la Biblioteca di via Senato
mensile, anno vi
Milano
n. 9 – settembre 2014
SUL NOLANO
Giordano Bruno:
raffinato bibliofilo
di guido del giudice
EDITORIA
Raffinati libri
con un certo
bel carattere
di massimo gatta
FONDO ANTICO
Tutti i
Dante Alighieri
anno per anno
di giancarlo petrella
AVVENTURE VISIVE
Su Rem Koolhaas
e lo Sguardo
dell’occhio
di sandro giovannini
L’ALTRO SCAFFALE
Il pensiero
filosofico
non è una coppa
di gelato
di alberto cesare ambesi
la Biblioteca di via Senato – Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VI – N.9/54 – MILANO, SETTEMBRE 2014
Sommario
4 BvS: Fondo Antico
TUTTI I DANTE ALIGHIERI
ANNO PER ANNO
di Giancarlo Petrella
46 Editoria/2
RAFFINATI LIBRI CON UN
CERTO BEL CARATTERE
di Massimo Gatta
14 Editoria
LA CIVILTÀ PERFEZIONATA
DA CHAMFORT A SCIASCIA
di Massimo Gatta
54 Avventure visive
SU REM KOOLHAAS E LO
SGUARDO DELL’OCCHIO
di Sandro Giovannini
20 Sul Nolano
GIORDANO BRUNO:
RAFFINATO BIBLIOFILO
di Guido Del Giudice
60 L’Altro scaffale
IL PENSIERO FILOSOFICO
NON È UNA COPPA
DI GELATO
di Alberto Cesare Ambesi
25 IN SEDICESIMO – Le rubriche
LE MOSTRE – IL LIBRO
DEL MESE – L’EDITORE
DEL MESE
a cura di Luca Pietro Nicoletti,
Alessandro Grossato
e Sandro Giovannini
42 Punture di penna
CONSIGLI INTELLETTUALI
PER IL VERO
MAÎTRE À PENSER
di Luigi Mascheroni
66 Filosofia delle parole e delle cose
ORGOGLIO RAFFINATO
E SERIA DISMISURA
di Daniele Gigli
70 BvS: il ristoro del buon lettore
I PIATTI DI
GRAZIA E ALCEO
di Gianluca Montinaro
72 HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO
SI RINGRAZIANO LE AZIENDE
CHE SOSTENGONO
QUESTA RIVISTA CON
LA LORO COMUNICAZIONE
Fondazione Biblioteca di via Senato
Biblioteca di via Senato – Edizioni
Presidente
Marcello Dell’Utri
Redazione
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Immagine di copertina
Tratta da Dante col sito et forma
dell’Inferno, Venezia, eredi di Aldo
Manuzio, 1515, mappa del baratro
infernale (particolare)
Stampato in Italia
© 2014 – Biblioteca di via Senato
Edizioni – Tutti i diritti riservati
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eventuali diritti per immagini o testi di cui
non sia stato possibile reperire la fonte
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
«I
l destino di Giordano Bruno è
indissolubilmente legato al
libro», scrive su questo numero
della rivista Guido Del Giudice, nell’articolo
dedicato al filosofo di Nola e al suo amore per
i libri. Amore che lo ha accompagnato
durante tutta la vita e che lo ha condotto alla
nota e tragica fine: le fiamme del pubblico
rogo, suo e delle sue opere.
Guardiamo oggi con orrore a queste
azioni, violente e illiberali. Eppure esse
vengono ancora perpetrate, sotto altre vesti.
Dimostrazioni di intolleranza intellettuale
sono all’ordine del giorno, specie nel nostro
Paese. Pensatori emarginati perché non
allineati, scrittori non pubblicati perché
scomodi, editori non distribuiti perché
“pericolosi”. A più di quattrocento anni poco
è cambiato. E a subirne le conseguenze sono,
oltre agli individui, anche i libri. Non più
bruciati ma per lo più declassati a istant
book, oppure scansati a favore di televisione
e new media o ancora guardati con
sufficienza nella convinzione che interessino
pochi.
Eppure è nel libro che risiede la potenza
più alta dell’espressione culturale: la forza
delle idee. Essendo oggetti che veicolano
un’opera (pur non essendo fisicamente essi
stessi l’opera) “lavorano” sull’immaginario
e sull’incorporeo, costruendo il mondo di
riferimenti dentro il quale viviamo. Senza
i libri non potremmo essere ciò che siamo;
senza i libri non avremmo coscienza;
senza i libri vivremmo in un mondo senza
prospettive. Proprio per questo, anche se
decidiamo di non saperlo, il destino di tutti
noi è indissolubilmente legato al libro.
Gianluca Montinaro
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
BvS: Fondo Antico
TUTTI I DANTE
ANNO PER ANNO
Due nuovi repertori bibliografici della Divina Commedia
GIANCARLO PETRELLA
Q
uante sono le edizioni
Commedia, il nuovo medium tidantesche del XVI sepografico già si era appropriato
colo? E quelle del Setdi Petrarca e Boccaccio. Il Cantecento? Qual è stata la prima
zoniere e i Trionfi avevano visto
edizione dotata di commento?
la luce a Venezia nel 1470 in un
Tutte queste domande, assolusolido in folio impresso per i tipi
tamente lecite sia per lo storico
di Vindelino da Spira, titolare
del libro di professione sia per
della prima officina impiantata
quello che un tempo si chiamava
in Laguna. Ma in fatto di editoil lettore colto, trovano ora sicuria petrarchesca era stato addira risposta in due ponderosi e
rittura preceduto da Ulrich Zell
indispensabili strumenti editi
che a Colonia, l’anno prima,
dalla Salerno editrice nell’ambiaveva stampato l’Historia Griselto del più ampio progetto del
dis, traduzione latina dell’ultima
‘Censimento dei commenti
novella del Decameron e dunque
danteschi’, ossia Le «Lecturae
ufficialmente prima opera del
Dantis» e le edizioni delle opere di
Petrarca a stampa. Le novelle
Dante dal 1472 al 2000 (a cura di Sopra: Dante Alighieri, in una
del Boccaccio viaggiavano già in
Ciro Perna e Teresa Nocita, Ro- incisione del 1920 di Adolfo de
due edizioni, la prima delle quama, Salerno ed., 2012) e I com- Carolis (1874-1928). Nella pagina
li dubitativamente assegnata almenti di tradizione a stampa (dal accanto: La Divina Commedia ridotta
la tipografia napoletana circa il
1477 al 2000) e altri di tradizione a miglior lezione dagli Accademici delle 1470, la seconda certificata e
manoscritta posteriori al 1480 (a Crusca, Firenze, Domenico Manzani,
sottoscritta a Venezia da Chricura di Enrico Malato e Andrea 1595, frontespizio
stophorus Valdarfer nel 1471.
Mazzucchi,
coordinamento
La fortuna editoriale di Dante
editoriale di Massimiliano Corinizia invece nella più defilata
rado, Roma, Salerno editore, 2014). Editorial- Foligno l’anno successivo. A prendere l’iniziativa
mente parlando Dante è arrivato per ultimo. Mi fu, ancora una volta, un tipografo venuto d’Olspiego. Nel 1472, quando i torchi licenziano qua- tralpe, quel Johann Neumeister che prende la pasi in simultanea addirittura tre edizioni della rola al colophon: «Nel mille quatro cento septe e
6
Dante con l’espositione di m. Bernardino Daniello, Venezia,
Pietro da Fano, 1568, frontespizio
due / nel quarto mese adi cinque et sei / questa
opera gentile impressa fue / Io maestro Iohanni
Numeister opera dei / alla decta impressione et
meco fue / Elfuginato Euangelista mei». Alla prima carta offriva invece ai lettori «la comedia di
dante alleghieri di fiorenze nella q(ua)le tracta /
delle pene et punitioni de uitii et demeriti / et premii delle uirtu». Poi, nello stesso anno, a Mantova
Georg de Augusta con Paulus de Butzbach e, probabilmente, a Venezia Federico de’ Conti licenziano altre due edizioni. A questo punto il mercato si suppone già saturo, o quasi. Ma ciò nonostante la fortuna letteraria e commerciale del
Poema nella nuova veste tipografica è solo agli
inizi, come può suggerire, anche a chi fosse digiu-
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
no di bibliografia dantesca, la ricognizione delle
edizioni di Dante dal 1472 al terzo millennio allestita da Teresa Nocita. Entro la fine del XV secolo
furono stampate quindici edizioni. La formula
editoriale vincente si concretizza nella mise en page che dispone le terzine al centro e il commento
esegetico (ormai imprescindibile viatico alla
comprensione del Poema) a gabbia tutt’attorno.
L’anno di svolta è il 1477. A Venezia Vindelino da
Spira licenzia la Commedia con le glosse trecentesche di Jacopo della Lana, erroneamente attribuite a Benvenuto da Imola. Ai numerosi esemplari
censiti nelle biblioteche italiane e straniere, si può
qui aggiungere anche il raffinato esemplare con
legatura ottocentesca amatoriale in marocchino
conservato presso la Biblioteca di via Senato, il cui
cospicuo fondo dantesco raggiunge il numero assolutamente ragguardevole di circa trecento edizioni, cui si aggiungono circa cinquecento contributi esegetici di varia natura (Dante e l’Islam. Incontri di civiltà, Milano, Biblioteca di via Senato
Edizioni, 2010). A Milano, tra il settembre 1477 e
il febbraio dell’anno successivo, Ludovico e Alberto Pedemontani sfornano un’edizione (la cosiddetta Nidobeatina) con il commento originale
del novarese Martino Paolo Nibia, umanisticamente detto, appunto, il Nidobeato, che dichiara
apertamente la dipendenza dalle glosse manoscritte di Jacopo e Pietro Alighieri, Jacopo della
Lana, Benvenuto da Imola, Giovanni Boccaccio,
Guiniforte Barzizza e più oscuri chiosatori, tra cui
un Andrea da Napoli. Non si può dire che fu un
commento di successo. Nel 1481 Firenze, colpevolmente in ritardo rispetto agli altri centri tipografici (Napoli a quest’altezza poteva vantare già
due edizioni, di cui una, quella attribuita a Francesco del Tuppo oggi nota in sole tre copie e assente anche nella più prestigiosa collezione dantesca privata allestita da Livio Ambrogio), inaugura la fortunata tradizione della Commedia col
commento di Cristoforo Landino, destinato a imporsi come autentico longseller sino al pieno Cin-
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
quecento. L’edizione, sottoscritta dal tedesco
Niccolò di Lorenzo, è l’ostentazione della fiorentinità, con un proemio che celebra le glorie cittadine in ogni arte e mestiere che sarà ancora saccheggiato da fra Leandro Alberti a distanza di cinquant’anni quando dovrà compilare il capitolo su
Firenze nella sua Descrittione di tutta Italia. Soprattutto però è questa l’edizione che per la prima
volta avrebbe offerto ai lettori un Dante per immagini, volendo infatti corredare ogni canto di
un’incisione su rame, opera di Baccio Baldini su
disegni forse del Botticelli. Se non che le difficoltà tecniche della stampa e i costi certo proibitivi
fecero presto naufragare l’impresa, arenatasi ai
primi diciannove canti. Ci pensò il dalmata Boninus de Boninis a Brescia, sei anni dopo, a immettere sul mercato un Dante più ‘democratico’ che
ristampa sostanzialmente l’edizione fiorentina
col commento landiniano ma sostituisce la complicata e costosa incisione su rame con la più agevole silografia (testo e immagine si potevano
stampare in unico passaggio sotto il torchio). Per
chiarezza va però detto che anche il progetto bresciano non andò proprio a buon fine, visto che le
silografie (tutte a piena pagina) proseguono stancamente, e con qualche pasticcio, non oltre il I del
Paradiso (mi si permetta di rimandare in merito a
G. Petrella, Dante in tipografia. Errori, omissioni e
varianti nell’edizione Brescia, Bonino Bonini, 1487,
«La Bibliofilia», CXV, 2013, pp. 167-195; ID.,
Iconografia dantesca ed elementi paratestuali nell’edizione della Commedia Brescia, Bonino Bonini, 1487,
«Paratesto», X, 2013, pp. 9-36). Saranno piuttosto le due edizioni veneziane del 1491, entrambe
accompagnate dal commento del Landino (Venezia, Bernardino Benali e Matteo Codecà, 31 marzo 1491; Venezia, Pietro Piasi, 18 novembre
1491) a completare lo sforzo in questa direzione,
riducendo le dimensioni delle silografie così da
garantire un corpus iconografico completo a tutte
le cantiche.
Nel 1502 un nuovo salto in avanti, o indietro
7
Dante col sito et forma dell’Inferno, Venezia, eredi di Aldo
Manuzio, 1515, frontespizio
rispetto allo standard tipografico-illustrativo ormai consolidatosi nel trinomio testo-commentoimmagine. Aldo Manuzio inaugura il nuovo secolo con Le terze rime di Dante nel rivoluzionario
formato tascabile in ottavo e nella lezione curata
dal Bembo. La sua è la prima delle circa trenta edizioni cinquecentesche della Commedia, solo dal
1555 ufficialmente ‘Divina’ (come la Callas) nel titolo scelto per l’edizione licenziata da Gabriele
Giolito de’ Ferrari. Il formato non più da leggio
suggerisce una fruizione più matura del testo, liberato in un solo colpo dall’ingombrante commento
e apparato silografico. Successo strepitoso, suggellato dalle simultanee contraffazioni lionesi,
dalla risposta della concorrenza fiorentina dei
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la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Sopra: Dante col sito et forma dell’Inferno, Venezia, eredi di Aldo Manuzio, 1515, mappa del baratro infernale.
A destra: Dante Alighieri, Divina Commedia (col commento di Cristoforo Landino), Venezia, Bernardino Benali e Matteo
Codecà, 3 marzo 1491, silografia a piena pagina in apertura di Inferno I
Giunta (1506) e più in avanti dal raffinatissimo
Dante nel minutissimo formato in 24° licenziato
dall’intraprendente Alessandro Paganini (1516).
Intanto l’anno prima l’officina aldina (ma Aldo era
appena scomparso il 6 febbraio) aveva sfornato
una seconda edizione in ottavo arricchita da un apparato assai suggestivo di illustrazioni di corredo
che rappresentano per certi versi l’antesignano
della tavole a tutti ben note fin dagli anni del liceo:
il «sito et forma della valle inferna», ossia una rappresentazione schematica dell’imbuto infernale;
una classificazione dei peccati infernali e una classificazione dei peccati che si espiano nel Purgatorio. Le illustrazioni discendono da quelle esposte
nel Dialogo di Antonio Manetti circa «il sito, forma
et misure dello inferno di Dante Alighieri» stampato a Venezia circa 1506 da Filippo Giunta.
Giù fino al 1596 (ultima edizione cinquecentesca) è un diluvio di edizioni, alcune delle quali
riportano in auge anche la formula testo-com-
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
mento con le nuove glosse firmate Alessandro
Vellutello e Bernardino Daniello uscite come autentiche novità esegetico-editoriali nel 1544 e nel
1568 (Venezia, Francesco Marcolini, 1544; Venezia, Pietro da Fano, 1568).
Poi l’eclissi del Seicento: tre edizioni in tutto, per di più ristrette all’area veneta e al breve arco temporale 1613-1629. Le prime due col bizzarro titolo La Visione Poema (rispettivamente Vicenza, Francesco Leni, 1613 e Padova, Donato
Pasquardi, 1629); l’ultima Venezia, Niccolò Misserini, 1629 con l’ormai canonico appellativo: La
Divina Comedia di Dante, con gli Argomenti e Allegorie per ogni Canto. Il ventennale lavoro di schedatura e censimento dei commenti danteschi co-
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ordinato da Enrico Malato e Andrea Mazzucchi
ha però portato a galla, nell’apparente indifferenza seicentesca al Poema, l’inedito commento ai
primi venticinque canti dell’Inferno (1679-1687),
arricchito di interessanti schematizzazioni grafiche, dell’ingegnere ferrarese Alfonso Gioia (†
1687) tràdito da tre manoscritti autografi della
Biblioteca Estense di Modena (Ital. 501-503).
In apparente controtendenza rispetto ai giudizi del secolo, Gioia si cimentò non solo con il
commento alla Commedia, ma con un’esplicita difesa del Poeta: «poiché questo gran poeta viene da
molti, per altro dottissimi, calunniato, i quali non
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Nella pagina accanto: Dante Alighieri, Divina Commedia (col commento del Nidobeato) Milano, Ludovico e Alberto
Pedemontani, 1477, incipit. Sopra: Dante con l’espositione di m. Bernardino Daniello, Venezia, Pietro da Fano, 1568,
silografia in apertura di Inferno I raffigurante il baratro infernale
so perché si sien posti in impegno, anzi in gloria di
eternamente censurarlo, e di levarlo affatto dalla
lode che per verità le può dar pochi uomini per il
suo forte e non vulgar modo di poetare, parmi
conveniente il manifestare perché e come sia questo avvenuto per trarne motivo onde sia che mi sia
posto secondo le deboli forze di mio ingegno ad
interpretarlo».
Il tentativo di una rivalutazione dantesca
nella Ferrara del tardo Seicento non ebbe forse
l’esito sperato, come testimonia la mancata pubblicazione delle annotazioni relative ai primi dieci
canti e la sopravvivenza nelle carte autografe di
appunti riguardanti i canti successivi.
La bibliografia dantesca non riparte che a
inizio Settecento (una ventina di edizioni in un secolo, alcune di gusto raffinatissimo, come la veneziana di Antonio Zatta datata 1784 e la bodoniana
del 1795), prima di riprendere il suo corso impetuoso nel secolo successivo quando è la scuola ad
appropriarsi della Commedia, facendone lettura
obbligatoria (Teresa Nocita censisce oltre 250
edizioni nell’Ottocento!). A suo modo rivoluzionaria fu anche la scelta nel 1949 di inserire Dante
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la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
In alto: Dante Alighieri, Divina Commedia (col commento
(col commento di Cristoforo Landino), Venezia,
di Cristoforo Landino), Brescia, Bonino Bonini, 1487,
Bernardino Benali e Matteo Codecà, 3 marzo 1491,
silografia di Inferno I. A destra dall’alto: Dante Alighieri,
silografia a testo.
Divina Commedia (col commento di Cristoforo Landino),
Qui sopra: Dante Alighieri, Divina Commedia
Venezia, Bernardino Benali e Matteo Codecà, 3 marzo
(col commento del Nidobeato) Milano,
1491, colophon; Dante Alighieri, Divina Commedia
Ludovico e Alberto Pedemontani, 1477, colophon
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
nella prima serie della collana tascabile della
BUR: alla ripresa delle lezioni dopo la lunga pausa
estiva gli studenti trovarono a disposizione tutta
la Commedia in quei comodi volumetti grigiastri a
buon mercato. Fra i 166 commentatori danteschi
censiti nel recente repertorio, accanto a nomi ben
noti e di prestigio, emergono alcune autentiche
trouvailles che si prestano a riflessioni anche meno
seriose. Scopro con assoluta sorpresa che nella
schiera dei dantisti italiani figura anche un intendente di finanza, il sanremese Giacomo Bottini, il
quale chiesta, e ottenuta, nel 1903 la quiescenza
dai propri incarichi si dedicò allo studio della
Commedia in vista della stesura di un commento
che avrebbe dovuto essere «veramente originale,
veramente dedicato ai giovani studiosi». Il commento, in cui larga parte occupano le spiegazioni
astronomiche, ovviamente non andò oltre un’edizione locale, apparsa postuma nel 1931. Un’area
periferica rispetto ai più tradizionali centri di cultura come la Provincia di Cuneo, per ragioni assolutamente inafferrabili, ha dato i natali, a cavallo
tra Otto e Novecento, a cinque esegeti della Commedia: il letterato e drammaturgo Onorato Castellino (1880-1952); il più universalmente noto
Attilio Momigliano (1883-1952); i sacerdoti Giovanni Roatta (1913-1985) e Carlo Tommaso Dragone (1911-1974); infine Daniele Mattalia (19061985), forse più noto per l’affaire della «Zanzara», il giornalino del Liceo Parini di Milano, di
cui Mattalia era preside, al centro nel 1966 di un
discusso caso giudiziario. Almeno un nome è
sfuggito ai redattori del censimento dantesco. All’«immondo verminaio di glossatori», per ricorrere alla dissacrante formula coniata da Marinetti
per bollare il secolare corpus di esegeti della Commedia, va infatti aggiunto anche monsignor Francesco Nerli, futuro cardinale (1636-1708).
