la Biblioteca di via Senato
mensile, anno v
Milano
n.10 – ottobre 2013
SUL NOLANO
Giordano Bruno
e i Rosacroce
di guido del giudice
BIBLIOFILIA
Il mistero dei libri
di Castel Thun
di giancarlo petrella
LIBRO DEL MESE
Martin Lutero.
Il frate ribelle
di gianni puglisi
e gianluca montinaro
EDITORIA
Mondadori,
editore a volte
“non venale”
di massimo gatta
BVS: IL FONDO
De Micheli
e la scultura.
Spigolature
bibliografiche
di luca pietro nicoletti
Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione
la Biblioteca di via Senato – Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO V – N.10/44 – MILANO, OTTOBRE 2013
Sommario
6 Sul Nolano
GIORDANO BRUNO
E I ROSACROCE
di Guido Del Giudice
16 Bibliofilia
IL MISTERO DEI LIBRI
DI CASTEL THUN
di Giancarlo Petrella
26 Editoria
MONDADORI, EDITORE
A VOLTE “NON VENALE”
prima parte
di Massimo Gatta
33 IN SEDICESIMO - Le rubriche
LE MOSTRE – LO SCAFFALE –
LA RIFLESSIONE
a cura di Luca Pietro Nicoletti
e Luigi Sgroi
50 Il libro del mese
MARTIN LUTERO.
IL FRATE RIBELLE
PADRE DELLA GERMANIA
di Gianni Puglisi e
Gianluca Montinaro
57 BvS: Fondo De Micheli
DE MICHELI E LA
SCULTURA. SPIGOLATURE
BIBLIOGRAFICHE
di Luca Pietro Nicoletti
62 L’altro scaffale
FRA LIBRI DI SCIENZE
NATURALI
E SCIENZE FANTASTICHE
di Alberto Cesare Ambesi
66 Filosofia delle parole e delle cose
LA FRANCHEZZA
DELLA VERITÀ,
LA CATTIVERIA DEL FALSO
di Daniele Gigli
70 BvS: il ristoro del buon lettore
IL CUOCO
E IL CACCIATORE
di Gianluca Montinaro
72 HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO
Fondazione Biblioteca di via Senato
Biblioteca di via Senato – Mostre
Biblioteca di via Senato – Edizioni
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Marcello Dell’Utri
- Mostra del Libro Antico
- Salone del Libro Usato
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Presunto ritratto di Giordano Bruno,
Juleum - Bibliotecheksaal, Helmsted
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Editoriale
D
i Giordano Bruno tanto è stato detto.
E altrettanto è stato scritto. A volte,
in modo forzoso, è stato ricordato come
martire del pensiero, indicato come vessillifero
della riflessione laica, e addirittura adottato come
esempio di contestazione al potere. Tracciare un
profilo del personaggio che non tradisca né travisi
il suo pensiero risulta oggettivamente complesso:
non l’intero corpus delle sue opere è giunto
a noi (alcune, come il Clavis Magna, il De
multiplici mundi vita e il De principiis veri
sono andate perse). Mentre altre, fra quelle
che sono miracolosamente scampate alle fiamme
dell’Inquisizione, presentano passi di ardua
o ambigua interpretazione.
Solo un approccio filologico, basato su una
puntuale lettura contestualizzata, potrà forse
aiutare ad affrontare i tanti modi irrisolti
dell’universo bruniano. Per la Biblioteca di via
Senato è un privilegio poter ospitare, nei propri
fondi, molte delle prime rarissime edizioni,
impresse sotto il diretto controllo del Nolano. Esse
sono strumenti essenziali per la comprensione di
Bruno e della sua filosofia. Perché, come mostra
il documentato articolo di Guido Del Giudice
su Giordano Bruno e i Rosacroce (pubblicato
su questo numero del nostro bollettino),
tanti ancora sono gli elementi da “scoprire”.
Elementi da considerare con attenzione “liberale”
e senza aprioristici convincimenti. Nella ricerca
come nella vita. Così avrebbe gradito Bruno,
nel rispetto della verità. Verità che ogni uomo
dovrebbe con coerenza mai smettere di indagare.
Gianluca Montinaro
6
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
7
Sul Nolano
GIORDANO BRUNO
E I ROSACROCE
Un mistero svelato, fra magia, alchimia e filosofia
GUIDO DEL GIUDICE
L
e ricerche finalizzate alla
realizzazione della prima traduzione italiana
della Summa terminorum metaphysicorum1 mi hanno consentito di illuminare un periodo di
sei mesi della tormentata peregrinatio di Giordano Bruno
(1548-1600) fino ad ora rimasto
nell’ombra. Sono così emerse
prove evidenti che confermano
quel contatto tra il filosofo e un
nucleo tedesco della confraternita dei Rosacroce, che in passato era stato soltanto ipotizzato2.
Personaggio cardine della vicenda è il teologo alchimista
svizzero Raphael Egli (1559-1622), il quale invitò
il Nolano ad Elgg, nei pressi di Zurigo, nel castello del suo mecenate Johann Heinrich Hainzel, ufficialmente per tenervi un ciclo di lezioni di terminologia aristotelica. Sarà lui a pubblicare anni
dopo, in due riprese, il testo di queste lezioni, col
titolo di Summa terminorum metaphysicorum. Egli
è un personaggio che è stato a lungo sottovalutato
perché, in seguito ad alcune spiacevoli disavvenNella pagina accanto: presunto ritratto di Giordano
Bruno, Juleum - Bibliotecheksaal, Helmsted.
Sopra: Raphael Egli, in un’incisione del XVI secolo
ture dovute alla passione per
l’alchimia, si cautelò celando la
sua copiosa produzione di testi
alchemici e apocalittici dietro
una nutrita serie di pseudonimi.
Solo recentemente gli sono state attribuite una sessantina di
opere, che hanno rivelato una
sorprendente personalità intellettuale, punto di collegamento
tra le correnti mistiche e alchemiche della Germania e della
Svizzera italiana del tardo XVI e
del primo XVII secolo. In esse
egli spazia dall’analisi delle relazioni tra macro e microcosmo
alla profezia paracelsiana del ritorno di Elia Artista, dall’interpretazione di simboli magici alle teorie rosacrociane. Fu anche
l’autore, con lo pseudonimo di Filippo di Gabala,
della Consideratio Brevis , pubblicata in Germania
insieme alla Confessio fraternitatis, uno dei manifesti del movimento Rosacrociano, in cui fa riferimento alla “confraternita dei cristiani battezzati dal
roseo sangue della croce di Cristo” come fonte di vera
rivelazione. Probabilmente nel 1591 non solo la
confraternita era già attiva in Germania, ma si
trovava in una fase di reclutamento e Raphael Egli
era un ideale candidato a diventarne un leader. Se
è possibile che già durante il soggiorno zurighese
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Da sinistra: frontespizio della prima edizione della Consideratio brevis (1595); frontespizio della prima edizione della
Summa terminorun metaphysicorum di Giordano Bruno (1595)
del filosofo Nolano siano emerse suggestioni rosacrociane, è praticamente certo che Egli convogliò successivamente parecchi dei concetti assimilati durante la sua frequentazione bruniana
nella dottrina dei Rosacroce, di cui in Germania
fu un sicuro ispiratore. Il circolo di alchimisti di
ispirazione paracelsiana in cui Bruno fu accolto
come un maestro costituì molto probabilmente il
nucleo fondamentale di quella setta di ‘Giordanisti’, che il filosofo si vantò in più di un’occasione,
con i suoi compagni di cella nelle carceri veneziane, di aver fondato in Germania.
Alla luce di queste nuove evidenze, si poneva
il problema di stabilire se la frequentazione degli
ambienti rosacrociani sia stata una tappa occasio-
nale del movimentato itinerario filosofico ed esistenziale di Bruno, oppure lo sbocco evolutivo di
precedenti contatti nell’ambito della confraternita. A tale scopo si è rivelato di estremo interesse
l’esame di un manoscritto conservato nel fondo
antico della Biblioteca Nazionale di Napoli, ben
noto agli studiosi rosacrociani per le implicazioni
sulla presenza, già nella prima metà del XVI secolo, di un nucleo di adepti nel napoletano.
Si tratta di una collettanea di tre testi diversi:
al resoconto di un colloquio in cui il pontefice Bonifacio VIII chiede al grande alchimista Arnaldo
da Villanova ragguagli sulla pietra filosofale e ad
una raccolta di esperimenti alchemici, segue un
terzo documento intitolato Osservazioni inviolabili
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
da osservarsi dalli fratelli dell’Aurea Croce o della Rosa
Croce precedenti la solita professione. Quest’ultimo è
il più antico statuto rosacrociano ad oggi conosciuto, e in esso, cosa ancor più interessante, si
fanno risalire “le strettissime leggi e patti” molto più
addietro, addirittura agli anni 1542-43.
Questa data corrisponde perfettamente alla
fondazione a Napoli di un’accademia filosofica, ad
opera dell’intellettuale viterbese Girolamo Ruscelli, il quale, proprio intorno al 1541, si trasferì
dalla residenza romana del cardinale Grimani, in
quella napoletana di Alfonso D’Avalos, marchese
del Vasto. Intellettuale prolifico, curatore per
l’importante editore veneziano Valgrisi delle opere di grandi poeti (Ariosto, Boccaccio, Petrarca),
Ruscelli deve però la sua fama alla pubblicazione,
con lo pseudonimo di Don Alessio Piemontese, di
numerose raccolte di “secreti”, ricette di vario genere, a prevalente contenuto alchemico, che diventarono un vero e proprio best-seller dell’epoca,
con decine di edizioni nelle principali lingue. Nel
proemio ai Secreti nuovi di maravigliosa virtù, una
riedizione pubblicata nel 1567, un anno dopo la
sua morte, Ruscelli descrive la costituzione e l’organizzazione di un’accademia filosofica “secreta”,
di carattere prevalentemente alchemico, nella
provincia del regno di Napoli. Il “Principe e Signor della terra” cui egli fa riferimento è probabilmente Ferrante Sanseverino, principe di Salerno,
alleato del D’Avalos, presso la cui corte, frequentata da molti intellettuali, trovò accoglienza e protezione. Il fallimento della congiura ordita nel
1552 contro il viceré Pedro Alvarez de Toledo, che
determinò la caduta in disgrazia del principe, costrinse il Ruscelli ad abbandonare precipitosamente il reame di Napoli e a riparare a Venezia.
Il manoscritto di Napoli, scritto interamente
in italiano, apparteneva ad un certo Andrea Segura, in cui molti hanno voluto riconoscere Francesco Maria Santinelli, autore rosacrociano molto
attivo nella città partenopea proprio in quel periodo, e proviene, insieme ad altri scritti alchemici,
9
dal convento di S. Domenico Maggiore, come riporta un catalogo redatto nel 17643. La biblioteca
del convento conteneva una ricca sezione di testi
esoterici, naturalmente proibiti, non soltanto per
la sua funzione di controllo e censura, ma anche
per il genuino interesse che dotti uomini di chiesa,
a cominciare dai papi, manifestavano per i temi ermetici ed alchemici. Non fa meraviglia, dunque,
che il giovane Nolano sia riuscito a nutrire la propria insaziabile avidità di sapere accedendo, sia pure di nascosto, ai testi di autori fondamentali della
tradizione magico-ermetica, quali Paracelso, Cornelio Agrippa, Ermete Trismegisto e molti altri.
Tra i frequentatori dell’accademia fondata da
Ruscelli ci fu il giovane Giovan Battista Della Porta, la cui nobile famiglia era anch’essa sotto l’ala
protettrice del Sanseverino. La Magia naturalis
(opera presente nel vasto Fondo Antico della Biblioteca di via Senato, nella preziosa e rara prima
edizione, stampata ad Anversa nel 1560 presso
Christophe Plantin), che egli afferma di aver scritto ad appena 15 anni, potrebbe essere la trascrizione degli esperimenti realizzati nell’Accademia del
Ruscelli. Qualche tempo dopo, intorno agli anni
60 del secolo, Della Porta fondò a Napoli l’”Accademia dei Segreti“ con il medesimo obiettivo dichiarato di voler testare ricette e ritrovati, i famosi
“secreti” appunto, per stabilirne la reale efficacia.
Si racconta che nel 1566, al ritorno da un lungo
viaggio in Italia ed Europa, egli esaminasse tutti
gli esperimenti della sua accademia, approvando
solo quelli suffragati dall’evidenza dei risultati.
All’epoca Bruno era da poco entrato come novizio
nel convento di S. Domenico e più volte è stata
avanzata la suggestiva ipotesi di un incontro con il
Della Porta. Oltre all’interesse per argomenti come l’ars memoriae, la fisiognomica e la magia naturale, li accomunava l’ammirazione per la tradizione egizia. L’ambiente alchemico, pur ispirato da
un panpsichismo telesiano a cui Bruno non era del
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Sopra da sinistra: lo statuto tedesco
di “Sincerus Renatus”; le pagine
del “manoscritto napoletano”
(Biblioteca Nazionale di Napoli)
con il riferimento agli anni 1542-43;
a destra: il frontespizio e l’ultima
pagina
tutto estraneo, mai lo convincerà del tutto, anzi
costituirà l’argomento principale, trattato con divertita ironia nel suo Candelaio (di cui la Biblioteca
di via Senato conserva la preziosa prima edizione,
impressa a Parigi nel 1582) ambientato in una Napoli, teatro di alchimisti beffati, scaltre cortigiane
e abili truffatori. La definizione di “academico di
nulla academia”, che il filosofo dà di se stesso nella
commedia, potrebbe riferirsi proprio al proliferare di queste accademie segrete, che Bruno sentiva
affini per formazione e interessi culturali, ma alle
quali era “restio” ad aderire per spirito d’indipendenza e riottosità ad assoggettarsi ad una gerar-
chia o ad un ordinamento. Una portata speculativa di più vasto respiro orientava i suoi studi in senso infinitistico, riservando all’Egitto ermetico,
“culla fluviale di tutte le religioni”, il ruolo di civiltà favolosa “sedia e colonna del cielo”, depositaria
di quel panteismo traboccante d’infinito da cui derivavano tutti gli altri culti.
Nell’anno 1562, poco prima che il quattordicenne Filippo, della famiglia dei “Bruni” arrivasse
a Napoli per studiare con i suoi primi maestri,
quando fu demolito l’altare maggiore di S. Dome-
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Sopra: Napoli, affresco ritrovato nei sotterranei dell’antica villa di Giovan Battista della Porta (cortesia di
www.napoliunderground.org) A destra: il frontespizio de I Secreti nuovi di maravigliosa virtù di Girolamo Ruscelli (1562)
nico, per trasferire alle sue spalle il coro che si trovava al centro della Chiesa, sotto di esso fu ritrovata una lapide in marmo con otto versi che iniziano
con “Nimbifer ille deo mihi sacrum invidit Osirim”.
La lapide si trova oggi murata sul campanile di
fianco al portone del Convento e proverebbe che
l’attuale tempio di S. Domenico era in origine dedicato al culto di Osiride.
L’ “Accademia dei Segreti” aveva due sedi,
una per gli amici in città, nel palazzo dei Della
Porta in Via Toledo vicino al Largo della Carità, e
una privata in collina, nella villa detta delle Due
Porte. Proprio nelle vicinanze di quest’ultima, recenti ritrovamenti di speleologia urbana hanno
permesso di individuare ambienti sotterranei, in
cui gli adepti dell’accademia tenevano le loro riunioni clandestine e dove si possono ancora osservare affreschi e iscrizioni che attestano la pratica
di riti di natura ermetica.
Tali cerimonie si collegano a quella tradizione
egizia ben radicata a Napoli e risalente alle “colonie
nilesi” di mercanti alessandrini, stabilitisi nel corpo
di Napoli, proprio nella zona in cui Bruno visse gli
anni della sua formazione e dove ancora oggi domina la statua del dio Nilo. Queste influenze ci aiutano
a comprendere quell’importante componente di
egizianesimo presente nel pensiero del filosofo, che
portò la Yates a bollarlo come “mago ermetico”.
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
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L’accademia filosofica di Girolamo Ruscelli e
l’Accademia dei segreti di Giovan Battista Della
Porta costituirebbero, dunque, le antesignane delle
associazioni rosacrociane che il manoscritto di Segura del 1678 attesta essere attive a Napoli. L’esistenza nella seconda metà del XVI secolo di questo
nucleo italiano del movimento è confermata dagli
atti del processo cui fu sottoposto, nel 1676, dall’Inquisizione veneziana il gentiluomo di origine tedesca Federico Gualdi, accusato di praticare arti magiche. Le notizie che lo riguardano, al confine tra realtà e leggenda, gli attribuiscono il ruolo di adepto o
maestro di una confraternita ermetica, la paternità
di numerose opere di argomento alchemico, nonché un segreto che gli avrebbe consentito di prolungare la vita fino ai 400 anni di età! La documentazione relativa al processo, conservata presso l’Archivio
di Stato di Venezia, attesta, comunque, senza ombra
di dubbio l’esistenza in Italia di una Confraternita
dell’Aurea Croce i cui comportamenti si conformavano alle regole riportate nel manoscritto di Segura4.
Che l’Ordine degli Aurei Rosacroce sia un
prodotto di importazione dall’Italia è confermato
anche dall’analisi del primo statuto organico in lingua tedesca, che risale al 1710, anno in cui Samuel
Richter, un pastore luterano a tendenza pietista, discepolo di Paracelso e Jacob Böhme, pubblicò in
Slesia, con lo pseudonimo di Sincerus Renatus, le
Gesetze oder Reguln der Brüderschafft des göldnen
Creutzes (‘Leggi ovvero Regole della Confraternita
dell’aurea Croce’). Esse non sono altro che la traduzione dei 47 articoli del manoscritto napoletano,
che qui diventano 52. Le leggere differenze sono
dovute per lo più al fatto che l’ordinamento della
corrente italiana si mostra molto più ecumenico rispetto a quello tedesco, improntato nettamente in
senso luterano, come del resto lo era stato il circolo
di Elgg. Nello statuto, tuttavia, non si fa riferimento a Christian Rosenkreuz e ai manifesti originari
dei Rosacroce, risalenti al 1614-1616 (Fama e Con-
fessio Fraternitatis), bensì alla religione cattolica, all’imperatore, e all’uso della pietra filosofale, evidenziando la tendenza delle società più tarde a ricollegarsi al nucleo originario italiano piuttosto
che a quello tedesco. Interessante notare che nei rituali di società esoteriche di fine ‘800 - primi del
‘900 il nome mistico del Magister, “Pedemontanus
de Rebus”5 sembra richiamare quell’Alessio Piemontese (Alexius Pedemontanus), che è lo pseudonimo sotto il quale Girolamo Ruscelli pubblicò i
Secreti nuovi di maravigliosa virtù.
