la Biblioteca di via Senato mensile, anno v Milano n.10 – ottobre 2013 SUL NOLANO Giordano Bruno e i Rosacroce di guido del giudice BIBLIOFILIA Il mistero dei libri di Castel Thun di giancarlo petrella LIBRO DEL MESE Martin Lutero. Il frate ribelle di gianni puglisi e gianluca montinaro EDITORIA Mondadori, editore a volte “non venale” di massimo gatta BVS: IL FONDO De Micheli e la scultura. Spigolature bibliografiche di luca pietro nicoletti Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO V – N.10/44 – MILANO, OTTOBRE 2013 Sommario 6 Sul Nolano GIORDANO BRUNO E I ROSACROCE di Guido Del Giudice 16 Bibliofilia IL MISTERO DEI LIBRI DI CASTEL THUN di Giancarlo Petrella 26 Editoria MONDADORI, EDITORE A VOLTE “NON VENALE” prima parte di Massimo Gatta 33 IN SEDICESIMO - Le rubriche LE MOSTRE – LO SCAFFALE – LA RIFLESSIONE a cura di Luca Pietro Nicoletti e Luigi Sgroi 50 Il libro del mese MARTIN LUTERO. IL FRATE RIBELLE PADRE DELLA GERMANIA di Gianni Puglisi e Gianluca Montinaro 57 BvS: Fondo De Micheli DE MICHELI E LA SCULTURA. SPIGOLATURE BIBLIOGRAFICHE di Luca Pietro Nicoletti 62 L’altro scaffale FRA LIBRI DI SCIENZE NATURALI E SCIENZE FANTASTICHE di Alberto Cesare Ambesi 66 Filosofia delle parole e delle cose LA FRANCHEZZA DELLA VERITÀ, LA CATTIVERIA DEL FALSO di Daniele Gigli 70 BvS: il ristoro del buon lettore IL CUOCO E IL CACCIATORE di Gianluca Montinaro 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Fondazione Biblioteca di via Senato Biblioteca di via Senato – Mostre Biblioteca di via Senato – Edizioni Presidente Marcello Dell’Utri - Mostra del Libro Antico - Salone del Libro Usato Consiglio di Amministrazione Marcello Dell’Utri Giuliano Adreani Fedele Confalonieri Ennio Doris Fabio Pierotti Cei Fulvio Pravadelli Carlo Tognoli Organizzazione Ines Lattuada Margherita Savarese Redazione Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Ufficio Stampa Ex Libris Comunicazione Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Segretario Generale Angelo de Tomasi Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Collegio dei Revisori dei conti Presidente Achille Frattini Revisori Gianfranco Polerani Francesco Antonio Giampaolo Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagine d’Arte - Milano Immagine di copertina Presunto ritratto di Giordano Bruno, Juleum - Bibliotecheksaal, Helmsted Stampato in Italia © 2013 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Editoriale D i Giordano Bruno tanto è stato detto. E altrettanto è stato scritto. A volte, in modo forzoso, è stato ricordato come martire del pensiero, indicato come vessillifero della riflessione laica, e addirittura adottato come esempio di contestazione al potere. Tracciare un profilo del personaggio che non tradisca né travisi il suo pensiero risulta oggettivamente complesso: non l’intero corpus delle sue opere è giunto a noi (alcune, come il Clavis Magna, il De multiplici mundi vita e il De principiis veri sono andate perse). Mentre altre, fra quelle che sono miracolosamente scampate alle fiamme dell’Inquisizione, presentano passi di ardua o ambigua interpretazione. Solo un approccio filologico, basato su una puntuale lettura contestualizzata, potrà forse aiutare ad affrontare i tanti modi irrisolti dell’universo bruniano. Per la Biblioteca di via Senato è un privilegio poter ospitare, nei propri fondi, molte delle prime rarissime edizioni, impresse sotto il diretto controllo del Nolano. Esse sono strumenti essenziali per la comprensione di Bruno e della sua filosofia. Perché, come mostra il documentato articolo di Guido Del Giudice su Giordano Bruno e i Rosacroce (pubblicato su questo numero del nostro bollettino), tanti ancora sono gli elementi da “scoprire”. Elementi da considerare con attenzione “liberale” e senza aprioristici convincimenti. Nella ricerca come nella vita. Così avrebbe gradito Bruno, nel rispetto della verità. Verità che ogni uomo dovrebbe con coerenza mai smettere di indagare. Gianluca Montinaro 6 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 7 Sul Nolano GIORDANO BRUNO E I ROSACROCE Un mistero svelato, fra magia, alchimia e filosofia GUIDO DEL GIUDICE L e ricerche finalizzate alla realizzazione della prima traduzione italiana della Summa terminorum metaphysicorum1 mi hanno consentito di illuminare un periodo di sei mesi della tormentata peregrinatio di Giordano Bruno (1548-1600) fino ad ora rimasto nell’ombra. Sono così emerse prove evidenti che confermano quel contatto tra il filosofo e un nucleo tedesco della confraternita dei Rosacroce, che in passato era stato soltanto ipotizzato2. Personaggio cardine della vicenda è il teologo alchimista svizzero Raphael Egli (1559-1622), il quale invitò il Nolano ad Elgg, nei pressi di Zurigo, nel castello del suo mecenate Johann Heinrich Hainzel, ufficialmente per tenervi un ciclo di lezioni di terminologia aristotelica. Sarà lui a pubblicare anni dopo, in due riprese, il testo di queste lezioni, col titolo di Summa terminorum metaphysicorum. Egli è un personaggio che è stato a lungo sottovalutato perché, in seguito ad alcune spiacevoli disavvenNella pagina accanto: presunto ritratto di Giordano Bruno, Juleum - Bibliotecheksaal, Helmsted. Sopra: Raphael Egli, in un’incisione del XVI secolo ture dovute alla passione per l’alchimia, si cautelò celando la sua copiosa produzione di testi alchemici e apocalittici dietro una nutrita serie di pseudonimi. Solo recentemente gli sono state attribuite una sessantina di opere, che hanno rivelato una sorprendente personalità intellettuale, punto di collegamento tra le correnti mistiche e alchemiche della Germania e della Svizzera italiana del tardo XVI e del primo XVII secolo. In esse egli spazia dall’analisi delle relazioni tra macro e microcosmo alla profezia paracelsiana del ritorno di Elia Artista, dall’interpretazione di simboli magici alle teorie rosacrociane. Fu anche l’autore, con lo pseudonimo di Filippo di Gabala, della Consideratio Brevis , pubblicata in Germania insieme alla Confessio fraternitatis, uno dei manifesti del movimento Rosacrociano, in cui fa riferimento alla “confraternita dei cristiani battezzati dal roseo sangue della croce di Cristo” come fonte di vera rivelazione. Probabilmente nel 1591 non solo la confraternita era già attiva in Germania, ma si trovava in una fase di reclutamento e Raphael Egli era un ideale candidato a diventarne un leader. Se è possibile che già durante il soggiorno zurighese 8 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Da sinistra: frontespizio della prima edizione della Consideratio brevis (1595); frontespizio della prima edizione della Summa terminorun metaphysicorum di Giordano Bruno (1595) del filosofo Nolano siano emerse suggestioni rosacrociane, è praticamente certo che Egli convogliò successivamente parecchi dei concetti assimilati durante la sua frequentazione bruniana nella dottrina dei Rosacroce, di cui in Germania fu un sicuro ispiratore. Il circolo di alchimisti di ispirazione paracelsiana in cui Bruno fu accolto come un maestro costituì molto probabilmente il nucleo fondamentale di quella setta di ‘Giordanisti’, che il filosofo si vantò in più di un’occasione, con i suoi compagni di cella nelle carceri veneziane, di aver fondato in Germania. Alla luce di queste nuove evidenze, si poneva il problema di stabilire se la frequentazione degli ambienti rosacrociani sia stata una tappa occasio- nale del movimentato itinerario filosofico ed esistenziale di Bruno, oppure lo sbocco evolutivo di precedenti contatti nell’ambito della confraternita. A tale scopo si è rivelato di estremo interesse l’esame di un manoscritto conservato nel fondo antico della Biblioteca Nazionale di Napoli, ben noto agli studiosi rosacrociani per le implicazioni sulla presenza, già nella prima metà del XVI secolo, di un nucleo di adepti nel napoletano. Si tratta di una collettanea di tre testi diversi: al resoconto di un colloquio in cui il pontefice Bonifacio VIII chiede al grande alchimista Arnaldo da Villanova ragguagli sulla pietra filosofale e ad una raccolta di esperimenti alchemici, segue un terzo documento intitolato Osservazioni inviolabili ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano da osservarsi dalli fratelli dell’Aurea Croce o della Rosa Croce precedenti la solita professione. Quest’ultimo è il più antico statuto rosacrociano ad oggi conosciuto, e in esso, cosa ancor più interessante, si fanno risalire “le strettissime leggi e patti” molto più addietro, addirittura agli anni 1542-43. Questa data corrisponde perfettamente alla fondazione a Napoli di un’accademia filosofica, ad opera dell’intellettuale viterbese Girolamo Ruscelli, il quale, proprio intorno al 1541, si trasferì dalla residenza romana del cardinale Grimani, in quella napoletana di Alfonso D’Avalos, marchese del Vasto. Intellettuale prolifico, curatore per l’importante editore veneziano Valgrisi delle opere di grandi poeti (Ariosto, Boccaccio, Petrarca), Ruscelli deve però la sua fama alla pubblicazione, con lo pseudonimo di Don Alessio Piemontese, di numerose raccolte di “secreti”, ricette di vario genere, a prevalente contenuto alchemico, che diventarono un vero e proprio best-seller dell’epoca, con decine di edizioni nelle principali lingue. Nel proemio ai Secreti nuovi di maravigliosa virtù, una riedizione pubblicata nel 1567, un anno dopo la sua morte, Ruscelli descrive la costituzione e l’organizzazione di un’accademia filosofica “secreta”, di carattere prevalentemente alchemico, nella provincia del regno di Napoli. Il “Principe e Signor della terra” cui egli fa riferimento è probabilmente Ferrante Sanseverino, principe di Salerno, alleato del D’Avalos, presso la cui corte, frequentata da molti intellettuali, trovò accoglienza e protezione. Il fallimento della congiura ordita nel 1552 contro il viceré Pedro Alvarez de Toledo, che determinò la caduta in disgrazia del principe, costrinse il Ruscelli ad abbandonare precipitosamente il reame di Napoli e a riparare a Venezia. Il manoscritto di Napoli, scritto interamente in italiano, apparteneva ad un certo Andrea Segura, in cui molti hanno voluto riconoscere Francesco Maria Santinelli, autore rosacrociano molto attivo nella città partenopea proprio in quel periodo, e proviene, insieme ad altri scritti alchemici, 9 dal convento di S. Domenico Maggiore, come riporta un catalogo redatto nel 17643. La biblioteca del convento conteneva una ricca sezione di testi esoterici, naturalmente proibiti, non soltanto per la sua funzione di controllo e censura, ma anche per il genuino interesse che dotti uomini di chiesa, a cominciare dai papi, manifestavano per i temi ermetici ed alchemici. Non fa meraviglia, dunque, che il giovane Nolano sia riuscito a nutrire la propria insaziabile avidità di sapere accedendo, sia pure di nascosto, ai testi di autori fondamentali della tradizione magico-ermetica, quali Paracelso, Cornelio Agrippa, Ermete Trismegisto e molti altri. Tra i frequentatori dell’accademia fondata da Ruscelli ci fu il giovane Giovan Battista Della Porta, la cui nobile famiglia era anch’essa sotto l’ala protettrice del Sanseverino. La Magia naturalis (opera presente nel vasto Fondo Antico della Biblioteca di via Senato, nella preziosa e rara prima edizione, stampata ad Anversa nel 1560 presso Christophe Plantin), che egli afferma di aver scritto ad appena 15 anni, potrebbe essere la trascrizione degli esperimenti realizzati nell’Accademia del Ruscelli. Qualche tempo dopo, intorno agli anni 60 del secolo, Della Porta fondò a Napoli l’”Accademia dei Segreti“ con il medesimo obiettivo dichiarato di voler testare ricette e ritrovati, i famosi “secreti” appunto, per stabilirne la reale efficacia. Si racconta che nel 1566, al ritorno da un lungo viaggio in Italia ed Europa, egli esaminasse tutti gli esperimenti della sua accademia, approvando solo quelli suffragati dall’evidenza dei risultati. All’epoca Bruno era da poco entrato come novizio nel convento di S. Domenico e più volte è stata avanzata la suggestiva ipotesi di un incontro con il Della Porta. Oltre all’interesse per argomenti come l’ars memoriae, la fisiognomica e la magia naturale, li accomunava l’ammirazione per la tradizione egizia. L’ambiente alchemico, pur ispirato da un panpsichismo telesiano a cui Bruno non era del 10 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Sopra da sinistra: lo statuto tedesco di “Sincerus Renatus”; le pagine del “manoscritto napoletano” (Biblioteca Nazionale di Napoli) con il riferimento agli anni 1542-43; a destra: il frontespizio e l’ultima pagina tutto estraneo, mai lo convincerà del tutto, anzi costituirà l’argomento principale, trattato con divertita ironia nel suo Candelaio (di cui la Biblioteca di via Senato conserva la preziosa prima edizione, impressa a Parigi nel 1582) ambientato in una Napoli, teatro di alchimisti beffati, scaltre cortigiane e abili truffatori. La definizione di “academico di nulla academia”, che il filosofo dà di se stesso nella commedia, potrebbe riferirsi proprio al proliferare di queste accademie segrete, che Bruno sentiva affini per formazione e interessi culturali, ma alle quali era “restio” ad aderire per spirito d’indipendenza e riottosità ad assoggettarsi ad una gerar- chia o ad un ordinamento. Una portata speculativa di più vasto respiro orientava i suoi studi in senso infinitistico, riservando all’Egitto ermetico, “culla fluviale di tutte le religioni”, il ruolo di civiltà favolosa “sedia e colonna del cielo”, depositaria di quel panteismo traboccante d’infinito da cui derivavano tutti gli altri culti. Nell’anno 1562, poco prima che il quattordicenne Filippo, della famiglia dei “Bruni” arrivasse a Napoli per studiare con i suoi primi maestri, quando fu demolito l’altare maggiore di S. Dome- 12 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Sopra: Napoli, affresco ritrovato nei sotterranei dell’antica villa di Giovan Battista della Porta (cortesia di www.napoliunderground.org) A destra: il frontespizio de I Secreti nuovi di maravigliosa virtù di Girolamo Ruscelli (1562) nico, per trasferire alle sue spalle il coro che si trovava al centro della Chiesa, sotto di esso fu ritrovata una lapide in marmo con otto versi che iniziano con “Nimbifer ille deo mihi sacrum invidit Osirim”. La lapide si trova oggi murata sul campanile di fianco al portone del Convento e proverebbe che l’attuale tempio di S. Domenico era in origine dedicato al culto di Osiride. L’ “Accademia dei Segreti” aveva due sedi, una per gli amici in città, nel palazzo dei Della Porta in Via Toledo vicino al Largo della Carità, e una privata in collina, nella villa detta delle Due Porte. Proprio nelle vicinanze di quest’ultima, recenti ritrovamenti di speleologia urbana hanno permesso di individuare ambienti sotterranei, in cui gli adepti dell’accademia tenevano le loro riunioni clandestine e dove si possono ancora osservare affreschi e iscrizioni che attestano la pratica di riti di natura ermetica. Tali cerimonie si collegano a quella tradizione egizia ben radicata a Napoli e risalente alle “colonie nilesi” di mercanti alessandrini, stabilitisi nel corpo di Napoli, proprio nella zona in cui Bruno visse gli anni della sua formazione e dove ancora oggi domina la statua del dio Nilo. Queste influenze ci aiutano a comprendere quell’importante componente di egizianesimo presente nel pensiero del filosofo, che portò la Yates a bollarlo come “mago ermetico”. ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 L’accademia filosofica di Girolamo Ruscelli e l’Accademia dei segreti di Giovan Battista Della Porta costituirebbero, dunque, le antesignane delle associazioni rosacrociane che il manoscritto di Segura del 1678 attesta essere attive a Napoli. L’esistenza nella seconda metà del XVI secolo di questo nucleo italiano del movimento è confermata dagli atti del processo cui fu sottoposto, nel 1676, dall’Inquisizione veneziana il gentiluomo di origine tedesca Federico Gualdi, accusato di praticare arti magiche. Le notizie che lo riguardano, al confine tra realtà e leggenda, gli attribuiscono il ruolo di adepto o maestro di una confraternita ermetica, la paternità di numerose opere di argomento alchemico, nonché un segreto che gli avrebbe consentito di prolungare la vita fino ai 400 anni di età! La documentazione relativa al processo, conservata presso l’Archivio di Stato di Venezia, attesta, comunque, senza ombra di dubbio l’esistenza in Italia di una Confraternita dell’Aurea Croce i cui comportamenti si conformavano alle regole riportate nel manoscritto di Segura4. Che l’Ordine degli Aurei Rosacroce sia un prodotto di importazione dall’Italia è confermato anche dall’analisi del primo statuto organico in lingua tedesca, che risale al 1710, anno in cui Samuel Richter, un pastore luterano a tendenza pietista, discepolo di Paracelso e Jacob Böhme, pubblicò in Slesia, con lo pseudonimo di Sincerus Renatus, le Gesetze oder Reguln der Brüderschafft des göldnen Creutzes (‘Leggi ovvero Regole della Confraternita dell’aurea Croce’). Esse non sono altro che la traduzione dei 47 articoli del manoscritto napoletano, che qui diventano 52. Le leggere differenze sono dovute per lo più al fatto che l’ordinamento della corrente italiana si mostra molto più ecumenico rispetto a quello tedesco, improntato nettamente in senso luterano, come del resto lo era stato il circolo di Elgg. Nello statuto, tuttavia, non si fa riferimento a Christian Rosenkreuz e ai manifesti originari dei Rosacroce, risalenti al 1614-1616 (Fama e Con- fessio Fraternitatis), bensì alla religione cattolica, all’imperatore, e all’uso della pietra filosofale, evidenziando la tendenza delle società più tarde a ricollegarsi al nucleo originario italiano piuttosto che a quello tedesco. Interessante notare che nei rituali di società esoteriche di fine ‘800 - primi del ‘900 il nome mistico del Magister, “Pedemontanus de Rebus”5 sembra richiamare quell’Alessio Piemontese (Alexius Pedemontanus), che è lo pseudonimo sotto il quale Girolamo Ruscelli pubblicò i Secreti nuovi di maravigliosa virtù. Alla luce di quanto detto, Giordano Bruno potrebbe essere stato il trait-d’union tra la tradizione associativa delle “accademie” italiane e le confraternite proto-rosacrociane tedesche. L’interesse di Egli e Hainzel, grandi collezionisti di testi alchemici provenienti da ogni dove, che lo andarono 14 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Sopra: Statua del dio Nilo (III secolo d.C.), Napoli, largo Corpo di Napoli. A sinistra: la lapide di S. Domenico Maggiore (Napoli) a prelevare a Francoforte, potrebbe essere stato dettato proprio dalla provenienza di Bruno da una realtà di estremo interesse come quella napoletana, la cui fama era di certo arrivata fino a loro. Se avevano contato su una sua militanza attiva, magari con un ruolo di Magister nel movimento, Bruno dovette deluderli. E’ comunque un fatto che suggestive componenti del suo pensiero, dall’egizianesimo alla teoria del macrocosmo e microcosmo, NOTE 1 Somma dei termini metafisici con il saggio Bruno in Svizzera tra alchimisti e Rosacroce, a cura di G. del Giudice, Roma, Di Renzo, 2010. 2 Cfr. Yates F. A., L’illuminismo dei Rosa-Croce, Einaudi, Torino 1976. 3 Cfr. Tommaso Kaeppeli. O.P., “Anti- costituiscono ancora oggi un riferimento costante della dottrina rosacrociana. Nel valutare queste analogie non bisogna però mai dimenticare il radicale anticristianesimo del Nolano. Per lui Cristo è soltanto un uomo, e a nessun uomo può essere attribuita una funzione intermediatrice che ognuno di noi già non possegga. Egli non accetta nessuna autorità umana nel relazionarsi ad un Dio del resto inconoscibile nella sua vera essenza. La genealogia dell’antica sapienza, per Giordano Bruno si arresta in Egitto. La sua strada e quella dei Rosacroce, dopo un comune cammino, divergono all’incrocio col Cristianesimo. che biblioteche domenicane in Italia”, Archivum Fratrum Predicatorum, Roma, XXXI , 1966, p.44. 4 Sarnelli P., Vita di Gio. Battista Della Porta Napoletano [1677], in G.B. Della Porta, Le zifere o della scrittura segreta, a cura di R. Lucariello, Filema, Napoli, 1996. 4 Cfr. Gualdi, Federico, Philosophia Hermetica, a cura di A. Boella, A. Galli. Roma, 2008. 5 Cfr. MacKenzie, Kenneth R.H, The Royal Masonic Cyclopaedia of History, Rites, Symbolism, and Biography, New York, 1877. ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 17 Bibliofilia IL MISTERO DEI LIBRI DI CASTEL THUN Una grande collezione e un enigma ancora da svelare GIANCARLO PETRELLA C hissà come doveva presentarsi la biblioteca dei conti Thun il 15 giugno 1858, quando a Castel Thun furono solennemente ricevuti l’arciduca d’Austria Carlo Lodovico e la consorte Margherita di Sassonia! All’epoca il conte Matteo II (1812-1892) era un raffinato aristocratico che ancora si divideva tra il cinquecentesco palazzo di famiglia di Trento (messo all’asta nel 1873 e ora sede del Municipio), i cui dispendiosissimi lavori di ammodernamento affidati all’architetto bresciano Rodolfo Vantini si erano da poco conclusi, e i soggiorni estivi nel castello avitoi. La passione per i libri era nata molto prima, come tradisce un’inaspettata lettera del 1829 (all’epoca Matteo era un liceale di sedici anni!) scambiata con un altrettanto giovane Giovanni Battista Carlo Giuliari (1810-1892), erudito veronese di solida cultura e futuro direttore della Biblioteca Capitolare di Verona. In essa il giovanissimo Matteo confessa di possedere una già cospicua collezione di incunaboli ed edizioni aldine: «alle edizioni del secolo XV e alle Aldine e a quelle de’ Giunti più volentieri mi attengo delle quali già ne avvi circa Nella pagina accanto: frontespizio di Leonardus Brunus Aretinus, Aquila volante, Milano, Antonio Zarotto, 9 aprile 1495. A destra: nota di possesso apposta su uno dei volumi già della biblioteca di Castel Thun: «ex libris comitis de Thunn Castri Thunn». 200, ben volentieri farei con Voi de’ cambi». 22 maggio 1865. Lettera di tutt’altro tenore. Il conte Matteo scrive alla figlia Antonia per trasmetterle istruzioni in merito alla vendita di alcune edizioni di pregio della collezione di famiglia: «Antonia carissima, ecco alcune memorie relative alla lettera Bludowsky: 1. il Quintiliano è conservatissimo meno il frontispizio che manca, crederei potesse meritare più di fiorini 40 et almeno fiorini 60; 2. il Missale del Giunta non è vendibile a nessun prezzo; 3. il Vitruvio tradotto in tedesco credo sia quello che alla fine ha la descrizione architettonica del duomo di Milano col disegno della pianta originale raro assai e non da cedersi per fiorini 20 ... Questo puoi riferire a Trento». Per far fronte a un grave dissesto economico causato da investimenti sbagliati, una gestione poco oculata e non da ultimo un troppo generoso esborso per finanziare la causa dell’Unità na- 18 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 A sinistra dall’alto: Caesar Gaius Iulius, Iulius der erste Römisch Keiser von seinem leben vnd Kriegen, Mainz, Johann Schöffer, [1507?]; Ex libris settecentesco dei conti Thun apposto al risguardo di parecchi volumi. Nella pagina accanto: Petrarca Francesco, Trostspiegel in Glück vnd Vnglück, Frankfurt/Main, Christian Egenolff, 1596 zionale, a partire dagli anni Sessanta il conte si era trovato costretto non solo a spogliare la propria dimora di mobili, suppellettili, dipinti e oggetti d’arte, ma a mettere mano anche all’amata biblioteca di famiglia, in uno stillicidio continuo di vendite a collezionisti e antiquari che ora salivano a Castel Thun esattamente come tempo addietro artisti, eruditi, scrittori e conoisseur italiani ed europei che frequentavano i salotti di Castel Thun e omaggiavano il conte e la contessa di pubblicazioni d’ogni genere. La missiva è evidentemente la risposta del conte a una proposta a lui diretta di cui non siamo però a conoscenza («Ecco alcune memorie relative alla lettera Bludowsky»). Vi si fa cenno a un interessamento per alcuni pezzi pregiati da parte di un certo Bludowsky, verisimilmente da identificare con l’antiquario veneziano barone Ugo Bludowsky. Matteo accenna alla possibile valutazione di tre volumi e detta i termini della trattativa, rilanciando la prima offerta ritenuta troppo bassa: un Quintiliano, probabilmente incunabolo a giudicare dal prezzo assai elevato, mutilo della prima carta e un Vitruvio in tedesco, da identificarsi quasi certamente con l’edizione del De Architectura, Strasburgo, in officina Knoblochiana, 1543, illustrata da circa 130 silografie discese dall’edizione in volgare a cura del Cesariano (Como, Gottardo da Ponte, 1521) tra cui, appunto, la prima pianta del Duomo di Milano. Di un messale dei Giunta, molto probabilmente uno dei messali in folio stampati per Lucantonio Giunta negli anni Novanta del Quattrocento, al momento il conte non intendeva però privarsi «a nessun prezzo». Un rilancio dell’offerta da parte del Bludowsky o di qualcun altro deve avergli fatto cambiare idea, dal momento che oggi del ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano Messale non v’è traccia in biblioteca! Nella seconda parte della missiva Matteo prende l’iniziativa e lascia trasparire la volontà di corteggiare il collezionista proponendogli «qualche più esteso affare» non solo in merito a incunaboli e cinquecentine, ma anche fra i volumi «più nuovi dei due secoli scorsi 1600 e 1700 specialmente francesi». La via «più breve e sicura», suggerisce alla figlia, sarà quella che «in estate quando sono in Castel Thun egli venisse a trovarmi lassù» per dare «una esaminata a tutta la biblioteca». Se poi quella visita avvenne e che risultati abbia sortito non sappiamo. Di certo però tutti i volumi cui si fa cenno in questa lettera oggi non figurano più nella collezione libraria di Castel Thun, la quale, peraltro, dal 1992 ha lasciato il castello per essere trasferita nei depositi dell’Archivio Provinciale di Trento. Ma è necessario dare al lettore una serie di informazioni preliminari. Ai piedi delle Alpi, a nord di Vigo di Ton (Tren- 19 to), in posizione strategica nella valle del Noce lungo una delle vie di collegamento fra l’Italia e il Nord Europa, si erge l’imponente struttura di Castel Thun2. Il maniero fu residenza fin dal XIII secolo della nobile schiatta dei conti Thun (ma il titolo fu acquisito solo a fine Quattrocento con l’acquisto del feudo di Königsberg), una delle più influenti casate aristocratiche del Trentino e del Tirolo, ramificata in diverse linee genealogiche e, a partire dal XVI secolo, nei due principali rami trentino e boemo3. Nel 1629 Cristoforo Simone Thun-Bragher, trasferitosi in Boemia, ottenne il feudo imperiale di Hohenstein e il titolo di conti dell’Impero. Numerosi gli esponenti negli alti ranghi della Chiesa, tra cui tre principi vescovi di Trento: Sigismondo Alfonso (vescovo dal 1670 al 1677), Domenico Antonio (17301748) e Pietro Vigilio (1776-1800), ultimo principe vescovo di Trento. Poi un lento ma inesorabile declino, complice la secolarizzazione del Principato e 20 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Sopra da sinistra: frontespizio assai malconcio di un pronostico astrologico tedesco per l’anno 1555 acquistato dai conti Thun: Christoph Stathmion, Practica auff da Iar MDLV, [Nürnberg, Herman Hamsing, 1554?]; legatura tessile con le iniziali del conte Matteo Thun un’incauta politica finanziaria che, come detto, costrinse il conte Matteo II Thun, raffinato ma sfortunato mecenate, ad avviare l’inesorabile alienazione del patrimonio, a cominciare dalle collezioni artistiche e librarie. L’archivio fu letteralmente smembrato e una metà nel 1879 passò in terra boema4. Nel primo Novecento anche il castello fu ceduto ai cugini boemi della linea Tetschen an der Elbe. Il conte Franz de Paula e sua moglie Maria Teresa Thun di Castelfondo vi si trasferirono nel 1926. Il figlio Zdenko (Praga 1901 - Castel Thun 1982) fu l’ultimo conte a dimorarvi sino al 1982. Infine, nel 1992, l’intero complesso fu acquisito dalla Provincia autonoma di Trento che ha provveduto a una lunga stagione di restauri e al trasferimento della raccolta libraria, o meglio di ciò che rimane (oltre 9.000 unità bibliografiche, tra monografie, opuscoli e periodici, editi dal XV al XX secolo), dalla sua sede originaria ai depositi dell’Archivio provinciale di Trento. A questo punto è possibile addentrarsi fra gli scaffali della biblioteca Thun. Manca purtroppo qualsiasi catalogo o altro strumento bibliografico anteriore al XIX secolo, che renda perciò ragione degli incrementi e dello status patrimoniale della biblioteca a una determinata altezza cronologica, ad esempio ante 1797, quando le truppe francesi di passaggio sottoposero l’arredo di Castel Thun a gravi spoliazioni sottraendo «canoni e spingarde ... i mobili più preziosi, le tappezzerie e gli arazzi delle camere» e forse non trascurando neppure la biblioteca. Ugualmente, nella seconda metà dell’Ottocento, quando il tracollo finanziario della famiglia costrinse Matteo Thun ad alienare un numero cospicuo di opere d’arte, non è da escludere che gli occhi Mindshare Italia Assago (MI) Viale del Mulino, 4 Roma Via C.Colombo, 163 Verona Via Leoncino, 16 +39 02480541 +39 06518391 +39 0458057211 www.mindshare.it www.mindshareworld.com 22 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Lettera di Matteo II Thun alla figlia Antonia datata 22 maggio 1865 riguardante la vendita di alcuni libri all’antiquario Bludowsky del Bludowsky e di altri collezionisti-antiquari si posassero anche su alcuni dei pezzi più pregiati della collezione libraria. Il sospetto viene innanzitutto a giudicare dal numero assai esiguo di edizioni quattrocentesche e ‘aldine’ sopravvissute rispetto alle circa 200 dichiarate dal giovane Matteo già nella lettera del 1829. Di quella raccolta non rimangono che quattro incunaboli e poche edizioni con la marca dell’ancora e delfino, tra cui la veneranda princeps 1502 degli elegiaci5. L’edizione più antica sopravvissuta è la versione in volgare del De imitatione Christi attribuito a Thomas von Kempen: De immitatione Christi et de contemptu mundi in vulgari sermone, Venezia, Bartolomeo de Zani da Portesio, 23 dicembre 14916. Lo scaffale degli incunaboli riserva soltanto altri tre titoli. L’Aquila volante falsamente attribuita a Leonardo Bruni (Milano, Antonio Zarotto, 9 aprile 1495) tradisce però al frontespizio, in bas de page, nota di «Joannis Albani Giovanelli a Gerspurg», probabilmente da identificarsi con Giovanni Albano Giovanelli di Gerspurgh, console di Trento nel 17417. È evidente dunque che l’incunabolo entrò a far parte della biblioteca Thun solo in seguito alla dispersione della biblioteca privata Giovanelli cui in origine apparteneva. Seguono, in successione cronologica, l’edizione miscellanea delle opere di Enea Silvio Piccolomini (Pius II) licenziata a Norimberga da Anton Koberger in data 17 maggio 14968 e la quarta parte dell’importante edizione dei Sermones di Gabriel Biel curata da Wendelin Steinbach (Tübingen, Johann Otmar per Friedrich Meynberger, 1499-1500)9, entrambe probabilmente ancora in legatura coeva in pergamena e in piena pelle con impressioni a secco su assi di legno. Non possiamo però accertare se davvero almeno questi due ultimi incunaboli facessero già parte della biblioteca rinascimentale o se siano stati acquistati solo più tardi. Qualcosa della biblioteca originaria sicuramente però sopravvive. Alludo a una preziosa miscellanea giuridica coeva con legatura originale di area tedesca in pelle di scrofa su assi di legno con impressioni a secco e data 1554 al centro del piatto anteriore che cuce assieme quattro edizioni giuridiche in tedesco tutte licenziate dall’officina di Christian Egenolff di Francoforte tra il 1551 e il 155310. Una nota datata 1593 al risguardo anteriore («Constantinus comes de Liechtenstanis ... Hercules Thonno dono dedit») rivela che il volume, che appare oggi il frammento più antico dell’originaria biblioteca di famiglia, fu donato da Constantin Liechtenstein, signore di Isera e Castelcorno imparentato con i Thun tramite il matrimonio con Eleonora, figlia di Cipriano Thun, a Ercole Thun (1561-1615), figlio di Vittore († 1572) e Maddalena von Schroffenstein († 1570). In seno all’attuale raccolta libraria è possibile ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano individuare un nucleo più consistente, sebbene anch’esso assai depauperato rispetto al fondo antico originario, di circa 120 edizioni del XVI secolo. Segnalo in particolare alcune edizioni, anche illustrate, d’Oltralpe (ancora con legatura coeva in pelle di scrofa su assi di legno) di storici classici in traduzione tedesca, probabile indizio dei canali di approvvigionamento librario della biblioteca dei conti Thun nel Cinquecento: Livius, Romische Historie, Mainz, Iohann Schöffer, 150511; Caesar, Iulius der erste Römisch Keiser von seinem leben vnd Kriegen, Mainz, Johann Schöffer, [1507?]12; Caesar, Commentaria, Basel, Thomas Wolff, 152113; Sallustius, Opera, Basel, Andreas Cratander, 152114; Iosephus Flavius, Iosephi des hoch berümpten und vast nutzlichen Historici Zwentzig bücher von den alten geschichten ... siben bücher von dem Iüdischen krieg unnd der zerstörung Hierusalem ... zwey bücher wider Appionem Grammaticum, Strasbourg, Baltassar Beck, 153515; Plutarchus, Graecorum Romanorumque illustrium vitae, Basel, Iohann Bebel, 153516. Della vantata collezione di edizioni manuziane non resta invece che una manciata di edizioni, oltre alla citata princeps di Catullo, Tibullo e Properzio: Suetonius, XII Caesares, Venezia, eredi di Aldo Manuzio e Andrea Torresano, 151617; Iacopo Sannazzaro, De partu virginis; De morte Christi lamentatio, Venezia, eredi di Aldo Manuzio e Andrea Torresano, 153318; Paolo Manuzio, Epistolarum libri XI, Venezia, Aldo Manuzio il giovane, 157319. Molto altro aveva radunato nell’Ottocento il conte Matteo, come tradisce un elenco fortunosamente sopravvissuto fra le carte d’archivio, non datato ma ancora di mano del conte, che trasmette, sotto l’inequivocabile intestazione «Elenco delle edizioni aldine da me possedute», un catalogo numerato, e cronologico, di 41 edizioni licenziate indifferentemente dai torchi di Aldo Manuzio e degli eredi. Vi si intravedono, fra l’altro, il Dante del 1502 («Terze Rime di Dante. Venezia 1502. Benissimo conservata. In 8. 