la Biblioteca di via Senato mensile, anno vi Milano n. 9 – settembre 2014 SUL NOLANO Giordano Bruno: raffinato bibliofilo di guido del giudice EDITORIA Raffinati libri con un certo bel carattere di massimo gatta FONDO ANTICO Tutti i Dante Alighieri anno per anno di giancarlo petrella AVVENTURE VISIVE Su Rem Koolhaas e lo Sguardo dell’occhio di sandro giovannini L’ALTRO SCAFFALE Il pensiero filosofico non è una coppa di gelato di alberto cesare ambesi la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VI – N.9/54 – MILANO, SETTEMBRE 2014 Sommario 4 BvS: Fondo Antico TUTTI I DANTE ALIGHIERI ANNO PER ANNO di Giancarlo Petrella 46 Editoria/2 RAFFINATI LIBRI CON UN CERTO BEL CARATTERE di Massimo Gatta 14 Editoria LA CIVILTÀ PERFEZIONATA DA CHAMFORT A SCIASCIA di Massimo Gatta 54 Avventure visive SU REM KOOLHAAS E LO SGUARDO DELL’OCCHIO di Sandro Giovannini 20 Sul Nolano GIORDANO BRUNO: RAFFINATO BIBLIOFILO di Guido Del Giudice 60 L’Altro scaffale IL PENSIERO FILOSOFICO NON È UNA COPPA DI GELATO di Alberto Cesare Ambesi 25 IN SEDICESIMO – Le rubriche LE MOSTRE – IL LIBRO DEL MESE – L’EDITORE DEL MESE a cura di Luca Pietro Nicoletti, Alessandro Grossato e Sandro Giovannini 42 Punture di penna CONSIGLI INTELLETTUALI PER IL VERO MAÎTRE À PENSER di Luigi Mascheroni 66 Filosofia delle parole e delle cose ORGOGLIO RAFFINATO E SERIA DISMISURA di Daniele Gigli 70 BvS: il ristoro del buon lettore I PIATTI DI GRAZIA E ALCEO di Gianluca Montinaro 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO SI RINGRAZIANO LE AZIENDE CHE SOSTENGONO QUESTA RIVISTA CON LA LORO COMUNICAZIONE Fondazione Biblioteca di via Senato Biblioteca di via Senato – Edizioni Presidente Marcello Dell’Utri Redazione Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Consiglio di Amministrazione Marcello Dell’Utri Giuliano Adreani Fedele Confalonieri Ennio Doris Fabio Pierotti Cei Fulvio Pravadelli Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo de Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Presidente Achille Frattini Revisori Gianfranco Polerani Francesco Antonio Giampaolo Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Ines Lattuada Margherita Savarese Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagine d’Arte - Milano Immagine di copertina Tratta da Dante col sito et forma dell’Inferno, Venezia, eredi di Aldo Manuzio, 1515, mappa del baratro infernale (particolare) Stampato in Italia © 2014 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale «I l destino di Giordano Bruno è indissolubilmente legato al libro», scrive su questo numero della rivista Guido Del Giudice, nell’articolo dedicato al filosofo di Nola e al suo amore per i libri. Amore che lo ha accompagnato durante tutta la vita e che lo ha condotto alla nota e tragica fine: le fiamme del pubblico rogo, suo e delle sue opere. Guardiamo oggi con orrore a queste azioni, violente e illiberali. Eppure esse vengono ancora perpetrate, sotto altre vesti. Dimostrazioni di intolleranza intellettuale sono all’ordine del giorno, specie nel nostro Paese. Pensatori emarginati perché non allineati, scrittori non pubblicati perché scomodi, editori non distribuiti perché “pericolosi”. A più di quattrocento anni poco è cambiato. E a subirne le conseguenze sono, oltre agli individui, anche i libri. Non più bruciati ma per lo più declassati a istant book, oppure scansati a favore di televisione e new media o ancora guardati con sufficienza nella convinzione che interessino pochi. Eppure è nel libro che risiede la potenza più alta dell’espressione culturale: la forza delle idee. Essendo oggetti che veicolano un’opera (pur non essendo fisicamente essi stessi l’opera) “lavorano” sull’immaginario e sull’incorporeo, costruendo il mondo di riferimenti dentro il quale viviamo. Senza i libri non potremmo essere ciò che siamo; senza i libri non avremmo coscienza; senza i libri vivremmo in un mondo senza prospettive. Proprio per questo, anche se decidiamo di non saperlo, il destino di tutti noi è indissolubilmente legato al libro. Gianluca Montinaro settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 BvS: Fondo Antico TUTTI I DANTE ANNO PER ANNO Due nuovi repertori bibliografici della Divina Commedia GIANCARLO PETRELLA Q uante sono le edizioni Commedia, il nuovo medium tidantesche del XVI sepografico già si era appropriato colo? E quelle del Setdi Petrarca e Boccaccio. Il Cantecento? Qual è stata la prima zoniere e i Trionfi avevano visto edizione dotata di commento? la luce a Venezia nel 1470 in un Tutte queste domande, assolusolido in folio impresso per i tipi tamente lecite sia per lo storico di Vindelino da Spira, titolare del libro di professione sia per della prima officina impiantata quello che un tempo si chiamava in Laguna. Ma in fatto di editoil lettore colto, trovano ora sicuria petrarchesca era stato addira risposta in due ponderosi e rittura preceduto da Ulrich Zell indispensabili strumenti editi che a Colonia, l’anno prima, dalla Salerno editrice nell’ambiaveva stampato l’Historia Griselto del più ampio progetto del dis, traduzione latina dell’ultima ‘Censimento dei commenti novella del Decameron e dunque danteschi’, ossia Le «Lecturae ufficialmente prima opera del Dantis» e le edizioni delle opere di Petrarca a stampa. Le novelle Dante dal 1472 al 2000 (a cura di Sopra: Dante Alighieri, in una del Boccaccio viaggiavano già in Ciro Perna e Teresa Nocita, Ro- incisione del 1920 di Adolfo de due edizioni, la prima delle quama, Salerno ed., 2012) e I com- Carolis (1874-1928). Nella pagina li dubitativamente assegnata almenti di tradizione a stampa (dal accanto: La Divina Commedia ridotta la tipografia napoletana circa il 1477 al 2000) e altri di tradizione a miglior lezione dagli Accademici delle 1470, la seconda certificata e manoscritta posteriori al 1480 (a Crusca, Firenze, Domenico Manzani, sottoscritta a Venezia da Chricura di Enrico Malato e Andrea 1595, frontespizio stophorus Valdarfer nel 1471. Mazzucchi, coordinamento La fortuna editoriale di Dante editoriale di Massimiliano Corinizia invece nella più defilata rado, Roma, Salerno editore, 2014). Editorial- Foligno l’anno successivo. A prendere l’iniziativa mente parlando Dante è arrivato per ultimo. Mi fu, ancora una volta, un tipografo venuto d’Olspiego. Nel 1472, quando i torchi licenziano qua- tralpe, quel Johann Neumeister che prende la pasi in simultanea addirittura tre edizioni della rola al colophon: «Nel mille quatro cento septe e 6 Dante con l’espositione di m. Bernardino Daniello, Venezia, Pietro da Fano, 1568, frontespizio due / nel quarto mese adi cinque et sei / questa opera gentile impressa fue / Io maestro Iohanni Numeister opera dei / alla decta impressione et meco fue / Elfuginato Euangelista mei». Alla prima carta offriva invece ai lettori «la comedia di dante alleghieri di fiorenze nella q(ua)le tracta / delle pene et punitioni de uitii et demeriti / et premii delle uirtu». Poi, nello stesso anno, a Mantova Georg de Augusta con Paulus de Butzbach e, probabilmente, a Venezia Federico de’ Conti licenziano altre due edizioni. A questo punto il mercato si suppone già saturo, o quasi. Ma ciò nonostante la fortuna letteraria e commerciale del Poema nella nuova veste tipografica è solo agli inizi, come può suggerire, anche a chi fosse digiu- la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 no di bibliografia dantesca, la ricognizione delle edizioni di Dante dal 1472 al terzo millennio allestita da Teresa Nocita. Entro la fine del XV secolo furono stampate quindici edizioni. La formula editoriale vincente si concretizza nella mise en page che dispone le terzine al centro e il commento esegetico (ormai imprescindibile viatico alla comprensione del Poema) a gabbia tutt’attorno. L’anno di svolta è il 1477. A Venezia Vindelino da Spira licenzia la Commedia con le glosse trecentesche di Jacopo della Lana, erroneamente attribuite a Benvenuto da Imola. Ai numerosi esemplari censiti nelle biblioteche italiane e straniere, si può qui aggiungere anche il raffinato esemplare con legatura ottocentesca amatoriale in marocchino conservato presso la Biblioteca di via Senato, il cui cospicuo fondo dantesco raggiunge il numero assolutamente ragguardevole di circa trecento edizioni, cui si aggiungono circa cinquecento contributi esegetici di varia natura (Dante e l’Islam. Incontri di civiltà, Milano, Biblioteca di via Senato Edizioni, 2010). A Milano, tra il settembre 1477 e il febbraio dell’anno successivo, Ludovico e Alberto Pedemontani sfornano un’edizione (la cosiddetta Nidobeatina) con il commento originale del novarese Martino Paolo Nibia, umanisticamente detto, appunto, il Nidobeato, che dichiara apertamente la dipendenza dalle glosse manoscritte di Jacopo e Pietro Alighieri, Jacopo della Lana, Benvenuto da Imola, Giovanni Boccaccio, Guiniforte Barzizza e più oscuri chiosatori, tra cui un Andrea da Napoli. Non si può dire che fu un commento di successo. Nel 1481 Firenze, colpevolmente in ritardo rispetto agli altri centri tipografici (Napoli a quest’altezza poteva vantare già due edizioni, di cui una, quella attribuita a Francesco del Tuppo oggi nota in sole tre copie e assente anche nella più prestigiosa collezione dantesca privata allestita da Livio Ambrogio), inaugura la fortunata tradizione della Commedia col commento di Cristoforo Landino, destinato a imporsi come autentico longseller sino al pieno Cin- settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano quecento. L’edizione, sottoscritta dal tedesco Niccolò di Lorenzo, è l’ostentazione della fiorentinità, con un proemio che celebra le glorie cittadine in ogni arte e mestiere che sarà ancora saccheggiato da fra Leandro Alberti a distanza di cinquant’anni quando dovrà compilare il capitolo su Firenze nella sua Descrittione di tutta Italia. Soprattutto però è questa l’edizione che per la prima volta avrebbe offerto ai lettori un Dante per immagini, volendo infatti corredare ogni canto di un’incisione su rame, opera di Baccio Baldini su disegni forse del Botticelli. Se non che le difficoltà tecniche della stampa e i costi certo proibitivi fecero presto naufragare l’impresa, arenatasi ai primi diciannove canti. Ci pensò il dalmata Boninus de Boninis a Brescia, sei anni dopo, a immettere sul mercato un Dante più ‘democratico’ che ristampa sostanzialmente l’edizione fiorentina col commento landiniano ma sostituisce la complicata e costosa incisione su rame con la più agevole silografia (testo e immagine si potevano stampare in unico passaggio sotto il torchio). Per chiarezza va però detto che anche il progetto bresciano non andò proprio a buon fine, visto che le silografie (tutte a piena pagina) proseguono stancamente, e con qualche pasticcio, non oltre il I del Paradiso (mi si permetta di rimandare in merito a G. Petrella, Dante in tipografia. Errori, omissioni e varianti nell’edizione Brescia, Bonino Bonini, 1487, «La Bibliofilia», CXV, 2013, pp. 167-195; ID., Iconografia dantesca ed elementi paratestuali nell’edizione della Commedia Brescia, Bonino Bonini, 1487, «Paratesto», X, 2013, pp. 9-36). Saranno piuttosto le due edizioni veneziane del 1491, entrambe accompagnate dal commento del Landino (Venezia, Bernardino Benali e Matteo Codecà, 31 marzo 1491; Venezia, Pietro Piasi, 18 novembre 1491) a completare lo sforzo in questa direzione, riducendo le dimensioni delle silografie così da garantire un corpus iconografico completo a tutte le cantiche. Nel 1502 un nuovo salto in avanti, o indietro 7 Dante col sito et forma dell’Inferno, Venezia, eredi di Aldo Manuzio, 1515, frontespizio rispetto allo standard tipografico-illustrativo ormai consolidatosi nel trinomio testo-commentoimmagine. Aldo Manuzio inaugura il nuovo secolo con Le terze rime di Dante nel rivoluzionario formato tascabile in ottavo e nella lezione curata dal Bembo. La sua è la prima delle circa trenta edizioni cinquecentesche della Commedia, solo dal 1555 ufficialmente ‘Divina’ (come la Callas) nel titolo scelto per l’edizione licenziata da Gabriele Giolito de’ Ferrari. Il formato non più da leggio suggerisce una fruizione più matura del testo, liberato in un solo colpo dall’ingombrante commento e apparato silografico. Successo strepitoso, suggellato dalle simultanee contraffazioni lionesi, dalla risposta della concorrenza fiorentina dei 8 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Sopra: Dante col sito et forma dell’Inferno, Venezia, eredi di Aldo Manuzio, 1515, mappa del baratro infernale. A destra: Dante Alighieri, Divina Commedia (col commento di Cristoforo Landino), Venezia, Bernardino Benali e Matteo Codecà, 3 marzo 1491, silografia a piena pagina in apertura di Inferno I Giunta (1506) e più in avanti dal raffinatissimo Dante nel minutissimo formato in 24° licenziato dall’intraprendente Alessandro Paganini (1516). Intanto l’anno prima l’officina aldina (ma Aldo era appena scomparso il 6 febbraio) aveva sfornato una seconda edizione in ottavo arricchita da un apparato assai suggestivo di illustrazioni di corredo che rappresentano per certi versi l’antesignano della tavole a tutti ben note fin dagli anni del liceo: il «sito et forma della valle inferna», ossia una rappresentazione schematica dell’imbuto infernale; una classificazione dei peccati infernali e una classificazione dei peccati che si espiano nel Purgatorio. Le illustrazioni discendono da quelle esposte nel Dialogo di Antonio Manetti circa «il sito, forma et misure dello inferno di Dante Alighieri» stampato a Venezia circa 1506 da Filippo Giunta. Giù fino al 1596 (ultima edizione cinquecentesca) è un diluvio di edizioni, alcune delle quali riportano in auge anche la formula testo-com- settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano mento con le nuove glosse firmate Alessandro Vellutello e Bernardino Daniello uscite come autentiche novità esegetico-editoriali nel 1544 e nel 1568 (Venezia, Francesco Marcolini, 1544; Venezia, Pietro da Fano, 1568). Poi l’eclissi del Seicento: tre edizioni in tutto, per di più ristrette all’area veneta e al breve arco temporale 1613-1629. Le prime due col bizzarro titolo La Visione Poema (rispettivamente Vicenza, Francesco Leni, 1613 e Padova, Donato Pasquardi, 1629); l’ultima Venezia, Niccolò Misserini, 1629 con l’ormai canonico appellativo: La Divina Comedia di Dante, con gli Argomenti e Allegorie per ogni Canto. Il ventennale lavoro di schedatura e censimento dei commenti danteschi co- 9 ordinato da Enrico Malato e Andrea Mazzucchi ha però portato a galla, nell’apparente indifferenza seicentesca al Poema, l’inedito commento ai primi venticinque canti dell’Inferno (1679-1687), arricchito di interessanti schematizzazioni grafiche, dell’ingegnere ferrarese Alfonso Gioia († 1687) tràdito da tre manoscritti autografi della Biblioteca Estense di Modena (Ital. 501-503). In apparente controtendenza rispetto ai giudizi del secolo, Gioia si cimentò non solo con il commento alla Commedia, ma con un’esplicita difesa del Poeta: «poiché questo gran poeta viene da molti, per altro dottissimi, calunniato, i quali non settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 Nella pagina accanto: Dante Alighieri, Divina Commedia (col commento del Nidobeato) Milano, Ludovico e Alberto Pedemontani, 1477, incipit. Sopra: Dante con l’espositione di m. Bernardino Daniello, Venezia, Pietro da Fano, 1568, silografia in apertura di Inferno I raffigurante il baratro infernale so perché si sien posti in impegno, anzi in gloria di eternamente censurarlo, e di levarlo affatto dalla lode che per verità le può dar pochi uomini per il suo forte e non vulgar modo di poetare, parmi conveniente il manifestare perché e come sia questo avvenuto per trarne motivo onde sia che mi sia posto secondo le deboli forze di mio ingegno ad interpretarlo». Il tentativo di una rivalutazione dantesca nella Ferrara del tardo Seicento non ebbe forse l’esito sperato, come testimonia la mancata pubblicazione delle annotazioni relative ai primi dieci canti e la sopravvivenza nelle carte autografe di appunti riguardanti i canti successivi. La bibliografia dantesca non riparte che a inizio Settecento (una ventina di edizioni in un secolo, alcune di gusto raffinatissimo, come la veneziana di Antonio Zatta datata 1784 e la bodoniana del 1795), prima di riprendere il suo corso impetuoso nel secolo successivo quando è la scuola ad appropriarsi della Commedia, facendone lettura obbligatoria (Teresa Nocita censisce oltre 250 edizioni nell’Ottocento!). A suo modo rivoluzionaria fu anche la scelta nel 1949 di inserire Dante 12 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 In alto: Dante Alighieri, Divina Commedia (col commento (col commento di Cristoforo Landino), Venezia, di Cristoforo Landino), Brescia, Bonino Bonini, 1487, Bernardino Benali e Matteo Codecà, 3 marzo 1491, silografia di Inferno I. A destra dall’alto: Dante Alighieri, silografia a testo. Divina Commedia (col commento di Cristoforo Landino), Qui sopra: Dante Alighieri, Divina Commedia Venezia, Bernardino Benali e Matteo Codecà, 3 marzo (col commento del Nidobeato) Milano, 1491, colophon; Dante Alighieri, Divina Commedia Ludovico e Alberto Pedemontani, 1477, colophon settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano nella prima serie della collana tascabile della BUR: alla ripresa delle lezioni dopo la lunga pausa estiva gli studenti trovarono a disposizione tutta la Commedia in quei comodi volumetti grigiastri a buon mercato. Fra i 166 commentatori danteschi censiti nel recente repertorio, accanto a nomi ben noti e di prestigio, emergono alcune autentiche trouvailles che si prestano a riflessioni anche meno seriose. Scopro con assoluta sorpresa che nella schiera dei dantisti italiani figura anche un intendente di finanza, il sanremese Giacomo Bottini, il quale chiesta, e ottenuta, nel 1903 la quiescenza dai propri incarichi si dedicò allo studio della Commedia in vista della stesura di un commento che avrebbe dovuto essere «veramente originale, veramente dedicato ai giovani studiosi». Il commento, in cui larga parte occupano le spiegazioni astronomiche, ovviamente non andò oltre un’edizione locale, apparsa postuma nel 1931. Un’area periferica rispetto ai più tradizionali centri di cultura come la Provincia di Cuneo, per ragioni assolutamente inafferrabili, ha dato i natali, a cavallo tra Otto e Novecento, a cinque esegeti della Commedia: il letterato e drammaturgo Onorato Castellino (1880-1952); il più universalmente noto Attilio Momigliano (1883-1952); i sacerdoti Giovanni Roatta (1913-1985) e Carlo Tommaso Dragone (1911-1974); infine Daniele Mattalia (19061985), forse più noto per l’affaire della «Zanzara», il giornalino del Liceo Parini di Milano, di cui Mattalia era preside, al centro nel 1966 di un discusso caso giudiziario. Almeno un nome è sfuggito ai redattori del censimento dantesco. All’«immondo verminaio di glossatori», per ricorrere alla dissacrante formula coniata da Marinetti per bollare il secolare corpus di esegeti della Commedia, va infatti aggiunto anche monsignor Francesco Nerli, futuro cardinale (1636-1708). La vicenda, che merita uno studio assai più approfondito della rapida segnalazione qui offerta, è confinata tra le carte della copia della Commedia «ridotta a miglior lezione dagli Accademici 13 Dante Alighieri, Divina Commedia (col commento falsamente attribuito a Benvenuto da Imola) Venezia, Vindelino da Spira, 1477, colophon della Crusca» (Firenze, Domenico Manzani, 1595) conservata nel fondo dantesco della Biblioteca di via Senato. Il Nerli, circa nel 1658, interfoliò e disseminò di dotte postille marginali la propria copia, come assicura una nota in principio: «Osservazioni di monsignor Francesco Nerli poi cardinale, dettate da esso circa l’1658 al canonico Matteo Strozzi, e giungono fino al principio del canto 22° del Paradiso non essendosi ritrovate le altre restanti». Ma questa è un’altra vicenda che probabilmente non si potrà mai raccontare. 