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ialogo |
Document�
21-22/2015
ebraismo
Nostra aetate,
cinquant’anni dopo
Piero Stefani alla Conferenza
della Commissione europea luterana
per la Chiesa e l’ebraismo (LKKJ)
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Ospite della Chiesa luterana di Venezia, si è
tenuta dal 14 al 17 maggio la Conferenza della
Commissione europea luterana per la Chiesa e l’ebraismo (LKKJ), che aveva per tema
«La raffigurazione dell’ebraismo nell’educazione ecclesiastica». In quella sede, a Piero
Stefani è stata chiesta una riflessione sulla
Nostra aetate, la dichiarazione conciliare
dedicata alle relazioni della Chiesa cattolica
con le religioni non cristiane, e in particolare con l’ebraismo, nel 50° anniversario della
sua approvazione (28.10.1965). L’intervento
evidenzia e percorre gli snodi e le questioni
di un testo che è stato definito «modesto»
(perché «non riesce ad argomentare in modo
adeguato quanto afferma»), ma «decisivo»
(«una vera e propria svolta dotata di grandi
e tutt’altro che esaurite conseguenze»): l’elezione di Israele, l’asimmetria del dialogo teologico, il «rifiuto del Vangelo», la «responsabilità ebraica» nella morte di Gesù e la
questione dell’antisemitismo.
Originale digitale in nostro possesso.
Documenti
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ominciamo con una nota sorprendente. Nella Nostra aetate, la dichiarazione
del concilio Vaticano II dedicata alle
relazioni della Chiesa cattolica con le
religioni non cristiane e in particolare
con l’ebraismo, non si troverà mai la parola «Israele». Perché? La parola «Israele» ha più significati. Se
si incontra una persona per strada e le si chiede cosa
le viene in mente di fronte a questo termine, è probabile che la prima risposta sia «lo Stato d’Israele».
Questo significato non era estraneo ai padri conciliari, in particolare a quelli provenienti dalle Chiese
cattoliche orientali. Furono soprattutto loro a opporsi
all’introduzione di questo termine. La sua comparsa sembrava potesse legittimare Israele inteso come
stato e ciò avrebbe comportato pesanti ripercussioni
sulle comunità cristiane dei paesi arabi. Questa giustificazione storico-politica è teologicamente debole.
1 I rapporti tra Chiesa e Israele
Piero Stefani, a un convegno alla Chiesa luterana di
Venezia, traccia un quadro delle questioni a 50 anni
dall’approvazione della dichiarazione Nostra aetate.
6 Sinodo sulla famiglia: risposte/2
Tre Chiese europee – Germania, Lussemburgo e Svizzera – pubblicano le loro risposte alle domande dei Lineamenta in vista del Sinodo ordinario di ottobre 2015.
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Anno LX - N. 1205 - 12 giugno 2015
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Una svolta vera e propria
Il nodo vero è un altro. Ogni mattina la liturgia cattolica recita: «Benedetto il Signore Dio d’Israele che ha
visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68). Dal punto
di vista esegetico è certo che l’espressione si riferisce al
popolo d’Israele. Tuttavia quando recita il Benedictus, la
Chiesa cattolica crede che l’espressione Dio d’Israele la
riguardi in prima persona. La scelta di non nominare
Israele nel documento conciliare indica perciò che agli
inizi degli anni Sessanta la riflessione teologica sull’elezione del popolo ebraico era ancora incerta.
La dichiarazione Nostra aetate è stata, giustamente, definita un documento nel contempo modesto e
decisivo. «Modesto» innanzitutto perché non riesce
ad argomentare in modo adeguato quanto afferma.
«Decisivo» perché la dichiarazione rappresenta una
vera e propria svolta dotata di grandi e tutt’altro che
esaurite conseguenze.
Riguardo alla Nostra aetate, la prima indicazione da
porre in evidenza è il suo genere letterario. I documenti fondamentali del Vaticano II sono le quattro costituzioni: sulla Chiesa (Lumen gentium), sulla divina rivelazione (Dei Verbum), sulla liturgia (Sacrosanctum concilium)
e sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et
spes). Vi è poi una serie numerosa di «decreti» relativi
ad aspetti specifici della vita interna della Chiesa: i vescovi, il clero, i laici, l’attività missionaria. Vi sono poi
tre «dichiarazioni»: una sull’educazione, e due, molto
più importanti, dedicate rispettivamente alla libertà religiosa (Dignitatis humanae) e alle relazioni della Chiesa
con le religioni non cristiane (Nostra aetate).
Il termine «dichiarazione» identifica perciò un testo di argomento particolare, come il decreto, ma, a
differenza di quest’ultimo, non all’interno ma all’esterno. Si tratta quindi di documenti volti a indicare
l’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti di
realtà diverse da se stessa. Il testo è molto breve, cinque numeri in tutto, il quarto da solo occupa però più
della metà del documento. Il paragrafo in questione è
dedicato ai rapporti con la religione ebraica. In effetti
anche nella sua recezione la Nostra aetate è stata valutata come incentrata sui rapporti con gli ebrei. Si tratta
di un punto teologicamente cruciale: in che senso la
Chiesa può guardare al popolo ebraico come a una
realtà esterna paragonabile ad altre religioni?
Lo snodo dell’elezione
Se prendiamo un documento qualsiasi della Chiesa
cattolica troviamo che in esso si fa un costante ricorso a
citazioni di concili, encicliche, insegnamenti dei padri
Il Regno -
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della Chiesa e così via. Naturalmente tra le fonti c’è
sempre anche la Scrittura. Ma appunto «etiam Scriptura» e non già «solo Scriptura», fatto che suonerebbe troppo protestante. Non è così la Nostra aetate, in essa infatti
le citazioni sono tutte e solo bibliche. I testi della tradizione non possono essere chiamati a sostegno della
svolta compiuta dal Vaticano II. Il fatto diventa ancora
più rilevante se esaminiamo l’incipit del n. 4: «Scrutando il mistero della Chiesa, questo sacro concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento
è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo» (EV
1/861). La tradizione non è citata neppure là dove si
parla del mistero della Chiesa.
L’argomento è ripreso nelle righe successive con un
linguaggio impregnato ancora dell’antica visione tipologica stando alla quale il popolo ebraico è la «chiesa»
nell’Antico Testamento. Si ricorre a un linguaggio tradizionale per dire però qualcosa di nuovo: «La Chiesa
di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e
della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti»
(EV 1/862). Qui ripropone un linguaggio prefigurativo,
tuttavia si nota una rilevante differenza di registro rispetto all’uso consueto. Infatti ora questa prefigurazione
non suppone il fatto che, al giungere della realizzazione,
la figura debba scolorire fino a estinguersi. Al contrario
essa resta come «testimone vivente» della fede biblica.
«Per questo la Chiesa non può dimenticare che
ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per
mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile
misericordia, si è degnato di stringere l’antica alleanza,
e che essa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui
sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i
popoli pagani» (EV 1/862).
Questo passaggio è teologicamente rilevante e nel
contempo alquanto equivoco. Attraverso l’immagine
paolina della radice (cf. Rm 11,16-23), la Nostra aetate
afferma che la Chiesa non dimentica di aver ricevuto
la rivelazione dal popolo dell’Antico Testamento e aggiunge che essa si nutre della radice dell’ulivo buono
su cui sono stati innestati i gentili. La Chiesa, perciò, si
definisce come una realtà originariamente estranea a
Israele: ha ricevuto da altri ed è stata innestata su altro.
Il Concilio perciò pensa ancora a una Ecclesia gentium
(vale a dire composta esclusivamente da non ebrei), ma
lo fa non per sottolineare il fatto di aver sostituito Israele, bensì di essere stata innestata sul suo tronco.
Il rifiuto del Vangelo
Il secondo aspetto da affrontare è relativo alla
tradizionale convinzione cristiana della reiezione di
Israele. L’ortodossia cristiana non ha mai negato che
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Israele sia stato eletto. Il problema è sapere se lo è
tuttora. Per vasti settori della tradizione cristiana il popolo ebraico avrebbe infatti perduto l’elezione a causa
del suo «no» a Gesù Cristo. Il Concilio invece afferma: «La Chiesa inoltre ha sempre davanti agli occhi
le parole dell’apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua stirpe: “I quali possiedono l’adozione a figli, la
gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse,
i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne”
(Rm 9,4-5)» (EV 1/863).
Paolo afferma che le promesse, i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili, tuttavia «come attesta
la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto
il tempo in cui è stata visitata (cf. Lc 19,44); e inoltre
gli ebrei, in gran parte, non hanno accolto il Vangelo, e anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione. Ciò nonostante, secondo l’apostolo, gli ebrei, in
grazia dei Padri, rimangono ancora carissimi a Dio,
i cui doni e la cui chiamata sono senza pentimento
(cf. Rm 11,28)» (EV 1/864).
Il «no» di Israele a Gesù Cristo pronunciato da
buona parte del popolo ebraico, non comporta la
perdita dell’elezione. Vi è quindi un’«elezione» sia
per Israele sia per la Chiesa. In tal modo si nega
qualsiasi forma di sostituzione del primo termine
da parte del secondo. La grammatica di base della
«teologia della sostituzione» sta invece nell’affermare che là dove c’era Israele ora sarebbe subentrata la Chiesa. Tuttavia resta ancora irrisolto il
problema di come poter affermare contemporaneamente l’elezione tanto del popolo ebraico quanto
della Chiesa.
Asimmetria del dialogo
Passiamo al punto relativo alla rivelazione che
Israele e Chiesa hanno in comune. Questa componente dovrebbe rappresentare la base più solida
per l’incontro e il dialogo: «Essendo perciò tanto
grande il patrimonio spirituale comune ai cristiani e
agli ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere
e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto dagli studi biblici e
teologici e da un fraterno dialogo» (EV 1/865).
Sembra un argomento semplice e invece è molto complesso; vi è infatti una radicale diversità tra
la lettura ebraica della Scrittura e quella cristiana
dell’Antico Testamento. Gettando uno sguardo ai
successivi sviluppi delle relazioni cristiano-ebraiche,
bisogna prendere atto che proprio qui si è avuta la
più netta esemplificazione di quanto si è soliti chiamare l’asimmetria del dialogo. Con questa espresIl Regno -
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sione ci si riferisce al fatto che l’interesse cristiano
per discutere di argomenti teologici trova di solito,
una scarsa corrispondenza da parte ebraica.
Responsabilità ebraica
nella morte di Gesù
Un’ampia sezione della Nostra aetate riguarda la
responsabilità ebraica per la morte di Gesù. Si tratta
di un problema diverso da quello del «rifiuto ebraico del Vangelo». Infatti, quest’ultimo argomento va
confrontato con la predicazione apostolica, mentre
l’altro riguarda il coinvolgimento ebraico nel processo a Gesù.
L’argomento è compendiato da una parola, «deicidio», a suo modo «classica». A un certo punto
essa fu addirittura inserita in una stesura del testo,
ma nella versione definitiva la si lasciò cadere. Il
Concilio afferma che non si può imputare agli ebrei
la colpa di aver ucciso Gesù. La dichiarazione non
cita i romani, non entra in questioni storiche, compie invece una considerazione giuridica di tipo quasi penale: i responsabili di un delitto devono avere
avuto parte attiva in esso. Per la morte di Gesù ci
furono delle responsabilità di alcuni capi giudaici,
ma esse non sono estensibili a tutti i giudei allora
viventi a Gerusalemme, e ancor meno a quelli che
abitavano nella diaspora, per non parlare di quelli
che sono nati dopo i fatti. In altri termini, la morte di Gesù è imputabile solo a quanti hanno avuto
parte attiva nella sua condanna. L’affermazione
serve soprattutto a confutare l’ipotesi che il popolo
ebraico abbia perso la propria elezione e sia diventato un «reietto».
L’importanza di smentire questa accusa non va
sottovalutata: verso la fase finale dell’elaborazione
del documento, p. Congar raccolse una confidenza
di un suo giovane collega, Joseph Ratzinger, stando
alla quale la sorte della dichiarazione era di nuovo
incerta in quanto Paolo VI «sarebbe convinto della responsabilità collettiva del popolo ebraico nella
morte del Cristo».
Il testo della dichiarazione prosegue dicendo: «E
se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio» –
si noti il permanere del linguaggio sostitutivo – «gli
ebrei tuttavia non devono essere presentati né come
rigettati da Dio né come maledetti, quasi che ciò
scaturisse dalla sacra Scrittura. Pertanto tutti nella
catechesi e nella predicazione della parola di Dio
facciano attenzione a non insegnar alcunché che
non sia conforme alla verità del Vangelo e dello spirito di Cristo» (EV 1/866).
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Si deve concludere dunque che, in base alla verità del Vangelo e allo spirito di Cristo, il popolo
ebraico non è rigettato da Dio: esso rimane eletto.
In precedenza si era escluso che il rifiuto del Vangelo facesse decadere dall’elezione Israele; adesso
si ribadisce lo stesso concetto in relazione alla responsabilità ebraica nei confronti della morte di
Gesù. In conclusione, nessuno dei due consueti argomenti per attestare la reiezione del popolo ebraico è considerato valido.
La questione dell’antisemitismo
Le righe successive costituiscono un «intermezzo» che sembra interrompere il discorso sulla
responsabilità ebraica. In esse ci si confronta con
la visione stando alla quale il popolo ebraico, in
quanto reietto, era stimato degno di ricevere una
punizione collettiva. Perciò, dopo aver solennemente affermato che tale pretesa colpa non sussiste, era opportuno mettere in chiaro che le persecuzioni nei confronti degli ebrei non hanno alcuna
giustificazione teologica: «La Chiesa inoltre che
esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo,
memore del patrimonio che essa ha in comune
con gli ebrei, e spinta non da motivi politici ma
da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le
persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da
chiunque» (EV 1/867).
Nell’elaborazione di questo passaggio è avvenuta un’«attenuazione», spesso fatta rilevare, da parte
ebraica, in chiave polemica. Nella redazione iniziale si leggeva che la Chiesa «condanna» (damnat)
gli odi e le persecuzioni, mentre nella redazione
finale c’è scritto un più debole «deplora» (deplorat).
La questione più seria è però un’altra. Chi è quel
«chiunque» di cui si deplora l’antisemitismo? La
frase è stata ripetuta da Giovanni Paolo II nella sua
storica visita alla sinagoga di Roma (13.4.1986).
Nel suo discorso papa Wojtyla ha largamente citato la dichiarazione conciliare, su questo punto ha
detto: «Ancora una volta, per mezzo mio, la Chiesa, con le parole del ben noto decreto Nostra aetate
(n. 4), “deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le
manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli
ebrei in ogni tempo e da chiunque”; ripeto: “Da
chiunque”» (Regno-doc. 9,1986,279).
Ora con quella ripetizione il papa voleva certamente affermare: anche da parte cristiana. Si
può dire della Chiesa? I decenni successivi hanno
messo all’ordine del giorno la necessità di espliciIl Regno -
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tare meglio quel «chiunque». Allo scadere del XX
secolo vi vengono compresi «i figli e le figlie della
Chiesa» (cf. Commissione per i rapporti religiosi
con l’ebraismo, Noi ricordiamo: riflessione sulla Shoah,
16.3.1998; Regno-doc. 7,1998,204).
Pensare Israele
accanto alla Chiesa
Infine, a conclusione del paragrafo 4, la dichiarazione riprende l’idea della responsabilità ebraica
in relazione alla morte di Gesù. Con il primo argomento essa era stata ristretta a chi fu personalmente coinvolto nella crocifissione, con il secondo
invece la si allarga teologicamente all’umanità intera: i responsabili della morte di Gesù sono tutti gli
uomini, perché tutti hanno peccato.
«Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e
sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte
a causa dei peccati di tutti gli uomini, perché tutti
conseguano la salvezza» (EV 1/868). All’estensione
universale del peccato fa riscontro quella della misericordia. «Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo
come segno dell’amore universale di Dio e come
fonte di ogni grazia» (ivi). Se è universale l’azione di
salvezza di Cristo si estende anche verso Israele. La
conseguenza non è tratta in maniera esplicita, pare
tuttavia difficile pervenire ad altre conclusioni. Si
tratta di un punto ancora irrisolto. Sono temi cari
a Benedetto XVI, ma che sembrano essere però
trascurabili per l’attuale pontificato.
In un suo intervento del 1994, l’arcivescovo di
Milano Carlo Maria Martini si è domandato: «Può
ancora oggi il popolo ebraico essere posto sotto la
categoria teologica di “popolo di Dio”, cioè ricevere lo stesso appellativo che la Chiesa dà a se stessa?». Più avanti nello stesso discorso, egli citava un
brano di un documento della Commissione per i
rapporti religiosi con l’ebraismo noto come Sussidi (III, 10). È un passo incentrato sulla complessa
possibilità di pensare a un unico popolo di Dio sia
pure diviso in due distinte comunità di fede: l’ebraica e la cristiana. Per questa via è però inevitabile rendere tra loro omogenee e paragonabili due
realtà, Chiesa e Israele, che, in effetti, non lo sono.
In Martini sorge allora una domanda: «Cosa dobbiamo pensare del popolo ebraico attuale, accanto
alla Chiesa?».
L’insieme dei riferimenti proposto dal cardinale rende chiaro come egli abbia avuto difficoltà a
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percepire la diversità radicale presente nel modo
di concepirsi comunità proprio, da un lato, del popolo ebraico e, dall’altro, della Chiesa. Per essere
consapevoli di ciò, è sufficiente pensare che nessuno è cristiano in virtù della nascita; al contrario gli
ebrei sono tali a motivo della loro nascita, essi sono
realmente un popolo.
In realtà, l’autentico compito della Chiesa è di
pensarsi come una comunità sia diversa da Israele
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sia ad esso collegata. Solo tenendo ferme entrambe le componenti la Chiesa è nelle condizioni di
vincere davvero la tentazione di sostituire Israele.
Questa sfida teologica è ancora in gran parte aperta davanti a noi.
Venezia, 16 maggio 2015.
Piero Stefani
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PIERRE DUMOULIN
LUCA MAZZINGHI
Luca
Il vangelo
della gioia
Come nasce un idolo
Ricchezza, potere e dolore
nella riflessione dei saggi di Israele
I
l libro della Sapienza si interroga sulla
nascita dell’idolatria con il più lungo e
circostanziato passo dell’Antico Testamento
sul tema. Interpretata come tradimento da
parte d’Israele dell’amore di Dio per il suo
popolo, l’idolatria stravolge il senso della
creazione e si regge sull’illusione di poter
dominare la realtà e trasformare le creature
in proprietà personali.
PREFAZIONE DEL CARD. ALBERT VANHOYE
N
el libro «ci viene offerta una meravigliosa introduzione al Vangelo secondo
san Luca», scrive nella prefazione il card.
Vanhoye. Non si tratta di un commento
del testo frase per frase, ma di uno studio
approfondito di temi trattati soltanto dall’autore del terzo vangelo: Maria modello
di fede, Gesù e le Scritture, la gioia, la misericordia.
«LETTURA PASTORALE DELLA BIBBIA»
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L’INDAGINE E L’ASCOLTO
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hiese nel mondo |
germania
Una risposta
alle domande
dei Lineamenta
La Conferenza episcopale tedesca
in preparazione al Sinodo di ottobre 2015
N
La seconda consultazione, un anno dopo
quella in vista del Sinodo straordinario, sebbene meno partecipata, ha tuttavia «risvegliato in molti fedeli grandi attese dal Sinodo
dei vescovi, da cui sperano un ulteriore sviluppo della dottrina della Chiesa e della sua
pastorale del matrimonio e della famiglia».
Lo scrivono i vescovi tedeschi pubblicando (20
aprile), per il secondo anno consecutivo, sul
loro sito web – anche in lingua italiana –, una
sintesi delle risposte alle domande per l’approfondimento della Relatio Synodi contenute
nei Lineamenta (cf. Regno-doc. 5,2015,8ss).
Terminata la consultazione, che ha tenuto
conto anche «delle opinioni dei responsabili
diocesani della pastorale del matrimonio e
della famiglia, dei centri di educazione familiare e in diverse diocesi anche dei voti delle
commissioni di consulenza diocesana», la
Conferenza episcopale tedesca ha formulato
le sue risposte, «che trattano alcuni temi fondamentali in modo particolare», nelle quali si
è lasciata guidare dalla «svolta pastorale che
il Sinodo straordinario ha iniziato a delineare,
radicandosi nel Vaticano II e nel magistero di
papa Francesco», e sostiene «espressamente
una “pastorale capace di riconoscere l’opera
libera del Signore anche fuori dagli schemi
consueti”».
Stampa (5.5.2015) da sito web www.dbk.de.
Il Regno -
documenti
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ella seduta del 26-27 gennaio 2015 del
suo Consiglio permanente e nell’assemblea plenaria primaverile tenutasi a
Hildesheim, il 23-26 febbraio 2015, la
Conferenza episcopale tedesca si è occupata in modo esauriente dei Lineamenta della XIV
Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi
(4-25 ottobre 2015). Sia la Relatio che le domande
sono state pubblicate sulle pagine Internet delle diocesi, per dare ai fedeli e alle parrocchie la possibilità
di esprimersi dentro la propria diocesi. Anche il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), la Conferenza dei superiori degli ordini tedeschi (DOK) e
il Convegno delle Facoltà di Teologia cattolica sono
stati pregati di esprimere la propria opinione.
Il fatto che il popolo di Dio sia stato consultato
anche per la preparazione del Sinodo dei vescovi
ordinario del 2015 è stato recepito molto positivamente nelle diocesi e nelle associazioni. I fedeli sono
riconoscenti di essere stati interpellati e vedono in
questo fatto un’intensificazione del dialogo all’interno della Chiesa. Tuttavia, in molte risposte vengono criticate le formulazioni delle domande, contrassegnate dall’uso di termini teologici, da ridondanze e da espressioni lontane dalla vita reale: molti
fedeli non riescono a riconoscervi le esperienze che
hanno fatto nel matrimonio e nella famiglia.
Per questo motivo spesso non è stato possibile
rispondere a tutte le domande e nel complesso la
partecipazione dei fedeli è stata minore di quella relativa al questionario per la preparazione del Sinodo
dei vescovi straordinario dell’anno scorso. Tuttavia occorre tener conto, oltre che della scarsità del
tempo a disposizione, anche del fatto che le nuove
domande non vogliono descrivere l’attuale situazione del matrimonio e della famiglia ci si occupa,
bensì maturare nuove risposte pastorali. La ripetizione del questionario ha risvegliato in molti fedeli
grandi attese dal Sinodo dei vescovi, da cui sperano
un ulteriore sviluppo della dottrina della Chiesa e
della sua pastorale del matrimonio e della famiglia.
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hiese nel mondo
Nella loro consultazione i vescovi hanno tenuto
conto anche delle opinioni dei responsabili diocesani
della pastorale del matrimonio e della famiglia, dei
centri di educazione familiare e in diverse diocesi
anche dei voti delle commissioni di consulenza diocesana (consiglio dei sacerdoti, consiglio pastorale
diocesano, consiglio religioso). Inoltre, da quando è
stato dato l’annuncio del Sinodo dei vescovi, nella
stampa cattolica e nelle riviste di teologia vengono
intensamente discussi i problemi della pastorale matrimoniale e familiare.
Terminata la consultazione del popolo di Dio la
Conferenza episcopale tedesca formula nelle pagine
seguenti le sue risposte, che trattano alcuni temi fondamentali in modo particolare. In questo si lascia
guidare dalla «svolta pastorale che il Sinodo straordinario ha iniziato a delineare, radicandosi nel
Vaticano II e nel magistero di papa Francesco» (Lineamenta; Regno-doc. 5,2015,22), e sostiene espressamente una «pastorale capace di riconoscere l’opera libera del Signore anche fuori dai nostri schemi
consueti e di assumere senza impaccio, quella condizione di “ospedale da campo” che tanto giova
all’annuncio della misericordia di Dio» (Lineamenta;
Regno-doc. 5,2015,20).
Domanda introduttiva concernente
tutte le parti della Relatio Synodi
Contrariamente alla richiesta formulata all’inizio
del questionario, partendo dal concetto delle «periferie esistenziali» per sviluppare la dottrina del matrimonio e della famiglia, nella Relatio Synodi e nelle
formulazioni del questionario si considera ancora
troppo un’immagine ideale della famiglia, che non
tiene conto delle realtà esistenti nella società tedesca.
Si deplora ad esempio il fatto che a molte persone questa idealizzazione del matrimonio e della
famiglia non sia di giovamento, ma che al contrario
contribuisca a far sì che molti rinuncino a contrarre
un matrimonio sacramentale. Di conseguenza
molti fedeli desiderano passi più concreti, che superino la «grande discrepanza nella vita quotidiana
tra la realtà della vita vissuta dalle famiglie nelle
nostre parrocchie e associazioni e l’insegnamento
della Chiesa», discrepanza già descritta prima del
Sinodo straordinario dei vescovi (2014).
Viene anche criticato e lamentato il fatto che
nella realtà di una società sempre più multireligiosa e multiculturale, in cui aumenta anche il
numero di persone prive di riferimenti religiosi,
lo sguardo della Chiesa sia troppo concentrato
Il Regno -
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sull’ambiente cattolico, come pure la mancanza
di un linguaggio veramente rispettoso per forme
di rapporto che non corrispondono né all’ideale
della Chiesa né si orientano in ogni caso al matrimonio e alla famiglia. Da diversi anni aumenta
il numero dei matrimoni contratti tra un partner
cattolico e uno senza confessione, che spesso ha
una posizione distante dalla fede. Qui si pone la
difficile domanda di come la Chiesa possa supportare il coniuge cattolico nel suo sforzo di vivere la
fede e di trasmetterla ai figli senza indebolire la
convivenza e il rapporto d’amore.
Viene inoltre constatato e deprecato il fatto
che non venga tematizzata la vita di persone di
orientamento omosessuale, quando l’omosessualità viene vissuta in una convivenza e – rispetto al
questionario spedito prima del Sinodo straordinario – che venga evitato anche il problema dei
metodi anticoncezionali, che a sua volta viene
indicato come una delle cause principali della
discrepanza con l’insegnamento della Chiesa.
Le risposte delle associazioni rammentano inoltre la grande importanza del matrimonio e della
famiglia per l’umana convivenza nella società,
tema che nella Relatio Synodi non viene trattato
a sufficienza. Ci si augura che il Sinodo ordinario
dei vescovi dedichi maggiore attenzione a questi
temi, oltre che al sicuramente necessario, incoraggiamento delle famiglie cristiane.
I.
L’ascolto:
il contesto e le sfide sulla famiglia
Il contesto socio-culturale
Sulle domande da 1 a 6
In Germania, per quanto riguarda i singoli servizi, la pastorale ha a disposizione numerosi strumenti analitici e diagnostici basati su scienze sociali
e umane: essi spaziano da analisi demografiche a
indagini demoscopiche, studi ambientali e psicologici, oltre a studi di valutazione sociologica su singoli servizi pastorali.
Come hanno dimostrato le risposte del questionario di preparazione alla III Assemblea generale
straordinaria del Sinodo dei vescovi del 2014, la situazione socioculturale in cui si trova attualmente la
pastorale familiare della Chiesa è contrassegnata da
un conflitto chiaramente percepibile. In molti settori
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della società si riscontra, da una parte, un desiderio di rapporti riusciti e concetti come convivenza,
genitorialità e famiglia sono tenuti in grande considerazione mentre, dall’altra parte, si può osservare
che negli anni scorsi il numero dei matrimoni civili
e religiosi è fortemente diminuito, che il numero dei
divorzi civili rimane fermo a un livello elevato e che
molti aspetti della dottrina della Chiesa relativi a sessualità, convivenza e matrimonio vengono compresi
a mala pena anche da cattolici praticanti e che non
vengono neppure praticati.
Anche nella società civile si nota una simile situazione conflittuale dentro il matrimonio e la famiglia.
Se da una parte concetti come convivenza, matrimonio e famiglia godono di un apprezzamento che
talvolta sembra eccessivo, dall’altra parte il mondo
economico e lavorativo esercita una forte tendenza
alla marginalizzazione della vita familiare, cui vengono lasciati solo ritagli di tempo e le cui difficoltà
devono essere affrontate solo privatamente. In questo conflitto tra grandi attese riposte nella vita di famiglia da una parte e sfavorevoli condizioni quando
dall’altra si può constatare che i giovani incontrano
forti ostacoli ad affrontare il matrimonio e la famiglia. Ciò si rispetta anche nella situazione demografica. La Germania registra uno dei tassi di natalità
più bassi del mondo.
Questa divergenza ci sprona a ritornare ad annunciare di nuovo il Vangelo della famiglia e a tener
conto, in questo contesto, delle esperienze e delle
convinzioni etiche delle famiglie e delle guide spirituali. È anche importante che le guide spirituali controllino con occhio critico la propria predicazione
e pratica pastorale, lasciando da parte ogni atteggiamento di superiorità e trovando un linguaggio
sensibile e semplice che aiuti le persone, soprattutto
quelle che si trovano in situazioni difficili.
II.
Lo sguardo su Cristo:
il Vangelo della famiglia
Lo sguardo su Cristo e la pedagogia divina
nella storia della salvezza
Sulle domande da 7 a 10
Una predicazione del Vangelo della famiglia
«con rinnovata freschezza ed entusiasmo» (Relatio
Synodi, n. 4; Regno-doc. 5,2015,9) parte da un’attenta conoscenza della persona nella sua situazione
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individuale. La realtà della sua vita, le sue gioie e
difficoltà, ma anche i suoi valori e i suoi desideri devono essere accolti con un atteggiamento benevolo.
Nella nostra società la famiglia è considerata di
per sé uno dei valori più alti. E c’è anche un denominatore comune, un consenso che lega tra di
loro i valori vissuti nel matrimonio e nella famiglia: amore, fedeltà, fiducia, l’aiuto reciproco e il
sostegno, anche nei periodi di lunga malattia e di
bisogno – sicurezza e affidabilità, la stima e l’atteggiamento benevolo sono sempre elencati come
valori centrali del matrimonio e della famiglia.
Quasi tutti i giovani desiderano in futuro avere figli
e vivere in una famiglia stabile. Esprimono infatti il
desiderio di essere fedeli per tutta la vita, di vivere
un amore senza condizioni, un’amicizia vera e un
legame personale. I desideri e i valori delle persone
sono ostacolati da svariate esperienze di pericolo
e debolezza, come pure dai timori e dalle paure a
esse legate, che una predicazione del Vangelo deve
prendere sul serio.
Una pastorale religiosa e una catechesi matrimoniale saranno bene accolte se, partendo dalla situazione esistenziale delle coppie e delle famiglie, dai
loro desideri e dalle rispettive quotidiane difficoltà,
riusciranno a offrire loro aiuto e sostegno. In questo
senso offrono un buon esempio i programmi concepiti per migliorare la comunicazione della coppia
«Ein partnerschaftliches Lernprogramm» (EPL) e
«Konstruktive Ehe und Komunikation» (KEK), che
insegnano la comunicazione costruttiva nel matrimonio.
La pastorale del matrimonio e della famiglia può
iniziare già molto prima del matrimonio come pastorale della coppia, per accompagnare il processo
di maturazione e anche contribuire a chiarire se
un’amicizia e una convivenza possono sfociare nel
matrimonio. Si dovrebbe vedere come una guida
che accompagna le persone nel loro percorso attraverso le diverse fasi della vita, offrendo un’interpretazione religiosa, ma dando anche forza e sostegno
se desiderano confrontare la loro vita con il messaggio di Gesù.
Le scene bibliche e le immagini e di un Dio che
ama l’uomo, del pastore, di un padre amorevole e
misericordioso, che prova un affetto incondizionato
per gli uomini indipendentemente dai loro meriti, libera le coppie da ogni eccessivo ideale di perfezione,
sia per quanto riguarda il loro rapporto che nei confronti del partner. Questa misericordia divina nel
matrimonio si può vivere come una benedizione. I
coniugi possono ad esempio provare a confessarsi
reciprocamente i propri errori, a perdonarsi l’un
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l’altro, e quindi crescere misurandosi con le proprie
debolezze e con quelle dell’altro.
