la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Anno VI (1968)
n. 1-3 (genn.-giu.)
L'ANNO DI VICO
Presenza*
Il decennio dal '60 al '70 è ricco di fauste ricorrenze per la nascita di
grandi italiani: Galileo, Dante, Croce, Campanella, Vico, Machiavelli e licet a noi
dauni, con dovuto senso di proporzione, aggiungere Umberto Giordano.
La dibattuta e discussa celebrazione per il centenario della nascita di
D'Annunzio si è comunque conclusa, come acutamente notava Mario Fubini,
all'insegna dell'eppure... E si concluderà all'insegna dell'eppure l'anno di Vico?
Di là dalle celebrazioni ufficiali, accademiche e sporadicamente
periferiche, si potrebbe forse dire che qualche cosa non « ingrana », oggi come
al suo tempo, di questo genio irrimediabilmente anacronistico.
Dalle pagine di questa rivista ci si è chiesto quale la componente che
permane di Galileo, di Dante, di Croce nella nostra formazione mentale e nella
cultura o civiltà italiana, europea, universale.
Scarsa o molta che sia l'influenza del pensiero vichiano, esso ha avuto
una dubbia risonanza, ora letteraria, ora politica, ora scientifica; e le
implicazioni, o meglio, complicazioni di psicologia e sociologia hanno portato a
un ulteriore fraintendimento o gonfiamento dell'opera del pensatore
napoletano (e ora si son messi anche i fisici a stiracchiare la co* Ad Alfredo Petrucci nell'ottantesimo della sua nascita.
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smologia del De Antiquissima). Eppure quest'ostrica abbarbicata allo scoglio del
passato e della tradizione classica e rinascimentale apre le valve con dentro una
perla di luci nuova, che ci proviene proprio da quel passato.
Nelle placide ore d'inverno, accanto a una stufa, il francese Cartesio
accende tranquillamente la miccia di un razionalismo che porta difilato alla
iconoclasta rivoluzione, che abbatte troni ed altari e con la ghigliottina intende
distruggere non solo i re, ma anche l'ingombrante passato, le tradizioni, la
storia.
In una tetra casa della vecchia Napoli, tra angustie e miserie familiari, il
popolano e solitario pensatore napoletano, partendo proprio dal forte sentore
di storicità proveniente dal senso, dalle passioni, dal sentimento, dalla
tradizione, dal passato, accende la miccia di un pensiero più rivoluzionario e
gravido di futuro e che vede e intravede il razionale nell'irrazionale: quella
vitalità che si sprigiona dalla matta bestialità e che rese inquieto e tormentoso il
pensiero di un Croce al tramonto, testimone di due furibonde e travolgenti
guerre mondiali.
Se Cartesio dice « io penso », Vico vuole sapere come si fa a pensare,
come si fa a fare, che significato e valore ha tutto l'agire umano nelle molteplici
sue manifestazioni: religiose, morali, giuridiche, mitiche, etiche, estetiche ed
economiche, tutte intese quali modificazioni della medesima mente umana e
del senso e del sentimento. Insomma, per la prima volta, il popolo, l'intero
popolo, il genere umano - com'egli usa dire - è il vero soggetto e protagonista
della storia e per la prima volta l'oggetto della speculazione filosofica. Non per
nulla, cioè non gratuita è perciò l'attenzione di quella dottrina socio-politica che
va da Marx a Trotzkij, da Michelet a Sartre. Idea e fatto, vero e certo, nella loro
mutualità, determinano e creano l'azione e la scienza umana, oltre le quali le
scienze della natura o cadono nella minuzia del particolare o sconfinano nelle
ipotesi mitiche.
Di qui il disinteresse di Marx per le teorie evoluzionistiche di Darwin,
proprio mentre pone l'accento su Vico e sulla storia fatta dagli uomini. (Le
difficoltà di interpretazione
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della realtà « non sorgono quando l'uomo è l'inizio di se stesso e, di
conseguenza, del suo operare dialettico » - Sartre). Da qui la diffidenza di
Croce, spiegabile se non giustificabile, per le scienze esatte con i suoi pseudoconcetti.
Poiché dunque la storia è frutto dell'umano sentimento e dell'umano
pensiero, Vico « non esitò ad affermare che nell'antichità solo l'istinto o il
senso, l'irrazionale furono alla base della storia ».
Non è di gusto il precursorismo ad ogni costo e si farebbe, in ogni caso,
un torto a Vico; ma non vanamente si insiste sulla intuizione vichiana della
matematica come puro e astratto e convenuto prodotto della mente umana,
della fisica galileiana intesa dinamicamente e relativisticamente, fino a far
pensare a qualcuno (Pannaria) a lampi di intuizione che preludono a Poincaré,
a Lorentz, a Planck.
Superfluo dire a quale buon diritto il Vico è ritenuto il fondatore
dell'estetica contemporanea, con totale capovolgimento di una dottrina da
oggettivistica a soggettivistica; ed è questo il campo più vistoso della
rivoluzione vichiana e dell'entusiasmo quasi fatuo che va dal Romanticismo
all'Idealismo. Fecondità di un pensiero che anima e ispira gli stessi programmi
scolastici italiani, additando al maestro un fanciullo tutto « spontaneità e
fantasia »; fecondità di un pensiero che scopre segretamente una delle linee
ispiratrici fondamentali della poesia leopardiana (gli « ameni inganni », i «
fantasmi », le « illusioni » che confortano l'esistenza umana), e foscoliana (i
Sepolcri esprimono, tra l'altro, una pregnante lettura della Scienza Nuova).
Entrando in merito, tuttavia ci si chiede fino a qual punto il Vico possa
ritenersi compresente al pensiero e alla mentalità contemporanea. Spesso, in
ricorrenze del genere, ci può essere una doppia forzatura, sia nel volere «
attualizzare » ad ogni costo, un pensiero, una dottrina, sia nel deformarli, ora
con intenti di volgarizzamento, ora, e questo purtroppo è accaduto a Vico in
modo particolare, nell'interpretarne tendenziosamente l'opera: ieri, da parte dei
romantici, degli storicisti, dei positivisti, degli idealisti e dei neo-scolastici; e
oggi, da parte dei filosofi impegnati materialisticamente, o, caso strano, dei
cattolici integralisti.
3
Leggevo proprio nei giorni scorsi, appunto, che una colpa che si fa a
Vico da più parti, è quella di non perdonargli di essere stato - paradossale
situazione di un genio - ora il precursore dello storicismo idealistico, ora
addirittura del marxismo.
Intanto io mi chiedo se stiamo per togliere le bende a una mummia. E'
un atto che impone un'assoluta spregiudicatezza di fronte all'autore, e una sana
e guardinga diffidenda verso tutte le interpretazioni interessate di destra e di
sinistra.
E mi valga il « lungo studio » e il « grande amore » che ho portato verso
il filosofo napoletano, sorretto in merito da due grandi Maestri: Benedetto
Croce e Guido De Ruggiero.
Nel guardare la figura di quest'uomo, di questo piccolo borghese, figlio
di un modestissimo « libraiuccio », dalla mente ardentissima, salta evidente una
considerazione sulle condizioni di fondo del pensiero meridionale: la sua
autentica tragicità esistenziale, il suo svolgersi e dibattersi tra miserie quotidiane
e pensieri d'universale grandezza, tipici di noi meridionali, un po' moralmente
orientali; di una pigrizia insomma fervida di introspezione e speculazione, di cui
in Italia pare possediamo il monopolio, se facciamo eccezione di Rosmini e di
Gioberti. E se facciamo eccezione dell'olimpicità di due grandissimi pensatori
meridionali: Tommaso D'Aquino e Benedetto Croce, tutti gli altri confermano
la regola di un pensiero che si svolge e si dibatte tra miserie fisiche, morali,
storiche, sociali, religiose e politiche. Basti pensare alle avversità affrontate da
un Telesio, da un Giordano Bruno, irrequieto esule finito sul rogo; a un
Tommaso Campanella che languì per vari motivi religiosi e politici per circa 29
anni nel carcere, e anche a un Giovanni Gentile, vittima di una faziosità
gratuita; per non accennare che ai grandi e ai grandissimi.
« Mastro Tisicuzzo » - così lo appellava il suo collega maggiore
all'università, Nicola Capasso - visse sempre tra infinite angustie e ristrettezze
di ogni genere. Figlio appartenente a una famiglia di otto figli e padre a sua
volta di otto figli, il problema del pane quotidiano fu l'assillo maggiore
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del Vico, donde si fece, di volta in volta, maestro elementare, insegnante
privato, scrivano, storiografo, cortigiano, storiografo ufficiale, sia pure con
decoro e dignità sempre, e, tra l'altro, maestro di eloquenza all'università con
uno stipendio minimo, quasi un decimo di quello dei suoi colleghi di altre
cattedre.
Comincia il Vico la sua Autobiografia (sia pure con un falso in atto
pubblico giocatogli dalla memoria) così:
« Il signor Giambattista Vico egli è nato in Napoli l'anno 1670 da onesti
parenti, i quali lasciarono assai buona fama di sé. Il padre fu di umore allegro, la madre
di tempra malinconica; e così entrambi concorsero alla naturalezza di questo lor
figliuolo. Imperciocché, fanciullo, egli fu spiritosissimo e impaziente di riposo; ma in età
di sette anni, essendo col capo in giù piombato da alto fuori d'una scala nel piano, onde
rimase ben cinque ore senza moto e privo di senso, e fiaccatagli la parte destra del cranio
senza rompersi la cotenna, quindi dalla frattura cagionatogli uno sformato tumore, per
gli molti e profondi tagli il fanciullo si dissanguò; talché il cerusico, osservato rotto il
cranio e considerando il lungo sfinimento, ne fe' tal presagio: che egli o ne morrebbe o
sarebbe sopravvissuto stolido. Però il giudizio in niuna delle due parti, la Dio mercé, si
avverò; ma dal guarito malore provenne che indi in poi e' crescesse di una natura
malinconica ed acre, qual dee essere degli uomini ingegnosi e profondi, che per l'ingegno
balenino in acutezze, per la riflessione non si dilettino dell'arguzie e del falso ».
Pagina esemplare per sinteticità e realtà di fatti e di situazioni. Ma ancor
meglio dell'« Autobiografia » sintetizza il costante e angoscioso pessimismo di
fondo del Nostro, la poesia Affetti di un disperato del 1692, (meditata
certamente nella quiete di Vatolla nel Cilento) di evidente ispirazione lucreziana
e con accenni, tipici dell'apprensione del Nostro, ai mali del suo tempo, non
escluso quello cantato dal Fracastoro:
« Perché cadente ormai è 'l ferreo mondo
e son già instrutti a farci strazio i fati,
di pari con le colpe i nostri mali
crebber sugli altri de le prische etati
troppo altamente, poiché sotto il pondo
di novi morbi i gravi corpi e frali
gemono smorti, ed a la tomba l'ali
il viver nostro ha più preste e spedite ».
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Canzone che ritengo ispirata ad una poesia di buona lega, a parte alcuni
versi di evidente derivazione di un'Arcadia pur nobile, e una intonazione che
prelude sorprendentemente al nostro Leopardi, vi sono versi che « ridono » e si
ricordano volentieri, come questi:
« Mi venne sol da luminosa parte
del cielo una vaghezza di destare
a' piè de' faggi e poi de' lauri a l'ombra
la bella luce che fa Palme chiare ».
Guardiamo ora ad un aspetto di più vivace interesse dell'opera,
dell'attività di questo grande filosofo.
Il pensiero del Vico si presenta come un magma, una ganga ricchissima
di aggregati, in cui si possono riscontrare metalli preziosi congiunti ad elementi
molto più vili, ma che, si reggono come eccipienti nel pensiero integrale, in
quella gran selva, in questa cattedrale che si erge sui pilastri di illuminazioni
geniali e scoperte validissime.
Il Cartesio è appellato il padre della filosofia contemporanea, di quella
filosofia che va dal razionalismo all'illuminismo: il Vico è certamente il
fondatore dello spiritualismo moderno e contemporaneo, che, attraverso il
romanticismo, approda allo storicismo contemporaneo. E non importa se si
tratti di storicismo assoluto crociano o storicismo dialettico marxista. (Ma fu
poi il Marx uno storicista? Croce e Arthusser s'incontrano nel negarlo).
Ecco, guardiamo appunto quest'aspetto del pensiero vichiano che si
afferma con i segni indiscutibili di un profondo antintellettualismo, segno vero
della grandezza di un filosofo.
A proposito delle società primitive, il Vico, con sano e robusto realismo,
si oppone a ogni concezione convenzionale nella fondazione della « città »
umana. E' contro ogni forma affidata al caso (epicureismo) o al fato
(stoicismo), o a ogni sorta di contrattualità iniziale (si dice, oggi, programmata
o pianificata), contro il Grozio (che in parte segue, del resto).
Egli ha presentato, innanzitutto, con crudezza ed acutezza di veduta, i
bestioni delle selve, i barbari delle caverne
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che via via convertono, per pratica ed egoistica utilità, la loro ferocia in forza e
questa in virtù.
Come Machiavelli, che pure avversa, rileva il fascino che ha la forza sulle
menti primitive, che diventa una dialettica lotta della « virtù contro furore » con
una originaria partizione di giganti forti e selvaggi, dominatori e giganti, deboli
e sottomessi. Egli ha presente che la storia ideale eterna che si raffigura nel
tempo e tipicizza in guise, modi, tempi, età, categorie e istituti umani
corrispondenti « alle modificazioni della medesima mente ».
Vi è un continuo convertirsi dell'idea nel fatto e del fatto nell'idea, donde
il conseguente lavoro dei filologi e dei filosofi, in un campo in cui il Vico vanta
fieramente il diritto del primo occupante.
Il Vico ha presente come società tipica quella romana, ora idealizzata
filosoficamente, ora generalizzata con empirica sociologia. Sarà bene leggere
qualche pensiero: « Con l'occasione di queste cose, Plutarco nel Teseo dice che
gli eroi si recavano a grande onore e si riputavano in pregio d'armi con l'essere
chiamati « ladroni », siccome, a' tempi barbari ritornati, quello di « corsale » era
un titolo riputato di signoria ».
Tornato a Roma, così il Vico in una « degnità ».
« E' pur aureo negli stessi libri d'Aristotele quel luogo ove dice che nell'antiche
repubbliche i nobili giuravano d'esser eterni nemici della plebe.
Questa degnità ne spiega la cagione de' superbi, avari e crudeli costumi de' nobili
sopra i plebei, ch'apertamente si leggono sulla storia romana antica. Ché, dentro essa
finor sognata libertà popolare, lungo tempo angariarono i plebei di servir loro a proprie
spese nelle guerre, gli anniegavano in un mar d'usure, che non potendo quelli meschini
poi soddisfare, gli tenevano chiusi tutta la vita nelle loro private prigioni, per pagargliele
co' lavori e fatighe, e quivi con maniera tirannica gli battevano a spalle nude con le
verghe come vilissimi schiavi ».
Ed allora è costretto a parlare di « dure necessità » che sgombrano il
terreno da tutta quella mitologia gloriosa che avvolge di vapori la storia
romana:
1. gli eroi giuravano di essere nemici della plebe;
2. di tenere la ricchezza nell'ambito della loro classe;
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3. di evitare al sommo le guerre per non armare la plebe;
4. di non concedere diritti « bonitarii » e « quiritarii » al popolo,
servendosi nei campi di schiavi e di stranieri, e di tener vincolati (nexi) come
schiavi i debitori insolvibili.
Gli eroi sono rappresentanti di determinata classe, e i re fan parte di
essa, cioè di quella aristocratica: « Perché nei tempi eroici, nei quali gli stati
furono aristocratici..., gli eroi avevano privatamente ciascuno gran parte della
pubblica utilità, ch'erano le monarchie famigliari conservate lor dalla patria, e,
per tal grande particolar interesse, conservato loro dalla repubblica ».
Noi « stendiamo » a seguire gli storici che ci hanno preceduto, dalla
cacciata dei re fino alla seconda guerra cartaginese.
« Bruto che consagra con due suoi figliuoli la sua casa alla libertà; Scevola che, col
punire del fuoco la sua destra, la quale non seppe ucciderlo, atterrisce e fuga Porsenna, re de'
toscani; Manlio detto « l'imperioso » che, per un felice peccato di militar disciplina, istigatogli
da stimoli di valor e di gloria, fa mozzare la testa al suo figliuolo vittorioso; i Curzi che si
gittano armati a cavallo nella fossa fatale; i Deci, padre e figliuolo, che si consagrano per la
salvezza de' lor eserciti; i Fabrizi, i Curi, che rifiutano le some d'oro da' sanniti, le parti
offerte de' regni da Pirro; gli Attili Regolo che vanno a certa crudelissima morte in Cartagine
per serbare la santità romana de' giuramenti: che pro fecero alla misera ed infelice plebe
romana? che per più angariarla nelle guerre, per più profondamente sommergerla in mar
d'usure, per più a fondo seppellirla nelle private prigioni de' nobili, ove gli battevano con le
bacchette a spalle nude a guisa di vilissimi schiavi? E chi voleva di un poco sollevarla con una
qualche legge frumentaria o agraria, da questo ordine di eroi, nel tempo di essa romana virtù,
egli era accusato e morto come rubello: qual avvenne, per tacer d'altri, a Manlio Capitolino,
che aveva serbato il Campidoglio dall'incendio degl'immanissimi Galli senoni; qual in
Isparta (la città degli eroi di Grecia, come Roma lo fu degli eroi del mondo) il magnanino re
Agide, perché aveva attentato di sgravare la povera plebe di Lacedemone, oppressa dall'usure
de' nobili, con una legge di conto nuovo, e di sollevarla con un'altra testamentaria... funne
fatto strozzare dagli efori ».
La lotta continua del popolo contro i patrizi è, per l'appunto, diretta alla
conquista di tutti i diritti civili dei plebei,
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passando da quelli « bonitarii » a quelli propriamente civili, e cioè, « quiritarii »;
per esempio, consacrare solennemente nozze non con i patrizi, ma come i patrizi.
Anche lo stesso Catone Uticense si suicida, non per l'ideale amore di
libertà, ma perché, scomparso Pompeo, si sente impari alla lotta per la sua
classe che egli deve sostenere contro Cesare.
Cosicché, « che romana virtù dove fu tanta superbia? che moderazione
dove tanta avarizia? che mansuetudine dove tanta fierezza? che giustizia dove
tanta inegualità? ».
A questo punto, è chiaro, si profila una grande ombra: quella di chi ha
imperniato tutta la storia sull'economica lotta di classe. Conviene per un
momento far punto e voltare pagina.
Praga, Marx, Mao, Marcuse.
La domenica 10 marzo, abbiamo appreso dalla radio che tremila studenti
si sono recati alla tomba di Giovanni Masaryk, appellandolo « grande figlio di
un grande padre ». Questi terribili studenti che fanno la storia! Sempre
all'avanguardia nell'ottocento romantico e risorgimentale e in questo secolo, da
Serajevo a Budapest, a Praga, a Varsavia. E ci si informa che gli studenti italiani
avanzano con Mao e Marcuse sotto il braccio, ma non sappiamo quali siano le
nuove o vecchie bibbie degli studenti delle capitali dell'Europa Orientale.
Fu infatti Tommaso Masaryk, primo Presidente della Cecoslovacchia
libera dopo la grande guerra, colui che meglio fece conoscere il nostro Vico nel
mondo della cultura orientale: una conoscenza scientificamente meglio
circostanziata e scientificamente precisata. Ma già nel clima di fervore
romantico dell'ottocento europeo vi fu per il Vico una infatuazione di moda.
Come ora non si è « op to date » », se non si conosce Marcuse, venti anni fa
Sartre, quaranta anni fa Proust, nei salotti ottocenteschi, francesi soprattutto,
Balzac notava che non si era « à la page » se non si fosse parlato del Vico.
Con Michelet in Russia un primo entusiasmo, con interessi sociopolitici, lo notiamo in Herzen, esule russo e amico di Saffi e Mazzini. Il
Dostoevskij scrive al fratello Michele, in Parigi, perché gli compri una copia
della « Scienza Nuova » « à tout prix » e, non per nulla, stando sempre in
Russia, nelle
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sue « Memorie », Lev Trotzkj cita in prima pagina il nostro Vico.
E, finalmente, venendo all'argomento, Carlo Marx, nel primo capitolo
del « Capitale », così in una nota: « Darwin ha fatto rivolgere l'attenzione sulla
storia della tecnologia naturale, vale a dire sulla formazione degli organi delle
piante e degli animali considerati come mezzi di produzione per la loro vita. La
storia degli organi produttivi dell'uomo sociale, base materiale d'ogni
organizzazione sociale, non sarebbe forse degna di tali ricerche? E non sarebbe
egli più facile il condurre tale impresa a buon fine, giacché, come dice Vico, la
storia dell'uomo si distingue dalla storia della natura in ciò che noi abbiamo
fatto quella e non questa? ».
In un certo qual modo questa aspirazione marxiana per una storia della
civiltà tecnologica è stata accolta, come leit motiv, dal Marcuse nell'ormai
famoso libro L'uomo a una dimensione.
Questa segnalazione di Marx sarà feconda di un lungo e storico
cammino nel campo della speculazione sociale e sindacale che, secondo Croce,
« tra l'altro, indurrà Giorgio Sorel a studiare direttamente le opere del Vico,
divenuto poi per lui, insieme col Proudhon, il Le Play e appunto il Marx uno,
per parlare vichianamente, dei suoi " quattro autori " ».
Ma il Marx non lesse direttamente la Scienza Nuova, ma forse in una
traduzione della Belgioioso, intorno al 1850, e cioè, due anni dopo la
pubblicazione del Manifesto.
Marx, inoltre, nel saggio Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, pubblicato
in una rivista americana nel 1852, già accenna, secondo il Fisch indirettamente,
allo stesso concetto vichiano esposto nella nota sopracitata del Capitale.
Comunque egli discorre diffusamente del Nostro in una lettera londinese del
1852 a Ferdinando Lassalle. « Comincia a meravigliarsi come mai dal System der
erworbenen Rechte del Lassalle apparisse evidente nell'autore la nessuna
conoscenza della Scienza Nuova. Non che da questa il Lassalle, dato il fine del
suo libro, avrebbe potuto trarre giovamento diretto: vi avrebbe trovato,
tuttavia, una considerazione filosofica dello spirito del diritto romano « in
opposizione a quella dei filistei
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del diritto ». Certamente, qualora avesse tenuto presente l'opera originale,
difficilmente il Lassalle ne avrebbe cavato le mani, dal momento che essa
sembrava al Marx composta « nello stranissimo dialetto napoletano » (e dire
che il povero Vico a nulla forse s'era affaticato tanto nello scrivere quanto a
non discostarsi dal più puro « toscano » del Tre e Cinquecento!) (CroceNicolini: Bibliografia vichiana, II, pag. 714).
Vero è che queste considerazioni del Croce maturo non affiorano nel
giovanile saggio Materialismo storico ed economia marxistica, nel quale Vico è
mentovato una sola volta per un analogico raffronto formale tra la Scienza
Nuova e il Capitale, che apparivano entrambe « asimmetriche, disordinate,
sproporzionate, urtanti contro tutte le leggi dell'estetica ».
Non mette conto, infine, ricordare i consigli di eguale natura per una
profittevole lettura della Scienza Nuova indirizzati da Marx al suo sodale Engels
e a quel pasticcione del genero Paul Laforgue.
Passiamo, invece, dalla forma alla sostanza per notare le differenze
fondamentali, anzi divergenze di tesi materialistiche e spiritualistiche tra Vico e
Marx (anche se vi è da notare che cattolici come Sciacca e marxiani nostrani e
francesi cercano un punto d'incontro nel parlare di antropologismo vichiano, al
fine di evitare il detestato scoglio dello storicismo assoluto) anche perché
ridurre la speculazione filosofica ad antropologismo significherebbe degradarla
a zoologismo, ricordando quanto ebbe a dire B. Croce contro il razzismo del
nazismo.
1. Basandosi sul principio aristotelico del conoscere per causa, Vico e
Marx distolgono lo sguardo dalla natura, lo affisano esclusivamente sul mondo
degli uomini e cercano, con basi scientifiche, di interpretare la storia umana
rilevando attività tipiche nelle relazioni umane e nella vita associata. Senonché
Marx pensa, materialisticamente, a linee prestabilite, con ripetizioni meccaniche
e deterministiche, Vico a forme creative in cui la ripetizione fenomenica non
ricorre pedissequamente, ma a spirale saliente con sviluppo e arricchimento
della civiltà.
2. Come è noto, Marx distingue attività primarie e
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secondarie, quelle che, poi, con linguaggio tuttora corrente, si chiameranno
strutture e sovrastrutture: le prime attengono strettamente alla conquista dei
beni materiali ed economici (vitto, alloggio, indumenti, ecc.), le altre all'arte, alla
scienza, alla religione, al diritto, alla politica, ecc. Basta leggere una qualsiasi «
degnità » della Scienza Nuova per rilevare come nel Vico non si faccia mai
questione di priorità: usi, costumi, « commerzi », « allianza », lingua, religione,
diritto iconomia, cioè saggia educazione dei figli e dei famuli, sono attività che
nascono simultaneamente nel mondo dei bestioni in modo barbarico, eroico, «
poetico ».
3. Ma c'è una considerazione di fondo, che è uguale in tutti i grandi,
in Socrate e in Vico, in Croce e in Goethe: tutta la storia dell'umanità è storia
religiosa, nel significato più ampio umano e divino della parola. Nei bestioni
fondatori della vita associata vi era una scintilla della divinità che imponeva
anzitutto il pudore di sé e il timore di Dio. Dal che si desume, vichianamente,
che l'uomo col pudore si coprì e usò con determinata donna, dando origine alla
famiglia; e col timore di Dio, nato con l'osservazione anche di spaventevoli
manifestazioni metereologiche e telluriche, sorsero la religione e la scienza; il
mito, forma semifantastica di conoscenza; il linguaggio, la poesia, la giustizia e
così via.
4. Se con crudo realismo Vico sente la dura necessità di sfatare la
sognata grandezza di Roma, egli però nota che, nell'evoluzione della lotta di
classe, il popolo, con la conquista di tutti i diritti civili, tende egoisticamente,
anch'esso, al suo bene « particolare » : gli agi, le mollezze, le « dilicatezze » e
l'affetto per i propri figli e parenti fanno perdere al popolo il senso dello Stato
che era, invece, radicato e profondo negli aristocratici sino al consapevole
sacrificio dei beni particolari, minimi o marginali.
5. Ma la considerazione suprema da fare, e che il Vico ostinatamente
ribadisce nei suoi principi, negli elementi e nel metodo, é quella che tutta
l'attività umana è retta, anzi ha per attrice fondamentale, la divina Provvidenza;
la quale, ora per vie contorte, ora « con raggirato lavoro », è sempre, « con
libero spirito », riconoscibile in tutte le manifestazioni uma12
ne, nelle modificazioni della medesima mente e nell'espressione di tutti i
bisogni.
C'è questo passo del metodo nella Scienza Nuova su cui molti non hanno
ancora meditato abbastanza o hanno voluto e vogliono equivocare.
« 1. Per tutto ciò dobbiamo cominciare da una qualche cognizione di Dio, della
quale non sieno privi gli uomini, quantunque selvaggi, fieri ed immani. Tal cognizione
dimostriamo esser questa: che l'uomo, caduto nella disperazione di tutti i soccorsi della
natura, desidera una cosa superiore che lo salvasse. Ma cosa superiore alla natura è
Iddio, e questo è il lume ch'Iddio ha sparso sopra tutti gli uomini. Ciò si conferma con
questo comune costume umano: che gli uomini libertini, invecchiando, perché si sentono
mancare le forze naturali, divengono naturalmente religiosi.
2. Ma tali primi uomini, che furono poi i principi delle nazioni gentili, dovevano
pensare a forti spinte di violentissime passioni, ch'è il pensare delle bestie. Quindi dobbiamo
andare da una volgare metafisica e da quella ripetere il pensiero spaventoso d'una qualche
divinità, ch'alle passioni bestiali di tal'uomini perduti pose modo e misura e le rendé passioni
umane. Da cotal pensiero dovette nascere il conato, il qual è proprio dell'umana volontà, di
tener in freno i moti impressi alla mente del corpo, per o affatto acquetarli, ch'è dell'uomo
sapiente, o almeno dar loro altra direzone ad usi migliori, ch'è dell'uomo civile. Questo
infrenar il moto de' corpi certamente egli è un effetto della libertà dell'umano arbitrio, e sì
della libera volontà, la qual è domicilio e stanza di tutte le virtù, e, tra le altre, della
giustizia, da cui informata, la volontà è 'l subbietto di tutto il giusto e di tutti i diritti che
sono dettati dal giusto.
3. Ma gli uomini, per la loro corrotta natura, sono tiranneggiati dall'amor
proprio, per lo quale non sieguono principalmente che la loro utilità; onde eglino, volendo
tutto l'utile per sè e niuna parte per lo compagno, non posson essi porre in conato le
passioni per indirizzarle a giustizia. Quindi stabiliamo: che l'uomo nello stato bestiale
ama solamente la sua salvezza; presa moglie e fatti figliuoli, ama la sua salvezza con la
salvezza della città; distesi gl'imperi sopra più popoli, ama la sua salvezza con la
salvezza delle nazioni; unite le nazioni in guerre, paci, allianze, commerzi ama la sua
salvezza con la salvezza di tutto il gener umano: l'uomo in tutte queste circostanze ama
principalmente l'utilità propria. Adunque, non da altri che dalla provvedenza divina
deve essere tenuto dentro tali ordini a celebrare con giustizia la famigliare, la civile e
finalmente l'umana società; per gli quali ordini, non potendo l'uomo conseguire ciò che
vuole, almeno voglia conseguire ciò che dée dell'utilità: ch'è quel che dicesi « giusto ».
Onde quella che regola tutto il giusto degli uomini è la giustizia divina, la quale ci è
ministrata dalla divina provvedenza per conservare l'umana società ».
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Siamo, come ognun vede, all'astuzia della ragione della Hegel e alla
eterogenesi dei fini nel campo delle scienze naturali, già notata dal Wundt.
Ma per quel tanto che mi son proposto di dimostrare, ci possiamo
riferire alla sintetica espressione del Foscolo nei versi di sicura ed evidente
ispirazione vichiana: « Dal dì che nozze e tribunali ed are / diero alle umane belve
esser pietose / di se stesse e d'altrui... ».
Dunque, la civiltà nasce fondata sui pilastri della famiglia, della
religione, della giustizia e dell'educazione dei figli: pilastri o strutture
portanti - come si direbbe - indispensabili tutte ed essenziali: ed un
elementare senso architettonico ci fa rifiutare ogni gerarchia o primarietà
unilaterale.
PASQUALE SOCCIO
Il Subappennino dauno
Appunti per un'azione organica e coordinata
La Capitanata è costituita di tre zone, aventi particolari caratteri: il
Tavoliere, il Subappennino e il Promontorio garganico. In uno studio
recentemente pubblicato dall'Unione Italiana delle Camere di Commercio, il
prof. Tagliacarne comprende rispettivamente:
Nel Tavoliere: Apricena, Ascoli Satriano, Candela, Carapelle, Cerignola,
Chieuti, Foggia, Lesina, Lucera, Manfredonia, Margherita di Savoia, Ortanova,
Poggioimperiale, San Ferdinando di Puglia, San Paolo di Civitate, San Severo,
Serracapriola, Stornara, Stornarella, Torremaggiore, Trinitapoli, Troia.
Nel Gargano: Cagnano Varano, Carpino, Ischitella, Isole Tremiti,
Mattinata, Monte S. Angelo, Peschici, Rignano Garganico, Rodi Garganico,
San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Sannicandro Garganico, Vico del
Gargano, Vieste.
Nel Subappennino: Accadia, Alberona, Anzano di Puglia, Biccari, Bovino,
Carlantino, Casalnuovo Monterotaro, Casalvecchio di Puglia, Castelluccio dei
Sauri, Castelluccio Valmaggiore, Castelnuovo della Daunia, Celenza Valfortore,
Celle S. Vito, Deliceto, Faeto, Monteleone di Puglia, Motta Montecorvino,
Orsara di Puglia, Panni, Pietra Montecorvino, Rocchetta S. Antonio, Roseto
Valfortore, San Marco la Catola, S. Agata di Puglia, Volturara Appula,
Volturino.
Questa suddivisione non coincide perfettamente con i confini territoriali
del Comprensorio Turistico Garganico, dei Consorzi di Bonifica Montana del
Gargano e del Subappennino e del Consorzio Generale di Bonifica di
Capitanata, oltre che con le suddivisioni comunemente accettate.
Fra quelle tre aree economiche lo studio fa significativi raffronti, che
non possono non far meditare chi ha responsabilità politiche ed amministrative
estese all'intero territorio provinciale.
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Nel periodo in esame 1951-1965 il Tavoliere presenta un aumento
della popolazione da 407.960 abitanti a 452.023 con una variazione
positiva del 10,80 %; il Gargano un aumento piú modesto da 139.088 a
140.317 abitanti con una variazione positiva dello 0,88 %; mentre il
Subappennino presenta una grave diminuzione da 112.611 a 88.306
abitanti con una variazione negativa del 21,58 %. Ciò significa che il
Subappennino ha pagato il piú alto scotto all'emigrazione.
La popolazione attiva, in base al censimento del 1961, era cosí
occupata: Tavoliere: 49,27 % in agricoltura, 50,73 % in attività extra
agricole. Lo stesso raffronto è del 59,95 % e del 40,05 % per il Gargano;
del 67,84 % e del 32,16 % per il Subappennino.
Il Subappennino, cioè, malgrado il salasso demografico subito, ha
ancora la maggior parte della popolazione agricola, mentre è noto che
ogni economia in sviluppo tende a ridurre a percentuali molto basse il
numero degli addetti all'agricoltura.
Ancor piú significativo è il raffronto del prodotto delle attività private
nel 1965.
Il prodotto complessivo del Tavoliere è stato di 191 miliardi e 35
milioni, di cui 61 miliardi e 908 milioni di prodotto agricolo e 129 miliardi
e 127 milioni di prodotto extra-agricolo. Quello del Gargano è stato di 55
miliardi e 235 milioni di cui 25 miliardi e 821 milioni di prodotto agricolo
e 29 miliardi e 414 milioni di prodotto agricolo e 29 miliardi c 414 milioni
di prodotto extra-agricolo; mentre quello del Subappennino è stato di soli
40 miliardi e 98 milioni, di cui 22 miliardi e 243 milioni di prodotto
agricolo e 17 miliardi e 855 milioni di prodotto extra-agricolo.
Analoghe differenze vengono evidenziate da un esame dei consumi. Su
un totale Italia di 1.000, il Tavoliere ha avuto, nel 1965, il 7,71 di abbonati alla
televisione, il Gargano l'1,13, il Subappennino lo 0,70; i partecipanti agli
spettacoli cinematografici sono stati, nel 1964, sempre su un totale di 1.000 in
Italia, 10,23 nel Tavoliere, 2,65 sul Gargano, 0,65 nel Subappennino.
La spesa per i tabacchi, nel 1965, è stata di 7,30 nel Tavoliere, di
1,28 nel Gargano e di 0,79 nel Subappennino.
Se diamo uno sguardo all'istruzione, apprendiamo che, in base al
censimento del 1961, su una media di analfabeti in Italia del 7,41 %, gli
analfabeti nel Tavoliere costituiscono il 12,63 % della popolazione; il
15,57% nel Subappennino, il 17,140,% nel Gargano; ed i cittadini privi di
un titolo di studio, su una media del 21,72 % in Italia, sono il
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29.92 % nel Tavoliere, il 35,37 % nel Subappennino, il 37,32 % nel Gargano.
Le abitazioni sfornite di acqua potabile e latrina, su una media Italia del
6,13, sono il 13,62 % nel Tavoliere, il 26,72 % nel Subappennino, del 38,20 %
sul Gargano. Ed infine, su una media italiana di 106 abitanti per posti letto
disponibili in istituti di cura, il rapporto è di 131 per il Tavoliere, di 250 per il
Gargano e di ben 5.887 per il Subappennino.
Queste eloquenti cifre spiegano perchè, su 260 aree economiche in cui è
stata divisa l'Italia, il Gargano ed il Subappennino occupino gli ultimi posti in
quasi tutte le seguenti graduatorie.
Graduatoria movimento demografico 1951-1965:
- Tavoliere 82 posto - aumento del 10,80 %;
- Gargano 133 posto - aumento dello 0,88 %.
- Subappennino 242 posto - diminuzione del 21,58 %.
Saldo migratorio popolazione dauna 1962-1965:
- Tavoliere 161 posto - variazione percentuale diminuzione del 3,34 % ;
- Gargano 207 posto »
»
»
» 5,22 % ;
- Subapp.no 243 posto »
»
»
» 8,43 %.
Graduatoria in base al prodotto privato nel 1965:
- Tavoliere 25 posto;
- Gargano 141 posto;
- Subappennino 172 posto.
Indice consumi non alimentari:
- Italia 1;
- Milano 2,19;
- Tavoliere 0,82 % posto 117;
- Gargano 0,51 % posto 212;
- Subappennino 0,38 % - terz'ultimo posto assoluto in Italia.
Per non elencare altri dati statistici, è bene andar subito al giudizio finale
complessivo. Nella graduatoria generale complessiva delle 260 aree economiche, il
Tavoliere occupa il 160° posto con punti 758, il Gargano il 232° posto con
punti 1024, il Subappennino il 248 posto (il terz'ultimo) con punti 1.092.
Sarebbe interessante conoscere i dati statistici fino a quest'anno, per
verificare se gli andamenti predetti hanno subito variazioni.
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Allo stato, possiamo e dobbiamo fare una constatazione ed enunciare un
preciso impegno:
1) l'indagine del prof. Tagliacarne, preoccupante radiografia della
situazione, convalida l'impressione negativa che chiunque può cogliere,
visitando il Subappennino, del suo stato di isolamento e di depressione;
2) occorre, da parte di tutti, un maggiore e coordinato intervento a
favore di quella zona, per ottenere il necessario riequilibrio interno tra i
comprensori della provincia.
Il Subappennino, fra le tre aree economiche della nostra Provincia, è
dunque quella meno sviluppata e la più bisognevole di interventi.
Mentre, però, il Tavoliere ed il Gargano si aspettano una accellerazione
dello sviluppo economico rispettivamente dall'irrigazione, dalla
industralizzazione e dal turismo, nessuna prospettiva chiara e sicura si viene
delineando per il Subappennino.
Eppure la politica di programmazione, instaurata dal Centrosinistra, si
propone l'obiettivo della riduzione degli squilibri territoriali esistenti non solo
su scala nazionale, ma anche all'interno delle regioni e delle provincie.
Ed è per questo che la legislatura che sta per iniziarsi deve vedere tutti
impegnati, nella nostra Provincia (rappresentanza parlamentare, autorità
politiche ed amministrative e classe dirigente in genere) nella risoluzione dei
problemi di fondo del Subappennino.
Così come lo sviluppo economico italiano è intimamente legato allo
sviluppo del Mezzogiorno, allo stesso modo il progresso della nostra Provincia
non potrà mai essere armonico e completo senza lo sviluppo del
Subappennino.
Ciò non significa che, per il Subappennino il 1968 debba essere
considerato l'anno zero della sua vita nuova, perché ogni rinnovamento si pone
in un rapporto di continuità con il passato; perché la storia, come la natura, non
fa salti.
Non si dimentica quanto si è fatto nel passato, per il Subappennino,
specie ad opera dei Governi democratici del secondo dopoguerra. Ma ora è
necessario molto di più; è necessario, soprattutto, che tutti gli enti pubblici, a
cominciare dallo Stato, intervengano con maggiore intensità, con organico
coordinamento, per valorizzare tutte le possibili risorse, operando
contemporaneamente per potenziare e ammodernare servizi civili.
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Il primario, indispensabile intervento dovrà essere spiegato in direzione
della difesa e della conservazione del suolo. Il programma economico nazionale
quinquennale prevede, all'art. 13, ed a tale scopo, un investimento di 900
miliardi. Bisogna fare in modo che una consistente aliquota di detto
stanziamento venga destinato al Subappennino, per rimboschimenti, riordino
fondiario, regolamentazione ed utilizzazione delle acque, eliminazione frane,
ecc.
Quale può essere, allora, la politica dell'Amministrazione Provinciale di
fronte ai problemi del Subappennino, che sono di dimensioni così ampie?
E' necessario, prima di tutto, che l'Ente manovri gli strumenti di
intervento, sia pure modesti, dei quali dispone, per perseguire un riequilibrio
interno tra i tre comprensori della Capitanata. Ciò significa, con linguaggio
semplice e chiaro, piú finanziamenti provinciali a favore del Subappennino
rispetto al Gargano ed al Tavoliere, che hanno possibilità di ottenere,
diversamente, gli investimenti di cui pure essi hanno bisogno.
Si deve credere che la « Provincia » stia concretamente attuando questa
politica sol che si considerino gl'investimenti destinati nei prossimi due anni ad
opere di sistemazioni stradali del Subappennino, finanziamenti, di disponibilità
provinciale, per circa 4 miliardi. Non è certo una cifra modesta, se viene
rapportata alle possibilità finanziarie dell'Ente, e, soprattutto, a ciò che ha
ottenuto il Subappennino nel passato.
Per un suo più proficuo intervento, la « Provincia » ha deciso di redigere
uno studio generale dei problemi stradali del Subappennino, analogo a quello
approntato alcuni mesi fa, per le strade del Gargano. Dopo la redazione di
questo studio, disporremo di un utile e moderno strumento di lavoro. Esso
dovrà necessariamente raffrontare la spesa delle opere da realizzare ai
finanziamenti disponibili, scaglionando l'esecuzione delle opere stesse in un
periodo di tempo, in base alle obiettive priorità. Infatti, l'Amministrazione di
centro-sinistra vuole eseguire una politica delle cose concrete, commisurando le
promesse alle sue reali possibilità operative.
Ma quali saranno i collegamenti oggetti dello studio?
Il problema dei collegamenti stradali è molto complesso e richiede
sagace approfondimento, purtuttavia non è il solo da risolvere nel
Subappennino. Per questo ci occuperemo, oltre che delle strade,
dell'agricoltura, dell'approvvigionamento idrico, della elettrificazione,
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del turismo, dell'istruzione pubblica, degli ospedali e degli altri problemi del
Subappennino, cercando di dare indicazioni concrete e suggerimenti, frutto del
nostro impegno e della nostra esperienza.
La rete autostradale italiana in corso di realizzazione costituirà, senza
dubbio, uno dei fattori determinanti dello sviluppo economico del Paese.
La provincia di Foggia sarà attraversata, per tutta la sua lunghezza,
dall'autostrada adriatica, il cui tracciato si svilupperà nella piana ai piedi del
Gargano, e, marginalmente, dall'autostrada Napoli-Bari, il cui tracciato lambirà
la parte meridionale del territorio provinciale.
Nessun tracciato autostradale interesserà il Subappennino, che
dovrebbe, pertanto, beneficiare, almeno, di strade interregionali di
collegamento veloce, come quelle aperte o in costruzione nelle altre Provincie
italiane non attraversate dalla rete autostradale.
I collegamenti interregionali che interessano il Subappennino - ed,
ovviamente, anche il Tavoliere con il Capoluogo di Provincia - sono quelli con
il Molise, con la Campania e con la Lucania.
Il collegamento con il Molise, che si svolge attraverso la SS. 17, in corso
di ammodernamento, trova la principale strozzatura nella sella di MottaVolturara. Trovasi avviato, per l'approvazione e il finanziamento da parte della
Cassa, il progetto per l'apertura della galleria, prevista dal piano di
coordinamento Cassa, nel quadro dei provvedimenti atti a rompere
l'isolamento del Molise. Viene così a concretizzarsi l'azione svolta da anni dalle
Amministrazioni Provinciali di Foggia e Campobasso, diretta a stabilire un
collegamento veloce fra la Puglia ed il Lazio attraverso il Molise.
La situazione non è altrettanto positiva per il collegamento con la
Campania, che si svolge a mezzo della SS. 90, tortuosa ed inidonea, malgrado i
costosi e continui miglioramenti. Il problema non potrà ricevere soluzione
definitiva, nemmeno con l'apertura del tratto intermedio Avellino-Candela
dell'autostrada Napoli-Bari. L'utilizzazione dell'autostrada comporterà, infatti,
una disgressione a sud rispetto ad un potenziale collegamento diretto, con
conseguente aumento del percorso.
Una soluzione alternativa alla variante ipotizzata con la sfortunata SS. 90
bis potrebbe essere posta allo studio con un nuovo tracciato lungo la valle del
Celone, per Troia - Celle - Buonalbergo (l'antica via Traiana) che risulterebbe
più breve anche in relazione al collegamento con Roma, attraverso Benevento
e Telese.
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Il terzo collegamento interregionale è quello con la Lucania, lungo
la direttrice Candela-Basso Melfese-Potenza. L'arteria a scorrimento
veloce, anch'essa prevista dal piano di coordinamento Cassa per le
esigenze della provincia di Potenza, è in corso di avanzata costruzione a
cura dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata.
Il tratto ricadente in provincia di Foggia è in parte (Basso MelfeseStazione autostradale Candela) in corso di esecuzione; in parte (Stazione
autostradale Candela-Ponte Carapelle) in corso di appalto; mentre l'ultimo
tratto dal ponte di Carapelle all'innesto con l'autostrada adriatica, al
casello di Foggia posto lungo la SS. 89 Foggia-Manfredonia, è già
progettato ed in corso di finanziamento.
Ma spettano al Subappennino anche le arterie del comprensorio; arterie
che dovranno costituire le infrastrutture di base per il traffico locale ed i
collegamenti settentrionali fra le due auostrade Adriatica e Napoli-Bari.
Per tale funzione possono essere individuate due importantissime
arterie. Una più meridionale, semi anulare, con tracciato che si snoda ai
margini superiori della pianura ed alle prime propaggini delle colline,
lungo la direttrice Stazione autostradale di San Severo - Lucera - Troia Giardinetto - Lamia - Palazzo d'Ascoli - Stazione autostradale di Candela.
L'arteria - che è già integralmente esistente ed è composta da strade
statali e provinciali di imminente sistemazione - andrebbe completamente
statizzata ed allargata con caratteristiche di strada a scorrimento veloce
anche per assolvere ad una funzione di collegameno rapido fra i centri
abitati intermedi (San Severo, Lucera, Troia, Bovino, Ascoli, Candela) fra
il Capoluogo ed il retroterra subappenninico, in una importante fascia
territoriale di saldatura e di cerniera fra aree economiche diverse, posta a
corona di Foggia, che non è più pianura e non ancora collina.
La seconda arteria, più settentrionale, invece, dovrebbe costruirsi ex
novo, dalla Stazione autostradale di Lesina, lungo il corso inferiore del
Fortore, le coste del lago di Occhito, la valle della Catola e per Tertiveri,
fino all'incrocio con a SS. 90.
A nessuno può sfuggire l'enorme importanza, anche turistica, di
questa nuova arteria, che farà uscire dall'attuale isolamento gran parte del
Subappennino.
Bisogna, poi, considerare il problema dei collegamenti dei centri
subappenninici con il capoluogo, lungo le seguenti direttrici disposte a
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ventaglio da Nord ad Ovest: San Severo - Torremaggiore - Casalvecchio Lucera - Pietra Montecorvino - Ponte Forte - Motta - San Marco La Catola Celenza - Carlantino - Lucera - Tertiveri - Alberona - Roseto - Vaccarella Biccari - Roseto - Troia - Castelluccio - Celle - Faeto - Ponte Radogna Deliceto - Accadia - Monteleone - Anzano - Ascoli - Candela - Rocchetta Candela S. Agata - Accadia ecc. e quello dei collegamenti trasversali fra tutte le
valli subappenniniche con le seguenti strade: Casalnuovo - Carlantino Serralombardi - Scassabarile - Celenza - Ponte 13 Archi - S. Marco la Catola Ponte S. Giacomo - Volturino - Crocella di Motta - Volturino - Alberona Biccari - Castelluccio Valmaggiore - Roseto - Castelfranco e Roseto - Faeto Bovino - Accadia e Bovino - Panni - Accadia - Bastia - Troia - Orsara ecc.
Su tutte queste strade sono in corso od inizieranno fra breve lavori di
sistemazione eseguiti a cura e spese del nostro Ente, in attuazione di un
programma organico e coordinato, che costituisce il primo tentativo di
finalizzare ogni singola opera in rapporto alle esigenze dell'intero comprensorio
subappenninico.
Ma in tutta la problematica dei collegamenti collinari stradali, primari,
secondari e rurali, incombe la spada di Damocle dei dissesti idrogeologici.
Le frane danneggiano, non solo le strade, ma spesso gli stessi centri
abitati e l'intera economia; d'altra parte la mancanza assoluta di indagini e studi
geognostici per la zona del Subappennino rende, poi, ancora più difficile la
progettazione e l'esecuzione di qualsiasi opera pubblica.
Solo recentemente il Ministero dell'Industria ha deciso di far redigere
una carta geologica aggiornata ed approfondita di tutto il territorio nazionale.
Sarà così possibile, per la prima volta, conoscere, con sufficiente
approssimazione, cosa si nasconde nel sottosuolo del Subappennino, nelle
viscere di queste colline che, per essere state... spogliate dalla vegetazione, sono
diventate un po' ballerine.
Nonostante il salasso demografico subìto, il Subappennino serba la
maggior parte della popolazione (il 67,84 per cento) occupata in agricoltura.
La diagnosi e le terapie per i mali dell'agricoltura sono state già fatte,
chiare, precise,inequivocabili: riforestazione, riassetto idrogeologico,
abbandono delle colture cerealicole scarsamente economiche, sviluppo silvopastorale e della zootecnia: insomma più boschi e prati e meno grano.
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Queste sono le direttrici di fondo, contenute nel « Piano verde n. 2
» e che saranno ancor più largamente previste nella legge per la montagna,
che certamente verrà approvata nella nuova legislatura.
Nessuna legge, per quanto valida e moderna, può migliorare
l'agricoltura collinare senza l'opera degli uomini che vivono sulle colline,
che dovranno unire i loro sforzi per tendere al bene comune. Ce lo
ricordava il Presidente Moro, inaugurando la nostra Fiera dell'agricoltura e
della zootecnia:
« Oggi gli agricoltori, i coltivatori diretti, tutti gli operatori agricoli
non possono più procedere in ordine sparso, chiudendosi nella siepe del
proprio podere, ma devono ricreare quelle forme di organizzazione, di
cooperazione, di associazione e di solidarietà con gli altri colleghi
necessarie a ridurre i costi di produzione, ad utilizzare economicamente i
mezzi tecnici moderni, in una parola, a produrre bene ed a vendere bene
».
La realizzazione dei nuovi indirizzi produttivi comporterà
automaticamente l'espulsione dal settore agricolo di forti aliquote di
addetti. Senza la riconversione e la utilizzazione di questa forza-lavoro in
altri settori e particolarmente nell'industria nei servizi e nel turismo,
assisteremmo alla accentuazione del triste fenomeno dell'emigrazione, che
impoverisce ancor di più la depressa economica locale, con la
senilizzazione e femminilizzazione della popolazione residente.
Quale può essere, in questo quadro realisticamente negativo,
l'azione della nostra classe dirigente, verso un più ordinato assetto
territoriale ed economico del Subappennino?
Uno degli obiettivi è costituito dal tentativo di contenere la
emigrazione o, almeno, di trasformarla da interregionale ed internazionale, in
interprovinciale, da definitiva, in provvisoria e pendolare.
L'obbiettivo può essere perseguito realizzando, in primo luogo,
nuovi posti di lavori nel Subappennino, nei settori economici e nelle
località in cui nuove iniziative possano nascere vitali e con prospettive di
sviluppo; costituendo, inoltre, nuove fonti di occupazione, nel settore
industriale, in località situate ai margini della pianura, in quella fascia
territoriale posta a corona di Foggia, che deve essere preservata da un
eccessivo urbanesimo; e incrementando, perciò, i centri urbani intermedi
fra il Tavoliere e la Collina: Lucera, Troia, Biccari, Zona di Giardinetto,
Palazzo d'Ascoli, ecc.
Questa ideale soluzione urbanistico-territoriale conserverebbe una
funzione ai vecchi centri collinari le cui popolazioni potrebbero tro23
vare l'occupazione a breve distanza dagli abitati, dando luogo a movimenti
pendolari quotidiani; diversificando e specializzando l'utilizzazione del
territorio e rendendo, per di più, indispensabile il potenziamento, nei vecchi
centri, dei servizi civili, con particolare riguardo agli ospedali, alle scuole ed ai
trasporti pubblici.
Ed è anche in questa direzione, che va considerata la trasformazione in area
del nucleo industriale che ha dilatato i confini del territorio di possibile
utilizzazione industriale fino ai piedi delle colline.
Ma esistono delle attività economiche che possono essere potenziate nel
cuore stesso del comprensorio subappenninico. E ci riferiamo, principalmente,
al turismo, purché si consideri che i boschi, ricchi di sorgenti e panorami, che si
stendono sotto le vette di Monte Sambuco, di Monte Cornacchia, di Salecchia,
l'ampio specchio di acqua costituito dal bacino di Occhito ecc., possono
attirare correnti turistiche provinciali essenzialmente provenienti dagli assolati
ed affollati centri urbani della pianura.
Il Subappennino deve attrezzarsi per ospitare questa categoria di
turismo, senza pensare, almeno per il momento, al turismo estero e nemmeno
a quello nazionale; ciò significa bassi prezzi, attrezzature modeste, pensioni più
che alberghi di lusso. trattorie tipiche anzicchè ristoranti sofisticati, ecc.
Conviene concentrare gli sforzi per dare un maggior sviluppo alle
località già lanciate: bosco di Faeto, bosco di S. Cristoforo, Bovino, zona di
Castelnuovo, anche per sfruttare le risorse idrotermali; ma quasi tutto il
Subappennino potrà diventare, con il tempo, la residenza estiva delle
popolazioni della pianura, e senza l'impiego di ingenti capitali, perché l'acqua,
l'aria pura, la frescura e la tranquillità non costano nulla e possono essere messi,
senza spesa, a disposizione dei turisti.
Non meno carente è la situazione nel settore scolastico. In tutto il
Subappennino interno non esiste un solo istituto statale di istruzione media
superiore. L'Amministrazione provinciale ha recentemente proposto la
creazione del biennio dell'Istituto tecnico industriale ad Accadia: ma bisognerà
istituire altre scuole, specie in previsione della probabile prossima elevazione a
16 anni dell'età dell'obbligo scolastico.
Anche la situazione dei trasporti pubblici va migliorata, specie
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in considerazione che il Subappennino è una delle poche zone italiane
non attraversate da linee ferroviarie.
Le spese per il potenziamento dei servizi civili sono a carattere
polivalente; servono cioè per la popolazione locale, ma anche per gli
eventuali turisti; per l'agricoltura e per il commercio, ma anche per il
turismo: ma sono necessarie, soprattutto, per migliorare il tenore di vita
ed assicurare a tutti i cittadini, superando gli squilibri economici,
territoriali e sociali, i servizi collettivi indispensabili per la società
moderna.
Il Subappennino, a differenza del Gargano, non ha da risolvere il
problema dell'approvigionamento idrico, mentre esiste quello della elettrificazione
rurale. Quando sarà possibile portare la luce nelle campagne - ed è questo
uno degli impegni della nuova legislatura - anche i rurali del
Subappennino potranno avere convenienza a vivere nei campi.
Nel programma dell'ENEL per il quinquennio 1968-1972 è già
prevista la costruzione di nuove linee di 20 KW nelle zone Bovino ScaloDeliceto; Stazione Bovino - Bovino Città; Deliceto - Accadia; Monteleone
- Anzano di Puglia; Monteleone - Accadia - S. Agata Candela; Bovino Panni - Monteleone; Ordona - Castelluccio dei Sauri; Tertiveri - Alberona
- Volturino - Motta; Motta - Volturara; Alberona - Roseto; Troia Castelluccio - Celle - Faeto; è previsto inoltre, il rifacimento totale delle
reti di distribuzione nei Comuni di S. Agata di Puglia, Anzano di Puglia,
Accadia, Monteleone di Puglia, Orsara di Puglia e Castelluccio
Valmaggiore.
Molto si sta facendo anche per la realizzazione di strade rurali;
l'Amministrazione Provinciale ha già concesso contributi, in aggiunta ai
finanziamenti statali ottenuti in base al « Piano verde n. 2 », per la
costruzione delle seguenti strade:
- Strada in località « Nocelle » del Comune di Anzano di Puglia.
Importo progetto lire 7.359.000. Importo contributo L. 2.207.700.
- Strada vicinale « Ischia » nell'agro del Comune di Orsara di Puglia.
Importo progetto L. 4.187.000. Importo contributo L. 1.256.100.
- Strada vicinale: Vecchia dei Mulini S. Domenico - Ignazia del
Comune di Troia. Importo progetto L. 40.157.250. Importo contributo L.
5.857.221.
- Strada vicinale nell'agro di Castelnuovo della Daunia. Importo
progetto L. 18.818.000. Importo contributo L. 5.645.400.
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- Strada rurale in agro di Accadia. Importo progetto L. 27 milioni
172.444. Importo contributo L. 3.396.500.
- Strada rurale in agro di Volturino. Importo progetto lire
17.497.000. Importo contributo L. 2.187.125.
Ma le carenze più gravi esistono ancora nel settore dei servizi civili.
A tal proposito ricorderò che il piano di edilizia ospedaliera, in corso di
attuazione, prevede finanziamenti per il completamento dei soli ospedali
per acuti di Troia e Lucera. Bisogna dunque, intervenire affinché vengano
ubicate nel Subappnnino alcune delle unità sanitarie di base (ospedali di
zona), previste dalla nuova legge ospedaliera.
Tutti questi problemi, e gli altri che man mano si presenteranno alle
popolazioni del Subappennino, possono trovare una adeguata soluzione
solo nell'ambito della politica di programmazione, instaurata dal Governo,
che costituisce lo strumento moderno più efficiente per guarire le antiche
e secolari malattie dell'economia della nostra zona più depressa con le
terapie evolute e democratiche degli anni settanta, razionalizzando
l'azione della mano pubblica e coordinandola con la privata iniziativa,
sostituendosi così alla prassi degli interventi saltuari e contingenti, con i
quali si dissolvono in tanti rivoli improduttivi i limitati mezzi disponibili.
La irrigazione in provincia di Foggia
Un esame delle condizioni del Tavoliere, allo scopo di verificare la sua
realtà fisica e sociologica, è stato più volte tentato. Ora se ne parla nei dettagli
per il subentrato intervento dei piani regionali di sviluppo, allo scopo, questa
volta, di rendere godibili, subito, i benefici emersi dalla destinazione dei fondi.
Un tale riesame, indubbiamente indispensabile per qualificare le scelte
effettuate dal programmatore, diventa utile, però, se riesce a creare, nei territori
in via di sviluppo, come il nostro, una nuova politica di sistemazione del
comprensorio. In altre parole, perfino la disciplina degli investimenti rischia di
rimanere avulsa dalla potenzialità delle fonti locali d'energia, quelle umane
comprese, se abbonda d'inventari e d'interventi statistici e disattende quei
contenuti finalistici, volti a sancire piani e programmi economici a lungo
termine e piani e programmi politico-sociali a breve termine.
Siamo, come si vede, anima e corpo nel concetto di « bonifica integrale
», la quale postula, al di là del fattore economico, la modifica delle strutture
ambientali, e, in ordine col programmatore, il quale vuole che il cittadino possa
godere del beneficio tratto dall'utilizzazione delle opere, dilatando reddito,
personalità e cultura.
Il Consorzio di bonifica della Capitanata, ispirandosi al suo teorico e
adattando il suo piano d'intervento alle mutate condizioni dei tempi, esigenze
umane incluse, è in grado di fornire oggi questo esempio di « modifica
intercorrelata delle strutture ». E ciò attraverso vari capitoli della bonificazione
in atto: efficienza delle progettazioni e delle esecuzioni; rapporto
d'interdipendenza tra destinazione dei fondi e politica di sistemazione del
territorio; raccordo tra opere fondamentali di bonifica e irrigazione. La quale,
come noto, rappresenta una fase della bonifica e non sortirebbe l'effetto
confidato ove restasse tagliata fuori dalle sistemazione monte-piano, dalle
regimentazioni torrentizie, dalla stessa animazione culturale del comprensorio.
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Per dimostrare ch'è in atto un lavoro del genere, e che si è sulla
buona strada per abbandonare gli schemi tradizionali d'economia, basti
osservare attentamente il programma irriguo perseguito tenacemente
dall'Ente e gli sforzi che si fanno, sul piano dell'assistenza tecnica ed
amministrativa agli imprenditori agricoli, - senza mitizzare un ceto a
scapito dell'altro -, per far camminare di pari passo l'opera fisica e la
cultura.
Faremo il punto sull'irrigazione, quindi, a cominciare dal:
FORTORE
L'invaso, come noto, ha una capacità di 333 milioni di metri cubi, di
cui utili 250.000.000, ed è sostenuto da un manufatto in terra stabilizzata,
la diga, che, a sua volta, comporta una larghezza totale in cresta pari a mt
432, una lunghezza alla base met 340; in sommità mt. 11; cubatura del
rilevato mc. 3.100.000; massima altezza di ritenuta mt. 60; superficie
lacuale ha 1200; bacino imbrifero Km 1012. E da questo punto che
l'acqua dell'invaso s'immette in una galleria di derivazione (lunghezza mt.
15.950; portata massima mc. sec. 30) e sboccherà a Finocchito, sul
Tavoliere.
Mette conto dire che la Galleria Occhito-Finocchito è stata eseguita
in ragione di 14 chilometri e 400. Si prevede di portare a termine il lavoro
entro l'anno. Il costo totale dell'opera è di 13 miliardi. Come s'evince dalla
cifra si è quasi nell'ordine d'un miliardo a chilometro. Il che dimostra che
si lavora in terreni molto difficoltosi, dal punto di vista geologico, e che la
penetrazione è di meno di due metri al giorno.
Per la diga di Occhito, invece, strutturalmente terminata, si stanno
attuando i collaudi, per verificare la stabilità e le eventuali perdite per
filtrazione, e attraverso il corpo della diga e attraverso le opere di
fondazione. A tutt'oggi, è stato effettuato un primo collaudo portando
l'invaso a quota 180 m. sul livello del mare.
Ciò, al momento attuale, rappresenta il massimo punto d'invaso
autorizzato dello Stato. Prossimamente si raggiungerà la quota 190 m. e,
via via, si perverrà al massimo assoluto ch'è di 198 metri sul livello
marino.
Termine di previsione per la scadenza del collaudo finale: il 1969. Il
costo della diga è di 7 miliardi e 700 milioni.
L'acqua dell'invaso attraverserà, quindi, la galleria e sboccherà
52
in una vasca a cielo aperto, dalla quale si diparte il sifone dello Staina, che
porterà, a sua volta, l'acqua ad altra vasca, allo sbocco dello stesso sifone.
Da questo punto parte il Canale di Apricena che addurrà l'acqua al «
Distretto 9 ». La larghezza del canale è di 13 Km e 775 metri.
Il Distretto 9 comporta una superficie catastale di ettari 6 e 600 e
una superficie irrigabile di 5300 ettari. L'agro ad esso riferito è quello di
Lesina, di Ripalta, di Poggio Imperiale.
Riandando, ora, alla prima vasca, all'inizio del sifone, sbocco di
Finocchito cioè, bisogna prendere in esame un altro canale che da codesto
luogo si diparte: l' « Adduttore del tavoliere », lungo circa 60 chilometri, il
quale convoglierà l'acqua del « Distretto » 2 A, comprendente una
superficie catastale d'ettari 2302 e una superficie irrigabile di ettari 948.
Gli agri interessati: Torremaggiore, Casalnuovo Monterotaro,
Casalvecchio di Puglia.
Sempre dalla stessa vasca, la prima, verrà prelevata direttamente
l'acqua per l'irrigazione del « Distretto » 1, la cui superficie catastale è pari
a 2935 ettari a quella irrigabile a 1290. Gli agri interessati, questa volta,
sono: Casalnuovo Monterotaro, S. Paolo Civitate, Serracapriola.
Altri distretti irrigui sono in fase di progettazione da parte del
Consorzio e, partendo sempre dall'Adduttore Tavoliere, provvederanno
all'irrigazione dell'agro di Foggia, di Lucera, mentre gli agri di S. Severo ed
Apricena saranno serviti rispettivamente dal canale di San Severo e dal
canale di Apricena.
Vediamo ora qual è la situazione, al momento, delle opere: la diga,
come noto, è terminata; la galleria è in fase d'ultimazione; il sifone dello
Staina, costo 1 miliardo e 684 milioni, è già stato costruito in ragione del
50% e sarà ultimato entro il 1969; il Distretto 1 è in fase di consegna
all'impresa Sacaim -Venezia, i lavori inizieranno fra poco e il tempo di
previsione per l'esecuzione dei lavori è stabilito in 2 anni, mentre il costo
è di 1 miliardo; il Distretto 9, in fase di consegna, come l'1, all'impresa
Api di Milano, comporta un tempo d'esecuzione dei lavori di 2 anni, ed
anche per questo caso si prevede che si possa iniziare entro brevissimo
tempo; il Canale di Apricena sarà affidato al più presto alla Ditta Maggio',
di Caserta, e i lavori, per il costo di 1 miliardo e 575 milioni, inizieranno
presto: il tempo di consegna è stabilito in 28 mesi; l'Adduttore Tavoliere è
pur'esso in fase di consegna all'Impresa Palmieri di Lauria Inferiore
53
(Potenza), costerà 1 miliardo e 609 milioni e sarà effettuato in 30 mesi, a
partire dal prossimo aprile. Per il Distretto 2 A, invece, al momento risulta
appaltata la fornitura delle tubazioni. Ma sono in corso gli adempimenti
per l'appalto dei lavori principali. Il costo: 1 miliardo e 304 milioni.
Per quanto riguarda, al contrario, l'irrigazione del Nord
comprensorio sono già in corso d'esecuzione i lavori d'irrigazione dei
terreni vicini al lago di Lesina ed alla Piana di Sagri. Ciò mediante le
sorgenti carsiche di Lauro e di Milena. Costo di quest'ultima opera: 730
milioni. L'agro interessato, quello di S. Nicandro.
OFANTO
La diga sul torrente Ofanto, terminata nelle sue strutture
fondamentali, non è stata ancora invasata. Sono attualmente in fase di
ultimazione i lavori di completamento e pertanto si prevede che entro
l'anno possano avere inizio le prime prove di collaudo.
Queste le caratteristiche della diga: lunghezza totale in cresta mt
452; larghezza mx alla base mt 250: larghezza in sommità mt 9; cubatura
del rilevato mc. 2.000.000; altezza massima del rilevato mt 51; capacità
totale dell'invaso mc. 17.500.000; capacità utile dell'invaso mc. 14.500.000;
superficie lacuale Ha 100; bacino imbrifero Kmq 70. Il costo è di L.
3.399.057.000.
L'acqua invasata dalla diga di Osento verrà restituita all'Osento per
essere utilizzata, poi, in corrispondenza della Traversa di Ponte S. Venere,
già a suo tempo costruita. Da questo punto si diparte il Canale OfantoCapacciotti, il cui tronco, in sifone, è in corso di costruzione. Costo: 1
miliardo e 685 milioni. Il lavoro è già stato effettuato al 70% e si prevede
che sarà ultimato entro il maggio prossimo. Il secondo tronco dello stesso
canale, costo 4 miliardi e 500 milioni, è in via d'appalto.
Sono in corso, inoltre, gli adempimenti per l'appalto dei lavori di
costruzione dello sbarramento di ritenuta sulla Marana Capacciotti, per
l'importo di 6 miliardi e 318 milioni. Al tempo stesso si sta procedendo
alla redazione del progetto di massima di tutta la rete di distribuzione
irrigua.
E' doveroso aggiungere, ora, rifacendoci al concetto
d'interdipendenza tra destinazione dei fondi e sistemazione globale del
territorio, che il Consorzio ha redatto uno studio sulle caratteristiche
pedoidro-
54
logiche dei terreni, per fornire alla pluralità degli operatori, agricoli e
dell'industria, gli elementi necessari alla perfetta applicazione dell'acqua.
Tale studio è il primo, del genere, realizzato in Italia a fini applicativi. Si
tratta d'uno studio valido per l'irrigazione, ma anche per la sistemazione
idraulica delle aziende. A parte, il Consorzio possiede planimetrie quotate
di quasi tutti i comprensori irrigui. Gli agricoltori, quindi, sol che
vogliano, potrebbero conoscere gli elementi tecnici, in ogni dettaglio,
relativi alle loro proprietà.
Stando così le cose ne deriva che l'ambiente dev’essere sollecitato in
modo che accanto al rinnovamento del reddito pro-capite s'affianchi la
promozione culturale. Per il rinnovamento del reddito possiamo
affermare che l'irrigazione provocherà un notevole assorbimento della
manodopera: dalle 18 giornate lavorative per ettaro, attuali, alle 80, e forse
più.
Senza dire che, così agendo, si radica il convicimento che
l'agricoltura rappresenta un elemento di base dell'economia nazionale e un
mezzo di elevazione morale e civile del cittadino.
WLADIMIRO CURATOLO
I grandi collegamenti
nel piano di sviluppo regionale pugliese
Nel decorso mese di aprile è stato pubblicato, a cura del Comitato
Regionale per la programmazione economica pugliese e nella sua seconda e piú
recente formulazione, lo schema regionale di sviluppo della Puglia per il
quinquennio 1966-'70, per la cui discussione è stato convocato il C.R.P.E.P.
per il giorno 25 giugno p.v.
La consultazione elettorale di maggio ha distolto l'attenzione della nostra
classe dirigente provinciale dallo schema di piano regionale e dalle soluzioni,
proposte nello schema stesso, ai numerosi e complessi problemi della Regione.
Vi è da osservare, subito, che molte soluzioni mal si conciliano con
gl'interessi della Capitanata, tanto da costituire preoccupanti arretramenti
persino rispetto alle impostazioni contenute nella prima formulazione dello
schema di piano, che pure avevano suscitato alcune critiche negli ambienti piú
responsabili della nostra Provincia.
Le parti dello studio, nelle quali piú sacrificati appaiono gli interessi della
Puglia settentrionale, sono numerose e di fondamentale importanza: l'assetto
territoriale, lo sviluppo industriale, le grandi infrastrutture con particolare
riguardo alle arterie stradali, ai porti, agli aeroporti, l'istruzione universitaria e la
ricerca scientifica, la utilizzazione della forza-lavoro e gli obiettivi di
occupazione e di reddito, gli impieghi sociali, ecc.
La critica di fondo va però mossa, soprattutto, alla tendenza dei redattori
dello schema di presentare, come questioni di rilevanza regionale od
interregionale, esigenze esclusivamente locali del Capoluogo di Regione;
mentre sono stati svalutati od addirittura ignorati dei problemi, che pur non
interessando direttamente la città di Bari, possono trovare una loro
collocazione in un contesto piú vasto, regionale od anche, meridionale.
Lo schema è incentrato, per le ipotesi di sviluppo industriale, sulla
56
vecchia formula del triangolo BA - BR - TA e recepisce, quasi a
malincuore ed in via del tutto accessoria « i fatti nuovi » verificatisi in
Capitanata, per il rinvenimento del metano, con l'insediamento del
Petrolchimico ed il riconoscimento dell'Area industriale.
Questa visione ristretta e superata della realtà regionale trova
corrispondenza nelle previsioni in ordine alle grandi infrastrutture. Senza
voler approfondire criticamente le soluzioni prospettate per i porti e gli
aeroporti, basta considerare che lo schema pone come uno degli obiettivi
primari la costruzione dell'autostrada ionica BARI-TARANTO, definita «
l'ultima grande autostrada del Mezzogiorno ».
Per attribuire rilevanza meridionale a questo problema, che
interessa solo la Provincia di Bari ed in parte, quella di Taranto, è stato,
altresí, proposto il prolungamento dell'arteria fino a Sibari, per
l'allacciamento a Nord di Spezzano Albanese, all'autostrada SalernoReggio Calabria.
Non vi è, invece, neppure l'accenno, nello schema di piano,
all'iniziativa in atto per la realizzazione dell'autostrada Canosa-MateraMetaponto-Sibari, per la quale esiste già un progetto preliminare, redatto
dall'Ing. F. A. Ielmoni (il progettista dell'Autostrada del Sole) ; iniziativa
che va concretizzandosi nella costituzione di una società per azioni con la
partecipazione degli Enti pubblici territoriali delle tre Regioni: pugliese,
lucana e calabrese.
Eppure di questa arteria si discute dal 1959 e sull'argomento si sono
svolti dei convegni a Cosenza ed a Matera. Anche il Prof. Tocchetti, (il
progettista dell'autostrada Napoli-Bari) in uno studio sulla viabilità lucana,
edito nell'ottobre 1965 sul Notiziario della Federazione Italiana delle
Strade, ne ha proposto la realizzazione come premessa indispensabile
dello sviluppo economico della Lucania.
I vantaggi della soluzione Canosa-Matera-Metaponto-Sibari rispetto
alla Bari-Taranto sono numerosi ed incontestabili. Il tracciato mediano è
sempre da preferirsi a quello litoraneo, perché una grande arteria deve
servire entrambi i lati del territorio attraversato. Questo concetto
elementare è stato posto a base delle scelte per i tracciati delle autostrade:
Firenze-Roma; Roma-Napoli e Salerno-Reggio Calabria.
Il tracciato per Matera è il piú breve, mentre la deviazione per Bari
e Taranto allungherebbe il percorso autostradale di almeno cinquanta
chilometri; con l'arteria mediana verrebbe a realizzarsi, inoltre, il
collegamento piú diretto fra le due piú importanti pianure del
Mezzogiorno - il Tavoliere ed il Metapontino - e il costruendo porto di
Sibari, e cioè con
57
il solo porto meridionale, insieme con il porto siciliano di Augusta, che
avrà i fondali a 20, richiesto dalle esigenze del traffico marittimo
internazionale.
E' opportuno ricordare che il Porto di Augusta, che presenta gli
stessi fondali di Sibari, è divenuto, solo per questo e in pochi anni, il
secondo porto italiano, per volume di traffico, dopo Genova.
La soluzione mediana, che attraverserebbe le Murge (e cioè una
delle zone piú povere della Puglia) e l'intera Lucania in senso
longitudinale, potrebbe assolvere anche alla funzione di riequilibrio
territoriale, economico e sociale, attuando cosí uno degli obiettivi
fondamentali della politica di programmazione.
E' evidente, però, che, con la previsione di un asse di sviluppo
Foggia-Matera-Metaponto, posto nella direttrice Nord-Sud, verrebbe ad
essere modificato in un contesto piú equilibrato e su base effettivamente
interregionale, il futuro assetto territoriale pugliese, con buona pace degli
ostinati sostenitori del polo BA - BR - TA.
Abbiamo scritto che tutta questa problematica è stata
completamente e deliberatamente ignorata dai redattori dello schema
regionale pugliese.
Vi è solo un accenno alla questione, brevissimo, indiretto e certo
involontario, a pag. 160 dell'elaborato, quando viene riconosciuta
l'esigenza, molto futura, per la Puglia settentrionale, di un secondo
tracciato autostradale a Sud di Canosa « piú interno di quello attuale, al
fine di accorciare il piú possibile il percorso ».
Allo stesso modo sono stati trascurati dai redattori dello schema i
collegamenti della Puglia con il Molise e con l'Italia centrale.
L'arteria Puglie-Molise-Roma, la cui importanza è stata riconosciuta
in tanti convegni, è stata sbrigativamente denominata: FoggiaCampobasso, mentre nella cartografia allegata allo schema il « terminal »
di questo fondamentale collegamento viene inspiegabilmente ubicato nei
pressi della spiaggia di Chieti e non al centro del Tavoliere.
Eppure al completamento di questa arteria manca, ormai, il solo
tratto ricadente nella regione pugliese, dal Fortore a Foggia; mentre
l'interno tracciato, che attraversa il Molise, lungo le valli del Tappino e del
Tammaro, dai confini pugliesi al casello autostradale di s. Vittore della
Roma-Napoli, è in corso di avanzata realizzazione, già interamente
finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno, in base al piano di
coordinamento per gl'interventi pubblici nel Mezzogiorno, approvato
nell'agosto 1966. Ma vi è di piú: il Molise ha ottenuto recentemente, nel
maggio
58
scorso, dal Ministero dei Trasporti, un finanziamento di 7 miliardi,
connesso all'approvazione del progetto esecutivo della variante ferroviaria
Venafro-Rocca D'Evandro, con cui si otterrà un'abbreviazione di circa 50
chilometri nel collegamento ferroviario: Campobasso-Roma.
La variante, lunga 14 chilometri, che prevede anche un traforo, è
stata desunta dal vecchio progetto per la costruzione della direttissima
ferroviaria Roma-Campobasso-Foggia, già prevista nel Piano Regolatore
delle FF. SS. dal 1952, al cui completamento manca, ormai, il solo tratto
da Bonefro a Lucera, lungo la valle del Tappino. Per questa ultima
realizzazione si sta attivamente interessando l'On.le Sammartino,
Presidente della Commissione Trasporti della Camera, cui si deve
l'inclusione dell'intero tracciato nel piano di potenziamento delle Ferrovie
dello Stato, approvato dal Parlamento prima dello scioglimento delle
Camere.
Mentre tutto ciò avviene nel vicino Molise, da noi è stata soppressa
la linea Foggia-Lucera, senza che dell'intero problema della ferrovia
Foggia-Campobasso-Roma vi sia neppure il piú piccolo accenno nello
schema regionale pugliese.
Per inciso non può non rivelarsi che la Cassa per il Mezzogiorno ha
fatto redigere un progetto di una galleria di valico, lungo la Statale 17, per
eliminare l'attraversamento di Motta e Volturara; proprio in ragione di
quel coordinamento di interventi, tanto conclamato a parole, non sarebbe
il caso di prevedere la costruzione di una galleria a sezione piú larga e
perciò idonea anche per l'attraversamento ferroviario?
I programmatori regionali non hanno considerato nemmeno la
necessità di un collegamento settentrionale fra le due autostrade BolognaCanosa e Napoli-Bari, o meglio fra le due stazioni di Lesina e Candela,
lungo la valle del Fortore, a confine quasi tra le regioni pugliese e
molisana. Bastava, invece, consultare lo schema di sviluppo del Molise,
edito da quel Comitato per la programmazione economica sin dall'agosto
1967, per sapere che questo ultimo collegamento è di grande interesse
anche per il Molise. Oltre tutto la strada lambirebbe l'invaso di Occhito,
valorizzandolo anche ai fini turistici e rappresenterebbe una grande opera
di civiltà, per la rinascita del Subappennino dauno, riconosciuto come la
zona piú depressa dell'intera Puglia.
Questi ed altri problemi d'importanza veramente interregionale
sono stati del tutto ignorati nello schema regionale pugliese, che definisce,
invece, « collegamenti stradali veloci a carattere interregionale » le SS.
Bari-Andria-Canosa, Altamura-Monopoli, Bari-Monopoli-Ostuni, etc.