14 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Editoria LA CIVILTÀ PERFEZIONATA DA CHAMFORT A SCIASCIA Risvolti editoriali volanti ovvero dei segnalibri della Sellerio MASSIMO GATTA Terza e ultima parte U na collaborazione editoriale che rispecchia del resto una lunga tradizione di altri letterati editori italiani.53 “La civiltà perfezionata”, collana54 da tempo purtroppo conclusa, architrave nella costruzione lenta e pensata del catalogo55 editoriale Sellerio, ha quindi rappresentato lo spazio privilegiato nel quale il peritesto editoriale “in forma” di segnalibro ha trovato la giusta collocazione. In esso sono sedimentate le qualità grafiche insieme a quelle letterarie, il bisogno di fornire al lettore essenziali elementi connotativi dell’opera di riferimento, tipica dei classici risvolti e quarte di copertina, come quelli legati alle esperienze di Einaudi e del Saggiatore56, dove il risvolto di copertina rappresenta una vera e propria arte in casa Sellerio, e di cui Sciascia fu uno degli artefici maggiori, un’arte del risvolto57 ripresa dalla scrittura critica di Salvatore S. Nigro, direttore editoriale della casa editrice palermitana. I volumi de “La civiltà perfezionata” sono circa 64, alcuni dei quali sono stati in seguito ristampati in altre collane; tutti su carta vergata a bordi intonsi della Cartiera Miliani di Fabriano o della Cartiera Fedrigoni, “[…] guidano il lettore verso la scoperta dell’opera, recuperando uno strumento inusitato come il tagliacarte, ridotto a puro oggetto decorativo”58. Tutti contengono un segnalibro (cm 7,5 x 19,8), stampato sulla medesima carta vergata, con al recto riprodotta in piccolo la medesima incisione che compare in copertina59, al verso una breve nota introduttiva all’opera e in fine i dati riguardanti la tiratura di testa di ogni titolo, limitata a 100 + XX copie, con allegato un esemplare dell’incisione, numerata e firmata a matita dall’artista, volume rilegato però in carta Roma di colore verde pallido, conservato in cofanetto cartonato muto, legatura quindi diversa da quella dell’edizione in commercio. Anche questi segnalibri-risvolti, al di là del loro valore di peritesto volante, costituiscono oggetto di piccolo collezionismo. I volumi di questa collana, intonsi e rilegati nella tiratura ordinaria in una brossura color panna, hanno risvolti e quarta di copertina muti, per tale motivo il risvolto-segnalibro illustrato e inserito all’interno costituisce l’unico peritesto parlante del volume: settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano “L’idea dei segnalibri nacque, fra l’altro, per ovviare al fatto che la grafica della collana non consentiva dei risvolti di copertina. In un volume intonso ci sembrò opportuno dare qualche informazione al lettore”.60 15 E poi c’era il testo che, ne “La civiltà perfezionata”, diventa parte integrante dell’inafferrabile sensazione di antico nel moderno che la grafica generale della collezione trasmette al lettore: come il tagliacarte, ridotto a puro oggetto decorativo. La copertina ospita sul piatto la riproduzione di un’incisione affidata di volta in volta ad artisti come Caruso, Clerici, Maccari, Zancanaro, Guttuso, Greco. Tutta questa preziosità viene, infine, protetta da una sovraccoperta che vela la percezione dell’insieme: una carta pergamyn trasparente. All’interno il testo poggia leggermente verso la piega, lasciando un più ampio spazio nel taglio e beneficia di larghi margini di bianco”.61 “E’ l’inafferrabile senso di naïveté che si avverte anche nella gradevole tattilità dei materiali. ‘La civiltà perfezionata’, inizialmente collana centrale, è un piccolo gioiello artigianale; pagine in carta vergata e sovraccoperta in carta In gres mantengono il tono avoriato per tutto il libro. I sedicesimi intonsi guidano il lettore verso la scoperta dell’opera, recuperando uno strumento inusitato Un taglio che sfrangia la carta e che diventa come l’orlo di un tappeto antico, con le barbe della carta a testimoniare il nostro passaggio di lettori amici. Nella tiratura di testa (quella normale era in media sulle 2.500 copie), indicata in 100 + XX copie, le incisioni sono tirate su pregiate carte Rosaspina di Fabriano, Sicars di Catania, Butten della Dressler, Magnani di Pescia, Arches, stampate 16 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 rilegare presso la “LE.I.MA.” L’insieme dei segnalibri costituisce una sorta di quadreria incisoria portatile, testimonianza dei gusti artistici di Sciascia orientati principalmente verso l’incisione e la stampa d’arte63: con torchi a mano da eccellenti artigiani, numerate e firmate a matita dagli artisti. La stessa stampa tipografica dei volumi riflette le diverse anime della casa palermitana. Tutti i titoli della prima stagione venivano infatti stampati da maestranze locali62, trattandosi di tirature non alte. In seguito, soprattutto in conseguenza di alcuni successi editoriali di altissima tiratura (come i titoli di Andrea Camilleri, con tiratura iniziale di 400.000 copie) la stampa verrà realizzata a Sesto San Giovanni dalla “Leva Arti Grafiche”, mentre la rilegatura e la cucitura a filo refe verrà predisposta a Trento dalla IGF. In ogni caso la Sellerio continua ancora oggi a preferire la stampa offset alla bobina (con stampa a foglio rigorosamente nel formato 70 x 100). In Sicilia, invece, l’editore continua a stampare le altre pubblicazioni, e tutte le ristampe, presso le “Officine Grafiche Riunite” di Palermo e a farle “Diceva spesso Guttuso di amare tutta la pittura come l’ubriacone ama tutto il vino. Il medesimo avrebbe potuto ripetere di sé Leonardo Sciascia nei confronti dell’incisione: tanto gli era, come amateur d’estampes, indistinguibile da quelli che Honoré Daumier rappresenta, ora in piedi ora seduti, intenti a osservare con una mite follia nelle pupille un foglio teste uscito dal torchio o scelto da un grande mucchio. Era una passione, la sua, benché assoluta, di benevola latitudine, sì da allargarsi a comprendere parecchi territori limitrofi: film muti, vecchie fotografie, manifesti d’una volta…tutto quanto, insomma, è figura minore e segreta del mondo, alfabeto di segni più che di colori. […] Meglio, al suo pudore altero, si confacevano i complotti di bianchi e neri che un bulino sommessamente intrattiene fra i margini di un’acquaforte, là dove la vista fa presto a diventare visione, se non visibilio”.64 Era lo scrittore a scegliere e contattare personalmente gli artisti, molti i siciliani, che avrebbero poi realizzato le copertine della collana. Nota è la passione collezionistica dello scrittore per le incisioni e più in generale la sua felicità nello scrivere di cose d’arte anche se, come rilevato da Motta, “[…] restano in ombra gli articoli d’arte, un centinaio, che finora non hanno trovato un esegeta”. Basta rileggersi, a tale proposito, quanto da Sciascia scritto in omaggio ai Prandi, librai antiquari di Reggio Emilia e tra i massimi mercanti di incisioni e libri illustrati. Ma più che collezionista Sciascia amava definirsi e considerarsi un amatore, per quella sua naturale propensione a togliere peso all’enfasi delle parole; collezionista era una definizione troppo ridondante, implicando qualcosa settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano di ben definito e in fondo lontano dal suo essere, un po’ come ebbe a scrivere Carlo Emilio Gadda ricordato da Antonio Motta: “Nessun titolo, cioè nessuna competenza e nessuna autorità io mi riconosco, da poter interloquire in questioni di pittura, o di disegno, o d’acque forti e punte secche o zinchi o rami che siano”.65 L’attenzione sciasciana alla migliore lezione filologico-artistica per i soggetti delle copertine lo portava fino allo scrupolo documentario, all’esattezza diamantina delle fonti, lui in fondo soltanto un dilettante felice, un amateur d’estampes: “Gli piaceva definirsi «un amatore di stampe». E per le copertine della collana «La civiltà perfezionata» sceglieva gli incisori. Commissionava le acqueforti. Proponeva i soggetti. E li circoscriveva. A Leonardo Castellani spedì addirittura due fotografie di luoghi stendhaliani come appoggio di memoria per l’incisione destinata alle Lezioni su Stendhal di Tomasi di Lampedusa”.66 Un piacere gioioso, quello di Sciascia per l’incisione, che in fondo lo accomunava all’amato Montaigne di cui era solito citare l’espressione NOTE 53 ALBERTO CADIOLI, Letterati editori. Papini, Prezzolini, Debenedetti, Calvino. L’editoria come progetto culturale e letterario, Milano, Il Saggiatore, 1995. 54 Una collana tira l’altra. Dodici esperienze editoriali, presentazione di Anna Longoni, Pavia, Edizioni Santa Caterina, 2009, nel quale la collana “La memoria” è ricordata alle pp. 73-79; cfr. anche Gian Carlo Ferretti, Giulia Iannuzzi, La memoria, in Id., Storie di uomini e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, Roma, 17 “Non faccio niente senza gioia”. Una passione senza alcuna smania collezionistica, orientata unicamente verso il piacere, anche tattile, della carta, del soggetto, delle forme e dei colori: “[…] Non ho, del collezionista, né il criterio né l’ordine. Non mi importa nulla della catalogazione; stati, tirature, biffature, firme. Ogni stampa la tiro sempre fuori dal passe-partout, e così le tengo tutte: ché mi piace toccare la carta […], sentire al tatto i segni, la battuta. Prendo, insomma, sempre, quello che mi piace che, senza far debiti, posso acquistare. Un amatore di stampe, e non un collezionista: e le amo al punto che facilmente le regalo a chi le ama quanto me”.67 Il primo volume della collana fu I veleni di Palermo di Rosario La Duca (poi ristampato nella “Biblioteca siciliana”), arricchito da una incisione di Bruno Caruso; seguirono due importanti testi di Sciascia: L’affaire Moro (“[…] credo sia stato il libro intonso più venduto dopo la guerra”, scrisse Enzo Sellerio) e gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, entrambi con incisioni di Fabrizio Clerici (titoli in seguito ristampati nella collana “La memoria”, nata nel 1979). Seguiranno testi di Alberto Savinio, André Gide, Marcel Proust, Oscar Wilde, Minimum fax, 2014, pp. 249-254. 55 Cfr. GIORGIO MANGANELLI, Cataloghi, in ID., Il rumore sottile della prosa, a cura di Paola Italia, Milano, Adelphi, 1994, pp. 155-157; vedi anche MAURO CHIABRANDO, Catalogo dei bei cataloghi, «Il Sole 24 Ore», 28 luglio 2013, p. 36. 57 ELIO VITTORINI, I risvolti dei «gettoni», a cura di Cesare De Michelis, Milano, Libri Scheiwiller, 1988; BARBARA SGHIAVETTA, Editoria a testa alta. Le quarte di copertina de «Gli Struzzi», Bologna, Patron Editore, 2008; ITALO CALVINO, Il libro dei risvolti, a cura di Chiara Ferrero, Torino, Einaudi, 2003; GIACOMO DEBENEDETTI, Preludi. Le note editoriali alla «Biblioteca delle Silerchie», introduzione di Edoardo Sanguineti, a cura e con uno scritto di Michele Gulinucci, Roma-Napoli, Theoria, 1991, ristampato con introduzione di Raffaele Manica e uno scritto di Edoardo Sanguineti, Palermo, Sellerio, 2012; I girasoli del girasole. Vent’anni di risvolti culturali, a cura di Angelo Scandurra, Catania, Il Girasole, 2008. 57 L’arte del risvolto. Dieci note di Salvatore Silvano Nigro per dieci libri di Andrea 18 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Stendhal, ecc. Volumi nei quali traspare in filigrana una cura artigianale inusitata in libri del genere, abbastanza economici almeno nella tiratura in commercio. Le preziose edizioni di testa de “La civiltà perfezionata” rappresentavano, almeno agli inizi, un espediente per pagare le spese di stampa, come ricordato da Enzo Sellerio: “Carta uso-mano vergata color avorio, pagine intonse […] e in copertina la riproduzione di un’incisione di autore. Quel primo volume era I veleni di Palermo di Rosario La Duca, con introduzione di Leonardo Sciascia e in copertina un’incisione di Bruno Caruso. Gli originali dell’incisione venivano allegati alle cento copie numerate di un’edizione speciale; tali copie numerate – le quali andarono sempre esaurite, per quello come per i volumi seguenti – ci ripagavano delle spese di stampa. La collana si sarebbe chiamata in seguito “La civiltà perfezionata”. Allora la casa editrice aveva sede nella nostra abitazione – uno stanzino ne era il deposito – e non contava neppure un impiegato”.68 Dopo quarant’anni i volumi di questa collana Camilleri, testi di Andrea Camilleri (Il risvolto dei risvolti) e Salvatore Settis (Alette), Palermo Sellerio, Natale 2007, cfr. anche ANDREA CAMILLERI, Montalbano è nel risvolto, «Il Sole 24-Ore», 2007. 58 GELSOMINO D’AMBROSIO, PINO GRIMALDI, Sellerio: lo sguardo e la tradizione della Sicilia, cit. 59 “Il libro non è altro che il supporto della sua copertina”, ha scritto Giorgio Manganelli. Una intelligente, documentata e sottile lettura della copertina come territorio di confine è quella di MARCO BELPOLITI, Diario dell’occhio, prefazione dell’autore, contributi di Italo Lupi e Mario Barenghi, Firenze, Le Lettere, 2008. 60 Lettera di Elvira Sellerio a chi scrive, testimoniano ancora una lunga fedeltà al mondo della grafica: “[…] in quegli anni facevamo soprattutto cose di grafica e con i soldi ricavati stampavamo i libri, che andavo a vendere io, sottobraccio, alle librerie palermitane”, ha ricordato Elvira Sellerio. L’intera collana, compresi i relativi segnalibri, costituisce quindi una sintassi peritestuale sobria ed essenziale, che dura nel tempo e che, per questo, è diventata memoria nel senso profondo dato da Sciascia a questa parola, lo stesso inestinguibile valore al quale alludeva Anna Maria Ortese in una lettera allo scrittore: “[…] Sono contenta che lei abbia caro Chateaubriand. Bisognerebbe farlo tradurre integralmente, e leggerlo. La nostra ricchezza è anche questa – più del petrolio -: che ignoriamo; abbiamo dimenticato tutte le «memorie» del mondo”.69 Fine terza e ultima parte. La prima e seconda parte sono state pubblicate sul numero di giugno e luglio-agosto 2014 Palermo, 29 gennaio, 2001. 61 GELSOMINO D’AMBROSIO, PINO GRIMALDI, Sellerio: lo sguardo e la tradizione della Sicilia, cit. 62 Tipografia Luxograph e Stass di Palermo, mentre le incisioni delle edizioni di testa venivano stampate al torchio da Corbo e Fiore (Venezia e Roma), Stamperia Antonio Caputo (Roma), o da Franco Sciardelli (Milano). 63 Sui rapporti di Sciascia con l’incisione cfr. Giuseppe Appella, Sciascia e l’incisione: l’attimo fuggente fermato sulla carta. 64 GESUALDO BUFALINO, Sciascia, amateur d’estampes, in ID., Il fiele ibleo, Cava dei Tirreni, Avagliano editore, 1995, pp. 148-152 [148]. 65 CARLO EMILIO GADDA, Una mostra di Ensor, in ID., I viaggi e la morte, Milano, Garzanti, 2001. 66 Leonardo Sciascia scrittore editore, cit., p. 12. 67 LEONARDO SCIASCIA, Prefazione, in Catalogo n. 172, Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1977, ora in Le prefazioni al catalogo Prandi. Dal 1957 al 1992, con una nota di Alberto Manfredi, Reggio Emilia, Prandi, 1992, pp.87-89 [87-88]. 68 ALESSANDRA LAVAGNINO, Con "I veleni di Palermo" nacque vent'anni fa la Sellerio, cit., p. 45. 69 ANNA MARIA ORTESE, Lettera a Sciascia da Rapallo, 23 giugno 1979, in Leonardo Sciascia vent'anni dopo, cit., p. 22. 20 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Sul Nolano GIORDANO BRUNO: RAFFINATO BIBLIOFILO L’amore per i libri e le biblioteche di un grande filosofo GUIDO DEL GIUDICE I l destino di Giordano Bruno che secolari, dotata di una colleè indissolubilmente legato al zione unica e preziosa del più valibro. Una straordinaria smario genere, ivi compresi testi di nia di conoscere e, al contempo, autori eretici o sottoposti a cendi diffondere il proprio pensiero sura. In un’epoca in cui la vita del determinarono un rapporto parconvento era afflitta da indisciticolare e privilegiato con manoplina, vizi, delitti e punizioni, non scritti e testi a stampa, che accomdoveva essere difficile attingere pagnò la sua esistenza, fin dalla alla biblioteca anche i testi proigiovane età. Si può tranquillabiti. Proprio a causa del viavai di mente affermare che il fattore delibri e dei numerosi furti, su seterminante della sua scelta di engnalazione del Maestro Generale trare come novizio a San Domedell’Ordine domenicano, Papa nico Maggiore fu proprio la posPio V aveva emesso, nel 1571, un sibilità di avere a disposizione la “Breve” nel quale comminava la fornitissima biblioteca del con“scomunica maggiore” a chiunvento, per placare la fame onnivo- Edizione veneziana del De Anima di que sottraesse o portasse fuori, ra di sapere, coltivare le eccezio- Aristotele, (1562) per qualunque motivo, volumi nali doti mnemoniche, alimentadalla Libraria, senza espressa lire quel geniale afflato naturalistico ed infinitistico, cenza del Papa o del Maestro Generale1. Questo avche sentiva urgere dentro di sé. E fu questa stessa vertimento fu trascritto su una lapide, oggi scompassione a metterlo nei guai. Come riferì nel corso parsa, murata nella parete di destra del piccolo vestidegli interrogatori veneti, egli ricevette la prima bolo che dà accesso alla Biblioteca. Fu proprio quecensura “per haver detto a un novitio che leggeva la sto particolare, finora sfuggito ai più, a determinare Historia delle sette allegrezze in versi, che cosa voleva il definitivo allontanamento del Nolano dalla patria far de quel libro, che lo gettasse via, et leggesse più natia. Mentre si trovava a Roma, dove era fuggito presto qualche altro libro, come è la Vita de’ santi Pa- per difendersi dall’accusa di aver manifestato, nel dri”. corso di una disputa con dei confratelli, opinioni La biblioteca o Libraria di S. Domenico era al- eretiche circa la dottrina di Ario, ebbe notizia che il l’epoca un luogo di culto per studiosi, sia religiosi suo nemico fra’ Bonifacio (a cui, nella dedica del settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano Candelaio, prometterà vendetta in questa o in un’altra vita), aveva rinvenuto nel “necessario” della sua cella le opere di San Giovanni Crisostomo e San Gerolamo con gli scolii di Erasmo da Rotterdam cancellati. Si rese conto, allora, di