato
pugliese, al fine di vivere in maniera corresponsabile la comune
passione evangelica.
6. I luoghi della corresponsabilità: è necessario allargare gli orizzonti verso una pastorale d’ambiente aperta al territorio e alle istanze della storia in fedeltà a Dio e all’uomo.
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CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE
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7. Aggregazioni laicali: per una vera e profonda conoscenza reciproca ogni aggregazione, pur nella sua propria identità, sia aperta alle altre per creare comunione, al fine del servizio a Cristo e alla
Chiesa.
8. Itinerari di formazione condivisi fra presbiteri, religiosi e laici: si
propone la costituzione di una commissione diocesana per la formazione, composta da ministri ordinati, religiosi e laici, che possa
progettare e realizzare ordinariamente itinerari formativi comuni.
9. Laici testimoni: si avverte l’esigenza del riconoscimento dei diritti
inviolabili della persona e la necessità di sviluppare una lettura
culturale e sociopolitica delle problematiche del territorio.
10. Cittadinanza e interculturalità: si auspica il superamento della
cultura dell’autosufficienza, dell’autoreferenzialità e il recupero del
senso delle radici del nostro popolo.
11. Etica ed economia: è l’ambito nel quale i laici possono operare in
termini più diretti e immediati rispetto a quanto le irrinunciabili
esigenze di una “prudenza politica” non consentano di fare alle autorità ecclesiastiche.
12. Impegno socio-politico: è necessario elaborare percorsi educativi radicati nella Parola e capaci di intercettare la vita concreta delle
persone, valorizzando al meglio il patrimonio di cui dispongono.
Il percorso tracciato fin qui e consegnato ad una Chiesa che intende “coltivare la speranza” impegna ad una ulteriore “manutenzione spirituale e morale straordinaria” - ha commentato Mons. Fragnelli.
Il passaggio dalla logica della collaborazione a quella, più alta, del
servizio che favorisce la comunione, è stato per me motivo di profonda riflessione; l’accettare di vivere il mondo in una logica di amore
che escluda il giudizio, affinché possa trasparire, attraverso di me, la
bellezza dell’amore di Dio, dono gratuito.
* * *
Numero delegati: 350 di cui 250 laici rappresentanti le 19 diocesi
di Puglia.
Aree di approfondimento: n. 3
(Educazione, Corresponsabilità, Testimonianza)
Ogni area sviluppa n. 4 temi
•
Educazione:
Laici educatori
Alleanza educativa e scuola
CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE
Parrocchia, famiglia e giovani
Trasmissione della fede
•
Corresponsabilità:
Laici corresponsabili
I luoghi della corresponsabilità
Aggregazioni laicali
Itinerari di formazione condivisi fra presbiteri, religiosi e laici
•
Testimonianza:
Laici testimoni
Cittadinanza e interculturalità
Etica ed economia
Impegno socio-politico
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VITA DIOCESANA
LA PAROLA DEL VESCOVO
Messaggio alla comunità parrocchiale
S. Giovanni Battista in Canosa di Puglia
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Prot. n. 35/11 E
Carissimo Parroco e carissimi fedeli,
Il prossimo 29 maggio sarò con voi per amministrare la Cresima
ad un gruppo di ragazzi della vostra parrocchia.
Per l’occasione, credo opportuno rivolgere un caro saluto ai cresimandi, ai loro genitori ed amici e a tutti i fedeli della parrocchia.
La Cresima, infatti, è un sacramento che coinvolge tutta la comunità parrocchiale, dalla quale questi ragazzi sono stati accolti nel Battesimo, della quale sono divenuti membri e che ha contribuito a far
crescere nella fede con la testimonianza di una vita cristiana autentica.
Sui Confermandi sarà invocato lo Spirito Santo, che verrà ad essi
elargito con l’imposizione delle mani del Vescovo e l’unzione sulla
fronte con il Crisma.
Nelle mie omelie in occasione delle cresime, faccio spesso notare
che il rito della Confermazione è molto simile a quello dell’Ordinazione dei presbiteri, dei quali vengono unte le mani.
Dalla Cresima, oltre che dal Battesimo, trae origine l’apostolato
dei laici, non inferiore, per importanza, a quello dei presbiteri e, con
questo, complementare.
È a voi noto il programma pastorale della Conferenza Episcopale
Italiana “Educare alla vita buona del Vangelo”, che intende rispondere all’emergenza educativa, che è sotto gli occhi di tutti. I nostri adolescenti e giovani risentono di questa grave lacuna soprattutto nelle
relazioni con gli adulti e coetanei, con conseguenti squilibri in campo
sociale e politico.
LA PAROLA DEL VESCOVO
Grazie all’impegno generoso delle nostre comunità parrocchiali
(presbiteri, famiglie, catechisti, fedeli in generale) la situazione è meno drammatica tra le nostre popolazioni.
Il lavoro, tuttavia, deve continuare ad accrescersi per dare risposta alla voglia di credere dei giovani, che emerge da recenti sondaggi, non solo ecclesiastici ma anche civili.
Voglia di credere si traduce nel cercare, insieme con loro, chi e
che cosa può servire loro come punto di riferimento e come fondamento di una speranza credibile.
La Chiesa, nel suo insieme: sacramenti, catechesi, testimonianza
della carità, indica Cristo Risorto, che riempie la comunità e i singoli fedeli di autentica gioia, come stiamo esperimentando in questi cinquanta giorni, dalla Veglia di Pasqua alla Pentecoste.
Molte volte la morale è considerata in maniera angusta, come un
insieme di precetti e di norme, che si tratterebbe di inculcare se non
addirittura di sanzionare con punizioni e castighi.
Questa non è la via della Chiesa, che invece educa alla vita buona del Vangelo, cioè ad uno stile di vita che, riempiendo il singolo,
trasborda sugli altri e cioè sull’apostolato, come dicevo prima.
Perché si invoca e si comunica lo Spirito Santo? Perché senza di
Lui l’apostolato scade in propaganda, che solletica la superficie, ma
non scende in profondità, non appaga quel bisogno di credere, che
anima adolescenti, giovani e adulti.
Gli scritti del Nuovo Testamento attestano che la presenza dello
Spirito veniva sentita ed esperimentata con potenza e segni straordinari, quali il dono delle lingue ed estasi, tanto che il rito della Cresima appariva come la logica conseguenza (v. At 8,14-15).
Son certo, pertanto, che l’intera comunità parrocchiale scorgerà
nella Cresima dei nostri ragazzi come il soffio potente dello Spirito
Santo che investe tutti: adulti, giovani e famiglie, per operare un rinnovamento profondo nella nostra vita e nel nostro operare, per portare frutti di opere e non soltanto belle parole.
Con affetto, vi saluto e vi benedico.
Andria, dalla Sede Vescovile, 14 maggio 2011,
festa di San Mattia, apostolo.
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
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VITA DIOCESANA
Presentazione al volume C. Gelao - L. Renna
Minervino Murge
Testimonianze su un’antica diocesi
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Prot. n. 39/11 E
Presentazione
Mi è grato presentare questa pubblicazione che raccoglie gli atti
di due Convegni: il primo celebrato il 24 maggio 2008, il secondo il
19-20 settembre 2008, dal titolo “La Chiesa Madre di Minervino, storia ed arte di un’antica Cattedrale”
L’occasione è stata quella del IV centenario della Dedicazione della Chiesa Matrice, già Cattedrale di Minervino Murge, avvenuta il 30
agosto 1608, celebrato con varie iniziative di natura liturgica e pastorale, e con iniziative di carattere culturale, come appunto i due
Convegni già menzionati.
Per ben intendere l’arte (architettura, quadri, oggetti artistici, etc.)
è necessario tener presente il suo contesto storico. Mons. Luigi De
Palma, dopo aver fatto il punto della situazione odierna, conclude opportunamente: “In conclusione, sebbene la storiografia tradizionale minervinese possa essere giudicata datata e perciò inadeguata a corrispondere alle moderne esigenze della disciplina storica, una nuova storia della Chiesa di Minervino, rigorosa e valida sotto l’aspetto scientifico, può rappresentare un serio contributo della comunità ecclesiale
locale all’evangelizzazione del nuovo millennio, in cui da alcuni anni
sono coinvolte le Chiese italiane” (pag. 232).
A tal riguardo, si può osservare che gli studi pregevoli della
dott.ssa Clara Gelao “Osservazioni sulla cattedrale rinascimentale di
Minervino Murge”, con appendice iconografica di ottima fattura, come
pure quello della dott.ssa Teresa D’Avanzo “”sui segni lasciati dalla
nuova costruzione e dei restauri ottocenteschi”, e del prof. Vincenzo Zi-
LA PAROLA DEL VESCOVO
to sull’Episcopio e di tanti altri, si muovono sulla direzione indicata
da Mons. Luigi De Palma: rigore scientifico, sì da colmare le lacune
della storiografia locale ed integrarla in essa.
Quanto poi alla valutazione della storiografia locale precedente come datata, va pur rilevato che la prospettiva di Chiesa e, soprattutto, di Chiesa locale tracciata dal Concilio Vaticano II, ha spiazzato e
superato non solo l’opera dei trattatisti minervinesi o pugliesi, ma anche quella di altre regioni italiane ed europee.
A proposito della storia delle Chiese locali in Italia, non sono
mancate , nell’ultimo ventennio, impegnate riflessioni. Ne segnalo solo qualcuna. Una quindicina di anni fa, in occasione di un seminario
su Storia locale e storia regionale. Il caso Veneto, il prof. Bruno Bertoli intitolava il suo contributo: “La storia delle chiese locali: una nuova storiografia ecclesiastica?” (Atti del Convegno di studi, Neri Pozza
1994, pp. 95-107). Nel 1995 uscirono gli atti di un importante Convegno di studi, dal titolo “Ricerca storica e chiesa locale in Italia. Risultati e prospettive” (Dehoniane, Roma 1995).
In tale Convegno, Severino Dianich, reputato specialista di storia
dell’ecclesiologia, constata il sostanziale disinteresse della storiografia
ecclesiastica sino al Vaticano II, per talune elaborazioni ottocentesche
del concetto di chiesa locale, molto anguste e vaghe.
L’adozione di coppie semantiche come gerarchia e laicato, i riferimenti espliciti alla pastoralità sono significativi a riguardo. Termini
come “famiglie religiose”, ”popolo di Dio”, mai e poi mai potremmo ritrovarli in una ricerca ecclesiastica locale preconciliare.
Tale testimonianza e le concettualizzazioni che stanno dietro sono il
frutto di un rinnovamento profondo di metodologie e di impostazioni.
Come non va scartata o svalutata totalmente o pregiudizialmente
la tradizione complessa di studi e di ricerche in ambito locale, a partire dalla fine dell’ottocento, alimentata da diverse componenti. Quella civico-municipale, ad esempio, ha una forza ed una vitalità sorprendente ed attuale.
Non va lasciato cadere l’invito o il suggerimento di Mons. Luigi
De Palma di ampliare e di meglio fondare scientificamente e con rigore critico le acquisizioni storiche in nostro possesso, sia in chiave
sincronica (collegandole con le varie pratiche della pastorale, centro
diocesano-parrocchie, associazioni laicali, pietà popolare, etc.) sia in
chiave diacronica, senza la quale difficilmente si coglie lo sviluppo
storico.
Mons. De Palma indica lo scopo condivisibile di tale rivisitazione
ed aggiornamento storico: la nuova evangelizzazione ed, io aggiungerei, la prospettiva di un maggiore radicamento della comunità ecclesiale nel territorio.
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VITA DIOCESANA
48
Pubblicazioni come questa in oggetto contribuiscono, senza ombra
di dubbio, a ravvivare il senso di appartenenza della popolazione alla propria terra, senza provincialismi o arroccamenti campanilistici, in
un intreccio fecondo della storia della Chiesa con quella civile e sociale di tutto un popolo.
Riprendendo il concetto di Benedetto Croce, rilevo che la storia
non è solo rievocatrice del passato, ma è anche quella che fluisce
ininterrotta nel presente verso il futuro.
Ed è proprio l’interesse per la palpitante attualità dell’ora presente lo stimolo e la motivazione più profonda che alimenta la ricerca
storica di epoche e di tempi passati, rovistando i documenti di archivio, la produzione artistica, al peculiarità geofisiche, etc.
Minervino Murge, appollaiata in alto sul colle con la sua Cattedrale ed il Palazzo vescovile, spaziando verso la pianura sottostante
spiega forse il carattere dei cittadini consapevoli della loro forza e del
loro coraggio, fiduciosi in se stessi, ma soprattutto in Dio.
Andria, 31 maggio 2011, festa della Visitazione della B.V. Maria.
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
49
LA PAROLA DEL VESCOVO
Lettera di Comunione
in occasione del 60° anniversario
dell’Ordinazione sacerdotale
di Sua Santità Benedetto XVI
Prot. n. 41/11 E
49
Il prossimo 29 giugno ricorrerà il sessantesimo anniversario
dell’Ordinazione sacerdotale dell’amato Papa Benedetto XVI, avvenuta nella solennità dei Santi Pietro e Paolo del 1951. L’occasione è particolarmente propizia per stringerci intorno al Sommo Pontefice, per
testimonarGli tutta la nostra gratitudine, il nostro affetto, la nostra
comunione per il servizio che sta offrendo a Dio e alla Sua Chiesa e,
soprattutto, per quel “risplendere della Verità sul mondo”, a cui il Suo
alto magistero continuamente richiama.
Per questa fausta circostanza, la nostra Diocesi si unisce al Santo Padre nella preghiera, offrendoGli sessanta Ore di Adorazione Eucaristica, continuative o distribuite fino alla fine di questo mese di
giugno, nelle parrocchie, nelle comunità religiose, nelle associazioni e
nei movimenti, invocando la santificazione del clero e per ottenere da
Dio il dono di nuove e sante vocazioni al presbiterato.
Certo di incontrare la collaborazione di tutti, colgo l’occasione per
porgere cordiali saluti.
Andria, 20 giugno 2011
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
50
VITA DIOCESANA
Presentazione
del Programma Pastorale Diocesano (2011-2013)
“Dio educa il suo popolo.
Discepoli di Cristo animati da una grande passione educativa”.
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Prot. n. 53/11 E
Ringrazio la Presidenza del Consiglio Pastorale Diocesano per le
proposte avanzate ed argomentate per i prossimi due anni di programmazione pastorale 2011-2012 e 2012-2013, una novità che viene
spiegata con l’esigenza di “un lavoro pastorale svolto con gradualità e
lungimiranza per conseguire più proficuamente gli obiettivi prefissi”.
Appare logico basare il lavoro da svolgere negli anni successivi sui
risultati effettivamente raggiunti e non solo sperati.
Compito di un programma pastorale è infatti il da farsi (aspetto
performativo) che suppone ovviamente l’altro aspetto basilare, di tipo
informativo, nel documento che presento.
Ritengo opportuno ribadire qualche concetto-chiave che ho già
esposto al Consiglio Pastorale diocesano nello scorso mese di giugno.
1. La CEI chiede alle comunità diocesane, nel loro complesso, di
prendere coscienza della gravità e complessità del compito educativo
nelle attuali circostanze. Il che significa che le istituzioni o agenzie
preposte all’educazione e formazione di adolescenti e giovani non compiono affatto, o solo parzialmente, le attività dell’educare. Parliamo
delle famiglie, cui compete il ruolo primario, tanto che il Concilio afferma: “Quod munus educationis tanti ponderis est ut, ubi desit, aegre suppleri possit” – che se manca, difficilmente si potrà supplire
(GE 3).
Accanto alla famiglia vi è la scuola e la parrocchia. Sarebbe molto utile svolgere dei sondaggi a livello parrocchiale, non solo per acquisire dati oggettivi, quanto per “coscientizzare” (come si dice in Brasile) gli operatori pastorali sulle diverse situazioni.
LA PAROLA DEL VESCOVO
2. L’itinerario proposto dalla CEI supera ed oltrepassa il consueto
percorso pedagogico di tipo semplicemente umanistico o laico, saltando a piè pari tutte le obbiezioni e le controversie provenienti dal relativismo, soggettivismo, nichilismo, pensiero debole, etc. E ciò non
perché la CEI ignori i “trabocchetti” dell’attuale cultura post-moderna, ma perché ritiene che occorre sfidare la contemporaneità con coraggio e speranza, ravvisando in tali lacune una delle principali cause e la sorgente dell’attuale crisi (o emergenza) educativa.
D’altronde, vale la pena giocare a carte scoperte lasciando agli
esperti il compito di gestire le schermaglie culturali, facendo appello
alla fede ed alla speranza della comunità cristiana, che, da sempre,
poggia su Cristo paziente e risorto la base e il fondamento del suo
esistere e costruirsi nel tempo sotto la guida e l’azione dello Spirito
Santo.
In Cristo, infatti, come insegna il Concilio, trova risposta il problema dell’uomo e possono trovare soluzione i problemi angosciosi
dell’uomo e della storia umana: il male, la sofferenza e la morte, problemi ai quali la cultura laica e laicista può solo opporre silenzio e
imbarazzo.
“Nell’assolvere il suo compito educativo – leggiamo nella Gravissimum Educationis del Concilio - la Chiesa utilizza tutti i mezzi idonei,
ma si preoccupa soprattutto di quelli che sono i mezzi suoi propri. Primo tra questi è l’istruzione catechistica […], la Liturgia e la Testimonianza della Carità” (n. 4).
Fulcro di ogni programma pastorale è l’Anno Liturgico, celebrato,
vissuto e, quindi, preparato con grande cura, perché divenga realmente sorgente di vita.
3. Raccomando l’impegno di ogni parrocchia per tenere in vita ed alimentare le nostre due scuole diocesane: a) per gli operatori pastorali, b) per l’impegno sociale e politico; infine, curare gli oratori anche
a livello interparrocchiale.
Non dimentichiamo, inoltre, l’importanza e l’utilità di portare la
Sacra Scrittura a conoscenza dei giovani, ma anche agli adulti, e di
organizzare, ove possibile, scuole di preghiera in tempi come i nostri
nei quali si privilegia l’attivismo spesso fine a se stesso, e si trascura sempre più la preghiera, che è il polmone vitale che assicura l’ossigenazione spirituale e soprannaturale di singoli e delle comunità ecclesiali.
Si dà così una risposta a livello parrocchiale a tendenze che stanno prendendo sempre più piede e che potremmo definire “supermercato spirituale”, tipo usa e getta.
51
VITA DIOCESANA
Raccomando la vigilanza soprattutto dei parroci verso queste forme spurie, che sembrano colmare vuoti di autentica spiritualità cristiana.
Concludo, rivolgendo a tutti, presbiteri e laici, i miei saluti più
cordiali, invocando su tutti la benedizione del Signore.
Andria, 9 agosto 2011, festa di S. Teresa Benedetta della Croce,
vergine e martire, patrona d’Europa.
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
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53
ATTI DEL VESCOVO
ATTI DEL VESCOVO
Decreto
di istituzione della sezione UCID di Andria
Prot. n. 13/11 C
53
Decreto
–
–
–
Accogliendo la richiesta dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (U.C.I.D.) – sezione di Andria;
Ritenendo pienamente legittimi e conformi alla disciplina ecclesiastica gli scopi che essa persegue;
Visto lo Statuto della predetta Associazione;
con questo Nostro Atto, a norma dei cann. 298 e 299 del Codice
di Diritto Canonico,
Riconosciamo
l’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (U.C.I.D.)
sezione di Andria
quale Associazione privata di fedeli.
Tanto si stabilisce per opportuna conoscenza e norma.
Dato in Andria, dalla Nostra Sede Vescovile, il 20 maggio 2011,
memoria di S. Bernardino da Siena.
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
Il Cancelliere Vescovile
Sac. Ettore Lestingi
54
VITA DIOCESANA
Decreto di riconoscimento dell’Associazione
“Amici del Servo di Dio
padre Antonio Maria Losito CSSR”
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Prot. n. 17/11 C
Decreto
Vista l’istanza del 25 giugno 2011 presentata dal Rev.mo Sacerdote Don Mario Porro, Vicepostulatore della Causa di canonizzazione
del Servo di Dio Padre Antonio Maria Losito CSSR, con la quale chiede il Nostro riconoscimento dell’Associazione “Amici del Servo di Dio
Padre Antonio Maria Losito CSSR”;
Ritenendo che gli scopi che essa persegue sono pienamente legittimi e conformi alla disciplina ecclesiastica;
Con questo nostro Atto
Riconosciamo la neo costituita Associazione
“Amici del Servo di Dio Padre Antonio Maria Losito CSSR”
quale associazione privata di fedeli laici.
Le conferiamo la personalità giuridica nel diritto ecclesiastico, a
norma del can. 322 § 1 del Codice di Diritto Canonico.
Nello stesso tempo approviamo lo Statuto della stessa Associazione che, munito nel testo originale della Nostra firma e sigillo, alleghiamo al presente atto e ne forma parte integrante di esso.
Tanto si stabilisce per opportuna conoscenza e norma.
Dato in Andria, dalla Nostra Sede, il 29 giugno dell’anno 2011,
nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, apostoli.
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
Il Cancelliere Vescovile
Sac. Ettore Lestingi
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ATTI DEL VESCOVO
Decreto di nomina
per l’Associazione Madonna dei Miracoli
Prot. n. 19/11 C
55
Decreto
Il 28 giugno 2011 l’Associazione Madonna dei Miracoli di Andria, in
ossequio alla norme del Codice di Diritto Canonico e al proprio Statuto,
ha proceduto al rinnovo delle cariche sociali della stessa Associazione.
Constatata, pertanto, la regolarità della procedura adottata, garante il Direttore Spirituale, Padre Giuseppe Tesse, OSA,
Letto il Verbale delle votazioni e preso atto dei suffragi conseguiti dai singoli candidati;
Intendiamo confermare, come di fatto con questo Nostro Atto
Confermiamo
i nominativi del Consiglio Direttivo
dell’Associazione Madonna dei Miracoli di Andria
per il triennio 2011-2013
Presidente:
Domenico Massaro
Vice Presidente:
Saverio Zagaria
Tesoriere:
Giuseppe Confalone
Segretario:
Filippo Ieva
Consiglieri:
Giuseppe Fornelli
Antonio Manuto
Nonostante qualsiasi altra disposizione contraria.
Dato in Andria, il 9 agosto 2011,
festa di S. Teresa Benedetta della Croce, vergine e martire, patrona d’Europa.
† Raffaele Calabro
Vescovo di Andria
Il Cancelliere Vescovile
Sac. Ettore Lestingi
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VITA DIOCESANA
ATTI DI CURIA
Verbale del Consiglio Pastorale diocesano
(Andria, 6 aprile 2011)
56
Oggi, 6 Aprile 2011, alle 19,30 presso l’Opera Diocesana “Giovanni Paolo II”, si è riunito il C.P.D. con il seguente ordine del giorno:
– Orientamenti pastorali per il prossimo decennio.
– Comunicazioni sul cammino preparatorio diocesano al Convegno Ecclesiale Regionale.
– Varie ed eventuali.
I lavori sono introdotti dalla preghiera del Vescovo, S. Ecc.
Rev.ma Mons. Calabro che invoca sui presenti la Luce e l’aiuto dello
Spirito Santo.
Dopo l’approvazione da parte di tutti i presenti del verbale del Consiglio Pastorale precedente (26-11-2010), riprende la parola il Vescovo.
Mons. R. Calabro - commenta il documento” Educare alla vita
buona del Vangelo”, sottolineando l’articolazione logica dei vari capitoli. Nell’introduzione la citazione di Clemente Alessandrino, svela il
ruolo pedagogico di Cristo. È Lui il maestro e il redentore dell’umanità. Nel corso dei secoli Dio ha educato il suo popolo, trasformando
la nostra storia, con tutti i suoi limiti, in storia della salvezza.
La chiesa da sempre è particolarmente attenta all’educativo, sebbene nel mondo si assiste a un declino veramente preoccupante. A
Verona, nel IV Convegno ecclesiale nazionale, Benedetto XVI, ha riproposto il grande Sì che in Gesù Cristo, DIO ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza, e ha indicato alcune scelte di fondo:
– Primato di Dio nella vita e nell’azione delle nostre Chiese;
– La testimonianza quale forma dell’esistenza cristiana;
– Impegno in una pastorale, in grado di rinnovarsi per abbracciare
tutto l’umano;
ATTI DI CURIA
Nel primo cap. Educare in un mondo che cambia”, l’opera
educativa della chiesa è inserita in un rapporto dialettico con il mondo, con le sue urgenze e opportunità, provocandoci e richiedendo
grande fede e responsabilità. Il Signore stesso ci chiede di interpretare e valutare il tempo, cogliendo le domande e i desideri dell’uomo,
(Lc 12,54-57). Le persone fanno sempre più fatica a dare un senso
profondo all’esistenza. Si diffonde oltre al disorientamento, il ripiegamento su se stessi e il narcisismo, desideri insaziabili ed egoistici, incapacità di sperare, infelicità e depressione.
Nel secondo cap. ”Gesù, il Maestro”, fa riflettere la prima azione di Gesù: “si mise a insegnare loro molte cose”. Notevole il paragrafo 19, dove partendo dall’esodo, attraverso i profeti, Dio educa il
suo popolo con teneri accenti. Completa il cap. l’indicazione a Gesù,
Via, Verità e Vita, e la Chiesa, luogo e segno della permanenza di
Gesù Cristo nella storia.
Nel terzo cap. “Educare, cammino di relazione e di fiducia”,
la citazione di Giovanni Battista, che indica Cristo ai suoi discepoli,
invitandoli alla sequela di Gesù, ci fa entrare nella dimensione missionaria della chiesa.
Lo schema utilizzato è valido sotto l’aspetto pastorale:
–
–
–
–
–
–
Che cosa cercate? (Gv 1,38) suscitare e riconoscere un desiderio.
Venite e vedrete (1,39) il coraggio della proposta.
Rimasero con Lui (1,39) accettare la sfida.
Signore, da chi andremo? (6,68) perseverare nell’impresa.
Signore, tu lavi i piedi a me? (13,6) accettare di essere amato.