252 fogli non numerati senza prefazione. Essa ha l’ancora aldina, almeno la mia copia»), le Familiares ciceroniane dello stesso anno 23 Sopra dall’alto: legatura tedesca datata 1554 apposta a un volume che raccoglie edizioni giuridiche tedesche appartenuto al conte Ercole Thun (1561-1615); nota di dono datata 1593 di Constantin Liechtenstein a Ercole Thun vergata al risguardo della raccolta di edizioni giuridiche 24 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 e il Sallustio del 1509, tutte ricercatissime prime edizioni. Si tratta prevalentemente di classici greco-latini (Catullo, Cesare, Cicerone, Claudiano, Floro, Giustino, Lattanzio, Livio, Lucano, Lucrezio, Orazio, Plinio, Properzio, Sallustio, Seneca, gli Scriptores Historiae Augustae, Svetonio, Tacito, Terenzio, Tibullo) che vanno per certi versi a completare l’immagine della biblioteca quale era fin qui possibile ricostruire solo attraverso i volumi effettivamente sopravvissuti. Nulla di questo ghiotto catalogo aldino, a parte l’edizione degli elegiaci, lo Svetonio del 1516 e l’edizione 1573 delle Epistolae di Paolo Manuzio, fa oggi parte della biblioteca di Castel Thun. Quale sia stato il destino di questa raffinata raccolta è domanda cui non si è riusciti finora a rispondere. NOTE 1 Sulla complessa figura di Matteo Thun, collezionista, studioso, attivissimo protagonista della scena culturale trentina del XIX secolo, si veda E. MICH, Matteo Thun mecenate, collezionista e «conservatore dei monumenti edili», in Giuseppe Maria Crespi e altri maestri bolognesi nelle collezioni di Castel Thun: il ciclo di Ercole dalla quadreria di Francesco Ghisilieri, Catalogo a cura di E. Mich; introduzione di E. Riccomini, Trento, Provincia autonoma di Trento – Bologna, Musei Civici d’arte antica, 1998, pp. 55-63; Arte e potere dinastico. Le raccolte di Castel Thun dal XVI al XIX secolo, a cura di M. Botteri Ottaviani et alii, Trento, Provincia Autonoma, 2007, p. 444; E. ROLLANDINI, Matteo Thun e le arti. Le collezioni, il palazzo e il castello attraverso il suo epistolario (18271890), Trento, Società di Studi Trentini di Scienze Storiche, 2008. 2 Omaggio ai Thun: arte e immagini di un illustre casato trentino, a cura di Lia Camerlengo - Ezio Chini - Francesca de Gramatica, Trento, Castello del Buonconsiglio, Anticipo in questo articolo, per il lettore de «la Biblioteca di via Senato», alcuni spunti di un ampio studio di prossima pubblicazione dedicato alla biblioteca di Castel Thun e al suo sviluppo storico. Per altri aspetti mi permetto di rimandare al mio recente “Continuatemi la grata vostra corrispondenza”. I Remondini, Giuseppe Pinamonti e la biblioteca di casa Thun in alcune lettere di primo Ottocento, «La Bibliofilia», CXV, 2013, pp. 327-370. Ringrazio la dott.ssa Lia Camerlengo che ha promosso il progetto di studio e valorizzazione della biblioteca Thun e il personale dell'Archivio Provinciale di Trento per la consueta generosa disponibilità. 2009; Castel Thun, a cura di Lia Camerlengo et alii, Milano, Skira, 2010. 3 M. NEQUIRITO, Nobili e aristocratici nel territorio trentino tirolese durante l’antico regime, in Interni di famiglia. Nobiltà e aristocrazia in Europa e in Trentino fra Antico Regime ed Età Moderna, a cura di C. Donati – M. Nequirito, Trento, Provincia autonoma, 2003, pp. 23-54: 23-31; M. BELLABARBA, La famiglia Thun di Castel Thun: note storiche, in Arte e potere dinastico, pp. 41-59; M. BONAZZA, La famiglia Thun, in Castel Thun, pp. 33-39. 4 S. FRANZOI – A. TOMASI, L’archivio e la biblioteca di Castel Thun, in Arte e potere dinastico, pp. 381-384; A. TOMASI, L’Archivio Thun di Castel Thun: cenni storici, profilo e linee di intervento, in E. ROLLANDINI, Matteo Thun e le arti, pp. 7-14 5 Catullus, Tibullus, Propertius, Venezia, Aldo Manuzio, 1502: EDIT16 C2330; EDIT16 CNCE 10356 (Trento, Archivio Provinciale = APTN, Biblioteca Thun, VII 281). 6 BMC V, p. 431; IGI 5132; ISTC ii00050000 (APTN, Biblioteca Thun, V 320). 7 IGI 2186; ISTC ib01233000 (APTN, Biblioteca Thun, IX 296). 8 BMC II, p. 442; IGI 7778; ISTC ip00720000 (APTN, Biblioteca Thun, II 639). 9 BMC III, p. 703; ISTC ib00662000 (APTN, Biblioteca Thun, XII 8). 10 APTN, Biblioteca Thun, XVII 77. 11 VD16 L2102 (APTN, Biblioteca Thun, IX 218). 12 APTN, Biblioteca Thun, IX 218. 13 VD16 C31 (APTN, Biblioteca Thun, III 15). 14 VD16 S1372 (APTN, Biblioteca Thun, III 191). 15 VD16 J970 (APTN, Biblioteca Thun, VI 113). 16 VD16 P3759 (APTN, Biblioteca Thun, IX 183). 17 EDIT16 CNCE 53872 (APTN, Biblioteca Thun, VII 416). 18 EDIT16 CNCE 27215 (APTN, Biblioteca Thun, X 230). 19 EDIT16 CNCE 27502 (APTN, Biblioteca Thun, VII 413). 26 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Editoria MONDADORI, EDITORE A VOLTE “NON VENALE” Sui volumi fuori commercio della Mondadori MASSIMO GATTA pur recenti, finiscono a volte nei cataloghi di vendita dei librai antiquari. – prima parte I volumi fuori commercio, compresi i giubilari editoriali, sono una vera e propria sfida bibliografica. Questi libri raramente sono presi in considerazione dagli studiosi di editoria, non sono riportati nei cataloghi editoriali e spesso sono assenti dalle biblioteche pubbliche: «[…] In quanto esclusi dalla vendita e prodotti in un numero ridotto di esemplari, sono materiali banditi dalle biblioteche pubbliche che tendono invece a concentrarsi in alta densità nei fondi privati, i quali in tal senso operano come salvaguardia di una porzione di storia editoriale e culturale novecentesca di cui altrimenti si perderebbero le tracce»1. Nel Novecento italiano solo una piccola parte di editori (in primo luogo Mondadori ed Einaudi2, più raramente Adelphi, Garzanti, Feltrinelli, Sellerio (con i volumi a tiratura limitata e fuori commercio, della collana ‘La civiltà perfezionata’), Archinto, Marcos y Marcos, Marsilio, Sperling & Kupfer) hanno pubblicato volumi fuori commercio, abbastanza ricercati dai collezionisti e che, sep- In questa occasione ci occuperemo di alcuni volumi fuori commercio e giubilari stampati da Arnoldo Mondadori, il maggiore editore italiano del Novecento, del quale nel 2007 si è festeggiato il centenario3; la stampa del giornale mensile «Luce! Giornale Popolare Istruttivo» avviene infatti nel 1907 ad Ostiglia, nella minuscola tipografia Manzoli: «Ho sotto gli occhi un gruppo fotografico stampato di recente sulla terza pagina d’un quotidiano: Arnoldo Mondadori a Ostiglia nel 1907 coi suoi redattori de La Luce. Sei brave persone, quattro adulti seduti, e dietro a questi due ragazzetti in piedi, molto seri entrambi, quasi accigliati, fra l’indifferenza o gravità dei maggiori»4. Arnoldo Mondadori aveva allora18 anni. Sulla Mondadori si è scritto tantissimo 5, disponiamo di un monumentale catalogo storico6, ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano presentato da Valentino Bompiani il 21 novembre 1983 alla Villa Comunale di Milano7, di un eccellente centro di studi come la «Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori» di Milano diretto da Luisa Finocchi8, deputato alla conservazione dell’archivio editoriale composto da svariati Fondi e da una ricca biblioteca9, editrice essa stessa di una serie di volumi dedicati ad aspetti del mondo editoriale10; è inoltre disponibile un importante volume di lettere del figlio Alberto che chiarisce molteplici aspetti della storia dell’azienda e del rapporto con gli autori11, insomma sembra proprio che al povero bibliografo “mondadoriano” non resti molto su cui scrivere. I volumi fuori commercio rappresentano una sorta di koiné editoriale con caratteristiche grafiche, tipografiche e contenutistiche peculiari; peccato che davvero pochi abbiano affrontato questo specifico settore dell’universo-libro che, come un fiume carsico, attraversa e intesse il tessuto stesso delle 27 case editrici, rivelandone spesso aspetti di notevole interesse. Si tratta in genere di volumi molto curati nei dettagli e nei materiali, offerti in omaggio e quindi senza ricavi economici per l’azienda, con elevati costi di produzione. La Mondadori è forse l’editore che, soprattutto negli anni Trenta, ha realizzato il maggior numero di questi libri celebrativi, spesso legati a particolari ricorrenze, anche private. Tutti si distinguono per una cura generale assai elevata, una tiratura limitata, anche se non indicata, e ovviamente una circolazione ristretta ai collaboratori e agli amici della casa editrice12. Nel 1938, in occasione del trentennale di fondazione della casa, venne pubblicato un magnifico e raro volume in-quarto stampato in nero, con rimandi tematici in azzurro sui larghi margini della carta a mano, tiratura limitata ma non indicata, con disegnata in copertina una semplice rosa ma senza il motto dantesco In su la cima che la renderà celebre, entrambe scelte da Francesco Pastonchi. L’idea della rosa gli era venuta nel ‘31: «Una rosa, accompa- 28 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 NOTE 1 Federica Depaolis, Tra i libri di Indro. Percorsi in cerca di una biblioteca d’autore, con un saggio di Marcello Staglieno, Pontedera, Bibliografia e Informazione, 2013, p. 57. 2 Per il quale rimando a Massimo Gatta, Einaudi sibi et amicorum. Storia portatile di una collana editoriale (1966-2011), a cura di Olga Mainieri, prefazione di Roberto Cicala, Macerata, Biblohaus, 2012. 3 Vedi l’ampio volume illustrato Album Mondadori 1907-2007, Milano, Mondadori, 2007; segnalo anche Libri e scrittori da collezione. Casi editoriali in un secolo di Mondadori, a cura di Roberto Cicala e Maria Villano, presentazione di Gian Carlo Fer- retti, Milano, I.S.U., 2007. 4 Marino Moretti, Il giovane Arnoldo, in Id., Il libro dei miei amici, Milano, Mondadori, 1960, pp. 327-342 [327]. Lo scritto fu pubblicato in prima edizione in Il cinquantennio editoriale di Arnoldo Mondadori 1907-1957 (vedi nota 21). 5 Segnalo almeno Enrico Decleva, Arnoldo Mondadori, con 43 illustrazioni, Torino, UTET, 1993 e Milano, Garzanti, 1998; ristampato nel 2007 dalla UTET ma, stranamente, senza alcun aggiornamento da parte dell’autore; Mimma Mondadori, Una tipografia in paradiso, Milano, Mondadori, 1985, ristampa Milano, CDE, 1986 con simpatica sovraccoperta disegnata da Paolo Guidotti, il libro è stato ristampato nel 1988 negli Oscar con una prefazione di Giovanni Raboni; Cristina Mondadori, Le mie famiglie, a cura di Laura Lepri, Milano, Bompiani, 2004; Claudia Patuzzi, Mondadori, Napoli, Liguori, 1978; Franco Bechis, Sergio Rizzo, In nome della rosa, Roma, Newton Compton editori, 1991, Nicola Tranfaglia, Il fenomeno Mondadori e l’industria editoriale, in Id., Editori italiani ieri e oggi,Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. 51-60. Un bel ritratto-ricordo di Arnoldo Mondadori è quello scritto nel 1951 da Indro Montanelli, Arnoldo, ora in Id., Incontri italiani, Milano, Rizzoli, 1982, pp. 133-144. Laura Nicora ha di recente tracciato un profilo storico della Mondadori (che s’interrompe alla morte del fondatore) diviso in tre parti: Ostiglia, «Wuz», n. 1, ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 gnata da un motto che ne segue, ora da destra ora da sinistra, la flessuosità del gambo, evitandone le spine: In su la cima, vi è scritto, e sostituisce la vecchia massima latina Semper et ulterius progredi»13, che campeggiava nella prima, celebre sigla col puttino lettore con ali di farfalla, disegnata nel ‘13 da Antonio Rubino (in seguito da Duilio Cambellotti e dal ‘24 da Giulio Cisari, il quale sarà artista centrale per le copertine mondadoriane14) per la prima Collana de «La Lampada», diretta da Tomaso Monicelli di cui Arnoldo aveva sposato, lo stesso anno, la sorella Andreina15. Mentre la sigla della Bibliotechina de “La lampada” era opera di Filiberto Scarpelli16. A Rubino si deve inoltre la direzione del giornalino Topolino della Disney, da cui Mondadori ottiene nel ’35 l’autorizzazione a stampare le Silly Simphonies a fumetti. Anche la Nerbini, di fronte a una considerevole offerta economica, cede all’editore lombardo i diritti per Topolino, il quale fece il suo debutto mondadoriano l’11 agosto ‘35 col numero 137. L’elegante volume per il trentennale editoriale, come si legge in apertura, è dedicato ad Arnoldo Mondadori da parte dei “fedeli collaboratori, gli au- gennaio-febbraio 2004, pp. 10-17; 19211945, «Wuz», n. 2, marzo-aprile 2004, pp. 18-26 e 1946-1971, «Wuz», n. 3, maggiogiugno 2004, pp. 20-28. Mentre uno sguardo “politico” all’azienda mondadoriana è rivolto nel poco noto Mondadori per noi. Monopolio e classe operaia, Verona, Centro Studi Federlibro, Fim, Sism-Cisl, Bertani editore, 1974. Interessanti a tale proposito sono anche Oreste Del Buono, Le metamorfosi di Mondadori. Dal socialismo giovanile alla stagione fascista,«La Stampa», novembre 1993 e il recente Guido Bonsaver, L’editoria, a noi, in Id., Mussolini censore. Storie di letteratura, dissenso e ipocrisia, RomaBari, Laterza, 2013, pp. 36-56. Una preziosa testimonianza delle idee in campo editoria- le di Arnoldo Mondadori è contenuta nel suo Il libro e le sue finalità politiche, culturali ed economiche (1927), ristampato a cura e con un saggio di Manuela La Ferla (Un mestiere poco redditizio?, pp. 31-45), Roma, Millelire Stampa Alternativa, 1998, ediz. numerata, trattasi del resoconto stenografico della Lezione tenuta dall’editore la sera del 19 maggio del ‘27 all’Istituto fascista di cultura di Milano. Infine, ma più in generale, vedi Elisa Rebellato (a cura di), Mondadori. Catalogo storico dei libri per la scuola (1910-1945), Milano, Franco Angeli, 2008 e, sul piano iconografico, Valeria Palumbo, Mondadori. L’azienda? Una persona di famiglia, «L’Europeo», n. 5, 2006, ristampato in Le grandi famiglie industriali italiane. Sono ancora poteri forti?, «L’Europeo», a. V (2006), n. 6, pp. 128-139 e Giuseppe Grazzini, Arnoldo ha cent’anni, «Millelibri», n. 24, novembre 1989, pp. 40-46. 6 Catalogo storico Arnoldo Mondadori Editore 1912-1983, a cura di Patrizia Moggi Rebulla e Mauro Zerbini, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1985, 5 voll.; Catalogo storico Arnoldo Mondadori Editore 1984-1994, con una nota di Carlo Fruttero, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1996. 7 Valentino Bompiani, Il segreto di Arnoldo Mondadori, «Nuova Antologia», fasc. 2149, gennaio-marzo 1984, pp. 299-302. Ricordiamo che Bompiani era stato in gioventù segretario per qualche anno di Ar- 30 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 tori e gli amici” 17; segue un testo di Francesco Pastonchi già utilizzato per la pergamena consegnata a Mondadori il 21 aprile del ’25 per la sua nomina a Cavaliere del lavoro; mentre poco noto è il discorso tenuto da Mondadori il 7 maggio del 1959 in occasione del conferimento a Pavia della laurea honoris causa in Lettere, che anni dopo diede luogo alla stampa di una elegantissima e rara plaquette18, pubblicata in occasione del sessantesimo anniversario della Mondadori. Il nome di Pastonchi (Riva Ligure 1874-Torino 1953), oggi del tutto dimenticato, è figura topica nel primo periodo mondadoriano19. Nello stesso anno venne pubblicato un doppio giubilare che celebrava sia il trentennale che le nozze d’argento del fondatore con Andreina Monicelli20. Nel ‘57 viene invece pubblicato il giubilare per il cinquantennio mondadoriano, simile al precedente per eleganza, scelta dei materiali e dei ca- noldo Mondadori, al quale ha dedicato lo scritto Arnoldo (1929), ora in Valentino Bompiani, Via privata, Milano, Mondadori, 1973, pp. 31-41, ristampato negli Oscar Mondadori, 1992 [stessa paginazione]; di Valentino Bompiani cfr. ancora Il grande Arnoldo, in Id., Il mestiere dell’editore, Milano, Longanesi, 1988, pp. 93-98, Il grande Arnoldo fra le due gurre, in Editoria e cultura a Milano fra le due guerre (1920-1940), Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1983, pp. 14-20, Omaggio ad Arnoldo Mondadori. Discorso tenuto da Valentino Bompiani in occasione della consegna della medaglia bodoniana all’editore Arnoldo Mondadori 15 ottobre 1970, Parma, Centro Studi G. Bodoni [ma Verona, Stamperia Valdonega], 1970. Per la mostra delle edizioni mondadoriane alla Biblioteca Palatina di Parma cfr. Mostra delle edizioni Arnoldo Mondadori, promossa dal Centro Studi G. Bodoni, Parma, Biblioteca Palatina, 15-31 ottobre 1970 [catalogo della mostra]. 8 Cfr. Anna Mattei (a cura di), Il ruolo della Fondazione Mondadori. Intervista a Luisa Finocchi, «Libri e riviste d’Italia», a. II (2006), n. 2, marzo-aprile. 9 Sulla quale sono incentrate sia la tesi di Laura D’Ambros, La biblioteca della sala di consultazione della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. Catalogo e spunti di riflessione, rel. Luisa Finocchi, cor. Mariagrazia Arrigoni, Pavia, Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 19992000, che quella di Marcella Marzella, La biblioteca della sala di consultazione della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. Catalogo e spunti di riflessione relativi ai Fondi Giuseppe Bottai e Minardi-Candido, rel. Luisa Finocchi, cor. Maragrazia Arrigoni, Pavia, Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 2000-2001. 