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Bortolo De Vido
CI HA LASCIATO
Una grande Municipalità gestita dai Sindaci di tutti i Comuni
del Cadore sarebbe molto autorevole. Aperto il dibattito
IL COMUNE DEI COMUNI
roviamo a chiamarlo il corpo da coprire è il medesi- vizi riducendo il personale e
P
“Comune dei Comuni”. mo di sempre ma la coperta si tagliando le spese. Ma a quale
Non si tratta del Comune è ristretta a dismisura e se ti prezzo? Intanto non è detto
San Vito di Cadore il 20 scorso,
A
una grande folla di familiari, amici, conoscenti, ha accompagnato all'estrema dimora Bortolo De Vido. Fu
giornalista brillante, fra i primi collaboratori de Il Cadore di cui fu anche vice
direttore per vent'anni; gli fu proposto
anche di fare il direttore, ma se ne
schermì per l’innata modestia. Ne parliamo diffusamente a pagina 11.
A me il compito di salutarlo ufficialmente e, al di là delle frasi di circostanza, posso ben dire che il “vecchio Bortolo” (come amava chiamarsi) era amico e collaboratore appassionato.
Lo conoscevo da tempo come giornalista, pubblicista, operatore televisivo.
Quando assunsi la direzione del giornale lui ci tenne a far parte della Redazione, “come umile e vecchio collaboratore”, ripeteva (lui che era da decenni una
colonna portante de Il Cadore), assolvendo con scrupolo, professionalità e
continuità i servizi dal territorio.
Lo sentii amico sempre, soprattutto
in quest’ultimo periodo quando mi confidò tutte le sue ansie per un male ancora oscuro che lo tallonava, scusandosi quasi di non poter garantire i suoi
“pezzi”. E ancora più quando sul letto
d'ospedale, conscio del destino ma mai
domo, con un filo di voce mi parlò del
giornale. Il “suo giornale”, perché su Il
Cadore il “vecchio Bortolo” non ci metteva la cronaca spicciola, ci metteva la
sua anima nel raccontare fatti e persone di un popolo: il popolo cadorino.
Bortolo si considerava della “vecchia
guardia” all'interno del giornale. Fu la
sua, diciamolo pure e senza retorica,
una “guardia” attenta e costante alle
torri del Cadore. E rimarranno i suoi
scritti negli storici archivi della Magnifica Comunità di Cadore, e saranno letti “omni tempore”.
Ciao Bortolo.
Il Direttore
Unico e neppure di un semplice consorzio di servizi. Diciamo che potrebbe essere la
formula amministrativa più
adatta per consentire alle municipalità del Cadore di vivere
autonomamente, salvaguardando la propria identità e garantendo ser vizi dignitosi ai
propri cittadini. Il bisogno di
un Comune dei Comuni nasce dall’amara constatazione
che i Comuni del Cadore, ma
anche quelli bellunesi, veneti
e italiani sono sempre più in
difficoltà. Lamentano risorse.
La crisi finanziaria è iniziata
con la riduzione dei trasferimenti. Poi, con l’abolizione
dell’Ici e gli ultimi tagli, la crisi
ha intrapreso la strada dell’insostenibilità. I finanziamenti
sono insufficienti e manca il
personale. E così, di giorno in
giorno, viene meno la possibilità di intervenire anche per rispondere ai bisogni più elementari. Parafrasando un vecchio adagio possiamo dire che
preoccupi delle spalle restano
fuori i piedi. L’esempio calza a
pennello dal momento che i
servizi da erogare restano gli
stessi: ufficio tecnico, anagrafe, raccolta dei rifiuti, assistenza, strade, trasporto scolastico, biblioteca e tutti gli altri
servizi che conosciamo, ma i
soldi per pagarli tutti, garantendone la qualità, non ci sono
più. Bisogna ridurre la spesa e
ottimizzare i servizi.
E un Comune per ridurre la
spesa ha soltanto tre possibilità: tagliare i servizi o gestirli
in consorzio con altri Comuni
oppure sparire come Comune
autonomo per confluire in
una municipalità più grande
che risulti la sommatoria di
tante altre municipalità che,
da sole, non ce la fanno più ad
amministrare e a gestire i servizi indispensabili ai propri
cittadini.
Cominciamo dal Comune
Unico. Sicuramente consentirebbe di razionalizzare i ser-
che i servizi migliorerebbero.
Di certo con il Comune Unico
sparirebbero le municipalità e
con esse l’identità e l’orgoglio
di appartenere ad una specifica comunità con la propria
storia che, per quanto simile,
è differente da quella dei paesi vicini. Eliminare le municipalità significherebbe anche
eliminare la partecipazione
istituzionale alla vita democratica della comunità che
raggiunge l’apice con l’elezione del sindaco. E sì, perchè il
Comune Unico avrebbe bisogno di un solo sindaco.
In montagna le radici identitarie sono ancora (per fortuna) molto forti e profonde. E
questo non alimenterà l’idea
del Comune Unico. Anche
per questo un recente sondaggio sostiene che i sostenitori di questa opzione sono
molto più numerosi in pianura che in montagna. E allora?
(segue a pag. 6)
Bepi Casagrande
Un Comune per ridurre INTERVENTI ALLE PAG 5-6-7
la spesa ha soltanto
Mario Zandonella Necca,
tre possibilità:
Maria Antonia Ciotti,
tagliare i servizi, o gestirli
Bruno Zandegiacomo,
in consorzio con altri,
Vittore De Sandre,
o confluire in una unica
Renzo Bortolot
municipalità più grande
MAMMA RAI, RIPASSATI LA STORIA
Le ceneri di Calvi riposerebbero a Pieve di fronte alle Tre Cime
he le celebrazioni del 150° dell’Unità
C
d’Italia, già avviate in qualche modo
con periodiche rivisitazioni televisive di
eventi risorgimentali, debbano essere l’occasione per una migliore conoscenza della
nostra storia e per l’acquisizione di un’autentica coscienza nazionale, è fatto assai
sensato, anche se invero non condiviso da
tutti. Ma proprio perché siffatta lezione si
rivolge ad un ampio pubblico, mamma Rai,
più ancora di altre emittenti, dovrebbe stare
attenta a quello che dice e non incorrere in
pericolosi strafalcioni storici, come quello
in cui è incorsa l’8 agosto scorso. Il Tg2 delle 20.30 ha dedicato ampio spazio alle vicende del 1848 in Cadore, in verità più con
LA BATTAGLIA DI CADORE
Lʼeterna lotta per la
libertà e lʼidentità
A
veva ragione il grande Borges ad
affermare che la storia universale è forse la storia di alcune metafore?
A ben guardare gli eventi, certi eventi
che ne segnano lo svolgimento, e a intenderne il significato trasversale,
sembra proprio di sì: perché accade
che quel significato trascenda i fatti nel
loro porsi, per assumere il valore di un
emblema, un modello ermeneutico valido al di là del tempo.
Prendiamo il caso della “battaglia di
Cadore”, combattuta il 2 marzo del
1508 in località Rusecco di Valle, tra le
truppe della Serenissima - con incluse
le cernide cadorine - raccolte e comandate da Bartolomeo d'Alviano, valente
condottiero al soldo della Repubblica,
e i Tedeschi dell'imperatore Massimiliano I: uno scontro sanguinoso, una
vittoria dei Veneziani, anche se temporanea nelle conseguenze; un assaggio
di quel confronto che di lì a poco
avrebbe opposto la cosiddetta Lega di
Cambrai - del papa con l'Impero, la
Francia, la Spagna, Mantova e Ferrara
– a Venezia. In un tale contesto quello
di Rusecco appare come un fatto d'armi marginale, non di rado trascurato
dalla maggiore storiografia, ma tuttavia
importante per più di una ragione: come caso esemplare di tattica militare in
operazioni di montagna, nonché per il
suo contenuto politico di segnale di
rottura nei confronti di una Weltanschauung imperiale sempre più in contrasto con le realtà e le aspirazioni degli Stati nazionali d'Europa; nello stesso tempo come primo delinearsi di
quella geomorfologia politica destinata
a improntare nel futuro la storia della
terre di Cadore e d'Ampezzo.
(segue a pag. 4)
Ennio Rossignoli
sommarie inquadrature di Pieve, Lorenzago e Laggio, che con una puntuale rivisitazione degli scontri più importanti. Certo ha
fatto piacere vedere questi luoghi inseriti in
qualche modo nel grande circuito nazionalpopolare e mediatico, ma la verità storica
non è un optional.
Nel servizio di Carola Carulli (ricerche di
Lucia Alcinoni) si è sentito dire, con il sottofondo del monumento di Calvi alle falde di
(segue a pag. 4)
M. Ricco a Pieve,
Walter Musizza - Giovanni De Donà
ignificativa cerimonia nello storiS
della Magnifica ComuRADUNO DEI ʻVECI
NEL LIBRO D’ONORE DELLA MAGNIFICA nità acoPievesalonedi Cadore,
il 18 settembre
per ribadire l’identità e la laboBTG CADOREʼ
Riconoscimento pubblico a dieci cadorini di nascita scorso,
riosità dei figli di questa terra.
o di adozione che hanno dato lustro alla loro terra
SERVIZIO A PAG. 3
Sono state iscritte nel “Libro d’Onore” della Magnifica Comunità dieci persone benemerite per aver dato lustro al
Cadore e, davanti al Consiglio Generale
della Comunità il presidente Renzo Bortolot ha consegnato loro una pergamena con le motivazioni della citazione,
nonché il distintivo dorato del quale d’ora in poi potranno fregiarsi. Nelle parole
di ringraziamento i premiati hanno riaffermato l’orgoglio d’essere cadorini o il
forte legame con la terra d’adozione.
E’ questo volutamente un riconoscimento pubblico identitario che s’aggiunge all’indubbio apprezzamento
morale per la loro opera svolta nella società. Entrano così a far parte della
schiera dei benemeriti e collaboratori
che hanno contribuito a rendere concreti i valori della Comunità di Cadore.
PIEVE DI CADORE - Il Battaglion Cadore
non verrà mai dimenticato. Nel 57° dalla
sua ricostituzione una moltitudine di penne nere e di gente legata alla tradizione alpina ha invaso piazza Tiziano riempiendola con una selva di bandiere e gagliardetti.
Il raduno, organizzato come sempre
dai “Veci della Cadore”, è stato aperto
con una S. Messa e ha avuto il suo momento più significativo con l’alzabandiera e la deposizione di una corona ai caduti, mentre lo speaker ripercorreva le
vicende dello storico Battaglione.
Poi, un lunghissimo corteo aperto dallo striscione “Ana CADORE” e cadenzato
da marce alpine ha raggiunto la caserma
P.F. Calvi di Tai dove le autorità civili e militari hanno pronuziato i discorsi di rito.
FOTOSERVIZIO IN ULTIMA PAG.
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a Magnifica Comunità
L
di Cadore è anche legame ideale e punto di riferimento immateriale per le
persone che ritengono il
Cadore non solo uno spazio
geografico, ma anche un insieme di vicende umane
che formano il corso della
storia di questo angolo
montano abitato da millenni. Forse per questo, più
che distribuire premi in denaro, si è pensato di scrivere su un libro chiamato, forse anche con tono retorico,
“Il libro dell’onore”, i nomi
di uomini e donne viventi
che attraverso le loro attività in vari campi sono riusciti a dimostrare i valori e le
idealità che sono radicate
in questa piccola etnia ladina dolomitica.
Il 18 settembre scorso, in
una serata di consiglio generale dell’Ente, sono stati
iscritti per l’anno 2010 dieci
nomi di cadorini nel libro
citato, consegnando loro da
parte del presidente Bortolot un distintivo, un libro,
una pergamena con la motivazione dell’illustre citazione.
La più emozionata è stata
Noemi Nicolai, di Vigo, da
oltre 40 anni appassionata
custode della Biblioteca
storica cadorina, conoscitrice e sostenitrice della ricerca d’archivio per molti appassionati e studenti. Don
Lorenzo Dell’Andrea, sacerdote di Selva di Cadore,
giornalista direttore dell’Amico del Popolo e di Telebelluno, autore di opere di
cultura ladina. Italo Zandonella Callegher, scala-
’ giunto in Comelico
E
l’annuale appuntamento agostano con la “Festa dei
Cadorini” organizzata dalla
Magnifica Comunità. Un
tempo era legata più al rientro estivo dei “cadorini lontani”, oggi si apre anche a tematiche importanti come
l’attenzione per i giovani e
per il loro impegno nella
scuola e nell’università.
“Dobbiamo credere nei nostri giovani e sostenerli, solo
così può esserci una speranza
per il futuro del Cadore”. Così Renzo Bortolot, presidente della Magnifica Comunità, ha voluto sottolineare l’impegno di questa istituzione secolare che rappresenta l’unità del Cadore, fondata sulla cultura, sulla storia e sulla tradizione. Nel
suo intervento durante la festa, ha ribadito il ruolo di stimolo e proposta che la Magnifica persegue con impegno.
“Ringrazio anche don Diego Soravia” ha detto Bortolot
“per le belle parole dedicate al
Cadore durante la sua omelia”. Il celebrante aveva infatti richiamato la necessità
di un impegno costante degli amministratori pubblici
perchè la terra cadorina possa avere un nuovo spirito,
grazie alla laboriosità e all’ingegno della sua popolazione.
“Non per nulla il motto della
Magnifica richiama proprio i
valori della giustizia e della
fede, come colonne portanti
dell’impegno quotidiano - ha
detto don Diego - grazie a
questi valori il Cadore può
sperare di crescere ancora”.
3
NEL LIBRO D’ONORE DELLA
MAGNIFICA COMUNITA’ DI CADORE
Il riconoscimento pubblico è stato conferito a dieci cadorini
di nascita o di adozione che hanno dato lustro alla loro terra
Noemi Nicolai e il presidente Renzo Bortolot
Grazioso Fabiani
Achille Carbogno
Fausto Pivirotto
Ivo De Lotto
Don Lorenzo Dell’Andrea
Italo Zandonella Callegher
Guido Buzzo Contin
Antonio Cason
Suor Silvia Vecellio e il vicepresidente Emanuele D’Andrea
Hanno ricevuto in dono il distintivo dorato della Magnifica Comunità
LA FESTA DEI CADORINI
Voluta dalla Magnifica Comunità
ha preso il posto dellʼincontro
estivo con i “Cadorini lontani”
Il rito nella chiesa pievanale, accompagnato dai canti del Coro Comelico, ha
aperto la giornata di festa
che è proseguita nella piazzetta dell’Emigrante, alle
spalle del Comune, dove è
giunto il corteo aperto dal
Corpo Musicale di Auronzo
e dalle autorità presenti: oltre al Presidente della Magnifica, il sindaco di Santo
Stefano di Cadore Alessandra Buzzo, il vicepresidente
della Provincia Silver De
Zolt, vari sindaci e amministratori cadorini, anche con
la presenza della giovane
Ilaria Zaccaria, sindaco eletto dal consiglio comunale
dei giovani di S. Stefano di
Cadore. Davanti ad un folto
pubblico gli inter venti ufficiali di saluto.
Il vicepresidente della Magnifica Emanuele D’Andrea ha voluto ricordare come l’impegno a favore dei
giovani meritevoli, finanziato
con donazioni, lasciti e fondi
dell’Ente, risale ancora alla
fine degli anni ‘40, quando il
Consiglio decise di istituire
le prime borse di studio. Il
sindaco Alessandra Buzzo,
ringraziando i collaboratori
ed in particolare la giovane
assessore Giulia De Mario,
impegnata nel referato che si
occupa delle problematiche
dei giovani e della cultura,
ha richiamato il ruolo storico
della Magnifica, come simbolo secolare di autonomia e
unione, esempio di istituzione vicina alla popolazione,
perchè espressione della popolazione.
tore e esploratore di Dosoledo, scrittore di testi di
montagna, direttore della
Rivista del Cai e, per alcuni
anni, del Film Festival di
Trento. Grazioso Fabiani,
di Lozzo, segretario comunale di molti Comuni, conservatore dell’archivio del
padre Giovanni Fabiani, il
più quotato storico cadorino del Novecento. Achille
Carbogno, di Padola, insegnante e direttore didattico, pubblico amministratore e fondatore della sezione
comeliana del Cai, attuale
coordinatore dell’Università degli adulti del Comelico. Guido Buzzo Contin,
di Santo Stefano, da 60 anni
collaboratore di molteplici
testate giornalistiche e autore di pubblicazioni, pubblico amministratore e animatore di molteplici iniziative. Antonio Cason, di
Castion, cadorino per matrimonio, uomo impegnato
in associazioni di volontariato, da un decennio presidente della Sezione Cadore
dell’ANA . Fausto Pivirotto, di Vinigo, docente universitario di Pneumologia a
Padova e per 20 anni primario all’Ospedale di Rovigo.
Ivo De Lotto, di San Vito,
docente di Cibernetica all’Università di Bologna e ricercatore del Cnr. Suor
Silvia Vecellio, di Auronzo, missionaria in Mato
Grosso in Brasile, da 50 anni a servizio dei lebbrosi.
Lucio Eicher
FOTOSERVIZIO
Tommaso Albrizio
Lʼappuntamento a Santo Stefano lʼ8 agosto
Premi agli studenti meritevoli
“Dobbiamo credere nei nostri giovani e
sostenerli”, ha detto il presidente Bortolot
Quindi l’assessore Giulia
De Mario ha dato inizio alla
cerimonia di premiazione
degli studenti, chiamando i
rappresentanti dei Comuni
per la consegna delle borse
di studio ai giovani presenti.
In chiusura c’è stato l’intervento di Guido Buzzo che
ha presentato l’opera del pittore surrealista Luigi Regianini, milanese ma con origini comeliane, presente alla
festa. Il titolo del quadro
“Dolomiti del Comelico nell’Unesco” riconferma la necessità che anche il Comelico con le sue montagne, sia
ricompreso nelle iniziative
promozionali della Fondazione Dolomiti Unesco costituita dopo il riconoscimento.
Livio Olivotto
I P R E M I AT I
L’elenco dei 24 studenti premiati, 18 per le
scuole medie superiori con assegno di 250 euro, 6 per l’Università con assegno di 500 euro.
Auronzo: Marco De Filippo Roia (scuola
sup), Katia Macchietto Riode (scuola sup.). Calalzo: Francesco Fachin (scuola sup.), Pietro
Zannini (scuola sup.), Elisa Tarozzo (Univ.).
Comelico Superiore: Marta Bramezza (scuola sup.), Valentina De Martin Pinter (scuola
sup.), Maria Martini Barzolai (scuola sup.), Valentina Osta (scuola sup.). Domegge: Marco
Da Vià (Univ.). Lorenzago: Luca Jarvis (scuola
sup.). Lozzo: Silvia Del Favero (Univ.), Vittorio
Lora (Univ.). Pieve di Cadore: Feliciana De
Bon (scuola sup.), Francesca Ruffato (scuola
sup.). San Pietro di Cadore: Evelin Casanova
De Marco (scuola sup.), Greta Zampol (scuola
sup.). S. Stefano di Cadore: Jessica De Bernardin (scuola sup.), Christian Casanova
(Univ.). S. Vito di Cadore: Enrica De Lotto
(scuola sup.), Giuliano Sidro (scuola sup.) Andrea Sala (Univ.). Sappada: Sara De Podestà
(scuola sup.), Anita De Podestà (scuola sup.).
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LA BATTAGLIA DI CADORE
dalla prima pagina
Ennio Rossignoli
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MAMMA RAI, RIPASSATI LA STORIA
W. Musizza - G. De Donà
dalla prima pagina
Svarioni del TG2 serale dellʼ8 agosto
sulla storia di P.F. Calvi. Il suo corpo
non giace a Pieve di Cadore ma,
come ben noto, nella natia Noale
Presentato in Municipio a Valle di Cadore un libro della
Fondazione Centro Studi Tiziano che riporta gli atti del
convegno sulla battaglia di Cadore (1508)
E non solo: oggi quel remoto episodio può leggersi alla stregua di un paradigma storico dell'eterna lotta per la libertà e l'identità di un popolo; e se i ricorsi vichiani hanno ancora un qualche fondamento, quel momento di resistenza all'invasore straniero può ben prefigurare ciò
che il Cadore avrebbe affrontato a distanza di secoli nei duri anni del secondo conflitto mondiale.
Su questi temi, e altri inerenti, con autorevoli approfondimenti avevano discusso,
nel settembre 2009, studiosi di varia formazione e provenienza in occasione di
una Giornata internazionale promossa
dalla Magnifica Comunità di Cadore e curata - con la coordinazione di Lionello
Puppi – negli aspetti culturali e nelle manifestazioni collaterali (come la mostra e
la donazione del pannello di Corrado Balest) dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore. A un anno da allora gli Atti
di quel convegno sono ora usciti per i tipi
eleganti di Alinari 24Ore, anche grazie ai
supporti finanziari pubblici e privati (con
la Regione in testa), e domenica, 26 settembre scorso, nella sala consiliare del
Municipio di Valle, alla presenza di numerose autorità provinciali e comunali, il volume è stato presentato al pubblico; dopo
gli interventi di saluto e di apertura del
presidente della Magnifica Comunità,
Renzo Bortolot, del sindaco di Valle,
Bruno Savaris, e di Maria Giovanna
Coletti, vicepresidente della Fondazione
Tiziano, hanno preso la parola Matteo
Fiori, che ha ripercorso la genesi del lavoro, e Lionello Puppi, con una dotta
dissertazione incentrata sulle coordinate
storiche e sulle vicende del Tiziano di Palazzo Ducale. Quindi ringraziamenti a tutti i collaboratori, in particolare a Monia
Franzolin, curatrice della parte documentale. Pubblico numeroso e attento.
intervallato con l’epigrafe della tomba di Noale,
che i resti dell’eroe si trovano “quassù di fronte alle Tre
Cime”. Anche concesso che
l’espressione vada intesa in
senso lato, collocando idealmente l’intero Cadore all’ombra delle sue montagne più
belle e note, certo è del tutto
errato far credere che la tomba di Calvi stia “quassù”, ovvero a Pieve di Cadore.
Ma se tutti (o quasi) sanno
che Calvi riposa a Noale, approfittiamo almeno di questo
clamoroso infortunio per raccontare come il corpo venne
riesumato anni dopo l’esecuzione e traslato nel paese natale. Una Relazione ufficiale
stesa il 20 giugno 1867, con
timbro del Comune di Noale
e firmata da G.Batta Bottaccini e Giuseppe Menegazzi attesta che una speciale commissione si recò a Mantova il
29 aprile 1867 per procedere
allo scoprimento ed identificazione dei resti di Pietro
Fortunato Calvi, sepolto nello spalto di S. Giorgio, col
concorso del Procuratore di
Stato, del Giudice di Mandamento, del Medico Provinciale, della Rappresentanza
Municipale e alla presenza di
molti compagni di Calvi e del
suo amico e confortatore
Mons. Cav. De Martini.
Dopo due giorni di vana ricerca, finalmente fu individuata la cassa contenente i resti dell’eroe, riconosciuta subito per il particolare che sopra il corpo
era stato messo un
vestito, quello stesso
che l’eroe aveva donato al carnefice e
che questi era stato
costretto da un superiore a non accettare.
“Levato il vestito,
già riconosciuto dal
sarto colà presente,
si rimarcarono al capo i capelli e la barba, tuttora esistente
e che tutti riconobbero per quella dell’Eroe. Subito gli
avanzi vennero deposti entro apposita
cassa già approntata
e trasportati in città
vennero depositati al
Duomo ed affidati in
custodia al Cav. De
Martini, insieme ai
resti degli altri dieci
martiri, appartenenti ai Comuni di Revere, Mantova, Brescia, Verona e Venezia… In data 15 giugno la Commissione
ritornò a Mantova e,
siccome tutte le famiglie dei Martiri
concedevano qualche parte dei preziosi avanzi al Comitato
pel monumento che
ai Martiri stessi sarebbe stato eretto in
quella città, la Commissione, a seconda
delle facoltà avute,
concesse alcune ossa dei piedi del nostro martire acciocché qualche cosa di Lui rimanesse in quel luogo ove egli
compì la gloriosa carriera salendo il patibolo. Al Cadore,
dove Calvi, coadiuvato da
quei valorosi soldati della indipendenza patria, ottenne la
maggior sua gloria militare,
sarebbe stata concessa, se richiesta, la mano destra”.