Come io ho amato voi, cosi amatevi anche voi gli uni gli altri
(13,34) vivere la relazione nell’amore.
Nel quarto cap. “La Chiesa, comunità educante”, tutti i cristiani sono chiamati ad adoperarsi in ogni modo affinché si realizzi
un’alleanza educativa tra tutti coloro che hanno responsabilità in questo delicato ambito della vita sociale ed ecclesiale. È necessario che
fede, cultura ed educazione interagiscano, ponendo in rapporto dinamico e costruttivo le varie dimensioni della vita. La separazione dei
vari cammini formativi, sia all’interno della comunità cristiana sia in
rapporto alle istituzioni civili, indebolisce l’efficacia dell’azione educativa fino a renderla sterile. Nella comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità educante. La catechesi ha il
compito non solo di trasmettere i contenuti della fede, ma di educare la mentalità di fede, di iniziare alla vita ecclesiale, di integrare fede e vita. La liturgia è scuola permanente di formazione attorno al
Signore risorto, “luogo educativo e rivelativo” in cui la fede si forma
e viene trasmessa.
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VITA DIOCESANA
Nel quinto cap. il documento si conclude con “Indicazioni per la
progettazione pastorale” suggerendo alcune linee di fondo, affinché
ogni Chiesa particolare possa progettare il proprio cammino pastorale in sintonia con gli orientamenti nazionali.
È opportuno, conclude il Vescovo, finalizzare il prossimo programma pastorale diocesano alla presa di coscienza dell’urgenza della questione educativa e dell’impegno che ne scaturisce per la nostra comunità diocesana.
Don Gianni Massaro – Dopo aver ringraziato il Vescovo per
l’esaustiva presentazione e per le indicazioni offerte, apre il dibattito,
invitando i presenti ad intervenire.
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Leo Fasciano – Partendo dalle indicazioni del Vescovo, che sottolinea l’emergenza educativa e la necessità di coinvolgere i laici, suggerisce un anno di riflessione e transizione, per rilanciare progettualmente il tutto.
Esprime rammarico per l’assenza di una posizione di pubblica condanna da parte della Chiesa locale per gli atti intimidatori che nei
giorni scorsi hanno colpito la città di Andria.
Mons. R. Calabro – La commissione per la Pastorale Sociale voleva intervenire in merito al conflitto scoppiato in Libia ma è stata
bloccata perché nel clima generale di incertezza, un intervento della
Chiesa poteva essere prematuro. Bisogna essere cauti ed è ciò che
suggerisco anche per Minervino dove ritengo opportuno, a causa delle imminenti elezioni rimandare la giornata per la concordia, fissata
per il cinque maggio. Si può, invece, affidare alla Consulta di Pastorale Sociale il compito di redigere un documento di unanime condanna degli atti intimidatori che ultimamente hanno interessato la città
di Andria.
Don P. Gallucci – Organizzare e vivere la giornata della concordia anche se ci sono le elezioni potrebbe servire per testimoniare uno
stile diverso.
Don F. Di Tria – Nel I incontro del tavolo di lavoro preparatorio alla giornata della concordia sono emersi tre nuclei fondamentali:
la giustizia come legalità, la sicurezza da sviluppare a Minervino, e
le famiglie come soggetto da curare. Nel secondo incontro, dove era
presente anche Don Vito Miracapillo, si è invece riscontrata una certa fatica ed abbiamo concluso l’incontro, esortando ad evitare gli attacchi diretti l’uno contro l’altro.
Don V. Miracapillo - A Minervino si sta realizzando un buon clima collaborativo con la politica e il tessuto sociale della città. È vero che noi facciamo riferimento al Vangelo, ma la gente lo conosce?
ATTI DI CURIA
Anna M. Di Leo – Il consiglio pastorale non può essere disattento alla realtà educativa in cui la Chiesa diocesana opera. Per cui
ritiene di non poter tacere di fronte ad eventi mondiali che interpellano la nostra coscienza di membri della società civile. Esprime il proprio sconcerto per il ripetersi di atti di violenza denunciando comportamenti che ignorano il bene comune.
Don F. Bacco – Il tema del documento “educare alla vita buona
del vangelo” è molto significativo. Dobbiamo sottolineare la bellezza
della vita cristiana, piuttosto che i sacrifici di una osservanza a volte ritenuta mortificante. Partendo da una analisi della situazione, che
occuperebbe il primo anno, nel secondo anno si parlerebbe della bellezza della vita sacramentale; nel terzo anno la bellezza della vita cristiana dal punto di vista etico, nel quarto la bellezza nella Sacra
Scrittura, nel quinto anno la bellezza del cristianesimo nell’arte.
Don G. Acri – condivide ciò che dice il Vescovo. Nelle situazioni
che sono successe in Libia è meglio aspettare per non rischiare di
giudicare prematuramente.
P. Quagliarella – Si potrebbero organizzare come diocesi dei momenti particolari da dedicare alla preghiera per affrontare queste sfide del male. Se ci si affida all’azione divina si dovrebbe riconoscere il
primato della Sua iniziativa, lasciandoLo operare in noi attraverso
un’azione che deriva dalla preghiera.
G. Piccolo – A prescindere dall’azione del ventitre aprile, si dovrebbe pubblicizzare la giornata della concordia. Dobbiamo riprendere
questo dialogo che per il centro Igino Giordano corrisponde alla nona
giornata, mentre dal punto di vista diocesano corrisponde alla quarta.
Don Paolo Zamengo – L’emergenza educativa dobbiamo affrontarla con scientificità. I punti vanno approfonditi per avere una fotografia corretta della situazione. Avere degli obiettivi è entusiasmante
ma bisogna organizzarli anche dal punto di vista sociologico.
G. Pistillo – Occorre rieducare i ragazzi al bello, al vero e al giusto.
Don G. Massaro – La commissione regionale per il convegno che
si svolgerà a San Giovanni Rotondo, ha invitato alla celebrazione conclusiva anche i fedeli delle diocesi di Puglia. Si affida quindi ai coordinatori zonali il compito di raccogliere le adesioni, qualora dovessero esserci, per partecipare con 50 fedeli alla Celebrazione Eucaristica
conclusiva del Convegno.
La seduta è chiusa alle ore 21 e 30 con la preghiera del Vescovo.
Segretaria
Porzia Quagliarella
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60
VITA DIOCESANA
Resoconto degli incontri
degli organismi pastorali
a conclusione di un anno pastorale
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“Nel solco del Concilio Vaticano II e dell’Esortazione Apostolica
Christi-fideles laici vogliamo che nelle nostre chiese maturi un’ecclesiologia di comunione più compiuta, rinvigorendo la corresponsabilità
ecclesiale e potenziando la formazione e la partecipazione dei laici”.
Questo è uno dei passaggi significativi della lettera di indizione che i
Vescovi pugliesi hanno inviato a tutti i fedeli della regione, il mercoledì delle ceneri, in preparazione al 3° Convegno Ecclesiale Regionale
che si è celebrato a San Giovanni Rotondo dal 28 aprile al 1 maggio.
L’organismo diocesano chiamato ad esprimere la corresponsabilità
del popolo di Dio, in piena comunione con il Vescovo, in ordine alla
pastorale della Chiesa locale, è il Consiglio Pastorale Diocesano. Invitato a partecipare sia alla consegna del programma pastorale, avvenuta il 17 Settembre presso la Chiesa Cattedrale di Andria, sia al
Convegno Ecclesiale Diocesano vissuto nei giorni 21 e 22 ottobre, nel
corso di questo anno, è stato convocato dal nostro Vescovo il 26 Novembre per la presentazione e discussione delle sintesi del Convegno,
il 6 aprile per la presentazione degli Orientamenti pastorali dell’Episcopato Italiano “Educare alla vita buona del Vangelo”, ed è stato ancora convocato il 15 e 16 giugno per la verifica pastorale e la programmazione del prossimo anno.
Gli strumenti con cui l’azione pastorale viene promossa e sostenuta sono gli Uffici Pastorali Diocesani. Nell’anno 2010-2011 i direttori
e i vice-direttori si sono incontrati il 10 settembre per illustrare da
parte di ogni direttore il programma annuale definito con l’equipe
dell’ufficio di propria competenza e redigere il calendario pastorale
diocesano consegnato alle comunità parrocchiali e aggregazioni laicali
il 15 ottobre 2010. I responsabili degli uffici pastorali sono stati convocati ancora il 29 novembre, il 25 febbraio e il 14 giugno. Gli in-
ATTI DI CURIA
contri sono stati finalizzati alla crescita nell’esercizio della pastorale
integrata, individuando le possibili interazioni tra i diversi uffici diocesani.
A promuovere, invece, un’azione pastorale omogenea tra le diverse parrocchie ci hanno pensato le Zone Pastorali. I coordinatori delle
cinque zone pastorali presenti in diocesi sono stati convocati il 10 novembre, il 30 marzo e il prossimo 15 giugno.
Invitati a condividere le principali attenzioni poste dalla propria
zona, durante il corrente anno pastorale, il coordinatore (Mons. Felice Bacco) della zona pastorale di Canosa ha comunicato che “la scelta di dedicare quest’anno alla riflessione sui laici, la loro identità e
missione è stata sicuramente opportuna e accolta favorevolmente dagli
stessi laici. I diversi incontri formativi zonali hanno privilegiato lo stile della testimonianza: laici impegnati nel sociale, nel mondo accademico e dell’informazione. Interessante e partecipato è stato il cammino
di preparazione alla Giornata della Concordia e la sua celebrazione.
Da evidenziare, in ultimo, il cammino interparrocchiale fatto dall’azione cattolica e la costituzione del gruppo liturgico cittadino per l’animazione delle liturgie comunitarie”.
La zona pastorale di Minervino, ha affermato don Francesco Di
Tria, ha dedicato tutto l’anno pastorale all’attenzione al laicato, secondo le indicazioni del programma pastorale diocesano e in vista del
Terzo Convegno Ecclesiale. Gli appuntamenti comunitari hanno costituito un approfondimento dell’identità, comunione e missione del laico
nella realtà ecclesiale e civile di Minervino. Negli itinerari formativi
abbiamo letto la realtà ecclesiale minervinese, anche nel suo recente
passato, analizzato la difficoltà maggiore del laicato a conciliare la
sua appartenenza ecclesiale e la sua cittadinanza e ci siamo esercitati nel discernimento comunitario su problematiche attuali (accoglienza
dello straniero e privatizzazione dell’acqua). Abbiamo concluso l’itinerario con un pellegrinaggio zonale a Napoli alla scoperta della figura
laicale di Giuseppe Moscati. Inoltre il tavolo di lavoro per la giornata della Concordia ha riflettuto sulla vivibilità a Minervino concentrandoci su “giustizia e legalità” in quanto orizzonte dentro cui ritrovare l’unità di intenti e di azione educativa dei vari soggetti sociali,
su “sicurezza” quale condizione essenziale per lo sviluppo economico,
sulla “famiglia” intorno a cui ricomporre e dar vita ad un nuovo patto sociale. Il Consiglio Pastorale è stato convocato il 22 settembre, 25
febbraio e 14 giugno. Il Consiglio Presbiterale si è ritrovato l’8 settembre, il 17 gennaio, il 19 e il 25 maggio.
Per la terza zona pastorale di Andria, coordinata da don Adriano
Caricati, numerosi e proficui sono risultati i consigli presbiterai zonali
convocati il 24 settembre, 7 ottobre, 11 e 14 gennaio, 15 febbraio, 18
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VITA DIOCESANA
62
marzo e 4 maggio. Il Consiglio Pastorale zonale è stato, invece, convocato il 5 novembre, 25 febbraio e 8 giugno.
In quest'anno pastorale 2010 - 2011, la nostra zona pastorale - ha
affermato don Adriano - in continuità con il programma pastorale
diocesano e in linea con il tema del convegno ecclesiale regionale ha
volto la propria attenzione sulla identità e missione dei laici nella
chiesa. A seguito dell’avvicendamento del coordinatore della zona si è
proceduto al rinnovo dell’intero Consiglio Pastorale Zonale, rilanciando il ruolo di questo organismo quale concreto strumento di partecipazione e corresponsabilità ecclesiale.
Il termine "Corresponsabilità", infatti, ha accompagnato la riflessione svolta in ciascuna delle comunità parrocchiali che compongono
la nostra zona. Alla luce della situazione di crescente disagio di tante famiglie del nostro territorio molto spazio di riflessione è stato occupato dal ripensamento e rilancio della funzione del centro "Nazareth" quale punto di riferimento imprescindibile nell’azione di sostegno
e monitoraggio delle situazioni di disagio e di povertà presenti nella
nostra zona. Tale funzione, che non intende sostituire in toto il compito di animazione della carità nelle singole comunità parrocchiali,
compito specifico delle Caritas parrocchiali, sarà ulteriormente ripresa
all’inizio del prossimo anno pastorale con una più adeguata sistemazione logistica del Centro ed un suo nuovo inquadramento giuridico
che sia indipendente dalla Parrocchia S. Cuore. Durante i diversi incontri del Consiglio presbiterale zonale ci si è soffermati a condividere alcune riflessioni interessanti sulla cura delle famiglie che vivono
l’esperienza del lutto, confrontandoci su alcuni criteri condivisi per la
celebrazione delle Esequie da suggerire alla riflessione dell’intero presbiterio diocesano, nella prospettiva di nuovi orientamenti diocesani
da emanare.
Mons. Giuseppe Ruotolo ha comunicato che la II zona pastorale di
Andria ha sviluppato il suo piano annuale 2010-2011 in diversi incontri zonali (30/09/2010; 10/01/2011; 07/02/2011; 18/04/2011)
sempre con la presenza dei laici durante i quali oltre la iniziale programmazione annuale si è impostato il dialogo sui laici nella chiesa
oggi con particolare riferimento al documento della CEI “Educare alla vita buona del Vangelo” e le iniziative concrete per i vari periodi
dell’anno. Tutte le parrocchie della zona hanno vissuto la fase preparatoria al Convegno Regionale relazionando sul lavoro svolto. Il gruppo di lavoro sui problemi giovanili si è incontrato il 15 novembre e il
17 gennaio affrontando il tema del futuro per i giovani.
Il Consiglio Presbiterale della I zona di Andria si è incontrato,
convocato da don Vincenzo Giannelli, l’8 settembre, il 25 marzo e il
29 aprile. Il Consiglio Pastorale zonale si è ritrovato il 5 ottobre, il
ATTI DI CURIA
15 novembre il 28 febbraio e il 6 giugno e ha dedicato tutto l’anno
pastorale all’attenzione al laicato con la proposta di pellegrinaggi zonali in luoghi dove hanno operato laici con un vissuto esemplare e significativo.
Il quadro che, pertanto, ne vien fuori è quello di una chiesa impegnata a crescere nella corresponsabilità ecclesiale valorizzando e
rendendo effettivamente partecipativi i diversi organismi pastorali. Il
risultato reale, quello che resta, è il modo di relazionarsi all’interno
della Chiesa, una nuova abitudine ad ascoltare, comunicare, partecipare e progettare insieme.
don Giovanni Massaro
Vicario Generale
63
64
VITA DIOCESANA
Erogazioni delle Somme derivanti dall’8‰
dell’IRPEF per l’esercizio 2010
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I. Per esigenze di culto e pastorale
A. ESERCIZIO DEL CULTO
Conservazione o restauro edifici di culto esistenti
o di altri beni ecclesiastici
Scuola di formazione operatori pastorali
Scuola di formazione all’impegno politico e sociale
EROGAZIONE
58.330,00
5.000,00
1.500,00
B. ESERCIZIO DELLA CURA D’ANIME
Uffici diocesani e Opera Diocesana Giovanni Paolo II
Mezzi di comunicazione sociale a finalità pastorale
Istituto Pastorale Pugliese
Archivio, biblioteca e museo diocesani
Contributo per case del clero e case canoniche
Consultorio familiare diocesano
Convegno ecclesiastico diocesano
101.150,86
29.652,07
1.600,00
143.910,00
12.634,81
12.000,00
3.290,40
C. FORMAZIONE DEL CLERO
Pontificio Seminario Regionale di Molfetta
Pastorale vocazionale (C.D.V.)
63.270,38
5.000,00
E. CATECHESI ED EDUCAZIONE CRISTIANA
Servizio di pastorale giovanile
Azione Cattolica diocesana
MSAC, FUCI, MEIC
Contributo partecipanti convegno regionale
4.500,00
13.000,00
4.500,00
2.250,00
ATTI DI CURIA
F. CONTRIBUTO AL SERVIZIO DIOCESANO
PER LA PROMOZIONE DEL SOSTEGNO ECONOMICO
ALLA CHIESA
1.162,03
H. SOMME IMPEGNATE
PER INIZIATIVE PLURIENNALI ANNI PRECEDENTI
Fondo diocesano di garanzia
Fondo Diocesano di garanzia relativo agli anni precedenti
TOTALE
Altre somme assegnate nell’esercizio 2010
e non erogate al 31/03/2011
TOTALE
50.000,00
50.000,00
562.750.55
51.408,69
614.159,24
II. Per interventi caritativi
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A. DISTRIBUZIONE A PERSONE BISOGNOSE
Da parte della diocesi
Da parte delle parrocchie
EROGAZIONI
4.900,00
58.720,00
B. OPERE CARITATIVE DIOCESANE
In favore della comunità Giovanni XXIII
In favore di tossicodipendenti
83.055,92
695,08
E. ALTRE ASSEGNAZIONI
Casa Accoglienza “S. M. Goretti”
Caritas Diocesana
Centri di accoglienza “Emmaus”
Centro di accoglienza “Mamre”
53.005,13
47.500,00
3.000,00
6.000,00
F. SOMME IMPEGNATE PER INIZIATIVE PLURIENNALI
Somme impegnate per nuove iniziative pluriennali
Somme impegnate per iniziative pluriennali
negli esercizi precedenti
37.500,00
92.500,00
TOTALE
Altre somme assegnate nell’esercizio 2010
e non erogate al 31/03/2011
386.876,13
TOTALE
477.641,24
Andria, 28 maggio 2011
90.765,11
66
VITA DIOCESANA
Nomine
66
S.E. mons. Raffaele Calabro, vescovo di Andria, ha nominato:
–
il rev. Sac. Salvatore Sciannamea, Vicario parrocchiale della parrocchia San Paolo Apostolo in Andria, il 28 giugno 2011 (prot. n.
15/11 C);
–
il rev. Sac. Michele Pace, Vicario parrocchiale della parrocchia
Maria SS. dell’Altomare in Andria il 28 giugno 2011 (prot. n.
16/11 C);
–
il sig. Domenico Massaro, Presidente dell’Associazione Madonna
dei Miracoli in Andria il 9 agosto 2011 (prot. n. 19 /11 C).
67
ATTI DI CURIA
Necrologio
Il 23 maggio, dopo un lungo periodo di sofferenza, vissuta con fede ed edificazione di tutti, è deceduto nella RSA “Madonna della Pace” ad Andria mons. Salvatore Simone. Nato a Minervino Murge il
24 dicembre 1943 da Luigi e Loiodice Isabella, fu avviato al Seminario Vescovile di Andria dal parroco della B.V. Immacolata di Minervino mons. Giuseppe Zaccagni. Dopo gli anni ginnasiali in diocesi, sotto la guida di validi educatori, passò al Pontificio Seminario Regionale di Molfetta, dove completò la formazione. Fu ordinato presbitero
da S.E. mons. Francesco Brustia il 29 giugno 1968 nella Cattedrale
di Andria. Donò la freschezza dei suoi primi anni di sacerdozio al Seminario diocesano, dove fu educatore dal luglio del 1968 all’ottobre
1972, allorquando il vescovo mons. Giuseppe Lanave lo destinò a guidare l’oratorio della parrocchia Sant’ Agostino in Andria. Nel 1973
succedette al parroco di Sant’ Agostino, il sacerdote di v.m. mons.
Riccardo Losito. In questi anni rese fiorente con la sua attività e con
la attiva collaborazione di altri sacerdoti, come don Franco Santovito,
l’oratorio voluto dal suo predecessore. Il suo impegno si segnalò anche nel rinnovamento liturgico, sulla scia del Concilio Vaticano II. Il
1° settembre 1980 fu nominato parroco della SS. Trinità in Andria e
in questa parrocchia profuse le energie di un sacerdozio divenuto maturo e capace di formare i laici ad una testimonianza efficace in ogni
ambito, e di coinvolgere gli altri confratelli in numerose iniziative che
hanno lascito il segno nella pastorale diocesana, come ad esempio
l’oratorio estivo. Nel 1988 viene nominato Direttore della Caritas e
nel 1989 S.E. mons. Raffaele Calabro lo nomina Moderator Curiae; il
10 maggio dell’anno successivo sarà nominato vicario generale e manterrà questo incarico fino al 26 agosto 1994. Durante questi anni,
senza abbandonare il suo ufficio di parroco, collabora con il Vescovo
67
VITA DIOCESANA
per il rinnovamento della vita pastorale e per la qualificazione degli
uffici di curia. Lasciato l’incarico di vicario, viene nello stesso anno
1994 nominato direttore della Caritas e vicario episcopale per le attività caritative. In questi anni si fa promotore di numerose iniziative
caritative di largo respiro, dell’attenzione alle periferie della sua parrocchia con l’istituzione del Centro Madonna di Fatima. Lascia l’incarico di parroco nel 2004 e, nonostante la malattia, assistito amorevolmente dalla sorella Antonietta e dagli altri familiari, continua da
essere punto di riferimento per l’ascolto e per le confessioni. Quasi
trasfigurato dalla sofferenza, in un atteggiamento costante di preghiera e di gratitudine verso tutti, ha portato a termine la sua testimonianza sacerdotale nella Chiesa locale che ha amato e servito con
amore. Ai funerali celebrati in Cattedrale da S.E. mons. Calabro hanno preso parte numerosissimi fedeli e la quasi totalità dei presbiteri.
68
Il 19 agosto è deceduto presso l’Oasi di Nazareth in Corato, dopo
lunga malattia, don Luigi di Tria. Nato il 26 luglio 1928 a Minervino Murge in una famiglia di agiati agricoltori, da Vincenzo e Angela Rascia, fu avviato al Seminario di Andria dal parroco di Maria
SS. Incoronata don Luigi di Canosa. Dopo la prima formazione ginnasiale nel Seminario diocesano, passò per gli studi liceali nel Pontificio Seminario Regionale di Molfetta e quindi per gli studi teologici
fu alunno del Pontificio Seminario Lateranense in Roma. Ordinato sacerdote il 3 agosto 1952, fu destinato al ministero di vice-rettore e di
docente di francese nel Seminario di Andria. Contemporaneamente, a
partire dal 1957, fu segretario di S. E. mons. Francesco Brustia, vescovo di Andria. Laureatosi in lingue e letteratura straniera, fu docente di francese nei licei e nel 1970 assistente dell’AMIC di Andria.
Dopo una brevissima esperienza di assistente spirituale della chiesa
di san Domenico ad Andria, venne pienamente coinvolto nell’attività
della parrocchia della SS. Trinità dal parroco don Salvatore Simone.
Di questa parrocchia sarà vicario cooperatore dal 12 aprile 1983 e si
spenderà con la sua presenza affabile e gioiosa in ogni ambito della
pastorale, soprattutto in oratorio e nelle attività estive dei gruppi famiglia. Si è fatto promotore, insieme ad altri sacerdoti, della realizzazione della fraternità sacerdotale del Cenacolo in Andria. Ha vissuto gli ultimi anni nella sofferenza e nell’abbandono al Signore, abbracciando la croce che è stata il compimento del suo sacerdozio.
69
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
UFFICIO CATECHISTICO DIOCESANO
Il convegno catechistico diocesano
Oltre cinquecento i catechisti provenienti dalle comunità parrocchiali di Andria, Canosa e Minervino che hanno partecipato al Convegno diocesano svoltosi il 10 e l’11 maggio scorsi presso l’Istituto
Professionale “G. Colasanto” di Andria.
Il tema “Educare in famiglia, educare nella Chiesa: quale dialogo
possibile?” è scaturito dagli incontri vissuti precedentemente nelle diverse zone pastorali, offrendo la preziosa opportunità di mettersi in
ascolto gli uni gli altri e condividere, in merito alla catechesi, esperienze positive ma anche difficoltà e bisogni. In particolare è emersa
la fatica del dialogo e coinvolgimento dei genitori nell’educazione dei
ragazzi. Il Convegno ha così voluto offrire una prima risposta a tale
bisogno.
Nella prima serata è intervenuto don Luciano Meddi, professore
di catechetica missionaria presso l’Università Urbaniana, che ha sviluppato il suo intervento secondo quattro diversi aspetti.
È partito dal nuovo bisogno di educazione. Educare- ha affermato
il relatore- appartiene alla natura delle persone e delle società, avviene dentro la tradizione dei gruppi umani, tra bisogno, desiderio di libertà, interesse della società. La socializzazione contemporanea non
sembra però riuscire a dare una forma autentica alla libertà delle persone. La società non ha più legami comuni e la Chiesa non sempre
riesce a trasmettere il Vangelo. Da qui la considerazione –ha proseguito il professore- che educare è oggi più che mai una parola plurale come cammino fatto di molti aspetti tra di loro interagenti. La
Chiesa è chiamata allora ad educare attraverso molti soggetti, agenzie
e itinerari. L’educazione cristiana è un fatto che coinvolge tutti e porta a rendere idonei i fratelli (Ef 4) ma deriva anche dalla generazione dello Spirito (Rom 5). La famiglia in particolare deve essere aiu-
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VITA DIOCESANA
70
tata- ha concluso don Luciano Meddi- a recuperare il ruolo generativo della educazione, a ridare regole di vita, a fare educazione come
cammino ai valori, a introdurre le nuove generazioni al linguaggio religioso.
