la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia Anno VI (1968) n. 1-3 (genn.-giu.) L'ANNO DI VICO Presenza* Il decennio dal '60 al '70 è ricco di fauste ricorrenze per la nascita di grandi italiani: Galileo, Dante, Croce, Campanella, Vico, Machiavelli e licet a noi dauni, con dovuto senso di proporzione, aggiungere Umberto Giordano. La dibattuta e discussa celebrazione per il centenario della nascita di D'Annunzio si è comunque conclusa, come acutamente notava Mario Fubini, all'insegna dell'eppure... E si concluderà all'insegna dell'eppure l'anno di Vico? Di là dalle celebrazioni ufficiali, accademiche e sporadicamente periferiche, si potrebbe forse dire che qualche cosa non « ingrana », oggi come al suo tempo, di questo genio irrimediabilmente anacronistico. Dalle pagine di questa rivista ci si è chiesto quale la componente che permane di Galileo, di Dante, di Croce nella nostra formazione mentale e nella cultura o civiltà italiana, europea, universale. Scarsa o molta che sia l'influenza del pensiero vichiano, esso ha avuto una dubbia risonanza, ora letteraria, ora politica, ora scientifica; e le implicazioni, o meglio, complicazioni di psicologia e sociologia hanno portato a un ulteriore fraintendimento o gonfiamento dell'opera del pensatore napoletano (e ora si son messi anche i fisici a stiracchiare la co* Ad Alfredo Petrucci nell'ottantesimo della sua nascita. 1 smologia del De Antiquissima). Eppure quest'ostrica abbarbicata allo scoglio del passato e della tradizione classica e rinascimentale apre le valve con dentro una perla di luci nuova, che ci proviene proprio da quel passato. Nelle placide ore d'inverno, accanto a una stufa, il francese Cartesio accende tranquillamente la miccia di un razionalismo che porta difilato alla iconoclasta rivoluzione, che abbatte troni ed altari e con la ghigliottina intende distruggere non solo i re, ma anche l'ingombrante passato, le tradizioni, la storia. In una tetra casa della vecchia Napoli, tra angustie e miserie familiari, il popolano e solitario pensatore napoletano, partendo proprio dal forte sentore di storicità proveniente dal senso, dalle passioni, dal sentimento, dalla tradizione, dal passato, accende la miccia di un pensiero più rivoluzionario e gravido di futuro e che vede e intravede il razionale nell'irrazionale: quella vitalità che si sprigiona dalla matta bestialità e che rese inquieto e tormentoso il pensiero di un Croce al tramonto, testimone di due furibonde e travolgenti guerre mondiali. Se Cartesio dice « io penso », Vico vuole sapere come si fa a pensare, come si fa a fare, che significato e valore ha tutto l'agire umano nelle molteplici sue manifestazioni: religiose, morali, giuridiche, mitiche, etiche, estetiche ed economiche, tutte intese quali modificazioni della medesima mente umana e del senso e del sentimento. Insomma, per la prima volta, il popolo, l'intero popolo, il genere umano - com'egli usa dire - è il vero soggetto e protagonista della storia e per la prima volta l'oggetto della speculazione filosofica. Non per nulla, cioè non gratuita è perciò l'attenzione di quella dottrina socio-politica che va da Marx a Trotzkij, da Michelet a Sartre. Idea e fatto, vero e certo, nella loro mutualità, determinano e creano l'azione e la scienza umana, oltre le quali le scienze della natura o cadono nella minuzia del particolare o sconfinano nelle ipotesi mitiche. Di qui il disinteresse di Marx per le teorie evoluzionistiche di Darwin, proprio mentre pone l'accento su Vico e sulla storia fatta dagli uomini. (Le difficoltà di interpretazione 2 della realtà « non sorgono quando l'uomo è l'inizio di se stesso e, di conseguenza, del suo operare dialettico » - Sartre). Da qui la diffidenza di Croce, spiegabile se non giustificabile, per le scienze esatte con i suoi pseudoconcetti. Poiché dunque la storia è frutto dell'umano sentimento e dell'umano pensiero, Vico « non esitò ad affermare che nell'antichità solo l'istinto o il senso, l'irrazionale furono alla base della storia ». Non è di gusto il precursorismo ad ogni costo e si farebbe, in ogni caso, un torto a Vico; ma non vanamente si insiste sulla intuizione vichiana della matematica come puro e astratto e convenuto prodotto della mente umana, della fisica galileiana intesa dinamicamente e relativisticamente, fino a far pensare a qualcuno (Pannaria) a lampi di intuizione che preludono a Poincaré, a Lorentz, a Planck. Superfluo dire a quale buon diritto il Vico è ritenuto il fondatore dell'estetica contemporanea, con totale capovolgimento di una dottrina da oggettivistica a soggettivistica; ed è questo il campo più vistoso della rivoluzione vichiana e dell'entusiasmo quasi fatuo che va dal Romanticismo all'Idealismo. Fecondità di un pensiero che anima e ispira gli stessi programmi scolastici italiani, additando al maestro un fanciullo tutto « spontaneità e fantasia »; fecondità di un pensiero che scopre segretamente una delle linee ispiratrici fondamentali della poesia leopardiana (gli « ameni inganni », i « fantasmi », le « illusioni » che confortano l'esistenza umana), e foscoliana (i Sepolcri esprimono, tra l'altro, una pregnante lettura della Scienza Nuova). Entrando in merito, tuttavia ci si chiede fino a qual punto il Vico possa ritenersi compresente al pensiero e alla mentalità contemporanea. Spesso, in ricorrenze del genere, ci può essere una doppia forzatura, sia nel volere « attualizzare » ad ogni costo, un pensiero, una dottrina, sia nel deformarli, ora con intenti di volgarizzamento, ora, e questo purtroppo è accaduto a Vico in modo particolare, nell'interpretarne tendenziosamente l'opera: ieri, da parte dei romantici, degli storicisti, dei positivisti, degli idealisti e dei neo-scolastici; e oggi, da parte dei filosofi impegnati materialisticamente, o, caso strano, dei cattolici integralisti. 3 Leggevo proprio nei giorni scorsi, appunto, che una colpa che si fa a Vico da più parti, è quella di non perdonargli di essere stato - paradossale situazione di un genio - ora il precursore dello storicismo idealistico, ora addirittura del marxismo. Intanto io mi chiedo se stiamo per togliere le bende a una mummia. E' un atto che impone un'assoluta spregiudicatezza di fronte all'autore, e una sana e guardinga diffidenda verso tutte le interpretazioni interessate di destra e di sinistra. E mi valga il « lungo studio » e il « grande amore » che ho portato verso il filosofo napoletano, sorretto in merito da due grandi Maestri: Benedetto Croce e Guido De Ruggiero. Nel guardare la figura di quest'uomo, di questo piccolo borghese, figlio di un modestissimo « libraiuccio », dalla mente ardentissima, salta evidente una considerazione sulle condizioni di fondo del pensiero meridionale: la sua autentica tragicità esistenziale, il suo svolgersi e dibattersi tra miserie quotidiane e pensieri d'universale grandezza, tipici di noi meridionali, un po' moralmente orientali; di una pigrizia insomma fervida di introspezione e speculazione, di cui in Italia pare possediamo il monopolio, se facciamo eccezione di Rosmini e di Gioberti. E se facciamo eccezione dell'olimpicità di due grandissimi pensatori meridionali: Tommaso D'Aquino e Benedetto Croce, tutti gli altri confermano la regola di un pensiero che si svolge e si dibatte tra miserie fisiche, morali, storiche, sociali, religiose e politiche. Basti pensare alle avversità affrontate da un Telesio, da un Giordano Bruno, irrequieto esule finito sul rogo; a un Tommaso Campanella che languì per vari motivi religiosi e politici per circa 29 anni nel carcere, e anche a un Giovanni Gentile, vittima di una faziosità gratuita; per non accennare che ai grandi e ai grandissimi. « Mastro Tisicuzzo » - così lo appellava il suo collega maggiore all'università, Nicola Capasso - visse sempre tra infinite angustie e ristrettezze di ogni genere. Figlio appartenente a una famiglia di otto figli e padre a sua volta di otto figli, il problema del pane quotidiano fu l'assillo maggiore 4 del Vico, donde si fece, di volta in volta, maestro elementare, insegnante privato, scrivano, storiografo, cortigiano, storiografo ufficiale, sia pure con decoro e dignità sempre, e, tra l'altro, maestro di eloquenza all'università con uno stipendio minimo, quasi un decimo di quello dei suoi colleghi di altre cattedre. Comincia il Vico la sua Autobiografia (sia pure con un falso in atto pubblico giocatogli dalla memoria) così: « Il signor Giambattista Vico egli è nato in Napoli l'anno 1670 da onesti parenti, i quali lasciarono assai buona fama di sé. Il padre fu di umore allegro, la madre di tempra malinconica; e così entrambi concorsero alla naturalezza di questo lor figliuolo. Imperciocché, fanciullo, egli fu spiritosissimo e impaziente di riposo; ma in età di sette anni, essendo col capo in giù piombato da alto fuori d'una scala nel piano, onde rimase ben cinque ore senza moto e privo di senso, e fiaccatagli la parte destra del cranio senza rompersi la cotenna, quindi dalla frattura cagionatogli uno sformato tumore, per gli molti e profondi tagli il fanciullo si dissanguò; talché il cerusico, osservato rotto il cranio e considerando il lungo sfinimento, ne fe' tal presagio: che egli o ne morrebbe o sarebbe sopravvissuto stolido. Però il giudizio in niuna delle due parti, la Dio mercé, si avverò; ma dal guarito malore provenne che indi in poi e' crescesse di una natura malinconica ed acre, qual dee essere degli uomini ingegnosi e profondi, che per l'ingegno balenino in acutezze, per la riflessione non si dilettino dell'arguzie e del falso ». Pagina esemplare per sinteticità e realtà di fatti e di situazioni. Ma ancor meglio dell'« Autobiografia » sintetizza il costante e angoscioso pessimismo di fondo del Nostro, la poesia Affetti di un disperato del 1692, (meditata certamente nella quiete di Vatolla nel Cilento) di evidente ispirazione lucreziana e con accenni, tipici dell'apprensione del Nostro, ai mali del suo tempo, non escluso quello cantato dal Fracastoro: « Perché cadente ormai è 'l ferreo mondo e son già instrutti a farci strazio i fati, di pari con le colpe i nostri mali crebber sugli altri de le prische etati troppo altamente, poiché sotto il pondo di novi morbi i gravi corpi e frali gemono smorti, ed a la tomba l'ali il viver nostro ha più preste e spedite ». 5 Canzone che ritengo ispirata ad una poesia di buona lega, a parte alcuni versi di evidente derivazione di un'Arcadia pur nobile, e una intonazione che prelude sorprendentemente al nostro Leopardi, vi sono versi che « ridono » e si ricordano volentieri, come questi: « Mi venne sol da luminosa parte del cielo una vaghezza di destare a' piè de' faggi e poi de' lauri a l'ombra la bella luce che fa Palme chiare ». Guardiamo ora ad un aspetto di più vivace interesse dell'opera, dell'attività di questo grande filosofo. Il pensiero del Vico si presenta come un magma, una ganga ricchissima di aggregati, in cui si possono riscontrare metalli preziosi congiunti ad elementi molto più vili, ma che, si reggono come eccipienti nel pensiero integrale, in quella gran selva, in questa cattedrale che si erge sui pilastri di illuminazioni geniali e scoperte validissime. Il Cartesio è appellato il padre della filosofia contemporanea, di quella filosofia che va dal razionalismo all'illuminismo: il Vico è certamente il fondatore dello spiritualismo moderno e contemporaneo, che, attraverso il romanticismo, approda allo storicismo contemporaneo. E non importa se si tratti di storicismo assoluto crociano o storicismo dialettico marxista. (Ma fu poi il Marx uno storicista? Croce e Arthusser s'incontrano nel negarlo). Ecco, guardiamo appunto quest'aspetto del pensiero vichiano che si afferma con i segni indiscutibili di un profondo antintellettualismo, segno vero della grandezza di un filosofo. A proposito delle società primitive, il Vico, con sano e robusto realismo, si oppone a ogni concezione convenzionale nella fondazione della « città » umana. E' contro ogni forma affidata al caso (epicureismo) o al fato (stoicismo), o a ogni sorta di contrattualità iniziale (si dice, oggi, programmata o pianificata), contro il Grozio (che in parte segue, del resto). Egli ha presentato, innanzitutto, con crudezza ed acutezza di veduta, i bestioni delle selve, i barbari delle caverne 6 che via via convertono, per pratica ed egoistica utilità, la loro ferocia in forza e questa in virtù. Come Machiavelli, che pure avversa, rileva il fascino che ha la forza sulle menti primitive, che diventa una dialettica lotta della « virtù contro furore » con una originaria partizione di giganti forti e selvaggi, dominatori e giganti, deboli e sottomessi. Egli ha presente che la storia ideale eterna che si raffigura nel tempo e tipicizza in guise, modi, tempi, età, categorie e istituti umani corrispondenti « alle modificazioni della medesima mente ». Vi è un continuo convertirsi dell'idea nel fatto e del fatto nell'idea, donde il conseguente lavoro dei filologi e dei filosofi, in un campo in cui il Vico vanta fieramente il diritto del primo occupante. Il Vico ha presente come società tipica quella romana, ora idealizzata filosoficamente, ora generalizzata con empirica sociologia. Sarà bene leggere qualche pensiero: « Con l'occasione di queste cose, Plutarco nel Teseo dice che gli eroi si recavano a grande onore e si riputavano in pregio d'armi con l'essere chiamati « ladroni », siccome, a' tempi barbari ritornati, quello di « corsale » era un titolo riputato di signoria ». Tornato a Roma, così il Vico in una « degnità ». « E' pur aureo negli stessi libri d'Aristotele quel luogo ove dice che nell'antiche repubbliche i nobili giuravano d'esser eterni nemici della plebe. Questa degnità ne spiega la cagione de' superbi, avari e crudeli costumi de' nobili sopra i plebei, ch'apertamente si leggono sulla storia romana antica. Ché, dentro essa finor sognata libertà popolare, lungo tempo angariarono i plebei di servir loro a proprie spese nelle guerre, gli anniegavano in un mar d'usure, che non potendo quelli meschini poi soddisfare, gli tenevano chiusi tutta la vita nelle loro private prigioni, per pagargliele co' lavori e fatighe, e quivi con maniera tirannica gli battevano a spalle nude con le verghe come vilissimi schiavi ». Ed allora è costretto a parlare di « dure necessità » che sgombrano il terreno da tutta quella mitologia gloriosa che avvolge di vapori la storia romana: 1. gli eroi giuravano di essere nemici della plebe; 2. di tenere la ricchezza nell'ambito della loro classe; 7 3. di evitare al sommo le guerre per non armare la plebe; 4. di non concedere diritti « bonitarii » e « quiritarii » al popolo, servendosi nei campi di schiavi e di stranieri, e di tener vincolati (nexi) come schiavi i debitori insolvibili. Gli eroi sono rappresentanti di determinata classe, e i re fan parte di essa, cioè di quella aristocratica: « Perché nei tempi eroici, nei quali gli stati furono aristocratici..., gli eroi avevano privatamente ciascuno gran parte della pubblica utilità, ch'erano le monarchie famigliari conservate lor dalla patria, e, per tal grande particolar interesse, conservato loro dalla repubblica ». Noi « stendiamo » a seguire gli storici che ci hanno preceduto, dalla cacciata dei re fino alla seconda guerra cartaginese. « Bruto che consagra con due suoi figliuoli la sua casa alla libertà; Scevola che, col punire del fuoco la sua destra, la quale non seppe ucciderlo, atterrisce e fuga Porsenna, re de' toscani; Manlio detto « l'imperioso » che, per un felice peccato di militar disciplina, istigatogli da stimoli di valor e di gloria, fa mozzare la testa al suo figliuolo vittorioso; i Curzi che si gittano armati a cavallo nella fossa fatale; i Deci, padre e figliuolo, che si consagrano per la salvezza de' lor eserciti; i Fabrizi, i Curi, che rifiutano le some d'oro da' sanniti, le parti offerte de' regni da Pirro; gli Attili Regolo che vanno a certa crudelissima morte in Cartagine per serbare la santità romana de' giuramenti: che pro fecero alla misera ed infelice plebe romana? che per più angariarla nelle guerre, per più profondamente sommergerla in mar d'usure, per più a fondo seppellirla nelle private prigioni de' nobili, ove gli battevano con le bacchette a spalle nude a guisa di vilissimi schiavi? E chi voleva di un poco sollevarla con una qualche legge frumentaria o agraria, da questo ordine di eroi, nel tempo di essa romana virtù, egli era accusato e morto come rubello: qual avvenne, per tacer d'altri, a Manlio Capitolino, che aveva serbato il Campidoglio dall'incendio degl'immanissimi Galli senoni; qual in Isparta (la città degli eroi di Grecia, come Roma lo fu degli eroi del mondo) il magnanino re Agide, perché aveva attentato di sgravare la povera plebe di Lacedemone, oppressa dall'usure de' nobili, con una legge di conto nuovo, e di sollevarla con un'altra testamentaria... funne fatto strozzare dagli efori ». La lotta continua del popolo contro i patrizi è, per l'appunto, diretta alla conquista di tutti i diritti civili dei plebei, 8 passando da quelli « bonitarii » a quelli propriamente civili, e cioè, « quiritarii »; per esempio, consacrare solennemente nozze non con i patrizi, ma come i patrizi. Anche lo stesso Catone Uticense si suicida, non per l'ideale amore di libertà, ma perché, scomparso Pompeo, si sente impari alla lotta per la sua classe che egli deve sostenere contro Cesare. Cosicché, « che romana virtù dove fu tanta superbia? che moderazione dove tanta avarizia? che mansuetudine dove tanta fierezza? che giustizia dove tanta inegualità? ». A questo punto, è chiaro, si profila una grande ombra: quella di chi ha imperniato tutta la storia sull'economica lotta di classe. Conviene per un momento far punto e voltare pagina. Praga, Marx, Mao, Marcuse. La domenica 10 marzo, abbiamo appreso dalla radio che tremila studenti si sono recati alla tomba di Giovanni Masaryk, appellandolo « grande figlio di un grande padre ». Questi terribili studenti che fanno la storia! Sempre all'avanguardia nell'ottocento romantico e risorgimentale e in questo secolo, da Serajevo a Budapest, a Praga, a Varsavia. E ci si informa che gli studenti italiani avanzano con Mao e Marcuse sotto il braccio, ma non sappiamo quali siano le nuove o vecchie bibbie degli studenti delle capitali dell'Europa Orientale. Fu infatti Tommaso Masaryk, primo Presidente della Cecoslovacchia libera dopo la grande guerra, colui che meglio fece conoscere il nostro Vico nel mondo della cultura orientale: una conoscenza scientificamente meglio circostanziata e scientificamente precisata. Ma già nel clima di fervore romantico dell'ottocento europeo vi fu per il Vico una infatuazione di moda. Come ora non si è « op to date » », se non si conosce Marcuse, venti anni fa Sartre, quaranta anni fa Proust, nei salotti ottocenteschi, francesi soprattutto, Balzac notava che non si era « à la page » se non si fosse parlato del Vico. Con Michelet in Russia un primo entusiasmo, con interessi sociopolitici, lo notiamo in Herzen, esule russo e amico di Saffi e Mazzini. Il Dostoevskij scrive al fratello Michele, in Parigi, perché gli compri una copia della « Scienza Nuova » « à tout prix » e, non per nulla, stando sempre in Russia, nelle 9 sue « Memorie », Lev Trotzkj cita in prima pagina il nostro Vico. E, finalmente, venendo all'argomento, Carlo Marx, nel primo capitolo del « Capitale », così in una nota: « Darwin ha fatto rivolgere l'attenzione sulla storia della tecnologia naturale, vale a dire sulla formazione degli organi delle piante e degli animali considerati come mezzi di produzione per la loro vita. La storia degli organi produttivi dell'uomo sociale, base materiale d'ogni organizzazione sociale, non sarebbe forse degna di tali ricerche? E non sarebbe egli più facile il condurre tale impresa a buon fine, giacché, come dice Vico, la storia dell'uomo si distingue dalla storia della natura in ciò che noi abbiamo fatto quella e non questa? ». In un certo qual modo questa aspirazione marxiana per una storia della civiltà tecnologica è stata accolta, come leit motiv, dal Marcuse nell'ormai famoso libro L'uomo a una dimensione. Questa segnalazione di Marx sarà feconda di un lungo e storico cammino nel campo della speculazione sociale e sindacale che, secondo Croce, « tra l'altro, indurrà Giorgio Sorel a studiare direttamente le opere del Vico, divenuto poi per lui, insieme col Proudhon, il Le Play e appunto il Marx uno, per parlare vichianamente, dei suoi " quattro autori " ». Ma il Marx non lesse direttamente la Scienza Nuova, ma forse in una traduzione della Belgioioso, intorno al 1850, e cioè, due anni dopo la pubblicazione del Manifesto. Marx, inoltre, nel saggio Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, pubblicato in una rivista americana nel 1852, già accenna, secondo il Fisch indirettamente, allo stesso concetto vichiano esposto nella nota sopracitata del Capitale. Comunque egli discorre diffusamente del Nostro in una lettera londinese del 1852 a Ferdinando Lassalle. « Comincia a meravigliarsi come mai dal System der erworbenen Rechte del Lassalle apparisse evidente nell'autore la nessuna conoscenza della Scienza Nuova. Non che da questa il Lassalle, dato il fine del suo libro, avrebbe potuto trarre giovamento diretto: vi avrebbe trovato, tuttavia, una considerazione filosofica dello spirito del diritto romano « in opposizione a quella dei filistei 10 del diritto ». Certamente, qualora avesse tenuto presente l'opera originale, difficilmente il Lassalle ne avrebbe cavato le mani, dal momento che essa sembrava al Marx composta « nello stranissimo dialetto napoletano » (e dire che il povero Vico a nulla forse s'era affaticato tanto nello scrivere quanto a non discostarsi dal più puro « toscano » del Tre e Cinquecento!) (CroceNicolini: Bibliografia vichiana, II, pag. 714). Vero è che queste considerazioni del Croce maturo non affiorano nel giovanile saggio Materialismo storico ed economia marxistica, nel quale Vico è mentovato una sola volta per un analogico raffronto formale tra la Scienza Nuova e il Capitale, che apparivano entrambe « asimmetriche, disordinate, sproporzionate, urtanti contro tutte le leggi dell'estetica ». Non mette conto, infine, ricordare i consigli di eguale natura per una profittevole lettura della Scienza Nuova indirizzati da Marx al suo sodale Engels e a quel pasticcione del genero Paul Laforgue. Passiamo, invece, dalla forma alla sostanza per notare le differenze fondamentali, anzi divergenze di tesi materialistiche e spiritualistiche tra Vico e Marx (anche se vi è da notare che cattolici come Sciacca e marxiani nostrani e francesi cercano un punto d'incontro nel parlare di antropologismo vichiano, al fine di evitare il detestato scoglio dello storicismo assoluto) anche perché ridurre la speculazione filosofica ad antropologismo significherebbe degradarla a zoologismo, ricordando quanto ebbe a dire B. Croce contro il razzismo del nazismo. 1. Basandosi sul principio aristotelico del conoscere per causa, Vico e Marx distolgono lo sguardo dalla natura, lo affisano esclusivamente sul mondo degli uomini e cercano, con basi scientifiche, di interpretare la storia umana rilevando attività tipiche nelle relazioni umane e nella vita associata. Senonché Marx pensa, materialisticamente, a linee prestabilite, con ripetizioni meccaniche e deterministiche, Vico a forme creative in cui la ripetizione fenomenica non ricorre pedissequamente, ma a spirale saliente con sviluppo e arricchimento della civiltà. 2. Come è noto, Marx distingue attività primarie e 11 secondarie, quelle che, poi, con linguaggio tuttora corrente, si chiameranno strutture e sovrastrutture: le prime attengono strettamente alla conquista dei beni materiali ed economici (vitto, alloggio, indumenti, ecc.), le altre all'arte, alla scienza, alla religione, al diritto, alla politica, ecc. Basta leggere una qualsiasi « degnità » della Scienza Nuova per rilevare come nel Vico non si faccia mai questione di priorità: usi, costumi, « commerzi », « allianza », lingua, religione, diritto iconomia, cioè saggia educazione dei figli e dei famuli, sono attività che nascono simultaneamente nel mondo dei bestioni in modo barbarico, eroico, « poetico ». 3. Ma c'è una considerazione di fondo, che è uguale in tutti i grandi, in Socrate e in Vico, in Croce e in Goethe: tutta la storia dell'umanità è storia religiosa, nel significato più ampio umano e divino della parola. Nei bestioni fondatori della vita associata vi era una scintilla della divinità che imponeva anzitutto il pudore di sé e il timore di Dio. Dal che si desume, vichianamente, che l'uomo col pudore si coprì e usò con determinata donna, dando origine alla famiglia; e col timore di Dio, nato con l'osservazione anche di spaventevoli manifestazioni metereologiche e telluriche, sorsero la religione e la scienza; il mito, forma semifantastica di conoscenza; il linguaggio, la poesia, la giustizia e così via. 4. Se con crudo realismo Vico sente la dura necessità di sfatare la sognata grandezza di Roma, egli però nota che, nell'evoluzione della lotta di classe, il popolo, con la conquista di tutti i diritti civili, tende egoisticamente, anch'esso, al suo bene « particolare » : gli agi, le mollezze, le « dilicatezze » e l'affetto per i propri figli e parenti fanno perdere al popolo il senso dello Stato che era, invece, radicato e profondo negli aristocratici sino al consapevole sacrificio dei beni particolari, minimi o marginali. 5. Ma la considerazione suprema da fare, e che il Vico ostinatamente ribadisce nei suoi principi, negli elementi e nel metodo, é quella che tutta l'attività umana è retta, anzi ha per attrice fondamentale, la divina Provvidenza; la quale, ora per vie contorte, ora « con raggirato lavoro », è sempre, « con libero spirito », riconoscibile in tutte le manifestazioni uma12 ne, nelle modificazioni della medesima mente e nell'espressione di tutti i bisogni. C'è questo passo del metodo nella Scienza Nuova su cui molti non hanno ancora meditato abbastanza o hanno voluto e vogliono equivocare. « 1. Per tutto ciò dobbiamo cominciare da una qualche cognizione di Dio, della quale non sieno privi gli uomini, quantunque selvaggi, fieri ed immani. Tal cognizione dimostriamo esser questa: che l'uomo, caduto nella disperazione di tutti i soccorsi della natura, desidera una cosa superiore che lo salvasse. Ma cosa superiore alla natura è Iddio, e questo è il lume ch'Iddio ha sparso sopra tutti gli uomini. Ciò si conferma con questo comune costume umano: che gli uomini libertini, invecchiando, perché si sentono mancare le forze naturali, divengono naturalmente religiosi. 2. Ma tali primi uomini, che furono poi i principi delle nazioni gentili, dovevano pensare a forti spinte di violentissime passioni, ch'è il pensare delle bestie. Quindi dobbiamo andare da una volgare metafisica e da quella ripetere il pensiero spaventoso d'una qualche divinità, ch'alle passioni bestiali di tal'uomini perduti pose modo e misura e le rendé passioni umane. Da cotal pensiero dovette nascere il conato, il qual è proprio dell'umana volontà, di tener in freno i moti impressi alla mente del corpo, per o affatto acquetarli, ch'è dell'uomo sapiente, o almeno dar loro altra direzone ad usi migliori, ch'è dell'uomo civile. Questo infrenar il moto de' corpi certamente egli è un effetto della libertà dell'umano arbitrio, e sì della libera volontà, la qual è domicilio e stanza di tutte le virtù, e, tra le altre, della giustizia, da cui informata, la volontà è 'l subbietto di tutto il giusto e di tutti i diritti che sono dettati dal giusto. 3. Ma gli uomini, per la loro corrotta natura, sono tiranneggiati dall'amor proprio, per lo quale non sieguono principalmente che la loro utilità; onde eglino, volendo tutto l'utile per sè e niuna parte per lo compagno, non posson essi porre in conato le passioni per indirizzarle a giustizia. Quindi stabiliamo: che l'uomo nello stato bestiale ama solamente la sua salvezza; presa moglie e fatti figliuoli, ama la sua salvezza con la salvezza della città; distesi gl'imperi sopra più popoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle nazioni; unite le nazioni in guerre, paci, allianze, commerzi ama la sua salvezza con la salvezza di tutto il gener umano: l'uomo in tutte queste circostanze ama principalmente l'utilità propria. Adunque, non da altri che dalla provvedenza divina deve essere tenuto dentro tali ordini a celebrare con giustizia la famigliare, la civile e finalmente l'umana società; per gli quali ordini, non potendo l'uomo conseguire ciò che vuole, almeno voglia conseguire ciò che dée dell'utilità: ch'è quel che dicesi « giusto ». Onde quella che regola tutto il giusto degli uomini è la giustizia divina, la quale ci è ministrata dalla divina provvedenza per conservare l'umana società ». 13 Siamo, come ognun vede, all'astuzia della ragione della Hegel e alla eterogenesi dei fini nel campo delle scienze naturali, già notata dal Wundt. Ma per quel tanto che mi son proposto di dimostrare, ci possiamo riferire alla sintetica espressione del Foscolo nei versi di sicura ed evidente ispirazione vichiana: « Dal dì che nozze e tribunali ed are / diero alle umane belve esser pietose / di se stesse e d'altrui... ». Dunque, la civiltà nasce fondata sui pilastri della famiglia, della religione, della giustizia e dell'educazione dei figli: pilastri o strutture portanti - come si direbbe - indispensabili tutte ed essenziali: ed un elementare senso architettonico ci fa rifiutare ogni gerarchia o primarietà unilaterale. PASQUALE SOCCIO Il Subappennino dauno Appunti per un'azione organica e coordinata La Capitanata è costituita di tre zone, aventi particolari caratteri: il Tavoliere, il Subappennino e il Promontorio garganico. In uno studio recentemente pubblicato dall'Unione Italiana delle Camere di Commercio, il prof. Tagliacarne comprende rispettivamente: Nel Tavoliere: Apricena, Ascoli Satriano, Candela, Carapelle, Cerignola, Chieuti, Foggia, Lesina, Lucera, Manfredonia, Margherita di Savoia, Ortanova, Poggioimperiale, San Ferdinando di Puglia, San Paolo di Civitate, San Severo, Serracapriola, Stornara, Stornarella, Torremaggiore, Trinitapoli, Troia. Nel Gargano: Cagnano Varano, Carpino, Ischitella, Isole Tremiti, Mattinata, Monte S. Angelo, Peschici, Rignano Garganico, Rodi Garganico, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Sannicandro Garganico, Vico del Gargano, Vieste. Nel Subappennino: Accadia, Alberona, Anzano di Puglia, Biccari, Bovino, Carlantino, Casalnuovo Monterotaro, Casalvecchio di Puglia, Castelluccio dei Sauri, Castelluccio Valmaggiore, Castelnuovo della Daunia, Celenza Valfortore, Celle S. Vito, Deliceto, Faeto, Monteleone di Puglia, Motta Montecorvino, Orsara di Puglia, Panni, Pietra Montecorvino, Rocchetta S. Antonio, Roseto Valfortore, San Marco la Catola, S. Agata di Puglia, Volturara Appula, Volturino. Questa suddivisione non coincide perfettamente con i confini territoriali del Comprensorio Turistico Garganico, dei Consorzi di Bonifica Montana del Gargano e del Subappennino e del Consorzio Generale di Bonifica di Capitanata, oltre che con le suddivisioni comunemente accettate. Fra quelle tre aree economiche lo studio fa significativi raffronti, che non possono non far meditare chi ha responsabilità politiche ed amministrative estese all'intero territorio provinciale. 15 Nel periodo in esame 1951-1965 il Tavoliere presenta un aumento della popolazione da 407.960 abitanti a 452.023 con una variazione positiva del 10,80 %; il Gargano un aumento piú modesto da 139.088 a 140.317 abitanti con una variazione positiva dello 0,88 %; mentre il Subappennino presenta una grave diminuzione da 112.611 a 88.306 abitanti con una variazione negativa del 21,58 %. Ciò significa che il Subappennino ha pagato il piú alto scotto all'emigrazione. La popolazione attiva, in base al censimento del 1961, era cosí occupata: Tavoliere: 49,27 % in agricoltura, 50,73 % in attività extra agricole. Lo stesso raffronto è del 59,95 % e del 40,05 % per il Gargano; del 67,84 % e del 32,16 % per il Subappennino. Il Subappennino, cioè, malgrado il salasso demografico subito, ha ancora la maggior parte della popolazione agricola, mentre è noto che ogni economia in sviluppo tende a ridurre a percentuali molto basse il numero degli addetti all'agricoltura. Ancor piú significativo è il raffronto del prodotto delle attività private nel 1965. Il prodotto complessivo del Tavoliere è stato di 191 miliardi e 35 milioni, di cui 61 miliardi e 908 milioni di prodotto agricolo e 129 miliardi e 127 milioni di prodotto extra-agricolo. Quello del Gargano è stato di 55 miliardi e 235 milioni di cui 25 miliardi e 821 milioni di prodotto agricolo e 29 miliardi e 414 milioni di prodotto agricolo e 29 miliardi c 414 milioni di prodotto extra-agricolo; mentre quello del Subappennino è stato di soli 40 miliardi e 98 milioni, di cui 22 miliardi e 243 milioni di prodotto agricolo e 17 miliardi e 855 milioni di prodotto extra-agricolo. Analoghe differenze vengono evidenziate da un esame dei consumi. Su un totale Italia di 1.000, il Tavoliere ha avuto, nel 1965, il 7,71 di abbonati alla televisione, il Gargano l'1,13, il Subappennino lo 0,70; i partecipanti agli spettacoli cinematografici sono stati, nel 1964, sempre su un totale di 1.000 in Italia, 10,23 nel Tavoliere, 2,65 sul Gargano, 0,65 nel Subappennino. La spesa per i tabacchi, nel 1965, è stata di 7,30 nel Tavoliere, di 1,28 nel Gargano e di 0,79 nel Subappennino. Se diamo uno sguardo all'istruzione, apprendiamo che, in base al censimento del 1961, su una media di analfabeti in Italia del 7,41 %, gli analfabeti nel Tavoliere costituiscono il 12,63 % della popolazione; il 15,57% nel Subappennino, il 17,140,% nel Gargano; ed i cittadini privi di un titolo di studio, su una media del 21,72 % in Italia, sono il 16 29.92 % nel Tavoliere, il 35,37 % nel Subappennino, il 37,32 % nel Gargano. Le abitazioni sfornite di acqua potabile e latrina, su una media Italia del 6,13, sono il 13,62 % nel Tavoliere, il 26,72 % nel Subappennino, del 38,20 % sul Gargano. Ed infine, su una media italiana di 106 abitanti per posti letto disponibili in istituti di cura, il rapporto è di 131 per il Tavoliere, di 250 per il Gargano e di ben 5.887 per il Subappennino. Queste eloquenti cifre spiegano perchè, su 260 aree economiche in cui è stata divisa l'Italia, il Gargano ed il Subappennino occupino gli ultimi posti in quasi tutte le seguenti graduatorie. Graduatoria movimento demografico 1951-1965: - Tavoliere 82 posto - aumento del 10,80 %; - Gargano 133 posto - aumento dello 0,88 %. - Subappennino 242 posto - diminuzione del 21,58 %. Saldo migratorio popolazione dauna 1962-1965: - Tavoliere 161 posto - variazione percentuale diminuzione del 3,34 % ; - Gargano 207 posto » » » » 5,22 % ; - Subapp.no 243 posto » » » » 8,43 %. Graduatoria in base al prodotto privato nel 1965: - Tavoliere 25 posto; - Gargano 141 posto; - Subappennino 172 posto. Indice consumi non alimentari: - Italia 1; - Milano 2,19; - Tavoliere 0,82 % posto 117; - Gargano 0,51 % posto 212; - Subappennino 0,38 % - terz'ultimo posto assoluto in Italia. Per non elencare altri dati statistici, è bene andar subito al giudizio finale complessivo. Nella graduatoria generale complessiva delle 260 aree economiche, il Tavoliere occupa il 160° posto con punti 758, il Gargano il 232° posto con punti 1024, il Subappennino il 248 posto (il terz'ultimo) con punti 1.092. Sarebbe interessante conoscere i dati statistici fino a quest'anno, per verificare se gli andamenti predetti hanno subito variazioni. 17 Allo stato, possiamo e dobbiamo fare una constatazione ed enunciare un preciso impegno: 1) l'indagine del prof. Tagliacarne, preoccupante radiografia della situazione, convalida l'impressione negativa che chiunque può cogliere, visitando il Subappennino, del suo stato di isolamento e di depressione; 2) occorre, da parte di tutti, un maggiore e coordinato intervento a favore di quella zona, per ottenere il necessario riequilibrio interno tra i comprensori della provincia. Il Subappennino, fra le tre aree economiche della nostra Provincia, è dunque quella meno sviluppata e la più bisognevole di interventi. Mentre, però, il Tavoliere ed il Gargano si aspettano una accellerazione dello sviluppo economico rispettivamente dall'irrigazione, dalla industralizzazione e dal turismo, nessuna prospettiva chiara e sicura si viene delineando per il Subappennino. Eppure la politica di programmazione, instaurata dal Centrosinistra, si propone l'obiettivo della riduzione degli squilibri territoriali esistenti non solo su scala nazionale, ma anche all'interno delle regioni e delle provincie. Ed è per questo che la legislatura che sta per iniziarsi deve vedere tutti impegnati, nella nostra Provincia (rappresentanza parlamentare, autorità politiche ed amministrative e classe dirigente in genere) nella risoluzione dei problemi di fondo del Subappennino. Così come lo sviluppo economico italiano è intimamente legato allo sviluppo del Mezzogiorno, allo stesso modo il progresso della nostra Provincia non potrà mai essere armonico e completo senza lo sviluppo del Subappennino. Ciò non significa che, per il Subappennino il 1968 debba essere considerato l'anno zero della sua vita nuova, perché ogni rinnovamento si pone in un rapporto di continuità con il passato; perché la storia, come la natura, non fa salti. Non si dimentica quanto si è fatto nel passato, per il Subappennino, specie ad opera dei Governi democratici del secondo dopoguerra. Ma ora è necessario molto di più; è necessario, soprattutto, che tutti gli enti pubblici, a cominciare dallo Stato, intervengano con maggiore intensità, con organico coordinamento, per valorizzare tutte le possibili risorse, operando contemporaneamente per potenziare e ammodernare servizi civili. 18 Il primario, indispensabile intervento dovrà essere spiegato in direzione della difesa e della conservazione del suolo. Il programma economico nazionale quinquennale prevede, all'art. 13, ed a tale scopo, un investimento di 900 miliardi. Bisogna fare in modo che una consistente aliquota di detto stanziamento venga destinato al Subappennino, per rimboschimenti, riordino fondiario, regolamentazione ed utilizzazione delle acque, eliminazione frane, ecc. Quale può essere, allora, la politica dell'Amministrazione Provinciale di fronte ai problemi del Subappennino, che sono di dimensioni così ampie? E' necessario, prima di tutto, che l'Ente manovri gli strumenti di intervento, sia pure modesti, dei quali dispone, per perseguire un riequilibrio interno tra i tre comprensori della Capitanata. Ciò significa, con linguaggio semplice e chiaro, piú finanziamenti provinciali a favore del Subappennino rispetto al Gargano ed al Tavoliere, che hanno possibilità di ottenere, diversamente, gli investimenti di cui pure essi hanno bisogno. Si deve credere che la « Provincia » stia concretamente attuando questa politica sol che si considerino gl'investimenti destinati nei prossimi due anni ad opere di sistemazioni stradali del Subappennino, finanziamenti, di disponibilità provinciale, per circa 4 miliardi. Non è certo una cifra modesta, se viene rapportata alle possibilità finanziarie dell'Ente, e, soprattutto, a ciò che ha ottenuto il Subappennino nel passato. Per un suo più proficuo intervento, la « Provincia » ha deciso di redigere uno studio generale dei problemi stradali del Subappennino, analogo a quello approntato alcuni mesi fa, per le strade del Gargano. Dopo la redazione di questo studio, disporremo di un utile e moderno strumento di lavoro. Esso dovrà necessariamente raffrontare la spesa delle opere da realizzare ai finanziamenti disponibili, scaglionando l'esecuzione delle opere stesse in un periodo di tempo, in base alle obiettive priorità. Infatti, l'Amministrazione di centro-sinistra vuole eseguire una politica delle cose concrete, commisurando le promesse alle sue reali possibilità operative. Ma quali saranno i collegamenti oggetti dello studio? Il problema dei collegamenti stradali è molto complesso e richiede sagace approfondimento, purtuttavia non è il solo da risolvere nel Subappennino. Per questo ci occuperemo, oltre che delle strade, dell'agricoltura, dell'approvvigionamento idrico, della elettrificazione, 19 del turismo, dell'istruzione pubblica, degli ospedali e degli altri problemi del Subappennino, cercando di dare indicazioni concrete e suggerimenti, frutto del nostro impegno e della nostra esperienza. La rete autostradale italiana in corso di realizzazione costituirà, senza dubbio, uno dei fattori determinanti dello sviluppo economico del Paese. La provincia di Foggia sarà attraversata, per tutta la sua lunghezza, dall'autostrada adriatica, il cui tracciato si svilupperà nella piana ai piedi del Gargano, e, marginalmente, dall'autostrada Napoli-Bari, il cui tracciato lambirà la parte meridionale del territorio provinciale. Nessun tracciato autostradale interesserà il Subappennino, che dovrebbe, pertanto, beneficiare, almeno, di strade interregionali di collegamento veloce, come quelle aperte o in costruzione nelle altre Provincie italiane non attraversate dalla rete autostradale. I collegamenti interregionali che interessano il Subappennino - ed, ovviamente, anche il Tavoliere con il Capoluogo di Provincia - sono quelli con il Molise, con la Campania e con la Lucania. Il collegamento con il Molise, che si svolge attraverso la SS. 17, in corso di ammodernamento, trova la principale strozzatura nella sella di MottaVolturara. Trovasi avviato, per l'approvazione e il finanziamento da parte della Cassa, il progetto per l'apertura della galleria, prevista dal piano di coordinamento Cassa, nel quadro dei provvedimenti atti a rompere l'isolamento del Molise. Viene così a concretizzarsi l'azione svolta da anni dalle Amministrazioni Provinciali di Foggia e Campobasso, diretta a stabilire un collegamento veloce fra la Puglia ed il Lazio attraverso il Molise. La situazione non è altrettanto positiva per il collegamento con la Campania, che si svolge a mezzo della SS. 90, tortuosa ed inidonea, malgrado i costosi e continui miglioramenti. Il problema non potrà ricevere soluzione definitiva, nemmeno con l'apertura del tratto intermedio Avellino-Candela dell'autostrada Napoli-Bari. L'utilizzazione dell'autostrada comporterà, infatti, una disgressione a sud rispetto ad un potenziale collegamento diretto, con conseguente aumento del percorso. Una soluzione alternativa alla variante ipotizzata con la sfortunata SS. 90 bis potrebbe essere posta allo studio con un nuovo tracciato lungo la valle del Celone, per Troia - Celle - Buonalbergo (l'antica via Traiana) che risulterebbe più breve anche in relazione al collegamento con Roma, attraverso Benevento e Telese. 20 Il terzo collegamento interregionale è quello con la Lucania, lungo la direttrice Candela-Basso Melfese-Potenza. L'arteria a scorrimento veloce, anch'essa prevista dal piano di coordinamento Cassa per le esigenze della provincia di Potenza, è in corso di avanzata costruzione a cura dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata. Il tratto ricadente in provincia di Foggia è in parte (Basso MelfeseStazione autostradale Candela) in corso di esecuzione; in parte (Stazione autostradale Candela-Ponte Carapelle) in corso di appalto; mentre l'ultimo tratto dal ponte di Carapelle all'innesto con l'autostrada adriatica, al casello di Foggia posto lungo la SS. 89 Foggia-Manfredonia, è già progettato ed in corso di finanziamento. Ma spettano al Subappennino anche le arterie del comprensorio; arterie che dovranno costituire le infrastrutture di base per il traffico locale ed i collegamenti settentrionali fra le due auostrade Adriatica e Napoli-Bari. Per tale funzione possono essere individuate due importantissime arterie. Una più meridionale, semi anulare, con tracciato che si snoda ai margini superiori della pianura ed alle prime propaggini delle colline, lungo la direttrice Stazione autostradale di San Severo - Lucera - Troia Giardinetto - Lamia - Palazzo d'Ascoli - Stazione autostradale di Candela. L'arteria - che è già integralmente esistente ed è composta da strade statali e provinciali di imminente sistemazione - andrebbe completamente statizzata ed allargata con caratteristiche di strada a scorrimento veloce anche per assolvere ad una funzione di collegameno rapido fra i centri abitati intermedi (San Severo, Lucera, Troia, Bovino, Ascoli, Candela) fra il Capoluogo ed il retroterra subappenninico, in una importante fascia territoriale di saldatura e di cerniera fra aree economiche diverse, posta a corona di Foggia, che non è più pianura e non ancora collina. La seconda arteria, più settentrionale, invece, dovrebbe costruirsi ex novo, dalla Stazione autostradale di Lesina, lungo il corso inferiore del Fortore, le coste del lago di Occhito, la valle della Catola e per Tertiveri, fino all'incrocio con a SS. 90. A nessuno può sfuggire l'enorme importanza, anche turistica, di questa nuova arteria, che farà uscire dall'attuale isolamento gran parte del Subappennino. Bisogna, poi, considerare il problema dei collegamenti dei centri subappenninici con il capoluogo, lungo le seguenti direttrici disposte a 21 ventaglio da Nord ad Ovest: San Severo - Torremaggiore - Casalvecchio Lucera - Pietra Montecorvino - Ponte Forte - Motta - San Marco La Catola Celenza - Carlantino - Lucera - Tertiveri - Alberona - Roseto - Vaccarella Biccari - Roseto - Troia - Castelluccio - Celle - Faeto - Ponte Radogna Deliceto - Accadia - Monteleone - Anzano - Ascoli - Candela - Rocchetta Candela S. Agata - Accadia ecc. e quello dei collegamenti trasversali fra tutte le valli subappenniniche con le seguenti strade: Casalnuovo - Carlantino Serralombardi - Scassabarile - Celenza - Ponte 13 Archi - S. Marco la Catola Ponte S. Giacomo - Volturino - Crocella di Motta - Volturino - Alberona Biccari - Castelluccio Valmaggiore - Roseto - Castelfranco e Roseto - Faeto Bovino - Accadia e Bovino - Panni - Accadia - Bastia - Troia - Orsara ecc. Su tutte queste strade sono in corso od inizieranno fra breve lavori di sistemazione eseguiti a cura e spese del nostro Ente, in attuazione di un programma organico e coordinato, che costituisce il primo tentativo di finalizzare ogni singola opera in rapporto alle esigenze dell'intero comprensorio subappenninico. Ma in tutta la problematica dei collegamenti collinari stradali, primari, secondari e rurali, incombe la spada di Damocle dei dissesti idrogeologici. Le frane danneggiano, non solo le strade, ma spesso gli stessi centri abitati e l'intera economia; d'altra parte la mancanza assoluta di indagini e studi geognostici per la zona del Subappennino rende, poi, ancora più difficile la progettazione e l'esecuzione di qualsiasi opera pubblica. Solo recentemente il Ministero dell'Industria ha deciso di far redigere una carta geologica aggiornata ed approfondita di tutto il territorio nazionale. Sarà così possibile, per la prima volta, conoscere, con sufficiente approssimazione, cosa si nasconde nel sottosuolo del Subappennino, nelle viscere di queste colline che, per essere state... spogliate dalla vegetazione, sono diventate un po' ballerine. Nonostante il salasso demografico subìto, il Subappennino serba la maggior parte della popolazione (il 67,84 per cento) occupata in agricoltura. La diagnosi e le terapie per i mali dell'agricoltura sono state già fatte, chiare, precise,inequivocabili: riforestazione, riassetto idrogeologico, abbandono delle colture cerealicole scarsamente economiche, sviluppo silvopastorale e della zootecnia: insomma più boschi e prati e meno grano. 22 Queste sono le direttrici di fondo, contenute nel « Piano verde n. 2 » e che saranno ancor più largamente previste nella legge per la montagna, che certamente verrà approvata nella nuova legislatura. Nessuna legge, per quanto valida e moderna, può migliorare l'agricoltura collinare senza l'opera degli uomini che vivono sulle colline, che dovranno unire i loro sforzi per tendere al bene comune. Ce lo ricordava il Presidente Moro, inaugurando la nostra Fiera dell'agricoltura e della zootecnia: « Oggi gli agricoltori, i coltivatori diretti, tutti gli operatori agricoli non possono più procedere in ordine sparso, chiudendosi nella siepe del proprio podere, ma devono ricreare quelle forme di organizzazione, di cooperazione, di associazione e di solidarietà con gli altri colleghi necessarie a ridurre i costi di produzione, ad utilizzare economicamente i mezzi tecnici moderni, in una parola, a produrre bene ed a vendere bene ». La realizzazione dei nuovi indirizzi produttivi comporterà automaticamente l'espulsione dal settore agricolo di forti aliquote di addetti. Senza la riconversione e la utilizzazione di questa forza-lavoro in altri settori e particolarmente nell'industria nei servizi e nel turismo, assisteremmo alla accentuazione del triste fenomeno dell'emigrazione, che impoverisce ancor di più la depressa economica locale, con la senilizzazione e femminilizzazione della popolazione residente. Quale può essere, in questo quadro realisticamente negativo, l'azione della nostra classe dirigente, verso un più ordinato assetto territoriale ed economico del Subappennino? Uno degli obiettivi è costituito dal tentativo di contenere la emigrazione o, almeno, di trasformarla da interregionale ed internazionale, in interprovinciale, da definitiva, in provvisoria e pendolare. L'obbiettivo può essere perseguito realizzando, in primo luogo, nuovi posti di lavori nel Subappennino, nei settori economici e nelle località in cui nuove iniziative possano nascere vitali e con prospettive di sviluppo; costituendo, inoltre, nuove fonti di occupazione, nel settore industriale, in località situate ai margini della pianura, in quella fascia territoriale posta a corona di Foggia, che deve essere preservata da un eccessivo urbanesimo; e incrementando, perciò, i centri urbani intermedi fra il Tavoliere e la Collina: Lucera, Troia, Biccari, Zona di Giardinetto, Palazzo d'Ascoli, ecc. Questa ideale soluzione urbanistico-territoriale conserverebbe una funzione ai vecchi centri collinari le cui popolazioni potrebbero tro23 vare l'occupazione a breve distanza dagli abitati, dando luogo a movimenti pendolari quotidiani; diversificando e specializzando l'utilizzazione del territorio e rendendo, per di più, indispensabile il potenziamento, nei vecchi centri, dei servizi civili, con particolare riguardo agli ospedali, alle scuole ed ai trasporti pubblici. Ed è anche in questa direzione, che va considerata la trasformazione in area del nucleo industriale che ha dilatato i confini del territorio di possibile utilizzazione industriale fino ai piedi delle colline. Ma esistono delle attività economiche che possono essere potenziate nel cuore stesso del comprensorio subappenninico. E ci riferiamo, principalmente, al turismo, purché si consideri che i boschi, ricchi di sorgenti e panorami, che si stendono sotto le vette di Monte Sambuco, di Monte Cornacchia, di Salecchia, l'ampio specchio di acqua costituito dal bacino di Occhito ecc., possono attirare correnti turistiche provinciali essenzialmente provenienti dagli assolati ed affollati centri urbani della pianura. Il Subappennino deve attrezzarsi per ospitare questa categoria di turismo, senza pensare, almeno per il momento, al turismo estero e nemmeno a quello nazionale; ciò significa bassi prezzi, attrezzature modeste, pensioni più che alberghi di lusso. trattorie tipiche anzicchè ristoranti sofisticati, ecc. Conviene concentrare gli sforzi per dare un maggior sviluppo alle località già lanciate: bosco di Faeto, bosco di S. Cristoforo, Bovino, zona di Castelnuovo, anche per sfruttare le risorse idrotermali; ma quasi tutto il Subappennino potrà diventare, con il tempo, la residenza estiva delle popolazioni della pianura, e senza l'impiego di ingenti capitali, perché l'acqua, l'aria pura, la frescura e la tranquillità non costano nulla e possono essere messi, senza spesa, a disposizione dei turisti. Non meno carente è la situazione nel settore scolastico. In tutto il Subappennino interno non esiste un solo istituto statale di istruzione media superiore. L'Amministrazione provinciale ha recentemente proposto la creazione del biennio dell'Istituto tecnico industriale ad Accadia: ma bisognerà istituire altre scuole, specie in previsione della probabile prossima elevazione a 16 anni dell'età dell'obbligo scolastico. Anche la situazione dei trasporti pubblici va migliorata, specie 24 in considerazione che il Subappennino è una delle poche zone italiane non attraversate da linee ferroviarie. Le spese per il potenziamento dei servizi civili sono a carattere polivalente; servono cioè per la popolazione locale, ma anche per gli eventuali turisti; per l'agricoltura e per il commercio, ma anche per il turismo: ma sono necessarie, soprattutto, per migliorare il tenore di vita ed assicurare a tutti i cittadini, superando gli squilibri economici, territoriali e sociali, i servizi collettivi indispensabili per la società moderna. Il Subappennino, a differenza del Gargano, non ha da risolvere il problema dell'approvigionamento idrico, mentre esiste quello della elettrificazione rurale. Quando sarà possibile portare la luce nelle campagne - ed è questo uno degli impegni della nuova legislatura - anche i rurali del Subappennino potranno avere convenienza a vivere nei campi. Nel programma dell'ENEL per il quinquennio 1968-1972 è già prevista la costruzione di nuove linee di 20 KW nelle zone Bovino ScaloDeliceto; Stazione Bovino - Bovino Città; Deliceto - Accadia; Monteleone - Anzano di Puglia; Monteleone - Accadia - S. Agata Candela; Bovino Panni - Monteleone; Ordona - Castelluccio dei Sauri; Tertiveri - Alberona - Volturino - Motta; Motta - Volturara; Alberona - Roseto; Troia Castelluccio - Celle - Faeto; è previsto inoltre, il rifacimento totale delle reti di distribuzione nei Comuni di S. Agata di Puglia, Anzano di Puglia, Accadia, Monteleone di Puglia, Orsara di Puglia e Castelluccio Valmaggiore. Molto si sta facendo anche per la realizzazione di strade rurali; l'Amministrazione Provinciale ha già concesso contributi, in aggiunta ai finanziamenti statali ottenuti in base al « Piano verde n. 2 », per la costruzione delle seguenti strade: - Strada in località « Nocelle » del Comune di Anzano di Puglia. Importo progetto lire 7.359.000. Importo contributo L. 2.207.700. - Strada vicinale « Ischia » nell'agro del Comune di Orsara di Puglia. Importo progetto L. 4.187.000. Importo contributo L. 1.256.100. - Strada vicinale: Vecchia dei Mulini S. Domenico - Ignazia del Comune di Troia. Importo progetto L. 40.157.250. Importo contributo L. 5.857.221. - Strada vicinale nell'agro di Castelnuovo della Daunia. Importo progetto L. 18.818.000. Importo contributo L. 5.645.400. 25 - Strada rurale in agro di Accadia. Importo progetto L. 27 milioni 172.444. Importo contributo L. 3.396.500. - Strada rurale in agro di Volturino. Importo progetto lire 17.497.000. Importo contributo L. 2.187.125. Ma le carenze più gravi esistono ancora nel settore dei servizi civili. A tal proposito ricorderò che il piano di edilizia ospedaliera, in corso di attuazione, prevede finanziamenti per il completamento dei soli ospedali per acuti di Troia e Lucera. Bisogna dunque, intervenire affinché vengano ubicate nel Subappnnino alcune delle unità sanitarie di base (ospedali di zona), previste dalla nuova legge ospedaliera. Tutti questi problemi, e gli altri che man mano si presenteranno alle popolazioni del Subappennino, possono trovare una adeguata soluzione solo nell'ambito della politica di programmazione, instaurata dal Governo, che costituisce lo strumento moderno più efficiente per guarire le antiche e secolari malattie dell'economia della nostra zona più depressa con le terapie evolute e democratiche degli anni settanta, razionalizzando l'azione della mano pubblica e coordinandola con la privata iniziativa, sostituendosi così alla prassi degli interventi saltuari e contingenti, con i quali si dissolvono in tanti rivoli improduttivi i limitati mezzi disponibili. La irrigazione in provincia di Foggia Un esame delle condizioni del Tavoliere, allo scopo di verificare la sua realtà fisica e sociologica, è stato più volte tentato. Ora se ne parla nei dettagli per il subentrato intervento dei piani regionali di sviluppo, allo scopo, questa volta, di rendere godibili, subito, i benefici emersi dalla destinazione dei fondi. Un tale riesame, indubbiamente indispensabile per qualificare le scelte effettuate dal programmatore, diventa utile, però, se riesce a creare, nei territori in via di sviluppo, come il nostro, una nuova politica di sistemazione del comprensorio. In altre parole, perfino la disciplina degli investimenti rischia di rimanere avulsa dalla potenzialità delle fonti locali d'energia, quelle umane comprese, se abbonda d'inventari e d'interventi statistici e disattende quei contenuti finalistici, volti a sancire piani e programmi economici a lungo termine e piani e programmi politico-sociali a breve termine. Siamo, come si vede, anima e corpo nel concetto di « bonifica integrale », la quale postula, al di là del fattore economico, la modifica delle strutture ambientali, e, in ordine col programmatore, il quale vuole che il cittadino possa godere del beneficio tratto dall'utilizzazione delle opere, dilatando reddito, personalità e cultura. Il Consorzio di bonifica della Capitanata, ispirandosi al suo teorico e adattando il suo piano d'intervento alle mutate condizioni dei tempi, esigenze umane incluse, è in grado di fornire oggi questo esempio di « modifica intercorrelata delle strutture ». E ciò attraverso vari capitoli della bonificazione in atto: efficienza delle progettazioni e delle esecuzioni; rapporto d'interdipendenza tra destinazione dei fondi e politica di sistemazione del territorio; raccordo tra opere fondamentali di bonifica e irrigazione. La quale, come noto, rappresenta una fase della bonifica e non sortirebbe l'effetto confidato ove restasse tagliata fuori dalle sistemazione monte-piano, dalle regimentazioni torrentizie, dalla stessa animazione culturale del comprensorio. 51 Per dimostrare ch'è in atto un lavoro del genere, e che si è sulla buona strada per abbandonare gli schemi tradizionali d'economia, basti osservare attentamente il programma irriguo perseguito tenacemente dall'Ente e gli sforzi che si fanno, sul piano dell'assistenza tecnica ed amministrativa agli imprenditori agricoli, - senza mitizzare un ceto a scapito dell'altro -, per far camminare di pari passo l'opera fisica e la cultura. Faremo il punto sull'irrigazione, quindi, a cominciare dal: FORTORE L'invaso, come noto, ha una capacità di 333 milioni di metri cubi, di cui utili 250.000.000, ed è sostenuto da un manufatto in terra stabilizzata, la diga, che, a sua volta, comporta una larghezza totale in cresta pari a mt 432, una lunghezza alla base met 340; in sommità mt. 11; cubatura del rilevato mc. 3.100.000; massima altezza di ritenuta mt. 60; superficie lacuale ha 1200; bacino imbrifero Km 1012. E da questo punto che l'acqua dell'invaso s'immette in una galleria di derivazione (lunghezza mt. 15.950; portata massima mc. sec. 30) e sboccherà a Finocchito, sul Tavoliere. Mette conto dire che la Galleria Occhito-Finocchito è stata eseguita in ragione di 14 chilometri e 400. Si prevede di portare a termine il lavoro entro l'anno. Il costo totale dell'opera è di 13 miliardi. Come s'evince dalla cifra si è quasi nell'ordine d'un miliardo a chilometro. Il che dimostra che si lavora in terreni molto difficoltosi, dal punto di vista geologico, e che la penetrazione è di meno di due metri al giorno. Per la diga di Occhito, invece, strutturalmente terminata, si stanno attuando i collaudi, per verificare la stabilità e le eventuali perdite per filtrazione, e attraverso il corpo della diga e attraverso le opere di fondazione. A tutt'oggi, è stato effettuato un primo collaudo portando l'invaso a quota 180 m. sul livello del mare. Ciò, al momento attuale, rappresenta il massimo punto d'invaso autorizzato dello Stato. Prossimamente si raggiungerà la quota 190 m. e, via via, si perverrà al massimo assoluto ch'è di 198 metri sul livello marino. Termine di previsione per la scadenza del collaudo finale: il 1969. Il costo della diga è di 7 miliardi e 700 milioni. L'acqua dell'invaso attraverserà, quindi, la galleria e sboccherà 52 in una vasca a cielo aperto, dalla quale si diparte il sifone dello Staina, che porterà, a sua volta, l'acqua ad altra vasca, allo sbocco dello stesso sifone. Da questo punto parte il Canale di Apricena che addurrà l'acqua al « Distretto 9 ». La larghezza del canale è di 13 Km e 775 metri. Il Distretto 9 comporta una superficie catastale di ettari 6 e 600 e una superficie irrigabile di 5300 ettari. L'agro ad esso riferito è quello di Lesina, di Ripalta, di Poggio Imperiale. Riandando, ora, alla prima vasca, all'inizio del sifone, sbocco di Finocchito cioè, bisogna prendere in esame un altro canale che da codesto luogo si diparte: l' « Adduttore del tavoliere », lungo circa 60 chilometri, il quale convoglierà l'acqua del « Distretto » 2 A, comprendente una superficie catastale d'ettari 2302 e una superficie irrigabile di ettari 948. Gli agri interessati: Torremaggiore, Casalnuovo Monterotaro, Casalvecchio di Puglia. Sempre dalla stessa vasca, la prima, verrà prelevata direttamente l'acqua per l'irrigazione del « Distretto » 1, la cui superficie catastale è pari a 2935 ettari a quella irrigabile a 1290. Gli agri interessati, questa volta, sono: Casalnuovo Monterotaro, S. Paolo Civitate, Serracapriola. Altri distretti irrigui sono in fase di progettazione da parte del Consorzio e, partendo sempre dall'Adduttore Tavoliere, provvederanno all'irrigazione dell'agro di Foggia, di Lucera, mentre gli agri di S. Severo ed Apricena saranno serviti rispettivamente dal canale di San Severo e dal canale di Apricena. Vediamo ora qual è la situazione, al momento, delle opere: la diga, come noto, è terminata; la galleria è in fase d'ultimazione; il sifone dello Staina, costo 1 miliardo e 684 milioni, è già stato costruito in ragione del 50% e sarà ultimato entro il 1969; il Distretto 1 è in fase di consegna all'impresa Sacaim -Venezia, i lavori inizieranno fra poco e il tempo di previsione per l'esecuzione dei lavori è stabilito in 2 anni, mentre il costo è di 1 miliardo; il Distretto 9, in fase di consegna, come l'1, all'impresa Api di Milano, comporta un tempo d'esecuzione dei lavori di 2 anni, ed anche per questo caso si prevede che si possa iniziare entro brevissimo tempo; il Canale di Apricena sarà affidato al più presto alla Ditta Maggio', di Caserta, e i lavori, per il costo di 1 miliardo e 575 milioni, inizieranno presto: il tempo di consegna è stabilito in 28 mesi; l'Adduttore Tavoliere è pur'esso in fase di consegna all'Impresa Palmieri di Lauria Inferiore 53 (Potenza), costerà 1 miliardo e 609 milioni e sarà effettuato in 30 mesi, a partire dal prossimo aprile. Per il Distretto 2 A, invece, al momento risulta appaltata la fornitura delle tubazioni. Ma sono in corso gli adempimenti per l'appalto dei lavori principali. Il costo: 1 miliardo e 304 milioni. Per quanto riguarda, al contrario, l'irrigazione del Nord comprensorio sono già in corso d'esecuzione i lavori d'irrigazione dei terreni vicini al lago di Lesina ed alla Piana di Sagri. Ciò mediante le sorgenti carsiche di Lauro e di Milena. Costo di quest'ultima opera: 730 milioni. L'agro interessato, quello di S. Nicandro. OFANTO La diga sul torrente Ofanto, terminata nelle sue strutture fondamentali, non è stata ancora invasata. Sono attualmente in fase di ultimazione i lavori di completamento e pertanto si prevede che entro l'anno possano avere inizio le prime prove di collaudo. Queste le caratteristiche della diga: lunghezza totale in cresta mt 452; larghezza mx alla base mt 250: larghezza in sommità mt 9; cubatura del rilevato mc. 2.000.000; altezza massima del rilevato mt 51; capacità totale dell'invaso mc. 17.500.000; capacità utile dell'invaso mc. 14.500.000; superficie lacuale Ha 100; bacino imbrifero Kmq 70. Il costo è di L. 3.399.057.000. L'acqua invasata dalla diga di Osento verrà restituita all'Osento per essere utilizzata, poi, in corrispondenza della Traversa di Ponte S. Venere, già a suo tempo costruita. Da questo punto si diparte il Canale OfantoCapacciotti, il cui tronco, in sifone, è in corso di costruzione. Costo: 1 miliardo e 685 milioni. Il lavoro è già stato effettuato al 70% e si prevede che sarà ultimato entro il maggio prossimo. Il secondo tronco dello stesso canale, costo 4 miliardi e 500 milioni, è in via d'appalto. Sono in corso, inoltre, gli adempimenti per l'appalto dei lavori di costruzione dello sbarramento di ritenuta sulla Marana Capacciotti, per l'importo di 6 miliardi e 318 milioni. Al tempo stesso si sta procedendo alla redazione del progetto di massima di tutta la rete di distribuzione irrigua. E' doveroso aggiungere, ora, rifacendoci al concetto d'interdipendenza tra destinazione dei fondi e sistemazione globale del territorio, che il Consorzio ha redatto uno studio sulle caratteristiche pedoidro- 54 logiche dei terreni, per fornire alla pluralità degli operatori, agricoli e dell'industria, gli elementi necessari alla perfetta applicazione dell'acqua. Tale studio è il primo, del genere, realizzato in Italia a fini applicativi. Si tratta d'uno studio valido per l'irrigazione, ma anche per la sistemazione idraulica delle aziende. A parte, il Consorzio possiede planimetrie quotate di quasi tutti i comprensori irrigui. Gli agricoltori, quindi, sol che vogliano, potrebbero conoscere gli elementi tecnici, in ogni dettaglio, relativi alle loro proprietà. Stando così le cose ne deriva che l'ambiente dev’essere sollecitato in modo che accanto al rinnovamento del reddito pro-capite s'affianchi la promozione culturale. Per il rinnovamento del reddito possiamo affermare che l'irrigazione provocherà un notevole assorbimento della manodopera: dalle 18 giornate lavorative per ettaro, attuali, alle 80, e forse più. Senza dire che, così agendo, si radica il convicimento che l'agricoltura rappresenta un elemento di base dell'economia nazionale e un mezzo di elevazione morale e civile del cittadino. WLADIMIRO CURATOLO I grandi collegamenti nel piano di sviluppo regionale pugliese Nel decorso mese di aprile è stato pubblicato, a cura del Comitato Regionale per la programmazione economica pugliese e nella sua seconda e piú recente formulazione, lo schema regionale di sviluppo della Puglia per il quinquennio 1966-'70, per la cui discussione è stato convocato il C.R.P.E.P. per il giorno 25 giugno p.v. La consultazione elettorale di maggio ha distolto l'attenzione della nostra classe dirigente provinciale dallo schema di piano regionale e dalle soluzioni, proposte nello schema stesso, ai numerosi e complessi problemi della Regione. Vi è da osservare, subito, che molte soluzioni mal si conciliano con gl'interessi della Capitanata, tanto da costituire preoccupanti arretramenti persino rispetto alle impostazioni contenute nella prima formulazione dello schema di piano, che pure avevano suscitato alcune critiche negli ambienti piú responsabili della nostra Provincia. Le parti dello studio, nelle quali piú sacrificati appaiono gli interessi della Puglia settentrionale, sono numerose e di fondamentale importanza: l'assetto territoriale, lo sviluppo industriale, le grandi infrastrutture con particolare riguardo alle arterie stradali, ai porti, agli aeroporti, l'istruzione universitaria e la ricerca scientifica, la utilizzazione della forza-lavoro e gli obiettivi di occupazione e di reddito, gli impieghi sociali, ecc. La critica di fondo va però mossa, soprattutto, alla tendenza dei redattori dello schema di presentare, come questioni di rilevanza regionale od interregionale, esigenze esclusivamente locali del Capoluogo di Regione; mentre sono stati svalutati od addirittura ignorati dei problemi, che pur non interessando direttamente la città di Bari, possono trovare una loro collocazione in un contesto piú vasto, regionale od anche, meridionale. Lo schema è incentrato, per le ipotesi di sviluppo industriale, sulla 56 vecchia formula del triangolo BA - BR - TA e recepisce, quasi a malincuore ed in via del tutto accessoria « i fatti nuovi » verificatisi in Capitanata, per il rinvenimento del metano, con l'insediamento del Petrolchimico ed il riconoscimento dell'Area industriale. Questa visione ristretta e superata della realtà regionale trova corrispondenza nelle previsioni in ordine alle grandi infrastrutture. Senza voler approfondire criticamente le soluzioni prospettate per i porti e gli aeroporti, basta considerare che lo schema pone come uno degli obiettivi primari la costruzione dell'autostrada ionica BARI-TARANTO, definita « l'ultima grande autostrada del Mezzogiorno ». Per attribuire rilevanza meridionale a questo problema, che interessa solo la Provincia di Bari ed in parte, quella di Taranto, è stato, altresí, proposto il prolungamento dell'arteria fino a Sibari, per l'allacciamento a Nord di Spezzano Albanese, all'autostrada SalernoReggio Calabria. Non vi è, invece, neppure l'accenno, nello schema di piano, all'iniziativa in atto per la realizzazione dell'autostrada Canosa-MateraMetaponto-Sibari, per la quale esiste già un progetto preliminare, redatto dall'Ing. F. A. Ielmoni (il progettista dell'Autostrada del Sole) ; iniziativa che va concretizzandosi nella costituzione di una società per azioni con la partecipazione degli Enti pubblici territoriali delle tre Regioni: pugliese, lucana e calabrese. Eppure di questa arteria si discute dal 1959 e sull'argomento si sono svolti dei convegni a Cosenza ed a Matera. Anche il Prof. Tocchetti, (il progettista dell'autostrada Napoli-Bari) in uno studio sulla viabilità lucana, edito nell'ottobre 1965 sul Notiziario della Federazione Italiana delle Strade, ne ha proposto la realizzazione come premessa indispensabile dello sviluppo economico della Lucania. I vantaggi della soluzione Canosa-Matera-Metaponto-Sibari rispetto alla Bari-Taranto sono numerosi ed incontestabili. Il tracciato mediano è sempre da preferirsi a quello litoraneo, perché una grande arteria deve servire entrambi i lati del territorio attraversato. Questo concetto elementare è stato posto a base delle scelte per i tracciati delle autostrade: Firenze-Roma; Roma-Napoli e Salerno-Reggio Calabria. Il tracciato per Matera è il piú breve, mentre la deviazione per Bari e Taranto allungherebbe il percorso autostradale di almeno cinquanta chilometri; con l'arteria mediana verrebbe a realizzarsi, inoltre, il collegamento piú diretto fra le due piú importanti pianure del Mezzogiorno - il Tavoliere ed il Metapontino - e il costruendo porto di Sibari, e cioè con 57 il solo porto meridionale, insieme con il porto siciliano di Augusta, che avrà i fondali a 20, richiesto dalle esigenze del traffico marittimo internazionale. E' opportuno ricordare che il Porto di Augusta, che presenta gli stessi fondali di Sibari, è divenuto, solo per questo e in pochi anni, il secondo porto italiano, per volume di traffico, dopo Genova. La soluzione mediana, che attraverserebbe le Murge (e cioè una delle zone piú povere della Puglia) e l'intera Lucania in senso longitudinale, potrebbe assolvere anche alla funzione di riequilibrio territoriale, economico e sociale, attuando cosí uno degli obiettivi fondamentali della politica di programmazione. E' evidente, però, che, con la previsione di un asse di sviluppo Foggia-Matera-Metaponto, posto nella direttrice Nord-Sud, verrebbe ad essere modificato in un contesto piú equilibrato e su base effettivamente interregionale, il futuro assetto territoriale pugliese, con buona pace degli ostinati sostenitori del polo BA - BR - TA. Abbiamo scritto che tutta questa problematica è stata completamente e deliberatamente ignorata dai redattori dello schema regionale pugliese. Vi è solo un accenno alla questione, brevissimo, indiretto e certo involontario, a pag. 160 dell'elaborato, quando viene riconosciuta l'esigenza, molto futura, per la Puglia settentrionale, di un secondo tracciato autostradale a Sud di Canosa « piú interno di quello attuale, al fine di accorciare il piú possibile il percorso ». Allo stesso modo sono stati trascurati dai redattori dello schema i collegamenti della Puglia con il Molise e con l'Italia centrale. L'arteria Puglie-Molise-Roma, la cui importanza è stata riconosciuta in tanti convegni, è stata sbrigativamente denominata: FoggiaCampobasso, mentre nella cartografia allegata allo schema il « terminal » di questo fondamentale collegamento viene inspiegabilmente ubicato nei pressi della spiaggia di Chieti e non al centro del Tavoliere. Eppure al completamento di questa arteria manca, ormai, il solo tratto ricadente nella regione pugliese, dal Fortore a Foggia; mentre l'interno tracciato, che attraversa il Molise, lungo le valli del Tappino e del Tammaro, dai confini pugliesi al casello autostradale di s. Vittore della Roma-Napoli, è in corso di avanzata realizzazione, già interamente finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno, in base al piano di coordinamento per gl'interventi pubblici nel Mezzogiorno, approvato nell'agosto 1966. Ma vi è di piú: il Molise ha ottenuto recentemente, nel maggio 58 scorso, dal Ministero dei Trasporti, un finanziamento di 7 miliardi, connesso all'approvazione del progetto esecutivo della variante ferroviaria Venafro-Rocca D'Evandro, con cui si otterrà un'abbreviazione di circa 50 chilometri nel collegamento ferroviario: Campobasso-Roma. La variante, lunga 14 chilometri, che prevede anche un traforo, è stata desunta dal vecchio progetto per la costruzione della direttissima ferroviaria Roma-Campobasso-Foggia, già prevista nel Piano Regolatore delle FF. SS. dal 1952, al cui completamento manca, ormai, il solo tratto da Bonefro a Lucera, lungo la valle del Tappino. Per questa ultima realizzazione si sta attivamente interessando l'On.le Sammartino, Presidente della Commissione Trasporti della Camera, cui si deve l'inclusione dell'intero tracciato nel piano di potenziamento delle Ferrovie dello Stato, approvato dal Parlamento prima dello scioglimento delle Camere. Mentre tutto ciò avviene nel vicino Molise, da noi è stata soppressa la linea Foggia-Lucera, senza che dell'intero problema della ferrovia Foggia-Campobasso-Roma vi sia neppure il piú piccolo accenno nello schema regionale pugliese. Per inciso non può non rivelarsi che la Cassa per il Mezzogiorno ha fatto redigere un progetto di una galleria di valico, lungo la Statale 17, per eliminare l'attraversamento di Motta e Volturara; proprio in ragione di quel coordinamento di interventi, tanto conclamato a parole, non sarebbe il caso di prevedere la costruzione di una galleria a sezione piú larga e perciò idonea anche per l'attraversamento ferroviario? I programmatori regionali non hanno considerato nemmeno la necessità di un collegamento settentrionale fra le due autostrade BolognaCanosa e Napoli-Bari, o meglio fra le due stazioni di Lesina e Candela, lungo la valle del Fortore, a confine quasi tra le regioni pugliese e molisana. Bastava, invece, consultare lo schema di sviluppo del Molise, edito da quel Comitato per la programmazione economica sin dall'agosto 1967, per sapere che questo ultimo collegamento è di grande interesse anche per il Molise. Oltre tutto la strada lambirebbe l'invaso di Occhito, valorizzandolo anche ai fini turistici e rappresenterebbe una grande opera di civiltà, per la rinascita del Subappennino dauno, riconosciuto come la zona piú depressa dell'intera Puglia. Questi ed altri problemi d'importanza veramente interregionale sono stati del tutto ignorati nello schema regionale pugliese, che definisce, invece, « collegamenti stradali veloci a carattere interregionale » le SS. Bari-Andria-Canosa, Altamura-Monopoli, Bari-Monopoli-Ostuni, etc. 59 E speriamo che la redazione di questo schema regionale rappresenti almeno un campanello d'allarme per ciò che la Capitanata si deve attendere con il costituendo Ente Regione; perché la nostra classe dirigente provinciale, che si appassiona alle lotte intestine, non mostra nemmeno di avvertire i pericoli della situazione. ENZO DE STEFANO MANIFESTAZIONI PROVINCIALI Convegno sul lavoro femminile in Capitanata 1) - PREMESSA L'Amministrazione Provinciale di Capitanata ha organizzato il presente convegno per puntualizzare la situazione del lavoro femminile in provincia e dare un contributo alle varie iniziative, che si vengono attuando in questi ultimi mesi, nei partiti, negli enti locali, nei comitati regionali per la programmazione economica ecc., in preparazione della preannunziata Conferenza nazionale sui problemi del lavoro femminile.