Alla luce di quanto detto, Giordano Bruno
potrebbe essere stato il trait-d’union tra la tradizione associativa delle “accademie” italiane e le confraternite proto-rosacrociane tedesche. L’interesse di Egli e Hainzel, grandi collezionisti di testi alchemici provenienti da ogni dove, che lo andarono
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Sopra: Statua del dio Nilo (III secolo d.C.), Napoli,
largo Corpo di Napoli.
A sinistra: la lapide di S. Domenico Maggiore (Napoli)
a prelevare a Francoforte, potrebbe essere stato
dettato proprio dalla provenienza di Bruno da una
realtà di estremo interesse come quella napoletana, la cui fama era di certo arrivata fino a loro. Se
avevano contato su una sua militanza attiva, magari con un ruolo di Magister nel movimento, Bruno
dovette deluderli. E’ comunque un fatto che suggestive componenti del suo pensiero, dall’egizianesimo alla teoria del macrocosmo e microcosmo,
NOTE
1
Somma dei termini metafisici con il
saggio Bruno in Svizzera tra alchimisti e
Rosacroce, a cura di G. del Giudice, Roma,
Di Renzo, 2010.
2
Cfr. Yates F. A., L’illuminismo dei Rosa-Croce, Einaudi, Torino 1976.
3
Cfr. Tommaso Kaeppeli. O.P., “Anti-
costituiscono ancora oggi un riferimento costante
della dottrina rosacrociana. Nel valutare queste
analogie non bisogna però mai dimenticare il radicale anticristianesimo del Nolano. Per lui Cristo è
soltanto un uomo, e a nessun uomo può essere attribuita una funzione intermediatrice che ognuno
di noi già non possegga. Egli non accetta nessuna
autorità umana nel relazionarsi ad un Dio del resto
inconoscibile nella sua vera essenza. La genealogia
dell’antica sapienza, per Giordano Bruno si arresta
in Egitto. La sua strada e quella dei Rosacroce, dopo un comune cammino, divergono all’incrocio
col Cristianesimo.
che biblioteche domenicane in Italia”, Archivum Fratrum Predicatorum, Roma,
XXXI , 1966, p.44.
4
Sarnelli P., Vita di Gio. Battista Della
Porta Napoletano [1677], in G.B. Della
Porta, Le zifere o della scrittura segreta, a
cura di R. Lucariello, Filema, Napoli, 1996.
4
Cfr. Gualdi, Federico, Philosophia
Hermetica, a cura di A. Boella, A. Galli. Roma, 2008.
5
Cfr. MacKenzie, Kenneth R.H, The Royal Masonic Cyclopaedia of History, Rites,
Symbolism, and Biography, New York,
1877.
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
17
Bibliofilia
IL MISTERO DEI LIBRI
DI CASTEL THUN
Una grande collezione e un enigma ancora da svelare
GIANCARLO PETRELLA
C
hissà come doveva presentarsi la biblioteca dei conti Thun il 15 giugno 1858, quando a Castel Thun furono solennemente ricevuti l’arciduca d’Austria Carlo Lodovico e la
consorte Margherita di Sassonia! All’epoca il conte Matteo II (1812-1892) era un raffinato aristocratico che ancora si divideva tra il cinquecentesco
palazzo di famiglia di Trento (messo all’asta nel
1873 e ora sede del Municipio), i cui dispendiosissimi lavori di ammodernamento affidati all’architetto bresciano Rodolfo Vantini si erano da poco
conclusi, e i soggiorni estivi nel castello avitoi. La
passione per i libri era nata molto prima, come tradisce un’inaspettata lettera del 1829 (all’epoca
Matteo era un liceale di sedici anni!) scambiata
con un altrettanto giovane Giovanni Battista Carlo Giuliari (1810-1892), erudito veronese di solida cultura e futuro direttore della Biblioteca Capitolare di Verona. In essa il giovanissimo Matteo
confessa di possedere una già cospicua collezione
di incunaboli ed edizioni aldine: «alle edizioni del
secolo XV e alle Aldine e a quelle de’ Giunti più
volentieri mi attengo delle quali già ne avvi circa
Nella pagina accanto: frontespizio di Leonardus Brunus
Aretinus, Aquila volante, Milano, Antonio Zarotto, 9 aprile
1495. A destra: nota di possesso apposta su uno dei volumi
già della biblioteca di Castel Thun: «ex libris comitis de
Thunn Castri Thunn».
200, ben volentieri farei con Voi de’ cambi».
22 maggio 1865. Lettera di tutt’altro tenore. Il
conte Matteo scrive alla figlia Antonia per trasmetterle istruzioni in merito alla vendita di alcune edizioni di pregio della collezione di famiglia: «Antonia carissima, ecco alcune memorie relative alla lettera Bludowsky: 1. il Quintiliano è conservatissimo
meno il frontispizio che manca, crederei potesse
meritare più di fiorini 40 et almeno fiorini 60; 2. il
Missale del Giunta non è vendibile a nessun prezzo;
3. il Vitruvio tradotto in tedesco credo sia quello che
alla fine ha la descrizione architettonica del duomo
di Milano col disegno della pianta originale raro assai e non da cedersi per fiorini 20 ... Questo puoi riferire a Trento». Per far fronte a un grave dissesto economico causato da investimenti sbagliati, una gestione poco oculata e non da ultimo un troppo generoso esborso per finanziare la causa dell’Unità na-
18
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
A sinistra dall’alto: Caesar Gaius Iulius, Iulius der erste
Römisch Keiser von seinem leben vnd Kriegen, Mainz,
Johann Schöffer, [1507?]; Ex libris settecentesco dei conti
Thun apposto al risguardo di parecchi volumi. Nella
pagina accanto: Petrarca Francesco, Trostspiegel in Glück
vnd Vnglück, Frankfurt/Main, Christian Egenolff, 1596
zionale, a partire dagli anni Sessanta il conte si era
trovato costretto non solo a spogliare la propria dimora di mobili, suppellettili, dipinti e oggetti d’arte, ma a mettere mano anche all’amata biblioteca di
famiglia, in uno stillicidio continuo di vendite a
collezionisti e antiquari che ora salivano a Castel
Thun esattamente come tempo addietro artisti,
eruditi, scrittori e conoisseur italiani ed europei che
frequentavano i salotti di Castel Thun e omaggiavano il conte e la contessa di pubblicazioni d’ogni
genere. La missiva è evidentemente la risposta del
conte a una proposta a lui diretta di cui non siamo
però a conoscenza («Ecco alcune memorie relative
alla lettera Bludowsky»). Vi si fa cenno a un interessamento per alcuni pezzi pregiati da parte di un
certo Bludowsky, verisimilmente da identificare
con l’antiquario veneziano barone Ugo Bludowsky. Matteo accenna alla possibile valutazione
di tre volumi e detta i termini della trattativa, rilanciando la prima offerta ritenuta troppo bassa: un
Quintiliano, probabilmente incunabolo a giudicare dal prezzo assai elevato, mutilo della prima carta
e un Vitruvio in tedesco, da identificarsi quasi certamente con l’edizione del De Architectura, Strasburgo, in officina Knoblochiana, 1543, illustrata da
circa 130 silografie discese dall’edizione in volgare
a cura del Cesariano (Como, Gottardo da Ponte,
1521) tra cui, appunto, la prima pianta del Duomo
di Milano. Di un messale dei Giunta, molto probabilmente uno dei messali in folio stampati per Lucantonio Giunta negli anni Novanta del Quattrocento, al momento il conte non intendeva però privarsi «a nessun prezzo». Un rilancio dell’offerta da
parte del Bludowsky o di qualcun altro deve avergli
fatto cambiare idea, dal momento che oggi del
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
Messale non v’è traccia in biblioteca! Nella seconda
parte della missiva Matteo prende l’iniziativa e lascia trasparire la volontà di corteggiare il collezionista proponendogli «qualche più esteso affare»
non solo in merito a incunaboli e cinquecentine, ma
anche fra i volumi «più nuovi dei due secoli scorsi
1600 e 1700 specialmente francesi». La via «più
breve e sicura», suggerisce alla figlia, sarà quella che
«in estate quando sono in Castel Thun egli venisse
a trovarmi lassù» per dare «una esaminata a tutta la
biblioteca». Se poi quella visita avvenne e che risultati abbia sortito non sappiamo. Di certo però tutti i
volumi cui si fa cenno in questa lettera oggi non figurano più nella collezione libraria di Castel Thun,
la quale, peraltro, dal 1992 ha lasciato il castello per
essere trasferita nei depositi dell’Archivio Provinciale di Trento. Ma è necessario dare al lettore una
serie di informazioni preliminari.
Ai piedi delle Alpi, a nord di Vigo di Ton (Tren-
19
to), in posizione strategica nella valle del Noce lungo una delle vie di collegamento fra l’Italia e il Nord
Europa, si erge l’imponente struttura di Castel
Thun2. Il maniero fu residenza fin dal XIII secolo
della nobile schiatta dei conti Thun (ma il titolo fu
acquisito solo a fine Quattrocento con l’acquisto del
feudo di Königsberg), una delle più influenti casate
aristocratiche del Trentino e del Tirolo, ramificata
in diverse linee genealogiche e, a partire dal XVI secolo, nei due principali rami trentino e boemo3. Nel
1629 Cristoforo Simone Thun-Bragher, trasferitosi in Boemia, ottenne il feudo imperiale di Hohenstein e il titolo di conti dell’Impero. Numerosi gli
esponenti negli alti ranghi della Chiesa, tra cui tre
principi vescovi di Trento: Sigismondo Alfonso (vescovo dal 1670 al 1677), Domenico Antonio (17301748) e Pietro Vigilio (1776-1800), ultimo principe
vescovo di Trento. Poi un lento ma inesorabile declino, complice la secolarizzazione del Principato e
20
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Sopra da sinistra: frontespizio assai malconcio di un pronostico astrologico tedesco per l’anno 1555 acquistato dai conti
Thun: Christoph Stathmion, Practica auff da Iar MDLV, [Nürnberg, Herman Hamsing, 1554?]; legatura tessile con le
iniziali del conte Matteo Thun
un’incauta politica finanziaria che, come detto, costrinse il conte Matteo II Thun, raffinato ma sfortunato mecenate, ad avviare l’inesorabile alienazione
del patrimonio, a cominciare dalle collezioni artistiche e librarie. L’archivio fu letteralmente smembrato e una metà nel 1879 passò in terra boema4. Nel
primo Novecento anche il castello fu ceduto ai cugini boemi della linea Tetschen an der Elbe. Il conte
Franz de Paula e sua moglie Maria Teresa Thun di
Castelfondo vi si trasferirono nel 1926. Il figlio
Zdenko (Praga 1901 - Castel Thun 1982) fu l’ultimo conte a dimorarvi sino al 1982. Infine, nel 1992,
l’intero complesso fu acquisito dalla Provincia autonoma di Trento che ha provveduto a una lunga stagione di restauri e al trasferimento della raccolta libraria, o meglio di ciò che rimane (oltre 9.000 unità
bibliografiche, tra monografie, opuscoli e periodici,
editi dal XV al XX secolo), dalla sua sede originaria
ai depositi dell’Archivio provinciale di Trento.
A questo punto è possibile addentrarsi fra gli
scaffali della biblioteca Thun. Manca purtroppo
qualsiasi catalogo o altro strumento bibliografico
anteriore al XIX secolo, che renda perciò ragione
degli incrementi e dello status patrimoniale della biblioteca a una determinata altezza cronologica, ad
esempio ante 1797, quando le truppe francesi di passaggio sottoposero l’arredo di Castel Thun a gravi
spoliazioni sottraendo «canoni e spingarde ... i mobili più preziosi, le tappezzerie e gli arazzi delle camere» e forse non trascurando neppure la biblioteca. Ugualmente, nella seconda metà dell’Ottocento, quando il tracollo finanziario della famiglia costrinse Matteo Thun ad alienare un numero cospicuo di opere d’arte, non è da escludere che gli occhi
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22
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Lettera di Matteo II Thun alla figlia Antonia datata 22
maggio 1865 riguardante la vendita di alcuni libri
all’antiquario Bludowsky
del Bludowsky e di altri collezionisti-antiquari si posassero anche su alcuni dei pezzi più pregiati della
collezione libraria. Il sospetto viene innanzitutto a
giudicare dal numero assai esiguo di edizioni quattrocentesche e ‘aldine’ sopravvissute rispetto alle
circa 200 dichiarate dal giovane Matteo già nella lettera del 1829. Di quella raccolta non rimangono che
quattro incunaboli e poche edizioni con la marca
dell’ancora e delfino, tra cui la veneranda princeps
1502 degli elegiaci5.
L’edizione più antica sopravvissuta è la versione in volgare del De imitatione Christi attribuito a
Thomas von Kempen: De immitatione Christi et de
contemptu mundi in vulgari sermone, Venezia, Bartolomeo de Zani da Portesio, 23 dicembre 14916. Lo
scaffale degli incunaboli riserva soltanto altri tre titoli. L’Aquila volante falsamente attribuita a Leonardo Bruni (Milano, Antonio Zarotto, 9 aprile
1495) tradisce però al frontespizio, in bas de page,
nota di «Joannis Albani Giovanelli a Gerspurg»,
probabilmente da identificarsi con Giovanni Albano Giovanelli di Gerspurgh, console di Trento nel
17417. È evidente dunque che l’incunabolo entrò a
far parte della biblioteca Thun solo in seguito alla
dispersione della biblioteca privata Giovanelli cui
in origine apparteneva. Seguono, in successione
cronologica, l’edizione miscellanea delle opere di
Enea Silvio Piccolomini (Pius II) licenziata a Norimberga da Anton Koberger in data 17 maggio
14968 e la quarta parte dell’importante edizione dei
Sermones di Gabriel Biel curata da Wendelin Steinbach (Tübingen, Johann Otmar per Friedrich
Meynberger, 1499-1500)9, entrambe probabilmente ancora in legatura coeva in pergamena e in
piena pelle con impressioni a secco su assi di legno.
Non possiamo però accertare se davvero almeno
questi due ultimi incunaboli facessero già parte della biblioteca rinascimentale o se siano stati acquistati solo più tardi. Qualcosa della biblioteca originaria sicuramente però sopravvive. Alludo a una
preziosa miscellanea giuridica coeva con legatura
originale di area tedesca in pelle di scrofa su assi di
legno con impressioni a secco e data 1554 al centro
del piatto anteriore che cuce assieme quattro edizioni giuridiche in tedesco tutte licenziate dall’officina di Christian Egenolff di Francoforte tra il 1551
e il 155310. Una nota datata 1593 al risguardo anteriore («Constantinus comes de Liechtenstanis ...
Hercules Thonno dono dedit») rivela che il volume, che appare oggi il frammento più antico dell’originaria biblioteca di famiglia, fu donato da Constantin Liechtenstein, signore di Isera e Castelcorno imparentato con i Thun tramite il matrimonio
con Eleonora, figlia di Cipriano Thun, a Ercole
Thun (1561-1615), figlio di Vittore († 1572) e
Maddalena von Schroffenstein († 1570).
In seno all’attuale raccolta libraria è possibile
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
individuare un nucleo più consistente, sebbene anch’esso assai depauperato rispetto al fondo antico
originario, di circa 120 edizioni del XVI secolo. Segnalo in particolare alcune edizioni, anche illustrate, d’Oltralpe (ancora con legatura coeva in pelle di
scrofa su assi di legno) di storici classici in traduzione tedesca, probabile indizio dei canali di approvvigionamento librario della biblioteca dei conti Thun
nel Cinquecento: Livius, Romische Historie, Mainz,
Iohann Schöffer, 150511; Caesar, Iulius der erste Römisch Keiser von seinem leben vnd Kriegen, Mainz, Johann Schöffer, [1507?]12; Caesar, Commentaria, Basel, Thomas Wolff, 152113; Sallustius, Opera, Basel,
Andreas Cratander, 152114; Iosephus Flavius, Iosephi
des hoch berümpten und vast nutzlichen Historici
Zwentzig bücher von den alten geschichten ... siben bücher von dem Iüdischen krieg unnd der zerstörung Hierusalem ... zwey bücher wider Appionem Grammaticum, Strasbourg, Baltassar Beck, 153515; Plutarchus, Graecorum Romanorumque illustrium vitae,
Basel, Iohann Bebel, 153516. Della vantata collezione di edizioni manuziane non resta invece che una
manciata di edizioni, oltre alla citata princeps di Catullo, Tibullo e Properzio: Suetonius, XII Caesares,
Venezia, eredi di Aldo Manuzio e Andrea Torresano, 151617; Iacopo Sannazzaro, De partu virginis; De
morte Christi lamentatio, Venezia, eredi di Aldo Manuzio e Andrea Torresano, 153318; Paolo Manuzio,
Epistolarum libri XI, Venezia, Aldo Manuzio il giovane, 157319. Molto altro aveva radunato nell’Ottocento il conte Matteo, come tradisce un elenco fortunosamente sopravvissuto fra le carte d’archivio,
non datato ma ancora di mano del conte, che trasmette, sotto l’inequivocabile intestazione «Elenco
delle edizioni aldine da me possedute», un catalogo
numerato, e cronologico, di 41 edizioni licenziate
indifferentemente dai torchi di Aldo Manuzio e degli eredi. Vi si intravedono, fra l’altro, il Dante del
1502 («Terze Rime di Dante. Venezia 1502. Benissimo conservata. In 8. 252 fogli non numerati senza
prefazione. Essa ha l’ancora aldina, almeno la mia
copia»), le Familiares ciceroniane dello stesso anno
23
Sopra dall’alto: legatura tedesca datata 1554 apposta
a un volume che raccoglie edizioni giuridiche tedesche
appartenuto al conte Ercole Thun (1561-1615);
nota di dono datata 1593 di Constantin Liechtenstein a
Ercole Thun vergata al risguardo della raccolta di edizioni
giuridiche
24
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
e il Sallustio del 1509, tutte ricercatissime prime edizioni. Si tratta prevalentemente di classici greco-latini (Catullo, Cesare, Cicerone, Claudiano, Floro,
Giustino, Lattanzio, Livio, Lucano, Lucrezio, Orazio, Plinio, Properzio, Sallustio, Seneca, gli Scriptores Historiae Augustae, Svetonio, Tacito, Terenzio,
Tibullo) che vanno per certi versi a completare l’immagine della biblioteca quale era fin qui possibile ricostruire solo attraverso i volumi effettivamente sopravvissuti. Nulla di questo ghiotto catalogo aldino,
a parte l’edizione degli elegiaci, lo Svetonio del
1516 e l’edizione 1573 delle Epistolae di Paolo Manuzio, fa oggi parte della biblioteca di Castel Thun.