Nella seconda serata i partecipanti sono stati suddivisi in tredici
gruppi per approfondire la tematica e vivere il Convegno come opportunità di discernimento per far sì che mentre si sperimenta la difficoltà in cui si dibatte l’opera educativa, vengano messe in luce le potenzialità nascoste. Tre le domande alle quali i partecipanti sono stati invitati a rispondere. La prima chiedeva di individuare le competenze da acquisire per poter svolgere con efficacia educativa il compito di catechisti dell’iniziazione cristiana. La seconda invitava a formulare una lista di valori umani importanti a cui educare fanciulli e
ragazzi per renderli capaci di scelte autentiche e la terza chiedeva di
preparare una lista di temi principali e necessari per una formazione
adeguata dei genitori in occasione della richiesta dei sacramenti dei
figli.
Il Convegno si è concluso con la preghiera comunitaria di lode e
ringraziamento a Dio per la la bella e arricchente esperienza vissuta.
Don Gianni Massaro, direttore diocesano dell’Ufficio catechistico, a
conclusione del Convegno ha rivolto ai presenti il saluto del Vescovo
e ringraziato i catechisti per la generosità e dedizione. “Senza il vostro servizio - ha affermato – tutti noi saremmo, come Chiesa, più poveri di doni. Conosco le difficoltà che incontrate nell’esercizio concreto del ministero della catechesi. Conosco- ha proseguito don Gianniquanto risulti difficile realizzare una significativa, corretta e necessaria alleanza educativa con la famiglia e in particolare con i genitori
che rimangono pur sempre i primi educatori dei loro figli anche nella fede. Ma come afferma il Cantico dei Cantici, le molte difficoltà
non possono spegnere il fuoco del vero amore. Le molte difficoltà devono in realtà -ha concluso don Gianni- renderci sempre più poveri di
fronte a Dio, umili e abbandonati totalmente a Lui. E la nostra povertà avrà come risposta sempre sorprendente ed eccedente ogni nostro desiderio, l’elargizione della ricchezza e dell’amore di Dio che mai
ci abbandona e che ci chiede di annunciare ai nostri fratelli”.
a cura dell’Ufficio Catechistico Diocesano
71
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
SERVIZIO DI PASTORALE GIOVANILE
“Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”.
Giornata Diocesana della Gioventù 2011
L’appuntamento della Giornata Diocesana della Gioventù è, senza
dubbio, per i Giovanissimi e i Giovani della Diocesi, uno dei momenti di incontro e confronto più importanti dell’intero Anno Pastorale.
Rappresenta, infatti, l’occasione per potersi fermare a riflettere a partire dalle parole che il Santo Padre dona ogni anno, in occasione di
questa Giornata, ma anche per fare attenzione al programma pastorale diocesano (per quest’anno “Andate anche voi nella mia vigna” Mt 20,4).
In questa occasione, nell’organizzazione della Giornata, che è stata vissuta ad Andria nel pomeriggio di sabato 16 aprile, don Pasquale
Gallucci e i membri equipe del Servizio Diocesano di Pastorale Giovanile hanno potuto contare sull’aiuto dei laici e dei sacerdoti delle
Parrocchie della seconda zona pastorale, all’interno della quale si sta
mostrando un particolare interesse alla pastorale giovanile, il quale
mira a dar vita ad un percorso comunemente pensato di pastorale
giovanile zonale.
I Giovanissimi ed i Giovani, delle tre città della Diocesi, che hanno partecipato alla giornata sono stati quasi cinquecento.
Così come gli altri anni, ed assolutamente in linea con ciò che la
Pastorale Giovanile è e con gli ambiti all’interno della quale è chiamata ad agire, i Giovanissimi ed i Giovani hanno vissuto dapprima
un momento di formazione e catechesi, poi un momento di liturgia. A
questi due momenti se ne sarebbe dovuto aggiungere un terzo: il momento festa e testimonianza della carità, a cui però, purtroppo, si è
dovuto rinunciare a causa della pioggia insistente.
All’arrivo, i partecipanti sono stati accolti in Cattedrale, dove è
stato proiettato filmato “GMG Story”, curato dal Servizio Nazionale di
Pastorale Giovanile.
71
VITA DIOCESANA
72
Successivamente, i giovani sono stati divisi in 12 gruppi. A ciascun gruppo era legato uno dei quattro simboli scelti: la casa, l’albero, la croce, la vigna.
Nel momento di riflessione, laddove ciascun gruppo era guidato da
un sacerdote e uno o più laici, a ciascun simbolo erano legati due
personaggi su cui puntare l’attenzione:
- la croce, all’interno dei cui gruppi si è riflettuto sul tema della sofferenza, con testimoni il Centurione e Giovanni Paolo II.
- La casa, nei cui gruppi ci si è soffermati sul tema della costruzione della propria vita alla luce delle figure dell’Apostolo Pietro e
di San Francesco.
- L’albero, che rimandava alle proprie radici e all’essere saldi nella
fede e che aveva come testimoni Abramo e Pier Giorgio Frassati.
- La vigna, che riconduceva, evidentemente, all’impegno come laici e
dove si è riflettuto a partire dalle figure degli Operai della Vigna
del Vangelo e di Madre Teresa di Calcutta.
Al rientro in Cattedrale Giovani e Giovanissimi hanno vissuto la
Via Crucis “… I giovani e gli inCROCI della vita”, composta da sette stazioni:
1. La condanna: precarietà, disoccupazione, incertezza del futuro;
2. La Croce: la sofferenza e la malattia;
3. La Caduta: alcool, droga, vita spericolata;
4. La Madre: affettività negata;
5. La Spogliazione: emigrazione dalla propria dignità;
6. La Morte: lo sballo e le stragi del sabato sera;
7. La Risurrezione: la vera giovinezza.
Il momento liturgico ha coinvolto molto i Giovanissimi ed i Giovani, i quali hanno pregato con estremo interesse e raccoglimento per
tutto il tempo della celebrazione stessa.
Come ogni anno, la Giornata Diocesana della Gioventù è stata un
bel momento di comunione dei giovani della Chiesa Diocesana: un momento in cui conoscersi e confrontarsi a partire dalla Parola. Peccato
davvero per la pioggia e per l’impossibilità di far festa assieme… Speriamo vada meglio il prossimo anno!
a cura del Servizio Diocesano di Pastorale Giovanile
73
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
La partecipazione dei giovani della diocesi
alla Giornata Mondiale della Gioventù
Ciò che più rimane è la GIOIA, che permea tutta l’esperienza. Milioni di ragazzi nelle strade di una città, in questo caso Madrid, che
abbattono le loro diversità, quali possono essere il colore, la lingua o
il paese di provenienza, tutti parlano, ridono, pregano, a proprio modo, lo stesso Dio, la stessa Croce, parlando l’universale lingua
dell’AMORE. I giovani chiamati dal Santo Padre a riunirsi in preghiera con lui, danno la misura della ricchezza del credere, ognuno
nella propria vita e secondo la propria vocazione, e sanno trasmettere un grande esempio di tolleranza e fraternità. Il filo conduttore della Giornata è Cristo, che si fa vivo e presente, non si ferma nei tabernacoli o rimane ad aspettarci solo la Domenica, ma che è Parola
viva e presente in ciascuno di noi.
Alberto Pomo
Parrocchia SS. Sacramento
E quel 9 agosto è arrivato velocemente… i saluti, gli abbracci, i
mille “mi raccomando” e poi tutti in viaggio per quella che solo dopo
si sarebbe rivelata un’esperienza di crescita totale. Ognuno di noi, in
quell’autobus, che lo portava all’incontro con Dio e con la gioventù del
mondo, ha portato un proposito, un desiderio, un’aspettativa … non
sapremo mai se sono state soddisfatte e realizzate, ma ciò che possiamo fare è testimoniare: testimoniare che non siamo soli nel credere in Dio; testimoniare che esiste un’altra faccia dei giovani, oltre a
quella proposta e tanto pubblicizzata; testimoniare che i giovani sanno mettersi in discussione; testimoniare che i giovani sono ancora capaci di sorprendere positivamente; testimoniare che i giovani desiderano un mondo non diverso, ma nuovo, basato sull’Amore. È l’Amore
fraterno che dovrebbe animare i nostri gesti quotidiani; è l’Amore di-
73
VITA DIOCESANA
sinteressato che deve invadere le nostre case, i nostri rapporti, le nostre aule scolastiche, i nostri posti di lavoro; è l’Amore di Dio che abbiamo respirato in quei giorni a Madrid che ci ha fatto sentire parte
di uno stesso progetto.
Ognuno di noi è tornato a casa con un VALIGIA IN PIU’: quella
dei ricordi, delle esperienze, dei volti, dei sorrisi, dei saluti, delle bandiere, dei dialoghi… E ora, riaprendola nelle nostre case, tra i nostri
amici, nella nostra quotidianità, abbiamo voglia di concretizzare le parole che il Santo Padre ci ha detto:
“Non è possibile incontrare Cristo e non farlo conoscere agli altri.
Quindi, non conservate Cristo per voi stessi! Comunicate agli altri la
gioia della vostra fede. Il mondo ha bisogno della testimonianza della vostra fede, ha bisogno certamente di Dio.”
I giovani e giovanissimi della SS. Trinità
74
Sono partito per questa JMJ con la sicurezza di chi avrebbe dovuto raggiungere la Spagna; sono tornato con gli occhi di chi ha scoperto il mondo. Sono più o meno una decina le parole che abbiamo
ripetuto fino alla nausea in questa JMJ: “hola!”, “where are you
from?”, “do you have something to change?”, sperando che poi il malcapitato di turno potesse capire il nostro inglese maccheronico. Tre
frasi, forse banali, ma indispensabili per creare un legame (fugace o
duraturo che fosse) con la gente delle più svariate culture. La JMJ ti
porta in contatto con migliaia di persone provenienti da ogni parte
del mondo, lì per testimoniare la propria fede in Gesù Cristo. E poi,
se è vero che durante la JMJ ti senti portatore della cultura del tuo
paese, c’è sempre la certezza che per quella settimana siamo tutti uno
uguale all’altro, figli di un unico Padre.
Davide Montrone
Parrocchia S. Andrea Apostolo
L’emozione è tanta, l’ansia, le attese e le speranze si affollano: duecento giovani pronti ad iniziare una nuova avventura, pronti all’incontro con Cristo. Prima tappa di queste due settimane è la diocesi
di Albenga. Dopo un giorno intero di viaggio, fatto di canti, allegria,
conoscenze e preghiera, la Liguria ci aspetta. Ciascuno dei quattro
pullman è indirizzato nella struttura in cui trascorrerà la notte. Ed
è qui che inizia la fase di adattamento a due settimane di sacco a
pelo, file e bagni in comune. La diocesi di Tarragona ci attende per
ospitarci in questa prima settimana di gemellaggio. Una settimana
intensissima, ricca di emozioni, incontri all’insegna della condivisione.
Alloggiamo tutti assieme all’interno di un centro sportivo da poco
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
inaugurato nel paesino di El Vendrel. Tra gli indimenticabili panini
al salame spagnolo ed il “gustoso” Don Simon, diventa facile fare conoscenza dei tipici piatti spagnoli. Ma l’avventura è da tutt’altra parte. La diocesi di Tarragona si rivela magica ed accogliente. Serate
folkloristiche e celebrazioni eucaristiche riempiono le infinite giornate
trascorse in questa parte della Catalogna.
Un insolito ferragosto, trascorso in pullman tra dormite collettive
e sveglie improvvise, ci conduce fino a Getafe, la città che ci ospiterà
durante la settimana a Madrid. La vera avventura ha inizio qui! E
l’adattamento risulta essere l’arma vincente. In fondo anche questa è
GMG. Giorni ricchi di incontri ed emozioni, di cultura e divertimento
ci aspettano. La messa di apertura, in Piazza di Cibeles, martedì 16
agosto, avvia ufficialmente l’incontro dei giovani. Mercoledì, giovedì e
venerdì mattina ci aspettano le catechesi con tre diversi Vescovi delle
diocesi italiane. Mons. Paglia, Mons. Seccia e Mons. Giusti ci accompagnano in un viaggio alla scoperta di Cristo e dell’amore, all’insegna
della parola di Paolo: “RADICATI E FONDATI IN CRISTO, SALDI
NELLA FEDE”. Giovedì è anche il giorno dell’arrivo del Papa a Madrid. Siamo in tanti ad accoglierlo ed in tanti partecipiamo alla Via
Crucis di venerdì 19 agosto in Piazza di Cibeles. Ogni stazione della
Via Crucis è rappresentata da un “Paso” della Settimana Santa spagnola mentre vengono trasportate in processione antiche sculture provenienti da diverse diocesi della Spagna. Tutto è pronto per l’incontro vero, per la veglia e la celebrazione con il Santo Padre nella spianata di Cuatro Vientos.
Angela Zicolella
Parrocchia San Paolo Apostolo
Le Giornate Mondiali della Gioventù hanno un sapore tutto particolare, ingredienti che riconosci subito e le rendono impareggiabili:
Momenti di festa e di incontro, spazi di dialogo e di preghiera, l’esultanza nell’incontro e la fatica nel cammino.
Partecipare alla GMG da religiose è stata una grande gioia.
Gioia per l’esperienza di incontro, di accoglienza reciproca e di condivisione vissuta. Al trascorrere delle giornate si accompagnava l’imprimersi, nella memoria e nel cuore, di volti e di nomi, l’ascolto di
storie di vita e di cammini di fede, la condivisione di cose semplici
e quotidiane.
Nell’incontro e nell’amicizia vissuti durante la GMG si è realizzato anche l’incontro con Gesù nostro fratello, amico e Signore, è stata
un’occasione per radicarsi e fondarsi in Cristo, per rimanere saldi nella fede, che nella vita consacrata, ha detto il Papa nell’incontro con
le giovani religiose a Madrid, “significa andare alla radice dell’amore
a Gesù Cristo con cuore indiviso, senza anteporre nulla a tale amore
75
VITA DIOCESANA
(cfr S. Benedetto, Regola, IV, 21), con una appartenenza sponsale, come l’hanno vissuta i Santi,” e si esprime “nella comunione filiale con
la Chiesa” e “nella missione”.
La GMG deve continuare nella vita di ogni giorno, non solo attraverso i bei ricordi, ma soprattutto nella fede, una fede che come ha
detto il Papa “deve consolidarsi e crescere, farsi più profonda e matura”, fede che ci permette di incontrare Cristo, non un’idea ma una
persona a cui poter dire: “Io mi fido di te e metto la mia intera vita
nelle tue mani”.
Sr Milena, betlemita
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Martedì 9 Agosto, ore 17,00: è QUASI TUTTO PRONTO. Sacco a
pelo, materassino, amuchina, salviettine idratanti, camice e stola, breviario…tutto sistemato e “incastrato” nello zaino! Mi mancava però
qualcosa: la risposta alla domanda “qual è l’anima di Madrid?”. Uno
spot pubblicitario diceva: «l’anima di Madrid sta nella GMG». Ma,
qual era il senso della mia presenza alla GMG? Incontrare altra gente? Solo accompagnare i giovani della mia parrocchia? Vivere un’esperienza diversa nell’incontro con Cristo?... Tutte domande che non potevano essere “incastrate” nel mio zaino ma dovevano essere “libere”
nel mio cuore! Solo così - mi dicevo - potevano avere una risposta.
Le difficoltà e i disagi mi hanno aiutato a vivere in modo pieno
la dimensione vera del pellegrinaggio simbolo del cammino di noi cristiani verso il paradiso.
Lo stare insieme ai confratelli e ai giovani della diocesi mi ha fatto riflettere sulla bellezza di essere prete diocesano e ho ringraziato
il Signore per questo grande dono.
Con i responsabili diocesani e i volontari spagnoli ho fatto esperienza del servizio e della gratuità, dimensioni indispensabili nella
Chiesa. I volti dei tanti giovani, incontrati per le strade o in metropolitana, immortalati non solo con la macchina fotografica ma nel
cuore e nella mente, mi hanno fatto respirare aria di comunione: noi
cristiani, qualunque sia la nazionalità, siamo fratelli, figli dello stesso Padre. Il cuore di tutti i giovani si è riempito di gioia nel sentire
che il Papa era orgoglioso di tutti noi che non c’eravamo lasciati spaventare dai vari disagi. Il silenzio creatosi durante l’adorazione al SS.
Sacramento sapeva di miracolo: duemilioni di persone che pregavano
e si lasciavano coinvolgere dall’invito del Papa a riscoprire la propria
vocazione nella società e nella Chiesa e a mantenerla con “allegria e
fedeltà”.
Don Riccardo Taccardi
Parrocchia S.G. Artigiano - Andria
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UFFICI DIOCESANI PASTORALI
CENTRO DIOCESANO VOCAZIONI
La Giornata mondiale di preghiera
per le vocazioni 2011
Nella quarta domenica di Pasqua, si è celebrata la 48° Giornata
Mondiale di Preghiera per le vocazioni. Il tema che Benedetto XVI ha
proposto alla nostra riflessione e preghiera, è quanto mai stimolante
e incisivo: “l’annuncio-proposta vocazionale nella Chiesa locale”. Ciò significa riscoprire la comunità cristiana come “focolare”, in cui la fiamma arde donando luce e calore e non soltanto fuoco ricoperto da vecchia cenere... Vogliamo pensare alla nostra comunità cristiana diocesana e alle singole parrocchie come reali scintille di fuoco o piuttosto
ad esperienze di Chiesa assopita, priva di vitalità e coerenza di vita,
di fatto sepolta sotto una “pioggia di cenere”? Lo slogan della GMPV
2011 prende lo spunto dal Vangelo di Marco 6,33-34, dove l’evangelista racconta il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Commentando questo brano, padre Ermes Ronchi propone una sottolineatura molto interessante: “all’umanità il cristiano non garantisce
dei beni, ma un lievito, un fermento particolare per un pane di cui già
abbonda la terra. È la forza che mosse quel ragazzo che aveva cinque
pani d’orzo e due pesciolini, che li mostra ad Andrea e Andrea lo dice a Gesù e Gesù li prende. E rende grazie: a Dio, origine di ogni bene, ma certamente anche a quel ragazzino, capace di fornire il lievito
della moltiplicazione, capace lui del primo miracolo: dare tutto ciò che
aveva, fidarsi completamente, rischiare la propria fame”. È un invito
rivolto a ciascuno di noi e insieme a tutta la comunità cristiana per
verificare i pani (cioè i doni!), che in ciascuno di noi sono presenti, vivendo un personale e comunitario cammino di discernimento, per poterli condividere con gli altri, in un servizio disponibile e fecondo. Il
vero problema del nostro mondo non è solo la povertà del pane (che
comunque esiste!), ma anche la povertà di quel lievito che possa essere reale fermento di Dio, capace di sollevare ogni vita.
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VITA DIOCESANA
78
Uno scrittore del nostro tempo, Jacques Le Goff, ha scritto un saggio molto interessante dal titolo “Dal tempo del campanile al tempo
del mercante”. Il tempo del campanile lo potremmo identificare quando le vocazioni maturavano quasi in maniera spontanea e immediata
nelle nostre comunità cristiane. Si è passati poi, in maniera non sempre riflessa, al tempo del mercante, che ha un prodotto da mettere sul
mercato, cercando di studiare le migliori strategie per fare della Pastorale vocazionale un valido marketing; ma non sempre questa si è
rivelata una via efficace. Crediamo sia giunto il momento che potremmo definire come il tempo dei lampionaio: è antico il ricordo di
quei lampionai che sul far della sera andavano per paesi e città ad
accendere i lampioni a gas lungo le strade: quelle piccole e calde
fiammelle, chiuse nei lampioni, divenivano luce e calore per illuminare la via e i passanti che la percorrevano. Per questo vogliamo insieme chiedere al Signore, per ciascuno e per le nostre comunità parrocchiali, che doni il pane a chi ha fame, ma che accenda anche la
fame di Lui, una fame di cose grandi e belle, in chi è sazio di solo
pane. Il Signore doni alla nostra Chiesa diocesana uomini e donne
appassionati della bellezza di Gesù, che accendano i cuori di passione e di speranza. Forse è proprio di questo che l’uomo del nostro tempo, che si ritiene l’unico artefice del proprio destino e pertanto “senza vocazione” (CEI - Educare alla vita buona del Vangelo, 23), ha
profondamente bisogno.
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Iniziative proposte dal CDV
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UFFICIO DI PASTORALE SOCIALE E DEL LAVORO,
GIUSTIZIA, PACE E SALVAGUARDIA DEL CREATO
Forum di formazione all’impegno Sociale e Politico
Il Forum di formazione all’impegno Sociale e Politico ha concluso
il secondo anno del secondo ciclo. In tempi confusi e di crisi, non solo economica, educare all’impegno sociale e politico, porsi l’obiettivo
alto di concorrere alla formazione di coscienze responsabili, stimolare
discussioni, confronti e spirito critico può rappresentare un servizio
per la comunità. Appassionarsi ai temi trattati vuol dire avere a cuore ciascun uomo, perché non c’è niente e nessuno che non ci riguardi. Questa sfida è stata colta da 39 persone iscritte al Forum, quasi
tutte regolarmente frequentanti, che hanno scelto di dedicare ogni
quindici giorni tre ore del loro prezioso tempo ad una opportunità di
crescita personale da condividere.
L’esperienza, che si ripete da anni in più realtà aderenti al circuito di scuole di Cercasi un Fine, l’associazione promotrice e coordinatrice dell’iniziativa, ha permesso di vivere 14 sessioni, tenute da
docenti universitari e da esperti del mondo istituzionale, culturale e
politico, che rispondevano alla traccia di quest’anno “Partecipare nel
piccolo”. Si sono affrontate le questioni legate al territorio passando
dai contenuti e dalla storia delle autonomie locali (provando, nel dettaglio, a comprendere il funzionamento di enti quali Comune, Provincia, Regione), al confronto tra amministratori locali, all’approfondimento di nodi problematici monografici relativi all’organizzazione sociale (stato sociale, sanità, ambiente, cultura, come strutture e bisogni al servizio delle persone e come contenuti da conoscere adeguatamente per compiere una seria programmazione).
Dieci momenti formativi si sono svolti presso il Seminario vescovile, mentre altri quattro presso il Polo Universitario di Acquaviva
delle Fonti (Ba) con la concomitante partecipazione di tutte le scuole
del circuito. In questo ambito sono stati analizzati i contenuti della
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cittadinanza attiva, la figura di don Milani e la comunicazione in politica.
Tra le note positive: la presenza di una buona percentuale di giovani, una risposta a chi ancora parla insistentemente di un massiccio disinteresse di questa fascia generazionale rispetto ai temi politici e sociali; un soddisfacente indice di gradimento; una volontà di impegno e partecipazione.
L’ultimo incontro si è tenuto ad Acquaviva il 22 maggio 2011 in
occasione dell’assemblea annuale dell’Associazione. In questa giornata
sono stati anche consegnati gli attestati e presentati i progetti in cantiere. Inoltre segnaliamo la presentazione dell’ultimo lavoro editoriale
di mons. Rocco D’Ambrosio il 3 giugno 2011 ad Andria.
Alla conclusione di questo corso, non possiamo non volgere un saluto e un pensiero a Nicola Occhiofino, un uomo impegnato, esempio
di rettitudine morale e professionale, che ha sostenuto le scuole e l’associazione e che aspettavamo a dicembre per ragionare sul funzionamento della Provincia...
Raffaella Ardito
Segretaria Forum di formazione
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“La Chiesa, i giovani e il lavoro”
Palermo, 10-15 Maggio 2011
15° anniversario del Progetto Policoro
Fermarsi a riflettere sul cammino percorso in quindici anni, più che
il sapore di una celebrazione, invita a ritrovare il gusto di una esperienza già ampiamente avviata e bisognosa di rinnovarsi e di crescere.
Il Progetto Policoro non fa fatica a riconoscersi in questa prospettiva
aperta sul futuro, forte di una storia breve ma intensa e promettente.
Mons. Angelo Casile, in occasione dell’ apertura dei lavori del Convegno per i 15 anni del Progetto Policoro, ha ricordato la figura di
don Mario Operti, un sacerdote “sempre pronto a incontrare l’altro,
soprattutto se giovane e del Sud”.
“Questo Progetto è un grande dono che il Signore ha fatto alla
Chiesa italiana, che ha fiducia nei giovani”: sono le parole del direttore nazionale per la Pastorale Giovanile, don Nicolò Anselmi, secondo il quale il Progetto ha successo perché “viene toccato un bisogno
vero del mondo giovanile, la richiesta di felicità, che poi è lo scopo ultimo dell’educazione”.
“Il Progetto Policoro rappresenta la possibilità concreta di non lasciarsi andare alla sfiducia”: queste le parole del segretario generale
della CEI, mons. Mariano Crociata, che ha sottolineato la dimensione
educativa del Progetto, una dimensione articolata su tre poli: “la persona, la responsabilità educativa delle comunità ecclesiastiche e il
coinvolgimento di altri organismi”.
È l’amore dei giovani per la propria terra, la voglia di riscatto scegliendo percorsi di legalità e giustizia, che descrive al meglio i «cammini» che in tanti hanno compiuto all’interno del Progetto Policoro.
Così interviene l’arcivescovo di Palermo, card. Paolo Romeo, sugli
obiettivi raggiunti finora dal Progetto Policoro: 500 imprese concrete e
4.000 ragazzi occupati provenienti da oltre 90 diocesi prevalentemente
del Sud.
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L’impresa di dare speranza al Sud è stata definita Coraggiosa dal
vicedirettore della Caritas Italiana, Francesco Marsico, e per questo
occorre “avere fiducia perché c’è qualcuno che soccorre e dà una spinta in più, anche quando si è invece spinti a rinunciare. Sognare, dare speranza e sognare insieme vuol dire cominciare a cambiare questo Sud e con esso cambia anche noi stessi”.
È una questione di coraggio, di certezza che si può cambiare e che
il male, qualunque male può essere fermato. Mons. Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano ha richiamato le radici di
questi anni, oltre il convegno delle Chiese d’Italia del 1995 a Palermo: «il 27 maggio 1993 nella Valle dei Templi ad Agrigento, quando
il Papa gridò “verrà un giorno il giudizio di Dio” e nel settembre dello stesso anno venne ucciso a Palermo don Pino Puglisi».