non avere più via di scampo: il solo fatto di avere sottratto testi eretici dalla Libraria comportava, ai sensi di quel “Breve”, l’automatica scomunica. Anni dopo, nel 1591, ne farà le spese anche fra’ Tommaso Campanella, di passaggio a Napoli, il quale, per aver semplicemente motteggiato la disposizione pontificia, esclamando “com’è questa scomunica? si mangia?”, verrà incarcerato e messo sotto processo. Nel modesto fagotto da viaggio di Bruno, ai libri fu sempre riservato uno spazio, a partire dai testi dell’amato-odiato Aristotele, con cui si guadagnava da vivere, insieme alla Sfera di Giovanni Sacrobosco, su cui aveva studiato l’astronomia in convento e sulla quale dava lezioni ai “putti” e ai nobili, elaborando le proprie visionarie teorie infinitistiche. Non mancavano le opere dei suoi autori preferiti, 21 Sopra da sinistra: Le sette allegrezze della Madonna, Siena, 1578; Edizione delle Vite de Santi Padri, Venezia, 1563; Il Commentarius Acta Apostolorum di San Giovanni Crisostomo, commentato da Erasmo, Anversa, 1550. Qui accanto: La Sphaera di Giovanni di Sacrobosco, Venezia 1572 dai “divini” Cusano e Tommaso d’Aquino a Erasmo da Rotterdam, che, nel corso dei suoi viaggi avventurosi, gli furono più volte rubate, insieme a qualche suo scritto, da briganti, pirati e servi infedeli. Al di là del contenuto, Bruno amò l’oggetto-libro da vero bibliofilo, fin da quando, per sbarcare il lunario, lavorò in tipografia a Ginevra come correttore di bozze. Imparò così a vederlo nascere, a confezionarlo con le proprie mani, manovrando i torni, intagliando gli stampi delle immagini. Questa esperienza fece sì che, anche in seguito, egli curasse personalmente la pubblicazione delle proprie opere, come avverrà a Praga, nell’officina di Georg Daczi- 22 cenius, per gli Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis Mathematicos atque Philosophos, dedicati a Rodolfo II imperatore e, più tardi, a Francoforte in quella di Johann Wechel, che ce ne dà espressa notizia nella presentazione del De triplici minimo et mensura: “Intrapresa l’opera, per portarla a termine nella maniera più accurata, non solo di propria mano ne tracciò le figure, ma ne curò la revisione”2. La familiarità con le biblioteche e gli stampatori inciderà anche sulle vicende di vita quotidiana del filosofo. A Ginevra fu arrestato insieme all’ignaro Jean Bergeon, che aveva stampato un suo foglio nel quale evidenziava ben 20 errori commessi dal titolare della cattedra di filosofia, Antoine de la Faye, in una sola lezione, e definiva “pedagoghi” i ministri della Chiesa di Ginevra. Mentre il tipografo fu condannato a un’ammenda e a rimanere in prigione fino all’indomani, a Bruno fu inflitta la deffence de la cène, il divieto di partecipare all’Eucarestia, che di fatto equivaleva a una scomunica. A Parigi instaurò un vero e proprio rapporto di amicizia con gli stampatori, a cominciare da Gilles Gourbin, che gli pubblicò il De Compendiosa architectura e il De Umbris idearum. Quest’ultima opera gli acquistò i favori del re Enrico III, che lo introdusse nella cerchia dei lettori reali, in quel mondo che aveva sempre inseguito e sognato. Nel libro Bruno vedeva, inoltre, il principale veicolo di circolazione delle idee. In una delle poche lezioni tenute ad Oxford, il suo elogio delle traduzioni, grazie alle quali “tutte le scienze godono della loro diffusione”, fece scalpore, come ci è stato tramandato da una nota firmata N.W. (probabilmente Nicholas la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Whithalk), e ripresa dal devoto amico John Florio. Già a quel tempo, dunque, applicando la sua vocazione universalistica al superamento delle diversità di linguaggio, il Nolano dimostrava una mentalità editoriale cosmopolita. Ritornato a Parigi, senza più il sostegno del re, fu proprio il suo vecchio amico Gilles Gourbin a sistemarlo a pigione in un appartamentino di sua proprietà. Due anguste stanze e un piccolo solaio, proprio vicino al Collège de Cambrai, sede di insegnamento dei lettori reali, dove si aprivano le botteghe dei numerosi stampatori, che traevano i loro guadagni dall’attività didattica degli atenei parigini. Non essendo più lettore straordinario, al Nolano non spettava più “l’impressione dei suoi libri a comando”, per cui doveva pubblicare le nuove opere a sue spese. Gourbin, che aveva di molto allentato l’attività, lo raccomandò questa volta a Petrus Cheuillot in Via San Giovanni in Laterano, all’insegna della rosa rossa, che pubblicò in unico volume, i dialoghi su Mordente e la Figuratio Aristotelici Physici auditus, oltre alle poche copie delle tesi della famosa disputa di Cambrai, i Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus Peripateticos. I libri costituivano anche il biglietto da visita che Bruno presentava alle personalità che più ammirava e con le quali ardentemente desiderava stabilire un confronto di opinioni. Abbiamo già parlato, in un precedente articolo su questa rivista3, della copia del Quod nihil scitur donatagli, a Tolosa, dal professor Francisco Sanchez con parole di ammirazione, che il Nolano commentò in modo caustico: «Fa meraviglia che quest’asino possa chiamarsi dottore!». Lo stesso trattamento dovette subirlo a sua volta da parte di Tycho Brahe, il quale ricambiò l’ossequiosa dedica del Ca- settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Nella pagina accanto: L’Opus epistolarum di San Girolamo con gli scolii di Erasmo, Parigi, 1546. Sopra da sinistra: Frontespizio del De minimo, stampato a Francoforte nel 1591; L’edizione di Anversa del De rerum natura, curata da Hubert van Giffen, (1566) moeracensis Acrotismus con uno sprezzante “Nolanus Nullanus”. A riprova che la biblioteca esercitò su di lui un fascino particolare, sempre a Parigi fu un frequentatore abituale di quella di Saint Victor. Ne fa fede il Journal in cui il bibliotecario Guillaume Cotin, annotò i preziosi volumi da lui richiesti (in particolare, un’edizione del 1566 del De rerum natura di Lucrezio, curata ad Anversa dal giureconsulto Hubert van Giffen), nonché i suoi giudizi sprezzanti su autori antichi e contemporanei. La confidenza con i librai ebbe, purtroppo, un ruolo determinante anche nel triste epilogo della sua vicenda umana. Fu proprio un libraio, Giovan Battista Ciotti che, in compagnia del collega Andrea Brictano, gli recapitò a Francoforte l’invito dell’infame Zuane Mocenigo, il patrizio veneziano che lo consegnò all’Inquisizione. Entrambi completeranno l’opera, testimoniando non proprio favorevolmente al processo. Sentite la descrizione che Mocenigo fa, nella sua terza denuncia, delle circostanze dell’arresto: “mi pregava a lasciarlo libero et che se io volevo tutto quello ch’egli aveva nella mia casa, me lo lasciava [….] et che gli bastava solo che io gli desse almeno copia d’un libretto di congiurationi, che io ho trovato tra certe sue carte scritte”. È com- 24 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Sopra da sinistra: Frontespizio dei 160 Articuli, stampati a Praga nel 1588; l’unica copia conosciuta dei 120 Articuli (Londra, British Library) movente come Bruno si preoccupi, prim’ancora della sua incolumità, del libro che sta scrivendo. Le sue suppliche, però, non impietosirono il traditore, che consegnò all’Inquisizione tre libri a stampa e il manoscritto di alcuni “predicamenti di Dio”, che altro non era che l’ultimo capitolo delle lezioni pubblicate dal suo allievo Raphael Egli col titolo di Sum- NOTE 1 Cfr. LUIGI AMABILE, Fra Tommaso Campanella: la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia, Napoli, cav. Antonio Morano, 1882, 3 v., pagg. 44-45. 2 Opus aggressus, ut quam accuratis- ma terminorum metaphysicorum, quello riguardante l’anima mundi, un’eredità inestimabile, forse perduta per sempre4. In quel triste febbraio del 1600, fu la condanna al rogo dei suoi libri, ancor più di quella del suo involucro terreno, a infliggere all’indomito filosofo il vero, straziante supplizio. sime absolveret, non schemata solum ipse sua manu sculpsit, sed etiam operarum se in eodem correctorem praebuit”. 3 Cfr. l’articolo: “ Giordano Bruno, ovvero il gusto della disputa” in «la Biblioteca di via Senato», Anno V, N° 3, Marzo 2013, pp. 57-64. 4 Vedi in proposito G. Del Giudice, Giordano Bruno e i Rosacroce in «la Biblioteca di via Senato», Anno V, n. 10, Ottobre 2013, pp. 6-14. settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 inSEDICESIMO L E M O S T R E – I L L I B R O D E L M E S E – L’ E D I T O R E D E L M E S E LA MOSTRA/1 PITTURA “FATTA PER PIACERE” Vittorio Corcos a Palazzo Zabarella a cura di luca pietro nicoletti difficile, oggi, immaginare che un quadro come Sogni,i alla sua prima esposizione alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze del 1896, potesse aver provocato un «chiasso indiavolato». Eppure lo sguardo languido e misterioso della ragazza, seduta su una panchina, con gli occhi fissi sull’osservatore, a quella data poteva provocare qualche sconcerto. Non si era mai visto, prima, un ritratto in cui una giovane sedesse all’aperto con un atteggiamento così disinvolto, le gambe accavallate e protesa verso il riguardante: è una donna decisa e volitiva, che va a passeggio da sola, con uno sguardo seduttivo, emancipata da un ruolo remissivo e subalterno. C’è un segnale inequivocabile che lo dichiara: sulla panchina ha poggiato tre libri gialli dalle coste gualcite. Sarebbe stato É Sopra: V. Corcos, Yole Biaggini Moschini, 1904 A destra: V. Corcos, Yole Biaggini Moschini, 1901V. Corcos, Yole Biaggini Moschini, 1901 eloquente riuscire a sapere i titoli di quei volumi (illeggibili), anche se dalla rilegatura si riconoscono i tipi delle edizioni di letteratura di Flammarion: non solo è una donna che legge, dunque, ma una donna che legge romanzi, quindi che è uscita dal canone delle letture devote che si confacevano, secondo antico costume, a una ragazza perbene. Nelle abitudini private di lettura, anzi, ha fatto irruzione la narrativa sentimentale, a lungo vista, da un mondo intellettuale prevalentemente maschile, come una pericolosa deriva per l’animo femminile. Per questo dipinto aveva posato Emma Vecchi, figlia di uno scrittore, Jack la Bolina, amico di Corcos, per il quale la giovane fa da modella più volte e in ruoli diversi. Nella sua polita levigatezza, frutto di una accurata e sottile arte del disegno, la disinvoltura della giovane, velata di una malinconia insondabile e misteriosa, poteva sollecitare qualche sottile turbamento. Lo si rileva con chiarezza dalle parole CORCOS. I SOGNI DELLA BELLE ÉPOQUE A cura di Ilaria Taddei, Fernando Mazzocca e Carlo Sisi PADOVA, PALAZZO ZABARELLA 6 settembre 14 dicembre 2014 26 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 V. Corcos, Paolina Clelia Silvia Biondi,i 1909, collezione privata di Vittorio Pica, che nel 1897, esprimendo qualche riserva sulla qualità pittorica e preferendo altre opere del pittore, ma dichiarando che «non saprei negare che nell’ardito atteggiamento della fanciulla fin-desiècle, e nel suo volto voluttuoso dalle carnose labbra porporine vi sia una non comune efficacia espressiva, che vi obbliga ad arrestarvi dinanzi ad essa ed a cercare d’indovinare i caldi desideri e i torbidi pensieri, che par quasi che luccichino in fondo alle sue grandi pupille sognatrici». Con questa immagine, insomma, il livornese Vittorio Matteo Corcos (1859-1933) aveva dato il proprio contributo al rinnovamento di uno dei generi più difficili e conservatori della storia della pittura come il ritratto: una novità riconosciuta immediatamente dal tempestivo acquisto della tela, appena esposta, da parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Da allora, il suo sguardo magnetico, come una vera e propria icona, si appunta sul visitatore, arrivando ad avere quasi una propria vita autonoma, oscurando persino la fama del suo autore. Non è un caso, provocando un cortocircuito che sconfina dallo specifico storicoartistico, se una delle più recenti edizioni italiane della Recherce di Proust porta in copertina proprio questo quadro; per converso, un’altra edizione, altrettanto recente, propone invece un ritratto femminile del diretto concorrente di Corcos, Giovanni Boldini: un segnale indiretto di come l’opera di questi due artisti, ancora oggi, rappresenti in maniera esemplare lo spirito decadente, fatto di sentimenti languidi e incerti, sognanti e misteriosi, della Belle Époque. Senza dubbio si tratta del quadro più emblematico del suo lungo percorso pittorico: quello in cui meglio ha fuso in una marca personale e connotativa con le istanze più avanzate del suo tempo. Partito da Livorno e andato a Napoli per studiare con Michetti, Corcos aveva capito che era necessario recarsi almeno per qualche anno a Parigi, dove avrebbe avuto scambi frequenti con altri due italiani di Parigi, De Nittis e Boldini, con cui era difficile misurarsi senza restarne schiacciati. Corcos ha ben presente il loro esempio, da cui attinge talvolta in maniera smaccata (specie da De Nittis), ma conserva una cura del disegno, un’attenzione per le superfici polite e levigate, una calibratura sottile del trattamento della materia pittorica, che ne fa un pittore sofisticato, la cui vetta espressiva più alta è nello stesso momento in cui raggiunge un apice di virtuosismo esecutivo e di definizione grafica, quasi illustrativa, della figura. A Parigi non sarebbe stato difficile farsi travolgere dall’impressionismo, e pur avendo contatti con Pissarro, non si lascia contaminare dalla pittura di settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano tocco: il suo soggiorno nella Ville Lumière, patrocinato dal mercante Goupil, è contrassegnato soprattutto dalla frequentazione con un pittore come Léon Bonnat. Le istanze più ardite, dunque, sono ricondotte a una modulazione più controllata della stesura pittorica, che non diventa quasi mai corsiva. È questa, in fondo, la marca che fa di Corcos un pittore di successo, da collocarsi, come scrive Fernando Mazzocca, «nella schiera di quei seducenti pittori di successo, tanto amati dal pubblico quanto discussi dalla critica». Del resto, come scrisse già Ojetti, ricordando affettuosamente la sua frequentazione con il pittore ma anche con una punta di ironia, Corcos, «era fatto, come la sua pittura, per piacere». Tutto ciò fa di lui un pittore difficile, che nel 1965, quando se ne tentò a Livorno la prima retrospettiva, aveva creato non poche difficoltà: ardito, infatti, fu un tentativo di Dario Durbé di annoverarlo nella schiera degli impressionisti. Eppure non doveva essere semplice spiegare la seducente e incipriata pittura di Corcos senza cadere in categorizzazioni che lo avrebbero semplicisticamente liquidato come un pittore conservatore. La sfida dell’attuale mostra padovana di Palazzo Zabarella, che fa leva sugli studi ormai ventennali di Ilaria Taddei intorno a questo artista, può essere proprio questa: superati gli steccati che dividevano la linea della modernità dalle accademie, il percorso di Vittorio Corcos può essere letto entro un panorama più mosso e articolato, in cui la vita moderna dialoga con i retaggi della tradizione in una formula 27 V. Corcos, Sogni,i 1896, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma talvolta discontinua ma inedita. Lo si può capire bene considerando sul lungo periodo l’impegno ormai ventennale dell’istituzione padovana di radicale revisione e riscrittura, da una mostra all’altra, delle vicende dell’Ottocento italiano, ad opera di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi: dopo aver dato una luce inaspettata all’arte dei Macchiaioli e dopo aver mostrato, grazie al basso continuo della letteratura artistica, la continuità di idee e di principi fra la pittura di macchia e la precedente temperie romantica, dopo aver restituito il respiro europeo a un pittore come Telemaco Signorini, e in continuità diretta con la mostra dedicata a De Nittis lo scorso anno, realizzare la più grande rassegna fino ad ora pensata per l’opera d Corcos è un passo ulteriore di un’operazione già di largo respiro. Come in altri casi, è la letteratura uno dei fili conduttori di questa pittura di accento fortemente sentimentale, volutamente sospeso in una coltre seducente e nebbiosa, ma rischiarata rispetto ai fumi lunari del Simbolismo. Si vede con un occhio diverso 28 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 V. Corcos, Contessa Carolina Sommaruga Matteini,i 1901, Fondazione per l'Istituto Svizzero di Roma questa pittura una volta considerato il confronto con la poesia di Guido Gozzano proposto da Mazzocca, e non sono nemmeno da trascurare le significative frequentazioni letterarie, documentate dal saggio di Sisi, del circolo che gravitava intorno a Emma, moglie del pittore, la “gentile ignota” che teneva un fitto rapporto epistolare con Giovanni Pascoli. È lei, anzi, che cerca in tutti i modi di convincere il poeta a collaborare con il marito, che l’autore delle Myricae, al contrario, bollerà come «maestro dipintore di Cesari»: se non riuscirà a persuaderlo a farsi ritrarre da Corcos, come invece accetteranno di fare altri intellettuali del suo tempo, da Carducci a un giovane e disinvolto Mascagni, Pascoli non riuscirà a entrare in sintonia, nonostante un fitto carteggio, nemmeno con il Corcos illustratore, a cui preferirà, per corredare l’edizione delle proprie opere, il lavoro di De Carolis. Tutto questo, però, non aveva intaccato minimamente il successo di Vittorio Corcos, la cui marca espressiva aveva raccolto il consenso dell’alta borghesia del suo tempo, a cui veniva incontro con una moderata innovazione, capace però di coniugarsi con più antichi retaggi ed esigenze: con il suo piglio soffuso e laccato, infatti, Corcos riusciva ad essere “di situazione”, come nei Sogni,i ma adattarsi anche a eventuali esigenze dinastiche, a ritratti ovali corredati di scritte e di stemmi secondo i canoni dello state portrait.t Allo stesso tempo, Corcos si trova a dover fare i conti con due registri distanti fra loro e apparentemente inconciliabili. Da una parte c’è la storia del ritratto, un ripensamento quasi in chiave preraffaellita dei modi rinascimentali, come nella giovanissima Paolina Clelia Silvia Biondi, a mezzo busto dietro una balaustra iscritta, memore della disarmante seduzione raffaellesca del tre quarti leggermente voltato di spalle. Ne è diretta conseguenza uno scenografico profluvio di velluti e broccati a fare da quinte, non senza effetti cinematografici talvolta, alle signore più eleganti, come nella migliore tradizione del Sei e Settecento. Dall’altra, invece, ai primi del Novecento non è più possibile non fare i conti con la fotografia, anche con il rischio, a volte, di non riuscire a settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano controllare gli effetti da fotografia ingrandita e colorata, come nell’espressione estenuata (quella di una posa fotografica prolungatasi più del dovuto) di Jole Biaggini Moschini nel ritratto del 1904 (e di tenuta inferiore rispetto