59
E speriamo che la redazione di questo schema regionale rappresenti
almeno un campanello d'allarme per ciò che la Capitanata si deve
attendere con il costituendo Ente Regione; perché la nostra classe
dirigente provinciale, che si appassiona alle lotte intestine, non mostra
nemmeno di avvertire i pericoli della situazione.
ENZO DE STEFANO
MANIFESTAZIONI PROVINCIALI
Convegno sul lavoro femminile in Capitanata
1) - PREMESSA
L'Amministrazione Provinciale di Capitanata ha organizzato il presente
convegno per puntualizzare la situazione del lavoro femminile in provincia e dare un
contributo alle varie iniziative, che si vengono attuando in questi ultimi mesi, nei
partiti, negli enti locali, nei comitati regionali per la programmazione economica ecc.,
in preparazione della preannunziata Conferenza nazionale sui problemi del lavoro
femminile.*
Un contributo che non si risolva in un dibattito a livello locale, ma non per
questo accademico, sui numerosi, fondamentali e complessi temi che saranno
affrontati in sede regionale e nazionale e che riflettono problemi pressocchè comuni
ad altre provincie, sebbene con sfumature diverse, causate dalla varietà delle
situazioni locali. Un contributo che consista anche in una fotografia della nostra
situazione, che può essere fissata solo da una serie di elementi statistici, esaminati nel
loro andamento dinamico, per individuare le modificazioni della realtà sociale ed
economica e, risalendo alle cause, per predisporne i rimedi.
In via preliminare devo una confessione ed una denunzia. La confessione
riguarda me, che non essendo votato a questi problemi, avverto il disagio di trovarmi
tra veri esperti, che più di me sono qualificati a porre sul tappeto gli argomenti per la
discussione.
Dico questo come una specie di captatio benevolentiae, perchè se pensassi di
formulare una vera e propria introduzione, cioè quel discorso che imposta i problemi e
che traccia le linee lungo le quali si svolge poi il dibattito, effettivamente peccherei di
presunzione. Un disagio, d'altra parte, giustificato, anche, dalla denunzia, che mi
tocca doverosamente fare.
Invero, con grande rammarico, non posso tacere che, allo stato attuale, non è
possibile disporre nella nostra Provincia di dati ufficiali aggiornati sulla occupazione
femminile, per le estreme difficoltà di acquisirli, nell'intervallo fra un censimento e
l'altro, non esistendo alcun ente, ufficio pubblico o privato, organismo associativo
cc., che raccolga ed aggiorni le conoscenze in proposito, talchè una indagine, che
non si risolva in stime per campione o per approssimazione, dovrebbe essere
condotta, settore per settore, a livello di ogni singola azienda.
Infatti, presso l'Ufficio Provinciale del Lavoro risultano solo gli avviati al
lavoro per classi di attività; un dato che non può essere utilizzato per stabilire il
volume della occupazione femminile, perchè una donna può essere avviata al lavoro
più volte in un anno.
* Il Convegno provinciale si è svolto in Foggia il 13 gennaio di questa
corrente anno.
63
Elementi statistici di una certa rilevanza possono essere acquisiti, come
vedremo, solo dagli elenchi anagrafici presso l'Ufficio Contributi Unificati, ma
esclusivamente per il settore agricolo.
Ciò si verifica perchè ogni schedario ed elenco è stato istituito e viene
aggiornato in relazione alle finalità di istituto dell'ufficio che lo usa e non per finalità
statistiche. Ad esempio, gli enti assistenziali hanno elenchi di assistiti con un numero
maggiore di quello dei lavorator occupati, perchè vi sono compresi anche i nuclei
familiari.
Perciò, nel nostro dibattito, non potremo considerare che i dati ufficiali dei
censimenti e, per il periodo successivo al 1961, su quelli globali di larga
approssimazione, con qualche eccezione in alcuni settori di attività, per i quali il gruppo
studi della Provincia ha raccolto ed elaborato dati certi e recenti, anche ufficiali, a
mezzo di indagini dirette.
Nel 1961, su una popolazione complessiva residente in Capitanata di 665.286,
le donne erano 336.459, di cui 49.840 occupate in agricoltura, 6.248 nell'industria,
15.755 in altre attività e 2.745 in cerca di prima occupazione.
Le donne occupate nell'agricoltura erano per 2.438 residenti nel Capoluogo e
per 47.402 residenti nei Comuni della Provincia. Lo stesso rapporto era di 580 e
5.668 per l'industria; di 3.606 e 12.149 per le altre attività; le donne in cerca di prima
occupazione erano 639 nel Capoluogo e 2.106 nei Comuni della Provincia. Questi i
dati ufficiali del censimento 1961.
Quante sono le donne occupate oggi nell'agricoltura?
Da qualche parte viene indicato il dato approssimativo di 55.000 unità,
spiegandosi l'aumento rispetto al 1961 con la progressiva « femminilizzazione » delle
campagne, determinata dalla emigrazione maschile.
Ma questo fenomeno, di indubbia importanza (qualsiasi osservatore è in
grado di notare che nei nostri Comuni, specie del Subappennino, la popolazione
residente è attualmente costituita in prevalenza da donne, bambini ed anziani) va
rapportato a quello generale di trasferimento di mano d'opera dall'agricoltura agli
altri settori economici.
E' molto probabile, perciò, che il numero delle donne occupate in agricoltura
sia diminuito anzicchè aumentato dal 1961 ad oggi, senza che si sia verificato un
considerevole aumento di occupazione negli altri settori produttivi: così come si è
verificato anche su scala nazionale.
E' da rilevare, tuttavia, che i dati risultanti dagli elenchi anagrifici indicano una
certa stazionarietà durante le ultime cinque campagne agricole, sia nel numero delle
unità lavorative femminili occupate, che sul corrispondente numero di giornate
lavorative.
Ecco i dati raccolti, che, però, non comprendono le coltivatrici dirette, le
I destinatari di « la Capitanata », che non ne hanno in ordine la raccolta,
possono richiedere i fascicoli mancanti, che saranno spediti, se disponibili.
64
mezzadre e tutte le altre lavoratrici, impegnate all'interno di un nucleo famigliare, che
conduce direttamente l'azienda agricola:
Campagna
agricola
Unità lavorative
femminili
Giornate
lavorative
1961-62
19.439
1.605.552
1962-63
21.849
2.210.166
1963-64
20.859
2.012.608
1964-65
20.446
1.939.347
1965-66
19.745
1.893.298
Per l'industria vi è, addirittura, chi considera inesatti per eccesso i risultati del
censimento 1961.
E' evidente che in una provincia ancora eminentemente agricola come la nostra,
non è possibile riscontrare un elevato livello di occupazione femminile nel settore
industriale. E' sintomatico, però, che i contingenti più consistenti di donne occupate li
troviamo presso aziende di recente installazione, come la Lanerossi (250 occupate), la
Frigodaunia (90 fisse e 200 stagionali) ecc., oltre che presso l'Istituto Poligrafico (110
occupate) e gli zuccherifici.
Forse solo nelle attività terziarie si è verificato un aumento dell'occupazione
femminile dal 1961 ad oggi. Possiamo registrare, con certezza, un notevole incremento
nel numero delle donne occupate in uno dei settori tradizionalmente riservati al lavoro
femminile.
Dalle indagini effettuate dal nostro « gruppo di studi » è risultato che
sono complessivamente 4.003 le donne occupate in questo settore: 1.531 insegnanti
elementari di ruolo e 760 non di ruolo; 1.191 insegnanti nelle scuole medie inferiori e
521 insegnanti nelle scuole medie superiori. Vi sono, inoltre, ben 1.808 maestre in cerca
di prima occupazione.
Si tratta di cifre considerevoli, che vanno integrate con quelle delle donne
occupate negli asili e nelle scuole materne; cifre destinate, per di più, ad ulteriori
incrementi con lo sviluppo dell'istruzione e con l'aumento della popolazione scolastica
della provincia.
La C.G.I.L. ha calcolato, inoltre, in duemila circa le donne occupate nei servizi
domestici; anche notevole è il numero delle donne occupate presso le pubbliche
amministrazioni (102 presso l'INAM, 100 all'ONMI), presso gli Ospedali (nei soli
Ospedali Riuniti di Foggia 153 e 82 presso l'Ospedale di Maternità e brefotrofio), nelle
libere professioni (116 farmaciste, 39 medichesse, ecc.). Altrettanto notevole, anche se
allo stato difficilmente determinabile, è l'occupazione femminile nel settore
commerciale; non esiste, si può dire, azienda commerciale che non si avvalga del lavoro
di almeno un'addetta anche se solo la Standa occupa un contingente di 160 lavoratrici.
Possiamo, tuttavia, ritenere che l'occupazione femminile in terra daunia,
globalmente considerata, abbia subito una flessione dal 1961 ad oggi, pure a causa del
crescente processo di scolarizzazione, che ha interessato in misura sensibile anche le
donne.
65
E' altrettanto certo, d'altra parte, che in Capitanata la forza di lavoro
femminile è notevolmente superiore rispetto all'offerta. Questo squilibrio è destinato
ad aumentare in prospettiva, con la prevedibile ulteriore espulsione di mano d'opera
femminile dall'agricoltura; a meno che non sia possibile creare nuovi posti di lavoro
negli altri settori di attività economica cioè nel settore industriale e nelle attività
terziarie.
Il discorso a questo punto si sposta sul terreno degli investimenti e, in
definitiva, su quello delle prospettive globali di sviluppo economico della nostra
provincia, nel cui contesto vanno inquadrati i problemi dell'occupazione in genere, al
fine anche di evitare che la disoccupazione cosiddetta « frizionale », che si verifica
sempre in occasione del trasferimento di mano d'opera da un settore all'altro
dell'economia, si trasformi in disoccupazione strutturale e permanente, in aggiunta a
quella esistente.
Per sfuggire a questa ipotesi negativa, la via obbligata è costituita dalla
qualificazione e dalla riqualificazione professionale da perseguirsi con una più efficiente
e moderna organizzazione delle strutture scolastiche ed extra scolastiche.
Ora, se è vero che l'economia moderna è l'economia profilata sulla
valorizzazione della personalità dell'individuo, che si potenzia e si esprime in misura
di quanto esso si istruisce acquisendo una cultura, dobbiamo riconoscere l'assoluta
necessità della specializzazione a tutti i livelli.
Immettere perciò le nostre donne, vocazionalmente lavoratrici, nella vita
economica della nostra provincia con un'adeguata formazione professionale significa
fornire ad esse un insostituibile propellente di ordine dinamico, un soggetto di
produzione notevolissimo. Nello stesso tempo la donna viene elevata nella sua
dignità per l'aumentata sua istruzione, per una maggiore coscienza delle sue reali
possibilità che il frutto di tale lavoro mette a disposizione della sua autonomia e del
suo benessere.
Ma non basta.
Credo, infatti, che l'istruzione professionale sia elemento fondamentale
propulsore della stessa attività economica; non credo cioè che noi dobbiamo
semplicemente aspettare che l'industria o gli operatori economici ci chiedano della
mano d'opera.
Credo, invece, che un'istruzione professionale avanzata, capace di offrire sul
mercato forze di lavoro più elevate e più qualificate, possa diventare eccellente
stimolo per indurre ad un maggior incremento dell'attività produttiva. Credo cioè che
l'istruzione, e quella generale, e quella professionale, sia un grande elemento
propulsore dello sviluppo economico.
Nel programma economico nazionale per il quinquennio 1966-70 vengono
indicate, in proposito, delle cifre assai significative a scala nazionale, che sarebbe
molto utile disaggregare e tradurre a scala provinciale: 1.150.000 giovani da formare
nelle strutture extra scolastiche; 440.000 lavoratori disoccupati da qualificare o
riqualificare; 300.000 lavoratori agricoli che dovranno abbandonare l'agricoltura.
Certo è che il problema dell'occupazione è uno di quelli fondamentali della
Nazione, di molto difficile soluzione in specie nella nostra Capitanata,
tradizionalmente povera di capitali e di iniziative, il cui sviluppo economico è tuttora
66
legato a interventi dall'esterno, o che tendono ad investire il capitale pubblico o
privato in attività tecnologiche con il più elevato rapporto capitale : addetto.
Le industrie, di cui è preannunziato l'insediamento nelle nostre zone, non
potranno, cioè, da sole, risolvere il problema della nostra disoccupazione.
Dobbiamo cercare di superare il drammatico dilemma, che si va delineando
fra un auspicabile aumento del livello della occupazione ed uno sviluppo accelerato
della nostra economia, che è possibile solo con investimenti massivi in settori
tecnologicamente avanzati, che esaltino al massimo la produttività dei capitali
impiegati dalle nascenti industrie.
La soluzione può essere trovata, sia pure a breve ed a medio termine, solo
con l'aumento dell'occupazione nelle attività terziarie. Abbiamo già parlato delle
prospettive favorevoli nel settore dell'istruzione pubblica; aggiungiamo che vi sono
altri settori nei quali si potrà verificare un incremento dell'occupazione femminile:
l'assistenza e la sanità pubblica, i servizi sociali in genere, le attività turistiche, la
ricerca scientifica, i trasporti e le comunicazioni, le assicurazioni, il commercio,
alcuni settori dell'artigianato ecc., i quadri dirigenti ed intermedi delle
amministrazioni pubbliche e delle aziende pubbliche e private operanti in ogni
branca di attività.
Anche la nostra società, in cui la donna, in attuazione del dettato
costituzionale sulla parità dei sessi, tra travolgendo tutti i pregiudizi, per diventare
sindaco e giudice, capostazione e perfino poliziotta, ha superato, ormai, il contrasto,
che sembrava incolmabile, fra la concezione tradizionale della donna angelo del
focolare e quella ultra progressista della donna come forza della produzione ed
avulsa dalla famiglia, che si emancipa solo nel lavoro extra familiare.
Siamo anche noi testimoni e protagonisti di un processo irreversibile, che
tende ad abbattere ogni forma di segregazione, di sesso e di razza, per consentire la
piena e libera integrazione della persona umana nella comunità dei suoi simili.
Anche la famiglia è, perciò, una società dialogante - il Concilio l'ha
giustamente definita « luogo di incontro di generazioni » - ed è assurdo distinguere
un ruolo sociale ed economico dell'uomo da quello domestico della donna, in quanto
la responsabilità della famiglia appartiene ad entrambi, nella stessa misura, in una
giusta dimensione del rapporto fra autorità e libertà.
Ritengo, perciò, che la problematica del lavoro femminile si sia, ormai,
spostata su altri temi: l'aggiornamento della legislatura, la qualificazione
professionale, la condizione della donna lavoratrice, l'orario di lavoro con
l'introduzione del « tempo parziale », il contributo della donna e le ipotesi di
occupazione femminile nel quadro delle istituende regioni e dello sviluppo sociale ed
economico del Paese ecc.
Su questi temi, che ho voluto solo indicare, mi auguro che si apra un dibattito
fecondo, ricco delle esperienze che ciascuno dei congressisti è in grado di offrire, per
le sue responsabilità assunte nelle organizzazioni operanti nella nostra provincia.
Deliberatamente sono stato breve, per lasciare il massimo margine di
discussione all'incontro. Prima degli interventi, purtuttavia, mi sia consentito di
ringraziare della partecipazione a questo Convegno di studio che la « Provincia »
67
ha voluto organizzare per dimostrare, ancora una volta, la sua sensibilità al mondo
del lavoro e sollecitare conclusioni, che certamente susciteranno grande interesse,
soprattutto in coloro che non conoscono bene questi problemi.
Il solo fatto di aver sensibilizzato la classe dirigente, la stampa e l'opinione
pubblica ai temi del convegno, e di aver ottenuto tante significative adesioni, ci
convince di aver fatto cosa utile ed opportuna con la nostra iniziativa. Ma è ben
certo che, il successo potrà venirle solo dagli interventi, che ci auguriamo numerosi e
qualificati, tali da servire, completando la mia sommaria premessa, a fare il punto su
la situazione e le prospettive del lavoro femminile in Capitanata.
Berardino Tizzoni
2) – DIBATTITO
On. BALDINA DI VITTORIO
II problema dell'occupazione femminile può essere esaminato, affrontato e
risolto solo in un'economia programmata. Le organizzazioni femminili non chiedono
che si faccia un « piano femminile » di sviluppo, ma che almeno vengano accolte
determinate istanze, in modo che esigenze e problemi trovino soluzione nei piani di
sviluppo. Non basta registrare dati: bisogna anche chiedersi in quali condizioni le
lavoratrici prestano la loro opera. E' necessario inoltre uno studio preciso per una
valutazione non solo dell'occupazione attuale, ma anche delle forze femminili
potenziali. Si avverte, insomma, un bisogno di riforme in campo generale, e di
misure « specifiche » da parte del piano per la programmazione. Uno dei problemi
più importanti è quello della preparazione culturale della donna; altra necessità,
quella di una campagna contro le inadempienze contrattuali dei datori di lavoro verso
le prestatrici d'opera. Al di là di questo convegno, si potrebbero istituire delle
commissioni consultive permanenti per continuare a studiare i problemi e trovarne
insieme le soluzioni.
Avv. MICHELE MINCHILLO, segretario provinciale UIL.
Si nota, nelle donne, una forma di assenteismo riguardo alla vita attiva dei
sindacati. Solo nel settore dell'industria, dove la donna lavora al fianco dell'uomo, si
avverte una più accentuata partecipazione, ma nei settori in cui la donna opera da
sola il disinteresse è evidente. Lo spirito di lotta sindacale dev'essere maggiormente
avvertito dalle lavoratrici.
CARMELA PANICO (responsabile dell'Ufficio femminile CGIL di Foggia).
In seguito al fenomeno dell'emigrazione, nelle nostre campagne le donne
hanno sostituito gli uomini in tutte le occupazioni; la manodopera femminile, però,
non riceve, da parte dei datori di lavoro, un trattamento economico pari a quello
riservato agli uomini. E' necessario, dunque, eliminare le condizioni di sfruttamento.
Per aumentare l'occupazione bisogna realizzare nuovi complessi
68
industriali. Altra necessità vivamente avvertita, quella di un aggiornamento della
legislazione del lavoro femminile (tutela del lavoro a domicilio, maternità, riforma del
sistema di pensionamento, riordino delle norme per la tutela della disoccupazione
involontaria, legge sugli orari di lavoro, qualificazione professionale, riforma della
legge sull'apprendistato).
On. prof.ssa ANNA MATERA, consigliere della Cassa per il Mezzogiorno, vice
presidente del FORMEZ.
Nelle donne del Mezzogiorno si nota ancora una mancanza di « esigenza » per
quanto riguarda la richiesta di lavoro. Esaminando il problema per settori, si può
rilevare che per l'agricoltura il 1968 si apre, in provincia di Foggia, con prospettive
abbastanza favorevoli, legate, però, alla volontà degli uomini. Si stanno accelerando
notevolmente i tempi tecnici, e gli impianti di irrigazione consentiranno al più presto
una trasformazione agraria che favorirà indubbiamente una maggiore occupazione.
Prospettive notevoli offre anche lo sviluppo industriale: bisogna, però, che intorno
alle realizzazioni industriali (in particolare quelle dell'Anic, a Manfredonia, e
dell'Incoronata) si crei un movimento, uno sviluppo, una concentrazione di
iniziative, per consentire una maggiore occupazione sia maschile che femminile. Per
quanto riguarda il settore terziario, maggiori possibilità occupazionali si creeranno
nel Subappennino, e, con il movimento di forze turistiche e amministrative, nel
Gargano. Bisogna portare avanti il discorso iniziato: a questo scopo,
l'Amministrazione provinciale potrebbe creare una commissione permanente che
affronti con azione continua i problemi dell'occupazione femminile.
EDDA LAMBERTI, presidente Giunta diocesana Azione Cattolica.
Lavoro sì, per la donna, ma che non mortifichi la personalità umana. La
donna del Sud non è abituata a vivere nelle fabbriche, a contatto con gli uomini.
Sarebbe opportuna una migliore retribuzione, per consentirle di accudire
personalmente ai figli.
Sen. prof.ssa GRAZIA GIUNTOLI.
Da vent'anni, la donna è entrata, a piedi diritti, nella società, e già cammina
speditamente, con consapevolezza. I risultati ottenuti, però, sono soltanto l'inizio di
una lunga catena; bisogna, ora, prospettarsi la funzione che le donne sono chiamate a
svolgere nel futuro, ed è necessario che la donna si prepari alla funzione che
l'attende. Ma come deve prepararsi? La donna non è ancora pienamente consapevole
delle proprie capacità e possibilità. Bisogna, dunque, darle una cultura, una
preparazione, una coscienza. La donna, se si riesce a darle un orientamento di
capacità produttiva, è in grado di andare innanzi da sola; bisogna, però, offrirle un
lavoro adeguato. Nella concessione del lavoro, precedenza alle vedove (in proposito
si sta preparando una legge). Si è fatto abbastanza, ma non possiamo ancora ritenerci
soddisfatti: c'è ancora da lottare, sacrificarsi, camminare insieme; di grande utilità si
rivelano, dunque, incontri e convegni come questo indetto dalla Provincia.
69
BRUNO MAZZI, segretario della Cisl di Capitanata.
L'assenza delle donne dalla vita associativa dei sindacati deriva forse dal fatto
che esse, oltre agli obblighi d'impiego, continuano a conservare i loro obblighi di
lavoro domestico. E' necessario che la donna abbia una formazione culturale la più
vasta e completa possibile: di qui l'importanza della scuola, per un migliore
inserimento delle giovani nella vita produttiva. Il problema dell'occupazione
femminile rientra in quello, più ampio, della politica di sviluppo.
LUIGI RUBINO, direttore della Federazione provinciale coltivatori diretti.
I dati relativi all'occupazione femminile nelle campagne testimoniano della
presenza attiva della donna nel settore dell'agricoltura. Quella della donna rurale è
divenuta una figura « nuova »; nelle famiglie, infatti, è non solo educatrice, ma anche
conduttrice, organizzatrice, imprenditrice. Si pongono, dunque, problemi di
educazione di base e problemi di opere di civiltà. Da non trascurare anche
l'aspirazione a una maggior diffusione degli insediamenti industriali, che potrebbero
far migliorare le prospettive di occupazione delle donne rurali.
MARIA SCHINAIA, responsabile U.D.I.
La preparazione professionale avviene nella scuola; necessario, dunque, che vi
sia una riforma nel settore scolastico, e in particolare nell'istituto superiore, con
insegnamento di materie più rispondenti alle esigenze moderne. Il diritto della donna
al lavoro va visto come libera scelta, e non come imposizione; la programmazione
economica deve tendere a rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne una
libera scelta. Pienamente d'accordo per quanto riguarda l'istituzione della
commissione di studio, proposta dall'on. Matera.
MARGHERITA OCCULTO, consigliere comunale Pci.
Esiste un rapporto diretto fra problemi dell'infanzia da una parte, e lavoro
femminile e condizione economica dall'altra. Bisogna, dunque, occuparsi
innanzitutto dei problemi della scuola materna, dalla cui soluzione dipende la
possibilità di un maggiore impegno della donna nel processo produttivo del Paese. A
conclusione dei lavori, il sindaco di Foggia, avv. Vittorio Salvatori, e quello di
Manfredonia, prof. Antonio Valente, hanno rivolto ai partecipanti brevi espressioni
di compiacimento e di augurio. In particolare, l'avv. Salvatori ha rilevato
1'insostituibilità della funzione educativa della famiglia, ma anche la necessità di
creare strutture idonee perchè i fanciulli ricevano un'adeguata educazione anche al di
fuori di essa. Di qui la validità della presenza della donna nella vita familiare, e
l'importanza, al tempo stesso, della scuola materna, per la quale è necessario
l'intervento « integratore » dello Stato.
Il prof. Valente, dal canto suo, dopo aver rilevata l'opportunità dell'istituzione
della commissione di studio dei problemi dell'occupazione femminile, ha concluso
auspicando che di essa vengano chiamati a far parte anche gli uomini della scuola:
pedagogisti, psicologi, educatori.
70
QUADERNI DI « LA CAPITANATA » EDITI DALLA
AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA
1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell'opera di Tommaso Fiore (con
9 ill.ni).
2. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (con 4 tavv. ill. f. t.).
3. ALDO VALLONE, Correnti letterarie e studiosi di Dante in Puglia (con 2
tavv. ill. e 2 aut. f.t.).
4. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum « De acquadiensium
oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4 tavv. ill.
f.t.).
5. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio « Gargano
» 1967).
6. VINCENZO TERENZIO, Umberto Giordano cento anni dalla nascita (con
4 tavv. ill. f. t.).
7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv. f.t.).
8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia altomedievale (con
6 tavv. f.t.).
Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dogana
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
* Hanno collaborato a questo fascicolo: Prof. WLADIMIRO CURATOLO,
segr. g.le del Consorzio di bonifica del Tavoliere di Puglia; dott.
ENZO DE STEFANO, del Gruppo di studio dell'Amm.ne prov.le di
Foggia; prof.ssa MELUTA D. MARIN, dell'Univ. degli studi di Bari;
prof. TOMMASO NARDELLA, della Scuola media «De Carolis » di
San Marco in L.; prof. PASQUALE SOCCIO, preside del GinnasioLiceo « Bonghi » di Lucera; avv. BERARDINO TIZZANI, presidente
dell'Amministrazione prov.le di Foggia.
SOMMARIO
L'ANNO DI V I C O - PASQUALE S O C C I O : Presenza
1
BERARDINO TIZZANI: Il Subappennino dauno - Appunti per una
azione organica e coordinata
15
MELUTA D. MARIN: Introduzione ad una topografia storica della
Daunia preromana
WLADIMIRO CURATOLO: La irrigazione in provincia di Foggia
27
51
ENZO DE STEFANO: I grandi collegamenti nel piano di sviluppo
regionale pugliese
56
TESTIMONIANZE D'ARTE E DI CULTURA - TOMMASO
NARDELLA: Breve storia di una croce
61
MANIFESTAZIONI PROVINCIALI - Il lavoro femminile in
Capitanata: 1) Premessa (BERARDINO TIZZANI); 2) Dibattito
63
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Anno VI (1968)
n. 4-6 (lu.-dic.)
La potestà legislativa
della Regione a statuto speciale
nei rapporti di diritto privato
1. -
Tipi di competenza normativa della Regione; carattere speciale e non eccezionale
delle norme regionali; il principio di uguaglianza di tutti i cittadini.
Fra le molteplici funzioni esplicate dalla Regione per conseguire i
suoi compiti e fini, la più importante è ritenuta la funzione normativa:
essa si distingue in «primaria e secondaria» ed inoltre secondo che sia
propria o delegata dallo Stato.
La caratteristica dell'autonomia normativa delle Regioni, rispetto
agli altri enti pubblici territoriali, secondo la dottrina pubblicistica,
consiste nell'avere la Costituzione attribuito ad una parte di essa il
carattere di « primaria », cioè con possibilità di derogare alle leggi del
Parlamento, nei limiti stabiliti dalla carta costituzionale.
Le leggi regionali si possono includere fra le fonti sub-primarie 1 .
Tale competenza primaria dell'ente si svolge nel campo statuario e
nel campo legislativo.
Esaminando la competenza legislativa, che, nel nuovo ente assume
una intensità di efficacia senza precedenti in nessun'altra forma di
autonomia 2 si osserva come essa presenti una diversità di tipi, che si
1 M. S. GIANNINI, Leggi regionali e regolamenti di autonomia degli enti territoriali, in
Studi Lanciotto Rossi, Milano 1954.
Il MORTATI invece (Istituzioni di diritto pubblico, Cedam, 1958), ritiene che esse
non possono confondersi con le norme sub-primarie, come sono le leggi delegate, in
quanto, se ciò potrebbe essere vero dal punto di vista dei limiti maggiori che esse
incontrano rispetto a quelle statali, non è più esatto se si considera la loro idoneità a
regolare la materia in modo diverso dalla legge statale.
2 G. ZANOBINI, Corso di diritto amministrativo, Giuffrè 1958, vol. III, pag. 184.
73
può mettere in relazione con le due specie di ordinamenti regionali previsti
nella nostra Costituzione.
Occorre precisare subito, tuttavia che la potestà legislativa regionale è
espressione di semplice autonomia seppure estesa, ma non di sovranità 3.
Pertanto si distingue una competenza « esclusiva », una « ripartita o
concorrente o complementare » e, per una parte della dottrina pubblicistica
4 , anche una terza detta « integrativa facoltativa », in quanto non « attribuita
costituzionalmente alla Regione come sua propria ».
La prima è possibile soltanto alle Regioni ad autonomia speciale,.
cioè esistenti in virtù degli statuti speciali adottati con leggi costituzionali ed
è detta « esclusiva » per significare la piena competenza regionale senza altri
limiti se non il rispetto della Costituzione, dei principi generali
dell'ordinamento giuridico degli obblighi internazionali,, degli interessi
nazionali e di quelli delle altre Regioni; per cui è escluso ogni intervento
legislativo da parte dello Stato.
Le norme su cui si fonda questo potere esclusivo sono, oltre all'art.
116 della Cost., gli statuti relativi a tali Regioni, i quali determinano anche
l'ambito entro cui tale attività normativa si può svolgere, e soprattutto gli
articoli: 14 St. siciliano; 3 St. sardo; 2 St. Valle d'Aosta; 4 St. Trentino Alto
Adige; Friuli Venezia Giulia.
Il secondo tipo di competenza, quella cioè ripartita, deriva da una «
suddivisione » di competenza, fra lo Stato e le Regioni, nell'ambito delle
stesse materie, le quali pertanto possono essere oggetto di una duplice
riserva e regolamentazione legislativa; lo Stato ha il compito di determinare
con le sue leggi (c.d. leggi cornice) i principi fondamentali mentre alla
Regione compete di emanare, tenendo presente le peculiarità delle esigenze
locali, le norme che, svolgendo quei principi, siano idonee a renderle
operanti concretamente. Questo tipo di competenza è peculiare delle
Regioni a statuto ordinario ed anzi è l'unico ad esse consentito a norma
dell'art. 117 della Costituzione che elenca le materie in cui si può esercitare.
Per le Regioni a statuto speciale 5 la competenza ripartita costituisce
una nuova potestà normativa, che si aggiunge a quella esclusiva proprio di
tali Regioni e si svolge in un'area più vasta e più importante di quella
stabilita per le Regioni a statuto ordinario.
Risulta che la potestà legislativa delle Regioni a statuto ordinario può
essere complementare e concorrente, intendendo 6, per legislazione
Cfr. ZANOBINI, op. cit., vol. I, pag. 82.
Cfr. MORTATI, op. cit.
5 Costituzione, Art. 116.
6 Cfr. MORTATI, op. cit.
MORTATI, Sulla potestà delle Regioni di emanare norme di diritto privato,. in Giur.
Cost. 1951, pag. 981.
MIELE, La Regione nella Costituzione Italiana, in Commentario Cost. 1951.
BODDA, Sulla potestà normativa delle Regioni secondo la nuova Costituzione, in Nuova
Rassegna 1948, Noccioli, Firenze.
3
4
74
complementare quella che viene esercitata ad integrazione ed attuazione
di leggi della Repubblica e per legislazione concorrente quella che deve
conformarsi ai principi ed alle direttive stabiliti con leggi dello Stato.
Infine il terzo tipo di competenza normativa: « integrativafacoltativa » 7.
Tale competenza, per le Regioni a statuto ordinario viene esercitata
subordinatamente alla volontà dello Stato, a norma dell'art. 117 u.c. della
Cost. che infatti dispone: « Le leggi della Repubblica possono demandare
alla Regione il potere di emanare norme per la loro attuazione ».
Per due delle Regioni a statuto speciale è consentito alla Regione
stessa di emanare norme integrative delle disposizioni di leggi statali. In
particolare per il Trentino Alto Adige l'art. 6 del suo statuto attribuisce
questa facoltà soltanto nella materia della previdenza e delle assicurazioni
sociali; per la Sardegna l'art. 5 dà facoltà di adattare alle particolari
esigenze della Regione le norme delle leggi statali, emanando disposizioni
di integrazione ed attuazione nelle materie: della istruzione, del lavoro,
previdenza ed assistenza sociale, dell'antichità e delle belle arti.
Questa facoltà costituisce un'ulteriore distinzione fra statuti
ordinari e statuti speciali: negli statuti ordinari le norme consentite sono
quelle di « attuazione »; negli statuti speciali si menzionano anche le
norme di integrazione. I due tipi sono in teoria distinti dalla dottrina 8 : le
prime si limitano a svolgere disposizioni contenute nella legge, perciò
sono « secundum legem », le seconde dispongono anche in mancanza di
norme legislative, colmando le lacune e sono perciò « praeter legem » 9.
La differenziazione fra questo tipo di norme regionali e quelle di
legislazione ripartita si può più facilmente cogliere ove si ponga mente
che quest'ultima presuppone una competenza riservata alla Regione,
sottratta costituzionalmente allo Stato, mentre il primo tipo riguarda
conferimenti di competenza fatti dallo Stato di volta in volta 10
Cfr., MORTATI, op. cit.
Cfr., op. cit., in nota 6 e inoltre.
AMORTH, La Costituzione Italiana, Milano 1949.
AUSIELLO, Studi sull'ordinamento regionale, 1954.
ESPOSITO, La validità delle Leggi, Padova 1954.
LUCATELLO, Lo stato regionale.
VIRGA, La Regione, Milano 1949.
9 Il MORTATI, op. cit., in nota 7 però fa osservare che « la generica facoltà di
emettere le norme di attuazione si deve... ritenere comprensiva di tutto ciò che è
necessario per l'attuazione e quindi, in questi limiti, include anche le disposizioni praeter
legem, purchè vi sia una precedente legge statale nella materia ».
10 MORTATI, op. cit.
7
8
75
e non si può considerare espressione del potere di autonomia dell'ente,
risultando dal conferimento di una competenza estranea a questa 11 .
Passati in rassegna brevemente i diversi tipi di competenza
legislativa è agevole notare come la Regione sia stata creata quale ente
territoriale di decentramento sia legislativo, sia amministrativo; anzi quello
in cui l'esercizio dell'attività di carattere normativo sovrasta, per
l'importanza e per volume, l'attività esecutiva. Si può anche affermare che,
con l'attribuzione alle Regioni a Statuto speciale di cui all'art. 116 della
Cost., di una competenza esclusiva e primaria, lo Stato abbia perso il suo «
monopolio » anche nel campo della disciplina dei rapporti di diritto
privato.
Tuttavia, non è esatto affermare che lo Stato resti completamente
escluso dalla normazione privatistica in quelle determinate materie
attribuite alla competenza primaria delle Regioni; resta escluso solo per
quella parte di attività legislativa dallo stesso Stato prevista e concessa alla
competenza regionale, che del resto si estende fino ai limiti
predeterminati, limiti stabiliti non dalla Regione ma esclusivamente dallo
Stato 12 . Il rapporto fra legge statale e legge regionale è di genere a specie;
la normazione privatistica regionale è una specie del genere statale.
E' vero che le norme costituzionali in materia privatistica, in
particolare gli articoli 41 e 42, tendono a garantire un'uguaglianza di
trattamento per tutti i cittadini, ma tale uguaglianza non bisogna
intenderla « meccanicamente »; deve essere uguaglianza di alcuni
fondamentali principi e di libertà, valevoli sia per il legislatore statale, sia
per quello regionale. La Corte Costituzionale 1 3 ha del resto chiaramente
affermato che il principio della « pari dignità sociale » dei cittadini,
enunciato nell'art. 3 della Costituzione, sta a significare che si deve
riconoscere ad ogni cittadino uguale dignità pur nella varietà delle
occupazioni e professioni, anche se collegate a differenti condizioni
sociali.
Il principio di « uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge,
assicura ad ognuno eguaglianza di trattamento quando eguali siano le
condizioni oggettive e soggettive alle quali le norme giuridiche si
riferiscono per la loro applicazione, ma non impedisce che il legislatore
possa dettare norme diverse per regolare situazioni che esso ritiene - con
valutazione discrezionale -, diverse adeguando così la disciplina giuridica
agli svariati aspetti della vita sociale » l 4 .
L'autonomia legislativa rende possibile alle Regioni di dettare
norme, che, senza intaccare, anzi affermando il principio dell'art. 3
11
12
M O R T A T I , Istituzioni; Z A N O B I N I , o p . cit.
S A I L I S , Autonomia regionale e disciplina dei rapporti privati, Padova
1960.
13
14
Corte Cost.
Corte Cost. sent. cit.
76
Cost., adottino misure diverse per disciplinare situazioni locali diverse. Non
contrasta con i principi affermati dalla Corte Costituzionale, una disciplina
normativa regionale anche di tipo particolare, dato che l'uguaglianza di tutti
i cittadini indipendentemente dalle loro condizioni personali e sociali »15,
può essere raggiunta anche in tal modo; cioè con disposizioni che solo la
Regione può emanare 1 6 .
Ritengo si possa concludere che la stessa elencazione delle materie
relative alla competenza legislativa nei rapporti privati, mantenuta
esclusivamente nei limiti di beni ed attività economiche ed inoltre i limiti
dei principi e degli interessi, essere garanzia sufficiente e necessaria a
togliere ogni preoccupazione circa il pericolo che vengano in tal modo a
stabilirsi deroghe territoriali nella disciplina giuridica dei privati contrastanti
con il precetto costituzionale dell'uguaglianza di tutti i cittadini 17.
II - La Regione nell'ordinamento costituzionale in relazione alla disciplina dei
rapporti privati.
Si è già visto che, relativamente alla competenza legislativa, sono
previste nel nostro ordinamento Regioni a statuto normale e Regioni a
statuto speciale.
La distinzione viene posta nell'art. 116 della Cost., in cui, oltre alla
specialità di alcune determinate Regioni appare chiara anche la
preoccupazione del legislatore costituzionale, proprio perchè si tratta di
un'autonomia speciale, di disciplinarla con legge costituzionale.
Lo Stato, nel concedere a determinate Regioni, per ragioni storiche
ed altre considerazioni, una vasta autonomia, ha voluto nel contempo
cautelarsi, mettersi al riparo da eventuali e possibili straripamenti di potere
del nuovo ente, in modo da non ledere nè l'equilibrio costituzionale
previsto nell'art. 5 della Cost., nè la necessaria armonia fra enti, organi e
funzioni.
Perciò nella redazione degli statuti speciali o nella loro approvazione
ed elevazione a dignità costituzionale (per gli statuti siciliano e valdostano
che esistevano già prima della redazione della carta costituzionale),
nell'affidare determinate materie alla competenza esclusiva delle Regioni
differenziate, il legislatore costituzionale ha determinato limiti dogmatici e
positivi che delimitano tale competenza, anche se, secondo la dottrina
siffatti limiti non sempre appaiono chiari e lampanti.
Costituzione art. 3.
Cfr., SAILIS, op . cit.
CONTRA, MAZIOTTI, Studi sulla potestà legislativa delle Regioni, Milano
1961, secondo il quale il principio ecc., copia da pag. 10-11.
17 Cfr., CRISAFULLI, relazione su La legge regionale nel sistema delle fonti, in
Atti III convegno di studi giuridici sulla Regione.
15
16
77
Comunque, non si può negare che questi limiti esistano e sono
indicati, individuati e determinati o determinabili e comunque per la
competenza legislativa esclusiva la determinazione appare tassativa a
garanzia e ad evitare una proliferazione illegittima o semplicemente
pericolosa alla unità statale.
Le Regioni a statuto speciale, non hanno natura giuridica diversa,
nè può arrogarsi una dignità e un prestigio superiore alle altre: tuttavia
l'attribuzione ad esse, in contrapposto a quella a statuto ordinario, di una
competenza primaria ed esclusiva, fa sì che nell'esplicazione concreta di
tale potestà le porti ad intervenire in tutti i campi, per le materie in cui è
stabilita l'esclusività, quindi anche nei rapporti di diritto privato.
Del resto la diversità delle formule delle norme degli statuti speciali
là dove pongono la competenza primaria e là dove stabiliscono quella
ripartita (in quest'ultimo caso appare evidente la maggior restrittività della
formula stessa) sono una prova di quanto si è esposto.
Inoltre anche per la competenza esclusiva una parte della dottrina 18
ha fatto osservare che quando il legislatore costituzionale ha voluto
ulteriormente limitare tale competenza l'ha fatto senza esitazione,
adottando norme chiaramente limitatrici.
Tuttavia la larga autonomia di cui gode non porta la Regione a
distaccarsi completamente, ad isolarsi dallo Stato, poichè se ciò fosse essa
non potrebbe svolgere le proprie potestà e raggiungere i propri fini,
potestà e fini che può realizzare in dipendenza di un continuo rapporto
con lo Stato sovrano e creatore dell'ente regione, rapporto che non va
considerato, tecnicamente gerarchico. Ciò in attuazione concreta del
principio costituzionale del riconoscimento delle autonomie pur nella
indivisibilità della Repubblica (art. 5 Cost.).
Una prova di tutto ciò si trova nel permanente controllo sugli atti e
sugli organi regionali che altro non è se non una manifestazione del
carattere originario e sovrano dell'ente creatore.
Al periodo poi di una possibile continua antitesi fra fonte di
produzione normativa statale e fonte di produzione regionale, il
legislatore costituzionale ha cercato di porre rimedio attraverso l'adozione
di un criterio, il più possibile preciso, di ripartizione di materie fra le
competenze rispettive, enumerando gli oggetti suscettibili di una
disciplina legislativa regionale.
L'esame generale di tali elenchi indurrebbe a constatare che la
potestà legislativa dell'ente si svolga normalmente nel campo
amministrativo, per cui se ne potrebbe trarre la conseguenza che essa
debba svolgersi essenzialmente nell'ambito del diritto pubblico.
Tuttavia la individuazione delle materie non esclude e non implica a
priori una loro disciplina e normativa a carattere esclusivamente
pubblicistico 19 .
18
19
Cfr., PALADINI, op. cit.
Secondo PALADINI, Diritto privato e leggi regionali, in « Giur. Cost. »
1958.
78
Fra gli enti pubblici, quelli autarchici territoriali e particolarmente la
Regione, hanno una particolare contemplata rilevanza costituzionale la cui
esistenza nell'ordinamento giuridico pubblico, concreta una forma non
secondaria dello Stato Italiano.
Perciò si può senz'altro aderire alla maggior parte della dottrina 20
nel doversi negare che la Regione sia un « ente costituzionale » dovendola
correttamente ritenere ente di « rilevanza costituzionale ». Con tale
configurazione si vuole intendere che la Regione, avendo struttura e
principi garantiti espressamente dalla Costituzione, come risulta dall'art. 5
e dal titolo V non può essere colpita e limitata nei suoi poteri e diritti se
non per mezzo del procedimento previsto dall'art. 128.
Concordando col pensiero di questa dottrina non si può allora
affermare che la costituzionalità della Regione derivi da quelle attività di
carattere statali, quali per esempio l'iniziativa legislativa e il referendum
perchè, anche gruppi singoli di cittadini possono partecipare e svolgere gli
stessi atti senza che, per questo, assurgano alla figura di organi
costituzionali.
Allo stesso modo la partecipazione all'elezione del Presidente della
Repubblica non attribuisce alle Regioni alcuna particolare qualifica
costituzionale, così come non attribuisce ai Comuni o ad altri enti locali il
prendere parte alla formazione di organi supremi, secondo avveniva, per
esempio, nell'ordinamento della terza Repubblica francese dove il Senato
traeva la sua investitura dall'elezione per opera dei consiglieri comunali 21 .
La Regione appare così come un modo di essere necessario, ma non
come elemento essenziale e costitutivo dello Stato.
Quindi, pur considerando la Regione ente di rilevanza
costituzionale, ma non « ente costituzionale », bisogna tuttavia ammettere
che per la sua posizione, per la sua funzione e finalità, essa si pone come
elemento funzionalmente e finalisticamente, anche se non strutturalmente
necessario e non soltanto formalistico ed esteriore, dello Stato italiano;
inoltre, la potestà normativa, l'autoamministrazione, l'autonomia
finanziaria, la garanzia giurisdizionale delle sue competenze hanno un
ESPOSITO, Postille a nota di Paladini, in « Giur. Cost. » 1957, e, La validità
delle leggi, cit. afferma che l'esplicamento di attività legislativa o l'esplicamento di atti
giuridici di una determinata specie non caratterizza la natura di un organo. Ne deriva
secondo lo stesso autore che una distinzione fra organi costituzionali e non
costituzionali non può farsi sulla base della tripartizione delle funzioni statali, ma
solamente su una individuazione a base politica fra atti fondamentali per la vita dello
Stato, fra atti cioè che danno concrete ed effettive direttive alla sua vita e atti che non
hanno tale fine e tale contenuto.
L'AMORTH, La Costituzione..., inquadra le Regioni nell'ordinamento
fondamentale della Repubblica ma non nella organizzazione costituzionale vera e
propria, ritenendole soltanto enti di rilevanza costituzionale.
21 Cfr., in particolare, MORTATI, Istituzioni..., pag. 693 e segg.
20
79
valore ed un senso, come strumenti necessari alla realizzazione dei propri
fini secondo indirizzi non imposti, emergenti dalla volontà degli
appartenenti all'ente.
Anche per quest'ultima ragione, si dovrebbe ammetter una potestà
normativa regionale nei rapporti privati intersoggettivi, in quanto non
ammettendola l'ente non disporrebbe di tutti quei « mezzi necessari » e
non potrebbe attuare in modo completo ed organico quel lineamento
dell'autonomia locale definita « l'autonomia politica » 22 , la quale, applicata
in ambito più ristretto nei Comuni e nelle Provincie, troverà una sfera
d'azione più ampia nelle Regioni.
Non si può negare una fondamentale superiorità, intesa in un senso
non tecnicamente gerarchico, della Regione nei confronti degli altri Enti
Autarchici territoriali.
Infatti gli atti dei Comuni e delle Provincie sono semplicemente atti
amministrativi, mentre quello regionale di rango più elevato, sia pure
qualificato come « legge minore », rimane pur sempre di carattere
legislativo, normativo generale e non amministrativo.
Per quanto concerne la potestà legislativa esclusiva, la legge
Regionale non è contenuta nell'ambito della legge formale dello Stata ma
essa crea la legge formale, nei limiti del suo territorio e della materia
escludendovi anzi l'efficacia di quella parlamentare.
Naturalmente l'equiparazione della legge regionale a quella statale,
si ferma qui, nell'ambito ben individuato e ristretto, anche per la
competenza primaria ed esclusiva. La Regione non può superare i limiti
posti dalla legge statale e prima ancora dalla Costituzione.
Nella Regione, ente territoriale di decentramento legislativo ed
amministrativo, la funzione normativa assume carattere di elemento
primario ed essenziale della riforma regionale stessa, funzione per mezzo
della quale l'ente può dare una disciplina più aderente agli interessi locali
ad esso affidati.
Esigenza questa che non verrebbe completamente soddisfatta se
non si potesse attuare anche attraverso una normazione privatistica.
Un decentramento limitato alle funzioni amministrative non
avrebbe corrisposto agli intenti del legislatore costituzionale 23 .
D'altra parte l'interesse così tutelato non è solo ed esclusivamente
della Regione, ma è anche dello Stato se pure indirettamente.
Per questa ragione la valutazione globale di una legge regionale può
implicare, spesse volte, più un controllo di merito da parte del Parlamento
che un giudizio di legittimità 24.
Da tutto ciò si ricava che nell'attuale struttura costituzionale itaM. S. GIANNINI, op. cit.
Secondo MIEL E, op. cit., la riforma se così limitata forse non avrebbe
giustificato la creazione di un nuovo ente territoriale diverso dal Comune e dalla
Provincia.
2 4 Cfr., SAIL IS, op. cit., pag. 57 e segg.
22
23
80
liana per effetto della ripartizione delle competenze, la Regione, in
particolare la legge regionale, pur non potendo modificare in modo
essenziale la struttura statuale, si pone come un elemento necessario
dell'attuale ordinamento giuridico italiano.
La Regione nella disciplina delle materie ad essa assegnate dal
legislatore costituzionale, non può essere limitata dalla natura delle norme
che deve emanare, potendo esse quindi rivestire anche natura privatistica,
se ciò si renderà necessario per la migliore e più idonea disciplina dei
rapporti stessi. Tuttavia la Corte Costituzionale ha escluso, sia pure con
qualche particolare mitigazione, la competenza della Regione ad emanare
norme regolatrici di rapporti privati, data la natura pubblicistica dell'ente e
per i suoi fini esclusivamente pubblicistici 25.
Dice infatti la Corte: « i limiti della competenza regionale... vanno
ricercati più che nella natura delle norme da emanare, nelle finalità per cui
l'ente Regione è stato creato. E poichè non è da dubitare, che il
decentramento regionale è in funzione del soddisfacimento di interessi
pubblici, le finalità che la Regione deve perseguire qualificano la
competenza legislativa attribuitale ».
Questa impostazione giurisprudenziale è stata criticata in dottrina e
non solo da coloro che sono favorevoli ad una legislazione privatistica
locale 26 . Certamente in astratto la pubblicità di un ente di per sè stessa
non è un ostacolo per una disciplina dell'ente stesso nel campo
privatistico.
L'esame pur breve, svolto circa la posizione giuridica della Regione
non induce a negare una competenza legislativa regionale nei rapporti
privati, dato che la Regione possiede, esercita e partecipa oltre che al
potere amministrativo, anche al « più eminente » dello Stato, qual'è quello
legislativo.
Inoltre la sua struttura e le sue funzioni spiccatamente
pubblicistiche e, nelle materie rientranti nella sua competenza, la
compartecipazione all'attività statale, permettono alla Regione di spingere
la propria attività normativa anche nel settore dei rapporti privatistici,
rapporti anch'essi necessari per il conseguimento dei fini suoi essenziali
Corte Cost. sentenza n. 35 del 26 gennaio 1957 in « Giur. Cost. », pag. 437.
Il MORTATI, in nota alla sentenza citata, in « Giur. Cost. » 1957, pag.
437, pur negando la competenza regionale nei rapporti privati fa notare, come un altro
autore, il MIEL E, partendo da una impostazione sostanzialmente uguale a quella
della Corte, sia giunto a conclusioni opposte a quelle giurisprudenziali e cioè in
conseguenza della equivocità del significato che possiedono termini come quelli
adottati: fini pubblicistici, interessi pubblici, scopi di pubblica amministrazione e simili.
SAIL IS, op. cit., criticando la impostazione della Corte ritiene che quest'ultima
immetta un ulteriore elemento non di semplice interpretazione e di retta applicazione
della Costituzione e degli Statuti speciali, ma addirittura una vera e propria aggiunta di
un limite positivo, generale e radicale, al complesso dei limiti determinati dal legislatore.
25
26
81
ed in definitiva, se pure indirettamente della comunità statale superiore.
Questa soluzione oltre che radicata nella norma costituzionale, interpretata
nel senso di ammettere la disciplina dei rapporti privati, non contrasta con
struttura e funzione e coi rapporti fra Stato e Regione, che permettono la
vitale coesistenza di due poteri legislativi, quello del Parlamento e quello del
Consiglio regionale.
III. -
La competenza esclusiva della Regione come ulteriore prova dell'ammissibilità di
una disciplina privatistica locale.
L'elemento di più rilevante differenziazione dei due tipi di autonomia
regionale, previsti nel nostro ordinamento giuridico costituzionale, è
costituito dall'attribuzione alle Regioni a statuto speciale della potestà
legislativa, cosiddetta « primaria o esclusiva », cioè di una competenza
legislativa, per le materie in cui è affermata, più ampia di quella consentita
alle altre Regioni.
Le fonti costituzionali su cui si fonda la potestà esclusiva regionale
sono l'art. 116 della Cost. che, genericamente, stabilisce: « Alla Sicilia, alla
Sardegna, al Trentino Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle
d'Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia,
secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali »; ed inoltre le
norme degli statuti relativi a tali Regioni, che stabiliscono il campo entro cui
siffatta potestà può esercitarsi.
Le formule delle norme dei vari statuti speciali, presentano ad un
primo esame una diversità di espressioni ed una apparente differenza nel
fissare i limiti: ma tale diversità non significa diversità di competenza
esclusiva per le diverse Regioni di cui all'art. 116 della Cost.
L'espressione « legislazione esclusiva » è peculiare dello statuto
siciliano, mentre gli altri usano espressioni quali « potestà legislativa » o «
potestà di emanare norme legislative » 27 .
Queste diversità di carattere letterale derivano dalla circostanza che la
redazione dei singoli statuti speciali è avvenuta in presenza di condizioni
politiche diverse; sia dall'esigenza delle specialità particolari e singolari degli
statuti, esigenza fondata e legittimata sul comune fondamento dell'art. 116
della Cost. in confronto delle Regioni contemplate nel titolo V della
medesima, sia dalle singole e individuate caratteristiche che hanno originato
la necessità politica di organizzare il pubblico potere in relazione alle
diverse particolarissime situazioni delle Regioni costituite: come, per
esempio, la presenza di forti gruppi di lingua tedesca e francese nelle
Regioni trento-atesina e della Valle d'Aosta, e particolari condizioni sociali
in Sicilia e Sardegna.
27
Cfr., SAILIS, op. cit.
82
Comunque le norme degli statuti sociali, nonostante la notata
differenza di espressioni formali, e quella della Costituzione, contenute nel
titolo V, sembrano affermare chiaramente, che la Regione può emanare «
leggi » in senso proprio.
Lo Stato perciò non è più, come sosteneva la dottrina tradizionale, il
solo ente che possa creare atti legislativi, « intesi come potere massimo di
produzione giuridica », poichè tale opinione viene superata col nuovo
ordinamento regionale introdotto nel 1948 e soprattutto con l'attribuzione a
determinate Regioni di una competenza legislativa esclusiva 28.
E la dottrina dominante 2 9 oggi, è concorde nell'attribuire la natura
di legge agli atti regionali così qualificati dalla Costituzione e dagli statuti.
Infatti: l'efficacia risulta dalle espressioni usate dalla Costituzione di « leggi »
e « leggi regionali »; nell'art. 121 si usa l'espressione più incisiva di « potere
legislativo » della Regione, in contrapposto al suo potere regolamentare.
Evidentemente, i compilatori hanno inteso attribuire a queste norme la
stessa posizione e la stessa efficacia delle leggi formali, le quali, in tal modo
avrebbero non una, ma due fonti di produzione: il Parlamento per l'intero
territorio dello Stato e i Consigli regionali per le maggiori circoscrizioni di
esso ». La formula « legislazione esclusiva », usata esplicitamente solo nello
statuto siciliano, risulta evidente, se pure in modo inespresso, anche negli
altri statuti speciali.
Questo termine, prima dell'emanazione di tali statuti, nel nostro
ordinamento giuridico era usato in modo peculiare ed esclusivo in
riferimento alla sovranità statale e all'atto in cui si esprimeva, cioè la legge
formale, e nel campo della giurisdizione.
Infatti in campo giurisdizionale si vuole affermare la non competenza
di altri: si ricordi, ad esempio, ciò che la legge sul Consiglio di Stato,
dispone all'art. 30: « nelle materie deferite alla esclusiva giurisdizione del
Consiglio, questo conosce anche di tutte le questioni relative ai diritti »,
affermante cioè la tassativa esclusione, per le materie in cui è stabilita, della
competenza dell'autorità giudiziaria ordinaria, in deroga al generale
principio della separazione della competenza sui diritti da quella sugli
interessi legittimi, normalmente distribuita rispettivamente fra la
giurisdizione ordinaria e la giurisdizione amministrativa.
Si parla ancora di esclusività nel senso letterale di « ius escludendi
alios », per significare la posizione di uno Stato sovrano nei confronti di
altri Stati aventi una identica situazione giuridica.
Secondo M. S. GIANNINI, op. cit. Questo superamento lo si era avuto
ancor prima dell'emanazione della Costituzione del 1948 considerando che i
regolamenti comunali in materia di edilizia, polizia locale, igiene ed urbanistica,
potevano contenere norme attributive e regolatrici dei diritti soggettivi dei privati, e
potevano configurarsi ipotesi di reati quanto meno contravvenzionali.
2 9 Cfr., MORTATI, Istituzioni..., ZANOBINI, corso cit., vol. III, pag. 184 e
segg.
28
83
Ma la nostra Carta costituzionale nel creare, attraverso le leggi
regionali ed in particolare con l'attribuzione alle Regioni individuate
nell'art. 116 Cost. di una competenza esclusiva, una nuova fonte di diritto
prima non conosciuta, ha fatto sorgere il complesso problema di
determinare quali siano i rapporti fra leggi regionali e leggi statali. La
difficoltà del problema è data, come ha rilevato la dottrina
costituzionalistica, proprio dalla mancanza nella nostra Costituzione di un
criterio che chiaramente possa indicare il grado da attribuire alla legge
regionale.
Inoltre nel nostro ordinamento costituzionale, pur dovendosi
concedere l'autonomia alle Regioni, in particolare, una autonomia
maggiore a quelle a statuto speciale, attraverso soprattutto la competenza
primaria, si deve però escludere ogni elemento di tipo federalistico, tale
cioè da far pensare ad una certa sovranità degli enti territoriali (Stati
membri), anche se tale sovranità non si può affermare nell'ambito
internazionale col conferimento della personalità giuridica internazionale
e con il così detto « ius escludendi alios ».
Ma, anche nello Stato federale il principio della prevalenza del
diritto federale sul diritto degli Stati membri è un carattere necessario di
questo tipo di Stato 30.
D'altra parte nel nostro ordinamento costituzionale, non si può negare
che la legge regionale, emanata entro i limiti della competenza e non solo di
quella esclusiva, abbia un'efficacia preminente rispetto a quella statale e le
formule adottate, i poteri posseduti non lasciano dubbi in proposito.
Invero la difficoltà e l'incertezza che si può provare di fronte alla
legge di un ente non sovrano che ha efficacia esclusiva su quella dell'ente
sovrano, da cui pur sempre dipende, non si può facilmente superare. Ma
se si riconosce una portata relativistica al concetto di esclusività che
caratterizza e qualifica la competenza delle Regioni a statuto differenziato,
tutto il sistema si armonizza ed i due termini o poteri coesistono nell'unità
del sistema medesimo. Relatività che consegue dalla sovranità dello Stato,
dal fatto che una tale competenza deriva pur sempre dall'ente sovrano ed,
infine, dai limiti costituzionali posti alla legislazione esclusiva e primaria
regionale 31 .
Ora, si può fondatamente ritenere che la concessione di una potestà
legislativa esclusiva e primaria, non contraddica a tale concetto di
sovranità e nemmeno lo contraddica se si ammettesse che siffatta
competenza possa disciplinare, nelle materie costituzionalmente
determinate, anche rapporti privati intersoggettivi; la sovranità non
V. ESPOSITO, op. cit.
Cfr., SAILIS, Autonomia regionale..., pag. 9.
Secondo MAZIOTTI, Studi sulla potestà legislativa delle Regioni, Milano 1961,
il principio valevole per lo stato federale, cioè della supremazia della legge federale, vale
per ogni tipo di Stato che comprenda nel suo ambito collettività territoriali dotate di
potestà normativa.
30
31
84
viene meno ed è limitata soltanto in una piccola parte di una delle attività
in cui essa normalmente si esplica e si concretizza.
Dato ciò è realizzabile la possibilità di creare un decentramento
legislativo anche largo e quindi è superabile, mi pare, la perplessità
suscitata non solo dalla formula « esclusiva », ma anche dall'ammissibilità
di una normazione privatistica della Regione nell'esplicazione concreta di
tale potestà legislativa esclusiva.
Questa soluzione, inoltre, non è in contrasto nemmeno col
principio dell'unità e indivisibilità della Repubblica, sancito nell'art. 5
Cost., dato che è principio generale che la legge regionale ceda alla legge
dallo Stato e le eccezioni, a tale principio si desumono solo da una
espressa disposizione di legge e dato il principio dell'unità politica dello
Stato.
Ma è opportuno rilevare 3 2 , che sarebbe inesatto, partendo dal
presupposto che l'art. 5 della Costituzione, sancendo l'unità e
l'indivisibilità della Repubblica, abbia soltanto voluto affermare l'unità
giuridica dell'ordinamento italiano (cioè che gli ordinamenti locali si
inquadrano nell'unità dell'ordinamento giuridico statale), derivare come
conseguenza « che le autonomie locali, quale che sia la loro ampiezza,
sono sempre conciliabili con l'unità dello Stato ».
Fermi restando questi rilievi, le norme regionali, svolgenti la
competenza esclusiva, che regolano rapporti privati intersoggettivi, nella
misura in cui è consentito dal nostro ordinamento costituzionale, non
hanno la possibilità, non dico, di incrinare, ma nemmeno di intaccare
l'unità del sistema del diritto privato, quale risulta fondamentalmente dal
Codice Civile e l'equilibrio costituzionale dell'articolo 5 Cost.
La natura delle norme che la Regione emana nell'esplicazione della
sua competenza legislativa (sopratutto di quella esclusiva), non può
costituire un ostacolo a tale potestà, la quale quindi può, entro i limiti
stabiliti dalle norme attributive di competenza, penetrare sia rapporti di
diritto pubblico sia nei rapporti di diritto privato e possono disciplinare la
pubblica amministrazione ed i rapporti fra questa ed i singoli, come i
rapporti intercorrenti fra privati 3 3 .
Naturalmente le norme di principio (quali per esempio le norme di
ordine pubblico), formando il complesso dei c.d. « principi generali
dell'ordinamento giuridico », sono inderogabili da parte del legislatore
regionale, poichè altrimenti verrebbe meno quell'equilibrio che deve
esistere fra organi locali e organi centrali, quale è stato scolpito nell'art. 5
della Costituzione.
Non costituisce però una sufficiente ragione per affermare che sia
sempre necessaria la previa emanazione di leggi programmatiche e di
principio. Infatti, la competenza esclusiva, non tollerando leggi « cor32
33
Cfr., MAZIOTTI, op. c it.
AUS IEL L O, Studi sull'ordinamento regionale, 1954.
85
nice », non avrà bisogno di una « auctoritatis interpositio » del legislatore
statale, essendo essa anche « primaria », e nei limiti della materia assegnatale
potrà penetrare tutti i rapporti con tutti i mezzi ad essa consentiti, anche
con norme di diritto privato, tanto più che essa non comprende molti dei
principali istituti, come ad esempio la famiglia e le successioni, ma si
estende soltanto alle materie costituzionalmente consentite.
Inoltre la tassatività dei limiti costituzionali alla competenza esclusiva
oltre che la rilevata « primarietà », possono essere ulteriori elementi a prova
della possibilità, per la Regione, di disciplinare, autonomamente, per
conseguire i propri fini, le materie ad essa riservate, senza altri limiti che
quelli sanciti dagli Statuti e dalla Costituzione, in cui non figura quello
riguardante i rapporti di diritto privato.
La competenza esclusiva, essendo « primaria », discendendo cioè dalla
norma costituzionale, ha posto la Regione al riparo da ingerenze del legislatore
ordinario nelle materie determinate: non vi sono leggi « cornice » come accade
per la competenza ripartita e concorrente attribuita anche alle Regioni di diritto
comune, ma vi è discrezionalità del Consiglio regionale, che deve essere libero
nella disciplina delle materie assegnate, di atteggiarsi in tutti i rapporti sia
pubblici sia privati, senza altri limiti che quelli risultanti dalle norme
costituzionali.
Se, per determinate valutazioni, il costituente ha voluto distinguere
due tipi di Regioni, attribuendo ad alcune di esse con esclusione di tutte le
altre, una competenza esclusiva primaria, ciò può significare che tale
competenza speciale si esplica in tutti i campi, anche quello privatistico.
Se la competenza esclusiva primaria, si restringesse, per esempio in «
agricoltura », solo all'emanazione di norme per l'incremento tecnico e il
tecnico miglioramento del settore agricolo, mediante la partecipazione
regionale con contributi, premi, ecc... si vulnererebbero le ragioni della
specialità, che rimarrebbe circoscritta alla concessione di somme ai migliori
agricoltori, e si confinerebbe la potestà legislativa regionale agli aspetti
esteriori dell'agricoltura; si rinnegherebbe, praticamente, la competenza
esclusiva nella sua fondamentale natura se essa non potesse penetrare con
la propria disciplina il sistema dei rapporti privati, s'intende nel rispetto dei
principi statali relativi alle riforme economico-sociali, e degli altri limiti
costituzionalmente determinati.
Quindi, mi pare, si possa concludere, che l'attribuzione alle Regioni
differenziate dell'articolo 116 della Costituzione, di una competenza
primaria ed esclusiva si ponga come una prova ulteriore della loro potestà a
disciplinare rapporti di diritto privato, nelle materie in cui la competenza
esclusiva è stabilita e, s'intende, facendo salvi i limiti invalicabili costituiti
dai principi generali dell'ordinamento giuridico statale.
86
IV. - Le norme costituzionali sulla competenza legislativa regionale - I rapporti di
diritto privato.
Nella nostra Costituzione non mi pare si possano ravvisare norme
che giustifichino testualmente e sufficientemente l'opinione che riserva alla
legge statale la regolamentazione dell'intero diritto privato.
E' pur vero che la Costituzione riserva alla legge ordinaria, in modo
espresso, la disciplina di molti e principali rapporti di cui è costituito il
diritto civile; quali alcuni rapporti famigliari nell'articolo 29 II comma e 30;
la proprietà nell'art. 42 II comma, la successione sia legittima sia
testamentaria nell'art. 42 u.c.; per cui, sembrerebbe potersi agevolmente
desumere, nel nostro diritto positivo, l'esistenza di un'inespressa riserva di
legge statale per la disciplina di tutti i rapporti di diritto privato 3 4 .
Ma una simile confusione contrasterebbe logicamente con il carattere
speciale delle riserve di legge che restringono il campo del legislatore
statale.
Soprattutto 35, essa verrebbe smentita dalla natura dei riferimenti alla
materia civilistica, contenuti nella carta costituzionale, i quali normalmente,
non presuppongono esclusivamente una finalità di garanzia delle situazioni
giuridiche soggettive corrispondentemente riconosciute e delineate nella
Costituzione, ma rinviano completamente al legislatore ordinario il compito
di disciplinare le situazioni stesse: e, conseguentemente, non sottraggono le
materie in esse contemplate alla competenza legislativa della regione. Infatti
secondo il Sailis 3 6 , è indubbiamente vero che gli articoli 41-42 della Cost.
dettano norme tendenti a garantire una certa uguaglianza di trattamento per
tutti i cittadini della Repubblica a qualsiasi regione questi appartengano, ma
una interpretazione « assoluta e totalitaria » di detti articoli finirebbe per «
obliare e cancellare, addirittura, sia la norma dell'art. 116 Cost., dove si
prevedono forme particolari di autonomia ed anche quindi di
decentramento legislativo, sia le norme attributive di competenza esclusiva
contenute negli statuti speciali che pure sono adottati con leggi
costituzionali ».
Il rapporto quindi tra la legge statale e la legge regionale è anche qui
un rapporto di « generalità e specialità » rapporto che esiste pure fra gli art.
41 e 42, considerati nel loro complesso, e gli articoli degli statuti speciali
attributivi di competenza primaria ed esclusiva pur essi costituzionali.
La relativa varietà legislativa, conseguente alla coesistenza della fonte
statale e, nel pieno rispetto dei principi fondamentali degli artiPALADIN, La potestà legislativa regionale, Padova 1958.
Cfr., PALADIN, op. cit.
3 6 SAILIS, Autonomia regionale...
34
35
87
coli 41 e 42, di quella regionale, « non rinnega la stabilità essenziale » di
detti principi, ma « adegua siffatta stabilità alle particolari esigenze e ai
particolari fini della regione », e ciò in conformità degli intendimenti per cui
il costituente ha voluto realizzare l'autonomia regionale.
Perciò se la regione non potesse legiferare in alcun « settore
privatistico » per le materie attribuite alla sua competenza, si ridurrebbe la
sua potestà legislativa ad un valore puramente amministrativo e l'atto non
potrebbe « assurgere alla gerarchia di vero ed effettivo atto legislativo
formale », pur dovendosi considerare la legge regionale come « legge
minore ».
Questi argomenti possono essere fatti valere anche contro
quell'opinione dottrinale 37, che senza porsi lo specifico problema
dell'ammissibilità della normazione privatistica locale, fa notare la
contraddizione e inconciliabilità esistenti fra una disciplina regionale dei
rapporti di diritto privato, per esempio, in agricoltura ed i richiami alla legge
ordinaria, contenuti negli art. 41 e 42 Cost. in tema di libera iniziativa e di
proprietà privata, osservando che, per definizione, i detti richiami si
riferiscono soltanto alle leggi statali consentendo alle stesse di determinare
l'ambito della corrispondente competenza regionale o addirittura di negare
completamente tale potestà legislativa. Di contro è stato osservato38 che
negando gli articoli 41 e 42 della vigente carta costituzionale la introduzione
di una riserva di legge in senso tecnico, per quanto riguarda la disciplina
privatistica dell'iniziativa economica e della proprietà privata, la stessa
affermazione contribuisce ad escludere che quelle disposizioni valgano a
limitare la legislazione regionale anzidetta, non essendo pensabile che per i
settori nei quali non venga in rilievo un'esigenza costituzionale di garanzia,
permangano ragioni logiche atte a giustificare una siffatta interpretazione
restrittiva.
Bisogna osservare però che ad esempio ancora in materia
d'agricoltura, la potestà legislativa regionale non potrebbe espandersi fino al
punto di creare nuovi tipi di contratti dovendo esplicarsi esclusivamente
nell'ambito delle norme civili attinenti ai rapporti di associazione agraria,
perciò sembra esagerata l'osservazione sollevata da alcuni che ogni regione
potrebbe crearsi un proprio codice civile, accanto o addirittura in
contrapposto a quello nazionale.
Un altro argomento contro l'opinione dell'ammissibilità di una
legislazione privatistica locale, è stato ricavato dal I comma dell'art. 118
Cost. che così stabilisce: « Spettano alla Regione le funzioni amministrative
per le materie elencate nel precedente articolo, salvo quelle di interesse
esclusivamente locale, che possono essere attribuite dalle leggi della
Repubblica alle Provincie, ai Comuni o ad altri enti locali ». Il criterio che
ispira il citato comma è quello del parallelismo fra funzioni amministrative e
funzioni legislative regionali, da ciò se ne è
37
38
ESPOSITO. La validità...
PAL..ADIN. Diritto privato...
88
dedotto quale conseguenza che la legislazione regionale debba esplicarsi al
servizio dell'amministrazione, emanando cioè, solo quelle norme
pubblicistiche generali ed astratte richiedenti un'attività corrispondente
nel campo esecutivo.
Ma si può rilevare che di fatto nemmeno gli enti locali minori svolgono
la loro autonomia normativa in rapporto esclusivamente alle funzioni «
materialmente » amministrative. D'altra parte, è stato osservato39 che, se si
considerassero connesse le funzioni regionali si arriverebbe a provare troppo,
perché in questo caso, non potrebbe essere ammissibile non solo un'attività
legislativa regionale nei rapporti di diritto privato, ma anche alcuna legislazione
di carattere pubblico per la quale non ci sia bisogno di apposita esecuzione.
La competenza della Regione a disciplinare rapporti privati
intersoggettivi si potrebbe ulteriormente mettere in dubbio 40 ,
considerando che all'ente non appartengono certamente altre competenze,
come conseguenza della sua posizione giuridica nell'ordinamento statale,
della sua struttura e dei suoi fini; quale ad esempio, la competenza di
emanare norme penali, sulla cui impossibilità la Corte Costituzionale ha
affermato sempre il proprio atteggiamento negativo ed anche la quasi
totalità della dottrina ha assunto una posizione negativa al riguardo 41 .
Ma il problema della possibilità da parte della Regione di emanare
norme penali, appare completamente diverso da quello della competenza
a disciplinare rapporti di diritto privato.
Ed è soltanto logico in apparenza quel ragionamento per cui data
l'esistenza di una potestà normativa: non si può, conseguentemente, non
affermare anche il potere correlativo di determinare sanzioni come tutela
e garanzia delle norme emanate.
Tutto ciò è valido per lo Stato sovrano, ma non per un ente
derivato la cui autonomia è tassativamente determinata con l'attribuzione
di singole materie alla sua competenza e la cui legislazione, come si è
visto, non è espressione di « sovranità » ma di semplice per quanto estesa
« autonomia ».
Si può quindi concordarla con interpretazione secondo la quale 42
se l'art. 25 Il comma Cost. non pone una esplicita riserva di legge statale
per quanto riguarda la statuizione di sanzioni penali, tuttavia la può
argomentare dalla funzione della pena e dall'esigenza di valutazione
unitaria, sia nel sanzionare penalmente dati comportamenti, sia nella
determinazione della sanzione.
La negazione di una competenza penale della Regione è
conseguenza logica di una interpretazione restrittiva, non così per la
competenza a emanare norme disciplinatrici dei rapporti intersoggettivi
priPALADIN, op. cit.
v. Osservazioni del SAILIS, op. cit.
41 Cfr., Dottrina citata in note 6 e 8.
42 MORTATI, Sulla potestà delle regioni...
39
40
89
vati: tale potestà è insita nelle stesse norme costituzionali ed in particolare
è « in formula ipsa degli statuti speciali ». Infatti, per esempio, nell'art. 14
lett. a) dello statuto siciliano figurano le materie « agricoltura e foreste »
poi alla lett. e) si parla di « incremento della produzione agricola »,
momento o aspetto particolare delle materie dell'agricoltura e foreste.
La precisazione è utile per dimostrare la competenza regionale nei
rapporti privati e conferma che il legislatore costituzionale non ha voluto
limitare la competenza regionale alla sola miglioria tecnica diretta ad
incrementare la produzione agricola, consentendo, invece, alla Regione la
disciplina dei rapporti privati di natura agraria come mezzo per
l'incremento della produzione stessa.
Ciò discende altresì dal modo stesso con cui sono state formulate le
materie della competenza regionale; così nello statuto sardo nell'articolo 3
lett. d) il riferimento generico all'agricoltura e foreste è seguito
dall'indicazione delle piccole bonifiche e delle opere di miglioramento
agraria e fondiario, che rappresentano la specificazione entro cui deve
svolgersi la competenza del legislatore regionale, (analogo discorso si può
fare per lo statuto della Valle D'Aosta e del Trentino Alto Adige).
Il legislatore costituzionale, dunque, quando ce n'è stato bisogno o
ha voluto portare delle restrizioni lo ha fatto, attraverso la configurazione
e la individuazione delle materie.
Così, ancora, alla lett. e) dell'art. 3 lo statuto sardo, menzionando i
lavori pubblici ha specificato però che deve trattarsi di lavori pubblici « di
esclusivo interesse della regione », apportando quindi una limitazione alla
competenza locale e riconoscendo che nel territorio della Sardegna ci
sono lavori pubblici di interesse esclusivo dello Stato; perciò quando non
vi è il limite dell'interesse nazionale, la regione può svolgere, col rispetto
degli altri limiti posti nello stesso articolo 3 la pienezza delle sue potestà
legislative.
Nella formulazione, poi degli statuti speciali, agli articoli riguardanti
la competenza legislativa ripartita o concorrente, consentita quindi anche
alle regioni a statuto ordinario, lo Stato ha un mezzo importante di
garanzia con leggi « cornice » contenenti i principi fondamentali
invalicabili (principi nettamente diversi dai « principi generali del diritto »
i quali vengono desunti dal complesso delle norme dell'ordinamento
giuridico).
Poste queste garanzie, la Regione, di sua iniziativa, cioè anche senza
l'espresso consenso del legislatore ordinario con la c.d. legge « cornice »,
che dovrà essere riempita e perfezionata, può procedere all'ulteriore
disciplina dei rapporti di diritto privato, afferenti alle determinate materie
43 ; tanto più, che, non soltanto il legislatore regionale non può disporre
norme sulla materia di sua competenza se non sono state pre43
SAILIS, Autonomia...
90
cedentemente emanate le leggi statali, contenenti per ciascuna materia i
principi fondamentali a cui si deve attenere la Regione, ma anche qualsiasi
modificazione di tali principi per opera del legislatore statale abroga le
norme regionali con essi contrastanti col conseguente obbligo per i
Consigli regionali di provvedere alle necessarie modifiche entro 90 giorni.
(ciò a norma dell'art. 10 legge n. 62 del 10 febbraio 1953).
Dunque concessa una competenza legislativa nel campo privatistico
nell'ambito ripartito o concorrente, non è possibile negarla nel contempo,
per le materie rientranti nella competenza esclusiva o primaria delle
Regioni menzionate nell'art. 116 Cost., più ampia e che non ammette «
leggi cornice » e, suscettibile di essere limitata non dai singoli principi
dell'ordinamento giuridico privatistco, ma solo da quelli fondamentali e
generalissimi di tutto l'ordinamento.
V. - La pubblicità dei fini regionali non impedisce all'Ente la disciplina dei rapporti
privati - L'opinione del Mortati criticata dal Paladin e dal Sailis.
La distinzione fra diritto pubblico e diritto privato è questione
molto dibattuta e non è ancora stata formulata una dogmatica
pacificamente accolta.
Lo Stato moderno poi ha decisamente moltiplicato i suoi interventi
in campi prima ignorati o indifferenti, e tende ad assurgere a guida della
vita collettiva con una disciplina che penetra sempre più in atti e rapporti
privati per inserirli nell'area pubblicistica allargandola, così,
maggiormente.
Questo mutato rapporto fra Stato e società, come afferma
l'Amorth, non è tanto dovuto al potere politico, ma è stata la società che
ha richiesto e si è infine appoggiata allo Stato; così lo Stato ha
oltrepassato il compito di conservazione sociale per dilatarlo in compito
di attivazione, di coordinazione e, persino, di gestione della vita sociale.
La nostra Costituzione con dichiarazioni di principio, con norme
programmatiche e norme precettive, può costituire una prova del
processo in atto, della pubblicizzazione degli interessi e dei fini.
Lo Stato, ente pubblico sovrano, ha fini universali, non disciplina
tutti i rapporti intersoggettivi che si svolgono nel suo ambito territoriale,
ma, nell'autonoma disciplina dei mezzi e dei fini, dimostra una sensibilità
maggiormente spiccata verso la pubblicizzazione, e verso quei rapporti a
rilevanza sociale.
Le situazioni di libertà di fatto, dovute a rapporti giuridicamente
irrilevanti«, si restringono, sempre più di numero ed entità.
44 Cioè secondo MORTATI, Istituzioni..., rapporti sociali rispetto ai quali lo
Stato rinunzia ad ogni intervento, rimanendo per esso indifferente che i medesimi si
costituiscano o non si costituiscano, sorgano con un certo contenuto o con un altro
diverso.
91
La rilevanza giuridica, per lo Stato, di interessi sociali è legata anche
ai luoghi, ai tempi ed alle contingenze storiche ma l'immediatezza di
collegamento con l'interesse generale, la dichiarazione implicita ed
esplicita, che rapporti e fatti prima ritenuti esclusivamente privati siano da
considerarsi essenziali per il raggiungimento dei fini statali, hanno
fatalmente allargato ed allargano la sfera dello Stato.
D'altra parte la più accreditata dottrina pubblicistica 45 osserva che è
interesse pubblico anche quello che dispone in ordine alla tutela dei
rapporti privati: tutela che può effettuarsi o riconoscendo la piena
autonomia (lecito semplice) o subordinandola al rispetto della legge cui gli
stessi privati danno vita nell'esercizio della loro autonomia (lecito
qualificato), nonchè delle condizioni generali che lo Stato predispone.