Questo dolore e questa amarezza, si chiede con passione Bregantini, potranno divenire dolcezza? «Sì - dice l’Arcivescovo di Campobasso - ma non basta la presenza affettiva. Ci vuole anche una presenza effettiva delle banche, del credito cooperativo, che danno fiducia
alle idee dei giovani imprenditori».
Nella nostra diocesi il Progetto Policoro nasce nel 2001, è presente attraverso il lavoro degli AdC presso il Centro Servizi “Polincontro”
Il C.S. offre ai giovani informazioni sulla stesura di Curriculum
Vitae, sulle opportunità offerte delle politiche attive del lavoro, organizza corsi di formazione di 1° Livello, raccoglie le istanze di quanti
vogliono accedere al progetto diocesano di Microcredito “Progetto Barnaba”, che si prefigge di favorire l’accesso al micro-credito alle fasce
più deboli della popolazione giovanile della nostra Diocesi nell’ottica
di contribuire alla creazione di occupazione.
Gli animatori sono reperibili per incontri e attività legate al progetto ai recapiti sotto indicati.
Centro Servizi “Polincontro”
via Bòttego 36 - Andria.
email: [email protected] / [email protected] www.progettopolicoro.it
AdC Vito Chieppa cell 380.4618659
AdC Rosa Pellegrino cell. 329.4062753
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UFFICIO PER LO SPORT, TURISMO,
TEMPO LIBERO, PELLEGRINAGGI
Pellegrinaggio a Lourdes
La Diocesi di Andria si è recata a Lourdes dal 4 al 10 Settembre.
Ha effettuato questo Pellegrinaggio con l’UNITALSI insieme alle Sottosezioni di Trani, S. Severo e Margherita di Savoia.
Una scelta di tanti sacerdoti e volontari di vivere il Pellegrinaggio con la consapevolezza di testimoniare la vocazione ad “Amore e
Servire” condividendo il viaggio, il soggiorno, le funzioni con tutti in
sintonia con circa settecentocinquanta persone.
Guardando i pellegrini che sono venuti per la prima volta , si notava in loro lo stupore per quanto si stava vivendo, apprezzando anche le cose più semplici.
È stato il pellegrinaggio della gioia, che traspariva dai volti delle
persone.
Che dire dell’applauso che si è levato sotto la Grotta di Massabielle quando Luca ha ricevuto la prima comunione, lui che era stato a Lourdes quando aveva due anni e che… una settimana prima
era in grave pericolo di vita? Quante emozioni! Quanta bellezza traspariva sui volti dei tanti ragazzi che avevano deciso di andare in
Pellegrinaggio come volontari. Una ragazza, ci ha detto: “La cosa che
sto apprezzando di più è il fare questa esperienza in completa gratuità, anzi avendo pagato una quota di partecipazione”.
Un ragazzo scout, ha aggiunto: “L’aiutare stando al fianco di coloro che non camminano, non vedono, non sentono è veramente
un’emozione che Ti prende completamente e nonostante la stanchezza Ti fa sorridere alla vita… perché riesco a dire: «Grazie Signore per
quello che mi hai dato!».
Volti che si sono incontrati a Lourdes, storie ascoltate nel lungo
viaggio, amicizie nate tra i genitori di bambini che forse non diranno
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mai mamma e papà, che non scriveranno, che non andranno loro incontro abbracciandoli, ma che sono la bellezza del volto di Dio!
Ogni giorno del nostro Pellegrinaggio è stato un dono per quanto
si è vissuto. Come non ricordare la visita ai luoghi dove la piccola
Bernardette visse. Che dire del “Cachot” umile abitazione, dove però
si sentiva l’amore di una famiglia unita che ogni sera, nonostante tutto, recitava il Santo Rosario, affidandosi completamente alla S.Vergine.
Un Pellegrinaggio vissuto come esperienza di figli di Dio, che ci
vuole bene, che non ci abbandona nel tempo della prova, ci sostiene e
ci accompagna.
La presenza del Vicario Generale della Diocesi di Andria, Don
Gianni Massaro, ci ha fatti sentire veramente un’unica famiglia, Chiesa Viva, in cammino verso la Grotta di Lourdes dove la Santa Vergine apparve alla piccola e umile, Bernardette Soubirous per portare
al mondo il messaggio dell’Amore e della Misericordia di Dio.
Mariangela Cannone
Presidente Regionale Unitalsi
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CARITAS
Il progetto della Caritas
per i detenuti della Diocesi
Con la conferenza stampa di mercoledì 13 aprile è stato presentato ufficialmente il progetto “Ponti tra carcere e mondo”, frutto della progettazione della Caritas diocesana, con il sostegno delle comunità con la colletta dell’Avvento di fraternità e dei conntributi
dell’8xmille della Caritas Italiana.
Non è un progetto del tutto nuovo. Sarà semplicemente un potenziamento di ciò che già è esistente; infatti da circa tre anni i parroci
delle comunità parrocchiali S. Maria Addolorata alle Croci e S. Andrea Apostolo prestano il servizio da volontari presso la Casa Circondariale di Trani per sostenere moralmente e spiritualmente coloro che
hanno incontrato la devianza nel corso della propria vita. Animati
dallo spirito del Vangelo di Matteo che invita tutti a confrontarsi con
il giudizio universale: “…Quando ti abbamo visto affamato, assetato,
in carcere…ogni volta che avete fatto questo a uno di miei fratelli, lo
avete fatto a me” (Mt 25). L’esperienza pastorale che le due comunità
svolgono ha permesso di evidenziare una piaga nota: la micro e macro
criminalità presente da decenni e le relative famiglie martoriale da
scelte sbagliate e dal disagio che la detenzione procura ad esse e alla comunità. Da qui la scelta di non tralasciare nessuno delle persone
affidate alla cura spirituale, invitando i fedeli a creare “ponti tra il
carcere e il mondo”. Il progetto, però, ed è qui la novità, mira a formare le comunità ad uno stile di accoglienza, di solidarietà e di inserimento mediante il servizio gratuito verso coloro che hanno sbagliato con reati e con comportamenti moralmente disdicevoli. L’assistenza
di prima accoglienza nel carcere, quando i detenuti sono introdotti e
sprovvisti degli indumenti personali, è fondamentale da parte dei
volontari perchè permette di instaurare un rapporto di prima necessità
e sostenere coloro che la detenzione la vivono in modo traumatico. La
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VITA DIOCESANA
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richiesta di incontrare il Signore attraverso la Parola di Dio diventa
un’esigenza che i detenuti manifestano spesso. Si evidenzia che una
volta creato il ponte in carcere non viene interrotto quando la detenzione è terminata, continua nel “Mondo” il percorso di formazione e
di inserimento nelle attività educative delle parrocchie.
I dati relativi ai Centri di Ascolto per l’anno 2009 ci dicono che
sono 25 gli utenti, pari al 3,07%, che si rivolgono alle nostre strutture e presentano tra i bisogni quello della detenzione di uno dei
membri della famiglia, mentre a livello del Comune di Andria l’85%
di coloro che si rivolgono ai Servizi Sociali hanno problemi con la
giustizia.
Il problema dell’emergenza carceri è molto sentito e in Italia nel
settembre scorso erano 68.749 i detenuti arrivando al 53,3% il sovraffollamento dei detenuti. Anche in Puglia e in particolare presso il
carcere di Trani la situazione è alquanto drammatica: ben 250 su 170
posti disponibili (fonte CISL).
In una emergenza strutturale sicuramente le dinamiche che
si stabiliscono all’interno del penitenziario possono creare qualche
problema ai detenuti, soprattutto ai più fragili e deboli.
Dal lavoro di questi anni, i sacerdoti volontari hanno incontrato
nel carcere circa 200 detenuti provenienti dai tre comuni della nostra
Diocesi, mentre nelle due parrocchie hanno svolto la pena alternativa
in 45 circa (dal 2005).
Tutto ciò fa comprendere come la situazione si presenta come un
vero luogo di testimonianza della carità.
È necessario individuare con più precisione il numero della popolazione carceraria e le famiglie degli ex detenuti appartenenti al territorio della nostra Diocesi per avviare una forma di coscientizzazione
a non delinquere più, sostenuti dall’azione della comunità ecclesiale
con interventi mirati. Non è mai stato compiuto in passato un progetto che avesse a cuore il carcerato e i suoi familiari. Il sostegno di
piccole somme economiche nelle estreme necessità diventa un segno di
prossimità e di sollievo dalle inquietudini esistenziali.
L’apertura delle comunità all’accoglienza di coloro che per il reato
commesso sono considerati come persone da tenere lontano e non invece da integrare. Le parrocchie hanno puntato sul recupero della persona, condannando il reato ma non squalificando la persona. Fondamentale è anche il sostegno alle famiglie che si rivela di fondamentale importanza per mantenere vivo il dialogo e una relazione con la
comunità.
Quest’anno il programma pastorale diocesano, sulla vocazione e
missione dei laici, alla sezione fragilità umana ha aggiunto: “Alcuni
detenuti, in virtù della legge 207/03 sulla sospensione condizionata
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
della pena, vivono un’esperienza di volontariato in alcune strutture ecclesiali, dove hanno la possibilità di reinserirsi nella vita civile e recuperare i valori importanti attraverso educatori e guide spirituali. La
comunità ecclesiale è chiamata ad intervenire nelle situazioni difficili,
ad aiutare i fedeli a maturare una fede autentica, perché i momenti
di fragilità siano vissuti alla luce di Dio, e a prendere coscienza che
il contatto con le persone sofferenti porta ad apprezzare il valore della vita”. Il progetto vuole cercare di attuare tutto questo.
Simona Inchingolo
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Analisi dell’utenza
e dell’attività dei Centri di Ascolto Caritas
della Diocesi di Andria 1
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1. Premessa
Il Rapporto Annuale Caritas 2010 della Diocesi di Andria fotografa l’utenza e il lavoro svolto dai Centri di Ascolto (CdA) che operano
ad Andria, Canosa di Puglia e Minervino Murge. I dati e le riflessioni che esso contiene devono essere collocate nello scenario dell’attuale crisi economica internazionale che si è sovrapposta e ha potenziato le preesistenti povertà locali.
La crisi che in questi mesi sta mettendo a dura prova l’Europa è
una crisi di sistema. Alberto Melloni, storico della Chiesa, propone di
utilizzare la categoria evangelica di “krisis” per comprenderla. Non è
la “fine del mondo” ma la fine di un mondo, un “giudizio” su uno stile di vita tenuto dall’Occidente nel quale il debito dei paesi ricchi, alimentato dalle risorse provenienti dal resto del mondo, agiva come sistema di dominio.
In particolare, dobbiamo essere consapevoli che, come scrive il sociologo Marco Revelli in “Povero noi” (Einaudi, 2010), “l’Italia non è
come ce la raccontano: abbiamo creduto di crescere e stiamo declinando, la nostra presunta modernizzazione è un piano inclinato verso
la fragilità e l’arretratezza”. La dimensione locale ci consente di percepire più chiaramente e drammaticamente il processo in atto: l’Ita-
1.
I dati qui presentati sono stati oggetto di discussione e approfondimento nelle singole sedi interessate all’accoglienza (Parrocchie, Zone Pastorali, Centri di Ascolto,
Equipe diocesana) e comunicati alla Comunità ecclesiale attraverso il mensile diocesano “Insieme” nel numero Settembre – Ottobre 2011. Questa relazione, inoltre,
è stata pubblicata integralmente sulla Rivista Diocesana Andriese.
UFFICI DIOCESANI PASTORALI
lia è un paese che vive un ciclo di progressivo impoverimento del ceto medio e di crescenti disuguaglianze della popolazione, un paese
fragile in cui è grande la sfiducia nella possibilità di migliorare la
propria condizione di vita. Non è un caso che il X Rapporto di Caritas Italiana e della Fondazione Zancan si intitoli “In caduta libera”.
Tale documento bene illustra come siano fuorviati i dati Istat 2010
sulla povertà in Italia. Non è vero che essa sia sostanzialmente stabile rispetto al 2008, si tratta di una “illusione ottica”. I ricercatori
della Fondazione Zancan calcolano un incremento dei poveri del 3,7%
rispetto al 2008 (per le argomentazioni tecniche si rimanda al X Rapporto Caritas). Lo studio conferma, inoltre, che la povertà riguarda
soprattutto il Sud Italia, le famiglie numerose (3 o più figli specie se
minori), i nuclei con un solo genitore e chi ha un livello basso di
istruzione.
Questo è il contesto in cui collocare l’analisi e le riflessioni che nascono a partire dall’incontro quotidiano dei volontari Caritas con le
povertà e i bisogni delle nostre città. I Centri di Ascolto sono un osservatorio privilegiato per avere il “polso” della situazione. Ma attenzione i dati dicono anche dei Centri, dei volontari che prestano il loro servizio, delle peculiarità delle città in cui operano: quale l’ “orientamento” dato all’offerta, quale la concezione che si ha della povertà.
Il rapporto diocesano è composto da una analisi-riflessione sui dati raccolti (chi sono le persone che si sono rivolti ai CdA, quali i bisogni e le richieste fatte e gli interventi offerti) e da tabelle e grafici relativi.
I Centri Caritas raccolgono sistematicamente dati statistici che
consentono di conoscere le caratteristiche degli utenti. Sono tre le dimensione che vengono rappresentate: la prima riguarda alcune caratteristiche socio-demografiche (sesso, classe d’età, cittadinanza, stato civile, condizione professionale, grado di istruzione), la seconda rimanda al contesto delle relazioni (dimora, caratteristiche del nucleo
di convivenza, presenza di figli minori), la terza al rapporto di aiuto
attivato (bisogni rilevati dagli operatori, richieste di aiuto formulate,
interventi forniti). Queste informazioni confluiscono nel sistema informativo di Caritas Italiana e sono alla base dei rapporti da questa
stilati. I valori assoluti di riferimento e le percentuali delle modalità
assunte dalle variabili sono riportati integralmente nella sezione Tabelle e Grafici. Le informazioni provengono dai Centri di Ascolto e
dalle parrocchie partecipanti al Progetto Rete della Caritas Diocesana, il cui elenco, organizzato per Zone Pastorali, è di seguito riportato:
– Zona Pastorale Andria 1 = Centro interparrocchiale prima accoglienza “Mamre”;
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–
–
–
–
–
Zona Pastorale Andria 2 = Parrocchia M. SS. dell’Altomare; Parrocchia San Riccardo; Parrocchia San Francesco d’Assisi; Parrocchia M. SS. Annunziata; Parrocchia San Nicola di Myra; Parrocchia Santa Maria dei Miracoli; Parrocchia Santa Maria Addolorata alle Croci;
Zona Pastorale Andria 3 = Centro interparrocchiale per le famiglie
“Nazaret”;
Canosa di Puglia = Parrocchia M. SS. del Rosario; Parrocchia S.
Maria Assunta; Parrocchia San Sabino; Parrocchia Gesù, Giuseppe, Maria; Parrocchia Santa Teresa;
Minervino Murge = Centro Interparrocchiale di prima accoglienza
“Emmaus”;
Caritas Diocesana di Andria = Progetto Barnaba e Fondo Fiducia
e Solidarietà.
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2. Analisi e commento
Il rapporto 2010 pone una particolare attenzione alle caratteristiche dell’utenza e delle attività dei Centri di Ascolto dei tre comuni
della Diocesi al fine di meglio capire le peculiarità di chi riceve assistenza e di chi la offre.
Lo scorso anno è cresciuto il numero di persone che si sono rivolte ai Centri di Ascolto: da 596 del 2009 a 716 del 2010, con un incremento del 20,1%. In particolare, ai Centri di Ascolto di Andria si
sono rivolti 448 individui, a Canosa 195 e a Minervino Murge 73
[Grafico 1 e Tabella 1].
La crisi continua a far sentire i suoi effetti. Cresce la povertà, crescono i bisogni di chi vive nel territorio della Diocesi di Andria, cresce la domanda di aiuto. La Caritas ha risposto con l’apertura di nuovi centri di ascolto. In questi ultimi anni il loro numero è passato dagli 8 del 2008 ai 15 del 2009 arrivando ai 16 del 2010 [Grafico 2].
Gli utenti sono stati quasi esclusivamente cittadini Italiani, gli
stranieri solo 36 di cui 27 seguiti a Minervino. È necessario precisare che gran parte degli interventi a favore dei cittadini non Italiani
(anche se Comunitari) sono concentrati presso il Centro di Accoglienza “S. M. Goretti” di Andria e non sono oggetto di questo rapporto.
Proviamo a costruire un identikit dell’utente 2010 di cittadinanza
italiana. Lo faremo sottolineando le specificità che emergono nei diversi comuni.
Andria (433 utenti). Agli sportelli di ascolto si sono rivolte principalmente donne (56,0%), gli utenti avevano in prevalenza un’età compresa tra i 35 ed 54 anni (51,6%), coniugati (60,5%), con un livello di
istruzione basso (il 49,1 % non ha conseguito la licenza di scuola me-
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dia di 1° grado e il 14, 3% è analfabeta o senza alcun titolo di studio), disoccupati (38,2%) o casalinghe (30,4%) [Grafici 3- 7].
Canosa di Puglia (195 utenti). Diversa la situazione per quanto riguarda il sesso prevalente tra gli utenti: in questo caso il 54% sono
uomini. Più alta l’incidenza di coloro che hanno un’età compresa tra
i 35 e 54 anni (61,0%). Anche a Canosa prevalgono i coniugati
(57,95%), il livello di istruzione è basso, mentre elevato appare quello dei disoccupati (39,0%) e delle casalinghe (20,0%) [Grafici 8 – 12].
Minervino Murge (46 utenti). Tra i cittadini italiani che si sono rivolti al Centro di Ascolto le donne sono state in leggera prevalenza:
23 rispetto a 21 uomini (per 2 utenti il dato non è stato rilevato). La
maggioranza ha un’età compresa tra i 35 ed i 54 anni (36 su 46 utenti complessivi), è coniugato (25 su 46 individui), con un basso livello
di istruzione (25 su 46 non hanno conseguito il diploma di scuola media di 1° grado), la condizione lavorativa maggioritaria è quella di disoccupato (21 persone) seguita da quella di casalinga (13 donne) [Grafici 13 – 17].
Da questi dati emerge come la composizione socio-demografica
dell’utenza si differenzi nei tre comuni sostanzialmente per età, sesso
e stato civile. In tutti i comuni è la fascia di età “centrale” ad essere
prevalente. Esaminiamo le diversità. Ad Andria gli over 65 sono una
componente consistente pari al 13,6% a differenza di Canosa (5,6%) e
di Minervino. In particolare è a Canosa che la classe d’età centrale 35
– 54 anni ha maggiore consistenza (61,0%) rispetto agli altri due comuni. Canosa inoltre si differenzia per la prevalenza dell’utenza maschile. A Minervino la presenza di coniugati, pur essendo maggioritaria è meno significativa rispetto ad Andria e Canosa.
Un breve inciso per quanto riguarda gli stranieri rivoltisi al Centro di ascolto di Minervino. A differenza di Andria e Canosa, qui gli
stranieri sono stati in numero consistente (27 su un totale di 76 individui). Quasi uguale il numero degli uomini e delle donne (14 gli
uni 13 le altre), di età decisamente minore degli italiani (11 su 24 di
età compresa tra i 19 e i 34 anni), in maggioranza coniugati, con livello di istruzione medio - basso (superiore però a quello degli italiani) e con una consistente componente di disoccupati [Grafici 18 – 22].
Essere disoccupato è la condizione largamente maggioritaria di chi
chiede aiuto. Disoccupazione e mancato adempimento degli obblighi
scolastici sono la condizione comune alla maggioranza assoluta delle
persone rivoltesi alla Caritas. La relazione tra povertà e basso livello di istruzione viene ampiamente confermata. Da qui la consapevolezza che la lotta alle povertà non può prescindere da un forte impegno per la crescita del livello d’istruzione in termini di quantità e
qualità.
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Chi si è rivolto ai Centri di Ascolto per circa l’80% (con piccole variazioni percentuali nei diversi comuni) vive all’interno di un nucleo
familiare e ha una dimora fissa. Chi vive da solo rappresenta un percentuale minoritaria (un dato medio che oscilla intorno al 10%). Quasi inesistente la presenza di senza fissa dimora (unico dato è quello
di Canosa con 4 persone). Si conferma ancora che i Centri sono frequentati prevalentemente da persone che vivono in famiglia, non importa se “tradizionale” o di fatto. Gli interventi sono stati rivolti soprattutto a nuclei familiari, molti dei quali con figli minori. Ad Andria i figli minori delle persone rivoltesi agli sportelli di ascolto sono
366, a Canosa 173 e a Minervino 61. Ai Centri di Ascolto si rivolgono singoli individui, bisogna però evitare l’errore di considerali fuori
dal sistema di relazioni famigliari nel quale sono collocati [Grafico 23
e Tabella 2].
L’analisi dei bisogni dell’utenza mostra alcune specificità che caratterizzano i Centri di Ascolto dei tre comuni. Si tratta di una analisi che passa attraverso la valutazione della domanda effettuata
dall’operatore e che quindi risente della sua capacità di interpretazione e classificazione. Ciò nonostante le differenze che emergono meritano attenzione. Comune a tutte le realtà locali è la prevalenza di
due categorie di bisogni: quelli riconducibili ai problemi economici
(59,7% a Canosa, 47,5% ad Andria e 30,6% a Minervino) e quelli riguardanti l’occupazione e il lavoro (25,8% ad Andria, 22,2% a Canosa 22,4% a Minervino) [Tabella 3 – 5]. Ma già qui emergono le prime differenze. La “forbice” percentuale riguardante i problemi economici appare estremamente ampia tra Canosa e Minervino. Se si analizzano poi le altre voci è evidente come a Minervino i bisogni emersi dai colloqui con gli operatori Caritas riguardino una molteplicità di
tematiche praticamente assenti a Canosa mentre Andria si pone in
una posizione intermedia. Esaminiamole in dettaglio: innanzitutto
emergono le problematiche familiari (15,7%) seguite da quelle relative ai problemi di salute (10,5%) e dalle problematiche abitative
(8,2%). Ciò non significa che gli utenti di Canosa non abbiano anche
loro bisogni riconducibili a queste aree. È probabile, in questo caso,
che sia l’offerta ad orientare la domanda.
Questa ipotesi può trovare una ulteriore conferma considerando la
richiesta di intervento rivolta ai Centri di Ascolto. La domanda riguarda nella quasi totalità dei casi beni e servizi materiali (98,2% a
Canosa, 87,8% a Minervino e 79,7% ad Andria). Nulla di strano considerata la natura di questi Centri che hanno tra i loro obiettivi anche quello di fornire alimenti, vestiario, ecc.. Pur consapevoli di questa caratteristica dai dati emergono alcune differenze degne di nota.
Ad Andria ben il 20,1% delle richieste di intervento sono state di
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ascolto. Si tratta di una domanda di aiuto relazionale esplicito. È importante ricordare che qualunque richiesta di tipo materiale porta implicita una dimensione relazionale ma in questo caso il dato ci segnala, probabilmente, un maggiore orientamento dei Centri di Ascolto della città in questa dimensione. Una tale differenziazione, anche
se di più modeste dimensioni, appare anche a Minervino dove assumono una qualche consistenza richieste di tipo sanitario (4,6%) e di
ascolto (3,9%) [Tabelle 6 – 8].
Queste considerazioni sono confermate dai dati riguardanti gli interventi effettuati presso i centri di ascolto dei tre comuni della Diocesi. Le percentuali relative alle richieste degli utenti coincidono sostanzialmente con quelle degli interventi effettuati dagli operatori
[Tabelle 9 – 11].
Si può formulare l’ipotesi, meritevole di ulteriori approfondimenti
e verifiche, che i Centri di Ascolto di Canosa siano meno “orientati”
verso una offerta di tipo relazionale, ovvero che minore sia la percezione di tale componente. È altresì vero la distribuzione di cibo e di
vestiario sono un servizio che a livello locale non trova altre agenzie
e il suo venir meno avrebbe un impatto molto pesante su chi vive situazioni di disagio.
Il quadro che emerge dal rapporto chiede di pensare gli interventi di assistenza non come rivolti ad individualità decontestualizzate
ma a persone portatrici di bisogni riconducibili al proprio nucleo familiare. La famiglia e le sue povertà richiede una particolare attenzione. Ciò non significa trascurare altre tipologie di utenza (persone
sole, senza fissa dimora, ecc.) quanto piuttosto cercare di personalizzare gli interventi sulla base della diversità dei bisogni.
In conclusione, questo tempo di crisi chiede alla Chiesa locale, intesa come “communio”, di leggere attentamente i segni dei tempi, di
avere la capacità di cogliere il tempo favorevole offerto dalla “krisis”
per un profondo cambiamento degli stili di vita, di proporne altri improntati alla giustizia e alla fraternità. È questo il servizio grande
che essa può offrire partendo dai suoi Centri di Ascolto.
dr. Natale Pepe
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ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI LAICALI
AZIONE CATTOLICA
Il XIV Convegno Regionale Elettivo
di Azione Cattolica
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Recentemente si è tenuto a Monopoli il XIV Consiglio Regionale
elettivo AC dal titolo “Educare la fede, educare la vita. I laici nella
Chiesa e nella società pugliese, oggi”. È intervenuta Chiara Finocchietti, Vice presidente nazionale per il Settore Giovani, che ci ha offerto una riflessione sulla nostra associazione a servizio della Chiesa
e del Paese.
Offriamo una sintesi del suo intervento.
Questo Anno Associativo si è aperto con le Settimane Sociali e si
chiuderà con il Congresso Eucaristico Nazionale: il segno del nostro
impegno da laici nella città, radicato nell’eucarestia.
È l’anno un cui festeggiamo il 150° compleanno del Paese: l’AC in
questa storia ci sta da 143 anni, sempre con l’amore e il servizio alle istituzioni e al Paese (tra l’altro quando nacque si chiamò società
della Gioventù Cattolica Italiana, aveva già questo elemento unitario
al suo interno).