all’elegante figura intera della più piccola tela del 1901). Senza sforare nel campo della storia sociale dell’arte (ma sarà da chiedersi quanto certe discontinuità di stile fra quadri della stessa altezza cronologica non possano essere spiegate attraverso questo filtro), è noto quanto il ritratto femminile sia soggetto al persistere di mode e modelli: non si può trascurare quanto il vestito conti nei grandi quadri di gala, e quanto talvolta sopperisca a quel vuoto e a quello smarrimento interiore che di lì a pochi anni sarebbe stato al centro di molta letteratura mitteleuropea di introspezione psicologica. A fare da contraltare, forse, la mostra sottolinea per la prima volta come, accanto al pittore delle belle signore alla moda agghindate con le vesti migliori, Corcos sapesse dare intensità anche al ritratto maschile. Uno per tutti basterebbe il ritratto, fra i più belli della mostra, a figura intera del 1889, di Pietro Coccoluto Ferrigni, il giornalista più noto con lo pseudonimo di Yorik, colto a passeggio davanti a un muro sorprendentemente pieno di scritte e graffiti. Una di queste, tuttavia, nella sua ordinata calligrafia corsiva, tradisce l’eco lontana, sebbene virata in burla, di uno dei più consumati messaggi del ritratto “parlante”: «Se l’uomo qui dipinto al naturale / Non è giovin grazioso ed alto e snello, / Se ne accusi il pennello: / Non ci ha colpa, per Dio, l’originale». (l.p.n.) 29 LA MOSTRA/2 IL PAESAGGIO POSTMODERNO Mario Cresci e Gallarate al MAGA a fotografia, si sa, non è mai uno strumento di neutra documentazione, nemmeno quando fa di tutto per farci credere il contrario. Inevitabilmente, è un occhio critico che cerca proprie modalità di racconto per restituire un ambiente e commentarlo nel momento stesso in cui lo presenza. È quanto è stato chiesto di fare a Mario Cresci (Chiavari, 1942) con la città di Gallarate. La mostra curata da Emma Zanella e Alessandro Castiglioni per il MAGA, infatti, parte da un lavoro appositamente commissionato dal museo all’interno della rete “Officina contemporanea”, di cui è capofila con altre undici istituzioni della città per un progetto condiviso di cultura sul territorio. Questa sola premessa mostra alcuni caratteri di eccezionalità di quest’operazione: per una volta, come ormai non si verifica quasi più, è un museo a farsi committente che promuove un’opera nuova; e nel fare questo, ha coordinato un progetto che cerca di tenere unite realtà altrimenti lontane fra loro in nome di un comune L intento di valorizzazione del territorio di appartenenza. Per queste ragioni i curatori hanno chiesto a Cresci di raccontare, entro le coordinate del proprio discorso espressivo, la città di Gallarate nei suoi cambiamenti e nel suo divenire. Non doveva essere, ovviamente, un didascalico percorso che mostrasse la città “com’era” e “com’è”, ma un discorso diaristico che rielaborasse e ricostruisse un tessuto, emblematizzandone gli aspetti salienti, mostrandoli sotto una nuova luce, facendo assumere al dettaglio e alla sua inquadratura il valore di simbolo che da solo condensa il senso di una situazione. Cresci non è nuovo a lavori di questo genere: analoghe operazioni lo avevano portato, secondo quella che MARIO CRESCI. EX/POST. ORIZZONTI MOMENTANEI A cura di Alessandro Castiglioni ed Emma Zanella GALLARATE (VA), MAGA 7 settembre-19 ottobre 2014 30 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Mario Cresci, Senza titolo, 2014 | Ex / Post. Orizzonti Momentanei Enrico Crispolti definì una lettura ambientale-antropologica, a raccontare realtà come Tricarico (dal 1967 al 1972), Matera (1972-1975/1990), Martina Franca (1979), giungendo a quella che Castiglioni, in catalogo, ha giustamente definito una «rifondazione della narrazione del paesaggio italiano». Le immagini rivelano luoghi interni alla città, come le archeologie industriali in cui sopravvivono delle celle di lavoro marginali, o quelle trasformate in destinazioni d’uso diverse per le quali erano state pensate, come il Museo del Volo di Malpensa o ancora la nascita di nuovi complessi edilizi sovrapposti su quelli di antiche preesistenze. Cresci ha colto, nelle diverse giornate di campagna fotografica passate a Gallarate e nelle sue vicinanze, l’estrema stratificazione del territorio. Il titolo del progetto Ex / Post. Orizzonti momentanei fa proprio riferimento ai continui mutamenti e agli insediamenti di un paesaggio in costante trasformazione. Sebbene si tratti di luoghi, questi restano intrisi della storia delle persone che li hanno attraversati: «Non ho mai disgiunto» ricorda l’artista nell’intervista con Castiglioni in catalogo, «il luogo dalle persone; la vita degli altri è sempre stata un elemento per costruire un rapporto tra me stesso come artista e la società». Per questo il racconto fotografico è una vera e propria scoperta: per sua stessa ammissione, per il suo lavoro è importante partire “dal nulla”, da una tabula rasa che gli consenta una presa di contatto diretta con il luogo. È l’artista stesso, infatti, a dichiarare testualmente la propria incapacità di «raccontare storie inventate». La fotografia è solo l’ultima tappa di un percorso performativo di conoscenza: vivendo nel luogo che deve raccontare, l’artista ha modo di incamerarne il senso, di acquisire una percezione dello spazio e dei suoi elementi portanti da riversare poi nello scatto e nella sua successiva manipolazione, figlia ed erede, a mio modo di vedere, di certe pratiche di fotocollage e di costruzione composita dell’immagine. Su Gallarate, in particolare, Cresci riporta un’impressione «molto fisica: la città mi è parsa un corpo che sta cambiando, settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano che ha avuto una storia operaia, che a tratti sta scomparendo o lo è già e oggi questi luoghi della scomparsa, vuoti, abbandonati, sono struggenti e dolorosi. Ci sono gli spazi abbandonati ma anche attività industriali, dalla produzione al movimento merci, fino al Museo di Volandia. Da questa esperienza emerge così una fotografia ricca di componenti estetiche e calibrate ma anche contaminata da una certa solitudine. In punta di piedi parlo di alcune lacerazioni del tessuto urbano ma infine anche di momenti positivi». Come ha giustamente fatto notare Emma Zanella, nel proprio contributo in catalogo, «Cresci trascorre da inquadrature di ampio respiro, in cui riconosciamo sempre il luogo, l’edificio, lo scorcio, a inquadrature ristrette, che vanno in profondità, tanto da trasformare gli oggetti, siano essi telai o ruote o rocchetti, in ritmi serrati, in archetipi di forme geometriche. Persino l’accostamento, in catalogo e in mostra, delle fotografie, la loro vicinanza, il passaggio dall’una all’altra fa parte della costruzione del progetto fotografico ed espositivo. Cresci conduce il nostro sguardo da una fotografia a quella successiva attraverso evidenti richiami, assonanze cromatiche e formali che rilanciano continuamente e danno continuità all’insieme, dal “tormentone” dei pannelli di copertura gialli, che paiono quasi cifra distintiva di una certa architettura gallaratese, alle forme tubolari e circolari di scale, accessi, cortili, arredi, fino all’attenzione verso il nascere di una vegetazione spontanea che arriva a insinuarsi negli edifici prendendone il sopravvento». 31 LA MOSTRA/3 EMBLEMI DI CARTA Paolo de Stefani in Svizzera una reverenza quasi religiosa quella con cui Paolo De Stefani tratta la materia prima dei suoi lavori: la carta, manipolata fino a sembrare altro da sé, che non lascia indovinare, ad un primo sguardo, la trama e la complessità del procedimento esecutivo, è infatti l’elemento fondante di una articolata costruzione spaziale e percettiva dell’opera. Quando ne parla, l’artista stesso si emoziona, un po’ per la passione totalizzante per il suo lavoro, a cui si applica con devota e rituale pazienza, un po’ perché sente la profonda vibrazione emotiva suscitata dai materiali poveri ed effimeri. Fin dagli inizi del suo percorso di ricerca, infatti, Paolo De Stefani ha scelto la É carta come proprio materiale d’elezione, da intendere non come semplice supporto per l’elaborazione grafica, quanto come materia da maltrattare, da bagnare, strappare e persino accartocciare se necessario. A partire dal 2007, in particolare, egli ha raggiunto una formula espressiva rigorosa e assoluta, capace di dare alla geometria un’implicita monumentalità. Avevano fatto la loro comparsa, in PAOLO DE STEFANI. EMBLEMA KUNSTRAUM RISS, SAMEDAN (SVIZZERA) 15 agosto-3 ottobre 2014 32 quell’anno, i primi fogli testurizzati a china, colore e pennello, che si perfezioneranno fino ai lavori recenti. Da questo momento in poi, infatti, De Stefani mette a punto un peculiare procedimento operativo. Dopo aver riempito un grande foglio di carta con una fitta trama di segni regolari neri e colorati, infatti, Paolo lo ritaglia in sottili striscioline, da ricomporre subito dopo con un nuovo ordine su un supporto di legno, dando vita a losanghe sfrangiate che paiono delle lastre di ardesia, delle forme primordiali. Dal 2007 i fogli di carta diventano come delle scaglie nere: è la struttura della roccia della sua Valchiavenna. Ma lui non imita la roccia: è il suo occhio che ha interiorizzato il principio stratigrafico. Il dato interessante, però, sta nel rapporto fra elemento pittorico irregolare e la struttura regolare che li contiene: ritagliando in piccole strisce la carta colorata, infatti, De Stefani rompe il ritmo di una tessitura di segni dilagante sul foglio, ottenendo delle tessere colorate dalla trama a intreccio. Partendo da questa minima unità di base, poi, l’artista può la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 riportare quel tessuto di segni a una griglia regolare: le singole tessere cartacee, infatti, sono accostate l’una all’altra con una leggera sovrapposizione che crea un minimo effetto di rilievo, ma secondo una scansione regolare, ribadita da una pioggia di chiodini che fissano i singoli tasselli al supporto di legno. Su questo uso dei chiodi, che sulla superficie «brillano talora come gocce di rugiada» (Monteforte), si sono spese molte parole: dal ricordo delle tele bianche di Castellani a ingenue interpretazioni in chiave di rilievo scultoreo. L’effetto sortito da questi, però, è ancora una volta un effetto di superficie squisitamente visivo, come un arricchimento della superficie pittorica con un elemento in aggetto, che provoca una minima ombra portata e suggerisce un’ulteriore vibrazione pittorica: «l’occhio», scrive ancora Monteforte, «vi si adagia con piacere da lontano, ma si punge non appena vi si accosta da vicino». Il quadro sta diventando dunque una struttura di grande complessità, a partire da carpenterie via via più articolate, talvolta fino all’accostamento di due o più tavole leggermente sovrapposte, oppure allontanate in modo da lasciare una sottile fessura (per la quale, a torto, si sono ricordati i concetti spaziali di Fontana), oppure inclinate in modo da indicare dei piani di ambizione tridimensionale. Uscendo dalla teca, il quadro ha assunto una sua autonomia spaziale, liberandosi finalmente dalla dittatura dei formati quadrangolari: gli esiti più felici di questa stagione di De Stefani, infatti, si incontrano proprio nei lavori con profili a losanga, complicati da un aumentare di lati e di spigoli. Il contrasto fra confini regolari e l’animazione interna della superficie non potrebbe essere maggiore, ma senza stridore. Al contrario, rinchiuso in questi confini misteriosi non si fa a meno di percepire il senso “mistico” di questi ultimi lavori. Non a caso, nella chiesetta di San Pietro a Teglio, nell’estate del 2011, quelle opere sembravano nel loro ambiente naturale. Nulla toglie, del resto, una certa sensazione da vetrata di queste trame di colori, come se il nero fosse un fitto reticolato di filo a piombo che unisce schegge di vetro colorato, di cui hanno conservato la trasparenza. Non ci sono calcoli simbolici nella geometria di De Stefani, ma in questa semplicità primordiale, che verrebbe da definire “romanica”, delle sue sagome si sente come un’aspirazione all’assoluto e alla più solenne rivelazione luminosa. Si tratta di una spiritualità tutt’altro che enfatica, anzi contenuta e riservata, ma non per questo meno severa e assoluta: un mistero, insomma, fatto di insondabili ma indiscutibili certezze. settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 IL LIBRO DEL MESE LE TRE ANELLA Al crocevia spirituale tra Ebraismo, Cristianesimo e Islam di alessandro grossato l rapporto storico fra le diverse forme religiose, almeno fra quelle che possono apparire più o meno strettamente ‘apparentabili’, è stato spesso paragonato, e talora anche graficamente raffigurato, come una sorta di albero genealogico. Con esiti non sempre felici, non solo perche talune connessioni, specie per le epoche più antiche, restano non documentabili, ma anche per il fatto che, per ragioni strettamente confessionali, le religioni ancor oggi vive accettano assai poco volentieri simili rappresentazioni delle proprie origini. D’altra parte, lo schema dell’albero genealogico delle religioni appare quanto meno ingannevole I ALESSANDRO GROSSATO (Padova, 1955), storico delle religioni e geopolitico, ha insegnato nelle Università di Padova, Trieste, Gorizia, Perugia e Trento. Attualmente insegna Religioni non cristiane presso la Facoltà Teologica del Triveneto a Padova. É autore di numerosi saggi e articoli scientifici ed è noto per il suo ampio studio dedicato alle tradizioni iconografiche e simboliche dell’Eurasia. Membro dell’ISMEO, ha partecipato alla Missione archeologica italiana in Nepal negli anni 1984-89. anche agli occhi del semplice storico, per delle ragioni altrettanto serie e profonde. Innanzitutto ogni forma religiosa ha, solitamente, uno sviluppo molto più propriamente paragonabile alla forma di un cespuglio che non a quella di un albero. E poi, moltissime forme religiose, specialmente quelle che sono rimaste lungamente in contatto tra loro sia nel tempo che nello spazio, hanno finito con l’intrecciare i loro rami in nodi e anelli più o meno stretti, fino a sviluppare, non di rado, delle vere e proprie anastomosi, ovvero qualcosa di assai simile a quelle mirabilie arboree, ottenute per semplice intersezione e fusione dei singoli rami, persino di diversa essenza, che riuscivano a Ha fondato e dirige assieme a Francesco Zambon la Collana Viridarium della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, e assieme a Carlo Saccone i Quaderni di Studi Indo-Mediterranei dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri ricordiamo: Navigatori e viaggiatori veneti sulla rotta per l’India nella collana “Civiltà veneziana” (Olschki, 1994), Il libro dei simboli. Metamorfosi dell’umano fra Oriente e Occidente (Mondadori, 1999) e Il mito della fenice in Oriente e in Occidente (Marsilio, 2004). realizzare gli abili giardinieri dei secoli scorsi. Proprio l’esistenza di simili vive interconnessioni ci fa comprendere che, almeno in certi casi, lo studio dei rapporti tra diverse forme religiose non può limitarsi né a una rigida, separata trattazione specialistica, né a un’astratta, quanto sterile, comparazione. Ebbene, ad alcune di queste singolari e rarissime connessioni fra Ebraismo, Cristianesimo e Islam è dedicato il volume Le Tre Anella. E non solo a quelle storicamente certe e documentate, come nel caso di culti e centri di pellegrinaggi palesemente interconfessionali, ma anche a quelle semplicemente immaginate sia sul piano della leggenda, come quella delle Tre Anella, che addirittura del mito, come quello assolutamente esemplare, direi anzi paradigmatico, che si è sviluppato attorno alla figura del profeta Elia. Albero o cespuglio che sia, una religione ha comunque sempre una radice, e quella delle ‘religioni del Libro’ coincide con la figura di Abramo, da ebrei e musulmani considerato un profeta, dai cristiani più semplicemente un patriarca. Una radice che talvolta, direi inevitabilmente, è stata rivendicata più per ragioni di concorrenza che di vera convergenza. Con la figura di Abramo principia dunque anche questo 34 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 volume. Il teologo Edmund Weber ce ne fornisce qui una descrizione in rapporto a tutte e tre le fedi, svolta con grande equilibrio e su di un piano più spirituale che semplicemente storico-culturale. I contributi di Andrea Piras e di Augusto Cosentino ci aiutano a entrare gradualmente in medias res, consentendoci di gettare un breve sguardo su talune forme del confronto interreligioso che, sulla sponda orientale del Mediterraneo, precedono l’arrivo dell’Islam. In particolare, Andrea Piras ci rappresenta alcuni aspetti dell’interessante rapporto che c’è stato tra la cultura zoroastriana iranica, quella di un grande impero multietnico e multiconfessionale, e le due, poi tre, religioni abramiche. Già sotto la dinastia achemenide “per quanto riguarda le credenze religiose vi era una sostanziale ‘tolleranza’ e quindi un rispetto delle tradizioni cultuali locali, che anzi erano sotto la diretta protezione del re”. Al punto che un imperatore come Ciro poteva venire magnificato in quanto ‘unto del Signore’, e quindi ‘messia’, in Isaia (41; 45). Come scrive Piras, si tratta dell’ “Unico caso di un non-ebreo che venga onorato, in questa sola occasione, con tale epiteto di prestigio e di sacralità LE TRE ANELLA. AL CROCEVIA SPIRITUALE TRA EBRAISMO, CRISTIANESIMO E ISLAM, a cura di Alessandro Grossato, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2014, p. 368, 25 euro. M olte forme religiose, specialmente quelle che sono rimaste lungamente in contatto tra loro sia nel tempo sia nello spazio, hanno finito con l’intrecciare i loro rami in nodi e anelli più o meno stretti. La realtà storica di queste interconnessioni, alcune delle quali sono ancora sorprendentemente vive e diffuse, ci fa comprendere che oggi lo studio dei rapporti tra le religioni non può più sterilmente limitarsi né a una rigida e separata trattazione specialistica, né a un’astratta, quanto semplicistica, comparazione. Durante tutto il Medioevo e il Rinascimento, tre fu- rono le principali sponde culturali e religiose del Mediterraneo. Non solo, dunque, quella cristiana e quella islamica, ma anche quella ebraica. Perché le comunità disperse dalla diaspora e concentrate nelle principali città portuali, con i loro ininterrotti legami, costituirono tutte insieme una sorta di ‘terza sponda’, che fu, in tutti i sensi, perfettamente trasversale rispetto del potere, esprimendo una benemerenza che i testi biblici rinnovarono per i sovrani achemenidi futuri, come Dario, Serse e Atarserse”, e in qualche modo, aggiungerei, anche per Alessandro Magno. Emerge cosi subito un tema fondamentale, quello del Messia, che sottende fino alla fine, come un fil rouge, tutte le pagine che seguono. Un tema che, per le sue intrinseche caratteristiche escatologiche, quasi di necessità tende sempre a divenire