Infatti, nella sfera dei rapporti intersoggettivi l'iniziativa privata non
può essere libera al punto da intaccare o da contrastare col piano generale,
dovendosi con esso coordinarsi.
Questo rapporto veniva espresso dal Bodin quando affermava «
nihil pubblicum esse potest ubi nihil sit privatum », cosicchè l'interesse
statale e pubblicistico viene conseguito con un criterio libero e
privatistico soltanto perchè tale criterio è ritenuto il più adeguato per il
conseguimento di fini essenzialmente pubblici.
Tutto ciò vuol significare che i mezzi consentiti dallo Stato o dallo
Stato predisposti, non consentono in modo assoluto e sempre di
escludere il fine pubblico nei rapporti privati.
L'utilità generale pubblica può essere sempre presente, il che non
consente una netta discriminazione tra pubblico e privato.
A comprovare ulteriormente la labile distinzione e le conseguenze che
ne derivano, vale anche la distinzione, fra diritto pubblico e ordine pubblico
concettualmente ben differenziati giacchè l'ordine pubblico è costituito e si
fonda su norme di diritto privato: per esempio, la struttura giuridica della
famiglia posta nel diritto privato, e tuttavia, appartenente all'ordine pubblico e
come tale di interesse essenziale dello Stato.
Di ordine pubblico un insigne giurista, il Ranelletti, dava questa
definizione: « l'ordine pubblico è costituito dall'insieme dei principi
fondamentali su cui poggia l'organizzazione politica e sociale dello Stato e che
lo Stato considera e pone come essenzialmente necessari, imponendo detti
principi in modo cogente ed assoluto ai cittadini ».
Ora il concetto di ordine pubblico, riguardando lo Stato nella sua
unità, nella sua difesa supera, secondo alcuni, assumendolo, il concetto di
diritto pubblico ma, nello stesso tempo deve trarre dal diritto privato gli
elementi per la sua individuazione e definizione com45
Cfr., per tutti MORTATI, Istituzioni...
92
pleta. Le norme private di ordine pubblico perseguendo fini inderogabili
dello Stato o dallo Stato ritenuti tali, sono inderogabili.
Molte di queste considerazioni, possono valere anche per le
Regioni; esse hanno una competenza legislativa formale, sulla quale la
dottrina è concorde nel ritenerla non delegata.
La Regione ha una propria personalità giuridica, ha una propria
competenza, ha propri fini, sia pure nei limiti ed in armonia con la
posizione dell'ordinamento regionale in uno Stato indivisibile, secondo il
principio dell'art. 5 della Costituzione.
Questa posizione « puntualizza gli interessi e i fini della Regione »,
interessi e fini che sono pubblici.
Ma il fatto, che la Regione sia un ente pubblico e che pubblici siano
i suoi interessi, non può mai significare che la Regione così come lo Stato,
non possa legiferare, nell'ambito delle proprie materie, sui rapporti di
diritto privato 46 .
Come si è visto per lo Stato, anche alla Regione può convenire di
adottare norme di diritto privato, ritenendo, con tale disciplina, di
conseguire nel modo migliore ed effettivo « i suoi fini pubblici ».
La creazione dell'ordinamento regionale è stata determinata anche
dalla intenzione dello Stato di consentire a determinati gruppi consociati,
di provvedere entro limiti non superabili alle proprie esigenze, dato che al
Parlamento nella sua legislazione, non sempre è possibile tener conto di
determinati bisogni e necessità localmente individuabili e caratterizzati.
L'esistenza di un controllo di merito, è stato affermato da una parte
della dottrina favorevole ad una penetrazione della legge regionale nei
rapporti privati, affidato non alla Corte Costituzionale, ma ad un organo
essenziale politico, può confermare l'assunto che, proprio perchè alla
legislazione regionale non possono apporsi altri limiti, diversi ed in più di
quelli espressamente previsti, è data al parlamento l'eventuale possibilità
di intervento per garantire l'armonia dell'ordinamento e degli interessi
locali con quelli nazionali.
Anche la tesi ribadita dalla Corte Costituzionale 47 , per cui si vuol
limitare l'esercizio della potestà legislativa regionale di rilievo privatistico,
in rapporto alle finalità pubblicistiche dell'ente, è stata sottoposta a critica
48 . Tale critica ritiene che, solo in apparenza, la questione potrebbe
risolversi ponendo in luce il divario tra gli interessi pubblicistici
genericamente considerati, all'esclusivo soddisfacimento dei quali
tenderebbe il legislatore regionale, e gli interessi privati normalmente
insuscettibili di regolamentazione giuridica differenziata, e di rilevante è
pure stata considerata la distinzione fra diritto privato e diritto pubblico ai
fini della determinazione della sfera di competenza
Cfr., SAILIS, Autonomia...
MORTATI. op. cit.
48 Cfr., PALADIN, Diritto privato...
46
47
93
legislativa regionale, data la impossibilità di costruire un generale limite
finalistico e la mancanza di una base positiva della pretesa riserva di legge
in materia di rapporti privati. Tuttavia la gravità di questa considerazione,
assunta soprattutto dal Paladin, la quale sembrerebbe privare di
fondamento giuridico l'attuale linea di condotta della Corte
Costituzionale, sarebbe secondo lo stesso autore assai più apparente che
reale.
Infatti i limiti di legittimità delle leggi regionali non varrebbero a
salvaguardare la fondamentale unità del diritto e delle condizioni di vita di
tutti i cittadini, rimarrebbe un controllo di merito, riservato però al
Parlamento e non alla Corte Costituzionale 49 .
Completamente diverse sono le conclusioni del Mortati, il quale
ammette una normazione regionale nei rapporti privati, ma
esclusivamente come riflesso di limiti imposti alla sfera di attività dei
singoli nell'interesse della Regione 50 cioè soltanto attraverso una
pubblicizzazione dei rapporti stessi.
Il fatto però che la legge regionale sia uno strumento per conseguire
i fini della Regione stessa, fini che sono essenzialmente amministrativi,
non deve sminuirne la competenza; ciò si verificherebbe se si ammettesse
un intervento della Regione sui rapporti privati, in quanto sia consentito
dalla sua competenza, solo nel caso che pubblicizzi gli stessi.
In sostanza la reale competenza legislativa regionale non si
esaurisce nella pubblicizzazione dei rapporti di diritto privato.
Certo la pubblicizzazione dei rapporti privati rientra nella
competenza della regione come uno dei mezzi per il conseguimento dei
suoi fini.
La Regione è sì un ente amministrativo, ma è dotata di maggiori e
più efficaci strumenti e, appunto perchè dotata di una competenza
legislativa formale, non potrebbe non esserle consentito l'intervento nel
settore privatistico, sia pure indirettamente e nelle determinate materie di
sua competenza e con limiti di legittimità e di merito, per disciplinare tali
rapporti senza per questo pubblicizzarli.
Si può, quindi dissentire dalla posizione dottrinaria, secondo la
quale la regolamentazione regionale privatistica, sia un mezzo di
trasformazione illegittima della natura amministrativa della Regione per
farle assumere carattere politico; e ciò non avverrebbe se si ammettesse il
sistema della pubblicizzazione.
La Regione può pubblicizzare un rapporto, ma non sembra negabile
nemmeno l'ammissibilità di una competenza regionale a legiferare nei
rapporti privati, senza elevarli o snaturarli attraverso la pubblicizzazione.
Tanto più che le finalità pubbliche di un ente, come
Cfr., PALADIN, Diritto Privato...
MORTATI, Nota alla sentenza della Corte Costituzionale, n. 35, op. cit.,
Sulla potestà...
49
50
94
si è già notato, si possono conseguire anche attraverso la disciplina di
rapporti privati intersoggettivi.
VI. - Le decisioni della Corte Costituzionale sulla disciplina della Regione nei rapporti
di diritto privato e suo svolgimento.
Il pensiero della Corte Costituzionale, sulla competenza regionale ad
emanare norme disciplinatrici di diritti intersoggettivi privati, si è
constantemente mantenuto, con qualche eccezione però, nel senso di
negare che siffatta competenza sia consentita alla Regione.
Infatti nella sentenza n. 7 del 2 luglio 1956 51 la Corte Costituzionale
pone la massima che i limiti della competenza regionale in materia di
agricoltura vanno ricercati più che nella natura nelle norme da emanare,
nelle finalità per cui l'ente regionale è stato creato.
E poichè non è da dubitare che il decentramento regionale è in
funzione del soddisfacimento di interessi pubblici, le finalità che la Regione
deve perseguire qualificano la competenza legislativa attribuitale; la quale
quindi deve limitarsi alla disciplina della materia dell'agricoltura per quanto
attiene a detti interessi.
Le leggi regionali non possono disciplinare rapporti nascenti
dall'attività privata rivolta alla terra, quale bene economico, sia nella fase
organizzativa che in quella produttiva; rapporti che devono essere regolati
dal Codice Civile.
Di conseguenza, prosegue la Corte Costituzionale, la Regione può
occuparsi invece dei problemi attinenti alla organizzazione tecnica e allo
sviluppo agricolo e forestale alla cui soluzione è interessata la collettività.
D'altra parte nella stessa sentenza ed in un'altra 52 la Corte ammette
una normazione regionale in tema di rapporti intersoggettivi, poichè
sarebbe giustificato da speciali circostanze ambientali, particolari alle
diverse Regioni.
Nella sentenza n. 7/1956, a proposito della questione di illeggittimità
costituzionale dell'art. 1 della legge 6 marzo 1950 della Regione sarda, che
disponeva la riduzione del 10% dei canoni di affitto per l'annata agraria
1948-49 riguardanti i terreni siti nel territorio della Regione, affermava la
Corte: « per decidere circa la costituzionalità della cennata disposizione,
occorre riferirsi al momento e alle particolari circostanze nelle quali il
legislatore sardo credette di avvalersi eccezionalmente del suo potere
normativo per ridurre i canoni agrari. E non v'ha dubbio che egli col
provvedimento impugnato intese fronteggiare la grave situazione venutasi a
creare con la siccità dell'annata
51
52
In « Giur. Costituzionale », 1956, pag.
Sent. n. 35 del 26 gennaio 1957, in « Giur. Cost. », 1957, pag. 437.
95
agraria 1948-49 che incidendo sulla pastorizia dalla quale le popolazioni
sarde traggono notevole alimento, ebbe a tutelare l'equilibrio dei fattori
essenziali dell'ordine economico».
Le sentenze sono state criticate da molta parte della dottrina, anche
da coloro, che pure concordano con le conclusioni della Corte nel non
ammettere la competenza regionale privatistica, data anche la difficoltà di
trovare un criterio distintivo sicuro fra diritto privato e diritto pubblico e la
diversità di specie di interessi pubblicistici.
Innanzitutto è stato fatto osservare come non si comprenderebbe a
quale specie di interessi pubblici la Corte intendesse riferirsi 53.
Inoltre, tale critica ritiene di rispondere al quesito, come fa la Corte
Costituzionale, per la materia agraria e dei problemi attinenti
all'organizzazione anche tecnica allo sviluppo agricolo e forestale, in quanto
alla loro soluzione sia interessata la collettività, sembra troppo generico ed
inidoneo a spiegare perchè debba essere sottratta alla Regione la
competenza in ordine a determinati contratti, se ciò valga a soddisfare le
esigenze dell'attività locale 54.
L'atteggiamento poi della Corte di negare da un lato una normale
competenza della Regione a regolare legislativamente rapporti
intersoggettivi privati e contemporaneamente, d'altra parte, di affermare la
possibilità di deroghe sia pure sulla base di criteri idonei per delimitarne
l'ambito, non appare del tutto soddisfacente e coerente.
La Corte, tuttavia, in altra sentenza, la n. 123 dell'8 luglio 1957,
riafferma il criterio che, poichè il decentramento regionale è stato promosso
in funzione del soddisfacimento di interessi pubblici solo in presenza di
simili interessi potrebbe svolgersi l'attività legislativa locale.
Ma si può richiamare qui quanto si è constatato in precedenza circa la
difficoltà di scelta di un criterio distintivo fra diritto privato e la scarsa
consistenza di quello, accolto dalla Corte, della tradizionale
contrapposizione basata sul carattere collettivo o individuale degli interessi
rispettivamente tutelati.
Altro criterio, oltre quello della necessità, su cui la Corte basa il suo
ragionamento logico giuridico è la temporaneità della disciplina privatistica,
ammessa, nei casi esaminati.
Ma se ciò può essere sì relativo all'efficacia della norma, non è affatto
e sempre corrispondente agli effetti pratici, concreti, i quali nella realtà
possono incidere in modo duraturo e non temporaneo, non solo sugli
interessi dei pastori, ma anche per esempio dei proprietari dei terreni
destinati al pascolo; questi ultimi possono subire ripercussioni sfavorevoli
nelle previsioni che li spinsero a stipulare il rapporto contrattuale poi
autoritativamente modificato dal legislatore regionale.
53
54
Cfr., MORTATI, nota alla sent. n. 35, cit., Sulla potestà delle Regioni.
Cfr., nota precedente.
96
Quindi l'efficacia temporanea della norma non è detto debba costituire una
semplice parentesi nei normali rapporti contrattuali.
Se si considera dunque l'applicazione dei principi enunciati dalla
Corte ai casi concreti cui si riferiscono talune sentenze, si notano chiare
contraddizioni e palesi contrasti con la realtà.
Con la premessa fondamentale da cui muove la Corte nella sua
giurisprudenza 55, cioè di ammettere la competenza in tema di rapporti
privati tutte le volte che si possa configurare uno specifico interesse
pubblico regionale alle regolamentazione di essi, riesce difficile giustificare
la dichiarazione di illegittimità costituzionale di due disposizioni legislative
siciliane in tema di enfiteusi 56. La prima di queste norme stabiliva un
criterio diverso da quello della legislazione statale per la determinazione del
capitale di affrancazione; la seconda privava il concedente, in determinati
casi, del diritto, attribuitogli dalle leggi statali, di computare i terreni dati in
enfiteusi ai fini della riforma agraria.
Infatti è stato notato 5 7 quegli stessi criteri - le specifiche condizioni
dell'isola, la pace sociale, gli interessi della produzione agricola ritenuti
sufficienti per autorizzare la Regione ed emanare norme per la riduzione
temporanea dei canoni d'affitto - potevano egualmente legittimare una
modifica delle norme relative all'enfiteusi.
Certo la competenza nella materia dei rapporti privati appare dubbia
quando le fattispecie disciplinate riguardano diritti fondamentali garantiti
dalla Costituzione.
Nei casi in cui le fattispecie, oggetto della normazione regionale,
attengono al diritto privato « storicamente inteso, ma sono protette dalla
garanzia costituzionale » l'incompetenza regionale deriverebbe dalla
esigenza dell'unità politica 58.
Si è anche cercato se non proprio di giustificare, perlomeno di
spiegare l'atteggiamento della Corte, che finisce per ammettere una
competenza regionale ad emanare provvedimenti normativi di diritto
privato indipendentemente dall'esistenza e dal possesso di una normale
competenza alla produzione di norme privatistiche.
Così per esempio l'Esposito in una postilla ad una nota
giurisprudenziale del Paladin, richiama la distinzione dello Schmitt fra
regole di diritto e norme giuridiche e provvedimenti o misure normative.
Scrive, per l'esattezza, l'Esposito: « In verità la tesi cara alla Corte
(dec. n. 7 del 1956; dec. n. 109 del 1957, dec. n. 123 del 1957), di una
competenza delle Regioni a provvedimenti normativi di diritto privato
indipendentemente dalla competenza alla emissione di stabili, regole di
diritto privato non risulta abbia raccolto consensi in dottrina (ed è
vivacemente criticata nell'annotazione che qui si postilla). Ma essa potrebbe
richiamare i ripetuti suggestivi tentativi dello Schmitt
55
57
58
Cfr., sent. 8 luglio 1957, n. 123-56, cfr., sent. cit. in nota precedente.
Cfr., MAZIOTTI, Studi sulla potestà legislativa delle Regioni, Milano 1961.
Cfr., MAZIOTTI, Ibidem.
97
e di quanti lo hanno seguito, di distinguere dommaticamente tra regole di
diritto (o norme giuridiche) e provvedimenti o misure normative, le
seconde ammissibili pur in ipotesi nelle quali non esista la competenza a
creare le altre ».
Comunque, se nell'ordinamento regionale italiano si ammettesse
una concretezza del principio enunciato dallo Schmitt, rivolto a
giustificare, pur nella normale inesistenza di una competenza regionale sui
rapporti privati, un'attività normativa basata più sulla contingenza e su
fatti eccezionali che sul diritto positivo, ci si troverebbe di fronte ad una
competenza aleatoria che esula sia da quella legislativa primaria, sia da
quella legislativa concorrente e ripartita, le quali non potrebbero, in
nessun caso, essere invocate per dare giuridica fondatezza ad una
eventuale e soprattutto isolata ingerenza legislativa regionale nella sfera
privatistica 59 .
Con la sentenza 26 gennaio 1957, n. 23, contro il ricorso del
Governo asserente che la competenza legislativa regionale in materia di
pesca, attribuita in modo esclusivo e primario della Sardegna, non possa
esplicarsi sul mare territoriale, appartenente esclusivamente allo Stato, la
Corte Costituzionale ha affermato l'erroneità di tale presupposto data
l'esistenza di una attribuzione statutaria in materia, che consente alla
regione sarda di legiferare « senza limitazioni », oltre quelle dettate dalle
norme costituzionali.
La pesca in acque pubbliche non è uso del demanio idrico interno e
marittimo e per la potestà normativa in materia di pesca non dipende dalla
titolarità del diritto sul bene demaniale.
La Corte ritiene « che l'intervento legislativo dello Stato e della
Regione nell'attività privata che suole chiamarsi pesca e che può avere
carattere sportivo o di diletto, sia industriale mira a fini del tutto estranei
all'uso del bene, eventualmente demaniale, nel quale la pesca sia esercitata
e che si proponga piuttosto di impedire il depauperamento del patrimonio
ittico nazionale e di favorire il suo arricchimento.
Per questi scopi o che si tratti di caccia o che si tratti di pesca, non
ha rilevanza decisiva la condizione giuridica dell'ambiente nel quale queste
attività si svolgono ».
La Corte parla espressamente di « attività privata » della pesca.
Del resto aggiunge: « questa conclusione è conforme alla disciplina
legislativa statale, perchè la questione non si pone in termini diversi per le
Provincie, che sono del pari enti autarchici territoriali e che attualmente
esercitano il proprio potere per la disciplina della pesca sul mare
territoriale che circonda il territorio dello Stato non ancora organizzato in
Regioni a statuto ordinario (d. P.R. 13 luglio 1954 n. 747 art. 8) ». Ciò
vuol significare che un ente, in particolare la Regione, nelle materie di
competenza esclusiva primaria, può dettare
59
SAILIS, op. cit.
98
norme riguardanti l'attività privatistica, per il conseguimento dei suoi fini
istituzionali.
Inoltre è importante rilevare come la Corte dica espressamente che
poichè « la potestà normativa in materia di pesca è statutariamente
attribuita alla Regione autonoma della Sardegna senza limitazione alcuna,
salvo le limitazioni delle norme costituzionali, la legge regionale in materia
contiene una disciplina che estende legittimamente la propria efficacia
anche nelle acque del mare territoriale ».
L'importanza di questa sentenza, in contraddizione con la n. 7 del
21 giugno 1956 (dove in materia di « agricoltura » pur collocata nello
stesso articolo statutario e nella stessa competenza esclusiva, negava alla
Regione la potestà di disciplinare i rapporti privati), consiste dunque nella
denunzia, anche per le parole usate, di un progressivo sforzo della
giurisprudenza costituzionale tendente ad ammettere una competenza
legislativa delle Regioni in campo privatistico, abbandonando le più rigide
posizioni iniziali 60 .
Ma in sentenze più recenti la Corte riafferma la sua impostazione
originaria del problema, come nelle decisioni n. 46 dell'11 luglio 1961 6 1 e
n. 49 pure dell'11 luglio 1961 62 .
Afferma infatti nella sentenza n. 46 che « come ha avuto occasione
di affermare più volte, le competenze normative attribuite alle Regioni e
Provincie autonome sono da contenere entro i limiti risultanti dalla
specificazione delle singole materie elencate negli statuti, secondo il
contenuto delle medesime da determinare in base a criteri obiettivi, e non
se ne può consentire l'estensione a rapporti non rientranti nelle medesime,
in base alla mera considerazione dei fini che ne hanno ispirato il
conferimento ».
Ma in sentenze del 1962 sul problema della potestà normativa
regionale nei rapporti di diritto privato, per esempio la n. 34 del 10
aprile63 e la n. 53 del 14 giugno 6 4 , la Corte ribadisce ancora una volta i
criteri che già aveva enunciati nelle sentenze sopra citate (n. 7/1956 n.
23/1957), per affermare la competenza della Regione ad emanare norme
per la disciplina dei rapporti intersoggettivi: cioè la temporaneità della
legge regionale e l'eccezionalità della situazione che ha determinato
l'emanazione delle norme stesse.
Nella sentenza n. 34/1962 si legge infatti la massima che « pur
spettando al legislatore statale la disciplina dei rapporti contrattuali, e in
generale, delle materie di diritto privato ed il potere di derogare con legge
al principio dell'autonomia contrattuale e delle libertà negoziali, sono
ammissibili eccezioni a tale principio da parte della Regione,
SAILIS, op. cit., 191.
In « Giur. Cost. », 61, pag. 990.
6 2 In « Giur. Cost. », 61, pag. 1021.
6 3 « Giur. It. », 62, I, 1, 1071.
64 « Giur. It. », 62, I, 1, 1164.
60
61
99
alle condizioni e entro i limiti della temporaneità della legge regionale
dell'eccezionalità di situazioni locali, dell'esigenza di soddisfare interessi
pubblici e sempre che la legge regionale non sia in contrasto con i criteri
informatori della legislazione statale, di cui deve rappresentare un
adattamento alle particolari situazioni ambientali ».
Analogamente nella sentenza n. 53/1962 si afferma che la
competenza legislativa delle Regioni a disciplinare rapporti intersoggettivi
privati sussiste solo in relazione a situazioni eccezionali e per periodi di
tempo limitati.
Per concludere, riteniamo si possa ripetere, anche a proposito di
queste sentenze, l'osservazione già fatta per la sentenza N. 23/1957,
secondo la quale questo è un ulteriore tentativo di mitigare la rigida
posizione iniziale.
Inoltre si può anche ripetere e ribadire la già citata critica che una
parte della dottrina 65 muove ai criteri adottati dalla Corte: se si esclude,
cioè, come principio, la competenza normativa regionale in materia di
rapporti privati, l'eccezionalità delle condizioni ambientali e temporali e la
temporaneità delle norme, non sembrano costituire criteri sufficienti per
poterla affermare; tanto più che vi può essere temporaneità della legge o
delle norme, ma non (perlomeno non sempre) degli effetti giuridici ad essa
conseguenti.
LUIGI CILIBERTO
65
Cfr., in particolare PALADIN, Diritto privato..., e nota cit.
100
Alcuni problemi topografici
dell'antica Daunia
Quando i Romani si affacciarono al confine tra il Sannio e la Daunia,
trovarono già che l'ultima regione aveva raggiunto grande prosperità e
floridezza grazie alle doti del suo popolo e all'influsso esercitato dalla civiltà
greca specialmente attraverso l'egemonia di Taranto.
I Dauni, stabiliti lungo le coste marine e sui terrazzamenti del
Gargano e nel Tavoliere nella laguna sipontina e lungo i suoi numerosi corsi
d'acqua, vivevano in grandi e piccoli centri che le fonti antiche, eccezione
fatta per Salapia, Elpie di Strabone, detta colonia dei Rodi-Coi, non
ricordano però prima della seconda metà del IV sec. a.C.
Per ricostruire la topografia della Daunia in un periodo anteriore alla
seconda metà del IV sec. a.C. dobbiamo ricorrere all'aiuto della ricerca
archeologica. Purtroppo questa regione è ancora lontana ad essere esplorata
sistematicamente e frammentarie sono le nostre conoscenze al riguardo. Ad
ogni modo negli ultimi anni molto è stato fatto in proposito per l'opera
instancabile del prof. A. Stazio quale soprintendente alle antichità della
Puglia con la collaborazione di due validissimi studiosi: la sig.ra Fernanda
Tiné-Bertocchi ed il prof. Santo Tiné.
Le notizie di natura topografica nelle fonti antiche sono scarsissime.
Purtroppo delle fonti più antiche ci sono giunti solo pochi frammenti: nelle
opere geografiche spesso troviamo soltanto un elenco di entità geografiche
(es. Strabone, Plinio il Vecchio, Mela, ecc.); dalle fonti storiche e letterarie,
oltre ai nomi delle città, dei fiumi o dei monti in relazione ai vari
avvenimenti storici, pochissimi sono i dati puramente topografici che
possiamo ricavare. Nei confronti della nostra regione riscontriamo alcuni
dati topografici per le città di Arpi, Luceria, Salapia, Siponto, ecc., come
diremo in seguito.
Nel IV sec. a.C., mentre a Taranto dominava Archita, la Daunia si
presenta completamente ellenizzata nella cultura, nell'arte, nella religione.
Dopo la morte di Archita, ripresi gli assalti dei Bruzi e Lucani e degli JapigiMessapi, i Tarentini si rivolsero ad Alessandro Molosso, re d'Epiro per
avere aiuti. Questo sbarcato a Taranto vinse una serie di battaglie, avanzò
sino ad Arpi e riuscì ad occupare Siponto
101
nel 333 a.C. 1. Sarebbe questa la più antica menzione di un avvenimento
storico riguardante un centro dauno se si escludono le notizie riguardanti i
Dauni in genere. Ad es. Dionigi di Alicarnasso (VII, 3) ricorda che
all'assedio di Cuma nel 524 a.C. presero parte Umbri, Dauni ed altri
barbari.
La seconda guerra sannitica scoppiata nel 326 a.C. vede l'offerta di
amicizia o addirittura di alleanza ai Romani da una parte degli Apuli 2. Per
difendersi dai Sanniti Arpi e Luceria chiedono l'amicizia di Roma. E'
questa la prima volta che Arpi viene ricordata in una fonte antica. Questo
fatto preoccupò i Sanniti i quali, dopo la « clades caudina », vinti i
Romani, diventano i padroni di Luceria (321 a.C.). I Romani cercano di
riprendere le posizioni perdute, riconquistano Luceria nel 319 a.C. e
allacciano rapporti di alleanza anche con gli Apuli di Canusium (318 a.C.)
e di Teanum Apulum (menzionate per la prima volta nelle fonti). Gli
avvenimenti seguenti portano i Romani a stabilire una colona latina a
Luceria nel 314 a.C 3. E' questa la prima colonia militare creata in Puglia,
vedetta romana nell'avanzata verso sud. Segue un lungo periodo di
silenzio sugli avvenimenti riguardanti la Daunia. Ad ogni modo, dopo la
battaglia di Sentinum (295 a.C.), vinti definitivamente i Sanniti, i Dauni
hanno un relativo periodo di pace, mentre a Venusium viene dedotta una
colonia latina nel 291 a.C.
Nel III sec. tramite fonti antiche conosciamo altri centri dauni. In
questo periodo Roma, per stabilire il suo dominio sul Mediterraneo,
doveva vincere Taranto, la città bimare, ed avere così il predominio sullo
Ionio e sull'Adriatico. Taranto, di fronte alla minaccia romana, chiama in
aiuto Pirro il quale, dopo uno scontro con i Romani ad Heraclea, ne ebbe
un secondo nei pressi di Ascoli Satriano (279 a.C.); - la prima menzione
della città sembra risalga al 320 a.C. - (Liv. IX, 22). Nello scontro con un
contingente della città di Arpi questo si infiltrò nel campo di Pirro e lo
saccheggiò. Livio dice che la lotta fu indecisa; la vittoria romana contro
Pirro si realizzò a Beneventum (275 a.C.).
In seguito i centri dauni, di cui alcuni vengono ricordati per la
prima volta, sono menzionati in relazione agli avvenimenti della II guerra
punita.
Notizia poco sicura e molto discussa. Si tratta di un noto passo liviano (VIII,
24) che ha dato occasione a delle perplessità. Molti studiosi hanno sostituito il termine
« Sipontum » del passo con « Metapontum » (cfr. L. PARETI, Storia di Roma e del mondo
romano, I, Torino, 1952, p. 520-1).
2 Livio, VIII, 25, 3; L. PARETI precisa: « Già nel 326 a.C. alcune località apule
e specialmente la importantissima Arpi, per reggere alla penetrazione sempre più
gravosa dei montanari Sanniti, avevano cercati l'amicizia di Roma» (Storia di Roma, I, p.
686 e segg.).
3 PARETI (op. cit., p. 686 e nota 5) afferma: « che forse già al 325 a.C. i Romani
abbiano stanziati dei coloni, o almeno una guarnigione a Luceria, pare da dedursi da un
passo di Velleio Patercolo; ad ogni modo la tradizione ammette esplicitamente tale
occupazione romana avanti la battaglia di Caudio ». L'occupazione romana a Luceria e
la deduzione della colonia latina è riferita da DIODORO (XIV, 72, 8) all'anno 315
a.C.; da Livio al 314 a.C. (IX, 26).
1
102
Così Polibio (III, 88) c'informa che Annibale nel 216 a.C., sceso in
Apulia, mise il campo presso Vibinum (? ?ß? ????), mentre Fabio Massimo si
accampò ad Aeca (? ?xας). Annibale poi, saccheggiò gli agri di Vibinum,
Luceria, Ascoli e Arpi, indi si rivolse nel Sannio e stava per inoltrarsi in
Campania. Fermato, ripassò l'Appennino e occupò Geronium ai confini della
Daunia. Nei primi mesi dell'anno Annibale si dirige verso la costa a sud del
Gargano, passa l'Ofanto, s'impadronisce di Canne, ove era un importante
deposito romano di vettovaglie e pone il campo ai piedi della cittadina.
Nella stessa zona si accampano anche i Romani.
Nell'estate del 216 a.C. i consoli romani, marciando per Arpi e
Salapia, conducono l'esercito sulla sinistra dell'Ofanto di fronte a Canne. Ivi
avrà luogo il famoso scontro tra Cartaginesi e Romani. Vinti questi ultimi, i
fuggiaschi riparano in parte a Canusium e in parte a Venusia. Dopo la
disfatta di Canne alcune città daune abbandonano la causa romana: Arpi e
Salapia (215 a.C.), dove furono stanziate delle guarnigioni cartaginesi. Nel
212 a.C. Annibale sverna a Salapia. Nel frattempo Arpi (213 a.C.) era
passata nuovamente in mano ai Romani, dopo gli accordi presi tra Fabio
Massimo e un certo Dasio Altinio, magistrato di Arpi (Livio, XXIV, 45-4647). Molto interessante la descrizione che Livio ci fa della occupazione di
Arpi da parte delle truppe romane. L'azione avviene in una notte
tempestosa ed è in questa occasione che Livio parla delle mura di Arpi, di
una porta, di strade buie e di una specie di presidium o rocca che doveva
trovarsi nell'interno della città in mano ai Cartaginesi. Per aver tradito la
causa romana Arpi, alla fine della guerra, fu severamente punita dai
Romani, i quali assegnarono una parte del suo territorio alla nuova colonia
romana dedotta a Sipontum nel 194 a.C. (Liv. XXXIV, 45).
Nel 210 a.C. il console M. Claudio Marcello, favorito dalla nobile
famiglia dei Dasi, riusciva a conquistare Salapia, il porto di Arpi. Nello
stesso anno il proconsole Gneo Fulvio, mentre assediava Herdonia, fu
sorpreso da Annibale e gravemente sconfitto. La città, occupata dal
vincitore, fu però a breve distanza di tempo abbandonata dallo stesso e la
popolazione fu trasferita a Turi e Metaponto 4. I Romani nel 202
ricostruirono la città e vi riportarono gli abitanti 5.
Alla fine della seconda guerra punica, giacchè per lungo tempo
4 La battaglia di Herdonia è narrata da Livio due volte: XXV, 21, 1-10 (anno
212 a.C.) e XXVII, 1, 3-15 (anno 210). Sulla data da assegnare alla battaglia gli
studiosi moderni non sono concordi.
5 Si è pensato sino a non molto tempo fa che la nuova città fosse costruita
in un sito diverso dall'antica: cfr. G. ALVISI, Scoperta e distruzione di una città:
Herdonia, in « Urbanistica », Riv. dell'Ist. Naz. di Urbanistica, nr. 40. Gli scavi
recenti condotti dalla Accademia belga hanno dimostrato che la città fu rifatta
nello stesso sito: cfr. J. MERTENS, in « Notizie degli Scavi » 1962; IDEM.
Ordona I, Rapporto provvisorio, Bruxelles-Roma 1965, IDEM, Ordona II, BruxellesRoma, 1967.
103
la Daunia era stata teatro di guerre, molte delle sue città, dopo tante
distruzioni, perdettero in prestigio.
Del II sec. a.C. quasi non abbiamo notizie storiche se si esclude la
duplice deduzione della colonia romana di Sipontum (194 e 185 a.C.) 6. E'
questo il periodo in cui si accentua il fenomeno della concentrazione della
ricchezza fondiaria e la creazione dei grandi latifondi. Si arriverà così alle
lotte civili del periodo graccano e poi alla guerra sociale. D'ora innanzi poco
sappiamo sulla nostra regione. Durante la guerra sociale i Dauni si staccano
da Roma e parteggiano per gli Italici. Nella zona fu inviato il pretore
Vindicino e poi Caio Cosconio, il quale prese Salapia, Canne e pose assedio
a Canusium. Nell'89 a.C. l'Apulia fu conquistata e pacificata e la maggior
parte delle città furono organizzate come municipium e gli abitanti ottennero
la cittadinanza romana.
In seguito la Daunia fu teatro di nuove lotte, nella guerra dei
gladiatori e nella guerra civile tar Ottaviano e Antonio. Sesto Pompeo
assediò Siponto, liberata poi da Agrippa.
Coll'epoca di Augusto molte città della Daunia rifiorirono: Sipontum
venne a trovarsi all'incrocio di due vie di traffico: la litoranea che scendeva
da Ancona e la Aeca-Arpi-Sipontum; Salapia, dopo le proposte del pretore
Marco Hostilio, fu ricostruita dopo il 44 a.C. in sito più salubre, nella zona
detta oggi Monte di Salpi che nasconde i resti di questa antica città, così
come ci ha rivelato la fotografia aerea. Luceria viene dotata di un anfiteatro,
come dimostrano i ruderi e l'iscrizione trovata dal Bartoccini, ed ebbe una
nuova colonizzazione, certo di ripopolamento.
Nell'età imperiale vari provvedimenti generali vengono presi per
questa regione: Nerone e Vespasiano stanziarono veterani e soldati nelle
città declinanti per raffermare lo spopolamento; Traiano costruì una nuova
arteria stradale, la via Appia Traiana che unirà Roma, tramite Benevento, a
Brindisi, passando per i centri dauni Aeca, Herdonia, Canusium; Adriano
promosse provvedimenti per l'agricoltura, come pure Antonino Pio e
Marco Aurelio. A Canusium fu dedotta una colonia. Poi a poco a poco
subentra la decadenza della regione e il silenzio. Le fonti sono mute e la
storia si può rifare soltanto con l'aiuto del materiale archeologico in genere
ed epigrafico in particolare, quando si ha la fortuna di trovarlo.
Questo brevissimo ed incompleto quadro storico della Daunia ci
permette di osservare che nel IV sec. a.C., secondo le notizie delle fonti
antiche a noi giunte, si conoscevano in questa regione almeno le seguenti
città: Arpi, Luceria, Canusium, Sipontum, Salapia, Teanum Apulum.
Nel III sec. a.C., oltre a questi centri sono ricordati: Venusium,
Aiisculum, Vibinum, Aeca, Geronium, Canne,. Herdonia, ecc.
6
Livio, XXXIV, 45 (anno 194); XXXIX, 23 (anno 185).
104
Questi centri della Daunia sono disposti topograficamente nella
maniera seguente: esclusi Sipontum e Salapia che sorgono sulla laguna, le
altre città si elevano come vere cittadelle lungo il corso dei vari fiumi che
solcano il Tavoliere.
Sull'Aufidus (Ofanto), dalla foce verso ovest, Barduli, emporio dei
Canosini, Canne, Canusium, Venusium.
Sul Carapelle: Herdonia e più nell'interno Ausculum.
Sul Cervaro: Aeca e poi sulle colline a più di 600 m. sul l.m. Vibinum.
Sul Celone (ant. Filamos), affluente del Candelaro, nel centro del
Tavoliere, la grande metropoli dauna Arpi.
Sul Salsola, altro affluente del Candelaro, Luceria.
Nei pressi del Candelaro Ergitium e sul Fortore Teanum Apulum.
Di incerta identificazione sono alcune entità geografiche ricordate
specialmente da Livio, quali Peso e Epeso, Apina, Trica, Gargaro (forse per
Gargano), ecc.
Sul Gargano invece, partendo da Sipontum, s'incontrano lungo la
costa: Matinum (od. Matinata - con la zona archeologica di Monte
Saraceno), Portus Agassus (Pl. N.H., III, 103), Apeneste (Tol. III, 1, 73),
Merinum (S. Maria di Merino, con vasta zona archeologica nei dintorni),
Uria, di difficile ubicazione, ma sembra da ricercarsi nella piana di Carpino,
sulla riva orientale del lago di Varano (antico Sinus Urias di P. Mela II, 2,
66), ed infine portus Garnae (Pl. N.H., III, 103), non ancora identificato,
anche se molte sono state le proposte fatte nel passar dei secoli.
Non potendo prendere in esame tutti questi centri per prospettare i
loro vari problemi topografici, tralasceremo completamente il Gargano e ci
occuperemo soltanto di alcuni dei più importanti centri della Daunia: Arpi,
Canusium, Luceria, Herdonia, Sipontum, Salapia. Sulle altre solo qualche
breve cenno. Iniziamo con la metropoli dauna: Arpi; prima però, ci sembra
necessario sottolineare quanto sia ancora difficile dire una parola precisa
sull'origine di questi centri. Molti sono detti dalla tradizione antica fondati
da Diomede (Luceria, Arpi, Canusium, Sipontum, ecc.), ma il problema sarà
risolto soltanto con intense campagne di scavo, svolte con rigido metodo
stratigrafico, che potranno indicare la sovrapposizione delle varie civiltà
antiche.
ARPI 7
E' considerata da tutti la metropoli dell'antica Daunia. Il sito
dell'antica città è oggi facilmente raggiungibile: partendo da Foggia
Il nome della metropoli dauna, oggi sepolta, sopravvive in
numerosissimi toponimi: le masserie « Arpi », «Posta Arpi », «Stazione
Arpi », « Arpette », « l'Arpetta », «S. Nicola d'Arpi », «Posta S. Nicola
d'Arpi », disposte nell'ampia pianura a NE di Foggia.
7
105
si prende la statale garganica 89 e dopo circa 5 km. e mezzo, alla
diramazione per S. Marco in Lamis ci si incammina per la strada
dell'O.N.C., che fiancheggia le case coloniche. Dopo poche centinaia di
metri si raggiunge la zona archeologica.
Scrittori e geografi antichi concordano nel porre l'antica città sulla
sponda destra del Celone 8 e precisamente a 8 km. a NE di Foggia. Il
Bradford 9 , con l'aiuto della fotografia aerea ha individuato appunto in
questa zona l'esistenza di un insediamento a pianta ellittica, dal diametro di
km. 4,50 circa (fig. 1 a e b).
Arpi sorgeva, dunque, nel cuore del Tavoliere, nel bacino idrico del
Cervaro, Carapelle, Celone. E' importante precisare che il corso del torrente
Celone, così come risulta chiaramente dalla fotografia aerea, ha subito
attualmente una deviazione verso N, mentre anticamente la città si stendeva
lungo il suo corso. Il luogo fu scelto sicuramente per la vicinanza al fiume e
per la natura del terreno che risulta fertile ed atto alla coltivazione dei
cereali, ma ottimo anche per il pascolo e l'allevamento del bestiame.
Gli scavi archeologici in questa zona non sono molto numerosi.
Alcuni saggi sembra siano stati fatti fra il 1927-1931 e poi nel 1933, ma
soltanto nel 1939 si iniziarono scavi regolari. Ciò avvenne in seguito alla
scoperta, durante i lavori di bonifica in contrada « Montarozzi », di un
mosaico in « opus tessellatum » con decorazione di figure animali in bianco e
nero, e di resti di una grande casa, con un altro bel mosaico tutto poggiante
su due tombe più antiche. Si era così alla presenza della necropoli «
Montarozzi » compresa tra le case coloniche nr. 35 e 36 dell'O.N.C.
Durante la campagna di scavo (6.7. - 5.9. 1939) vennero alla luce una
trentina di tombe a fossa rettangolare e circa 17 a grotticella, corredate da
un dromos o pozzetto di accesso, di cui quattro con tre celle e due con due
celle. Durante lo sbancamento del sepolcreto si rinvennero due pavimenti
isolati in cocciopesto.
Altri scavi fatti nella stessa zona nel 1941 (17.IV - 31.V) portarono
alla luce circa 9 tombe a fossa rettangolare e una decina a grotticella, di cui
un paio con pozzetto di accesso a una o due grotte, due senza accesso,
quattro o cinque con dromos a una, due o tre celle. Tutte le tombe hanno
dato ricchi corredi. Importante il rinvenimento sotto alcune tombe di uno
strato preistorico contenente ceramica dipinta a fasce rosse simile a quella
rinvenuta nelle grotte di Scaloria e Occhiopinto presso Manfredonia.
Inoltre fu trovata una tomba a pithos con scheletrino e scarso corredo
funerario. Sopra la necropoli si rinvennero resti di abitazioni più recenti.
Gli scavi, interrotti durante la guerra,
L'antico F??αµó? ricordato da LICOFRONE, Ales, v. 592; lat. Aquilo.
J.S.P. BRADFORD, Ancient Landscapes, London, 1957, p. 217; G.
ALVISI, Problemi di viabilità nell'Apulia settentrionale, in « Arch. Classica», 1962„
pp. 148-161.
8
9
106
Nulla di preciso sappiamo sull'origine della città che le fonti antiche
dicono opera di Diomede. Le stesse, abbiamo già visto, ci danno scarse
notizie che non superano la seconda metà del IV sec. a.C. Oggi invece
possiamo dire qualche cosa in più a riguardo. Il rinvenimento di una
tomba a fossa sotto tumulo contenente un vaso protogeometrico dauno
con decorazione a denti di lupo soltanto nella parte superiore, insieme a
oggetti in bronzo e in oro 14 che datano la tomba all'VIII sec. a.C., ci
permette di sostenere che la zona doveva essere già occupata in quel
periodo. Inoltre un'altra prova della sua antichità è costituita dalla tomba
a fossa rettangolare di dimensioni ridotte trovata presso l' aggere della città.
La tomba, avente come corredo funerario soltanto un'armilletta di bronzo
e un grazioso vasetto a decorazione geometrica, apparteneva ad un
bambino ed è databile al VII sec. a.C.
Ad una data abbastanza alta risale l'aggere della città che potrebbe
essere datato al VI-V sec. a.C. Dello stesso VI sec. a.C. dovrebbe essere
un vaso attico a figure nere (fig. 2) rinvenuto tra i corredi della necropoli
Montarozzi scavata dal Drago nelle campagne del 1939 e 1941 15.
Poco conosciamo della topografia dell'antica città. L'abitato aveva
una forma ellittica con il lato lungo poggiante sul fiume. Trattandosi di
una città di pianura e non potendo sfruttare come le città di altura il
vantaggio della posizione naturale, doveva essere cinta da poderose mura.
Gli autori antichi parlano delle mura di Arpi. Licofrone (Alex. v. 592 ss.)
accennando alla sua fondazione per opera di Diomede, dice che l'eroe la
cinse di mura; Ovidio (Met. XIV, 5) afferma che erano grandissime;
sappiamo che vennero accostate a quelle di Canosa per lodarne la
magnificenza.
Ma le notizie più importanti ci vengono da Livio in relazione
all'assalto dei Romani del 213 a.C. (Liv. XXIV, 46, 47). Dal passo ilviano
apprendiamo che la zona scelta dai Romani per il loro assalto mancava di
sentinelle perchè le mura erano poderose. In quel tratto di mura si apriva,
in una strada poco frequentata, una porta « humilis et angusta ». Il console
decise che i primi entrati con le scale dovevano aprirla ed abbatterla. Di là
sarebbero passate le truppe che dovevano dirigersi verso il presidium
(centro di Arpi nella fotografia aerea) dove si trovavano gli Arpani ed i
Cartaginesi. I primi scontri avvennero in « tenebris angustisque viis ».
Da tutto questo risulta che la città era difesa da mura. Però, fino al
1965 non si sapeva come fossero fatte, in quanto i saggi del 1937 e 1941
(come pure quelli del 1953), fatti al riguardo, diedero esito negativo.
Secondo G. Schmiedt 16 la difesa degli insediamenti di pianura
14 Notiziario
del comune di Foggia, nr. 4, aprile 1967, p. 13.
C. DRAGO, Tombe di tipo siculo in Puglia, in « Archivio Storico Pugliese », III,
1950, p. 171 e segg.
16 G. SCHMIEDT, Contributo della foto interpretazione alla ricostruzione della
situazione geografico-topografica degli insediamenti antichi scomparsi in Italia, Firenze, 1964, p. 67.
15
108
della Puglia, come Arpi, Herdonia e il centro anonimo di Torretta dei
Monaci, sia per l'acropoli, sorgente al centro dell'abitato, sia per tutta l'area
urbana, era realizzata mediante « aggeri » di terra e « profondi fossati »
snodantisi a giro d'orizzonte, come dall'interpretazione della fotografia
aerea.
Questi « aggeri », contrariamente a quelli del Lazio, che presentano
come rinforzi filari di blocchi lapidei nelle « vie tattiche » più pericolose,
sembra che fossero semplicemente costituiti da « terra costipata frammista
ad argilla ». Ciò è risultato infatti dai saggi del prof. Tiné del febbraio 1965.
Chi si reca nella zona archeologica di Arpi, nei pressi del podere n. 28
dell'O.N.C., all'altezza della prima curva del bivio stradale che porta a S.
Marco in Lamis, può osservare tante collinette artificiali, che si elevano
intorno. In una di queste (febbr. 1965) è stato effettuato un saggio di scavo
che ha messo allo scoperto un tratto dell'aggere fatto con muretto a mattoni
crudi, disposti due per testata e due per lunghezza; tutto poggiava su di un
basamento formato da uno strato di ciottoli di fiume. Sotto le mura fu
scoperta una tomba contenente un grazioso vasetto geometrico dauno
databile al VII sec. Quindi le fortificazioni potrebbero essere datate forse al
VI-V sec. a.C. Non sappiamo quante porte si aprivano in questo aggere, ma
dato il numero elevato di strade che la fotografia aerea ci ha rivelato, è da
presupporre che fossero numerose. Tre o quattro di queste porte
potrebbero essere sicure: all'entrata della via proveniente da Aeca e
all'uscita della strada per Sipontum; altre in direzione delle strade che la
congiungevano a Canosa e a Salapia. Ma altre porte secondarie o posterule
si aprivano in direzione delle strade che come tanti raggi si perdevano nelle
zone circumvicine (fig. 1).
Pochissimo sappiamo sull'abitato di Arpi: nessuna notizia riguardante
i suoi monumenti pubblici; appena qualche indicazione riguardante le case.
Negli scavi del 1939 tra le case coloniche 34 e 36 dell'O.N.C. di masseria
Montarozzi si rinvennero i resti di una casa o villa romana costruita su due
tombe più antiche. Furono trovati due mosaici in « opus tessellatum » ottenuto
con pietre fluviali. Uno di essi presentava figure di animali in bianco e nero.
Nell'ottobre del 1953 nella tenuta « Menga », alla profondità di m. 0,50
fu rinvenuto un pavimento policromo di m. 3,30 X 2,80. Era realizzato in «
opus tessellatum » con pietre fluviali levigate e in cinque colori (bianco, nero,
marrone, rosso e giallo). Sul fondo bianco si staglia al centro la figura di un
drago, racchiuso in un rettangolo fatto in rosso-bruno. Seguono varie cornici
concentriche in nero e marrone, racchiudenti rispettivamente dall'interno verso
l'esterno i motivi di cani correnti, delfini in azzurro, poi una greca in nero ed
infine una fila di cani correnti. I1 mosaico fu trovato all'interno di una villa che
presen109
tava un cortile quadrato delimitato da blocchi di tufo costituenti basamenti
di colonne.
Nel 1954, nella stessa tenuta, fu scoperto un altro mosaico (m. 4,55
X 3,60) in due colori (bianco e rosso) fatto con la stessa tecnica.
Sottolineamo la tecnica musiva con pietruzze fluviali diffusa nella Daunia.
Da osservare che i ciottoli fluviali servivano pure per la pavimentazione
delle strade, come è stato rinvenuto ad Arpi stesso (fig. 3) e ad Ascoli
Satriano. I ciottoli fluviali venivano disposti a spina di pesce, a cirri
spiraliformi o in modo tale da formare vari motivi geometrici. Vari altri
pavimenti in cocciopesto furono rinvenuti nei lavori di scavo del 1939.
In relazione con le costruzioni pubbliche potrebbero essere messe
alcune terracotte architettoniche rappresentanti due teste di leone formanti
doccioni 17, un'antefissa con gorgone 18, (fig. 5 e 6) tutte da datare al IV sec.
a.C. A questi si devono aggiungere i rinvenimenti di vari capitelli scoperti in
varie parti della zona archeologica (uno dorico in tenuta Menga nel 1953 e
due in tenuta Filiasi scoperti nel 1964: presentano due teste tra le volute).
Per quello che riguarda la pianta urbanistica della città nulla o quasi
nulla possiamo dire. Un accenno alle vie di Arpi si può trovare nel noto
passo liviano (XXIV, 47) già citato, ove è precisato che la lotta avvenne di
notte in strade strette e buie (tenebris angustiisque viis).
Notizie più ricche abbiamo per la rete stradale extraurbana. La
fotografia aerea ha rivelato l'esistenza di molte vie comunicanti con
l'esterno; la loro esistenza è facilmente spiegabile per la posizione
geografica della città nel centro del Tavoliere, per la sua ricchezza e
importanza storica.
Una strada molto importante ed antica era la Aeca-Sipontum, le cui
tappe sono riportate dalla Tabula Peutingeriana: Aecas-Praetorium
Laucrianum-Nucerie Apulie VIIII Arpos XXI Sipontum. Risistemata nel II
sec. d.C. la strada conferì importanza a vie molto più antiche. Metteva in
comunicazione la Traiana con la litoranea. Molto antico il tratto LuceriaArpi-Sipontum, tanto più che Siponto fu per lunghi secoli il porto di Arpi e
su di essa marciò Alessandro il Molosso nel 333 a.C., quando, venuto in
aiuto dei Tarentini, passò per Arpi e poi occupò Sipontum.
Altrettanto antico il tratto Luceria-Arpi. Sappiamo che nel 320 a.C. il
console Papirio Cursore, intento ad assediare Luceria, era rifornito di
vettovaglie dalla nostra città (Livio, IX, 13, 6); il rifornimento avveniva
sicuramente lungo questa strada che conduceva direttamente a Luceria.
Questa strada, giunta al Celone, si congiungeva ad un'altra che scendeva da
Teanum-Apulum e, così unite, attraversavano il fiume su un ponte di cui si
sono trovate tracce a 4 km. a N da Arpi. Da Arpi
17
18
Oggetti che si trovano nel museo di Foggia, nr. inv. 502 e 505.
Museo di Foggia nr. inv. 503.
110
era facile raggiungere la Campania. Da Livio sappiamo che Dasio Altinio
partendo da Arpi si recò a Suessola e inoltre che il console Fabio Massimo
marciò, senza difficoltà, da Suessola alla volta di Arpi.
La foto aerea ha identificato la strada che univa Arpi con la Salapia
romana, comunicazione ovvia se si tiene conto che dopo la deduzione della
colonia romana a Sipontum (194 a.C. e 185 a.C.), creata, per punire la
defezione di Arpi nella guerra annibalica, con una parte del territorio
arpano, il porto navale di Arpi divenne Salapia, come attestato da Strabone
(VI, 283) 19. Ma su questo ritorneremo altrove.
Più consistenti le nostre notizie sulle necropoli arpane, anche se
lontano dall'essere complete ed esaurienti. Tra le varie necropoli la più
importante è la necropoli « Montarozzi » sita tra le case coloniche n. 35 e 36
dell'O.N.C., a 50 m. dal bivio della provinciale Foggia-Manfredonia FoggiaS. Marco in Lamis. La necropoli doveva essere abbastanza vasta se teniamo
conto del fatto che in due campagne di scavo vennero alla luce una
settantina di tombe, di cui circa una quarantina (esattamente 39) a fossa
rettangolare e una trentina a grotticella 20, alcune con dromos o pozzetto
d'accesso (fig. 7 e 8), con due o tre celle, altre, poche, senza accesso. Fu
trovata anche una tomba a pithos con povero corredino e lo scheletro di un
bambino.
Le tombe a fossa rettangolare si presentano ad una profondità
variabile dal piano di campagna, da un minimo di m. 0,40 ad un massimo di
m. 3. In genere sono scavate nella roccia e soltanto poche nella terra. Le
dimensioni variano da un massimo di m. 3,64 X 2,00 X 0,80 ad un minimo
di 0,45 X 0,20 X 0,23. Talvolta appaiono munite di controfossa pure
rettangolare. Alcune tombe presentano una nicchietta alzata rispetto al
piano della fossa, ricoperto da un letto di pietre. Sono ricoperte da uno o
più lastroni (fino a sei) di varie forme: triangolare, rettangolare,
pentagonale, trapezoidale, ecc. Non si nota un orientamento fisso, anche se
la maggioranza sembra disposta in direzione N-S. Lo scheletro giace in
posizione rannicchiata. Predomina la sepoltura individuale, e raramente si
sono trovati due adulti o due bambini; in questo caso gli individui furono
trovati o alle testate opposte o sovrapposti con le ginocchia rivolte uno ad
est e l'altro ad ovest. Il corredo di queste tombe non è ricco, talvolta si è
trovato solo un pezzo di suppellettile. Il materiale è disposto in vari modi:
all'altezza del teschio, oppure sparso, oppure al centro della fossa. Sovente
compare un'olla piuttosto panciuta e grande contenente vasellame più
minuto. Abbondante il materiale di ferro e anche quello di bronzo. Per la
ceramica, predomina quella indigena grezza, oppure con decorazione
geometrica o floreale (fig. 12). Numerosa la ceramica a vernice nera di stile
campano, pochi i reperti di ceramica di stile gnathino (fig. 13), addirittura
rari quelli a figure rosse (fig. 9, 10, 11) e sovraddipinti in
111
rosso (fig. 4 a e b). Di particolare importanza appare una kotyle a figure
nere con tracce di restauro antico (sec. VI a.C. - fig. 2).
Le tombe a grotticella si distinguono in tombe con dromos di accesso e
tombe con pozzetto. In genere il dromos è di lunghezza e larghezza varia, è
scavato nel banco tufaceo e presenta lungo i lati varie celle disposte a diversi
livelli. Esso presenta rozzi gradini che variano come numero a seconda della
profondità della tomba, oppure è a rampa degradante. Le grotticelle ipogeiche
per di più variano da 1 a 3. Le dimensioni delle celle variano da m. 1,50 X 1,47
X 0,80 a m. 0,65 X 0,50 X 0,55.
La forma delle celle può essere a pianta ellittica o rotondeggiante,
oppure a pianta quadrata, poligonale o irregolare. L'ingresso a forma di
arco, oppure ovale è chiuso da uno o più lastroni. In alcune tombe si
osserva una nicchietta ellittica posta sotto il livello della cella e che
fungeva da ossuario. L'interno delle celle si presenta senza decorazione.
Per qualche grotta si può parlare di riutilizzazione. Sovente al dromos si
sostituisce un pozzetto d'accesso di forma rettangolare oppure ovoidale
sovrastante il piano della grotta. Nelle varie grotte predomina la sepoltura
individuale, anche se in parecchie si rinvennero più scheletri. Lo scheletro
è quasi sempre rannicchiato; talvolta il teschio poggia su un letto tufaceo
che corre lungo la parete di fondo della cella. Il corredo funerario, in
genere ricco, appare disposto in vari modi lungo le pareti della cella: in
fila, a sinistra dell'ingresso, ai lati del teschio, al centro della cella, nella
grande olla, ecc. Nel corredo predomina la ceramica verniciata in nero e
quella grezza, meno abbondante la ceramica a figure rosse e
sovraddipinta. Scarseggia la ceramica di stile gnathino. Discretamente
rappresentate le terracotte; presenti oggetti in ferro, bronzo e raramente
in argento. Furono trovati monili, vaghi di collana, un alabastron.
Le tombe a fossa sembrano più antiche di quelle a grotticella.
Interessante sottolineare che alcune tombe a fossa si sovrapponevano ad
uno strato neolitico.
Esclusa la tazza skyphoidale (o kotyle) decorata a figure nere con
un auriga che conduce una biga a galoppo verso destra 21 databile al VI
sec. a.C., tutto l'altro materiale si data facilmente a tutto il IV e all'inizio
del III sec. a.C. (fig. 4, 9-13).
Altre tombe, oltre quelle della contrada Montarozzi, furono
rinvenute alle spalle del tenimento Spagnuolo. Si tratta di due piccole
tombe a semicamera in muratura, intonacate in ocra-giallo, scavate nel
1956. Tra i reperti: ceramica aretina, terracotte, materiale in ferro e
bronzo. Sono tombe più recenti (II-I sec. a.C.).
Un'altra necropoli fu trovata a S. Nicola d'Arpi e precisamente tra
le contrade « la Posta Grande » (53 m.) e « Masseria S. Nicola d'Arpi » (58
m.) da un lato e la località demanica Arpi situata più
21
Museo di Foggia, nr. inv. 1033.
112
a sud a quota 52 22. La necropoli segue il tratto del torrente Celone in essa
compreso e sembra sia abbastanza estesa.
Le tombe furono trovate in una zona situata a sinistra del Celone, fra
il ponte della rotabile e quello che porta ai poderi 17 e 18 dell'ex azienda
Filiasi. Si rinvennero sette tombe terragne a fossa rettangolare; esse si
presentano ad una profondità compresa tra 1 e 3 m. dalla scarpata, tra gli
argini superiori ed inferiori della sponda. Le tombe di S. Nicola d'Arpi, di
m. 2 X 0,80, presentano come copertura una specie di tumulo composto da
pietre bianche tenere, talvolta di m. 0,50 X 0,50, disposte a strati fino ad
un'altezza di m. 0,60. Sopra di esse veniva gettata la terra. Caratteristica di
queste tombe è la presenza di un « letto funebre » composto da ciottoli
giallastri fluviali di forma lenticolare, disposti orizzontalmente come le
tessere di un mosaico su cui veniva adagiato il defunto. Lo scheletro
rannicchiato è adagiato sul fianco sinistro e guarda ad est. Si nota inoltre
uno strato di pietre a mo' di cuscino sotto il teschio, oppure intorno al capo
come protezione. Il corredo appare quasi sempre a N del teschio, a sud si
trova un'olla grezza contenente vasetti più piccoli. Predomina la ceramica
grezza indigena e quella a vernice nera tra cui quella a baccellature verticali,
qualche esemplare di ceramica di tipo Caleno, pochi frammenti di vasi a
figure rosse, oggetti in ferro. Il materiale si data in maggioranza al IV sec.
a.C. e parte del III.
Nella zona si rinvennero parecchie antefisse, di cui alcune con il
volto della Gorgone (fig. 5).
Tra i reperti sparsi rinvenuti sotto le sponde delle necropoli alcune
selci lavorate, una valva di conchiglia con foro, una testa maschile molto
danneggiata, mancante di una buona parte della metà destra del cranio; si
vedono il naso, la bocca, indicata con un breve tratto orizzontale, e gli
occhi, resi con due semplici forellini. All'infuori di queste tombe, dobbiamo
non dimenticare la tomba scoperta nei pressi del podere n. 28 all'altezza
della prima curva del bivio per S. Marco in Lamis, che già abbiamo
descritto, del VII sec. a.C.
Tutti questi rinvenimenti sarebbero un indizio per dimostrare che ad
Arpi esistevano più zone cimiteriali che sembra sorgessero se non fuori le
mura, almeno in zone periferiche, ma ogni altra conclusione sarebbe
gratuita. Da questi pochi dati possiamo dedurre che l'area della città era
delimitata a S dalla Masseria Montarozzi, ad Ovest da S. Nicola d'Arpi, a
sud-est da « Masseria Arpetta » che congiunte danno appunto una pianta
ellittica dal diametro di km. 4,50 così come già individuata dal Bradford con
l'aiuto della fotografia aerea 23. Ci auguriamo che altre campagne di scavo
portino luce sui tanti problemi ancora oscuri di questa importante città
antica.
22
Relazione di ALDO SALVIN[ (1957-61) presso il museo di Foggia.
op. cit., p. 217.
23 BRADFORD,
113
CANUSIUM
L'odierna Canosa, vivente sulle rovine dell'antica Canusium, sorge a 2
km. dall'Ofanto, che scorre rispetto alla città in direzione N.NO, tra l'ampia
pianura attraversata dal fiume e la catena delle Murge circostanti, dette «
Murgette di Canosa »; quasi isolato dal resto delle alture separate da una stretta
vallata, si eleva un colle alto m. 154 s.l.m.; in cima a questo si scorgono resti di
antiche costruzioni (fig. 14-15). E' questo colle l'acropoli di Canusium; sui suoi
fianchi, specialmente lungo i lati che vanno ad E e a SE si stendeva l'abitato
circondato da 7 colli: colle sul Piano S. Giovanni, S. Sofia, S. Giorgio, Monte
Scupolo, S. Leucio, S. Lucia e Murgetta, con un'altezza che va dai 154 m.
dell'acropoli fino a m. 214.
Nulla sulle origini della città. Fonti tarde la considerano città dauna:
Plinio (N.H., III, 102 e 104), Tolomeo (III, 73) e Diodoro (XIX, 10). Per la
maggioranza degli scrittori latini è apula, ma non mancano quelli che la
considerano città peuceta. Il nome antico della città non presenta varianti. In
greco ?a??s???, come risulta da Polibio, Strabone, Appiano, Tolomeo,
? a??s???? e ? a??s?te? gli abitanti; in latino riscontriamo Canusium (Orazio,
Cesare, Livio, Plinio), le forme Canusio, Civitas Canusio rispettivamente
nell'Itinerario Antonino e in quello Hiersolimitano, poi Canusiae in un
documento del 1025 e Canusyo in una carta del 1172. I1 toponimo per il suo
suffisso -usium, lo stesso che appare in Brundisium, Venusium, Genusium,
ecc., è considerato o di stampo messapico o per lo meno fortemente
messapicizzato.
Sulla preistoria della zona canosina sappiamo molto poco. Una
interessante scoperta avvenne nel maggio del 1964 24 durante i lavori di
scavo per la costruzione dell'autostrada Bari-Canosa.
In direzione della strada Canosa-Cerignola, a 2 km. dal ponte
romano, la scavatrice mise in luce un insediamento situato su di una piccola
altura. Furono scoperte due sezioni del fossato circolare che delimitava il
villaggio entro cui erano sistemate le capanne, ed intorno si raccolsero
piccoli frammenti di ceramica semifigurata, impressa a crudo. L'abitato si
sviluppava topograficamente su una specie di coppa; sull'insediamento
preistorico si era sovrapposta la centuriazione romana.
Più vicino a Canusium, sulla Murgetta di Canosa, lo Jatta individuò
diverse tombe a tumulo 25. Sembra che anticamente il colle di Murgetta fosse
occupato da popolazioni dedite alla pastorizia. Ogni precisazione cronologica
sfugge, giacchè mancano scavi sistematici, anche se non si può dire che le
antichità canosine non siano state oggetto di studio e di ricerca sin dalla fine del
'600, ma non è possibile darne qui sia pure un breve elenco.
24
Pratica relativa alla scoperta nell'archivio della Soprintendenza alle
antichità di Puglia di Taranto.
25 A . JATTA, La Puglia preistorica, Bari, 1914, pp. 223-5.
114
Gli scavi ufficiali a Canosa sono pochissimi, abbondantissimi invece i
ritrovamenti casuali. Nelle pubblicazioni più antiche mancano spesso i dati
di natura topografica, indi sono poco utili alla nostra indagine. Si possono
ricordare gli scavi diretti dal Bonucci nel 1843, 1848 e 1853; del Mayer nel
1893 lungo il regio tratturo dove furono rinvenute numerose tombe; del
Quagliati nel 1903 sul tratturo e in proprietà Rella. Il materiale di questi
ultimi scavi si trova a Taranto, ma non è stato mai pubblicato. Ultimamente
si sono avuti alcuni saggi ad opera della Sig.ra Tiné-Bertocchi ed infine gli
scavi nella necropoli Lamapopuli 26.
Tutti gli studiosi di antichità canosine, che hanno affrontato il
problema dell'estensione dell'abitato di questo importante centro antico,
come il Romanelli 27, il Viscera 28, il Mayer 29 ed altri, hanno assegnato alle
mura della città un circuito di 16 miglia (km. 28). Si distacca da questi lo
Jacobone, il quale, dopo aver tracciato il percorso delle mura canosine,
afferma che il perimetro non poteva essere superiore ai 10 o 12 km.,
racchiudendo un'area di circa 250 ha con una popolazione di poco
superiore ai 50.000 abitanti 30. Personalmente le conclusioni dello Jacobone
non mi convincono, per questo motivo, tenterò brevemente di fare alcune
precisazioni.
Se nel passato qualche studioso poteva sostenere che l'antica città non
corrispondeva esattamente alla moderna, ma si trovava circa un miglio più
lontana dall'odierna, oggi tutti sono concordi nel dichiarare che l'attuale Canosa
occupa il sito dell'antica, la quale in molta parti si scorge ad una profondità di 2
m. dal livello attuale delle costruzioni. Le difficoltà cominciano quando si vuol
racchiudere in un tracciato l'estensione dell'abitato canosino.
Ma procediamo con un certo ordine. Per analogia con altri centri
antichi, come Monte Sannace, Altamura, Norba (Conversano), ecc., si può
ritenere che il più antico nucleo della città si sia sviluppato sul colle del
Castello (pianta di Canosa), zona riconosciuta da tutti quale acropoli di
Canusium. Dobbiamo immaginare che l'acropoli serviva per i vari nuclei
sparsi di pastori localizzati lungo i tratturi che permettevano il passaggio
stagionale delle greggi dal monte verso la pianura e il mare e viceversa (uno
di questi tratturi si snodava ad ovest del colle del Castello ed è conosciuto
col nome di regio tratturo; sul suo percorso molte sono le tombe
rinvenute). Non dimentichiamo inoltre che nella zona canosina si
conoscono almeno due direttrici di traffico: una è la cosiddetta via
dell'Ofanto da Barletta (Barduli) a Venosa attraverso Canne, Canosa e
Gaudiano-Lavello, con andamento E-O
26 R. MORENO CASSANO, La necropoli di ponte della Lama a Canosa, estr.
da « Mon. Ant. Lincei », XLVII, 1966.
27 D. ROMANELLI, Topografia istorica del Regno di Napoli, 1818, II, p.
265.
28 I. VISCERA, Ricerche storiche sulla Magna Grecia, Napoli, 1879, p. 57.
29 M. MAYER, in « Not. d. Scavi », 1898, p. 217.
30 N. IACOBONE, Canusium, rist., Lecce, 1962, p. 120.
115
(via preistorica 31), l'altra è la mulattiera di Strabone, la futura Appia Traiana
del periodo imperiale con orientamento N-S. L'area canosina, presso
l'Ofanto, era dunque la tappa obbligata per chi transitava la zona. Queste
vie determinarono la scelta del sito e in gran parte, come vedremo,
l'impianto urbanistico della città.
La scelta del sito è spiegabile, per la sua posizione di avanguardia
nella valle dell'Ofanto (154 m. s.l.m.), da cui si poteva dominare tutta la
zona a N, controllare il corso del fiume e ogni possibile insidia da est ad
ovest; inoltre la collina è ben difesa naturalmente nei fianchi dagli altri colli
circostanti, mentre ancora oggi il versante prospicente la pianura è
pressocchè inaccessibile data la sua natura ripida e scoscesa, dove l'abitato
non è mai arrivato; più esposto il fianco sud, ma probabilmente
anticamente era difeso da una muraglia. Prova evidente che il colle del
Castello fu l'acropoli della città sono i ruderi di tre grandi torri tutt'ora
esistenti, racchiudenti un'area quasi circolare che si eleva di circa 10 m. sul
livello delle ultime costruzioni. Nella struttura delle torri si possono
distinguere ad occhio libero due età: una antica, alla base, un'altra più
recente, medioevale, in alto.
La parte superiore è formata da blocchi di tufo di tipo durissimo, di
colore scuro, mentre la parte inferiore è costituita da grandi massi di pietra di
forma parallelepipeda, squadrati regolarmente, di colore quasi bianco e che
misurano, i più grandi, m. 1,60 X 0,80 di altezza 32 (fig. 14 e 15). Il taglio e la
disposizione dei blocchi della parte inferiore ricordano l'opera quadrata. La
zona dell'acropoli non è stata fatta mai oggetto di scavi, così che non
conosciamo la successione stratigrafica dei resti antichi.
Per quello che riguarda l'abitato, l'elemento che in genere veniva
preso in considerazione erano le tombe. A questo riguardo le opinioni degli
studiosi sono concordi nell'osservare che esse appaiono sparse in una vasta
area, che tutti considerano racchiusa da poderose mura.
Il Mayer 33 , nella sua relazione sullo scavo condotto lungo il regio
tratturo nel 1895, sosteneva che a Canosa non esisteva una necropoli entro
riconosciuti confini, ma che i sepolcri si trovavano quasi dappertutto dove
vi erano abitanti, tanto sulle colline, specialmente sui pendii, quanto nella
pianura che circonda il paese. Il circuito approssimativo della zona occupata
dai sepolcri si può calcolare tra i 20 e i 25 km. L'autore afferma inoltre che
le abitazioni della città bassa non erano agglomerate, ma piuttosto sparse a
guisa di masserie e di casali, fra i
31 D. ADAMESTEANU La fotografia aerea e le vie della Magna Grecia, in « Atti II
Conv. Studi sulla Mag. Grecia », 1962, Napoli, 1963, p. 46.
32 Queste dimensioni si riscontrano con lievi differenze nei blocchi di diverse
cinte murarie apule: Gnathia (m. 1,40 - 1,55 x 0,70 x 0,75); Rocavecchia (m. 1,60 X
0,80 X 0,80); Rudiae messapica (m. 1,80 x 0,60); Altamura (m. 1,30 x 0,70).
33 M. MAYER, in « Not. d. Scavi », 1898, p. 195 e segg.
116
quali spiccano qua e là le residenze nobili famose per le loro tombe. Della
stessa opinione era anche il Narchod 34.
Tuttavia, dopo le più recenti scoperte di tombe e dopo un riesame delle
antiche scoperte, sembra che la tesi dei due studiosi non sia da accettare che in
parte; anche ammettendo l'uso messapico di seppellire i morti entro la cinta
muraria, si deve notare, però, che non si può parlare di tombe sparse che
raramente, mentre abbiamo veri e propri raggruppamenti di tombe, addirittura,
in alcuni casi, allineamenti di esse lungo le strade. Vi sono nella vasta zona
canosina alcune aree usate a necropoli dove i casi di continuità sono numerosi.
Tra queste dobbiamo considerare innanzitutto il tratto della via
Appia Traiana fin nei pressi dell'Acropoli. Lungo il suo percorso si
allineano tombe del IV sec. a.C., come la tomba del vaso di Dario, tombe
del III sec. a.C., come la celebre tomba degli ori; non mancano tombe a
fossa, come quelle scoperte nel 1923 presso l'Arco e in contrada Toppicello
35; l'uso di seppellire in questa zona continua nel periodo romano col
mausoleo presso la tomba Bagnoli del I sec. a.C., con la tomba Casieri e il
monumento Bagnoli del II e III sec. d.C. Indi si tratta di una necropoli
allineata lungo un'arteria di traffico. La via Traiana è strada antichissima, è
la stessa mulattiera di Strabone, è la strada più antica che conduceva ad
Herdonia.
Un'altra zona abbastanza ricca di tombe è quella ad ovest di Canosa,
comprendente un vasto arco che inizia dai pressi dell'arco varense (fig. 19)
e segue il tratturo regio fin dove incontra la strada moderna proveniente da
Lavello. Comprende tutte le tombe venute alla luce nei pressi della stazione
di Canosa e lungo la strada ferrata, tutte le tombe scavate dal Mayer e dal
Quagliati e un gruppo di tombe comprese tra le odierne strade 1° Maggio e
Dante Alighieri, datate quasi tutte al III sec. a.C. A sud-ovest della via 1°
Maggio e parallelamente ad essa correva l'antico tratturo, ora occupato da
case e dal campo sportivo, sotto il quale sono state trovate altre tombe (2
del III sec. a.C.). Nella stessa direzione, però molto più lontano dalla città,
lungo la via Lavello, vi è il gruppo delle tombe di tipo siculo e molte altre a
fossa (da questa parte esiste la contrada « Le fosse », il cui toponimo è
molto significativo, perchè deriva dalle numerose tombe a fossa ivi
scoperte). Siamo nella zona detta Murgetta (ivi Jatta parlava di tumuli della
I età del ferro). Le tombe a fossa e a grotticella sono ritenute più antiche e
quelle a grotticella, con la loro struttura, hanno influenzato gli ipogei
ellenistico-romani. Le tombe a grotticella sono datate in parte, poche, alla
fine del V sec., altre, moltissime, al IV sec. a.C., mentre sempre più vicine
all'abitato si snodano le tombe del III sec. a.C.
Ritornando all'arco varense e considerando la zona che si stende a
sud dell'Ofanto in direzione di Barletta, troviamo una zona ininter34
35
« Romische Mitteillungen », 1914, p. 261.
N. J A C O B O N E , Canusium, p. 187, nota 2.
117
rotta di tombe lungo tutta una fascia che segue approssimativamente la
circumvallazione della via Cerignola e prosegue nella zona chiamata piano
S. Giovanni, per continuare poi sul colle Lamapopuli. I fondi d'Urso,
Sinesi, Maddalena, Monterisi ed altri sono ricchissimi di tombe. Queste
tombe abbracciano un arco di tempo molto ampio. In verità si rinvennero
ipogei (es. Monterisi-Rossignoli), tombe a camera e anche a fossa che
vanno dal IV-III sec. a.C. fino alla necropoli paleocristiana del ponte della
Lama (II-VI sec. d.C.). Nella stessa area si rinvennero tombe lungo il
percorso della via del Cimitero e lungo l'antica via per Barletta, nella
contrada Chiancone. Interessante in questa direzione la esistenza di una
contrada chiamata « Sepoltura », nome certo derivato da antiche tombe ivi
rinvenute. Immediatamente a sud della contrada piano S. Giovanni, ricca di
tombe è la contrada Grotticelle (il nome viene dalle tombe a grotta ivi
rinvenute), tombe sporadiche appaiono pure nella zona di Monte Scupolo.
Rarissime sono invece le tombe sulla parte collinosa che va da Monte
Scupolo a S. Leucio, comprendente i colli Sinesi, Casino Basta, Fra Galazio.
Come vediamo queste tombe formano come un circuito intorno alla
città di Canosa interrotto soltanto tra M. Scupolo e S. Leucio; esse sono
strettamente legate a varie strade: Appia Traiana, regio tratturo, via per
Lavello, via vecchia per Barletta, via nuova per Barletta, ecc. (Per tutto si
veda la fig. 16).
Più difficile sembra spiegare la presenza di alcune tombe in una zona
che noi supponiamo sia stata abitata sin da un periodo antico; vi sono
prima di tutto il gruppo degli Ipogei Lagrasta sulla via Cadorna, cioè in
contrada Rosale, insieme ad altre, l'ipogeo Barbarossa presso la piazza
Imbriani e qualche tomba nel fondo Lomuscio. Queste tombe si datano le
prime alla metà del IV sec. a.C., l'altra agli inizi del III sec. a.C.; vi sono
inoltre due tombe sul corso Garibaldi e due scoperte nelle vicinanze della
chiesa di S. Sabino, di cui si hanno poche notizie, ma che possiamo datare
presumibilmente all'inizio del III sec. a.C. Anche queste che sembrano
tombe sparse possiamo inquadrarle in uno schema unitario: gli ingressi
degli ipogei Lagrasta sono orientati nella stessa direzione, sì da rilevare un
aspetto di necropoli con le fronti delle tombe allineate su vere e proprie
strade 36, come nell'area delle tombe lucane a Paestum e a Caere.
Questo è quanto si può osservare riguardo alla posizione topografica
delle tombe; ciò vuol dire che esse sono ancora elemento valido per
stabilire il percorso delle mura.
Affrontare il problema delle mura canosine non è impresa facile. Il
primo interrogativo che ci poniamo riguarda il numero delle cerchie
murarie della città e la posizione dell'acropoli (periferica, centrale, ecc.).
36 F. TINÉ BERTOCCHI, La pittura funeraria apula, Napoli, 1964, pp. 19 e
segg. fig. 3-14.
118
Lo studio delle notizie storiche e dei reperti archeologici, come pure le
analogie con altri centri della nostra regione ci fanno pensare che Canosa
dovette avere almeno due cerchie murarie. La prima, come già detto,
doveva cingere l'acropoli sin dalla fase più antica della città, e ciò potrebbe
risalire ad un periodo anche molto anteriore al 318 a.C. quando Canosa
offrì la sua amicizia a Roma. Inoltre dobbiamo tener conto del fatto che
l'acropoli del centro peuceta di Monte Sannace, prima della cerchia muraria
del IV sec. ne ebbe un'altra che potrebbe essere datata addirittura al VI sec.
a.C.
La seconda cerchia muraria di Canosa è quella delimitante l'abitato,
lunga 28 km. per Mayer, 10-12 per lo Jacobone come si può vedere dalla
carta di Canosa (fig. 16). Gli studiosi che ammettono una cerchia muraria
molto estesa, distinguono però oltre all'acropoli fortificata, un'area
prossima ad essa, intensamente abitata, poi varie aree disabitate usate in
maniera diversa dai canosini: come necropoli, per coltivazioni, per pascoli.
Ad ogni modo essi riconoscono che anche nei periodi di maggiore sviluppo
Canosa non occupò mai tutta l'area compresa nel circuito delle mura
(Romanelli, Mayer, Nachod).
Gli argomenti portati da questi studiosi, come pure il tracciato più
ridotto ricostruito dallo Jacobone mi sembrano poco verosimili. I grandi massi
che l'autore richiama alla mente ogni tanto per ricordare il tracciato murario
lasciano molte volte perplessi; per es. quando parla della zona di S. Leucio,
oppure di Lamapopuli, dove i grandi massi possono appartenere a tutt'altra
costruzione: podio del tempio a S. Leucio, oppure costruzioni varie nella
necropoli di Lamapopuli. Poco convincente appare il percorso indicato dallo
stesso tra il tratturo e la ferrovia e l'inclusione dell'anfiteatro nell'area cittadina.