È, ancora, il primo anno del decennio che i nostri Pastori dedicano
al tema dell’educazione: l’AC è anche espressamente ricordata nel documento “Educare alla vita buona del Vangelo”. Al capitolo 4, dedicato
alla “Chiesa comunità educante”, quando si parla della Parrocchia e
della aggregazioni laicali nella comunità cristiana, al n. 43 si dice che:
«Nelle diocesi e nelle parrocchie sono attive tante aggregazioni ecclesiali: associazioni e movimenti, gruppi e confraternite. […] Tra queste realtà, occupa un posto specifico e singolare l’Azione Cattolica, che
da sempre coltiva uno stretto legame con i pastori della Chiesa, assumendo come proprio il programma pastorale della Chiesa locale e costituendo per i soci una scuola di formazione cristiana. Le figure di
grandi laici che ne hanno segnato la storia sono un richiamo alla vocazione alla santità, meta di ogni battezzato».
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Il decennio sull’educazione ci chiama, allora, a mettere la nostra
grande tradizione educativa a servizio della Chiesa e del Paese, come
facciamo da sempre.
L’educare in AC implica la presenza di “virtù laiche”. Perché
virtù? Perché sono qualcosa che non possiamo procurarci da soli: sono un dono (si pensi alle virtù teologali); sono, poi, doni non acquisiti per sempre, ma che vanno continuamente esercitati. Tali virtù sono:
1. Gratuità. È una delle più grandi virtù dell’AC, che insegna a
donare gratuitamente il proprio tempo, l’intelligenza, la passione, senza chiedere nulla in cambio, e anzi, spesso e volentieri, rimettendoci
del proprio. È qualcosa che dà scandalo e che fa nascere interrogativi in chi ci sta intorno, interrogativi che siamo chiamati ad accompagnare, perché da essi può nascere anche un percorso di ricerca spirituale.
2. Democraticità. L’AC è scuola di partecipazione, di democrazia.
Si impara a costruire un progetto comune, a fare discernimento comunitario: democraticità in Ac non significa che vince l’idea ella maggioranza sulla minoranza, ma che se si partecipa ad una riunione con
due idee diverse molto spesso se ne esce con una terza che prende il
meglio delle due.
3. Unitarietà. L’unitarietà è una scelta della nostra associazione,
una scelta tutt’altro che scontata: intanto è una scelta relativamente
giovane, che ha poco più di 40 anni.
Unitarietà significa anche avere uno stile: cercare sempre quello
che unisce piuttosto che quello che divide, non solo dentro l’associazione ma anche fuori: si pensi al legame e all’impegno per la comunione con le altre associazioni.
4. Organicità. In AC si fa formazione globale, umana e cristiana;
e inoltre è un percorso di formazione graduale e continuo.
5. Popolarità. La scelta della parrocchia è la scelta di essere radicati dove le persone vivono, nei nostri quartieri, vicino alla case. Ce
lo dice l’etimologia stessa della parola Parrocchia: parà-oikia, presso
le case; ma è un verbo che indica anche un dinamismo, viene infatti
utilizzato per indicare lo “stare” del popolo d’Israele presso gli Egiziani, un dimorare “mobile”, proprio di chi è sempre in pellegrinaggio.
Quali, allora, gli snodi associativi?
1. Cura della vita spirituale. È il cuore di tutto il nostro impegno.
Ma la cura della vita spirituale passa soprattutto attraverso la relazione con un assistente o una figura che sia di riferimento.
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2. Attenzione alla formazione di educatori e responsabili. È il patrimonio più prezioso della nostra associazione: tanti giovani e adulti
che si spendono con generosità, dedizione e sacrificio per aiutare i più
piccoli e i loro coetanei nel loro percorso di crescita e di formazione.
Per questo è centrale aiutarli a vivere al meglio questo loro servizio,
a inserirlo nel loro percorso più ampio di formazione.
3. Attenzione e impegno per il bene comune.
La nostra forza, allora, è il nostro essere insieme, il nostro essere
comunità, realtà che aggrega e che sta nel cammino della Chiesa.
Gabriella Calvano
Segretaria Diocesana di A.C.
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Riflessioni in margine
al XXXI Convegno Bachelet a Roma
Celebrare una ricorrenza storica importante, se non è solo rifugio
nel già avvenuto, può rappresentare un modo di essere e di crescere.
In una fase in cui anche l’Italia si trova in una condizione di risorgente popolarità tra apertura all’Europa e al mondo e radicamento
identitario, diviene pressante il bisogno di riconoscersi come comunità
nazionale, come italiani d’Europa e come cittadini di ogni più piccola
parte del Paese e di chiedersi che cosa ci unisce pur nelle distinzioni della pluralità.
Questo e molto altro è stato oggetto di studio e di riflessione nel
corso del XXXI Convegno Bachelet dal titolo “L’unità della Repubblica oggi. Tra solidarietà nazionale, autonomie e dinamiche internazionali”, tenutosi recentemente a Roma, a cui ho avuto la fortuna di partecipare per diletto, oltre che per motivi di studio e di ricerca.
Il programma del Convegno è stato estremamente nutrito di interventi particolarmente interessanti e significativi, divisi in due sessioni. La prima dal titolo “La memoria e le ragioni da condividere”
ha visto gli interventi di Roberto Gatti, dell’Università di Perugia, e
di Albero Monticone, già Presidente Nazionale di AC e direttore
dell’Istituto Toniolo. A questi interventi, sempre all’interno di tale
sessione, è seguita una tavola rotonda, nell’ambito della quale ci si è
interrogati sul senso dell’unità per gli italiani di oggi. Nella seconda
sessione, dal titolo “L’unità alla prova delle autonomie e dei processi
sovranazionali”, dopo gli interventi di Marco Olivetti dell’Università
di Foggia e di Ugo Villani, professore alla LUISS “Guido Carli”, si è
insieme riflettuto nella tavola rotonda intorno a “L’unità nell’orizzonte del bene comune”.
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Se scrivessi un sunto di tutti gli interventi al Convegno, probabilmente rischierei di dir tutto e non dir nulla. Mi preme, tuttavia, poiché lo ritengo opportuno, soffermarmi sul senso dell’unità nazionale
oggi, in quanto riconosco che, ancora, per dirla con Massimo D’Azeglio, «Fatta l’Italia, dobbiamo fare gli italiani».
La costruzione di una comune, per quanto articolata e pluralistica, consapevolezza storica rappresenta il passaggio indispensabile da
cui prendere le mosse per pensare il futuro del nostro Paese. Il che
non significa, ovviamente, tacere le ombre, i limiti, i nodi irrisolti di
un percorso storico difficile e complesso. Quel che preoccupa non sono le analisi, anche impietose, che possono emergere dal sempre necessario lavoro di riesame critico del passato. «È giusto», ha sottolineato anche Napolitano, «ricordare i vizi d’origine e gli alti e bassi di
quella costruzione, mettere a fuoco le incompiutezze dell’unificazione
italiana e innanzitutto la più grave tra esse che resta quella del mancato superamento del divario tra Nord e Sud». Quel che preoccupa,
invece, è che sempre più diffusamente, nel nostro Paese, si faccia ricorso a modi di raccontare il passato tutt’altro che rigorosamente
scientifici e che sembrano soprattutto funzionali a piegare la vicenda
storica alle esigenze ideologiche o agli interessi politici ed economici
dell’oggi.
In questi centocinquanta anni, la costruzione della consapevolezza
del significato dell’unità nazionale è passata attraverso canali diversi.
Non solo le istituzioni, infatti, hanno giocato un ruolo nel processo di
formazione della coscienza nazionale degli italiani, il cui senso di appartenenza alla nazione è stato formato, sia in senso positivo che in
senso negativo, da una molteplicità di attori: innanzitutto, le differenti culture politiche, ma non solo: anche la scuola e la letteratura,
gli organi di informazione, il cinema, la televisione hanno inciso in
maniera significativa.
Insieme a questi, anche l’associazionismo ecclesiale, in particolar
modo quello giovanile, ha contribuito alla maturazione di una cultura di attaccamento alla Patria.
Siamo, dunque, chiamati come cattolici, oltre che come italiani, a
guardare con amore all’Italia e al percorso compiuto dal 1861 ad oggi, mossi solo dalla ricerca del bene comune e dalla individuazione di
ciò che ci fa sentire ed essere parte integrante della comunità nazionale. È questa una occasione propizia per rispondere all’interrogativo
circa il nostro modo di esercitare la duplice cittadinanza, secondo le
chiare ed impegnative linee dettate dal Concilio Vaticano II, non in
maniera astratta né meramente risolta nell’intimo della coscienza,
quanto piuttosto nella specificità della condizione storica.
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Riflettere e valorizzare l’unità del Paese comporta pertanto dare
una nuova risposta alla perenne domanda di senso dell’essere italiani, domanda che ogni generazione di cristiani si deve porre, nei momenti felici, nei quali è quasi naturale rispondere positivamente, e
nei periodi di crisi, di difficoltà o di perdita di orizzonte, ben consci
che il profilo dell’italianità non è un dato tracciato una volta per tutte, né la somma di approssimazioni successive nel tempo, ma un
obiettivo ed una scoperta da rinnovare continuamente.
Gabriella Calvano
Segretaria Diocesana di A.C.
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Celebrazione di saluto di due Suore Orsoline
della comunità parrocchiale di san Riccardo ad Andria
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La comunità di San Riccardo, il 28 agosto scorso, ha salutato, abbracciato e ringraziato sr. Delfina e sr. Annamaria della Famiglia
delle Suore Orsoline, figlie di Maria Immacolata, operanti dal 2003,
per la preziosissima e significativa presenza manifestate in questi anni di vita pastorale. I gesti d’amore, la singolarità della vita, a volte
silenziosa e a volte ben visibile, comunque forte e concreta, sono stati vissuti e testimoniati nella verità e carità da queste nostre sorelle,
che ci lasciano per altri incarichi e in contesti diversi. Che dire di loro? Due donne speciali per i tratti che le hanno caratterizzato nella
vita della comunità: servire l’Amore nell’ ordinarietà della vita.
Per sr. Delfina, che oserei definire donna della carità, i poveri, i
bisognosi sono stati la sua passione, hanno trovato ospitalità nella casa senza porta del suo cuore, ravvivando in lei i pensieri di donazione e di preferenza per queste persone, che sempre ha manifestato a
tutti. La Comunità di San Riccardo l’ha ringraziata di cuore per il lavoro svolto in questi 8 anni, e a tale scopo ha pregato il Signore perché sr. Delfina continui, nella semplicità e nell’umiltà, atteggiamenti
e qualità con cui si è presentata sin dal primo giorno, a spendersi
senza risparmio sull’esempio che viene da Cristo e dal dono del suo
Spirito, che è Amore, l’amore con cui Dio si ama e ci ama. La vita
cristiana è una vita bella ma nella compagnia degli altri. È stato fortemente sottolineato da sr Delfina quando rivolgendosi all’assemblea
ha esclamato: “ il tempo trascorso con voi è stato il periodo più bello
della mia vita. Anzi da quando sono venuta in Andria mi sono sentita sempre attratta da voi. Quando don Vito Miracapillo, che è stato
un padre per questo quartiere, questa comunità, venne a chiedere
l’aiuto di noi Orsoline, io l’ho ritenuto un segno della provvidenza.
Avrei voluto darvi, come dice S. Paolo, la mia stessa vita, tanto mi
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siete diventati cari. Ma vi assicuro che è molto di più di quello che
ho ricevuto da voi: una sincera accoglienza, un grande insegnamento
di fede, di amore vero e generoso per la chiesa, di gioiosa e fraterna
collaborazione. Vi sono immensamente grata e i vostri volti, i vostri
nomi sono scritti ad uno ad uno nel mio cuore….A don Giuseppe la
mia gratitudine e ammirazione per come ha amato e servito nella sua
giovane età, con dedizione ed entusiasmo, questa carissima parrocchia
e quartiere; a don Sabino il mio affetto per la sua presenza, il suo
aiuto e il dono illuminante della sua parola. Quello che vi raccomando è di conservare la fede, di stare uniti, di accogliere con cuore grande i nuovi figli che verranno a popolare questo bellissimo quartiere e
ad accrescere la comunità”.
La Comunità di San Riccardo è grata al Signore anche per quanto ha operato nella vita di sr. Annamaria, che con la sua preziosa
presenza e tenacia, ha assicurato, in questi cinque anni, la formazione dei bambini e dei ragazzi e con la sua disponibilità ha accompagnato i catechisti e le famiglie dei bambini a sviluppare e rafforzare
il senso di appartenenza alla comunità con consapevolezza e responsabilità, collaborando con tutti in maniera significativa e propositiva.
Possa il Signore alimentare in lei questo desiderio di Lui e farla crescere alla Sua scuola in cui il dialogo, il confronto e l’amore crocifisso siano per lei fondamenta privilegiate. Cinque anni…sono passati,ha
rilevato sr. Annamaria giusto il tempo di intessere rapporti significativi, di scoprirci gli uni gli altri dono di Dio. Il tempo, a volte, può
sembrare ingrato nel suo mettere fretta, nel suo irrompere inatteso, nel
suo spezzare legami improvvisamente. In questi 5 anni ho vissuto
l’amara esperienza di perdere mia mamma e mio papà, Nunzia, Rosa, il piccolo Francesco, Vincenzo, Sabina… per ricordare solo alcune
delle persone che la vita si è portata via e che hanno segnato la mia
esistenza. Ma la vita stessa ci parla di speranza, di rinnovamento,
ogni nuovo giorno ci invita a rinascere, a sorridere, a ricominciare. E
ci si trova cambiati. E così, ripensando al giorno in cui sono venuta
in mezzo a voi e vi ho conosciuti, i ricordi si caricano non solo di tristezza per dovervi lasciare, ma anche di gratitudine. Il passare del
tempo imprime in me una nuova consapevolezza: la mia vita si impreziosisce grazie a ciò che mi lascio alle spalle e grazie a ciò che mi
sta di fronte; è così per la forza dell’amore. È l’amore che mi/ci permette di trasformare la realtà e di crescere rigenerandoci continuamente: “E fu sera e fu mattina”; questa espressione biblica segna anche per noi una nuova genesi, un nuovo inizio perché ci riconsegna i
giorni diventati i nostri e i volti: chi eravamo, chi abbiamo conosciuto e amato. È come sfogliare un album di foto di famiglia: ci ritroviamo dentro tutti. In questo mosaico di vita, come filtrato attraverso
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le lacrime, il passato viene assunto, rinnovato, interiorizzato come parte di me stessa: io sono diventata ciò che ho vissuto. E un senso di
profonda gratitudine mi attraversa l’anima.… “Grazie a te don Giuseppe, nostro carissimo parroco, che nel tuo ministero presbiterale e
guida della comunità di San Riccardo hai accolto il carisma del Beato Zefirino Agostini e hai fatto spazio all’azione dello Spirito e alla
sua opera; ringrazio te, don Sabino che con saggezza e paziente carità
hai seguito i passi di tutti noi orientandoli verso Dio. La bellezza della fraternità che ho sperimentato sia custodita da ciascuno di voi e costantemente esercitata: prendetevi cura ognuno del proprio fratello-sorella così come il Signore Gesù si è preso cura di noi.
Non possiamo che lodare e benedire il Signore per le grandi meraviglie che compie nella vita dei suoi figli. A sr Delfina e a sr Annamaria diciamo grazie per aver saputo coniugare nella loro vita spirituale e attività pastorale competenza, simpatia e umanità.
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Maria Miracapillo
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Un nuovo mosaico
per la comunità di Gesù Liberatore a Canosa
La sera del 9 Aprile, presso la Parrocchia “Gesù Liberatore” di Canosa di Puglia, è stato reso pubblico il mosaico del “GESÙ RISORTO
E LIBERATORE”, a cui è dedicata la Chiesa Parrocchiale e che fa riferimento alla 15ª stazione della Via Crucis e mistero centrale e vivo
dell’anno liturgico: la morte e risurrezione di Gesù.
È un’opera maestosa, e monumentale che impreziosisce la nostra
chiesa, e che al tempo stesso rende la nostra città testimone di un’arte religiosa moderna.
Osservando questa splendida opera, tutta la comunità parrocchiale non può fare a meno di ripercorrere tutto il camino fatto: da quel
lontano Giugno 1991 quando veniva posta la Prima Pietra della futura chiesa (su quel terreno che era un uliveto) fino ad oggi.
La gioia, la soddisfazione, lo stupore e la meraviglia che si leggono sui volti dei membri della comunità nel vedere tutti i progetti pian
piano realizzarsi, bastano a ripagare tutti i sacrifici, gli sforzi e l’impegno che giorno dopo giorno i sacerdoti, sostenuti da catechisti, animatori, mettono a disposizione della Parrocchia per renderla sempre
più una meravigliosa realtà nell’intero quartiere e non solo.
Paola Cecca,
Redazione “Insieme”
Impegno, sacrificio e fiducia sono le chiavi di lettura per contemplare la bellezza del nuovo mosaico che domina la parete presbiteriale della nostra chiesa. Impegno e sacrificio da parte dei realizzatori
del mosaico, Sabino Detto e sua moglie Lucia, e della parrocchia che
in mille modi ha trovato e si sforza ancora di trovare tutti i fondi necessari per la realizzazione di questo progetto. Fiducia da parte di
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chiunque ha creduto nel completamento dei lavori, nonostante periodi di difficoltà che a volte hanno generato anche dei ritardi. Un’opera attesa da anni, parla chiaramente di ogni singolo componente della comunità che ora, guardandola, rivive i momenti in cui l’aula liturgica era solo un grande cantiere. Parlano chiaramente le lacrime
di chi, tornando in parrocchia dopo diverso tempo, si sente chiamato
da Gesù Risorto ad entrare nel cenacolo. Sono undici gli apostoli riuniti che contemplano la realtà della resurrezione, ne manca uno, Giuda, che non è stato in grado di accogliere la propria fragilità e la misericordia di Dio. Ciascuno di noi, nella preghiera e nella contemplazione, può prendere quel posto vuoto, perché Gesù, nel suo atteggiamento benedicente sembra invitarci ad entrare in quel luogo santo,
perché anche noi possiamo contemplare quelle piaghe che la resurrezione ha trasformato e vivificato.
È l’insieme dei colori, delle forme, dei contorni, delle sfumature
che rende la bellezza di quest’opera i cui tratti parlano fedelmente il
linguaggio del famoso salesiano Guerrino Pera, co-ideatore dell’opera.
Gli occhi della fede ci aiutano a scoprirne tutti i significati impliciti:
la grandezza della sola figura di Gesù - siamo intorno ai sei metri di
altezza- ci dice quanto siamo piccoli al suo cospetto, ma allo stesso
tempo la sua voglia di “imporsi” nella nostra comunità con il Suo modo di agire, con il Suo modo di amare, con il Suo Vangelo, tenuto
stretto nella sua mano sinistra. È come se ancora di più, ora, con
questa raffigurazione, tutto sia posto sotto i suoi occhi, che, per la loro forma, sembrano fissare da qualsiasi punto della chiesa.
Tutta la scena, concentrata sull’immagine del Cristo che emerge
chiaramente per lo spessore del suo contorno, è racchiusa in un semicerchio le cui estremità sono occupate da due capisaldi della nostra
fede: san Pietro e san Giovanni Apostolo, entrambi raffigurati con le
stesse tonalità di colore rosso, il primo al lato destro di Gesù, il secondo sulla sinistra. Si intravedono le braccia alzate di un apostolo:
è Tommaso, che, dopo essersi realmente reso conto di stare alla presenza del Maestro, non può contenere la sua gioia e la manifesta pienamente. Da notare il particolare della porta chiusa: è la porta della
paura, la porta della fuga dal giudizio de Giudei, la porta della nostra paura nei confronti di un Dio che vuole parlarci e trasformarci.
La forza di Gesù, però, è più grande, perché vuole “imporsi” anche
nella nostra vita, vuole impossessarsi di ciò che siamo per trasformarci, e donarci quella luce di cui egli stesso è avvolto. La stessa luce che si può notare sui volti di tutti gli apostoli e diffusa nello stesso cenacolo. Contempliamo allora la scena del Risorto, la scena della
gioia oltre alla scena della paura: luce, gioia e stupore sono tutti doni che derivano da colui che entrando ha esclamato: “Pace a voi!”.
CRONACA DI VITA DIOCESANA
La nostra comunità non poteva non prepararsi con diverse iniziative all’accoglienza di questa opera: un oratorio sacro di meditazione
realizzato da alcuni membri della comunità; la presentazione artistica del mosaico tenuta dallo stesso progettista e realizzatore, Sabino
Detto; la riflessione biblico-teologica guidata dal nostro concittadino
mons. Michele Lenoci.
Siamo contenti di poter godere ogni giorno della visione di questa
grandezza, che vale la pena gustare di persona: sarà l’occasione anche da una parte di fermarsi a riflettere sul mistero del Risorto,
dall’altro di contemplare la realizzazione di un alto esempio di arte
moderna.
don Vincenzo Chieppa
Redazione Insieme
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La Giornata della Concordia e del bene comune
a Canosa
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Il 24 marzo scorso nel salone di Gesù Liberatore si è celebrata la
terza Giornata della Concordia e del Bene Comune, istituita dal nostro Vescovo per aiutare tutti a “stare nella storia con amore”, al fine di sviluppare, in sintonia con il programma pastorale diocesano,
una maggiore testimonianza del nostro credere e una più attenta e
incisiva capacità di dialogo e di costruzione del bene comune con tutte le persone di buona volontà presenti sul nostro territorio, nelle istituzioni, nel mondo culturale, lavorativo, del volontariato e dell’associazionismo in generale.
Le tematiche su cui abbiamo fermato l’attenzione e abbiamo inteso confrontarci e individuare passi anche piccoli da fare insieme, nella presa di coscienza delle criticità e nella comune responsabilità delle soluzioni, hanno riguardato l’ambiente, il lavoro, la sicurezza e la
legalità, realtà di più ampia discussione e preoccupazione nel nostro
Paese, in Europa e nel Mondo, che coinvolgono profondamente anche
noi nella ricerca della qualità e della solidarietà della vita, di una vita dignitosa per i singoli e le famiglie, di una vita collettiva avvertita e costruita secondo onestà, giustizia e scevra da fenomeni malavitosi e delinquenziali, da irreponsabilità formative e di comportamenti
quotidiani, da ipocrisie e costrizioni di ogni tipo, da sfruttamenti e
usura.
Il succedersi delle relazioni e degli stacchi musicali e visivi brevi
ed efficaci ha contribuito a vivere con attenzione e partecipazione la
serata, durata quasi tre ore, dalle due previste, e ha registrato la presenza della quasi totalità delle persone sino alla conclusione.
La Giornata, certo non è la soluzione dei problemi cittadini, ma
costituisce un momento e un luogo privilegiato di incontro delle diverse componenti cittadine: istituzionali, sociali ed ecclesiali, come ri-
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conosciuto dai diversi relatori e dal sindaco, rag. Francesco Ventola,
nei loro interventi, come pure di ascolto reciproco e riflessione, di discernimento di cammini da percorrere per attuare il bene comune e
imprescindibile della persona umana e dell’intera collettività.
Abbiamo cercato nella preparazione e nell’esposizione delle tematiche di guardare con oggettività alla realtà che ci riguarda, di chiedere a tutte le parti impegno serio e costruttivo, agli adulti coerenza
e capacità formativa verso le nuove generazioni, agli amministratori
e politici autorevolezza fatta di convinzioni profonde, servizio costante e autentico, dedizione al bene comune e allo sviluppo della cittadinanza e delle risorse del territorio.
I punti evidenziati con più forza nelle relazioni e che devono costituire il vademecum dell’impegno da vivere sono stati:
- Informazione più puntuale e a tappeto
- Consapevolezza maggiore negli ambienti formativi
- Riorientare paradigmi di riferimento
- Pensare globale e agire localmente
- Responsabilità e cura dei territori
- Inclusione
- Sostenibilità e apprendimento permanente
- Soggettività individuale e sociale
- Pianificare il futuro
- Creare lavoro a partire dalla vocazione del territorio e dalle competenze
- Nuova coscienza di condivisione
- Condividere gli obiettivi e lavorare insieme
- Sviluppo nella legalità e contrasto alla paura e all’isolamento
- Avamposti di legalità
Un ringraziamento è stato espresso da tutti gli intervenuti al Vescovo e alla Diocesi per questa opportunità di ripensamento e verifica della vita cittadina. A nome del Vescovo, il vicario generale don
Gianni Massaro ha porto i saluti all’assemblea e ha tenuto a sottolineare, in chiusura, la bontà di una alleanza vissuta a tutti i livelli e
della responsabilità sociale nell’affermazione del bene comune. Alla
cittadinanza, ora, la coerenza di vita con i buoni propositi e le buone
intenzioni.
don Vito Miracapillo
Direttore dell’Ufficio di Pastorale Sociale
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Esperienze pastorali estive
a Minervino
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Mentre lentamente riprendiamo i nostri consueti ritmi lavorativi,
mentre anticipiamo di “qualche ora” le nostre sveglie per andare a
scuola, mentre ci proiettiamo a vivere un nuovo anno pastorale… con
grande piacere ricordiamo e vogliamo raccontarvi come la chiesa minervinese ha vissuto questa stagione estiva!
È sicuramente il GREST “Sotto questo sole” a costituire, a fine
giugno, il fischio d’inizio di questa calda estate …sotto il grande Sole che ha riscaldato e fatto crescere tutti noi, piccoli acini nella vigna
della Chiesa, abbiamo fatto un raccolto abbondante per il “vino più
dolce che c’è”. Bella anche la giornata interatoriana che ha visto i ragazzi di tutte le comunità parrocchiali accendere le vie del paese con
il loro contagioso entusiasmo.
Ricorderemo questa estate anche per le tante “partenze”: la SETTIMANA MARINA per i più piccoli, i due campiscuola per i ragazzi
di scuola media e per i giovanissimi a POLICORO, le particolarissime esperienze degli SCOUT in Basilicata e in Salento, la GMG di
Madrid, il camposcuola per le famiglie a cura della parrocchia Incoronata ed infine nei primi giorni di settembre il pellegrinaggio diocesano a Lourdes partecipato da un bel gruppo di pellegrini e soprattutto di volontari.