* Un contributo che non si risolva in un dibattito a livello locale, ma non per questo accademico, sui numerosi, fondamentali e complessi temi che saranno affrontati in sede regionale e nazionale e che riflettono problemi pressocchè comuni ad altre provincie, sebbene con sfumature diverse, causate dalla varietà delle situazioni locali. Un contributo che consista anche in una fotografia della nostra situazione, che può essere fissata solo da una serie di elementi statistici, esaminati nel loro andamento dinamico, per individuare le modificazioni della realtà sociale ed economica e, risalendo alle cause, per predisporne i rimedi. In via preliminare devo una confessione ed una denunzia. La confessione riguarda me, che non essendo votato a questi problemi, avverto il disagio di trovarmi tra veri esperti, che più di me sono qualificati a porre sul tappeto gli argomenti per la discussione. Dico questo come una specie di captatio benevolentiae, perchè se pensassi di formulare una vera e propria introduzione, cioè quel discorso che imposta i problemi e che traccia le linee lungo le quali si svolge poi il dibattito, effettivamente peccherei di presunzione. Un disagio, d'altra parte, giustificato, anche, dalla denunzia, che mi tocca doverosamente fare. Invero, con grande rammarico, non posso tacere che, allo stato attuale, non è possibile disporre nella nostra Provincia di dati ufficiali aggiornati sulla occupazione femminile, per le estreme difficoltà di acquisirli, nell'intervallo fra un censimento e l'altro, non esistendo alcun ente, ufficio pubblico o privato, organismo associativo cc., che raccolga ed aggiorni le conoscenze in proposito, talchè una indagine, che non si risolva in stime per campione o per approssimazione, dovrebbe essere condotta, settore per settore, a livello di ogni singola azienda. Infatti, presso l'Ufficio Provinciale del Lavoro risultano solo gli avviati al lavoro per classi di attività; un dato che non può essere utilizzato per stabilire il volume della occupazione femminile, perchè una donna può essere avviata al lavoro più volte in un anno. * Il Convegno provinciale si è svolto in Foggia il 13 gennaio di questa corrente anno. 63 Elementi statistici di una certa rilevanza possono essere acquisiti, come vedremo, solo dagli elenchi anagrafici presso l'Ufficio Contributi Unificati, ma esclusivamente per il settore agricolo. Ciò si verifica perchè ogni schedario ed elenco è stato istituito e viene aggiornato in relazione alle finalità di istituto dell'ufficio che lo usa e non per finalità statistiche. Ad esempio, gli enti assistenziali hanno elenchi di assistiti con un numero maggiore di quello dei lavorator occupati, perchè vi sono compresi anche i nuclei familiari. Perciò, nel nostro dibattito, non potremo considerare che i dati ufficiali dei censimenti e, per il periodo successivo al 1961, su quelli globali di larga approssimazione, con qualche eccezione in alcuni settori di attività, per i quali il gruppo studi della Provincia ha raccolto ed elaborato dati certi e recenti, anche ufficiali, a mezzo di indagini dirette. Nel 1961, su una popolazione complessiva residente in Capitanata di 665.286, le donne erano 336.459, di cui 49.840 occupate in agricoltura, 6.248 nell'industria, 15.755 in altre attività e 2.745 in cerca di prima occupazione. Le donne occupate nell'agricoltura erano per 2.438 residenti nel Capoluogo e per 47.402 residenti nei Comuni della Provincia. Lo stesso rapporto era di 580 e 5.668 per l'industria; di 3.606 e 12.149 per le altre attività; le donne in cerca di prima occupazione erano 639 nel Capoluogo e 2.106 nei Comuni della Provincia. Questi i dati ufficiali del censimento 1961. Quante sono le donne occupate oggi nell'agricoltura? Da qualche parte viene indicato il dato approssimativo di 55.000 unità, spiegandosi l'aumento rispetto al 1961 con la progressiva « femminilizzazione » delle campagne, determinata dalla emigrazione maschile. Ma questo fenomeno, di indubbia importanza (qualsiasi osservatore è in grado di notare che nei nostri Comuni, specie del Subappennino, la popolazione residente è attualmente costituita in prevalenza da donne, bambini ed anziani) va rapportato a quello generale di trasferimento di mano d'opera dall'agricoltura agli altri settori economici. E' molto probabile, perciò, che il numero delle donne occupate in agricoltura sia diminuito anzicchè aumentato dal 1961 ad oggi, senza che si sia verificato un considerevole aumento di occupazione negli altri settori produttivi: così come si è verificato anche su scala nazionale. E' da rilevare, tuttavia, che i dati risultanti dagli elenchi anagrifici indicano una certa stazionarietà durante le ultime cinque campagne agricole, sia nel numero delle unità lavorative femminili occupate, che sul corrispondente numero di giornate lavorative. Ecco i dati raccolti, che, però, non comprendono le coltivatrici dirette, le I destinatari di « la Capitanata », che non ne hanno in ordine la raccolta, possono richiedere i fascicoli mancanti, che saranno spediti, se disponibili. 64 mezzadre e tutte le altre lavoratrici, impegnate all'interno di un nucleo famigliare, che conduce direttamente l'azienda agricola: Campagna agricola Unità lavorative femminili Giornate lavorative 1961-62 19.439 1.605.552 1962-63 21.849 2.210.166 1963-64 20.859 2.012.608 1964-65 20.446 1.939.347 1965-66 19.745 1.893.298 Per l'industria vi è, addirittura, chi considera inesatti per eccesso i risultati del censimento 1961. E' evidente che in una provincia ancora eminentemente agricola come la nostra, non è possibile riscontrare un elevato livello di occupazione femminile nel settore industriale. E' sintomatico, però, che i contingenti più consistenti di donne occupate li troviamo presso aziende di recente installazione, come la Lanerossi (250 occupate), la Frigodaunia (90 fisse e 200 stagionali) ecc., oltre che presso l'Istituto Poligrafico (110 occupate) e gli zuccherifici. Forse solo nelle attività terziarie si è verificato un aumento dell'occupazione femminile dal 1961 ad oggi. Possiamo registrare, con certezza, un notevole incremento nel numero delle donne occupate in uno dei settori tradizionalmente riservati al lavoro femminile. Dalle indagini effettuate dal nostro « gruppo di studi » è risultato che sono complessivamente 4.003 le donne occupate in questo settore: 1.531 insegnanti elementari di ruolo e 760 non di ruolo; 1.191 insegnanti nelle scuole medie inferiori e 521 insegnanti nelle scuole medie superiori. Vi sono, inoltre, ben 1.808 maestre in cerca di prima occupazione. Si tratta di cifre considerevoli, che vanno integrate con quelle delle donne occupate negli asili e nelle scuole materne; cifre destinate, per di più, ad ulteriori incrementi con lo sviluppo dell'istruzione e con l'aumento della popolazione scolastica della provincia. La C.G.I.L. ha calcolato, inoltre, in duemila circa le donne occupate nei servizi domestici; anche notevole è il numero delle donne occupate presso le pubbliche amministrazioni (102 presso l'INAM, 100 all'ONMI), presso gli Ospedali (nei soli Ospedali Riuniti di Foggia 153 e 82 presso l'Ospedale di Maternità e brefotrofio), nelle libere professioni (116 farmaciste, 39 medichesse, ecc.). Altrettanto notevole, anche se allo stato difficilmente determinabile, è l'occupazione femminile nel settore commerciale; non esiste, si può dire, azienda commerciale che non si avvalga del lavoro di almeno un'addetta anche se solo la Standa occupa un contingente di 160 lavoratrici. Possiamo, tuttavia, ritenere che l'occupazione femminile in terra daunia, globalmente considerata, abbia subito una flessione dal 1961 ad oggi, pure a causa del crescente processo di scolarizzazione, che ha interessato in misura sensibile anche le donne. 65 E' altrettanto certo, d'altra parte, che in Capitanata la forza di lavoro femminile è notevolmente superiore rispetto all'offerta. Questo squilibrio è destinato ad aumentare in prospettiva, con la prevedibile ulteriore espulsione di mano d'opera femminile dall'agricoltura; a meno che non sia possibile creare nuovi posti di lavoro negli altri settori di attività economica cioè nel settore industriale e nelle attività terziarie. Il discorso a questo punto si sposta sul terreno degli investimenti e, in definitiva, su quello delle prospettive globali di sviluppo economico della nostra provincia, nel cui contesto vanno inquadrati i problemi dell'occupazione in genere, al fine anche di evitare che la disoccupazione cosiddetta « frizionale », che si verifica sempre in occasione del trasferimento di mano d'opera da un settore all'altro dell'economia, si trasformi in disoccupazione strutturale e permanente, in aggiunta a quella esistente. Per sfuggire a questa ipotesi negativa, la via obbligata è costituita dalla qualificazione e dalla riqualificazione professionale da perseguirsi con una più efficiente e moderna organizzazione delle strutture scolastiche ed extra scolastiche. Ora, se è vero che l'economia moderna è l'economia profilata sulla valorizzazione della personalità dell'individuo, che si potenzia e si esprime in misura di quanto esso si istruisce acquisendo una cultura, dobbiamo riconoscere l'assoluta necessità della specializzazione a tutti i livelli. Immettere perciò le nostre donne, vocazionalmente lavoratrici, nella vita economica della nostra provincia con un'adeguata formazione professionale significa fornire ad esse un insostituibile propellente di ordine dinamico, un soggetto di produzione notevolissimo. Nello stesso tempo la donna viene elevata nella sua dignità per l'aumentata sua istruzione, per una maggiore coscienza delle sue reali possibilità che il frutto di tale lavoro mette a disposizione della sua autonomia e del suo benessere. Ma non basta. Credo, infatti, che l'istruzione professionale sia elemento fondamentale propulsore della stessa attività economica; non credo cioè che noi dobbiamo semplicemente aspettare che l'industria o gli operatori economici ci chiedano della mano d'opera. Credo, invece, che un'istruzione professionale avanzata, capace di offrire sul mercato forze di lavoro più elevate e più qualificate, possa diventare eccellente stimolo per indurre ad un maggior incremento dell'attività produttiva. Credo cioè che l'istruzione, e quella generale, e quella professionale, sia un grande elemento propulsore dello sviluppo economico. Nel programma economico nazionale per il quinquennio 1966-70 vengono indicate, in proposito, delle cifre assai significative a scala nazionale, che sarebbe molto utile disaggregare e tradurre a scala provinciale: 1.150.000 giovani da formare nelle strutture extra scolastiche; 440.000 lavoratori disoccupati da qualificare o riqualificare; 300.000 lavoratori agricoli che dovranno abbandonare l'agricoltura. Certo è che il problema dell'occupazione è uno di quelli fondamentali della Nazione, di molto difficile soluzione in specie nella nostra Capitanata, tradizionalmente povera di capitali e di iniziative, il cui sviluppo economico è tuttora 66 legato a interventi dall'esterno, o che tendono ad investire il capitale pubblico o privato in attività tecnologiche con il più elevato rapporto capitale : addetto. Le industrie, di cui è preannunziato l'insediamento nelle nostre zone, non potranno, cioè, da sole, risolvere il problema della nostra disoccupazione. Dobbiamo cercare di superare il drammatico dilemma, che si va delineando fra un auspicabile aumento del livello della occupazione ed uno sviluppo accelerato della nostra economia, che è possibile solo con investimenti massivi in settori tecnologicamente avanzati, che esaltino al massimo la produttività dei capitali impiegati dalle nascenti industrie. La soluzione può essere trovata, sia pure a breve ed a medio termine, solo con l'aumento dell'occupazione nelle attività terziarie. Abbiamo già parlato delle prospettive favorevoli nel settore dell'istruzione pubblica; aggiungiamo che vi sono altri settori nei quali si potrà verificare un incremento dell'occupazione femminile: l'assistenza e la sanità pubblica, i servizi sociali in genere, le attività turistiche, la ricerca scientifica, i trasporti e le comunicazioni, le assicurazioni, il commercio, alcuni settori dell'artigianato ecc., i quadri dirigenti ed intermedi delle amministrazioni pubbliche e delle aziende pubbliche e private operanti in ogni branca di attività. Anche la nostra società, in cui la donna, in attuazione del dettato costituzionale sulla parità dei sessi, tra travolgendo tutti i pregiudizi, per diventare sindaco e giudice, capostazione e perfino poliziotta, ha superato, ormai, il contrasto, che sembrava incolmabile, fra la concezione tradizionale della donna angelo del focolare e quella ultra progressista della donna come forza della produzione ed avulsa dalla famiglia, che si emancipa solo nel lavoro extra familiare. Siamo anche noi testimoni e protagonisti di un processo irreversibile, che tende ad abbattere ogni forma di segregazione, di sesso e di razza, per consentire la piena e libera integrazione della persona umana nella comunità dei suoi simili. Anche la famiglia è, perciò, una società dialogante - il Concilio l'ha giustamente definita « luogo di incontro di generazioni » - ed è assurdo distinguere un ruolo sociale ed economico dell'uomo da quello domestico della donna, in quanto la responsabilità della famiglia appartiene ad entrambi, nella stessa misura, in una giusta dimensione del rapporto fra autorità e libertà. Ritengo, perciò, che la problematica del lavoro femminile si sia, ormai, spostata su altri temi: l'aggiornamento della legislatura, la qualificazione professionale, la condizione della donna lavoratrice, l'orario di lavoro con l'introduzione del « tempo parziale », il contributo della donna e le ipotesi di occupazione femminile nel quadro delle istituende regioni e dello sviluppo sociale ed economico del Paese ecc. Su questi temi, che ho voluto solo indicare, mi auguro che si apra un dibattito fecondo, ricco delle esperienze che ciascuno dei congressisti è in grado di offrire, per le sue responsabilità assunte nelle organizzazioni operanti nella nostra provincia. Deliberatamente sono stato breve, per lasciare il massimo margine di discussione all'incontro. Prima degli interventi, purtuttavia, mi sia consentito di ringraziare della partecipazione a questo Convegno di studio che la « Provincia » 67 ha voluto organizzare per dimostrare, ancora una volta, la sua sensibilità al mondo del lavoro e sollecitare conclusioni, che certamente susciteranno grande interesse, soprattutto in coloro che non conoscono bene questi problemi. Il solo fatto di aver sensibilizzato la classe dirigente, la stampa e l'opinione pubblica ai temi del convegno, e di aver ottenuto tante significative adesioni, ci convince di aver fatto cosa utile ed opportuna con la nostra iniziativa. Ma è ben certo che, il successo potrà venirle solo dagli interventi, che ci auguriamo numerosi e qualificati, tali da servire, completando la mia sommaria premessa, a fare il punto su la situazione e le prospettive del lavoro femminile in Capitanata. Berardino Tizzoni 2) – DIBATTITO On. BALDINA DI VITTORIO II problema dell'occupazione femminile può essere esaminato, affrontato e risolto solo in un'economia programmata. Le organizzazioni femminili non chiedono che si faccia un « piano femminile » di sviluppo, ma che almeno vengano accolte determinate istanze, in modo che esigenze e problemi trovino soluzione nei piani di sviluppo. Non basta registrare dati: bisogna anche chiedersi in quali condizioni le lavoratrici prestano la loro opera. E' necessario inoltre uno studio preciso per una valutazione non solo dell'occupazione attuale, ma anche delle forze femminili potenziali. Si avverte, insomma, un bisogno di riforme in campo generale, e di misure « specifiche » da parte del piano per la programmazione. Uno dei problemi più importanti è quello della preparazione culturale della donna; altra necessità, quella di una campagna contro le inadempienze contrattuali dei datori di lavoro verso le prestatrici d'opera. Al di là di questo convegno, si potrebbero istituire delle commissioni consultive permanenti per continuare a studiare i problemi e trovarne insieme le soluzioni. Avv. MICHELE MINCHILLO, segretario provinciale UIL. Si nota, nelle donne, una forma di assenteismo riguardo alla vita attiva dei sindacati. Solo nel settore dell'industria, dove la donna lavora al fianco dell'uomo, si avverte una più accentuata partecipazione, ma nei settori in cui la donna opera da sola il disinteresse è evidente. Lo spirito di lotta sindacale dev'essere maggiormente avvertito dalle lavoratrici. CARMELA PANICO (responsabile dell'Ufficio femminile CGIL di Foggia). In seguito al fenomeno dell'emigrazione, nelle nostre campagne le donne hanno sostituito gli uomini in tutte le occupazioni; la manodopera femminile, però, non riceve, da parte dei datori di lavoro, un trattamento economico pari a quello riservato agli uomini. E' necessario, dunque, eliminare le condizioni di sfruttamento. Per aumentare l'occupazione bisogna realizzare nuovi complessi 68 industriali. Altra necessità vivamente avvertita, quella di un aggiornamento della legislazione del lavoro femminile (tutela del lavoro a domicilio, maternità, riforma del sistema di pensionamento, riordino delle norme per la tutela della disoccupazione involontaria, legge sugli orari di lavoro, qualificazione professionale, riforma della legge sull'apprendistato). On. prof.ssa ANNA MATERA, consigliere della Cassa per il Mezzogiorno, vice presidente del FORMEZ. Nelle donne del Mezzogiorno si nota ancora una mancanza di « esigenza » per quanto riguarda la richiesta di lavoro. Esaminando il problema per settori, si può rilevare che per l'agricoltura il 1968 si apre, in provincia di Foggia, con prospettive abbastanza favorevoli, legate, però, alla volontà degli uomini. Si stanno accelerando notevolmente i tempi tecnici, e gli impianti di irrigazione consentiranno al più presto una trasformazione agraria che favorirà indubbiamente una maggiore occupazione. Prospettive notevoli offre anche lo sviluppo industriale: bisogna, però, che intorno alle realizzazioni industriali (in particolare quelle dell'Anic, a Manfredonia, e dell'Incoronata) si crei un movimento, uno sviluppo, una concentrazione di iniziative, per consentire una maggiore occupazione sia maschile che femminile. Per quanto riguarda il settore terziario, maggiori possibilità occupazionali si creeranno nel Subappennino, e, con il movimento di forze turistiche e amministrative, nel Gargano. Bisogna portare avanti il discorso iniziato: a questo scopo, l'Amministrazione provinciale potrebbe creare una commissione permanente che affronti con azione continua i problemi dell'occupazione femminile. EDDA LAMBERTI, presidente Giunta diocesana Azione Cattolica. Lavoro sì, per la donna, ma che non mortifichi la personalità umana. La donna del Sud non è abituata a vivere nelle fabbriche, a contatto con gli uomini. Sarebbe opportuna una migliore retribuzione, per consentirle di accudire personalmente ai figli. Sen. prof.ssa GRAZIA GIUNTOLI. Da vent'anni, la donna è entrata, a piedi diritti, nella società, e già cammina speditamente, con consapevolezza. I risultati ottenuti, però, sono soltanto l'inizio di una lunga catena; bisogna, ora, prospettarsi la funzione che le donne sono chiamate a svolgere nel futuro, ed è necessario che la donna si prepari alla funzione che l'attende. Ma come deve prepararsi? La donna non è ancora pienamente consapevole delle proprie capacità e possibilità. Bisogna, dunque, darle una cultura, una preparazione, una coscienza. La donna, se si riesce a darle un orientamento di capacità produttiva, è in grado di andare innanzi da sola; bisogna, però, offrirle un lavoro adeguato. Nella concessione del lavoro, precedenza alle vedove (in proposito si sta preparando una legge). Si è fatto abbastanza, ma non possiamo ancora ritenerci soddisfatti: c'è ancora da lottare, sacrificarsi, camminare insieme; di grande utilità si rivelano, dunque, incontri e convegni come questo indetto dalla Provincia. 69 BRUNO MAZZI, segretario della Cisl di Capitanata. L'assenza delle donne dalla vita associativa dei sindacati deriva forse dal fatto che esse, oltre agli obblighi d'impiego, continuano a conservare i loro obblighi di lavoro domestico. E' necessario che la donna abbia una formazione culturale la più vasta e completa possibile: di qui l'importanza della scuola, per un migliore inserimento delle giovani nella vita produttiva. Il problema dell'occupazione femminile rientra in quello, più ampio, della politica di sviluppo. LUIGI RUBINO, direttore della Federazione provinciale coltivatori diretti. I dati relativi all'occupazione femminile nelle campagne testimoniano della presenza attiva della donna nel settore dell'agricoltura. Quella della donna rurale è divenuta una figura « nuova »; nelle famiglie, infatti, è non solo educatrice, ma anche conduttrice, organizzatrice, imprenditrice. Si pongono, dunque, problemi di educazione di base e problemi di opere di civiltà. Da non trascurare anche l'aspirazione a una maggior diffusione degli insediamenti industriali, che potrebbero far migliorare le prospettive di occupazione delle donne rurali. MARIA SCHINAIA, responsabile U.D.I. La preparazione professionale avviene nella scuola; necessario, dunque, che vi sia una riforma nel settore scolastico, e in particolare nell'istituto superiore, con insegnamento di materie più rispondenti alle esigenze moderne. Il diritto della donna al lavoro va visto come libera scelta, e non come imposizione; la programmazione economica deve tendere a rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne una libera scelta. Pienamente d'accordo per quanto riguarda l'istituzione della commissione di studio, proposta dall'on. Matera. MARGHERITA OCCULTO, consigliere comunale Pci. Esiste un rapporto diretto fra problemi dell'infanzia da una parte, e lavoro femminile e condizione economica dall'altra. Bisogna, dunque, occuparsi innanzitutto dei problemi della scuola materna, dalla cui soluzione dipende la possibilità di un maggiore impegno della donna nel processo produttivo del Paese. A conclusione dei lavori, il sindaco di Foggia, avv. Vittorio Salvatori, e quello di Manfredonia, prof. Antonio Valente, hanno rivolto ai partecipanti brevi espressioni di compiacimento e di augurio. In particolare, l'avv. Salvatori ha rilevato 1'insostituibilità della funzione educativa della famiglia, ma anche la necessità di creare strutture idonee perchè i fanciulli ricevano un'adeguata educazione anche al di fuori di essa. Di qui la validità della presenza della donna nella vita familiare, e l'importanza, al tempo stesso, della scuola materna, per la quale è necessario l'intervento « integratore » dello Stato. Il prof. Valente, dal canto suo, dopo aver rilevata l'opportunità dell'istituzione della commissione di studio dei problemi dell'occupazione femminile, ha concluso auspicando che di essa vengano chiamati a far parte anche gli uomini della scuola: pedagogisti, psicologi, educatori. 70 QUADERNI DI « LA CAPITANATA » EDITI DALLA AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA 1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell'opera di Tommaso Fiore (con 9 ill.ni). 2. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (con 4 tavv. ill. f. t.). 3. ALDO VALLONE, Correnti letterarie e studiosi di Dante in Puglia (con 2 tavv. ill. e 2 aut. f.t.). 4. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum « De acquadiensium oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4 tavv. ill. f.t.). 5. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio « Gargano » 1967). 6. VINCENZO TERENZIO, Umberto Giordano cento anni dalla nascita (con 4 tavv. ill. f. t.). 7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv. f.t.). 8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia altomedievale (con 6 tavv. f.t.). Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dogana la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia * Hanno collaborato a questo fascicolo: Prof. WLADIMIRO CURATOLO, segr. g.le del Consorzio di bonifica del Tavoliere di Puglia; dott. ENZO DE STEFANO, del Gruppo di studio dell'Amm.ne prov.le di Foggia; prof.ssa MELUTA D. MARIN, dell'Univ. degli studi di Bari; prof. TOMMASO NARDELLA, della Scuola media «De Carolis » di San Marco in L.; prof. PASQUALE SOCCIO, preside del GinnasioLiceo « Bonghi » di Lucera; avv. BERARDINO TIZZANI, presidente dell'Amministrazione prov.le di Foggia. SOMMARIO L'ANNO DI V I C O - PASQUALE S O C C I O : Presenza 1 BERARDINO TIZZANI: Il Subappennino dauno - Appunti per una azione organica e coordinata 15 MELUTA D. MARIN: Introduzione ad una topografia storica della Daunia preromana WLADIMIRO CURATOLO: La irrigazione in provincia di Foggia 27 51 ENZO DE STEFANO: I grandi collegamenti nel piano di sviluppo regionale pugliese 56 TESTIMONIANZE D'ARTE E DI CULTURA - TOMMASO NARDELLA: Breve storia di una croce 61 MANIFESTAZIONI PROVINCIALI - Il lavoro femminile in Capitanata: 1) Premessa (BERARDINO TIZZANI); 2) Dibattito 63 la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia Anno VI (1968) n. 4-6 (lu.-dic.) La potestà legislativa della Regione a statuto speciale nei rapporti di diritto privato 1. - Tipi di competenza normativa della Regione; carattere speciale e non eccezionale delle norme regionali; il principio di uguaglianza di tutti i cittadini. Fra le molteplici funzioni esplicate dalla Regione per conseguire i suoi compiti e fini, la più importante è ritenuta la funzione normativa: essa si distingue in «primaria e secondaria» ed inoltre secondo che sia propria o delegata dallo Stato. La caratteristica dell'autonomia normativa delle Regioni, rispetto agli altri enti pubblici territoriali, secondo la dottrina pubblicistica, consiste nell'avere la Costituzione attribuito ad una parte di essa il carattere di « primaria », cioè con possibilità di derogare alle leggi del Parlamento, nei limiti stabiliti dalla carta costituzionale. Le leggi regionali si possono includere fra le fonti sub-primarie 1 . Tale competenza primaria dell'ente si svolge nel campo statuario e nel campo legislativo. Esaminando la competenza legislativa, che, nel nuovo ente assume una intensità di efficacia senza precedenti in nessun'altra forma di autonomia 2 si osserva come essa presenti una diversità di tipi, che si 1 M. S. GIANNINI, Leggi regionali e regolamenti di autonomia degli enti territoriali, in Studi Lanciotto Rossi, Milano 1954. Il MORTATI invece (Istituzioni di diritto pubblico, Cedam, 1958), ritiene che esse non possono confondersi con le norme sub-primarie, come sono le leggi delegate, in quanto, se ciò potrebbe essere vero dal punto di vista dei limiti maggiori che esse incontrano rispetto a quelle statali, non è più esatto se si considera la loro idoneità a regolare la materia in modo diverso dalla legge statale. 2 G. ZANOBINI, Corso di diritto amministrativo, Giuffrè 1958, vol. III, pag. 184. 73 può mettere in relazione con le due specie di ordinamenti regionali previsti nella nostra Costituzione. Occorre precisare subito, tuttavia che la potestà legislativa regionale è espressione di semplice autonomia seppure estesa, ma non di sovranità 3. Pertanto si distingue una competenza « esclusiva », una « ripartita o concorrente o complementare » e, per una parte della dottrina pubblicistica 4 , anche una terza detta « integrativa facoltativa », in quanto non « attribuita costituzionalmente alla Regione come sua propria ». La prima è possibile soltanto alle Regioni ad autonomia speciale,. cioè esistenti in virtù degli statuti speciali adottati con leggi costituzionali ed è detta « esclusiva » per significare la piena competenza regionale senza altri limiti se non il rispetto della Costituzione, dei principi generali dell'ordinamento giuridico degli obblighi internazionali,, degli interessi nazionali e di quelli delle altre Regioni; per cui è escluso ogni intervento legislativo da parte dello Stato. Le norme su cui si fonda questo potere esclusivo sono, oltre all'art. 116 della Cost., gli statuti relativi a tali Regioni, i quali determinano anche l'ambito entro cui tale attività normativa si può svolgere, e soprattutto gli articoli: 14 St. siciliano; 3 St. sardo; 2 St. Valle d'Aosta; 4 St. Trentino Alto Adige; Friuli Venezia Giulia. Il secondo tipo di competenza, quella cioè ripartita, deriva da una « suddivisione » di competenza, fra lo Stato e le Regioni, nell'ambito delle stesse materie, le quali pertanto possono essere oggetto di una duplice riserva e regolamentazione legislativa; lo Stato ha il compito di determinare con le sue leggi (c.d. leggi cornice) i principi fondamentali mentre alla Regione compete di emanare, tenendo presente le peculiarità delle esigenze locali, le norme che, svolgendo quei principi, siano idonee a renderle operanti concretamente. Questo tipo di competenza è peculiare delle Regioni a statuto ordinario ed anzi è l'unico ad esse consentito a norma dell'art. 117 della Costituzione che elenca le materie in cui si può esercitare. Per le Regioni a statuto speciale 5 la competenza ripartita costituisce una nuova potestà normativa, che si aggiunge a quella esclusiva proprio di tali Regioni e si svolge in un'area più vasta e più importante di quella stabilita per le Regioni a statuto ordinario. Risulta che la potestà legislativa delle Regioni a statuto ordinario può essere complementare e concorrente, intendendo 6, per legislazione Cfr. ZANOBINI, op. cit., vol. I, pag. 82. Cfr. MORTATI, op. cit. 5 Costituzione, Art. 116. 6 Cfr. MORTATI, op. cit. MORTATI, Sulla potestà delle Regioni di emanare norme di diritto privato,. in Giur. Cost. 1951, pag. 981. MIELE, La Regione nella Costituzione Italiana, in Commentario Cost. 1951. BODDA, Sulla potestà normativa delle Regioni secondo la nuova Costituzione, in Nuova Rassegna 1948, Noccioli, Firenze. 3 4 74 complementare quella che viene esercitata ad integrazione ed attuazione di leggi della Repubblica e per legislazione concorrente quella che deve conformarsi ai principi ed alle direttive stabiliti con leggi dello Stato. Infine il terzo tipo di competenza normativa: « integrativafacoltativa » 7. Tale competenza, per le Regioni a statuto ordinario viene esercitata subordinatamente alla volontà dello Stato, a norma dell'art. 117 u.c. della Cost. che infatti dispone: « Le leggi della Repubblica possono demandare alla Regione il potere di emanare norme per la loro attuazione ». Per due delle Regioni a statuto speciale è consentito alla Regione stessa di emanare norme integrative delle disposizioni di leggi statali. In particolare per il Trentino Alto Adige l'art. 6 del suo statuto attribuisce questa facoltà soltanto nella materia della previdenza e delle assicurazioni sociali; per la Sardegna l'art. 5 dà facoltà di adattare alle particolari esigenze della Regione le norme delle leggi statali, emanando disposizioni di integrazione ed attuazione nelle materie: della istruzione, del lavoro, previdenza ed assistenza sociale, dell'antichità e delle belle arti. Questa facoltà costituisce un'ulteriore distinzione fra statuti ordinari e statuti speciali: negli statuti ordinari le norme consentite sono quelle di « attuazione »; negli statuti speciali si menzionano anche le norme di integrazione. I due tipi sono in teoria distinti dalla dottrina 8 : le prime si limitano a svolgere disposizioni contenute nella legge, perciò sono « secundum legem », le seconde dispongono anche in mancanza di norme legislative, colmando le lacune e sono perciò « praeter legem » 9. La differenziazione fra questo tipo di norme regionali e quelle di legislazione ripartita si può più facilmente cogliere ove si ponga mente che quest'ultima presuppone una competenza riservata alla Regione, sottratta costituzionalmente allo Stato, mentre il primo tipo riguarda conferimenti di competenza fatti dallo Stato di volta in volta 10 Cfr., MORTATI, op. cit. Cfr., op. cit., in nota 6 e inoltre. AMORTH, La Costituzione Italiana, Milano 1949. AUSIELLO, Studi sull'ordinamento regionale, 1954. ESPOSITO, La validità delle Leggi, Padova 1954. LUCATELLO, Lo stato regionale. VIRGA, La Regione, Milano 1949. 9 Il MORTATI, op. cit., in nota 7 però fa osservare che « la generica facoltà di emettere le norme di attuazione si deve... ritenere comprensiva di tutto ciò che è necessario per l'attuazione e quindi, in questi limiti, include anche le disposizioni praeter legem, purchè vi sia una precedente legge statale nella materia ». 10 MORTATI, op. cit. 7 8 75 e non si può considerare espressione del potere di autonomia dell'ente, risultando dal conferimento di una competenza estranea a questa 11 . Passati in rassegna brevemente i diversi tipi di competenza legislativa è agevole notare come la Regione sia stata creata quale ente territoriale di decentramento sia legislativo, sia amministrativo; anzi quello in cui l'esercizio dell'attività di carattere normativo sovrasta, per l'importanza e per volume, l'attività esecutiva. Si può anche affermare che, con l'attribuzione alle Regioni a Statuto speciale di cui all'art. 116 della Cost., di una competenza esclusiva e primaria, lo Stato abbia perso il suo « monopolio » anche nel campo della disciplina dei rapporti di diritto privato. Tuttavia, non è esatto affermare che lo Stato resti completamente escluso dalla normazione privatistica in quelle determinate materie attribuite alla competenza primaria delle Regioni; resta escluso solo per quella parte di attività legislativa dallo stesso Stato prevista e concessa alla competenza regionale, che del resto si estende fino ai limiti predeterminati, limiti stabiliti non dalla Regione ma esclusivamente dallo Stato 12 . Il rapporto fra legge statale e legge regionale è di genere a specie; la normazione privatistica regionale è una specie del genere statale. E' vero che le norme costituzionali in materia privatistica, in particolare gli articoli 41 e 42, tendono a garantire un'uguaglianza di trattamento per tutti i cittadini, ma tale uguaglianza non bisogna intenderla « meccanicamente »; deve essere uguaglianza di alcuni fondamentali principi e di libertà, valevoli sia per il legislatore statale, sia per quello regionale. La Corte Costituzionale 1 3 ha del resto chiaramente affermato che il principio della « pari dignità sociale » dei cittadini, enunciato nell'art. 3 della Costituzione, sta a significare che si deve riconoscere ad ogni cittadino uguale dignità pur nella varietà delle occupazioni e professioni, anche se collegate a differenti condizioni sociali. Il principio di « uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, assicura ad ognuno eguaglianza di trattamento quando eguali siano le condizioni oggettive e soggettive alle quali le norme giuridiche si riferiscono per la loro applicazione, ma non impedisce che il legislatore possa dettare norme diverse per regolare situazioni che esso ritiene - con valutazione discrezionale -, diverse adeguando così la disciplina giuridica agli svariati aspetti della vita sociale » l 4 . L'autonomia legislativa rende possibile alle Regioni di dettare norme, che, senza intaccare, anzi affermando il principio dell'art. 3 11 12 M O R T A T I , Istituzioni; Z A N O B I N I , o p . cit. S A I L I S , Autonomia regionale e disciplina dei rapporti privati, Padova 1960. 13 14 Corte Cost. Corte Cost. sent. cit. 76 Cost., adottino misure diverse per disciplinare situazioni locali diverse. Non contrasta con i principi affermati dalla Corte Costituzionale, una disciplina normativa regionale anche di tipo particolare, dato che l'uguaglianza di tutti i cittadini indipendentemente dalle loro condizioni personali e sociali »15, può essere raggiunta anche in tal modo; cioè con disposizioni che solo la Regione può emanare 1 6 . Ritengo si possa concludere che la stessa elencazione delle materie relative alla competenza legislativa nei rapporti privati, mantenuta esclusivamente nei limiti di beni ed attività economiche ed inoltre i limiti dei principi e degli interessi, essere garanzia sufficiente e necessaria a togliere ogni preoccupazione circa il pericolo che vengano in tal modo a stabilirsi deroghe territoriali nella disciplina giuridica dei privati contrastanti con il precetto costituzionale dell'uguaglianza di tutti i cittadini 17. II - La Regione nell'ordinamento costituzionale in relazione alla disciplina dei rapporti privati. Si è già visto che, relativamente alla competenza legislativa, sono previste nel nostro ordinamento Regioni a statuto normale e Regioni a statuto speciale. La distinzione viene posta nell'art. 116 della Cost., in cui, oltre alla specialità di alcune determinate Regioni appare chiara anche la preoccupazione del legislatore costituzionale, proprio perchè si tratta di un'autonomia speciale, di disciplinarla con legge costituzionale. Lo Stato, nel concedere a determinate Regioni, per ragioni storiche ed altre considerazioni, una vasta autonomia, ha voluto nel contempo cautelarsi, mettersi al riparo da eventuali e possibili straripamenti di potere del nuovo ente, in modo da non ledere nè l'equilibrio costituzionale previsto nell'art. 5 della Cost., nè la necessaria armonia fra enti, organi e funzioni. Perciò nella redazione degli statuti speciali o nella loro approvazione ed elevazione a dignità costituzionale (per gli statuti siciliano e valdostano che esistevano già prima della redazione della carta costituzionale), nell'affidare determinate materie alla competenza esclusiva delle Regioni differenziate, il legislatore costituzionale ha determinato limiti dogmatici e positivi che delimitano tale competenza, anche se, secondo la dottrina siffatti limiti non sempre appaiono chiari e lampanti. Costituzione art. 3. Cfr., SAILIS, op . cit. CONTRA, MAZIOTTI, Studi sulla potestà legislativa delle Regioni, Milano 1961, secondo il quale il principio ecc., copia da pag. 10-11. 17 Cfr., CRISAFULLI, relazione su La legge regionale nel sistema delle fonti, in Atti III convegno di studi giuridici sulla Regione. 15 16 77 Comunque, non si può negare che questi limiti esistano e sono indicati, individuati e determinati o determinabili e comunque per la competenza legislativa esclusiva la determinazione appare tassativa a garanzia e ad evitare una proliferazione illegittima o semplicemente pericolosa alla unità statale. Le Regioni a statuto speciale, non hanno natura giuridica diversa, nè può arrogarsi una dignità e un prestigio superiore alle altre: tuttavia l'attribuzione ad esse, in contrapposto a quella a statuto ordinario, di una competenza primaria ed esclusiva, fa sì che nell'esplicazione concreta di tale potestà le porti ad intervenire in tutti i campi, per le materie in cui è stabilita l'esclusività, quindi anche nei rapporti di diritto privato. Del resto la diversità delle formule delle norme degli statuti speciali là dove pongono la competenza primaria e là dove stabiliscono quella ripartita (in quest'ultimo caso appare evidente la maggior restrittività della formula stessa) sono una prova di quanto si è esposto. Inoltre anche per la competenza esclusiva una parte della dottrina 18 ha fatto osservare che quando il legislatore costituzionale ha voluto ulteriormente limitare tale competenza l'ha fatto senza esitazione, adottando norme chiaramente limitatrici. Tuttavia la larga autonomia di cui gode non porta la Regione a distaccarsi completamente, ad isolarsi dallo Stato, poichè se ciò fosse essa non potrebbe svolgere le proprie potestà e raggiungere i propri fini, potestà e fini che può realizzare in dipendenza di un continuo rapporto con lo Stato sovrano e creatore dell'ente regione, rapporto che non va considerato, tecnicamente gerarchico. Ciò in attuazione concreta del principio costituzionale del riconoscimento delle autonomie pur nella indivisibilità della Repubblica (art. 5 Cost.). Una prova di tutto ciò si trova nel permanente controllo sugli atti e sugli organi regionali che altro non è se non una manifestazione del carattere originario e sovrano dell'ente creatore. Al periodo poi di una possibile continua antitesi fra fonte di produzione normativa statale e fonte di produzione regionale, il legislatore costituzionale ha cercato di porre rimedio attraverso l'adozione di un criterio, il più possibile preciso, di ripartizione di materie fra le competenze rispettive, enumerando gli oggetti suscettibili di una disciplina legislativa regionale. L'esame generale di tali elenchi indurrebbe a constatare che la potestà legislativa dell'ente si svolga normalmente nel campo amministrativo, per cui se ne potrebbe trarre la conseguenza che essa debba svolgersi essenzialmente nell'ambito del diritto pubblico. Tuttavia la individuazione delle materie non esclude e non implica a priori una loro disciplina e normativa a carattere esclusivamente pubblicistico 19 . 18 19 Cfr., PALADINI, op. cit. Secondo PALADINI, Diritto privato e leggi regionali, in « Giur. Cost. » 1958. 78 Fra gli enti pubblici, quelli autarchici territoriali e particolarmente la Regione, hanno una particolare contemplata rilevanza costituzionale la cui esistenza nell'ordinamento giuridico pubblico, concreta una forma non secondaria dello Stato Italiano. Perciò si può senz'altro aderire alla maggior parte della dottrina 20 nel doversi negare che la Regione sia un « ente costituzionale » dovendola correttamente ritenere ente di « rilevanza costituzionale ». Con tale configurazione si vuole intendere che la Regione, avendo struttura e principi garantiti espressamente dalla Costituzione, come risulta dall'art. 5 e dal titolo V non può essere colpita e limitata nei suoi poteri e diritti se non per mezzo del procedimento previsto dall'art. 128. Concordando col pensiero di questa dottrina non si può allora affermare che la costituzionalità della Regione derivi da quelle attività di carattere statali, quali per esempio l'iniziativa legislativa e il referendum perchè, anche gruppi singoli di cittadini possono partecipare e svolgere gli stessi atti senza che, per questo, assurgano alla figura di organi costituzionali. Allo stesso modo la partecipazione all'elezione del Presidente della Repubblica non attribuisce alle Regioni alcuna particolare qualifica costituzionale, così come non attribuisce ai Comuni o ad altri enti locali il prendere parte alla formazione di organi supremi, secondo avveniva, per esempio, nell'ordinamento della terza Repubblica francese dove il Senato traeva la sua investitura dall'elezione per opera dei consiglieri comunali 21 . La Regione appare così come un modo di essere necessario, ma non come elemento essenziale e costitutivo dello Stato. Quindi, pur considerando la Regione ente di rilevanza costituzionale, ma non « ente costituzionale », bisogna tuttavia ammettere che per la sua posizione, per la sua funzione e finalità, essa si pone come elemento funzionalmente e finalisticamente, anche se non strutturalmente necessario e non soltanto formalistico ed esteriore, dello Stato italiano; inoltre, la potestà normativa, l'autoamministrazione, l'autonomia finanziaria, la garanzia giurisdizionale delle sue competenze hanno un ESPOSITO, Postille a nota di Paladini, in « Giur. Cost. » 1957, e, La validità delle leggi, cit. afferma che l'esplicamento di attività legislativa o l'esplicamento di atti giuridici di una determinata specie non caratterizza la natura di un organo. Ne deriva secondo lo stesso autore che una distinzione fra organi costituzionali e non costituzionali non può farsi sulla base della tripartizione delle funzioni statali, ma solamente su una individuazione a base politica fra atti fondamentali per la vita dello Stato, fra atti cioè che danno concrete ed effettive direttive alla sua vita e atti che non hanno tale fine e tale contenuto. L'AMORTH, La Costituzione..., inquadra le Regioni nell'ordinamento fondamentale della Repubblica ma non nella organizzazione costituzionale vera e propria, ritenendole soltanto enti di rilevanza costituzionale. 21 Cfr., in particolare, MORTATI, Istituzioni..., pag. 693 e segg. 20 79 valore ed un senso, come strumenti necessari alla realizzazione dei propri fini secondo indirizzi non imposti, emergenti dalla volontà degli appartenenti all'ente. Anche per quest'ultima ragione, si dovrebbe ammetter una potestà normativa regionale nei rapporti privati intersoggettivi, in quanto non ammettendola l'ente non disporrebbe di tutti quei « mezzi necessari » e non potrebbe attuare in modo completo ed organico quel lineamento dell'autonomia locale definita « l'autonomia politica » 22 , la quale, applicata in ambito più ristretto nei Comuni e nelle Provincie, troverà una sfera d'azione più ampia nelle Regioni. Non si può negare una fondamentale superiorità, intesa in un senso non tecnicamente gerarchico, della Regione nei confronti degli altri Enti Autarchici territoriali. Infatti gli atti dei Comuni e delle Provincie sono semplicemente atti amministrativi, mentre quello regionale di rango più elevato, sia pure qualificato come « legge minore », rimane pur sempre di carattere legislativo, normativo generale e non amministrativo. Per quanto concerne la potestà legislativa esclusiva, la legge Regionale non è contenuta nell'ambito della legge formale dello Stata ma essa crea la legge formale, nei limiti del suo territorio e della materia escludendovi anzi l'efficacia di quella parlamentare. Naturalmente l'equiparazione della legge regionale a quella statale, si ferma qui, nell'ambito ben individuato e ristretto, anche per la competenza primaria ed esclusiva. La Regione non può superare i limiti posti dalla legge statale e prima ancora dalla Costituzione. Nella Regione, ente territoriale di decentramento legislativo ed amministrativo, la funzione normativa assume carattere di elemento primario ed essenziale della riforma regionale stessa, funzione per mezzo della quale l'ente può dare una disciplina più aderente agli interessi locali ad esso affidati. Esigenza questa che non verrebbe completamente soddisfatta se non si potesse attuare anche attraverso una normazione privatistica. Un decentramento limitato alle funzioni amministrative non avrebbe corrisposto agli intenti del legislatore costituzionale 23 . D'altra parte l'interesse così tutelato non è solo ed esclusivamente della Regione, ma è anche dello Stato se pure indirettamente. Per questa ragione la valutazione globale di una legge regionale può implicare, spesse volte, più un controllo di merito da parte del Parlamento che un giudizio di legittimità 24. Da tutto ciò si ricava che nell'attuale struttura costituzionale itaM. S. GIANNINI, op. cit. Secondo MIEL E, op. cit., la riforma se così limitata forse non avrebbe giustificato la creazione di un nuovo ente territoriale diverso dal Comune e dalla Provincia. 2 4 Cfr., SAIL IS, op. cit., pag. 57 e segg. 22 23 80 liana per effetto della ripartizione delle competenze, la Regione, in particolare la legge regionale, pur non potendo modificare in modo essenziale la struttura statuale, si pone come un elemento necessario dell'attuale ordinamento giuridico italiano. La Regione nella disciplina delle materie ad essa assegnate dal legislatore costituzionale, non può essere limitata dalla natura delle norme che deve emanare, potendo esse quindi rivestire anche natura privatistica, se ciò si renderà necessario per la migliore e più idonea disciplina dei rapporti stessi. Tuttavia la Corte Costituzionale ha escluso, sia pure con qualche particolare mitigazione, la competenza della Regione ad emanare norme regolatrici di rapporti privati, data la natura pubblicistica dell'ente e per i suoi fini esclusivamente pubblicistici 25. Dice infatti la Corte: « i limiti della competenza regionale... vanno ricercati più che nella natura delle norme da emanare, nelle finalità per cui l'ente Regione è stato creato. E poichè non è da dubitare, che il decentramento regionale è in funzione del soddisfacimento di interessi pubblici, le finalità che la Regione deve perseguire qualificano la competenza legislativa attribuitale ». Questa impostazione giurisprudenziale è stata criticata in dottrina e non solo da coloro che sono favorevoli ad una legislazione privatistica locale 26 . Certamente in astratto la pubblicità di un ente di per sè stessa non è un ostacolo per una disciplina dell'ente stesso nel campo privatistico. L'esame pur breve, svolto circa la posizione giuridica della Regione non induce a negare una competenza legislativa regionale nei rapporti privati, dato che la Regione possiede, esercita e partecipa oltre che al potere amministrativo, anche al « più eminente » dello Stato, qual'è quello legislativo. Inoltre la sua struttura e le sue funzioni spiccatamente pubblicistiche e, nelle materie rientranti nella sua competenza, la compartecipazione all'attività statale, permettono alla Regione di spingere la propria attività normativa anche nel settore dei rapporti privatistici, rapporti anch'essi necessari per il conseguimento dei fini suoi essenziali Corte Cost. sentenza n. 35 del 26 gennaio 1957 in « Giur. Cost. », pag. 437. Il MORTATI, in nota alla sentenza citata, in « Giur. Cost. » 1957, pag. 437, pur negando la competenza regionale nei rapporti privati fa notare, come un altro autore, il MIEL E, partendo da una impostazione sostanzialmente uguale a quella della Corte, sia giunto a conclusioni opposte a quelle giurisprudenziali e cioè in conseguenza della equivocità del significato che possiedono termini come quelli adottati: fini pubblicistici, interessi pubblici, scopi di pubblica amministrazione e simili. SAIL IS, op. cit., criticando la impostazione della Corte ritiene che quest'ultima immetta un ulteriore elemento non di semplice interpretazione e di retta applicazione della Costituzione e degli Statuti speciali, ma addirittura una vera e propria aggiunta di un limite positivo, generale e radicale, al complesso dei limiti determinati dal legislatore. 25 26 81 ed in definitiva, se pure indirettamente della comunità statale superiore. Questa soluzione oltre che radicata nella norma costituzionale, interpretata nel senso di ammettere la disciplina dei rapporti privati, non contrasta con struttura e funzione e coi rapporti fra Stato e Regione, che permettono la vitale coesistenza di due poteri legislativi, quello del Parlamento e quello del Consiglio regionale. III. - La competenza esclusiva della Regione come ulteriore prova dell'ammissibilità di una disciplina privatistica locale. L'elemento di più rilevante differenziazione dei due tipi di autonomia regionale, previsti nel nostro ordinamento giuridico costituzionale, è costituito dall'attribuzione alle Regioni a statuto speciale della potestà legislativa, cosiddetta « primaria o esclusiva », cioè di una competenza legislativa, per le materie in cui è affermata, più ampia di quella consentita alle altre Regioni. Le fonti costituzionali su cui si fonda la potestà esclusiva regionale sono l'art. 116 della Cost. che, genericamente, stabilisce: « Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d'Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali »; ed inoltre le norme degli statuti relativi a tali Regioni, che stabiliscono il campo entro cui siffatta potestà può esercitarsi. Le formule delle norme dei vari statuti speciali, presentano ad un primo esame una diversità di espressioni ed una apparente differenza nel fissare i limiti: ma tale diversità non significa diversità di competenza esclusiva per le diverse Regioni di cui all'art. 116 della Cost. L'espressione « legislazione esclusiva » è peculiare dello statuto siciliano, mentre gli altri usano espressioni quali « potestà legislativa » o « potestà di emanare norme legislative » 27 . Queste diversità di carattere letterale derivano dalla circostanza che la redazione dei singoli statuti speciali è avvenuta in presenza di condizioni politiche diverse; sia dall'esigenza delle specialità particolari e singolari degli statuti, esigenza fondata e legittimata sul comune fondamento dell'art. 116 della Cost. in confronto delle Regioni contemplate nel titolo V della medesima, sia dalle singole e individuate caratteristiche che hanno originato la necessità politica di organizzare il pubblico potere in relazione alle diverse particolarissime situazioni delle Regioni costituite: come, per esempio, la presenza di forti gruppi di lingua tedesca e francese nelle Regioni trento-atesina e della Valle d'Aosta, e particolari condizioni sociali in Sicilia e Sardegna. 27 Cfr., SAILIS, op. cit. 82 Comunque le norme degli statuti sociali, nonostante la notata differenza di espressioni formali, e quella della Costituzione, contenute nel titolo V, sembrano affermare chiaramente, che la Regione può emanare « leggi » in senso proprio. Lo Stato perciò non è più, come sosteneva la dottrina tradizionale, il solo ente che possa creare atti legislativi, « intesi come potere massimo di produzione giuridica », poichè tale opinione viene superata col nuovo ordinamento regionale introdotto nel 1948 e soprattutto con l'attribuzione a determinate Regioni di una competenza legislativa esclusiva 28. E la dottrina dominante 2 9 oggi, è concorde nell'attribuire la natura di legge agli atti regionali così qualificati dalla Costituzione e dagli statuti. Infatti: l'efficacia risulta dalle espressioni usate dalla Costituzione di « leggi » e « leggi regionali »; nell'art. 121 si usa l'espressione più incisiva di « potere legislativo » della Regione, in contrapposto al suo potere regolamentare. Evidentemente, i compilatori hanno inteso attribuire a queste norme la stessa posizione e la stessa efficacia delle leggi formali, le quali, in tal modo avrebbero non una, ma due fonti di produzione: il Parlamento per l'intero territorio dello Stato e i Consigli regionali per le maggiori circoscrizioni di esso ». La formula « legislazione esclusiva », usata esplicitamente solo nello statuto siciliano, risulta evidente, se pure in modo inespresso, anche negli altri statuti speciali. Questo termine, prima dell'emanazione di tali statuti, nel nostro ordinamento giuridico era usato in modo peculiare ed esclusivo in riferimento alla sovranità statale e all'atto in cui si esprimeva, cioè la legge formale, e nel campo della giurisdizione. Infatti in campo giurisdizionale si vuole affermare la non competenza di altri: si ricordi, ad esempio, ciò che la legge sul Consiglio di Stato, dispone all'art. 30: « nelle materie deferite alla esclusiva giurisdizione del Consiglio, questo conosce anche di tutte le questioni relative ai diritti », affermante cioè la tassativa esclusione, per le materie in cui è stabilita, della competenza dell'autorità giudiziaria ordinaria, in deroga al generale principio della separazione della competenza sui diritti da quella sugli interessi legittimi, normalmente distribuita rispettivamente fra la giurisdizione ordinaria e la giurisdizione amministrativa. Si parla ancora di esclusività nel senso letterale di « ius escludendi alios », per significare la posizione di uno Stato sovrano nei confronti di altri Stati aventi una identica situazione giuridica. Secondo M. S. GIANNINI, op. cit. Questo superamento lo si era avuto ancor prima dell'emanazione della Costituzione del 1948 considerando che i regolamenti comunali in materia di edilizia, polizia locale, igiene ed urbanistica, potevano contenere norme attributive e regolatrici dei diritti soggettivi dei privati, e potevano configurarsi ipotesi di reati quanto meno contravvenzionali. 2 9 Cfr., MORTATI, Istituzioni..., ZANOBINI, corso cit., vol. III, pag. 184 e segg. 28 83 Ma la nostra Carta costituzionale nel creare, attraverso le leggi regionali ed in particolare con l'attribuzione alle Regioni individuate nell'art. 116 Cost. di una competenza esclusiva, una nuova fonte di diritto prima non conosciuta, ha fatto sorgere il complesso problema di determinare quali siano i rapporti fra leggi regionali e leggi statali. La difficoltà del problema è data, come ha rilevato la dottrina costituzionalistica, proprio dalla mancanza nella nostra Costituzione di un criterio che chiaramente possa indicare il grado da attribuire alla legge regionale. Inoltre nel nostro ordinamento costituzionale, pur dovendosi concedere l'autonomia alle Regioni, in particolare, una autonomia maggiore a quelle a statuto speciale, attraverso soprattutto la competenza primaria, si deve però escludere ogni elemento di tipo federalistico, tale cioè da far pensare ad una certa sovranità degli enti territoriali (Stati membri), anche se tale sovranità non si può affermare nell'ambito internazionale col conferimento della personalità giuridica internazionale e con il così detto « ius escludendi alios ». Ma, anche nello Stato federale il principio della prevalenza del diritto federale sul diritto degli Stati membri è un carattere necessario di questo tipo di Stato 30. D'altra parte nel nostro ordinamento costituzionale, non si può negare che la legge regionale, emanata entro i limiti della competenza e non solo di quella esclusiva, abbia un'efficacia preminente rispetto a quella statale e le formule adottate, i poteri posseduti non lasciano dubbi in proposito. Invero la difficoltà e l'incertezza che si può provare di fronte alla legge di un ente non sovrano che ha efficacia esclusiva su quella dell'ente sovrano, da cui pur sempre dipende, non si può facilmente superare. Ma se si riconosce una portata relativistica al concetto di esclusività che caratterizza e qualifica la competenza delle Regioni a statuto differenziato, tutto il sistema si armonizza ed i due termini o poteri coesistono nell'unità del sistema medesimo. Relatività che consegue dalla sovranità dello Stato, dal fatto che una tale competenza deriva pur sempre dall'ente sovrano ed, infine, dai limiti costituzionali posti alla legislazione esclusiva e primaria regionale 31 . Ora, si può fondatamente ritenere che la concessione di una potestà legislativa esclusiva e primaria, non contraddica a tale concetto di sovranità e nemmeno lo contraddica se si ammettesse che siffatta competenza possa disciplinare, nelle materie costituzionalmente determinate, anche rapporti privati intersoggettivi; la sovranità non V. ESPOSITO, op. cit. Cfr., SAILIS, Autonomia regionale..., pag. 9. Secondo MAZIOTTI, Studi sulla potestà legislativa delle Regioni, Milano 1961, il principio valevole per lo stato federale, cioè della supremazia della legge federale, vale per ogni tipo di Stato che comprenda nel suo ambito collettività territoriali dotate di potestà normativa. 30 31 84 viene meno ed è limitata soltanto in una piccola parte di una delle attività in cui essa normalmente si esplica e si concretizza. Dato ciò è realizzabile la possibilità di creare un decentramento legislativo anche largo e quindi è superabile, mi pare, la perplessità suscitata non solo dalla formula « esclusiva », ma anche dall'ammissibilità di una normazione privatistica della Regione nell'esplicazione concreta di tale potestà legislativa esclusiva. Questa soluzione, inoltre, non è in contrasto nemmeno col principio dell'unità e indivisibilità della Repubblica, sancito nell'art. 5 Cost., dato che è principio generale che la legge regionale ceda alla legge dallo Stato e le eccezioni, a tale principio si desumono solo da una espressa disposizione di legge e dato il principio dell'unità politica dello Stato. Ma è opportuno rilevare 3 2 , che sarebbe inesatto, partendo dal presupposto che l'art. 5 della Costituzione, sancendo l'unità e l'indivisibilità della Repubblica, abbia soltanto voluto affermare l'unità giuridica dell'ordinamento italiano (cioè che gli ordinamenti locali si inquadrano nell'unità dell'ordinamento giuridico statale), derivare come conseguenza « che le autonomie locali, quale che sia la loro ampiezza, sono sempre conciliabili con l'unità dello Stato ». Fermi restando questi rilievi, le norme regionali, svolgenti la competenza esclusiva, che regolano rapporti privati intersoggettivi, nella misura in cui è consentito dal nostro ordinamento costituzionale, non hanno la possibilità, non dico, di incrinare, ma nemmeno di intaccare l'unità del sistema del diritto privato, quale risulta fondamentalmente dal Codice Civile e l'equilibrio costituzionale dell'articolo 5 Cost. La natura delle norme che la Regione emana nell'esplicazione della sua competenza legislativa (sopratutto di quella esclusiva), non può costituire un ostacolo a tale potestà, la quale quindi può, entro i limiti stabiliti dalle norme attributive di competenza, penetrare sia rapporti di diritto pubblico sia nei rapporti di diritto privato e possono disciplinare la pubblica amministrazione ed i rapporti fra questa ed i singoli, come i rapporti intercorrenti fra privati 3 3 . Naturalmente le norme di principio (quali per esempio le norme di ordine pubblico), formando il complesso dei c.d. « principi generali dell'ordinamento giuridico », sono inderogabili da parte del legislatore regionale, poichè altrimenti verrebbe meno quell'equilibrio che deve esistere fra organi locali e organi centrali, quale è stato scolpito nell'art. 5 della Costituzione. Non costituisce però una sufficiente ragione per affermare che sia sempre necessaria la previa emanazione di leggi programmatiche e di principio. Infatti, la competenza esclusiva, non tollerando leggi « cor32 33 Cfr., MAZIOTTI, op. c it. AUS IEL L O, Studi sull'ordinamento regionale, 1954. 85 nice », non avrà bisogno di una « auctoritatis interpositio » del legislatore statale, essendo essa anche « primaria », e nei limiti della materia assegnatale potrà penetrare tutti i rapporti con tutti i mezzi ad essa consentiti, anche con norme di diritto privato, tanto più che essa non comprende molti dei principali istituti, come ad esempio la famiglia e le successioni, ma si estende soltanto alle materie costituzionalmente consentite. Inoltre la tassatività dei limiti costituzionali alla competenza esclusiva oltre che la rilevata « primarietà », possono essere ulteriori elementi a prova della possibilità, per la Regione, di disciplinare, autonomamente, per conseguire i propri fini, le materie ad essa riservate, senza altri limiti che quelli sanciti dagli Statuti e dalla Costituzione, in cui non figura quello riguardante i rapporti di diritto privato. La competenza esclusiva, essendo « primaria », discendendo cioè dalla norma costituzionale, ha posto la Regione al riparo da ingerenze del legislatore ordinario nelle materie determinate: non vi sono leggi « cornice » come accade per la competenza ripartita e concorrente attribuita anche alle Regioni di diritto comune, ma vi è discrezionalità del Consiglio regionale, che deve essere libero nella disciplina delle materie assegnate, di atteggiarsi in tutti i rapporti sia pubblici sia privati, senza altri limiti che quelli risultanti dalle norme costituzionali. Se, per determinate valutazioni, il costituente ha voluto distinguere due tipi di Regioni, attribuendo ad alcune di esse con esclusione di tutte le altre, una competenza esclusiva primaria, ciò può significare che tale competenza speciale si esplica in tutti i campi, anche quello privatistico. Se la competenza esclusiva primaria, si restringesse, per esempio in « agricoltura », solo all'emanazione di norme per l'incremento tecnico e il tecnico miglioramento del settore agricolo, mediante la partecipazione regionale con contributi, premi, ecc... si vulnererebbero le ragioni della specialità, che rimarrebbe circoscritta alla concessione di somme ai migliori agricoltori, e si confinerebbe la potestà legislativa regionale agli aspetti esteriori dell'agricoltura; si rinnegherebbe, praticamente, la competenza esclusiva nella sua fondamentale natura se essa non potesse penetrare con la propria disciplina il sistema dei rapporti privati, s'intende nel rispetto dei principi statali relativi alle riforme economico-sociali, e degli altri limiti costituzionalmente determinati. Quindi, mi pare, si possa concludere, che l'attribuzione alle Regioni differenziate dell'articolo 116 della Costituzione, di una competenza primaria ed esclusiva si ponga come una prova ulteriore della loro potestà a disciplinare rapporti di diritto privato, nelle materie in cui la competenza esclusiva è stabilita e, s'intende, facendo salvi i limiti invalicabili costituiti dai principi generali dell'ordinamento giuridico statale. 86 IV. - Le norme costituzionali sulla competenza legislativa regionale - I rapporti di diritto privato. Nella nostra Costituzione non mi pare si possano ravvisare norme che giustifichino testualmente e sufficientemente l'opinione che riserva alla legge statale la regolamentazione dell'intero diritto privato. E' pur vero che la Costituzione riserva alla legge ordinaria, in modo espresso, la disciplina di molti e principali rapporti di cui è costituito il diritto civile; quali alcuni rapporti famigliari nell'articolo 29 II comma e 30; la proprietà nell'art. 42 II comma, la successione sia legittima sia testamentaria nell'art. 42 u.c.; per cui, sembrerebbe potersi agevolmente desumere, nel nostro diritto positivo, l'esistenza di un'inespressa riserva di legge statale per la disciplina di tutti i rapporti di diritto privato 3 4 . Ma una simile confusione contrasterebbe logicamente con il carattere speciale delle riserve di legge che restringono il campo del legislatore statale. Soprattutto 35, essa verrebbe smentita dalla natura dei riferimenti alla materia civilistica, contenuti nella carta costituzionale, i quali normalmente, non presuppongono esclusivamente una finalità di garanzia delle situazioni giuridiche soggettive corrispondentemente riconosciute e delineate nella Costituzione, ma rinviano completamente al legislatore ordinario il compito di disciplinare le situazioni stesse: e, conseguentemente, non sottraggono le materie in esse contemplate alla competenza legislativa della regione. Infatti secondo il Sailis 3 6 , è indubbiamente vero che gli articoli 41-42 della Cost. dettano norme tendenti a garantire una certa uguaglianza di trattamento per tutti i cittadini della Repubblica a qualsiasi regione questi appartengano, ma una interpretazione « assoluta e totalitaria » di detti articoli finirebbe per « obliare e cancellare, addirittura, sia la norma dell'art. 116 Cost., dove si prevedono forme particolari di autonomia ed anche quindi di decentramento legislativo, sia le norme attributive di competenza esclusiva contenute negli statuti speciali che pure sono adottati con leggi costituzionali ». Il rapporto quindi tra la legge statale e la legge regionale è anche qui un rapporto di « generalità e specialità » rapporto che esiste pure fra gli art. 41 e 42, considerati nel loro complesso, e gli articoli degli statuti speciali attributivi di competenza primaria ed esclusiva pur essi costituzionali. La relativa varietà legislativa, conseguente alla coesistenza della fonte statale e, nel pieno rispetto dei principi fondamentali degli artiPALADIN, La potestà legislativa regionale, Padova 1958. Cfr., PALADIN, op. cit. 3 6 SAILIS, Autonomia regionale... 