interconfessionale. Per quanto riguarda il resto, come ben sottolinea Piras, il problema delle relazioni tra cultura religiosa alle altre due. Ad esempio, riguardo alla copiatura, traduzione e diffusione di testi e di dottrine, comprese quelle mistiche ed esoteriche dell’Ermetismo, dell’Alchimia e della Kabbalah. Ad alcuni dei meno noti, oltreché dei più singolari e significativi momenti di connessione tra Ebraismo, Cristianesimo e Islam sono dedicati i contributi degli specialisti che hanno collaborato a questo volume. E non solo a quelli storicamente certi e documentati, ma persino a quelli che furono semplicemente immaginati, sul piano sia della leggenda, come quella assai nota dei “tre anelli”, sia del mito. Come quello sviluppatosi, lungo le sponde di tutto il Mediterraneo, attorno alla figura spirituale del profeta Elia. Perché, come scriveva Giovanni Pico della Mirandola, «come il Giusto è confluenza d’acque, così la Divinità è il mare a cui tendono tutti i fiumi». settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano zoroastriana ed ebraica, “deve essere posto in maniera differente quando si voglia comprendere l’influsso come stimolo alla elaborazione, come occasionalità di una serie di circostanze che potrebbero aver dato luogo a indipendenti formulazioni, del tutto originali e specifiche […] frutto di incidenze e contatti che appunto, in quanto tali, non sono operazioni di mera copiatura”. Le relazioni fra questi due mondi religiosi comunque tenderanno ad aumentare sotto il regno dei Parti o Arsacidi, in concomitanza con l’arrivo dei Romani in Giudea. Nel quadro dei rapporti fra Iran partico e Cristianesimo, Piras mette in risalto le figure dei Magi, i sacerdoti zoroastriani, che vengono assorbiti nel nostro immaginario già a partire dal Vangelo di Matteo, al culmine di “una acculturazione che era propiziata da rimarchevoli sintonie culturali, nel merito di credenze che rendevano mondo iranico ed ebraico-cristiano fortemente comunicanti e interattivi”, in particolare “per ciò che concerneva la salvezza e quindi l’attesa di Salvatori”. È difficile fare a meno di riconoscere che il tema zoroastriano del Salvatore, scrive ancora Piras, “ben oltre l’Iran si irradiò nelle geografie del Mediterraneo, nelle attese messianiche del giudaismo e poi del cristianesimo.” Fra III e VII secolo, con l’avvento della dinastia dei Sassanidi, tende a prevalere l’esclusivismo religioso, senza comunque escludere, secondo Piras, dei momenti di autentica ricomposizione dei rapporti con le altre fedi, presenti sia all’interno che all’esterno dell’impero. Anche il contributo di Augusto 35 Daniele da Volterra (1509-1566), Il profeta Elia (1550-1560 circa), Siena, Casa Pannocchieschi d'Elci Cosentino, che prende qui in esame le due redazioni dei Testamenti di Salomone, quella greca, che risale a prima del III secolo d.C., e quella araba molto più tarda, ma che secondo Cosentino si basa su una tradizione parallela e più antica, riguarda un periodo che precede la nascita dell’Islam, e si sviluppa al crocevia tra Ebraismo, Cristianesimo e mondo arabo. Si tratta di due opere abbastanza diverse nei contenuti, accomunate più che altro dal titolo, ma con alcuni punti di contatto, uno dei quali, come vedremo, riserva un’interessante sorpresa. Il loro nucleo centrale descrive la costruzione del Tempio di Gerusalemme. Le analogie fra questi due testi “fanno pensare che appartengano ad una medesima tradizione, riferibile a un culto salomonico palestinese”. Del resto il Testamento di Salomone greco rinvia al Vecchio Testamento, “nonché a tutta la letteratura salomonica extra-canonica fiorita in ambiente giudaico”. Si tratta quindi, come scrive ancora Cosentino, di “Una tradizione testuale complessa, dunque, che costituisce una sorta di ponte letterario tra mondo giudaico, cristiano e arabo.” Ancor più importante, ai nostri fini, è che “Nel Testamento di Salomone arabo compare poi il motivo dell’anello con sigillo dato da Dio per comandare ai demoni”, e se è vero che “Il tema era già ben sviluppato nel Testamento greco, ed era noto anche in altra letteratura salomonica”, “Il Testamento arabo apporta però una variante concettuale molto interessante: mentre nel Testamento greco il potere dell’anello risiede nell’unico esemplare forgiato da Dio e fatto pervenire a Salomone, nel Testamento arabo Salomone fa delle copie dell’anello da distribuire ai suoi operai: copie nelle quali risiede lo stesso potere magico di coercizione dei demoni dell’anello originale.” Da un punto di vista strettamente politico, durante tutto il Medioevo e il Rinascimento, a causa dell’antica diaspora del popolo ebraico, le ‘sponde religiose’, se cosi ci è consentito 36 definirle, furono in realtà solamente due: quella cristiana e quella islamica. Due sponde che, a parte il breve ma significativo idillio diplomatico fra il neoeletto Imperatore Carlo Magno e il Califfo HÇr ;n al-Rash¥d, con il reciproco scambio di doni simbolici, furono per secoli in un stato di guerra quasi permanente. Come ci ricorda nel suo contributo Danielle Buschinger, in genere, per gran parte del Medioevo ebrei e musulmani vennero considerati dai cristiani alla stregua di ‘pagani’, se non peggio. Fu solo fra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, ci ricorda la Buschinger, che uno sparuto numero di poeti tedeschi “font preuve d’une tolerance digne du siecle des Lumieres”. Fra essi, in particolare, i Minnesanger Walther von der Vogelweide, Freidank e Wolfram von Eschenbach: “meme si Wolfram ne va pas aussi loin que Freidank pour qui tous les etres humains, aussi bien les paiens (musulmans) que les juifs ou les chretiens, sont des enfants de Dieu, il insinue par la qu’une coexistence pacifique entre chretiens et musulmans est possible, sur la base d’un respect mutuel.” D’altra parte, se è comprensibile che “Wolfram ne pouvait cependant aller jusqu’au bout de l’egalite entre chretiens et musulmans, car il aurait pu etre condamne par l’Eglise comme heretique”, nondimeno nel suo romanzo sul Graal egli si spinge a dirci, senza particolari problemi, che “L’elite qui garde le Graal et le sert est une elite qui vient des deux chevaleries profanes, la chevalerie arthurienne et la chevalerie paienne (musulmane), et la on doit souligner le caractere oecumenique de la conception de la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Wolfram.” È dunque lecito ipotizzare che questa importante modifica nella percezione dei musulmani e nell’atteggiamento verso di loro da parte di alcune elites cristiane, si sia prodotta non tanto per l’avvento d’una nuova pietas religiosa, ma, come nel caso di Raimondo Lullo, per altre ragioni, più o meno direttamente connesse alle recenti perigliose frequentazioni, anche in veste di crociati, non più solo della sponda cristiana del Mediterraneo, ma anche di quella islamica. Comunque, da un punto di vista culturale, e quindi anche spirituale, e in particolare, per quel che qui più ci interessa, riguardo alla diffusione di testi e dottrine esoteriche, la diaspora ebraica, concentrata nelle principali metropoli portuali mediterranee, costituì davvero una ‘terza sponda’, che fu, in tutti i sensi, perfettamente trasversale rispetto alle altre due. La parabola delle ‘Tre Anella’, ovvero delle ‘tre Leggi’ Secondo la studiosa israeliana Iris Shagrir, l’origine della parabola delle ‘Tre Anella’, contenuta nella terza novella della prima giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, non solo è orientale, come da qualche tempo ormai ritiene la maggior parte degli studiosi, ma molto probabilmente di origine islamica. Questa studiosa, che nel suo articolo si sofferma su diversi passaggi sia orientali che occidentali, ritiene che il più antico archetipo letterario, finora conosciuto, della parabola delle ‘Tre Anella’ sia da identificare con il racconto che ha per protagonista il principe Djaudharz o Godarzes, e che è incluso nella Storia dei Re di Persia, scritta in arabo dallo storico persiano al-Tha’libi, che visse tra l’XI e il XII secolo. Nel racconto, ognuna delle tre concubine del principe si illude di essere la sua preferita, avendo segretamente ricevuto in dono da lui un anello che, in realtà, è perfettamente identico agli altri due. Come giustamente scrive la Shagrir, “We are not able to trace the early circulation of the Persian story, nor can we identify the exact historical moment when this story was converted into an allegory related toreligions”, ma che la nascita e lo sviluppo di questa parabola si può spiegare solo all’interno di un contesto spazio-temporale caratterizzato da intensi contatti interculturali, soprattutto interreligiosi. E che inoltre “the history of the parable suggests that it was Islam, with its teachings from the Koran and from other authorities, that originally permitted the expression of such openness”. Una componente cruciale nel complesso afflusso di confluenze letterarie che, attraverso numerose trasformazioni, hanno contribuito alla genesi della parabola delle “Tre Anella”, potrebbe allora risalire, secondo la Shagrir, al resoconto del famoso dialogo teologico che si sarebbe svolto in due giornate tra Timoteo I, Patriarca nestoriano di Baghdad fra il 779 e l’823, e il Califfo al-Mahd¥ (775-785), dialogo nel quale è comunque questione di una perla invece che di un anello. Di questo dialogo esistono numerose versioni in arabo, e ne esiste anche un’importante versione ebraica, risalente al XIII secolo, scritta dal grande kabbalista spagnolo Abraham BEVI RESPONSABILMENTE IL PRIMO CREMAMARO BEVILO GHIACCIATO. 38 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Abulafia. In questo volume è principalmente Alessandro La Monica, con il suo contributo a occuparsi, fra altre varianti medievali sia orientali che occidentali, anche dei testimoni italiani due-trecenteschi della parabola dei tre anelli. Ovvero del racconto LXXIII del Novellino, della terza novella della prima giornata del Decameron e dell’episodio dell’Aventuroso ciciliano di Bosone da Gubbio. Sia Boccaccio che Bosone attingono al Novellino, secondo La Monica “Boccaccio si servì, tuttavia, anche di altre fonti […] come mostra ad esempio il motivo della largesse del Saladino”, un motivo presente in particolare nei versi di due poeti tedeschi, il Minnesanger Walter von der Vogelweide (1170ca.-1230 ca.), e il viennese Jansder Enikel, morto dopo il 1302. Com’è noto, la compilazione del Novellino risale all’incirca all’ultimo ventennio del XIII secolo, quella dell’Aventuroso ciciliano alla fine del XIV secolo, ma è ambientato all’indomani dei Vespri del 1282, e infine il Decameron fu scritto tra il 1349 e il 1351 o al più tardi nel 1353. Ora, per comprendere appieno il clima intellettuale e religioso di quei decenni, durante i quali venne maturando la ricezione e la trasformazione della parabola dei tre anelli, definitivamente applicata alla questione del rapporto tra le grandi religioni abramiche, ci sembra di dover ricordare un precedente molto importante. Intorno al 1274, il terziario francescano Raimondo Lullo, di origine catalana, scrive Il libro del gentile e dei tre savi.i In questo testo egli descrive il dialogo fra tre sapienti, un ebreo, un cristiano e un musulmano, che cercano di dimostrare la verità delle rispettive fedi ad un quarto personaggio, un gentile dotato di una buona cultura filosofica, ma ancora agnostico. Una nobildonna, il cui nome non a caso è Intelligenza, li aiuta a percorrere e ad interpretare un misterioso giardino simbolico, con una fontana e cinque alberi, che celano, fra i propri rami, un APPUNTAMENTI BVS PRESENTAZIONE DE «LA BIBLIOTECA DI VIA SENATO» AD ACQUI TERME assessorato alla Cultura del comune di Acqui Terme insieme agli ideatori del Premio Acqui Storia, all’interno del ciclo “Incontri con l’autore”, hanno organizzato una presentazione della rivista «la Biblioteca di via Senato». A parlarne L’ hanno invitato Gianluca Montinaro. L’appuntamento è fissato per venerdì 26 settembre, alle ore 21.15, presso la sala conferenze di Palazzo Robellini (piazza Levi, 5 - Acqui Terme). Introdurranno la conversazione Carlo Sburlati e Carlo Prosperi. complesso simbolismo numerico. Il gentile arriva cosi gradualmente a comprendere quale sia la sua fede, senza pero rivelarla agli altri, mentre i tre saggi decidono di rivedersi ogni giorno, per continuare a cercare insieme la verità. Un’opera che deve aver contribuito non poco alla trasformazione finale della parabola dei tre anelli. Riguardo alla novella del Boccaccio, che dà il titolo al volume, solo alcune brevi considerazioni. Anche qui, come nel Novellino, i “tre anelli” sono le “tre Leggi” delle tre religioni del Libro, e l’“anello bellissimo e prezioso” è la “vera Legge”, che non si sa quale veramente sia. Parabola bellissima, della quale si tendeva nei secoli scorsi a mettere in evidenza solo la sagacia dimostrata dall’ebreo Melchisedech, nel riuscire ad evitare di dare una vera risposta al Saladino. Mentre oggi si preferisce sottolineare quello che, ad alcuni, può forse apparire una sorta di manifesto del relativismo religioso. Un po’ troppo ante litteram, specie se si tiene conto del fatto che Giovanni Boccaccio era un terziario francescano. Nessuno, o quasi, si chiede invece altre cose, ad esempio cosa significhi in questa novella il nome di Panfilo, il narratore, che dal greco può tradursi con “Amico di tutti”, “Benevolo verso tutti”, ma anche “Amato da tutti”, “Caro a tutti” e persino come “Tutto amore”. E soprattutto perché il nome dell’ebreo non sia semplicemente uno qualsiasi, ma proprio quello del Melchisedech biblico (Genesi,i XIV, 1820), il Re di Salem che benedisse il patriarca Abramo, ricevendone la decima in segno di sottomissione. settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 39 EDITORE DEL MESE LE EDIZIONI ALL’INSEGNA DEL VELTRO I libri di Claudio Mutti, uno stampatore-studioso non allineato di sandro giovannini ondate a Parma, nel 1978, le Edizioni all’insegna del Veltro sono la rappresentazione della storie di vita e di studio del loro ideatore e creatore: Claudio Mutti (1946). Nato nella cittadina emiliana, Mutti (dopo aver conseguita con lode la laurea in Lettere e Filosofia, indirizzo classico), si interessa ad F autori antichi, fra i quali Plutarco, Arato, Porfirio, Giuliano Imperatore, Salustio, di cui traduce e commenta alcuni testi. Contemporaneamente intraprende attività di ricerca e di didattica presso l’Istituto di Filologia Ugrofinnica e Lingua e Letteratura Ungherese dell’Università di Bologna; ma a tale incarico deve rinunciare nel Gennadij Zjuganov, STATO E POTENZA, Parma, Edizioni All’insegna del Veltro, 1999 C he ci fa un libro di un comunista russo in una collana diretta da Mutti? Basta aprire il libro e leggere la prefazione dello stesso Mutti, e poi il lungo saggio introduttivo del curatore del volume, Marco Montanari - studioso serio (forse in Italia nessuno conosce meglio di lui le vicende del comunismo sovietico successive al crollo), non un seguace di Mutti - per capire che non siamo di fronte ad una stranezza, a un’o- 1974 allorché un giudice bolognese in cerca di notorietà lo incarcera per alcuni mesi sulla base di un ordine di cattura che si rivelerà poi inconsistente. Nel 1979, al termine di una seconda carcerazione, pretestuosa quanto la prima, apprende di aver vinto un posto di docente presso l’Istituto Italiano di perazione editoriale particolarmente spregiudicata. No, Stato e potenza ci sta bene fra i libri di Mutti perché nelle sue pagine circola davvero - filtrata forse attraverso gli scritti di Aleksandr Dugin, il fondatore a Mosca di un partito che nel modo più esplicito si definiva nazionalbolscevico - quel pensiero “rosso-nero” che in Occidente ha avuto i suoi maestri, più che in Evola, in JeanFrançois Thiriart visionario (suo era il progetto dell’impero euro-sovietico) fondatore, sulle ceneri del nazismo, del “nazionaleuropeismo”. (Adriano Guerra, «L’Unità», 30 maggio 1999) 40 Cultura a Bucarest. I quotidiani «la Repubblica» e «La Stampa» gridano allo scandalo e l’on. Antonello Trombadori chiede al governo se sia proprio necessario affidare un incarico di rappresentanza della cultura italiana a un «famigerato nemico della democrazia». Il Ministero degli Esteri risolve la situazione annullando i risultati del concorso stesso. Nel 1980, quando già le Edizioni la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 all’insegna del Veltro stanno muovendo con successo i primi passi nel mondo della carta stampata, affermandosi come raffinata casa editrice di nicchia, Mutti è arrestato per la terza volta. L’imputazione, che riguarda la strage alla stazione di Bologna, lo costringe in prigione per un periodo piuttosto lungo, sufficiente per condurre a termine diverse ricerche. Avvalendosi della consulenza di alcuni zingari detenuti nel carcere di Reggio Emilia, compila un lessico di sinto che verrà pubblicato dalla rivista del Centro Studi Zingari “Lacio Drom”. Realizza anche diverse raccolte di canti, ballate, leggende e favole popolari dell’Ungheria e della Transilvania, studiando i contenuti simbolici delle tradizioni popolari sulla traccia delle indicazioni fornite da René Guénon. Negli anni successivi (dopo essere stato prosciolto da ogni accusa), Mutti, nell’ambito del suo interesse per le culture dell’area carpaticodanubiana, traduce e pubblica all’interno del catalogo dell’Edizioni all’insegna del Veltro numerosi documenti e testi relativi al movimento legionario romeno e al movimento crocefrecciato ungherese; cura i numeri monografici di alcune riviste («Origini», «LetteraturaTradizione») dedicati a Nae Ionescu, Cioran, Constantin Noica e Mircea Eliade. Di quest’ultimo, in particolare, indaga i rapporti col movimento legionario in un saggio tradotto in varie lingue; svolge approfondite ricerche sull’influenza esercitata da René Guénon nei paesi dell’Europa danubiana; fa conoscere in Italia importanti scrittori tradizionalisti quali il romeno Vasile Lovinescu e l’ungherese Béla Hamvas. A oggi le Edizioni all’insegna del Veltro hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli, fra i quali anche opere di Julius Evola, Cornelio Codreanu, Johann von Leers e Robert Faurisson. Presenti anche alcuni testi di autori di formazione prettamente marxista (seppure dal percorso ideologico del tutto particolare) come Costanzo Preve e Gannadij Zjuganov. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Punture di penna Consigli intellettuali per il vero Maître à penser Ovvero: come furoreggiare nei salotti – parte decima LUIGI MASCHERONI AMICI I veri sono quelli che mettono “mi piace” ai tuoi articoli. to più della pratica, eccome. Ripassare semmai l’analisi logica. Se capita, buttare lì nella conversazione la frase: “Se fossi la lingua italiana farei causa a Carofiglio”. FACOLTA’ DI LEGGE Sforna ottimi giallisti. GIALLI ALL’ITALIANA Basta romanzi su ironici commissari di provincia! PRATICA Inutile, se si conosce bene la grammatica. Ricordarsi però che la sintassi non ha mai arricchito nessuno. EDUCAZIONE Da elargi- re con grande parsimonia. A volte meglio lo stato selvaggio. Quella siberiana è un bluff. TENTAZIONI Fanno l’uo- Sopra: Luigi Mascheroni CONSIGLI “Vuoi un consi- glio?”