10 XXV° anno 1979-2004, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2005; Paolo Soraci, La memoria dell’editoria, «La Rivisteria», n. 5, giugno 1991, pp. 1618. 11 Alberto Mondadori, Lettere di una vita 1922-1975, a cura, e con un saggio, di Gian Carlo Ferretti (Alla sinistra del padre), Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1996. 12 Cfr. in generale Mondadori. Conversazione con Bruno Binosi, in Disegnare il libro. Grafica editoriale in Italia dal 1945 ad oggi, a cura di A. Colonetti, A. Rauch, G. Tortorelli, S. Vezzali, Milano, Scheiwiller, 1988, pp. 65-72; cfr. anche Aldo Colonetti, Gianfranco Tortorelli, Continuità e rinnova- ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 31 ratteri di stampa, contributi critici e apparato grafico generale, ma nel complesso molto più corposo del precedente21. Nel colophon si legge che venne composto con caratteri tipografici Pastonchi, il cui disegno fu commissionato dal letterato a Eduardo Crotti, professore alla Scuola Tipografica di Torino, e la cui fusione venne eseguita all’inizio dalla «Fonderia Nebiolo» di Torino e in seguito dalla «Lanston Monotype Corporation Limited» di Londra, della quale era consulente Stanley Morison22. Questo carattere tipografico è direttamente collegato alla storia della Mondadori: era questo, infatti, il carattere utilizzato per la collana ‘Raccolta Nuova dei Classici Italiani’, la cui direzione fu affidata nel ‘24 allo stesso Pastonchi, collana che però non ebbe futuro23. Lo stesso Pastonchi, per documentare il suo carattere, fece realizzare un raro volume di specimens affidato alle cure tipografiche di Giovanni Mardersteig e alla sua «Officina Bodoni»24, che ritroveremo, tra breve, entrambi legati a mento nella grafica Mondadori: intervista a Bruno Binosi, «Storia in Lombardia», n. 1, 1988, pp. 191-194. 13 Franco Bechis, Sergio Rizzo, In nome della rosa, cit., p. 7. 14 Purtroppo non esiste un repertorio specifico della produzione grafico-editoriale di questo grande artista; rimando pertanto al solo volume Ex libris disegnati da Giulio Cisari, Savona, Officina d’Arte, 1958. 15 La sigla editoriale si può vedere ingrandita in Libri e scrittori da collezione. Casi editoriali in cento anni di Mondadori, cit., p. [16] e anche in Paola Pallottino, Rubino “versus” Cambellotti. Vicende iconografiche della bibliotechina de “La Lampada” e della “Biblioteca dei ragazzi”, in Tra fate e folletti. Il Liberty nell’editoria per l’infanzia 1898-1915, Torino, Daniela Piazza editore, 1995. Il motivo iconografico del puttino con ali di farfalla ritorna nel 1917 in due cartelloni pubblicitari di Rubino, I saponi delle marche “Amore e Oliva” e Trigolina Evans, riprodotti entrambi in Depero e Rubino ovvero il Futurismo spiegato ai bambini ed il bambino spiegato ai futuristi, Milano, Mazzotta, 1999, pp. 114-115. 16 Utile per integrare il nostro dicorso è la tesi di Francesca Tezza, Marchi e collane editoriali: gli “Scrittori italiani e stranieri (Medusa)” tra storia della cultura e mercato, rel. Riccardo Fedriga, cor. Cristina De Maria, Bologna, Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1999-2000 e anche il recente Giovanna Zaganelli (a cura di), Letteratura in copertina. Collane di narrativa in biblioteca tra il 1950 e il 1980, Bologna, Fausto Lupetti, 2013. 17 Per il trentennio editoriale di Arnoldo Mondadori, introduzione di Francesco Pa- stonchi, Verona, Officine Grafiche Mondadori, 4 ottobre 1938. L’Indice SBN non localizza questo volume in biblioteche pubbliche, indicando la presenza solo del celebrativo per i 50 anni. 18 Discorso di Arnoldo Mondadori in occasione della laurea honoris causa in Lettere - Università di Pavia (7 maggio 1959), Verona, Mondadori, dicembre 1966; volume che non risulta localizzato in SBN. 19 Su Francesco Pastonchi rimando a Franco Contorbia, Carlo Carena, Marziano Guglielminetti, Ricordo di Francesco Pastonchi (1874-1953), con una nota di Benito Mazzi, Atti del Convegno di S. Maria Maggiore, 13 settembre 1997, Novara, Interlinea, 1997. 20 Per il trentennio editoriale e per le nozze d’argento di Arnoldo Mondadori VI ottobre XVI, Verona, Officine Grafiche Ar- 32 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Arnoldo Mondadori in un immagine degli anni ’60 doppio filo proprio ad Arnoldo Mondadori. Intanto ‘La Raccolta Nuova dei Classici Italiani’ diede vita nel ‘27 a un raro ed elegante Prospetto, stampato anch’esso fuori commercio in 300 copie numerate ad personam e 500 solo numerate, che ne testimoniava l’importanza filologica, editoriale e tipografica, con specimens applicati alle pagine, stampate su ottima carta a mano di Fabriano25. La collana venne affidata nel ‘33 a Francesco Flora, che la dirigerà fino al 1960.26 Fine prima parte. La seconda parte sarà pubblicata sul numero di novembre noldo Mondadori, 1938. Volume abbastanza raro, l’indice dell’ICCU ne localizza infatti una sola copia presso la Biblioteca Universitaria di Bologna. 21 Il cinquantennio editoriale di Arnoldo Mondadori 1907-1957, Verona, Officine Grafiche Mondadori, novembre 1957, stampato in 3500 esemplari fuori commercio “per i collaboratori e gli amici dell’editore”. Una nota avverte: «Il presente volume è stato compilato a cura dei diretti collaboratori di Arnoldo Mondadori». In copertina e al frontespizio appare, in azzurro, la celebre rosa col motto dantesco. In apertura lo scritto di Marino Moretti Il giovane Arnoldo (pp. 9-20) e quindi la suddivisione in capitoli: La produzione editoriale, La produzione scolastica, I periodici, Lo sviluppo grafico, Alcuni documenti dall’archivio. Il volume risulta più comune del precedente e l’indice dell’ICCU lo localizza in molte biblioteche pubbliche italiane. Cfr. anche Nadia Camera, Gli autori del cinquantenario della Mondadori: dediche, documenti, schede, rel. Anna Modena, Pavia, Università degli Stud, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1996-1997. 22 Non è questa la sede per ricordare le travagliate vicende legate alla produzione di questo elegante carattere di stampa e per il quale rimando a Massimo Gatta, Un letterato di carattere. I tipi di Francesco Pastonchi, «Charta», 34, maggio-giugno 1998, pp. 38-41. 23 Si veda in proposito Maria Villano, La “Raccolta Nuova dei Classici Italiani” di Francesco Pastonchi, in Libri e scrittori da collezione. Casi editoriali in cento anni di Mondadori, cit. pp. 228-241 [giustamente inserito nel capitolo IV Progetti naufragati]. 24 Francesco Pastonchi, The Pastonchi Face. A specimen of a new letter for use on the “Monotype”, introduzione di Hans Mardersteig, Verona, Officina Bodoni, 1928, stampato per The Lanston Monotype Corporation Limited (in 100 copie). 25 La Raccolta Nuova dei Classici Italiani. Fondata da Senatore Borletti diretta da Francesco Pastonchi, Milano, Mondadori, s.d. [1927], stampato in 800 esemplari, dei quali 300 ad personam. Questo volume è di una certa rarità: SBN lo localizza solo alla Biblioteca Sormani di Milano e alla Biblioteca di Filosofia dell’Università di Roma La Sapienza. Sulla poliedrica figura di Senatore Borletti (Milano, 20 novembre 1880 - 13 dicembre 1939), presidente della casa editrice Mondadori, fondatore nel 1918 de La Rinascente (nome fornito da D’Annunzio), finanziatore dello stesso poeta nella spedizione di Fiume, presidente della Snia Viscosa, sovrintendente del Teatro alla Scala e proprietario a Milano dei Magazzini UPIM che aprì nel ‘34 insieme a Brustio, rimando alla tesi di Gianluca Perondi, Senatore Borletti. Commercio, industria e finanza nell’attività di un imprenditore milanese, rel. Giulio Sapelli, cor. Enrico Decleva, Milano, Università degli Studi, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1990-1991. 26 Cfr. Maria Villano, I “Classici italiani” Mondadori sotto la direzione di Francesco Flora (1933-1960), «La Fabbrica del Libro. Bollettino di storia dell’editoria in Italia», a. XII, 2/2006, pp. 17-21; Ead., Francesco Flora e l’officina dei “Classici italiani”, in Libri e scrittori da collezione. Casi editoriali in cento anni di Mondadori, cit., pp. 71-110. ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO LE MOSTRE – LO SCAFFALE – LA RIFLESSIONE LA MOSTRA/1 ICONOGRAFIA E MEMORIA DELLA FORMA FERITA Ghinzani e la scultura “a luce radente” a cura di luca pietro nicoletti e sculture», scriveva un giovane Alberto Ghinzani in una breve dichiarazione di poetica «sono concepite, senza che ce ne accorgiamo, per essere collocate all’interno; difficilmente riescono ad imporsi agli elementi della natura all’esterno. Mai come oggi le sculture hanno bisogno di uno spazio definito con cui misurarsi». Quando scriveva questi brevi appunti, pubblicati nel catalogo del Premio Lissone del 1967, «L ALBERTO GHINZANI Presentazione di Sandro Parmiggiani MILANO, GALLERIA MARINI, VIA ANDREA APPIANI 12 3 ottobre - 30 novembre 2013 www.galleriamarini.it si trovava in una breve, anzi brevissima fase di collisione con le esperienze della Pop Art, che però sarebbero presto svanite lasciando poche tracce. Eppure, in quelle poche righe si ritrovano molti degli elementi utili a capire il lavoro che Ghinzani stesso avrebbe compiuto appena pochi anni più tardi quando, all’esordio degli anni Settanta, raggiungerà la prima stagione matura e connotata della propria ricerca. Quella stagione di cui rende conto la mostra della Galleria Marini, con una selezione di opere dal 1971 al 1987: due date che racchiudono una stagione cruciale del suo lavoro, di cui offre una penetrante panoramica, nel piccolo ma pregevole catalogo, Sandro Parmiggiani, cogliendo nel carattere e nell’opera dello scultore «il bozzolo tenace, non facilmente scalfibile, di interiorità che si cela dentro di lui, la perenne ritrosia, il desiderio latente di passare inosservato, di non imporre la propria presenza, di muoversi in silenzio». Il critico, infatti, mette a fuoco con sensibilità quella «epifania di una forma che nella sua mente già germoglia, che lui intravede e sviluppa nelle sue sculture – qualcosa che allude all’involucro che difende e preserva», sottolineando come «il vocabolario di forme di Ghinzani si sia venuto sviluppando, attraverso un processo che è quello della gemmazione e della ibridazione, dell’associazione e del contrasto: Sull'acqua, 1975, bronzo 50 x 74 x 20 cm 34 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Figura che si inoltra, 1984, bronzo 43,5 x40,5 x 20 cm forme quasi chiuse, steli, griglie quadrettate, archi, arpe, segni esili o spessi che vanno ad abitare lo spazio e si muovono secondo ritmi e cadenze che diventano presto la sua peculiare acquisizione». Accanto al desiderio di un accostamento al paesaggio, in quel testo si accennavano altri problemi che l’artista avrebbe coltivato nel cinquantennio successivo. Ghinzani era ben cosciente, e non poteva non esserlo che «una intuizione plastica non nasce mai disgiunta dal materiale in cui verrà realizzata», e che l’opzione di nuovi materiali e nuovi processi artistici si imponeva all’artista moderno come un’urgente necessità per uscire dalla gravità della statuaria. Era forte, nei suoi anni d’accademia, il monito di Arturo Martini che la scultura era diventata “lingua morta”, intendendo una certa idea della statuaria come monumento monolitico e retorico, distante dall’osservatore e quasi soverchiante: spettava proprio alla generazione di Ghinzani, quella degli scultori nati nel corso degli anni Trenta, trovare nuove coordinate e recuperare, al contempo, quei maestri del passato che per i loro padri artistici, maturati nel “gusto dei primitivi”, non potevano destare interesse. Si trattava dunque, con un occhio al passato e uno a quello che succedeva in un momento di rapido e bruciante cambiamento, di tenere insieme gli stimoli e i problemi che poteva porre il contatto con Alik Cavaliere, alla scuola di Marino Marini a Brera, e la riscoperta di Medardo Rosso: non è un dato di poco conto, a leggere i colophon dei vecchi cataloghi, incontrare il nome di Ghinzani, sulla soglia dei quarant’anni, fra i promotori della prima grande mostra, alla Permanente di Milano nel 1979, che per merito di Luciano Caramel la ricollocò Medardo Rosso nel suo ruolo di precursore della scultura moderna. E guardare a Rosso significava risalire la china di un’idea di forma plastica più intima, ma ricca soprattutto di sollecitazioni epidermiche e di idee per una fenomenologia della scultura: una scultura frontale, sensibile alla luce, fatta di segno e di materia, e capace di includere l’ambiente dentro di sé. Non andrà dimenticata nemmeno una felice intuizione del nostro scultore quando, introducendo una retrospettiva dell’amico Umberto Milani, affermerà che tutta la scultura del Novecento andrebbe guardata “a luce radente”: una luce che mette in evidenza le increspature, la materia più viva e più vicina alla propria vocazione di natura. Non poteva che nascerne una scultura di sensibilità quasi pittorica, tutta struttura, scarnificata fino all’osso. Sono le premesse utile per capire quanto la scultura di Alberto Ghinzani, di cui si ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano sono date le definizioni più varie nel corso del suo sviluppo (scultura “alluvionata”, “icone dell’assenza”, “frammenti di cose taciute”) si connoti soprattutto “per via di negazione”: se ne riesce ad enucleare una definizione, insomma, elencando quello che non è. La sua produzione, infatti, nega gli statuti di fondo della scultura o, meglio, della statua come organismo plastico e volumetrico: porta nella scultura un’inedita idea di “fragilità”, di una sofferenza anche della materia, traumatizzata, corrosa, per giungere a una poetica del frammento. In questo senso, la sua è l’opera che meglio si presterebbe a spiegare una linea di sviluppo della scultura “ferita”, insieme a Ghermandi, al primissimo Trubbiani e alla stagione informale di Agenore Fabbri: una scultura che non possiede un limite esterno come una crosta di volume impenetrabile, ma che anzi nega l’idea di un volume tattilmente percepibile per trasforsi in segno che al tempo stesso fende l’aria ma ne rimane ferito, che non avvicina la mano ma si lascia attraversare dallo sguardo, senza timore di mostrare le proprie piaghe come un corpo vivo e martoriato. D’altra parte, Ghinzani aveva vent’anni quando il Moma inaugurò la mostra su The new images of man (1959), che in copertina recava il secondo grande amore da includere nella sua mitologia personale: Alberto Giacometti, su cui aveva compilato la tesi di diploma d’accademia, a Brera, seguito da Guido Ballo. L’incontro con Stendardo, 1976, bronzo 102 x 60 x 25 cm l’opera di Germain Richier, che cominciava a circolare in Italia già alla metà degli anni Cinquanta, avrebbe fatto il resto. Ma a Ghinzani stava a cuore, come si è visto, il problema tecnico della scultura e delle sue possibilità di linguaggio, una volta emancipata dalla schiavitù del bronzo o del marmo, di materiali che avevano già una loro “storicità”: già nel testo del 1967, infatti, enunciava la possibilità di usare la resina industriale come medium artistico, che avrebbe però usato in chiave informale solamente 35 una quindicina d’anni più tardi. Già prima di approdare a quella via intermedia, in stretto dialogo con la pittura, costituita dalle resine degli anni Ottanta, dalle figure-ombre che si inoltrano nel paesaggio, infatti, Ghinzani aveva elaborato un proprio processo artistico che gli consentisse, come scrive sempre Parmiggiani, di «cogliere la bellezza segreta di cose dai più trascurate». Quelle cose vissute e marginali, anzi, non erano solo uno stimolo di cultura visiva, ma un vero e proprio elemento da prelevare e utilizzare per la costruzione 36 dell’immagine. L’idea che la scultura non dovesse essere fata necessariamente tutta d’un pezzo, in fondo, faceva parte della sua cultura visiva. L’artista stesso, in una conversazione del 2010, ricordava infatti, di un nonno artigiano che costruiva fisarmoniche, che ai suoi occhi si rivelavano, più che prodigi di tecnologia, dei corpi multiformi, compositi e polimaterici. Reinventando dunque il principio dell’assemblaggio e del riuso degli oggetti, infatti, Ghinzani riunisce materiali eterogenei ed extrartistici, prelevati dalla natura e dall’industria, per conferire effetti scabri e rugosi: basterà un velo di cera e un passaggio in fonderia per unificare quegli elementi, nel frattempo bruciati dal bronzo incandescente, per ottenere la scultura definitiva. Picasso, in questo, era stato un apripista, ma c’erano gli esempi più vicini di Cavaliere e Milani a offrire un suggerimento operativo. Ma l’uso che Ghinzani faceva di quell’assemblaggio andava in una direzione diversa dalla loro: rami e rovi, cordami e polistiroli o altre materie, infatti, non erano inseriti in quanto oggetti e per rimanere tali, ma diventavano strumenti base di un lessico astratto, fatto di steli e idee antropomorfe, in modo da circoscrivere un’idea del vuoto, uno spazio lasciato cavo da un’impronta invisibile. Questo non significava, però, che il ramo avesse perso la sua consistenza di ramo e il suo rimando a un mondo naturale: non aveva più il valore iconico e oggettuale delle mele di Cavaliere, ma manteneva la sua intima vocazione formale e una