La vicenda, che merita uno studio assai più
approfondito della rapida segnalazione qui offerta, è confinata tra le carte della copia della Commedia «ridotta a miglior lezione dagli Accademici
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Dante Alighieri, Divina Commedia (col commento
falsamente attribuito a Benvenuto da Imola) Venezia,
Vindelino da Spira, 1477, colophon
della Crusca» (Firenze, Domenico Manzani,
1595) conservata nel fondo dantesco della Biblioteca di via Senato.
Il Nerli, circa nel 1658, interfoliò e disseminò di dotte postille marginali la propria copia, come assicura una nota in principio: «Osservazioni
di monsignor Francesco Nerli poi cardinale, dettate da esso circa l’1658 al canonico Matteo Strozzi, e giungono fino al principio del canto 22° del
Paradiso non essendosi ritrovate le altre restanti». Ma questa è un’altra vicenda che probabilmente non si potrà mai raccontare.
14
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Editoria
LA CIVILTÀ PERFEZIONATA
DA CHAMFORT A SCIASCIA
Risvolti editoriali volanti ovvero dei segnalibri della Sellerio
MASSIMO GATTA
Terza e ultima parte
U
na collaborazione editoriale che rispecchia
del resto una lunga tradizione di altri letterati editori
italiani.53
“La civiltà perfezionata”,
collana54 da tempo purtroppo
conclusa, architrave nella costruzione lenta e pensata del catalogo55 editoriale Sellerio, ha
quindi rappresentato lo spazio
privilegiato nel quale il peritesto
editoriale “in forma” di segnalibro ha trovato la giusta collocazione.
In esso sono sedimentate le qualità grafiche
insieme a quelle letterarie, il bisogno di fornire al
lettore essenziali elementi connotativi dell’opera
di riferimento, tipica dei classici risvolti e quarte
di copertina, come quelli legati alle esperienze di
Einaudi e del Saggiatore56, dove il risvolto di copertina rappresenta una vera e propria arte in casa
Sellerio, e di cui Sciascia fu uno degli artefici maggiori, un’arte del risvolto57 ripresa dalla scrittura
critica di Salvatore S. Nigro, direttore editoriale
della casa editrice palermitana. I volumi de “La civiltà perfezionata” sono circa 64, alcuni dei quali
sono stati in seguito ristampati in altre collane;
tutti su carta vergata a bordi intonsi della Cartiera Miliani di
Fabriano o della Cartiera Fedrigoni, “[…] guidano il lettore
verso la scoperta dell’opera, recuperando uno strumento inusitato come il tagliacarte, ridotto a puro oggetto decorativo”58.
Tutti contengono un segnalibro
(cm 7,5 x 19,8), stampato sulla
medesima carta vergata, con al
recto riprodotta in piccolo la medesima incisione che compare in
copertina59, al verso una breve
nota introduttiva all’opera e in
fine i dati riguardanti la tiratura
di testa di ogni titolo, limitata a 100 + XX copie,
con allegato un esemplare dell’incisione, numerata e firmata a matita dall’artista, volume rilegato
però in carta Roma di colore verde pallido, conservato in cofanetto cartonato muto, legatura
quindi diversa da quella dell’edizione in commercio. Anche questi segnalibri-risvolti, al di là del loro valore di peritesto volante, costituiscono oggetto di piccolo collezionismo. I volumi di questa
collana, intonsi e rilegati nella tiratura ordinaria
in una brossura color panna, hanno risvolti e quarta di copertina muti, per tale motivo il risvolto-segnalibro illustrato e inserito all’interno costituisce l’unico peritesto parlante del volume:
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
“L’idea dei segnalibri nacque, fra l’altro, per ovviare al fatto che la grafica della collana non consentiva dei risvolti di copertina. In un volume intonso ci sembrò opportuno dare qualche informazione al lettore”.60
15
E poi c’era il testo che, ne “La civiltà perfezionata”, diventa parte integrante dell’inafferrabile sensazione di antico nel moderno che la grafica
generale della collezione trasmette al lettore:
come il tagliacarte, ridotto a puro oggetto decorativo. La copertina ospita sul piatto la riproduzione di un’incisione affidata di volta in volta ad
artisti come Caruso, Clerici, Maccari, Zancanaro, Guttuso, Greco. Tutta questa preziosità viene,
infine, protetta da una sovraccoperta che vela la
percezione dell’insieme: una carta pergamyn trasparente. All’interno il testo poggia leggermente
verso la piega, lasciando un più ampio spazio nel
taglio e beneficia di larghi margini di bianco”.61
“E’ l’inafferrabile senso di naïveté che si avverte
anche nella gradevole tattilità dei materiali. ‘La
civiltà perfezionata’, inizialmente collana centrale, è un piccolo gioiello artigianale; pagine in carta vergata e sovraccoperta in carta In gres mantengono il tono avoriato per tutto il libro. I sedicesimi intonsi guidano il lettore verso la scoperta
dell’opera, recuperando uno strumento inusitato
Un taglio che sfrangia la carta e che diventa
come l’orlo di un tappeto antico, con le barbe della
carta a testimoniare il nostro passaggio di lettori
amici. Nella tiratura di testa (quella normale era in
media sulle 2.500 copie), indicata in 100 + XX copie, le incisioni sono tirate su pregiate carte Rosaspina di Fabriano, Sicars di Catania, Butten della
Dressler, Magnani di Pescia, Arches, stampate
16
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
rilegare presso la “LE.I.MA.”
L’insieme dei segnalibri costituisce una sorta
di quadreria incisoria portatile, testimonianza dei
gusti artistici di Sciascia orientati principalmente
verso l’incisione e la stampa d’arte63:
con torchi a mano da eccellenti artigiani, numerate e firmate a matita dagli artisti. La stessa stampa
tipografica dei volumi riflette le diverse anime
della casa palermitana. Tutti i titoli della prima
stagione venivano infatti stampati da maestranze
locali62, trattandosi di tirature non alte. In seguito,
soprattutto in conseguenza di alcuni successi editoriali di altissima tiratura (come i titoli di Andrea
Camilleri, con tiratura iniziale di 400.000 copie) la
stampa verrà realizzata a Sesto San Giovanni dalla
“Leva Arti Grafiche”, mentre la rilegatura e la cucitura a filo refe verrà predisposta a Trento dalla
IGF. In ogni caso la Sellerio continua ancora oggi
a preferire la stampa offset alla bobina (con stampa
a foglio rigorosamente nel formato 70 x 100). In
Sicilia, invece, l’editore continua a stampare le altre pubblicazioni, e tutte le ristampe, presso le
“Officine Grafiche Riunite” di Palermo e a farle
“Diceva spesso Guttuso di amare tutta la pittura
come l’ubriacone ama tutto il vino. Il medesimo
avrebbe potuto ripetere di sé Leonardo Sciascia
nei confronti dell’incisione: tanto gli era, come
amateur d’estampes, indistinguibile da quelli che
Honoré Daumier rappresenta, ora in piedi ora seduti, intenti a osservare con una mite follia nelle
pupille un foglio teste uscito dal torchio o scelto
da un grande mucchio.
Era una passione, la sua, benché assoluta, di benevola latitudine, sì da allargarsi a comprendere parecchi territori limitrofi: film muti, vecchie fotografie, manifesti d’una volta…tutto quanto, insomma, è figura minore e segreta del mondo, alfabeto di segni più che di colori. […] Meglio, al suo
pudore altero, si confacevano i complotti di bianchi e neri che un bulino sommessamente intrattiene fra i margini di un’acquaforte, là dove la vista
fa presto a diventare visione, se non visibilio”.64
Era lo scrittore a scegliere e contattare personalmente gli artisti, molti i siciliani, che avrebbero
poi realizzato le copertine della collana. Nota è la
passione collezionistica dello scrittore per le incisioni e più in generale la sua felicità nello scrivere
di cose d’arte anche se, come rilevato da Motta,
“[…] restano in ombra gli articoli d’arte, un centinaio, che finora non hanno trovato un esegeta”.
Basta rileggersi, a tale proposito, quanto da Sciascia scritto in omaggio ai Prandi, librai antiquari
di Reggio Emilia e tra i massimi mercanti di incisioni e libri illustrati. Ma più che collezionista
Sciascia amava definirsi e considerarsi un amatore,
per quella sua naturale propensione a togliere peso all’enfasi delle parole; collezionista era una definizione troppo ridondante, implicando qualcosa
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
di ben definito e in fondo lontano dal suo essere,
un po’ come ebbe a scrivere Carlo Emilio Gadda
ricordato da Antonio Motta:
“Nessun titolo, cioè nessuna competenza e nessuna autorità io mi riconosco, da poter interloquire
in questioni di pittura, o di disegno, o d’acque forti e punte secche o zinchi o rami che siano”.65
L’attenzione sciasciana alla migliore lezione
filologico-artistica per i soggetti delle copertine lo
portava fino allo scrupolo documentario, all’esattezza diamantina delle fonti, lui in fondo soltanto
un dilettante felice, un amateur d’estampes:
“Gli piaceva definirsi «un amatore di stampe». E
per le copertine della collana «La civiltà perfezionata» sceglieva gli incisori. Commissionava le acqueforti. Proponeva i soggetti. E li circoscriveva.
A Leonardo Castellani spedì addirittura due fotografie di luoghi stendhaliani come appoggio di
memoria per l’incisione destinata alle Lezioni su
Stendhal di Tomasi di Lampedusa”.66
Un piacere gioioso, quello di Sciascia per
l’incisione, che in fondo lo accomunava all’amato
Montaigne di cui era solito citare l’espressione
NOTE
53
ALBERTO CADIOLI, Letterati editori.
Papini, Prezzolini, Debenedetti, Calvino. L’editoria come progetto culturale e letterario,
Milano, Il Saggiatore, 1995.
54
Una collana tira l’altra. Dodici esperienze editoriali, presentazione di Anna
Longoni, Pavia, Edizioni Santa Caterina,
2009, nel quale la collana “La memoria” è ricordata alle pp. 73-79; cfr. anche Gian Carlo Ferretti, Giulia Iannuzzi, La memoria, in
Id., Storie di uomini e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, Roma,
17
“Non faccio niente senza gioia”. Una passione
senza alcuna smania collezionistica, orientata unicamente verso il piacere, anche tattile, della carta,
del soggetto, delle forme e dei colori:
“[…] Non ho, del collezionista, né il criterio né
l’ordine. Non mi importa nulla della catalogazione; stati, tirature, biffature, firme. Ogni stampa la
tiro sempre fuori dal passe-partout, e così le tengo
tutte: ché mi piace toccare la carta […], sentire al
tatto i segni, la battuta. Prendo, insomma, sempre, quello che mi piace che, senza far debiti, posso acquistare. Un amatore di stampe, e non un
collezionista: e le amo al punto che facilmente le
regalo a chi le ama quanto me”.67
Il primo volume della collana fu I veleni di Palermo di Rosario La Duca (poi ristampato nella
“Biblioteca siciliana”), arricchito da una incisione
di Bruno Caruso; seguirono due importanti testi di
Sciascia: L’affaire Moro (“[…] credo sia stato il libro
intonso più venduto dopo la guerra”, scrisse Enzo
Sellerio) e gli Atti relativi alla morte di Raymond
Roussel, entrambi con incisioni di Fabrizio Clerici
(titoli in seguito ristampati nella collana “La memoria”, nata nel 1979). Seguiranno testi di Alberto
Savinio, André Gide, Marcel Proust, Oscar Wilde,
Minimum fax, 2014, pp. 249-254.
55
Cfr. GIORGIO MANGANELLI, Cataloghi, in ID., Il rumore sottile della prosa, a cura di Paola Italia, Milano, Adelphi, 1994, pp.
155-157; vedi anche MAURO CHIABRANDO, Catalogo dei bei cataloghi, «Il Sole 24
Ore», 28 luglio 2013, p. 36.
57
ELIO VITTORINI, I risvolti dei «gettoni»,
a cura di Cesare De Michelis, Milano, Libri
Scheiwiller, 1988; BARBARA SGHIAVETTA,
Editoria a testa alta. Le quarte di copertina
de «Gli Struzzi», Bologna, Patron Editore,
2008; ITALO CALVINO, Il libro dei risvolti, a
cura di Chiara Ferrero, Torino, Einaudi,
2003; GIACOMO DEBENEDETTI, Preludi. Le
note editoriali alla «Biblioteca delle Silerchie», introduzione di Edoardo Sanguineti,
a cura e con uno scritto di Michele Gulinucci, Roma-Napoli, Theoria, 1991, ristampato
con introduzione di Raffaele Manica e uno
scritto di Edoardo Sanguineti, Palermo, Sellerio, 2012; I girasoli del girasole. Vent’anni
di risvolti culturali, a cura di Angelo Scandurra, Catania, Il Girasole, 2008.
57
L’arte del risvolto. Dieci note di Salvatore Silvano Nigro per dieci libri di Andrea
18
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Stendhal, ecc. Volumi nei quali traspare in filigrana una cura artigianale inusitata in libri del genere,
abbastanza economici almeno nella tiratura in
commercio. Le preziose edizioni di testa de “La civiltà perfezionata” rappresentavano, almeno agli
inizi, un espediente per pagare le spese di stampa,
come ricordato da Enzo Sellerio:
“Carta uso-mano vergata color avorio, pagine intonse […] e in copertina la riproduzione di un’incisione di autore. Quel primo volume era I veleni di
Palermo di Rosario La Duca, con introduzione di
Leonardo Sciascia e in copertina un’incisione di
Bruno Caruso. Gli originali dell’incisione venivano allegati alle cento copie numerate di un’edizione speciale; tali copie numerate – le quali andarono sempre esaurite, per quello come per i volumi
seguenti – ci ripagavano delle spese di stampa. La
collana si sarebbe chiamata in seguito “La civiltà
perfezionata”. Allora la casa editrice aveva sede
nella nostra abitazione – uno stanzino ne era il deposito – e non contava neppure un impiegato”.68
Dopo quarant’anni i volumi di questa collana
Camilleri, testi di Andrea Camilleri (Il risvolto dei risvolti) e Salvatore Settis (Alette), Palermo Sellerio, Natale 2007, cfr. anche ANDREA CAMILLERI, Montalbano è nel risvolto, «Il Sole 24-Ore», 2007.
58
GELSOMINO D’AMBROSIO, PINO
GRIMALDI, Sellerio: lo sguardo e la tradizione della Sicilia, cit.
59
“Il libro non è altro che il supporto
della sua copertina”, ha scritto Giorgio
Manganelli. Una intelligente, documentata
e sottile lettura della copertina come territorio di confine è quella di MARCO BELPOLITI, Diario dell’occhio, prefazione dell’autore, contributi di Italo Lupi e Mario Barenghi, Firenze, Le Lettere, 2008.
60
Lettera di Elvira Sellerio a chi scrive,
testimoniano ancora una lunga fedeltà al mondo
della grafica: “[…] in quegli anni facevamo soprattutto cose di grafica e con i soldi ricavati stampavamo i libri, che andavo a vendere io, sottobraccio,
alle librerie palermitane”, ha ricordato Elvira Sellerio.
L’intera collana, compresi i relativi segnalibri, costituisce quindi una sintassi peritestuale sobria ed essenziale, che dura nel tempo e che, per
questo, è diventata memoria nel senso profondo
dato da Sciascia a questa parola, lo stesso inestinguibile valore al quale alludeva Anna Maria Ortese
in una lettera allo scrittore:
“[…] Sono contenta che lei abbia caro Chateaubriand. Bisognerebbe farlo tradurre integralmente, e leggerlo. La nostra ricchezza è anche questa –
più del petrolio -: che ignoriamo; abbiamo dimenticato tutte le «memorie» del mondo”.69
Fine terza e ultima parte.
La prima e seconda parte sono state pubblicate
sul numero di giugno e luglio-agosto 2014
Palermo, 29 gennaio, 2001.
61
GELSOMINO D’AMBROSIO, PINO
GRIMALDI, Sellerio: lo sguardo e la tradizione della Sicilia, cit.
62
Tipografia Luxograph e Stass di Palermo, mentre le incisioni delle edizioni di testa venivano stampate al torchio da Corbo
e Fiore (Venezia e Roma), Stamperia Antonio Caputo (Roma), o da Franco Sciardelli
(Milano).
63
Sui rapporti di Sciascia con l’incisione
cfr. Giuseppe Appella, Sciascia e l’incisione:
l’attimo fuggente fermato sulla carta.
64
GESUALDO BUFALINO, Sciascia,
amateur d’estampes, in ID., Il fiele ibleo, Cava dei Tirreni, Avagliano editore, 1995, pp.
148-152 [148].
65
CARLO EMILIO GADDA, Una mostra di
Ensor, in ID., I viaggi e la morte, Milano, Garzanti, 2001.
66
Leonardo Sciascia scrittore editore,
cit., p. 12.
67
LEONARDO SCIASCIA, Prefazione, in
Catalogo n. 172, Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1977, ora in Le prefazioni al
catalogo Prandi. Dal 1957 al 1992, con una
nota di Alberto Manfredi, Reggio Emilia,
Prandi, 1992, pp.87-89 [87-88].
68
ALESSANDRA LAVAGNINO, Con "I
veleni di Palermo" nacque vent'anni fa la
Sellerio, cit., p. 45.
69
ANNA MARIA ORTESE, Lettera a Sciascia da Rapallo, 23 giugno 1979, in Leonardo Sciascia vent'anni dopo, cit., p. 22.
20
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Sul Nolano
GIORDANO BRUNO:
RAFFINATO BIBLIOFILO
L’amore per i libri e le biblioteche di un grande filosofo
GUIDO DEL GIUDICE
I
l destino di Giordano Bruno
che secolari, dotata di una colleè indissolubilmente legato al
zione unica e preziosa del più valibro. Una straordinaria smario genere, ivi compresi testi di
nia di conoscere e, al contempo,
autori eretici o sottoposti a cendi diffondere il proprio pensiero
sura. In un’epoca in cui la vita del
determinarono un rapporto parconvento era afflitta da indisciticolare e privilegiato con manoplina, vizi, delitti e punizioni, non
scritti e testi a stampa, che accomdoveva essere difficile attingere
pagnò la sua esistenza, fin dalla
alla biblioteca anche i testi proigiovane età. Si può tranquillabiti. Proprio a causa del viavai di
mente affermare che il fattore delibri e dei numerosi furti, su seterminante della sua scelta di engnalazione del Maestro Generale
trare come novizio a San Domedell’Ordine domenicano, Papa
nico Maggiore fu proprio la posPio V aveva emesso, nel 1571, un
sibilità di avere a disposizione la
“Breve” nel quale comminava la
fornitissima biblioteca del con“scomunica maggiore” a chiunvento, per placare la fame onnivo- Edizione veneziana del De Anima di
que sottraesse o portasse fuori,
ra di sapere, coltivare le eccezio- Aristotele, (1562)
per qualunque motivo, volumi
nali doti mnemoniche, alimentadalla Libraria, senza espressa lire quel geniale afflato naturalistico ed infinitistico, cenza del Papa o del Maestro Generale1. Questo avche sentiva urgere dentro di sé. E fu questa stessa vertimento fu trascritto su una lapide, oggi scompassione a metterlo nei guai. Come riferì nel corso parsa, murata nella parete di destra del piccolo vestidegli interrogatori veneti, egli ricevette la prima bolo che dà accesso alla Biblioteca. Fu proprio quecensura “per haver detto a un novitio che leggeva la sto particolare, finora sfuggito ai più, a determinare
Historia delle sette allegrezze in versi, che cosa voleva il definitivo allontanamento del Nolano dalla patria
far de quel libro, che lo gettasse via, et leggesse più natia. Mentre si trovava a Roma, dove era fuggito
presto qualche altro libro, come è la Vita de’ santi Pa- per difendersi dall’accusa di aver manifestato, nel
dri”.
corso di una disputa con dei confratelli, opinioni
La biblioteca o Libraria di S. Domenico era al- eretiche circa la dottrina di Ario, ebbe notizia che il
l’epoca un luogo di culto per studiosi, sia religiosi suo nemico fra’ Bonifacio (a cui, nella dedica del
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
Candelaio, prometterà vendetta
in questa o in un’altra vita), aveva
rinvenuto nel “necessario” della
sua cella le opere di San Giovanni
Crisostomo e San Gerolamo con
gli scolii di Erasmo da Rotterdam
cancellati. Si rese conto, allora, di
non avere più via di scampo: il solo fatto di avere sottratto testi eretici dalla Libraria comportava, ai
sensi di quel “Breve”, l’automatica scomunica. Anni dopo, nel
1591, ne farà le spese anche fra’
Tommaso Campanella, di passaggio a Napoli, il quale, per aver
semplicemente motteggiato la
disposizione pontificia, esclamando “com’è questa scomunica? si mangia?”, verrà incarcerato e messo sotto processo.