Dopo una commovente cerimonia ecclesiastica nella
Cattedrale di Mantova riccamente addobbata a gramaglia, col feretro dei martiri
nel mezzo e con elogio funebre del professor Pezzarossa
amico di tutti quei martiri, il
feretro fu trasportato colla
ferrovia a Padova e quindi in
carrozza, passando fra continui omaggi per Ponte di
Brenta, Vigonza, Mellaredo,
Capelle, Tabina, S. Angelo e
Mazzacavallo, fino al piazzale
di Briana.
Ma per quei gloriosi resti
non era ancora finita: al momento dell’invasione del Veneto da parte degli Austriaci
nel 1917 sarebbero stati nascosti per sottrarli ad una
possibile vendetta nemica e
nel dopoguerra riportati a
Noale, dove si trovano tutt’ora. Per il Cadore niente Calvi
dunque, nemmeno la mano,
che non risulta mai pervenuta.
Certo la nostra gente sarebbe ben felice di conservare oggi le gloriose spoglie,
ma ciò vorrebbe dire sottrarle alla città natale, il che non
sarebbe giusto. E poi smembrare i corpi per ricavarne re-
liquie non appartiene certo
alla nostra sensibilità e alla
nostra cultura, che ha bisogno piuttosto di coscienza
storica ed informazioni esatte. E a proposito di oggettività tradita, sottolineiamo come anche l’ultimo numero (I
del 2010) della prestigiosa e
storica rivista “Cortina” sia
incappato in un errore a proposito di storia cadorina. Nell’articolo “Ricordi di un tempo” a firma di Mario Giorgio
Bergamo (pag. 66 e sgg.) c’è
una grande foto della Piramide Carducci a M. Piana, che,
secondo la didascalia, sarebbe stata eretta nel 1893. Ciò
non corrisponde certo al vero, poiché la prima piramide,
in forma molto diversa rispetto all’attuale, venne eretta solo dopo la morte del poeta,
nel settembre 1907. Distrutta
nel corso della Grande Guerra, venne rifatta come appare
oggi ed inaugurata nel 1923,
con discorso di Attilio Loero
e telegramma inviato per
l’occasione da Mussolini.
Benvenga comunque il
150° dell’Unità se sarà l’occasione per promuovere il nostro passato e rimandare magari qualcuno a settembre
con un salutare “debito formativo” in storia.
fondato nel 1953
DIRETTORE RESPONSABILE
Renato De Carlo
VICE DIRETTORE
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REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE
Editrice
Magnifica Comunità di Cadore
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La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti.
Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta.
Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo
QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 30.9.2010
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IL COMUNE
E Allora? Dal momento che nessuno intende arrivare al contenimento della spesa attraverso il
taglio dei servizi non resta
che la formula del mettersi
insieme per consorziare i
servizi. Una formula che il
Cadore conosce da tempo
grazie all’azione delle Comunità montane che incidono sul suo territorio.
Pensiamo alla manutenzione ambientale, allo sportello unico delle attività produttive, al servizio tributario e all’assistenza domiciliare. Sono solo alcuni dei
servizi associati che hanno
dato buoni risultati sul piano della qualità e su quello
del contenimento della
spesa. Diversa l’esperienza
per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti che non è
stata ovunque così positiva. E questo perché i servizi, per essere efficienti,
hanno bisogno di competenze sempre più specializzate che solo consorzi di
5
dalla prima pagina
Bepi Casagrande
Comuni hanno la forza per
metterle in campo. Detto
questo, ciò che è stato fatto
fin’ora non basta per rispondere alle nuove esigenze. Bisogna gestire di
più insieme.
Si inserisce qui l’idea del
Comune dei Comuni che
potrebbe essere “governato” dai rappresentanti di
tutti i Comuni che vi fanno
parte. Per essere molto autorevole il Comune dei Comuni potrebbe essere gestito dai sindaci di tutti i
Comuni interessati garantendo così la partecipazione diretta alla gestione dei
servizi e la possibilità di verificare continuamente le
scelte che ricadono sulle
singole municipalità.
Cosa resterebbe da gestire ai singoli Comuni? Ai
Comuni, che continuerebbero ad eleggere i propri
sindaci e i propri rappresentanti del popolo (il numero dei consiglieri potrebbe essere molto ridi-
DIBATTITO SUL COMUNE DEI COMUNI
mensionato) resterebbe da
gestire l’ordinaria amministrazione, alcuni servizi basilari ma, soprattutto, il
rapporto diretto con i propri cittadini che continuerebbero a sentirsi parte integrante e armonica di una
comunità civile con la propria storia e la propria
identità.
A questo punto un quesito si impone su altri.....ma
la Comunità montana o più
Comunità montane oppure
la Magnifica Comunità del
Cadore potrebbero diventare il Comune di Comuni?
La risposta non può che essere sì. L’importante è che
sia un ente capace di assumersi le competenze per lo
sviluppo del Cadore e con
una dimensione che consentano la vicinanza e il
rapporto diretto con il territorio. I nomi e le formule
contano poco. L’importante è puntare alla sostanza
che è ben rappresentata
dalla parola insieme. Fon-
damentale è capire che solo insieme si possono alzare i livelli qualitativi e ridurre i costi dei servizi.
Una bella sfida che deve
essere colta in fretta, prima
cioè che qualcuno cali dall’alto una qualche soluzione preconfezionata che
non tiene conto minimamente della specificità della montagna. Bisogna far
presto anche perché sarà
poi il Comune dei Comuni
(o come lo si vorrà chiamare) ad imporre il passo che
porta all’autonomia politica, amministrativa e finanziaria quale nuova strategia per il governo della
montagna...del Cadore.
Rimboccarsi subito le maniche significa – in sostanza – scongiurare il perpetuarsi di quella subalternità dai poteri centrali (vicini
e lontani) che hanno sempre considerato la montagna marginale e governabile con sovvenzioni compensative ...capestro.
Un Comune per ridurre la
spesa ha queste possibilità:
tagliare i servizi, o gestirli
in consorzio, o confluire in
una municipalità più grande
Mario Zandonella Necca
Sindaco di Comelico Superiore
Presidente Comunità montana Comelico
“Per le autonomie locali
cʼè una rivoluzione in atto”
E
’ in atto una vera rivoluzione per le autonomie
locali che molti ignorano o della quale non è stata compresa
la portata. il Decreto Legge
n.78/2010, conseguente alla
manovra economica che ha
previsto gravissimi tagli agli
enti locali, stabilisce l'esercizio
associato obbligatorio delle
funzioni comunali fondamentali nei settori di maggior rilievo: funzioni generali di
amministrazione gestione
e controllo, polizia locale,
istruzione pubblica, viabilità e trasporti, gestione
territorio e ambiente, edilizia residenziale pubblica, settore sociale.
Che conseguenza avrà
tale provvedimento sui comuni montani? Ne parliamo con Mario Zandonella
Sindaco del Comune di
Comelico Superiore e presidente della Comunità
Montana Comelico e Sappada, chiedendogli anzitutto un parere sul tema
più attuale: Comune unico o aggregazione di
piccoli comuni? “
“Come ho già avuto occasione di dire, un Comune
unico che sia risultato della
fusione dei piccoli comuni
mi pare una utopia. In primo luogo perchè richiederebbe provvedimenti obbligatori di fonte statale difficilmente realizzabili e secondariamente perchè l'identità territoriale ne verrebbe compromessa, contro
il volere della stessa popolazione e di gran parte degli
amministratori locali. Mi
sembra molto più corretto e
realizzabile un procedimento che porti all'aggregazione dei piccoli comuni,
che in parte già avviene
per molti servizi associati,
a livello di vallata con le
Comunità Montane. In Comelico e Sappada molti colleghi amministratori sono
di questo parere”.
Cosa ne pensa della manovra finanziaria che penalizza gravemente i piccoli Comuni di montagna?
“Come premessa voglio
sottolineare che è ormai
diffusa a vari livelli la convinzione che il problema
della spesa pubblica e del
contenimento degli sprechi
sia imputabile ai piccoli comuni, quando vediamo
esempi eclatanti di sprechi
che partono proprio nella
realtà romana, camera deputati, senato, palazzo chigi, per diffondersi anche a
livello regionale nei diversi
consigli. Non si capisce il
motivo per il quale un sin-
daco o un presidente di comunità montana, con tutte le responsabilità connesse, debba lavorare praticamente gratis, mentre
deputati, senatori e consiglieri
regionali si concedono lauti stipendi. C'è qualcosa che non torna. In merito al provvedimento
sull'esercizio associato obbligatorio delle funzioni comunali prosegue Mario Zandonella - in
linea di massimo si potrebbe anche essere d'accordo.
Trovare forme associative che
siano più efficienti ed economiche per le piccole realtà comunali è attività che già da anni viene svolta a livello di comunità
montana per molti servizi nel
settore sociale, ambientale, informatico. Però il problema che
si pone è quello relativo al sottodimensionamento delle risorse
che attualmente i piccoli comuni montani già scontano. Pretendere di razionalizzare in questa situazione, cioè senza mettere a disposizione risorse finanziarie per gli Enti, si risolverà in
un clamoroso fallimento le cui
conseguenze naturalmente ricadranno sulla popolazione che in
montagna vive e lavora. In sostanza se già oggi i nostri comuni soffrono per la mancanza di
personale e la impossibilità di
nuove assunzioni, è impensabile
che una gestione associata, in
assenza ripeto di risorse nuove,
possa risolvere i problemi esistenti. Oggi nei comuni vi sono
dipendenti che svolgono anche
due o tre ruoli diversi. Come potrebbero essere sostituiti?”
Cosa intende fare la Comunità Montana per dare attuazione alla normativa statale?
“Già da tempo abbiamo avviato uno studio per verificare lo
stato di fatto in tema di personale e servizi nei sei comuni del
comprensorio. I dati confermano quanto ho già esposto sul sottodimensionamento delle strutture. Ora incontreremo i sindaci
per capire cosa possiamo fare
concretamente in tema di nuovi
servizi associati. La situazione
comunque è molto difficile - conclude Mario Zandonella - e lo
sarà sempre di più. Non nascondo che il futuro dei nostri comuni è a rischio”.
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ANNO LVIII
Settembre - Ottobre 2010
Maria Antonia Ciotti
Sindaco di Pieve di Cadore
“Comune unico?
Sono contraria”
“C
omune Unico? Sono contraria. Non ha proprio senso
perché in Cadore le radici con la comunità civile, che poi si sovrappone a
quella religiosa, sono ancora molto vive. Non riesco a pensare ad un Comune disposto a sparire per confluire in
un altro. L’identità è ancora vissuta
come valore importante al quale difficilmente si rinuncerebbe. Anche tra i
giovani.”
Non c’è il rischio che il nobile
valore-identità possa degenerare
in arida logica campanilistica?
“C’è sempre il rischio che emerga l’aspetto più negativo dell’appartenere
ad una specifica comunità. Ma questo
non può certo condizionare il desiderio di mantenere vivo l’orgoglio di sentirsi parte di una comunità con una
propria identità. E poi c’è il diritto dei
cittadini a rapportarsi con istituzioni
vicine. Con il Comune Unico tutto
questo non ci sarebbe.”
Antonia Ciotti, sindaco di Pieve
di Cadore, è categorica. Non ha
dubbi sulla inopportunità del Comune Unico, soprattutto in montagna. Non ha dubbi e non le mancano gli argomenti per sostenere in
maniera vivace - come sa fare lei le sue convinzioni.
“Garantendo la vicinanza territoriale, i nostri piccoli Comuni svolgono
un servizio preziosissimo anche sul
piano sociale. Amministrare un piccolo Comune significa rendersi disponi-
bili a misurarsi con i problemi quotidiani anche dei singoli cittadini. Ecco
la vicinanza alla gente. Ed ecco perché
io sono molto favorevole all’accorpamento dei servizi ma non all’accorpamento dei Comuni.”
Lei batte molto sul tasto dell’identità. E’ veramente convinta che
conti ancora molto?
“Sono arciconvinta che abbia un peso estremamente importante perché è
proprio attraverso l’identità di una
municipalità che passa il mantenimento delle tradizioni e della storia
stessa di un popolo. E un popolo senza
storia non ha futuro. L’hanno ribadito
persone molto più importanti di me.”
Tornando al problema dei tagli
delle risorse che hanno messo in
ginocchio i Comuni, se non vogliamo prendere in considerazione la
formula del Comune Unico, cosa si
può fare?
“La strada è sicuramente quella dei
servizi associati. Ma non basta dire gestiamo tutto insieme. E’ fondamentale
studiare strategie e modalità che consentano anche di migliorare i servizi
per renderli più efficaci ed efficienti.
Non è sufficiente puntare solo al risparmio.”
Perché dice questo?
”Perché, pressati dalla necessità di
risparmiare o meglio di far bastare i
finanziamenti, in questi anni non abbiamo sempre verificato la qualità dei
servizi. Prendiamo ad esempio la raccolta rifiuti che i Comuni del Centro
Cadore hanno associato. Non va bene.
Dobbiamo cambiare marcia. Oggi,
più di ieri, i servizi hanno bisogno di
competenze particolari per risultare
efficienti.”
Ma il Comune di Pieve fruisce anche di altri servizi associati e coordinati dalla Comunità montana Centro
Cadore.
”Certamente. Alcuni sono oramai
consolidati e danno frutti lusinghieri.
Penso allo sportello unico delle attività
produttive, che funziona splendidamente e al servizio di assistenza domiciliare che segue egregiamente oltre
200 persone sole oppure ad un servizio
all’apparenza più banale ma fondamentale per la gestione del territorio
come lo sfalcio delle aree prative abbandonate.”
Perseguendo la necessità di risparmiare e di ottimizzare, quali altri servizi consorzierebbe con gli altri Comuni del Centro Cadore?
”Gli Uffici tributi e gli Uffici tecnichi
e in particolare la gestione dell’edilizia
pubblica e privata.”
Perché?
”Sono convinta che questo ufficio assumerebbe un’importanza strategica a
livello comprensoriale. La possibilità
di tenere sotto controllo l’intero territorio consentirebbe di pianificare e ottimizzare molti interventi che oggi
vengono erogati
in maniera frammentaria. Senza
contare poi i vantaggi in termini
di tempo.
La concentrazione dei tecnici
consentirebbe di
abbreviare notevolmente
l’iter
delle pratiche.”
10
Si sta facendo strada sempre
più lʼesigenza dʼaggregare i
nostri piccoli Comuni
DIBATTITO SUL CO
Bruno Zandegiacomo Orsolina
Sindaco di Auronzo di Cadore
“Comune unico? Bastano
i servizi associati”
I
l sindaco di Auronzo,
Bruno Zandegiacomo
Orsolina, guarda soprattutto
alla qualità dei servizi.
“Il problema del risparmio,
soprattutto alla luce dei rovinosi tagli ai finanziamenti, ci
sta molto a cuore. Ma devo dire che è altrettanto fondamentale puntare al miglioramento
della qualità dei servizi. Sogno con maggior insistenza
servizi ai cittadini sempre più
precisi e puntuali. Anche servizi che costano meno alle casse del mio Comune. Ma soprattutto migliori, che soddisfino di più i contribuenti.”
Lo dice con il tono un po’
rassegnato. Forse non è
tanto convinto che il sognoqualità possa avverarsi?
“Per natura non dispero
mai. Ma c’è ancora un po’ di
lavoro da fare sul piano gestionale. Certi servizi hanno bisogno di essere strutturati meglio e magari governati con
competenze più consone alle
esigenze attuali.”
Sta parlando ovviamente
dei servizi associati e gestiti
dalla Comunità montana.
“Mi riferisco ai servizi erogati alle nostre comunità, in
generale. Penso a tutti i servizi perché poco o tanto hanno
tutti bisogno di fare un salto di
qualità per ottimizzare il rapporto costi-benefici. Io sono del
parere che un buon servizio a
medio-lungo termine consente
anche di risparmiare.”
Quali ser vizi condivide
Auronzo con altri Comuni?
“Tramite la Comunità montana Centro Cadore condividiamo la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani,
l’assistenza domiciliare, parte
della manutenzione ambientale estiva, la gestione degli stipendi dei dipendenti e la manutenzione delle ferrate su delega regionale.”
Quali altri servizi potrebbero essere gestiti insieme?
“Partendo dal presupposto
che Auronzo rappresenta una
realtà che stagionalmente vive
differenti situazioni legate al
turismo potrebbe essere interessante valutare e ipotizzare
forme di collaborazione nell’ambito della Polizia locale.
Un altro servizio associato potrebbe essere quello della consulenza legale specialistica.
Per quanto riguarda l’ambiente poi credo che non sarebbe
male pensare ad un potenziamento della manutenzione
ambientale. E non solo durante la stagione estiva. Dico questo perché, volente o no, il turismo rappresenta un ambito
fondamentale per l’economia
del Cadore. E il paesaggio è
una componente essenziale
per il turismo.”
Quali sono, invece, i servizi che, secondo lei, devono restare in carico al Comune e quindi non devono
essere gestiti in consorzio?
“Mi rendo conto che Auronzo, per la sua connotazione e
per come si è sviluppato, ha
esigenze particolari rispetto
ad altri Comuni cadorini. Ad
Vittore De Sandre
Presidente Comunità
montana Valle del Boite
“Sono favorevole alla
unione dei Comuni”
V
i ttore De Sandre, una esperienza
quarantennale da amministratore, già sindaco di San Vito di Cadore
per diverse legislature, è oggi neo presidente della Comunità montana Valle del
Boite.
Che fare in Cadore? Un Comune
unico per ogni zona omogenea ?
“Sono favorevole all’unione dei Comuni. Come strutturarla, in base ai servizi
da dare, sarà un fatto che si vedrà poi. I
Comuni che geograficamente sono vicini
e che hanno gli stessi interessi d’insieme
possono risolvere i problemi mettendo insieme le forze. Faccio un esempio che mi
è più congeniale: i Comuni di S. Vito,
Borca, Vodo, e pure Cibiana, potrebbero
convergere sull’unione dei Comuni pur
mantenendo i singoli Municipi.”
Unire i soli ser vizi o anche unire
uffici e competenze?
“Vedrei bene un Comune capofila con
una sua sede; poi, gli altri Comuni conserverebbero una struttura limitata allo
stretto necessario sotto il punto di vista
politico (sindaco e giunta più ridotta nel
numero) e amministrativo (servizi base
aperti ai cittadini).”
Questa esigenza di accorpare i Comuni è data soltanto da necessità finanziarie?
“Io la sento come una necessità di crescita, i nostri Comuni se continuano nella situazione attuale sono destinati a morire. Oggi come oggi se non si cresce vuol
dire che si va indietro o, al meglio, che si
è fermi, quindi la crescita può avvenire
solo attraverso l’unione delle forze, per
dare migliori servizi alla gente di montagna. Anche quei pochi forse ancora complessati dal campanilismo potranno ricredersi.”
Non è un palliativo della politica
questo…
“E’ un’esigenza reale e potrebbe essere
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Gestito dai Sindaci di tutti i
Comuni del Cadore, sarebbe
molto autorevole
O MUNE DEI COMUNI
UNA SFIDA
DA NON PERDERE
ogni modo noi non possiamo
delegare ad enti o organismi
comprensoriali i servizi riguardanti le problematiche
urbanistiche. C’è troppa specificità e sarebbe veramente arduo uniformare e ottimizzare
le risposte. Poi ci sono alcuni
servizi che vengono erogati,
anche materialmente, direttamente ai cittadini e che rappresentano autentiche opportunità per parlare con la gente, per ascoltarla, per rendersi
conto dei problemi che i cittadini incontrano quotidianamente. Sono ad esempio i servizi erogati dagli uffici anagrafe, fiscale e altri. Resto dell’avviso che tutti i servizi che
comportano un contatto diretto con i cittadini debbano restare a carico del Comune. A
questo proposito posso portare
la partecipazione consortile
allo Sportello Unico delle attività produttive gestito dalla
Comunità Montana. Un’esperienza che abbiamo dovuto interrompere su richiesta dei nostri cittadini.”
E se, proprio per razionalizzare le spese e per ottimizzare e rendere più efficienti i servizi, si proponesse la nascita di un Comune Unico per il Cadore?
”Per prima cosa mi verrebbe da sorridere e poi mi immergerei in un’atmosfera di
grande perplessità amara perché, se qualcuno facesse veramente questa proposta, significa che ha capito poco del Cadore e non conosce la nostra
storia. Mi permetterei di dire
anche che una simile proposta
non tiene assolutamente conto
della nostra fortissima identità. I nostri Comuni sono troppo differenti per immaginarli
un unicum. Sul piano della
convenienza poi bisognerebbe
ragionare con i numeri. E anche qui le perplessità sono tante. In nome della razionalizzazione subentrerebbero i problemi legati alla dislocazione dei
servizi essenziali e alle difficoltà che si incontrerebbero
per garantire a tutte le comunità un’adeguata ed equa accessibilità. Insomma un Comune Unico del Cadore non
riesco proprio a vederlo.”
un modo per rappresentare autorevolmente il Cadore.”
Talvolta il richiamo all’identità
nei paesi è anche un po’ motivo di
tornaconto per i gruppi forti. Con
l’unione dei Comuni si riesce anche a produrre maggiore democrazia?
“Credo di sì. C’è in questa operazione una valorizzazione anche del ‘campanile’ che non viene visto come diversità ma come ricchezza di un progetto
partecipativo di un’unica identità. E
allora pure le diversità tra un campanile e l’altro, tra una frazione e l’altra, sarà una ricchezza. Anche il volontariato, in tutti i settori ma in modo particolare in quello dell’assistenza
alle persone, nato all’interno dei paesi, sta aprendo la strada verso l’unione comprensoriale delle forze.”
Venendo meno la possibilità
d’aggregazione fra piccoli Comuni, l’obiettivo può essere raggiunto tramite le Comunità Montane o
la Magnifica Comunità di Cadore?
“La Magnifica Comunità è un faro
sotto l’aspetto sociale, culturale e storico. Ho messo ‘sociale’ all’inizio perché
è impregnata di valori, quelli che danno peso ad una società. Certo che oggi
come oggi le possibilità d’innovare
provengono solo da finanziamenti
d’ordine istituzionale (che non ci sono) e la Magnifica non ha capacità
giuridica per agire in proprio; inoltre,
i Comuni di Zoppè e Selva di Cadore
enzo Bortolot è un interlocutoR
re speciale per parlare di Comune Unico. Speciale perché è il sindaco del più piccolo Comune della
Provincia di Belluno, Zoppè, e perché è il presidente della Magnifica
Comunità di Cadore.
Quali sono le difficoltà che preoccupano maggiormente Zoppè?
“Sono quelle riconducibili, ovviamente, alle ridotte dimensioni del Comune. Zoppè è piccolo e le risorse
umane e finanziarie sono poche. Di
conseguenza la possibilità di gestire
servizi in proprio sono ridotte al lumicino.”
Nonostante tutto, però, gli abitanti di Zoppè sono soddisfatti.
Abbiamo avuto modo di registrare un lusinghiero giudizio di gradimento per i ser vizi erogati.
“E’ vero. E’ stato riconosciuto pubblicamente che in questi anni i servizi
sono migliorati e non sono diminuiti.
Devo dire che questo è stato reso possibile grazie alle numerose gestioni associate.”
Quali sono i servizi in consorzio?
“Tanti, per fortuna. Con la Comunità montana Cadore-Longaronese-Zoldo gestiamo in forma associata la manutenzione ambientale del territorio,
la gestione del personale, la raccolta e
lo smaltimento dei rifiuti, il servizio
tributario, il sistema informativo, la
gestione dei beni silvo-pastorali, gli
adempimenti per la sicurezza dei lavoratori, la progettazione e l’accesso ai
contributi europei per quanto riguarda le opere pubbliche. E non finisce
qui. Con altri singoli Comuni abbiamo in comune i servizi per l’istruzione
(Scuola Media e servizio mensa per la
Scuola dell’Infanzia), la segreteria comunale, l’ufficio tecnico e la polizia locale.”
Zoppè dunque come modello di
Comune di montagna che riesce
a mantenere i ser vizi grazie alla
gestione associata.
“Non so se Zoppè è un modello. Di
certo, se non ci fosse la possibilità di
attuare forme consortili di gestione,
molti servizi non arriverebbero nel nostro Comune. Ci sono altri servizi che
potrebbero tranquillamente essere associati. Riguardano le attività interne
e di gestione come, ad esempio, la ra-
convergono su altra vallata, mentre
Cortina ha propri programmi. Ci sarebbero pertanto dif ficoltà: però la
Magnifica può dare indubbiamente
una carica non indifferente.”
E le Comunità Montane? Quale
il loro futuro…?