Sul treno della nostra estate minervinese non poteva mancare
nessuno; infatti sostenuti dal Piano di Zona anche i ragazzi economicamente disagiati e i ragazzi della Bielorussia, ospiti presso alcune
famiglie, sono stati dei nostri.
Un’attenzione particolare abbiamo riservato ai nostri cari emigrati che nel periodo estivo tornano numerosi in paese: la festa dell’emigrato, organizzata dalla parrocchia Madonna del Sabato, è stata l’occasione per ritrovarsi e ravvivare il comune senso di appartenenza e
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soprattutto la fede. E per combattere la calura estiva abbiamo trovato sollievo a 20 metri sotto terra nella Grotta di San Michele, aperta
quotidianamente ai visitatori per tutto il mese di agosto e dove il 12
agosto, si è ripetuto l’atteso appuntamento di “Nottingrotta”, giunto
alla sua IV edizione: un momento di spiritualità e di festa favorito
dalla suggestiva visita notturna della grotta.
Dopo anni le nostre parrocchie hanno riscoperto la gioia della condivisione del tempo e delle amicizie e il piacere di camminare insieme verso la stessa Meta.
Che ne dite: “È lo spirito giusto per iniziare un nuovo anno pastorale?”
don Angelo Castrovilli
Parrocchia S. Michele Arcangelo - Minervino
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NOTIZIE
SEGNALAZIONI
Un volume sulla Chiesa Madre di Minervino
C. GELAO - L. RENNA, Minervino Murge.
Testimonianze su un’antica diocesi, Et/Et, Andria 2011
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L’11 luglio, nella sacrestia Capitolare di Minervino, il prof. Cosimo Damiano Fonseca, accademico dei Lincei, ha presentato il volume
che raccoglie gli atti dei convegni del 2008 sull’antica cattedrale murgiana. Sono interventi il presidente della Provincia BAT Francesco
Ventola, il vicario generale della Diocesi don Gianni Massaro, l’assessore alla cultura del Comune dott.ssa Alessia Carozza, il vicepresidente dell’Archeoclub Luigi Chieppa. Ha moderato la professoressa
Enza d’Aloja dell’Archeoclub di Minervino. Riportiamo di seguito la
presentazione del volume.
“Nel cuore di ogni città europea di qualche importanza, vi è una
Cattedrale, segno della presenza- in un arco di secoli o meno lungodi una comunità cristiana operosa. Tipicamente grande, questa struttura s’impone sulla coscienza del cittadino come del turista, costituendosi come un tratto significativo dl luogo. Depositaria d’innumerevoli cimeli del passato, invita a cogliere l’identità storica degli abitanti del posto,e a collegarla allo slancio creativo ingenerato dalla fede; la bellezza dell’edificio e dell’arte che l’arricchisce infatti fornisce
una chiave di lettura della vita interiore di coloro che l’hanno voluta,
costruita e mantenuta, cifra sicura dei valori collettivi che da due
millenni plasmano l’esperienza spirituale d’Europa.”1 Con queste frasi
così dense, don Timothy Verdon, sintetizza il senso della Cattedrale
nello spazio e nel tempo di qualunque centro, metropoli o paese che
sia, dell’Europa. La cosiddetta età delle Cattedrali, dal XII al XV secolo, riguarda anche Minervino, con la sua prima antica cattedrale (
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T. VERDON, Bellezza e identità. L’Europa e le sue Cattedrali, FMR, Milano 2007, 15
SEGNALAZIONI
probabilmente un’antica chiesa divenuta Cattedrale nel secolo XI), demolita per fare spazio all’attuale nel corso di tutto il 1500. L’occasione delle celebrazioni del IV centenario della dedicazione da parte del
vescovo mons. Giacomo Antonio Caporali, ci ha dato la possibilità di
celebrare un anno giubilare particolare e di tornare sugli studi storici di Giuseppe d’ Aloja, e di approfondirli, alla luce di una documentazione più ampia e di una critica artistica particolarmente attenta a
leggere le trasformazioni che questo luogo di culto e di vita cristiana
ha avuto.
Un grazie particolare va al nostro Vescovo mons. Raffaele Calabro,
che con cura di Pastore, non solo nel 2000 ha voluto dare un volto
nuovo alla nostra Chiesa Madre con i lavori di restauro dell’interno,
amorevolmente seguiti dall’Economo generale e nostro concittadino
mons. Nicola de Ruvo, ma ha voluto con un suo decreto dare lustro
e significato alla celebrazione del IV centenario.
Un grazie dobbiamo tutti a don Vincenzo Giorgio, parroco della comunità e solerte custode della Cattedrale, e dal comitato da lui istituito, che hanno voluto richiamare la comunità cittadina al valore di
questo antico tempio della nostra fede e della nostra storia.
Nel volume vengono raccolti gli atti di due convegni: il primo, celebrato il 24 maggio 2008, dal titolo “Le associazioni laicali nella Cattedrale di Minervino, secc. XVIII-XX”, organizzato con l’aiuto della
dott.ssa Liana Bertoldi Lenoci, esperta in Confraternite e solerte organizzatrice degli studi che hanno contribuito ad approfondire la storia della vicina Canosa, antica madre della nostra fede; il secondo,
del 19-20 settembre 2008, dal titolo: “La Chiesa Madre di Minervino:
storia ed arte di un’antica Cattedrale”, con un programma aperto ad
ulteriori ricerche elaborato con mons. Luigi Michele De Palma della
Facoltà Teologica Pugliese.
Gli atti di questi convegno si aprono con gli studi sulla struttura
architettonica della Cattedrale, con interventi della dottoressa Clara
Gelao, direttice della Pinacoteca Provinciale di Bari, della professoressa Teresa D’Avanzo sui restauri ottocenteschi, del dottor Vincenzo
Zito sull’antico episcopio dei Vescovi di Minervino. Non è stato possibili e studiare le tele e gli arredi liturgici della nostra Chiesa Madre,
ma solo gli argenti, con un competente studio dell’esperto Giovanni
Boraccesi. La seconda parte della pubblicazione raccoglie studi sulla
vita di cui è stata protagonista questa antica chiesa: anzitutto la cronotassi dei Vescovi di Minervino, una riflessione sullo “status quo” degli studi su Minervino del professor mons. Luigi De Palma della Facoltà Teologica Pugliese, poi due studi del dottor Francesco Di Palo,
uno sulla Visita pastorale di mons. Pacecco nel 1728, che ci dà uno
spaccato della vita ecclesiale e civile di quel tempo, e uno sulle Con-
123
NOTIZIE
124
fraternite della cattedrale in età moderna. Seguono uno studio della
professoressa Liana Bertoldi Lenoci sulle confraternite in età moderna ed uno di don Vincenzo Turturro sull’antica Confraternita del SS.
Sacramento. Il professor Guido Barbera ci illustra il ruolo e il peso
economico delle proprietà del Capitolo nella realtà di Minervino. Infine un breve studio del sottoscritto sull’evoluzione della funzione liturgico-pastorale della Cattedrale tra Ottocento e Novecento. L’ultima
parte degli atti raccoglie le memorie dei programmi svolti durante il
Centenario, curate dal Parroco don Vincenzo Giorgio. Un altro studio
del dottor Antonio Franco sulla devozione all’Addolorata e la Confraternita del SS. Sacramento troverà posto nelle successive pubblicazioni in programma per approfondire la storia minervinese..
Dietro il convegno del 2008 e gli atti raccolti c’è un disegno etico,
quello di voler edificare la nostra coscienza anche con la lettura della storia, della nostra storia. Alla nostra coscienza parla di identità e
di radici cristiane, ma parla anche di cura dei valori che da essa promanano. L’augurio è che questi atti possano risvegliare in noi il desiderio di edificare con le pietre della nostra cultura e del nostro agire il presente e il futuro della Chiesa e della società, con la stessa
cura con cui il passato ci ha consegnato le sue semplici, ma solide vestigia.
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STUDI ED INTERVENTI
Un vescovo andriese e l’Unità d’Italia:
mons. Felice Regano, pastore di Catania
di don Luigi Renna
Il rapporto tra la Chiesa e il nuovo governo italiano fu per decenni molto problematico e costituisce una pagina di storia locale interessante da studiare o semplicemente da ricordare: soprattutto i
vescovi, che avevano giurato fedeltà ai sovrani borbonici, furono restii
ad accettare il nuovo stato di cose, ma tra di essi ci furono delle eccezioni che, senza strumentalizzazioni retoriche, vanno ricordati. Dal
professor Antonino Blandini ricevo delle interessanti notizie, che in
parte vengono riportate in questo articolo, sull’andriese mons. Felice
Regano, vescovo di Catania proprio durante il periodo dell’Unità d’Italia. Mons. Regano è sepolto a Catania, ma la sua famiglia fece erigere in suo ricordo, nella cattedrale di Andria un monumento funebre, a sinistra dell’ingresso.
Nato ad Andria, il 5 giugno 1786, compiuti gli studi a Napoli, fu
ordinato presbitero il 16 giugno 1816. Docente nel nostro seminario
vescovile, esaminatore prosinodale e vicario capitolare di Andria nel
1830, il 15 maggio 1839 era stato presentato da Ferdinando II alla
Santa Sede vescovo per la diocesi etnea, in ossequio all’indirizzo politico dei Borboni di sistemare anche ai vertici dell’amministrazione ecclesiastica in Sicilia prelati delle province napoletane del “continente”.
Il 1 settembre fu consacrato vescovo a Roma dal cardinale Emanuele
De Gregorio e fece il suo ingresso a Catania il 12 novembre.
Il nuovo vescovo in quanto “napoletano”, anche se poco favorevole
al tribunale della monarchia, non fu bene accolto dal clero e si rivelò
energico, e rigoroso riformatore per la dignità del sacerdozio e “padre
dei poveri” come recita il semplice epitaffio funebre nel Duomo di Catania.
Non mancarono denigratori e detrattori, che ricorrevano anche a libelli calunniatori gratuiti e privi di fondamento, nonostante
fosse amato dal popolo, al quale come “unico parroco della città” so-
125
STUDI ED INTERVENTI
126
leva tenere lezioni di catechismo. Nel 1844 il vescovo aveva approvato il testo di un catechismo in dialetto scritto dal can. Martino Ursino. Ventimiglia. Mite ed umilissimo, severo e circospetto, si rifiutò di
svolgere attività politica di connivenza al regime poliziesco che opprimeva Catania, e durante i moti rivoluzionari del 1848-1849 per l’indipendenza dell’Isola, palesò apertamente, con convinzione e senza indugio, le sue simpatie liberali verso i patrioti siciliani, benedicendo il
7 febbraio 1848 solennemente il vessillo tricolore. Partecipò al Parlamento generale “per adattare ai tempi la costituzione del 1812 e provvedere a tutti bisogni della Sicilia”. Regano nel 1854 nominò professore in seminario, il palermitano Melchiorre Galeotti, sacerdote delle
Scuole Pie, in esilio a Catania perché aveva partecipato alla rivoluzione del 1848. “Io sono il pastore dei catanesi, non il poliziotto del
governo!” avrebbe risposto coraggiosamente al ministro di Polizia,
marchese Francesco Del Carretto, che lo invitava ad essere suo “informatore e confidente” circa i catanesi presunti “sovversivi” e soprattutto in merito alle idee politiche dei singoli sacerdoti della sua diocesi verso la Corona del Regno delle Due Sicilie ..
La mattina del 31 maggio 1860 le campane di Catania annunciarono l’insurrezione sulla scia dell’avanzare dei Mille di Garibaldi a
Palermo. Il mattino del 4 giugno le campane annunziarono l’evacuazione delle truppe napoletane dopo un ennesimo saccheggio e dirette
a Messina nel timore che arrivasse Garibaldi.
I catanesi furono grati al loro vescovo riconoscendogli, nel 1848 e
nel settembre 1860, attraverso la stampa cittadina, la grande carità,
il carattere di uomo giusto, forte, nemico dei tiranni e dell’ingiustizia,
amante della vera libertà, i meriti risorgimentali. “E quando la Sicilia conobbe il coraggio civile dell’attuale eminente Vescovo di Catania, che osava respingere qualunque proposta di informazione del
Luogotenente Generale e del Direttore di Polizia che riguardava la
condotta dei candidati agli impieghi, i di cui coraggiosi rapporti si
possono leggere in questa segretaria di Stato, fummo lieti di rinvenire nell’episcopato un prelato così zelante che avesse potuto rendersi
modello dei suoi servili colleghi”. Così si esprimeva in modo lusinghiero il periodico palermitano “L’Italia per gli Italiani” il 29 giugno
1860 nell’articolo “Il Clericato in Sicilia” nei confronti dell’arcivescovo
Felice Regano. Il giornale catanese “L’Unità e l’Indipendenza” il 13
settembre successivo ne elogiava l’atteggiamento favorevole all’unità
italiana: “L’Arcivescovo di questa città hassi attirato la attenzione di
tutti per le sue pietose opere…se mai venisse meno la fama del clero siciliano, basterebbe a mantenerla; in lui alla pietà si accoppia la
dottrina vera di Cristo, che non è serva dei potenti, e contraria al
giusto e onesto”.
STUDI ED INTERVENTI
Ammalato da tempo, il giovedì santo 28 marzo 1861 si aggravò e
gli vennero amministrati i sacramenti. Il venerdì santo rivolto ai sacerdoti disse “Si avvicina la mercede!”; mentre in Duomo si celebrava
la funzione della Passione il vescovo Felice spirò. La salma fu esposta in episcopio il 1° aprile, lunedì di Pasqua; mercoledì 3 venne portata in Duomo, dove furono celebrate le esequie e fu sepolto. Lo storico della Chiesa catanese mons. G. Zito, riconosce che la figura del
Regano rimane ancor oggi in attesa di essere collocata dalla storiografia nel quadro degli avvenimenti che precedettero l’Unità. Anche il
suo “periodo andriese” andrebbe studiato, per comprendere non solo la
personalità di questo prete del nostro clero, ma anche il tenore della
vita ecclesiale e civile della nostra diocesi nell’ottocento, secolo di
grandi trasformazioni ideologiche e politiche.
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128
STUDI ED INTERVENTI
Nuove ricerche sul santuario
della Madonna d’Andria
di Nicola Montepulciano e Vincenzo Zito
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Le ricerche svolte in occasione delle celebrazioni giubilari nel centenario dell’elevazione a basilica minore del santuario della Madonna
dei Miracoli in Andria (2006-2007) hanno permesso di far luce su
molti aspetti del santuario stesso e costituiscono senz’altro un punto
fermo per la sua conoscenza. Tuttavia con la pubblicazione degli atti
di tali ricerche1 non si può dire che queste siano terminate. Per
un’opera dalla storia così complessa, come il nostro santuario, le ricerche e le scoperte, a volte anche casuali, non hanno termine. La recente ristampa anastatica del libro di Giovanni di Franco Di Santa
Maria dei Miracoli2, ha dato a queste un novello impulso.
Si presentano quindi i risultati di alcune di queste ricerche.
1. Note integrative su Giovanni e Valeriano di Franco,
con riflessi sul santuario3
Il libro Di Santa Maria dei Miracoli di Giovanni di Franco da Catania costituisce l’unica fonte degli avvenimenti che vanno dalla scoperta della sacra Immagine sino al 1606. Clara Gelao, nel suo lavoro
sull’architettura del santuario (Gelao 2008), al fine di verificare l’attendibilità della fonte, solleva il problema della necessità di dover ac-
1
2
3
Bertoldi Lenoci L., Renna L. (a cura), La Madonna d’Andria, ivi (2008);
di Franco G., Di Santa Maria dei Miracoli libri tre, Napoli 1606. Ristampa anastatica Bari 2009.
di Vincenzo Zito. Preferisco usare il termine italiano “di Franco” in luogo delle
equivalenti forme latinizzate (de Franchis, Franchus) o italiane (di Franchi) perché questa forma compare nel frontespizio del volume Di Santa Maria dei Miracoli (1606) e, quindi, sotto il profilo bibliografico appare il più corretto.
STUDI ED INTERVENTI
quisire maggiori conoscenze su Giovanni di Franco e sul fratello Valeriano, “decano titolare” di un non meglio precisato monastero, ed a
questi personaggi dedica gran parte del proprio lavoro.
Le notizie raccolte e le conclusioni cui giunge la Gelao sono sintetizzabili come segue.
Giovanni di Franco (latinizzato in de Franchis nei testi dell’epoca4
o reso al plurale di Franchi da Giovanni medesimo5) é stato dottore
in Sacra teologia, Protonotario apostolico, canonico della cattedrale di
Catania e, per un breve periodo, vicario generale del vescovo di questa città.
Valeriano di Franco (latinizzato, a seconda gli Autori, in de Franchis e in Franchus) è stato priore del cenobio benedettino di San Salvatore a Cerami e si è distinto all’interno del suo Ordine per la sua
profonda cultura nelle scienze religiose, umanistiche e matematiche.
Per la sua erudizione nelle scienze religiose ed umanistiche è stato
autore di una Corona benedettina della SS.ma Trinità e della B.V. e,
in tarda età, della rielaborazione della Istoria delle cose insigni e famose successe di Catania clarissima città della Sicilia […], meglio nota col nome di Cataneide, opera manoscritta di O. D’Arcangelo e riordinata da Valeriano dopo la morte dell’Autore6. Per la sua cultura
nelle scienze matematiche il Nostro sarebbe stato autore del progetto
del monastero benedettino S. Nicolò all’Arena di Catania che, salvato
dalla lava dell’eruzione dell’Etna del 1669 che distrusse la chiesa annessa, crollò nel 1693 a seguito del violento terremoto che distrusse
gran parte di Catania. Inoltre nel 1615 sarebbe stato autore del progetto del monastero di Militello Val di Noto.
Dall’esame delle notizie riferibili ai due fratelli di Franco, la Gelao (2008, pp.103-104) ipotizza che il rapporto tra Giovanni ed il convento benedettino di Andria non sia stato particolarmente stretto e
che, tutt’al più, sia consistito in una breve visita al seguito del fratello Valeriano. Secondo questa ipotesi, quindi, i due fratelli sarebbero stati ad Andria solamente “di passaggio” nel periodo in cui vescovo della città era un Antonio Franco, appartenente al ramo napoletano della famiglia, forse provenienti dal monastero benedettino dei
SS. Severino e Sossio di Napoli. Per questi motivi non esclude che
la descrizione del santuario contenuta nel libro Di Santa Maria dei
Miracoli, redatto da Giovanni, possa contenere qualche imprecisione
4
5
6
Vedasi la nutrita bibliografia riportata da Gelao 2008, pp.98-103.
Di Franco 1606, p. 11 della ristampa anastatica del 2009.
Copie conservate nell’Archivio Capitolare e nella Biblioteca Civica Ursino-Recupero di Catania.
129
STUDI ED INTERVENTI
o omissione in quanto l’Autore si sarebbe servito di appunti frettolosi, forse neppure di sua mano, oppure di disegni eseguiti, forse, da
Valeriano, il quale avrebbe “suggerito” la descrizione. Imprecisioni
e/o omissioni che, comunque, non inficierebbero la validità e l’interesse della fonte ma che, sembra di capire, la renderebbero meno affidabile.
130
Alle notizie fornite dalla Gelao, ed alle conclusioni cui giunge, si
possono aggiungere le seguenti note.
I fratelli di Franco appartenevano certamente ad una famiglia della nobiltà catanese, il cui stemma nobiliare Giovanni riproduce all’inizio del Libro Secondo del suo lavoro. Questa famiglia, il cui patronimico, come rilevato anche dalla Gelao, denuncerebbe una origine d’oltralpe (de Franchis = dei franchi), risalente forse al tempo della dominazione angioina, proveniva dalla Liguria e si era ramificato in Sicilia, a Napoli e in altre zone del centro-sud. In Sicilia, in particolare, troviamo dei “di Franco” anche a Palermo e Messina7. I vari “rami” nei quali si era diversificata la famiglia in Sicilia avevano in comune nel blasone una o tre corone d’oro integrate, eventualmente,
con altri elementi (fig.1). I due fratelli sarebbero stati i “cadetti” della famiglia, destinati, secondo la legge del maggiorascato8, alla vita
religiosa o alla carriera delle armi, dove avrebbero potuto far valere
la posizione influente della famiglia di provenienza. Gli alti “gradi”
raggiunti nei rispettivi ambiti di vita si devono attribuire anche a
quest’ultima possibilità.
Su Valeriano, in particolare, si può aggiungere quanto è riportato
dalla Matricula monachorum del Bossi9, dalla quale risulta che il Nostro, professo nel 1565 presso il monastero di Catania, «in senectute
7
8
9
A Palermo si ha notizia di un senatore “Antonio de Franchis”, di un patrizio “Jacobo Franchi” e di un notaio “Giovanni di Franco” (Villabianca, Della Sicilia nobile, Palermo 1757, pp. 102-103 e 526) mentre a Messina sono accertati alcuni
“Franchi” originari di Genova (Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia, Palermo
1871, p.185).
Questa “legge”, che è stata applicata sino agli inizi del XX secolo, era finalizzata
alla conservazione del patrimonio della famiglia. In base ad essa l’erede del patrimonio familiare doveva essere il solo figlio maschio primogenito. Tutti gli altri
successivi erano destinati alla carriera religiosa o militare. Le femmine, se non
era possibile collocarle in un matrimonio di convenienza, spesso anche tra cugini,
per non disperdere le doti, erano destinate al convento. Si ricorda in Andria il
convento delle Benedettine che ospitava la maggior parte di queste fanciulle.
Bossi A., Matricula monachorum Congregationis Casinensis Ordini S. Benedicti,
vol. I 1409-1699, Cesena 1983, p.533. Devo la notizia a D. Faustino Avagliano,
priore claustrale del monastero di Montecassino. A proposito del patronimico si fa
osservare che il Bossi a pag. 524 usa il termine “Francus” mentre a pag. 533, dove riporta notizie della sua vita, usa il termine “de Franchis”.
STUDI ED INTERVENTI
bona defunctus est anno 1635». La data della morte del Valeriano,
posticipata di dieci anni rispetto a quella indicata dagli Autori citati
da Gelao (2008), è perfettamente compatibile con la sua rielaborazione della Cataneide del D’Arcangelo che si sarebbe conclusa nel 1633
e appare, quindi, la più attendibile10. Difatti gli Autori moderni riportano la data del 163511. Inoltre Valeriano ha redatto, come allegato alla già citata Cataneide del D’Arcangelo, una serie di disegni delle opere di epoca romana che ai primi del ‘600 sarebbero state ancora visibili a Catania12. A proposito di questi disegni, al Valeriano si
rivolge l’accusa di aver peccato un pò di fantasia e, in sostanza, di
aver eseguito delle ricostruzioni più o meno fantasiose dei monumenti romani superstiti13.
Per quanto riguarda il rapporto che i due fratelli ebbero col santuario andriese, la lettura del libro dello stesso Giovanni appare risolutiva.
In primo luogo occorre precisare che il rapporto di consanguineità
dei due sacerdoti, che la Gelao trae da cronisti del tempo, è esplicitamente affermato da Giovanni stesso più volte nel suo libro, a cominciare dalla lettera di dedica iniziale al duca Carafa nella quale,
quando parla di Valeriano, lo qualifica sempre come suo “fratello carnale”.
In secondo luogo la questione della posizione di Valeriano quale
“decano titolare”14 di un non meglio precisato monastero viene definitivamente risolta dallo stesso Giovanni il quale, in numerosi passi del
suo lavoro, qualifica il fratello “decano titolare” del santuario andriese, la cui presenza in Andria è esplicitamente attestata nel 1592,
1604 e 1605 (di Franco 1606, pp. 220; 317; 319 e 335).
Infine per quanto riguarda la permanenza di Giovanni in Andria,
la stessa si deve essere protratta certamente per lungo tempo. Lo
stesso, tra l’altro, riferisce di avvenimenti di cui è stato testimone di-
10 Ferrara F., Storia di Catania sino alla fine del secolo XVIII, Catania 1829, p.V.
11 Cfr. Naselli C., «Letteratura e scienza nel Convento Benedettino», in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, XXV, II, III (1929), Catania 1930, p.267.
12 Pagnano G., «I disegni di Valeriano Di Franchi per la Cataneide di Ottaviano
D’Arcangelo», in Il Disegno di Architettura, A. II, n. 4, 1991, pp.50-54.
13 Tortorici E., «Osservazioni e ipotesi sulla topografia di Catania antica» in Quilici
L., Gigli S. (a cura), Edilizia pubblica e privata nelle città romane, Roma 2008,
pp.91-124.
14 Quella del decano era la terza carica all’interno di un monastero, dopo l’abate e
il priore. In particolare la nomina a “titolare” avveniva quando la persona non
esercitava più l’ufficio. Semplificando, l’attributo “titolare” corrisponderebbe
all’odierno “emerito” (vescovo emerito, rettore emerito, ecc.). Ringrazio d. Faustino
Avagliano, priore di Montecassino, per le sue delucidazioni.
131
STUDI ED INTERVENTI
132
retto, dopo aver assolto al suo ministero sacerdotale (di Franco 1606,
pp. 93-94).
Alla luce di queste inconfutabili notizie occorre parzialmente modificare alcune delle conclusioni cui giunge la Gelao.
I due fratelli di Franco non sarebbero stati in Andria solo “di passaggio”. Valeriano, quale decano titolare del monastero, è stato presente in Andria quanto meno dal 1592 al 1605, forse senza soluzione
di continuità. Giovanni, invece, sarebbe venuto su esplicito invito del
fratello, verosimilmente con il preciso incarico di redigere un libro celebrativo del santuario, che i benedettini vollero affidare ad una persona estranea all’Ordine, probabilmente per evitare l’accusa di essere
autocelebrativi15.
Accertata la lunga permanenza in Andria di Giovanni (e non poteva essere diversamente, considerata la notevole massa di documentazione dallo stesso acquisita per la redazione del libro16) occorre concludere che la descrizione del santuario, anche se non è il fine principale dell’opera, deve essere stata fatta in base alla diretta osservazione dell’Autore e, quindi, deve necessariamente corrispondere allo
stato dei luoghi del tempo. Alla luce di queste considerazioni alcune
delle affermazioni fatte dalla Gelao nel suo lavoro sull’architettura
della chiesa (Gelao 2008) risultano non condivisibili per le ragioni che
seguono.