Per ricostruire il percorso del circuito murario è necessario però,
oltre allo studio topografico delle tombe, da noi già fatto, osservare che
cosa ci dicono gli altri rinvenimenti, per tirare le nostre conclusioni.
Innanzitutto dobbiamo notare che il nucleo urbano che ha dato resti
antichi più cospicui si impernia su tre strade moderne: Corso Garibaldi,
l'attuale corso S. Sabino partendo dalla piazza omonima verso il Castello e
l'attuale via Imbriani che si continua fuori città nella moderna via di Lavello. Se
poi osserviamo l'impianto urbano moderno, rimaniamo colpiti dal fatto che,
partendo dall'acropoli, l'abitato situato sul pendio ad est del colle fortificato è
molto irregolare, mentre scendendo nella zona più bassa si nota una
disposizione regolare che si stende dalla piazza S. Sabino fin quasi al corso
Garibaldi. A partire da piazza S. Sabino possiamo contare almeno dieci isolati
col lato corto disposto sul corso, di lunghezza variabile quelli siti alla destra
della strada per chi sale verso l'acropoli e quasi uguale quelli che si stendono a
sinistra, tranne gli ultimi tre che però sembrano essere stati tagliati per far posto
alla piazza su cui sorge la cattedrale. Bisogna inoltre notare che questi isolati,
oltre ad essere perfettamente paralleli tra di loro, sono in perfetta
corrispondenza a destra e a sinistra anche
119
là dove l'andamento del terreno rende più difficile l'allineamento delle
strade, come per es. la via Doge Manin piuttosto accidentata perchè posta
in ripida discesa. Essa si prolunga nella via Amm. Caracciolo ubicata in
salita. L'arteria determinante per questa disposizione urbanistica
sicuramente è stata l'antica strada sulla quale sorge l'attuale corso S. Sabino.
Prova di questa corrispondenza sono i resti di antichi selciati stradali trovati
sottostanti ad una delle case del vicolo Conforti, quasi parallelamente
all'attuale corso. Il selciato antico fu trovato ad una profondità di oltre 2 m.
e si conservava perchè adibito a pavimento in una cantina. Altri avanzi,
continuazione della medesima via furono trovati negli scavi fatti sotto la
casa Lembo nel 1902 ad una profondità di m. 2,30, e avanzi simili si sono
trovati negli scavi per la costruzione del teatro R. Lembo 37. La strada antica
correva quindi parallela alla moderna, ma di poco spostata verso SO.
Un'altra strada che sembra si sovrapponga sul tracciato di una antica
via è il corso Garibaldi. Tracce di pavimentazione antica furono rinvenute a
2 m. di profondità e nella relazione fatta nel 1928, conservata ora alla
soprintendenza di Taranto, si parlava di resti di marciapiedi e di impronte
lasciate dalle ruote dei carri. Chi compilava la relazione pensava che poteva
trattarsi della strada Canosa-Venosa e portava come prova la presenza di
numerose tombe che dovevano trovarsi lungo il suo percorso data la
presenza di ossa umane e blocchi di pietra. Purtroppo il rinvenimento non
fu studiato a fondo perchè si stavano costruendo le fognature e tutto fu
ricoperto e distrutto. Questa strada antica si snodava ai piedi dell'acropoli
ed essa può facilmente essere prolungata attraverso l'attuale via degli Avelli
nella via vecchia per Barletta. Dunque sarebbe facile identificarla con
l'antica strada Venosa-Canosa-Canne-Barduli. La strada s'incrociava con il
regio tratturo ad ovest ed era, proprio in questo tratto occidentale,
costeggiata da tombe. Già nell'800 questa zona, allora chiamata « Maneggio
» era segnalata dal Bonnucci (in Poliorama pittoresco, 1853, p. 273) come ricca
di tombe. Recentemente sono venute alla luce altre due tombe, di cui una
del III sec. a.C. all'angolo del corso con via C. Colombo. La presenza di
solchi profondi nel tratto di pavimentazione trovato, denota una strada di
intenso traffico. Il tratto della nostra strada invece, situato ad est di corso
Sabino, risulta abitato per lungo arco di tempo. Si trovano infatti i ruderi
dell'edîficio detto di Busa del III sec. d.C., resti di un complesso termale del
III sec. d.C. e lo stesso Battistero di S. Giovanni che probabilmente sorge
su un edificio pagano. Quasi all'esterno di questa zona, sul limite della
circumvallazione della via di Cerignola all'incrocio con la via vecchia di
Barletta, incomincia una serie di tombe. La strada proveniente da Venusia,
dopo aver attraversato l'abitato da O ad E usciva dalle mura canosine per
continuare verso Canne e Barduli. Interessante sottolineare che proprio nel
punto
37
N. J A C O B O N E , op. cit., p. 118.
120
di innesto della via di Barletta o cimitero con la via degli Avelli, furono visti
alcuni ruderi di grandi massi, che potrebbero essere resti delle antiche mura,
forse della porta attraverso la quale passava la via. La strada doveva
incontrarsi qui con l'Appia Traiana.
Ricca di resti archeologici si è mostrata l'attuale piazza S. Sabino
dove, durante lavori di scavo nei dintorni della chiesa sono venuti alla luce
resti architettonici e fra questi reperti, nel 1955 proprio davanti all'ingresso,
fu scoperto un capitello di marmo bianco con foglie di acanto e quattro
figure di ariete; dietro la chiesa, verso la villa comunale, fu trovata una
colonna di marmo biancastro con venature rosseggianti. Inoltre sappiamo
che dietro la chiesa esisteva fino al secolo scorso una grande fontana
alimentata dall'acquedotto di Erode Attico; resti di pavimentazione stradale
sono stati trovati davanti alla chiesa, fatta a blocchi irregolari di tufo
tarpare. Si potrebbe pensare che qui sorgesse l'antico foro della città. Ci
potrebbero aiutare a dimostrare ciò alcune iscrizioni trovate in questa zona
(CIL, IX, nr. 339 e 342) che fanno menzione una della tribù Oufentina e
l'altra del municipio canosino. Un'altra iscrizione fu scoperta, secondo
quanto ci dice il Mommsen, nel 1866 nel largo Boemondo, cioè alla sinistra
della chiesa, ma è andata distrutta. L'iscrizione era posta alla base di una
statua a Costantino e ai figli da parte del « corrector » Volusio Venusto ad
ornamento di un portico. Purtroppo la notizia non è più controllabile; essa
sarebbe di grande importanza topografica.
A sud della piazza lungo la via Imbriani troviamo vari rinvenimenti.
Tralasciando l'ipogeo Barbarossa del III sec., scoperto all'incrocio di via
Imbriani col corso S. Sabino, più a sud, e precisamente dopo la
biforcazione della strada che conduce a S. Leucio si rinvennero i ruderi di
tre edifici romani: i ruderi del Toro del I-II sec. d.C. (forse un tempio) (fig.
20) dove si rinvenne anche una statua di Giove, e quelli di due edifici
termali (fig. 21), la cui costruzione potrebbe essere legata alla realizzazione
dell'acquedotto di cui proprio in questa zona vennero alla luce numerosi
resti (fig. 22). Tutte queste zone entrano nel circuito murario. Ad ovest di
questi rinvenimenti nella zona degli ipogei Lagrasta, venne alla luce un
pavimento in mosaico da collocare tra il I sec. a.C. e il I d.C.
Nella zona poi di S. Leucio molti sono i resti antichi. Alcuni scavi
furono fatti nel 1938, ma vennero poi abbandonati. Ripresi nel 1960 per
opera della Sopraintendenza ai Monumenti della Puglia, portarono alla
scoperta del grande complesso della basilica di S. Leucio sopra un antico
tempio italico (fig. 23). Lo scavo diretto per varie campagne dall'architetto
Schettini aspetta ancora di essere pubblicato.
Gli studiosi di Canosa hanno concordemente incluso nella cerchia
muraria anche la zona situata a sud-ovest dell'acropoli dove giacciono i resti
dell'anfiteatro canosino di cui ci dà notizie dirette il Saint Non 38.
38
Voyage pittoresque à Naples et en Sicile, Parigi, 1829, p. 555.
121
Dai suoi dati risulta che l'asse maggiore era di m. 138,335 e quello minore
di m. 108,149. Queste misure avvicinano il nostro monumento a quello di
Pompei, indi poteva accogliere circa 10.000 spettatori. L'ubicazione del
monumento è nella località detta nel secolo scorso « Vignale dell'avena »
alle falde del Castello. L'area dell'anfiteatro è ben visibile dall'acropoli.
Recenti scoperte presso il ponte ferroviario hanno messo in luce blocchi
monolitici di carparo, forse diversi ordini di scalinate. Si è trovata pure
una lastra con incisi pochi caratteri tra cui spicca un nome « Dasimin... ».
Inoltre un frontone marmoreo modanato, due colonne di marmo grigio,
ecc. Nella villa comunale si trova un rilievo con scena di venatio (un
cacciatore che affronta un cinghiale a sinistra e un altro che sembra
volersi difendere da una belva a destra) che potrebbe provenire
dall'anfiteatro.
Il monumento c'interessa per il problema del circuito murario.
Sappiamo infatti che di solito questi edifici erano costruiti verso la
periferia dei centri abitati (es. Aosta) o fuori le mura (Casinum,
Spoletium) 39 o al limite di esse (es. Pompei, Herdonia) 40.
L'anfiteatro di Canosa a me sembra poco probabile che fosse
incluso tra le mura; il sito fu scelto per la sua posizione che permetteva
l'afflusso anche di gente situata nei pressi di Canosa nei vici sparsi nei
suoi dintorni.
Se teniamo presenti tutti questi elementi l'abitato di Canosa doveva
racchiudere un'area molto più ristretta di quella tracciata dal Mayer e dallo
Jacobone. Le mura dovevano partire dall'acropoli per ricongiungersi
all'acropoli. Rimangono fuori della cerchia muraria tutte le tombe situate
ad ovest dell'acropoli, lungo la ferrovia e il tratturo, come pure
l'anfiteatro. Altrettanto fuori dalla città si trovano tutte le tombe
riscontrate lungo il percorso della Traiana dal ponte sull'Ofanto fino
all'acropoli. Credo che non siamo lontani dal vero se affermiamo che
l'Appia Traiana rasentava l'abitato senza attraversarlo. Ciò si può vedere
chiaramente anche dalla fotografia aerea. La strada si snodava a nord
dell'abitato tra le numerose tombe che l'affiancavano. Essa, dopo aver
rasentato l'abitato, attraversava piano S. Giovanni, passava a nord del
colle Lamapopuli, indi con un percorso perfettamente rettilineo si dirigeva
verso Ruvo. La fotografia aerea ci fa individuare a sinistra di Canosa
l'Appia per mezzo di una serie di divisioni di campi a fianco della
nazionale, a destra invece la via è indicata da una linea chiara
perfettamente rettilinea dovuta alla diversa crescita degli ulivi in
corrispondenza del battuto della via. La via nuova per Barletta ricalca per
un breve tratto una parte del percorso dell'Appia. Il limite della città a
nord poteva benissimo essere determinato da questa strada. A breve
distanza da essa s'innalzavano le mura. Queste, con andamento
NEPPI MODONA A., Gli edifici teatrali greci e romani, Firenze, 1961, p.
254, 270-272, 282.
40 MERTENS, in « Not. Scavi », XVI, 1962, p. 323.
39
122
abbastanza rettilineo, potevano comprendere una parte della contrada
Grotticelle, indi correvano sui dorsi di Monte Scupolo, Colle Fra Galazia,
Casino Basta, Colle Sinesi, e giungevano a Colle S. Leucio. Il tempio
italico ivi trovato è difficile dire se era entro o fuori le mura; data la sua
posizione periferica sarei propensa a considerarlo extraurbano. Forse la
strada « extramurale » indicata nella carta dello Jacobone potrebbe essere
un indizio per l'andamento delle mura ad est e a sud di Canosa. Le mura,
poi, compivano un grande arco e si congiungevano all'acropoli, lasciando
fuori tratturo, tombe e anfiteatro. Così tracciato il circuito murario riduce
a meno di metà l'area assegnatagli dallo Iacobone, lascia fuori moltissime
necropoli, pur includendone alcune tra le sue mura. Questo perimetro
murario mi permette però di racchiudere la zona sicuramente abitata tra le
mura.
Concludendo possiamo dire che l'antica Canosa aveva la seguente
configurazione: nella zona del Castello l'antica Acropoli, intorno al colle
su tre lati si stendeva l'abitato più antico con una pianta forse irregolare.
Man mano che la città cresce si sviluppa in funzione di due arterie
principali: una strada da NO a SE che scende dall'acropoli verso la vallata
racchiusa da sei colli a S e ad E, e un altro asse che va da O ad E e che è
la via Lavello-Canosa-Canne (fig. 17).
Le tombe con i loro ricchi corredi vascolari, di oggetti in oro e
argento, sono prova dell'importanza di questo centro, come pure le molte
iscrizioni, i vari ruderi, le notizie attinte dalle fonti antiche.
Nulla invece possiamo dire su come erano fatte le mura e chissà se
l'avvenire potrà darci una risposta al riguardo 41.
41 Intimamente legato ai problemi canosini è quello del suo emporio, ma il
tempo assegnatomi non mi permette di dilungarmi, così co me non è possibile neppure
indicare i tanti problemi canosini degni di essere studiati.
123
Monte Sacro, scoscese verso settentrione ed occidente, degradanti
dolcemente verso i due rimanenti lati e formanti una zona piana ai loro
piedi.
La collina di Monte Albano, dove oggi si vedono i resti del castello
federiciano, fu sede di insediamento sin dal neolitico. Sensazionali
ritrovamenti di villaggi neolitici furono fatti da una equippe di archeologi
inglesi, guidati da Jones Barri 42 nel settembre 1964, sotto la direzione della
Soprintendenza ai monumenti e alle gallerie di Puglia e Lucania. In questa
occasione per la prima volta nell'ambito della città di Luceria sono venuti
alla luce resti dell'età neolitica risalenti al III millennio a.C. E' stato
individuato un piccolo focolare neolitico nelle vicinanze della « Cavalleria »
nella zona del castello svevo sul Monte Albano.
Nello stesso territorio lucerino il Barri condusse scavi in località « La
Marchesa » più comunemente chiamata la « Panetteria » sulla sinistra del
Triolo dove è stato individuato un altro villaggio neolitico.
Anche Bradford fece delle esplorazioni nella zona di Luceria e
precisamente in una zona a 7 km. a NE della città nella masseria « Villana »
dove la fotografia aerea aveva rivelato l'esistenza di costruzioni romane
sovrapposte ad un villaggio eneolitico 43. Interessante in questo saggio la
scoperta della strada della centuriatio che si sovrappone al villaggio. Essa
risulta larga m. 2,50 e fornita di cunette laterali larghe m. 0,40 e profonde
m. 0,50. Altri resti di centuriazione furono individuati nella Masseria Posta
di Colle situata a 7,5 Km. ad est di Luceria 44 (fig. 18).
Sullo stesso Monte Albano s'imperniano i resti della civiltà del
bronzo 45 o meglio della seconda fase della media età del bronzo 46 (XIVXIII sec. a.C.). Sono alcuni frammenti di ceramica ad impasto grossolano
coevi secondo Gervasio a quelli di Coppa Nevigata, un frammento nerolucido e due vasi di grosse dimensioni d'impasto scuro (fig. 24).
Per lo studio della città e dei suoi monumenti gli scavi sono pochi. In
agosto 1920 in occasione di scavi in una necropoli romana rinvenutasi entro
il recinto del cimitero, venivano scoperte alcune tombe formate da tegoloni
alla cappuccina e dissimulate esternamente con una gettata di ciottoli e
malta. Due di esse contenevano alcune statuette fittili interessanti, databili
al II sec. d.C. 47.
42 A, De MURO, Sensazionali ritrovamenti di archeologi inglesi a Lucera, in «
Gazzetta del Mezzogiorno », 2.9.1964, p. 8.
43 « Fasti Ar c h . », IV, 1949, nr. 2290.
44 Ibidem, nr. 2206.
45 Recensione di M. GERVASIO su G. B. GIFUNI, Lucera, pp. 75
[Lucera, Tip. Pesce, 1934], in « Japigia », VI, 1935, p. 95.
46 R. PERONI, Archeologia della Puglia Preistorica, Roma, (s.a.), pag. 95; M.
GERVASIO, I rapporti tra le due sponde dell'Adriatico nell'età preistorica, in « Japigia
», IV, 1933, p. 377.
47 R. BARTOCCINI, Anfiteatro e gladiatori in Lucera,in « Japigia », VII,
1936, p. 45.
124
Altri scavi risalgono al 1922 e furono diretti dal Quagliati nella zona
dove sorge la chiesa di S. Matteo (Monte Sacro). Vennero in luce avanzi di
costruzioni in laterizi di età imperiale, resti di pavimenti in mosaico ed in
marmo. Si tratta di un edificio lungo m. 21 con un muro alto m. 2.
All'interno si addossano al muro sei ambienti con un lato comune di m.
3,40. Nell'angolo della chiesa prospicente il levante il Quagliati scoprì una
costruzione imperiale romana profonda m. 2 che costituisce non solo le
fondamenta della chiesa stessa, ma è incorporata nella nuova costruzione 48.
Altri scavi si svolsero principalmente intorno alla zona dell'anfiteatro: nel
1932 gli scavi ripresi dal Bartoccini portarono alla scoperta del portale
NNO con la sua intera iscrizione. Altre ricerche nel 1936 portarono a
stabilire la forma dell'anfiteatro 49. Riprese le esplorazioni nell'immediato
dopoguerra (1945), il restauro del monumento fu affidato all'architetto
Schettini 50. Nella stessa area dell'anfiteatro furono scoperte tombe del IIIII sec. a.C.
Durante saggi e rinvenimenti fortuiti Lucera ha dato alla luce
pavimenti a mosaico, resti di acquedotti e terme, sculture, terracotte,
corredi tombali, iscrizioni, ecc.
Un vero giacimento di materiale fittile fu scoperto nel 1928 alla punta
estrema della collina del Belvedere. Ivi nel 1934 e '35 il Bartoccini compì
due esplorazioni che portarono al rinvenimento della stipe votiva di S.
Salvatore 51 (chiamata così dal vicino monastero omonimo).
Altri resti di edifici di età repubblicana romana si ebbero nel 1957
nella zona adiacente l'anfiteatro (fig. 25), dove in uno strato inferiore
vennero alla luce tombe con materiale indigeno del III sec. a.C. 52. Sempre
nei pressi dell'anfiteatro altri scavi furono condotti nel 1965-66 dalla sig.na
Tiné Bertocchi: si rinvennero resti di abitazioni e tombe.
Non esiste un lavoro esauriente di natura storico-topografica su
Luceria antica. Nulla di preciso sappiamo sulle sue origini e sul periodo preromano. Moltissimi studiosi dei secoli passati la dicono fondata da
Diomede. Essi si basano su un noto passo straboniano (VI, 264)
fraintendendolo. Dal brano straboniano però ricaviamo che Diomede non
edificò Luceria, ma depositò i suoi doni e le sue armi nel tempio dedicato
ad Atene Iliaca. C'è chi ha pensato a Luceria quale fondazione etolica da
parte dei Locresi. Ma ciò non sembra aver alcun fondamento. Come
giustamente osserva il Giannelli, per la Daunia non si può parlare di
regolari fondazioni di colonie (esclusa Elpie),
48 Archivio Soprintendenza Ant. della Puglia, fascicolo « Ritrovamenti
archeologici in Lucera », nr. prot. 293.
49 R. BARTOCCINI, in « Japigia », VII, 1936, pp. 11-53.
50 F. SCHETTINI, L'anfiteatro augusteo di Lucera, in « lapigia », XIV, 1945,
p p . 3-33; IDEM, Sul restauro dell'anfiteatro di Lucera, in « Palladio », V, 1955, pp.
158-163, fig. 10; M. PALLOTTINO, Ancora sull'anfiteatro di Lucera, in « Arch.
classica », IX, 1957, p p . 116-118.
51 R. BARTOCCINi, Arte e religione nella stipe votiva di Lucera, in « Japigia »,
XI, 1940, fasc. III-IV, pp. 185-213 e 241-298.
52 N. DECRASSI, in F.A., XII, nr. 2831, fig. 57-58.
125
ma di sporadici gruppi di emigranti che, bene o male accolti dagli indigeni,
riuscirono in qualche maniera a stanziarsi qua e là nella vasta pianura
dauna e sulla costa 53. A Luceria si stabilì un gruppo di coloni Locresi; ciò
accadde verso il VI o forse V sec. a.C., quando il culto di Atena Iliaca, di
cui Strabone riferisce l'esistenza di un tempio proprio a Luceria, era molto
fiorente; il culto è strettamente connesso con la tradizione omerica.
L'esistenza di questo culto a Luceria viene sostenuta dal Giannelli in base
alla testimonianza di Strabone e ad un'altra di Eliano (De nat. anim. X, 5)
nella quale però non è dato il nome della località. La stessa tradizione
elianea è riportata dallo Pseudo Aristotele (De mir. ausc. 109) che però dice
il tempio fondato da Diomede 54 e dedicato ad Atena Acaia, connessa con
l'Atena Iliaca alla tradizione omerica. Per il Bérard invece il tempio
dedicato ad Atena Iliaca già preesisteva allo stanziamento dei coloni
locresi 55. Si tratta di una dea sanatrice, forse così come era l'arcaica
Artemis greco-asiatica. Dobbiamo sottolineare che Atena e Hera sono le
divinità più antiche venute dal mondo greco. Pensiamo allo Heraion alla
foce del Sele, oppure al tempio di Atena Iliaca a Luceria, come pure a
quello di Cassandra ad Elpie.
Diversamente altri studiosi ritengono Luceria fondazione oscosannitica oppure dauna; c'è chi ha, addirittura, pensato ad una fondazione
etrusca, oppure umbra. Certo è difficile dare una risposta. Il nome della
città variamente spiegato potrebbe essere messo in relazione con due
radici osche luc- (lucus=bosco) ed -erus (sacro), cioè « bosco sacro ». Infatti
noi sappiamo che Luceria antica era circondata da folte selve intorno
all'acropoli e nella parte meridionale della città. A conferma di quanto
stiamo dicendo si potrebbe chiamare un'epigrafe riportata dal Mommsen
(CIL IX, nr. 782) 56, rinvenuta fortuitamente
5 3 G. GIANNELLI, Coloni greci nella Daunia tra l'VIlI e il V sec. a.C., in « Arch.
St. Pugl. », 1953, p. 28-33.
54 Il GIANNELLI (Culti e miti della Magna Grecia, Firenze, 1963, p. 50) ammette
che il tempio a cui allude Eliano e lo Pseudo-Aristotele sia proprio quello di Luceria
ricordato da Strabone, che conserva il ricordo degli speciali onori resi da Diomede alla
dea.
55 J. BÉRARD, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 353.
56 L'iscrizione fu pubblicata dal D'AMELY, dopo essere stata trascritta, dal
DEL B U O N O . Il D'Amely afferma che la lapide estratta intera dal suolo fu rotta
dagli stessi lavoratori. Al Branca e al Gifuni pare che la lapide fosse stata adoperata
quale materiale da costruzione nel palazzo privato che fa angolo tra via Bruno e vico
Pergola. Soltanto abbattendo, eventualmente questo edificio, l'enigma potrebbe essere
risolto. L'iscrizione è la seguente:
IN HOCE LOVCARID STIRCVS
NE // IS FVNDATID NEVE CADAVER
PROIECITAD NEVE PARENTATID
SEI QVIS ARVORSV HAC FAXIT /// IVM
QVIS VOLET PRO IOVDICATOD NI
MANUM INIECTO ESTOD SEIVE
MAC /// STERATUS VOLET MOLTARE
/// CETOD ///
126
nei pressi di Lucera, nel 1847, mentre si costruiva la strada Lucera-Troia.
E' la lex lucerina de luco sacro. Questa insieme alla lex spoletina de luco sacro 57 è
la più antica e cospicua testimonianza del culto dei boschi sacri, culto
fiorito presso molti popoli antichi.
Anche il Ribezzo dava grande importanza a questo rinvenimento.
Infatti egli asseriva che la delimitazione della cinta muraria di Luceria a
sud era in relazione castrale e cronologica con la « terminatio » del luogo
sacro 58.
Un altro elemento che potrebbe aiutarci nello studio della Luceria
arcaica, sarebbe la ceramica geometrica dauna ivi trovata, ma questa non
fu mai oggetto di uno studio particolareggiato. Il Mayer 59 tra i vasi presi
in considerazione per lo studio della ceramica geometrica dauna non
indica vasi provenienti da Luceria, se si esclude una tazza con manico
rialzato sul labbro a doppio apice.
Al IV sec. a.C. appartengono alcuni vasi apuli a figure rosse; tra
questi un cratere a colonnette e due a campana 60, forse una statuetta in
bronzo di Giano o Fonto 61, qualche vaso di ceramica sovraddipinta in
rosso, ecc., ceramica dauna a decorazione geometrica a bande.
Poverissime le notizie topografiche per la Luceria pre-romana,
tanto più che la moderna città si sovrappone su quella antica. Dai dati
raccolti possiamo dire che Monte Albano è stato sempre abitato (villaggio
neo-eneolitico, resti dell'età del bronzo, acropoli della città, fortezza
medioevale).
Data la sua posizione strategica, inaccessibile per tre lati, divenne
l'acropoli della città antica (Lucano, Phars., II, 473 ricorda una arx a
Luceria). Essa doveva essere difesa da una cerchia muraria già prima della
deduzione della colonia latina (314 a.C.), come testimoniano le fonti
antiche che descrivono le lotte tra Sanniti e Romani svoltesi a Luceria
prima di questa data. Entro queste mura infatti, furono tenuti prigionieri i
600 cavalieri romani presi nel 321 a.C.
Queste fortificazioni potevano stendersi almeno sulle parti meno
difese naturalmente e più esposte agli attacchi nemici. Ma di questo nulla
sappiamo, come nulla sappiamo dell'abitato preromano. Qualche cosa,
anche se non molto si può tentare di dire per Luceria diveFu integrata dal Mommsen nel modo seguente: In hoce loucarid stircus ne [qu]is
fundatid, neve cadaver proiecitad, neve parentatid. Sei quis arvorsus hac faxit
[ceiv]ium quis volet pro iudicatod n(umum) [L] manum iniect [i]o estod; seive
mag[i]steratus volet, moltare [li] cetod.
57 G. PASQUINI, in « Giornale d'Italia », 20/6/1933, p. 2.
58 F. RIBEZZO, in « RIGI », 1922, p. 148-151.
59 M. MAYER, Apulien vor und während der Hellenisirung, Lipsia, 1914. tav. VI,
nr. 11. La mancanza direi totale di ceramica dauna arcaica (VII-V sec. a.C.)
potrebbe essere un indizio che Luceria sia città non dauna, ma osco -sannitica.
60 Museo civico di Lucera, nr. inv. 268 e 286.
61 U. SCERRATO, Il bronzetto bifronte del museo di Lucera, in « Arch. classica »,
VII, 1955, p. 192-194.
127
nuta dominio romano con la deduzione della colonia di diritto latino nel
314 a.C. Certamente, per i secoli successivi, siamo nel vero affermando
che Monte Albano continua ad essere l'acropoli della città. L'abitato
invece si trovava ad est di Monte Albano nella pianura che si stendeva a
sud delle colline Belvedere e Monte Sacro. Del tracciato delle mura
dell'abitato e della loro tecnica nulla, o quasi nulla sappiamo.
Il De Troia 62 ricordava solo pochi ruderi, visibili al suo tempo sulla
dorsale del colle Belvedere e appartenenti ad una delle torri delle mura
romane. Altri massi di varie dimensioni si notavano poco al di sotto dei
primi, nella stessa zona, erano affioranti dal suolo e andavano in
continuazione prima a nord e poi ad est. Altri ruderi si vedevano a sud
quasi in vicinanza delle fornaci. Un rudere invece di grandi dimensioni si
trovava a pochi metri da Porta Troia, conosciuto dal Ribezzo 63 e tutt'ora
esistente; il rudere in situ affiora al livello stradale come una risega lungo il
lato interno della porta di Troia per la lunghezza di 6 m. (fig. 26 e 27).
Altro materiale romano identico a questo per qualità, dimensioni e tecnica
si scorge murato alla base delle case circumvicine.
A destra della porta di Troia per chi esce dalla città, si nota una
taverna: l'ultimo pilastro a destra è irregolarmente basato su un enorme
masso di calcestruzzo romano a ciottoli tuttora sporgente per più di m. 2.
Sembra che appartenga alla base di una torre laterale della porta romana.
In base a queste indicazioni non è possibile però tracciare il circuito
delle mura, se non si cercano altri punti di riferimento. Purtroppo non
abbiamo molto da dire.
Sul colle Belvedere, presso la chiesa del S. Salvatore, come abbiamo
già detto, fu scoperta una stipe votiva pubblicata e studiata dal Bartoccini
e datata al II sec. a.C. 64, stipe che a noi sembra invece abbia bisogno di
essere ristudiata. Ci sono alcuni pezzi che potrebbero aiutarci a meglio
comprendere l'importanza come pure l'attribuzione di essa. Mi riferisco in
special modo alla testa di Atena per fare un esempio (fig. 28). Forse qui si
dovrebbe ubicare il tempio straboniano di Atena Iliaca 65. Dalle cronache
e dai diari francescani più autorevoli del XIV-XVI sec. si sa che il
convento sotto il titolo del S. Salvatore fu edificato nel 1301 sulle rovine
del tempio di Minerva Iliaca e di altri edifici pagani.
Ad est del colle Belvedere si stende Monte Sacro, che avrebbe
questo nome dai vari templi ed are che ivi sorgevano.
Le mura di Luceria nell'epoca romana, in « Foglietto di Lucera » del 29/10/1922.
F. RIBEZZO, in « RIGI », 1922, fasc. III-IV, p. 148 segg.
64 R. BARTOCCINI, Arte e rel... in « Japigia », XI, 1940, cit.
65 P. RANZANO (Annales omnium temporum, Palermo, 1707, p. 155) afferma
che sulla collina comiziale del Belvedere erano visibili ruderi appartenenti secondo lui al
tempio dedicato ad Atene Iliaca.
62
63
128
Secondo una tradizione accreditata e non interrotta, lo Spedalieri 66
afferma che la Chiesa parrocchiale di S. Matteo sarebbe sorta sulle rovine di
antichi templi pagani. Inoltre nelle memorie di un cronista locale, Carlo
Corrado (1641-1725) è scritto che « circa montem Sacrum templum... ad
Cereris venerationem... magnifici similiter, quam de Minerva... » 67. E'
tradizione 68, infatti, che sui ruderi del tempio di Cerere, per opera del
vescovo Pardo, nella seconda metà del III sec. del Medio Evo, fu innalzata
la chiesetta della Madonna della Spiga (l'onomastico in questo caso
corrisponderebbe con quello della dea Cerere, protettrice dei campi) e che il
convento dei Cappuccini, situato fuori dell'abitato, fu edificato con
materiale, dicono, del distrutto tempio di Cerere. Comunemente viene
attribuito a tale tempio un capitello rinvenuto nelle vicinanze della Spiga, di
stile composito.
Un rinvenimento interessante ai fini topografici è un'iscrizione di
un'architrave che testimonia in Luceria l'esistenza di un tempio dedicato ad
Apollo (CIL. IX, n. 823), collocato nelle vicinanze di S. Lucia. La dedica
pare che in origine formasse l'architrave del tempio, di cui è tradizione
raccolta dal Lombardi e dal Saint-Non che alcune colonne di verde antico
siano quelle che figurano nell'interno e nel portale maggiore del Duomo di
Lucera. La presenza di « Augusto » in questa iscrizione, starebbe a
confermare l'ipotesi comunemente accettata che tale tempio fosse dedicato
ad Apollo e Augusto insieme (fig. 29). Si tratterebbe di un tempio più
antico che i Lucerini nell'ultimo ventennio del I sec. a.C. ingrandirono e
abbellirono in onore dell'imperatore. Il Ribezzo invece ritiene che il tempio
sia dedicato ad Augustus e la sua edificazione sia da porre prima della morte
di Augusto, e poco dopo il 29 a.C., anno in cui da Augusto fu dedotta una
colonia militare a Lucera 69. Purtroppo non siamo in grado di stabilire la
posizione di questi templi nel tracciato urbano della colonia lucerina.
Il tempio di Atena preesisteva; esso poteva essere se non un
santuario extraurbano, almeno situato sul colle Belvedere il più lontano dal
nucleo cittadino e nei pressi dell'antica strada che portava ad Ergitium (S.
Severo) e a Teanum Apulum. Il tempio di Cerere poteva sorgere su Monte
Sacro in una zona periferica e nelle vicinanze del percorso murario.
L'ubicazione di questi due templi su due colli lucerini richiama alla mente
l'impianto urbanistico di Alba Fucens. Questa, diventata colonia nel 304
a.C., a soli dieci anni dopo la deduzione di una colonia a Luceria, ebbe un
nuovo regolare impianto
F. SPEDALIERI, I dipinti e le chiese di Lucera, Portici, 1914, p. 57.
C. CORRADO, Cronologie, apd. Colasanto, Storia della città di Luceria,
Lucera, 1894, p. 62. Il Colasanto afferma che nel 1872 mentre si scavava una fossa
presso Monte Sacro, vennero in luce « arcate » del tempio di Cerere.
68 F. SPEDALIERI, op. cit., p. 54.
69 F. RIBEZZO, Il primissimo culto di Cesare Augusto nel tempio di Apollo a
Lucera, in « RIGI », an. XXI, 1937; cfr. pure N o t i z iario in « Japigia », IX, 1938, p. 383.
66
67
129
per scamna. La disposizione regolare delle strade si riscontra nella valle
pianeggiante che si stende tra i tre colli: S. Pietro, Monte d'Alba e Pettorino
che costituiscono la città. Ad Alba Fucens resti di templi furono rinvenuti
su due dei suoi colli: S. Pietro e Pettorino, su il primo colle i templi sono
della fine del IV inizio del III sec. a.C.
La situazione potrebbe essere identica anche a Luceria, dove le tre
colline: Monte Albano, Belvedere e Monte Sacro e la zona pianeggiante
trovatasi ai loro piedi costituiscono il territorio della colonia del 314 a.C. A
questa conclusione siamo portati dopo l'esame di una fotografia aerea della
città di Lucera e dei suoi dintorni. In essa si nota con chiarezza l'esistenza
di una zona di forma quasi quadrata che occupa la parte centrale dell'abitato
odierno di Lucera. I limiti di quest'area potrebbero essere indicati dalle
seguenti vie moderne:
Nella parte meridionale il limite passava a sud di Corso Garibaldi e
via IV novembre, e precisamente sulla linea di Porta Troia dove abbiamo
segnalato l'esistenza di ruderi antichi; ad est lungo via Ciaburri, Piazza S.
Giacomo, via borgo S. Matteo, a nord in direzione di piazza Bonghi e via S.
Francesco, ad ovest via Marconi, via S. Domenico. Forse non siamo lontani
dal vero se pensiamo che quest'area costituì il nucleo principale della
colonia dedotta nel 314 a.C. Una conferma potrebbe venirci da un esame
particolareggiato dell'attuale impianto urbanistico lucerino. Infatti un esame
attento della carta ci rivela che la parte orientale della città situata ad est di
un'asse S-N iniziante da porta Troia e formato dalle vie attuali corso
Manfredi, via Gramsci, piazza Salandra, via Schiavone, piazza Oberdan, via
S. Lucia presenta un impianto regolare formato da tre assi longitudinali
orientati N-S, incrociantisi ad angolo retto con almeno sette strade
orientate E-O e formanti una duplice serie di rettangoli. Sembra una
divisione per strigas come quelle di Norba, Cosa, o di altre città a pianta
detta ippodameica. A noi sembra trattarsi di una sopravvivenza dell'antico
impianto urbano della colonia latina di Lucera; simili sopravvivenze si sono
riscontrate per es. a Napoli 70, oppure a Torino, ecc.
Inoltre tra i pochi rinvenimenti lucerini sicuri, sono da ubicare in
questa zona due mosaici, uno scoperto in piazza Nocelli e risalente al I sec.
a.C., forse appartenente a delle terme, e un altro rinvenuto sotto il palazzo
Pellegrino, forse appartenente ad una « domus ». Nelle vicinanze della
stessa area fu rinvenuta la statua di Venere marina, copia romana di un
originale greco. Forse seguendo il percorso di queste strade si potrebbe
tracciare il perimetro della città della fine del IV sec. a.C. Questa colonia,
proprio perchè colonia militare, doveva essere protetta da mura. Queste
non sappiamo come fossero fatte, però due maniere ci sembrano più
confacenti alla natura della zona lucerina: o mura in opera poligonale,
tecnica tanto diffusa presso i Sanniti e in
70 F. CASTAGNOLI, lppodamo da Mileto e la città ad impianto ortogonale,
Roma, 1956, p. 36, 94, figg. 13, 14, 49.
130
molte delle colonie dedotte dai romani in tutto il IV sec. a.C., oppure un
aggere come si è visto ad Arpi e come è stato scoperto ad Herdonia. La più
alta cronologia della costruzione delle mura, porte e torri potrebbe essere
data da un'iscrizione mutila, arcaica, latina copiata dal Bonghi, vista e
supplita dal Mommsen in cui si accenna ai prefetti che costruirono torri,
porta e mura (CIL, IX nr. 800) 71. A questa città giungono varie strade: una
da sud a porta Troia; ad est si distinguono almeno due strade, chiaramente
indicate dalla fotografia aerea: una si snoda un po' più a nord dell'attuale
strada Foggia-Lucera, passando per le masserie Seggio e Porta del Colle.
Questa strada entra nell'abitato nella parte meridionale; dev'essere l'antica
strada Arpi-Lucera. L'altra invece passa a sud dell'anfiteatro lucerino e si
perde nella campagna, scorrendo parallela alla prima. La via proveniente da
porta Troia entrata nell'abitato, dopo averlo attraversato esce a NO,
s'incammina su colle Belvedere, poi si dirige diritta verso N, fuori della
città, attraversa il torrente Salsola e poi si sovrappone ad un tratturo che
conduce a Teanum Apulum. Attraversato il Salsola pare che la strada si
biforchi e il ramo situato ad est va verso Ergitium (S. Severo?).
Se dovessimo dare un circuito murario a questa città forse non siamo
lontani dal vero se, partendo dal colle del Castello si seguissero i colli
Belvedere e Monte sacro, poi si scendesse da N a S vicini al limite est da
noi prima fissato, indi, attraversata la via Arpi-Luceria si girasse verso ovest
e si congiungesse tramite porta Troia a Monte Albano (v. fig. 18).
Così delimitata l'antica Luceria lascerebbe fuori la zona archeologica
dell'anfiteatro; questo interessante monumento risale però alla II metà del I
sec. a.C. e ci domandiamo se si trovava entro o fuori le mura. Sembrerebbe
difficile dare una risposta se non si tenesse conto che proprio sotto
l'anfiteatro72 e nei suoi dintorni73 furono rinvenute diverse tombe a
grotticella o a fossa con materiale indigeno risalente al III sec. a.C. Queste
tombe sarebbero indizio sicuro dell'esistenza in questa zona di un'area
cimiteriale. E' sintomatico infatti che le necropoli posteriori siano tutte
situate altrove (a nord fuori la porta detta oggi S. Severo, (tombe del I-II
sec. d.C.) a sud fuori porta Troia, lungo la strada che conduce ad Aeca, fin
presso l'attuale passaggio a livello dove si rinvennero tombe del II-I sec.
a.C., ad est furono trovate tombe lontano da Lucera nella masseria Seggio
lungo la strada che conduce ad Arpi).
Inoltre dobbiamo sottolineare che nella zona adiacente all'anfiteatro,
negli scavi del 1958 e 1965, in uno strato superiore alle tombe, si
rinvennero resti di abitazioni del periodo repubblicano, il che
CIL, IX, nr. 800.
R . B A R T O C C I N I , Anfiteatro e gladiatori cit., in « Japigia », VII,
1936, pp. 19-20.
7 3 N . D E G R A S S I , in F.A., XII, nr. 2831; pure gli scavi di F. Tiné
Bertocchi non ancora pubblicati.
71
72
131
dimostra che l'antica zona cimiteriale fu in un secondo tempo occupata da
costruzioni private e successivamente nel periodo augusteo da edifici pubblici
(anfiteatro) 74. Tenendo conto di questi elementi e di quanto detto prima
riguardo all'estensione della città antica, potremo pensare che nell'ultimo
trentennio del I sec. a.C., cioè al tempo di Augusto, quando si ebbe la
deduzione di una nuova colonia a scopo demografico 75 le mura subirono dei
rifacimenti e forse anche degli ampliamenti e tutta l'area situata ad est,
compreso l'anfiteatro, fu racchiusa nel circuito murario della città. Che Lucera
fu abbellita in questo periodo si deduce dalla costruzione dell'anfiteatro
edificato dal popolo lucerino in onore di Augusto, dal rifacimento o dalla
costruzione di un tempio dedicato ad « Apollo divus Augustus », ecc., dal
complesso termale di piazza Nocelli.
Così ricostruita la città, Luceria si presenta come una tipica città
italica costruita su una posizione strategica e con almeno tre porte che si
aprivano nelle mura (porta Troia a sud, porta « Arpi » ad est, porta diciamo
S. Severo a NO). Il De Troia accennava ad una quarta situata ad ovest nelle
vicinanze di Monte Albano. Più che una porta poteva essere una posterula,
come si riscontra nelle città di Cosa e di Norba, e che metteva in
comunicazione l'acropoli con l'abitato.
I problemi lucerini non si esauriscono con quanto abbiamo detto, ma
pensiamo di riprenderli in altra occasione. Vorrei soltanto accennare alla
necessità di studiare le tante sculture che si conservano nel museo locale,
perchè guadagnerebbero le nostre conoscenze sull'arte romana
nell'ambiente italico. Utile sarebbe ristudiare l'interessante stipe votiva
lucerina di cui alcuni pezzi presentano un interesse particolare, come per
es.: la testa di Atena (fig. 28), il cosiddetto Apollo o Alessandro Macedone
(fig. 30), ecc., per rintracciare le varie correnti culturali dell'epoca.
Topograficamente merita di essere approfondito il fenomeno della
centuriazione su cui alcune indicazioni sono già state date dal Castagnoli,
ecc.
SIPONTUM
Comunemente il sito dell'antica città viene ubicato nei pressi della
chiesa romanica di S. Maria Maggiore di Siponto a circa 3 km. a sud di
Manfredonia, verso il pantano Salso, in un terreno brullo al di là della foce
del Candelaro, che prima di sfociare al mare s'impaluda nei
74 Si veda con attenzione il contenuto dell'iscrizione del portale NNO
dell'anfiteatro (« Japigia », VII, 1936).
75 Bisogna tener conto del fatto che la guerra italica e il duello tra Cesare e
Pompeo videro Luceria in mezzo a questi avvenimenti che portarono alla decadenza
la vecchia colonia del 314 a.C., la quale non fu risparmiata neppure dalla seconda
guerra punica. Di qui la necessità della deduzione di una nuova colonia al tempo di
Augusto.
132
essere costituito dalle tombe pubblicate dal Drago 80, scoperte nel 1909,
presso Masseria Cupola, nella valle del Cervaro, a poca distanza dalla
collinetta « Castelluzzo » a sud di Coppa Nevigata, contenente soprattutto
materiale dauno 81. Se questa zona della Masseria Cupola è in relazione
con la Siponto dauna e se Strabone si riferisce a questa città, allora il
fiume di cui parla l'autore non è il Candelaro come in genere si è pensato,
ma il Cervaro. Se invece Strabone si riferisce alla colonia romana il fiume
doveva essere il Candelaro e poi si seguiva la navigazione nella laguna.
L'origine della città è avvolta nelle tenebre: secondo Strabone (VI,
284) la città è opera di Diomede; gli studiosi moderni la dicono città
dauna. A me sembra che forse un certo legame si possa stabilire tra il
centro dauno di Sipontum e la stazione preistorica e protostorica di
Coppa Nevigata.
Infatti l'insediamento di Coppa Nevigata situato su una collinetta in
gran parte di origine artificiale di appena m. 9,70 s.l.m. dista circa 5 km.
dalla linea costiera attuale e 8 km. a sud di Manfredonia. Il territorio tra la
località ed il mare è occupato da una depressione paludosa molto estesa,
alimentata da un corso d'acqua a carattere torrentizio, il Candelaro. E' da
supporre che originariamente il mare la lambisse e in gran parte la
circondasse occupando l'attuale palude. La natura marina della palude è
denunciata, oltre che dalla situazione morfologica, anche dalla
sopravvivenza di un toponimo dato ad un lago marino (lago Salso). A
nord la collinetta è congiunta ad un'altura più ampia che ne costituiva
l'accesso 82. La vita in questa importante stazione non era cessata in un
periodo anteriore al II decennio del VI sec. a.C. come stabilito dal
Pallottino. Quando la zona di Coppa Nevigata sarà abbandonata è molto
probabile che i superstiti si trasferiscano nella città di Sipontum dauna che
doveva trovarsi non molto lontana da essa, come provano le « stele daunie
» alle quali abbiamo già accennato.
Nella zona di S. Maria di Siponto invece ci sembra si debba ubicare
soltanto la colonia romana, anzi preciseremo, quella dedotta nel 185 a.C. e
non nel 194 a.C. Ma spieghiamoci meglio.
Livio c'informa che nel 194 a.C. i triunviri D. lunius Brutus, M.
Baebius Tamphilus e M. Helvius dedussero una colonia di cittadini
romani a Siponto nel territorio che precedentemente era appartenuto agli
Arpani (XXXIV, 45). Il territorio fu tolto ad Arpi per punirla per la sua
defezione durante la guerra annibalica. Da questo brano si potrebbe
dedurre che fino a tutto il III sec. a.C. Sipontum faceva
80 C.
DRAGO, Scavi nella palude del Cervaro, in « Notizie d. Scavi », 1936.
So che negli ultimi tempi la Soprintendenza alle antichità di Puglia ha
condotto scavi nella stessa zona, ma non ne conosco i risultati.
82 S. PUGLISI, in « Mem. Accad. Lincei, classe Scienze Morali », serie VIII,
vol. II, 1, 1948, p. 54.
81
134
parte del territorio di Arpi. Ciò spiegherebbe pure una notizia di Strabone il
quale in due brani diversi considera una volta Sipontum quale porto di
Arpi, un'altra volta Salapia. Si potrebbe interpretare nel senso che fino alla
deduzione della colonia, Siponto era il porto marino di Arpi, in seguito il
suo porto anche se più lontano diventerà Salapia; prova sarebbe pure la
strada Arpi-Salapia individuata con l'aiuto della fotografia aerea.
La colonia dedotta nel 194 a.C. doveva sorgere sul sito della Siponto
dauna, ma questa come dice Livio (XXXIX, 23) fu trovata deserta, come
quella di Busento, dal console Spurio Postumio; si decise allora la
deduzione di una nuova colonia nel 185 a.C. L'abbandono della prima
colonia sipontina poteva essere motivato da diverse cause, tra cui appaiono:
l'aria malsana della regione e la scarsa fertilità del suolo perchè in buona
parte paludoso. La nuova colonia del 185 a.C. fu dedotta allora in un sito
diverso, più salubre, sulla costa del golfo sipontino. Livio infatti quando
parla della seconda colonia di Siponto, la colloca « supero mari ». Lucano
(Pharsalia, V, 377 e segg.) ricorda la marina di Siponto, Silio Italico le
spiagge di Siponto. La città sorge ai piedi del Gargano (Servio afferma che il
Gargano è nell'Apulia « imminens Sipontinae civitati »).
Di questa città abbiamo vari riferimenti di autori latini in relazione
alla guerra civile tra Cesare e Pompeo. Nell'età imperiale Siponto raggiunse
una certa importanza. L'imperatore Tito Elio Adriano Antonino si rese
benemerito della città se i sipontini eressero una statua in suo onore con
una iscrizione dedicatoria. La statua fu eretta nel 138 d.C. nel momento in
cui fu costruita la via Aeca-Arpi-Siponto (CIL IX, 697).
Varie sono le vicende della città dal IV al XII sec. d.C. Paolo Diacono la
disse « satis opulenta ». In seguito l'ammelmamento della laguna del Pantano
incominciò a rendere impraticabile il suo porto e a sviluppare esalazioni
malsane che portarono alla decadenza della città. Il terremoto del 1223 la
distrusse quasi completamente e indusse Manfredi nel 1265 a costruire una
nuova città, situata 2 km. più a nord dell'antica, in un sito più salubre e con un
porto più ampio; è questa la Novella Siponto che prenderà il nome di
Manfredonia. Oggi il nome antico vive nel moderno villaggio di Siponto che si
stende con i suoi graziosi villini ad Est dell'antica colonia romana, in riva al
mare, su un terreno nuovo creato dal materiale trasportato dai fiumi che ivi
sboccano e dai cordoni litorali di sabbia.
L'area archeologica di Siponto, sebbene conosciuta sin dal XV sec. è
stata poco studiata. Alcuni scavi furono fatti nel 1938 ad oriente della
chiesa romanica 83.Si rinvennero resti di una basilica poggianti su un antico
tempio pagano.
Altri saggi di scavo furono fatti nel 1953 da un cantiere di lavoro
83
R. LABBADESSA, Gli scavi di Siponto, in « Japigia », IX, 1938, pp. 143-
150.
135
e continuati nel 1954. Questi ultimi affrontarono il problema delle mura nel
lato meridionale. Dal 1964 scava la Sig.ra Tiné Bertocchi.
La zona archeologica intorno alla basilica è chiaramente indicata dalla
fotografia aerea. Si tratta di un'area di forma quasi rettangolare, attraversata in
senso longitudinale dalla provinciale Foggia-Manfredonia, che sembra si
sovrapponesse all'antico « decumanus maximus ». Quest'area è limitata a SO a
soli 300 m. dalla chiesa dalla cerchia muraria visibile sul ciglio stradale in
seguito agli scavi del 1954 e specie del 1964-65. Nella parte NE, prima degli
scavi del 1964 si vedeva ogni tanto la cortina esterna delle mura, che
continuava ad E e ad O della strada provinciale. Nella parte settentrionale, nelle
vicinanze delle mura presso la strada s'innalza una colonna con capitello
corinzio. Sul lato E, almeno in alcuni punti, lungo il « canale delle Brecce » si
vedono resti delle antiche mura, così come da vari rialzi di terreno si può
distinguere il loro percorso sul lato ovest.
Sul circuito murario troviamo notizie in vari studiosi, ma specialmente in
L. Pascale (L'antica e la nuova Siponto, p. 47-48). Costui afferma che le mura
erano a doppio ordine ed erano disposte in forma quadrata. Ogni lato, secondo
Pascale, aveva una lunghezza di 500 passi: il primo dei lati si estendeva fino
all'attuale « Orto delle Brecce » allora chiamato col nome di « Canaletto », il
secondo, parallelo al primo, si protraeva per il colle sovrastante alla valle di
Minonno, e gli altri due lati si chiudevano in prospettiva ai primi.
L'intero circuito delle mura è individuato chiaramente in tutto il suo
percorso. Infatti grandi rialzi di terreno si scorgono per un perimetro di circa 3
km. (fig. 31). Lo spessore della cinta varia dai 3 m. nella parte della laguna
sipontina a 2 m. nella parte che gira quasi ad angolo retto verso est nella parte
meridionale, procedendo lungo il canale delle Brecce, attraversando la ferrovia
e la statale a circa 200 m. dalla stazione del villaggio di Siponto. Invece nella
parte nord lo spessore è di ben 6 m. Proprio in questa zona, partendo dalla
provinciale Foggia-Manfredonia verso est sono stati liberati 126 m. di mura
intervallate da 4 torri quadrate, non allineate perfettamente e a distanze varie. Si
è constatato che le mura sono a doppia cortina con emplecton; la cortina interna
è meglio conservata, quella esterna presenta rifacimenti di varie epoche fino al
XIII sec. d.C. La sig.ra Tiné Bertocchi distingue due fasi di rifacimento. La più
antica è fatta con blocchi isodomi, disposti per testa e taglio senza malta.
Questa fase presenta un filare di fondazione di bugnato un po' sporgente. Il
materiale usato, la tecnica di costruzione e l'esame delle fonti datano questa
fase alla fine del III, inizio del II sec. a.C., indi si possono mettere in relazione
con la deduzione della colonia.
L'altra fase più recente è eseguita con blocchi esterni squadrati
tufacei e con riempimento di pietrame informe databile al I sec. a.C. Questo
rifacimento sembra che debba essere messo in relazione, molto
probabilmente, con gli avvenimenti del 40 a.C. quando, come si sa
136
dalle fonti 84, Siponto fu al centro delle lotte prima tra Cesare e Pompeo e poi fra
Lucio Antonio e Sesto Pompeo da una parte e Ottaviano dall'altra.
MELUTA D. MARIN
84 Cic., Ad att., IX, 15, 1; X, 7, 1; APPIANO, Bell. civ., V, 56-58; DIONE
CASSIO, XLVIII, 27.
137
Matteo Tondi
Nacque a S. Severo il 21 dicembre 1762 da Severino ed Eufrasia
Cannavino. Trascorse parte dell'infanzia a Petrella, nel Molise, presso i
familiari della madre, che ivi era nata; ritornato a S. Severo, ebbe come
precettori prima suo fratello maggiore Don Nicola Maria Tondi, valente
latinista, e poi il Dottor Antonio Gervasio, che lo istruì in filosofia,
chimica, matematica e medicina. A 17 anni si recò a Napoli, dove
frequentò l'università e conseguì nel 1786 la laurea in medicina. A Napoli
cominciò ad esercitare la professione di medico, ma rivelò ben presto la
spiccata inclinazione del suo ingegno per lo studio della chimica,
pubblicando nel 1786 il trattato « Istituzioni di chimica », in cui si
dichiarava entusiasta della nuova teoria del Lavoisier, propugnava tra i
primi in Italia il metodo sperimentale nella scienza chimica e demoliva le
vecchie teorie flogistiche sulla combustione. Per questa sua attività
scientifica nel 1789 fu prescelto con altri cinque dotti studiosi di scienze
naturali dal governo borbonico per far pratica mineraria e metallurgica
nelle scuole di Schemnitz in Ungheria, nella regione metallifera della
catena dei Carpazi, e di Freiberg in Sassonia: re Ferdinando IV voleva
preparare dei tecnici per sfruttare le risorse minerarie del suo regno.
Tondi soggiornò dieci mesi a Schemnitz, dove diede prove tangibili delle
sue qualità di studioso e di investigatore, facendo nuove importanti esperienze
nel laboratorio della scuola. Ebbe il merito infatti di portare un contributo
notevole alla metallurgia e alla conoscenza del passaggio ossido-metallo perché,
oltre che dal platino, riuscì ad ottenere « regoli metallici » da minerali di
manganese, molibdeno e tungsteno nonché i rispettivi metalli dagli ossidi di
calcio, magnesio e bario. Da Schemnitz si recò in Transilvania, quindi,
attraverso la Galizia e la Boemia passò in Germania. Qui ci fu un'altra sosta per
frequentare la scuola mineraria di Freiberg, in Sassonia, dove seguì un corso di
litologia.
Dalla Germania si recò in Inghilterra (1795), dove, non bene accolto, fu
costretto a servirsi di sotterfugi ed espedienti per visitare gli impianti minerari
dell'isola e per conoscere le tecniche inglesi sui forni di fusione e sui telai per la
tessitura della seta. Visitò poi la Scozia e l'Irlanda e si spinse fino alle isole
Orcadi e all'Islanda.
I viaggi durarono poco meno di otto anni e quando nel 1797 da
Londra si accinse a ritornare in Italia aveva con sé ben 35 casse di
minerali, che riuscì a portare a Napoli dopo molte peripezie, avendo
dovuto attraversare l'Europa coalizzata contro la Francia.
Era appena rientrato a Napoli quando il governo borbonico gli
diede l'incarico di fare con un gruppo di mineralogisti esplorazioni
138
minerarie in Calabria e riorganizzare gli stabilimenti siderurgici statali di
Mongiana. Qui si trovava quando nel 1799 il cardinale Ruffo sbarcava in
Calabria: l'arrivo dei Sanfedisti provocò sommosse e saccheggi che
colpirono soprattutto i mineralogisti napoletani e costrinsero Tondi a
rifugiarsi a Napoli. Non si hanno notizie chiare e precise sulla vita del
Tondi in questo periodo: è certo, però, che aderì al governo della
Repubblica Partenopea. Si arruolò poi nella Guardia civica e fu aggregato
al presidio del forte di Revigliano, dove fu catturato dagli Inglesi. Secondo
un'altra tradizione, Tondi fu ferito nel combattimento al Ponte della
Maddalena (13 giugno 1799) dalle bande del cardinale Ruffo. Ad ogni
modo, esule o proscritto, dovette emigrare in Francia, abbandonando in
un magazzino di Napoli le sue trentacinque casse di minerali.
Si stabilì a Parigi dove agli inizi non ebbe vita facile e solo dopo un
periodo di stenti, per interessamento di amici quotati negli ambienti
scientifici francesi che lo conoscevano come banditore delle idee di
Lavoisier in Italia, poté ottenere la nomina di « professore aggiunto » al
Museo di Storia naturale a Parigi, a lato dell'abate Haüj, il geniale
fondatore della scienza cristallografica, col quale collaborò nella
compilazione del « Traité de Mineralogie », soprattutto nella parte
descrittiva.
A Napoli, intanto, dopo la III coalizione, il 15 febbraio 1806 erano
entrati i Francesi ed era stato nominato re, da Napoleone, Giuseppe
Bonaparte, il quale, tra l'altro, nel riformare l'università degli studi volle
l'istituzione della cattedra di Mineralogia e Metallurgia.
Risulta nella storia dell'Università di Napoli, come afferma lo
Scherillo, che in data 14 novembre 1806 Matteo Tondi fu chiamato a
coprire la cattedra di Mineralogia.
Nelle biografie del Tondi scritte in periodo borbonico non si accenna
neppure a tale nomina. E' certo che Tondi non si mosse da Parigi. Sappiamo
con sicurezza che nel gennaio 1808 partì per un viaggio in Spagna, dove scoprì
importanti giacimenti di minerali e raccolse ampio materiale geologico, ma fu
costretto a rientrare a Parigi nel gennaio dell'anno successivo a causa delle
guerriglie scoppiate in Spagna all'arrivo di Giuseppe Bonaparte.
A Napoli ritornò definitivamente nel 1811 e fu nominato da
Gioacchino Murat ispettore generale delle Acque e delle Foreste; con
questo incarico per alcuni anni si adoperò per ottenere il rimboschimento
di molte zone falcidiate durante gli eventi bellici e arricchì la direzione
delle foreste di un vivaio di piante esotiche utili all'uomo che riuscì a
diffondere largamente nel regno. Nel maggio del 1815, dopo l'abdicazione
di Gioacchino Murat, rientrava a Napoli re Ferdinando di Borbone che
ebbe il merito di evitare repressioni ed epurazioni. Matteo Tondi,
malgrado il suo passato politico, il 28 luglio dello stesso anno fu chiamato
alla cattedra di Mineralogia, che allora si chiamava di Geognosia.
Per oltre venti anni Tondi svolse un'intensa attività scientifica come
professore e come direttore del Museo, che comprendeva ben 5359
139
pezzi, dei quali 2200 rocce e 3159 minerali: vi erano le varietà più rare del
regno inorganico e i fossili delle regioni più rinomate. A lui si deve non solo
la sistemazione delle collezioni ma anche la compilazione dei trattati di
orittognosia per una classificazione razionale di minerali e rocce. Era ancora
in attività di servizio quando la morte lo colse il 16 novembre 1835, all'età
di settantatre anni. Fu sepolto nella chiesa di S. Agostino degli Scalzi.
Matteo Tondi è una limpida figura di scienziato e di studioso. Fu
considerato dai dotti contemporanei il primo mineralogista e geologo
d'Europa. Noi riconosciamo che la sua opera fu veramente vasta e profonda ed
effettivamente basilare per la mineralogia, se consideriamo che quand'egli iniziò
i suoi studi la mineralogia si confondeva con la scienza mineraria e non era
ancora innestata in essa la cristallografia. Può essere definito un « mineralogista
cosmopolita » per la vastità delle sue ricerche, per la varietà delle sue raccolte e
per aver dato scarso rilievo alla mineralogia regionale; si occupò infatti
scarsamente dei giacimenti minerari del regno e trascurò del tutto i minerali del
Vesuvio (lave, scorie, incrostazioni), considerati come prodotti troppo
localizzati e di scarso valore.
Quanto vasta sia stata la sua fama è attestato dalle lodi che ebbe
dall'imperatore Francesco I d'Austria, dal re Federico Guglielmo di Prussia,
dal re di Sardegna, dal grande naturalista e geografo tedesco Humboldt, e
dalle innumerevoli onorificenze che gli furono conferite in Europa e in
Italia: fu socio della Società mineralogica di Pietroburgo, della Società di
Mineralogia di Jena, della Società linneana di Parigi, della Società di Scienze
ed arti di Lilla; fu inoltre socio della R. Accademia delle Scienze
dell'Accademia medico-chirurgica e dell'Accademia Pontaniana di Napoli;
socio della Società Mineralogica di Cagliari, dell'Accademia di Scienze di
Bologna, delle Società economiche di Capitanata, di Bari, Basilicata e
Molise.
A. MICHELE ZUPPA
SCRITTI A STAMPA DI M. T.: Istituzioni di chimica. Napoli, per i tipi di
Simone, 1786. Relazione di due interessanti malattie curate col celebre specifico delle lucertole.
Napoli, 1788. Viaggio in Spagna. Parigi, 1808. Istruzione sulla seminagione e sulla piantagione
de' boschi. Napoli, 1813. La caccia, considerata come prodotto silvano. Napoli, 1815. Discorso
pronunziato nel 1816 in occasione dell'apertura della cattedra di Geognosia. Napoli, 1817.
Elementi di orittognosia, voll. 3. Napoli, 1817. La scienza silvana ad uso de' forestali. Napoli,
1821. Elementi di oreinognosia. Napoli, 1824. Catalogo delle collezioni orittologica ed oreognostica
del f u cav. M.T. Napoli, 1837.
SCRITTI A STAMPA SU M. T.: DE LUCA F., Necrologia di Matteo Tondi in «
Annali civili del Regno delle Due Sicilie », vol. IX. Napoli, 1835; PILLA L., Matteo
Tondi, in « Il Progresso delle Scienze, delle Lettere, delle Arti », vol. XV. 1836; DE
RENZI, Notizie biografiche di M. Tondi, in « Giornale delle Scienze Mediche », fasc. 62 febbraio 1836; DE AMBROSIO V., Elogio del Cavaliere Matteo Tondi, Ibidem, fasc.
XXXII, 1837; SCHERILLO A., La Storia del " Real Museo Mineralogico" di Napoli nella
storia napoletana - Estr. dagli « Atti dell'Accademia Pontaniana », nuova serie, vol. XV Napoli, 1936.
140
Ricordo di Umberto Fraccacreta
Una vasta pianura qua e là dorata dal grano maturo, macchie di
argento degli ulivi e più fitte macchie di pampini verdi. Un 'favonio'
disperato che mozzava il fiato, ti penetrava dentro, ti bruciava addosso:
inesorabile accidioso impietoso soffocante. Sembrava come se uscisse a
sbuffi rabbiosi dall'inferno. Un'arsura che avrebbe stroncato la fibra più
resistente. Questo il Tavoliere come mi apparve nel lontano giugno del
1945 durante un fortunoso viaggio per conto del mio giornale. E silenzio
solenne. Rarissimi i carri agricoli, meno rari gli automezzi degli alleati.
Distruzioni ovunque e disperazione.
Giunsi come Dio volle a San Severo con le membra affrante da una
sete insoddisfatta, giunsi proprio nelle ore asfissianti della ' controra '.
Strade vuote, finestre ferme, locali chiusi, e ventate di caldo rabbioso.
Una donnetta in periferia vendeva bibite, ma erano infuocate. Non c'era
ghiaccio. Mi diede una sedia e una fettina di ombra dove attesi che le ore
di fuoco passassero. Il vento caldo entrava dal tubo dei pantaloni e saliva
su su fino alla cinta. Il miraggio di una fonte di acqua sorgiva, fresca e
rorida, divenne una ossessione.
Fu in quella occasione che conobbi di persona il poeta del
Tavoliere, Umberto Fraccacreta. Fu in quella occasione che capii meglio il
senso dei suoi versi, perchè avevo capito l'ambiente in cui viveva e si
muoveva. Mi ricevette nel suo palazzotto ottocentesco. La breve scala di
una architettura svelta e nervosa contrastava con l'ingenua fantasia degli
affreschi che decoravano le pareti. Mi apparve sofferente (aveva perduto
da nove mesi la madre che adorava e che gli ispirò alcune liriche fra le più
belle della nostra letteratura). Pallido, mite dall'occhio scuro e piccolo, ma
profondo e penetrante. La testa leggermente reclinata a sinistra in avanti.
Mi sembrava impossibile che versi di una bellezza musicale e suggestiva,
privi di ogni retorica che pur imperversava sfacciatamente nel ventennio
che si chiudeva allora, immagini poetiche di grande respiro destinate a
sopravvivere nel futuro, avessero potuto sortire da una natura fragile e
tenera. Ma a guardare con più penetrazione la sua ampia e chiara fronte, a
sentirlo parlare con una vocerella flebile, a seguire i misurati ma decisi
movimenti delle sue splendide mani, ti veniva fatto di pensare che dentro
quel diafano corpo si alimentava una forte possente personalità, una
volontà
141
di ferro, una robusta luce. Quella della speranza e della consolazione.
Fraccacreta era profondamente religioso. Un credente puro.
Le parole gli si articolavano chiare e precise, di estrema misura,
lineari come il suo Tavoliere: non una di più né una di meno. Colpiva
giusto. Poi si taceva e ti fissava come a voler scoprire le reazioni prodotte.
Parlammo della guerra che aveva spento vite preziose e ucciso nei
popoli i sentimenti umani. Parlammo di letteratura e finanche di '
resistenza ' e qui sentii vibrare fortemente l'animo del poeta. Parlammo di
comuni amici garganici. Il suo giudizio su uomini e fatti usciva
timidamente, direi in punta di piedi, con l'aria di voler chiedere scusa, ma
senza incertezze e titubanze; e in una lingua perfetta anche se parlata con
leggero accento dauno.
La sua vita era quella di un solitario, sempre tesa alla poesia ed alla
musica, di cui era profondo conoscitore, anche quando doveva occuparsi
della direzione e dell'amministrazione della grande azienda agricola
familiare. Un uomo che non amava il chiasso, la folla, la popolarità.
Schivo per innata timidezza dei clamori, viveva chiuso nel suo guscio con
i suoi libri, il suo pianoforte e i conti della tenuta. La sua era una vita
sofferta, anche se navigava nel benessere economico; ma era tutta dentro
di sé. Patita come quella di un esile fiore di serra. Quando però, prendeva
contatto con i suoi campi e con gli uomini che li irroravano con i loro
sudori, allora la piena dei sentimenti di solidarietà con gli altri uomini
rompeva gli argini, traboccava e allagava ogni aspetto della sua complessa
personalità. Era vicino alla fatica degli uomini, ne comprendeva le
tribolazioni, le ansie, la disperazione, la rabbia.
Forse Umberto Fraccacreta non ci ha detto tutto di sé, ma a leggere
i suoi versi oggi, a distanza di anni dalla sua morte, l'uomo ci appare
compiutamente.
Critici e saggisti hanno scritto molto dell'opera del poeta nostro,
hanno trovato derivazioni virgiliane o pascoliane o che so io. Nessuno di
essi ha pensato a Leopardi, pure, io che non sono letterato, devo dire che
scendendo le scale del poeta del Tavoliere pensai al poeta di Recanati e
ravvisai o mi parve di ravvisare, un sodalizio perfetto che nasceva dalla
sofferenza, dall'amore per la natura e per le creature umane, dal dolore
per le sventure e dalle ansie per l'avvenire d'Italia.
GIUSEPPE MODUGNO
Il primo incontro di Umberto Fraccacreta con Giuseppe Modugno risale al 1932 su le colonne
di «la Puglia Letteraria», un mensile di otto pagine che quel giornalista polignanese, allora
giovanissimo, pubblicava a Roma, in consorzio con Michele Mandragora e Mario Simone, tutti tre
lontani dal conformismo di moda. Il periodico chiese ad alcune personalità della cultura nazionale, nate
tra il Fortore e Leuca, per quali testimonianze della propria opera letteraria si
142
poteva riconoscere la loro origine pugliese. Tra le altre risposte, quella del F., forse la meno attesa per il
suo carattere schivo, pubblicata quando egli più tenevasi lontano dal traffico della cultura ufficiale, va
considerata un raro cimelio della sua vita schietta e riservata.
Dalla sorte dei periodici minori, che in Italia difficilmente si spogliano, per la schedatura di
biblioteca, si salvò quel documento in un opuscolo rievocativo, ed oggi ancora, scaduto da poco in
silenzio il XX della morte del F., a quel « riconoscimento » ritorna la critica ispirata e sapiente di una
gentile esegeta con un volume prossimo a veder la luce, col magistero editoriale di uno di quei sodali, già
promotore e organizzatore del premio nazionale di poesia intitolato al « Poeta del Tavoliere » *.
La rievocazione, dettata per noi dal collega Modugno, assume pertanto un valore particolare,
significando la conferma degli ideali, che da 37 anni sono vivi nella memoria intorno a quell'avventura
giornalistica, intessuta sulla trama di una passione letteraria e regionale.
* Le due pubblicazioni, cui si accenna, sono: CARLO GENTILE, Poesia di
Umberto Fraccacreta. Prefazione e bibliografia di MARIO SIMONE; inediti e ritratto
(Foggia, Società Dauna di Cultura, 1956); M. V. VENTURO LAMEDICA, Umberto
Fraccacreta, poeta del Tavoliere (in corso di stampa a cura di Mario Simone).
143
IL PARLAMENTO
I PARLAMENTARI DELLA IV LEGISLATURA
ELETTI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI NEL COLLEGIO XXIV
(Circoscrizione di Foggia-Bari)
Voti complessivi di tutte le liste nel Collegio: 1.047.602
Quoziente elettorale: 40.292 - Seggi assegnati al Collegio: 24 - Seggi attribuiti nel
Collegio: 22 - Seggi utilizzati con i resti: 1
Partito Comunista Italiano
(Voti di lista: 307.908 - Resto: 25.864)
Amendola Giorgio1 v. 132.892 - Reichlin Alfredo 2 v. 66.864 - Pistillo Michele v.
36.886 - Scionti Renato v. 27.947 - Giannini Mario v. 26.481 - Borraccino
Domenico v. 26.253 - Gramegna Giuseppe v. 26.124 - Specchio Pasquale v. 25.267
- Mascolo Raffaele v. 22.513.
1 Opta per il Collegio XXII (Napoli).
2 Opta per il Collegio XXV (Lecce).
Movimento Sociale Italiano
(Voti di lista: 55.665 - Resto: 15.373)
De Marzio Ernesto v. 23.472.
Partito Socialista Italiano
Partito Socialista Democratico Italiano Unificati
(Voti di lista: 135.634 - Resto: 14.758)
Di Vagno Giuseppe v. 46.382 - Pellicani Michele v. 41.588 - Lenoci Vito Vittorio
v. 34.608.
Partito Liberale Italiano
(Voti di lista: 30.497 - Resto: 30.497)
Cassandro Manlio Livio v. 12.882.
Democrazia Cristiana
(Voti di lista: 458.900 - Resto: 15.688)
Moro Aldo v. 293.167 - Lattanzio Vito v. 120.857 - Russo Vincenzo v. 69.072 - de
Meo Gustavo v. 67.874 - De Leonardis Donato v. 64.954 - Dell'Andro Renato v.
63.408 - Cavaliere Stefano v. 61.273 - Laforgia Antonio v. 59.853 - Squicciarini
Vincenzo v. 49.547 - Pisicchio Natale v. 49.412 - Scianatico Michele v. 46.325.
ELETTI AL SENATO NEI COLLEGI DI CAPITANATA
Lucera (IX): Follieri Mario AI. (D.C.) con voti validi 39.986 - Di Vittorio Baldina
in Berti (PCI-PSIUP) con voti validi 36.930.
Cerignola (X) : Magno Michele (PCI-PSIUP) con voti validi 41.860.
144
I MUNICIPI
STATISTICA DELLE “AMMINISTRATIVE„
ANNO 1967
1° turno: 11 giugno
___________________________________________________________________
A C C A D I A_____________________________________________
Pop. 4.854 - Elett. 2.864 - Vot. 2.486 - Perc. 86,8%.
D. C.: v. 1.129, perc. 48,7%, s. 4.
Miste di Sinistre: v. l. 188, perc. 51,3%, s. 16.
V.n.v. (comprese sch. b.) 35, sch. b. 22.
______________________________________________________________
ASCOLI SATRIANO______________________________________
Pop. 11.966 - Elett. 5.008 - Vot. 4.459 - Perc. 89,0%.
D.C.: v. 1.986, perc. 45,2%, s. 14.
M.S.I.: v. 213, perc. 4,8%, s. 1.
P.C.I.: v. 1.649, perc. 37,5%, s. 12.
P.L.I.: v. 249, perc. 5,7%, s. 1.
P.S.U.: v. 157, perc. 3,6%„ s. 1.
P.S.I.U.P.: v. 139, perc. 3,2%, s. 1.
V.n.v. (comprese sch. b.) 66; sch. b. 38.
_____________________________________________________________
C A R P I N O____________________________________________
Pop. 6.757 – Elett. 4.207 – Vot. 3.205 -- Perc. 76,2%.
D.C.: v. 1.379, perc. 44,6%, s. 9.
Eterogenea: v. 574, perc. 18,6%, s. 4.
M.S.I.: v. 93, perc. 3,0%, s. 0.
P.C.I.: v. 576, perc. 18,6%, s. 4.
P.S.U.: v. 471, perc. 15,2%, s. 3.
V.n.v. (comprese sch. b.) 112; sch. b. 33.
145
______________________________________________________
D E L I C E T O__________________________________________
Pop. 6.109 - Elett. 3.849 - Vot. 3.170 - Pere. 82,4%.
D.C.: v. 1. 399, perc. 45,5%, s. 10.
M.S.I.: v. 68, perc. 2,2%, s. 0.
P.C.I.: v. 551, perc. 17,9%, s. 4.
P.S.U.: v. 817, perc. 26,6%, s. 5.
P.S.I.U.P.: v. 239, perc. 7,8%, s. l.
V.n.v. (comprese sch. b.) 96; sch. b. 39.
_____________________________________________________________
ISCHITELLA____________________________________________
Pop. 5.391 - Elett. 3.088 - Vot. 2.792 . Pere. 90,4%.
D.C.: v. 875, perc. 31,9%, s. 6.
IND.: v. 515, perc. 18,8%, s. 4.
P.C.I.: v. 921, perc. 33,5%, s. 7.
P.S.U.: v. 434, perc. 15,8%, s. 3.
V.n.v. (comprese sch. b.) 47; sch. b. 24.
2° turno: 12 novembre
________________________________________________________
L E S I N A______________________________________________
Pop. 5.766 - Elett. 3.562 - Vot. 2.836 - Pere. 79,6%.
D.C.: v. 751, perc. 26,9%, s. 6.
Eterogenea: v. 349, perc. 12,5%, s. 2.
P.C.I.: v. 363, perc. 13,0%, s. 2.
P.S.U.: v. 1. 330, perc. 47,6%, s. 10.
V.n.v. (comprese sch. b.) 43; sch. b. 13.
3° turno: 3 dicembre
________________________________________________________
L U C E R A_____________________________________________
Pop. 28.409 – Elett. 16.706 – Vot. 14.965 - Perc. 89,6%.
D.C.: v. 5.772, perc. 39,4%, s. 12.
M.S.I.: v. 494, perc. 3,4%, s. 1.
P.C.I.: v. 5.656, perc. 38,6%, s. 12.
P.L.I.: v. 492, perc. 3,3%, s. 1.
P.R.I.: v. 132, perc. 0,9%, s. 0.
P.S.U.: v. 1.600, perc. 10,9%, s. 3.
P.S.I.U.P.: v. 514, perc. 3,5%, s. 1.
V.n.v. (comprese sch. b.) 305; sch. b. 166.
146
ANNO 1968
17 novembre
_____________________________________________
CAGNANO VARANO_____________________________________
Pop. 8.140 - Elett. 5.402 - Vot. 3.808 - Perc. 75,5%.
D.C.: v. 1.771, perc. 47,6%, s. 10.
Eterogenea: v. 153, perc. 4,1%, s. 0.
P.C.I.: v. 1.511, perc. 40,6%, s. 9.
P.S.I.U.P.: v. 97, perc. 2,6%,
P.S.U.: v. 188, perc. 5,1 %, s. 1.
V.n.v. 88 di cui sch. b. 34.
_______________________________________________________________
CELENZA VALFORTORE_________________________________
Pop. 3.234 - Elett. 2.063 - Vot. 1.826 - Perc. 88,5%.
D.C.: v. 765, perc. 43,5%, s. 16.
P.C.I.: v. 240, perc. 13,6%, s. 0.
P.S.U.: v. 754, perc. 42,9%, s. 4.
V.n.v. 25 di cui sch. b. 10.
_______________________________________________________________
ISCHITELLA_____________________________________________
Pop. 5.391 - Elett. 3.080 - Vot. 2.761 - Perc. 89,6%.
D.C.: v. 1.205, perc. 44,0%, s. 9.
IND.: v. 202, perc. 7,4%, s. 1.
P.C.I.: v. 1.118, perc. 40,9%, s. 9.
P.S.U.: v. 211, perc. 7,7%, s. l.
V.n.v. 25 di cui sch. b. 13.
_______________________________________________________________
MARGHERITA DI SAVOIA_________________________________
Pop. 13.289 - Elett. 7.719 - Vot. 6.844 - Perc. 88,7%.
D.C.: v. 2.988, perc. 44,5%, s. 14.
Eterogenea: v. 391, perc. 58%, s. 1.
Mista di Destra: v. 1.111, perc. 16,6%, s. 5.
P.C.I.-P.S.I.U.P.: v. 356, perc. 5,3%, s. l.
P.S.U.: v. 1.865, perc. 27,8%, s. 9.
V.n.v. 133 di cui sch. b. 43.
147
_________________________________________________________
S. MARCO IN LAMIS______________________________________
Pop. 19.014 - Elett. 11.150 - Vot. 8.533 - Perc. 76,5%.
D.C.: 4.042, perc. 48,4%, s. 16.
Eterogenea: v. 474, perc. 5,7%, s. 1.
M.S.I.: v. 456, perc. 5,5%, s. 1.
P.C.I.-P.S.I.U.P.: v. 2.636, perc. 31,6%, s. 10.
P.S.U.: v. 738, perc. 8,8%, s. 2.
V.n.v. 187 di cui sch. b. 71.
______________________________________________________________
S. NICANDRO GARGANICO______________________________
Pop. 17.720 - Elett. 12.058 - Vot. 8.752 - Perc. 72,6%.
D.C.: v. 2.918, perc. 34,8%, s. 11.