Quale sia stato il destino di questa raffinata raccolta
è domanda cui non si è riusciti finora a rispondere.
NOTE
1
Sulla complessa figura di Matteo
Thun, collezionista, studioso, attivissimo
protagonista della scena culturale trentina
del XIX secolo, si veda E. MICH, Matteo Thun
mecenate, collezionista e «conservatore dei
monumenti edili», in Giuseppe Maria Crespi
e altri maestri bolognesi nelle collezioni di
Castel Thun: il ciclo di Ercole dalla quadreria
di Francesco Ghisilieri, Catalogo a cura di E.
Mich; introduzione di E. Riccomini, Trento,
Provincia autonoma di Trento – Bologna,
Musei Civici d’arte antica, 1998, pp. 55-63;
Arte e potere dinastico. Le raccolte di Castel
Thun dal XVI al XIX secolo, a cura di M. Botteri Ottaviani et alii, Trento, Provincia Autonoma, 2007, p. 444; E. ROLLANDINI, Matteo
Thun e le arti. Le collezioni, il palazzo e il castello attraverso il suo epistolario (18271890), Trento, Società di Studi Trentini di
Scienze Storiche, 2008.
2
Omaggio ai Thun: arte e immagini di
un illustre casato trentino, a cura di Lia Camerlengo - Ezio Chini - Francesca de Gramatica, Trento, Castello del Buonconsiglio,
Anticipo in questo articolo, per il lettore de
«la Biblioteca di via Senato», alcuni spunti di un
ampio studio di prossima pubblicazione dedicato
alla biblioteca di Castel Thun e al suo sviluppo
storico. Per altri aspetti mi permetto di rimandare
al mio recente “Continuatemi la grata vostra corrispondenza”. I Remondini, Giuseppe Pinamonti e la biblioteca di casa Thun in alcune lettere di primo Ottocento, «La Bibliofilia», CXV, 2013, pp. 327-370.
Ringrazio la dott.ssa Lia Camerlengo che ha promosso il progetto di studio e valorizzazione della biblioteca Thun e il personale dell'Archivio Provinciale di
Trento per la consueta generosa disponibilità.
2009; Castel Thun, a cura di Lia Camerlengo
et alii, Milano, Skira, 2010.
3
M. NEQUIRITO, Nobili e aristocratici nel
territorio trentino tirolese durante l’antico
regime, in Interni di famiglia. Nobiltà e aristocrazia in Europa e in Trentino fra Antico
Regime ed Età Moderna, a cura di C. Donati
– M. Nequirito, Trento, Provincia autonoma, 2003, pp. 23-54: 23-31; M. BELLABARBA,
La famiglia Thun di Castel Thun: note storiche, in Arte e potere dinastico, pp. 41-59; M.
BONAZZA, La famiglia Thun, in Castel Thun,
pp. 33-39.
4
S. FRANZOI – A. TOMASI, L’archivio e la biblioteca di Castel Thun, in Arte e potere dinastico, pp. 381-384; A. TOMASI, L’Archivio
Thun di Castel Thun: cenni storici, profilo e
linee di intervento, in E. ROLLANDINI, Matteo
Thun e le arti, pp. 7-14
5
Catullus, Tibullus, Propertius, Venezia,
Aldo Manuzio, 1502: EDIT16 C2330; EDIT16
CNCE 10356 (Trento, Archivio Provinciale =
APTN, Biblioteca Thun, VII 281).
6
BMC V, p. 431; IGI 5132; ISTC
ii00050000 (APTN, Biblioteca Thun, V 320).
7
IGI 2186; ISTC ib01233000 (APTN, Biblioteca Thun, IX 296).
8
BMC II, p. 442; IGI 7778; ISTC
ip00720000 (APTN, Biblioteca Thun, II 639).
9
BMC III, p. 703; ISTC ib00662000
(APTN, Biblioteca Thun, XII 8).
10
APTN, Biblioteca Thun, XVII 77.
11
VD16 L2102 (APTN, Biblioteca Thun,
IX 218).
12
APTN, Biblioteca Thun, IX 218.
13
VD16 C31 (APTN, Biblioteca Thun, III
15).
14
VD16 S1372 (APTN, Biblioteca Thun,
III 191).
15
VD16 J970 (APTN, Biblioteca Thun, VI
113).
16
VD16 P3759 (APTN, Biblioteca Thun,
IX 183).
17
EDIT16 CNCE 53872 (APTN, Biblioteca
Thun, VII 416).
18
EDIT16 CNCE 27215 (APTN, Biblioteca
Thun, X 230).
19
EDIT16 CNCE 27502 (APTN, Biblioteca
Thun, VII 413).
26
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Editoria
MONDADORI, EDITORE
A VOLTE “NON VENALE”
Sui volumi fuori commercio della Mondadori
MASSIMO GATTA
pur recenti, finiscono a volte nei
cataloghi di vendita dei librai antiquari.
– prima parte
I
volumi fuori commercio,
compresi i giubilari editoriali, sono una vera e propria
sfida bibliografica. Questi libri
raramente sono presi in considerazione dagli studiosi di editoria,
non sono riportati nei cataloghi
editoriali e spesso sono assenti
dalle biblioteche pubbliche:
«[…] In quanto esclusi dalla vendita e prodotti in un numero ridotto di esemplari, sono materiali banditi dalle biblioteche
pubbliche che tendono invece a
concentrarsi in alta densità nei
fondi privati, i quali in tal senso
operano come salvaguardia di
una porzione di storia editoriale e culturale novecentesca di cui altrimenti si perderebbero le tracce»1. Nel Novecento italiano solo una piccola parte
di editori (in primo luogo Mondadori ed Einaudi2,
più raramente Adelphi, Garzanti, Feltrinelli, Sellerio (con i volumi a tiratura limitata e fuori commercio, della collana ‘La civiltà perfezionata’), Archinto, Marcos y Marcos, Marsilio, Sperling &
Kupfer) hanno pubblicato volumi fuori commercio, abbastanza ricercati dai collezionisti e che, sep-
In questa occasione ci occuperemo di alcuni volumi fuori
commercio e giubilari stampati
da Arnoldo Mondadori, il maggiore editore italiano del Novecento, del quale nel 2007 si è festeggiato il centenario3; la stampa del giornale mensile «Luce!
Giornale Popolare Istruttivo»
avviene infatti nel 1907 ad Ostiglia, nella minuscola tipografia
Manzoli: «Ho sotto gli occhi un
gruppo fotografico stampato di
recente sulla terza pagina d’un
quotidiano: Arnoldo Mondadori a Ostiglia nel
1907 coi suoi redattori de La Luce. Sei brave persone, quattro adulti seduti, e dietro a questi due ragazzetti in piedi, molto seri entrambi, quasi accigliati, fra l’indifferenza o gravità dei maggiori»4.
Arnoldo Mondadori aveva allora18 anni.
Sulla Mondadori si è scritto tantissimo 5, disponiamo di un monumentale catalogo storico6,
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
presentato da Valentino Bompiani il 21 novembre 1983 alla
Villa Comunale di Milano7, di un
eccellente centro di studi come la
«Fondazione Arnoldo e Alberto
Mondadori» di Milano diretto
da Luisa Finocchi8, deputato alla
conservazione dell’archivio editoriale composto da svariati Fondi e da una ricca biblioteca9, editrice essa stessa di una serie di volumi dedicati ad aspetti del mondo editoriale10; è inoltre disponibile un importante volume di lettere del figlio Alberto che chiarisce molteplici aspetti della storia
dell’azienda e del rapporto con gli autori11, insomma sembra proprio che al povero bibliografo
“mondadoriano” non resti molto su cui scrivere.
I volumi fuori commercio rappresentano una
sorta di koiné editoriale con caratteristiche grafiche,
tipografiche e contenutistiche peculiari; peccato
che davvero pochi abbiano affrontato questo specifico settore dell’universo-libro che, come un fiume
carsico, attraversa e intesse il tessuto stesso delle
27
case editrici, rivelandone spesso
aspetti di notevole interesse. Si
tratta in genere di volumi molto
curati nei dettagli e nei materiali,
offerti in omaggio e quindi senza
ricavi economici per l’azienda,
con elevati costi di produzione.
La Mondadori è forse l’editore
che, soprattutto negli anni Trenta, ha realizzato il maggior numero di questi libri celebrativi,
spesso legati a particolari ricorrenze, anche private. Tutti si distinguono per una cura generale
assai elevata, una tiratura limitata, anche se non indicata, e ovviamente una circolazione ristretta ai collaboratori e
agli amici della casa editrice12.
Nel 1938, in occasione del trentennale di fondazione della casa, venne pubblicato un magnifico e
raro volume in-quarto stampato in nero, con rimandi tematici in azzurro sui larghi margini della carta a
mano, tiratura limitata ma non indicata, con disegnata in copertina una semplice rosa ma senza il
motto dantesco In su la cima che la renderà celebre,
entrambe scelte da Francesco Pastonchi. L’idea della rosa gli era venuta nel ‘31: «Una rosa, accompa-
28
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
NOTE
1
Federica Depaolis, Tra i libri di Indro.
Percorsi in cerca di una biblioteca d’autore,
con un saggio di Marcello Staglieno, Pontedera, Bibliografia e Informazione, 2013, p.
57.
2
Per il quale rimando a Massimo Gatta,
Einaudi sibi et amicorum. Storia portatile di
una collana editoriale (1966-2011), a cura
di Olga Mainieri, prefazione di Roberto Cicala, Macerata, Biblohaus, 2012.
3
Vedi l’ampio volume illustrato Album
Mondadori 1907-2007, Milano, Mondadori, 2007; segnalo anche Libri e scrittori da
collezione. Casi editoriali in un secolo di
Mondadori, a cura di Roberto Cicala e Maria Villano, presentazione di Gian Carlo Fer-
retti, Milano, I.S.U., 2007.
4
Marino Moretti, Il giovane Arnoldo, in
Id., Il libro dei miei amici, Milano, Mondadori, 1960, pp. 327-342 [327]. Lo scritto fu
pubblicato in prima edizione in Il cinquantennio editoriale di Arnoldo Mondadori
1907-1957 (vedi nota 21).
5
Segnalo almeno Enrico Decleva, Arnoldo Mondadori, con 43 illustrazioni, Torino, UTET, 1993 e Milano, Garzanti, 1998; ristampato nel 2007 dalla UTET ma, stranamente, senza alcun aggiornamento da parte dell’autore; Mimma Mondadori, Una tipografia in paradiso, Milano, Mondadori,
1985, ristampa Milano, CDE, 1986 con simpatica sovraccoperta disegnata da Paolo
Guidotti, il libro è stato ristampato nel 1988
negli Oscar con una prefazione di Giovanni
Raboni; Cristina Mondadori, Le mie famiglie, a cura di Laura Lepri, Milano, Bompiani,
2004; Claudia Patuzzi, Mondadori, Napoli,
Liguori, 1978; Franco Bechis, Sergio Rizzo,
In nome della rosa, Roma, Newton Compton editori, 1991, Nicola Tranfaglia, Il fenomeno Mondadori e l’industria editoriale, in
Id., Editori italiani ieri e oggi,Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. 51-60. Un bel ritratto-ricordo di Arnoldo Mondadori è quello scritto
nel 1951 da Indro Montanelli, Arnoldo, ora
in Id., Incontri italiani, Milano, Rizzoli, 1982,
pp. 133-144. Laura Nicora ha di recente
tracciato un profilo storico della Mondadori (che s’interrompe alla morte del fondatore) diviso in tre parti: Ostiglia, «Wuz», n. 1,
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
29
gnata da un motto che ne segue, ora da destra ora da
sinistra, la flessuosità del gambo, evitandone le spine: In su la cima, vi è scritto, e sostituisce la vecchia
massima latina Semper et ulterius progredi»13, che
campeggiava nella prima, celebre sigla col puttino
lettore con ali di farfalla, disegnata nel ‘13 da Antonio Rubino (in seguito da Duilio Cambellotti e dal
‘24 da Giulio Cisari, il quale sarà artista centrale per
le copertine mondadoriane14) per la prima Collana
de «La Lampada», diretta da Tomaso Monicelli di
cui Arnoldo aveva sposato, lo stesso anno, la sorella
Andreina15. Mentre la sigla della Bibliotechina de
“La lampada” era opera di Filiberto Scarpelli16. A
Rubino si deve inoltre la direzione del giornalino
Topolino della Disney, da cui Mondadori ottiene nel
’35 l’autorizzazione a stampare le Silly Simphonies a
fumetti. Anche la Nerbini, di fronte a una considerevole offerta economica, cede all’editore lombardo
i diritti per Topolino, il quale fece il suo debutto mondadoriano l’11 agosto ‘35 col numero 137.
L’elegante volume per il trentennale editoriale, come si legge in apertura, è dedicato ad Arnoldo
Mondadori da parte dei “fedeli collaboratori, gli au-
gennaio-febbraio 2004, pp. 10-17; 19211945, «Wuz», n. 2, marzo-aprile 2004, pp.
18-26 e 1946-1971, «Wuz», n. 3, maggiogiugno 2004, pp. 20-28. Mentre uno sguardo “politico” all’azienda mondadoriana è rivolto nel poco noto Mondadori per noi. Monopolio e classe operaia, Verona, Centro
Studi Federlibro, Fim, Sism-Cisl, Bertani
editore, 1974. Interessanti a tale proposito
sono anche Oreste Del Buono, Le metamorfosi di Mondadori. Dal socialismo giovanile
alla stagione fascista,«La Stampa», novembre 1993 e il recente Guido Bonsaver, L’editoria, a noi, in Id., Mussolini censore. Storie
di letteratura, dissenso e ipocrisia, RomaBari, Laterza, 2013, pp. 36-56. Una preziosa
testimonianza delle idee in campo editoria-
le di Arnoldo Mondadori è contenuta nel
suo Il libro e le sue finalità politiche, culturali ed economiche (1927), ristampato a cura e con un saggio di Manuela La Ferla (Un
mestiere poco redditizio?, pp. 31-45), Roma, Millelire Stampa Alternativa, 1998,
ediz. numerata, trattasi del resoconto stenografico della Lezione tenuta dall’editore
la sera del 19 maggio del ‘27 all’Istituto fascista di cultura di Milano. Infine, ma più in
generale, vedi Elisa Rebellato (a cura di),
Mondadori. Catalogo storico dei libri per la
scuola (1910-1945), Milano, Franco Angeli,
2008 e, sul piano iconografico, Valeria Palumbo, Mondadori. L’azienda? Una persona di famiglia, «L’Europeo», n. 5, 2006, ristampato in Le grandi famiglie industriali
italiane. Sono ancora poteri forti?, «L’Europeo», a. V (2006), n. 6, pp. 128-139 e Giuseppe Grazzini, Arnoldo ha cent’anni, «Millelibri», n. 24, novembre 1989, pp. 40-46.
6
Catalogo storico Arnoldo Mondadori
Editore 1912-1983, a cura di Patrizia Moggi
Rebulla e Mauro Zerbini, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1985, 5
voll.; Catalogo storico Arnoldo Mondadori
Editore 1984-1994, con una nota di Carlo
Fruttero, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1996.
7
Valentino Bompiani, Il segreto di Arnoldo Mondadori, «Nuova Antologia», fasc.
2149, gennaio-marzo 1984, pp. 299-302.
Ricordiamo che Bompiani era stato in gioventù segretario per qualche anno di Ar-
30
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
tori e gli amici” 17; segue un testo di Francesco Pastonchi già utilizzato per la pergamena consegnata a
Mondadori il 21 aprile del ’25 per la sua nomina a
Cavaliere del lavoro; mentre poco noto è il discorso
tenuto da Mondadori il 7 maggio del 1959 in occasione del conferimento a Pavia della laurea honoris
causa in Lettere, che anni dopo diede luogo alla
stampa di una elegantissima e rara plaquette18, pubblicata in occasione del sessantesimo anniversario
della Mondadori. Il nome di Pastonchi (Riva Ligure
1874-Torino 1953), oggi del tutto dimenticato, è figura topica nel primo periodo mondadoriano19.
Nello stesso anno venne pubblicato un doppio giubilare che celebrava sia il trentennale che le nozze
d’argento del fondatore con Andreina Monicelli20.
Nel ‘57 viene invece pubblicato il giubilare
per il cinquantennio mondadoriano, simile al precedente per eleganza, scelta dei materiali e dei ca-
noldo Mondadori, al quale ha dedicato lo
scritto Arnoldo (1929), ora in Valentino
Bompiani, Via privata, Milano, Mondadori,
1973, pp. 31-41, ristampato negli Oscar
Mondadori, 1992 [stessa paginazione]; di
Valentino Bompiani cfr. ancora Il grande
Arnoldo, in Id., Il mestiere dell’editore, Milano, Longanesi, 1988, pp. 93-98, Il grande
Arnoldo fra le due gurre, in Editoria e cultura a Milano fra le due guerre (1920-1940),
Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto
Mondadori, 1983, pp. 14-20, Omaggio ad
Arnoldo Mondadori. Discorso tenuto da
Valentino Bompiani in occasione della consegna della medaglia bodoniana all’editore
Arnoldo Mondadori 15 ottobre 1970, Parma, Centro Studi G. Bodoni [ma Verona,
Stamperia Valdonega], 1970. Per la mostra
delle edizioni mondadoriane alla Biblioteca
Palatina di Parma cfr. Mostra delle edizioni
Arnoldo Mondadori, promossa dal Centro
Studi G. Bodoni, Parma, Biblioteca Palatina,
15-31 ottobre 1970 [catalogo della mostra].
8
Cfr. Anna Mattei (a cura di), Il ruolo
della Fondazione Mondadori. Intervista a
Luisa Finocchi, «Libri e riviste d’Italia», a. II
(2006), n. 2, marzo-aprile.
9
Sulla quale sono incentrate sia la tesi
di Laura D’Ambros, La biblioteca della sala
di consultazione della Fondazione Arnoldo
e Alberto Mondadori. Catalogo e spunti di
riflessione, rel. Luisa Finocchi, cor. Mariagrazia Arrigoni, Pavia, Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 19992000, che quella di Marcella Marzella, La biblioteca della sala di consultazione della
Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.