Per quanto riguarda il vestibolo della chiesa inferiore, la struttura attuale sicuramente risale alla fase fondativa dell’edificio, come dimostrano gli archi ogivali e le volte a crociera di copertura, strutture tipicamente medievaleggianti e che, secondo un’analisi svolta in un
precedente lavoro (Zito 1999, pp. 76-79) e dalle considerazioni che si
svolgeranno nel paragrafo successivo, devono essere state realizzate
prima della venuta dei benedettini in Andria. Dubbia potrebbe essere la questione relativa alla presenza della cupola, che secondo la Gelao potrebbe essere stata sottaciuta dal di Franco, ma considerata
l’affidabilità della fonte è da ritenere più probabile la circostanza che
al tempo del di Franco la cupola non esistesse ancora17.
15 Della stessa opinione de Palma L.M., «Origini medievali di un santuario mariano.
L’inventio di S. Maria dei Miracoli di Andria» in Bertoldi L., Renna L., La Madonna d’Andria, ivi 2008, p.19. Stando così le cose appare del tutto ininfluente la
circostanza, evidenziata dalla Gelao, che all’epoca vescovo di Andria fosse un
Franco appartenente (forse) al ramo napoletano della casata.
16 Lo stesso Giovanni, sia nella lettera di dedica al duca Carafa (di Franco 1606, ristampa 2009, p.10) e sia nella nota ai lettori nel congedarsi da Andria (di Franco 1606, p.528), lascia intendere di essersi trattenuto a lungo.
17 Vedasi anche l’analisi in Zito 1999, pp.88-89, ed in particolare la nota 37.
STUDI ED INTERVENTI
Per quanto riguarda la chiesa superiore la questione appare più
complessa. La Gelao afferma che, a suo avviso, questa doveva avere
un aspetto sostanzialmente non dissimile dall’attuale, attribuendo ad
altri Autori l’opinione secondo la quale la chiesa fosse ad aula unica18. Anche quest’affermazione non è condivisibile. In un precedente
lavoro sulla chiesa (Zito 1999, p.79 e segg.) si è già dimostrato che
l’impianto della chiesa superiore, costruita prima della venuta dei benedettini, è tipicamente medievale, a tre navate senza transetto e con
cappelle terminali, ciò vuol dire che sotto l’aspetto strutturale corrisponde alla situazione attuale. Diversa sarebbe stata la situazione
all’interno dell’edificio dove i benedettini avrebbero adattato la chiesa
a tre navate esistente, ereditata dalla confraternita, al tipo della chiesa ad una navata con cappelle laterali trasformando, è solo un’ipotesi, le navate laterali in cappelle. Che l’intento dei benedettini sia stato quello di porre in particolare rilievo la navata centrale rispetto alle navate laterali si desume da un’attenta lettura del di Franco e per
almeno due motivi. Per prima cosa si noti come lo stesso scrive «La
nave poi di detta chiesa superiore (…)», invece di scrivere “la nave
centrale o principale”, come sarebbe dovuto essere se la chiesa avesse denunciato apertamente una struttura a tre navate. Evidentemente il di Franco aveva sotto gli occhi una chiesa a navata unica o nella quale la navata centrale obliterava letteralmente quelle laterali, ridotte al rango di semplici “ale”. A conferma di quanto sopra si osservi
la descrizione delle scale che portano alla chiesa superiore, che sono
composte «di cinquanta scalini indiritto per ciascuna, e cinque nelle
lor parti superiori di rimpetto l’una a l’altra, dove si terminano dette scale nel piano della Chiesa maggior di sopra avante l’altare del
santissimo Sacramento» (di Franco 1606, p.4). Risulta evidente, quindi, che le scale non erano rettilinee, come sono ora, ma avevano forma di “L” terminando con gli ultimi cinque gradini nella navata centrale, davanti l’altare. Da questi particolari si comprende come l’attenzione dei fedeli era stata concentrata nella navata centrale, dalla
quale bisognava necessariamente passare per scendere nella chiesa
inferiore. Ne consegue che le navate laterali, che certamente esistevano, come denuncia anche la struttura muraria, erano state messe
in secondo piano, anche se non è ben chiaro come. Forse le navate
laterali erano state trasformate nelle “cappelle” citate nella relazione
mediante la costruzione di setti murari secondo il tipo della chiesa
dei SS. Severino e Sossio di Napoli, dalla quale provenivano i bene-
18 Attribuzione, questa, molto “semplificata”, che non corrisponde alle analisi svolte,
come si riferisce nel seguito.
133
STUDI ED INTERVENTI
dettini di Andria19. Questa sarebbe una soluzione “estrema”, che si pone in contrasto con la facciata, pensata per un edificio a tre navate.
O forse la separazione tra le “cappelle” era stata resa più diafana con
dei varchi aperti nei setti, come nella chiesa di S. Gaetano a Bitonto20, quasi coeva con la basilica di Andria. Oppure, ancora, le navate
laterali erano rimaste aperte e libere e le “cappelle” delimitate semplicemente da balaustre. Comunque sia, bisogna dire che tutto questo
è di secondaria importanza. Quello che risulta evidente è che la navata centrale era quella che dominava la chiesa e dalla quale partivano le scale per scendere nella chiesa inferiore e che all’epoca ancora non esistevano le cappelle laterali esterne del Crocifisso e di S. Benedetto: questo è il senso del termine “stravolto” usato in Zito (1999,
p.80) quando si confronta la descrizione del 1606 con quella del 1650,
termine che Gelao (2008) interpreta in maniera del tutto arbitraria.
134
Infine occorre ri-affrontare sinteticamente la questione dell’Autore
del santuario, che la storiografia locale ha attribuito a Cosimo Fanzago, nome che risulta decisamente improponibile21.
Si è visto che Valeriano si è distinto anche in opere di architettura, sebbene queste notizie non sono ricavate da documenti ma da
cronache e testimonianze successive. Sembrerebbe pertanto logico pensare che possa aver avuto un ruolo nell’adattamento della chiesa superiore in forme rinascimentali, ipotesi non esclusa dalla Gelao (2008,
p.118). Alla luce del testo del di Franco quest’ipotesi non risulta condivisibile perché, qualora ciò fosse avvenuto, Giovanni avrebbe certamente riportato, e con rilievo, la notizia nel suo libro, cosa che non
fa22. L’unico dato certo di cui al momento si dispone è il nome di un
«mastro Paolo dell’Abbate, capo mastro della fabbrica di detta chiesa»,
testimone in una “grazia” il 10 marzo 1605 (di Franco 1606, p.324).
Non sappiamo se la qualifica di “capo mastro della fabbrica della
chiesa” sia indicativa del fatto che i lavori della chiesa superiore fossero ancora in corso oppure, forse la più verosimile, che il medesimo
fosse inserito stabilmente in una struttura tecnico-amministrativa de-
19 Vedasi l’ipotesi ricostruttiva in Zito (1999), p.84, fig.15.
20 Vedi Cazzato V. et alii (a cura), Atlante del barocco in Italia. Terra di Bari e Capitanata, Roma 1996, p.73, fig.16.
21 Vedasi la bibliografia citata da ultimo in Gelao 2008, p.113. Bisogna segnalare
che il nome del Fanzago è stato anacronisticamente riproposto in Melillo M., Il
10 Marzo 1576 e le vicende del Santuario di Andria, ivi 2011.
22 Si fa per inciso notare che, per ben due volte, Giovanni evidenzia il ruolo svolto
da Valeriano nel monastero: una prima volta nel 1592 per la liberazione di un indemoniato e una seconda volta nel 1604 per redigere il rapporto del primo furto
sacrilego verificatosi nel santuario (di Franco 1606, rispettivamente p.220 e p.335).
STUDI ED INTERVENTI
dicata alla manutenzione dell’edificio, sul modello delle medievali “fabricerie” create per la costruzione delle cattedrali. Il nome dell’Autore dell’impianto originario della chiesa, quindi, è una questione che
resta ancora aperta, mentre è probabile che l’adattamento in forme rinascimentali dell’interno della chiesa superiore, effettuato dai benedettini, possa essere opera di una persona tutt’ora ignota, appartenente all’Ordine.
2. Le epigrafi sulla facciata della grotta23
La chiesa inferiore del santuario si compone di due parti: quella
relativa alla grotta, che contiene la sacra Immagine in una nicchia
cavata nel tufo, sovrastante un altare, e quella relativa al “vestibolo”,
cioè un corpo di fabbrica a tre navate addossato alla facciata della
grotta. Quest’ultima si presenta in una veste cinquecentesca, articolata in tre livelli coronati da un timpano triangolare. Sul fregio sovrastante il secondo livello è incisa un’iscrizione il cui testo, a partire dal di Franco (1606, p.4) e accreditato da tutta la storiografia locale successiva, sarebbe il seguente:
PARVM IN ABSCONDITO SACRVM OBLIVIONI RELICTVM,
MEMORI PIETATIS VIRGINI:
PIORVM AVXILIO MAGNVM REPONITVR, ET PATENS.
DIE PRIMI SABBATHI IVNII. ANNO SALVTIS M. D. LXXVI
La forma dubitativa è d’obbligo dal momento che l’epigrafe non é
interamente leggibile a causa della mancanza di alcuni pezzi mediani, rimossi verso il 1849 per far posto ad un organo installato in occasione del rivestimento della facciata con una nuova sovrastruttura24.
Con l’ausilio delle moderne tecnologie digitali è stata condotta una
campagna fotografica che ha reso possibile proporre un restauro virtuale della facciata (Fig. 2), ottenuto ricollocando al posto originale i
pezzi dell’epigrafe a suo tempo rimossi per l’installazione dell’organo
23 di Vincenzo Zito.
24 Il rivestimento della facciata con sovrastrutture barocche non sarebbe opera del
‘700, come afferma la Gelao, ma sarebbe stata realizzata nel 1849, come attestava un’epigrafe a suo tempo esistente che si concludeva con la frase “Abbellito più
degnamente con opera scultorea nell’anno del Signore 1849” (Zito 1999, p.90, nota 42). L’organo è opera dell’organaio napoletano Michele Sessa, autore anche
dell’organo collocato nell’orchestra del 1644 nel coro della chiesa superiore, in sostituzione di quello distrutto a seguito della confisca operata nel 1806. La facciata del 1849 è stata poi rimossa nel 1911 restituendo alla vista, mutila, la primitiva ed attuale facciata (Zito 1999, p.95).
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STUDI ED INTERVENTI
e che, fortunatamente, non sono andati perduti. Da questa operazione il testo dell’epigrafe risulta inequivocabilmente essere il seguente:
PARVVM IN ABSCONDITO SACRVM OBLIVIONI RELICTVM
MEMORI PIETATIS VIRGINI PIORVM
AVXILIO MAGNVM REPONITVR ET PATENS
DIE. I. SABBATI. IVNII. ANNO SALVTIS M D LXXVII
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È facile rilevare come, tra l’epigrafe riportata dal di Franco e
quella realmente esistente, ci siano delle differenze. Preliminarmente occorre far presente che, all’epoca, le lettere “U” e “V”, sia maiuscole che minuscole, erano usate e interscambiate in maniera indifferente. Nelle epigrafi in lettere maiuscole, in particolare, la “V” sostituiva sempre la “U”. Si tratta di differenze solo formali che non
incidono, per chi sa leggere il testo del ‘600, nella sua sostanza. Parimenti occorre segnalare che l’abbreviazione apportata alla parola
“ABSCONDITO”dal lapicida che ha inciso l’epigrafe, per la verità poco visibile, nella quale ha fuso insieme le lettere della sillaba “AB”,
è stata sciolta sia nel di Franco e sia in questa trascrizione per
mancanza del corrispondente carattere tipografico. Venendo alle differenze, una prima riguarda la soppressione di una “V” nella prima
parola (PARVM in luogo di PARVVM) che forse è un errore tipografico. Una seconda riguarda l’esplicitazione del giorno della data,
scritto in forma estesa dal di Franco (PRIMI) mentre in situ è riportato il semplice carattere “I”. Anche questa non è rilevante. Una
terza differenza consiste nell’aggiunta da parte del Nostro di una
“H” alla parola “SABBATI” che diventa “SABBATHI”. Infine un’ultima differenza, che sinora nessuno ha rilevato, è di natura più sostanziale e riguarda l’anno inciso in numeri romani al termine
dell’epigrafe: nel testo del di Franco è riportato M.D.LXXVI, cioè
1576, anno ripetuto da tutta la storiografia successiva, ma in situ
l’anno inciso è inequivocabilmente M D LXXVII, cioè 1577, l’anno
successivo (Fig. 3)25. Il testo dell’epigrafe è scarsamente leggibile ad
occhio nudo, e questo potrebbe giustificare in parte la sua lettura
non corretta. In particolare l’ultimo carattere a destra è il meno leggibile del testo, poco percettibile da terra ma chiaramente visibile
con un binocolo o, meglio ancora, in una fotografia digitale opportunamente ingrandita. Tuttavia questo doveva essere ben leggibile nel
1606 e la sua errata trascrizione pone dei quesiti che in seguito si
cercherà di risolvere.
25 Devo la sollecitazione per una lettura corretta dell’anno all’attenta osservazione
dell’amico Nicola Milella.
STUDI ED INTERVENTI
Questa data, la cui corretta lettura si presenta particolarmente
straordinaria perché, pur essendo stata per secoli sotto gli occhi di
tutti è passata regolarmente inosservata, nello sconvolgere la tradizione consolidata permette di puntualizzare meglio una parte delle fasi costruttive del santuario. In un precedente lavoro si è dimostrato
come l’intera basilica sia caratterizzata da impianto e da particolari
architettonici medievali, il che porta ad attribuirne la costruzione al
periodo in cui il santuario era gestito da una confraternita (Zito 1999,
p.79). Non mancano, tuttavia, Autori contemporanei che attribuiscono
la costruzione della basilica, chiesa inferiore compresa, ai benedettini26. La corretta lettura dell’anno effettivamente esistente nell’epigrafe permette, quindi, di dare un contributo, si spera risolutivo, alla
questione.
Secondo la storiografia locale, avviata dal di Franco (1606, p.4) e
proseguita ininterrottamente sino ai nostri giorni, l’epigrafe di che
trattasi è un semplice “epitaffio dell’invenzione”, cioè un semplice testo commemorativo posto a ricordare l’evento della scoperta dell’Immagine sacra, privo quindi di relazione alcuna con l’opera architettonica nella quale è inserita. Prova ne sia che tutti gli Autori si sono
sempre limitati a trascriverne il testo, omettendo stranamente sia di
riportarne la traduzione dal latino e sia di svolgere una doverosa, sia
pur sintetica, analisi semantica.
La traduzione del testo dell’epigrafe è la seguente:
Piccolo luogo sacro abbandonato nell’oblio,
dedicato alla Vergine della pietà,
restaurato con l’aiuto dei pii (devoti) è restituito grande.
Giorno del primo sabato di giugno. Anno della salvezza 157727
Analizzando il testo è facile rilevare come lo stesso si riferisca al
sito della grotta, che da essere un “piccolo luogo sacro abbandonato
nell’oblio” adesso è divenuto “grande” perché “restaurato con l’aiuto
dei devoti”. Risulta quindi di tutta evidenza come il testo dell’epigrafe faccia riferimento ai lavori eseguiti per rendere adeguatamente
fruibile il luogo che contiene l’immagine, per cui è da ritenere che la
data del 1577 indica che in quell’anno i lavori per la costruzione della chiesa inferiore e di quella intermedia, se non ultimati, erano almeno giunti ad uno stadio notevolmente avanzato.
26 Da ultimi Gelao (2008, p.107) e Melillo M., Il 10 Marzo 1576 e le vicende del Santuario di Andria, cit.
27 Ringrazio mia figlia Mariateresa per la traduzione dal latino.
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Pertanto, alla luce di quanto innanzi, risulta ulteriormente rafforzata l’ipotesi a suo tempo avanzata in Zito (1999, p.79) secondo la
quale la chiesa inferiore, la chiesa intermedia e le principali parti di
quella superiore, siano state eseguite nei primi quattro anni in cui la
gestione del santuario era affidato alla confraternita.
Chiarito il senso dell’epigrafe della facciata, si pone il problema di
individuare perché il di Franco ha riportato nel suo lavoro una data
sbagliata, influenzando così tutta la letteratura successiva. Le ragioni di una così vistosa mancanza possono essere due.
Una prima può essere individuata nel fatto che il Nostro sarebbe
stato solo di passaggio ad Andria, come ipotizza la Gelao (2008,
p.101-102), per cui sembra naturale che la data sia stata letta in maniera sbagliata, anche perché la sua posizione in alto la rende di difficile lettura. Questa ipotesi, tuttavia non è accettabile in quanto, come si è visto sopra, il Nostro ha dimorato stabilmente per lungo tempo in Andria, ospite dei benedettini, presso i quali esercitava regolarmente anche il suo ministero sacerdotale. Sembra quindi impossibile che sia incorso nell’errore marchiano di sbagliare l’anno dell’epigrafe, quando questo doveva essere ben visibile e leggibile ad occhio
nudo, anche dal basso.
Esclusa questa ipotesi, una seconda, un pò più intrigante, può essere individuata nell’evolversi degli eventi durante i primi anni di vita del santuario. Come si è visto, i benedettini sono subentrati nella
gestione del santuario nel 1582, quando la chiesa inferiore e la relativa epigrafe dovevano essere già esistenti. Gli stessi potrebbero non
avere ben compreso il senso dell’epigrafe e, conseguentemente, avrebbero coperto l’ultima cifra romana che indica l’anno, facendolo diventare quindi 1576, coincidente con l’anno del rinvenimento dell’Immagine sacra, data che a loro deve essere sembrata la più logica. Pertanto il di Franco avrebbe trascritto l’anno che effettivamente si leggeva ai suoi giorni non rilevando, anch’egli, la contraddizione esistente tra il testo dell’epigrafe e l’anno riportato. A conferma di quanto sostenuto, si fa presente che nella relazione del 165028 é trascritta
l’epigrafe senza gli errori del di Franco ma aggiungendone altri, tranne l’anno che è sempre 1576. Questo vuol dire che il testo non è stato copiato dal di Franco ma è stato letto in loco, sia pure con altre
lievi differenze di trascrizione, e che, pertanto, nel 1650 l’anno che si
leggeva era sempre MDLXXVI. A fronte di eventuali accuse di forzature su questa interpretazione si fa rilevare che proprio l’ultimo ca-
28 Leccisotti T., «I monasteri di S. Maria dei Miracoli di Andria ecc.», in Archivio
Storico Pugliese, 1951, p.149.
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rattere, come si è già notato, è il meno visibile dell’intero testo, come
se sia stato per lungo tempo obliterato, ricoprendolo con dello stucco.
Assodato che l’epigrafe non rappresenta la memoria dello scoprimento dell’immagine sacra ma indica la data del completamento,
quanto meno nelle parti principali, della chiesa inferiore e di quella
intermedia, è possibile sciogliere alcuni dubbi sulla originaria forma
della facciata della grotta che oggi si presenta mutila. Clara Gelao
(2005, p.174) ipotizza che “un tempo”, non altrimenti meglio precisato, dove ora ci sono i bassorilievi dell’Annunciata e dell’Angelo annunciante dovevano esserci altre due finestre, tesi ripetuta anche successivamente (Gelao 2008, p.109). Questa tesi, oltre che gratuita, non
è condivisibile per almeno tre motivi.
Il di Franco (1606, p.3) afferma che la facciata è bucata da quattro finestre, dove sono collocati i calici e le altre argenterie offerte dai
fedeli al santuario. Il numero delle finestre è confermato nella descrizione della chiesa intermedia dove riferisce che «nella parte occidentale, dove sono le suddette quattro fenestre, che corrispondono alla sopradetta facciata da basso, dalle quali riceve il lume la capanna,
& avanti a quella di mezzo alquanto maggiore, vi è una statua di
Giesù Signor nostro…» (di Franco 1606, p. 6). Si rileva, quindi, che
le finestre sono sempre quattro ma che quella di mezzo è più grande
delle altre29. Essendo le finestre in numero pari, tenuto conto delle descrizioni e del contesto, la loro disposizione più ragionevole non può
che essere quella proposta nella ricostruzione virtuale di fig. 2).
In aggiunta a quanto già esposto si fa presente che alle spalle dei
bassorilievi dell’annunciazione esistono due pilastri inglobati nella
struttura muraria della facciata, opere che sostengono la struttura della chiesa intermedia e del coro di quella superiore (Fig. 4). Risulta
quindi materialmente impossibile, per motivi meramente strutturali, la
presenza di ulteriori finestre in luogo dei citati bassorilievi. Del resto,
seguendo la tesi della Gelao, le finestre sarebbero state fino a otto (le
quattro finestre a giorno dei calici più la finestra centrale più larga
delle altre più le tre finestre del livello superiore, due delle quali sarebbero state tompagnate per dipingervi le immagini di santi benedettini (Gelao 2008, p. 109), ragion per cui alla fine i conti non tornano. Infine non si può fare a meno di rilevare che, qualora le quattro finestre e quella centrale fossero state allineate sullo stesso piano
orizzontale, ciò avrebbe comportato il pressoché totale annullamento
della struttura muraria creando seri problemi di stabilità.
29 Quindi al centro della facciata non esisteva una nicchia, come afferma Gelao
2008, p.109, ma una finestra.
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Oltre all’epigrafe principale di cui si è discusso, sarebbe individuabile una seconda epigrafe alla base del timpano sull’ultimo livello. Infatti dall’ingrandimento delle foto digitali é chiaramente visibile
una lettera “E” color “terra di Siena naturale” nonché i resti di quelle che potrebbero essere una lettera “A”, una “V”, una “F” ed una “S”
(Fig. 5)30. Sono altresì visibili, in ordine sparso, altri piccoli frammenti
colorati dai quali non è assolutamente possibile individuare le lettere
alle quali appartenevano. A differenza dell’epigrafe del livello inferiore, di cui si è ampiamente discusso, quest’ultima è semplicemente dipinta e questa è stata, senza dubbio, la causa della sua pressoché totale distruzione, avvenuta probabilmente nel 1911 con la rimozione
dell’incamiciatura di stucchi del 1849.
Quello che lascia perplessi è la constatazione che di quest’ultima
epigrafe non si conoscono trascrizioni. Nessuno degli storici del santuario ne ha fatto cenno. È pur vero che dal 1650 sino alla prima
metà dell’800 non si conoscono descrizioni dettagliate del santuario, il
che porterebbe ad ipotizzare che l’epigrafe possa essere stata apposta
proprio in questo periodo. Tuttavia, stante l’assoluta mancanza di notizie in merito, su questo argomento occorre sospendere ogni valutazione.
3. L’affresco del miracolo di S. Placido31
Quando, nel Gennaio 1998, dalla parete che fronteggia la grotta
con l’immagine della Vergine fu rimossa la tela raffigurante la Regina di Saba alla corte di Re Salomone, per essere sottoposta a restauro, venne alla luce un affresco del quale s’ignorava l’esistenza
(Fig. 6). Il dipinto, di chiara impronta secentesca, raffigura l’episodio
del salvataggio di San Placido dall’annegamento, derivante dall’agiografia del santo, e costituisce la conferma che le pareti della chiesa
inferiore, verso la fine del XVII secolo erano tutte dipinte32. L’affresco,
che è racchiuso in una cornice dipinta ed é inquadrato in un’architettura, anch’essa dipinta, formata da una balaustra sorretta da colonne con capitelli ai due lati, si presenta parzialmente mutilo sia per
i danni subiti dal supporto sia perché in parte coperto dalla cornice
di gesso curvilinea che conteneva la tela rimossa.
Al momento resta ignoto l’autore del dipinto per la mancanza di
documentazione dovuta alla distruzione dell’archivio del santuario, avvenuta dopo la confisca effettuata nel 1806.
30 Anche della “scoperta” di questa seconda epigrafe sono debitore di Nicola Milella.
31 di Nicola Montepulciano.
32 Zito 1999, pag. 88, nota 34.
STUDI ED INTERVENTI
L’affresco presenta alla base un’estesa didascalia latina, distribuita su tre righi, che descrive la scena rappresentata nel dipinto (Fig.
7). Si tratta di una particolarità piuttosto inconsueta nella nostra
città, dal momento che l’unico altro caso di affresco con epigrafe si
trova nel Cristo Pantocratore presente nella cripta della Cattedrale di
Andria, dove sul libro che Cristo regge con la mano sinistra si legge
la frase “Lux ego sum”, Io sono la luce, ovvero la salvezza.
Purtroppo l’epigrafe è mutila sia perché in parte coperta dalla cornice in gesso e sia perché alcune lettere sono scolorite e, quindi, poco visibili. Addirittura il terzo rigo è quasi integralmente ricoperto
dalla cornice di gesso. Le parole integre che si possono leggere ad occhio nudo sono soltanto sei: DVM, PLACIDVS, IN, IMPETV, JVSSV,
AQVAS. Altre quattro parole sono incomplete: RAPERET, VPER, INCEDF, ATTRAY. Le lacune sono quindi talmente gravi da rendere
l’epigrafe quasi incomprensibile.
Con l’aiuto di un binocolo si leggono meglio altre lettere ma per
la soluzione del testo è stata determinante la decisione di effettuare
delle foto digitali da esaminare, opportunamente ingrandite, al computer33. Dall’esame delle foto si possono leggere più chiaramente le
parole RAPERETVR, (che da terra si legge “RAPERET”), parola “INCEDENS”, (che da terra si legge “INCEDF”). Quindi, le parole intelligibili diventano 8, alle quali si possono aggiungere tracce di altre
lettere che, successivamente, risultano molto utili alla comprensione
del testo.