IND.: v. 294, perc. 3,5%, perc. s. 1.
M.S.I.: v. 116, perc. 1,4%, s. 0.
P.C.I.: v. 3.935, perc. 46,9%, s. 15.
P.S.I.U.P.: v. 238, perc. 2,8%, s. 0.
P.S.U.: v. 889, perc. 10,6%, s. 3.
V.n.v. 362 di cui sch. b. 97.
______________________________________________________________
S. PAOLO DI CIVITATE__________________________________
Pop. 6.662 - Elett. 4.152 - Vot. 3.334 - Perc. 80,3%.
D.C.: v. 1.481, perc. 45,0%, s. 10.
M.S.I.: v. 214, perc. 6,5%, s. l.
P.C.I.-P.S.I.U.P.: v. 1.180, perc. 35,9%, s. 7.
P.S.U.: v. 415, perc. 12,6%, s. 2.
V.n.v. 44 di cui sch. b. 25.
ABBREVIAZlONI:
Elett. = elettori per legge;
Pop. = popolazione presente alla data della consultazione elettorale.
S. = seggi ottenuti.
Sch. b. = schede bianche.
V.v. = voti validi.
V.n.v. = voti non validi.
Vot. = cittadini votanti.
N. B. - Le liste sono elencate in ordine analfabetico, non cronologico di
presentazione.
148
REALIZZAZIONI DAUNE
Per l'Università degli studi in Capitanata
L'Amministrazione Provinciale di Capitanata, quella del Comune suo
capoluogo e la Camera di Commercio, J. e A. hanno deciso di costituire un
Consorzio per l'istituzione e il funzionamento dell'Università degli Studi in
Foggia.
Interpreti delle esigenze di promozione economica, sociale e culturale
delle popolazioni da essi amministrate, quegli enti hanno individuato come
una fondamentale leva dell'auspicato processo di sviluppo l'espansione
quantitativa e qualitativa dell'istruzione, consapevoli che, ai fini della
costruzione di una moderna società, assumono valore prioritario la ricerca
scientifica e la formazione di efficienti quadri. Naturalmente, con le loro
decisioni si è armonizzato un vasto piano di azione, per ottenere il
riconoscimento dello Stato secondo la necessità manifestata dallo schema di
piano regionale approvato dal C.R.P.P.E.
La gran parte di responsabilità, assuntasi da Palazzo Dogana nella
non facile iniziativa è documentata dalla seduta ordinaria del 26 novembre
c.a. in cui il Consiglio ha approvato lo schema di statuto del costituendo
Consorzio universitario e gli ha votata l'adesione sua. Ecco un riassunto del
verbale della seduta consiliare del 26 novembre c.a. (*).
In apertura del dibattito il Presidente, avv. Tizzani, ha ricordato che nei
primi due anni di gestione, la Giunta si è preoccupata di creare, con una
serie di provvedimenti, che hanno trovato l'appoggio unanime del Consiglio
Provinciale, i presupposti ambientali favorevoli e le strutture di base
indispensabili all'impianto dell'Università in Foggia. Infatti si è provveduto
al finanziamento di una scuola di ostetricia presso l'Ospedale di Maternità,
alla destinazione di una nuova sede della Biblioteca Provinciale, alla
formulazione di voti (che sono stati presi anch'essi all'unanimità dal
Consiglio) sia per l'elevazione a Conservatorio statale del Liceo Musicale «
Umberto Giordano », sia per la trasformazione dell'Istituto Agrario di
Capitanata in base all'art. 3 della Legge 27-10-1966, n. 10, in istituto
scientifico e tecnologico, cioè in
(*) Presenti in aula tutti i componenti del Consesso: Emilio Amoroso,
Vittorio Barbetta, Nicola D'Andrea, Bios De Mario, Alberto De Santis, Paolo De
Tullio, Mario Di Gioia, Filippo Di Venosa, Pasquale D'Orsi, Francesco Paolo
Galasso, Vincenzo Grimaldi, Antonio Grosso, Michele Lattanzio, Primiano
Magnocavallo, Ferdinando Marinelli, Giuseppe Matassa, Matteo Merla, Filippo
Mondelli, Teodoro Moretti, Antonio Nardella, Pasquale Panico, Alberto Perfetto,
Michele Protano, Matteo Renzulli, Pasquale Ricciardelli, Renato Rocca, Angelo
Rossi, Giuseppe Scirpoli, Berardino Tizzani, Savino Vania.
149
istituto sperimentale per la meccanizzazione agricola e la irrigazione. Ed è
proprio per questa tenace opera del Consiglio Provinciale che si è
impostato il problema del terzo Centro Universitario da parte del
Comitato Regionale per la programmazione, il quale l'ha incluso nel suo
documento finale, assicurando così alla nostra iniziativa l'adesione
unanime di tutta la regione pugliese.
Pertanto, la Giunta ha ritenuto di poter legittimamente sollecitare il
voto responsabile dell'assemblea su due proposte, che si integrano a
vicenda: quella del Consorzio e quella del Comitato.
Il Consorzio è l'organo giuridico necessario per istituire l'ateneo; il
Comitato è l'ente motore per la realizzazione del terzo centro universitario in
Puglia, per determinare l'indirizzo delle scelte da operare, per lo studio di quelle
riforme che desideriamo veder attuate nella scuola e, in particolare, in quella
universitaria.
L'uno - il Consorzio - uno strumento concreto di attività di
operosità; l'altro - il Comitato - uno strumento politico valido di
coordinamento, che consentirà anche di approfondire un certo dialogo tra
l'Ente e la gioventù studentesca per l'ammodernamento delle strutture
universitarie a rinnovarsi non solo nell'edilizia, non solo per le modifiche
proposte dal Gruppo comunista allo statuto del Consorzio (nei
dipartimenti e nell'autogoverno, nella democrazia interna) ma nel senso
più ampio e più vasto possibile. « Dobbiamo e possiamo fare il Consorzio ed il
Comitato - ha detto l'avv. Tizzani -. Vogliamo il Consorzio, non per
trasferire ad altri le nostre responsabilità, ma per dare, con la legge attuale,
lo strumento a chi dovrà operare, la possibilità concreta di anticipare
l'Università di Stato a Foggia; il Comitato, per collaborare nel Consorzio,
con noi, con i giovani tutti, per sviluppare il dibattito da essi iniziato.
E' pacifico che le spese per l'Università, per le scuole in generale, sono
riconosciute da tutti come un dato di fatto obiettivo e come tale, anche se
elevate, non possono preoccupare nessuno. Come più volte e da più parti è
stato autorevolmente sottolineato in questi ultimi anni, gli investimenti a più
alto reddito che un popolo possa fare sono quelli per l'educazione e per
l'istruzione; sono investimenti con vantaggi a lunga scadenza, ma sono quelli a
massimo possibile reddito, perchè la produttività si moltiplica attraverso il
succedersi delle generazioni. Che tali investimenti diano regolarmente il loro
frutto, è interesse primario dei cittadini, anche di quelli che, pur non avendo
figli allo studio, pagano le imposte e comunque partecipano allo sviluppo ed
alla crescita della loro comunità.
« Nella misura in cui sapremo accogliere lo spirito innovatore del
fermento vivo, caldo e appassionato della contestazione, nella misura in cui
sapremo cogliere la sua verità, si potranno valutare i modi e le forme della
nostra presenza in questa provincia tanto provata nelle sue vicende storiche, in
questa Foggia, che pur ebbe cattedre universitarie e docenti famosi al declinare
del Regno delle Due Sicilie.
150
« Foggia e la Provincia reclamano l'istituzione dell'Università, non
solo per un fatto di crescita normale della popolazione scolastica;
reclamano l'Università perchè anch'essa, nel quadro dello sviluppo e del
potenziamento economico della Provincia, è uno dei fattori principali di
questo sviluppo; è un salto di qualità che è necessario e doveroso fare per la
nostra comunità e per le venienti generazioni. Ed è tanto più bello e
significante che a iniziare questo discorso siamo noi e non lo Stato, senza
che da esso ci venga una lira per questa realizzazione ».
Al dibattito seguitone è intervenuto per primo il consigliere dr. Rossi
(P.C.I.), il quale, dando atto che il Presidente non ha ignorato la
contestazione giovanile, ha osservato che, nell'impostare il problema
dell'istituendo Ateneo dauno, non alla contestazione bisogna riferirsi, ma
alla tematica di sviluppo della società meridionale ed, in particolare, di
quella pugliese. Favorevole alla istituzione dell'Università in Foggia e del
Consorzio, ha dissentito dal progetto di statuto, per il quale i comunisti
hanno presentato una serie di emendamenti ed una mozione, proponendo
che del Consorzio entrino a far parte solo gli enti locali a struttura
rigidamente democratica, fondati su assemblee elettive: ciò per richiamare e
sottolineare il carattere autonomo e democratico dell'Università. A tal
riguardo si è dichiarato contrario alla inclusione della Camera del
Commercio nel Consorzio. Passando, poi, a illustrare il documento del
P.C.I., ne ha messo in evidenza alcuni punti: 1) necessità di un più stretto
legame con le forze studentesche; 2) possibilità, da parte degli studenti
universitari, di essere presenti con propri rappresentanti, democraticamente
eletti, nell'assemblea consortile; 3) propensione per una Università libera,
fondata sul concorso degli enti locali e con la garanzia del successivo
riconoscimento da parte dello Stato; 4) limitazione della durata del
Consorzio a dieci anni.
Per il vice-presidente De Maio (P.S.I.), la istituzione degli studi
superiori a Foggia, s'impone non solo per consentire agli studenti della
nostra Provincia e di quelle limitrofe di completare gli studi senza
sottoporsi a gravi sacrifici, ma anche e soprattutto perchè darebbe nuovo
lievito allo sviluppo culturale dalla Capitanata e preparerebbe una classe
dirigente più preparata, tanto più necessaria oggi che la Daunia è in fase di
decollo economico e culturale.
Dopo aver manifestato le ragioni che consigliano di non optare per
una scuola libera, che potrebbe in seguito ottenere il riconoscimento da
parte dello Stato, l'oratore ha espresso le ragioni che hanno impegnato
tecnici e politici a sostenere ed ottenere nel Comitato per la
programmazione, il riconoscimento di Foggia quale sede del terzo Centro
Universitario Pugliese. « Ma, frattanto, bisogna operare per il
decentramento di alcune sezioni staccate delle Università affollate ed in
particolare quelle di Bari e di Napoli e perchè queste sezioni sorgano con la
consapevolezza e con la coscienza che esiste, alla base della contestazione
giovanile, una ragione d'essere che non bisogna disattendere. Per far ciò è
necessario che, accanto al Consorzio Universitario,
151
come ente amministrativo si costituisca un comitato politico, che non solo
agisca per l'accennato decentramento, ma che prepari, sulla scorta dei nuovi
indirizzi, l'avvento della nascente Università di Stato nella nostra Provincia
e che con carattere di priorità ne determini la scelta delle sue facoltà ».
Il consigliere Mondelli (D.C.), condividendo l'impostazione del
problema dato dalla Giunta Provinciale, ha auspicato una sollecita
approvazione dello statuto da parte di tutti i gruppi politici in aula, al fine di
evitare ritardi nella realizzazione della università statale, per la quale è
d'accordo sul preventivo decentramento di alcune sezioni staccate, mentre
si è opposto al disegno dei comunisti di escludere la Camera di Commercio
dalla partecipazione al Consorzio universitario. Ha espresso, altresì, le sue
riserve sulla presenza, nel Consorzio, di rappresentanze di organizzazioni
sindacali e studentesche.
Secondo il consigliere De Tullio (D.C.), il problema dell'Università
non può essere disgiunto dalla problematica della scuola in genere ed in
particolare della sua riforma.
L'assessore Matassa (D.C.), dopo aver passato in rassegna per tipi di
scuola frequentata, i dati relativi alla popolazione scolastica, regionale e
provinciale, ha auspicato che si ottengano subito le sezioni di alcuni atenei
statali sovraffollati, in attesa di una vera e propria universalità statale.
Il consigliere Rocca (P.L.I.) si è augurato che le conclusioni della
Giunta e del Gruppo comunista, espresse nei loro rispettivi documenti, si
fondano integrandosi allo scopo di poter varare, con il suffragio unanime
del Consiglio Provinciale, lo statuto del Consorzio.
Quindi è intervenuto il dr. Galasso (capogruppo D.C.). A suo avviso
non regge la tesi di escludere dal Consorzio la Camera di Commercio, che
ha notevoli titoli per farne parte, quale ente democratico, se è vero che è
costituito da rappresentanze settoriali; la proposta dei comunisti per
l'Università libera in contrapposizione a quella sostenuta dalla maggioranza,
contrasta con la posizione da essi assunta nel prossimo passato, sostenendo
che l'Università libera potesse, nelle sue impostazioni, dirigere, in una
maniera non voluta in uno stato democratico, l'istruzione professionale
superiore. Sulla partecipazione dei giovani universitari al Consorzio, che la
legge non prevede, essendo consentito l'ingresso nel Consorzio ai soli enti
locali, il capogruppo democristiano si è dichiarato non alieno dal tentare
una intesa tra maggioranza ed opposizione comunista.
Il consigliere Rossi ha replicato, per sostenere la convenienza di un
accordo, purchè ricercato nelle sedi politiche opportune. Propone, all'uopo,
di rinviare la votazione dello schema di statuto.
Il dr. Galasso ha dichiarato accettabile la proposta del dr. Rossi, a
condizione di un immediato incontro dei capigruppo.
Il consigliere, avv. Marinelli (M.S.I.) ha rilevato che i tre punti di
contrasto fra maggioranza e gruppo comunista erano superabili.
152
Circa l'indirizzo da dare alla istituenda Università, si potrebbe emendare
lo schema, conferendo al Consorzio uno scopo molto ampio: quello di
realizzare l'ateneo senza preclusioni di sorta. La proposta partecipazione
della Camera di Commercio non è motivo plausibile di contrasto, perchè
il Consorzio non può non essere aperto a tutti gli enti pubblici ed anche
perchè la Camera di Commercio, ha dato il suo assenso ed il suo fattivo
contributo con una indagine statistica sul problema. Il contrasto sul terzo
punto, relativo alla partecipazione dei giovani studenti universitari,
dovrebbe essere superato dalla considerazione che, riconosciuta
l'impossibilità della loro ammissione, date le attuali leggi sui Consorzi tra
enti pubblici, si potrebbe accogliere una larga rappresentanza di studenti
in seno al Comitato politico. Pertanto l'avv. Marinelli ha fatto sua la
proposta del dr. Rocca di una breve sospensione della seduta, per
consentire l'incontro dei capigruppo consiliari.
Il Presidente, accogliendo la proposta Rocca-Marinelli, ha sospeso i
lavori, per il proposto incontro fuori aula ma, alla ripresa, è costretto ad
informare che non è stato possibile raggiungere l'auspicato accordo e che,
pertanto, si procederà alle votazioni sugli schemi di statuto, prima articolo per
articolo e poi nel loro insieme.
All'atto della votazione sullo schema di statuto del consorzio
universitario, il dr. Rossi ha dichiarato che i comunisti in aula avrebbero
votato contro, per i motivi svolti nel corso della seduta. Secondo il capo
del Gruppo P.C.I., il progettato consorzio non sarà una base concreta per
la realizzazione dell'università e lo statuto in votazione è un atto politico,
la cui volontà sarebbe stata meglio formulata, meglio specificata, se accanto alle
iniziative proposte per il riconoscimento statuale dell'Università, si fosse
dato vita ad una vera e propria università libera in Foggia. Dallo statuto,
inoltre, completamente assente è la democrazia studentesca, perchè gli
studenti non sono chiamati in alcun organismo e tanto meno nel
Consorzio, mentre non si può non essere con loro.
Altra dichiarazione ha reso il consigliere Marinelli, che ha
annunziato di astenersi dal voto per protesta verso il mancato accordo,
per la fusione degli schemi di statuto presentati rispettivamente dalla
Giunta di Centro-sinistra e dal Gruppo comunista. Pertanto, i due schemi
sono messi in votazione separatamente.
All'inizio delle votazioni sono risultati fuori aula i consiglieri
Perfetto e Di Gioia: perciò i votanti sono stati 28 su 30.
Il Presidente ha messo ai voti lo schema di statuto presentato dal
gruppo comunista, il quale è risultato respinto nel preambolo: voti 17
contrari, 9 favorevoli e 2 astenuti (totale 28), e per la restante parte
(articolo per articolo) con voti 18 contrari, 9 favorevoli e 1 astenuto
(totale 28). L'altro schema è stato anch'esso votato articolo per articolo
con i seguenti risultati: a) approvato il primo comma dell'art. 1 con 27
voti favorevoli e 1 astenuto (Marinelli) mentre la rima-
153
nente parte ha riscosso 17 voti favorevoli, 9 contrari e 2 astenuti (totale 28);
b) approvati gli artt. 2 e 3 con 18 voti favorevoli, 9 contrari ed 1 astenuto;
c) approvato l'art. 4 con 27 voti favorevoli ed 1 astenuto; d) approvato l'art.
5 con 18 voti favorevoli, 9 contrari ed 1 astenuto; e) approvato l'art. 6 con
27 voti favorevoli ed 1 astenuto; f) approvati gli articoli dal 7 al 19 con 18
voti favorevoli, 9 contrari ed 1 astenuto.
A questo punto è uscito dall'aula il consigliere Ricciardelli.
La votazione sullo schema di statuto nel suo insieme, con 27 presenti
in aula e votanti, ha dato questo risultato finale: favorevoli 18, contrari 8,
astenuto 1, totale 27.
MANIFESTAZIONI NAZIONALI
La « Settimana della lettura »
a Foggia, Manfredonia e Lucera
La Presidenza del Consiglio dei Ministri, direzione gen.le dei servizi
d'informazione e della proprietà letteraria, ha promosso quest'anno una serie
di iniziative concertate nell'intento lodevole di rilanciare la funzione della libreria, attirando l'interesse dei cittadini sul tradizionale ed insostituibile mediatore
del libro, il libraio, e sui vantaggi del leggere, e inoltre di aiutare tutti coloro, librai e
bibliotecari, che agiscono in favore della lettura e della diffusione del libro. A questi
fini, tramite le Prefetture, in tutte le province si è fatto del proprio meglio
perchè la «Settimana della lettura» - questa l'insegna delle manifestazioni -,
esaudisse le aspettative ufficiali con un impegno degli «interessati» e col massimo favore pubblico possibile.
In Capitanata l'ufficio prefettizio competente è intervenuto in varie direzioni, anche col fornire il materiale di propaganda allestito dalla stessa Presidenza, ma i risultati non sono stati migliori che altrove, per quei motivi, sia
di fondo che marginali, ampiamente illustrati dalla stampa nazionale. Infatti,
assenti proprio i librai, che avrebbero dovuto assumere un ruolo di protagonisti, i sette giorni destinati alla manifestazione sarebbero trascorsi senza lasciar traccia se, a caratterizzarli, non si fossero varate due mostre ed alcune
altre manifestazioni di contorno. Di esse diamo qui notizia, rampollando le
cronache apparse sulla stampa nazionale e locale, e corredandole di alcune
fotografie dell'archivio editoriale.
A FOGGIA
Inaugurata dal Prefetto la Mostra sulla stampa e l'editoria dauna / Il progresso
di 3 secoli nelle opere dei nostri tipografi. Libri, trattati e opuscoli, dalle pagine ingiallite
e gualcite, stampati in Capitanata dal 1600 ad oggi / Di un «pioniere» di Manfredonia il volume più antico esposto (1680); di mons. De Santis (« Civitas troiana ») quello
più recente.
Libro, lettura, libertà: a farci caso, queste tre parole non hanno in comune soltanto la «l» iniziale. Così accostate, quasi concatenate, acquistano il
senso logico e preciso di un intero discorso, di un motto antico: leggere è
libertà; libro e lettura sono espressioni di civiltà, strumento di progresso,
mezzo non solo di arricchimento culturale, ma anche di elevazione dello spirito. E' tutto qui, in fondo, in queste tre parole, il motivo ispiratore della Mostra sulla stampa e l'editoria in Capitanata (XVII-XX secolo) inaugurata dal
prefetto di Foggia, dott. Michele Di Caprio, in una sala della Biblioteca provinciale, a
159
Palazzo Dogana, nel quadro delle manifestazioni per la « Settimana della
lettura ».
« Leggere è libertà », ripetono i manifestini tricolori affissi un po' dovunque nel settecentesco edificio che ospita la mostra: un motto ideale, anche
se non privo di una sfumatura di retorica, per una rassegna varia, indubbiamente interessante e, per quanto è possibile, completa, che non solo si propone di rammentare e ribadire la saldezza dei legami tra stampa e cultura, ma
documenta, tappa per tappa, il tardivo, spesso difficoltoso, ma tenace e costante sviluppo dell'editoria nella nostra terra e traccia così, sia pure indirettamente un quadro delle vicende - tra cronaca e storia - della Capitanata dal
1600 ai nostri giorni.
I protagonisti di questa rassegna, in fondo, non sono i trattati, gli opuscoli, i volumi, e neppure gli autori (scrittori, studiosi, poeti), ma le tipografie
della Capitanata: tutte, dalle più grandi e perfezionate a quelle dei più remoti
paesini, e persino quelle ormai scomparse che hanno lasciato una traccia del
loro prezioso lavoro. Protagonisti sono i tipografi stessi, soprattutto i primi
tipografi, simpatiche figure di « pionieri factotum », dinamici e poliedrici come tutti i pionieri: per metà artisti e per metà artigiani, editori, stampatori e
talvolta anche autori dei loro amati libri. I libri sono le loro « creature », le
testimonianze gualcite e ingiallite di un contributo d'idee, di lavoro, di gusto,
dato, spesso per pura passione, all'arte tipografica e alla cultura della nostra
terra. Ora si esibiscono allineati ordinatamente sui lunghi tavoli della Biblioteca; qualcuno, ritto e semiaperto, mostra, sulle pagine di un avorio sciupato,
fregi e miniature finissimi; i più antichi e preziosi poggiano su minuscoli, obliqui leggii di chiaro legno lucente.
La Daunia tipografica è tutta qui: Flaman e Ciampoli di Monte S. Angelo; E. Armillotta e Bilancia di Manfredonia; De Santis e Cateo di Troia; Caputo
di Torremaggiore; la « Casa del sacro Cuore » di S. Agata di Puglia; Salvatore e
Gaetano Scepi, Cappetta e Pesce di Lucera; Morrico, Dotoli, De Girolamo, la «
Dauna arti grafiche » di S. Severo; Coluccelli di Ascoli Satriano, e le « Tipografie riunite », la « Scienza e diletto », Cibelli e Pescatore di Cerignola... Le tipografie foggiane dell'800 presenti alla mostra sono invece la « Maria Cristina di
Savoia », la Ferreri & Trifiletti, Verriento, Michele Giacomo e Pasquale Russo,
Domenico Pascarelli, Salvatore Cardone, Saverio Pollice, Michele Pistocchi,
Paolo Leone, Giuseppe Ciampitti.
Di Nicola Arpaia, tipica figura di artigiano appassionato e valente
(sguardo onesto, diritto; folti, bonari baffoni ricurvi), la rassegna presenta due
opuscoli - « Il mio lavoro », stampato a Foggia nel 1898, e « Ars et labor » rari, e pregevoli non solo per l'interesse del contenuto ma anche per l'eleganza dei caratteri e la nitida chiarezza della stampa. Tra i volumi più antichi e
interessanti, un'opera su « Le industrie di Puglia », di Giuseppe Rosati, il «
Giornale fisico-agrario di Capitanata »
(1850), un « Manuale dei consiglieri e deputati provinciali di Capitanata » (1866),
la « Storia della città di Lucera », di Giambattista d'Amelj (1861), gli « Atti del Consiglio provinciale di Capitanata » del 1861, il « Giornale degli atti dell'Intendenza di Capitanata ».
Una sezione a parte è dedicata allo Studio editoriale dauno, la cui prima
160
pubblicazione - « La Corte d'assise », rassegna bimestrale di diritto criminale e
di vita giudiziaria, diretta da Baldassarre Cocurullo, Vincenzo La Medica e
Mario Simone - risale al 1934.
Allo Studio editoriale dauno si deve anche la ripresa della Raccolta di
studi foggiana, edita dal Comune di Foggia, con i volumi sul « Risorgimento
dauno », su « Saverio Altamura » e con lo studio su « Il Tavoliere di Puglia nel
secolo XIX »).
In un'altra sezione della mostra sono presentate tutte le pubblicazioni
curate dalla Biblioteca provinciale, dall'Amministrazione provinciale di Capitanata (con scritti dei presidenti della Provincia Luigi Allegato, Gabriele Consiglio, Berardino Tizzani, e dell'assessore Primiano Magnocavallo), e dal
Gruppo di studio della Provincia; gli utili e interessanti quaderni di « La Capitanata », e - per la serie dedicata agli istituti d'arte e di cultura - uno studio del
direttore della Biblioteca provinciale, dott. Angelo Celuzza, su Realtà, esigenze
e prospettive della provincia di Foggia.
Il volume più antico esposto in questa mostra è una Cronologia de' Vescovi et Arcivescovi sipontini, scritta dal polignanese Pompeo Sarnelli, « dottor
dell'una e dell'altra legge - protonotaio apostolico »; uscì dalla stamperia arciuefcouale di Manfredonia nel 1680.
I paleotipi della stampa di Capitanata risalgono però a una quarantina
d'anni prima. Il British museum di Londra possiede una copia del rarissimo
De modo consultandi sive ut vulgus vocat collegiandi di Giacinto Alfieri, uscito «
Fogiae, ex typographia Laurentij Valerij » nel 1646; pure del 1646 è il Salvato
pupillo di Ecupido Macchiarella, stampato dal Valeri. Nel secolo XVII operò a
Foggia anche un altro tipografo - Novello De Bonis - dalla cui stamperia uscirono, nel 1669, una storia Della scherma napoletana, di Francesco Antonio
Mattei, ed una Orazione tenuta in Cattedrale, per la festa dell'Iconavetere, dal
monaco celestino Domenico Antonio Guelfone. Di un dotto prelato è anche
l'opera più recente presentata nella mostra: la Civitas trojana, di mons. Mario
De Santis, che porta un valido e notevole contributo critico alla storia politica
e artistica del Mezzogiorno.
La distruzione di intere raccolte di giornali dauni nel corso dei bombardamenti dell'ultima guerra ha privato la mostra della parte che loro vi
spettava; la scarsa disponibilità di spazio e l'assenteismo dei librai hanno limitato la rassegna alla presentazione di due o trecento volumi. Ma si tratta delle
opere più rappresentative dell'editoria dauna d'ogni epoca: le pietre miliari potremmo dire - di un itinerario di progresso non solo culturale ma anche
sociale, civile, di elevazione spirituale, segnato nel tempo.
MARCO LARATRO
(riassunto da « La Gazzetta del Mezzogiorno » di Bari, 28 marzo 1968)
161
A MANFREDONIA
La « Settimana della Lettura » nella Biblioteca Comunale / Mostra bibliografica
riguardante Manfredonia e le sue tradizioni culturali / La manifestazione, promossa dai
Servizi Informazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, comprendeva anche il «
Circolo di lettura» su Alfredo Petrucci, che con «Le parole per tutte le ore» è ritornato tra
noi.
E' superfluo ricordare che il libro, qualunque esso sia, è ancora tra i
mezzi moderni per la diffusione delle idee, tra i più idonei a dare la consapevolezza dei valori umani, a interpretare le esigenze e i bisogni, a costituire un
mezzo essenziale della società democratica.
« Leggere è libertà » - « Un uomo che legge ne vale due ». All'insegna
di questi slogan e nell'ambito della « Settimana nazionale della lettura », nella
civica Biblioteca dal 30 marzo al 6 aprile si è tenuta una Mostra bibliografica
riguardante Manfredonia, editori e autori di questa Città, cui non manca una
nobile tradizione culturale.
La rassegna, organizzata dal Comune, d'intesa col Centro di Servizi
Culturali del Comprensorio Garganico, ha voluto dimostrare non solo lo
stretto legame intercorrente fra stampa e cultura, ma anche fuori da ogni velleità campanilistica, l'importanza storica e artistica che Manfredonia e la sua
progenitrice Siponto sono andate via via assumendo negli studi e nelle testimonianze di scrittori italiani e stranieri.
Ha voluto testimoniare, inoltre, sia pure con le manchevolezze, che i
limiti di tempo e le difficoltà di allestimento non hanno consentito di poter
superare, l'apporto culturale di quegli autori che, nati a Manfredonia o quivi
operanti, hanno affidato ai loro scritti, taluni davvero notevoli sul piano della
cultura nazionale, il loro amore per gli studi storici, scientifici, letterari, artistici, economici. La rassegna ha compreso opere a stampa in edizione di particolare pregio e valore, come il raro volume uscito dalla « Stamperia arcivescovale » di Manfredonia nel 1680, Cronologia dei vescovi et arcivescovi sipontini di
Pompeo Sarnelli, e le due cinquecentine Cornucopiae di Nicolò Perotto, edito a
Venezia nel 1527, e Descrizione d'Italia di Leonardo Alberti del 1551, l'Album dei
Cinquecento di Montecitorio del Manganaro, con preziose tavole a colori da lui
genialmente composte. E ancora il Regesto di S. Leonardo di Siponto del Camobrego, I notamenti di Matteo Spinelli da Giovinazzo, difesi e illustrati da
Camillo Minieri Riccio, e il manoscritto delle memorie storiche dell'antica e
moderna Siponto dell'altro Matteo Spinelli del 1783.
Non sono mancate edizioni come Cattedrali di Puglia di Alfredo Petrucci
e Antichità e cultura di Keiserlingk, edito a Norimberga qualche mese fa. Si è
voluto, inoltre, sottolineare l'opera davvero meritoria di ricercatori e studiosi
locali come Michele Bellucci, le cui opere in gran parte sono inedite, Luigi
Pascale e Silvestro Mastrobuoni. Di Renzo Frattarolo, che col fratello Carlo
svolge un'intensa attività culturale nella Direzione Generale delle Accademie
e biblioteche, sono state presentate alcune delle opere critiche più significative. Non sono mancati opuscoli e relazioni sui vari aspetti della vita
162
economica e amministrativa locale e contributi di notevole pregio scientifico e
di grande interesse culturale, come quelli degli archeologi Rellini, Quagliati,
Puglisi, Battaglia, Ferri, valorizzatori delle antichità da Coppa Nevigata a Siponto, a Scaloria e Occhiopinto fino a Monte Saraceno.
Si dovrebbe citare, inoltre, le opere pregevoli di altri studiosi e scrittori
manfredoniani o che si sono interessati a Manfredonia, ma l'elenco sarebbe
sempre limitato e manchevole.
Questa Mostra è stata solo una prima presa di coscienza, da parte dei
frequentatori della Biblioteca, di una valida e seria tradizione e attività culturale,
di cui è protagonista la nostra Città, aperta a prospettive di sviluppo economico, turistico e industriale. Non mancheranno le necessarie integrazioni, anche
per offrire ai giovani un più sicuro orientamento nella conoscenza della storiografia, della cultura e dell'arte locale.
Ai nomi degli autori bisognerebbe aggiungere anche quelli dei tipografi
ed editori sipontini, che hanno continuato l'attività del torchio arcivescovale del
'600, fra i quali l'avv.to Massimo Frattarolo, operante a Lucera.
Una citazione a parte merita Mario Simone, che ha saputo creare nel
Mezzogiorno una ordinata e duratura attività editoriale, cui molto devono la
cultura e il progresso civile in Capitanata. Basta scorrere la varietà e la ricchezza
delle collane e delle riviste, di cui si è reso benemerito creatore, dai Quaderni
della Corte d'Assise del 1933 ai Quaderni del Risorgimento Meridionale, dalla serie
« Dogana e Tavoliere di Puglia », alla serie « Il pensiero dei novatori, fra cui gli
Scritti Meridionali di Angelo Fraccacreta; dalla collana « Istituti d'Arte e di Cultura », che è l'unica nel Mezzogiorno, che riguarda le biblioteche degli enti locali, compresa quella di Manfredonia, a tutte le raccolte del Comune di Foggia e
dell'Amministrazione provinciale e della sua Biblioteca.
La « Settimana » è stata annunziata da locandine e pieghevoli a cura del
Comune, contenenti il programma delle manifestazioni locali. All'ingresso della
Biblioteca pubblica due originali pannelli, riproducenti pagine del Sarnelli, hanno presentata la Mostra bibliografica, che il sindaco, prof. Valente, ha inaugurata, presente il prof. Celuzza, direttore della Biblioteca provinciale di Foggia,
intervenuto anche in rappresentanza del presidente della Amministrazione provinciale, avv. Tizzani.
Nel quadro della « Settimana » stessa si è svolto un « Circolo di lettura »
sull'opera di Alfredo Petrucci: « Le parole per tutte le ore », organizzato e ospitato dal Centro di Servizi Culturali gestito dalla Società Umanitaria, convenzionata con la Cassa del Mezzogiorno: una manifestazione rivolta anche a onorare
la vita e l'opera di quel grande e schivo scrittore ed artista garganico.
In base alla tecnica pedagogica per presentare un'opera in modo critico
ed attivo, la manifestazione si è aperta con una breve introduzione del direttore
del Centro, Mancino, che ha spiegato le caratteristiche del « Circolo di Lettura »
e la scelta del libro in esame. Quindi Anita Valente, ha presentato Alfredo Petrucci con un sintetico, ma esauriente curriculum; Ferri, ha fatto il riassunto
critico del libro; Mancino ha riferito qualche opinione sull'opera, come Ritorno
163
di A. P., con cui il sodale Mario Simone, recensendo appunto Le parole per tutte
le ore ne « Il pensiero » di Bergamo (marzo 1931), partecipò il fortunato rientro
del Poeta ed Artista di Sannicandro, uscito da grave malattia e conseguente crisi
spirituale, nel consesso della intellettualità docente. Infine la Cassa e l'altra Valente hanno letto una cinquantina di pagine del libro.
E' seguita la discussione sui temi, i problemi e gli aspetti offerti dal libro
riassunti e conclusi dal consulente Mario Simone, e dal preside prof. Cristanziano Serricchio, studioso ed esegeta del Petrucci, che, insieme col « Sipontinus
» e con l'altro garganico, Pasquale Soccio, testimonia della coscienza e della
iniziativa di Terra nostra. Alla chiusura del « Circolo », che sarà ripetuto negli
altri Comuni del Comprensorio dei Servizi Culturali della « Umanitaria », si è
votato un saluto augurale all'indirizzo dell'illustre, che oggi personifica la più
alta espressione culturale del Gargano.
Nel programma della « Settimana » sipontina era compresa anche la
premiazione dei frequentatori più assidui delle biblioteche locali: la civica « Pascale », la « Simone » e quelle scolastiche.
(da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 18 aprile 1968)
A LUCERA
La Settimana della Lettura / Valori culturali della Biblioteca di Lucera /
I fasti antichi e recenti della Biblioteca Comunale illustrati dal prof. P. Roselli.
Nel quadro della « Settimana della Lettura » l'Amministrazione Comunale ha
inteso favorire la iniziativa del Lions Club, che ha organizzato nella sala della
locale Biblioteca, una conversazione sul tema: Valori culturali della Biblioteca di
Lucera.
L'avv. Marcello Prignano, presidente del Lions Club di Lucera, ha presentato l'oratore ufficiale dr. prof. Pietro Roselli, direttore della Biblioteca, il
quale, tra l'altro, ha affermato che « parlare della Biblioteca significa parlare del
libro, della sua importanza, la cui lettura arricchisce il pensiero ». La diffusione
della cultura in una società contemporanea è compito anche della Biblioteca
che l'oratore ha definito « un'organizzazione sociale ».
Ha poi comunicato che la Biblioteca di Lucera, disponendo di oltre 60
mila volumi, recepiti a seguito di donazioni e di lasciti, è la più ricca tra quelle
di Comuni non capoluoghi di provincia. Ed ha elencato le opere più significative, che vanno dal « Privilegio di Carlo V del 7 giugno 1552 - Rilegatura e
Stemma di Lucera », dalla « Descrizione di tutta Italia di Leandro Alberti,
stampato a Venezia nel 1551, al volume « Nelle Puglie » del Gregorovius,
stampato a Firenze nel 1882, in cui si parla anche di Lucera e della Biblioteca.
L'oratore ha concluso, rivolgendo un caldo appello all'Amministrazione
in carica - alla quale ha dato atto della sensibilità sin qui dimostrata per i problemi del patrimonio artistico-culturale di Lucera - perchè intensifichi gli sforzi
tesi a conservare e incrementare l'attuale corredo bibliografico, per un sempre
maggiore sviluppo della cultura.
(da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 11 aprile 1968)
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MANIFESTAZIONI PROVINCIALI
Il 1° Seminario di « promozione garganica »
A stimolare il tema di questo Seminario, come leggesi nella « nota introduttiva » della relazione conclusiva, hanno concorso « autorevoli precedenti »:
1) i convegni tenuti gli anni u. s. a Foggia e a Manfredonia, per la protezione e
valorizzazione del patrimonio storico artistico archeologico della Daunia. Col
patrocinio di autorità di Governo e di enti amministrativi, e, con l'intervento
anche di Amedeo Majuri e di Bruno Molajoli, essi risvegliarono la coscienza
dell'ambiente e causarono la soppressione degli assurdi cantieri di lavoro per lo
scavo archeologico, gestiti da enti locali, il restauro di alcuni monumenti, il ripristino del Museo di Foggia, con l'istituzione in sede di un ufficio distaccato
della Soprintendenza regionale alle Antichità, la pubblicazione di contributi vari
di storia e d'arte; 2) la campagna di scavi della missione archeologica diretta dal
prof. Silvio Ferri e i suoi personali, generosi interventi, per conservare al Gargano le sue eccezionali prerogative archeologiche e turistiche.
Tra le manifestazioni culturali di rilievo maggiore, che si possono attribuire a questa raggiunta nuova sensibilità pubblica per i problemi del Promontorio, sono da ricordare anche il primo Convegno internazionale di studi
garganici, a cura della Società di Storia Patria per Puglia, la prima Mostra bibliografica del Gargano dell'Ente « Provincia di Capitanata », ordinata dalla
sua Biblioteca, e, infine questo Seminario, svoltosi nel secondo semestre del
corrente anno.
Autorizzato dal Ministero della P. I., e con molto impegno organizzato
dal Centro Servizi Culturali del Comprensorio garganico, esso ha interpretato
una nuova esigenza, sollecitata dal programma d'insediamento industriale
nell'area turistica del Promontorio e, in particolare, dalla contestazione a livello sia locale che nazionale, dell'impianto del quinto « Petrolchimico » in zona
ritenuta pregiudizievole alla salute e agli interessi della città.
Scopo generico dei seminari è la formazione di animatori di attività socio-educative, ai nuovi compiti richiesti dal processo di sviluppo culturale nel
Mezzogiorno. Questo garganico, riallacciandosi alle precedenti iniziative, ha
voluto condensarne l'esperienza, trarne l'insegnamento per le soluzioni odierne, concorrere a formare una coscienza civica più sensibile e produttiva
di beni comuni. Pertanto, lo si è impostato, organizzato e svolto con carattere
e forma di lezioni per un limitato numero di persone che, ciascuna in rapporto all'ambiente in cui opera, dovrebbe praticare i precetti ricevuti, per il miglioramento della vita locale.
A svolgere i corsi di Archeologia, Storia, Economia ed Urbanistica,
compresi nel calendario, sono stati chiamati Silvio Ferri, professore emerito
dell'Università di Pisa, l'avv. Mario Simone, cui è spettata la programmazione
e la direzione del Seminario, quale consulente del Centro, il prof. avv. Giuseppe d'Addetta e l'ing. Biagio Pignataro.
165
Preceduti da una riunione preparatoria, convocata dal direttore Mancino del Centro medesimo, che ha curato la parte esecutiva della organizzazione, i corsi hanno avuto svolgimento il 4 agosto, il 22 settembre, il 17 e il 22
novembre nelle sedi di Palazzo civico di Manfredonia e della pubblica biblioteca di Monte S. Angelo, con la partecipazione di numerosi iscritti *.
Alle prime lezioni, tenute nei due predetti comuni, sono stati presenti i
rappresentanti delle loro rispettive municipalità in segno di adesione attiva.
Ospite d'onore è stato lo storico tedesco Adalbert Graf von Keyserling, vincitore del premio «Gargano».
Il Premio letterario « Gargano »
e quello giornalistico «Mario Ciampi »
Nel pomeriggio del 28 luglio, svolgendosi a Umbra la XXI « Sagra della Foresta », si sono proclamati i vincitori del Premio letterario « Gargano »,
anche esso maggiorenne. Ha raggiunto, infatti, il suo XXIII anno di vita, da
quando, per voto di alcuni meridionalisti (Michele Vocino, Ciro Angelillis,
Mario Ciampi, Mario Simone, Giuseppe d'Addetta, con altri studiosi riuniti
nella Società Dauna di Cultura) l'Ente Provinciale per il Turismo si assunse il
patrocinio, il finanziamento e la parte esecutiva della manifestazione.
La Commissione giudicatrice dei Premi ha espresso la propria soddisfazione per il numero e la qualità delle opere presentate, che confermano, a
suo giudizio, la validità dell'iniziativa, « che gioverà mantenere con tutte le sue
caratteristiche per una sempre più approfondita accentuazione del suo peculiare tema in senso storico, letterario e turistico ». In base ai risultati dell'esame delle opere presentate ed in particolare di quelle prese in considerazione
ai fini del risultato
* Altini Giulio (Monte S. Angelo), ins. Armiento Anna (Mattinata), ins. Armillotta Francesco (Monte S. A.), dr. Aulisa Angelo (Manfredonia), Balta Ottavio (id.),
Bava Felice (id.), ins. Ciccone Anna (Mattinata), dr. Ciccone Giuseppe (Mattinata),
ins. Ciociola Giuseppe (Monte S. A.), rag. De Feudis Nicola (Manfredonia), ing. De
Filippo Francesco (id.), ins. Di Bari Antonio (Foggia), Di Bari Salvatore (Monte S.
A.), ins. Di Brina Francesco (Carpino), Di Michele Grazia (S. Nicandro Garg.), Fiore
Anna Maria (Rignano Garg.), Fischetti Matteo (Monte S. A.), dr. Giuffreda Matteo
(Monte S. A.), Guerra Giuseppe (id.), ins. Esposto Giuseppe (Manfr.), univ. Italiano
Antonino (id.), La Marca Giovanni (Monte S. A.), Lauriola Matteo (id.), dott. Liguori
Marco (id.), ins. Martelli Maria Antonietta (Rignano G.), univ. Marzovillo Antonio
Michele (Manfr.), Masulli Gennaro (Monte S. A.), ins. Mazzamurro Angelo (Monte
S. A.), ins. Mazzamurro Giuseppe (id.), Murgo Costanzo (Manfr.), Palladino Saverio
(S. Giovanni Rot.), ins. Palumbo Matteo (Monte S. A.), ins. Pecorelli Margherita (id.),
stud. Pecorelli Pasquale (id.), dr. Pellegrino Vincenzo (id.), dr. Prencipe Matteo (id.),
univ. Renzulli Giovanni (id.), Potenza Bruno (Manfr.), dr. Roberti Raffaele (Monte S.
A.), prof. Francesco Scarale (S. Giovanni Rot.), Simone Francesco (Monte S. A.),
Simone Matteo (id.), ins. Stiticozzi Nicoletta (S. Nicandro Garg.), Tancredi Ciro (S.
Marco in L.), prof. Tini Giosue (S. Giovanni R.).
166
finale, ha deciso di assegnare il Premio letterario « Gargano » di un milione di
lire all'opera: Vergessene Kulturen in Monte Gargano (Norimberga 1968) dello
scrittore Adalbert Graf von Keyserling, «nobile sforzo di ricostruzione della
più antica civiltà culturale garganica, nel quale accanto a molti interessanti
rilievi si evidenziano nuove segnalazioni di materiale archeologico ». Ha poi
segnalato all'attenzione della critica e del pubblico i libri: Vieste, gemma del
Gargano di Ludovico Ragno, una brillante visione d'insieme storica, informativa, turistica di una delle città pugliesi fino a qualche tempo addietro più neglette, e Testimonianze francescane nella Puglia Dauna di Padre Doroteo Forte,
una diligente narrazione delle vicende storiche dell'Ordine Francescano nella
Puglia settentrionale.
Per quanto riguarda il Premio giornalistico « Mario Ciampi », di mezzo
milione di lire, la Commissione, preso atto con compiacimento dell'elevato
livello dei lavori presentati, ha deciso di premiare gli articoli vivaci e letteralmente pregevoli di Pietro Marino: L'ala dell'Arcangelo sulla Montagna di Puglia
e Memorie di un'estate sulla spiaggia di Diomede, pubblicate dal quotidiano « La
Gazzetta del Mezzogiorno» di Bari rispettivamente l'11 ed il 13 giugno 1968.
La Commissione, inoltre, ha segnalato il giornalista Ugo Reale per tre
organici saggi sui problemi del turismo, dell'industrializzazione e della tutela
del paesaggio del Gargano, informati, obiettivi e stimolanti, pubblicati sulla
rivista « Nuovo Mezzogiorno » di Roma, rispettivamente nell'ottobre 1967 e
nel marzo ed aprile del 1968.
La premiazione dei vincitori si è svolta alla presenza del S. Segretario
alle Finanze on.le Vincenzo Russo, che ha pronunziato un discorso denso di
prospettive per l'avvenire del Promontorio.
167
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
* Hanno collaborato a questo fascicolo: dr. LUIGI CILIBERTO, segretario
generale dell'Amm.ne prov.le di Foggia; prof.ssa MELUTA M. MARIN,
dell'Università degli Studi di Bari; prof. M. MICHELE ZUPPA, preside
del Ginnasio-Liceo Statale « M. Tondi » di S. Severo; dr. GIUSEPPE
MODUGNO, redattore del quotidiano « Il Tempo » di Roma.
SOMMARIO
LUIGI CILIBERTO: La potestà legislativa della Regione a statuto
speciale nei rapporti di diritto privato
73
MELUTA D. MARIN: Alcuni problemi topografici dell'antica
Daunia
101
A. MICHELE ZUPPA: Matteo Tondi
138
GIUSEPPE MODUGNO: Ricordo di Umberto Fraccacreta
141
IL PARLAMENTO – Eletti della IV Legislatura alla Camera dei Deputati e al Senato
Nella Circoscrizione Bari – Foggia e nei Collegi di Capitanata
144
I MUNICIPI – Statistica delle « Amministrative» negli anni 1967 e 1968
145
REALIZZAZIONI: 1) Per l’Università degli Studi in Foggia; 2) Statuto del Consorzio
universitario di Foggia
149
MANIFESTAZIONI NAZIONALI – La « Settimana della lettura » a Foggia,
Manfredonia e Lucera
159
MANIFESTAZIONI PROVINCIALI – 1) Il I° Seminario di « promozione
garganica »; 2) Il Premio letterario « Gargano » e quello
giornalistico « Mario Ciampi »
165
IN MEMORIA – Primiano Magnocavallo
168
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
BOLLETTINO D'INFORMAZIONE
della
Biblioteca Provinciale di Foggia
Anno VI (1968)
n. 1-3 (genn.-giu.)
La biblioteca
centro di promozione culturale
L'esame analitico della situazione bibliotecaria di una regione come la
Puglia sottintende la conoscenza del grande sviluppo che hanno percorso le
biblioteche fin dall'antichità. Così potremo meglio comprendere la
collocazione che codeste istituzioni hanno oggi nella società
contemporanea e il ruolo importante che esse vi assolvono.
La loro storia ci dimostra con larghezza di dati che, fin da tempi
antichi, esse hanno progredito verso fini sempre più utilitari e democratici.
Infatti, riservate dapprima a qualche privilegiato dalla fortuna, con il secolo
XVI si aprono ad un pubblico molto ristretto.
Le biblioteche di studio dei secoli XVII e XVIII, le quali, per altro,
segnano una nuova tappa, si moltiplicano nel volgere di più di un secolo
per via di quelle di tipo enciclopedico. Attualmente le biblioteche pubbliche
sono frequentate da una massa di lettori finora diseredata e mettono alla
portata di tutti ciò che la letteratura, l'arte e la scienza hanno lasciato di più
perfetto. Come ha detto Carnegie, « l'organizzazione umana più potente, il
vantaggio più grande per una società è mettere alla portata di tutti i tesori
del mondo contenuti nei libri. II memoriale dell'umanità è scritto nei libri;
1
bisogna che tutti possano andare a cercarvelo ». Dai piani di struttura della
società di oggi emergono bisogni nuovi, premono aspirazioni nuove, si agitano
ansie nuove: vi sono classi sociali che hanno bussato e bussano alle porte del
mondo della cultura. Si profila all'orizzonte un umanesimo nuovo, un
umanesimo che tutti gli uomini abbraccia nella grande dignità dell'azione
illuminata dall'intelligenza e rivolto al progresso e al benessere di tutti:
l'umanesimo del lavoro.
Quando Gustavo Flaubert nel Bouvard et Pécuchet, non dominando
serenamente la passione e l'antipatia che lo ispirano, cerca di far parodia
dell'enciclopedia delle scienze del suo tempo e fa l'epopea dell'intelletto che si
riassorbe nella bestialità, mira a colpire l'equivoco di una scienza popolare e
l'illusione dell'avvento di un'età in cui il divenire dell'umanità nella sua triplice
forma di passato presente e futuro non avrebbe più avuto segreti per nessuno.
E', in fondo, una prospettiva critica della cultura di massa, formulata solo
all'inizio di un processo del quale il Flaubert non poteva immaginare i
travolgenti ed irreversibili sviluppi. Ed infatti ritroviamo alla fine Bouvard e
Pécuchet ancora d'accordo in un'esistenza monotona ed idiota dopo aver,
d'accordo, buttato via un mucchio di soldi in continue fallaci esperienze.
Spesso, anzi sempre si parla di democrazia, di umanità, di libertà, ma
non ancora riusciamo a dare a questi termini un significato preciso e da tutti
accettato. Dante, poeta di tutti i popoli, perché poeta del dramma dell'animo
umano, quando si ritrova smarrito nella selva del senso e del peccato scorge in
alto il colle illuminato dal sole: il colle della sua disperazione e della sua
speranza. All'istintivo impulso della sua natura, che senza indugio vorrebbe
lanciarsi alla conquista della vetta luminosa, la ragione contrappone l'esigenza
di un lungo, sofferto esame, di un giudizio su quel mondo finito e particolare in
cui l'uomo errante ha smarrito il cammino. Orbene, se vogliamo incontrarci
con la democrazia, la libertà e l'umanità, dobbiamo procedere con la gradualità
paziente nella conoscenza di noi così come siamo e ritrovare gli strumenti di
lavoro per una rettifica individuale. Diceva Leonardo: « Nessuna cosa si può
amare né odiare se prima non
2
si ha cognizione di quella ... ; con ciò sia che l'amore di qualunque cosa è
figlio di essa conoscenza ». Dunque, bisogna moltiplicare la carica di
sensibilità verso i problemi della lotta contro l'analfabetismo e verso le
esigenze dell'educazione degli adulti e dell'educazione di massa; bisogna
lavorare soprattutto per l'elevazione del popolo, tenendo presente che è
vana qualunque diffusione estensiva della cultura se questa non trarrà
nutrimento da un corrispondente e continuo approfondimento della scienza
in cui affonda le radici; se la cultura, questo potente lievito dell'umanità,
non ritrova giorno per giorno il suo potere vitale in una matura ricchezza di
motivi ideali e spirituali, nei valori permanenti che costituiscono le colonne
portanti del comune e perenne edificio umano nella varietà e nella
mutevolezza del divenire. Non è il caso qui di riprendere la critica di Snow
a proposito delle due culture, giacché concordiamo perfettamente con
Armando Vitelli quando afferma che « la cultura è sempre e solo
umanesimo » che « la cultura è mordente critico, apertura verso un mondo
diverso che si vuole e si può, e perciò si deve costruire », che essa non deve
più limitarsi a spiegare il mondo, ma impegnarsi a trasformarlo; quindi non
può voler escludere da sé la civiltà umanistica o quella scientifica in nome
delle loro differenze di qualità e di valori, ma dev'essere capace di
accoglierle insieme e farle insieme concorrere all'affermazione del regno
dell'uomo, in quanto solo così essa è autenticamente umana e ritrova la sua
unità di funzione e di significato. Eppure ci sentiamo di dire che i grandi
artisti con le loro opere immortali danno testimonianza di quella pura
umanità che sa innalzarsi sulle contese e le divisioni; così come gli scienziati
con le loro continue e strabilianti scoperte riaffermano il valore educativo
della scienza, la quale, per altro, può essere forza di unificazione solo se
diventa strumento di un'umanità ricostituita e riconciliata nei suoi essenziali
valori costitutivi.
Il genere umano è stato sempre capace di avanzare e insieme di
indietreggiare fino a ricadere nella notte dei tempi. La possibilità di questa
spaventevole caduta risiede nelle torbide passioni dell'uomo, e, per dirla con
il Newman, « sperare di contendere con quei giganti che sono la passione e
3
l'orgoglio umani servendosi solo di strumenti delicati quali la ragione e la
scienza dell'uomo sarebbe come scavare con dei sassi una roccia di granito o
ormeggiare una nave con un filo di seta ». Ed allora in che cosa riporremo la
nostra speranza di salvezza? Solo nel diffuso sentimento che ci accomuna e ci
sospinge verso un rinnovamento interiore. Cioè occorre una rinascita della vita
morale dell'uomo; occorre proprio quella cristiana rigenerazione che qualche
tempo fa appariva assurda alla logica puramente umana. Deve nascere l'uomo
nuovo che crede nella potenza della legge eterna dell'amore. « Tempus libertatis
» definì S. Agostino questo tempo di rinascita, avvertendo che Dio nulla fece
con la forza ma tutto « suadendo et monendo ». E' questa superiore virtù che
deve presiedere e regolare i rapporti umani.
E qui si pone in tutta la sua tensione un'altra domanda: Come potremo
dar sostanza a questa nuova realtà? Ancora una volta mi tocca di citare il
grande Santo d'Ippona, il quale in una delle sue esaltanti e talvolta drammatiche
meditazioni concludeva con una domanda che affermava: « Quo fugiturus nisi in
Deum? ». Ebbene, parafrasandola ci sentiamo convinti di dire che si può
giungere a questa nuova realtà promuovendo prospettive d'un avvenire
migliore del nostro popolo attraverso l'elevazione civile e morale, che si
concretizza nell'azione continua, paziente, capillare di sottrarre una parte
ancora larga di esso alla insipienza e alla rozzezza, di dare a tutti una cultura che
sia sì di pratica utilità per il lavoro, ma che solleciti anche e soprattutto
l'approfondimento dei temi della vita morale del cittadino. Se si devono,
quindi, favorire con il massimo rispetto e potenziare in ogni modo gli studi al
livello della ricerca, che per il loro proprio indirizzo tendono ad innalzarsi a
nuove conquiste del sapere, con altrettanto rispetto bisogna favorire il processo
di diffusione di un'appropriata cultura per ogni ceto popolare che ha tutto il
diritto di diradare le tenebre dell'ignoranza che su di esso gravano. In fondo, i
problemi della cultura, i problemi della diffusione della cultura a tutti i livelli
sono problemi di vita pratica: si tratta di realizzare l'uomo a se stesso, cioè di
mettere l'uomo in condizioni di aprire un dialogo con gli altri uomini. Tutta
4
la nostra vita è un dialogo, è un'apertura di dialoghi, è una forma di
comunicazione.
Il libro è il mezzo del dialogo con ogni altro uomo sotto tutte le
latitudini; è l'apertura individuale ad un'altra apertura oltre che un mezzo di
formazione tecnica specifica; cioè, è uno strumento per potenziare la persona
umana ai fini del suo contributo entro l'ambito della società. E il libro ci riporta
subito all'idea della biblioteca, la quale, affiancandosi alla scuola e collaborando
con essa, è entrata in questa dura ma nobile battaglia. La scuola, infatti, da sola
non può far tutto. La sua efficacia è limitata alle ore d'insegnamento e ai corsi
scolastici, mentre la biblioteca può attirare alunni ed ex alunni in tutto le ore,
sempre. Questa, infatti, è uno degli strumenti fondamentali del progresso della
civiltà. Non è, come troppi forse ancora la pensano o la immaginano, un
semplice deposito di libri. Tutt'altro! dai suoi scaffali lignei o metallici promana
per la nuova generazione la luce di ciò che ha conquistato e creato la vecchia, e
quindi la spinta della grande avventura umana che dai muscoli passa al
pensiero. E' l'anello che ci congiunge direttamente con la cultura, con la quale
essa forma il binomio inscindibile del divenire umano. Essa deve stimolare la
cultura e promuoverne l'interesse per tutto ciò che costituisce la storia
presente. E' sede di storia, ma deve pur anco contribuire a fare la storia. In una
parola, è una piattaforma dove l'antico e il nuovo s'incontrano non solo negli
scaffali, ma nelle menti. Giulio Einaudi nel Convegno delle biblioteche
popolari tenutosi a Firenze nel dicembre del 1962 ebbe ad affermare che
occorreva « inserire il problema delle biblioteche in una politica globale di
sviluppo » e che se non si riusciva a compiere uno sforzo parallelo fra
investimenti produttivi e quelli formativi dell'uomo come la scuola, gli istituti di
ricerca e le biblioteche, si sarebbero creati squilibri estremamente nocivi.
Dunque, tutto è conferma dell'esigenza, della necessità imprescindibile
dell'esistenza e dell'operare della biblioteca quale strumento valido di lotta
contro l'ignoranza e di promozione della cultura nel duplice senso orizzontale e
verticale.
Nel clima rinnovato di vita democratica e di reviviscenza
5
culturale non rispondere positivamente alla esigenza di far disporre di una
biblioteca che garantisse a livello popolare e medio un felice incontro con il
libro era una colpa grave. Ed a questo punto il Ministero della P.I. ha inteso
la necessità di inaugurare in accordo con le Amministrazioni Comunali e
Provinciali, una politica adeguata che esprimesse e consacrasse la volontà di
istituire ovunque la biblioteca del popolo e per il popolo. Era codesto il
modulo risolutore del problema nuovo, che si imponeva e che premeva con
tutta la sua urgenza. Ha quindi recepito con grande sensibilità ogni
proposta che la Soprintendenza gli ha rappresentato, profondendo somme
ingenti che hanno massicciamente concorso alla realizzazione di piani e di
prospettive che tendono a dare ad ogni Comune una biblioteca valida,
funzionale, operante, dove agendo per ridar vita a istituzioni divenute
anemiche e vacillanti, dove consentendone la costituzione dal nulla.
I Comuni pugliesi, nella loro grande maggioranza, in libertà piena e
in autonomia responsabile hanno considerato giunto il momento di sfidare
e distruggere il terribile analfabetismo, che sotto forme molteplici e con
articolazioni varie minaccia la loro stessa vita interiore e logora il registro
degli interessi più nobili e più alti dei propri amministrati. Essi hanno
mostrato di voler marciare nel solco di una tradizione luminosamente e
sicuramente segnato; solco che è anche metodo, poiché è riuscito
sapientemente a fondere le esigenze del mondo economico con quello dello
spirito, nella consapevolezza di dover creare le prospettive di una vita
materiale più florida e più feconda nel quadro di un'economia più
sviluppata e lanciata verso più sicuri destini, e nella convinzione che «
l'ambiente umano nel mondo - come ebbe ad affermare in occasione del
Congresso straordinario per le celebrazioni del VII Centenario della nascita
di Dante il Presidente del Comitato di Nuova Delhi - è profondamente
mutato: non vi sono più grandi popoli colonizzatori e colonie intese sotto il
punto di vista della politica internazionale e della politica economica. Oggi
si allarga sempre più e si afferma il punto di vista della cultura, e in questo
campo si ravvisa principalmente nell'Italia la grande potenza culturale ».
6
Dunque, se si dovrà sempre più mutare, correggere e riformare e
stimolare e riequilibrare le leggi e le misure dell'economia, l'opera somma dovrà
essere quella dell'educazione, nella quale la biblioteca può recitare la sua grande
parte di prima attrice, e nel cui contesto tutti possiamo e dobbiamo essere
effettivi apostoli, ciascuno nella propria cerchia e ciascuno in prima verso se
stesso. Opera collettiva, di fronte alla quale il singolo sente i suoi limiti e la sua
umiltà, ma avverte la propria potenza e la propria responsabilità e il dovere di
far sempre, di fare senza indugio quello che gli spetta di fare, farlo con molti o
con pochi compagni, farlo per il presente e per l'avvenire.
Grandissimo è il numero degli uomini che sanno e sapranno in avvenire
leggere, poiché la scuola non è più un privilegio di una classe o di un ceto, ma è
divenuta obbligatoria per tutti. Pochi ancora, però, sono quelli che possono
comprare i libri per completare la propria educazione morale ed intellettuale.
Per le masse, dunque, la sola possibilità è la Biblioteca pubblica, la quale
rispondendo al bisogno di istruzione, sollecitato da programmi economici e
scientifici, consentirà agli uomini di dilatare le dimensioni del loro pensiero, di
coltivarsi e di avere cura della loro dignità in armonia con il livello di vita
innegabilmente migliorata sotto tutti i rapporti e gli aspetti. D'altra parte, le
macchine e la tecnica richiedono la qualificazione dell'operaio, il quale deve pur
sapere rispondere alle esigenze del suo mestiere; e l'agricoltura stessa che segue
l'irreversibile processo della industrializzazione esige dell'agricoltore e finanche
dal contadino preparazione e competenza. E l'operaio, l'agricoltore, il
contadino, l'artigiano solo nella Biblioteca trovano lo strumento della loro
indispensabile, adeguata istruzione.
Una volta filosofi e poeti potevano dire « Io sono un uomo e niente di
ciò che è umano mi è estraneo ». Oggi tutti gli uomini devono poter formulare
questa proposizione, poiché essa è la divisa dei tempi nuovi ed espressione di
democrazia viva ed operante.
ANTONIO CATERINO
7
Biblioteca in ogni Comune
Finalmente si è compreso che l'Italia è un insieme di provincie culturali
che il centro ha il dovere di raggiungere e di ragguagliare. Si tratta di provincie
evolute, le quali vogliono sapere tutto quello che accade non soltanto a Roma e
a Milano, ma anche in tutte le altre città del mondo; desiderano materiale di
informazione, il più possibile completo, aggiornato e obbiettivo, per meditare,
studiare e decidere le proprie scelte, spezzando il dominio isolato e pressocchè
incontrastato dei mass-media.
Noi, in proposito, desideriamo richiamare, sul tema cultura e biblioteca,
quanto si va dibattendo in questi ultimi anni in Puglia.
Partecipammo, nel salone dell'Amministrazione provinciale di Bari, a un
importante dibattito sul tema « Mezzogiorno e Cultura », promosso dalla rivista
« Nuovo Mezzogiorno ». Abbiamo ancora vivo il ricordo degli stimolanti
dibattiti con gli interventi di Abbate, Cassieri, Cifarelli, V. Fiore, V. Ciampi ed
altri. Ricordiamo, inoltre, L'alternativa meridionale di Michele Abbate e, infine, le
memorie e le tavole rotonde del « Gruppo di Meridionalisti ».
Nel suo libro l'Abbate si pone il quesito Qual'è oggi la situazione della
cultura meridionale 1. Di quali strumenti dispone per ambire, se non ad orientare
e dirigere, a influenzare e condizionare lo sviluppo della società, per tanti
aspetti caotico e contradittorio? E risponde coraggiosamente che non esistono
le condizioni per un « sostanziale », profondo mutamento della classe dirigente.
La cultura deve contribuire ad elaborare un'alternativa umanistica (non
umanitaria) e portarla avanti e renderla popolare, sollecitando sui temi cruciali
della società e del mondo
Cfr. in proposito, anche, il volume di Walter Mauro: Mezzogiorno e Cultura,
con testimonianze di L. Bonanni, Giuseppe Cassieri, Lino Curci, Giuseppe Dessì,
Tommaso Fiore, Raffaele La Capria, Olga Lombardi, Alberto Mario Moriconi,
Michele Prisco, Lanfranco Orsini, Nino Palumbo, Giovanni Russo, Leonardo
Sciascia, Dante Troisi (Roma, Edizioni « Nuovo Mezzogiorno ». Serie « Studi e
Inchieste » n. 3).
1
9
che ci imprigiona l'attenzione di tutti coloro che non hanno rinunciato a
interrogarsi sul proprio destino ». E, proprio in nome di questa invocata
indignatio civilis, egli esprime sulla cultura meridionale un giudizio di
arretratezza « non inferiore alla perdurante arretratezza economica e sociale
dell'ambiente... », per concludere che quello della cultura è uno dei settori meno
avanzati e più bisognosi di rinnovamento della realtà meridionale di oggi.
Avanza, poi, il dubbio se si possa ancora attribuire alla cultura un ruolo
decisivo per le sorti delle popolazioni del sud, e se queste dovranno o no
pagare il loro accesso alla civiltà dei consumi con la « rinuncia ad una effettiva
emancipazione politico-civile, e ad una reale partecipazione all'esercizio del
potere ad ogni livello e in tutte le questioni che riguardano la loro esistenza e il
loro futuro ».
E, in posizione di critica verso la Cassa per il Mezzogiorno circa l'azione
culturale da questa intrapresa attraverso il FORMEZ per lo sviluppo civile e
culturale del Sud, egli afferma che un'azione culturale, per risultare una cosa
seria e realmente innovatrice, deve poter trovare i propri protagonisti e artefici
non in organismi formativi e assistenziali più o meno illuminati, ma nelle stesse
energie intellettuali di provincia, in quelle libere e risolute, e che non possiamo
che guardare con diffidenza a quanti si fanno assertori ed esecutori di interventi
straordinari dall'alto.
Argomenti che, con un concitato coro a più voci, sono ripresi dalla
rivista « La Rassegna Pugliese » nel n. 11-12 (novembre-dicembre) 1968,
dedicato a « La Cassa per il Mezzogiorno e lo sviluppo culturale del Sud », in
base alla inchiesta condotta dal suo vice direttore Agostino Caiati e da
Giovanni Pagliaro.
Questi temi si inquadrano indubbiamente in un panorama culturale oggi
ancora squallido, anche se in movimento, in cui si configura e si precisa il
nostro sottosviluppo culturale.
Ad esso si innestano i problemi generali, propri della civiltà dei consumi,
e quelli della « città »: sono problemi di grande interesse per Foggia, compresa
nel progetto « grande città » da parte della Cassa per il Mezzogiorno.
La nostra società organizzata non ha saputo utilizzare gli impulsi e la
capacità creativa dell'uomo medio, ma li ha lasciati inaridire. Ha coltivato 2
soprattutto una familiarità superficiale con le cose e con il sapere unilaterale
degli esperti. La sua ambizione è quella di risparmiare tempo, ma quando lo ha
fatto non ha saputo utilizzarlo. La questione della cultura e della partecipazione
sociale della città (le periferie sono state giustamente definite « pietrificato
monumento della disintegrazione e della alienazione umana ») in
trasformazione, finisce con il configu2
MUNFORD L EWIS: La cultura della città. Milano, Comunità, 1954.
10
rarsi come il semplice aspetto - ma certo non il meno importante - di un
problema più vasto e complesso che condiziona il discorso sulle stesse
prospettive della civiltà industriale: il problema della libertà e dello sviluppo
della persona umana nel quadro di una struttura urbana inospitale e sconvolta
dal ritmo stesso dell'attività produttiva e dei consumi e dalla disorganizzazione
sociale 3 .
In verità, quelle che troppo spesso si definiscono come le conseguenze
sociali dell'industrializzazione e dell'urbanesimo, altre non sono che le
trasposizioni in ambiente urbano, per effetto del fenomeno migratorio, di un
originario stato di povertà rurale che la concentrazione ai margini di una
economia di mercato in dinamica espansione, rende più evidente.
Abbiamo letto di recente quanto sostiene Vera Lutz circa le migrazioni,
quale soluzione del sottosviluppo meridionale. Evidentemente la Lutz non ha
calcolato l'immenso costo, in termini umani e sociali, che queste comportano,
perchè non risolvono il problema, ma lo trasferiscono soltanto, e semmai lo
trasformano.
Bisognerà favorire in ogni modo il dialogo tra « città dirigente » e « città
sub-alterna » 4. E grande, al riguardo, potrà essere il contributo che può essere
dato dagli intellettuali, e dai circoli culturali.
Gli intellettuali engagés dovrebbero rifiutarsi, in nome della libertà e della
dignità di uomini, di « suonare il piffero per la rivoluzione » (Elio Vittorini),
pretendere e favorire il contatto diretto con il pubblico, in mezzo al quale essi
dovrebbero andare, non per esibizioni gratuite, ma per un reciproco
arricchimento umano e quale importante fattore di coesione culturale e sociale.
Quindi nessun distillato di alta cultura della sfera dei loro pensatoi, ma
colloquio umano e scambio di reciproche esperienze. Colloquio da non
relegare negli ultimi frettolosi minuti, dopo una lunga conferenza, quando il
pubblico è ormai stanco e solo desideroso di tornare a casa.
Realizzazioni pugliesi.
La nostra Capitanata è ancora pigra e sonnolenta, nonostante i grandi
problemi, che si affacciano e che bisogna studiare e risolvere, perchè dalla
esatta loro soluzione dipenderà in massima parte l'avvenire prospero o meno
dei nostri figli: mi
3 GUTKIND
E. A.: L'ambiente in espansione. Milano, Comunità, 1955, pp. 85.
INSOLERA ITALO: Lo spazio sociale della periferia urbana. In « Centro Sociale
», anno VI-VII, n. 30-31 (1959-60).
4
11
riferisco all'Università, alla industrializzazione, alla irrigazione (un nostro caro
amico, scrittore e giornalista, ritiene, e credo giustamente, che l'irrigazione e la
bonifica integrale siano fatti soprattutto culturali), al turismo, all'assetto
urbanistico, alla difesa e conservazione del patrimonio artistico e culturale,
naturale, archeologico, bibliografico etc. Purtuttavia, con spirito di umiltà stiamo
lavorando a creare le auspicate strutture culturali di base: le biblioteche in ogni
comune. E' un lavoro impostato con chiaroveggenza e portato innanzi con la
collaborazione responsabile dell'ente « Provincia » e dei Comuni interessati.
Ricordiamolo in rapporto alle tre zone: Tavoliere, Gargano e Subappennino, in
cui si divide la Capitanata, per le diverse loro caratteristiche geografiche e sociali.
Tavoliere. - Ne fanno parte i comuni di Foggia, Cerignola, S. Severo,
Torremaggiore, Trinitapoli, Margherita di Savoia, Ortanova, S. Ferdinando di
Puglia, Serracapriola, Carapelle, Poggio Imp., S. Paolo di Civitate, Chieuti,
Stornara e Stornarella. La popolazione totale risulta passata dalle 334.892 unità
del 1959 alle 340.791 del 1968, con un incremento di 5.899 unità.
Sono in corso di organizzazione le seguenti biblioteche grandi a: 1)
Margherita di Savoia (13.445 abitanti): circa 2.500.000 lire è il contributo
ministeriale per l'acquisto del fondo fisso, comprendente opere generali e di
consultazione, e le attrezzature metalliche: scaffali, tavoli, sedie, schedario,
mobile portariviste, attaccapanni; 2) Ortanova (14.837 abitanti); 3) S. Ferdinando
di Puglia (13.670 abitanti); 4) Serracapriola (8.000 abitanti).
Poichè risultano da tempo funzionanti biblioteche pubbliche a Foggia
(138.000 ab.) con una dotazione di 139.424 voll. e opuscoli; a Cerignola (48.042
ab.) con una dotazione libraria di n. 14.000 pezzi; a S. Severo (52.509 ab.) con
una dotazione libraria di 21.465 pezzi; a Torremaggiore (16.326 ab.) con una
dotazione di 23.289 pezzi; e risulta costituita, ma non funzionante, la biblioteca di
Trinitapoli (13.829 ab.) can una dotazione di circa 2.000 pezzi, con la biblioteca
piccola di Carapelle in corso di organizzazione, su una popolazione di 340.791
abitanti, ne abbiamo 254.303 serviti da biblioteche e 86.488 non serviti. Bisogna,
comunque, tener presente che sono in corso di finanziamento le biblioteche dei
comuni di Stornara (3.796 ab.), Stornarella (3.971 ab.), Poggio Imperiale (3.718
ab.), S. Paolo di Civitate (6.323 ab.) e Chieuti (2.358 ab.).
In conclusione nel Tavoliere, che nella organizzazione bibliotecaria è la
zona più fortunata, alla dotazione complessiva, rispetto agli standards minimi
fissati in sede internazionale, mancano circa duecento mila volumi.
Gargano. - Del comprensorio garganico fanno parte dicias-
12
sette comuni: Manfredonia, Monte S. Angelo, S. Giovanni Rotondo, S. Nicandro
Garganico, S. Marco in Lamis, Apricena, Vico del Gargano, Vieste, Carpino,
Mattinata, Rodi Garganico, Peschici, Lesina, Rignano, Cagnano Varano,
Ischitella e isole Tremiti. La popolazione complessiva dalle 191.761 unità del
1959 è passata nel 1968, a 192.496 unità, con un incremento totale di 736 unità.
Tale popolazione è attualmente servita dalle biblioteche dei seguenti
comuni, con una dotazione libraria complessiva di 16 mila 155 pezzi:
Manfredonia (44.652 ab.) dotazione libraria 8.889; Monte S. Angelo (10.264 ab.)
dotazione libraria 1.901; S. Giovanni Rotondo (20.764 ab.) dotazione libraria
1.009; S. Nicandro Garganico (18.740 ab.) dotazione libraria 4.354.
E' registrata a S. Marco in Lamis una raccolta comunale di un numero
imprecisato di pezzi, non aperta al pubblico. Sono in corso di organizzazione le
seguenti biblioteche, distinte per grandezza e importanza, in « grandi », « medie »
e « piccole »: Apricena (13.691 ab.): b. grande; Vico del Gargano (9.340 ab.): b.
grande; Vieste (13.234 ab.): b. grande; Carpino (6.435 ab.): b. media; Mattinata
(5.639 ab.): b. media; Rodi Garganico 4.210 ab.): m. media; Peschici (3.942 ab.):
b. media; Lesina (6.000 ab.): b. media; Rignano Garganico (3.112 ab.): b. piccola.
Sono in fase di finanziamento le biblioteche di Cagnano Varano, Ischitella
e isole Tremiti.
In totale: le biblioteche esistenti con una dotazione complessiva di 16.155
pezzi dovrebbero sopperire alle necessità moderne di 94.420 abitanti.
A questi si aggiungano i 98.076 abitanti non serviti tuttora da alcun
servizio bibliografico. Anche in questa zona la situazione è fortemente deficitaria,
pur trattandosi di comuni inseriti in un importante comprensorio turistico, in
fase di forte sviluppo economico.
Sub-Appennino. - I comuni appartenenti a questo comprensorio sono
trenta, che vanno da una popolazione minima di 577 abitanti in Celle S. Vito, una
isola linguistica provenzale, a Bovino (7.040) e poi a Lucera (29.662). La
popolazione di questa zona ha subito nel decennio 1958-1968 il più forte
decremento, passando da 161.062 a 133.138, cioè 27.924 unità in meno.
Su una popolazione complessiva di 133.138 abitanti, ben 103.476 non
possono fruire di alcun servizio bibliografico.
I seguenti comuni: Casalnuovo (4.012 ab.), Biccari (2.137 ab.), Candela
(5.035 ab.), Deliceto (5.735 ab.), Accadia (4.258 ab.), Bovino (7.040 ab.), Pietra
Montecorvino (3.708 ab.), Orsara di Puglia (4.964 ab.), saranno al più presto
forniti di una biblioteca di tipo medio (stanziamento per libri del fondo fisso L.
1.700.000; per attrezzature L. 1.114.000).
13
I comuni di Carlantino (1.999 ab.), Casalvecchio di Puglia (2.950 ab.),
Castelnuovo della Daunia (2.836 ab.), Motta Montecorvino (1.596 ab.), Volturino
(3.024 ab.), Alberona (988 ab.), S. Marco la Catola (3.796 ab.), Celenza
Valfortone (3.049 ab.), Roseto Valfortone (3.049 ab.), Castelluccio Valmaggiore
(2.178 ab.), Monteleone di Puglia (3.424 ab.), Anzano di Puglia (3.098 ab.),
Volturara Appula (1.453 ab.), Faeto (1.963 ab.), Celle S. Vito (577 ab.),
Castelluccio dei Sauri (2.236 ab.), Panni (2.000 ab.), saranno forniti al più presto
di altrettante biblioteche piccole (stanziamento per fondo fisso L. 300.000; per
attrezzature L. 869.000).
Le biblioteche dei comuni di Ascoli Satriano (13.325 ab.), Troia (8.858
ab.), S. Agata di Puglia (5.129 ab.), Rocchetta S. Antonio (3.958 ab.) non sono
state ancora finanziate dal Ministero della P.I.
L'offerta di lettura e...
Una politica del libro, dovrebbe mirare soprattutto a correggere la cattiva
distribuzione nella offerta della lettura. A tale proposito si reputa necessaria una
iniziativa ministeriale per una indagine seria sull'offerta della lettura in Italia, tali e
tante sono le differenze, davvero macroscopiche, che sono venute fuori da
rilevamenti fatti in epoche diverse, ma vicine tra loro, da parte di enti ed istituti.
Nell'annuario delle librerie del 1965 il numero delle biblioteche è di 1.687, mentre
sale astronomicamente a 21.410 nella indagine ISTAT: indubbiamente non è
stato tenuto presente l'elemento base di una vera biblioteca viva e moderna; l'uso
pubblico.
E' stato osservato 5 che il trionfo dell'audiovisivo ha introdotto una nuova
dimensione nel panorama della cultura popolare, interrompendo il tradizionale
circuito basato sul binomio uomo-libro. Milioni di uomini passano da una cultura
contadina, fondata sulla parola, alla cosidetta civiltà delle immagini. Quindi si
rende ancora più indispensabile una capillare diffusione del libro in questa epoca
di trionfo della civiltà industriale, perchè se all'immagine non si farà seguire la
lettura meditata e il colloquio diretto uomo-libro, si ritornerà per altre vie a una
discriminazione culturale, tra chi si ferma alle informazioni più facili attraverso i
mass-media, e chi, con mente critica, accede al libro, uscendo fuori dal pericolo di
una standardizzazione di gusto e di linguaggio, se non dal paventato vidiotismo
(video-idiota).
Quindi la necessità di una lettura non più frammentaria, acritica, ma,
possibilmente, con l'ausilio di esperti, innestata
MASSA CARLO, L e B i b l i o t e c h e p o p o l a r i i n I t a l i a . In « Il Giornale
della Libreria », n. 2, febbraio 1968, pp. 93-96.
5
14
sulla realtà che ci circonda e che sollecita le nostre curiosità e la nostra
riflessione.
Questi temi (cultura popolare o educazione permanente e diffusione
delle biblioteche) vivono tra noi la loro grande giornata, e ritornano in ogni
convegno.
