L’ABDICAZIONE RAINER J. HANSHE L’ABDICAZIONE RAINER J. HANSHE translated by ALESSANDRA puggelli The Abdication © 2012 Rainer J. Hanshe Translation © 2014 by Alessandra Puggelli FOR RIGHTS, CONTACT: [email protected] PRIMAVERA 2032 ROMA Quando per la prima volta i bambini iniziarono a girare in tondo nel Circo di Massenzio, questo avvenne con un certo ordine e una certa armonia, ma mentre continuavano a girarvi in tondo diventarono sempre più disordinati, forse eccitati dalla temperatura mostruosamente alta, quasi violenta che, nonostante fosse solo primavera, sembrava aumentare man mano che giocavano, forse eccitati dal brivido delle loro scoperte, o da una pura e semplice allegria, e, a causa del disordine, non riuscivano a ricordare quando avevano iniziato per la prima volta a girare per il Circo di Massenzio, così sembrava che non avessero mai iniziato, ma che stessero a girarvi da sempre, con la polvere che si alzava in aria in piccole spirali quando i bambini andavano avanti e indietro, con i sassi spinti da tutte le parti, scagliati dai loro piedi tumultuosi mentre sgambettavano qua, là, ovunque, dissotterrando tesori vari; risa e strilli echeggiavano nello spazio quando alla fine tutti confluirono davanti ai resti raccolti nei loro giri, e raccolti a mucchi, ogni ragazzino iniziò a disporre i pezzi disparati come se fosse stato un archeologo, sistemando i rottami in un ordine che solo i bambini riescono a concepire, e il tutto accadde in modo apparentemente spontaneo, come guidati da una qualche forza inesorabile, e per terra si trovavano esposti occhielli metallici, castoni, mandrini, cuculi, pignoni, ruote dentate, meccanismi per campane, mantici, camme, ma anche quadranti di ogni forma, dimensione e tipo, che vennero allineati sia lungo il muro esterno sia la “spina” del Circo, e man mano che disponevano i pezzi, il Circo di Massenzio iniziò ad assomigliare ad un colossale cimitero di orologi, o a un magazzino dove la temporalità stessa veniva fabbricata, o simulata una volta per tutte, dato che i bambini sembravano aver raccolto un assortimento infinito di pezzi del tempo; anche se non era chiaro come fossero finiti nel Circo, tuttavia, ovviamente, centinaia e centinaia di orologi di epoche diverse vi erano stati smantellati e sparpagliati, e quando i bambini si inginocchiarono davanti agli oggetti in esposizione, iniziarono ad agitare in aria delle ranelle, a far rotolare per terra scappamenti e tendicingoli, a strizzare molle di sospensione l’una contro l’altra, mentre altri picchiavano insieme pacchi-pignoni e pesi, e tenevano sollevate delle campane e le suonavano con uncini e anelli e forcelle, si sistemavano pendoli l’uno sul corpo dell’altro come se dovessero diventare orologi loro stessi, e si mettevano addosso manovelle e ghiere e pendoli doppi come se quegli oggetti fossero veri e propri organi che avevano necessità di sussistere, e quando un ragazzino crollava dal ridere o dalla stanchezza, un altro prendeva una chiave da orologio e la faceva girare più e più volte sul cuore dell’altro finché questo non si alzava da terra e riprendeva a muoversi, anche perché, come mostravano quegli orologi, il tempo poteva trovar fine, o così qualcuno credeva, e poteva ricominciare da quel punto morto, esplodendo dal nulla in un qualcosa, dall’inerzia all’èrzia, e infine i bambini raccolsero gli ultimi pezzi, vale a dire assi di bilancieri e boccole, che vennero trasportati tutti insieme in un’ultima serie frenetica di gesti deliranti, e come se avessero portato a compimento un qualche puzzle diabolico, micrometri, dadi esagonali e commutatori vennero disposti in un certo ordine arcano e inesplicabile, che per loro era molto logico, benché, ovviamente, i pezzi non fossero stati disposti secondo una qualsiasi logica della meccanica, per quanto fosse precisa la disposizione, ma, alla fine, la massa delle lancette delle ore, dei minuti e dei secondi venne fissata a terra con bocchette, incastellature a corona e spinette, e ogni bambino ridacchiava nel far girare le lancette torno torno, ora in questa ora in quella direzione, con molte incastellature e spinette che si allentavano, e le diverse lancette giravano e giravano nell’aria mostruosamente calda, muovendosi qua e là, sfrecciando come dardi in direzioni infinite … Mentre i bambini se ne stavano distesi a terra innanzi ai detriti e la polvere e il tumulto delle risa iniziavano a calare, uno di loro sussurrò: Sentite un po’! E tutti ascoltarono il suono acuto, alto e stridulo delle api che stavano appunto iniziando a formare una tempesta. In quel momento, i rami dei fichi misero le foglie, spuntarono e si aprirono i teneri germogli. E un altro bambino sussurrò: Sentite un po’! E nella calma assoluta, prestarono ascolto al mugghio rude, basso e profondo dello sciame prima che iniziasse ad assembrarsi — il suono acuto e tagliente delle api che radunano la colonia. Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp. Più lontano, lungo la strada, in un campo non troppo distante dalla Chiesa del Domine Quo Vadis, in attesa del ritorno del capobanda, una compagnia di musicisti suonava, mentre capre e scimmie scorrazzavano tutt’intorno. Poi un altro bambino sussurrò: Sentite un po’! mentre giungeva alle loro orecchie attente il sibilo stridulo della scorta che guidava lo sciame al bosco, mescolandosi al mugghio della parte finale dello sciame, uno strano miscuglio udito solo dalle api in cerca di rifugio. Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp. Di lì a poco, le Blastophaga psenes sarebbero arrivate per sacrificarsi ai fichi, perdendo le ali e quasi tutte le antenne, per morire mentre il frutto consuma ogni minuscolo cadavere, con le sue rotondità ammaccate e violacee che scoppiano di morte e piacere. Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp. E agli animali piaceva il suono degli strumenti che echeggiava per il campo, una cacofonia di campanelli, zufoli, percussioni e fiati d’ogni genere. Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp. E numerosi uomini e donne della compagnia, travestiti da satiri e menadi, danzavano, saltavano qua e là con vigore, forzavano i corpi fino al limite estremo, una plasticità fluida era evidente in ogni gesto cinetico, gesti spesso punteggiati da gemiti estatici. Voltatisi all’improvviso, gli animali si innervosirono, si ammassarono—agitati, ansiosi, esaltati. Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp. Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp. Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp. D’un tratto, dalle nuvole apparve un elicottero, e si avvicinò: mentre scendeva, dei lampi eruppero da tutto il cielo e continuarono a guizzare in successione da est ad ovest, colorando il firmamento di rosso, ocra, blu e marrone scuro. I bambini si esaltarono nel sentire che l’elicottero si avvicinava, e quando videro balenare un lampo nel cielo, vennero presi dalla gioia e corsero verso il luogo, con la loro energia del tutto rinnovata. Quando il capobanda toccò terra, in lontananza, un denso lampo blu si allungò dalla nube più alta in cielo e andò a colpire un cipresso, e poi un altro fulmine si scagliò dalle nuvole, e questa volta colpì un pino, e un terzo fulmine colpì, questa volta spaccando in due metà perfette un cedro; lo schianto, il brontolio e il rimbombo echeggiarono per tutta Roma mentre gli alberi venivano abbattuti, piegandosi in ogni direzione, le radici strappate con violenza dal terreno con alacre velocità. Un penetrante squillo di tromba eruppe nel momento in cui il capobanda, con faccia celata da una strana maschera ammaliante, si incamminò dal campo verso l’Appia Antica, accompagnato dagli schiamazzi delle iene. Quando alla fine arrivarono i bambini, che iniziarono a radunarsi intorno alla compagnia, il capobanda ridendo gettò loro delle monete, lanciò in aria gli oggetti; gli piaceva il suono che facevano quelle reliquie quando colpivano il terreno e rimbalzavano avanti e indietro mentre i bambini le inseguivano, scorrazzando in giro per raccoglierne quante più potevano, addirittura scavando tra le crepe dell’Appia per recuperare le monete cadute nelle fenditure. In mezzo alla strada il capobanda si inginocchiò sul massiccio acciottolato lucido e, con il viso rivolto a nord, come se guardasse direttamente nel cuore di Roma, posizionò un pestello e un mortaio davanti a sé. Prese un piccolo seme dalla tasca dell’ampio mantello nero, lo tenne in alto, le braccia allungate al di sopra della testa, e guardò diritto in cielo, poi lo mise nel mortaio. Con un’occhiata circolare, guardò la compagnia avvicinarsi sempre più fino a circondarlo, con gli animali al seguito, le capre e le scimmie che puntavano verso l’anello più interno del cerchio, le iene subito dietro, accompagnate dai bambini. In silenzio, l’uomo tenne il pestello sollevato. All’istante, una quiete mortale pervase l’aria — erano tutti pietrificati, anche gli agitati bambini. Guardando quelli che lo circondavano, lentamente abbassò il pestello