“Potrebbero svolgere una vasta gamma di servizi e rappresentare questo
tipo di esigenze. Però le Comunità
Montane sono in questo momento in
attesa di legiferazione da parte della
Regione: in base ai compiti e ai finanziamenti assegnati ci ragioneremo sopra e si vedrà. Comunque, io credo
che la Comunità Montana debba essere un ente erogatore di servizi e rappresentare quindi l’unione dei servizi
dei Comuni di vallata, pertanto non
può essere ampliata oltre gli attuali limiti territoriali.”
Cosa succederà nell’arco di 10
anni?
“Si dovranno affrontare tante problematiche nuove. A cominciare dallo
sviluppo del turismo, che specie in
centro Cadore parte da una posizione
svantaggiata conseguente alla riduzione delle attività artigianali. Per far
ripartire il territorio dovrà venire in
aiuto proprio la politica, quella con la
P maiuscola, e fare delle riforme strutturali, come appunto potrà essere
quella sull’unione dei Comuni che potrà dare migliore organizzazione ed
impiego delle risorse finanziarie.”
Renzo Bortolot
Sindaco di Zoppè di Cadore
Presidente Magnifica
Comunità di Cadore
“Comune unico?
Propongo
una federazione
di Comuni
gioneria, che non hanno rapporto diretto con i cittadini.”
Nonostante sia un assertore
della necessità di associare i servizi lei è sempre stato scettico
per quanto riguarda l’automatica
diminuzione dei costi.
“Esatto. Non è sempre detto che una
gestione consortile comporti una riduzione delle spese. In molti casi mettersi
insieme garantisce ai Comuni associati di avere servizi che da soli non riuscirebbero ad avere. E, quasi sempre,
i servizi associati raggiungono livelli
di qualità maggiori. Ma non sempre i
costi diminuiscono. Detto questo sono
convinto che la linea dei servizi associati sia da perseguire con maggiore
determinazione. Il mio è un auspicio
che rivolgo soprattutto ai Comuni più
grandi - o che si credono tali - che pensano di poter continuare a fare da soli.
Non è più il tempo.”
Cosa ne pensa di un Comune
Unico in Cadore?
“Un Comune Unico per tutto il Cadore sarebbe troppo grande. Le zone
più marginali rischierebbero di uscirne ancor più penalizzate di oggi. Ma è
l’idea di Comune Unico in sé a non
convincermi. Prendiamo Zoppè. Gli
abitanti di Zoppè non accetterebbero
mai di vedersi cancellare la propria
municipalità. Il Comune è l’unica istituzione che garantisce la vicinanza ai
cittadini e salvaguardia l’identità della comunità. A Zoppè il Comune resta
uno dei pochi punti di riferimento ancora presenti sul territorio e il senso di
appartenenza che ne consegue è quello
che, in molte situazioni, alimenta l’attività del volontariato e quindi la realizzazione di iniziative socio-culturali
e promozionali che difficilmente sarebbero possibili in tanti Comuni di montagna.”
Neppure la Magnifica Comunità di Cadore potrebbe diventare
un modello amministrativo capace di sopperire all’esigenza?
“La Magnifica Comunità di Cadore
è, di fatto, una Istituzione nella quale
le singole autonomie locali si riconoscono. Ieri si riconoscevano organicamente le Regole e oggi si riconoscono i
Comuni e gli stessi cadorini. La Magnifica è sicuramente disponibile a
tornare ad essere cuore amministrativo di questo territorio. Questo però
comporterebbe una ristrutturazione
organizzativa e un’attribuzione delle
risorse necessarie a svolgere un ruolo
intercomunale per esempio sul versante della gestione dei servizi.”
Una specie di Comune Unico,
insomma.
“Più che come Comune Unico, la
Magnifica Comunità potrebbe diventare quello che in Germania è oggi la
Federazione dei Comuni, attraverso la
quale gestire le politiche per il territorio e di programmazione di area e tutti quei servizi che si possono esercitare
meglio in forma associata.”
E’ questa la proposta che si
sente di rivolgere ai cadorini e ai
loro governanti?
“Si, è proprio questa. Oggi il Cadore
ha bisogno più che mai di unità e di
maggiore collaborazione per poter affrontare insieme le sfide di un futuro
che è già qui. La Magnifica Comunità
è sicuramente disponibile ad un
confronto su questi temi….e a fare la sua parte.”
Un Comune per ridurre la
spesa ha queste possibilità:
tagliare i servizi, o gestirli
in consorzio, o confluire in
una municipalità più grande
INTERVISTE di
Livio Olivotto,
Bepi Casagrande,
Renato De Carlo
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ANNO LVIII
Settembre - Ottobre 2010
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Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni
PER I 90 ANNI DI ZIA COSTANTINA BENVENUTO IN FAMIGLIA FESTEGGIATO A AOSTA LUIGI
DA AUSTRALIA E DA ARGENTINA PICCOLO LEVI ALEXANDER DA VAL PER I SUOI 96 ANNI
Egregio Direttore. Sempre con piacere riceviamo
il vostro giornale che ci tiene informati della vita Cadorina e della sua gente
sparsa nel mondo. Spesso
ritorno al mio paese nativo
di Pelos assieme a mio marito (Friulano). Quest’anno è stato particolarmente
importante dato che ci siamo riuniti con cugini venuti dall’Argentina. Questi
sono Lita Martini con marito Gulielmo Morales e figlia Mariana. Dall’Australia altri cugini, Dolores
con marito Arcangelo
(John) De Martin, figlia
Carolina assieme ai suoi figli Jordan and Daniela
Hurst.
Assieme abbiamo celebrato i 90 anni della nostra
Zia Costantina Martini in
Piazza, residente a Lorenzago, e sarei riconoscente
vedere publicate due foto
di questa occasione, ricordando anche Zio Mario
Martini
residente
a
Sydney che celebrò recentemente 88 anni. Sono i
piu’ giovani rimasti della
famiglia di Albino e Gioseffa Martini.
Un ringraziamento e
cordiali saluti
Anita Celli
Borean
Ryde NSW
AUSTRALIA
Immaginiamo
la gioia di zia
Costantina nel
vedersi attorniata da tanti nipoti
e cugini, e pure
quella di tutti voi
per un così bello
e sentito raduno
“internazionale”.
Auguri a lei e a
Mario, saluti a
tutti.
Nella foto in alto, con zia Costantina Martini Piazza, le
cugine Dolores De Martin, Anita Borean, Lita Martini
Spett.le Redazione,
con piacere ricevo Il Cadore, sempre più bello e
interessante. Con piacere
ho visto a pag.11 una nuova cronaca dedicata ai
Nuovi Nati e con gioia includo una foto del mio nipotino, nato l’8 agosto
scorso. Qui fanno le foto ricordo in Ospitale il giorno
che va a casa: nella foto ha
due giorni.
Io sono la nonna, Vanda
Da Corte Morris da Valle di
Cadore, risiedo in S. C. da
42 anni, sposata, e questo
è il mio primo
nipotino, Levi
Alexander
Cannon, figlio
di Randy e
Tommy,
e
quando parlerà mi chiamerà nonna, così un po’ di
italiano è bello.
Saluto gli zii di Valle
Ezio e Beppina Da Corte.
Grazie tante e saluti
Vanda Da Corte Morris
South Carolina - USA
Congratulazioni e un saluto al piccolo Levi Alexander
che ci leggerà con soddisfazione quando sarà diventato grande.
Come esplode in lei, Vanda,
la gioia d’essere nonna ed
emerge il cuore di cadorina!
Gentile Direttore, a lei e a
tutti i componenti de Il Cadore invio i miei ringraziamenti
per l’invio di ogni mese del
mensile, che come abbonato
ricevo.
Ho festeggiato i miei 96 anni il 16 luglio 2010. Solo ora,
causa degenza all’ospedale e
miracolato…., mi sto riprendendo, così approfitto inviarle
una foto con tutti i miei cari.
Non mi allungo, di nuovo
ESSERE ONESTI E NON MANGIARSI IL CREDITO
CONSIGLIAVA IL PADRE DI BORTOLETTO
Gent.mo Direttore e amici
del giornale Il Cadore, sono
difettoso di vista ma non posso dimenticarmi del mio Cadore. Con questa mia unisco
pure i saluti ai miei cugini
Renzo, a mia nipote Rina, alla
nipote Loredana Mari, Rossi… Il 31 Ottobre completo
91 anni e non mi dimentico
dei parenti e paesani. Unisco
una mia foto al più bel giornale del mondo, mando pure
un forte abbraccio al S. Sindaco. Questa foto che mando…
(lettera del 14 agosto)
La ringrazio di aver collocato la foto di mia cognata sul
giornale. A molta gente è piaciuto e si sono meravigliati
che dopo più di 50 anni ci
corrispondiamo col nostro
paese, pure nella clinica dove
vado a fare un trattamento ho
lasciato 2 giornali alle infermiere che sono di origine italiana e si sono meravigliate
che alla mia età scriva bene
in italiano, pure i medici. Noi
siamo cadorini e cerchiamo
di essere simpatici con tutti,
per questo tutti ci rispettano.
Capo principale essere onesti e non mangiarsi il credito
come mi insegnò mio padre.
In questo scritto unisco
una cartolina della mia città
di Londrina… Ora se fossi
più giovane verrei in Italia
ma con la mia età non mi
adatterei al clima. Grazie e
un forte abbraccio.
(lettera del 18 giugno)
Bortoletto Coletti
Londrina - BRASILE
Saggio consiglio questo di
suo padre sul “credito”, caro
Bortoletto, aiuta a vivere bene anche in questi tempi
ringrazio infinitamente
tutti voi. Abbonato
Luigi Da Val
Aosta
C’i sono così tanti familiari e
amici attorno a lei che ho dovuto recuperare spazio, tagliando qualche presenza.
Auguri per questo importante e non facile traguardo e grazie per averci scritto. Farà
sempre parte di questa nostra
splendida famiglia cadorina.
moderni. Grazie per la sua
opera di divulgazione de Il
Cadore e auguri vivissimi
da tutti noi per il prossimo
compleanno a fine ottobre:
91 anni sono tanti, ma 100
andranno anche meglio!
Nelle foto sotto, il figlio e familiari di Bortoletto in visita in
Cadore, assieme ad alcuni parenti; sopra, Bortoletto riceve
posta, gli era accanto allora la moglie Olga.
COMUNICAZIONE
Il Direttore si scusa di non poter mettere in pagina su
questo numero numerosi interventi dei lettori, interviste
già programmate, alcuni articoli di collaboratori.
Verranno ripresi sul prossimo numero.
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Settembre - Ottobre 2010
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Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
LA CICLABILE? ANCORA NON VA...
CʼEʼ RIVALITAʼ ANCHE SULLE STRUTTURE
MANIFESTAZIONE FIAB ʻDALLE DOLOMITI
PER LʼASCOLTO DELLA MUSICA?
Spett. redazione, sono un tenti degli interessati. Ri- parte in quale dei due edifiALLE COLLINE DEL PROSECCOʼ
Cadorino(orgoglioso di es- torno al tema del mio scrit- ci si possa ascoltare la muserlo), a cui piace sentire
ogni tipo di musica,”dai cori di montagna alla 9°sinfonia di Beethoven. Seguo
pure con grande interesse,
le conferenze e i convegni
che trattano le problematiche e il futuro del nostro
territorio. Da come mi pare
di riassumere, il parere delle persone che conoscono i
problemi della montagna,
sono concordi nell’affermare che una delle possibilità
di risolverli, è l’unità di in-
to.
Mi pare di notare una
certa rivalità, fra i paesi di
Pieve di Cadore e Lozzo di
Cadore per quanto riguarda le strutture adibite all’
ascolto della musica. Tutte
e due le comunità aspirano
ad avere nel loro paese una
sala da concerti che si possa definire Auditorium.
Questo enigma è facilmente risolvobile, facendo fare
una valutazione a delle persone, naturalmente non di
sica nel modo piu adeguato.
Se anche in queste cose,
che esprimono le forme
culturali piu elevate, non ci
mettiamo daccordo, vuol
dire che siamo ancora lontani dall’ incominciare ad
affrontare i problemi che ci
riguardano e ancora di piu
riguardano il futuro dei nostri figli.
Grazie e saluti.
Francesco
Zandegiacomo
Auronzo
BENE IL SITO WWW.IL-CADORE.IT
Gentile Direttore. Finalmente... avete anche voi un
sito internet. Il vecchio
www.cadore.com è fermo,
anzi mai iniziato, da anni.
Sono un vecchio abbonato e gradirei leggere il periodico, e magari (se mi
permette) commentare e
suggerire migliorie (realizzo siti) tramite internet. Mi
necessiterebbe la password per accedere.
Grazie per la cortesia e
.... proseguite così. Saluti
Piero Pais Marden
Udine
Caro abbonato, Cari abbonati tutti che mi avete scritto.
Il sito è stato riattivato da
poco, è da implimentare, ed è
già stata inoltrata domanda
per l'inserimento su Google.
Il sito www.il-cadore.it deve essere comunque inteso,
più che come promozione,
come disponibilità per gli abbonati (soprattutto all’estero) di leggere il giornale fin
dalla data di uscita in edicola ed in attesa che arrivi per
posta), integralmente, utilizzando la pass che si può richiedere anche dal sito stesso, o attraverso la Segreteria
amministrativa della Magnifica Comunità. Poi, faremo anche altro, recependo i
suggerimenti di tutti.
LEGGI ILCADORE SUL SITO
E’ in linea su Internet
il sito del giornale e vi
si può accedere gratuitamente digitando
www.il-cadore.it
Gli abbonati possono richiedere la pass
direttamente dal sito o per telefono
Vi si trovano le News
del numero del mese e
interamente i numeri arretrati degli ultimi anni.
Si potrà consultare in
breve la storia del territorio fin dagli Anni Cinquanta, le testate storiche del Cadore, conoscere i vari direttori del
giornale. E altro ancora.
Gent.mo Direttore,
sono il presidente dell’associazione “Amici della Bicicletta-FIAB di Belluno” e Le
sarei grato se potesse trovare uno spazio.
Da anni, le associazioni
FIAB del Veneto salgono in
Cadore in massa, per sostenere e divulgare l’itinerario
ciclabile denominato “Lunga Via delle Dolomiti”, di
cui la pista ciclabile dell’ex
Ferrovia delle Dolomiti costituisce la parte più settentrionale e più prestigiosa.
Abbiamo seguito costantemente il suo sviluppo e collaborato con vari enti locali
e altri soggetti impegnati
nella progressiva realizzazione di quest’opera.
Da buon cadorino - anche se residente a Belluno
da parecchi decenni - sono
abbonato a “Il Cadore” e ho
apprezzato gli interventi
che il mensile ha pubblicato
sull’argomento, fino al pezzo presente nell’inserto
Speciale Estate del corrente
mese. Ritengo però utile
evidenziare anche i numerosi problemi ancora presenti, primo dei quali forse
la mancanza di una regia
unitaria, di una gestione
complessiva di tutto il percorso, causa prima degli altri aspetti critici. Per farne
un elenco affrettato e sommario: ci sono ancora brevi
tratti da realizzare, in particolare in Comune di Cortina (che sia il più povero di
tutti?...); molti attraversamenti, alcuni pericolosi, di
strade aperte al traffico; le
precedenze da riconsidera-
Alla riscoperta dei paesi: un gruppo di ciclisti “nostrani”
fa tappa in piazza Tiziano a Pieve di Cadore
re (è assurdo che anche le
stradine locali meno importanti abbiano la precedenza
su un itinerario ciclabile di
rango europeo!); la segnaletica insufficiente e difettosa
(es.: non ci sono le località
di direzione; i tratti promiscui con gli autoveicoli non
sono segnalati; è quasi assente nella viabilità ordinaria per accedere alla pista);
l’informazione e la promozione nel mercato cicloturistico; ecc. ecc.
Penso che la Magnifica
Comunità di Cadore potrebbe avere un ruolo positivo
in questo senso, promuovendo il necessario coordinamento tra i vari soggetti,
pubblici e privati, per un
progressivo miglioramento
dell’infrastruttura e della
sua gestione.
Venendo alla manifestazione di quest’anno, come
può vedere dal programma,
si sviluppa dal Cadore verso
sud, il primo giorno (2 ottobre) fino a Belluno e il secondo (3 ottobre) da Belluno a Conegliano. Un itinerario per le biciclette che permetta di unire in sicurezza
le Dolomiti a Venezia e al
mare avrebbe bellissime
possibilità di uno sviluppo
turistico del tutto rispettoso dell’ambiente, “dolce” e
diffuso, adatto a valorizzare
anche le zone più marginali
e talvolta dimenticate. Alcune agenzie già lo praticano e
sempre più i viaggiatori in
bicicletta scendono per le
nostre vallate. Io stesso, essendo accompagnatore turistico, ho avuto modo di guidare più volte gruppi di cicloturisti nordeuropei da
Dobbiaco a Venezia (perfetto “pacchetto” settimanale),
ammirati dall’incredibile
successione e varietà di paesaggi d’eccellenza, e dalla
ricchezza di motivi d’interesse: panorami, architettura, arte, enogastronomia,
ecc. Purtroppo, anche per i
problemi prima elencati,
stenta ad affermarsi nel
mercato cicloturistico europeo. E’ comunque già stato
preso in considerazione dalle tre province di Belluno,
Treviso e Venezia. (...)
Cordiali saluti,
Bortolo Calligaro
[email protected]
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Eʼ morto Bortolo De Vido, giornalista
Fu un amico e una bandiera per “Il Cadore”
“CIAO VECCHIO BORTOLO”
Bortolo De Vido aveva 74 anni. Era giornalista per passione, brillante ed ecclettico. Nato il 2 luglio 1936 a San Vito di Cadore e primo di otto fratelli, si diplomò al liceo
scientifico di Belluno e divenne in seguito segretario della
scuola media Calvi di S. Vito, fino alla pensione. Abitava a
Resinego, era sposato dal 1964 con l’insegnante Giuliana
Gatticchi e padre di Stefania, Michele, Elena e Anna.
Uomo di cultura e amante della storia del suo paese e
del Cadore, si dedicò al giornalismo per l’intima curiosità
di conoscere le cose e poterle raccontare al pubblico. Già
prima d’essere iscritto all’Albo dei giornalisti pubblicisti
(27.2.1975) Bortolo iniziò a collaborare con il quotidiano
Il Gazzettino (1958), successivamente con il mensile Il
Cadore di cui fu anche vicedirettore dal 1985 al 2005, e
con il settimanale L’Amico del Popolo; ebbe un esperienza anche con l’emittente televisiva locale R. Tele Cortina
(1984) come responsabile dei servizi giornalistici.
Fu addetto stampa dell’azienda di soggiorno ‘Valboite-
Bortolo al lavoro.
È il 13 giugno 2009,
sul Rite, con alle
spalle il “suo” Pelmo
rdc
aro direttore, vorC
rei ricordare anch’io un poco il mio amico e collega Bortolo De
Vido con il quale ho collaborato per moltissimi anni. E vorrei soprattutto
andare a due episodi
chiave della nostra amicizia fraterna.
Il primo riguarda una
sua visita alla nuova sede
de “Il Gazzettino” a Mestre negli anni Settanta:
arrivò con una scolaresca
di San Vito che lui accompagnava anche quale
corrispondete del quotidiano di Talamini da sempre. Mi ricordò più volte
quell’episodio: perché rimase colpito dal fatto che
io, allora ancora Caporedattore del quotidiano,
mi fossi offerto di accompagnarlo e di mostrare ai
suoi curiosissimi studentini come funzionassero
le telescriventi, uno strumento di avanguardia allora, una pagina di ar-
ggiungere qualcoA
sa sulla figura di
Bortolo De Vido a quanto
è stato detto diffusamente nell'immediatezza sui
quotidiani locali ed ora su
questo stesso foglio è
possibile soltanto soffermandosi su qualche particolare aspetto della sua
personalità.
Prendo, pertanto, lo
spunto da un'arguta osservazione svolta dal pievano di S. Vito, don Riccardo Parissenti, nell'omelia del suo funerale:
per Bortolo ogni notizia
locale, ancorché di poco
conto, aveva un'intrinseca valenza, che gli imponeva di ricondurla a riflessioni di carattere generale, su categorie e valori che si prestassero a
celebrare le nostre tradizioni. Il legame con il
“fatto” era da lui talmente
sentito, che un'assenza
da casa propria, quale la
rituale vacanza estiva a
Fossombrone, nelle Marche, era vissuta – con
Cadore’, autore di riviste, depliants, documentari a carattere turistico; ha curato l’organizzazione di manifestazioni sportive, fu cronometrista iscritto alla federazione,
componente del direttivo ‘Caprioli’ di S. Vito; ha tenuto
pure l’ufficio stampa della Comunità montana Valboite.
Decenni di articoli, foto, riprese, su ogni argomento.
Bortolo De Vido fu una bandiera del mensile Il Cadore
ed egli vi si dedicò sempre con passione, intelligenza, costanza, contribuendo attivamente alla vita del giornale. La
Magnifica Comunità di Cadore lo ha iscritto nel Libro
d’Onore (il 27 settembre 2008) con la seguente motivazione: “Per l’attività di giornalista nella quale ha posto
spesso al centro dei suoi articoli la figura e le opere della
Magnifica Comunità, tanto da rappresentare una delle voci più autorevoli del mensile Il Cadore”.
Si è spento il 18 settembre 2010 all’Ospedale di Pieve di
Cadore, dove era ricoverato da qualche settimana, a seguito di improvvise complicazioni mediche.
cheologia della comunicazione, oggi.
Il secondo riguarda la
mia direzione de “Il Cadore” che accettai dal l0
gennaio del 1995 e continuai fino a quando subentrasti tu. La mia direzione
fu... decisa proprio dall’amico Bortolo il quale mi
invitò a scrivere un “fondo” nel mensile, d’accordo con il direttore d’allora Serafino De Lorenzo,
certamente per misurare
le mie capacità di interessarmi al territorio essendo un “cadorino de fora”.
Un fondo che io dedicai
alla viabilità e che firmai
Emanuele Pela, dal soprannome della mia famiglia. Poi, quando accettai
l’incarico, mi fu sempre
vicino come vicedirettore, ma soprattutto come
mia guida per permettermi di entrare il meglio
possibile, nella realtà del
territorio. Fu un consigliere indispensabile, un
giornalista di razza che
non volle mai, forse per
una timidezza interiore,
assumere quel ruolo di
direttore che avrebbe
meritato e certamente
esaltato le sue doti e conquistati nuovi lettori. Anche quando, superati gli
“anta”, decisi di rinunciare alla direzione de “Il
Cadore” non volle assolutamente sostituirmi come
Responsabile della testata, indirizzandomi verso
persone che entrambi stimavamo.
Tanti altri avranno descritto la sua carriera e le
sue doti: io posso aggiungere solo di averlo avuto
come consigliere indispensabile e come compagno di cordata carico
di onestà intellettuale indimenticabile. E che ricordo con un affetto particolare e con un abbraccio alla moglie Giuliana.
Lele De Polo
comprensibile disagio
della moglie – come un
inconveniente, che lo costringeva a costanti collegamenti, per rimanere di
vedetta e non essere
spiazzato da qualche
evento. Non di rado il rientro veniva anticipato. È
in questa chiave che va
capita la rinuncia, apparentemente inspiegabile,
ad una più qualificata collocazione nell'ambito redazionale de Il Gazzettino, che gli era stata prospettata. La stessa direzione de “Il Cadore”, dopo l'uscita di Emanuele
De Polo, delineatasi come scelta quasi obbligata, dopo il suo prolungato
periodo di vice direzione
con lo stesso, è stata da
lui scartata non tanto
quale impegno che non
ritenesse alla sua portata,
quanto perché avrebbe
potuto allontanarlo da
quel costante presidio del
territorio che considerava irrinunciabile.
Un'ultima annotazione:
il tempo dedicato alla stesura dell'articolo era tutto quello che gli fosse
consentito dalla tirannia
del tempo (scadenza del
termine per l'invio del
“fuori-sacco” postale, per
la telefonata “rovesciata”
agli stenografi, per l'inoltro del messaggio informatico). Alla stesura di
getto (secondo il motto,
attribuito a Catone il censore, “Rem tene, verba
sequentur”), faceva seguire una meticolosa opera di lima, il cui risultato
era un pezzo dall'inconfondibile suo stile, intessuto di forte e genuina
passione civile, rivestita
di una felice, elegante capacità espressiva, che il
solido bagaglio culturale
scolastico gli aveva portato in dote. Questa la voce
narrante del Cadore, che
ci ha accompagnato, adeguandosi all'evoluzione
dei mezzi di comunicazione, per oltre mezzo secolo.