Passano dinanzi agli occhi della nostra mente le assisi bibliotecarie, cui
partecipammo: quella di Palermo (1948), dove bibliotecari italiani, accortisi che
la torre di avorio in cui si erano rinchiusi, tutti dediti agli alti nobili studi e alla
conservazione, era troppo angusta e, comunque, permeabile alle sollecitazioni
di un mondo in forte e veloce trasformazione, si dichiararono pronti a
discutere i problemi della pubblica lettura; il Convegno di Taranto 6 del 1955.
Qui gli ultimi scettici - e noi con alla testa il caro e mai troppo compianto
Beniamino D'Amato - dovettero arrendersi alle convincenti argomentazioni
portate con dialettica stringente dalla dottoressa Carini Dainotti sul tema «
biblioteche popolari e biblioteche per tutti. Su un servizio di pubblica lettura ».
Dopo 14 anni credo opportuno rinnovare alcune considerazioni fatte in
quella sede. Le vicende della biblioteca popolare in Italia sono state seguite e
distinte in tre periodi: 1860-1900 7; 1901-1923; 1923-1945. Nel primo
periodo, di fronte a una massa di 17 milioni di analfabeti su 22 milioni di
italiani, mentre la biblioteca popolare entrava giustamente nei programmi dei
governi post-unitari, i bibliotecari girarono sdegnosi il capo verso altri interessi
e altri studi. Nel secondo periodo, mutati non soltanto politicamente e
socialmente i tempi, mutarono anche gli
6 Atti del IV Convegno dei bibliotecari degli Enti Locali. Taranto, 23-26
aprile 1955. Bologna, Tip. Azzoguidi, 1958, 8°, pp. 50.
7 In proposito riteniamo opportuno citare quanto contenuto in un articolo,
apparso oltre cento anni orsono, nel numero 7 (27 giugno 1867) del « Giornale
delle Biblioteche » fondato e diretto da Eugenio Bianchi:
« L'amore di patria si significa non a parole, ma a fatti. Non basta dare al
popolo feste e baldorie che riescono funeste, ma conviene aprirgli i mezzi di
rendersi migliore, perchè allora esso sarà fatto più felice. I mezzi di renderlo
migliore non sono il danaro sprecato in feste, il danaro gettato a lui in elemosina,
ma quello impiegato a far prosperare le istituzioni che mirano alla sua istruzione.
In oggi (sic) più che mai l'importanza di provvedere a questa propaganda
dell'istruzione del popolo è sentita, avendone più che mai bisogno nell'esercizio dei diritti da esso
rivendicati bei quali è chiamato, ora nei tribunali come giurato, o ne' consigli come consigliere, ecc.
In oggi più che mai necessario che la plebe sia trasformata in popolo: ma quest'opera di
trasformazione non si potrà mai compiere se non coll'accordo di tutte le classi
della società nella volontà di farlo ». E il pezzo conclude, a proposito della esigenza
della cultura quale fondamento insostituibile di ogni legittima aspirazione del
cittadino alla libertà: « Lo si istruisca dunque nei suoi diritti e nei suoi doveri. Sia fatta in ogni
modo guerra all'ignoranza ».
15
orientamenti tecnici. Ma lo sviluppo delle biblioteche popolari fu influenzato
dalla frammentarietà delle iniziative a carattere privatistico, e le biblioteche
popolari furono travolte nell'infuriare delle lotte politiche e sociali.
Quindi i tecnici delle biblioteche riconsiderarono i loro compiti e
responsabilità verso l'importante problema, che all'estero aveva già trovato
adeguata soluzione.
Si rivendicarono onori e competenze (tractant fabrilia fabri); si discusse, e
non per vezzo filologico, della proprietà del termine biblioteca popolare e se non
convenisse parlare di biblioteca per tutti. « Oggi - diceva nell'anno 1955 la
dottoressa Carini - il concetto di biblioteca popolare non è più difendibile,
perchè riflette una concezione paternalistica e antidemocratica, e perchè
introduce limitazioni e sipari artificiosi e permanenti, là dove è compito della
biblioteca rendere psicologicamente facili e strumentalmente possibili passaggi
da uno stadio di cultura ad un altro, e tutti gli sforzi di libera circolazione nel
mondo delle idee. Come non esistono le ferrovie popolari, l'elettricità, l'acqua, il
gas « popolari », così non può e non deve esistere la biblioteca popolare. Al di
fuori della biblioteca specializzata e della biblioteca di conservazione, non può
esistere che la biblioteca per tutti, cioè un organismo bibliografico completo,
dotato di personale tecnicamente competente e culturalmente e socialmente
preparato, capace di sovvenire ai bisogni del ragazzo e dell'adulto e analfabeta,
dell'agricoltore, dell'operaio, dell'artigiano, dello studente e del professionista,
su su fino alle porte di quella cultura universitaria, cui è necessario assicurare
ottime condizioni di lavoro, ma non è necessario difendere da contaminazioni o
da contatti impuri.
... la biblioteca pubblica.
Si comincia a parlare della biblioteca pubblica, della biblioteca per tutti,
concepita per tutti i membri della comunità, che ne può profittare a seconda
delle proprie capacità (gode tanto del ber, quanto è grande la sete).
Si afferma l'esigenza per ogni comunità di un servizio pubblico
fondamentale, destinato a tutta la comunità perchè in regime di democrazia una
capillare diffusione delle pubbliche biblioteche è condizione di democrazia. Tutti
gli Italiani, ovunque essi risiedano, debbono poter disporre di questo
importante strumento di elevazione sociale e culturale. Ma si poneva il
problema del necessario humus sociale-economico e culturale sul quale la
biblioteca pubblica potesse affondare le radici. Poteva sorgere in ogni comune,
considerate le enormi somme occorrenti perchè una biblioteca pubblica
moderna sia viva e utile a tutti e consi-
16
derate le condizioni disastrose in cui versano tutti i comuni italiani? Essendo
insufficiente la base comunale (l'hinterland per ogni biblioteca) si pensò alla
base provinciale, con una biblioteca modernamente attrezzata, fornita di mezzi
e di personale, in ogni capoluogo di provincia e una rete in ogni comune,
attraverso un'attiva e vivificante circolazione di libri, di cultura, di sussidi
tecnici e di informazioni dal centro alla periferia.
Pertanto si afferma definitivamente il concetto di biblioteca pubblica, di
quella biblioteca, cioè, che deve giustificare la sua esistenza, fornendo occasioni
d'incontro del libro con il cittadino.
ANGELO CELUZZA
QUADERNI DI « LA CAPITANATA » EDITI DALLA
AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA
1.
2.
LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell'opera di Tommaso
Fiore (con 9 ill.ni).
EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (con 4 tavv. ill.
f. t.).
3. ALDO VALLONE, Correnti letterarie e studiosi di Dante in Puglia
(con 2 tavv. ill. e 2 aut. f.t.).
4. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum « De acquadiensium
oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4
tavv. ill. f.t.).
5. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio «
Gargano » 1967).
6. VINCENZO TERENZIO, Umberto Giordano cento anni dalla
nascita (con 4 tavv. ill. f. t.).
7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv.
f.t.).
8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia
altomedievale (con 6 tavv. f.t.).
9. I a « Mostra bibliografica del Gargano (con ill. nel t. e 12 tavv. f.t.).
Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dogana
Bibliografia di Umberto Fraccacreta *
EDIZIONI DEL POETA
Poemetti. Prefazione di Manara Valgimigli.
Bologna, Nicola Zanichelli, 1929.
Elevazione. Liriche.
Bologna, L. Cappelli editore, 1931.
Umberto Fraccacreta.
ne " La Puglia letteraria " (Roma), II, 4, 30 aprile 1932, p. 1 con ritr.
(Risposta al referendum indetto dal periodico).
Nuovi poemetti.
Bologna, Casa editrice L. Cappelli, 1934.
Chants d'Apulie traduits par Yvonne Lenoir, Avant-propos de
Maurice Muret.
Paris, Le Studio du livre, s. d. (1935).
Motivi Lirici.
Bologna, Licinio Cappelli editore, 1936.
Deux poèmes d'amour. Traduits de l'italien par Pierre de Montéra.
Paris, Libraire E. Droz, Rue de Tournon, 1938.
Antea.
Bologna, Libreria editrice Galleri, s. d. (1942).
Amore e terra.
(Modena), Guanda, s. d. (1943).
Benedetto Croce.
In " John Gawsworth, Benedetto Croce".
Per il Movimento liberale italiano. Passed for press. by A.M.G.
MCMXLIV.
Gawsworth John.
Dedica. Trad. di Umberto Fraccacreta.
Passed for press. by A.M.S., 1944 (Vasto).
* La presente rassegna, compilata col sussidio delle raccolte della Società
Dauna di Cultura, appare anche nel volume: M. VITTORIA, VENTURO
LAMEDICA: Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere (v. n. 54 in « Scritti sul Poeta »).
39
Gawsworth Iohn.
Una poesia. Trad. di U. Fraccacreta.
In " La Rassegna " (Bari), 2 marzo 1944.
Fraccacreta Umberto - Pàntini Romualdo.
L'ombra di Garibaldi - Benedetto Croce.
(E sei altre liriche. Versioni dall'inglese di John Gawsworth).
Vasto, 26 aprile 1944 (2a ed.).
Gawsworth John.
Umberto Fraccacreta. Trad. di Umberto Fraccacreta.
(Vasto), 18 marzo 1944.
O poeta pugliese (marzo 1944).
In " John Gawsworth, O poet of Apulia ! " Trad. di Umberto
Fraccacreta.
Italy, Passed for press. by A.M.G., MCMXLIV.
Vivi e morti. Seconda edizione aumentata.
Trani, Vecchi & C. editori, 1945.
Sotto i tuoi occhi.
Trani, Vecchi & C. editori, 1945.
Ultimi canti. Con una introduzione di Paolo Arcari.
Bari, Giu. Laterza & Figli, 1948.
Il moreto. Il Gallo morente. A Re Vittorio nel Cinquantenario
dell'Italia liberata. In Giovanni Pascoli, Carmina.
Milano, Mondadori s. d. (1951).
(Sono le traduzioni in prosa dei poemetti latini Moretum, Gallus
moriens, Ad Victorem Regem anno Italiae liberatae L.).
Gawsworth John.
Maggio d'Italia (La Gradogna). Trad. di Umberto Fraccacreta.
Foggia, Studio Editoriale Dauno, s. d. (ma 1957).
SCRITTI SUL POETA
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Dall'esperienza ermetica di Arcangeli al canto disteso di Vittore Fiore.
Ne " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), LXX, 167, 17 giugno 1957, p. 3.
2. AQUILANTI Francesco, Nuove forme di poesia classica.
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In U. C., pp. V-XII.
AVELARDI A. - PAPANDREA L., Umberto Fraccacreta, Da
'Il pane'.
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42. PUGLIESE Filippo Maria, Umberto Fraccacreta, aedo di nostra « gente »
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Ne "Il popolo nuovo" (Foggia), 15 ottobre 1934, p. 3.
43. PUGLIESE Filippo Maria, Il dramma poetico di Umberto Fraccacreta.
Ne " Il Sud letterario " (Matera), I, 3 gennaio 1947, p. 4.
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45. ROMANO Mario, Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere.
43
46.
47.
48.
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50.
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53.
54.
55.
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57.
In Bollettino dell'Agenzia Italiana di stampa " Orbis " (Firenze), XII, 115, 22
maggio 1957, p. 1.
Ripr. con titoli diversi in " Fotocronaca " (Foggia), 29 maggio 1957, p. 3 e "Il
Faro di Vieste " (Foggia), IX, 4-5, 31 maggio 1957, p. 3.
SERRICCHIO Cristanziano, Lettera da Foggia. A David M. Turoldo il premio
Fraccacreta.
Ne " L'Italia letteraria " (Roma), VIII, 46, 15 novembre 1953, p. 6.
SERRICCHIO Cristanziano, Poesia di Umberto Fraccacreta. Ne " La voce del
popolo " (Taranto), 6 aprile 1957, p. 3.
S. M., Il Poeta del Tavoliere celebrato nella natìa S. Severo. In " Azione
Meridionale " (Bari), 30 marzo 1947.
SIMONE Mario, L'opera di Umberto Fraccacreta nel saggio di un giovane e nella
critica europea. Rassegna della bibliografia con inediti e ritratto.
Foggia, Studio Editoriale Dauno, 1956.
SIMONE Mario, Puglia poetica. Significato e valore del Premio u Umberto
Fraccacreta ».
Ne " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), 14 giugno 1957, p. 3. Ripreso in "
Fotocronaca " (Foggia).
SOCCIO Pasquale, La poesia di Fraccacreta.
In " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), LXX, 66, 7 marzo 1957, p. 3.
TONELLI Luigi, Umberto Fraccacreta: Nuovi poemetti.
Ne " L'Italia che scrive " (Roma), XVII, 11 novembre 1934, p. 296.
V. A., Il Poeta del Tavoliere celebrato nella natìa S. Severo. In "Azione
meridionale" (Bari), V, 35, 30 marzo 1947, p. 2.
VENTURO LAMEDICA M. Vittoria, Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere.
Napoli - Foggia - Bari, C.E.S.P., 1969.
VENTURO-LAMEDICA M. Vittoria, Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere.
In "Annuario del Ginnasio-Liceo 'M. Tondi' di San Severo",
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VINCIGUERRA Mario, Due poeti.
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ZUPPA A. Michele, Il poeta del Tavoliere: Umberto Fraccacreta.
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ZUPPA A. Michele, Umberto Fraccacreta, poeta degli affetti domestici.
Ne " Il Sud letterario ", III, 3, giugno-luglio 1949, p. 6.
44
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
* Hanno collaborato a questo fascicolo: prof. ANTONIO CATERINO,
della Università degli studi di Bari, soprintendente bibliografico di
Puglia e Lucania; dott. ANGELO CELUZZA, direttore della Biblioteca
provinciale di Foggia.
SOMMARIO
ANTONIO CATERINO: La biblioteca, centro di promozione culturale
1
ANGELO CELUZZA: Biblioteca in ogni Comune
9
SCHEDARIO - 1) Ia Mostra bibliografica del Gargano (cont.
e fine); 2) Bibliografia di Umberto Fraccacreta
19
SQUILLI E RINTOCCHI - 1) Monte S. Angelo; 2) S. Marco
in Lamis; 3) S. Giovanni Rotondo
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Direttore: dott. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale.
Direttore responsabile: m° Mario Taronna
Direzione tecnica di Mario Simone - Tipografia Laurenziana - Napoli
Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150
45
Le biblioteche nei Comuni agricoli
La mia relazione si basa su di una indagine che verte sulla biblioteca di Lucera da me diretta e su altre biblioteche scelte nell’ambiente
agricolo pugliese, da prendersi come campioni rispetto alle biblioteche
comunali delle zone agricole depresse. Non ho preso in considerazione le biblioteche statali, le ecclesiastiche e le popolari, quelle scolastiche o di altri enti, e neppure le biblioteche provinciali o le comunali
dei capoluoghi di provincia per le diverse strutture amministrative, finanziarie o anche strettamente bibliotecarie che esse presentano. Egualmente ho trascurato le numerosissime, recenti biblioteche costituitesi nella provincia di Lecce e ora di Foggia con il Piano L (Servizio
Nazionale di Lettura). Dopo essermi consigliato con la Soprintendenza Bibliografica di Bari, presi in esame 7 Comuni della provincia di
Bari, 8 di quella di Foggia e 3 di quella di Lecce1 . Ho incluso in questa
rassegna le biblioteche dei Comuni non propriamente agricoli, ma marittimi, di Barletta, Gallipoli, Molfetta e Trani per disporre di qualche
termine di paragone. Per inquadrare lo sfondo socio-economico dei
centri prevalentemente agricoli presi in esame, in rapporto alle loro
biblioteche, non è sufficiente però fare un confronto generico con
quelle di altri Comuni, ma è necessario disporre di dati più oggettivi,
tutt’altro che facili da reperire. Con quel poco che mi è stato possibile
trovare sfruttando i dati più significativi dei due ultimi censimenti nazionali, gli indici indicativi del reddito medio a livello comunale, le cifre dei bilanci comunali, ho compilato per i Comuni
1
Andria, Barletta, Bitonto, Corato, Molfetta, Ruvo di Puglia, Trani nella provincia
di Bari; Cerignola, Lucera, Manfredonia, Pietra Montecorvino (sede di un Centro di
Lettura), Sannicandro Garganico, San Paolo Civitate, San Severo, Torremaggiore in
quella di Foggia; Gallipoli, Léquile (Servizio Nazionale di Lettura) e Nardò nella provincia di Lecce.
49
PIETRO ROSSE LLI_____________________________________________________________________________
presi in esame una tavola, di valore però assai relativo, di cui mi servirò qua e là nel corso della mia esposizione. Paradossalmente però rimangono da chiarire i criteri seguiti nella valutazione delle singole biblioteche considerate. Quali parametri avrei dovuto tener presente?
Purtroppo anche nel campo strettamente biblioteconomico le difficoltà
non sono poche, e forse addirittura maggiori delle altre cui si è fatto
cenno. Le biblioteche comunali sono così eterogenee che è impossibile avere un’idea precisa delle loro condizioni basandosi sulle statistiche disponibili, non sempre attendibili, né mi è sembrato facile, anche
per le poche biblioteche esaminate ‘de visu’, elaborare dati sicuri, tali
da poter essere presentati in un quadro omogeneo e quindi concretamente utilizzabili. Ho cercato allora di cogliere dalle biblioteche viste,
fin dove possibile, nel loro insieme, qualche elemento più significativo. A tal fine ho tenuto presente, come modello, una biblioteca pubblica ideale secondo le indicazioni fornite dall’Associazione Italiana
Biblioteche2 . Ho accentrato così la mia attenzione soprattutto sulle cifre indicative del prestito locale, della frequenza giornaliera, degli
stanziamenti per l’incremento librario, sull’entità del personale, sulla
possibilità dei lettori di accedere direttamente ai libri, sulla presenza di
cataloghi per soggetti o per classi, di una sala o di un servizio riservato
ai ragazzi, sui sussidi audiovisivi e le attività culturali promosse dalla
biblioteca, nonché sulla struttura amministrativa della medesima.
Prima di iniziare la rassegna delle biblioteche visitate è forse opportuno accennare ad alcuni aspetti specifici del rapporto che intercorre nei centri prevalentemente agricoli fra la maggioranza, almeno potenziale, degli utenti e la loro biblioteca toccando così due temi, la cultura contadina e l’istruzione professionale agraria, assai complessi.
Tentare una valutazione schematica di una cultura, ignorando i
particolari concreti della sua realizzazione storica, è assai pericoloso,
purtroppo però è quanto spesso è avvenuto a proposito della ‘civiltà
contadina’ soprattutto nel Mezzogiorno3 . Si passa infatti facilmente da
uno estremo all’altro: ora si rimpiange romanticamente una società
salda perché statica, incorrotta perché povera, disciplinata perché ignorante, legalitaria perché stratificata; ora si propugna una distruzione, tanto più immediata quanto più efficace, di tutti i suoi valori tradizionali, per instaurare ‘ab imis’ con piglio a volte colonialistico, la
nuova vorticosa civiltà dei consumi. Se è facile accorgersi dei pericoli
insiti in queste impostazioni, non molti sono a domandarsi se, proprio
per il passato, si sia avuta nel Meridione una società contadina ‘pura’
come quella ipotizzata. Probabilmente nel Mezzogiorno, al momento
dell’unificazione, l’attività agricola non era così predomi-
2
A.I.B., La biblioteca pubblica in Italia. Compiti istituzionali e principi generali di
ordinamento e di funzionamento. Roma, 1965.
3
Mi sono valso della magistrale relazione di MANLIO ROSSI DORIA. Considerazioni di un economista agrario sul problema dell’educazione dei contadini al 3° congresso nazionale dell’Unione italiana della cultura popolare, in « L’educazione dei lavoratori », Bari, 7-10 aprile 1955.
50
_______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI
nante come comunemente si è indotti a pensare: l’artigianato e i traffici adriatici locali erano più fiorenti, non erano del tutto assenti le industrie, sebbene deboli, e la stessa agricoltura era limitata, per esempio
nel Tavoliere dal pascolo. La figura dell’analfabeta avvocato, tratteggiata 60 anni fa da Giuseppe Lombardo-Radice4 , va collocata nella
crisi generale che ha travagliato il Mezzogiorno dopo l’Unità ed il suo
progressivo delinearsi va collegato con il processo di decadenza della
vecchia classe dirigente meridionale, di cui era espressione.
La biblioteca di comuni quali quelli da noi considerati deve dunque agire sia per conservare le tradizioni culturali locali, ravvivandole,
sia per portare nell’ambiente spesso chiuso dove essa opera i fermenti,
le prospettive, le novità di una civiltà più dinamica, varia ed esperta;
non solo, ma dovrebbe anche registrare ed accogliere, con sensibilità
quasi etnografica, tutte quelle testimonianze culturali: credenze, costumanze, espressioni idiomatiche etc., che nella lenta evoluzione tradizionale del mondo contadino avrebbero avuto modo di essere coscientemente recepite dalla più forte cultura locale e quindi conservate ed
interpretate, e che ora invece rischiano, nel processo di trasformazione
sempre più rapido in atto, di scomparire senza lasciare traccia o di essere acriticamente condannate e distorte, o nostalgicamente rimpiante.
Passiamo ora ad esaminare in primo luogo le biblioteche comunali
di centri la cui popolazione oscilla per lo più dai 15.000 ai 50.000 abitanti, dediti prevalentemente all’agricoltura, da me visitate, la cui fondazione risale a prima dell’ultima guerra mondiale 5 . Esse presentano
tutte caratteri abbastanza uniformi: sono cioè, quale più e quale meno,
piuttosto antiquate e poco attive. Ben poche hanno cataloghi efficienti,
se poi a questa deficienza si aggiunge la diffusa mancanza di una qualsiasi consultazione, le possibilità di una libera, rapida ed efficace scelta dei testi da parte del lettore vengono fortemente limitate, con un
conseguente maggiore impegno da parte del bibliotecario, tale da
spingerlo frequentemente ad una poco democratica, anche se inconsapevole, selezione dei lettori.
Inoltre si deve segnalare la cronica e generale insufficienza del
personale, origine prima delle lacune segnalate, che contribuiscono a
loro volta ad aggravarla. Non ci si deve meravigliare quindi per la
mancanza sia di iniziative culturali in collaborazione con altri istituti o
proprie della biblioteca, come di una azione propagandistica volta ad
allargare la cerchia dei lettori; in quest’ultimo campo potrebbero tuttavia ottenersi risultati apprezzabili — come in alcune biblioteche che
esamineremo in seguito —se si potesse disporre con una certa larghez-
4
In Le biblioteche popolari allo Congresso Nazionale, p. 35, Roma, 6-10 dicembre
1908. Citato da FRANCESCO BARBERI, Biblioteca e bib liotecario, Bologna, 1967, p.
59.
5
Andria, Bitonto, Corato, Cerignola, Lucera, Manfredonia, Nardò, San Se vero,
Torremaggiore.
51
PIETRO ROSSE LLI_____________________________________________________________________________
za di opere interessanti un vasto pubblico per alimentare un attivo prestito a domicilio. Senonché i volumi prestati in queste biblioteche
qualche volta sono solo 30 al mese. Quali possono essere le cause di
un’attività così limitata? Innanzi tutto il prestito locale è quasi sempre,
secondo i regolamenti vecchi di decenni, in linea di massima vietato:
il prestito è quindi un’eccezione, di cui il bibliotecario è personalmente responsabile. Con una simile premessa è comprensibile come il prestito a domicilio sia consentito liberamente solo a quei frequentatori:
maggiorenti, parenti, amici, « intellettuali » riconosciuti, ai quali il bibliotecario non osa dire di no, mentre agli altri utenti viene prestata
l’opera, sempre che non sia di consultazione o fuori commercio, dietro
il deposito di una somma pari al doppio del prezzo del libro; col che si
potrebbe concludere che i prestiti vengono concessi con una certa larghezza alla solita ‘élite mentre la maggioranza si deve accontentare di
quanto il bibliotecario ritiene di poter concedere. Invero sono pochi gli
studenti che girano con 3 o 4.000 lire in tasca e pochi anche, in
quell’ambiente, quelli i cui genitori anticipano una somma del genere
per prendere un libro in prestito.
Ma se nuovi regolamenti sono senz’altro necessari, vi è tuttavia un
altro aspetto, assai importante, da tener presente: queste biblioteche
vorrebbero essere storiche, di conservazione, mai popolari. Sorte non
di rado nell’Ottocento, come espressione di una cultura e di una classe
dirigente, poi decadute, rimangono tenacemente attaccate alle antiche
memorie e tradizioni, svolgendo d’altronde una funzione da questo
punto di vista importantissima. Esse abbondano spesso di opere rare:
incunaboli, cinquecentine, manoscritti di eruditi cittadini, etc., per ovvie ragioni assai poco utilizzate; ma sono molto povere, in proporzione, di romanzi, di saggi recenti, soprattutto se a carattere scientifico o
tecnico, anche se si tratta di opere di poco prezzo. E ciò non si spiega
solo con le innumerevoli, ma spesso dannose, donazioni, o con gli originari fondi dei monasteri soppressi costituenti il nucleo principale di
queste biblioteche, ma soprattutto con la mentalità della popolazione,
dalla quale il bibliotecario è in gran parte condizionato, e della sua
classe dirigente, da cui spesso il bibliotecario proviene.
La biblioteca è quindi per 1’‘otium’, non per il ‘negotium’: deve
essere dunque un rifugio tranquillo e possibilmente solitario, per i pochi amanti della cultura e per qualche studente più dotato e volenteroso. Questo discorso, in apparenza astratto, spiega in parte sia l’assenza
di un servizio per ragazzi — i soliti, vecchi regolamenti vietano, salvo
eccezioni, l’accesso ai minori di 15 anni —, sia l’antipatia per le opere
di utilità pratica, quali appunto quelle per l’istruzione professionale,
sia il modestissimo aggiornamento di queste biblioteche.
Vediamo in concreto, a questo proposito, di quali fondi esse dispongano: non solo il loro ammontare non supera generalmente il milione di lire annue, ma in alcune biblioteche lo stanziamento per l’incremento librario è talora inesistente, altre volte soggetto ad ampie
52
_______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI
oscillazioni e soltanto di rado regolare e sufficiente. Essendo il bilancio del Comune misterioso per il povero bibliotecario — e non solo
per lui! —, è lecito sospettare anche come non pochi sussidi finanziari
del Ministero della Pubblica Istruzione alle biblioteche comunali finiscano per essere spesi diversamente. Non pare che questo inconveniente sia facilmente eliminabile perché, non avendo la biblioteca una
gestione finanziaria autonoma, i sussidi ad essa elargiti o vengono trasmessi direttamente al bibliotecario, assumendo un carattere clandestino assai antipatico, oppure confluiscono nella cassa comunale dove
possono essere spesi, nell’ambito della pubblica istruzione, indifferentemente per le scuole, per il museo, la biblioteca stessa o altro, secondo la necessità più urgente. Un altro grave inconveniente è la frequente interruzione di opere in continuazione, regolarmente acquistate, per
mancato saldo di fatture, derivante da oggettiva povertà della cassa
comunale o da cattivo funzionamento della ragioneria o dalla poca
considerazione in cui sono tenute le esigenze della biblioteca. D’altro
canto le volte in cui le Amministrazioni locali sono sollecite verso
queste es igenze si imbattono nel blocco della spesa pubblica.
Siamo arrivati così a considerare l’organizzazione amministrativa
di queste biblioteche, per la verità non molto soddisfacente. Sono prive infatti di un loro proprio protocollo e archivio, sia pure come sezione di quello generale, di un registro utile ai fini contabili, di una
piccola somma mensile per gli acquisti di valore minore. Queste lacune dipendono in parte dalla già accennata concezione aulica del lavoro
intellettuale, che il bibliotecario spesso condivide, in parte anche dalla
‘forma mentis’ accentratrice di alcuni amministratori e dalla diffidenza degli altri funzionari comunali, concordi tutti nel considerare la biblioteca una comoda ‘sine cura’; tuttavia, se una netta divisione dei
vari uffici comunali con le conseguenti relative autonomie è possibile
solo nei Comuni di notevoli dimensioni (e la biblioteca attualmente è
si e no considerata un ufficio come gli altri), credo però che anche nei
comuni minori con un minimo di buona volontà si potrebbe arrivare
ad una maggiore efficienza amministrativa almeno per i primi problemi pratici. A questa disorganizzazione burocratica devono collegarsi anche altre carenze di carattere più strettamente biblioteconomico che ho avuto egualmente modo di riscontrare, come la rudimentalità delle registrazioni dei periodici, delle opere in continuazione, dei
prestiti esterni etc.
Se questo è il quadro generale, è opportuno soffermarsi su qualche
particolare abnorme. E’ il caso della Biblioteca comunale di Andria,
unica in un comune di più di 70.000 abitanti.Costituitasi verso il 19406
6
I dati relativi alle singole biblioteche, che si debbono sempre intendere come approssimativi, sono stati ricavati con interviste dirette, con la consultazione dei dati statistici raccolti dalla Soprintendenza Bibliografica di Bari, e dell’opera assai utile, curata
dal prof. ANTONIO CATERINO: Servizio bibliografico in Puglia e Lucania, Ministero
della P.I., Soprintendenza Bibliografica per la Puglia e la Lucania, Roma-Bari, 1960.
53
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conta presentemente circa 12.000 volumi, una buona metà dei quali di
data anteriore rispetto alla sua fondazione. Già nel 1953 dovette interrompere la sua attività, riaperta solennemente il 1958, l’ho trovata nel
settembre scorso in condizioni nuovamente disastrose. In via di trasloco, ma senza quel fervore che di solito precede un’operazione così
complessa, priva di cataloghi ed inventari efficienti, era mandata avanti da un direttore incaricato, gravato dal Comune di altre pesantissime
mansioni e da una inserviente; la dotazione annua per l’incremento librario pare che ammontasse sulla carta a due milioni, di cui circa un
decimo veniva effettivamente speso per la biblioteca; la frequenza invernale è di circa 70 unità al giorno con un orario di apertura di 6 ore,
mentre il prestito esterno si aggira mensilmente sulle 110 opere.
Senza la pretesa di chiarire completamente una situazione così
grave, voglio riportare alcuni dati del Comune di Andria indicativi
delle condizioni sociali ed economiche della sua popolazione, rapportandoli alle medie corrispondenti nella provincia di Bari. Gli abitanti
dai 10 anni in su sono occupati per il 25% nell’agricoltura (media provinciale 18%), per il 9% nella scuola (media provinciale 11%); se
consideriamo il reddito medio pro capite, esso è valutabile al 1965 con
100 come media nazionale a 53,55 (indice provinciale 70,84).
Fra gli episodi particolarmente significativi per la loro gravità che
mi è capitato di notare vorrei raccontarne uno riguardante la mia stessa
biblioteca di Lucera. La scorsa estate, approssimantesi la grande calura, cominciai a preoccuparmi del pericolo di un incendio: telefonai così ai Vigili del fuoco di Foggia per sapere il da farsi. Spiegata la cosa,
mi fu detto di scrivere e lo feci immediatamente; dopo vane attese mi
recai a Foggia dai Vigili stessi; si riuscì a sapere così che era necessario, per avere un sopraluogo, il pagamento di circa L. 4.000. Comunicata la notizia ai competenti uffici del mio Comune, fu pagata finalmente la somma in conto corrente. Era trascorsa così l’estate, ma anche successivamente non mi risulta che il sospirato sopraluogo sia avvenuto; del resto sarebbe stato solo il primo gradino per costringere
l’Amministrazione a rinnovare radicalmente i servizi anti-incendio
della Biblioteca. Come meravigliarsi con situazioni siffatte se molti
bibliotecari, dopo generosi tentativi, si chiudono in se stessi sfiduciati?
Chiusa così la rassegna di queste biblioteche più o meno ‘storiche’,
passiamo a considerare ora le biblioteche comunali di fondazione recente, cioè quelle di San Nicandro Garganico, San Paolo Civitate e
Ruvo di Puglia.
Poiché ognuna di esse ha origini e caratteri abbastanza dissimili,
ho ritenuto opportuno trattarle in maniera più particolareggiata. La Biblioteca comunale di Ruvo è sorta nel 1962 dal posto di prestito, aperto dal 1959, facente capo alla Biblioteca comunale di Trani, centro di
una rete sub-provinciale del Servizio Nazionale di Lettura (Piano L),
rendendo così finalmente effettiva la deliberazione comunale del
1936, con la quale ci si era illusi di costituire, sulla base dei soliti fondi provenienti dai monasteri soppressi, la Biblioteca comunale.
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_______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI
Essa conta presentemente circa 5.000 volumi su una popolazione di
23.000 abitanti ed è molto attiva, indubbiamente per i criteri moderni
con i quali è stata impiantata: infatti ha efficienti cataloghi per autori e
per soggetti, un prestito esterno altissimo (rispetto agli esempi precedenti) con una media di 600 libri al mese con più di 2.000 iscritti, organizzato con i suoi bravi schedari, ignorati nelle precedenti biblioteche; prestito reso possibile evidentemente dalla natura dei libri messi a
disposizione, mo derni ed economici, aggiornati con una dotazione di
circa un milione di lire annue, notevole considerando anche come il
numero complessivo dei volumi non sia alto. La Biblioteca è aperta
anche ai bambini delle elementari, mentre il personale di cui dispone è
di due elementi (il bibliotecario non è un giurista né un umanista, ha
seguito però un corso di biblioteconomia); i locali sono per ora sufficienti. La Biblioteca comunale di San Nicandro Garganico presenta,
pur con una sua origine completamente autonoma, caratteristiche abbastanza simili.
Le spese annue sostenute dal Comune per gli acquisti si possono
valutare a circa un milione, non è mancato qualche sussidio del Ministero della Pubblica Istruzione. La frequenza giornaliera è discreta,
considerevole, anche se non cospicuo come quello di Ruvo, è il movimento dei prestiti locali, circa 150 opere al mese, rilasciate senza
cauzione ad un vasto pubblico, comprendente anche casalinghe e
braccianti. Bisogna considerare come più dei 2/3 della sua popolazione attiva è dedita all’agricoltura, a Ruvo come a San Severo o alla
stessa Cerignola.
Nel 1967 sono state organizzate dalla Biblioteca anche 6 conferenze. Il personale consta di due elementi: il direttore ed un fattorino, entrambi però incaricati non a pieno tempo, con retribuzioni piuttosto
basse: quella del fattorino è di solo 15.000 lire mensili. Anche la Biblioteca di San Paolo Civitate, Comune di 6.662 abitanti — molto più
piccolo di quelli finora considerati —, sorse per l’attivismo di un appassionato, nel 1956, ma senza dare i frutti sperati; infatti recatomi a
San Paolo l’estate scorsa, trovai la biblioteca chiusa. I libri erano stati
posti in casse, pare anche l’Enciclopedia Italiana, ed il tutto murato in
attesa di tempi migliori. I funzionari comunali di fronte al mio disappunto non mostravano alcun imbarazzo, ma solo fastidio, convinti forse che il libro, come il vino, non abbia nulla da perdere con un buon
invecchiamento. Se cerchiamo di spiegarci il fallimento dell’iniziativa
comu nale, dobbiamo innanzi tutto tener presente come sia venuto a
mancare il contributo dell’anziano fondatore, poi come il comune sia
evidentemente troppo piccolo e alieni i suoi abitanti dalla lettura per
sostenere senza aiuto esterno la Biblioteca, e come inoltre, a giudicare
dalla relazione stilata poco prima del 1960 dall’allora direttore onorario 7 , la biblioteca non sia stata concepita con criteri nuovi. Dobbiamo
però aggiungere che la riapertura di questa Biblioteca è prossima, non
7
Servizio bibliografico in Puglia e Lucania, pp. 112-13.
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però per iniziativa del Comune, ma della sede di San Severo del movimento di Collaborazione Civica, operante con fondi erogati dal
Formez, emanazione della Cassa per il Mezzogiorno, d’intesa con la
Soprintendenza Bibliografica di Bari. Tenendo anche presenti i dati a
carattere economico-sociale si potrà dire che una biblioteca con la
buona volontà del bibliotecario e degli amministratori può prosperare
anche in ambienti prevalentemente agricoli e con redditi bassi, purché
sia concepita mo dernamente, contrariamente a quanto si ritiene comunemente. Naturalmente rimane l’importanza di un buon livello di vita
culturale della popolazione, in cui incide sia la percentuale degli agricoltori che quella degli studenti, che rimandano entrambe alle condizioni economiche.
Prima di passare a considerare qualcuna delle biblioteche dei Comuni più ricchi della Provincia di Bari ritengo opportuno accennare
alla Biblioteca di un comune marittimo del leccese, Gallipoli: 16.000
abitanti. Considerato il reddito medio, il bilancio del Comune di Ga llipoli non presenta cifre molto dissimili da quelle dei Comuni poco
più grandi di San Nicandro Garganico o Torremaggiore, anche se leggermente più basse. Dunque, in un ambiente socio-economico discreto
dovrebbe essere abbastanza viva l’esigenza di una biblioteca: le origini infatti risalgono al 1825, ma la sua vita fu sempre molto travagliata;
dal 1956 fino al 1962 è rimasta chiusa al pubblico. Risulta inoltre che
si dovette escluderla dal prestito del Servizio Nazionale di Lettura facente capo alla Biblioteca provinciale di Lecce; come mai? Vale la
pena di cercare di descrivere questa Biblioteca, piuttosto surreale. Si
entra in un enorme antro, dove torno torno sono esposti reperti archeologici, olle, ceramiche, assicurate alle pareti da catene e lucchetti, qua
e là divise garibaldine e altri cimeli ottocenteschi, vetrine contenenti
monete antiche e moderne o farfalle, al centro un enorme scheletro di
non so quale animale marino, e sopra, su di una specie di ballatoio,
tanti scaffali colmi di libri venerandi, fra i quali non ho potuto trovare
neppure un atlante geografico o un’enciclopedia, se non una dei primi
dell’Ottocento. Chi cura il museo-biblioteca o meglio, la bibliotecamuseo? Vacante il posto di direttore (come stupirsene?) il personale
consta in tutto di un custode, sempre presente; del resto è meglio non
parlare. E’ un caso abnorme, indubbiamente, però gli stretti rapporti,
non di collaborazione culturale, ma di cieco risparmio, fra biblioteca e
museo comunali non sono eccezionali: la Biblioteca comunale di San
Severo ospita alcuni reperti archeologici; la direzione della Biblioteca
comunale di Lucera è unita a quella del museo civico. E non è che si
tratti di una ‘sine cura’: il museo civico ‘Giuseppe Fiorelli’ è
importante, anche se pochissimo valorizzato; d’altra parte cosa può
fare il povero bibliotecario? Può dividersi in due? Ma se già nella
biblioteca il personale è insufficiente! Del resto, si fa sfoggio in questi
municipi delle biblioteche e dei musei con le personalità di passaggio,
ma che questi istituti abbiano un’utilità sociale è incomprensibile per
la maggior parte della classe dirigente meridionale.
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_______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI
Vediamo ora di esaminare la situazione delle biblioteche comunali
di Barletta, Molfetta e Trani, tutti centri della costa vicini a Bari, di cui
condividono il relativo benessere. Infatti Barletta ha un reddito medio
di 72,73, Molfetta di 76,76, Trani di 80,59, mentre la media provinciale è di 70,84. La percentuale della popolazione dai dieci anni in su occupata nell’agricoltura è di 12 a Barletta, di 9 a Molfetta e di 6 a Trani
(la media provinciale è del 18%) la percentuale degli scolari e degli
studenti è di 11 sia nei tre comuni, come in tutta la provincia di Bari.
A Barletta la Biblioteca conta 50.000 volumi con una popolazione
di 68.000 abitanti; a Molfetta 50.000 volumi con 61.000 abitanti; a
Trani 60.000 volumi con solo 38.000 abitanti. Tutte hanno cataloghi
efficienti ed una sala di consultazione; il prestito esterno è incoraggiato e tocca a Barletta in media i 900 volumi mensili, a Trani gli iscritti
al prestito ammontano a 2.700. Da notarsi anche la presenza di qualche registratore e giradischi, attrezzati soprattutto per lo studio delle
lingue straniere. Solo però a Trani sono soddisfacenti la dotazione annua per l’incremento, di due milioni e mezzo, ed il personale che assomma a cinque unità, il che permette tra l’altro di tenere in funzione
una sala riservata ai ragazzi; mentre la Biblioteca comunale di Barletta
ha personale e locali insufficienti, a tal punto da aver dovuto ridurre
quel servizio per i ragazzi che pure era stato coraggiosamente iniziato.
Anche la Biblioteca del Comune di Molfetta ha problemi per il personale, essendo priva del direttore: ha dovuto cosi rinunciare ad un orario di apertura di 12 ore giornaliere, assai proficuo, (unico caso incontrato) per tornare alle solite 6. Nel complesso però mi sembrano tre
biblioteche notevolmente efficienti, l’una ad una diecina di chilometri
dall’altra.
Abbiamo incontrato, parlando della sfortunata biblioteca di San
Paolo Civitate, una delle iniziative operanti a favore delle zone depresse nel campo culturale, il Formez∗ ; dobbiamo ricordare l’opera di
assistenza dell’E.N.B.P.S. Questi organismi proseguono e affiancano
l’opera, veramente pionieristica, della Federazione italiana delle biblioteche popolari e dell’Unione italiana della cultura popolare. Tuttavia, per quello almeno che io ho visto, non mi pare che essi riescano a
migliorare sensibilmente il quadro generale della situazione. Un discorso in parte analogo è quello che si può fare per la Soprintendenza
bibliografica: il suo compito specifico, importantissimo, è la tutela del
patrimonio librario, cui si è aggiunto, logicamente, il coordinamento e
l’assistenza tecnica dell’attività delle singole biblioteche; nei casi più
gravi — e non sono pochi! — tuttavia la Soprintendenza interviene
facendo il possibile con i fondi messi a disposizione dal Ministero della Pubblica Istruzione, ma non può certo sostituirsi alle singole Amministrazioni, neppure in piccola parte, a meno che non venga
9
Cfr. LUIGI BALSAMO, La lettura pubblica in Sardegna. Documenti e problemi, Firenze, 1964; p. 18.
∗
Va ricordato il suo intervento anche nel comprensorio garganico in cui opera il Centro
Servizi Culturali di Manfredonia, gestito dalla società Umanitaria (n.d.r.).
57
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radicalmente cambiata la sua natura, centralizzando enormemente le
strutture bibliotecarie.
Poco comprensibile invece e grave è il quasi completo disinteresse
delle Amministrazioni provinciali per le biblioteche dei Comuni della
propria giurisdizione. Recentemente però il Consiglio Provinciale di
Foggia ha deliberato un contributo di L. 240.000 annue a favore di tutti i comuni che hanno istituito una nuova biblioteca; è prevista la estensione alle biblioteche già esistenti per il loro potenziamento. Sarebbe opportuno anche accennare più dettagliatamente a due iniziative
ministeriali in concorrenza l’una con l’altra: i Centri di Lettura e il
Servizio Nazionale di Lettura (Piano L), che ho visti in funzione a Lucera, a Pietra Montecorvino e a Lèquile, ma il tempo stringe. Direi solo qualcosa di Lèquile, comune di 5.500 abitanti a pochi chilometri da
Lecce, dove nell’ambito del «Piano L», l’iniziativa di gran lunga più
interessante, è sorta nel 1964 una biblioteca che conta presente-mente
circa 500 volumi, divisi in tre categorie, delle quali almeno una, la
narrativa, viene alimentata dal deposito centrale provinciale, che provvede ad una rotazione di questi libri nelle singole biblioteche dipendenti. Essa è curata da una maestra che, tenendola aperta due ore ogni
pomeriggio, percepisce un’indennità di 20.000 lire al mese, cioè circa
400 lire l’ora. La biblioteca ospita in media ogni giorno dieci lettori,
per lo più scolari, che vengono assai spesso, come, del resto, anche in
altre biblioteche, assistiti dalla bibliotecaria nelle ricerche scolastiche.
Il comune sostiene solo l’onere del fitto del locale ed il canone della
luce, mentre potrebbe, invece, più che accrescere il patrimonio librario
(il che creerebbe in breve tempo grossi problemi per lo spazio, il personale, l’aggiornamento), rendere l’ambiente più confortevole installando un telefono, il riscaldamento, i servizi igienici, e aumentare con
un prolungamento dell’orario di apertura, la retribuzione della bibliotecaria. La biblioteca mi è sembrata, nei limiti dei suoi compiti e delle
sue possibilità, notevolmente efficiente soprattutto perché, e questo
credo sia il vantaggio principale della formula di queste biblioteche,
l’attività è regolata dal centro propulsore della Biblioteca provinciale
di Lecce. Il Comune però non mi sembra che abbia preso molto a cuore l’iniziativa; ho saputo del resto che l’assunzione dei bibliotecari avviene mediante delibera trimestrale, difficilmente rinnovata per più di
dodici mesi consecutivi anche per la preoccupazione di eventuali obblighi assistenziali. Rimangono quindi problematiche, dato il carattere
discontinuo dell’incarico, la qualificazione professionale del personale, come già ha messo in luce la Dr. Carini-Dainotti, e la consistenza
di tutte quelle attività culturali che nella moderna biblioteca dovrebbero trovare luogo.
Ho concluso così la rassegna delle biblioteche da me visitate. Dovrei tentare ora una sintesi, difficile però, soprattutto perchè i Comuni
considerati sono pochi e i dati da essi relativi insufflcienti. E neppure
ho potuto considerare le cifre dei singoli bilanci comunali (alcune delle quali ho riportato nella tavola statistica) per non avventurarmi in
58
_______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI
un campo per me troppo arduo. Non bisogna tuttavia dimenticare che
le biblioteche comunali sono in tutto e per tutto legate, almeno per ora,
alle disponibilità finanziarie dei rispettivi Municipi. Ora, poichè concorrono alla formazione dei bilanci comunali fattori eterogenei e contingenti, che male rispecchiano le oggettive esigenze e possibilità degli amministrati, e stante il silenzio della legge comu nale e provinciale
e del testo unico per la finanza locale circa le concrete necessità delle
biblioteche, si può concludere che esse per la parte finanziaria ed amministrativa seguono più la sorte che fattori oggettivi quali il reddito,
le attività della popolazione ed il livello culturale. Ciò nonostante, vorrei trarre qualche conclusione relativa alle biblioteche dei comuni agricoli pugliesi con qualche diecina di migliaia di abitanti. Naturalmente il valore di campione della mia indagine per il resto del Paese
agricolo è discutibile, credo però che sia valido per le aree del Mezzogiorno ad economia agraria.
Se consideriamo ora i dati dei censimenti nazionali del 1951 e
1961, possiamo rilevare nelle province di Bari, Foggia e Lecce una
diminuzione degli addetti all’agricoltura e un aumento degli addetti
all’industria, e per l’istruzione scolastica un netto miglioramento, particolarmente visibile nella diminuzione della popolazione analfabeta e
nell’aumento di quella fornita di licenza di scuola media inferiore,
quasi raddoppiata. Tuttavia, se si guarda a quanto è avvenuto contemporaneamente nelle altre province d’Italia si deve concludere che il carattere agricolo delle nostre province, riferito alle medie nazionali10 , è
rimasto pressoché inalterato, e altrettanto può dirsi per il livello
dell’istruzione, che rimane basso. Ai nostri fini possiamo dire che il
numero dei potenziali utenti delle biblioteche nelle aree depresse, soprattutto a livello popolare, è aumentato notevolmente, e che il livello
d’istruzione scolastica è legato alle condizioni economiche e sociali
dell’ambiente.
A questo punto vorrei fare una domanda: se la scuola con i suoi
programmi rigidi, con le ore obbligatorie, con gli attestati finali comporta in chi la frequenta un impegno tale da tradursi sempre, per lui o
per la sua famiglia, in un onere economico, può dirsi altrettanto per la
biblioteca? Evidentemente no: essa non pone ai propri frequentatori
vincoli di sorta, ma anzi, per quanto è possibile, si adegua ad essi.
Qualcuno obbietterà forse che i compiti di una biblioteca sono notevolmente diversi da quelli di una scuola; ma ricordiamoci che le
PIETRO ROSSE LLI_____________________________________________________________________________
10
Secondo le graduatorie provinciali (in ordine decrescente) elaborate da GUGLIELMO TAGLIACARNE (Unione Italiana Camere di Commercio, Industria e Agricoltura, Lineamenti economici e prospettive di sviluppo delle provincie italiane, Milano,
1964), la provincia di Bari è al 370 posto, quella di Foggia al 450, quella di Lecce al 27’
nella variazione degli addetti all’agricoltura fra i dati registrati nel censimento del 1951
e quelli del 1961, mentre nella variazione degli addetti all’industria le dette provincie
sono, nell’ordine, al 27’, al 65’ e all’83’ posto.
59
differenze fra una scuola strutturata secondo i principi di quella pedagogia attiva che va lentamente affermandosi e una biblioteca mo dernamente intesa sono assai minori che per il passato. Tuttavia, anche
trascurando questo nuovo rapporto fra scuola e biblioteca, rimane il
fatto che il numero delle persone che possono usufruire della biblioteca è notevolmente aumentato — come già è stato detto — e aumenterà
sempre di più perchè le popolazioni considerate, anche se rimarranno
prevalentemente agricole, dovranno disporre di una cultura maggiore
per procedere all’industrializzazione della propria produzione agricola. Non solo, ma quanti non saranno assorbiti in loco nelle industrie
che vanno sorgendo o nella nuova agricoltura meccanizzata dovranno
emigrare cambiando contemporaneamente lavoro e ambiente, come
già è avvenuto, con gli squilibri sociali ed individuali che tutti conoscono. Ecco dunque un altro compito specifico delle biblioteche pubbliche nelle zone depresse: ampliare cioè, sulla base di qualcosa di più
valido delle canzonette, le partite di calcio e le lotterie, gli orizzonti
culturali delle popolazioni più depresse, che sono sempre le più isolate, uniformandoli alle dimensioni nazionali, per favorire l’integrazione
di quanti, abbandonando il paese di origine, si trasferiranno in altre
sedi.
Proprio per soddisfare queste esigenze il Ministero della Pubblica
Istruzione, mediante soprattutto il Servizio Nazionale di Lettura (Piano L), intende diffondere le biblioteche fino a portarle in ogni comune, partendo dalle province più depresse11 . Poichè già in molti Comuni
vi sono biblioteche dipendenti dalle Amministrazioni municipali, è
sembrato possibile estendere la formula delle biblioteche comunali nei
centri che ne sono ancora privi, trascurando senz’altro non solo le numerose biblioteche popolari esistenti, perchè, una volta utilissime, sono ormai inadeguate12 , ma anche le numerose biblioteche comunali già
esistenti bisognose di aiuti.
Il fare affidamento per queste nuove biblioteche sulle strutture comunali, almeno così come sono ora, mi sembra pericoloso, tanto esse
sono carenti, soprattutto nei comuni poveri, che non sono sempre i più
piccoli, cioè proprio dove la necessità di una biblioteca è maggiore.
Non credo neppure che sia sufficiente, stando almeno a quello che ho
potuto vedere, curare solamente la nascita di nuove biblioteche, affidandone lo sviluppo e la stessa normale amministrazione al Comune.
Indubbiamente il Piano L con i suoi sussidi, con la sua razionale organizzazione facente perno sulle biblioteche provinciali, otterrà senza altro risultati positivi; ma quale sarà la sorte dei posti di lettura una volta
che diventeranno delle vere e proprie biblioteche? Non deperiranno
come molte delle attuali, alcune delle quali vantano una tradi-
_______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI
11
Ho presente soprattutto, qui come in altri pun ti, VIRGINIA CARINI DAINOTTI,
Le biblioteche pubbliche: un’attrezzatura culturale polivalente per le comunità minori,
in « Assistenza oggi », 1968, n. 4.
12
Cfr. FRANCESCO BARBERI, cit. p. 54.
60
zione non ingloriosa? Le biblioteche comunali di Gallipoli, Andria,
San Paolo Civitate non sono le uniche in tutta la Puglia a svolgere una
attività ridotta o addirittura nulla; su di un totale di circa 60 biblioteche, del tipo qui considerato, 6 sono le comunali momentaneamente
chiuse al pubblico. E molte altre sembrano destinate a soffocare in poco tempo per la ristrettezza dei locali — per di più oberati da tante opere ormai completamente inutili —, l’insufficienza del personale e
dei fondi stanziati.
Come mai un fenomeno così grave? Non credo che occorra per
questo desistere dalla creazione di nuove biblioteche per risollevare le
vecchie, anche perchè non sono poi tutte a versare in questa crisi: tuttavia è un problema da tenere presente. Indubbiamente il nuovo assetto che verrà dato quanto prima alle biblioteche dipendenti dagli Enti
locali risolverà molte delle deficienze riscontrate. Vi è un rischio però,
per la zona da me studiata, che si cada ancora una volta nello equivoco
di considerare i popolosi Comuni agricoli del Mezzogiorno come delle
piccole città. Essi invece sono soltanto grossi aggregati contadini e
come tali poveri13 , con caratteristiche strutturali che rimandano più ai
centri rurali che a quelli urbani14 . In questi Comuni poteva sorgere autonomamente cento anni fa la biblioteca tradizionale, non ora la moderna biblioteca pubblica. E che questi paesoni appartengano al passato, alla vecchia agricoltura condizionata dalla mancanza d’acqua e dalla malaria del Sud, lo riprova il sorgere, documentato nei due censimenti nazionali, di numerosi nuclei di abitanti che hanno lasciato il
centro, fenomeno verificatosi solo nelle aree contadine pugliesi. E’
opportuno, a mio avviso, in via preferenziale, concentrare gli sforzi
per scongiurare soluzioni di continuità nelle biblioteche e quindi nella
vita culturale di queste collettività, dotando le vecchie biblioteche di
strutture moderne idonee a fronteggiare i nuovi importantissimi compiti e ravvivando nel contempo le tradizioni culturali locali, spesso
ragguardevoli.
PIETRO ROSELLI
13
Cfr. ETTORE CICCOTTI, Il Mezzogiorno alla fine dell’Ottocento, da il Sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale a cura di ROSARIO VILLARI,
Bari, 1961, p. 296.
14
Per l’uso dei termini ‘rurale’ e ‘agrario’ v. CORRADO BARBERIS, Sociologia
rurale, Bologna, 1965, pp. 4-6.
61
Il Convegno dell’E.N.B.P.S.
Invitati a partecipare al Convegno organizzato a Bologna, nei
giorni 24, 25 e 26 marzo dall’Ente Nazionale per le Biblioteche Popolari e Scolastiche, abbiamo accettato con entusiasmo perché il tema
unico proposto ai partecipanti era quello, sempre vivo e stimolante, di
« biblioteche per ogni comune ».
La bella città, cara per tanti giovanili ricordi, e per le sue belle
piazze, vaste e armoniose, con le sue strade ricche di portici, tutta predisposta dall’uomo a misura dell’uomo, ci ha accolti immusonita, sotto un cielo carico di nubi, che non sapevano darci se non pioggia gelida o raffiche di venti boreali.
All’apertura, nel magnifico teatro comunale, dopo il saluto del presidente dell’Ente organizzatore, prof. Bruno Migliorini, e del rappresentante dell’Amministrazione comunale di Bologna, hanno parlato il
provveditore agli studi di Bologna, dott. Ranieri, l’editore Arnoldo
Mondadori, lo scrittore Libero Bigiaretti, il prof. Luigi Volpicelli.
Nel pomeriggio, presso lo « Stabat Mater » dell’Archiginnasio, il
vice presidente dell’Ente, dott. Antonio Ciampi, direttore generale della Società Autori ed Editori, ha svolto la sua relazione. « Gli Italiani
che leggono sono un’eroica minoranza »: infatti, circa metà dei nostri
compatrioti non leggono mai niente tanto vero che la spesa pro capite
di tutti gli Italiani per opere di cultura varia in un anno è di appena ottocento lire, contro le tremila e più spese per il cinema, le mille per
abbonamenti alla Radio-TV, le millecentoquaranta per balli e altri divertimenti popolari. E ciò mentre la produzione libraria nazionale cresce e la civiltà tecnologica restituisce il libro alla sua vera vocazione,
che è di essere non monumento, ma veicolo. Il dott. Ciampi ha ricordato che il problema della pubblica lettura e delle biblioteche è soltanto un aspetto del problema del libro. Infatti, se il libro è già una mediazione tra cultura e lettore, la biblioteca è una ulteriore mediazione,
mentre l’ideale sarebbe che ogni cittadino avesse a disposizione tutti i
libri che rispondono ai suoi effettivi interessi.
Quanto al problema di istituire una biblioteca pubblica in ogni comune, egli ha sottolineato il pericolo che si creino gusci vuoti, estranei
agli interessi della comunità cui è diretta. « E’ facile creare, — egli ha
soggiunto - una perfetta organizzazione tecnica della pubblica lettura;
62
_________________________________________________________________IL CONVEGNO DELL’E.N.B.P.S.
è difficile far sì che le biblioteche siano strumenti adeguati al vivere
moderno ». Il presupposto del successo va comunque ricercato soprattutto nell’uomo capace di dirigerle, nel bibliotecario preparato; e questo problema deve essere risolto parallelamente a quello della creazione di nuove biblioteche.
Ha accennato ai problemi che potranno sorgere in questo ambito,
dopo la istituzione delle regioni a statuto ordinario, la cui potestà legislativa, per quanto riguarda i musei e le biblioteche, è già stabilita nella legge-quadro. In proposito ha affacciato la possibilità che si proceda
a qualche forma di associazionismo , o comunque, limitando
il programma ai soli comuni con popolazione superiore ai 10.000
abitanti, a una gestione delle medesime da parte dell’Ente.
Questo concetto sarà poi toccato alla chiusura del Convegno anche
dal dott. Salvatore Accardo, direttore generale delle Accademie e Biblioteche presso il Ministero della P. I.
La voce degli editori è stata recata da Arnoldo Mondadori, Valentino Bompiani e Alberto Mondadori. Smettiamo — essi hanno detto
—di fare tante chiacchiere: si mettano a disposizione per questo impor- tante investimento di capitale, che è quello speso per la cultura,
fondi cospicui e tutto si avvierà a soluzione. Oppure — altro concetto
in quale gradino della scala delle priorità nel programma economico nazionale è scritta la parola cultura? Il potere politico — e Alberto
Mondadori esprime il dubbio che esista in Italia un vero potere politico, in quanto tutte le decisioni in Italia sono prese per volontà di pochi — è assente da questo convegno. Solo una più stretta connes sione
tra scuola, editoria e industria potrà favorire quella spinta dal basso,
auspicata da Ciampi e da Bauer, che sia la premessa per la creazione
di biblioteche vive in ogni comune.
Valentino Bompiani suggerisce da un lato di studiare tutte le iniziative, a livello centrale, regionale e locale, per incrementare le biblioteche e avvicinarle ai loro destinatari, e dall’altro di prendere in
esame tutta una serie di libri, per la categoria di non lettori, con criteri
psicologici, pedagogici e sociali accuratissimi per quanto attiene alla
scelta dei testi, al linguaggio, alle illustrazioni, all’interesse pratico.
Il pedagogista, professore Luigi Volpicelli, rileva l’importanza di
una rete di biblioteche moderne e funzionanti in ogni comune per rispondere alle scelte individuali di impiego del tempo libero. Ma, per
riuscire veramente tali, le biblioteche dovranno trasformarsi in vivi
centri di cultura, che non offrano soltanto libri ben preparati, classificati e schedati, ma promuovano il desiderio della lettura. « La piccola
biblioteca egli ha detto deve risolversi in un focolare di cultura, con
bibliotecari che siano veri animatori culturali, ben preparati alla loro
funzione didattica e sociale….».
« Il piano della scuola e le biblioteche » è stato il tema sul quale,
molto applaudita, ha svolto una relazione la dottoressa Virginia Carini
Dainotti, ispettrice centrale del Ministero della P.I. Chi sa con quanto
—
—
63
ANGELO CELUZZA____________________________________________________________________________
impegno, con quale tenacia ed energia la stessa lotta da oltre un ventennio, per arrivare all’attuale conclusione, da tutti accolta, non si è
sorpreso della sua serrata argomentazione in favore dell’inserimento
delle biblioteche nel programma economico nazionale, prima, e del
ruolo della biblioteca pubblica nell’ambito di quella diffusione della
cultura, che il Ministero e gli Enti Locali si propongono di favorire. «
Ma quali che siano i programmi, — ha detto — deve essere anzitutto
riconosciuto e accettato il principio fondamentale che non vi sarà mai
sviluppo e progresso per le biblioteche di qualunque tipo, se proprio in
questo campo, squisitamente tecnico e specialistico, si continuerà a
indulgere al volontarismo, al dilettantismo, se non si riconoscerà che
esiste una professione del bibliotecario e se la professione non sarà difesa e valorizzata. Il problema del personale costituisce proprio uno
degli ostacoli di fondo alla realizzazione del programma in corso di
svolgimento: rimuovere questi ostacoli e procedere oltre sarà il compito del 2° Piano quinquennale: ma è responsabilità irrecusabile degli intellettuali e dei politici chiarire le insufficienze del primo ed elaborare
i contenuti del secondo quinquennio ».
Pensiamo, in proposito, ai 7214 comuni con meno di 10 000 abitanti, dove ci sono ragazzi che frequentano la scuola media d’obbligo,
che hanno bisogno di un punto di incontro, ove ritrovarsi per le loro
ricerche, per il loro aggiornamento culturale, e questo punto lo offrirà
la biblioteca pubblica, che sarà una vera casa di cultura.
Non possiamo fermare l’attenzione, sia pure in una prospettiva di
gradualità, ai comuni con popolazione superiore ai 10.000 abitanti,
perché è proprio dai 7214 comuni che escono i voti che determinano il
nostro destino di popolo.
Le biblioteche di questi piccoli centri, non potendo vivere isolate,
dovranno essere inserite in un sistema di biblioteche. I 5 miliardi, spesi dallo Stato nel primo quinquennio, serviranno a equilibrare le varie
situazioni locali e a integrare gli sforzi degli enti locali. E’ risaputo
che si tratta di un servizio molto costoso, ma lo Stato, proprio per questo, deve aiutare quegli enti, impossibilitati, tranne in poche grandi città come Milano, Torino, Genova e Bologna, a realizzare da soli moderne e accoglienti biblioteche pubbliche. L’importante è ancora che
le economie dello Stato non si facciano a spese delle biblioteche e, se
sarà necessario, si faccia una legge per i piccoli comuni. « Ben vengano — ha concluso la signora Carini Dainotti — tutte le possibili associazioni, i gruppi per fini culturali, ma ci dovrà prima essere una biblioteca viva e funzionante, perché le statistiche dimostrano che, dove
si apprestano biblioteche belle, moderne, vive e funzionanti, gli italiani le frequentano e leggono ».
« Le biblioteche nei comuni delle zone agricole » è stato l’argomento della relazione del dott. Pietro Roselli, già direttore della Biblioteca Comunale di Lucera. La prima parte è un pò il diario di una
esperienza frustrante fatta da un giovane e colto bibliotecario, che
64
_________________________________________________________________IL CONVEGNO DELL’E.N.B.P.S.
lascia i suoi studi eruditi, per assumere la direzione di una biblioteca
in un comune non capoluogo di provincia; costretto lui che è partito
carico di entusiasmo e con la testa colma di tante ottime idee a subire
l’ambiente molto ristretto in cui deve operare.
Egli poi passa ad esaminare un certo numero di biblioteche, scelte,
per omogeneità di ambiente, in quello agricolo pugliese. L’indagine
verte, appunto, sulle biblioteche delle province pugliesi e, non potendosi riferire con certezza a parametri prefissati, considerata la diversità
di tipi e di formazione delle pubbliche biblioteche, si è rifatto, come
ad esempio paradigmatico, alla biblioteca pubblica ideale, quale si
configura nello studio pubblicato nel 1965, dall’Associazione Italiana
Bibliotecari, fermando la sua attenzione sul prestito dei libri, sulla frequenza giornaliera, sui fondi stanziati per l’incremento e l’aggiornamento librario, sul personale, sulla sistemazione e classificazione del
materiale librario, sui cataloghi, sulla presenza di una sala per ragazzi,
sui sussidi audiovisivi, sulle attività culturali svolte dall’istituto e, per
ultimo, sulla struttura amministrativa del medesimo.
In sintesi, il dr. Roselli ammette che nelle zone di prevalente interesse agricolo una biblioteca, nonostante i redditi bassi, può prosperare, purché naturalmente sia concepita modernamente.
Per quanto riguarda il Formez, il relatore dichiara che, almeno da
quanto egli ha avuto modo di vedere, non gli pare abbia operato tanto
da migliorare sensibilmente il quadro della situazione.
Circa il Servizio Nazionale di Lettura egli riconosce che tale servizio « con la sua razionale organizzazione, facente perno sulle biblioteche provinciali, otterrà senz’altro risultati positivi », salvo poi chiedersi
quale sarà il destino di queste biblioteche, una volta diventate autonome.
Molto gradita la presenza del direttore generale dell’Amministrazione dell’Interno, dott. Pianese, intervenuto per la prima volta a un
congresso in cui si discutono i problemi del libro e delle biblioteche.
Gli si era chiesto, insistentemente, da parte di numerosi intervenuti al
dibattito, di far sapere se, nonostante le varie interpretazioni che si
danno all’art. 91, lettera B e 144 lettera B della Legge comunale e
provinciale del 1934, come sia da considerarsi la spesa per le pubbliche biblioteche. Il dott. Pianese ha assicurato che tale spesa è da ritenersi obbligatoria per quei comuni che già posseggono una biblioteca,
e, quindi, devono provvedere al suo mantenimento. Ha ricordato le attuali disastrose condizioni della finanza locale e ha esposto i dati di
una importante indagine, fatta sui conti consuntivi, sulle spese che i
comuni e le province sostengono per le pubbliche biblioteche e precisamente su 983 biblioteche comunali e 22 provinciali, più sette consorziate. Tale spesa, che per l’anno 1967 è stata di 5 miliardi 188 milioni e 358 mila (più 50 milioni di contributi previsti dalle provincie di
Varese, Pesaro e Trapani), nell’anno 1968 è passata a 6.162.121.114
con un aumento del 18.77%.
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ANGELO CELUZZA____________________________________________________________________________
Egli, comunque, è d’accordo sull’importanza della presenza della
biblioteca pubblica in ogni comunità e sarebbe dell’avviso che si provvedesse gradualmente, prima partendo dai comuni con oltre 10.000
abitanti che ne siano privi, dotandoli di una pianta organica per la biblioteca, in modo che si possa chiamare a dirigerle personale tecnico e
preparato. Contro queste forme di assunzione l’Amministrazione dell’Interno non sarà mai sfavorevole. Per i comuni minori propone che
si faccia un’apposita legge, considerata la impossibilità da parte degli
stessi a trovare i mezzi per istituire e tenere in vita una moderna pubblica biblioteca.
Il professore Salvatore Accardo, direttore generale delle Accademie e Biblioteche e per la diffusione della cultura, ha preso la parola
per ultimo, sottolineando il significato della presenza a un convegno
sulle biblioteche di rappresentanti di enti locali, del direttore generale
della Amministrazione civile del Ministero dell’Interno e del direttore
generale delle Accademie e Biblioteche, per quanto, egli ha precisato
dopo, il tentativo di coordinamento tra le due Amministrazioni non sia
un fatto nuovo. « In Italia si è arrivati — ha continuato il prof. Accardo —molto tardi a considerare le spese dell’istruzione come spese di
investimento, sia pure evidentemente differito nel tempo. Ora siamo in
una fase nella quale le spese per l’istruzione non si identificano esclusivamente con quelle scolastiche, ma si individuano con un’area che
comprende certamente il settore scolastico, ma non si limita al settore
scolastico ». Dopo aver accennato all’impegno in atto da parte dello
Stato di una diversa articolazione e gestione delle sue attività,
l’oratore ha ricordato che la competenza specifica circa le biblioteche
e i musei degli enti locali è assegnata dalla Costituzione alle Regioni,
e che comunque bisognerà adoprarsi con ogni mezzo, a vari livelli, affinché tutti i cittadini italiani, ovunque essi vivano, siano provvisti dei
necessari e indispensabili servizi culturali.
A NGELO CELUZZA
ANNALI DELLA BIBLIOTECA
Per la nostra nuova sede*
Allorché, trentuno anni orsono, il prof. Giustiniano Serrilli, preside
della Deputazione Provinciale, firmò l’atto di nascita della Biblioteca
Provinciale di Foggia, intitolata a Gaetano Postiglione, e la sistemò in
parte nel salone, oggi salone di rappresentanza, e in parte in locali a
piano terra, privi di luce e trasudanti umidità, non gli venne certo di
pensare che in forza della legge della « definitiva irrevocabilità del
provvisorio » quella sede — distrutta e ricostruita dopo lo strazio delle
bombe « alleate » sulla nostra Foggia — avrebbe costretto e compresso per oltre trent’anni, in termini di gravi angustie, la vita di un istituto
moderno, nato bene, e arricchitosi in trent’anni al punto da triplicare il
suo patrimonio bibliografico, oggi composto di oltre 150.000 volumi e
opuscoli, 600 edizioni cinquecentine, undici incunaboli e cinquecento
periodici.
Il problema di una nuova sede fu discusso e proposto dai responsabili della Biblioteca a varie riprese: la situazione era già oltremodo
pesante nell’anno 1960, se chi vi parla, in occasione della pubblicazione di un volume curato dal soprintendente prof. Antonio Caterino,
scriveva del problema della nuova sede della biblioteca in termini di
assoluta urgenza e improcrastinabilità. «L’attuale mancanza di spazio
che ha costretto la Direzione a trasferire l’attuale sala « Giordano »
per dare ospitalità e per sistemare la biblioteca « Angelo Fraccacreta
», il fondo USIS, in continua espansione, e la biblioteca « Domenico
Fa iella » minaccia l’istituto nel suo fiorente sviluppo » 1 .
I tempi, infatti, della biblioteca quale « antro speculativo di pochi
studiosi» erano già passati e noi avvertivamo già nell’aria quella esigenza di avvicinamento del libro al giovane lettore e comunque al lettore più sprovveduto, senza più la mediazione di pesanti e lente bardature burocratiche, scoraggianti, e causa prima, a nostro parere, del carente rapporto libro-lettore tuttora vigente in Italia.
Avvertivamo cioè che l’evoluzione della scienza biblioteconomica,
non solo in diretto riferimento alla nascita e al fiorire della « biblioteca
pubblica » ma anche in ordine al tema dell’edilizia bibliotecaria, ci
consentiva di aprire un discorso sul problema della sede dell’Istituto,
nella speranza che le autorità preposte lo avessero accolto e meditato
con senso di realismo, al fine di approntare, in modo ottimale, un servizio pubblico di tanta importanza.
Anche noi, come tutti i bibliotecari, sotto l’imperiosa esigenza di
dare spazio alle nuove accessioni o a importanti e cospicue donazioni
e fondi (Fraccacreta, Tamburrano, Vocino, Pagliara etc.) che si accrescevano, abbiamo chiesto e ottenuto di allargare i magazzini, di rad-
* Relazione del lion dr. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale di
Foggia al Lions Club di quella stessa città.
1
Il Servizio Bibliografico in Puglia e Lucania. Bari, 1960, pp. 100.
67
ANNALI DELLA BIBLIOTECA___________________________________________________________________
doppiare e portare fino al limite di rottura la capienza dei depositi,
cioè ci siamo preoccupati di mettere in salvo e conservare la materia
prima, senza la quale non può esistere biblioteca.
Ma avvertiamo che il nostro compito non poteva essere limitato a
dare un posto al libro e a regolamentare le iniziative del lettore, e ciò
mentre tecnici, architetti e bibliologi sotto l’impulso irreversibile delle
già ricordate nuove esigenze, studiavano e trovavano nuove soluzioni,
in cui non solo erano risolti problemi di spazio, ma erano risolti in
forma d’arte, percepibile dal comune lettore. L’istituto biblioteca si
evolveva e da istituto di conservazione si avviava a divenire un centro
di cultura. Eravamo giunti ormai alle soglie della biblioteca pubblica.
Abbiamo avuto modo di scriverlo in altra sede e lo riaffermiamo
qui che l’organizzazione di un sistema capillare di biblioteche pubbliche è postulata dalle seguenti evidenti ragioni, già accolte nel documento elaborato dalla Commissione di Studio nominata
dall’Associazione Italiana Biblioteche nell’anno 19652 :
1) non può esistere democrazia senza cultura diffusa e senza informazioni oggettive;
2) non può esistere né svilupparsi una società industriale senza
aggiornamento culturale e tecnico-professionale;
3) ogni uomo, oltre ad essere un cittadino e membro della comunità democratica e un elemento della vita economica del paese, è
anche una persona umana con i suoi problemi e con le sue aspirazioni
di ordine intellettuale e spirituale;
4) la scuola fornisce le premesse dell’educazione e della cultura, toccherà alla biblioteca pubblica offrire ai ragazzi, ai giovani e agli
adulti, uomini e donne l’opportunità e l’impulso a procurarsi quelle
cognizioni e quelle informazioni e a non cessare mai di educare se
stessi, come cittadini come lavoratori e come esseri umani. Diceva Ettore Fabietti « La scuola, senza il necessario completa. mento della libera lettura pubblicamente organizzata, è come una tavola in cui appariscono coltelli e forchette, cucchiai e piatti ma non il cibo ».
A niente servirebbe protrarre fino ai 14 anni l’insegnamento gratuito e obbligatorio, se poi, all’atto dell’inserimento nel mondo del lavoro, i giovani, dopo aver acquisito il meccanis mo della lettura, non
fossero indotti, dalla presenza di buone biblioteche, a coltivarsi e a
progredire. Compito della biblioteca pubblica è appunto di creare
l’abitudine e il bisogno della lettura e di offrire una guida nella scelta
dei libri.
Ma lo sviluppo della democrazia è condizionato dal progressivo
livellamento delle esperienze anche culturali, e dal tono di vita, tra città e comuni rurali. Onde la necessità di promuovere il progresso economico e quello culturale e sociale di tutto il paese. Quindi la necessità da parte dello Stato di organizzare un servizio di biblioteca veramente nazionale, che copra integralmente tutto il territorio della Repubblica, capace di assicurare a tutti i cittadini, ovunque vivano, condizioni tendenzialmente uguali nell’accesso alla informazione, alla lettura e alla cultura.
2
A.I.B., La biblioteca pubblica in Italia. Compiti istituzionali e principi generali di ordinamento e di funzionamento. Roma, 1965.
68
_________________________________________________________________PER LA NOSTRA NUOVA SEDE
Questa necessità la troviamo finalmente accolta e tradotta in legge
dalla Repubblica con il Piano della Scuola, approvato con legge 31 ottobre n. 942 e che agli artt. 24 e 25 promuove il finanziamento nel settore della B. P. e con la legge n. 685 del 27 luglio 1967, che approva il
piano di sviluppo nazionale, il cui art. 104 contiene quanto segue: «
Un importante contributo alla promo zione e alla diffusione della cultura sarà dato da un sistema capillare di biblioteche, facente capo ad
una biblioteca autonoma per ogni capoluogo di provincia, in grado di
soddisfare le esigenze di tutti gli abitanti dei comuni, attraverso
un’apposita rete di diffusione ». Nel quinquennio, oltre al rafforzamento delle 84 biblioteche di capoluoghi di provincia di proprietà degli Enti Locali, saranno create 200 biblioteche in centri minori.
Quindi oggi, finalmente, sappiamo tutti che nel campo della giustizia sociale nessuna soluzione avrà successo se essa avrà trascurato
la cultura e nessuna iniziativa potrà trionfare se della cultura non tenga
debito conto in partenza, nel suo svolgimento e nelle sue ultime realizzazioni.
Dobbiamo essere profondamente grati all’attuale Giunta provinciale in carica, al suo Presidente e al Consiglio Provinciale di Capitanata se il problema della nuova sede della biblioteca è stato portato finalmente, dopo trent’anni, alla sua migliore soluzione. Il sacrificio finanziario che l’Ente Provincia ha dovuto affrontare, stante l’attuale
assoluta carenza di provvedimenti legislativi In favore dell’edilizia bibliotecaria, è stato molto alto.
La nuova biblioteca sorgerà su suolo provinciale dell’ampiezza di
circa 4.000 metri quadrati in zona « Orto Turchiarello », nei pressi
dell’Orfanotrofio « Maria Cristina » e della attuale sede del Liceo
Scientifico, lungo la Tangente meridionale.
Sarà realizzata con strutture in acciaio ed elementi modulari. Non
essendo nostro compito di occuparci della costituenda biblioteca universitaria (ancora « in mente dei », poichè non è ben chiaro ancora
quando e se si potrà parlare di Università di Foggia e di quale Università in particolare), abbiamo tenuto presente ogni moderna esigenza
della «pubblica biblioteca » di quella biblioteca cioè che ha come
compito istituzionale la promozione e la diffusione del libro e della
cultura, e che comprenderà anche il Centro-Rete per l’alimentazione
del « Servizio Nazionale di Lettura », in Capitanata. Per
l’alimentazione delle biblioteche si dovrà disporre di un’ampia sezione per ragazzi, e di opere di informazione (comprese nel sistema provinciale di lettura), si disporrà di opere per la divulgazione della
scienza e della cultura, di opere importanti per la formazione civile
dell’uomo, di opere di interesse tecnico, agricolo, narrativa e di opere
per ragazzi. Ciò solo in Vista della esigenza di una circolazione di libri verso i comuni della Provincia.
Il nuovo istituto bibliografico che sta per nascere dovrà essere
messo in condizioni di rispondere a tutti i livelli di cultura, dovendo
corrispondere alle domande di un vasto pubblico3 , dalle esigenze medio-elementari a quelle superiori. Quindi la biblioteca dovrà disporre
di:
1) salone dei cataloghi; 2) sala di lettura e prestiti ove saranno col-
3
VIRGINIA CARINI DAINOTTI, La biblioteca pubblica istituto della democrazia. Voll, 1. e 2., Ed. Fabbri.
69
ANNALI DELLA BIBLIOTECA___________________________________________________________________
locati « a scaffali aperti », cioè classificati in base alle norme della C.
D. U. (Classificazione Decimale Universale) circa 20.000 volumi di
vario livello 4 ; 3) servizio riviste; 4) servizio informazioni, consiglio e
guida dei lettori; 5) sala di consultazioni; 6) sezione di storia locale « a
scaffali chiusi ». Qui i libri possono essere presi direttamente dal lettore, ma attraverso la mediazione di un addetto; 7) sezione manoscritti e
libri rari a « scaffali chiusi »; 8) sezione di audio-visivi; 9) sale per
fondi speciali per biblioteche speciali destinate per volontà del donatore o altri motivi, a essere sempre separate dai rimanenti libri (Zingarelli, Vocino, Fraccacreta, Pagliara, Tamburrano, etc.); 10) reparto per
microfilms, xerocopie, e lettura microfilms; 11) sezione « centro provinciale di alimentazione» del sistema provinciale di lettura che comprenderà dai 30 ai 50 mila volumi, con ingressi indipendenti e di facile
accesso dall’esterno; 12) biblioteca per ragazzi, con sale di lettura per
complessivi 80 posti a sedere; 13) auditorium per un totale di trecento
posti a sedere per riunioni e manifestazioni culturali, in padiglione separato con ingresso indipendente, ma collegato all’edificio principale
a mezzo di portico o altro passaggio coperto; 14) casa del custode; 15)
locale per impianti centralizzati di riscaldamento e di condizionamento; 16) impianti antincendio, ascensore, montacarichi, condotta per distribuzione pneumatica dei libri, cabine di proiezione e impianti di
conversazione a viva voce; 17) rimesse per macchine, officine.