34 35 87 coli 41 e 42, di quella regionale, « non rinnega la stabilità essenziale » di detti principi, ma « adegua siffatta stabilità alle particolari esigenze e ai particolari fini della regione », e ciò in conformità degli intendimenti per cui il costituente ha voluto realizzare l'autonomia regionale. Perciò se la regione non potesse legiferare in alcun « settore privatistico » per le materie attribuite alla sua competenza, si ridurrebbe la sua potestà legislativa ad un valore puramente amministrativo e l'atto non potrebbe « assurgere alla gerarchia di vero ed effettivo atto legislativo formale », pur dovendosi considerare la legge regionale come « legge minore ». Questi argomenti possono essere fatti valere anche contro quell'opinione dottrinale 37, che senza porsi lo specifico problema dell'ammissibilità della normazione privatistica locale, fa notare la contraddizione e inconciliabilità esistenti fra una disciplina regionale dei rapporti di diritto privato, per esempio, in agricoltura ed i richiami alla legge ordinaria, contenuti negli art. 41 e 42 Cost. in tema di libera iniziativa e di proprietà privata, osservando che, per definizione, i detti richiami si riferiscono soltanto alle leggi statali consentendo alle stesse di determinare l'ambito della corrispondente competenza regionale o addirittura di negare completamente tale potestà legislativa. Di contro è stato osservato38 che negando gli articoli 41 e 42 della vigente carta costituzionale la introduzione di una riserva di legge in senso tecnico, per quanto riguarda la disciplina privatistica dell'iniziativa economica e della proprietà privata, la stessa affermazione contribuisce ad escludere che quelle disposizioni valgano a limitare la legislazione regionale anzidetta, non essendo pensabile che per i settori nei quali non venga in rilievo un'esigenza costituzionale di garanzia, permangano ragioni logiche atte a giustificare una siffatta interpretazione restrittiva. Bisogna osservare però che ad esempio ancora in materia d'agricoltura, la potestà legislativa regionale non potrebbe espandersi fino al punto di creare nuovi tipi di contratti dovendo esplicarsi esclusivamente nell'ambito delle norme civili attinenti ai rapporti di associazione agraria, perciò sembra esagerata l'osservazione sollevata da alcuni che ogni regione potrebbe crearsi un proprio codice civile, accanto o addirittura in contrapposto a quello nazionale. Un altro argomento contro l'opinione dell'ammissibilità di una legislazione privatistica locale, è stato ricavato dal I comma dell'art. 118 Cost. che così stabilisce: « Spettano alla Regione le funzioni amministrative per le materie elencate nel precedente articolo, salvo quelle di interesse esclusivamente locale, che possono essere attribuite dalle leggi della Repubblica alle Provincie, ai Comuni o ad altri enti locali ». Il criterio che ispira il citato comma è quello del parallelismo fra funzioni amministrative e funzioni legislative regionali, da ciò se ne è 37 38 ESPOSITO. La validità... PAL..ADIN. Diritto privato... 88 dedotto quale conseguenza che la legislazione regionale debba esplicarsi al servizio dell'amministrazione, emanando cioè, solo quelle norme pubblicistiche generali ed astratte richiedenti un'attività corrispondente nel campo esecutivo. Ma si può rilevare che di fatto nemmeno gli enti locali minori svolgono la loro autonomia normativa in rapporto esclusivamente alle funzioni « materialmente » amministrative. D'altra parte, è stato osservato39 che, se si considerassero connesse le funzioni regionali si arriverebbe a provare troppo, perché in questo caso, non potrebbe essere ammissibile non solo un'attività legislativa regionale nei rapporti di diritto privato, ma anche alcuna legislazione di carattere pubblico per la quale non ci sia bisogno di apposita esecuzione. La competenza della Regione a disciplinare rapporti privati intersoggettivi si potrebbe ulteriormente mettere in dubbio 40 , considerando che all'ente non appartengono certamente altre competenze, come conseguenza della sua posizione giuridica nell'ordinamento statale, della sua struttura e dei suoi fini; quale ad esempio, la competenza di emanare norme penali, sulla cui impossibilità la Corte Costituzionale ha affermato sempre il proprio atteggiamento negativo ed anche la quasi totalità della dottrina ha assunto una posizione negativa al riguardo 41 . Ma il problema della possibilità da parte della Regione di emanare norme penali, appare completamente diverso da quello della competenza a disciplinare rapporti di diritto privato. Ed è soltanto logico in apparenza quel ragionamento per cui data l'esistenza di una potestà normativa: non si può, conseguentemente, non affermare anche il potere correlativo di determinare sanzioni come tutela e garanzia delle norme emanate. Tutto ciò è valido per lo Stato sovrano, ma non per un ente derivato la cui autonomia è tassativamente determinata con l'attribuzione di singole materie alla sua competenza e la cui legislazione, come si è visto, non è espressione di « sovranità » ma di semplice per quanto estesa « autonomia ». Si può quindi concordarla con interpretazione secondo la quale 42 se l'art. 25 Il comma Cost. non pone una esplicita riserva di legge statale per quanto riguarda la statuizione di sanzioni penali, tuttavia la può argomentare dalla funzione della pena e dall'esigenza di valutazione unitaria, sia nel sanzionare penalmente dati comportamenti, sia nella determinazione della sanzione. La negazione di una competenza penale della Regione è conseguenza logica di una interpretazione restrittiva, non così per la competenza a emanare norme disciplinatrici dei rapporti intersoggettivi priPALADIN, op. cit. v. Osservazioni del SAILIS, op. cit. 41 Cfr., Dottrina citata in note 6 e 8. 42 MORTATI, Sulla potestà delle regioni... 39 40 89 vati: tale potestà è insita nelle stesse norme costituzionali ed in particolare è « in formula ipsa degli statuti speciali ». Infatti, per esempio, nell'art. 14 lett. a) dello statuto siciliano figurano le materie « agricoltura e foreste » poi alla lett. e) si parla di « incremento della produzione agricola », momento o aspetto particolare delle materie dell'agricoltura e foreste. La precisazione è utile per dimostrare la competenza regionale nei rapporti privati e conferma che il legislatore costituzionale non ha voluto limitare la competenza regionale alla sola miglioria tecnica diretta ad incrementare la produzione agricola, consentendo, invece, alla Regione la disciplina dei rapporti privati di natura agraria come mezzo per l'incremento della produzione stessa. Ciò discende altresì dal modo stesso con cui sono state formulate le materie della competenza regionale; così nello statuto sardo nell'articolo 3 lett. d) il riferimento generico all'agricoltura e foreste è seguito dall'indicazione delle piccole bonifiche e delle opere di miglioramento agraria e fondiario, che rappresentano la specificazione entro cui deve svolgersi la competenza del legislatore regionale, (analogo discorso si può fare per lo statuto della Valle D'Aosta e del Trentino Alto Adige). Il legislatore costituzionale, dunque, quando ce n'è stato bisogno o ha voluto portare delle restrizioni lo ha fatto, attraverso la configurazione e la individuazione delle materie. Così, ancora, alla lett. e) dell'art. 3 lo statuto sardo, menzionando i lavori pubblici ha specificato però che deve trattarsi di lavori pubblici « di esclusivo interesse della regione », apportando quindi una limitazione alla competenza locale e riconoscendo che nel territorio della Sardegna ci sono lavori pubblici di interesse esclusivo dello Stato; perciò quando non vi è il limite dell'interesse nazionale, la regione può svolgere, col rispetto degli altri limiti posti nello stesso articolo 3 la pienezza delle sue potestà legislative. Nella formulazione, poi degli statuti speciali, agli articoli riguardanti la competenza legislativa ripartita o concorrente, consentita quindi anche alle regioni a statuto ordinario, lo Stato ha un mezzo importante di garanzia con leggi « cornice » contenenti i principi fondamentali invalicabili (principi nettamente diversi dai « principi generali del diritto » i quali vengono desunti dal complesso delle norme dell'ordinamento giuridico). Poste queste garanzie, la Regione, di sua iniziativa, cioè anche senza l'espresso consenso del legislatore ordinario con la c.d. legge « cornice », che dovrà essere riempita e perfezionata, può procedere all'ulteriore disciplina dei rapporti di diritto privato, afferenti alle determinate materie 43 ; tanto più, che, non soltanto il legislatore regionale non può disporre norme sulla materia di sua competenza se non sono state pre43 SAILIS, Autonomia... 90 cedentemente emanate le leggi statali, contenenti per ciascuna materia i principi fondamentali a cui si deve attenere la Regione, ma anche qualsiasi modificazione di tali principi per opera del legislatore statale abroga le norme regionali con essi contrastanti col conseguente obbligo per i Consigli regionali di provvedere alle necessarie modifiche entro 90 giorni. (ciò a norma dell'art. 10 legge n. 62 del 10 febbraio 1953). Dunque concessa una competenza legislativa nel campo privatistico nell'ambito ripartito o concorrente, non è possibile negarla nel contempo, per le materie rientranti nella competenza esclusiva o primaria delle Regioni menzionate nell'art. 116 Cost., più ampia e che non ammette « leggi cornice » e, suscettibile di essere limitata non dai singoli principi dell'ordinamento giuridico privatistco, ma solo da quelli fondamentali e generalissimi di tutto l'ordinamento. V. - La pubblicità dei fini regionali non impedisce all'Ente la disciplina dei rapporti privati - L'opinione del Mortati criticata dal Paladin e dal Sailis. La distinzione fra diritto pubblico e diritto privato è questione molto dibattuta e non è ancora stata formulata una dogmatica pacificamente accolta. Lo Stato moderno poi ha decisamente moltiplicato i suoi interventi in campi prima ignorati o indifferenti, e tende ad assurgere a guida della vita collettiva con una disciplina che penetra sempre più in atti e rapporti privati per inserirli nell'area pubblicistica allargandola, così, maggiormente. Questo mutato rapporto fra Stato e società, come afferma l'Amorth, non è tanto dovuto al potere politico, ma è stata la società che ha richiesto e si è infine appoggiata allo Stato; così lo Stato ha oltrepassato il compito di conservazione sociale per dilatarlo in compito di attivazione, di coordinazione e, persino, di gestione della vita sociale. La nostra Costituzione con dichiarazioni di principio, con norme programmatiche e norme precettive, può costituire una prova del processo in atto, della pubblicizzazione degli interessi e dei fini. Lo Stato, ente pubblico sovrano, ha fini universali, non disciplina tutti i rapporti intersoggettivi che si svolgono nel suo ambito territoriale, ma, nell'autonoma disciplina dei mezzi e dei fini, dimostra una sensibilità maggiormente spiccata verso la pubblicizzazione, e verso quei rapporti a rilevanza sociale. Le situazioni di libertà di fatto, dovute a rapporti giuridicamente irrilevanti«, si restringono, sempre più di numero ed entità. 44 Cioè secondo MORTATI, Istituzioni..., rapporti sociali rispetto ai quali lo Stato rinunzia ad ogni intervento, rimanendo per esso indifferente che i medesimi si costituiscano o non si costituiscano, sorgano con un certo contenuto o con un altro diverso. 91 La rilevanza giuridica, per lo Stato, di interessi sociali è legata anche ai luoghi, ai tempi ed alle contingenze storiche ma l'immediatezza di collegamento con l'interesse generale, la dichiarazione implicita ed esplicita, che rapporti e fatti prima ritenuti esclusivamente privati siano da considerarsi essenziali per il raggiungimento dei fini statali, hanno fatalmente allargato ed allargano la sfera dello Stato. D'altra parte la più accreditata dottrina pubblicistica 45 osserva che è interesse pubblico anche quello che dispone in ordine alla tutela dei rapporti privati: tutela che può effettuarsi o riconoscendo la piena autonomia (lecito semplice) o subordinandola al rispetto della legge cui gli stessi privati danno vita nell'esercizio della loro autonomia (lecito qualificato), nonchè delle condizioni generali che lo Stato predispone. Infatti, nella sfera dei rapporti intersoggettivi l'iniziativa privata non può essere libera al punto da intaccare o da contrastare col piano generale, dovendosi con esso coordinarsi. Questo rapporto veniva espresso dal Bodin quando affermava « nihil pubblicum esse potest ubi nihil sit privatum », cosicchè l'interesse statale e pubblicistico viene conseguito con un criterio libero e privatistico soltanto perchè tale criterio è ritenuto il più adeguato per il conseguimento di fini essenzialmente pubblici. Tutto ciò vuol significare che i mezzi consentiti dallo Stato o dallo Stato predisposti, non consentono in modo assoluto e sempre di escludere il fine pubblico nei rapporti privati. L'utilità generale pubblica può essere sempre presente, il che non consente una netta discriminazione tra pubblico e privato. A comprovare ulteriormente la labile distinzione e le conseguenze che ne derivano, vale anche la distinzione, fra diritto pubblico e ordine pubblico concettualmente ben differenziati giacchè l'ordine pubblico è costituito e si fonda su norme di diritto privato: per esempio, la struttura giuridica della famiglia posta nel diritto privato, e tuttavia, appartenente all'ordine pubblico e come tale di interesse essenziale dello Stato. Di ordine pubblico un insigne giurista, il Ranelletti, dava questa definizione: « l'ordine pubblico è costituito dall'insieme dei principi fondamentali su cui poggia l'organizzazione politica e sociale dello Stato e che lo Stato considera e pone come essenzialmente necessari, imponendo detti principi in modo cogente ed assoluto ai cittadini ». Ora il concetto di ordine pubblico, riguardando lo Stato nella sua unità, nella sua difesa supera, secondo alcuni, assumendolo, il concetto di diritto pubblico ma, nello stesso tempo deve trarre dal diritto privato gli elementi per la sua individuazione e definizione com45 Cfr., per tutti MORTATI, Istituzioni... 92 pleta. Le norme private di ordine pubblico perseguendo fini inderogabili dello Stato o dallo Stato ritenuti tali, sono inderogabili. Molte di queste considerazioni, possono valere anche per le Regioni; esse hanno una competenza legislativa formale, sulla quale la dottrina è concorde nel ritenerla non delegata. La Regione ha una propria personalità giuridica, ha una propria competenza, ha propri fini, sia pure nei limiti ed in armonia con la posizione dell'ordinamento regionale in uno Stato indivisibile, secondo il principio dell'art. 5 della Costituzione. Questa posizione « puntualizza gli interessi e i fini della Regione », interessi e fini che sono pubblici. Ma il fatto, che la Regione sia un ente pubblico e che pubblici siano i suoi interessi, non può mai significare che la Regione così come lo Stato, non possa legiferare, nell'ambito delle proprie materie, sui rapporti di diritto privato 46 . Come si è visto per lo Stato, anche alla Regione può convenire di adottare norme di diritto privato, ritenendo, con tale disciplina, di conseguire nel modo migliore ed effettivo « i suoi fini pubblici ». La creazione dell'ordinamento regionale è stata determinata anche dalla intenzione dello Stato di consentire a determinati gruppi consociati, di provvedere entro limiti non superabili alle proprie esigenze, dato che al Parlamento nella sua legislazione, non sempre è possibile tener conto di determinati bisogni e necessità localmente individuabili e caratterizzati. L'esistenza di un controllo di merito, è stato affermato da una parte della dottrina favorevole ad una penetrazione della legge regionale nei rapporti privati, affidato non alla Corte Costituzionale, ma ad un organo essenziale politico, può confermare l'assunto che, proprio perchè alla legislazione regionale non possono apporsi altri limiti, diversi ed in più di quelli espressamente previsti, è data al parlamento l'eventuale possibilità di intervento per garantire l'armonia dell'ordinamento e degli interessi locali con quelli nazionali. Anche la tesi ribadita dalla Corte Costituzionale 47 , per cui si vuol limitare l'esercizio della potestà legislativa regionale di rilievo privatistico, in rapporto alle finalità pubblicistiche dell'ente, è stata sottoposta a critica 48 . Tale critica ritiene che, solo in apparenza, la questione potrebbe risolversi ponendo in luce il divario tra gli interessi pubblicistici genericamente considerati, all'esclusivo soddisfacimento dei quali tenderebbe il legislatore regionale, e gli interessi privati normalmente insuscettibili di regolamentazione giuridica differenziata, e di rilevante è pure stata considerata la distinzione fra diritto privato e diritto pubblico ai fini della determinazione della sfera di competenza Cfr., SAILIS, Autonomia... MORTATI. op. cit. 48 Cfr., PALADIN, Diritto privato... 46 47 93 legislativa regionale, data la impossibilità di costruire un generale limite finalistico e la mancanza di una base positiva della pretesa riserva di legge in materia di rapporti privati. Tuttavia la gravità di questa considerazione, assunta soprattutto dal Paladin, la quale sembrerebbe privare di fondamento giuridico l'attuale linea di condotta della Corte Costituzionale, sarebbe secondo lo stesso autore assai più apparente che reale. Infatti i limiti di legittimità delle leggi regionali non varrebbero a salvaguardare la fondamentale unità del diritto e delle condizioni di vita di tutti i cittadini, rimarrebbe un controllo di merito, riservato però al Parlamento e non alla Corte Costituzionale 49 . Completamente diverse sono le conclusioni del Mortati, il quale ammette una normazione regionale nei rapporti privati, ma esclusivamente come riflesso di limiti imposti alla sfera di attività dei singoli nell'interesse della Regione 50 cioè soltanto attraverso una pubblicizzazione dei rapporti stessi. Il fatto però che la legge regionale sia uno strumento per conseguire i fini della Regione stessa, fini che sono essenzialmente amministrativi, non deve sminuirne la competenza; ciò si verificherebbe se si ammettesse un intervento della Regione sui rapporti privati, in quanto sia consentito dalla sua competenza, solo nel caso che pubblicizzi gli stessi. In sostanza la reale competenza legislativa regionale non si esaurisce nella pubblicizzazione dei rapporti di diritto privato. Certo la pubblicizzazione dei rapporti privati rientra nella competenza della regione come uno dei mezzi per il conseguimento dei suoi fini. La Regione è sì un ente amministrativo, ma è dotata di maggiori e più efficaci strumenti e, appunto perchè dotata di una competenza legislativa formale, non potrebbe non esserle consentito l'intervento nel settore privatistico, sia pure indirettamente e nelle determinate materie di sua competenza e con limiti di legittimità e di merito, per disciplinare tali rapporti senza per questo pubblicizzarli. Si può, quindi dissentire dalla posizione dottrinaria, secondo la quale la regolamentazione regionale privatistica, sia un mezzo di trasformazione illegittima della natura amministrativa della Regione per farle assumere carattere politico; e ciò non avverrebbe se si ammettesse il sistema della pubblicizzazione. La Regione può pubblicizzare un rapporto, ma non sembra negabile nemmeno l'ammissibilità di una competenza regionale a legiferare nei rapporti privati, senza elevarli o snaturarli attraverso la pubblicizzazione. Tanto più che le finalità pubbliche di un ente, come Cfr., PALADIN, Diritto Privato... MORTATI, Nota alla sentenza della Corte Costituzionale, n. 35, op. cit., Sulla potestà... 49 50 94 si è già notato, si possono conseguire anche attraverso la disciplina di rapporti privati intersoggettivi. VI. - Le decisioni della Corte Costituzionale sulla disciplina della Regione nei rapporti di diritto privato e suo svolgimento. Il pensiero della Corte Costituzionale, sulla competenza regionale ad emanare norme disciplinatrici di diritti intersoggettivi privati, si è constantemente mantenuto, con qualche eccezione però, nel senso di negare che siffatta competenza sia consentita alla Regione. Infatti nella sentenza n. 7 del 2 luglio 1956 51 la Corte Costituzionale pone la massima che i limiti della competenza regionale in materia di agricoltura vanno ricercati più che nella natura nelle norme da emanare, nelle finalità per cui l'ente regionale è stato creato. E poichè non è da dubitare che il decentramento regionale è in funzione del soddisfacimento di interessi pubblici, le finalità che la Regione deve perseguire qualificano la competenza legislativa attribuitale; la quale quindi deve limitarsi alla disciplina della materia dell'agricoltura per quanto attiene a detti interessi. Le leggi regionali non possono disciplinare rapporti nascenti dall'attività privata rivolta alla terra, quale bene economico, sia nella fase organizzativa che in quella produttiva; rapporti che devono essere regolati dal Codice Civile. Di conseguenza, prosegue la Corte Costituzionale, la Regione può occuparsi invece dei problemi attinenti alla organizzazione tecnica e allo sviluppo agricolo e forestale alla cui soluzione è interessata la collettività. D'altra parte nella stessa sentenza ed in un'altra 52 la Corte ammette una normazione regionale in tema di rapporti intersoggettivi, poichè sarebbe giustificato da speciali circostanze ambientali, particolari alle diverse Regioni. Nella sentenza n. 7/1956, a proposito della questione di illeggittimità costituzionale dell'art. 1 della legge 6 marzo 1950 della Regione sarda, che disponeva la riduzione del 10% dei canoni di affitto per l'annata agraria 1948-49 riguardanti i terreni siti nel territorio della Regione, affermava la Corte: « per decidere circa la costituzionalità della cennata disposizione, occorre riferirsi al momento e alle particolari circostanze nelle quali il legislatore sardo credette di avvalersi eccezionalmente del suo potere normativo per ridurre i canoni agrari. E non v'ha dubbio che egli col provvedimento impugnato intese fronteggiare la grave situazione venutasi a creare con la siccità dell'annata 51 52 In « Giur. Costituzionale », 1956, pag. Sent. n. 35 del 26 gennaio 1957, in « Giur. Cost. », 1957, pag. 437. 95 agraria 1948-49 che incidendo sulla pastorizia dalla quale le popolazioni sarde traggono notevole alimento, ebbe a tutelare l'equilibrio dei fattori essenziali dell'ordine economico». Le sentenze sono state criticate da molta parte della dottrina, anche da coloro, che pure concordano con le conclusioni della Corte nel non ammettere la competenza regionale privatistica, data anche la difficoltà di trovare un criterio distintivo sicuro fra diritto privato e diritto pubblico e la diversità di specie di interessi pubblicistici. Innanzitutto è stato fatto osservare come non si comprenderebbe a quale specie di interessi pubblici la Corte intendesse riferirsi 53. Inoltre, tale critica ritiene di rispondere al quesito, come fa la Corte Costituzionale, per la materia agraria e dei problemi attinenti all'organizzazione anche tecnica allo sviluppo agricolo e forestale, in quanto alla loro soluzione sia interessata la collettività, sembra troppo generico ed inidoneo a spiegare perchè debba essere sottratta alla Regione la competenza in ordine a determinati contratti, se ciò valga a soddisfare le esigenze dell'attività locale 54. L'atteggiamento poi della Corte di negare da un lato una normale competenza della Regione a regolare legislativamente rapporti intersoggettivi privati e contemporaneamente, d'altra parte, di affermare la possibilità di deroghe sia pure sulla base di criteri idonei per delimitarne l'ambito, non appare del tutto soddisfacente e coerente. La Corte, tuttavia, in altra sentenza, la n. 123 dell'8 luglio 1957, riafferma il criterio che, poichè il decentramento regionale è stato promosso in funzione del soddisfacimento di interessi pubblici solo in presenza di simili interessi potrebbe svolgersi l'attività legislativa locale. Ma si può richiamare qui quanto si è constatato in precedenza circa la difficoltà di scelta di un criterio distintivo fra diritto privato e la scarsa consistenza di quello, accolto dalla Corte, della tradizionale contrapposizione basata sul carattere collettivo o individuale degli interessi rispettivamente tutelati. Altro criterio, oltre quello della necessità, su cui la Corte basa il suo ragionamento logico giuridico è la temporaneità della disciplina privatistica, ammessa, nei casi esaminati. Ma se ciò può essere sì relativo all'efficacia della norma, non è affatto e sempre corrispondente agli effetti pratici, concreti, i quali nella realtà possono incidere in modo duraturo e non temporaneo, non solo sugli interessi dei pastori, ma anche per esempio dei proprietari dei terreni destinati al pascolo; questi ultimi possono subire ripercussioni sfavorevoli nelle previsioni che li spinsero a stipulare il rapporto contrattuale poi autoritativamente modificato dal legislatore regionale. 53 54 Cfr., MORTATI, nota alla sent. n. 35, cit., Sulla potestà delle Regioni. Cfr., nota precedente. 96 Quindi l'efficacia temporanea della norma non è detto debba costituire una semplice parentesi nei normali rapporti contrattuali. Se si considera dunque l'applicazione dei principi enunciati dalla Corte ai casi concreti cui si riferiscono talune sentenze, si notano chiare contraddizioni e palesi contrasti con la realtà. Con la premessa fondamentale da cui muove la Corte nella sua giurisprudenza 55, cioè di ammettere la competenza in tema di rapporti privati tutte le volte che si possa configurare uno specifico interesse pubblico regionale alle regolamentazione di essi, riesce difficile giustificare la dichiarazione di illegittimità costituzionale di due disposizioni legislative siciliane in tema di enfiteusi 56. La prima di queste norme stabiliva un criterio diverso da quello della legislazione statale per la determinazione del capitale di affrancazione; la seconda privava il concedente, in determinati casi, del diritto, attribuitogli dalle leggi statali, di computare i terreni dati in enfiteusi ai fini della riforma agraria. Infatti è stato notato 5 7 quegli stessi criteri - le specifiche condizioni dell'isola, la pace sociale, gli interessi della produzione agricola ritenuti sufficienti per autorizzare la Regione ed emanare norme per la riduzione temporanea dei canoni d'affitto - potevano egualmente legittimare una modifica delle norme relative all'enfiteusi. Certo la competenza nella materia dei rapporti privati appare dubbia quando le fattispecie disciplinate riguardano diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Nei casi in cui le fattispecie, oggetto della normazione regionale, attengono al diritto privato « storicamente inteso, ma sono protette dalla garanzia costituzionale » l'incompetenza regionale deriverebbe dalla esigenza dell'unità politica 58. Si è anche cercato se non proprio di giustificare, perlomeno di spiegare l'atteggiamento della Corte, che finisce per ammettere una competenza regionale ad emanare provvedimenti normativi di diritto privato indipendentemente dall'esistenza e dal possesso di una normale competenza alla produzione di norme privatistiche. Così per esempio l'Esposito in una postilla ad una nota giurisprudenziale del Paladin, richiama la distinzione dello Schmitt fra regole di diritto e norme giuridiche e provvedimenti o misure normative. Scrive, per l'esattezza, l'Esposito: « In verità la tesi cara alla Corte (dec. n. 7 del 1956; dec. n. 109 del 1957, dec. n. 123 del 1957), di una competenza delle Regioni a provvedimenti normativi di diritto privato indipendentemente dalla competenza alla emissione di stabili, regole di diritto privato non risulta abbia raccolto consensi in dottrina (ed è vivacemente criticata nell'annotazione che qui si postilla). Ma essa potrebbe richiamare i ripetuti suggestivi tentativi dello Schmitt 55 57 58 Cfr., sent. 8 luglio 1957, n. 123-56, cfr., sent. cit. in nota precedente. Cfr., MAZIOTTI, Studi sulla potestà legislativa delle Regioni, Milano 1961. Cfr., MAZIOTTI, Ibidem. 97 e di quanti lo hanno seguito, di distinguere dommaticamente tra regole di diritto (o norme giuridiche) e provvedimenti o misure normative, le seconde ammissibili pur in ipotesi nelle quali non esista la competenza a creare le altre ». Comunque, se nell'ordinamento regionale italiano si ammettesse una concretezza del principio enunciato dallo Schmitt, rivolto a giustificare, pur nella normale inesistenza di una competenza regionale sui rapporti privati, un'attività normativa basata più sulla contingenza e su fatti eccezionali che sul diritto positivo, ci si troverebbe di fronte ad una competenza aleatoria che esula sia da quella legislativa primaria, sia da quella legislativa concorrente e ripartita, le quali non potrebbero, in nessun caso, essere invocate per dare giuridica fondatezza ad una eventuale e soprattutto isolata ingerenza legislativa regionale nella sfera privatistica 59 . Con la sentenza 26 gennaio 1957, n. 23, contro il ricorso del Governo asserente che la competenza legislativa regionale in materia di pesca, attribuita in modo esclusivo e primario della Sardegna, non possa esplicarsi sul mare territoriale, appartenente esclusivamente allo Stato, la Corte Costituzionale ha affermato l'erroneità di tale presupposto data l'esistenza di una attribuzione statutaria in materia, che consente alla regione sarda di legiferare « senza limitazioni », oltre quelle dettate dalle norme costituzionali. La pesca in acque pubbliche non è uso del demanio idrico interno e marittimo e per la potestà normativa in materia di pesca non dipende dalla titolarità del diritto sul bene demaniale. La Corte ritiene « che l'intervento legislativo dello Stato e della Regione nell'attività privata che suole chiamarsi pesca e che può avere carattere sportivo o di diletto, sia industriale mira a fini del tutto estranei all'uso del bene, eventualmente demaniale, nel quale la pesca sia esercitata e che si proponga piuttosto di impedire il depauperamento del patrimonio ittico nazionale e di favorire il suo arricchimento. Per questi scopi o che si tratti di caccia o che si tratti di pesca, non ha rilevanza decisiva la condizione giuridica dell'ambiente nel quale queste attività si svolgono ». La Corte parla espressamente di « attività privata » della pesca. Del resto aggiunge: « questa conclusione è conforme alla disciplina legislativa statale, perchè la questione non si pone in termini diversi per le Provincie, che sono del pari enti autarchici territoriali e che attualmente esercitano il proprio potere per la disciplina della pesca sul mare territoriale che circonda il territorio dello Stato non ancora organizzato in Regioni a statuto ordinario (d. P.R. 13 luglio 1954 n. 747 art. 8) ». Ciò vuol significare che un ente, in particolare la Regione, nelle materie di competenza esclusiva primaria, può dettare 59 SAILIS, op. cit. 98 norme riguardanti l'attività privatistica, per il conseguimento dei suoi fini istituzionali. Inoltre è importante rilevare come la Corte dica espressamente che poichè « la potestà normativa in materia di pesca è statutariamente attribuita alla Regione autonoma della Sardegna senza limitazione alcuna, salvo le limitazioni delle norme costituzionali, la legge regionale in materia contiene una disciplina che estende legittimamente la propria efficacia anche nelle acque del mare territoriale ». L'importanza di questa sentenza, in contraddizione con la n. 7 del 21 giugno 1956 (dove in materia di « agricoltura » pur collocata nello stesso articolo statutario e nella stessa competenza esclusiva, negava alla Regione la potestà di disciplinare i rapporti privati), consiste dunque nella denunzia, anche per le parole usate, di un progressivo sforzo della giurisprudenza costituzionale tendente ad ammettere una competenza legislativa delle Regioni in campo privatistico, abbandonando le più rigide posizioni iniziali 60 . Ma in sentenze più recenti la Corte riafferma la sua impostazione originaria del problema, come nelle decisioni n. 46 dell'11 luglio 1961 6 1 e n. 49 pure dell'11 luglio 1961 62 . Afferma infatti nella sentenza n. 46 che « come ha avuto occasione di affermare più volte, le competenze normative attribuite alle Regioni e Provincie autonome sono da contenere entro i limiti risultanti dalla specificazione delle singole materie elencate negli statuti, secondo il contenuto delle medesime da determinare in base a criteri obiettivi, e non se ne può consentire l'estensione a rapporti non rientranti nelle medesime, in base alla mera considerazione dei fini che ne hanno ispirato il conferimento ». Ma in sentenze del 1962 sul problema della potestà normativa regionale nei rapporti di diritto privato, per esempio la n. 34 del 10 aprile63 e la n. 53 del 14 giugno 6 4 , la Corte ribadisce ancora una volta i criteri che già aveva enunciati nelle sentenze sopra citate (n. 7/1956 n. 23/1957), per affermare la competenza della Regione ad emanare norme per la disciplina dei rapporti intersoggettivi: cioè la temporaneità della legge regionale e l'eccezionalità della situazione che ha determinato l'emanazione delle norme stesse. Nella sentenza n. 34/1962 si legge infatti la massima che « pur spettando al legislatore statale la disciplina dei rapporti contrattuali, e in generale, delle materie di diritto privato ed il potere di derogare con legge al principio dell'autonomia contrattuale e delle libertà negoziali, sono ammissibili eccezioni a tale principio da parte della Regione, SAILIS, op. cit., 191. In « Giur. Cost. », 61, pag. 990. 6 2 In « Giur. Cost. », 61, pag. 1021. 6 3 « Giur. It. », 62, I, 1, 1071. 64 « Giur. It. », 62, I, 1, 1164. 60 61 99 alle condizioni e entro i limiti della temporaneità della legge regionale dell'eccezionalità di situazioni locali, dell'esigenza di soddisfare interessi pubblici e sempre che la legge regionale non sia in contrasto con i criteri informatori della legislazione statale, di cui deve rappresentare un adattamento alle particolari situazioni ambientali ». Analogamente nella sentenza n. 53/1962 si afferma che la competenza legislativa delle Regioni a disciplinare rapporti intersoggettivi privati sussiste solo in relazione a situazioni eccezionali e per periodi di tempo limitati. Per concludere, riteniamo si possa ripetere, anche a proposito di queste sentenze, l'osservazione già fatta per la sentenza N. 23/1957, secondo la quale questo è un ulteriore tentativo di mitigare la rigida posizione iniziale. Inoltre si può anche ripetere e ribadire la già citata critica che una parte della dottrina 65 muove ai criteri adottati dalla Corte: se si esclude, cioè, come principio, la competenza normativa regionale in materia di rapporti privati, l'eccezionalità delle condizioni ambientali e temporali e la temporaneità delle norme, non sembrano costituire criteri sufficienti per poterla affermare; tanto più che vi può essere temporaneità della legge o delle norme, ma non (perlomeno non sempre) degli effetti giuridici ad essa conseguenti. LUIGI CILIBERTO 65 Cfr., in particolare PALADIN, Diritto privato..., e nota cit. 100 Alcuni problemi topografici dell'antica Daunia Quando i Romani si affacciarono al confine tra il Sannio e la Daunia, trovarono già che l'ultima regione aveva raggiunto grande prosperità e floridezza grazie alle doti del suo popolo e all'influsso esercitato dalla civiltà greca specialmente attraverso l'egemonia di Taranto. I Dauni, stabiliti lungo le coste marine e sui terrazzamenti del Gargano e nel Tavoliere nella laguna sipontina e lungo i suoi numerosi corsi d'acqua, vivevano in grandi e piccoli centri che le fonti antiche, eccezione fatta per Salapia, Elpie di Strabone, detta colonia dei Rodi-Coi, non ricordano però prima della seconda metà del IV sec. a.C. Per ricostruire la topografia della Daunia in un periodo anteriore alla seconda metà del IV sec. a.C. dobbiamo ricorrere all'aiuto della ricerca archeologica. Purtroppo questa regione è ancora lontana ad essere esplorata sistematicamente e frammentarie sono le nostre conoscenze al riguardo. Ad ogni modo negli ultimi anni molto è stato fatto in proposito per l'opera instancabile del prof. A. Stazio quale soprintendente alle antichità della Puglia con la collaborazione di due validissimi studiosi: la sig.ra Fernanda Tiné-Bertocchi ed il prof. Santo Tiné. Le notizie di natura topografica nelle fonti antiche sono scarsissime. Purtroppo delle fonti più antiche ci sono giunti solo pochi frammenti: nelle opere geografiche spesso troviamo soltanto un elenco di entità geografiche (es. Strabone, Plinio il Vecchio, Mela, ecc.); dalle fonti storiche e letterarie, oltre ai nomi delle città, dei fiumi o dei monti in relazione ai vari avvenimenti storici, pochissimi sono i dati puramente topografici che possiamo ricavare. Nei confronti della nostra regione riscontriamo alcuni dati topografici per le città di Arpi, Luceria, Salapia, Siponto, ecc., come diremo in seguito. Nel IV sec. a.C., mentre a Taranto dominava Archita, la Daunia si presenta completamente ellenizzata nella cultura, nell'arte, nella religione. Dopo la morte di Archita, ripresi gli assalti dei Bruzi e Lucani e degli JapigiMessapi, i Tarentini si rivolsero ad Alessandro Molosso, re d'Epiro per avere aiuti. Questo sbarcato a Taranto vinse una serie di battaglie, avanzò sino ad Arpi e riuscì ad occupare Siponto 101 nel 333 a.C. 1. Sarebbe questa la più antica menzione di un avvenimento storico riguardante un centro dauno se si escludono le notizie riguardanti i Dauni in genere. Ad es. Dionigi di Alicarnasso (VII, 3) ricorda che all'assedio di Cuma nel 524 a.C. presero parte Umbri, Dauni ed altri barbari. La seconda guerra sannitica scoppiata nel 326 a.C. vede l'offerta di amicizia o addirittura di alleanza ai Romani da una parte degli Apuli 2. Per difendersi dai Sanniti Arpi e Luceria chiedono l'amicizia di Roma. E' questa la prima volta che Arpi viene ricordata in una fonte antica. Questo fatto preoccupò i Sanniti i quali, dopo la « clades caudina », vinti i Romani, diventano i padroni di Luceria (321 a.C.). I Romani cercano di riprendere le posizioni perdute, riconquistano Luceria nel 319 a.C. e allacciano rapporti di alleanza anche con gli Apuli di Canusium (318 a.C.) e di Teanum Apulum (menzionate per la prima volta nelle fonti). Gli avvenimenti seguenti portano i Romani a stabilire una colona latina a Luceria nel 314 a.C 3. E' questa la prima colonia militare creata in Puglia, vedetta romana nell'avanzata verso sud. Segue un lungo periodo di silenzio sugli avvenimenti riguardanti la Daunia. Ad ogni modo, dopo la battaglia di Sentinum (295 a.C.), vinti definitivamente i Sanniti, i Dauni hanno un relativo periodo di pace, mentre a Venusium viene dedotta una colonia latina nel 291 a.C. Nel III sec. tramite fonti antiche conosciamo altri centri dauni. In questo periodo Roma, per stabilire il suo dominio sul Mediterraneo, doveva vincere Taranto, la città bimare, ed avere così il predominio sullo Ionio e sull'Adriatico. Taranto, di fronte alla minaccia romana, chiama in aiuto Pirro il quale, dopo uno scontro con i Romani ad Heraclea, ne ebbe un secondo nei pressi di Ascoli Satriano (279 a.C.); - la prima menzione della città sembra risalga al 320 a.C. - (Liv. IX, 22). Nello scontro con un contingente della città di Arpi questo si infiltrò nel campo di Pirro e lo saccheggiò. Livio dice che la lotta fu indecisa; la vittoria romana contro Pirro si realizzò a Beneventum (275 a.C.). In seguito i centri dauni, di cui alcuni vengono ricordati per la prima volta, sono menzionati in relazione agli avvenimenti della II guerra punita. Notizia poco sicura e molto discussa. Si tratta di un noto passo liviano (VIII, 24) che ha dato occasione a delle perplessità. Molti studiosi hanno sostituito il termine « Sipontum » del passo con « Metapontum » (cfr. L. PARETI, Storia di Roma e del mondo romano, I, Torino, 1952, p. 520-1). 2 Livio, VIII, 25, 3; L. PARETI precisa: « Già nel 326 a.C. alcune località apule e specialmente la importantissima Arpi, per reggere alla penetrazione sempre più gravosa dei montanari Sanniti, avevano cercati l'amicizia di Roma» (Storia di Roma, I, p. 686 e segg.). 3 PARETI (op. cit., p. 686 e nota 5) afferma: « che forse già al 325 a.C. i Romani abbiano stanziati dei coloni, o almeno una guarnigione a Luceria, pare da dedursi da un passo di Velleio Patercolo; ad ogni modo la tradizione ammette esplicitamente tale occupazione romana avanti la battaglia di Caudio ». L'occupazione romana a Luceria e la deduzione della colonia latina è riferita da DIODORO (XIV, 72, 8) all'anno 315 a.C.; da Livio al 314 a.C. (IX, 26). 1 102 Così Polibio (III, 88) c'informa che Annibale nel 216 a.C., sceso in Apulia, mise il campo presso Vibinum (? ?ß? ????), mentre Fabio Massimo si accampò ad Aeca (? ?xας). Annibale poi, saccheggiò gli agri di Vibinum, Luceria, Ascoli e Arpi, indi si rivolse nel Sannio e stava per inoltrarsi in Campania. Fermato, ripassò l'Appennino e occupò Geronium ai confini della Daunia. Nei primi mesi dell'anno Annibale si dirige verso la costa a sud del Gargano, passa l'Ofanto, s'impadronisce di Canne, ove era un importante deposito romano di vettovaglie e pone il campo ai piedi della cittadina. Nella stessa zona si accampano anche i Romani. Nell'estate del 216 a.C. i consoli romani, marciando per Arpi e Salapia, conducono l'esercito sulla sinistra dell'Ofanto di fronte a Canne. Ivi avrà luogo il famoso scontro tra Cartaginesi e Romani. Vinti questi ultimi, i fuggiaschi riparano in parte a Canusium e in parte a Venusia. Dopo la disfatta di Canne alcune città daune abbandonano la causa romana: Arpi e Salapia (215 a.C.), dove furono stanziate delle guarnigioni cartaginesi. Nel 212 a.C. Annibale sverna a Salapia. Nel frattempo Arpi (213 a.C.) era passata nuovamente in mano ai Romani, dopo gli accordi presi tra Fabio Massimo e un certo Dasio Altinio, magistrato di Arpi (Livio, XXIV, 45-4647). Molto interessante la descrizione che Livio ci fa della occupazione di Arpi da parte delle truppe romane. L'azione avviene in una notte tempestosa ed è in questa occasione che Livio parla delle mura di Arpi, di una porta, di strade buie e di una specie di presidium o rocca che doveva trovarsi nell'interno della città in mano ai Cartaginesi. Per aver tradito la causa romana Arpi, alla fine della guerra, fu severamente punita dai Romani, i quali assegnarono una parte del suo territorio alla nuova colonia romana dedotta a Sipontum nel 194 a.C. (Liv. XXXIV, 45). Nel 210 a.C. il console M. Claudio Marcello, favorito dalla nobile famiglia dei Dasi, riusciva a conquistare Salapia, il porto di Arpi. Nello stesso anno il proconsole Gneo Fulvio, mentre assediava Herdonia, fu sorpreso da Annibale e gravemente sconfitto. La città, occupata dal vincitore, fu però a breve distanza di tempo abbandonata dallo stesso e la popolazione fu trasferita a Turi e Metaponto 4. I Romani nel 202 ricostruirono la città e vi riportarono gli abitanti 5. Alla fine della seconda guerra punica, giacchè per lungo tempo 4 La battaglia di Herdonia è narrata da Livio due volte: XXV, 21, 1-10 (anno 212 a.C.) e XXVII, 1, 3-15 (anno 210). Sulla data da assegnare alla battaglia gli studiosi moderni non sono concordi. 5 Si è pensato sino a non molto tempo fa che la nuova città fosse costruita in un sito diverso dall'antica: cfr. G. ALVISI, Scoperta e distruzione di una città: Herdonia, in « Urbanistica », Riv. dell'Ist. Naz. di Urbanistica, nr. 40. Gli scavi recenti condotti dalla Accademia belga hanno dimostrato che la città fu rifatta nello stesso sito: cfr. J. MERTENS, in « Notizie degli Scavi » 1962; IDEM. Ordona I, Rapporto provvisorio, Bruxelles-Roma 1965, IDEM, Ordona II, BruxellesRoma, 1967. 103 la Daunia era stata teatro di guerre, molte delle sue città, dopo tante distruzioni, perdettero in prestigio. Del II sec. a.C. quasi non abbiamo notizie storiche se si esclude la duplice deduzione della colonia romana di Sipontum (194 e 185 a.C.) 6. E' questo il periodo in cui si accentua il fenomeno della concentrazione della ricchezza fondiaria e la creazione dei grandi latifondi. Si arriverà così alle lotte civili del periodo graccano e poi alla guerra sociale. D'ora innanzi poco sappiamo sulla nostra regione. Durante la guerra sociale i Dauni si staccano da Roma e parteggiano per gli Italici. Nella zona fu inviato il pretore Vindicino e poi Caio Cosconio, il quale prese Salapia, Canne e pose assedio a Canusium. Nell'89 a.C. l'Apulia fu conquistata e pacificata e la maggior parte delle città furono organizzate come municipium e gli abitanti ottennero la cittadinanza romana. In seguito la Daunia fu teatro di nuove lotte, nella guerra dei gladiatori e nella guerra civile tar Ottaviano e Antonio. Sesto Pompeo assediò Siponto, liberata poi da Agrippa. Coll'epoca di Augusto molte città della Daunia rifiorirono: Sipontum venne a trovarsi all'incrocio di due vie di traffico: la litoranea che scendeva da Ancona e la Aeca-Arpi-Sipontum; Salapia, dopo le proposte del pretore Marco Hostilio, fu ricostruita dopo il 44 a.C. in sito più salubre, nella zona detta oggi Monte di Salpi che nasconde i resti di questa antica città, così come ci ha rivelato la fotografia aerea. Luceria viene dotata di un anfiteatro, come dimostrano i ruderi e l'iscrizione trovata dal Bartoccini, ed ebbe una nuova colonizzazione, certo di ripopolamento. Nell'età imperiale vari provvedimenti generali vengono presi per questa regione: Nerone e Vespasiano stanziarono veterani e soldati nelle città declinanti per raffermare lo spopolamento; Traiano costruì una nuova arteria stradale, la via Appia Traiana che unirà Roma, tramite Benevento, a Brindisi, passando per i centri dauni Aeca, Herdonia, Canusium; Adriano promosse provvedimenti per l'agricoltura, come pure Antonino Pio e Marco Aurelio. A Canusium fu dedotta una colonia. Poi a poco a poco subentra la decadenza della regione e il silenzio. Le fonti sono mute e la storia si può rifare soltanto con l'aiuto del materiale archeologico in genere ed epigrafico in particolare, quando si ha la fortuna di trovarlo. Questo brevissimo ed incompleto quadro storico della Daunia ci permette di osservare che nel IV sec. a.C., secondo le notizie delle fonti antiche a noi giunte, si conoscevano in questa regione almeno le seguenti città: Arpi, Luceria, Canusium, Sipontum, Salapia, Teanum Apulum. Nel III sec. a.C., oltre a questi centri sono ricordati: Venusium, Aiisculum, Vibinum, Aeca, Geronium, Canne,. Herdonia, ecc. 6 Livio, XXXIV, 45 (anno 194); XXXIX, 23 (anno 185). 104 Questi centri della Daunia sono disposti topograficamente nella maniera seguente: esclusi Sipontum e Salapia che sorgono sulla laguna, le altre città si elevano come vere cittadelle lungo il corso dei vari fiumi che solcano il Tavoliere. Sull'Aufidus (Ofanto), dalla foce verso ovest, Barduli, emporio dei Canosini, Canne, Canusium, Venusium. Sul Carapelle: Herdonia e più nell'interno Ausculum. Sul Cervaro: Aeca e poi sulle colline a più di 600 m. sul l.m. Vibinum. Sul Celone (ant. Filamos), affluente del Candelaro, nel centro del Tavoliere, la grande metropoli dauna Arpi. Sul Salsola, altro affluente del Candelaro, Luceria. Nei pressi del Candelaro Ergitium e sul Fortore Teanum Apulum. Di incerta identificazione sono alcune entità geografiche ricordate specialmente da Livio, quali Peso e Epeso, Apina, Trica, Gargaro (forse per Gargano), ecc. Sul Gargano invece, partendo da Sipontum, s'incontrano lungo la costa: Matinum (od. Matinata - con la zona archeologica di Monte Saraceno), Portus Agassus (Pl. N.H., III, 103), Apeneste (Tol. III, 1, 73), Merinum (S. Maria di Merino, con vasta zona archeologica nei dintorni), Uria, di difficile ubicazione, ma sembra da ricercarsi nella piana di Carpino, sulla riva orientale del lago di Varano (antico Sinus Urias di P. Mela II, 2, 66), ed infine portus Garnae (Pl. N.H., III, 103), non ancora identificato, anche se molte sono state le proposte fatte nel passar dei secoli. Non potendo prendere in esame tutti questi centri per prospettare i loro vari problemi topografici, tralasceremo completamente il Gargano e ci occuperemo soltanto di alcuni dei più importanti centri della Daunia: Arpi, Canusium, Luceria, Herdonia, Sipontum, Salapia. Sulle altre solo qualche breve cenno. Iniziamo con la metropoli dauna: Arpi; prima però, ci sembra necessario sottolineare quanto sia ancora difficile dire una parola precisa sull'origine di questi centri. Molti sono detti dalla tradizione antica fondati da Diomede (Luceria, Arpi, Canusium, Sipontum, ecc.), ma il problema sarà risolto soltanto con intense campagne di scavo, svolte con rigido metodo stratigrafico, che potranno indicare la sovrapposizione delle varie civiltà antiche. ARPI 7 E' considerata da tutti la metropoli dell'antica Daunia. Il sito dell'antica città è oggi facilmente raggiungibile: partendo da Foggia Il nome della metropoli dauna, oggi sepolta, sopravvive in numerosissimi toponimi: le masserie « Arpi », «Posta Arpi », «Stazione Arpi », « Arpette », « l'Arpetta », «S. Nicola d'Arpi », «Posta S. Nicola d'Arpi », disposte nell'ampia pianura a NE di Foggia. 7 105 si prende la statale garganica 89 e dopo circa 5 km. e mezzo, alla diramazione per S. Marco in Lamis ci si incammina per la strada dell'O.N.C., che fiancheggia le case coloniche. Dopo poche centinaia di metri si raggiunge la zona archeologica. Scrittori e geografi antichi concordano nel porre l'antica città sulla sponda destra del Celone 8 e precisamente a 8 km. a NE di Foggia. Il Bradford 9 , con l'aiuto della fotografia aerea ha individuato appunto in questa zona l'esistenza di un insediamento a pianta ellittica, dal diametro di km. 4,50 circa (fig. 1 a e b). Arpi sorgeva, dunque, nel cuore del Tavoliere, nel bacino idrico del Cervaro, Carapelle, Celone. E' importante precisare che il corso del torrente Celone, così come risulta chiaramente dalla fotografia aerea, ha subito attualmente una deviazione verso N, mentre anticamente la città si stendeva lungo il suo corso. Il luogo fu scelto sicuramente per la vicinanza al fiume e per la natura del terreno che risulta fertile ed atto alla coltivazione dei cereali, ma ottimo anche per il pascolo e l'allevamento del bestiame. Gli scavi archeologici in questa zona non sono molto numerosi. Alcuni saggi sembra siano stati fatti fra il 1927-1931 e poi nel 1933, ma soltanto nel 1939 si iniziarono scavi regolari. Ciò avvenne in seguito alla scoperta, durante i lavori di bonifica in contrada « Montarozzi », di un mosaico in « opus tessellatum » con decorazione di figure animali in bianco e nero, e di resti di una grande casa, con un altro bel mosaico tutto poggiante su due tombe più antiche. Si era così alla presenza della necropoli « Montarozzi » compresa tra le case coloniche nr. 35 e 36 dell'O.N.C. Durante la campagna di scavo (6.7. - 5.9. 1939) vennero alla luce una trentina di tombe a fossa rettangolare e circa 17 a grotticella, corredate da un dromos o pozzetto di accesso, di cui quattro con tre celle e due con due celle. Durante lo sbancamento del sepolcreto si rinvennero due pavimenti isolati in cocciopesto. Altri scavi fatti nella stessa zona nel 1941 (17.IV - 31.V) portarono alla luce circa 9 tombe a fossa rettangolare e una decina a grotticella, di cui un paio con pozzetto di accesso a una o due grotte, due senza accesso, quattro o cinque con dromos a una, due o tre celle. Tutte le tombe hanno dato ricchi corredi. Importante il rinvenimento sotto alcune tombe di uno strato preistorico contenente ceramica dipinta a fasce rosse simile a quella rinvenuta nelle grotte di Scaloria e Occhiopinto presso Manfredonia. Inoltre fu trovata una tomba a pithos con scheletrino e scarso corredo funerario. Sopra la necropoli si rinvennero resti di abitazioni più recenti. Gli scavi, interrotti durante la guerra, L'antico F??αµó? ricordato da LICOFRONE, Ales, v. 592; lat. Aquilo. J.S.P. BRADFORD, Ancient Landscapes, London, 1957, p. 217; G. ALVISI, Problemi di viabilità nell'Apulia settentrionale, in « Arch. Classica», 1962„ pp. 148-161. 8 9 106 Nulla di preciso sappiamo sull'origine della città che le fonti antiche dicono opera di Diomede. Le stesse, abbiamo già visto, ci danno scarse notizie che non superano la seconda metà del IV sec. a.C. Oggi invece possiamo dire qualche cosa in più a riguardo. Il rinvenimento di una tomba a fossa sotto tumulo contenente un vaso protogeometrico dauno con decorazione a denti di lupo soltanto nella parte superiore, insieme a oggetti in bronzo e in oro 14 che datano la tomba all'VIII sec. a.C., ci permette di sostenere che la zona doveva essere già occupata in quel periodo. Inoltre un'altra prova della sua antichità è costituita dalla tomba a fossa rettangolare di dimensioni ridotte trovata presso l' aggere della città. La tomba, avente come corredo funerario soltanto un'armilletta di bronzo e un grazioso vasetto a decorazione geometrica, apparteneva ad un bambino ed è databile al VII sec. a.C. Ad una data abbastanza alta risale l'aggere della città che potrebbe essere datato al VI-V sec. a.C. Dello stesso VI sec. a.C. dovrebbe essere un vaso attico a figure nere (fig. 2) rinvenuto tra i corredi della necropoli Montarozzi scavata dal Drago nelle campagne del 1939 e 1941 15. Poco conosciamo della topografia dell'antica città. L'abitato aveva una forma ellittica con il lato lungo poggiante sul fiume. Trattandosi di una città di pianura e non potendo sfruttare come le città di altura il vantaggio della posizione naturale, doveva essere cinta da poderose mura. Gli autori antichi parlano delle mura di Arpi. Licofrone (Alex. v. 592 ss.) accennando alla sua fondazione per opera di Diomede, dice che l'eroe la cinse di mura; Ovidio (Met. XIV, 5) afferma che erano grandissime; sappiamo che vennero accostate a quelle di Canosa per lodarne la magnificenza. Ma le notizie più importanti ci vengono da Livio in relazione all'assalto dei Romani del 213 a.C. (Liv. XXIV, 46, 47). Dal passo ilviano apprendiamo che la zona scelta dai Romani per il loro assalto mancava di sentinelle perchè le mura erano poderose. In quel tratto di mura si apriva, in una strada poco frequentata, una porta « humilis et angusta ». Il console decise che i primi entrati con le scale dovevano aprirla ed abbatterla. Di là sarebbero passate le truppe che dovevano dirigersi verso il presidium (centro di Arpi nella fotografia aerea) dove si trovavano gli Arpani ed i Cartaginesi. I primi scontri avvennero in « tenebris angustisque viis ». Da tutto questo risulta che la città era difesa da mura. Però, fino al 1965 non si sapeva come fossero fatte, in quanto i saggi del 1937 e 1941 (come pure quelli del 1953), fatti al riguardo, diedero esito negativo. Secondo G. Schmiedt 16 la difesa degli insediamenti di pianura 14 Notiziario del comune di Foggia, nr. 4, aprile 1967, p. 13. C. DRAGO, Tombe di tipo siculo in Puglia, in « Archivio Storico Pugliese », III, 1950, p. 171 e segg. 16 G. SCHMIEDT, Contributo della foto interpretazione alla ricostruzione della situazione geografico-topografica degli insediamenti antichi scomparsi in Italia, Firenze, 1964, p. 67. 15 108 della Puglia, come Arpi, Herdonia e il centro anonimo di Torretta dei Monaci, sia per l'acropoli, sorgente al centro dell'abitato, sia per tutta l'area urbana, era realizzata mediante « aggeri » di terra e « profondi fossati » snodantisi a giro d'orizzonte, come dall'interpretazione della fotografia aerea. Questi « aggeri », contrariamente a quelli del Lazio, che presentano come rinforzi filari di blocchi lapidei nelle « vie tattiche » più pericolose, sembra che fossero semplicemente costituiti da « terra costipata frammista ad argilla ». Ciò è risultato infatti dai saggi del prof. Tiné del febbraio 1965. Chi si reca nella zona archeologica di Arpi, nei pressi del podere n. 28 dell'O.N.C., all'altezza della prima curva del bivio stradale che porta a S. Marco in Lamis, può osservare tante collinette artificiali, che si elevano intorno. In una di queste (febbr. 1965) è stato effettuato un saggio di scavo che ha messo allo scoperto un tratto dell'aggere fatto con muretto a mattoni crudi, disposti due per testata e due per lunghezza; tutto poggiava su di un basamento formato da uno strato di ciottoli di fiume. Sotto le mura fu scoperta una tomba contenente un grazioso vasetto geometrico dauno databile al VII sec. Quindi le fortificazioni potrebbero essere datate forse al VI-V sec. a.C. Non sappiamo quante porte si aprivano in questo aggere, ma dato il numero elevato di strade che la fotografia aerea ci ha rivelato, è da presupporre che fossero numerose. Tre o quattro di queste porte potrebbero essere sicure: all'entrata della via proveniente da Aeca e all'uscita della strada per Sipontum; altre in direzione delle strade che la congiungevano a Canosa e a Salapia. Ma altre porte secondarie o posterule si aprivano in direzione delle strade che come tanti raggi si perdevano nelle zone circumvicine (fig. 1). Pochissimo sappiamo sull'abitato di Arpi: nessuna notizia riguardante i suoi monumenti pubblici; appena qualche indicazione riguardante le case. Negli scavi del 1939 tra le case coloniche 34 e 36 dell'O.N.C. di masseria Montarozzi si rinvennero i resti di una casa o villa romana costruita su due tombe più antiche. Furono trovati due mosaici in « opus tessellatum » ottenuto con pietre fluviali. Uno di essi presentava figure di animali in bianco e nero. Nell'ottobre del 1953 nella tenuta « Menga », alla profondità di m. 0,50 fu rinvenuto un pavimento policromo di m. 3,30 X 2,80. Era realizzato in « opus tessellatum » con pietre fluviali levigate e in cinque colori (bianco, nero, marrone, rosso e giallo). Sul fondo bianco si staglia al centro la figura di un drago, racchiuso in un rettangolo fatto in rosso-bruno. Seguono varie cornici concentriche in nero e marrone, racchiudenti rispettivamente dall'interno verso l'esterno i motivi di cani correnti, delfini in azzurro, poi una greca in nero ed infine una fila di cani correnti. I1 mosaico fu trovato all'interno di una villa che presen109 tava un cortile quadrato delimitato da blocchi di tufo costituenti basamenti di colonne. Nel 1954, nella stessa tenuta, fu scoperto un altro mosaico (m. 4,55 X 3,60) in due colori (bianco e rosso) fatto con la stessa tecnica. Sottolineamo la tecnica musiva con pietruzze fluviali diffusa nella Daunia. Da osservare che i ciottoli fluviali servivano pure per la pavimentazione delle strade, come è stato rinvenuto ad Arpi stesso (fig. 3) e ad Ascoli Satriano. I ciottoli fluviali venivano disposti a spina di pesce, a cirri spiraliformi o in modo tale da formare vari motivi geometrici. Vari altri pavimenti in cocciopesto furono rinvenuti nei lavori di scavo del 1939. In relazione con le costruzioni pubbliche potrebbero essere messe alcune terracotte architettoniche rappresentanti due teste di leone formanti doccioni 17, un'antefissa con gorgone 18, (fig. 5 e 6) tutte da datare al IV sec. a.C. A questi si devono aggiungere i rinvenimenti di vari capitelli scoperti in varie parti della zona archeologica (uno dorico in tenuta Menga nel 1953 e due in tenuta Filiasi scoperti nel 1964: presentano due teste tra le volute). Per quello che riguarda la pianta urbanistica della città nulla o quasi nulla possiamo dire. Un accenno alle vie di Arpi si può trovare nel noto passo liviano (XXIV, 47) già citato, ove è precisato che la lotta avvenne di notte in strade strette e buie (tenebris angustiisque viis). Notizie più ricche abbiamo per la rete stradale extraurbana. La fotografia aerea ha rivelato l'esistenza di molte vie comunicanti con l'esterno; la loro esistenza è facilmente spiegabile per la posizione geografica della città nel centro del Tavoliere, per la sua ricchezza e importanza storica. Una strada molto importante ed antica era la Aeca-Sipontum, le cui tappe sono riportate dalla Tabula Peutingeriana: Aecas-Praetorium Laucrianum-Nucerie Apulie VIIII Arpos XXI Sipontum. Risistemata nel II sec. d.C. la strada conferì importanza a vie molto più antiche. Metteva in comunicazione la Traiana con la litoranea. Molto antico il tratto LuceriaArpi-Sipontum, tanto più che Siponto fu per lunghi secoli il porto di Arpi e su di essa marciò Alessandro il Molosso nel 333 a.C., quando, venuto in aiuto dei Tarentini, passò per Arpi e poi occupò Sipontum. Altrettanto antico il tratto Luceria-Arpi. Sappiamo che nel 320 a.C. il console Papirio Cursore, intento ad assediare Luceria, era rifornito di vettovaglie dalla nostra città (Livio, IX, 13, 6); il rifornimento avveniva sicuramente lungo questa strada che conduceva direttamente a Luceria. Questa strada, giunta al Celone, si congiungeva ad un'altra che scendeva da Teanum-Apulum e, così unite, attraversavano il fiume su un ponte di cui si sono trovate tracce a 4 km. a N da Arpi. Da Arpi 17 18 Oggetti che si trovano nel museo di Foggia, nr. inv. 502 e 505. Museo di Foggia nr. inv. 503. 110 era facile raggiungere la Campania. Da Livio sappiamo che Dasio Altinio partendo da Arpi si recò a Suessola e inoltre che il console Fabio Massimo marciò, senza difficoltà, da Suessola alla volta di Arpi. La foto aerea ha identificato la strada che univa Arpi con la Salapia romana, comunicazione ovvia se si tiene conto che dopo la deduzione della colonia romana a Sipontum (194 a.C. e 185 a.C.), creata, per punire la defezione di Arpi nella guerra annibalica, con una parte del territorio arpano, il porto navale di Arpi divenne Salapia, come attestato da Strabone (VI, 283) 19. Ma su questo ritorneremo altrove. Più consistenti le nostre notizie sulle necropoli arpane, anche se lontano dall'essere complete ed esaurienti. Tra le varie necropoli la più importante è la necropoli « Montarozzi » sita tra le case coloniche n. 35 e 36 dell'O.N.C., a 50 m. dal bivio della provinciale Foggia-Manfredonia FoggiaS. Marco in Lamis. La necropoli doveva essere abbastanza vasta se teniamo conto del fatto che in due campagne di scavo vennero alla luce una settantina di tombe, di cui circa una quarantina (esattamente 39) a fossa rettangolare e una trentina a grotticella 20, alcune con dromos o pozzetto d'accesso (fig. 7 e 8), con due o tre celle, altre, poche, senza accesso. Fu trovata anche una tomba a pithos con povero corredino e lo scheletro di un bambino. Le tombe a fossa rettangolare si presentano ad una profondità variabile dal piano di campagna, da un minimo di m. 0,40 ad un massimo di m. 3. In genere sono scavate nella roccia e soltanto poche nella terra. Le dimensioni variano da un massimo di m. 3,64 X 2,00 X 0,80 ad un minimo di 0,45 X 0,20 X 0,23. Talvolta appaiono munite di controfossa pure rettangolare. Alcune tombe presentano una nicchietta alzata rispetto al piano della fossa, ricoperto da un letto di pietre. Sono ricoperte da uno o più lastroni (fino a sei) di varie forme: triangolare, rettangolare, pentagonale, trapezoidale, ecc. Non si nota un orientamento fisso, anche se la maggioranza sembra disposta in direzione N-S. Lo scheletro giace in posizione rannicchiata. Predomina la sepoltura individuale, e raramente si sono trovati due adulti o due bambini; in questo caso gli individui furono trovati o alle testate opposte o sovrapposti con le ginocchia rivolte uno ad est e l'altro ad ovest. Il corredo di queste tombe non è ricco, talvolta si è trovato solo un pezzo di suppellettile. Il materiale è disposto in vari modi: all'altezza del teschio, oppure sparso, oppure al centro della fossa. Sovente compare un'olla piuttosto panciuta e grande contenente vasellame più minuto. Abbondante il materiale di ferro e anche quello di bronzo. Per la ceramica, predomina quella indigena grezza, oppure con decorazione geometrica o floreale (fig. 12). Numerosa la ceramica a vernice nera di stile campano, pochi i reperti di ceramica di stile gnathino (fig. 13), addirittura rari quelli a figure rosse (fig. 9, 10, 11) e sovraddipinti in 111 rosso (fig. 4 a e b). Di particolare importanza appare una kotyle a figure nere con tracce di restauro antico (sec. VI a.C. - fig. 2). Le tombe a grotticella si distinguono in tombe con dromos di accesso e tombe con pozzetto. In genere il dromos è di lunghezza e larghezza varia, è scavato nel banco tufaceo e presenta lungo i lati varie celle disposte a diversi livelli. Esso presenta rozzi gradini che variano come numero a seconda della profondità della tomba, oppure è a rampa degradante. Le grotticelle ipogeiche per di più variano da 1 a 3. Le dimensioni delle celle variano da m. 1,50 X 1,47 X 0,80 a m. 0,65 X 0,50 X 0,55. La forma delle celle può essere a pianta ellittica o rotondeggiante, oppure a pianta quadrata, poligonale o irregolare. L'ingresso a forma di arco, oppure ovale è chiuso da uno o più lastroni. In alcune tombe si osserva una nicchietta ellittica posta sotto il livello della cella e che fungeva da ossuario. L'interno delle celle si presenta senza decorazione. Per qualche grotta si può parlare di riutilizzazione. Sovente al dromos si sostituisce un pozzetto d'accesso di forma rettangolare oppure ovoidale sovrastante il piano della grotta. Nelle varie grotte predomina la sepoltura individuale, anche se in parecchie si rinvennero più scheletri. Lo scheletro è quasi sempre rannicchiato; talvolta il teschio poggia su un letto tufaceo che corre lungo la parete di fondo della cella. Il corredo funerario, in genere ricco, appare disposto in vari modi lungo le pareti della cella: in fila, a sinistra dell'ingresso, ai lati del teschio, al centro della cella, nella grande olla, ecc. Nel corredo predomina la ceramica verniciata in nero e quella grezza, meno abbondante la ceramica a figure rosse e sovraddipinta. Scarseggia la ceramica di stile gnathino. Discretamente rappresentate le terracotte; presenti oggetti in ferro, bronzo e raramente in argento. Furono trovati monili, vaghi di collana, un alabastron. Le tombe a fossa sembrano più antiche di quelle a grotticella. Interessante sottolineare che alcune tombe a fossa si sovrapponevano ad uno strato neolitico. Esclusa la tazza skyphoidale (o kotyle) decorata a figure nere con un auriga che conduce una biga a galoppo verso destra 21 databile al VI sec. a.C., tutto l'altro materiale si data facilmente a tutto il IV e all'inizio del III sec. a.C. (fig. 4, 9-13). Altre tombe, oltre quelle della contrada Montarozzi, furono rinvenute alle spalle del tenimento Spagnuolo. Si tratta di due piccole tombe a semicamera in muratura, intonacate in ocra-giallo, scavate nel 1956. Tra i reperti: ceramica aretina, terracotte, materiale in ferro e bronzo. Sono tombe più recenti (II-I sec. a.C.). Un'altra necropoli fu trovata a S. Nicola d'Arpi e precisamente tra le contrade « la Posta Grande » (53 m.) e « Masseria S. Nicola d'Arpi » (58 m.) da un lato e la località demanica Arpi situata più 21 Museo di Foggia, nr. inv. 1033. 112 a sud a quota 52 22. La necropoli segue il tratto del torrente Celone in essa compreso e sembra sia abbastanza estesa. Le tombe furono trovate in una zona situata a sinistra del Celone, fra il ponte della rotabile e quello che porta ai poderi 17 e 18 dell'ex azienda Filiasi. Si rinvennero sette tombe terragne a fossa rettangolare; esse si presentano ad una profondità compresa tra 1 e 3 m. dalla scarpata, tra gli argini superiori ed inferiori della sponda. Le tombe di S. Nicola d'Arpi, di m. 2 X 0,80, presentano come copertura una specie di tumulo composto da pietre bianche tenere, talvolta di m. 0,50 X 0,50, disposte a strati fino ad un'altezza di m. 0,60. Sopra di esse veniva gettata la terra. Caratteristica di queste tombe è la presenza di un « letto funebre » composto da ciottoli giallastri fluviali di forma lenticolare, disposti orizzontalmente come le tessere di un mosaico su cui veniva adagiato il defunto. Lo scheletro rannicchiato è adagiato sul fianco sinistro e guarda ad est. Si nota inoltre uno strato di pietre a mo' di cuscino sotto il teschio, oppure intorno al capo come protezione. Il corredo appare quasi sempre a N del teschio, a sud si trova un'olla grezza contenente vasetti più piccoli. Predomina la ceramica grezza indigena e quella a vernice nera tra cui quella a baccellature verticali, qualche esemplare di ceramica di tipo Caleno, pochi frammenti di vasi a figure rosse, oggetti in ferro. Il materiale si data in maggioranza al IV sec. a.C. e parte del III. Nella zona si rinvennero parecchie antefisse, di cui alcune con il volto della Gorgone (fig. 5). Tra i reperti sparsi rinvenuti sotto le sponde delle necropoli alcune selci lavorate, una valva di conchiglia con foro, una testa maschile molto danneggiata, mancante di una buona parte della metà destra del cranio; si vedono il naso, la bocca, indicata con un breve tratto orizzontale, e gli occhi, resi con due semplici forellini. All'infuori di queste tombe, dobbiamo non dimenticare la tomba scoperta nei pressi del podere n. 28 all'altezza della prima curva del bivio per S. Marco in Lamis, che già abbiamo descritto, del VII sec. a.C. Tutti questi rinvenimenti sarebbero un indizio per dimostrare che ad Arpi esistevano più zone cimiteriali che sembra sorgessero se non fuori le mura, almeno in zone periferiche, ma ogni altra conclusione sarebbe gratuita. Da questi pochi dati possiamo dedurre che l'area della città era delimitata a S dalla Masseria Montarozzi, ad Ovest da S. Nicola d'Arpi, a sud-est da « Masseria Arpetta » che congiunte danno appunto una pianta ellittica dal diametro di km. 4,50 così come già individuata dal Bradford con l'aiuto della fotografia aerea 23. Ci auguriamo che altre campagne di scavo portino luce sui tanti problemi ancora oscuri di questa importante città antica. 22 Relazione di ALDO SALVIN[ (1957-61) presso il museo di Foggia. op. cit., p. 217. 23 BRADFORD, 113 CANUSIUM L'odierna Canosa, vivente sulle rovine dell'antica Canusium, sorge a 2 km. dall'Ofanto, che scorre rispetto alla città in direzione N.NO, tra l'ampia pianura attraversata dal fiume e la catena delle Murge circostanti, dette « Murgette di Canosa »; quasi isolato dal resto delle alture separate da una stretta vallata, si eleva un colle alto m. 154 s.l.m.; in cima a questo si scorgono resti di antiche costruzioni (fig. 14-15). E' questo colle l'acropoli di Canusium; sui suoi fianchi, specialmente lungo i lati che vanno ad E e a SE si stendeva l'abitato circondato da 7 colli: colle sul Piano S. Giovanni, S. Sofia, S. Giorgio, Monte Scupolo, S. Leucio, S. Lucia e Murgetta, con un'altezza che va dai 154 m. dell'acropoli fino a m. 214. Nulla sulle origini della città. Fonti tarde la considerano città dauna: Plinio (N.H., III, 102 e 104), Tolomeo (III, 73) e Diodoro (XIX, 10). Per la maggioranza degli scrittori latini è apula, ma non mancano quelli che la considerano città peuceta. Il nome antico della città non presenta varianti. In greco ?a??s???, come risulta da Polibio, Strabone, Appiano, Tolomeo, ? a??s???? e ? a??s?te? gli abitanti; in latino riscontriamo Canusium (Orazio, Cesare, Livio, Plinio), le forme Canusio, Civitas Canusio rispettivamente nell'Itinerario Antonino e in quello Hiersolimitano, poi Canusiae in un documento del 1025 e Canusyo in una carta del 1172. I1 toponimo per il suo suffisso -usium, lo stesso che appare in Brundisium, Venusium, Genusium, ecc., è considerato o di stampo messapico o per lo meno fortemente messapicizzato. Sulla preistoria della zona canosina sappiamo molto poco. Una interessante scoperta avvenne nel maggio del 1964 24 durante i lavori di scavo per la costruzione dell'autostrada Bari-Canosa. In direzione della strada Canosa-Cerignola, a 2 km. dal ponte romano, la scavatrice mise in luce un insediamento situato su di una piccola altura. Furono scoperte due sezioni del fossato circolare che delimitava il villaggio entro cui erano sistemate le capanne, ed intorno si raccolsero piccoli frammenti di ceramica semifigurata, impressa a crudo. L'abitato si sviluppava topograficamente su una specie di coppa; sull'insediamento preistorico si era sovrapposta la centuriazione romana. Più vicino a Canusium, sulla Murgetta di Canosa, lo Jatta individuò diverse tombe a tumulo 25. Sembra che anticamente il colle di Murgetta fosse occupato da popolazioni dedite alla pastorizia. Ogni precisazione cronologica sfugge, giacchè mancano scavi sistematici, anche se non si può dire che le antichità canosine non siano state oggetto di studio e di ricerca sin dalla fine del '600, ma non è possibile darne qui sia pure un breve elenco. 24 Pratica relativa alla scoperta nell'archivio della Soprintendenza alle antichità di Puglia di Taranto. 25 A . JATTA, La Puglia preistorica, Bari, 1914, pp. 223-5. 114 Gli scavi ufficiali a Canosa sono pochissimi, abbondantissimi invece i ritrovamenti casuali. Nelle pubblicazioni più antiche mancano spesso i dati di natura topografica, indi sono poco utili alla nostra indagine. Si possono ricordare gli scavi diretti dal Bonucci nel 1843, 1848 e 1853; del Mayer nel 1893 lungo il regio tratturo dove furono rinvenute numerose tombe; del Quagliati nel 1903 sul tratturo e in proprietà Rella. Il materiale di questi ultimi scavi si trova a Taranto, ma non è stato mai pubblicato. Ultimamente si sono avuti alcuni saggi ad opera della Sig.ra Tiné-Bertocchi ed infine gli scavi nella necropoli Lamapopuli 26. Tutti gli studiosi di antichità canosine, che hanno affrontato il problema dell'estensione dell'abitato di questo importante centro antico, come il Romanelli 27, il Viscera 28, il Mayer 29 ed altri, hanno assegnato alle mura della città un circuito di 16 miglia (km. 28). Si distacca da questi lo Jacobone, il quale, dopo aver tracciato il percorso delle mura canosine, afferma che il perimetro non poteva essere superiore ai 10 o 12 km., racchiudendo un'area di circa 250 ha con una popolazione di poco superiore ai 50.000 abitanti 30. Personalmente le conclusioni dello Jacobone non mi convincono, per questo motivo, tenterò brevemente di fare alcune precisazioni. Se nel passato qualche studioso poteva sostenere che l'antica città non corrispondeva esattamente alla moderna, ma si trovava circa un miglio più lontana dall'odierna, oggi tutti sono concordi nel dichiarare che l'attuale Canosa occupa il sito dell'antica, la quale in molta parti si scorge ad una profondità di 2 m. dal livello attuale delle costruzioni. Le difficoltà cominciano quando si vuol racchiudere in un tracciato l'estensione dell'abitato canosino. Ma procediamo con un certo ordine. Per analogia con altri centri antichi, come Monte Sannace, Altamura, Norba (Conversano), ecc., si può ritenere che il più antico nucleo della città si sia sviluppato sul colle del Castello (pianta di Canosa), zona riconosciuta da tutti quale acropoli di Canusium. Dobbiamo immaginare che l'acropoli serviva per i vari nuclei sparsi di pastori localizzati lungo i tratturi che permettevano il passaggio stagionale delle greggi dal monte verso la pianura e il mare e viceversa (uno di questi tratturi si snodava ad ovest del colle del Castello ed è conosciuto col nome di regio tratturo; sul suo percorso molte sono le tombe rinvenute). Non dimentichiamo inoltre che nella zona canosina si conoscono almeno due direttrici di traffico: una è la cosiddetta via dell'Ofanto da Barletta (Barduli) a Venosa attraverso Canne, Canosa e Gaudiano-Lavello, con andamento E-O 26 R. MORENO CASSANO, La necropoli di ponte della Lama a Canosa, estr. da « Mon. Ant. Lincei », XLVII, 1966. 27 D. ROMANELLI, Topografia istorica del Regno di Napoli, 1818, II, p. 265. 28 I. VISCERA, Ricerche storiche sulla Magna Grecia, Napoli, 1879, p. 57. 29 M. MAYER, in « Not. d. Scavi », 1898, p. 217. 30 N. IACOBONE, Canusium, rist., Lecce, 1962, p. 120. 115 (via preistorica 31), l'altra è la mulattiera di Strabone, la futura Appia Traiana del periodo imperiale con orientamento N-S. L'area canosina, presso l'Ofanto, era dunque la tappa obbligata per chi transitava la zona. Queste vie determinarono la scelta del sito e in gran parte, come vedremo, l'impianto urbanistico della città. La scelta del sito è spiegabile, per la sua posizione di avanguardia nella valle dell'Ofanto (154 m. s.l.m.), da cui si poteva dominare tutta la zona a N, controllare il corso del fiume e ogni possibile insidia da est ad ovest; inoltre la collina è ben difesa naturalmente nei fianchi dagli altri colli circostanti, mentre ancora oggi il versante prospicente la pianura è pressocchè inaccessibile data la sua natura ripida e scoscesa, dove l'abitato non è mai arrivato; più esposto il fianco sud, ma probabilmente anticamente era difeso da una muraglia. Prova evidente che il colle del Castello fu l'acropoli della città sono i ruderi di tre grandi torri tutt'ora esistenti, racchiudenti un'area quasi circolare che si eleva di circa 10 m. sul livello delle ultime costruzioni. Nella struttura delle torri si possono distinguere ad occhio libero due età: una antica, alla base, un'altra più recente, medioevale, in alto. La parte superiore è formata da blocchi di tufo di tipo durissimo, di colore scuro, mentre la parte inferiore è costituita da grandi massi di pietra di forma parallelepipeda, squadrati regolarmente, di colore quasi bianco e che misurano, i più grandi, m. 1,60 X 0,80 di altezza 32 (fig. 14 e 15). Il taglio e la disposizione dei blocchi della parte inferiore ricordano l'opera quadrata. La zona dell'acropoli non è stata fatta mai oggetto di scavi, così che non conosciamo la successione stratigrafica dei resti antichi. Per quello che riguarda l'abitato, l'elemento che in genere veniva preso in considerazione erano le tombe. A questo riguardo le opinioni degli studiosi sono concordi nell'osservare che esse appaiono sparse in una vasta area, che tutti considerano racchiusa da poderose mura. Il Mayer 33 , nella sua relazione sullo scavo condotto lungo il regio tratturo nel 1895, sosteneva che a Canosa non esisteva una necropoli entro riconosciuti confini, ma che i sepolcri si trovavano quasi dappertutto dove vi erano abitanti, tanto sulle colline, specialmente sui pendii, quanto nella pianura che circonda il paese. Il circuito approssimativo della zona occupata dai sepolcri si può calcolare tra i 20 e i 25 km. L'autore afferma inoltre che le abitazioni della città bassa non erano agglomerate, ma piuttosto sparse a guisa di masserie e di casali, fra i 31 D. ADAMESTEANU La fotografia aerea e le vie della Magna Grecia, in « Atti II Conv. Studi sulla Mag. Grecia », 1962, Napoli, 1963, p. 46. 32 Queste dimensioni si riscontrano con lievi differenze nei blocchi di diverse cinte murarie apule: Gnathia (m. 1,40 - 1,55 x 0,70 x 0,75); Rocavecchia (m. 1,60 X 0,80 X 0,80); Rudiae messapica (m. 1,80 x 0,60); Altamura (m. 1,30 x 0,70). 33 M. MAYER, in « Not. d. Scavi », 1898, p. 195 e segg. 116 quali spiccano qua e là le residenze nobili famose per le loro tombe. Della stessa opinione era anche il Narchod 34. Tuttavia, dopo le più recenti scoperte di tombe e dopo un riesame delle antiche scoperte, sembra che la tesi dei due studiosi non sia da accettare che in parte; anche ammettendo l'uso messapico di seppellire i morti entro la cinta muraria, si deve notare, però, che non si può parlare di tombe sparse che raramente, mentre abbiamo veri e propri raggruppamenti di tombe, addirittura, in alcuni casi, allineamenti di esse lungo le strade. Vi sono nella vasta zona canosina alcune aree usate a necropoli dove i casi di continuità sono numerosi. Tra queste dobbiamo considerare innanzitutto il tratto della via Appia Traiana fin nei pressi dell'Acropoli. Lungo il suo percorso si allineano tombe del IV sec. a.C., come la tomba del vaso di Dario, tombe del III sec. a.C., come la celebre tomba degli ori; non mancano tombe a fossa, come quelle scoperte nel 1923 presso l'Arco e in contrada Toppicello 35; l'uso di seppellire in questa zona continua nel periodo romano col mausoleo presso la tomba Bagnoli del I sec. a.C., con la tomba Casieri e il monumento Bagnoli del II e III sec. d.C. Indi si tratta di una necropoli allineata lungo un'arteria di traffico. La via Traiana è strada antichissima, è la stessa mulattiera di Strabone, è la strada più antica che conduceva ad Herdonia. Un'altra zona abbastanza ricca di tombe è quella ad ovest di Canosa, comprendente un vasto arco che inizia dai pressi dell'arco varense (fig. 19) e segue il tratturo regio fin dove incontra la strada moderna proveniente da Lavello. Comprende tutte le tombe venute alla luce nei pressi della stazione di Canosa e lungo la strada ferrata, tutte le tombe scavate dal Mayer e dal Quagliati e un gruppo di tombe comprese tra le odierne strade 1° Maggio e Dante Alighieri, datate quasi tutte al III sec. a.C. A sud-ovest della via 1° Maggio e parallelamente ad essa correva l'antico tratturo, ora occupato da case e dal campo sportivo, sotto il quale sono state trovate altre tombe (2 del III sec. a.C.). Nella stessa direzione, però molto più lontano dalla città, lungo la via Lavello, vi è il gruppo delle tombe di tipo siculo e molte altre a fossa (da questa parte esiste la contrada « Le fosse », il cui toponimo è molto significativo, perchè deriva dalle numerose tombe a fossa ivi scoperte). Siamo nella zona detta Murgetta (ivi Jatta parlava di tumuli della I età del ferro). Le tombe a fossa e a grotticella sono ritenute più antiche e quelle a grotticella, con la loro struttura, hanno influenzato gli ipogei ellenistico-romani. Le tombe a grotticella sono datate in parte, poche, alla fine del V sec., altre, moltissime, al IV sec. a.C., mentre sempre più vicine all'abitato si snodano le tombe del III sec. a.C. Ritornando all'arco varense e considerando la zona che si stende a sud dell'Ofanto in direzione di Barletta, troviamo una zona ininter34 35 « Romische Mitteillungen », 1914, p. 261. N. J A C O B O N E , Canusium, p. 187, nota 2. 117 rotta di tombe lungo tutta una fascia che segue approssimativamente la circumvallazione della via Cerignola e prosegue nella zona chiamata piano S. Giovanni, per continuare poi sul colle Lamapopuli. I fondi d'Urso, Sinesi, Maddalena, Monterisi ed altri sono ricchissimi di tombe. Queste tombe abbracciano un arco di tempo molto ampio. In verità si rinvennero ipogei (es. Monterisi-Rossignoli), tombe a camera e anche a fossa che vanno dal IV-III sec. a.C. fino alla necropoli paleocristiana del ponte della Lama (II-VI sec. d.C.). Nella stessa area si rinvennero tombe lungo il percorso della via del Cimitero e lungo l'antica via per Barletta, nella contrada Chiancone. Interessante in questa direzione la esistenza di una contrada chiamata « Sepoltura », nome certo derivato da antiche tombe ivi rinvenute. Immediatamente a sud della contrada piano S. Giovanni, ricca di tombe è la contrada Grotticelle (il nome viene dalle tombe a grotta ivi rinvenute), tombe sporadiche appaiono pure nella zona di Monte Scupolo. Rarissime sono invece le tombe sulla parte collinosa che va da Monte Scupolo a S. Leucio, comprendente i colli Sinesi, Casino Basta, Fra Galazio. Come vediamo queste tombe formano come un circuito intorno alla città di Canosa interrotto soltanto tra M. Scupolo e S. Leucio; esse sono strettamente legate a varie strade: Appia Traiana, regio tratturo, via per Lavello, via vecchia per Barletta, via nuova per Barletta, ecc. (Per tutto si veda la fig. 16). Più difficile sembra spiegare la presenza di alcune tombe in una zona che noi supponiamo sia stata abitata sin da un periodo antico; vi sono prima di tutto il gruppo degli Ipogei Lagrasta sulla via Cadorna, cioè in contrada Rosale, insieme ad altre, l'ipogeo Barbarossa presso la piazza Imbriani e qualche tomba nel fondo Lomuscio. Queste tombe si datano le prime alla metà del IV sec. a.C., l'altra agli inizi del III sec. a.C.; vi sono inoltre due tombe sul corso Garibaldi e due scoperte nelle vicinanze della chiesa di S. Sabino, di cui si hanno poche notizie, ma che possiamo datare presumibilmente all'inizio del III sec. a.C. Anche queste che sembrano tombe sparse possiamo inquadrarle in uno schema unitario: gli ingressi degli ipogei Lagrasta sono orientati nella stessa direzione, sì da rilevare un aspetto di necropoli con le fronti delle tombe allineate su vere e proprie strade 36, come nell'area delle tombe lucane a Paestum e a Caere. Questo è quanto si può osservare riguardo alla posizione topografica delle tombe; ciò vuol dire che esse sono ancora elemento valido per stabilire il percorso delle mura. Affrontare il problema delle mura canosine non è impresa facile. Il primo interrogativo che ci poniamo riguarda il numero delle cerchie murarie della città e la posizione dell'acropoli (periferica, centrale, ecc.). 36 F. TINÉ BERTOCCHI, La pittura funeraria apula, Napoli, 1964, pp. 19 e segg. fig. 3-14. 118 Lo studio delle notizie storiche e dei reperti archeologici, come pure le analogie con altri centri della nostra regione ci fanno pensare che Canosa dovette avere almeno due cerchie murarie. La prima, come già detto, doveva cingere l'acropoli sin dalla fase più antica della città, e ciò potrebbe risalire ad un periodo anche molto anteriore al 318 a.C. quando Canosa offrì la sua amicizia a Roma. Inoltre dobbiamo tener conto del fatto che l'acropoli del centro peuceta di Monte Sannace, prima della cerchia muraria del IV sec. ne ebbe un'altra che potrebbe essere datata addirittura al VI sec. a.C. La seconda cerchia muraria di Canosa è quella delimitante l'abitato, lunga 28 km. per Mayer, 10-12 per lo Jacobone come si può vedere dalla carta di Canosa (fig. 16). Gli studiosi che ammettono una cerchia muraria molto estesa, distinguono però oltre all'acropoli fortificata, un'area prossima ad essa, intensamente abitata, poi varie aree disabitate usate in maniera diversa dai canosini: come necropoli, per coltivazioni, per pascoli. Ad ogni modo essi riconoscono che anche nei periodi di maggiore sviluppo Canosa non occupò mai tutta l'area compresa nel circuito delle mura (Romanelli, Mayer, Nachod). Gli argomenti portati da questi studiosi, come pure il tracciato più ridotto ricostruito dallo Jacobone mi sembrano poco verosimili. I grandi massi che l'autore richiama alla mente ogni tanto per ricordare il tracciato murario lasciano molte volte perplessi; per es. quando parla della zona di S. Leucio, oppure di Lamapopuli, dove i grandi massi possono appartenere a tutt'altra costruzione: podio del tempio a S. Leucio, oppure costruzioni varie nella necropoli di Lamapopuli. Poco convincente appare il percorso indicato dallo stesso tra il tratturo e la ferrovia e l'inclusione dell'anfiteatro nell'area cittadina. Per ricostruire il percorso del circuito murario è necessario però, oltre allo studio topografico delle tombe, da noi già fatto, osservare che cosa ci dicono gli altri rinvenimenti, per tirare le nostre conclusioni. Innanzitutto dobbiamo notare che il nucleo urbano che ha dato resti antichi più cospicui si impernia su tre strade moderne: Corso Garibaldi, l'attuale corso S. Sabino partendo dalla piazza omonima verso il Castello e l'attuale via Imbriani che si continua fuori città nella moderna via di Lavello. Se poi osserviamo l'impianto urbano moderno, rimaniamo colpiti dal fatto che, partendo dall'acropoli, l'abitato situato sul pendio ad est del colle fortificato è molto irregolare, mentre scendendo nella zona più bassa si nota una disposizione regolare che si stende dalla piazza S. Sabino fin quasi al corso Garibaldi. A partire da piazza S. Sabino possiamo contare almeno dieci isolati col lato corto disposto sul corso, di lunghezza variabile quelli siti alla destra della strada per chi sale verso l'acropoli e quasi uguale quelli che si stendono a sinistra, tranne gli ultimi tre che però sembrano essere stati tagliati per far posto alla piazza su cui sorge la cattedrale. Bisogna inoltre notare che questi isolati, oltre ad essere perfettamente paralleli tra di loro, sono in perfetta corrispondenza a destra e a sinistra anche 119 là dove l'andamento del terreno rende più difficile l'allineamento delle strade, come per es. la via Doge Manin piuttosto accidentata perchè posta in ripida discesa. Essa si prolunga nella via Amm. Caracciolo ubicata in salita. L'arteria determinante per questa disposizione urbanistica sicuramente è stata l'antica strada sulla quale sorge l'attuale corso S. Sabino. Prova di questa corrispondenza sono i resti di antichi selciati stradali trovati sottostanti ad una delle case del vicolo Conforti, quasi parallelamente all'attuale corso. Il selciato antico fu trovato ad una profondità di oltre 2 m. e si conservava perchè adibito a pavimento in una cantina. Altri avanzi, continuazione della medesima via furono trovati negli scavi fatti sotto la casa Lembo nel 1902 ad una profondità di m. 2,30, e avanzi simili si sono trovati negli scavi per la costruzione del teatro R. Lembo 37. La strada antica correva quindi parallela alla moderna, ma di poco spostata verso SO. Un'altra strada che sembra si sovrapponga sul tracciato di una antica via è il corso Garibaldi. Tracce di pavimentazione antica furono rinvenute a 2 m. di profondità e nella relazione fatta nel 1928, conservata ora alla soprintendenza di Taranto, si parlava di resti di marciapiedi e di impronte lasciate dalle ruote dei carri. Chi compilava la relazione pensava che poteva trattarsi della strada Canosa-Venosa e portava come prova la presenza di numerose tombe che dovevano trovarsi lungo il suo percorso data la presenza di ossa umane e blocchi di pietra. Purtroppo il rinvenimento non fu studiato a fondo perchè si stavano costruendo le fognature e tutto fu ricoperto e distrutto. Questa strada antica si snodava ai piedi dell'acropoli ed essa può facilmente essere prolungata attraverso l'attuale via degli Avelli nella via vecchia per Barletta. Dunque sarebbe facile identificarla con l'antica strada Venosa-Canosa-Canne-Barduli. La strada s'incrociava con il regio tratturo ad ovest ed era, proprio in questo tratto occidentale, costeggiata da tombe. Già nell'800 questa zona, allora chiamata « Maneggio » era segnalata dal Bonnucci (in Poliorama pittoresco, 1853, p. 273) come ricca di tombe. Recentemente sono venute alla luce altre due tombe, di cui una del III sec. a.C. all'angolo del corso con via C. Colombo. La presenza di solchi profondi nel tratto di pavimentazione trovato, denota una strada di intenso traffico. Il tratto della nostra strada invece, situato ad est di corso Sabino, risulta abitato per lungo arco di tempo. Si trovano infatti i ruderi dell'edîficio detto di Busa del III sec. d.C., resti di un complesso termale del III sec. d.C. e lo stesso Battistero di S. Giovanni che probabilmente sorge su un edificio pagano. Quasi all'esterno di questa zona, sul limite della circumvallazione della via di Cerignola all'incrocio con la via vecchia di Barletta, incomincia una serie di tombe. La strada proveniente da Venusia, dopo aver attraversato l'abitato da O ad E usciva dalle mura canosine per continuare verso Canne e Barduli. Interessante sottolineare che proprio nel punto 37 N. J A C O B O N E , op. cit., p. 118. 120 di innesto della via di Barletta o cimitero con la via degli Avelli, furono visti alcuni ruderi di grandi massi, che potrebbero essere resti delle antiche mura, forse della porta attraverso la quale passava la via. La strada doveva incontrarsi qui con l'Appia Traiana. Ricca di resti archeologici si è mostrata l'attuale piazza S. Sabino dove, durante lavori di scavo nei dintorni della chiesa sono venuti alla luce resti architettonici e fra questi reperti, nel 1955 proprio davanti all'ingresso, fu scoperto un capitello di marmo bianco con foglie di acanto e quattro figure di ariete; dietro la chiesa, verso la villa comunale, fu trovata una colonna di marmo biancastro con venature rosseggianti. Inoltre sappiamo che dietro la chiesa esisteva fino al secolo scorso una grande fontana alimentata dall'acquedotto di Erode Attico; resti di pavimentazione stradale sono stati trovati davanti alla chiesa, fatta a blocchi irregolari di tufo tarpare. Si potrebbe pensare che qui sorgesse l'antico foro della città. Ci potrebbero aiutare a dimostrare ciò alcune iscrizioni trovate in questa zona (CIL, IX, nr. 339 e 342) che fanno menzione una della tribù Oufentina e l'altra del municipio canosino. Un'altra iscrizione fu scoperta, secondo quanto ci dice il Mommsen, nel 1866 nel largo Boemondo, cioè alla sinistra della chiesa, ma è andata distrutta. L'iscrizione era posta alla base di una statua a Costantino e ai figli da parte del « corrector » Volusio Venusto ad ornamento di un portico. Purtroppo la notizia non è più controllabile; essa sarebbe di grande importanza topografica. A sud della piazza lungo la via Imbriani troviamo vari rinvenimenti. Tralasciando l'ipogeo Barbarossa del III sec., scoperto all'incrocio di via Imbriani col corso S. Sabino, più a sud, e precisamente dopo la biforcazione della strada che conduce a S. Leucio si rinvennero i ruderi di tre edifici romani: i ruderi del Toro del I-II sec. d.C. (forse un tempio) (fig. 20) dove si rinvenne anche una statua di Giove, e quelli di due edifici termali (fig. 21), la cui costruzione potrebbe essere legata alla realizzazione dell'acquedotto di cui proprio in questa zona vennero alla luce numerosi resti (fig. 22). Tutte queste zone entrano nel circuito murario. Ad ovest di questi rinvenimenti nella zona degli ipogei Lagrasta, venne alla luce un pavimento in mosaico da collocare tra il I sec. a.C. e il I d.C. Nella zona poi di S. Leucio molti sono i resti antichi. Alcuni scavi furono fatti nel 1938, ma vennero poi abbandonati. Ripresi nel 1960 per opera della Sopraintendenza ai Monumenti della Puglia, portarono alla scoperta del grande complesso della basilica di S. Leucio sopra un antico tempio italico (fig. 23). Lo scavo diretto per varie campagne dall'architetto Schettini aspetta ancora di essere pubblicato. Gli studiosi di Canosa hanno concordemente incluso nella cerchia muraria anche la zona situata a sud-ovest dell'acropoli dove giacciono i resti dell'anfiteatro canosino di cui ci dà notizie dirette il Saint Non 38. 38 Voyage pittoresque à Naples et en Sicile, Parigi, 1829, p. 555. 121 Dai suoi dati risulta che l'asse maggiore era di m. 138,335 e quello minore di m. 108,149. Queste misure avvicinano il nostro monumento a quello di Pompei, indi poteva accogliere circa 10.000 spettatori. L'ubicazione del monumento è nella località detta nel secolo scorso « Vignale dell'avena » alle falde del Castello. L'area dell'anfiteatro è ben visibile dall'acropoli. Recenti scoperte presso il ponte ferroviario hanno messo in luce blocchi monolitici di carparo, forse diversi ordini di scalinate. Si è trovata pure una lastra con incisi pochi caratteri tra cui spicca un nome « Dasimin... ». Inoltre un frontone marmoreo modanato, due colonne di marmo grigio, ecc. Nella villa comunale si trova un rilievo con scena di venatio (un cacciatore che affronta un cinghiale a sinistra e un altro che sembra volersi difendere da una belva a destra) che potrebbe provenire dall'anfiteatro. Il monumento c'interessa per il problema del circuito murario. Sappiamo infatti che di solito questi edifici erano costruiti verso la periferia dei centri abitati (es. Aosta) o fuori le mura (Casinum, Spoletium) 39 o al limite di esse (es. Pompei, Herdonia) 40. L'anfiteatro di Canosa a me sembra poco probabile che fosse incluso tra le mura; il sito fu scelto per la sua posizione che permetteva l'afflusso anche di gente situata nei pressi di Canosa nei vici sparsi nei suoi dintorni. Se teniamo presenti tutti questi elementi l'abitato di Canosa doveva racchiudere un'area molto più ristretta di quella tracciata dal Mayer e dallo Jacobone. Le mura dovevano partire dall'acropoli per ricongiungersi all'acropoli. Rimangono fuori della cerchia muraria tutte le tombe situate ad ovest dell'acropoli, lungo la ferrovia e il tratturo, come pure l'anfiteatro. Altrettanto fuori dalla città si trovano tutte le tombe riscontrate lungo il percorso della Traiana dal ponte sull'Ofanto fino all'acropoli. Credo che non siamo lontani dal vero se affermiamo che l'Appia Traiana rasentava l'abitato senza attraversarlo. Ciò si può vedere chiaramente anche dalla fotografia aerea. La strada si snodava a nord dell'abitato tra le numerose tombe che l'affiancavano. Essa, dopo aver rasentato l'abitato, attraversava piano S. Giovanni, passava a nord del colle Lamapopuli, indi con un percorso perfettamente rettilineo si dirigeva verso Ruvo. La fotografia aerea ci fa individuare a sinistra di Canosa l'Appia per mezzo di una serie di divisioni di campi a fianco della nazionale, a destra invece la via è indicata da una linea chiara perfettamente rettilinea dovuta alla diversa crescita degli ulivi in corrispondenza del battuto della via. La via nuova per Barletta ricalca per un breve tratto una parte del percorso dell'Appia. Il limite della città a nord poteva benissimo essere determinato da questa strada. A breve distanza da essa s'innalzavano le mura. Queste, con andamento NEPPI MODONA A., Gli edifici teatrali greci e romani, Firenze, 1961, p. 254, 270-272, 282. 40 MERTENS, in « Not. Scavi », XVI, 1962, p. 323. 39 122 abbastanza rettilineo, potevano comprendere una parte della contrada Grotticelle, indi correvano sui dorsi di Monte Scupolo, Colle Fra Galazia, Casino Basta, Colle Sinesi, e giungevano a Colle S. Leucio. Il tempio italico ivi trovato è difficile dire se era entro o fuori le mura; data la sua posizione periferica sarei propensa a considerarlo extraurbano. Forse la strada « extramurale » indicata nella carta dello Jacobone potrebbe essere un indizio per l'andamento delle mura ad est e a sud di Canosa. Le mura, poi, compivano un grande arco e si congiungevano all'acropoli, lasciando fuori tratturo, tombe e anfiteatro. Così tracciato il circuito murario riduce a meno di metà l'area assegnatagli dallo Iacobone, lascia fuori moltissime necropoli, pur includendone alcune tra le sue mura. Questo perimetro murario mi permette però di racchiudere la zona sicuramente abitata tra le mura. Concludendo possiamo dire che l'antica Canosa aveva la seguente configurazione: nella zona del Castello l'antica Acropoli, intorno al colle su tre lati si stendeva l'abitato più antico con una pianta forse irregolare. Man mano che la città cresce si sviluppa in funzione di due arterie principali: una strada da NO a SE che scende dall'acropoli verso la vallata racchiusa da sei colli a S e ad E, e un altro asse che va da O ad E e che è la via Lavello-Canosa-Canne (fig. 17). Le tombe con i loro ricchi corredi vascolari, di oggetti in oro e argento, sono prova dell'importanza di questo centro, come pure le molte iscrizioni, i vari ruderi, le notizie attinte dalle fonti antiche. Nulla invece possiamo dire su come erano fatte le mura e chissà se l'avvenire potrà darci una risposta al riguardo 41. 41 Intimamente legato ai problemi canosini è quello del suo emporio, ma il tempo assegnatomi non mi permette di dilungarmi, così co me non è possibile neppure indicare i tanti problemi canosini degni di essere studiati. 123 Monte Sacro, scoscese verso settentrione ed occidente, degradanti dolcemente verso i due rimanenti lati e formanti una zona piana ai loro piedi. La collina di Monte Albano, dove oggi si vedono i resti del castello federiciano, fu sede di insediamento sin dal neolitico. Sensazionali ritrovamenti di villaggi neolitici furono fatti da una equippe di archeologi inglesi, guidati da Jones Barri 42 nel settembre 1964, sotto la direzione della Soprintendenza ai monumenti e alle gallerie di Puglia e Lucania. In questa occasione per la prima volta nell'ambito della città di Luceria sono venuti alla luce resti dell'età neolitica risalenti al III millennio a.C. E' stato individuato un piccolo focolare neolitico nelle vicinanze della « Cavalleria » nella zona del castello svevo sul Monte Albano. Nello stesso territorio lucerino il Barri condusse scavi in località « La Marchesa » più comunemente chiamata la « Panetteria » sulla sinistra del Triolo dove è stato individuato un altro villaggio neolitico. Anche Bradford fece delle esplorazioni nella zona di Luceria e precisamente in una zona a 7 km. a NE della città nella masseria « Villana » dove la fotografia aerea aveva rivelato l'esistenza di costruzioni romane sovrapposte ad un villaggio eneolitico 43. Interessante in questo saggio la scoperta della strada della centuriatio che si sovrappone al villaggio. Essa risulta larga m. 2,50 e fornita di cunette laterali larghe m. 0,40 e profonde m. 0,50. Altri resti di centuriazione furono individuati nella Masseria Posta di Colle situata a 7,5 Km. ad est di Luceria 44 (fig. 18). Sullo stesso Monte Albano s'imperniano i resti della civiltà del bronzo 45 o meglio della seconda fase della media età del bronzo 46 (XIVXIII sec. a.C.). Sono alcuni frammenti di ceramica ad impasto grossolano coevi secondo Gervasio a quelli di Coppa Nevigata, un frammento nerolucido e due vasi di grosse dimensioni d'impasto scuro (fig. 24). Per lo studio della città e dei suoi monumenti gli scavi sono pochi. In agosto 1920 in occasione di scavi in una necropoli romana rinvenutasi entro il recinto del cimitero, venivano scoperte alcune tombe formate da tegoloni alla cappuccina e dissimulate esternamente con una gettata di ciottoli e malta. Due di esse contenevano alcune statuette fittili interessanti, databili al II sec. d.C. 47. 42 A, De MURO, Sensazionali ritrovamenti di archeologi inglesi a Lucera, in « Gazzetta del Mezzogiorno », 2.9.1964, p. 8. 43 « Fasti Ar c h . », IV, 1949, nr. 2290. 44 Ibidem, nr. 2206. 45 Recensione di M. GERVASIO su G. B. GIFUNI, Lucera, pp. 75 [Lucera, Tip. Pesce, 1934], in « Japigia », VI, 1935, p. 95. 46 R. PERONI, Archeologia della Puglia Preistorica, Roma, (s.a.), pag. 95; M. GERVASIO, I rapporti tra le due sponde dell'Adriatico nell'età preistorica, in « Japigia », IV, 1933, p. 377. 47 R. BARTOCCINI, Anfiteatro e gladiatori in Lucera,in « Japigia », VII, 1936, p. 45. 124 Altri scavi risalgono al 1922 e furono diretti dal Quagliati nella zona dove sorge la chiesa di S. Matteo (Monte Sacro). Vennero in luce avanzi di costruzioni in laterizi di età imperiale, resti di pavimenti in mosaico ed in marmo. Si tratta di un edificio lungo m. 21 con un muro alto m. 2. All'interno si addossano al muro sei ambienti con un lato comune di m. 3,40. Nell'angolo della chiesa prospicente il levante il Quagliati scoprì una costruzione imperiale romana profonda m. 2 che costituisce non solo le fondamenta della chiesa stessa, ma è incorporata nella nuova costruzione 48. Altri scavi si svolsero principalmente intorno alla zona dell'anfiteatro: nel 1932 gli scavi ripresi dal Bartoccini portarono alla scoperta del portale NNO con la sua intera iscrizione. Altre ricerche nel 1936 portarono a stabilire la forma dell'anfiteatro 49. Riprese le esplorazioni nell'immediato dopoguerra (1945), il restauro del monumento fu affidato all'architetto Schettini 50. Nella stessa area dell'anfiteatro furono scoperte tombe del IIIII sec. a.C. Durante saggi e rinvenimenti fortuiti Lucera ha dato alla luce pavimenti a mosaico, resti di acquedotti e terme, sculture, terracotte, corredi tombali, iscrizioni, ecc. Un vero giacimento di materiale fittile fu scoperto nel 1928 alla punta estrema della collina del Belvedere. Ivi nel 1934 e '35 il Bartoccini compì due esplorazioni che portarono al rinvenimento della stipe votiva di S. Salvatore 51 (chiamata così dal vicino monastero omonimo). Altri resti di edifici di età repubblicana romana si ebbero nel 1957 nella zona adiacente l'anfiteatro (fig. 25), dove in uno strato inferiore vennero alla luce tombe con materiale indigeno del III sec. a.C. 52. Sempre nei pressi dell'anfiteatro altri scavi furono condotti nel 1965-66 dalla sig.na Tiné Bertocchi: si rinvennero resti di abitazioni e tombe. Non esiste un lavoro esauriente di natura storico-topografica su Luceria antica. Nulla di preciso sappiamo sulle sue origini e sul periodo preromano. Moltissimi studiosi dei secoli passati la dicono fondata da Diomede. Essi si basano su un noto passo straboniano (VI, 264) fraintendendolo. Dal brano straboniano però ricaviamo che Diomede non edificò Luceria, ma depositò i suoi doni e le sue armi nel tempio dedicato ad Atene Iliaca. C'è chi ha pensato a Luceria quale fondazione etolica da parte dei Locresi. Ma ciò non sembra aver alcun fondamento. Come giustamente osserva il Giannelli, per la Daunia non si può parlare di regolari fondazioni di colonie (esclusa Elpie), 48 Archivio Soprintendenza Ant. della Puglia, fascicolo « Ritrovamenti archeologici in Lucera », nr. prot. 293. 49 R. BARTOCCINI, in « Japigia », VII, 1936, pp. 11-53. 50 F. SCHETTINI, L'anfiteatro augusteo di Lucera, in « lapigia », XIV, 1945, p p . 3-33; IDEM, Sul restauro dell'anfiteatro di Lucera, in « Palladio », V, 1955, pp. 158-163, fig. 10; M. PALLOTTINO, Ancora sull'anfiteatro di Lucera, in « Arch. classica », IX, 1957, p p . 116-118. 51 R. BARTOCCINi, Arte e religione nella stipe votiva di Lucera, in « Japigia », XI, 1940, fasc. III-IV, pp. 185-213 e 241-298. 52 N. DECRASSI, in F.A., XII, nr. 2831, fig. 57-58. 125 ma di sporadici gruppi di emigranti che, bene o male accolti dagli indigeni, riuscirono in qualche maniera a stanziarsi qua e là nella vasta pianura dauna e sulla costa 53. A Luceria si stabilì un gruppo di coloni Locresi; ciò accadde verso il VI o forse V sec. a.C., quando il culto di Atena Iliaca, di cui Strabone riferisce l'esistenza di un tempio proprio a Luceria, era molto fiorente; il culto è strettamente connesso con la tradizione omerica. L'esistenza di questo culto a Luceria viene sostenuta dal Giannelli in base alla testimonianza di Strabone e ad un'altra di Eliano (De nat. anim. X, 5) nella quale però non è dato il nome della località. La stessa tradizione elianea è riportata dallo Pseudo Aristotele (De mir. ausc. 109) che però dice il tempio fondato da Diomede 54 e dedicato ad Atena Acaia, connessa con l'Atena Iliaca alla tradizione omerica. Per il Bérard invece il tempio dedicato ad Atena Iliaca già preesisteva allo stanziamento dei coloni locresi 55. Si tratta di una dea sanatrice, forse così come era l'arcaica Artemis greco-asiatica. Dobbiamo sottolineare che Atena e Hera sono le divinità più antiche venute dal mondo greco. Pensiamo allo Heraion alla foce del Sele, oppure al tempio di Atena Iliaca a Luceria, come pure a quello di Cassandra ad Elpie. Diversamente altri studiosi ritengono Luceria fondazione oscosannitica oppure dauna; c'è chi ha, addirittura, pensato ad una fondazione etrusca, oppure umbra. Certo è difficile dare una risposta. Il nome della città variamente spiegato potrebbe essere messo in relazione con due radici osche luc- (lucus=bosco) ed -erus (sacro), cioè « bosco sacro ». Infatti noi sappiamo che Luceria antica era circondata da folte selve intorno all'acropoli e nella parte meridionale della città. A conferma di quanto stiamo dicendo si potrebbe chiamare un'epigrafe riportata dal Mommsen (CIL IX, nr. 782) 56, rinvenuta fortuitamente 5 3 G. GIANNELLI, Coloni greci nella Daunia tra l'VIlI e il V sec. a.C., in « Arch. St. Pugl. », 1953, p. 28-33. 54 Il GIANNELLI (Culti e miti della Magna Grecia, Firenze, 1963, p. 50) ammette che il tempio a cui allude Eliano e lo Pseudo-Aristotele sia proprio quello di Luceria ricordato da Strabone, che conserva il ricordo degli speciali onori resi da Diomede alla dea. 55 J. BÉRARD, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 353. 56 L'iscrizione fu pubblicata dal D'AMELY, dopo essere stata trascritta, dal DEL B U O N O . Il D'Amely afferma che la lapide estratta intera dal suolo fu rotta dagli stessi lavoratori. Al Branca e al Gifuni pare che la lapide fosse stata adoperata quale materiale da costruzione nel palazzo privato che fa angolo tra via Bruno e vico Pergola. Soltanto abbattendo, eventualmente questo edificio, l'enigma potrebbe essere risolto. L'iscrizione è la seguente: IN HOCE LOVCARID STIRCVS NE // IS FVNDATID NEVE CADAVER PROIECITAD NEVE PARENTATID SEI QVIS ARVORSV HAC FAXIT /// IVM QVIS VOLET PRO IOVDICATOD NI MANUM INIECTO ESTOD SEIVE MAC /// STERATUS VOLET MOLTARE /// CETOD /// 126 nei pressi di Lucera, nel 1847, mentre si costruiva la strada Lucera-Troia. E' la lex lucerina de luco sacro. Questa insieme alla lex spoletina de luco sacro 57 è la più antica e cospicua testimonianza del culto dei boschi sacri, culto fiorito presso molti popoli antichi. Anche il Ribezzo dava grande importanza a questo rinvenimento. Infatti egli asseriva che la delimitazione della cinta muraria di Luceria a sud era in relazione castrale e cronologica con la « terminatio » del luogo sacro 58. Un altro elemento che potrebbe aiutarci nello studio della Luceria arcaica, sarebbe la ceramica geometrica dauna ivi trovata, ma questa non fu mai oggetto di uno studio particolareggiato. Il Mayer 59 tra i vasi presi in considerazione per lo studio della ceramica geometrica dauna non indica vasi provenienti da Luceria, se si esclude una tazza con manico rialzato sul labbro a doppio apice. Al IV sec. a.C. appartengono alcuni vasi apuli a figure rosse; tra questi un cratere a colonnette e due a campana 60, forse una statuetta in bronzo di Giano o Fonto 61, qualche vaso di ceramica sovraddipinta in rosso, ecc., ceramica dauna a decorazione geometrica a bande. Poverissime le notizie topografiche per la Luceria pre-romana, tanto più che la moderna città si sovrappone su quella antica. Dai dati raccolti possiamo dire che Monte Albano è stato sempre abitato (villaggio neo-eneolitico, resti dell'età del bronzo, acropoli della città, fortezza medioevale). Data la sua posizione strategica, inaccessibile per tre lati, divenne l'acropoli della città antica (Lucano, Phars., II, 473 ricorda una arx a Luceria). Essa doveva essere difesa da una cerchia muraria già prima della deduzione della colonia latina (314 a.C.), come testimoniano le fonti antiche che descrivono le lotte tra Sanniti e Romani svoltesi a Luceria prima di questa data. Entro queste mura infatti, furono tenuti prigionieri i 600 cavalieri romani presi nel 321 a.C. Queste fortificazioni potevano stendersi almeno sulle parti meno difese naturalmente e più esposte agli attacchi nemici. Ma di questo nulla sappiamo, come nulla sappiamo dell'abitato preromano. Qualche cosa, anche se non molto si può tentare di dire per Luceria diveFu integrata dal Mommsen nel modo seguente: In hoce loucarid stircus ne [qu]is fundatid, neve cadaver proiecitad, neve parentatid. Sei quis arvorsus hac faxit [ceiv]ium quis volet pro iudicatod n(umum) [L] manum iniect [i]o estod; seive mag[i]steratus volet, moltare [li] cetod. 57 G. PASQUINI, in « Giornale d'Italia », 20/6/1933, p. 2. 58 F. RIBEZZO, in « RIGI », 1922, p. 148-151. 59 M. MAYER, Apulien vor und während der Hellenisirung, Lipsia, 1914. tav. VI, nr. 11. La mancanza direi totale di ceramica dauna arcaica (VII-V sec. a.C.) potrebbe essere un indizio che Luceria sia città non dauna, ma osco -sannitica. 60 Museo civico di Lucera, nr. inv. 268 e 286. 61 U. SCERRATO, Il bronzetto bifronte del museo di Lucera, in « Arch. classica », VII, 1955, p. 192-194. 127 nuta dominio romano con la deduzione della colonia di diritto latino nel 314 a.C. Certamente, per i secoli successivi, siamo nel vero affermando che Monte Albano continua ad essere l'acropoli della città. L'abitato invece si trovava ad est di Monte Albano nella pianura che si stendeva a sud delle colline Belvedere e Monte Sacro. Del tracciato delle mura dell'abitato e della loro tecnica nulla, o quasi nulla sappiamo. Il De Troia 62 ricordava solo pochi ruderi, visibili al suo tempo sulla dorsale del colle Belvedere e appartenenti ad una delle torri delle mura romane. Altri massi di varie dimensioni si notavano poco al di sotto dei primi, nella stessa zona, erano affioranti dal suolo e andavano in continuazione prima a nord e poi ad est. Altri ruderi si vedevano a sud quasi in vicinanza delle fornaci. Un rudere invece di grandi dimensioni si trovava a pochi metri da Porta Troia, conosciuto dal Ribezzo 63 e tutt'ora esistente; il rudere in situ affiora al livello stradale come una risega lungo il lato interno della porta di Troia per la lunghezza di 6 m. (fig. 26 e 27). Altro materiale romano identico a questo per qualità, dimensioni e tecnica si scorge murato alla base delle case circumvicine. A destra della porta di Troia per chi esce dalla città, si nota una taverna: l'ultimo pilastro a destra è irregolarmente basato su un enorme masso di calcestruzzo romano a ciottoli tuttora sporgente per più di m. 2. Sembra che appartenga alla base di una torre laterale della porta romana. In base a queste indicazioni non è possibile però tracciare il circuito delle mura, se non si cercano altri punti di riferimento. Purtroppo non abbiamo molto da dire. Sul colle Belvedere, presso la chiesa del S. Salvatore, come abbiamo già detto, fu scoperta una stipe votiva pubblicata e studiata dal Bartoccini e datata al II sec. a.C. 64, stipe che a noi sembra invece abbia bisogno di essere ristudiata. Ci sono alcuni pezzi che potrebbero aiutarci a meglio comprendere l'importanza come pure l'attribuzione di essa. Mi riferisco in special modo alla testa di Atena per fare un esempio (fig. 28). Forse qui si dovrebbe ubicare il tempio straboniano di Atena Iliaca 65. Dalle cronache e dai diari francescani più autorevoli del XIV-XVI sec. si sa che il convento sotto il titolo del S. Salvatore fu edificato nel 1301 sulle rovine del tempio di Minerva Iliaca e di altri edifici pagani. Ad est del colle Belvedere si stende Monte Sacro, che avrebbe questo nome dai vari templi ed are che ivi sorgevano. Le mura di Luceria nell'epoca romana, in « Foglietto di Lucera » del 29/10/1922. F. RIBEZZO, in « RIGI », 1922, fasc. III-IV, p. 148 segg. 64 R. BARTOCCINI, Arte e rel... in « Japigia », XI, 1940, cit. 65 P. RANZANO (Annales omnium temporum, Palermo, 1707, p. 155) afferma che sulla collina comiziale del Belvedere erano visibili ruderi appartenenti secondo lui al tempio dedicato ad Atene Iliaca. 62 63 128 Secondo una tradizione accreditata e non interrotta, lo Spedalieri 66 afferma che la Chiesa parrocchiale di S. Matteo sarebbe sorta sulle rovine di antichi templi pagani. Inoltre nelle memorie di un cronista locale, Carlo Corrado (1641-1725) è scritto che « circa montem Sacrum templum... ad Cereris venerationem... magnifici similiter, quam de Minerva... » 67. E' tradizione 68, infatti, che sui ruderi del tempio di Cerere, per opera del vescovo Pardo, nella seconda metà del III sec. del Medio Evo, fu innalzata la chiesetta della Madonna della Spiga (l'onomastico in questo caso corrisponderebbe con quello della dea Cerere, protettrice dei campi) e che il convento dei Cappuccini, situato fuori dell'abitato, fu edificato con materiale, dicono, del distrutto tempio di Cerere. Comunemente viene attribuito a tale tempio un capitello rinvenuto nelle vicinanze della Spiga, di stile composito. Un rinvenimento interessante ai fini topografici è un'iscrizione di un'architrave che testimonia in Luceria l'esistenza di un tempio dedicato ad Apollo (CIL. IX, n. 823), collocato nelle vicinanze di S. Lucia. La dedica pare che in origine formasse l'architrave del tempio, di cui è tradizione raccolta dal Lombardi e dal Saint-Non che alcune colonne di verde antico siano quelle che figurano nell'interno e nel portale maggiore del Duomo di Lucera. La presenza di « Augusto » in questa iscrizione, starebbe a confermare l'ipotesi comunemente accettata che tale tempio fosse dedicato ad Apollo e Augusto insieme (fig. 29). Si tratterebbe di un tempio più antico che i Lucerini nell'ultimo ventennio del I sec. a.C. ingrandirono e abbellirono in onore dell'imperatore. Il Ribezzo invece ritiene che il tempio sia dedicato ad Augustus e la sua edificazione sia da porre prima della morte di Augusto, e poco dopo il 29 a.C., anno in cui da Augusto fu dedotta una colonia militare a Lucera 69. Purtroppo non siamo in grado di stabilire la posizione di questi templi nel tracciato urbano della colonia lucerina. Il tempio di Atena preesisteva; esso poteva essere se non un santuario extraurbano, almeno situato sul colle Belvedere il più lontano dal nucleo cittadino e nei pressi dell'antica strada che portava ad Ergitium (S. Severo) e a Teanum Apulum. Il tempio di Cerere poteva sorgere su Monte Sacro in una zona periferica e nelle vicinanze del percorso murario. L'ubicazione di questi due templi su due colli lucerini richiama alla mente l'impianto urbanistico di Alba Fucens. Questa, diventata colonia nel 304 a.C., a soli dieci anni dopo la deduzione di una colonia a Luceria, ebbe un nuovo regolare impianto F. SPEDALIERI, I dipinti e le chiese di Lucera, Portici, 1914, p. 57. C. CORRADO, Cronologie, apd. Colasanto, Storia della città di Luceria, Lucera, 1894, p. 62. Il Colasanto afferma che nel 1872 mentre si scavava una fossa presso Monte Sacro, vennero in luce « arcate » del tempio di Cerere. 68 F. SPEDALIERI, op. cit., p. 54. 69 F. RIBEZZO, Il primissimo culto di Cesare Augusto nel tempio di Apollo a Lucera, in « RIGI », an. XXI, 1937; cfr. pure N o t i z iario in « Japigia », IX, 1938, p. 383. 66 67 129 per scamna. La disposizione regolare delle strade si riscontra nella valle pianeggiante che si stende tra i tre colli: S. Pietro, Monte d'Alba e Pettorino che costituiscono la città. Ad Alba Fucens resti di templi furono rinvenuti su due dei suoi colli: S. Pietro e Pettorino, su il primo colle i templi sono della fine del IV inizio del III sec. a.C. La situazione potrebbe essere identica anche a Luceria, dove le tre colline: Monte Albano, Belvedere e Monte Sacro e la zona pianeggiante trovatasi ai loro piedi costituiscono il territorio della colonia del 314 a.C. A questa conclusione siamo portati dopo l'esame di una fotografia aerea della città di Lucera e dei suoi dintorni. In essa si nota con chiarezza l'esistenza di una zona di forma quasi quadrata che occupa la parte centrale dell'abitato odierno di Lucera. I limiti di quest'area potrebbero essere indicati dalle seguenti vie moderne: Nella parte meridionale il limite passava a sud di Corso Garibaldi e via IV novembre, e precisamente sulla linea di Porta Troia dove abbiamo segnalato l'esistenza di ruderi antichi; ad est lungo via Ciaburri, Piazza S. Giacomo, via borgo S. Matteo, a nord in direzione di piazza Bonghi e via S. Francesco, ad ovest via Marconi, via S. Domenico. Forse non siamo lontani dal vero se pensiamo che quest'area costituì il nucleo principale della colonia dedotta nel 314 a.C. Una conferma potrebbe venirci da un esame particolareggiato dell'attuale impianto urbanistico lucerino. Infatti un esame attento della carta ci rivela che la parte orientale della città situata ad est di un'asse S-N iniziante da porta Troia e formato dalle vie attuali corso Manfredi, via Gramsci, piazza Salandra, via Schiavone, piazza Oberdan, via S. Lucia presenta un impianto regolare formato da tre assi longitudinali orientati N-S, incrociantisi ad angolo retto con almeno sette strade orientate E-O e formanti una duplice serie di rettangoli. Sembra una divisione per strigas come quelle di Norba, Cosa, o di altre città a pianta detta ippodameica. A noi sembra trattarsi di una sopravvivenza dell'antico impianto urbano della colonia latina di Lucera; simili sopravvivenze si sono riscontrate per es. a Napoli 70, oppure a Torino, ecc. Inoltre tra i pochi rinvenimenti lucerini sicuri, sono da ubicare in questa zona due mosaici, uno scoperto in piazza Nocelli e risalente al I sec. a.C., forse appartenente a delle terme, e un altro rinvenuto sotto il palazzo Pellegrino, forse appartenente ad una « domus ». Nelle vicinanze della stessa area fu rinvenuta la statua di Venere marina, copia romana di un originale greco. Forse seguendo il percorso di queste strade si potrebbe tracciare il perimetro della città della fine del IV sec. a.C. Questa colonia, proprio perchè colonia militare, doveva essere protetta da mura. Queste non sappiamo come fossero fatte, però due maniere ci sembrano più confacenti alla natura della zona lucerina: o mura in opera poligonale, tecnica tanto diffusa presso i Sanniti e in 70 F. CASTAGNOLI, lppodamo da Mileto e la città ad impianto ortogonale, Roma, 1956, p. 36, 94, figg. 13, 14, 49. 130 molte delle colonie dedotte dai romani in tutto il IV sec. a.C., oppure un aggere come si è visto ad Arpi e come è stato scoperto ad Herdonia. La più alta cronologia della costruzione delle mura, porte e torri potrebbe essere data da un'iscrizione mutila, arcaica, latina copiata dal Bonghi, vista e supplita dal Mommsen in cui si accenna ai prefetti che costruirono torri, porta e mura (CIL, IX nr. 800) 71. A questa città giungono varie strade: una da sud a porta Troia; ad est si distinguono almeno due strade, chiaramente indicate dalla fotografia aerea: una si snoda un po' più a nord dell'attuale strada Foggia-Lucera, passando per le masserie Seggio e Porta del Colle. Questa strada entra nell'abitato nella parte meridionale; dev'essere l'antica strada Arpi-Lucera. L'altra invece passa a sud dell'anfiteatro lucerino e si perde nella campagna, scorrendo parallela alla prima. La via proveniente da porta Troia entrata nell'abitato, dopo averlo attraversato esce a NO, s'incammina su colle Belvedere, poi si dirige diritta verso N, fuori della città, attraversa il torrente Salsola e poi si sovrappone ad un tratturo che conduce a Teanum Apulum. Attraversato il Salsola pare che la strada si biforchi e il ramo situato ad est va verso Ergitium (S. Severo?). Se dovessimo dare un circuito murario a questa città forse non siamo lontani dal vero se, partendo dal colle del Castello si seguissero i colli Belvedere e Monte sacro, poi si scendesse da N a S vicini al limite est da noi prima fissato, indi, attraversata la via Arpi-Luceria si girasse verso ovest e si congiungesse tramite porta Troia a Monte Albano (v. fig. 18). Così delimitata l'antica Luceria lascerebbe fuori la zona archeologica dell'anfiteatro; questo interessante monumento risale però alla II metà del I sec. a.C. e ci domandiamo se si trovava entro o fuori le mura. Sembrerebbe difficile dare una risposta se non si tenesse conto che proprio sotto l'anfiteatro72 e nei suoi dintorni73 furono rinvenute diverse tombe a grotticella o a fossa con materiale indigeno risalente al III sec. a.C. Queste tombe sarebbero indizio sicuro dell'esistenza in questa zona di un'area cimiteriale. E' sintomatico infatti che le necropoli posteriori siano tutte situate altrove (a nord fuori la porta detta oggi S. Severo, (tombe del I-II sec. d.C.) a sud fuori porta Troia, lungo la strada che conduce ad Aeca, fin presso l'attuale passaggio a livello dove si rinvennero tombe del II-I sec. a.C., ad est furono trovate tombe lontano da Lucera nella masseria Seggio lungo la strada che conduce ad Arpi). Inoltre dobbiamo sottolineare che nella zona adiacente all'anfiteatro, negli scavi del 1958 e 1965, in uno strato superiore alle tombe, si rinvennero resti di abitazioni del periodo repubblicano, il che CIL, IX, nr. 800. R . B A R T O C C I N I , Anfiteatro e gladiatori cit., in « Japigia », VII, 1936, pp. 19-20. 7 3 N . D E G R A S S I , in F.A., XII, nr. 2831; pure gli scavi di F. Tiné Bertocchi non ancora pubblicati. 71 72 131 dimostra che l'antica zona cimiteriale fu in un secondo tempo occupata da costruzioni private e successivamente nel periodo augusteo da edifici pubblici (anfiteatro) 74. Tenendo conto di questi elementi e di quanto detto prima riguardo all'estensione della città antica, potremo pensare che nell'ultimo trentennio del I sec. a.C., cioè al tempo di Augusto, quando si ebbe la deduzione di una nuova colonia a scopo demografico 75 le mura subirono dei rifacimenti e forse anche degli ampliamenti e tutta l'area situata ad est, compreso l'anfiteatro, fu racchiusa nel circuito murario della città. Che Lucera fu abbellita in questo periodo si deduce dalla costruzione dell'anfiteatro edificato dal popolo lucerino in onore di Augusto, dal rifacimento o dalla costruzione di un tempio dedicato ad « Apollo divus Augustus », ecc., dal complesso termale di piazza Nocelli. Così ricostruita la città, Luceria si presenta come una tipica città italica costruita su una posizione strategica e con almeno tre porte che si aprivano nelle mura (porta Troia a sud, porta « Arpi » ad est, porta diciamo S. Severo a NO). Il De Troia accennava ad una quarta situata ad ovest nelle vicinanze di Monte Albano. Più che una porta poteva essere una posterula, come si riscontra nelle città di Cosa e di Norba, e che metteva in comunicazione l'acropoli con l'abitato. I problemi lucerini non si esauriscono con quanto abbiamo detto, ma pensiamo di riprenderli in altra occasione. Vorrei soltanto accennare alla necessità di studiare le tante sculture che si conservano nel museo locale, perchè guadagnerebbero le nostre conoscenze sull'arte romana nell'ambiente italico. Utile sarebbe ristudiare l'interessante stipe votiva lucerina di cui alcuni pezzi presentano un interesse particolare, come per es.: la testa di Atena (fig. 28), il cosiddetto Apollo o Alessandro Macedone (fig. 30), ecc., per rintracciare le varie correnti culturali dell'epoca. Topograficamente merita di essere approfondito il fenomeno della centuriazione su cui alcune indicazioni sono già state date dal Castagnoli, ecc. SIPONTUM Comunemente il sito dell'antica città viene ubicato nei pressi della chiesa romanica di S. Maria Maggiore di Siponto a circa 3 km. a sud di Manfredonia, verso il pantano Salso, in un terreno brullo al di là della foce del Candelaro, che prima di sfociare al mare s'impaluda nei 74 Si veda con attenzione il contenuto dell'iscrizione del portale NNO dell'anfiteatro (« Japigia », VII, 1936). 75 Bisogna tener conto del fatto che la guerra italica e il duello tra Cesare e Pompeo videro Luceria in mezzo a questi avvenimenti che portarono alla decadenza la vecchia colonia del 314 a.C., la quale non fu risparmiata neppure dalla seconda guerra punica. Di qui la necessità della deduzione di una nuova colonia al tempo di Augusto. 132 essere costituito dalle tombe pubblicate dal Drago 80, scoperte nel 1909, presso Masseria Cupola, nella valle del Cervaro, a poca distanza dalla collinetta « Castelluzzo » a sud di Coppa Nevigata, contenente soprattutto materiale dauno 81. Se questa zona della Masseria Cupola è in relazione con la Siponto dauna e se Strabone si riferisce a questa città, allora il fiume di cui parla l'autore non è il Candelaro come in genere si è pensato, ma il Cervaro. Se invece Strabone si riferisce alla colonia romana il fiume doveva essere il Candelaro e poi si seguiva la navigazione nella laguna. L'origine della città è avvolta nelle tenebre: secondo Strabone (VI, 284) la città è opera di Diomede; gli studiosi moderni la dicono città dauna. A me sembra che forse un certo legame si possa stabilire tra il centro dauno di Sipontum e la stazione preistorica e protostorica di Coppa Nevigata. Infatti l'insediamento di Coppa Nevigata situato su una collinetta in gran parte di origine artificiale di appena m. 9,70 s.l.m. dista circa 5 km. dalla linea costiera attuale e 8 km. a sud di Manfredonia. Il territorio tra la località ed il mare è occupato da una depressione paludosa molto estesa, alimentata da un corso d'acqua a carattere torrentizio, il Candelaro. E' da supporre che originariamente il mare la lambisse e in gran parte la circondasse occupando l'attuale palude. La natura marina della palude è denunciata, oltre che dalla situazione morfologica, anche dalla sopravvivenza di un toponimo dato ad un lago marino (lago Salso). A nord la collinetta è congiunta ad un'altura più ampia che ne costituiva l'accesso 82. La vita in questa importante stazione non era cessata in un periodo anteriore al II decennio del VI sec. a.C. come stabilito dal Pallottino. Quando la zona di Coppa Nevigata sarà abbandonata è molto probabile che i superstiti si trasferiscano nella città di Sipontum dauna che doveva trovarsi non molto lontana da essa, come provano le « stele daunie » alle quali abbiamo già accennato. Nella zona di S. Maria di Siponto invece ci sembra si debba ubicare soltanto la colonia romana, anzi preciseremo, quella dedotta nel 185 a.C. e non nel 194 a.C. Ma spieghiamoci meglio. Livio c'informa che nel 194 a.C. i triunviri D. lunius Brutus, M. Baebius Tamphilus e M. Helvius dedussero una colonia di cittadini romani a Siponto nel territorio che precedentemente era appartenuto agli Arpani (XXXIV, 45). Il territorio fu tolto ad Arpi per punirla per la sua defezione durante la guerra annibalica. Da questo brano si potrebbe dedurre che fino a tutto il III sec. a.C. Sipontum faceva 80 C. DRAGO, Scavi nella palude del Cervaro, in « Notizie d. Scavi », 1936. So che negli ultimi tempi la Soprintendenza alle antichità di Puglia ha condotto scavi nella stessa zona, ma non ne conosco i risultati. 82 S. PUGLISI, in « Mem. Accad. Lincei, classe Scienze Morali », serie VIII, vol. II, 1, 1948, p. 54. 81 134 parte del territorio di Arpi. Ciò spiegherebbe pure una notizia di Strabone il quale in due brani diversi considera una volta Sipontum quale porto di Arpi, un'altra volta Salapia. Si potrebbe interpretare nel senso che fino alla deduzione della colonia, Siponto era il porto marino di Arpi, in seguito il suo porto anche se più lontano diventerà Salapia; prova sarebbe pure la strada Arpi-Salapia individuata con l'aiuto della fotografia aerea. La colonia dedotta nel 194 a.C. doveva sorgere sul sito della Siponto dauna, ma questa come dice Livio (XXXIX, 23) fu trovata deserta, come quella di Busento, dal console Spurio Postumio; si decise allora la deduzione di una nuova colonia nel 185 a.C. L'abbandono della prima colonia sipontina poteva essere motivato da diverse cause, tra cui appaiono: l'aria malsana della regione e la scarsa fertilità del suolo perchè in buona parte paludoso. La nuova colonia del 185 a.C. fu dedotta allora in un sito diverso, più salubre, sulla costa del golfo sipontino. Livio infatti quando parla della seconda colonia di Siponto, la colloca « supero mari ». Lucano (Pharsalia, V, 377 e segg.) ricorda la marina di Siponto, Silio Italico le spiagge di Siponto. La città sorge ai piedi del Gargano (Servio afferma che il Gargano è nell'Apulia « imminens Sipontinae civitati »). Di questa città abbiamo vari riferimenti di autori latini in relazione alla guerra civile tra Cesare e Pompeo. Nell'età imperiale Siponto raggiunse una certa importanza. L'imperatore Tito Elio Adriano Antonino si rese benemerito della città se i sipontini eressero una statua in suo onore con una iscrizione dedicatoria. La statua fu eretta nel 138 d.C. nel momento in cui fu costruita la via Aeca-Arpi-Siponto (CIL IX, 697). Varie sono le vicende della città dal IV al XII sec. d.C. Paolo Diacono la disse « satis opulenta ». In seguito l'ammelmamento della laguna del Pantano incominciò a rendere impraticabile il suo porto e a sviluppare esalazioni malsane che portarono alla decadenza della città. Il terremoto del 1223 la distrusse quasi completamente e indusse Manfredi nel 1265 a costruire una nuova città, situata 2 km. più a nord dell'antica, in un sito più salubre e con un porto più ampio; è questa la Novella Siponto che prenderà il nome di Manfredonia. Oggi il nome antico vive nel moderno villaggio di Siponto che si stende con i suoi graziosi villini ad Est dell'antica colonia romana, in riva al mare, su un terreno nuovo creato dal materiale trasportato dai fiumi che ivi sboccano e dai cordoni litorali di sabbia. L'area archeologica di Siponto, sebbene conosciuta sin dal XV sec. è stata poco studiata. Alcuni scavi furono fatti nel 1938 ad oriente della chiesa romanica 83.Si rinvennero resti di una basilica poggianti su un antico tempio pagano. Altri saggi di scavo furono fatti nel 1953 da un cantiere di lavoro 83 R. LABBADESSA, Gli scavi di Siponto, in « Japigia », IX, 1938, pp. 143- 150. 135 e continuati nel 1954. Questi ultimi affrontarono il problema delle mura nel lato meridionale. Dal 1964 scava la Sig.ra Tiné Bertocchi. La zona archeologica intorno alla basilica è chiaramente indicata dalla fotografia aerea. Si tratta di un'area di forma quasi rettangolare, attraversata in senso longitudinale dalla provinciale Foggia-Manfredonia, che sembra si sovrapponesse all'antico « decumanus maximus ». Quest'area è limitata a SO a soli 300 m. dalla chiesa dalla cerchia muraria visibile sul ciglio stradale in seguito agli scavi del 1954 e specie del 1964-65. Nella parte NE, prima degli scavi del 1964 si vedeva ogni tanto la cortina esterna delle mura, che continuava ad E e ad O della strada provinciale. Nella parte settentrionale, nelle vicinanze delle mura presso la strada s'innalza una colonna con capitello corinzio. Sul lato E, almeno in alcuni punti, lungo il « canale delle Brecce » si vedono resti delle antiche mura, così come da vari rialzi di terreno si può distinguere il loro percorso sul lato ovest. Sul circuito murario troviamo notizie in vari studiosi, ma specialmente in L. Pascale (L'antica e la nuova Siponto, p. 47-48). Costui afferma che le mura erano a doppio ordine ed erano disposte in forma quadrata. Ogni lato, secondo Pascale, aveva una lunghezza di 500 passi: il primo dei lati si estendeva fino all'attuale « Orto delle Brecce » allora chiamato col nome di « Canaletto », il secondo, parallelo al primo, si protraeva per il colle sovrastante alla valle di Minonno, e gli altri due lati si chiudevano in prospettiva ai primi. L'intero circuito delle mura è individuato chiaramente in tutto il suo percorso. Infatti grandi rialzi di terreno si scorgono per un perimetro di circa 3 km. (fig. 31). Lo spessore della cinta varia dai 3 m. nella parte della laguna sipontina a 2 m. nella parte che gira quasi ad angolo retto verso est nella parte meridionale, procedendo lungo il canale delle Brecce, attraversando la ferrovia e la statale a circa 200 m. dalla stazione del villaggio di Siponto. Invece nella parte nord lo spessore è di ben 6 m. Proprio in questa zona, partendo dalla provinciale Foggia-Manfredonia verso est sono stati liberati 126 m. di mura intervallate da 4 torri quadrate, non allineate perfettamente e a distanze varie. Si è constatato che le mura sono a doppia cortina con emplecton; la cortina interna è meglio conservata, quella esterna presenta rifacimenti di varie epoche fino al XIII sec. d.C. La sig.ra Tiné Bertocchi distingue due fasi di rifacimento. La più antica è fatta con blocchi isodomi, disposti per testa e taglio senza malta. Questa fase presenta un filare di fondazione di bugnato un po' sporgente. Il materiale usato, la tecnica di costruzione e l'esame delle fonti datano questa fase alla fine del III, inizio del II sec. a.C., indi si possono mettere in relazione con la deduzione della colonia. L'altra fase più recente è eseguita con blocchi esterni squadrati tufacei e con riempimento di pietrame informe databile al I sec. a.C. Questo rifacimento sembra che debba essere messo in relazione, molto probabilmente, con gli avvenimenti del 40 a.C. quando, come si sa 136 dalle fonti 84, Siponto fu al centro delle lotte prima tra Cesare e Pompeo e poi fra Lucio Antonio e Sesto Pompeo da una parte e Ottaviano dall'altra. MELUTA D. MARIN 84 Cic., Ad att., IX, 15, 1; X, 7, 1; APPIANO, Bell. civ., V, 56-58; DIONE CASSIO, XLVIII, 27. 137 Matteo Tondi Nacque a S. Severo il 21 dicembre 1762 da Severino ed Eufrasia Cannavino. Trascorse parte dell'infanzia a Petrella, nel Molise, presso i familiari della madre, che ivi era nata; ritornato a S. Severo, ebbe come precettori prima suo fratello maggiore Don Nicola Maria Tondi, valente latinista, e poi il Dottor Antonio Gervasio, che lo istruì in filosofia, chimica, matematica e medicina. A 17 anni si recò a Napoli, dove frequentò l'università e conseguì nel 1786 la laurea in medicina. A Napoli cominciò ad esercitare la professione di medico, ma rivelò ben presto la spiccata inclinazione del suo ingegno per lo studio della chimica, pubblicando nel 1786 il trattato « Istituzioni di chimica », in cui si dichiarava entusiasta della nuova teoria del Lavoisier, propugnava tra i primi in Italia il metodo sperimentale nella scienza chimica e demoliva le vecchie teorie flogistiche sulla combustione. Per questa sua attività scientifica nel 1789 fu prescelto con altri cinque dotti studiosi di scienze naturali dal governo borbonico per far pratica mineraria e metallurgica nelle scuole di Schemnitz in Ungheria, nella regione metallifera della catena dei Carpazi, e di Freiberg in Sassonia: re Ferdinando IV voleva preparare dei tecnici per sfruttare le risorse minerarie del suo regno. Tondi soggiornò dieci mesi a Schemnitz, dove diede prove tangibili delle sue qualità di studioso e di investigatore, facendo nuove importanti esperienze nel laboratorio della scuola. Ebbe il merito infatti di portare un contributo notevole alla metallurgia e alla conoscenza del passaggio ossido-metallo perché, oltre che dal platino, riuscì ad ottenere « regoli metallici » da minerali di manganese, molibdeno e tungsteno nonché i rispettivi metalli dagli ossidi di calcio, magnesio e bario. Da Schemnitz si recò in Transilvania, quindi, attraverso la Galizia e la Boemia passò in Germania. Qui ci fu un'altra sosta per frequentare la scuola mineraria di Freiberg, in Sassonia, dove seguì un corso di litologia. Dalla Germania si recò in Inghilterra (1795), dove, non bene accolto, fu costretto a servirsi di sotterfugi ed espedienti per visitare gli impianti minerari dell'isola e per conoscere le tecniche inglesi sui forni di fusione e sui telai per la tessitura della seta. Visitò poi la Scozia e l'Irlanda e si spinse fino alle isole Orcadi e all'Islanda. I viaggi durarono poco meno di otto anni e quando nel 1797 da Londra si accinse a ritornare in Italia aveva con sé ben 35 casse di minerali, che riuscì a portare a Napoli dopo molte peripezie, avendo dovuto attraversare l'Europa coalizzata contro la Francia. Era appena rientrato a Napoli quando il governo borbonico gli diede l'incarico di fare con un gruppo di mineralogisti esplorazioni 138 minerarie in Calabria e riorganizzare gli stabilimenti siderurgici statali di Mongiana. Qui si trovava quando nel 1799 il cardinale Ruffo sbarcava in Calabria: l'arrivo dei Sanfedisti provocò sommosse e saccheggi che colpirono soprattutto i mineralogisti napoletani e costrinsero Tondi a rifugiarsi a Napoli. Non si hanno notizie chiare e precise sulla vita del Tondi in questo periodo: è certo, però, che aderì al governo della Repubblica Partenopea. Si arruolò poi nella Guardia civica e fu aggregato al presidio del forte di Revigliano, dove fu catturato dagli Inglesi. Secondo un'altra tradizione, Tondi fu ferito nel combattimento al Ponte della Maddalena (13 giugno 1799) dalle bande del cardinale Ruffo. Ad ogni modo, esule o proscritto, dovette emigrare in Francia, abbandonando in un magazzino di Napoli le sue trentacinque casse di minerali. Si stabilì a Parigi dove agli inizi non ebbe vita facile e solo dopo un periodo di stenti, per interessamento di amici quotati negli ambienti scientifici francesi che lo conoscevano come banditore delle idee di Lavoisier in Italia, poté ottenere la nomina di « professore aggiunto » al Museo di Storia naturale a Parigi, a lato dell'abate Haüj, il geniale fondatore della scienza cristallografica, col quale collaborò nella compilazione del « Traité de Mineralogie », soprattutto nella parte descrittiva. A Napoli, intanto, dopo la III coalizione, il 15 febbraio 1806 erano entrati i Francesi ed era stato nominato re, da Napoleone, Giuseppe Bonaparte, il quale, tra l'altro, nel riformare l'università degli studi volle l'istituzione della cattedra di Mineralogia e Metallurgia. Risulta nella storia dell'Università di Napoli, come afferma lo Scherillo, che in data 14 novembre 1806 Matteo Tondi fu chiamato a coprire la cattedra di Mineralogia. Nelle biografie del Tondi scritte in periodo borbonico non si accenna neppure a tale nomina. E' certo che Tondi non si mosse da Parigi. Sappiamo con sicurezza che nel gennaio 1808 partì per un viaggio in Spagna, dove scoprì importanti giacimenti di minerali e raccolse ampio materiale geologico, ma fu costretto a rientrare a Parigi nel gennaio dell'anno successivo a causa delle guerriglie scoppiate in Spagna all'arrivo di Giuseppe Bonaparte. A Napoli ritornò definitivamente nel 1811 e fu nominato da Gioacchino Murat ispettore generale delle Acque e delle Foreste; con questo incarico per alcuni anni si adoperò per ottenere il rimboschimento di molte zone falcidiate durante gli eventi bellici e arricchì la direzione delle foreste di un vivaio di piante esotiche utili all'uomo che riuscì a diffondere largamente nel regno. Nel maggio del 1815, dopo l'abdicazione di Gioacchino Murat, rientrava a Napoli re Ferdinando di Borbone che ebbe il merito di evitare repressioni ed epurazioni. Matteo Tondi, malgrado il suo passato politico, il 28 luglio dello stesso anno fu chiamato alla cattedra di Mineralogia, che allora si chiamava di Geognosia. Per oltre venti anni Tondi svolse un'intensa attività scientifica come professore e come direttore del Museo, che comprendeva ben 5359 139 pezzi, dei quali 2200 rocce e 3159 minerali: vi erano le varietà più rare del regno inorganico e i fossili delle regioni più rinomate. A lui si deve non solo la sistemazione delle collezioni ma anche la compilazione dei trattati di orittognosia per una classificazione razionale di minerali e rocce. Era ancora in attività di servizio quando la morte lo colse il 16 novembre 1835, all'età di settantatre anni. Fu sepolto nella chiesa di S. Agostino degli Scalzi. Matteo Tondi è una limpida figura di scienziato e di studioso. Fu considerato dai dotti contemporanei il primo mineralogista e geologo d'Europa. Noi riconosciamo che la sua opera fu veramente vasta e profonda ed effettivamente basilare per la mineralogia, se consideriamo che quand'egli iniziò i suoi studi la mineralogia si confondeva con la scienza mineraria e non era ancora innestata in essa la cristallografia. Può essere definito un « mineralogista cosmopolita » per la vastità delle sue ricerche, per la varietà delle sue raccolte e per aver dato scarso rilievo alla mineralogia regionale; si occupò infatti scarsamente dei giacimenti minerari del regno e trascurò del tutto i minerali del Vesuvio (lave, scorie, incrostazioni), considerati come prodotti troppo localizzati e di scarso valore. Quanto vasta sia stata la sua fama è attestato dalle lodi che ebbe dall'imperatore Francesco I d'Austria, dal re Federico Guglielmo di Prussia, dal re di Sardegna, dal grande naturalista e geografo tedesco Humboldt, e dalle innumerevoli onorificenze che gli furono conferite in Europa e in Italia: fu socio della Società mineralogica di Pietroburgo, della Società di Mineralogia di Jena, della Società linneana di Parigi, della Società di Scienze ed arti di Lilla; fu inoltre socio della R. Accademia delle Scienze dell'Accademia medico-chirurgica e dell'Accademia Pontaniana di Napoli; socio della Società Mineralogica di Cagliari, dell'Accademia di Scienze di Bologna, delle Società economiche di Capitanata, di Bari, Basilicata e Molise. A. MICHELE ZUPPA SCRITTI A STAMPA DI M. T.: Istituzioni di chimica. Napoli, per i tipi di Simone, 1786. Relazione di due interessanti malattie curate col celebre specifico delle lucertole. Napoli, 1788. Viaggio in Spagna. Parigi, 1808. Istruzione sulla seminagione e sulla piantagione de' boschi. Napoli, 1813. La caccia, considerata come prodotto silvano. Napoli, 1815. Discorso pronunziato nel 1816 in occasione dell'apertura della cattedra di Geognosia. Napoli, 1817. Elementi di orittognosia, voll. 3. Napoli, 1817. La scienza silvana ad uso de' forestali. Napoli, 1821. Elementi di oreinognosia. Napoli, 1824. Catalogo delle collezioni orittologica ed oreognostica del f u cav. M.T. Napoli, 1837. SCRITTI A STAMPA SU M. T.: DE LUCA F., Necrologia di Matteo Tondi in « Annali civili del Regno delle Due Sicilie », vol. IX. Napoli, 1835; PILLA L., Matteo Tondi, in « Il Progresso delle Scienze, delle Lettere, delle Arti », vol. XV. 1836; DE RENZI, Notizie biografiche di M. Tondi, in « Giornale delle Scienze Mediche », fasc. 62 febbraio 1836; DE AMBROSIO V., Elogio del Cavaliere Matteo Tondi, Ibidem, fasc. XXXII, 1837; SCHERILLO A., La Storia del " Real Museo Mineralogico" di Napoli nella storia napoletana - Estr. dagli « Atti dell'Accademia Pontaniana », nuova serie, vol. XV Napoli, 1936. 140 Ricordo di Umberto Fraccacreta Una vasta pianura qua e là dorata dal grano maturo, macchie di argento degli ulivi e più fitte macchie di pampini verdi. Un 'favonio' disperato che mozzava il fiato, ti penetrava dentro, ti bruciava addosso: inesorabile accidioso impietoso soffocante. Sembrava come se uscisse a sbuffi rabbiosi dall'inferno. Un'arsura che avrebbe stroncato la fibra più resistente. Questo il Tavoliere come mi apparve nel lontano giugno del 1945 durante un fortunoso viaggio per conto del mio giornale. E silenzio solenne. Rarissimi i carri agricoli, meno rari gli automezzi degli alleati. Distruzioni ovunque e disperazione. Giunsi come Dio volle a San Severo con le membra affrante da una sete insoddisfatta, giunsi proprio nelle ore asfissianti della ' controra '. Strade vuote, finestre ferme, locali chiusi, e ventate di caldo rabbioso. Una donnetta in periferia vendeva bibite, ma erano infuocate. Non c'era ghiaccio. Mi diede una sedia e una fettina di ombra dove attesi che le ore di fuoco passassero. Il vento caldo entrava dal tubo dei pantaloni e saliva su su fino alla cinta. Il miraggio di una fonte di acqua sorgiva, fresca e rorida, divenne una ossessione. Fu in quella occasione che conobbi di persona il poeta del Tavoliere, Umberto Fraccacreta. Fu in quella occasione che capii meglio il senso dei suoi versi, perchè avevo capito l'ambiente in cui viveva e si muoveva. Mi ricevette nel suo palazzotto ottocentesco. La breve scala di una architettura svelta e nervosa contrastava con l'ingenua fantasia degli affreschi che decoravano le pareti. Mi apparve sofferente (aveva perduto da nove mesi la madre che adorava e che gli ispirò alcune liriche fra le più belle della nostra letteratura). Pallido, mite dall'occhio scuro e piccolo, ma profondo e penetrante. La testa leggermente reclinata a sinistra in avanti. Mi sembrava impossibile che versi di una bellezza musicale e suggestiva, privi di ogni retorica che pur imperversava sfacciatamente nel ventennio che si chiudeva allora, immagini poetiche di grande respiro destinate a sopravvivere nel futuro, avessero potuto sortire da una natura fragile e tenera. Ma a guardare con più penetrazione la sua ampia e chiara fronte, a sentirlo parlare con una vocerella flebile, a seguire i misurati ma decisi movimenti delle sue splendide mani, ti veniva fatto di pensare che dentro quel diafano corpo si alimentava una forte possente personalità, una volontà 141 di ferro, una robusta luce. Quella della speranza e della consolazione. Fraccacreta era profondamente religioso. Un credente puro. Le parole gli si articolavano chiare e precise, di estrema misura, lineari come il suo Tavoliere: non una di più né una di meno. Colpiva giusto. Poi si taceva e ti fissava come a voler scoprire le reazioni prodotte. Parlammo della guerra che aveva spento vite preziose e ucciso nei popoli i sentimenti umani. Parlammo di letteratura e finanche di ' resistenza ' e qui sentii vibrare fortemente l'animo del poeta. Parlammo di comuni amici garganici. Il suo giudizio su uomini e fatti usciva timidamente, direi in punta di piedi, con l'aria di voler chiedere scusa, ma senza incertezze e titubanze; e in una lingua perfetta anche se parlata con leggero accento dauno. La sua vita era quella di un solitario, sempre tesa alla poesia ed alla musica, di cui era profondo conoscitore, anche quando doveva occuparsi della direzione e dell'amministrazione della grande azienda agricola familiare. Un uomo che non amava il chiasso, la folla, la popolarità. Schivo per innata timidezza dei clamori, viveva chiuso nel suo guscio con i suoi libri, il suo pianoforte e i conti della tenuta. La sua era una vita sofferta, anche se navigava nel benessere economico; ma era tutta dentro di sé. Patita come quella di un esile fiore di serra. Quando però, prendeva contatto con i suoi campi e con gli uomini che li irroravano con i loro sudori, allora la piena dei sentimenti di solidarietà con gli altri uomini rompeva gli argini, traboccava e allagava ogni aspetto della sua complessa personalità. Era vicino alla fatica degli uomini, ne comprendeva le tribolazioni, le ansie, la disperazione, la rabbia. Forse Umberto Fraccacreta non ci ha detto tutto di sé, ma a leggere i suoi versi oggi, a distanza di anni dalla sua morte, l'uomo ci appare compiutamente. Critici e saggisti hanno scritto molto dell'opera del poeta nostro, hanno trovato derivazioni virgiliane o pascoliane o che so io. Nessuno di essi ha pensato a Leopardi, pure, io che non sono letterato, devo dire che scendendo le scale del poeta del Tavoliere pensai al poeta di Recanati e ravvisai o mi parve di ravvisare, un sodalizio perfetto che nasceva dalla sofferenza, dall'amore per la natura e per le creature umane, dal dolore per le sventure e dalle ansie per l'avvenire d'Italia. GIUSEPPE MODUGNO Il primo incontro di Umberto Fraccacreta con Giuseppe Modugno risale al 1932 su le colonne di «la Puglia Letteraria», un mensile di otto pagine che quel giornalista polignanese, allora giovanissimo, pubblicava a Roma, in consorzio con Michele Mandragora e Mario Simone, tutti tre lontani dal conformismo di moda. Il periodico chiese ad alcune personalità della cultura nazionale, nate tra il Fortore e Leuca, per quali testimonianze della propria opera letteraria si 142 poteva riconoscere la loro origine pugliese. Tra le altre risposte, quella del F., forse la meno attesa per il suo carattere schivo, pubblicata quando egli più tenevasi lontano dal traffico della cultura ufficiale, va considerata un raro cimelio della sua vita schietta e riservata. Dalla sorte dei periodici minori, che in Italia difficilmente si spogliano, per la schedatura di biblioteca, si salvò quel documento in un opuscolo rievocativo, ed oggi ancora, scaduto da poco in silenzio il XX della morte del F., a quel « riconoscimento » ritorna la critica ispirata e sapiente di una gentile esegeta con un volume prossimo a veder la luce, col magistero editoriale di uno di quei sodali, già promotore e organizzatore del premio nazionale di poesia intitolato al « Poeta del Tavoliere » *. La rievocazione, dettata per noi dal collega Modugno, assume pertanto un valore particolare, significando la conferma degli ideali, che da 37 anni sono vivi nella memoria intorno a quell'avventura giornalistica, intessuta sulla trama di una passione letteraria e regionale. * Le due pubblicazioni, cui si accenna, sono: CARLO GENTILE, Poesia di Umberto Fraccacreta. Prefazione e bibliografia di MARIO SIMONE; inediti e ritratto (Foggia, Società Dauna di Cultura, 1956); M. V. VENTURO LAMEDICA, Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere (in corso di stampa a cura di Mario Simone). 143 IL PARLAMENTO I PARLAMENTARI DELLA IV LEGISLATURA ELETTI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI NEL COLLEGIO XXIV (Circoscrizione di Foggia-Bari) Voti complessivi di tutte le liste nel Collegio: 1.047.602 Quoziente elettorale: 40.292 - Seggi assegnati al Collegio: 24 - Seggi attribuiti nel Collegio: 22 - Seggi utilizzati con i resti: 1 Partito Comunista Italiano (Voti di lista: 307.908 - Resto: 25.864) Amendola Giorgio1 v. 132.892 - Reichlin Alfredo 2 v. 66.864 - Pistillo Michele v. 36.886 - Scionti Renato v. 27.947 - Giannini Mario v. 26.481 - Borraccino Domenico v. 26.253 - Gramegna Giuseppe v. 26.124 - Specchio Pasquale v. 25.267 - Mascolo Raffaele v. 22.513. 1 Opta per il Collegio XXII (Napoli). 2 Opta per il Collegio XXV (Lecce). Movimento Sociale Italiano (Voti di lista: 55.665 - Resto: 15.373) De Marzio Ernesto v. 23.472. Partito Socialista Italiano Partito Socialista Democratico Italiano Unificati (Voti di lista: 135.634 - Resto: 14.758) Di Vagno Giuseppe v. 46.382 - Pellicani Michele v. 41.588 - Lenoci Vito Vittorio v. 34.608. Partito Liberale Italiano (Voti di lista: 30.497 - Resto: 30.497) Cassandro Manlio Livio v. 12.882. Democrazia Cristiana (Voti di lista: 458.900 - Resto: 15.688) Moro Aldo v. 293.167 - Lattanzio Vito v. 120.857 - Russo Vincenzo v. 69.072 - de Meo Gustavo v. 67.874 - De Leonardis Donato v. 64.954 - Dell'Andro Renato v. 63.408 - Cavaliere Stefano v. 61.273 - Laforgia Antonio v. 59.853 - Squicciarini Vincenzo v. 49.547 - Pisicchio Natale v. 49.412 - Scianatico Michele v. 46.325. ELETTI AL SENATO NEI COLLEGI DI CAPITANATA Lucera (IX): Follieri Mario AI. (D.C.) con voti validi 39.986 - Di Vittorio Baldina in Berti (PCI-PSIUP) con voti validi 36.930. Cerignola (X) : Magno Michele (PCI-PSIUP) con voti validi 41.860. 144 I MUNICIPI STATISTICA DELLE “AMMINISTRATIVE„ ANNO 1967 1° turno: 11 giugno ___________________________________________________________________ A C C A D I A_____________________________________________ Pop. 4.854 - Elett. 2.864 - Vot. 2.486 - Perc. 86,8%. D. C.: v. 1.129, perc. 48,7%, s. 4. Miste di Sinistre: v. l. 188, perc. 51,3%, s. 16. V.n.v. (comprese sch. b.) 35, sch. b. 22. ______________________________________________________________ ASCOLI SATRIANO______________________________________ Pop. 11.966 - Elett. 5.008 - Vot. 4.459 - Perc. 89,0%. D.C.: v. 1.986, perc. 45,2%, s. 14. M.S.I.: v. 213, perc. 4,8%, s. 1. P.C.I.: v. 1.649, perc. 37,5%, s. 12. P.L.I.: v. 249, perc. 5,7%, s. 1. P.S.U.: v. 157, perc. 3,6%„ s. 1. P.S.I.U.P.: v. 139, perc. 3,2%, s. 1. V.n.v. (comprese sch. b.) 66; sch. b. 38. _____________________________________________________________ C A R P I N O____________________________________________ Pop. 6.757 – Elett. 4.207 – Vot. 3.205 -- Perc. 76,2%. D.C.: v. 1.379, perc. 44,6%, s. 9. Eterogenea: v. 574, perc. 18,6%, s. 4. M.S.I.: v. 93, perc. 3,0%, s. 0. P.C.I.: v. 576, perc. 18,6%, s. 4. P.S.U.: v. 471, perc. 15,2%, s. 3. V.n.v. (comprese sch. b.) 112; sch. b. 33. 145 ______________________________________________________ D E L I C E T O__________________________________________ Pop. 6.109 - Elett. 3.849 - Vot. 3.170 - Pere. 82,4%. D.C.: v. 1. 399, perc. 45,5%, s. 10. M.S.I.: v. 68, perc. 2,2%, s. 0. P.C.I.: v. 551, perc. 17,9%, s. 4. P.S.U.: v. 817, perc. 26,6%, s. 5. P.S.I.U.P.: v. 239, perc. 7,8%, s. l. V.n.v. (comprese sch. b.) 96; sch. b. 39. _____________________________________________________________ ISCHITELLA____________________________________________ Pop. 5.391 - Elett. 3.088 - Vot. 2.792 . Pere. 90,4%. D.C.: v. 875, perc. 31,9%, s. 6. IND.: v. 515, perc. 18,8%, s. 4. P.C.I.: v. 921, perc. 33,5%, s. 7. P.S.U.: v. 434, perc. 15,8%, s. 3. V.n.v. (comprese sch. b.) 47; sch. b. 24. 2° turno: 12 novembre ________________________________________________________ L E S I N A______________________________________________ Pop. 5.766 - Elett. 3.562 - Vot. 2.836 - Pere. 79,6%. D.C.: v. 751, perc. 26,9%, s. 6. Eterogenea: v. 349, perc. 12,5%, s. 2. P.C.I.: v. 363, perc. 13,0%, s. 2. P.S.U.: v. 1. 330, perc. 47,6%, s. 10. V.n.v. (comprese sch. b.) 43; sch. b. 13. 3° turno: 3 dicembre ________________________________________________________ L U C E R A_____________________________________________ Pop. 28.409 – Elett. 16.706 – Vot. 14.965 - Perc. 89,6%. D.C.: v. 5.772, perc. 39,4%, s. 12. M.S.I.: v. 494, perc. 3,4%, s. 1. P.C.I.: v. 5.656, perc. 38,6%, s. 12. P.L.I.: v. 492, perc. 3,3%, s. 1. P.R.I.: v. 132, perc. 0,9%, s. 0. P.S.U.: v. 1.600, perc. 10,9%, s. 3. P.S.I.U.P.: v. 514, perc. 3,5%, s. 1. V.n.v. (comprese sch. b.) 305; sch. b. 166. 146 ANNO 1968 17 novembre _____________________________________________ CAGNANO VARANO_____________________________________ Pop. 8.140 - Elett. 5.402 - Vot. 3.808 - Perc. 75,5%. D.C.: v. 1.771, perc. 47,6%, s. 10. Eterogenea: v. 153, perc. 4,1%, s. 0. P.C.I.: v. 1.511, perc. 40,6%, s. 9. P.S.I.U.P.: v. 97, perc. 2,6%, P.S.U.: v. 188, perc. 5,1 %, s. 1. V.n.v. 88 di cui sch. b. 34. _______________________________________________________________ CELENZA VALFORTORE_________________________________ Pop. 3.234 - Elett. 2.063 - Vot. 1.826 - Perc. 88,5%. D.C.: v. 765, perc. 43,5%, s. 16. P.C.I.: v. 240, perc. 13,6%, s. 0. P.S.U.: v. 754, perc. 42,9%, s. 4. V.n.v. 25 di cui sch. b. 10. _______________________________________________________________ ISCHITELLA_____________________________________________ Pop. 5.391 - Elett. 3.080 - Vot. 2.761 - Perc. 89,6%. D.C.: v. 1.205, perc. 44,0%, s. 9. IND.: v. 202, perc. 7,4%, s. 1. P.C.I.: v. 1.118, perc. 40,9%, s. 9. P.S.U.: v. 211, perc. 7,7%, s. l. V.n.v. 25 di cui sch. b. 13. _______________________________________________________________ MARGHERITA DI SAVOIA_________________________________ Pop. 13.289 - Elett. 7.719 - Vot. 6.844 - Perc. 88,7%. D.C.: v. 2.988, perc. 44,5%, s. 14. Eterogenea: v. 391, perc. 58%, s. 1. Mista di Destra: v. 1.111, perc. 16,6%, s. 5. P.C.I.-P.S.I.U.P.: v. 356, perc. 5,3%, s. l. P.S.U.: v. 1.865, perc. 27,8%, s. 9. V.n.v. 133 di cui sch. b. 43. 147 _________________________________________________________ S. MARCO IN LAMIS______________________________________ Pop. 19.014 - Elett. 11.150 - Vot. 8.533 - Perc. 76,5%. D.C.: 4.042, perc. 48,4%, s. 16. Eterogenea: v. 474, perc. 5,7%, s. 1. M.S.I.: v. 456, perc. 5,5%, s. 1. P.C.I.-P.S.I.U.P.: v. 2.636, perc. 31,6%, s. 10. P.S.U.: v. 738, perc. 8,8%, s. 2. V.n.v. 187 di cui sch. b. 71. ______________________________________________________________ S. NICANDRO GARGANICO______________________________ Pop. 17.720 - Elett. 12.058 - Vot. 8.752 - Perc. 72,6%. D.C.: v. 2.918, perc. 34,8%, s. 11. IND.: v. 294, perc. 3,5%, perc. s. 1. M.S.I.: v. 116, perc. 1,4%, s. 0. P.C.I.: v. 3.935, perc. 46,9%, s. 15. P.S.I.U.P.: v. 238, perc. 2,8%, s. 0. P.S.U.: v. 889, perc. 10,6%, s. 3. V.n.v. 362 di cui sch. b. 97. ______________________________________________________________ S. PAOLO DI CIVITATE__________________________________ Pop. 6.662 - Elett. 4.152 - Vot. 3.334 - Perc. 80,3%. D.C.: v. 1.481, perc. 45,0%, s. 10. M.S.I.: v. 214, perc. 6,5%, s. l. P.C.I.-P.S.I.U.P.: v. 1.180, perc. 35,9%, s. 7. P.S.U.: v. 415, perc. 12,6%, s. 2. V.n.v. 44 di cui sch. b. 25. ABBREVIAZlONI: Elett. = elettori per legge; Pop. = popolazione presente alla data della consultazione elettorale. S. = seggi ottenuti. Sch. b. = schede bianche. V.v. = voti validi. V.n.v. = voti non validi. Vot. = cittadini votanti. N. B. - Le liste sono elencate in ordine analfabetico, non cronologico di presentazione. 148 REALIZZAZIONI DAUNE Per l'Università degli studi in Capitanata L'Amministrazione Provinciale di Capitanata, quella del Comune suo capoluogo e la Camera di Commercio, J. e A. hanno deciso di costituire un Consorzio per l'istituzione e il funzionamento dell'Università degli Studi in Foggia. Interpreti delle esigenze di promozione economica, sociale e culturale delle popolazioni da essi amministrate, quegli enti hanno individuato come una fondamentale leva dell'auspicato processo di sviluppo l'espansione quantitativa e qualitativa dell'istruzione, consapevoli che, ai fini della costruzione di una moderna società, assumono valore prioritario la ricerca scientifica e la formazione di efficienti quadri. Naturalmente, con le loro decisioni si è armonizzato un vasto piano di azione, per ottenere il riconoscimento dello Stato secondo la necessità manifestata dallo schema di piano regionale approvato dal C.R.P.P.E. La gran parte di responsabilità, assuntasi da Palazzo Dogana nella non facile iniziativa è documentata dalla seduta ordinaria del 26 novembre c.a. in cui il Consiglio ha approvato lo schema di statuto del costituendo Consorzio universitario e gli ha votata l'adesione sua. Ecco un riassunto del verbale della seduta consiliare del 26 novembre c.a. (*). In apertura del dibattito il Presidente, avv. Tizzani, ha ricordato che nei primi due anni di gestione, la Giunta si è preoccupata di creare, con una serie di provvedimenti, che hanno trovato l'appoggio unanime del Consiglio Provinciale, i presupposti ambientali favorevoli e le strutture di base indispensabili all'impianto dell'Università in Foggia. Infatti si è provveduto al finanziamento di una scuola di ostetricia presso l'Ospedale di Maternità, alla destinazione di una nuova sede della Biblioteca Provinciale, alla formulazione di voti (che sono stati presi anch'essi all'unanimità dal Consiglio) sia per l'elevazione a Conservatorio statale del Liceo Musicale « Umberto Giordano », sia per la trasformazione dell'Istituto Agrario di Capitanata in base all'art. 3 della Legge 27-10-1966, n. 10, in istituto scientifico e tecnologico, cioè in (*) Presenti in aula tutti i componenti del Consesso: Emilio Amoroso, Vittorio Barbetta, Nicola D'Andrea, Bios De Mario, Alberto De Santis, Paolo De Tullio, Mario Di Gioia, Filippo Di Venosa, Pasquale D'Orsi, Francesco Paolo Galasso, Vincenzo Grimaldi, Antonio Grosso, Michele Lattanzio, Primiano Magnocavallo, Ferdinando Marinelli, Giuseppe Matassa, Matteo Merla, Filippo Mondelli, Teodoro Moretti, Antonio Nardella, Pasquale Panico, Alberto Perfetto, Michele Protano, Matteo Renzulli, Pasquale Ricciardelli, Renato Rocca, Angelo Rossi, Giuseppe Scirpoli, Berardino Tizzani, Savino Vania. 149 istituto sperimentale per la meccanizzazione agricola e la irrigazione. Ed è proprio per questa tenace opera del Consiglio Provinciale che si è impostato il problema del terzo Centro Universitario da parte del Comitato Regionale per la programmazione, il quale l'ha incluso nel suo documento finale, assicurando così alla nostra iniziativa l'adesione unanime di tutta la regione pugliese. Pertanto, la Giunta ha ritenuto di poter legittimamente sollecitare il voto responsabile dell'assemblea su due proposte, che si integrano a vicenda: quella del Consorzio e quella del Comitato. Il Consorzio è l'organo giuridico necessario per istituire l'ateneo; il Comitato è l'ente motore per la realizzazione del terzo centro universitario in Puglia, per determinare l'indirizzo delle scelte da operare, per lo studio di quelle riforme che desideriamo veder attuate nella scuola e, in particolare, in quella universitaria. L'uno - il Consorzio - uno strumento concreto di attività di operosità; l'altro - il Comitato - uno strumento politico valido di coordinamento, che consentirà anche di approfondire un certo dialogo tra l'Ente e la gioventù studentesca per l'ammodernamento delle strutture universitarie a rinnovarsi non solo nell'edilizia, non solo per le modifiche proposte dal Gruppo comunista allo statuto del Consorzio (nei dipartimenti e nell'autogoverno, nella democrazia interna) ma nel senso più ampio e più vasto possibile. « Dobbiamo e possiamo fare il Consorzio ed il Comitato - ha detto l'avv. Tizzani -. Vogliamo il Consorzio, non per trasferire ad altri le nostre responsabilità, ma per dare, con la legge attuale, lo strumento a chi dovrà operare, la possibilità concreta di anticipare l'Università di Stato a Foggia; il Comitato, per collaborare nel Consorzio, con noi, con i giovani tutti, per sviluppare il dibattito da essi iniziato. E' pacifico che le spese per l'Università, per le scuole in generale, sono riconosciute da tutti come un dato di fatto obiettivo e come tale, anche se elevate, non possono preoccupare nessuno. Come più volte e da più parti è stato autorevolmente sottolineato in questi ultimi anni, gli investimenti a più alto reddito che un popolo possa fare sono quelli per l'educazione e per l'istruzione; sono investimenti con vantaggi a lunga scadenza, ma sono quelli a massimo possibile reddito, perchè la produttività si moltiplica attraverso il succedersi delle generazioni. Che tali investimenti diano regolarmente il loro frutto, è interesse primario dei cittadini, anche di quelli che, pur non avendo figli allo studio, pagano le imposte e comunque partecipano allo sviluppo ed alla crescita della loro comunità. « Nella misura in cui sapremo accogliere lo spirito innovatore del fermento vivo, caldo e appassionato della contestazione, nella misura in cui sapremo cogliere la sua verità, si potranno valutare i modi e le forme della nostra presenza in questa provincia tanto provata nelle sue vicende storiche, in questa Foggia, che pur ebbe cattedre universitarie e docenti famosi al declinare del Regno delle Due Sicilie. 150 « Foggia e la Provincia reclamano l'istituzione dell'Università, non solo per un fatto di crescita normale della popolazione scolastica; reclamano l'Università perchè anch'essa, nel quadro dello sviluppo e del potenziamento economico della Provincia, è uno dei fattori principali di questo sviluppo; è un salto di qualità che è necessario e doveroso fare per la nostra comunità e per le venienti generazioni. Ed è tanto più bello e significante che a iniziare questo discorso siamo noi e non lo Stato, senza che da esso ci venga una lira per questa realizzazione ». Al dibattito seguitone è intervenuto per primo il consigliere dr. Rossi (P.C.I.), il quale, dando atto che il Presidente non ha ignorato la contestazione giovanile, ha osservato che, nell'impostare il problema dell'istituendo Ateneo dauno, non alla contestazione bisogna riferirsi, ma alla tematica di sviluppo della società meridionale ed, in particolare, di quella pugliese. Favorevole alla istituzione dell'Università in Foggia e del Consorzio, ha dissentito dal progetto di statuto, per il quale i comunisti hanno presentato una serie di emendamenti ed una mozione, proponendo che del Consorzio entrino a far parte solo gli enti locali a struttura rigidamente democratica, fondati su assemblee elettive: ciò per richiamare e sottolineare il carattere autonomo e democratico dell'Università. A tal riguardo si è dichiarato contrario alla inclusione della Camera del Commercio nel Consorzio. Passando, poi, a illustrare il documento del P.C.I., ne ha messo in evidenza alcuni punti: 1) necessità di un più stretto legame con le forze studentesche; 2) possibilità, da parte degli studenti universitari, di essere presenti con propri rappresentanti, democraticamente eletti, nell'assemblea consortile; 3) propensione per una Università libera, fondata sul concorso degli enti locali e con la garanzia del successivo riconoscimento da parte dello Stato; 4) limitazione della durata del Consorzio a dieci anni. Per il vice-presidente De Maio (P.S.I.), la istituzione degli studi superiori a Foggia, s'impone non solo per consentire agli studenti della nostra Provincia e di quelle limitrofe di completare gli studi senza sottoporsi a gravi sacrifici, ma anche e soprattutto perchè darebbe nuovo lievito allo sviluppo culturale dalla Capitanata e preparerebbe una classe dirigente più preparata, tanto più necessaria oggi che la Daunia è in fase di decollo economico e culturale. Dopo aver manifestato le ragioni che consigliano di non optare per una scuola libera, che potrebbe in seguito ottenere il riconoscimento da parte dello Stato, l'oratore ha espresso le ragioni che hanno impegnato tecnici e politici a sostenere ed ottenere nel Comitato per la programmazione, il riconoscimento di Foggia quale sede del terzo Centro Universitario Pugliese. « Ma, frattanto, bisogna operare per il decentramento di alcune sezioni staccate delle Università affollate ed in particolare quelle di Bari e di Napoli e perchè queste sezioni sorgano con la consapevolezza e con la coscienza che esiste, alla base della contestazione giovanile, una ragione d'essere che non bisogna disattendere. Per far ciò è necessario che, accanto al Consorzio Universitario, 151 come ente amministrativo si costituisca un comitato politico, che non solo agisca per l'accennato decentramento, ma che prepari, sulla scorta dei nuovi indirizzi, l'avvento della nascente Università di Stato nella nostra Provincia e che con carattere di priorità ne determini la scelta delle sue facoltà ». Il consigliere Mondelli (D.C.), condividendo l'impostazione del problema dato dalla Giunta Provinciale, ha auspicato una sollecita approvazione dello statuto da parte di tutti i gruppi politici in aula, al fine di evitare ritardi nella realizzazione della università statale, per la quale è d'accordo sul preventivo decentramento di alcune sezioni staccate, mentre si è opposto al disegno dei comunisti di escludere la Camera di Commercio dalla partecipazione al Consorzio universitario. Ha espresso, altresì, le sue riserve sulla presenza, nel Consorzio, di rappresentanze di organizzazioni sindacali e studentesche. Secondo il consigliere De Tullio (D.C.), il problema dell'Università non può essere disgiunto dalla problematica della scuola in genere ed in particolare della sua riforma. L'assessore Matassa (D.C.), dopo aver passato in rassegna per tipi di scuola frequentata, i dati relativi alla popolazione scolastica, regionale e provinciale, ha auspicato che si ottengano subito le sezioni di alcuni atenei statali sovraffollati, in attesa di una vera e propria universalità statale. Il consigliere Rocca (P.L.I.) si è augurato che le conclusioni della Giunta e del Gruppo comunista, espresse nei loro rispettivi documenti, si fondano integrandosi allo scopo di poter varare, con il suffragio unanime del Consiglio Provinciale, lo statuto del Consorzio. Quindi è intervenuto il dr. Galasso (capogruppo D.C.). A suo avviso non regge la tesi di escludere dal Consorzio la Camera di Commercio, che ha notevoli titoli per farne parte, quale ente democratico, se è vero che è costituito da rappresentanze settoriali; la proposta dei comunisti per l'Università libera in contrapposizione a quella sostenuta dalla maggioranza, contrasta con la posizione da essi assunta nel prossimo passato, sostenendo che l'Università libera potesse, nelle sue impostazioni, dirigere, in una maniera non voluta in uno stato democratico, l'istruzione professionale superiore. Sulla partecipazione dei giovani universitari al Consorzio, che la legge non prevede, essendo consentito l'ingresso nel Consorzio ai soli enti locali, il capogruppo democristiano si è dichiarato non alieno dal tentare una intesa tra maggioranza ed opposizione comunista. Il consigliere Rossi ha replicato, per sostenere la convenienza di un accordo, purchè ricercato nelle sedi politiche opportune. Propone, all'uopo, di rinviare la votazione dello schema di statuto. Il dr. Galasso ha dichiarato accettabile la proposta del dr. Rossi, a condizione di un immediato incontro dei capigruppo. Il consigliere, avv. Marinelli (M.S.I.) ha rilevato che i tre punti di contrasto fra maggioranza e gruppo comunista erano superabili. 152 Circa l'indirizzo da dare alla istituenda Università, si potrebbe emendare lo schema, conferendo al Consorzio uno scopo molto ampio: quello di realizzare l'ateneo senza preclusioni di sorta. La proposta partecipazione della Camera di Commercio non è motivo plausibile di contrasto, perchè il Consorzio non può non essere aperto a tutti gli enti pubblici ed anche perchè la Camera di Commercio, ha dato il suo assenso ed il suo fattivo contributo con una indagine statistica sul problema. Il contrasto sul terzo punto, relativo alla partecipazione dei giovani studenti universitari, dovrebbe essere superato dalla considerazione che, riconosciuta l'impossibilità della loro ammissione, date le attuali leggi sui Consorzi tra enti pubblici, si potrebbe accogliere una larga rappresentanza di studenti in seno al Comitato politico. Pertanto l'avv. Marinelli ha fatto sua la proposta del dr. Rocca di una breve sospensione della seduta, per consentire l'incontro dei capigruppo consiliari. Il Presidente, accogliendo la proposta Rocca-Marinelli, ha sospeso i lavori, per il proposto incontro fuori aula ma, alla ripresa, è costretto ad informare che non è stato possibile raggiungere l'auspicato accordo e che, pertanto, si procederà alle votazioni sugli schemi di statuto, prima articolo per articolo e poi nel loro insieme. All'atto della votazione sullo schema di statuto del consorzio universitario, il dr. Rossi ha dichiarato che i comunisti in aula avrebbero votato contro, per i motivi svolti nel corso della seduta. Secondo il capo del Gruppo P.C.I., il progettato consorzio non sarà una base concreta per la realizzazione dell'università e lo statuto in votazione è un atto politico, la cui volontà sarebbe stata meglio formulata, meglio specificata, se accanto alle iniziative proposte per il riconoscimento statuale dell'Università, si fosse dato vita ad una vera e propria università libera in Foggia. Dallo statuto, inoltre, completamente assente è la democrazia studentesca, perchè gli studenti non sono chiamati in alcun organismo e tanto meno nel Consorzio, mentre non si può non essere con loro. Altra dichiarazione ha reso il consigliere Marinelli, che ha annunziato di astenersi dal voto per protesta verso il mancato accordo, per la fusione degli schemi di statuto presentati rispettivamente dalla Giunta di Centro-sinistra e dal Gruppo comunista. Pertanto, i due schemi sono messi in votazione separatamente. All'inizio delle votazioni sono risultati fuori aula i consiglieri Perfetto e Di Gioia: perciò i votanti sono stati 28 su 30. Il Presidente ha messo ai voti lo schema di statuto presentato dal gruppo comunista, il quale è risultato respinto nel preambolo: voti 17 contrari, 9 favorevoli e 2 astenuti (totale 28), e per la restante parte (articolo per articolo) con voti 18 contrari, 9 favorevoli e 1 astenuto (totale 28). L'altro schema è stato anch'esso votato articolo per articolo con i seguenti risultati: a) approvato il primo comma dell'art. 1 con 27 voti favorevoli e 1 astenuto (Marinelli) mentre la rima- 153 nente parte ha riscosso 17 voti favorevoli, 9 contrari e 2 astenuti (totale 28); b) approvati gli artt. 2 e 3 con 18 voti favorevoli, 9 contrari ed 1 astenuto; c) approvato l'art. 4 con 27 voti favorevoli ed 1 astenuto; d) approvato l'art. 5 con 18 voti favorevoli, 9 contrari ed 1 astenuto; e) approvato l'art. 6 con 27 voti favorevoli ed 1 astenuto; f) approvati gli articoli dal 7 al 19 con 18 voti favorevoli, 9 contrari ed 1 astenuto. A questo punto è uscito dall'aula il consigliere Ricciardelli. La votazione sullo schema di statuto nel suo insieme, con 27 presenti in aula e votanti, ha dato questo risultato finale: favorevoli 18, contrari 8, astenuto 1, totale 27. MANIFESTAZIONI NAZIONALI La « Settimana della lettura » a Foggia, Manfredonia e Lucera La Presidenza del Consiglio dei Ministri, direzione gen.le dei servizi d'informazione e della proprietà letteraria, ha promosso quest'anno una serie di iniziative concertate nell'intento lodevole di rilanciare la funzione della libreria, attirando l'interesse dei cittadini sul tradizionale ed insostituibile mediatore del libro, il libraio, e sui vantaggi del leggere, e inoltre di aiutare tutti coloro, librai e bibliotecari, che agiscono in favore della lettura e della diffusione del libro. A questi fini, tramite le Prefetture, in tutte le province si è fatto del proprio meglio perchè la «Settimana della lettura» - questa l'insegna delle manifestazioni -, esaudisse le aspettative ufficiali con un impegno degli «interessati» e col massimo favore pubblico possibile. In Capitanata l'ufficio prefettizio competente è intervenuto in varie direzioni, anche col fornire il materiale di propaganda allestito dalla stessa Presidenza, ma i risultati non sono stati migliori che altrove, per quei motivi, sia di fondo che marginali, ampiamente illustrati dalla stampa nazionale. Infatti, assenti proprio i librai, che avrebbero dovuto assumere un ruolo di protagonisti, i sette giorni destinati alla manifestazione sarebbero trascorsi senza lasciar traccia se, a caratterizzarli, non si fossero varate due mostre ed alcune altre manifestazioni di contorno. Di esse diamo qui notizia, rampollando le cronache apparse sulla stampa nazionale e locale, e corredandole di alcune fotografie dell'archivio editoriale. A FOGGIA Inaugurata dal Prefetto la Mostra sulla stampa e l'editoria dauna / Il progresso di 3 secoli nelle opere dei nostri tipografi. Libri, trattati e opuscoli, dalle pagine ingiallite e gualcite, stampati in Capitanata dal 1600 ad oggi / Di un «pioniere» di Manfredonia il volume più antico esposto (1680); di mons. De Santis (« Civitas troiana ») quello più recente. Libro, lettura, libertà: a farci caso, queste tre parole non hanno in comune soltanto la «l» iniziale. Così accostate, quasi concatenate, acquistano il senso logico e preciso di un intero discorso, di un motto antico: leggere è libertà; libro e lettura sono espressioni di civiltà, strumento di progresso, mezzo non solo di arricchimento culturale, ma anche di elevazione dello spirito. E' tutto qui, in fondo, in queste tre parole, il motivo ispiratore della Mostra sulla stampa e l'editoria in Capitanata (XVII-XX secolo) inaugurata dal prefetto di Foggia, dott. Michele Di Caprio, in una sala della Biblioteca provinciale, a 159 Palazzo Dogana, nel quadro delle manifestazioni per la « Settimana della lettura ». « Leggere è libertà », ripetono i manifestini tricolori affissi un po' dovunque nel settecentesco edificio che ospita la mostra: un motto ideale, anche se non privo di una sfumatura di retorica, per una rassegna varia, indubbiamente interessante e, per quanto è possibile, completa, che non solo si propone di rammentare e ribadire la saldezza dei legami tra stampa e cultura, ma documenta, tappa per tappa, il tardivo, spesso difficoltoso, ma tenace e costante sviluppo dell'editoria nella nostra terra e traccia così, sia pure indirettamente un quadro delle vicende - tra cronaca e storia - della Capitanata dal 1600 ai nostri giorni. I protagonisti di questa rassegna, in fondo, non sono i trattati, gli opuscoli, i volumi, e neppure gli autori (scrittori, studiosi, poeti), ma le tipografie della Capitanata: tutte, dalle più grandi e perfezionate a quelle dei più remoti paesini, e persino quelle ormai scomparse che hanno lasciato una traccia del loro prezioso lavoro. Protagonisti sono i tipografi stessi, soprattutto i primi tipografi, simpatiche figure di « pionieri factotum », dinamici e poliedrici come tutti i pionieri: per metà artisti e per metà artigiani, editori, stampatori e talvolta anche autori dei loro amati libri. I libri sono le loro « creature », le testimonianze gualcite e ingiallite di un contributo d'idee, di lavoro, di gusto, dato, spesso per pura passione, all'arte tipografica e alla cultura della nostra terra. Ora si esibiscono allineati ordinatamente sui lunghi tavoli della Biblioteca; qualcuno, ritto e semiaperto, mostra, sulle pagine di un avorio sciupato, fregi e miniature finissimi; i più antichi e preziosi poggiano su minuscoli, obliqui leggii di chiaro legno lucente. La Daunia tipografica è tutta qui: Flaman e Ciampoli di Monte S. Angelo; E. Armillotta e Bilancia di Manfredonia; De Santis e Cateo di Troia; Caputo di Torremaggiore; la « Casa del sacro Cuore » di S. Agata di Puglia; Salvatore e Gaetano Scepi, Cappetta e Pesce di Lucera; Morrico, Dotoli, De Girolamo, la « Dauna arti grafiche » di S. Severo; Coluccelli di Ascoli Satriano, e le « Tipografie riunite », la « Scienza e diletto », Cibelli e Pescatore di Cerignola... Le tipografie foggiane dell'800 presenti alla mostra sono invece la « Maria Cristina di Savoia », la Ferreri & Trifiletti, Verriento, Michele Giacomo e Pasquale Russo, Domenico Pascarelli, Salvatore Cardone, Saverio Pollice, Michele Pistocchi, Paolo Leone, Giuseppe Ciampitti. Di Nicola Arpaia, tipica figura di artigiano appassionato e valente (sguardo onesto, diritto; folti, bonari baffoni ricurvi), la rassegna presenta due opuscoli - « Il mio lavoro », stampato a Foggia nel 1898, e « Ars et labor » rari, e pregevoli non solo per l'interesse del contenuto ma anche per l'eleganza dei caratteri e la nitida chiarezza della stampa. Tra i volumi più antichi e interessanti, un'opera su « Le industrie di Puglia », di Giuseppe Rosati, il « Giornale fisico-agrario di Capitanata » (1850), un « Manuale dei consiglieri e deputati provinciali di Capitanata » (1866), la « Storia della città di Lucera », di Giambattista d'Amelj (1861), gli « Atti del Consiglio provinciale di Capitanata » del 1861, il « Giornale degli atti dell'Intendenza di Capitanata ». Una sezione a parte è dedicata allo Studio editoriale dauno, la cui prima 160 pubblicazione - « La Corte d'assise », rassegna bimestrale di diritto criminale e di vita giudiziaria, diretta da Baldassarre Cocurullo, Vincenzo La Medica e Mario Simone - risale al 1934. Allo Studio editoriale dauno si deve anche la ripresa della Raccolta di studi foggiana, edita dal Comune di Foggia, con i volumi sul « Risorgimento dauno », su « Saverio Altamura » e con lo studio su « Il Tavoliere di Puglia nel secolo XIX »). In un'altra sezione della mostra sono presentate tutte le pubblicazioni curate dalla Biblioteca provinciale, dall'Amministrazione provinciale di Capitanata (con scritti dei presidenti della Provincia Luigi Allegato, Gabriele Consiglio, Berardino Tizzani, e dell'assessore Primiano Magnocavallo), e dal Gruppo di studio della Provincia; gli utili e interessanti quaderni di « La Capitanata », e - per la serie dedicata agli istituti d'arte e di cultura - uno studio del direttore della Biblioteca provinciale, dott. Angelo Celuzza, su Realtà, esigenze e prospettive della provincia di Foggia. Il volume più antico esposto in questa mostra è una Cronologia de' Vescovi et Arcivescovi sipontini, scritta dal polignanese Pompeo Sarnelli, « dottor dell'una e dell'altra legge - protonotaio apostolico »; uscì dalla stamperia arciuefcouale di Manfredonia nel 1680. I paleotipi della stampa di Capitanata risalgono però a una quarantina d'anni prima. Il British museum di Londra possiede una copia del rarissimo De modo consultandi sive ut vulgus vocat collegiandi di Giacinto Alfieri, uscito « Fogiae, ex typographia Laurentij Valerij » nel 1646; pure del 1646 è il Salvato pupillo di Ecupido Macchiarella, stampato dal Valeri. Nel secolo XVII operò a Foggia anche un altro tipografo - Novello De Bonis - dalla cui stamperia uscirono, nel 1669, una storia Della scherma napoletana, di Francesco Antonio Mattei, ed una Orazione tenuta in Cattedrale, per la festa dell'Iconavetere, dal monaco celestino Domenico Antonio Guelfone. Di un dotto prelato è anche l'opera più recente presentata nella mostra: la Civitas trojana, di mons. Mario De Santis, che porta un valido e notevole contributo critico alla storia politica e artistica del Mezzogiorno. La distruzione di intere raccolte di giornali dauni nel corso dei bombardamenti dell'ultima guerra ha privato la mostra della parte che loro vi spettava; la scarsa disponibilità di spazio e l'assenteismo dei librai hanno limitato la rassegna alla presentazione di due o trecento volumi. Ma si tratta delle opere più rappresentative dell'editoria dauna d'ogni epoca: le pietre miliari potremmo dire - di un itinerario di progresso non solo culturale ma anche sociale, civile, di elevazione spirituale, segnato nel tempo. MARCO LARATRO (riassunto da « La Gazzetta del Mezzogiorno » di Bari, 28 marzo 1968) 161 A MANFREDONIA La « Settimana della Lettura » nella Biblioteca Comunale / Mostra bibliografica riguardante Manfredonia e le sue tradizioni culturali / La manifestazione, promossa dai Servizi Informazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, comprendeva anche il « Circolo di lettura» su Alfredo Petrucci, che con «Le parole per tutte le ore» è ritornato tra noi. E' superfluo ricordare che il libro, qualunque esso sia, è ancora tra i mezzi moderni per la diffusione delle idee, tra i più idonei a dare la consapevolezza dei valori umani, a interpretare le esigenze e i bisogni, a costituire un mezzo essenziale della società democratica. « Leggere è libertà » - « Un uomo che legge ne vale due ». All'insegna di questi slogan e nell'ambito della « Settimana nazionale della lettura », nella civica Biblioteca dal 30 marzo al 6 aprile si è tenuta una Mostra bibliografica riguardante Manfredonia, editori e autori di questa Città, cui non manca una nobile tradizione culturale. La rassegna, organizzata dal Comune, d'intesa col Centro di Servizi Culturali del Comprensorio Garganico, ha voluto dimostrare non solo lo stretto legame intercorrente fra stampa e cultura, ma anche fuori da ogni velleità campanilistica, l'importanza storica e artistica che Manfredonia e la sua progenitrice Siponto sono andate via via assumendo negli studi e nelle testimonianze di scrittori italiani e stranieri. Ha voluto testimoniare, inoltre, sia pure con le manchevolezze, che i limiti di tempo e le difficoltà di allestimento non hanno consentito di poter superare, l'apporto culturale di quegli autori che, nati a Manfredonia o quivi operanti, hanno affidato ai loro scritti, taluni davvero notevoli sul piano della cultura nazionale, il loro amore per gli studi storici, scientifici, letterari, artistici, economici. La rassegna ha compreso opere a stampa in edizione di particolare pregio e valore, come il raro volume uscito dalla « Stamperia arcivescovale » di Manfredonia nel 1680, Cronologia dei vescovi et arcivescovi sipontini di Pompeo Sarnelli, e le due cinquecentine Cornucopiae di Nicolò Perotto, edito a Venezia nel 1527, e Descrizione d'Italia di Leonardo Alberti del 1551, l'Album dei Cinquecento di Montecitorio del Manganaro, con preziose tavole a colori da lui genialmente composte. E ancora il Regesto di S. Leonardo di Siponto del Camobrego, I notamenti di Matteo Spinelli da Giovinazzo, difesi e illustrati da Camillo Minieri Riccio, e il manoscritto delle memorie storiche dell'antica e moderna Siponto dell'altro Matteo Spinelli del 1783. Non sono mancate edizioni come Cattedrali di Puglia di Alfredo Petrucci e Antichità e cultura di Keiserlingk, edito a Norimberga qualche mese fa. Si è voluto, inoltre, sottolineare l'opera davvero meritoria di ricercatori e studiosi locali come Michele Bellucci, le cui opere in gran parte sono inedite, Luigi Pascale e Silvestro Mastrobuoni. Di Renzo Frattarolo, che col fratello Carlo svolge un'intensa attività culturale nella Direzione Generale delle Accademie e biblioteche, sono state presentate alcune delle opere critiche più significative. Non sono mancati opuscoli e relazioni sui vari aspetti della vita 162 economica e amministrativa locale e contributi di notevole pregio scientifico e di grande interesse culturale, come quelli degli archeologi Rellini, Quagliati, Puglisi, Battaglia, Ferri, valorizzatori delle antichità da Coppa Nevigata a Siponto, a Scaloria e Occhiopinto fino a Monte Saraceno. Si dovrebbe citare, inoltre, le opere pregevoli di altri studiosi e scrittori manfredoniani o che si sono interessati a Manfredonia, ma l'elenco sarebbe sempre limitato e manchevole. Questa Mostra è stata solo una prima presa di coscienza, da parte dei frequentatori della Biblioteca, di una valida e seria tradizione e attività culturale, di cui è protagonista la nostra Città, aperta a prospettive di sviluppo economico, turistico e industriale. Non mancheranno le necessarie integrazioni, anche per offrire ai giovani un più sicuro orientamento nella conoscenza della storiografia, della cultura e dell'arte locale. Ai nomi degli autori bisognerebbe aggiungere anche quelli dei tipografi ed editori sipontini, che hanno continuato l'attività del torchio arcivescovale del '600, fra i quali l'avv.to Massimo Frattarolo, operante a Lucera. Una citazione a parte merita Mario Simone, che ha saputo creare nel Mezzogiorno una ordinata e duratura attività editoriale, cui molto devono la cultura e il progresso civile in Capitanata. Basta scorrere la varietà e la ricchezza delle collane e delle riviste, di cui si è reso benemerito creatore, dai Quaderni della Corte d'Assise del 1933 ai Quaderni del Risorgimento Meridionale, dalla serie « Dogana e Tavoliere di Puglia », alla serie « Il pensiero dei novatori, fra cui gli Scritti Meridionali di Angelo Fraccacreta; dalla collana « Istituti d'Arte e di Cultura », che è l'unica nel Mezzogiorno, che riguarda le biblioteche degli enti locali, compresa quella di Manfredonia, a tutte le raccolte del Comune di Foggia e dell'Amministrazione provinciale e della sua Biblioteca. La « Settimana » è stata annunziata da locandine e pieghevoli a cura del Comune, contenenti il programma delle manifestazioni locali. All'ingresso della Biblioteca pubblica due originali pannelli, riproducenti pagine del Sarnelli, hanno presentata la Mostra bibliografica, che il sindaco, prof. Valente, ha inaugurata, presente il prof. Celuzza, direttore della Biblioteca provinciale di Foggia, intervenuto anche in rappresentanza del presidente della Amministrazione provinciale, avv. Tizzani. Nel quadro della « Settimana » stessa si è svolto un « Circolo di lettura » sull'opera di Alfredo Petrucci: « Le parole per tutte le ore », organizzato e ospitato dal Centro di Servizi Culturali gestito dalla Società Umanitaria, convenzionata con la Cassa del Mezzogiorno: una manifestazione rivolta anche a onorare la vita e l'opera di quel grande e schivo scrittore ed artista garganico. In base alla tecnica pedagogica per presentare un'opera in modo critico ed attivo, la manifestazione si è aperta con una breve introduzione del direttore del Centro, Mancino, che ha spiegato le caratteristiche del « Circolo di Lettura » e la scelta del libro in esame. Quindi Anita Valente, ha presentato Alfredo Petrucci con un sintetico, ma esauriente curriculum; Ferri, ha fatto il riassunto critico del libro; Mancino ha riferito qualche opinione sull'opera, come Ritorno 163 di A. P., con cui il sodale Mario Simone, recensendo appunto Le parole per tutte le ore ne « Il pensiero » di Bergamo (marzo 1931), partecipò il fortunato rientro del Poeta ed Artista di Sannicandro, uscito da grave malattia e conseguente crisi spirituale, nel consesso della intellettualità docente. Infine la Cassa e l'altra Valente hanno letto una cinquantina di pagine del libro. E' seguita la discussione sui temi, i problemi e gli aspetti offerti dal libro riassunti e conclusi dal consulente Mario Simone, e dal preside prof. Cristanziano Serricchio, studioso ed esegeta del Petrucci, che, insieme col « Sipontinus » e con l'altro garganico, Pasquale Soccio, testimonia della coscienza e della iniziativa di Terra nostra. Alla chiusura del « Circolo », che sarà ripetuto negli altri Comuni del Comprensorio dei Servizi Culturali della « Umanitaria », si è votato un saluto augurale all'indirizzo dell'illustre, che oggi personifica la più alta espressione culturale del Gargano. Nel programma della « Settimana » sipontina era compresa anche la premiazione dei frequentatori più assidui delle biblioteche locali: la civica « Pascale », la « Simone » e quelle scolastiche. (da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 18 aprile 1968) A LUCERA La Settimana della Lettura / Valori culturali della Biblioteca di Lucera / I fasti antichi e recenti della Biblioteca Comunale illustrati dal prof. P. Roselli. Nel quadro della « Settimana della Lettura » l'Amministrazione Comunale ha inteso favorire la iniziativa del Lions Club, che ha organizzato nella sala della locale Biblioteca, una conversazione sul tema: Valori culturali della Biblioteca di Lucera. L'avv. Marcello Prignano, presidente del Lions Club di Lucera, ha presentato l'oratore ufficiale dr. prof. Pietro Roselli, direttore della Biblioteca, il quale, tra l'altro, ha affermato che « parlare della Biblioteca significa parlare del libro, della sua importanza, la cui lettura arricchisce il pensiero ». La diffusione della cultura in una società contemporanea è compito anche della Biblioteca che l'oratore ha definito « un'organizzazione sociale ». Ha poi comunicato che la Biblioteca di Lucera, disponendo di oltre 60 mila volumi, recepiti a seguito di donazioni e di lasciti, è la più ricca tra quelle di Comuni non capoluoghi di provincia. Ed ha elencato le opere più significative, che vanno dal « Privilegio di Carlo V del 7 giugno 1552 - Rilegatura e Stemma di Lucera », dalla « Descrizione di tutta Italia di Leandro Alberti, stampato a Venezia nel 1551, al volume « Nelle Puglie » del Gregorovius, stampato a Firenze nel 1882, in cui si parla anche di Lucera e della Biblioteca. L'oratore ha concluso, rivolgendo un caldo appello all'Amministrazione in carica - alla quale ha dato atto della sensibilità sin qui dimostrata per i problemi del patrimonio artistico-culturale di Lucera - perchè intensifichi gli sforzi tesi a conservare e incrementare l'attuale corredo bibliografico, per un sempre maggiore sviluppo della cultura. (da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 11 aprile 1968) 164 MANIFESTAZIONI PROVINCIALI Il 1° Seminario di « promozione garganica » A stimolare il tema di questo Seminario, come leggesi nella « nota introduttiva » della relazione conclusiva, hanno concorso « autorevoli precedenti »: 1) i convegni tenuti gli anni u. s. a Foggia e a Manfredonia, per la protezione e valorizzazione del patrimonio storico artistico archeologico della Daunia. Col patrocinio di autorità di Governo e di enti amministrativi, e, con l'intervento anche di Amedeo Majuri e di Bruno Molajoli, essi risvegliarono la coscienza dell'ambiente e causarono la soppressione degli assurdi cantieri di lavoro per lo scavo archeologico, gestiti da enti locali, il restauro di alcuni monumenti, il ripristino del Museo di Foggia, con l'istituzione in sede di un ufficio distaccato della Soprintendenza regionale alle Antichità, la pubblicazione di contributi vari di storia e d'arte; 2) la campagna di scavi della missione archeologica diretta dal prof. Silvio Ferri e i suoi personali, generosi interventi, per conservare al Gargano le sue eccezionali prerogative archeologiche e turistiche. Tra le manifestazioni culturali di rilievo maggiore, che si possono attribuire a questa raggiunta nuova sensibilità pubblica per i problemi del Promontorio, sono da ricordare anche il primo Convegno internazionale di studi garganici, a cura della Società di Storia Patria per Puglia, la prima Mostra bibliografica del Gargano dell'Ente « Provincia di Capitanata », ordinata dalla sua Biblioteca, e, infine questo Seminario, svoltosi nel secondo semestre del corrente anno. Autorizzato dal Ministero della P. I., e con molto impegno organizzato dal Centro Servizi Culturali del Comprensorio garganico, esso ha interpretato una nuova esigenza, sollecitata dal programma d'insediamento industriale nell'area turistica del Promontorio e, in particolare, dalla contestazione a livello sia locale che nazionale, dell'impianto del quinto « Petrolchimico » in zona ritenuta pregiudizievole alla salute e agli interessi della città. Scopo generico dei seminari è la formazione di animatori di attività socio-educative, ai nuovi compiti richiesti dal processo di sviluppo culturale nel Mezzogiorno. Questo garganico, riallacciandosi alle precedenti iniziative, ha voluto condensarne l'esperienza, trarne l'insegnamento per le soluzioni odierne, concorrere a formare una coscienza civica più sensibile e produttiva di beni comuni. Pertanto, lo si è impostato, organizzato e svolto con carattere e forma di lezioni per un limitato numero di persone che, ciascuna in rapporto all'ambiente in cui opera, dovrebbe praticare i precetti ricevuti, per il miglioramento della vita locale. A svolgere i corsi di Archeologia, Storia, Economia ed Urbanistica, compresi nel calendario, sono stati chiamati Silvio Ferri, professore emerito dell'Università di Pisa, l'avv. Mario Simone, cui è spettata la programmazione e la direzione del Seminario, quale consulente del Centro, il prof. avv. Giuseppe d'Addetta e l'ing. Biagio Pignataro. 165 Preceduti da una riunione preparatoria, convocata dal direttore Mancino del Centro medesimo, che ha curato la parte esecutiva della organizzazione, i corsi hanno avuto svolgimento il 4 agosto, il 22 settembre, il 17 e il 22 novembre nelle sedi di Palazzo civico di Manfredonia e della pubblica biblioteca di Monte S. Angelo, con la partecipazione di numerosi iscritti *. Alle prime lezioni, tenute nei due predetti comuni, sono stati presenti i rappresentanti delle loro rispettive municipalità in segno di adesione attiva. Ospite d'onore è stato lo storico tedesco Adalbert Graf von Keyserling, vincitore del premio «Gargano». Il Premio letterario « Gargano » e quello giornalistico «Mario Ciampi » Nel pomeriggio del 28 luglio, svolgendosi a Umbra la XXI « Sagra della Foresta », si sono proclamati i vincitori del Premio letterario « Gargano », anche esso maggiorenne. Ha raggiunto, infatti, il suo XXIII anno di vita, da quando, per voto di alcuni meridionalisti (Michele Vocino, Ciro Angelillis, Mario Ciampi, Mario Simone, Giuseppe d'Addetta, con altri studiosi riuniti nella Società Dauna di Cultura) l'Ente Provinciale per il Turismo si assunse il patrocinio, il finanziamento e la parte esecutiva della manifestazione. La Commissione giudicatrice dei Premi ha espresso la propria soddisfazione per il numero e la qualità delle opere presentate, che confermano, a suo giudizio, la validità dell'iniziativa, « che gioverà mantenere con tutte le sue caratteristiche per una sempre più approfondita accentuazione del suo peculiare tema in senso storico, letterario e turistico ». In base ai risultati dell'esame delle opere presentate ed in particolare di quelle prese in considerazione ai fini del risultato * Altini Giulio (Monte S. Angelo), ins. Armiento Anna (Mattinata), ins. Armillotta Francesco (Monte S. A.), dr. Aulisa Angelo (Manfredonia), Balta Ottavio (id.), Bava Felice (id.), ins. Ciccone Anna (Mattinata), dr. Ciccone Giuseppe (Mattinata), ins. Ciociola Giuseppe (Monte S. A.), rag. De Feudis Nicola (Manfredonia), ing. De Filippo Francesco (id.), ins. Di Bari Antonio (Foggia), Di Bari Salvatore (Monte S. A.), ins. Di Brina Francesco (Carpino), Di Michele Grazia (S. Nicandro Garg.), Fiore Anna Maria (Rignano Garg.), Fischetti Matteo (Monte S. A.), dr. Giuffreda Matteo (Monte S. A.), Guerra Giuseppe (id.), ins. Esposto Giuseppe (Manfr.), univ. Italiano Antonino (id.), La Marca Giovanni (Monte S. A.), Lauriola Matteo (id.), dott. Liguori Marco (id.), ins. Martelli Maria Antonietta (Rignano G.), univ. Marzovillo Antonio Michele (Manfr.), Masulli Gennaro (Monte S. A.), ins. Mazzamurro Angelo (Monte S. A.), ins. Mazzamurro Giuseppe (id.), Murgo Costanzo (Manfr.), Palladino Saverio (S. Giovanni Rot.), ins. Palumbo Matteo (Monte S. A.), ins. Pecorelli Margherita (id.), stud. Pecorelli Pasquale (id.), dr. Pellegrino Vincenzo (id.), dr. Prencipe Matteo (id.), univ. Renzulli Giovanni (id.), Potenza Bruno (Manfr.), dr. Roberti Raffaele (Monte S. A.), prof. Francesco Scarale (S. Giovanni Rot.), Simone Francesco (Monte S. A.), Simone Matteo (id.), ins. Stiticozzi Nicoletta (S. Nicandro Garg.), Tancredi Ciro (S. Marco in L.), prof. Tini Giosue (S. Giovanni R.). 166 finale, ha deciso di assegnare il Premio letterario « Gargano » di un milione di lire all'opera: Vergessene Kulturen in Monte Gargano (Norimberga 1968) dello scrittore Adalbert Graf von Keyserling, «nobile sforzo di ricostruzione della più antica civiltà culturale garganica, nel quale accanto a molti interessanti rilievi si evidenziano nuove segnalazioni di materiale archeologico ». Ha poi segnalato all'attenzione della critica e del pubblico i libri: Vieste, gemma del Gargano di Ludovico Ragno, una brillante visione d'insieme storica, informativa, turistica di una delle città pugliesi fino a qualche tempo addietro più neglette, e Testimonianze francescane nella Puglia Dauna di Padre Doroteo Forte, una diligente narrazione delle vicende storiche dell'Ordine Francescano nella Puglia settentrionale. Per quanto riguarda il Premio giornalistico « Mario Ciampi », di mezzo milione di lire, la Commissione, preso atto con compiacimento dell'elevato livello dei lavori presentati, ha deciso di premiare gli articoli vivaci e letteralmente pregevoli di Pietro Marino: L'ala dell'Arcangelo sulla Montagna di Puglia e Memorie di un'estate sulla spiaggia di Diomede, pubblicate dal quotidiano « La Gazzetta del Mezzogiorno» di Bari rispettivamente l'11 ed il 13 giugno 1968. La Commissione, inoltre, ha segnalato il giornalista Ugo Reale per tre organici saggi sui problemi del turismo, dell'industrializzazione e della tutela del paesaggio del Gargano, informati, obiettivi e stimolanti, pubblicati sulla rivista « Nuovo Mezzogiorno » di Roma, rispettivamente nell'ottobre 1967 e nel marzo ed aprile del 1968. La premiazione dei vincitori si è svolta alla presenza del S. Segretario alle Finanze on.le Vincenzo Russo, che ha pronunziato un discorso denso di prospettive per l'avvenire del Promontorio. 167 la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia * Hanno collaborato a questo fascicolo: dr. LUIGI CILIBERTO, segretario generale dell'Amm.ne prov.le di Foggia; prof.ssa MELUTA M. MARIN, dell'Università degli Studi di Bari; prof. M. MICHELE ZUPPA, preside del Ginnasio-Liceo Statale « M. Tondi » di S. Severo; dr. GIUSEPPE MODUGNO, redattore del quotidiano « Il Tempo » di Roma. SOMMARIO LUIGI CILIBERTO: La potestà legislativa della Regione a statuto speciale nei rapporti di diritto privato 73 MELUTA D. MARIN: Alcuni problemi topografici dell'antica Daunia 101 A. MICHELE ZUPPA: Matteo Tondi 138 GIUSEPPE MODUGNO: Ricordo di Umberto Fraccacreta 141 IL PARLAMENTO – Eletti della IV Legislatura alla Camera dei Deputati e al Senato Nella Circoscrizione Bari – Foggia e nei Collegi di Capitanata 144 I MUNICIPI – Statistica delle « Amministrative» negli anni 1967 e 1968 145 REALIZZAZIONI: 1) Per l’Università degli Studi in Foggia; 2) Statuto del Consorzio universitario di Foggia 149 MANIFESTAZIONI NAZIONALI – La « Settimana della lettura » a Foggia, Manfredonia e Lucera 159 MANIFESTAZIONI PROVINCIALI – 1) Il I° Seminario di « promozione garganica »; 2) Il Premio letterario « Gargano » e quello giornalistico « Mario Ciampi » 165 IN MEMORIA – Primiano Magnocavallo 168 la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia BOLLETTINO D'INFORMAZIONE della Biblioteca Provinciale di Foggia Anno VI (1968) n. 1-3 (genn.-giu.) La biblioteca centro di promozione culturale L'esame analitico della situazione bibliotecaria di una regione come la Puglia sottintende la conoscenza del grande sviluppo che hanno percorso le biblioteche fin dall'antichità. Così potremo meglio comprendere la collocazione che codeste istituzioni hanno oggi nella società contemporanea e il ruolo importante che esse vi assolvono. La loro storia ci dimostra con larghezza di dati che, fin da tempi antichi, esse hanno progredito verso fini sempre più utilitari e democratici. Infatti, riservate dapprima a qualche privilegiato dalla fortuna, con il secolo XVI si aprono ad un pubblico molto ristretto. Le biblioteche di studio dei secoli XVII e XVIII, le quali, per altro, segnano una nuova tappa, si moltiplicano nel volgere di più di un secolo per via di quelle di tipo enciclopedico. Attualmente le biblioteche pubbliche sono frequentate da una massa di lettori finora diseredata e mettono alla portata di tutti ciò che la letteratura, l'arte e la scienza hanno lasciato di più perfetto. Come ha detto Carnegie, « l'organizzazione umana più potente, il vantaggio più grande per una società è mettere alla portata di tutti i tesori del mondo contenuti nei libri. II memoriale dell'umanità è scritto nei libri; 1 bisogna che tutti possano andare a cercarvelo ». Dai piani di struttura della società di oggi emergono bisogni nuovi, premono aspirazioni nuove, si agitano ansie nuove: vi sono classi sociali che hanno bussato e bussano alle porte del mondo della cultura. Si profila all'orizzonte un umanesimo nuovo, un umanesimo che tutti gli uomini abbraccia nella grande dignità dell'azione illuminata dall'intelligenza e rivolto al progresso e al benessere di tutti: l'umanesimo del lavoro. Quando Gustavo Flaubert nel Bouvard et Pécuchet, non dominando serenamente la passione e l'antipatia che lo ispirano, cerca di far parodia dell'enciclopedia delle scienze del suo tempo e fa l'epopea dell'intelletto che si riassorbe nella bestialità, mira a colpire l'equivoco di una scienza popolare e l'illusione dell'avvento di un'età in cui il divenire dell'umanità nella sua triplice forma di passato presente e futuro non avrebbe più avuto segreti per nessuno. E', in fondo, una prospettiva critica della cultura di massa, formulata solo all'inizio di un processo del quale il Flaubert non poteva immaginare i travolgenti ed irreversibili sviluppi. Ed infatti ritroviamo alla fine Bouvard e Pécuchet ancora d'accordo in un'esistenza monotona ed idiota dopo aver, d'accordo, buttato via un mucchio di soldi in continue fallaci esperienze. Spesso, anzi sempre si parla di democrazia, di umanità, di libertà, ma non ancora riusciamo a dare a questi termini un significato preciso e da tutti accettato. Dante, poeta di tutti i popoli, perché poeta del dramma dell'animo umano, quando si ritrova smarrito nella selva del senso e del peccato scorge in alto il colle illuminato dal sole: il colle della sua disperazione e della sua speranza. All'istintivo impulso della sua natura, che senza indugio vorrebbe lanciarsi alla conquista della vetta luminosa, la ragione contrappone l'esigenza di un lungo, sofferto esame, di un giudizio su quel mondo finito e particolare in cui l'uomo errante ha smarrito il cammino. Orbene, se vogliamo incontrarci con la democrazia, la libertà e l'umanità, dobbiamo procedere con la gradualità paziente nella conoscenza di noi così come siamo e ritrovare gli strumenti di lavoro per una rettifica individuale. Diceva Leonardo: « Nessuna cosa si può amare né odiare se prima non 2 si ha cognizione di quella ... ; con ciò sia che l'amore di qualunque cosa è figlio di essa conoscenza ». Dunque, bisogna moltiplicare la carica di sensibilità verso i problemi della lotta contro l'analfabetismo e verso le esigenze dell'educazione degli adulti e dell'educazione di massa; bisogna lavorare soprattutto per l'elevazione del popolo, tenendo presente che è vana qualunque diffusione estensiva della cultura se questa non trarrà nutrimento da un corrispondente e continuo approfondimento della scienza in cui affonda le radici; se la cultura, questo potente lievito dell'umanità, non ritrova giorno per giorno il suo potere vitale in una matura ricchezza di motivi ideali e spirituali, nei valori permanenti che costituiscono le colonne portanti del comune e perenne edificio umano nella varietà e nella mutevolezza del divenire. Non è il caso qui di riprendere la critica di Snow a proposito delle due culture, giacché concordiamo perfettamente con Armando Vitelli quando afferma che « la cultura è sempre e solo umanesimo » che « la cultura è mordente critico, apertura verso un mondo diverso che si vuole e si può, e perciò si deve costruire », che essa non deve più limitarsi a spiegare il mondo, ma impegnarsi a trasformarlo; quindi non può voler escludere da sé la civiltà umanistica o quella scientifica in nome delle loro differenze di qualità e di valori, ma dev'essere capace di accoglierle insieme e farle insieme concorrere all'affermazione del regno dell'uomo, in quanto solo così essa è autenticamente umana e ritrova la sua unità di funzione e di significato. Eppure ci sentiamo di dire che i grandi artisti con le loro opere immortali danno testimonianza di quella pura umanità che sa innalzarsi sulle contese e le divisioni; così come gli scienziati con le loro continue e strabilianti scoperte riaffermano il valore educativo della scienza, la quale, per altro, può essere forza di unificazione solo se diventa strumento di un'umanità ricostituita e riconciliata nei suoi essenziali valori costitutivi. Il genere umano è stato sempre capace di avanzare e insieme di indietreggiare fino a ricadere nella notte dei tempi. La possibilità di questa spaventevole caduta risiede nelle torbide passioni dell'uomo, e, per dirla con il Newman, « sperare di contendere con quei giganti che sono la passione e 3 l'orgoglio umani servendosi solo di strumenti delicati quali la ragione e la scienza dell'uomo sarebbe come scavare con dei sassi una roccia di granito o ormeggiare una nave con un filo di seta ». Ed allora in che cosa riporremo la nostra speranza di salvezza? Solo nel diffuso sentimento che ci accomuna e ci sospinge verso un rinnovamento interiore. Cioè occorre una rinascita della vita morale dell'uomo; occorre proprio quella cristiana rigenerazione che qualche tempo fa appariva assurda alla logica puramente umana. Deve nascere l'uomo nuovo che crede nella potenza della legge eterna dell'amore. « Tempus libertatis » definì S. Agostino questo tempo di rinascita, avvertendo che Dio nulla fece con la forza ma tutto « suadendo et monendo ». E' questa superiore virtù che deve presiedere e regolare i rapporti umani. E qui si pone in tutta la sua tensione un'altra domanda: Come potremo dar sostanza a questa nuova realtà? Ancora una volta mi tocca di citare il grande Santo d'Ippona, il quale in una delle sue esaltanti e talvolta drammatiche meditazioni concludeva con una domanda che affermava: « Quo fugiturus nisi in Deum? ». Ebbene, parafrasandola ci sentiamo convinti di dire che si può giungere a questa nuova realtà promuovendo prospettive d'un avvenire migliore del nostro popolo attraverso l'elevazione civile e morale, che si concretizza nell'azione continua, paziente, capillare di sottrarre una parte ancora larga di esso alla insipienza e alla rozzezza, di dare a tutti una cultura che sia sì di pratica utilità per il lavoro, ma che solleciti anche e soprattutto l'approfondimento dei temi della vita morale del cittadino. Se si devono, quindi, favorire con il massimo rispetto e potenziare in ogni modo gli studi al livello della ricerca, che per il loro proprio indirizzo tendono ad innalzarsi a nuove conquiste del sapere, con altrettanto rispetto bisogna favorire il processo di diffusione di un'appropriata cultura per ogni ceto popolare che ha tutto il diritto di diradare le tenebre dell'ignoranza che su di esso gravano. In fondo, i problemi della cultura, i problemi della diffusione della cultura a tutti i livelli sono problemi di vita pratica: si tratta di realizzare l'uomo a se stesso, cioè di mettere l'uomo in condizioni di aprire un dialogo con gli altri uomini. Tutta 4 la nostra vita è un dialogo, è un'apertura di dialoghi, è una forma di comunicazione. Il libro è il mezzo del dialogo con ogni altro uomo sotto tutte le latitudini; è l'apertura individuale ad un'altra apertura oltre che un mezzo di formazione tecnica specifica; cioè, è uno strumento per potenziare la persona umana ai fini del suo contributo entro l'ambito della società. E il libro ci riporta subito all'idea della biblioteca, la quale, affiancandosi alla scuola e collaborando con essa, è entrata in questa dura ma nobile battaglia. La scuola, infatti, da sola non può far tutto. La sua efficacia è limitata alle ore d'insegnamento e ai corsi scolastici, mentre la biblioteca può attirare alunni ed ex alunni in tutto le ore, sempre. Questa, infatti, è uno degli strumenti fondamentali del progresso della civiltà. Non è, come troppi forse ancora la pensano o la immaginano, un semplice deposito di libri. Tutt'altro! dai suoi scaffali lignei o metallici promana per la nuova generazione la luce di ciò che ha conquistato e creato la vecchia, e quindi la spinta della grande avventura umana che dai muscoli passa al pensiero. E' l'anello che ci congiunge direttamente con la cultura, con la quale essa forma il binomio inscindibile del divenire umano. Essa deve stimolare la cultura e promuoverne l'interesse per tutto ciò che costituisce la storia presente. E' sede di storia, ma deve pur anco contribuire a fare la storia. In una parola, è una piattaforma dove l'antico e il nuovo s'incontrano non solo negli scaffali, ma nelle menti. Giulio Einaudi nel Convegno delle biblioteche popolari tenutosi a Firenze nel dicembre del 1962 ebbe ad affermare che occorreva « inserire il problema delle biblioteche in una politica globale di sviluppo » e che se non si riusciva a compiere uno sforzo parallelo fra investimenti produttivi e quelli formativi dell'uomo come la scuola, gli istituti di ricerca e le biblioteche, si sarebbero creati squilibri estremamente nocivi. Dunque, tutto è conferma dell'esigenza, della necessità imprescindibile dell'esistenza e dell'operare della biblioteca quale strumento valido di lotta contro l'ignoranza e di promozione della cultura nel duplice senso orizzontale e verticale. Nel clima rinnovato di vita democratica e di reviviscenza 5 culturale non rispondere positivamente alla esigenza di far disporre di una biblioteca che garantisse a livello popolare e medio un felice incontro con il libro era una colpa grave. Ed a questo punto il Ministero della P.I. ha inteso la necessità di inaugurare in accordo con le Amministrazioni Comunali e Provinciali, una politica adeguata che esprimesse e consacrasse la volontà di istituire ovunque la biblioteca del popolo e per il popolo. Era codesto il modulo risolutore del problema nuovo, che si imponeva e che premeva con tutta la sua urgenza. Ha quindi recepito con grande sensibilità ogni proposta che la Soprintendenza gli ha rappresentato, profondendo somme ingenti che hanno massicciamente concorso alla realizzazione di piani e di prospettive che tendono a dare ad ogni Comune una biblioteca valida, funzionale, operante, dove agendo per ridar vita a istituzioni divenute anemiche e vacillanti, dove consentendone la costituzione dal nulla. I Comuni pugliesi, nella loro grande maggioranza, in libertà piena e in autonomia responsabile hanno considerato giunto il momento di sfidare e distruggere il terribile analfabetismo, che sotto forme molteplici e con articolazioni varie minaccia la loro stessa vita interiore e logora il registro degli interessi più nobili e più alti dei propri amministrati. Essi hanno mostrato di voler marciare nel solco di una tradizione luminosamente e sicuramente segnato; solco che è anche metodo, poiché è riuscito sapientemente a fondere le esigenze del mondo economico con quello dello spirito, nella consapevolezza di dover creare le prospettive di una vita materiale più florida e più feconda nel quadro di un'economia più sviluppata e lanciata verso più sicuri destini, e nella convinzione che « l'ambiente umano nel mondo - come ebbe ad affermare in occasione del Congresso straordinario per le celebrazioni del VII Centenario della nascita di Dante il Presidente del Comitato di Nuova Delhi - è profondamente mutato: non vi sono più grandi popoli colonizzatori e colonie intese sotto il punto di vista della politica internazionale e della politica economica. Oggi si allarga sempre più e si afferma il punto di vista della cultura, e in questo campo si ravvisa principalmente nell'Italia la grande potenza culturale ». 6 Dunque, se si dovrà sempre più mutare, correggere e riformare e stimolare e riequilibrare le leggi e le misure dell'economia, l'opera somma dovrà essere quella dell'educazione, nella quale la biblioteca può recitare la sua grande parte di prima attrice, e nel cui contesto tutti possiamo e dobbiamo essere effettivi apostoli, ciascuno nella propria cerchia e ciascuno in prima verso se stesso. Opera collettiva, di fronte alla quale il singolo sente i suoi limiti e la sua umiltà, ma avverte la propria potenza e la propria responsabilità e il dovere di far sempre, di fare senza indugio quello che gli spetta di fare, farlo con molti o con pochi compagni, farlo per il presente e per l'avvenire. Grandissimo è il numero degli uomini che sanno e sapranno in avvenire leggere, poiché la scuola non è più un privilegio di una classe o di un ceto, ma è divenuta obbligatoria per tutti. Pochi ancora, però, sono quelli che possono comprare i libri per completare la propria educazione morale ed intellettuale. Per le masse, dunque, la sola possibilità è la Biblioteca pubblica, la quale rispondendo al bisogno di istruzione, sollecitato da programmi economici e scientifici, consentirà agli uomini di dilatare le dimensioni del loro pensiero, di coltivarsi e di avere cura della loro dignità in armonia con il livello di vita innegabilmente migliorata sotto tutti i rapporti e gli aspetti. D'altra parte, le macchine e la tecnica richiedono la qualificazione dell'operaio, il quale deve pur sapere rispondere alle esigenze del suo mestiere; e l'agricoltura stessa che segue l'irreversibile processo della industrializzazione esige dell'agricoltore e finanche dal contadino preparazione e competenza. E l'operaio, l'agricoltore, il contadino, l'artigiano solo nella Biblioteca trovano lo strumento della loro indispensabile, adeguata istruzione. Una volta filosofi e poeti potevano dire « Io sono un uomo e niente di ciò che è umano mi è estraneo ». Oggi tutti gli uomini devono poter formulare questa proposizione, poiché essa è la divisa dei tempi nuovi ed espressione di democrazia viva ed operante. ANTONIO CATERINO 7 Biblioteca in ogni Comune Finalmente si è compreso che l'Italia è un insieme di provincie culturali che il centro ha il dovere di raggiungere e di ragguagliare. Si tratta di provincie evolute, le quali vogliono sapere tutto quello che accade non soltanto a Roma e a Milano, ma anche in tutte le altre città del mondo; desiderano materiale di informazione, il più possibile completo, aggiornato e obbiettivo, per meditare, studiare e decidere le proprie scelte, spezzando il dominio isolato e pressocchè incontrastato dei mass-media. Noi, in proposito, desideriamo richiamare, sul tema cultura e biblioteca, quanto si va dibattendo in questi ultimi anni in Puglia. Partecipammo, nel salone dell'Amministrazione provinciale di Bari, a un importante dibattito sul tema « Mezzogiorno e Cultura », promosso dalla rivista « Nuovo Mezzogiorno ». Abbiamo ancora vivo il ricordo degli stimolanti dibattiti con gli interventi di Abbate, Cassieri, Cifarelli, V. Fiore, V. Ciampi ed altri. Ricordiamo, inoltre, L'alternativa meridionale di Michele Abbate e, infine, le memorie e le tavole rotonde del « Gruppo di Meridionalisti ». Nel suo libro l'Abbate si pone il quesito Qual'è oggi la situazione della cultura meridionale 1. Di quali strumenti dispone per ambire, se non ad orientare e dirigere, a influenzare e condizionare lo sviluppo della società, per tanti aspetti caotico e contradittorio? E risponde coraggiosamente che non esistono le condizioni per un « sostanziale », profondo mutamento della classe dirigente. La cultura deve contribuire ad elaborare un'alternativa umanistica (non umanitaria) e portarla avanti e renderla popolare, sollecitando sui temi cruciali della società e del mondo Cfr. in proposito, anche, il volume di Walter Mauro: Mezzogiorno e Cultura, con testimonianze di L. Bonanni, Giuseppe Cassieri, Lino Curci, Giuseppe Dessì, Tommaso Fiore, Raffaele La Capria, Olga Lombardi, Alberto Mario Moriconi, Michele Prisco, Lanfranco Orsini, Nino Palumbo, Giovanni Russo, Leonardo Sciascia, Dante Troisi (Roma, Edizioni « Nuovo Mezzogiorno ». Serie « Studi e Inchieste » n. 3). 1 9 che ci imprigiona l'attenzione di tutti coloro che non hanno rinunciato a interrogarsi sul proprio destino ». E, proprio in nome di questa invocata indignatio civilis, egli esprime sulla cultura meridionale un giudizio di arretratezza « non inferiore alla perdurante arretratezza economica e sociale dell'ambiente... », per concludere che quello della cultura è uno dei settori meno avanzati e più bisognosi di rinnovamento della realtà meridionale di oggi. Avanza, poi, il dubbio se si possa ancora attribuire alla cultura un ruolo decisivo per le sorti delle popolazioni del sud, e se queste dovranno o no pagare il loro accesso alla civiltà dei consumi con la « rinuncia ad una effettiva emancipazione politico-civile, e ad una reale partecipazione all'esercizio del potere ad ogni livello e in tutte le questioni che riguardano la loro esistenza e il loro futuro ». E, in posizione di critica verso la Cassa per il Mezzogiorno circa l'azione culturale da questa intrapresa attraverso il FORMEZ per lo sviluppo civile e culturale del Sud, egli afferma che un'azione culturale, per risultare una cosa seria e realmente innovatrice, deve poter trovare i propri protagonisti e artefici non in organismi formativi e assistenziali più o meno illuminati, ma nelle stesse energie intellettuali di provincia, in quelle libere e risolute, e che non possiamo che guardare con diffidenza a quanti si fanno assertori ed esecutori di interventi straordinari dall'alto. Argomenti che, con un concitato coro a più voci, sono ripresi dalla rivista « La Rassegna Pugliese » nel n. 11-12 (novembre-dicembre) 1968, dedicato a « La Cassa per il Mezzogiorno e lo sviluppo culturale del Sud », in base alla inchiesta condotta dal suo vice direttore Agostino Caiati e da Giovanni Pagliaro. Questi temi si inquadrano indubbiamente in un panorama culturale oggi ancora squallido, anche se in movimento, in cui si configura e si precisa il nostro sottosviluppo culturale. Ad esso si innestano i problemi generali, propri della civiltà dei consumi, e quelli della « città »: sono problemi di grande interesse per Foggia, compresa nel progetto « grande città » da parte della Cassa per il Mezzogiorno. La nostra società organizzata non ha saputo utilizzare gli impulsi e la capacità creativa dell'uomo medio, ma li ha lasciati inaridire. Ha coltivato 2 soprattutto una familiarità superficiale con le cose e con il sapere unilaterale degli esperti. La sua ambizione è quella di risparmiare tempo, ma quando lo ha fatto non ha saputo utilizzarlo. La questione della cultura e della partecipazione sociale della città (le periferie sono state giustamente definite « pietrificato monumento della disintegrazione e della alienazione umana ») in trasformazione, finisce con il configu2 MUNFORD L EWIS: La cultura della città. Milano, Comunità, 1954. 10 rarsi come il semplice aspetto - ma certo non il meno importante - di un problema più vasto e complesso che condiziona il discorso sulle stesse prospettive della civiltà industriale: il problema della libertà e dello sviluppo della persona umana nel quadro di una struttura urbana inospitale e sconvolta dal ritmo stesso dell'attività produttiva e dei consumi e dalla disorganizzazione sociale 3 . In verità, quelle che troppo spesso si definiscono come le conseguenze sociali dell'industrializzazione e dell'urbanesimo, altre non sono che le trasposizioni in ambiente urbano, per effetto del fenomeno migratorio, di un originario stato di povertà rurale che la concentrazione ai margini di una economia di mercato in dinamica espansione, rende più evidente. Abbiamo letto di recente quanto sostiene Vera Lutz circa le migrazioni, quale soluzione del sottosviluppo meridionale. Evidentemente la Lutz non ha calcolato l'immenso costo, in termini umani e sociali, che queste comportano, perchè non risolvono il problema, ma lo trasferiscono soltanto, e semmai lo trasformano. Bisognerà favorire in ogni modo il dialogo tra « città dirigente » e « città sub-alterna » 4. E grande, al riguardo, potrà essere il contributo che può essere dato dagli intellettuali, e dai circoli culturali. Gli intellettuali engagés dovrebbero rifiutarsi, in nome della libertà e della dignità di uomini, di « suonare il piffero per la rivoluzione » (Elio Vittorini), pretendere e favorire il contatto diretto con il pubblico, in mezzo al quale essi dovrebbero andare, non per esibizioni gratuite, ma per un reciproco arricchimento umano e quale importante fattore di coesione culturale e sociale. Quindi nessun distillato di alta cultura della sfera dei loro pensatoi, ma colloquio umano e scambio di reciproche esperienze. Colloquio da non relegare negli ultimi frettolosi minuti, dopo una lunga conferenza, quando il pubblico è ormai stanco e solo desideroso di tornare a casa. Realizzazioni pugliesi. La nostra Capitanata è ancora pigra e sonnolenta, nonostante i grandi problemi, che si affacciano e che bisogna studiare e risolvere, perchè dalla esatta loro soluzione dipenderà in massima parte l'avvenire prospero o meno dei nostri figli: mi 3 GUTKIND E. A.: L'ambiente in espansione. Milano, Comunità, 1955, pp. 85. INSOLERA ITALO: Lo spazio sociale della periferia urbana. In « Centro Sociale », anno VI-VII, n. 30-31 (1959-60). 4 11 riferisco all'Università, alla industrializzazione, alla irrigazione (un nostro caro amico, scrittore e giornalista, ritiene, e credo giustamente, che l'irrigazione e la bonifica integrale siano fatti soprattutto culturali), al turismo, all'assetto urbanistico, alla difesa e conservazione del patrimonio artistico e culturale, naturale, archeologico, bibliografico etc. Purtuttavia, con spirito di umiltà stiamo lavorando a creare le auspicate strutture culturali di base: le biblioteche in ogni comune. E' un lavoro impostato con chiaroveggenza e portato innanzi con la collaborazione responsabile dell'ente « Provincia » e dei Comuni interessati. Ricordiamolo in rapporto alle tre zone: Tavoliere, Gargano e Subappennino, in cui si divide la Capitanata, per le diverse loro caratteristiche geografiche e sociali. Tavoliere. - Ne fanno parte i comuni di Foggia, Cerignola, S. Severo, Torremaggiore, Trinitapoli, Margherita di Savoia, Ortanova, S. Ferdinando di Puglia, Serracapriola, Carapelle, Poggio Imp., S. Paolo di Civitate, Chieuti, Stornara e Stornarella. La popolazione totale risulta passata dalle 334.892 unità del 1959 alle 340.791 del 1968, con un incremento di 5.899 unità. Sono in corso di organizzazione le seguenti biblioteche grandi a: 1) Margherita di Savoia (13.445 abitanti): circa 2.500.000 lire è il contributo ministeriale per l'acquisto del fondo fisso, comprendente opere generali e di consultazione, e le attrezzature metalliche: scaffali, tavoli, sedie, schedario, mobile portariviste, attaccapanni; 2) Ortanova (14.837 abitanti); 3) S. Ferdinando di Puglia (13.670 abitanti); 4) Serracapriola (8.000 abitanti). Poichè risultano da tempo funzionanti biblioteche pubbliche a Foggia (138.000 ab.) con una dotazione di 139.424 voll. e opuscoli; a Cerignola (48.042 ab.) con una dotazione libraria di n. 14.000 pezzi; a S. Severo (52.509 ab.) con una dotazione libraria di 21.465 pezzi; a Torremaggiore (16.326 ab.) con una dotazione di 23.289 pezzi; e risulta costituita, ma non funzionante, la biblioteca di Trinitapoli (13.829 ab.) can una dotazione di circa 2.000 pezzi, con la biblioteca piccola di Carapelle in corso di organizzazione, su una popolazione di 340.791 abitanti, ne abbiamo 254.303 serviti da biblioteche e 86.488 non serviti. Bisogna, comunque, tener presente che sono in corso di finanziamento le biblioteche dei comuni di Stornara (3.796 ab.), Stornarella (3.971 ab.), Poggio Imperiale (3.718 ab.), S. Paolo di Civitate (6.323 ab.) e Chieuti (2.358 ab.). In conclusione nel Tavoliere, che nella organizzazione bibliotecaria è la zona più fortunata, alla dotazione complessiva, rispetto agli standards minimi fissati in sede internazionale, mancano circa duecento mila volumi. Gargano. - Del comprensorio garganico fanno parte dicias- 12 sette comuni: Manfredonia, Monte S. Angelo, S. Giovanni Rotondo, S. Nicandro Garganico, S. Marco in Lamis, Apricena, Vico del Gargano, Vieste, Carpino, Mattinata, Rodi Garganico, Peschici, Lesina, Rignano, Cagnano Varano, Ischitella e isole Tremiti. La popolazione complessiva dalle 191.761 unità del 1959 è passata nel 1968, a 192.496 unità, con un incremento totale di 736 unità. Tale popolazione è attualmente servita dalle biblioteche dei seguenti comuni, con una dotazione libraria complessiva di 16 mila 155 pezzi: Manfredonia (44.652 ab.) dotazione libraria 8.889; Monte S. Angelo (10.264 ab.) dotazione libraria 1.901; S. Giovanni Rotondo (20.764 ab.) dotazione libraria 1.009; S. Nicandro Garganico (18.740 ab.) dotazione libraria 4.354. E' registrata a S. Marco in Lamis una raccolta comunale di un numero imprecisato di pezzi, non aperta al pubblico. Sono in corso di organizzazione le seguenti biblioteche, distinte per grandezza e importanza, in « grandi », « medie » e « piccole »: Apricena (13.691 ab.): b. grande; Vico del Gargano (9.340 ab.): b. grande; Vieste (13.234 ab.): b. grande; Carpino (6.435 ab.): b. media; Mattinata (5.639 ab.): b. media; Rodi Garganico 4.210 ab.): m. media; Peschici (3.942 ab.): b. media; Lesina (6.000 ab.): b. media; Rignano Garganico (3.112 ab.): b. piccola. Sono in fase di finanziamento le biblioteche di Cagnano Varano, Ischitella e isole Tremiti. In totale: le biblioteche esistenti con una dotazione complessiva di 16.155 pezzi dovrebbero sopperire alle necessità moderne di 94.420 abitanti. A questi si aggiungano i 98.076 abitanti non serviti tuttora da alcun servizio bibliografico. Anche in questa zona la situazione è fortemente deficitaria, pur trattandosi di comuni inseriti in un importante comprensorio turistico, in fase di forte sviluppo economico. Sub-Appennino. - I comuni appartenenti a questo comprensorio sono trenta, che vanno da una popolazione minima di 577 abitanti in Celle S. Vito, una isola linguistica provenzale, a Bovino (7.040) e poi a Lucera (29.662). La popolazione di questa zona ha subito nel decennio 1958-1968 il più forte decremento, passando da 161.062 a 133.138, cioè 27.924 unità in meno. Su una popolazione complessiva di 133.138 abitanti, ben 103.476 non possono fruire di alcun servizio bibliografico. I seguenti comuni: Casalnuovo (4.012 ab.), Biccari (2.137 ab.), Candela (5.035 ab.), Deliceto (5.735 ab.), Accadia (4.258 ab.), Bovino (7.040 ab.), Pietra Montecorvino (3.708 ab.), Orsara di Puglia (4.964 ab.), saranno al più presto forniti di una biblioteca di tipo medio (stanziamento per libri del fondo fisso L. 1.700.000; per attrezzature L. 1.114.000). 13 I comuni di Carlantino (1.999 ab.), Casalvecchio di Puglia (2.950 ab.), Castelnuovo della Daunia (2.836 ab.), Motta Montecorvino (1.596 ab.), Volturino (3.024 ab.), Alberona (988 ab.), S. Marco la Catola (3.796 ab.), Celenza Valfortone (3.049 ab.), Roseto Valfortone (3.049 ab.), Castelluccio Valmaggiore (2.178 ab.), Monteleone di Puglia (3.424 ab.), Anzano di Puglia (3.098 ab.), Volturara Appula (1.453 ab.), Faeto (1.963 ab.), Celle S. Vito (577 ab.), Castelluccio dei Sauri (2.236 ab.), Panni (2.000 ab.), saranno forniti al più presto di altrettante biblioteche piccole (stanziamento per fondo fisso L. 300.000; per attrezzature L. 869.000). Le biblioteche dei comuni di Ascoli Satriano (13.325 ab.), Troia (8.858 ab.), S. Agata di Puglia (5.129 ab.), Rocchetta S. Antonio (3.958 ab.) non sono state ancora finanziate dal Ministero della P.I. L'offerta di lettura e... Una politica del libro, dovrebbe mirare soprattutto a correggere la cattiva distribuzione nella offerta della lettura. A tale proposito si reputa necessaria una iniziativa ministeriale per una indagine seria sull'offerta della lettura in Italia, tali e tante sono le differenze, davvero macroscopiche, che sono venute fuori da rilevamenti fatti in epoche diverse, ma vicine tra loro, da parte di enti ed istituti. Nell'annuario delle librerie del 1965 il numero delle biblioteche è di 1.687, mentre sale astronomicamente a 21.410 nella indagine ISTAT: indubbiamente non è stato tenuto presente l'elemento base di una vera biblioteca viva e moderna; l'uso pubblico. E' stato osservato 5 che il trionfo dell'audiovisivo ha introdotto una nuova dimensione nel panorama della cultura popolare, interrompendo il tradizionale circuito basato sul binomio uomo-libro. Milioni di uomini passano da una cultura contadina, fondata sulla parola, alla cosidetta civiltà delle immagini. Quindi si rende ancora più indispensabile una capillare diffusione del libro in questa epoca di trionfo della civiltà industriale, perchè se all'immagine non si farà seguire la lettura meditata e il colloquio diretto uomo-libro, si ritornerà per altre vie a una discriminazione culturale, tra chi si ferma alle informazioni più facili attraverso i mass-media, e chi, con mente critica, accede al libro, uscendo fuori dal pericolo di una standardizzazione di gusto e di linguaggio, se non dal paventato vidiotismo (video-idiota). Quindi la necessità di una lettura non più frammentaria, acritica, ma, possibilmente, con l'ausilio di esperti, innestata MASSA CARLO, L e B i b l i o t e c h e p o p o l a r i i n I t a l i a . In « Il Giornale della Libreria », n. 2, febbraio 1968, pp. 93-96. 5 14 sulla realtà che ci circonda e che sollecita le nostre curiosità e la nostra riflessione. Questi temi (cultura popolare o educazione permanente e diffusione delle biblioteche) vivono tra noi la loro grande giornata, e ritornano in ogni convegno. Passano dinanzi agli occhi della nostra mente le assisi bibliotecarie, cui partecipammo: quella di Palermo (1948), dove bibliotecari italiani, accortisi che la torre di avorio in cui si erano rinchiusi, tutti dediti agli alti nobili studi e alla conservazione, era troppo angusta e, comunque, permeabile alle sollecitazioni di un mondo in forte e veloce trasformazione, si dichiararono pronti a discutere i problemi della pubblica lettura; il Convegno di Taranto 6 del 1955. Qui gli ultimi scettici - e noi con alla testa il caro e mai troppo compianto Beniamino D'Amato - dovettero arrendersi alle convincenti argomentazioni portate con dialettica stringente dalla dottoressa Carini Dainotti sul tema « biblioteche popolari e biblioteche per tutti. Su un servizio di pubblica lettura ». Dopo 14 anni credo opportuno rinnovare alcune considerazioni fatte in quella sede. Le vicende della biblioteca popolare in Italia sono state seguite e distinte in tre periodi: 1860-1900 7; 1901-1923; 1923-1945. Nel primo periodo, di fronte a una massa di 17 milioni di analfabeti su 22 milioni di italiani, mentre la biblioteca popolare entrava giustamente nei programmi dei governi post-unitari, i bibliotecari girarono sdegnosi il capo verso altri interessi e altri studi. Nel secondo periodo, mutati non soltanto politicamente e socialmente i tempi, mutarono anche gli 6 Atti del IV Convegno dei bibliotecari degli Enti Locali. Taranto, 23-26 aprile 1955. Bologna, Tip. Azzoguidi, 1958, 8°, pp. 50. 7 In proposito riteniamo opportuno citare quanto contenuto in un articolo, apparso oltre cento anni orsono, nel numero 7 (27 giugno 1867) del « Giornale delle Biblioteche » fondato e diretto da Eugenio Bianchi: « L'amore di patria si significa non a parole, ma a fatti. Non basta dare al popolo feste e baldorie che riescono funeste, ma conviene aprirgli i mezzi di rendersi migliore, perchè allora esso sarà fatto più felice. I mezzi di renderlo migliore non sono il danaro sprecato in feste, il danaro gettato a lui in elemosina, ma quello impiegato a far prosperare le istituzioni che mirano alla sua istruzione. In oggi (sic) più che mai l'importanza di provvedere a questa propaganda dell'istruzione del popolo è sentita, avendone più che mai bisogno nell'esercizio dei diritti da esso rivendicati bei quali è chiamato, ora nei tribunali come giurato, o ne' consigli come consigliere, ecc. In oggi più che mai necessario che la plebe sia trasformata in popolo: ma quest'opera di trasformazione non si potrà mai compiere se non coll'accordo di tutte le classi della società nella volontà di farlo ». E il pezzo conclude, a proposito della esigenza della cultura quale fondamento insostituibile di ogni legittima aspirazione del cittadino alla libertà: « Lo si istruisca dunque nei suoi diritti e nei suoi doveri. Sia fatta in ogni modo guerra all'ignoranza ». 15 orientamenti tecnici. Ma lo sviluppo delle biblioteche popolari fu influenzato dalla frammentarietà delle iniziative a carattere privatistico, e le biblioteche popolari furono travolte nell'infuriare delle lotte politiche e sociali. Quindi i tecnici delle biblioteche riconsiderarono i loro compiti e responsabilità verso l'importante problema, che all'estero aveva già trovato adeguata soluzione. Si rivendicarono onori e competenze (tractant fabrilia fabri); si discusse, e non per vezzo filologico, della proprietà del termine biblioteca popolare e se non convenisse parlare di biblioteca per tutti. « Oggi - diceva nell'anno 1955 la dottoressa Carini - il concetto di biblioteca popolare non è più difendibile, perchè riflette una concezione paternalistica e antidemocratica, e perchè introduce limitazioni e sipari artificiosi e permanenti, là dove è compito della biblioteca rendere psicologicamente facili e strumentalmente possibili passaggi da uno stadio di cultura ad un altro, e tutti gli sforzi di libera circolazione nel mondo delle idee. Come non esistono le ferrovie popolari, l'elettricità, l'acqua, il gas « popolari », così non può e non deve esistere la biblioteca popolare. Al di fuori della biblioteca specializzata e della biblioteca di conservazione, non può esistere che la biblioteca per tutti, cioè un organismo bibliografico completo, dotato di personale tecnicamente competente e culturalmente e socialmente preparato, capace di sovvenire ai bisogni del ragazzo e dell'adulto e analfabeta, dell'agricoltore, dell'operaio, dell'artigiano, dello studente e del professionista, su su fino alle porte di quella cultura universitaria, cui è necessario assicurare ottime condizioni di lavoro, ma non è necessario difendere da contaminazioni o da contatti impuri. ... la biblioteca pubblica. Si comincia a parlare della biblioteca pubblica, della biblioteca per tutti, concepita per tutti i membri della comunità, che ne può profittare a seconda delle proprie capacità (gode tanto del ber, quanto è grande la sete). Si afferma l'esigenza per ogni comunità di un servizio pubblico fondamentale, destinato a tutta la comunità perchè in regime di democrazia una capillare diffusione delle pubbliche biblioteche è condizione di democrazia. Tutti gli Italiani, ovunque essi risiedano, debbono poter disporre di questo importante strumento di elevazione sociale e culturale. Ma si poneva il problema del necessario humus sociale-economico e culturale sul quale la biblioteca pubblica potesse affondare le radici. Poteva sorgere in ogni comune, considerate le enormi somme occorrenti perchè una biblioteca pubblica moderna sia viva e utile a tutti e consi- 16 derate le condizioni disastrose in cui versano tutti i comuni italiani? Essendo insufficiente la base comunale (l'hinterland per ogni biblioteca) si pensò alla base provinciale, con una biblioteca modernamente attrezzata, fornita di mezzi e di personale, in ogni capoluogo di provincia e una rete in ogni comune, attraverso un'attiva e vivificante circolazione di libri, di cultura, di sussidi tecnici e di informazioni dal centro alla periferia. Pertanto si afferma definitivamente il concetto di biblioteca pubblica, di quella biblioteca, cioè, che deve giustificare la sua esistenza, fornendo occasioni d'incontro del libro con il cittadino. ANGELO CELUZZA QUADERNI DI « LA CAPITANATA » EDITI DALLA AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA 1. 2. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell'opera di Tommaso Fiore (con 9 ill.ni). EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (con 4 tavv. ill. f. t.). 3. ALDO VALLONE, Correnti letterarie e studiosi di Dante in Puglia (con 2 tavv. ill. e 2 aut. f.t.). 4. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum « De acquadiensium oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4 tavv. ill. f.t.). 5. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio « Gargano » 1967). 6. VINCENZO TERENZIO, Umberto Giordano cento anni dalla nascita (con 4 tavv. ill. f. t.). 7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv. f.t.). 8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia altomedievale (con 6 tavv. f.t.). 9. I a « Mostra bibliografica del Gargano (con ill. nel t. e 12 tavv. f.t.). Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dogana Bibliografia di Umberto Fraccacreta * EDIZIONI DEL POETA Poemetti. Prefazione di Manara Valgimigli. Bologna, Nicola Zanichelli, 1929. Elevazione. Liriche. Bologna, L. Cappelli editore, 1931. Umberto Fraccacreta. ne " La Puglia letteraria " (Roma), II, 4, 30 aprile 1932, p. 1 con ritr. (Risposta al referendum indetto dal periodico). Nuovi poemetti. Bologna, Casa editrice L. Cappelli, 1934. Chants d'Apulie traduits par Yvonne Lenoir, Avant-propos de Maurice Muret. Paris, Le Studio du livre, s. d. (1935). Motivi Lirici. Bologna, Licinio Cappelli editore, 1936. Deux poèmes d'amour. Traduits de l'italien par Pierre de Montéra. Paris, Libraire E. Droz, Rue de Tournon, 1938. Antea. Bologna, Libreria editrice Galleri, s. d. (1942). Amore e terra. (Modena), Guanda, s. d. (1943). Benedetto Croce. In " John Gawsworth, Benedetto Croce". Per il Movimento liberale italiano. Passed for press. by A.M.G. MCMXLIV. Gawsworth John. Dedica. Trad. di Umberto Fraccacreta. Passed for press. by A.M.S., 1944 (Vasto). * La presente rassegna, compilata col sussidio delle raccolte della Società Dauna di Cultura, appare anche nel volume: M. VITTORIA, VENTURO LAMEDICA: Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere (v. n. 54 in « Scritti sul Poeta »). 39 Gawsworth Iohn. Una poesia. Trad. di U. Fraccacreta. In " La Rassegna " (Bari), 2 marzo 1944. Fraccacreta Umberto - Pàntini Romualdo. L'ombra di Garibaldi - Benedetto Croce. (E sei altre liriche. Versioni dall'inglese di John Gawsworth). Vasto, 26 aprile 1944 (2a ed.). Gawsworth John. Umberto Fraccacreta. Trad. di Umberto Fraccacreta. (Vasto), 18 marzo 1944. O poeta pugliese (marzo 1944). In " John Gawsworth, O poet of Apulia ! " Trad. di Umberto Fraccacreta. Italy, Passed for press. by A.M.G., MCMXLIV. Vivi e morti. Seconda edizione aumentata. Trani, Vecchi & C. editori, 1945. Sotto i tuoi occhi. Trani, Vecchi & C. editori, 1945. Ultimi canti. Con una introduzione di Paolo Arcari. Bari, Giu. Laterza & Figli, 1948. Il moreto. Il Gallo morente. A Re Vittorio nel Cinquantenario dell'Italia liberata. In Giovanni Pascoli, Carmina. Milano, Mondadori s. d. (1951). (Sono le traduzioni in prosa dei poemetti latini Moretum, Gallus moriens, Ad Victorem Regem anno Italiae liberatae L.). Gawsworth John. Maggio d'Italia (La Gradogna). Trad. di Umberto Fraccacreta. Foggia, Studio Editoriale Dauno, s. d. (ma 1957). SCRITTI SUL POETA 1. ABBATE Michele, Incontro tra Nord e Sud nel nome di Fraccacreta. Dall'esperienza ermetica di Arcangeli al canto disteso di Vittore Fiore. Ne " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), LXX, 167, 17 giugno 1957, p. 3. 2. AQUILANTI Francesco, Nuove forme di poesia classica. Ne " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), XLV, 74, 7 aprile 1932, p. 3. 40 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. AQUILANTI Francesco, Poeti nostri: Umberto Fraccacreta. Ne "Il nuovo cittadino" (Genova), VIII, 234, 1° ottobre 1936, p. 3. ARCARI Paolo, Introduzione a 'Ultimi canti'. In U. C., pp. V-XII. AVELARDI A. - PAPANDREA L., Umberto Fraccacreta, Da 'Il pane'. In " Romània ", antologia per il ginnasio superiore, Remo Sandron, Palermo, 1938, pp. 877-886. BABUDRI Francesco, Un poeta cristiano di Puglia: Umberto Fraccacreta. Ne "Il risveglio" (Bari), XVII, 31, 4 agosto 1945, p. 2. BALACI Alexandru, Umberto Fraccacreta. In ″ Cedran " (Bucarest), novembre 1939. BIORDI Raffaele, Tradizione e modernità. Ne "Il foglietto" (Foggia), XLII, 23, 13 giugno 1957, p. 3. BRANDON-ALBINI Maria, Poètes du Sud italien: Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere (con " Il rapsodo " del F.). In "Les langues neo-latines" (Paris), LII, 147, ottobre 1958, pp. 52-54. BUCCI A. Oreste, Le onoranze al « Poeta del Tavoliere » nel decimo anniversario della sua morte. In "Momento sera″ (Rama), 8 marzo 1953. CANSINOS ASSENS Rafael, Critica spagnola della poesia italiana. Con prefazione di Ezio Levi. Milano, Edizioni " Terra di Puglia ", 1932. In 16., pp. IX-19 + 2 nn. CAROLI Pierino, L'itinerario lirico di U. Fraccacreta, Presentazione di Francesco Gabrieli. "Quaderni di cultura " diretti da F. Gabrieli. Sez. XVI. Edizioni del Centro Librario - Bari - Santo Spirito, aprile 1968 (pp. 1-17). C. A. (Casiglio Antonio), Ricordo di Umberto Fraccacreta. Ne "La matricola " (San Severo), n. u., 19 dicembre 1947, p. 1. CASIGLIO Antonio, Un inglese poeta e soldato in Terra Dauna. In "Puglia" (Bari), I, 2-3 agosto 1946, p. 3. CUNARD Nancy, Giugno per la Libertà, giugno per l'Italia. (lettera al poeta Gawsworth in servizio in Italia). Trad. di Umberto Fraccacreta. In "Fronte Unito", 15 settembre 1944. DE MONTÉRA Pierre, U. Fraccacreta: 'Nuovi poemetti'. In " Etudes italiennes " (Paris), X, 1° gennaio 1935, pp. 4 (estr.). 41 DE SANTIS Gino, Una manifestazione di cultura a S. Severo in Puglia. Ad Arcangeli e a Fiore il Premio di poesia « Fraccacreta ». Ne " Il Messaggero " (Roma), LXXIX, 168, 18 giugno 1957. 18. FABBRI Casimiro, Ultimi canti. In "Idea" (Roma), X, 48, 10 dicembre 1950, p. 3. 19. FINI (Michelantonio), Poeti nostri. Ne " Il gazzettino " (Foggia), 2 marzo 1930, p. 3. 20. FIORE Tommaso, La poesia di Umberto Fraccacreta. Ne " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), LVII, 139, 19 maggio 1944, p. 3. 21. FIORE Tommaso, La mamma è morta. Ne " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), LVIII, 204, 18 luglio 1945, p. 3. 22. FIORE Tommaso, Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere. Ne "La Domenica di Puglia " (Bari), II, 19, 12 maggio 1957, p. 3. 23. FIUMI Maria Luisa, U. Fraccacreta: 'Poemetti'. Estr. da "Rassegna Nazionale" (Roma) maggio-giugno 1931, p. 21. 24. FRACASSI Roberto, Umberto Fraccacreta: 'Poemetti'. Ne " L'Italia letteraria " (Roma), V, 46, 17 novembre 1929, p. 8. 25. FUSCO Mario, Umberto Fraccacreta: 'Nuovi poemetti'. Ne " Il risveglio " (Catania), 1934. 26. GARGANUS, Pugliesi al lavoro: Fraccacreta. In " Puglia " (Bari), 1, 7-8, 3 ottobre 1946, p. 3. 27. GAWSWORTH John, O poet of Apulia! Traduzione di Umberto Fraccacreta. Italy, Passed for presse by A.M.G., 1944. In 16, pp. 4 n.n. 28. GENTILE Carlo, Poesia di Umberto Fraccacreta. Prefazione e bibliografia di Mario Simone; inediti e ritratto. Foggia, Società Dauna di Cultura, giugno 1956. 28 bis. JOMAN Sir, Vent'anni da "allora" - Un saluto a Foggia (trad. di M. Simone). In "la Capitanata " (Foggia), I, 5-6, sett.-dic. 1963, parte I. 29. LENOIR Yvonne, Umberto Fraccacreta. In "Revue des études italiennes" (Paris), V, 1° gennaio 1938, pp. 44-46. 30. LIPPARINI Giuseppe, Libri di poesie. Nel " Corriere della sera " (Milano), 29 ottobre 1929, p. 3. 31. MARCU Alexandru, Umberto Fraccacreta. In " Universul Literar " (Bucarest), 13 settembre 1939. 17. 42 32. MASSA Alfredo, In occasione del « Premio Umberto Fraccacreta »: A S. Severo di Puglia un incontro della cultura del Sud. Ne "La voce repubblicana" di Roma. XXXVII, 156, 2 luglio 1957, p. 3. 33. MISSET Suzanne, Chants d'Apulie par Umberto Fraccacreta, traduits par Yvonne Lenoir. In " Terres Latines " (Bruxelles), IV, 10 dicembre 1936, p. 362. 33. bis. MODUGNO Giuseppe, Ricordo di Giuseppe Fraccacreta. In " la Capitanata " (Foggia), VI, 4-6, lu.-dic. 1968, parte I. 34. MURET Maurice, La poesia di Umberto Fraccacreta. Ne " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), L, 70, 21 marzo 1936, p. 3. 35. 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PUGLIESE Filippo Maria, Umberto Fraccacreta, aedo di nostra « gente » pugliese. Ne "Il popolo nuovo" (Foggia), 15 ottobre 1934, p. 3. 43. PUGLIESE Filippo Maria, Il dramma poetico di Umberto Fraccacreta. Ne " Il Sud letterario " (Matera), I, 3 gennaio 1947, p. 4. 44. RIVALTA Ercole, Poeti e poetesse. Ne " Il giornale d'Italia " (Roma), XXXVI, 185, 4 agosto 1936, p. 3. 45. ROMANO Mario, Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere. 43 46. 47. 48. 49. 50. 51. 52. 53. 54. 55. 56. 57. In Bollettino dell'Agenzia Italiana di stampa " Orbis " (Firenze), XII, 115, 22 maggio 1957, p. 1. Ripr. con titoli diversi in " Fotocronaca " (Foggia), 29 maggio 1957, p. 3 e "Il Faro di Vieste " (Foggia), IX, 4-5, 31 maggio 1957, p. 3. SERRICCHIO Cristanziano, Lettera da Foggia. A David M. Turoldo il premio Fraccacreta. Ne " L'Italia letteraria " (Roma), VIII, 46, 15 novembre 1953, p. 6. SERRICCHIO Cristanziano, Poesia di Umberto Fraccacreta. Ne " La voce del popolo " (Taranto), 6 aprile 1957, p. 3. S. M., Il Poeta del Tavoliere celebrato nella natìa S. Severo. In " Azione Meridionale " (Bari), 30 marzo 1947. SIMONE Mario, L'opera di Umberto Fraccacreta nel saggio di un giovane e nella critica europea. Rassegna della bibliografia con inediti e ritratto. Foggia, Studio Editoriale Dauno, 1956. SIMONE Mario, Puglia poetica. Significato e valore del Premio u Umberto Fraccacreta ». Ne " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), 14 giugno 1957, p. 3. Ripreso in " Fotocronaca " (Foggia). SOCCIO Pasquale, La poesia di Fraccacreta. In " La Gazzetta del Mezzogiorno " (Bari), LXX, 66, 7 marzo 1957, p. 3. TONELLI Luigi, Umberto Fraccacreta: Nuovi poemetti. Ne " L'Italia che scrive " (Roma), XVII, 11 novembre 1934, p. 296. V. A., Il Poeta del Tavoliere celebrato nella natìa S. Severo. In "Azione meridionale" (Bari), V, 35, 30 marzo 1947, p. 2. VENTURO LAMEDICA M. Vittoria, Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere. Napoli - Foggia - Bari, C.E.S.P., 1969. VENTURO-LAMEDICA M. Vittoria, Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere. In "Annuario del Ginnasio-Liceo 'M. Tondi' di San Severo", C.E.S.P. (Napoli-Foggia-Bari), 31 maggio 1968, pp. 75-85. VINCIGUERRA Mario, Due poeti. Ne " La nuova Europa " (Roma), II, 12, 25 marzo 1945, p. 8. ZUPPA A. Michele, Il poeta del Tavoliere: Umberto Fraccacreta. Ne " Il Sud letterario " (Matera), II, 2, maggio-aprile 1948, pp. 12-14. ZUPPA A. Michele, Umberto Fraccacreta, poeta degli affetti domestici. Ne " Il Sud letterario ", III, 3, giugno-luglio 1949, p. 6. 44 la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia * Hanno collaborato a questo fascicolo: prof. ANTONIO CATERINO, della Università degli studi di Bari, soprintendente bibliografico di Puglia e Lucania; dott. ANGELO CELUZZA, direttore della Biblioteca provinciale di Foggia. SOMMARIO ANTONIO CATERINO: La biblioteca, centro di promozione culturale 1 ANGELO CELUZZA: Biblioteca in ogni Comune 9 SCHEDARIO - 1) Ia Mostra bibliografica del Gargano (cont. e fine); 2) Bibliografia di Umberto Fraccacreta 19 SQUILLI E RINTOCCHI - 1) Monte S. Angelo; 2) S. Marco in Lamis; 3) S. Giovanni Rotondo la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia Direttore: dott. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale. Direttore responsabile: m° Mario Taronna Direzione tecnica di Mario Simone - Tipografia Laurenziana - Napoli Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963 Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150 45 Le biblioteche nei Comuni agricoli La mia relazione si basa su di una indagine che verte sulla biblioteca di Lucera da me diretta e su altre biblioteche scelte nell’ambiente agricolo pugliese, da prendersi come campioni rispetto alle biblioteche comunali delle zone agricole depresse. Non ho preso in considerazione le biblioteche statali, le ecclesiastiche e le popolari, quelle scolastiche o di altri enti, e neppure le biblioteche provinciali o le comunali dei capoluoghi di provincia per le diverse strutture amministrative, finanziarie o anche strettamente bibliotecarie che esse presentano. Egualmente ho trascurato le numerosissime, recenti biblioteche costituitesi nella provincia di Lecce e ora di Foggia con il Piano L (Servizio Nazionale di Lettura). Dopo essermi consigliato con la Soprintendenza Bibliografica di Bari, presi in esame 7 Comuni della provincia di Bari, 8 di quella di Foggia e 3 di quella di Lecce1 . Ho incluso in questa rassegna le biblioteche dei Comuni non propriamente agricoli, ma marittimi, di Barletta, Gallipoli, Molfetta e Trani per disporre di qualche termine di paragone. Per inquadrare lo sfondo socio-economico dei centri prevalentemente agricoli presi in esame, in rapporto alle loro biblioteche, non è sufficiente però fare un confronto generico con quelle di altri Comuni, ma è necessario disporre di dati più oggettivi, tutt’altro che facili da reperire. Con quel poco che mi è stato possibile trovare sfruttando i dati più significativi dei due ultimi censimenti nazionali, gli indici indicativi del reddito medio a livello comunale, le cifre dei bilanci comunali, ho compilato per i Comuni 1 Andria, Barletta, Bitonto, Corato, Molfetta, Ruvo di Puglia, Trani nella provincia di Bari; Cerignola, Lucera, Manfredonia, Pietra Montecorvino (sede di un Centro di Lettura), Sannicandro Garganico, San Paolo Civitate, San Severo, Torremaggiore in quella di Foggia; Gallipoli, Léquile (Servizio Nazionale di Lettura) e Nardò nella provincia di Lecce. 49 PIETRO ROSSE LLI_____________________________________________________________________________ presi in esame una tavola, di valore però assai relativo, di cui mi servirò qua e là nel corso della mia esposizione. Paradossalmente però rimangono da chiarire i criteri seguiti nella valutazione delle singole biblioteche considerate. Quali parametri avrei dovuto tener presente? Purtroppo anche nel campo strettamente biblioteconomico le difficoltà non sono poche, e forse addirittura maggiori delle altre cui si è fatto cenno. Le biblioteche comunali sono così eterogenee che è impossibile avere un’idea precisa delle loro condizioni basandosi sulle statistiche disponibili, non sempre attendibili, né mi è sembrato facile, anche per le poche biblioteche esaminate ‘de visu’, elaborare dati sicuri, tali da poter essere presentati in un quadro omogeneo e quindi concretamente utilizzabili. Ho cercato allora di cogliere dalle biblioteche viste, fin dove possibile, nel loro insieme, qualche elemento più significativo. A tal fine ho tenuto presente, come modello, una biblioteca pubblica ideale secondo le indicazioni fornite dall’Associazione Italiana Biblioteche2 . Ho accentrato così la mia attenzione soprattutto sulle cifre indicative del prestito locale, della frequenza giornaliera, degli stanziamenti per l’incremento librario, sull’entità del personale, sulla possibilità dei lettori di accedere direttamente ai libri, sulla presenza di cataloghi per soggetti o per classi, di una sala o di un servizio riservato ai ragazzi, sui sussidi audiovisivi e le attività culturali promosse dalla biblioteca, nonché sulla struttura amministrativa della medesima. Prima di iniziare la rassegna delle biblioteche visitate è forse opportuno accennare ad alcuni aspetti specifici del rapporto che intercorre nei centri prevalentemente agricoli fra la maggioranza, almeno potenziale, degli utenti e la loro biblioteca toccando così due temi, la cultura contadina e l’istruzione professionale agraria, assai complessi. Tentare una valutazione schematica di una cultura, ignorando i particolari concreti della sua realizzazione storica, è assai pericoloso, purtroppo però è quanto spesso è avvenuto a proposito della ‘civiltà contadina’ soprattutto nel Mezzogiorno3 . Si passa infatti facilmente da uno estremo all’altro: ora si rimpiange romanticamente una società salda perché statica, incorrotta perché povera, disciplinata perché ignorante, legalitaria perché stratificata; ora si propugna una distruzione, tanto più immediata quanto più efficace, di tutti i suoi valori tradizionali, per instaurare ‘ab imis’ con piglio a volte colonialistico, la nuova vorticosa civiltà dei consumi. Se è facile accorgersi dei pericoli insiti in queste impostazioni, non molti sono a domandarsi se, proprio per il passato, si sia avuta nel Meridione una società contadina ‘pura’ come quella ipotizzata. Probabilmente nel Mezzogiorno, al momento dell’unificazione, l’attività agricola non era così predomi- 2 A.I.B., La biblioteca pubblica in Italia. Compiti istituzionali e principi generali di ordinamento e di funzionamento. Roma, 1965. 3 Mi sono valso della magistrale relazione di MANLIO ROSSI DORIA. Considerazioni di un economista agrario sul problema dell’educazione dei contadini al 3° congresso nazionale dell’Unione italiana della cultura popolare, in « L’educazione dei lavoratori », Bari, 7-10 aprile 1955. 50 _______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI nante come comunemente si è indotti a pensare: l’artigianato e i traffici adriatici locali erano più fiorenti, non erano del tutto assenti le industrie, sebbene deboli, e la stessa agricoltura era limitata, per esempio nel Tavoliere dal pascolo. La figura dell’analfabeta avvocato, tratteggiata 60 anni fa da Giuseppe Lombardo-Radice4 , va collocata nella crisi generale che ha travagliato il Mezzogiorno dopo l’Unità ed il suo progressivo delinearsi va collegato con il processo di decadenza della vecchia classe dirigente meridionale, di cui era espressione. La biblioteca di comuni quali quelli da noi considerati deve dunque agire sia per conservare le tradizioni culturali locali, ravvivandole, sia per portare nell’ambiente spesso chiuso dove essa opera i fermenti, le prospettive, le novità di una civiltà più dinamica, varia ed esperta; non solo, ma dovrebbe anche registrare ed accogliere, con sensibilità quasi etnografica, tutte quelle testimonianze culturali: credenze, costumanze, espressioni idiomatiche etc., che nella lenta evoluzione tradizionale del mondo contadino avrebbero avuto modo di essere coscientemente recepite dalla più forte cultura locale e quindi conservate ed interpretate, e che ora invece rischiano, nel processo di trasformazione sempre più rapido in atto, di scomparire senza lasciare traccia o di essere acriticamente condannate e distorte, o nostalgicamente rimpiante. Passiamo ora ad esaminare in primo luogo le biblioteche comunali di centri la cui popolazione oscilla per lo più dai 15.000 ai 50.000 abitanti, dediti prevalentemente all’agricoltura, da me visitate, la cui fondazione risale a prima dell’ultima guerra mondiale 5 . Esse presentano tutte caratteri abbastanza uniformi: sono cioè, quale più e quale meno, piuttosto antiquate e poco attive. Ben poche hanno cataloghi efficienti, se poi a questa deficienza si aggiunge la diffusa mancanza di una qualsiasi consultazione, le possibilità di una libera, rapida ed efficace scelta dei testi da parte del lettore vengono fortemente limitate, con un conseguente maggiore impegno da parte del bibliotecario, tale da spingerlo frequentemente ad una poco democratica, anche se inconsapevole, selezione dei lettori. Inoltre si deve segnalare la cronica e generale insufficienza del personale, origine prima delle lacune segnalate, che contribuiscono a loro volta ad aggravarla. Non ci si deve meravigliare quindi per la mancanza sia di iniziative culturali in collaborazione con altri istituti o proprie della biblioteca, come di una azione propagandistica volta ad allargare la cerchia dei lettori; in quest’ultimo campo potrebbero tuttavia ottenersi risultati apprezzabili — come in alcune biblioteche che esamineremo in seguito —se si potesse disporre con una certa larghez- 4 In Le biblioteche popolari allo Congresso Nazionale, p. 35, Roma, 6-10 dicembre 1908. Citato da FRANCESCO BARBERI, Biblioteca e bib liotecario, Bologna, 1967, p. 59. 5 Andria, Bitonto, Corato, Cerignola, Lucera, Manfredonia, Nardò, San Se vero, Torremaggiore. 51 PIETRO ROSSE LLI_____________________________________________________________________________ za di opere interessanti un vasto pubblico per alimentare un attivo prestito a domicilio. Senonché i volumi prestati in queste biblioteche qualche volta sono solo 30 al mese. Quali possono essere le cause di un’attività così limitata? Innanzi tutto il prestito locale è quasi sempre, secondo i regolamenti vecchi di decenni, in linea di massima vietato: il prestito è quindi un’eccezione, di cui il bibliotecario è personalmente responsabile. Con una simile premessa è comprensibile come il prestito a domicilio sia consentito liberamente solo a quei frequentatori: maggiorenti, parenti, amici, « intellettuali » riconosciuti, ai quali il bibliotecario non osa dire di no, mentre agli altri utenti viene prestata l’opera, sempre che non sia di consultazione o fuori commercio, dietro il deposito di una somma pari al doppio del prezzo del libro; col che si potrebbe concludere che i prestiti vengono concessi con una certa larghezza alla solita ‘élite mentre la maggioranza si deve accontentare di quanto il bibliotecario ritiene di poter concedere. Invero sono pochi gli studenti che girano con 3 o 4.000 lire in tasca e pochi anche, in quell’ambiente, quelli i cui genitori anticipano una somma del genere per prendere un libro in prestito. Ma se nuovi regolamenti sono senz’altro necessari, vi è tuttavia un altro aspetto, assai importante, da tener presente: queste biblioteche vorrebbero essere storiche, di conservazione, mai popolari. Sorte non di rado nell’Ottocento, come espressione di una cultura e di una classe dirigente, poi decadute, rimangono tenacemente attaccate alle antiche memorie e tradizioni, svolgendo d’altronde una funzione da questo punto di vista importantissima. Esse abbondano spesso di opere rare: incunaboli, cinquecentine, manoscritti di eruditi cittadini, etc., per ovvie ragioni assai poco utilizzate; ma sono molto povere, in proporzione, di romanzi, di saggi recenti, soprattutto se a carattere scientifico o tecnico, anche se si tratta di opere di poco prezzo. E ciò non si spiega solo con le innumerevoli, ma spesso dannose, donazioni, o con gli originari fondi dei monasteri soppressi costituenti il nucleo principale di queste biblioteche, ma soprattutto con la mentalità della popolazione, dalla quale il bibliotecario è in gran parte condizionato, e della sua classe dirigente, da cui spesso il bibliotecario proviene. La biblioteca è quindi per 1’‘otium’, non per il ‘negotium’: deve essere dunque un rifugio tranquillo e possibilmente solitario, per i pochi amanti della cultura e per qualche studente più dotato e volenteroso. Questo discorso, in apparenza astratto, spiega in parte sia l’assenza di un servizio per ragazzi — i soliti, vecchi regolamenti vietano, salvo eccezioni, l’accesso ai minori di 15 anni —, sia l’antipatia per le opere di utilità pratica, quali appunto quelle per l’istruzione professionale, sia il modestissimo aggiornamento di queste biblioteche. Vediamo in concreto, a questo proposito, di quali fondi esse dispongano: non solo il loro ammontare non supera generalmente il milione di lire annue, ma in alcune biblioteche lo stanziamento per l’incremento librario è talora inesistente, altre volte soggetto ad ampie 52 _______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI oscillazioni e soltanto di rado regolare e sufficiente. Essendo il bilancio del Comune misterioso per il povero bibliotecario — e non solo per lui! —, è lecito sospettare anche come non pochi sussidi finanziari del Ministero della Pubblica Istruzione alle biblioteche comunali finiscano per essere spesi diversamente. Non pare che questo inconveniente sia facilmente eliminabile perché, non avendo la biblioteca una gestione finanziaria autonoma, i sussidi ad essa elargiti o vengono trasmessi direttamente al bibliotecario, assumendo un carattere clandestino assai antipatico, oppure confluiscono nella cassa comunale dove possono essere spesi, nell’ambito della pubblica istruzione, indifferentemente per le scuole, per il museo, la biblioteca stessa o altro, secondo la necessità più urgente. Un altro grave inconveniente è la frequente interruzione di opere in continuazione, regolarmente acquistate, per mancato saldo di fatture, derivante da oggettiva povertà della cassa comunale o da cattivo funzionamento della ragioneria o dalla poca considerazione in cui sono tenute le esigenze della biblioteca. D’altro canto le volte in cui le Amministrazioni locali sono sollecite verso queste es igenze si imbattono nel blocco della spesa pubblica. Siamo arrivati così a considerare l’organizzazione amministrativa di queste biblioteche, per la verità non molto soddisfacente. Sono prive infatti di un loro proprio protocollo e archivio, sia pure come sezione di quello generale, di un registro utile ai fini contabili, di una piccola somma mensile per gli acquisti di valore minore. Queste lacune dipendono in parte dalla già accennata concezione aulica del lavoro intellettuale, che il bibliotecario spesso condivide, in parte anche dalla ‘forma mentis’ accentratrice di alcuni amministratori e dalla diffidenza degli altri funzionari comunali, concordi tutti nel considerare la biblioteca una comoda ‘sine cura’; tuttavia, se una netta divisione dei vari uffici comunali con le conseguenti relative autonomie è possibile solo nei Comuni di notevoli dimensioni (e la biblioteca attualmente è si e no considerata un ufficio come gli altri), credo però che anche nei comuni minori con un minimo di buona volontà si potrebbe arrivare ad una maggiore efficienza amministrativa almeno per i primi problemi pratici. A questa disorganizzazione burocratica devono collegarsi anche altre carenze di carattere più strettamente biblioteconomico che ho avuto egualmente modo di riscontrare, come la rudimentalità delle registrazioni dei periodici, delle opere in continuazione, dei prestiti esterni etc. Se questo è il quadro generale, è opportuno soffermarsi su qualche particolare abnorme. E’ il caso della Biblioteca comunale di Andria, unica in un comune di più di 70.000 abitanti.Costituitasi verso il 19406 6 I dati relativi alle singole biblioteche, che si debbono sempre intendere come approssimativi, sono stati ricavati con interviste dirette, con la consultazione dei dati statistici raccolti dalla Soprintendenza Bibliografica di Bari, e dell’opera assai utile, curata dal prof. ANTONIO CATERINO: Servizio bibliografico in Puglia e Lucania, Ministero della P.I., Soprintendenza Bibliografica per la Puglia e la Lucania, Roma-Bari, 1960. 53 PIETRO ROSSE LLI_____________________________________________________________________________ conta presentemente circa 12.000 volumi, una buona metà dei quali di data anteriore rispetto alla sua fondazione. Già nel 1953 dovette interrompere la sua attività, riaperta solennemente il 1958, l’ho trovata nel settembre scorso in condizioni nuovamente disastrose. In via di trasloco, ma senza quel fervore che di solito precede un’operazione così complessa, priva di cataloghi ed inventari efficienti, era mandata avanti da un direttore incaricato, gravato dal Comune di altre pesantissime mansioni e da una inserviente; la dotazione annua per l’incremento librario pare che ammontasse sulla carta a due milioni, di cui circa un decimo veniva effettivamente speso per la biblioteca; la frequenza invernale è di circa 70 unità al giorno con un orario di apertura di 6 ore, mentre il prestito esterno si aggira mensilmente sulle 110 opere. Senza la pretesa di chiarire completamente una situazione così grave, voglio riportare alcuni dati del Comune di Andria indicativi delle condizioni sociali ed economiche della sua popolazione, rapportandoli alle medie corrispondenti nella provincia di Bari. Gli abitanti dai 10 anni in su sono occupati per il 25% nell’agricoltura (media provinciale 18%), per il 9% nella scuola (media provinciale 11%); se consideriamo il reddito medio pro capite, esso è valutabile al 1965 con 100 come media nazionale a 53,55 (indice provinciale 70,84). Fra gli episodi particolarmente significativi per la loro gravità che mi è capitato di notare vorrei raccontarne uno riguardante la mia stessa biblioteca di Lucera. La scorsa estate, approssimantesi la grande calura, cominciai a preoccuparmi del pericolo di un incendio: telefonai così ai Vigili del fuoco di Foggia per sapere il da farsi. Spiegata la cosa, mi fu detto di scrivere e lo feci immediatamente; dopo vane attese mi recai a Foggia dai Vigili stessi; si riuscì a sapere così che era necessario, per avere un sopraluogo, il pagamento di circa L. 4.000. Comunicata la notizia ai competenti uffici del mio Comune, fu pagata finalmente la somma in conto corrente. Era trascorsa così l’estate, ma anche successivamente non mi risulta che il sospirato sopraluogo sia avvenuto; del resto sarebbe stato solo il primo gradino per costringere l’Amministrazione a rinnovare radicalmente i servizi anti-incendio della Biblioteca. Come meravigliarsi con situazioni siffatte se molti bibliotecari, dopo generosi tentativi, si chiudono in se stessi sfiduciati? Chiusa così la rassegna di queste biblioteche più o meno ‘storiche’, passiamo a considerare ora le biblioteche comunali di fondazione recente, cioè quelle di San Nicandro Garganico, San Paolo Civitate e Ruvo di Puglia. Poiché ognuna di esse ha origini e caratteri abbastanza dissimili, ho ritenuto opportuno trattarle in maniera più particolareggiata. La Biblioteca comunale di Ruvo è sorta nel 1962 dal posto di prestito, aperto dal 1959, facente capo alla Biblioteca comunale di Trani, centro di una rete sub-provinciale del Servizio Nazionale di Lettura (Piano L), rendendo così finalmente effettiva la deliberazione comunale del 1936, con la quale ci si era illusi di costituire, sulla base dei soliti fondi provenienti dai monasteri soppressi, la Biblioteca comunale. 54 _______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI Essa conta presentemente circa 5.000 volumi su una popolazione di 23.000 abitanti ed è molto attiva, indubbiamente per i criteri moderni con i quali è stata impiantata: infatti ha efficienti cataloghi per autori e per soggetti, un prestito esterno altissimo (rispetto agli esempi precedenti) con una media di 600 libri al mese con più di 2.000 iscritti, organizzato con i suoi bravi schedari, ignorati nelle precedenti biblioteche; prestito reso possibile evidentemente dalla natura dei libri messi a disposizione, mo derni ed economici, aggiornati con una dotazione di circa un milione di lire annue, notevole considerando anche come il numero complessivo dei volumi non sia alto. La Biblioteca è aperta anche ai bambini delle elementari, mentre il personale di cui dispone è di due elementi (il bibliotecario non è un giurista né un umanista, ha seguito però un corso di biblioteconomia); i locali sono per ora sufficienti. La Biblioteca comunale di San Nicandro Garganico presenta, pur con una sua origine completamente autonoma, caratteristiche abbastanza simili. Le spese annue sostenute dal Comune per gli acquisti si possono valutare a circa un milione, non è mancato qualche sussidio del Ministero della Pubblica Istruzione. La frequenza giornaliera è discreta, considerevole, anche se non cospicuo come quello di Ruvo, è il movimento dei prestiti locali, circa 150 opere al mese, rilasciate senza cauzione ad un vasto pubblico, comprendente anche casalinghe e braccianti. Bisogna considerare come più dei 2/3 della sua popolazione attiva è dedita all’agricoltura, a Ruvo come a San Severo o alla stessa Cerignola. Nel 1967 sono state organizzate dalla Biblioteca anche 6 conferenze. Il personale consta di due elementi: il direttore ed un fattorino, entrambi però incaricati non a pieno tempo, con retribuzioni piuttosto basse: quella del fattorino è di solo 15.000 lire mensili. Anche la Biblioteca di San Paolo Civitate, Comune di 6.662 abitanti — molto più piccolo di quelli finora considerati —, sorse per l’attivismo di un appassionato, nel 1956, ma senza dare i frutti sperati; infatti recatomi a San Paolo l’estate scorsa, trovai la biblioteca chiusa. I libri erano stati posti in casse, pare anche l’Enciclopedia Italiana, ed il tutto murato in attesa di tempi migliori. I funzionari comunali di fronte al mio disappunto non mostravano alcun imbarazzo, ma solo fastidio, convinti forse che il libro, come il vino, non abbia nulla da perdere con un buon invecchiamento. Se cerchiamo di spiegarci il fallimento dell’iniziativa comu nale, dobbiamo innanzi tutto tener presente come sia venuto a mancare il contributo dell’anziano fondatore, poi come il comune sia evidentemente troppo piccolo e alieni i suoi abitanti dalla lettura per sostenere senza aiuto esterno la Biblioteca, e come inoltre, a giudicare dalla relazione stilata poco prima del 1960 dall’allora direttore onorario 7 , la biblioteca non sia stata concepita con criteri nuovi. Dobbiamo però aggiungere che la riapertura di questa Biblioteca è prossima, non 7 Servizio bibliografico in Puglia e Lucania, pp. 112-13. 55 PIETRO ROSSE LLI_____________________________________________________________________________ però per iniziativa del Comune, ma della sede di San Severo del movimento di Collaborazione Civica, operante con fondi erogati dal Formez, emanazione della Cassa per il Mezzogiorno, d’intesa con la Soprintendenza Bibliografica di Bari. Tenendo anche presenti i dati a carattere economico-sociale si potrà dire che una biblioteca con la buona volontà del bibliotecario e degli amministratori può prosperare anche in ambienti prevalentemente agricoli e con redditi bassi, purché sia concepita mo dernamente, contrariamente a quanto si ritiene comunemente. Naturalmente rimane l’importanza di un buon livello di vita culturale della popolazione, in cui incide sia la percentuale degli agricoltori che quella degli studenti, che rimandano entrambe alle condizioni economiche. Prima di passare a considerare qualcuna delle biblioteche dei Comuni più ricchi della Provincia di Bari ritengo opportuno accennare alla Biblioteca di un comune marittimo del leccese, Gallipoli: 16.000 abitanti. Considerato il reddito medio, il bilancio del Comune di Ga llipoli non presenta cifre molto dissimili da quelle dei Comuni poco più grandi di San Nicandro Garganico o Torremaggiore, anche se leggermente più basse. Dunque, in un ambiente socio-economico discreto dovrebbe essere abbastanza viva l’esigenza di una biblioteca: le origini infatti risalgono al 1825, ma la sua vita fu sempre molto travagliata; dal 1956 fino al 1962 è rimasta chiusa al pubblico. Risulta inoltre che si dovette escluderla dal prestito del Servizio Nazionale di Lettura facente capo alla Biblioteca provinciale di Lecce; come mai? Vale la pena di cercare di descrivere questa Biblioteca, piuttosto surreale. Si entra in un enorme antro, dove torno torno sono esposti reperti archeologici, olle, ceramiche, assicurate alle pareti da catene e lucchetti, qua e là divise garibaldine e altri cimeli ottocenteschi, vetrine contenenti monete antiche e moderne o farfalle, al centro un enorme scheletro di non so quale animale marino, e sopra, su di una specie di ballatoio, tanti scaffali colmi di libri venerandi, fra i quali non ho potuto trovare neppure un atlante geografico o un’enciclopedia, se non una dei primi dell’Ottocento. Chi cura il museo-biblioteca o meglio, la bibliotecamuseo? Vacante il posto di direttore (come stupirsene?) il personale consta in tutto di un custode, sempre presente; del resto è meglio non parlare. E’ un caso abnorme, indubbiamente, però gli stretti rapporti, non di collaborazione culturale, ma di cieco risparmio, fra biblioteca e museo comunali non sono eccezionali: la Biblioteca comunale di San Severo ospita alcuni reperti archeologici; la direzione della Biblioteca comunale di Lucera è unita a quella del museo civico. E non è che si tratti di una ‘sine cura’: il museo civico ‘Giuseppe Fiorelli’ è importante, anche se pochissimo valorizzato; d’altra parte cosa può fare il povero bibliotecario? Può dividersi in due? Ma se già nella biblioteca il personale è insufficiente! Del resto, si fa sfoggio in questi municipi delle biblioteche e dei musei con le personalità di passaggio, ma che questi istituti abbiano un’utilità sociale è incomprensibile per la maggior parte della classe dirigente meridionale. 56 _______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI Vediamo ora di esaminare la situazione delle biblioteche comunali di Barletta, Molfetta e Trani, tutti centri della costa vicini a Bari, di cui condividono il relativo benessere. Infatti Barletta ha un reddito medio di 72,73, Molfetta di 76,76, Trani di 80,59, mentre la media provinciale è di 70,84. La percentuale della popolazione dai dieci anni in su occupata nell’agricoltura è di 12 a Barletta, di 9 a Molfetta e di 6 a Trani (la media provinciale è del 18%) la percentuale degli scolari e degli studenti è di 11 sia nei tre comuni, come in tutta la provincia di Bari. A Barletta la Biblioteca conta 50.000 volumi con una popolazione di 68.000 abitanti; a Molfetta 50.000 volumi con 61.000 abitanti; a Trani 60.000 volumi con solo 38.000 abitanti. Tutte hanno cataloghi efficienti ed una sala di consultazione; il prestito esterno è incoraggiato e tocca a Barletta in media i 900 volumi mensili, a Trani gli iscritti al prestito ammontano a 2.700. Da notarsi anche la presenza di qualche registratore e giradischi, attrezzati soprattutto per lo studio delle lingue straniere. Solo però a Trani sono soddisfacenti la dotazione annua per l’incremento, di due milioni e mezzo, ed il personale che assomma a cinque unità, il che permette tra l’altro di tenere in funzione una sala riservata ai ragazzi; mentre la Biblioteca comunale di Barletta ha personale e locali insufficienti, a tal punto da aver dovuto ridurre quel servizio per i ragazzi che pure era stato coraggiosamente iniziato. Anche la Biblioteca del Comune di Molfetta ha problemi per il personale, essendo priva del direttore: ha dovuto cosi rinunciare ad un orario di apertura di 12 ore giornaliere, assai proficuo, (unico caso incontrato) per tornare alle solite 6. Nel complesso però mi sembrano tre biblioteche notevolmente efficienti, l’una ad una diecina di chilometri dall’altra. Abbiamo incontrato, parlando della sfortunata biblioteca di San Paolo Civitate, una delle iniziative operanti a favore delle zone depresse nel campo culturale, il Formez∗ ; dobbiamo ricordare l’opera di assistenza dell’E.N.B.P.S. Questi organismi proseguono e affiancano l’opera, veramente pionieristica, della Federazione italiana delle biblioteche popolari e dell’Unione italiana della cultura popolare. Tuttavia, per quello almeno che io ho visto, non mi pare che essi riescano a migliorare sensibilmente il quadro generale della situazione. Un discorso in parte analogo è quello che si può fare per la Soprintendenza bibliografica: il suo compito specifico, importantissimo, è la tutela del patrimonio librario, cui si è aggiunto, logicamente, il coordinamento e l’assistenza tecnica dell’attività delle singole biblioteche; nei casi più gravi — e non sono pochi! — tuttavia la Soprintendenza interviene facendo il possibile con i fondi messi a disposizione dal Ministero della Pubblica Istruzione, ma non può certo sostituirsi alle singole Amministrazioni, neppure in piccola parte, a meno che non venga 9 Cfr. LUIGI BALSAMO, La lettura pubblica in Sardegna. Documenti e problemi, Firenze, 1964; p. 18. ∗ Va ricordato il suo intervento anche nel comprensorio garganico in cui opera il Centro Servizi Culturali di Manfredonia, gestito dalla società Umanitaria (n.d.r.). 57 PIETRO ROSSE LLI_____________________________________________________________________________ radicalmente cambiata la sua natura, centralizzando enormemente le strutture bibliotecarie. Poco comprensibile invece e grave è il quasi completo disinteresse delle Amministrazioni provinciali per le biblioteche dei Comuni della propria giurisdizione. Recentemente però il Consiglio Provinciale di Foggia ha deliberato un contributo di L. 240.000 annue a favore di tutti i comuni che hanno istituito una nuova biblioteca; è prevista la estensione alle biblioteche già esistenti per il loro potenziamento. Sarebbe opportuno anche accennare più dettagliatamente a due iniziative ministeriali in concorrenza l’una con l’altra: i Centri di Lettura e il Servizio Nazionale di Lettura (Piano L), che ho visti in funzione a Lucera, a Pietra Montecorvino e a Lèquile, ma il tempo stringe. Direi solo qualcosa di Lèquile, comune di 5.500 abitanti a pochi chilometri da Lecce, dove nell’ambito del «Piano L», l’iniziativa di gran lunga più interessante, è sorta nel 1964 una biblioteca che conta presente-mente circa 500 volumi, divisi in tre categorie, delle quali almeno una, la narrativa, viene alimentata dal deposito centrale provinciale, che provvede ad una rotazione di questi libri nelle singole biblioteche dipendenti. Essa è curata da una maestra che, tenendola aperta due ore ogni pomeriggio, percepisce un’indennità di 20.000 lire al mese, cioè circa 400 lire l’ora. La biblioteca ospita in media ogni giorno dieci lettori, per lo più scolari, che vengono assai spesso, come, del resto, anche in altre biblioteche, assistiti dalla bibliotecaria nelle ricerche scolastiche. Il comune sostiene solo l’onere del fitto del locale ed il canone della luce, mentre potrebbe, invece, più che accrescere il patrimonio librario (il che creerebbe in breve tempo grossi problemi per lo spazio, il personale, l’aggiornamento), rendere l’ambiente più confortevole installando un telefono, il riscaldamento, i servizi igienici, e aumentare con un prolungamento dell’orario di apertura, la retribuzione della bibliotecaria. La biblioteca mi è sembrata, nei limiti dei suoi compiti e delle sue possibilità, notevolmente efficiente soprattutto perché, e questo credo sia il vantaggio principale della formula di queste biblioteche, l’attività è regolata dal centro propulsore della Biblioteca provinciale di Lecce. Il Comune però non mi sembra che abbia preso molto a cuore l’iniziativa; ho saputo del resto che l’assunzione dei bibliotecari avviene mediante delibera trimestrale, difficilmente rinnovata per più di dodici mesi consecutivi anche per la preoccupazione di eventuali obblighi assistenziali. Rimangono quindi problematiche, dato il carattere discontinuo dell’incarico, la qualificazione professionale del personale, come già ha messo in luce la Dr. Carini-Dainotti, e la consistenza di tutte quelle attività culturali che nella moderna biblioteca dovrebbero trovare luogo. Ho concluso così la rassegna delle biblioteche da me visitate. Dovrei tentare ora una sintesi, difficile però, soprattutto perchè i Comuni considerati sono pochi e i dati da essi relativi insufflcienti. E neppure ho potuto considerare le cifre dei singoli bilanci comunali (alcune delle quali ho riportato nella tavola statistica) per non avventurarmi in 58 _______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI un campo per me troppo arduo. Non bisogna tuttavia dimenticare che le biblioteche comunali sono in tutto e per tutto legate, almeno per ora, alle disponibilità finanziarie dei rispettivi Municipi. Ora, poichè concorrono alla formazione dei bilanci comunali fattori eterogenei e contingenti, che male rispecchiano le oggettive esigenze e possibilità degli amministrati, e stante il silenzio della legge comu nale e provinciale e del testo unico per la finanza locale circa le concrete necessità delle biblioteche, si può concludere che esse per la parte finanziaria ed amministrativa seguono più la sorte che fattori oggettivi quali il reddito, le attività della popolazione ed il livello culturale. Ciò nonostante, vorrei trarre qualche conclusione relativa alle biblioteche dei comuni agricoli pugliesi con qualche diecina di migliaia di abitanti. Naturalmente il valore di campione della mia indagine per il resto del Paese agricolo è discutibile, credo però che sia valido per le aree del Mezzogiorno ad economia agraria. Se consideriamo ora i dati dei censimenti nazionali del 1951 e 1961, possiamo rilevare nelle province di Bari, Foggia e Lecce una diminuzione degli addetti all’agricoltura e un aumento degli addetti all’industria, e per l’istruzione scolastica un netto miglioramento, particolarmente visibile nella diminuzione della popolazione analfabeta e nell’aumento di quella fornita di licenza di scuola media inferiore, quasi raddoppiata. Tuttavia, se si guarda a quanto è avvenuto contemporaneamente nelle altre province d’Italia si deve concludere che il carattere agricolo delle nostre province, riferito alle medie nazionali10 , è rimasto pressoché inalterato, e altrettanto può dirsi per il livello dell’istruzione, che rimane basso. Ai nostri fini possiamo dire che il numero dei potenziali utenti delle biblioteche nelle aree depresse, soprattutto a livello popolare, è aumentato notevolmente, e che il livello d’istruzione scolastica è legato alle condizioni economiche e sociali dell’ambiente. A questo punto vorrei fare una domanda: se la scuola con i suoi programmi rigidi, con le ore obbligatorie, con gli attestati finali comporta in chi la frequenta un impegno tale da tradursi sempre, per lui o per la sua famiglia, in un onere economico, può dirsi altrettanto per la biblioteca? Evidentemente no: essa non pone ai propri frequentatori vincoli di sorta, ma anzi, per quanto è possibile, si adegua ad essi. Qualcuno obbietterà forse che i compiti di una biblioteca sono notevolmente diversi da quelli di una scuola; ma ricordiamoci che le PIETRO ROSSE LLI_____________________________________________________________________________ 10 Secondo le graduatorie provinciali (in ordine decrescente) elaborate da GUGLIELMO TAGLIACARNE (Unione Italiana Camere di Commercio, Industria e Agricoltura, Lineamenti economici e prospettive di sviluppo delle provincie italiane, Milano, 1964), la provincia di Bari è al 370 posto, quella di Foggia al 450, quella di Lecce al 27’ nella variazione degli addetti all’agricoltura fra i dati registrati nel censimento del 1951 e quelli del 1961, mentre nella variazione degli addetti all’industria le dette provincie sono, nell’ordine, al 27’, al 65’ e all’83’ posto. 59 differenze fra una scuola strutturata secondo i principi di quella pedagogia attiva che va lentamente affermandosi e una biblioteca mo dernamente intesa sono assai minori che per il passato. Tuttavia, anche trascurando questo nuovo rapporto fra scuola e biblioteca, rimane il fatto che il numero delle persone che possono usufruire della biblioteca è notevolmente aumentato — come già è stato detto — e aumenterà sempre di più perchè le popolazioni considerate, anche se rimarranno prevalentemente agricole, dovranno disporre di una cultura maggiore per procedere all’industrializzazione della propria produzione agricola. Non solo, ma quanti non saranno assorbiti in loco nelle industrie che vanno sorgendo o nella nuova agricoltura meccanizzata dovranno emigrare cambiando contemporaneamente lavoro e ambiente, come già è avvenuto, con gli squilibri sociali ed individuali che tutti conoscono. Ecco dunque un altro compito specifico delle biblioteche pubbliche nelle zone depresse: ampliare cioè, sulla base di qualcosa di più valido delle canzonette, le partite di calcio e le lotterie, gli orizzonti culturali delle popolazioni più depresse, che sono sempre le più isolate, uniformandoli alle dimensioni nazionali, per favorire l’integrazione di quanti, abbandonando il paese di origine, si trasferiranno in altre sedi. Proprio per soddisfare queste esigenze il Ministero della Pubblica Istruzione, mediante soprattutto il Servizio Nazionale di Lettura (Piano L), intende diffondere le biblioteche fino a portarle in ogni comune, partendo dalle province più depresse11 . Poichè già in molti Comuni vi sono biblioteche dipendenti dalle Amministrazioni municipali, è sembrato possibile estendere la formula delle biblioteche comunali nei centri che ne sono ancora privi, trascurando senz’altro non solo le numerose biblioteche popolari esistenti, perchè, una volta utilissime, sono ormai inadeguate12 , ma anche le numerose biblioteche comunali già esistenti bisognose di aiuti. Il fare affidamento per queste nuove biblioteche sulle strutture comunali, almeno così come sono ora, mi sembra pericoloso, tanto esse sono carenti, soprattutto nei comuni poveri, che non sono sempre i più piccoli, cioè proprio dove la necessità di una biblioteca è maggiore. Non credo neppure che sia sufficiente, stando almeno a quello che ho potuto vedere, curare solamente la nascita di nuove biblioteche, affidandone lo sviluppo e la stessa normale amministrazione al Comune. Indubbiamente il Piano L con i suoi sussidi, con la sua razionale organizzazione facente perno sulle biblioteche provinciali, otterrà senza altro risultati positivi; ma quale sarà la sorte dei posti di lettura una volta che diventeranno delle vere e proprie biblioteche? Non deperiranno come molte delle attuali, alcune delle quali vantano una tradi- _______________________________________________________LE BIBLIOTECHE NEI COMUNI AGRICOLI 11 Ho presente soprattutto, qui come in altri pun ti, VIRGINIA CARINI DAINOTTI, Le biblioteche pubbliche: un’attrezzatura culturale polivalente per le comunità minori, in « Assistenza oggi », 1968, n. 4. 12 Cfr. FRANCESCO BARBERI, cit. p. 54. 60 zione non ingloriosa? Le biblioteche comunali di Gallipoli, Andria, San Paolo Civitate non sono le uniche in tutta la Puglia a svolgere una attività ridotta o addirittura nulla; su di un totale di circa 60 biblioteche, del tipo qui considerato, 6 sono le comunali momentaneamente chiuse al pubblico. E molte altre sembrano destinate a soffocare in poco tempo per la ristrettezza dei locali — per di più oberati da tante opere ormai completamente inutili —, l’insufficienza del personale e dei fondi stanziati. Come mai un fenomeno così grave? Non credo che occorra per questo desistere dalla creazione di nuove biblioteche per risollevare le vecchie, anche perchè non sono poi tutte a versare in questa crisi: tuttavia è un problema da tenere presente. Indubbiamente il nuovo assetto che verrà dato quanto prima alle biblioteche dipendenti dagli Enti locali risolverà molte delle deficienze riscontrate. Vi è un rischio però, per la zona da me studiata, che si cada ancora una volta nello equivoco di considerare i popolosi Comuni agricoli del Mezzogiorno come delle piccole città. Essi invece sono soltanto grossi aggregati contadini e come tali poveri13 , con caratteristiche strutturali che rimandano più ai centri rurali che a quelli urbani14 . In questi Comuni poteva sorgere autonomamente cento anni fa la biblioteca tradizionale, non ora la moderna biblioteca pubblica. E che questi paesoni appartengano al passato, alla vecchia agricoltura condizionata dalla mancanza d’acqua e dalla malaria del Sud, lo riprova il sorgere, documentato nei due censimenti nazionali, di numerosi nuclei di abitanti che hanno lasciato il centro, fenomeno verificatosi solo nelle aree contadine pugliesi. E’ opportuno, a mio avviso, in via preferenziale, concentrare gli sforzi per scongiurare soluzioni di continuità nelle biblioteche e quindi nella vita culturale di queste collettività, dotando le vecchie biblioteche di strutture moderne idonee a fronteggiare i nuovi importantissimi compiti e ravvivando nel contempo le tradizioni culturali locali, spesso ragguardevoli. PIETRO ROSELLI 13 Cfr. ETTORE CICCOTTI, Il Mezzogiorno alla fine dell’Ottocento, da il Sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale a cura di ROSARIO VILLARI, Bari, 1961, p. 296. 14 Per l’uso dei termini ‘rurale’ e ‘agrario’ v. CORRADO BARBERIS, Sociologia rurale, Bologna, 1965, pp. 4-6. 61 Il Convegno dell’E.N.B.P.S. Invitati a partecipare al Convegno organizzato a Bologna, nei giorni 24, 25 e 26 marzo dall’Ente Nazionale per le Biblioteche Popolari e Scolastiche, abbiamo accettato con entusiasmo perché il tema unico proposto ai partecipanti era quello, sempre vivo e stimolante, di « biblioteche per ogni comune ». La bella città, cara per tanti giovanili ricordi, e per le sue belle piazze, vaste e armoniose, con le sue strade ricche di portici, tutta predisposta dall’uomo a misura dell’uomo, ci ha accolti immusonita, sotto un cielo carico di nubi, che non sapevano darci se non pioggia gelida o raffiche di venti boreali. All’apertura, nel magnifico teatro comunale, dopo il saluto del presidente dell’Ente organizzatore, prof. Bruno Migliorini, e del rappresentante dell’Amministrazione comunale di Bologna, hanno parlato il provveditore agli studi di Bologna, dott. Ranieri, l’editore Arnoldo Mondadori, lo scrittore Libero Bigiaretti, il prof. Luigi Volpicelli. Nel pomeriggio, presso lo « Stabat Mater » dell’Archiginnasio, il vice presidente dell’Ente, dott. Antonio Ciampi, direttore generale della Società Autori ed Editori, ha svolto la sua relazione. « Gli Italiani che leggono sono un’eroica minoranza »: infatti, circa metà dei nostri compatrioti non leggono mai niente tanto vero che la spesa pro capite di tutti gli Italiani per opere di cultura varia in un anno è di appena ottocento lire, contro le tremila e più spese per il cinema, le mille per abbonamenti alla Radio-TV, le millecentoquaranta per balli e altri divertimenti popolari. E ciò mentre la produzione libraria nazionale cresce e la civiltà tecnologica restituisce il libro alla sua vera vocazione, che è di essere non monumento, ma veicolo. Il dott. Ciampi ha ricordato che il problema della pubblica lettura e delle biblioteche è soltanto un aspetto del problema del libro. Infatti, se il libro è già una mediazione tra cultura e lettore, la biblioteca è una ulteriore mediazione, mentre l’ideale sarebbe che ogni cittadino avesse a disposizione tutti i libri che rispondono ai suoi effettivi interessi. Quanto al problema di istituire una biblioteca pubblica in ogni comune, egli ha sottolineato il pericolo che si creino gusci vuoti, estranei agli interessi della comunità cui è diretta. « E’ facile creare, — egli ha soggiunto - una perfetta organizzazione tecnica della pubblica lettura; 62 _________________________________________________________________IL CONVEGNO DELL’E.N.B.P.S. è difficile far sì che le biblioteche siano strumenti adeguati al vivere moderno ». Il presupposto del successo va comunque ricercato soprattutto nell’uomo capace di dirigerle, nel bibliotecario preparato; e questo problema deve essere risolto parallelamente a quello della creazione di nuove biblioteche. Ha accennato ai problemi che potranno sorgere in questo ambito, dopo la istituzione delle regioni a statuto ordinario, la cui potestà legislativa, per quanto riguarda i musei e le biblioteche, è già stabilita nella legge-quadro. In proposito ha affacciato la possibilità che si proceda a qualche forma di associazionismo , o comunque, limitando il programma ai soli comuni con popolazione superiore ai 10.000 abitanti, a una gestione delle medesime da parte dell’Ente. Questo concetto sarà poi toccato alla chiusura del Convegno anche dal dott. Salvatore Accardo, direttore generale delle Accademie e Biblioteche presso il Ministero della P. I. La voce degli editori è stata recata da Arnoldo Mondadori, Valentino Bompiani e Alberto Mondadori. Smettiamo — essi hanno detto —di fare tante chiacchiere: si mettano a disposizione per questo impor- tante investimento di capitale, che è quello speso per la cultura, fondi cospicui e tutto si avvierà a soluzione. Oppure — altro concetto in quale gradino della scala delle priorità nel programma economico nazionale è scritta la parola cultura? Il potere politico — e Alberto Mondadori esprime il dubbio che esista in Italia un vero potere politico, in quanto tutte le decisioni in Italia sono prese per volontà di pochi — è assente da questo convegno. Solo una più stretta connes sione tra scuola, editoria e industria potrà favorire quella spinta dal basso, auspicata da Ciampi e da Bauer, che sia la premessa per la creazione di biblioteche vive in ogni comune. Valentino Bompiani suggerisce da un lato di studiare tutte le iniziative, a livello centrale, regionale e locale, per incrementare le biblioteche e avvicinarle ai loro destinatari, e dall’altro di prendere in esame tutta una serie di libri, per la categoria di non lettori, con criteri psicologici, pedagogici e sociali accuratissimi per quanto attiene alla scelta dei testi, al linguaggio, alle illustrazioni, all’interesse pratico. Il pedagogista, professore Luigi Volpicelli, rileva l’importanza di una rete di biblioteche moderne e funzionanti in ogni comune per rispondere alle scelte individuali di impiego del tempo libero. Ma, per riuscire veramente tali, le biblioteche dovranno trasformarsi in vivi centri di cultura, che non offrano soltanto libri ben preparati, classificati e schedati, ma promuovano il desiderio della lettura. « La piccola biblioteca egli ha detto deve risolversi in un focolare di cultura, con bibliotecari che siano veri animatori culturali, ben preparati alla loro funzione didattica e sociale….». « Il piano della scuola e le biblioteche » è stato il tema sul quale, molto applaudita, ha svolto una relazione la dottoressa Virginia Carini Dainotti, ispettrice centrale del Ministero della P.I. Chi sa con quanto — — 63 ANGELO CELUZZA____________________________________________________________________________ impegno, con quale tenacia ed energia la stessa lotta da oltre un ventennio, per arrivare all’attuale conclusione, da tutti accolta, non si è sorpreso della sua serrata argomentazione in favore dell’inserimento delle biblioteche nel programma economico nazionale, prima, e del ruolo della biblioteca pubblica nell’ambito di quella diffusione della cultura, che il Ministero e gli Enti Locali si propongono di favorire. « Ma quali che siano i programmi, — ha detto — deve essere anzitutto riconosciuto e accettato il principio fondamentale che non vi sarà mai sviluppo e progresso per le biblioteche di qualunque tipo, se proprio in questo campo, squisitamente tecnico e specialistico, si continuerà a indulgere al volontarismo, al dilettantismo, se non si riconoscerà che esiste una professione del bibliotecario e se la professione non sarà difesa e valorizzata. Il problema del personale costituisce proprio uno degli ostacoli di fondo alla realizzazione del programma in corso di svolgimento: rimuovere questi ostacoli e procedere oltre sarà il compito del 2° Piano quinquennale: ma è responsabilità irrecusabile degli intellettuali e dei politici chiarire le insufficienze del primo ed elaborare i contenuti del secondo quinquennio ». Pensiamo, in proposito, ai 7214 comuni con meno di 10 000 abitanti, dove ci sono ragazzi che frequentano la scuola media d’obbligo, che hanno bisogno di un punto di incontro, ove ritrovarsi per le loro ricerche, per il loro aggiornamento culturale, e questo punto lo offrirà la biblioteca pubblica, che sarà una vera casa di cultura. Non possiamo fermare l’attenzione, sia pure in una prospettiva di gradualità, ai comuni con popolazione superiore ai 10.000 abitanti, perché è proprio dai 7214 comuni che escono i voti che determinano il nostro destino di popolo. Le biblioteche di questi piccoli centri, non potendo vivere isolate, dovranno essere inserite in un sistema di biblioteche. I 5 miliardi, spesi dallo Stato nel primo quinquennio, serviranno a equilibrare le varie situazioni locali e a integrare gli sforzi degli enti locali. E’ risaputo che si tratta di un servizio molto costoso, ma lo Stato, proprio per questo, deve aiutare quegli enti, impossibilitati, tranne in poche grandi città come Milano, Torino, Genova e Bologna, a realizzare da soli moderne e accoglienti biblioteche pubbliche. L’importante è ancora che le economie dello Stato non si facciano a spese delle biblioteche e, se sarà necessario, si faccia una legge per i piccoli comuni. « Ben vengano — ha concluso la signora Carini Dainotti — tutte le possibili associazioni, i gruppi per fini culturali, ma ci dovrà prima essere una biblioteca viva e funzionante, perché le statistiche dimostrano che, dove si apprestano biblioteche belle, moderne, vive e funzionanti, gli italiani le frequentano e leggono ». « Le biblioteche nei comuni delle zone agricole » è stato l’argomento della relazione del dott. Pietro Roselli, già direttore della Biblioteca Comunale di Lucera. La prima parte è un pò il diario di una esperienza frustrante fatta da un giovane e colto bibliotecario, che 64 _________________________________________________________________IL CONVEGNO DELL’E.N.B.P.S. lascia i suoi studi eruditi, per assumere la direzione di una biblioteca in un comune non capoluogo di provincia; costretto lui che è partito carico di entusiasmo e con la testa colma di tante ottime idee a subire l’ambiente molto ristretto in cui deve operare. Egli poi passa ad esaminare un certo numero di biblioteche, scelte, per omogeneità di ambiente, in quello agricolo pugliese. L’indagine verte, appunto, sulle biblioteche delle province pugliesi e, non potendosi riferire con certezza a parametri prefissati, considerata la diversità di tipi e di formazione delle pubbliche biblioteche, si è rifatto, come ad esempio paradigmatico, alla biblioteca pubblica ideale, quale si configura nello studio pubblicato nel 1965, dall’Associazione Italiana Bibliotecari, fermando la sua attenzione sul prestito dei libri, sulla frequenza giornaliera, sui fondi stanziati per l’incremento e l’aggiornamento librario, sul personale, sulla sistemazione e classificazione del materiale librario, sui cataloghi, sulla presenza di una sala per ragazzi, sui sussidi audiovisivi, sulle attività culturali svolte dall’istituto e, per ultimo, sulla struttura amministrativa del medesimo. In sintesi, il dr. Roselli ammette che nelle zone di prevalente interesse agricolo una biblioteca, nonostante i redditi bassi, può prosperare, purché naturalmente sia concepita modernamente. Per quanto riguarda il Formez, il relatore dichiara che, almeno da quanto egli ha avuto modo di vedere, non gli pare abbia operato tanto da migliorare sensibilmente il quadro della situazione. Circa il Servizio Nazionale di Lettura egli riconosce che tale servizio « con la sua razionale organizzazione, facente perno sulle biblioteche provinciali, otterrà senz’altro risultati positivi », salvo poi chiedersi quale sarà il destino di queste biblioteche, una volta diventate autonome. Molto gradita la presenza del direttore generale dell’Amministrazione dell’Interno, dott. Pianese, intervenuto per la prima volta a un congresso in cui si discutono i problemi del libro e delle biblioteche. Gli si era chiesto, insistentemente, da parte di numerosi intervenuti al dibattito, di far sapere se, nonostante le varie interpretazioni che si danno all’art. 91, lettera B e 144 lettera B della Legge comunale e provinciale del 1934, come sia da considerarsi la spesa per le pubbliche biblioteche. Il dott. Pianese ha assicurato che tale spesa è da ritenersi obbligatoria per quei comuni che già posseggono una biblioteca, e, quindi, devono provvedere al suo mantenimento. Ha ricordato le attuali disastrose condizioni della finanza locale e ha esposto i dati di una importante indagine, fatta sui conti consuntivi, sulle spese che i comuni e le province sostengono per le pubbliche biblioteche e precisamente su 983 biblioteche comunali e 22 provinciali, più sette consorziate. Tale spesa, che per l’anno 1967 è stata di 5 miliardi 188 milioni e 358 mila (più 50 milioni di contributi previsti dalle provincie di Varese, Pesaro e Trapani), nell’anno 1968 è passata a 6.162.121.114 con un aumento del 18.77%. — — 65 ANGELO CELUZZA____________________________________________________________________________ Egli, comunque, è d’accordo sull’importanza della presenza della biblioteca pubblica in ogni comunità e sarebbe dell’avviso che si provvedesse gradualmente, prima partendo dai comuni con oltre 10.000 abitanti che ne siano privi, dotandoli di una pianta organica per la biblioteca, in modo che si possa chiamare a dirigerle personale tecnico e preparato. Contro queste forme di assunzione l’Amministrazione dell’Interno non sarà mai sfavorevole. Per i comuni minori propone che si faccia un’apposita legge, considerata la impossibilità da parte degli stessi a trovare i mezzi per istituire e tenere in vita una moderna pubblica biblioteca. Il professore Salvatore Accardo, direttore generale delle Accademie e Biblioteche e per la diffusione della cultura, ha preso la parola per ultimo, sottolineando il significato della presenza a un convegno sulle biblioteche di rappresentanti di enti locali, del direttore generale della Amministrazione civile del Ministero dell’Interno e del direttore generale delle Accademie e Biblioteche, per quanto, egli ha precisato dopo, il tentativo di coordinamento tra le due Amministrazioni non sia un fatto nuovo. « In Italia si è arrivati — ha continuato il prof. Accardo —molto tardi a considerare le spese dell’istruzione come spese di investimento, sia pure evidentemente differito nel tempo. Ora siamo in una fase nella quale le spese per l’istruzione non si identificano esclusivamente con quelle scolastiche, ma si individuano con un’area che comprende certamente il settore scolastico, ma non si limita al settore scolastico ». Dopo aver accennato all’impegno in atto da parte dello Stato di una diversa articolazione e gestione delle sue attività, l’oratore ha ricordato che la competenza specifica circa le biblioteche e i musei degli enti locali è assegnata dalla Costituzione alle Regioni, e che comunque bisognerà adoprarsi con ogni mezzo, a vari livelli, affinché tutti i cittadini italiani, ovunque essi vivano, siano provvisti dei necessari e indispensabili servizi culturali. A NGELO CELUZZA ANNALI DELLA BIBLIOTECA Per la nostra nuova sede* Allorché, trentuno anni orsono, il prof. Giustiniano Serrilli, preside della Deputazione Provinciale, firmò l’atto di nascita della Biblioteca Provinciale di Foggia, intitolata a Gaetano Postiglione, e la sistemò in parte nel salone, oggi salone di rappresentanza, e in parte in locali a piano terra, privi di luce e trasudanti umidità, non gli venne certo di pensare che in forza della legge della « definitiva irrevocabilità del provvisorio » quella sede — distrutta e ricostruita dopo lo strazio delle bombe « alleate » sulla nostra Foggia — avrebbe costretto e compresso per oltre trent’anni, in termini di gravi angustie, la vita di un istituto moderno, nato bene, e arricchitosi in trent’anni al punto da triplicare il suo patrimonio bibliografico, oggi composto di oltre 150.000 volumi e opuscoli, 600 edizioni cinquecentine, undici incunaboli e cinquecento periodici. Il problema di una nuova sede fu discusso e proposto dai responsabili della Biblioteca a varie riprese: la situazione era già oltremodo pesante nell’anno 1960, se chi vi parla, in occasione della pubblicazione di un volume curato dal soprintendente prof. Antonio Caterino, scriveva del problema della nuova sede della biblioteca in termini di assoluta urgenza e improcrastinabilità. «L’attuale mancanza di spazio che ha costretto la Direzione a trasferire l’attuale sala « Giordano » per dare ospitalità e per sistemare la biblioteca « Angelo Fraccacreta », il fondo USIS, in continua espansione, e la biblioteca « Domenico Fa iella » minaccia l’istituto nel suo fiorente sviluppo » 1 . I tempi, infatti, della biblioteca quale « antro speculativo di pochi studiosi» erano già passati e noi avvertivamo già nell’aria quella esigenza di avvicinamento del libro al giovane lettore e comunque al lettore più sprovveduto, senza più la mediazione di pesanti e lente bardature burocratiche, scoraggianti, e causa prima, a nostro parere, del carente rapporto libro-lettore tuttora vigente in Italia. Avvertivamo cioè che l’evoluzione della scienza biblioteconomica, non solo in diretto riferimento alla nascita e al fiorire della « biblioteca pubblica » ma anche in ordine al tema dell’edilizia bibliotecaria, ci consentiva di aprire un discorso sul problema della sede dell’Istituto, nella speranza che le autorità preposte lo avessero accolto e meditato con senso di realismo, al fine di approntare, in modo ottimale, un servizio pubblico di tanta importanza. Anche noi, come tutti i bibliotecari, sotto l’imperiosa esigenza di dare spazio alle nuove accessioni o a importanti e cospicue donazioni e fondi (Fraccacreta, Tamburrano, Vocino, Pagliara etc.) che si accrescevano, abbiamo chiesto e ottenuto di allargare i magazzini, di rad- * Relazione del lion dr. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale di Foggia al Lions Club di quella stessa città. 1 Il Servizio Bibliografico in Puglia e Lucania. Bari, 1960, pp. 100. 67 ANNALI DELLA BIBLIOTECA___________________________________________________________________ doppiare e portare fino al limite di rottura la capienza dei depositi, cioè ci siamo preoccupati di mettere in salvo e conservare la materia prima, senza la quale non può esistere biblioteca. Ma avvertiamo che il nostro compito non poteva essere limitato a dare un posto al libro e a regolamentare le iniziative del lettore, e ciò mentre tecnici, architetti e bibliologi sotto l’impulso irreversibile delle già ricordate nuove esigenze, studiavano e trovavano nuove soluzioni, in cui non solo erano risolti problemi di spazio, ma erano risolti in forma d’arte, percepibile dal comune lettore. L’istituto biblioteca si evolveva e da istituto di conservazione si avviava a divenire un centro di cultura. Eravamo giunti ormai alle soglie della biblioteca pubblica. Abbiamo avuto modo di scriverlo in altra sede e lo riaffermiamo qui che l’organizzazione di un sistema capillare di biblioteche pubbliche è postulata dalle seguenti evidenti ragioni, già accolte nel documento elaborato dalla Commissione di Studio nominata dall’Associazione Italiana Biblioteche nell’anno 19652 : 1) non può esistere democrazia senza cultura diffusa e senza informazioni oggettive; 2) non può esistere né svilupparsi una società industriale senza aggiornamento culturale e tecnico-professionale; 3) ogni uomo, oltre ad essere un cittadino e membro della comunità democratica e un elemento della vita economica del paese, è anche una persona umana con i suoi problemi e con le sue aspirazioni di ordine intellettuale e spirituale; 4) la scuola fornisce le premesse dell’educazione e della cultura, toccherà alla biblioteca pubblica offrire ai ragazzi, ai giovani e agli adulti, uomini e donne l’opportunità e l’impulso a procurarsi quelle cognizioni e quelle informazioni e a non cessare mai di educare se stessi, come cittadini come lavoratori e come esseri umani. Diceva Ettore Fabietti « La scuola, senza il necessario completa. mento della libera lettura pubblicamente organizzata, è come una tavola in cui appariscono coltelli e forchette, cucchiai e piatti ma non il cibo ». A niente servirebbe protrarre fino ai 14 anni l’insegnamento gratuito e obbligatorio, se poi, all’atto dell’inserimento nel mondo del lavoro, i giovani, dopo aver acquisito il meccanis mo della lettura, non fossero indotti, dalla presenza di buone biblioteche, a coltivarsi e a progredire. Compito della biblioteca pubblica è appunto di creare l’abitudine e il bisogno della lettura e di offrire una guida nella scelta dei libri. Ma lo sviluppo della democrazia è condizionato dal progressivo livellamento delle esperienze anche culturali, e dal tono di vita, tra città e comuni rurali. Onde la necessità di promuovere il progresso economico e quello culturale e sociale di tutto il paese. Quindi la necessità da parte dello Stato di organizzare un servizio di biblioteca veramente nazionale, che copra integralmente tutto il territorio della Repubblica, capace di assicurare a tutti i cittadini, ovunque vivano, condizioni tendenzialmente uguali nell’accesso alla informazione, alla lettura e alla cultura. 2 A.I.B., La biblioteca pubblica in Italia. Compiti istituzionali e principi generali di ordinamento e di funzionamento. Roma, 1965. 68 _________________________________________________________________PER LA NOSTRA NUOVA SEDE Questa necessità la troviamo finalmente accolta e tradotta in legge dalla Repubblica con il Piano della Scuola, approvato con legge 31 ottobre n. 942 e che agli artt. 24 e 25 promuove il finanziamento nel settore della B. P. e con la legge n. 685 del 27 luglio 1967, che approva il piano di sviluppo nazionale, il cui art. 104 contiene quanto segue: « Un importante contributo alla promo zione e alla diffusione della cultura sarà dato da un sistema capillare di biblioteche, facente capo ad una biblioteca autonoma per ogni capoluogo di provincia, in grado di soddisfare le esigenze di tutti gli abitanti dei comuni, attraverso un’apposita rete di diffusione ». Nel quinquennio, oltre al rafforzamento delle 84 biblioteche di capoluoghi di provincia di proprietà degli Enti Locali, saranno create 200 biblioteche in centri minori. Quindi oggi, finalmente, sappiamo tutti che nel campo della giustizia sociale nessuna soluzione avrà successo se essa avrà trascurato la cultura e nessuna iniziativa potrà trionfare se della cultura non tenga debito conto in partenza, nel suo svolgimento e nelle sue ultime realizzazioni. Dobbiamo essere profondamente grati all’attuale Giunta provinciale in carica, al suo Presidente e al Consiglio Provinciale di Capitanata se il problema della nuova sede della biblioteca è stato portato finalmente, dopo trent’anni, alla sua migliore soluzione. Il sacrificio finanziario che l’Ente Provincia ha dovuto affrontare, stante l’attuale assoluta carenza di provvedimenti legislativi In favore dell’edilizia bibliotecaria, è stato molto alto. La nuova biblioteca sorgerà su suolo provinciale dell’ampiezza di circa 4.000 metri quadrati in zona « Orto Turchiarello », nei pressi dell’Orfanotrofio « Maria Cristina » e della attuale sede del Liceo Scientifico, lungo la Tangente meridionale. Sarà realizzata con strutture in acciaio ed elementi modulari. Non essendo nostro compito di occuparci della costituenda biblioteca universitaria (ancora « in mente dei », poichè non è ben chiaro ancora quando e se si potrà parlare di Università di Foggia e di quale Università in particolare), abbiamo tenuto presente ogni moderna esigenza della «pubblica biblioteca » di quella biblioteca cioè che ha come compito istituzionale la promozione e la diffusione del libro e della cultura, e che comprenderà anche il Centro-Rete per l’alimentazione del « Servizio Nazionale di Lettura », in Capitanata. Per l’alimentazione delle biblioteche si dovrà disporre di un’ampia sezione per ragazzi, e di opere di informazione (comprese nel sistema provinciale di lettura), si disporrà di opere per la divulgazione della scienza e della cultura, di opere importanti per la formazione civile dell’uomo, di opere di interesse tecnico, agricolo, narrativa e di opere per ragazzi. Ciò solo in Vista della esigenza di una circolazione di libri verso i comuni della Provincia. Il nuovo istituto bibliografico che sta per nascere dovrà essere messo in condizioni di rispondere a tutti i livelli di cultura, dovendo corrispondere alle domande di un vasto pubblico3 , dalle esigenze medio-elementari a quelle superiori. Quindi la biblioteca dovrà disporre di: 1) salone dei cataloghi; 2) sala di lettura e prestiti ove saranno col- 3 VIRGINIA CARINI DAINOTTI, La biblioteca pubblica istituto della democrazia. Voll, 1. e 2., Ed. Fabbri. 69 ANNALI DELLA BIBLIOTECA___________________________________________________________________ locati « a scaffali aperti », cioè classificati in base alle norme della C. D. U. (Classificazione Decimale Universale) circa 20.000 volumi di vario livello 4 ; 3) servizio riviste; 4) servizio informazioni, consiglio e guida dei lettori; 5) sala di consultazioni; 6) sezione di storia locale « a scaffali chiusi ». Qui i libri possono essere presi direttamente dal lettore, ma attraverso la mediazione di un addetto; 7) sezione manoscritti e libri rari a « scaffali chiusi »; 8) sezione di audio-visivi; 9) sale per fondi speciali per biblioteche speciali destinate per volontà del donatore o altri motivi, a essere sempre separate dai rimanenti libri (Zingarelli, Vocino, Fraccacreta, Pagliara, Tamburrano, etc.); 10) reparto per microfilms, xerocopie, e lettura microfilms; 11) sezione « centro provinciale di alimentazione» del sistema provinciale di lettura che comprenderà dai 30 ai 50 mila volumi, con ingressi indipendenti e di facile accesso dall’esterno; 12) biblioteca per ragazzi, con sale di lettura per complessivi 80 posti a sedere; 13) auditorium per un totale di trecento posti a sedere per riunioni e manifestazioni culturali, in padiglione separato con ingresso indipendente, ma collegato all’edificio principale a mezzo di portico o altro passaggio coperto; 14) casa del custode; 15) locale per impianti centralizzati di riscaldamento e di condizionamento; 16) impianti antincendio, ascensore, montacarichi, condotta per distribuzione pneumatica dei libri, cabine di proiezione e impianti di conversazione a viva voce; 17) rimesse per macchine, officine. Come si rileva da tutto quanto esposto in sintesi sono stati predisposti tutti i servizi necessari per raggiungere i fini che la biblioteca pubblica si propone, non soltanto attraverso la lettura e i prestiti, a disposizione di tutti i gruppi della comunità che intende servire (adulti, giovani, ragazzi), ma organizzando per la comunità iniziative opportune e attività culturali. In altri termini tutto è stato predisposto perchè i libri e le raccolte vengano trattati con speciali procedure e affinchè gli utenti vengano accolti e serviti in modo da poter svolgere anche determinate attività. Quindi i progettisti sono stati informati sulle procedure necessarie alle raccolte sulle attività degli utenti e sui compiti del personale, e sono stati loro fatti presenti gli « standards » delle dimensioni dei vari dipartimenti: dipartimento lettura e prestito adulti a scaffali aperti, dipartimento lettura e studio adulti, dipartimento ragazzi5 . Il libro che entra in biblioteca presuppone prima una scelta e poi un’ordinazione, quindi alcune operazioni principali e propedeutiche. Il libro dopo il suo ingresso in biblioteca, passa per vari uffici ove viene collazionato e registrato. Dopo alcune operazioni amministrative viene catalogato e classificato. Si appongono le segnature, si colloca il materiale, si inseriscono le schede. Il libro deteriorato va infine verso l’officina di restauro. Ecco che l’architetto dovrà progettare spazi necessari ove possano svolgersi le procedure delle raccolte e 4 In quanto segue sulla divisione dei dipartimenti, sulle dimensioni dei servizi, sugli standards e sulle procedure, si tiene presente lo scritto: VIRGINIA CARINI DAINOTTI, Per la determinazione di standards nazionali nell’edilizia della Biblioteca Pubblica. In «Accademie e Biblioteche d’Italia », anno XXXVI (1968), n. 4-5, pp. 183205. 5 Cfr. A.I.B., op. cit. 70 _________________________________________________________________PER LA NOSTRA NUOVA SEDE locali così distribuiti: a) locale bibliotecario; b) locale vicino all’ingresso per il ricevimento del materiale; c) locale vicino ai cataloghi per la catalogazione e la classificazione; d) locale adiacente per la preparazione dei materiali; e) locale per la legatoria. I lettori entrano in biblioteca attratti e dalle mostre e dalle iniziative culturali, o fanno ricerche ai cataloghi, o vanno all’ufficio prestiti, o alla sala di lettura « a scaffali aperti » o nelle sale speciali. Possono richiedere riproduzioni in microfilms o in xerocopia. Naturalmente tutto ciò presuppone che gli utenti vengano accolti distinti per gruppi di età e di interessi e quindi serviti separatamente dopo aver seguito circuiti diversi. Da quanto sopra si deduce che i progettisti dovranno prevedere spazi per: a) mostre, sale per attività culturali, ufficio informazioni e guida, locali per i cataloghi, una grande sala per fondi a scaffali aperti e sale per fondi speciali, locali per discoteca, lettura microfilms, ufficio riproduzione e documentazione, uffficio prestito. Per i ragazzi dovranno essere duplicati molti di questi servizi, ovviamente. b) per l’ubicazione dei locali è intuitivo che: le mostre saranno allestite all’ingresso o vicino all’ingresso e che, via via, l’utente, entrando in biblioteca, incontrerà l’ufficio consulenza, il fondo a scaffali aperti, i cataloghi e il prestito. Le sale speciali dovranno essere le più interne possibile nella zona più silenziosa. Per il personale - i locali necessari sono: direzione e uffici dei bibliotecari; ufficio mostre e programma culturale; uffici e dipartimenti delle procedure (schema 1); ufficio prestito; stanze varie di lavoro; (spogliatori, stanze di riposo, toilette, piccolo bar). Tra i vari servizi (libri - personale - pubblico), vi sono correlazioni e connessioni. L’architetto progettista dovrà preoccuparsi prima di tutto, che il circuito dei lettori e quello dei libri non debbano intersecarsi. Nessuna interferenza, ma ogni possibile indipendenza, e ciò potrà essere ottenuto anche con ingresso per le persone indipendente da quello dei materiali. E poi, che la « zona del silenzio » sia destinata alle sale di studio e di lavoro. Quindi, dovrà essere per questo tenuto presente l’itinerario che il libro dovrà percorrere, prima per le necessarie operazioni amministrative e di catalogazione e poi dagli uffici ai magazzini e da questi alla distribuzione e al prestito. DIMENSIONI Ovviamente, poichè ogni biblioteca deve adeguarsi alle dimensioni della comunità da servire e ai fondi posseduti, il progettista non potrà ignorare, dopo le brevi premesse esposte innanzi, quali locali occorrano, le dimensioni dei medesimi, considerate la capienza di una scaffalatura, e lo spazio occorrente ai lettori, per gruppi di età, di categoria, etc. Il Thompson6 ritiene che le dimensioni necessarie per una biblioteca pubblica moderna e funzionale siano, distinte nei tre dipartimenti, del prestito, della lettura e dello studio per adulti e dei ragazzi, come segue: 6 ANTONHY THOMPSON, Library Buildings of Britain and Europe. An International study, with examples mainly from Britain and some from Europe and overseas. London Butterworths, 1963. 71 ANNALI DELLA BIBLIOTECA___________________________________________________________________ Prestito - Superficie: 33 mq. ogni 1000 abitanti; fondo librario: 600 voll. ogni 1000 abitanti; posti a sedere: I ogni 1000 abitanti. Lettura e studio adulti - Superficie: 22 mq. ogni 1000 abitanti; fondo librario: 175 voll. ogni 1000 abitanti; posti a sedere: 2 ogni 1000 abitanti. Ragazzi - Superficie: 15 mq. ogni 1000 abitanti; fondo librario: 190 voll. ogni 1000 abitanti; posti a sedere: 3 ogni 1000 abitanti. Lo spazio, inoltre, che occuperanno i libri, è diverso a seconda della loro destinazione: se in magazzini o a scaffali aperti, e, in questo secondo caso, se destinati agli adulti o ai bambini. Nei magazzini ove gli scaffali possono avere fino a sei palchetti, ogni mq. di superficie può contenere fino a 200 voll. A queste dimensioni occorrerà aggiungere quelle dei corridoi (cm. 80). Per i libri a scaffali aperti, cioè per i libri a diretto contatto con il pubblico, la quantità per mq. scende a 35 voll. I corridoi saranno più larghi (cm. 140 per i libri di studio e di cm. 190 per la narrativa; cm. 160 per i ragazzi). Il basso numero di volumi per mq. è anche giustificato dal fatto che gli scaffali non dovranno essere alti, per far si che i libri siano attingibili senza ausilio di sgabelli o di scale, e quindi saranno utilizzati scaffali a 4 palchetti per gli adulti e a 3 palchetti per i ragazzi. Lo spazio per tutti questi servizi dovrà essere tale da assicurare alla biblioteca l’espansione per almeno 20 anni. La superficie minima per i lettori è di mq. 2 per ogni posto a sedere, che passano a 3 mq. nelle sale di studio. Per quanto riguarda lo spazio per il personale e per gli uffici, al progettista, nella valutazione di tale fabbis ogno, è stato consigliato di riservare il 40% di tutto lo spazio destinato al servizio pubblico della biblioteca. Si è parlato del personale perchè l’esperienza insegna che per portare ai livelli più alti il servizio pubblico — indice chiaro del buon inserimento dell’istituto culturale nella comunità — il problema del personale è importante. Esso dovrà essere quantitativamente sufficiente7 e qualitativamente idoneo ad esercitare le varie mansioni tecniche. Esso dovrà essere presente nelle sale di lettura, nella sala di consultazione, nella sala delle riviste, nella sala dei cataloghi, presso l’ufficio informazioni consulenza e guida, nell’ufficio prestiti, nei magazzini, negli uffici di ordinamento catalogazione e sistemazione classificazione del materiale librario. Quindi il progettista, specie nel caso della nuova biblioteca di Foggia, disponendosi di una pianta rettangolare lunga e stretta, dovrà studiare sistemazioni che riducano al minimo le zone morte, che consentano una agevole vigilanza e quindi una assidua e valida assistenza ai lettori. Per la biblioteca pubblica il criterio dell’accessibilità è molto importante, dovendo costituire un continuo invito e richiamo per i lettori, onde la esigenza di avere un’area in una zona centrale della città. Noi non ci siamo rassegnati molto facilmente alla rinuncia di questo importante requisito, anche perché riteniamo che l’area che l’Ente Provincia ha messo a nostra disposizione, trovasi in una zona molto vici- 7 3 bibliotecari direttori di dipartimenti; 9 aiuto bibliotecari; 2 insegnanti elementari; 3 distributori; 3 dattilografi; 15 salariati (uscieri, custode, fattorini). 72 _________________________________________________________________PER LA NOSTRA NUOVA SEDE na al Centro, in un quartiere popoloso e in forte espansione, in prossimità di importanti complessi scolastici e molto ben servita da strade. Quindi siamo convinti che la nuova grande Biblioteca, anche sorgendo in zona non proprio al centro della città, sarà ugualmente una « centrale del potere di informazioni » per usare una espressione cara al Wheeler, e sarà perciò disponibile per il più gran numero di persone. Ma in Foggia non dovremmo lasciar cadere la proposta da noi avanzata e fatta propria dal Ministero di creare biblioteche di quartiere. Tra queste, noi vedremmo bene una biblioteca di 20-30.000 voll. al C.E.P., e altre in ragione di tre o quattro nei vari quartieri periferici della Città. Queste biblioteche dovrebbero essere dotate di un ricco fondo di consultazione e di informazione e studio, e tutte essere collegate con la Biblioteca Centrale e con il Centro-Rete che stiamo organizzando nel Capoluogo in vista della sospirata istituzione di una biblioteca per ogni comune. Ci accorgiamo, di esserci a lungo soffermati sui criteri metodologici, ispirati alla più aggiornata scienza biblioteconomica, e di non aver parlato concretamente di questa Biblioteca « hic et nunc ». Ma credetemi, volutamente abbiamo scelto tra passato e futuro il presente, pur se convinti che noi oggi non potremmo esistere come comunità politica, culturale, spirituale e materiale se nei secoli passati centinaia di generazioni non avessero giorno per giorno lavorato senza interruzione a predisporre le condizioni fisico-ambientali nelle quali si è sviluppata la civiltà odierna, e che, quindi domani nessuna comunità politica sopravviverà nel nostro paese, se giorno per giorno, non ci applicheremo a conservare il nostro patrimonio. Anche se oggi si afferma — stante l’attuale crisi del linguaggio — che essa è crisi di idee, perchè manca la fede in un mondo nuovo, noi ci adopreremo per predisporre una delle strutture di base dell’odierna civiltà, affamata di informazioni: la biblioteca, istituto della democrazia e condizione della democrazia. Ma quale biblioteca? Da quanto abbiamo accennato prima credo venga fuori più il modello di una biblioteca ideale, perfetta in ogni sua parte e aggiornata e moderna, che una concreta casa della cultura e del libro: « questa biblioteca» insomma. Ma quanta parte di questo modello ideale troveremo calato nella realtà? Il progetto vincente soddisferà le nostre attese? Questi interrogativi ci consigliano a non continuare un discorso basato sull’ipotetico e sul possibile, e a rinviarlo alla fine dell’anno in corso, allorché potremo esaminare bozzetti e progetti. Personalmente potrò così, finalmente dirmi soddisfatto per un’altra nobile battaglia ingaggiata in favore della cultura in Capitanata, e concludere, con la serenità del filosofo: « Tra questi cari compagni, che ho trovato e che ho voluto vicino a me, ho trascorso serenamente i migliori anni della mia vita » 8 . 8 Su l’istituto v.: AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA, La Biblioteca Provinciale di Foggia (Foggia, Studio Editoriale Dauno, 1959. Atti, documenti e studi dauni. Istituti d’arte e di cultura, n. 1); ANGELO CELUZZA, Realtà, esigenze e prospettive della « Provinciale » di Foggia (Foggia, Id., 1964 - Id. n. 4); MARIO SIMONE, La « Provinciale di Foggia », (in « La Biblioteca Provinciale di Foggia », bollettino bimestrale d’informazione. Foggia, a. I, n. 1-2, genn.-aprile 1962; pagg. 5-12, ill.). 73 SCHEDARIO Fondo “Regno di Napoli - Puglia - Capitanata,, posseduto dalla Biblioteca Provinciale di Foggia (Continuazione dal n. 1-3 del 1967) 1073 Gargiulo, Bonaventura. Lettera pastorale al clero e al popolo della Città e Diocesi di San Severo e Civitate. Napoli-Roma, Stab. Tip. Librario A. e Salvatore Festa, 1896, 8°, pp. 32. 1074 Gargiulo, Carmine. Ottavia. Studio critico del dott,. Carmine Gargiulo. Sta con: Antologia — Moderna. Volume Secondo. (Foggia, 1949), pp. 7-15. 1075 Gargiulo, Carmine. Una figura di angelo e di pastore: Mons. Farina. Foggia, Stab. Tipografico Leone, 1961, 160, pp. 111, ritr. 6, ill. 11. 1076 Gargiulo, Carmine. Monsignor Farina. Una nobile figura e di pastore. Sta in: «Foglietto (Il) » - Giornale della Daunia. Settimanale indipendente d’informazioni. Direttore responsabile : Mario Ciampi. Foggia, a. LXIV (nuova serie) n. 45, giovedì 14 dic. 1961. « Numero speciale per il Centenario dell’Unità d’italia ». 74 1077 Garofalo, Salvatore. Lo sviluppo agricolo e la cultura del bracciantato. Bologna, Ed. Agricole, 1958, 8°, pp. 40 e 1 allegato. 1078 Garofalo, Salvatore. Caratteristiche ambientali dell’alta Murgia barese. Sta in: Agricoltura (L’) — in provincia di Bari. Scritti di Matteo Fantasia, Vitantonio Lozupone, Giulio Capodaglio ... (Bari, 1964), pp. 233.293. 1079 Garofalo, Salvatore. Vedi: Comune di Foggia. Schema di piano di sviluppo del Comune di Foggia (Foggia, 1966). 1080 Garzoni, Tommaso Il theatro de vari, e diversi cervelli mondani. Nuovamente formato, & posto in luce da Tommaso Garzoni da Bagnacavallo. Al Clarissimo Signore il Signor Vincenzo Garzoni, Gentilhuomo Venetiano. Con Privilegio. Sta con: Accademia (Real) delle Scienze e delle Belle Lettere - Napoli. Statuti della Real Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere eretta in Napoli dalla sovrana munifìcenza. A cura di Michele Sarconi. (Napoli, 1780). 1081 Gasparrini, Guglielmo. Cenno dello stato presente dell’agricoltura nella provincia di Napoli scritta da G. O. Sta in: Breve ragguaglio dell’agricoltura e pastorizia del Regno di Napoli di quà del Faro. (Napoli, 1845), pp. 1-56. 1082 Gasparrini, Guglielmo, Descrizione delle Isole di Tremiti e del modo come renderle coltive. Sta in: Annali Civili del Regno Delle due Sicilie. (Napoli, 1837), vol. XV, pp. 79-105. 1083 Gatti, Serafino. Elogio storico di Giuseppe Rosati. Napoli, Stamp. Reale, 1815, 8°, pp. 64. 1084 Gatti, Marco. Della riforma della istruzione pubblica nel Regno delle due Sicilie. Libri tre di M. G. salentino P.P. Napoli, Tip. Angelo Trani, 1820, 160, pp. 381. 1085 Gatti, Serafino. Dell’antica Arpi e di Salapia. Memoria topografico-storica di Serafino Gatti, Sta con : De Nino, Antonio. Il lavoro fa l’oro .. (Roma-Torino, 1872). 1087 Gatti, Stanislao. Vedi: Falcone, Beneventano. Falconis beneventani Chronicon. Versione di Stanislao Gatti. (Napoli, 1845). 1088 Gatti, Stanislao. Vedi: Jamsilla, Niccolò apocr. Delle geste di Federico II e de’ suoi figli Corrado e Manfredi Re di Puglia e di Sicilia. Versione di S. G. (Napoli, 1845). 1089 Gatto, Alfonso. Lecce. Tra ragione e arzigogolo. Sta in: « Tuttitalia ». Enciclopedia dell’italia antica e moderna. Firenze-Novara, 1965, vol. XX, pp. 159162. 1090 Gattola-Mondella, Nicola. Pro Tavoliere di Puglia. Foggia, tip. Paolo De Nido, 1911, 8°, pp. 45. 1091 Gaudioso, Rodrigo Maria. La relazione Gaudioso sulla Basilicata (1736). A cura di Tommaso Pedio e con una premessa di G. Pepe. Bari, Edizioni del Centro Librario (Città di Castello, Tiferno Grafìca), 1965, 8°, pp. 102. 1092 1086 Gay, Jules. Gatti, Serafino.L’Italia meridionale e l’impero bizantino Per la solenne ristaurazione degli studi dall’avvento di Basilio I alla resa di nel nuovo collegio delle scuole pie di Bari ai Normanni (867-1071 ). Foggia. Orazione parenetica del P. S. G. Firenze, Libreria della Voce, (S. Casciano pubblico professore di filosofia ... Vai di Pesa, F.lli Stianti), 1917, 8°, Foggia, s.n.t., s.d., 8°, pp. 48. pp. XXVIII, 610. 75 1093 Gawsworth, John. Maggio d’italia. (La Gradogna). Traduzione di Umberto Fraccacreta. Presentazione di Antonio Casiglio. Foggia, St. Ed. Dauno, (Tip. Ciampoli), 1957, 8°, pp. 76 e 2 ritratti. Foggia, Studio Editoriale Dauno, (Stab. Tip. Luigi Cappetta), 1937, 8°, pp 126. 1094 Generali, Gaetano. L’industrializzazione del Mezzogiorno. Sta in: Centro permanente pei problemi del Mezzogiorno. Bari. Atti del Convegno di studi sui problemi del Mezzogiorno. Bari, 3-4-5 dicembre 1944. (Bari, 1946), pp. 170-184. 1100 Gentile, Carlo. (Unione antivivisezionista italiana. Bologna. Prof. Carlo Gentile). Fratellanza e sepolture (Note sui cimiteri degli animali). Bologna, Cooperativa Tip. Azzoguidi, 1954, 8°, pp. 8. 1095 Genoino, Giulio. Saggio di poesie di Giulio Genoino napoletano. Sta con: Ventignano (Duca di). Cenno sulla futura prosperità della provincia di Capitanata del duca di Ventignano. Napoli, Stamperia del Monitore delle Due Sicilie, 1811, 16° , pp. 87. 1101 Gentile, Carlo. I miti e le forme nella poesia pascoliana. Foggia, Studium Fridericianum, (Tip. « Sordomuti »), 1960, 8°, pp. 163. 1096 Genovesi, Antonio. Delle lezioni di commercio o sia d’Economia civile da leggersi nella Cattedra interiana dall’ab. Genovesi regio cattedratico. Napoli, Stamperia Simoniana, 1783, 16°, voll. 2. 1097 Genta, Felice. Il paesaggio meridionale. Rassegna descrittiva ed illustrata del paesaggio ... Napoli, Tip. C. Russo, 1930, 8°, pp. 128 fìg. 1098 Gentile, Annino. Nasi e musi forensi della Daunia. 76 1099 Gentile, Carlo. Alle origini del dogma. Foggia, Tip. Arpaia, 1953, 8°, pp. 12. 1102 Gentile, Carlo. Il cane elementare e metafisico. Foggia, Editoria della sezione provinciale E.N.P.A., (I. Arpaja), 1959, 8°, pp. 32. 1103 Gentile, Carlo. Il dramma del Precursore nel destino del mondo. Esegesi spirituale del simbolo joannita. Relazione al quarto congresso spirituale mondiale (Assisi, sett. 1949). Pubblicata in riassunto per gli atti del congresso, in lingua italiana e francese. Foggia, Studium Fridericianum, (Tip. « Arpaja »), 1950, 8°, pp. 28. 1104 Gentile, Carlo. Il risveglia di Parsifal. S.I., s.n.t., 1955, 8°, pp. 8. 1105 Gentile, Carlo. L’Arte. Saggio filosofico. Foggia, Tip. Edit. Arpaja, 1939, 8°, pp. 80. 1112 Gentile, Carlo. Le voci di Euridice. Napoli, Ardenza, (Tipomeccanica), 1941 8°, pp. 80. 1106 Gentile, Carlo. La non-violenza verso la natura come antifinzionismo psicologico e libertà sperimentale. S.I., s.n.t., 1953, 8°, pp. 24. 1113 Gentile, Carlo. Manifesto della preghiera per il dolore del mondo e della giornata della pietà universale. Foggia, Tip. Arpaia, 1931, 8°, pp. 8. 1114 1107 Gentile, Carlo. La preghiera per il dolore del mondo. Foggia, Tip. Arpaja, 1951, 8°, pp. 32. 1108 Gentile, Carlo. Gabriele D’Annunzio iniziato. I geni del tempo e le vie del sole. Napoli, Ardenza, (Tipomeccanica), 1948, 8°, pp. 45. 1109 Gentile, Carlo. Giuseppe Ricciardi. Foggia, Studio Editoriale Dauno, (Torremaggiore, tip. V. Caputo), 1941, 16v, pp. 52 e 1 ritratto. « Biblioteca del Risorgimento Pugliese » dir, da Mario Simone, n. 4 1110 Gentile, Carlo. La fiaccola e l’eterno. Poema orfico. Napoli, Ardenza, (Tipomeccanica), 1948, 8°, pp. 49. 1111 Gentile, Carlo. La vita dinanzi ai suoi problemi eterni. Manfredonia, Stab. Tip. Ortensio Bilancia, 1941, 8°, pp. 88. Gentile, Carlo. Piccola guida a « Le mie Prigioni ». Foggia, Stab. Tip. Leone, 1955, 8°, pp 11. 1115 Gentile, Carlo. Poesia di Umberto Fraccacreta. Prefazione e bibliografia di Mario Simone con inediti e ritratto. Foggia, Società Dauna di Cultura, (S. Agata di Puglia, Tip. « Casa del S. Cucre »), 1956, 160, pp. 80. 1116 Gentile, Carlo. Rapsodia asclepia ed italica di Vincenzo Lanza. Con prefazione di Vincenzo Terenzio ed un inedito di Ferdinando Matoni. Napoli, Tecnostampa - Foggia, 1962 8°, pp. 51. 1117 Gentile, Carlo. Realizzazione sociale ed umanesimo perrenne. Urbino, S.T.E.U., 1953, 8°, pp. 8. 1118 Gentile, Carlo. Rispondiamo a Getsemani! Foggia, Tip. Arpaja, 1953, 8°, pp. 4, 77 1119 Gentile, Carlo. Terra. Vivente. Cammino. Note ad un incontro Io-Natura. Foggia, Studium Fridericianum, (Tip. Arpaja), 1953, 8°, pp. 16. 1120 Gentile, Carlo. L’Enciclopedico senza enciclopedia. Sta in: A Giuseppe Rosati la Città di Foggia nel CL della morte (1814-1964) ... (Foggia, 1966), pp. 17-22. 1121 Gentile, Carlo. Ricordo di Gustavo Perugini. Sta in: Cinquantennio dell’istituto musicale « U. Giordano ». Foggia (1914-1964). (Foggia, 1964), pp. 51-54. 1122 Gentile, Carlo. Unità e psicologia della Daunia risorgimentale. Sta in: « Foglietto (IL) ». Giornale della Daunia. Settimanale indipendente d’informazioni. Direttore responsabile: Mario Cìampi. Foggia, a. LXIV n.s., n. 45, 14 dic. 1961. « Numero speciale per il Centenario dell’Unità d’italia ». 1123 Gentile, Francesco. Il quadro storico. Studio. Lucera, tip. S. Scepi, 1922, 8°, pp. 20. 1124 Gentile, Francesco. Il Santuario dell’incoronata. Foggia, Stamp. Ed. Frattarolo, 1930, 8°, pp. 32. 78 1125 Gentile, Francesco. La Madonna dei Sette Veli. Foggia, Nicola Arpaja, 1930, 8°, pp 1126 Gentile, Francesco. La poesia dei ruderi. Conferenza. Foggia, Tip. A. De Nido, 1916, pp. 20. 1127 Gentile, Francesco. La prima mostra provinciale di belle arti ed arte applicata in Foggia, maggio-giugno 1922. Foggia, Tip.-lit. E. Fuiani, 1922, pp. 12. 1128 Gentile, Francesco. Saverio Altamura, patriota e pittore romantico. Lucera, Tip. Cappetta, 1926, 8°, pp. 1 1129 Geremia, Teodoro. Della vita e delle opere di Giuseppe De Ninno nella storia del risorgimento pugliese e nel giudizio dei contemporanei. Bari, Tip. Commerciale, 1924, pp. 301. 1130 Germani, Pietro. Relazione dell’on. prof. Pietro Germani per il Partito democratico cristiano. Sta in: Università popolare. Bari. Atti ufficiali del convegno di riforma fondiaria agraria (11-12 dicembre 1953) Bari. (Bari-Roma, 1954), pp. 49-56. 1131 Gervasio, Michele. I dolmen e la civiltà del bronzo nel Puglie. Bari, s.e., (Trani, tip. Ed. Vecchi & C.), 1913, 8°, pp. XI, 357 fig. e 4 tavole. 1132 Gervasio, Michele. I rapporti tra le due sponde dell’Adriatico nell’età preistorica. Pavia, tip. Frat. Fusi, 1934, 8°, pp 19. 1133 Gervasio, Michele. La pinacoteca provinciale di Bari inaugurata da S. E. Balbino Giuliano.., il 6 aprile 1930. Bari, Laterza & Polo, 1930, 8°, pp. XX, 132 fig. e 42 tavole. 1134 Gesualdi, Antonio. Della diversa natura de’ terreni, e loro poca profondità, e de’ rapporti col clima, e temperatura della provincia di Bari relativamente all’agraria. Sta in : Società economica di terra di Bari. Vol. I. (1810-1822). (Bari, 1959), pp. 2933. 1135 Ghelli, Pietro. Notificazione. Foggia, s.n.t., 1895, 8°, pp. 8. 1136 Giacomucci, Francesco. Relazione sulla amministrazione della giustizia nel distretto. Anno 1927 (VI). Discorso inaugurale pronunziato dal Sostituto Procuratore generale Francesco Giacomucci. Trani, hp. ed. Paganelli, 1927, 8°, pp. 32. 1137 Giacovazzo, Giuseppe. Puglia 61. Testo e redazione a cura di Giuseppe Giacovazzo. Impaginazione, copertina e tavole di Mimmo Castellano. Bari, Litostampa Dedalo, 1961, 8°, pp. 30, e 27 tavole. 1138 Giampietro, Luigi. Annecchino Mormile. Bozzetto drammatico in un atto. Foggia, Tip. Arpaja & Mendolicchio, 1915, 8°, pp. 23. 1139 Giampietro, Luigi. La veggente di Pompei. Dramma in quattro atti. Foggia, Tip. D. Pascarelli, 1902, 8°, pp. 56. 1140 Giangualano, N. Profili e figure. Torremaggiore, Tip. Vincenzo Caputo, 1935, 8°, pp. 20. 1141 Giannantonio, Domenico. Difesa pel nobile Nicola lannuzzi nonchè pei germani lannuzzi Ferdinando, Armando, Maria ... contro Arturo Danese. Innanzi la Ia sezione della Corte d’Appello delle Puglie. Causa discussa all’udienza del 28 febbraio 1910. Estensore: Raffaele Pasculli. Trani, Tip. Vecchi & C., 1910, 8°, pp. 96. 1142 Giannelli, Giulio. Coloni greci nella Daunia tra l’VIII e il V secolo a.C. Sta in: Società di storia patria per la Puglia. Atti del III congresso storico pugliese e del convegno internazionale di studi garganici. (Bari, 1955), pp. 28-33. 1143 Giannini, Donato. Giuseppe Orlandi. (1842-1909). Giovinazzo, Tip. del R. Ospizio Vittorio Emm. II, 1910, 8°, pp. 36. 79 1144 Giannoccoli, Domenico. Stato dell’aziende degli espulsi col piano e coi regolamenti rispettivi di tutte le opere stabilite da Sua Maestà. S.I., s.n.t., 1770, 160, pp. 86-36-58; (180). 1145 Giannone, Angelo, S. Francesco da Paola. Barletta, Stab. Tip. G. Dellisanti, 1900, 8°, pp. 22. 1146 Giannone, Onofrio. Giunte sulle « Vite dei pittori napoletani ». A cura di Ottavio Morisani. Napoli, Deputazione di storia patria, (Arti Grafiche R. istituto d’Arte), 1941, 8°, pp. XVI, 214. 1147 Giannone, Pietro. Autobiografia di Pietro Giannone. I suoi tempi, la sua prigionia. Libri quattro. A cura di Augusto Pierantoni. Roma, Stab. Tip. dell’editore E. Perino, 1890, 160, pp. 379 e 1 ritr. 1148 Giannone, Pietro. Il Triregno di P. G. Publicato con prefazione da Augusto Pierantoni ... Vol. I; Del regno terreno; vol. II: Del regno celeste; voi. III: Dei regno papale. Roma, hp. Elzeviriana, 1895, 8°, Vol. 3. 1149 Giannone, Pietro. Professione di fede scritta da P. Giannone al P. Giuseppe Sanfelice, gesuita dimorante in Roma, per la cui santità, fervoroso zelo, e calde esortazioni si è il medesimo convertito a quella credenza ch’egli inculca nelle sue riflessioni morali e teologiche, con i dubbi propostili intorno alla sua morale. S.n.t., 16°, pp. 141. 80 1150 Giannubilo, Mario. Colica da sabbia. Sansevero, Stab. cromo-tipografico cav. Emilio Dotoli, 1934, 8°, pp. 12. 1151 Giannubilo, Mario. La diagnosi delle claudicazioni mediante anestesia delle capsule sinoviali. Sansevero, Stab. cromo-tipografico cav. Emilio Dotoli, 1934, 8°, pp. 45. 1152 Giannuzzi, Angelantonio. Le carte di Altamura. (1232-1502). Sta in: Codice diplomatico barese. Vol. XII° (Bari, 1935). 1153 Gifuni, Giambattista. L’ultima visita di Ruggero Bonghi a Lucera. (Coi due discorsi del 21-11-1893). Sta in: Società di storia patria per la Puglia. Atti del III congresso storico pugliese e del convegno internazionale di studi garganici. (Bari, 1955), pp. 215-229. 1154 Gifuni, Giambattista. La fortezza di Lucera. Lucera, tip. ed. T. Pesce, 1935, 16°, pp. 90, fig. e 3 tavole. 1155 Gifuni, Giambattista. Lucera. Lucera, T. Pesce Tip. Ed., 1934, 8°, pp. 76, ill. e 7 tavole f.t. 1156 Gifuni, Giambattista. Lucera. Urbino, S.T.E.U., 1937, 8°, pp. 115 e 33 tavole. 1157 Gifuni, Giambattista. Lucera augustea. Urbino, S.T.E.U., 1939, 8°, pp. 37 fig. 1158 Gifuni, Giambattista. Origini del ferragosto lucerino. Con un appendice sul duomo angioino e sulla statua del suo fondatore. Lucera, T. Pesce editore, 1932, 8°, pp. 71, fig. 1159 Gifuni, Giambattista. Origini del ferragosto lucerino. II ed. riveduta e accresciuta. Lucera, T. Pesce Editore, 1933, 8°, pp. 101 e 9 tavole. 1160 Gifuni, Giambattista. Origini dei ferragosto lucerino. Lucera, Tip. Editrice T. Pesce, 1933, IIa , 8°, pp. 100 e 9 tavole. 1161 Gigli, Giuseppe. Il Tallone d’Italia: Gallipoli, Otranto e dintorni. Sta con: Caggese, Romolo. Foggia e la Capitanata. (Bergamo, 1910). 1162 Gigli, Giuseppe. Il Tallone d’Italia: Lecce e dintorni. Sta con: Caggese, Romolo. Foggia e la Capitanata. (Bergamo, 1910). 1163 Gilberti, Vita. La Polizia ecclesiastica del Regno di Napoli o sia il codice ecclesiastico ufficiale della Real segreteria di Stato ... Napoli, Tip. Amato Cons., 1797, 16°, vol. 3. 1164 Gilberti, Vito. Polizia ecclesiastica del Regno delle due Sicilie di Vito Giliberti. Opera nel quale si espongono tutte le disposizioni in vigore emesse in materia ecclesiastica .. . dopo la pubblicazione del concordato del 1818. Volume unico. Napoli, presso Francesco Azzolino, 1845, 8°, pp. 420. 1165 Ginnasio - Liceo « Matteo Tondi ». San Severo. Annuario del Ginnasio - Liceo « Matteo Tondi » di San Severo. Volume primi Quinquennio 1962-1967. Napoli-Foggia-Bari, C.E.S.P., 1968, 8°, pp. 200 e 20 tavole f.t. 1166 Gioffreda, F. P. Vampe di fede italica. Campobasso, Tip. Colito e figlio, 192 8°, pp. 48. 1167 Gioia, Domenico. Alla famiglia dell’estinto preside cav. Giovanni Panunzio. Trani, Tip. ed. Paganelli, 1913, 8°, pp. 10. 1168 Gioia, Michele Assunto. Il luogo dei duello dei tredici nel giorno 13 di febbraio 1503 con importantissimi documenti finora inediti con appendice Beltrani. Trani, tip. ed. Paganelli, 1931, 16°, pp. 94. 1169 Gioia, Michele Assunto. Studio biblico sociale politico religioso S.I., s.n.t., 1906, 8° pp. 86. 81 1170 Giordani, Dionisio. In morte di Giacomo Cessa barone di Chiauci. Versi. Sta in: Capuano, Luigi. Laude funebri ed inscrizioni in morte del barone Giacomo Cessa sipontino. (Napoli, 1864), pp. 43-57. 1171 Giordani, Dionisio. Su vari musicali componimenti del m.0 Luigi Mazzone. Discorso di D. Giordani. Napoli, tip. all’insegna del Diogene, 1860, 8°, pp. 40. 1172 Giordano, Antonio, In memoria di Mons. D. Giovanni Sodo vescovo di Ascoli e Cerignola morto in Portici il 23 luglio 1930. Elogio funebre recitato nella chiesa del purgatorio in Cerignola il 27 agosto 1930 nelle solenni esequie indette dalla locale Unione femminile cattolica italiana per il trigesimo della morte del suo beneamato padre e pastore. Cerignola, B. Abate, 1930, 8°, pp. 27 e 1 ritratto. 1175 Giordano, Mario. Mio padre. Sta in: Umberto, Giordano. A cura dei comitato pro monumento. (Foggia, 1956), pp. 19-24. 1176 Giordano, Sara. Gli ultimi anni della sua vita. Sta in: Umberto, Giordano. A cura del comitato pro monumento. (Foggia, 1956), pp. 15-18. 1177 Giornale — degli atti del governo di Capitanata. (Continuazione di:) Giornale degli atti dell’int.endenza di Capitanata. Foggia, tip. M. Russo, 1861, 8°, pp. 330. 1178 Giornale — dell’istorie del Regno di Napoli quale si conserva per il duca di Montelione. Dall’anno 1266 al 1478. Sta in: Raccolta — di tutti i più rinomati scrittori della istoria generale del Regno di Napoli. Napoli, 1770, vol. XI, 8°, pp. 1-144. 1173 Giordano, Domenico. Deiectus scriptorurn rerum neapolitanarum qui populorum, ac civitaturn res antiquas, aliasque vario tempore gestas rnemoriae prodiderunt ... Napoli, tip. Francesco Ricciardi, 1735, 4°, pp. XLII, 986. 1179 Giornale — enciclopedico di Napoli. Tomo IV (ottobre-dicembre) 1821. Napoli, Stamperia Domenico Sangiacoma e poi tipografia del Giornale Enciclopedico, 1817-1821, 8°, voll. 16. 1174 Giordano, Leopoldo. Il diritto privato nella nuova legislazione penale. Foggia, tip. A. De Nido, 1932, 8°, pp. 82. 1180 Giornale — fisico-agrario della Capitanata. Volume I. Foggia, dalla tipografia di Giacomo Russo, 1830, 8°, pp. 288. 82 1181 Giornale (Un) — tra due città. A cura della redazione de « Il Foglietto ». Roma, Staderini, 1960, 8°, pp. 226 con 8 allegati, 6 tavole in bianco e nero e 1 a colori f.t. 1182 Giornate mediche daune. Foggia 1956. Giornate mediche daune. Foggia, 27-29 aprile 1956. Realizzato da P. Stefanutti. Edito a cura del comitato organizzatore con la collaborazione dei laboratori biochimico-farmaceutici Smit-Torino. Foggia, Off. Graf. P. Scarrone - Torino, 1956, 8°, pp. 37 fot. 51. 1183 Giovanetti, Giovanni. Notizie sulle condizioni economico-sociali ed igienico-sanitarie della popolazione di Capitanata. Con una lettera del comm. prof. Paolo Medolaghi ... e prefazione dell’an. comm. Ettore Valentini. Foggia, Stab. Tip. U. Zobel, 1925, 8°, pp. 47. 1184 Giovene, Giuseppe Maria. Avviso per la distruzione de’ vermini che rodano la polpa delle ulive. Diretto ai proprietari degli uliveti, e contadini della provincia di Bari dal canonico Giuseppe Maria Giovene, socio corrispondente della Società patriotica di Milano, de’ Georgofili di Firenze della Società Economica di Spaiato .. . Napoli, presso G. M. Porcelli, 1792, 16v, pp. 36, 24. 1185 Giovine, Alfredo. Li « senètte » de amore de Io popolo de Baro. Strambuotti e canzuni de lo tiempo antiquo. Trascrizioni musicali e illustrazioni, Bari, s.e., s. n.t., 1964, 8°, pp. 92 e 12 tavole f.t. 1186 Giovine, Alfredo. Musicisti e cantanti lirici baresi. Bari, Tip. Mare, 1968, 8°, pp. 63, ill. 7. 1187 Giovine, Alfredo. Niccola De Giosa. Bari, Tip. Mare, 1968, 8°, pp. 47, 1 tavola e 1 ritratto. 1188 Giovine, Alfredo. Ricorrenze notevoli del popolino barese. (in dialetto barese, traduzione italiana e illustrazioni). Bari, Tip. Savarese, 1966, 8°, pp. 79 e 35 tavole. 1189 Giovine, Alfredo. Ulisse Prota - Giurleo. (Ricordo di un mio maestro). Bari, Tip. Mare, 1968, 8°, pp. 13, e 4 tavole. 1190 Giovine, Alfredo. Bari: tradizioni e costumi. La Caravella di San Nicola. Sta in: « Tuttitalia ». Enciclopedia dell’italia antica e moderna. Firenze-Novara, 1965, vol. XX, pp. 120124. 1191 Gismondi, Mario. Taranto: la notte più lunga. Foggia: la tragica estate. Bari, Gisca, (Dedalo), 1968, 8°, pp. 167 e 14 tavole doppie. 1192 Gitti, Alberto. Quando nacque in Alessandro Magno l’idea della filiazione divina. Sta in: Accademia pugliese delle scienze. Clas- 83 se di Scienze morali. Anni 1951-1952. Atti e relazioni.(Nuova Serie) vol. III e IV. (Bari, 1953), PP. 143-179. 1193 Giuliani, Arduino. La funzione specifica della stampa. A cura del Rotary Club. Foggia. Foggia, Stab. Tip. L. Cappetta, 1957, 8°, pp. 11. 1194 Giuiiani, Arduino. Mauro Dei Giudice. Filosofo, giureconsulto, pubblicista. Lucera, Tip. C. Catapano, 1952, 8°, pp. 26. 1195 Giuliani, Euclide. Prospettive per la irrigazione in Puglia e Lucania. Sta in: Ente — Autonomo Fiera di Foggia. Atti della giornata dell’irrigazione. Foggia, 3 giugno 1958 ... (Foggia, 1959), PP. 13-53. 1196 Giuliani, Giuseppe. Scritti e discorsi nel primo centenario della morte del dott. Nicola D’ApoIito. Cagnano Varano, 21 ottobre 1962. Foggia, Tip. Leone, 1962, 8°. pp. 36 e 10 ill. 1197 Giuliani, Leonardo. Storia statistica sulle vicende e condizioni della città di S. Marco in Lamis provincia di,Capitanata elaborata ad utue vantaggio dei suoi concittadini. Bari, per Sante Cannone e Figli, 1846, 8°, pp. 60. 84 1198 Giuliani, Vincenzo. Memorie storiche, politiche, ecclesiastiche della città di Vieste raccolte e compilate da Vincenzo Giuliani… Napoli, presso Francesco Morelli, 1768, 8°, PP. VI, 216. 1199 Giuliani, Vincenzo. Memorie storiche, politiche, ecclesiastiche della città di Vieste raccolte e compilate da Vincenzo Giuliani. Saluzzo, tip. F.lli Lobetti-Bodoni, 1873, 8°, pp. 254. 1200 Giunta (La) — esecutiva permanente dei partiti antifascisti del sud. (Riunioni e verbali, gennaio-aprile 1944). Sta in: Movimento (Il) — di liberazione in Italia. Rassegna bimestrale di studi e documenti. Milano, gennaio-marzo 1954, n. 28-29, PP. 41121. 1201 Giunta, Francesco. Sul « Furor Theutonicus » in Sicilia al tempo di Enrico VI. Sta in: Società siciliana di storia patria. Palermo. VIII centenario della morte di Ruggero II. Atti dei Convegno internazionale di studi ruggeriani. (Palermo, 1955), PP. 433- 453. 1202 Giura-Longo, Raffaele. I beni ecclesiastici nella storia economica di Matera. Matera, Ed. tip. F.lli Montemurro, 1961, 8°, PP. 90. 1203 Giura-Longo, Raffaele. Il Vulture: storia e cultura. Latifondo e meridionalisti illuminati. Sta in: « Tuttitalia ». Enciclopedia dell’italia antica e moderna. Puglia e Basilicata. (Firenze, 1965), PP. 387-391. 1204 Giura-Longo, Raffaele. Matera: storia e cultura. La grande colonizzazione greca. Sta in: « Tuttitalia ». Enciclopedia dell’Italia antica e moderna. Puglia e Basilicata. (Firenze, 1965), PP. 416-420. 1205 Giuseppe Checchia-Rispoli. Presentazione di Giorgio Dal Piaz. Firenze, Stab. Tip. STIAV, s.d., 8°, c.n.n. 39. 1206 Giusfredi, Gino. Vedi: Società anonima pugliese di costruzioni Ingami Scalvini & C. Bari. Progetto di fognatura ... (Bari, 1922). 1210 Giustiniani, Lorenzo. Dizionario geografico ragionato dei Regno di Napoli... Napoli, presso Vincenzo Manfredi, 1797-1805, 8°, voll. 10. 1211 Giustiniani, Lorenzo. La Biblioteca storica e topografica del Regno di Napoli. Napoli, Stamperia Vincenzo Orsini, 1793, 8°, pp. 242. 1212 Giustiniani, Lorenzo. Memorie storiche degli scritti legali de Regno di Napoli raccolte da Lorenzo Giustiniani. Napoli, Stamperia Simoniana, 1787-88 4°, voll. 3. 1207 Giusso, Girolamo, Agli elettori del collegio di Manfredonia. Maggio 1895. Napoli, Stab. Tip. Pierro & Veraldi, 1895, 8°, pp. 30. 1213 Giustiniani Lorenzo. Saggio storico-critico sul la topografia del Regno di Napoli. Sta con: Giustiniani, Lorenzo. La Biblioteca storica e topografica del Regno di Napoli. (Napoli, 1793), PP. 1-228. 1208 Giusso, Girolamo. Discorso del deputato Giusso agli elettori del collegio di Manfredonia il dì 31 maggio 1900. Foggia, Tip. Michele Pistocchi, 1900, 8°, pp. 16. 1214 Giustiniani, Vita. Il diritto consuetudinario in Terra di Bari: Sta in: Provincia di Bari. La Terra di Bari sotto l’aspetto storico economico e naturale... (Trani, 1900), Vol. I°. PP. 145-241. 1209 Giusso, Girolamo. SulI’acquedoto pugliese. Discorso dello on. Girolamo Giusso pronunziato alla Camera dei Deputati nella 2a tornata del 30 giugno 1904. Roma, Tip. della Camera dei Deputati, 1904, 8°, pp. 24. 1215 Giustino — Fortunato. 1848-1932. Edizione dell’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania. Roma, Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, (Tip. Uggiani), 1932, 8°, PP. 284, 1 ritratto e 1 tavola f.t. 85 1216 Giustizia! Numero unico a cura della sezione socialista di Cerignola, 29 agosto 1915. Corte di Appello delle Puglie. Trani. Requisitoria del Procuratore Generale nel processo contro Fiume Francesco ed alri. (Con note illustrative della difesa). Cerignola, tip. Cibelli, 1915, 8°, pp. 4. 1217 Giusto, Domenico. Alcuni giudizi sul mio opuscolo « Della vita e degli scritti di Giuseppe De Ninno ». Bari, Tip. Editrice Ditta B. Pansini & C., 1917, 8°, pp. 57 e 1 ritratto, 1218 Giusto, Domenico. Dizionario bio-bibliografico degli scrittori pugliesi viventi e dei morti nel presente secolo. Napoli, Stab. Tip. Letterario di L. De Bonis, 1893, 8°, pp. 219. 1219 Giusto, Domenico. Dizionario bio-bibliografico degli scrittori pugliesi.IIa , 8°, voll. 9. Bari, Società Editrice Tipografica, s.d., 8°, pp. 196 fig. 1220 Gnozzi, Gerardo. Nella solenne commemorazione di Re Umberto I. Discorso dei sac. Gerardo Gnozzi letto nell’Arciconfraternita dei SS. Apostoli Pietro e Paolo di Rodi Garganico il giorno 18 agosto 1900. Larino, tip. Nicola Morrone, 1900, 8°, pp. 24. 1221 Gnozzi, Gerardo - Ruggero, Carmine. Memorie funebri per la morte del cavaliere della corona d’Italia Domenico Grossi professore in medicina e chirur- 86 gia del comune di Rodi in Capitanata. S.l., 5.n.t., 1911, 8°, pp. 15. 1222 Gnozzi, Gerardo. Vedi: Sul feretro del sacerdote D. Fortunato Carnevale. Discorso di Gerardo Gnozzi. Iscrizioni funerarie. (Foggia, 1895). 1223 Gramigna, Riccardo. Tipi di sistemi di irrigazione. Sta in: Consorzio Generale per la bonifica e la trasformazione fondiaria della Capitanata. Foggia. 1° Convegno per la trasformazione fondiaria della Puglia e della Lucania (Foggia, 18-20 gennaio 1947). (Foggia, 1953), pp. 188-199. 1224 Gran Corte Civile. Napoli. Decisioni delle Gran Corti Civili in materia di diritto pubblicate da Michele Agresti procuratore generale del re presso la G. C. Civile di Napoli. Napoli, Stamp. del Fibreno, 1838-1841, 1225 Gran Corte Criminale di Capitanata. Discorso del procuratore generale del Re pronunciato nella prima udienza della G. C. Criminale di Capitanata il dì 2 gennaio 1836. Foggia, Tip. P. Russo, 1836, 8°, pp. 16. 1226 Gran Corte de’ Conti. Napoli. Per la fedelissima città di Foggia contro D. Saverio Scillitani. Della G. Corte de’ Conti. A relazione dell’onorevolissimo consigliere il Sig. Marchese D’Andrea. Seconda edizione. Napoli, Stab. Tip. Francesco Del Vecchio, 1842, 8°, pp. 16. 1227 Gran Corte Speciale. Napoli. Decisione della Gran Corte Speciale di Napoli nella causa degli avvenimenti politici del 15 maggio 1848. Napoli, Stamp. e Cartiere dei Fibreno, 1852, 8°, pp. 215. 1228 Gran Premio (12°) ciclomotoristico delle nazioni. Terza tappa: Ortona-Foggia - Km. 198, 190. Giovedì 27 aprile 1961. A cura dèll’Aministrazione Provinciale. Foggia, Graf. Ciampoli, 1961, 8°, c.n.n. l4fig. 1229 Grana, Salvatore. Istituzioni delle leggi della Regia Doane di Foggia ... Napoli. Stamp. Raimondiana, 1770, 8°, pp. XIV, 296. 1230 Granata, Antonio. Commemorazione del comm. Lorenzo Scillitani. Foggia, Tip. Operaia, 1907, 8°, pp. 25. 1231 Granata, Antonio. Discorso pronunziato dal Segretario della Fondazione Pia Scillitani Antonio Granata, nell’adunanza della Commissione amministrativa del 4 ottobre 1888. Foggia, Tip. Pistocchi, 1888, 8°, pp. 16. 1232 Granata, Francesco, Storia civile della fedelissima città di Capua, partita in tre libri: ne’ quali si fa memoria de’ suoi principi, e de’ suoi fasti dalla prima antichissima sua fondazione fino all’anno 1750 ... opera dell’arcidiacono della Metropolitana Chiesa di Capua Francesco Granata. Napoli, Stamp. Muziana, 1752-1756, 8°, voll. 2. 1233 Granata, Luigi. Economia rustica per lo Regno di Napoli di Luigi Granata. Napoli, Tip. N. Pasca, 1830, 8°, voll. 2. 1234 Granata, Luigi. Rapporto del professore L. Granata a s.e, il Ministro Segretario di Stato delle Finanze. Sta in: Raccolta di memorie e di ragionamenti sul Tavoliere di Puglia. (Napoli, 1831), pp. 53-81. 1235 Grande, Gennaro. Origine de’ cognomi gentilizi nei regno di Napoli descritta da Gennaro Grande... Napoli, presso Vincenzo Pauria, 1756, 8°, pp. VII, 328. 1236 Granum Sinapis. (Rivista dello) studentato filosofico francescano di S. Marco in Lamis. S. Marco in Lamis, 1967, 4°, pp. 46 ciclostilate. 1237 Grassi, Diana. Le pergamene del monastero di S. Giovanni Evangelista in Lecce. Lecce, G. Guido & Figli, 1953, 8°, pp. 84. 1238 Grassi, Giuseppe. Il cavaliere Michele Santoro. Taranto, Tip. Arcivescovile, 1928, 8°, pp. 112. 1239 Grassi, Giuseppe. Vedi: Per la costruzione di una ferrovia circumgarganica e la revisione del progetto della linea Lucera-Campobasso... (Foggia, 1910). 87 1240 Gravina, Antonio. Vedi: Nardella, Francesco. Memorie storiche di S. Giovanni Rotondo... Prefazione alla prima ristampa di Antonio Gravina (Brescia, 1961). 1241 Gray, Ezio Maria. La Capitanata e il suo fascismo. Da: « Il Popolo d’Italia », 18 agosto 1923. 1242 Graziani, Augusto. La nuova politica di sviluppo per il Mezzogiorno d’italia. Sta in: Centro di studi e ricerche sul mezzogiorno e la Sicilia. Università degli Studi. Catania. Annali del Mezzogiorno, vol. V0: 1965. (Catania, 1966), pp. 69-104. 1243 Graziuso, Luciano. Il Salento Ieccese. Sta in: Lecce e la Puglia. A cura di Luciano Graziuso e Michele Palmieri. (Bari, 1964), pp. 100-183. 1244 Greci — e Italici in Magna Grecia. Vedi: Convegno (I°) di studi sulla Magna Grecia. Taranto, 4-8 novembre 1961. (Napoli, 1962). 1245 Greco, Antonio. Nello spirito della costituzione uno schema di riforma scolastica che mira ad una maggiore valorizzazione delle possibilità umane.. . Foggia, Sezione editoriale; (Tip. ed. « Il Rinnovamento »), s.d., 8°, pp. 94. 88 1246 Greco, Enzo. Gli ex-voto anatomici di Lucera. Roma, Società ed. « Universo », 1961, 8°, pp. 193-213. (estratto). 1247 Greco, Enzo. Il culto di Asclepio sul Gargano. Roma, Società ed. « Universo », 1960, 8°, pp 35. 1248 Greco, Enzo. La storia delle terme di Margherita di Savoia. Montecatini, Litogr. delle Terme, 1963, 8°, pp. 6. 1249 Greco, Enzo. Nicola D’Apolito e il metodo di enterografìa. Comunicazione presentata al 18° Congresso nazionale di storia della medicina. Roma, Soc. Edit. « Universo », 1962, 8°, pp. 8. 1250 Greco, Giuseppe Arcangelo - De Conciliis, Luigi Maria. Nuove ragioni a pro della Università di S. Severo per l’abolizione delle decime sacramentali. Dottissimo giudice di appellazione il regio consigliere signor D. Gaspare Vanvitelli. S.n.t., s.d., 8°, pp. 68. 1251 Greco, Innocente. Discorso patriottico commemorativo pronunziato in Taranto, il 10-3-1917. Campobasso, Tip. Ed. G. Coliti & F., 1918, 8°, pp. 32. 1252 Gregorovius, Ferdinand. Apulische Landschaften. Leipzig; F. U. Brokhaus, 1877, 16°, pp. VII, 295. 1253 Grogorovius, Ferdinand. Nelle Puglie. Versione dal tedesco di Raffaele Mariano con noterelle di viaggio del traduttore. Firenze, G. Barbera, 1882, 16°, pp. 453 e 1 ritr. 1254 Griffi, Lorenzo, Le corporazioni d’arte nel viceregno di Napoli durante il secolo XVI 0. Tesi di laurea in istoria del diritto italiano. Bari, 1933, 4°, 243 carte dattiloscritte. 1255 Grifoni, Ronzo. ... I primi « grani duri nani », da incrocio intraspecifico. Foggia, Tip. L. Cappetta & F., 1962, 8°, pp. 6. (estratto) 1256 Grifoni, Ronzo, Sulla resistenza allo allettamento dei « duri nani ». Foggia, Leone, 1962, 8°, pp. 4 fig. 1257 Grillo (Il). Foggia, Tip. ed. De Nido & F., 1949, 8°, pp. 4 1258 Grimaldi, Domenico, Saggio ed economia campestre per la Calabria Ultra scritto dal marchese D. Domenico Grimaldi .. . dedicato all’ecc. sig. marchese D. Geromino Grimaldi. Napoli, presso Vincenzo Orsini, 1770, 8°, pp. XXII, 317, VIII. 1259 Grimaldi, Gregorio. Istoria delle leggi e magistrali del Regno di Napoli scritta da Gregorio Grimaldi... Napoli, A spese di Raffaello Gessari e poi di Andrea Migliaccio, (Stampe Giov. Di Simone e Orsiniana), 17491774, 8°, voll. 12. 1260 Grinovero, Cesare. Aspetti economico-sociali dell’irrigazione nel Tavoliere. Le acque del sottosuolo. Possibilità tecniche ed economiche di utilizzazione in confronto a acque superficiali e loro invasi. Faenza, Stab. Grafico F. Lega, 8°, 1935 pp. 44. 1261 Grinovero, Cesare. L’irrigazione a pioggia nei terreni argillosi. Sta in: Consorzio generale per la bonifica e trasformazione fondiaria della Capitanata. Foggia. Convegno internazionale sui problemi dell’irrigazione nel bacino del Mediterraneo. Foggia, 4-5 maggio 1960. (Foggia, 1960), pp. 266-268. 1262 Grinovero, Cesare. L’irrigazione nelle argille del Mezzogiorno. Sta in: Consorzio generale per la bonifica e trasformazione fondiaria della Capitanata. Foggia. Convegno internazionale sui problemi dell’irrigazione nel bacino del Mediterraneo. (Foggia, 1960), pp. 120-122. 1263 Grossi, Domenico. Vedi: In morte di Domenico Grossi giovinetto quattordicenne. Alunno del seminari di S. Severo. Parole del suo precetto Luigi Guarini . Napoli, Tip. Editrice già del Fibreno 1876, 4°, pp. 18. 89 1264 Gruppo amici dell’Arte. Foggia. Vedi: Mostra di arti figurative a cura del Gruppo amici dell’arte. (Foggia, 1953). 1265 Guarano, Marino. Marini Guarani Jus Regni Neapolitani novissimum concinnatum auditorio suo. Napoli, F.lli Simone, 1774, 16°, voll. 2. 1266 Guardione, Francesco. il dominio dei Borboni in Sicilia dal 1830 al 1861 in relazione alle vicende nazionali con documenti inediti. Torino, Soc. Tip. Ed. Naz., già Roux e Viaregno, 1907, 8°, voll. 2. 1267 Guardione, Francesco. La rivoluzione siciliana degli anni 1848-49. Milano, Vallardi, 1927, 4°, pp. X, 228 fìg. e 2 tavole, 1268 Guarini, Daniele. Vedi: Liceo (R.) Ginnasio. Lucera. Relazione del preside-retore Luigi Gamberale. Discorso del prof. Michele Siniscalchi. Relazione del prof.Daniele Guarini (Trani, 1895). 1269 Guarna, Romualdo. Chronicon Romualdi II archiepiscopi salernitani. Versione di Giuseppe Del Re. Sta in: Cronisti — e scrittori sincroni della dominazione normanna nel Regno di Puglia e Sicilia . . . (Napoli, 1845), vol. I, pp. 1-80 e 559-563. 90 1270 Guarracino, Alessandro - Monsurrò, Luigi - Attolico, Bernardo. Provincia di Foggia resistente contro Banco di Napoli ricorrente. Discussione all’udienza del 24 giugno 1913. Relatore l’illustre consigliere comm. Flores. Napoli, Tip. G. Cozzolino, 1913, 8°, pp. 68. 1271 Guarracino, Alessandro - Pitta, Eugenio - Attolico, Bernardo. La Provincia di Foggia ricorrente contro il Comune di Foggia resistente. Discussione all’udienza del 2 aprile 1909. Relatore l’illustre comm. Caturani. Napoli, Tip. G. Cozzolino, 1909, 8°, pp. 86. 1272 Guerra, Raffaele. Di un Dourra Seifi dell’Alto Egitto coltivato per la prima volta nel reale orto botanico sperimentale di Foggia nella primavera del 1854 per le speciali cure di .. . Raffaele Guerra e della Reale Società Economica di Capitanata. Cenno della corporazione accademica Foggia, Tip. M. Russo quondam Pasquale, 1855, 8°, pp. 19 e 2 incis. in rame. 1273 Guerrieri, Luigi. Parvula. S. Marco in Lamis, Tip.M. Pistocchi, 1916, 8°, pp. 30. 1274 Guerrieri, Michele. Folklore garganico. Sta in: « Prospettive Meridionali », a. IX (1963), n. 7-8-9 (luglio-sett.), pp. 85-87. 1275 Guerrieri, Michele. Profilo economico dell’agricoltura dauna. Sta in: Prospettive Meridionali. A. IX (1963), n. 12 (dic.), pp. 29-33. 1276 Guglielmo Appulo. Guglielmo Appulo monaco giovinazzese del secolo mille e autore del poema latino sulle gesta di Roberto il Guiscardo. Prima versificazione italiana con commento storico-critico del sac. dott,. Filippo Roscini. Giovinazzo, Arti Grafiche Savarese, 8°, 1967, pp. 611 e 1 tavola. 1277 Gui, Luigi. La riforma agraria in Italia. A cura del Ministero dell’agricoltura e foreste. Roma, Soc. Graf. Ro., 1953, 8°, pp. 32 fig. 1278 Guiducci, Roberto. Piani territoriali nel Sud. Piano nazionale e partecipazione democratica, II no della Tekne. Sta in: Casa bella — Rivista internazionale di architettura e urbanistica, a. 1964, n. 292, ottobre, Pp. 22-23. 1279 Guillou, André. Le corpus des actes grecs de Sicile. Méthode et problémes. Sta in: Società siciliana di storia patria. Paler- mo. VIII centenario della morte di Ruggero II. Atti del congresso internazionale di studi ruggeriani. (Palermo, 1955), pp. 147-153. 1280 Guiscardi, Roberto. Saggio di storia civile del municipio napolitano dai tempi delle colonie greche ai nostri giorni per Roberto Guiscardi avvocato presso la Corte d’Appello in Napoli dedicato all’eccellentissima Città di Napoli Napoli, Tip. di Vitale, 1862, 8°, pp. XII, 244. 1281 Gymnasium. — Numero Unico. Foggia, 3-5-1953. Foggia, Tip. Leone, 1953, in folio, pp. 4. 1282 Hadrava Ragguagli di vani scavi e scoverte di antichità fatte nell’isola di Capri dal Sig. Hadrava, e dal medesimo comunicati per lettera ad un suo amico di Vienna. Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1793, 16°, pp. II, 132, III e 9 tavole. Gargano. Pia- 1283 Haseloff, Arthur. Die bauten der Hoenstaufen in Unteritalien. Aufmessungen und zeichnungen von Erich Schulz und Philipp Lange ward. Lipsia, K. W. Hiersemann, (Tip. J. B. Hirschfeld), 1920, 4°, pp. XXIV, 448 fig. (continua) 91 SCHEDARIO Nuove accessioni (Continuazione del n. 1 -3 del 1967) Il — RELIGIONE 2479 Barra, Giovanni. Dolore e amore. A cura di Giovanni Barra. Alba, 1963. 2480 Barra, Giovanni. Presenza del pensiero cattolico. A cura di Giovanni Barra. Alba, 1957. 2481 Cantimori, Delio. Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche. Firenze, 1967. 2482 Cavalieri (I) — del Santo Sepolcro. A cura di un gruppo di specialisti. Versione dal francese di Agostino Miggiano. Roma, 1959. 2485 Cristiani, Leone. Le ragioni della nostra fede. Traduzione di Aurelio Reboldi. Catania, 1958. 2486 De Heredia, Carlo. Le frodi dello spiritismo e i fenomeni metapsichici. Traduzione dallo spagnolo di Agostino Miggiano. Roma, 1962. 2487 De Luca, Giuseppe. Sant’Alfonso il mio maestro di vita cristiana. A cura di Oreste Gregorio. Alba, 1963. 2488 Fioretti (I) — di Santo Francesco. Torino, 1958. 2483 Cluny, Roland. La Chiesa agisce per mezzo dei suoi santi. Versione italiana di Francavilla Antonietta. Catania, 1963. 2489 Gerard, John. John Gerard: Autobiografia di un gesuita dei tempi di Elisabetta. Presentazione di Graham Greene. Introduzione, traduzione dal latino in inglese e note di Philip Caraman. Tradotto dall’inglese da Romeo Rocco. Roma, 1963. 2484 Colombano, Carlo Il realismo teologico di Raffaele Resta. (1876-1961). Torino, 1966. 2490 Heaton, E. W. La vita quotidiana ai tempi dell’Antico Testamento. Traduzione di A. Miggiano. Roma, 1956. 92 2491 Leclercq, Jacques. Il cristiano di fronte alla planetarizzazione del mondo. Traduzione di Marta Malenza. Catania, 1959. 2498 Retif, Loui et André. La Chiesa in stato di missione. Versione dal francese di Ernesto Balducci. Catania, 1963. 2492 Leone, Gherardo. Il Cristo del Coro. San Giovanni Rotondo, 1962. 2499 Rougemont (De,) Denis. L’opportunità cristiana. Versione delle Suore del Monastero russo « Uspenshi » in Roma. Alba, 1966. 2493 May, Roger. Enigmi dei mondi. Traduzione dal francese di Hena Viatto. Torino, 1958. 2500 Saint-Paulien, [?]. Francesco Borgia. L’espiatore. Traduzione dal francese di Giovanni Barra. Alba, 1961. 2494 MoIa, Carlo. Credo vitam aeternam. Per la quaresima 1899. Foggia, Tip. Leone, 1899, 16°, pp. 19. 2501 Santini, Ada. Accanto a Padre Pio. (Viatico di Fede). Foggia, 1963. 2495 Monsterleet, Jean. Storia della Chiesa in Giappone dai tempi feudali ai nostri giorni. Storia e problemi missionari. Traduzione dal francese di Chiesa Giovanni. Roma, 1959. 2496 Rahner, Karl. La fede in mezzo al mondo. Versione dal tedesco di E. Balducci. Alba, 1966. 2497 Ranke (Von), Leopold. Storia dei Papi. Traduzione italiana di Claudio Cesa. Presentazione di Delio Cantimori. Firenze, 1965. 2502 Sarpi, Paolo. Istoria del Concilio Tridentino. lntroduzione di Renzo Pecchioli. Firenze, 1966. 2503 Syes, John. Storia dei Quaccheri. Traduzione di Giulia Dei. Firenze, 1966. 2504 Todd, John M. Problemi dell’autorità. A cura di John M. Todd. Roma, 1964. 2505 Tucci, Luigi. Un paesaggio dell’anima. Napoli, 1966. 93 2506 Vienne (De), Lucie. Spiritualità della voce. Versione dal francese di Luigi Rosadoni. Roma, 1963. III — PEDAGOGIA 2507 Agazzi, Aldo. La conoscenza dei nostri figli e lo spirito dell’educazione familiare. Sta in: Bambino (il) — la famiglia e la scuola. (Bologna, 1965), pp. 26-43. 2508 Baglioni, Guido. Una ricerca sugli insegnanti e il sistema sociale. Sta in: Agazzi, Aldo. La formazione degli insegnanti. A cura di Aldo Agazzi. Con la collaborazione di Roberto Zazalloni, Guido Baglioni, Anna Riva, Guido Giugni, Sergio De Giacinto, Luigi Peresson. (Bari, 1964), pp. 113-123. 2509 Bambino (lì) — la famiglia e la scuola. Bologna, 1965. 2510 Borghi, Lamberto. L’educazione dei fanciulli e l’educazione degli adulti nella pedagogia contemporanea. Sta in : Bambino (Il) — la famiglia e la scuola. (Bologna, 1965), pp. 214-230. 94 2511 Borghi, Lamberto. Un rapporto positivo e costante con la madre assicura al bambino maturazione conoscitiva e sviluppo socio-affettivo. Sta in: Primo (Il) — anno di vita del bambino. Tavola rotonda con la partecipazione di: Marco Walter Battacchi - Giovanni Bollea - Lamberto Borghi. (Bologna, 1967), pp. 68-76. 2512 Cahen, Roland. La psicologia del sogno. Sta in: Sogno (Il) — e le Civiltà Umane. Introduzione di Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo Molinari. (Bari, 1966), pp. 181-212. 2513 De Bartolomeis, Francesco. Il gioco, il giocattolo e la psicologia. Sta in: Bambino (Il) — la famiglia e la scuola. (Bologna, 1965), pp. 69-83. 2514 De Giacinto, Sergio. La formazione degli insegnanti negli Stati Uniti. Sta in: Agazzi, Aldo. La formazione degli insegnanti. A cura di Aldo Agazzi. Con la collaborazione di Roberto Zavalloni, Guido Baglioni, Anna Riva, Guido Giugni, Sergio De Giacinto, Luigi Peresson. (Bari, 1964), pp. 151-158. 2515 Educazione. — alla maternità e alla paternità, I primi anni di vita del bambino. Conferenze di: Giovanni Maria Bertin - Marino Bosinelli - Antonio Faggioli - Maria Go- mirato - Ada Marchesini Gobetti - Angiola Massucco Costa - Guido Petter Piero Pezzuto - Edmeo Pirani - Elda Scarzella Mazzocchi. Bologna, 1967. 2516 Flores D’Arcais, Giuseppe. La ricerca pedagogica. A cura di Giuseppe Flores D’Arcais con la collaborazione di: Anna Maria Bemnardinis, Francesco De Vito, Anna Genco, Attilio Zadro. 18a ricerca sulla scuola, e la società italiana in trasformazione. Bari, 1964. 2517 Gioco (II) — e il lavoro nella vita del fanciullo. Il programma. Secondo Convegno Nazionale del Comitato Italiano per il Gioco Infantile. Roma - Palazzo della Civiltà del lavoro, 3-6 Giugno 1967. Roma, 1967. 2518 Giugni, Guido. Il reclutamento, la preparazione e l’aggiornamento degli insegnanti di educazione fìsica. Sta in: Agazzi, Aldo. La formazione degli insegnanti. A cura di Aldo Agazzi. Con la collaborazione di: Roberto Zavalloni, Guido Baglioni, Anna Riva, Guido Giugni, Sergio De Giacinto, Luigi Peresson. (Bari, 1964), pp. 133-150. 2519 Massucco Costa, Angiola. Precocità dello sviluppo mentale del bambino da uno a tre anni. Sta in: Educazione — alla maternità e alla paternità. I primi anni di vita del bambino. Conferenze di: Giovanni Maria Bertin - Marino Bosinelli - Antonio Faggioli - ... (Bologna, 1967), pp. 34-44. 2520 Peresson, Luigi. Preparazione, reclutamento e aggiornamento degli insegnanti nei paesi dell’Europa Orientale. Sta in: Agazzi, Aldo. La formazione degli insegnanti. A cura di Aldo Agazzi. Con la collaborazione di: Roberto Zavalloni, Guido Baglioni, Anna Riva, Guido Giugni, Sergio De Giacinto, Luigi Peresson. Bari, 1964, pp. 159-169. 2521 Petter, Guido. Gioco e giocattoli come fattori dello sviluppo mentale durante i primi anni di vita. Sta in: Educazione — alla maternità e alla paternità, I primi anni di vita del bambino. Conferenze di: Giovanni Maria Bertin - Marino Bosinelli - Antonio Faggioli (Bologna, 1967), pp. 61-73). 2522 Petter, Guido. Sull’esistenza di epoche d’oro nel corso dello sviluppo individuale del bambino. Sta in: Primo (Il) — anno di vita del bambino. Tavola rotonda con la partecipazione di: Marco Walter Battacchi - Giovanni Bollea Lamberto Borghi (Bologna, 1967), pp. 47-54. 2523 Primo (Il) — anno di vita del bambino. Tavola rotonda con la partecipazione di Marco Walter Battacchi - Giovanni Bollea Lamberto Borghi - … (Bologna, 1967). 2524 Prini, Pietro. Situazioni nuove del discorso educativo. Roma, 1961. 95 2525 Riva, Anna. Gli insegnanti della scuola media e il giudizio per l’orientamento scolastico e professionale al termine del periodo di istruzione obbligatoria. Sta in: Agazzi, Aldo. La formazione degli insegnanti. A cura di Aldo Agazzi. Con la collaborazione di: Roberto Zavalloni, Guido Baglioni, Anna Riva, Guido Giugni, Sergio de Giacinto, Luigi Peresson. (Bari, 1964), pp. 125-131. 2526 Scarzella Mazzocchi, Elda. L’importanza di un rapporto stabile e affettivo nei primi anni di vita. Sta in: Educazione — alla maternità e alla paternità, I primi anni di vita del bambino. Conferenze di: Giovanni Maria Bertin - Marino Bosinelli - Antonio Faggioli - . .. (Bologna, 1967), pp. 74-84. 2527 la (La) — e la Società Italiana in trasformazione. Atti del Convegno di Milano (24-29 maggio 1964). Bari, 1965. 2528 Stenzei, iulius. Platone educatore. Versione italiana di Francesco Gabrieli. Bari, 1966. 2529 Volpicelli, Luigi. Riforma di struttura. A cura di Luigi Volpicelli con la collaborazione di: Franco Ferrarotti - Romolo Lenzi - Marcello Luchetti - Giovanni Modica - Adriano Ossicini - Idea Picco - Tullio Tentori. 2a Ricerca sulla scuola e la società italiana in trasformazione. Bari, 1964. 96 IV — FILOSOFIA 2530 Abbate, Michele. Libertà e società di massa. Bari, 1967. 2531 Aristoteles. Grande etica. Etica eudemia. A cura di Armando Plebe. Bari, 1965. 2532 Caillois, Roger. Problemi logici e filosofici del sogno. Sta in: Sogno (Il) — e le Civiltà Umane, introduzione di Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo Molinari. (Bari, 1966), pp. 29-62. 2533 Carlyle, Robert Warrand - Carlyle, Scu oAlex James. Il pensiero politico medievale. A cura di Luigi Firpo. Bari, 1957-1967. 2534 Corsano, Antonio. Tommaso Campanella. Bari, 1961. 2535 Dal Pra, Mario. La dialettica in Marx. Dagli scritti giovanili all’introduzione alla critica della economia politica. Bari, 1965. 2536 Ferrarotti, Franco. Max Weber e il destino della ragione. Bari, 1965. 2537 Fichte, Johann Gottlieb. Sulla Rivoluzione Francese - Sulla libertà di pensiero. Traduzione, introduzione e note a cura di Vittorio Enzo Alfìeri. Bari, 1966. 2544 Kierkegaard, Sören. Il concetto dell’angoscia. La malattia mortale. Traduzione, avvertenza e note a cura di Cornelio Fabro. Firenze, 1966. 2538 Gentile, Giovanni. La religione. Il modernismo e i rapporti tra religione e filosofia. Discorsi di religione. Firenze, 1965. 2545 Longinus Cassius apocr. Del sublime. Traduzione, introduzione e note a cura di Giuseppe Martano. Bari, 1965. 2539 Hegel, G.G.F. Scritti politici (1798-1806). A cura di Armando Plebe. Bari, 1961. 2540 Hermes, Trismegistus. Discorsi di Ermete Trismegisto. Traduzione di Bianca Maria Tordini Portogalli. Torino, 1965. 2541 Husserl, Edmund. Logica formale e trascendentale. Saggio di critica della ragione logica. Traduzione, avvertenza, nota aggiunta e note a cura di Guido Davide Neri. Prefazione di Enzo Paci. Bari, 1966. 2542 Kant, lmmanuel. Critica del giudizio. Bari, 1963. 2543 Kant, lmmanuel. Principi di estetica. (Estratto dalla « Critica del Giudizio »). Introduzione e note di Guido De Ruggero. Bari, 1948. 2546 Marcuse, Herbert. L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata. Traduzione di Luciano Gallino e Tilde Giani Gallino. Torino, 1967. 2547 Murphy, Gardner. Sommario di psicologia. Traduzione di Ada Fonzi. Torino, 1964. 2548 Musattì, Cesare Luigi. Freud. Con antologia freudiana. Torino, 1966. 2549 Musatti, Cesare Luigi. Psicoanalisi e vita contemporanea. Torino, 1966. 2550 Nelson, Benjamin. Usura e cristianesimo. Per una storia della genesi dell’etica moderna.Traduzione di Sergio Moravia. Firenze, 1967. 2551 Oppenheimer, Julius Robert. Scienza e pensiero comune. Traduzione di Luigi Bianchi e Lodovico Terzi. Torino, 1965. 97 2552 Paci, Enzo. Per un’analisi fenomenologica del sonno e del sogno. Sta in: Sogno (Il) — e le Civiltà Umane, Introduzione di Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo Molinari. (Bari, 1966), pp. 247-255. 2553 Papuli, Giovanni. Girolamo Balduino. Ricerche sulla logica della scuola di Padova nel Rinascimento. (Manduria [Trento], 1967). 2554 Piovani, Pietro. Filosofia e storia delle idee. Bari, 1965. 2555 Plato. Opere. Traduzioni di: Manara Valgimigli - Lorenzo Minio-Paluello - Attilio Zadro - Piero Pucci - Francesco Adrono Franco Sartori - Cesare Giarratano - Antonio Maddalena - Giovanna Sillitti. Bari, 1967. 2556 Spirito, Ugo. Il comunismo. Firenze, 1965. 2557 Verneaux, Roger. Epistemologia Generale. Critica della conoscenza. Traduzione Italiana di Anna Sacchi. Brescia, 1967. 2558 Verneaux, Roger. Psicologia. Filosofia dell’uomo. Traduzione italiana a cura delle Benedettine del Monastero di Santa Scolastica. Brescia, 1966. 98 2559 Waismann, Friedrich. Introduzione al pensiero matematico. Traduzione di Ludovico Geymonat. Torino, 1965. 2560 Weber, Max. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Introduzione di Ernesto Sestan. Traduzione di Piero Burresi. Firenze, 1965. 2561 Wiener, Norbert. Introduzione alla Cibernetica. (L’uso umano degli esseri umani). Introduzione di Francesco Ciafaloni. Traduzione di Dario Persiani. Torino, 1966. V — STORIA 2562 Apih, Elic. Italia, Fascismo e Antifascismo nella Venezia Giulia (1918-1943). Ricerche storiche. Bari, 1966. 2563 Ben Gurian, David. Israele: La grande sfida. Traduzione di Carlo Doglio. Milano, 1967. 2564 Blaas da Lezze. Marina a bordo ed a terra. Bozzetti del V. M. Blaas da Lezze. Milano-Roma, 1919. 2565 Brass, Italico. Sulle orme di San Marco. Serie prima. Alle porte di Gorizia. Milano, 1917. 2566 Braudel, Fernand. Il mondo attuale. Vol. I: Le civiltà extraeuropee. Vol. II: Le civiltà europee. Traduzione di Gemma Miani. Torino, 1966. 2567 Bucci, Anselmo. Marina a terra. Milano, 1918. 2568 Cantimori, Dello. Conversando di storia. Bari, 1967. 2569 Carbonelli, C. G. Come vissero i primi conti di Savoia da Umberto Biancamano ad Amedeo VIII. Raccolta di usi, costumanze, tradizioni e consuetudini mediche, igieniche, casaIinghe, tratte dai documenti degli Archivi Sabaudi dal Dott. C. G. Carbonelli. S.i.p., 1931. 2570 Carocci, Giampiero. Il Parlamento nella storia d’italia. Antologia storica della classe politica a cura di Giampiero Carocci. Bari, 1964. 2571 D’Andrea, Uberto. Memorie di storia ecclesiastica civile e feudale di un Comune del Reame. Villetta Barrea. Suimona-Roma, 1958-1959. 2572 Dayan, Moshe. La campagna del Sinai. 1956. Traduzione di Mario Rivoire. Milano, 1967. 2573 Di Vittorio, Anita. La mia vita con Di Vittorio. Firenze, 1965. 2574 Donovan, Robert. J. Israele. Sei giorni per sopravvivere. Traduzione di Francesco Saba Sardi. Milano, 1967. 2575 Ebrei (Gli) — nell’URSS. A cura di « Nuovi Argomenti ». Milano, 1966. 2576 Hay, Denys. Profilo storico del Rinascimento italiano. introduzione di Eugenio Garin. Traduzione di Secondo Martini e Umberto Albini. Firenze, 1966. 2577 Che’en, Jerone. Mao Tse-Tung e la rivoluzione cinese. Con trentasette poesie di Mao versate dal cinese da Renata Corsini Pisu. Traduzione di Giorgio Rovida. Firenze, 1966. 2578 Edwardes, Michael. Storia dell’india dalle origini ai nostri giorni. Traduzione di Giulio Veneziani. Bari, 1966. 2579 Huizinga, Johan. La mia via alla storia ed altri saggi. A cura di Piero Bernardini Marzolla. Introduzione di Ovidio Capitani. Bari, 1967. 99 2580 Huizinga, Johan. L’autunno del Medio Evo. Introduzione di Eugenio Garin. Traduzione di Bernardo Jasink. Firenze, 1966. 2581 La Cava, Mario. Viaggio in Israele. Lucca, 1967. 2582 Lopez, Roberto S. La nascita dell’Europa. Sec. V-XIV. Edizione italiana riveduta e ampliata. Torino, 1966. 2583 Manchester, William. Morte di un Presidente. 20-25 novembre 1963. Traduzione di Laura Grimaldi e Vincenzo Mantovani.Milano, 1967. 2584 Margiotta Broglio, Francesco. Italia e Santa Sede. Dalla grande guerra alla conciliazione. Bari, 1966. 2587 Pirenne, Henri. Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo. Traduzione di M. L. Paradisi. Firenze, 1967. 2588 Piscitelli, Enzo. Storia della Resistenza Romana. Premessa di Nino Valeri. Bari, 1965. 2589 Puglisi, Salvatore M. La civiltà appenninica. Origine delle comunità pastorali in Italia. Firenze, 1959. 2590 Re (Il) galantuomo. Ricordo della vita e delle solenni esequie di Vittorio Emanuele. Milano, 1878. 2591 Romano, Salvatore Francesco. L’Italia del Novecento - I. L’Età Giolittiana (1900-1914). Roma, 1967. 2585 Meinecke, Friedrich. Le origini dello storicismo.Traduzione di M. Biscione, C. Gundolf, G. Zamponi. Firenze, 1967. 2592 Sardo, Giuseppe. Dalla proclamazione del Regno alla Convenzione di Settembre. A cura di Giuseppe Sardo. Sta in: Storia — del Parlamento Italiano. (Palermo, 1968), Vol. V, 8°, pp. XX, 394. 2586 Pillon, Giorgio. Il dramma dei Savoia. Le ultime vicende della Monarchia nel racconto di cmquanta testimoni oculari. Rievocazione apparsa su « Il Giornale d’Italia » nell’ottobre e novembre 1960. Roma, 1960. 2593 Sarpi, Paolo. La Repubblica di Venezia, la Casa d’Austria e gli Uscocchi. Aggionta e supplimento — all’Istoria degli Uscocchi — Trattato di pace et accomodamento. A cura di Gaetano e Luisa Cozzi. Bari, 1965. 100 2594 Steiner, Jean-Francois. Treblinka. La rivolta di un campo di sterminio. Prefazione di Simone de Beauvoir. Traduzione di Luisa d’Alessandro e Giovanni Mariotti. Milano, 1967. 2595 Ventura, Angelo. Nobiltà e popolo nella società veneta del 400 e 500. Bari, 1964. 2596 Volpe, Gioacchino. il Medio Evo.Bari, 1965. Firenze, 1967. 2597 Zazo, Alfredo. Il Ducato di Benevento dall’occupazione borbonica del 1798 ai Principato di Talleyrand. (Napoli, 1941). VI — GEOGRAFIA - TURISMO 2601 Castaldi, Francesco. L’evoluzione dell’Umanizzazione del saggio terrestre. Napoli, 1965. 2602 Davies, Hunter. Guida ai piaceri di Londra. A cura Hunter Davies. Traduzione di Alfo Galasso. Milano, 1967. 2603 Gismondi, Mario. I giorni dei giochi di Tokyo. 2604 Guida — all’Italia leggendaria misteriosa insolita fantastica. Vol, I: Piemonte - Valle D’Aosta - Liguria - Lombardia - Veneto Trentino - Alto :Adige - Toscana - Emilia e Romagna; Vol. II: Marche – UmbriaLazio - Abruzzi e Molise – Campania Basilicata - Puglia - Calabria – Sicilia Sardegna. Milano, 1966-1967. 2598 Almagià, Roberto. Scritti geografici. (1905-1957). Con elenco cronologico completo delle pubblicazioni. (Roma, 1961). 2605 Jatta, Antonio. La Puglia Preistorica. Contributo al storia dell’incivilimento nell’Italia Meridionale. Bari, 1914. 2599 Bianciardi, Luciano - Rotella, Pilade. « Grosseto, un’alluvione per la povera gente ». Grosseto, 1966. 2606 Metraux, Alfred. Meravigliosa isola di Pasqua. Traduzione di Anna Haussman. Milano, 1967. 2600 Biellese (Il) — e le sue massime glorie. Scritti in onore di Benito Mussolini. Biella, 1938. 2607 Ministero della Marina. Monografia storica dei porti dell’antichità nella penisola italiana. Roma, 1905. 101 2608 Ministero della Marina. Monografia storica dei porti dell’antichità nell’Italia insulare. Roma, 1906. 2609 Ministero dei Lavori Pubblici. Notizie sui porti marittimi italiani. Raccolte dagli ingegneri dei Genio Civile E. Coen-Cagli e O. Bernardini. Milano, 1905. 2610 Portigliotti, Giuseppe. Genova. Glorie e splendori. Opera scritta e stampata a cura della Levant. Genova, 1927. 2611 Prampolini, Giacomo. La mitologia nella vita dei popoli. Milano, 19371938. 2612 Toschi, Umberto. Schemi e notizie di storia delle esplorazioni geografiche. Roma, 1964. 2613 Uomo — e mito nelle società primitive. A cura di C. Leslie. Edizione italiana a cura di Tullio Tentori. Traduzioni di Luigi Santa Maria - Maria Pia Fusco - Bruno Mancini - Matilde Callari Galli. Firenze, 1965. 2614 Varaldo, Alessandro. Il porto di Genova. Numero speciale della illustrazione Italiana - Natale 1916 e Capodanno 1917. Milano, 1917. 102 VII — LETTERATURA ANTICA 2615 Alcott, Louisa May. Little women - Good wives. With an introduction by Marìory Swinton. Illustrated by Dorothy Coliest. Londra-Glasgow, 1964. 2616 Austen, Jane. Emma. With an introduction by G. B. Stern. Londra-Glasgow, 1965. 2617 Austen, Janet. Pride and prejudice. With an introduction by V. S. Pritchett. Londra-Giasgow, 1966. 2618 Austen, Janet. Sense and sensibility. With an introduction by Afl C. Ward. Londra-Glasgow, 1965. 2619 Bayet, Jean. Meianges de littérature latine. Roma, 1967. 2620 Blackmore, Richard Doddridge. Lorna Doone. With an introduction by L. A. Strong. Londra-Glasgow, 1964. 2621 Bosco, Umberto. Francesco Petrarca. Bari, 1965. 2622 Brelich, Angelo. il posto dei sogni nella concezione del mondo presso i Greci. Sta in: Sogno (lI) — e le civiltà umane, Introduzione di Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo Molinari. (Bari, 1966), pp. 79-90. 2623 Brontè, Anne. The tenant of Wildfeil hall and agres grey. With an introduction by Phillis Bentley. Londra-Glasgow, 1965. 2624 Brontè, Charlotte. Jane Eyre. With an introduction by Bonamy Dobrée. Londra-Giasgow, 1965. 2625 Bronté, Emily. Wuthering heights. With an introduction by Bonamy Dobrée. Londra-Glasgow, 1966. 2626 Burns, Robert. Poems and songs. Edited and introduction by James Barke. Londra-Glasgow, 1964. 2627 Butler, Samuel. The way of ali flesh. With an introduction by A. C. Ward. Londra-Glasgow, 1961. 2628 Carroll, Lewis. Alice’s adventures in Wonderland. Through the looking-Glass an other With an introduction by Robin Denniston. Illustrations copied from tenniel by Dorothy Coiles. Londra-Glasgow, 1964. 2629 Casanova, Giacomo. Memorie. Traduzione di Gilberto Beccari. Illustrazioni di Fabio Fabbri. Firenze, 1933-1934. 2630 Clemens, Samuel Langhorne pseud. Mark Twain. Tom Sawyer and Huckleberry Finn. With an introduction by Marjory Swinton. Il lustrated by W. Mitchell Ireland. Londra-Giasgow, 1966. 2631 Collins, William Wilkie. The moonstone. With an introduction by G. D. H. and Margaret Coie. Londra-Glasgow, 1965. 2632 Collins, William Wilkie. The woman in white. With an introduction by E. C. R. Loranc. Londra-Glasgow, 1966. 2633 Conrad, Joseph. Ao Outcast of the Islands. Almayer’s Folly. A story of an eastern river. With an introduction by Oliver Warner. Londra-Glasgow, 1955. 2634 Conrad, Joseph. Lord Jim-A tale. With an introduction by Commodore Sir lvan Thompson. Londra-Glasgow, 1964. 2635 Conti, Antonio. Versioni poetiche. A cura di Giovanni Gron da. Bari, 1966. 103 2636 Cooper, James Fenimore. The last of the Mohicans. With author’s introduction. Londra-Glasgow, 1964 2643 Devoto, Giacomo. Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico. Firenze, 1967. 2637 Craik, Dinah Maria (nata Mulock). John Halifax, gantleman. With an introduction by Robin Denniston. lllustrated by Geoffrey Whittarn. Londra-Glasgow, 1954. 2644 Dickens, Charles. A tale of twa cities. With an introduction by Sidney Dark. Londra-Glasgow, 1965. 2638 Croce, Giulio Cesare. Affanni e canzoni del padre di Bertoldo. La poesia popolare di Giulio Cesare Croce. A cura di Massimo Dursi. Scritti di: Pietro Cazzani - Luigi Emery - Andrea Emiliani - Enzo Schiavina - Adone Zecchi. Con sedici disegni di Annibale Carracci. Bologna, 1966. 2645 Dickens, Charles. Barnaby Rudga. With an introduction by Kenneth Hayans. Londra-Glasgow, 1963. 2639 Dal — Muratori al Cesarotti. Torno IV: Critici e storici della poesia e delle arti nel secondo Settecento. A cura di Emilio Bigi. Milano-Napoli, 1960. 2640 Defoe, Daniel. Robinson Crusoe. The farther adventures of Robinson Crusoe. With an introduction by Frederick Brereton. Londra-Glasgow, 1965. 2641 Delfini, Antonio. I racconti. Milano, 1963. 2642 De Mauro, Tullio. Introduzione alla semantica. Bari, 1966. 104 2646 Dickens, Charles. Bleak house. With an introduction by N. Brimley Johnson. Londra-Glasgow, 1963. 2647 Dickens, Charles. David Copperfìeld. With an introduction by Norman Collins. Londra-Glasgow, 1966. 2648 Dickens, Charles. Great expectations. With an introduction by Kenneth Hayens. Londra.Glasgow, 1965. 2649 Dickens, Charles. Hard times. With an introduction by Frederick Brereton. Londra-Glasgow, 1966. 2650 Dickens, Charles. Nicholas Nickleby. With an introduction by Alec Waugh. Londra.Glasgow, 1964 Dickens, Charles. Oliver Twist. With an introduction by Kenneth Hayens. Londra-Glasgow, 1966. 2652 Dickens, Charles. Our mutual friend. With an introduction by Jerome K. Jerome. Londra-Glasgow, 1966. 2653 Dickens, Charles. The mystery of Edwin Drood. With an introduction by C. Day Lewis, an Essay by Edmund Wilson, and other informaUve appendices. Londra-Glasgow, 1965. 2654 Dkkens, Charles. The pickwick papers. With an introduction by Alec Waugh. Londra-Glasgow, 1965. 2655 Drummond, Henry. The greatest thing in the world and 21 other addresses. With an introduction by J. Y. Simpson. Londra-Glasgow, 1966. 2656 Du Maurier, George. Trilby. With an introduction by James [aver. Londra-Glasgow, 1961. 2657 Euripides. Eracle. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Milano, 1966. 2658 Evans, Mary Ann. pseud. George Eliot. Silas Marner. The lifted veil brother Jacob poems. With an introduction by Winifred Mulley. Londra-Glasgow, 1965. 2659 Evans, Mary Ann. pseud. George Eliot. The Mill on the Floss. With an introdution by Gerald Bullett. Londra-Glasgow, 1965. 2660 Fielding, Henry. The history of Tom Jones a Foundling. With an introduction by Alan PryceJones. Londra-Glasgow, 1964. 2661 Fitgerald, Edward. Rubàiyàt of Omar Khayyam. With an introduction by Laurence Housman. Londra-Glasgow, 1964. 2662 Fubini, Mario. Lirici del Settecento. Sta in: Lirici — del Settecento. A cura di Bruno Maier con a collaborazione di: Mario Fubini Dante Isella - Giorgio Piccitto. Introduzione di Mario Fubini. Milano-Napoli, 1959, pp. IX-CXXIV. 2663 Goldoni, Carlo. Opere. Con appendice del teatro comico del Settecento. A cura di Filippo Zampieri. Milano-Napoli, 1964. 2664 Goldsmith, Oliver. The vicar of Wakefìeld she stoops conquer and poems. With an introdution by C.E. Vulliamy. Londra-Glasgow, 1966. 105 2665 Grossmith, George and Grossmith, Weedon. The diary of o Nobody. With an introduction by Alan Proye-Jones. Illustrated by Weedon Grossmith. Londra-Glasgow, 1955. 2672 Henry, O. pseud. William Sidney Porter. 69 short stories comprising gabbages and kings - The four million - The trimmed lamp. With an introduction by Woodrom Wyatt. Londra-Glasgow, 1963. 2666 Haggard, Henry Rider. Allan Quatermain. With an introduction by Roger Lancelyn Green. lllustrated by Will Nickless. tondra-Glasgow, 1966. 2673 Henry, O. pseud. William Sidney Porter. 58 short stories comprising heart of the West - The voice of the city - The gentle grafter. With an introduction by Geoffrey Moore. Londra-Glasgow, 1965. 2667 Haggard, Henry Rider. King Solomon’s mines. With an introduction by Roger Lancelyn Green. Illustrated by Will Nickless. Londra-Glasgow, 1965. 2668 Haggard, Henry Rider. Nada the Lily. With an introduction by Edward Boyd. Londra-Glasgow, 1957. 2669 Haggard, Henry Rider. She a History of Adventure. With an introduction by Stuart Cloete. Illustrated by Will Nickless. Londra-Glasgow, 1966. 2670 Hardy, Thomas. Tess of the D’Urbervilles. A pure woman. With an introduction by C. Day Lewis. Londra-Glasgow, 1967. 2671 Haym, Rudolf. La Scuola Romantica. Contributo alla storia dello spirito tedesco. Presentazione e traduzione di Ervino Pocar. Milano-Napoli, 1965. 106 2674 Hornung, Ernest William. Raffles. The Amateur Crackman - The Black Mask. With an introduction by M.R. Ridley. Londra-Glasgow, 1955. 2675 Hughes, Thomas. Tom Brown’s Schooldays. With an introduction by Will Nickless. Londra-Glasgow, 1963. 2676 Illuministi — italiani. Tomo III : Riformatori cmbardi, piemontesi e toscani. A cura di Franco Venturi. Milano-Napoli, 1958. 2677 Illuministi — italiani. Tomo V: Riformatori napoletani. A cura di Franco Venturi. Milano-Napoli, 1962. 2678 Illuministi — italiani. Tomo VII: Riformatori delle antiche repubbliche, dei ducati, dello Stato Pontificio e delle isole. A cura di: Giuseppe Giarrizzo, Gianfranco Torcellan e Franco Venturi. Milano-Napoli, 1965. 2679 Jerome, Jerome Klapka. Three men in a boat. To say nothing of the dog. With an introduction by Anthony Armstrong. Illustrated by Elizabeth Odling. Londra-Glasgow, 1965. 2680 Keats, John. Selected Poems. Edited with an introduction and notes by Edmund Blunden. Lcndra-Glasgow, 1966. 2681 Kingsley, Charles. Herewerd the Wake. With an introduction by L.A.S. Strong. Londra-Glasgow, 1965. 2682 Lamb, Charles. Selected essays letters poems. Edited with an introduction by J. Lewis May. Londra-Glasgow, 1966. 2683 Lamb, Charles and Mary. Tales from Shakespeare. With an introduction by Martin Armstrong. Londra-Glasgow, 1964. 2684 Leroy, Maurice. Profilo storico della linguistica moderna. Traduzione di Anna Davies Morpurgo. Bari, 1965. 2685 Lirici — del Settecento. A cura di Bruno Maier con la collaborazione di: Mario Fubini Dante sella - Giorgio Piccitto. Introduzione di Mario Fubini. Milano-Napoli, 1959. 107 2686 Livius (Titus). Storia di Roma. Testo latino e versione a cura di Carlo Vitali. Libri IX-X. Bologna, 1967. 2687 Livius (Titus). Storia di Roma. Testo latino e versione a cura di Carlo Vitali. Libri XXXI-XXXII. Bologna, 1968. 2688 London, Jack. The Cali of the Wild. White fang - The scarlet plague. Jack London. With an introduction by Bernard Fergusson. Londra-Glasgow, 1964. 2689 Lytton, Edward George Earle BulwerLytton. The Last Days of Pompeii. With an introduction by Lettice Cooper. Londra-Glasgow, 1963. 2690 Malcangi, Guido. Lucrezio epicureo. Bari-S. Spirito, 1967. 2691 Marino — e i marinisti. A cura di Giuseppe Guido Ferrero. Milano-Napoli, 1954. 2692 Marryat, Frederik. Mr. Midshipman Easy. With an introduction by Christopher Lloyd. Londra-Glasgow, 1963. 2693 Martinet, André. Elementi di linguistica generale. Traduzione di Giulio C. Lepschy. Bari, 1967. 2694 Melville, Herman. Moby Dick or the white whale. With an introduction by J. N. Sullivan. Londra-Glasgow, 1966. 2695 Memorialisti — dell’Ottocento. Tomo II a cura di Carmela Cappuccio. Milano-Napoli, 1958. 2696 Menendez Pidal, Ramon. La Spagna dei Cid. Traduzione di Giovanni Caravaggi. Milano-Napoli, 1966. 2697 Merriman, Henry Seton. Barlasch of the Guard. With an introduction by Norman Collins. Londra-Glasgow, 1963. 2698 Montagu, Mary Wortley. Poesie. Sta in: Conti, Antonio. Versioni poetiche. A cura di Giovanna Gronda. (Bari, 1966), pp. 77-101. 2699 Munro, Hector Hugh. pseud. Saki. 76 short stories comprising Reginald The chronicles of Clovis - The Toys of Peace. Londra-Glasgow, 1963. 2700 Narratori — dell’Ottocento e del primo Novecento. A cura di Aldo Borlenghi. Milano-Napoli, 1961-1966. 108 2701 Origini (Le) — Testi latini, italiani, provenzalj e franco-italiani. A cura di: Antonio Viscardi - Bruno e Tilde Nardi - Giuseppe Vidossi - Felice Arese con la collaborazione di: Gian Luigi Barni - Luigi Brusotti - Don Giuseppe De Luca - Tullio Gregory - Luigi Ronga:. Milano-Napoli, 1956. 2702 Palgrave, Francis Turner. The Golden Treasury. Of the best songs and lyrical poems in the english language. With an introduction and additional poems selected and arranged by C. Day Lewis. Londra-Glasgow, 1965. 2703 Passeri-Pignoni, Vera. Meditazioni Dantesche. (Saggio critico). Premio Cosenza 1966. Dodicesima edizione. Bari, 1967. 2704 Plebe, Armando. Discorso semiserio sul romanzo. Bari, 1965. 2705 Poe, Edgar Allan. Talen, Poems, Essays. With an introduction by Laurence Meynell. Londra-Glasgow, 1966. 2706 Poeti — latini del Quattrocento. A cura di: Francesco Arnaldi - Lucia Gualdo Rosa Liliana Monti Sabia. Milano-Napoli, 1964. 2707 Poeti — minori dell’Ottocento. Temo I a cura di Luigi Baldacci; Tomo II a cura di Luigi Baldacci e Giuliano Innamorati. Milano-Napoli, 1958-1963. 2708 Pope, Alexander. Il riccio rapito. Sta in: Conti, Antonio. Versioni poetiche:. A cura di Giovanna Gronda. (Bari, 1966), pp. 29-76. 2709 Pope, Alexander. Lettera di Elisa ad Abelardo. Sta in: Conti, Antonio. Versioni poetiche:. A cura di Giovanna Gronda. (Bari, 1966), pp. 9-2]. 2710 Prosa (La) — del Duecento. A cura di Cesare Segre e Mario Marti. Milano-Napoli, 1959. 2711 Prosatori volgari del Quattrocento. A cura di Claudio Varese. Milano-Napoli, 1955. 2712 Racine, Jean Atalia, Sat in: Conti, Antonio Versioni poetiche. A. cura di Giovanna Gronda. (Bari, 1966), pp. 103-200. 2713 Romagnosi, Giandomenico - Cattaneo, Carlo - Ferrari, Giuseppe. Opere. di Giandomenico Rornagnosi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari. A cura di Ernesto Sestan. Milano-Napoli, 1957. 109 2714 Russell Evans, Edward Ratcliffe Garth (Admiral Lord Mountevans). South With Scott. With four trackcharts, of the movements of the « Terra Nova and the main southern and western journeys. Londra-Giasgow, 1962. 2715 Sapegno, Natalino. Storia letteraria dei Trecento. Milano-Napoli, 1963. 2716 Scott, Walter. Ivanhoe. With an introduction by H.J.C. Grierson. Londra-Glasgow, 1965. 2717 Scott, Walter. Kenilworth With an introduction by Sir H.J.C. Grierson. Londra-Glasgow, 1965. 2718 Scott, Walter. Quentin Durward. With an introduction by i. T. Christie. Londra-Glasgow, 1964. 2719 Semionova Ginzburg, Eugenia. Viaggio nella vertigine. Traduzione dal l’originale russo di Aldino Betti. Milano, 1967. 2720 Seneca (Lucius Annaeus). I Benefici. Testo, introduzione, versione e note di Salvatore Guglielmino. Bologna, 1967. 2721 Sewell, Anna. Black Beatty. With an introduction by J. T. Mulley. lllustrated by Frank R. Grey. Londra-Glasgow, 1965. 2722 Shakespeare, William. Cornedies. Edited by Peter Alexander. Londra-Glasgow, 1960. 2723 Shelley, Percy Bysshe. Selected poerns. Edited with an introduction and notes by Edrnud Blunden. Londra-Glasgow, 1966. 2724 Smollett, Tobias. Hurnphry Clinker. With an introduction by V. S. Princhett. Londra-Glasgow, 1966. 2725 Sorlin, Pierre. Breve storia della società sovietica. Traduzione di Valentino Parlato. Bari, 1966. 2726 Stevenson, Robert Louis. A Child’s Garden of Verses. With an introduction by Elizabeth Goudge. lllustrated by Hilda Goldwag. Londra-Glasgow, 1964. 2727 Stevenson, Robert Louis. An inland voyage travels with a donkey the amateur emigrant thogether with the old new pacific capitals and the Silverado Squatters. With an introduction by G. B. Stern. Londra-Glasgow, 1963. 2728 Stevenson, Robert Louis. Dr. Jekyll and Mr. Hyde. lsland Night’s Entertainrnents. The Merry Men and other stories. With an introduction by John Kelman. Londra-Glasgow, 1965. 110 2729 Stevenson, Robert Louis. Kidnapped and Catriona. With introductions by Rosaline Masson and George Eyre-Todd. Londra-Glasgow, 1965. 2730 Stevenson, Robert Louis. The Master of ballantrae and Weir Herrniston and other fragments. Vith introduction by Neil Munro and Louis J. McQuilland. Londra-Glasgow, 1965. 2731 Stevenson, Robert Louis. Treasure lsland. With an introduction by Neil Munro. lllustrated by Arnold Beauvais. Londra-Glasgow, 1965. 2732 Studio(Lo) — dell’antichità classica dell’Ottocento. A cura di Pietro Treves. Milano-Napoli, 1962. 2733 Swift, Jonathan. Gulliver’s Travels. With an introduction by Peter Quennell. LondraGlasgow, 1964. 2734 Teatro — del Seicento. A cura di Luigi Fassò Milano-Verona, 1956. 2735 Tennyson, Alfred Tennyson. Poerns. Selected, with a biographical introduction and notes, by his grandson Charles Tennyson. Londra-Glasgow, 1965. 2736 Tennyson, Alfred Tennyson. The idylls of the King and the princess. Edited, with introductions by Charles Fennyson. Londra-Glasgow, 1956. 2737 Testi, Fulvio. Le lettere. A cura di Maria Luisa Doglio. Vol, I: 1609-1633; Vol, II: 1634-1637. Bari, 1967. 2738 Thackeray, William Makepeace. Vanity Fair.A Novel Without a Hero. With an introduction by Elizabeth Jenkins. Londra-Glasgow, 1963. 2739 Tommaseo, Niccolò. Memorie poetiche. Edizione del 1838 con appendice di poesie e redazione del 1858 intitolata — Educazione dell’ingegno —. A cura di Marco Pecoraro. Bari, 1964. 2740 Trama, Alfonso. Comoedia. Antologia della Palliata. In appendice: Elogia e Tabulae Triunphales. Padova, 1966. 2741 Trattatisti — e narratori del Seicento. A cura di Ezio Raimondi. Milano-Napoli, 1960. 2742 Trollope, Anthony. Barchester Towers. With an introduction by Pamela Hansford Johnson. Londra-Glasgow, 1966. 2743 Verri, Alessandro. Le notti romane. A cura di Renzo Negri. Bari, 1967. 2744 Wallace, Lewis (Lew). Ben Hur. With an introduction by Maryvonne Butcher. Londra-Glasgow, 1963. 2745 Wells, Herbert George. A short History of the World. Revised and Brought. up to date by Raymond Postgate and G. P. WeIls. Londra-Glasgow, 1965. 2746 Wells, Herbert George. In the Days of the Comet. With an introduction by Frank Wells. Londra-Glasgow, 1963. 2747 Wells, Herbert George. Lovetand Mr. Lewisham. With an introduction by Frank Wells. Londra-Glasgow, 1959. 2748 Wells, Herbert George. Tales of Life and Adventure. With an introduction by Frank Welles. Londra-Glasgow, 1965. 2749 WelIs, Herbert George. The Foot of the Gods. With an introduction by Ronald Seth. Londra-Glasgow, 1966. 2750 Wells, Herbert George. Tales of the Unewpected. With an introduction by Frank Wells. Londra-Glasgow, 1966. 111 2751 Wells, Herbert George. The History of Mr. Polly. With an introduction by Frank Wells. Londra-Glasgow, 1966. 2752 Wells, Herbert George. The lnvisible Man. With an introduction by Frank Wells. Londra-Glasgow, 1965. 2753 Wells, Herbert George. The Sleeper Awakes. With an introduction by Montgomery Belgion. Londra-Glasgow, 1964. 2754 Wells, Herbert George. The World Set Free. With an introduction by Ritchie Calder. Londra-Glasgow, 1956. 2755 Wilde, Oscar. Plays. With an introduction by Tyrone Guthrie. Londra-Glasgow, 1965. 2756 Wilde, Oscar. Poems and Essays. With an introduction Kingsley Amis. Londra-Glasgow, 1956. 2757 Wilde, Oscar. Stories. With an introduction by John Guest. Londra-Glasgow, 1966. 2758 Woolsey, Sarah Chauncey. pseud. Susan M. Coolidge. What Katy Did. What Katy Did at school. With an introduction by Margaret Tem- 112 pest. Illustrated by Victor Bertoglio. Londra-Glasgow, 1963. 2759 Wordsworth, William. Wordsworth selected poems. Edited with an introduction and notas by H. M. Margoliouth. Londra-Glasgow, 1966. VIII - LETTERATURA CONTEMPORANEA 2760 Banti, Anna. Noi credevamo. Milano, 1967. 2761 Brandi, Cesare. Le due vie. Bari, 1966. 2762 Chiesa, Francesco. Sant’Amarillide. Romanzo. Con un ritratto di Francesco Chiesa di Mario Agliati. Milano, 1967. 2763 Cucugliato, Carmine. Poesie. Cosenza, 1968. 2764 De Cespedes, Alba. La bambolona. Milano, 1967, 2765 De Danno, Alfredo. Solitudine di Pirandello. Profilo biografico-critico. Napoli, 1958. 2766 Del Beccaro, Felice. Tobino. Firenze, 1967. 2767 Dessi, Giuseppe - Tanda, Nicola. Narratori di Sardegna. Introduzione, scelta e commento a cura di Giuseppe Dessi e Nicola landa. Milano, 1965. 2768 Ellmann, Richard. James Jojce. Traduzione dall’inglese di Piero Bernardini. Milano, 1964. 2769 Emanuelli, Enrico. Un gran bel viaggio. Romanzo. Milano, 1967. 2770 Hoffman, Frederick. J. Faulkner. Firenze, 1968. 2771 La Selva, Giovanni. Liriche. Con prefazione di Pasquale Soccio. Firenze, 1967. 2772 Luti, Giorgio. Cronache letterarie tra le due guerre, 1920-1940. Bari, 1966. 2773 Mao Tse-Tung. Trentasette poesie. Versate dal cinese da Renata Corsini Pisu. Sta in: Ch’en, Jerone. Mao Tse-Tung e la rivoluzione cinese. Con trentasette poesie di Mao versate dal cinese da Renata Corsini Pisu. Iraduzione di Giorgio Rovida. (Firenze, 1966), pp. 429-478. 2774 Maraini, Dacia. A memoria. Introduzione di Renato Barilli. Milano, 1967. 2775 Mengoli, Piero. Motivi d’ogni tempo. Novelle. Salerno, 1936. 2776 Montella, Carlo. Perchè anche morire. Romanzo. Milano, 1967. 2777 Mutterle, Anco Marzio. Emanuelli. Firenze, 1968. 2778 Napolitano, Gian Gaspare. Il Figlio del Capitano. Milano, 1958. 2779 Nardelli, Federico Vittore. Vita segreta di Pirandello. Roma, 1962. 2780 Ognissanti, Pasquale. Controre. Foggia, 1966. 2781 Ortese, Anna Maria. Poveri e semplici. Firenze, 1967. 2782 Pavese, Cesare. Lettere 1945-1950. A cura di Italo Calvino. Torino, 1966. 113 2783 Prezzolini, Giuseppe. Ideario. Milano, 1967. 2784 Quasimodo, Salvatore. La terra impareggiabile. Milano, 1966. 2785 Rodi, Cesare. Il fantasma. Bari, 1966. 2786 Russo, Luigi. La critica letteraria contemporanea. Dal Carducci ai Croce - Dal Gentile agli ultimi romantici - Dal Serra agli Ermetici. Firenze, 1967. 2787 Sansone, Mario - Paolo, Salvatore. Narratori di Puglia e Basilicata. Premessa, scelta e commento a cura di Mario Sansone e Salvatore Paolo. Introduzione di Nicola Carducci. Milano, 1966. 2788 Sapienza, Goliarda. Lettera aperta. Romanzo, Milano, 1967. 2789 Sciascia, Leonardo - Guglielmino, Sal vatore. Narratori di Sicilia. Introduzione, scelta e commento a cura di Leonardo Sciascia e Salvatore Guglielmino. Milano, 1967. 2790 Stefaniie, Mario. Narratori di Campania. Introduzione, scelta e commento a cura di Mario Stefanile. Milano, 1966. 114 2791 Strindberg, August. Tempo di fermenti. Autobiografia, Il figlio di una serva - tempo di fermenti. Premessa di Valerio Fantinel. Traduzione di Franco Moccia. Milano, 1967. 2792 Tarizzo, Domenico. Proust. Firenze, 1968. 2793 Villani, Giorgio. Il ragazzo prefabbricato. Romanzo. Milano, 1967. 2794 Zagarrio, Giuseppe. Luzi. Firenze, 1968. IX — BELLE ARTI 2795 Abbiati, Franco. Storia della musica. Vol. I : Dalle origini al Cinquecento:. Vol. II: Il Seicento e il Settecento. Vol. III: L’Ottocento. Milano, 1967. 2796 Alberto — Amorico. Mostra Personale. Foggia Paiazzetto dell’Arte, 1-10 dicembre 1967. Foggia, 1967. 2797 Brescia — città d’arte. Il Castello - La Loggia il Broietto - Le Chiese - I Palazzi - I musei - La Pinacoteca - La Biblioteca. Introduzione di Antonio Morassi. Milano, 1958. 2798 Canino, Marcello. Napoli. Visioni d’arte e di vita nei disegni di Marcello Canino commentati da Riccardo Filangieri. A cura di Fortunato Postiglione e per conto del Banco di Napoli. Napoli, 1954. 2799 Carli Ballola, Giovanni. Il monello di Foggia che conquistò la Scala. La vita e la figura artistica di Umberto Giordano, il popolare operista del quale la città pugliese sta celebrando il centenario della nascita. Sta in: Gente. Settimanale di politica, attualità e cultura. Milano, a. XI, n. 48, pp. 80-81. 2800 Cellamare, Daniele. Umberto Giordano. Roma, 1967. 2801 Celletti, Rodolfo. Gli interpreti Giordaniani. Sta in Umberto — Giordano. A cura di Mario Morini. (Milano, 1968), pp. 193-222. 2802 Confalonieri, Giulio. Umanità di Giordano. Sta in: Umberto — Giordano. A cura di Mario Morini. (Milano, 1968), pp. 259-266. 2803 « Eroica (L’) ». Rassegna italiana di Ettore Cozzani. Anno XXXI, quaderno 271-273, marzomaggio 1941. [Numero dedicato a Michelangelo nel quarto centenario del Giudizio Universale], Milano, 1941. 2804 Ferri, Silvio. Opuscula. Scritti vari di metodologia storico-artistica, archeologia, antichità etrusche e italiche, filologia classica. Firenze, 1962. 2805 Ferriguto, Arnaldo. Attraverso i « Misteri » di Giorgione. Castel Franco, 1933. 2806 Gavazzeni, Gianandrea. La possibilità di un discorso critico su Giordano. Sta in Umberto — Giordano. A cura di Mario Morini. (Milano, 1968), pp. 3-15. 2807 Hourticq, Louis. Encyclopédie des Beaux-Arts. Vol. I: A-K; Vol. II: L-Z. Parigi, 1925. 2808 Lawson, John Howard. Teoria e storia del Cinema. Prefazione di Fernaldo Di Giammateo. Traduzione di Irene De Guttry e Maria Lucioni. Bari, 1966. 2809 Marisa — Carabellese. Mostra di pittura. Pronao Villa Comunale. Foggia, 3-8 maggio 1967. Sotto il patrocinio dell’Associazione Amici del Museo di Foggia - Sezione Mostra d’Arte. S. I.. 1967. 2810 Moretti, Giuseppe. Il Guerriero Italico di Capestrano. Roma, 1966. 115 2811 Marini, Mario. Antologia della critica. Sta in: Umberto — Giordano. A cura di Mario Morini. (Milano, 1968), pp. 117-191. 2812 Nattini, Amos. Immagini per le Canzoni delle Gesta d’Oltremare di Gabriele D’Annunzio. Genova, 1912. 2813 Peretti Griva, D. R. Roma. Novanta vedute moderne di D. R. Peretti Griva 55 incisioni e disegni antichi. Testo di Alfredo Petrucci. Torino, 1949. 2814 Petrucci, Alfredo. Cattedrali di Puglia. Roma, 1960. 2815 Petrucci, Alfredo. L’incisione italiana. L’Ottocento. Roma, 1941. 2816 Pica, Vittorio. Giuseppe De Nittis. L’Uomo e l’artista. Milano, 1914. 2817 Quaderni musicali. Rassegna bimestrale di storia, critica e cronaca a cura di M. Simone e V. Terenzio. Foggia, a. III, n. 1-4, genn.-aprile 1959. Umberto Giordano dieci anni dopo la morte. Foggia, 1959. 2818 Santi, Piero. Romanzo e Orchestra in Giordano. Sta in: 116 Umberto — Giordano. A cura di Mario Morini. (Milano, 1968), PR. 105-116. 2819 Supino, I.B. Assisi nell’opera di Antonio Discovolo. Milano, 1926. 2820 Terenzio, Vincenzo. Musicisti italiani del secolo XVIII. - Serie I. Bari, s.d. 2821 Terenzio, Vincenzo. Lo stile di Giordano nella sua genesi e nei suoi fondamenti storici. Sta in: Umberto — Giordano. A cura di Mario Morini. (Milano, 1968), PR. 89-103. 2822 Ugolini, Giovanni. Umberto Giordano e il problema deil’opera verista Sta in: Umberto — Giordano. A cura di Mario Morini. (Milano, 1968), PR. 17-87. 2823 Umberto — Giordano. A cura di Mario Morini. Milano, 1968. 2824 Volpe, Carlo. La pittura riminese del Trecento. Milano, 1965. X — DIRITTO 2825 Cottino, Gastone. Del riporto. Della permuta. Codice civile art. 1548-1555. Bologna-Roma, 1966. 2826 Galgano, Francesco. Delle associazioni non riconosciute e dei comitati. Codice civile - Libro I Art. 36-42. Bologna-Roma, 1967. 2827 Massimo Bianca, C. Dell’inadempimento delle obbligazioni. Codice civile art. 1218-1229. Bologna-Roma, 1967. 2828 Riva Sanseverino, Luisa. Diritto del lavoro. Padova, 1967. XI — ECON. POLIT. SOCIAL. 2829 Alexander, Edgar. Adenauer e la nuova politica. Prefazione di Luigi Sturzo. Traduzione di Cordelia Gundolf. Napoli, 1959. 2830 Ardigò, Achille. Innovazione e comunità. Milano, 1964. 2831 Baldi, Guido Mario, L’Idea del benessere. Milano, 1964. 2832 Barbano, Filippo. Teoria e ricerca nella sociologia contemporanea. Introduzione al problema sociologico, Milano, 1955. 2833 Bastide, Roger. Sociologia dei sogno. Sta in: Sogno (Il) — e le civiltà umane. Introduzione di Vittorio Lanternari. Traduzioni di Italo Molinari. (Bari, 1966), PR. 163-180. 2834 Bencivenga, Roberto. L’america verde. Bologna, 1967. 2835 Brenner, Hildegard. La politica culturale del nazismo. Introduzione di R. Bianchi Bandinelli. Traduzione del testo di Enzo Collotti. Traduzione dei documenti di Francesca Tosi. Bari, 1965. 2836 Bruno, Vincenzo. Lineamenti demo-economici dei Comuni Italiani per gradi di urbanità e di ruralità. Milano, 1965. 2837 Cavalli, Luciano. La città divisa. Sociologia del consenso e del conflitto in ambiente urbano. Milano, 1965. 2838 Crespi, Franco. Adattamento e integrazione. Analisi sociologica di alcuni aspetti del processo di industrializzazione in un’area del Mezzogiorno. Milano, 1964. 117 2839 Crespi, Franco. La sociologia come scienza e la teoria dell’azione sociale, Milano, 1964. 2840 Democrazia (La) — Cristiana e le attese dei lavoratori. Atti del Convegno Nazionale tenuto a Roma il 25-26 febbraio 1967 promosso dall’ufficio lavoro della D.C. Roma, 1967. 2841 Dirigenti — e Comunità Periferiche. Atti del Convegno Nazionale Dirigenti della D.C. Roma, 15-16 ottobre 1965. 2842 Fortini, Franco. Profezie e realtà del nostro secolo. Testi e documenti per la storia di domani. A cura di Franco Fortini. Bari, 1965. 2843 Fraccacreta, Angelo. Scritti meridionali. Ristampa a cura di Mario Simone. Prefazione di Mario De Luca. Napoli-Foggia-Bari, 1966. 2846 Histoire — générale des peuples de I’antiquité a nos iours, Publiéé sous la direction de Maxime Petit. Parigi, 1925-1926. 2847 Lazarsfeld, Paul. F. Metodologia e ricerca sociologica. Bologna, 1967. 2848 Levi, Mario Attilio. La lotta politica nel mondo antico. Milano, 1955. 2849 Lineamenti — Economici e prospettive di sviluppo delle Provincie Italiane. Milano, 1964 2850 Luzzatto, Gino. Dai servi della gleba agli albori del capitalismo. Saggi di storia economica. Introduzione di Marino Berengo. Bari, 1966. 2851 Luzzatto Fegiz, Pier Paolo. I volto sconosciuto dell’italia. Seconda serie - 1956-1965. Milano, 1966. 2844 Gandolfì, P. Domenico. Lavoro ed economia familiare. Inchiesta sociologica condotta presso un gruppo di minatori italiani in Belgio. Milano, 1961. 2852 Meynaud, Jean. La tecnocrazia. Mito o realtà- Traduzione di Antonella Dolci. Bari, 1966. 2845 Getty, J. Paul. Come diventare miiiardario. Traduzione di Lucia Usellini. Milano, 1967. 2853 Morris, William. Architettura e socialismo. Sette saggi a cura di Mario Manieri-Elia. Bari, 1963. 118 2854 Nel — primo centenario della Riunione Adriatica di Sicurtà. 1838-1938. Volume commemorativo pubblicato in occasione dell’approvazione del 100° bilancio sociale. Trieste, 1939. 2855 Nitti, Francesco Saverio. Scritti di Economia e Finanza. Vol. III Parte I: La ricchezza dell’italia; Vol. III - Parte il: La conquista della forza li capitale straniero in italia. A cura di Domenico Demarco. Bari, 1966. 2856 Quadri — Economici delle Provincie Italiane. Milano, 1960. 2857 Rizzi, Bruna. Il collettivismo burocratico. (Polemica Roma, 1967. L. Trotzki - P. Naviile - Bruno R.). lmola, 1967. 2858 Robinson, Joan. Ideologia e scienza economica. A cura di Giacomo Becattini. Traduzione di Mirelia Brini Savorelli. Firenze, 1966. 2859 Ronfani, Ugo. Perchè De Gaulle. Bari, 1964-1965. 2860 Russo, Giovanni. Chi ha più santi in paradiso. Bari, 1964. 119 2861 Servan Schreiber, Jean-Jacques. La sfida americana. Prefazione di Ugo La Malfa. Milano, 1968. 2862 Trozzi, Mario Le penombre di un delitto, Il processo Meson es. Roma, 1922. 2863 Vianello, Mina. Lo scarto culturale. Bari, 1966. XII — SCIENZE PURE 2864 Bargellini, Guido - Marini - Bettola, G.B. Breve corso di Chimica Organica con indirizzo biologico. Roma, 1967. 2865 Belli, Eric T. I grandi matematici. Traduzione di Dma Aduni. Firenze, 1966. 2866 Boldrini, Marcello - Naddeo, Alighiero. Le statistiche empiriche e la teoria dei campioni. Milano, 1957. 2867 Faggiani, Dalberto. La struttura logica della fisica. Torino, 1965. 2868 Frege, Gottlob. Logica e aritmetica. Scritti raccolti a cura di Corrado Mangione. Prefazione di Ludovico Geymonat. Torino, 1965. 2869 Ganassini, M. L. Applicazioni di Geometria Descrittiva. Teoria delle ombre. 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D. 2620 BOLDRINI, M. 2866 BORGHI, L. 2510, 2511 BRANDI, C. 2761 BRASS, I. 2565 BRAUDEL, E. 2566 BRELICH, A. 2622 BRENNER, H. 2835 BRESCIA. 2797 BRONTEE, A. 2623 BRONTEE, C. 2624 BRONTEE, E. 2625 BRUNO, V. 2836 BUCCI, A. 2567 BUCCINO, M. 2877 BURUS, R. 2626 BUTLER, 5. 2627 CAHEN, R. 2512 CAILLOIS, R. 2532 CALO’, M. 5. 2889 Indice per Autori delle nuove accessioni CAMERA DI COMMERCIO INDUSTRIA E AGRICOLTURA, 2890 CANINO, M. 2798 CANTIMORI, D. 2481, 2568 CAPRONI GUASTI, T. 2878 CAPUANO, M. 2891 CARANO - DONVITO, G. 2892 CARBONELLI, C. G. 2569 CARLI BALLOLA, G. 2799 CARLYLE, A. L. 2533 CAROCCI, G. 2570 CARROLL, L. 2628 CASANOVA, G. 2629 CASTALDI, F. 2601 CARLYLE, A. L. 2533 CATTANEO, C. 2713 CAVALIERI. 2482 CAVALLI, L. 2837 CELLAMARE, D. 2800 CELLETTI, R. 2801 CENTENARIO. 2893 CHIESA, F. 2762 CH’EN, J. 2577 CITTA’ DI FOGGIA. 2894 CLEMENS, S. L. 2630 CLUNY, R. 2483 COLLINS, W. W. 2631 COLOMBANO C. 2484 COMPAGNA, F. 2879 COMUNE DI FOGGIA. 2895-2896 CONFALONIERI, G. 2802 CONTI, A. 2635 COOPER, I. F. 2636 CORREGGIARI, F. 2880 CORSANO, A. 2534 COTTINO, G. 2825 CONRAD, J. 2633, 2634 CRAIK, D. M. 2637 CRESPI, F. 2838-2839 CRISTIANI, L. 2485 CROCE, G. C. 2638 CUCUGLIATO, C. 2763 DAYAN, M. 2572 DAL PRA, M. 2535 D’ANDREA, U. 2571 DAVIES, H. 2602 DE ANGELIS, R. 2897 DE BARTOLOMEIS, F. 2513 DEL BECCARO, F. 2766 DE CESPEDES, A. 2764 DE CONCILIIS, L. M. 1250 DE DONNO, A. 2765 DE GIACINTO, 5. 2514 DE LUCA, G. 2487 DE MAURO, T. 2642 DEMOCRAZIA. 2840 DEFOE, D. 2640 DELFINI, A. 2641 DE HEREDIA, C. 2486 DESSI’,G.-TANDA, U. 2767 DEVOTO, G. 2643 DICKENS, C. 2644 - 2645 2646 - 2647 - 2648 - 2649 2650 - 2651 - 2652 - 2653 2654 DIRIGENTI. 2841 DI VITTORIO, A. 2573 DONOVAN, R. J. 2574 DRUMMOND, H. 2655 DU MAURIER, G. 2656 EBREI. 2575 EDUCAZIONE. 2515 EDWARDES, M. 2578 ELLMANN, R. 2768 EMANUELLI, E. 2769 EROICA. 2803 EURIPIDES. 2657 EVANS, M. A. 2658-2659 FAGGIANI, D. 2867 FERRARI, G. 2713 FERRAROTTI, F. 2536 FERRI, S. 2804 - 2899 - 2900 FERRIGUTO, A. 2805 FICHTE, J. G. 2537 FIELDING, H. 2660 FINI, G. 2901 FIORE, M. A. 2902-2903 FIORETTI, 2488 FITGERALD, E. 2661 FLORES D’ARCAIS,G. 2516 FORTE, M. A. 2903 FORTINI, 2842 FRACCACRETA, A. 2843 125 FRANCIOSA, L. 2905 FREGE, G. 2868 FREUD, 5. 2928 FUBINI, M. 2662 GALGANO, F. 2826 GANDOLFI, P. D. 2844 GARGIULO B. 1073 GARGIULO, C. 1074, 1075 1076 ‘ GAROFALO, S. 1077, 1078 1079 GARZONI, T. 1080 GASPARRINI, G. 1081, 1082 GATTI, M. 1083 GATTI, 5. 1087, 1088 GATTI, 5. 1084, 1085, 1086 GATTO, A. 1089 GATTOLA - MONDELLA, N. 1090 GAUDIOSO, R. M. 1091 GAVAZZANI, G. 2806 GAWSWORTH, J. 1093 GAY, J. 1092 GENERALI, G. 1094 GENOINO, G. 1095 GENOVESI, A. 1096 GENTA, F. 1097 GENTILE, A. 1098 GENTILE, C. 1099, 1100, 1102, 1103, 1104, 1105, 1106, 1107, 1108,1109, 1110,1111, 1112,1113,1114,1115,1116, 1117, 1118, 1119, 1120, 1121, 1122 GENTILE, G. 2538 GERARD, J. 2489 GEREMIA, T. 1129 GENTILE, F. 1123, 1124, 1125, 1126, 1127 1128 GERMANI, M. 1130 GERVASIO, M. 1131, 1132, 1133 GESUALDI, A. 1134 GETTY, J. P. 2845 GHELLI, P. 1135 GIACOMUCCI, E. 1136 GIACOVAZZO, G. 1137 GIAMPIETRO, L. 1138,. 1139 GIANGUALANO, N. 1140 GIANNANTONIO, D. 1141 GIANNELLI, G. 1142 GIANNINI, D. 1143 GIANNOCCOLI, D. 1144 GIANNONE, A. 1145 GIANNONE, O. 1146 GIANNONE, P. 1147, 1148, 1149 GIANNUBILO,M. 1150, 1151 GIANNUZZI, A. 1152 GIFUNI, G. 1153, 1154, 1155, 1156, 1157, 1158, 1159, 1160 126 GIGLI, G. 1161, 1162 GILBERTI, U. 1163, 1164 GINNASIO - LICEO « M. TONDI » . 1165 GINZBURG, 5. 279 GIOCO. 2517 GIOFFREDA, E. P. 1166 GIOIA, D. 1167 GIOIA, M. A. 1168, 1169 GIORDANI, D. 1170, 1171 GIORDANO, A. 1172 GIORDANO, D. 1173 GIORDANO, L. 1174 GIORDANO, M. 1175 GIORDANO, 5. 1176 GIORNALE degli atti del governo di Capitanata. 1177 GIORNALE dell’istorie del Regno di Napoli... 1178 GIORNALE enciclopedico di Na poli. 1179 GIORNALE fisico-agrario della Capitanata. 1180 GIORNALE (UN) tra due città. 1181 GIORNATE mediche daune. 1182 GIOVANETTI, G. 1183 GIOVENE, G. M. 1184 GIOVINE, A. 1185, 1186, 1187, 1188, 1189, 1190 GISMONDI, M. 1191 GISMONDI, M. 2603 GITTI, A. 1192 GIUGNI, G. 2518 GIIJLIANI, A. 1193, 1194 GIULIANI, E. 1195 GIULIANI, G. 1196 GIULIANI, L. 1197 GIULIANI, V. 1198, 1199 GIUNTA (LA). 1200 GIUNTA, E. 1201 GIURA-LONGO, R. 1202, 1203, 1204 GIUSEPPE Checchia-Rispoli. 1205 GIUSFREDI, G. 1206 GIUSSO, G. 1207, 1208, 1209 GIUSTINIANI, L. 1210, 1211, 1212, 1213 GIUSTINIANI, V. 1214 GIUSTINO Fortunato (1848-1932). 1215 GIUSTIZIA! 1216 GIUSTO, D. 1217, 1218, 1219 GLOCKNER, H. 2882 GNOZZI, G. 1220, 1221,1222 GOLDONI, C. 2663 GOLDSMITH, 0. 2664 GOMASSINI, M. L. 2869 GRAMIGNA, R. 1223 GRAN CORTE CIVILE. Na poli. 1224 GRAN CORTE CRIMINALE DI CAPITANATA. 1225 GRAN CORTE DE’ CONTI. Napoli. 1226 GRAN CORTE SPECIALE. Napoli. 1227 GRAN Premio (12°) ciclo - motoristico delle nazioni. 1228 GRANA, 5. 1229 GRANATA, A. 1230, 1231 GRANATA, F. 1232 GRANATA, L. 1233, 1234 GRANDE, G. 1235 GRANUM Sinapis. 1236 GRASSI, D. 1237 GRASSI, G. 1238, 1239 GRAVINA, A. 1240 GRAY, E. M. 1241 GRAZIANI, A. 1242 GRAZIUSO, L. 1243 GRECI e Italici in magna Grecia. 1244 GRECO, A. 1245 GRECO, E. 1246, 1247, 1248, 1249 GRECO, G. A. 1250 GRECO, I. 1251 GREGOROVIUS, F. 1252, 1253 GRIFFI. L. 1254 GRIFONI, R. 1255, 1256 GRILLO (IL). 1257 GRIMALDI, D. 1258 GRIMALDI, G. 1259 GRINOVERO, C. 1260, 1261, 1262 GROSSI, D. 1263 GROSSM1TH G. 2665 GROSSMITH, W. 2665 GRUPPO _____ amici dell’arte. 1264 GUARANO, M. 1265 GUARDIONE, E. 1266, 1267 GUARINI, D. 1268 GUARNA, R. 1269 GUARRACINO, A. 1270, 1271 GUERRA, R. 1272 GUERRIERI, L. 1273 GUERRIERI, M. 1274, 1275 GUGLIELMINO, 8. 2789 GUGLIELMO Appulo. GUI, E. 1277 GUIDA. 2604 GUIDUCCI, R. GUILLOU, A. GUISCARDI, R. GYMNASIUM. LONDON, J. 2688 LONGANO, F. 2908 LONGINUS, C. 2545 LOPEZ, R. 5. 2582 LUCERA. 2909 LUTI, G. 2772 LUZZATTO, G. 2850 LUZZATTO FEGIZ, P. P. 2851 LYTTON, E. G. 2689 1276 1278 1279 1280 1281 HADRAVA. 1282 HAY, D. 2576 HAGGARD, H. R. 2666 2667 - 2668 HAYM, R. 2671 HARDY, T. 2670 HASELOFF, A. 1283 HEATON, E. W. 2490 HEGEL, G. G. F. 2539 HEISENBERG, W. 2870 HENRY, 0’. 2672 - 2673 HERMES, T. 2540 HISTOIRE. 2846 HOFFMANN, F. I. 2770 HORNUNG, E. W. 2674 HOURTICQ, L. 2807 HUGHES, T. 2675 HUIZINGA, J. 2579, 2580 HUSSERL, E. 2541 ILLUMINISTI. 2676 - 2677 - 2678 - 2679 JETTA, A. 2605 JEROME, J. K. 2679 KANT, I. 2542, 2543 KEATS, J. 2680 KINGSLEY, C. 2681 KIERKEGAARD, 5. 2544 LA CAVA, M. 2581 LAMB, C. 2682 LAMB. C. e M. 2683 LA SELVA, G. 2771 LAWSON, J. H. 2808 LAZARSFELD, P. F. 2847 LECLERCQ, J. 2491 LENZI, R. 2871 LEONE, G. 2492 LEROY, M. 2684 LEVI, M. A. 2848 LINEAMENTI. 2849 LIONS CLUB - FOGGIA 2906 - 2907 LIRICI. 2685 LIVIUS, T. 2686 - 2687 LIWSCHITZ, M. 2881 LIWSCHITZ, M. 2882 LOBACEVSKIJ, N. I. 2872 LODEN, J. 2929 - MAY, R. 2493 MALCANGI, G. 2690 MALDARELLI, D. 2910 MAO TSE-TUNG. 2773 MANCHESTER, W. 2583 MARAINI, D. 2774 MARCUSE, H. 2546 MARGIOTTA BROGLIO, F. 2584 MARINI-BETTOLO, G. B. 2864 MARINO. 2691 MARISA, C. 2809 MARRYAT, F. 2692 MARTINET, A. 2693 MASELLIS, V. 2911 MASSIMO BIANCA, C. 2827 MASSUCCO COSTA, A. 2519 MEHEUT, M. 2873 MEINECKE, F. 2585 MEYNAUD, J. 2852 MELVILLE, H. 2694 MEMORIALISTI. 2695 MENGOLI, P. 2775 MERRIMAN, H. 5. 2697 METRAUX, A. 2606 MIANI - CALABRESE, D. 2874 MINISTERO DELLA MARINA. 2607, 2608 MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI. 2609 NARRATORI. 2700 NATTINI, A. 2812 NEL... 2854 NELSON, B. 2550 NICOLARDI, A. 2883 NITTI, F. 5. 2855 NOBILTA’. 2595 OGNISSANTI, P. 2780 OPPENHEIMER, J. R. 2551 ORIGINI. 2701 ORTESE, A. M. 2781 OSPITALITA’ ITALIANA. 2914 PACI, E. 2552 PALGRAVE, E T. 2702 PALMIERI, M. 2915 PAOLO, S. 2787 PAPULI, G. 2553 PASSERI-PIGNONI, V. 2703 PAVARIN, V. 2876 PAVESE, C. 2782 PETTER, G. 2521, 2522 PERESSON, L. 2520 PERETTI GRIVA, D.R. 2813 PETRUCCI, A. 2814 PICA, V. 2816 PILLON, G. 2586 PIOVANI, P. 2554 PIRENNE, H. 2587 PISCITELLI, E. 2588 PITTA, E. 1271 PLATO. 2555 PLEBE, A. 2704 POE, E. A. 2705 POETI. 2706, 2707 POPE, A. 2708 - 2709 PORTIGLIOTTI, G. 2610 PRAMPOLINI, G. 2611 PRENCIPE, S. 2916 PREZZOLINI, G. 2783 MISSORI, E. 2912 MOLA, C. 2494 MONSURRO’, L. 1270 MONGIELLO, G. 2913 MONSTERLEET, J. 2495 MONTAGU, M. W. 2698 MONTELLA, C. 2776 MORETTI, G. 2810 MORINI, M. 2811 MORRIS, W. 2853 MUNRO, H. H. 2699 MURPHY, G. 2547 MUSATTI, C. E. 2548, 2549 MUTTERLE, A. M. 2698 PRIMO. 2523 PRINI, P. 2524 PROSA. 2710 PROSATORI. 2711 PROVINCIA DI BARI. 2917 PROVINCIA DI FOGGIA. 2918 PUGLISI, S. M. 2589 NADDEO, A. 2866 NAPOLITANO, G. G. 2778 NARDELLI, F. V. 2779 RACINE, J. 2712 RAHNER, K. 2496 RANKE, E. 2497 QUADERNI MUSICALI. 2817 QUADRI. 2856 QUASIMODO, S. 2784 127 RE (IL) GALANTUOMO. 2590 RETIF, L. e A. 2498 RICCIARDELLI, P. 2930 RICE, F. 0. 2875 RIVA, A. 2525 RIVA SANSEVERINO, L. 2828 ROBINSON, J. 2858 RODI, C. 2785 ROLFS, G. 2920 ROMAGNOSI, G. 2713 ROMANO, S. F. 2591 RONFANI, U. 2859 ROUGEMONT, D. 2499 RUGGERO, C. 1221 RUSSELL EVANS, E. R. G. 2714 RUSSO, L. 2786 RUSSO, G. 2860 SAINT-PAULIEN. 2500 SALVATORI, U. 2921 SANSONE, M. 2787 SANTI, P. 2818 SANTINI, A. 2501 SAPEGNO, M. 2715 SAPIENZA, G. 2788 SARDO, G. 2592 SARPI, P. 2502 SARPI, P. 2593 SCARZELLA MARZOCCHI, E. 2526 SCHMIDT, (VON) F. 2931 SCIASCIA, L. 2789 SCOTT, W. 2716 - 2717 2718 SCUOLA. 2527 128 SELECTED. 2723 SENECA, 5. A. 2720 SERVAN SCHREIBER, J. I. 2861 SEWELL, A. 2721 SHAKESPEARE, W. 2722 SYES, J. 2503 SMOLLET, T. 2724 SOCCIO, P. 2922 - 2923 SORLIN, P. 2725 SPIRITO, G. 2924 SPIRITO, U. 2556 STENZEL, J. 2528 STEVENSON, R. L. 2726 2727 - 2728 - 2729 - 2730 2731 STEFANILE, M. 2790 STEINER, J. F. 2594 STRINDBERG, A. 2791 STUDIO. 2732 SUPINO, I. B. 2819 SWIFT, J. 2733 TANDA, U. 2767 TARANTO. 2925 TARIZZO, D. 2792 TEATRO. 2734 TELLER E. 2875 TENNYSON, A, T. 2735 2736 TERENZIO, V. 2820 - 2821 TESTI, F. 2737 THACKERAY, W. M. 2738 TODD, J. M. 2504 TOMMASEO N. 2739 TORTONE, A. 2926 TOSCHI, U. 2612 TRAINA, A. 2740 TRATTATISTI. 2741 TROLLOPE, A. 2742 TROZZI, M. 2862 TUCCI, L. 2505 UCCELLI, A. 2884 UMBERTO, G. 2823 UNIVERSITA’ DEGLI STUDI - BARI - FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSO FIA. 2927 UOMO. 2613 VARALDO, A. 2614 VERNEAUX, R. 2557, 2558 VERRI, A. 2743 VIANELLO, M. 2863 VILLANI, G. 2793 VIENNE, L. 2506 VOCINO, M. 2885 VOLPE, C. 2824 VOLPE, G. 2596 VOLPICELLI, L. 2529 WAISMANN, F. 2559 WALLACE, L. 2744 WEBER, M. 2560 WEINER, N. 2561 WELLS, H. G. 2745 - 2746 2747 - 2748 - 2749 - 2750 2751 - 2752 - 2753 - 2754 WILDE, 0. 2755-2756-2757 WOOLSEY, 5. C. 2758 WORDSWORTH. 2759 ZAZO, A. 2597 ZAGARRIO, G. 2794 ZWIRNER, G. 2876 QUADERNI DI «LA CAPITANATA» EDITI DALLA AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA 1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell’opera di Tommaso Fiore (con 9 ill. ni). 1. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (Con 4 tavv. ill. f. t.). 2. ALDO VALLONE. Correnti letterarie e studiosi di Dante in Puglia (con 2 tavv. ill. e 2 aut. f.t.). 3. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum «De acquadiensium oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4 tavv. ill. f.t.). 4. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio «Gargano» 1967). 5. VINCENZO TERENZIO. Umberto Giordano cento anni dalla nascita (con 4 tavv. ill. f. t.). 6. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv. f.t.). 7. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia alto medievale (con 6 tavv. f.t.). 8. I a Mostra bibliografica del Gargano (con ill. nel t. e 12 tavv. f.t.). Direzione di «La Capitanata » presso la Biblioteca Provincale di Foggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dogana