L’ABDICAZIONE
RAINER J. HANSHE
L’ABDICAZIONE
RAINER J. HANSHE
translated by
ALESSANDRA puggelli
The Abdication © 2012 Rainer J. Hanshe
Translation © 2014 by Alessandra Puggelli
FOR RIGHTS, CONTACT:
[email protected]
PRIMAVERA
2032
ROMA
Quando per la prima volta i bambini iniziarono a girare in tondo
nel Circo di Massenzio, questo avvenne con un certo ordine e una
certa armonia, ma mentre continuavano a girarvi in tondo
diventarono sempre più disordinati, forse eccitati dalla temperatura
mostruosamente alta, quasi violenta che, nonostante fosse solo
primavera, sembrava aumentare man mano che giocavano, forse
eccitati dal brivido delle loro scoperte, o da una pura e semplice
allegria, e, a causa del disordine, non riuscivano a ricordare
quando avevano iniziato per la prima volta a girare per il Circo di
Massenzio, così sembrava che non avessero mai iniziato, ma che
stessero a girarvi da sempre, con la polvere che si alzava in aria in
piccole spirali quando i bambini andavano avanti e indietro, con i
sassi spinti da tutte le parti, scagliati dai loro piedi tumultuosi
mentre sgambettavano qua, là, ovunque, dissotterrando tesori vari;
risa e strilli echeggiavano nello spazio quando alla fine tutti
confluirono davanti ai resti raccolti nei loro giri, e raccolti a
mucchi, ogni ragazzino iniziò a disporre i pezzi disparati come se
fosse stato un archeologo, sistemando i rottami in un ordine che
solo i bambini riescono a concepire, e il tutto accadde in modo
apparentemente spontaneo, come guidati da una qualche forza
inesorabile, e per terra si trovavano esposti occhielli metallici,
castoni, mandrini, cuculi, pignoni, ruote dentate, meccanismi per
campane, mantici, camme, ma anche quadranti di ogni forma,
dimensione e tipo, che vennero allineati sia lungo il muro esterno
sia la “spina” del Circo, e man mano che disponevano i pezzi, il
Circo di Massenzio iniziò ad assomigliare ad un colossale cimitero
di orologi, o a un magazzino dove la temporalità stessa veniva
fabbricata, o simulata una volta per tutte, dato che i bambini
sembravano aver raccolto un assortimento infinito di pezzi del
tempo; anche se non era chiaro come fossero finiti nel Circo,
tuttavia, ovviamente, centinaia e centinaia di orologi di epoche
diverse vi erano stati smantellati e sparpagliati, e quando i bambini
si inginocchiarono davanti agli oggetti in esposizione, iniziarono
ad agitare in aria delle ranelle, a far rotolare per terra scappamenti
e tendicingoli, a strizzare molle di sospensione l’una contro l’altra,
mentre altri picchiavano insieme pacchi-pignoni e pesi, e tenevano
sollevate delle campane e le suonavano con uncini e anelli e
forcelle, si sistemavano pendoli l’uno sul corpo dell’altro come se
dovessero diventare orologi loro stessi, e si mettevano addosso
manovelle e ghiere e pendoli doppi come se quegli oggetti fossero
veri e propri organi che avevano necessità di sussistere, e quando
un ragazzino crollava dal ridere o dalla stanchezza, un altro
prendeva una chiave da orologio e la faceva girare più e più volte
sul cuore dell’altro finché questo non si alzava da terra e
riprendeva a muoversi, anche perché, come mostravano quegli
orologi, il tempo poteva trovar fine, o così qualcuno credeva, e
poteva ricominciare da quel punto morto, esplodendo dal nulla in
un qualcosa, dall’inerzia all’èrzia, e infine i bambini raccolsero gli
ultimi pezzi, vale a dire assi di bilancieri e boccole, che vennero
trasportati tutti insieme in un’ultima serie frenetica di gesti
deliranti, e come se avessero portato a compimento un qualche
puzzle diabolico, micrometri, dadi esagonali e commutatori
vennero disposti in un certo ordine arcano e inesplicabile, che per
loro era molto logico, benché, ovviamente, i pezzi non fossero stati
disposti secondo una qualsiasi logica della meccanica, per quanto
fosse precisa la disposizione, ma, alla fine, la massa delle lancette
delle ore, dei minuti e dei secondi venne fissata a terra con
bocchette, incastellature a corona e spinette, e ogni bambino
ridacchiava nel far girare le lancette torno torno, ora in questa ora
in quella direzione, con molte incastellature e spinette che si
allentavano, e le diverse lancette giravano e giravano nell’aria
mostruosamente calda, muovendosi qua e là, sfrecciando come
dardi in direzioni infinite …
Mentre i bambini se ne stavano distesi a terra innanzi ai
detriti e la polvere e il tumulto delle risa iniziavano a calare, uno di
loro sussurrò: Sentite un po’! E tutti ascoltarono il suono acuto,
alto e stridulo delle api che stavano appunto iniziando a formare
una tempesta.
In quel momento, i rami dei fichi misero le foglie,
spuntarono e si aprirono i teneri germogli.
E un altro bambino sussurrò: Sentite un po’! E nella calma
assoluta, prestarono ascolto al mugghio rude, basso e profondo
dello sciame prima che iniziasse ad assembrarsi — il suono acuto
e tagliente delle api che radunano la colonia.
Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp.
Più lontano, lungo la strada, in un campo non troppo
distante dalla Chiesa del Domine Quo Vadis, in attesa del ritorno
del capobanda, una compagnia di musicisti suonava, mentre capre
e scimmie scorrazzavano tutt’intorno.
Poi un altro bambino sussurrò: Sentite un po’! mentre
giungeva alle loro orecchie attente il sibilo stridulo della scorta che
guidava lo sciame al bosco, mescolandosi al mugghio della parte
finale dello sciame, uno strano miscuglio udito solo dalle api in
cerca di rifugio.
Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp.
Di lì a poco, le Blastophaga psenes sarebbero arrivate per
sacrificarsi ai fichi, perdendo le ali e quasi tutte le antenne, per
morire mentre il frutto consuma ogni minuscolo cadavere, con le
sue rotondità ammaccate e violacee che scoppiano di morte e
piacere.
Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp.
E agli animali piaceva il suono degli strumenti che
echeggiava per il campo, una cacofonia di campanelli, zufoli,
percussioni e fiati d’ogni genere.
Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp.
E numerosi uomini e donne della compagnia, travestiti da
satiri e menadi, danzavano, saltavano qua e là con vigore,
forzavano i corpi fino al limite estremo, una plasticità fluida era
evidente in ogni gesto cinetico, gesti spesso punteggiati da gemiti
estatici.
Voltatisi all’improvviso, gli animali si innervosirono, si
ammassarono—agitati, ansiosi, esaltati.
Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp, twarp. Twarp, twarp,
twarp; twarp, twarp, twarp. Twarp, twarp, twarp; twarp, twarp,
twarp.
D’un tratto, dalle nuvole apparve un elicottero, e si
avvicinò: mentre scendeva, dei lampi eruppero da tutto il cielo e
continuarono a guizzare in successione da est ad ovest, colorando
il firmamento di rosso, ocra, blu e marrone scuro.
I bambini si esaltarono nel sentire che l’elicottero si
avvicinava, e quando videro balenare un lampo nel cielo, vennero
presi dalla gioia e corsero verso il luogo, con la loro energia del
tutto rinnovata.
Quando il capobanda toccò terra, in lontananza, un denso
lampo blu si allungò dalla nube più alta in cielo e andò a colpire
un cipresso, e poi un altro fulmine si scagliò dalle nuvole, e questa
volta colpì un pino, e un terzo fulmine colpì, questa volta
spaccando in due metà perfette un cedro; lo schianto, il brontolio e
il rimbombo echeggiarono per tutta Roma mentre gli alberi
venivano abbattuti, piegandosi in ogni direzione, le radici
strappate con violenza dal terreno con alacre velocità.
Un penetrante squillo di tromba eruppe nel momento in
cui il capobanda, con faccia celata da una strana maschera
ammaliante, si incamminò dal campo verso l’Appia Antica,
accompagnato dagli schiamazzi delle iene.
Quando alla fine arrivarono i bambini, che iniziarono a
radunarsi intorno alla compagnia, il capobanda ridendo gettò loro
delle monete, lanciò in aria gli oggetti; gli piaceva il suono che
facevano
quelle
reliquie
quando
colpivano
il
terreno
e
rimbalzavano avanti e indietro mentre i bambini le inseguivano,
scorrazzando in giro per raccoglierne quante più potevano,
addirittura scavando tra le crepe dell’Appia per recuperare le
monete cadute nelle fenditure.
In mezzo alla strada il capobanda si inginocchiò sul
massiccio acciottolato lucido e, con il viso rivolto a nord, come se
guardasse direttamente nel cuore di Roma, posizionò un pestello e
un mortaio davanti a sé. Prese un piccolo seme dalla tasca
dell’ampio mantello nero, lo tenne in alto, le braccia allungate al di
sopra della testa, e guardò diritto in cielo, poi lo mise nel mortaio.
Con
un’occhiata
circolare,
guardò
la
compagnia
avvicinarsi sempre più fino a circondarlo, con gli animali al
seguito, le capre e le scimmie che puntavano verso l’anello più
interno del cerchio, le iene subito dietro, accompagnate dai
bambini.