Come si rileva da tutto quanto esposto in sintesi sono stati predisposti tutti i servizi necessari per raggiungere i fini che la biblioteca
pubblica si propone, non soltanto attraverso la lettura e i prestiti, a disposizione di tutti i gruppi della comunità che intende servire (adulti,
giovani, ragazzi), ma organizzando per la comunità iniziative opportune e attività culturali.
In altri termini tutto è stato predisposto perchè i libri e le raccolte
vengano trattati con speciali procedure e affinchè gli utenti vengano
accolti e serviti in modo da poter svolgere anche determinate attività.
Quindi i progettisti sono stati informati sulle procedure necessarie
alle raccolte sulle attività degli utenti e sui compiti del personale, e
sono stati loro fatti presenti gli « standards » delle dimensioni dei vari
dipartimenti: dipartimento lettura e prestito adulti a scaffali aperti,
dipartimento lettura e studio adulti, dipartimento ragazzi5 .
Il libro che entra in biblioteca presuppone prima una scelta e poi
un’ordinazione, quindi alcune operazioni principali e propedeutiche. Il
libro dopo il suo ingresso in biblioteca, passa per vari uffici ove viene
collazionato e registrato. Dopo alcune operazioni amministrative viene
catalogato e classificato. Si appongono le segnature, si colloca il materiale, si inseriscono le schede. Il libro deteriorato va infine verso
l’officina di restauro. Ecco che l’architetto dovrà progettare spazi necessari ove possano svolgersi le procedure delle raccolte e
4
In quanto segue sulla divisione dei dipartimenti, sulle dimensioni dei servizi, sugli standards e sulle procedure, si tiene presente lo scritto: VIRGINIA CARINI DAINOTTI, Per la determinazione di standards nazionali nell’edilizia della Biblioteca
Pubblica. In «Accademie e Biblioteche d’Italia », anno XXXVI (1968), n. 4-5, pp. 183205.
5
Cfr. A.I.B., op. cit.
70
_________________________________________________________________PER LA NOSTRA NUOVA SEDE
locali così distribuiti: a) locale bibliotecario; b) locale vicino
all’ingresso per il ricevimento del materiale; c) locale vicino ai cataloghi per la catalogazione e la classificazione; d) locale adiacente per la
preparazione dei materiali; e) locale per la legatoria.
I lettori entrano in biblioteca attratti e dalle mostre e dalle iniziative culturali, o fanno ricerche ai cataloghi, o vanno all’ufficio prestiti,
o alla sala di lettura « a scaffali aperti » o nelle sale speciali. Possono
richiedere riproduzioni in microfilms o in xerocopia. Naturalmente
tutto ciò presuppone che gli utenti vengano accolti distinti per gruppi
di età e di interessi e quindi serviti separatamente dopo aver seguito
circuiti diversi. Da quanto sopra si deduce che i progettisti dovranno
prevedere spazi per: a) mostre, sale per attività culturali, ufficio informazioni e guida, locali per i cataloghi, una grande sala per fondi a
scaffali aperti e sale per fondi speciali, locali per discoteca, lettura microfilms, ufficio riproduzione e documentazione, uffficio prestito. Per
i ragazzi dovranno essere duplicati molti di questi servizi, ovviamente.
b) per l’ubicazione dei locali è intuitivo che: le mostre saranno allestite all’ingresso o vicino all’ingresso e che, via via, l’utente, entrando in
biblioteca, incontrerà l’ufficio consulenza, il fondo a scaffali aperti, i
cataloghi e il prestito. Le sale speciali dovranno essere le più interne
possibile nella zona più silenziosa.
Per il personale - i locali necessari sono: direzione e uffici dei bibliotecari; ufficio mostre e programma culturale; uffici e dipartimenti
delle procedure (schema 1); ufficio prestito; stanze varie di lavoro;
(spogliatori, stanze di riposo, toilette, piccolo bar). Tra i vari servizi
(libri - personale - pubblico), vi sono correlazioni e connessioni.
L’architetto progettista dovrà preoccuparsi prima di tutto, che il
circuito dei lettori e quello dei libri non debbano intersecarsi. Nessuna
interferenza, ma ogni possibile indipendenza, e ciò potrà essere ottenuto anche con ingresso per le persone indipendente da quello dei materiali. E poi, che la « zona del silenzio » sia destinata alle sale di studio e di lavoro. Quindi, dovrà essere per questo tenuto presente
l’itinerario che il libro dovrà percorrere, prima per le necessarie operazioni amministrative e di catalogazione e poi dagli uffici ai magazzini
e da questi alla distribuzione e al prestito.
DIMENSIONI
Ovviamente, poichè ogni biblioteca deve adeguarsi alle dimensioni della comunità da servire e ai fondi posseduti, il progettista non
potrà ignorare, dopo le brevi premesse esposte innanzi, quali locali
occorrano, le dimensioni dei medesimi, considerate la capienza di una
scaffalatura, e lo spazio occorrente ai lettori, per gruppi di età, di categoria, etc.
Il Thompson6 ritiene che le dimensioni necessarie per una biblioteca pubblica moderna e funzionale siano, distinte nei tre dipartimenti,
del prestito, della
lettura e dello studio per adulti e dei ragazzi, come segue:
6
ANTONHY THOMPSON, Library Buildings of Britain and Europe. An International study, with examples mainly from Britain and some from Europe and overseas.
London Butterworths, 1963.
71
ANNALI DELLA BIBLIOTECA___________________________________________________________________
Prestito - Superficie: 33 mq. ogni 1000 abitanti; fondo librario:
600 voll. ogni 1000 abitanti; posti a sedere: I ogni 1000 abitanti.
Lettura e studio adulti - Superficie: 22 mq. ogni 1000 abitanti;
fondo librario: 175 voll. ogni 1000 abitanti; posti a sedere: 2 ogni
1000 abitanti.
Ragazzi - Superficie: 15 mq. ogni 1000 abitanti; fondo librario:
190 voll. ogni 1000 abitanti; posti a sedere: 3 ogni 1000 abitanti.
Lo spazio, inoltre, che occuperanno i libri, è diverso a seconda
della loro destinazione: se in magazzini o a scaffali aperti, e, in questo
secondo caso, se destinati agli adulti o ai bambini.
Nei magazzini ove gli scaffali possono avere fino a sei palchetti,
ogni mq. di superficie può contenere fino a 200 voll. A queste dimensioni occorrerà aggiungere quelle dei corridoi (cm. 80). Per i libri a
scaffali aperti, cioè per i libri a diretto contatto con il pubblico, la
quantità per mq. scende a 35 voll. I corridoi saranno più larghi (cm.
140 per i libri di studio e di cm. 190 per la narrativa; cm. 160 per i ragazzi). Il basso numero di volumi per mq. è anche giustificato dal fatto
che gli scaffali non dovranno essere alti, per far si che i libri siano attingibili senza ausilio di sgabelli o di scale, e quindi saranno utilizzati
scaffali a 4 palchetti per gli adulti e a 3 palchetti per i ragazzi.
Lo spazio per tutti questi servizi dovrà essere tale da assicurare
alla biblioteca l’espansione per almeno 20 anni.
La superficie minima per i lettori è di mq. 2 per ogni posto a sedere, che passano a 3 mq. nelle sale di studio.
Per quanto riguarda lo spazio per il personale e per gli uffici, al
progettista, nella valutazione di tale fabbis ogno, è stato consigliato di
riservare il 40% di tutto lo spazio destinato al servizio pubblico della
biblioteca.
Si è parlato del personale perchè l’esperienza insegna che per
portare ai livelli più alti il servizio pubblico — indice chiaro del buon
inserimento dell’istituto culturale nella comunità — il problema del
personale è importante.
Esso dovrà essere quantitativamente sufficiente7 e qualitativamente idoneo ad esercitare le varie mansioni tecniche. Esso dovrà essere
presente nelle sale di lettura, nella sala di consultazione, nella sala delle riviste, nella sala dei cataloghi, presso l’ufficio informazioni consulenza e guida, nell’ufficio prestiti, nei magazzini, negli uffici di ordinamento catalogazione e sistemazione classificazione del materiale librario.
Quindi il progettista, specie nel caso della nuova biblioteca di
Foggia, disponendosi di una pianta rettangolare lunga e stretta, dovrà
studiare sistemazioni che riducano al minimo le zone morte, che consentano una agevole vigilanza e quindi una assidua e valida assistenza
ai lettori.
Per la biblioteca pubblica il criterio dell’accessibilità è molto importante, dovendo costituire un continuo invito e richiamo per i lettori,
onde la esigenza di avere un’area in una zona centrale della città. Noi
non ci siamo rassegnati molto facilmente alla rinuncia di questo importante requisito, anche perché riteniamo che l’area che l’Ente Provincia ha messo a nostra disposizione, trovasi in una zona molto vici-
7
3 bibliotecari direttori di dipartimenti; 9 aiuto bibliotecari; 2 insegnanti elementari; 3 distributori; 3 dattilografi; 15 salariati (uscieri, custode, fattorini).
72
_________________________________________________________________PER LA NOSTRA NUOVA SEDE
na al Centro, in un quartiere popoloso e in forte espansione, in prossimità di importanti complessi scolastici e molto ben servita da strade.
Quindi siamo convinti che la nuova grande Biblioteca, anche sorgendo
in zona non proprio al centro della città, sarà ugualmente una « centrale del potere di informazioni » per usare una espressione cara al
Wheeler, e sarà perciò disponibile per il più gran numero di persone.
Ma in Foggia non dovremmo lasciar cadere la proposta da noi avanzata e fatta propria dal Ministero di creare biblioteche di quartiere. Tra
queste, noi vedremmo bene una biblioteca di 20-30.000 voll. al
C.E.P., e altre in ragione di tre o quattro nei vari quartieri periferici
della Città. Queste biblioteche dovrebbero essere dotate di un ricco
fondo di consultazione e di informazione e studio, e tutte essere collegate con la Biblioteca Centrale e con il Centro-Rete che stiamo organizzando nel Capoluogo in vista della sospirata istituzione di una biblioteca per ogni comune.
Ci accorgiamo, di esserci a lungo soffermati sui criteri metodologici, ispirati alla più aggiornata scienza biblioteconomica, e di non aver parlato concretamente di questa Biblioteca « hic et nunc ». Ma
credetemi, volutamente abbiamo scelto tra passato e futuro il presente,
pur se convinti che noi oggi non potremmo esistere come comunità
politica, culturale, spirituale e materiale se nei secoli passati centinaia
di generazioni non avessero giorno per giorno lavorato senza interruzione a predisporre le condizioni fisico-ambientali nelle quali si è sviluppata la civiltà odierna, e che, quindi domani nessuna comunità politica sopravviverà nel nostro paese, se giorno per giorno, non ci applicheremo a conservare il nostro patrimonio. Anche se oggi si afferma
— stante l’attuale crisi del linguaggio — che essa è crisi di idee, perchè manca la fede in un mondo nuovo, noi ci adopreremo per predisporre una delle strutture di base dell’odierna civiltà, affamata di informazioni: la biblioteca, istituto della democrazia e condizione della
democrazia. Ma quale biblioteca?
Da quanto abbiamo accennato prima credo venga fuori più il modello di una biblioteca ideale, perfetta in ogni sua parte e aggiornata e
moderna, che una concreta casa della cultura e del libro: « questa biblioteca» insomma. Ma quanta parte di questo modello ideale troveremo calato nella realtà? Il progetto vincente soddisferà le nostre attese? Questi interrogativi ci consigliano a non continuare un discorso
basato sull’ipotetico e sul possibile, e a rinviarlo alla fine dell’anno in
corso, allorché potremo esaminare bozzetti e progetti.
Personalmente potrò così, finalmente dirmi soddisfatto per
un’altra nobile battaglia ingaggiata in favore della cultura in Capitanata, e concludere, con la serenità del filosofo: « Tra questi cari compagni, che ho trovato e che ho voluto vicino a me, ho trascorso serenamente i migliori anni della mia vita » 8 .
8
Su l’istituto v.: AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA, La Biblioteca Provinciale di Foggia (Foggia, Studio Editoriale Dauno, 1959. Atti, documenti e
studi dauni. Istituti d’arte e di cultura, n. 1); ANGELO CELUZZA, Realtà, esigenze e
prospettive della « Provinciale » di Foggia (Foggia, Id., 1964 - Id. n. 4); MARIO SIMONE, La « Provinciale di Foggia », (in « La Biblioteca Provinciale di Foggia », bollettino bimestrale d’informazione. Foggia, a. I, n. 1-2, genn.-aprile 1962; pagg. 5-12,
ill.).
73
SCHEDARIO
Fondo “Regno di Napoli - Puglia - Capitanata,,
posseduto dalla Biblioteca Provinciale di Foggia
(Continuazione dal n. 1-3 del 1967)
1073
Gargiulo, Bonaventura.
Lettera pastorale al clero e al popolo
della Città e Diocesi di San Severo e
Civitate.
Napoli-Roma, Stab. Tip. Librario A. e
Salvatore Festa, 1896, 8°, pp. 32.
1074
Gargiulo, Carmine.
Ottavia. Studio critico del dott,. Carmine
Gargiulo. Sta con:
Antologia
— Moderna. Volume Secondo.
(Foggia, 1949), pp. 7-15.
1075
Gargiulo, Carmine.
Una figura di angelo e di pastore:
Mons. Farina.
Foggia, Stab. Tipografico Leone, 1961,
160, pp. 111, ritr. 6, ill. 11.
1076
Gargiulo, Carmine.
Monsignor Farina. Una nobile figura e
di pastore. Sta in:
«Foglietto (Il) » - Giornale della Daunia. Settimanale indipendente d’informazioni. Direttore responsabile : Mario
Ciampi.
Foggia, a. LXIV (nuova serie) n. 45,
giovedì 14 dic. 1961. « Numero speciale
per il Centenario dell’Unità d’italia ».
74
1077
Garofalo, Salvatore.
Lo sviluppo agricolo e la cultura del
bracciantato.
Bologna, Ed. Agricole, 1958, 8°, pp. 40
e 1 allegato.
1078
Garofalo, Salvatore.
Caratteristiche ambientali dell’alta Murgia barese. Sta in:
Agricoltura (L’)
— in provincia di Bari. Scritti di Matteo
Fantasia, Vitantonio Lozupone, Giulio
Capodaglio ...
(Bari, 1964), pp. 233.293.
1079
Garofalo, Salvatore.
Vedi: Comune di Foggia. Schema di
piano di sviluppo del Comune di
Foggia
(Foggia, 1966).
1080
Garzoni, Tommaso
Il theatro de vari, e diversi cervelli mondani. Nuovamente formato, & posto in
luce da Tommaso Garzoni da Bagnacavallo. Al Clarissimo Signore il Signor
Vincenzo Garzoni, Gentilhuomo Venetiano. Con Privilegio. Sta con:
Accademia (Real) delle Scienze e delle Belle Lettere - Napoli. Statuti della
Real Accademia delle Scienze e delle
Belle Lettere eretta in Napoli dalla sovrana munifìcenza. A cura di Michele
Sarconi.
(Napoli, 1780).
1081
Gasparrini, Guglielmo.
Cenno dello stato presente dell’agricoltura nella provincia di Napoli scritta
da G. O. Sta in:
Breve ragguaglio dell’agricoltura e pastorizia del Regno di Napoli di quà
del Faro.
(Napoli, 1845), pp. 1-56.
1082
Gasparrini, Guglielmo,
Descrizione delle Isole di Tremiti e del
modo come renderle coltive. Sta in:
Annali Civili del Regno Delle due Sicilie.
(Napoli, 1837), vol. XV, pp. 79-105.
1083
Gatti, Serafino.
Elogio storico di Giuseppe Rosati.
Napoli, Stamp. Reale, 1815, 8°, pp. 64.
1084
Gatti, Marco.
Della riforma della istruzione pubblica
nel Regno delle due Sicilie. Libri tre di
M. G. salentino P.P.
Napoli, Tip. Angelo Trani, 1820, 160,
pp. 381.
1085
Gatti, Serafino.
Dell’antica Arpi e di Salapia. Memoria
topografico-storica di Serafino Gatti,
Sta con :
De Nino, Antonio.
Il lavoro fa l’oro ..
(Roma-Torino, 1872).
1087
Gatti, Stanislao.
Vedi: Falcone, Beneventano. Falconis
beneventani Chronicon. Versione di Stanislao Gatti.
(Napoli, 1845).
1088
Gatti, Stanislao.
Vedi: Jamsilla, Niccolò apocr. Delle geste di Federico II e de’ suoi figli Corrado e Manfredi Re di Puglia e di Sicilia.
Versione di S. G.
(Napoli, 1845).
1089
Gatto, Alfonso.
Lecce. Tra ragione e arzigogolo. Sta in:
« Tuttitalia ». Enciclopedia dell’italia antica e moderna.
Firenze-Novara, 1965, vol. XX, pp. 159162.
1090
Gattola-Mondella, Nicola.
Pro Tavoliere di Puglia.
Foggia, tip. Paolo De Nido, 1911, 8°,
pp. 45.
1091
Gaudioso, Rodrigo Maria.
La relazione Gaudioso sulla Basilicata (1736). A cura di Tommaso Pedio
e con una premessa di G. Pepe.
Bari, Edizioni del Centro Librario (Città
di Castello, Tiferno Grafìca), 1965, 8°,
pp. 102.
1092
1086
Gay, Jules.
Gatti, Serafino.L’Italia meridionale e l’impero bizantino
Per la solenne ristaurazione degli studi
dall’avvento di Basilio I alla resa di
nel nuovo collegio delle scuole pie di
Bari ai Normanni (867-1071 ).
Foggia. Orazione parenetica del P. S. G.
Firenze, Libreria della Voce, (S. Casciano
pubblico professore di filosofia ...
Vai di Pesa, F.lli Stianti), 1917, 8°,
Foggia, s.n.t., s.d., 8°, pp. 48.
pp. XXVIII, 610.
75
1093
Gawsworth, John.
Maggio d’italia. (La Gradogna). Traduzione di Umberto Fraccacreta. Presentazione di Antonio Casiglio.
Foggia, St. Ed. Dauno, (Tip. Ciampoli),
1957, 8°, pp. 76 e 2 ritratti.
Foggia, Studio Editoriale Dauno, (Stab.
Tip. Luigi Cappetta), 1937, 8°, pp 126.
1094
Generali, Gaetano.
L’industrializzazione del Mezzogiorno.
Sta in:
Centro permanente pei problemi del Mezzogiorno. Bari. Atti del Convegno di
studi sui problemi del Mezzogiorno. Bari, 3-4-5 dicembre 1944.
(Bari, 1946), pp. 170-184.
1100
Gentile, Carlo.
(Unione antivivisezionista italiana. Bologna. Prof. Carlo Gentile).
Fratellanza e sepolture (Note sui cimiteri degli animali).
Bologna, Cooperativa Tip. Azzoguidi,
1954, 8°, pp. 8.
1095
Genoino, Giulio.
Saggio di poesie di Giulio Genoino napoletano. Sta con:
Ventignano (Duca di).
Cenno sulla futura prosperità della provincia di Capitanata del duca di Ventignano.
Napoli, Stamperia del Monitore delle
Due Sicilie, 1811, 16° , pp. 87.
1101
Gentile, Carlo.
I miti e le forme nella poesia pascoliana.
Foggia, Studium Fridericianum, (Tip.
« Sordomuti »), 1960, 8°, pp. 163.
1096
Genovesi, Antonio.
Delle lezioni di commercio o sia d’Economia civile da leggersi nella Cattedra
interiana dall’ab. Genovesi regio cattedratico.
Napoli, Stamperia Simoniana, 1783, 16°,
voll. 2.
1097
Genta, Felice.
Il paesaggio meridionale. Rassegna descrittiva ed illustrata del paesaggio ...
Napoli, Tip. C. Russo, 1930, 8°, pp. 128
fìg.
1098
Gentile, Annino.
Nasi e musi forensi della Daunia.
76
1099
Gentile, Carlo.
Alle origini del dogma.
Foggia, Tip. Arpaia, 1953, 8°, pp. 12.
1102
Gentile, Carlo.
Il cane elementare e metafisico.
Foggia, Editoria della sezione provinciale E.N.P.A., (I. Arpaja), 1959, 8°,
pp. 32.
1103
Gentile, Carlo.
Il dramma del Precursore nel destino
del mondo. Esegesi spirituale del simbolo joannita. Relazione al quarto congresso spirituale mondiale (Assisi, sett.
1949). Pubblicata in riassunto per gli
atti del congresso, in lingua italiana e
francese.
Foggia, Studium Fridericianum, (Tip.
« Arpaja »), 1950, 8°, pp. 28.
1104
Gentile, Carlo.
Il risveglia di Parsifal.
S.I., s.n.t., 1955, 8°, pp. 8.
1105
Gentile, Carlo.
L’Arte. Saggio filosofico.
Foggia, Tip. Edit. Arpaja, 1939, 8°,
pp. 80.
1112
Gentile, Carlo.
Le voci di Euridice.
Napoli, Ardenza, (Tipomeccanica), 1941
8°, pp. 80.
1106
Gentile, Carlo.
La non-violenza verso la natura come
antifinzionismo psicologico e libertà
sperimentale.
S.I., s.n.t., 1953, 8°, pp. 24.
1113
Gentile, Carlo.
Manifesto della preghiera per il dolore
del mondo e della giornata della pietà
universale.
Foggia, Tip. Arpaia, 1931, 8°, pp. 8.
1114
1107
Gentile, Carlo.
La preghiera per il dolore del mondo.
Foggia, Tip. Arpaja, 1951, 8°, pp. 32.
1108
Gentile, Carlo.
Gabriele D’Annunzio iniziato.
I geni del tempo e le vie del sole.
Napoli, Ardenza, (Tipomeccanica), 1948,
8°, pp. 45.
1109
Gentile, Carlo.
Giuseppe Ricciardi.
Foggia, Studio Editoriale Dauno, (Torremaggiore, tip. V. Caputo), 1941, 16v,
pp. 52 e 1 ritratto. « Biblioteca del Risorgimento Pugliese » dir, da Mario Simone, n. 4
1110
Gentile, Carlo.
La fiaccola e l’eterno. Poema orfico.
Napoli, Ardenza, (Tipomeccanica), 1948,
8°, pp. 49.
1111
Gentile, Carlo.
La vita dinanzi ai suoi problemi eterni.
Manfredonia, Stab. Tip. Ortensio Bilancia, 1941, 8°, pp. 88.
Gentile, Carlo.
Piccola guida a « Le mie Prigioni ».
Foggia, Stab. Tip. Leone, 1955, 8°,
pp 11.
1115
Gentile, Carlo.
Poesia di Umberto Fraccacreta. Prefazione e bibliografia di Mario Simone
con inediti e ritratto.
Foggia, Società Dauna di Cultura, (S.
Agata di Puglia, Tip. « Casa del S. Cucre »), 1956, 160, pp. 80.
1116
Gentile, Carlo.
Rapsodia asclepia ed italica di Vincenzo Lanza. Con prefazione di Vincenzo
Terenzio ed un inedito di Ferdinando
Matoni.
Napoli, Tecnostampa - Foggia, 1962
8°, pp. 51.
1117
Gentile, Carlo.
Realizzazione sociale ed umanesimo perrenne.
Urbino, S.T.E.U., 1953, 8°, pp. 8.
1118
Gentile, Carlo.
Rispondiamo a Getsemani!
Foggia, Tip. Arpaja, 1953, 8°, pp. 4,
77
1119
Gentile, Carlo.
Terra. Vivente. Cammino. Note ad un
incontro Io-Natura.
Foggia, Studium Fridericianum, (Tip.
Arpaja), 1953, 8°, pp. 16.
1120
Gentile, Carlo.
L’Enciclopedico senza enciclopedia. Sta in:
A Giuseppe Rosati la Città di Foggia
nel CL della morte (1814-1964) ...
(Foggia, 1966), pp. 17-22.
1121
Gentile, Carlo.
Ricordo di Gustavo Perugini. Sta in:
Cinquantennio dell’istituto musicale « U.
Giordano ». Foggia (1914-1964).
(Foggia, 1964), pp. 51-54.
1122
Gentile, Carlo.
Unità e psicologia della Daunia risorgimentale. Sta in:
« Foglietto (IL) ». Giornale della Daunia. Settimanale indipendente d’informazioni. Direttore responsabile: Mario
Cìampi.
Foggia, a. LXIV n.s., n. 45, 14 dic. 1961.
« Numero speciale per il Centenario
dell’Unità d’italia ».
1123
Gentile, Francesco.
Il quadro storico. Studio.
Lucera, tip. S. Scepi, 1922, 8°, pp. 20.
1124
Gentile, Francesco.
Il Santuario dell’incoronata.
Foggia, Stamp. Ed. Frattarolo, 1930, 8°,
pp. 32.
78
1125
Gentile, Francesco.
La Madonna dei Sette Veli.
Foggia, Nicola Arpaja, 1930, 8°, pp
1126
Gentile, Francesco.
La poesia dei ruderi. Conferenza.
Foggia, Tip. A. De Nido, 1916,
pp. 20.
1127
Gentile, Francesco.
La prima mostra provinciale di belle
arti ed arte applicata in Foggia, maggio-giugno 1922.
Foggia, Tip.-lit. E. Fuiani, 1922,
pp. 12.
1128
Gentile, Francesco.
Saverio Altamura, patriota e pittore romantico.
Lucera, Tip. Cappetta, 1926, 8°, pp. 1
1129
Geremia, Teodoro.
Della vita e delle opere di Giuseppe De
Ninno nella storia del risorgimento pugliese e nel giudizio dei contemporanei.
Bari, Tip. Commerciale, 1924,
pp. 301.
1130
Germani, Pietro.
Relazione dell’on. prof. Pietro Germani
per il Partito democratico cristiano.
Sta in:
Università popolare. Bari. Atti ufficiali
del convegno di riforma fondiaria
agraria (11-12 dicembre 1953) Bari.
(Bari-Roma, 1954), pp. 49-56.
1131
Gervasio, Michele.
I dolmen e la civiltà del bronzo nel
Puglie.
Bari, s.e., (Trani, tip. Ed. Vecchi & C.),
1913, 8°, pp. XI, 357 fig. e 4 tavole.
1132
Gervasio, Michele.
I rapporti tra le due sponde dell’Adriatico nell’età preistorica.
Pavia, tip. Frat. Fusi, 1934, 8°, pp 19.
1133
Gervasio, Michele.
La pinacoteca provinciale di Bari inaugurata da S. E. Balbino Giuliano.., il
6 aprile 1930.
Bari, Laterza & Polo, 1930, 8°, pp. XX,
132 fig. e 42 tavole.
1134
Gesualdi, Antonio.
Della diversa natura de’ terreni, e loro
poca profondità, e de’ rapporti col clima, e temperatura della provincia di
Bari relativamente all’agraria. Sta in :
Società economica di terra di Bari. Vol.
I. (1810-1822).
(Bari, 1959), pp. 2933.
1135
Ghelli, Pietro.
Notificazione.
Foggia, s.n.t., 1895, 8°, pp. 8.
1136
Giacomucci, Francesco.
Relazione sulla amministrazione della
giustizia nel distretto. Anno 1927 (VI).
Discorso inaugurale pronunziato dal Sostituto Procuratore generale Francesco
Giacomucci.
Trani, hp. ed. Paganelli, 1927, 8°,
pp. 32.
1137
Giacovazzo, Giuseppe.
Puglia 61. Testo e redazione a cura di
Giuseppe Giacovazzo. Impaginazione, copertina e tavole di Mimmo Castellano.
Bari, Litostampa Dedalo, 1961, 8°, pp.
30, e 27 tavole.
1138
Giampietro, Luigi.
Annecchino Mormile. Bozzetto drammatico in un atto.
Foggia, Tip. Arpaja & Mendolicchio,
1915, 8°, pp. 23.
1139
Giampietro, Luigi.
La veggente di Pompei. Dramma in
quattro atti.
Foggia, Tip. D. Pascarelli, 1902, 8°,
pp. 56.
1140
Giangualano, N.
Profili e figure.
Torremaggiore, Tip. Vincenzo Caputo,
1935, 8°, pp. 20.
1141
Giannantonio, Domenico.
Difesa pel nobile Nicola lannuzzi nonchè pei germani lannuzzi Ferdinando,
Armando, Maria ... contro Arturo Danese. Innanzi la Ia sezione della Corte
d’Appello delle Puglie. Causa discussa
all’udienza del 28 febbraio 1910.
Estensore: Raffaele Pasculli.
Trani, Tip. Vecchi & C., 1910, 8°, pp. 96.
1142
Giannelli, Giulio.
Coloni greci nella Daunia tra l’VIII e
il V secolo a.C. Sta in:
Società di storia patria per la Puglia.
Atti del III congresso storico pugliese
e del convegno internazionale di studi
garganici.
(Bari, 1955), pp. 28-33.
1143
Giannini, Donato.
Giuseppe Orlandi. (1842-1909).
Giovinazzo, Tip. del R. Ospizio Vittorio
Emm. II, 1910, 8°, pp. 36.
79
1144
Giannoccoli, Domenico.
Stato dell’aziende degli espulsi col piano e coi regolamenti rispettivi di tutte
le opere stabilite da Sua Maestà.
S.I., s.n.t., 1770, 160, pp. 86-36-58;
(180).
1145
Giannone, Angelo,
S. Francesco da Paola.
Barletta, Stab. Tip. G. Dellisanti, 1900,
8°, pp. 22.
1146
Giannone, Onofrio.
Giunte sulle « Vite dei pittori napoletani ». A cura di Ottavio Morisani.
Napoli, Deputazione di storia patria,
(Arti Grafiche R. istituto d’Arte), 1941,
8°, pp. XVI, 214.
1147
Giannone, Pietro.
Autobiografia di Pietro Giannone. I suoi
tempi, la sua prigionia. Libri quattro.
A cura di Augusto Pierantoni.
Roma, Stab. Tip. dell’editore E. Perino,
1890, 160, pp. 379 e 1 ritr.
1148
Giannone, Pietro.
Il Triregno di P. G. Publicato con prefazione da Augusto Pierantoni ... Vol.
I; Del regno terreno; vol. II: Del regno celeste; voi. III: Dei regno papale.
Roma, hp. Elzeviriana, 1895, 8°, Vol. 3.
1149
Giannone, Pietro.
Professione di fede scritta da P. Giannone al P. Giuseppe Sanfelice, gesuita
dimorante in Roma, per la cui santità,
fervoroso zelo, e calde esortazioni si è
il medesimo convertito a quella credenza ch’egli inculca nelle sue riflessioni
morali e teologiche, con i dubbi propostili intorno alla sua morale.
S.n.t., 16°, pp. 141.
80
1150
Giannubilo, Mario.
Colica da sabbia.
Sansevero, Stab. cromo-tipografico cav.
Emilio Dotoli, 1934, 8°, pp. 12.
1151
Giannubilo, Mario.
La diagnosi delle claudicazioni mediante anestesia delle capsule sinoviali.
Sansevero, Stab. cromo-tipografico cav.
Emilio Dotoli, 1934, 8°, pp. 45.
1152
Giannuzzi, Angelantonio.
Le carte di Altamura. (1232-1502).
Sta in:
Codice diplomatico barese. Vol. XII°
(Bari, 1935).
1153
Gifuni, Giambattista.
L’ultima visita di Ruggero Bonghi a Lucera. (Coi due discorsi del 21-11-1893).
Sta in:
Società di storia patria per la Puglia.
Atti del III congresso storico pugliese
e del convegno internazionale di studi
garganici.
(Bari, 1955), pp. 215-229.
1154
Gifuni, Giambattista.
La fortezza di Lucera.
Lucera, tip. ed. T. Pesce, 1935, 16°, pp.
90, fig. e 3 tavole.
1155
Gifuni, Giambattista.
Lucera.
Lucera, T. Pesce Tip. Ed., 1934, 8°, pp.
76, ill. e 7 tavole f.t.
1156
Gifuni, Giambattista.
Lucera.
Urbino, S.T.E.U., 1937, 8°, pp. 115 e
33 tavole.
1157
Gifuni, Giambattista.
Lucera augustea.
Urbino, S.T.E.U., 1939, 8°, pp. 37 fig.
1158
Gifuni, Giambattista.
Origini del ferragosto lucerino. Con un
appendice sul duomo angioino e sulla
statua del suo fondatore.
Lucera, T. Pesce editore, 1932, 8°, pp.
71, fig.
1159
Gifuni, Giambattista.
Origini del ferragosto lucerino. II ed.
riveduta e accresciuta.
Lucera, T. Pesce Editore, 1933, 8°, pp.
101 e 9 tavole.
1160
Gifuni, Giambattista.
Origini dei ferragosto lucerino.
Lucera, Tip. Editrice T. Pesce, 1933, IIa ,
8°, pp. 100 e 9 tavole.
1161
Gigli, Giuseppe.
Il Tallone d’Italia: Gallipoli, Otranto e
dintorni. Sta con:
Caggese, Romolo.
Foggia e la Capitanata.
(Bergamo, 1910).
1162
Gigli, Giuseppe.
Il Tallone d’Italia: Lecce e dintorni.
Sta con:
Caggese, Romolo.
Foggia e la Capitanata.
(Bergamo, 1910).
1163
Gilberti, Vita.
La Polizia ecclesiastica del Regno di Napoli o sia il codice ecclesiastico ufficiale
della Real segreteria di Stato ...
Napoli, Tip. Amato Cons., 1797, 16°,
vol. 3.
1164
Gilberti, Vito.
Polizia ecclesiastica del Regno delle due
Sicilie di Vito Giliberti. Opera nel
quale si espongono tutte le disposizioni in vigore emesse in materia ecclesiastica .. . dopo la pubblicazione del
concordato del 1818. Volume unico.
Napoli, presso Francesco Azzolino,
1845, 8°, pp. 420.
1165
Ginnasio - Liceo « Matteo Tondi ».
San Severo.
Annuario del Ginnasio - Liceo « Matteo
Tondi » di San Severo. Volume primi
Quinquennio 1962-1967.
Napoli-Foggia-Bari, C.E.S.P., 1968, 8°,
pp. 200 e 20 tavole f.t.
1166
Gioffreda, F. P.
Vampe di fede italica.
Campobasso, Tip. Colito e figlio, 192
8°, pp. 48.
1167
Gioia, Domenico.
Alla famiglia dell’estinto preside cav.
Giovanni Panunzio.
Trani, Tip. ed. Paganelli, 1913, 8°,
pp. 10.
1168
Gioia, Michele Assunto.
Il luogo dei duello dei tredici nel giorno 13 di febbraio 1503 con importantissimi documenti finora inediti con appendice Beltrani.
Trani, tip. ed. Paganelli, 1931, 16°,
pp. 94.
1169
Gioia, Michele Assunto.
Studio biblico sociale politico religioso
S.I., s.n.t., 1906, 8° pp. 86.
81
1170
Giordani, Dionisio.
In morte di Giacomo Cessa barone di
Chiauci. Versi. Sta in:
Capuano, Luigi.
Laude funebri ed inscrizioni in morte
del barone Giacomo Cessa sipontino.
(Napoli, 1864), pp. 43-57.
1171
Giordani, Dionisio.
Su vari musicali componimenti del m.0
Luigi Mazzone. Discorso di D. Giordani.
Napoli, tip. all’insegna del Diogene,
1860, 8°, pp. 40.
1172
Giordano, Antonio,
In memoria di Mons. D. Giovanni Sodo
vescovo di Ascoli e Cerignola morto in
Portici il 23 luglio 1930. Elogio funebre
recitato nella chiesa del purgatorio
in Cerignola il 27 agosto 1930 nelle
solenni esequie indette dalla locale
Unione femminile cattolica italiana per il
trigesimo della morte del suo beneamato
padre e pastore.
Cerignola, B. Abate, 1930, 8°, pp. 27
e 1 ritratto.
1175
Giordano, Mario.
Mio padre. Sta in:
Umberto, Giordano.
A cura dei comitato pro monumento.
(Foggia, 1956), pp. 19-24.
1176
Giordano, Sara.
Gli ultimi anni della sua vita. Sta in:
Umberto, Giordano.
A cura del comitato pro monumento.
(Foggia, 1956), pp. 15-18.
1177
Giornale
— degli atti del governo di Capitanata. (Continuazione di:) Giornale degli
atti dell’int.endenza di Capitanata.
Foggia, tip. M. Russo, 1861, 8°, pp. 330.
1178
Giornale
— dell’istorie del Regno di Napoli quale si conserva per il duca di Montelione. Dall’anno 1266 al 1478. Sta in:
Raccolta
— di tutti i più rinomati scrittori della
istoria generale del Regno di Napoli.
Napoli, 1770, vol. XI, 8°, pp. 1-144.
1173
Giordano, Domenico.
Deiectus scriptorurn rerum neapolitanarum qui populorum, ac civitaturn res
antiquas, aliasque vario tempore gestas
rnemoriae prodiderunt ...
Napoli, tip. Francesco Ricciardi, 1735,
4°, pp. XLII, 986.
1179
Giornale
— enciclopedico di Napoli. Tomo IV
(ottobre-dicembre) 1821.
Napoli, Stamperia Domenico Sangiacoma e poi tipografia del Giornale Enciclopedico, 1817-1821, 8°, voll. 16.
1174
Giordano, Leopoldo.
Il diritto privato nella nuova legislazione penale.
Foggia, tip. A. De Nido, 1932, 8°,
pp. 82.
1180
Giornale
— fisico-agrario della Capitanata. Volume I.
Foggia, dalla tipografia di Giacomo
Russo, 1830, 8°, pp. 288.
82
1181
Giornale (Un)
— tra due città. A cura della redazione
de « Il Foglietto ».
Roma, Staderini, 1960, 8°, pp. 226 con
8 allegati, 6 tavole in bianco e nero e
1 a colori f.t.
1182
Giornate mediche daune. Foggia 1956.
Giornate mediche daune. Foggia, 27-29
aprile 1956. Realizzato da P. Stefanutti.
Edito a cura del comitato organizzatore
con la collaborazione dei laboratori
biochimico-farmaceutici Smit-Torino.
Foggia, Off. Graf. P. Scarrone - Torino,
1956, 8°, pp. 37 fot. 51.
1183
Giovanetti, Giovanni.
Notizie sulle condizioni economico-sociali ed igienico-sanitarie della popolazione di Capitanata. Con una lettera del
comm. prof. Paolo Medolaghi ... e prefazione dell’an. comm. Ettore Valentini.
Foggia, Stab. Tip. U. Zobel, 1925, 8°,
pp. 47.
1184
Giovene, Giuseppe Maria.
Avviso per la distruzione de’ vermini
che rodano la polpa delle ulive. Diretto ai proprietari degli uliveti, e contadini della provincia di Bari dal canonico Giuseppe Maria Giovene, socio
corrispondente della Società patriotica
di Milano, de’ Georgofili di Firenze della Società Economica di Spaiato .. .
Napoli, presso G. M. Porcelli, 1792,
16v, pp. 36, 24.
1185
Giovine, Alfredo.
Li « senètte » de amore de Io popolo
de Baro. Strambuotti e canzuni de lo
tiempo antiquo. Trascrizioni musicali e
illustrazioni,
Bari, s.e., s. n.t., 1964, 8°, pp. 92 e 12
tavole f.t.
1186
Giovine, Alfredo.
Musicisti e cantanti lirici baresi.
Bari, Tip. Mare, 1968, 8°, pp. 63, ill. 7.
1187
Giovine, Alfredo.
Niccola De Giosa.
Bari, Tip. Mare, 1968, 8°, pp. 47, 1 tavola e 1 ritratto.
1188
Giovine, Alfredo.
Ricorrenze notevoli del popolino barese. (in dialetto barese, traduzione italiana e illustrazioni).
Bari, Tip. Savarese, 1966, 8°, pp. 79 e
35 tavole.
1189
Giovine, Alfredo.
Ulisse Prota - Giurleo. (Ricordo di un
mio maestro).
Bari, Tip. Mare, 1968, 8°, pp. 13, e
4 tavole.
1190
Giovine, Alfredo.
Bari: tradizioni e costumi. La Caravella
di San Nicola. Sta in:
« Tuttitalia ». Enciclopedia dell’italia antica e moderna.
Firenze-Novara, 1965, vol. XX, pp. 120124.
1191
Gismondi, Mario.
Taranto: la notte più lunga. Foggia: la
tragica estate.
Bari, Gisca, (Dedalo), 1968, 8°, pp.
167 e 14 tavole doppie.
1192
Gitti, Alberto.
Quando nacque in Alessandro Magno
l’idea della filiazione divina. Sta in:
Accademia pugliese delle scienze. Clas-
83
se di Scienze morali. Anni 1951-1952.
Atti e relazioni.(Nuova Serie) vol. III
e IV.
(Bari, 1953), PP. 143-179.
1193
Giuliani, Arduino.
La funzione specifica della stampa. A
cura del Rotary Club. Foggia.
Foggia, Stab. Tip. L. Cappetta, 1957, 8°,
pp. 11.
1194
Giuiiani, Arduino.
Mauro Dei Giudice. Filosofo, giureconsulto, pubblicista.
Lucera, Tip. C. Catapano, 1952, 8°, pp.
26.
1195
Giuliani, Euclide.
Prospettive per la irrigazione in Puglia
e Lucania. Sta in:
Ente
— Autonomo Fiera di Foggia. Atti della giornata dell’irrigazione. Foggia, 3
giugno 1958 ...
(Foggia, 1959), PP. 13-53.
1196
Giuliani, Giuseppe.
Scritti e discorsi nel primo centenario
della morte del dott. Nicola D’ApoIito.
Cagnano Varano, 21 ottobre 1962.
Foggia, Tip. Leone, 1962, 8°. pp. 36
e 10 ill.
1197
Giuliani, Leonardo.
Storia statistica sulle vicende e condizioni della città di S. Marco in Lamis
provincia di,Capitanata elaborata ad utue vantaggio dei suoi concittadini.
Bari, per Sante Cannone e Figli, 1846,
8°, pp. 60.
84
1198
Giuliani, Vincenzo.
Memorie storiche, politiche, ecclesiastiche della città di Vieste raccolte e compilate da Vincenzo Giuliani…
Napoli, presso Francesco Morelli, 1768,
8°, PP. VI, 216.
1199
Giuliani, Vincenzo.
Memorie storiche, politiche, ecclesiastiche della città di Vieste raccolte e compilate da Vincenzo Giuliani.
Saluzzo, tip. F.lli Lobetti-Bodoni, 1873,
8°, pp. 254.
1200
Giunta (La)
— esecutiva permanente dei partiti antifascisti del sud. (Riunioni e verbali,
gennaio-aprile 1944). Sta in:
Movimento (Il)
— di liberazione in Italia. Rassegna bimestrale di studi e documenti.
Milano, gennaio-marzo 1954, n. 28-29,
PP. 41121.
1201
Giunta, Francesco.
Sul « Furor Theutonicus » in Sicilia al
tempo di Enrico VI. Sta in:
Società siciliana di storia patria. Palermo. VIII centenario della morte di
Ruggero II. Atti dei Convegno internazionale di studi ruggeriani.
(Palermo, 1955), PP. 433- 453.
1202
Giura-Longo, Raffaele.
I beni ecclesiastici nella storia economica di Matera.
Matera, Ed. tip. F.lli Montemurro, 1961,
8°, PP. 90.
1203
Giura-Longo, Raffaele.
Il Vulture: storia e cultura. Latifondo
e meridionalisti illuminati. Sta in:
« Tuttitalia ». Enciclopedia dell’italia antica e moderna. Puglia e Basilicata.
(Firenze, 1965), PP. 387-391.
1204
Giura-Longo, Raffaele.
Matera: storia e cultura. La grande colonizzazione greca. Sta in:
« Tuttitalia ». Enciclopedia dell’Italia antica e moderna. Puglia e Basilicata.
(Firenze, 1965), PP. 416-420.
1205
Giuseppe Checchia-Rispoli.
Presentazione di Giorgio Dal Piaz.
Firenze, Stab. Tip. STIAV, s.d., 8°, c.n.n. 39.
1206
Giusfredi, Gino.
Vedi: Società anonima pugliese di costruzioni Ingami Scalvini & C. Bari.
Progetto di fognatura ...
(Bari, 1922).
1210
Giustiniani, Lorenzo.
Dizionario geografico ragionato dei Regno di Napoli...
Napoli, presso Vincenzo Manfredi,
1797-1805, 8°, voll. 10.
1211
Giustiniani, Lorenzo.
La Biblioteca storica e topografica del
Regno di Napoli.
Napoli, Stamperia Vincenzo Orsini,
1793, 8°, pp. 242.
1212
Giustiniani, Lorenzo.
Memorie storiche degli scritti legali de
Regno di Napoli raccolte da Lorenzo
Giustiniani.
Napoli, Stamperia Simoniana, 1787-88
4°, voll. 3.
1207
Giusso, Girolamo,
Agli elettori del collegio di Manfredonia. Maggio 1895.
Napoli, Stab. Tip. Pierro & Veraldi,
1895, 8°, pp. 30.
1213
Giustiniani Lorenzo.
Saggio storico-critico sul la topografia
del Regno di Napoli. Sta con:
Giustiniani, Lorenzo.
La Biblioteca storica e topografica del
Regno di Napoli.
(Napoli, 1793), PP. 1-228.
1208
Giusso, Girolamo.
Discorso del deputato Giusso agli elettori del collegio di Manfredonia il dì
31 maggio 1900.
Foggia, Tip. Michele Pistocchi, 1900,
8°, pp. 16.
1214
Giustiniani, Vita.
Il diritto consuetudinario in Terra di
Bari: Sta in:
Provincia di Bari. La Terra di Bari sotto
l’aspetto storico economico e naturale...
(Trani, 1900), Vol. I°. PP. 145-241.
1209
Giusso, Girolamo.
SulI’acquedoto pugliese. Discorso dello
on. Girolamo Giusso pronunziato alla
Camera dei Deputati nella 2a tornata
del 30 giugno 1904.
Roma, Tip. della Camera dei Deputati,
1904, 8°, pp. 24.
1215
Giustino
— Fortunato. 1848-1932.
Edizione dell’Archivio Storico per la
Calabria e la Lucania.
Roma, Archivio Storico per la Calabria
e la Lucania, (Tip. Uggiani), 1932, 8°,
PP. 284, 1 ritratto e 1 tavola f.t.
85
1216
Giustizia!
Numero unico a cura della sezione socialista di Cerignola, 29 agosto 1915.
Corte di Appello delle Puglie. Trani. Requisitoria del Procuratore Generale nel
processo contro Fiume Francesco ed alri. (Con note illustrative della difesa).
Cerignola, tip. Cibelli, 1915, 8°, pp. 4.
1217
Giusto, Domenico.
Alcuni giudizi sul mio opuscolo « Della vita e degli scritti di Giuseppe De
Ninno ».
Bari, Tip. Editrice Ditta B. Pansini & C.,
1917, 8°, pp. 57 e 1 ritratto,
1218
Giusto, Domenico.
Dizionario bio-bibliografico degli scrittori pugliesi viventi e dei morti nel
presente secolo.
Napoli, Stab. Tip. Letterario di L. De
Bonis, 1893, 8°, pp. 219.
1219
Giusto, Domenico.
Dizionario bio-bibliografico degli scrittori pugliesi.IIa , 8°, voll. 9.
Bari, Società Editrice Tipografica, s.d.,
8°, pp. 196 fig.
1220
Gnozzi, Gerardo.
Nella solenne commemorazione di Re
Umberto I. Discorso dei sac. Gerardo
Gnozzi letto nell’Arciconfraternita dei
SS. Apostoli Pietro e Paolo di Rodi Garganico il giorno 18 agosto 1900.
Larino, tip. Nicola Morrone, 1900, 8°,
pp. 24.
1221
Gnozzi, Gerardo - Ruggero, Carmine.
Memorie funebri per la morte del cavaliere della corona d’Italia Domenico
Grossi professore in medicina e chirur-
86
gia del comune di Rodi in Capitanata.
S.l., 5.n.t., 1911, 8°, pp. 15.
1222
Gnozzi, Gerardo.
Vedi:
Sul feretro del sacerdote D. Fortunato
Carnevale. Discorso di Gerardo Gnozzi.
Iscrizioni funerarie.
(Foggia, 1895).
1223
Gramigna, Riccardo.
Tipi di sistemi di irrigazione. Sta in:
Consorzio Generale per la bonifica e la
trasformazione fondiaria della Capitanata. Foggia. 1° Convegno per la trasformazione fondiaria della Puglia e
della Lucania (Foggia, 18-20 gennaio
1947).
(Foggia, 1953), pp. 188-199.
1224
Gran Corte Civile. Napoli.
Decisioni delle Gran Corti Civili in materia di diritto pubblicate da Michele
Agresti procuratore generale del re
presso la G. C. Civile di Napoli.
Napoli, Stamp. del Fibreno, 1838-1841,
1225
Gran Corte Criminale di Capitanata.
Discorso del procuratore generale del
Re pronunciato nella prima udienza della G. C. Criminale di Capitanata il dì
2 gennaio 1836.
Foggia, Tip. P. Russo, 1836, 8°, pp. 16.
1226
Gran Corte de’ Conti. Napoli.
Per la fedelissima città di Foggia contro D. Saverio Scillitani. Della G. Corte
de’ Conti. A relazione dell’onorevolissimo consigliere il Sig. Marchese D’Andrea. Seconda edizione.
Napoli, Stab. Tip. Francesco Del Vecchio, 1842, 8°, pp. 16.
1227
Gran Corte Speciale. Napoli.
Decisione della Gran Corte Speciale di
Napoli nella causa degli avvenimenti
politici del 15 maggio 1848.
Napoli, Stamp. e Cartiere dei Fibreno,
1852, 8°, pp. 215.
1228
Gran Premio (12°) ciclomotoristico delle nazioni.
Terza tappa: Ortona-Foggia - Km. 198,
190. Giovedì 27 aprile 1961. A cura
dèll’Aministrazione Provinciale.
Foggia, Graf. Ciampoli, 1961, 8°, c.n.n.
l4fig.
1229
Grana, Salvatore.
Istituzioni delle leggi della Regia Doane di Foggia ...
Napoli. Stamp. Raimondiana, 1770, 8°,
pp. XIV, 296.
1230
Granata, Antonio.
Commemorazione del comm. Lorenzo
Scillitani.
Foggia, Tip. Operaia, 1907, 8°, pp. 25.
1231
Granata, Antonio.
Discorso pronunziato dal Segretario della Fondazione Pia Scillitani Antonio Granata, nell’adunanza della Commissione
amministrativa del 4 ottobre 1888.
Foggia, Tip. Pistocchi, 1888, 8°, pp. 16.
1232
Granata, Francesco,
Storia civile della fedelissima città di
Capua, partita in tre libri: ne’ quali si
fa memoria de’ suoi principi, e de’ suoi
fasti dalla prima antichissima sua fondazione fino all’anno 1750 ... opera
dell’arcidiacono della Metropolitana
Chiesa di Capua Francesco Granata.
Napoli, Stamp. Muziana, 1752-1756, 8°,
voll. 2.
1233
Granata, Luigi.
Economia rustica per lo Regno di Napoli di Luigi Granata.
Napoli, Tip. N. Pasca, 1830, 8°, voll. 2.
1234
Granata, Luigi.
Rapporto del professore L. Granata a
s.e, il Ministro Segretario di Stato delle Finanze. Sta in:
Raccolta di memorie e di ragionamenti
sul Tavoliere di Puglia.
(Napoli, 1831), pp. 53-81.
1235
Grande, Gennaro.
Origine de’ cognomi gentilizi nei regno di Napoli descritta da Gennaro
Grande...
Napoli, presso Vincenzo Pauria, 1756,
8°, pp. VII, 328.
1236
Granum Sinapis.
(Rivista dello) studentato filosofico
francescano di S. Marco in Lamis.
S. Marco in Lamis, 1967, 4°, pp. 46
ciclostilate.
1237
Grassi, Diana.
Le pergamene del monastero di S. Giovanni Evangelista in Lecce.
Lecce, G. Guido & Figli, 1953, 8°, pp. 84.
1238
Grassi, Giuseppe.
Il cavaliere Michele Santoro.
Taranto, Tip. Arcivescovile, 1928, 8°,
pp. 112.
1239
Grassi, Giuseppe.
Vedi:
Per la costruzione di una ferrovia circumgarganica e la revisione del progetto della linea Lucera-Campobasso...
(Foggia, 1910).
87
1240
Gravina, Antonio.
Vedi:
Nardella, Francesco. Memorie storiche
di S. Giovanni Rotondo... Prefazione
alla prima ristampa di Antonio Gravina
(Brescia, 1961).
1241
Gray, Ezio Maria.
La Capitanata e il suo fascismo.
Da: « Il Popolo d’Italia », 18 agosto
1923.
1242
Graziani, Augusto.
La nuova politica di sviluppo per il
Mezzogiorno d’italia. Sta in:
Centro di studi e ricerche sul mezzogiorno e la Sicilia. Università degli Studi. Catania. Annali del Mezzogiorno,
vol. V0: 1965.
(Catania, 1966), pp. 69-104.
1243
Graziuso, Luciano.
Il Salento Ieccese. Sta in:
Lecce e la Puglia. A cura di Luciano
Graziuso e Michele Palmieri.
(Bari, 1964), pp. 100-183.
1244
Greci
— e Italici in Magna Grecia. Vedi:
Convegno (I°) di studi sulla Magna
Grecia. Taranto, 4-8 novembre 1961.
(Napoli, 1962).
1245
Greco, Antonio.
Nello spirito della costituzione uno
schema di riforma scolastica che mira
ad una maggiore valorizzazione delle
possibilità umane.. .
Foggia, Sezione editoriale; (Tip. ed.
« Il Rinnovamento »), s.d., 8°, pp. 94.
88
1246
Greco, Enzo.
Gli ex-voto anatomici di Lucera.
Roma, Società ed. « Universo », 1961,
8°, pp. 193-213. (estratto).
1247
Greco, Enzo.
Il culto di Asclepio sul Gargano.
Roma, Società ed. « Universo », 1960,
8°, pp 35.
1248
Greco, Enzo.
La storia delle terme di Margherita di
Savoia.
Montecatini, Litogr. delle Terme, 1963,
8°, pp. 6.
1249
Greco, Enzo.
Nicola D’Apolito e il metodo di enterografìa. Comunicazione presentata al
18° Congresso nazionale di storia della
medicina.
Roma, Soc. Edit. « Universo », 1962, 8°,
pp. 8.
1250
Greco, Giuseppe Arcangelo - De Conciliis, Luigi Maria.
Nuove ragioni a pro della Università di
S. Severo per l’abolizione delle decime
sacramentali. Dottissimo giudice di appellazione il regio consigliere signor
D. Gaspare Vanvitelli.
S.n.t., s.d., 8°, pp. 68.
1251
Greco, Innocente.
Discorso patriottico commemorativo
pronunziato in Taranto, il 10-3-1917.
Campobasso, Tip. Ed. G. Coliti & F.,
1918, 8°, pp. 32.
1252
Gregorovius, Ferdinand.
Apulische Landschaften.
Leipzig; F. U. Brokhaus, 1877, 16°,
pp. VII, 295.
1253
Grogorovius, Ferdinand.
Nelle Puglie. Versione dal tedesco di
Raffaele Mariano con noterelle di viaggio del traduttore.
Firenze, G. Barbera, 1882, 16°, pp. 453
e 1 ritr.
1254
Griffi, Lorenzo,
Le corporazioni d’arte nel viceregno di
Napoli durante il secolo XVI 0. Tesi di
laurea in istoria del diritto italiano.
Bari, 1933, 4°, 243 carte dattiloscritte.
1255
Grifoni, Ronzo.
... I primi « grani duri nani », da incrocio intraspecifico.
Foggia, Tip. L. Cappetta & F., 1962, 8°,
pp. 6. (estratto)
1256
Grifoni, Ronzo,
Sulla resistenza allo allettamento dei
« duri nani ».
Foggia, Leone, 1962, 8°, pp. 4 fig.
1257
Grillo (Il).
Foggia, Tip. ed. De Nido & F., 1949,
8°, pp. 4
1258
Grimaldi, Domenico,
Saggio ed economia campestre per la
Calabria Ultra scritto dal marchese D.
Domenico Grimaldi .. . dedicato all’ecc.
sig. marchese D. Geromino Grimaldi.
Napoli, presso Vincenzo Orsini, 1770,
8°, pp. XXII, 317, VIII.
1259
Grimaldi, Gregorio.
Istoria delle leggi e magistrali del Regno di Napoli scritta da Gregorio Grimaldi...
Napoli, A spese di Raffaello Gessari e
poi di Andrea Migliaccio, (Stampe
Giov. Di Simone e Orsiniana), 17491774, 8°, voll. 12.
1260
Grinovero, Cesare.
Aspetti economico-sociali dell’irrigazione nel Tavoliere. Le acque del sottosuolo. Possibilità tecniche ed economiche di utilizzazione in confronto a
acque superficiali e loro invasi.
Faenza, Stab. Grafico F. Lega, 8°, 1935
pp. 44.
1261
Grinovero, Cesare.
L’irrigazione a pioggia nei terreni
argillosi. Sta in:
Consorzio generale per la bonifica e
trasformazione fondiaria della Capitanata. Foggia. Convegno internazionale
sui problemi dell’irrigazione nel bacino
del Mediterraneo. Foggia, 4-5 maggio
1960.
(Foggia, 1960), pp. 266-268.
1262
Grinovero, Cesare.
L’irrigazione nelle argille del Mezzogiorno. Sta in:
Consorzio generale per la bonifica e
trasformazione fondiaria della Capitanata. Foggia. Convegno internazionale
sui problemi dell’irrigazione nel bacino
del Mediterraneo.
(Foggia, 1960), pp. 120-122.
1263
Grossi, Domenico.
Vedi:
In morte di Domenico Grossi giovinetto
quattordicenne. Alunno del seminari
di S. Severo. Parole del suo precetto
Luigi Guarini .
Napoli, Tip. Editrice già del Fibreno
1876, 4°, pp. 18.
89
1264
Gruppo amici dell’Arte. Foggia.
Vedi:
Mostra di arti figurative a cura del
Gruppo amici dell’arte.
(Foggia, 1953).
1265
Guarano, Marino.
Marini Guarani Jus Regni Neapolitani
novissimum concinnatum auditorio suo.
Napoli, F.lli Simone, 1774, 16°, voll. 2.
1266
Guardione, Francesco.
il dominio dei Borboni in Sicilia dal
1830 al 1861 in relazione alle vicende
nazionali con documenti inediti.
Torino, Soc. Tip. Ed. Naz., già Roux e
Viaregno, 1907, 8°, voll. 2.
1267
Guardione, Francesco.
La rivoluzione siciliana degli anni
1848-49.
Milano, Vallardi, 1927, 4°, pp. X, 228
fìg. e 2 tavole,
1268
Guarini, Daniele.
Vedi:
Liceo (R.) Ginnasio. Lucera. Relazione
del preside-retore Luigi Gamberale. Discorso del prof. Michele Siniscalchi.
Relazione del prof.Daniele Guarini
(Trani, 1895).
1269
Guarna, Romualdo.
Chronicon Romualdi II archiepiscopi salernitani. Versione di Giuseppe Del Re.
Sta in:
Cronisti
— e scrittori sincroni della dominazione normanna nel Regno di Puglia e
Sicilia . . .
(Napoli, 1845), vol. I, pp. 1-80 e
559-563.
90
1270
Guarracino, Alessandro - Monsurrò,
Luigi - Attolico, Bernardo.
Provincia di Foggia resistente contro
Banco di Napoli ricorrente. Discussione
all’udienza del 24 giugno 1913. Relatore l’illustre consigliere comm. Flores.
Napoli, Tip. G. Cozzolino, 1913, 8°,
pp. 68.
1271
Guarracino, Alessandro - Pitta, Eugenio
- Attolico, Bernardo.
La Provincia di Foggia ricorrente contro il Comune di Foggia resistente. Discussione all’udienza del 2 aprile 1909.
Relatore l’illustre comm. Caturani.
Napoli, Tip. G. Cozzolino, 1909, 8°,
pp. 86.
1272
Guerra, Raffaele.
Di un Dourra Seifi dell’Alto Egitto coltivato per la prima volta nel reale orto
botanico sperimentale di Foggia nella
primavera del 1854 per le speciali cure
di .. . Raffaele Guerra e della Reale Società Economica di Capitanata. Cenno
della corporazione accademica
Foggia, Tip. M. Russo quondam Pasquale, 1855, 8°, pp. 19 e 2 incis. in rame.
1273
Guerrieri, Luigi.
Parvula.
S. Marco in Lamis, Tip.M. Pistocchi,
1916, 8°, pp. 30.
1274
Guerrieri, Michele.
Folklore garganico. Sta in:
« Prospettive Meridionali »,
a. IX (1963), n. 7-8-9 (luglio-sett.),
pp. 85-87.
1275
Guerrieri, Michele.
Profilo economico dell’agricoltura dauna. Sta in:
Prospettive Meridionali.
A. IX (1963), n. 12 (dic.), pp. 29-33.
1276
Guglielmo Appulo.
Guglielmo Appulo monaco giovinazzese del secolo mille e autore del poema
latino sulle gesta di Roberto il Guiscardo. Prima versificazione italiana con
commento storico-critico del sac. dott,.
Filippo Roscini.
Giovinazzo, Arti Grafiche Savarese, 8°,
1967, pp. 611 e 1 tavola.
1277
Gui, Luigi.
La riforma agraria in Italia. A cura del
Ministero dell’agricoltura e foreste.
Roma, Soc. Graf. Ro., 1953, 8°, pp. 32
fig.
1278
Guiducci, Roberto.
Piani territoriali nel Sud. Piano nazionale e partecipazione democratica, II
no della Tekne. Sta in:
Casa bella
— Rivista internazionale di architettura
e urbanistica, a. 1964, n. 292, ottobre,
Pp. 22-23.
1279
Guillou, André.
Le corpus des actes grecs de Sicile. Méthode et problémes. Sta in:
Società siciliana di storia patria. Paler-
mo. VIII centenario della morte di Ruggero II. Atti del congresso internazionale
di studi ruggeriani.
(Palermo, 1955), pp. 147-153.
1280
Guiscardi, Roberto.
Saggio di storia civile del municipio
napolitano dai tempi delle colonie greche ai nostri giorni per Roberto Guiscardi avvocato presso la Corte d’Appello in Napoli dedicato all’eccellentissima Città di Napoli
Napoli, Tip. di Vitale, 1862, 8°, pp.
XII, 244.
1281
Gymnasium.
— Numero Unico. Foggia, 3-5-1953.
Foggia, Tip. Leone, 1953, in folio, pp. 4.
1282
Hadrava
Ragguagli di vani scavi e scoverte di
antichità fatte nell’isola di Capri dal
Sig. Hadrava, e dal medesimo comunicati per lettera ad un suo amico di Vienna.
Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1793,
16°, pp. II, 132, III e 9 tavole. Gargano. Pia-
1283
Haseloff, Arthur.
Die bauten der Hoenstaufen in Unteritalien. Aufmessungen und zeichnungen
von Erich Schulz und Philipp Lange
ward.
Lipsia, K. W. Hiersemann, (Tip. J. B.
Hirschfeld), 1920, 4°, pp. XXIV, 448 fig.
(continua)
91
SCHEDARIO
Nuove accessioni
(Continuazione del n. 1 -3 del 1967)
Il — RELIGIONE
2479
Barra, Giovanni.
Dolore e amore. A cura di Giovanni
Barra.
Alba, 1963.
2480
Barra, Giovanni.
Presenza del pensiero cattolico. A cura
di Giovanni Barra.
Alba, 1957.
2481
Cantimori, Delio.
Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche
storiche.
Firenze, 1967.
2482
Cavalieri (I)
— del Santo Sepolcro. A cura di un
gruppo di specialisti. Versione dal francese di Agostino Miggiano.
Roma, 1959.
2485
Cristiani, Leone.
Le ragioni della nostra fede. Traduzione
di Aurelio Reboldi.
Catania, 1958.
2486
De Heredia, Carlo.
Le frodi dello spiritismo e i fenomeni
metapsichici. Traduzione dallo spagnolo
di Agostino Miggiano.
Roma, 1962.
2487
De Luca, Giuseppe.
Sant’Alfonso il mio maestro di vita
cristiana. A cura di Oreste Gregorio.
Alba, 1963.
2488
Fioretti (I)
— di Santo Francesco.
Torino, 1958.
2483
Cluny, Roland.
La Chiesa agisce per mezzo dei suoi
santi. Versione italiana di Francavilla
Antonietta.
Catania, 1963.
2489
Gerard, John.
John Gerard: Autobiografia di un gesuita dei tempi di Elisabetta. Presentazione di Graham Greene. Introduzione,
traduzione dal latino in inglese e note
di Philip Caraman. Tradotto dall’inglese
da Romeo Rocco.
Roma, 1963.
2484
Colombano, Carlo
Il realismo teologico di Raffaele Resta.
(1876-1961).
Torino, 1966.
2490
Heaton, E. W.
La vita quotidiana ai tempi dell’Antico
Testamento. Traduzione di A. Miggiano.
Roma, 1956.
92
2491
Leclercq, Jacques.
Il cristiano di fronte alla planetarizzazione del mondo. Traduzione di Marta
Malenza.
Catania, 1959.
2498
Retif, Loui et André.
La Chiesa in stato di missione. Versione
dal francese di Ernesto Balducci.
Catania, 1963.
2492
Leone, Gherardo.
Il Cristo del Coro.
San Giovanni Rotondo, 1962.
2499
Rougemont (De,) Denis.
L’opportunità cristiana. Versione delle
Suore del Monastero russo « Uspenshi »
in Roma.
Alba, 1966.
2493
May, Roger.
Enigmi dei mondi. Traduzione dal francese di Hena Viatto.
Torino, 1958.
2500
Saint-Paulien, [?].
Francesco Borgia. L’espiatore. Traduzione
dal francese di Giovanni Barra.
Alba, 1961.
2494
MoIa, Carlo.
Credo vitam aeternam. Per la quaresima 1899.
Foggia, Tip. Leone, 1899, 16°, pp. 19.
2501
Santini, Ada.
Accanto a Padre Pio. (Viatico di Fede).
Foggia, 1963.
2495
Monsterleet, Jean.
Storia della Chiesa in Giappone dai
tempi feudali ai nostri giorni. Storia e
problemi missionari. Traduzione dal francese di Chiesa Giovanni.
Roma, 1959.
2496
Rahner, Karl.
La fede in mezzo al mondo. Versione
dal tedesco di E. Balducci.
Alba, 1966.
2497
Ranke (Von), Leopold.
Storia dei Papi. Traduzione italiana di
Claudio Cesa. Presentazione di Delio
Cantimori.
Firenze, 1965.
2502
Sarpi, Paolo.
Istoria del Concilio Tridentino. lntroduzione di Renzo Pecchioli.
Firenze, 1966.
2503
Syes, John.
Storia dei Quaccheri. Traduzione di Giulia Dei.
Firenze, 1966.
2504
Todd, John M.
Problemi dell’autorità. A cura di John
M. Todd.
Roma, 1964.
2505
Tucci, Luigi.
Un paesaggio dell’anima.
Napoli, 1966.
93
2506
Vienne (De), Lucie.
Spiritualità della voce. Versione dal
francese di Luigi Rosadoni.
Roma, 1963.
III — PEDAGOGIA
2507
Agazzi, Aldo.
La conoscenza dei nostri figli e lo spirito
dell’educazione familiare. Sta in:
Bambino (il)
— la famiglia e la scuola.
(Bologna, 1965), pp. 26-43.
2508
Baglioni, Guido.
Una ricerca sugli insegnanti e il sistema
sociale. Sta in:
Agazzi, Aldo.
La formazione degli insegnanti. A cura
di Aldo Agazzi. Con la collaborazione
di Roberto Zazalloni, Guido Baglioni,
Anna Riva, Guido Giugni, Sergio De
Giacinto, Luigi Peresson.
(Bari, 1964), pp. 113-123.
2509
Bambino (lì)
— la famiglia e la scuola.
Bologna, 1965.
2510
Borghi, Lamberto.
L’educazione dei fanciulli e l’educazione
degli adulti nella pedagogia contemporanea. Sta in :
Bambino (Il)
— la famiglia e la scuola.
(Bologna, 1965), pp. 214-230.
94
2511
Borghi, Lamberto.
Un rapporto positivo e costante con la
madre assicura al bambino maturazione
conoscitiva e sviluppo socio-affettivo.
Sta in:
Primo (Il)
— anno di vita del bambino.
Tavola rotonda con la partecipazione di:
Marco Walter Battacchi - Giovanni Bollea - Lamberto Borghi.
(Bologna, 1967), pp. 68-76.
2512
Cahen, Roland.
La psicologia del sogno. Sta in:
Sogno (Il)
— e le Civiltà Umane. Introduzione di
Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo
Molinari.
(Bari, 1966), pp. 181-212.
2513
De Bartolomeis, Francesco.
Il gioco, il giocattolo e la psicologia.
Sta in:
Bambino (Il)
— la famiglia e la scuola.
(Bologna, 1965), pp. 69-83.
2514
De Giacinto, Sergio.
La formazione degli insegnanti negli
Stati Uniti. Sta in:
Agazzi, Aldo.
La formazione degli insegnanti. A cura
di Aldo Agazzi. Con la collaborazione
di Roberto Zavalloni, Guido Baglioni,
Anna Riva, Guido Giugni, Sergio De
Giacinto, Luigi Peresson.
(Bari, 1964), pp. 151-158.
2515
Educazione.
— alla maternità e alla paternità, I primi
anni di vita del bambino. Conferenze
di: Giovanni Maria Bertin - Marino
Bosinelli - Antonio Faggioli - Maria Go-
mirato - Ada Marchesini Gobetti - Angiola Massucco Costa - Guido Petter Piero Pezzuto - Edmeo Pirani - Elda
Scarzella Mazzocchi.
Bologna, 1967.
2516
Flores D’Arcais, Giuseppe.
La ricerca pedagogica. A cura di Giuseppe Flores D’Arcais con la collaborazione di: Anna Maria Bemnardinis,
Francesco De Vito, Anna Genco, Attilio
Zadro. 18a ricerca sulla scuola, e la società italiana in trasformazione.
Bari, 1964.
2517
Gioco (II)
— e il lavoro nella vita del fanciullo.
Il programma. Secondo Convegno Nazionale del Comitato Italiano per il
Gioco Infantile. Roma - Palazzo della
Civiltà del lavoro, 3-6 Giugno 1967.
Roma, 1967.
2518
Giugni, Guido.
Il reclutamento, la preparazione e l’aggiornamento degli insegnanti di educazione fìsica. Sta in:
Agazzi, Aldo.
La formazione degli insegnanti. A cura
di Aldo Agazzi. Con la collaborazione
di: Roberto Zavalloni, Guido Baglioni,
Anna Riva, Guido Giugni, Sergio De
Giacinto, Luigi Peresson.
(Bari, 1964), pp. 133-150.
2519
Massucco Costa, Angiola.
Precocità dello sviluppo mentale del
bambino da uno a tre anni. Sta in:
Educazione
— alla maternità e alla paternità. I primi
anni di vita del bambino. Conferenze
di: Giovanni Maria Bertin - Marino Bosinelli - Antonio Faggioli - ...
(Bologna, 1967), pp. 34-44.
2520
Peresson, Luigi.
Preparazione, reclutamento e aggiornamento degli insegnanti nei paesi dell’Europa Orientale. Sta in:
Agazzi, Aldo.
La formazione degli insegnanti. A cura
di Aldo Agazzi. Con la collaborazione
di: Roberto Zavalloni, Guido Baglioni,
Anna Riva, Guido Giugni, Sergio De
Giacinto, Luigi Peresson.
Bari, 1964, pp. 159-169.
2521
Petter, Guido.
Gioco e giocattoli come fattori dello
sviluppo mentale durante i primi anni
di vita. Sta in:
Educazione
— alla maternità e alla paternità, I primi
anni di vita del bambino. Conferenze
di: Giovanni Maria Bertin - Marino Bosinelli - Antonio Faggioli (Bologna, 1967), pp. 61-73).
2522
Petter, Guido.
Sull’esistenza di epoche d’oro nel corso
dello sviluppo individuale del bambino.
Sta in:
Primo (Il)
— anno di vita del bambino. Tavola
rotonda con la partecipazione di: Marco
Walter Battacchi - Giovanni Bollea Lamberto Borghi (Bologna, 1967), pp. 47-54.
2523
Primo (Il)
— anno di vita del bambino. Tavola
rotonda con la partecipazione di Marco
Walter Battacchi - Giovanni Bollea Lamberto Borghi - …
(Bologna, 1967).
2524
Prini, Pietro.
Situazioni nuove del discorso educativo.
Roma, 1961.
95
2525
Riva, Anna.
Gli insegnanti della scuola media e il
giudizio per l’orientamento scolastico e
professionale al termine del periodo di
istruzione obbligatoria. Sta in:
Agazzi, Aldo.
La formazione degli insegnanti. A cura
di Aldo Agazzi. Con la collaborazione
di: Roberto Zavalloni, Guido Baglioni,
Anna Riva, Guido Giugni, Sergio de
Giacinto, Luigi Peresson.
(Bari, 1964), pp. 125-131.
2526
Scarzella Mazzocchi, Elda.
L’importanza di un rapporto stabile e
affettivo nei primi anni di vita. Sta in:
Educazione
— alla maternità e alla paternità, I primi
anni di vita del bambino. Conferenze
di: Giovanni Maria Bertin - Marino Bosinelli - Antonio Faggioli - . ..
(Bologna, 1967), pp. 74-84.
2527
la (La)
— e la Società Italiana in trasformazione. Atti del Convegno di Milano
(24-29 maggio 1964).
Bari, 1965.
2528
Stenzei, iulius.
Platone educatore. Versione italiana di
Francesco Gabrieli.
Bari, 1966.
2529
Volpicelli, Luigi.
Riforma di struttura. A cura di Luigi
Volpicelli con la collaborazione di: Franco Ferrarotti - Romolo Lenzi - Marcello
Luchetti - Giovanni Modica - Adriano
Ossicini - Idea Picco - Tullio Tentori.
2a Ricerca sulla scuola e la società italiana in trasformazione.
Bari, 1964.
96
IV — FILOSOFIA
2530
Abbate, Michele.
Libertà e società di massa.
Bari, 1967.
2531
Aristoteles.
Grande etica. Etica eudemia. A cura di
Armando Plebe.
Bari, 1965.
2532
Caillois, Roger.
Problemi logici e filosofici del sogno.
Sta in:
Sogno (Il)
— e le Civiltà Umane, introduzione di
Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo
Molinari.
(Bari, 1966), pp. 29-62.
2533
Carlyle, Robert Warrand - Carlyle, Scu oAlex James.
Il pensiero politico medievale. A cura
di Luigi Firpo.
Bari, 1957-1967.
2534
Corsano, Antonio.
Tommaso Campanella.
Bari, 1961.
2535
Dal Pra, Mario.
La dialettica in Marx. Dagli scritti giovanili all’introduzione alla critica della
economia politica.
Bari, 1965.
2536
Ferrarotti, Franco.
Max Weber e il destino della ragione.
Bari, 1965.
2537
Fichte, Johann Gottlieb.
Sulla Rivoluzione Francese - Sulla libertà
di pensiero. Traduzione, introduzione e
note a cura di Vittorio Enzo Alfìeri.
Bari, 1966.
2544
Kierkegaard, Sören.
Il concetto dell’angoscia. La malattia
mortale. Traduzione, avvertenza e note
a cura di Cornelio Fabro.
Firenze, 1966.
2538
Gentile, Giovanni.
La religione. Il modernismo e i rapporti
tra religione e filosofia. Discorsi di religione.
Firenze, 1965.
2545
Longinus Cassius apocr.
Del sublime. Traduzione, introduzione e
note a cura di Giuseppe Martano.
Bari, 1965.
2539
Hegel, G.G.F.
Scritti politici (1798-1806). A cura di
Armando Plebe.
Bari, 1961.
2540
Hermes, Trismegistus.
Discorsi di Ermete Trismegisto. Traduzione di Bianca Maria Tordini Portogalli.
Torino, 1965.
2541
Husserl, Edmund.
Logica formale e trascendentale. Saggio
di critica della ragione logica. Traduzione, avvertenza, nota aggiunta e note
a cura di Guido Davide Neri. Prefazione
di Enzo Paci.
Bari, 1966.
2542
Kant, lmmanuel.
Critica del giudizio.
Bari, 1963.
2543
Kant, lmmanuel.
Principi di estetica. (Estratto dalla « Critica del Giudizio »). Introduzione e note
di Guido De Ruggero.
Bari, 1948.
2546
Marcuse, Herbert.
L’uomo a una dimensione. L’ideologia
della società industriale avanzata. Traduzione di Luciano Gallino e Tilde Giani
Gallino.
Torino, 1967.
2547
Murphy, Gardner.
Sommario di psicologia. Traduzione di
Ada Fonzi.
Torino, 1964.
2548
Musattì, Cesare Luigi.
Freud. Con antologia freudiana.
Torino, 1966.
2549
Musatti, Cesare Luigi.
Psicoanalisi e vita contemporanea.
Torino, 1966.
2550
Nelson, Benjamin.
Usura e cristianesimo. Per una storia
della genesi dell’etica moderna.Traduzione di Sergio Moravia.
Firenze, 1967.
2551
Oppenheimer, Julius Robert.
Scienza e pensiero comune. Traduzione
di Luigi Bianchi e Lodovico Terzi.
Torino, 1965.
97
2552
Paci, Enzo.
Per un’analisi fenomenologica del sonno
e del sogno. Sta in:
Sogno (Il)
— e le Civiltà Umane, Introduzione di
Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo
Molinari.
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2553
Papuli, Giovanni.
Girolamo Balduino. Ricerche sulla logica
della scuola di Padova nel Rinascimento.
(Manduria [Trento], 1967).
2554
Piovani, Pietro.
Filosofia e storia delle idee.
Bari, 1965.
2555
Plato.
Opere. Traduzioni di: Manara Valgimigli - Lorenzo Minio-Paluello - Attilio
Zadro - Piero Pucci - Francesco Adrono Franco Sartori - Cesare Giarratano - Antonio Maddalena - Giovanna Sillitti.
Bari, 1967.
2556
Spirito, Ugo.
Il comunismo.
Firenze, 1965.
2557
Verneaux, Roger.
Epistemologia Generale. Critica della
conoscenza. Traduzione Italiana di Anna
Sacchi.
Brescia, 1967.
2558
Verneaux, Roger.
Psicologia. Filosofia dell’uomo. Traduzione italiana a cura delle Benedettine
del Monastero di Santa Scolastica.
Brescia, 1966.
98
2559
Waismann, Friedrich.
Introduzione al pensiero matematico.
Traduzione di Ludovico Geymonat.
Torino, 1965.
2560
Weber, Max.
L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Introduzione di Ernesto Sestan.