Un’importanza fondamentale nell’ambito della
catechesi del matrimonio assume l’esempio di coppie di coniugi: si tratta innanzitutto di portare la propria vita come esempio. Il cammino comune degli
sposi attraverso alti e bassi e il reciproco rapporto
dei membri della famiglia improntato al rispetto
possono essere spesso molto influenti e persuasivi,
ad esempio, quando si cerca risposta alla domanda
che cosa mantenga e renda forti i rapporti per la
durata di tutta la vita. Su questo punto possono essere molto convincenti soprattutto le coppie anziane
sposate già da molti anni che vivono nella comunità.
Ma oltre a offrire la testimonianza della propria
vita i coniugi dovrebbero essere spinti a raccontare
le proprie esperienze. Compito della pastorale è
quindi quello di aiutare coppie di coniugi a parlare
per raccontare le proprie esperienze e testimoniare
l’esperienza della pienezza della vita nel matrimonio e nella famiglia. Per sviluppare ulteriormente la
pastorale del matrimonio religioso e della famiglia
esiste la proposta di qualificare sempre più coppie di
coniugi come protagonisti e moltiplicatori nella pastorale familiare, cosicché a lungo termine non solo
singoli individui ma anche coniugi potranno assumere la responsabilità della guida pastorale e della
catechesi di coniugi e famiglie.
Per il reciproco accompagnamento, aiuto, ispirazione e sostegno di coniugi e famiglie si raccomanda di creare e potenziare reti. Un utile strumento si sono dimostrati idonei gruppi di famiglie
o di persone del vicinato, ad esempio a livello parrocchiale, che però difficilmente raggiungono le
giovani coppie.
Sulla domanda 11
Dovranno essere riscoperti e approfonditi il significato del sacramento del matrimonio e la sua
importanza per la vita quotidiana nella pastorale
matrimoniale e familiare. A questo proposito è fondamentale l’esperienza, innata nell’essere umano,
della vita matrimoniale e dei rapporti d’amore
come forma più intima e intensa di un’unione interpersonale.
I coniugi vivono il loro rapporto matrimoniale
come il legame più prezioso e importante della loro
vita, anche e soprattutto quando le crisi e i conflitti
del matrimonio non vengono evitati, bensì vissuti
con consapevolezza e superati. Il rapporto matrimoniale viene vissuto come un dono che non ci si
può «fare» da soli. Contemporaneamente i coniugi
vedono che la riuscita del loro matrimonio non è
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certa, bensì a potenziale rischio. Confidare nella benedizione e nella guida di Dio può dare serenità,
credere alla sua presenza nel matrimonio e alla sua
fedeltà può donare speranza e fiducia.
L’esperienza che la convivenza e il rapporto d’amore sono fatti contemporaneamente di alti e bassi,
di armonia e conflitti e che solo qui vi trovano tutta
la loro intensità e pienezza, rende sensibili al messaggio della rivelazione, dato che nel matrimonio si
manifesta in particolar modo anche il rapporto tra
Dio e l’uomo: il matrimonio cristiano è quindi un
luogo di vero incontro con Gesù Cristo. Da questo
esempio le coppie possono imparare che l’amore
cristiano comporta anche rinuncia e sacrificio. L’amore coniugale esige una scelta quotidiana e un permanente approfondimento del rapporto. I coniugi
possono accorgersi che il sacramento del matrimonio è una fonte di forza per la quotidiana scelta d’amore e una sfida a proseguire il cammino.
Il significato del sacramento del matrimonio si
rivela solo nella fede. La catechesi del matrimonio
deve essere sempre inglobata in una generale catechesi cristiana che rende più intenso il rapporto con
Gesù Cristo e con Dio, Padre amoroso e misericordioso.
La famiglia nel piano di salvezza di Dio
Sulla domanda 12
Vedi la domanda n. 11 di cui sopra.
Sulle domande 13-14
Il sacramento del matrimonio è strettamente legato alla sacramentalità della Chiesa, della cui comunità fa parte. Nella comunità religiosa la famiglia
dovrà essere in futuro sempre più percepita come
una Chiesa in piccolo e soggetto di evangelizzazione. Essendo la più piccola forma della communio
religiosa, la famiglia può diventare il luogo dell’annuncio della parola di Dio, del servizio al prossimo e
della celebrazione della fede. Le coppie e le famiglie
cristiane hanno la responsabilità di trasmettere la
fede ai propri figli e nipoti. Contemporaneamente
esse sono importanti fonti di vita e di forza nelle
comunità e portano la presenza della Chiesa nella
società. Proprio nella diaspora le famiglie cristiane
diventano testimoni di fede vissuta e sono viste come
il luogo in cui si può fare conoscenza della Chiesa.
Decisiva per l’efficacia della funzione missionaria e evangelizzante della famiglia è la testimonianza della vita dei coniugi e dei genitori, e ciò
avviene in modo molto naturale nella quotidianità.
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Occorre comunicare alle famiglie che esse esercitano un servizio missionario anche solo attraverso
il loro modo di vivere. Quando i genitori consolano i propri figli, quando le diverse generazioni si
occupano l’una dell’altra, le famiglie frequentano
la messa e nel corso dell’anno liturgico coltivano
rituali cristiani nell’ambiente domestico, attestano
reciprocamente la loro fede e attraverso il loro
amore fanno conoscere Gesù Cristo come amore
di Dio diventato uomo.
La vita nel matrimonio e nella famiglia è un atto
di responsabilità verso il mondo. Per questo motivo
le famiglie cristiane sono di per sé missionarie. Il matrimonio stesso ha una funzione di testimone, infatti
rappresenta il legame di Cristo con la sua Chiesa
(cf. Ef 5,35). Quando si riesce a percepire la testimonianza di vita delle famiglie cristiane si parlerà
automaticamente di fede.
In Germania il concetto di famiglia vista come
«Chiesa domestica» non è molto forte. Il Sinodo
dovrebbe perciò proseguire nella riflessione teologica del concetto di «Chiesa domestica» nel senso
di Lumen gentium n. 11. È necessaria una pastorale
che vede nelle famiglie importanti risorse della fede
vissuta, che irradia nelle comunità e nel rispettivo
ambiente sociale. Naturalmente le famiglie non devono essere lasciate sole e hanno bisogno di sostegno affinché non si sentano inadeguate per questo
ruolo. Dato che una gran parte dei fedeli che vive
nelle parrocchie sono coppie di coniugi, bisogna
sostenere le famiglie e soprattutto la pastorale del
matrimonio.
Nella catechesi parrocchiale dovrebbe essere
maggiormente tematizzata la questione in che misura la fede sia importante non solo per il singolo,
bensì anche per la riuscita di rapporti di coppia,
matrimoni e famiglie. Nel complesso il matrimonio
dovrebbe essere più presente come tema nelle parrocchie, ad esempio nelle prediche, nei testi delle
orazioni e nelle preghiere dei fedeli, ma anche in
speciali funzioni religiose, ad esempio per coppie
che festeggiano un anniversario di nozze, in benedizioni di coniugi e famiglie, come ormai in molte
località è d’uso nel giorno di San Valentino, o attraverso la speciale celebrazione di giornate di festa di
coniugi santi.
Non per ultimo anche la percezione della Chiesa
come istituzione ha influenza sulle famiglie e sulla
società. Proprio nel settore socio-economico, ad
esempio, il comportamento della Chiesa come datore di lavoro, il suo atteggiamento missionario e a
misura di famiglia sono il banco di prova della credibilità del suo messaggio.
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La famiglia nei documenti della Chiesa
Sulle domande 15-16
Persone chiamate a vivere nel matrimonio e nella
famiglia devono essere incoraggiate a riconoscere e
seguire la propria vocazione. In questo contesto sarebbe necessario sottoporre a una riflessione autocritica la dottrina e la guida spirituale per controllare
che sia stata superata la sottovalutazione della vita
matrimoniale rispetto alla vita nel celibato risalente
ai secoli passati e che queste idee non esercitino ancora una forte influenza.
Poiché la vita matrimoniale è una forma particolare dell’imitazione di Cristo essa ha bisogno
anche del sostegno, dello stimolo e dell’approfondimento di una spiritualità matrimoniale e familiare specifica, che aiuti i coniugi ad adempiere
la loro missione nella Chiesa e nel mondo attingendo alla fonte della grazia del sacramento del
matrimonio. Occorre innanzitutto percepire con
attenzione quanta spiritualità venga già vissuta nel
matrimonio e nella famiglia. Deve essere destata e
approfondita la consapevolezza che anche il servizio diaconico nella famiglia (aiuto e sostegno reciproco, educazione dei figli, presenza e premura
l’uno per l’altro, assistenza di famigliari anziani,
ammalati o disabili, ecc.….) nasconde una profonda dimensione spirituale: Gesù Cristo ha infatti
dichiarato che il servizio a favore del prossimo è
il principale luogo d’incontro con lui (cf. Mt 25).
Interpretare l’amore tra i coniugi e quello tra genitori e figli come copia dell’amore di Dio verso
gli uomini potrebbe essere una possibilità per le
famiglie di scoprire e approfondire la propria, già
presente, spiritualità.
Nella nostra società secolare non è semplice vivere la fede nella quotidianità. Inoltre normali rituali con cui la fede entra nella vita quotidiana sono
resi più difficili dalle condizioni quadro dettate dalla
politica sociale: infatti spesso non si riesce più a consumare pasti in comune ed è raro vivere momenti
di comunità familiare. Le famiglie hanno bisogno di
stimoli e aiuti per poter organizzare la loro quotidianità domestica all’insegna della religione: provare
diversi modi di vivere in comunità, leggere la parola
di Dio, avere momenti di preghiera e celebrare funzioni religiose in forma adeguata.
Molti aiuti sono messi a disposizione da istituti
cattolici e centri di educazione familiare, che offrono, ad esempio, esercizi spirituali, pellegrinaggi,
fine settimana spirituali o altre manifestazioni speciali per famiglie. Utili spunti per una spiritualità
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praticata nella famiglia offre anche la collana di
pubblicazioni «Hot Spots des Lebens – spiritualità
nella famiglia», edita dalla Arbeitsgemeinschaft für
katholische Familienbildung (AKF).
L’indissolubilità del matrimonio
e la gioia della convivenza
Sulle domande 17-19
Vedi le sopraccitate domande 7-10.
Verità e bellezza della famiglia
e misericordia verso le famiglie ferite e deboli
Sulle domande 20-22
In linea di massima nella pastorale si dovrebbe
agire con un atteggiamento rispettoso anche nei
confronti di coloro il cui modo di vivere non corrisponde o non corrisponde ancora agli insegnamenti
del Vangelo.
Occorre sviluppare una pastorale che sottolinei
soprattutto il carattere di una situazione di cammino
nel matrimonio e nella famiglia. Bisogna valutare se
si può applicare la legge della gradualità o la dottrina della Chiesa antica dei logoi spermatikoi sul
rapporto tra il matrimonio sacramentale e gli altri
modi di vivere.
Per la pastorale destinata a coloro che convivono
in un matrimonio civile o senza certificato e per credenti omosessuali rimandiamo ai capitolo relativi
alle domande 32-39.
III.
Il confronto:
prospettive pastorali
Annunciare il Vangelo della famiglia oggi,
nei vari contesti
Sulle domande 23-27
In ogni momento, e viste le condizioni esterne,
la pastorale della Chiesa rivendica il diritto di tener
conto del proprium del messaggio cristiano: la buona
novella di Gesù Cristo del nascente regno di Dio che
è già tra gli uomini, testimoniato in modo definitivo
e ineguagliabile con la sua morte e risurrezione dai
morti. La Chiesa deve annunciare questo Vangelo
come un messaggio di salvezza.
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La pastorale ha il compito di incoraggiare gli uomini a vedersi come collaboratori alla costruzione
del regno di Dio, a lavorare attivamente e con sempre rinnovato coraggio per attingere alle fonti della
comunità dei fedeli, a conoscere concretamente
nella loro quotidianità il dono della salvezza e della
libertà e a trasmettere questa esperienza. In questo
generale contesto si trova anche la pastorale del matrimonio e della famiglia.
Nella moderna società tedesca la sfera privata
delle convivenze, del matrimonio e della famiglia è
molto importante, per alcuni aspetti la sua importanza è perfino aumentata. Anche e soprattutto in
queste situazioni esistenziali i fedeli sono invitati e
incoraggiati a collaborare alla costruzione del regno
di Dio. In primo luogo ciò significa cercare sempre il
bene degli altri attingendo alle fonti della fede, prendersi cura delle persone che ci sono state affidate e
realizzare insieme a loro una parte della «famiglia di
Dio» dentro l’emancipata complessità dei rapporti
postmoderni. Con questa forza si può riuscire a non
chiudersi nel narcisismo e nell’egocentrismo ma a
superare sempre il proprio egoismo grazie a un atteggiamento benevolo verso gli altri esseri umani.
La pastorale del matrimonio e della famiglia deve
ribadire sempre questo invito ed essere a disposizione per sostenerlo. Ciò può riuscire solo in una
comunicazione aperta e «alla pari», che sia contemporaneamente sincera e invitante. Nel complesso la
pastorale matrimoniale e familiare ha bisogno di un
orientamento fondamentale basato sulla stima, che
partendo dai desideri delle persone esamini dapprima quali passi esse abbiano già intrapreso sul
cammino verso una vita consapevole e responsabile
nell’amore e nella fedeltà, e dia quindi possibilità di
orientamento e sostegno radicati nel Vangelo.
Ciò vale anche per famiglie monoparentali, coppie di fatto, famiglie allargate e matrimoni in crisi:
in particolare la pastorale deve tenere in considerazione che una comunicazione aperta, senza pregiudizi e non moraleggiante è necessaria anche nei
confronti di coloro che si considerano cristiani e cattolici, ma in materia di matrimonio e famiglia non
vivono, o non possono vivere, in pieno accordo con
l’insegnamento della Chiesa. Si tratta di permettere,
con affetto e sensibilità, che ogni individuo percorra
il suo cammino individuale (anche nella ricerca di
Dio) e che venga seguito con consigli, ma senza atteggiamenti paternalistici.
Come testimoniano all’unanimità le risposte pervenute i cattolici delle diocesi tedesche chiedono, in
parte con insistenza, alla pastorale della loro Chiesa
questo modo di avvicinarsi alle persone, ispirato dal
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Seminario CCEE-SECAM: La gioia della famiglia
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ome pastori «ci impegniamo a essere più presenti con tutte le famiglie in qualsiasi situazione si trovino». È uno dei passaggi del messaggio
finale del seminario su «La gioia della famiglia»
organizzato in collaborazione tra il Consiglio delle
conferenze episcopali d’Europa (CCEE) e il Simposio
delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar
(SECAM) a Mumemo, in Mozambico, dal 29 al 31
maggio. Conclusi i lavori, i vescovi europei e africani
hanno diffuso un testo in cui riepilogano i temi trattati nel corso dell’evento, promosso anche in vista
del Sinodo ordinario di ottobre (www.ccee.eu).
1. Introduzione
Noi vescovi provenienti dall’Europa e dall’Africa,
delegati del Consiglio delle conferenze episcopali
d’Europa (CCEE) e del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar (SECAM) ci siamo incontrati qui a Mumemo, Mozambico, insieme a una coppia
di coniugi, alcuni religiosi e alcuni laici e alcune laiche.
Siamo giunti alla fine del nostro seminario del 29-31
maggio 2015 (il quarto seminario nel nostro cammino
di comunione, solidarietà e collaborazione che era iniziato a Roma nel 2004). Il tema del seminario era: «La
gioia della famiglia».
Abbiamo dedicato il nostro tempo ad ascoltare
le gioie e le sfide delle famiglie, le testimonianze dei
delegati e degli altri partecipanti; abbiamo riflettuto,
pregando e cercando di discernere ciò che lo Spirito
Santo ci dice oggi come pastori della Chiesa in Africa e
in Europa, mentre ci prepariamo per la XIV Assemblea
generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel
mondo contemporaneo.
Al termine di questo seminario, in questa domenica, solennità della santissima Trinità, festa della divina famiglia di unità e comunione, di fronte alle gioie,
alle sfide di oggi e anche alle crisi che i matrimoni e le
famiglie stanno attraversando, vorremmo condividere
un messaggio di gioia e di speranza con tutti i figli e le
figlie della Chiesa in Africa, in Europa e altrove, e con
tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
2. Le gioie e le sfide della famiglia
Con cuore riconoscente, ricordiamo le nostre famiglie, nostro padre e nostra madre, i fratelli e le sorelle,
i nostri nonni e gli altri parenti, la casa in cui ci siamo
sentiti amati e abbiamo ricevuto un’educazione ai valori e a un comportamento umano, la nostra prima iniziazione alla fede e alla vita di preghiera che ci sostengono ancora oggi come vescovi.
Naturalmente, non tutto è stato perfetto. Anche alcuni di noi provenivano da famiglie con problemi. Tutti
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quanti, però, abbiamo celebrato questo dono di Dio
della famiglia: padre, madre e figli come cellula umana
naturale fondamentale, indispensabile per ogni persona.
Oggi vediamo intorno a noi tante famiglie felici.
Luoghi in cui gli sposi si amano l’un l’altro con un
amore che cresce con il numero degli anni di matrimonio; vediamo case in cui i bambini si sentono amati,
dove la fede in Dio e i valori della famiglia sono vissuti
e trasmessi; dove ci sono un’accettazione incondizionata e una cooperazione reciproca, libertà di sbagliare,
correzione fraterna e spazio al perdono e alla riconciliazione; dove ogni bambino è accolto, con qualunque
caratteristica o disabilità. Noi lodiamo queste famiglie,
e siamo grati a Dio per loro!
Allo stesso tempo, come pastori, siamo vicini alle
persone sposate che stanno vivendo una crisi coniugale. Soffriamo molto insieme alle famiglie divise, e alle
famiglie povere che fanno fatica ad arrivare alla fine
della giornata. Siamo colpiti dalle persone affette da
malattie e che non possono essere curate per mancanza di mezzi finanziari, o per mancanza di personale
sanitario professionale. Conosciamo anche molte persone che sono coinvolte nell’abuso di sostanze, una
fonte di grande sofferenza per la loro famiglia; persone
che lavorano all’estero, lontano dalle loro famiglie in
condizioni di semi-schiavitù; molte famiglie lacerate
dall’odio o dalla guerra, dalla migrazione o dalla tratta
di esseri umani. Siamo preoccupati per alcune influenze negative all’interno dei media.
Ci si spezza il cuore quando vediamo i bambini orfani, vittime di abusi, senza istruzione, molti dei quali
vivono da soli per le strade, e gli adolescenti inghiottiti dalla violenza, dalla criminalità, dalla prostituzione
ecc. Abbiamo sentito di tante madri disperate che non
vedono alcun futuro per il loro nascituro, per questo
ricorrono all’aborto. Che dolore dev’essere per loro!
Con gioia, tuttavia, vediamo anche lo Spirito Santo
all’opera in tante famiglie che vivono una vita di abnegazione e sacrificio, generosamente aperte a una
nuova vita, donandosi senza condizioni ad altri membri della famiglia, e trovando in tal modo un’autentica
autorealizzazione. Ecco ciò che Gesù dice a queste
persone: chiunque perde la sua vita per causa mia, la
troverà (cf. Mt 10,39). E ancora: «Nessuno ha un amore
più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici»
(Gv 15,13).
Sentiamo parlare di tante belle iniziative che
sostengono le famiglie nei loro fardelli quotidiani
e nelle varie circostanze. In Africa, soprattutto, i legami familiari sono molto forti. Ammiriamo la vitalità delle comunità che vivono la fede, e la presenza
segue a pag. 13 >
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hiese nel mondo
> continua da pag. 12
di tanti giovani. In Europa, ci rallegriamo per i molti
nuovi movimenti religiosi che sono sorti in questi ultimi anni, che abbracciano in modo esplicito la vita
familiare, e stanno portando una nuova primavera e
nuovo slancio a questa meravigliosa creazione di Dio,
la famiglia umana. Non possiamo che gioire per questi bei segni.
3. Vocazione, spiritualità
e missione della famiglia
L’Africa è considerata dagli scienziati come la culla
del genere umano. È qui che osiamo sfidare l’attuale
stato della famiglia e cerchiamo di trovare soluzioni in
proposito. Incoraggiamo quindi le famiglie a pregare
regolarmente insieme, dal momento che questo è il
cuore della vita di amore e di fede a cui tutti i membri
della famiglia sono chiamati. Come la beata madre Teresa di Calcutta diceva spesso, «una famiglia che prega
unita, resta unita».
Esortiamo le famiglie e ognuno dei suoi membri
a pregare soprattutto il santo rosario. Anche la partecipazione regolare alla santa eucaristia porta la pace
del cuore e della mente, e rafforza le famiglie. Dal momento che tutti sono chiamati a una vita di santità,
che i membri delle famiglie si sforzino di raggiungere
la santità! I gruppi di preghiera delle madri e dei padri
per i loro figli, ad esempio, possono soddisfare la necessità di un sostegno reciproco.
L’educazione ai valori umani e a un comportamento virtuoso è anch’essa indispensabile, una grave
responsabilità dei genitori nei confronti dei loro figli.
Una comunicazione aperta tra genitori e figli, al fine
di affrontare le sfide della nostra cultura, e nella loro
formazione, è oggi più che mai necessaria. Cogliamo
quindi l’occasione per chiedere ai leader politici e alle
autorità civili di garantire che le famiglie siano dotate
dei mezzi necessari per adempiere alle loro responsabilità genitoriali nei confronti dei figli, per il bene della
società. I bambini e i giovani di oggi hanno bisogno di
essere aiutati anche ad acquisire la capacità di discernere, la volontà di scegliere ciò che è retto, giusto e
virtuoso, e di evitare il male.
Così, possa la famiglia cristiana anche assumere la
propria vocazione missionaria a essere un luogo di accoglienza per coloro che sono desolati ed emarginati,
un luogo sicuro di dialogo, in cui le culture s’incontrano e sono purificate dal Vangelo; il luogo in cui nascono e crescono i bambini che diventeranno i nostri
futuri politici, artisti, scienziati, ingegneri, medici, artigiani, funzionari civili e pubblici, i nostri padri e madri
futuri, sacerdoti e religiosi, tutti calorosamente incoraggiati e accompagnati nella loro ricerca e perseguimento della vocazione nella vita che hanno ricevuto
da Dio.
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4. La nostra missione di vescovi
In comunione con il nostro santo padre, papa
Francesco, come pastori, ci impegniamo a essere più
presenti con tutte le famiglie in qualsiasi situazione
si trovino. Presentiamo loro Cristo l’Emmanuele (Diocon-noi), che non cessa di rivolgere il proprio sguardo
misericordioso e ricco di grazia a ogni persona vedendola come un figlio o una figlia di Dio, in qualsiasi situazione; è lui che ci libera dal peccato. Egli, il Verbo di
Dio, nato dalla vergine Maria, aiuterà le famiglie a continuare a crescere nell’amore e nella fede; rafforzerà i
legami tra l’uomo e la donna, tra i figli e i loro genitori.
La sua presenza consolerà coloro che si sentono oppressi e soli, malati e abbandonati (cf. Mt 11,28). Egli è
colui che dà senso anche alla sofferenza, in qualunque
condizione ci troviamo.
Inoltre, preghiamo affinché lo Spirito Santo guidi i
pensieri e le decisioni dei padri dell’imminente Sinodo.
Possa l’immagine della famiglia irradiare il suo calore
come il sole che, anche se molte volte è oscurato dalle
nubi, scalda comunque il cuore e la vita di tutti gli esseri umani! Che la famiglia ideale non sia mai totalmente eclissata dalla nostra debolezza umana e dal
peccato!
Come vescovi, raddoppieremo i nostri sforzi perché questa luce di Cristo risplenda, incrementando la
nostra cura pastorale della famiglia, preparando i nostri giovani al santo matrimonio, accompagnando le
famiglie con o senza figli, prendendosi cura degli anziani e dei divorziati in qualunque circostanza vivano,
e altro ancora.
5. Esortazione conclusiva
Permetteteci di concludere questo messaggio con
queste incoraggianti parole di san Paolo ai Filippesi
(4,4-9): «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate
lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza
fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere,
suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera
ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre
menti in Cristo Gesù. In conclusione, fratelli, quello che
è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello
che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato,
ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto
dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto,
ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio
della pace sarà con voi!».
Che la santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
sia il modello per tutte le famiglie! Che Maria, Regina
delle famiglie, porti avanti per voi una costante intercessione!
Mumemo, Mozambico, 31 maggio 2015, festa della
santissima Trinità.
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messaggio positivo del Vangelo. Si spera in particolare che i rappresentanti della Chiesa adottino una
comunicazione che punti più sull’atteggiamento
invitante e meno sulla definizione di chiari confini.
Solo una piccola minoranza chiede con insistenza
che si traccino dei confini da mantenere senza compromessi, perché teme che vada perduta la chiarezza della dottrina.
In realtà una comunicazione che sia aperta, che
non moralizzi, giudichi e controlli, non è sinonimo
di abbandono dei principi. In un primo momento
si può pensare che l’individualizzazione dei modi
di vivere, da cui è caratterizzata l’epoca moderna,
sia innanzitutto legata alla problematica del relativismo e alla crescente pluralizzazione. In questa individualizzazione le persone vedono in primo luogo
la possibilità di progettare la propria vita secondo le
proprie idee e i propri desideri più di quanto fosse
stato possibile nei tempi passati. Naturalmente ciò
porta spesso anche a situazioni difficili o troppo impegnative.
Tanto più importanti sono corsi che aiutino a
orientarsi e a trovare un nuovo indirizzo. In questi
sviluppi la Chiesa si trova di fronte alla sfida di chiarire il rapporto tra norme oggettive sostenute dalla
comunità dei fedeli e dal magistero della Chiesa da
una parte e le convinzioni soggettive della coscienza
dei fedeli dall’altra. Ma non si deve relativizzare
l’importanza e il potere di orientamento della dottrina della Chiesa né deve essere oscurato, o addirittura eluso, il significato della coscienza individuale
quale ultima soggettiva istanza di decisione del singolo. In questo conflitto è decisamente necessario
richiamare, ma anche rendere comprensibile, la
dottrina della Chiesa nel senso di una responsabile
educazione della coscienza.
Il magistero si trova qui di fronte al compito di
riesaminare sempre con sincerità e autocritica se la
dottrina sia davvero comunicabile agli uomini in
tutti i suoi aspetti e sotto ogni prospettiva. Su questo
punto, come già nel questionario spedito prima del
Sinodo straordinario del 2014, le risposte pervenute
dalle diocesi ribadiscono nuovamente il fatto che
su molti temi di etica sessuale l’insegnamento della
Chiesa non viene (più) né compreso né accettato.
Dall’altra parte, viene contemporaneamente sottolineato che alcuni aspetti centrali della dottrina della
Chiesa riguardanti il matrimonio e la famiglia sono
tuttora molto importanti. A questo proposito viene
esplicitamente segnalato il fatto che gran parte della
popolazione accetta la monogamia, ha un’alta stima
del matrimonio come comunità d’amore, riconosce
la fedeltà come valore nel rapporto e il legame esiIl Regno -
documenti
21-22/2015
stente tra matrimonio e desiderio di avere figli. Infine anche questo è vero: i cattolici praticanti sono
uniti nel rifiuto dell’aborto.
Dal momento che qui la pastorale si trova inevitabilmente in un conflitto e in questo conflitto deve
assolvere il suo compito, deve sempre ricollegarsi al
suo mandato originario: invitare i fedeli a leggere la
propria vita alla luce della fede, orientare a essa le
proprie azioni e muoversi insieme come popolo di
Dio in pellegrinaggio.
Per quanto riguarda la pastorale del matrimonio
e della famiglia in Germania si può notare che, sotto
questo aspetto, da un lato molto è già stato fatto, che
molte persone, iniziative e istituzioni sono al lavoro,
ma che d’altra parte resta ancora molto da fare,
molte cose non hanno ancora raggiunto il grado di
efficacia che si potrebbe raggiungere. Proprio nella
formazione del personale che si occupa della pastorale, e specialmente dei sacerdoti, dovrebbe essere
incentivata la sensibilità per la vita familiare. Periodi
di praticantato in attività legate alla famiglia sono a
questo proposito un metodo che promette bene. Un
confronto rispettoso con le realtà della vita permette
ai candidati sacerdoti di imparare dalle famiglie e di
crescere con loro.
Accompagnare i promessi sposi
nel cammino di preparazione al matrimonio
e i primi anni della vita matrimoniale
Sulle domande 28-31
In Germania la Chiesa è impegnata a diversi livelli e in molteplici modi nella pastorale della preparazione al matrimonio, dell’accompagnamento al
matrimonio, dell’incoraggiamento alla trasmissione
della vita, del sostegno alle famiglie e del miglioramento di competenze genitoriali, spesso però più
in modo puntuale che distribuito su tutto il territorio. E si può affermare con chiarezza che laddove
le istituzioni religiose offrono servizi a persone che
hanno una relazione sentimentale, o vivono nel
matrimonio, o hanno problemi familiari, esse sono
apprezzate quando questi sono servizi palesemente
seri e professionalmente qualificati, hanno lo scopo
di aiutare le persone nella loro situazione sentimentale, matrimoniale e familiare e offrono loro orientamento per raggiungere gli obiettivi di cui sopra.
In questo senso godono di stima la consulenza
matrimoniale, familiare e esistenziale, che in molte
diocesi tedesche ha raggiunto un livello professionale, e i corsi di educazione KESS, offerti in molte
località («cooperativi, incoraggianti, sociali e orien-
14
C
hiese nel mondo
tati alla situazione») dalla Arbeitsgemeinschaft Katholische Familienbildung (Associazione per l’educazione familiare cattolica; AKF), come pure numerose altre offerte dell’educazione familiare cattolica
e della pastorale familiare.
Ciononostante l’attuale situazione del matrimonio e della famiglia richiede un nuovo inizio
per un impegno pastorale più concertato in questi
settori. Proprio nei corsi di preparazione al matrimonio e nell’accompagnamento di giovani coppie
di coniugi si nota che da una parte ci sono corsi
e seminari in cui il numero dei partecipanti diminuisce, ma dall’altra parte che ci sono coppie interessate che non trovano offerte appropriate. Ma
è un vero problema se le coppie che si preparano
al matrimonio e si rivolgono a enti religiosi non vi
trovano alcun aiuto utile e nessuna risposta alle
loro domande sulla fede. Nelle diocesi tedesche la
preparazione al matrimonio, ma anche i corsi di
accompagnamento del matrimonio, meritano nel
complesso maggiore attenzione.
Considerando le risposte pervenute dalle diocesi
si può concludere che esistono diversi elementi e
modelli attuali di una pastorale matrimoniale e familiare al passo coi tempi e che bisogna vagliare a
quali condizioni possano essere utilizzati di più e su
un’area più estesa. È importante comunicare le possibilità e i metodi della pastorale matrimoniale e familiare così come la disponibilità di imparare gli uni
dagli altri nelle diocesi, in associazioni e movimenti.
Possono essere utili allo sviluppo della pastorale del
matrimonio e della famiglia le conoscenze scientifiche sul potenziale di sviluppo e i rischi dei rapporti
di coppia cosi come delle relazioni tra genitori e figli.
A questo proposito in futuro sarà sempre più importante che le diocesi tedesche agiscano in pieno
reciproco accordo, giacché non ha senso che ogni
diocesi sviluppi in proprio progetti e organizzi corsi
di aggiornamento e di specializzazione per il personale pastorale. Ma è altrettanto evidente che le diocesi devono avvertire la propria responsabilità e che
non ci può essere un solo modello per i corsi di preparazione al matrimonio e l’accompagnamento di
coppie e famiglie. In una società caratterizzata dalla
enorme pluralità dei modi di vivere i metodi, l’approccio e le offerte della pastorale del matrimonio e
della famiglia devono offrire una certa molteplicità
per la soluzione di un problema centrale comune.
Una pastorale che per sviluppare e promuovere
le risorse umane parte dalla luce della fede, nonostante la sua presenza, nei periodi di crisi esistenziale terrà sempre in considerazione anche l’aspetto
del sostegno preventivo delle competenze indiviIl Regno -
documenti
21-22/2015
duali. Questa è una cosa naturale nella pastorale
del matrimonio e della famiglia. Corsi di promozione della comunicazione della coppia, la disponibilità a impegnarsi nel rapporto (commitment),
così come la consulenza individuale di coniugi e
famiglie sono più produttivi se vengono impiegati
in funzione preventiva e di sostegno del rapporto,
piuttosto che quando agiscono come forza d’intervento in caso di crisi. Proprio nella consulenza matrimoniale, familiare ed esistenziale cattolica viene
spesso sottolineato che consulenze, se richieste per
tempo, possono spesso avere molta efficacia nel sostenere il matrimonio e il rapporto. Lo stesso si può
dire anche del training di comunicazione e commitment: entrambi possono contribuire a migliorare
sensibilmente la qualità del rapporto.
Per quanto riguarda l’accompagnamento di giovani famiglie attraverso i primi anni di matrimonio
si nota la crescente importanza degli asili infantili
per bambini fino all’età scolare: circa 9.200 di questi
sono gestiti in Germania dalla Chiesa cattolica. Ciò
vale specialmente laddove sorgono con impegno
centri familiari e vi si inseriscono anche programmi
di assistenza, formazione e consulenza per genitori.
Qui vi si possono insediare servizi cosiddetti a bassa
soglia, che possono cioè essere utilizzati anche da
famiglie di basso livello culturale. A questo proposito
segnaliamo anche i centri di educazione familiare,
che offrono soprattutto corsi di questo tipo.
La pastorale per coloro che convivono
in un matrimonio civile
o senza certificato di matrimonio
Sulle domande 32-34
Prima del matrimonio civile o religioso la maggior parte delle coppie convive già da molti anni
e vede la celebrazione del matrimonio come una
nuova, indubbiamente importante, tappa della vita
comune. Spesso ci si sposa perché si vogliono avere
dei bambini. Ci sono però anche molte coppie cattoliche che si sposano solo con matrimonio civile,
mentre molte non possono sposarsi in Chiesa, ad
esempio perché un partner è divorziato civilmente.
Perciò il problema di un’adeguata pastorale nei confronti di questi modelli di vita si riflette nelle risposte.
Una pastorale che in questi legami vede solo un
peccato e che di conseguenza esorta a cambiare vita
è controproducente e si trova già in contraddizione
con le esperienze positive che queste coppie fanno in
questo tipo di convivenze. Anche in rapporti senza
certificato di matrimonio e in matrimoni civili ven-
15
C
hiese nel mondo
gono vissuti valori come amore, fedeltà, responsabilità reciproca e verso i figli, affidabilità e disponibilità alla riconciliazione, tutti valori che dal punto
di vista cristiano meritano riconoscimento. Proprio i
giovani hanno bisogno di una pastorale che sostenga
e accompagni con apprezzamento i loro svariati tentativi di stringere rapporti e di viverli.
Le positive esperienze sentimentali e il desiderio di molte coppie di avere un legame duraturo e
affidabile possono essere la base su cui si potrebbe
spiegare il valore aggiunto del matrimonio sacramentale. A questo scopo ci vuole una teologia del
matrimonio che riprenda le esperienze e i desideri
delle persone e una pastorale che tenga in grande
considerazione le esperienze delle persone nei rapporti sentimentali e riesca a risvegliare un desiderio
di spiritualità. Il sacramento del matrimonio deve
essere annunciato innanzitutto come un dono che
arricchisce e fortifica la vita matrimoniale e familiare piuttosto che come un ideale da realizzare. Per
questo motivo non si può rinunciare all’esempio e
alla testimonianza di coniugi cristiani. Bisogna sviluppare una pastorale che sottolinei innanzitutto
che, a proposito di matrimonio e famiglia, essere
cristiano vuol dire essere in cammino.
Una tale pastorale richiede una valutazione
differenziata dei diversi modelli di vita e non per
ultimo un’evoluzione della morale sessuale della
Chiesa nel quadro della teologia dell’amore. In
questo processo devono essere considerate più di
prima la capacità del singolo di vivere responsabilmente la sua vita nell’imitazione di Cristo e la sua
coscienza personale.
Di fronte a una situazione sociale in cui l’aspetto
istituzionale del rapporto di coppia viene spesso trascurato, bisogna riflettere sul giudizio della Chiesa
sul matrimonio civile, in cui i partner assumono
responsabilità in modo giuridicamente vincolante
l’uno per l’altro e per i loro figli. Bisogna quindi
studiare con maggiore attenzione il fenomeno del
«matrimonio civile» nella teologia, nel diritto ecclesiastico e anche nella pastorale.
Curare le famiglie ferite
(separati, divorziati non risposati,
divorziati risposati, famiglie monoparentali)
Sulla domanda 35
Anziani, ammalati e disabili dipendono in modo
particolare dal sostegno della famiglia. Nella convivenza di disabili con persone sane, di ammalati e
sani, giovani e anziani tutti i membri della famiglia
Il Regno -
documenti
21-22/2015
possono provare amore, riconoscimento, coraggio
e gioia di vivere.
Un compito sempre più importante della pastorale familiare sarà quello di aiutare le famiglie in
modo che riescano ad assumersi le proprie responsabilità. Infatti spesso le famiglie si sentono impegnate
oltre le proprie forze nell’assistenza pluriennale di
persone ammalate o disabili. Hanno perciò bisogno
sia di un sostegno economico sia di un aiuto psicosociale e spirituale da parte di altre famiglie e della
comunità. Bisogna quindi rafforzare, anche nell’opinione pubblica, la consapevolezza dell’importanza
di stabili strutture familiari per persone in fasi difficili e in crisi esistenziali. In tempi in cui i rapporti
sociali diventano sempre più deboli, non si può sopravvalutare troppo l’importanza dei legami delle
strutture familiari. È importante arginare l’influenza
della «logica del mercato» sulle famiglie e sulla politica familiare.
Numerose risposte richiamano l’attenzione sulle
sfide economiche, sociali e pedagogiche che le famiglie monoparentali devono affrontare. Spesso esse
necessitano di un maggiore sostegno pratico e spirituale da parte della comunità e dovrebbero essere
naturalmente integrate nella vita parrocchiale.
Anche in un paese così ricco come la Germania
una parte delle famiglie è minacciata dalla povertà.
Ciò vale specialmente per famiglie monoparentali,
famiglie numerose e famiglie di migranti, ma anche
per famiglie in cui i genitori sono disoccupati da
molto tempo.
Sulla domanda 36
È indiscutibile il fatto che le Chiese particolari
si trovano d’accordo cum Petro et sub Petro sulla
dottrina relativa al matrimonio e alla famiglia. Una
parte delle risposte, rimandando a differenze sociali
e culturali, approverebbe accordi regionali sulle direttive pastorali al livello delle Chiese particolari. Si
potrebbe anche partire da processi di dialogo diocesani sul tema matrimonio e famiglia i cui risultati
verrebbero poi discussi con altre Chiese particolari.
Si presuppone la capacità di dialogo di tutti gli interessati.
Sulle domande 37-38
La domanda relativa alla pastorale per cattolici
divorziati e risposati è stata risposta da tutti e per
lo più anche molto dettagliatamente. Essa preoccupa molti fedeli anche oltre la cerchia di coloro
che hanno alle spalle un matrimonio naufragato.
Indubbiamente questa rimane una posizione chiave
per la credibilità della Chiesa. L’attesa che il Sinodo
16
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hiese nel mondo
dei vescovi apra nuove strade su questo punto è
molto elevata tra i fedeli. A questo proposito salta
agli occhi che il popolo di Dio non esprime un invito
indifferenziato ad avere misericordia, ma che argomenta con distinzioni teologiche.
Il fallimento di un matrimonio è un processo doloroso, accompagnato da sensi di colpa. I fedeli si
aspettano che la Chiesa accompagni con sostegno
e comprensione persone il cui matrimonio è fallito
e non che le spinga ai margini della comunità. Dovrebbero piuttosto essere incoraggiate a collaborare
attivamente nella comunità (cf. Familiaris consortio,
n. 84). Da questa prospettiva viene anche dibattuta
la questione della possibilità dell’ammissione al sacramento della riconciliazione e alla comunione sacramentale di cattolici divorziati e risposati. I sacramenti vengono considerati innanzitutto un mezzo
di salvezza: in essi Cristo viene in aiuto alle persone
deboli e colpevoli. Per la gran parte dei cattolici
l’esclusione dai sacramenti, soprattutto se è permanente, come nel caso dei divorziati risposati, è
in contraddizione con la loro convinzione che Dio
perdoni ogni peccato, dia la possibilità di cambiare
direzione e consenta un nuovo inizio.
Quanto all’ammissione ai sacramenti la maggior parte dei fedeli si aspetta soluzioni strutturali
invece che eccezioni pastorali compiute di nascosto. Questa non sarebbe un’ammissione indifferenziata ai sacramenti, sarebbe bensì vincolata a
dei criteri. Solo pochi fedeli rifiutano per principio
l’ammissione alla comunione di divorziati risposati,
perché temono che così potrebbe venir indebolita
la testimonianza della Chiesa sull’indissolubilità del
matrimonio. La grande maggioranza dei fedeli non
condivide questo timore.
Per questo motivo incontra molta approvazione
la delibera del Consiglio permanente della Conferenza episcopale tedesca del 24 giugno 2014 sulle
«Vie teologicamente sostenibili e pastoralmente adeguate per l’accompagnamento dei divorziati risposati», aggiunte in allegato (qui non riportato – ndr).
Nella loro delibera i vescovi tedeschi propongono
di ammettere al sacramento della riconciliazione
e alla comunione i fedeli divorziati e risposati se è
definitivamente fallita la vita comune nel matrimonio canonicamente valido, se i doveri risultanti dal
primo matrimonio sono chiaramente definiti, se si
pentono del fallimento del primo matrimonio e con
tutte le loro forze s’impegnano a vivere il secondo
matrimonio nella fede e a educare i figli nella fede.
È stata avanzata anche la proposta di riconsiderare il fallimento del matrimonio sotto il profilo del
diritto canonico, della dogmatica e della pastorale
Il Regno -
documenti
21-22/2015
creando delle forme liturgiche in cui trovano espressione davanti a Dio il dolore sulla separazione e le
recriminazioni su ferite o umiliazioni, ma anche la
speranza di un nuovo inizio. Dal punto di vista della
teologia sacramentale bisogna chiarire il rapporto
tra fede e sacramento del matrimonio.
Diverse diocesi e associazioni ritengono che sia
saggio riflettere sulla prassi delle Chiese ortodosse,
non per adottarla, bensì per aprire vie analoghe
nella Chiesa cattolica. A questo proposito bisognerebbe fornire un’interpretazione teologica. In questo
contesto si consiglia di riflettere sulla benedizione di
un secondo matrimonio (civile), che però si dovrebbe
chiaramente distinguere dal matrimonio religioso.
Sono sicuramente benvenute delle facilitazioni
nei processi di annullamento del matrimonio e una
riduzione dei costi (innanzitutto per le perizie). Alcuni esperti propongono di rinunciare al generale
trattamento di una seconda istanza, dato che di regola questa conferma il giudizio della prima istanza,
e di far emettere il verdetto della prima istanza da
un collegio invece che da un singolo giudice. Si potrebbe anche riflettere se non richiedano un controllo le presunzioni legali nel diritto matrimoniale.
Tuttavia un’agevolazione del processo non costituisce una generale soluzione del problema. Se
paragonato con l’elevato numero di persone interessate quello di coloro che battono la strada di tale
procedimento è molto modesto e probabilmente
aumenterebbe di poco anche se questo processo
venisse semplificato. Non si dovrebbe perciò dare
troppa importanza a queste misure.
Sulla domanda 39
In oltre il 40% dei matrimoni in cui uno dei partner è cattolico l’altro appartiene a un’altra confessione cristiana, in genere a quella evangelica. Cresce
inoltre il numero dei matrimoni tra un partner cattolico e uno senza confessione. Per questo motivo la
domanda sull’accompagnamento pastorale è molto
trattata nelle risposte.
I fedeli si aspettano che anche la vita matrimoniale e familiare di partner di diversa confessione sia
aiutata dalla Chiesa (secondo il CIC can. 1128) e che
il coniuge non cattolico venga invitato a partecipare
alla vita della comunità, anche se l’organizzazione
della vita religiosa nella famiglia deve essere lasciata
ai due partner.
Un ampio spazio nelle risposte occupa la domanda su una possibile ammissione del coniuge
non cattolico, specialmente se evangelico, alla
comunione sacramentale. L’esclusione dalla comunione del partner di un’altra confessione viene
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C
hiese nel mondo
considerata un ostacolo, in particolare per l’educazione cristiana dei figli. Dal punto di vista teologico
si sottolinea che l’esortazione apostolica Familiaris
consortio (1981) esprime chiaramente l’apprezzamento dei matrimoni misti, mettendo in rilievo il
significato dell’eucarestia come «fonte del matrimonio cristiano» (n. 57; EV ).
Per quanto riguarda il sostegno del matrimonio sacramentale e tenendo conto dell’educazione
religiosa dei figli, ci si deve perciò chiedere come
il coniuge non cattolico possa partecipare alla vita
della comunità e a quali condizioni possa essere
ammesso anche alla comunione. Non hanno forse i
matrimoni misti, tenuti insieme dal doppio vincolo
del battesimo e del matrimonio, un grande bisogno
spirituale, che nel caso singolo permetterebbe l’ammissione all’eucarestia del partner non cattolico (cf.
CIC can. 844 §4; Giovanni Paolo II, lett. enc. Ut
unum sint, n. 46; Id., lett. enc. Ecclesia de eucharistia, nn. 45 e 46)?
L’attenzione pastorale verso
le persone con orientamento omosessuale
Sulla domanda 40
In Germania le convivenze omosessuali hanno
uno status diverso da quello del matrimonio («unioni
civili»). Il loro riconoscimento si basa su un largo
consenso sociale che viene sostenuto anche dalla
maggioranza dei cattolici, come hanno dimostrato
tra l’altro anche le risposte al primo questionario per
la preparazione del Sinodo straordinario.
I fedeli si aspettano che ogni persona, indipendentemente dal suo orientamento sessuale, venga
accettata dalla Chiesa come dalla società e che nelle
parrocchie venga creato un clima di stima nei confronti di ogni persona. Quasi tutte le risposte concordano con il giudizio provato dalle scienze umane
(medicina, psicologia) che l’orientamento sessuale è
una diposizione immutabile e non scelta dal singolo.
Per questo motivo irrita il discorso delle «tendenze
omosessuali» citate nel questionario e viene percepito come discriminante.
Solo singoli interpellati rifiutano in linea di
principio rapporti omosessuali, perché gravemente
peccaminosi. La maggioranza si aspetta dalla
Chiesa una valutazione più differenziata basata
sulla teologia morale, che tenga conto delle esperienze pastorali e delle conoscenze scientifiche.
Quasi tutti i cattolici accettano rapporti omosessuali se i partner vivono valori come amore, fedeltà, responsabilità reciproca e affidabilità, senza
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documenti
21-22/2015
per questo mettere le convivenze omosessuali sullo
stesso piano del matrimonio. Si tratta di accettarle
pur affermandone contemporaneamente la diversità. Alcune posizioni si pronunciano anche a
favore di una benedizione di queste convivenze,
differente rispetto al matrimonio.
Una pastorale che accetta persone omosessuali
esige una maturazione della morale sessuale religiosa, che tenga conto delle più avanzate conoscenze
scientifiche, antropologiche, esegetiche e teologiche.
La trasmissione della vita
e la sfida della denatalità
Sulle domande 41-44
Da molti anni in Germania il calo delle nascite
è un tema che è spesso all’ordine del giorno. Il centro del problema è il fatto che i giovani desiderano
formare una famiglia e avere dei figli molto più di
quanto negli anni successivi riescano a realizzare
questo desiderio.
I motivi di questa discrepanza sono numerosi e
vanno dal problema del trovare il coniuge giusto,
ai lunghi tempi necessari prima di raggiungere
l’indipendenza economica fino alla rassegnazione
di fronte a un esagerato desiderio di ideale genitorialità. In questa situazione non serve fare appello
tramite un’esortazione morale alla responsabilità di
trasmettere la vita. Il desiderio di avere un figlio è
una questione personalissima tra due persone che
si vogliono bene. Questa decisione non può essere
presa né dallo stato e neppure dalla Chiesa.
Anche accenni alle gravi conseguenze del cambiamento demografico non influenzano la reale vita
dei singoli individui. È invece necessario riprendere
e potenziare il desiderio dei giovani di avere una famiglia propria e dei figli propri e impegnarsi innanzitutto a ridurre le difficoltà della politica sociale che
ostacolano un tale progetto di vita. In Germania,
grazie alle numerose iniziative e istituzioni a sostegno delle famiglie che lavorano nella Chiesa, ma
anche all’impegno politico a favore della famiglia
di associazioni cattoliche, quali innanzitutto il Familienbund der Katholiken (FdK), i cattolici contribuiscono a creare un clima di maggiore attenzione
verso i bambini e le famiglie.
La Conferenza episcopale tedesca s’impegna incessantemente e con fermezza nella politica e nella
società a favore della tutela della vita, ad esempio
attraverso dichiarazioni e prese di posizione o tramite la Settimana per la vita, che si celebra una volta
all’anno. Per quanto riguarda il rifiuto dell’aborto
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hiese nel mondo
in Germania esiste anche una grande concordanza
tra cattolici praticanti. A livello puramente pratico
in molte diocesi, oltre alla consulenza per gestanti,
messa a disposizione da istituzioni e associazioni cattoliche specializzate, specialmente dalla Caritas e dal
Sozialdienst Katholischer Frauen (Assistenza sociale
delle donne cattoliche; SKF), diverse altre iniziative
e fondazioni offrono aiuto a gestanti in difficoltà.
La sfida dell’educazione
e il ruolo della famiglia nell’evangelizzazione
Sulle domande 45-46
Vedi anche alle domande 28-34.
Nel suo ruolo di istituzione che aiuta le famiglie
nel loro compito educativo, la Chiesa cattolica in
Germania gode di molta stima. Gruppi di bambini
nella prima infanzia, asili infantili, scuole, istituti
5IB&HQFLQL/D\RXW3DJLQD
professionali e istituti universitari di pedagogia,
centri di educazione familiare, corsi di educazione,
lettere ai genitori, aiuti vari e molto altro sono da
ritenere elementi di un’importante campo di attività
della Chiesa.
L’insegnamento della religione, la catechesi familiare nella preparazione alla prima comunione
e numerose possibilità di insegnamento della religione aiutano le famiglie a trasmettere la fede.
Però questo sostegno deve avvenire in forme adeguate ai tempi e all’età. Progetti che si sono rivelati utili in passato non sono illimitatamente validi
in futuro. È chiaramente percepibile il desiderio
delle famiglie di dare orientamento ai figli quando
affrontano la vita, spesso però è accompagnato da
un’insicurezza su come questo desiderio possa essere realizzato.
20 aprile 2015.
5IB$SSHO/D\RXW3DJLQD
AMEDEO CENCINI
KURT APPEL
Apprezzare
la morte
È cambiato
qualcosa?
La Chiesa dopo gli scandali sessuali
PREFAZIONE DI HANS ZOLLNER
L
a crisi delle narrazioni tradizionali, le
visioni apocalittiche nella letteratura e
nel cinema, la moda di cyborg, zombie o
vampiri: quanto e come le teologie cristiane
accettano di confrontarsi con la cultura
mondana? Il cristianesimo può contribuire
a un nuovo umanesimo recuperando la
comprensione della mortalità e rivolgendosi alla fragilità e alla vulnerabilità.
G
li scandali sessuali rappresentano per
la Chiesa una storia tristissima e una
ferita ancora aperta. Ma davvero ora molto
è cambiato, come alcuni pensano? Il testo
si propone di analizzare il senso delle violenze al fine di comprenderne le cause e la
dinamica nel contesto di un vissuto celibatario a rischio di mediocrità.
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C
hiese nel mondo |
lussemburgo
Sinodo
sulla famiglia:
risposte
La Chiesa cattolica in Lussemburgo
in preparazione al Sinodo di ottobre 2015
Partendo da un’analisi della Relatio Synodi,
«questi tre argomenti: i divorziati risposati,
la vita di coppia fuori del matrimonio e le
coppie omosessuali appaiono come i “punti
caldi” del Sinodo. Ciò non sminuisce l’importanza degli altri temi, specialmente quello
del linguaggio utilizzato. In questa prospettiva, è importante avanzare fin dall’inizio la
questione preliminare relativa al “principio
di realtà” che deve sempre orientare la prassi cristiana». Lo scorso 25 marzo, un gruppo di lavoro ad hoc della Chiesa cattolica in
Lussemburgo ha pubblicato una sintesi delle
risposte alle domande contenute nei Lineamenta in vista del Sinodo di ottobre, «frutto
dei lavori di gruppo organizzati dal Servizio
della pastorale con la partecipazione di volontari attivi nei cammini di preparazione al
matrimonio e in vari movimenti cattolici».
Un discernimento posto, nel solco aperto da
papa Francesco, in «prospettiva pastorale,
ove la morale cattolica è compresa come un
insieme di criteri che si adattano alle diverse
situazioni umane, specialmente a situazioni
tormentate. (...) Lungi dal discernere a partire da norme inflessibili o dottrine immutabili, siamo invitati a coltivare uno spirito di
apertura e di accoglienza».
Stampa (8.5.2015) da sito web www.cathol.lu. Nostra
traduzione dal francese. Sottotitolazione redazionale.
Il Regno -
documenti
21-22/2015
I
ntroduzione
Papa Francesco ha voluto che la Relatio Synodi
del Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 divenisse
il documento preparatorio (Lineamenta) della XIV
Assemblea ordinaria del Sinodo convocata per l’ottobre 2015.
Come per il Sinodo precedente, tali Lineamenta sono accompagnati da domande rivolte a tutto il
popolo di Dio per dialogare e discernere in maniera
comunitaria. Questo fatto non è senza importanza.
Si tratta di ascoltare allo stesso tempo l’esperienza
del popolo credente (sensus fidelium) e lo Spirito che
parla alle Chiese oggi (cf. Ap 2,7), ovvero «scrutare i
segni dei tempi» (Gaudium et spes, n. 4; EV 1/1324;
cf. Gaudium et spes, n. 11); ascoltare la vox populi e
la vox Dei sulla linea dell’Evangelii gaudium.
Siamo dinanzi a una potente ripresa dell’ecclesiologia conciliare della Chiesa «popolo di Dio»,
aspetto spesso trascurato al momento di proporre la
fede il quale invece ci pone in un atteggiamento di
discernimento che prende sul serio il vissuto di tutti
i battezzati, nella loro diversità culturale e vocazionale. È la valorizzazione della corresponsabilità dei
cristiani laici – il «popolo» – che hanno un «istinto
della fede, il sensus fidei, che li aiuta a discernere
ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello
Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette
loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con
precisione» (Evangelii gaudium, n. 119; Regno-doc.
21,2013,664).
Nel rispondere al presente questionario pare utile tenere presente l’esito della Relatio Synodi. Non è
infatti privo di interesse ricordare che tutti gli articoli sono stati votati quasi all’unanimità; solo i numeri 52 e 53, che riguardano i divorziati risposati, e
il numero 55, relativo alle coppie omosessuali, non
hanno avuto la maggioranza dei due terzi. Altri due,
20
C
hiese nel mondo
i numeri 41 e 42 che si riferiscono alla «vita di coppia» fuori del matrimonio cattolico, hanno avuto la
maggioranza dei due terzi ma con un buon numero
di voti contrari (54 e 37 rispettivamente).
Questi tre argomenti: i divorziati risposati, la vita
di coppia fuori del matrimonio e le coppie omosessuali appaiono dunque come i «punti caldi» del Sinodo. Ciò non sminuisce l’importanza degli altri temi,
specialmente quello del linguaggio utilizzato. In questa prospettiva, è importante avanzare fin dall’inizio
la questione preliminare relativa al «principio di realtà» che deve sempre orientare la prassi cristiana.
Circa la domanda previa
A guisa di introduzione alla materia poniamo
dunque la domanda previa, che si riferisce a tutte le
sezioni della Relatio Synodi.
La descrizione della realtà della famiglia presentata nella Relatio Synodi corrisponde a quella che
è possibile osservare oggi nella Chiesa e nella società? Quali sono gli aspetti assenti che vi possono
essere integrati?
Tale questione, preliminare a tutte le sezioni, è di
capitale importanza poiché orienta tutto il discernimento richiesto. Stabilisce infatti che è il «principio di
realtà» che deve prevalere per evitare risposte «fornite secondo schemi e prospettive proprie di una pastorale meramente applicativa della dottrina, che non
rispetterebbe le conclusioni dell’Assemblea sinodale
straordinaria, e allontanerebbe la loro riflessione dal
cammino ormai tracciato» (Lineamenta; Regno-doc.
5,2015,20). Questo cammino tracciato dal Sinodo
straordinario «è inserito nel più ampio contesto ecclesiale indicato dall’esortazione Evangelii gaudium
di papa Francesco, partendo cioè dalle «periferie
esistenziali», con una pastorale contraddistinta dalla
«cultura dell’incontro», capace di riconoscere l’opera libera del Signore anche fuori dai nostri schemi
consueti e di assumere, senza impaccio, quella condizione di “ospedale da campo” che tanto giova all’annuncio della misericordia di Dio» (ivi).
Concretamente, questa domanda-quadro pone
il discernimento in una prospettiva pastorale ove
la morale cattolica è compresa come un insieme di
criteri che si adattano alle diverse situazioni umane, specialmente a situazioni tormentate. Lungi dal
discernere a partire da norme inflessibili o dottrine
immutabili, siamo invitati a coltivare uno spirito di
apertura e di accoglienza che permetta l’«incremenIl Regno -
documenti
21-22/2015
to» della fede (cf. Dei Verbum, n. 8), una morale di
responsabilità e di atteggiamenti evangelici anziché
ricette universali e omogenee, nella linea del riconoscimento del valore sacro della coscienza (cf. Gaudium et spes, nn. 16-17).
Il presente rapporto è frutto dei lavori di gruppo
organizzati dal Servizio della pastorale con la partecipazione di volontari attivi nei cammini di preparazione al matrimonio e in vari movimenti cattolici, e
di un piccolo numero di risposte individuali ricevute
a seguito dell’appello lanciato attraverso le vie di comunicazione interne della Chiesa in Lussemburgo,
come pure il suo sito Internet.
Per assicurare la continuazione del percorso e la
compilazione dei risultati, l’arcivescovo del Lussemburgo aveva designato un gruppo di lavoro ad hoc,
composto dai seguenti membri: Milly Hellers, referente per la pastorale familiare del Servizio della pastorale; Patrick de Rond, responsabile della sezione
«Annuncio della fede e catechesi» del Servizio della
pastorale; Elisabeth Werner, coordinatrice del Servizio della pastorale; prof. Daniel Laliberté, docente di
Teologia catechetica e pastorale del Centro Giovanni
XXIII; Paul Estgen, collaboratore scientifico presso
l’unità di formazione e ricerca in Teologia catechetica e pastorale del Centro Giovanni XXIII. Hanno
inoltre contribuito: i membri dell’Officialité [in Lussemburgo, Tribunale diocesano di prima istanza –
ndt]: abbé Patrick Hubert, Elena Schmit e Jean-Louis
Hencks; Luis Martinez, referente per la pastorale biblica del Servizio della pastorale; abbé Patrick Muller,
preside del Seminario maggiore del Lussemburgo.
Una consultazione poco sentita
Mentre il primo questionario (ottobre 2013) aveva raccolto oltre un centinaio di risposte, bisogna
ammettere che in questo caso l’appello, comunque rinnovato a più riprese, non ha suscitato alcun
interesse presso i fedeli. Sembra che il numero, la
densità, lo stile e la complessità delle domande poste abbia scoraggiato più di una persona di buona
volontà.
Consideriamo significativo il fatto che alcune domande pare non abbiamo interessato i nostri interlocutori: sia che non ne sia stato compreso il senso,
sia che il contenuto non abbia loro «parlato».
Un’attenzione speciale è stata data alla dimensione catechetica, poiché la situazione attuale della
Chiesa in Lussemburgo conferisce un certo carattere
d’urgenza alla questione. Infatti, la rimozione, decisa dal governo, dell’insegnamento religioso confes-
21
C
hiese nel mondo
sionale dal sistema scolastico ci obbliga a prendere
seriamente in esame la nostra capacità di trasmettere la fede in Gesù Cristo alle generazioni a venire.
Siamo ben consapevoli che non si tratta di sostituire quell’insegnamento religioso scolastico con un
equivalente parrocchiale. È tutta l’organizzazione
ecclesiale, tanto nelle proprie strutture parrocchiali
e comunitarie quanto nelle relazioni con i giovani e
le famiglie, che viene direttamente interpellata.
Ecco dunque perché, al momento di una riflessione sulla famiglia, ci è parso imperativo proporre
degli elementi di riflessione sul modo in cui tutta la
comunità cristiana debba ormai considerarsi luogo privilegiato di apprendimento della fede e della
vita cristiana e, di conseguenza, possa immaginare
di offrire alle famiglie non soltanto delle attività a
loro destinate, ma anche, e soprattutto, un ambiente fraterno ove ogni generazione possa crescere e
svilupparsi.
Lussemburgo, 25 marzo 2015.
I.
L’ascolto:
il contesto e le sfide sulla famiglia
a. Il contesto socioculturale (nn. 5-8)1
1. Quali sono le iniziative in corso e quelle in
programma rispetto alle sfide che pongono alla famiglia le contraddizioni culturali (cf. nn. 6-7):
quelle orientate al risveglio della presenza di Dio
nella vita delle famiglie; quelle volte a educare e
stabilire solide relazioni interpersonali; quelle tese
a favorire politiche sociali ed economiche utili alla
famiglia; quelle per alleviare le difficoltà annesse all’attenzione dei bambini, anziani e familiari
ammalati; quelle per affrontare il contesto culturale più specifico in cui è coinvolta la Chiesa locale?
2. Quali strumenti di analisi si stanno impiegando, e quali i risultati più rilevanti circa gli
aspetti (positivi e non) del cambiamento antropologico culturale? (cf. n.5). Tra i risultati si percepisce la possibilità di trovare elementi comuni nel
pluralismo culturale?
1 I
numeri tra parentesi tonda fanno riferimento ai corrispondenti paragrafi della Relatio Synodi (cf. Regno-doc.
5,2015,9ss).
Il Regno -
documenti
21-22/2015
(1-2) Partendo dal principio di realtà citato
nell’Introduzione, si desidera innanzitutto sottolineare che le trasformazioni socioculturali che riguardano la famiglia variano a seconda dei grandi
ambiti culturali; infatti l’evoluzione della famiglia
dal punto di vista sociologico e i cambiamenti antropologici sopravvenuti in Europa occidentale sono
molto diversi da quelli di altre aree, come Africa o
Asia. Le principali trasformazioni che toccano la famiglia descritte di seguito sono prese nel contesto
del Lussemburgo, che ha visto un’evoluzione simile
a quella dei paesi vicini.
Fino alla fine del XIX secolo il Lussemburgo è
stato un paese rurale ove numerose generazioni coabitavano nelle case in campagna. Nel passato, in
uno spazio culturale quasi esclusivamente cattolico
e auspicante una discendenza numerosa, la povertà
e la mancanza di un sistema sanitario facevano sì
che la speranza di vita fosse ridotta e la mortalità infantile elevata. Con il sorgere della società industriale, basata sull’innovazione tecnica e sociale, sono sopravvenuti grandi cambiamenti antropologici.
L’evoluzione delle tecniche mediche legate alla
contraccezione ha avuto un forte impatto, comportando una certa dissociazione fra sessualità e procreazione, il che ha profondamente modificato il ruolo
della donna e della madre. Questo è stato all’origine di una liberazione della donna in diversi ambiti
di vita, di una maggiore uguaglianza fra uomini e
donne, ma anche di un’individualizzazione crescente, che incontra l’aspirazione cristiana alla dignità
individuale che Dio dona a ogni essere umano. Il
cristianesimo infatti non si oppone alla nozione di
individualità poiché la chiamata di Gesù conferisce
a ognuno la propria dignità individuale.
Un nuovo modello familiare
Questa evoluzione ha avuto rilevanti conseguenze per il modello familiare. L’unione coniugale non
è più frutto dell’alleanza fra due famiglie, ma il risultato di una decisione individuale. Al centro di questo nuovo modello si trova l’amore, quel sentimento
individuale che crea la coppia e che diviene il valore
centrale alla base delle famiglie.