. Declinare in modo gentile ma fermo. SCORCIATOIE Sono sem- pre una soluzione eccellente, checché ne dicano. FAVORITISMI Se ne be- neficiate, sminuirli: “Ci sarei arrivato comunque”. Se beneficiano gli altri, biasimarli: “Tanto prima o poi si paga tutto”. GRAMMATICA Vale mol- MAÎTRE À PENSER In Francia gli intellettuali sono di solito incapaci di aprire un ombrello, diceva Andrè Malraux. In Italia invece ne sono capaci, quando non serve. OROSCOPI Cercare di scriverli sotto pseudonimo, per qualsiasi giornale. Pagano molto bene. VACANZE L’intellettuale non fa mai vacanza, anche se ci va. mo etero. SCRITTORI Categorie favorite nella selezione naturale al successo letterario: alcolizzati, giocatori compulsivi, maniacodepressivi, predatori sessuali (meglio se combinate insieme). DISCORSO (COME FINIRE UN) “E a questo punto si potrebbe citare la seconda legge della termodinamica che, sintetizzando, recita: prima o poi tutto finisce in merda”. LUOGHI COMUNI Ecce- settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 dere. Soprattutto con le espressioni: “chiudere i battenti”, “splendida cornice”, “ridente cittadina”, “”fuori dal tunnel”, “una vera chicca”, “il giornalismo è fatto di luoghi comuni”. MINORANZA Farne parte. MAGGIORANZA Disdegnarla. GUSTO Quello vero è in primo luogo il disgusto nei confronti del gusto degli altri. PUBBLICO DI MASSA Ricordarsi: più una cosa piace al pubblico, più va guardata con sospetto. ODIO Spiace dirlo, ma ne- cessario. Scarica la tensione nelle aggressioni fisiche, aiuta ad arricchire il proprio vocabolario in quelle verbali, irrobustisce mente e corpo, produce ottimi pezzi giornalistici e capolavori letterari. Ricordare sommessamente che il buonismo non porta da nessuna parte. INSULTI A volte servono Ad esempio: “bimbominkia”, Salonbolschewist (sta per “bolscevico da salotto”, la versione tedesca del radical chic), “sei comunista dentro”, “ma se tu hai votato persino Berlusconi”. E “testa di cazzo”, che - parlando di intellettuali - va sempre bene. Sir Joshua Reynolds (1723-1792), Sarah Campbell, 1777-1778, New Haven, Yale Center for British Art PROZAC Abusarne. DANDY Il dandy post-con- temporaneo si vede da: 1) dal fatto che si chiama “dandy post-contemporaneo” e non “dandy 2.0”, estensione, quest’ultima, che lascia volentieri al fashion victim; 2) dal fatto che non è un fashion victim; 3) dal fatto che possiede due co- se in grande quantità: i calzini a tinta unita (nessuno a righe), ma soprattutto indolenza e superficialità; 4) dal fatto che non ama chiamarsi dandy, né che lo chiamino gli altri. Preferisce dirsi “Signore”. E adora le signore; 5) dal fatto che non sopporta il Dandi di Romanzo criminale: è un burino, e per di più romano (e i romani non possono essere 44 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Thomas Gainsborough (1727-1788), Mr and Mrs Andrews, 1750, Londra, The National Gallery dandy). Comunque il vero dandy non legge romanzi, non guarda film né serie tv. E non sopporta neppure De Cataldo, tanto meno Placido e Sollima. Burini pure loro; 6) dal fatto che sceglie sigari “Sancho Panza” ma li accende con dei Bic da un euro. E soprattutto li fuma al chiuso, in locali pubblici, meglio se ci sono bambini e donne incinta; 7) dal fatto che non tollera né i bambini né le donne incinta; 8) dal fatto che non si fa mai di stupefacenti, al massimo abusa di Oki; 9) dal fatto che ha spesso mal di testa. Soprattutto quando deve scegliere la cravatta; 10) dal fatto che ha moltissime cravatte, ma usa sempre le stesse due-tre; 11) dal fatto che adora i tagli netti. Negli abiti e nelle relazioni. Soprattutto quelle extra coniugali; 12) dal fatto che intrattiene molte relazioni extra coniugali. Perché? Se lo chiede sempre anche lui; 13) dal fatto che si prende cura di sé ma soltanto per apparire, non per essere (cosa quest’ultima della quale non gli frega nulla); 14) dal fatto che non ha mai letto Fromm; 15) dal fatto che non legge mai, tanto meno Oscar Wilde, che detesta; 16) dal fatto che, più di ogni altra cosa, detesta le citazioni di Oscar Wilde, e sopra ogni cosa quelle su Twitter; 17) dal fatto che però adora Twitter: sobrio, semplice, essenziale, come deve essere il vero dandy; 18) dal fatto che sa benissimo che la barba non fa il filosofo, e infatti possiede una splendida collezione di rasoi a mano. Che tiene in un armadietto. Per radersi invece usa dei Bic usa-e-getta. Che fa molto dandy; 19) dal fatto che sa bene che nella vita lo stile è tutto. Ma i soldi lo sono di più; 20) dal fatto che non ha mai abbastanza soldi. Ma questo succede anche a chi non è un dandy; 21) dal fatto che nella vita c’è solo una cosa che non capisce, oltre al culto per le bretelle alla Gordon Gekko, ed è il Negroni sbagliato; 22) dal fatto che sbaglia spessissimo, soprattutto ad abbinare pochette e giacca, camicia e cravatta, calze e pantaloni. Però lo può fare tranquillamente, perché è un dandy; 23) dal fatto che nasce con la camicia. Di solito Battistoni; 24) dal fatto che, in musica, si è fermato ai Gaznevada. Ed è felicissimo di averlo fatto; 25) dal fatto che se incontra un hipster gli infila la pipa su per il culo; 26) dal fatto che è rigorosamente eterosessuale (infatti Oscar Wilde non è un dandy, ma un frocio); 27) dal fatto che usa i fazzoletti da taschino per pulirsi il naso, e i ‘Tempo’ li tiene nel taschino. Perché se c’è una cosa di cui abbonda il dandy, a differenza dei soldi, è il tempo; 28) dal fatto che le calze bianche le usa, eccome. Sul suo yacht da 40 metri; 29) dal fatto che in effetti odia gli yacht. settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 Editoria Raffinati libri con un certo bel carattere Riflessioni (bibliografiche) sui caratteri tipografici MASSIMO GATTA S e chiedete a dieci persone di cultura, anche medio alta, qual è stata l’invenzione di Gutenberg nove su dieci risponderanno: la stampa. L’unico che non risponderà lo farà per timore di dire una sciocchezza, non perché conosce la risposta. La stampa, infatti, esisteva ben prima di Gutenberg, sotto forma di stampa xilografica, realizzata cioè (sia il breve testo che le immagini) incidendo tavole di legno che poi inchiostrate producevano singoli fogli di argomento religioso, destinati ai poveri e agli analfabeti (Biblia pauperum). Era una stampa meticolosa, lenta e spesso piena di refusi, adatta non alla lettura del testo (che pochissimi erano in grado di comprendere) ma alla lettura delle immagini, analoga alla funzione delle vetrate policrome delle cattedrali gotiche. Johann Gensfleisch zur Laden zum Gutenberg, questo il nome completo del nostro eroe, morto povero e dimenticato, aveva invece realizzato qualcosa di in- finitamente più importante della stampa, paragonabile, oltre cinque secoli dopo, all’invenzione di Internet. Le sue abilità e conoscenze di orafo gli avevano consentito di realizzare un piccolo parallelepipedo in lega di metallo (piombo, antimonio e stagno) che avrebbe cambiato il corso della storia: il carattere mobile per la stampa tipografica. La mobilità del carattere in fase di composizione della pagina tipografica consentiva, infatti, la possibilità di correggere gli errori con una velocità inimmaginabile prima; il singolo carattere sbagliato veniva sostituito con quello giusto, senza bisogno di dover incidere di nuovo una intera tavola di legno! Questa mirabile e geniale intuizione non fu però benigna per Gutenberg che si vide costretto a vendere tutta la strumentazione (torchi, caratteri, carta, ecc.) per pagare i debiti del prestito ricevuto. Nel giro di qualche anno il suo nome scomparve per riemergere nel corso dei secoli 48 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 successivi e, paradossalmente, essere erroneamente identificato come l’inventore della stampa. C’è da dire, però, che recenti scoperte archeologiche hanno portato alla luce caratteri mobili in vetro realizzati in Cina alcuni secoli prima di Gutenberg che però, proprio perché in vetro, erano molto fragili. Anche quelli in lega metallica andavano incontro ad una progressiva usura dovuta alla pressione del tor- NOTE 1 Tra i tanti classici mi piace qui ricordare Geofroy Tory, Champ Fleury, Paris, par Gilles de Gourmont, 1529; lo cito da una bella ristampa anastatica, Champ Fleury. Art et Science de la Vraie Proportion des Lettres, che mette in grado il lettore di entrare nel ductus dell’originale, edito dalla Bibliothèque de l’Image, 1998, con un breve scritto introduttivo di Paul-Marie Grinevald. Una interessante trasposizione narrativa di Tory, e del suo trattato, è in Anna Cuneo, Il maestro di Garamond, Milano, chio, ma di sicuro consentivano la stampa di parecchie migliaia di pagine prima di dover essere sostituiti. Da allora il carattere di stampa, con la relativa arte del disegno della lettera1 e del carattere, sono diventati i protagonisti della tipografia e, in tempi moderni, di quella privata e di pregio, ma anche di alcune tipografie sensibili e attrezzate a stampare in lingue esotiche.2 Il disegno dei caratteri è uno dei settori più importanti nel complesso ambito della storia culturale della tipografia e le famiglie di caratteri sono innumerevoli, alcune di straordinaria risonanza anche per i profani (Garamond, Bodoni3, Times), oltre a quelli, innumerevoli, nati per il digitale. In queste brevi riflessioni (bibliografiche) vorrei però soffermarmi su alcuni rari opuscoli realizzati per testimoniare spe- Sironi, 2010, pp. 258-270. 2 Come, tra le tante, la Tipografia Vincenzo Bona di Torino, fondata nel 1777, della quale segnalo una curiosità bibliografica legata alla stampa in lingue esotiche, cfr. al riguardo la plaquette commemorativa di Giulio Vincenzo Bona, Carlo Emanuele Bona, Torino, Bona, s.d. [ma 1963], stampato a tiratura numerata in ricordo della scomparsa del Bona (13 settembre 1962) e che contiene una sezione con la stampa in 27 alfabeti anche esotici di un verso caro al Bona, con l’indicazione: “Mio Padre, il Comm. C.E. Bona, era orgoglioso di poter affermare che la Tipografia Vincenzo Bona fu scelta dall’Accademia delle Scienze di Torino perché già nel secolo XVIII si riteneva fosse una delle poche d’Europa attrezzata per stampare in tutte le lingue del mondo” [l’esemplare da noi utilizzato è il n. 330]. Sulla tematica della stampa in molteplici alfabeti non si può dimenticare l’Oratio Dominica, stampata da Bodoni nel 1806 in 155 lingue diverse. 3 Scontato, per questo fin troppo celebre carattere, il rimando al Manuale tipo- settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 49 cifici caratteri storici; fino alla metà del secolo scorso, infatti, molte tipografie utilizzavano campionari di caratteri realizzati da importanti aziende, come la Nebiolo4 e l’Urania5. In seguito queste pubblicazioni sono scomparse sostituite da campionari virtuali online. Tra gli innumerevoli testi che da secoli sono stati dedicati al disegno e ai caratteri da stampa ne ho privilegiato alcuni della seconda me- tà del Novecento, sia per il loro carattere di curiosità, sia per la loro indubbia rarità (in qualche caso non conservati in biblioteche pubbliche), sia per la loro preziosità artigianale, perché composti e stampati manualmente. Questa mia è quindi una breve, personale, riflessione bibliografica su uno degli aspetti più intriganti e affascinanti del complesso e magmatico universo della tipografia. Tra i contributi ottocenteschi si segnala un opuscolo stampato malamente, com’era tipico dell’epoca e che abbiamo potuto visionare in copia fotostatica rilegata.6 Mentre al Settecento7 risale uno dei primi contributi italiani, quello di Francesco Griselini8, inserito nella sua opera enciclopedica Dizionario delle arti e de’ mestieri, iniziata a Venezia nel 1768. Tra quelli primo novecen- grafico del cavaliere Giambattista Bodoni, volume primo-secondo, Parma, presso la vedova, 1818; meno scontato è forse Essai de caractères russes di Giambattista Bodoni, Milano, Il Polifilo [ma Verona, Stamperia Valdonega], 1990, stampato in 750 esemplari. Uno dei più importanti manuali moderni dedicati ai caratteri è invece quello di Alberto Tallone, Manuale tipografico II, dedicato all’impaginazione, ai caratteri da testo & ai formati, Alpignano, Tallone editore stampatore, 2008. Di notevole rarità è poi una brochure-campionario in tedesco, senza dati tipografici, che riproduce il carattere Bodoni Antiqua con ampio foglio interno ripiegato, cfr. Bodoni Antiqua. Vorprobe, s.n.t. [anni Cinquanta], nessun esemplare localizzato in biblioteche pubbliche [l’esemplare da noi visionato riporta al piatto anteriore e posteriore un timbro con l’indicazione “Ditta Mannucci, via del Prato, 45 – Firenze”, che probabilmente era il distributore italiano di quel carattere bodoniano]. 4 Segnalo il raro opuscolo Concorso Nebiolo per il disegno di un alfabeto, Mila- no, Triennale di Milano [stampa Bertieri], 1939 [realizzato in occasione della VII Triennale di Milano, 1940], sul quale rimando a S. Annichiarico, M. Piazza (a cura di), Come comete. Annunci e messaggi nella grafica della Triennale, Milano, Charta, 2004, p. 63. Per inquadrare storicamente questa fonderia di caratteri segnalo Giorgio Di Francesco, Torinesi di carattere. La Nebiolo un’industria e i suoi uomini, a cura di Lino Tavano, Torino, Lupieri, 2004. 5 Cfr. Catalogo Generale fonderia Caratteri. Caratteri di testo, fantasie. Fregi e 50 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 teschi di indubbia importanza bibliografica è l’opuscolo che Raffaello Bertieri pubblica fuori commercio e in poche copie nel ‘33, documentando una serie di importanti caratteri, opera di uno specialista quale fu Bertieri, tipografo-editore-studioso. Il volumetto venne composto in carattere “Paganini”, disegnato dallo stesso Bertieri nel ‘26.9 Tra le curiosità bibliografiche lega- te ai campionari di caratteri, particolarmente simpatici sono ad esempio il Campionario dei monasteri Sublacensi10, il rarissimo Catalogo della leccese Tipografia del Commercio11, il Campionario della Tipografia Messapica12 e l’elegante Campionario dei caratteri e fregi della Scuola tipografica missionaria Domenicana.13 Di indubbia importanza, sia storica che tipografica, è poi il ca- rattere ideato dal letterato Francesco Pastonchi, disegnato nel ‘24 da Edoardo Crotti, docente alla Scuola Tipografica Vigliardi-Paravia di Torino, il carattere “Pastonchi” verrà utilizzato per la Raccolta Nuova dei Classici Italiani della Mondadori, per la stampa delle opere dello stesso Pastonchi e per quelle di Antonio Fogazzaro. Di questa interessante iniziativa Fili in ottone e piombo, fusetti, grappe, Milano, Fonderia di Caratteri Urania, s.d. [primi del Novecento]. 6 Campione Delli Caratteri, Fregi, Graffe Fuselli e Vignette, Bologna, Tipografi Arcivescovili Camberini e Parmeggiani, 1835. Un solo esemplare localizzato presso la Biblioteca di Ingegneria “G.P. Dore” dell’Università di Bologna [Bid: UBO/2953278]. 7 Di notevole interesse anche bibliofilo è Campionari di caratteri nella tipografia del Settecento, scelta, introduzione e note di Jeanne Veyrin-Forrer, Milano, Cartiera Ventura-Il Polifilo, 1963, stampato in 2200 esemplari; ristampato in facsimile della prima edizione, Verona, Stamperia Valdonega, 1977. ix Esiste una estrapolazione moderna della sola parte dedicata ai caratteri, cfr. Francesco Griselini, Marco Fassadoni, Incisione e fusione dei caratteri da stampa, a cura di Bruno Avesani, Verona, Cierre, 1991, con la riproduzione delle tavole dell’edizione originale. 9 20 alfabeti brevemente illustrati da Raffaello Bertieri, introduzione dell’auto- re, Milano, coi tipi del Bertieri, 1933, stampato in 275 esemplari numerati in macchina. L’esemplare da noi visionato (n. 55) tra quelli non destinati alla vendita. Sui caratteri disegnati da Bertieri, come il Paganini, il Ruano, l’Inkunabula e il Sinibaldi, rimando al pregiato inserto tipografico I Caratteri di Bertieri, composto, impaginato e impresso da Enrico Tallone, Alpignano, Tallone stampatore editore, settembre 2011, inserito nel catalogo su Bertieri della Braidense (vedi oltre). Su Bertieri, protagonista indiscusso, nel bene e nel male, della tipo- settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 grafica ci resta il pregiato opuscolo che stampò manualmente al torchio Giovanni Mardersteig, presso la sua Officina Bodoni di Verona14, e in ambito tipografico privato il carattere “Tallone” disegnato a Parigi da Charles Malin.15 Tre testi di indubbia importanza storica si segnalano anche per la loro capacità divulgativa unita ad una preziosa ico- nografia. Mi riferisco al saggio di Aldo Novarese del ‘6416, al volume di Luigi Fumanelli del ‘6517 e al sontuoso repertorio firmato da Lewis Blackwell nel ’92, del quale citiamo la traduzione italiana.18 Tra i repertori di impostazione storica non possiamo però dimenticare il saggio di Alexander Lawson19, che ha il merito di elencare, illustrandoli nel loro contesto sto- rico, ben 31 caratteri di grande nome, dal Goudy Text al Futura, che con l’Helvetica20 si divide la palma di carattere tra i più conosciuti e utilizzati; simpatica è poi l’iniziativa di Simon Garfield di coniugare rigore e ironia, realizzando un volume che è anche un piacere per gli occhi, oltre che per la mente, e che si legge come un romanzo.21 Vorrei infine segnalare una grafia italiana del primo Novecento, di notevole interesse è Nova ex Antiquis. Raffaello Bertieri e il Risorgimento Grafico, a cura di Andrea De Pasquale, Massimo Dradi, Mauro Chiabrando, Gaetano Grizzanti, da una idea di Enrico Tallone, Milano, Copistampa - Biblioteca Nazionale Braidense, 2011 [catalogo della mostra, Biblioteca Nazionale Braidense, Milano, 4 ottobre-6 dicembre 2011]. 10 Campionario dei caratteri fregi filetti e vignette della ristabilita Tipografia dei Monasteri Sublacensi in S. Scolastica, Sub- iaco, 1909; un esemplare localizzato nella sola Biblioteca statale del Monumento Nazionale S. Scolastica di Subiaco [Bid: BVE/397438]. 11 Catalogo caratteri, Lecce, Tipografia del Commercio di Antonio Buttazzo, s.d. [ma 1955]. Su questo interessante tipografo pugliese rimando ad Antonio Buttazzo tipografo leccese, a cura di Alberto Buttazzo e Maurizio Nocera, Lecce, Milella Edizioni, 2010 [il Catalogo è censito a p. 78, n. 16 che lo data al 1955]. Nessun esemplare del Catalogo è localizzato in biblioteche pubbliche. 12 Campionario caratteri e fregi tipografici, Maglie (Lecce), Tipografia Messapica dei Fratelli Caritano, s.d. [primi del ‘900]. Nessun esemplare è localizzato in biblioteche pubbliche. 13 Campionario dei caratteri e fregi, Roma, Scuola Tipografica Missionaria Domenicana San Sisto Vecchio, s.d. [1935]. Nessun esemplare è localizzato in biblioteche pubbliche. 14 Pastonchi. A specimen of a new letter for use on the “Monotype”, introduzione di 52 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Niccolai26. E a due grandi stampatori si devono, infine, alcuni preziosi reperti tipografici dedicati ai caratteri. Alessandro Zanella, prematuramente scomparso due anni fa, ha realizzato manualmente un piccolo ma significativo omaggio al carattere “Paganini” nel nome di Raffaello Bertieri e Alessandro Butti27. E Butti, creatore di tipi, ritorna in una magnifica edizio- serie di contributi, più o meno recenti, che uniscono il valore documentario alla pregevolezza bibliofila e tipografica, nati tutti dall’artigianalità italiana che in campo tipografico non ha rivali. Così lo studio critico che James Clough ha dedicato al carattere inciso da Francesco Griffo per Aldo Manuzio22, opuscolo che potremmo affiancare sia a quel- lo dedicato da Enrico Tallone al cinquecentesimo anniversario del corsivo tipografico23 che alla breve, ma succosa, antologia dei caratteri italiani del Novecento, curata ancora da Clough24. Tra le curiosità erudite come non segnalare lo scritto, tra l’ironico e il documentato, di Stelio Crise25, oppure il rarissimo opuscolo del tipografo Carlo ne a lui dedicata da Enrico Tallone28, il quale con l’intento di documentare i grandi artefici italiani del Novecento ha stampato anche un omaggio a Giulio da Milano29, oltre che celebrare i caratteri razionalisti italiani del decennio 1930-194030 e quelli del periodo 1852-2002 della celebre fonderia Nebiolo di Torino31. settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano NOTE Hans Mardersteig, London, The Lanston Monotype Corporation Limited - Verona, Officina Bodoni, primavera 1928, stampato in 200 copie su carta Fabriano. Ne fu realizzata anche una edizione non numerata, rilegata in tutta tela marrone (esemplare da noi utilizzato); per l’intera vicenda rimando a Massimo Gatta, Un letterato di carattere. I tipi di Francesco Pastonchi, «Charta», n. 34, 1998, pp. 38-41. 15 Una bella iniziativa tipografica, presente nei primi cataloghi Tallone, era quella di inserire doppie pagine con saggi del carattere Tallone; abbiamo visionato i cataloghi del 1979 (500 esemplari), del 1982 (in 700 esemplari), del 1986 (in 370 esemplari) e del 1988 (in 270 esemplari). Di notevole importanza è anche l’Estratto dalle serie di caratteri classici ed esotici, Alpignano, Alberto Tallone Editore, s.d. [anni ‘80], tiratura limitata a qualche esemplare su carta a mano di Amalfi (dal colophon). 16 Aldo Novarese, Alfa-beta. Lo studio e il disegno del carattere, Torino, Progresso Grafico, 1964, seconda edizione, ivi, 1983. 17 Luigi Fumanelli, Il carattere nella storia e nell’arte della stampa, Venezia, Centro Arti e Mestieri, Fondazione Giorgio Cini, 1965, con ampia documentazione iconografica e una bibliografia ragionata finale. 18 Lewis Blackwell, Caratteri e tipografia del XX secolo, Bologna, Zanichelli, 1995; la prima edizione era stata pubblicata a Londra da Laurence King nel 1992, volume che si segnala per le centinaia di illustrazioni a colori. 19 Alexander Lawson, Anatomy of a Typeface, London, Hamish Hamilton, 1990. 20 Un bell’omaggio a questo carattere svizzero è quello firmato da Lars Müller, Helvetica. Homage to a typeface, Baden, Lars Müller Publishers, 2002. 21 Simon Garfield, Sei proprio il mio typo. La vita segreta delle font, Milano, Ponte alle Grazie, 2012, con ampia iconografia; egualmente utile, anche per la presenza di numerosi esempi visivi, è poi Giovanni Lussu, Caratteri eminenti, in Farsi un libro. Propedeutica dell’auto promozione: orientamenti e spunti per un’impresa consapevole. O per una serena rinuncia, testi di Angiolo Bandinelli, Giovanni Lussu, Roberto Iacobelli, Viterbo, Biblioteca del Vascello-Stampa alternativa, 1990, pp. 45-87; Id., Sulla tipografia, in Id., La lettera uccide. Storie di grafica, Viterbo, Stampa Alternativa & Graffiti, 1999, pp. 59-84 e ancora Id., Per Adrian Frutiger, in Id., Altri fiumi, altri laghi, altre campagne e altre storie di grafica, Viterbo, Stampa Alternativa & Graffiti, 2014, pp. 185-201. 22 James Clough, Aldo, Francesco e il De Aetna. La fortuna del carattere inciso da Griffo per Manuzio nel dialogo del Bembo, Cornuda, Tipoteca Italiana Fondazione, 15 ottobre 2005 [500 esemplari numerati a mano su carta Magnani]; lo scritto di Clough, ristampato in occasione del V centenario de Gli Asolani di Pietro Bembo, uscì in prima edizione sulla rivista «Charta», n. 69, marzo-aprile 2004. 23 [Enrico Tallone], V centenario dei caratteri corsivi, Alpignano, Tallone, ottobre 2001; vedi anche Aldo Manuzio e il corsivo tipografico 1501-2001. La creazione del libro moderno, Alpignano, Tallone, 2001 [1022 esemplari su vari tipi di carta] e l’opuscolo Il carattere corsivo da Manuzio a Tallone 1501-2011, a cura di Enrico Tallone e Alessandro Carone, Verona, Biblioteca Centralizzata Arturo Frinzi, 2011. Sull’argomento segnalo inoltre Giancarlo Petrel- 53 la, Santa Caterina, Aldo e l’origine del corsivo. La misteriosa nascita di un carattere, «la Biblioteca di via Senato», a. VI, n. 3, marzo 2014, pp. 21-28. 24 [James Clough], Antologia di caratteri italiani del Novecento, Milano, C.F.P. Riccardo Bauer, 1997, composizione manuale e stampa tipografica [300 esemplari]. 25 Stelio Crise, Di un patetico saggio di caratteri tipografici, Firenze, Edizioni Sansoni Antiquariato, 1960 [333 esemplari numerati]. 26 Carlo Niccolai, Il mondo va da se, diceva il Fossombroni. A proposito di un campionario di caratteri, Pistoia, Edizioni Can Bianco - Niccolai, 1982 [350 esemplari numerati], nessun esemplare localizzato in biblioteche pubbliche. 27 Carattere Paganini. R. Bertieri, A. Butti, Nebiolo Torino 1928, Santa Lucia ai Monti (Verona), Alessandro Zanella, 24 febbraio 2010, composto e stampato manualmente in 50 esemplari numerati. 28 [Enrico Tallone], Omaggio ad Alessandro Butti creatore di tipi, Alpignano, Tallone, 2002, stampato in caratteri disegnati da Butti [300 esemplari]. 29 [Enrico Tallone], Giulio da Milano creatore di tipi, Alpignano, Tallone, dicembre 2007, stampato con caratteri disegnati da Giulio da Milano [180 esemplari]. 30 [Enrico Tallone], I caratteri razionalisti italiani del periodo 1930 & 1940, Milano, Triennale di Milano – Alpignano, Tallone, dicembre 2006, stampato con caratteri razionalisti [570 esemplari]. Ne è stata realizzata anche una versione in inglese, s.d.t. 31 1852-2002. A hundred and fifty years of italian graphic arts and the types of the Nebiolo company, Alpignano, Tallone, 2002, senza indicazione della tiratura. 54 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Avventure visive Su Rem Koolhaas e lo Sguardo dell’occhio Riflessioni sull’opera del curatore della Biennale di Architettura SANDRO GIOVANNINI H o la netta sensazione che tutti possano legittimamente equivocare su Rem Koolhaas (1944) e che lui ne sia consapevole e che possa pienamente gustarsi questa situazione di confusione mediatica del e sul suo messaggio. Chi ha letto infatti il suo Junkspace edito da Quodlibet nel 2006 (testo che la Biblioteca di via Senato conserva in uno dei suoi tanti Fondi), e ora giustamente riportato ai fasti comunicazionali anche dall’incarico (tra tanti, tutti prestigiosi) alla Biennale di Architettura 2014, si è reso conto di una cosa, essenzialmente: Koolhaas prende posizione sulla base di una verifica puntuale dell’esistente: Non fare la morale, non interpretare (artisticizzare) la realtà ma intensificarla. Punto di partenza: l’accettazione intransigente della realtà… metodo di lavoro: isolare, collegare. Dunque autenticità. Non di colui che fabbrica, ma dell’informazione. L’artista non è più un artista, ma un occhio freddo, razionale.1 A parte l’immediato risguardo ad una scuola dell’occhio che va, nel secondo dopoguerra, dai francesi ai tedeschi, con qualche perfetta corrispondenza e con alcune dissonanze, non tanto per l’accettazione del mondo per come (ormai) è, ma soprattutto per il retroterra filosofico antecedente alla presa d’atto, Koolhaas sembra programmaticamente (non certo autenticamente), partire non da una teoria per dimostrarne un’altra, ma far base dall’osservazione lucida e capace di collegamenti su più piani, per poi enucleare una sua linea interpretativa ed espressiva. Questo almeno per quanto riguarda l’esame analitico dell’esistente, nella conurbazione attuale e non certo perché non abbia avuto od abbia (tuttora) delle idee filosofiche e/o politiche. Anzi, sono proprio le sue idee filosofiche e politiche, fin dagli esordi al De Haagse Post negli anni ‘60, a rendere duplici (ma non dialettiche, almeno in linea teorica) le sue posizioni rispetto alla Bigness e allo Junkspace, in quanto da una parte vede in queste due dimensioni un inquietante buco nero della modernità, dall’altro considera inevitabile e quindi antistorico opporvisi, se non tramite strategie ben definite e complesse, certo non da tutti ben comprensibili. Tanto è vero settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 55 Nella pagina accanto: Rem Koolhaas (1944). Sopra: la Biblioteca Centrale di Seattle, opera di Rem Koolhaas del 2004 che a un osservatore comune, le sue opere architettoniche (non quelle letterarie) si differenziano poco da quelle invalse, tra altre archi-star, negli ultimi decenni, dimensioni che il letterato, invece, sa contrarre con uno spirito caustico, feroce nell’affondo brillante, quanto corrispondente ambiguamente alla propria linea filosofica. L’uomo dell’occhio pertanto, proprio partendo dalla sua capacità di vedere e non solo di guardare, nato nella dimensione creativo/intuitiva di commentatore di costume e di sceneggiatore, qualche anno più tardi, si avvicina all’architettura, persuaso che il progetto debba, innanzitutto, esprimere un’idea letteraria, costruire una storia che giustifichi la presenza o la realizzazione di un’opera architettonica.2 La reazione smodata di molti feriti dallo sguardo dell’occhio binoculare e penetrante di Koolhaas, che va verso l’alto e verso il basso mantenendosi perfettamente al centro della realtà contemporanea, tipico sguardo telemetrico “al di là del bene e del male”, a noi sembra proprio più dispiacere ai paludati e/o agli straccioni, ovvero alle due principali categorie dei suoi detrattori di mestiere o di circostanza, che non si rendono conto che lui è una cartina di tornaso- 56 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 A sinistra: Sede della CCTV, Pechino (2008). A destra: La Spui Station (1998) dell’Aja dei processi storici ha formato un complesso teorico, (quello di Augé), non certo facilmente deducibile o utilizzabile sempre, ma comunque con forti implicazioni di riconoscibilità, mentre Koolhaas riesce simpaticamente a scontentare tutti nel mentre che graffia, sparge un panorama di colori significanti e non solo di pigmenti autoreferenziali alla Action Painting ed ottiene il grande successo. le, manovrata però genialmente da un laboratorio che sperimenta, valuta e sforna brevetti. (E lui ne è l’inventore, l’aedeo ed il comunicatore). La stessa valenza di un concetto ormai diffusissimo: quello di nonluogo di Marc Augé, (luogocomune ormai anch’esso capace di creare molta più confusione interpretativa e liquidazione semplicistica di quanto potesse apportare di comprensione profonda per le implicanze psico-sociali ben segnate, problematizzanti e previste dall’autore), è stato integrato e quasi superato (in apparenza) dallo Junkspace e dalla Bigness, ma possiamo ben considerare che vi sia una perfetta corrispondenza tra tali concetti, rimandando necessariamente tutti e tre alla proliferazione massificata e globalizzata. Il problema è che dietro al nonluogo vi è una lunga processione o deriva delle implicazioni globali ma eterne della convivenza antropologica basti pensare al problema della “repressione” in Augé - che invece nei testi di Koolhaas è sempre una freccia polemica, geniale, ma isolata da un pensiero ideo-logico organico, per quanto ricorrente e ripresa di volta in volta. Questa consapevolezza È indubbiamente l’elemento della proliferazione che governa la conurbazione e che non fa più (solo) edifici o (solo) urbanismi, ma denota di sé un mondo subdolamente significante nel mentre la connotazione stessa s’espande a macchia d’olio inarrestabile, nella sua sovrabbondanza ideologica agerarchica. (l’eccesso di Augé). La “libertà eroica” nell’osservare la perdita del centro e del simbolo: se, da una parte, la Città Generica è, infatti, la città che si è eroicamente liberata dalla schiavitù del centro e dalla camicia di forza dell’identità, spezzando l’asfalto dell’idealismo con il martello pneumatico del realismo, dall’altra essa è la città settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano definitivamente sedata, il luogo di sensazioni deboli e rilassate, il trionfo di una terribile quiete che si compie tramite l’evacuazione della sfera pubblica. Tutto ciò denota il convinto anarchismo di Koolhaas, il suo spinto compiacimento nel constatare l’annichilimento di dimensioni millenarie e la genialità nel descrivere il negativo, nel portare, persino, a galla l’indicibile quando ci ricorda che in alcuni paesi ex-emergenti dell’Asia, ormai tra i più evidenti corifei della modernità nelle loro sfrenate realizzazioni, lo «shop- ping non è una semplice frenesia di consumare ma una autentica essenza della vita urbana».3 Chi (ammette) di vedere, (come fa Koolhaas), può denunciare e può pensare a qualche ipotetico (e magari anche concreto) limitato rimedio, ma il fatto della conurbazione che significa solo se stessa, rimane nella sua dirompente tragicità, suggerendo un giudizio complessivo. Che è implicitamente ideologico, anche se gli stupidiintelligenti od i coperti dal successo, non lo vorranno mai am- 57 mettere. È esattamente ciò che fa infuriare tutti coloro che in buona o cattiva fede pensano che la pesanteur possa essere contrata da mezze misure o da una gestione, magari appena meno delinquenziale o solo un poco più onesta dell’esistente… senza incidere sui fondamentali, quelli di cui Koolhaas fa paideia. Costoro si chiamano progressisti? Se sta bene a loro… Ma noi non lo crediamo, soprattutto se togliamo al progresso la sua giustificazione interna e decisiva, che sarebbe probabilmente tremendamente smarcante (essendo ontologica, filosofi- 58 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 mi, con lo statuto ipocrita della cura obbligatoria e senza-fine-vita e con il contestuale richiamo parallelo alle fedi più o meno esotiche (sempre di necessità traslate ed alla fine ridicolmente parafrasate e non consideriamo neanche i fondamentalismi che sono impressionanti fughe per la tangente), ancor più incapaci di quelle endogene ormai consentanee a tutto, di opporsi, se non funzionalmente e residualmente, alla spaventosa carenza interiore di potenzialità stoica. La Kunsthal di Rotterdam (1993) ca, ancora prima che etica). Se la forma tangibile della libertà tende a residuare nel consumismo compulsivo, ultimo stadio del post-capitalismo che si suggerisce come fine-del-mondo senza ovviamente poterlo essere, si capisce questa accettazione massiva e frenetica della (de)pressione del sistema, nell’essere ridotti gradualmente a compartecipi compiaciutamente anarcoidi della gestione sociale, sedati dalla società medicalizzata in quanto progressivamente nevrotizzata, dalla cultura terapeutica e dal culto della felicità indotta promossa dal nuovo conformismo emotivo, che giustifica l’edonismo spicciolo e irresponsabile. Ora noi sappiamo bene quanto il percorso del nuovo conformismo emotivo ed il culto della felicità indotta abbia invece ben poco a che fare con la vera sofferenza psichica e con la relativa terapia clinica e che la teolologia del denaro che è il brodo di cucina del nuovo obbligo alla felicità, sarà sempre ingannevolmente e mortificatamente suadente, se non seguendo la stessa logica che segue Koolhaas… proprio questa illogica planetaria impostasi, che trasforma singoli e complessità in deformi ed infor- NOTE 1 R. Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, p. 111. 2 Ibidem, p. 112. 3 Ib., p. 118. Insomma, i passi di Koolhaas, al di là degli ammiccamenti e delle scudisciate, sono quelli in consonanza con un pensiero di tradizione e di costante ricerca, non conferme, pleonastiche e quindi non essenziali, ma modi propri invece nel procedere intellettuale di chi vede e non volge il viso altrimenti; capaci di farci più che sospettare che questa implementazione folle, che ha trovato dei sapienti cantori, troverà anche sicuramente (e saranno altri canti, forse meno sapienti ma più immediati), raggiunto il possibile estremo (se non interverranno inaudite sorprese) e risparmiandoci le facili declamazioni come i più che squallidi compiacimenti, chi dovrà affrontarla prima o poi con un carico di verità, responsabilità e destino, ben diversi da ciò che oggi sembra contare. 