In silenzio, l’uomo tenne il pestello sollevato. All’istante,
una quiete mortale pervase l’aria — erano tutti pietrificati, anche
gli agitati bambini. Guardando quelli che lo circondavano,
lentamente abbassò il pestello fin dentro il mortaio, poi, con
delicatezza, polverizzò il seme …
Estrasse un altro seme dalla tasca, si voltò verso sud-est,
poi si prostrò totalmente sul mortaio e, nel risollevarsi, fece cadere
il seme nella ciotola; una volta sistematosi al centro, con
delicatezza, polverizzò anche quello …
Voltatosi verso est-sud-est, estrasse un altro seme dalla
tasca, iniziò ad oscillare avanti e indietro come la fiammella di una
candela,
poi,
sentendo
l’odore
di
alcune
spezie
portato
all’improvviso dal vento, smise di muoversi e, nella quiete più
totale, polverizzò il terzo seme …
Alla fine, prese una manciata di semi dalla tasca e, uno a
uno, li frantumò tutti tra le dita, e versò nel mortaio i resti
frantumati, che gli caddero dalla mano come fiocchi di neve
annerita.
Mentre guardava fisso nella ciotola come in un vortice o
un qualche orizzonte che si allontani all’infinito, prese il pestello e
iniziò a roteare; volteggiava e volteggiava in tondo, il palmo destro
verso terra, quello sinistro verso il cielo, piroettando sul piede
destro con agilità perfetta, e ad ogni giro completo aumentava di
intensità e velocità. A scopo cerimoniale, iniziò a intonare un
canto, poi ben presto smise di volteggiare, si tolse il mantello nero,
rivelò uno splendido abito color borgogna, e inginocchiatosi
davanti al mortaio, schiacciò sistematicamente i resti frantumati
fino a triturarli.
O, temerari! O ricercatori, esploratori e sperimentatori!
Chi di voi ama il pericolo? O solcare mari terribili, avventurandosi
in cosa—il nulla? Non siamo noi quelli che trovano inebrianti gli
enigmi? Non siamo noi quelli che traggono godimento nel far
domande, nell’analizzare, nel … frantumare ? Ma nel frantumare,
non cerchiamo—qualcos’altro? Chi è in grado di penetrare questo
enigma dei semi? Chi di interpretare quei gesti? Non bramate di
sapere? Io bramo …
Twarp, twarp, twarp, twarp, twarp, twarp. Twarp, twarp,
twarp, twarp, twarp, twarp.
I resti polverizzati turbinarono nell’aria, scomparvero con
la polvere e il vento, vorticarono via mentre l’elicottero si alzava e
svaniva tra le nuvole.
Io bramo …
Battendo il mortaio con il pestello, con delicatezza,
l’uomo diede vita ad un ritmo che la compagnia iniziò a
riprendere, non solo con tutte le percussioni, ma anche col corpo, e
il cerchio iniziò ad allargarsi ed espandersi man mano che i
musicisti variavano i ritmi e intensificavano la forza con cui
colpivano corpo e strumenti, e ad ogni nuovo ritmo i membri della
compagnia lasciavano il cerchio e iniziavano a ballare con
frenesia, e, via via che sempre più suonatori lasciavano il cerchio
per ballare, ognuno muovendosi secondo uno stile pertinente al
proprio fisico, dal momento che la compagnia non era formata
soltanto da figure agili e flessuose, ma anche da paffuti e deformi,
l’uomo fece mostra delle sue abilità di giocoliere, lanciando molto
in alto torce infuocate, pale da vaglio e blocchi di legno, tutti a
forma di lettera o segno diacritico, e mentre marciavano lungo
l’Appia verso la Chiesa del Domine Quo Vadis, lui con i giochi di
destrezza modificava il ritmo della musica, e iniziarono a suonare i
loro strumenti i sassofonisti, poi i fagottisti, e i suonatori di tromba
e i cornisti, che da allora chiamarono tutti a raccolta con il suono
robusto, basso e fosco delle ampie cavità coniche che risuonavano
nell’aria, un suono gradito a capre, scimmie e iene.
Mentre la compagnia se ne stava davanti alla chiesa e il
capobanda continuava a destreggiarsi con gli oggetti, quest’ultimo
chiese: Non è questo il campus sacro dedicato a Rediculus, quello
che per i Romani era il ‘Dio del Ritorno?’
Uno della compagnia urlò: Varrone lo chiamava Tutano!
E quelli che si esibivano con le aste replicarono:
Vorremmo vederti tutto l’ano!
E un nano chiese: Non è qui che venne sepolto il famoso
corvo parlante?
No! È il luogo di una visione!
Balle! Niente visioni, tonti! Continuiamo a marciare!
Ma il cammino sarà lungo e difficile — perché non
facciamo un’offerta a Rediculus?
Ma màngiati una bistecca, piuttosto!
Dentro c’è una lastra di marmo con l’impronta dei piedi di
Gesù!
Davvero? disse l’uomo, e lanciò tutte le torce con cui si
destreggiava a quelli che gli stavano davanti, poi le pale da vaglio,
il che gli permise di maneggiare i blocchi di legno con velocità e
variazioni ben maggiori.
Talvolta sembrava che alcuni blocchi rimanessero quasi s
o s p e s i
nell’aria per un momento, e a chi guardava con
attenzione, e i cui occhi erano abbastanza acuti, risultava chiaro
che aveva davvero iniziato a tracciare parole nell’aria, che stava
lanciando i blocchi in un certo ordine, che, infatti, coi blocchi
formava una frase intera.
Continuava a destreggiarsi ed era divertito dai bambini che
tentavano di imitarlo, lanciando in aria tutte le monetine che
avevano raccolto.
I piedi … di Gesù?
Però non battono il palazzo Topkapı—hanno la barba di
Maometto!
Tutta la barba?
No! Solo un po’, ma è sicuro come la merda che è di
Maometto, non Mao’s!, e hanno anche i piedi, e un dente!
Dov’è il clitoride di Saffo?
Dov’è il retto di Belzebù?
Dov’è il prepuzio di Gesù?
E Dio?
Sul dito di Santa Caterina!
L’hanno sepolto insieme a lei?
Cosa, Dio?
No, il prepuzio!
Dio è il prepuzio, e il prepuzio è Dio!
Non è sepolto; è in un’abbazia carbonizzata nell’ovest
della Francia. Il dorato dono dei doni di Carlo Magno!
Non lo è—è in una prigione a Calcata.
Non c’è più! Dei ladri l’hanno rubato dall’armadio del
prete!
Ma era quando la monaca carmelitana lo trovò?
Non è che l’ha trovato; le apparve in bocca e disse che
sapeva di miele!
Se i prepuzi sacri sanno di miele, il miele allora è fatto di
prepuzi sacri?
Macché prepuzio! Preghiamo la santa fica! Il grembo
immacolato della Madonna! Virginitas in partu! Dobbiamo santifica-rla!
Che? Lei Lo ha fatto come Zeus ha fatto Dioniso?
Scordatevi il Sacro Graal; dobbiamo trovare l’anello d’oro
di santa Caterina!
E la sua placenta? Hanno conservato anche quella?
Certo, è a Montségur.
Macché—è nel fundus uteri, inter faeces et urinam!
Che vuoi saperne delle vergini? Datemi dei frutti dolci e
maturi—non c’è niente di più succulento. Meglio uccidere un
bambino in culla che covare desideri inattuati!1
Il capobanda si fermò, posò i blocchi a terra e si diresse
verso l’entrata della chiesa.
1
“Sooner murder an infant in its cradle than nurse unacted desires”. La
citazione è di William Blake da Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno.
Ehi, dove vai? intimarono ridendo i festanti.
Vado a Roma per …
A Roma? Ma noi siamo a Roma!
Vado a—vedere se i miei piedi ci stanno di preciso.
Ma sei circonciso?!
Il capobanda si girò come per togliersi la maschera e
rispose: Mi hanno detto che so di miele … e invece di rivelare il
viso, fissò saldamente la maschera alla testa, e si voltò.
Continuiamo a suonare, gridarono altri, e continuarono a
scandire ritmi con gli strumenti a percussione, benché sempre più
selvaggi, mentre l’uomo entrava nella chiesa e le porte si
chiudevano dietro di lui.
Vennero raccolte le torce, e con esse le figure con il
costume da menade formarono un cerchio in mezzo alla strada;
una volta unite, le fiamme delle torce diventarono più calde e più
luminose, guizzavano e lanciavano scintille in aria mentre le
donne si avvicinavano alla chiesa e alcuni bambini seguitavano a
lanciare in aria le monete, tentando di destreggiarsi con esse,
mentre altri si rincorrevano in direzioni opposte, come per
riprodurre un orologio impazzito, e altri ancora giocavano con gli
animali.
Quando alla fine le porte della chiesa si aprirono, il
capobanda si diresse a grandi passi verso le fiamme, raccolse e
accatastò sulle torce i blocchi di legno, i quali a quel punto
iniziarono a bruciare, incitandolo a danzare lentamente intorno alle
torce in uno stato di concentrazione, ci girava attorno, fissava la
massa di fuoco che si rifletteva nei suoi occhi, facendo sì che il
fuoco sembrasse emergere dal suo stesso corpo, e man mano che si
avvicinava alle torce e recuperava i blocchi in fiamme,
maneggiandoli con perfetta disinvoltura, sembrò che il fuoco e il
corpo di lui iniziassero a mescolarsi, in un modo tale che le mani
erano come le fiamme e le fiamme erano come le mani, e il fuoco,
che aumentava gradualmente, era così impetuoso che i blocchi alla
fine si disintegrarono, e guardandosi attorno, con un gesto, l’uomo
invitò gli altri a ballare; i suoi movimenti divennero più vigorosi, il
corpo si agitava e ruotava con allegria; come liberato da un
qualche legame primordiale, il corpo articolava fisicamente la
coscienza, e lo stesso succedeva anche ai corpi delle donne, i cui
movimenti divennero frenetici mentre le vibrazioni dei tamburi e
degli altri corpi deformi attorno ad esse correvano loro nella carne,
con le teste che si rovesciavano all’indietro di scatto e si piegavano
in avanti allo stesso modo, e da un lato all’altro, mentre si
scioglievano i capelli e le magliette scivolavano giù dalle spalle, i
seni imperlati di sudore, gli stomaci che si dilatavano e si
contraevano con il fiato che diventava sempre più corto, mentre
altre si allacciavano pelli d’animali alla vita e brandivano serpenti
che sibilavano all’aria, con le lingue rosse, lunghe e fini che si
lanciavano dentro e fuori, quasi all’unisono con le fiamme, come
se fossero state un’estensione delle conflagrazioni.