Tutto questo, però, non é sufficiente per comprendere la didascalia. Poiché le ricerche sui testi nelle varie biblioteche non hanno dato alcun esito, si è pensato di eseguire una ricerca su Internet di una
estrapolazione certa del testo34. Inserite quindi alcune parole della didascalia e precisamente “Dum Placidus monachus”, è venuto fuori
l’intero testo originario dal quale era stata estratta l’epigrafe.
La didascalia è un adattamento di una frase tratta dal Divinum
officium matutinum S. Pauli primi Eremitae et Confessoris scriptura:
feria VI (sexta) infra Hebdomadam I post Epiphaniam (lectio 9) –
Commemoratio St. Mauri, Abbati., cioè dalla nona lettura dell’Ufficio
divino mattutino di S. Paolo, primo eremita e confessore, venerdì della I settimana dopo l’epifania - commemorazione di S. Mauro Abate.
Viene qui riportata quella parte della commemorazione della vita
di S. Mauro, nel testo originale in latino e relativa traduzione, che
33 Devo l’esecuzione delle foto a Michele Monterisi il cui contributo in questa ricerca è stato determinante.
34 Anche questa intuizione la devo a Michele Monterisi.
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STUDI ED INTERVENTI
più ci interessa, perché da questa l’autore dell’affresco ha tratto la didascalia:
Maurus nobilis Romanus puer a patre Eutichio Deo sub sancti Benedicti disciplina oblatus, brevi tantum divina gratia profecit, ut
ipsi magistro admirationi esset: qui illum saepe veluti regularis observantiae, et virtutem omnium specimen, ceteris discipulis ad imitandum proponebat. Cujus adhuc adolescentis illud admirabilis
obedentiae exemplum a sancto Gregorio Papa commemoratur. Nam
cum Placidus monachus in lacum prolapsus, aquarum impetu raperetur, sancti Patris jussu accurrens Maurus, et super aquas incedens, socium capillis apprehensum, ad terram attraxit35.
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Traduzione
Mauro nobile fanciullo romano, consacrato a Dio dal padre Eutichio
sotto la guida di San Benedetto, in breve tempo crebbe tanto in divina grazia, da essere ammirato dallo stesso maestro, che spesso lo
proponeva (lo indicava) agli altri discepoli come esempio di costante (zelante) obbedienza, e modello di ogni virtù da imitare. L’esempio di ammirabile obbedienza di quel giovane viene anche ricordato da San Gregorio Papa. Infatti quando il monaco Placido caduto
nel lago, stava per essere portato via dall’impeto delle acque, Mauro accorrendo su comando del santo Padre e camminando sulle acque, preso il confratello per capelli, lo trasse a riva.
La didascalia è stata ricavata dall’ultimo periodo del brano, quello, cioè, sottolineato. Il periodo non fu riportato fedelmente, ma adattato con alcune varianti per renderlo autonomo dal contesto e comprensibile. Qui si riporta l’intero periodo variato e la relativa traduzione (Fig. 8).
Dum Placidus in lacum prolapsus, aquarum impetu raperetur,
sancti Benedicti jussu accurrens Maurvs, et super aquas incedens,
socium capillis apprehensum, ad terram attraxit.
Mentre Placido, caduto nel lago, veniva travolto dall’impeto delle
acque, accorrendo Mauro su comando di San Benedetto, camminando sulle acque, preso il confratello per capelli, lo trasse a riva.
La frase originale è quindi composta da 25 parole, mentre la didascalia si compone di 23. Perché? Perché eliminando ma anche sostituendo alcune parole se ne ricava un brevissimo racconto. Però a rendere difficile la comprensione, oltre alle eliminazioni e sostituzioni, ci
sono i danneggiamenti e occultamenti, questi ultimi dovuti alla cornice in stucco. Per quest’ultimo motivo il terzo rigo quasi non esiste più.
35 La sottolineatura è nostra.
STUDI ED INTERVENTI
Altre tre parole recano scarsissime tracce di poche, singole lettere, ma
grazie alla loro conformazione si é potuto ricostruire, con l’ausilio del
computer, esattamente le lettere e da queste risalire alle parole cui
appartengono. Di queste, inoltre, due sono del testo originale mentre
una è sostituzione. Un’altra indicazione utile si é avuta dal modo con
cui il pittore scrisse le iniziali maiuscole dei nomi dei santi. Quasi
sempre sulle epigrafi le parole sono scritte interamente con lettere
maiuscole ed in alcune poche altre si può osservare che le parole sono inserite nei righi. Anche il nostro Autore si è servito dei righi, ma
si nota che per scrivere i nomi di persona la lettera iniziale supera il
rigo. Così di una parola si é potuto riconoscere con certezza, insieme
ad alcune piccole tracce di 4 lettere e una sola completa, il nome “Benedicti” (genitivo latino), non presente nel testo originale.
Pertanto, rispetto al testo originario, due sono le parole eliminate:
NAM, con cui inizia la frase originale, e MONACHVS, mentre due
quelle sostituite: DVM al posto di CVM e BENEDICTI al posto di
PATRIS. Perchè l’eliminazione di NAM? Evidentemente, dovendosi riportare una frase ad uso didascalico e fuori dal suo contesto, non ha
senso iniziare la frase con NAM che in latino vuol dire “INFATTI”,
quindi una congiunzione coordinante che conferma o richiama una affermazione precedente contenuta in un’altra frase del contesto. Naturalmente nell’affresco non si poteva riportare il contesto per brevità.
Anche la seconda eliminazione “MONACHVS” è fatta per brevità. Per
le parole sostituite, la prima parola è “CVM” da tradursi con “QUANDO” per far posto a “DVM” (MENTRE), per spiegare cosa avveniva in
quel momento, quando S. Placido cadde nel lago. La seconda è “BENEDICTI” al posto di “PATRIS”, questo perché le parole “SANCTI
PATRIS” nel testo originario si riferiscono S. Benedetto, ma questo si
comprende solo se si legge tutto il testo che precede la frase. Chi invece si trova a leggere la sola didascalia è indotto a tradurre “SANCTI PATRIS” con “Santo Padre”, appellativo col quale si designa il Papa, che col miracolo non c’entra. Così con poche variazioni si diede il
senso voluto: appartenenza all’Ordine, virtù dell’obbedienza, miracolo.
L’affresco trova una giusta collocazione nella chiesa inferiore dove
vi sono le immagini affrescate di S. Margherita e S. Nicola, che sono
due santi “sauroctoni”, capaci, cioè, di sconfiggere ed esorcizzare il
diavolo sotto forma di drago, al pari di S. Silvestro, di S. Giorgio, di
S. Michele36. Il de Palma ci fa di seguito osservare come Mario Sen-
36 de Palma L.M., «Origini medievali di un santuario mariano. L’inventio di S. Maria dei Miracoli di Andria» in Bertoldi L., Renna L., La Madonna d’Andria, ivi
2008, p. 33.
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si «ha posto in evidenza quanto il culto e la devozione per i numerosi santi sauroctoni sia da porre in relazione con il problema rappresentato dall’impaludamento delle acque e con i danni provocati sulla
popolazione dei territori interessati dalle epidemie malariche». Ma,
ancora, i santi sauroctoni sono invocati anche per altre forme di difesa dalle forze delle acque. S. Silvestro è venerato a Roma come il
santo che protegge anche dallo straripamento del Tevere, a Venezia
S. Giorgio è invocato per la difesa dall’acqua alta, S. Michele dalle acque malariche. Infatti «richiamandosi alle scene descritte dall’Apocalisse (12,12-16), la forza delle esondazioni viene configurata con il vomito del drago, mentre l’impeto del mare dal drago precipitato negli
abissi. Perciò San Nicola, che secondo la leggenda dirada la tempesta
e salva i naufraghi, può considerarsi -per estensione- un santo sauroctono». E questo miracolo è rappresentato nella nostra grotta, dove
vi è l’icona di S. Nicola. L’affresco è affiancato da sei scene relative
alla vita del santo, due delle quali illustrano le fasi del miracolo del
salvataggio di alcuni marinai: nella prima scena S. Nicola appare ai
marinai di una nave sorpresa dalla tempesta, nell’altra i marinai, riconosciuto il santo salvatore, si prostrano per ringraziarlo. Anche S.
Margherita, il cui affresco è pure nella grotta, è una santa sauroctona che nel Medioevo era invocata o contro la furia di piena delle acque torrentizie oppure per il ristagno in momenti di secca, pericoloso
per la formazione di acquitrini che potevano favorire l’insorgenza della malaria. La martire antiochena è una santa sauroctona anche perché capace di sconfiggere il drago durante la sua prigionia e, nello
stesso tempo, capace di dominare con la preghiera la potenza delle
acque. La santa uscì indenne dal tormento dell’acqua fredda in cui fu
immersa per essersi rifiutata di sposare il governatore pagano Olibrio.
A questo punto viene naturale chiedersi il perché sia stato scelto
questo soggetto per decorare l’aula della chiesa inferiore. Si possono
fare due ipotesi che non si escludono a vicenda.
Prima ipotesi. Il santuario era retto dai monaci benedettini e la
storia dell’affresco aveva come protagonisti due monaci, San Mauro e
San Placido che appartenevano all’Ordine.
Seconda ipotesi. Dato l’enorme afflusso di pellegrini nel nostro
santuario, provenienti da ogni parte della Italia Meridionale, si voleva dare grande risalto all’Ordine dei Benedettini. Per far questo i
Cassinesi fecero dipingere l’affresco di fronte alla grotta, in modo da
colpire il pellegrino, che scendeva verso questa. Era come un manifesto dell’Ordine. In base alle mie ricerche, sebbene non approfondite,
non risulta in nessuna chiesa o monastero benedettino della provincia di Bari un dipinto raffigurante il salvataggio di San Placido che,
STUDI ED INTERVENTI
probabilmente, era ritenuto in tempi passati uno dei miracoli più sensazionali di San Benedetto.
4. Sacello della grotta precedente a quello attuale
Nella grotta, ai piedi dell’Immagine sacra, trovasi un altare preceduto da un sacello (tempietto), dono di Francesco II di Borbone, ex
re del regno delle Due Sicilie, fatto per sciogliere un voto compiuto
dal defunto genitore Ferdinando II il quale non ebbe il tempo materiale per adempiervi37.
Del vecchio sacello con altare che, precedentemente, era posto davanti l’Immagine, non si hanno notizie da parte degli Autori moderni che hanno descritto il santuario. Una descrizione, sia pure sommaria, è stata ritrovata nell’opuscolo di Mons. Merra E., La Madonna dei Miracoli d’Andria (Bologna 1872, pp.48-49)38. Si trascrive, perché non se ne perda la memoria, la descrizione del Merra.
In fondo della sacra grotta vi sono tre altari, dei quali il medio è
posto sotto la sacra Immagine, e funziona da altare maggiore. Il
piano di detto altare è sollevato su quello degli altri due di metri
uno e venti, e vi si accede da due rampe laterali di cinque gradini ognuna. Questo piano sollevato forma un tutto a sé, ed è circondato da una fortissima cancellata in ferro con fregi di ottone.
Le sue pareti sono adorne di cristalli colorati che nell’insieme presentano un disegno svariatissimo; anche l’altare è così costruito.
La descrizione del Merra conferma l’ipotesi avanzata da G. Lepore secondo la quale il primitivo pavimento della grotta doveva trovarsi ad una quota di poco più di un metro più alta dell’attuale39. Da
notare, inoltre, che al tempo del Merra c’erano anche altri due altari, uno sotto l’affresco di S. Margherita e l’altro dal lato opposto, sotto un quadro dedicato all’Annunziata donato da Vincenzo Carafa.
Analoga descrizione è riportata da P. Cosma Lojodice nel Manuale di pratiche divote in onore di S. Maria dei Miracoli in Andria40. Al-
37 Per la descrizione vedasi Petrarolo P., Il santuario di Santa Maria dei Miracoli,
Andria 1996, pp.45-46.
38 Si tratta della prima edizione del Merra sul nostro santuario, poi riproposta in
una seconda edizione nel 1876 ed infine, ampliata, inserita nella raccolta Monografie andriesi, Bologna 1906.
39 Cfr. Bertelli G., Lepore G., «La lama di Santa Margherita e la grotta di S. Maria dei Miracoli ad Andria», in Bertoldi Lenoci L., Renna L. (a cura), La Madonna d’Andria, ivi 2008, pp.55-56.
40 Lojodice Cosma P., Manuale di pratiche divote in onore di S. Maria dei Miracoli
di Andria, Bologna 1899, p.12, nota 1.
145
STUDI ED INTERVENTI
la descrizione del Merra il Lojodice aggiunge la notizia che la decorazione in cristalli è stata opera del P. Tommaso Tasca, agostiniano41.
Aggiunge, inoltre, che
(…) nell’abbassare il pavimento all’odierna altezza fu scoperto uno
scheletro. Si vuole fosse d’uno dei primi monaci Benedettini, venuti a prendere possesso del Santuario; certamente d’un divoto
della Madonna dei Miracoli.
Il P. Francesco Saverio Jafanti, allora Priore, curò di raccogliere
quelle ossa, le chiuse in una cassetta, che venne fabbricata in un
vano aperto appositamente nel masso tufaceo della grotta.
Ora che scrivo questa nota (9 Marzo 1899) ho fatto murare sopra
quel vano una lapide con la seguente epigrafe:
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DEIPARAE . A . MIRACULIS . CULTOR
SUB EJUS . PRISCO . SACELLO
JACEBAM
NUNC . HIC
ALIO . NE . TRANSFERAR
ADPRECOR
AVE . MARIA
che tradotto significa:
Devoto della Madonna dei Miracoli,
ero ancora sepolto sotto il suo originario sacello (tempietto),
perciò ora supplico di non essere traslato in altro luogo.
Ave Maria.42
È davvero singolare il fatto che tutti coloro che, a partire dal
1899, si sono occupati del santuario43 abbiano totalmente ignorato
questa epigrafe. Fa eccezione soltanto G. Lepore che nel suo lavoro
sulla grotta pone dei quesiti sul significato dell’epigrafe in relazione
ad eventuali depositi sepolcrali nei pressi della laura44.
I quesiti sollevati da Lojodice e da Lepore possono essere risolti
da una notizia fornita dal Merra. Probabilmente le ossa ritrovate ap-
41 P. Tasca faceva parte del gruppo di agostiniani che nel 1839 aveva preso possesso del santuario in sostituzione dei benedettini (Merra E., «La Madonna dei Miracoli d’Andria», in Monografie andriesi, Bologna 1906, pp.402-403).
42 Traduzione di N. Montepulciano.
43 Da ultimo Melillo M., Il 10 Marzo 1576 e le vicende del Santuario di Andria, ivi
2011.
44 Cfr. Bertelli G., Lepore G., «La lama di Santa Margherita e la grotta di S. Maria dei Miracoli ad Andria», cit., p.52.
STUDI ED INTERVENTI
partenevano al benedettino Oliviero Carafa, figlio “cadetto” del duca
d’Andria, dove morì nel 1771 e fu sepolto in una tomba ai piedi della cripta45.
Di questo benedettino andriese si sa che è stato abate di S. Lorenzo di Aversa46, poi di S. Benedetto in Chiaia a Napoli47, poi nuovamente di S. Lorenzo di Aversa48.
5. Facciata della chiesa superiore49
La facciata della chiesa superiore del santuario si presenta con tre
porte di accesso e sovrastanti tre finestroni, il tutto coerentemente alla distribuzione interna a tre navate della chiesa. Un portico su sei
pilastri quadrangolari, quattro dei quali compositi con colonne, coperto con volte a crociera precede le tre porte d’ingresso.
I finestroni della parte superiore hanno una sagoma esterna
strombata che si profila a leggero sesto acuto, molto simile alle monofore medievaleggianti che si vedono sul fianco della chiesa superiore e sulle pareti di quella inferiore (Fig. 9). In un momento non ancora meglio identificato, forse durante il settecento, nella parte interna superiore dei finestroni venne inserito un architrave in modo da
trasformarli in sagoma rettangolare, lasciando però intatta la sagoma
esterna, come ancora oggi è visibilmente verificabile.
In un precedente lavoro (Zito 1999, p. 77 fig. 6) si è accennato
all’ipotesi che le finestre laterali sarebbero state anche accorciate per
ottenere l’altezza necessaria alla costruzione del portico attuale, realizzato in sostituzione del portico su quattro colonne menzionato dal di
Franco (1606, p. 7). Questa ipotesi è stata confermata dall’esame diretto delle suddette finestre, possibile soltanto accedendo al terrazzo di
copertura del portico attraverso l’ex monastero. Si è rilevato che men-
45 Merra E., cit., pp. 386-387. Il Merra trae la notizia da una «Storia Mss. di Andria» del prevosto Pastore (XVIII sec.), P.II, Cap. XVI, documento tutt’ora introvabile (vedasi Zito V., La guerra dei 200 anni, Andria 2010, pp.22-25). Lo stesso
Merra, forse senza rendersene conto, riferisce che alla morte del P. Oliviero, che
sarebbe avvenuta all’età di 67 anni, avrebbe pianto la madre la quale, vista l’età
del defunto, probabilmente non era più in vita.
46 Archivio del monastero di Montecassino, Atti dei Capitoli della Congregazione
Cassinese anni 1750; 1751; 1753 e 1754.
47 Archivio del monastero di Montecassino, Atti dei Capitoli della Congregazione
Cassinese anni 1756; 1757; 1759 e 1760.
48 Archivio del monastero di Montecassino, Atti dei Capitoli della Congregazione
Cassinese anni 1768 e 1769. Si devono le notizie sugli atti dei capitoli che interessano “D. Oliviero Caraffa” a D. Faustino Avagliano, Priore del monastero di
Montecassino.
49 di Vincenzo Zito.
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STUDI ED INTERVENTI
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tre nel finestrone centrale il davanzale sostiene gli stipiti (Fig. 10), come normalmente deve essere per una corretta esecuzione di quest’elemento architettonico, nelle finestre laterali il davanzale è compreso
tra gli stipiti, fatto questo del tutto anomalo (Fig.11). Unica spiegazione possibile sta proprio nel fatto che le finestre laterali siano state “accorciate” mediante la sovrapposizione, sul vecchio, di un nuovo
davanzale il quale, ovviamente, non poteva che essere inserito tra gli
stipiti esistenti.
Questa constatazione, associata al fatto che gli archi traversi del
portico sono visibilmente “innestati” nella muratura della facciata50
forniscono la prova che l’attuale portico è stato aggiunto alla facciata
e che quindi non si può assolutamente confondere con il «portico fondato sopra quattro colonne di pietra viva» descritto dal di Franco51.
Anche l’ipotesi a suo tempo avanzata da Cusmano Livrea52 secondo la quale le colonne attualmente presenti nei quattro pilastri compositi centrali potrebbero essere un reimpiego delle colonne del vecchio portico non sembra più condivisibile. Infatti recentemente, nel
letto della lama, sono state rinvenute due colonne in pietra calcarea,
che sono state recuperate ed attualmente collocate nel vicino monastero agostiniano di Santa Monica, che per altezza e dimensione possono aver fatto parte del vecchio portico menzionato dal di Franco.
6. Aggiunte alla cronotassi degli Abati53
Nella cronotassi abbaziale compilata da F. Avagliano54 resta insoluto il quesito se D. Severino da Montella sia stato il primo Abate del
monastero andriese o se sia stato semplicemente un amministratore.
Il quesito viene sciolto da Giovanni di Franco che in appendice al suo
libro pubblica l’elenco degli abati fino al 160655. Secondo il suddetto
elenco D. Severino è stato un amministratore del santuario. La qualifica di amministratore di D. Severino è ulteriormente confermata in
alcuni atti notarili conservati presso la sezione di Archivio di Stato di
50 Cfr. Zito 1999, p.78 fig.9.
51 Diversamente la Gelao (2008, p.112) sostiene, senza motivarlo, che il portico attuale è lo stesso di quello descritto dal di Franco.
52 Cusmano Livrea L., «S. Maria dei Miracoli. Andria», in Calò Mariani M.S. (a cura), Insediamenti benedettini in Puglia, Cavallino di Lecce, Vol.II, Tomo I, p.364.
53 di Vincenzo Zito.
54 Avagliano F., «Contributo alla cronotassi abbaziale del monastero di S. Maria dei
Miracoli di Andria», in Bertoldi Lenoci L., Renna L., La Madonna d’Andria, ivi
2008, pp.197-246.
55 Di Franco 1606, p.530. Evidentemente l’elenco degli Abati del Merra, di cui si serve Avagliano, fino al 1606 è tratto dal libro del di Franco.
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Trani, nei quali il Nostro è qualificato come “Administrator” del monastero e del santuario di “S. Marie Miraculorum in lamis”56. Conseguentemente il primo Abate di Andria è stato D. Arsenio da Padova,
professo di S. Giustina di Padova ed eletto Abate nel 1584.
Alla cronotassi degli abati occorre aggiungerne uno che sino a questo momento era ignoto. Si tratta di D. Costantino dé Notari, professo a Nola nel 1584, a proposito del quale la Matricula del Bossi57 recita:
D. Constantino de Notariis a Nola 21 Martii 1584
Vir tum religiosa probitate tum eminenti doctrina praedictus et
vere illustris. Plura et sane egregia edidit et: 1°. Il duello
dell’ignoranza e della scienza fatto principalmente nel campo filosofico, diviso in due parti sceptica e dogmatica. Mediolani an.
1607. in 4. et Venetiis 1610. 2° Compendium clavis regiae S. Gregorii Sayri. 3° Eiusdem compedii pars. 2.da, ambo Venetiis an.
1613. 4°. Del mondo piccolo ammirevole, discorsi curiosi dell’umana perfezione ecc. Venetiis 1617. 5°. Il mondo grande, Venetiis
1617. 6° Il cittadino del cielo: ritratto del Salmo: Domine quis habitabit ecc. Neapoli an. 1622. Doctrinae eius fama permota Cong.
Nostra illum priorem deinde abbatem costituit in qua dignitate
per aliquos annos probe versatus, tandem an. 1624 ex hac vita
migravit non sine magnum liberatorum maerore.
La Matricula Della Torre è al riguardo più sintetica e leggermente diversa58:
D. Constantinus de Notariis a Nola, professus Neapoli (monastero
di S. Severino) 21 martii 1584, Fuit abbas. Plura scripsit. Vide Bibliothecam Armellini sub Litera C. folio, 136 et 137:
Come si vede nessuna delle due Matricule riporta la notizia della
sua carica di abate avuta in Andria, carica che, però, lo stesso “D.
Constantinus” dichiara di ricoprire nel frontespizio del suo ultimo libro che si riporta integralmente:
Il cittadino del cielo ritratto dal Salmo Domine quis habitabit in
Tabernacolo tuo. Opera del R. P. D. Costantino dé Notari Nolano
56 Archivio di Stato di Trani, Fondo notarile, Notaio Giovanni Vincenzo Tota, Protocollo n.16, anno 1582, ff. 34 v; 103 r; 117 r; 156 r.
57 Bossi A., Matricula monachorum Congregationis Casinensis cit., p.289.
58 Archivio di Montecassino, «Matricola sive Series cronologica monachorum omnium
Congregationis Casinensis» del p.d. Giovanni Battista della Torre, manoscritto,
p.488. Devo questa notizia a D. Faustino Avagliano, Priore del monastero di Montecassino.
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Abbate di S. Maria de’ Miracoli d’Andria della Congregatione Casinense (…) – in Napoli: per Domenico di Ferrante Maccarano,
162259.
Pertanto questo Abate va collocato tra D. Venanzio Agazzini da
Roma, che nel 1621 era Abate in Andria, e D. Vittorino Schirilli da
Napoli, Abate dal 13 maggio 162960. Essendo il dé Notari deceduto nel
1624, al momento non si conoscono i nomi degli abati nel periodo
1624-1629.
Bibliografia essenziale
Bertoldi Lenoci L., Renna L. (a cura) (2008), La Madonna d’Andria, ivi;
150
di Franco G., (1606), Di Santa Maria dé Miracoli d’Andria. Libri Tre,
Napoli, ristampa anastatica, Bari 2009;
Gelao C. (2005), Puglia rinascimentale, Milano;
Gelao C. (2008), «La chiesa di Santa Maria dei Miracoli ad Andria.
L’Architettura», in Bertoldi Lenoci L., Renna L. (a cura), La Madonna d’Andria, ivi, pp.93-140;
Zito V. (1999), «Da laura cenobitica a basilica», in Montepulciano N,
Zito V. (a cura), La lama di Santa Margherita e il santuario della
Madonna dei Miracoli, S. Ferdinando di Puglia.
59 L’opuscolo è stato casualmente individuato da chi scrive presso la biblioteca del
Dipartimento di Studi Classici e Cristiani dell’Università degli Studi di Bari.
60 Avagliano F., «Contributo alla cronotassi abbaziale del monastero di S. Maria dei
Miracoli di Andria», cit.
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Fig. 1) Stemmi nobiliari di alcuni rami dei “di Franco” in Sicilia. Dall’alto in basso:
Francorum Familiae insigne di Catania (da di Franco, Di Santa Maria dei
Miracoli, 1606, p. 95), Franchis (de) di Palermo e Franchi di Messina (da Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia, Palermo 1871, p. 185).
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Fig. 2) Ricostruzione virtuale della facciata della grotta (Zito 1999, p.96).
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Fig. 3) Particolare dell’epigrafe sul frontone della facciata della grotta, nella quale si
legge chiaramente l’ultima cifra, in caratteri romani, dell’anno 1577.
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Fig. 4) Vista della facciata della grotta dall’interno della cappella intermedia. Particolare. Si nota a sinistra la muratura d’ambito della cappella e, a destra, un
pilastro che fa corpo con la facciata, retrostante il bassorilievo dell’Annunciazione.
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Fig. 5) Resti dell’epigrafe alla base del timpano di coronamento.
Fig. 6) Affresco sulla parete di fondo della chiesa inferiore raffigurante l’episodio del
miracolo di S. Placido.
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Fig. 7) Didascalia dell’affresco di fig. 6).
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Fig. 8) Didascalia dell’affresco di fig. 6) integrato delle parti mancanti.
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Fig. 9) Finestra monofora laterale della chiesa inferiore.
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