Giuseppe De Sandre
Bortolo De Vido riceve dal presidente della Magnifica Comunità Emanuele
D’Andrea l’attestato di iscrizione al Libro d’Onore “Per l’attività di giornalista
nella quale ha posto spesso al centro dei suoi articoli la figura e le opere
della Magnifica Comunità, tanto da rappresentare una delle voci più autorevoli del mensile Il Cadore”. Era il 27 settembre 2008
ortolo. Bortolo per tutB
ti; il cognome non gli
era necessario. Poteva farne
a meno; De Vido camminava
dietro a lui come fosse la sua
ombra. Bortolo; colui che per
mezzo secolo ha raccontato
la propria terra, in specie la
valle del Boite, smussando
angoli e affievolendo tramontane. Tra De Vido e Bortolo
c’era una realtà di mezzo, la
sua realtà scrittoria. Aveva
capito che la sua valle aveva
bisogno di luce e di calore
perché la Chiusa la strozzava
di dentro. Non poteva scrivere diversamente, come quando si è certi di una verità.
Ne parlavamo lungo quel
corridoio dalla luce artificiale, aggrappato al mio braccio.
«Anche la dottoressa mi ha
consigliato di riprendere a
scrivere» aveva confermato
con la voce afflitta, sottile.
Era incerto, però. «Scrivi per
te stesso» incalzai.
Sorrise divertito prima di
ricordare quando cinque lustri prima gli avevo raccontato che leggendo quanto aveva scritto mi sembrava che la
sua valle fosse dotata di una
dignità particolare. Sorrise
ancora rasserenato. «Sì, forse
potrei scrivere» annuì di certo a sé stesso.
Per scrivere usava un filtro,
come necessitasse di un congegno per correggere la luce
distorta. Determinati eventi
collidevano con la sua esperienza umana, con le ragioni
del vivere. Gli sarebbe piaciuto che la sua terra fosse immune da contaminazioni e da
scorciatoie. Non voleva abituarsi all’idea; non poteva fa-
re diversamente. Ne era radicato che nel cuore portava i
segni delle cicatrici. Più di
una volta ne avevamo ‘scritto’
scambiandoci e.mail.
Dalla finestra del corridoio
con la luce artificiale, le Marmarole erano imbronciate.
«Vai ancora in montagna?» Risposi che ero andato con il freno tirato, causa problemi di
salute. «Passerà» assicurò.
Ebbi l’impressione che si riferisse al proprio stato. Le montagne gli suggerirono anche
una riflessione sull’ennesima
pubblicazione di un diario di
guerra, della Grande guerra,
che aveva sul comodino della
camera con la luce artificiale e
che stava più sfogliando che
leggendo. «Come vedi» commentai, «l’autore di quel diario prima ha scritto per sé
stesso e poi, forse, per i posteri. Il diarista, prima di tutto, ha
amore per sé stesso». Sorrise
di nuovo. Lui non avrebbe potuto esserlo; amava troppo ciò
che lo circondava – le montagne, i boschi, le acque, il cielo,
i paesi – per non scriverne. A
seconda della pubblicazione,
modulava gli scritti come le
canne dell’organo con i suoni.
Dalla cronaca spicciola, all’informazione amministrativa;
dagli eventi agli approfondimenti; dai comportamenti
scorretti all’educazione civica.
Così parlando, eravamo
giunti all’ingresso del reparto
dalla luce artificiale; nessuno
entrava o usciva. Riprese l’onda dei ricordi. «Caro gemello...» sospirò. Era la metà degli anni Ottanta dell’altro secolo che un signore, vedendoci spesso insieme, ci chiese
scusandosi dell’impertinenza
se fossimo gemelli. Forse abbiamo rivangato il medesimo
fatto, perché ci fissammo e
sorridemmo. «Eri tu che li
portavi male» disse. «No, eri
tu che li portavi bene» ribattei. Sorridemmo ancora. A
suggerire quel signore devono essere stati di certo – per
entrambi – i baffi brizzolati, i
capelli quasi bianchi (allora), i
molti bitorzoli del viso. Avevamo riso compiaciuti e utilizzato quell’espressione per iniziare e concludere le e.mail e per
salutarci “Ciao gemello”, “A
presto, gemello”. Così nel corso degli anni ci siamo uniti in
quell’intesa. I bitorzoli invece
era una cosa diversa. Nel Seicento l’Inquisizione credeva
che i bitorzoli fossero la prova
che il maligno era entrato nel
corpo dei cristiani; come le
talpe che lasciano i mucchietti
di terra. «Pensa quante volte il
maligno ci è entrato dentro; e
dall’idea si è trovato bene»
commentai.
Ritornammo verso la camera con la luce artificiale. Il
carrello dei farmaci, mosso
da due infermiere, si fermava
davanti ogni camera. Ci fermammo curiosi, quasi affascinati. C’era anche un registro con nomi impronunciabili di farmaci; roba per addetti
ai lavori. Cercai, sentendo il
suo braccio avvinghiato al
mio, di esiliare la consapevolezza del male che lo affliggeva. In agguato, come un intruso, con il quale stava convivendo. Gli stava cancellando il tempo; si stava alimentando disponendosi all’addio.
Ciao gemello.
gp
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Egregio Direttore, allego una fotografia scattata il 6 agosto corrente,
giorno del 95esimo
compleanno di mio padre, Serafino De Lorenzo.
Avremmo il piacere di
ricordarlo su quello che
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è stato "Il Cadore" da lui
diretto per 20 anni e, nel
mentre ringraziare tutte
le persone, e sono state
tante, che hanno festeggiato con lui. Grazie.
Osvaldo De Lorenzo
Nebbiù di Cadore
Complimenti a Serafi-
no per la bella età e tanti
auguri da parte della Redazione. Con l’occasione,
abbiamo pensato di richiamare la sua lunga
attività di cronista e di
ricercatore storico, nonché di Direttore de Il Cadore.
RICORDANDO I ‘PRIMI’ 95 ANNI DI
SERAFINO DE LORENZO, GIORNALISTA
E SCRITTORE DI VAGLIA
TUTTO IL CADORE NELLE CRONACHE
E NEI LIBRI DI UN ʻNEBLUDENSEʼ DOC
E’ nato il 6 agosto 1915. E nell’aprile di quest’anno, Serafino De
Lorenzo ha dato alle stampe la sua
ultima (per il momento) pubblicazione quale omaggio del nonno
novantacinquenne al nipote Andrea che di anni ne ha oltre 70 in
meno e che si è laureato a Trieste
in ingegneria elettronica e che, per
ora, continuerà a fare ricerca in
quell’Ateneo. Ha scelto, come argomento, la presentazione dei
“Nebludensi doc”, cioè dei più noti
tra gli abitanti di quella frazione
del Comune di Pieve che si chiama Nebbiù. E ne ha fatto un simpaticissimo ritratto sia della “vecchia Nebiù”, con una b sola, e dei
tantissimi personaggi.
Ma noi de “Il Cadore” (che lo abbiamo apprezzato come direttore
per quasi tre lustri) vogliamo aggiungere un nome a quello dei nebludensi illustri: il suo. E lo facciamo ora, avendolo trovato, anche
nei giorni scorso, con una mente
lucidissima e con la voglia di vivere
ancora a lungo in una famiglia che
lo ama e in una comunità cadorina
che gli vuole essere sempre affettuosamente vicina. Autodidatta, si
è diplomato nel 1933 all’Istituto
Tecnico Segato di Belluno ed è a
tutt’oggi l’ex allievo vivente più anziano. La Seconda Guerra Mondiale gli ha rubato sette anni di vita fra
servizio di leva, combattimenti vari
che lo hanno portato, con la sua divisa di artigliere della Contraerea,
in giro per l’Italia, per la Jugoslavia
e la Grecia. La malaria, con il conseguente ricovero in un ospedale
greco e poi a Bari, gli ha evitato di
finire in Russia come molti suoi
commilitoni dello stesso reparto,
ma non le ferite nel disastroso
bombardamento di Bari del 1943.
Congedato con il grado di sergente
maggiore, con una croce di guerra
e due medaglie al valore, è potuto
ritornare dopo la guerra nel suo
Cadore dove ha... ripreso a vivere
con l’impegno e la grinta di tantissimi, allora. Entrato subito “in politica” è stato eletto per tre mandati
consecutivi consigliere comunale a
Pieve; e pensa a formarsi una famiglia. Sposa Zemira Piloni, una donna eccezionale che lo ha accompagnato per tutta la vita fino a quando
un incidente della strada l’ha tragicamente troncata; vive ora con il figlio, Osvaldo, anche lui molto legato al territorio sia come imprenditore che come consigliere al Comune.
Tralasciamo il racconto della sua
attività lavorativa (prima nel sostegno alla costruzione della Casa della Regola, poi avviando e dirigendo
la Cooperativa Nebludense, che
era un po’ il centro di riunione della frazione, infine impegnandosi a
fondo in campo edile) per sottolineare invece la sua vera passione:
quella di cronista del territorio per
i grandi quotidiani - li Corriere della Sera, la Stampa, Il Giorno - e del
quotidiano triveneto Il Gazzettino per il quale
scrisse forse migliaia di corrispondenze,
sempre precise,
sempre efficaci,
spesso per evidenziare i problemi della Piccola Patria e
quindi dare l’input per risolverli. Una Piccola
Patria del Cadore che conosceva benissimo fin ed a scrivere per parecchi anni an- direzione del giornale, ha contidalle origini impiegando parecchio cora. Dobbiamo aggiungere che nuato a scrivere e produrre per
del suo tempo libero a consultare anche dopo aver voluto lasciare la tanti anni ancora.
RC
gli archivi della Magnifica Comunità, delle Regole, delle Parrocchie
per poi farci giovedì la lettura di
quelle sue ricerche ‘tradotte’ in ottimo stile giornalistico, in tante
pubblicazioni.
Raccolta l’offerta della Magnifica
Comunità di dirigere Il Cadore, dal
1976 al 1984 ha aperto nuovi orizzonti al mensile, incrementando i
rapporti con il Cadorini lontani,
ma, soprattutto, creando una squadra di lavoro composta soprattutto
da giovani. Basta scorrere le pagine di tutti quei numeri del mensile
per capire quanto giovamento ha
saputo portare al Cadore il suo impegno e il suo amore per la terra
dove è nato e dove - glielo auguriamo di cuore - continuerà a vivere
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Settembre - Ottobre 2010
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a popolarità di un artiL
sta si può misurare in
molti modi, più o meno
scientifici, talvolta addirittura effimeri. E che Fiorenzo
Tomea sia stato riconosciuto personaggio della sua
epoca, anche al di là e al di
fuori del riconoscimento dei
suoi indubbi meriti artistici,
resta dimostrato dalle sue
citazioni ed apparizioni sulla
carta stampata e sui nastri
di celluloide di 50-60 anni fa.
Certo oggi sarebbe tutto più
facile, giacché per misurare
l’audience di un vip, vero o
presunto che sia, abbiamo a
disposizione parametri riconosciuti e strumenti di misurazione continuamente
aggiornati. Ma per l’Italia
che usciva con le ossa rotte
dal secondo conflitto mondiale, c’era ben poca televisione ed i “telegiornali” di
oggi si guardavano per lo
più al cinema, con le mitiche
settimane INCOM, che conservavano nell’impianto e
nella voce stentorea dei presentatori molto del fascismo
da poco defunto.
Quelle immagini in bianco e nero però erano per
molti l’unico aggancio visivo
al mondo che contava, magari in esiziale ritardo, soprattutto per chi, come noi,
andava a vedersi film in terza o quarta visione in cinema di periferia. Ma restano
immagini pur sempre eccezionali, proprio in virtù della
loro rarità, se non addirittura unicità.
Ebbene, non molti sanno
forse che Fiorenza Tomea
comparve più volte nei cineio IX è morto! In
“P
queste poche parole
si compendia, o Signori, immensa,inesorabile catastrofe
che colpiva l'Italia, l'Europa,
il mondo”.
Don Luigi Barnabò non
aveva fatto a tempo a deporre la penna con cui aveva
composto l'elogio di Re Vittorio Emanuele II, il "Padre
della Patria" scomparso il 9
gennaio 1878, che già la riprendeva per tratteggiare i
meriti e le virtù del Pontefice, mancato il 7 febbraio di
quello stesso anno.
All'indomani della presa
di Porta Pia, ultimo baluardo del potere temporale della Chiesa, che tanto tenacemente si era opposta al coronamento dell'unità nazionale italiana con Roma capitale, l'accostamento delle
due commemorazioni fatte
dal prete cadorino non può
C’E ANCHE UN TOMEA ATTORE
Nel 1955 fu protagonista del cortometraggio
“Ritorno alla mia valle” di Massimo Duranti
Tomea impersonava la parte del cacciatore Pietro felice di riabbracciare
al Rifugio Venezia la nipote tornata dallʼAmerica. Che tempi quelli!
giornali tra il 1948 e il 1962,
dimostrando sempre grande
personalità e notevole disinvoltura nelle riprese. Il servizio più vecchio conservato
dall’Archivio Storico Istituto
Luce risale al 18 marzo 1948
ed in esso Tomea fa, per così
dire, da comprimario al collega Carlo Carrà che recita il
ruolo principale. Due anni
dopo però, il 30 dicembre
1950, INCOM dedica un servizio esclusivamente a Fiorenzo: prima viene inquadrato l’atelier del pittore a Milano, con molti quadri accata-
stati, tra i quali alcuni dedicati alle famose candele, assieme a delle maschere e ad
un teschio; poi viene inquadrato l’artista intento al suo
lavoro al cavalletto; infine
compare il figlio Paolo che
soffia su una candela (metafora invero piuttosto ricercata), con il pittore, la moglie
Maria e la figlia Felicia che
si riuniscono attorno al desco familiare.
Tomea compare inoltre in
altre due “settimane”, rispettivamente nel giugno
1954 e nel luglio 1956, assie-
me ad altri artisti impegnati
prima a Bari, poi nel villaggio di Arcumeggia in Valcuvia. Il nostro è presente inoltre in due “Caleidoscopio
Ciac”, nel 1959 e nel 1962,
nel contesto di una mostra
del pittore Pastorio a Roma
e di nuovo per un raduno di
pittori in Valcuvia.
Ma quello che può interessare maggiormente i cadorini è un cortometraggio
firmato da Gigi Martello
(Produzione Opus), in pratica un piccolo film, del 1955,
intitolato “Ritorno alla mia
valle”, con regia di Massimo
Duranti, in cui il protagonista è anzitutto il Cadore con
i suoi paesaggi e la sua gente. Il soggetto è di Ferruccia
Cappi Bentivegna, la fotografia di Duccio Guidotti, la
musica di Mario Nascimbene, l’esecuzione musicale
del Trio “In Armonica”.
Dopo i titoli iniziali, cui fa
da sfondo un quadro di Tomea con case cadorine, il
film comincia con il trenino
delle Dolomiti che arriva alla stazione di Dogana Vecchia: scende un’unica viag-
giatrice (l’attrice Muriel Bates), una bella americana di
Richmond, di nome Betty
De Luca, nata a Borca ma
emigrata col padre ancora
piccolissima negli Stati Uniti. Ora ritorna al paese natale e per trovare lo zio Pietro,
gran cacciatore (impersonato appunto da Fiorenzo Tomea), sale a piedi fino al Rifugio Venezia. Durante il
percorso può ammirare boschi e crode, ma soprattutto
la laboriosità degli abitanti,
intenti ai lavori boschivi e alla teleferica, in un vero paradiso terrestre al cui confronto la vita americana perde
molto del suo smalto. Alla fine presso il rifugio, frequentato da alpinisti ancora “vecchia maniera”, la giovane riabbraccia lo zio davanti allo
scenario spettacolare di sua
maestà il Pelmo.
Al di là della sua “esilità”
contenutistica, il film costituisce pur sempre un documento emozionante di un
Cadore oggi scomparso, a
partire da quel nostalgico
trenino blu, dalla sua stazioncina fatata e dal suo vecchio “capostazione”, invero
assai poco marziale. I colori
sono come quelli dei film a
colori del bel tempo che fu
e il commento musicale
non è il massimo: eppure
un tuffo al cuore lo provi.
C’è un Fiorenzo Tomea ancora in ottima salute e non
ancora sindaco di Zoppè, le
aquile solcano il cielo e le
Olimpiadi a Cortina devono
ancora arrivare. Che tempi!
Walter Musizza
Giovanni De Donà
Il prete cadorino don Luigi Barnabò e il suo panegirico di Pio IX
onoranze al grande Pontefice dell'Immacolata S.S. Pio
IX solennemente celebrate
a Fregona e Cappella Maggiore, discorso pubblicato a
Vittorio nel 1878 dalla tipografia Longo.
Rammentandone la clemenza, Barnabò ricorda
che “Sapendo infatti il Sommo PIO che in seguito ai moti insurrezionali del 21 e del
31 molti sudditi del temporale suo Regno languivano
stretti da ceppi in fondo ad
oscure ed orride carceri, oppure esuli e raminghi trascinavano misera ed addolorata la vita sotto cielo straniero, inaugurò il Pontificale
suo reggimento coll'atto il
più benefico e generoso di cui
ci parlino le istorie”. Vero.
Seppur dobbiamo rammentare, per onestà storica, che
tori, come appunto si legge nel 1868 rifiutò la grazia ai
nell'opuscolo. Nelle funebri due giovani patrioti Giusep-
IL SILLABO? “SPLENDIDO DOCUMENTO
DI CIVILE SAPIENZA”
di Bruno De Donà
non colpire. Bel ritratto
quello del Sovrano - “che a
noi donava una patria, patria che gl'ingegni più sublimi, e i cuori più generosi
avevano per tanti secoli desiderata invano” - quello contenuto nell'opuscolo.
Nelle solenni esequie ad
onore e suffragio di Vittorio
Emanuele II celebrate in
Colle Umberto il 19 gennaio
1878, pubblicato dalla tipografia Longo di Vittorio Veneto. E altrettanto lodevole
e riuscito appare lo sforzo di
don Luigi per mettere in luce le qualità spirituali e ma-
teriali del Papa, ad onta di
detrattori e calunniatori.
Merita attenzione questo
prete cadorino dell'antica
schiatta Barnabò. Nato a
Lozzo il 27 giugno 1824, fu
cappellano a Colle Umberto, poi per qualche anno parroco di Osigo, in Diocesi di
Ceneda. Morì nel giugno
1898 a Candide, dove si era
ritirato presso un nipote,
che colà esercitava da medico condotto.
A rileggere i due panegirici, si ha l'idea del tentativo
di ricerca di una conciliazione tra Stato e Chiesa dopo lo
strappo della presa di Roma.
Certo gli dovette riuscire
più facile l'omaggio al Re sabaudo. Più impegnativo fu
quello verso Pio IX in tempi
in cui vasti settori del movimento risorgimentale consideravano papa Giovanni
Maria Mastai Ferretti come
colui che dopo aver vestito i
panni del grande liberale ne
aveva tradito gli ideali, opponendosi fino in fondo alle
legittime aspirazioni unitarie di un popolo. Da qui lo
sforzo di don Barnabò di
confutare le accuse mosse
dalla schiera di tanti detrat-
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rrivano sempre punA
tuali e perfette. Sopra
la sacra scalinata di Redipu-
13
LE FRECCE TRICOLORI, UN PO’ CADORINE
glia, i Fori Imperiali o i verdi
rettangoli di grandi manifestazioni sportive, tracciano
una scia tricolore che invita
all'alto i cuori. Che l'occasione sia sacra o profana, sanno
suscitare comunque ammirazione tecnologica, fierezza
patria, sensazioni estetiche,
spettacolo e tante altre emozioni ancora pubbliche e private. La Pattuglia Acrobatica
Nazionale gode più che mai
di un prezioso carisma, in
Italia più unico che raro: coniugare un patrimonio di tecnologia, d’efficienza, di ardimento con il sentimento,
l'orgoglio e le ambizioni di
un popolo, operazione tanto
più difficile quanto più impopolare e sclerotica appare
talvolta la struttura militare
nel suo complesso o lo stesso burocratico contesto del
nostro apparato statale
Pia illusione, dice qualcuno, operazione maliziosamente demagogica, fiore all'occhiello da esibire alla nostra vanità internazionale...
Ma certe figure come il
«Cardioide», «Arizona», o la
classica «Bomba» stupiscono, entusiasmano, sanno fondere in una totale sinergia
partecipativa la nostra memoria storica e la nostra speranza futura. Sanno unire insomma, facendo dimenticare al meno per alcuni secondi diatribe personali e campanilistiche, quasi un inno
patrio o una musica verdiana
Per noi esse rappresentano la perfezione, il massimo
cui l’errore è estraneo. Anzi,
si può dire che in noi esiste
una sorte di emozione mentale, per cui anche i tragici
incidenti, purtroppo avvenuti, sembrano volare via più
rapidi nella memoria collettiva, senza incrinare il mito a
pe Monti e Gaetano
Tognetti, che finirono sulla
ghigliottina, gli va riconosciuto che nel 1846 aveva
iniziato il pontificato con un
decreto di perdono.
Barnabò passa quindi a
sottolineare un altro aspetto: “...allo scopo eziandio di
strappare alla Rivoluzione
ogni ulteriore pretesto a politicamente delinquere, dona
al suo popolo, Lui primo fra
i Principi d'Italia, le tanto
invocate più libere costituzioni; che anzi, nella immensa,
impareggiabile bontà del suo
cuore, permette ancora che,
quasi a tutela delle concedute franchigie, militarmente
si organizzassero i suoi sudditi sin allora fedeli ed entusiasticamente devoti”.
Sì - ci sentiamo di obiettare - fu un esempio per altri
Stati sulla via delle concessioni liberali, ma a questo
seguì una marcia indietro
che provocò la rivoluzione e
la sua fuga a Gaeta. Barnabò liquida la faccenda in
questi termini: “Cosa avvenisse di poi, come furente si
slanciasse contro PIO lo spirito d'Inferno, e come sguinzagliata la Demagogia rispondesse con la più infame
ingratitudine ai tanti beneficii del Grande Pontefice, Signori, da tutto ciò rifugge
inorridito il mio pensiero”.
Rigettabili, infine, ad avviso del Barnabò, le accuse di
Papa retrogrado e reazionario. Sarebbe stato al contrario, un difensore dei valori
morali. Il prete di Lozzo fa
riferimento a quando, rivolto alla Francia, quel Papa
aveva additato ai vescovi "i
veleni" messi in circolo dai
"sovversivi principi di Voltaire, di Rousseau, di Diderot, di Volney e d'altri assai", ai quali si univano le
"immorali e demolitrici"
dottrine dei moderni Prudhon, Quinet, Luis Blanch,
Renan e Rocheforte, dottrine che minavano le basi non
solo della religione, ma della stessa società civile.
E che dire del "Sillabo”,
quel vituperato documento
pubblicato in appendice all'enciclica Quanta cura del
1864, in cui veniva lanciato
l'anatema nei confronti del
liberalismo della metà dell'Ottocento? Il prete cadorino arriva a definirlo “splendido documento di civile e
cristiana sapienza, dal quale
solamente ripeter possono
Principi e Nazioni quiete,
prosperità, fratellanza, morale e materiale benessere”.
Un giudizio che, sempre a
parer nostro, appare quanto
meno suscettibile di opinabilità.
In conclusione, ecco la
spinosa "questione romana" aperta dalle cannonate
di Porta Pia. Don Luigi la
mette giù così: “In questo
campo di dispute e di contestazioni nulla valgono i vantati af forismi dei moderni
Licurghi e Soloni. La questione dei rapporti tra la
Chiesa e lo Stato, sono oltre
1800 anni, l'ha definita lo
stesso suo divino fondatore
Gesù Cristo con queste poche, semplici, ma pur sublimi parole: date a Cesare ciò
che è di Cesare, a Dio quello
che è di Dio”.
Il che ci appare come un
chiaro messaggio consegnato ai posteri.
Nei mitici ʻCavalieri Neriʼ volò ʻCicciʼ Frescura di Grea e nella
Pattuglia acrobatica fu Gabriele De Podestà di Sappada
Il pilota
Gabriele De Podestà
Il cap. pilota
Giuseppe Frescura ‘Cicci’
Il 313° Gruppo Addestramento
Acrobatico “Frecce
Tricolori” di Rivolto ha
festeggiato il 50° anno
dalla fondazione il 12
settembre
Grande passione e
interesse anche in Cadore
noi si caro Ma
tutto ciò può
essere deleterio, in una
certa misura disumano: più
che la capacità umana e la
sua sembianza fraterna rischiamo di amare la macchina impersonale, senza cuore
e senza volto. Come tutte le
manifestazioni umane, anche questo spettacolo non
può non aver dietro il sacrificio e talora il dolore e il pianto, e ricordarlo è cosa giusta
a utile per tutti.
Il Cadore poi ha uno speciale debito di riconoscenza
con due figli caduti per questo ideale e vanto nazionale:
il Cap. pilota Giuseppe Frescura “Cicci” nato a Grea di
Cadore nel 1938, chiamato a
far parte nel 1959, a 28 anni,
ancora Sergente Maggiore,
della prima pattuglia acroba-
tica nazionale, i mitici “Cavalieri Neri”. Frescura aveva lasciato il liceo nel 1952 iscrivendosi all’11° corso piloti
ottenendo l’anno successivo
il brevetto di volo. Nel 1960
aveva già al suo attivo 1100
ore di volo di cui 600 su aviogetti. Era pure decorato con
la medaglia di bronzo, meritata il 22 marzo 1958 sul cielo
della base di Cameri durante
un volo di addestramento.
Nell’eseguire una difficile figura acrobatica a bassa quota il suo aereo, un F 86 E Sabre, fu urtato da quello del
ten. Rech, subendo la perdita di una parte dell’ala e relativo alettone. Nonostante la
gravità dell’avaria, con grande sangue freddo, riusciva
con abilità a ristabilire l’assetto del velivolo ed a riportarlo integro sul campo. Negli anni ‘70 fu ufficiale istruttore presso il 2° Stormo di
Treviso sul cui stemma campeggia il nobile Ser Lancillotto. Nel 1981 si trasferì in Libia come istruttore dove perì
in un incidente aereo.
Ma più recente e viva è la
figura di Gabriele De Podestà, nativo di Sappada, mor to
a 32 anni, il 27 gennaio 1984,
precipitato col suo cacciabombardiere F 104 sui massicci apuani durante un volo
d'addestramento. Egli era un
pilota con grande esperienza
di volo (circa 2000 ore) ed
aveva fatto parte della Pattuglia Acrobatica delle Frecce
di Walter Musizza
Giovanni De Donà
Tricolori nella specialità di
gregario destro (Right
Wingman n. 5), cogli Aermacchi MB-339 A/PAN. Il
suo corpo e i resti dell'aereo,
decollato dall'aeroporto del
51° Stormo di Istrana, furono rinvenuti dopo lunghe ricerche sul Monte Molinatico, a quota m 1300, a sud-est
del Passo della Cisa, in lande
deserte, coperte da un metro di neve: lasciava la moglie Silvia Piller Hoffer di 23
anni e il piccolo Davide di tre
anni. L'inchiesta ufficiale,
protrattasi fin troppo a lungo
per la trepida attesa di tanti
familiari ed amici, si concluse con il laconico responso
di sciagura dovuta a fattore
umano e scarsa visibilità.
Gabriele era figlio di Achille nativo di Vigo di Cadore e
Alma Giancotti, aveva frequentato la scuola di Udine e
si era affermato tra i primi
nel corso dell’Accademia Aeronautica, quindi era passato
a Villafranca sugli F 104 e finalmente dal 1980 nelle
Frecce tricolori.
Per quanto strano possa
apparire ciò, il Cadore ha nutrito sempre grande passione ed interesse per il volo
e molti suoi figli, nonostante
le obbiettivamente maggiori
dif ficoltà frapposte ai loro sogni, lo hanno con ostinazione inseguito e raggiunto. Altri cadorini che si sono fatti
onore nell’arma azzurra sono: Pietro Santin, Umberto
Fanton, Camillo De Carlo,
Italo Larese Gortigo, Omero
Giacomelli, Ugo Vascellari,
Medaglia d’Argento al V.M.,
Atanasio Zanella, Medaglia
d’Argento al V.M., Argentino Solero da Sappada.
L’ultimo rampollo di questa schiera volante è Paolo
Turchetto da S. Pietro di Cadore, ma il capostipite è senz’altro Giovanni Gerardini
«de Andol», di Lorenzago,
soprannominato appunto
«Nani Aviator». Egli appartiene all'epopea dell’aviazione, e il suo nome è legato ai
furiosi combattimenti aerei
che la Grande Guerra accese e consacrò per tre lunghi
anni soprattutto sul Piave e
sul Montello.
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ra i paesi del Cadore
Apollonio Da Pra Scola fu valoroso combattente
F
che diedero un imIL LAUDO DI MONTE
portante contributo allo sul Col di Lana nel 1916 dove fu ferito gravemente
sforzo bellico nella guerra
’15-’18 possiamo certamente annoverare quello di
Lozzo. Contributo costituito dal sangue versato dai
suoi figli migliori i cui nomi
sono impressi, a imperitura memoria, su una delle
due grandi targhe poste
sul bel monumento ai caduti di tutte le guerre collocato sulla piazza IV Novembre. Ma contributo anche
da parte di quei figli che rientrarono dai campi di battaglia o dagli ospedali militari, segnati nello spirito e
nelle carni da ferite e cicatrici che non si sarebbero
mai completamente rimarginate ed avrebbero rappresentato il suggello più
solenne (e, ahimè, inascoltato e non considerato) al
diniego di altre guerre e
conflitti.
Apollonio Da Pra era nato a Lozzo il 1° Settembre
1893 da Giovanni e da Del
Favero Arcangela. Crebbe
forte e robusto in una famiglia di sani principi e, agli
albori del 1915, fu arruolato nel corpi d’assalto e destinato al fronte della Marmolada. Nelle alterne vicende belliche di quel settore strategico, il Da Pra si
comportò sempre da valoroso, ma nel 1916, durante
la epica battaglia che
avrebbe portato a far saltare in aria la cima del Col di
Lana, una granata deflagrò
accanto al nostro ferendolo
gravemente. Le ferite risultarono subito devastanti: le
schegge avevano colpito
ed invaso un po’ tutto il corpo del giovane, che venne
prontamente soccorso e ricoverato in un ospedale militare da campo. Operato
più volte e trasferito poi all’Ospedale militare di Padova, il Da Pra subì l’amputazione di una gamba, di
una mano, di alcune dita
dell’altra mano, l’asportazione di un occhio e di alcune schegge dal cranio.
Trasferito in un centro riabilitativo e in seguito congedato, poté far ritorno a
casa nel 1919: era l’ombra
di quell’esuberante e bel
giovane che era partito baldanzoso per la guerra. Il
recupero fu molto lento. Le
crisi, dovute alle molte
schegge non rimosse, si
susseguivano frequenti.
L’unica consolazione, in
quei difficili anni, fu la vicinanza e la sollecitudine della sorellastra Angela, che
lo accudì amorevolmente,
SEMPRE PRONTO A DARE UN AIUTO RITE E BOCHIADAN
Alcune di queste regole valide per secoli
non sarebbe opportuno repristinarle?
ʻPolonioʼ volle sottolineare con un
importante lascito allʼAsilo il suo
attaccamento al paese di Lozzo
e l’affetto del cognato Calligaro Giovanni (Nani Nelo),
in quegli anni sindaco di
Lozzo.
Quello che accadde ad
Apollonio Da Pra sul Col di
Lana, doveva verificarsi,
nello stesso periodo e nella
stessa zona (Serrai di Sottoguda), con pressoché
identiche modalità al capitano Carlo Delcroix , dilaniato pure lui dalla deflagrazione di un ordigno che
stava disinnescando sul
piazzale di un poligono di
tiro, per evitare possibili
pericoli ai commilitoni,
ignari che sotto la neve giacevano bombe inesplose,
usate nelle precedenti
esercitazioni. Anche Delcroix fu ridotto in fin di vita
con ferite e squarci addominali e cerebrali massivi.
Il tempestivo intervento di
un tenente medico ed i fulminei soccorsi uniti alla
forte fibra del Delcroix riuscirono però a compiere il
miracolo di salvare la vita
all’ufficiale, che tuttavia rimase cieco e seriamente
menomato negli arti (in
parte amputati). (...)
I due, si dice avessero
fatto conoscenza prima degli eventi drammatici che li
avrebbero riguardati, erano poi destinati a stringere
una fraterna e cameratesca
amicizia che sarebbe durata per sempre. (...) Entrambi ottennero molti riconoscimenti al valore e le motivazioni facevano sempre riferimento al loro merito ed
all’eccezionalità delle loro
menomazioni di primi invalidi della nazione, usciti da
quel conflitto definito fin da
subito “grande” per sottolineare le immani perdite di
intere generazioni di giovani e che Benedetto XV°
chiamò “inutile strage”.
Il Fascismo fu con loro
prodigo anche di laute, meritate pensioni e rendite varie che permisero ad Apollonio di acquisire una notevole proprietà, oltre a quella di famiglia. Acquistò infatti un appartamento a
Quarto dei Mille ed altro in
centro a Roma. Le conseguenze delle ferite, con il
tempo, non gli consentivano più di trascorrere l’inverno a Lozzo, per cui il periodo climaticamente più
rigido lo trascorreva nella
più mite Liguria, mentre
molti mesi dell’anno venivano trascorsi a Roma. A
Lozzo dimorava in autunno
e parte della primavera. In
autunno non disertava mai
il paese anche per la sua
autentica passione per la
caccia della quale era assiduo alle battute alla lepre
ed al capriolo. Nei tardi anni ’20 aveva lasciato la casa
della sorella Angela ed era
convolato a nozze con la
dolce fidanzata di gioventù,
Adelia Da Ronco di Vigo.
Dalla unione non erano nati dei figli ed egli riversò il
suo affetto paterno sui figli
e le figlie della sorella, in
particolare sul nipote Benvenuto.
Nella casa paterna, in
centro del paese, aveva
aperto un negozio di pelletterie, valigerie ed articoli
vari, dato presto in gestione all’amico Salvatore Zanella, padre del noto industriale brasiliano Sincero
Zanella. In paese era risaputo che la parte burocratica, soprattutto per pensioni
di guerra e di invalidità, era
abitualmente messa dagli
interessati nelle mani di
Apollonio, il quale a Roma
godeva di entrature ministeriali di rilievo, soprattutto nel primo dopoguerra,
godendo egli della amicizia
di molti politici, in particolare dell’on. Carlo Delcroix
la porta del quale, per il nostro, era sempre aperta.
Personalmente, ho dell’uomo un nitido ricordo.
Spesso, da bambino e da
ragazzo, andavo al bar delle “Bettine” a cercare il
nonno per farmi pagare le
caramelle e mi faceva impressione vedere Apollonio giocare con il mio avo,
con sior Angelo Pellegrini,
con Tita Poa ed altri; quello
che più mi colpiva era vedere quest’uomo che, non
potendo tenere le carte in
mano, le teneva nel cappello appoggiato in grembo; lo
ricordo poi passare davanti
e vieni da Pieve di Ca“S
dore, oltrepassa Valle
e Venas di Cadore, prendi la
casa mia con il levriero e lo
schioppo per le battute di
caccia in compagnia del coetaneo e nipote acquisito
Floro (quest’ultimo aveva
sposato una figlia della sorellastra) e del farmacista
Dott. Bruno Pellegrini. Allorquando la inesorabile
malattia lo colpì, a poca distanza dalla dipartita della
amatissima moglie, egli
provvide ad acquistare la
tomba di famiglia e pregò
mio nonno di apporre le
scritte sui vari loculi dove
volle far inumare i resti dei
famigliari riesumati e volle
che le scritte fossero d’argento. Allora in paese tutti
ne parlavano; al suo funerale io funsi da chierichetto.... Purtroppo il nonno
Bepi, suo amico di scopone, venne a mancare alcuni
mesi prima di lui.
Apollonio Da Pra morì
infatti il 5.8.1954 a soli 61
anni. In paese si parlò molto di questa scomparsa sia
per la notorietà e l’età dell’uomo sia per la curiosità
che aveva suscitato la notizia delle sue disposizioni
testamentarie. I due appartamenti di Roma e di Quarto vennero infatti lasciati all’Asilo (un busto di lui venne collocato nell’atrio del
nuovo edificio appena inaugurato), mentre la casa di
Lozzo fu destinata al prediletto nipote Benvenuto,
quest’ultimo doveva, in
cambio, cedere la sua quota di casa ai propri nipoti, figli del fratello. Ai numerosi
altri nipoti “Polonio” lasciò
gli altri beni di famiglia. Anche morendo, il nostro volle insomma sottolineare
con un importante lascito il
suo attaccamento al paese
ed alle future generazioni
di Lozzo.
Giuseppe Zanella
strada per Cibiana e, oltrepassato il ponte, sali per la costa,
verso Vodo. Dopo qualche salita ti troverai in un bellissimo
prato: lì incomincia Bociadàn”. Il carissimo amico Guido De Zordo mi diede le informazioni che gli avevo richieste. Ed aggiunse: “Si dice
che in quei posti ci siano molti
funghi...”
Tempo addietro ebbi la fortuna di poter consultare alcuni scritti di Agostino De Zordo il quale, ancora nel 1966, si
era interessato al Laudo dei
consorti di Monte Rite e Bochiadan. Le Regole di Cibiana e Venas, consorziatesi con
alcuni privati, acquisirono i
diritti di pascolo sul monte Rite ad incominciare dal 1306 e
pertanto il Laudo è di monte
perché non si intendeva la
proprietà della montagna, ma
il diritto di pascolo sulla montagna stessa. Anticamente, da
queste parti, non esisteva il
commercio del legname e
pertanto non si faceva calcolo
del bosco, mentre, essendo
l’allevamento del bestiame assai sviluppato, c’era bisogno
di molto foraggio.
La monte di Rite era divisa
in tre colonèli: Rite, Arsiera
(che si estendeva fino a raggiungere i confini zoldani) e
Bocìadàn che occupava buona parte del versante settentrionale del monte. Le regole
per una democratica alternanza tra le Autorità di Cibiana e quelle di Venas erano
state scritte nel Laudo che andò distrutto durante le guerre del 1508/09, ma vennero
riscritte nel 1517.
Nonostante le scritture, tra
le Regole di Cibiana e di Venas, furono frequenti i contrasti per i confini e i diritti di pascolo e queste liti, oltre a protrarsi nel tempo, prevedevano avvocati, notai, vicario,
gìudici, testi, documenti ed altro: il costo non veniva specificato quasi mai completamente, ma doveva sempre essere stato elevato.
Oltre alle norme per la nomina degli Amministratori, la
gestione e la custodia dei pascoli, nonché la lavorazione
del latte, nel Laudo si fa specifico riferimento alla faula, riunione di tutti i capifamiglia
delle due Regole, che si doveva tenere nella prima domenica di maggio, una volta a Cibiana e l’anno successivo a
Venas. Ad affiancare il marigo, che sarebbe il sindaco
odierno, se costui era di Cibiana, doveva essere un laudadore (assessore) di Venas e
viceversa l’anno dopo. Come
da consuetudine inveterata in
tutto il Cadore, anche per i
Consorti di Cibiana e Venas
valeva l’obbligo di accettare la
carica che la comunità comandava a qualcuno ed alla fine del mandato, entro otto
giorni, la persona era tenuta a
render conto, pubblicamente,
della propria gestione.
Il Laudo, nei suoi 22 capitoli scritti in lingua latina, fissava il periodo dell’alpeggio,
comminava pene salate a chi
tagliava l’erba in certe località, vietava di accogliere animali di forestieri, di portarvi
maiali, di lasciar pascolare
greggi appartenenti ai non
Consorziati e prevedeva che
non si potessero abbonare le
penalità inflitte od inviare bestie ammalate. Il coietro, che
sarebbe l’amministratore, doveva regolare la vita della piccola comunità che si trovava
nell’alpeggio e far lavorare
quotidianamente il latte e, assieme ai pastori, era responsabile della morte delle bestie loro affidate, se causata
dalla loro negligenza.
Il 14 giugno 1591 ebbe luogo la confinazione della Monte tra i consorzi di Venas, Cibiana e Vodo. La divisione della proprietà promiscua avvenne su istanza del Consorzio cibianese presentata il primo
aprile 1805 e l’incontro tra i
procuratori delle due parti avvenne il successivo 9 aprile.
La sistemazione definitiva che
scioglierà da qualsiasi promiscuità i Consorzi partecipanti
alla Monte di Rite-Bociadan
avverrà l’8 settembre 1934.
Riporto solamente una parte dell’articolo 19 del Laudo:
“Se il marigo, il laudadore o il
saltaro non saranno presenti
alla faula nel giorno e nell’ora
fissati, perdano, immediatamente, il primo, soldi 20, il secondo 10 ed il terzo 5”.
Visto che queste regole sono state valide per secoli, non
sarebbe opportuno ripristinarle.
Marcello Rosina
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PER UNA STORIA DEI CADORINI
E DELLA MAGNIFICA COMUNITAʼ
NEL SECONDO DOPOGUERRA - IL 1947
1948 - IN VIGORE LO
accogliendo le osservazioni
STATUTO DELLE REGOLE del Consiglio di Stato e del
Ministero dell’Interno apl 1 gennaio entra in vi- prova il proprio Statuto in
gore la Costituzione. Il sostituzione di quello del
14 gennaio è convocata in 1946. I Consiglieri eletti dai
Comunità una “Assemblea comuni sono 21 (manca
generale dei Sindaci, dei Ca- Sappada) i membri tecnici
pi Regola e dei regolieri del sono otto eletti dal ConsiCadore per esaminare il glio.
problema regoliero”. Il ConSi riapre in quell’occasiosiglio incarica la Giunta, in- ne un memorabile conflitto
tegrata da cinque esperti re- fra la Magnifica e il Comune
golieri (erano 6, prima della di Pieve per l’uso della banrinuncia di Girardi di Corti- diera decorata di Medaglia
na) Doriguzzi, De Candido, d’oro concessa “...per la meLarese, Menegus, Zambelli moranda tenace resistenza
di agire per ottenere una fatta nel 1848 dalla popolalegge che riconoscesse la zione cadorina...”. Infatti fin
personalità giuridica alle re- dalla assegnazione avvenuta
gole. Frutto di tanto lavoro nel 1898 era custodita pressono: la legge, una circolare so la Comunità (sede anche
esplicativa e lo “Statuto tipo del Municipio) e usata sedelle Regole del Cadore” condo un protocollo “provviche verrà pubblicato a stam- sorio”: allora il Prof. Antonio
pa, insieme ad una dettaglia- Ronzon aveva messo in
ta relazione. Prevede tra l’al- guardia i cadorini “...dall’uso
tro che …“Tutte le contro- esclusivo che ne voleva fare il
versie che possono sorgere fra Comune di Pieve”. Un primo
Comune e Regola, tra Regola vero regolamento per l’uso
e Regola, tra Regola e Rego- si ebbe nel 1934 e un seconlieri…sono definite da un do nel 1943: in entrambi la
collegio arbitrale…” nomina- Comunità aveva un “posto
to dalla Giunta. La Magnifi- d’onore”. Tuttavia nelle cerica, l’anno dopo, esprimerà il monie veneziane del centesuo parere anche sugli Sta- nario (dei moti del 1848) il
tuti delle Regole di Dosole- posto d’onore lo ebbe il Sindo e Candide.
daco di Pieve: da ciò la disIl 3 maggio dunque viene puta in Consiglio che si conemanato il Decreto Legisla- cluse con la nomina di una
tivo 1104 firmato dal Presi- Commissione “…con l’intendente della Repubblica De to di proporre un’equa soluNicola che istituisce le “Re- zione all’annoso problema..”.
gole della Magnifica Comu- La Relazione venne presennità cadorina” autonome dal tata alla Giunta del 19 giupotere amministrativo, ma gno.
in bilico fra il pubblico e il
Nella seduta del 3 luglio
privato. Merito di questa l’Avv. Fabbro relaziona
legge è da attribuirsi al mo- “…sull’annoso problema delmento sociale e politico l’uso della bandiera decorata
estremamente favorevole, al di medaglia d’oro”. Il RegolaComitato dei regolieri, rap- mento che l’accompagnava
presentato a Roma dal Pre- così disponeva “La bandiera
sidente della Comunità Atti- cadorina…sarà custodita
lio Monti, da Giovanni Dori- dal Municipio di Pieve… in
guzzi, da Emilio de Candi- nome dei 21 Comuni che codo, assistiti da Prof. Enrico stituiscono la Magnifica CoGuicciardi, i contatti sono munità cadorina”. Il Regolacon Antonio Segni, ministro mento del Comune ovviadell’Agricoltura, (poi Presi- mente la attribuiva princidente della Repubblica) fre- palmente a Pieve. Dopo una
quentatore del Cadore, ma dettagliata esposizione il resoprattutto alla intrapren- latore conclude affermando
denza dei cadorini: una ma- che “…nulla assolutamente
no l’ha data probabilmente nulla deve essere lasciato inanche il Cardinale Adeodato tentato per dirimere il conPiazza di Vigo. La Giunta flitto che si profila fra la Coanticiperà poi a tutti (una munità e il Comune di Pieve
quindicina di persone tra che se dovesse irrigidirsi vercui gli Avv.ti Guicciardi e rebbe ad assumere dinnanzi
Trabucchi e gli esperti) le a tutto il Cadore e dinnanzi
somme (Lire 1.276.743) spe- alla storia la responsabilità
se.
morale di aver intaccato l’uIl primo Consiglio dell’an- nità del Cadore…”. I Sindaci
no si tiene il 14 febbraio: tra di Comelico Superiore e di
le tante delibere, la conces- San Nicolò affermano
sione delle Borse di Studio “…che le popolazioni del Coper gli studenti dei tre ordi- melico intendono come pacini di Scuole. Viene costituita fico che la Medaglia d’oro è
una apposita commissione stata conferita al Cadore”.
favorita dalla Comunità, che
L’11 agosto in Consiglio
si reca al Ministero dei Tra- nuovamente la Bandiera.
sporti per agevolare la rico- Nel frattempo l’Avv. Celso
struzione della Stazione fer- Fabbro e poi l’Arcidiacono
roviaria di Calalzo. Viene avevano partecipato al Conletta una lettera del Prof. G. siglio Comunale di Pieve,
Fabbiani tesa a realizzare il che non molla e polemizza:
Museo cadorino: viene co- la rottura è inevitabile. Il
stituita una Commissione Presidente relaziona sulla
col compito di redigere un concessione prevista alla
Regolamento.
bandiera del Cadore ovvero
a tutto il popolo cadorino e
CONFLITTO TRA LA
non alla bandiera del ComuCOMUNITA’ E IL
ne di Pieve. “I presenti si asCOMUNE DI PIEVE
sociano, levandosi in piedi e
Il 25 maggio il Consiglio, acclamando…”. La Magnifi-
I
di Emanuele D’Andrea
V parte -
La Magnifica madre di tutte le Regole è in
prima fila per difenderle - La disputa per la
bandiera col Comune di Pieve - Una miriade
di progetti e contributi per il territorio
ca è colpita nell’onore di
rappresentare tutti i Comu- marina di Caorle; viene orni del Cadore e l’intero po- ganizzata una manifestaziopolo cadorino.
ne podistica patriotticosportiva con l’Associazione
PROGETTI E
alpini Sezione carnica, atCONTRIBUTI
traverso il Passo della MorNella stessa seduta ir- te con la consegna del trorompe il problema della feo P.F. Calvi. La Giunta aveScuola Media e Convitto va altresì aderito alla mani“Tiziano”. La Comunità fin festazione della “Seconda
dal gennaio 1946 per tale fi- coppa internazionale delle
ne, aveva attivato la proce- Dolomiti”.
dura (una Commissione
con il più dinamico Prof.
SI CONCLUDONO
Giuseppe Zadra si era recaI LAVORI ALLA DIGA
ta a Roma) per l’acquisto
Le elezioni politiche pordella Caserma “Buffa di tano in Parlamento i belluPerrero”. La Giunta ne ave- nesi Agostino D’Incà, Giacova lungamente discusso in- mo Corona, Giuseppe Riva,
sieme al Comitato della Giorgio Bettiol e Attilio TisScuola media Tiziano (col
roboante inter vento di
Mons. Angelo Fiori). Tuttavia l’Amministrazione comunale di Pieve (il cui Sindaco era Vicepresidente
della Comunità), senza portarlo a conoscenza della
Magnifica, aveva del pari
chiesto l’acquisto dello stesso bene per realizzare una
Casa di cura. Il Consiglio
della Comunità (con esclusione del Sindaco di Pieve)
conferma la volontà di acquistare la Caserma (ma le
cose andranno in un altro
modo).
C’è infine il tempo di deliberare un contributo al Comune di Zoppè per “…salvare il quadro di Tiziano…gravemente deteriorato dall’umidità e dal tempo”.
Nel settembre: il Circolo
artistico del Cadore chiede
e ottiene di poter usufruire
della stanza già “Pinacoteca
Talamini”. L’8 ottobre si
giunge a un accordo col Comune per l’acquisto della
Caserma “Buffa di Perrero”; si prende atto del consistente finanziamento statale, favorito dalla Comunità,
per la ricostruzione della
Stazione ferroviaria di Calalzo; si progetta la Colonia
si. Nell’estate il Presidente
del Consiglio Alcide De Gasperi è a Cortina: è l’anno
dello Statuto speciale per il
suo Trentino e per l’Alto
Adige.
L’anno dopo Presidente
sarà per la terza volta Celso
Fabbro: il Comune di Pieve
non nominerà il suo rappresentante che dopo il 1950.
A Pieve si concludono i lavori iniziati nel 1946 per la
costruzione dello sbarramento al Piave: formerà il lago del Centro Cadore: progettisti, consulenti e direttori sono (tra gli altri) Semenza, Biadene, Tonini, Dal
Piaz, Pancini: tutti i nomi del
futuro Vajont: prosegue
dunque lo sfruttamento
idroelettrico della montagna.
La Magnifica assume “... i
compiti nel settore culturale
e degli studi storici, al fine di
continuare a coltivare nelle
popolazioni lo spirito di solidarietà e di concordia che
quelle comunità avevano generato”. Il timore del giovane Odorico Larese (espresso nel 1946)…“Ahimè della
Magnifica Comunità non rimangono se non il nome, un
palazzo e gli acciacchi della
vecchiaia…” è sconfitto: egli
stesso ne assumerà la Presidenza nel 1971.
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RICORRENZE
MANIFESTAZIONI
CENT’ANNI AL RIFUGIO PADOVA
na giornata deU
gna delle fiabesche atmosfere che
contraddistinguono gli
spalti di Toro ha fatto
da cornice al centenario del Rifugio Padova.
Folta la schiera di coloro che non sono voluti
mancare ad un così significativo appuntamento. Ottima l’organizzazione curata dal
comune di Domegge e
dalla locale sezione
C.A.I che è riuscita a
fare fronte al cospicuo
numero di partecipanti, affiancando alla cucina del rifugio un
punto di ristoro presso
la casera Prà di Toro.
Il rifugio, documento “vivente” della storia paesana e non solo,
è da sempre parte integrante della comunità, punto
di partenza per storiche imprese sulla catena dei Monfalconi e Spalti di Toro e soprattutto sul leggendario urlo
pietrificato, l’incredibile campanile di Val Montanaia. Centinaia gli aneddoti che si potrebbero raccontare. Serate
(e spesso nottate) contraddistinte da un’allegra convivialità, condita da straordinarie
storie e da immancabili bevute. Anni di alpinismo semplice e spartano, quando il Padova si raggiungeva a piedi,
con l’entusiasmo e l’emozione di sfidare rispettosamente
le selvagge pareti delle Dolomiti d’Oltrepiave.
Una storia lunga cent’anni
per l’appunto, iniziata nel lontano 1910 quando, su iniziativa del C.A.I. di Padova e dello
scalatore e scrittore Antonio
Berti, autore della famosa
collana di guide che portano
il suo nome (tra le quali “Dolomiti della Val di Talagona e
10
SIMPATICA INIZIATIVA DELLE GELATERIE ALLA
FESTA “AL CIANTON DE CIASA NOSTRA” DI LAGGIO
GELATI LAGGIO DOC
n occasione della deciI
ma edizione della festa “Al Cianton de ciasa
Festeggiata la nascita del famoso rifugio
il 12 settembre scorso. Tutti i sentieri della
zona in una proiezione tridimensionale
il Rifugio Padova in Prà di Toro”) e dei fratelli Fanton di
Calalzo, venne costruita la
prima struttura, il cui costo
ammontò a diecimila lire.
Circa vent’anni dopo il fabbricato originale fu cancellato
da una valanga. Non si perse
tempo e nella primavera successiva, questa volta con
l’aiuto dei residenti e in una
zona più bassa ma al sicuro
dalle slavine, il rifugio venne
ricostruito. Da allora le stagioni che si sono succedute
hanno visto coraggiosi alpinisti e ardite imprese scrivere
una delle più belle pagine di
storia alpinistica del Cadore,
che continua ad arricchirsi
ogni giorno.
Momento significativo della cerimonia del 12 settembre è stato quello dello scoprimento di una stele collocata dove sorgeva la struttura
distrutta. Data di svolta per la
storia del rifugio è il 1990
quando la sensibilità e la lun-
gimirante volontà dell’allora
sindaco di Domegge Flaminio Da Deppo, permise di acquistare lo stesso dalla sezione C.A.I. di Padova. Dal 1996
è gestito da Barbara e Paolo
De Lorenzo che con grande
passione portano avanti la
bella epopea di questo straordinario rifugio, amalgamando passato e presente.
Da quest’anno infatti è possibile vedere in uno schermo
touch-screen tutti i sentieri
della zona in proiezione tridimensionale grazie ad un programma apposito fatto di
proiezioni aeree in grado di
mostrare tutti i dislivelli dei
vari sentieri e le difficoltà,
con la possibilità di scaricare
le informazioni sul proprio telefono Gps satellitare. Rifugio
Padova è sempre lì, con un
occhio al glorioso passato e
uno proiettato ad un futuro
che è già il nostro tempo.
Rina Barnabò
ERRATA CORRIGE - Nell’articolo sul Rifugio Padova - numero di Agosto 2010, pag 23 - a
firma W.M-G.D.D. è stato scritto Emilio invece che Natale Da Deppo, inoltre, non è stato
evidenziato che il Rifugio è di proprietà del Comune di Domegge. Ce ne scusiamo.
nostra” di sabato 7 e domenica 8 agosto, le tre gelaterie di Laggio Triestina, Dolomiti e Serenella
hanno deciso di offrire
gratuitamente il gelato ai
partecipanti alla manifestazione. Si tratta di un fatto unico per il paese ai piedi del Tudaio, che vedrà,
molto probabilmente già
dal prossimo anno, crescere la collaborazione delle
tre gelaterie con l’organizzazione di vari eventi con
protagonista il dolce che
tanto ha reso celebre la
nostra regione in Europa e
nel mondo.
“La domenica pomeriggio” - dice Moreno Zanetto della gelateria Triestina
- “fra le cinque e le sei, le
tre gelaterie del nostro paese si sono organizzate per
affermare la tradizione del
gelato cadorino e per pubblicizzare quello che ormai
è stato battezzato dai turisti
“il paese del gelato”. E’ cosa rara, se non unica, trovare tre ambienti che producono gelato messi in fila
in un unico viale nello spazio di cinquanta metri. Abbiamo perciò deciso di valorizzare questa nostra peculiarità e a questo proposito, ci terrei a ringraziare
per la preziosa collaborazione Valentino De Podestà Rengo e Virgilio
Candiago, che, dopo aver
dimostrato con le vecchie
macchine come si effettua
la produzione del gelato
artigianale locale ci hanno
aiutato nella distribuzione
gratuita presso il loro cianton”.
Una solida collaborazione delle tre
gelaterie del paese per
pubblicizzare il gelato fatto a Laggio
Dimostrazione e distribuzione
gratuita il 7 e 8 agosto
La collaborazione delle
tre gelaterie non si ferma
però qui, in programma
per il prossimo anno l’organizzazione di una festa
con protagonista il gelato
tanto amato in particolare
dai turisti. “La mia speranza, come quella degli altri
gestori - continua Zanetto è che questa nostra unione
continui nel tempo. Vogliamo dire basta alla concorrenza e dare vita ad una
solida cooperazione che
pubblicizzi il nostro prodot-
to come il ‘gelato di Laggio’, non di una singola gelateria. Riprendendo proprio questa idea, che, se vogliamo, è scaturita dai nostri turisti trevigiani e veneziani, vorremmo, per la
prossima estate organizzare la “Festa del Gelato”.
Si tratta ancora di un’idea, nulla più, ma i presupposti per la realizzazione
sono concreti, quindi non
vedo perché non si dovrebbe fare.”
Mario Da Rin
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peccati di gola
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PRO NEBBIU’ PREMIA LA DI MAURO
laudia Di Mauro di Pieve di CadoC
re, con il racconto “La leggenda del
lago di Pieve di Cadore” è la vincitrice del
2° concorso letterario per ragazzi indetto
dall’Associazione Pro Nebbiù, dall’Associazione Turismo e Servizi
Stampa, sponsorizzato dal Credito Cooperativo di Cortina d’Ampezzo e con il
patrocinio del Comune di Pieve di Cadore. Il primo premio è stato assegnato alla
vincitrice con la motivazione che l’autrice
“non solo ha tenuto fede all’argomento del
concorso, ma lo ha arricchito con il valore
aggiunto dell’amore per la natura, proponendosi con pensiero tenero e sognante senza disdegnare suggerimenti per interventi
di natura pratica, adatti per risolvere situazioni di degrado ambientale.” Un insegnamento per molti.
A queste motivazioni, va aggiunta la indiscussa originalità del contenuto. Al secondo posto si è classificata Giulia Riccardi di Torino con il racconto “Un albero
più che particolare”, mentre il terzo è stato
assegnato ex aequo ad Anna Ortese di
Sottocastello per il racconto “Il bosco magico“ e a Alice Raddi di Nebbiù per la storia de “Il Paese dei Bambini Folletti”. I premi, consistenti in buoni acquisto di materiale scolastico e libri, sono stati consegnati ai vincitori dallo stesso sindaco di
Pieve di Cadore, Maria Antonia Ciotti, al
termine della “Sagra di Nebbiù”.
Dalla prossima edizione il
concorso letterario verrà
intitolato a Andrea Boscaro
Per decisione unanime della piazza,
dalla prossima edizione, che è stata già
lanciata subito dopo la conclusione della
seconda, il concorso letterario non si
chiamerà più con il vecchio nome di
“Dolomiti e altra fantasia”, ma si chiamerà “CONCORSO DI LETTERATURA PER RAGAZZI ANDREA BOSCARO”. La decisione di
cambiare il nome alla gara, è nata spontanea dopo che Giuditta De Lorenzo,
collaboratrice della Pro Nebbiù ha ricordato la figura di Andrea, un ragazzo veneziano di 13 anni, che avendo la casa a
Nebbiù ha sempre partecipato a tutte le
manifestazioni organizzate dall’associazione e dagli amici cadorini, comprese il
canto di questua la Bela Stela, finalizzato
alla raccolta di fondi per beneficenza.
Questo ragazzo che si era fatto voler bene da tutti, è morto 5 anni fa a causa di
una grave malattia. Il suo ricordo è rimasto tanto vivo in tutti, che la decisione di
cambiare il nome al concorso è stata
unanime.
VittoreDoro
(Per motivi di spazio, la “Leggenda
del lago” verrà pubblicata sul prossimo
numero. La Redazione)
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LA SERENITA’ DI VICO CALABRO’
“N
on bisogna aspettare che la fortuna arrivi da sola” dice Vico Calabrò, seduto al tavolino esterno di un albergo
di Cibiana, in attesa della
pioggia d’agosto. Attorno
vi è un’atmosfera rilassata, interrotta solo da un
rumore sordo di sassi uno scroscio improvviso che irrompe dalla montagna.
Parliamo. In tutto il Cadore, Vico è conosciutissimo
per la qualità inconfondibile
della sua pittura e per l’umanità che trasmette, al di
là degli occhiali cerchiati di
nero che spiccano sui capelli bianchi. Ma non molti,
forse, conoscono la sua vera storia di personaggio che
ha saputo affermarsi in
campo internazionale, soprattutto come erede prestigioso della grande scuola
dell’affresco.
Una storia che, senza
aspettare la fortuna dall’alto, appunto, lo ha visto conquistare con tenacia il suo
ruolo, il suo posto nel mondo, assecondando una “vocazione” che nei primi anni
Sessanta, quando si è manifestata in modo imperioso,
forse nessuno aveva saputo
intuire nella sua ampiezza
propositiva, nella sua concretezza.
Ma iniziamo a parlare, davanti alle straordinarie
montagne di Cibiana, partendo dall’oggi, da stati d’animo e da considerazioni
che giungono spontanee.
“Ogni mattina mi sveglio,
a settant’anni passati, con
una sensazione di armonia,
per fino di gioia, tanto che
mi chiedo: elo giusto? Dico
giusto perché mi trovo nella
condizione, oggi, di chi può
permettersi di fare liberamente delle scelte, di continuare a donare, anche. E
penso a quanti altri, alla
mia età, vorrebbero avere
questa possibilità”.
Non è facile, né frequente, sentir parlare così.
“Diciamo che ho la serenità che mi deriva dall’aver
giocato la vita in un certo
modo. ‘Carmina non dant
panem’ mi dicevano un po’
tutti, quand’ero giovane,
cercando di dissuadermi
dall’impostare la mia esistenza con una determinata
impronta. Ma io, quasi, mi
sentivo ‘condannato’ a fare
le scelte che ho fatto. Quando poi anche mia moglie ha
accettato il mio modo di essere e operare, ogni possibile
remora è caduta”.
Scelte coraggiose, per
quei tempi.
“Devo comunque riconoscere che, accanto alla forza
interiore del singolo, per riuscire occorrono anche dei
fattori sociali adeguati, positivi”.
Vico, grande cosa la serenità…
“Ecco, per quanto mi riguarda, essa è favorita dalla
constatazione della cordialità e stima che avverto attorno, nella gente, senza secondi fini”.
Vi sono stati dei libri, degli autori, che ti hanno aiutato in modo particolare nel
tuo percorso esistenziale?
“Il primo è stato sicura-
di Antonio Chiades
mente Dino Buzzati, con laboratorio di incisione a
quel suo tenente Drogo del Vicenza, di ceramica a Bas‘Deserto dei tartari’, che sano, l’Accademia a Venezia
aspettava sempre l’arrivo di con Bruno Saetti, l’ultimo
qualcuno che non arrivava grande portavoce dell’affremai. Mi sono detto: no, non sco. Andavo a trovarlo sugli
intendo aspettare nessuno, Appennini dove si era ritirama percorrere la mia strada to, lui era entusiasta nel vecon convinzione. Poi mi ha dere un giovane che seguiva
aiutato Montale…”.
le sue orme”.
Il poeta.
Tu vivi abitualmente a
“Appunto. Montale mi ha Caldogno, Vicenza, ma sei
insegnato la strada della li- sempre legatissimo al Cabertà, sia nel comportamen- dore. Parliamone.
to che nella creatività arti“Mi limito a fare qualche
stica. Lui era un anticonfor- considerazione riguardante
mista, aveva capito che oc- il settore che mi riguarda. In
corre cercare in fondo a se quarant’anni la situazione è
stessi per individuare l’au- rimasta praticamente invatenticità. Ricordo che un riata. Talvolta incontro dei
preside lo aveva invitato a giovani promettenti, ma doparlare ai ragazzini di una po qualche anno finiscono
scuola. Lui aveva rifiutato, per adeguarsi all’ambiente,
nella convinzione che non abbandonano i sogni. E chi
bisogna proporre soluzioni, riesce a non farsi fagocitama insegnare ad essere rigo- re, rimane un disadattato.
rosi ed esigenti, anzitutto Se vuoi fare vita artistica,
con se stessi”.
devi uscire, andare, conAnche ad inseguire i pro- frontarti, ricevere stimoli
pri sogni…
diretti. Altrimenti chi non
“Anche. Ancora adesso mi fugge come ho fatto io, finicapita di sentirmi dire che sce per rifugiarsi magari
dipingo sogni. Invece si trat- nell’alcol. Tuttavia, in Cata della realtà, quella che io dore, si può realizzare
vedo e sento”.
qualcosa di valido operanVico, pur avendo passato do in gruppo, soprattutto a
l’infanzia e parte della giovi- livello musicale. Gli esemnezza in Cadore, sei nato ad pi non mancano”.
Agordo. Come mai?
A livello di istituzioni, è
“Mio padre, che era di Pa- possibile fare di più?
lermo, lavorava in Finanza
“Oggi le amministrazioe lo avevano trasferito ad ni locali non hanno la posAgordo dove, appunto, sono sibilità concreta di fare
nato io. Quando è morto, granché. Tuttavia, se ogni
nel 1941, avevo solo tre an- paese valorizzasse di più i
ni e mia madre, cadorina di suoi talenti e stimolasse i
Pieve, era stata accolta con i giovani a cercare in se stesquattro figli a San Vito pres- si la strada da percorrere,
so parenti. Per questo mi sarebbe già qualcosa. Traconsidero sanvitese, avendo lascio di considerare l’amassimilato del paese il dia- biente dove domina l’esibiletto, la cultura, un po’ tutto. zione personalistica, che
Dopo i dieci anni sono stato non ha nulla a che vedere
in collegio, prima a Borca, con la consapevolezza di
dove avevo però pochi con- ciò che si intende per vera
tatti con l’esterno, poi a cultura”.
Oderzo”.
Vico, i tuoi prossimi imI contatti con Pieve?
pegni?
“Mi ci ero trasferito dopo
“In settembre sarò in
la maturità, quando mia Abruzzo, dove mi attendomadre aveva trovato lavoro no apprendisti dell’affresco
in una scuola. Ma io preferi- che giungono da varie parvo frequentare soprattutto ti d’Europa. Successival’alta montagna”.
mente sarò impegnato a
E l’università?
realizzare opere personali
“Medicina a Padova. Ho in Bulgaria, in autunno, e
frequentato per tre anni, durante l’inverno in Messima in me stava emergendo co”.
con forza sempre maggiore
il richiamo della vita artistica. A Padova ho conosciuto vari pittori, intuendo che la loro era una
professione possibile e
dignitosa. Basta pensare
a Tono Zancanaro. In Cadore, invece, la pittura
era considerata come un
sintomo di ozio, quasi la
porta del vizio. Anche se
artisti come Aldo De Vidal avevano già individuato la strada per uscire dalla descrittività. Poi è
giunto il 7 aprile 1961”.
Cosa è successo in
quella data?
“Mi sono risvegliato nella luce. E’ stato il giorno
in cui ho preso la decisione fondamentale, in cui
ho scelto di fare il pittore.
Avevo ventidue anni. Mi
stava diventando sempre
più chiaro che si impara a
lavorare ponendosi accanto a chi lavora. Così sono
andato a ‘bottega’, come si
diceva nei secoli passati:
“La fortuna non arriva
da sola” sottolinea
Vico, conosciutissimo
per la sua pittura
inconfondibile”
“Non dipingo sogni,
si tratta della realtà,
quella che io vedo
e sento”
“Ai giovani artisti
promettenti dico:
dovete uscire, andare,
confrontarvi, ricevere
stimoli diretti”
Il sindaco di Pieve Maria
Antonia Ciotti e il presidente
del GAL Flaminio Da Deppo
PERSONAGGI D’0GGI
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ANNO LVIII
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RECENSIONI
Festivals
ʻSUI SENTIERI DEL PAPA IN CADOREʼ
280 pagine di M.F. Belli sul grande evento
L
a velocità con cui corre il tempo
in questo terzo millennio ha fatto sì che i soggiorni estivi di Giovanni
Paolo II nelle nostre montagne siano
oggi percepiti dai più come un lontano ricordo. Opportuna, pertanto, appare la recente seconda edizione, a
cura della Grafica sanvitese, del volume di Mario Ferruccio Belli “Sui sentieri del Papa in Cadore”, stampato nel
1990 a cura delle Nuove edizioni Dolomiti di Cortina, che aveva incontrato
il generale apprezzamento dei lettori.
L'autore ha scartato l'idea di rivisitare l'opera ed aggiornarla col senno
di poi, preferendo lasciare intatto, in
certo modo cristallizzato, il suo ricordo, così come quello di quanti hanno
seguito a suo tempo, alcuni fortunati
direttamente, altri attraverso i mass
media, le uscite del non dimenticato
papa polacco dalla residenza messagli
a disposizione a Lorenzago.
In apertura il Vescovo Giuseppe Andrich, nel ricordare le recensioni lusinghiere a suo tempo apparse sulla
stampa, si sofferma su quella di Civiltà Cattolica, la storica rivista dei Gesuiti, che qualificava il volume come
'amabile cronaca dei soggiorni pontifici a Lorenzago', elogiandone 'sia il dosaggio fra testo ed illustrazioni, sia il
taglio della cronaca', assieme alla capacità di 'evitare ogni forma di piaggeria'. La prefazione si conclude con
l'auspicio che questa rivisitazione giovi a far sentire Giovanni Paolo II “come battistrada di quel Cammino delle
Dolomiti che, pensato dal Sinodo diocesano impostato dal vescovo Vincenzo Savio e conclusosi nel 2006, è stato
realizzato in coralità di pensiero e di
intenti con la Provincia e con molti
operatori volontari della montagna”.
All'iniziale 'Diario d'una vacanza', telegrafico elenco delle giornate 8-15 lu-
glio 1987, 13-22 luglio 1988), fanno seguito diciotto capitoli, nei quali al progetto, che prende consistenza in occasione della visita ad limina (23 gennaio
1986) dei vescovi veneti, tra cui quelli
delle diocesi di Belluno-Feltre e di
Treviso, quest'ultima proprietaria della casa di Lorenzago, succedono rapidamente le decisioni del Vaticano e
l'organizzazione locale. Così, per due
estati consecutive il Papa è fra noi.
Al lettore non rimane che seguire la
descrizione dell'iniziale, comprensibile agitazione dei Lorenzaghesi, controllata e contenuta dall'olimpica pacatezza del segretario comunale Gianfranco Fabbro; dello scampanio a festa, all'atterraggio dell'elicottero; della
straordinaria personalità del protagonista, colto nel suo muoversi tra boschi e montagne, con la naturalezza
che gli era propria, suscitando non poche apprensioni tra il suo seguito e la
sicurezza, con scelte di percorsi tutt'altro che agevoli; del discreto, ma implacabile, assedio all'imperturbabile
portavoce dottor Joaquin Navarro
Vals da parte dei giornalisti accreditati, che ne riferivano quotidianamente,
in particolare quelli di Telecortina,
che operavano, non di rado, in diretta.
Ma l'attenzione dell'autore è rivolta soprattutto all'emozione dei fortunati
che hanno incontrato, i più del tutto
casualmente, il papa, da Luigi Vecellio
in Val de Palù, alla famiglia Martini,
che gestisce i rifugi Lunelli a Selvapiana e Berti in Valon Popera, a Bortolo
De Bettin, geometra in uscita per rilievi sul Monte Zovo, alla famiglia Casanova Borca, sui prati di Barche a Costalta, ai boscaioli scesi a Calalzo dalla
Pusteria (Sprechen sie Deutsch?, si
sentono chiedere), alla famiglia di Giulio Galler, gestore del rifugio Calvi sul
Peralba. È stato aggiunto un capitolo
uronzo di Cadore non
smentisce la sua vocazione alla promozione culturale e all’animazione rivolta in particolare ai giovani.
Nella seconda metà del mese di giugno si è svolta infatti la seconda edizione del
“Cadore Arts Festival” la
manifestazione voluta dall’Assessorato alle Politiche
Giovanili del Comune in collaborazione con l’Associazione Paspartu Cadorini e
con il patrocinio della Provincia e della Comunità
Montana Centro Cadore.
Ha aperto il Festival una
RECENSIONI
ʻUOMINI E MACCHINE
IDRAULICHEʼ
Nel Cadore dʼinizio ʼ900
oberto
R
Tabacchi
e Danilo De
M. F. Belli - SUI SENTIERI DEL
PAPA IN CADORE - Edizioni grafica sanvitese - 2010, pagg. 280 distribuzione Enrico Monti di Sopra
tel. 333-3982611 fax 0437-940047
e-mail [email protected])
XIX, dal titolo “Vent'anni dopo”, in cui
si dà un breve, ma incisivo sommario
delle altre quattro vacanze estive del
Santo Padre: 1992, 1993, 1996, 1998.
Lunedì 21 luglio di quest'ultimo anno
papa Wojtyla sale sull'elicottero militare. Non ritornerà più. In chiusura l'elenco alfabetico “I luoghi e le persone
al tempo delle prime due vacanze di
Karol Wojtyla”. Correda il tutto poco
meno di un centinaio di illustrazioni,
tra le quali primeggia quella che ritrae
il libro delle ascensioni sul Quaternà,
con la data 13 luglio 1987 ore 12.45 e la
firma Joannes Paulus pp II. Il volume
è stato presentato nel salone della Magnifica dall'arcidiacono Marinello e
dal presidente Bortolot sabato 28 agoGiuseppe De Sandre
sto.
CADORE ARTS FESTIVAL AD AURONZO
A
10
mostra collettiva di ben
trenta artisti del Cadore e
del Comelico che hanno
proposto le loro opere di pittura e scultura nella sala mostre del Comune. Una serie
di emozioni e suggestioni artistiche con una significativa
presenza femminile, che ha
raccolto il plauso dei numerosi visitatori. Per la musica
vanno segnalati il concerto
del Gruppo”Al Tei” con
Andrea Da Cortà, Sandro
Del Duca, Pina Sabatini,
Toni Vago, ormai una bella
realtà nel panorama musicale bellunese, e i concerti di
Footlight; Anterra
e Deadly Crash. Il
teatro ha avuto grande spazio con tre
spettacoli interessanti. Lavori in corso
ha presentato “Chi
Martin presentano un bel volume di 180 pagine, impreziosito da moltissime foto ed illustrazioni, che
narra la storia
del lavoro in
Cadore a inizio
Novecento.
Il Cadore è
attraversato
dalla Piave ed è solcato da innumerevoli valli laterali
tutte percorse dalle acque di torrenti. E’ naturale - rileva Francesca Larese Filon presentando il volume in
qualità di presidente dell’Union Ladina del Cadore de
Medo che ha promosso l’opera - che vicino a queste
acque sorgessero i primi nuclei degli antichi villaggi che
hanno dato vita alle nostre comunità. Acque dalle quali si è ottenuta l’energia per far funzionare una miriade
di macchine idrauliche: mulini, pilaorzo, folli da panni, segherie alla veneziana, officine per la produzione
di energia elettrica.
Questo libro di Roberto Tabacchi e Danilo De Martin, che si sostiene anche sul contributo di altri ricercatori, ricostruisce e tramanda la memoria di uomini che
nel primo Novecento hanno saputo creare il tessuto industriale del Cadore. Ovviamente, archeologia oggi.
E’ una miniera di ricordi e pure d’informazioni tecniche, di quel periodo di grande fervore che traghettò
il territorio da un’economia basata sulla pastorizia ed
il commercio del legname ad un’economia di trasformazione, grazie alle macchine idrauliche: il fiorire di
mulini e seghe da Lozzo a Vodo, a Termine, il consodidarsi della fabbrica di occhiali alla Molinà di Calalzo, l’avvio di officine e impianti per la produzione di
energia elettrica in tutta l’area.
Una fervida laboriosità che aiutò a migliorare le
condizioni di vita e non mancò d’essere rilevato e
osannato dagli influenti visitatori che incominciavano
a percorrere il Cadore, creandone la nomea.
[email protected]
viene a cena” con Giorgia
Sonego, Anna Passuello,
Maria Giavi, Raffaella Giacobbi,. I Comelianti guidati
da Claudio Michelazzi con
Alessandro
Zandonella
Maiucco, Annalisa De Zolt,
Claudio
Sacco
Proila,Giorgia Comis, Maddalena Casanova Borca, Manuele Carbogno, Monica Pomarè, Patrizia Kratter, Romina
Casanova Crepuz, hanno
presentato uno spettacolo di
letture di brani, poesie, racconti. Infine il gruppo Mu-
www.unionladina.it
sicale di Costalta ha proposto l’ultimo interessante lavoro intitolato “Distanze”.
Lo spettacolo già rappresentato a Pieve di Soligo e a Udine, era in anteprima per la
provincia di Belluno.
Particolarmente soddisfatta Tatiana Pais Becher,
assessore alle politiche giovanili di Auronzo “E’ questa
una sorta di vetrina che serve anche da stimolo per i
nuovi talenti artistici presenti in Cadore”
L.O.
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Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
Par ricordà i 32 ane dal primo papa ladin,
Albino Luciani
I LADINS DE DUTE EL VALADE A
CANAL PLA MADONA DE PIETRALBA
A
ricordà i 32 ane da la
elezion dal primo papa ladin, cal Albino Luciani
da Forno d Agordo, che zl
agosto del 1978 era stó fato
vösco d Roma col nome de
Dvane Paulo I, s é cetade
pla mössa e na zerimonia d
inaugurazion d un capitel
dla Madona, dute el rapresentanze di Ladins dle Dolomiti. Zla pieza granda d Canal, dante cla gedia gno ch
Albino Luciani iné ricordó
con statue e altares, inera
stó fato un palco pla celebrazion e btude fora tante careghe par föi stà sentade un
mier d parsone. Tröi-cuatro
vösches a dì mössa, zenteners de pree ilò dna banda a
conzelebrà, al coro ch ciantaa par taliön e par latin
(nente par ladin!), duto ricordön i merite dal papa
nassù ilò zun cal pöis.
E in sta ocasion anche al
pöis gno ch iné nassù Karol
Wojtyla, Dvane Paulo II, Wadovize dla Polonia inavee
mandó fora al so sindaco e
entre rapresentantes par föi
su na fraterna intrà d pöide
da papes. E csi al sindaco d
Canal d Agordo e la sindaca
d Wadovize inà firmó na carta gno ch i se inpögna a föi
algo insieme par i prosme
ane. Ma l ocasion par ciamà
duce i ladins dal Trentin e
dal Veneto ne n é stó tanto al
papa, cuanto pitosto la Madona. Infate in cal dì inera
stada inbastida na zerimonia ch volee föi presente
cuanto ch la Madona de Pietralba fossa venerada anche
zle valade dl Agordin e alora
da cal santuario in provinzia
d Bolzano iné stó parmesso
da föi na copia dla statuuta
de sta Madona di dolores e
portala in cal dì a Canal, par
esse vista da la dente e bandida dai vösches. La roba ch
à fato pi inpression e fato
pensà anche al contradiziogn dla religion catolica
iné sto a vöde i Schutzen in
divisa a conpagné sta statuuta e portala su le spale
dinze d un tabernacul. Par
cuanto ch söia un sinbul ch
inà ciamó la devozion d generaziogn, ch partii a pe par
doi dì a la longia a dì a parié
e domandà la grazia, n se pö
desmantié ch la nostra religion iné la religion dla pas e
no dle spade e di s-ciopes.
LA MULA
a Mula era la nostra ciaura con doe cruL
cole dure al posto de i corne. Co la dea
a pason aveone paura de chele autre ciaure
coi corne i fasese mal, nveze la savea difendese benon e noi se beteone l cuor n pas.
La era color canela co n bel musuto ma
soraduto l avea tanto late che servia par ciasa e chel de vacia lo porteone duto n lataria.
No l avea n nome, par neautre de famea era
la mula e basta. I bastea sientì la voze de un
de neautre par vegnì a pede. L avea tante
bone cualità: co deone a prà la stasea senpre lontan da l andei. Tante autre le era senpre ntra i pes e se dovea scorsonale par no
seai le gianbe co la fau. No la dea mai davesin dei dei a robà dai sachete la roba che se
dovea dorà par fei da magnà. Autre nveze
pur de rafà algo le bicea a core anche i dei.
A medodì, cuanche se slargheone la toaia e
magneone, la se bicea do n tin n disparte e
Inveze sti matazins col ciapel e la piuma inà pensó polito da bötse un par banda
dla statua dla Madona co la
spada su la spala. Al sinbul
dla morte, arente a la mare
d Gesù, mazó dai soldade
sassins. Saraa stó polito ch
al vösco de Blun, visto che
cöl d Bolzano forse n fa pi
caso a ste matnarade fora
dla storia, fossa gnu du da l
altar e avössa dito ai Schutzen co la spada, chi camine
o ch i le btössa via, ch ilò
inera na mössa catolica, no
na zerimonia dl esercito austroungarico.
Despias che la Madona de
Pietralba söia csi maltratada
da cöi ch dora li arme come
ornamöinto, ma forse el zerimonie dla religion iné csi
porine e zenza sentimöinto
che nsun fa caso anche s el
robe ormai iné superede e
zenza nsun riscontro co la
vita dle parsone. Inveze al
cöre profondo dla fede cristiana iné lió a la storia dla
soferenza e dla forza da continué, come Maria da Nazareth, pöra fömna dal popul e
no regina dal ziel e dla tera.
Lucio Eicher Clere
chieta-chieta la rumiea (pa i tosate del dì de
ncuoi vo dì fei tornà i bocoi nte bocia par la
seconda masteada). Ma la testa era girada
verso neautre come volé tegnine de ocio.
Co aveone finiu de magnà neautre tosate
deone presto a magnase doi croste, chele
manco brusade, che era "i dessert" de alora.
Co la sientia rumolà la caliera con cuatro
saute la ruea apede a pratende. La vegnia
co n tin de profarmì che era come volé dì:
ve laso n pas duto l dì, ve dao tanto bon late,
almanco le croste lasemele a mì. No ve par
che l avese reson?
Una de Loze
LE LETRE CHE RUA SCRITE PAR LADIN
ara Siora, prima de
C
duto i domando scusa se me permeto de scrivi,
anche se no la conioso, me
par de coniosela da tanto
tenpo. Io' la ei conosiuda
liedendo Il Cadore che al
me rua n Grecia ogni mes.
La prima roba che liedo
apena me rua al giornal e
propio la pagina che la
scrive ela. Forse no la puo'
capime parché ela la sta
ntel Cadore e no la à nostalgia, invenze io' che vivo
lontan da Loze 54 ane ei
tanta nostalgia e cuanche
liedo che che la scrive e n
dialeto me par de ese là e
me vien n mente dute i ane
pasade a Loze che anche se
ereone puarete ereone contente, ne mancea duto ma
aveone duto.
Ei liedesto una dedica a
Chechina Maderlo: veramente la era na lavoratrice
de prima cualità, sicome
viveo ntel cianton agno'
che vive anche ela, prima
che la se spose me penso
che con so suo' Nena, la
laurea (come i mus) co la
luoida e co l careto e la dea
a portà fien e a portà grasa. Femene come ela era
tante a Loze a chi tenpe:
dute le femene che avea bestiame laurea par i prà e
chele che no avea bestiame
le avea i cianpe e le dea a
arà. No credo che femene
così se ciate pì al dì de
ncuoi. La pensarei senpre
co n tanto rispeto.
Ei liedesto anche "Ntra
vecio e nuou": siora, la doventù de l dì de ncuoi forse
no i puo' capì cuanto valor
é savé parlà par ladin: é na
lenga così dolze e così bela:
al pare no al me lasea nte
ciasa parlà par inglese
ntra de noi tosate e al disea
"Guai a chi che se desmentea da agno' che i vien e desmentea la so lenga" e l
avea reson. Al disea "Agno'
che se nase no é erba che
pase" e de Loze ei tante biei
ricordi. Me penso cuanche
deo a scola co i maestre Gino, Edoado e maestra Maria. Me penso de don Piero
e de Frate Rubelio: cuanche l é partiu par l India
che ero na tosata e con autre tosate do' a l asilo vecio
avon fato teatro e l avon
saludou co la canzon che é
cà de visin. Me penso che
duta la dente piandea. Lui
era n on auto e magro e l
avea le lagrime che i lavea
l muso. Ei liedesto che l é
morto e me à tanto dispiasesto parche' era n on che
tegnia tanto sia a Loze che
a la so dente. Al se à fato
onor daparduto.
Cara Siora, la me scuse
se l ei fata longa, ma me ei
sientesto propio e n doverde
dili che la ringraziode duto
chel che la scrive. I suoi scrite i me fa conpagnia cà in
Grecia parché de i taliane
son sola. La ringrazio de
duto cuor e se la à tenpo la
me scrive se par caso avon
libre co le canzon vece che i
ciantea a Loze da ota.
Lorenzina
Cara Lorenzina, grazie
par la bela letra che la me à
mandou. Ei acaro che la liede volentiera che l che scrivo e che i piase chel che fazo. Ades che dute i nostre
boce sta tanto davante la television e che avon senpre
pì foreste che vien ca sù se
fa fadia a mantegnì chesto
nostro ladin. Stason fasendo chel che podon parché
al vegne parlou anche nte la
scola e se continue a parlalo
n famea. Me piasarae che
ca da noi vegne fato come
che suziede n Alto Adige
agno' che esiste n proveditorato par studià al ladin e
che nte l asilo e la scola elementare la prima lenga sea
propio al ladin par chi che
vo'. Luore da tante ane i fa
così e i é riuside a mantegnì
de pì sto modo de parlà anche nte le ciase parché la
dente à capiu che no se à da
vergnognase parché se parla dialeto ma che é na vera e
propia lenga che ne lea a la
nostra tera e le nostre tradizion.
Ca da noi le maestre che
à pasion sta fasendo tanto
par idane e i tosate i fa ricerche su par la nostra storia,
la lenga e le tradizion. Speron che ntin a l ota anche ca
se pose tacà bete al ladin cadorin ntin de pì nte le scole,
ma anche a la radio, a la television o su la publicità come che suziede nte autre
val de la Ladina de le Dolomiti. Avon fato calche an fa
n libruto co le storiele che
se fasea nparà ai bocie de
Loze e l avon distribuiu ai
tosate parché i pose nparà
chel che i none ne insegnea
na ota. I lo mandarei.
Me piasarae anche domandai de scrive algo de pì
se i piase. ‘Il Cadore’ permete de scrive a dute e se la vo
mandame algo autro scrito
par ladin (algo de chel che la
se pensa de n ota ma anche
de l dì de ncuoi) vegnarà publicou. Sane e grazie a ela.
Francesca Larese Filon
ADDIO, FRA RUBELIO
O missionario addio
Na nave è pronta ti aspetta al mar
Sei missionario del buon Dio
Fra altri popoli tu devi andar
Tu devi andare fra gli Indiani
Là dov il lido più lunge ancor
dirai a quei miseri figli diletti
l' ora è giunta in alto i cuor.
Dirai a tutti l'amor divino
del nostro caro e buon Gesù
versando l'acqua sul capolino
di qualche bimbo nato laggiù.
Quanto è nobile la tua bandiera
Quanto è glorioso pugnar così
Andar ridendo
ad un altra schiera
e portarle tutte al buon Gesù.
Addio Fra Rubelio, Addio.
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niti nel nome della
U
montagna. L’esempio
di San Vito sta raccogliendo
consensi in tutto il Cadore. Il
motivo è semplice. A San Vito, da tempo, si è capito che
mettendosi insieme, qualsiasi iniziativa assume maggiore importanza, richiama più
attenzione e una partecipazione più ampia. Per questo
ogni iniziativa dedicata alla
montagna viene organizzata
insieme dalla locale sezione
del Club alpino, dalle Guide
alpine, dal Gruppo Caprioli,
dal Soccorso alpino, dal Comune, dalla Comunità montana e anche dalle Regole. Insomma, i protagonisti della
montagna, insieme, promuovono la montagna. Sono state
proprio tante, nel corso dell’estate, in tutto il Cadore, le
iniziative dedicate alla montagna. Dalle mostre ai dibattiti,
dalle proiezioni alle ricorrenze. Tutte meritorie di plauso
per la varietà e per contenuti
oltre che per il consenso turistico. La maggior parte però
è stata organizzata dalle singole associazioni senza mai
preoccuparsi di far squadra,
senza un’idea d’insieme. Ed
è successo anche che, all’interno dello stesso Comune,
siano state promosse tre iniziative sulla montagna da tre
associazioni diverse. E il tutto nel giro di pochi giorni.
“Ci siamo resi conto che l’unione fa la forza – sostiene
Renato Belli, presidente del
Cai di San Vito – e che lavorare insieme produce frutti
enormi. Siamo talmente in
pochi a dedicare tempo ed
energie alla promozione della
passione per la montagna che
sarebbe autolesionistico camminare separati.”
Il sindaco Andrea Fiori,
orgoglioso per i risultati rag-
MONTAGNA INSIEME
ANTELAO IN
PUNTA DI PIEDI
A San Vito di Cadore la presentazione del libro
Antelao in punta di piedi trasformata in evento
E’ stato scritto da Marcello Mason ed edito da
Francesco Cappellari.
Durante la serata alcune
pagine del libro sono state
lette dall’attore Gabriele
Fanti accompagnato dai
bravissimi Anna Chiara
Belli al violino e da Raffaele Fiori alla chitarra.
La serata è stata aperta
e chiusa dal video dedicato a Re Antelio di Giuseppe Ghedina.
Una collaborazione fra Cai, Soccorso Alpino, Guide Alpine,
Gruppo Rocciatori Caprioli, Comune, Comunità Montana, Regole
Borse di studio per i giovani che diventano guide
Renato Belli
giunti, vorrebbe che l’esempio che viene dagli “ambienti
della montagna” contaminasse anche tutti gli altri soggetti sociali. Ha un solo rammarico il sindaco Fiori: la penuria finanziaria.
“Mi dispiace che i soldi a
disposizione del Comune siano sempre meno. Mi piacerebbe poter intervenire in maniera consistente per sostenere le
iniziative promosse da quelli
che, a ragione, devono essere
considerati i protagonisti della montagna: dal Cai al Soccorso alpino, dalle Guide alpine ai Caprioli. Sono proprio
bravi. Le loro iniziative portate avanti insieme rappresentano un esempio per tutti. E’
vero, sono orgoglioso per quello che riescono a fare.”
Che il fare insieme paghi
lo si è capito anche in occasione della presentazione del
libro “Antelao in punta di
piedi”. Sarebbe dovuta essere una semplicissima pre-
sentazione di un libro. Invece ne è sortito un evento. E’
bastato coinvolgere tutti i
protagonisti della montagna
fin dall’inizio. Insieme hanno
organizzato, hanno affisso i
manifesti e hanno fatto girare inviti e notizie. Quella che
sarebbe potuta esser una faticaccia per una associazione
si è tramutata in un piccolo
impegno partecipativo di
molti. Il risultato è stato eccezionale. Al centro, ovviamente, c’era il libro ma, tutt’intorno, a parlare dell’Antelao, sono intervenuti i rappresentanti di tutto l’associazionismo alpinistico sanvitese e cadorino.
E’ intervenuto il monumento vivente dell’alpinismo
di San Vito: Marcello Bonafede che sulla cima dell’Antelao, il 17 settembre 1967, si
è sposato e, con l’inseparabile Natalino Menegus, nel
1959, ha salito i Torrioni. Un
ricordo speciale di Natalino
Menegus è stato fatto dal nipote Franco. Ha raccontato
un episodio che pochi conoscono e che stigmatizza la
solidarietà profusa da Natalino: il difficile salvataggio di
un giovane alpinista precipitato sull’Antelao. Tutti lo davano per spacciato quando
invece era ancora vivo e solo
il rocambolesco e rischioso
intervento di Natalino lo ha
tratto in salvo.
Per il Gruppo Ragni e’ intervenuto Angelo De Polo
che ha ricordato le vie aperte
dai rocciatori di Pieve anche
con alcuni “grandi” dell’alpinismodi tutti i tempi come
Piussi e Casarotto. Le Guide
alpine hanno scritto pagine
importanti della storia alpinistica dll’Antelao. Lo ha rimarcato Mauro Valmassoi evidenziando come, un tempo,
il gigante solitario che domina gran parte delle Dolomiti,
attraesse di più. “Quanti sogni ho fatto sull’Antelao e
Aperta una nuova via sui Cadini dalla guida alpina
Ferruccio Svaluto in cordata con Mirko DallʼOsta
uando una giovane
Q
Guida alpina dedica
una nuova via ad una vecchia Guida alpina che ci
ha lasciato…le montagne
sono in festa. I protagonisti di questa storia sono
Ferruccio Svaluto Moreolo, Valerio Quinz e l’Ultimo Spirito.
Valerio Quinz, Guida alpina di Misurina, è stato
un grande alpinista. Ha
aperto numerose vie di
elevata difficoltà soprattutto sulle Tre Cime di Lavaredo, sui Cadini e sul
Cristallo. E’ morto nella
primavera del 2008 sulla
soglia degli 80 anni lasciando un ricordo affettuoso nelle giovani Guide
alpine che lo hanno conosciuto. Fra queste c’è Ferruccio Svaluto.
“Quando Valerio se n’è
andato ho sof ferto come
fosse stato un parente. L’ho
quante fatiche e quante soddisfazioni.” Mauro Valmassoi è
stato uno dei protagonisti più
intrepidi dell’Antelao dove
ha aperto alcune tra le vie
più impegnative.
Anche i rocciatori sanvitesi del Gruppo Caprioli hanno
firmato molte prestigiose vie
lungo le pareti del massiccio.
Lo ha ricordato Alberto Bonafede, Guida alpina ed alpinista di valore, che ha risposto così a chi gli ha chiesto
se ci sono ancora vie nuove
da aprire: “Sicuramente si.
Alcune le ho in mente anch’io. Si tratta di una montagna talmente articolata che
non verranno mai meno gli
spazi per sbizzarirsi. E l’avventura è garantita. Me lo
sento ripetere spesso da chi accompagno a scalare o anche
solo a salire lungo la via comune. Si tratta di una gran
bella montagna.”
A gettare le basi per un altro progetto culturale da gestire insieme ci ha pensato lo
storico Ernesto Majoni che
ha accolto di buon grado l’idea di ufficializzare che il
primo a salire l’Antelao non è
stato l’austriaco Paul Groh-
Anche la nuova via firmata da Ferruccio Svaluto in coppia con Mirko
Dall’Osta, alterna passaggi di 5° e di 6° grado superiore. Ovviamente si
chiama Via Valerio Quinz
e sale vicina a quella aperta da lui nel 1949, quasi a
farle compagnia fin sulla
vetta. “Salendo ho immaginato di avere Valerio al
fianco che mi guardava e
mi suggeriva utili accorgimenti. Sono contento di
avergli dedicato proprio
quella via che è lineare,
pulita, con pochi chiodi…proprio come piaceva
a Valerio. E devo che anche il mio compagno di
cordata Mirko Dall’Osta
ha provato questa bella
sensazione.”
E’ proprio soddisfatto
Ferruccio. C’è come un
senso di appagamento e
gratitudine nelle parole
che descrivono la nuova
via. Ma soprattutto di stima e di riconoscenza nei
confronti del grande Valerio Quinz che a più riprese aveva esternato apprezzamento per le sue qualità
di alpinista.
Ferruccio abita a Pieve
di Cadore, dirige la Scuola
d’Alpinismo delle Guide
alpine Tre Cime di Lavaredo-Dolomiti di Auronzo,
lavora con il Suem e fa
parte del Gruppo Rocciatori Ragni. Ha aperto 141
nuove vie dedicandone alcune alle persone più care. Spettacolare quella dedicata alla moglie Maria
mann nel 1963 ma il sanvitese Matteo Ossi nel 1950 o
nel 1951. E già si sta pensando ad un “processo” con tanto di giudice e di avvocati per
confrontare le prove fornite
da Grohmann con quelle di
Ossi. Potrebbe diventare
un’altra bella iniziativa da organizzare insieme con la certezza che contribuirà a vivacizzare l’interesse per la
montagna.
“Promuovere iniziative capaci di richiamare attenzione
sulla montagna – sottolinea il
presidente del Cai di San Vito Renato Belli – è un dovere per l’associazionismo alpinistico in generale. Per noi
che viviamo in montagna lo è
ancor di più perché assume
anche una valenza economica. Di questo ne sono convinti
i soci del Cai, quelli del Soccorso alpino, del Gruppo Caprioi e le Guide alpine che vivono di passione per la montagna. Noi abbiamo trovato il
modo di farlo insieme. E questo, oltre ai buoni risultati in
termine di consenso, ci fa stare bene insieme e maturare
come soggetti importanti all’interno della comunità di
San Vito.”
E’ proprio così. I traguardi
raggiunti sono già parecchi.
Uno per tutti riguarda il gruppetto di giovani che frequentano le preselezioni per diventare Guide alpine. I corsi
costano e per aiutarli sono intervenuti i protagonisti della
montagna su sollecitazione
del Cai che hanno messo a
disposizione alcune “borse di
studio” dimostrando di considerare la Guida alpina una figura importante per la promozione della montagna e
parte integrante dell’identità
stessa della montagna e di
San Vito. Veramente bravi.
Dedicata al grande Valerio Quinz,
guida alpina di Misurina
RIVIVE SUL ‘ULTIMO SPIRITOʼ
stimato proprio tanto e
non lo dimenticherò mai.”
Così Ferruccio ricorda il
collega di Misurina. “Con
Valerio ho anche lavorato
e devo dire che i suoi insegnamenti mi sono tornati
utili e preziosi.”
Per questo motivo ha
voluto ricordarlo nel modo che sarebbe piaciuto di
più al vecchio maestro.
“Il ricordo non poteva
che essere sulla roccia di
una delle montagne che
Quinz aveva salito per primo.”La scelta è ricaduta
sull’Ultimo Spirito, il singolare torrione nel Gruppo dei Cadini di Misurina
dove nel 1949 aveva aperto una via di 5° e 6° che richiamò l’attenzione dell’intero mondo alpinistico.
10
sulla Tofana di Riozes e
molto bella anche la “Dolce Irene” dedicata alla figlia. Più recenti e molto
impegnative quelle per i
quattro colleghi del Suem
caduti l’anno scorso a bordo dell’elicottero Falco,
sotto il Cristallo. L’ultima
via dedicata è la Valerio
Quinz che Ferruccio vuole ricordare come “bellissimo esempio di professionalità per le Guide alpine e
di generosa umanità per
tutti gli appassionati di
montagna. Sono proprio
contento di avergli dedicato una via sull’Ultimo Spirito nei Cadini di Misurina che sono state le sue
montagne…il suo mondo,
il suo paradiso.”
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ANNO LVIII
Settembre - Ottobre 2010
L’investitura è avvenuta
domenica 22 agosto in occasione della grande festa dedicata alle Dolomiti senza
confini che si è svolta in Alta
Val Giralba proprio al Rifugio del Cai di Auronzo. E i
rappresentanti dei protagonisti della montagna c’erano
tutti: dalle Guide alpine agli
uomini del Soccorso alpino
di Auronzo e della Val Punteria, dal Cai di Auronzo e della Val Comelico ai rappresentanti di altre Associazioni alpinistiche venete e altoatesine.
La giornata è stata ritmata
da tre momenti significativi:
quello alpinistico con la riproposizione di due vie classiche sulla Croda dei Toni e
sul Campanile Carducci; l’esercitazione interprovinciale
di Soccorso alpino e il concerto dedicato alle donne e
agli uomini della montagna,
quelli che si incontrano lungo i sentieri e le vie di roccia
e quelli che in montagna
hanno perso la vita.
Era dai tempi della Prima
Guerra Mondiale che in Alta
Val Giralba non si sentiva il
suono della tromba. In quell’assurda stagione di violene Dolomiti del Popèra
erano vestite a festa.
L
Le eleganti nuvole che addobbavano le cime più alte
hanno giocato per tutto il
giorno a nascondino con il
sole tra Cima Undici, Cima
Bagni e la Croda Rossa. Il
tutto accompagnato dalle
note delle sinfonie eseguite
dai Solisti Veneti che per la
prima volta sono saliti a piedi a quota 2000 per un concerto. Anche questo ha contribuito ad archiviare come
indimenticabile l’eccezionale festa organizzata nel cuore del mese di agosto dal
Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti, dal Comune di Comelico Superiore e
dal Cai della Val Comelico al
Rifugio Antonio Berti.
Una tra le più belle feste
dedicate alle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità organizzate durante l’estate in Cadore. Innanzitutto una festa partecipatissima: oltre 1200 persone salite a piedi al Berti dal
Rifugio Lunelli. Organizzata
nei minimi particolari a cominciare dal servizio navetta,
dalle Terme al Lunelli, che
ha consentito di lasciare
“unescamente” libera, integra e pulita la valle di accesso
al Popèra.
L’iniziativa è stata portata
ad esempio metodologico di
come si dovrebbero promuovere le Dolomiti Patrimonio
Al Rifugio Carducci in alta Val Giralba incontro fra Guide
alpine, Soccorso alpino e Cai di Auronzo e della Val Pusteria
Riproposte due Vie classiche
LA MONTAGNA
E’ALPINISMO
& AMICIZIA
Massimo
Massimo Casagrande
l Rifugio Carducci è diI
ventato la “Casa dei Protagonisti della Montagna”.
21
Lio
Michele
Bepi
Delio
za ingiustificata le note delle
cariche e delle ritirate si alternavano velocemente rimbalzando sulle pareti di Cima
Undici, Croda dei Toni, Cima Bagni, Croda Rossa e,
più lontano, fino al Paterno e
sulle Tre Cime di Lavaredo.
Quelli di domenica 22 agosto al Rifugio Carducci, che
hanno dato il via al concerto
della Dolomiti Simphonia
Orchestra di Belluno diretta dal maestro Delio Cassetta, sono stati invece squilli di pace. “Quassù non ci sono confini e per gli appassionati di montagna non ci sono
mai stati”.
Ha sottolineato la giovane
Guida alpina di Auronzo Michele
Zandegiacomo.
“Cento anni fa al Rifugio Carducci dormivano insieme le
Guide di Auronzo e quelle della Val Punteria e, insieme,
accompagnavano i rispettivi
clienti su queste montagne
scambiandosi informazioni e
accorgimenti da avere per
scongiurare pericoli. Un bell’esempio che ci impone nuova amicizia e rinnovato spirito di collaborazione”. Alle belle parole di Michele è indispensabile aggiungere il
concetto di solidarietà
espresso dagli uomini del
Soccorso alpino di Auronzo
e delle Stazioni della Val Pu-
dell’Umanità. E il perché va
ricercato nel cammino che il
Comelico ha percorso per arrivare alla festa. Dopo la proclamazione universale è scattato il tempo della formazione, animata dalla Fondazione
Consorzio Turistico Gianluigi Topran – ma indubbiamente bisogna fare di più. Insieme dobbiamo capire che solo insieme possiamo mettere
la Val Comelico nelle condizioni di cogliere quelle oppor-
che perdiamo un’opportunità
importante per il futuro di tutto il Comelico.”
Di questo si è parlato a
margine della festa. Della necessità di lavorare insieme
anche per far si che l’Unesco
La storia umana, cioè quella
delle genti della Val Comelico ma soprattutto quella degli uomini che hanno sofferto e sono morti sulle cime
del Popèra durante la prima
guerra mondiale, ha parlato
GRANDE FESTA AL RIFUGIO BERTI
PER PROMUOVERE LE DOLOMITI
Un giusto
mix tra
contenuti
culturali
e festa
La presenza
dei Solisti
Veneti
Gianluigi Topran
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4-10-2010
Angelini e dal Cai, per capire
i perché della scelta e il come
tradurla in opportunità. Poi
c’è stato il coinvolgimento
dei soggetti pubblici e privati
che operano in Comelico: imprenditori, associazioni, amministrazioni comunali, comunità montana.
“Il lavoro fatto è stato notevole – ha ricordato a margine
della festa il presidente del
Il ser vizio su DOLOMIA - 5° Raduno dei
Gruppi Alpinistici delle Dolomiti, svoltosi dal
24 al 26 settembre in Centro Cadore, verrà
pubblicato nel prossimo numero.
tunità che il riconoscimento
dell’Unesco può offrire.”
La festa al Rifugio Berti è
stata il primo frutto del cammino comunitario intrapreso
dalla Val Comelico.
“E’ sempre difficile far sintesi delle esigenze e delle aspettative di tutti – ha rimarcato il
sindaco di Comelico Superiore Mario Zandonella – ma è
indispensabile provarci. In
questo senso il riconoscimento
dell’Unesco è uno stimolo importantissimo perché nessuno
ci obbliga a lavorare insieme
ma se non lo facciamo è certo
inserisca nei confini delle
Dolomiti promosse anche
quelle montagne del Comelico che fino ad oggi mancano
all’appello.
Impegni e propositi che
hanno dato vigore alla festa.
Una festa di gente che si è
appassionata ad ascoltare gli
interventi che hanno raccontato la storia di queste montagne. La storia geologica illustrata da Emiliano Oddone
della Dolomiti Project e quella delle biodiversità della Val
Comelico sintetizzata mirabilmente da Cesare Lasen.
Italo
Zandonella
Callgher, tra i massimi conoscitori di queste Dolomiti.
Interventi sintetici ma completi come piacciono a chi vive con il cuore l’essenzialità
della montagna.
Anche i saluti del presidente generale del Cai Umberto
Martini, del vicepresidente
della Provincia di Belluno Silver De Zold hanno evidenziato la concretezza dell’iniziativa come tappa di un cammino che deve coinvolgere il
Comelico, il Cadore, la Provincia di Belluno.
Un tocco di autorevolezza
steria che, proprio di fronte
al Carducci, hanno dato vita
ad un difficile intervento in
parete. “Insieme, anche la solidarietà è più efficace.” Ha
commentato
Giuseppe
Zandegiacomo, responsabile della Stazione del Soccorso alpino di Auronzo, evidenziando l’opportunità di esercitarsi maggiormente insieme per confrontare tecniche
e modalità di intervento in
alta montagna.”
L’idea della festa è del gestore del Rifugio Carducci
Bepi Monti: “Stiamo lavorando per far diventare il Rifugio Carducci un punto di riferimento nel cuore delle Dolomiti dove chi ama la montagna vera possa viverla intensamente. Le Guide alpine
stanno attrezzando una palestra di roccia e richiodando
alcune vie classiche di valore
immenso.”
Massimo Casagrande
presidente della Sezione Cai
di Auronzo, proprietaria del
rifugio, non ha dubbi: “Il
Carducci ha tutte le carte in
regola per diventare la Casa
dei Protagonisti di queste Dolomiti che svettano sul Cadore e sulla Punteria. Una Casa
dove coltivare l’amicizia, la
solidarietà e la passione per
la montagna.”
è venuta anche da alcuni premiati con il Pelmo d’Oro, il
prestigioso riconoscimento
che ogni anno la Provincia di
Belluno conferisce a chi promuove la montagna bellunese negli ambiti più diversi, da
quello alpinistico a quelli culturale e sociale. C’erano Gildo Zanderigo, i giornalisti
della rivista Dolomiti Bellunesi, Antonio Cason a ricordare che anche al Settimo
Reggimento Alpini è stato
conferito il Pelmo d’Oro,
Franco Miotto, Lio De Nes,
presidente delle Guide Alpine del Veneto.
A far veramente grande la
festa sono stati però i Solisti
Veneti. Le loro hanno emozionato tutti. Di sicuro l’atmosfera è stata speciale.
Complice il numero elevato
dei presenti, il loro entusiasmo e quello degli stessi musicisti saliti anche loro a piedi, vestiti da montagna con
scarponi e bastoncini. Poi, al
rifugio, hanno indossato i
classici abiti da concerto.
Hanno prodotto uno spettacolo indimenticabile per una
festa che sarà portata ad
esempio ovunque tra quelle
che, durante l’estate, dentro
e fuori i confini del Cadore,
hanno espresso la volontà di
far crescere velocemente la
consapevolezza che l’Unesco ha promosso le nostre
Dolomiti come bene prezioso da rispettare e valorizzare
con intelligenza.
SERVIZI di
Bepi Casagrande
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ANNO LVIII
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ivio Berruti, campioL
ne olimpionico dei
LIVIO BERRUTI E RENATO PANCIERA
200 metri piani alle Olimpiadi di Roma nel 1960, nato a Torino il 19 maggio
del 1939, è stato a Pieve di
Cadore a fine agosto. L'ex
atleta italiano è andato a
trovare il figlio dell'amico
e collega Renato Panciera,
che disputò nel 1960 una
frazione della staffetta
4x400 stabilendo tra l'altro
il record europeo in semifinale con il tempo di
3'10"8 assieme ai colleghi
Lombardo, Bettella e Spinozzi. Renato Panciera si è
spento nel 2001 ma il ricordo delle imprese sportive del padre è ancora vivo nelle memorie di tanti e
soprattutto del figlio Andrea.
ALLE OLIMPIADI DI ROMA NEL ʻ60
PANCIERA NEI 4X400
AVEVA CLASSE
Berruti
Nato a Pieve di Cadore conquistò
l'8 marzo 1935, era passa- lʼoro olimpico
to all'atletica dopo le espe- con una
rienze scolastiche con le prestazione
campestri del 1953. Le sue che lo portò
notevoli qualità di corridore lo portarono ad imme- nella leggenda
diate prestazioni di un cerLivio Berruti
to valore, ma solamente
con la moglie
nel 1955 quando passò al
(2° da sx)
in compagnia di
Coin di Mestre, un'attività
Andrea Panciera
continua gli permise sen(a dx)
sibili e costanti progressi.
Ai campionati assoluti di
quell'anno egli terminò al terzo po- 4x400, che diede all'Italia il successto nei 400 con 49"4. Altri decisi so e un nuovo primato in 3'10"8.
miglioramenti Panciera li effettuò Atleta ben dotato, alto, robusto,
nel 1956: agli assoluti fu primo sui Panciera è stato uno dei quattro400 con 47"8, tempo che ripeté nel- centisti di maggior classe apparsi
l'incontro con la Francia, concluso sulle piste italiane.
da una meravigliosa frazione nella
Berruti e Panciera si erano co-
Berruti e
il cadorino
Panciera
si erano
conosciuti
in pista a
Roma nel 1960
Erano tra i
velocisti
italiani più
promettenti
carta erano favoriti, ha fatto ormai
il giro del mondo. Di Berruti, che
si lancia sul cordino al fotofinish, si
ricordano anche quegli scuri occhiali da sole con cui taglia il traguardo a tutta velocità.
IL SOGNO D’AVERE GLI
OCCHIALI DI BERRUTI
Ed è proprio da quel paio di occhiali che nasce la visita in Cadore
del velocista. Un collaboratore del
Museo dell'Occhiale di Pieve, Ernesto Da Deppo, decide di incontrare Berruti a Cortina, invitato
nell'ampezzano per partecipare alla trasmissione ‘Cortina Incontra’
assieme a Nino Benvenuti, che nel
1960 a Roma conquistò un'altra
storica medaglia d'oro nel pugilato. Da Deppo infatti vuole verificare che fine abbia fatto quella montatura per cercare di corredare il
museo di un altro splendido esemplare. Berruti però aveva già donato il prezioso oggetto alla campagna di beneficenza Telethon alcuni
anni prima facendo sfumare così il
sogno di avere in Cadore gli occhiali dell’impresa romana. Discorrendo, Ernesto Da Deppo ricorda
lo staffettista Renato Panciera nativo di Pieve, dove vive il figlio; così,
pochi giorni dopo, Berruti coglie
l’occasione, si presenta all'Ice Bar
e incontra Andrea.
“SONO LIVIO,
GUARDA CHE PASSO”
“Mi ha chiamato poco prima di
arrivare – ci racconta proprio Andrea – dicendomi: sono Livio, guarda che passo a trovarti. Si è fermato
quasi tre ore al bar raccontandoci
molti aneddoti della sua vita sportiva e non. Ci ha raccontato di come
all’epoca non si rendessero conto di
ciò che invece avevano fatto. Solo il
tempo ha poi dato grandezza alla
cosa. Nel corso degli anni, parlando
con le persone e gli amici, ha capito
di aver scritto una pagina di sport
indimenticabile per un’intera nazione. Ci ha confidato di come a
quei tempi non ci fosse alcuna pressione sugli atleti prima delle gare e
di come il clima fosse meno esasperato e più sereno”.
Durante l’incontro Panciera e
Berruti scattano assieme numerose foto ricordo per testimoniare l’evento. Un pomeriggio che rimarrà
nella memoria di tutti, anche in paese. “Siamo andati ad acquistare un paio di
occhiali per sua moglie Silvia – prosegue Andrea – e
tutti i passanti che lo riconoscevano quasi si inginocchiavano per salutarlo. Vedersi davanti l’idolo di un
tempo non è cosa da tutti i
giorni ed in molti si sono
commossi. Prima di andare
mi ha lasciato i contatti in
modo tale da poterci ritrovare. Lui ora vive a Torino ed
io per motivi di lavoro mi
reco spesso in Piemonte. Appena avrò l’occasione passerò sicuramente a trovarlo”.
QUELLA FINALE
’ENTUSIASMANTE
A ROMA NEL ‘60
Studente di chimica, Berruti aveva solo 21 anni
quando partecipò ai Giochi
olimpici del 1960. Nelle semifinali dei 200 metri corse
in 20’’5, eguagliando il record del mondo. La prestazione lo pose fra i favoriti
della finale che si svolse a
sole due ore di distanza. E
proprio da qui partono le
prime rivelazioni del campione. Quel giorno la finale
venne appunto disputata a
sole due ore di distanza dalla semifinale. Berruti le trascorse in spogliatoio in
completo riposo, quasi sonnecchiando come confessa apertamente, salendo in pista solo una
mezz’oretta prima per salutare i tifosi e svolgere un po’ di riscaldamento. Gli strafavoriti statunitensi
si dannavano invece l’anima per
prepararsi all’evento, consumandosi di esercizi in vista della gara nella quale Berruti sbaragliò tutti bissando nuovamente il 20’’5 della semifinale.
Berruti sfiorò poi una seconda
medaglia olimpica con la squadra
della staffetta 4x100, che si classificò quarta. Come premio per la vittoria, l’azzurro ricevette dal CONI
un premio di un milione e 200 mila
lire, 800 per la medaglia d'oro e
400 per il record del mondo, e in
più una Fiat 500. Con i soldi ricevuti l’atleta acquistò subito una spider fiammante. Correre è sempre
stato il suo motto, anche al volante.
La straordinaria vittoria olimpica, all'inizio della carriera, sarebbe
rimasta il suo miglior risultato.
Berruti vinse poi molti titoli italiani
dei 100 e 200 metri dal 1957 al
1962, e altri due titoli sui 200 metri
nel 1965 e nel 1968. Prese parte ad
altre due edizioni delle Olimpiadi,
nel 1964 e nel 1968. In entrambe le
occasioni raggiunse le finali con la
staffetta 4x100 ed inoltre si classificò quinto nella finale dei 200 del
1964. Il ritiro dall'attività agonistica
avvenne nel 1969. Livio Berruti fu
ribattezzato da tutti gli italiani “l’angelo”, per la leggerezza della falcata e la grazia con la quale esprimeva la sua potenza e ancora oggi è
un esempio di tecnica di corsa veloce. Va ricordato che il record di
Berruti fu realizzato su terra battuta e non sulle superfici sintetiche
moderne, che restituiscono la spinta impressa. Il 26 febbraio 2006 è
stato portatore della bandiera olimpica nel corso della cerimonia di
chiusura dei XX Giochi olimpici invernali, tenutisi a Torino.
Da Bellaria, nel 2001, Berruti
mandò a Panciera una breve lettera in cui scrisse: “Carissimo Renato
spero di poterti vedere presto... non
in mutande! Ciao. Livio”. Poche righe, simpatiche e scherzose, nelle
quali il velocista ricorda in modo
ironico il succinto abbigliamento
di gara con il quale si correva in
quegli anni.
Daniele Collavino
Renato Panciera fu
primatista sui 400 nel
1956 e nel 1960 salì
sul podio nella staffetta
4x100 dando un nuovo
record europeo allʼItalia
nosciuti in pista essendo all'epoca
due tra i velocisti più promettenti
del panorama nazionale. L'impresa
di Berruti, che conquistò un oro
olimpico del tutto inaspettato battendo in finale dei veri specialisti
tra cui tre atleti americani che sulla
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al 6 al 12 settembre
D
la prestigiosa società
di basket della Benetton
Treviso è stata ospitata a
Domegge. Gli atleti biancoverdi hanno disputato in
Cadore la preparazione precampionato, un ritiro che
ha riscosso molta partecipazione durante le partite e
gli allenamenti al palazzetto
Mario Cian Toma e tanto
entusiasmo ed orgoglio all'interno della comunità. La
Benetton, che proprio quest'anno ha deciso di rivoluzionare il proprio assetto
societario, dopo ben 12 anni ha così deciso anche di
rinunciare all'ospitalità di
Brunico. La cittadina dell'Alto Adige era infatti da diverso tempo la sede storica
del ritiro dei trevigiani. Le
sollecitazioni e le avances
portate avanti nel corso degli anni dall'amministrazione di Domegge hanno così
convinto lo staff della Marca a cambiare il posto in cui
svolgere la propria preparazione.
SCELTA IMPOR TANTE
PER LA NOSTRA ZONA
Una scelta importante
che riqualifica e rinvigorisce il territorio cadorino,
troppo spesso costretto ad
assistere all'evento contrario. Se è vero che il Trentino offre proposte e servizi
a costi migliori è altrettanto
vero allo stesso tempo che
il Cadore non è da meno. I
vantaggi a cui concorrono
le regioni autonome sono
noti ma lavorando assieme
su alcuni punti anche le nostre zone possono competere e risultare, perché no,
anche più appetibili. La certificazione ottenuta dall'Unesco ad esempio va sfruttata in ogni settore. Ottenere il marchio di "Patrimonio dell'Umanità" non è da
tutti e rappresenta un sicuro e forte richiamo per visitatori e turisti.
Molto soddisfatto dell'iniziativa il sindaco di Domegge, Lino Paolo Fedon,
che ha sottolineato come
l'arrivo dei campioni di basket non fosse solo un
evento sportivo ma soprattutto un evento di promozione e marketing territoriale. "Domegge è un paese
ad alta concentrazione di
basket ma questo ritiro è più
che altro un ottima opportunità a livello d'immagine.
Basta digitare sul motore di
ricerca Google in Internet il
nome Benetton af fiancato
dal nome del nostro paese
per rilevare decine e decine
di siti che parlano di noi
corredati da splendide fotografie. Qui in estate ospitiamo anche un torneo internazionale di pallacanestro
riservato alle nazionali giovanili under 20 e un camp
di basket a cui partecipano
moltissimi ragazzi del territorio e non solo. Se dopo 12
anni di ritiro a Brunico la
Benetton ha voluto cambiare sede un motivo ci deve
pur essere. Abbiamo già raggiunto un'intesa con la società trevigiana per continuare nel nostro rapporto
anche nei prossimi anni ma
molto dipenderà anche da
come andrà questo campionato. La scaramanzia a certi livelli conta parecchio. Il
nostro obiettivo in futuro sarà quello di ospitare dei cli-
23
BASKET LA BENETTON HA SCELTO DOMEGGE
La titolata squadra di basket di Treviso in Cadore
per la preparazione precampionato. Soddisfazione
dell team per la scelta e per il calore del pubblico
nic di allenatori, veri e propri meeting dove si radunano anche oltre cento professionisti per affinare le tecniche e discutere assieme nuove ed innovative metodologie d'allenamento. Mi auguro vivamente che la Benetton possa tornare ad essere
nostra gradita ospite perché
nel corso della settimana in
cui sono stati da noi abbiamo instaurato un ottimo
rapporto con la squadra, la
dirigenza e tutti i membri
dello staff. La gente del paese ha avuto inoltre molto
piacere di riceverli e l'afflusso alle partite e agli allenamenti è stato davvero incredibile e inaspettato. Si è
trattato di un grande risultato che ci ha permesso di
farci conoscere a livello nazionale. Basti pensare che la
locandina del ritiro è finita
anche sul Corriere della Sera. Inoltre, in collaborazione con il consorzio turistico
Auronzo d'Inverno, siamo
stati al nuovo centro polisportivo Ghirada a Treviso
dove abbiamo distribuito
una marea di volantini con
tutte le immagini e le offerte
che può proporre il nostro
territorio. Ringrazio poi la
Dolomiti Turismo e la Provincia di Belluno che ci
hanno sempre sostenuto".
E alla conferenza stampa
di presentazione del 6 settembre nella sala consiliare
del municipio di Domegge
c'era anche il presidente
provinciale, Gian Paolo
Bottacin, fiero e onorato di
presenziare all'evento: "E’
un onore per il bellunese
ospitare una squadra veneta così prestigiosa. Auguro
che la presenza di questi
campioni attiri sempre più
turisti nel nostro territorio".
Soddisfatto dell'accoglienza
e del calore ricevuto anche il
coach dei biancoverdi, Jasmin Repesa, che ha sottolineato l’importanza del ritiro di Domegge: "Vogliamo
creare un gran bel gruppo
fatto di tanti giovani e qui
in Cadore l'atmosfera che si
respira è l'ideale".
CONSEGNATA UNA
TARGA RICORDO
L'amministrazione cadorina ha quindi consegnato
una targa ricordo a tutti i
giocatori e i componenti
dello staff biancoverde assieme ad un paio di occhiali
offerti dalla ditta Castellani.
Un omaggio ben presto ricambiato dalla società della
Marca che ha consegnato al
sindaco due canottine con
gli autografi degli atleti.
LE GARE DISPUTATE
Da segnalare che il Cadore ha subito portato bene ai
ragazzoni di Treviso. Le
due amichevoli disputate al
palazzetto Mario Cian Toma si sono concluse infatti
con due convincenti vitto-
rie. Mercoledì 8 settembre
la Benetton ha schiantato i vicecampioni serbi
dell'Hemofarm Vrsac con
il punteggio di 84-66, mentre venerdì 10 settembre a
capitolare è stata la
Snaidero Udine per 72-60.
Due affermazioni che dovrebbero aver indotto lo
staff della Marca a capire
che in Cadore il clima è positivo, salutare, accogliente
e fortunato.
Daniele Collavino
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