Incoronatesi con edera e quercia e salsapariglia nel pieno
della fioritura, le donne all’estremità del cerchio lo chiamarono a
gran voce, salmodiando all’unisono: Triboulet, Triboulet, guidaci
tu; andiamo, andiamo, verso il centro della città, e cantiamo,
cantiamo.
E poi tappezza la città! Fallo sapere a tutti, dillo a tutti
quanti, attacca manifesti e distribuisci volantini finché la gente non
si riversa nelle strade ai tuoi ordini … Chiamali a te! Iniziamo!
Un gran fragore di piatti risuonò nell’aria e i tamburi da
sfilata rimbom-bom-bom-barono.
Mentre il suo seguito di menadi travestite e di sileni
corpulenti lo attorniava, Triboulet estrasse un salpinx dal tirso con
cui ballavano e facendo risuonare il corno produsse un suono
squillante, e annunciò:
Amici! Vi mando lontano per radunare quelli della nostra
razza, i ricercatori e gli indagatori, tanto audaci quanto coraggiosi,
e anche gli errabondi e i nomadi; andate negli angoli più remoti
della Terra e fate appello al nostro gruppo—è giunto il momento
del nostro raduno: noi soli sappiamo cos’è possibile con questa
compagnia!
E così alcuni partirono per radunare i confratelli scellerati
come comandato da Triboulet, il quale proseguì con il resto del
seguito fin dentro il cuore di Roma, scorrazzando lungo l’Appia,
liberando la gente dalle case con suoni sibilanti, rimbombanti,
fragorosi, allettanti, seducenti, ipnotizzanti, richiamando persone
su persone mentre attraversavano via Cilicia e poi la Porta
Ardeatina, finché non raggiunsero il Parco Scipioni attorno al
quale
girarono
più
volte,
con
la
musica
che
andava
intensificandosi ad ogni svolta serpeggiante, scrosci di tamburi,
piatti, campanelli e doppi flauti si mescolavano tutti in crescendo
esplosivi e punti di rottura estatici, come se il suono stesso
scoppiasse, e sembravano s o s p e n d e r e quasi del tutto i ritmi
della musica, estendendo le armature del tempo fin quasi al
collasso, finché Triboulet non scoppiò a ridere in modo sguaiato, e
in quel preciso momento il tempo della musica accelerò e iniziò
una cacofonia scatenata, i corni strillavano, guaivano, quasi
gridavano, sforzandosi fino a punti di rottura, riecheggiavano grida
umane, rumori animaleschi, e misteriose note distorte, come suoni
di pianeti che girano su se stessi ad alta velocità, tutti suoni che
aumentarono ancor più quando Triboulet soffiò in due, poi in tre
corni contemporaneamente, suonando certe note ammalianti che
servivano a segnalare il cambiamento del tempo e il mutamento
del ritmo, con la cacofonia che si ritrasformava in battute più
melodiche e melliflue.
Ipnotizzati da tale musica potente, tutti quelli che erano
alla sua portata iniziarono a ballare selvaggiamente, e anche quelli
poco propensi al ballo vennero presi dalla musica, e non solo si
sentirono stimolati, ma si resero anche conto che la loro coscienza
iniziava ad alterarsi, la percezione ad acuirsi, e ciò che li
circondava a brillare intensamente, come raggiante di nimbi, e
acquisirono un senso più acuto della realtà mentre le onde sonore
si infiltravano nei pori ed entravano nei muscoli fino a sembrare
forza fisica o un liquido caldo, denso e potente che scorreva lungo
il corpo, alterando le stratificazioni più intime, poiché la musica si
spostò su di un altro livello, un livello in cui la materia non
esisteva e tutto era interconnesso, un piano in cui esistevano solo
le interrelazioni di probabilità, e nuove probabilità era quel che
cercavano, di penetrare col suono a livelli subatomici, in un luogo
di scambi continui tra materia ed energia, lingua e ottone, umano e
capra, corpo e corpo, suono e carne, osso e aria, un vero scambio
di fotoni ed elettroni di tutto ciò che li circondava, e mentre si
verificavano questi scambi e ogni corpo veniva trasformato
esattamente come accade ad ogni cosa, elemento e altro, Triboulet
riunì di nuovo tutti e mentre i cornisti suonavano, il suo seguito
continuò a marciare e da Via di Porta San Sebastiano, attraversò
Piazzale Numa Pompilio e proseguì per le Terme di Caracalla
verso il Circo Massimo, dove si sistemò e da dove numerosi
membri della compagnia cominciarono a sfilare per arrivare nelle
strade esterne di Roma, attaccando manifesti, fissando stendardi
qua e là, arrivando in piazze e corsi, scrivendo per la città con
gessi e vernice, vagando dall’Aventino al Colosseo e all’Esquilino,
e dal Quirinale alla Salaria, e al Pincio e da Piazza del Popolo al
Vaticano, con tutti i membri della compagnia che tornavano vestiti
con tutte le panoplie, facendo i buffoni con braghette magnifiche, i
campanelli ai piedi, il culo scoperto, interrompendo il corso
regolare degli eventi, seducendo legioni di persone, prendendo con
sé gli oppressi e gli smarriti, con cui ritornarono saltellando verso
il Circo Massimo lungo Via Cavour, Via Nazionale, e Viale
Trastevere, da Via della Conciliazione a Corso Vittorio Emanuele
II, e da Piazza del Popolo giù per Via del Corso verso Piazza
Venezia, intorno alla quale scórsero, distribuendosi in ogni strada,
sparpagliandosi intorno ai Musei Capitolini, provocando una
mischia gioiosa, o una confusione generale, perché erano in molti
ad essere irritati od offesi dalle stravaganze della compagnia, e
soprattutto dal fatto che decine e decine di loro erano considerati
immorali, incivili, non adatti ad un mondo di pretenziosi e
conformisti, eppure perfino i puritani avvertivano una qualche
sensazione irresistibile tutte le volte che udivano la musica della
compagnia.
E, in generale, in quelli che incontravano la compagnia
scaturiva un senso di sollievo e di gioia pervasiva, dal momento
che il mondo era assillato da carestie e terremoti e una nazione
insorgeva contro l’altra, il che venne interpretato da alcuni come i
prodromi di una nuova era, poiché c’erano state molte notti in cui
il sole si era oscurato, la Luna non dava luce, e si erano verificate
continue piogge di meteoriti, come se il cosmo stesso fosse in
guerra. Altri pensavano anche che sulla Terra stesse per verificarsi
un disastroso mutamento geologico, devastante quanto una nuova
glaciazione o un’età della lava, e molti in tutto il pianeta vennero
presi da timori intensi e spaventosi, mentre parecchi sedicenti
profeti continuavano a predire che la fine del mondo era vicina;
anche se ogni volta quella fine mancava di verificarsi e l’estasi
promessa non si produceva, ricalcolavano alla svelta le predizioni,
affermavano di aver interpretato male i “segni” e, impassibili,
nonostante il fatto che molte persone si erano suicidate per paura
della fine del mondo da loro predetta, rinnovavano i pronostici con
noncuranza, senza che la minima ombra di scetticismo infrangesse
mai la loro fede ottenebrante. A causa dei continui attacchi
terroristici nel corso delle ultime due decadi, molti erano assillati
da una paranoia invalidante, che, sebbene diminuisse di tanto in
tanto, veniva di continuo rinnovata da cartelloni pubblicitari,
notizie radio, servizi televisivi, annunci nelle metropolitane e nelle
stazioni e negli aeroporti, che suggerivano alla gente di rimanere
con gli occhi costantemente aperti, e attenta a persone, a bagagli e
a movimenti sospetti, e di riferire alle autorità tutti i suddetti
sospetti odiosi e minacciosi, dato che trascorrere una “giornata
sicura” era un obbligo di legge, al punto che nessuno si sentiva più
libero di rimuginare o meditare o bighellonare senza mèta, e le
tensioni tra cristiani e musulmani erano andate aumentando negli
ultimi venti anni e di recente si erano esacerbate in una misura
senza precedenti, quando venne riferito che le croci su entrambe le
cupole della Basilica del Santo Sepolcro nella Città Vecchia di
Gerusalemme erano state violentemente divelte alla base, che non
erano state ritrovate da nessuna parte, e che un lato del soffitto di
una cupola era stato perforato …
In un primo momento, il governo israeliano esitò a rendere
pubblica l’entità del crimine, ma alla fine capitolò di fronte alle
pressioni su scala internazionale e le domande della stampa estera,
le organizzazioni religiose, i capi di Stato, e il Papato e ulteriori
servizi giornalistici rivelarono che gli atti vandalici erano ancor
più odiosi, dal momento che non solo mancava ogni crocifisso
all’interno della basilica, ma erano stati cancellati anche gli
affreschi della Crocifissione, e così le antiche croci graffite dai
pellegrini medievali in un vano delle scale nella basilica erano
state intagliate e trasformate in labirinti, mentre perfino la croce
appesa sull’altare della crocifissione—ritenuto il sito del Golgota
stesso—era stata strappata dalla parete con violenza. I cattolici di
tutti i credi si sentirono oltraggiati e organizzarono proteste e
manifestazioni;
condannavano
quell’atto
ritenuto
una
“abominazione di desolazione”, per il quale molti chiedevano
vendetta, cioè giustizia, e altri, benché offesi nell’intimo, pietà e
compassione. Sebbene diverse organizzazioni estremiste islamiche
avessero rivendicato la profanazione, la polizia israeliana doveva
tuttavia determinare se si trattava, per quanto estremamente grave
e moralmente offensivo, soltanto di un atto d’insensatezza e
d’ignoranza da parte di un gruppo di “giovani delinquenti
degenerati e irrecuperabili” del tutto privi d’etica, o di qualcosa di
più spaventoso, un gesto politicamente o religiosamente connotato,
forse l’inizio di una serie di attacchi che avrebbero potuto
continuare ed essere indicativi di una potenziale guerra di
religione. Indipendentemente dalla questione, il mondo era sulle
spine—quando la polvere della devastazione fu finalmente portata
via, si scoprì che l’icona del Cristo Pantocrator sulla cupola della
basilica era stata cancellata in modo permanente. L’immagine del
volto del Redentore era stata eliminata del tutto e ora non era che
un cerchio cinereo che, al centro, recava un grande e funesto
?