Catalogo e spunti di riflessione relativi ai
Fondi Giuseppe Bottai e Minardi-Candido,
rel. Luisa Finocchi, cor. Maragrazia Arrigoni,
Pavia, Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 2000-2001.
10
XXV° anno 1979-2004, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori,
2005; Paolo Soraci, La memoria dell’editoria, «La Rivisteria», n. 5, giugno 1991, pp. 1618.
11
Alberto Mondadori, Lettere di una vita
1922-1975, a cura, e con un saggio, di Gian
Carlo Ferretti (Alla sinistra del padre), Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1996.
12
Cfr. in generale Mondadori. Conversazione con Bruno Binosi, in Disegnare il libro. Grafica editoriale in Italia dal 1945 ad
oggi, a cura di A. Colonetti, A. Rauch, G. Tortorelli, S. Vezzali, Milano, Scheiwiller, 1988,
pp. 65-72; cfr. anche Aldo Colonetti, Gianfranco Tortorelli, Continuità e rinnova-
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
31
ratteri di stampa, contributi critici e apparato grafico generale, ma nel complesso molto più corposo
del precedente21. Nel colophon si legge che venne
composto con caratteri tipografici Pastonchi, il cui
disegno fu commissionato dal letterato a Eduardo
Crotti, professore alla Scuola Tipografica di Torino, e la cui fusione venne eseguita all’inizio dalla
«Fonderia Nebiolo» di Torino e in seguito dalla
«Lanston Monotype Corporation Limited» di
Londra, della quale era consulente Stanley Morison22. Questo carattere tipografico è direttamente
collegato alla storia della Mondadori: era questo,
infatti, il carattere utilizzato per la collana ‘Raccolta Nuova dei Classici Italiani’, la cui direzione fu affidata nel ‘24 allo stesso Pastonchi, collana che però
non ebbe futuro23. Lo stesso Pastonchi, per documentare il suo carattere, fece realizzare un raro volume di specimens affidato alle cure tipografiche di
Giovanni Mardersteig e alla sua «Officina Bodoni»24, che ritroveremo, tra breve, entrambi legati a
mento nella grafica Mondadori: intervista
a Bruno Binosi, «Storia in Lombardia», n. 1,
1988, pp. 191-194.
13
Franco Bechis, Sergio Rizzo, In nome
della rosa, cit., p. 7.
14
Purtroppo non esiste un repertorio
specifico della produzione grafico-editoriale di questo grande artista; rimando pertanto al solo volume Ex libris disegnati da
Giulio Cisari, Savona, Officina d’Arte, 1958.
15
La sigla editoriale si può vedere ingrandita in Libri e scrittori da collezione. Casi editoriali in cento anni di Mondadori, cit.,
p. [16] e anche in Paola Pallottino, Rubino
“versus” Cambellotti. Vicende iconografiche della bibliotechina de “La Lampada” e
della “Biblioteca dei ragazzi”, in Tra fate e
folletti. Il Liberty nell’editoria per l’infanzia
1898-1915, Torino, Daniela Piazza editore,
1995. Il motivo iconografico del puttino
con ali di farfalla ritorna nel 1917 in due
cartelloni pubblicitari di Rubino, I saponi
delle marche “Amore e Oliva” e Trigolina
Evans, riprodotti entrambi in Depero e Rubino ovvero il Futurismo spiegato ai bambini ed il bambino spiegato ai futuristi, Milano, Mazzotta, 1999, pp. 114-115.
16
Utile per integrare il nostro dicorso è
la tesi di Francesca Tezza, Marchi e collane
editoriali: gli “Scrittori italiani e stranieri
(Medusa)” tra storia della cultura e mercato, rel. Riccardo Fedriga, cor. Cristina De
Maria, Bologna, Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1999-2000 e
anche il recente Giovanna Zaganelli (a cura
di), Letteratura in copertina. Collane di narrativa in biblioteca tra il 1950 e il 1980, Bologna, Fausto Lupetti, 2013.
17
Per il trentennio editoriale di Arnoldo
Mondadori, introduzione di Francesco Pa-
stonchi, Verona, Officine Grafiche Mondadori, 4 ottobre 1938. L’Indice SBN non localizza questo volume in biblioteche pubbliche, indicando la presenza solo del celebrativo per i 50 anni.
18
Discorso di Arnoldo Mondadori in occasione della laurea honoris causa in Lettere - Università di Pavia (7 maggio 1959), Verona, Mondadori, dicembre 1966; volume
che non risulta localizzato in SBN.
19
Su Francesco Pastonchi rimando a
Franco Contorbia, Carlo Carena, Marziano
Guglielminetti, Ricordo di Francesco Pastonchi (1874-1953), con una nota di Benito Mazzi, Atti del Convegno di S. Maria
Maggiore, 13 settembre 1997, Novara, Interlinea, 1997.
20
Per il trentennio editoriale e per le
nozze d’argento di Arnoldo Mondadori VI
ottobre XVI, Verona, Officine Grafiche Ar-
32
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Arnoldo Mondadori in un immagine degli anni ’60
doppio filo proprio ad Arnoldo Mondadori.
Intanto ‘La Raccolta Nuova dei Classici Italiani’ diede vita nel ‘27 a un raro ed elegante Prospetto, stampato anch’esso fuori commercio in 300
copie numerate ad personam e 500 solo numerate,
che ne testimoniava l’importanza filologica, editoriale e tipografica, con specimens applicati alle pagine, stampate su ottima carta a mano di Fabriano25.
La collana venne affidata nel ‘33 a Francesco Flora,
che la dirigerà fino al 1960.26
Fine prima parte. La seconda parte
sarà pubblicata sul numero di novembre
noldo Mondadori, 1938. Volume abbastanza raro, l’indice dell’ICCU ne localizza infatti
una sola copia presso la Biblioteca Universitaria di Bologna.
21
Il cinquantennio editoriale di Arnoldo
Mondadori 1907-1957, Verona, Officine
Grafiche Mondadori, novembre 1957,
stampato in 3500 esemplari fuori commercio “per i collaboratori e gli amici dell’editore”. Una nota avverte: «Il presente volume è
stato compilato a cura dei diretti collaboratori di Arnoldo Mondadori». In copertina e
al frontespizio appare, in azzurro, la celebre
rosa col motto dantesco. In apertura lo
scritto di Marino Moretti Il giovane Arnoldo
(pp. 9-20) e quindi la suddivisione in capitoli: La produzione editoriale, La produzione scolastica, I periodici, Lo sviluppo grafico, Alcuni documenti dall’archivio. Il volume risulta più comune del precedente e
l’indice dell’ICCU lo localizza in molte biblioteche pubbliche italiane. Cfr. anche Nadia Camera, Gli autori del cinquantenario
della Mondadori: dediche, documenti,
schede, rel. Anna Modena, Pavia, Università
degli Stud, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a.
1996-1997.
22
Non è questa la sede per ricordare le
travagliate vicende legate alla produzione
di questo elegante carattere di stampa e per
il quale rimando a Massimo Gatta, Un letterato di carattere. I tipi di Francesco Pastonchi, «Charta», 34, maggio-giugno 1998, pp.
38-41.
23
Si veda in proposito Maria Villano, La
“Raccolta Nuova dei Classici Italiani” di
Francesco Pastonchi, in Libri e scrittori da
collezione. Casi editoriali in cento anni di
Mondadori, cit. pp. 228-241 [giustamente
inserito nel capitolo IV Progetti naufragati].
24
Francesco Pastonchi, The Pastonchi
Face. A specimen of a new letter for use on
the “Monotype”, introduzione di Hans Mardersteig, Verona, Officina Bodoni, 1928,
stampato per The Lanston Monotype Corporation Limited (in 100 copie).
25
La Raccolta Nuova dei Classici Italiani. Fondata da Senatore Borletti diretta da
Francesco Pastonchi, Milano, Mondadori,
s.d. [1927], stampato in 800 esemplari, dei
quali 300 ad personam. Questo volume è di
una certa rarità: SBN lo localizza solo alla
Biblioteca Sormani di Milano e alla Biblioteca di Filosofia dell’Università di Roma La
Sapienza. Sulla poliedrica figura di Senatore Borletti (Milano, 20 novembre 1880 - 13
dicembre 1939), presidente della casa editrice Mondadori, fondatore nel 1918 de La
Rinascente (nome fornito da D’Annunzio),
finanziatore dello stesso poeta nella spedizione di Fiume, presidente della Snia Viscosa, sovrintendente del Teatro alla Scala e
proprietario a Milano dei Magazzini UPIM
che aprì nel ‘34 insieme a Brustio, rimando
alla tesi di Gianluca Perondi, Senatore Borletti. Commercio, industria e finanza nell’attività di un imprenditore milanese, rel.
Giulio Sapelli, cor. Enrico Decleva, Milano,
Università degli Studi, Facoltà di Lettere e
Filosofia, a.a. 1990-1991.
26
Cfr. Maria Villano, I “Classici italiani”
Mondadori sotto la direzione di Francesco
Flora (1933-1960), «La Fabbrica del Libro.
Bollettino di storia dell’editoria in Italia», a.
XII, 2/2006, pp. 17-21; Ead., Francesco Flora
e l’officina dei “Classici italiani”, in Libri e
scrittori da collezione. Casi editoriali in cento anni di Mondadori, cit., pp. 71-110.
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
inSEDICESIMO
LE MOSTRE – LO SCAFFALE – LA RIFLESSIONE
LA MOSTRA/1
ICONOGRAFIA E MEMORIA
DELLA FORMA FERITA
Ghinzani e la scultura “a luce radente”
a cura di luca pietro nicoletti
e sculture», scriveva un
giovane Alberto Ghinzani
in una breve
dichiarazione di poetica «sono
concepite, senza che ce ne
accorgiamo, per essere collocate
all’interno; difficilmente riescono ad
imporsi agli elementi della natura
all’esterno. Mai come oggi le sculture
hanno bisogno di uno spazio definito
con cui misurarsi». Quando scriveva
questi brevi appunti, pubblicati nel
catalogo del Premio Lissone del 1967,
«L
ALBERTO GHINZANI
Presentazione di
Sandro Parmiggiani
MILANO, GALLERIA MARINI,
VIA ANDREA APPIANI 12
3 ottobre - 30 novembre 2013
www.galleriamarini.it
si trovava in una breve, anzi
brevissima fase di collisione con le
esperienze della Pop Art, che però
sarebbero presto svanite lasciando
poche tracce. Eppure, in quelle poche
righe si ritrovano molti degli elementi
utili a capire il lavoro che Ghinzani
stesso avrebbe compiuto appena
pochi anni più tardi quando,
all’esordio degli anni Settanta,
raggiungerà la prima stagione matura
e connotata della propria ricerca.
Quella stagione di cui rende conto la
mostra della Galleria Marini, con una
selezione di opere dal 1971 al 1987:
due date che racchiudono una
stagione cruciale del suo lavoro, di cui
offre una penetrante panoramica, nel
piccolo ma pregevole catalogo,
Sandro Parmiggiani, cogliendo nel
carattere e nell’opera dello scultore «il
bozzolo tenace, non facilmente
scalfibile, di interiorità che si cela
dentro di lui, la perenne ritrosia, il
desiderio latente di passare
inosservato, di non imporre la propria
presenza, di muoversi in silenzio». Il
critico, infatti, mette a fuoco con
sensibilità quella «epifania di una
forma che nella sua mente già
germoglia, che lui intravede e sviluppa
nelle sue sculture – qualcosa che
allude all’involucro che difende e
preserva», sottolineando come «il
vocabolario di forme di Ghinzani si sia
venuto sviluppando, attraverso un
processo che è quello della
gemmazione e della ibridazione,
dell’associazione e del contrasto:
Sull'acqua, 1975, bronzo 50 x 74 x 20 cm
34
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Figura che si inoltra, 1984, bronzo
43,5 x40,5 x 20 cm
forme quasi chiuse, steli, griglie
quadrettate, archi, arpe, segni esili o
spessi che vanno ad abitare lo spazio
e si muovono secondo ritmi e cadenze
che diventano presto la sua peculiare
acquisizione».
Accanto al desiderio di un
accostamento al paesaggio, in quel
testo si accennavano altri problemi
che l’artista avrebbe coltivato nel
cinquantennio successivo. Ghinzani
era ben cosciente, e non poteva non
esserlo che «una intuizione plastica
non nasce mai disgiunta dal materiale
in cui verrà realizzata», e che l’opzione
di nuovi materiali e nuovi processi
artistici si imponeva all’artista
moderno come un’urgente necessità
per uscire dalla gravità della statuaria.
Era forte, nei suoi anni d’accademia, il
monito di Arturo Martini che la
scultura era diventata “lingua morta”,
intendendo una certa idea della
statuaria come monumento
monolitico e retorico, distante
dall’osservatore e quasi soverchiante:
spettava proprio alla generazione di
Ghinzani, quella degli scultori nati nel
corso degli anni Trenta, trovare nuove
coordinate e recuperare, al contempo,
quei maestri del passato che per i loro
padri artistici, maturati nel “gusto dei
primitivi”, non potevano destare
interesse. Si trattava dunque, con un
occhio al passato e uno a quello che
succedeva in un momento di rapido e
bruciante cambiamento, di tenere
insieme gli stimoli e i problemi che
poteva porre il contatto con Alik
Cavaliere, alla scuola di Marino Marini
a Brera, e la riscoperta di Medardo
Rosso: non è un dato di poco conto, a
leggere i colophon dei vecchi
cataloghi, incontrare il nome di
Ghinzani, sulla soglia dei
quarant’anni, fra i promotori della
prima grande mostra, alla Permanente
di Milano nel 1979, che per merito di
Luciano Caramel la ricollocò Medardo
Rosso nel suo ruolo di precursore
della scultura moderna. E guardare a
Rosso significava risalire la china di
un’idea di forma plastica più intima,
ma ricca soprattutto di sollecitazioni
epidermiche e di idee per una
fenomenologia della scultura: una
scultura frontale, sensibile alla luce,
fatta di segno e di materia, e capace
di includere l’ambiente dentro di sé.
Non andrà dimenticata nemmeno una
felice intuizione del nostro scultore
quando, introducendo una
retrospettiva dell’amico Umberto
Milani, affermerà che tutta la scultura
del Novecento andrebbe guardata “a
luce radente”: una luce che mette in
evidenza le increspature, la materia
più viva e più vicina alla propria
vocazione di natura. Non poteva che
nascerne una scultura di sensibilità
quasi pittorica, tutta struttura,
scarnificata fino all’osso. Sono le
premesse utile per capire quanto la
scultura di Alberto Ghinzani, di cui si
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
sono date le definizioni più varie nel
corso del suo sviluppo (scultura
“alluvionata”, “icone dell’assenza”,
“frammenti di cose taciute”) si
connoti soprattutto “per via di
negazione”: se ne riesce ad enucleare
una definizione, insomma, elencando
quello che non è. La sua produzione,
infatti, nega gli statuti di fondo della
scultura o, meglio, della statua come
organismo plastico e volumetrico:
porta nella scultura un’inedita idea di
“fragilità”, di una sofferenza anche
della materia, traumatizzata, corrosa,
per giungere a una poetica del
frammento. In questo senso, la sua è
l’opera che meglio si presterebbe a
spiegare una linea di sviluppo della
scultura “ferita”, insieme a
Ghermandi, al primissimo Trubbiani e
alla stagione informale di Agenore
Fabbri: una scultura che non possiede
un limite esterno come una crosta di
volume impenetrabile, ma che anzi
nega l’idea di un volume tattilmente
percepibile per trasforsi in segno che
al tempo stesso fende l’aria ma ne
rimane ferito, che non avvicina la
mano ma si lascia attraversare dallo
sguardo, senza timore di mostrare le
proprie piaghe come un corpo vivo e
martoriato. D’altra parte, Ghinzani
aveva vent’anni quando il Moma
inaugurò la mostra su The new
images of man (1959), che in
copertina recava il secondo grande
amore da includere nella sua
mitologia personale: Alberto
Giacometti, su cui aveva compilato la
tesi di diploma d’accademia, a Brera,
seguito da Guido Ballo. L’incontro con
Stendardo, 1976, bronzo 102 x 60 x 25 cm
l’opera di Germain Richier, che
cominciava a circolare in Italia già alla
metà degli anni Cinquanta, avrebbe
fatto il resto.
Ma a Ghinzani stava a cuore,
come si è visto, il problema tecnico
della scultura e delle sue possibilità di
linguaggio, una volta emancipata
dalla schiavitù del bronzo o del
marmo, di materiali che avevano già
una loro “storicità”: già nel testo del
1967, infatti, enunciava la possibilità
di usare la resina industriale come
medium artistico, che avrebbe però
usato in chiave informale solamente
35
una quindicina d’anni più tardi. Già
prima di approdare a quella via
intermedia, in stretto dialogo con la
pittura, costituita dalle resine degli
anni Ottanta, dalle figure-ombre che
si inoltrano nel paesaggio, infatti,
Ghinzani aveva elaborato un proprio
processo artistico che gli consentisse,
come scrive sempre Parmiggiani, di
«cogliere la bellezza segreta di cose
dai più trascurate». Quelle cose vissute
e marginali, anzi, non erano solo uno
stimolo di cultura visiva, ma un vero e
proprio elemento da prelevare e
utilizzare per la costruzione
36
dell’immagine. L’idea che la scultura
non dovesse essere fata
necessariamente tutta d’un pezzo, in
fondo, faceva parte della sua cultura
visiva. L’artista stesso, in una
conversazione del 2010, ricordava
infatti, di un nonno artigiano che
costruiva fisarmoniche, che ai suoi
occhi si rivelavano, più che prodigi di
tecnologia, dei corpi multiformi,
compositi e polimaterici.
Reinventando dunque il principio
dell’assemblaggio e del riuso degli
oggetti, infatti, Ghinzani riunisce
materiali eterogenei ed extrartistici,
prelevati dalla natura e dall’industria,
per conferire effetti scabri e rugosi:
basterà un velo di cera e un passaggio
in fonderia per unificare quegli
elementi, nel frattempo bruciati dal
bronzo incandescente, per ottenere la
scultura definitiva. Picasso, in questo,
era stato un apripista, ma c’erano gli
esempi più vicini di Cavaliere e Milani
a offrire un suggerimento operativo.
Ma l’uso che Ghinzani faceva di
quell’assemblaggio andava in una
direzione diversa dalla loro: rami e
rovi, cordami e polistiroli o altre
materie, infatti, non erano inseriti in
quanto oggetti e per rimanere tali, ma
diventavano strumenti base di un
lessico astratto, fatto di steli e idee
antropomorfe, in modo da
circoscrivere un’idea del vuoto, uno
spazio lasciato cavo da un’impronta
invisibile. Questo non significava,
però, che il ramo avesse perso la sua
consistenza di ramo e il suo rimando
a un mondo naturale: non aveva più il
valore iconico e oggettuale delle mele
di Cavaliere, ma manteneva la sua
intima vocazione formale e una forte
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
allusione di natura. Un’allusione tanto
forte che Carluccio, ricordato in
catalogo, nel 1975 dirà che l’artista
«evoca un paesaggio che è soltanto
un fascio di muscoli lunghi, un fascio
di nervi, un osso». L’artista stesso,
proprio a questo proposito, mi diceva,
sempre nel 2010: «con le steli volevo
legarmi al paesaggio: dovevano essere
degli oggetti che facessero da
segnale, da simbolo dentro un
paesaggio, e dovevano essere una
sintesi di elementi di paesaggio. Mi ha
sempre dato molto fastidio che allora
questo venisse letto in rapporto al
naturalismo di Arcangeli: io non ho
mai guardato a questo, anche se la
critica, e forse anche le gallerie che
avevano le mie opere, cercavano di
inserirmi in quel discorso. In realtà io
ero interessato dai simboli della
natura, che in qualche modo
dovevano essere riuniti e legati a una
struttura, a una immagine che facesse
da contrappunto al paesaggio
attorno. Non era quindi una
imitazione ma una simbologia del
paesaggio, una riduzione minima di
elementi di paesaggio dentro una
forma astratta». Ritorna, in queste
parole, la stessa preoccupazione del
1967 di una scultura in dialogo con
un ambiente, ma non per imitazione
mimetica, quanto immaginando la
natura come lo sfondo più adatto in
cui la scultura, come un totem,
dovesse immergersi (o risorgere) come
un drammatico emblema esistenziale:
un monito, insomma, in cui memoria
e natura coincidono, per evocare quel
grande assente, interiormente diviso e
unidimensionale, che è l’uomo del
Novecento. (l.p.n.)
l rigore costruttivo di Lorenzo
Piemonti non è soltanto un fatto
formale, ma una scelta etica: di
fronte al disordine, alla “imprecisione”
del mondo moderno, la sua ricerca
espressiva richiede un ordine, una
I
misura assolute come via di salvezza
attraverso la ragione. Dentro la
geometria, inscritto dentro un ordine
stabilito, può esserci tutto, persino il
movimento e, naturalmente, la musica.
Ne dà conto l’antologica curata da
Alberto Zanchetta al MAC di Lissone,
ripercorrendo le multiformi espressioni
dell’attività artistica dell’artista caratese,
dalle opere in senso tradizionale alla
grafica e ai multipli. Se si deve trovare
una parola d’ordine per definire questo
lavoro, si potrebbe parlare di
“concretezza”, intendendo l’arte
concreta nell’accezione di Kojeve e
dell’astrazione geometrica: un’arte
“concreta” in quanto non ha nessun
referente esterno, ma che mostra la
oggettualità del suo essere forma,
colore, struttura e nient’altro che
questo.
Il figurativo, da cui pure l’artista era
partito alla scuola di Viviani, presto gli
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
37
LA MOSTRA/2
IL COLORE “A REGISTRO”
DI LORENZO PIEMONTI
Una mostra antologica a Lissone
era andato stretto: c’era il mestiere, ma
non bastava più. Era la strada
intrapresa da Max Bill, che poi
frequenterà spesso durante un lungo
soggiorno in Svizzera, a indicargli la
direzione: la via che lo avrebbe
condotto ad accarezzare le idee del
movimento Madì, che predicava la
necessità di un’arte non oggettiva,
ludica, che uscisse dalla asfittica
limitazione del quadro e si esprimesse
tramite una grande gioia cromatica.
Termini, questi, che potevano essere
congeniali per l’austera ricerca
LORENZO PIEMONTI.
REGESTO CROMATICO
A cura di Alberto Zanchetta
LISSONE, MUSEO D’ARTE
CONTEMPORANEA
14 settembre - 13 ottobre 2013
dell’artista intorno al colore e alla
geometria pura. «Le deduzioni (e
dedizioni) percettive di Lorenzo
Piemonti» scrive Zanchetta
«appartengono allo scibile del campo
cromatico, sempre condiviso – in forma
dialettica e diretta – con lo spettatore.
Ogni modulazione, permutazione e
relazione ritmica intende dimostrare
un’interazione tra i colori primari e i
suoi derivati, oppure per evidenziare i
rapporti numerici e cromatici all’interno
di un’articolazione ortogonale, e nel
fare ciò l’artista raggiunge il massimo
della sintesi per comunicarla con
chiarezza e semplicità».
L’approdo ultimo sarebbero stati i
“cromoplastici”, opere a rilievo fatte per
accostamento di parti: non più pittura
in senso stretto, ma nemmeno vera e
propria scultura, erano queste le opere
di maggiore felicità cromatica
dell’artista. Negando l’idea dell’opera
fatta tutta d’un pezzo, quasi un
implicito retaggio futurista, Piemonti si
addentrava nella poesia della linea retta
e il contrappunto della linea spezzata.
Sopra: Momento, anni Sessanta, tubo in
anticorodal (2), acrilico su tela, Collezione
Intesa Sanpaolo. A sinistra: multipli D'angolo,
1969, sagome in cartoncino fustellato e
colorate a spruzzo, dimensioni variabili. Nella
pagina a sinistra: Progetto, 1979, tecnica mista
su carta, 100x70
38
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
LA MOSTRA/3
BODONI TORNA A PARMA
Omaggio al tipografo del secolo
dei lumi a duecento anni dalla morte
duecento anni dalla morte,
Giambattista Bodoni (17401813) torna a Parma, coi propri
preziosissimi libri e con il suo mondo di
corti italiane ed europee del secolo dei
Lumi. Lo stesso secolo delle
inquietudini di Francisco Goya, ma
anche di Anton Raphael Mengs,
Angelica Kauffmann, Pompeo Batoni,
Francois Gerard e di molti altri artisti
già presenti nelle collezioni ducali tra
cui Andrea Appiani, Antonio Canova,
Bernardo Bellotto, Robert Hubert.
L’omaggio all’artigiano editore più
raffinato e conteso del suo tempo,
dunque, si allarga a macchia d’olio al
contesto, nelle tre sedi della mostra,
per restituire lo spirito di un’epoca.
Non sarà da dimenticare, tuttavia, che
persino Napoleone volle personalmente
A
recarsi a Parma per rendere omaggio a
colui che non riteneva solo il più
sublime dei tipografi ma un artista
assoluto. È proprio a “Bodoni, gli
ambienti culturali e le corti” che è
riservata una delle due sezioni della
esposizione. Nella scenografia
suggestiva di ambienti meno noti del
Teatro Farnese rivivranno i suoi primi
passi nella tipografia paterna della
natia Saluzzo, quindi il trasferimento a
Roma e il lavoro alla stamperia di
Propaganda Fide. Successivamente
l’approdo alla corte di Parma, tra le più
“illuminate” ed internazionali nell’Italia
frammentata dell’epoca. E da questo
momento tutto muta: non è più lui ad
andare a proporsi alle diverse corti
europee ma sono re, papi e principi a
recarsi a Parma, nella sua “Stamperia”
BODONI (1740-1813)
PRINCIPE DEI TIPOGRAFI
NELL’EUROPA DEI LUMI
E DI NAPOLEONE
A cura di Andrea De Pasquale
PARMA, BIBLIOTECA PALATINA,
TEATRO FARNESE,
GALLERIA NAZIONALE
5 ottobre - 12 gennaio 2014
per commissionargli o assicurarsi le sue
ambite edizioni. Da Napoli vengono o
gli inviano propri emissari prima i
Borbone e poi Murat, altrettanto fanno
i Borbone di Spagna e l’Imperatore,
ovvero Napoleone in persona. Così
come, da Milano, Eugenio Beauharnais
ViceRe d’Italia e , con lui, l’ambiente
culturale che aveva in Brera il suo
epicentro. In tutto il suo percorso, oltre
che dei potenti Bodoni era il
riferimento per il mondo culturale ed
intellettuale, di scrittori, pensatori,
storici del calibro di Parini, Monti, De
Azara, Alfieri e tanti altri: alla loro idee
seppe dare non solo forma fisica,
trasponendole in libri di grande
eleganza e rigore, ma anche ampia
diffusione.
Sopra: Andrea Appiani, Ritratto di Bodoni,
1799, Parma, Galleria Nazionale.
A sinistra: Cassette di punzoni bodoniani,
Parma, Museo Bodoniano
40
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
LA MOSTRA/4
TRE INCISORI POCO “ORTODOSSI”
Elvieri, Tagliabue e Toni a Milano
TRE INCISORI “IMPURI”.
VLADIMIRO ELVIERI,
ARIANNA TAGLIABUE,
MARIA CHIARA TONI
Presentazione in catalogo
di Patrizia Foglia
SPAZIO OSTRAKON, VIA
PASTRENGO 15, MILANO
www.spazioostrakon.it
3 - 26 ottobre 2013
o Spazio Ostrakon propone
nella sua sede in via Pastrengo
a Milano tre maestri italiani
dell’incisione contemporanea:
Vladimiro Elvieri, Arianna Tagliabue,
Maria Chiara Toni. Tre incisori impuri,
recita il titolo della mostra. Impuri
non alla Picasso, pittore-incisore,
genio dell’assimilazione, ma alla
Stanley William Hayter, incisoreincisore. Impuri in quanto la loro
produzione è venata di tutti gli
L
apporti storici della ricerca
calcografica, sperimentatori e
innovatori dell’intero processo, dai
materiali delle matrici ai passaggi al
torchio. Ma soprattutto “impuri”,
inquieti, perché al di là dell’impiego
della rotella e la perforazione su
Forex, con due matrici sovrapposte,
tagliate e affiancate, la puntasecca su
plexiglass, il gioco tra la superficie e il
rilievo, la commistione di tecniche
inclusa la stampa digitale eccetera,
quello che essi cercano e vogliono
rappresentare attraverso la loro arte è
una verità umana non altrimenti
esprimibile, per quanto li concerne,
con i modi di una incessante ricerca
calcografica. Che poi significa la
ricerca di un personale linguaggio
grafico, impuro perché non
accomodato su una sintassi e una
iconografia codificata. Alla magia. Il
controllo del dettaglio, la precisione
A. Tagliabue, Lost, 2011 stampa digitale e
linoleografia
del segno, la perfezione della messa a
registro, concorrono a creare archetipi
geometrici, spirali, labirinti, quasi
mappe aeree di una fantastica
Flatland, invenzioni di forme che si
intersecano e stratificano dando
luogo a morfologie luminose di
straordinaria sintesi grafica e
cromatica. Le opere in mostra, una
selezione di quelle più recenti, sono
circa dieci per ciascun autore.
Da sinistra: M.C.Toni 2011 Tracce nel deserto, puntasecca, rotella, perforazione su forex; V. Elvieri, Godimento 2012 rotella, perforazione su forex
42
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
LO SCAFFALE
Pubblicazioni recenti, fra libri, tomi
e volumi di piccoli e grandi editori
Paolo Orvieto, “Da Giuda a
Manzoni. Personaggi inquietanti
tra storia, religione e letteratura”,
Roma, Salerno Editrice, 2013,
pp. 208, 13 euro.
Giuda e la Maddalena, Beatrice
Cenci e Manzoni: sono alcuni dei
personaggi che Paolo Orvieto (docente
di Storia della critica
presso l’università di
Firenze) sottopone a
una prospettiva
ribaltata sui buoni e i
cattivi della storia.
L’autore s’interroga
in maniera leggera ma puntuale sulla
funzione e la natura di alcuni
protagonisti scelti nell’arco millenario
della nostra cultura e letteratura,
mettendone in evidenza gli aspetti
meno considerati o meno noti, per
esaminarne le sfaccettature che una
lettura unidimensionale spesso non
permette di cogliere. Uomini e donne
spesso bersaglio del tiro incrociato di
colpevolisti e innocentisti, che ha
manomesso l’esito della sentenza
storica e morale. Sono personaggi
dislocati in varie epoche, dalla Bibbia ai
secoli a noi prossimi. Troviamo quindi:
la figura di Giuda, in bilico tra il
traditore o spalla di Cristo. La
Maddalena, sospesa tra peccato e
santità. La famigerata Beatrice Cenci,
presunta assassina del padre stupratore
che ha affascinato molti scrittori. Ma
anche l’antifemminismo di Rousseau, la
perfidia di Manzoni pessimo padre
(lasciò morire la figlia Matilde senza
andare a trovarla, lei che lo invocava), il
Candido di Voltaire.
Gian Luigi Beccaria, “Ritmo e
melodia nella prosa italiana. Studi
e ricerche sulla prosa d’arte”,
Firenze, Olschki, 1964 (ristampa
2013), pp. 346, 22 euro.
Sono stati i formalisti russi a
introdurre il tema del «ritmo della
prosa». Allo scadere degli anni
Cinquanta, anni in cui Gian Luigi
Beccaria (fra i più grandi studiosi di
letteratura italiana) affronta
l’argomento, quegli studi in Italia erano
ignoti. Pur essendo evidente che la
pagina di un Verga di un D’Annunzio o
di un Pavese, al di là dei temi e del
lessico, si distingue per figure ritmicosintattiche peculiari, mancavano strumenti adeguati che aiutassero gli
studiosi a impostare analisi capaci di
andare oltre il vago delle metafore
musicali. Beccaria offre invece
indicazioni di metodo e definizioni di
concetti capaci di fornire delle linee
guida meno
impressionistiche:
dopo aver descritto
le principali strutture
comuni alla prosa
italiana, riesce a
mettere in evidenza
la componente ritmica dei testi di
prosatori dell’Otto e Novecento,
offrendo un primo modello per ulteriori
indagini. Le articolazioni di intonazione
e sintassi della prosa diventavano per la
prima volta un fenomeno testuale che
investendo problemi fonico-ritmici
permettevano non tanto di connettere
la fisicità dei suoni e le reazioni
psichiche, ma di dare un apporto alla
significazione, nei suoi intrecci di attesa
e sorpresa, monotonia o rottura.
Baruch Spinoza, “Compendio di
grammatica della lingua Ebraica”,
a cura e con introduzione di Pina
Totaro, traduzione italiana e note
di Massimo Gargiulo, Firenze,
Olschki, 2013, pp. 220, 22 euro.
Il libro propone un’opera poco
conosciuta e un contributo allo studio
del pensiero di
Spinoza. Nel volume
si pubblica infatti la
prima edizione
italiana del
Compendium
grammatices linguae Hebraeae di
Spinoza condotta direttamente sul
testo originale latino ed ebraico.
Nell’Introduzione e nelle Note di
commento vengono ricostruiti, esposti
e discussi alcuni temi cruciali della
filosofia spinoziana in relazione
all’analisi del linguaggio,
all’epistemologia, all’impostazione
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
metodologica e storico-critica,
all’esegesi biblica e alla storia della
lingua.
“Regionis forma pvlcherrima.
Percezioni, lessico, categorie del
paesaggio nella letteratura latina.
Atti del Convegno di studio
(Palazzo Bo, Università degli studi
di Padova, 15-16 marzo 2011)”,
a cura di Gianluigi Baldo e Elena
Cazzuffi, Firenze, Olschki, 2013,
pp. 280, 34 euro.
I quattordici studi del volume
indagano le forme concettuali, le
realizzazioni testuali
e la costituzione di
un lessico del
paesaggio nella
letteratura latina. I
contributi sono
firmati da filologi
classici, geografi, filosofi ed ecologi;
questo ha consentito di ampliare gli
orizzonti interpretativi oltre i
tradizionali confini retorici del locus
amoenus/horridus e di problematizzare
in modo efficace la tesi berquiana
dell’«inesistenza» del paesaggio nel
mondo antico.
Lo «Zibaldone» di Leopardi come
ipertesto. “Atti del convegno
internazionale (Barcellona,
Universitat de Barcelona 26-27
ottobre 2012)”, a cura di María de
las Nieves Muñiz, Firenze, Olscki,
2013, pp. 516, 52 euro.
Il volume narra e interpreta il
cambiamento di prospettiva che negli
ultimi decenni si è operato nella lettura
dello Zibaldone di Leopardi. I lavori ivi
raccolti s’ispirano quindi a un’idea
reticolare e aperta
del testo come
rapporto dinamico
tra la parte e il tutto
e fra le sue singole
parti. Di qui
l’articolarsi dei contributi in cinque
sezioni che seguono un tragitto
circolare andando dal generale allo
specifico per tornare poi a una visione
d’insieme incentrata sui progetti di
edizioni ipertestuali in corso, e aprire
infine una finestra sulle forme storiche
della sua ricezione. Alla complessità
dell’opera corrisponde il pluralismo
delle prospettive adottate, che
congiungono poetica e filosofia,
stilistica e retorica, linguistica e
filologia, comparatistica e informatica.
Paola Cattani, “Le Règne de
l’Esprit. Littérature et engagement
au début du XX siècle”, Firenze,
Olschki, 2013, pp. 200, 23 euro.
Quale ruolo politico e sociale la
Repubblica delle Lettere di inizio
Novecento attribuisce al letterato?
Questo libro analizza come alcuni
autori vicini alla NRF
e che si attivano tra
le due guerre in
favore della causa
europeista
rivendicano il loro
impegno
richiamandosi talora alla nozione
d’ascendenza simbolista di «regno dello
Spirito», talora al modello agostiniano
della «Città di Dio».
Maurizio Burlamacchi, “Nobility,
honour and glory. A brief Military
History of the Order of Malta”,
43
Firenze, Olschki, 2013, pp. 86,
18 euro.
Alla fine dell’XI secolo, mentre nella
regione di Gerusalemme cristiani e
saraceni si disputavano il controllo
sulla Terrasanta, fra Gerardo Sasso
decise di fondare un nuovo ordine
monastico incaricato di gestire
l’ospedale per pellegrini che gli era
stato affidato. Ebbe così origine il
Sovrano militare ordine di Malta,
congregazione religiosa e cavalleresca
che, attraverso una complessa vicenda
di spostamenti - da Rodi, a Malta e
infine, nel XIX secolo, a
Roma - scioglimenti e
rifondazioni, scontri e
vittorie contro l’Impero
Ottomano, continua
tuttora a svolgere
attività caritatevoli e
assistenziali in tutto il mondo. L’autore
ripercorre la storia dell’Ordine dai suoi
avventurosi inizi fino ai giorni nostri,
concentrandosi in particolare sulle
vicende di carattere militare e
aristocratico che lo videro protagonista.
Ne scaturisce un agile compendio nel
quale non mancano informazioni su
aspetti o episodi meno noti ma non
meno curiosi, senza tuttavia
concessioni a derive romanzesche o
impropri esotismi, utile a tutti coloro
desiderino conoscere meglio la lunga
vicenda dell’Ordine. L’autore è nato nel
1930 da una antica famiglia lucchese.
Bibliofilo e collezionista è un esperto di
incunaboli e altri libri antichi. Ha
pubblicato un libro sulle antiche terme
lucchesi e tenuto conferenze su
argomenti storici. Nel 2006 è stato
accolto nell’Ordine di Malta quale
Cavaliere di Onore e Devozione.
46
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
LA RIFLESSIONE
Ri-orientamenti occidentali. Il malinteso
spiritualista e la cultura europea
di luigi sgroi
a da poco passato il secolo il
momento storico da cui è
partito un nuovo crescente
interesse per l’Oriente da parte del laico
Occidente. Fu infatti verso la fine del
XIX secolo che dall’America, al
“Parlamento delle Religioni “ di
Chicago, partì quello slancio di nuovo
interesse verso le religioni orientali che,
da lì a qualche decennio, sarebbe
divenuto prima un orientamento
(teosofismo, antroposofia, interesse per
i fenomeni psichici), poi un must,
strumento di fuga dalla religione
cattolica (movimenti on the road,
cultura pop, new-age) e infine una
H
moda, una sorta di prodotto da centro
commerciale della spiritualità (dalla
fiera del biologico, allo zen contro lo
stress). Nelle varie elaborazioni
articolate che si sono succedute in
quello che per antonomasia è stato il
“secolo veloce”, o breve, il Novecento,
una serie indefinita di interpretazioni e
commenti sull’Oriente spirituale sono
state messe a disposizione di
ricercatori, lettori appassionati e curiosi
dell’ultima ora. Il risultato di questa
operazione mediatica e culturale è
stato il crescente interesse per quello
che in realtà non è stato un autentico
ri-orientamento, ma per quello che
l’Occidente contemporaneo ha voluto
vedervi, spesso a scapito di studi seri e
approfonditi e a favore di operazioni
sincretistiche. Operazioni queste, tese a
ricercare quel che serve a convincere se
stessi di pregiudizi già preconfezionati
e definiti, più che per conoscere
realmente come stanno le cose. A parte
il contributo legittimo e coerente di
alcuni studiosi il cui operato è giunto al
vasto pubblico solo di recente,
normalmente quando si parla o si
scrive oggi di filosofia o religioni
orientali, (locuzioni anch’esse non prive
di una certa contraddittorietà di
contenuto) ci si arresta all’affermazione
48
triviale e di comodo che accontenti il
curioso o si crede di avere capito tutto
perché si citano (spesso a sproposito)
centri coscienziali sottili, forze occulte
serpentine, formule mutuate dalla
fisica quantistica o dall’evoluzionismo.
La cosa si aggrava quando alla voglia
di stupire o all’ingenuità in buona fede,
si sostituisce l’idea che Oriente
significhi aver facile accesso alle
droghe, praticare il sesso libero e
trasgressivo, diventare buddista grazie
all’amica del piano di sotto, fare un
corso di illuminazione.
In realtà ciò che l’Oriente intende
trasmetterci è qualcosa di molto più
semplice e allo stesso tempo molto più
complesso di tutto ciò. È più semplice
per quello che invece l’occidentale
crede essere articolato e strutturato
secondo i “suoi” schemi mentali, ed è
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
infinitamente più complesso per quel
che riguarda le attitudini, il senso delle
cose, l’approccio intellettuale, in senso
ampio: lo stile. In breve, per quel che
concerne la tradizione da cui dette
cose hanno origine e che sfuggono alla
logica commerciale e perfino sociale
degli eventi. L’indù ad esempio, è tale
per nascita, per elezione, e non per suo
volere o aspirazione sociale o politica.
Così l’orientale, sebbene meno colto
dell’orientalista, veste più
profondamente del secondo lo spirito
autentico della tradizione perché la
sperimenta e la applica naturalmente,
involontariamente e quotidianamente.
E mentre l’occidentale separa i saperi e
li usa analiticamente nella vita
quotidiana, l’orientale considera i saperi
come sfaccettature integrate dell’unica
realtà tradizionale.
Crediamo dunque e forse non a
torto, che l’occidentale abbia sì a
guadagnare dal confronto più o meno
consapevole con il modello tradizionale
orientale ma, pena il fallimento del suo
tentativo, sempre che di tradizione si
tratti e con la possibilità che
quest’ultima sia un elemento di rilancio
verso quella che è la propria tradizione
d’origine, di cui ogni popolo e ogni
civiltà dispone in vari modi e in
abbondanza, se la si cerca in spirito e
verità. Infatti, il percorso verso una
meta che abbia una qualsivoglia
finalità spirituale, per quanto lungo e
faticoso è, alla distanza, più fruttuoso
di un accesso subitaneo a quella che si
crede essere una verità farcita di
pseudo-concetti e nomi altisonanti che
spesso non sono altro che l’ennesimo
gioco con cui l’Ego trattiene l’individuo
dalla sua reale Emancipazione. La
ricerca spirituale è ardua, lunga e
rigorosa e richiede rinunce piuttosto
che elargire gratificazioni. Solo il
riferimento ad una tradizione autentica
inverata da una lunga catena di
maestri costituisce la prova e la
certificazione che il percorso intrapreso
è valido.
L’uomo occidentale calato nella
realtà di oggi è il più lontano dalla
spiritualità così come le tradizioni ci
hanno insegnato. E tuttavia proprio per
questo e quasi per uno straordinario
gioco di paradossi, i doni che riceverà,
qualora dovesse conoscerne le molte
manifestazioni, saranno maggiori di
chiunque altro vi si sia cimentato nelle
precedenti età e cicli storici. Sarà il
compimento sublime di quel cammino
perenne che da sempre ha reso l’uomo
simile al divino.
50
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
Il libro del mese
Martin Lutero. Il frate
ribelle padre della Germania
Una nuova biografia del fondatore della Riforma
DI GIANNI PUGLISI
D
i una lunga serie di distacchi e avvicinamenti
è fatta la storia dei rapporti fra la penisola italiana, rappresentata da Roma, e le terre tedesche. Amori e odii che risalgono fin ai tempi antichi quando,
nel 9 d.C., nella foresta di Teutoburgo, l’aquila delle imbattute
legioni romane viene sconfitta
dalle tribù guidate da Arminio.
Cassio Dione e Velleio Patercolo
ricordano, nelle loro Storie, come
fosse la cecità del governatore
Quintilio Varo ad aprire la strada
alla rivolta delle popolazioni germaniche e alla disfatta dell’armata imperiale. I Germani non apprezzavano i modi rudi della dominazione romana: Varo li trattava come sudditi arresisi alla volontà dell’invasore più che come
provinciali in via di romanizzazione, non ponendo attenzione
alcuna per i loro costumi e usi tradizionali. Incomprensioni di
fondo che, da parte delle tribù tedesche, sfociarono presto in rancori e infine in aperta ribellione.
Le conseguenze della sconfitta
Sopra dall’alto: Gianni Puglisi
e la cancelliera Angela Merkel
(1954). Nella pagina accanto:
Martin Lutero in una incisione di
Wenceslaus Hollar (1607-1677)
furono, per Roma, incalcolabili:
Augusto, e tutti i suoi successori,
rinunciarono al dominio permanente sulle regioni poste oltre il
fiume Reno visto, da allora in
avanti, come confine naturale
della pax romana.
A 1500 anni di distanza, la
Storia sembra ripetersi. Ancora
una volta la cecità di Roma. Ancora una volta la vessata gente tedesca. Ancora una volta incomprensioni e rancori. Ancora una
volta un Arminio che raccoglie
attorno a sé, per capacità ma anche “naturale sedimentazione”,
il diffuso disagio di un popolo.
Avrebbe voluto «scrivere di Arminio», questo nuovo “liberatore” dei tempi moderni, come
giustamente ricorda l’autore di
questo libro. Un novello Arminio che, senza corazza ma vestito
di paramenti sacri, senza spada
ma armato della sola parola, ha
contribuito in modo fondamentale ad avviare l’ancora divisa e
medievale Germania verso l’evo
Moderno. E con essa anche
l’Occidente tutto, puntualizzan-
52
do in modo definitivo, attraverso
la rottura con la Città Eterna, la
divisione fra la sfera religiosa e
quella genericamente mondana.
Si chiama Martin Lutero,
questo Arminio. Un nome che
ha scosso l’Europa e per il quale
si sono affrontati, sul terreno
della teologia, alcune fra le menti
più illustri di questi ultimi cinque secoli. Ma anche un “vessillo” attorno a cui hanno combattuto e sono morti, sui campi di
battaglia, migliaia di individui.
Sul finire dell’Ottocento, Theodor Mommsen tracciò una precisa linea interpretativa (di stampo hegeliano) del “farsi” storico
della Germania. Un lungo processo unitario che, prendendo le
mosse da Arminio giungeva al
cancelliere Bismarck, passando
appunto per Martin Lutero.
Identificando questa triade della
nazione tedesca li consacrò non
solo eroi nazionali ma numi tutelari della libertà germanica e del
diritto di esistenza del Deutsche
Volk.
Di amori e odii si scriveva in
principio. Tanto la passione di
molti intellettuali tedeschi per il
nostro Paese e la sua luce mediterranea quanto le divisioni fra
guelfi e ghibellini, ovvero fra i
sostenitori della supremazia dell’imperatore germanico sul romano pontefice, e viceversa.
Tanto il contributo dato dalla
Prussia ai primi passi dell’Italia
unita (dalla battaglia di Sadowa
alla successiva Triplice alleanza)
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
quanto i fatti tragici legati al II
Conflitto mondiale. Ma ancora
in tempi molto più recenti, ove la
Storia lascia lo spazio alla cronaca, si è parlato di contrapposizione fra la Germania e alcuni Stati
europei, definiti genericamente
«del sud» dalla cancelliera Angela Merkel. Questa altalenante ciclicità nei rapporti, come notato
da Gian Enrico Rusconi nel volume Estraniazione strisciante fra
Italia e Germania? (Bologna, il
Mulino, 2008), è da imputare a
fondamentali differenze culturali che segnano approcci di volta
in volta più o meno differenti alle
questioni: analitici e articolati
ma rigoristi e schematici (al limite della rigidità) dal lato tedesco,
Gianluca Montinaro,
“Martin Lutero. Il frate ribelle”,
prefazione di Gianni Puglisi,
Napoli, Edises, 2013, pp. 168,
9.80 euro
intuitivi e sommari ma tolleranti
e flessibili (al limite del lassismo)
dal fronte italiano. Ma soprattutto, da parte tedesca, a uno spiccato senso nazionale che - nel bene
e nel male - ha portato più volte
all’assunzione di posizioni intransigenti, lungo una immaginaria linea “gotica” tesa a marcare la differenza fra il settentrione
e il meridione d’Europa.
Frutto e seme allo stesso
tempo di questo spirito, nel
quale lealtà, affidabilità e impegno sono ancora valori essenziali, è stato Martin Lutero.
L’uomo che, più realista del re,
ha portato alla frattura della
cattolicità, in nome di una religiosità più viva, intima e profonda. Senza sconti o compromessi, neppure con Roma. Duro, inflessibile nel tenere le proprie posizioni: di fronte al suo
gregge di parrocchiani come
davanti agli inviati del papa e allo stesso imperatore Carlo V.
Avrebbe potuto soccombere
nello scontro, ma l’interiore,
ferma convinzione di essere nel
giusto lo sostenne: oltre tutto e
oltre tutti.
Forse, ancora oggi, è arduo
esprimere sul riformatore di
Wittenberg un giudizio che tenga conto di tutti gli aspetti della
“questione luterana”. Tante le
valutazioni da fare, tante le forze
in campo, tanti i protagonisti,
tante le possibili cause, innumerevoli infine le conseguenze. Ci
può quindi aiutare questo libro
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
53
Sopra: Wittenberg in un'incisione del
XVI secolo. A destra: Lutero in un
dipinto di autore anonimo (1532)
di Gianluca Montinaro che da
un lato propone molteplici chiavi interpretative, lasciando però
al lettore la possibilità di costruirsi un autonomo giudizio.
Dall’altro, in modo piano, narra
gli accadimenti. Sola strada storiografica possibile - questa - di
fronte a un evento di portata
epocale, perché come ci ricorda
Renzo De Felice: «l’unico modo
corretto per dare un giudizio interpretativo è scrivere la storia».
Una sola domanda mi viene
spontanea: è già il tempo di scrivere quella storia? Se guardo poi
al presente mi rendo conto che
sicuramente potrebbe aiutare a
capire anche quanto va accadendo in questi giorni, in queste ore,
magari non agli storici, che hanno bisogno di maggiore sedimentazione, ma forse ai politici
d’oggi. A meno che non sia chiedere proprio troppo!
INTRODUZIONE
di Gianluca Montinaro
I
l racconto della vita di un uomo, attraverso quegli avvenimenti salienti che ne scandiscono le tappe è stato, fin dall’antichità, uno dei metodi privilegiati per narrare i fatti della storia. Certo, la biografia ha un carattere doppio (additato come
“limite” da alcuni storici) che risiede nella sua stessa natura, poiché in essa convivono costantemente l’intento narrativo e l’im-
pegno interpretativo, patrimonio quest’ultimo dell’opera storiografica propriamente detta.
Questo lavoro, che vuole
essere un resoconto della vita di
un uomo sul quale già molti volumi sono stati scritti, rispetta
appunto il duplice risvolto della
biografia, narrando e interpretando senza pregiudizi una figura attorno alla quale si sono combattute battaglie di religione e
scontri teologici.
Evocare il nome di Martin
Lutero, frate agostiniano padre
della Riforma protestante, significa affrontare un frangente storico, l’inizio del XVI secolo,
denso di cambiamenti, sollevando inevitabilmente tante voci a
sostegno quante critiche della
sua opera e del suo pensiero.
Va subito precisato che
questo saggio non intende essere
né uno studio teologico né un
trattato di filosofia della storia. Si
limita a narrare, nel modo più
piano possibile, quei fatti - attraverso il filo rosso delle vicende
54
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Da sinistra: Otto Albert Koch (1866-1920), La battaglia di Teotuburgo (1909), Detmold, Landesmuseum; Martin Lutero in
un'incisione della fine del XVIII secolo
biografiche di Lutero - che portarono alla Riforma e alla divisione di parte della Chiesa tedesca da Roma. In effetti questo avvenimento, con le sue molte cause e conseguenze, andò oltre le
aspettative e la volontà stessa di
Lutero, il quale, nell’ultimo
scorcio della sua vita, assistette
quasi da spettatore allo snodarsi
di quegli eventi che pur aveva
contribuito a generare. Forse
proprio in questo aspetto, da
molti storici tralasciato, si può
rintracciare una chiave interpretativa che renda ragione di quegli accadimenti. Tralasciando
ogni possibile intento giustificazionista, si potrebbe allora dire
che la Riforma (che, insieme all’Umanesimo, tanto ha contribuito a formare la coscienza dell’individuo nel mondo moderno)
sia frutto, prima inconsapevole
poi sempre più consapevole, del
travaglio interiore dell’uomo
Martin Lutero. Solo più tardi su
queste riflessioni del tutto personali, instillate dalla paura del
peccato e dalla necessità di trovare un senso all’esistenza, si sono
innestati i fatti della storia: le rivendicazioni della piccola nobiltà tedesca e dei contadini, le ne-
cessità di un imperatore e la paura dei papi, l’identità culturale di
una terra divisa e i problemi della
povertà e del bisogno delle classi
sociali meno abbienti. Lutero
tutto questo non lo sapeva o ne
era consapevole solo in parte, ma
in ogni caso non poteva prevederne la concatenazione futura e
le conseguenze che ne sarebbero
derivate. Tanto meno noi possiamo sapere se egli sia stato il protagonista di un copione già scritto ab origine dalla divinità o il
pretesto dietro cui abbia agito il
divenire della storia, secondo canoni di causalità e casualità allo
56
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Martin Lutero e Jan Hus in una
incisione anonima del XVI secolo
stesso tempo.
Di certo sarebbe ingiusto
imputare a Lutero la rottura dell’universalità del cristianesimo,
dato che già era avvenuta la grande scissione della Chiesa orientale. Ma è solo grazie a Lutero e alla Riforma se, per la prima volta,
la religione venne fatta rientrare
nella sfera personale, divenendo
una «cosa privata» e spingendo
in tal modo il mondo occidentale
verso la secolarizzazione. In questo senso permane valida l’accusa
che alcuni teologi cattolici muovono alla dottrina luterana: gettare l’uomo nella disperazione.
Accusa che, traslata, assume forza nel mondo contemporaneo,
spesso dipinto come edonisticamente superficiale e solo interessato al perseguimento di un temporaneo piacere che lenisca la
sofferenza di un’esistenza sempre più vuota. Se il fedele cattolico, grazie ai sacramenti, può sperare di essere nella grazia di Dio,
il protestante, non disponendo di
segni che possano far intendere
una possibile salvezza, può solo
sperarlo. Per contro quest’ultimo, a differenza del cattolico,
può colmare il vuoto dato dal perenne peccato riempiendo la
propria fede con la speranza della
salvezza.
Così, volendo riassumere la
vicenda di Lutero in un solo concetto, si può affermare che tutto
prende corpo attorno a un differente intendimento della fede. La
declinazione avviene con l’affermazione del principio del libero
esame delle Sacre scritture (ovvero secondo coscienza individuale,
senza interpretazioni ufficiali
dettate dalla Chiesa) e con il principio della salvezza per mezzo
della sola fede (dunque senza pratiche di pentimento). Essendo il
fedele a diretto contatto con Dio,
ne discende il rifiuto della Chiesa
quale istituzione universale di
origine trascendente. Un colpo
mortale a uno dei due poteri
(quello spirituale) che avevano
retto, per mille anni, l’Occidente.
Ma di Lutero si dovrebbe
inoltre sottolineare, oltre alla fervente devozione religiosa, la manifesta indifferenza ad ogni ambizione di carriera, come se il suo
desiderio ultimo fosse solo quello
di riportare la Chiesa alla religiosità dei suoi albori, per il bene
universale, ma soprattutto della
propria patria. E, per molti versi
si può dire che Lutero sia stato
per la Germania ciò che Dante
Alighieri fu per l’Italia. Scuotendone l’identità l’ha avviata agli albori della coscienza nazionale.
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
57
BvS: Fondo De Micheli
De Micheli e la scultura.
Spigolature bibliografiche
Disegni di scultori a Trezzo d’Adda
DI LUCA PIETRO NICOLETTI
N
ella serie dei “Maestri
della Scultura”, una costola dei più famosi
“Maestri del colore” della Fabbri
editori ideati da Alberto Martini,
i numeri 109 e 110 sono dedicati
alla Scultura del Novecento. Erano
due fascicoli “connettivi”, cui si
chiedeva di tirare le somme degli
sviluppi essenziali della prima e
della seconda metà del secolo,
che facevano seguito a un cospicuo numero di profili monografici. Firmava entrambi i fascicoli
Mario De Micheli, che già aveva
compilato diversi profili di pittori per la collana del “colore”,
mentre era apparso più sporadiLuigi Grosso, Zappatore, carbone e
tempera su masonite, cm 50x70
58
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
camente nella serie degli scultori:
prima di questi, infatti, aveva firmato un solo fascicolo monografico, e nemmeno dedicato a qualcuno dei suoi più noti cavalli di
battaglia. Del tutto inaspettatamente, con uno sguardo retrospettivo, si scopre che a De Micheli era stato chiesto di scrivere
il fascicolo numero 46 dedicato a
Costantin Brancusi.
Dello scultore romeno, De
Micheli offre una lettura tutt’altro che formale: Brancusi, nella
sua presentazione, è l’uomo fedele alla propria terra d’origine e alla sua tradizione rurale, con i suoi
simboli e le sue forme; e se Parigi
è stata un passaggio essenziale
della sua formazione, non è venuta meno «una inestinguibile forza spirituale, che sta al centro del
suo lavoro come un lievito, che ne
determina intimamente il carattere, presiedendo allo sviluppo
del suo linguaggio. Egli è dunque
all’opposto di un “formalista”. Il
suo desiderio costante è sempre
quello di “svegliare la pietra” e
“farla cantare per l’uomo”». Ma
soprattutto, osserva il critico con
ragione, «le suggestioni del folclore romeno non venivano a
Brancusi unicamente dalla fonte
delle leggende e del costume, gli
venivano anche specificatamente
dagli aspetti dell’arte popolare. È
il metodo della semplificazione e
della stilizzazione, tipico del folGiacomo Manzù, Serenata, litografia,
cm 25x33
clore plastico romeno, che egli
accoglie come base essenziale del
suo procedimento creativo». Un
aspetto popolare, dunque, sovrintende anche all’opera del mistico Brancusi: lo stesso stimolo
di partenza, insomma, che De
Micheli troverà parlando della
scultura del mantovano Giuseppe Gorni e di altri.
I due fascicoli riassuntivi sul
Novecento, invece, possono essere visti come la testimonianza
di un riconoscimento d’autorità
capace di abbracciare con uno
sguardo solo un arco cronologico
e problematico notevole: è da
questo punto, credo, che si può
far cominciare la parabola critica
di De Micheli nei confronti della
terza dimensione, che avrà il suo
culmine fra anni Ottanta e Novanta, con i due grandi volumi
sulla scultura italiana dell’Ottocento e del Novecento (1992) per
la Storia dell’arte in Italia UTET
diretta da Ferdinando Bologna.
una vicenda che ben si può seguire nell’ossatura della biblioteca
del critico, per un certo periodo
studiata e ospitata presso la Biblioteca di Via Senato e oggi trasferita presso la biblioteca di Segrate.
Basta sfogliare l’apparato illustrativo di questi fascicoli per
rendersi conto, più di quanto
possa riscontrarsi nel testo, la
netta predilezione da parte del
critico per le istanze della scultura figurativa e per quelle inclinazioni espressionista più attente al
59
disagio della società moderna.
Non è senza significato, in tal
senso, che nel secondo di questi
fascicoli ampio spazio, più di
quanto non ne dedichi persino a
Giacometti, sia riservato a Jean
Ipostéguy: «nessuno meglio di
lui», scriveva De Micheli, «è capace di cogliere il significato ossessivo dell’esistenza contemporanea, scoprendone insieme l’origine antica. Senza dubbio c’è in
Ipostéguy una componente fatalista dell’ispirazione, c’è un irriducibile momento esistenziale
che ne costituisce il costante sottofondo, ma c’è anche l’energia
consapevole di una “sfida al fato”
e c’è un’adesione totale al dramma che investe l’uomo d’ogni
parte. È chiaro che Ipostéguy sta
al fianco dell’uomo contro il fato,
condividendone la sorte e difendendone con decisione la verità»
La scultura del Novecento,
dunque, è fra i temi ricorrenti di
Mario De Micheli: un interesse
che ha radici lontane, per quanto
non remote, nella sua coscienza
di interprete del tempo presente.
Non si hanno riscontri, invece, di
un interesse critico specifico, da
parte sua, per l’attività grafica degli scultori. I numerosi fogli di
amici artisti dediti alle arti plastiche, di cui l’Associazione culturale Arte a Trezzo propone una ricca e interessante esposizione alla
Centrale Taccani di Trezzo sull’Adda (Il disegno degli scultori, a
cura di Chiara Gatti, dal 5 al 20
ottobre) propone una ricca e in-
60
teressante esposizione, devono
essere visti soprattutto come le
tracce di una rete di rapporti amichevoli, come segni di stima da
parte degli artisti.
Il canone dei presenti e degli
assenti, dunque, rende conto delle predilezioni personali, scevre
di quei nomi che per dovere di
cronaca non si potevano ignorare, ma che certo non ridestavano
le passioni del critico, sebbene
anche nella scrittura non sia difficile, spesso, percepire in che direzione andassero le simpatie e le
antipatie estetiche.
Pesò moltissimo, per esempio, il severo giudizio dato nella
Scultura italiana UTET all’opera di Adolfo Wildt. Altrettanto,
ma in senso contrario, contò il
suo giudizio nello sdoganare Arturo Martini nel secondo dopoguerra, quando le ipoteche di collusione con il fascismo pesavano
su una serena valutazione dei suoi
meriti artistici: la sua introduzione alla prima riedizione del dopoguerra de La scultura lingua
morta, pubblicata da Jaca Book
nel 1983 (ma che seguiva una precedente edizione del 1963), non è
senza significato in questo senso.
Allo stesso modo, contò
molto, per molti giovani scultori
di allora, essere stati tenuti a battesimo da un testo di De Micheli.
Dalla scrupolosa bibliografia
compilata da Matteo Noja si constata che il primo scritto dedicato
a due scultori, nel 1953, riguarda
la presentazione di Alik Cavaliere
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
e Giancarlo Sangregorio, alla galleria Il Pincio di Roma. Il quella fase aurorale delle loro carriere,
ovviamente, si presentarono come artisti di stretta osservanza figurativa. Per De Micheli i due
scultori avevano il merito di non
aver ceduto alle lusinghe dell’arte
astratta, di non essersi fatti travolgere dalla moda dell’«espressionismo cubisteggiante» che si
vedeva, per esempio, alla Galleria
del Milione. Al contrario, De Micheli lodava in questi giovani, che
erano usciti dall’Accademia senza essere mortificati da strane
idee, ma pure con il bisogno di
trovare una loro strada e i loro
mezzi espressivi, la «preoccupazione per un uomo storicamente
determinato, considerato nella
sua concretezza, nella sua azione,
nel suo specifico carattere sociale». Lette queste righe nella prospettiva di ciò che sarebbe avvenuto dopo, bisogna riconoscere
che il critico milanese, in questo
caso, si sbagliava: la via del realismo che i due artisti avevano preso con tanta evidenza e senza genericità di mezzi sarebbe stata
presto abbandonata per ricerche
che andavano in direzioni di tutt’altro segno. Limitandosi alle ricerche di quel momento, però, in
effetti la loro scultura di allora
poteva prestarsi a un discorso in
cui confluissero l’attenzione verso gli ultimi, la frequentazione
dei contadini e dei pescatori della
bassa, della gente dei quartieri
più poveri.
Questo non gli impediva ovviamente di aprire il proprio ventaglio di possibilità critiche in più
direzioni. Una ragione critica coerente con i propri assunti di partenza gli permetteva, ad esempio,
di presentare un altro allora giovane artista, Alberto Ghinzani,
ala sua prima mostra personale,
alla milanese Galleria delle Ore,
nel 1966. La scelta di questi verso
l’informale, sulla scia di Umberto
Milani ma con aperture di interessi europee, non impediva a De
Micheli di sottolineare una interna tensione esistenziale di queste
prime opere: «Ghinzani non si
muove sul vuoto, non si esercita
sulla trama del virtuosismo. Egli
tira fuori le sue immagini con
ostinazione da un fitto intrico di
relazioni col mondo e con gli uomini. Sono immagini forti e contratte delle nostre difficoltà ad
esistere nella struttura coercitiva
della storia; sono immagini corpose e persino corpulente, anche
quando sembrano e sono fantomatiche. Infatti non sono mai immagini di fantasmi, ma di tormentata presenza umana».
Con lo stesso spirito, nel
1974, coglie con poche ed efficaci parole il senso del lavoro di un
altro giovane: Valeriano Trubbiani. Dell’opera visionaria dello
scultore maceratese De Micheli
sottolinea, di concerto con quanto aveva scritto in precedenza
Enrico Crispolti, l’origine artigianale dell’artista nella bottega
di fabbro ferraio del padre, dato
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
61
Ipousteguy, Nudo, carbone
su cartoncino, 40x60
che è «da questa prima scoperta
tecnico fantastica tra il ferro e il
fuoco dell’officina paterna» che
tutto prende le mosse. Ma la perizia tecnica e la fedeltà a una
scelta d’immagine non sarebbe
sufficiente a rendere interessante
il lavoro di Trubbiani: «ciò che
distingue Trubbiani da tanti altri
artisti, che come lui affrontano
un uguale tema, è il fatto di riuscire a cogliere il momento irrazionale della tecnologia senza
per questo distruggerne, nella
enunciazione che ne fa, i termini
di esatta e funzionale efficienza.
In altre parole, Trubbiani, nelle
sue metafore che hanno alla base
l’invenzione di perfetti congegni
meccanici, riesce a cogliere con
evidenza quella che giustamente
si può definire la ragione irragionevole della tecnologia».
L’impegno, lo scavo nella
crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, la partecipazione
dell’artista allo stato di indigenza
contingente dei meno fortunati,
però, non devono far venire meno, nella vitalità della scultura,
un accenno di poesia. Lo si comprende rileggendo alcuni passi
della prima monografia di Marco
Cornini, che nel 1997 aveva meno di trent’anni, mentre De Micheli ne aveva più di ottanta. La
sua scultura in terracotta mostrava il «valore intramontabile del
linguaggio figurativo che perma-
ne e supera i tempi» senza esitazione a calarsi nel presente, a modernizzare l’iconografia della figura nuda con accessori moderni. Non era questo, però, che
contava di più per il critico, come
sembra anche poco importante,
nelle sue parole, il ricorso alla policromia da parte dello scultore, o
l’abilità nel costruire in terracotta figure dalle pose articolate e
ben lontane dalla compattezza
della scultura ottocentesca. Era
più importante, per De Micheli,
sottolineare che «è la vita che gli
vibrava e gli vibra intorno che,
sin dall’inizio, ha voluto rappresentare e lo ha fatto nel modo
meno sofisticato possibile, con
l’adesione totale al suo fervido
flusso. Sono le immagini della
giovinezza che ha continuato e
continua a creare: immagini disinibite, libere da ogni pregiudizio; immagini fresche e immediate, modellate senza sforzo, come se fossero sempre modellate
alla “prima”, come si dice».
62
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
L’altro scaffale
Fra libri di scienze naturali
e scienze fantastiche
Piccole ma preziose proposte di collezionismo
ALBERTO CESARE AMBESI
N
on c’è che l’imbarazzo
della scelta, come suol
dirsi. Le librerie antiquarie d’Italia, infatti, offrono
con bella frequenza, da diversi
anni, molti volumi di scienze fisiche e naturali, antichi e rari. Unicamente “curiosi”, in alcuni casi.
Più spesso di non comune interesse, o sotto il profilo storico, o
perché possono tuttora contribuire a disegnare l’attuale “stato
dell’arte”. Esemplare, a tale proposito, il caso rappresentato dall’arciceleberrima Encyclopédie, ou
Dictionnaire raisonné des sciences,
des arts et métiers, par une société de
gens des lettres (curata da Diderot
e d’Alembert), in quanto si tratta
di un’opera che è stata letta e interpretata anche in modo difforme. E non senza ragione, poiché,
in effetti, sussistono alcune difformità di orientamento concettuale nel contesto, sia degli iniziali sia dei più tardi volumi di aggiornamento. Non per nulla, vi è
stato chi ha creduto di scorgervi,
qua e là, la presenza di assunti illuministici non propriamente
d’impronta razionalista. Anzi misticheggianti. Forse, non senza
ragione, quando si pensi che i primi 28 tomi uscirono fra il 1751 e il
1772 e i cinque di supplemento,
più due di tavole analitiche, fra il
1776 e il 1780… Anni di piena
fioritura delle cerchie esoteriche
in Francia e Germania. Monumento tipografico ed editoriale
di grande fascino, nella storia della cultura occidentale, celebrato,
o denigrato, anche trasversalmente, come si direbbe oggi, l’Encyclopédie conobbe subito una grande
diffusione ed ebbe perfino una
sollecita (presumibile?) versione
elvetica, definita tascabile, malgrado che i 36 volumi di testo fossero in 8° (23,7 cm. di altezza) e i
tre tomi riservati alle tavole possedessero un’eguale altezza, ma
una larghezza maggiore di qualche centimetro. Siamo parlando,
per la precisione, della edizione
che, tra il 1779 e il 1782, sarebbe
stata congiuntamente pubblicata
da due tipografie di Berna e di
Losanna e che - di recente - la libreria Bibliopathos di Verona ha
offerto in vendita a dodicimila
euro, trattandosi di un esemplare, in buone condizioni, che conserva rilegatura e titolo originali
sul dorso.
Ulisse Aldrovandi (15221605) fu un uomo tenace, un
medico “controcorrente” e il
caposcuola di un insieme di studi naturalistici, ora precorritori
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
63
A destra: Louis-Michel van Loo
(1707-1771), Denis Diderot (1767),
Parigi, Museo del Louvre.
Sotto: frontespizio della prima
edizione dell’Encyclopedie (Parigi,
1751). A sinistra: Konrad von Gesner
in una incisione del 1587 di Nicolaus
Reusner (1545-1602)
dell’etologia e delle scienze ambientali, ora propensi ad accogliere le più ardite ipotesi, o dicerie, di criptozoologia. Perciò
non stupisce che nel progetto e
realizzazione di una propria
estesa Istoria naturale, prevedesse l’inserimento di un volume
dedicato alla fauna fantastica o
mostruosa. Il che non escludeva, come già si è accennato - e
non lo esclude neppure oggi che i suoi studi naturalistici, durati 45 anni, rivelassero ampiezza e profondità di conoscenze,
per quanto con aspetti contrad-
ditori, alle luce delle posteriori
acquisizioni. Come testimonia
in particolare il XII volume dell’opera citata, uscito postumo, a
cura di Bartolomeo Ambrosino
(Musaeum metallicum del 1648),
imperniato sullo studio dei metalli e dei fossili, nel quale si trova per la prima volta introdotto
il termine geologia, per indicare
l’insieme delle scienze della
Terra. Certo, l’eredità aristotelica risulta percepibile nell’impostazione filosofica del testo,
in tutti i XIII volumi dell’opera
(prima edizione uscita a Bolo-
gna, 1559-1649, e completata a
Francoforte, 1671) ed è altrettanto indiscutibile che unicamente i primi quattro volumi
(tre di ornitologia e uno di entomologia) possono dirsi di esclusiva scrittura di Aldrovandi, essendo stati pubblicati nel 1599 e
il 1604. Non è invece ben chiaro
se debbano riconoscersi come
autografi pure i testi del De reliquis animalibus exanguibus, editi
nel 1606, grazie alla volontà della vedova. Più che sicuro, per
converso, che il completamento
dell’opera debba attribuirsi sia a
64
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
A sinistra: Ulisse Aldrovandi,
nell'incisione di apertura del suo
De ornithologiae (1599).
Sotto: una delle tavole che adornano
il Monstrorum historia (1642)
di Ulisse Aldrovandi
diretti allievi (Cornelio Uterverio e il citato Ambrosino) sia agli
ideali continuatori dei suoi studi, nell’ambito botanico (Ovidio Montalbano). Comunque
sempre sulla base dei numerosi
e fitti appunti lasciati dallo
scienziato. Basti rammentare,
in proposito, che Giuseppe
Montalenti, nel Dizionario Biografico degli Italiani (1960), nel
contesto della voce dedicata a
Ulisse Aldrovandi, volle segnalare che, nella biblioteca dell’U-
niversità di Bologna, risultavano custoditi trecento volumi di
manoscritti inediti di mano dello studioso. Dunque la preziosità dell’Opera basilare aldrovandina (l’Istoria naturale) è innegabile e le migliaia di illustrazioni,
quasi tutte a piena pagina, che
ne ornano lo svolgimento, mostrano di possedere un valore
tanto artistico quanto scientifico, essendo per lo più di eccellente esecuzione. E’ quindi
comprensibile come la prima ti-
ratura di un simile trattato sia
offerta dalla Libreria Antiquaria
Mediolanum con un prezzo a richiesta, tanto più che si tratta di
un esemplare sostanzialmente
integro, di pregevole, coeva rilegatura e con difetti, o imperfezioni, del tutto trascurabili. Nel
dettaglio. L’edizione comprende 13 volumi in -folio con altrettanti titoli, legatura uniforme in
pergamena del secolo XVII,
dorso rinforzato in pelle, tasselli, più recenti, recanti titoli in
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
oro; il testo è sempre chiaramente leggibile e soltanto il volume impresso a Francoforte
presenta qualche segno di tarlo
in alcune carte e una uniforme
brunitura dovuta alla qualità
della carta.
Altrettanto
ambizioso,
l’anteriore Nomenclator Aquatilium…cum nomenclaturis singolorum Latini, Graecis, Italicis,
Hispanicis, Gallicis, Germanicis,
Anglicis…del medico e naturalista svizzero Konrad von Gesner (1516-1565). Un libro che
si segnala tanto più volentieri,
giacché l’esemplare offerto ha
tutta l’aria di appartenere alla
corposa Historia animalium, ma
con una data di edizione (1560)
che non collima con quelle ufficiali. I primi quattro volumi
dell’opera erano stati difatti
INDIRIZZO E RECAPITI
LIBRERIA BIBLIOPATHOS
Via Toti, 1 - 37129 Verona
Tel. 045/592917
www.bibliopathos.com
LIBRERIA ANTIQUARIA
MEDIOLANUM
Via del Carmine, 1 - 20121 Milano
Tel 02/86462616 Fax 02/45474333
www.libreriamediolanum.com
LIBRERIA DOCET
Via Galliera 34/a - 40121 Bologna
Tel 051/255085 Fax 051.25.50.85
e-mail: [email protected]
pubblicati fra il 1551 e il 1558,
compresi i tre supplementi delle sole illustrazioni, e il quinto,
postumo, nel 1587. E’quindi
probabile che qui ci si trovi in
presenza di una sintetica estrapolazione (forse con varianti) di
una minima parte del trattato
suddetto. Ipotesi che appare
65
tanto più verosimile quando si
consideri, da un lato, che il solo
testo dell’Historia animalium
comprende 4500 pagine, e che,
d’altro canto, il Nomenclator, di
cui si chiacchiera, non è ignoto
alla bibliografia coeva. Le caratteristiche della copia, in vendita a cinquemila euro, si compendiano nella seguente scheda: formato in folio; recente rilegatura in pergamena; pagine
(28), 274 (manca l’ultima carta,
bianca). L’esemplare appare
abilmente lavato e restaurato ai
margini bianchi, lontani dal testo. Si nota un vecchio strappo
riparato accortamente e che,
comunque, non intacca il contenuto. Centinaia e tutte nitide
le xilografie, anche a piena pagina, chiamate a integrare le
nozioni esposte nella parte
scritta. L’opera è proposta dalla
libreria Docet di Loris Rabiti.
BLOCK NOTES
APPUNTI ELEMENTARI
DI BIBLIOLOGIA
terza puntata
termini e le abbreviazioni
impiegati in sede bibliografica
sono per lo più uniformi, ma
non mancano le opzioni dettate da
consuetudini locali, o di “bottega”.
Eccone un iniziale elenco, in debito
ordine alfabetico e in parte
coincidente con le indicazioni della
libreria antiquaria Bergoglio Libri
d’Epoca di Castiglione Torinese:
I
A.: autore
AA.VV.: autori vari (ossia: più di
due).
b/n: in bianco e nero (con
riferimento al tipo di illustrazioni).
br.- bross. - brossura: legatura
editoriale di carta o cartoncino.
brunitura: scuritura della carta
provocata dal tempo.
cart.: legatura rigida di cartone.
carta forte: carta di pregio, di
buona qualità.
col.: a colori.
coeva: contemporanea all’epoca di
edizione.
cons.: conservato.
cop.: copertina.
d.: dorso, la parte della legatura
compresa fra le due copertine.
ed. - edit.: editoriale, originale.
ediz. originale: prima edizione.
es.: esemplare, copia del libro.
estratto: opuscolo, fascicolo o
brochure edito autonomamente, ma
facente parte di un testo più ampio.
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Filosofia delle parole e delle cose
La franchezza della verità,
la cattiveria del falso
È libero dal falso chi è libero dal male. Ma dal male si è liberati
DANIELE GIGLI
«F
rancamente, che ne
pensi?» Non occorre
chiamarsi
Paride per votare questa domanda come una tra le più in grado di
atterrirci, tanta è la sua capacità
di trascinarsi dietro una messe
infinita di offese e rancori. Lo
racconta con ilarità amara un
passo del Misanthrope, dove - di
fronte all’insistenza pervicace e
un po’ di coccio del giovane cortigiano sonettista, che a tutti i co-
sti vuole i propri versi da lui letti e
giudicati - il Misantropo dapprima nicchia, mettendo in guardia
il proprio interlocutore; quindi,
sfibrato, affonda senza pietà il
giudizio, rasoiando versi e versificatore.
Ma non essendo normalmente dei misantropi, come affrontiamo noi – uomini né giusti
né ingiusti sui quali comunque
continua a piovere – la questione
quotidiana della franchezza, del
bisogno che più o meno scopertamente ne sentiamo?
Una persona franca, normalmente, la definiamo così per
la sua attitudine a dire ciò che
pensa realmente, come dimostra
l’accompagnarsi frequente dell’aggettivo con i quasi sinonimi
«sincero», «leale», «schietto».
Una persona franca, insomma, è
nell’immaginario comune una
persona libera. E qui ci addentriamo in un campo interessante, in
ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
A sinistra: Ambrogio Lorenzetti
(1290-1348), Allegoria degli effetti del
Buon Governo in Città (1338-1339),
parete di destra della sala dei Nove,
Palazzo Pubblico, Siena. Sopra:
Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del
Buon Governo (1338-1339), parete
di fondo della Sala dei Nove, Palazzo
Pubblico, Siena. A destra: Eugène
Delacroix, Torquato Tasso in
manicomio, 1839, collezione privata
cui i significati, come sempre, si
intrecciano illuminandosi a vicenda. Se guardiamo all’etimologia della parola, infatti, vediamo
che l’aggettivo «franco» deriva
dall’omonima stirpe germanica, i
Franchi, per i quali il nome che
portavano significava propriamente «liberi». Del pari, sappiamo delle città franche che hanno
attraversato gli imperi europei
per lunghi anni: franche perché libere, in primis dai dazi – e ancora
oggi qualunque compravendita
prevede che la consegna sia franco
venditore o franco compratore.
Storie d’altri tempi e d’altri
spazi, certo. Ma allora perché
quando vorremmo essere franchi
e non ci riusciamo ci sentiamo
così strozzati? Perché ci sentiamo così prigionieri? Forse perché
le parole non sono involucri vuoti e intercambiabili come tanto
spesso ci piace pensare, ma nel
mistero del loro suono portano
anzi carne sangue e anni, e sudori
e amori, odii e vendette. Forse,
quindi, perché realmente sentiamo come il desiderio della franchezza sia inscindibilmente legato al desiderio della libertà.
67
Ed è forse per questo, e per
un’interpretazione in diminutio
del desiderio di libertà, delle forme che può assumere, che tante
volte ci accontentiamo di identificare la franchezza con il parlare
spiccio, col dire pane al pane e vino al vino. Salvo poi, dialogando
con qualcuno che «parla spiccio», avere spesso l’impressione
di trovarci davanti a una congerie
di reazioni confuse, nel migliore
dei casi, o all’ostentazione affettata di una presunta libertà da cui
in realtà il nostro interlocutore è
distantissimo.
Che franchezza e libertà abbiano invece lo stesso etimo perché nutrite della stessa radice,
della stessa anima, ce lo illustra
bene un episodio tra i più noti
della Commedia, nel quale ritroviamo una narrazione precisa e
accogliente dei nostri moti d’animo ondivaghi, dei saliscendi
emotivi con cui ci confrontiamo
ogni giorno. Ci troviamo nel secondo canto dell’Inferno, appe-
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
Giotto di Bondone (1267-1337), Scene dalla vita di Cristo: l’arresto (Bacio di Giuda),
1304-06, affresco, Padova, Cappella degli Scrovegni
na fuori dalla selva oscura, e Dante – che tra mille remore si è incamminato alle spalle di Virgilio
– subito si arresta roso dai dubbi,
incapace di vedere il termine della fatica in cui si sta imbarcando:
«E qual è quei che disvuol ciò che
volle/ e per novi pensier cangia
proposta/ sì che dal cominciar
tutto si tolle,/ tal mi fec’ io ’n
quella oscura costa,/ perché,
pensando, consumai la ’mpresa/
che fu nel cominciar cotanto tosta (Inferno II, 37-42)».
Questa tendenza all’inazione noi moderni – ormai assuefatti
a vivere il rapporto con l’altro come una giustapposizione – la ve-
diamo e la viviamo quotidianamente, anche nelle cose più ordinarie. E come vale per l’agire, così vale per il parlare, perché ciò
che intimamente e inconsciamente neghiamo con questa posizione è la natura dell’uomo come libertà e della libertà come
rapporto. Quante volte, rosi dallo scetticismo, rinunciamo a quel
cammino verso l’altro che è la parola, atterriti dall’idea che «tanto
non potrà mai capire?» Quante
volte non solo la franchezza, ma il
suo stesso desiderio, finiscono
seppelliti sotto il manto del «non
vale la pena»?
Perciò è rivoluzionario ciò
che Dante suggerisce: che la
franchezza non si possa darsi da
sé, ma che occorra che sia data.
Di fronte alle obiezioni di Dante, di fronte alle ragionevoli dichiarazioni di indegnità a tale
cammino, che cosa oppone Virgilio? Dante conosce tutti i motivi per mettersi in marcia, ma in
fondo teme ancora non ne valga
la pena. Ha dalla sua ben più di
una ragione cui aderire. E a cui
aderisce, ma freddamente. Per
questo, per spingerlo a riprendere il proprio cammino, per
spronare la sua anima «da viltade offesa (Inferno II, 45)», Virgilio non ha altro mezzo che svelargli la meta. Quella meta, gli
occhi di Beatrice, la cui intuizione libera il poeta dall’inazione,
dai dubbi che lo ingombrano,
rendendolo finalmente «persona franca»: «Quali fioretti dal
notturno gelo/ chinati e chiusi,
poi che ’l sol li ’mbianca,/ si
drizzan tutti aperti in loro stelo,/ tal mi fec’ io di mia virtude
stanca/ e tanto buono ardire al
cor mi corse, ch’i’ cominciai come persona franca (Inferno II,
127-132)».
Le parole giocano, si sfuggono e s’inseguono. Vediamo come chi è libero, chi lo è davvero, lo
è sempre perché liberato. È un
crinale sottile, ma essenziale. Di
fronte a quale attesa certa possiamo oggi farci persona franca? Chi
è per noi, oggi Beatrice? Chi, oggi, o che cosa, sarà capace di liberarci? Di farci finalmente vivere?
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
BvS: il ristoro del buon lettore
Il cuoco e il cacciatore
Al Symposium, fra storie di caccia e storie di cucina
GIANLUCA MONTINARO
«I
l cacciatore era un
punto nero in un campo di grano appena tagliato», fra stoppie gialle, mosse
dalla brezza che sale dal mare.
Quadrati che alternano, nella
scacchiera del paesaggio, il verde
dell’erba medica e il marrone cupo della terra arata, secondo una
scala di tonalità tanto ampia
quanto imprevista. Già, il paesaggio, ovvero le dolci colline marchigiane, che sempre si appoggiano ai davanzati blu del cielo e
del mare. L’uomo, quel cacciatore di cui Carlo Cassola scrive nell’omonimo romanzo (che la Biblioteca di via Senato possiede
nella prima edizione, stampata a
Torino, da Einaudi, nel 1964),
cammina il mondo, accompagnato dal suo fido bracco. Come Lucio Pompili chef-cacciatore che,
insieme ai suoi cani, sempre attraversa i campi di ulivi e i vigneti
di biancame, nella valle del Metauro fra Cartoceto e Serrungarina mentre «il tramonto saetta di
rosso nel cielo, tramutando i resti
del grano in steli marroni e, talvolta, un poco dorati». Il carniere
di fagiani, pernici e galli forcelli
finisce nelle cucine del suo
Symposium 4 Stagioni, un ma-
Ristorante Symposium
4 stagioni
Via Cartoceto, 38
Serrungarina (Pu)
Tel. 0721/898320
gnifico relais di campagna (d’impronta borgognona) che, per
struggente bellezza, non ha rivali
in Italia. Qui Lucio Pompili porta avanti con tenacia il suo progetto di cucina autarchica. Sostenitore di una visione sistemica
del territorio, ha fatto del
Symposium una piattaforma
d’incontro fra natura, tradizioni,
prodotti e produttori: un inno ai
piaceri della tavola e ai tempi della riflessione. Cordialità e calore
umano promanano da salotti e
giardini: i divani, i camini, i tappeti, gli argenti e le immense vetrate che incorniciano splendidi
spicchi di paesaggio aiutano ad
accettare con gioia la «verità dolorosa: tutto finisce, niente dura». La cucina di Pompili percorre, con piglio moderno e padronanza della tecnica, suggestioni
che giungono dai cinque continenti, portandole però a senso
compiuto nella dimensione locale. In questo scenario sono gli
animali da cortile, le verdure dell’orto, la cacciagione da pelo e da
piuma a farla da padrona. I piatti
rifiutano facili cerebralismi a favore di una coerenza complessiva
nel percorso: così i maltagliati
con sugo di caccia al timo limonato dialogano con i ravioli di tarassaco e lumache, il carré di cinghiale mele e zenzero con la beccaccia alla Santa Alleanza (con
farcia di fegato grasso e tartufo).
A livelli siderali, per assortimento e profondità di annate, è la
cantina. Ove magari andare a
scegliere un Bonnes Mares di
Georges Roumier: equilibrio
perfetto di acidità e mineralità,
tannino e polialcoli. Con il suo
rosso granato racconterà altre
storie, di altre terre, di altre fatiche, di altre battute di caccia.
Proprio mentre un cacciatore,
«al limitare di un bosco, segue un
gruppo immenso di fagiani…».
72
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013
ALBERTO C. AMBESI
GUIDO DEL GIUDICE
MASSIMO GATTA
DANIELE GIGLI
Alberto Cesare Ambesi (1931), scrittore e saggista, ha insegnato storia
dell’arte e semiotica all’International College of
Sciences and Arts e all’Istituto Europeo del Design.
Fra le sue opere si ricordano qui: Oceanic Art (1970),
L’enigma dei Rosacroce
(1990), Atlantide e Le Società esoteriche (1994), Il
panteismo (2000), Scienze, Arti e Alchimia (riedizione ampliata e rinnovata
di un precedente saggio,
Hermatena, Riola, 2007) e
le particolari monografie
Nella luce di Mani (2007) e
Il Labirinto (2008). È stato
critico musicale del quotidiano «L’Italia» e ha collaborato alle pagine culturali de «La Stampa».
Guido del Giudice, è
considerato uno dei più
profondi conoscitori della
vita e dell’opera di Giordano Bruno, cui ha dedicato
decenni di studi e ricerche,
coronate da importanti
scoperte. Numerose sono le
sue pubblicazioni, fra libri e
articoli. Nel 2008 ha vinto la
prima edizione del Premio
Internazionale Giordano
Bruno con il testo La disputa di Cambrai (Camoeracensis Acrotismus). Fra le
sue opere si ricorda anche
la prima traduzione italiana
della Summa terminorum
metaphysicorum. Dal 1998
cura il sito internet
www.giordanobruno.com,
punto di riferimento per
appassionati e studiosi di
tutto il mondo.
Massimo Gatta (1959)
insegna presso l’Università
Federico II di Napoli. Dal
2001 è bibliotecario presso
la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del
Molise dove ha organizzato
diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti
paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina
domenicale de «Il Sole 24
Ore» e al periodico «Charta».
È direttore editoriale della
casa editrice Biblohaus di
Macerata specializzata in
bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about
books), e fa parte del comitato direttivo del periodico
«Cantieri». Numerose sono
le sue pubblicazioni e i suoi
articoli.
Daniele Gigli (Torino,
1978) lavora nella conservazione dei beni culturali
come archivista documentalista. Studioso e amante
di T.S. Eliot, ne ha curato
alcune traduzioni, tra cui
quelle di The Hollow Men
(2010) e Ash-Wednesday,
di imminente uscita. Ha
pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e Presenze (2008) e sta attualmente lavorando al libro
Fuoco unanime. Scrive di
poesia e filosofia su «Studi
cattolici» e sul quotidiano
on-line «Il sussidiario».
LUCA PIETRO NICOLETTI
GIANCARLO PETRELLA
GIANNI PUGLISI
LUIGI SGROI
GIANLUCA MONTINARO
Luca Pietro Nicoletti,
storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia
e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un
editore italiano a Parigi
(Macerata 2014).
Sta ultimando un dottorato di ricerca presso
l'Università degli Studi di
Milano.
Giancarlo Petrella insegna discipline del libro
presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Si occupa di letteratura geografico-antiquaria fra Medioevo e Rinascimento (L’officina del geografo. La Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti e gli studi geografico-antiquari tra Quattro e Cinquecento, 2004) e
di storia del libro a stampa
fra Quattro e Cinquecento
in numerosi articoli e monografie (fra cui l’ultimo
L’oro di Dongo ovvero per
una storia del patrimonio librario del convento dei Frati
Minori di Santa Maria del
Fiume, 2012). Collabora
con il «Giornale di Brescia» e
con la «Domenica del Sole
24 ore».
Gianni Puglisi (1945),
professore ordinario di Letterature Comparate, è Rettore della Libera Università
di Lingue e Comunicazione
IULM. Innumerevoli, fra monografie, testi, articoli e presentazioni, sono le sue pubblicazioni. Dirige numerose
collane con le più prestigiose case editrice italiane. È
Presidente della Commissione Nazionale Italiana per
l’UNESCO, della Fondazione
Sicilia (già Fondazione Banco di Sicilia) nonché Rettore
dell’Università degli Studi
“Kore” di Enna. Fra i suoi altri
incarichi: è Vice Presidente
della Conferenza Nazionale
dei Rettori (CRUI) e Consigliere d’Amministrazione
dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana “G. Treccani”.
Luigi Sgroi (Milano,
1961) lavora in ambito artistico, interessandosi alle
“vie del corpo”. Spazia dal
teatro d’avanguardia, al
mimo classico, al buddhismo zen e, dal 1990, alle
varie forme dello yoga. Ha
insegnato per la Federazione Francese di Yoga, per
la Federazione Finlandese,
presso la quale tiene ancora oggi seminari di studio e
approfondimento, ed è
stato eletto, nel 2011, Presidente dell’Istituto Internazionale Ricerche Yoga.
Gianluca Montinaro
(Milano, 1979) è titolare di
contratto presso l’università IULM di Milano. Si interessa particolarmente ai
problemi interpretativi storici e letterari fra XV e XVIII
secolo e ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati
alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine
culturali del quotidiano «il
Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere
di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di
Guidobaldo II della Rovere e
Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia
nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012).
HANNO
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NUMERO
Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione
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