forte la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 allusione di natura. Un’allusione tanto forte che Carluccio, ricordato in catalogo, nel 1975 dirà che l’artista «evoca un paesaggio che è soltanto un fascio di muscoli lunghi, un fascio di nervi, un osso». L’artista stesso, proprio a questo proposito, mi diceva, sempre nel 2010: «con le steli volevo legarmi al paesaggio: dovevano essere degli oggetti che facessero da segnale, da simbolo dentro un paesaggio, e dovevano essere una sintesi di elementi di paesaggio. Mi ha sempre dato molto fastidio che allora questo venisse letto in rapporto al naturalismo di Arcangeli: io non ho mai guardato a questo, anche se la critica, e forse anche le gallerie che avevano le mie opere, cercavano di inserirmi in quel discorso. In realtà io ero interessato dai simboli della natura, che in qualche modo dovevano essere riuniti e legati a una struttura, a una immagine che facesse da contrappunto al paesaggio attorno. Non era quindi una imitazione ma una simbologia del paesaggio, una riduzione minima di elementi di paesaggio dentro una forma astratta». Ritorna, in queste parole, la stessa preoccupazione del 1967 di una scultura in dialogo con un ambiente, ma non per imitazione mimetica, quanto immaginando la natura come lo sfondo più adatto in cui la scultura, come un totem, dovesse immergersi (o risorgere) come un drammatico emblema esistenziale: un monito, insomma, in cui memoria e natura coincidono, per evocare quel grande assente, interiormente diviso e unidimensionale, che è l’uomo del Novecento. (l.p.n.) l rigore costruttivo di Lorenzo Piemonti non è soltanto un fatto formale, ma una scelta etica: di fronte al disordine, alla “imprecisione” del mondo moderno, la sua ricerca espressiva richiede un ordine, una I misura assolute come via di salvezza attraverso la ragione. Dentro la geometria, inscritto dentro un ordine stabilito, può esserci tutto, persino il movimento e, naturalmente, la musica. Ne dà conto l’antologica curata da Alberto Zanchetta al MAC di Lissone, ripercorrendo le multiformi espressioni dell’attività artistica dell’artista caratese, dalle opere in senso tradizionale alla grafica e ai multipli. Se si deve trovare una parola d’ordine per definire questo lavoro, si potrebbe parlare di “concretezza”, intendendo l’arte concreta nell’accezione di Kojeve e dell’astrazione geometrica: un’arte “concreta” in quanto non ha nessun referente esterno, ma che mostra la oggettualità del suo essere forma, colore, struttura e nient’altro che questo. Il figurativo, da cui pure l’artista era partito alla scuola di Viviani, presto gli ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 37 LA MOSTRA/2 IL COLORE “A REGISTRO” DI LORENZO PIEMONTI Una mostra antologica a Lissone era andato stretto: c’era il mestiere, ma non bastava più. Era la strada intrapresa da Max Bill, che poi frequenterà spesso durante un lungo soggiorno in Svizzera, a indicargli la direzione: la via che lo avrebbe condotto ad accarezzare le idee del movimento Madì, che predicava la necessità di un’arte non oggettiva, ludica, che uscisse dalla asfittica limitazione del quadro e si esprimesse tramite una grande gioia cromatica. Termini, questi, che potevano essere congeniali per l’austera ricerca LORENZO PIEMONTI. REGESTO CROMATICO A cura di Alberto Zanchetta LISSONE, MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA 14 settembre - 13 ottobre 2013 dell’artista intorno al colore e alla geometria pura. «Le deduzioni (e dedizioni) percettive di Lorenzo Piemonti» scrive Zanchetta «appartengono allo scibile del campo cromatico, sempre condiviso – in forma dialettica e diretta – con lo spettatore. Ogni modulazione, permutazione e relazione ritmica intende dimostrare un’interazione tra i colori primari e i suoi derivati, oppure per evidenziare i rapporti numerici e cromatici all’interno di un’articolazione ortogonale, e nel fare ciò l’artista raggiunge il massimo della sintesi per comunicarla con chiarezza e semplicità». L’approdo ultimo sarebbero stati i “cromoplastici”, opere a rilievo fatte per accostamento di parti: non più pittura in senso stretto, ma nemmeno vera e propria scultura, erano queste le opere di maggiore felicità cromatica dell’artista. Negando l’idea dell’opera fatta tutta d’un pezzo, quasi un implicito retaggio futurista, Piemonti si addentrava nella poesia della linea retta e il contrappunto della linea spezzata. Sopra: Momento, anni Sessanta, tubo in anticorodal (2), acrilico su tela, Collezione Intesa Sanpaolo. A sinistra: multipli D'angolo, 1969, sagome in cartoncino fustellato e colorate a spruzzo, dimensioni variabili. Nella pagina a sinistra: Progetto, 1979, tecnica mista su carta, 100x70 38 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 LA MOSTRA/3 BODONI TORNA A PARMA Omaggio al tipografo del secolo dei lumi a duecento anni dalla morte duecento anni dalla morte, Giambattista Bodoni (17401813) torna a Parma, coi propri preziosissimi libri e con il suo mondo di corti italiane ed europee del secolo dei Lumi. Lo stesso secolo delle inquietudini di Francisco Goya, ma anche di Anton Raphael Mengs, Angelica Kauffmann, Pompeo Batoni, Francois Gerard e di molti altri artisti già presenti nelle collezioni ducali tra cui Andrea Appiani, Antonio Canova, Bernardo Bellotto, Robert Hubert. L’omaggio all’artigiano editore più raffinato e conteso del suo tempo, dunque, si allarga a macchia d’olio al contesto, nelle tre sedi della mostra, per restituire lo spirito di un’epoca. Non sarà da dimenticare, tuttavia, che persino Napoleone volle personalmente A recarsi a Parma per rendere omaggio a colui che non riteneva solo il più sublime dei tipografi ma un artista assoluto. È proprio a “Bodoni, gli ambienti culturali e le corti” che è riservata una delle due sezioni della esposizione. Nella scenografia suggestiva di ambienti meno noti del Teatro Farnese rivivranno i suoi primi passi nella tipografia paterna della natia Saluzzo, quindi il trasferimento a Roma e il lavoro alla stamperia di Propaganda Fide. Successivamente l’approdo alla corte di Parma, tra le più “illuminate” ed internazionali nell’Italia frammentata dell’epoca. E da questo momento tutto muta: non è più lui ad andare a proporsi alle diverse corti europee ma sono re, papi e principi a recarsi a Parma, nella sua “Stamperia” BODONI (1740-1813) PRINCIPE DEI TIPOGRAFI NELL’EUROPA DEI LUMI E DI NAPOLEONE A cura di Andrea De Pasquale PARMA, BIBLIOTECA PALATINA, TEATRO FARNESE, GALLERIA NAZIONALE 5 ottobre - 12 gennaio 2014 per commissionargli o assicurarsi le sue ambite edizioni. Da Napoli vengono o gli inviano propri emissari prima i Borbone e poi Murat, altrettanto fanno i Borbone di Spagna e l’Imperatore, ovvero Napoleone in persona. Così come, da Milano, Eugenio Beauharnais ViceRe d’Italia e , con lui, l’ambiente culturale che aveva in Brera il suo epicentro. In tutto il suo percorso, oltre che dei potenti Bodoni era il riferimento per il mondo culturale ed intellettuale, di scrittori, pensatori, storici del calibro di Parini, Monti, De Azara, Alfieri e tanti altri: alla loro idee seppe dare non solo forma fisica, trasponendole in libri di grande eleganza e rigore, ma anche ampia diffusione. Sopra: Andrea Appiani, Ritratto di Bodoni, 1799, Parma, Galleria Nazionale. A sinistra: Cassette di punzoni bodoniani, Parma, Museo Bodoniano 40 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 LA MOSTRA/4 TRE INCISORI POCO “ORTODOSSI” Elvieri, Tagliabue e Toni a Milano TRE INCISORI “IMPURI”. VLADIMIRO ELVIERI, ARIANNA TAGLIABUE, MARIA CHIARA TONI Presentazione in catalogo di Patrizia Foglia SPAZIO OSTRAKON, VIA PASTRENGO 15, MILANO www.spazioostrakon.it 3 - 26 ottobre 2013 o Spazio Ostrakon propone nella sua sede in via Pastrengo a Milano tre maestri italiani dell’incisione contemporanea: Vladimiro Elvieri, Arianna Tagliabue, Maria Chiara Toni. Tre incisori impuri, recita il titolo della mostra. Impuri non alla Picasso, pittore-incisore, genio dell’assimilazione, ma alla Stanley William Hayter, incisoreincisore. Impuri in quanto la loro produzione è venata di tutti gli L apporti storici della ricerca calcografica, sperimentatori e innovatori dell’intero processo, dai materiali delle matrici ai passaggi al torchio. Ma soprattutto “impuri”, inquieti, perché al di là dell’impiego della rotella e la perforazione su Forex, con due matrici sovrapposte, tagliate e affiancate, la puntasecca su plexiglass, il gioco tra la superficie e il rilievo, la commistione di tecniche inclusa la stampa digitale eccetera, quello che essi cercano e vogliono rappresentare attraverso la loro arte è una verità umana non altrimenti esprimibile, per quanto li concerne, con i modi di una incessante ricerca calcografica. Che poi significa la ricerca di un personale linguaggio grafico, impuro perché non accomodato su una sintassi e una iconografia codificata. Alla magia. Il controllo del dettaglio, la precisione A. Tagliabue, Lost, 2011 stampa digitale e linoleografia del segno, la perfezione della messa a registro, concorrono a creare archetipi geometrici, spirali, labirinti, quasi mappe aeree di una fantastica Flatland, invenzioni di forme che si intersecano e stratificano dando luogo a morfologie luminose di straordinaria sintesi grafica e cromatica. Le opere in mostra, una selezione di quelle più recenti, sono circa dieci per ciascun autore. Da sinistra: M.C.Toni 2011 Tracce nel deserto, puntasecca, rotella, perforazione su forex; V. Elvieri, Godimento 2012 rotella, perforazione su forex 42 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 LO SCAFFALE Pubblicazioni recenti, fra libri, tomi e volumi di piccoli e grandi editori Paolo Orvieto, “Da Giuda a Manzoni. Personaggi inquietanti tra storia, religione e letteratura”, Roma, Salerno Editrice, 2013, pp. 208, 13 euro. Giuda e la Maddalena, Beatrice Cenci e Manzoni: sono alcuni dei personaggi che Paolo Orvieto (docente di Storia della critica presso l’università di Firenze) sottopone a una prospettiva ribaltata sui buoni e i cattivi della storia. L’autore s’interroga in maniera leggera ma puntuale sulla funzione e la natura di alcuni protagonisti scelti nell’arco millenario della nostra cultura e letteratura, mettendone in evidenza gli aspetti meno considerati o meno noti, per esaminarne le sfaccettature che una lettura unidimensionale spesso non permette di cogliere. Uomini e donne spesso bersaglio del tiro incrociato di colpevolisti e innocentisti, che ha manomesso l’esito della sentenza storica e morale. Sono personaggi dislocati in varie epoche, dalla Bibbia ai secoli a noi prossimi. Troviamo quindi: la figura di Giuda, in bilico tra il traditore o spalla di Cristo. La Maddalena, sospesa tra peccato e santità. La famigerata Beatrice Cenci, presunta assassina del padre stupratore che ha affascinato molti scrittori. Ma anche l’antifemminismo di Rousseau, la perfidia di Manzoni pessimo padre (lasciò morire la figlia Matilde senza andare a trovarla, lei che lo invocava), il Candido di Voltaire. Gian Luigi Beccaria, “Ritmo e melodia nella prosa italiana. Studi e ricerche sulla prosa d’arte”, Firenze, Olschki, 1964 (ristampa 2013), pp. 346, 22 euro. Sono stati i formalisti russi a introdurre il tema del «ritmo della prosa». Allo scadere degli anni Cinquanta, anni in cui Gian Luigi Beccaria (fra i più grandi studiosi di letteratura italiana) affronta l’argomento, quegli studi in Italia erano ignoti. Pur essendo evidente che la pagina di un Verga di un D’Annunzio o di un Pavese, al di là dei temi e del lessico, si distingue per figure ritmicosintattiche peculiari, mancavano strumenti adeguati che aiutassero gli studiosi a impostare analisi capaci di andare oltre il vago delle metafore musicali. Beccaria offre invece indicazioni di metodo e definizioni di concetti capaci di fornire delle linee guida meno impressionistiche: dopo aver descritto le principali strutture comuni alla prosa italiana, riesce a mettere in evidenza la componente ritmica dei testi di prosatori dell’Otto e Novecento, offrendo un primo modello per ulteriori indagini. Le articolazioni di intonazione e sintassi della prosa diventavano per la prima volta un fenomeno testuale che investendo problemi fonico-ritmici permettevano non tanto di connettere la fisicità dei suoni e le reazioni psichiche, ma di dare un apporto alla significazione, nei suoi intrecci di attesa e sorpresa, monotonia o rottura. Baruch Spinoza, “Compendio di grammatica della lingua Ebraica”, a cura e con introduzione di Pina Totaro, traduzione italiana e note di Massimo Gargiulo, Firenze, Olschki, 2013, pp. 220, 22 euro. Il libro propone un’opera poco conosciuta e un contributo allo studio del pensiero di Spinoza. Nel volume si pubblica infatti la prima edizione italiana del Compendium grammatices linguae Hebraeae di Spinoza condotta direttamente sul testo originale latino ed ebraico. Nell’Introduzione e nelle Note di commento vengono ricostruiti, esposti e discussi alcuni temi cruciali della filosofia spinoziana in relazione all’analisi del linguaggio, all’epistemologia, all’impostazione ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano metodologica e storico-critica, all’esegesi biblica e alla storia della lingua. “Regionis forma pvlcherrima. Percezioni, lessico, categorie del paesaggio nella letteratura latina. Atti del Convegno di studio (Palazzo Bo, Università degli studi di Padova, 15-16 marzo 2011)”, a cura di Gianluigi Baldo e Elena Cazzuffi, Firenze, Olschki, 2013, pp. 280, 34 euro. I quattordici studi del volume indagano le forme concettuali, le realizzazioni testuali e la costituzione di un lessico del paesaggio nella letteratura latina. I contributi sono firmati da filologi classici, geografi, filosofi ed ecologi; questo ha consentito di ampliare gli orizzonti interpretativi oltre i tradizionali confini retorici del locus amoenus/horridus e di problematizzare in modo efficace la tesi berquiana dell’«inesistenza» del paesaggio nel mondo antico. Lo «Zibaldone» di Leopardi come ipertesto. “Atti del convegno internazionale (Barcellona, Universitat de Barcelona 26-27 ottobre 2012)”, a cura di María de las Nieves Muñiz, Firenze, Olscki, 2013, pp. 516, 52 euro. Il volume narra e interpreta il cambiamento di prospettiva che negli ultimi decenni si è operato nella lettura dello Zibaldone di Leopardi. I lavori ivi raccolti s’ispirano quindi a un’idea reticolare e aperta del testo come rapporto dinamico tra la parte e il tutto e fra le sue singole parti. Di qui l’articolarsi dei contributi in cinque sezioni che seguono un tragitto circolare andando dal generale allo specifico per tornare poi a una visione d’insieme incentrata sui progetti di edizioni ipertestuali in corso, e aprire infine una finestra sulle forme storiche della sua ricezione. Alla complessità dell’opera corrisponde il pluralismo delle prospettive adottate, che congiungono poetica e filosofia, stilistica e retorica, linguistica e filologia, comparatistica e informatica. Paola Cattani, “Le Règne de l’Esprit. Littérature et engagement au début du XX siècle”, Firenze, Olschki, 2013, pp. 200, 23 euro. Quale ruolo politico e sociale la Repubblica delle Lettere di inizio Novecento attribuisce al letterato? Questo libro analizza come alcuni autori vicini alla NRF e che si attivano tra le due guerre in favore della causa europeista rivendicano il loro impegno richiamandosi talora alla nozione d’ascendenza simbolista di «regno dello Spirito», talora al modello agostiniano della «Città di Dio». Maurizio Burlamacchi, “Nobility, honour and glory. A brief Military History of the Order of Malta”, 43 Firenze, Olschki, 2013, pp. 86, 18 euro. Alla fine dell’XI secolo, mentre nella regione di Gerusalemme cristiani e saraceni si disputavano il controllo sulla Terrasanta, fra Gerardo Sasso decise di fondare un nuovo ordine monastico incaricato di gestire l’ospedale per pellegrini che gli era stato affidato. Ebbe così origine il Sovrano militare ordine di Malta, congregazione religiosa e cavalleresca che, attraverso una complessa vicenda di spostamenti - da Rodi, a Malta e infine, nel XIX secolo, a Roma - scioglimenti e rifondazioni, scontri e vittorie contro l’Impero Ottomano, continua tuttora a svolgere attività caritatevoli e assistenziali in tutto il mondo. L’autore ripercorre la storia dell’Ordine dai suoi avventurosi inizi fino ai giorni nostri, concentrandosi in particolare sulle vicende di carattere militare e aristocratico che lo videro protagonista. Ne scaturisce un agile compendio nel quale non mancano informazioni su aspetti o episodi meno noti ma non meno curiosi, senza tuttavia concessioni a derive romanzesche o impropri esotismi, utile a tutti coloro desiderino conoscere meglio la lunga vicenda dell’Ordine. L’autore è nato nel 1930 da una antica famiglia lucchese. Bibliofilo e collezionista è un esperto di incunaboli e altri libri antichi. Ha pubblicato un libro sulle antiche terme lucchesi e tenuto conferenze su argomenti storici. Nel 2006 è stato accolto nell’Ordine di Malta quale Cavaliere di Onore e Devozione. 