Il nuovo modello dopo la seconda guerra mondiale diventa la norma. Il modo di vedere la procreazione cambia radicalmente: essa non è più una finalità inscritta in un progetto generazionale familiare,
ma un progetto personale della coppia che celebra il
proprio amore. Quando la famiglia si riassume nella
coppia, la coabitazione intergenerazionale non ha
più molto senso poiché essa si configura come un
insieme di coppie diverse, ognuna con un autonomo
22
C
hiese nel mondo
progetto di vita. L’organizzazione sociale ha dunque accompagnato questa evoluzione adattando i
sistemi assistenziali a questa nuova concezione della
famiglia.
L’importanza accordata al valore dell’amore di
coppia in parte spiega il riconoscimento del matrimonio delle coppie omosessuali in Lussemburgo.
L’amore non può essere invalidato dall’esterno; esso
è inerente alla sfera privata e intima. Se il matrimonio è la consacrazione dell’amore, la società ha così
riconosciuto la verità di questo amore fra persone
dello stesso sesso. Oggi una larga parte dell’opinione pubblica rifiuta che un’autorità civile o religiosa si arroghi il diritto di dare un giudizio morale su
tale scelta individuale. L’importanza dei sentimenti
nella vita della coppia diviene la misura della sua
praticabilità nel tempo. Il divorzio è vissuto come il
fallimento di una storia d’amore, e quando non vi è
più amore ci si dovrebbe lasciare, pena la condanna
a vivere nella non-verità. Le questioni materiali e
genitoriali sono affrontate in funzione di tale verità
dell’amore.
I figli e la loro educazione
Questo cambiamento di prospettiva sulla coppia
e sulla famiglia ha avuto ripercussioni importanti
sul ruolo dei figli. Frutto dell’amore dei suoi genitori, il figlio acquisisce nella coppia una importanza simbolica. Un tempo erede e depositario di una
storia di famiglia, è divenuto un individuo amato e
sacralizzato dalla coppia. Il legame fra il figlio e i
suoi genitori è meno un legame di famiglia e più un
legame d’amore, il che lo rende sempre meno portatore della storia e della cultura dei suoi genitori. Più
libero, egli è al contempo più solo quando si tratta
di costruire la propria vita e la propria coscienza.
Questa nuova relazione fra genitori e figli ha anche la conseguenza di facilitare l’esternalizzazione
della funzione «educativa» delle famiglie. I genitori ritengono che un’istituzione professionale possa
trasmettere non soltanto le conoscenze intellettuali
e pratiche, ma anche l’educazione alla vita necessaria al figlio. In seno alla società lussemburghese
si crede generalmente che tale trasmissione debba
essere neutra e universale, fornendo così ai giovani
adulti il bagaglio culturale di base necessario per
costruire il proprio progetto di vita in tutta libertà.
Questo approccio è in parte dettato da necessità
economiche, con l’esigenza di avere in famiglia due
stipendi da impieghi a tempo pieno che consentano il livello di vita su cui normalmente si conta.
Inoltre, a livello valoriale un certo orientamento
richiede che l’istituzione che si assume il compito
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documenti
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della cura dei minori ponga in primo piano l’uguaglianza sociale: gli asili e le scuole materne pubblici
assicurano a tutti i bambini il medesimo tipo di accompagnamento, cosa che non potrebbe avvenire
educando i figli a casa.
Infine, va citata la necessità di offrire a donne e
uomini le medesime opportunità di esercitare una
professione, come valore di uguaglianza fra i sessi. Questo punto di vista sulla custodia dei figli da
parte delle istituzioni non è da tutti condiviso. Vi
è chi afferma che non poter scegliere di occuparsi
dei propri figli è il risultato di una politica familiare
ed economica che si ispira a un’ideologia liberale e
anti-familiare.
Verso una pastorale dell’amore
I cambiamenti antropologici descritti hanno avuto considerevoli ripercussioni sulla recezione del magistero della Chiesa in campo familiare. Il progetto
personale dei singoli non è innanzitutto fondare una
famiglia, ma piuttosto trovare la felicità in una relazione d’amore.
Il matrimonio è considerato la consacrazione
dell’amore fra due persone, inscritta in una storia. E
dunque non si celebrerà all’inizio di una relazione,
ma al momento in cui i suoi protagonisti maturano
la convinzione che la loro relazione è fatta per durare. Di conseguenza oggi tante coppie si sposano
dopo l’arrivo del primo figlio. Questa evoluzione sociologica spinge la Chiesa ad affrontare le questioni
relative alla famiglia a partire da questa opzione radicale per l’amore. Accettando questo punto di partenza e sottolineando il disegno di Dio nella formazione delle coppie, diventa possibile la transizione
di una pastorale delle famiglie verso una pastorale
dell’amore.
Più che mai il ruolo della Chiesa sarà di accompagnare le coppie nel proprio progetto d’amore, di
essere presente e di sostenere i cristiani e le cristiane
nel loro cammino con il passaggio obbligato da un
amore-passione, il «colpo di fulmine», a un amore
di relazione duratura. L’attenzione pastorale dovrà
allo stesso tempo fissarsi su quanti hanno visto infrangersi il proprio sogno di felicità. Ogni relazione
basata sull’amore è una relazione fragile in essenza;
lo testimonia il crescente numero dei divorzi nelle
nostre società. La separazione è vissuta come un fallimento e numerose sono le persone che ne soffrono
profondamente. La comunità cristiana ha il dovere
del sostegno, dell’accompagnamento e della compassione. Sono rari i cattolici che ancora accettano
che le persone divorziate siano escluse dalla piena
comunione a livello dell’eucaristia. La realtà pasto-
23
C
hiese nel mondo
rale è molto spesso tale che i ministri del culto non
danno più giudizi sulle persone a partire dal fatto
che il loro matrimonio si sia spezzato.
La varietà degli universi culturali in cui vivono le
comunità cristiane pone il problema di conciliare il
nucleo dei criteri morali con la diversità delle situazioni. Questo problema è antico quanto la missione;
al tempo del Concilio, furono i vescovi provenienti
dal di fuori dell’Europa a sollevare la questione. La
diversità culturale si riferisce anche agli sviluppi diacronici – nella durata – di ogni cultura: un ragazzo
o una ragazza di oggi difficilmente accetteranno di
vivere come i propri nonni.
3. Oltre all’annuncio e alla denuncia, quali sono
le modalità scelte per essere presenti come Chiesa
accanto alle famiglie nelle situazioni estreme? (cf.
n. 8). Quali le strategie educative per prevenirle?
Che cosa si può fare per sostenere e rafforzare le
famiglie credenti, fedeli al vincolo?
(3) Restare attaccati a una concezione morale
fissa e dottrinaria, ancorata in un universo culturale
specifico, rifiuta qualunque possibilità di diversità
nel vivere le norme; mentre una morale fondata sulla persona è più adatta ad accettare un «denominatore comune», che attraversa le diverse pratiche culturali dei popoli. I denominatori comuni potrebbero
essere nell’ordine del rispetto della dignità delle persone, della reciprocità dei diritti e dei doveri nella
vita comune, dello sviluppo personale ecc. In questa
ricerca di un denominatore comune, è opportuno il
discernimento fra l’essenziale e il secondario nella
dottrina e nella disciplina ecclesiastica. L’Evangelii
gaudium ci sembra di grande pertinenza.
«Alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del
contesto che dà loro senso. Il problema maggiore si
verifica quando il messaggio che annunciamo sembra allora identificato con tali aspetti secondari che,
pur essendo rilevanti, per sé soli non manifestano il
cuore del messaggio di Gesù Cristo» (Evangelii gaudium, n. 34; Regno-doc. 21,2013,647).
«Nel suo costante discernimento, la Chiesa può
anche giungere a riconoscere consuetudini proprie
non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi
ormai non sono più interpretate allo stesso modo e
il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono
lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso
modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che posIl Regno -
documenti
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sono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma
che non hanno più la stessa forza educativa come
canali di vita. San Tommaso d’Aquino sottolineava che i precetti dati da Cristo e dagli Apostoli al
popolo di Dio “sono pochissimi”. Citando sant’Agostino, notava che i precetti aggiunti dalla Chiesa
posteriormente si devono esigere con moderazione
“per non appesantire la vita ai fedeli” e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando
“la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera”.
Questo avvertimento, fatto diversi secoli fa, ha una
tremenda attualità. Dovrebbe essere uno dei criteri
da considerare al momento di pensare una riforma
della Chiesa e della sua predicazione che permetta
realmente di giungere a tutti» (Evangelii gaudium,
n. 43; Regno-doc. 21,2013,649).
Nel solco aperto da papa Francesco
Di fronte alla realtà dolorosa delle famiglie in «situazioni estreme», la Chiesa è chiamata a superare le
facili risposte pastorali fondate sull’annuncio dell’ideale proposto dalla dottrina cattolica e sulla denuncia
delle situazioni che non si conformano a tale ideale.
Nel solco aperto da papa Francesco, occorrerebbe
andare verso una prassi pastorale orientata al «principio di misericordia» – «la più grande di tutte le virtù»
(Evangelii gaudium, n. 37; Regno-doc. 21,2013,648) –
per l’accoglienza e l’accompagnamento di quanti vivono circostanze difficili, spesso non volute (come, ad
esempio, le rotture matrimoniali), sostenendole nella
ricerca di una vita pienamente realizzata. Si tratta
di un atteggiamento più evangelico il quale, sull’esempio di Gesù davanti alla donna adultera, anziché
condannare si fa solidale con chi è nella sofferenza e
cerca di rialzarsi (cf. Gv 8,11).
Sul piano sociale, strutture vicine alla Chiesa
in Lussemburgo – sia associazioni laiche come Vie
naissante o Caritas, sia strutture rette da comunità
religiose – offrono un aiuto alle famiglie in difficoltà
o nella sofferenza. Alcune iniziative nate da movimenti di laici presenti in diocesi offrono a coppie,
giovani famiglie o giovani genitori spazi di ascolto,
di condivisione, di celebrazione e di convivialità. Si
avviano nuovi progetti, come la realizzazione dei
«Percorsi Alfa per coppie e famiglie».
4. Come l’azione pastorale della Chiesa reagisce
alla diffusione del relativismo culturale nella società secolarizzata e al conseguente rigetto da parte
di molti del modello di famiglia formato dall’uomo e dalla donna uniti nel vincolo matrimoniale
e aperto alla procreazione?
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hiese nel mondo
(4) I principali mutamenti antropologici della
famiglia in Lussemburgo (descritti nelle risposte
alle domande 1 e 2) sono accolti dalla vasta maggioranza dei cattolici praticanti. L’omosessualità è
considerata una condizione individuale che occorre rispettare in ragione della libertà di ognuno di
trovare la propria strada verso la felicità.
Allo stesso modo la popolazione del Lussemburgo ritiene che la scelta di procreare sia di ordine personale. La Chiesa accoglie questa posizione
della paternità responsabile, ove l’individuo deve
operare una scelta che si fonda sulla libertà di coscienza di ognuno. Non vi è percezione che la società si trovi in situazione di denatalità, e gli esperti
segnalano piuttosto un problema di invecchiamento della società. In Lussemburgo, nonostante un
tasso di fecondità di 1,57 (nel 2012), la popolazione aumenta continuamente sotto la spinta di una
massiccia immigrazione. Esiste un’inquietudine
largamente diffusa riguardo all’affidamento dei figli a istituzioni di custodia ed educazione, in quanto la maggior parte dei genitori ha un’occupazione
retribuita.
A livello pastorale, si evita di affrontare le questioni legate alla sessualità e quelle relative alla
vita della coppia e alla vita familiare. Questa posizione è dovuta al fatto che la dottrina della Chiesa
è troppo lontana dalla realtà che vivono le persone. Negli anni Settanta la Chiesa in Lussemburgo
ha molto investito sull’accompagnamento delle
coppie e delle famiglie creando una struttura professionale, il Centro di pastorale familiare (CPF).
Tale struttura è stata ripresa qualche anno fa dallo
stato.
b. La rilevanza della vita affettiva (nn. 9-10)
5. In che modo, con quali attività sono coinvolte le famiglie cristiane nel testimoniare alle
nuove generazioni il progresso nella maturazione affettiva? (cf. nn. 9-10). Come si potrebbe
aiutare la formazione dei ministri ordinati rispetto a questi temi? Quali figure di agenti di
pastorale specificamente qualificati si sentono
come più urgenti?
(5) Il concetto di «famiglia cristiana» non è presente nella realtà sociale lussemburghese. Non vi
sono specifiche attività portate avanti su vasta scala
a questo titolo. Vi sono certamente attività di promozione della famiglia cristiana da parte di alcuni
movimenti e comunità laiche, ma senza che se ne
Il Regno -
documenti
21-22/2015
possa constatare un effetto percepibile sulle giovani
generazioni.
Nelle parrocchie si affronta di rado la questione
della famiglia poiché esiste uno scarto enorme fra
ciò che i credenti pensano e ciò che il magistero propone. Le giovani generazioni, anche quando sono a
contatto con la cultura cristiana, non scorgono nella
Chiesa un interlocutore con cui trattare argomenti
legati all’amore, alla sessualità, alla coppia o alla famiglia.
Oggi in Lussemburgo pare illusorio sperare di
poter trasmettere alle prossime generazioni, con
adattamenti di metodo o di pedagogia, la dottrina
della famiglia nel quadro di formazioni permanenti
o introduttive. Il contesto antropologico è mutato in
modo tanto sostanziale che l’attuale discorso della
Chiesa appare totalmente incomprensibile nella
cultura lussemburghese.
Con ciò non s’intende che i valori soggiacenti, i
grandi principi, o l’essenza della parola di Dio non
sarebbero più comprensibili e necessiterebbero di
spiegazione. Oggi occorre riformulare l’insegnamento, accettando di confrontarsi di nuovo con il
compito di «interpretare autenticamente la parola
di Dio scritta».
c. La sfida per la pastorale (n. 11)
6. In quale proporzione, e attraverso quali mezzi, la pastorale familiare ordinaria è rivolta ai
lontani? (cf. n. 11). Quali le linee operative predisposte per suscitare e valorizzare il «desiderio
di famiglia» seminato dal Creatore nel cuore di
ogni persona, e presente specialmente nei giovani,
anche di chi è coinvolto in situazioni di famiglie
non corrispondenti alla visione cristiana? Quale
l’effettivo riscontro tra di essi della missione loro
rivolta? Tra i non battezzati quanto è forte la presenza di matrimoni naturali, anche in relazione
al desiderio di famiglia dei giovani?
(6) Un momento ricorrente di contatto con le
persone lontane dalla Chiesa sono i funerali, che
spesso per l’occasione riuniscono famiglie disperse
o ricomposte, talvolta riaprono ferite o ravvivano
sofferenze, attirando l’attenzione sulla «famiglia»
come luogo di lutto, di conflitto o di riconforto, di
un ritrovarsi attorno alla sofferenza e alla morte. Nel
quadro della pastorale delle esequie, la Chiesa ha
l’opportunità e il dovere di farsi vicina alle persone e
alle famiglie con uno sguardo di empatia e di incoraggiamento.
25
C
hiese nel mondo
Attualmente non si può parlare esattamente di
una pastorale familiare organizzata rivolta ai lontani. Le idee non mancano, ma realizzare quei
progetti richiede un forte investimento di tempo e di creatività. In considerazione dei mutamenti strutturali all’interno dell’arcidiocesi del
Lussemburgo, portarli a compimento è possibile
soltanto con la collaborazione di volontari a contatto con i destinatari, che siano disposti a farsene
carico.
II.
Lo sguardo su Cristo:
il Vangelo della famiglia
a. Lo sguardo su Gesù e la pedagogia divina
nella storia della salvezza (nn. 12-14)
7. Lo sguardo rivolto a Cristo apre nuove possibilità. «Infatti, ogni volta che torniamo alla fonte
dell’esperienza cristiana si aprono strade nuove e
possibilità impensate» (n. 12). Come è utilizzato
l’insegnamento della Sacra Scrittura nell’azione
pastorale verso le famiglie? In quale misura tale
sguardo alimenta una pastorale familiare coraggiosa e fedele?
(7) Desiderare una pastorale della famiglia più
evangelica, incoraggiante per le coppie cristiane di
oggi, significa ricorrere alla parola di Dio secondo
lo stile di Gesù: egli ricorda all’uomo e alla donna
che sono chiamati all’infinito, conosce i loro limiti
e si mostra sempre pronto al perdono. Papa Francesco ci ha appena consegnato pagine molto belle
nella sua recente esortazione Evangelii gaudium
sull’importanza di rivisitare la dottrina e i precetti
legati all’amore umano e alla famiglia in accordo
con il Vangelo e con le nuove circostanze. Citiamo
per esteso, ad esempio, il numero 43.
«Nel suo costante discernimento, la Chiesa
può anche giungere a riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del
Vangelo, alcune molto radicate nel corso della
storia, che oggi ormai non sono più interpretate
allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle,
però ora non rendono lo stesso servizio in ordine
alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme
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o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più
la stessa forza educativa come canali di vita. San
Tommaso d’Aquino sottolineava che i precetti
dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio
“sono pochissimi”. Citando sant’Agostino, notava che i precetti aggiunti dalla Chiesa posteriormente si devono esigere con moderazione “per
non appesantire la vita ai fedeli” e trasformare
la nostra religione in una schiavitù, quando “la
misericordia di Dio ha voluto che fosse libera”.
Questo avvertimento, fatto diversi secoli fa, ha
una tremenda attualità. Dovrebbe essere uno dei
criteri da considerare al momento di pensare una
riforma della Chiesa e della sua predicazione che
permetta realmente di giungere a tutti» (Evangelii
gaudium, n. 43; Regno-doc. 21,2013,649).
Così, una pastorale familiare che si nutre della
parola di Dio deve riscoprire la Scrittura come parola non soltanto «ispirata», ma «di ispirazione»
per la vita quotidiana e che va «riscritta» nell’oggi
di ogni coppia. Questa recezione della Parola al
centro della coppia e della famiglia è il fondamento di una spiritualità dagli occhi aperti, capace di
dialogare con la nuova società e non rivolta a un
passato che non c’è più; una spiritualità che sa leggere i segni di Dio nella storia umana e si impegna
nel mondo alla costruzione del Regno della giustizia e della pace, specialmente annunciate ai poveri
(cf. Lc 4,14ss; Mt 25,31ss).
Occorre dunque deplorare, nell’accompagnamento alle famiglie, una presenza delle Scritture
davvero troppo spesso ridotta al rammentare alcuni testi che sono la base di una lettura riduttiva
e legalista della morale per le coppie (cf. Mt 5,31s;
Mt 19,4-9; Ef 5,31-32 e 1Cor 7,10-11). Testi che
sono raramente posti in contesto: né nel grande
contesto di un Dio che si rivela come Dio di misericordia né in quello della cultura e della situazione ecclesiale che ne sono all’origine. Il risultato è
un’utilizzazione dottrinale della parola di Dio, la
quale dimentica che sia le parole sia le azioni di
Gesù sono assai sobrie su questo argomento.
La parola di Dio non deve essere «sollecitata»
per giustificare una dottrina, ma ricevuta e attualizzata a partire dalle nuove acquisizioni delle
scienze – sociali e non solo – e degli studi biblici
contemporanei. Un tale approccio potrebbe meglio valorizzare la relazione fra due persone che si
amano e che progettano questo amore nella durata, senza opprimerli di norme e di precetti sempre
situati in un tempo e in uno spazio determinati
(cf. Mc 7,1-13).
26
C
hiese nel mondo
8. Quali valori del matrimonio e della famiglia
vedono realizzati nella loro vita i giovani e i coniugi? E in quale forma? Ci sono valori che possono essere messi in luce? (cf. n. 13). Quali le dimensioni di peccato da evitare e superare?
9. Quale pedagogia umana occorre considerare –
in sintonia con la pedagogia divina – per comprendere meglio ciò che è richiesto alla pastorale
della Chiesa di fronte alla maturazione della vita
di coppia, verso il futuro matrimonio? (cf. n. 13).
10. Che cosa fare per mostrare la grandezza e bellezza del dono dell’indissolubilità, in modo da suscitare il desiderio di viverla e di costruirla sempre
di più? (cf. n. 14).
11. In che modo si potrebbe aiutare a capire che la
relazione con Dio permette di vincere le fragilità
che sono inscritte anche nelle relazioni coniugali?
(cf. n. 14). Come testimoniare che la benedizione
di Dio accompagna ogni vero matrimonio? Come
manifestare che la grazia del sacramento sostiene
gli sposi in tutto il cammino della loro vita?
(8-11) Illuminare i valori del matrimonio e della
famiglia diventa efficace e contagioso attraverso la testimonianza vissuta, come l’esempio citato di coppie
che si dedicano a preparare i fidanzati al sacramento,
le quali irradiano tali valori verso quanti si stanno impegnando sulla via del matrimonio. In seguito, l’accoglienza delle coppie e delle famiglie, e il contatto delle
famiglie fra di loro in seno alle comunità parrocchiali,
ad esempio in occasione del sacramento del battesimo, deve essere tale da incoraggiare a vivere e approfondire questi valori e darne testimonianza.
La dimensione intergenerazionale può avere un ruolo nella misura in cui delle coppie più giovani si sentiranno sostenute da quelle mature, o dei giovani potranno contare sui nonni per ascoltarli e farsi guidare in
relazione ai valori. La comunicazione, o meglio la pedagogia, riguardo ai valori forti di un matrimonio inscritto
nella durata, che attraversa le crisi e le supera, richiede
in primissimo luogo un ascolto di ciò che si vive nello
spessore del quotidiano, piuttosto che un insegnamento.
b. La famiglia
nel disegno salvifico di Dio (nn. 15-16)
12. Come si potrebbe far comprendere che il matrimonio cristiano corrisponde alla disposizione
originaria di Dio e quindi è un’esperienza di pienezza, tutt’altro che di limite? (cf. n. 13).
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13. Come concepire la famiglia quale «Chiesa domestica» (cf. Lumen gentium, n. 11), soggetto e
oggetto dell’azione evangelizzatrice al servizio del
regno di Dio?
14. Come promuovere la coscienza dell’impegno
missionario della famiglia?
(12-14) Affinché la famiglia, prima cellula di
evangelizzazione, possa vivere e svilupparsi in quanto tale, occorre superare la tendenza alla chiusura su
di sé, sia come famiglia in riferimento all’esterno sia
come individuo all’interno della famiglia. A questo riguardo, il senso della festa e dell’incontro intergenerazionale è portatore di una dinamica particolare contro
la chiusura. Alcuni progetti esistenti meriterebbero di
essere più conosciuti e divulgati a livello diocesano e
parrocchiale: weekend per famiglie; incontri organizzati a seguire la celebrazione dei sacramenti (battesimo, prima comunione, matrimonio… ); progetti di
movimenti cattolici laicali presenti in diocesi, che hanno un’esperienza e una pedagogia da proporre.
Questo indica un cammino che occorrerà seguire
con sempre maggiore frequenza negli anni a venire,
ossia la necessaria trasformazione del funzionamento delle nostre comunità cristiane, affinché in esse
trovino spazio con regolarità tutti gli aspetti della
vita cristiana e divengano così l’ambito naturale ove
tale vita cristiana si apprende, sia per coloro che vi si
iniziano – piccoli o adulti che siano – sia per coloro
che, quale che sia la loro età, riconoscono l’importanza di crescere continuamente nella fede.
Occorrerebbe proporre alle famiglie una cultura
di momenti rituali per pregare e per dare espressione
al vissuto della fede, permettendo loro di respirare,
nel mezzo dello stress organizzato della vita quotidiana. Avviene che giovani genitori non catechizzati
richiedono idee, saperi e strumenti per sviluppare la
propria vita di fede in famiglia: occorre saperli accogliere e offrire alle loro domande risposte di qualità,
integrate alla vita delle comunità cristiane, che consentano loro di procedere nel cammino.
c. La famiglia
nei documenti della Chiesa (nn. 17-20)
15. La famiglia cristiana vive dinanzi allo sguardo amante del Signore e nel rapporto con lui cresce
come vera comunità di vita e di amore. Come sviluppare la spiritualità della famiglia, e come aiutare le famiglie ad essere luogo di vita nuova in
Cristo? (cf. n. 21).
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(15) Tante persone, anche credenti e motivate
– per non parlare dei lontani dalla Chiesa – fanno
notare che il linguaggio utilizzato nei documenti del
magistero relativi alla coppia e alla famiglia è percepito come ermetico e lontano dal vissuto.
16. Come sviluppare e promuovere iniziative di
catechesi che facciano conoscere e aiutino a vivere
l’insegnamento della Chiesa sulla famiglia, favorendo il superamento della distanza possibile fra
ciò che è vissuto e ciò che è professato e promuovendo cammini di conversione?
(16) La formulazione della domanda, che vuole
sapere come «sviluppare e promuovere iniziative di catechesi che facciano conoscere e aiutino a vivere l’insegnamento della Chiesa sulla famiglia, favorendo il superamento della distanza possibile fra ciò che è vissuto e
ciò che è professato» è stata oggetto di obiezione. In un
certo modo essa già fornisce la risposta. Non apre delle
porte ma ne chiude. Gli «altri» debbono cambiare.
Sembra che qui si chieda come fare affinché i
«membri del gregge» agiscano in modo più conforme
all’insegnamento della Chiesa, il che comporta che lo
capiscano meglio. E per migliorare questa comprensione si pensa che occorra della «catechesi». Ora, questo modo di considerare la catechesi non ha molto a
che vedere con lo scopo definitivo della catechesi proposto dal Direttorio generale per la catechesi: «Mettere
qualcuno non solo in contatto, ma in comunione, in
intimità con Gesù Cristo» (n. 80; EV 16/842).
È questo il modo migliore di considerare il problema? Costruire percorsi catechetici per promuovere un «insegnamento», che sarebbe l’insegnamento ufficiale della Chiesa, non è forse ingannarsi sulla
natura profonda della catechesi, che è essenzialmente uno «spazio di scoperta di Cristo e del Vangelo»?
D’altronde, «l’insegnamento della Chiesa sulla
famiglia» non è un «a sé». La spiritualità coniugale non deve prima di tutto tendere verso la fedeltà
all’insegnamento della Chiesa, ma verso un modo
di vivere la coppia e la famiglia che sia fedele al
Vangelo. Non si tratta qui di mettere in opposizione
«Vangelo» e «magistero». Si tratta più globalmente
di considerare la mentalità che presiede alla costruzione di percorsi catechetici.
Infatti, occorrerebbe forse immaginare le cose in
modo più globale, puntando sul fatto che una frequentazione di Cristo e del Vangelo possa contribuire a impregnare progressivamente un modello
d’amore-dono, che finirà per «palesarsi» in atteggiamenti coerenti in tutti gli ambiti della vita e dunque anche nella vita coniugale e familiare. Di conseIl Regno -
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guenza, non si tratta di creare attività catechetiche
per apprendere «l’insegnamento della Chiesa sulla
coppia e la famiglia», ma di proporre un percorso di
frequentazione del Vangelo che, poco a poco, susciti
una dinamica di conversione, d’amore.
Imparare il Vangelo
In considerazione della recente firma di nuove convenzioni «Chiesa-stato» che impongono un
cambiamento di paradigma per la Chiesa in Lussemburgo, adesso si tratta innanzitutto di far nascere la catechesi in senso generale. In questo contesto
non si ha l’agio di creare attività catechetiche per
trattare l’uno accanto all’altro tutti i temi. Occorre pensare in modo trasversale, il che significa proporre a tutti, in maniera intergenerazionale, delle
dinamiche di scoperta della fede cristiana che non
siano in primo luogo catechesi di «insegnamento».
Il Testo nazionale per l’orientamento della catechesi
in Francia parla di un «bagno di vita ecclesiale» per
sottolineare che ciò di cui qui si tratta è imparare il
Vangelo per mezzo della frequentazione dei fratelli
e delle sorelle, il coinvolgimento nella carità, la condivisione della Parola e così via.
È questo che occorre far nascere, con grande urgenza, con la convinzione che ciò avrà anche ripercussioni dirette sulla vita coniugale e familiare di quanti
se ne interesseranno. Questa conclusione, «quanti se
ne interesseranno», non è casuale. Significa ammettere che ormai non ci si può più immaginare di persuadere tutti riguardo a norme emanate da un’autorità
magisteriale, ma si deve andare avanti con coloro nei
quali la frequentazione di Cristo, del Vangelo, dei fratelli e delle sorelle ha potuto suscitare interesse.
d. L’indissolubilità del matrimonio
e la gioia del vivere insieme (nn. 21-22)
17. Quali sono le iniziative per far comprendere il valore del matrimonio indissolubile e fecondo come cammino di piena realizzazione personale? (cf. n. 21).
18. Come proporre la famiglia come luogo per molti aspetti unico per realizzare la gioia degli esseri
umani?
19. Il concilio Vaticano II ha espresso l’apprezzamento per il matrimonio naturale, rinnovando una
antica tradizione ecclesiale. In quale misura le pastorali diocesane sanno valorizzare anche questa sapienza dei popoli, come fondamentale per la cultura
e la società comune? (cf. n. 22).
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(17) La società europea è mutata, come pure la
cultura, e in questa nuova cultura non tutto è cattivo. Nel corso degli ultimi decenni è molto cambiato
il modo di avviarsi verso l’impegno del matrimonio.
Occorre innanzitutto tenere presente questo tipo di
cambiamento.
Le giovani coppie e i giovani genitori hanno poche
occasioni di riflessione e di scambio sulle questioni
fondamentali della vita e della fede, come pure riguardo all’impegno matrimoniale. Le persone che si sentono interessate si rivolgono (ancora) alla Chiesa nei
momenti forti della vita (matrimonio, nascita, morte).
Ecco perché questi incontri (di preparazione al matrimonio o al battesimo, alla prima comunione, nel momento di un lutto), caratterizzati da una calda accoglienza, preparati e animati nella misura del possibile
in collaborazione con persone sposate, costituiscono
un luogo di visibilità ecclesiale che esce dagli schemi
liturgici, come pure un’occasione di testimonianza e
di riflessione vitale e incoraggiante.
Sarebbe importante proporre innanzitutto spazi
di riflessione, di testimonianza e di condivisione per
adolescenti e giovani adulti (preparazione alla confermazione, Giornata mondiale della gioventù e così via)
ove la bellezza della relazione amorosa responsabile,
della sessualità, della vita affettiva come pure del matrimonio sia trattata e sviluppata da/in collaborazione con persone che sappiano di cosa stanno parlando!
La Chiesa dovrebbe sostenere maggiormente le
coppie e i genitori di confessioni o di religioni miste e
aiutarli a fare in modo che la diversità delle credenze
sia percepita come un arricchimento importante e un
aiuto per la vita di famiglia e di coppia.
I gruppi consultati non hanno espresso opinioni riguardo a «come proporre la famiglia come luogo per
molti aspetti unico per realizzare la gioia degli esseri umani» (18) né a proposito della domanda (19):
«Il concilio Vaticano II ha espresso l’apprezzamento
per il matrimonio naturale, rinnovando una antica
tradizione ecclesiale. In quale misura le pastorali diocesane sanno valorizzare anche questa sapienza dei
popoli, come fondamentale per la cultura e la società
comune?».
e. Verità e bellezza della famiglia e misericordia
verso le famiglie ferite e fragili (nn. 23-28)
20. Come aiutare a capire che nessuno è escluso
dalla misericordia di Dio e come esprimere questa verità nell’azione pastorale della Chiesa verso le famiglie, in particolare quelle ferite e fragili? (cf. n. 28).
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(20) L’impressione è ancora una volta che l’ottica utilizzata parta dall’idea che la posizione della
Chiesa è ferma e immutabile e che si tratta solamente
di immaginare i mezzi «pedagogici» che permettano
di far meglio recepire tale posizione, affinché non sia
compresa come un atteggiamento di esclusione.
In realtà, come suggerito nella domanda, la misericordia di Dio non esclude nessuno. Dunque,
appunto, non è forse la Chiesa che, nei fatti e nonostante tutto ciò che essa afferma, si trova a escludere? Essa prende alla lettera certi passaggi biblici
che si riferiscono alle persone sposate, mentre altri
che riguardano le persone ordinate non sono affatto
tenuti in considerazione (cf. 1Tm 3,1-7).
Dispiace e viene giudicato ingiusto l’atteggiamento della Chiesa verso persone alle quali essa
non offre alcuna seconda occasione. Ai preti che
lasciano il sacerdozio (anch’esso un sacramento!) la
Chiesa propone una procedura che, se necessario,
permette un secondo progetto di vita che comprende l’accesso ai sacramenti. Non dovrebbe la Chiesa
rinunciare a questo atteggiamento, percepito come
ingiusto, e rivedere la propria teologia del matrimonio basandosi sulla misericordia evangelica?
Nell’attesa di un tale mutamento di posizione, sarebbe opportuna una maggiore creatività riguardo
alla proposta di spazi di condivisione, di tempi di
incontro, di letture bibliche per permettere a persone divorziate o divorziate risposate di incontrarsi al
di là dei momenti della celebrazione liturgica. Viene
sottolineato quanto è importante che il linguaggio
dei rappresentanti della Chiesa verso le persone in
questa condizione sia improntato a misericordia e
rispetto.
21. Come possono i fedeli mostrare nei confronti
delle persone non ancora giunte alla piena comprensione del dono di amore di Cristo, una attitudine di accoglienza e accompagnamento fiducioso,
senza mai rinunciare all’annuncio delle esigenze
del Vangelo? (cf. n. 24).
(21) Nell’episodio dell’incontro con la samaritana al pozzo di Giacobbe, Gesù stesso ci mostra
come «aiutare a capire che nessuno è escluso dalla
misericordia di Dio».
È importante sensibilizzare e formare maggiormente tutta la comunità ecclesiale all’accoglienza
e all’incontro di ogni persona, che è responsabilità
di tutti – a cominciare dal prete che, dopo le celebrazioni, troppo spesso si ritira in sacrestia invece di
salutare le persone all’uscita della Chiesa, manifestando così la propria disponibilità.
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22. Che cosa è possibile fare perché nelle varie
forme di unione – in cui si possono riscontrare
valori umani – l’uomo e la donna avvertano il
rispetto, la fiducia e l’incoraggiamento a crescere
nel bene da parte della Chiesa e siano aiutate a
giungere alla pienezza del matrimonio cristiano?
(cf. n. 25).
(22) È importante incontrare le persone senza
giudicarle. Ogni forma di vita è anche frutto di una
storia, di un percorso, di esperienze gioiose e dolorose. «Chi siamo noi per giudicare gli altri?» (papa
Francesco).
Come Gesù da bravo pedagogo ha raggiunto i
discepoli di Emmaus, ha camminato con loro e ha
posto loro le giuste domande, la Chiesa è chiamata a raggiungere le persone là dove esse sono e ad
accompagnarle secondo il loro ritmo nel rispetto
della realtà della loro vita personale, familiare e professionale. La testimonianza dei discepoli di Gesù
è altrettanto o forse ancora più importante di una
moltitudine di bei discorsi sulla misericordia.
III.
Il confronto:
prospettive pastorali
a. Annunciare il Vangelo della famiglia oggi,
nei vari contesti (nn. 29-28)
23. Nella formazione dei presbiteri e degli altri operatori pastorali come viene coltivata la dimensione
familiare? Vengono coinvolte le stesse famiglie?
(23) Nel corso della formazione dei presbiteri,
la dimensione familiare è coltivata sotto due aspetti.
La famiglia d’origine del seminarista continua a
svolgere un ruolo importante dopo la sua entrata in
seminario. I seminaristi della nostra diocesi trascorrono all’estero la maggior parte del percorso formativo del seminario. Durante le vacanze e in alcuni
weekend dai luoghi di formazione all’estero essi rientrano nella famiglia d’origine; restano dunque in
stretto contatto con i parenti nel corso degli anni di
formazione.
D’altronde, generalmente, la famiglia d’origine
da noi si fa carico di una parte delle spese e dei costi degli studi del figlio seminarista, il quale dunque
gode di una maggiore libertà nei confronti della
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diocesi potendo contare sul sostegno finanziario (e
morale) della propria famiglia.
Infine, la famiglia del seminarista è invitata a
partecipare alla celebrazione delle principali tappe
nel suo cammino verso il sacerdozio: ammissione,
lettorato, accolitato, ordinazioni diaconale e sacerdotale. Generalmente tali celebrazioni e feste sono
buone occasioni per il seminario e le famiglie dei seminaristi di conoscersi meglio a vicenda. Resta vero
che, salvo se al momento dell’entrata in seminario
il preside del Seminario maggiore del Lussemburgo
ha l’opportunità di incontrare il futuro seminarista
a casa sua, la famiglia d’origine di questi ha poca
visibilità nella formazione al sacerdozio.
Capita che siano pochissime le altre famiglie con
le quali il seminarista entra in contatto nel corso della propria formazione: una famiglia che lavora e/o
alloggia nello stabile del seminario, alcune famiglie
incontrate nel corso dei tirocini (in parrocchia, in
ospedale, in una istituzione caritativa o sociale). Se
il seminario evidentemente non prepara alla vita
matrimoniale e familiare ma al celibato consacrato
promesso fin dall’ordinazione diaconale, pare tuttavia importante non creare una bolla che terrebbe i
seminaristi all’interno di un mondo chiuso ed essenzialmente maschile.
Intrattenere sane relazioni con donne, coppie e
famiglie sembra un elemento importante da non
perdere di vista in una equilibrata formazione dei
candidati al sacerdozio ministeriale. Ciò richiederebbe regolari incontri con famiglie, per condividere problemi e difficoltà quotidiane come pure gioie
e piaceri. Una formazione particolare a questo riguardo, o uno stage in collaborazione con il servizio
diocesano di pastorale, potrebbe contribuire a coltivare meglio la dimensione familiare nella formazione dei futuri presbiteri.
Per una migliore inculturazione e incarnazione
del ministero sacerdotale nella nostra realtà culturale ed ecclesiale, si propone che le coppie siano coinvolte nella preparazione dei candidati al sacerdozio.
E a monte di tutto ciò, occorre sottoporre l’accettazione dei seminaristi a criteri stringenti a proposito
dello stato di vita e della maturità affettiva, umana e
spirituale.
Più in generale si ritiene che sarebbe importante prevedere nel quadro della formazione dei futuri
presbiteri una migliore preparazione in materia di
comunicazione. Il modello stesso di prete ad alcuni
fa problema. Altri sottolineano il punto delicato di
presbiteri venuti da fuori, che devono familiarizzarsi
con la cultura e la realtà delle famiglie della nostra
diocesi. Al di là della formazione che è loro destina-
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ta, occorrerebbe prevedere in anticipo contatti con
gruppi di fedeli (famiglie, coppie...) per facilitare
l’inserimento nella realtà locale.
24. Si è consapevoli che il rapido evolversi della nostra società esige una costante attenzione al
linguaggio nella comunicazione pastorale? Come
testimoniare efficacemente la priorità della grazia,
in maniera che la vita familiare venga progettata
e vissuta quale accoglienza dello Spirito Santo?
(24) Nei secoli (e talvolta fino ai nostri giorni)
quando la Chiesa parla di vocazione ha in mente
solo il sacerdozio ministeriale e la vita religiosa. Sarebbe auspicabile che la vocazione al matrimonio
venisse riconosciuta come vocazione, come chiamata di Dio e carisma insostituibile nella missione della Chiesa. Con tale valorizzazione, la vita familiare
potrà essere maggiormente «progettata e vissuta
quale accoglienza dello Spirito Santo».
Se consideriamo l’annuncio del Vangelo della famiglia nei diversi contesti, l’altissima percentuale di
coppie divorziate e divorziate risposate è un dato di
fatto; ora, l’annuncio del Vangelo in questi specifici contesti non deve forse significare prima e sopra
tutto accoglienza misericordiosa senza equivoci e
sostegno, anziché dito puntato moralizzatore? Per
le persone che vi sono coinvolte il divorzio costituisce generalmente un fallimento e una ferita, ma il
messaggio che viene loro trasmesso è equivoco: voi
siete pienamente membri della comunità ecclesiale,
tuttavia non potete ricevere i sacramenti dell’eucaristia e del perdono. Non occorrerebbe forse sviluppare una teologia pastorale che tenga maggior conto
della realtà delle coppie divorziate-risposate, come
pure delle famiglie ricomposte che ne risultano?
25. Nell’annunciare il Vangelo della famiglia
come si possono creare le condizioni perché ogni famiglia sia come Dio la vuole e venga socialmente
riconosciuta nella sua dignità e missione? Quale
«conversione pastorale» e quali ulteriori approfondimenti vanno attuati in tale direzione?
26. La collaborazione al servizio della famiglia
con le istituzioni sociali e politiche è vista in tutta
la sua importanza? Come viene di fatto attuata?
Quali i criteri a cui ispirarsi? Quale ruolo possono
svolgere in tal senso le associazioni familiari? Come
tale collaborazione può essere sostenuta anche dalla
denunzia franca dei processi culturali, economici e
politici che minano la realtà familiare?
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(25-26) In Lussemburgo, come in altri paesi, attualmente non vi sono movimenti che in modo specifico si dedicano alla famiglia come tematica fondamentale, né all’interno della Chiesa cattolica né
in altre sfere sociali. Alcune iniziative di ispirazione
cristiana lanciate all’inizio degli anni Ottanta su impulso del sinodo diocesano, come l’Azione familiare
e popolare (AFP) o il Centro di pastorale familiare,
oggi non esistono più. All’interno della Chiesa lussemburghese esistono il movimento delle donne cattoliche (ACFL) e il movimento degli uomini cattolici
(KMA), due movimenti dell’Azione cattolica che intervengono di tanto in tanto su questo o quell’argomento legato alla famiglia, ma senza tuttavia essere
interlocutori strutturali dello stato lussemburghese
in materia di questioni familiari.
Per contro la Confederazione Caritas Lussemburgo riveste un ruolo importante nell’ambito dell’assistenza sociale alle famiglie. Strutturalmente essa è
molto presente a livello sociopolitico e gode di riconoscimento in questo campo da parte delle pubbliche
autorità. È una voce ascoltata quando si tratta di definire le politiche sociali in Lussemburgo.
La politica sociale dei vari governi, di primo acchito, non può essere giudicata «contro la famiglia».
Come le si può rimproverare di investire molto sulla
custodia dell’infanzia, quando è noto che la maggior parte dei genitori deve oggi lavorare fuori casa?
Tale politica si basa inoltre su valori di eguaglianza
delle opportunità. Si osserva che il sistema pubblico
che si fa carico dell’infanzia permette la mescolanza
sociale e l’apprendimento delle lingue in un paese
che conosce un forte tasso d’immigrazione. I sussidi familiari, i congedi speciali per motivi familiari
testimoniano un sistema sociale generoso, anche se
perfettibile.
La critica della Chiesa lussemburghese non potrà dunque vertere sul sistema assistenziale ma piuttosto sul sistema in generale, che è fondato su di una
fede fondamentale nel sistema economico capitalista della crescita infinita, il quale relega la questione
familiare in secondo piano. Fare posto alla famiglia
richiede una riflessione su un altro modello di società, un modello duraturo che ricollochi al centro
l’umano. In futuro la Chiesa in Lussemburgo dovrà trovare alleanze fra i movimenti che desiderano
uscire dalla logica del «tutto economico».
La Chiesa sostiene una visione che vuole dare
spazio alle famiglie, spazi di incontro, sia a livello
privato (la famiglia che ha tempo per sé), sia a livello
sociale (le famiglie si incontrano per uno scambio
reciproco). Un’esigenza che avrà conseguenze su
tanti ambiti della società.
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27. Come favorire una relazione fra famiglia, società e politica a vantaggio della famiglia? Come
promuovere il sostegno della comunità internazionale e degli stati alla famiglia?
(27) La Chiesa deve accompagnare le famiglie,
sostenerle a livello spirituale e materiale quando richiesto. Questo comporta un quotidiano lavoro di
base che può dare legittimità alla Chiesa allorquando prende la parola sulle tematiche relative alla famiglia.
A livello degli stati e a livello delle istanze internazionali tale parola ecclesiale fatica a essere
intesa. È il momento di aprirsi alla loro critica, di
accettare la riflessione sulle materie che sono oggi
considerate l’ostacolo principale al dialogo. Cosa
si rimprovera alla Chiesa? La visione della natalità, l’opposizione all’uso del preservativo di fronte
all’epidemia di AIDS, il rifiuto di accettare l’omosessualità e una certa ambiguità in relazione alla
questione del «genere» sono argomenti che devono
essere ridiscussi alla luce delle scienze umane e della teologia.
Una posizione più essenzialmente ispirata alla
parola di Dio permetterà di rinsaldare la visione
cattolica sulla famiglia su basi più largamente condivise dai fedeli. Ciò avrà come conseguenza che la
parola della Chiesa troverà anche un altro tipo di
accoglienza a livello di istanze internazionali.
b. Guidare i nubendi nel cammino
di preparazione al matrimonio (nn. 39-40)
28. Come i percorsi di preparazione al matrimonio vanno proposti in maniera da evidenziare la
vocazione e missione della famiglia secondo la fede
in Cristo? Sono attuati come offerta di un’autentica esperienza ecclesiale? Come rinnovarli e migliorarli?
(28) In questo nostro tempo è importante proporre un percorso di preparazione al matrimonio
che formi e sostenga la maturazione spirituale e
umana. Già molti giovani ricevono la confermazione a un’età più matura; occorre a questo punto proseguire con una visione dell’iniziazione cristiana che
vada al di là della preparazione ai sacramenti, che
sia una vera proposta di costruzione della propria
identità alla luce del Vangelo e che integri i progetti
personali in una prospettiva globale di vita alla sequela di Cristo.
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29. Come la catechesi di iniziazione cristiana
presenta l’apertura alla vocazione e missione della famiglia? Quali passi vengono visti come più
urgenti? Come proporre il rapporto tra battesimo,
eucaristia e matrimonio? In che modo evidenziare
il carattere di catecumenato e di mistagogia che i
percorsi di preparazione al matrimonio vengono
spesso ad assumere? Come coinvolgere la comunità in questa preparazione?
(29) La domanda 29 chiede quanto segue: «In
che modo evidenziare il carattere di catecumenato e
di mistagogia che i percorsi di preparazione al matrimonio vengono spesso ad assumere? Come coinvolgere la comunità in questa preparazione?».
Ora, cosa s’intende con «evidenziare il carattere di catecumenato e di mistagogia dei percorsi di
preparazione al matrimonio»? «Evidenziare» agli
occhi di chi? Dei beneficiari stessi? È inutile! Non è
necessario dire ai destinatari che l’itinerario ha un
carattere catecumenale, si tratta piuttosto di proporre loro un percorso in cui la preparazione al matrimonio sia l’occasione di entrare in contatto in modo
significativo con il kerigma.
Allora, agli occhi di chi va evidenziato questo carattere catecumenale? Agli occhi di qualche responsabile che avrebbe bisogno di sapere che la preparazione al matrimonio ha un carattere catecumenale e
mistagogico? In tal caso, saranno i frutti a mettere in
evidenza che gli sposi hanno vissuto un reale cammino di iniziazione.
Trattandosi del carattere catecumenale della preparazione al matrimonio, non si può forse affermare
che, se la Chiesa giudica positivo proporre un tale
cammino, esso è in funzione della specificità del
matrimonio cristiano? Ora, questa specificità sta essenzialmente nel fatto che i nubendi, impegnandosi
l’uno nei confronti dell’altro, riconoscono e accettano di divenire per mezzo del proprio amore l’immagine stessa dell’amore di Dio per l’umanità. Essi
assumono dunque la veste di testimoni dell’amore
di Cristo nel mondo d’oggi. Di conseguenza, non
sarebbe meglio evitare di fare di questo percorso un
tempo di apprendimento della vita di coppia? Essi la
conoscono già, quasi tutti vivono insieme da tempo
e molti hanno già dei figli. Ugualmente occorrerebbe evitare assolutamente di fare di questi incontri
un’occasione intempestiva di insegnamento riguardo al magistero della Chiesa sulla coppia, sulla famiglia e sul matrimonio.
Piuttosto, nella logica di offrire una preparazione
al matrimonio – più oltre si vedrà che sarebbe prefe-
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ribile uscire da questa logica «di offerta di servizio»
– non sarebbe meglio approfittare della presenza e
disponibilità dei nubendi per aiutarli prima di tutto
a scoprire la fonte divina del loro amore (poiché Dio
è l’Amore, ogni amore viene da Dio), poi a scoprire
che «nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la sua vita per i propri amici», e così via. In breve, che questo tempo di preparazione al matrimonio
sia un cammino di avvicinamento esperienziale al
Vangelo, senza cui è illegittimo pretendere di essere testimoni dell’amore di Cristo... Sta qui l’essenza
della catechesi...
Come coinvolgere la comunità?
La parte finale della domanda è probabilmente
più importante di tutto il resto: come coinvolgere
la comunità in questa preparazione? Abbiamo già
cominciato a rispondere parlando di una comunità
cristiana che sia luogo di costruzione dell’identità cristiana. Ciò non vale soltanto per i genitori e
la loro responsabilità nell’educare alla fede. Ogni
volta che si ha una richiesta di sacramenti, sempre dovrebbe esservi un legame con la comunità
cristiana. Infatti, forse la domanda andrebbe formulata in questo modo: «Come rendere membri
della comunità cristiana le persone che chiedono
di sposarsi in Chiesa?». E se questa riformulazione
può apparire troppo radicale, tentiamo una formulazione più morbida: «Come fare affinché la vita
della comunità cristiana sia tale che quanti chiedono di sposarsi in Chiesa possano trovare gusto a
parteciparvi?».
È in questo dunque che la comunità cristiana
viene direttamente interpellata, non per un coinvolgimento particolare in uno specifico percorso di
preparazione al matrimonio (ad esempio, il contatto
con la comunità nel quadro di una serie di incontri
di fine settimana), ma in un senso molto più fondamentale: che la maniera in cui la comunità cristiana
vive e si sviluppa permetta di scoprire la specificità
del matrimonio cristiano attraverso un’esperienza di
vita comunitaria.
In questo modo la domanda è sostanzialmente
reinquadrata: non si tratta più di «incontri di preparazione al matrimonio», ma di un progetto d’amore
portato avanti da una comunità di cui si è membri o
si auspica di diventarlo... è tutta un’altra cosa!
Questo fondamentale cambiamento di prospettiva, in cui la parrocchia non è più «dispensatrice di
servizi» – in questo caso un servizio di preparazione
al matrimonio –, ma è il luogo di scoperta della propria specifica vocazione alla vita coniugale, potrà
essere percepito da molti come un’utopia. Tuttavia,
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non è forse questa l’unica direzione possibile, per
la pastorale del matrimonio come per tutto il resto?
Non ci è forse richiesto, e a brevissimo termine, di
uscire da percorsi focalizzati su di un singolo tema,
per comprendere invece ogni forma di scoperta in
un progetto globale e organico? Nella situazione attuale, qualunque altra strada sembra non portare ad
alcun risultato.
c. Accompagnare i primi anni
della vita matrimoniale (n. 40)
30. Sia nella preparazione che nell’accompagnamento dei primi anni di vita matrimoniale viene
adeguatamente valorizzato l’importante contributo di testimonianza e di sostegno che possono
dare famiglie, associazioni e movimenti familiari?
Quali esperienze positive possono essere riportate
in questo campo?
31. La pastorale di accompagnamento delle coppie nei primi anni di vita familiare – è stato osservato nel dibattito sinodale – ha bisogno di ulteriore sviluppo. Quali le iniziative più significative
già realizzate? Quali gli aspetti da incrementare a
livello parrocchiale, a livello diocesano o nell’ambito di associazioni e movimenti?
(30-31) Per l’accompagnamento delle coppie
durante i primi anni di vita familiare sono da sviluppare specifici incontri e attività, nel rispetto dei
ritmi della vita familiare e professionale. Molte
coppie riprendono contatto con la Chiesa al momento dell’arrivo dei figli. Si presenta così l’occasione per ritrovare un rapporto regolare con queste
famiglie al fine di accompagnarle al meglio sul loro
cammino.
32. Quali criteri per un corretto discernimento
pastorale delle singole situazioni vanno considerati alla luce dell’insegnamento della Chiesa, per cui
gli elementi costitutivi del matrimonio sono unità,
indissolubilità e apertura alla procreazione?
33. La comunità cristiana è in grado di essere pastoralmente coinvolta in queste situazioni? Come
aiuta a discernere questi elementi positivi e quelli
negativi della vita di persone unite in matrimoni civili in maniera da orientarle e sostenerle nel
cammino di crescita e di conversione verso il sacramento del matrimonio? Come aiutare chi vive
in concubinaggio* a decidersi per il matrimonio?
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[ * La versione italiana dei Lineamenta riporta: «Come aiutare chi vive nelle convivenze a decidersi per il
matrimonio?» (Regno-doc. 5,2015,23). Nella versione
francese compare invece la parola concubinage (concubinaggio), che si è scelto di mantenere, poiché la
risposta fa riferimento a quel termine – ndt ].
34. In maniera particolare, quali risposte dare
alle problematiche poste dal permanere delle forme
tradizionali di matrimonio a tappe o combinato
tra famiglie?
(32-34) La società contemporanea, compresa
la maggior parte dei cristiani, accetta senza problemi che un uomo e una donna possano vivere
come coppia prima del matrimonio, o ancora che
scelgano di vivere insieme senza tuttavia pensare al
matrimonio civile o religioso. Può trattarsi di coppie all’inizio di un impegno per la vita, o di coppie
che di nuovo assumono un impegno dopo un precedente fallimento.
Questa situazione si può spiegare con motivazioni diverse: mancanza di una certa stabilità economica, disoccupazione, desiderio che la coppia sia
più consolidata per assicurarne la durata. Spesso si
tratta di coppie credenti, anche vicine alla comunità cristiana, e che non hanno un atteggiamento di
rifiuto della fede. Il fatto di vivere insieme è spesso
considerato una garanzia di maturazione prima di
impegnarsi definitivamente per la vita. In questo
senso, la parola concubinage (concubinaggio), anche
se giuridicamente corretta, è rivoltante; esprime una
sorta di giudizio di valore inaccettabile per i nostri
contemporanei.
Una pastorale d’accompagnamento delle coppie che vivono insieme al di fuori del matrimonio
si fa allora sempre più necessaria. Situazioni come
un battesimo, una prima comunione, un lutto e così
via sono altrettante occasioni per accogliere queste
persone e farsi prossimo di chi molto spesso si sente
ignorato dalla Chiesa. Tenendo conto che il «vero
amore tra marito e moglie (...) si manifesta in espressioni diverse a seconda dei sani costumi dei popoli e
dei tempi» (Gaudium et spes, n. 49; EV 1/1475; cf.
Gaudium et spes, n. 52,3), l’accompagnamento pastorale di queste coppie deve assumere come criteri
di base una comprensione del matrimonio in quanto processo, come pure una concezione della sessualità come azione umana per mezzo della quale le
coppie, «prestandosi un mutuo aiuto e servizio con
l’intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più
pienamente la conseguono» (Gaudium et spes, n. 48;
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EV 1/1471). Inoltre, la questione delle relazioni prematrimoniali merita un nuovo approccio più adatto
a questa nuova realtà.
Potrebbe anche rivelarsi fruttuosa una valorizzazione delle tappe precedenti la celebrazione del
matrimonio, specialmente, ad esempio, la benedizione del fidanzamento, in vista di un cammino che
conduca al matrimonio canonico. L’impegno del
fidanzamento in quanto promessa di un impegno
definitivo è previsto dalla liturgia; non necessita di
passi burocratici, né parrocchiali né civili. È una
benedizione sacramentale (cf. Sacrosanctum Concilium, nn. 60 e 79), non un sacramento.
La vita in comune si svolge con le scelte consapevoli della coppia in cammino verso il matrimonio.
Nel quadro della pastorale giovanile, come nel quadro delle catechesi familiari e intergenerazionali, occorrerà promuovere maggiormente la vocazione al
matrimonio.
d. Curare le famiglie ferite
(separati, divorziati non risposati,
divorziati risposati, famiglie monoparentali)
(nn. 44-54)
35. La comunità cristiana è pronta a prendersi
cura delle famiglie ferite per far sperimentare loro
la misericordia del Padre? Come impegnarsi per
rimuovere i fattori sociali ed economici che spesso
le determinano? Quali passi compiuti e quali da
fare per la crescita di questa azione e della consapevolezza missionaria che la sostiene?
(35) Sì, la Chiesa deve prendersi cura delle famiglie ferite seguendo tuttavia il criterio del «non
giudicare». L’opera pastorale dovrà essere condotta
con l’arte dell’accompagnamento che si nutre della
misericordia sull’esempio di Gesù Cristo. Purtroppo
la pratica della misericordia da parte della Chiesa
sembra in tanti casi limitata, addirittura manchevole. Qui si dovrebbero trovare strade per proseguire
una vita cristiana. I membri delle comunità sono
chiamati non a giudicare ma ad adempiere al proprio ruolo in questo accompagnamento.
36. Come promuovere l’individuazione di linee
pastorali condivise a livello di Chiesa particolare? Come sviluppare al riguardo il dialogo tra le
diverse Chiese particolari cum Petro e sub Petro?
(36) È evidente che entrare nel campo della
famiglia significa addentrarsi in un ambiente pro-
34
C
hiese nel mondo
fondamente segnato dalla cultura e dalla storia. La
comprensione antropologica del concetto di famiglia non è la stessa in Lussemburgo, in Giappone
o in Benin – esempi presi a caso, per segnalare la
diversità delle esperienze umane. La Chiesa particolare deve essere attenta alla recezione dei testi
del magistero, vegliando affinché ne sia compreso
e ricevuto lo spirito da parte dei fedeli. Di conseguenza appare utile che i testi del magistero siano
testi che propongono una riflessione sull’essenza
della parola di Dio in uno spirito di universalità,
invitando tuttavia le Chiese particolari a svolgere
un’opera di inculturazione. Le linee pastorali devono farsi carico delle esigenze e dei problemi della
Chiesa locale, rimanendo comunque fedeli alla parola di Dio.
È in questo senso che la Chiesa in Lussemburgo,
nel contesto della recezione della Humanae vitae,
aveva sottolineato l’importanza per i credenti di fare
affidamento sulla propria coscienza come riferimento morale ultimo: «Le spiegazioni dottrinali sul
modo di vivere la vita coniugale non possono essere
che sostegno alla decisione o agli orientamenti per
la coscienza dei coniugi».2 Questa proposta di approccio al testo del magistero permetteva, nel 1969,
alla Chiesa in Lussemburgo, di ricevere bene il testo
dell’enciclica. Tale aiuto alla lettura, che metteva in
primo piano la coscienza dei battezzati dinanzi alle
esigenze della vita coniugale, rispettava la fedeltà al
magistero della Chiesa universale, e tuttavia proponeva un approccio che facilitava la recezione presso
i fedeli. Le Chiese locali hanno bisogno di libertà
per scegliere i mezzi migliori per far fruttificare il
portato della Chiesa universale presso i propri fedeli. Queste esperienze delle Chiese locali permettono
a loro volta, attraverso una dinamica di scambio e di
dialogo, di affinare la comprensione della parola di
Dio nella sua dimensione universale.
37. Come rendere più accessibili e agili, possibilmente gratuite, le procedure per il riconoscimento
dei casi di nullità? (n. 48).
(37) La seguente risposta è stata stilata dall’Officialité del Lussemburgo [Tribunale diocesano di
prima istanza – ndt] in riferimento alle procedure di
riconoscimento dei casi di nullità.
2 (72)
«Abgesehen davon gilt: Lehramtliche Erklärungen
zu der ganz konkreten Gestaltung des ehelichen Lebens können immer nur Unterscheidungs-und Entscheidungshilfen bei
der Gewissensbildung der Eheleute sein»; in IV. Luxemburger
Diözesansynode «Offizieller Text der Beschlüsse», Sankt-Paulus
Druckerei, Luxemburg 1984, 215.
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21-22/2015
A proposito dell’accessibilità
(a) Occorre migliorare l’informazione per quanto riguarda la procedura e la sua esistenza. A tale
scopo possono essere utili il sito Internet della diocesi come pure un opuscolo esplicativo per le parrocchie.
(b) Occorre migliorare allo stesso tempo la formazione dei presbiteri e delle persone di riferimento
nelle parrocchie sulle materie fondamentali, affinché questi possano utilmente orientare i fedeli che
chiedono consiglio. In questo senso, l’Official [il
vicario giudiziale – ndt] ha formato quanti si dedicano a preparare al sacramento del matrimonio.
Vediamo tuttavia la necessità che la conoscenza del
diritto matrimoniale sia maggiormente approfondita presso coloro che si impegnano nella pastorale
familiare.
A proposito della celerità
(a) La celerità delle cause non dipende tanto
dalla procedura, quanto dalla disponibilità di personale formato. Occorre dunque incoraggiare tutti
i vescovi moderatori di tribunale a formare e mettere a disposizione del proprio tribunale un numero
sufficiente di presbiteri e di laici. A nostro avviso,
non è possibile da un lato lamentarsi per lo status
quo riguardo alla dolorosa questione delle persone
divorziate-risposate, e dall’altro lato non operare la
scelta di destinare personale sufficiente al tribunale.
(b) In secondo luogo, si constata che uno dei motivi principali per la durata eccessiva di alcune cause
sta nel fatto che un certo numero delle parti convocate, come pure molti testimoni nominati dalle parti, non sono disposti a collaborare con l’Officialité.
Ciò è sicuramente dovuto alla secolarizzazione a
causa della quale tanti non vedono l’importanza di
un processo di nullità di matrimonio.
(c) La rapidità delle procedure potrebbe essere
migliorata abrogando la seconda istanza automatica in caso di sentenza pro nullitate. Sussisterebbe
una possibilità d’appello per la parte che si sente
lesa e per il difensore del vincolo. Il risultato sarebbe l’eliminazione del secondo grado di giurisdizione per la maggior parte delle cause tranne le più
problematiche.
(d) Quanto al «processo semplificato in caso di
nullità notoria», occorre opporvi che innanzitutto
non si vede quale potrebbe essere una nullità «notoria». L’esperienza mostra che spesso delle cause
che all’inizio (al momento del colloquio previo con
la parte richiedente) s’annunciano chiare, poi in
fase d’istruzione si rivelano molto più complicate.
Inoltre, nel caso di cause più evidenti di altre, l’espe-
35
C
hiese nel mondo
rienza del tribunale è che queste si concludono più
rapidamente comunque.
(e) Uno sveltimento effettivo della procedura
potrebbe aversi responsabilizzando maggiormente
le parti fin dall’apertura del procedimento quanto
al loro dovere di assicurarsi della disponibilità dei
testimoni che propongono.
A proposito dell’agilità
È difficile cogliere il senso di questo termine quanto al procedimento canonico.
(a) Possiamo constatare che il nostro tribunale è
assai agile quanto alla pratica delle audizioni:
– il personale del tribunale comprende cinque
lingue diverse e inoltre i testimoni che non padroneggiano nessuna di queste lingue possono essere
ascoltati da un officiante o un’assistente pastorale
della loro comunità linguistica;
– vengono offerti orari oltre a quelli d’ufficio regolari per quanti non possono liberarsi in altri momenti;
– alcune audizioni si tengono anche nel presbiterio o al domicilio delle persone che hanno difficoltà a spostarsi.
(b) Si deve altresì osservare che il diritto canonico è lungi dall’essere «rigido»: si nota infatti che la
giurisprudenza è in costante evoluzione e che nuovi capi di nullità trovano regolarmente espressione
nei canoni del CIC o sono precisati dalla dottrina
canonica.
(c) Quanto all’apertura di una «via amministrativa», va evidenziato il dilemma: che essa si faccia
più rapida sacrificando dunque necessariamente le
garanzie di rispetto della verità che offre la procedura più strutturata ma anche più completa della
via giudiziaria, oppure che mantenga tali garanzie
e in tal caso non si vede come potrebbe essere più
rapida poiché dovrà necessariamente basarsi sulla
medesima istruttoria, la tappa che richiede il tempo
più lungo. D’altronde il carattere «amministrativo»
non cambierà nulla poiché il vescovo diocesano non
potrà comunque esercitare personalmente la propria responsabilità, come non esercita personalmente il proprio potere giudiziario. La rapidità di una
eventuale via amministrativa dipenderà dunque, in
ultima analisi, di nuovo dalla quantità di personale
destinato a questi compiti, esattamente come è attualmente per i processi matrimoniali.
A proposito del costo
Va sottolineato che la procedura non può essere
considerata dispendiosa e che il contributo richiesto
è d’altronde lungi dal coprire i costi effettivi del proIl Regno -
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cesso. In particolare non è possibile alcun confronto
con un divorzio, molto più costoso.
Riteniamo che la legislazione attuale, specialmente CIC can. 1649 e l’art. 305 del Codice civile
regolino la questione in modo agile e molto soddisfacente.
38. La pastorale sacramentale nei riguardi dei
divorziati risposati necessita di un ulteriore approfondimento, valutando anche la prassi ortodossa e
tenendo presente «la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti» (n. 52).
Quali le prospettive in cui muoversi? Quali i passi
possibili? Quali suggerimenti per ovviare a forme di
impedimenti non dovute o non necessarie?
(38) La maggior parte dei casi di fallimento matrimoniale si verifica per coppie validamente sposate,
quando le circostanze della vita sono talmente mutate che la vita in coppia è divenuta insostenibile. Li
obbligheremo a continuare a vivere insieme con tutte
le conseguenze nefaste per quanti sono coinvolti, specialmente i figli? Impediremo loro di rifasi una vita in
una nuova relazione? Sono questi gli autentici problemi pastorali che richiedono una scelta pastorale al
di là del semplice ammorbidimento delle procedure.
Infatti, l’ammorbidimento delle procedure di dichiarazione di nullità è soltanto una soluzione a mezza via che non si fa carico del fatto che anche in caso
di validità del matrimonio, la promessa matrimoniale
può non reggere, a lungo andare. È lo stesso quando si parla di proporre un «cammino penitenziale»
davanti a una caduta, senza ammettere la possibilità
umana del fallimento dell’impegno preso al momento della celebrazione liturgica del matrimonio.
Questa opzione non tiene conto a sufficienza delle nuove acquisizioni delle scienze umane e
della teologia morale, che consentono di pensare a
un vero «progresso» nella comprensione della fede
e della tradizione cattolica, secondo la visione del
Concilio: «Questa tradizione di origine apostolica
progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle
cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano
in cuor loro (cf. Lc 2,19 e 51), sia con la intelligenza
data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con
la successione episcopale hanno ricevuto un carisma
sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli
tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole
di Dio» (Dei Verbum, n. 8; EV 1/883).
36
C
hiese nel mondo
La pastorale sacramentale dei divorziati risposati pone numerose sfide. Tutto dipende dalla porta
d’entrata che si utilizza per avanzare su questo terreno. Il card. Martini ha proposto un approccio basato sulla seguente domanda: «Come può la Chiesa
arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha
situazioni familiari complesse?». Potrebbe entrare
nella riflessione anche il modello ortodosso, riconosciuto dalla Chiesa cattolica, come base per futuri
orientamenti pastorali e teologici.
I divorziati risposati hanno bisogno della comunità
cristiana per rimettersi in piedi, per superare il difficile
momento della separazione e del fallimento. Essi attendono che la comunità li sostenga anche quando ritrovano l’amore e, con esso, la voglia di continuare a vivere. Attualmente le porte restano penosamente chiuse.
È dunque urgente rettificare questa pratica contraria
al Vangelo e alla misericordia. Occorre ripensare la disciplina ecclesiastica verso i divorziati risposati, e permettere loro la comunione eucaristica come pure una
seconda occasione nella vita di coppia. In questo, la
Chiesa latina può imparare dalle altre Chiese cristiane,
specialmente ortodosse, che sono molto meno rigoriste
nei confronti dei cristiani risposati.
pastorale avanzato alla Evangelii gaudium: «L’eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita
sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un
generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste
convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che
siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori
della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa
non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto
per ciascuno con la sua vita faticosa» (Evangelii gaudium, n. 47; Regno-doc. 21,2013,650).
39. La normativa attuale permette di dare risposte valide alle sfide poste dai matrimoni misti e da
quelli interconfessionali? Occorre tenere conto di
altri elementi?
(39) Nessuna risposta.
L’indissolubilità come «vocazione»
Analogamente alla vocazione religiosa, l’indissolubilità è una «vocazione» che comprende tutta la
vita ed essa non è esente dal rischio della frustrazione. Nella stessa logica, se al momento del fallimento di una vocazione sacerdotale o religiosa – ove si
rinviene il carattere sacramentale –, la Chiesa ammette la cessazione dei voti religiosi o delle promesse
sacerdotali, compreso il celibato, essa potrebbe anche, nel caso di fallimento irreparabile del matrimonio, ammettere il divorzio e riconoscere una nuova
unione come canonica e sacramentale. Questo è il
problema fondamentale espresso al momento della
votazione dei numeri 52 e 53 della Relatio Synodi a
proposito della comunione ai divorziati risposati.
Papa Francesco invita a superare «i purismi angelicati», «i nominalismi dichiarazionisti», «i fondamentalismi antistorici», «gli eticismi senza bontà» e
«gli intellettualismi senza saggezza», che finiscono
per separare la dottrina dalla realtà (Evangelii gaudium, n. 231; Regno-doc. 21,2013,683) e sono alla
base di un atteggiamento pastorale che, per timore
del «totalitarismo del relativismo», non tiene conto
né delle persone né dei processi reali e che rischia
fortemente di diventare astorico e inumano.
Infine, per dare risposta alla questione dell’opportunità dell’ammissione dei divorziati risposati alla
comunione eucaristica, basti richiamare il principio
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e. L’attenzione pastorale verso le persone
con tendenza omosessuale (nn. 55-56)
40. Come la comunità cristiana rivolge la sua attenzione pastorale alle famiglie che hanno al loro
interno persone con tendenza omosessuale? Evitando ogni ingiusta discriminazione, in che modo
prendersi cura delle persone in tali situazioni alla
luce del Vangelo? Come proporre loro le esigenze
della volontà di Dio sulla loro situazione?
(40) A differenza della società civile, l’omosessualità non è argomento di dibattito in seno alla Chiesa
cattolica in Lussemburgo. Non esiste nel paese alcuna
comunità cristiana di persone omosessuali. Di primo
acchito, pare che gli omosessuali non siano esclusi
dalle comunità locali. Si deve tuttavia ammettere che
per molti omosessuali la Chiesa non gioca alcun ruolo
nella propria vita.
f. La trasmissione della vita
e la sfida della denatalità (nn. 57-59)
41. Quali i passi più significativi che sono stati
fatti per annunziare e promuovere efficacemente la
apertura alla vita e la bellezza e la dignità umana
del diventare madre o padre, alla luce ad esempio
della Humanae vitae del beato Paolo VI? Come
promuovere il dialogo con le scienze e le tecnologie
biomediche in maniera che venga rispettata l’ecologia umana del generare?
37
C
hiese nel mondo
(41) Va da sé che la sessualità umana, nella concezione contemporanea, implica il mutuo rispetto
fra le persone, come pure la reciprocità nella relazione; è all’interno di questa relazione umanizzante che trova posto una procreazione responsabile,
escludendo i due estremi: procreazione a ogni costo
e rifiuto della procreazione.
Lungi da un biologismo naturale, gli esseri umani sono chiamati a non comportarsi «come conigli»
(papa Francesco). La procreazione responsabile è
stata ben stabilita fin dal concilio Vaticano II (cf.
Gaudium et spes, n. 50), ed è sotto questa luce magisteriale che «l’apertura alla vita» dell’amore coniugale deve essere rivisitata. Il riferimento all’Humanae vitae come base minima non può essere il criterio di discernimento; soprattutto se ci rammentiamo
la «non recezione» che questa enciclica ha avuto
presso il popolo credente.
Infatti, in quel documento di papa Paolo VI sono
presenti i criteri, già forniti dal Concilio, che sono
stati recepiti: la dignità dell’atto della procreazione,
la responsabilità degli sposi nell’accoglimento dei
figli; mentre invece la comprensione ivi delineata
della sessualità umana, così come dei mezzi di regolazione della natalità, è per contro ampiamente
non recepita dal sensus fidei del popolo cristiano.
Senza timore, occorre essere onesti davanti a questo fatto ecclesiale della non recezione del magistero papale da parte del popolo di Dio e riconoscere
che l’insistenza su questo insegnamento fa più male
che bene all’azione pastorale della Chiesa nei confronti delle coppie.
Si tratta dunque di accrescere il rispetto reciproco all’interno della relazione matrimoniale, ove l’amore coniugale è espresso e sviluppato in maniera
tutta particolare dalla sessualità (cf. Gaudium et spes,
n. 49). È in questo contesto che trova posto l’apertura alla procreazione, ma come una decisione presa
nell’armonia della coppia e nel rispetto della libertà
di coscienza in vista di una paternità/maternità responsabile; ciò oltrepassa largamente il solo vissuto
della biologia umana in quanto riproduzione.
L’atto sessuale manifesta il «mutuo e pieno amore» degli sposi (ivi). Imporre l’apertura alla procreazione come norma di ogni intimo atto sessuale della
coppia manifesta un’incomprensione per la vita intima di una coppia,3 vita che è «consacrata da un
sacramento di Cristo» (ivi) e la cui liceità non dipende dalla sola procreazione come ricorda il Concilio
stesso (cf. Gaudium et spes, n. 50,3).
3 Tale incomprensione non può essere legata al celibato di
coloro che hanno fatto la legge?
Il Regno -
documenti
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Sui metodi di regolazione della natalità
Inoltre, occorre superare l’insegnamento della
Humanae vitae che vede l’artificiale come fondamentalmente antinaturale e non voluto da Dio.
Infatti, più naturale all’uomo, per il fatto di essere
stato creato creatore (cf. Gen 1,27s), è superare la
natura e fare un ricorso responsabile all’opera delle sue mani (Tommaso d’Aquino). In questo senso, il rifiuto di ogni metodo di regolazione della
natalità che abbia come unico argomento il fatto
di essere non naturale o artificiale contraddice la
natura stessa dell’uomo. Fondati spesso sull’astinenza e sulla meccanica, i metodi detti naturali
sono lungi dal rispondere alla realtà delle coppie e
divengono in tanti casi un ostacolo per una piena
vita sessuale degli sposi. Questa è la causa fondamentale dell’abbandono di tali metodi da parte
delle coppie cristiane. Restare attaccati a questi
metodi che si sono spesso rivelati inefficaci e non
profittare delle scoperte e del sapere delle scienze
che l’uomo ha sviluppato è come voler rinunciare
oggi ai vaccini o agli antibiotici poiché anch’essi
sono artificiali!
Ancora una volta s’impone il «principio di realtà»: l’utilizzazione dei mezzi contraccettivi è generalizzata nelle coppie cristiane, che vi vedono un aiuto
allo sviluppo sessuale nella propria vita di coppia.
Dare valore alla sessualità nella coppia come espressione dell’amore verso l’altro – come fa il Concilio
(cf. Gaudium et spes, n. 51,3) – comporta offrire
alle coppie i mezzi per vivere questa dimensione
in modo non colpevolizzante. Perché continuare
a privare le coppie di questo aiuto, fornito dall’intelligenza umana, che permette loro una migliore
padronanza della procreazione in quanto genitori
responsabili e di essere così liberati dall’angoscia e
dalla frustrazione che spesso scaturisce dall’utilizzazione dei metodi «naturali»?
Pastoralmente, occorrerebbe anche chiarire meglio la paternità responsabile secondo i criteri forniti
dal Concilio (cf. Gaudium et spes, n. 50). Continuare
a identificare la dottrina della «trasmissione responsabile della vita» con la proibizione dei metodi contraccettivi artificiali non farà altro che allargare lo
scarto fra la morale sessuale dei manuali e il vissuto
delle coppie cristiane e della società in generale.
«Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo
dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito
grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto
il resto. Curare le ferite, curare le ferite» (Intervista a
papa Francesco a cura di A. Spadaro, in La Civiltà
cattolica, Quaderno 3918, (2013)3, 449-552).
38
C
hiese nel mondo
42. Una maternità/paternità generosa necessita di strutture e strumenti. La comunità cristiana vive un’effettiva solidarietà e sussidiarietà?
Come? È coraggiosa nella proposta di soluzioni
valide a livello anche socio-politico? Come incoraggiare all’adozione e all’affido quale segno altissimo di generosità feconda? Come promuovere la
cura e il rispetto dei fanciulli?
(42) Tutto ciò che è trasmesso dalla Chiesa riguardo alla sessualità viene oggi avvertito come
un’intrusione nella vita privata delle persone. Un
fatto che la maggioranza percepisce negativamente.
Occorrerà tuttavia accompagnare le persone verso
una responsabilità anche nel campo della sessualità e della vita affettiva. Temi come la pianificazione familiare, la genitorialità responsabile, il valore
dell’uomo ecc. sono da promuovere da parte della
Chiesa, per proteggere i valori umani.
La solidarietà fra famiglie può essere un modo
cristiano per dare valore alla famiglia. Le famiglie hanno oggi bisogno di un continuo sostegno
per consentire loro di affrontare tante sfide. Ogni
cristiano è chiamato a impegnarsi a esercitare la
propria influenza per farsi meglio carico delle famiglie. Nella nostra società è difficile accorgersi
delle miserie familiari, poiché spesso la facciata è
bella e non vi sono molte possibilità di scorgere
la realtà che vi sta dietro. La nostra società non è
abbastanza aperta in relazione alle famiglie d’accoglienza – vi sono 200 bambini che ne stanno
attendendo una.
La promozione del matrimonio come vocazione
è stata per lungo tempo in subordine rispetto a quella della vocazione presbiterale, e dunque occorrerà
investire nella promozione della vocazione al matrimonio e alla famiglia. Nella società lussemburghese,
il tasso di natalità è basso, il che riflette anche il ruolo delle famiglie e dei figli in Lussemburgo. Avere
figli è una scelta personale.
43. Il cristiano vive la maternità/paternità come
risposta a una vocazione. Nella catechesi è sufficientemente sottolineata questa vocazione? Quali
percorsi formativi vengono proposti perché essa
guidi effettivamente le coscienze degli sposi? Si è
consapevoli delle gravi conseguenze dei mutamenti demografici?
(43) Non è certo possibile negare i mutamenti demografici che investono il mondo occidentale.
Il Lussemburgo vive anch’esso tali mutamenti, con
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una natalità ben al di sotto del tasso minimo per il
mantenimento della popolazione. Ma la domanda
che si pone è: cosa può farci la Chiesa?
In generale, le coppie impegnate in una vita di
fede sono aperte alla vita, che trasmettono con generosità. Si desidera convincere dell’importanza di
avere figli persone che hanno un legame solo molto
tenue o addirittura nessun legame con la Chiesa?
Nella domanda vi è già la risposta. In Occidente,
e dunque in Lussemburgo, la Chiesa non ha più
alcuna influenza significativa sulla popolazione
in generale, e ancor meno per questioni tanto intime come la decisione di procreare. D’altronde,
le coppie cristiane che hanno un numero di figli
più elevato della media non lo fanno per rispettare
l’insegnamento della Chiesa, ma per una pulsione
interna, radicata nel Vangelo, che li spinge a dare
la vita per amore.
44. Come la Chiesa combatte la piaga dell’aborto
promuovendo un’efficace cultura della vita?
(44) In Lussemburgo l’aborto è stato recentemente oggetto di una nuova legislazione, che in
particolare accorda ai minori il diritto di abortire
senza consenso dei genitori, sopprimendo l’obbligo
di una seconda consultazione da parte della donna
incinta e favorendo il fatto che l’aborto, così banalizzato, venga sempre più percepito in seno alla
nostra società come un metodo di contraccezione
fra gli altri.
A più riprese la Chiesa in Lussemburgo ha alzato la voce nel corso di questo iter legislativo con
prese di posizione pubbliche per difendere la dignità
della vita umana fin dai suoi inizi e per sottolineare
la necessità di una seconda consultazione obbligatoria che possa aiutare la donna a prendere la sua
decisione in anima e coscienza. Vi sono organizzazioni vicine alla Chiesa che offrono diverse forme
di sostegno alle donne incinte, giovani e meno giovani, per rendere loro più facile la scelta per la vita.
Aggiungiamo a questo proposito che la questione
dell’aborto appare spesso legata a evidenti deficienze in termini di educazione affettiva.
45. Svolgere la loro missione educativa non è
sempre agevole per i genitori: trovano solidarietà e
sostegno nella comunità cristiana? Quali percorsi
formativi vanno suggeriti? Quali passi compiere
perché il compito educativo dei genitori venga riconosciuto anche a livello socio-politico?
(45) Nessuna risposta.
39
C
hiese nel mondo
46. Come promuovere nei genitori e nella famiglia cristiana la coscienza del dovere della trasmissione della fede quale dimensione intrinseca alla
stessa identità cristiana?
(46) Ritorniamo ancora con queste domande particolari al medesimo tema: non si tratta del
tentativo di inculcare un insegnamento particolare riguardo alla coppia e alla famiglia in persone
che non hanno alcun legame specifico con Cristo,
il Vangelo e la comunità cristiana. È un modo di
vedere il problema che ha qualcosa di artificiale.
Questo ambito dell’amore coniugale e dell’educazione dei figli è troppo intimamente esistenziale
per impegnare decisioni sulla semplice base di un
insegnamento ricevuto ex cathedra. Occorre dunque
5IB*DYHQGD/D\RXW3DJLQD
capovolgere il paradigma, fare in modo che l’intimità con Cristo, che la Chiesa deve saper proporre,
irrighi ogni dimensione della vita e si ripercuota così
sul modo di vedere la relazione amorosa, coniugale,
genitoriale. In questa prospettiva, tutte le domande
qui avanzate si vedono rischiarate di una luce diversa: la Chiesa non agirà nei confronti di coppie
che non conosce, ma al contrario la comunità cristiana guiderà verso e nella vita coniugale persone
che avranno scoperto in seno a questa comunità la
propria identità di discepoli di Cristo.
Certo siamo ancora molto lontani da tutto ciò,
ma se non ci si propone un simile orizzonte, e se non
si prendono già ora delle decisioni che orientino in
questo senso, si continuerà a perpetuare il modello
che ci ha trascinato nella situazione pericolosa nella
quale si trova oggi la Chiesa d’Occidente.
5IB&DQHYDUR/D\RXW3DJLQD
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slovacco, si ritrovò per 25 anni a fare
l’operaio nelle fabbriche comuniste, dedicandosi alla Chiesa in incognito. Arrestato nel
1960, venne liberato 12 anni dopo. È cardinale dal 1991. Apertamente ostile all’Ostpolitik vaticana, ha tuttavia sempre perseguito
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malattia soltanto infantile, oppure di
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comprensibilmente e invano di difenderci,
ma è una dimensione che riguarda tutti e
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hiese nel mondo |
svizzera
Un rapporto
in risposta
ai Lineamenta
La Conferenza dei vescovi svizzeri
in preparazione al Sinodo di ottobre 2015
I
In preparazione al Sinodo di ottobre, la
Chiesa cattolica svizzera ha coinvolto i fedeli in dibattiti e consultazioni di gruppo, attraverso la mediazione della Segreteria della Commissione pastorale, a dimostrazione
del profondo interesse che riscuotono i temi
della coppia, del matrimonio e della famiglia. Nonostante non ci sia unanimità su tutti i punti, nel rapporto «emergono grandi affinità e tendenze generali», a partire da una
costatazione previa: «Il Sinodo dei vescovi e
i fedeli in Svizzera continuano a condurre un
“dialogo tra sordi”». «Mentre i Lineamenta – continua il testo – muovendosi all’interno della dottrina della Chiesa, partono da
un’ininterrotta continuità della tipologia e
dell’ideale di famiglia, i fedeli partono nelle
loro considerazioni dalle sfaccettate esperienze familiari che hanno vissuto». In tale
prospettiva, il rapporto vuole descrivere nel
modo più preciso possibile il punto di vista
della maggioranza dei cattolici svizzeri, per
i quali il cardine dal quale partire è «l’esperienza relazionale, sessuale, matrimoniale e
familiare fatta nella propria vita o nella vita
delle persone vicine».
Stampa (27.5.2015) da sito web www.ivescovi.ch.
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21-22/2015
l percorso sinodale della Chiesa cattolica
trova larga eco in Svizzera. In preparazione
al Sinodo straordinario dei Vescovi, 25.000
persone hanno partecipato a un sondaggio
della Chiesa cattolica. Anche i preparativi al
Sinodo ordinario dei vescovi 2015 ottengono ampio
sostegno. A fine dicembre la Conferenza dei vescovi
svizzeri (CVS) ha incaricato la Segreteria della sua
Commissione pastorale, collegata all’Istituto svizzero di sociologia pastorale, di condurre dei sondaggi
sulle tematiche del Sinodo dei vescovi e redigere una
bozza di rapporto in risposta ai Lineamenta.
A fine gennaio 2015, la Conferenza dei vescovi
svizzeri ha invitato i fedeli a condurre dei dibattiti presinodali, che sono stati organizzati fino alla
fine di marzo in diversi luoghi e in seno a numerosi gruppi della Chiesa cattolica in Svizzera. Per lo
svolgimento dei dibattiti è stato messo a disposizione
del materiale di riflessione, per accostarsi agli interrogativi centrali sollevati dal Sinodo e alle relative
affermazioni riportate nei Lineamenta, permettendo ai gruppi di prendere posizione. La decisione su
come organizzare e svolgere questi dialoghi sinodali
è stata affidata agli agenti pastorali e a tutte le persone coinvolte. I partecipanti sono stati pregati di
inviare alla Segreteria della Commissione pastorale
gli esiti centrali delle discussioni, affinché potessero
confluire nel presente rapporto destinato al Sinodo.
Fin quando il rapporto non è stato ultimato, la
Segreteria ha ricevuto circa 570 relazioni sugli esiti.
Oltre 50 riscontri sono stati inviati da singole persone
o da coppie. In questo modo, stando ai dati forniti
relativamente al numero di partecipanti ai dibattiti,
sono circa 6000 le persone coinvolte nel percorso sinodale – un buon successo, se si pensa anche al poco
tempo a disposizione. Ciò dimostra come l’interesse
dei cattolici per il Sinodo continui a essere grande
in Svizzera. Per molti fedeli il tema della coppia, del
matrimonio e della famiglia è molto importante.
A completamento è stato chiesto a due ulteriori
gruppi di persone di fornire delle risposte agli in-
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terrogativi sollevati nei Lineamenta: esperti in materia di pastorale di coppia, matrimonio e famiglia
(in breve, di pastorale familiare), nonché teologhe e
teologi delle facoltà di teologia in Svizzera, hanno
fornito il proprio parere sui Lineamenta.
Durante la Settimana santa è stata formulata la
bozza del rapporto, redatto e ultimato nella settimana di Pasqua assieme ai vescovi responsabili – il
vescovo per la famiglia e presidente della Commissione pastorale della CVS, mons. Pierre Farine (Ginevra), e il vescovo di Sion, mons. Jean-Marie Lovey (delegato della CVS al Sinodo 2015 a Roma)
– per poter essere presentato a Roma entro il 15
aprile 2015.
Grande consenso
nella maggioranza delle risposte
Nonostante i feedback della maggior parte dei fedeli, degli esperti e dei teologi non siano unanimi
su tutti i punti, emergono grandi affinità e tendenze
generali. Ciò potrebbe essere riconducibile al metodo sinodale scelto per il sondaggio (esiti delle discussioni di gruppo). Sono soprattutto i punti di grande
consenso e le comuni richieste rispetto alla dottrina
della Chiesa a essere state inoltrate come risultati
del dibattito. La stragrande maggioranza dei gruppi
è rappresentata dai collaboratori della Chiesa, dagli agenti pastorali e dai catechisti, ma soprattutto
dai fedeli impegnati nelle parrocchie, nelle comunità e nelle associazioni ecclesiastiche (ad esempio,
associazioni femminili e giovanili) o in altri gruppi
e comunità. Questi gruppi riuniscono sicuramente
la parte più grande dei partecipanti e rappresentano piuttosto bene il grosso dei cattolici, uomini e
donne, che contribuiscono a far vivere la Chiesa in
Svizzera. I loro riscontri esprimono, in larga parte,
tendenze generali simili tra loro. Quando, dunque,
nel seguente rapporto si parlerà «dei fedeli» o «della
maggioranza dei fedeli», questa formulazione farà
riferimento alla grande maggioranza dei pareri
espressi sui relativi temi sinodali.
Volontà e richieste
espresse nella minoranza delle risposte
Esistono tuttavia dei pareri che sostanzialmente
divergono dai primi e che rappresentano una minoranza: questi sono stati espressi solo in minima
parte dai gruppi parrocchiali e sempre solo in minima parte dalla cerchia degli agenti pastorali. A
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prendere la parola sono stati, invece, dei raggruppamenti, il cui carisma va individuato proprio nella
cura per preservare la vigente dottrina della Chiesa.
Questi raggruppamenti non sono affatto omogenei,
ma vanno dalle cerchie più tradizionaliste (Fraternità Sacerdotale San Pio X), passando per quelle che
s’impegnano fortemente per una fedele applicazione della vigente dottrina della Chiesa (soprattutto in
riferimento alla Humanae Vitae e all’atteggiamento
nei confronti dei divorziati risposati), fino ad arrivare a gruppi, che si sentono particolarmente legati al
e influenzati dal programma teologico di Giovanni
Paolo II (teologia del corpo). A seconda dello specifico orientamento di questi gruppi, variano anche
gli interventi, soprattutto in base alla tematica (immutabilità della dottrina e della legge divina, regolazione naturale della fertilità, teologia del corpo,
più stretta osservanza del giudizio canonico prima
del matrimonio e un maggior impegno nei percorsi
di preparazione al matrimonio). La maggior parte
delle voci appartenenti a questi gruppi comunica,
inoltre, di non essere semplicemente d’accordo con
la situazione attuale della dottrina cattolica, ma di
cercare anche dei modi per radicare questa dottrina ancor più profondamente nella teologia e trasmetterla in maniera pastoralmente opportuna (con
rispetto, amore, attraverso la testimonianza e senza giudicare). Rispetto alla società e alle tendenze
culturali che caratterizzano il nostro tempo, questi
gruppi si dichiarano spesso alquanto pessimisti. Secondo loro è sempre più difficile vivere la fede nella
cultura dominante e auspicano che la Chiesa rafforzi proprio quelle strutture in cui poter, nonostante le
numerose avversità esterne, vivere la fede (e l’ideale
ecclesiale del matrimonio e della famiglia).
L’orientamento dei contenuti espressi sulla pastorale punta soprattutto a un’applicazione della
vigente dottrina. Accanto agli approcci spirituali
(preghiera, messale), si trovano anche dei suggerimenti per sostenere le famiglie e le coppie sposate
con esempi d’ispirazione e testimonianze (accompagnamento da parte di coppie di sposi con esperienza, creazione di gruppi di famiglie che vivono
in conformità con la dottrina), con consigli per un
percorso di preparazione più severo al matrimonio,
con indicazioni sulla regolazione naturale della fertilità e con moniti che rimandano ai dati della fede,
del diritto naturale, dell’immutabilità della dottrina
di Gesù Cristo e della Chiesa.
Sulla base del materiale ricevuto (comprensivo dei riscontri da parte degli esperti di pastorale
e teologia) non è stato semplice rispondere alle domande facendo riferimento ai Lineamenta. Il moti-
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vo principale va riconosciuto nel fatto che rispetto
alla concezione della coppia, del matrimonio e della
famiglia, nonché all’accesso a queste realtà, il testo e
gli interrogativi posti dai Lineamenta, da un lato, e i
contributi dati dalla maggior parte dei fedeli, dall’altro, differiscono sostanzialmente fra di loro.
Per questo il seguente rapporto cerca di illustrare
in modo quanto più preciso «l’altro punto di vista»
della maggioranza dei cattolici in Svizzera, che hanno partecipato ai dibattiti presinodali, partendo poi
da qui per occuparsi delle singole questioni.
Domanda introduttiva concernente
tutte le parti della Relatio Synodi
La descrizione della realtà della famiglia presente nella Relatio Synodi corrisponde a quanto si
rileva nella Chiesa e nella società di oggi? Quali
aspetti mancanti si possono integrare?
Un diverso approccio
Il Sinodo dei vescovi e i fedeli in Svizzera continuano a condurre un «dialogo tra sordi». Si potrebbe riassumere così il messaggio emerso dai numerosi
dibattiti presinodali condotti in seno alla Chiesa cattolica in Svizzera. Ciò risulta evidente se si guarda,
per esempio, al modello della santa Famiglia.
La proposta dei Lineamenta, di prendere la santa
Famiglia a modello per le famiglie di oggi, è ampiamente dibattuta. La discussione mostra le notevoli
difficoltà che, a detta dei fedeli, caratterizzano l’accesso alla realtà matrimoniale e familiare presentata
dai Lineamenta.
Mentre i Lineamenta, muovendosi all’interno
della dottrina della Chiesa, partono da un’ininterrotta continuità della tipologia e dell’ideale di famiglia e individuano nella santa Famiglia un modello
ideale (un approccio, dunque, top-down al matrimonio e alla famiglia), i fedeli partono nelle loro considerazioni dalle sfaccettate, contraddittorie, vivaci,
interrotte, curate, gioiose e dolorose esperienze familiari che hanno vissuto. Sulla base di queste premesse, essi cercano e trovano un’altra posizione, un
approccio bottom-up rispetto alla santa Famiglia, che
non appare affatto come modello ideale, ma viene
vista nella sua precarietà, così come descritta nella Bibbia. Agli occhi di molti fedeli essa si avvicina,
così, alle diverse realtà della famiglia d’oggi, senza
tuttavia poter essere considerata un modello. Proprio la santa Famiglia non corrisponde agli ideali
familiari della dottrina della Chiesa, eppure va giudicata positivamente in quanto, nonostante tutta la
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precarietà, gli evidenti problemi e le tensioni, indica
i valori della vita, della comunione, della solidarietà
e del reciproco sostegno. I fedeli fanno, dunque,
proprio il modello della santa Famiglia, ma lo fanno
in una maniera che è contraria alla posizione dei
Lineamenta e alla loro rappresentazione ideale della
famiglia.
Questo diverso approccio all’ideale ecclesiale di
famiglia, indicato dalla stragrande maggioranza dei
cattolici svizzeri che hanno partecipato alla discussione presinodale, può essere utilizzato come chiave
di lettura delle seguenti affermazioni relative alle diverse tematiche e questioni poste dai Lineamenta.
Per la maggior parte dei fedeli, infatti, il punto
di partenza e di riferimento non è l’ideale dottrinale, ovvero, non sono le indicazioni della dottrina
rispetto a chiare normative matrimoniali, familiari
e sessuali che si fondano, a loro volta, su indicazioni divine presumibilmente oggettive, bensì è il proprio ambito di esperienza e percezione soggettive.
L’esperienza relazionale, sessuale, matrimoniale e
familiare fatta nella propria vita o nella vita delle
persone vicine è il cardine su cui poggiano i riscontri
della maggior parte dei fedeli. Quest’esperienza
viene dischiusa, interpretata e giudicata grazie a
posizioni spirituali, religiose e morali, che ragguagliano sul distinto discernimento etico, spirituale e
religioso dei fedeli. In questo si possono riconoscere
i principi di una teologia matrimoniale e familiare
che proviene «dal basso».
I fedeli dibattono e criticano, dal loro punto di
vista, le affermazioni sulla famiglia presentate nei Lineamenta. Ciononostante, si riscontra una certa sovrapposizione tra le esperienze e il vissuto dei fedeli,
da un lato, e le affermazioni dottrinali della Chiesa
dall’altro. Le affermazioni dottrinali non sono, tuttavia, (più) considerate degli orientamenti vincolanti né
delle incontestate indicazioni normative. Le affermazioni dottrinali devono, piuttosto, sapersi affermare
rispetto ai criteri sviluppati in virtù dell’esperienza di
vita e di fede delle persone, cosa che riesce loro, evidentemente, solo in minima misura.
Per questo sono chiare le critiche alle diverse
posizioni dei Lineamenta. A ragione, dunque, tali
critiche possono essere considerate fondamentali e
pretendono che il Sinodo dei vescovi adotti un approccio sostanzialmente diverso rispetto alle tematiche inerenti la coppia, la sessualità, il matrimonio e
la famiglia. In questo contesto si dice che l’allontanamento dei fedeli dalla dottrina della Chiesa possa
essere visto come segno dei tempi e vada usato come
punto di partenza per uno sviluppo e un rinnovamento della tradizione.
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Linguaggio
Molti interventi criticano il linguaggio con cui
i Lineamenta descrivono le realtà familiari. Nonostante i percettibili tentativi di aderire alla realtà, si
vede una forte divergenza fra ideale e realtà e un
allontanamento reciproco fra il punto di vista canonico e l’esperienza vissuta dalla maggior parte
dei fedeli. Le critiche si riferiscono, non da ultimo,
a passi del testo ritenuti incomprensibili, offensivi,
arroganti e presuntuosi. Balza agli occhi come le
citazioni di papa Francesco siano spesso giudicate
positivamente. Da queste considerazioni traspaiono
anche delle controversie all’interno dei Lineamenta.
Rispetto alla qualità comunicativa del magistero
della Chiesa, molti fedeli auspicano che lo stile della
comunicazione possa esprime meglio la stima e il
riconoscimento di tutte le persone, rinunciando a
condanne o emarginazioni.
Molti fedeli deplorano l’assenza di un linguaggio
comprensibile, che sappia trasmettere la lieta novella della Chiesa in modo credibile.
Teologia
Molte delle argomentazioni fondamentali orientate alla teologia e al diritto naturale incontrano incomprensione. Spesso sono considerate complicate,
incomprensibili, idealiste e senza alcun rapporto con
le esperienze reali fatte dai fedeli. Per questo anche le
affermazioni sulla vocazione e la missione della famiglia non vengono comprese, in quanto, spesso, non
corrispondono alla percezione delle famiglie. Le dichiarazioni teologiche sono come macigni per i fedeli,
che si aspettano del pane. Si deplora la mancanza di
approcci alla spiritualità matrimoniale e familiare che
siano aderenti alla vita e alle esperienze. Allo stesso
modo si auspica che la pastorale abbia un’attitudine
nei confronti delle coppie orientata a quell’atteggiamento amico delle persone che è proprio di Gesù. La
selezione e limitazione dei riferimenti biblici per la teologia del matrimonio è oggetto di un giudizio critico.
La formulazione «Vangelo della famiglia» è percepita come incomprensibile. Non è, infatti, chiaro,
se si tratti del Vangelo per la famiglia oppure della
dottrina sulla famiglia come Vangelo o, ancora, della testimonianza di vita delle famiglie quale espressione del Vangelo.
Chiesa
Netto è il rifiuto nei confronti di quelle affermazioni che la Chiesa fa su di sé, definendosi esperta in
umanità o maestra e madre. Molti fedeli, al contrario, sono dell’avviso che la Chiesa e la sua dottrina
non mostrino affatto la loro vicinanza alle persone.
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Non si coglierebbe neanche questo ruolo di madre
proprio della Chiesa, per colpa di una durezza profondamente percepita nei confronti delle persone,
che non corrisponde certo alle caratteristiche proprie di una «madre». Si rifiuta anche il ruolo dei
fedeli quali «figli», considerato, in questo contesto,
un’infantilizzazione.
Analizzando questa posizione alla luce del grande impegno dei partecipanti a favore della Chiesa e
della loro identificazione con quest’ultima, le critiche
alle affermazione che la Chiesa fa su di sé nei Lineamenta non vanno affatto intese come rifiuto della
Chiesa. Benché la Chiesa venga vista come un luogo in cui comunicare attraverso il dialogo, ciò non la
autorizza più a esercitare un potere autoritario sugli
uomini rispetto alle questioni di fede e di vita.
Società
La visione prevalentemente negativa dei Lineamenta sul mondo non viene così nettamente condivisa dalla maggioranza dei fedeli. L’analisi della cultura è percepita come troppo parziale e imprecisa.
L’implicita interpretazione, quasi esclusivamente negativa, degli sviluppi socio-culturali non corrisponde
all’autopercezione degli uomini e, dal loro punto di
vista, non corrisponde neanche alla memoria storica
che, in passato, non ha conosciuto affatto solo tempi
migliori. Al contempo, però, i fedeli conoscono le sfide date dalla società e dalla cultura e sono alla ricerca
di risposte.
Aspetti mancanti
Sono soprattutto gli esperti di pastorale familiare ad auspicare un maggior coinvolgimento delle
scienze sociali e umane, che permetterebbe di tracciare un’immagine realistica del matrimonio e delle
sue mutate richieste al rapporto di coppia.
La pressoché totale mancanza, nei Lineamenta, di
una percezione della dimensione personale del matrimonio e della famiglia è motivo di forte irritazione.
Manca, ugualmente, l’aspetto della coscienza e l’importanza delle decisioni prese con proprio discernimento.
Inoltre si esprime l’opinione che i Lineamenta siano rimasti, nella loro comprensione del matrimonio,
ben dietro al concilio Vaticano II. La definizione delle
finalità del matrimonio, che all’epoca fu ampliata rafforzando la dimensione relazionale del matrimonio,
passa nei Lineamenta nuovamente in secondo piano.
Infine, si deplora la mancanza di un nuovo e
appropriato esame da parte della Chiesa delle questioni inerenti la sessualità, che le permetterebbe di
essere nuovamente considerata in Svizzera un’inter-
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locutrice per le questioni relative a questo ambito
della vita. Una nuova e fondamentale analisi, come
questa della sessualità, dovrebbe tuttavia astenersi
dall’immischiarsi nella vita delle persone.
I.
L’ascolto:
il contesto e le sfide sulla famiglia
Il contesto socio-culturale (nn. 5-8)
1. Quali sono le iniziative in corso e quelle in
programma rispetto alle sfide che pongono alla famiglia le contraddizioni culturali (cf. nn. 6-7):
quelle orientate al risveglio della presenza di Dio
nella vita delle famiglie; quelle volte a educare e
stabilire solide relazioni interpersonali; quelle tese
a favorire politiche sociali ed economiche utili alla
famiglia; quelle per alleviare le difficoltà annesse all’attenzione dei bambini, anziani e familiari
ammalati; quelle per affrontare il contesto culturale più specifico in cui è coinvolta la Chiesa locale?
2. Quali strumenti di analisi si stanno impiegando, e quali i risultati più rilevanti circa gli
aspetti (positivi e non) del cambiamento antropologico culturale? (cf. n. 5). Tra i risultati si percepisce la possibilità di trovare elementi comuni nel
pluralismo culturale?
I Lineamenta dichiarano di voler «ascoltare» i
contesti familiari. Tuttavia non si capisce chi siano gli «interlocutori», chi si ascolti. I Lineamenta
si limitano soltanto a tratteggiare un’immagine
largamente negativa dei contesti familiari. Un simile modo di vedere, prevalentemente negativo e
semplificatorio, che tende a porre in antitesi realtà
ecclesiali idealizzate e sviluppi sociali e culturali,
si scontra, in Svizzera, con il rifiuto da parte dei
fedeli. Questi ultimi scorgono senz’altro, nella realtà sociale della Svizzera, sfide difficili e complesse per le famiglie. Ma al tempo stesso vedono e
apprezzano anche le libertà, i margini d’azione e
le opportunità che la cultura odierna presenta per
la vita e la riuscita delle famiglie. Non da ultimo, i
fedeli formulano qui una critica nei confronti del
magistero della Chiesa, accusata di avere prodotto, con le sue omissioni e per sua colpa, una visione dualistica del mondo.
Così, l’ascolto dei contesti di ogni parte del mondo è ancora di là da venire, come anche l’apprenIl Regno -
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dimento e l’esercizio di atteggiamenti comunicativi
che rendano possibile un dialogo sincero con le persone, le società e le culture del presente. La critica
sovente espressa nei confronti del linguaggio e dello
stile comunicativo dei Lineamenta va vista in questo
quadro. In molti suoi passi il testo è percepito come
sdegnoso, arrogante e giudicante.
Le risposte delle cattoliche e dei cattolici svizzeri
disegnano, rispetto ai Lineamenta, un quadro differenziato del matrimonio e della famiglia. I Lineamenta traggono la loro visione della famiglia essenzialmente dal matrimonio canonico. Questo matrimonio è visto in modo quasi esclusivo come fondamento della famiglia. Di conseguenza la dimensione
relazionale di un matrimonio, ad esempio, quasi non
è percepita come valore in sé e come compito proprio. D’altra parte, i fedeli dicono chiaramente che
matrimonio e famiglia vanno ben distinti per evitare riduzioni di tipo teologico e pastorale. All’interno
della Chiesa cattolica svizzera, le realtà familiari sono
molteplici e vanno al di là del modello di famiglia costruito sul matrimonio sacramentale (pensiamo alle
famiglie patchwork, alle famiglie monoparentali, alle
famiglie di divorziati risposati, alle famiglie arcobaleno, ai matrimoni non celebrati in chiesa…).
Riconoscere questa realtà, e quindi apprezzarla
e rispettarla senza definirla semplicemente deficitaria, irregolare, debole o ferita, è un desiderio fortemente nutrito dai fedeli nei confronti della Chiesa e
del Sinodo. Le risposte dei fedeli mostrano che dalla
Chiesa essi si aspettano che apprezzi le diverse forme di famiglia. Tale apprezzamento non può essere
legato esclusivamente al criterio del matrimonio canonico come fondamento della famiglia.
Per contro, i fedeli e anche gli esperti di pastorale familiare dicono chiaramente, nelle loro risposte,
che nei Lineamenta vedono troppo poco apprezzato
il matrimonio stesso. Il valore della relazione coniugale, sostengono, quasi non è considerato, e si ha
l’impressione di una strumentalizzazione del matrimonio per gli scopi della procreazione e dell’educazione della prole.
Considerando che non di rado, in Svizzera, i matrimoni che non vengono sciolti possono durare anche
40-50 anni e più, i fedeli sono ben consapevoli che
una relazione coniugale viene vissuta nello stadio di
famiglia soltanto per un tempo assai breve. Di fronte
a questo moderno sviluppo della società si avverte la
mancanza di un’adeguata teologia del matrimonio.
Ciò vale dal punto di vista teologico anche per la
famiglia. Lo sguardo ristretto dei Lineamenta sulla
famiglia ha finora impedito di sviluppare una teologia indipendente della famiglia. Una siffatta teolo-
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gia della famiglia potrebbe, da una parte, schiudere
opportunità di scoprire segni dei tempi nella vita
delle famiglie, e d’altra parte, potrebbe offrire un
consolidamento dell’essere soggettivo delle famiglie
nel quadro della vocazione e della missione pastorale della Chiesa.
Su questo sfondo sarebbe auspicabile che il Sinodo trovasse approcci nuovi e aderenti alla vita reale
nei confronti di una teologia del matrimonio e di
una teologia della famiglia corrispondenti alle esperienze odierne delle persone.
Esperti di pastorale della famiglia e di teologia
ammoniscono che nei Lineamenta manca un confronto con le conoscenze nell’ambito delle scienze
umane (sociologia, psicologia, sessuologia…). Senza
tale confronto, sostengono, il discorso della Chiesa
sul matrimonio e sulla famiglia corre il pericolo del
fideismo, il che nuocerebbe gravemente alla testimonianza della Chiesa. Non da ultimo, gli specialisti richiamano anche l’attenzione sul fatto che i
contesti mondiali per lo sviluppo e la valorizzazione
delle diverse relazioni di coppia, dei diversi matrimoni e delle diverse famiglie sono talmente differenziati che il magistero della Chiesa difficilmente può
evitare una contestualizzazione nel momento in cui
discerne i suoi compiti.
Molti fedeli chiedono insistentemente che le condizioni politiche, giuridiche, sociali ed economiche
delle famiglie siano riesaminate e migliorate. In Svizzera la povertà viene additata come fattore decisivo
per il fallimento di matrimoni e famiglie. La Chiesa
è poi particolarmente esortata a trovare percorsi pastorali per la difficile situazione delle persone prive
di permesso di soggiorno e di status giuridico (i sans
papiers).
3. Oltre all’annuncio e alla denuncia, quali sono
le modalità scelte per essere presenti come Chiesa
accanto alle famiglie nelle situazioni estreme? (cf.
n. 8). Quali le strategie educative per prevenirle?
Che cosa si può fare per sostenere e rafforzare le
famiglie credenti, fedeli al vincolo?
La domanda ben dimostra la problematicità della
visione del matrimonio e della famiglia descritta sopra. Le situazioni familiari estreme sono viste soltanto
sotto il profilo della fedeltà al vincolo matrimoniale.
Ciò offusca la molteplicità delle situazioni problematiche nelle famiglie, in cui i fedeli si aspettano solidarietà dalla Chiesa. I fedeli dissentono molto esplicitamente anche dall’idea che siano soprattutto le crisi di
fede a condurre alle crisi familiari. Essi rammentano
ripetutamente alla Chiesa che le crisi matrimoniali e
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familiari spesso precedono le crisi di fede, e ciò è tanto più vero quanto meno la Chiesa sta davvero vicina
ai matrimoni e alle famiglie in crisi.
Per quanto riguarda il matrimonio, per i cattolici (e non solo per loro) la fedeltà costituisce un
grandissimo bene. Essi aderiscono saldamente nella
stragrande maggioranza all’ideale dell’indissolubilità del matrimonio. Al tempo stesso, i cattolici mostrano assai chiaramente di essere consapevoli che
la decisione personale di restare fedeli è preliminare
e rappresenta una sfida permanente: la capacità di
prendere decisioni di vita vincolanti non corrisponde automaticamente alla capacità di mantenerle.
La fede cristiana viene sentita effettivamente come
rinforzante, ma i cattolici sono ben consapevoli dei
limiti entro i quali vivono la loro decisione di restare fedeli. Essi danno prova di grande sensibilità per
questi limiti e analogamente mostrano anche molta
comprensione per quelle situazioni in cui le persone non possono più tener fede alla loro promessa
di fedeltà. Ma non solo: molti cattolici non considerano la fedeltà al vincolo matrimoniale come un
valore assoluto, anzi, in determinate circostanze vi
scorgono anche il pericolo della falsità, dell’ipocrisia
o della permanenza in una situazione di vita indegna della persona umana. La rottura della fedeltà
al vincolo matrimoniale è spesso considerata come
un male minore. Al tempo stesso, quando si tratta di
giudicare un ripensamento della propria decisione
di vita, i cattolici si mostrano anche molto disposti a
considerare attentamente le condizioni di vita personali degli interessati.
Dal punto di vista dei fedeli e degli esperti di
pastorale familiare, per portare aiuto la Chiesa dovrebbe interpretare il matrimonio come un cammino che necessita di un accompagnamento affidabile.
Un simile accompagnamento delle coppie di sposi
sarebbe il miglior modo per aiutarle a riscoprire e
approfondire sempre di nuovo la decisione fondamentale di sposarsi. Sotto il profilo teologico, si consiglia di dare alle descrizioni sapienziali del matrimonio la priorità rispetto alle definizioni giuridiche.
4. Come la pastorale della Chiesa reagisce alla
diffusione del relativismo culturale nella società
secolarizzata e al conseguente rigetto da parte di
molti del modello di famiglia formato dall’uomo
e dalla donna uniti nel vincolo matrimoniale e
aperto alla procreazione?
Molti fedeli non condividono integralmente le
affermazioni insite nella domanda. Nei Lineamenta
manca un approccio diversificato nei confronti dei
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mutamenti subiti dalla società nei vari contesti del
mondo.
Dal punto di vista teologico, si esorta pertanto a
riflettere sulla relatività contestuale delle immagini di
famiglia proposte dalla Chiesa come anche sulle relatività contestuali di modelli di famiglia alternativi.
In Svizzera, una visione cristiana della famiglia
potrebbe ritrovare una rilevanza solo se non si negasse più indiscriminatamente ogni riconoscimento
e rispetto ad altri modelli di famiglia e ad altre forme di relazione di coppia.
La rilevanza della vita affettiva (nn. 9-10)
5. In che modo, con quali attività sono coinvolte le famiglie cristiane nel testimoniare alle nuove
generazioni il progresso nella maturazione affettiva? (cf. nn. 9-10). Come si potrebbe aiutare la
formazione dei ministri ordinati rispetto a questi
temi? Quali figure di agenti di pastorale specificamente qualificati si sentono come più urgenti?
In Svizzera gli agenti pastorali, i sacerdoti e le
persone impegnate nel matrimonio e nella famiglia
vivono nelle stesse condizioni sociali e sono di fronte
alle stesse sfide culturali. Queste ultime determinano
la configurazione dei matrimoni, delle relazioni di
coppia, delle famiglie e degli stili di vita celibataria.
Pertanto si suggerisce che le varie categorie di persone
imparino insieme le une dalle altre, e con le altre, a
vivere ciascuna la sua vocazione e il suo ruolo. In tal
modo si possono evitare anche le comprensioni unilaterali delle diverse forme di vita, ad esempio l’errata
concezione del matrimonio come simbiosi, oppure
della vita celibataria come vita priva di relazioni.
La sfida per la pastorale (n. 11)
6. In quale proporzione, e attraverso quali mezzi, la pastorale familiare ordinaria è rivolta ai
lontani? (cf. n. 11). Quali le linee operative predisposte per suscitare e valorizzare il «desiderio
di famiglia» seminato dal Creatore nel cuore di
ogni persona, e presente specialmente nei giovani,
anche di chi è coinvolto in situazioni di famiglie
non corrispondenti alla visione cristiana? Quale
l’effettivo riscontro tra di essi della missione loro
rivolta? Tra i non battezzati quanto è forte la presenza di matrimoni naturali, anche in relazione
al desiderio di famiglia dei giovani?
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Nella pastorale della famiglia, la cura pastorale
si trova dinanzi a grandi sfide. La visione del matrimonio, che nella dottrina della Chiesa è fortemente
connotata in senso giuridico, tende a rendere più
arduo mostrare le dimensioni teologiche, spirituali,
personali e biograficamente significative della coppia, del matrimonio e della famiglia. Numerose iniziative nella pastorale familiare e la testimonianza di
molti sposi e famiglie, si battono per una percezione
positiva del concetto di matrimonio e di famiglia,
e al tempo stesso si trovano di fronte all’eccessiva
accentuazione di una visione prevalentemente giuridica del matrimonio da parte della Chiesa.
II.
Lo sguardo su Cristo:
il Vangelo della famiglia
7. Lo sguardo rivolto a Cristo apre nuove possibilità. «Infatti, ogni volta che torniamo alla fonte
dell’esperienza cristiana si aprono strade nuove e
possibilità impensate» (n. 12). Come è utilizzato
l’insegnamento della Sacra Scrittura nell’azione
pastorale verso le famiglie? In quale misura tale
sguardo alimenta una pastorale familiare coraggiosa e fedele?
Lo sguardo su Gesù Cristo, sulle narrazioni bibliche relative alla santa Famiglia e sulle numerose storie di famiglie con le quali Dio si è legato nella storia
della salvezza è fortemente accentuato in una prospettiva teologica. Tale sguardo, che abbraccia anche
le risultanze dei moderni studi biblici, può condurre
a un autentico approfondimento della dottrina della
Chiesa in materia di coppie, matrimonio e famiglia.
I fedeli ne hanno dato testimonianza nel sondaggio, leggendo a loro modo le storie della santa
Famiglia e di altre coppie e famiglie della Bibbia e
stabilendo numerosi collegamenti con le molteplici
realtà famigliari del nostro tempo.
Secondo il parere di esperti di pastorale della famiglia, già le storie bibliche si prestano bene a risvegliare e a rafforzare la fede nella fedeltà di Dio nei
confronti degli uomini.
8. Quali valori del matrimonio e della famiglia
vedono realizzati nella loro vita i giovani e i coniugi? E in quale forma? Ci sono valori che possono essere messi in luce? (cf. n. 13). Quali le dimensioni di peccato da evitare e superare?
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hiese nel mondo
Molti fedeli indicano che la famiglia è un luogo dove apprendere, fare pratica e vivere i valori e
la fede. I valori citati sono l’amore, il rispetto per il
prossimo, la solidarietà, la condivisione, la sollecitudine e il ringraziamento.
9. Quale pedagogia umana occorre considerare
– in sintonia con la pedagogia divina – per comprendere meglio ciò che è richiesto alla pastorale
della Chiesa di fronte alla maturazione della vita
di coppia, verso il futuro matrimonio? (cf. n. 13).
Il concetto di pedagogia divina, con la visione del
suo sviluppo nella storia della salvezza, così come
è espresso nei Lineamenta, è un esempio del rimprovero sovente espresso secondo cui il testo e la
teologia dei Lineamenta sarebbero in larga misura
lontani dal mondo e di scarso aiuto per la vita di
coppia, matrimoniale e familiare. Su questo punto,
molti fedeli, contrariamente a quanto si afferma nei
testi ecclesiali-dottrinali, si sentono posti di fronte a
una pedagogia interpretata in maniera autoritaria
che essi stessi non praticano e non approvano.
Nel contesto attuale della società svizzera, la pedagogia è concepita in modo fortemente critico di
ogni autorità. Le famiglie di oggi vivono modelli
educativi completamente diversi rispetto a non molti decenni orsono. Questo cambiamento culturale si
rispecchia anche nelle aspettative dei fedeli riguardo
al modo in cui la Chiesa intende l’autorità, come
pure nella spiritualità e nell’immagine di Dio. Per
la maggioranza delle cattoliche e dei cattolici, la pedagogia divina e i suoi contenuti non possono più
essere comunicati come precetto incontestabile per
la conduzione della propria vita. Il criterio decisivo
per giudicare la giustezza del proprio modo di vivere e delle proprie decisioni diviene l’esperienza.
Per la Chiesa, ciò significa la perdita di autorità e di
potere nei confronti dei fedeli. La Chiesa non può
più minacciare con Dio e con il riferimento alle sue
leggi perché la fede in Dio come maestro severo è
stata largamente superata. Di conseguenza, i tentativi della Chiesa di «immischiarsi» in questioni relative alla condotta di vita, che sono connesse con
la minaccia di sanzioni, sono percepiti come una
trasgressione dei limiti e come una violazione della
sfera privata delle persone, quindi come un’infrazione e una messa in discussione della loro autonomia.
Ormai la Chiesa può comunicare i suoi contenuti, il suo messaggio, soltanto in modo dialogico,
orientato all’esperienza e con il riconoscimento della libertà personale/libertà di coscienza. I fedeli si
attendono senz’altro dalla Chiesa un sostegno e un
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accompagnamento, e anche degli interventi critici,
ma non le consentono più alcun paternalismo. Il discorso della Chiesa come maestra che trasforma i
fedeli in alunni e alunne è spesso respinto; così anche il discorso della Chiesa come madre, se legato
all’impressione di un’infantilizzazione dei fedeli.
Su questo punto, quindi, esiste un debito: il concetto di pedagogia è appropriato soltanto quando si
può rendere credibile che la Chiesa è capace di una
pedagogia/pastorale che fa affidamento sulle risorse
delle persone e che pratica un autentico accompagnamento, ma non quando la Chiesa in cuor suo pensa di
sapere già quale sia lo scopo di una tale pastorale.
10. Che cosa fare per mostrare la grandezza e
bellezza del dono dell’indissolubilità, in modo da
suscitare il desiderio di viverla e costruirla sempre
di più? (cf. n. 14).
La maggior parte dei fedeli aderisce saldamente al
precetto dell’indissolubilità di principio del matrimonio. Al tempo stesso, però, il discorso sull’indissolubilità del matrimonio viene spesso inteso dai fedeli non
come dono, bensì come problema. Essi ne apprezzano
a fatica il nucleo positivo, mentre ben comprendono
l’orizzonte del matrimonio come obbligo vincolante
in modo definitivo. Su questo punto sarebbe importante sottolineare il senso positivo dell’impegno a un
cammino comune per tutta la vita, accompagnato dal
potenziale di apprendimento e di crescita per la vita.
Nel contesto della Svizzera, questo andrebbe collegato con l’esigenza, avanzata dalla società, di configurare la propria biografia come progetto. Una teologia
del matrimonio deve tenere conto di queste condizioni-quadro per formulare un concetto di matrimonio
positivo, ma anche realistico, che ponga in evidenza
che il matrimonio è inteso come processo e come
cammino di sviluppo. È legata a questa impostazione
la speranza di poter dare così anche un’informazione
teologicamente appropriata circa l’effetto e la grazia
del sacramento del matrimonio.
11. In che modo si potrebbe aiutare a capire che
la relazione con Dio permette di vincere le fragilità
che sono inscritte anche nelle relazioni coniugali?
(cf. n. 14). Come testimoniare che la benedizione
di Dio accompagna ogni vero matrimonio? Come
manifestare che la grazia del sacramento sostiene
gli sposi in tutto il cammino della loro vita?
La stragrande maggioranza dei fedeli non riconosce sé e le proprie sfide familiari nelle affermazioni dei
Lineamenta. Agli occhi dei fedeli, la loro situazione di
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vita resta slegata dalle affermazioni in materia di fede.
Le prese di posizione proposte sul matrimonio e la famiglia e l’ideale di famiglia che vi sta dietro rimangono astratti e sono percepiti come idealistici e lontani
dalla realtà. Qui si annida il pericolo di annunciare
una dottrina della Chiesa che non raggiunge più le
persone e la loro storia, e ciò in una sfera della vita che
riveste la massima importanza per le persone.
Una delle aspettative fondamentali dei fedeli nei
confronti della Chiesa e del Sinodo è il reale riconoscimento delle loro esperienze e delle loro realtà
di vita. Non si tratta di un «avallo» indiscriminato
di tali realtà, ma dell’aspettativa che la Chiesa non
formuli la sua dottrina e il suo annuncio al di là e al
di sopra di tali esperienze e realtà di vita.
Sotto il profilo teologico, pertanto, rispetto al matrimonio andrebbero visti, riconosciuti e considerati
in modo teologicamente differenziato il carattere
della vita di coppia e le rispettive sfide biografiche
di entrambi i partner. Quest’aspirazione non è soddisfatta dalla visione semplificata e prevalentemente
pessimistica che predomina nei Lineamenta circa
le minacce che gli sviluppi culturali rappresentano
per il matrimonio. Secondo i fedeli, la benedizione del matrimonio da parte di Dio deve essere più
significativa di una protezione dagli influssi di un
mondo percepito come minaccioso. In una società
come quella svizzera, in cui l’individualizzazione
rappresenta una condizione generale inevitabile
della società stessa, anche la visione del matrimonio deve offrire risposte positive a tali condizioni
generali. Anche in seno a un matrimonio i coniugi
non smettono di essere individui dotati di biografia
propria. Occorre dunque elaborare, anche a livello
di teologia del matrimonio, il rapporto tra sviluppo
della coppia e sviluppo degli individui. Gli appelli
e le chiamate insistenti alla rinuncia, all’altruismo,
ai doveri coniugali, all’osservanza di norme sessuali, all’apertura alla prole e all’orientamento all’educazione dei figli ecc., che sono prevalsi finora, non
soddisfano più le attese dei fedeli per quanto riguarda la visione che la Chiesa ha del matrimonio.
Sotto il profilo teologico, si propone di porre l’accento sulla residua libertà delle persone anche nel
matrimonio, protetta da una visione positiva della
relazione che ciascun partner ha con Dio e integrata
nell’interpretazione religiosa della propria relazione
di coppia. Una siffatta concezione della relazione la
protegge dall’essere erroneamente considerata come
rapporto simbiotico con l’altro, da una possessività
sbagliata e dall’idea che ciascuno debba essere assolutamente trasparente per l’altro. Per giunta, una
simile concezione suscita un timore reverenziale nei
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confronti dell’altro, che viene visto nella sua inconfondibile e personale storia di vocazione. Tale timore
reverenziale serve alla disponibilità a sopportare e rispettare l’estraneità dell’altro. Apprendere una tale
condotta è un processo incessante, in cui si tratta di
cogliere la vocazione di coppia propria e dell’altro.
Entrambi i piani (la storia di vocazione individuale
e quella comune) andrebbero considerati come storie di crescita e messi costantemente in rinnovato
rapporto fra di loro. Il sacramento del matrimonio
potrebbe essere presentato così: i coniugi dovrebbero
essere l’uno per l’altro un segno di salvezza e anche,
in concreto, un compagno nel cammino spirituale.
La famiglia
nel disegno salvifico di Dio (nn. 15-16)
12. Come si potrebbe far comprendere che il matrimonio cristiano corrisponde alla disposizione
originaria di Dio e quindi è un’esperienza di pienezza, tutt’altro che di limite? (cf. n. 13).
In Svizzera i fedeli, nonostante approvino il matrimonio e la promessa dell’indissolubilità del matrimonio stesso, sono piuttosto suscettibili e reticenti
quando la Chiesa formula aspettative eccessive nei
confronti delle prestazioni di un matrimonio. Essi respingono ogni eccesso di idealismo, sostenendo che
ostacoli, anziché incoraggiare, la riuscita del matrimonio, e spesso disincentivi le persone dal contrarlo.
13. Come concepire la famiglia quale «Chiesa domestica» (cf. Lumen gentium, n. 11) soggetto e oggetto dell’azione evangelizzatrice al servizio del regno di Dio?
14. Come promuovere la coscienza dell’impegno
missionario della famiglia?
Coniugi e famiglie vogliono essere riconosciuti
nella Chiesa come soggetti e anche come soggetti
di evangelizzazione. Solo così possono, ad esempio,
giungere a forme di espressione religiosa che gli corrispondano. Il rispetto della Chiesa verso le questioni
di coscienza personali riguardanti la forma dell’unione e della famiglia è l’indispensabile requisito preliminare affinché le famiglie possano essere Chiesa
domestica. L’evangelizzazione delle famiglie può
riuscire soltanto se la loro soggettività è tenuta pienamente in considerazione, se la Chiesa si rapporta
alle famiglie in modo dialogico e nel pieno riconoscimento e rispetto, e se si astiene dal dare giudizi.
Nel contesto svizzero, questo atteggiamento della
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Chiesa deve valere anche nei confronti delle famiglie
interconfessionali, ad esempio in merito al problema
dell’autorizzazione ad accostarsi ai sacramenti.
La famiglia
nei documenti della Chiesa (nn. 17-20)
15. La famiglia cristiana vive dinanzi allo
sguardo amante del Signore e nel rapporto con
lui cresce come vera comunità di vita e di amore.
Come sviluppare la spiritualità della famiglia, e
come aiutare le famiglie a essere luogo di vita nuova in Cristo? (cf. n. 21).
16. Come sviluppare e promuovere iniziative di
catechesi che facciano conoscere e aiutino a vivere
l’insegnamento della Chiesa sulla famiglia, favorendo il superamento della distanza possibile fra
ciò che è vissuto e ciò che è professato e promuovendo cammini di conversione?
Se la pastorale della Chiesa, anche nel senso indicato dai Lineamenta, dev’essere qualcosa di più di
una pura e semplice applicazione della dottrina, il
Sinodo deve trovare vie per considerare le realtà e le
esperienze pastorali, che si configurano diversamente in diversi contesti, anche come luogo teologico.
Ciò significa anche che la responsabilità pastorale delle Chiese locali deve essere sottolineata più
chiaramente e il ruolo e la responsabilità dottrinali
dei vescovi locali, il loro autentico magistero, devono essere rafforzati sotto questo profilo. Tale rafforzamento dovrebbe rispecchiarsi anche nel diritto
canonico e in una nuova importanza del diritto ecclesiastico particolare. L’arte del discernimento, che
è essenziale in vista delle situazioni e dei contesti di
realtà familiare più vari, restringe inevitabilmente
il raggio di validità delle affermazioni della Chiesa
universale e richiede pertanto una saggia moderazione da parte della Chiesa universale e del diritto
canonico. Il divario fra una visione giuridico-canonica del matrimonio e una visione pastorale rende
spesso difficile lo sviluppo di una spiritualità coniugale e deve essere superato.
Confronta la risposta alla domanda 11.
18. Come proporre la famiglia come luogo per
molti aspetti unico per realizzare la gioia degli esseri umani?
L’indissolubilità del matrimonio
e la gioia del vivere insieme (nn. 21-22)
17. Quali sono le iniziative per far comprendere il valore del matrimonio indissolubile e fecondo come cammino di piena realizzazione personale? (cf. n. 21).
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19. Il concilio Vaticano II ha espresso l’apprezzamento per il matrimonio naturale, rinnovando
un’antica tradizione ecclesiale. In quale misura le
pastorali diocesane sanno valorizzare anche questa sapienza dei popoli, come fondamentale per la
cultura e la società comune? (cf. n. 22).
L’apprezzamento della saggezza dei popoli è
salutato con favore. Al tempo stesso i risultati del
sondaggio indicano una mancata comprensione del
perché il Sinodo abbia una visione tanto negativa
della cultura della società occidentale e delle forme
di relazione che in essa si osservano.
La coppia, il matrimonio e la famiglia sono realtà
culturalmente determinate ovunque e caratterizzate
dalle debolezze e dai punti di forza di tali culture.
Il concetto di «matrimonio naturale» non dovrebbe
indurre ingannevolmente a considerare unilateralmente i cammini di modernizzazione delle culture
occidentali come rifiuto di una realtà naturale idealizzata.
Una distanza diffusa e in via di accrescimento, in
Svizzera, nei confronti delle visioni del matrimonio
sostenute dalla Chiesa è stata incoraggiata anche
dal fatto che spesso si ha l’impressione che la Chiesa
manchi di comprensione nei confronti degli sviluppi
della società occidentale.
Verità e bellezza della famiglia e misericordia
verso le famiglie ferite e fragili (nn. 23-28)
20. Come aiutare a capire che nessuno è escluso
dalla misericordia di Dio e come esprimere questa verità nell’azione pastorale della Chiesa verso le famiglie, in particolare quelle ferite e fragili? (cf. n. 28).
In Svizzera i fedeli danno prova, nelle loro risposte, di una grandissima fiducia nella misericordia di Dio. Spesso rimproverano la Chiesa di nuocere con la sua prassi ufficiale alla fede e alla fiducia nella misericordia di Dio, ad esempio quando
esclude permanentemente alcune persone dall’accostarsi ai sacramenti e dalla piena unione con la
Chiesa stessa.
Pertanto i fedeli salutano con favore la prassi ben
più aperta, propria delle parrocchie, della cura delle
anime, che dà una testimonianza di fede più veritie-
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hiese nel mondo
ra di quanto previsto dal diritto canonico. In particolare, molti fedeli pongono l’accento sul fatto che
in base alla loro fede non riescono a immaginare
che la fedeltà di Dio nei confronti degli uomini debba venir meno proprio in situazioni di crisi. Sotto
il profilo teologico, vale la pena di chiarire come si
possa comunicare la contraddizione fra «legge divina» e misericordia divina, dalla quale nessuno è
escluso.
21. Come possono i fedeli mostrare nei confronti
delle persone non ancora giunte alla piena comprensione del dono di amore di Cristo, un’attitudine di accoglienza e accompagnamento fiducioso,
senza mai rinunciare all’annuncio delle esigenze
del Vangelo? (cf. n. 24).
L’aspettativa di giungere a una completa comprensione del dono d’amore di Cristo è una delle
idealistiche richieste eccessive cui molti fedeli oppongono resistenza. Una simile prospettiva conduce a una visione sempre riduttiva di qualsiasi realtà di vita. Chi mai vorrebbe presumere di aver
raggiunto una completa comprensione del dono
d’amore di Cristo, e chi mai potrebbe verificarlo e
magari emanare giudizi e sanzioni in base all’esito
della verifica?
Il rifiuto del sacramento del matrimonio diffuso
fra i fedeli svizzeri va considerato anche come un
segno della contraddizione fra le aspettative estreme
a esso collegate. Per giunta i fedeli mostrano senz’altro un’adesione agli ideali, compreso quello dell’indissolubilità del matrimonio, ma sono anche consapevoli dei limiti realistici cui questo ideale è soggetto
nella realtà di vita degli uomini. I fedeli mostrano
molta comprensione per il matrimonio come processo, come incessante cammino di crescita e di conversione che non ha mai fine. Tuttavia, la pretesa
eccessiva rappresentata da un ideale irraggiungibile,
che espone chi non lo raggiunge a sanzioni da parte della Chiesa, è considerata controproducente e
pertanto respinta. In questo contesto, inoltre, molti
fedeli lamentano il fatto che a soccombere a queste
aspettative eccessive e a queste radicali sanzioni da
parte della Chiesa sia solo questa concezione ecclesiale del matrimonio.
Rispetto alla crescita e alla maturazione dei rapporti e delle relazioni di coppia, i fedeli si esprimono
in modo molto favorevole all’idea che vi siano delle
tappe sul cammino verso il matrimonio. I rapporti prematrimoniali non sono soltanto tollerati, ma
corrispondono alle normali concezioni della giusta
preparazione all’impegno a vita del matrimonio.
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Le posizioni dei fedeli sono anche espressione
della necessità di non contemplare soltanto una
gradualità nel raggiungimento dell’ideale del matrimonio, ma anche di sollevare la questione della
gradualità dell’ideale. Molti fedeli si mostrano ben
informati circa le dinamiche sociali che riconfigurano costantemente anche gli ideali della vita e della
vita insieme, il che, non da ultimo, si ritrova già nelle
testimonianze bibliche. Su questo sfondo emergono
continuamente problemi di comprensione da parte
dei fedeli nei confronti della dottrina della Chiesa,
che suscita l’impressione di poter definire ancora
ideali e norme immodificabili. In questo contesto
vengono esplicitamente criticati, in particolare, i
modelli argomentativi del diritto naturale.
Pertanto, al Sinodo spetterebbe il compito di riflettere non soltanto sulle vie per raggiungere l’ideale, ma anche di concepire in modo nuovo l’ideale
stesso e di riformularlo in vista delle situazioni di
vita odierne. Soltanto così la Chiesa potrà evitare
del tutto l’accusa di mantenersi ipocrita, cioè di perpetuare una frattura fra ideale e pastorale.
22. Che cosa è possibile fare perché nella varie
forme di unione – in cui si possono riscontrare
valori umani – l’uomo e la donna avvertano il
rispetto, la fiducia e l’incoraggiamento a crescere
nel bene da parte della Chiesa e siano aiutati a
giungere alla pienezza del matrimonio cristiano?
(cf. n. 25).
Questo passo viene percepito come paternalistico. Si ha l’impressione che la Chiesa non riconosca
appieno la profondità delle relazioni di coppia che
non rientrano nel matrimonio cristiano. Un tale
riconoscimento sarebbe però un prerequisito indispensabile per il dialogo con le persone che vivono
in questi tipi di relazione e di matrimonio.
III.
Il confronto:
prospettive pastorali
Annunciare il Vangelo della famiglia oggi,
nei vari contesti (nn. 29-38)
23. Nella formazione dei presbiteri e degli altri
operatori pastorali come viene coltivata la dimensione familiare? Vengono coinvolte le stesse
famiglie?
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24. Si è consapevoli che il rapido evolversi della nostra società esige una costante attenzione al
linguaggio nella comunicazione pastorale? Come
testimoniare efficacemente la priorità della grazia,
in maniera che la vita familiare venga protetta e
vissuta quale accoglienza dello Spirito Santo?
25. Nell’annunciare il Vangelo della famiglia
come si possono creare le condizioni perché ogni famiglia sia come Dio la vuole e venga socialmente
riconosciuta nella sua dignità e missione? Quale
«conversione pastorale» e quali ulteriori approfondimenti vanno attuati in tale direzione?
Dai riscontri dai fedeli emerge chiaramente che,
per permettere alla famiglia di svilupparsi conformemente alla propria vocazione, è necessario che
la Chiesa garantisca il riconoscimento delle diverse
forme di famiglia. Non si accettano quasi più norme o indicazioni esterne circa la sua struttura, quale
espressioni della vocazione divina delle famiglie. Il
rispetto per la varietà dei percorsi familiari e delle decisioni prese secondo coscienza dalle persone
coinvolte deve essere un’irrinunciabile premessa
all’azione ecclesiale nel campo della pastorale familiare. Solo così la Chiesa potrà essere considerata interlocutrice e fonte d’ispirazione per la formazione
della coscienza delle persone e per lo sviluppo delle
famiglie.
26. La collaborazione al servizio della famiglia
con le istituzioni sociali e politiche è vista in tutta
la sua importanza? Come viene di fatto attuata?
Quali i criteri a cui ispirarsi? Quale ruolo possono svolgere in tal senso le associazioni familiari?
Come tale collaborazione può essere sostenuta anche dalla denunzia franca dei processi culturali,
economici e politici che minano la realtà familiare?
27. Come favorire una relazione fra famiglia, società e politica a vantaggio della famiglia? Come
promuovere il sostegno della comunità internazionale e degli Stati alla famiglia?
Guidare i nubendi nel cammino
di preparazione al matrimonio (nn. 39-40)
28. Come i percorsi di preparazione al matrimonio
vanno proposti in maniera da evidenziare la vocazione e missione della famiglia secondo la fede di
Cristo? Sono attuati come offerta di un’autentica
esperienza ecclesiale? Come rinnovarli e migliorali?
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29. Come la catechesi di iniziazione cristiana
presenta l’apertura alla vocazione e missione della famiglia? Quali passi vengono visti come più
urgenti? Come proporre il rapporto tra battesimo,
eucaristia e matrimonio? In che modo evidenziare
il carattere di catecumenato e di mistagogia che i
percorsi di preparazione al matrimonio vengono
spesso ad assumere? Come coinvolgere la comunità in questa preparazione?
Una pastorale matrimoniale e di preparazione al
matrimonio che sia mistagogica viene accolta molto
favorevolmente. Questo approccio si avvicina molto
al modo in cui molte persone affrontano le questioni
inerenti il matrimonio e la famiglia, in quanto prende spunto dall’esperienza e non da verità «oggettive» sul matrimonio.
In generale si auspica che si riconoscano meglio
le esigenze delle persone quando si preparano al
matrimonio. Potrebbe avere senso offrire una benedizione al posto del matrimonio ecclesiale, se ciò
corrisponde effettivamente di più alle aspettative dei
coniugi. Da parte della Chiesa deve valere lo spirito
di accoglienza nei confronti di tutte le persone che
vogliono esprimere in modo ecclesiale o religioso la
propria esperienza di coppia.
Per quanto riguarda la preparazione matrimoniale,
esperti e fedeli suggeriscono di adeguarla alle mutate
condizioni sociali, tenendo particolarmente conto che
il matrimonio canonico è oggi una scelta minoritaria,
che non rientra ormai più nell’evidente tradizione del
matrimonio. Questo comporta sia dare maggior peso
alla dimensione religiosa del matrimonio quale vocazione, ma anche riconoscere l’opportunità di rimettere profondamente in relazione con la fede e con la
Chiesa quelle persone che s’interessano al matrimonio canonico. Una rinnovata forma di preparazione al
matrimonio dovrebbe, infine, includere la possibilità
per una coppia di sfruttare per sé un lungo periodo
per analizzare a fondo la propria decisione.
Accompagnare i primi anni
della vita matrimoniale (n. 40)
30. Sia nella preparazione che nell’accompagnamento dei primi anni di vita matrimoniale viene
adeguatamente valorizzato l’importante contributo di testimonianza e di sostegno che possono
dare famiglie, associazioni e movimenti familiari?
Quali esperienze positive possono essere riportate
in questo campo?
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31. La pastorale di accompagnamento delle coppie nei primi anni di vita familiare – è stato osservato nel dibattito sinodale – ha bisogno di ulteriore sviluppo. Quali le iniziative più significative
già realizzate? Quali gli aspetti da incrementare a
livello pastorale, a livello diocesano o nell’ambito
di associazioni e movimenti?
La realtà delle coppie in Svizzera evidenzia come
queste convivano spesso da diversi anni e abbiano,
non di rado, già dei figli prima che si decidano a
sposarsi in Chiesa. Per questo è problematico parlare di «giovani coppie» riferendosi al periodo subito
dopo il matrimonio, in quanto hanno già fatto una
profonda esperienza di convivenza e di organizzazione della coppia.
Non di rado, poi, le giovani coppie hanno vissuto
con precedenti relazioni l’esperienza della separazione e della fine di un rapporto. La Chiesa potrà
aumentare la propria credibilità nei confronti delle persone se riuscirà ad affiancare benevolmente e
senza giudicare quelle persone le cui relazioni sono
fallite, o problematiche e conflittuali. Questo comporta anche porsi e parlare diversamente delle questioni inerenti la sessualità, non più relegata, ormai,
al solo ambito matrimoniale in Svizzera. Quest’aspetto andrebbe promosso soprattutto nella pastorale dei ragazzi e dei giovani adulti.
In Svizzera la pastorale di coppia e matrimoniale
deve, per un verso, iniziare molto presto, accompagnando già i ragazzi e i giovani adulti nei loro tentativi di organizzare e vivere un rapporto di coppia. Anche in questo caso, proprio come nel modo di porsi
in generale rispetto alla coppia, al matrimonio e alla
famiglia, se si vuole accompagnarli, bisogna partire
dal fondamentale riconoscimento dell’autonomia e
della libertà dei giovani, assumendo un atteggiamento positivo rispetto alle loro speranze e ai loro ideali.
Solo così la Chiesa potrà e le sarà concesso rivolgersi
alle giovani coppie con degli spunti presi dal Vangelo.
Nel periodo dopo il matrimonio canonico, ai sensi di una cura del sacramento del matrimonio intesa come percorso e comunità di cammino, è dunque
possibile lasciar confluire diversi aspetti religiosi e spirituali nell’accompagnamento delle giovani coppie di
coniugi, al fine di sostenere nel suo sviluppo il carattere religioso della comunità coniugale. A questo proposito si consiglia soprattutto l’aiuto delle comunità
spirituali, dei gruppi di giovani coppie e dell’accompagnamento da parte di coppie di sposi con esperienza. Questo approccio potrebbe altresì servire a legare
maggiormente le coppie alla comunità ecclesiale.
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Cura pastorale di coloro che vivono
nel matrimonio civile
o in convivenza (nn. 41-43)
32. Quali criteri per un corretto discernimento
pastorale delle singole situazioni vanno considerati alla luce dell’insegnamento della Chiesa, per cui
gli elementi costitutivi del matrimonio sono unità,
indissolubilità e apertura alla procreazione?
Le diverse situazioni, assieme a un complesso
quadro culturale e sociale, richiedono la costante disponibilità a fare delle distinzioni. Il discernimento
attuato che influenza la pastorale, lo sviluppo della
dottrina e del diritto canonico, deve essere contestualizzato. Per questo è urgente rafforzare una vera
responsabilità a livello di Chiesa particolare nei confronti della pastorale, della dottrina e del diritto.
33. La comunità cristiana è in grado di essere pastoralmente coinvolta in queste situazioni? Come
aiuta a discernere questi elementi positivi e quelli
negativi della vita di persone unite in matrimoni civili in maniera da orientarle e sostenerle nel
cammino di crescita e di conversione verso il sacramento del matrimonio? Come aiutare chi vive
nelle convivenze a decidersi per il matrimonio?
Nei loro numerosi interventi i fedeli mostrano di
essere felici di rispondere dell’organizzazione della
pastorale familiare, dando anche degli impulsi per
lo sviluppo della comprensione teologica della coppia, del matrimonio e della famiglia. Sono i fedeli a
essere gli esperti per quelle condizioni di vita in cui
si vive la famiglia. Sono loro a conoscere i numerosi
percorsi e le deviazioni che portano al successo della coppia, del matrimonio e della famiglia. In virtù
delle proprie esperienze, poi, possono anche incoraggiare, rincuorare, rafforzare e sostenere gli altri.
L’accompagnamento dei coniugi con l’aiuto di
altri coniugi è considerato un buon percorso pastorale. Per fare ciò è necessario nutrire maggior fiducia nell’atteggiamento spirituale, pastorale ed ecclesiale dei fedeli ed essere disposti a incoraggiare i loro
percorsi nell’ambito di un accompagnamento delle
coppie.
34. In maniera particolare, quali risposte dare
alle problematiche poste dal permanere delle forme
tradizionali di matrimonio a tappe o combinato
tra famiglie?
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Anche l’odierna concezione ecclesiale del matrimonio implica una distinzione per gradi (dal «matrimonium ratum» al «matrimonium consummatum»).
Tale graduazione ha radici culturali e potrebbe essere posta anche diversamente, considerando che
è comunque già in tensione con la concezione del
matrimonio proposta nella Gaudium et spes. In questo senso, le forme culturali di distinzione per gradi
dovrebbero essere analizzate con cautela e considerate, eventualmente, misure appropriate di autovalutazione.
Curare le famiglie ferite
(separati, divorziati non risposati
famiglie monoparentali) (nn. 44-54)
35. La comunità cristiana è pronta a prendersi
cura delle famiglie ferite per far sperimentare loro
la misericordia del Padre? Come impegnarsi per
rimuovere i fattori sociali ed economici che spesso
le determinano? Quali passi compiuti e quali da
fare per la crescita di questa azione e della consapevolezza missionaria che la sostiene?
36. Come promuovere l’individuazione di linee
pastorali condivise a livello di Chiesa particolare? Come sviluppare al riguardo il dialogo tra le
diverse Chiese particolari cum Petro e sub Petro?
Secondo molti fedeli sarebbe utile se il diritto
canonico potesse essere rinnovato in modo tale da
tener maggiormente conto delle esperienze pastorali e delle realtà vissute dalle persone. Per quanto
riguarda il diritto canonico si propone di integrare
il discorso canonico sull’indissolubilità del matrimonio con una visione pastorale del matrimonio, in cui
si possa mostrare la sua inconfutabile distruzione (la
sua fine). Questo metterebbe in primo piano non
più la fine del matrimonio mediante un atto giuridico, bensì la constatazione della definitiva rottura
del rapporto coniugale. In questo modo dovrebbe
essere possibile che la Chiesa riconosca e apprezzi
anche un nuovo rapporto.
Molte affermazioni dei fedeli vanno in questa
direzione, mostrando sensibilità diversa per i tanti
modi in cui un rapporto coniugale può fallire, finire,
terminare o rompersi definitivamente. Al contempo
sono a conoscenza della problematica di una dichiarazione di nullità prevista dal diritto canonico, che
«nega» l’esperienza positiva di un matrimonio successivamente finito e non rende così giustizia all’esperienza fatta dalle persone colpite.
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37. Come rendere più accessibili e agili, possibilmente gratuite, le procedure per il riconoscimento
dei casi di nullità? (n. 48).
La semplificazione delle procedure per il riconoscimento dei casi di nullità matrimoniale è generalmente accolta con favore, in quanto le questioni di
tipo finanziario non possono ostacolare un chiarimento da parte del diritto canonico. Una maggior
rapidità delle procedure e una generale gratuità è
considerata ampiamente positiva. Al contempo,
però, si è profondamente scettici rispetto al modo in
cui viene riconosciuta la nullità, che non può essere generalmente vista come soluzione pastorale per
risolvere la situazione dei divorziati. Anche da un
punto di vista teologico sono ancora troppe le questioni che restano aperte quando ci si avvicina giuridicamente a un matrimonio fallito o finito. Lo stesso
vale anche per le ripercussioni psicologiche legate a
una tale procedura. In molte situazioni la gente, per
onestà e per autotutela rispetto a passate decisioni e
nei confronti di una parte della propria storia vissuta, rifiuta già questa strada, soprattutto quando, dal
primo matrimonio, sono nati dei figli.
Le procedure per il riconoscimento della nullità
del matrimonio incontrano delle difficoltà soprattutto per quanto riguarda la dimostrabilità della
nullità di un matrimonio. Questo porta ad alcune
ingiustizie, quando un matrimonio non è valido, ma
ciò non può essere dimostrato. In questi casi bisognerebbe lasciare maggior spazio alla capacità di
giudizio secondo coscienza delle persone.
38. La pastorale sacramentale nei riguardi dei
divorziati risposati necessita di un ulteriore approfondimento, valutando anche la prassi ortodossa
e tenendo presente «la distinzione tra situazione
oggettiva di peccato e circostanze attenuanti» (n.
52). Quali le prospettive in cui muoversi? Quali
i passi possibili? Quali suggerimenti per ovviare
a forme di impedimenti non dovute o non necessarie?
Per quanto concerne concretamente la pastorale,
la principale richiesta dei fedeli in Svizzera è quella
di mettere fine all’esclusione dei divorziati risposati dai sacramenti – una norma ufficiale che essi rifiutano e giudicano scandalosa. Unanime è invece
l’accoglienza della prassi alternativa ampiamente
diffusa nelle parrocchie. Al contempo anche l’ormai
ampiamente consolidato allontanamento strutturale
dalla dottrina ufficiale rappresenta un costante pro-
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hiese nel mondo
blema. È motivo di disappunto il fatto che la dottrina ufficiale non sia in grado di calarsi nelle posizioni
dettate dalla vita delle persone e di affrontare le inconsistenze della teologia matrimoniale e familiare.
I fedeli esprimono chiaramente che bisogna approfondire la comprensione del divorzio, rispetto al
quale urge assumere una posizione diversificata. Diverso, infatti, è se un matrimonio sia stato revocato
unilateralmente, sia di fatto terminato, fallito o finito
già da anni, oppure se, in virtù di una nuova relazione e famiglia, sia impossibile tornare al primo matrimonio. La distinzione fatta dal vescovo Jean-Paul
Vesco fra «infraction instantanée» e «infraction continue» (cf. Regno-doc. 17,2014,569s) è accolta con favore in molti degli interventi presentati dagli esperti
di teologia e pastorale.
In questo senso l’affermazione con cui i padri
sinodali avvertono «l’urgenza di cammini pastorali
nuovi» va accolta favorevolmente. Ugualmente è
arrivato anche il momento di affrontare gli interrogativi teologici circa la dottrina vigente. Esiste,
infatti, una richiesta esegetica, storica e sistematica nei confronti della concezione che il magistero
della Chiesa ha dell’indissolubilità del matrimonio
e della prassi fissata canonicamente di escludere indistintamente dai sacramenti chi contrae un secondo matrimonio civile.
Il pensiero di una «comunione spirituale» è per i
fedeli spesso incomprensibile e in sé contraddittoria.
Questa proposta, che cela anche il pericolo di mostrare a ogni celebrazione eucaristica, pubblicamente, l’inaccessibilità ai sacramenti, discriminando le
persone colpite, viene unanimemente respinta. Per
la Svizzera una tale proposta sarebbe improponibile
e comporterebbe il rischio che le persone colpite si
allontanino definitivamente dalle celebrazioni eucaristiche, a meno che i singoli non giudichino questo
percorso giusto e agiscano in merito.
Diversi sono i giudizi rispetto alle proposte forme di penitenza, di attesa, di chiarimento rispetto
alla possibilità di consentire ai divorziati risposati di
riaccedere ai sacramenti. Una parte dei fedeli tende
a pensare che la decisione spetti alle persone direttamente colpite. Eventualmente si potrebbero definire
dei criteri sulla base dei quali prendere una decisione,
ad esempio chiarire positivamente la questione sulle
restanti responsabilità derivanti dal primo matrimonio e dalla prima famiglia. Un’altra parte dei fedeli
immagina anche che ci sia una determinata procedura per poter riaccedere ai sacramenti. Anche in questo
caso bisognerebbe rinunciare a una pubblica denigrazione. Anziché chiamarlo un cammino di penitenza,
si potrebbe parlare di un percorso di guarigione.
Il Regno -
documenti
21-22/2015
39. La normativa attuale permette di dare risposte valide alle sfide poste dai matrimoni misti e
da quelli interconfessionali? Occorre tener conto
di altri elementi?
In Svizzera molti fedeli vivono in matrimoni e
famiglie interconfessionali. Spesso, dunque, ci si
pone la questione dell’accesso all’eucaristia. Come
per altri interrogativi inerenti il matrimonio e la famiglia, sono i fedeli a decidere come strutturare la
propria prassi e lo fanno in virtù della propria fede
e coscienza. Le prescrizioni ecclesiali vengono spesso viste come forma di dominio e comportano facilmente una rottura dei rapporti con la Chiesa da
parte di intere famiglie, anche dei membri cattolici.
Un consolidamento della comprensione della
«Chiesa domestica», costituita dai battezzati, potrebbe far rivalutare le coppie miste e le famiglie
interconfessionali, riconoscendo che in queste famiglie il legame con Dio avviene attraverso le persone.
In questo modo si potrebbe anche essere ben disposti rispetto alla prassi dell’accoglienza eucaristica.
L’attenzione pastorale verso le persone
con tendenza omosessuale (nn. 55-56)
40. Come la comunità cristiana rivolge la sua attenzione pastorale alle famiglie che hanno al loro
interno persone con tendenza omosessuale? Evitando ogni ingiusta discriminazione, in che modo
prendersi cura delle persone in tali situazioni alla
luce del Vangelo? Come proporre loro le esigenze
della volontà di Dio sulla loro situazione?
I fedeli si mostrano in stragrande maggioranza
contrariati rispetto alle affermazioni fatte nei Lineamenta sulle persone omosessuali. Spesso si afferma che il testo non prenda sul serio e sminuisca le
persone omosessuali. La maggior parte dei fedeli
considera legittimo il desiderio delle persone omossessuali di avere dei rapporti e delle relazioni di coppia e non capisce perché questo desiderio non possa
essere vissuto in una coppia. La pretesa che le persone omosessuali vivano castamente viene respinta
perché considerata ingiusta e inumana.
Sulla base delle conoscenze nell’ambito delle
scienze umane, il discorso sulle «persone con tendenze omosessuali» è giudicato insufficiente. Le
affermazioni, che risultano in contrasto rispetto
alle nozioni scientifiche, danno l’impressione di
dover giustificare un’ingiusta condanna morale
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delle azioni omosessuali. Qui è in gioco la credibilità della Chiesa.
La maggioranza dei fedeli non accetta che le
persone omosessuali vengano esclusivamente viste come oggetti della pastorale, privandoli della
dignità di soggetti della Chiesa. Gli omosessuali
non dovrebbero essere considerati persone malate
o particolarmente bisognose di aiuto. Si auspica,
quindi, che la Chiesa porti rispetto agli omosessuali, apprezzando la loro partecipazione all’interno
della Chiesa.
Il discorso sull’impossibilità di ritrovare alcuna
analogia fra il matrimonio e il rapporto di coppia
fra persone dello stesso sesso innesca evidenti incomprensioni. Nonostante una parte dei fedeli sia
scettica a garantire la piena parità tra il matrimonio e le relazioni omossessuali, una grande maggioranza auspica che la Chiesa le riconosca, apprezzi
e benedica, in quanto anche all’interno di queste
relazioni si vivono importanti valori che, stando ai
fedeli, permetterebbero di ritrovare delle analogie
con il matrimonio.
Molte anche le questioni da un punto di vista teologico – ad esempio la questione circa la verifica della
fondatezza biblica di un rifiuto dei rapporti omosessuali, la domanda rispetto al riconoscimento di valori
nelle relazioni omosessuali, l’interrogativo sul significato antropologico della sessualità nella vita di ogni
persona e la questione delle conseguenze per le persone omosessuali, che in virtù di quanto affermato
dalla Chiesa hanno forti difficoltà ad accettarsi.
La trasmissione della vita
e la sfida della denatalità (nn. 57-59)
41. Quali i passi più significativi che sono stati
fatti per annunziare e promuovere efficacemente l’apertura alla vita e la bellezza e la dignità
umana del diventare madre o padre, alla luce ad
esempio della Humanae Vitae del beato Paolo VI?
Come promuovere il dialogo con le scienze e le tecnologie biomediche in maniera che venga rispettata l’ecologia umana del generare?
42. Una maternità/paternità generosa necessita di strutture e strumenti. La comunità cristiana vive un’effettiva solidarietà e sussidiarietà?
Come? È coraggiosa nella proposta di soluzioni
valide a livello anche socio-politico? Come incoraggiare all’adozione e all’affido quale segno altissimo di generosità feconda? Come promuovere la
cura e il rispetto dei fanciulli?
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21-22/2015
43. Il cristiano vive la maternità/paternità come
risposta a una vocazione. Nella catechesi è sufficientemente sottolineata questa vocazione? Quali
percorsi formativi vengono proposti perché essa
guidi effettivamente le coscienze degli sposi? Si è
consapevoli delle gravi conseguenze dei mutamenti demografici?
Il modo in cui si guarda ai figli muta all’interno
delle società e nella vita delle famiglie. Spesso i bambini vengono visti come «progetto» di una famiglia.
Questo dà maggiore importanza agli aspetti relativi
alla prevedibilità del modo in cui si fonda e si vive
la famiglia. In questo contesto, con riferimento ai
figli, è importante non dimenticare la dimensione
del dono di Dio. Questo potrebbe servire anche da
correttivo rispetto alle pretese troppo alte nei confronti della programmazione di una famiglia.
La storia su come ci si è avvicinati alla Humanae
Vitae ha lasciato profonde tracce sia nella Chiesa che
nei fedeli. Si potrebbe parlare di un abuso di fiducia,
che è andato sviluppandosi fra i fedeli e la Chiesa e
che non è stato ancora superato. Partendo da qui,
ogni riferimento a questa enciclica è come rigirare il
dito nella piaga. Molte risposte indicano che sarebbe opportuno, da parte della Chiesa, esprimersi con
maggiore discrezione rispetto alle questioni inerenti
la sessualità, evitando norme o restrizioni concrete.
L’intento dei contenuti dei Lineamenta viene
tuttavia accolto prevalentemente con favore. In
virtù delle numerose nuove sfide nell’ambito della
medicina della riproduzione, optare per la dignità
dell’uomo e non per la scelta dei mezzi come criterio determinante permetterebbe di ridare importanza alla voce della Chiesa.
In questo contesto si considera come una grave
mancanza dei Lineamenta il fatto che parli della coscienza solo alla domanda n. 43 e, per giunta, in
relazione alla sfiducia, che richiede subito una corretta formazione della coscienza. A prescindere da
ciò, manca del tutto un riconoscimento e apprezzamento della coscienza. Questo viene considerato un
grave deficit del testo e della sua prospettiva.
44. Come la Chiesa combatte la piaga dell’aborto
promuovendo un’efficace cultura della vita?
I fedeli s’impegnano e contribuiscono sostanzialmente nelle relazioni di coppia, nei matrimoni e
nelle famiglie a una cultura della vita. Al contempo
riconoscono le situazioni estremamente difficili in
cui si trovano le persone che devono prendere delle
decisioni sulla vita. In virtù di questo vi è una gran-
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de disponibilità ad aiutare le persone a prendere
delle decisioni per la vita. Al contempo, però, molti
fedeli respingono forme d’impegno per una cultura
della vita che opprimono, condannano o stigmatizzano le persone che comunque si trovano spesso in
grandi difficoltà.
La sfida dell’educazione
e il ruolo della famiglia
nell’evangelizzazione (nn. 60-61)
45. Svolgere la loro missione educatrice non è sempre agevole per i genitori: trovano solidarietà e sostegno nella comunità cristiana? Quali percorsi
formativi vanno suggeriti? Quali passi compiere
perché il compito educativo dei genitori venga riconosciuto anche a livello socio-politico?
46. Come promuovere nei genitori e nella famiglia cristiana la coscienza del dovere e della trasmissione della fede quale dimensione intrinseca
alla stessa identità cristiana?
L’insinuazione secondo cui la crisi di fede sarebbe la fonte della crisi delle famiglie viene unanimemente respinta. I fedeli e gli esperti in materia di
pastorale familiare contestano che una fede profonda possa proteggere le famiglie dalle influenze di
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21-22/2015
cultura e società. Una simile prospettiva duale non
corrisponde all’esperienza dei fedeli.
Nella pastorale si fa piuttosto l’esperienza che le
crisi familiari portino alle crisi di fede. La Chiesa
dovrebbe, dunque, chiedersi se nell’affrontare le
crisi o il fallimento dei matrimoni e delle famiglie
veramente contribuisca a rafforzare e a promuovere la fede. In questo modo si noterebbe che è spesso
una crisi della Chiesa e del suo modo di agire a contribuire alle crisi di fede, senza essere d’aiuto alle
crisi familiari.
Il sostegno ai genitori, ai padri e alle madri,
nell’educazione (religiosa) dei figli è considerato
un compito imprescindibile della Chiesa e della
sua pastorale familiare. Le famiglie, tuttavia, non
dovrebbero essere lasciate sole nel compito di trasmettere la fede. L’insegnamento della religione
a scuola e la catechesi nelle parrocchie, proprio
come le iniziative legate alla pastorale dei bambini
e dei giovani, in particolar modo le iniziative delle
associazioni giovanili, sono considerate un’integrazione essenziale per garantire che la fede sia
trasmessa.
Inoltre, si auspica un maggior impegno politico
a favore delle famiglie, che tenga soprattutto conto
delle condizioni di indigenza e della situazione delle
famiglie monoparentali.
9 aprile 2015.
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