fin dentro il mortaio, poi, con delicatezza, polverizzò il seme … Estrasse un altro seme dalla tasca, si voltò verso sud-est, poi si prostrò totalmente sul mortaio e, nel risollevarsi, fece cadere il seme nella ciotola; una volta sistematosi al centro, con delicatezza, polverizzò anche quello … Voltatosi verso est-sud-est, estrasse un altro seme dalla tasca, iniziò ad oscillare avanti e indietro come la fiammella di una candela, poi, sentendo l’odore di alcune spezie portato all’improvviso dal vento, smise di muoversi e, nella quiete più totale, polverizzò il terzo seme … Alla fine, prese una manciata di semi dalla tasca e, uno a uno, li frantumò tutti tra le dita, e versò nel mortaio i resti frantumati, che gli caddero dalla mano come fiocchi di neve annerita. Mentre guardava fisso nella ciotola come in un vortice o un qualche orizzonte che si allontani all’infinito, prese il pestello e iniziò a roteare; volteggiava e volteggiava in tondo, il palmo destro verso terra, quello sinistro verso il cielo, piroettando sul piede destro con agilità perfetta, e ad ogni giro completo aumentava di intensità e velocità. A scopo cerimoniale, iniziò a intonare un canto, poi ben presto smise di volteggiare, si tolse il mantello nero, rivelò uno splendido abito color borgogna, e inginocchiatosi davanti al mortaio, schiacciò sistematicamente i resti frantumati fino a triturarli. O, temerari! O ricercatori, esploratori e sperimentatori! Chi di voi ama il pericolo? O solcare mari terribili, avventurandosi in cosa—il nulla? Non siamo noi quelli che trovano inebrianti gli enigmi? Non siamo noi quelli che traggono godimento nel far domande, nell’analizzare, nel … frantumare ? Ma nel frantumare, non cerchiamo—qualcos’altro? Chi è in grado di penetrare questo enigma dei semi? Chi di interpretare quei gesti? Non bramate di sapere? Io bramo … Twarp, twarp, twarp, twarp, twarp, twarp. Twarp, twarp, twarp, twarp, twarp, twarp. I resti polverizzati turbinarono nell’aria, scomparvero con la polvere e il vento, vorticarono via mentre l’elicottero si alzava e svaniva tra le nuvole. Io bramo … Battendo il mortaio con il pestello, con delicatezza, l’uomo diede vita ad un ritmo che la compagnia iniziò a riprendere, non solo con tutte le percussioni, ma anche col corpo, e il cerchio iniziò ad allargarsi ed espandersi man mano che i musicisti variavano i ritmi e intensificavano la forza con cui colpivano corpo e strumenti, e ad ogni nuovo ritmo i membri della compagnia lasciavano il cerchio e iniziavano a ballare con frenesia, e, via via che sempre più suonatori lasciavano il cerchio per ballare, ognuno muovendosi secondo uno stile pertinente al proprio fisico, dal momento che la compagnia non era formata soltanto da figure agili e flessuose, ma anche da paffuti e deformi, l’uomo fece mostra delle sue abilità di giocoliere, lanciando molto in alto torce infuocate, pale da vaglio e blocchi di legno, tutti a forma di lettera o segno diacritico, e mentre marciavano lungo l’Appia verso la Chiesa del Domine Quo Vadis, lui con i giochi di destrezza modificava il ritmo della musica, e iniziarono a suonare i loro strumenti i sassofonisti, poi i fagottisti, e i suonatori di tromba e i cornisti, che da allora chiamarono tutti a raccolta con il suono robusto, basso e fosco delle ampie cavità coniche che risuonavano nell’aria, un suono gradito a capre, scimmie e iene. Mentre la compagnia se ne stava davanti alla chiesa e il capobanda continuava a destreggiarsi con gli oggetti, quest’ultimo chiese: Non è questo il campus sacro dedicato a Rediculus, quello che per i Romani era il ‘Dio del Ritorno?’ Uno della compagnia urlò: Varrone lo chiamava Tutano! E quelli che si esibivano con le aste replicarono: Vorremmo vederti tutto l’ano! E un nano chiese: Non è qui che venne sepolto il famoso corvo parlante? No! È il luogo di una visione! Balle! Niente visioni, tonti! Continuiamo a marciare! Ma il cammino sarà lungo e difficile — perché non facciamo un’offerta a Rediculus? Ma màngiati una bistecca, piuttosto! Dentro c’è una lastra di marmo con l’impronta dei piedi di Gesù! Davvero? disse l’uomo, e lanciò tutte le torce con cui si destreggiava a quelli che gli stavano davanti, poi le pale da vaglio, il che gli permise di maneggiare i blocchi di legno con velocità e variazioni ben maggiori. Talvolta sembrava che alcuni blocchi rimanessero quasi s o s p e s i nell’aria per un momento, e a chi guardava con attenzione, e i cui occhi erano abbastanza acuti, risultava chiaro che aveva davvero iniziato a tracciare parole nell’aria, che stava lanciando i blocchi in un certo ordine, che, infatti, coi blocchi formava una frase intera. Continuava a destreggiarsi ed era divertito dai bambini che tentavano di imitarlo, lanciando in aria tutte le monetine che avevano raccolto. I piedi … di Gesù? Però non battono il palazzo Topkapı—hanno la barba di Maometto! Tutta la barba? No! Solo un po’, ma è sicuro come la merda che è di Maometto, non Mao’s!, e hanno anche i piedi, e un dente! Dov’è il clitoride di Saffo? Dov’è il retto di Belzebù? Dov’è il prepuzio di Gesù? E Dio? Sul dito di Santa Caterina! L’hanno sepolto insieme a lei? Cosa, Dio? No, il prepuzio! Dio è il prepuzio, e il prepuzio è Dio! Non è sepolto; è in un’abbazia carbonizzata nell’ovest della Francia. Il dorato dono dei doni di Carlo Magno! Non lo è—è in una prigione a Calcata. Non c’è più! Dei ladri l’hanno rubato dall’armadio del prete! Ma era quando la monaca carmelitana lo trovò? Non è che l’ha trovato; le apparve in bocca e disse che sapeva di miele! Se i prepuzi sacri sanno di miele, il miele allora è fatto di prepuzi sacri? Macché prepuzio! Preghiamo la santa fica! Il grembo immacolato della Madonna! Virginitas in partu! Dobbiamo santifica-rla! Che? Lei Lo ha fatto come Zeus ha fatto Dioniso? Scordatevi il Sacro Graal; dobbiamo trovare l’anello d’oro di santa Caterina! E la sua placenta? Hanno conservato anche quella? Certo, è a Montségur. Macché—è nel fundus uteri, inter faeces et urinam! Che vuoi saperne delle vergini? Datemi dei frutti dolci e maturi—non c’è niente di più succulento. Meglio uccidere un bambino in culla che covare desideri inattuati!1 Il capobanda si fermò, posò i blocchi a terra e si diresse verso l’entrata della chiesa. 1 “Sooner murder an infant in its cradle than nurse unacted desires”. La citazione è di William Blake da Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno. Ehi, dove vai? intimarono ridendo i festanti. Vado a Roma per … A Roma? Ma noi siamo a Roma! Vado a—vedere se i miei piedi ci stanno di preciso. Ma sei circonciso?! Il capobanda si girò come per togliersi la maschera e rispose: Mi hanno detto che so di miele … e invece di rivelare il viso, fissò saldamente la maschera alla testa, e si voltò. Continuiamo a suonare, gridarono altri, e continuarono a scandire ritmi con gli strumenti a percussione, benché sempre più selvaggi, mentre l’uomo entrava nella chiesa e le porte si chiudevano dietro di lui. Vennero raccolte le torce, e con esse le figure con il costume da menade formarono un cerchio in mezzo alla strada; una volta unite, le fiamme delle torce diventarono più calde e più luminose, guizzavano e lanciavano scintille in aria mentre le donne si avvicinavano alla chiesa e alcuni bambini seguitavano a lanciare in aria le monete, tentando di destreggiarsi con esse, mentre altri si rincorrevano in direzioni opposte, come per riprodurre un orologio impazzito, e altri ancora giocavano con gli animali. Quando alla fine le porte della chiesa si aprirono, il capobanda si diresse a grandi passi verso le fiamme, raccolse e accatastò sulle torce i blocchi di legno, i quali a quel punto iniziarono a bruciare, incitandolo a danzare lentamente intorno alle torce in uno stato di concentrazione, ci girava attorno, fissava la massa di fuoco che si rifletteva nei suoi occhi, facendo sì che il fuoco sembrasse emergere dal suo stesso corpo, e man mano che si avvicinava alle torce e recuperava i blocchi in fiamme, maneggiandoli con perfetta disinvoltura, sembrò che il fuoco e il corpo di lui iniziassero a mescolarsi, in un modo tale che le mani erano come le fiamme e le fiamme erano come le mani, e il fuoco, che aumentava gradualmente, era così impetuoso che i blocchi alla fine si disintegrarono, e guardandosi attorno, con un gesto, l’uomo invitò gli altri a ballare; i suoi movimenti divennero più vigorosi, il corpo si agitava e ruotava con allegria; come liberato da un qualche legame primordiale, il corpo articolava fisicamente la coscienza, e lo stesso succedeva anche ai corpi delle donne, i cui movimenti divennero frenetici mentre le vibrazioni dei tamburi e degli altri corpi deformi attorno ad esse correvano loro nella carne, con le teste che si rovesciavano all’indietro di scatto e si piegavano in avanti allo stesso modo, e da un lato all’altro, mentre si scioglievano i capelli e le magliette scivolavano giù dalle spalle, i seni imperlati di sudore, gli stomaci che si dilatavano e si contraevano con il fiato che diventava sempre più corto, mentre altre si allacciavano pelli d’animali alla vita e brandivano serpenti che sibilavano all’aria, con le lingue rosse, lunghe e fini che si lanciavano dentro e fuori, quasi all’unisono con le fiamme, come se fossero state un’estensione delle conflagrazioni. Incoronatesi con edera e quercia e salsapariglia nel pieno della fioritura, le donne all’estremità del cerchio lo chiamarono a gran voce, salmodiando all’unisono: Triboulet, Triboulet, guidaci tu; andiamo, andiamo, verso il centro della città, e cantiamo, cantiamo. E poi tappezza la città! Fallo sapere a tutti, dillo a tutti quanti, attacca manifesti e distribuisci volantini finché la gente non si riversa nelle strade ai tuoi ordini … Chiamali a te! Iniziamo! Un gran fragore di piatti risuonò nell’aria e i tamburi da sfilata rimbom-bom-bom-barono. Mentre il suo seguito di menadi travestite e di sileni corpulenti lo attorniava, Triboulet estrasse un salpinx dal tirso con cui ballavano e facendo risuonare il corno produsse un suono squillante, e annunciò: Amici! Vi mando lontano per radunare quelli della nostra razza, i ricercatori e gli indagatori, tanto audaci quanto coraggiosi, e anche gli errabondi e i nomadi; andate negli angoli più remoti della Terra e fate appello al nostro gruppo—è giunto il momento del nostro raduno: noi soli sappiamo cos’è possibile con questa compagnia! E così alcuni partirono per radunare i confratelli scellerati come comandato da Triboulet, il quale proseguì con il resto del seguito fin dentro il cuore di Roma, scorrazzando lungo l’Appia, liberando la gente dalle case con suoni sibilanti, rimbombanti, fragorosi, allettanti, seducenti, ipnotizzanti, richiamando persone su persone mentre attraversavano via Cilicia e poi la Porta Ardeatina, finché non raggiunsero il Parco Scipioni attorno al quale girarono più volte, con la musica che andava intensificandosi ad ogni svolta serpeggiante, scrosci di tamburi, piatti, campanelli e doppi flauti si mescolavano tutti in crescendo esplosivi e punti di rottura estatici, come se il suono stesso scoppiasse, e sembravano s o s p e n d e r e quasi del tutto i ritmi della musica, estendendo le armature del tempo fin quasi al collasso, finché Triboulet non scoppiò a ridere in modo sguaiato, e in quel preciso momento il tempo della musica accelerò e iniziò una cacofonia scatenata, i corni strillavano, guaivano, quasi gridavano, sforzandosi fino a punti di rottura, riecheggiavano grida umane, rumori animaleschi, e misteriose note distorte, come suoni di pianeti che girano su se stessi ad alta velocità, tutti suoni che aumentarono ancor più quando Triboulet soffiò in due, poi in tre corni contemporaneamente, suonando certe note ammalianti che servivano a segnalare il cambiamento del tempo e il mutamento del ritmo, con la cacofonia che si ritrasformava in battute più melodiche e melliflue. Ipnotizzati da tale musica potente, tutti quelli che erano alla sua portata iniziarono a ballare selvaggiamente, e anche quelli poco propensi al ballo vennero presi dalla musica, e non solo si sentirono stimolati, ma si resero anche conto che la loro coscienza iniziava ad alterarsi, la percezione ad acuirsi, e ciò che li circondava a brillare intensamente, come raggiante di nimbi, e acquisirono un senso più acuto della realtà mentre le onde sonore si infiltravano nei pori ed entravano nei muscoli fino a sembrare forza fisica o un liquido caldo, denso e potente che scorreva lungo il corpo, alterando le stratificazioni più intime, poiché la musica si spostò su di un altro livello, un livello in cui la materia non esisteva e tutto era interconnesso, un piano in cui esistevano solo le interrelazioni di probabilità, e nuove probabilità era quel che cercavano, di penetrare col suono a livelli subatomici, in un luogo di scambi continui tra materia ed energia, lingua e ottone, umano e capra, corpo e corpo, suono e carne, osso e aria, un vero scambio di fotoni ed elettroni di tutto ciò che li circondava, e mentre si verificavano questi scambi e ogni corpo veniva trasformato esattamente come accade ad ogni cosa, elemento e altro, Triboulet riunì di nuovo tutti e mentre i cornisti suonavano, il suo seguito continuò a marciare e da Via di Porta San Sebastiano, attraversò Piazzale Numa Pompilio e proseguì per le Terme di Caracalla verso il Circo Massimo, dove si sistemò e da dove numerosi membri della compagnia cominciarono a sfilare per arrivare nelle strade esterne di Roma, attaccando manifesti, fissando stendardi qua e là, arrivando in piazze e corsi, scrivendo per la città con gessi e vernice, vagando dall’Aventino al Colosseo e all’Esquilino, e dal Quirinale alla Salaria, e al Pincio e da Piazza del Popolo al Vaticano, con tutti i membri della compagnia che tornavano vestiti con tutte le panoplie, facendo i buffoni con braghette magnifiche, i campanelli ai piedi, il culo scoperto, interrompendo il corso regolare degli eventi, seducendo legioni di persone, prendendo con sé gli oppressi e gli smarriti, con cui ritornarono saltellando verso il Circo Massimo lungo Via Cavour, Via Nazionale, e Viale Trastevere, da Via della Conciliazione a Corso Vittorio Emanuele II, e da Piazza del Popolo giù per Via del Corso verso Piazza Venezia, intorno alla quale scórsero, distribuendosi in ogni strada, sparpagliandosi intorno ai Musei Capitolini, provocando una mischia gioiosa, o una confusione generale, perché erano in molti ad essere irritati od offesi dalle stravaganze della compagnia, e soprattutto dal fatto che decine e decine di loro erano considerati immorali, incivili, non adatti ad un mondo di pretenziosi e conformisti, eppure perfino i puritani avvertivano una qualche sensazione irresistibile tutte le volte che udivano la musica della compagnia. E, in generale, in quelli che incontravano la compagnia scaturiva un senso di sollievo e di gioia pervasiva, dal momento che il mondo era assillato da carestie e terremoti e una nazione insorgeva contro l’altra, il che venne interpretato da alcuni come i prodromi di una nuova era, poiché c’erano state molte notti in cui il sole si era oscurato, la Luna non dava luce, e si erano verificate continue piogge di meteoriti, come se il cosmo stesso fosse in guerra. Altri pensavano anche che sulla Terra stesse per verificarsi un disastroso mutamento geologico, devastante quanto una nuova glaciazione o un’età della lava, e molti in tutto il pianeta vennero presi da timori intensi e spaventosi, mentre parecchi sedicenti profeti continuavano a predire che la fine del mondo era vicina; anche se ogni volta quella fine mancava di verificarsi e l’estasi promessa non si produceva, ricalcolavano alla svelta le predizioni, affermavano di aver interpretato male i “segni” e, impassibili, nonostante il fatto che molte persone si erano suicidate per paura della fine del mondo da loro predetta, rinnovavano i pronostici con noncuranza, senza che la minima ombra di scetticismo infrangesse mai la loro fede ottenebrante. A causa dei continui attacchi terroristici nel corso delle ultime due decadi, molti erano assillati da una paranoia invalidante, che, sebbene diminuisse di tanto in tanto, veniva di continuo rinnovata da cartelloni pubblicitari, notizie radio, servizi televisivi, annunci nelle metropolitane e nelle stazioni e negli aeroporti, che suggerivano alla gente di rimanere con gli occhi costantemente aperti, e attenta a persone, a bagagli e a movimenti sospetti, e di riferire alle autorità tutti i suddetti sospetti odiosi e minacciosi, dato che trascorrere una “giornata sicura” era un obbligo di legge, al punto che nessuno si sentiva più libero di rimuginare o meditare o bighellonare senza mèta, e le tensioni tra cristiani e musulmani erano andate aumentando negli ultimi venti anni e di recente si erano esacerbate in una misura senza precedenti, quando venne riferito che le croci su entrambe le cupole della Basilica del Santo Sepolcro nella Città Vecchia di Gerusalemme erano state violentemente divelte alla base, che non erano state ritrovate da nessuna parte, e che un lato del soffitto di una cupola era stato perforato … In un primo momento, il governo israeliano esitò a rendere pubblica l’entità del crimine, ma alla fine capitolò di fronte alle pressioni su scala internazionale e le domande della stampa estera, le organizzazioni religiose, i capi di Stato, e il Papato e ulteriori servizi giornalistici rivelarono che gli atti vandalici erano ancor più odiosi, dal momento che non solo mancava ogni crocifisso all’interno della basilica, ma erano stati cancellati anche gli affreschi della Crocifissione, e così le antiche croci graffite dai pellegrini medievali in un vano delle scale nella basilica erano state intagliate e trasformate in labirinti, mentre perfino la croce appesa sull’altare della crocifissione—ritenuto il sito del Golgota stesso—era stata strappata dalla parete con violenza. I cattolici di tutti i credi si sentirono oltraggiati e organizzarono proteste e manifestazioni; condannavano quell’atto ritenuto una “abominazione di desolazione”, per il quale molti chiedevano vendetta, cioè giustizia, e altri, benché offesi nell’intimo, pietà e compassione. Sebbene diverse organizzazioni estremiste islamiche avessero rivendicato la profanazione, la polizia israeliana doveva tuttavia determinare se si trattava, per quanto estremamente grave e moralmente offensivo, soltanto di un atto d’insensatezza e d’ignoranza da parte di un gruppo di “giovani delinquenti degenerati e irrecuperabili” del tutto privi d’etica, o di qualcosa di più spaventoso, un gesto politicamente o religiosamente connotato, forse l’inizio di una serie di attacchi che avrebbero potuto continuare ed essere indicativi di una potenziale guerra di religione. Indipendentemente dalla questione, il mondo era sulle spine—quando la polvere della devastazione fu finalmente portata via, si scoprì che l’icona del Cristo Pantocrator sulla cupola della basilica era stata cancellata in modo permanente. L’immagine del volto del Redentore era stata eliminata del tutto e ora non era che un cerchio cinereo che, al centro, recava un grande e funesto ? Nel Circo Massimo la compagnia, che si era trascinata dietro una enorme barca su ruote, iniziò a scaricare vari elementi dal veicolo e, proprio come i bambini nel Circo di Massenzio, a disporre innanzi a loro gli oggetti per terra; posizionarono i pezzi qua e là quasi a caso, sistemandoli in un modo che nessuno riusciva a seguire o a discernere, ma che per loro possedeva una propria logica peculiare, come se fossero stati gli agenti del caos, che prosperano solo nello sconquasso, venendone addirittura incitati, e ispirati dallo scompiglio, da corse frenetiche e dal pandemonio, sebbene alcuni pensassero che quelli mascheravano di proposito ogni loro azione, in cui si impegnavano con malignità intenzionale, se non con metis. Da una compagnia così accozzata, composta da disadattati, musicisti e artisti di questo tipo, cosa ci si doveva aspettare, se non qualche forma di baldoria e furfanteria? Nei gesti assomigliavano più che altro a un’orchestra che accorda gli strumenti e che, per quanto non del tutto discordante, produceva una sensazione di dissonanza, o un qualcosa di amorfo, una massa confusa le cui molte inevitabili forme erano indistinguibili ma che aveva un’energia affascinante, poiché nella confusione non c’era nulla di fisso o cristallizzato, ma solo desiderio e forza in movimento, un senso di ricerca, di gioco senza scopo, e di libertà, un crescendo di tensione eccitata per qualcosa sul punto di accadere. E tutta la gente raccolta dalla compagnia e condotta al Circo Massimo si radunò tutt’intorno, e guardava i vari membri della compagnia iniziare ad assemblare diverse strutture e altri incantare la folla con performances musicali ed esibizioni acrobatiche. Vedendo il posizionamento delle numerose strutture triangolari per tutto il campo, i bambini capirono che la compagnia stava costruendo delle enormi altalene, e quando ai pali orizzontali vennero attaccate le catene e infine sistemati i sedili in pelle, i bambini arrivarono di gran carriera nell’arena, gridando ed esultando, e molti di loro urlarono qualcosa come A-OH! A-OH! A-OH! e qualcos’altro che sembrava Pix! ma quei vocalizzi quasi violenti vennero considerati un semplice farfugliare, la gioia pura e semplice dei bambini che giocano con parole e lettere come se si trattasse solo di suoni da arrotolare sulla lingua con piacere sferico, il che potrebbe anche essere la natura dei suoni, un farfugliare; ma i musicisti ascoltavano con attenzione quelle esclamazioni sonore e molti di loro ripresero i vocalizzi e si misero a intonarli mentre i bambini saltavano sulle altalene e si facevano spingere avanti e indietro, divertendosi per la sensazione di rimanere sospesi a mezz’aria in una specie di euforia, avvicinandosi al cielo ad ogni movimento in avanti, con l’impressione di riuscire ad afferrare il sole o la Luna ad ogni oscillazione, e mentre continuavano ad altalenare, formarono un ritmo con i musicisti, e tutti intonavano A in avanti e Oh! all’indietro, e dopo tre oscillazioni complete tutti gridavano: PIX! la parola che esplodeva dalle bocche, la X che si estendeva in una lunga e protratta SSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSS come pioggia che sgorga dalle labbra e che culminava in risatine mostruose, e quando la ridarella frenetica si disperdeva, ricominciavano ad intonare all’unisono: A--------OH! A--------OH! A--------OH! PIXSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSS! finché anche gli adulti all’intorno iniziarono ad unirsi alla cantilena, sollecitati dai musicisti che vagavano per la folla, incitandoli con gesti e ammicchi e ordini vocali, per coinvolgerli direttamente nei festeggiamenti finché non ci fu più una linea di demarcazione definita tra la compagnia e la folla. Mentre risuonavano nell’aria i canti, che echeggiando furono uditi, come più oltre riferito, al Colosseo e perfino al di là del Tevere, all’estremità sud del Circo Massimo altri membri della compagnia costruivano una strana altalena singola alta nove metri, le cui braccia non erano fatte di catene o di corda ma d’acciaio, ed edera e ghirlande erano state avviluppate attorno alla struttura, e appollaiati in cima alle colonne erano uccelli sul punto di spiccare il volo. Quando la compagnia finì di assemblarla, Triboulet salì in silenzio sull’altalena e cominciò ad acquistare velocità piegandosi e rialzandosi, con l’altalena che oscillava sempre più in alto in entrambe le direzioni. Dato che non avevano mai visto un’altalena simile, né tanto meno ricordavano che ne fosse esistita una nella Roma antica, o addirittura tra gli intrepidi minoici, i presenti trovarono l’oggetto sia intrigante sia affascinante se non pericoloso, in virtù dell’altezza estrema, e guardavano Triboulet con sgomento, timore reverenziale e trepidazione, chiedendosi quanto potesse dondolarsi in entrambe le direzioni, e, se si fosse spinto troppo, se sarebbe caduto da un’altezza simile, dato che l’oggetto sembrava progettato per permettere un giro completo. Mentre i bambini sulle loro altalene rimanevano legati ad un solo dominio, senza mai lasciare davvero il regno terrestre, Triboulet sembrava sul punto di volteggiare nel regno celeste, o di unire il regno terrestre a quello celeste—non credeva che di fatto fossero separati—con il suo altalenare, e l’attesa crebbe mentre si spingeva sempre più lontano in entrambe le direzioni, librandosi in alto avanti e indietro, perfettamente in equilibrio, e di quando in quando emetteva un profondo grugnito gutturale, come un samurai che imbriglia il chi. Mentre Triboulet si dondolava, i nani della compagnia versavano da giganteschi barili a forma di alveare, che avevano fatto rotolare nel Circo, un liquido lievemente dorato in brocche d’argilla, e dopo aver riempito tutte le brocche, le distribuirono tra la folla, prendendone un po’ anche per sé ed incoraggiando gli altri a consumare il nettare, una bevanda leggermente frizzante, né secca né dolce, fatta di timo fermentato, miele, mele cotogne e acqua, tenuta per quaranta giorni al sole dall’inizio dell’apparizione di Sirio, una stella venerata da Triboulet. Consolatevi della vostra angoscia! Bevetelo fresco se riuscite a prenderlo! Prima il melikratos, poi il dolce vino! E così le brocche vennero distribuite, tutti quelli che bevevano la bibita dissetante, la consumavano mentre guardavano Triboulet che continuava ad altalenare, e più nettare bevevano più seguitavano ad accompagnarlo con la voce, perché ammiravano quell’audacia e desideravano essere testimoni di gesta impossibili, e sfidando la stessa forza di gravità, Triboulet alla fine riuscì a dondolarsi al di là del normale punto di oscillazione di un’altalena e fece un giro completo di 180°, librandosi da una direzione all’altra, completando un intero mezzo cerchio, poi affondò all’indietro di 220°, e mentre si proiettava in avanti ancora una volta, piegandosi e rialzandosi con forza e velocità maggiori, alla fine oscillò superando totalmente l’asse dell’altalena e, per un momento, rimase s o s p e s o proprio là sopra come se anche la gravità fosse sospesa ~ questo produsse un’impressione di leggerezza: e mentre rimaneva lassù, immobile come un colibrì, a tutti sembrò di restare sospesi insieme a lui, o perlomeno di sentirsi come sospesi tra un regno e un altro, come se avessero in qualche modo abbandonato il terreno, poi, di colpo: — affondò di nuovo all’indietro finché non si scagliò in avanti a velocità prodigiosa, completando un giro di 360°, roteando attorno all’asse più e più volte, unendo terra e cielo con un solo moto continuo e fluido, e tutti furono indotti ad esultare davanti all’impresa di Triboulet, intonando: A--------OH! A--------OH! A--------OH! PIXSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSS! Quando Triboulet scese dall’altalena afferrò un megafono dalla nave-auto e con quello parlò con grande enfasi, invitando la folla ad unirsi alla compagnia sul posto per dondolarsi sulle altalene, dato che, a parte le altalene più piccole costruite dalla compagnia per i bambini, c’erano anche tipi diversi di altalene più grandi per gli adulti; quindi, mentre la compagnia imboniva la gente sparsa per il Circo Massimo suonando tamburi da sfilata, piatti tromboni trombette e strumenti d’ogni genere, gli astanti, allegri, si fecero strada a gomitate verso le altalene e si dondolarono avanti e indietro, spingendosi molto volentieri l’un l’altro; ma nessuno, nonostante diverse persone avessero tentato di salire sull’altalena di Triboulet, riuscì a formare un arco che fosse la metà di quelli di lui, né ad altalenare per più di due minuti, e spiandoli dalla sua maschera ammaliante, Triboulet soffiò nel salpinx e si buttò nella mischia e un’euforia generale si impossessò di tutte le persone all’interno del Circo, e mentre quello stato incoativo le vinceva, ciò che all’inizio le isolava tutte l’una dall’altra iniziò a dissolversi, e invece di essere come stelle disparate e isolate nel cosmo, si sentivano parte integrante di una costellazione, se non come polvere nel cosmo, sentivano che non erano separate né dalle capre, né dalle scimmie né dalle iene che le circondavano e vagavano attorno a loro, ma che erano come un unico organismo, circonvolute assieme come intestini, sebbene gli animali potessero anche far parte di un livello superiore; e non si esprimevano a parole ma a gesti, e mentre ballavano i loro movimenti comunicavano l’incantamento, con le membra fluide, aggraziate, ritmiche, ed emettevano suoni misteriosi mentre esultavano nella loro euforia, mentre la notte inghiottiva l’apice del giorno e volgeva al futuro. Nell’oscurità più totale, Triboulet condusse diverse donne all’estremità sud del Circo Massimo e, inginocchiatosi davanti alla torre, prese una capra per le zampe anteriori, la sollevò e la baciò, dopodiché le donne afferrarono l’animale e lo deposero a terra, lo tennero saldamente e ne accarezzarono dolcemente il corpo per infondergli una certa calma; poi, con un gesto fulmineo, la capra venne decapitata: — quando la testa maestosa cadde a terra, Triboulet la sollevò per le corna e ne fissò il muso misterioso mentre le donne continuavano a tenere il corpo dell’animale, che tremava e si agitava loro tra le mani, e i fluidi viscosi zampillavano dal corpo in una ciotola sottostante, e gli organi spingevano per emergere dal collo reciso come se fosse un utero. Una volta cessati i sussulti, le donne tennero la capra sollevata, e con lentezza Triboulet ne aprì la pancia, poi tolse la pelle per privare la bestia degli organi, che vennero raccolti in un’altra ciotola. Rimosse le interiora dal recipiente, Triboulet le pose per terra con delicatezza e, alla luce delle torce, le fissò studiandole tra le fiamme, esaminando le pieghe, i colori, la consistenza, e cominciò a immaginare qualcosa mentre meditava sulle volute all’interno delle spire degli intestini—voltatosi a guardare la testa maestosa della capra, venne pietrificato da quel sorriso ieratico, mentre le donne pulivano l’animale e poi, dopo averne decapitate molte altre, iniziarono a cucinarle per terminare con un banchetto il loro lavoro. Il giorno successivo, la compagnia cominciò ad ammassare grandi quantità di porfido, che venne trasportato al Circo Massimo e a Villa Doria Pamphilj. Una simile abbondanza di purpuree rocce ignee risultava stupefacente, e il loro trasporto continuo era quasi più spettacolare delle abituali sfilate della compagnia per le strade, forse in parte perché nessuno si aspettava che una simile accozzaglia di musicisti, giocolieri e acrobati—o qualsiasi cosa fossero—si impegnasse in attività tanto laboriose; erano sbalorditivi nei compiti difficili ed esibivano la resilienza e l’intraprendenza dei pionieri che plasmano dal nulla nuove terre, qualità che fecero guadagnare loro il rispetto dei romani più ortodossi, che trovavano sconvolgenti, se non immorali, le loro solite buffonate. Se interrogati su chi fossero e da dove venissero, replicavano che erano soltanto stranieri e pellegrini che erravano qua e là a seconda dell’impulso, guidati dagli istinti, pareva quasi spinti dal vento, o da un qualche scopo inespresso chiaro a Triboulet. A colpire maggiormente fu il momento in cui cominciarono ad assemblare nel Circo Massimo ampie porzioni di porfido in una qualche massa incomprensibile e frastagliata, sollevando tramite un sistema di pulegge ed argani un pezzo di roccia sopra l’altro finché non assomigliò a una qualche macchia sformata e monumentale, con i cristalli di plagioclasio che luccicavano al sole primaverile, la cupa sfumatura purpurea della roccia in netto contrasto con la terra inaridita e con l’erba calpestata. Man mano che costruivano quella massa, questa venne ritenuta ancor più straordinaria, perché col tempo arrivò all’altezza di 160 metri, il che fece pensare a più d’uno se stessero costruendo una nuova Torre di Babele, un’ipotesi respinta dal Vaticano e da altre autorità religiose, ma che molti considerarono valida per diverse settimane, sperando infatti che, come quell’antica struttura, anche questa andasse incontro al proprio destino, poiché molte persone, più che esasperate da un’impresa grandiosa e ambiziosa, erano sconvolte dalla struttura trovandola enigmatica, incomprensibile, un monumento all’assurdo fin troppo tipico dell’arte accademica piatta e insensata che dominò la seconda metà del ventesimo secolo, un artefatto della concettualità che non avrebbe mai potuto essere animata in una forma ma solo teorizzata in targhe illustrative piazzate accanto ad un’opera, a mo’ di uno zoppo bisognoso di una gruccia. Anche se tanti si aspettavano che i membri della compagnia erigessero qualcosa di assurdo, se non di oltraggioso, nessuno considerò che quelli non avrebbero dedicato una quantità di tempo così notevole a costruire un oggetto tanto insignificante e misero. Ma i loro sforzi erano solo all’inizio, e molti capirono che essi non costruivano una Torre di Babele, né tanto meno scolpivano—se ci si poteva riferire ad una simile collocazione di materiale in termini di scultura—un qualche arido monumento alla mediocrità davanti al quale stanchi cinici potessero porsi in un atteggiamento di pura reverenza, adorando l’ordinarietà, interpretandola come sublime in modo da sentirsi perfettamente al livello del monumento. No. Come quelli che facevano parte di una gilda medievale, i membri della compagnia, con lentezza, nell’anonimato e con cura davano forma a qualcosa, non collocavano semplicemente del materiale, ma lo modellavano, lo plasmavano, lo definivano, generavano pazientemente qualcosa, alla fine, di davvero animato, dotato cioè di una sorprendente vita dinamica, come una specie in evoluzione, che inesorabile respinge i propri strati primitivi ed arcaici nella lotta per divenire ciò che è, in corsa per il futuro, per distruggere quel che ne ritarda la continua e spesso necessaria trasformazione violenta. Dalla loro devozione alla scultura si intuì lo sbocciare di qualcosa di terribile, di tremendo, se non addirittura forse di catastrofico, come se stesse per nascere qualcosa di completamente nuovo, pronto ad erompere dalla roccia, a fare a pezzi la realtà o piuttosto ad annientare un millennio di incrostazioni offuscanti mentre intaccavano la roccia con scalpelli e mazzuoli e abbozzavano le linee generali della scultura, che rimaneva al di là della comprensione di tutti e che tuttavia restava ugualmente molto affascinante. E nel corso di questa rivelazione, mentre la monumentale costruzione purpurea emergeva da un primo stadio della sua forma finale, notizie dell’ultimo minuto riportavano frettolosamente che, all’insaputa dei residenti del Kent, in Inghilterra, e dell’arcivescovo della chiesa che al momento era altrove, “nel cuore della notte” la Cattedrale di Canterbury era stata completamente ricoperta da pieghe e pieghe di poliammide nera. Gli sconosciuti autori dello strano fatto, che quelli del posto trovarono sconcertante se non provocatorio, a detta della polizia erano stati sfortunatamente aiutati dal fatto che tutta la contea del Kent era stata colpita da un inatteso blackout. Quando la bravata fu resa nota, l’energia elettrica doveva ancora essere ripristinata. Finalmente arrivati i vigili del fuoco, nel tentativo di rimuovere il tessuto presero la scossa a causa degli alti livelli di energia statica, e se increspato da una brezza leggera, il tessuto continuava ad emanare scariche elettriche quando si gonfiava e ondulava contro la chiesa, scoppiettando e crepitando in una danza frenetica, con le scosse che fluttuavano attorno all’antico edificio come longilinei serpenti elettrici, che arrivavano a bruciacchiare parte del tessuto e, come presto ci si accorse, anche gran parte dell’edificio, dando l’impressione che sottili serpenti neri si avvolgessero tutt’intorno alla struttura come per strangolarla. Una volta neutralizzato il tessuto, i pompieri iniziarono a dipanarlo, e nel rimuoverlo dalla costruzione e man mano che sempre più astanti cominciavano a radunarvisi attorno, guardando lo spettacolo apparentemente innocuo ma accattivante con sgomento unito alla trepidazione, e incerti se ammirarlo o temerlo, uno di loro notò che, se tenuto controluce ad una certa angolazione, il materiale sembrava contenere righe e righe di testo. Ad un esame più attento, il tessuto, come venne rivelato, assomigliava più ad un patchwork di opuscoli stampati su un lato e cuciti assieme, non esattamente opuscoli, ma pareva si trattasse di centinaia e centinaia di pamphlets settecenteschi; tuttavia, nessuno sul posto era in grado di decifrare il testo, né si sapeva in quale lingua fosse stato scritto, ma la polizia suppose che si trattasse di “qualcosa di antico”. Presto si scoprì che si era verificato un fatto ancor più sconcertante e misterioso—mentre dalla cattedrale veniva srotolato il tessuto strato per strato, tutti gli astanti erano terribilmente allarmati dallo strano fatto che, alle otto di mattina, tutto il Kent taceva. Harry, la campana più antica della chiesa, di norma suonata tutte le mattine alle otto in punto per segnalare l’apertura della chiesa, non suonò. Era la prima volta dal dodicesimo secolo che un tale silenzio pervadeva il Kent: — la quiete mortale era in sé e per sé terrificante, un silenzio inquietante, inumano, che portò sulla scena del crimine anche gli atei, gli agnostici e un’orda di indifferenti apatici. Dopo che il tessuto fu finalmente rimosso e l’arcivescovo e la polizia alla fine furono entrati nella cattedrale, increduli scoprirono che non solo non c’era più Harry, ma anche che tutte le 21 campane della Cattedrale di Canterbury erano scomparse. Oxford Tower, Arundel Tower, e Angel Steeple, generalmente conosciuto come il campanile di Harry, erano, in modo stupefacente, come del tutto sprovviste delle rispettive campane, le quali andavano tutte dalle quasi due alle tre tonnellate e mezzo. Quando la notizia ebbe raggiunto chi era fuori, un vagabondo si rivolse alla folla e, ridendo, intrattenne la gente con un racconto, dichiarando, che “mentre ve ne stavate a dormire, io li ho visti i colpevoli, oh sì, accidenti s’è vero, quei campanoni penzolavano dal collo d’una giumenta, è vero come un melo è un pero, ma er’anche carica di brie e aringhe fresche e pure di salsicce, e ho scantonato là perché volevo un po’ di quella roba porcina, cavolo s’è vero, perché avevo visto dove si radunavano quegli inzolfati, alluppolati, lordi e scompisciati”, e si mise a mingere, allagando loro i piedi, dichiarando di voler “solo spartire il mio vino con voi, ma per scherzo e basta, siccome non c’è niente di meglio che sciorinare la minchia all’aria aperta”, e fu fatto filar via alla svelta, anche se la sua risata ribelle riecheggiò tra la folla, e le sue ultime bizzarre parole rimasero nell’aria come corvi che girano in cerchio: “È stato Aesma-Daeva, pa’ Modo-Mahu, cari culi frolli! Elle campane gli dondolavano dalla giumenta e da’ capelli!” ma nessuno, in nome di Cristo, sapeva di cosa stesse parlando. Dato che la stampa rende pubbliche all’istante le notizie in tutto il mondo, fu detto che Dunstan, Mary, Crundale, Elphy, Thomas e Jesus erano tutti scomparsi, ma non il Gesù originale, il che portò a inchieste comiche e bizzarre poiché alcuni credenti in tutto il mondo pensarono davvero che fosse stata diffusa la notizia secondo la quale Gesù stesso—Lui Stesso—fosse tornato, ma che non fosse il Gesù originale bensì un altro Gesù, e rimasero perplessi, in primo luogo per come fosse possibile che Gesù si fosse perso, e in secondo luogo per come fosse possibile determinare se Gesù fosse davvero Gesù e non un altro Gesù ancora, dal momento che c’era un solo Gesù, e tutti del Gesù dicevano che non era Gesù, che chiaramente non era Gesù, sebbene i messicani rendessero davvero la situazione molto confusa; e altri sostenevano che siccome Gesù era l’incarnazione di Dio, ciò che doveva essere accaduto era che sia Dio che Gesù fossero tornati contemporaneamente, e quando vedevano Dio alcuni pensavano che Egli fosse Gesù e quando vedevano Gesù alcuni pensavano che Egli fosse Dio, mentre altri non riuscivano a distinguerli, e quindi ne derivarono complicate discussioni teologiche su come fosse possibile distinguere Dio da Gesù se entrambi fossero tornati contemporaneamente e, se erano stati necessari 2000 anni perché egli—Egli—tornasse, il che era poco probabile dal momento che promise che “questa generazione” non sarebbe vissuta “prima che tutte queste cose siano avvenute”, ciò significava che i suoi contemporanei avrebbero visto cielo e terra passare davvero; ma giusto per ipotizzare, se fosse tornato sarebbe stato vecchio (sarà invecchiato nell’intervallo tra l’andarsene e il tornare, o avrà avuto in eterno 33 anni come la Madonna è rimasta in eterno illibata, sia in vagina sia—naturalmente—in ano?), avrebbe avuto ancora la barba e gli stessi abiti, o indumenti moderni, ma sempre con la corona di spine, le stimmate, ecc. …? Una confusione sorta solo perché le notizie di cronaca tralasciarono l’importante dettaglio che Dunstan, Mary & alia non erano esattamente delle “persone scomparse”, cioè impiegati della cattedrale rapiti, bensì delle campane, nient’altro che nomi di alcune delle campane scomparse dalla Cattedrale di Canterbury, e che il Gesù originale non fosse proprio scomparso poiché il Gesù originale—la campana—venne distrutta in un terremoto quando crollò il campanile della cattedrale, e il Gesù che venne reinstallato non era naturalmente lo stesso Gesù ma un Gesù tutto nuovo, per quanto alcuni si riferissero ancora a quella campana come Gesù, nonostante non esistano due Gesù, ma solo uno, e pur essendo nell’età dell’Überdoppelt, pochi sembravano preoccupati del valore degli originali ed erano del tutto soddisfatti delle copie quasi esatte, e quindi non si curavano nemmeno di un salvatore virtuale. Al di là della soluzione del rompicapo delle campane scomparse, le prime notizie di cronaca affermavano anche che il diacono, i canonici, e altri impiegati della cattedrale fossero tutti morti; i giornalisti speculavano sul motivo del possibile assassinio, e iniziarono a nascere e, come un’epidemia, a diffondersi allusioni a una qualche cospirazione anticattolica. Gli impiegati tuttavia non erano morti ma, diagnosticarono i medici, in un profondo stato catatonico, dal quale, come previsto, alla fine si svegliarono, al che la polizia sperò di ottenere le informazioni così necessarie sugli avvenimenti della notte del crimine. In preda all’offesa, alla confusione e alla perplessità la polizia dapprima pensò che lo strano incidente fosse una bravata di alcuni studenti di arte, o di un gruppo di ecoterroristi che imitavano il lavoro di un “artista ambientalista” a lungo dimenticato e insignificante a mo’ di rivendicazione e omaggio, ma la bravata era, credevano, troppo elaborata e complicata perché fosse stata “messa a segno” da semplici studenti d’arte, mentre appariva fin troppo inusuale che fosse opera di ecoterroristi, i quali, si pensava, non avrebbero usato quelli che sembravano degli opuscoli per fare rivendicazioni, dal momento che erano ben più espliciti e inclini a comporre ossessivamente tutte le proclamazioni in Helvetica; dunque i veri colpevoli restavano non identificati. Sebbene nella chiesa niente fosse stato materialmente distrutto, il fatto riportò alla mente i recenti atti vandalici in Israele e, mentre varie autorità speculavano su chi potessero essere i colpevoli, tutti, dai membri delle sette inglesi di magia nera ai terroristi, dai riformatori protestanti estremisti agli accoliti dell’Abbazia di Théleme da poco ricostituita, rivendicavano la responsabilità dell’evento. Quando la polizia iniziò a investigare più a fondo, vennero reclutati dei linguisti perché decifrassero lo strano testo contenuto nel tessuto che, alla fine, venne riferito, era una forma d’aramaico antico, escludendo quindi in modo definitivo dai possibili sospettati gli studenti d’arte e gli ecoterroristi. Benché i linguisti fossero riusciti a stabilire che il testo era in aramaico, di fatto non erano in grado di leggerlo, ritardando ulteriormente la soluzione dell’enigma, che sarebbe stato chiarito una volta arrivati gli aramaicisti che erano stati da poco convocati, o così credevano. Durante i giorni seguenti, essendo stati rivelati maggiori dettagli, i funzionari della contea dichiararono infatti che non si era verificato un “normale blackout”, bensì uno stacco automatico di carico, e che, molto più probabilmente, chiunque ci fosse dietro al furto delle campane aveva anche architettato di proposito l’interruzione di energia elettrica per facilitarsi il crimine. Quando infine l’elettricità venne ripristinata, l’arcivescovo si recò nella cripta normanna per meditare su quegli avvenimenti disturbanti, e vide costernato che la statua di sant’Agostino, il primo arcivescovo di Canterbury, era appesa per i piedi in uno degli archi all’estremità orientale della cripta. Dato che si manifestavano di simili eventi preoccupanti, nessuno si stupì che Triboulet e la sua compagnia costituissero un sollievo ben accetto dai fatti sconvolgenti e inspiegabili che assillavano il mondo, fatti a cui solo in pochi sapevano reagire, se non, in generale, con rabbia assoluta; ma reazioni di quella sorta erano indicative solo di una sostanziale impotenza. La risposta potente e liberatoria, pensava Triboulet, era il riso. Tuttavia nessuno nel Circo Massimo pensava a questioni simili, e dopo aver ammirato la prima genesi della scultura monumentale della compagnia e aver assaporato la perplessità che provocava, all’insaputa di tutti Triboulet lasciò quel luogo per arrampicarsi sull’Arco di Giano. Quando raggiunse la cima, vi stese sopra diverse pelli di capra, poi si sdraiò sulle coperte animali e restò del tutto immobile. In quello stato fisso e silenzioso del divenire, prestava ascolto alle riverberazioni interne al suo corpo e, nel fissare il cielo, percepiva vaste dimensioni del tempo fluirgli nei nervi e il tumulto della storia mondiale gli veniva proiettato davanti come un caleidoscopio in evoluzione, con le fantasmagoriche figure che si lanciavano in avanti in forme cristalline, per poi collassare su se stesse, la visione si contraeva e si espandeva come un cuore palpitante, con ogni ventricolo che pulsa, vibra con violenza, emanando vita e morte, o si contraeva e si espandeva come una concertina, estendendosi senza fine come allungata nell’infinito, lentamente, pericolosamente, ma che poi collassava di colpo e con forza inevitabile, o come un denso affresco i cui strati non sembravano mai finire, ogni strato cancellato a fornire un palinsesto per lo strato precedente, sebbene il residuo di ogni strato precedente fosse sempre là, anche se solo come debole traccia spettrale; eppure diverse immagini erano più che mere tracce spettrali, e quando il viso di Aristarco e la città di Frombork lottarono per fondersi davanti a lui, mentre le immagini tremavano come crepe che si scontrano l’una contro l’altra, venne colto da una crisi apoplettica e mentre si trovava in uno stato di apparente paralisi, il tempo non sembrò niente più di una piega di pasta-filo sempre più piccola, e pur sbriciolandosi nel suo palmo mentre si contorceva e tremava, il corpo che si dimenava da una parte e dall’altra, il tempo si trasformò in un proiettile, che viaggiava però al contrario, e Triboulet guardò la specie stessa a ritroso, mentre regrediva dall’homo sapiens all’homo neanderthalensis all’homo rhodesiensis e oltre, svanendo via via, anche se non fino alla polvere; era testimone dell’evoluzione vera e propria, allo stesso modo in cui cominciava ad essere testimone della storia geologica retroversa della Terra e della sua formazione, dai continenti apparentemente statici e dall’innalzamento globale del livello del mare; si vide davanti il congiungersi dell’America settentrionale con quella meridionale, la glaciazione e la comparsa dell’istmo tra Asia e Alaska fino al monumentale innalzamento delle Ande, l’estensione a sud della penisola mesoamericana e l’ergersi delle montagne nell’Europa occidentale, e pensò: In principio? e la sua visione continuò con l’innalzamento delle Alpi in Europa a causa della placca africana che a forza si spinge a nord nella placca euroasiatica, e così fu per il mescolarsi delle correnti equatoriali con le acque antartiche, il distaccamento dell’Australia dal continente a Sud, e lo svanire di Tetide, tuttavia non vide niente o nessuno muoversi sulla superficie delle acque, ma vide la continuata scissione della Gondwana e la migrazione dell’Africa verso l’Europa, dell’India verso l’Asia, e la collisione tettonica e la formazione della maestosa catena dell’Himalaya e quella del Mediterraneo, e così fu per il dividersi della Pangea negli attuali continenti, per l’ampliarsi dell’oceano Atlantico, il principio delle orogenesi, la Gondwana che si frantuma in Sud America, Antartide e Australia, e anche per la formazione degli oceani Indiano e del sud Atlantico; eppure nemmeno là vide niente o nessuno muoversi sulla superficie delle acque, ma vide le magnifiche catene montuose sottomarine sollevarsi lungo la crosta, e alzarsi il livello eustatico del mare in tutto il pianeta, con i mari che si restringevano e avanzavano e si ritiravano, lasciando spessi depositi marini schiacciati tra strati di carbone, ma non vide nessuna vasta distesa desolata, e nemmeno fondali oscuri; al contrario, guardò aumentare la biodiversità degli oceani man mano che quelli diventavano sempre più saturi proprio mentre si formavano la fauna terrestre e numerosi fossili marini, e si depositavano massicce colate di lava, portando alla formazione dei sublimi Trappi del Deccan, e così fu per il Golfo del Messico che apriva una nuova spaccatura tra l’America del Nord e lo Yucatan per il concentrarsi di quasi tutta la massa di terraferma del pianeta nel singolo supercontinente Pangea, che non era il risultato di un semplice “e così sia” ma un vero e proprio caos, e così fu per la deformazione tettonica e il drammatico squarciarsi della Pangea per il fiorire di lussureggianti paludi di carbone attorno ai ghiacciai più settentrionali, per la grande estinzione marina e l’innalzamento attivo di montagne, mentre la Gondwana collideva con la Laurussia che portò all’orogenesi ercinica e alleganiana e all’estensione degli Appalachi da poco sollevatisi a sud, mentre la placca euroasiatica si saldò all’Europa lungo la linea degli Urali e così fu per la fine delle condizioni stabili da serra e per la formazione di calotte di ghiaccio sulla Gondwana, che si accumularono sul polo sud, ma non era possibile dire se questo era buono o no, fu così e basta, e così fu per la formazione dei continenti cambriani che risultarono dalla disgregazione della Pannotia, il supercontinente neoproterozoico, per la deposizione di strati in mari epicontinentali, imponenti e rapidi accrescimenti continentali, cicli di supercontinenti, attività orogenetica, e glaciazioni, per la profonda metamorfosi delle rocce in sedimenti sottomarini, come grovacche, fango indurito, sedimenti vulcanici, e filoni di ferro, mentre la crosta terrestre si raffreddava e le placche continentali iniziavano a formarsi assieme allo stabilirsi del campo magnetico al momento della formazione del sistema solare, con le grandi nubi di gas e polveri attorno al sole, tutte cose che Triboulet non trovò né buone né cattive ma necessarie e inevitabili, poiché la distruzione ha generato incessantemente la creazione — non fuit initium, e così fu: la Terra che retrocedeva per milioni di anni proprio fino all’apparente inizio assoluto, finché non si verificò l’esplosione e tutto si rimpicciolì in un unico puntino che poi si espanse, come se l’esplosione non fosse stata propriamente un inizio, ma anche una fine; e gli venne rivelato un infinito ciclo di eoni cosmici, e, ritornato al tempo, vide con occhi nuovi le pieghe terribili prese dall’umanità, e in particolare quella terribile, un atto immobilizzante e pericoloso radicato nel passato primitivo ed arcaico, che la storpiava, ora a un momento di svolta … ma si intravedeva una nuova strada, e mentre Triboulet guardava le diverse età della Terra erompergli davanti, udì il rumore di cancelli che si aprono, di un mondo al varco, come se le pieghe del tempo si stessero disfacendo, producendo come il rumore di decine e decine di bombe atomiche che esplodono una dopo l’altra e che riecheggia nel cosmo: — era il preludio alla filosofia del futuro. Alzandosi, si tolse la maschera e scrutò l’intera Roma, fissando lo sguardo verso ogni punto cardinale, poi, facendo perno sul piede destro, girò in tondo più e più volte, muovendosi in una direzione, poi nell’altra finché—fermandosi, sussurrò qualcosa al vento, gesticolando come per istoriarlo, poi assicurò la maschera al volto. Avvicinato il salpinx alle labbra, produsse con lo strumento musicale una lunga nota acuta, poi scese dall’arco e attraversò il Ponte Palatino per andare verso Trastevere, radunando nel suo errare emarginati e manovali e ogni sorta di gente, arrivando errabondo fino al Gianicolo—da là, si girò indietro per fissare nella direzione dell’Arco di Giano e vide i cancelli aperti … Più avanti, Triboulet entrò nella Villa Doria Pamphilj e mentre le compagnia nel Circo Massimo procedeva ad abbozzare la forma della scultura monumentale, valutò l’entità del parco. Guardando con attenzione la morfologia del terreno, immaginò come poter strutturare il campo e si vide animata proprio davanti agli occhi l’opera che avrebbe costruito giusto a nordest del lago. Dato che era necessario uno spazio ovale di trentasei metri per sessanta di larghezza, con altri membri della compagnia iniziò a pulire il terreno, e abbatterono e sradicarono ogni albero che cresceva nell’area, livellando il suolo per preparare il suo dono. Dopo aver bruciato uno degli alberi sradicati e averne sparso le ceneri sul terreno dove avrebbe preso forma il dono, cominciò a modellare il porfido, e il suono del materiale che viene spaccato in grandi blocchi grossolani echeggiò per tutta Villa Pamphilj. Di norma, le capre, le scimmie e le iene scorrazzavano attorno a Triboulet dovunque fosse, ma il rumore disturbava gli animali, che quindi vagarono in altre zone del parco, spesso accompagnati dai bambini, che ne divennero i compagni fissi, e molti si chiedevano se non fossero anche loro animali di un qualche tipo, poiché c’era in loro un che di distintamente inumano. Dalla dimensione e dal semplice volume dei blocchi, molti supposero che Triboulet stesse per costruire una qualche specie di tempio, sebbene nessuno sapesse a cosa fosse dedicato, e le indagini persistenti venivano sviate in modo spiritoso man mano che le pietre venivano impilate in punti diversi lungo il perimetro dell’ovale che Triboulet tracciava soltanto a gesti. A quelli che, adunati nel parco, osservavano le azioni di Triboulet, sembrò che il suo lavoro fosse semplicemente quello di un cantiere edile, ed erano confusi, dal momento che da lui si aspettavano qualcosa di ben più spettacolare, o strano. In cuor loro desideravano qualcosa di tanto monumentale quanto quel che veniva costruito nel Circo Massimo, anche se non lo comprendevano, ma, infatti, quando alla fine Triboulet iniziò a costruire quello che aveva visto con gli occhi della mente, fu chiaro che coi blocchi di porfido stava costruendo dei semplici muri, che molti trovarono ordinari, mentre altri si accorsero che non stava facendo solo un qualche banale e comune edificio, ma qualcosa di più misterioso, qualcosa forse — di mitico. E benché il monumento nel Circo Massimo dovesse ancora ricevere una pur minima definizione, si pensò che le strutture assemblate avrebbero formato una sorta di enigma, o che non si escludessero a vicenda, e che una avrebbe chiarito l’altra, offerto una chiave interpretativa per la natura o per il significato di entrambe. Con lentezza, con pazienza, Triboulet lavorava in silenzio, come concentrato in un compito fatidico, imperturbato dalle aspettative di chi lo circondava, e in alcune ore completò il primo lungo muro di pietra, alto due metri e mezzo e che segnava l’inizio della sua visione. Benché coloro che osservavano Triboulet trovassero il muro ben costruito e forse notevole per le dimensioni, per loro in fondo non era niente più di un muro diritto che terminava con una lieve curva. Se mai, assomigliava a una scultura post-moderna legata al luogo di destinazione, quanto molti ritengono un affronto all’estetica classica, se non all’umanità stessa. Triboulet rimase in piedi e in silenzio davanti al muro, poi lentamente vi girò attorno in uno stato di profonda concentrazione, facendo scivolare con dolcezza la mano lungo il muro come se percepisse una forza, o la pressione della gravità, e mentre si allontanava da lì, camminò verso un punto diagonalmente opposto all’inizio del muro, e a passi misurò il segmento successivo. Preso un grande blocco da una pila, Triboulet lo mise a terra come per porre la pietra angolare, poi iniziò a trasportare molti altri blocchi; benché della stessa altezza dell’altro muro, questo era abbastanza corto, e, nella sua rudezza, dava un’idea di rapidità. Dopo averlo terminato, Triboulet costruì in punti diversi dell’area alcuni muri corti simili al primo, nessuno dei quali chiariva tuttavia cosa stesse costruendo, anche se alcuni pensarono che stesse erigendo gigantesche lettere in pietra e che, alla fine, sarebbe stato palesato ciò che stava scrivendo, mentre altri ancora lo ritenevano solo un qualche confuso recinto per i suoi animali, o una prigione per i bambini scalmanati. Man mano che passavano i giorni e le settimane e la gente si sforzava di decifrare le strutture, Triboulet continuava a costruire in modo irregolare un’altra serie di muri relativamente dritti attorno allo spazio in cui si era concentrato, generando così in chi stava ad osservare le sue azioni, come con la costruzione indeterminata nel Circo Massimo, un senso analogo di perplessità. Tuttavia fu quando cominciò a costruire una serie di lunghi muri curvi che erano tutti, se non la maggior parte, in contrasto con l’ambiente immediato, in una sezione del quale le mura iniziarono a rivendicare la propria area, mura che non erano né un abbellimento né una decorazione dello spazio preesistente, per non parlare degli edifici al suo interno, che un maggior senso di specificità iniziò alla fine ad emergere. La distanza tra alcuni muri non era la stessa, ma decresceva verso due punti centrali, che assomigliavano a conche, o a caverne, mentre i muri che raggiungevano quegli stessi punti erano anche più alti rispetto a quelli che ne erano più lontani. Guardando ciò che Triboulet aveva costruito fino a quel momento, alcuni ponderarono la possibilità che stesse effettivamente costruendo una figurazione di interiora in pietra, benché quelle persone non avessero usato né l’una né l’altra parola, e mentre gli astanti studiavano il complesso edificio, convenivano che davvero assomigliava a “budella”, come dissero; eppure aver identificato un simile modello non faceva loro piacere ma li lasciava soltanto ancor più perplessi, dal momento che gli intestini non sembravano loro un soggetto appropriato per l’arte, o qualsiasi cosa facesse Triboulet. Egli però andava avanti con il suo lavoro e, dopo un mese, all’improvviso, quando iniziò a connettere alcuni muri curvi, a chiuderne altri, e a creare corridoi tra alcuni di essi, alla fine capirono che costruiva un labirinto, che però era particolare, piuttosto diverso da qualsiasi altro che avessero mai visto. A differenza dei dedali tondi e unicursali tipici delle cattedrali, questo labirinto era ovale e organico piuttosto che rigidamente formale e araldico. Quei cambi di corridoi non si potevano trovare sull’asse tra entrata e centro, ma erano più spietati, incarnavano gli elementi del caso e della necessità, del pericolo, con il rischio di continui errori e della relativa angoscia sempre presente. Invece di una sola camera centrale, ne aveva due, ma non c’era un’asse centrale tra l’entrata e le due camere, dal momento che il labirinto era multicursale, eppure le camere centrali conservavano un equilibrio, come se si trovassero tra due forze diverse, e il labirinto conteneva sette svolte o punti decisionali, dove la scelta della via da prendere poteva comportare errore su errore, perché ogni corridoio cambiava direzione in modo apparentemente casuale, portando ad un eventuale ricalcare i propri passi, a una serie quasi infinita di svolte e svolte e svolte, che portano qua, là, a giri, in vicoli ciechi. Quando la gente valutò il dedalo, chiedendosi perché fosse stato costruito, perché ne fosse stato edificato questo tipo particolare, se significasse qualcosa, o se fosse stato solo un divertimento, e altro, e soprattutto domandandosi inquieti cosa ci fosse in entrambe le stanze, se ci fosse effettivamente stato qualcosa, Triboulet edificò l’ultimo muro esterno, il muro che chiudeva tutto il labirinto, ad eccezione dell’entrata funesta, poi costruì il vano della porta, sigillando l’entrata del labirinto in modo che non si potesse né entrare né uscire. Cementato l’ultimo blocco di porfido, mentre Triboulet girava in silenzio attorno al labirinto, tornarono le iene, e i bambini fecero subito altrettanto: — tra le loro risate, Triboulet cercava e ricercava del terreno fertile in cui piantare qualcosa per commemorare la costruzione del labirinto. Vagando per tutta Villa Pamphilj, i bambini si imbatterono in un albero di senape che stava morendo e, pieni di avida allegria, vi si inginocchiarono davanti e, con gioia assoluta, iniziarono a spezzarne i rami rotti, tirandone giù quanti più potevano e strappandone da terra le radici, molte delle quali avevano cominciato a marcire, facendo sì che il legno morbido e umido si frantumasse loro tra le mani come tessuto connettivo indebolito—quando le iene afferrarono le radici dalle mani dei bambini, il legno si sfilacciò facilmente, come carne tenera di maiale, ma si affrettarono a sputarne i rimasugli, come se ne fossero stati contaminati. Mentre i bambini seguitavano a rimuovere le radici, Triboulet scavando estrasse la base dell’albero; una volta pulita tutta l’area, rivoltò la terra finché non fu di un intenso marrone scuro, poi piantò diverse decine di Corallorhiza maculata, un’orchidea rossa, carnosa e sensuale che ammirava perché gli ricordava Baubo e i genitali femminili. In piedi davanti ai semi appena piantati, rimase in uno stato di concentrazione profonda, pensando alla maestosità di quei semi a capsula, a come un’unica capsula da un unico fiore potesse contenere fino a quattro milioni di semi, e fantasticò che si disperdessero nell’aria come minuscole particelle di polvere o spore unicellulari e si domandò a cosa avrebbero dato vita. Mentre era assorto nella meditazione, una notizia radio che echeggiò per tutto il parco annunciò che uno strano segno era stato fissato sulla porta di Bāb Tūmā a Damasco: AΩ Ceci n’est pas un Christ