46 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 LA RIFLESSIONE Ri-orientamenti occidentali. Il malinteso spiritualista e la cultura europea di luigi sgroi a da poco passato il secolo il momento storico da cui è partito un nuovo crescente interesse per l’Oriente da parte del laico Occidente. Fu infatti verso la fine del XIX secolo che dall’America, al “Parlamento delle Religioni “ di Chicago, partì quello slancio di nuovo interesse verso le religioni orientali che, da lì a qualche decennio, sarebbe divenuto prima un orientamento (teosofismo, antroposofia, interesse per i fenomeni psichici), poi un must, strumento di fuga dalla religione cattolica (movimenti on the road, cultura pop, new-age) e infine una H moda, una sorta di prodotto da centro commerciale della spiritualità (dalla fiera del biologico, allo zen contro lo stress). Nelle varie elaborazioni articolate che si sono succedute in quello che per antonomasia è stato il “secolo veloce”, o breve, il Novecento, una serie indefinita di interpretazioni e commenti sull’Oriente spirituale sono state messe a disposizione di ricercatori, lettori appassionati e curiosi dell’ultima ora. Il risultato di questa operazione mediatica e culturale è stato il crescente interesse per quello che in realtà non è stato un autentico ri-orientamento, ma per quello che l’Occidente contemporaneo ha voluto vedervi, spesso a scapito di studi seri e approfonditi e a favore di operazioni sincretistiche. Operazioni queste, tese a ricercare quel che serve a convincere se stessi di pregiudizi già preconfezionati e definiti, più che per conoscere realmente come stanno le cose. A parte il contributo legittimo e coerente di alcuni studiosi il cui operato è giunto al vasto pubblico solo di recente, normalmente quando si parla o si scrive oggi di filosofia o religioni orientali, (locuzioni anch’esse non prive di una certa contraddittorietà di contenuto) ci si arresta all’affermazione 48 triviale e di comodo che accontenti il curioso o si crede di avere capito tutto perché si citano (spesso a sproposito) centri coscienziali sottili, forze occulte serpentine, formule mutuate dalla fisica quantistica o dall’evoluzionismo. La cosa si aggrava quando alla voglia di stupire o all’ingenuità in buona fede, si sostituisce l’idea che Oriente significhi aver facile accesso alle droghe, praticare il sesso libero e trasgressivo, diventare buddista grazie all’amica del piano di sotto, fare un corso di illuminazione. In realtà ciò che l’Oriente intende trasmetterci è qualcosa di molto più semplice e allo stesso tempo molto più complesso di tutto ciò. È più semplice per quello che invece l’occidentale crede essere articolato e strutturato secondo i “suoi” schemi mentali, ed è la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 infinitamente più complesso per quel che riguarda le attitudini, il senso delle cose, l’approccio intellettuale, in senso ampio: lo stile. In breve, per quel che concerne la tradizione da cui dette cose hanno origine e che sfuggono alla logica commerciale e perfino sociale degli eventi. L’indù ad esempio, è tale per nascita, per elezione, e non per suo volere o aspirazione sociale o politica. Così l’orientale, sebbene meno colto dell’orientalista, veste più profondamente del secondo lo spirito autentico della tradizione perché la sperimenta e la applica naturalmente, involontariamente e quotidianamente. E mentre l’occidentale separa i saperi e li usa analiticamente nella vita quotidiana, l’orientale considera i saperi come sfaccettature integrate dell’unica realtà tradizionale. Crediamo dunque e forse non a torto, che l’occidentale abbia sì a guadagnare dal confronto più o meno consapevole con il modello tradizionale orientale ma, pena il fallimento del suo tentativo, sempre che di tradizione si tratti e con la possibilità che quest’ultima sia un elemento di rilancio verso quella che è la propria tradizione d’origine, di cui ogni popolo e ogni civiltà dispone in vari modi e in abbondanza, se la si cerca in spirito e verità. Infatti, il percorso verso una meta che abbia una qualsivoglia finalità spirituale, per quanto lungo e faticoso è, alla distanza, più fruttuoso di un accesso subitaneo a quella che si crede essere una verità farcita di pseudo-concetti e nomi altisonanti che spesso non sono altro che l’ennesimo gioco con cui l’Ego trattiene l’individuo dalla sua reale Emancipazione. La ricerca spirituale è ardua, lunga e rigorosa e richiede rinunce piuttosto che elargire gratificazioni. Solo il riferimento ad una tradizione autentica inverata da una lunga catena di maestri costituisce la prova e la certificazione che il percorso intrapreso è valido. L’uomo occidentale calato nella realtà di oggi è il più lontano dalla spiritualità così come le tradizioni ci hanno insegnato. E tuttavia proprio per questo e quasi per uno straordinario gioco di paradossi, i doni che riceverà, qualora dovesse conoscerne le molte manifestazioni, saranno maggiori di chiunque altro vi si sia cimentato nelle precedenti età e cicli storici. Sarà il compimento sublime di quel cammino perenne che da sempre ha reso l’uomo simile al divino. 50 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 Il libro del mese Martin Lutero. Il frate ribelle padre della Germania Una nuova biografia del fondatore della Riforma DI GIANNI PUGLISI D i una lunga serie di distacchi e avvicinamenti è fatta la storia dei rapporti fra la penisola italiana, rappresentata da Roma, e le terre tedesche. Amori e odii che risalgono fin ai tempi antichi quando, nel 9 d.C., nella foresta di Teutoburgo, l’aquila delle imbattute legioni romane viene sconfitta dalle tribù guidate da Arminio. Cassio Dione e Velleio Patercolo ricordano, nelle loro Storie, come fosse la cecità del governatore Quintilio Varo ad aprire la strada alla rivolta delle popolazioni germaniche e alla disfatta dell’armata imperiale. I Germani non apprezzavano i modi rudi della dominazione romana: Varo li trattava come sudditi arresisi alla volontà dell’invasore più che come provinciali in via di romanizzazione, non ponendo attenzione alcuna per i loro costumi e usi tradizionali. Incomprensioni di fondo che, da parte delle tribù tedesche, sfociarono presto in rancori e infine in aperta ribellione. Le conseguenze della sconfitta Sopra dall’alto: Gianni Puglisi e la cancelliera Angela Merkel (1954). Nella pagina accanto: Martin Lutero in una incisione di Wenceslaus Hollar (1607-1677) furono, per Roma, incalcolabili: Augusto, e tutti i suoi successori, rinunciarono al dominio permanente sulle regioni poste oltre il fiume Reno visto, da allora in avanti, come confine naturale della pax romana. A 1500 anni di distanza, la Storia sembra ripetersi. Ancora una volta la cecità di Roma. Ancora una volta la vessata gente tedesca. Ancora una volta incomprensioni e rancori. Ancora una volta un Arminio che raccoglie attorno a sé, per capacità ma anche “naturale sedimentazione”, il diffuso disagio di un popolo. Avrebbe voluto «scrivere di Arminio», questo nuovo “liberatore” dei tempi moderni, come giustamente ricorda l’autore di questo libro. Un novello Arminio che, senza corazza ma vestito di paramenti sacri, senza spada ma armato della sola parola, ha contribuito in modo fondamentale ad avviare l’ancora divisa e medievale Germania verso l’evo Moderno. E con essa anche l’Occidente tutto, puntualizzan- 52 do in modo definitivo, attraverso la rottura con la Città Eterna, la divisione fra la sfera religiosa e quella genericamente mondana. Si chiama Martin Lutero, questo Arminio. Un nome che ha scosso l’Europa e per il quale si sono affrontati, sul terreno della teologia, alcune fra le menti più illustri di questi ultimi cinque secoli. Ma anche un “vessillo” attorno a cui hanno combattuto e sono morti, sui campi di battaglia, migliaia di individui. Sul finire dell’Ottocento, Theodor Mommsen tracciò una precisa linea interpretativa (di stampo hegeliano) del “farsi” storico della Germania. Un lungo processo unitario che, prendendo le mosse da Arminio giungeva al cancelliere Bismarck, passando appunto per Martin Lutero. Identificando questa triade della nazione tedesca li consacrò non solo eroi nazionali ma numi tutelari della libertà germanica e del diritto di esistenza del Deutsche Volk. Di amori e odii si scriveva in principio. Tanto la passione di molti intellettuali tedeschi per il nostro Paese e la sua luce mediterranea quanto le divisioni fra guelfi e ghibellini, ovvero fra i sostenitori della supremazia dell’imperatore germanico sul romano pontefice, e viceversa. Tanto il contributo dato dalla Prussia ai primi passi dell’Italia unita (dalla battaglia di Sadowa alla successiva Triplice alleanza) la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 quanto i fatti tragici legati al II Conflitto mondiale. Ma ancora in tempi molto più recenti, ove la Storia lascia lo spazio alla cronaca, si è parlato di contrapposizione fra la Germania e alcuni Stati europei, definiti genericamente «del sud» dalla cancelliera Angela Merkel. Questa altalenante ciclicità nei rapporti, come notato da Gian Enrico Rusconi nel volume Estraniazione strisciante fra Italia e Germania? (Bologna, il Mulino, 2008), è da imputare a fondamentali differenze culturali che segnano approcci di volta in volta più o meno differenti alle questioni: analitici e articolati ma rigoristi e schematici (al limite della rigidità) dal lato tedesco, Gianluca Montinaro, “Martin Lutero. Il frate ribelle”, prefazione di Gianni Puglisi, Napoli, Edises, 2013, pp. 168, 9.80 euro intuitivi e sommari ma tolleranti e flessibili (al limite del lassismo) dal fronte italiano. Ma soprattutto, da parte tedesca, a uno spiccato senso nazionale che - nel bene e nel male - ha portato più volte all’assunzione di posizioni intransigenti, lungo una immaginaria linea “gotica” tesa a marcare la differenza fra il settentrione e il meridione d’Europa. Frutto e seme allo stesso tempo di questo spirito, nel quale lealtà, affidabilità e impegno sono ancora valori essenziali, è stato Martin Lutero. L’uomo che, più realista del re, ha portato alla frattura della cattolicità, in nome di una religiosità più viva, intima e profonda. Senza sconti o compromessi, neppure con Roma. Duro, inflessibile nel tenere le proprie posizioni: di fronte al suo gregge di parrocchiani come davanti agli inviati del papa e allo stesso imperatore Carlo V. Avrebbe potuto soccombere nello scontro, ma l’interiore, ferma convinzione di essere nel giusto lo sostenne: oltre tutto e oltre tutti. Forse, ancora oggi, è arduo esprimere sul riformatore di Wittenberg un giudizio che tenga conto di tutti gli aspetti della “questione luterana”. Tante le valutazioni da fare, tante le forze in campo, tanti i protagonisti, tante le possibili cause, innumerevoli infine le conseguenze. Ci può quindi aiutare questo libro ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 53 Sopra: Wittenberg in un'incisione del XVI secolo. A destra: Lutero in un dipinto di autore anonimo (1532) di Gianluca Montinaro che da un lato propone molteplici chiavi interpretative, lasciando però al lettore la possibilità di costruirsi un autonomo giudizio. Dall’altro, in modo piano, narra gli accadimenti. Sola strada storiografica possibile - questa - di fronte a un evento di portata epocale, perché come ci ricorda Renzo De Felice: «l’unico modo corretto per dare un giudizio interpretativo è scrivere la storia». Una sola domanda mi viene spontanea: è già il tempo di scrivere quella storia? Se guardo poi al presente mi rendo conto che sicuramente potrebbe aiutare a capire anche quanto va accadendo in questi giorni, in queste ore, magari non agli storici, che hanno bisogno di maggiore sedimentazione, ma forse ai politici d’oggi. A meno che non sia chiedere proprio troppo! INTRODUZIONE di Gianluca Montinaro I l racconto della vita di un uomo, attraverso quegli avvenimenti salienti che ne scandiscono le tappe è stato, fin dall’antichità, uno dei metodi privilegiati per narrare i fatti della storia. Certo, la biografia ha un carattere doppio (additato come “limite” da alcuni storici) che risiede nella sua stessa natura, poiché in essa convivono costantemente l’intento narrativo e l’im- pegno interpretativo, patrimonio quest’ultimo dell’opera storiografica propriamente detta. Questo lavoro, che vuole essere un resoconto della vita di un uomo sul quale già molti volumi sono stati scritti, rispetta appunto il duplice risvolto della biografia, narrando e interpretando senza pregiudizi una figura attorno alla quale si sono combattute battaglie di religione e scontri teologici. Evocare il nome di Martin Lutero, frate agostiniano padre della Riforma protestante, significa affrontare un frangente storico, l’inizio del XVI secolo, denso di cambiamenti, sollevando inevitabilmente tante voci a sostegno quante critiche della sua opera e del suo pensiero. Va subito precisato che questo saggio non intende essere né uno studio teologico né un trattato di filosofia della storia. Si limita a narrare, nel modo più piano possibile, quei fatti - attraverso il filo rosso delle vicende 54 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Da sinistra: Otto Albert Koch (1866-1920), La battaglia di Teotuburgo (1909), Detmold, Landesmuseum; Martin Lutero in un'incisione della fine del XVIII secolo biografiche di Lutero - che portarono alla Riforma e alla divisione di parte della Chiesa tedesca da Roma. In effetti questo avvenimento, con le sue molte cause e conseguenze, andò oltre le aspettative e la volontà stessa di Lutero, il quale, nell’ultimo scorcio della sua vita, assistette quasi da spettatore allo snodarsi di quegli eventi che pur aveva contribuito a generare. Forse proprio in questo aspetto, da molti storici tralasciato, si può rintracciare una chiave interpretativa che renda ragione di quegli accadimenti. Tralasciando ogni possibile intento giustificazionista, si potrebbe allora dire che la Riforma (che, insieme all’Umanesimo, tanto ha contribuito a formare la coscienza dell’individuo nel mondo moderno) sia frutto, prima inconsapevole poi sempre più consapevole, del travaglio interiore dell’uomo Martin Lutero. Solo più tardi su queste riflessioni del tutto personali, instillate dalla paura del peccato e dalla necessità di trovare un senso all’esistenza, si sono innestati i fatti della storia: le rivendicazioni della piccola nobiltà tedesca e dei contadini, le ne- cessità di un imperatore e la paura dei papi, l’identità culturale di una terra divisa e i problemi della povertà e del bisogno delle classi sociali meno abbienti. Lutero tutto questo non lo sapeva o ne era consapevole solo in parte, ma in ogni caso non poteva prevederne la concatenazione futura e le conseguenze che ne sarebbero derivate. Tanto meno noi possiamo sapere se egli sia stato il protagonista di un copione già scritto ab origine dalla divinità o il pretesto dietro cui abbia agito il divenire della storia, secondo canoni di causalità e casualità allo 56 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Martin Lutero e Jan Hus in una incisione anonima del XVI secolo stesso tempo. Di certo sarebbe ingiusto imputare a Lutero la rottura dell’universalità del cristianesimo, dato che già era avvenuta la grande scissione della Chiesa orientale. Ma è solo grazie a Lutero e alla Riforma se, per la prima volta, la religione venne fatta rientrare nella sfera personale, divenendo una «cosa privata» e spingendo in tal modo il mondo occidentale verso la secolarizzazione. In questo senso permane valida l’accusa che alcuni teologi cattolici muovono alla dottrina luterana: gettare l’uomo nella disperazione. Accusa che, traslata, assume forza nel mondo contemporaneo, spesso dipinto come edonisticamente superficiale e solo interessato al perseguimento di un temporaneo piacere che lenisca la sofferenza di un’esistenza sempre più vuota. Se il fedele cattolico, grazie ai sacramenti, può sperare di essere nella grazia di Dio, il protestante, non disponendo di segni che possano far intendere una possibile salvezza, può solo sperarlo. Per contro quest’ultimo, a differenza del cattolico, può colmare il vuoto dato dal perenne peccato riempiendo la propria fede con la speranza della salvezza. Così, volendo riassumere la vicenda di Lutero in un solo concetto, si può affermare che tutto prende corpo attorno a un differente intendimento della fede. La declinazione avviene con l’affermazione del principio del libero esame delle Sacre scritture (ovvero secondo coscienza individuale, senza interpretazioni ufficiali dettate dalla Chiesa) e con il principio della salvezza per mezzo della sola fede (dunque senza pratiche di pentimento). Essendo il fedele a diretto contatto con Dio, ne discende il rifiuto della Chiesa quale istituzione universale di origine trascendente. Un colpo mortale a uno dei due poteri (quello spirituale) che avevano retto, per mille anni, l’Occidente. Ma di Lutero si dovrebbe inoltre sottolineare, oltre alla fervente devozione religiosa, la manifesta indifferenza ad ogni ambizione di carriera, come se il suo desiderio ultimo fosse solo quello di riportare la Chiesa alla religiosità dei suoi albori, per il bene universale, ma soprattutto della propria patria. E, per molti versi si può dire che Lutero sia stato per la Germania ciò che Dante Alighieri fu per l’Italia. Scuotendone l’identità l’ha avviata agli albori della coscienza nazionale. ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 BvS: Fondo De Micheli De Micheli e la scultura. Spigolature bibliografiche Disegni di scultori a Trezzo d’Adda DI LUCA PIETRO NICOLETTI N ella serie dei “Maestri della Scultura”, una costola dei più famosi “Maestri del colore” della Fabbri editori ideati da Alberto Martini, i numeri 109 e 110 sono dedicati alla Scultura del Novecento. Erano due fascicoli “connettivi”, cui si chiedeva di tirare le somme degli sviluppi essenziali della prima e della seconda metà del secolo, che facevano seguito a un cospicuo numero di profili monografici. Firmava entrambi i fascicoli Mario De Micheli, che già aveva compilato diversi profili di pittori per la collana del “colore”, mentre era apparso più sporadiLuigi Grosso, Zappatore, carbone e tempera su masonite, cm 50x70 58 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano camente nella serie degli scultori: prima di questi, infatti, aveva firmato un solo fascicolo monografico, e nemmeno dedicato a qualcuno dei suoi più noti cavalli di battaglia. Del tutto inaspettatamente, con uno sguardo retrospettivo, si scopre che a De Micheli era stato chiesto di scrivere il fascicolo numero 46 dedicato a Costantin Brancusi. Dello scultore romeno, De Micheli offre una lettura tutt’altro che formale: Brancusi, nella sua presentazione, è l’uomo fedele alla propria terra d’origine e alla sua tradizione rurale, con i suoi simboli e le sue forme; e se Parigi è stata un passaggio essenziale della sua formazione, non è venuta meno «una inestinguibile forza spirituale, che sta al centro del suo lavoro come un lievito, che ne determina intimamente il carattere, presiedendo allo sviluppo del suo linguaggio. Egli è dunque all’opposto di un “formalista”. Il suo desiderio costante è sempre quello di “svegliare la pietra” e “farla cantare per l’uomo”». Ma soprattutto, osserva il critico con ragione, «le suggestioni del folclore romeno non venivano a Brancusi unicamente dalla fonte delle leggende e del costume, gli venivano anche specificatamente dagli aspetti dell’arte popolare. È il metodo della semplificazione e della stilizzazione, tipico del folGiacomo Manzù, Serenata, litografia, cm 25x33 clore plastico romeno, che egli accoglie come base essenziale del suo procedimento creativo». Un aspetto popolare, dunque, sovrintende anche all’opera del mistico Brancusi: lo stesso stimolo di partenza, insomma, che De Micheli troverà parlando della scultura del mantovano Giuseppe Gorni e di altri. I due fascicoli riassuntivi sul Novecento, invece, possono essere visti come la testimonianza di un riconoscimento d’autorità capace di abbracciare con uno sguardo solo un arco cronologico e problematico notevole: è da questo punto, credo, che si può far cominciare la parabola critica di De Micheli nei confronti della terza dimensione, che avrà il suo culmine fra anni Ottanta e Novanta, con i due grandi volumi sulla scultura italiana dell’Ottocento e del Novecento (1992) per la Storia dell’arte in Italia UTET diretta da Ferdinando Bologna. una vicenda che ben si può seguire nell’ossatura della biblioteca del critico, per un certo periodo studiata e ospitata presso la Biblioteca di Via Senato e oggi trasferita presso la biblioteca di Segrate. Basta sfogliare l’apparato illustrativo di questi fascicoli per rendersi conto, più di quanto possa riscontrarsi nel testo, la netta predilezione da parte del critico per le istanze della scultura figurativa e per quelle inclinazioni espressionista più attente al 59 disagio della società moderna. Non è senza significato, in tal senso, che nel secondo di questi fascicoli ampio spazio, più di quanto non ne dedichi persino a Giacometti, sia riservato a Jean Ipostéguy: «nessuno meglio di lui», scriveva De Micheli, «è capace di cogliere il significato ossessivo dell’esistenza contemporanea, scoprendone insieme l’origine antica. Senza dubbio c’è in Ipostéguy una componente fatalista dell’ispirazione, c’è un irriducibile momento esistenziale che ne costituisce il costante sottofondo, ma c’è anche l’energia consapevole di una “sfida al fato” e c’è un’adesione totale al dramma che investe l’uomo d’ogni parte. È chiaro che Ipostéguy sta al fianco dell’uomo contro il fato, condividendone la sorte e difendendone con decisione la verità» La scultura del Novecento, dunque, è fra i temi ricorrenti di Mario De Micheli: un interesse che ha radici lontane, per quanto non remote, nella sua coscienza di interprete del tempo presente. Non si hanno riscontri, invece, di un interesse critico specifico, da parte sua, per l’attività grafica degli scultori. I numerosi fogli di amici artisti dediti alle arti plastiche, di cui l’Associazione culturale Arte a Trezzo propone una ricca e interessante esposizione alla Centrale Taccani di Trezzo sull’Adda (Il disegno degli scultori, a cura di Chiara Gatti, dal 5 al 20 ottobre) propone una ricca e in- 60 teressante esposizione, devono essere visti soprattutto come le tracce di una rete di rapporti amichevoli, come segni di stima da parte degli artisti. Il canone dei presenti e degli assenti, dunque, rende conto delle predilezioni personali, scevre di quei nomi che per dovere di cronaca non si potevano ignorare, ma che certo non ridestavano le passioni del critico, sebbene anche nella scrittura non sia difficile, spesso, percepire in che direzione andassero le simpatie e le antipatie estetiche. Pesò moltissimo, per esempio, il severo giudizio dato nella Scultura italiana UTET all’opera di Adolfo Wildt. Altrettanto, ma in senso contrario, contò il suo giudizio nello sdoganare Arturo Martini nel secondo dopoguerra, quando le ipoteche di collusione con il fascismo pesavano su una serena valutazione dei suoi meriti artistici: la sua introduzione alla prima riedizione del dopoguerra de La scultura lingua morta, pubblicata da Jaca Book nel 1983 (ma che seguiva una precedente edizione del 1963), non è senza significato in questo senso. Allo stesso modo, contò molto, per molti giovani scultori di allora, essere stati tenuti a battesimo da un testo di De Micheli. Dalla scrupolosa bibliografia compilata da Matteo Noja si constata che il primo scritto dedicato a due scultori, nel 1953, riguarda la presentazione di Alik Cavaliere la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 e Giancarlo Sangregorio, alla galleria Il Pincio di Roma. Il quella fase aurorale delle loro carriere, ovviamente, si presentarono come artisti di stretta osservanza figurativa. Per De Micheli i due scultori avevano il merito di non aver ceduto alle lusinghe dell’arte astratta, di non essersi fatti travolgere dalla moda dell’«espressionismo cubisteggiante» che si vedeva, per esempio, alla Galleria del Milione. Al contrario, De Micheli lodava in questi giovani, che erano usciti dall’Accademia senza essere mortificati da strane idee, ma pure con il bisogno di trovare una loro strada e i loro mezzi espressivi, la «preoccupazione per un uomo storicamente determinato, considerato nella sua concretezza, nella sua azione, nel suo specifico carattere sociale». Lette queste righe nella prospettiva di ciò che sarebbe avvenuto dopo, bisogna riconoscere che il critico milanese, in questo caso, si sbagliava: la via del realismo che i due artisti avevano preso con tanta evidenza e senza genericità di mezzi sarebbe stata presto abbandonata per ricerche che andavano in direzioni di tutt’altro segno. Limitandosi alle ricerche di quel momento, però, in effetti la loro scultura di allora poteva prestarsi a un discorso in cui confluissero l’attenzione verso gli ultimi, la frequentazione dei contadini e dei pescatori della bassa, della gente dei quartieri più poveri. Questo non gli impediva ovviamente di aprire il proprio ventaglio di possibilità critiche in più direzioni. Una ragione critica coerente con i propri assunti di partenza gli permetteva, ad esempio, di presentare un altro allora giovane artista, Alberto Ghinzani, ala sua prima mostra personale, alla milanese Galleria delle Ore, nel 1966. La scelta di questi verso l’informale, sulla scia di Umberto Milani ma con aperture di interessi europee, non impediva a De Micheli di sottolineare una interna tensione esistenziale di queste prime opere: «Ghinzani non si muove sul vuoto, non si esercita sulla trama del virtuosismo. Egli tira fuori le sue immagini con ostinazione da un fitto intrico di relazioni col mondo e con gli uomini. Sono immagini forti e contratte delle nostre difficoltà ad esistere nella struttura coercitiva della storia; sono immagini corpose e persino corpulente, anche quando sembrano e sono fantomatiche. Infatti non sono mai immagini di fantasmi, ma di tormentata presenza umana». Con lo stesso spirito, nel 1974, coglie con poche ed efficaci parole il senso del lavoro di un altro giovane: Valeriano Trubbiani. Dell’opera visionaria dello scultore maceratese De Micheli sottolinea, di concerto con quanto aveva scritto in precedenza Enrico Crispolti, l’origine artigianale dell’artista nella bottega di fabbro ferraio del padre, dato ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 61 Ipousteguy, Nudo, carbone su cartoncino, 40x60 che è «da questa prima scoperta tecnico fantastica tra il ferro e il fuoco dell’officina paterna» che tutto prende le mosse. Ma la perizia tecnica e la fedeltà a una scelta d’immagine non sarebbe sufficiente a rendere interessante il lavoro di Trubbiani: «ciò che distingue Trubbiani da tanti altri artisti, che come lui affrontano un uguale tema, è il fatto di riuscire a cogliere il momento irrazionale della tecnologia senza per questo distruggerne, nella enunciazione che ne fa, i termini di esatta e funzionale efficienza. In altre parole, Trubbiani, nelle sue metafore che hanno alla base l’invenzione di perfetti congegni meccanici, riesce a cogliere con evidenza quella che giustamente si può definire la ragione irragionevole della tecnologia». L’impegno, lo scavo nella crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, la partecipazione dell’artista allo stato di indigenza contingente dei meno fortunati, però, non devono far venire meno, nella vitalità della scultura, un accenno di poesia. Lo si comprende rileggendo alcuni passi della prima monografia di Marco Cornini, che nel 1997 aveva meno di trent’anni, mentre De Micheli ne aveva più di ottanta. La sua scultura in terracotta mostrava il «valore intramontabile del linguaggio figurativo che perma- ne e supera i tempi» senza esitazione a calarsi nel presente, a modernizzare l’iconografia della figura nuda con accessori moderni. Non era questo, però, che contava di più per il critico, come sembra anche poco importante, nelle sue parole, il ricorso alla policromia da parte dello scultore, o l’abilità nel costruire in terracotta figure dalle pose articolate e ben lontane dalla compattezza della scultura ottocentesca. Era più importante, per De Micheli, sottolineare che «è la vita che gli vibrava e gli vibra intorno che, sin dall’inizio, ha voluto rappresentare e lo ha fatto nel modo meno sofisticato possibile, con l’adesione totale al suo fervido flusso. Sono le immagini della giovinezza che ha continuato e continua a creare: immagini disinibite, libere da ogni pregiudizio; immagini fresche e immediate, modellate senza sforzo, come se fossero sempre modellate alla “prima”, come si dice». 62 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 L’altro scaffale Fra libri di scienze naturali e scienze fantastiche Piccole ma preziose proposte di collezionismo ALBERTO CESARE AMBESI N on c’è che l’imbarazzo della scelta, come suol dirsi. Le librerie antiquarie d’Italia, infatti, offrono con bella frequenza, da diversi anni, molti volumi di scienze fisiche e naturali, antichi e rari. Unicamente “curiosi”, in alcuni casi. Più spesso di non comune interesse, o sotto il profilo storico, o perché possono tuttora contribuire a disegnare l’attuale “stato dell’arte”. Esemplare, a tale proposito, il caso rappresentato dall’arciceleberrima Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et métiers, par une société de gens des lettres (curata da Diderot e d’Alembert), in quanto si tratta di un’opera che è stata letta e interpretata anche in modo difforme. E non senza ragione, poiché, in effetti, sussistono alcune difformità di orientamento concettuale nel contesto, sia degli iniziali sia dei più tardi volumi di aggiornamento. Non per nulla, vi è stato chi ha creduto di scorgervi, qua e là, la presenza di assunti illuministici non propriamente d’impronta razionalista. Anzi misticheggianti. Forse, non senza ragione, quando si pensi che i primi 28 tomi uscirono fra il 1751 e il 1772 e i cinque di supplemento, più due di tavole analitiche, fra il 1776 e il 1780… Anni di piena fioritura delle cerchie esoteriche in Francia e Germania. Monumento tipografico ed editoriale di grande fascino, nella storia della cultura occidentale, celebrato, o denigrato, anche trasversalmente, come si direbbe oggi, l’Encyclopédie conobbe subito una grande diffusione ed ebbe perfino una sollecita (presumibile?) versione elvetica, definita tascabile, malgrado che i 36 volumi di testo fossero in 8° (23,7 cm. di altezza) e i tre tomi riservati alle tavole possedessero un’eguale altezza, ma una larghezza maggiore di qualche centimetro. Siamo parlando, per la precisione, della edizione che, tra il 1779 e il 1782, sarebbe stata congiuntamente pubblicata da due tipografie di Berna e di Losanna e che - di recente - la libreria Bibliopathos di Verona ha offerto in vendita a dodicimila euro, trattandosi di un esemplare, in buone condizioni, che conserva rilegatura e titolo originali sul dorso. Ulisse Aldrovandi (15221605) fu un uomo tenace, un medico “controcorrente” e il caposcuola di un insieme di studi naturalistici, ora precorritori ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 A destra: Louis-Michel van Loo (1707-1771), Denis Diderot (1767), Parigi, Museo del Louvre. Sotto: frontespizio della prima edizione dell’Encyclopedie (Parigi, 1751). A sinistra: Konrad von Gesner in una incisione del 1587 di Nicolaus Reusner (1545-1602) dell’etologia e delle scienze ambientali, ora propensi ad accogliere le più ardite ipotesi, o dicerie, di criptozoologia. Perciò non stupisce che nel progetto e realizzazione di una propria estesa Istoria naturale, prevedesse l’inserimento di un volume dedicato alla fauna fantastica o mostruosa. Il che non escludeva, come già si è accennato - e non lo esclude neppure oggi che i suoi studi naturalistici, durati 45 anni, rivelassero ampiezza e profondità di conoscenze, per quanto con aspetti contrad- ditori, alle luce delle posteriori acquisizioni. Come testimonia in particolare il XII volume dell’opera citata, uscito postumo, a cura di Bartolomeo Ambrosino (Musaeum metallicum del 1648), imperniato sullo studio dei metalli e dei fossili, nel quale si trova per la prima volta introdotto il termine geologia, per indicare l’insieme delle scienze della Terra. Certo, l’eredità aristotelica risulta percepibile nell’impostazione filosofica del testo, in tutti i XIII volumi dell’opera (prima edizione uscita a Bolo- gna, 1559-1649, e completata a Francoforte, 1671) ed è altrettanto indiscutibile che unicamente i primi quattro volumi (tre di ornitologia e uno di entomologia) possono dirsi di esclusiva scrittura di Aldrovandi, essendo stati pubblicati nel 1599 e il 1604. Non è invece ben chiaro se debbano riconoscersi come autografi pure i testi del De reliquis animalibus exanguibus, editi nel 1606, grazie alla volontà della vedova. Più che sicuro, per converso, che il completamento dell’opera debba attribuirsi sia a 64 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 A sinistra: Ulisse Aldrovandi, nell'incisione di apertura del suo De ornithologiae (1599). Sotto: una delle tavole che adornano il Monstrorum historia (1642) di Ulisse Aldrovandi diretti allievi (Cornelio Uterverio e il citato Ambrosino) sia agli ideali continuatori dei suoi studi, nell’ambito botanico (Ovidio Montalbano). Comunque sempre sulla base dei numerosi e fitti appunti lasciati dallo scienziato. Basti rammentare, in proposito, che Giuseppe Montalenti, nel Dizionario Biografico degli Italiani (1960), nel contesto della voce dedicata a Ulisse Aldrovandi, volle segnalare che, nella biblioteca dell’U- niversità di Bologna, risultavano custoditi trecento volumi di manoscritti inediti di mano dello studioso. Dunque la preziosità dell’Opera basilare aldrovandina (l’Istoria naturale) è innegabile e le migliaia di illustrazioni, quasi tutte a piena pagina, che ne ornano lo svolgimento, mostrano di possedere un valore tanto artistico quanto scientifico, essendo per lo più di eccellente esecuzione. E’ quindi comprensibile come la prima ti- ratura di un simile trattato sia offerta dalla Libreria Antiquaria Mediolanum con un prezzo a richiesta, tanto più che si tratta di un esemplare sostanzialmente integro, di pregevole, coeva rilegatura e con difetti, o imperfezioni, del tutto trascurabili. Nel dettaglio. L’edizione