Nel Circo Massimo la compagnia, che si era trascinata
dietro una enorme barca su ruote, iniziò a scaricare vari elementi
dal veicolo e, proprio come i bambini nel Circo di Massenzio, a
disporre innanzi a loro gli oggetti per terra; posizionarono i pezzi
qua e là quasi a caso, sistemandoli in un modo che nessuno
riusciva a seguire o a discernere, ma che per loro possedeva una
propria logica peculiare, come se fossero stati gli agenti del caos,
che prosperano solo nello sconquasso, venendone addirittura
incitati, e ispirati dallo scompiglio, da corse frenetiche e dal
pandemonio, sebbene alcuni pensassero che quelli mascheravano
di proposito ogni loro azione, in cui si impegnavano con malignità
intenzionale, se non con metis. Da una compagnia così accozzata,
composta da disadattati, musicisti e artisti di questo tipo, cosa ci si
doveva aspettare, se non qualche forma di baldoria e furfanteria?
Nei gesti assomigliavano più che altro a un’orchestra che accorda
gli strumenti e che, per quanto non del tutto discordante,
produceva una sensazione di dissonanza, o un qualcosa di amorfo,
una massa confusa le cui molte inevitabili forme erano
indistinguibili ma che aveva un’energia affascinante, poiché nella
confusione non c’era nulla di fisso o cristallizzato, ma solo
desiderio e forza in movimento, un senso di ricerca, di gioco senza
scopo, e di libertà, un crescendo di tensione eccitata per qualcosa
sul punto di accadere. E tutta la gente raccolta dalla compagnia e
condotta al Circo Massimo si radunò tutt’intorno, e guardava i vari
membri della compagnia iniziare ad assemblare diverse strutture e
altri incantare la folla con performances musicali ed esibizioni
acrobatiche.
Vedendo il posizionamento delle numerose strutture
triangolari per tutto il campo, i bambini capirono che la compagnia
stava costruendo delle enormi altalene, e quando ai pali orizzontali
vennero attaccate le catene e infine sistemati i sedili in pelle, i
bambini arrivarono di gran carriera nell’arena, gridando ed
esultando, e molti di loro urlarono qualcosa come A-OH! A-OH!
A-OH! e qualcos’altro che sembrava Pix! ma quei vocalizzi quasi
violenti vennero considerati un semplice farfugliare, la gioia pura
e semplice dei bambini che giocano con parole e lettere come se si
trattasse solo di suoni da arrotolare sulla lingua con piacere
sferico, il che potrebbe anche essere la natura dei suoni, un
farfugliare; ma i musicisti ascoltavano con attenzione quelle
esclamazioni sonore e molti di loro ripresero i vocalizzi e si misero
a intonarli mentre i bambini saltavano sulle altalene e si facevano
spingere avanti e indietro, divertendosi per la sensazione di
rimanere sospesi a mezz’aria in una specie di euforia,
avvicinandosi al cielo ad ogni movimento in avanti, con
l’impressione di riuscire ad afferrare il sole o la Luna ad ogni
oscillazione, e mentre continuavano ad altalenare, formarono un
ritmo con i musicisti, e tutti intonavano A in avanti e Oh!
all’indietro, e dopo tre oscillazioni complete tutti gridavano: PIX!
la parola che esplodeva dalle bocche, la X che si estendeva in una
lunga e protratta SSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSS come pioggia che
sgorga dalle labbra e che culminava in risatine mostruose, e
quando la ridarella frenetica si disperdeva, ricominciavano ad
intonare all’unisono:
A--------OH!
A--------OH!
A--------OH!
PIXSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSS!
finché anche gli adulti all’intorno iniziarono ad unirsi alla
cantilena, sollecitati dai musicisti che vagavano per la folla,
incitandoli con gesti e ammicchi e ordini vocali, per coinvolgerli
direttamente nei festeggiamenti finché non ci fu più una linea di
demarcazione definita tra la compagnia e la folla.
Mentre risuonavano nell’aria i canti, che echeggiando
furono uditi, come più oltre riferito, al Colosseo e perfino al di là
del Tevere, all’estremità sud del Circo Massimo altri membri della
compagnia costruivano una strana altalena singola alta nove metri,
le cui braccia non erano fatte di catene o di corda ma d’acciaio, ed
edera e ghirlande erano state avviluppate attorno alla struttura, e
appollaiati in cima alle colonne erano uccelli sul punto di spiccare
il volo. Quando la compagnia finì di assemblarla, Triboulet salì in
silenzio sull’altalena e cominciò ad acquistare velocità piegandosi
e rialzandosi, con l’altalena che oscillava sempre più in alto in
entrambe le direzioni. Dato che non avevano mai visto un’altalena
simile, né tanto meno ricordavano che ne fosse esistita una nella
Roma antica, o addirittura tra gli intrepidi minoici, i presenti
trovarono l’oggetto sia intrigante sia affascinante se non
pericoloso, in virtù dell’altezza estrema, e guardavano Triboulet
con sgomento, timore reverenziale e trepidazione, chiedendosi
quanto potesse dondolarsi in entrambe le direzioni, e, se si fosse
spinto troppo, se sarebbe caduto da un’altezza simile, dato che
l’oggetto sembrava progettato per permettere un giro completo.
Mentre i bambini sulle loro altalene rimanevano legati ad un solo
dominio, senza mai lasciare davvero il regno terrestre, Triboulet
sembrava sul punto di volteggiare nel regno celeste, o di unire il
regno terrestre a quello celeste—non credeva che di fatto fossero
separati—con il suo altalenare, e l’attesa crebbe mentre si
spingeva sempre più lontano in entrambe le direzioni, librandosi in
alto avanti e indietro, perfettamente in equilibrio, e di quando in
quando emetteva un profondo grugnito gutturale, come un samurai
che imbriglia il chi. Mentre Triboulet si dondolava, i nani della
compagnia versavano da giganteschi barili a forma di alveare, che
avevano fatto rotolare nel Circo, un liquido lievemente dorato in
brocche d’argilla, e dopo aver riempito tutte le brocche, le
distribuirono tra la folla, prendendone un po’ anche per sé ed
incoraggiando gli altri a consumare il nettare, una bevanda
leggermente frizzante, né secca né dolce, fatta di timo fermentato,
miele, mele cotogne e acqua, tenuta per quaranta giorni al sole
dall’inizio dell’apparizione di Sirio, una stella venerata da
Triboulet.
Consolatevi della vostra angoscia! Bevetelo fresco se
riuscite a prenderlo!
Prima il melikratos, poi il dolce vino!
E così le brocche vennero distribuite, tutti quelli che
bevevano la bibita dissetante, la consumavano mentre guardavano
Triboulet che continuava ad altalenare, e più nettare bevevano più
seguitavano ad accompagnarlo con la voce, perché ammiravano
quell’audacia e desideravano essere testimoni di gesta impossibili,
e sfidando la stessa forza di gravità, Triboulet alla fine riuscì a
dondolarsi al di là del normale punto di oscillazione di un’altalena
e fece un giro completo di 180°, librandosi da una direzione
all’altra, completando un intero mezzo cerchio, poi affondò
all’indietro di 220°, e mentre si proiettava in avanti ancora una
volta, piegandosi e rialzandosi con forza e velocità maggiori, alla
fine oscillò superando totalmente l’asse dell’altalena e, per un
momento, rimase s o s p e s o proprio là sopra come se anche la
gravità fosse sospesa ~ questo produsse un’impressione di
leggerezza: e mentre rimaneva lassù, immobile come un colibrì, a
tutti sembrò di restare sospesi insieme a lui, o perlomeno di
sentirsi come sospesi tra un regno e un altro, come se avessero in
qualche modo abbandonato il terreno, poi, di colpo: — affondò di
nuovo all’indietro finché non si scagliò in avanti a velocità
prodigiosa, completando un giro di 360°, roteando attorno all’asse
più e più volte, unendo terra e cielo con un solo moto continuo e
fluido, e tutti furono indotti ad esultare davanti all’impresa di
Triboulet, intonando:
A--------OH!