60 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 61 L’Altro scaffale Il pensiero filosofico non è una coppa gelato! Piccole ma preziose proposte di collezionismo ALBERTO CESARE AMBESI L a filosofia si può e si deve gustare in ogni stagione, ma non è una coppa gelato, né un dorato panettone. In altri termini: sarebbe sbagliato considerare i consulti filosofici, oggi di moda, come il migliore succedaneo ai consolatori peccati di gola. Il pensiero filosofico, difatti, ha sempre come sottinteso fondamento inquietudine o angoscia. E ciò è risaputo o dovrebbe esserlo. Perciò domandare a un filosofo - a un vero filosofo - il rimedio ai problemi individuali e/o a quelli della propria impresa è un’iniziativa azzardata, se non pericolosa. Non per nulla, laddove si ragiona dell’Essere e del Non Essere, in qualunque alveo o applicazione, ogni singola psiche, piaccia A sinistra: Hendrick ter Brugghen (1588-1629) Eraclito, 1628, Amsterdam, Rijksmuseum. A destra dall’alto: Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900); Giovanni Gentile (1875-1944) o non piaccia, è chiamata a duellare con diverse figure dell’Oscurità. Come potrebbe porgere aiuto, quando essa, per prima, è impegnata in una cerca della quale quasi tutto le è ignoto? Per di più, accade di frequente che i filosofi di maggiore singolarità lascino ai posteri dottrine che si prestano a controvertibili interpretazioni, per cui può avvenire, per esempio, che Friedrich Nietzsche (18441900) e Ugo Spirito (18961979), risultino più che mai pensatori egualmente scomodi malgrado abbiano illuminato un certo versante filosofico con luci diversamente incidenti e di dissimile natura. Nulla di meglio, allora, che riandare alle formulazioni maggiormente rilevanti di tali autori, anche perché vi sono altre voci, non troppo lontane, che dovranno riguardarsi come componenti di ideali costellazioni dotate di una vivida luce propria: da Henri Bergson (1859-1941), padre 62 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Sopra: Il discorso inaugurale dell’Accademia d’Italia tenuto da Tommaso Tittoni, 1929. A destra: Martin Heidegger (1889-1976) spirituale di Pierre Teillhard de Chardin (1881-1955), a Giovanni Gentile (1875-1944), maestro di Spirito, da Martin Heidegger (1889-1976), bizzarro e indisciplinato scudiero, per qualche tempo, sia di Nietzsche sia di Edmund Husserl (1859-1938), al filosofo e teologo cattolico Jean Guitton (1901-1999), esponente di punta del discusso metarealismo. Nomi che, come intuibile, non ho elencato per caso ma bensì perché trascelti nel contesto di due recenti cataloghi pubblicati, rispettivamente, dalla Libreria Antiquaria Cappellini di Fi- renze e dalla Libreria-Editrice Scripta Manent di Albenga. E per ben cominciare, con esplicita coerenza, inizierò con il sottolineare che la libreria ligure propone una coppia di saggi, in prima edizione, diversamente indicativi dello sviluppo “labirintico” del pensiero di Ugo Spirito: L’Idealismo italiano e i suoi critici, pubblicato da Le Monnier nel 1930, e Inizio di una nuova epoca, edito da Sansoni nel 1961. La prima di tali opere è una brossura in 8°, può dirsi in discrete condizioni di conservazione (il solo dorso è bisognoso di restauro), consta di 268 pagine e può considerarsi tuttora una basilare esegesi della filosofia gentiliana, di contro la quale è difficile allineare valide argomentazioni. Costa centoventicinque euro. Di poco diverso il cenno che potrà dedicarsi al corposo esemplare (344 pagine), dell’Inizio di una nuova epoca, trattandosi di un libro con brossura e con sovracoperta originali proposto al curioso prezzo di centoventinove euro e undici centesimi. Basterà comunque precisare, in questo caso, che il volume, anch’esso in 8°, s’inserisce nella storia della filosofia italiana moderna a somiglianza di una progettazione intermedia fra scienza e conoscenza e con l’ambizione di giungere alla costruzione di una ricerca capace di rigenerarsi in maniera ricorrente. Riflettere oggi sull’Inizio di una nuova epoca non è dunque impresa da poco. Le illusioni meta-storiche che vi sono profuse, così come le veritiere sue induzioni e deduzioni concettuali, richiedono difatti d’essere soppesate con un criterio d’eguale peso anti-dogmatico. Lo stesso criterio che può e che deve essere applicato, a maggior ragione, quando si vo- settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano glia risalire a Giovanni Gentile, e in specie ad una sua opera in apparenza “minore”, in quanto dedicata, con frequenti riferimenti recensivi, al tema de Il modernismo e i rapporti fra religione e filosofia; argomento, in effetti, quasi marginale per il Filosofo impegnato nel concepire le modalità con le quali l’Atto puro poteva conservarsi tale, pur trasfondendosi nel sapere e nelle arti, oltre che nella teologia, quando riuscisse farsi filosofia. Un avvertenza importante: il testo in brossura di 464 pagine, in 16°, che qui si segnala, pubblicato da Sansoni nel 1965, raduna, in effetti, due cicli di studi, per cui è comprensibile che, nel lungo suo titolo, risultino inglobate indicazioni che, in parte, si sono già ricordate: La religione Il modernismo e i rapporti fra reli- 63 Sopra da sinistra: Henri-Louis Bergson (1859-1941); Jean Guitton (1901-1999), ritratto a Gerusalemme nel 1935. A sinistra: Ugo Spirito (1896-1979) a colloquio con un funzionario del Partito comunista cinese, Pechino, 1960 gione e filosofia - Discorsi di religione. Da rilevarsi che il libro conserva la brossura originale, ha bruniture e qualche adesivo sulla copertina, ma è in buono stato. Il suo costo è di ventidue euro. Maggiormente rilevanti, forse, i motivi d’interesse del celeberrimo volume L’evoluzione creatrice di Henri Bergson, la cui prima traduzione italiana, da poco riproposta da Scripta manent, uscì nel 1925 (Athena Editrice, Milano), diciotto anni dopo l’originale edizione francese. La copia offerta - 242 pagine, formato in 16° - ha una legatura in cartone telato marrone, copertina muta (ma è conservata, all’interno la coperta originale) e vecchia firma di appartenenza. Prezzo: quarantacinque euro. Opera che diede un rinnovato vigore alla corrente spiritualista novecentesca, oggi di certo bi- 64 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Sopra da sinistra: Edmund Husserl (1859-1938); Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). Nella pagina a destra: Giovanni Gentile tiene il Discorso agli Italiani (24 giugno 1943) sognosa di aggiornamento laddove si richiama a specifiche cognizioni scientifiche, L’evoluzione creatrice resta tuttavia un testo per certi versi enigmatico, oltre che in grado d’inserirsi appieno entro l’attuale dibattito epistemologico. Basti sottolineare, a tale proposito, che, nell’ambito della sua articolazione, vi è enunciata l’ipotesi che a ogni accrescimento ed espansione della coscienza corrisponderebbe - puntualmente - la moltiplicazione d’innumerevoli virtualità: una tesi, o constatazione, meno ovvia di quanto appaia a prima vista. Facile, a questo punto, rifarsi al noto commento, secondo il quale la classicità di un testo trova conferma quando esso sia divenuto un classico, nella considerazione generale. Vero, verissimo, anzi no. La filosofia, prima e ultima, di Friedrich Nietzsche, per esempio, si conquistò in breve una solida fama, ma dividendo i chiosatori in due partiti avversi non del tutto scomparsi. Rilievo che si formula tanto più volentieri, in quanto, da questo momento, aiuta a trascegliere fra le varie offerte della Libreria Antiquaria Cappellini di Firenze. A cominciare, per l’appunto, da una dozzina di titoli “nietzschiani” di edizione Adelphi, fra i quali non si può fare a meno di notare la terna costituita dai seguenti volumi, come nuovi, in 8°: a) Così parlò Zarathustra, un libro per tutti e per nessuno (522 pp., 10 n.n., uscito nel 1979); b) La Nascita della tragedia più Le cosiderazioni inattua- settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano li I-III (539 pp., più XIV., pubblicato nel 1982); c) Al di là del e del male. Genealogia della morale (pp.422, più 12 n.n., edito nel 1986). E il perché è noto e ignoto, nella stessa misura. È noto, in quanto ognuna di tali opere è una vivida testimonianza della lotta dell’Autore proprio contro le avvolgenti tentazioni psichiche di Dioniso; è ignoto, perché non vi è pagina, dell’uno o dell’altro libro, che non rinvii a un magistero sconosciuto, del quale si direbbero peraltro i consapevoli custodi Schopenhauer e Wagner. Interpretazione non ancora del tutto sviluppata. I tre testi elencati, come è ovvio, hanno ciascuno un costo diverso, a seconda della consistenza editoriale. Rispettivamente: trentotto, quaranta e ventidue euro. Prezzi più che accettabili, tenuto conto che ogni libro presenta ancora gli originari titoli in oro, la preziosa legatura editoriale di tela e la prevista sovraccopertina. È un’edizione Adelphi anche Il principio di ragione (pp.275, versione italiana del 1991) dell’arci-controverso Martin Heidegger, ma che in queste pagine si mostra comunque capace di porre la Ragione di fronte a sé stessa, fino alle estreme conseguenze. Non per nulla, il risvolto del volume adelphiano ricorda che «dopo un vertiginoso percorso» il Filosofo non può fare a meno di accennare «alla rosa di Angelo Silesio, che è senza perché». Ven- INDIRIZZI E RECAPITI LIBRERIA ANTIQUARIA SCRIPTA MANENT Regione Carenda, 11 Via Aurelia 17031 Albenga (SV) Tel.: 0182/52393 LIBRERIA ANTIQUARIA CAPPELLINI Corso Tintori, 27 r. 50122 Firenze Tel.: 055/240989 65 tisette euro e venti centesimi sono richiesti per l’acquisto di questo libro spigoloso e coerente. Costa invece soltanto diciannove euro il Saggio sull’amore umano (296 p.p in 16°, edito da Morcelliana, Brescia, 1954) di Jean Guitton, filosofo cattolico “innovatore”, ma tanto imprevedibile da essere definito dallo scrittore Albert Camus (19131960) come “l’ultimo dei grandi umanisti francesi” e riconosciuto da Bergson quale suo “erede spirituale”. Come non raccomandarne la riscoperta, visto che la Libreria Antiquaria Cappellini di Firenze ne offre la possibilità? 66 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 settembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 Filosofia delle parole e delle cose Orgoglio raffinato e seria dismisura L’arte della rima secondo Giorgio Caproni DANIELE GIGLI N on le parole sole, quindi, ma il loro stare assieme, il modo di intrecciarsi, la frequenza, il convergere di suoni e di echi. Ce ne accorgiamo fin da bimbi, quando i maestri dell’asilo ci fanno cantare e il ritmo viene prima del senso, come se lo trasportasse. O ancora ce ne accorgiamo da grandi, quando fermi al semaforo accendiamo l’autoradio e un motivetto in inglese di cui non distinguiamo le parole ci aggancia e ci impedisce di cambiare stazione. L’incontro delle parole, però, non ha solo un valore fonico-strutturale, perché su questo valore, dentro questo valore, sorge sempre un sovrasenso semantico. Quel che rende, per esempio, la coppia di aggettivi aria + fresca qualcosa di più della somma delle parole, qualcosa A destra: Giorgio Caproni. A sinistra: gli affreschi al’interno della Cappella Sistina, Roma che aiuta le parole non già a descrivere, ma a presentare, a far vedere. E allora avremo non aria + fresca, ma l’aria fresca: l’esperienza della brezza che soffia dalla finestra semi-aperta in mezza estate, nel primo pomeriggio, o l’uscire dal vagone della metro in pieno agosto. Di questi incontri, i veri maestri della lingua tentano sempre di sondare le possibilità, come artigiani scalpellini che modellano la propria materia. E la più immediata, lo sappiamo anche questo fin dalle filastrocche infantili, è senz’altro la rima: talmente elementare e talmente immediata da cogliere che normalmente nel parlare 68 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 Canaletto (1697-1768), Il cortile degli scalpellini (1725), Londra, National Gallery quotidiano cerchiamo di evitarla e ci scusiamo se per sbaglio salta fuori, come a ribadire che noi giochiamo secondo le regole e non vogliamo scartare dal senso comune. Per i poeti, invece, è diverso. Perché sarà anche vero, come è vero e come Montale ricorda, che le rime «sono più noiose delle / Dame di san Vincenzo» (Eugenio Montale, Le rime, 1-2) e che più cerchi di evitarle, più sbucano fuori impertinenti. Ma è altrettanto vero che alla rima, alla sua esistenza più ancora che al suo uso, la poesia deve molto, proprio per il suo valore strutturale. E che ancora oggi, se ben trattate, sanno aiutare in tanti modi interessanti i loro modellatori. Un esempio massimo è Giorgio Caproni, che sulla rima fonda molto del suo artigianato poetico. Sulla rima come elemento di struttura, e sul sovrasenso che il cozzare di parole a qualche verso di distanza consegna alle parole che stanno in mezzo. Una sua intervista alla radio del 1988 fa ben capire l’uso artigianale che Caproni ne fa: «Io credo molto in queste funzioni tecniche, che abbiano il loro valore in arte. Basta pensare al sommo poema […] Se io leggo già le rime del primo canto dell’Inferno, no?, vedo come sono tutte in funzione portante, quasi attraverso le sole rime io capisco, ho la chiave del primo canto: la vita, che è sinonimo di selva o di via, smarrita, la paura, dura, oscura, quindi la via smarrita, paura, dura, oscura e così via» (Era così bello parlare: con- versazioni radiofoniche con Giorgio Caproni, p. 221). È una lettura acuta, quella che Caproni fa dei primi versi della Commedia, ma che è resa ancora più interessante dal modo con cui egli se ne impadronisce, facendola entrare nella propria strumentazione tecnica. L’intervento alla radio, infatti, chiarisce quel che egli ha fatto in tanti casi nei suoi cinquant’anni di poesia, per esempio quando nel 1970, cambiando casa, Caproni non riconosce più, trovandola come abbrutita dalla brama e dalla solitudine, la borghesia allegra che aveva incontrato anni prima nello stesso quartiere. E per dirlo agli altri, per far vedere, direbbe Eliot, il proprio pensiero, il pensiero della mente poetante, alle menti «ordinarie», va a ricuperare, riusandoli, i suoni che Dante usa, assegnando loro un nuovo respiro che porta in sé tutto il peso di quello dantesco. Addensando, legando in un suono, sette secoli di storie e di passioni, di desideri e di disillusioni. La luce sempre più dura, più impura. La luce che vuota e cieca, s’è fatta paura e alluminio, qua dove nel tronfio rigoglio bottegaio, la città sputa in faccia il suo Orgoglio e la sua Dismisura. (Giorgio Caproni, Via Pio Foà 1) ULTRAVELOCE, SUPER COMPATTO. L’innovativo sistema di epilazione permanente. PLUS AUTOMATIC FAST SYSTEM 1 PULSE FOR SECOND ULTRA VELOCE Emissione automatica dell’impulso ÄUVHPTW\SZVHSZLJVUKVWLY\U[YH[[HTLU[V HUJVYHWPMHJPSLLMÄJHJLL]LSVJL SUPER COMPATTO L’epilatore a luce pulsata dalle dimensioni super ridotte. 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Di certo a Grazia e Alceo, raffinati ristoratori che, da oltre trent’anni, deliziano ospiti che giungono a Pesaro anche da molto lontano, con meravigliosi piatti a base di pescato giornaliero. Santiago, questo il nome del pescatore (protagonista del romanzo Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, libro uscito nel 1952 e che la Biblioteca di via Senato possiede nella elegante edizione dei Meridiani Mondadori, con la traduzione di Fernanda Pivano), «era magro e scarno, e aveva rughe alla nuca; le mani avevano cicatrici profonde che gli erano venute trattenendo Ristorante Alceo Strada Tra i due Porti, 22 Pesaro Tel. 0721/287230 con le lenze i pesci pesanti». Quando non era fuori, al largo, sulla sua barca, a pescare, Santiago amava sedersi su una terrazza, di fronte al porto, in compagnia di altri pescatori che «gli parlavano con garbo della corrente, e a che profondità avevano gettate le lenze e del bel tempo stazionario e di ciò che avevano visto». Una terrazza immersa nel sole: davanti solo il mare e tante vele bianche. Una terrazza proprio come quella di Grazia e Alceo, esposta alla leggera brezza del mare, e pigramente accompagnata dal dolce sciabordio dell’acqua. Mano leggera quella di Grazia in cucina, mossa da sacrale rispetto per il pesce, sempre freschissimo e solo appena pescato. Amore e trasporto, quello di Alceo, per il suo lavoro e per la sua Grazia. Solo il mare è lì, a ispirarli, senza forzature, senza azzardi. Tutto è naturale, come dovrebbe essere. E semplice, come i celebri scampi del Conero al vapore (accompagnati dalla più buona maionese che si possa mangiare in Italia) o come la piccola frittura di gamberi, calamari e verdure: croccante e aerea come poche. Distillati di mare, come il carpaccio di ombrina o le carnose cozze gratinate, raccontano delle tradizioni marinare di questa parte di Adriatico. I tagliolini con l’astice sono poi un’apoteosi, così come il rombo chiodato al forno: un piatto da mangiare e rimangiare all’infinito. Da bere solo una grande bollicina francese, magari uno Champagne rosé, con una predominanza di Pinot Noir nell’assemblaggio, magari un De Venoge… In attesa che Santiago, dopo una lunga battaglia, porti a terra il pesce tanto atteso: il suo gigantesco marlin, «con la testa lucente e la schiena rosso scuro», con «la grande pinna pettorale e l’enorme coda»… 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO SANDRO GIOVANNINI Sandro Giovannini (1947), poeta e saggista, collabora a vari quotidiani e riviste. Con il Centro Studi Heliopolis (costituito nel 1985) porta avanti un’esperienza d’indagine sulle tecniche dell’antico confrontandole, in chiave creativa, con le logiche di ricerca contemporanea (poesia concreta, poesia visiva, mail-art, istallazione, performance). È stato fondatore e redattore della rivista «Letteratura-Tradizione». Fra le sue pubblicazioni: Atemporale (1985); Carme si-no (1986); Il piano inclinato (1995); L’armonioso fine (2005); Poesie complete (1960-2006). ...come vacuità e destino (2013). la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2014 ALBERTO C. AMBESI Alberto Cesare Ambesi (1931), scrittore e saggista, ha insegnato storia dell’arte e semiotica all’International College of Sciences and Arts e all’Istituto Europeo del Design. Fra le sue opere si ricordano qui: Oceanic Art (1970), L’enigma dei Rosacroce (1990), Atlantide e Le Società esoteriche (1994), Il panteismo (2000), Scienze, Arti e Alchimia (riedizione ampliata e rinnovata di un precedente saggio, Hermatena, Riola, 2007) e le particolari monografie Nella luce di Mani (2007) e Il Labirinto (2008). È stato critico musicale del quotidiano «L’Italia» e ha collaborato alle pagine culturali de «La Stampa». GUIDO DEL GIUDICE Guido del Giudice, è considerato uno dei più profondi conoscitori della vita e dell’opera di Giordano Bruno, cui ha dedicato decenni di studi e ricerche, coronate da importanti scoperte. Numerose sono le sue pubblicazioni, fra libri e articoli. Nel 2008 ha vinto la prima edizione del Premio Internazionale Giordano Bruno con il testo La disputa di Cambrai (Camoeracensis Acrotismus). Fra le sue opere si ricorda anche la prima traduzione italiana della Summa terminorum metaphysicorum. Dal 1998 cura il sito internet www.giordanobruno.com , punto di riferimento per appassionati e studiosi di tutto il mondo. MASSIMO GATTA Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. DANIELE GIGLI Daniele Gigli (Torino, 1978) lavora nella conservazione dei beni culturali. Studioso di T.S. Eliot, ne ha curato alcune traduzioni, tra cui quelle di The Hollow Men (2010) e Ash-Wednesday, di imminente uscita. Ha pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e Presenze (2008) e sta attualmente lavorando al libro Fuoco unanime. LUIGI MASCHERONI Luigi Mascheroni ha lavorato per «Il Sole24 Ore», «Il Foglio» e, dal 2001, per «il Giornale». Scrive soprattutto di Cultura, Spettacoli e Costume. Ha una cattedra di Teoria e tecnica dell’informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Fra i suoi libri, il pamphlet Manuale della cultura italiana (2010) e Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia (2012). Sta lavorando a un saggio sui plagi letterari e giornalistici. È fra i fondatori del blog “Dcult” (difendere la cultura): http://www.dcult.it/. Dal 2011 ha un videoblog, primo in Italia, di videorecensioni: http://blog.ilgiornale.it/masc heroni. GIANLUCA MONTINARO Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è docente a contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero (2013). LUCA PIETRO NICOLETTI Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2013). GIANCARLO PETRELLA Giancarlo Petrella (1974) è docente a contratto di discipline del libro presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di insegnamento di Scienze del libro e del documento. È autore di numerose monografie fra cui: L’officina del geografo; Uomini, torchi e libri nel Rinascimento; La Pronosticatio di Johannes Lichtenberger; Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010). Ha curato le mostre Petrarca alla Trivulziana e Libri mei peculiares. Collabora con «Il Giornale di Brescia» e la «Domenica del Sole24ore».