comprende 13 volumi in -folio con altrettanti titoli, legatura uniforme in pergamena del secolo XVII, dorso rinforzato in pelle, tasselli, più recenti, recanti titoli in ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano oro; il testo è sempre chiaramente leggibile e soltanto il volume impresso a Francoforte presenta qualche segno di tarlo in alcune carte e una uniforme brunitura dovuta alla qualità della carta. Altrettanto ambizioso, l’anteriore Nomenclator Aquatilium…cum nomenclaturis singolorum Latini, Graecis, Italicis, Hispanicis, Gallicis, Germanicis, Anglicis…del medico e naturalista svizzero Konrad von Gesner (1516-1565). Un libro che si segnala tanto più volentieri, giacché l’esemplare offerto ha tutta l’aria di appartenere alla corposa Historia animalium, ma con una data di edizione (1560) che non collima con quelle ufficiali. I primi quattro volumi dell’opera erano stati difatti INDIRIZZO E RECAPITI LIBRERIA BIBLIOPATHOS Via Toti, 1 - 37129 Verona Tel. 045/592917 www.bibliopathos.com LIBRERIA ANTIQUARIA MEDIOLANUM Via del Carmine, 1 - 20121 Milano Tel 02/86462616 Fax 02/45474333 www.libreriamediolanum.com LIBRERIA DOCET Via Galliera 34/a - 40121 Bologna Tel 051/255085 Fax 051.25.50.85 e-mail: [email protected] pubblicati fra il 1551 e il 1558, compresi i tre supplementi delle sole illustrazioni, e il quinto, postumo, nel 1587. E’quindi probabile che qui ci si trovi in presenza di una sintetica estrapolazione (forse con varianti) di una minima parte del trattato suddetto. Ipotesi che appare 65 tanto più verosimile quando si consideri, da un lato, che il solo testo dell’Historia animalium comprende 4500 pagine, e che, d’altro canto, il Nomenclator, di cui si chiacchiera, non è ignoto alla bibliografia coeva. Le caratteristiche della copia, in vendita a cinquemila euro, si compendiano nella seguente scheda: formato in folio; recente rilegatura in pergamena; pagine (28), 274 (manca l’ultima carta, bianca). L’esemplare appare abilmente lavato e restaurato ai margini bianchi, lontani dal testo. Si nota un vecchio strappo riparato accortamente e che, comunque, non intacca il contenuto. Centinaia e tutte nitide le xilografie, anche a piena pagina, chiamate a integrare le nozioni esposte nella parte scritta. L’opera è proposta dalla libreria Docet di Loris Rabiti. BLOCK NOTES APPUNTI ELEMENTARI DI BIBLIOLOGIA terza puntata termini e le abbreviazioni impiegati in sede bibliografica sono per lo più uniformi, ma non mancano le opzioni dettate da consuetudini locali, o di “bottega”. Eccone un iniziale elenco, in debito ordine alfabetico e in parte coincidente con le indicazioni della libreria antiquaria Bergoglio Libri d’Epoca di Castiglione Torinese: I A.: autore AA.VV.: autori vari (ossia: più di due). b/n: in bianco e nero (con riferimento al tipo di illustrazioni). br.- bross. - brossura: legatura editoriale di carta o cartoncino. brunitura: scuritura della carta provocata dal tempo. cart.: legatura rigida di cartone. carta forte: carta di pregio, di buona qualità. col.: a colori. coeva: contemporanea all’epoca di edizione. cons.: conservato. cop.: copertina. d.: dorso, la parte della legatura compresa fra le due copertine. ed. - edit.: editoriale, originale. ediz. originale: prima edizione. es.: esemplare, copia del libro. estratto: opuscolo, fascicolo o brochure edito autonomamente, ma facente parte di un testo più ampio. 66 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Filosofia delle parole e delle cose La franchezza della verità, la cattiveria del falso È libero dal falso chi è libero dal male. Ma dal male si è liberati DANIELE GIGLI «F rancamente, che ne pensi?» Non occorre chiamarsi Paride per votare questa domanda come una tra le più in grado di atterrirci, tanta è la sua capacità di trascinarsi dietro una messe infinita di offese e rancori. Lo racconta con ilarità amara un passo del Misanthrope, dove - di fronte all’insistenza pervicace e un po’ di coccio del giovane cortigiano sonettista, che a tutti i co- sti vuole i propri versi da lui letti e giudicati - il Misantropo dapprima nicchia, mettendo in guardia il proprio interlocutore; quindi, sfibrato, affonda senza pietà il giudizio, rasoiando versi e versificatore. Ma non essendo normalmente dei misantropi, come affrontiamo noi – uomini né giusti né ingiusti sui quali comunque continua a piovere – la questione quotidiana della franchezza, del bisogno che più o meno scopertamente ne sentiamo? Una persona franca, normalmente, la definiamo così per la sua attitudine a dire ciò che pensa realmente, come dimostra l’accompagnarsi frequente dell’aggettivo con i quasi sinonimi «sincero», «leale», «schietto». Una persona franca, insomma, è nell’immaginario comune una persona libera. E qui ci addentriamo in un campo interessante, in ottobre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano A sinistra: Ambrogio Lorenzetti (1290-1348), Allegoria degli effetti del Buon Governo in Città (1338-1339), parete di destra della sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena. Sopra: Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Buon Governo (1338-1339), parete di fondo della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena. A destra: Eugène Delacroix, Torquato Tasso in manicomio, 1839, collezione privata cui i significati, come sempre, si intrecciano illuminandosi a vicenda. Se guardiamo all’etimologia della parola, infatti, vediamo che l’aggettivo «franco» deriva dall’omonima stirpe germanica, i Franchi, per i quali il nome che portavano significava propriamente «liberi». Del pari, sappiamo delle città franche che hanno attraversato gli imperi europei per lunghi anni: franche perché libere, in primis dai dazi – e ancora oggi qualunque compravendita prevede che la consegna sia franco venditore o franco compratore. Storie d’altri tempi e d’altri spazi, certo. Ma allora perché quando vorremmo essere franchi e non ci riusciamo ci sentiamo così strozzati? Perché ci sentiamo così prigionieri? Forse perché le parole non sono involucri vuoti e intercambiabili come tanto spesso ci piace pensare, ma nel mistero del loro suono portano anzi carne sangue e anni, e sudori e amori, odii e vendette. Forse, quindi, perché realmente sentiamo come il desiderio della franchezza sia inscindibilmente legato al desiderio della libertà. 67 Ed è forse per questo, e per un’interpretazione in diminutio del desiderio di libertà, delle forme che può assumere, che tante volte ci accontentiamo di identificare la franchezza con il parlare spiccio, col dire pane al pane e vino al vino. Salvo poi, dialogando con qualcuno che «parla spiccio», avere spesso l’impressione di trovarci davanti a una congerie di reazioni confuse, nel migliore dei casi, o all’ostentazione affettata di una presunta libertà da cui in realtà il nostro interlocutore è distantissimo. Che franchezza e libertà abbiano invece lo stesso etimo perché nutrite della stessa radice, della stessa anima, ce lo illustra bene un episodio tra i più noti della Commedia, nel quale ritroviamo una narrazione precisa e accogliente dei nostri moti d’animo ondivaghi, dei saliscendi emotivi con cui ci confrontiamo ogni giorno. Ci troviamo nel secondo canto dell’Inferno, appe- 68 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 Giotto di Bondone (1267-1337), Scene dalla vita di Cristo: l’arresto (Bacio di Giuda), 1304-06, affresco, Padova, Cappella degli Scrovegni na fuori dalla selva oscura, e Dante – che tra mille remore si è incamminato alle spalle di Virgilio – subito si arresta roso dai dubbi, incapace di vedere il termine della fatica in cui si sta imbarcando: «E qual è quei che disvuol ciò che volle/ e per novi pensier cangia proposta/ sì che dal cominciar tutto si tolle,/ tal mi fec’ io ’n quella oscura costa,/ perché, pensando, consumai la ’mpresa/ che fu nel cominciar cotanto tosta (Inferno II, 37-42)». Questa tendenza all’inazione noi moderni – ormai assuefatti a vivere il rapporto con l’altro come una giustapposizione – la ve- diamo e la viviamo quotidianamente, anche nelle cose più ordinarie. E come vale per l’agire, così vale per il parlare, perché ciò che intimamente e inconsciamente neghiamo con questa posizione è la natura dell’uomo come libertà e della libertà come rapporto. Quante volte, rosi dallo scetticismo, rinunciamo a quel cammino verso l’altro che è la parola, atterriti dall’idea che «tanto non potrà mai capire?» Quante volte non solo la franchezza, ma il suo stesso desiderio, finiscono seppelliti sotto il manto del «non vale la pena»? Perciò è rivoluzionario ciò che Dante suggerisce: che la franchezza non si possa darsi da sé, ma che occorra che sia data. Di fronte alle obiezioni di Dante, di fronte alle ragionevoli dichiarazioni di indegnità a tale cammino, che cosa oppone Virgilio? Dante conosce tutti i motivi per mettersi in marcia, ma in fondo teme ancora non ne valga la pena. Ha dalla sua ben più di una ragione cui aderire. E a cui aderisce, ma freddamente. Per questo, per spingerlo a riprendere il proprio cammino, per spronare la sua anima «da viltade offesa (Inferno II, 45)», Virgilio non ha altro mezzo che svelargli la meta. Quella meta, gli occhi di Beatrice, la cui intuizione libera il poeta dall’inazione, dai dubbi che lo ingombrano, rendendolo finalmente «persona franca»: «Quali fioretti dal notturno gelo/ chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,/ si drizzan tutti aperti in loro stelo,/ tal mi fec’ io di mia virtude stanca/ e tanto buono ardire al cor mi corse, ch’i’ cominciai come persona franca (Inferno II, 127-132)». Le parole giocano, si sfuggono e s’inseguono. Vediamo come chi è libero, chi lo è davvero, lo è sempre perché liberato. È un crinale sottile, ma essenziale. Di fronte a quale attesa certa possiamo oggi farci persona franca? Chi è per noi, oggi Beatrice? Chi, oggi, o che cosa, sarà capace di liberarci? Di farci finalmente vivere? MOMENTACT_168x216.indd 1 15/05/13 11:11 70 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 BvS: il ristoro del buon lettore Il cuoco e il cacciatore Al Symposium, fra storie di caccia e storie di cucina GIANLUCA MONTINARO «I l cacciatore era un punto nero in un campo di grano appena tagliato», fra stoppie gialle, mosse dalla brezza che sale dal mare. Quadrati che alternano, nella scacchiera del paesaggio, il verde dell’erba medica e il marrone cupo della terra arata, secondo una scala di tonalità tanto ampia quanto imprevista. Già, il paesaggio, ovvero le dolci colline marchigiane, che sempre si appoggiano ai davanzati blu del cielo e del mare. L’uomo, quel cacciatore di cui Carlo Cassola scrive nell’omonimo romanzo (che la Biblioteca di via Senato possiede nella prima edizione, stampata a Torino, da Einaudi, nel 1964), cammina il mondo, accompagnato dal suo fido bracco. Come Lucio Pompili chef-cacciatore che, insieme ai suoi cani, sempre attraversa i campi di ulivi e i vigneti di biancame, nella valle del Metauro fra Cartoceto e Serrungarina mentre «il tramonto saetta di rosso nel cielo, tramutando i resti del grano in steli marroni e, talvolta, un poco dorati». Il carniere di fagiani, pernici e galli forcelli finisce nelle cucine del suo Symposium 4 Stagioni, un ma- Ristorante Symposium 4 stagioni Via Cartoceto, 38 Serrungarina (Pu) Tel. 0721/898320 gnifico relais di campagna (d’impronta borgognona) che, per struggente bellezza, non ha rivali in Italia. Qui Lucio Pompili porta avanti con tenacia il suo progetto di cucina autarchica. Sostenitore di una visione sistemica del territorio, ha fatto del Symposium una piattaforma d’incontro fra natura, tradizioni, prodotti e produttori: un inno ai piaceri della tavola e ai tempi della riflessione. Cordialità e calore umano promanano da salotti e giardini: i divani, i camini, i tappeti, gli argenti e le immense vetrate che incorniciano splendidi spicchi di paesaggio aiutano ad accettare con gioia la «verità dolorosa: tutto finisce, niente dura». La cucina di Pompili percorre, con piglio moderno e padronanza della tecnica, suggestioni che giungono dai cinque continenti, portandole però a senso compiuto nella dimensione locale. In questo scenario sono gli animali da cortile, le verdure dell’orto, la cacciagione da pelo e da piuma a farla da padrona. I piatti rifiutano facili cerebralismi a favore di una coerenza complessiva nel percorso: così i maltagliati con sugo di caccia al timo limonato dialogano con i ravioli di tarassaco e lumache, il carré di cinghiale mele e zenzero con la beccaccia alla Santa Alleanza (con farcia di fegato grasso e tartufo). A livelli siderali, per assortimento e profondità di annate, è la cantina. Ove magari andare a scegliere un Bonnes Mares di Georges Roumier: equilibrio perfetto di acidità e mineralità, tannino e polialcoli. Con il suo rosso granato racconterà altre storie, di altre terre, di altre fatiche, di altre battute di caccia. Proprio mentre un cacciatore, «al limitare di un bosco, segue un gruppo immenso di fagiani…». 72 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2013 ALBERTO C. AMBESI GUIDO DEL GIUDICE MASSIMO GATTA DANIELE GIGLI Alberto Cesare Ambesi (1931), scrittore e saggista, ha insegnato storia dell’arte e semiotica all’International College of Sciences and Arts e all’Istituto Europeo del Design. Fra le sue opere si ricordano qui: Oceanic Art (1970), L’enigma dei Rosacroce (1990), Atlantide e Le Società esoteriche (1994), Il panteismo (2000), Scienze, Arti e Alchimia (riedizione ampliata e rinnovata di un precedente saggio, Hermatena, Riola, 2007) e le particolari monografie Nella luce di Mani (2007) e Il Labirinto (2008). È stato critico musicale del quotidiano «L’Italia» e ha collaborato alle pagine culturali de «La Stampa». Guido del Giudice, è considerato uno dei più profondi conoscitori della vita e dell’opera di Giordano Bruno, cui ha dedicato decenni di studi e ricerche, coronate da importanti scoperte. Numerose sono le sue pubblicazioni, fra libri e articoli. Nel 2008 ha vinto la prima edizione del Premio Internazionale Giordano Bruno con il testo La disputa di Cambrai (Camoeracensis Acrotismus). Fra le sue opere si ricorda anche la prima traduzione italiana della Summa terminorum metaphysicorum. Dal 1998 cura il sito internet www.giordanobruno.com, punto di riferimento per appassionati e studiosi di tutto il mondo. Massimo Gatta (1959) insegna presso l’Università Federico II di Napoli. Dal 2001 è bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. Daniele Gigli (Torino, 1978) lavora nella conservazione dei beni culturali come archivista documentalista. Studioso e amante di T.S. Eliot, ne ha curato alcune traduzioni, tra cui quelle di The Hollow Men (2010) e Ash-Wednesday, di imminente uscita. Ha pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e Presenze (2008) e sta attualmente lavorando al libro Fuoco unanime. Scrive di poesia e filosofia su «Studi cattolici» e sul quotidiano on-line «Il sussidiario». LUCA PIETRO NICOLETTI GIANCARLO PETRELLA GIANNI PUGLISI LUIGI SGROI GIANLUCA MONTINARO Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2014). Sta ultimando un dottorato di ricerca presso l'Università degli Studi di Milano. Giancarlo Petrella insegna discipline del libro presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Si occupa di letteratura geografico-antiquaria fra Medioevo e Rinascimento (L’officina del geografo. La Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti e gli studi geografico-antiquari tra Quattro e Cinquecento, 2004) e di storia del libro a stampa fra Quattro e Cinquecento in numerosi articoli e monografie (fra cui l’ultimo L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume, 2012). Collabora con il «Giornale di Brescia» e con la «Domenica del Sole 24 ore». Gianni Puglisi (1945), professore ordinario di Letterature Comparate, è Rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM. Innumerevoli, fra monografie, testi, articoli e presentazioni, sono le sue pubblicazioni. Dirige numerose collane con le più prestigiose case editrice italiane. È Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, della Fondazione Sicilia (già Fondazione Banco di Sicilia) nonché Rettore dell’Università degli Studi “Kore” di Enna. Fra i suoi altri incarichi: è Vice Presidente della Conferenza Nazionale dei Rettori (CRUI) e Consigliere d’Amministrazione dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana “G. Treccani”. Luigi Sgroi (Milano, 1961) lavora in ambito artistico, interessandosi alle “vie del corpo”. Spazia dal teatro d’avanguardia, al mimo classico, al buddhismo zen e, dal 1990, alle varie forme dello yoga. Ha insegnato per la Federazione Francese di Yoga, per la Federazione Finlandese, presso la quale tiene ancora oggi seminari di studio e approfondimento, ed è stato eletto, nel 2011, Presidente dell’Istituto Internazionale Ricerche Yoga. Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è titolare di contratto presso l’università IULM di Milano. Si interessa particolarmente ai problemi interpretativi storici e letterari fra XV e XVIII secolo e ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012). HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione