OTT - 1:FEBBR 1 4-10-2010 11:16 Pagina 1 Bortolo De Vido CI HA LASCIATO Una grande Municipalità gestita dai Sindaci di tutti i Comuni del Cadore sarebbe molto autorevole. Aperto il dibattito IL COMUNE DEI COMUNI roviamo a chiamarlo il corpo da coprire è il medesi- vizi riducendo il personale e P “Comune dei Comuni”. mo di sempre ma la coperta si tagliando le spese. Ma a quale Non si tratta del Comune è ristretta a dismisura e se ti prezzo? Intanto non è detto San Vito di Cadore il 20 scorso, A una grande folla di familiari, amici, conoscenti, ha accompagnato all'estrema dimora Bortolo De Vido. Fu giornalista brillante, fra i primi collaboratori de Il Cadore di cui fu anche vice direttore per vent'anni; gli fu proposto anche di fare il direttore, ma se ne schermì per l’innata modestia. Ne parliamo diffusamente a pagina 11. A me il compito di salutarlo ufficialmente e, al di là delle frasi di circostanza, posso ben dire che il “vecchio Bortolo” (come amava chiamarsi) era amico e collaboratore appassionato. Lo conoscevo da tempo come giornalista, pubblicista, operatore televisivo. Quando assunsi la direzione del giornale lui ci tenne a far parte della Redazione, “come umile e vecchio collaboratore”, ripeteva (lui che era da decenni una colonna portante de Il Cadore), assolvendo con scrupolo, professionalità e continuità i servizi dal territorio. Lo sentii amico sempre, soprattutto in quest’ultimo periodo quando mi confidò tutte le sue ansie per un male ancora oscuro che lo tallonava, scusandosi quasi di non poter garantire i suoi “pezzi”. E ancora più quando sul letto d'ospedale, conscio del destino ma mai domo, con un filo di voce mi parlò del giornale. Il “suo giornale”, perché su Il Cadore il “vecchio Bortolo” non ci metteva la cronaca spicciola, ci metteva la sua anima nel raccontare fatti e persone di un popolo: il popolo cadorino. Bortolo si considerava della “vecchia guardia” all'interno del giornale. Fu la sua, diciamolo pure e senza retorica, una “guardia” attenta e costante alle torri del Cadore. E rimarranno i suoi scritti negli storici archivi della Magnifica Comunità di Cadore, e saranno letti “omni tempore”. Ciao Bortolo. Il Direttore Unico e neppure di un semplice consorzio di servizi. Diciamo che potrebbe essere la formula amministrativa più adatta per consentire alle municipalità del Cadore di vivere autonomamente, salvaguardando la propria identità e garantendo ser vizi dignitosi ai propri cittadini. Il bisogno di un Comune dei Comuni nasce dall’amara constatazione che i Comuni del Cadore, ma anche quelli bellunesi, veneti e italiani sono sempre più in difficoltà. Lamentano risorse. La crisi finanziaria è iniziata con la riduzione dei trasferimenti. Poi, con l’abolizione dell’Ici e gli ultimi tagli, la crisi ha intrapreso la strada dell’insostenibilità. I finanziamenti sono insufficienti e manca il personale. E così, di giorno in giorno, viene meno la possibilità di intervenire anche per rispondere ai bisogni più elementari. Parafrasando un vecchio adagio possiamo dire che preoccupi delle spalle restano fuori i piedi. L’esempio calza a pennello dal momento che i servizi da erogare restano gli stessi: ufficio tecnico, anagrafe, raccolta dei rifiuti, assistenza, strade, trasporto scolastico, biblioteca e tutti gli altri servizi che conosciamo, ma i soldi per pagarli tutti, garantendone la qualità, non ci sono più. Bisogna ridurre la spesa e ottimizzare i servizi. E un Comune per ridurre la spesa ha soltanto tre possibilità: tagliare i servizi o gestirli in consorzio con altri Comuni oppure sparire come Comune autonomo per confluire in una municipalità più grande che risulti la sommatoria di tante altre municipalità che, da sole, non ce la fanno più ad amministrare e a gestire i servizi indispensabili ai propri cittadini. Cominciamo dal Comune Unico. Sicuramente consentirebbe di razionalizzare i ser- che i servizi migliorerebbero. Di certo con il Comune Unico sparirebbero le municipalità e con esse l’identità e l’orgoglio di appartenere ad una specifica comunità con la propria storia che, per quanto simile, è differente da quella dei paesi vicini. Eliminare le municipalità significherebbe anche eliminare la partecipazione istituzionale alla vita democratica della comunità che raggiunge l’apice con l’elezione del sindaco. E sì, perchè il Comune Unico avrebbe bisogno di un solo sindaco. In montagna le radici identitarie sono ancora (per fortuna) molto forti e profonde. E questo non alimenterà l’idea del Comune Unico. Anche per questo un recente sondaggio sostiene che i sostenitori di questa opzione sono molto più numerosi in pianura che in montagna. E allora? (segue a pag. 6) Bepi Casagrande Un Comune per ridurre INTERVENTI ALLE PAG 5-6-7 la spesa ha soltanto Mario Zandonella Necca, tre possibilità: Maria Antonia Ciotti, tagliare i servizi, o gestirli Bruno Zandegiacomo, in consorzio con altri, Vittore De Sandre, o confluire in una unica Renzo Bortolot municipalità più grande MAMMA RAI, RIPASSATI LA STORIA Le ceneri di Calvi riposerebbero a Pieve di fronte alle Tre Cime he le celebrazioni del 150° dell’Unità C d’Italia, già avviate in qualche modo con periodiche rivisitazioni televisive di eventi risorgimentali, debbano essere l’occasione per una migliore conoscenza della nostra storia e per l’acquisizione di un’autentica coscienza nazionale, è fatto assai sensato, anche se invero non condiviso da tutti. Ma proprio perché siffatta lezione si rivolge ad un ampio pubblico, mamma Rai, più ancora di altre emittenti, dovrebbe stare attenta a quello che dice e non incorrere in pericolosi strafalcioni storici, come quello in cui è incorsa l’8 agosto scorso. Il Tg2 delle 20.30 ha dedicato ampio spazio alle vicende del 1848 in Cadore, in verità più con LA BATTAGLIA DI CADORE Lʼeterna lotta per la libertà e lʼidentità A veva ragione il grande Borges ad affermare che la storia universale è forse la storia di alcune metafore? A ben guardare gli eventi, certi eventi che ne segnano lo svolgimento, e a intenderne il significato trasversale, sembra proprio di sì: perché accade che quel significato trascenda i fatti nel loro porsi, per assumere il valore di un emblema, un modello ermeneutico valido al di là del tempo. Prendiamo il caso della “battaglia di Cadore”, combattuta il 2 marzo del 1508 in località Rusecco di Valle, tra le truppe della Serenissima - con incluse le cernide cadorine - raccolte e comandate da Bartolomeo d'Alviano, valente condottiero al soldo della Repubblica, e i Tedeschi dell'imperatore Massimiliano I: uno scontro sanguinoso, una vittoria dei Veneziani, anche se temporanea nelle conseguenze; un assaggio di quel confronto che di lì a poco avrebbe opposto la cosiddetta Lega di Cambrai - del papa con l'Impero, la Francia, la Spagna, Mantova e Ferrara – a Venezia. In un tale contesto quello di Rusecco appare come un fatto d'armi marginale, non di rado trascurato dalla maggiore storiografia, ma tuttavia importante per più di una ragione: come caso esemplare di tattica militare in operazioni di montagna, nonché per il suo contenuto politico di segnale di rottura nei confronti di una Weltanschauung imperiale sempre più in contrasto con le realtà e le aspirazioni degli Stati nazionali d'Europa; nello stesso tempo come primo delinearsi di quella geomorfologia politica destinata a improntare nel futuro la storia della terre di Cadore e d'Ampezzo. (segue a pag. 4) Ennio Rossignoli sommarie inquadrature di Pieve, Lorenzago e Laggio, che con una puntuale rivisitazione degli scontri più importanti. Certo ha fatto piacere vedere questi luoghi inseriti in qualche modo nel grande circuito nazionalpopolare e mediatico, ma la verità storica non è un optional. Nel servizio di Carola Carulli (ricerche di Lucia Alcinoni) si è sentito dire, con il sottofondo del monumento di Calvi alle falde di (segue a pag. 4) M. Ricco a Pieve, Walter Musizza - Giovanni De Donà ignificativa cerimonia nello storiS della Magnifica ComuRADUNO DEI ʻVECI NEL LIBRO D’ONORE DELLA MAGNIFICA nità acoPievesalonedi Cadore, il 18 settembre per ribadire l’identità e la laboBTG CADOREʼ Riconoscimento pubblico a dieci cadorini di nascita scorso, riosità dei figli di questa terra. o di adozione che hanno dato lustro alla loro terra SERVIZIO A PAG. 3 Sono state iscritte nel “Libro d’Onore” della Magnifica Comunità dieci persone benemerite per aver dato lustro al Cadore e, davanti al Consiglio Generale della Comunità il presidente Renzo Bortolot ha consegnato loro una pergamena con le motivazioni della citazione, nonché il distintivo dorato del quale d’ora in poi potranno fregiarsi. Nelle parole di ringraziamento i premiati hanno riaffermato l’orgoglio d’essere cadorini o il forte legame con la terra d’adozione. E’ questo volutamente un riconoscimento pubblico identitario che s’aggiunge all’indubbio apprezzamento morale per la loro opera svolta nella società. Entrano così a far parte della schiera dei benemeriti e collaboratori che hanno contribuito a rendere concreti i valori della Comunità di Cadore. PIEVE DI CADORE - Il Battaglion Cadore non verrà mai dimenticato. Nel 57° dalla sua ricostituzione una moltitudine di penne nere e di gente legata alla tradizione alpina ha invaso piazza Tiziano riempiendola con una selva di bandiere e gagliardetti. Il raduno, organizzato come sempre dai “Veci della Cadore”, è stato aperto con una S. Messa e ha avuto il suo momento più significativo con l’alzabandiera e la deposizione di una corona ai caduti, mentre lo speaker ripercorreva le vicende dello storico Battaglione. Poi, un lunghissimo corteo aperto dallo striscione “Ana CADORE” e cadenzato da marce alpine ha raggiunto la caserma P.F. Calvi di Tai dove le autorità civili e militari hanno pronuziato i discorsi di rito. FOTOSERVIZIO IN ULTIMA PAG. Pag 2_ok:APRILE 4-5 4-10-2010 11:38 Pagina 2 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 mod. PANAMERIKA 1 - 2 carreraworld.com 10 OTT - 3:FEBBR 3 10 4-10-2010 11:17 Pagina 1 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 a Magnifica Comunità L di Cadore è anche legame ideale e punto di riferimento immateriale per le persone che ritengono il Cadore non solo uno spazio geografico, ma anche un insieme di vicende umane che formano il corso della storia di questo angolo montano abitato da millenni. Forse per questo, più che distribuire premi in denaro, si è pensato di scrivere su un libro chiamato, forse anche con tono retorico, “Il libro dell’onore”, i nomi di uomini e donne viventi che attraverso le loro attività in vari campi sono riusciti a dimostrare i valori e le idealità che sono radicate in questa piccola etnia ladina dolomitica. Il 18 settembre scorso, in una serata di consiglio generale dell’Ente, sono stati iscritti per l’anno 2010 dieci nomi di cadorini nel libro citato, consegnando loro da parte del presidente Bortolot un distintivo, un libro, una pergamena con la motivazione dell’illustre citazione. La più emozionata è stata Noemi Nicolai, di Vigo, da oltre 40 anni appassionata custode della Biblioteca storica cadorina, conoscitrice e sostenitrice della ricerca d’archivio per molti appassionati e studenti. Don Lorenzo Dell’Andrea, sacerdote di Selva di Cadore, giornalista direttore dell’Amico del Popolo e di Telebelluno, autore di opere di cultura ladina. Italo Zandonella Callegher, scala- ’ giunto in Comelico E l’annuale appuntamento agostano con la “Festa dei Cadorini” organizzata dalla Magnifica Comunità. Un tempo era legata più al rientro estivo dei “cadorini lontani”, oggi si apre anche a tematiche importanti come l’attenzione per i giovani e per il loro impegno nella scuola e nell’università. “Dobbiamo credere nei nostri giovani e sostenerli, solo così può esserci una speranza per il futuro del Cadore”. Così Renzo Bortolot, presidente della Magnifica Comunità, ha voluto sottolineare l’impegno di questa istituzione secolare che rappresenta l’unità del Cadore, fondata sulla cultura, sulla storia e sulla tradizione. Nel suo intervento durante la festa, ha ribadito il ruolo di stimolo e proposta che la Magnifica persegue con impegno. “Ringrazio anche don Diego Soravia” ha detto Bortolot “per le belle parole dedicate al Cadore durante la sua omelia”. Il celebrante aveva infatti richiamato la necessità di un impegno costante degli amministratori pubblici perchè la terra cadorina possa avere un nuovo spirito, grazie alla laboriosità e all’ingegno della sua popolazione. “Non per nulla il motto della Magnifica richiama proprio i valori della giustizia e della fede, come colonne portanti dell’impegno quotidiano - ha detto don Diego - grazie a questi valori il Cadore può sperare di crescere ancora”. 3 NEL LIBRO D’ONORE DELLA MAGNIFICA COMUNITA’ DI CADORE Il riconoscimento pubblico è stato conferito a dieci cadorini di nascita o di adozione che hanno dato lustro alla loro terra Noemi Nicolai e il presidente Renzo Bortolot Grazioso Fabiani Achille Carbogno Fausto Pivirotto Ivo De Lotto Don Lorenzo Dell’Andrea Italo Zandonella Callegher Guido Buzzo Contin Antonio Cason Suor Silvia Vecellio e il vicepresidente Emanuele D’Andrea Hanno ricevuto in dono il distintivo dorato della Magnifica Comunità LA FESTA DEI CADORINI Voluta dalla Magnifica Comunità ha preso il posto dellʼincontro estivo con i “Cadorini lontani” Il rito nella chiesa pievanale, accompagnato dai canti del Coro Comelico, ha aperto la giornata di festa che è proseguita nella piazzetta dell’Emigrante, alle spalle del Comune, dove è giunto il corteo aperto dal Corpo Musicale di Auronzo e dalle autorità presenti: oltre al Presidente della Magnifica, il sindaco di Santo Stefano di Cadore Alessandra Buzzo, il vicepresidente della Provincia Silver De Zolt, vari sindaci e amministratori cadorini, anche con la presenza della giovane Ilaria Zaccaria, sindaco eletto dal consiglio comunale dei giovani di S. Stefano di Cadore. Davanti ad un folto pubblico gli inter venti ufficiali di saluto. Il vicepresidente della Magnifica Emanuele D’Andrea ha voluto ricordare come l’impegno a favore dei giovani meritevoli, finanziato con donazioni, lasciti e fondi dell’Ente, risale ancora alla fine degli anni ‘40, quando il Consiglio decise di istituire le prime borse di studio. Il sindaco Alessandra Buzzo, ringraziando i collaboratori ed in particolare la giovane assessore Giulia De Mario, impegnata nel referato che si occupa delle problematiche dei giovani e della cultura, ha richiamato il ruolo storico della Magnifica, come simbolo secolare di autonomia e unione, esempio di istituzione vicina alla popolazione, perchè espressione della popolazione. tore e esploratore di Dosoledo, scrittore di testi di montagna, direttore della Rivista del Cai e, per alcuni anni, del Film Festival di Trento. Grazioso Fabiani, di Lozzo, segretario comunale di molti Comuni, conservatore dell’archivio del padre Giovanni Fabiani, il più quotato storico cadorino del Novecento. Achille Carbogno, di Padola, insegnante e direttore didattico, pubblico amministratore e fondatore della sezione comeliana del Cai, attuale coordinatore dell’Università degli adulti del Comelico. Guido Buzzo Contin, di Santo Stefano, da 60 anni collaboratore di molteplici testate giornalistiche e autore di pubblicazioni, pubblico amministratore e animatore di molteplici iniziative. Antonio Cason, di Castion, cadorino per matrimonio, uomo impegnato in associazioni di volontariato, da un decennio presidente della Sezione Cadore dell’ANA . Fausto Pivirotto, di Vinigo, docente universitario di Pneumologia a Padova e per 20 anni primario all’Ospedale di Rovigo. Ivo De Lotto, di San Vito, docente di Cibernetica all’Università di Bologna e ricercatore del Cnr. Suor Silvia Vecellio, di Auronzo, missionaria in Mato Grosso in Brasile, da 50 anni a servizio dei lebbrosi. Lucio Eicher FOTOSERVIZIO Tommaso Albrizio Lʼappuntamento a Santo Stefano lʼ8 agosto Premi agli studenti meritevoli “Dobbiamo credere nei nostri giovani e sostenerli”, ha detto il presidente Bortolot Quindi l’assessore Giulia De Mario ha dato inizio alla cerimonia di premiazione degli studenti, chiamando i rappresentanti dei Comuni per la consegna delle borse di studio ai giovani presenti. In chiusura c’è stato l’intervento di Guido Buzzo che ha presentato l’opera del pittore surrealista Luigi Regianini, milanese ma con origini comeliane, presente alla festa. Il titolo del quadro “Dolomiti del Comelico nell’Unesco” riconferma la necessità che anche il Comelico con le sue montagne, sia ricompreso nelle iniziative promozionali della Fondazione Dolomiti Unesco costituita dopo il riconoscimento. Livio Olivotto I P R E M I AT I L’elenco dei 24 studenti premiati, 18 per le scuole medie superiori con assegno di 250 euro, 6 per l’Università con assegno di 500 euro. Auronzo: Marco De Filippo Roia (scuola sup), Katia Macchietto Riode (scuola sup.). Calalzo: Francesco Fachin (scuola sup.), Pietro Zannini (scuola sup.), Elisa Tarozzo (Univ.). Comelico Superiore: Marta Bramezza (scuola sup.), Valentina De Martin Pinter (scuola sup.), Maria Martini Barzolai (scuola sup.), Valentina Osta (scuola sup.). Domegge: Marco Da Vià (Univ.). Lorenzago: Luca Jarvis (scuola sup.). Lozzo: Silvia Del Favero (Univ.), Vittorio Lora (Univ.). Pieve di Cadore: Feliciana De Bon (scuola sup.), Francesca Ruffato (scuola sup.). San Pietro di Cadore: Evelin Casanova De Marco (scuola sup.), Greta Zampol (scuola sup.). S. Stefano di Cadore: Jessica De Bernardin (scuola sup.), Christian Casanova (Univ.). S. Vito di Cadore: Enrica De Lotto (scuola sup.), Giuliano Sidro (scuola sup.) Andrea Sala (Univ.). Sappada: Sara De Podestà (scuola sup.), Anita De Podestà (scuola sup.). OTT - 4-5:FEBBR 4-5 4-10-2010 11:19 Pagina 2 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 4 LA BATTAGLIA DI CADORE dalla prima pagina Ennio Rossignoli 10 MAMMA RAI, RIPASSATI LA STORIA W. Musizza - G. De Donà dalla prima pagina Svarioni del TG2 serale dellʼ8 agosto sulla storia di P.F. Calvi. Il suo corpo non giace a Pieve di Cadore ma, come ben noto, nella natia Noale Presentato in Municipio a Valle di Cadore un libro della Fondazione Centro Studi Tiziano che riporta gli atti del convegno sulla battaglia di Cadore (1508) E non solo: oggi quel remoto episodio può leggersi alla stregua di un paradigma storico dell'eterna lotta per la libertà e l'identità di un popolo; e se i ricorsi vichiani hanno ancora un qualche fondamento, quel momento di resistenza all'invasore straniero può ben prefigurare ciò che il Cadore avrebbe affrontato a distanza di secoli nei duri anni del secondo conflitto mondiale. Su questi temi, e altri inerenti, con autorevoli approfondimenti avevano discusso, nel settembre 2009, studiosi di varia formazione e provenienza in occasione di una Giornata internazionale promossa dalla Magnifica Comunità di Cadore e curata - con la coordinazione di Lionello Puppi – negli aspetti culturali e nelle manifestazioni collaterali (come la mostra e la donazione del pannello di Corrado Balest) dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore. A un anno da allora gli Atti di quel convegno sono ora usciti per i tipi eleganti di Alinari 24Ore, anche grazie ai supporti finanziari pubblici e privati (con la Regione in testa), e domenica, 26 settembre scorso, nella sala consiliare del Municipio di Valle, alla presenza di numerose autorità provinciali e comunali, il volume è stato presentato al pubblico; dopo gli interventi di saluto e di apertura del presidente della Magnifica Comunità, Renzo Bortolot, del sindaco di Valle, Bruno Savaris, e di Maria Giovanna Coletti, vicepresidente della Fondazione Tiziano, hanno preso la parola Matteo Fiori, che ha ripercorso la genesi del lavoro, e Lionello Puppi, con una dotta dissertazione incentrata sulle coordinate storiche e sulle vicende del Tiziano di Palazzo Ducale. Quindi ringraziamenti a tutti i collaboratori, in particolare a Monia Franzolin, curatrice della parte documentale. Pubblico numeroso e attento. intervallato con l’epigrafe della tomba di Noale, che i resti dell’eroe si trovano “quassù di fronte alle Tre Cime”. Anche concesso che l’espressione vada intesa in senso lato, collocando idealmente l’intero Cadore all’ombra delle sue montagne più belle e note, certo è del tutto errato far credere che la tomba di Calvi stia “quassù”, ovvero a Pieve di Cadore. Ma se tutti (o quasi) sanno che Calvi riposa a Noale, approfittiamo almeno di questo clamoroso infortunio per raccontare come il corpo venne riesumato anni dopo l’esecuzione e traslato nel paese natale. Una Relazione ufficiale stesa il 20 giugno 1867, con timbro del Comune di Noale e firmata da G.Batta Bottaccini e Giuseppe Menegazzi attesta che una speciale commissione si recò a Mantova il 29 aprile 1867 per procedere allo scoprimento ed identificazione dei resti di Pietro Fortunato Calvi, sepolto nello spalto di S. Giorgio, col concorso del Procuratore di Stato, del Giudice di Mandamento, del Medico Provinciale, della Rappresentanza Municipale e alla presenza di molti compagni di Calvi e del suo amico e confortatore Mons. Cav. De Martini. Dopo due giorni di vana ricerca, finalmente fu individuata la cassa contenente i resti dell’eroe, riconosciuta subito per il particolare che sopra il corpo era stato messo un vestito, quello stesso che l’eroe aveva donato al carnefice e che questi era stato costretto da un superiore a non accettare. “Levato il vestito, già riconosciuto dal sarto colà presente, si rimarcarono al capo i capelli e la barba, tuttora esistente e che tutti riconobbero per quella dell’Eroe. Subito gli avanzi vennero deposti entro apposita cassa già approntata e trasportati in città vennero depositati al Duomo ed affidati in custodia al Cav. De Martini, insieme ai resti degli altri dieci martiri, appartenenti ai Comuni di Revere, Mantova, Brescia, Verona e Venezia… In data 15 giugno la Commissione ritornò a Mantova e, siccome tutte le famiglie dei Martiri concedevano qualche parte dei preziosi avanzi al Comitato pel monumento che ai Martiri stessi sarebbe stato eretto in quella città, la Commissione, a seconda delle facoltà avute, concesse alcune ossa dei piedi del nostro martire acciocché qualche cosa di Lui rimanesse in quel luogo ove egli compì la gloriosa carriera salendo il patibolo. Al Cadore, dove Calvi, coadiuvato da quei valorosi soldati della indipendenza patria, ottenne la maggior sua gloria militare, sarebbe stata concessa, se richiesta, la mano destra”. Dopo una commovente cerimonia ecclesiastica nella Cattedrale di Mantova riccamente addobbata a gramaglia, col feretro dei martiri nel mezzo e con elogio funebre del professor Pezzarossa amico di tutti quei martiri, il feretro fu trasportato colla ferrovia a Padova e quindi in carrozza, passando fra continui omaggi per Ponte di Brenta, Vigonza, Mellaredo, Capelle, Tabina, S. Angelo e Mazzacavallo, fino al piazzale di Briana. Ma per quei gloriosi resti non era ancora finita: al momento dell’invasione del Veneto da parte degli Austriaci nel 1917 sarebbero stati nascosti per sottrarli ad una possibile vendetta nemica e nel dopoguerra riportati a Noale, dove si trovano tutt’ora. Per il Cadore niente Calvi dunque, nemmeno la mano, che non risulta mai pervenuta. Certo la nostra gente sarebbe ben felice di conservare oggi le gloriose spoglie, ma ciò vorrebbe dire sottrarle alla città natale, il che non sarebbe giusto. E poi smembrare i corpi per ricavarne re- liquie non appartiene certo alla nostra sensibilità e alla nostra cultura, che ha bisogno piuttosto di coscienza storica ed informazioni esatte. E a proposito di oggettività tradita, sottolineiamo come anche l’ultimo numero (I del 2010) della prestigiosa e storica rivista “Cortina” sia incappato in un errore a proposito di storia cadorina. Nell’articolo “Ricordi di un tempo” a firma di Mario Giorgio Bergamo (pag. 66 e sgg.) c’è una grande foto della Piramide Carducci a M. Piana, che, secondo la didascalia, sarebbe stata eretta nel 1893. Ciò non corrisponde certo al vero, poiché la prima piramide, in forma molto diversa rispetto all’attuale, venne eretta solo dopo la morte del poeta, nel settembre 1907. Distrutta nel corso della Grande Guerra, venne rifatta come appare oggi ed inaugurata nel 1923, con discorso di Attilio Loero e telegramma inviato per l’occasione da Mussolini. Benvenga comunque il 150° dell’Unità se sarà l’occasione per promuovere il nostro passato e rimandare magari qualcuno a settembre con un salutare “debito formativo” in storia. fondato nel 1953 DIRETTORE RESPONSABILE Renato De Carlo VICE DIRETTORE Livio Olivotto REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE Editrice Magnifica Comunità di Cadore Presidente Renzo Bortolot Cancelliere Marco Genova Segreteria Annalisa Santato Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore tel. 0435.32262 fax 0435.32858 - EMail: [email protected] www.il-cadore.it Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40% Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore - Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956 UNA COPIA 8 2.10 - ARRETRATO: IL DOPPIO TARIFFE ABBONAMENTO ITALIA . 25,00 - ESTERO . 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI . 34.00 SOSTENITORE . 50,00 - BENEMERITO da . 75,00 in su COME ABBONARSI A MANO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327 intestato a “Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) ASSEGNO BANCARIO o VAGLIA POSTALE a: ”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia BONIFICO BANCARIO presso: Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento” DALL’ITALIA: UNCRITB1D41 Codice IBAN IT21I0200861230000000807811 DALL’ESTERO: UNCRITB1M90 codice IBAN IT21I0200861230000000807811 TARIFFE INSERZIONI (per un centimetro di altezza, base una colonna): 12 inserzioni mensili E 13,00; 6 inserzioni mensili E 10.20; a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. 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Diversa l’esperienza per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti che non è stata ovunque così positiva. E questo perché i servizi, per essere efficienti, hanno bisogno di competenze sempre più specializzate che solo consorzi di 5 dalla prima pagina Bepi Casagrande Comuni hanno la forza per metterle in campo. Detto questo, ciò che è stato fatto fin’ora non basta per rispondere alle nuove esigenze. Bisogna gestire di più insieme. Si inserisce qui l’idea del Comune dei Comuni che potrebbe essere “governato” dai rappresentanti di tutti i Comuni che vi fanno parte. Per essere molto autorevole il Comune dei Comuni potrebbe essere gestito dai sindaci di tutti i Comuni interessati garantendo così la partecipazione diretta alla gestione dei servizi e la possibilità di verificare continuamente le scelte che ricadono sulle singole municipalità. Cosa resterebbe da gestire ai singoli Comuni? Ai Comuni, che continuerebbero ad eleggere i propri sindaci e i propri rappresentanti del popolo (il numero dei consiglieri potrebbe essere molto ridi- DIBATTITO SUL COMUNE DEI COMUNI mensionato) resterebbe da gestire l’ordinaria amministrazione, alcuni servizi basilari ma, soprattutto, il rapporto diretto con i propri cittadini che continuerebbero a sentirsi parte integrante e armonica di una comunità civile con la propria storia e la propria identità. A questo punto un quesito si impone su altri.....ma la Comunità montana o più Comunità montane oppure la Magnifica Comunità del Cadore potrebbero diventare il Comune di Comuni? La risposta non può che essere sì. L’importante è che sia un ente capace di assumersi le competenze per lo sviluppo del Cadore e con una dimensione che consentano la vicinanza e il rapporto diretto con il territorio. I nomi e le formule contano poco. L’importante è puntare alla sostanza che è ben rappresentata dalla parola insieme. Fon- damentale è capire che solo insieme si possono alzare i livelli qualitativi e ridurre i costi dei servizi. Una bella sfida che deve essere colta in fretta, prima cioè che qualcuno cali dall’alto una qualche soluzione preconfezionata che non tiene conto minimamente della specificità della montagna. Bisogna far presto anche perché sarà poi il Comune dei Comuni (o come lo si vorrà chiamare) ad imporre il passo che porta all’autonomia politica, amministrativa e finanziaria quale nuova strategia per il governo della montagna...del Cadore. Rimboccarsi subito le maniche significa – in sostanza – scongiurare il perpetuarsi di quella subalternità dai poteri centrali (vicini e lontani) che hanno sempre considerato la montagna marginale e governabile con sovvenzioni compensative ...capestro. Un Comune per ridurre la spesa ha queste possibilità: tagliare i servizi, o gestirli in consorzio, o confluire in una municipalità più grande Mario Zandonella Necca Sindaco di Comelico Superiore Presidente Comunità montana Comelico “Per le autonomie locali cʼè una rivoluzione in atto” E ’ in atto una vera rivoluzione per le autonomie locali che molti ignorano o della quale non è stata compresa la portata. il Decreto Legge n.78/2010, conseguente alla manovra economica che ha previsto gravissimi tagli agli enti locali, stabilisce l'esercizio associato obbligatorio delle funzioni comunali fondamentali nei settori di maggior rilievo: funzioni generali di amministrazione gestione e controllo, polizia locale, istruzione pubblica, viabilità e trasporti, gestione territorio e ambiente, edilizia residenziale pubblica, settore sociale. Che conseguenza avrà tale provvedimento sui comuni montani? Ne parliamo con Mario Zandonella Sindaco del Comune di Comelico Superiore e presidente della Comunità Montana Comelico e Sappada, chiedendogli anzitutto un parere sul tema più attuale: Comune unico o aggregazione di piccoli comuni? “ “Come ho già avuto occasione di dire, un Comune unico che sia risultato della fusione dei piccoli comuni mi pare una utopia. In primo luogo perchè richiederebbe provvedimenti obbligatori di fonte statale difficilmente realizzabili e secondariamente perchè l'identità territoriale ne verrebbe compromessa, contro il volere della stessa popolazione e di gran parte degli amministratori locali. Mi sembra molto più corretto e realizzabile un procedimento che porti all'aggregazione dei piccoli comuni, che in parte già avviene per molti servizi associati, a livello di vallata con le Comunità Montane. In Comelico e Sappada molti colleghi amministratori sono di questo parere”. Cosa ne pensa della manovra finanziaria che penalizza gravemente i piccoli Comuni di montagna? “Come premessa voglio sottolineare che è ormai diffusa a vari livelli la convinzione che il problema della spesa pubblica e del contenimento degli sprechi sia imputabile ai piccoli comuni, quando vediamo esempi eclatanti di sprechi che partono proprio nella realtà romana, camera deputati, senato, palazzo chigi, per diffondersi anche a livello regionale nei diversi consigli. Non si capisce il motivo per il quale un sin- daco o un presidente di comunità montana, con tutte le responsabilità connesse, debba lavorare praticamente gratis, mentre deputati, senatori e consiglieri regionali si concedono lauti stipendi. C'è qualcosa che non torna. In merito al provvedimento sull'esercizio associato obbligatorio delle funzioni comunali prosegue Mario Zandonella - in linea di massimo si potrebbe anche essere d'accordo. Trovare forme associative che siano più efficienti ed economiche per le piccole realtà comunali è attività che già da anni viene svolta a livello di comunità montana per molti servizi nel settore sociale, ambientale, informatico. Però il problema che si pone è quello relativo al sottodimensionamento delle risorse che attualmente i piccoli comuni montani già scontano. Pretendere di razionalizzare in questa situazione, cioè senza mettere a disposizione risorse finanziarie per gli Enti, si risolverà in un clamoroso fallimento le cui conseguenze naturalmente ricadranno sulla popolazione che in montagna vive e lavora. In sostanza se già oggi i nostri comuni soffrono per la mancanza di personale e la impossibilità di nuove assunzioni, è impensabile che una gestione associata, in assenza ripeto di risorse nuove, possa risolvere i problemi esistenti. Oggi nei comuni vi sono dipendenti che svolgono anche due o tre ruoli diversi. Come potrebbero essere sostituiti?” Cosa intende fare la Comunità Montana per dare attuazione alla normativa statale? “Già da tempo abbiamo avviato uno studio per verificare lo stato di fatto in tema di personale e servizi nei sei comuni del comprensorio. I dati confermano quanto ho già esposto sul sottodimensionamento delle strutture. Ora incontreremo i sindaci per capire cosa possiamo fare concretamente in tema di nuovi servizi associati. La situazione comunque è molto difficile - conclude Mario Zandonella - e lo sarà sempre di più. Non nascondo che il futuro dei nostri comuni è a rischio”. OTT - 6-7:FEBBR 6-7 4-10-2010 11:20 Pagina 2 6 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 Maria Antonia Ciotti Sindaco di Pieve di Cadore “Comune unico? Sono contraria” “C omune Unico? Sono contraria. Non ha proprio senso perché in Cadore le radici con la comunità civile, che poi si sovrappone a quella religiosa, sono ancora molto vive. Non riesco a pensare ad un Comune disposto a sparire per confluire in un altro. L’identità è ancora vissuta come valore importante al quale difficilmente si rinuncerebbe. Anche tra i giovani.” Non c’è il rischio che il nobile valore-identità possa degenerare in arida logica campanilistica? “C’è sempre il rischio che emerga l’aspetto più negativo dell’appartenere ad una specifica comunità. Ma questo non può certo condizionare il desiderio di mantenere vivo l’orgoglio di sentirsi parte di una comunità con una propria identità. E poi c’è il diritto dei cittadini a rapportarsi con istituzioni vicine. Con il Comune Unico tutto questo non ci sarebbe.” Antonia Ciotti, sindaco di Pieve di Cadore, è categorica. Non ha dubbi sulla inopportunità del Comune Unico, soprattutto in montagna. Non ha dubbi e non le mancano gli argomenti per sostenere in maniera vivace - come sa fare lei le sue convinzioni. “Garantendo la vicinanza territoriale, i nostri piccoli Comuni svolgono un servizio preziosissimo anche sul piano sociale. Amministrare un piccolo Comune significa rendersi disponi- bili a misurarsi con i problemi quotidiani anche dei singoli cittadini. Ecco la vicinanza alla gente. Ed ecco perché io sono molto favorevole all’accorpamento dei servizi ma non all’accorpamento dei Comuni.” Lei batte molto sul tasto dell’identità. E’ veramente convinta che conti ancora molto? “Sono arciconvinta che abbia un peso estremamente importante perché è proprio attraverso l’identità di una municipalità che passa il mantenimento delle tradizioni e della storia stessa di un popolo. E un popolo senza storia non ha futuro. L’hanno ribadito persone molto più importanti di me.” Tornando al problema dei tagli delle risorse che hanno messo in ginocchio i Comuni, se non vogliamo prendere in considerazione la formula del Comune Unico, cosa si può fare? “La strada è sicuramente quella dei servizi associati. Ma non basta dire gestiamo tutto insieme. E’ fondamentale studiare strategie e modalità che consentano anche di migliorare i servizi per renderli più efficaci ed efficienti. Non è sufficiente puntare solo al risparmio.” Perché dice questo? ”Perché, pressati dalla necessità di risparmiare o meglio di far bastare i finanziamenti, in questi anni non abbiamo sempre verificato la qualità dei servizi. Prendiamo ad esempio la raccolta rifiuti che i Comuni del Centro Cadore hanno associato. Non va bene. Dobbiamo cambiare marcia. Oggi, più di ieri, i servizi hanno bisogno di competenze particolari per risultare efficienti.” Ma il Comune di Pieve fruisce anche di altri servizi associati e coordinati dalla Comunità montana Centro Cadore. ”Certamente. Alcuni sono oramai consolidati e danno frutti lusinghieri. Penso allo sportello unico delle attività produttive, che funziona splendidamente e al servizio di assistenza domiciliare che segue egregiamente oltre 200 persone sole oppure ad un servizio all’apparenza più banale ma fondamentale per la gestione del territorio come lo sfalcio delle aree prative abbandonate.” Perseguendo la necessità di risparmiare e di ottimizzare, quali altri servizi consorzierebbe con gli altri Comuni del Centro Cadore? ”Gli Uffici tributi e gli Uffici tecnichi e in particolare la gestione dell’edilizia pubblica e privata.” Perché? ”Sono convinta che questo ufficio assumerebbe un’importanza strategica a livello comprensoriale. La possibilità di tenere sotto controllo l’intero territorio consentirebbe di pianificare e ottimizzare molti interventi che oggi vengono erogati in maniera frammentaria. Senza contare poi i vantaggi in termini di tempo. La concentrazione dei tecnici consentirebbe di abbreviare notevolmente l’iter delle pratiche.” 10 Si sta facendo strada sempre più lʼesigenza dʼaggregare i nostri piccoli Comuni DIBATTITO SUL CO Bruno Zandegiacomo Orsolina Sindaco di Auronzo di Cadore “Comune unico? Bastano i servizi associati” I l sindaco di Auronzo, Bruno Zandegiacomo Orsolina, guarda soprattutto alla qualità dei servizi. “Il problema del risparmio, soprattutto alla luce dei rovinosi tagli ai finanziamenti, ci sta molto a cuore. Ma devo dire che è altrettanto fondamentale puntare al miglioramento della qualità dei servizi. Sogno con maggior insistenza servizi ai cittadini sempre più precisi e puntuali. Anche servizi che costano meno alle casse del mio Comune. Ma soprattutto migliori, che soddisfino di più i contribuenti.” Lo dice con il tono un po’ rassegnato. Forse non è tanto convinto che il sognoqualità possa avverarsi? “Per natura non dispero mai. Ma c’è ancora un po’ di lavoro da fare sul piano gestionale. Certi servizi hanno bisogno di essere strutturati meglio e magari governati con competenze più consone alle esigenze attuali.” Sta parlando ovviamente dei servizi associati e gestiti dalla Comunità montana. “Mi riferisco ai servizi erogati alle nostre comunità, in generale. Penso a tutti i servizi perché poco o tanto hanno tutti bisogno di fare un salto di qualità per ottimizzare il rapporto costi-benefici. Io sono del parere che un buon servizio a medio-lungo termine consente anche di risparmiare.” Quali ser vizi condivide Auronzo con altri Comuni? “Tramite la Comunità montana Centro Cadore condividiamo la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, l’assistenza domiciliare, parte della manutenzione ambientale estiva, la gestione degli stipendi dei dipendenti e la manutenzione delle ferrate su delega regionale.” Quali altri servizi potrebbero essere gestiti insieme? “Partendo dal presupposto che Auronzo rappresenta una realtà che stagionalmente vive differenti situazioni legate al turismo potrebbe essere interessante valutare e ipotizzare forme di collaborazione nell’ambito della Polizia locale. Un altro servizio associato potrebbe essere quello della consulenza legale specialistica. Per quanto riguarda l’ambiente poi credo che non sarebbe male pensare ad un potenziamento della manutenzione ambientale. E non solo durante la stagione estiva. Dico questo perché, volente o no, il turismo rappresenta un ambito fondamentale per l’economia del Cadore. E il paesaggio è una componente essenziale per il turismo.” Quali sono, invece, i servizi che, secondo lei, devono restare in carico al Comune e quindi non devono essere gestiti in consorzio? “Mi rendo conto che Auronzo, per la sua connotazione e per come si è sviluppato, ha esigenze particolari rispetto ad altri Comuni cadorini. Ad Vittore De Sandre Presidente Comunità montana Valle del Boite “Sono favorevole alla unione dei Comuni” V i ttore De Sandre, una esperienza quarantennale da amministratore, già sindaco di San Vito di Cadore per diverse legislature, è oggi neo presidente della Comunità montana Valle del Boite. Che fare in Cadore? Un Comune unico per ogni zona omogenea ? “Sono favorevole all’unione dei Comuni. Come strutturarla, in base ai servizi da dare, sarà un fatto che si vedrà poi. I Comuni che geograficamente sono vicini e che hanno gli stessi interessi d’insieme possono risolvere i problemi mettendo insieme le forze. Faccio un esempio che mi è più congeniale: i Comuni di S. Vito, Borca, Vodo, e pure Cibiana, potrebbero convergere sull’unione dei Comuni pur mantenendo i singoli Municipi.” Unire i soli ser vizi o anche unire uffici e competenze? “Vedrei bene un Comune capofila con una sua sede; poi, gli altri Comuni conserverebbero una struttura limitata allo stretto necessario sotto il punto di vista politico (sindaco e giunta più ridotta nel numero) e amministrativo (servizi base aperti ai cittadini).” Questa esigenza di accorpare i Comuni è data soltanto da necessità finanziarie? “Io la sento come una necessità di crescita, i nostri Comuni se continuano nella situazione attuale sono destinati a morire. Oggi come oggi se non si cresce vuol dire che si va indietro o, al meglio, che si è fermi, quindi la crescita può avvenire solo attraverso l’unione delle forze, per dare migliori servizi alla gente di montagna. Anche quei pochi forse ancora complessati dal campanilismo potranno ricredersi.” Non è un palliativo della politica questo… “E’ un’esigenza reale e potrebbe essere OTT - 6-7:FEBBR 6-7 10 4-10-2010 11:20 Pagina 3 7 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 Gestito dai Sindaci di tutti i Comuni del Cadore, sarebbe molto autorevole O MUNE DEI COMUNI UNA SFIDA DA NON PERDERE ogni modo noi non possiamo delegare ad enti o organismi comprensoriali i servizi riguardanti le problematiche urbanistiche. C’è troppa specificità e sarebbe veramente arduo uniformare e ottimizzare le risposte. Poi ci sono alcuni servizi che vengono erogati, anche materialmente, direttamente ai cittadini e che rappresentano autentiche opportunità per parlare con la gente, per ascoltarla, per rendersi conto dei problemi che i cittadini incontrano quotidianamente. Sono ad esempio i servizi erogati dagli uffici anagrafe, fiscale e altri. Resto dell’avviso che tutti i servizi che comportano un contatto diretto con i cittadini debbano restare a carico del Comune. A questo proposito posso portare la partecipazione consortile allo Sportello Unico delle attività produttive gestito dalla Comunità Montana. Un’esperienza che abbiamo dovuto interrompere su richiesta dei nostri cittadini.” E se, proprio per razionalizzare le spese e per ottimizzare e rendere più efficienti i servizi, si proponesse la nascita di un Comune Unico per il Cadore? ”Per prima cosa mi verrebbe da sorridere e poi mi immergerei in un’atmosfera di grande perplessità amara perché, se qualcuno facesse veramente questa proposta, significa che ha capito poco del Cadore e non conosce la nostra storia. Mi permetterei di dire anche che una simile proposta non tiene assolutamente conto della nostra fortissima identità. I nostri Comuni sono troppo differenti per immaginarli un unicum. Sul piano della convenienza poi bisognerebbe ragionare con i numeri. E anche qui le perplessità sono tante. In nome della razionalizzazione subentrerebbero i problemi legati alla dislocazione dei servizi essenziali e alle difficoltà che si incontrerebbero per garantire a tutte le comunità un’adeguata ed equa accessibilità. Insomma un Comune Unico del Cadore non riesco proprio a vederlo.” un modo per rappresentare autorevolmente il Cadore.” Talvolta il richiamo all’identità nei paesi è anche un po’ motivo di tornaconto per i gruppi forti. Con l’unione dei Comuni si riesce anche a produrre maggiore democrazia? “Credo di sì. C’è in questa operazione una valorizzazione anche del ‘campanile’ che non viene visto come diversità ma come ricchezza di un progetto partecipativo di un’unica identità. E allora pure le diversità tra un campanile e l’altro, tra una frazione e l’altra, sarà una ricchezza. Anche il volontariato, in tutti i settori ma in modo particolare in quello dell’assistenza alle persone, nato all’interno dei paesi, sta aprendo la strada verso l’unione comprensoriale delle forze.” Venendo meno la possibilità d’aggregazione fra piccoli Comuni, l’obiettivo può essere raggiunto tramite le Comunità Montane o la Magnifica Comunità di Cadore? “La Magnifica Comunità è un faro sotto l’aspetto sociale, culturale e storico. Ho messo ‘sociale’ all’inizio perché è impregnata di valori, quelli che danno peso ad una società. Certo che oggi come oggi le possibilità d’innovare provengono solo da finanziamenti d’ordine istituzionale (che non ci sono) e la Magnifica non ha capacità giuridica per agire in proprio; inoltre, i Comuni di Zoppè e Selva di Cadore enzo Bortolot è un interlocutoR re speciale per parlare di Comune Unico. Speciale perché è il sindaco del più piccolo Comune della Provincia di Belluno, Zoppè, e perché è il presidente della Magnifica Comunità di Cadore. Quali sono le difficoltà che preoccupano maggiormente Zoppè? “Sono quelle riconducibili, ovviamente, alle ridotte dimensioni del Comune. Zoppè è piccolo e le risorse umane e finanziarie sono poche. Di conseguenza la possibilità di gestire servizi in proprio sono ridotte al lumicino.” Nonostante tutto, però, gli abitanti di Zoppè sono soddisfatti. Abbiamo avuto modo di registrare un lusinghiero giudizio di gradimento per i ser vizi erogati. “E’ vero. E’ stato riconosciuto pubblicamente che in questi anni i servizi sono migliorati e non sono diminuiti. Devo dire che questo è stato reso possibile grazie alle numerose gestioni associate.” Quali sono i servizi in consorzio? “Tanti, per fortuna. Con la Comunità montana Cadore-Longaronese-Zoldo gestiamo in forma associata la manutenzione ambientale del territorio, la gestione del personale, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, il servizio tributario, il sistema informativo, la gestione dei beni silvo-pastorali, gli adempimenti per la sicurezza dei lavoratori, la progettazione e l’accesso ai contributi europei per quanto riguarda le opere pubbliche. E non finisce qui. Con altri singoli Comuni abbiamo in comune i servizi per l’istruzione (Scuola Media e servizio mensa per la Scuola dell’Infanzia), la segreteria comunale, l’ufficio tecnico e la polizia locale.” Zoppè dunque come modello di Comune di montagna che riesce a mantenere i ser vizi grazie alla gestione associata. “Non so se Zoppè è un modello. Di certo, se non ci fosse la possibilità di attuare forme consortili di gestione, molti servizi non arriverebbero nel nostro Comune. Ci sono altri servizi che potrebbero tranquillamente essere associati. Riguardano le attività interne e di gestione come, ad esempio, la ra- convergono su altra vallata, mentre Cortina ha propri programmi. Ci sarebbero pertanto dif ficoltà: però la Magnifica può dare indubbiamente una carica non indifferente.” E le Comunità Montane? Quale il loro futuro…? “Potrebbero svolgere una vasta gamma di servizi e rappresentare questo tipo di esigenze. Però le Comunità Montane sono in questo momento in attesa di legiferazione da parte della Regione: in base ai compiti e ai finanziamenti assegnati ci ragioneremo sopra e si vedrà. Comunque, io credo che la Comunità Montana debba essere un ente erogatore di servizi e rappresentare quindi l’unione dei servizi dei Comuni di vallata, pertanto non può essere ampliata oltre gli attuali limiti territoriali.” Cosa succederà nell’arco di 10 anni? “Si dovranno affrontare tante problematiche nuove. A cominciare dallo sviluppo del turismo, che specie in centro Cadore parte da una posizione svantaggiata conseguente alla riduzione delle attività artigianali. Per far ripartire il territorio dovrà venire in aiuto proprio la politica, quella con la P maiuscola, e fare delle riforme strutturali, come appunto potrà essere quella sull’unione dei Comuni che potrà dare migliore organizzazione ed impiego delle risorse finanziarie.” Renzo Bortolot Sindaco di Zoppè di Cadore Presidente Magnifica Comunità di Cadore “Comune unico? Propongo una federazione di Comuni gioneria, che non hanno rapporto diretto con i cittadini.” Nonostante sia un assertore della necessità di associare i servizi lei è sempre stato scettico per quanto riguarda l’automatica diminuzione dei costi. “Esatto. Non è sempre detto che una gestione consortile comporti una riduzione delle spese. In molti casi mettersi insieme garantisce ai Comuni associati di avere servizi che da soli non riuscirebbero ad avere. E, quasi sempre, i servizi associati raggiungono livelli di qualità maggiori. Ma non sempre i costi diminuiscono. Detto questo sono convinto che la linea dei servizi associati sia da perseguire con maggiore determinazione. Il mio è un auspicio che rivolgo soprattutto ai Comuni più grandi - o che si credono tali - che pensano di poter continuare a fare da soli. Non è più il tempo.” Cosa ne pensa di un Comune Unico in Cadore? “Un Comune Unico per tutto il Cadore sarebbe troppo grande. Le zone più marginali rischierebbero di uscirne ancor più penalizzate di oggi. Ma è l’idea di Comune Unico in sé a non convincermi. Prendiamo Zoppè. Gli abitanti di Zoppè non accetterebbero mai di vedersi cancellare la propria municipalità. Il Comune è l’unica istituzione che garantisce la vicinanza ai cittadini e salvaguardia l’identità della comunità. A Zoppè il Comune resta uno dei pochi punti di riferimento ancora presenti sul territorio e il senso di appartenenza che ne consegue è quello che, in molte situazioni, alimenta l’attività del volontariato e quindi la realizzazione di iniziative socio-culturali e promozionali che difficilmente sarebbero possibili in tanti Comuni di montagna.” Neppure la Magnifica Comunità di Cadore potrebbe diventare un modello amministrativo capace di sopperire all’esigenza? “La Magnifica Comunità di Cadore è, di fatto, una Istituzione nella quale le singole autonomie locali si riconoscono. Ieri si riconoscevano organicamente le Regole e oggi si riconoscono i Comuni e gli stessi cadorini. La Magnifica è sicuramente disponibile a tornare ad essere cuore amministrativo di questo territorio. Questo però comporterebbe una ristrutturazione organizzativa e un’attribuzione delle risorse necessarie a svolgere un ruolo intercomunale per esempio sul versante della gestione dei servizi.” Una specie di Comune Unico, insomma. “Più che come Comune Unico, la Magnifica Comunità potrebbe diventare quello che in Germania è oggi la Federazione dei Comuni, attraverso la quale gestire le politiche per il territorio e di programmazione di area e tutti quei servizi che si possono esercitare meglio in forma associata.” E’ questa la proposta che si sente di rivolgere ai cadorini e ai loro governanti? “Si, è proprio questa. Oggi il Cadore ha bisogno più che mai di unità e di maggiore collaborazione per poter affrontare insieme le sfide di un futuro che è già qui. La Magnifica Comunità è sicuramente disponibile ad un confronto su questi temi….e a fare la sua parte.” Un Comune per ridurre la spesa ha queste possibilità: tagliare i servizi, o gestirli in consorzio, o confluire in una municipalità più grande INTERVISTE di Livio Olivotto, Bepi Casagrande, Renato De Carlo OTT - 8-9:FEBBR 8-9 4-10-2010 11:21 Pagina 2 8 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 10 Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni PER I 90 ANNI DI ZIA COSTANTINA BENVENUTO IN FAMIGLIA FESTEGGIATO A AOSTA LUIGI DA AUSTRALIA E DA ARGENTINA PICCOLO LEVI ALEXANDER DA VAL PER I SUOI 96 ANNI Egregio Direttore. Sempre con piacere riceviamo il vostro giornale che ci tiene informati della vita Cadorina e della sua gente sparsa nel mondo. Spesso ritorno al mio paese nativo di Pelos assieme a mio marito (Friulano). Quest’anno è stato particolarmente importante dato che ci siamo riuniti con cugini venuti dall’Argentina. Questi sono Lita Martini con marito Gulielmo Morales e figlia Mariana. Dall’Australia altri cugini, Dolores con marito Arcangelo (John) De Martin, figlia Carolina assieme ai suoi figli Jordan and Daniela Hurst. Assieme abbiamo celebrato i 90 anni della nostra Zia Costantina Martini in Piazza, residente a Lorenzago, e sarei riconoscente vedere publicate due foto di questa occasione, ricordando anche Zio Mario Martini residente a Sydney che celebrò recentemente 88 anni. Sono i piu’ giovani rimasti della famiglia di Albino e Gioseffa Martini. Un ringraziamento e cordiali saluti Anita Celli Borean Ryde NSW AUSTRALIA Immaginiamo la gioia di zia Costantina nel vedersi attorniata da tanti nipoti e cugini, e pure quella di tutti voi per un così bello e sentito raduno “internazionale”. Auguri a lei e a Mario, saluti a tutti. Nella foto in alto, con zia Costantina Martini Piazza, le cugine Dolores De Martin, Anita Borean, Lita Martini Spett.le Redazione, con piacere ricevo Il Cadore, sempre più bello e interessante. Con piacere ho visto a pag.11 una nuova cronaca dedicata ai Nuovi Nati e con gioia includo una foto del mio nipotino, nato l’8 agosto scorso. Qui fanno le foto ricordo in Ospitale il giorno che va a casa: nella foto ha due giorni. Io sono la nonna, Vanda Da Corte Morris da Valle di Cadore, risiedo in S. C. da 42 anni, sposata, e questo è il mio primo nipotino, Levi Alexander Cannon, figlio di Randy e Tommy, e quando parlerà mi chiamerà nonna, così un po’ di italiano è bello. Saluto gli zii di Valle Ezio e Beppina Da Corte. Grazie tante e saluti Vanda Da Corte Morris South Carolina - USA Congratulazioni e un saluto al piccolo Levi Alexander che ci leggerà con soddisfazione quando sarà diventato grande. Come esplode in lei, Vanda, la gioia d’essere nonna ed emerge il cuore di cadorina! Gentile Direttore, a lei e a tutti i componenti de Il Cadore invio i miei ringraziamenti per l’invio di ogni mese del mensile, che come abbonato ricevo. Ho festeggiato i miei 96 anni il 16 luglio 2010. Solo ora, causa degenza all’ospedale e miracolato…., mi sto riprendendo, così approfitto inviarle una foto con tutti i miei cari. Non mi allungo, di nuovo ESSERE ONESTI E NON MANGIARSI IL CREDITO CONSIGLIAVA IL PADRE DI BORTOLETTO Gent.mo Direttore e amici del giornale Il Cadore, sono difettoso di vista ma non posso dimenticarmi del mio Cadore. Con questa mia unisco pure i saluti ai miei cugini Renzo, a mia nipote Rina, alla nipote Loredana Mari, Rossi… Il 31 Ottobre completo 91 anni e non mi dimentico dei parenti e paesani. Unisco una mia foto al più bel giornale del mondo, mando pure un forte abbraccio al S. Sindaco. Questa foto che mando… (lettera del 14 agosto) La ringrazio di aver collocato la foto di mia cognata sul giornale. A molta gente è piaciuto e si sono meravigliati che dopo più di 50 anni ci corrispondiamo col nostro paese, pure nella clinica dove vado a fare un trattamento ho lasciato 2 giornali alle infermiere che sono di origine italiana e si sono meravigliate che alla mia età scriva bene in italiano, pure i medici. Noi siamo cadorini e cerchiamo di essere simpatici con tutti, per questo tutti ci rispettano. Capo principale essere onesti e non mangiarsi il credito come mi insegnò mio padre. In questo scritto unisco una cartolina della mia città di Londrina… Ora se fossi più giovane verrei in Italia ma con la mia età non mi adatterei al clima. Grazie e un forte abbraccio. (lettera del 18 giugno) Bortoletto Coletti Londrina - BRASILE Saggio consiglio questo di suo padre sul “credito”, caro Bortoletto, aiuta a vivere bene anche in questi tempi ringrazio infinitamente tutti voi. Abbonato Luigi Da Val Aosta C’i sono così tanti familiari e amici attorno a lei che ho dovuto recuperare spazio, tagliando qualche presenza. Auguri per questo importante e non facile traguardo e grazie per averci scritto. Farà sempre parte di questa nostra splendida famiglia cadorina. moderni. Grazie per la sua opera di divulgazione de Il Cadore e auguri vivissimi da tutti noi per il prossimo compleanno a fine ottobre: 91 anni sono tanti, ma 100 andranno anche meglio! Nelle foto sotto, il figlio e familiari di Bortoletto in visita in Cadore, assieme ad alcuni parenti; sopra, Bortoletto riceve posta, gli era accanto allora la moglie Olga. COMUNICAZIONE Il Direttore si scusa di non poter mettere in pagina su questo numero numerosi interventi dei lettori, interviste già programmate, alcuni articoli di collaboratori. Verranno ripresi sul prossimo numero. OTT - 8-9:FEBBR 8-9 10 4-10-2010 11:21 Pagina 3 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 9 Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni LA CICLABILE? ANCORA NON VA... CʼEʼ RIVALITAʼ ANCHE SULLE STRUTTURE MANIFESTAZIONE FIAB ʻDALLE DOLOMITI PER LʼASCOLTO DELLA MUSICA? Spett. redazione, sono un tenti degli interessati. Ri- parte in quale dei due edifiALLE COLLINE DEL PROSECCOʼ Cadorino(orgoglioso di es- torno al tema del mio scrit- ci si possa ascoltare la muserlo), a cui piace sentire ogni tipo di musica,”dai cori di montagna alla 9°sinfonia di Beethoven. Seguo pure con grande interesse, le conferenze e i convegni che trattano le problematiche e il futuro del nostro territorio. Da come mi pare di riassumere, il parere delle persone che conoscono i problemi della montagna, sono concordi nell’affermare che una delle possibilità di risolverli, è l’unità di in- to. Mi pare di notare una certa rivalità, fra i paesi di Pieve di Cadore e Lozzo di Cadore per quanto riguarda le strutture adibite all’ ascolto della musica. Tutte e due le comunità aspirano ad avere nel loro paese una sala da concerti che si possa definire Auditorium. Questo enigma è facilmente risolvobile, facendo fare una valutazione a delle persone, naturalmente non di sica nel modo piu adeguato. Se anche in queste cose, che esprimono le forme culturali piu elevate, non ci mettiamo daccordo, vuol dire che siamo ancora lontani dall’ incominciare ad affrontare i problemi che ci riguardano e ancora di piu riguardano il futuro dei nostri figli. Grazie e saluti. Francesco Zandegiacomo Auronzo BENE IL SITO WWW.IL-CADORE.IT Gentile Direttore. Finalmente... avete anche voi un sito internet. Il vecchio www.cadore.com è fermo, anzi mai iniziato, da anni. Sono un vecchio abbonato e gradirei leggere il periodico, e magari (se mi permette) commentare e suggerire migliorie (realizzo siti) tramite internet. Mi necessiterebbe la password per accedere. Grazie per la cortesia e .... proseguite così. Saluti Piero Pais Marden Udine Caro abbonato, Cari abbonati tutti che mi avete scritto. Il sito è stato riattivato da poco, è da implimentare, ed è già stata inoltrata domanda per l'inserimento su Google. Il sito www.il-cadore.it deve essere comunque inteso, più che come promozione, come disponibilità per gli abbonati (soprattutto all’estero) di leggere il giornale fin dalla data di uscita in edicola ed in attesa che arrivi per posta), integralmente, utilizzando la pass che si può richiedere anche dal sito stesso, o attraverso la Segreteria amministrativa della Magnifica Comunità. Poi, faremo anche altro, recependo i suggerimenti di tutti. LEGGI ILCADORE SUL SITO E’ in linea su Internet il sito del giornale e vi si può accedere gratuitamente digitando www.il-cadore.it Gli abbonati possono richiedere la pass direttamente dal sito o per telefono Vi si trovano le News del numero del mese e interamente i numeri arretrati degli ultimi anni. Si potrà consultare in breve la storia del territorio fin dagli Anni Cinquanta, le testate storiche del Cadore, conoscere i vari direttori del giornale. E altro ancora. Gent.mo Direttore, sono il presidente dell’associazione “Amici della Bicicletta-FIAB di Belluno” e Le sarei grato se potesse trovare uno spazio. Da anni, le associazioni FIAB del Veneto salgono in Cadore in massa, per sostenere e divulgare l’itinerario ciclabile denominato “Lunga Via delle Dolomiti”, di cui la pista ciclabile dell’ex Ferrovia delle Dolomiti costituisce la parte più settentrionale e più prestigiosa. Abbiamo seguito costantemente il suo sviluppo e collaborato con vari enti locali e altri soggetti impegnati nella progressiva realizzazione di quest’opera. Da buon cadorino - anche se residente a Belluno da parecchi decenni - sono abbonato a “Il Cadore” e ho apprezzato gli interventi che il mensile ha pubblicato sull’argomento, fino al pezzo presente nell’inserto Speciale Estate del corrente mese. Ritengo però utile evidenziare anche i numerosi problemi ancora presenti, primo dei quali forse la mancanza di una regia unitaria, di una gestione complessiva di tutto il percorso, causa prima degli altri aspetti critici. Per farne un elenco affrettato e sommario: ci sono ancora brevi tratti da realizzare, in particolare in Comune di Cortina (che sia il più povero di tutti?...); molti attraversamenti, alcuni pericolosi, di strade aperte al traffico; le precedenze da riconsidera- Alla riscoperta dei paesi: un gruppo di ciclisti “nostrani” fa tappa in piazza Tiziano a Pieve di Cadore re (è assurdo che anche le stradine locali meno importanti abbiano la precedenza su un itinerario ciclabile di rango europeo!); la segnaletica insufficiente e difettosa (es.: non ci sono le località di direzione; i tratti promiscui con gli autoveicoli non sono segnalati; è quasi assente nella viabilità ordinaria per accedere alla pista); l’informazione e la promozione nel mercato cicloturistico; ecc. ecc. Penso che la Magnifica Comunità di Cadore potrebbe avere un ruolo positivo in questo senso, promuovendo il necessario coordinamento tra i vari soggetti, pubblici e privati, per un progressivo miglioramento dell’infrastruttura e della sua gestione. Venendo alla manifestazione di quest’anno, come può vedere dal programma, si sviluppa dal Cadore verso sud, il primo giorno (2 ottobre) fino a Belluno e il secondo (3 ottobre) da Belluno a Conegliano. Un itinerario per le biciclette che permetta di unire in sicurezza le Dolomiti a Venezia e al mare avrebbe bellissime possibilità di uno sviluppo turistico del tutto rispettoso dell’ambiente, “dolce” e diffuso, adatto a valorizzare anche le zone più marginali e talvolta dimenticate. Alcune agenzie già lo praticano e sempre più i viaggiatori in bicicletta scendono per le nostre vallate. Io stesso, essendo accompagnatore turistico, ho avuto modo di guidare più volte gruppi di cicloturisti nordeuropei da Dobbiaco a Venezia (perfetto “pacchetto” settimanale), ammirati dall’incredibile successione e varietà di paesaggi d’eccellenza, e dalla ricchezza di motivi d’interesse: panorami, architettura, arte, enogastronomia, ecc. Purtroppo, anche per i problemi prima elencati, stenta ad affermarsi nel mercato cicloturistico europeo. E’ comunque già stato preso in considerazione dalle tre province di Belluno, Treviso e Venezia. (...) Cordiali saluti, Bortolo Calligaro [email protected] OTT - 10-11:FEBBR 10-11 4-10-2010 11:22 Pagina 2 10 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 10 Eʼ morto Bortolo De Vido, giornalista Fu un amico e una bandiera per “Il Cadore” “CIAO VECCHIO BORTOLO” Bortolo De Vido aveva 74 anni. Era giornalista per passione, brillante ed ecclettico. Nato il 2 luglio 1936 a San Vito di Cadore e primo di otto fratelli, si diplomò al liceo scientifico di Belluno e divenne in seguito segretario della scuola media Calvi di S. Vito, fino alla pensione. Abitava a Resinego, era sposato dal 1964 con l’insegnante Giuliana Gatticchi e padre di Stefania, Michele, Elena e Anna. Uomo di cultura e amante della storia del suo paese e del Cadore, si dedicò al giornalismo per l’intima curiosità di conoscere le cose e poterle raccontare al pubblico. Già prima d’essere iscritto all’Albo dei giornalisti pubblicisti (27.2.1975) Bortolo iniziò a collaborare con il quotidiano Il Gazzettino (1958), successivamente con il mensile Il Cadore di cui fu anche vicedirettore dal 1985 al 2005, e con il settimanale L’Amico del Popolo; ebbe un esperienza anche con l’emittente televisiva locale R. Tele Cortina (1984) come responsabile dei servizi giornalistici. Fu addetto stampa dell’azienda di soggiorno ‘Valboite- Bortolo al lavoro. È il 13 giugno 2009, sul Rite, con alle spalle il “suo” Pelmo rdc aro direttore, vorC rei ricordare anch’io un poco il mio amico e collega Bortolo De Vido con il quale ho collaborato per moltissimi anni. E vorrei soprattutto andare a due episodi chiave della nostra amicizia fraterna. Il primo riguarda una sua visita alla nuova sede de “Il Gazzettino” a Mestre negli anni Settanta: arrivò con una scolaresca di San Vito che lui accompagnava anche quale corrispondete del quotidiano di Talamini da sempre. Mi ricordò più volte quell’episodio: perché rimase colpito dal fatto che io, allora ancora Caporedattore del quotidiano, mi fossi offerto di accompagnarlo e di mostrare ai suoi curiosissimi studentini come funzionassero le telescriventi, uno strumento di avanguardia allora, una pagina di ar- ggiungere qualcoA sa sulla figura di Bortolo De Vido a quanto è stato detto diffusamente nell'immediatezza sui quotidiani locali ed ora su questo stesso foglio è possibile soltanto soffermandosi su qualche particolare aspetto della sua personalità. Prendo, pertanto, lo spunto da un'arguta osservazione svolta dal pievano di S. Vito, don Riccardo Parissenti, nell'omelia del suo funerale: per Bortolo ogni notizia locale, ancorché di poco conto, aveva un'intrinseca valenza, che gli imponeva di ricondurla a riflessioni di carattere generale, su categorie e valori che si prestassero a celebrare le nostre tradizioni. Il legame con il “fatto” era da lui talmente sentito, che un'assenza da casa propria, quale la rituale vacanza estiva a Fossombrone, nelle Marche, era vissuta – con Cadore’, autore di riviste, depliants, documentari a carattere turistico; ha curato l’organizzazione di manifestazioni sportive, fu cronometrista iscritto alla federazione, componente del direttivo ‘Caprioli’ di S. Vito; ha tenuto pure l’ufficio stampa della Comunità montana Valboite. Decenni di articoli, foto, riprese, su ogni argomento. Bortolo De Vido fu una bandiera del mensile Il Cadore ed egli vi si dedicò sempre con passione, intelligenza, costanza, contribuendo attivamente alla vita del giornale. La Magnifica Comunità di Cadore lo ha iscritto nel Libro d’Onore (il 27 settembre 2008) con la seguente motivazione: “Per l’attività di giornalista nella quale ha posto spesso al centro dei suoi articoli la figura e le opere della Magnifica Comunità, tanto da rappresentare una delle voci più autorevoli del mensile Il Cadore”. Si è spento il 18 settembre 2010 all’Ospedale di Pieve di Cadore, dove era ricoverato da qualche settimana, a seguito di improvvise complicazioni mediche. cheologia della comunicazione, oggi. Il secondo riguarda la mia direzione de “Il Cadore” che accettai dal l0 gennaio del 1995 e continuai fino a quando subentrasti tu. La mia direzione fu... decisa proprio dall’amico Bortolo il quale mi invitò a scrivere un “fondo” nel mensile, d’accordo con il direttore d’allora Serafino De Lorenzo, certamente per misurare le mie capacità di interessarmi al territorio essendo un “cadorino de fora”. Un fondo che io dedicai alla viabilità e che firmai Emanuele Pela, dal soprannome della mia famiglia. Poi, quando accettai l’incarico, mi fu sempre vicino come vicedirettore, ma soprattutto come mia guida per permettermi di entrare il meglio possibile, nella realtà del territorio. Fu un consigliere indispensabile, un giornalista di razza che non volle mai, forse per una timidezza interiore, assumere quel ruolo di direttore che avrebbe meritato e certamente esaltato le sue doti e conquistati nuovi lettori. Anche quando, superati gli “anta”, decisi di rinunciare alla direzione de “Il Cadore” non volle assolutamente sostituirmi come Responsabile della testata, indirizzandomi verso persone che entrambi stimavamo. Tanti altri avranno descritto la sua carriera e le sue doti: io posso aggiungere solo di averlo avuto come consigliere indispensabile e come compagno di cordata carico di onestà intellettuale indimenticabile. E che ricordo con un affetto particolare e con un abbraccio alla moglie Giuliana. Lele De Polo comprensibile disagio della moglie – come un inconveniente, che lo costringeva a costanti collegamenti, per rimanere di vedetta e non essere spiazzato da qualche evento. Non di rado il rientro veniva anticipato. È in questa chiave che va capita la rinuncia, apparentemente inspiegabile, ad una più qualificata collocazione nell'ambito redazionale de Il Gazzettino, che gli era stata prospettata. La stessa direzione de “Il Cadore”, dopo l'uscita di Emanuele De Polo, delineatasi come scelta quasi obbligata, dopo il suo prolungato periodo di vice direzione con lo stesso, è stata da lui scartata non tanto quale impegno che non ritenesse alla sua portata, quanto perché avrebbe potuto allontanarlo da quel costante presidio del territorio che considerava irrinunciabile. Un'ultima annotazione: il tempo dedicato alla stesura dell'articolo era tutto quello che gli fosse consentito dalla tirannia del tempo (scadenza del termine per l'invio del “fuori-sacco” postale, per la telefonata “rovesciata” agli stenografi, per l'inoltro del messaggio informatico). Alla stesura di getto (secondo il motto, attribuito a Catone il censore, “Rem tene, verba sequentur”), faceva seguire una meticolosa opera di lima, il cui risultato era un pezzo dall'inconfondibile suo stile, intessuto di forte e genuina passione civile, rivestita di una felice, elegante capacità espressiva, che il solido bagaglio culturale scolastico gli aveva portato in dote. Questa la voce narrante del Cadore, che ci ha accompagnato, adeguandosi all'evoluzione dei mezzi di comunicazione, per oltre mezzo secolo. Giuseppe De Sandre Bortolo De Vido riceve dal presidente della Magnifica Comunità Emanuele D’Andrea l’attestato di iscrizione al Libro d’Onore “Per l’attività di giornalista nella quale ha posto spesso al centro dei suoi articoli la figura e le opere della Magnifica Comunità, tanto da rappresentare una delle voci più autorevoli del mensile Il Cadore”. Era il 27 settembre 2008 ortolo. Bortolo per tutB ti; il cognome non gli era necessario. Poteva farne a meno; De Vido camminava dietro a lui come fosse la sua ombra. Bortolo; colui che per mezzo secolo ha raccontato la propria terra, in specie la valle del Boite, smussando angoli e affievolendo tramontane. Tra De Vido e Bortolo c’era una realtà di mezzo, la sua realtà scrittoria. Aveva capito che la sua valle aveva bisogno di luce e di calore perché la Chiusa la strozzava di dentro. Non poteva scrivere diversamente, come quando si è certi di una verità. Ne parlavamo lungo quel corridoio dalla luce artificiale, aggrappato al mio braccio. «Anche la dottoressa mi ha consigliato di riprendere a scrivere» aveva confermato con la voce afflitta, sottile. Era incerto, però. «Scrivi per te stesso» incalzai. Sorrise divertito prima di ricordare quando cinque lustri prima gli avevo raccontato che leggendo quanto aveva scritto mi sembrava che la sua valle fosse dotata di una dignità particolare. Sorrise ancora rasserenato. «Sì, forse potrei scrivere» annuì di certo a sé stesso. Per scrivere usava un filtro, come necessitasse di un congegno per correggere la luce distorta. Determinati eventi collidevano con la sua esperienza umana, con le ragioni del vivere. Gli sarebbe piaciuto che la sua terra fosse immune da contaminazioni e da scorciatoie. Non voleva abituarsi all’idea; non poteva fa- re diversamente. Ne era radicato che nel cuore portava i segni delle cicatrici. Più di una volta ne avevamo ‘scritto’ scambiandoci e.mail. Dalla finestra del corridoio con la luce artificiale, le Marmarole erano imbronciate. «Vai ancora in montagna?» Risposi che ero andato con il freno tirato, causa problemi di salute. «Passerà» assicurò. Ebbi l’impressione che si riferisse al proprio stato. Le montagne gli suggerirono anche una riflessione sull’ennesima pubblicazione di un diario di guerra, della Grande guerra, che aveva sul comodino della camera con la luce artificiale e che stava più sfogliando che leggendo. «Come vedi» commentai, «l’autore di quel diario prima ha scritto per sé stesso e poi, forse, per i posteri. Il diarista, prima di tutto, ha amore per sé stesso». Sorrise di nuovo. Lui non avrebbe potuto esserlo; amava troppo ciò che lo circondava – le montagne, i boschi, le acque, il cielo, i paesi – per non scriverne. A seconda della pubblicazione, modulava gli scritti come le canne dell’organo con i suoni. Dalla cronaca spicciola, all’informazione amministrativa; dagli eventi agli approfondimenti; dai comportamenti scorretti all’educazione civica. Così parlando, eravamo giunti all’ingresso del reparto dalla luce artificiale; nessuno entrava o usciva. Riprese l’onda dei ricordi. «Caro gemello...» sospirò. Era la metà degli anni Ottanta dell’altro secolo che un signore, vedendoci spesso insieme, ci chiese scusandosi dell’impertinenza se fossimo gemelli. Forse abbiamo rivangato il medesimo fatto, perché ci fissammo e sorridemmo. «Eri tu che li portavi male» disse. «No, eri tu che li portavi bene» ribattei. Sorridemmo ancora. A suggerire quel signore devono essere stati di certo – per entrambi – i baffi brizzolati, i capelli quasi bianchi (allora), i molti bitorzoli del viso. Avevamo riso compiaciuti e utilizzato quell’espressione per iniziare e concludere le e.mail e per salutarci “Ciao gemello”, “A presto, gemello”. Così nel corso degli anni ci siamo uniti in quell’intesa. I bitorzoli invece era una cosa diversa. Nel Seicento l’Inquisizione credeva che i bitorzoli fossero la prova che il maligno era entrato nel corpo dei cristiani; come le talpe che lasciano i mucchietti di terra. «Pensa quante volte il maligno ci è entrato dentro; e dall’idea si è trovato bene» commentai. Ritornammo verso la camera con la luce artificiale. Il carrello dei farmaci, mosso da due infermiere, si fermava davanti ogni camera. Ci fermammo curiosi, quasi affascinati. C’era anche un registro con nomi impronunciabili di farmaci; roba per addetti ai lavori. Cercai, sentendo il suo braccio avvinghiato al mio, di esiliare la consapevolezza del male che lo affliggeva. In agguato, come un intruso, con il quale stava convivendo. Gli stava cancellando il tempo; si stava alimentando disponendosi all’addio. Ciao gemello. gp OTT - 10-11:FEBBR 10-11 10 4-10-2010 11:23 Pagina 3 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 Egregio Direttore, allego una fotografia scattata il 6 agosto corrente, giorno del 95esimo compleanno di mio padre, Serafino De Lorenzo. Avremmo il piacere di ricordarlo su quello che 11 è stato "Il Cadore" da lui diretto per 20 anni e, nel mentre ringraziare tutte le persone, e sono state tante, che hanno festeggiato con lui. Grazie. Osvaldo De Lorenzo Nebbiù di Cadore Complimenti a Serafi- no per la bella età e tanti auguri da parte della Redazione. Con l’occasione, abbiamo pensato di richiamare la sua lunga attività di cronista e di ricercatore storico, nonché di Direttore de Il Cadore. RICORDANDO I ‘PRIMI’ 95 ANNI DI SERAFINO DE LORENZO, GIORNALISTA E SCRITTORE DI VAGLIA TUTTO IL CADORE NELLE CRONACHE E NEI LIBRI DI UN ʻNEBLUDENSEʼ DOC E’ nato il 6 agosto 1915. E nell’aprile di quest’anno, Serafino De Lorenzo ha dato alle stampe la sua ultima (per il momento) pubblicazione quale omaggio del nonno novantacinquenne al nipote Andrea che di anni ne ha oltre 70 in meno e che si è laureato a Trieste in ingegneria elettronica e che, per ora, continuerà a fare ricerca in quell’Ateneo. Ha scelto, come argomento, la presentazione dei “Nebludensi doc”, cioè dei più noti tra gli abitanti di quella frazione del Comune di Pieve che si chiama Nebbiù. E ne ha fatto un simpaticissimo ritratto sia della “vecchia Nebiù”, con una b sola, e dei tantissimi personaggi. Ma noi de “Il Cadore” (che lo abbiamo apprezzato come direttore per quasi tre lustri) vogliamo aggiungere un nome a quello dei nebludensi illustri: il suo. E lo facciamo ora, avendolo trovato, anche nei giorni scorso, con una mente lucidissima e con la voglia di vivere ancora a lungo in una famiglia che lo ama e in una comunità cadorina che gli vuole essere sempre affettuosamente vicina. Autodidatta, si è diplomato nel 1933 all’Istituto Tecnico Segato di Belluno ed è a tutt’oggi l’ex allievo vivente più anziano. La Seconda Guerra Mondiale gli ha rubato sette anni di vita fra servizio di leva, combattimenti vari che lo hanno portato, con la sua divisa di artigliere della Contraerea, in giro per l’Italia, per la Jugoslavia e la Grecia. La malaria, con il conseguente ricovero in un ospedale greco e poi a Bari, gli ha evitato di finire in Russia come molti suoi commilitoni dello stesso reparto, ma non le ferite nel disastroso bombardamento di Bari del 1943. Congedato con il grado di sergente maggiore, con una croce di guerra e due medaglie al valore, è potuto ritornare dopo la guerra nel suo Cadore dove ha... ripreso a vivere con l’impegno e la grinta di tantissimi, allora. Entrato subito “in politica” è stato eletto per tre mandati consecutivi consigliere comunale a Pieve; e pensa a formarsi una famiglia. Sposa Zemira Piloni, una donna eccezionale che lo ha accompagnato per tutta la vita fino a quando un incidente della strada l’ha tragicamente troncata; vive ora con il figlio, Osvaldo, anche lui molto legato al territorio sia come imprenditore che come consigliere al Comune. Tralasciamo il racconto della sua attività lavorativa (prima nel sostegno alla costruzione della Casa della Regola, poi avviando e dirigendo la Cooperativa Nebludense, che era un po’ il centro di riunione della frazione, infine impegnandosi a fondo in campo edile) per sottolineare invece la sua vera passione: quella di cronista del territorio per i grandi quotidiani - li Corriere della Sera, la Stampa, Il Giorno - e del quotidiano triveneto Il Gazzettino per il quale scrisse forse migliaia di corrispondenze, sempre precise, sempre efficaci, spesso per evidenziare i problemi della Piccola Patria e quindi dare l’input per risolverli. Una Piccola Patria del Cadore che conosceva benissimo fin ed a scrivere per parecchi anni an- direzione del giornale, ha contidalle origini impiegando parecchio cora. Dobbiamo aggiungere che nuato a scrivere e produrre per del suo tempo libero a consultare anche dopo aver voluto lasciare la tanti anni ancora. RC gli archivi della Magnifica Comunità, delle Regole, delle Parrocchie per poi farci giovedì la lettura di quelle sue ricerche ‘tradotte’ in ottimo stile giornalistico, in tante pubblicazioni. Raccolta l’offerta della Magnifica Comunità di dirigere Il Cadore, dal 1976 al 1984 ha aperto nuovi orizzonti al mensile, incrementando i rapporti con il Cadorini lontani, ma, soprattutto, creando una squadra di lavoro composta soprattutto da giovani. Basta scorrere le pagine di tutti quei numeri del mensile per capire quanto giovamento ha saputo portare al Cadore il suo impegno e il suo amore per la terra dove è nato e dove - glielo auguriamo di cuore - continuerà a vivere OTT - 12-13:FEBBR 12-13 4-10-2010 11:24 Pagina 2 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 12 a popolarità di un artiL sta si può misurare in molti modi, più o meno scientifici, talvolta addirittura effimeri. E che Fiorenzo Tomea sia stato riconosciuto personaggio della sua epoca, anche al di là e al di fuori del riconoscimento dei suoi indubbi meriti artistici, resta dimostrato dalle sue citazioni ed apparizioni sulla carta stampata e sui nastri di celluloide di 50-60 anni fa. Certo oggi sarebbe tutto più facile, giacché per misurare l’audience di un vip, vero o presunto che sia, abbiamo a disposizione parametri riconosciuti e strumenti di misurazione continuamente aggiornati. Ma per l’Italia che usciva con le ossa rotte dal secondo conflitto mondiale, c’era ben poca televisione ed i “telegiornali” di oggi si guardavano per lo più al cinema, con le mitiche settimane INCOM, che conservavano nell’impianto e nella voce stentorea dei presentatori molto del fascismo da poco defunto. Quelle immagini in bianco e nero però erano per molti l’unico aggancio visivo al mondo che contava, magari in esiziale ritardo, soprattutto per chi, come noi, andava a vedersi film in terza o quarta visione in cinema di periferia. Ma restano immagini pur sempre eccezionali, proprio in virtù della loro rarità, se non addirittura unicità. Ebbene, non molti sanno forse che Fiorenza Tomea comparve più volte nei cineio IX è morto! In “P queste poche parole si compendia, o Signori, immensa,inesorabile catastrofe che colpiva l'Italia, l'Europa, il mondo”. Don Luigi Barnabò non aveva fatto a tempo a deporre la penna con cui aveva composto l'elogio di Re Vittorio Emanuele II, il "Padre della Patria" scomparso il 9 gennaio 1878, che già la riprendeva per tratteggiare i meriti e le virtù del Pontefice, mancato il 7 febbraio di quello stesso anno. All'indomani della presa di Porta Pia, ultimo baluardo del potere temporale della Chiesa, che tanto tenacemente si era opposta al coronamento dell'unità nazionale italiana con Roma capitale, l'accostamento delle due commemorazioni fatte dal prete cadorino non può C’E ANCHE UN TOMEA ATTORE Nel 1955 fu protagonista del cortometraggio “Ritorno alla mia valle” di Massimo Duranti Tomea impersonava la parte del cacciatore Pietro felice di riabbracciare al Rifugio Venezia la nipote tornata dallʼAmerica. Che tempi quelli! giornali tra il 1948 e il 1962, dimostrando sempre grande personalità e notevole disinvoltura nelle riprese. Il servizio più vecchio conservato dall’Archivio Storico Istituto Luce risale al 18 marzo 1948 ed in esso Tomea fa, per così dire, da comprimario al collega Carlo Carrà che recita il ruolo principale. Due anni dopo però, il 30 dicembre 1950, INCOM dedica un servizio esclusivamente a Fiorenzo: prima viene inquadrato l’atelier del pittore a Milano, con molti quadri accata- stati, tra i quali alcuni dedicati alle famose candele, assieme a delle maschere e ad un teschio; poi viene inquadrato l’artista intento al suo lavoro al cavalletto; infine compare il figlio Paolo che soffia su una candela (metafora invero piuttosto ricercata), con il pittore, la moglie Maria e la figlia Felicia che si riuniscono attorno al desco familiare. Tomea compare inoltre in altre due “settimane”, rispettivamente nel giugno 1954 e nel luglio 1956, assie- me ad altri artisti impegnati prima a Bari, poi nel villaggio di Arcumeggia in Valcuvia. Il nostro è presente inoltre in due “Caleidoscopio Ciac”, nel 1959 e nel 1962, nel contesto di una mostra del pittore Pastorio a Roma e di nuovo per un raduno di pittori in Valcuvia. Ma quello che può interessare maggiormente i cadorini è un cortometraggio firmato da Gigi Martello (Produzione Opus), in pratica un piccolo film, del 1955, intitolato “Ritorno alla mia valle”, con regia di Massimo Duranti, in cui il protagonista è anzitutto il Cadore con i suoi paesaggi e la sua gente. Il soggetto è di Ferruccia Cappi Bentivegna, la fotografia di Duccio Guidotti, la musica di Mario Nascimbene, l’esecuzione musicale del Trio “In Armonica”. Dopo i titoli iniziali, cui fa da sfondo un quadro di Tomea con case cadorine, il film comincia con il trenino delle Dolomiti che arriva alla stazione di Dogana Vecchia: scende un’unica viag- giatrice (l’attrice Muriel Bates), una bella americana di Richmond, di nome Betty De Luca, nata a Borca ma emigrata col padre ancora piccolissima negli Stati Uniti. Ora ritorna al paese natale e per trovare lo zio Pietro, gran cacciatore (impersonato appunto da Fiorenzo Tomea), sale a piedi fino al Rifugio Venezia. Durante il percorso può ammirare boschi e crode, ma soprattutto la laboriosità degli abitanti, intenti ai lavori boschivi e alla teleferica, in un vero paradiso terrestre al cui confronto la vita americana perde molto del suo smalto. Alla fine presso il rifugio, frequentato da alpinisti ancora “vecchia maniera”, la giovane riabbraccia lo zio davanti allo scenario spettacolare di sua maestà il Pelmo. Al di là della sua “esilità” contenutistica, il film costituisce pur sempre un documento emozionante di un Cadore oggi scomparso, a partire da quel nostalgico trenino blu, dalla sua stazioncina fatata e dal suo vecchio “capostazione”, invero assai poco marziale. I colori sono come quelli dei film a colori del bel tempo che fu e il commento musicale non è il massimo: eppure un tuffo al cuore lo provi. C’è un Fiorenzo Tomea ancora in ottima salute e non ancora sindaco di Zoppè, le aquile solcano il cielo e le Olimpiadi a Cortina devono ancora arrivare. Che tempi! Walter Musizza Giovanni De Donà Il prete cadorino don Luigi Barnabò e il suo panegirico di Pio IX onoranze al grande Pontefice dell'Immacolata S.S. Pio IX solennemente celebrate a Fregona e Cappella Maggiore, discorso pubblicato a Vittorio nel 1878 dalla tipografia Longo. Rammentandone la clemenza, Barnabò ricorda che “Sapendo infatti il Sommo PIO che in seguito ai moti insurrezionali del 21 e del 31 molti sudditi del temporale suo Regno languivano stretti da ceppi in fondo ad oscure ed orride carceri, oppure esuli e raminghi trascinavano misera ed addolorata la vita sotto cielo straniero, inaugurò il Pontificale suo reggimento coll'atto il più benefico e generoso di cui ci parlino le istorie”. Vero. Seppur dobbiamo rammentare, per onestà storica, che tori, come appunto si legge nel 1868 rifiutò la grazia ai nell'opuscolo. Nelle funebri due giovani patrioti Giusep- IL SILLABO? “SPLENDIDO DOCUMENTO DI CIVILE SAPIENZA” di Bruno De Donà non colpire. Bel ritratto quello del Sovrano - “che a noi donava una patria, patria che gl'ingegni più sublimi, e i cuori più generosi avevano per tanti secoli desiderata invano” - quello contenuto nell'opuscolo. Nelle solenni esequie ad onore e suffragio di Vittorio Emanuele II celebrate in Colle Umberto il 19 gennaio 1878, pubblicato dalla tipografia Longo di Vittorio Veneto. E altrettanto lodevole e riuscito appare lo sforzo di don Luigi per mettere in luce le qualità spirituali e ma- teriali del Papa, ad onta di detrattori e calunniatori. Merita attenzione questo prete cadorino dell'antica schiatta Barnabò. Nato a Lozzo il 27 giugno 1824, fu cappellano a Colle Umberto, poi per qualche anno parroco di Osigo, in Diocesi di Ceneda. Morì nel giugno 1898 a Candide, dove si era ritirato presso un nipote, che colà esercitava da medico condotto. A rileggere i due panegirici, si ha l'idea del tentativo di ricerca di una conciliazione tra Stato e Chiesa dopo lo strappo della presa di Roma. Certo gli dovette riuscire più facile l'omaggio al Re sabaudo. Più impegnativo fu quello verso Pio IX in tempi in cui vasti settori del movimento risorgimentale consideravano papa Giovanni Maria Mastai Ferretti come colui che dopo aver vestito i panni del grande liberale ne aveva tradito gli ideali, opponendosi fino in fondo alle legittime aspirazioni unitarie di un popolo. Da qui lo sforzo di don Barnabò di confutare le accuse mosse dalla schiera di tanti detrat- 10 OTT - 12-13:FEBBR 12-13 10 4-10-2010 11:24 Pagina 3 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 rrivano sempre punA tuali e perfette. Sopra la sacra scalinata di Redipu- 13 LE FRECCE TRICOLORI, UN PO’ CADORINE glia, i Fori Imperiali o i verdi rettangoli di grandi manifestazioni sportive, tracciano una scia tricolore che invita all'alto i cuori. Che l'occasione sia sacra o profana, sanno suscitare comunque ammirazione tecnologica, fierezza patria, sensazioni estetiche, spettacolo e tante altre emozioni ancora pubbliche e private. La Pattuglia Acrobatica Nazionale gode più che mai di un prezioso carisma, in Italia più unico che raro: coniugare un patrimonio di tecnologia, d’efficienza, di ardimento con il sentimento, l'orgoglio e le ambizioni di un popolo, operazione tanto più difficile quanto più impopolare e sclerotica appare talvolta la struttura militare nel suo complesso o lo stesso burocratico contesto del nostro apparato statale Pia illusione, dice qualcuno, operazione maliziosamente demagogica, fiore all'occhiello da esibire alla nostra vanità internazionale... Ma certe figure come il «Cardioide», «Arizona», o la classica «Bomba» stupiscono, entusiasmano, sanno fondere in una totale sinergia partecipativa la nostra memoria storica e la nostra speranza futura. Sanno unire insomma, facendo dimenticare al meno per alcuni secondi diatribe personali e campanilistiche, quasi un inno patrio o una musica verdiana Per noi esse rappresentano la perfezione, il massimo cui l’errore è estraneo. Anzi, si può dire che in noi esiste una sorte di emozione mentale, per cui anche i tragici incidenti, purtroppo avvenuti, sembrano volare via più rapidi nella memoria collettiva, senza incrinare il mito a pe Monti e Gaetano Tognetti, che finirono sulla ghigliottina, gli va riconosciuto che nel 1846 aveva iniziato il pontificato con un decreto di perdono. Barnabò passa quindi a sottolineare un altro aspetto: “...allo scopo eziandio di strappare alla Rivoluzione ogni ulteriore pretesto a politicamente delinquere, dona al suo popolo, Lui primo fra i Principi d'Italia, le tanto invocate più libere costituzioni; che anzi, nella immensa, impareggiabile bontà del suo cuore, permette ancora che, quasi a tutela delle concedute franchigie, militarmente si organizzassero i suoi sudditi sin allora fedeli ed entusiasticamente devoti”. Sì - ci sentiamo di obiettare - fu un esempio per altri Stati sulla via delle concessioni liberali, ma a questo seguì una marcia indietro che provocò la rivoluzione e la sua fuga a Gaeta. Barnabò liquida la faccenda in questi termini: “Cosa avvenisse di poi, come furente si slanciasse contro PIO lo spirito d'Inferno, e come sguinzagliata la Demagogia rispondesse con la più infame ingratitudine ai tanti beneficii del Grande Pontefice, Signori, da tutto ciò rifugge inorridito il mio pensiero”. Rigettabili, infine, ad avviso del Barnabò, le accuse di Papa retrogrado e reazionario. Sarebbe stato al contrario, un difensore dei valori morali. Il prete di Lozzo fa riferimento a quando, rivolto alla Francia, quel Papa aveva additato ai vescovi "i veleni" messi in circolo dai "sovversivi principi di Voltaire, di Rousseau, di Diderot, di Volney e d'altri assai", ai quali si univano le "immorali e demolitrici" dottrine dei moderni Prudhon, Quinet, Luis Blanch, Renan e Rocheforte, dottrine che minavano le basi non solo della religione, ma della stessa società civile. E che dire del "Sillabo”, quel vituperato documento pubblicato in appendice all'enciclica Quanta cura del 1864, in cui veniva lanciato l'anatema nei confronti del liberalismo della metà dell'Ottocento? Il prete cadorino arriva a definirlo “splendido documento di civile e cristiana sapienza, dal quale solamente ripeter possono Principi e Nazioni quiete, prosperità, fratellanza, morale e materiale benessere”. Un giudizio che, sempre a parer nostro, appare quanto meno suscettibile di opinabilità. In conclusione, ecco la spinosa "questione romana" aperta dalle cannonate di Porta Pia. Don Luigi la mette giù così: “In questo campo di dispute e di contestazioni nulla valgono i vantati af forismi dei moderni Licurghi e Soloni. La questione dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato, sono oltre 1800 anni, l'ha definita lo stesso suo divino fondatore Gesù Cristo con queste poche, semplici, ma pur sublimi parole: date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio quello che è di Dio”. Il che ci appare come un chiaro messaggio consegnato ai posteri. Nei mitici ʻCavalieri Neriʼ volò ʻCicciʼ Frescura di Grea e nella Pattuglia acrobatica fu Gabriele De Podestà di Sappada Il pilota Gabriele De Podestà Il cap. pilota Giuseppe Frescura ‘Cicci’ Il 313° Gruppo Addestramento Acrobatico “Frecce Tricolori” di Rivolto ha festeggiato il 50° anno dalla fondazione il 12 settembre Grande passione e interesse anche in Cadore noi si caro Ma tutto ciò può essere deleterio, in una certa misura disumano: più che la capacità umana e la sua sembianza fraterna rischiamo di amare la macchina impersonale, senza cuore e senza volto. Come tutte le manifestazioni umane, anche questo spettacolo non può non aver dietro il sacrificio e talora il dolore e il pianto, e ricordarlo è cosa giusta a utile per tutti. Il Cadore poi ha uno speciale debito di riconoscenza con due figli caduti per questo ideale e vanto nazionale: il Cap. pilota Giuseppe Frescura “Cicci” nato a Grea di Cadore nel 1938, chiamato a far parte nel 1959, a 28 anni, ancora Sergente Maggiore, della prima pattuglia acroba- tica nazionale, i mitici “Cavalieri Neri”. Frescura aveva lasciato il liceo nel 1952 iscrivendosi all’11° corso piloti ottenendo l’anno successivo il brevetto di volo. Nel 1960 aveva già al suo attivo 1100 ore di volo di cui 600 su aviogetti. Era pure decorato con la medaglia di bronzo, meritata il 22 marzo 1958 sul cielo della base di Cameri durante un volo di addestramento. Nell’eseguire una difficile figura acrobatica a bassa quota il suo aereo, un F 86 E Sabre, fu urtato da quello del ten. Rech, subendo la perdita di una parte dell’ala e relativo alettone. Nonostante la gravità dell’avaria, con grande sangue freddo, riusciva con abilità a ristabilire l’assetto del velivolo ed a riportarlo integro sul campo. Negli anni ‘70 fu ufficiale istruttore presso il 2° Stormo di Treviso sul cui stemma campeggia il nobile Ser Lancillotto. Nel 1981 si trasferì in Libia come istruttore dove perì in un incidente aereo. Ma più recente e viva è la figura di Gabriele De Podestà, nativo di Sappada, mor to a 32 anni, il 27 gennaio 1984, precipitato col suo cacciabombardiere F 104 sui massicci apuani durante un volo d'addestramento. Egli era un pilota con grande esperienza di volo (circa 2000 ore) ed aveva fatto parte della Pattuglia Acrobatica delle Frecce di Walter Musizza Giovanni De Donà Tricolori nella specialità di gregario destro (Right Wingman n. 5), cogli Aermacchi MB-339 A/PAN. Il suo corpo e i resti dell'aereo, decollato dall'aeroporto del 51° Stormo di Istrana, furono rinvenuti dopo lunghe ricerche sul Monte Molinatico, a quota m 1300, a sud-est del Passo della Cisa, in lande deserte, coperte da un metro di neve: lasciava la moglie Silvia Piller Hoffer di 23 anni e il piccolo Davide di tre anni. L'inchiesta ufficiale, protrattasi fin troppo a lungo per la trepida attesa di tanti familiari ed amici, si concluse con il laconico responso di sciagura dovuta a fattore umano e scarsa visibilità. Gabriele era figlio di Achille nativo di Vigo di Cadore e Alma Giancotti, aveva frequentato la scuola di Udine e si era affermato tra i primi nel corso dell’Accademia Aeronautica, quindi era passato a Villafranca sugli F 104 e finalmente dal 1980 nelle Frecce tricolori. Per quanto strano possa apparire ciò, il Cadore ha nutrito sempre grande passione ed interesse per il volo e molti suoi figli, nonostante le obbiettivamente maggiori dif ficoltà frapposte ai loro sogni, lo hanno con ostinazione inseguito e raggiunto. Altri cadorini che si sono fatti onore nell’arma azzurra sono: Pietro Santin, Umberto Fanton, Camillo De Carlo, Italo Larese Gortigo, Omero Giacomelli, Ugo Vascellari, Medaglia d’Argento al V.M., Atanasio Zanella, Medaglia d’Argento al V.M., Argentino Solero da Sappada. L’ultimo rampollo di questa schiera volante è Paolo Turchetto da S. Pietro di Cadore, ma il capostipite è senz’altro Giovanni Gerardini «de Andol», di Lorenzago, soprannominato appunto «Nani Aviator». Egli appartiene all'epopea dell’aviazione, e il suo nome è legato ai furiosi combattimenti aerei che la Grande Guerra accese e consacrò per tre lunghi anni soprattutto sul Piave e sul Montello. Fontana Arreda Santo Stefano di Cadore Ambientazioni personalizzate anche su misura Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected] OTT - 14-15:FEBBR 14-15 4-10-2010 11:25 Pagina 2 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 14 10 ra i paesi del Cadore Apollonio Da Pra Scola fu valoroso combattente F che diedero un imIL LAUDO DI MONTE portante contributo allo sul Col di Lana nel 1916 dove fu ferito gravemente sforzo bellico nella guerra ’15-’18 possiamo certamente annoverare quello di Lozzo. Contributo costituito dal sangue versato dai suoi figli migliori i cui nomi sono impressi, a imperitura memoria, su una delle due grandi targhe poste sul bel monumento ai caduti di tutte le guerre collocato sulla piazza IV Novembre. Ma contributo anche da parte di quei figli che rientrarono dai campi di battaglia o dagli ospedali militari, segnati nello spirito e nelle carni da ferite e cicatrici che non si sarebbero mai completamente rimarginate ed avrebbero rappresentato il suggello più solenne (e, ahimè, inascoltato e non considerato) al diniego di altre guerre e conflitti. Apollonio Da Pra era nato a Lozzo il 1° Settembre 1893 da Giovanni e da Del Favero Arcangela. Crebbe forte e robusto in una famiglia di sani principi e, agli albori del 1915, fu arruolato nel corpi d’assalto e destinato al fronte della Marmolada. Nelle alterne vicende belliche di quel settore strategico, il Da Pra si comportò sempre da valoroso, ma nel 1916, durante la epica battaglia che avrebbe portato a far saltare in aria la cima del Col di Lana, una granata deflagrò accanto al nostro ferendolo gravemente. Le ferite risultarono subito devastanti: le schegge avevano colpito ed invaso un po’ tutto il corpo del giovane, che venne prontamente soccorso e ricoverato in un ospedale militare da campo. Operato più volte e trasferito poi all’Ospedale militare di Padova, il Da Pra subì l’amputazione di una gamba, di una mano, di alcune dita dell’altra mano, l’asportazione di un occhio e di alcune schegge dal cranio. Trasferito in un centro riabilitativo e in seguito congedato, poté far ritorno a casa nel 1919: era l’ombra di quell’esuberante e bel giovane che era partito baldanzoso per la guerra. Il recupero fu molto lento. Le crisi, dovute alle molte schegge non rimosse, si susseguivano frequenti. L’unica consolazione, in quei difficili anni, fu la vicinanza e la sollecitudine della sorellastra Angela, che lo accudì amorevolmente, SEMPRE PRONTO A DARE UN AIUTO RITE E BOCHIADAN Alcune di queste regole valide per secoli non sarebbe opportuno repristinarle? ʻPolonioʼ volle sottolineare con un importante lascito allʼAsilo il suo attaccamento al paese di Lozzo e l’affetto del cognato Calligaro Giovanni (Nani Nelo), in quegli anni sindaco di Lozzo. Quello che accadde ad Apollonio Da Pra sul Col di Lana, doveva verificarsi, nello stesso periodo e nella stessa zona (Serrai di Sottoguda), con pressoché identiche modalità al capitano Carlo Delcroix , dilaniato pure lui dalla deflagrazione di un ordigno che stava disinnescando sul piazzale di un poligono di tiro, per evitare possibili pericoli ai commilitoni, ignari che sotto la neve giacevano bombe inesplose, usate nelle precedenti esercitazioni. Anche Delcroix fu ridotto in fin di vita con ferite e squarci addominali e cerebrali massivi. Il tempestivo intervento di un tenente medico ed i fulminei soccorsi uniti alla forte fibra del Delcroix riuscirono però a compiere il miracolo di salvare la vita all’ufficiale, che tuttavia rimase cieco e seriamente menomato negli arti (in parte amputati). (...) I due, si dice avessero fatto conoscenza prima degli eventi drammatici che li avrebbero riguardati, erano poi destinati a stringere una fraterna e cameratesca amicizia che sarebbe durata per sempre. (...) Entrambi ottennero molti riconoscimenti al valore e le motivazioni facevano sempre riferimento al loro merito ed all’eccezionalità delle loro menomazioni di primi invalidi della nazione, usciti da quel conflitto definito fin da subito “grande” per sottolineare le immani perdite di intere generazioni di giovani e che Benedetto XV° chiamò “inutile strage”. Il Fascismo fu con loro prodigo anche di laute, meritate pensioni e rendite varie che permisero ad Apollonio di acquisire una notevole proprietà, oltre a quella di famiglia. Acquistò infatti un appartamento a Quarto dei Mille ed altro in centro a Roma. Le conseguenze delle ferite, con il tempo, non gli consentivano più di trascorrere l’inverno a Lozzo, per cui il periodo climaticamente più rigido lo trascorreva nella più mite Liguria, mentre molti mesi dell’anno venivano trascorsi a Roma. A Lozzo dimorava in autunno e parte della primavera. In autunno non disertava mai il paese anche per la sua autentica passione per la caccia della quale era assiduo alle battute alla lepre ed al capriolo. Nei tardi anni ’20 aveva lasciato la casa della sorella Angela ed era convolato a nozze con la dolce fidanzata di gioventù, Adelia Da Ronco di Vigo. Dalla unione non erano nati dei figli ed egli riversò il suo affetto paterno sui figli e le figlie della sorella, in particolare sul nipote Benvenuto. Nella casa paterna, in centro del paese, aveva aperto un negozio di pelletterie, valigerie ed articoli vari, dato presto in gestione all’amico Salvatore Zanella, padre del noto industriale brasiliano Sincero Zanella. In paese era risaputo che la parte burocratica, soprattutto per pensioni di guerra e di invalidità, era abitualmente messa dagli interessati nelle mani di Apollonio, il quale a Roma godeva di entrature ministeriali di rilievo, soprattutto nel primo dopoguerra, godendo egli della amicizia di molti politici, in particolare dell’on. Carlo Delcroix la porta del quale, per il nostro, era sempre aperta. Personalmente, ho dell’uomo un nitido ricordo. Spesso, da bambino e da ragazzo, andavo al bar delle “Bettine” a cercare il nonno per farmi pagare le caramelle e mi faceva impressione vedere Apollonio giocare con il mio avo, con sior Angelo Pellegrini, con Tita Poa ed altri; quello che più mi colpiva era vedere quest’uomo che, non potendo tenere le carte in mano, le teneva nel cappello appoggiato in grembo; lo ricordo poi passare davanti e vieni da Pieve di Ca“S dore, oltrepassa Valle e Venas di Cadore, prendi la casa mia con il levriero e lo schioppo per le battute di caccia in compagnia del coetaneo e nipote acquisito Floro (quest’ultimo aveva sposato una figlia della sorellastra) e del farmacista Dott. Bruno Pellegrini. Allorquando la inesorabile malattia lo colpì, a poca distanza dalla dipartita della amatissima moglie, egli provvide ad acquistare la tomba di famiglia e pregò mio nonno di apporre le scritte sui vari loculi dove volle far inumare i resti dei famigliari riesumati e volle che le scritte fossero d’argento. Allora in paese tutti ne parlavano; al suo funerale io funsi da chierichetto.... Purtroppo il nonno Bepi, suo amico di scopone, venne a mancare alcuni mesi prima di lui. Apollonio Da Pra morì infatti il 5.8.1954 a soli 61 anni. In paese si parlò molto di questa scomparsa sia per la notorietà e l’età dell’uomo sia per la curiosità che aveva suscitato la notizia delle sue disposizioni testamentarie. I due appartamenti di Roma e di Quarto vennero infatti lasciati all’Asilo (un busto di lui venne collocato nell’atrio del nuovo edificio appena inaugurato), mentre la casa di Lozzo fu destinata al prediletto nipote Benvenuto, quest’ultimo doveva, in cambio, cedere la sua quota di casa ai propri nipoti, figli del fratello. Ai numerosi altri nipoti “Polonio” lasciò gli altri beni di famiglia. Anche morendo, il nostro volle insomma sottolineare con un importante lascito il suo attaccamento al paese ed alle future generazioni di Lozzo. Giuseppe Zanella strada per Cibiana e, oltrepassato il ponte, sali per la costa, verso Vodo. Dopo qualche salita ti troverai in un bellissimo prato: lì incomincia Bociadàn”. Il carissimo amico Guido De Zordo mi diede le informazioni che gli avevo richieste. Ed aggiunse: “Si dice che in quei posti ci siano molti funghi...” Tempo addietro ebbi la fortuna di poter consultare alcuni scritti di Agostino De Zordo il quale, ancora nel 1966, si era interessato al Laudo dei consorti di Monte Rite e Bochiadan. Le Regole di Cibiana e Venas, consorziatesi con alcuni privati, acquisirono i diritti di pascolo sul monte Rite ad incominciare dal 1306 e pertanto il Laudo è di monte perché non si intendeva la proprietà della montagna, ma il diritto di pascolo sulla montagna stessa. Anticamente, da queste parti, non esisteva il commercio del legname e pertanto non si faceva calcolo del bosco, mentre, essendo l’allevamento del bestiame assai sviluppato, c’era bisogno di molto foraggio. La monte di Rite era divisa in tre colonèli: Rite, Arsiera (che si estendeva fino a raggiungere i confini zoldani) e Bocìadàn che occupava buona parte del versante settentrionale del monte. Le regole per una democratica alternanza tra le Autorità di Cibiana e quelle di Venas erano state scritte nel Laudo che andò distrutto durante le guerre del 1508/09, ma vennero riscritte nel 1517. Nonostante le scritture, tra le Regole di Cibiana e di Venas, furono frequenti i contrasti per i confini e i diritti di pascolo e queste liti, oltre a protrarsi nel tempo, prevedevano avvocati, notai, vicario, gìudici, testi, documenti ed altro: il costo non veniva specificato quasi mai completamente, ma doveva sempre essere stato elevato. Oltre alle norme per la nomina degli Amministratori, la gestione e la custodia dei pascoli, nonché la lavorazione del latte, nel Laudo si fa specifico riferimento alla faula, riunione di tutti i capifamiglia delle due Regole, che si doveva tenere nella prima domenica di maggio, una volta a Cibiana e l’anno successivo a Venas. Ad affiancare il marigo, che sarebbe il sindaco odierno, se costui era di Cibiana, doveva essere un laudadore (assessore) di Venas e viceversa l’anno dopo. Come da consuetudine inveterata in tutto il Cadore, anche per i Consorti di Cibiana e Venas valeva l’obbligo di accettare la carica che la comunità comandava a qualcuno ed alla fine del mandato, entro otto giorni, la persona era tenuta a render conto, pubblicamente, della propria gestione. Il Laudo, nei suoi 22 capitoli scritti in lingua latina, fissava il periodo dell’alpeggio, comminava pene salate a chi tagliava l’erba in certe località, vietava di accogliere animali di forestieri, di portarvi maiali, di lasciar pascolare greggi appartenenti ai non Consorziati e prevedeva che non si potessero abbonare le penalità inflitte od inviare bestie ammalate. Il coietro, che sarebbe l’amministratore, doveva regolare la vita della piccola comunità che si trovava nell’alpeggio e far lavorare quotidianamente il latte e, assieme ai pastori, era responsabile della morte delle bestie loro affidate, se causata dalla loro negligenza. Il 14 giugno 1591 ebbe luogo la confinazione della Monte tra i consorzi di Venas, Cibiana e Vodo. La divisione della proprietà promiscua avvenne su istanza del Consorzio cibianese presentata il primo aprile 1805 e l’incontro tra i procuratori delle due parti avvenne il successivo 9 aprile. La sistemazione definitiva che scioglierà da qualsiasi promiscuità i Consorzi partecipanti alla Monte di Rite-Bociadan avverrà l’8 settembre 1934. Riporto solamente una parte dell’articolo 19 del Laudo: “Se il marigo, il laudadore o il saltaro non saranno presenti alla faula nel giorno e nell’ora fissati, perdano, immediatamente, il primo, soldi 20, il secondo 10 ed il terzo 5”. Visto che queste regole sono state valide per secoli, non sarebbe opportuno ripristinarle. Marcello Rosina OTT - 14-15:FEBBR 14-15 10 4-10-2010 11:25 Pagina 3 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 15 PER UNA STORIA DEI CADORINI E DELLA MAGNIFICA COMUNITAʼ NEL SECONDO DOPOGUERRA - IL 1947 1948 - IN VIGORE LO accogliendo le osservazioni STATUTO DELLE REGOLE del Consiglio di Stato e del Ministero dell’Interno apl 1 gennaio entra in vi- prova il proprio Statuto in gore la Costituzione. Il sostituzione di quello del 14 gennaio è convocata in 1946. I Consiglieri eletti dai Comunità una “Assemblea comuni sono 21 (manca generale dei Sindaci, dei Ca- Sappada) i membri tecnici pi Regola e dei regolieri del sono otto eletti dal ConsiCadore per esaminare il glio. problema regoliero”. Il ConSi riapre in quell’occasiosiglio incarica la Giunta, in- ne un memorabile conflitto tegrata da cinque esperti re- fra la Magnifica e il Comune golieri (erano 6, prima della di Pieve per l’uso della banrinuncia di Girardi di Corti- diera decorata di Medaglia na) Doriguzzi, De Candido, d’oro concessa “...per la meLarese, Menegus, Zambelli moranda tenace resistenza di agire per ottenere una fatta nel 1848 dalla popolalegge che riconoscesse la zione cadorina...”. Infatti fin personalità giuridica alle re- dalla assegnazione avvenuta gole. Frutto di tanto lavoro nel 1898 era custodita pressono: la legge, una circolare so la Comunità (sede anche esplicativa e lo “Statuto tipo del Municipio) e usata sedelle Regole del Cadore” condo un protocollo “provviche verrà pubblicato a stam- sorio”: allora il Prof. Antonio pa, insieme ad una dettaglia- Ronzon aveva messo in ta relazione. Prevede tra l’al- guardia i cadorini “...dall’uso tro che …“Tutte le contro- esclusivo che ne voleva fare il versie che possono sorgere fra Comune di Pieve”. Un primo Comune e Regola, tra Regola vero regolamento per l’uso e Regola, tra Regola e Rego- si ebbe nel 1934 e un seconlieri…sono definite da un do nel 1943: in entrambi la collegio arbitrale…” nomina- Comunità aveva un “posto to dalla Giunta. La Magnifi- d’onore”. Tuttavia nelle cerica, l’anno dopo, esprimerà il monie veneziane del centesuo parere anche sugli Sta- nario (dei moti del 1848) il tuti delle Regole di Dosole- posto d’onore lo ebbe il Sindo e Candide. daco di Pieve: da ciò la disIl 3 maggio dunque viene puta in Consiglio che si conemanato il Decreto Legisla- cluse con la nomina di una tivo 1104 firmato dal Presi- Commissione “…con l’intendente della Repubblica De to di proporre un’equa soluNicola che istituisce le “Re- zione all’annoso problema..”. gole della Magnifica Comu- La Relazione venne presennità cadorina” autonome dal tata alla Giunta del 19 giupotere amministrativo, ma gno. in bilico fra il pubblico e il Nella seduta del 3 luglio privato. Merito di questa l’Avv. Fabbro relaziona legge è da attribuirsi al mo- “…sull’annoso problema delmento sociale e politico l’uso della bandiera decorata estremamente favorevole, al di medaglia d’oro”. Il RegolaComitato dei regolieri, rap- mento che l’accompagnava presentato a Roma dal Pre- così disponeva “La bandiera sidente della Comunità Atti- cadorina…sarà custodita lio Monti, da Giovanni Dori- dal Municipio di Pieve… in guzzi, da Emilio de Candi- nome dei 21 Comuni che codo, assistiti da Prof. Enrico stituiscono la Magnifica CoGuicciardi, i contatti sono munità cadorina”. Il Regolacon Antonio Segni, ministro mento del Comune ovviadell’Agricoltura, (poi Presi- mente la attribuiva princidente della Repubblica) fre- palmente a Pieve. Dopo una quentatore del Cadore, ma dettagliata esposizione il resoprattutto alla intrapren- latore conclude affermando denza dei cadorini: una ma- che “…nulla assolutamente no l’ha data probabilmente nulla deve essere lasciato inanche il Cardinale Adeodato tentato per dirimere il conPiazza di Vigo. La Giunta flitto che si profila fra la Coanticiperà poi a tutti (una munità e il Comune di Pieve quindicina di persone tra che se dovesse irrigidirsi vercui gli Avv.ti Guicciardi e rebbe ad assumere dinnanzi Trabucchi e gli esperti) le a tutto il Cadore e dinnanzi somme (Lire 1.276.743) spe- alla storia la responsabilità se. morale di aver intaccato l’uIl primo Consiglio dell’an- nità del Cadore…”. I Sindaci no si tiene il 14 febbraio: tra di Comelico Superiore e di le tante delibere, la conces- San Nicolò affermano sione delle Borse di Studio “…che le popolazioni del Coper gli studenti dei tre ordi- melico intendono come pacini di Scuole. Viene costituita fico che la Medaglia d’oro è una apposita commissione stata conferita al Cadore”. favorita dalla Comunità, che L’11 agosto in Consiglio si reca al Ministero dei Tra- nuovamente la Bandiera. sporti per agevolare la rico- Nel frattempo l’Avv. Celso struzione della Stazione fer- Fabbro e poi l’Arcidiacono roviaria di Calalzo. Viene avevano partecipato al Conletta una lettera del Prof. G. siglio Comunale di Pieve, Fabbiani tesa a realizzare il che non molla e polemizza: Museo cadorino: viene co- la rottura è inevitabile. Il stituita una Commissione Presidente relaziona sulla col compito di redigere un concessione prevista alla Regolamento. bandiera del Cadore ovvero a tutto il popolo cadorino e CONFLITTO TRA LA non alla bandiera del ComuCOMUNITA’ E IL ne di Pieve. “I presenti si asCOMUNE DI PIEVE sociano, levandosi in piedi e Il 25 maggio il Consiglio, acclamando…”. La Magnifi- I di Emanuele D’Andrea V parte - La Magnifica madre di tutte le Regole è in prima fila per difenderle - La disputa per la bandiera col Comune di Pieve - Una miriade di progetti e contributi per il territorio ca è colpita nell’onore di rappresentare tutti i Comu- marina di Caorle; viene orni del Cadore e l’intero po- ganizzata una manifestaziopolo cadorino. ne podistica patriotticosportiva con l’Associazione PROGETTI E alpini Sezione carnica, atCONTRIBUTI traverso il Passo della MorNella stessa seduta ir- te con la consegna del trorompe il problema della feo P.F. Calvi. La Giunta aveScuola Media e Convitto va altresì aderito alla mani“Tiziano”. La Comunità fin festazione della “Seconda dal gennaio 1946 per tale fi- coppa internazionale delle ne, aveva attivato la proce- Dolomiti”. dura (una Commissione con il più dinamico Prof. SI CONCLUDONO Giuseppe Zadra si era recaI LAVORI ALLA DIGA ta a Roma) per l’acquisto Le elezioni politiche pordella Caserma “Buffa di tano in Parlamento i belluPerrero”. La Giunta ne ave- nesi Agostino D’Incà, Giacova lungamente discusso in- mo Corona, Giuseppe Riva, sieme al Comitato della Giorgio Bettiol e Attilio TisScuola media Tiziano (col roboante inter vento di Mons. Angelo Fiori). Tuttavia l’Amministrazione comunale di Pieve (il cui Sindaco era Vicepresidente della Comunità), senza portarlo a conoscenza della Magnifica, aveva del pari chiesto l’acquisto dello stesso bene per realizzare una Casa di cura. Il Consiglio della Comunità (con esclusione del Sindaco di Pieve) conferma la volontà di acquistare la Caserma (ma le cose andranno in un altro modo). C’è infine il tempo di deliberare un contributo al Comune di Zoppè per “…salvare il quadro di Tiziano…gravemente deteriorato dall’umidità e dal tempo”. Nel settembre: il Circolo artistico del Cadore chiede e ottiene di poter usufruire della stanza già “Pinacoteca Talamini”. L’8 ottobre si giunge a un accordo col Comune per l’acquisto della Caserma “Buffa di Perrero”; si prende atto del consistente finanziamento statale, favorito dalla Comunità, per la ricostruzione della Stazione ferroviaria di Calalzo; si progetta la Colonia si. Nell’estate il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi è a Cortina: è l’anno dello Statuto speciale per il suo Trentino e per l’Alto Adige. L’anno dopo Presidente sarà per la terza volta Celso Fabbro: il Comune di Pieve non nominerà il suo rappresentante che dopo il 1950. A Pieve si concludono i lavori iniziati nel 1946 per la costruzione dello sbarramento al Piave: formerà il lago del Centro Cadore: progettisti, consulenti e direttori sono (tra gli altri) Semenza, Biadene, Tonini, Dal Piaz, Pancini: tutti i nomi del futuro Vajont: prosegue dunque lo sfruttamento idroelettrico della montagna. La Magnifica assume “... i compiti nel settore culturale e degli studi storici, al fine di continuare a coltivare nelle popolazioni lo spirito di solidarietà e di concordia che quelle comunità avevano generato”. Il timore del giovane Odorico Larese (espresso nel 1946)…“Ahimè della Magnifica Comunità non rimangono se non il nome, un palazzo e gli acciacchi della vecchiaia…” è sconfitto: egli stesso ne assumerà la Presidenza nel 1971. OTT - 16-17:FEBBR 16-17 4-10-2010 11:26 Pagina 2 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 16 RICORRENZE MANIFESTAZIONI CENT’ANNI AL RIFUGIO PADOVA na giornata deU gna delle fiabesche atmosfere che contraddistinguono gli spalti di Toro ha fatto da cornice al centenario del Rifugio Padova. Folta la schiera di coloro che non sono voluti mancare ad un così significativo appuntamento. Ottima l’organizzazione curata dal comune di Domegge e dalla locale sezione C.A.I che è riuscita a fare fronte al cospicuo numero di partecipanti, affiancando alla cucina del rifugio un punto di ristoro presso la casera Prà di Toro. Il rifugio, documento “vivente” della storia paesana e non solo, è da sempre parte integrante della comunità, punto di partenza per storiche imprese sulla catena dei Monfalconi e Spalti di Toro e soprattutto sul leggendario urlo pietrificato, l’incredibile campanile di Val Montanaia. Centinaia gli aneddoti che si potrebbero raccontare. Serate (e spesso nottate) contraddistinte da un’allegra convivialità, condita da straordinarie storie e da immancabili bevute. Anni di alpinismo semplice e spartano, quando il Padova si raggiungeva a piedi, con l’entusiasmo e l’emozione di sfidare rispettosamente le selvagge pareti delle Dolomiti d’Oltrepiave. Una storia lunga cent’anni per l’appunto, iniziata nel lontano 1910 quando, su iniziativa del C.A.I. di Padova e dello scalatore e scrittore Antonio Berti, autore della famosa collana di guide che portano il suo nome (tra le quali “Dolomiti della Val di Talagona e 10 SIMPATICA INIZIATIVA DELLE GELATERIE ALLA FESTA “AL CIANTON DE CIASA NOSTRA” DI LAGGIO GELATI LAGGIO DOC n occasione della deciI ma edizione della festa “Al Cianton de ciasa Festeggiata la nascita del famoso rifugio il 12 settembre scorso. Tutti i sentieri della zona in una proiezione tridimensionale il Rifugio Padova in Prà di Toro”) e dei fratelli Fanton di Calalzo, venne costruita la prima struttura, il cui costo ammontò a diecimila lire. Circa vent’anni dopo il fabbricato originale fu cancellato da una valanga. Non si perse tempo e nella primavera successiva, questa volta con l’aiuto dei residenti e in una zona più bassa ma al sicuro dalle slavine, il rifugio venne ricostruito. Da allora le stagioni che si sono succedute hanno visto coraggiosi alpinisti e ardite imprese scrivere una delle più belle pagine di storia alpinistica del Cadore, che continua ad arricchirsi ogni giorno. Momento significativo della cerimonia del 12 settembre è stato quello dello scoprimento di una stele collocata dove sorgeva la struttura distrutta. Data di svolta per la storia del rifugio è il 1990 quando la sensibilità e la lun- gimirante volontà dell’allora sindaco di Domegge Flaminio Da Deppo, permise di acquistare lo stesso dalla sezione C.A.I. di Padova. Dal 1996 è gestito da Barbara e Paolo De Lorenzo che con grande passione portano avanti la bella epopea di questo straordinario rifugio, amalgamando passato e presente. Da quest’anno infatti è possibile vedere in uno schermo touch-screen tutti i sentieri della zona in proiezione tridimensionale grazie ad un programma apposito fatto di proiezioni aeree in grado di mostrare tutti i dislivelli dei vari sentieri e le difficoltà, con la possibilità di scaricare le informazioni sul proprio telefono Gps satellitare. Rifugio Padova è sempre lì, con un occhio al glorioso passato e uno proiettato ad un futuro che è già il nostro tempo. Rina Barnabò ERRATA CORRIGE - Nell’articolo sul Rifugio Padova - numero di Agosto 2010, pag 23 - a firma W.M-G.D.D. è stato scritto Emilio invece che Natale Da Deppo, inoltre, non è stato evidenziato che il Rifugio è di proprietà del Comune di Domegge. Ce ne scusiamo. nostra” di sabato 7 e domenica 8 agosto, le tre gelaterie di Laggio Triestina, Dolomiti e Serenella hanno deciso di offrire gratuitamente il gelato ai partecipanti alla manifestazione. Si tratta di un fatto unico per il paese ai piedi del Tudaio, che vedrà, molto probabilmente già dal prossimo anno, crescere la collaborazione delle tre gelaterie con l’organizzazione di vari eventi con protagonista il dolce che tanto ha reso celebre la nostra regione in Europa e nel mondo. “La domenica pomeriggio” - dice Moreno Zanetto della gelateria Triestina - “fra le cinque e le sei, le tre gelaterie del nostro paese si sono organizzate per affermare la tradizione del gelato cadorino e per pubblicizzare quello che ormai è stato battezzato dai turisti “il paese del gelato”. E’ cosa rara, se non unica, trovare tre ambienti che producono gelato messi in fila in un unico viale nello spazio di cinquanta metri. Abbiamo perciò deciso di valorizzare questa nostra peculiarità e a questo proposito, ci terrei a ringraziare per la preziosa collaborazione Valentino De Podestà Rengo e Virgilio Candiago, che, dopo aver dimostrato con le vecchie macchine come si effettua la produzione del gelato artigianale locale ci hanno aiutato nella distribuzione gratuita presso il loro cianton”. Una solida collaborazione delle tre gelaterie del paese per pubblicizzare il gelato fatto a Laggio Dimostrazione e distribuzione gratuita il 7 e 8 agosto La collaborazione delle tre gelaterie non si ferma però qui, in programma per il prossimo anno l’organizzazione di una festa con protagonista il gelato tanto amato in particolare dai turisti. “La mia speranza, come quella degli altri gestori - continua Zanetto è che questa nostra unione continui nel tempo. Vogliamo dire basta alla concorrenza e dare vita ad una solida cooperazione che pubblicizzi il nostro prodot- to come il ‘gelato di Laggio’, non di una singola gelateria. Riprendendo proprio questa idea, che, se vogliamo, è scaturita dai nostri turisti trevigiani e veneziani, vorremmo, per la prossima estate organizzare la “Festa del Gelato”. Si tratta ancora di un’idea, nulla più, ma i presupposti per la realizzazione sono concreti, quindi non vedo perché non si dovrebbe fare.” Mario Da Rin PER “LA LEGGENDA DEL LAGO” Per i tuoi peccati di gola L’AMORE PER LA PROPRIA TERRA PASTICCERIA CAFFETTERIA NEL SEGNO DELL’ ACCOGLIENZA Il dolce di produzione propria, la ricerca esclusiva di nuove mète del gusto. Prodotti che coniugano esperienza e innovazione confezionati artigianalmente per ritrovare i sapori di una volta Anche da asporto e su ordinazione In un ambiente confortevole potrai trascorrere momenti indimenticabili assaporando bevande di Tuo maggior gradimento Dosoledo di Comelico Superiore (BL) - Borgata” Sacco Via Roma, 18 - Tel. 0435 68376 PRO NEBBIU’ PREMIA LA DI MAURO laudia Di Mauro di Pieve di CadoC re, con il racconto “La leggenda del lago di Pieve di Cadore” è la vincitrice del 2° concorso letterario per ragazzi indetto dall’Associazione Pro Nebbiù, dall’Associazione Turismo e Servizi Stampa, sponsorizzato dal Credito Cooperativo di Cortina d’Ampezzo e con il patrocinio del Comune di Pieve di Cadore. Il primo premio è stato assegnato alla vincitrice con la motivazione che l’autrice “non solo ha tenuto fede all’argomento del concorso, ma lo ha arricchito con il valore aggiunto dell’amore per la natura, proponendosi con pensiero tenero e sognante senza disdegnare suggerimenti per interventi di natura pratica, adatti per risolvere situazioni di degrado ambientale.” Un insegnamento per molti. A queste motivazioni, va aggiunta la indiscussa originalità del contenuto. Al secondo posto si è classificata Giulia Riccardi di Torino con il racconto “Un albero più che particolare”, mentre il terzo è stato assegnato ex aequo ad Anna Ortese di Sottocastello per il racconto “Il bosco magico“ e a Alice Raddi di Nebbiù per la storia de “Il Paese dei Bambini Folletti”. I premi, consistenti in buoni acquisto di materiale scolastico e libri, sono stati consegnati ai vincitori dallo stesso sindaco di Pieve di Cadore, Maria Antonia Ciotti, al termine della “Sagra di Nebbiù”. Dalla prossima edizione il concorso letterario verrà intitolato a Andrea Boscaro Per decisione unanime della piazza, dalla prossima edizione, che è stata già lanciata subito dopo la conclusione della seconda, il concorso letterario non si chiamerà più con il vecchio nome di “Dolomiti e altra fantasia”, ma si chiamerà “CONCORSO DI LETTERATURA PER RAGAZZI ANDREA BOSCARO”. La decisione di cambiare il nome alla gara, è nata spontanea dopo che Giuditta De Lorenzo, collaboratrice della Pro Nebbiù ha ricordato la figura di Andrea, un ragazzo veneziano di 13 anni, che avendo la casa a Nebbiù ha sempre partecipato a tutte le manifestazioni organizzate dall’associazione e dagli amici cadorini, comprese il canto di questua la Bela Stela, finalizzato alla raccolta di fondi per beneficenza. Questo ragazzo che si era fatto voler bene da tutti, è morto 5 anni fa a causa di una grave malattia. Il suo ricordo è rimasto tanto vivo in tutti, che la decisione di cambiare il nome al concorso è stata unanime. VittoreDoro (Per motivi di spazio, la “Leggenda del lago” verrà pubblicata sul prossimo numero. La Redazione) OTT - 16-17:FEBBR 16-17 10 4-10-2010 11:26 Pagina 3 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 17 LA SERENITA’ DI VICO CALABRO’ “N on bisogna aspettare che la fortuna arrivi da sola” dice Vico Calabrò, seduto al tavolino esterno di un albergo di Cibiana, in attesa della pioggia d’agosto. Attorno vi è un’atmosfera rilassata, interrotta solo da un rumore sordo di sassi uno scroscio improvviso che irrompe dalla montagna. Parliamo. In tutto il Cadore, Vico è conosciutissimo per la qualità inconfondibile della sua pittura e per l’umanità che trasmette, al di là degli occhiali cerchiati di nero che spiccano sui capelli bianchi. Ma non molti, forse, conoscono la sua vera storia di personaggio che ha saputo affermarsi in campo internazionale, soprattutto come erede prestigioso della grande scuola dell’affresco. Una storia che, senza aspettare la fortuna dall’alto, appunto, lo ha visto conquistare con tenacia il suo ruolo, il suo posto nel mondo, assecondando una “vocazione” che nei primi anni Sessanta, quando si è manifestata in modo imperioso, forse nessuno aveva saputo intuire nella sua ampiezza propositiva, nella sua concretezza. Ma iniziamo a parlare, davanti alle straordinarie montagne di Cibiana, partendo dall’oggi, da stati d’animo e da considerazioni che giungono spontanee. “Ogni mattina mi sveglio, a settant’anni passati, con una sensazione di armonia, per fino di gioia, tanto che mi chiedo: elo giusto? Dico giusto perché mi trovo nella condizione, oggi, di chi può permettersi di fare liberamente delle scelte, di continuare a donare, anche. E penso a quanti altri, alla mia età, vorrebbero avere questa possibilità”. Non è facile, né frequente, sentir parlare così. “Diciamo che ho la serenità che mi deriva dall’aver giocato la vita in un certo modo. ‘Carmina non dant panem’ mi dicevano un po’ tutti, quand’ero giovane, cercando di dissuadermi dall’impostare la mia esistenza con una determinata impronta. Ma io, quasi, mi sentivo ‘condannato’ a fare le scelte che ho fatto. Quando poi anche mia moglie ha accettato il mio modo di essere e operare, ogni possibile remora è caduta”. Scelte coraggiose, per quei tempi. “Devo comunque riconoscere che, accanto alla forza interiore del singolo, per riuscire occorrono anche dei fattori sociali adeguati, positivi”. Vico, grande cosa la serenità… “Ecco, per quanto mi riguarda, essa è favorita dalla constatazione della cordialità e stima che avverto attorno, nella gente, senza secondi fini”. Vi sono stati dei libri, degli autori, che ti hanno aiutato in modo particolare nel tuo percorso esistenziale? “Il primo è stato sicura- di Antonio Chiades mente Dino Buzzati, con laboratorio di incisione a quel suo tenente Drogo del Vicenza, di ceramica a Bas‘Deserto dei tartari’, che sano, l’Accademia a Venezia aspettava sempre l’arrivo di con Bruno Saetti, l’ultimo qualcuno che non arrivava grande portavoce dell’affremai. Mi sono detto: no, non sco. Andavo a trovarlo sugli intendo aspettare nessuno, Appennini dove si era ritirama percorrere la mia strada to, lui era entusiasta nel vecon convinzione. Poi mi ha dere un giovane che seguiva aiutato Montale…”. le sue orme”. Il poeta. Tu vivi abitualmente a “Appunto. Montale mi ha Caldogno, Vicenza, ma sei insegnato la strada della li- sempre legatissimo al Cabertà, sia nel comportamen- dore. Parliamone. to che nella creatività arti“Mi limito a fare qualche stica. Lui era un anticonfor- considerazione riguardante mista, aveva capito che oc- il settore che mi riguarda. In corre cercare in fondo a se quarant’anni la situazione è stessi per individuare l’au- rimasta praticamente invatenticità. Ricordo che un riata. Talvolta incontro dei preside lo aveva invitato a giovani promettenti, ma doparlare ai ragazzini di una po qualche anno finiscono scuola. Lui aveva rifiutato, per adeguarsi all’ambiente, nella convinzione che non abbandonano i sogni. E chi bisogna proporre soluzioni, riesce a non farsi fagocitama insegnare ad essere rigo- re, rimane un disadattato. rosi ed esigenti, anzitutto Se vuoi fare vita artistica, con se stessi”. devi uscire, andare, conAnche ad inseguire i pro- frontarti, ricevere stimoli pri sogni… diretti. Altrimenti chi non “Anche. Ancora adesso mi fugge come ho fatto io, finicapita di sentirmi dire che sce per rifugiarsi magari dipingo sogni. Invece si trat- nell’alcol. Tuttavia, in Cata della realtà, quella che io dore, si può realizzare vedo e sento”. qualcosa di valido operanVico, pur avendo passato do in gruppo, soprattutto a l’infanzia e parte della giovi- livello musicale. Gli esemnezza in Cadore, sei nato ad pi non mancano”. Agordo. Come mai? A livello di istituzioni, è “Mio padre, che era di Pa- possibile fare di più? lermo, lavorava in Finanza “Oggi le amministrazioe lo avevano trasferito ad ni locali non hanno la posAgordo dove, appunto, sono sibilità concreta di fare nato io. Quando è morto, granché. Tuttavia, se ogni nel 1941, avevo solo tre an- paese valorizzasse di più i ni e mia madre, cadorina di suoi talenti e stimolasse i Pieve, era stata accolta con i giovani a cercare in se stesquattro figli a San Vito pres- si la strada da percorrere, so parenti. Per questo mi sarebbe già qualcosa. Traconsidero sanvitese, avendo lascio di considerare l’amassimilato del paese il dia- biente dove domina l’esibiletto, la cultura, un po’ tutto. zione personalistica, che Dopo i dieci anni sono stato non ha nulla a che vedere in collegio, prima a Borca, con la consapevolezza di dove avevo però pochi con- ciò che si intende per vera tatti con l’esterno, poi a cultura”. Oderzo”. Vico, i tuoi prossimi imI contatti con Pieve? pegni? “Mi ci ero trasferito dopo “In settembre sarò in la maturità, quando mia Abruzzo, dove mi attendomadre aveva trovato lavoro no apprendisti dell’affresco in una scuola. Ma io preferi- che giungono da varie parvo frequentare soprattutto ti d’Europa. Successival’alta montagna”. mente sarò impegnato a E l’università? realizzare opere personali “Medicina a Padova. Ho in Bulgaria, in autunno, e frequentato per tre anni, durante l’inverno in Messima in me stava emergendo co”. con forza sempre maggiore il richiamo della vita artistica. A Padova ho conosciuto vari pittori, intuendo che la loro era una professione possibile e dignitosa. Basta pensare a Tono Zancanaro. In Cadore, invece, la pittura era considerata come un sintomo di ozio, quasi la porta del vizio. Anche se artisti come Aldo De Vidal avevano già individuato la strada per uscire dalla descrittività. Poi è giunto il 7 aprile 1961”. Cosa è successo in quella data? “Mi sono risvegliato nella luce. E’ stato il giorno in cui ho preso la decisione fondamentale, in cui ho scelto di fare il pittore. Avevo ventidue anni. Mi stava diventando sempre più chiaro che si impara a lavorare ponendosi accanto a chi lavora. Così sono andato a ‘bottega’, come si diceva nei secoli passati: “La fortuna non arriva da sola” sottolinea Vico, conosciutissimo per la sua pittura inconfondibile” “Non dipingo sogni, si tratta della realtà, quella che io vedo e sento” “Ai giovani artisti promettenti dico: dovete uscire, andare, confrontarvi, ricevere stimoli diretti” Il sindaco di Pieve Maria Antonia Ciotti e il presidente del GAL Flaminio Da Deppo PERSONAGGI D’0GGI OTT - 18-19:FEBBR 18-19 4-10-2010 11:27 Pagina 2 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 18 RECENSIONI Festivals ʻSUI SENTIERI DEL PAPA IN CADOREʼ 280 pagine di M.F. Belli sul grande evento L a velocità con cui corre il tempo in questo terzo millennio ha fatto sì che i soggiorni estivi di Giovanni Paolo II nelle nostre montagne siano oggi percepiti dai più come un lontano ricordo. Opportuna, pertanto, appare la recente seconda edizione, a cura della Grafica sanvitese, del volume di Mario Ferruccio Belli “Sui sentieri del Papa in Cadore”, stampato nel 1990 a cura delle Nuove edizioni Dolomiti di Cortina, che aveva incontrato il generale apprezzamento dei lettori. L'autore ha scartato l'idea di rivisitare l'opera ed aggiornarla col senno di poi, preferendo lasciare intatto, in certo modo cristallizzato, il suo ricordo, così come quello di quanti hanno seguito a suo tempo, alcuni fortunati direttamente, altri attraverso i mass media, le uscite del non dimenticato papa polacco dalla residenza messagli a disposizione a Lorenzago. In apertura il Vescovo Giuseppe Andrich, nel ricordare le recensioni lusinghiere a suo tempo apparse sulla stampa, si sofferma su quella di Civiltà Cattolica, la storica rivista dei Gesuiti, che qualificava il volume come 'amabile cronaca dei soggiorni pontifici a Lorenzago', elogiandone 'sia il dosaggio fra testo ed illustrazioni, sia il taglio della cronaca', assieme alla capacità di 'evitare ogni forma di piaggeria'. La prefazione si conclude con l'auspicio che questa rivisitazione giovi a far sentire Giovanni Paolo II “come battistrada di quel Cammino delle Dolomiti che, pensato dal Sinodo diocesano impostato dal vescovo Vincenzo Savio e conclusosi nel 2006, è stato realizzato in coralità di pensiero e di intenti con la Provincia e con molti operatori volontari della montagna”. All'iniziale 'Diario d'una vacanza', telegrafico elenco delle giornate 8-15 lu- glio 1987, 13-22 luglio 1988), fanno seguito diciotto capitoli, nei quali al progetto, che prende consistenza in occasione della visita ad limina (23 gennaio 1986) dei vescovi veneti, tra cui quelli delle diocesi di Belluno-Feltre e di Treviso, quest'ultima proprietaria della casa di Lorenzago, succedono rapidamente le decisioni del Vaticano e l'organizzazione locale. Così, per due estati consecutive il Papa è fra noi. Al lettore non rimane che seguire la descrizione dell'iniziale, comprensibile agitazione dei Lorenzaghesi, controllata e contenuta dall'olimpica pacatezza del segretario comunale Gianfranco Fabbro; dello scampanio a festa, all'atterraggio dell'elicottero; della straordinaria personalità del protagonista, colto nel suo muoversi tra boschi e montagne, con la naturalezza che gli era propria, suscitando non poche apprensioni tra il suo seguito e la sicurezza, con scelte di percorsi tutt'altro che agevoli; del discreto, ma implacabile, assedio all'imperturbabile portavoce dottor Joaquin Navarro Vals da parte dei giornalisti accreditati, che ne riferivano quotidianamente, in particolare quelli di Telecortina, che operavano, non di rado, in diretta. Ma l'attenzione dell'autore è rivolta soprattutto all'emozione dei fortunati che hanno incontrato, i più del tutto casualmente, il papa, da Luigi Vecellio in Val de Palù, alla famiglia Martini, che gestisce i rifugi Lunelli a Selvapiana e Berti in Valon Popera, a Bortolo De Bettin, geometra in uscita per rilievi sul Monte Zovo, alla famiglia Casanova Borca, sui prati di Barche a Costalta, ai boscaioli scesi a Calalzo dalla Pusteria (Sprechen sie Deutsch?, si sentono chiedere), alla famiglia di Giulio Galler, gestore del rifugio Calvi sul Peralba. È stato aggiunto un capitolo uronzo di Cadore non smentisce la sua vocazione alla promozione culturale e all’animazione rivolta in particolare ai giovani. Nella seconda metà del mese di giugno si è svolta infatti la seconda edizione del “Cadore Arts Festival” la manifestazione voluta dall’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune in collaborazione con l’Associazione Paspartu Cadorini e con il patrocinio della Provincia e della Comunità Montana Centro Cadore. Ha aperto il Festival una RECENSIONI ʻUOMINI E MACCHINE IDRAULICHEʼ Nel Cadore dʼinizio ʼ900 oberto R Tabacchi e Danilo De M. F. Belli - SUI SENTIERI DEL PAPA IN CADORE - Edizioni grafica sanvitese - 2010, pagg. 280 distribuzione Enrico Monti di Sopra tel. 333-3982611 fax 0437-940047 e-mail [email protected]) XIX, dal titolo “Vent'anni dopo”, in cui si dà un breve, ma incisivo sommario delle altre quattro vacanze estive del Santo Padre: 1992, 1993, 1996, 1998. Lunedì 21 luglio di quest'ultimo anno papa Wojtyla sale sull'elicottero militare. Non ritornerà più. In chiusura l'elenco alfabetico “I luoghi e le persone al tempo delle prime due vacanze di Karol Wojtyla”. Correda il tutto poco meno di un centinaio di illustrazioni, tra le quali primeggia quella che ritrae il libro delle ascensioni sul Quaternà, con la data 13 luglio 1987 ore 12.45 e la firma Joannes Paulus pp II. Il volume è stato presentato nel salone della Magnifica dall'arcidiacono Marinello e dal presidente Bortolot sabato 28 agoGiuseppe De Sandre sto. CADORE ARTS FESTIVAL AD AURONZO A 10 mostra collettiva di ben trenta artisti del Cadore e del Comelico che hanno proposto le loro opere di pittura e scultura nella sala mostre del Comune. Una serie di emozioni e suggestioni artistiche con una significativa presenza femminile, che ha raccolto il plauso dei numerosi visitatori. Per la musica vanno segnalati il concerto del Gruppo”Al Tei” con Andrea Da Cortà, Sandro Del Duca, Pina Sabatini, Toni Vago, ormai una bella realtà nel panorama musicale bellunese, e i concerti di Footlight; Anterra e Deadly Crash. Il teatro ha avuto grande spazio con tre spettacoli interessanti. Lavori in corso ha presentato “Chi Martin presentano un bel volume di 180 pagine, impreziosito da moltissime foto ed illustrazioni, che narra la storia del lavoro in Cadore a inizio Novecento. Il Cadore è attraversato dalla Piave ed è solcato da innumerevoli valli laterali tutte percorse dalle acque di torrenti. E’ naturale - rileva Francesca Larese Filon presentando il volume in qualità di presidente dell’Union Ladina del Cadore de Medo che ha promosso l’opera - che vicino a queste acque sorgessero i primi nuclei degli antichi villaggi che hanno dato vita alle nostre comunità. Acque dalle quali si è ottenuta l’energia per far funzionare una miriade di macchine idrauliche: mulini, pilaorzo, folli da panni, segherie alla veneziana, officine per la produzione di energia elettrica. Questo libro di Roberto Tabacchi e Danilo De Martin, che si sostiene anche sul contributo di altri ricercatori, ricostruisce e tramanda la memoria di uomini che nel primo Novecento hanno saputo creare il tessuto industriale del Cadore. Ovviamente, archeologia oggi. E’ una miniera di ricordi e pure d’informazioni tecniche, di quel periodo di grande fervore che traghettò il territorio da un’economia basata sulla pastorizia ed il commercio del legname ad un’economia di trasformazione, grazie alle macchine idrauliche: il fiorire di mulini e seghe da Lozzo a Vodo, a Termine, il consodidarsi della fabbrica di occhiali alla Molinà di Calalzo, l’avvio di officine e impianti per la produzione di energia elettrica in tutta l’area. Una fervida laboriosità che aiutò a migliorare le condizioni di vita e non mancò d’essere rilevato e osannato dagli influenti visitatori che incominciavano a percorrere il Cadore, creandone la nomea. [email protected] viene a cena” con Giorgia Sonego, Anna Passuello, Maria Giavi, Raffaella Giacobbi,. I Comelianti guidati da Claudio Michelazzi con Alessandro Zandonella Maiucco, Annalisa De Zolt, Claudio Sacco Proila,Giorgia Comis, Maddalena Casanova Borca, Manuele Carbogno, Monica Pomarè, Patrizia Kratter, Romina Casanova Crepuz, hanno presentato uno spettacolo di letture di brani, poesie, racconti. Infine il gruppo Mu- www.unionladina.it sicale di Costalta ha proposto l’ultimo interessante lavoro intitolato “Distanze”. Lo spettacolo già rappresentato a Pieve di Soligo e a Udine, era in anteprima per la provincia di Belluno. Particolarmente soddisfatta Tatiana Pais Becher, assessore alle politiche giovanili di Auronzo “E’ questa una sorta di vetrina che serve anche da stimolo per i nuovi talenti artistici presenti in Cadore” L.O. OTT - 18-19:FEBBR 18-19 10 4-10-2010 11:27 Pagina 3 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 19 Inte chesto sfoi se dora la grafia de l Istituto Ladin de la Dolomites a cura di FRANCESCA LARESE FILON Cadorins Par ricordà i 32 ane dal primo papa ladin, Albino Luciani I LADINS DE DUTE EL VALADE A CANAL PLA MADONA DE PIETRALBA A ricordà i 32 ane da la elezion dal primo papa ladin, cal Albino Luciani da Forno d Agordo, che zl agosto del 1978 era stó fato vösco d Roma col nome de Dvane Paulo I, s é cetade pla mössa e na zerimonia d inaugurazion d un capitel dla Madona, dute el rapresentanze di Ladins dle Dolomiti. Zla pieza granda d Canal, dante cla gedia gno ch Albino Luciani iné ricordó con statue e altares, inera stó fato un palco pla celebrazion e btude fora tante careghe par föi stà sentade un mier d parsone. Tröi-cuatro vösches a dì mössa, zenteners de pree ilò dna banda a conzelebrà, al coro ch ciantaa par taliön e par latin (nente par ladin!), duto ricordön i merite dal papa nassù ilò zun cal pöis. E in sta ocasion anche al pöis gno ch iné nassù Karol Wojtyla, Dvane Paulo II, Wadovize dla Polonia inavee mandó fora al so sindaco e entre rapresentantes par föi su na fraterna intrà d pöide da papes. E csi al sindaco d Canal d Agordo e la sindaca d Wadovize inà firmó na carta gno ch i se inpögna a föi algo insieme par i prosme ane. Ma l ocasion par ciamà duce i ladins dal Trentin e dal Veneto ne n é stó tanto al papa, cuanto pitosto la Madona. Infate in cal dì inera stada inbastida na zerimonia ch volee föi presente cuanto ch la Madona de Pietralba fossa venerada anche zle valade dl Agordin e alora da cal santuario in provinzia d Bolzano iné stó parmesso da föi na copia dla statuuta de sta Madona di dolores e portala in cal dì a Canal, par esse vista da la dente e bandida dai vösches. La roba ch à fato pi inpression e fato pensà anche al contradiziogn dla religion catolica iné sto a vöde i Schutzen in divisa a conpagné sta statuuta e portala su le spale dinze d un tabernacul. Par cuanto ch söia un sinbul ch inà ciamó la devozion d generaziogn, ch partii a pe par doi dì a la longia a dì a parié e domandà la grazia, n se pö desmantié ch la nostra religion iné la religion dla pas e no dle spade e di s-ciopes. LA MULA a Mula era la nostra ciaura con doe cruL cole dure al posto de i corne. Co la dea a pason aveone paura de chele autre ciaure coi corne i fasese mal, nveze la savea difendese benon e noi se beteone l cuor n pas. La era color canela co n bel musuto ma soraduto l avea tanto late che servia par ciasa e chel de vacia lo porteone duto n lataria. No l avea n nome, par neautre de famea era la mula e basta. I bastea sientì la voze de un de neautre par vegnì a pede. L avea tante bone cualità: co deone a prà la stasea senpre lontan da l andei. Tante autre le era senpre ntra i pes e se dovea scorsonale par no seai le gianbe co la fau. No la dea mai davesin dei dei a robà dai sachete la roba che se dovea dorà par fei da magnà. Autre nveze pur de rafà algo le bicea a core anche i dei. A medodì, cuanche se slargheone la toaia e magneone, la se bicea do n tin n disparte e Inveze sti matazins col ciapel e la piuma inà pensó polito da bötse un par banda dla statua dla Madona co la spada su la spala. Al sinbul dla morte, arente a la mare d Gesù, mazó dai soldade sassins. Saraa stó polito ch al vösco de Blun, visto che cöl d Bolzano forse n fa pi caso a ste matnarade fora dla storia, fossa gnu du da l altar e avössa dito ai Schutzen co la spada, chi camine o ch i le btössa via, ch ilò inera na mössa catolica, no na zerimonia dl esercito austroungarico. Despias che la Madona de Pietralba söia csi maltratada da cöi ch dora li arme come ornamöinto, ma forse el zerimonie dla religion iné csi porine e zenza sentimöinto che nsun fa caso anche s el robe ormai iné superede e zenza nsun riscontro co la vita dle parsone. Inveze al cöre profondo dla fede cristiana iné lió a la storia dla soferenza e dla forza da continué, come Maria da Nazareth, pöra fömna dal popul e no regina dal ziel e dla tera. Lucio Eicher Clere chieta-chieta la rumiea (pa i tosate del dì de ncuoi vo dì fei tornà i bocoi nte bocia par la seconda masteada). Ma la testa era girada verso neautre come volé tegnine de ocio. Co aveone finiu de magnà neautre tosate deone presto a magnase doi croste, chele manco brusade, che era "i dessert" de alora. Co la sientia rumolà la caliera con cuatro saute la ruea apede a pratende. La vegnia co n tin de profarmì che era come volé dì: ve laso n pas duto l dì, ve dao tanto bon late, almanco le croste lasemele a mì. No ve par che l avese reson? Una de Loze LE LETRE CHE RUA SCRITE PAR LADIN ara Siora, prima de C duto i domando scusa se me permeto de scrivi, anche se no la conioso, me par de coniosela da tanto tenpo. Io' la ei conosiuda liedendo Il Cadore che al me rua n Grecia ogni mes. La prima roba che liedo apena me rua al giornal e propio la pagina che la scrive ela. Forse no la puo' capime parché ela la sta ntel Cadore e no la à nostalgia, invenze io' che vivo lontan da Loze 54 ane ei tanta nostalgia e cuanche liedo che che la scrive e n dialeto me par de ese là e me vien n mente dute i ane pasade a Loze che anche se ereone puarete ereone contente, ne mancea duto ma aveone duto. Ei liedesto una dedica a Chechina Maderlo: veramente la era na lavoratrice de prima cualità, sicome viveo ntel cianton agno' che vive anche ela, prima che la se spose me penso che con so suo' Nena, la laurea (come i mus) co la luoida e co l careto e la dea a portà fien e a portà grasa. Femene come ela era tante a Loze a chi tenpe: dute le femene che avea bestiame laurea par i prà e chele che no avea bestiame le avea i cianpe e le dea a arà. No credo che femene così se ciate pì al dì de ncuoi. La pensarei senpre co n tanto rispeto. Ei liedesto anche "Ntra vecio e nuou": siora, la doventù de l dì de ncuoi forse no i puo' capì cuanto valor é savé parlà par ladin: é na lenga così dolze e così bela: al pare no al me lasea nte ciasa parlà par inglese ntra de noi tosate e al disea "Guai a chi che se desmentea da agno' che i vien e desmentea la so lenga" e l avea reson. Al disea "Agno' che se nase no é erba che pase" e de Loze ei tante biei ricordi. Me penso cuanche deo a scola co i maestre Gino, Edoado e maestra Maria. Me penso de don Piero e de Frate Rubelio: cuanche l é partiu par l India che ero na tosata e con autre tosate do' a l asilo vecio avon fato teatro e l avon saludou co la canzon che é cà de visin. Me penso che duta la dente piandea. Lui era n on auto e magro e l avea le lagrime che i lavea l muso. Ei liedesto che l é morto e me à tanto dispiasesto parche' era n on che tegnia tanto sia a Loze che a la so dente. Al se à fato onor daparduto. Cara Siora, la me scuse se l ei fata longa, ma me ei sientesto propio e n doverde dili che la ringraziode duto chel che la scrive. I suoi scrite i me fa conpagnia cà in Grecia parché de i taliane son sola. La ringrazio de duto cuor e se la à tenpo la me scrive se par caso avon libre co le canzon vece che i ciantea a Loze da ota. Lorenzina Cara Lorenzina, grazie par la bela letra che la me à mandou. Ei acaro che la liede volentiera che l che scrivo e che i piase chel che fazo. Ades che dute i nostre boce sta tanto davante la television e che avon senpre pì foreste che vien ca sù se fa fadia a mantegnì chesto nostro ladin. Stason fasendo chel che podon parché al vegne parlou anche nte la scola e se continue a parlalo n famea. Me piasarae che ca da noi vegne fato come che suziede n Alto Adige agno' che esiste n proveditorato par studià al ladin e che nte l asilo e la scola elementare la prima lenga sea propio al ladin par chi che vo'. Luore da tante ane i fa così e i é riuside a mantegnì de pì sto modo de parlà anche nte le ciase parché la dente à capiu che no se à da vergnognase parché se parla dialeto ma che é na vera e propia lenga che ne lea a la nostra tera e le nostre tradizion. Ca da noi le maestre che à pasion sta fasendo tanto par idane e i tosate i fa ricerche su par la nostra storia, la lenga e le tradizion. Speron che ntin a l ota anche ca se pose tacà bete al ladin cadorin ntin de pì nte le scole, ma anche a la radio, a la television o su la publicità come che suziede nte autre val de la Ladina de le Dolomiti. Avon fato calche an fa n libruto co le storiele che se fasea nparà ai bocie de Loze e l avon distribuiu ai tosate parché i pose nparà chel che i none ne insegnea na ota. I lo mandarei. Me piasarae anche domandai de scrive algo de pì se i piase. ‘Il Cadore’ permete de scrive a dute e se la vo mandame algo autro scrito par ladin (algo de chel che la se pensa de n ota ma anche de l dì de ncuoi) vegnarà publicou. Sane e grazie a ela. Francesca Larese Filon ADDIO, FRA RUBELIO O missionario addio Na nave è pronta ti aspetta al mar Sei missionario del buon Dio Fra altri popoli tu devi andar Tu devi andare fra gli Indiani Là dov il lido più lunge ancor dirai a quei miseri figli diletti l' ora è giunta in alto i cuor. Dirai a tutti l'amor divino del nostro caro e buon Gesù versando l'acqua sul capolino di qualche bimbo nato laggiù. Quanto è nobile la tua bandiera Quanto è glorioso pugnar così Andar ridendo ad un altra schiera e portarle tutte al buon Gesù. Addio Fra Rubelio, Addio. OTT - 20-21:FEBBR 20-21 4-10-2010 11:28 Pagina 2 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 20 niti nel nome della U montagna. L’esempio di San Vito sta raccogliendo consensi in tutto il Cadore. Il motivo è semplice. A San Vito, da tempo, si è capito che mettendosi insieme, qualsiasi iniziativa assume maggiore importanza, richiama più attenzione e una partecipazione più ampia. Per questo ogni iniziativa dedicata alla montagna viene organizzata insieme dalla locale sezione del Club alpino, dalle Guide alpine, dal Gruppo Caprioli, dal Soccorso alpino, dal Comune, dalla Comunità montana e anche dalle Regole. Insomma, i protagonisti della montagna, insieme, promuovono la montagna. Sono state proprio tante, nel corso dell’estate, in tutto il Cadore, le iniziative dedicate alla montagna. Dalle mostre ai dibattiti, dalle proiezioni alle ricorrenze. Tutte meritorie di plauso per la varietà e per contenuti oltre che per il consenso turistico. La maggior parte però è stata organizzata dalle singole associazioni senza mai preoccuparsi di far squadra, senza un’idea d’insieme. Ed è successo anche che, all’interno dello stesso Comune, siano state promosse tre iniziative sulla montagna da tre associazioni diverse. E il tutto nel giro di pochi giorni. “Ci siamo resi conto che l’unione fa la forza – sostiene Renato Belli, presidente del Cai di San Vito – e che lavorare insieme produce frutti enormi. Siamo talmente in pochi a dedicare tempo ed energie alla promozione della passione per la montagna che sarebbe autolesionistico camminare separati.” Il sindaco Andrea Fiori, orgoglioso per i risultati rag- MONTAGNA INSIEME ANTELAO IN PUNTA DI PIEDI A San Vito di Cadore la presentazione del libro Antelao in punta di piedi trasformata in evento E’ stato scritto da Marcello Mason ed edito da Francesco Cappellari. Durante la serata alcune pagine del libro sono state lette dall’attore Gabriele Fanti accompagnato dai bravissimi Anna Chiara Belli al violino e da Raffaele Fiori alla chitarra. La serata è stata aperta e chiusa dal video dedicato a Re Antelio di Giuseppe Ghedina. Una collaborazione fra Cai, Soccorso Alpino, Guide Alpine, Gruppo Rocciatori Caprioli, Comune, Comunità Montana, Regole Borse di studio per i giovani che diventano guide Renato Belli giunti, vorrebbe che l’esempio che viene dagli “ambienti della montagna” contaminasse anche tutti gli altri soggetti sociali. Ha un solo rammarico il sindaco Fiori: la penuria finanziaria. “Mi dispiace che i soldi a disposizione del Comune siano sempre meno. Mi piacerebbe poter intervenire in maniera consistente per sostenere le iniziative promosse da quelli che, a ragione, devono essere considerati i protagonisti della montagna: dal Cai al Soccorso alpino, dalle Guide alpine ai Caprioli. Sono proprio bravi. Le loro iniziative portate avanti insieme rappresentano un esempio per tutti. E’ vero, sono orgoglioso per quello che riescono a fare.” Che il fare insieme paghi lo si è capito anche in occasione della presentazione del libro “Antelao in punta di piedi”. Sarebbe dovuta essere una semplicissima pre- sentazione di un libro. Invece ne è sortito un evento. E’ bastato coinvolgere tutti i protagonisti della montagna fin dall’inizio. Insieme hanno organizzato, hanno affisso i manifesti e hanno fatto girare inviti e notizie. Quella che sarebbe potuta esser una faticaccia per una associazione si è tramutata in un piccolo impegno partecipativo di molti. Il risultato è stato eccezionale. Al centro, ovviamente, c’era il libro ma, tutt’intorno, a parlare dell’Antelao, sono intervenuti i rappresentanti di tutto l’associazionismo alpinistico sanvitese e cadorino. E’ intervenuto il monumento vivente dell’alpinismo di San Vito: Marcello Bonafede che sulla cima dell’Antelao, il 17 settembre 1967, si è sposato e, con l’inseparabile Natalino Menegus, nel 1959, ha salito i Torrioni. Un ricordo speciale di Natalino Menegus è stato fatto dal nipote Franco. Ha raccontato un episodio che pochi conoscono e che stigmatizza la solidarietà profusa da Natalino: il difficile salvataggio di un giovane alpinista precipitato sull’Antelao. Tutti lo davano per spacciato quando invece era ancora vivo e solo il rocambolesco e rischioso intervento di Natalino lo ha tratto in salvo. Per il Gruppo Ragni e’ intervenuto Angelo De Polo che ha ricordato le vie aperte dai rocciatori di Pieve anche con alcuni “grandi” dell’alpinismodi tutti i tempi come Piussi e Casarotto. Le Guide alpine hanno scritto pagine importanti della storia alpinistica dll’Antelao. Lo ha rimarcato Mauro Valmassoi evidenziando come, un tempo, il gigante solitario che domina gran parte delle Dolomiti, attraesse di più. “Quanti sogni ho fatto sull’Antelao e Aperta una nuova via sui Cadini dalla guida alpina Ferruccio Svaluto in cordata con Mirko DallʼOsta uando una giovane Q Guida alpina dedica una nuova via ad una vecchia Guida alpina che ci ha lasciato…le montagne sono in festa. I protagonisti di questa storia sono Ferruccio Svaluto Moreolo, Valerio Quinz e l’Ultimo Spirito. Valerio Quinz, Guida alpina di Misurina, è stato un grande alpinista. Ha aperto numerose vie di elevata difficoltà soprattutto sulle Tre Cime di Lavaredo, sui Cadini e sul Cristallo. E’ morto nella primavera del 2008 sulla soglia degli 80 anni lasciando un ricordo affettuoso nelle giovani Guide alpine che lo hanno conosciuto. Fra queste c’è Ferruccio Svaluto. “Quando Valerio se n’è andato ho sof ferto come fosse stato un parente. L’ho quante fatiche e quante soddisfazioni.” Mauro Valmassoi è stato uno dei protagonisti più intrepidi dell’Antelao dove ha aperto alcune tra le vie più impegnative. Anche i rocciatori sanvitesi del Gruppo Caprioli hanno firmato molte prestigiose vie lungo le pareti del massiccio. Lo ha ricordato Alberto Bonafede, Guida alpina ed alpinista di valore, che ha risposto così a chi gli ha chiesto se ci sono ancora vie nuove da aprire: “Sicuramente si. Alcune le ho in mente anch’io. Si tratta di una montagna talmente articolata che non verranno mai meno gli spazi per sbizzarirsi. E l’avventura è garantita. Me lo sento ripetere spesso da chi accompagno a scalare o anche solo a salire lungo la via comune. Si tratta di una gran bella montagna.” A gettare le basi per un altro progetto culturale da gestire insieme ci ha pensato lo storico Ernesto Majoni che ha accolto di buon grado l’idea di ufficializzare che il primo a salire l’Antelao non è stato l’austriaco Paul Groh- Anche la nuova via firmata da Ferruccio Svaluto in coppia con Mirko Dall’Osta, alterna passaggi di 5° e di 6° grado superiore. Ovviamente si chiama Via Valerio Quinz e sale vicina a quella aperta da lui nel 1949, quasi a farle compagnia fin sulla vetta. “Salendo ho immaginato di avere Valerio al fianco che mi guardava e mi suggeriva utili accorgimenti. Sono contento di avergli dedicato proprio quella via che è lineare, pulita, con pochi chiodi…proprio come piaceva a Valerio. E devo che anche il mio compagno di cordata Mirko Dall’Osta ha provato questa bella sensazione.” E’ proprio soddisfatto Ferruccio. C’è come un senso di appagamento e gratitudine nelle parole che descrivono la nuova via. Ma soprattutto di stima e di riconoscenza nei confronti del grande Valerio Quinz che a più riprese aveva esternato apprezzamento per le sue qualità di alpinista. Ferruccio abita a Pieve di Cadore, dirige la Scuola d’Alpinismo delle Guide alpine Tre Cime di Lavaredo-Dolomiti di Auronzo, lavora con il Suem e fa parte del Gruppo Rocciatori Ragni. Ha aperto 141 nuove vie dedicandone alcune alle persone più care. Spettacolare quella dedicata alla moglie Maria mann nel 1963 ma il sanvitese Matteo Ossi nel 1950 o nel 1951. E già si sta pensando ad un “processo” con tanto di giudice e di avvocati per confrontare le prove fornite da Grohmann con quelle di Ossi. Potrebbe diventare un’altra bella iniziativa da organizzare insieme con la certezza che contribuirà a vivacizzare l’interesse per la montagna. “Promuovere iniziative capaci di richiamare attenzione sulla montagna – sottolinea il presidente del Cai di San Vito Renato Belli – è un dovere per l’associazionismo alpinistico in generale. Per noi che viviamo in montagna lo è ancor di più perché assume anche una valenza economica. Di questo ne sono convinti i soci del Cai, quelli del Soccorso alpino, del Gruppo Caprioi e le Guide alpine che vivono di passione per la montagna. Noi abbiamo trovato il modo di farlo insieme. E questo, oltre ai buoni risultati in termine di consenso, ci fa stare bene insieme e maturare come soggetti importanti all’interno della comunità di San Vito.” E’ proprio così. I traguardi raggiunti sono già parecchi. Uno per tutti riguarda il gruppetto di giovani che frequentano le preselezioni per diventare Guide alpine. I corsi costano e per aiutarli sono intervenuti i protagonisti della montagna su sollecitazione del Cai che hanno messo a disposizione alcune “borse di studio” dimostrando di considerare la Guida alpina una figura importante per la promozione della montagna e parte integrante dell’identità stessa della montagna e di San Vito. Veramente bravi. Dedicata al grande Valerio Quinz, guida alpina di Misurina RIVIVE SUL ‘ULTIMO SPIRITOʼ stimato proprio tanto e non lo dimenticherò mai.” Così Ferruccio ricorda il collega di Misurina. “Con Valerio ho anche lavorato e devo dire che i suoi insegnamenti mi sono tornati utili e preziosi.” Per questo motivo ha voluto ricordarlo nel modo che sarebbe piaciuto di più al vecchio maestro. “Il ricordo non poteva che essere sulla roccia di una delle montagne che Quinz aveva salito per primo.”La scelta è ricaduta sull’Ultimo Spirito, il singolare torrione nel Gruppo dei Cadini di Misurina dove nel 1949 aveva aperto una via di 5° e 6° che richiamò l’attenzione dell’intero mondo alpinistico. 10 sulla Tofana di Riozes e molto bella anche la “Dolce Irene” dedicata alla figlia. Più recenti e molto impegnative quelle per i quattro colleghi del Suem caduti l’anno scorso a bordo dell’elicottero Falco, sotto il Cristallo. L’ultima via dedicata è la Valerio Quinz che Ferruccio vuole ricordare come “bellissimo esempio di professionalità per le Guide alpine e di generosa umanità per tutti gli appassionati di montagna. Sono proprio contento di avergli dedicato una via sull’Ultimo Spirito nei Cadini di Misurina che sono state le sue montagne…il suo mondo, il suo paradiso.” OTT - 20-21:FEBBR 20-21 11:28 Pagina 3 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 L’investitura è avvenuta domenica 22 agosto in occasione della grande festa dedicata alle Dolomiti senza confini che si è svolta in Alta Val Giralba proprio al Rifugio del Cai di Auronzo. E i rappresentanti dei protagonisti della montagna c’erano tutti: dalle Guide alpine agli uomini del Soccorso alpino di Auronzo e della Val Punteria, dal Cai di Auronzo e della Val Comelico ai rappresentanti di altre Associazioni alpinistiche venete e altoatesine. La giornata è stata ritmata da tre momenti significativi: quello alpinistico con la riproposizione di due vie classiche sulla Croda dei Toni e sul Campanile Carducci; l’esercitazione interprovinciale di Soccorso alpino e il concerto dedicato alle donne e agli uomini della montagna, quelli che si incontrano lungo i sentieri e le vie di roccia e quelli che in montagna hanno perso la vita. Era dai tempi della Prima Guerra Mondiale che in Alta Val Giralba non si sentiva il suono della tromba. In quell’assurda stagione di violene Dolomiti del Popèra erano vestite a festa. L Le eleganti nuvole che addobbavano le cime più alte hanno giocato per tutto il giorno a nascondino con il sole tra Cima Undici, Cima Bagni e la Croda Rossa. Il tutto accompagnato dalle note delle sinfonie eseguite dai Solisti Veneti che per la prima volta sono saliti a piedi a quota 2000 per un concerto. Anche questo ha contribuito ad archiviare come indimenticabile l’eccezionale festa organizzata nel cuore del mese di agosto dal Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti, dal Comune di Comelico Superiore e dal Cai della Val Comelico al Rifugio Antonio Berti. Una tra le più belle feste dedicate alle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità organizzate durante l’estate in Cadore. Innanzitutto una festa partecipatissima: oltre 1200 persone salite a piedi al Berti dal Rifugio Lunelli. Organizzata nei minimi particolari a cominciare dal servizio navetta, dalle Terme al Lunelli, che ha consentito di lasciare “unescamente” libera, integra e pulita la valle di accesso al Popèra. L’iniziativa è stata portata ad esempio metodologico di come si dovrebbero promuovere le Dolomiti Patrimonio Al Rifugio Carducci in alta Val Giralba incontro fra Guide alpine, Soccorso alpino e Cai di Auronzo e della Val Pusteria Riproposte due Vie classiche LA MONTAGNA E’ALPINISMO & AMICIZIA Massimo Massimo Casagrande l Rifugio Carducci è diI ventato la “Casa dei Protagonisti della Montagna”. 21 Lio Michele Bepi Delio za ingiustificata le note delle cariche e delle ritirate si alternavano velocemente rimbalzando sulle pareti di Cima Undici, Croda dei Toni, Cima Bagni, Croda Rossa e, più lontano, fino al Paterno e sulle Tre Cime di Lavaredo. Quelli di domenica 22 agosto al Rifugio Carducci, che hanno dato il via al concerto della Dolomiti Simphonia Orchestra di Belluno diretta dal maestro Delio Cassetta, sono stati invece squilli di pace. “Quassù non ci sono confini e per gli appassionati di montagna non ci sono mai stati”. Ha sottolineato la giovane Guida alpina di Auronzo Michele Zandegiacomo. “Cento anni fa al Rifugio Carducci dormivano insieme le Guide di Auronzo e quelle della Val Punteria e, insieme, accompagnavano i rispettivi clienti su queste montagne scambiandosi informazioni e accorgimenti da avere per scongiurare pericoli. Un bell’esempio che ci impone nuova amicizia e rinnovato spirito di collaborazione”. Alle belle parole di Michele è indispensabile aggiungere il concetto di solidarietà espresso dagli uomini del Soccorso alpino di Auronzo e delle Stazioni della Val Pu- dell’Umanità. E il perché va ricercato nel cammino che il Comelico ha percorso per arrivare alla festa. Dopo la proclamazione universale è scattato il tempo della formazione, animata dalla Fondazione Consorzio Turistico Gianluigi Topran – ma indubbiamente bisogna fare di più. Insieme dobbiamo capire che solo insieme possiamo mettere la Val Comelico nelle condizioni di cogliere quelle oppor- che perdiamo un’opportunità importante per il futuro di tutto il Comelico.” Di questo si è parlato a margine della festa. Della necessità di lavorare insieme anche per far si che l’Unesco La storia umana, cioè quella delle genti della Val Comelico ma soprattutto quella degli uomini che hanno sofferto e sono morti sulle cime del Popèra durante la prima guerra mondiale, ha parlato GRANDE FESTA AL RIFUGIO BERTI PER PROMUOVERE LE DOLOMITI Un giusto mix tra contenuti culturali e festa La presenza dei Solisti Veneti Gianluigi Topran 10 4-10-2010 Angelini e dal Cai, per capire i perché della scelta e il come tradurla in opportunità. Poi c’è stato il coinvolgimento dei soggetti pubblici e privati che operano in Comelico: imprenditori, associazioni, amministrazioni comunali, comunità montana. “Il lavoro fatto è stato notevole – ha ricordato a margine della festa il presidente del Il ser vizio su DOLOMIA - 5° Raduno dei Gruppi Alpinistici delle Dolomiti, svoltosi dal 24 al 26 settembre in Centro Cadore, verrà pubblicato nel prossimo numero. tunità che il riconoscimento dell’Unesco può offrire.” La festa al Rifugio Berti è stata il primo frutto del cammino comunitario intrapreso dalla Val Comelico. “E’ sempre difficile far sintesi delle esigenze e delle aspettative di tutti – ha rimarcato il sindaco di Comelico Superiore Mario Zandonella – ma è indispensabile provarci. In questo senso il riconoscimento dell’Unesco è uno stimolo importantissimo perché nessuno ci obbliga a lavorare insieme ma se non lo facciamo è certo inserisca nei confini delle Dolomiti promosse anche quelle montagne del Comelico che fino ad oggi mancano all’appello. Impegni e propositi che hanno dato vigore alla festa. Una festa di gente che si è appassionata ad ascoltare gli interventi che hanno raccontato la storia di queste montagne. La storia geologica illustrata da Emiliano Oddone della Dolomiti Project e quella delle biodiversità della Val Comelico sintetizzata mirabilmente da Cesare Lasen. Italo Zandonella Callgher, tra i massimi conoscitori di queste Dolomiti. Interventi sintetici ma completi come piacciono a chi vive con il cuore l’essenzialità della montagna. Anche i saluti del presidente generale del Cai Umberto Martini, del vicepresidente della Provincia di Belluno Silver De Zold hanno evidenziato la concretezza dell’iniziativa come tappa di un cammino che deve coinvolgere il Comelico, il Cadore, la Provincia di Belluno. Un tocco di autorevolezza steria che, proprio di fronte al Carducci, hanno dato vita ad un difficile intervento in parete. “Insieme, anche la solidarietà è più efficace.” Ha commentato Giuseppe Zandegiacomo, responsabile della Stazione del Soccorso alpino di Auronzo, evidenziando l’opportunità di esercitarsi maggiormente insieme per confrontare tecniche e modalità di intervento in alta montagna.” L’idea della festa è del gestore del Rifugio Carducci Bepi Monti: “Stiamo lavorando per far diventare il Rifugio Carducci un punto di riferimento nel cuore delle Dolomiti dove chi ama la montagna vera possa viverla intensamente. Le Guide alpine stanno attrezzando una palestra di roccia e richiodando alcune vie classiche di valore immenso.” Massimo Casagrande presidente della Sezione Cai di Auronzo, proprietaria del rifugio, non ha dubbi: “Il Carducci ha tutte le carte in regola per diventare la Casa dei Protagonisti di queste Dolomiti che svettano sul Cadore e sulla Punteria. Una Casa dove coltivare l’amicizia, la solidarietà e la passione per la montagna.” è venuta anche da alcuni premiati con il Pelmo d’Oro, il prestigioso riconoscimento che ogni anno la Provincia di Belluno conferisce a chi promuove la montagna bellunese negli ambiti più diversi, da quello alpinistico a quelli culturale e sociale. C’erano Gildo Zanderigo, i giornalisti della rivista Dolomiti Bellunesi, Antonio Cason a ricordare che anche al Settimo Reggimento Alpini è stato conferito il Pelmo d’Oro, Franco Miotto, Lio De Nes, presidente delle Guide Alpine del Veneto. A far veramente grande la festa sono stati però i Solisti Veneti. Le loro hanno emozionato tutti. Di sicuro l’atmosfera è stata speciale. Complice il numero elevato dei presenti, il loro entusiasmo e quello degli stessi musicisti saliti anche loro a piedi, vestiti da montagna con scarponi e bastoncini. Poi, al rifugio, hanno indossato i classici abiti da concerto. Hanno prodotto uno spettacolo indimenticabile per una festa che sarà portata ad esempio ovunque tra quelle che, durante l’estate, dentro e fuori i confini del Cadore, hanno espresso la volontà di far crescere velocemente la consapevolezza che l’Unesco ha promosso le nostre Dolomiti come bene prezioso da rispettare e valorizzare con intelligenza. SERVIZI di Bepi Casagrande OTT - 22-23:FEBBR 22-23 4-10-2010 11:29 Pagina 2 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 22 ivio Berruti, campioL ne olimpionico dei LIVIO BERRUTI E RENATO PANCIERA 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma nel 1960, nato a Torino il 19 maggio del 1939, è stato a Pieve di Cadore a fine agosto. L'ex atleta italiano è andato a trovare il figlio dell'amico e collega Renato Panciera, che disputò nel 1960 una frazione della staffetta 4x400 stabilendo tra l'altro il record europeo in semifinale con il tempo di 3'10"8 assieme ai colleghi Lombardo, Bettella e Spinozzi. Renato Panciera si è spento nel 2001 ma il ricordo delle imprese sportive del padre è ancora vivo nelle memorie di tanti e soprattutto del figlio Andrea. ALLE OLIMPIADI DI ROMA NEL ʻ60 PANCIERA NEI 4X400 AVEVA CLASSE Berruti Nato a Pieve di Cadore conquistò l'8 marzo 1935, era passa- lʼoro olimpico to all'atletica dopo le espe- con una rienze scolastiche con le prestazione campestri del 1953. Le sue che lo portò notevoli qualità di corridore lo portarono ad imme- nella leggenda diate prestazioni di un cerLivio Berruti to valore, ma solamente con la moglie nel 1955 quando passò al (2° da sx) in compagnia di Coin di Mestre, un'attività Andrea Panciera continua gli permise sen(a dx) sibili e costanti progressi. Ai campionati assoluti di quell'anno egli terminò al terzo po- 4x400, che diede all'Italia il successto nei 400 con 49"4. Altri decisi so e un nuovo primato in 3'10"8. miglioramenti Panciera li effettuò Atleta ben dotato, alto, robusto, nel 1956: agli assoluti fu primo sui Panciera è stato uno dei quattro400 con 47"8, tempo che ripeté nel- centisti di maggior classe apparsi l'incontro con la Francia, concluso sulle piste italiane. da una meravigliosa frazione nella Berruti e Panciera si erano co- Berruti e il cadorino Panciera si erano conosciuti in pista a Roma nel 1960 Erano tra i velocisti italiani più promettenti carta erano favoriti, ha fatto ormai il giro del mondo. Di Berruti, che si lancia sul cordino al fotofinish, si ricordano anche quegli scuri occhiali da sole con cui taglia il traguardo a tutta velocità. IL SOGNO D’AVERE GLI OCCHIALI DI BERRUTI Ed è proprio da quel paio di occhiali che nasce la visita in Cadore del velocista. Un collaboratore del Museo dell'Occhiale di Pieve, Ernesto Da Deppo, decide di incontrare Berruti a Cortina, invitato nell'ampezzano per partecipare alla trasmissione ‘Cortina Incontra’ assieme a Nino Benvenuti, che nel 1960 a Roma conquistò un'altra storica medaglia d'oro nel pugilato. Da Deppo infatti vuole verificare che fine abbia fatto quella montatura per cercare di corredare il museo di un altro splendido esemplare. Berruti però aveva già donato il prezioso oggetto alla campagna di beneficenza Telethon alcuni anni prima facendo sfumare così il sogno di avere in Cadore gli occhiali dell’impresa romana. Discorrendo, Ernesto Da Deppo ricorda lo staffettista Renato Panciera nativo di Pieve, dove vive il figlio; così, pochi giorni dopo, Berruti coglie l’occasione, si presenta all'Ice Bar e incontra Andrea. “SONO LIVIO, GUARDA CHE PASSO” “Mi ha chiamato poco prima di arrivare – ci racconta proprio Andrea – dicendomi: sono Livio, guarda che passo a trovarti. Si è fermato quasi tre ore al bar raccontandoci molti aneddoti della sua vita sportiva e non. Ci ha raccontato di come all’epoca non si rendessero conto di ciò che invece avevano fatto. Solo il tempo ha poi dato grandezza alla cosa. Nel corso degli anni, parlando con le persone e gli amici, ha capito di aver scritto una pagina di sport indimenticabile per un’intera nazione. Ci ha confidato di come a quei tempi non ci fosse alcuna pressione sugli atleti prima delle gare e di come il clima fosse meno esasperato e più sereno”. Durante l’incontro Panciera e Berruti scattano assieme numerose foto ricordo per testimoniare l’evento. Un pomeriggio che rimarrà nella memoria di tutti, anche in paese. “Siamo andati ad acquistare un paio di occhiali per sua moglie Silvia – prosegue Andrea – e tutti i passanti che lo riconoscevano quasi si inginocchiavano per salutarlo. Vedersi davanti l’idolo di un tempo non è cosa da tutti i giorni ed in molti si sono commossi. Prima di andare mi ha lasciato i contatti in modo tale da poterci ritrovare. Lui ora vive a Torino ed io per motivi di lavoro mi reco spesso in Piemonte. Appena avrò l’occasione passerò sicuramente a trovarlo”. QUELLA FINALE ’ENTUSIASMANTE A ROMA NEL ‘60 Studente di chimica, Berruti aveva solo 21 anni quando partecipò ai Giochi olimpici del 1960. Nelle semifinali dei 200 metri corse in 20’’5, eguagliando il record del mondo. La prestazione lo pose fra i favoriti della finale che si svolse a sole due ore di distanza. E proprio da qui partono le prime rivelazioni del campione. Quel giorno la finale venne appunto disputata a sole due ore di distanza dalla semifinale. Berruti le trascorse in spogliatoio in completo riposo, quasi sonnecchiando come confessa apertamente, salendo in pista solo una mezz’oretta prima per salutare i tifosi e svolgere un po’ di riscaldamento. Gli strafavoriti statunitensi si dannavano invece l’anima per prepararsi all’evento, consumandosi di esercizi in vista della gara nella quale Berruti sbaragliò tutti bissando nuovamente il 20’’5 della semifinale. Berruti sfiorò poi una seconda medaglia olimpica con la squadra della staffetta 4x100, che si classificò quarta. Come premio per la vittoria, l’azzurro ricevette dal CONI un premio di un milione e 200 mila lire, 800 per la medaglia d'oro e 400 per il record del mondo, e in più una Fiat 500. Con i soldi ricevuti l’atleta acquistò subito una spider fiammante. Correre è sempre stato il suo motto, anche al volante. La straordinaria vittoria olimpica, all'inizio della carriera, sarebbe rimasta il suo miglior risultato. Berruti vinse poi molti titoli italiani dei 100 e 200 metri dal 1957 al 1962, e altri due titoli sui 200 metri nel 1965 e nel 1968. Prese parte ad altre due edizioni delle Olimpiadi, nel 1964 e nel 1968. In entrambe le occasioni raggiunse le finali con la staffetta 4x100 ed inoltre si classificò quinto nella finale dei 200 del 1964. Il ritiro dall'attività agonistica avvenne nel 1969. Livio Berruti fu ribattezzato da tutti gli italiani “l’angelo”, per la leggerezza della falcata e la grazia con la quale esprimeva la sua potenza e ancora oggi è un esempio di tecnica di corsa veloce. Va ricordato che il record di Berruti fu realizzato su terra battuta e non sulle superfici sintetiche moderne, che restituiscono la spinta impressa. Il 26 febbraio 2006 è stato portatore della bandiera olimpica nel corso della cerimonia di chiusura dei XX Giochi olimpici invernali, tenutisi a Torino. Da Bellaria, nel 2001, Berruti mandò a Panciera una breve lettera in cui scrisse: “Carissimo Renato spero di poterti vedere presto... non in mutande! Ciao. Livio”. Poche righe, simpatiche e scherzose, nelle quali il velocista ricorda in modo ironico il succinto abbigliamento di gara con il quale si correva in quegli anni. Daniele Collavino Renato Panciera fu primatista sui 400 nel 1956 e nel 1960 salì sul podio nella staffetta 4x100 dando un nuovo record europeo allʼItalia nosciuti in pista essendo all'epoca due tra i velocisti più promettenti del panorama nazionale. L'impresa di Berruti, che conquistò un oro olimpico del tutto inaspettato battendo in finale dei veri specialisti tra cui tre atleti americani che sulla 10 OTT - 22-23:FEBBR 22-23 10 4-10-2010 11:29 Pagina 3 ANNO LVIII Settembre - Ottobre 2010 al 6 al 12 settembre D la prestigiosa società di basket della Benetton Treviso è stata ospitata a Domegge. Gli atleti biancoverdi hanno disputato in Cadore la preparazione precampionato, un ritiro che ha riscosso molta partecipazione durante le partite e gli allenamenti al palazzetto Mario Cian Toma e tanto entusiasmo ed orgoglio all'interno della comunità. La Benetton, che proprio quest'anno ha deciso di rivoluzionare il proprio assetto societario, dopo ben 12 anni ha così deciso anche di rinunciare all'ospitalità di Brunico. La cittadina dell'Alto Adige era infatti da diverso tempo la sede storica del ritiro dei trevigiani. Le sollecitazioni e le avances portate avanti nel corso degli anni dall'amministrazione di Domegge hanno così convinto lo staff della Marca a cambiare il posto in cui svolgere la propria preparazione. SCELTA IMPOR TANTE PER LA NOSTRA ZONA Una scelta importante che riqualifica e rinvigorisce il territorio cadorino, troppo spesso costretto ad assistere all'evento contrario. Se è vero che il Trentino offre proposte e servizi a costi migliori è altrettanto vero allo stesso tempo che il Cadore non è da meno. I vantaggi a cui concorrono le regioni autonome sono noti ma lavorando assieme su alcuni punti anche le nostre zone possono competere e risultare, perché no, anche più appetibili. La certificazione ottenuta dall'Unesco ad esempio va sfruttata in ogni settore. Ottenere il marchio di "Patrimonio dell'Umanità" non è da tutti e rappresenta un sicuro e forte richiamo per visitatori e turisti. Molto soddisfatto dell'iniziativa il sindaco di Domegge, Lino Paolo Fedon, che ha sottolineato come l'arrivo dei campioni di basket non fosse solo un evento sportivo ma soprattutto un evento di promozione e marketing territoriale. "Domegge è un paese ad alta concentrazione di basket ma questo ritiro è più che altro un ottima opportunità a livello d'immagine. Basta digitare sul motore di ricerca Google in Internet il nome Benetton af fiancato dal nome del nostro paese per rilevare decine e decine di siti che parlano di noi corredati da splendide fotografie. Qui in estate ospitiamo anche un torneo internazionale di pallacanestro riservato alle nazionali giovanili under 20 e un camp di basket a cui partecipano moltissimi ragazzi del territorio e non solo. Se dopo 12 anni di ritiro a Brunico la Benetton ha voluto cambiare sede un motivo ci deve pur essere. Abbiamo già raggiunto un'intesa con la società trevigiana per continuare nel nostro rapporto anche nei prossimi anni ma molto dipenderà anche da come andrà questo campionato. La scaramanzia a certi livelli conta parecchio. Il nostro obiettivo in futuro sarà quello di ospitare dei cli- 23 BASKET LA BENETTON HA SCELTO DOMEGGE La titolata squadra di basket di Treviso in Cadore per la preparazione precampionato. Soddisfazione dell team per la scelta e per il calore del pubblico nic di allenatori, veri e propri meeting dove si radunano anche oltre cento professionisti per affinare le tecniche e discutere assieme nuove ed innovative metodologie d'allenamento. Mi auguro vivamente che la Benetton possa tornare ad essere nostra gradita ospite perché nel corso della settimana in cui sono stati da noi abbiamo instaurato un ottimo rapporto con la squadra, la dirigenza e tutti i membri dello staff. La gente del paese ha avuto inoltre molto piacere di riceverli e l'afflusso alle partite e agli allenamenti è stato davvero incredibile e inaspettato. Si è trattato di un grande risultato che ci ha permesso di farci conoscere a livello nazionale. Basti pensare che la locandina del ritiro è finita anche sul Corriere della Sera. Inoltre, in collaborazione con il consorzio turistico Auronzo d'Inverno, siamo stati al nuovo centro polisportivo Ghirada a Treviso dove abbiamo distribuito una marea di volantini con tutte le immagini e le offerte che può proporre il nostro territorio. Ringrazio poi la Dolomiti Turismo e la Provincia di Belluno che ci hanno sempre sostenuto". E alla conferenza stampa di presentazione del 6 settembre nella sala consiliare del municipio di Domegge c'era anche il presidente provinciale, Gian Paolo Bottacin, fiero e onorato di presenziare all'evento: "E’ un onore per il bellunese ospitare una squadra veneta così prestigiosa. Auguro che la presenza di questi campioni attiri sempre più turisti nel nostro territorio". Soddisfatto dell'accoglienza e del calore ricevuto anche il coach dei biancoverdi, Jasmin Repesa, che ha sottolineato l’importanza del ritiro di Domegge: "Vogliamo creare un gran bel gruppo fatto di tanti giovani e qui in Cadore l'atmosfera che si respira è l'ideale". CONSEGNATA UNA TARGA RICORDO L'amministrazione cadorina ha quindi consegnato una targa ricordo a tutti i giocatori e i componenti dello staff biancoverde assieme ad un paio di occhiali offerti dalla ditta Castellani. Un omaggio ben presto ricambiato dalla società della Marca che ha consegnato al sindaco due canottine con gli autografi degli atleti. LE GARE DISPUTATE Da segnalare che il Cadore ha subito portato bene ai ragazzoni di Treviso. Le due amichevoli disputate al palazzetto Mario Cian Toma si sono concluse infatti con due convincenti vitto- rie. Mercoledì 8 settembre la Benetton ha schiantato i vicecampioni serbi dell'Hemofarm Vrsac con il punteggio di 84-66, mentre venerdì 10 settembre a capitolare è stata la Snaidero Udine per 72-60. Due affermazioni che dovrebbero aver indotto lo staff della Marca a capire che in Cadore il clima è positivo, salutare, accogliente e fortunato. Daniele Collavino Il primo mutuo casa con assicurazione sul debito residuo. 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