A--------OH!
A--------OH!
PIXSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSS!
Quando Triboulet scese dall’altalena afferrò un megafono
dalla nave-auto e con quello parlò con grande enfasi, invitando la
folla ad unirsi alla compagnia sul posto per dondolarsi sulle
altalene, dato che, a parte le altalene più piccole costruite dalla
compagnia per i bambini, c’erano anche tipi diversi di altalene più
grandi per gli adulti; quindi, mentre la compagnia imboniva la
gente sparsa per il Circo Massimo suonando tamburi da sfilata,
piatti tromboni trombette e strumenti d’ogni genere, gli astanti,
allegri, si fecero strada a gomitate verso le altalene e si
dondolarono avanti e indietro, spingendosi molto volentieri l’un
l’altro; ma nessuno, nonostante diverse persone avessero tentato di
salire sull’altalena di Triboulet, riuscì a formare un arco che fosse
la metà di quelli di lui, né ad altalenare per più di due minuti, e
spiandoli dalla sua maschera ammaliante, Triboulet soffiò nel
salpinx e si buttò nella mischia e un’euforia generale si impossessò
di tutte le persone all’interno del Circo, e mentre quello stato
incoativo le vinceva, ciò che all’inizio le isolava tutte l’una
dall’altra iniziò a dissolversi, e invece di essere come stelle
disparate e isolate nel cosmo, si sentivano parte integrante di una
costellazione, se non come polvere nel cosmo, sentivano che non
erano separate né dalle capre, né dalle scimmie né dalle iene che le
circondavano e vagavano attorno a loro, ma che erano come un
unico organismo, circonvolute assieme come intestini, sebbene gli
animali potessero anche far parte di un livello superiore; e non si
esprimevano a parole ma a gesti, e mentre ballavano i loro
movimenti comunicavano l’incantamento, con le membra fluide,
aggraziate, ritmiche, ed emettevano suoni misteriosi mentre
esultavano nella loro euforia, mentre la notte inghiottiva l’apice
del giorno e volgeva al futuro.
Nell’oscurità più totale, Triboulet condusse diverse donne
all’estremità sud del Circo Massimo e, inginocchiatosi davanti alla
torre, prese una capra per le zampe anteriori, la sollevò e la baciò,
dopodiché le donne afferrarono l’animale e lo deposero a terra, lo
tennero saldamente e ne accarezzarono dolcemente il corpo per
infondergli una certa calma; poi, con un gesto fulmineo, la capra
venne decapitata: — quando la testa maestosa cadde a terra,
Triboulet la sollevò per le corna e ne fissò il muso misterioso
mentre le donne continuavano a tenere il corpo dell’animale, che
tremava e si agitava loro tra le mani, e i fluidi viscosi
zampillavano dal corpo in una ciotola sottostante, e gli organi
spingevano per emergere dal collo reciso come se fosse un utero.
Una volta cessati i sussulti, le donne tennero la capra sollevata, e
con lentezza Triboulet ne aprì la pancia, poi tolse la pelle per
privare la bestia degli organi, che vennero raccolti in un’altra
ciotola. Rimosse le interiora dal recipiente, Triboulet le pose per
terra con delicatezza e, alla luce delle torce, le fissò studiandole tra
le fiamme, esaminando le pieghe, i colori, la consistenza, e
cominciò a immaginare qualcosa mentre meditava sulle volute
all’interno delle spire degli intestini—voltatosi a guardare la testa
maestosa della capra, venne pietrificato da quel sorriso ieratico,
mentre le donne pulivano l’animale e poi, dopo averne decapitate
molte altre, iniziarono a cucinarle per terminare con un banchetto
il loro lavoro.
Il
giorno
successivo,
la
compagnia
cominciò
ad
ammassare grandi quantità di porfido, che venne trasportato al
Circo Massimo e a Villa Doria Pamphilj. Una simile abbondanza
di purpuree rocce ignee risultava stupefacente, e il loro trasporto
continuo era quasi più spettacolare delle abituali sfilate della
compagnia per le strade, forse in parte perché nessuno si aspettava
che una simile accozzaglia di musicisti, giocolieri e acrobati—o
qualsiasi cosa fossero—si impegnasse in attività tanto laboriose;
erano sbalorditivi nei compiti difficili ed esibivano la resilienza e
l’intraprendenza dei pionieri che plasmano dal nulla nuove terre,
qualità che fecero guadagnare loro il rispetto dei romani più
ortodossi, che trovavano sconvolgenti, se non immorali, le loro
solite buffonate. Se interrogati su chi fossero e da dove venissero,
replicavano che erano soltanto stranieri e pellegrini che erravano
qua e là a seconda dell’impulso, guidati dagli istinti, pareva quasi
spinti dal vento, o da un qualche scopo inespresso chiaro a
Triboulet. A colpire maggiormente fu il momento in cui
cominciarono ad assemblare nel Circo Massimo ampie porzioni di
porfido in una qualche massa incomprensibile e frastagliata,
sollevando tramite un sistema di pulegge ed argani un pezzo di
roccia sopra l’altro finché non assomigliò a una qualche macchia
sformata e monumentale, con i cristalli di plagioclasio che
luccicavano al sole primaverile, la cupa sfumatura purpurea della
roccia in netto contrasto con la terra inaridita e con l’erba
calpestata. Man mano che costruivano quella massa, questa venne
ritenuta ancor più straordinaria, perché col tempo arrivò all’altezza
di 160 metri, il che fece pensare a più d’uno se stessero costruendo
una nuova Torre di Babele, un’ipotesi respinta dal Vaticano e da
altre autorità religiose, ma che molti considerarono valida per
diverse settimane, sperando infatti che, come quell’antica struttura,
anche questa andasse incontro al proprio destino, poiché molte
persone, più che esasperate da un’impresa grandiosa e ambiziosa,
erano
sconvolte
dalla
struttura
trovandola
enigmatica,
incomprensibile, un monumento all’assurdo fin troppo tipico
dell’arte accademica piatta e insensata che dominò la seconda
metà del ventesimo secolo, un artefatto della concettualità che non
avrebbe mai potuto essere animata in una forma ma solo teorizzata
in targhe illustrative piazzate accanto ad un’opera, a mo’ di uno
zoppo bisognoso di una gruccia. Anche se tanti si aspettavano che
i membri della compagnia erigessero qualcosa di assurdo, se non
di oltraggioso, nessuno considerò che quelli non avrebbero
dedicato una quantità di tempo così notevole a costruire un oggetto
tanto insignificante e misero. Ma i loro sforzi erano solo all’inizio,
e molti capirono che essi non costruivano una Torre di Babele, né
tanto meno scolpivano—se ci si poteva riferire ad una simile
collocazione di materiale in termini di scultura—un qualche arido
monumento alla mediocrità davanti al quale stanchi cinici
potessero porsi in un atteggiamento di pura reverenza, adorando
l’ordinarietà, interpretandola come sublime in modo da sentirsi
perfettamente al livello del monumento. No. Come quelli che
facevano parte di una gilda medievale, i membri della compagnia,
con lentezza, nell’anonimato e con cura davano forma a qualcosa,
non collocavano semplicemente del materiale, ma lo modellavano,
lo plasmavano, lo definivano, generavano pazientemente qualcosa,
alla fine, di davvero animato, dotato cioè di una sorprendente vita
dinamica, come una specie in evoluzione, che inesorabile respinge
i propri strati primitivi ed arcaici nella lotta per divenire ciò che è,
in corsa per il futuro, per distruggere quel che ne ritarda la
continua e spesso necessaria trasformazione violenta. Dalla loro
devozione alla scultura si intuì lo sbocciare di qualcosa di terribile,
di tremendo, se non addirittura forse di catastrofico, come se stesse
per nascere qualcosa di completamente nuovo, pronto ad erompere
dalla roccia, a fare a pezzi la realtà o piuttosto ad annientare un
millennio di incrostazioni offuscanti mentre intaccavano la roccia
con scalpelli e mazzuoli e abbozzavano le linee generali della
scultura, che rimaneva al di là della comprensione di tutti e che
tuttavia restava ugualmente molto affascinante.
E nel corso di questa rivelazione, mentre la monumentale
costruzione purpurea emergeva da un primo stadio della sua forma
finale, notizie dell’ultimo minuto riportavano frettolosamente che,
all’insaputa
dei
residenti
del
Kent,
in
Inghilterra,
e
dell’arcivescovo della chiesa che al momento era altrove, “nel
cuore della notte” la Cattedrale di Canterbury era stata
completamente ricoperta da pieghe e pieghe di poliammide nera.
Gli sconosciuti autori dello strano fatto, che quelli del posto
trovarono sconcertante se non provocatorio, a detta della polizia
erano stati sfortunatamente aiutati dal fatto che tutta la contea del
Kent era stata colpita da un inatteso blackout. Quando la bravata
fu resa nota, l’energia elettrica doveva ancora essere ripristinata.