Nel modesto fagotto da viaggio di Bruno, ai libri fu sempre riservato uno spazio, a partire dai testi
dell’amato-odiato Aristotele, con cui si guadagnava
da vivere, insieme alla Sfera di Giovanni Sacrobosco, su cui aveva studiato l’astronomia in convento e
sulla quale dava lezioni ai “putti” e ai nobili, elaborando le proprie visionarie teorie infinitistiche.
Non mancavano le opere dei suoi autori preferiti,
21
Sopra da sinistra: Le sette allegrezze
della Madonna, Siena, 1578; Edizione
delle Vite de Santi Padri, Venezia,
1563; Il Commentarius Acta
Apostolorum di San Giovanni
Crisostomo, commentato da Erasmo,
Anversa, 1550.
Qui accanto: La Sphaera di Giovanni
di Sacrobosco, Venezia 1572
dai “divini” Cusano e Tommaso
d’Aquino a Erasmo da Rotterdam, che, nel corso dei suoi viaggi
avventurosi, gli furono più volte
rubate, insieme a qualche suo
scritto, da briganti, pirati e servi
infedeli.
Al di là del contenuto, Bruno amò l’oggetto-libro da vero bibliofilo, fin da quando, per sbarcare il
lunario, lavorò in tipografia a Ginevra come correttore di bozze. Imparò così a vederlo nascere, a confezionarlo con le proprie mani, manovrando i torni,
intagliando gli stampi delle immagini. Questa esperienza fece sì che, anche in seguito, egli curasse personalmente la pubblicazione delle proprie opere,
come avverrà a Praga, nell’officina di Georg Daczi-
22
cenius, per gli Articuli centum et sexaginta adversus
huius tempestatis Mathematicos atque Philosophos, dedicati a Rodolfo II imperatore e, più tardi, a Francoforte in quella di Johann Wechel, che ce ne dà
espressa notizia nella presentazione del De triplici
minimo et mensura: “Intrapresa l’opera, per portarla
a termine nella maniera più accurata, non solo di
propria mano ne tracciò le figure, ma ne curò la revisione”2.
La familiarità con le biblioteche e gli stampatori inciderà anche sulle vicende di vita quotidiana
del filosofo.
A Ginevra fu arrestato insieme all’ignaro Jean
Bergeon, che aveva stampato un suo foglio nel quale evidenziava ben 20 errori commessi dal titolare
della cattedra di filosofia, Antoine de la Faye, in una
sola lezione, e definiva “pedagoghi” i ministri della
Chiesa di Ginevra. Mentre il tipografo fu condannato a un’ammenda e a rimanere in prigione fino all’indomani, a Bruno fu inflitta la deffence de la cène, il
divieto di partecipare all’Eucarestia, che di fatto
equivaleva a una scomunica.
A Parigi instaurò un vero e proprio rapporto di
amicizia con gli stampatori, a cominciare da Gilles Gourbin, che
gli pubblicò il De Compendiosa architectura e il De Umbris idearum.
Quest’ultima opera gli acquistò i
favori del re Enrico III, che lo introdusse nella cerchia dei lettori
reali, in quel mondo che aveva
sempre inseguito e sognato.
Nel libro Bruno vedeva,
inoltre, il principale veicolo di
circolazione delle idee. In una
delle poche lezioni tenute ad Oxford, il suo elogio delle traduzioni, grazie alle quali “tutte le scienze godono della loro diffusione”,
fece scalpore, come ci è stato tramandato da una nota firmata
N.W. (probabilmente Nicholas
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Whithalk), e ripresa dal devoto amico John Florio.
Già a quel tempo, dunque, applicando la sua vocazione universalistica al superamento delle diversità
di linguaggio, il Nolano dimostrava una mentalità
editoriale cosmopolita.
Ritornato a Parigi, senza più il sostegno del re,
fu proprio il suo vecchio amico Gilles Gourbin a sistemarlo a pigione in un appartamentino di sua proprietà. Due anguste stanze e un piccolo solaio, proprio vicino al Collège de Cambrai, sede di insegnamento dei lettori reali, dove si aprivano le botteghe
dei numerosi stampatori, che traevano i loro guadagni dall’attività didattica degli atenei parigini. Non
essendo più lettore straordinario, al Nolano non
spettava più “l’impressione dei suoi libri a comando”, per cui doveva pubblicare le nuove opere a sue
spese. Gourbin, che aveva di molto allentato l’attività, lo raccomandò questa volta a Petrus Cheuillot in
Via San Giovanni in Laterano, all’insegna della rosa
rossa, che pubblicò in unico volume, i dialoghi su
Mordente e la Figuratio Aristotelici Physici auditus,
oltre alle poche copie delle tesi della famosa disputa
di Cambrai, i Centum et viginti articuli de natura et
mundo adversus Peripateticos.
I libri costituivano anche il
biglietto da visita che Bruno presentava alle personalità che più
ammirava e con le quali ardentemente desiderava stabilire un
confronto di opinioni. Abbiamo
già parlato, in un precedente articolo su questa rivista3, della copia
del Quod nihil scitur donatagli, a
Tolosa, dal professor Francisco
Sanchez con parole di ammirazione, che il Nolano commentò
in modo caustico: «Fa meraviglia
che quest’asino possa chiamarsi
dottore!». Lo stesso trattamento
dovette subirlo a sua volta da parte di Tycho Brahe, il quale ricambiò l’ossequiosa dedica del Ca-
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
23
Nella pagina accanto: L’Opus epistolarum di San Girolamo con gli scolii di Erasmo, Parigi, 1546.
Sopra da sinistra: Frontespizio del De minimo, stampato a Francoforte nel 1591; L’edizione di Anversa del De rerum
natura, curata da Hubert van Giffen, (1566)
moeracensis Acrotismus con uno sprezzante “Nolanus
Nullanus”.
A riprova che la biblioteca esercitò su di lui un
fascino particolare, sempre a Parigi fu un frequentatore abituale di quella di Saint Victor. Ne fa fede il
Journal in cui il bibliotecario Guillaume Cotin, annotò i preziosi volumi da lui richiesti (in particolare,
un’edizione del 1566 del De rerum natura di Lucrezio, curata ad Anversa dal giureconsulto Hubert van
Giffen), nonché i suoi giudizi sprezzanti su autori
antichi e contemporanei.
La confidenza con i librai ebbe, purtroppo, un
ruolo determinante anche nel triste epilogo della
sua vicenda umana. Fu proprio un libraio, Giovan
Battista Ciotti che, in compagnia del collega Andrea
Brictano, gli recapitò a Francoforte l’invito dell’infame Zuane Mocenigo, il patrizio veneziano che lo
consegnò all’Inquisizione. Entrambi completeranno l’opera, testimoniando non proprio favorevolmente al processo. Sentite la descrizione che Mocenigo fa, nella sua terza denuncia, delle circostanze
dell’arresto: “mi pregava a lasciarlo libero et che se
io volevo tutto quello ch’egli aveva nella mia casa,
me lo lasciava [….] et che gli bastava solo che io gli
desse almeno copia d’un libretto di congiurationi,
che io ho trovato tra certe sue carte scritte”. È com-
24
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Sopra da sinistra: Frontespizio dei 160 Articuli, stampati a Praga nel 1588; l’unica copia conosciuta dei 120 Articuli
(Londra, British Library)
movente come Bruno si preoccupi, prim’ancora
della sua incolumità, del libro che sta scrivendo. Le
sue suppliche, però, non impietosirono il traditore,
che consegnò all’Inquisizione tre libri a stampa e il
manoscritto di alcuni “predicamenti di Dio”, che altro non era che l’ultimo capitolo delle lezioni pubblicate dal suo allievo Raphael Egli col titolo di Sum-
NOTE
1
Cfr. LUIGI AMABILE, Fra Tommaso Campanella: la sua congiura, i suoi processi e
la sua pazzia, Napoli, cav. Antonio Morano, 1882, 3 v., pagg. 44-45.
2
Opus aggressus, ut quam accuratis-
ma terminorum metaphysicorum, quello riguardante
l’anima mundi, un’eredità inestimabile, forse perduta per sempre4.
In quel triste febbraio del 1600, fu la condanna
al rogo dei suoi libri, ancor più di quella del suo involucro terreno, a infliggere all’indomito filosofo il vero, straziante supplizio.
sime absolveret, non schemata solum ipse sua manu sculpsit, sed etiam operarum
se in eodem correctorem praebuit”.
3
Cfr. l’articolo: “ Giordano Bruno, ovvero il gusto della disputa” in «la Biblioteca di via Senato», Anno V, N° 3, Marzo
2013, pp. 57-64.
4
Vedi in proposito G. Del Giudice,
Giordano Bruno e i Rosacroce in «la Biblioteca di via Senato», Anno V, n. 10, Ottobre 2013, pp. 6-14.
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
inSEDICESIMO
L E M O S T R E – I L L I B R O D E L M E S E – L’ E D I T O R E D E L M E S E
LA MOSTRA/1
PITTURA “FATTA PER PIACERE”
Vittorio Corcos a Palazzo Zabarella
a cura di luca pietro nicoletti
difficile, oggi,
immaginare che
un quadro come
Sogni,i alla sua prima
esposizione alla Festa
dell’Arte e dei Fiori di
Firenze del 1896,
potesse aver provocato
un «chiasso indiavolato».
Eppure lo sguardo
languido e misterioso della
ragazza, seduta su una
panchina, con gli occhi fissi
sull’osservatore, a quella data poteva
provocare qualche sconcerto. Non si
era mai visto, prima, un ritratto in cui
una giovane sedesse all’aperto con un
atteggiamento così disinvolto, le
gambe accavallate e protesa verso il
riguardante: è una donna decisa e
volitiva, che va a passeggio da sola,
con uno sguardo seduttivo,
emancipata da un ruolo remissivo e
subalterno. C’è un segnale
inequivocabile che lo dichiara: sulla
panchina ha poggiato tre libri gialli
dalle coste gualcite. Sarebbe stato
É
Sopra: V. Corcos, Yole Biaggini Moschini, 1904
A destra: V. Corcos, Yole Biaggini Moschini,
1901V. Corcos, Yole Biaggini Moschini, 1901
eloquente riuscire a sapere i
titoli di quei volumi
(illeggibili), anche se dalla
rilegatura si riconoscono
i tipi delle edizioni di
letteratura di
Flammarion: non solo è
una donna che legge,
dunque, ma una donna
che legge romanzi, quindi
che è uscita dal canone
delle letture devote che si
confacevano, secondo antico
costume, a una ragazza perbene. Nelle
abitudini private di lettura, anzi, ha
fatto irruzione la narrativa
sentimentale, a lungo vista, da un
mondo intellettuale prevalentemente
maschile, come una pericolosa deriva
per l’animo femminile.
Per questo dipinto aveva posato
Emma Vecchi, figlia di uno scrittore,
Jack la Bolina, amico di Corcos, per il
quale la giovane fa da modella più
volte e in ruoli diversi. Nella sua polita
levigatezza, frutto di una accurata e
sottile arte del disegno, la disinvoltura
della giovane, velata di una malinconia
insondabile e misteriosa, poteva
sollecitare qualche sottile turbamento.
Lo si rileva con chiarezza dalle parole
CORCOS. I SOGNI
DELLA BELLE ÉPOQUE
A cura di Ilaria Taddei,
Fernando Mazzocca e Carlo Sisi
PADOVA,
PALAZZO ZABARELLA
6 settembre
14 dicembre 2014
26
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
V. Corcos, Paolina Clelia Silvia Biondi,i 1909, collezione privata
di Vittorio Pica, che nel 1897,
esprimendo qualche riserva sulla
qualità pittorica e preferendo altre
opere del pittore, ma dichiarando che
«non saprei negare che nell’ardito
atteggiamento della fanciulla fin-desiècle, e nel suo volto voluttuoso dalle
carnose labbra porporine vi sia una
non comune efficacia espressiva, che vi
obbliga ad arrestarvi dinanzi ad essa ed
a cercare d’indovinare i caldi desideri e
i torbidi pensieri, che par quasi che
luccichino in fondo alle sue grandi
pupille sognatrici». Con questa
immagine, insomma, il livornese
Vittorio Matteo Corcos (1859-1933)
aveva dato il proprio contributo al
rinnovamento di uno dei generi più
difficili e conservatori della storia della
pittura come il ritratto: una novità
riconosciuta immediatamente dal
tempestivo acquisto della tela, appena
esposta, da parte della Galleria
Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Da
allora, il suo sguardo magnetico, come
una vera e propria icona, si appunta
sul visitatore, arrivando ad avere quasi
una propria vita autonoma, oscurando
persino la fama del suo autore. Non è
un caso, provocando un cortocircuito
che sconfina dallo specifico storicoartistico, se una delle più recenti
edizioni italiane della Recherce di
Proust porta in copertina proprio
questo quadro; per converso, un’altra
edizione, altrettanto recente, propone
invece un ritratto femminile del diretto
concorrente di Corcos, Giovanni
Boldini: un segnale indiretto di come
l’opera di questi due artisti, ancora
oggi, rappresenti in maniera esemplare
lo spirito decadente, fatto di
sentimenti languidi e incerti, sognanti
e misteriosi, della Belle Époque.
Senza dubbio si tratta del quadro
più emblematico del suo lungo
percorso pittorico: quello in cui meglio
ha fuso in una marca personale e
connotativa con le istanze più
avanzate del suo tempo. Partito da
Livorno e andato a Napoli per studiare
con Michetti, Corcos aveva capito che
era necessario recarsi almeno per
qualche anno a Parigi, dove avrebbe
avuto scambi frequenti con altri due
italiani di Parigi, De Nittis e Boldini,
con cui era difficile misurarsi senza
restarne schiacciati. Corcos ha ben
presente il loro esempio, da cui attinge
talvolta in maniera smaccata (specie da
De Nittis), ma conserva una cura del
disegno, un’attenzione per le superfici
polite e levigate, una calibratura sottile
del trattamento della materia pittorica,
che ne fa un pittore sofisticato, la cui
vetta espressiva più alta è nello stesso
momento in cui raggiunge un apice di
virtuosismo esecutivo e di definizione
grafica, quasi illustrativa, della figura.
A Parigi non sarebbe stato difficile farsi
travolgere dall’impressionismo, e pur
avendo contatti con Pissarro, non si
lascia contaminare dalla pittura di
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
tocco: il suo soggiorno nella Ville
Lumière, patrocinato dal mercante
Goupil, è contrassegnato soprattutto
dalla frequentazione con un pittore
come Léon Bonnat. Le istanze più
ardite, dunque, sono ricondotte a una
modulazione più controllata della
stesura pittorica, che non diventa quasi
mai corsiva. È questa, in fondo, la
marca che fa di Corcos un pittore di
successo, da collocarsi, come scrive
Fernando Mazzocca, «nella schiera di
quei seducenti pittori di successo,
tanto amati dal pubblico quanto
discussi dalla critica». Del resto, come
scrisse già Ojetti, ricordando
affettuosamente la sua frequentazione
con il pittore ma anche con una punta
di ironia, Corcos, «era fatto, come la
sua pittura, per piacere».
Tutto ciò fa di lui un pittore
difficile, che nel 1965, quando se ne
tentò a Livorno la prima retrospettiva,
aveva creato non poche difficoltà:
ardito, infatti, fu un tentativo di Dario
Durbé di annoverarlo nella schiera
degli impressionisti. Eppure non
doveva essere semplice spiegare la
seducente e incipriata pittura di Corcos
senza cadere in categorizzazioni che lo
avrebbero semplicisticamente liquidato
come un pittore conservatore. La sfida
dell’attuale mostra padovana di
Palazzo Zabarella, che fa leva sugli
studi ormai ventennali di Ilaria Taddei
intorno a questo artista, può essere
proprio questa: superati gli steccati che
dividevano la linea della modernità
dalle accademie, il percorso di Vittorio
Corcos può essere letto entro un
panorama più mosso e articolato, in
cui la vita moderna dialoga con i
retaggi della tradizione in una formula
27
V. Corcos, Sogni,i 1896, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma
talvolta discontinua ma inedita. Lo si
può capire bene considerando sul
lungo periodo l’impegno ormai
ventennale dell’istituzione padovana di
radicale revisione e riscrittura, da una
mostra all’altra, delle vicende
dell’Ottocento italiano, ad opera di
Fernando Mazzocca e Carlo Sisi: dopo
aver dato una luce inaspettata all’arte
dei Macchiaioli e dopo aver mostrato,
grazie al basso continuo della
letteratura artistica, la continuità di
idee e di principi fra la pittura di
macchia e la precedente temperie
romantica, dopo aver restituito il
respiro europeo a un pittore come
Telemaco Signorini, e in continuità
diretta con la mostra dedicata a De
Nittis lo scorso anno, realizzare la più
grande rassegna fino ad ora pensata
per l’opera d Corcos è un passo
ulteriore di un’operazione già di largo
respiro. Come in altri casi, è la
letteratura uno dei fili conduttori di
questa pittura di accento fortemente
sentimentale, volutamente sospeso in
una coltre seducente e nebbiosa, ma
rischiarata rispetto ai fumi lunari del
Simbolismo.
Si vede con un occhio diverso
28
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
V. Corcos, Contessa Carolina Sommaruga
Matteini,i 1901, Fondazione per l'Istituto
Svizzero di Roma
questa pittura una volta considerato il
confronto con la poesia di Guido
Gozzano proposto da Mazzocca, e non
sono nemmeno da trascurare le
significative frequentazioni letterarie,
documentate dal saggio di Sisi, del
circolo che gravitava intorno a Emma,
moglie del pittore, la “gentile ignota”
che teneva un fitto rapporto epistolare
con Giovanni Pascoli. È lei, anzi, che
cerca in tutti i modi di convincere il
poeta a collaborare con il marito, che
l’autore delle Myricae, al contrario,
bollerà come «maestro dipintore di
Cesari»: se non riuscirà a persuaderlo a
farsi ritrarre da Corcos, come invece
accetteranno di fare altri intellettuali
del suo tempo, da Carducci a un
giovane e disinvolto Mascagni, Pascoli
non riuscirà a entrare in sintonia,
nonostante un fitto carteggio,
nemmeno con il Corcos illustratore, a
cui preferirà, per corredare l’edizione
delle proprie opere, il lavoro di De
Carolis.
Tutto questo, però, non aveva
intaccato minimamente il successo di
Vittorio Corcos, la cui marca espressiva
aveva raccolto il consenso dell’alta
borghesia del suo tempo, a cui veniva
incontro con una moderata
innovazione, capace però di coniugarsi
con più antichi retaggi ed esigenze: con
il suo piglio soffuso e laccato, infatti,
Corcos riusciva ad essere “di
situazione”, come nei Sogni,i ma
adattarsi anche a eventuali esigenze
dinastiche, a ritratti ovali corredati di
scritte e di stemmi secondo i canoni
dello state portrait.t Allo stesso tempo,
Corcos si trova a dover fare i conti con
due registri distanti fra loro e
apparentemente inconciliabili. Da una
parte c’è la storia del ritratto, un
ripensamento quasi in chiave
preraffaellita dei modi rinascimentali,
come nella giovanissima Paolina Clelia
Silvia Biondi, a mezzo busto dietro una
balaustra iscritta, memore della
disarmante seduzione raffaellesca del
tre quarti leggermente voltato di spalle.
Ne è diretta conseguenza uno
scenografico profluvio di velluti e
broccati a fare da quinte, non senza
effetti cinematografici talvolta, alle
signore più eleganti, come nella
migliore tradizione del Sei e Settecento.
Dall’altra, invece, ai primi del
Novecento non è più possibile non fare
i conti con la fotografia, anche con il
rischio, a volte, di non riuscire a
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
controllare gli effetti da fotografia
ingrandita e colorata, come
nell’espressione estenuata (quella di
una posa fotografica prolungatasi più
del dovuto) di Jole Biaggini Moschini
nel ritratto del 1904 (e di tenuta
inferiore rispetto all’elegante figura
intera della più piccola tela del 1901).
Senza sforare nel campo della storia
sociale dell’arte (ma sarà da chiedersi
quanto certe discontinuità di stile fra
quadri della stessa altezza cronologica
non possano essere spiegate attraverso
questo filtro), è noto quanto il ritratto
femminile sia soggetto al persistere di
mode e modelli: non si può trascurare
quanto il vestito conti nei grandi quadri
di gala, e quanto talvolta sopperisca a
quel vuoto e a quello smarrimento
interiore che di lì a pochi anni sarebbe
stato al centro di molta letteratura
mitteleuropea di introspezione
psicologica. A fare da contraltare, forse,
la mostra sottolinea per la prima volta
come, accanto al pittore delle belle
signore alla moda agghindate con le
vesti migliori, Corcos sapesse dare
intensità anche al ritratto maschile.