Traduzione di Piero Burresi.
Firenze, 1965.
2561
Wiener, Norbert.
Introduzione alla Cibernetica. (L’uso
umano degli esseri umani). Introduzione
di Francesco Ciafaloni. Traduzione di
Dario Persiani.
Torino, 1966.
V — STORIA
2562
Apih, Elic.
Italia, Fascismo e Antifascismo nella
Venezia Giulia (1918-1943). Ricerche
storiche.
Bari, 1966.
2563
Ben Gurian, David.
Israele: La grande sfida. Traduzione di
Carlo Doglio.
Milano, 1967.
2564
Blaas da Lezze.
Marina a bordo ed a terra. Bozzetti del
V. M. Blaas da Lezze.
Milano-Roma, 1919.
2565
Brass, Italico.
Sulle orme di San Marco. Serie prima.
Alle porte di Gorizia.
Milano, 1917.
2566
Braudel, Fernand.
Il mondo attuale. Vol. I: Le civiltà
extraeuropee. Vol. II: Le civiltà europee.
Traduzione di Gemma Miani.
Torino, 1966.
2567
Bucci, Anselmo.
Marina a terra.
Milano, 1918.
2568
Cantimori, Dello.
Conversando di storia.
Bari, 1967.
2569
Carbonelli, C. G.
Come vissero i primi conti di Savoia da
Umberto Biancamano ad Amedeo VIII.
Raccolta di usi, costumanze, tradizioni
e consuetudini mediche, igieniche, casaIinghe, tratte dai documenti degli Archivi Sabaudi dal Dott. C. G. Carbonelli.
S.i.p., 1931.
2570
Carocci, Giampiero.
Il Parlamento nella storia d’italia. Antologia storica della classe politica a cura
di Giampiero Carocci.
Bari, 1964.
2571
D’Andrea, Uberto.
Memorie di storia ecclesiastica civile e
feudale di un Comune del Reame. Villetta Barrea.
Suimona-Roma, 1958-1959.
2572
Dayan, Moshe.
La campagna del Sinai. 1956. Traduzione di Mario Rivoire.
Milano, 1967.
2573
Di Vittorio, Anita.
La mia vita con Di Vittorio.
Firenze, 1965.
2574
Donovan, Robert. J.
Israele. Sei giorni per sopravvivere. Traduzione di Francesco Saba Sardi.
Milano, 1967.
2575
Ebrei (Gli)
— nell’URSS.
A cura di « Nuovi Argomenti ».
Milano, 1966.
2576
Hay, Denys.
Profilo storico del Rinascimento italiano.
introduzione di Eugenio Garin. Traduzione di Secondo Martini e Umberto
Albini.
Firenze, 1966.
2577
Che’en, Jerone.
Mao Tse-Tung e la rivoluzione cinese.
Con trentasette poesie di Mao versate
dal cinese da Renata Corsini Pisu. Traduzione di Giorgio Rovida.
Firenze, 1966.
2578
Edwardes, Michael.
Storia dell’india dalle origini ai nostri
giorni. Traduzione di Giulio Veneziani.
Bari, 1966.
2579
Huizinga, Johan.
La mia via alla storia ed altri saggi.
A cura di Piero Bernardini Marzolla.
Introduzione di Ovidio Capitani.
Bari, 1967.
99
2580
Huizinga, Johan.
L’autunno del Medio Evo. Introduzione
di Eugenio Garin. Traduzione di Bernardo Jasink.
Firenze, 1966.
2581
La Cava, Mario.
Viaggio in Israele.
Lucca, 1967.
2582
Lopez, Roberto S.
La nascita dell’Europa. Sec. V-XIV. Edizione italiana riveduta e ampliata.
Torino, 1966.
2583
Manchester, William.
Morte di un Presidente. 20-25 novembre 1963. Traduzione di Laura Grimaldi
e Vincenzo Mantovani.Milano, 1967.
2584
Margiotta Broglio, Francesco.
Italia e Santa Sede. Dalla grande guerra
alla conciliazione.
Bari, 1966.
2587
Pirenne, Henri.
Storia d’Europa dalle invasioni al XVI
secolo. Traduzione di M. L. Paradisi.
Firenze, 1967.
2588
Piscitelli, Enzo.
Storia della Resistenza Romana. Premessa di Nino Valeri.
Bari, 1965.
2589
Puglisi, Salvatore M.
La civiltà appenninica. Origine delle comunità pastorali in Italia.
Firenze, 1959.
2590
Re (Il) galantuomo.
Ricordo della vita e delle solenni esequie
di Vittorio Emanuele.
Milano, 1878.
2591
Romano, Salvatore Francesco.
L’Italia del Novecento - I. L’Età Giolittiana (1900-1914).
Roma, 1967.
2585
Meinecke, Friedrich.
Le origini dello storicismo.Traduzione
di M. Biscione, C. Gundolf, G. Zamponi.
Firenze, 1967.
2592
Sardo, Giuseppe.
Dalla proclamazione del Regno alla Convenzione di Settembre. A cura di Giuseppe Sardo. Sta in:
Storia
— del Parlamento Italiano.
(Palermo, 1968), Vol. V, 8°, pp. XX, 394.
2586
Pillon, Giorgio.
Il dramma dei Savoia. Le ultime vicende
della Monarchia nel racconto di cmquanta testimoni oculari. Rievocazione
apparsa su « Il Giornale d’Italia » nell’ottobre e novembre 1960.
Roma, 1960.
2593
Sarpi, Paolo.
La Repubblica di Venezia, la Casa d’Austria e gli Uscocchi. Aggionta e supplimento — all’Istoria degli Uscocchi —
Trattato di pace et accomodamento. A
cura di Gaetano e Luisa Cozzi.
Bari, 1965.
100
2594
Steiner, Jean-Francois.
Treblinka. La rivolta di un campo di
sterminio. Prefazione di Simone de Beauvoir. Traduzione di Luisa d’Alessandro
e Giovanni Mariotti.
Milano, 1967.
2595
Ventura, Angelo.
Nobiltà e popolo nella società veneta
del 400 e 500.
Bari, 1964.
2596
Volpe, Gioacchino.
il Medio Evo.Bari, 1965.
Firenze, 1967.
2597
Zazo, Alfredo.
Il Ducato di Benevento dall’occupazione
borbonica del 1798 ai Principato di Talleyrand.
(Napoli, 1941).
VI — GEOGRAFIA - TURISMO
2601
Castaldi, Francesco.
L’evoluzione dell’Umanizzazione del
saggio terrestre.
Napoli, 1965.
2602
Davies, Hunter.
Guida ai piaceri di Londra. A cura
Hunter Davies. Traduzione di Alfo
Galasso.
Milano, 1967.
2603
Gismondi, Mario.
I giorni dei giochi di Tokyo.
2604
Guida
— all’Italia leggendaria misteriosa insolita fantastica. Vol, I: Piemonte - Valle
D’Aosta - Liguria - Lombardia - Veneto
Trentino - Alto :Adige - Toscana - Emilia
e Romagna; Vol. II: Marche – UmbriaLazio - Abruzzi e Molise – Campania Basilicata - Puglia - Calabria – Sicilia Sardegna.
Milano, 1966-1967.
2598
Almagià, Roberto.
Scritti geografici. (1905-1957). Con elenco cronologico completo delle pubblicazioni.
(Roma, 1961).
2605
Jatta, Antonio.
La Puglia Preistorica. Contributo al
storia dell’incivilimento nell’Italia Meridionale.
Bari, 1914.
2599
Bianciardi, Luciano - Rotella, Pilade.
« Grosseto, un’alluvione per la povera
gente ».
Grosseto, 1966.
2606
Metraux, Alfred.
Meravigliosa isola di Pasqua. Traduzione
di Anna Haussman.
Milano, 1967.
2600
Biellese (Il)
— e le sue massime glorie.
Scritti in onore di Benito Mussolini.
Biella, 1938.
2607
Ministero della Marina.
Monografia storica dei porti dell’antichità nella penisola italiana.
Roma, 1905.
101
2608
Ministero della Marina.
Monografia storica dei porti dell’antichità nell’Italia insulare.
Roma, 1906.
2609
Ministero dei Lavori Pubblici.
Notizie sui porti marittimi italiani. Raccolte dagli ingegneri dei Genio Civile
E. Coen-Cagli e O. Bernardini.
Milano, 1905.
2610
Portigliotti, Giuseppe.
Genova. Glorie e splendori. Opera scritta
e stampata a cura della Levant.
Genova, 1927.
2611
Prampolini, Giacomo.
La mitologia nella vita dei popoli.
Milano, 19371938.
2612
Toschi, Umberto.
Schemi e notizie di storia delle esplorazioni geografiche.
Roma, 1964.
2613
Uomo
— e mito nelle società primitive. A cura
di C. Leslie. Edizione italiana a cura di
Tullio Tentori. Traduzioni di Luigi Santa
Maria - Maria Pia Fusco - Bruno Mancini - Matilde Callari Galli.
Firenze, 1965.
2614
Varaldo, Alessandro.
Il porto di Genova. Numero speciale della
illustrazione Italiana - Natale 1916 e
Capodanno 1917.
Milano, 1917.
102
VII — LETTERATURA ANTICA
2615
Alcott, Louisa May.
Little women - Good wives. With an
introduction by Marìory Swinton. Illustrated by Dorothy Coliest.
Londra-Glasgow, 1964.
2616
Austen, Jane.
Emma. With an introduction by G. B.
Stern.
Londra-Glasgow, 1965.
2617
Austen, Janet.
Pride and prejudice. With an introduction by V. S. Pritchett.
Londra-Giasgow, 1966.
2618
Austen, Janet.
Sense and sensibility. With an introduction by Afl C. Ward.
Londra-Glasgow, 1965.
2619
Bayet, Jean.
Meianges de littérature latine.
Roma, 1967.
2620
Blackmore, Richard Doddridge.
Lorna Doone. With an introduction by
L. A. Strong.
Londra-Glasgow, 1964.
2621
Bosco, Umberto.
Francesco Petrarca.
Bari, 1965.
2622
Brelich, Angelo.
il posto dei sogni nella concezione del
mondo presso i Greci. Sta in:
Sogno (lI)
— e le civiltà umane, Introduzione di
Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo
Molinari.
(Bari, 1966), pp. 79-90.
2623
Brontè, Anne.
The tenant of Wildfeil hall and agres
grey. With an introduction by Phillis
Bentley.
Londra-Glasgow, 1965.
2624
Brontè, Charlotte.
Jane Eyre. With an introduction by
Bonamy Dobrée.
Londra-Giasgow, 1965.
2625
Bronté, Emily.
Wuthering heights. With an introduction
by Bonamy Dobrée.
Londra-Glasgow, 1966.
2626
Burns, Robert.
Poems and songs. Edited and introduction by James Barke.
Londra-Glasgow, 1964.
2627
Butler, Samuel.
The way of ali flesh. With an introduction by A. C. Ward.
Londra-Glasgow, 1961.
2628
Carroll, Lewis.
Alice’s adventures in Wonderland.
Through the looking-Glass an other With
an introduction by Robin Denniston. Illustrations copied from tenniel by Dorothy Coiles.
Londra-Glasgow, 1964.
2629
Casanova, Giacomo.
Memorie. Traduzione di Gilberto Beccari.
Illustrazioni di Fabio Fabbri.
Firenze, 1933-1934.
2630
Clemens, Samuel Langhorne pseud. Mark
Twain.
Tom Sawyer and Huckleberry Finn. With
an introduction by Marjory Swinton. Il
lustrated by W. Mitchell Ireland.
Londra-Giasgow, 1966.
2631
Collins, William Wilkie.
The moonstone. With an introduction by
G. D. H. and Margaret Coie.
Londra-Glasgow, 1965.
2632
Collins, William Wilkie.
The woman in white. With an introduction by E. C. R. Loranc.
Londra-Glasgow, 1966.
2633
Conrad, Joseph.
Ao Outcast of the Islands. Almayer’s
Folly. A story of an eastern river. With
an introduction by Oliver Warner.
Londra-Glasgow, 1955.
2634
Conrad, Joseph.
Lord Jim-A tale. With an introduction
by Commodore Sir lvan Thompson.
Londra-Glasgow, 1964.
2635
Conti, Antonio.
Versioni poetiche. A cura di Giovanni
Gron da.
Bari, 1966.
103
2636
Cooper, James Fenimore.
The last of the Mohicans. With author’s
introduction.
Londra-Glasgow, 1964
2643
Devoto, Giacomo.
Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico.
Firenze, 1967.
2637
Craik, Dinah Maria (nata Mulock).
John Halifax, gantleman. With an introduction by Robin Denniston. lllustrated
by Geoffrey Whittarn.
Londra-Glasgow, 1954.
2644
Dickens, Charles.
A tale of twa cities. With an introduction by Sidney Dark.
Londra-Glasgow, 1965.
2638
Croce, Giulio Cesare.
Affanni e canzoni del padre di Bertoldo.
La poesia popolare di Giulio Cesare
Croce. A cura di Massimo Dursi. Scritti
di: Pietro Cazzani - Luigi Emery - Andrea
Emiliani - Enzo Schiavina - Adone Zecchi. Con sedici disegni di Annibale Carracci.
Bologna, 1966.
2645
Dickens, Charles.
Barnaby Rudga. With an introduction
by Kenneth Hayans.
Londra-Glasgow, 1963.
2639
Dal
— Muratori al Cesarotti. Torno IV: Critici e storici della poesia e delle arti
nel secondo Settecento. A cura di Emilio
Bigi.
Milano-Napoli, 1960.
2640
Defoe, Daniel.
Robinson Crusoe. The farther adventures
of Robinson Crusoe. With an introduction by Frederick Brereton.
Londra-Glasgow, 1965.
2641
Delfini, Antonio.
I racconti.
Milano, 1963.
2642
De Mauro, Tullio.
Introduzione alla semantica.
Bari, 1966.
104
2646
Dickens, Charles.
Bleak house. With an introduction by
N. Brimley Johnson.
Londra-Glasgow, 1963.
2647
Dickens, Charles.
David Copperfìeld. With an introduction
by Norman Collins.
Londra-Glasgow, 1966.
2648
Dickens, Charles.
Great expectations. With an introduction
by Kenneth Hayens.
Londra.Glasgow, 1965.
2649
Dickens, Charles.
Hard times. With an introduction by
Frederick Brereton.
Londra-Glasgow, 1966.
2650
Dickens, Charles.
Nicholas Nickleby. With an introduction
by Alec Waugh.
Londra.Glasgow, 1964
Dickens, Charles.
Oliver Twist. With an introduction by
Kenneth Hayens.
Londra-Glasgow, 1966.
2652
Dickens, Charles.
Our mutual friend. With an introduction
by Jerome K. Jerome.
Londra-Glasgow, 1966.
2653
Dickens, Charles.
The mystery of Edwin Drood. With an
introduction by C. Day Lewis, an Essay
by Edmund Wilson, and other informaUve appendices.
Londra-Glasgow, 1965.
2654
Dkkens, Charles.
The pickwick papers. With an introduction by Alec Waugh.
Londra-Glasgow, 1965.
2655
Drummond, Henry.
The greatest thing in the world and
21 other addresses. With an introduction
by J. Y. Simpson.
Londra-Glasgow, 1966.
2656
Du Maurier, George.
Trilby. With an introduction by James
[aver.
Londra-Glasgow, 1961.
2657
Euripides.
Eracle. Traduzione di Salvatore Quasimodo.
Milano, 1966.
2658
Evans, Mary Ann. pseud. George Eliot.
Silas Marner. The lifted veil brother
Jacob poems. With an introduction by
Winifred Mulley.
Londra-Glasgow, 1965.
2659
Evans, Mary Ann. pseud. George Eliot.
The Mill on the Floss. With an introdution by Gerald Bullett.
Londra-Glasgow, 1965.
2660
Fielding, Henry.
The history of Tom Jones a Foundling.
With an introduction by Alan PryceJones.
Londra-Glasgow, 1964.
2661
Fitgerald, Edward.
Rubàiyàt of Omar Khayyam. With an
introduction by Laurence Housman.
Londra-Glasgow, 1964.
2662
Fubini, Mario.
Lirici del Settecento. Sta in:
Lirici
— del Settecento. A cura di Bruno Maier
con a collaborazione di: Mario Fubini
Dante Isella - Giorgio Piccitto. Introduzione di Mario Fubini.
Milano-Napoli, 1959, pp. IX-CXXIV.
2663
Goldoni, Carlo.
Opere. Con appendice del teatro comico
del Settecento. A cura di Filippo Zampieri.
Milano-Napoli, 1964.
2664
Goldsmith, Oliver.
The vicar of Wakefìeld she stoops
conquer and poems. With an introdution by C.E. Vulliamy.
Londra-Glasgow, 1966.
105
2665
Grossmith, George and Grossmith,
Weedon.
The diary of o Nobody. With an introduction by Alan Proye-Jones. Illustrated
by Weedon Grossmith.
Londra-Glasgow, 1955.
2672
Henry, O. pseud. William Sidney Porter.
69 short stories comprising gabbages
and kings - The four million - The trimmed lamp. With an introduction by
Woodrom Wyatt.
Londra-Glasgow, 1963.
2666
Haggard, Henry Rider.
Allan Quatermain. With an introduction
by Roger Lancelyn Green. lllustrated by
Will Nickless.
tondra-Glasgow, 1966.
2673
Henry, O. pseud. William Sidney Porter.
58 short stories comprising heart of the
West - The voice of the city - The gentle
grafter. With an introduction by Geoffrey
Moore.
Londra-Glasgow, 1965.
2667
Haggard, Henry Rider.
King Solomon’s mines. With an introduction by Roger Lancelyn Green. Illustrated by Will Nickless.
Londra-Glasgow, 1965.
2668
Haggard, Henry Rider.
Nada the Lily. With an introduction by
Edward Boyd.
Londra-Glasgow, 1957.
2669
Haggard, Henry Rider.
She a History of Adventure. With an
introduction by Stuart Cloete. Illustrated by Will Nickless.
Londra-Glasgow, 1966.
2670
Hardy, Thomas.
Tess of the D’Urbervilles. A pure woman.
With an introduction by C. Day Lewis.
Londra-Glasgow, 1967.
2671
Haym, Rudolf.
La Scuola Romantica. Contributo alla
storia dello spirito tedesco. Presentazione
e traduzione di Ervino Pocar.
Milano-Napoli, 1965.
106
2674
Hornung, Ernest William.
Raffles. The Amateur Crackman - The
Black Mask. With an introduction by
M.R. Ridley.
Londra-Glasgow, 1955.
2675
Hughes, Thomas.
Tom Brown’s Schooldays. With an introduction by Will Nickless.
Londra-Glasgow, 1963.
2676
Illuministi
— italiani. Tomo III : Riformatori cmbardi, piemontesi e toscani. A cura di
Franco Venturi.
Milano-Napoli, 1958.
2677
Illuministi
— italiani. Tomo V: Riformatori napoletani. A cura di Franco Venturi.
Milano-Napoli, 1962.
2678
Illuministi
— italiani. Tomo VII: Riformatori delle
antiche repubbliche, dei ducati, dello
Stato Pontificio e delle isole. A cura di:
Giuseppe Giarrizzo, Gianfranco Torcellan
e Franco Venturi.
Milano-Napoli, 1965.
2679
Jerome, Jerome Klapka.
Three men in a boat. To say nothing
of the dog. With an introduction by
Anthony Armstrong. Illustrated by Elizabeth Odling.
Londra-Glasgow, 1965.
2680
Keats, John.
Selected Poems. Edited with an introduction and notes by Edmund Blunden.
Lcndra-Glasgow, 1966.
2681
Kingsley, Charles.
Herewerd the Wake. With an introduction by L.A.S. Strong.
Londra-Glasgow, 1965.
2682
Lamb, Charles.
Selected essays letters poems. Edited
with an introduction by J. Lewis May.
Londra-Glasgow, 1966.
2683
Lamb, Charles and Mary.
Tales from Shakespeare. With an introduction by Martin Armstrong.
Londra-Glasgow, 1964.
2684
Leroy, Maurice.
Profilo storico della linguistica moderna.
Traduzione di Anna Davies Morpurgo.
Bari, 1965.
2685
Lirici
— del Settecento. A cura di Bruno Maier
con la collaborazione di: Mario Fubini Dante sella - Giorgio Piccitto. Introduzione di Mario Fubini.
Milano-Napoli, 1959.
107
2686
Livius (Titus).
Storia di Roma. Testo latino e versione
a cura di Carlo Vitali. Libri IX-X.
Bologna, 1967.
2687
Livius (Titus).
Storia di Roma. Testo latino e versione
a cura di Carlo Vitali. Libri XXXI-XXXII.
Bologna, 1968.
2688
London, Jack.
The Cali of the Wild. White fang - The
scarlet plague. Jack London. With an
introduction by Bernard Fergusson.
Londra-Glasgow, 1964.
2689
Lytton, Edward George Earle BulwerLytton.
The Last Days of Pompeii. With an introduction by Lettice Cooper.
Londra-Glasgow, 1963.
2690
Malcangi, Guido.
Lucrezio epicureo.
Bari-S. Spirito, 1967.
2691
Marino
— e i marinisti. A cura di Giuseppe
Guido Ferrero.
Milano-Napoli, 1954.
2692
Marryat, Frederik.
Mr. Midshipman Easy. With an introduction by Christopher Lloyd.
Londra-Glasgow, 1963.
2693
Martinet, André.
Elementi di linguistica generale. Traduzione di Giulio C. Lepschy.
Bari, 1967.
2694
Melville, Herman.
Moby Dick or the white whale. With an
introduction by J. N. Sullivan.
Londra-Glasgow, 1966.
2695
Memorialisti
— dell’Ottocento. Tomo II a cura di
Carmela Cappuccio.
Milano-Napoli, 1958.
2696
Menendez Pidal, Ramon.
La Spagna dei Cid. Traduzione di Giovanni Caravaggi.
Milano-Napoli, 1966.
2697
Merriman, Henry Seton.
Barlasch of the Guard. With an introduction by Norman Collins.
Londra-Glasgow, 1963.
2698
Montagu, Mary Wortley.
Poesie. Sta in:
Conti, Antonio.
Versioni poetiche. A cura di Giovanna
Gronda.
(Bari, 1966), pp. 77-101.
2699
Munro, Hector Hugh. pseud. Saki.
76 short stories comprising Reginald The chronicles of Clovis - The Toys of
Peace.
Londra-Glasgow, 1963.
2700
Narratori
— dell’Ottocento e del primo Novecento.
A cura di Aldo Borlenghi.
Milano-Napoli, 1961-1966.
108
2701
Origini (Le)
— Testi latini, italiani, provenzalj e
franco-italiani. A cura di: Antonio Viscardi - Bruno e Tilde Nardi - Giuseppe
Vidossi - Felice Arese con la collaborazione di: Gian Luigi Barni - Luigi Brusotti - Don Giuseppe De Luca - Tullio
Gregory - Luigi Ronga:.
Milano-Napoli, 1956.
2702
Palgrave, Francis Turner.
The Golden Treasury. Of the best songs
and lyrical poems in the english language. With an introduction and additional poems selected and arranged by
C. Day Lewis.
Londra-Glasgow, 1965.
2703
Passeri-Pignoni, Vera.
Meditazioni Dantesche. (Saggio critico).
Premio Cosenza 1966. Dodicesima edizione.
Bari, 1967.
2704
Plebe, Armando.
Discorso semiserio sul romanzo.
Bari, 1965.
2705
Poe, Edgar Allan.
Talen, Poems, Essays. With an introduction by Laurence Meynell.
Londra-Glasgow, 1966.
2706
Poeti
— latini del Quattrocento. A cura di:
Francesco Arnaldi - Lucia Gualdo Rosa Liliana Monti Sabia.
Milano-Napoli, 1964.
2707
Poeti
— minori dell’Ottocento. Temo I a cura
di Luigi Baldacci; Tomo II a cura di
Luigi Baldacci e Giuliano Innamorati.
Milano-Napoli, 1958-1963.
2708
Pope, Alexander.
Il riccio rapito. Sta in:
Conti, Antonio.
Versioni poetiche:. A cura di Giovanna
Gronda.
(Bari, 1966), pp. 29-76.
2709
Pope, Alexander.
Lettera di Elisa ad Abelardo. Sta in:
Conti, Antonio.
Versioni poetiche:. A cura di Giovanna
Gronda.
(Bari, 1966), pp. 9-2].
2710
Prosa (La)
— del Duecento.
A cura di Cesare Segre e Mario Marti.
Milano-Napoli, 1959.
2711
Prosatori
volgari del Quattrocento. A cura di
Claudio Varese.
Milano-Napoli, 1955.
2712
Racine, Jean
Atalia, Sat in:
Conti, Antonio
Versioni poetiche. A. cura di Giovanna
Gronda.
(Bari, 1966), pp. 103-200.
2713
Romagnosi, Giandomenico - Cattaneo,
Carlo - Ferrari, Giuseppe.
Opere. di Giandomenico Rornagnosi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari. A
cura di Ernesto Sestan.
Milano-Napoli, 1957.
109
2714
Russell Evans, Edward Ratcliffe Garth
(Admiral Lord Mountevans).
South With Scott. With four trackcharts,
of the movements of the « Terra Nova
and the main southern and western
journeys.
Londra-Giasgow, 1962.
2715
Sapegno, Natalino.
Storia letteraria dei Trecento.
Milano-Napoli, 1963.
2716
Scott, Walter.
Ivanhoe. With an introduction by
H.J.C. Grierson.
Londra-Glasgow, 1965.
2717
Scott, Walter.
Kenilworth With an introduction by Sir
H.J.C. Grierson.
Londra-Glasgow, 1965.
2718
Scott, Walter.
Quentin Durward. With an introduction
by i. T. Christie.
Londra-Glasgow, 1964.
2719
Semionova Ginzburg, Eugenia.
Viaggio nella vertigine. Traduzione dal
l’originale russo di Aldino Betti.
Milano, 1967.
2720
Seneca (Lucius Annaeus).
I Benefici. Testo, introduzione, versione e
note di Salvatore Guglielmino.
Bologna, 1967.
2721
Sewell, Anna.
Black Beatty. With an introduction by
J. T. Mulley. lllustrated by Frank R.
Grey.
Londra-Glasgow, 1965.
2722
Shakespeare, William.
Cornedies. Edited by Peter Alexander.
Londra-Glasgow, 1960.
2723
Shelley, Percy Bysshe.
Selected poerns. Edited with an introduction and notes by Edrnud Blunden.
Londra-Glasgow, 1966.
2724
Smollett, Tobias.
Hurnphry Clinker. With an introduction
by V. S. Princhett.
Londra-Glasgow, 1966.
2725
Sorlin, Pierre.
Breve storia della società sovietica. Traduzione di Valentino Parlato.
Bari, 1966.
2726
Stevenson, Robert Louis.
A Child’s Garden of Verses. With an
introduction by Elizabeth Goudge. lllustrated by Hilda Goldwag.
Londra-Glasgow, 1964.
2727
Stevenson, Robert Louis.
An inland voyage travels with a donkey
the amateur emigrant thogether with
the old new pacific capitals and the
Silverado Squatters. With an introduction
by G. B. Stern.
Londra-Glasgow, 1963.
2728
Stevenson, Robert Louis.
Dr. Jekyll and Mr. Hyde. lsland Night’s
Entertainrnents. The Merry Men and other
stories. With an introduction by John
Kelman.
Londra-Glasgow, 1965.
110
2729
Stevenson, Robert Louis.
Kidnapped and Catriona. With introductions by Rosaline Masson and George
Eyre-Todd.
Londra-Glasgow, 1965.
2730
Stevenson, Robert Louis.
The Master of ballantrae and Weir
Herrniston and other fragments. Vith
introduction by Neil Munro and Louis
J. McQuilland.
Londra-Glasgow, 1965.
2731
Stevenson, Robert Louis.
Treasure lsland. With an introduction
by Neil Munro. lllustrated by Arnold
Beauvais.
Londra-Glasgow, 1965.
2732
Studio(Lo)
— dell’antichità classica dell’Ottocento.
A cura di Pietro Treves.
Milano-Napoli, 1962.
2733
Swift, Jonathan.
Gulliver’s Travels. With an introduction
by Peter Quennell.
LondraGlasgow, 1964.
2734
Teatro
— del Seicento. A cura di Luigi Fassò
Milano-Verona, 1956.
2735
Tennyson, Alfred Tennyson.
Poerns. Selected, with a biographical
introduction and notes, by his grandson
Charles Tennyson.
Londra-Glasgow, 1965.
2736
Tennyson, Alfred Tennyson.
The idylls of the King and the princess.
Edited, with introductions by Charles
Fennyson.
Londra-Glasgow, 1956.
2737
Testi, Fulvio.
Le lettere. A cura di Maria Luisa Doglio.
Vol, I: 1609-1633; Vol, II: 1634-1637.
Bari, 1967.
2738
Thackeray, William Makepeace.
Vanity Fair.A Novel Without a Hero.
With an introduction by Elizabeth Jenkins.
Londra-Glasgow, 1963.
2739
Tommaseo, Niccolò.
Memorie poetiche. Edizione del 1838
con appendice di poesie e redazione
del 1858 intitolata — Educazione dell’ingegno —. A cura di Marco Pecoraro.
Bari, 1964.
2740
Trama, Alfonso.
Comoedia. Antologia della Palliata. In appendice: Elogia e Tabulae Triunphales.
Padova, 1966.
2741
Trattatisti
— e narratori del Seicento. A cura di
Ezio Raimondi.
Milano-Napoli, 1960.
2742
Trollope, Anthony.
Barchester Towers. With an introduction
by Pamela Hansford Johnson.
Londra-Glasgow, 1966.
2743
Verri, Alessandro.
Le notti romane. A cura di Renzo Negri.
Bari, 1967.
2744
Wallace, Lewis (Lew).
Ben Hur. With an introduction by Maryvonne Butcher.
Londra-Glasgow, 1963.
2745
Wells, Herbert George.
A short History of the World. Revised
and Brought. up to date by Raymond
Postgate and G. P. WeIls.
Londra-Glasgow, 1965.
2746
Wells, Herbert George.
In the Days of the Comet. With an
introduction by Frank Wells.
Londra-Glasgow, 1963.
2747
Wells, Herbert George.
Lovetand Mr. Lewisham. With an introduction by Frank Wells.
Londra-Glasgow, 1959.
2748
Wells, Herbert George.
Tales of Life and Adventure. With an
introduction by Frank Welles.
Londra-Glasgow, 1965.
2749
WelIs, Herbert George.
The Foot of the Gods. With an introduction by Ronald Seth.
Londra-Glasgow, 1966.
2750
Wells, Herbert George.
Tales of the Unewpected. With an introduction by Frank Wells.
Londra-Glasgow, 1966.
111
2751
Wells, Herbert George.
The History of Mr. Polly. With an introduction by Frank Wells.
Londra-Glasgow, 1966.
2752
Wells, Herbert George.
The lnvisible Man. With an introduction
by Frank Wells.
Londra-Glasgow, 1965.
2753
Wells, Herbert George.
The Sleeper Awakes. With an introduction by Montgomery Belgion.
Londra-Glasgow, 1964.
2754
Wells, Herbert George.
The World Set Free. With an introduction
by Ritchie Calder.
Londra-Glasgow, 1956.
2755
Wilde, Oscar.
Plays. With an introduction by Tyrone
Guthrie.
Londra-Glasgow, 1965.
2756
Wilde, Oscar.
Poems and Essays. With an introduction
Kingsley Amis.
Londra-Glasgow, 1956.
2757
Wilde, Oscar.
Stories. With an introduction by John
Guest.
Londra-Glasgow, 1966.
2758
Woolsey, Sarah Chauncey. pseud. Susan
M. Coolidge.
What Katy Did. What Katy Did at school.
With an introduction by Margaret Tem-
112
pest. Illustrated by Victor Bertoglio.
Londra-Glasgow, 1963.
2759
Wordsworth, William.
Wordsworth selected poems. Edited with
an introduction and notas by H. M.
Margoliouth.
Londra-Glasgow, 1966.
VIII - LETTERATURA CONTEMPORANEA
2760
Banti, Anna.
Noi credevamo.
Milano, 1967.
2761
Brandi, Cesare.
Le due vie.
Bari, 1966.
2762
Chiesa, Francesco.
Sant’Amarillide. Romanzo. Con un ritratto di Francesco Chiesa di Mario
Agliati.
Milano, 1967.
2763
Cucugliato, Carmine.
Poesie.
Cosenza, 1968.
2764
De Cespedes, Alba.
La bambolona.
Milano, 1967,
2765
De Danno, Alfredo.
Solitudine di Pirandello. Profilo biografico-critico.
Napoli, 1958.
2766
Del Beccaro, Felice.
Tobino.
Firenze, 1967.
2767
Dessi, Giuseppe - Tanda, Nicola.
Narratori di Sardegna. Introduzione,
scelta e commento a cura di Giuseppe
Dessi e Nicola landa.
Milano, 1965.
2768
Ellmann, Richard.
James Jojce. Traduzione dall’inglese di
Piero Bernardini.
Milano, 1964.
2769
Emanuelli, Enrico.
Un gran bel viaggio. Romanzo.
Milano, 1967.
2770
Hoffman, Frederick. J.
Faulkner.
Firenze, 1968.
2771
La Selva, Giovanni.
Liriche. Con prefazione di Pasquale
Soccio.
Firenze, 1967.
2772
Luti, Giorgio.
Cronache letterarie tra le due guerre,
1920-1940.
Bari, 1966.
2773
Mao Tse-Tung.
Trentasette poesie. Versate dal cinese
da Renata Corsini Pisu. Sta in:
Ch’en, Jerone.
Mao Tse-Tung e la rivoluzione cinese.
Con trentasette poesie di Mao versate
dal cinese da Renata Corsini Pisu. Iraduzione di Giorgio Rovida.
(Firenze, 1966), pp. 429-478.
2774
Maraini, Dacia.
A memoria. Introduzione di Renato Barilli.
Milano, 1967.
2775
Mengoli, Piero.
Motivi d’ogni tempo. Novelle.
Salerno, 1936.
2776
Montella, Carlo.
Perchè anche morire. Romanzo.
Milano, 1967.
2777
Mutterle, Anco Marzio.
Emanuelli.
Firenze, 1968.
2778
Napolitano, Gian Gaspare.
Il Figlio del Capitano.
Milano, 1958.
2779
Nardelli, Federico Vittore.
Vita segreta di Pirandello.
Roma, 1962.
2780
Ognissanti, Pasquale.
Controre.
Foggia, 1966.
2781
Ortese, Anna Maria.
Poveri e semplici.
Firenze, 1967.
2782
Pavese, Cesare.
Lettere 1945-1950. A cura di Italo Calvino.
Torino, 1966.
113
2783
Prezzolini, Giuseppe.
Ideario.
Milano, 1967.
2784
Quasimodo, Salvatore.
La terra impareggiabile.
Milano, 1966.
2785
Rodi, Cesare.
Il fantasma.
Bari, 1966.
2786
Russo, Luigi.
La critica letteraria contemporanea. Dal
Carducci ai Croce - Dal Gentile agli ultimi romantici - Dal Serra agli Ermetici.
Firenze, 1967.
2787
Sansone, Mario - Paolo, Salvatore.
Narratori di Puglia e Basilicata. Premessa, scelta e commento a cura di Mario
Sansone e Salvatore Paolo. Introduzione
di Nicola Carducci.
Milano, 1966.
2788
Sapienza, Goliarda.
Lettera aperta. Romanzo,
Milano, 1967.
2789
Sciascia, Leonardo - Guglielmino, Sal vatore.
Narratori di Sicilia. Introduzione, scelta
e commento a cura di Leonardo Sciascia
e Salvatore Guglielmino.
Milano, 1967.
2790
Stefaniie, Mario.
Narratori di Campania. Introduzione,
scelta e commento a cura di Mario Stefanile.
Milano, 1966.
114
2791
Strindberg, August.
Tempo di fermenti. Autobiografia, Il
figlio di una serva - tempo di fermenti.
Premessa di Valerio Fantinel. Traduzione
di Franco Moccia.
Milano, 1967.
2792
Tarizzo, Domenico.
Proust.
Firenze, 1968.
2793
Villani, Giorgio.
Il ragazzo prefabbricato. Romanzo.
Milano, 1967.
2794
Zagarrio, Giuseppe.
Luzi.
Firenze, 1968.
IX — BELLE ARTI
2795
Abbiati, Franco.
Storia della musica. Vol. I : Dalle origini
al Cinquecento:. Vol. II: Il Seicento e
il Settecento. Vol. III: L’Ottocento.
Milano, 1967.
2796
Alberto
— Amorico. Mostra Personale. Foggia Paiazzetto dell’Arte, 1-10 dicembre 1967.
Foggia, 1967.
2797
Brescia
— città d’arte. Il Castello - La Loggia il Broietto - Le Chiese - I Palazzi - I
musei - La Pinacoteca - La Biblioteca.
Introduzione di Antonio Morassi.
Milano, 1958.
2798
Canino, Marcello.
Napoli. Visioni d’arte e di vita nei disegni di Marcello Canino commentati da
Riccardo Filangieri. A cura di Fortunato
Postiglione e per conto del Banco di
Napoli.
Napoli, 1954.
2799
Carli Ballola, Giovanni.
Il monello di Foggia che conquistò la
Scala. La vita e la figura artistica di
Umberto Giordano, il popolare operista
del quale la città pugliese sta celebrando
il centenario della nascita. Sta in:
Gente.
Settimanale di politica, attualità e cultura. Milano, a. XI, n. 48, pp. 80-81.
2800
Cellamare, Daniele.
Umberto Giordano.
Roma, 1967.
2801
Celletti, Rodolfo.
Gli interpreti Giordaniani. Sta in
Umberto
— Giordano. A cura di Mario Morini.
(Milano, 1968), pp. 193-222.
2802
Confalonieri, Giulio.
Umanità di Giordano. Sta in:
Umberto
— Giordano. A cura di Mario Morini.
(Milano, 1968), pp. 259-266.
2803
« Eroica (L’) ».
Rassegna italiana di Ettore Cozzani.
Anno XXXI, quaderno 271-273, marzomaggio 1941. [Numero dedicato a Michelangelo nel quarto centenario del
Giudizio Universale],
Milano, 1941.
2804
Ferri, Silvio.
Opuscula. Scritti vari di metodologia
storico-artistica, archeologia, antichità
etrusche e italiche, filologia classica.
Firenze, 1962.
2805
Ferriguto, Arnaldo.
Attraverso i « Misteri » di Giorgione.
Castel Franco, 1933.
2806
Gavazzeni, Gianandrea.
La possibilità di un discorso critico su
Giordano. Sta in
Umberto
— Giordano. A cura di Mario Morini.
(Milano, 1968), pp. 3-15.
2807
Hourticq, Louis.
Encyclopédie des Beaux-Arts. Vol. I:
A-K; Vol. II: L-Z.
Parigi, 1925.
2808
Lawson, John Howard.
Teoria e storia del Cinema. Prefazione
di Fernaldo Di Giammateo. Traduzione
di Irene De Guttry e Maria Lucioni.
Bari, 1966.
2809
Marisa
— Carabellese. Mostra di pittura. Pronao
Villa Comunale. Foggia, 3-8 maggio 1967.
Sotto il patrocinio dell’Associazione Amici del Museo di Foggia - Sezione Mostra
d’Arte.
S. I.. 1967.
2810
Moretti, Giuseppe.
Il Guerriero Italico di Capestrano.
Roma, 1966.
115
2811
Marini, Mario.
Antologia della critica. Sta in:
Umberto
— Giordano. A cura di Mario Morini.
(Milano, 1968), pp. 117-191.
2812
Nattini, Amos.
Immagini per le Canzoni delle Gesta
d’Oltremare di Gabriele D’Annunzio.
Genova, 1912.
2813
Peretti Griva, D. R.
Roma. Novanta vedute moderne di D. R.
Peretti Griva 55 incisioni e disegni antichi. Testo di Alfredo Petrucci.
Torino, 1949.
2814
Petrucci, Alfredo.
Cattedrali di Puglia.
Roma, 1960.
2815
Petrucci, Alfredo.
L’incisione italiana. L’Ottocento.
Roma, 1941.
2816
Pica, Vittorio.
Giuseppe De Nittis. L’Uomo e l’artista.
Milano, 1914.
2817
Quaderni musicali.
Rassegna bimestrale di storia, critica e
cronaca a cura di M. Simone e V. Terenzio.
Foggia, a. III, n. 1-4, genn.-aprile 1959.
Umberto Giordano dieci anni dopo la
morte.
Foggia, 1959.
2818
Santi, Piero.
Romanzo e Orchestra in Giordano.
Sta in:
116
Umberto
— Giordano. A cura di Mario Morini.
(Milano, 1968), PR. 105-116.
2819
Supino, I.B.
Assisi nell’opera di Antonio Discovolo.
Milano, 1926.
2820
Terenzio, Vincenzo.
Musicisti italiani del secolo XVIII. - Serie I.
Bari, s.d.
2821
Terenzio, Vincenzo.
Lo stile di Giordano nella sua genesi e
nei suoi fondamenti storici. Sta in:
Umberto
— Giordano. A cura di Mario Morini.
(Milano, 1968), PR. 89-103.
2822
Ugolini, Giovanni.
Umberto Giordano e il problema deil’opera verista Sta in:
Umberto
— Giordano. A cura di Mario Morini.
(Milano, 1968), PR. 17-87.
2823
Umberto
— Giordano. A cura di Mario Morini.
Milano, 1968.
2824
Volpe, Carlo.
La pittura riminese del Trecento.
Milano, 1965.
X — DIRITTO
2825
Cottino, Gastone.
Del riporto. Della permuta. Codice civile
art. 1548-1555.
Bologna-Roma, 1966.
2826
Galgano, Francesco.
Delle associazioni non riconosciute e
dei comitati. Codice civile - Libro I Art. 36-42.
Bologna-Roma, 1967.
2827
Massimo Bianca, C.
Dell’inadempimento delle obbligazioni.
Codice civile art. 1218-1229.
Bologna-Roma, 1967.
2828
Riva Sanseverino, Luisa.
Diritto del lavoro.
Padova, 1967.
XI — ECON. POLIT. SOCIAL.
2829
Alexander, Edgar.
Adenauer e la nuova politica. Prefazione
di Luigi Sturzo. Traduzione di Cordelia
Gundolf.
Napoli, 1959.
2830
Ardigò, Achille.
Innovazione e comunità.
Milano, 1964.
2831
Baldi, Guido Mario,
L’Idea del benessere.
Milano, 1964.
2832
Barbano, Filippo.
Teoria e ricerca nella sociologia contemporanea. Introduzione al problema
sociologico,
Milano, 1955.
2833
Bastide, Roger.
Sociologia dei sogno. Sta in:
Sogno (Il)
— e le civiltà umane. Introduzione di
Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo
Molinari.
(Bari, 1966), PR. 163-180.
2834
Bencivenga, Roberto.
L’america verde.
Bologna, 1967.
2835
Brenner, Hildegard.
La politica culturale del nazismo. Introduzione di R. Bianchi Bandinelli. Traduzione del testo di Enzo Collotti. Traduzione dei documenti di Francesca Tosi.
Bari, 1965.
2836
Bruno, Vincenzo.
Lineamenti demo-economici dei Comuni
Italiani per gradi di urbanità e di ruralità.
Milano, 1965.
2837
Cavalli, Luciano.
La città divisa. Sociologia del consenso
e del conflitto in ambiente urbano.
Milano, 1965.
2838
Crespi, Franco.
Adattamento e integrazione. Analisi sociologica di alcuni aspetti del processo
di industrializzazione in un’area del Mezzogiorno.
Milano, 1964.
117
2839
Crespi, Franco.
La sociologia come scienza e la teoria
dell’azione sociale,
Milano, 1964.
2840
Democrazia (La)
— Cristiana e le attese dei lavoratori.
Atti del Convegno Nazionale tenuto a
Roma il 25-26 febbraio 1967 promosso
dall’ufficio lavoro della D.C.
Roma, 1967.
2841
Dirigenti
— e Comunità Periferiche. Atti del Convegno Nazionale Dirigenti della D.C.
Roma, 15-16 ottobre 1965.
2842
Fortini, Franco.
Profezie e realtà del nostro secolo. Testi
e documenti per la storia di domani. A
cura di Franco Fortini.
Bari, 1965.
2843
Fraccacreta, Angelo.
Scritti meridionali. Ristampa a cura di
Mario Simone. Prefazione di Mario De
Luca.
Napoli-Foggia-Bari, 1966.
2846
Histoire
— générale des peuples de I’antiquité
a nos iours, Publiéé sous la direction
de Maxime Petit.
Parigi, 1925-1926.
2847
Lazarsfeld, Paul. F.
Metodologia e ricerca sociologica.
Bologna, 1967.
2848
Levi, Mario Attilio.
La lotta politica nel mondo antico.
Milano, 1955.
2849
Lineamenti
— Economici e prospettive di sviluppo
delle Provincie Italiane.
Milano, 1964
2850
Luzzatto, Gino.
Dai servi della gleba agli albori del
capitalismo. Saggi di storia economica.
Introduzione di Marino Berengo.
Bari, 1966.
2851
Luzzatto Fegiz, Pier Paolo.
I volto sconosciuto dell’italia. Seconda
serie - 1956-1965.
Milano, 1966.
2844
Gandolfì, P. Domenico.
Lavoro ed economia familiare. Inchiesta
sociologica condotta presso un gruppo
di minatori italiani in Belgio.
Milano, 1961.
2852
Meynaud, Jean.
La tecnocrazia. Mito o realtà- Traduzione di Antonella Dolci.
Bari, 1966.
2845
Getty, J. Paul.
Come diventare miiiardario. Traduzione
di Lucia Usellini.
Milano, 1967.
2853
Morris, William.
Architettura e socialismo. Sette saggi a
cura di Mario Manieri-Elia.
Bari, 1963.
118
2854
Nel
— primo centenario della Riunione
Adriatica di Sicurtà. 1838-1938. Volume
commemorativo pubblicato in occasione
dell’approvazione del 100° bilancio sociale.
Trieste, 1939.
2855
Nitti, Francesco Saverio.
Scritti di Economia e Finanza. Vol. III Parte I: La ricchezza dell’italia; Vol.
III - Parte il: La conquista della forza li capitale straniero in italia. A cura
di Domenico Demarco.
Bari, 1966.
2856
Quadri
— Economici delle Provincie Italiane.
Milano, 1960.
2857
Rizzi, Bruna.
Il collettivismo burocratico. (Polemica Roma, 1967.
L. Trotzki - P. Naviile - Bruno R.).
lmola, 1967.
2858
Robinson, Joan.
Ideologia e scienza economica. A cura
di Giacomo Becattini. Traduzione di Mirelia Brini Savorelli.
Firenze, 1966.
2859
Ronfani, Ugo.
Perchè De Gaulle.
Bari, 1964-1965.
2860
Russo, Giovanni.
Chi ha più santi in paradiso.
Bari, 1964.
119
2861
Servan Schreiber, Jean-Jacques.
La sfida americana. Prefazione di Ugo
La Malfa.
Milano, 1968.
2862
Trozzi, Mario
Le penombre di un delitto, Il processo
Meson es.
Roma, 1922.
2863
Vianello, Mina.
Lo scarto culturale.
Bari, 1966.
XII — SCIENZE PURE
2864
Bargellini, Guido - Marini - Bettola, G.B.
Breve corso di Chimica Organica con
indirizzo biologico.
Roma, 1967.
2865
Belli, Eric T.
I grandi matematici. Traduzione di Dma
Aduni.
Firenze, 1966.
2866
Boldrini, Marcello - Naddeo, Alighiero.
Le statistiche empiriche e la teoria dei
campioni.
Milano, 1957.
2867
Faggiani, Dalberto.
La struttura logica della fisica.
Torino, 1965.
2868
Frege, Gottlob.
Logica e aritmetica. Scritti raccolti a cura
di Corrado Mangione. Prefazione di Ludovico Geymonat.
Torino, 1965.
2869
Ganassini, M. L.
Applicazioni di Geometria Descrittiva.
Teoria delle ombre.
Roma, 1960.
2876
Zwirner, Giuseppe - Pavarin, Vittorino.
Elementi di statistica e di matematica
attuariale. Per il IV anno degli Istituti
Tecnici Commerciali.
Padova, 1966.
XIII — SCIENZE APPLICATE
2870
Heisenberg, Werner.
Mutamenti nelle basi della scienza. Traduzione di Adolfo Versen.
Torino, 1960.
2871
Lenzi, Romolo.
Lezioni di Statistica per educatori e psicologi.
Milano, 1963.
2872
Lobacevskij, Nikolaj Ivanovic.
Nuovi principi della geometria. Con una
teoria completa delle parallele. Saggio
introduttivo e note di Lombardo-Rodice.
Torino, 1965.
2873
Meheut, M.
Etude de la mer. Faune et fiore de la
Manche et de l’océan. Texte par M. - P.
Verneuil. Preface par M. Yves DeIage.
Parigi, 1924.
2874
Miani-Calabrese, Donato.
Metodologia statistica e statistica dei
fenomeni sociali.
Milano, 1958.
2875
Rice, Francis Owen - Teller, Edward.
La struttura della materia. Traduzione di
Luigi A. Radicati e di Renato Malvano.
Torino, 1965.
120
2877
Buccino, Mario
Tecnologia Professionale e Laboratorio
Tecnologico. Per gli Istituti professionali del settore meccanico. Vol. I.
Brescia, 1965.
2878
Caproni Guasti, Timina - Bertarelli,
Achille.
Francesco Zambeccari aeronauta. Bologna 1752-1812. [Premessovi uno studio
di Giuseppe Boffìto sugli « Spedienti e
strumenti aeronautici nella storia del
volo »].
Milano, 1931.
2879
Compagna, Francesco.
La politica della città.
Bari, 1967.
2880
Correggiari, Francesco.
Compendio di costruzione di macchine
elettriche.
Milano, 1963.
2881
Liwschitz, M.
Calcolo e determinazione delle Dimensioni delle Macchine Elettriche. Con la
collaborazione del Dr. Ing. H. Raymund.
Prima traduzione italiana del Dott. lng.
Carlo Rossi.
Milano, 1964.
2882
Liwschitz, M. - Glockner, H.
Le Macchine Elettriche. Parte seconda:
Tecnica dell’isolamento e Costruzione
Meccanica Prima traduzione italiana del
Dott. Ing. Carlo Rossi.
Milano, 1962.
2883
Nicolardi, Aldo,
Principi di Meccanica Tecnica e Applicata. Per gli Istituti Tecnici Industriali.
Volume primo. Cinematica - Statica Dinamica - Lavoro ed Energia.
Messina-Firenze, 1965.
2884
Uccelli, Arturo.
Enciclopedia storica delle scienze e delle
loro applicazioni. Opera compilata con
la collaborazione di eminenti specialisti,
Vol, I: Le sùenze fisiche e matematiche; Vol II: Le scienze applicate e la
tecnica (to. I).
Milano, 1941-1942.
2885
Vocino, Michele.
La nave nel tempo.
Milano, 1960.
2889
Calò, Maria Stella.
La Chiesa di S. Maria del Casale presso
Brindisi. Presentazione di Adriano Prandi.
(Brindisi, 1967).
2890
Camera di Commercio Industria e Agricoltura - Ente Autonomo Fiera di Foggia.
Mostra dei vini di Puglia e Lucania.
Foggia, 30 aprile-8 maggio 1966. Catalogo.
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2891
Capuano, Michele.
« San Matteo » tra cronaca e storia. Miscellanea per il XIV centenario del Cc
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cura dell’Amministrazione Provinciale di
Foggia.
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2892
Carano-Donvito, Giovanni.
Storia di Gioia Del Colle. Dalle origini
ai primi del secolo XX con una appendice e sette monografie.
Putignano, 1965.
XIV — REGNO DI NAPOLI, PUGLIA, CAPITANATA 2893
2886
Baldacci, Osvaldo.
Paesaggio nuovo del Tavoliere di Puglia.
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2887
Bellucci, Mario.
Lira musicale di Manfredonia. Musicisti
del passato e del presente.
Roma, 1967.
2888
Bissanti, Andrea A.
La dolina pozzatina nel Gargano.
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Centenario (Il)
— della nascita di Umberto Giordano.
1867-1967. Mostra bibliografìca e documentana. Catalogo. Museo civico di
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2894
Città di Foggia.
Rivista del Comune - Anno 1963.
Foggia, 1964.
2895
Comune di Foggia.
Alcuni aspetti economici in relazione
alla Capitanata comparati con Provincia
confinanti e con Puglia, Milano, Torino
121
Imperia, Cuneo. A cura di Carmine
Muscio.
Foggia, 1966.
nati, presentati ed illustrati da Mario
A. Fiore.
Torremaggiore, 1966.
2896
Comune di Foggia.
Analisi del conto consuntivo di cassa.
(Parte corrente) per l’anno 1964 in relazione a quelli dei Comuni con popoazione superiore ai 100 mila abitanti.
A cura del Dott. Carmine Muscio.
Foggia, 1965.
2903
Fiore, Mario A.
Le associazioni laicali nella Chiesa Cattolica. La Confraternita del SS. Rosario
di Torremaggiore.
Torremaggiore, 1966.
2897
De Angelis, Ruggero.
Les bassins cotiers du promontoire du
Gargano.
Roma, 1965.
2898
De Donno, Nicola G.
Dalla carboneria in Maglie e nel Salento. (Con documenti inediti).
(Maglie, 1967).
2899
Ferri, Silvio.
Effusio seminis ad funus. Ex lapidibus
Sipontinis.
Roma, 1964.
2900
Ferri, Silvio.
Esigenze archeologiche.
Pisa, 1966.
2901
Fini, Giosuè.
Un amico di G. B. Vico, Mons. Celestino
Galiani.
Foggia, 1956.
2902
Fiore, Mario A.
La Ricettizia di Torremaggiore. Atti e
documenti relativi alle Chiese di San Nicola e Santa Maria della Strada coordi-
122
2904
Forte, Doroteo. O.F.M.
Testimonianze Francescane nella Puglia
Dauna. Prefazione di Pasquale Soccio.
S. Severo, 1967.
2905
Franciosa, Luchino.
La transumanza nell’appennino centromeridionale.
Napoli, 1951.
2906
Lions Club - Foggia.
Mostra degli artisti lions di Puglia. Foggia, Museo Civico, 5-19 dicembre 1966.
Foggia, 1966.
2907
Lions Club - Foggia.
Meeting lnterclubs - Distretto. 108,’A.
Note sulle principali località di interesse
turistico della Daunia. Con riferimento
alla carta illustrativa allegata redatta dal
Lion Ing. Enrico Missoni.
Foggia, 1967.
2908
Longano, Francesco.
Passi scelti dalla « Filosofia dell’uomo »
e dal Viaggio in Capitanata ». Stanno in:
Illuministi
— Italiani. Torno V: Riformatori napoletani. A cura di Franco Venturi.
(Milano-Napoli, 1962), pp. 333-410.
2909
Lucera.
Numero unico a cura del Consiglio dell’ordine Avvocati e Procuratori. Lucera,
Novembre, 1950.
Lucera, 1950.
2910
MaldareIli, Donato.
Lessico giovinazzese - italiano.
(Moffetta, 1967).
2911
Masellis, Vita.
Storia di Bari. Dalle origini ai giorni
nostri,
Bari, 1965.
2912
Missori, Enrico.
Elicottero: moderno mezzo per il turismo garganico. Contributo agli studi
per la valorizzazione turistica del Gargano.
Foggia, 1966.
2913
Mongiello, Giovanni.
Il Castello e le mura di Manfredonia.
Estr. da:
Castellum.
— Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli. Direttore Piero Gazzola.
Roma, Castel S. Angelo, 1957, I semestre, n. 5, pp. 49-60.
2914
Ospitalità Italiana.
Rassegna di propaganda dell’ente « L’Ospitalità Italiana ». Sotto gli auspici della
Commissione Nazionale per la Cooperazione Intellettuale e del Commissariato
per il Turismo. Pubblicazione bimestrale
diretta da Lina Poretto De Stefano. Numeno interamente dedicato a Foggia ed
alla Capitanata.
Milano, 1933.
2915
Palmieri, Michele.
La Puglia di Tommaso Fiore.
Bari-S. Spirito, 1967.
2916
Prencipe, Salvatore.
Vocabolarietto dialettale etimologico
ganico. (Monte S. Angelo - Mattina
Monte S. Angelo, 1965.
2917
Provincia di Bari.
La Terra di Bari sotto l’aspetto storico
economico e naturale. Pubblicazione
la Provincia di Bari per la Esposizione
Universale di Parigi.
Trani, 1900.
2918
Provincia di Foggia - Gruppo di Studio
e Ufficio Tecnico Provinciale.
I collegamenti stradali del comprensorio
garganico. Orientamenti ed impegni
della Giunta Provinciale.
Foggia, 1967.
2919
Provincia di Foggia.
Relazione al bilancio dell’esercizio finanziario 1967. A cura dell’Assessore a
Finanze Prof. Primiano Magnocavallo.
Foggia, 1967.
2920
Rohlfs, G.
Ignote colonie slave sulle coste c
Gargano.
Bucarest, 1958.
2921
Salvatori, Vittorio.
Discorso celebrativo tenuto dal Sindaco
di Foggia prof. avv. Vittorio Salvatori
il 4 ottobre 1967, festività di S. Fracesco d’Assisi Patrono d’italia.
Foggia, 1967.
123
2992
Soccio, Pasquale.
Manara Valgimigli a Lucera. Sta in:
Brigata (La)
— degli amici del Libro Italiano. Penodico mensile fondato e diretto da Libera
Carelli.
Napoli, a. XII, n. 10, ott. 1967, p. 1-2.
2927
Università degli studi - Bari - Facoltà
di Lettere e Filosofìa.
Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia. Vol. XI.
(Bari, 1966).
XV — MEDICINA
2923
Soccio, Pasquale.
Stignano: una Valle e un Monumento.
Sta in:
Frate Francesco.
Rivista trimestrale di cultura francescana.
Roma, a. XIV N.S., n. 3, Luglio-Settembre 1967, pp. 127-130.
2924
Spirito, Gaetano.
Dal Passo Orta a Orta Nova. Cenni
storici. Presentazione del vice-sindaco
della città prof. Giuseppe Simone.
Foggia, 1967.
2925
Taranto
— per il 31° Congresso della « Dante
Alighieri ». Taranto 22-24 ottobre - Reggio Calabria, 25 ottobre 1926. Edito a
cura del Comitato della « Dante Alighieni » di Taranto.
Taranto, 1926.
2926
Tortone, Antonio.
Annuario della Provincia di Foggia.
29 aprile 1968-30 aprile 1969.
(Foggia, 1968).
124
2928
Freud, Sigmund.
Opere. 1886-1895. Studi sull’isteria e
altri scritti. A cura di Cesare Luigi Musatti. Vol. I.
(Torino, 1967).
2929
Loden, Jacques.
Il controllo delle nascite. Fisiologia sessuaio e metodo ciclotermico per la regoazione delle nascite. Traduzione di A.
Valledro.
(Roma, 1962).
2930
Ricciardelli, Pasquale.
Felice Piccinino.
Foggia, 1965.
2931
Schmidt (Von), F.
Amore e crimine. Traduzione di Fedenico Rasetschnig.
(Roma, 1964).
(Continua)
SCHEDARIO
ABBATE, M. 2530
ABBIATI, F. 2795
ALBERTO, A. 2796
ALCOTT, L. M. 2615
ALEXANDER, E. 2829
AGAZZI, A. 2507
ALMAGIA’, R. 2598
APIH, E. 2562
ARDIGO’, A. 2830
ARISTOTELES. 2531
ATTOLICO, B. 1270, 1271
AUSTEN, J. 2616, 2617, 2618
BALDACCI, 0. 2886
BALDI, G. M. 2831
BAGLIONI, G. 2508
BAMBINO. 2509
BANTI, A. 2760
BARBANO, E. 2832
BARGELLINI, G. 2864
BARRA, G. 2479, 2480
BASTIDE, R. 2833
BAYET, J. 2619
BELLI, E. T. 2865
BELLUCCI, M. 2887
BENCIVENGA, R. 2834
BEN GURION, D. 2563
BERTARELLI, A. 2878
BIANCIARDI, L. P. 2599
BIELLESE. 2600
BISSANTI, A. A. 2888
BLAAS DA LEZZE. 2564
BLACKMORE, R. D. 2620
BOLDRINI, M. 2866
BORGHI, L. 2510, 2511
BRANDI, C. 2761
BRASS, I. 2565
BRAUDEL, E. 2566
BRELICH, A. 2622
BRENNER, H. 2835
BRESCIA. 2797
BRONTEE, A. 2623
BRONTEE, C. 2624
BRONTEE, E. 2625
BRUNO, V. 2836
BUCCI, A. 2567
BUCCINO, M. 2877
BURUS, R. 2626
BUTLER, 5. 2627
CAHEN, R. 2512
CAILLOIS, R. 2532
CALO’, M. 5. 2889
Indice per Autori
delle
nuove accessioni
CAMERA DI COMMERCIO
INDUSTRIA E AGRICOLTURA, 2890
CANINO, M. 2798
CANTIMORI, D. 2481, 2568
CAPRONI GUASTI, T. 2878
CAPUANO, M. 2891
CARANO - DONVITO, G.
2892
CARBONELLI, C. G. 2569
CARLI BALLOLA, G. 2799
CARLYLE, A. L. 2533
CAROCCI, G. 2570
CARROLL, L. 2628
CASANOVA, G. 2629
CASTALDI, F. 2601
CARLYLE, A. L. 2533
CATTANEO, C. 2713
CAVALIERI. 2482
CAVALLI, L. 2837
CELLAMARE, D. 2800
CELLETTI, R. 2801
CENTENARIO. 2893
CHIESA, F. 2762
CH’EN, J. 2577
CITTA’ DI FOGGIA. 2894
CLEMENS, S. L. 2630
CLUNY, R. 2483
COLLINS, W. W. 2631
COLOMBANO C. 2484
COMPAGNA, F. 2879
COMUNE DI FOGGIA.
2895-2896
CONFALONIERI, G. 2802
CONTI, A. 2635
COOPER, I. F. 2636
CORREGGIARI, F. 2880
CORSANO, A. 2534
COTTINO, G. 2825
CONRAD, J. 2633, 2634
CRAIK, D. M. 2637
CRESPI, F. 2838-2839
CRISTIANI, L. 2485
CROCE, G. C. 2638
CUCUGLIATO, C. 2763
DAYAN, M. 2572
DAL PRA, M. 2535
D’ANDREA, U. 2571
DAVIES, H. 2602
DE ANGELIS, R. 2897
DE BARTOLOMEIS, F. 2513
DEL BECCARO, F. 2766
DE CESPEDES, A. 2764
DE CONCILIIS, L. M. 1250
DE DONNO, A. 2765
DE GIACINTO, 5. 2514
DE LUCA, G. 2487
DE MAURO, T. 2642
DEMOCRAZIA. 2840
DEFOE, D. 2640
DELFINI, A. 2641
DE HEREDIA, C. 2486
DESSI’,G.-TANDA, U. 2767
DEVOTO, G. 2643
DICKENS, C. 2644 - 2645 2646 - 2647 - 2648 - 2649 2650 - 2651 - 2652 - 2653 2654
DIRIGENTI. 2841
DI VITTORIO, A. 2573
DONOVAN, R. J. 2574
DRUMMOND, H. 2655
DU MAURIER, G. 2656
EBREI. 2575
EDUCAZIONE. 2515
EDWARDES, M. 2578
ELLMANN, R. 2768
EMANUELLI, E. 2769
EROICA. 2803
EURIPIDES. 2657
EVANS, M. A. 2658-2659
FAGGIANI, D. 2867
FERRARI, G. 2713
FERRAROTTI, F. 2536
FERRI, S. 2804 - 2899 - 2900
FERRIGUTO, A. 2805
FICHTE, J. G. 2537
FIELDING, H. 2660
FINI, G. 2901
FIORE, M. A. 2902-2903
FIORETTI, 2488
FITGERALD, E. 2661
FLORES D’ARCAIS,G. 2516
FORTE, M. A. 2903
FORTINI, 2842
FRACCACRETA, A. 2843
125
FRANCIOSA, L. 2905
FREGE, G. 2868
FREUD, 5. 2928
FUBINI, M. 2662
GALGANO, F. 2826
GANDOLFI, P. D. 2844
GARGIULO B. 1073
GARGIULO, C. 1074, 1075
1076 ‘
GAROFALO, S. 1077, 1078
1079
GARZONI, T. 1080
GASPARRINI, G. 1081, 1082
GATTI, M. 1083
GATTI, 5. 1087, 1088
GATTI, 5. 1084, 1085, 1086
GATTO, A. 1089
GATTOLA - MONDELLA,
N. 1090
GAUDIOSO, R. M. 1091
GAVAZZANI, G. 2806
GAWSWORTH, J. 1093
GAY, J. 1092
GENERALI, G. 1094
GENOINO, G. 1095
GENOVESI, A. 1096
GENTA, F. 1097
GENTILE, A. 1098
GENTILE, C. 1099, 1100,
1102, 1103, 1104, 1105, 1106,
1107, 1108,1109, 1110,1111,
1112,1113,1114,1115,1116,
1117, 1118, 1119, 1120, 1121,
1122
GENTILE, G. 2538
GERARD, J. 2489
GEREMIA, T. 1129
GENTILE, F. 1123, 1124,
1125, 1126, 1127 1128
GERMANI, M. 1130
GERVASIO, M. 1131, 1132,
1133
GESUALDI, A. 1134
GETTY, J. P. 2845
GHELLI, P. 1135
GIACOMUCCI, E. 1136
GIACOVAZZO, G. 1137
GIAMPIETRO, L. 1138,. 1139
GIANGUALANO, N. 1140
GIANNANTONIO, D. 1141
GIANNELLI, G. 1142
GIANNINI, D. 1143
GIANNOCCOLI, D. 1144
GIANNONE, A. 1145
GIANNONE, O. 1146
GIANNONE, P. 1147, 1148,
1149
GIANNUBILO,M. 1150, 1151
GIANNUZZI, A. 1152
GIFUNI, G. 1153, 1154, 1155,
1156, 1157, 1158, 1159, 1160
126
GIGLI, G. 1161, 1162
GILBERTI, U. 1163, 1164
GINNASIO - LICEO « M.
TONDI » . 1165
GINZBURG, 5. 279
GIOCO. 2517
GIOFFREDA, E. P. 1166
GIOIA, D. 1167
GIOIA, M. A. 1168, 1169
GIORDANI, D. 1170, 1171
GIORDANO, A. 1172
GIORDANO, D. 1173
GIORDANO, L. 1174
GIORDANO, M. 1175
GIORDANO, 5. 1176
GIORNALE
degli atti del governo
di Capitanata. 1177
GIORNALE
dell’istorie del Regno
di Napoli... 1178
GIORNALE
enciclopedico di Na poli. 1179
GIORNALE
fisico-agrario della Capitanata. 1180
GIORNALE (UN)
tra due città. 1181
GIORNATE
mediche daune. 1182
GIOVANETTI, G. 1183
GIOVENE, G. M. 1184
GIOVINE, A. 1185, 1186,
1187, 1188, 1189, 1190
GISMONDI, M. 1191
GISMONDI, M. 2603
GITTI, A. 1192
GIUGNI, G. 2518
GIIJLIANI, A. 1193, 1194
GIULIANI, E. 1195
GIULIANI, G. 1196
GIULIANI, L. 1197
GIULIANI, V. 1198, 1199
GIUNTA (LA). 1200
GIUNTA, E. 1201
GIURA-LONGO, R. 1202,
1203, 1204
GIUSEPPE
Checchia-Rispoli. 1205
GIUSFREDI, G. 1206
GIUSSO, G. 1207, 1208, 1209
GIUSTINIANI, L. 1210, 1211,
1212, 1213
GIUSTINIANI, V. 1214
GIUSTINO
Fortunato (1848-1932).
1215
GIUSTIZIA! 1216
GIUSTO, D. 1217, 1218, 1219
GLOCKNER, H. 2882
GNOZZI, G. 1220, 1221,1222
GOLDONI, C. 2663
GOLDSMITH, 0. 2664
GOMASSINI, M. L. 2869
GRAMIGNA, R. 1223
GRAN CORTE CIVILE. Na
poli. 1224
GRAN CORTE CRIMINALE
DI CAPITANATA. 1225
GRAN CORTE DE’ CONTI.
Napoli. 1226
GRAN CORTE SPECIALE.
Napoli. 1227
GRAN
Premio (12°) ciclo -
motoristico delle nazioni. 1228
GRANA, 5. 1229
GRANATA, A. 1230, 1231
GRANATA, F. 1232
GRANATA, L. 1233, 1234
GRANDE, G. 1235
GRANUM
Sinapis. 1236
GRASSI, D. 1237
GRASSI, G. 1238, 1239
GRAVINA, A. 1240
GRAY, E. M. 1241
GRAZIANI, A. 1242
GRAZIUSO, L. 1243
GRECI
e Italici in magna
Grecia. 1244
GRECO, A. 1245
GRECO, E. 1246, 1247, 1248,
1249
GRECO, G. A. 1250
GRECO, I. 1251
GREGOROVIUS, F. 1252,
1253
GRIFFI. L. 1254
GRIFONI, R. 1255, 1256
GRILLO (IL). 1257
GRIMALDI, D. 1258
GRIMALDI, G. 1259
GRINOVERO, C. 1260, 1261,
1262
GROSSI, D. 1263
GROSSM1TH G. 2665
GROSSMITH, W. 2665
GRUPPO
_____ amici dell’arte. 1264
GUARANO, M. 1265
GUARDIONE, E. 1266, 1267
GUARINI, D. 1268
GUARNA, R. 1269
GUARRACINO, A. 1270,
1271
GUERRA, R. 1272
GUERRIERI, L. 1273
GUERRIERI, M. 1274, 1275
GUGLIELMINO, 8. 2789
GUGLIELMO
Appulo.
GUI, E. 1277
GUIDA. 2604
GUIDUCCI, R.
GUILLOU, A.
GUISCARDI, R.
GYMNASIUM.
LONDON, J. 2688
LONGANO, F. 2908
LONGINUS, C. 2545
LOPEZ, R. 5. 2582
LUCERA. 2909
LUTI, G. 2772
LUZZATTO, G. 2850
LUZZATTO FEGIZ, P. P.
2851
LYTTON, E. G. 2689
1276
1278
1279
1280
1281
HADRAVA. 1282
HAY, D. 2576
HAGGARD, H. R. 2666
2667 - 2668
HAYM, R. 2671
HARDY, T. 2670
HASELOFF, A. 1283
HEATON, E. W. 2490
HEGEL, G. G. F. 2539
HEISENBERG, W. 2870
HENRY, 0’. 2672 - 2673
HERMES, T. 2540
HISTOIRE. 2846
HOFFMANN, F. I.
2770
HORNUNG, E. W. 2674
HOURTICQ, L. 2807
HUGHES, T. 2675
HUIZINGA, J. 2579, 2580
HUSSERL, E. 2541
ILLUMINISTI. 2676 - 2677
- 2678 - 2679
JETTA, A. 2605
JEROME, J. K. 2679
KANT, I. 2542, 2543
KEATS, J. 2680
KINGSLEY, C. 2681
KIERKEGAARD, 5. 2544
LA CAVA, M. 2581
LAMB, C. 2682
LAMB. C. e M. 2683
LA SELVA, G. 2771
LAWSON, J. H. 2808
LAZARSFELD, P. F. 2847
LECLERCQ, J. 2491
LENZI, R. 2871
LEONE, G. 2492
LEROY, M. 2684
LEVI, M. A. 2848
LINEAMENTI. 2849
LIONS CLUB - FOGGIA
2906 - 2907
LIRICI. 2685
LIVIUS, T. 2686 - 2687
LIWSCHITZ, M. 2881
LIWSCHITZ, M. 2882
LOBACEVSKIJ, N. I. 2872
LODEN, J. 2929
-
MAY, R. 2493
MALCANGI, G. 2690
MALDARELLI, D. 2910
MAO TSE-TUNG. 2773
MANCHESTER, W. 2583
MARAINI, D. 2774
MARCUSE, H. 2546
MARGIOTTA BROGLIO, F.
2584
MARINI-BETTOLO, G. B.
2864
MARINO. 2691
MARISA, C. 2809
MARRYAT, F. 2692
MARTINET, A. 2693
MASELLIS, V. 2911
MASSIMO BIANCA, C. 2827
MASSUCCO COSTA, A. 2519
MEHEUT, M. 2873
MEINECKE, F. 2585
MEYNAUD, J. 2852
MELVILLE, H. 2694
MEMORIALISTI. 2695
MENGOLI, P. 2775
MERRIMAN, H. 5. 2697
METRAUX, A. 2606
MIANI - CALABRESE, D.
2874
MINISTERO DELLA MARINA. 2607, 2608
MINISTERO DEI LAVORI
PUBBLICI. 2609
NARRATORI. 2700
NATTINI, A. 2812
NEL... 2854
NELSON, B. 2550
NICOLARDI, A. 2883
NITTI, F. 5. 2855
NOBILTA’. 2595
OGNISSANTI, P. 2780
OPPENHEIMER, J. R. 2551
ORIGINI. 2701
ORTESE, A. M. 2781
OSPITALITA’ ITALIANA.
2914
PACI, E. 2552
PALGRAVE, E T. 2702
PALMIERI, M. 2915
PAOLO, S. 2787
PAPULI, G. 2553
PASSERI-PIGNONI, V. 2703
PAVARIN, V. 2876
PAVESE, C. 2782
PETTER, G. 2521, 2522
PERESSON, L. 2520
PERETTI GRIVA, D.R. 2813
PETRUCCI, A. 2814
PICA, V. 2816
PILLON, G. 2586
PIOVANI, P. 2554
PIRENNE, H. 2587
PISCITELLI, E. 2588
PITTA, E. 1271
PLATO. 2555
PLEBE, A. 2704
POE, E. A. 2705
POETI. 2706, 2707
POPE, A. 2708 - 2709
PORTIGLIOTTI, G. 2610
PRAMPOLINI, G. 2611
PRENCIPE, S. 2916
PREZZOLINI, G. 2783
MISSORI, E. 2912
MOLA, C. 2494
MONSURRO’, L. 1270
MONGIELLO, G. 2913
MONSTERLEET, J. 2495
MONTAGU, M. W. 2698
MONTELLA, C. 2776
MORETTI, G. 2810
MORINI, M. 2811
MORRIS, W. 2853
MUNRO, H. H. 2699
MURPHY, G. 2547
MUSATTI, C. E. 2548, 2549
MUTTERLE, A. M. 2698
PRIMO. 2523
PRINI, P. 2524
PROSA. 2710
PROSATORI. 2711
PROVINCIA DI BARI. 2917
PROVINCIA DI FOGGIA.
2918
PUGLISI, S. M. 2589
NADDEO, A. 2866
NAPOLITANO, G. G. 2778
NARDELLI, F. V. 2779
RACINE, J. 2712
RAHNER, K. 2496
RANKE, E. 2497
QUADERNI MUSICALI.
2817
QUADRI. 2856
QUASIMODO, S. 2784
127
RE (IL) GALANTUOMO.
2590
RETIF, L. e A. 2498
RICCIARDELLI, P. 2930
RICE, F. 0. 2875
RIVA, A. 2525
RIVA SANSEVERINO, L.
2828
ROBINSON, J. 2858
RODI, C. 2785
ROLFS, G. 2920
ROMAGNOSI, G. 2713
ROMANO, S. F. 2591
RONFANI, U. 2859
ROUGEMONT, D. 2499
RUGGERO, C. 1221
RUSSELL EVANS, E. R. G.
2714
RUSSO, L. 2786
RUSSO, G. 2860
SAINT-PAULIEN. 2500
SALVATORI, U. 2921
SANSONE, M. 2787
SANTI, P. 2818
SANTINI, A. 2501
SAPEGNO, M. 2715
SAPIENZA, G. 2788
SARDO, G. 2592
SARPI, P. 2502
SARPI, P. 2593
SCARZELLA MARZOCCHI,
E. 2526
SCHMIDT, (VON) F. 2931
SCIASCIA, L. 2789
SCOTT, W. 2716 - 2717 2718
SCUOLA. 2527
128
SELECTED. 2723
SENECA, 5. A. 2720
SERVAN SCHREIBER, J. I.
2861
SEWELL, A. 2721
SHAKESPEARE, W. 2722
SYES, J. 2503
SMOLLET, T. 2724
SOCCIO, P. 2922 - 2923
SORLIN, P. 2725
SPIRITO, G. 2924
SPIRITO, U. 2556
STENZEL, J. 2528
STEVENSON, R. L. 2726 2727 - 2728 - 2729 - 2730 2731
STEFANILE, M. 2790
STEINER, J. F. 2594
STRINDBERG, A. 2791
STUDIO. 2732
SUPINO, I. B. 2819
SWIFT, J. 2733
TANDA, U. 2767
TARANTO. 2925
TARIZZO, D. 2792
TEATRO. 2734
TELLER E. 2875
TENNYSON, A, T. 2735 2736
TERENZIO, V. 2820 - 2821
TESTI, F. 2737
THACKERAY, W. M. 2738
TODD, J. M. 2504
TOMMASEO N. 2739
TORTONE, A. 2926
TOSCHI, U. 2612
TRAINA, A. 2740
TRATTATISTI. 2741
TROLLOPE, A. 2742
TROZZI, M. 2862
TUCCI, L. 2505
UCCELLI, A. 2884
UMBERTO, G. 2823
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI - BARI - FACOLTA’
DI LETTERE E FILOSO FIA. 2927
UOMO. 2613
VARALDO, A. 2614
VERNEAUX, R. 2557, 2558
VERRI, A. 2743
VIANELLO, M. 2863
VILLANI, G. 2793
VIENNE, L. 2506
VOCINO, M. 2885
VOLPE, C. 2824
VOLPE, G. 2596
VOLPICELLI, L. 2529
WAISMANN, F. 2559
WALLACE, L. 2744
WEBER, M. 2560
WEINER, N. 2561
WELLS, H. G. 2745 - 2746 2747 - 2748 - 2749 - 2750 2751 - 2752 - 2753 - 2754
WILDE, 0. 2755-2756-2757
WOOLSEY, 5. C. 2758
WORDSWORTH. 2759
ZAZO, A. 2597
ZAGARRIO, G. 2794
ZWIRNER, G. 2876
QUADERNI DI «LA CAPITANATA» EDITI DALLA
AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA
1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell’opera di Tommaso Fiore (con 9 ill. ni).
1. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (Con 4 tavv.
ill. f. t.).
2. ALDO VALLONE. Correnti letterarie e studiosi di Dante in
Puglia (con 2 tavv. ill. e 2 aut. f.t.).
3. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum «De acquadiensium
oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4
tavv. ill. f.t.).
4. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio
«Gargano» 1967).
5. VINCENZO TERENZIO. Umberto Giordano cento anni dalla
nascita (con 4 tavv. ill. f. t.).
6. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv.
f.t.).
7. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia alto
medievale (con 6 tavv. f.t.).
8. I a Mostra bibliografica del Gargano (con ill. nel t. e 12 tavv.
f.t.).
Direzione di «La Capitanata » presso la Biblioteca Provincale di Foggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dogana
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