Finalmente arrivati i vigili del fuoco, nel tentativo di rimuovere il
tessuto presero la scossa a causa degli alti livelli di energia statica,
e se increspato da una brezza leggera, il tessuto continuava ad
emanare scariche elettriche quando si gonfiava e ondulava contro
la chiesa, scoppiettando e crepitando in una danza frenetica, con le
scosse che fluttuavano attorno all’antico edificio come longilinei
serpenti elettrici, che arrivavano a bruciacchiare parte del tessuto
e, come presto ci si accorse, anche gran parte dell’edificio, dando
l’impressione che sottili serpenti neri si avvolgessero tutt’intorno
alla struttura come per strangolarla. Una volta neutralizzato il
tessuto, i pompieri iniziarono a dipanarlo, e nel rimuoverlo dalla
costruzione e man mano che sempre più astanti cominciavano a
radunarvisi attorno, guardando lo spettacolo apparentemente
innocuo ma accattivante con sgomento unito alla trepidazione, e
incerti se ammirarlo o temerlo, uno di loro notò che, se tenuto
controluce ad una certa angolazione, il materiale sembrava
contenere righe e righe di testo. Ad un esame più attento, il
tessuto, come venne rivelato, assomigliava più ad un patchwork di
opuscoli stampati su un lato e cuciti assieme, non esattamente
opuscoli, ma pareva si trattasse di centinaia e centinaia di
pamphlets settecenteschi; tuttavia, nessuno sul posto era in grado
di decifrare il testo, né si sapeva in quale lingua fosse stato scritto,
ma la polizia suppose che si trattasse di “qualcosa di antico”.
Presto si scoprì che si era verificato un fatto ancor più sconcertante
e misterioso—mentre dalla cattedrale veniva srotolato il tessuto
strato per strato, tutti gli astanti erano terribilmente allarmati dallo
strano fatto che, alle otto di mattina, tutto il Kent taceva. Harry, la
campana più antica della chiesa, di norma suonata tutte le mattine
alle otto in punto per segnalare l’apertura della chiesa, non suonò.
Era la prima volta dal dodicesimo secolo che un tale silenzio
pervadeva il Kent: — la quiete mortale era in sé e per sé
terrificante, un silenzio inquietante, inumano, che portò sulla scena
del crimine anche gli atei, gli agnostici e un’orda di indifferenti
apatici. Dopo che il tessuto fu finalmente rimosso e l’arcivescovo
e la polizia alla fine furono entrati nella cattedrale, increduli
scoprirono che non solo non c’era più Harry, ma anche che tutte le
21 campane della Cattedrale di Canterbury erano scomparse.
Oxford Tower, Arundel Tower, e Angel Steeple, generalmente
conosciuto come il campanile di Harry, erano, in modo
stupefacente, come del tutto sprovviste delle rispettive campane, le
quali andavano tutte dalle quasi due alle tre tonnellate e mezzo.
Quando la notizia ebbe raggiunto chi era fuori, un vagabondo si
rivolse alla folla e, ridendo, intrattenne la gente con un racconto,
dichiarando, che “mentre ve ne stavate a dormire, io li ho visti i
colpevoli, oh sì, accidenti s’è vero, quei campanoni penzolavano
dal collo d’una giumenta, è vero come un melo è un pero, ma
er’anche carica di brie e aringhe fresche e pure di salsicce, e ho
scantonato là perché volevo un po’ di quella roba porcina, cavolo
s’è vero, perché avevo visto dove si radunavano quegli inzolfati,
alluppolati, lordi e scompisciati”, e si mise a mingere, allagando
loro i piedi, dichiarando di voler “solo spartire il mio vino con voi,
ma per scherzo e basta, siccome non c’è niente di meglio che
sciorinare la minchia all’aria aperta”, e fu fatto filar via alla svelta,
anche se la sua risata ribelle riecheggiò tra la folla, e le sue ultime
bizzarre parole rimasero nell’aria come corvi che girano in
cerchio: “È stato Aesma-Daeva, pa’ Modo-Mahu, cari culi frolli!
Elle campane gli dondolavano dalla giumenta e da’ capelli!” ma
nessuno, in nome di Cristo, sapeva di cosa stesse parlando. Dato
che la stampa rende pubbliche all’istante le notizie in tutto il
mondo, fu detto che Dunstan, Mary, Crundale, Elphy, Thomas e
Jesus erano tutti scomparsi, ma non il Gesù originale, il che portò
a inchieste comiche e bizzarre poiché alcuni credenti in tutto il
mondo pensarono davvero che fosse stata diffusa la notizia
secondo la quale Gesù stesso—Lui Stesso—fosse tornato, ma che
non fosse il Gesù originale bensì un altro Gesù, e rimasero
perplessi, in primo luogo per come fosse possibile che Gesù si
fosse perso, e in secondo luogo per come fosse possibile
determinare se Gesù fosse davvero Gesù e non un altro Gesù
ancora, dal momento che c’era un solo Gesù, e tutti del Gesù
dicevano che non era Gesù, che chiaramente non era Gesù,
sebbene i messicani rendessero davvero la situazione molto
confusa; e altri sostenevano che siccome Gesù era l’incarnazione
di Dio, ciò che doveva essere accaduto era che sia Dio che Gesù
fossero tornati contemporaneamente, e quando vedevano Dio
alcuni pensavano che Egli fosse Gesù e quando vedevano Gesù
alcuni pensavano che Egli fosse Dio, mentre altri non riuscivano a
distinguerli, e quindi ne derivarono complicate discussioni
teologiche su come fosse possibile distinguere Dio da Gesù se
entrambi fossero tornati contemporaneamente e, se erano stati
necessari 2000 anni perché egli—Egli—tornasse, il che era poco
probabile dal momento che promise che “questa generazione” non
sarebbe vissuta “prima che tutte queste cose siano avvenute”, ciò
significava che i suoi contemporanei avrebbero visto cielo e terra
passare davvero; ma giusto per ipotizzare, se fosse tornato sarebbe
stato vecchio (sarà invecchiato nell’intervallo tra l’andarsene e il
tornare, o avrà avuto in eterno 33 anni come la Madonna è rimasta
in eterno illibata, sia in vagina sia—naturalmente—in ano?),
avrebbe avuto ancora la barba e gli stessi abiti, o indumenti
moderni, ma sempre con la corona di spine, le stimmate, ecc. …?
Una confusione sorta solo perché le notizie di cronaca
tralasciarono l’importante dettaglio che Dunstan, Mary & alia non
erano esattamente delle “persone scomparse”, cioè impiegati della
cattedrale rapiti, bensì delle campane, nient’altro che nomi di
alcune delle campane scomparse dalla Cattedrale di Canterbury, e
che il Gesù originale non fosse proprio scomparso poiché il Gesù
originale—la campana—venne distrutta in un terremoto quando
crollò il campanile della cattedrale, e il Gesù che venne reinstallato
non era naturalmente lo stesso Gesù ma un Gesù tutto nuovo, per
quanto alcuni si riferissero ancora a quella campana come Gesù,
nonostante non esistano due Gesù, ma solo uno, e pur essendo
nell’età dell’Überdoppelt, pochi sembravano preoccupati del
valore degli originali ed erano del tutto soddisfatti delle copie
quasi esatte, e quindi non si curavano nemmeno di un salvatore
virtuale. Al di là della soluzione del rompicapo delle campane
scomparse, le prime notizie di cronaca affermavano anche che il
diacono, i canonici, e altri impiegati della cattedrale fossero tutti
morti; i giornalisti speculavano sul motivo del possibile assassinio,
e iniziarono a nascere e, come un’epidemia, a diffondersi allusioni
a una qualche cospirazione anticattolica. Gli impiegati tuttavia non
erano morti ma, diagnosticarono i medici, in un profondo stato
catatonico, dal quale, come previsto, alla fine si svegliarono, al che
la polizia sperò di ottenere le informazioni così necessarie sugli
avvenimenti della notte del crimine. In preda all’offesa, alla
confusione e alla perplessità la polizia dapprima pensò che lo
strano incidente fosse una bravata di alcuni studenti di arte, o di un
gruppo di ecoterroristi che imitavano il lavoro di un “artista
ambientalista” a lungo dimenticato e insignificante a mo’ di
rivendicazione e omaggio, ma la bravata era, credevano, troppo
elaborata e complicata perché fosse stata “messa a segno” da
semplici studenti d’arte, mentre appariva fin troppo inusuale che
fosse opera di ecoterroristi, i quali, si pensava, non avrebbero
usato quelli che sembravano degli opuscoli per fare rivendicazioni,
dal momento che erano ben più espliciti e inclini a comporre
ossessivamente tutte le proclamazioni in Helvetica; dunque i veri
colpevoli restavano non identificati. Sebbene nella chiesa niente
fosse stato materialmente distrutto, il fatto riportò alla mente i
recenti atti vandalici in Israele e, mentre varie autorità speculavano
su chi potessero essere i colpevoli, tutti, dai membri delle sette
inglesi di magia nera ai terroristi, dai riformatori protestanti
estremisti agli accoliti dell’Abbazia di Théleme da poco
ricostituita, rivendicavano la responsabilità dell’evento. Quando la
polizia iniziò a investigare più a fondo, vennero reclutati dei
linguisti perché decifrassero lo strano testo contenuto nel tessuto
che, alla fine, venne riferito, era una forma d’aramaico antico,
escludendo quindi in modo definitivo dai possibili sospettati gli
studenti d’arte e gli ecoterroristi. Benché i linguisti fossero riusciti
a stabilire che il testo era in aramaico, di fatto non erano in grado
di leggerlo, ritardando ulteriormente la soluzione dell’enigma, che
sarebbe stato chiarito una volta arrivati gli aramaicisti che erano
stati da poco convocati, o così credevano. Durante i giorni
seguenti, essendo stati rivelati maggiori dettagli, i funzionari della
contea dichiararono infatti che non si era verificato un “normale
blackout”, bensì uno stacco automatico di carico, e che, molto più
probabilmente, chiunque ci fosse dietro al furto delle campane
aveva anche architettato di proposito l’interruzione di energia
elettrica per facilitarsi il crimine. Quando infine l’elettricità venne
ripristinata, l’arcivescovo si recò nella cripta normanna per
meditare su quegli avvenimenti disturbanti, e vide costernato che
la statua di sant’Agostino, il primo arcivescovo di Canterbury, era
appesa per i piedi in uno degli archi all’estremità orientale della
cripta.
Dato che si manifestavano di simili eventi preoccupanti,
nessuno si stupì che Triboulet e la sua compagnia costituissero un
sollievo ben accetto dai fatti sconvolgenti e inspiegabili che
assillavano il mondo, fatti a cui solo in pochi sapevano reagire, se
non, in generale, con rabbia assoluta; ma reazioni di quella sorta
erano indicative solo di una sostanziale impotenza. La risposta
potente e liberatoria, pensava Triboulet, era il riso. Tuttavia
nessuno nel Circo Massimo pensava a questioni simili, e dopo aver
ammirato la prima genesi della scultura monumentale della
compagnia e aver assaporato la perplessità che provocava,
all’insaputa di tutti Triboulet lasciò quel luogo per arrampicarsi
sull’Arco di Giano. Quando raggiunse la cima, vi stese sopra
diverse pelli di capra, poi si sdraiò sulle coperte animali e restò del
tutto immobile. In quello stato fisso e silenzioso del divenire,
prestava ascolto alle riverberazioni interne al suo corpo e, nel
fissare il cielo, percepiva vaste dimensioni del tempo fluirgli nei
nervi e il tumulto della storia mondiale gli veniva proiettato
davanti
come
un
caleidoscopio
in
evoluzione,
con
le
fantasmagoriche figure che si lanciavano in avanti in forme
cristalline, per poi collassare su se stesse, la visione si contraeva e
si espandeva come un cuore palpitante, con ogni ventricolo che
pulsa, vibra con violenza, emanando vita e morte, o si contraeva e
si espandeva come una concertina, estendendosi senza fine come
allungata nell’infinito, lentamente, pericolosamente, ma che poi
collassava di colpo e con forza inevitabile, o come un denso
affresco i cui strati non sembravano mai finire, ogni strato
cancellato a fornire un palinsesto per lo strato precedente, sebbene
il residuo di ogni strato precedente fosse sempre là, anche se solo
come debole traccia spettrale; eppure diverse immagini erano più
che mere tracce spettrali, e quando il viso di Aristarco e la città di
Frombork lottarono per fondersi davanti a lui, mentre le immagini
tremavano come crepe che si scontrano l’una contro l’altra, venne
colto da una crisi apoplettica e mentre si trovava in uno stato di
apparente paralisi, il tempo non sembrò niente più di una piega di
pasta-filo sempre più piccola, e pur sbriciolandosi nel suo palmo
mentre si contorceva e tremava, il corpo che si dimenava da una
parte e dall’altra, il tempo si trasformò in un proiettile, che
viaggiava però al contrario, e Triboulet guardò la specie stessa a
ritroso,
mentre
regrediva
dall’homo
sapiens
all’homo
neanderthalensis all’homo rhodesiensis e oltre, svanendo via via,
anche se non fino alla polvere; era testimone dell’evoluzione vera
e propria, allo stesso modo in cui cominciava ad essere testimone
della storia geologica retroversa della Terra e della sua
formazione,
dai
continenti
apparentemente
statici
e
dall’innalzamento globale del livello del mare; si vide davanti il
congiungersi dell’America settentrionale con quella meridionale,
la glaciazione e la comparsa dell’istmo tra Asia e Alaska fino al
monumentale innalzamento delle Ande, l’estensione a sud della
penisola mesoamericana e l’ergersi delle montagne nell’Europa
occidentale, e pensò: In principio? e la sua visione continuò con
l’innalzamento delle Alpi in Europa a causa della placca africana
che a forza si spinge a nord nella placca euroasiatica, e così fu per
il mescolarsi delle correnti equatoriali con le acque antartiche, il
distaccamento dell’Australia dal continente a Sud, e lo svanire di
Tetide, tuttavia non vide niente o nessuno muoversi sulla
superficie delle acque, ma vide la continuata scissione della
Gondwana e la migrazione dell’Africa verso l’Europa, dell’India
verso l’Asia, e la collisione tettonica e la formazione della
maestosa catena dell’Himalaya e quella del Mediterraneo, e così fu
per il dividersi della Pangea negli attuali continenti, per l’ampliarsi
dell’oceano Atlantico, il principio delle orogenesi, la Gondwana
che si frantuma in Sud America, Antartide e Australia, e anche per
la formazione degli oceani Indiano e del sud Atlantico; eppure
nemmeno là vide niente o nessuno muoversi sulla superficie delle
acque, ma vide le magnifiche catene montuose sottomarine
sollevarsi lungo la crosta, e alzarsi il livello eustatico del mare in
tutto il pianeta, con i mari che si restringevano e avanzavano e si
ritiravano, lasciando spessi depositi marini schiacciati tra strati di
carbone, ma non vide nessuna vasta distesa desolata, e nemmeno
fondali oscuri; al contrario, guardò aumentare la biodiversità degli
oceani man mano che quelli diventavano sempre più saturi proprio
mentre si formavano la fauna terrestre e numerosi fossili marini, e
si depositavano massicce colate di lava, portando alla formazione
dei sublimi Trappi del Deccan, e così fu per il Golfo del Messico
che apriva una nuova spaccatura tra l’America del Nord e lo
Yucatan per il concentrarsi di quasi tutta la massa di terraferma del
pianeta nel singolo supercontinente Pangea, che non era il risultato
di un semplice “e così sia” ma un vero e proprio caos, e così fu per
la deformazione tettonica e il drammatico squarciarsi della Pangea
per il fiorire di lussureggianti paludi di carbone attorno ai ghiacciai
più settentrionali, per la grande estinzione marina e l’innalzamento
attivo di montagne, mentre la Gondwana collideva con la
Laurussia che portò all’orogenesi ercinica e alleganiana e
all’estensione degli Appalachi da poco sollevatisi a sud, mentre la
placca euroasiatica si saldò all’Europa lungo la linea degli Urali e
così fu per la fine delle condizioni stabili da serra e per la
formazione di calotte di ghiaccio sulla Gondwana, che si
accumularono sul polo sud, ma non era possibile dire se questo era
buono o no, fu così e basta, e così fu per la formazione dei
continenti cambriani che risultarono dalla disgregazione della
Pannotia, il supercontinente neoproterozoico, per la deposizione di
strati in mari epicontinentali, imponenti e rapidi accrescimenti
continentali, cicli di supercontinenti, attività orogenetica, e
glaciazioni, per la profonda metamorfosi delle rocce in sedimenti
sottomarini, come grovacche, fango indurito, sedimenti vulcanici,
e filoni di ferro, mentre la crosta terrestre si raffreddava e le
placche continentali iniziavano a formarsi assieme allo stabilirsi
del campo magnetico al momento della formazione del sistema
solare, con le grandi nubi di gas e polveri attorno al sole, tutte cose
che Triboulet non trovò né buone né cattive ma necessarie e
inevitabili, poiché la distruzione ha generato incessantemente la
creazione — non fuit initium, e così fu: la Terra che retrocedeva
per milioni di anni proprio fino all’apparente inizio assoluto,
finché non si verificò l’esplosione e tutto si rimpicciolì in un unico
puntino che poi si espanse, come se l’esplosione non fosse stata
propriamente un inizio, ma anche una fine; e gli venne rivelato un
infinito ciclo di eoni cosmici, e, ritornato al tempo, vide con occhi
nuovi le pieghe terribili prese dall’umanità, e in particolare quella
terribile, un atto immobilizzante e pericoloso radicato nel passato
primitivo ed arcaico, che la storpiava, ora a un momento di svolta
… ma si intravedeva una nuova strada, e mentre Triboulet
guardava le diverse età della Terra erompergli davanti, udì il
rumore di cancelli che si aprono, di un mondo al varco, come se le
pieghe del tempo si stessero disfacendo, producendo come il
rumore di decine e decine di bombe atomiche che esplodono una
dopo l’altra e che riecheggia nel cosmo: — era il preludio alla
filosofia del futuro.
Alzandosi, si tolse la maschera e scrutò l’intera Roma,
fissando lo sguardo verso ogni punto cardinale, poi, facendo perno
sul piede destro, girò in tondo più e più volte, muovendosi in una
direzione, poi nell’altra finché—fermandosi, sussurrò qualcosa al
vento, gesticolando come per istoriarlo, poi assicurò la maschera al
volto. Avvicinato il salpinx alle labbra, produsse con lo strumento
musicale una lunga nota acuta, poi scese dall’arco e attraversò il
Ponte Palatino per andare verso Trastevere, radunando nel suo
errare emarginati e manovali e ogni sorta di gente, arrivando
errabondo fino al Gianicolo—da là, si girò indietro per fissare
nella direzione dell’Arco di Giano e vide i cancelli aperti …
Più avanti, Triboulet entrò nella Villa Doria Pamphilj e
mentre le compagnia nel Circo Massimo procedeva ad abbozzare
la forma della scultura monumentale, valutò l’entità del parco.
Guardando con attenzione la morfologia del terreno, immaginò
come poter strutturare il campo e si vide animata proprio davanti
agli occhi l’opera che avrebbe costruito giusto a nordest del lago.
Dato che era necessario uno spazio ovale di trentasei metri per
sessanta di larghezza, con altri membri della compagnia iniziò a
pulire il terreno, e abbatterono e sradicarono ogni albero che
cresceva nell’area, livellando il suolo per preparare il suo dono.
Dopo aver bruciato uno degli alberi sradicati e averne
sparso le ceneri sul terreno dove avrebbe preso forma il dono,
cominciò a modellare il porfido, e il suono del materiale che viene
spaccato in grandi blocchi grossolani echeggiò per tutta Villa
Pamphilj. Di norma, le capre, le scimmie e le iene scorrazzavano
attorno a Triboulet dovunque fosse, ma il rumore disturbava gli
animali, che quindi vagarono in altre zone del parco, spesso
accompagnati dai bambini, che ne divennero i compagni fissi, e
molti si chiedevano se non fossero anche loro animali di un
qualche tipo, poiché c’era in loro un che di distintamente inumano.
Dalla dimensione e dal semplice volume dei blocchi, molti
supposero che Triboulet stesse per costruire una qualche specie di
tempio, sebbene nessuno sapesse a cosa fosse dedicato, e le
indagini persistenti venivano sviate in modo spiritoso man mano
che le pietre venivano impilate in punti diversi lungo il perimetro
dell’ovale che Triboulet tracciava soltanto a gesti.
A quelli che, adunati nel parco, osservavano le azioni di
Triboulet, sembrò che il suo lavoro fosse semplicemente quello di
un cantiere edile, ed erano confusi, dal momento che da lui si
aspettavano qualcosa di ben più spettacolare, o strano. In cuor loro
desideravano qualcosa di tanto monumentale quanto quel che
veniva
costruito
nel
Circo
Massimo,
anche
se
non
lo
comprendevano, ma, infatti, quando alla fine Triboulet iniziò a
costruire quello che aveva visto con gli occhi della mente, fu
chiaro che coi blocchi di porfido stava costruendo dei semplici
muri, che molti trovarono ordinari, mentre altri si accorsero che
non stava facendo solo un qualche banale e comune edificio, ma
qualcosa di più misterioso, qualcosa forse — di mitico. E benché il
monumento nel Circo Massimo dovesse ancora ricevere una pur
minima definizione, si pensò che le strutture assemblate avrebbero
formato una sorta di enigma, o che non si escludessero a vicenda,
e che una avrebbe chiarito l’altra, offerto una chiave interpretativa
per la natura o per il significato di entrambe.
Con lentezza, con pazienza, Triboulet lavorava in silenzio,
come concentrato in un compito fatidico, imperturbato dalle
aspettative di chi lo circondava, e in alcune ore completò il primo
lungo muro di pietra, alto due metri e mezzo e che segnava l’inizio
della sua visione.
Benché coloro che osservavano Triboulet trovassero il
muro ben costruito e forse notevole per le dimensioni, per loro in
fondo non era niente più di un muro diritto che terminava con una
lieve curva. Se mai, assomigliava a una scultura post-moderna
legata al luogo di destinazione, quanto molti ritengono un affronto
all’estetica classica, se non all’umanità stessa.
Triboulet rimase in piedi e in silenzio davanti al muro, poi
lentamente vi girò attorno in uno stato di profonda concentrazione,
facendo scivolare con dolcezza la mano lungo il muro come se
percepisse una forza, o la pressione della gravità, e mentre si
allontanava da lì, camminò verso un punto diagonalmente opposto
all’inizio del muro, e a passi misurò il segmento successivo.
Preso un grande blocco da una pila, Triboulet lo mise a
terra come per porre la pietra angolare, poi iniziò a trasportare
molti altri blocchi; benché della stessa altezza dell’altro muro,
questo era abbastanza corto, e, nella sua rudezza, dava un’idea di
rapidità.
Dopo averlo terminato, Triboulet costruì in punti diversi
dell’area alcuni muri corti simili al primo, nessuno dei quali
chiariva tuttavia cosa stesse costruendo, anche se alcuni pensarono
che stesse erigendo gigantesche lettere in pietra e che, alla fine,
sarebbe stato palesato ciò che stava scrivendo, mentre altri ancora
lo ritenevano solo un qualche confuso recinto per i suoi animali, o
una prigione per i bambini scalmanati.
Man mano che passavano i giorni e le settimane e la gente
si sforzava di decifrare le strutture, Triboulet continuava a
costruire in modo irregolare un’altra serie di muri relativamente
dritti attorno allo spazio in cui si era concentrato, generando così
in chi stava ad osservare le sue azioni, come con la costruzione
indeterminata nel Circo Massimo, un senso analogo di perplessità.
Tuttavia fu quando cominciò a costruire una serie di
lunghi muri curvi che erano tutti, se non la maggior parte, in
contrasto con l’ambiente immediato, in una sezione del quale le
mura iniziarono a rivendicare la propria area, mura che non erano
né un abbellimento né una decorazione dello spazio preesistente,
per non parlare degli edifici al suo interno, che un maggior senso
di specificità iniziò alla fine ad emergere. La distanza tra alcuni
muri non era la stessa, ma decresceva verso due punti centrali, che
assomigliavano a conche, o a caverne, mentre i muri che
raggiungevano quegli stessi punti erano anche più alti rispetto a
quelli che ne erano più lontani.
Guardando ciò che Triboulet aveva costruito fino a quel
momento,
alcuni
ponderarono
la
possibilità
che
stesse
effettivamente costruendo una figurazione di interiora in pietra,
benché quelle persone non avessero usato né l’una né l’altra
parola, e mentre gli astanti studiavano il complesso edificio,
convenivano che davvero assomigliava a “budella”, come dissero;
eppure aver identificato un simile modello non faceva loro piacere
ma li lasciava soltanto ancor più perplessi, dal momento che gli
intestini non sembravano loro un soggetto appropriato per l’arte, o
qualsiasi cosa facesse Triboulet. Egli però andava avanti con il suo
lavoro e, dopo un mese, all’improvviso, quando iniziò a connettere
alcuni muri curvi, a chiuderne altri, e a creare corridoi tra alcuni di
essi, alla fine capirono che costruiva un labirinto, che però era
particolare, piuttosto diverso da qualsiasi altro che avessero mai
visto. A differenza dei dedali tondi e unicursali tipici delle
cattedrali, questo labirinto era ovale e organico piuttosto che
rigidamente formale e araldico. Quei cambi di corridoi non si
potevano trovare sull’asse tra entrata e centro, ma erano più
spietati, incarnavano gli elementi del caso e della necessità, del
pericolo, con il rischio di continui errori e della relativa angoscia
sempre presente. Invece di una sola camera centrale, ne aveva due,
ma non c’era un’asse centrale tra l’entrata e le due camere, dal
momento che il labirinto era multicursale, eppure le camere
centrali conservavano un equilibrio, come se si trovassero tra due
forze diverse, e il labirinto conteneva sette svolte o punti
decisionali, dove la scelta della via da prendere poteva comportare
errore su errore, perché ogni corridoio cambiava direzione in
modo apparentemente casuale, portando ad un eventuale ricalcare i
propri passi, a una serie quasi infinita di svolte e svolte e svolte,
che portano qua, là, a giri, in vicoli ciechi.
Quando la gente valutò il dedalo, chiedendosi perché fosse
stato costruito, perché ne fosse stato edificato questo tipo
particolare, se significasse qualcosa, o se fosse stato solo un
divertimento, e altro, e soprattutto domandandosi inquieti cosa ci
fosse in entrambe le stanze, se ci fosse effettivamente stato
qualcosa, Triboulet edificò l’ultimo muro esterno, il muro che
chiudeva tutto il labirinto, ad eccezione dell’entrata funesta, poi
costruì il vano della porta, sigillando l’entrata del labirinto in
modo che non si potesse né entrare né uscire.
Cementato l’ultimo blocco di porfido, mentre Triboulet
girava in silenzio attorno al labirinto, tornarono le iene, e i bambini
fecero subito altrettanto: — tra le loro risate, Triboulet cercava e
ricercava del terreno fertile in cui piantare qualcosa per
commemorare la costruzione del labirinto. Vagando per tutta Villa
Pamphilj, i bambini si imbatterono in un albero di senape che
stava morendo e, pieni di avida allegria, vi si inginocchiarono
davanti e, con gioia assoluta, iniziarono a spezzarne i rami rotti,
tirandone giù quanti più potevano e strappandone da terra le radici,
molte delle quali avevano cominciato a marcire, facendo sì che il
legno morbido e umido si frantumasse loro tra le mani come
tessuto connettivo indebolito—quando le iene afferrarono le radici
dalle mani dei bambini, il legno si sfilacciò facilmente, come carne
tenera di maiale, ma si affrettarono a sputarne i rimasugli, come se
ne fossero stati contaminati. Mentre i bambini seguitavano a
rimuovere le radici, Triboulet scavando estrasse la base
dell’albero; una volta pulita tutta l’area, rivoltò la terra finché non
fu di un intenso marrone scuro, poi piantò diverse decine di
Corallorhiza maculata, un’orchidea rossa, carnosa e sensuale che
ammirava perché gli ricordava Baubo e i genitali femminili. In
piedi davanti ai semi appena piantati, rimase in uno stato di
concentrazione profonda, pensando alla maestosità di quei semi a
capsula, a come un’unica capsula da un unico fiore potesse
contenere fino a quattro milioni di semi, e fantasticò che si
disperdessero nell’aria come minuscole particelle di polvere o
spore unicellulari e si domandò a cosa avrebbero dato vita. Mentre
era assorto nella meditazione, una notizia radio che echeggiò per
tutto il parco annunciò che uno strano segno era stato fissato sulla
porta di Bāb Tūmā a Damasco:
AΩ
Ceci n’est pas un Christ
Scarica

l`abdicazione - WordPress.com