Uno per tutti basterebbe il ritratto, fra i
più belli della mostra, a figura intera del
1889, di Pietro Coccoluto Ferrigni, il
giornalista più noto con lo pseudonimo
di Yorik, colto a passeggio davanti a un
muro sorprendentemente pieno di
scritte e graffiti. Una di queste, tuttavia,
nella sua ordinata calligrafia corsiva,
tradisce l’eco lontana, sebbene virata in
burla, di uno dei più consumati
messaggi del ritratto “parlante”: «Se
l’uomo qui dipinto al naturale / Non è
giovin grazioso ed alto e snello, / Se ne
accusi il pennello: / Non ci ha colpa, per
Dio, l’originale». (l.p.n.)
29
LA MOSTRA/2
IL PAESAGGIO POSTMODERNO
Mario Cresci e Gallarate al MAGA
a fotografia, si sa, non è mai
uno strumento di neutra
documentazione, nemmeno
quando fa di tutto per farci credere il
contrario. Inevitabilmente, è un occhio
critico che cerca proprie modalità di
racconto per restituire un ambiente e
commentarlo nel momento stesso in
cui lo presenza. È quanto è stato
chiesto di fare a Mario Cresci (Chiavari,
1942) con la città di Gallarate. La
mostra curata da Emma Zanella e
Alessandro Castiglioni per il MAGA,
infatti, parte da un lavoro
appositamente commissionato dal
museo all’interno della rete “Officina
contemporanea”, di cui è capofila con
altre undici istituzioni della città per un
progetto condiviso di cultura sul
territorio. Questa sola premessa mostra
alcuni caratteri di eccezionalità di
quest’operazione: per una volta, come
ormai non si verifica quasi più, è un
museo a farsi committente che
promuove un’opera nuova; e nel fare
questo, ha coordinato un progetto che
cerca di tenere unite realtà altrimenti
lontane fra loro in nome di un comune
L
intento di valorizzazione del territorio
di appartenenza.
Per queste ragioni i curatori hanno
chiesto a Cresci di raccontare, entro le
coordinate del proprio discorso
espressivo, la città di Gallarate nei suoi
cambiamenti e nel suo divenire. Non
doveva essere, ovviamente, un
didascalico percorso che mostrasse la
città “com’era” e “com’è”, ma un
discorso diaristico che rielaborasse e
ricostruisse un tessuto,
emblematizzandone gli aspetti salienti,
mostrandoli sotto una nuova luce,
facendo assumere al dettaglio e alla
sua inquadratura il valore di simbolo
che da solo condensa il senso di una
situazione. Cresci non è nuovo a lavori
di questo genere: analoghe operazioni
lo avevano portato, secondo quella che
MARIO CRESCI. EX/POST.
ORIZZONTI MOMENTANEI
A cura di Alessandro Castiglioni
ed Emma Zanella
GALLARATE (VA), MAGA
7 settembre-19 ottobre 2014
30
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Mario Cresci, Senza titolo, 2014 | Ex / Post. Orizzonti Momentanei
Enrico Crispolti definì una lettura
ambientale-antropologica, a raccontare
realtà come Tricarico (dal 1967 al
1972), Matera (1972-1975/1990),
Martina Franca (1979), giungendo a
quella che Castiglioni, in catalogo, ha
giustamente definito una «rifondazione
della narrazione del paesaggio italiano».
Le immagini rivelano luoghi interni alla
città, come le archeologie industriali in
cui sopravvivono delle celle di lavoro
marginali, o quelle trasformate in
destinazioni d’uso diverse per le quali
erano state pensate, come il Museo del
Volo di Malpensa o ancora la nascita di
nuovi complessi edilizi sovrapposti su
quelli di antiche preesistenze. Cresci ha
colto, nelle diverse giornate di
campagna fotografica passate a
Gallarate e nelle sue vicinanze,
l’estrema stratificazione del territorio. Il
titolo del progetto Ex / Post. Orizzonti
momentanei fa proprio riferimento ai
continui mutamenti e agli insediamenti
di un paesaggio in costante
trasformazione. Sebbene si tratti di
luoghi, questi restano intrisi della storia
delle persone che li hanno attraversati:
«Non ho mai disgiunto» ricorda l’artista
nell’intervista con Castiglioni in
catalogo, «il luogo dalle persone; la vita
degli altri è sempre stata un elemento
per costruire un rapporto tra me stesso
come artista e la società». Per questo il
racconto fotografico è una vera e
propria scoperta: per sua stessa
ammissione, per il suo lavoro è
importante partire “dal nulla”, da una
tabula rasa che gli consenta una presa
di contatto diretta con il luogo. È
l’artista stesso, infatti, a dichiarare
testualmente la propria incapacità di
«raccontare storie inventate». La
fotografia è solo l’ultima tappa di un
percorso performativo di conoscenza:
vivendo nel luogo che deve raccontare,
l’artista ha modo di incamerarne il
senso, di acquisire una percezione dello
spazio e dei suoi elementi portanti da
riversare poi nello scatto e nella sua
successiva manipolazione, figlia ed
erede, a mio modo di vedere, di certe
pratiche di fotocollage e di costruzione
composita dell’immagine. Su Gallarate,
in particolare, Cresci riporta
un’impressione «molto fisica: la città mi
è parsa un corpo che sta cambiando,
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
che ha avuto una storia operaia, che a
tratti sta scomparendo o lo è già e oggi
questi luoghi della scomparsa, vuoti,
abbandonati, sono struggenti e
dolorosi. Ci sono gli spazi abbandonati
ma anche attività industriali, dalla
produzione al movimento merci, fino al
Museo di Volandia. Da questa
esperienza emerge così una fotografia
ricca di componenti estetiche e
calibrate ma anche contaminata da una
certa solitudine. In punta di piedi parlo
di alcune lacerazioni del tessuto urbano
ma infine anche di momenti positivi».
Come ha giustamente fatto notare
Emma Zanella, nel proprio contributo in
catalogo, «Cresci trascorre da
inquadrature di ampio respiro, in cui
riconosciamo sempre il luogo, l’edificio,
lo scorcio, a inquadrature ristrette, che
vanno in profondità, tanto da
trasformare gli oggetti, siano essi telai
o ruote o rocchetti, in ritmi serrati, in
archetipi di forme geometriche. Persino
l’accostamento, in catalogo e in mostra,
delle fotografie, la loro vicinanza, il
passaggio dall’una all’altra fa parte
della costruzione del progetto
fotografico ed espositivo. Cresci
conduce il nostro sguardo da una
fotografia a quella successiva
attraverso evidenti richiami, assonanze
cromatiche e formali che rilanciano
continuamente e danno continuità
all’insieme, dal “tormentone” dei
pannelli di copertura gialli, che paiono
quasi cifra distintiva di una certa
architettura gallaratese, alle forme
tubolari e circolari di scale, accessi,
cortili, arredi, fino all’attenzione verso il
nascere di una vegetazione spontanea
che arriva a insinuarsi negli edifici
prendendone il sopravvento».
31
LA MOSTRA/3
EMBLEMI DI CARTA
Paolo de Stefani in Svizzera
una reverenza quasi religiosa
quella con cui Paolo De
Stefani tratta la materia prima
dei suoi lavori: la carta, manipolata
fino a sembrare altro da sé, che non
lascia indovinare, ad un primo
sguardo, la trama e la complessità del
procedimento esecutivo, è infatti
l’elemento fondante di una articolata
costruzione spaziale e percettiva
dell’opera. Quando ne parla, l’artista
stesso si emoziona, un po’ per la
passione totalizzante per il suo lavoro,
a cui si applica con devota e rituale
pazienza, un po’ perché sente la
profonda vibrazione emotiva suscitata
dai materiali poveri ed effimeri. Fin
dagli inizi del suo percorso di ricerca,
infatti, Paolo De Stefani ha scelto la
É
carta come proprio materiale
d’elezione, da intendere non come
semplice supporto per l’elaborazione
grafica, quanto come materia da
maltrattare, da bagnare, strappare e
persino accartocciare se necessario. A
partire dal 2007, in particolare, egli ha
raggiunto una formula espressiva
rigorosa e assoluta, capace di dare alla
geometria un’implicita monumentalità.
Avevano fatto la loro comparsa, in
PAOLO DE STEFANI.
EMBLEMA
KUNSTRAUM RISS,
SAMEDAN (SVIZZERA)
15 agosto-3 ottobre 2014
32
quell’anno, i primi fogli testurizzati a
china, colore e pennello, che si
perfezioneranno fino ai lavori recenti.
Da questo momento in poi, infatti, De
Stefani mette a punto un peculiare
procedimento operativo. Dopo aver
riempito un grande foglio di carta con
una fitta trama di segni regolari neri e
colorati, infatti, Paolo lo ritaglia in
sottili striscioline, da ricomporre subito
dopo con un nuovo ordine su un
supporto di legno, dando vita a
losanghe sfrangiate che paiono delle
lastre di ardesia, delle forme
primordiali. Dal 2007 i fogli di carta
diventano come delle scaglie nere: è la
struttura della roccia della sua
Valchiavenna. Ma lui non imita la
roccia: è il suo occhio che ha
interiorizzato il principio stratigrafico.
Il dato interessante, però, sta nel
rapporto fra elemento pittorico
irregolare e la struttura regolare che li
contiene: ritagliando in piccole strisce
la carta colorata, infatti, De Stefani
rompe il ritmo di una tessitura di segni
dilagante sul foglio, ottenendo delle
tessere colorate dalla trama a
intreccio. Partendo da questa minima
unità di base, poi, l’artista può
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
riportare quel tessuto di segni a una
griglia regolare: le singole tessere
cartacee, infatti, sono accostate l’una
all’altra con una leggera
sovrapposizione che crea un minimo
effetto di rilievo, ma secondo una
scansione regolare, ribadita da una
pioggia di chiodini che fissano i singoli
tasselli al supporto di legno.
Su questo uso dei chiodi, che sulla
superficie «brillano talora come gocce
di rugiada» (Monteforte), si sono spese
molte parole: dal ricordo delle tele
bianche di Castellani a ingenue
interpretazioni in chiave di rilievo
scultoreo. L’effetto sortito da questi,
però, è ancora una volta un effetto di
superficie squisitamente visivo, come
un arricchimento della superficie
pittorica con un elemento in aggetto,
che provoca una minima ombra
portata e suggerisce un’ulteriore
vibrazione pittorica: «l’occhio», scrive
ancora Monteforte, «vi si adagia con
piacere da lontano, ma si punge non
appena vi si accosta da vicino».
Il quadro sta diventando dunque
una struttura di grande complessità, a
partire da carpenterie via via più
articolate, talvolta fino
all’accostamento di due o più tavole
leggermente sovrapposte, oppure
allontanate in modo da lasciare una
sottile fessura (per la quale, a torto, si
sono ricordati i concetti spaziali di
Fontana), oppure inclinate in modo da
indicare dei piani di ambizione
tridimensionale. Uscendo dalla teca, il
quadro ha assunto una sua autonomia
spaziale, liberandosi finalmente dalla
dittatura dei formati quadrangolari: gli
esiti più felici di questa stagione di De
Stefani, infatti, si incontrano proprio
nei lavori con profili a losanga,
complicati da un aumentare di lati e di
spigoli. Il contrasto fra confini regolari
e l’animazione interna della superficie
non potrebbe essere maggiore, ma
senza stridore. Al contrario, rinchiuso
in questi confini misteriosi non si fa a
meno di percepire il senso “mistico” di
questi ultimi lavori. Non a caso, nella
chiesetta di San Pietro a Teglio,
nell’estate del 2011, quelle opere
sembravano nel loro ambiente
naturale. Nulla toglie, del resto, una
certa sensazione da vetrata di queste
trame di colori, come se il nero fosse
un fitto reticolato di filo a piombo che
unisce schegge di vetro colorato, di cui
hanno conservato la trasparenza.
Non ci sono calcoli simbolici nella
geometria di De Stefani, ma in questa
semplicità primordiale, che verrebbe da
definire “romanica”, delle sue sagome
si sente come un’aspirazione
all’assoluto e alla più solenne
rivelazione luminosa. Si tratta di una
spiritualità tutt’altro che enfatica, anzi
contenuta e riservata, ma non per
questo meno severa e assoluta: un
mistero, insomma, fatto di insondabili
ma indiscutibili certezze.
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
IL LIBRO DEL MESE
LE TRE ANELLA
Al crocevia spirituale tra Ebraismo,
Cristianesimo e Islam
di alessandro grossato
l rapporto storico fra le diverse
forme religiose, almeno fra quelle
che possono apparire più o meno
strettamente ‘apparentabili’, è stato
spesso paragonato, e talora anche
graficamente raffigurato, come una
sorta di albero genealogico. Con esiti
non sempre felici, non solo perche
talune connessioni, specie per le
epoche più antiche, restano non
documentabili, ma anche per il fatto
che, per ragioni strettamente
confessionali, le religioni ancor oggi
vive accettano assai poco volentieri
simili rappresentazioni delle proprie
origini. D’altra parte, lo schema
dell’albero genealogico delle religioni
appare quanto meno ingannevole
I
ALESSANDRO GROSSATO (Padova, 1955), storico delle religioni e
geopolitico, ha insegnato nelle Università di Padova, Trieste, Gorizia,
Perugia e Trento. Attualmente insegna Religioni non cristiane presso la
Facoltà Teologica del Triveneto a Padova. É autore di numerosi saggi e
articoli scientifici ed è noto per il suo
ampio studio dedicato alle tradizioni
iconografiche e simboliche dell’Eurasia. Membro dell’ISMEO, ha partecipato alla Missione archeologica
italiana in Nepal negli anni 1984-89.
anche agli occhi del semplice storico,
per delle ragioni altrettanto serie e
profonde. Innanzitutto ogni forma
religiosa ha, solitamente, uno sviluppo
molto più propriamente paragonabile
alla forma di un cespuglio che non a
quella di un albero. E poi, moltissime
forme religiose, specialmente quelle che
sono rimaste lungamente in contatto
tra loro sia nel tempo che nello spazio,
hanno finito con l’intrecciare i loro rami
in nodi e anelli più o meno stretti, fino
a sviluppare, non di rado, delle vere e
proprie anastomosi, ovvero qualcosa di
assai simile a quelle mirabilie arboree,
ottenute per semplice intersezione e
fusione dei singoli rami, persino di
diversa essenza, che riuscivano a
Ha fondato e dirige assieme a Francesco Zambon la Collana Viridarium
della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, e assieme a Carlo Saccone i
Quaderni di Studi Indo-Mediterranei
dell’Università di Bologna. Tra i suoi
libri ricordiamo: Navigatori e viaggiatori veneti sulla rotta per l’India
nella collana “Civiltà veneziana”
(Olschki, 1994), Il libro dei simboli.
Metamorfosi dell’umano fra Oriente
e Occidente (Mondadori, 1999) e Il
mito della fenice in Oriente e in Occidente (Marsilio, 2004).
realizzare gli abili giardinieri dei secoli
scorsi. Proprio l’esistenza di simili vive
interconnessioni ci fa comprendere che,
almeno in certi casi, lo studio dei
rapporti tra diverse forme religiose non
può limitarsi né a una rigida, separata
trattazione specialistica, né a
un’astratta, quanto sterile,
comparazione.
Ebbene, ad alcune di queste
singolari e rarissime connessioni fra
Ebraismo, Cristianesimo e Islam è
dedicato il volume Le Tre Anella. E non
solo a quelle storicamente certe e
documentate, come nel caso di culti e
centri di pellegrinaggi palesemente
interconfessionali, ma anche a quelle
semplicemente immaginate sia sul
piano della leggenda, come quella delle
Tre Anella, che addirittura del mito,
come quello assolutamente esemplare,
direi anzi paradigmatico, che si è
sviluppato attorno alla figura del
profeta Elia.
Albero o cespuglio che sia, una
religione ha comunque sempre una
radice, e quella delle ‘religioni del Libro’
coincide con la figura di Abramo, da
ebrei e musulmani considerato un
profeta, dai cristiani più semplicemente
un patriarca. Una radice che talvolta,
direi inevitabilmente, è stata rivendicata
più per ragioni di concorrenza che di
vera convergenza. Con la figura di
Abramo principia dunque anche questo
34
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
volume. Il teologo Edmund Weber ce ne
fornisce qui una descrizione in rapporto
a tutte e tre le fedi, svolta con grande
equilibrio e su di un piano più spirituale
che semplicemente storico-culturale.
I contributi di Andrea Piras e di
Augusto Cosentino ci aiutano a entrare
gradualmente in medias res,
consentendoci di gettare un breve
sguardo su talune forme del confronto
interreligioso che, sulla sponda
orientale del Mediterraneo, precedono
l’arrivo dell’Islam. In particolare, Andrea
Piras ci rappresenta alcuni aspetti
dell’interessante rapporto che c’è stato
tra la cultura zoroastriana iranica,
quella di un grande impero multietnico
e multiconfessionale, e le due, poi tre,
religioni abramiche. Già sotto la
dinastia achemenide “per quanto
riguarda le credenze religiose vi era una
sostanziale ‘tolleranza’ e quindi un
rispetto delle tradizioni cultuali locali,
che anzi erano sotto la diretta
protezione del re”. Al punto che un
imperatore come Ciro poteva venire
magnificato in quanto ‘unto del
Signore’, e quindi ‘messia’, in Isaia (41;
45). Come scrive Piras, si tratta dell’
“Unico caso di un non-ebreo che venga
onorato, in questa sola occasione, con
tale epiteto di prestigio e di sacralità
LE TRE ANELLA. AL CROCEVIA
SPIRITUALE TRA EBRAISMO,
CRISTIANESIMO E ISLAM,
a cura di Alessandro Grossato,
Alessandria, Edizioni dell’Orso,
2014, p. 368, 25 euro.
M
olte forme religiose, specialmente quelle che sono rimaste lungamente
in contatto tra loro sia nel tempo sia
nello spazio, hanno finito con l’intrecciare i loro rami in nodi e anelli più
o meno stretti.
La realtà storica di queste interconnessioni, alcune delle quali sono
ancora sorprendentemente vive e diffuse, ci fa comprendere che oggi lo
studio dei rapporti tra le religioni non
può più sterilmente limitarsi né a una
rigida e separata trattazione specialistica, né a un’astratta, quanto semplicistica, comparazione. Durante tutto
il Medioevo e il Rinascimento, tre fu-
rono le principali sponde culturali e
religiose del Mediterraneo. Non solo,
dunque, quella cristiana e quella islamica, ma anche quella ebraica. Perché
le comunità disperse dalla diaspora e
concentrate nelle principali città portuali, con i loro ininterrotti legami,
costituirono tutte insieme una sorta
di ‘terza sponda’, che fu, in tutti i sensi, perfettamente trasversale rispetto
del potere, esprimendo una
benemerenza che i testi biblici
rinnovarono per i sovrani achemenidi
futuri, come Dario, Serse e Atarserse”, e
in qualche modo, aggiungerei, anche
per Alessandro Magno. Emerge cosi
subito un tema fondamentale, quello
del Messia, che sottende fino alla fine,
come un fil rouge, tutte le pagine che
seguono. Un tema che, per le sue
intrinseche caratteristiche
escatologiche, quasi di necessità tende
sempre a divenire interconfessionale.
Per quanto riguarda il resto, come ben
sottolinea Piras, il problema delle
relazioni tra cultura religiosa
alle altre due.
Ad esempio, riguardo alla copiatura, traduzione e diffusione di testi e
di dottrine, comprese quelle mistiche
ed esoteriche dell’Ermetismo, dell’Alchimia e della Kabbalah. Ad alcuni dei
meno noti, oltreché dei più singolari e
significativi momenti di connessione
tra Ebraismo, Cristianesimo e Islam
sono dedicati i contributi degli specialisti che hanno collaborato a questo volume. E non solo a quelli storicamente certi e documentati, ma persino a quelli che furono semplicemente immaginati, sul piano sia della
leggenda, come quella assai nota dei
“tre anelli”, sia del mito. Come quello
sviluppatosi, lungo le sponde di tutto
il Mediterraneo, attorno alla figura
spirituale del profeta Elia. Perché, come scriveva Giovanni Pico della Mirandola, «come il Giusto è confluenza
d’acque, così la Divinità è il mare a cui
tendono tutti i fiumi».
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
zoroastriana ed ebraica, “deve essere
posto in maniera differente quando si
voglia comprendere l’influsso come
stimolo alla elaborazione, come
occasionalità di una serie di circostanze
che potrebbero aver dato luogo a
indipendenti formulazioni, del tutto
originali e specifiche […] frutto di
incidenze e contatti che appunto, in
quanto tali, non sono operazioni di
mera copiatura”. Le relazioni fra questi
due mondi religiosi comunque
tenderanno ad aumentare sotto il
regno dei Parti o Arsacidi, in
concomitanza con l’arrivo dei Romani
in Giudea. Nel quadro dei rapporti fra
Iran partico e Cristianesimo, Piras mette
in risalto le figure dei Magi, i sacerdoti
zoroastriani, che vengono assorbiti nel
nostro immaginario già a partire dal
Vangelo di Matteo, al culmine di “una
acculturazione che era propiziata da
rimarchevoli sintonie culturali, nel
merito di credenze che rendevano
mondo iranico ed ebraico-cristiano
fortemente comunicanti e interattivi”,
in particolare “per ciò che concerneva
la salvezza e quindi l’attesa di Salvatori”.
È difficile fare a meno di riconoscere
che il tema zoroastriano del Salvatore,
scrive ancora Piras, “ben oltre l’Iran si
irradiò nelle geografie del
Mediterraneo, nelle attese messianiche
del giudaismo e poi del cristianesimo.”
Fra III e VII secolo, con l’avvento della
dinastia dei Sassanidi, tende a prevalere
l’esclusivismo religioso, senza
comunque escludere, secondo Piras, dei
momenti di autentica ricomposizione
dei rapporti con le altre fedi, presenti
sia all’interno che all’esterno
dell’impero.
Anche il contributo di Augusto
35
Daniele da Volterra (1509-1566), Il profeta Elia (1550-1560 circa), Siena, Casa Pannocchieschi d'Elci
Cosentino, che prende qui in esame le
due redazioni dei Testamenti di
Salomone, quella greca, che risale a
prima del III secolo d.C., e quella araba
molto più tarda, ma che secondo
Cosentino si basa su una tradizione
parallela e più antica, riguarda un
periodo che precede la nascita
dell’Islam, e si sviluppa al crocevia tra
Ebraismo, Cristianesimo e mondo
arabo. Si tratta di due opere abbastanza
diverse nei contenuti, accomunate più
che altro dal titolo, ma con alcuni punti
di contatto, uno dei quali, come
vedremo, riserva un’interessante
sorpresa. Il loro nucleo centrale
descrive la costruzione del Tempio di
Gerusalemme. Le analogie fra questi
due testi “fanno pensare che
appartengano ad una medesima
tradizione, riferibile a un culto
salomonico palestinese”. Del resto il
Testamento di Salomone greco rinvia al
Vecchio Testamento, “nonché a tutta la
letteratura salomonica extra-canonica
fiorita in ambiente giudaico”. Si tratta
quindi, come scrive ancora Cosentino,
di “Una tradizione testuale complessa,
dunque, che costituisce una sorta di
ponte letterario tra mondo giudaico,
cristiano e arabo.” Ancor più
importante, ai nostri fini, è che “Nel
Testamento di Salomone arabo compare
poi il motivo dell’anello con sigillo dato
da Dio per comandare ai demoni”, e se
è vero che “Il tema era già ben
sviluppato nel Testamento greco, ed era
noto anche in altra letteratura
salomonica”, “Il Testamento arabo
apporta però una variante concettuale
molto interessante: mentre nel
Testamento greco il potere dell’anello
risiede nell’unico esemplare forgiato da
Dio e fatto pervenire a Salomone, nel
Testamento arabo Salomone fa delle
copie dell’anello da distribuire ai suoi
operai: copie nelle quali risiede lo
stesso potere magico di coercizione dei
demoni dell’anello originale.”
Da un punto di vista strettamente
politico, durante tutto il Medioevo e il
Rinascimento, a causa dell’antica
diaspora del popolo ebraico, le ‘sponde
religiose’, se cosi ci è consentito
36
definirle, furono in realtà solamente
due: quella cristiana e quella islamica.
Due sponde che, a parte il breve ma
significativo idillio diplomatico fra il
neoeletto Imperatore Carlo Magno e il
Califfo HÇr ;n al-Rash¥d, con il
reciproco scambio di doni simbolici,
furono per secoli in un stato di guerra
quasi permanente. Come ci ricorda nel
suo contributo Danielle Buschinger, in
genere, per gran parte del Medioevo
ebrei e musulmani vennero considerati
dai cristiani alla stregua di ‘pagani’, se
non peggio. Fu solo fra la fine del XII e
l’inizio del XIII secolo, ci ricorda la
Buschinger, che uno sparuto numero di
poeti tedeschi “font preuve d’une
tolerance digne du siecle des Lumieres”.
Fra essi, in particolare, i Minnesanger
Walther von der Vogelweide, Freidank e
Wolfram von Eschenbach: “meme si
Wolfram ne va pas aussi loin que
Freidank pour qui tous les etres
humains, aussi bien les paiens
(musulmans) que les juifs ou les
chretiens, sont des enfants de Dieu, il
insinue par la qu’une coexistence
pacifique entre chretiens et musulmans
est possible, sur la base d’un respect
mutuel.” D’altra parte, se è
comprensibile che “Wolfram ne pouvait
cependant aller jusqu’au bout de
l’egalite entre chretiens et musulmans,
car il aurait pu etre condamne par
l’Eglise comme heretique”, nondimeno
nel suo romanzo sul Graal egli si spinge
a dirci, senza particolari problemi, che
“L’elite qui garde le Graal et le sert est
une elite qui vient des deux chevaleries
profanes, la chevalerie arthurienne et la
chevalerie paienne (musulmane), et la
on doit souligner le caractere
oecumenique de la conception de
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Wolfram.” È dunque lecito ipotizzare
che questa importante modifica nella
percezione dei musulmani e
nell’atteggiamento verso di loro da
parte di alcune elites cristiane, si sia
prodotta non tanto per l’avvento d’una
nuova pietas religiosa, ma, come nel
caso di Raimondo Lullo, per altre
ragioni, più o meno direttamente
connesse alle recenti perigliose
frequentazioni, anche in veste di
crociati, non più solo della sponda
cristiana del Mediterraneo, ma anche di
quella islamica. Comunque, da un
punto di vista culturale, e quindi anche
spirituale, e in particolare, per quel che
qui più ci interessa, riguardo alla
diffusione di testi e dottrine esoteriche,
la diaspora ebraica, concentrata nelle
principali metropoli portuali
mediterranee, costituì davvero una
‘terza sponda’, che fu, in tutti i sensi,
perfettamente trasversale rispetto alle
altre due.
La parabola delle ‘Tre Anella’,
ovvero delle ‘tre Leggi’
Secondo la studiosa israeliana Iris
Shagrir, l’origine della parabola delle
‘Tre Anella’, contenuta nella terza
novella della prima giornata del
Decameron di Giovanni Boccaccio, non
solo è orientale, come da qualche
tempo ormai ritiene la maggior parte
degli studiosi, ma molto probabilmente
di origine islamica. Questa studiosa, che
nel suo articolo si sofferma su diversi
passaggi sia orientali che occidentali,
ritiene che il più antico archetipo
letterario, finora conosciuto, della
parabola delle ‘Tre Anella’ sia da
identificare con il racconto che ha per
protagonista il principe Djaudharz o
Godarzes, e che è incluso nella Storia
dei Re di Persia, scritta in arabo dallo
storico persiano al-Tha’libi, che visse tra
l’XI e il XII secolo. Nel racconto, ognuna
delle tre concubine del principe si illude
di essere la sua preferita, avendo
segretamente ricevuto in dono da lui
un anello che, in realtà, è
perfettamente identico agli altri due.
Come giustamente scrive la Shagrir,
“We are not able to trace the early
circulation of the Persian story, nor can
we identify the exact historical moment
when this story was converted into an
allegory related toreligions”, ma che la
nascita e lo sviluppo di questa parabola
si può spiegare solo all’interno di un
contesto spazio-temporale
caratterizzato da intensi contatti
interculturali, soprattutto interreligiosi.
E che inoltre “the history of the parable
suggests that it was Islam, with its
teachings from the Koran and from
other authorities, that originally
permitted the expression of such
openness”. Una componente cruciale
nel complesso afflusso di confluenze
letterarie che, attraverso numerose
trasformazioni, hanno contribuito alla
genesi della parabola delle “Tre Anella”,
potrebbe allora risalire, secondo la
Shagrir, al resoconto del famoso
dialogo teologico che si sarebbe svolto
in due giornate tra Timoteo I, Patriarca
nestoriano di Baghdad fra il 779 e
l’823, e il Califfo al-Mahd¥ (775-785),
dialogo nel quale è comunque
questione di una perla invece che di un
anello. Di questo dialogo esistono
numerose versioni in arabo, e ne esiste
anche un’importante versione ebraica,
risalente al XIII secolo, scritta dal
grande kabbalista spagnolo Abraham
BEVI RESPONSABILMENTE
IL PRIMO CREMAMARO
BEVILO GHIACCIATO.
38
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Abulafia. In questo volume è
principalmente Alessandro La Monica,
con il suo contributo a occuparsi, fra
altre varianti medievali sia orientali che
occidentali, anche dei testimoni italiani
due-trecenteschi della parabola dei tre
anelli. Ovvero del racconto LXXIII del
Novellino, della terza novella della
prima giornata del Decameron e
dell’episodio dell’Aventuroso ciciliano di
Bosone da Gubbio. Sia Boccaccio che
Bosone attingono al Novellino, secondo
La Monica “Boccaccio si servì, tuttavia,
anche di altre fonti […] come mostra ad
esempio il motivo della largesse del
Saladino”, un motivo presente in
particolare nei versi di due poeti
tedeschi, il Minnesanger Walter von der
Vogelweide (1170ca.-1230 ca.), e il
viennese Jansder Enikel, morto dopo il
1302. Com’è noto, la compilazione del
Novellino risale all’incirca all’ultimo
ventennio del XIII secolo, quella
dell’Aventuroso ciciliano alla fine del
XIV secolo, ma è ambientato
all’indomani dei Vespri del 1282, e
infine il Decameron fu scritto tra il
1349 e il 1351 o al più tardi nel 1353.
Ora, per comprendere appieno il clima
intellettuale e religioso di quei decenni,
durante i quali venne maturando la
ricezione e la trasformazione della
parabola dei tre anelli, definitivamente
applicata alla questione del rapporto
tra le grandi religioni abramiche, ci
sembra di dover ricordare un
precedente molto importante.
Intorno al 1274, il terziario
francescano Raimondo Lullo, di origine
catalana, scrive Il libro del gentile e dei
tre savi.i In questo testo egli descrive il
dialogo fra tre sapienti, un ebreo, un
cristiano e un musulmano, che cercano
di dimostrare la verità delle rispettive
fedi ad un quarto personaggio, un
gentile dotato di una buona cultura
filosofica, ma ancora agnostico. Una
nobildonna, il cui nome non a caso è
Intelligenza, li aiuta a percorrere e ad
interpretare un misterioso giardino
simbolico, con una fontana e cinque
alberi, che celano, fra i propri rami, un
APPUNTAMENTI BVS
PRESENTAZIONE DE «LA BIBLIOTECA DI VIA SENATO»
AD ACQUI TERME
assessorato alla Cultura del
comune di Acqui Terme insieme agli
ideatori del Premio
Acqui Storia, all’interno del ciclo “Incontri
con l’autore”, hanno
organizzato una presentazione della rivista «la Biblioteca di via
Senato». A parlarne
L’
hanno invitato Gianluca Montinaro.
L’appuntamento è fissato per venerdì 26 settembre, alle
ore 21.15, presso la
sala conferenze di
Palazzo
Robellini
(piazza Levi, 5 - Acqui
Terme). Introdurranno la conversazione
Carlo Sburlati e Carlo
Prosperi.
complesso simbolismo numerico. Il
gentile arriva cosi gradualmente a
comprendere quale sia la sua fede,
senza pero rivelarla agli altri, mentre i
tre saggi decidono di rivedersi ogni
giorno, per continuare a cercare
insieme la verità. Un’opera che deve
aver contribuito non poco alla
trasformazione finale della parabola dei
tre anelli.
Riguardo alla novella del Boccaccio,
che dà il titolo al volume, solo alcune
brevi considerazioni. Anche qui, come
nel Novellino, i “tre anelli” sono le “tre
Leggi” delle tre religioni del Libro, e
l’“anello bellissimo e prezioso” è la “vera
Legge”, che non si sa quale veramente
sia. Parabola bellissima, della quale si
tendeva nei secoli scorsi a mettere in
evidenza solo la sagacia dimostrata
dall’ebreo Melchisedech, nel riuscire ad
evitare di dare una vera risposta al
Saladino. Mentre oggi si preferisce
sottolineare quello che, ad alcuni, può
forse apparire una sorta di manifesto
del relativismo religioso. Un po’ troppo
ante litteram, specie se si tiene conto
del fatto che Giovanni Boccaccio era un
terziario francescano. Nessuno, o quasi,
si chiede invece altre cose, ad esempio
cosa significhi in questa novella il
nome di Panfilo, il narratore, che dal
greco può tradursi con “Amico di tutti”,
“Benevolo verso tutti”, ma anche
“Amato da tutti”, “Caro a tutti” e
persino come “Tutto amore”.
E soprattutto perché il nome
dell’ebreo non sia semplicemente uno
qualsiasi, ma proprio quello del
Melchisedech biblico (Genesi,i XIV, 1820), il Re di Salem che benedisse il
patriarca Abramo, ricevendone la
decima in segno di sottomissione.
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
39
EDITORE DEL MESE
LE EDIZIONI ALL’INSEGNA
DEL VELTRO
I libri di Claudio Mutti,
uno stampatore-studioso non allineato
di sandro giovannini
ondate a Parma, nel 1978, le
Edizioni all’insegna del Veltro
sono la rappresentazione della
storie di vita e di studio del loro
ideatore e creatore: Claudio Mutti
(1946). Nato nella cittadina emiliana,
Mutti (dopo aver conseguita con lode
la laurea in Lettere e Filosofia,
indirizzo classico), si interessa ad
F
autori antichi, fra i quali Plutarco,
Arato, Porfirio, Giuliano Imperatore,
Salustio, di cui traduce e commenta
alcuni testi. Contemporaneamente
intraprende attività di ricerca e di
didattica presso l’Istituto di Filologia
Ugrofinnica e Lingua e Letteratura
Ungherese dell’Università di Bologna;
ma a tale incarico deve rinunciare nel
Gennadij Zjuganov,
STATO E POTENZA,
Parma, Edizioni All’insegna
del Veltro, 1999
C
he ci fa un libro di un comunista russo in una collana diretta da Mutti? Basta
aprire il libro e leggere la prefazione
dello stesso Mutti, e poi il lungo saggio introduttivo del curatore del volume, Marco Montanari - studioso
serio (forse in Italia
nessuno conosce meglio di lui le vicende del
comunismo sovietico
successive al crollo),
non un seguace di
Mutti - per capire che
non siamo di fronte ad
una stranezza, a un’o-
1974 allorché un giudice bolognese in
cerca di notorietà lo incarcera per
alcuni mesi sulla base di un ordine di
cattura che si rivelerà poi
inconsistente. Nel 1979, al termine di
una seconda carcerazione,
pretestuosa quanto la prima,
apprende di aver vinto un posto di
docente presso l’Istituto Italiano di
perazione editoriale particolarmente spregiudicata. No, Stato e potenza
ci sta bene fra i libri di Mutti perché
nelle sue pagine circola davvero - filtrata forse attraverso gli scritti di
Aleksandr Dugin, il fondatore a Mosca di un partito che nel modo più
esplicito si definiva nazionalbolscevico - quel pensiero “rosso-nero”
che in Occidente ha avuto i suoi
maestri, più che in Evola, in JeanFrançois Thiriart visionario (suo era il
progetto dell’impero
euro-sovietico) fondatore, sulle ceneri del
nazismo, del “nazionaleuropeismo”.
(Adriano Guerra,
«L’Unità»,
30 maggio 1999)
40
Cultura a Bucarest.
I quotidiani «la Repubblica» e
«La Stampa» gridano allo scandalo
e l’on. Antonello Trombadori
chiede al governo se sia proprio
necessario affidare un incarico di
rappresentanza della cultura italiana a
un «famigerato nemico della
democrazia».
Il Ministero degli Esteri risolve la
situazione annullando i risultati del
concorso stesso.
Nel 1980, quando già le Edizioni
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
all’insegna del Veltro stanno
muovendo con successo i primi passi
nel mondo della carta stampata,
affermandosi come raffinata casa
editrice di nicchia, Mutti è arrestato
per la terza volta. L’imputazione, che
riguarda la strage alla stazione di
Bologna, lo costringe in prigione per
un periodo piuttosto lungo,
sufficiente per condurre a termine
diverse ricerche. Avvalendosi della
consulenza di alcuni zingari detenuti
nel carcere di Reggio Emilia, compila
un lessico di sinto che verrà
pubblicato dalla rivista del Centro
Studi Zingari “Lacio Drom”. Realizza
anche diverse raccolte di canti,
ballate, leggende e favole popolari
dell’Ungheria e della Transilvania,
studiando i contenuti simbolici delle
tradizioni popolari sulla traccia delle
indicazioni fornite da René Guénon.
Negli anni successivi (dopo essere
stato prosciolto da ogni accusa),
Mutti, nell’ambito del suo interesse
per le culture dell’area carpaticodanubiana, traduce e pubblica
all’interno del catalogo dell’Edizioni
all’insegna del Veltro numerosi
documenti e testi relativi al
movimento legionario romeno e al
movimento crocefrecciato ungherese;
cura i numeri monografici di alcune
riviste («Origini», «LetteraturaTradizione») dedicati a Nae Ionescu,
Cioran, Constantin Noica e Mircea
Eliade. Di quest’ultimo, in particolare,
indaga i rapporti col movimento
legionario in un saggio tradotto in
varie lingue; svolge approfondite
ricerche sull’influenza esercitata da
René Guénon nei paesi dell’Europa
danubiana; fa conoscere in Italia
importanti scrittori tradizionalisti
quali il romeno Vasile Lovinescu e
l’ungherese Béla Hamvas.
A oggi le Edizioni all’insegna del
Veltro hanno in catalogo oltre un
centinaio di titoli, fra i quali anche
opere di Julius Evola, Cornelio
Codreanu, Johann von Leers e Robert
Faurisson. Presenti anche alcuni testi
di autori di formazione prettamente
marxista (seppure dal percorso
ideologico del tutto particolare) come
Costanzo Preve e Gannadij Zjuganov.
42
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Punture di penna
Consigli intellettuali per
il vero Maître à penser
Ovvero: come furoreggiare nei salotti – parte decima
LUIGI MASCHERONI
AMICI I veri sono quelli che
mettono “mi piace” ai tuoi articoli.
to più della pratica, eccome. Ripassare semmai l’analisi logica.
Se capita, buttare lì nella conversazione la frase: “Se fossi la lingua
italiana farei causa a Carofiglio”.
FACOLTA’ DI LEGGE
Sforna ottimi giallisti.
GIALLI ALL’ITALIANA
Basta romanzi su ironici commissari di provincia!
PRATICA Inutile, se si conosce bene la grammatica. Ricordarsi però che la sintassi non ha
mai arricchito nessuno.
EDUCAZIONE Da elargi-
re con grande parsimonia. A volte
meglio lo stato selvaggio. Quella
siberiana è un bluff.
TENTAZIONI Fanno l’uo-
Sopra: Luigi Mascheroni
CONSIGLI “Vuoi un consi- glio?”. Declinare in modo gentile
ma fermo.
SCORCIATOIE Sono sem-
pre una soluzione eccellente,
checché ne dicano.
FAVORITISMI Se ne be-
neficiate, sminuirli: “Ci sarei
arrivato comunque”.
Se beneficiano gli altri, biasimarli: “Tanto prima o poi si paga tutto”.
GRAMMATICA Vale mol-
MAÎTRE À PENSER In
Francia gli intellettuali sono di
solito incapaci di aprire un ombrello, diceva Andrè Malraux. In
Italia invece ne sono capaci,
quando non serve.
OROSCOPI Cercare di
scriverli sotto pseudonimo, per
qualsiasi giornale. Pagano molto
bene.
VACANZE L’intellettuale
non fa mai vacanza, anche se ci va.
mo etero.
SCRITTORI Categorie favorite nella selezione naturale al
successo letterario: alcolizzati,
giocatori compulsivi, maniacodepressivi, predatori sessuali
(meglio se combinate insieme).
DISCORSO (COME FINIRE UN) “E a questo punto si
potrebbe citare la seconda legge
della termodinamica che, sintetizzando, recita: prima o poi tutto
finisce in merda”.
LUOGHI COMUNI Ecce-
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
43
dere. Soprattutto con le espressioni: “chiudere i battenti”,
“splendida cornice”, “ridente cittadina”, “”fuori dal tunnel”, “una
vera chicca”, “il giornalismo è
fatto di luoghi comuni”.
MINORANZA Farne parte.
MAGGIORANZA Disdegnarla.
GUSTO Quello vero è in
primo luogo il disgusto nei confronti del gusto degli altri.
PUBBLICO DI MASSA
Ricordarsi: più una cosa piace al
pubblico, più va guardata con
sospetto.
ODIO Spiace dirlo, ma ne-
cessario. Scarica la tensione nelle aggressioni fisiche, aiuta ad
arricchire il proprio vocabolario in quelle verbali, irrobustisce mente e corpo, produce ottimi pezzi giornalistici e capolavori letterari.
Ricordare sommessamente che
il buonismo non porta da nessuna parte.
INSULTI A volte servono
Ad esempio: “bimbominkia”,
Salonbolschewist (sta per “bolscevico da salotto”, la versione tedesca del radical chic), “sei comunista dentro”, “ma se tu hai
votato persino Berlusconi”. E
“testa di cazzo”, che - parlando
di intellettuali - va sempre bene.
Sir Joshua Reynolds (1723-1792), Sarah Campbell, 1777-1778, New Haven,
Yale Center for British Art
PROZAC Abusarne.
DANDY Il dandy post-con-
temporaneo si vede da:
1) dal fatto che si chiama “dandy
post-contemporaneo” e non
“dandy 2.0”, estensione, quest’ultima, che lascia volentieri al
fashion victim;
2) dal fatto che non è un fashion
victim;
3) dal fatto che possiede due co-
se in grande quantità: i calzini a
tinta unita (nessuno a righe), ma
soprattutto indolenza e superficialità;
4) dal fatto che non ama chiamarsi dandy, né che lo chiamino
gli altri. Preferisce dirsi “Signore”. E adora le signore;
5) dal fatto che non sopporta il
Dandi di Romanzo criminale: è
un burino, e per di più romano
(e i romani non possono essere
44
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Thomas Gainsborough (1727-1788), Mr and Mrs Andrews, 1750, Londra, The
National Gallery
dandy). Comunque il vero
dandy non legge romanzi, non
guarda film né serie tv.
E non sopporta neppure De Cataldo, tanto meno Placido e Sollima. Burini pure loro;
6) dal fatto che sceglie sigari
“Sancho Panza” ma li accende
con dei Bic da un euro. E soprattutto li fuma al chiuso, in locali
pubblici, meglio se ci sono bambini e donne incinta;
7) dal fatto che non tollera né i
bambini né le donne incinta;
8) dal fatto che non si fa mai di
stupefacenti, al massimo abusa
di Oki;
9) dal fatto che ha spesso mal di
testa. Soprattutto quando deve
scegliere la cravatta;
10) dal fatto che ha moltissime
cravatte, ma usa sempre le stesse
due-tre;
11) dal fatto che adora i tagli
netti. Negli abiti e nelle relazioni. Soprattutto quelle extra
coniugali;
12) dal fatto che intrattiene
molte relazioni extra coniugali.
Perché? Se lo chiede sempre anche lui;
13) dal fatto che si prende cura di
sé ma soltanto per apparire, non
per essere (cosa quest’ultima della quale non gli frega nulla);
14) dal fatto che non ha mai letto Fromm;
15) dal fatto che non legge mai,
tanto meno Oscar Wilde, che
detesta;
16) dal fatto che, più di ogni altra cosa, detesta le citazioni di
Oscar Wilde, e sopra ogni cosa
quelle su Twitter;
17) dal fatto che però adora
Twitter: sobrio, semplice, essenziale, come deve essere il vero dandy;
18) dal fatto che sa benissimo
che la barba non fa il filosofo, e
infatti possiede una splendida
collezione di rasoi a mano.
Che tiene in un armadietto.
Per radersi invece usa dei Bic
usa-e-getta. Che fa molto
dandy;
19) dal fatto che sa bene che nella vita lo stile è tutto. Ma i soldi
lo sono di più;
20) dal fatto che non ha mai abbastanza soldi. Ma questo succede anche a chi non è un dandy;
21) dal fatto che nella vita c’è solo una cosa che non capisce, oltre al culto per le bretelle alla
Gordon Gekko, ed è il Negroni
sbagliato;
22) dal fatto che sbaglia spessissimo, soprattutto ad abbinare
pochette e giacca, camicia e cravatta, calze e pantaloni. Però lo
può fare tranquillamente, perché è un dandy;
23) dal fatto che nasce con la camicia. Di solito Battistoni;
24) dal fatto che, in musica, si è
fermato ai Gaznevada. Ed è felicissimo di averlo fatto;
25) dal fatto che se incontra un
hipster gli infila la pipa su per il
culo;
26) dal fatto che è rigorosamente eterosessuale (infatti Oscar
Wilde non è un dandy, ma un
frocio);
27) dal fatto che usa i fazzoletti
da taschino per pulirsi il naso, e i
‘Tempo’ li tiene nel taschino.
Perché se c’è una cosa di cui abbonda il dandy, a differenza dei
soldi, è il tempo;
28) dal fatto che le calze bianche
le usa, eccome. Sul suo yacht da
40 metri;
29) dal fatto che in effetti odia
gli yacht.
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
47
Editoria
Raffinati libri
con un certo bel carattere
Riflessioni (bibliografiche) sui caratteri tipografici
MASSIMO GATTA
S
e chiedete a dieci persone
di cultura, anche medio alta, qual è stata l’invenzione di Gutenberg nove su dieci
risponderanno: la stampa. L’unico che non risponderà lo farà
per timore di dire una sciocchezza, non perché conosce la
risposta. La stampa, infatti, esisteva ben prima di Gutenberg,
sotto forma di stampa xilografica, realizzata cioè (sia il breve testo che le immagini) incidendo
tavole di legno che poi inchiostrate producevano singoli fogli
di argomento religioso, destinati ai poveri e agli analfabeti (Biblia pauperum). Era una stampa
meticolosa, lenta e spesso piena
di refusi, adatta non alla lettura
del testo (che pochissimi erano in
grado di comprendere) ma alla
lettura delle immagini, analoga
alla funzione delle vetrate policrome delle cattedrali gotiche.
Johann Gensfleisch zur Laden
zum Gutenberg, questo il nome
completo del nostro eroe, morto povero e dimenticato, aveva
invece realizzato qualcosa di in-
finitamente più importante della stampa, paragonabile, oltre
cinque secoli dopo, all’invenzione di Internet. Le sue abilità
e conoscenze di orafo gli avevano consentito di realizzare un
piccolo parallelepipedo in lega
di metallo (piombo, antimonio
e stagno) che avrebbe cambiato
il corso della storia: il carattere
mobile per la stampa tipografica. La mobilità del carattere in
fase di composizione della pagina tipografica consentiva, infatti, la possibilità di correggere gli
errori con una velocità inimmaginabile prima; il singolo carattere sbagliato veniva sostituito
con quello giusto, senza bisogno di dover incidere di nuovo
una intera tavola di legno! Questa mirabile e geniale intuizione
non fu però benigna per Gutenberg che si vide costretto a vendere tutta la strumentazione
(torchi, caratteri, carta, ecc.) per
pagare i debiti del prestito ricevuto. Nel giro di qualche anno il
suo nome scomparve per riemergere nel corso dei secoli
48
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
successivi e, paradossalmente,
essere erroneamente identificato come l’inventore della stampa. C’è da dire, però, che recenti
scoperte archeologiche hanno
portato alla luce caratteri mobili
in vetro realizzati in Cina alcuni
secoli prima di Gutenberg che
però, proprio perché in vetro,
erano molto fragili. Anche quelli in lega metallica andavano incontro ad una progressiva usura
dovuta alla pressione del tor-
NOTE
1
Tra i tanti classici mi piace qui ricordare Geofroy Tory, Champ Fleury, Paris, par
Gilles de Gourmont, 1529; lo cito da una
bella ristampa anastatica, Champ Fleury.
Art et Science de la Vraie Proportion des
Lettres, che mette in grado il lettore di entrare nel ductus dell’originale, edito dalla
Bibliothèque de l’Image, 1998, con un breve scritto introduttivo di Paul-Marie Grinevald. Una interessante trasposizione
narrativa di Tory, e del suo trattato, è in Anna Cuneo, Il maestro di Garamond, Milano,
chio, ma di sicuro consentivano
la stampa di parecchie migliaia
di pagine prima di dover essere
sostituiti. Da allora il carattere
di stampa, con la relativa arte del
disegno della lettera1 e del carattere, sono diventati i protagonisti della tipografia e, in tempi
moderni, di quella privata e di
pregio, ma anche di alcune tipografie sensibili e attrezzate a
stampare in lingue esotiche.2 Il
disegno dei caratteri è uno dei
settori più importanti nel complesso ambito della storia culturale della tipografia e le famiglie
di caratteri sono innumerevoli,
alcune di straordinaria risonanza anche per i profani (Garamond, Bodoni3, Times), oltre a
quelli, innumerevoli, nati per il
digitale.
In queste brevi riflessioni
(bibliografiche) vorrei però soffermarmi su alcuni rari opuscoli
realizzati per testimoniare spe-
Sironi, 2010, pp. 258-270.
2
Come, tra le tante, la Tipografia Vincenzo Bona di Torino, fondata nel 1777,
della quale segnalo una curiosità bibliografica legata alla stampa in lingue esotiche, cfr. al riguardo la plaquette commemorativa di Giulio Vincenzo Bona, Carlo
Emanuele Bona, Torino, Bona, s.d. [ma
1963], stampato a tiratura numerata in ricordo della scomparsa del Bona (13 settembre 1962) e che contiene una sezione
con la stampa in 27 alfabeti anche esotici
di un verso caro al Bona, con l’indicazione:
“Mio Padre, il Comm. C.E. Bona, era orgoglioso di poter affermare che la Tipografia
Vincenzo Bona fu scelta dall’Accademia
delle Scienze di Torino perché già nel secolo XVIII si riteneva fosse una delle poche
d’Europa attrezzata per stampare in tutte
le lingue del mondo” [l’esemplare da noi
utilizzato è il n. 330]. Sulla tematica della
stampa in molteplici alfabeti non si può dimenticare l’Oratio Dominica, stampata da
Bodoni nel 1806 in 155 lingue diverse.
3
Scontato, per questo fin troppo celebre carattere, il rimando al Manuale tipo-
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
49
cifici caratteri storici; fino alla
metà del secolo scorso, infatti,
molte tipografie utilizzavano
campionari di caratteri realizzati da importanti aziende, come
la Nebiolo4 e l’Urania5. In seguito queste pubblicazioni sono
scomparse sostituite da campionari virtuali online. Tra gli innumerevoli testi che da secoli
sono stati dedicati al disegno e ai
caratteri da stampa ne ho privilegiato alcuni della seconda me-
tà del Novecento, sia per il loro
carattere di curiosità, sia per la
loro indubbia rarità (in qualche
caso non conservati in biblioteche pubbliche), sia per la loro
preziosità artigianale, perché
composti e stampati manualmente. Questa mia è quindi una
breve, personale, riflessione bibliografica su uno degli aspetti
più intriganti e affascinanti del
complesso e magmatico universo della tipografia.
Tra i contributi ottocenteschi si segnala un opuscolo
stampato malamente, com’era
tipico dell’epoca e che abbiamo
potuto visionare in copia fotostatica rilegata.6 Mentre al Settecento7 risale uno dei primi
contributi italiani, quello di
Francesco Griselini8, inserito
nella sua opera enciclopedica
Dizionario delle arti e de’ mestieri,
iniziata a Venezia nel 1768.
Tra quelli primo novecen-
grafico del cavaliere Giambattista Bodoni,
volume primo-secondo, Parma, presso la
vedova, 1818; meno scontato è forse Essai
de caractères russes di Giambattista Bodoni, Milano, Il Polifilo [ma Verona, Stamperia
Valdonega], 1990, stampato in 750 esemplari. Uno dei più importanti manuali moderni dedicati ai caratteri è invece quello di
Alberto Tallone, Manuale tipografico II, dedicato all’impaginazione, ai caratteri da
testo & ai formati, Alpignano, Tallone editore stampatore, 2008. Di notevole rarità è
poi una brochure-campionario in tedesco,
senza dati tipografici, che riproduce il carattere Bodoni Antiqua con ampio foglio
interno ripiegato, cfr. Bodoni Antiqua. Vorprobe, s.n.t. [anni Cinquanta], nessun
esemplare localizzato in biblioteche pubbliche [l’esemplare da noi visionato riporta
al piatto anteriore e posteriore un timbro
con l’indicazione “Ditta Mannucci, via del
Prato, 45 – Firenze”, che probabilmente era
il distributore italiano di quel carattere bodoniano].
4
Segnalo il raro opuscolo Concorso
Nebiolo per il disegno di un alfabeto, Mila-
no, Triennale di Milano [stampa Bertieri],
1939 [realizzato in occasione della VII
Triennale di Milano, 1940], sul quale rimando a S. Annichiarico, M. Piazza (a cura
di), Come comete. Annunci e messaggi nella grafica della Triennale, Milano, Charta,
2004, p. 63. Per inquadrare storicamente
questa fonderia di caratteri segnalo Giorgio Di Francesco, Torinesi di carattere. La
Nebiolo un’industria e i suoi uomini, a cura
di Lino Tavano, Torino, Lupieri, 2004.
5
Cfr. Catalogo Generale fonderia Caratteri. Caratteri di testo, fantasie. Fregi e
50
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
teschi di indubbia importanza
bibliografica è l’opuscolo che
Raffaello Bertieri pubblica fuori
commercio e in poche copie nel
‘33, documentando una serie di
importanti caratteri, opera di
uno specialista quale fu Bertieri,
tipografo-editore-studioso. Il
volumetto venne composto in
carattere “Paganini”, disegnato
dallo stesso Bertieri nel ‘26.9 Tra
le curiosità bibliografiche lega-
te ai campionari di caratteri,
particolarmente simpatici sono
ad esempio il Campionario dei
monasteri Sublacensi10, il rarissimo Catalogo della leccese Tipografia del Commercio11, il Campionario della Tipografia Messapica12 e l’elegante Campionario dei
caratteri e fregi della Scuola tipografica missionaria Domenicana.13
Di indubbia importanza, sia storica che tipografica, è poi il ca-
rattere ideato dal letterato
Francesco Pastonchi, disegnato
nel ‘24 da Edoardo Crotti, docente alla Scuola Tipografica
Vigliardi-Paravia di Torino, il
carattere “Pastonchi” verrà utilizzato per la Raccolta Nuova
dei Classici Italiani della Mondadori, per la stampa delle opere
dello stesso Pastonchi e per
quelle di Antonio Fogazzaro. Di
questa interessante iniziativa
Fili in ottone e piombo, fusetti, grappe, Milano, Fonderia di Caratteri Urania, s.d. [primi del Novecento].
6
Campione Delli Caratteri, Fregi, Graffe Fuselli e Vignette, Bologna, Tipografi Arcivescovili Camberini e Parmeggiani, 1835.
Un solo esemplare localizzato presso la Biblioteca di Ingegneria “G.P. Dore” dell’Università di Bologna [Bid: UBO/2953278].
7
Di notevole interesse anche bibliofilo
è Campionari di caratteri nella tipografia
del Settecento, scelta, introduzione e note
di Jeanne Veyrin-Forrer, Milano, Cartiera
Ventura-Il Polifilo, 1963, stampato in 2200
esemplari; ristampato in facsimile della
prima edizione, Verona, Stamperia Valdonega, 1977.
ix
Esiste una estrapolazione moderna
della sola parte dedicata ai caratteri, cfr.
Francesco Griselini, Marco Fassadoni, Incisione e fusione dei caratteri da stampa, a
cura di Bruno Avesani, Verona, Cierre,
1991, con la riproduzione delle tavole dell’edizione originale.
9
20 alfabeti brevemente illustrati da
Raffaello Bertieri, introduzione dell’auto-
re, Milano, coi tipi del Bertieri, 1933, stampato in 275 esemplari numerati in macchina. L’esemplare da noi visionato (n. 55) tra
quelli non destinati alla vendita. Sui caratteri disegnati da Bertieri, come il Paganini,
il Ruano, l’Inkunabula e il Sinibaldi, rimando al pregiato inserto tipografico I Caratteri di Bertieri, composto, impaginato e impresso da Enrico Tallone, Alpignano, Tallone stampatore editore, settembre 2011, inserito nel catalogo su Bertieri della Braidense (vedi oltre). Su Bertieri, protagonista
indiscusso, nel bene e nel male, della tipo-
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
grafica ci resta il pregiato opuscolo che stampò manualmente
al torchio Giovanni Mardersteig, presso la sua Officina Bodoni di Verona14, e in ambito tipografico privato il carattere
“Tallone” disegnato a Parigi da
Charles Malin.15
Tre testi di indubbia importanza storica si segnalano
anche per la loro capacità divulgativa unita ad una preziosa ico-
nografia. Mi riferisco al saggio
di Aldo Novarese del ‘6416, al volume di Luigi Fumanelli del
‘6517 e al sontuoso repertorio
firmato da Lewis Blackwell nel
’92, del quale citiamo la traduzione italiana.18 Tra i repertori
di impostazione storica non
possiamo però dimenticare il
saggio di Alexander Lawson19,
che ha il merito di elencare, illustrandoli nel loro contesto sto-
rico, ben 31 caratteri di grande
nome, dal Goudy Text al Futura,
che con l’Helvetica20 si divide la
palma di carattere tra i più conosciuti e utilizzati; simpatica è poi
l’iniziativa di Simon Garfield di
coniugare rigore e ironia, realizzando un volume che è anche
un piacere per gli occhi, oltre
che per la mente, e che si legge
come un romanzo.21
Vorrei infine segnalare una
grafia italiana del primo Novecento, di notevole interesse è Nova ex Antiquis. Raffaello Bertieri e il Risorgimento Grafico, a
cura di Andrea De Pasquale, Massimo Dradi, Mauro Chiabrando, Gaetano Grizzanti,
da una idea di Enrico Tallone, Milano, Copistampa - Biblioteca Nazionale Braidense,
2011 [catalogo della mostra, Biblioteca
Nazionale Braidense, Milano, 4 ottobre-6
dicembre 2011].
10
Campionario dei caratteri fregi filetti
e vignette della ristabilita Tipografia dei
Monasteri Sublacensi in S. Scolastica, Sub-
iaco, 1909; un esemplare localizzato nella
sola Biblioteca statale del Monumento Nazionale S. Scolastica di Subiaco [Bid:
BVE/397438].
11
Catalogo caratteri, Lecce, Tipografia
del Commercio di Antonio Buttazzo, s.d.
[ma 1955]. Su questo interessante tipografo pugliese rimando ad Antonio Buttazzo tipografo leccese, a cura di Alberto
Buttazzo e Maurizio Nocera, Lecce, Milella
Edizioni, 2010 [il Catalogo è censito a p. 78,
n. 16 che lo data al 1955]. Nessun esemplare del Catalogo è localizzato in biblioteche
pubbliche.
12
Campionario caratteri e fregi tipografici, Maglie (Lecce), Tipografia Messapica dei Fratelli Caritano, s.d. [primi del ‘900].
Nessun esemplare è localizzato in biblioteche pubbliche.
13
Campionario dei caratteri e fregi, Roma, Scuola Tipografica Missionaria Domenicana San Sisto Vecchio, s.d. [1935]. Nessun esemplare è localizzato in biblioteche
pubbliche.
14
Pastonchi. A specimen of a new letter
for use on the “Monotype”, introduzione di
52
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Niccolai26. E a due grandi stampatori si devono, infine, alcuni
preziosi reperti tipografici dedicati ai caratteri. Alessandro
Zanella,
prematuramente
scomparso due anni fa, ha realizzato manualmente un piccolo
ma significativo omaggio al carattere “Paganini” nel nome di
Raffaello Bertieri e Alessandro
Butti27. E Butti, creatore di tipi,
ritorna in una magnifica edizio-
serie di contributi, più o meno
recenti, che uniscono il valore
documentario alla pregevolezza
bibliofila e tipografica, nati tutti
dall’artigianalità italiana che in
campo tipografico non ha rivali.
Così lo studio critico che James
Clough ha dedicato al carattere
inciso da Francesco Griffo per
Aldo Manuzio22, opuscolo che
potremmo affiancare sia a quel-
lo dedicato da Enrico Tallone al
cinquecentesimo anniversario
del corsivo tipografico23 che alla
breve, ma succosa, antologia dei
caratteri italiani del Novecento,
curata ancora da Clough24. Tra
le curiosità erudite come non
segnalare lo scritto, tra l’ironico
e il documentato, di Stelio Crise25, oppure il rarissimo opuscolo
del
tipografo
Carlo
ne a lui dedicata da Enrico Tallone28, il quale con l’intento di
documentare i grandi artefici
italiani del Novecento ha stampato anche un omaggio a Giulio
da Milano29, oltre che celebrare i
caratteri razionalisti italiani del
decennio 1930-194030 e quelli
del periodo 1852-2002 della celebre fonderia Nebiolo di Torino31.
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
NOTE
Hans Mardersteig, London, The Lanston Monotype Corporation Limited - Verona, Officina Bodoni, primavera 1928,
stampato in 200 copie su carta Fabriano.
Ne fu realizzata anche una edizione non
numerata, rilegata in tutta tela marrone
(esemplare da noi utilizzato); per l’intera
vicenda rimando a Massimo Gatta, Un letterato di carattere. I tipi di Francesco Pastonchi, «Charta», n. 34, 1998, pp. 38-41.
15
Una bella iniziativa tipografica, presente nei primi cataloghi Tallone, era quella di inserire doppie pagine con saggi del
carattere Tallone; abbiamo visionato i cataloghi del 1979 (500 esemplari), del 1982
(in 700 esemplari), del 1986 (in 370 esemplari) e del 1988 (in 270 esemplari). Di notevole importanza è anche l’Estratto dalle
serie di caratteri classici ed esotici, Alpignano, Alberto Tallone Editore, s.d. [anni
‘80], tiratura limitata a qualche esemplare
su carta a mano di Amalfi (dal colophon).
16
Aldo Novarese, Alfa-beta. Lo studio e
il disegno del carattere, Torino, Progresso
Grafico, 1964, seconda edizione, ivi, 1983.
17
Luigi Fumanelli, Il carattere nella storia e nell’arte della stampa, Venezia, Centro
Arti e Mestieri, Fondazione Giorgio Cini,
1965, con ampia documentazione iconografica e una bibliografia ragionata finale.
18
Lewis Blackwell, Caratteri e tipografia del XX secolo, Bologna, Zanichelli, 1995;
la prima edizione era stata pubblicata a
Londra da Laurence King nel 1992, volume
che si segnala per le centinaia di illustrazioni a colori.
19
Alexander Lawson, Anatomy of a
Typeface, London, Hamish Hamilton,
1990.
20
Un bell’omaggio a questo carattere
svizzero è quello firmato da Lars Müller,
Helvetica. Homage to a typeface, Baden,
Lars Müller Publishers, 2002.
21
Simon Garfield, Sei proprio il mio
typo. La vita segreta delle font, Milano,
Ponte alle Grazie, 2012, con ampia iconografia; egualmente utile, anche per la presenza di numerosi esempi visivi, è poi Giovanni Lussu, Caratteri eminenti, in Farsi un
libro. Propedeutica dell’auto promozione:
orientamenti e spunti per un’impresa consapevole. O per una serena rinuncia, testi di
Angiolo Bandinelli, Giovanni Lussu, Roberto Iacobelli, Viterbo, Biblioteca del Vascello-Stampa alternativa, 1990, pp. 45-87;
Id., Sulla tipografia, in Id., La lettera uccide.
Storie di grafica, Viterbo, Stampa Alternativa & Graffiti, 1999, pp. 59-84 e ancora Id.,
Per Adrian Frutiger, in Id., Altri fiumi, altri
laghi, altre campagne e altre storie di grafica, Viterbo, Stampa Alternativa & Graffiti,
2014, pp. 185-201.
22
James Clough, Aldo, Francesco e il De
Aetna. La fortuna del carattere inciso da
Griffo per Manuzio nel dialogo del Bembo,
Cornuda, Tipoteca Italiana Fondazione, 15
ottobre 2005 [500 esemplari numerati a
mano su carta Magnani]; lo scritto di
Clough, ristampato in occasione del V centenario de Gli Asolani di Pietro Bembo, uscì
in prima edizione sulla rivista «Charta», n.
69, marzo-aprile 2004.
23
[Enrico Tallone], V centenario dei caratteri corsivi, Alpignano, Tallone, ottobre
2001; vedi anche Aldo Manuzio e il corsivo
tipografico 1501-2001. La creazione del libro moderno, Alpignano, Tallone, 2001
[1022 esemplari su vari tipi di carta] e l’opuscolo Il carattere corsivo da Manuzio a
Tallone 1501-2011, a cura di Enrico Tallone
e Alessandro Carone, Verona, Biblioteca
Centralizzata Arturo Frinzi, 2011. Sull’argomento segnalo inoltre Giancarlo Petrel-
53
la, Santa Caterina, Aldo e l’origine del corsivo. La misteriosa nascita di un carattere, «la
Biblioteca di via Senato», a. VI, n. 3, marzo
2014, pp. 21-28.
24
[James Clough], Antologia di caratteri italiani del Novecento, Milano, C.F.P.
Riccardo Bauer, 1997, composizione manuale e stampa tipografica [300 esemplari].
25
Stelio Crise, Di un patetico saggio di
caratteri tipografici, Firenze, Edizioni Sansoni Antiquariato, 1960 [333 esemplari
numerati].
26
Carlo Niccolai, Il mondo va da se, diceva il Fossombroni. A proposito di un campionario di caratteri, Pistoia, Edizioni Can
Bianco - Niccolai, 1982 [350 esemplari numerati], nessun esemplare localizzato in
biblioteche pubbliche.
27
Carattere Paganini. R. Bertieri, A.
Butti, Nebiolo Torino 1928, Santa Lucia ai
Monti (Verona), Alessandro Zanella, 24
febbraio 2010, composto e stampato manualmente in 50 esemplari numerati.
28
[Enrico Tallone], Omaggio ad Alessandro Butti creatore di tipi, Alpignano,
Tallone, 2002, stampato in caratteri disegnati da Butti [300 esemplari].
29
[Enrico Tallone], Giulio da Milano
creatore di tipi, Alpignano, Tallone, dicembre 2007, stampato con caratteri disegnati
da Giulio da Milano [180 esemplari].
30
[Enrico Tallone], I caratteri razionalisti italiani del periodo 1930 & 1940, Milano, Triennale di Milano – Alpignano, Tallone, dicembre 2006, stampato con caratteri
razionalisti [570 esemplari]. Ne è stata realizzata anche una versione in inglese, s.d.t.
31
1852-2002. A hundred and fifty years
of italian graphic arts and the types of the
Nebiolo company, Alpignano, Tallone,
2002, senza indicazione della tiratura.
54
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Avventure visive
Su Rem Koolhaas
e lo Sguardo dell’occhio
Riflessioni sull’opera del curatore della Biennale di Architettura
SANDRO GIOVANNINI
H
o la netta sensazione
che tutti possano legittimamente equivocare
su Rem Koolhaas (1944) e che lui
ne sia consapevole e che possa
pienamente gustarsi questa situazione di confusione mediatica del
e sul suo messaggio. Chi ha letto
infatti il suo Junkspace edito da
Quodlibet nel 2006 (testo che la
Biblioteca di via Senato conserva in uno dei suoi tanti Fondi), e
ora giustamente riportato ai fasti comunicazionali anche dall’incarico (tra tanti, tutti prestigiosi) alla Biennale di Architettura 2014, si è reso conto di una
cosa, essenzialmente: Koolhaas
prende posizione sulla base di
una verifica puntuale dell’esistente:
Non fare la morale, non interpretare (artisticizzare) la realtà ma intensificarla. Punto di
partenza: l’accettazione intransigente della realtà… metodo di lavoro: isolare, collegare. Dunque autenticità.
Non di colui che fabbrica, ma
dell’informazione. L’artista
non è più un artista, ma un occhio freddo, razionale.1
A parte l’immediato risguardo ad una scuola dell’occhio
che va, nel secondo dopoguerra,
dai francesi ai tedeschi, con
qualche perfetta corrispondenza e con alcune dissonanze, non
tanto per l’accettazione del
mondo per come (ormai) è, ma
soprattutto per il retroterra filosofico antecedente alla presa
d’atto, Koolhaas sembra programmaticamente (non certo
autenticamente), partire non da
una teoria per dimostrarne
un’altra, ma far base dall’osservazione lucida e capace di collegamenti su più piani, per poi
enucleare una sua linea interpretativa ed espressiva. Questo
almeno per quanto riguarda l’esame analitico dell’esistente,
nella conurbazione attuale e
non certo perché non abbia avuto od abbia (tuttora) delle idee
filosofiche e/o politiche. Anzi,
sono proprio le sue idee filosofiche e politiche, fin dagli esordi
al De Haagse Post negli anni ‘60,
a rendere duplici (ma non dialettiche, almeno in linea teorica)
le sue posizioni rispetto alla Bigness e allo Junkspace, in quanto
da una parte vede in queste due
dimensioni un inquietante buco
nero della modernità, dall’altro
considera inevitabile e quindi
antistorico opporvisi, se non
tramite strategie ben definite e
complesse, certo non da tutti
ben comprensibili. Tanto è vero
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
55
Nella pagina accanto: Rem Koolhaas (1944). Sopra: la Biblioteca Centrale di Seattle, opera di Rem Koolhaas del 2004
che a un osservatore comune, le
sue opere architettoniche (non
quelle letterarie) si differenziano poco da quelle invalse, tra altre archi-star, negli ultimi decenni, dimensioni che il letterato, invece, sa contrarre con uno
spirito caustico, feroce nell’affondo brillante, quanto corrispondente ambiguamente alla
propria linea filosofica. L’uomo
dell’occhio pertanto, proprio partendo dalla sua capacità di vedere e non solo di guardare, nato
nella
dimensione
creativo/intuitiva di commentatore di
costume e di sceneggiatore,
qualche anno più tardi, si avvicina all’architettura, persuaso che il progetto debba,
innanzitutto, esprimere un’idea letteraria, costruire una
storia che giustifichi la presenza o la realizzazione di
un’opera architettonica.2
La reazione smodata di
molti feriti dallo sguardo dell’occhio binoculare e penetrante di
Koolhaas, che va verso l’alto e
verso il basso mantenendosi
perfettamente al centro della
realtà contemporanea, tipico
sguardo telemetrico “al di là del
bene e del male”, a noi sembra
proprio più dispiacere ai paludati e/o agli straccioni, ovvero alle
due principali categorie dei suoi
detrattori di mestiere o di circostanza, che non si rendono conto che lui è una cartina di tornaso-
56
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
A sinistra: Sede della CCTV, Pechino
(2008). A destra: La Spui Station (1998)
dell’Aja
dei processi storici ha formato
un complesso teorico, (quello di
Augé), non certo facilmente deducibile o utilizzabile sempre,
ma comunque con forti implicazioni di riconoscibilità, mentre
Koolhaas riesce simpaticamente
a scontentare tutti nel mentre
che graffia, sparge un panorama
di colori significanti e non solo
di pigmenti autoreferenziali alla
Action Painting ed ottiene il
grande successo.
le, manovrata però genialmente
da un laboratorio che sperimenta, valuta e sforna brevetti. (E lui
ne è l’inventore, l’aedeo ed il comunicatore). La stessa valenza
di un concetto ormai diffusissimo: quello di nonluogo di Marc
Augé, (luogocomune ormai anch’esso capace di creare molta
più confusione interpretativa e
liquidazione semplicistica di
quanto potesse apportare di
comprensione profonda per le
implicanze psico-sociali ben segnate, problematizzanti e previste dall’autore), è stato integrato
e quasi superato (in apparenza)
dallo Junkspace e dalla Bigness,
ma possiamo ben considerare
che vi sia una perfetta corrispondenza tra tali concetti, rimandando necessariamente tutti e tre alla proliferazione massificata e globalizzata. Il problema
è che dietro al nonluogo vi è una
lunga processione o deriva delle
implicazioni globali ma eterne
della convivenza antropologica basti pensare al problema della
“repressione” in Augé - che invece nei testi di Koolhaas è sempre una freccia polemica, geniale, ma isolata da un pensiero
ideo-logico organico, per quanto ricorrente e ripresa di volta in
volta. Questa consapevolezza
È indubbiamente l’elemento della proliferazione che
governa la conurbazione e che
non fa più (solo) edifici o (solo)
urbanismi, ma denota di sé un
mondo subdolamente significante nel mentre la connotazione stessa s’espande a macchia
d’olio inarrestabile, nella sua sovrabbondanza ideologica agerarchica. (l’eccesso di Augé). La
“libertà eroica” nell’osservare la
perdita del centro e del simbolo:
se, da una parte, la Città Generica è, infatti, la città che si è
eroicamente liberata dalla
schiavitù del centro e dalla camicia di forza dell’identità, spezzando l’asfalto dell’idealismo con
il martello pneumatico del realismo, dall’altra essa è la città
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
definitivamente sedata, il luogo
di sensazioni deboli e rilassate, il
trionfo di una terribile quiete
che si compie tramite l’evacuazione della sfera pubblica.
Tutto ciò denota il convinto anarchismo di Koolhaas, il
suo spinto compiacimento nel
constatare l’annichilimento di
dimensioni millenarie e la genialità nel descrivere il negativo,
nel portare, persino, a galla l’indicibile quando ci ricorda che in
alcuni paesi ex-emergenti dell’Asia, ormai tra i più evidenti corifei della modernità nelle loro
sfrenate realizzazioni, lo «shop-
ping non è una semplice frenesia
di consumare ma una autentica
essenza della vita urbana».3
Chi (ammette) di vedere,
(come fa Koolhaas), può denunciare e può pensare a qualche
ipotetico (e magari anche concreto) limitato rimedio, ma il
fatto della conurbazione che significa solo se stessa, rimane
nella sua dirompente tragicità,
suggerendo un giudizio complessivo. Che è implicitamente
ideologico, anche se gli stupidiintelligenti od i coperti dal successo, non lo vorranno mai am-
57
mettere. È esattamente ciò che
fa infuriare tutti coloro che in
buona o cattiva fede pensano
che la pesanteur possa essere
contrata da mezze misure o da
una gestione, magari appena
meno delinquenziale o solo un
poco più onesta dell’esistente…
senza incidere sui fondamentali,
quelli di cui Koolhaas fa paideia.
Costoro si chiamano progressisti? Se sta bene a loro…
Ma noi non lo crediamo, soprattutto se togliamo al progresso la sua giustificazione interna e
decisiva, che sarebbe probabilmente tremendamente smarcante (essendo ontologica, filosofi-
58
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
mi, con lo statuto ipocrita della
cura obbligatoria e senza-fine-vita
e con il contestuale richiamo
parallelo alle fedi più o meno
esotiche (sempre di necessità
traslate ed alla fine ridicolmente
parafrasate e non consideriamo
neanche i fondamentalismi che
sono impressionanti fughe per
la tangente), ancor più incapaci
di quelle endogene ormai consentanee a tutto, di opporsi, se
non funzionalmente e residualmente, alla spaventosa carenza
interiore di potenzialità stoica.
La Kunsthal di Rotterdam (1993)
ca, ancora prima che etica).
Se la forma tangibile della
libertà tende a residuare nel consumismo compulsivo, ultimo stadio del post-capitalismo che si
suggerisce come fine-del-mondo senza ovviamente poterlo essere, si capisce questa accettazione massiva e frenetica della
(de)pressione del sistema, nell’essere ridotti gradualmente a
compartecipi compiaciutamente anarcoidi della gestione sociale, sedati dalla società medicalizzata in quanto progressivamente nevrotizzata, dalla cultura terapeutica e dal culto della felicità indotta promossa dal nuovo
conformismo emotivo, che giustifica l’edonismo spicciolo e irresponsabile. Ora noi sappiamo
bene quanto il percorso del nuovo conformismo emotivo ed il culto della felicità indotta abbia invece ben poco a che fare con la
vera sofferenza psichica e con la
relativa terapia clinica e che la
teolologia del denaro che è il brodo
di cucina del nuovo obbligo alla
felicità, sarà sempre ingannevolmente e mortificatamente suadente, se non seguendo la stessa
logica che segue Koolhaas…
proprio questa illogica planetaria
impostasi, che trasforma singoli
e complessità in deformi ed infor-
NOTE
1
R. Koolhaas, Junkspace, Quodlibet,
2006, p. 111.
2
Ibidem, p. 112.
3
Ib., p. 118.
Insomma, i passi di Koolhaas, al di là degli ammiccamenti e delle scudisciate, sono quelli
in consonanza con un pensiero
di tradizione e di costante ricerca, non conferme, pleonastiche
e quindi non essenziali, ma modi
propri invece nel procedere intellettuale di chi vede e non volge il viso altrimenti; capaci di
farci più che sospettare che questa implementazione folle, che
ha trovato dei sapienti cantori,
troverà anche sicuramente (e saranno altri canti, forse meno sapienti ma più immediati), raggiunto il possibile estremo (se non
interverranno inaudite sorprese)
e risparmiandoci le facili declamazioni come i più che squallidi
compiacimenti, chi dovrà affrontarla prima o poi con un carico di verità, responsabilità e
destino, ben diversi da ciò che
oggi sembra contare.
60
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
61
L’Altro scaffale
Il pensiero filosofico
non è una coppa gelato!
Piccole ma preziose proposte di collezionismo
ALBERTO CESARE AMBESI
L
a filosofia si può e si deve
gustare in ogni stagione,
ma non è una coppa gelato, né un dorato panettone. In
altri termini: sarebbe sbagliato
considerare i consulti filosofici,
oggi di moda, come il migliore
succedaneo ai consolatori peccati di gola. Il pensiero filosofico, difatti, ha sempre come sottinteso fondamento inquietudine o angoscia. E ciò è risaputo o
dovrebbe esserlo. Perciò domandare a un filosofo - a un vero
filosofo - il rimedio ai problemi
individuali e/o a quelli della
propria impresa è un’iniziativa
azzardata, se non pericolosa.
Non per nulla, laddove si ragiona dell’Essere e del Non Essere,
in qualunque alveo o applicazione, ogni singola psiche, piaccia
A sinistra: Hendrick ter Brugghen
(1588-1629) Eraclito, 1628,
Amsterdam, Rijksmuseum.
A destra dall’alto: Friedrich Wilhelm
Nietzsche (1844-1900);
Giovanni Gentile (1875-1944)
o non piaccia, è chiamata a duellare con diverse figure dell’Oscurità. Come potrebbe porgere aiuto, quando essa, per prima,
è impegnata in una cerca della
quale quasi tutto le è ignoto?
Per di più, accade di frequente che i filosofi di maggiore
singolarità lascino ai posteri
dottrine che si prestano a controvertibili interpretazioni, per
cui può avvenire, per esempio,
che Friedrich Nietzsche (18441900) e Ugo Spirito (18961979), risultino più che mai
pensatori egualmente scomodi
malgrado abbiano illuminato
un certo versante filosofico con
luci diversamente incidenti e di
dissimile natura. Nulla di meglio, allora, che riandare alle
formulazioni maggiormente rilevanti di tali autori, anche perché vi sono altre voci, non troppo lontane, che dovranno riguardarsi come componenti di
ideali costellazioni dotate di una
vivida luce propria: da Henri
Bergson (1859-1941), padre
62
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Sopra: Il discorso inaugurale
dell’Accademia d’Italia tenuto da
Tommaso Tittoni, 1929. A destra:
Martin Heidegger (1889-1976)
spirituale di Pierre Teillhard de
Chardin (1881-1955), a Giovanni Gentile (1875-1944),
maestro di Spirito, da Martin
Heidegger (1889-1976), bizzarro e indisciplinato scudiero,
per qualche tempo, sia di Nietzsche sia di Edmund Husserl
(1859-1938), al filosofo e teologo cattolico Jean Guitton
(1901-1999), esponente di punta del discusso metarealismo.
Nomi che, come intuibile, non
ho elencato per caso ma bensì
perché trascelti nel contesto di
due recenti cataloghi pubblicati, rispettivamente, dalla Libreria Antiquaria Cappellini di Fi-
renze e dalla Libreria-Editrice
Scripta Manent di Albenga.
E per ben cominciare, con
esplicita coerenza, inizierò con il
sottolineare che la libreria ligure
propone una coppia di saggi, in
prima edizione, diversamente
indicativi dello sviluppo “labirintico” del pensiero di Ugo Spirito: L’Idealismo italiano e i suoi
critici, pubblicato da Le Monnier nel 1930, e Inizio di una nuova epoca, edito da Sansoni nel
1961. La prima di tali opere è
una brossura in 8°, può dirsi in
discrete condizioni di conservazione (il solo dorso è bisognoso
di restauro), consta di 268 pagine e può considerarsi tuttora una
basilare esegesi della filosofia
gentiliana, di contro la quale è
difficile allineare valide argomentazioni. Costa centoventicinque euro. Di poco diverso il
cenno che potrà dedicarsi al corposo esemplare (344 pagine),
dell’Inizio di una nuova epoca,
trattandosi di un libro con brossura e con sovracoperta originali
proposto al curioso prezzo di
centoventinove euro e undici
centesimi. Basterà comunque
precisare, in questo caso, che il
volume, anch’esso in 8°, s’inserisce nella storia della filosofia italiana moderna a somiglianza di
una progettazione intermedia
fra scienza e conoscenza e con
l’ambizione di giungere alla costruzione di una ricerca capace di
rigenerarsi in maniera ricorrente. Riflettere oggi sull’Inizio di
una nuova epoca non è dunque
impresa da poco. Le illusioni
meta-storiche che vi sono profuse, così come le veritiere sue induzioni e deduzioni concettuali,
richiedono difatti d’essere soppesate con un criterio d’eguale
peso anti-dogmatico.
Lo stesso criterio che può e
che deve essere applicato, a
maggior ragione, quando si vo-
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
glia risalire a Giovanni Gentile,
e in specie ad una sua opera in
apparenza “minore”, in quanto
dedicata, con frequenti riferimenti recensivi, al tema de Il
modernismo e i rapporti fra religione e filosofia; argomento, in
effetti, quasi marginale per il Filosofo impegnato nel concepire
le modalità con le quali l’Atto
puro poteva conservarsi tale, pur
trasfondendosi nel sapere e nelle arti, oltre che nella teologia,
quando riuscisse farsi filosofia.
Un avvertenza importante: il testo in brossura di 464 pagine, in
16°, che qui si segnala, pubblicato da Sansoni nel 1965, raduna, in effetti, due cicli di studi,
per cui è comprensibile che, nel
lungo suo titolo, risultino inglobate indicazioni che, in parte, si
sono già ricordate: La religione Il modernismo e i rapporti fra reli-
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Sopra da sinistra: Henri-Louis
Bergson (1859-1941); Jean Guitton
(1901-1999), ritratto a Gerusalemme
nel 1935. A sinistra: Ugo Spirito
(1896-1979) a colloquio con un
funzionario del Partito comunista
cinese, Pechino, 1960
gione e filosofia - Discorsi di religione. Da rilevarsi che il libro
conserva la brossura originale,
ha bruniture e qualche adesivo
sulla copertina, ma è in buono
stato. Il suo costo è di ventidue
euro.
Maggiormente rilevanti,
forse, i motivi d’interesse del celeberrimo volume L’evoluzione
creatrice di Henri Bergson, la cui
prima traduzione italiana, da
poco riproposta da Scripta manent, uscì nel 1925 (Athena Editrice, Milano), diciotto anni dopo l’originale edizione francese.
La copia offerta - 242 pagine,
formato in 16° - ha una legatura
in cartone telato marrone, copertina muta (ma è conservata,
all’interno la coperta originale)
e vecchia firma di appartenenza.
Prezzo: quarantacinque euro.
Opera che diede un rinnovato
vigore alla corrente spiritualista
novecentesca, oggi di certo bi-
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la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Sopra da sinistra: Edmund Husserl (1859-1938); Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955).
Nella pagina a destra: Giovanni Gentile tiene il Discorso agli Italiani (24 giugno 1943)
sognosa di aggiornamento laddove si richiama a specifiche cognizioni scientifiche, L’evoluzione creatrice resta tuttavia un testo
per certi versi enigmatico, oltre
che in grado d’inserirsi appieno
entro l’attuale dibattito epistemologico. Basti sottolineare, a
tale proposito, che, nell’ambito
della sua articolazione, vi è
enunciata l’ipotesi che a ogni
accrescimento ed espansione
della coscienza corrisponderebbe - puntualmente - la moltiplicazione d’innumerevoli virtualità: una tesi, o constatazione,
meno ovvia di quanto appaia a
prima vista.
Facile, a questo punto, rifarsi al noto commento, secondo il quale la classicità di un testo trova conferma quando esso
sia divenuto un classico, nella
considerazione generale. Vero,
verissimo, anzi no. La filosofia,
prima e ultima, di Friedrich
Nietzsche, per esempio, si conquistò in breve una solida fama,
ma dividendo i chiosatori in due
partiti avversi non del tutto
scomparsi. Rilievo che si formula tanto più volentieri, in quanto, da questo momento, aiuta a
trascegliere fra le varie offerte
della Libreria Antiquaria Cappellini di Firenze. A cominciare,
per l’appunto, da una dozzina di
titoli “nietzschiani” di edizione
Adelphi, fra i quali non si può fare a meno di notare la terna costituita dai seguenti volumi, come nuovi, in 8°: a) Così parlò Zarathustra, un libro per tutti e per
nessuno (522 pp., 10 n.n., uscito
nel 1979); b) La Nascita della tragedia più Le cosiderazioni inattua-
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
li I-III (539 pp., più XIV., pubblicato nel 1982); c) Al di là del e
del male. Genealogia della morale
(pp.422, più 12 n.n., edito nel
1986). E il perché è noto e ignoto, nella stessa misura. È noto,
in quanto ognuna di tali opere è
una vivida testimonianza della
lotta dell’Autore proprio contro
le avvolgenti tentazioni psichiche di Dioniso; è ignoto, perché
non vi è pagina, dell’uno o dell’altro libro, che non rinvii a un
magistero sconosciuto, del quale si direbbero peraltro i consapevoli custodi Schopenhauer e
Wagner. Interpretazione non
ancora del tutto sviluppata. I tre
testi elencati, come è ovvio,
hanno ciascuno un costo diverso, a seconda della consistenza
editoriale.
Rispettivamente:
trentotto, quaranta e ventidue
euro. Prezzi più che accettabili,
tenuto conto che ogni libro presenta ancora gli originari titoli
in oro, la preziosa legatura editoriale di tela e la prevista sovraccopertina.
È un’edizione Adelphi anche Il principio di ragione
(pp.275, versione italiana del
1991)
dell’arci-controverso
Martin Heidegger, ma che in
queste pagine si mostra comunque capace di porre la Ragione
di fronte a sé stessa, fino alle
estreme conseguenze. Non per
nulla, il risvolto del volume
adelphiano ricorda che «dopo
un vertiginoso percorso» il Filosofo non può fare a meno di
accennare «alla rosa di Angelo
Silesio, che è senza perché». Ven-
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Tel.: 055/240989
65
tisette euro e venti centesimi sono richiesti per l’acquisto di
questo libro spigoloso e coerente. Costa invece soltanto diciannove euro il Saggio sull’amore
umano (296 p.p in 16°, edito da
Morcelliana, Brescia, 1954) di
Jean Guitton, filosofo cattolico
“innovatore”, ma tanto imprevedibile da essere definito dallo
scrittore Albert Camus (19131960) come “l’ultimo dei grandi
umanisti francesi” e riconosciuto da Bergson quale suo “erede
spirituale”. Come non raccomandarne la riscoperta, visto
che la Libreria Antiquaria Cappellini di Firenze ne offre la possibilità?
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la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Filosofia delle parole e delle cose
Orgoglio raffinato
e seria dismisura
L’arte della rima secondo Giorgio Caproni
DANIELE GIGLI
N
on le parole sole,
quindi, ma il loro stare assieme, il modo di
intrecciarsi, la frequenza, il convergere di suoni e di echi. Ce ne
accorgiamo fin da bimbi, quando i maestri dell’asilo ci fanno
cantare e il ritmo viene prima
del senso, come se lo trasportasse. O ancora ce ne accorgiamo
da grandi, quando fermi al semaforo accendiamo l’autoradio
e un motivetto in inglese di cui
non distinguiamo le parole ci
aggancia e ci impedisce di cambiare stazione.
L’incontro delle parole,
però, non ha solo un valore fonico-strutturale, perché su questo
valore, dentro questo valore,
sorge sempre un sovrasenso semantico. Quel che rende, per
esempio, la coppia di aggettivi
aria + fresca qualcosa di più della
somma delle parole, qualcosa
A destra: Giorgio Caproni. A sinistra:
gli affreschi al’interno della Cappella
Sistina, Roma
che aiuta le parole non già a descrivere, ma a presentare, a far
vedere. E allora avremo non
aria + fresca, ma l’aria fresca: l’esperienza della brezza che soffia
dalla finestra semi-aperta in
mezza estate, nel primo pomeriggio, o l’uscire dal vagone della metro in pieno agosto.
Di questi incontri, i veri
maestri della lingua tentano
sempre di sondare le possibilità,
come artigiani scalpellini che
modellano la propria materia. E
la più immediata, lo sappiamo
anche questo fin dalle filastrocche infantili, è senz’altro la rima: talmente elementare e talmente immediata da cogliere
che normalmente nel parlare
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la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
Canaletto (1697-1768), Il cortile degli scalpellini (1725), Londra, National Gallery
quotidiano cerchiamo di evitarla e ci scusiamo se per sbaglio
salta fuori, come a ribadire che
noi giochiamo secondo le regole e non vogliamo scartare dal
senso comune.
Per i poeti, invece, è diverso.
Perché sarà anche vero, come è
vero e come Montale ricorda, che
le rime «sono più noiose delle /
Dame di san Vincenzo» (Eugenio Montale, Le rime, 1-2) e che
più cerchi di evitarle, più sbucano
fuori impertinenti. Ma è altrettanto vero che alla rima, alla sua
esistenza più ancora che al suo
uso, la poesia deve molto, proprio
per il suo valore strutturale. E che
ancora oggi, se ben trattate, sanno aiutare in tanti modi interessanti i loro modellatori.
Un esempio massimo è
Giorgio Caproni, che sulla rima
fonda molto del suo artigianato
poetico. Sulla rima come elemento di struttura, e sul sovrasenso che il cozzare di parole a
qualche verso di distanza consegna alle parole che stanno in
mezzo. Una sua intervista alla
radio del 1988 fa ben capire l’uso artigianale che Caproni ne fa:
«Io credo molto in queste funzioni tecniche, che abbiano il loro valore in arte. Basta pensare
al sommo poema […] Se io leggo già le rime del primo canto
dell’Inferno, no?, vedo come sono tutte in funzione portante,
quasi attraverso le sole rime io
capisco, ho la chiave del primo
canto: la vita, che è sinonimo di
selva o di via, smarrita, la paura,
dura, oscura, quindi la via smarrita, paura, dura, oscura e così
via» (Era così bello parlare: con-
versazioni radiofoniche con Giorgio Caproni, p. 221).
È una lettura acuta, quella
che Caproni fa dei primi versi
della Commedia, ma che è resa
ancora più interessante dal modo con cui egli se ne impadronisce, facendola entrare nella propria strumentazione tecnica.
L’intervento alla radio, infatti,
chiarisce quel che egli ha fatto in
tanti casi nei suoi cinquant’anni
di poesia, per esempio quando
nel 1970, cambiando casa, Caproni non riconosce più, trovandola come abbrutita dalla
brama e dalla solitudine, la borghesia allegra che aveva incontrato anni prima nello stesso
quartiere. E per dirlo agli altri,
per far vedere, direbbe Eliot, il
proprio pensiero, il pensiero
della mente poetante, alle menti
«ordinarie», va a ricuperare, riusandoli, i suoni che Dante usa,
assegnando loro un nuovo respiro che porta in sé tutto il peso
di quello dantesco. Addensando, legando in un suono, sette
secoli di storie e di passioni, di
desideri e di disillusioni.
La luce sempre più dura,
più impura. La luce che vuota
e cieca, s’è fatta paura
e alluminio, qua
dove nel tronfio rigoglio
bottegaio, la città
sputa in faccia il suo Orgoglio
e la sua Dismisura.
(Giorgio Caproni, Via Pio Foà 1)
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la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
BvS: il ristoro del buon lettore
I piatti di Grazia e Alceo
Letteratura e cucina, con il miglior pesce dell’Adriatico
GIANLUCA MONTINARO
E
ra triste quel vecchio pescatore, «erano ottantaquattro giorni ormai che
non prendeva un pesce». Ma non
si scoraggiava: sapeva che il mare
può essere tanto crudele quanto
generoso. Attendeva il suo momento, il momento - magico per
ogni pescatore -, nel quale si avverte «lo strappo lieve della lenza
e poi qualcosa di duro e incredibilmente pesante». Lo aspettava,
sapeva che sarebbe giunto. Avesse pescato nell’acque dell’Adriatico, avrebbe senza dubbio saputo poi a chi consegnare quel pesce tanto cercato. Di certo a Grazia e Alceo, raffinati ristoratori
che, da oltre trent’anni, deliziano ospiti che giungono a Pesaro
anche da molto lontano, con meravigliosi piatti a base di pescato
giornaliero. Santiago, questo il
nome del pescatore (protagonista del romanzo Il vecchio e il mare
di Ernest Hemingway, libro
uscito nel 1952 e che la Biblioteca di via Senato possiede nella
elegante edizione dei Meridiani
Mondadori, con la traduzione di
Fernanda Pivano), «era magro e
scarno, e aveva rughe alla nuca; le
mani avevano cicatrici profonde
che gli erano venute trattenendo
Ristorante Alceo
Strada Tra i due Porti, 22
Pesaro
Tel. 0721/287230
con le lenze i pesci pesanti».
Quando non era fuori, al largo,
sulla sua barca, a pescare, Santiago amava sedersi su una terrazza,
di fronte al porto, in compagnia
di altri pescatori che «gli parlavano con garbo della corrente, e
a che profondità avevano gettate
le lenze e del bel tempo stazionario e di ciò che avevano visto».
Una terrazza immersa nel sole:
davanti solo il mare e tante vele
bianche. Una terrazza proprio
come quella di Grazia e Alceo,
esposta alla leggera brezza del
mare, e pigramente accompagnata dal dolce sciabordio dell’acqua. Mano leggera quella di
Grazia in cucina, mossa da sacrale rispetto per il pesce, sempre freschissimo e solo appena
pescato. Amore e trasporto,
quello di Alceo, per il suo lavoro
e per la sua Grazia. Solo il mare è
lì, a ispirarli, senza forzature,
senza azzardi. Tutto è naturale,
come dovrebbe essere. E semplice, come i celebri scampi del
Conero al vapore (accompagnati dalla più buona maionese che
si possa mangiare in Italia) o come la piccola frittura di gamberi,
calamari e verdure: croccante e
aerea come poche. Distillati di
mare, come il carpaccio di ombrina o le carnose cozze gratinate, raccontano delle tradizioni
marinare di questa parte di
Adriatico. I tagliolini con l’astice
sono poi un’apoteosi, così come
il rombo chiodato al forno: un
piatto da mangiare e rimangiare
all’infinito.
Da bere solo una grande
bollicina francese, magari uno
Champagne rosé, con una predominanza di Pinot Noir nell’assemblaggio, magari un De
Venoge… In attesa che Santiago, dopo una lunga battaglia,
porti a terra il pesce tanto atteso:
il suo gigantesco marlin, «con la
testa lucente e la schiena rosso
scuro», con «la grande pinna
pettorale e l’enorme coda»…
72
HANNO
COLLABORATO
A QUESTO
NUMERO
SANDRO GIOVANNINI
Sandro Giovannini
(1947), poeta e saggista,
collabora a vari quotidiani
e riviste. Con il Centro Studi Heliopolis (costituito
nel 1985) porta avanti
un’esperienza d’indagine
sulle tecniche dell’antico
confrontandole, in chiave
creativa, con le logiche di
ricerca contemporanea
(poesia concreta, poesia
visiva, mail-art, istallazione, performance).
È stato fondatore e
redattore della rivista
«Letteratura-Tradizione».
Fra le sue pubblicazioni:
Atemporale (1985); Carme si-no (1986); Il piano
inclinato (1995); L’armonioso fine (2005); Poesie
complete (1960-2006).
...come vacuità e destino
(2013).
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014
ALBERTO C. AMBESI
Alberto Cesare Ambesi (1931), scrittore e saggista, ha insegnato storia
dell’arte e semiotica all’International College of
Sciences and Arts e all’Istituto Europeo del Design.
Fra le sue opere si ricordano qui: Oceanic Art (1970),
L’enigma dei Rosacroce
(1990), Atlantide e Le Società esoteriche (1994), Il
panteismo (2000), Scienze, Arti e Alchimia (riedizione ampliata e rinnovata di un precedente saggio, Hermatena, Riola,
2007) e le particolari monografie Nella luce di Mani (2007) e Il Labirinto
(2008). È stato critico musicale del quotidiano «L’Italia» e ha collaborato alle
pagine culturali de «La
Stampa».
GUIDO DEL GIUDICE
Guido del Giudice, è
considerato uno dei più
profondi conoscitori della
vita e dell’opera di Giordano Bruno, cui ha dedicato
decenni di studi e ricerche, coronate da importanti scoperte. Numerose
sono le sue pubblicazioni,
fra libri e articoli. Nel 2008
ha vinto la prima edizione
del Premio Internazionale
Giordano Bruno con il testo La disputa di Cambrai
(Camoeracensis Acrotismus). Fra le sue opere si
ricorda anche la prima
traduzione italiana della
Summa terminorum metaphysicorum. Dal 1998
cura il sito internet
www.giordanobruno.com
, punto di riferimento per
appassionati e studiosi di
tutto il mondo.
MASSIMO GATTA
Massimo
Gatta
(1959) ricopre l’incarico,
dal 2001, di bibliotecario
presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli
Studi del Molise dove ha
organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali
del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al
periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di
Macerata specializzata in
bibliografia, bibliofilia e
“libri sui libri” (books
about books), e fa parte del
comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli.
DANIELE GIGLI
Daniele Gigli (Torino,
1978) lavora nella conservazione dei beni culturali. Studioso di T.S.
Eliot, ne ha curato alcune
traduzioni, tra cui quelle
di The Hollow Men (2010)
e Ash-Wednesday, di imminente uscita. Ha pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e Presenze (2008) e sta attualmente lavorando al libro
Fuoco unanime.
LUIGI MASCHERONI
Luigi Mascheroni ha
lavorato per «Il Sole24 Ore»,
«Il Foglio» e, dal 2001, per «il
Giornale».
Scrive soprattutto di
Cultura, Spettacoli e Costume. Ha una cattedra di
Teoria e tecnica dell’informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Fra i suoi libri, il
pamphlet Manuale della
cultura italiana (2010) e
Scegliere i libri è un’arte.
Collezionarli una follia
(2012). Sta lavorando a un
saggio sui plagi letterari e
giornalistici. È fra i fondatori del blog “Dcult” (difendere la cultura):
http://www.dcult.it/.
Dal 2011 ha un videoblog, primo in Italia, di videorecensioni:
http://blog.ilgiornale.it/masc
heroni.
GIANLUCA MONTINARO
Gianluca Montinaro
(Milano, 1979) è docente a
contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai
rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno.
Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il
Giornale».
Fra le sue monografie
si ricordano: Lettere di
Guidobaldo II della Rovere
(2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e
Fabio Barignani (2006);
L’epistolario di Ludovico
Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei
della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero
(2013).
LUCA PIETRO NICOLETTI
Luca Pietro Nicoletti,
storico dell’arte, si interessa di arte e critica del
Secondo Novecento in
Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San
Lazzaro. Scritti e incontri
di un editore italiano a Parigi (Macerata 2013).
GIANCARLO PETRELLA
Giancarlo Petrella
(1974) è docente a contratto di discipline del libro presso l’Università
Cattolica di Milano-Brescia. Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione per la
I fascia di insegnamento
di Scienze del libro e del
documento. È autore di
numerose monografie
fra cui: L’officina del geografo; Uomini, torchi e libri nel Rinascimento; La
Pronosticatio di Johannes Lichtenberger; Gli incunaboli della biblioteca
del Seminario Patriarcale
di Venezia (2010). Ha curato le mostre Petrarca
alla Trivulziana e Libri
mei peculiares. Collabora
con «Il Giornale di Brescia» e la «Domenica del
Sole24ore».
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