Fin dall'antichità il ruolo delle donne nella società intellettuale è stato
ritenuto inferiore rispetto al ruolo degli uomini e da una subalternità nei
confronti di questi ultimi.
In passato si evidenziano che in alcune culture come la società greca,
poi anche in quella romana le donne, oltre che a non godere di nessun
diritto politico o civile, erano anche ritenute incapaci di produrre lavoro
intellettuale.
Quindi l’unico mestiere che secondo gli
uomini, una donna poteva gestire alla
perfezione era quello dell’educatrice. Infatti le
donne molto spesso educavano le giovani
fanciulle a riguardo della loro futura attività di
moglie. La formazione delle giovani
interessava molto alle famiglie, ma era
finalizzata al ricoprire un ruolo sociale ben
determinato, quello della moglie colta,
raffinata, ma sempre subalterna al marito.
Non si trattava affatto di un
processo che avesse come il fine
ultimo l'autosoddisfazione o
l'autorealizzazione delle donne:
tutto avveniva in funzione di una
precisa strategia ben inquadrata
nella cornice esistente generate
dalla struttura gerarchia e dalla
mentalità dominante. Ci sembra
lecito affermare che l'attività delle
educatrici e delle prime tenutarie
di strutture che si ponevano come
obiettivo quello della formazione
delle giovani, non era affatto
quello di migliorare le condizioni di
vita e di stato sociale delle
ragazze, ma quello di insegnare
loro come comportarsi.
Tale comportamento doveva rispondere ai canoni di comportamento
voluto dagli uomini e dalla elites dominate. Poi nel medioevo la
condizione delle donne muta sensibilmente, grazie alla diffusione del
cristianesimo e del cattolicesimo fa si che si abbia una maggiore
attenzione verso il sesso femminile di cui si sottolinea non tanto
l'uguaglianza con gli uomini, ma soprattutto la dolcezza e il ruolo
materno.
È in questi anni che l'idea della donna come essere buono e incapace
di fare del male si diffonde e si afferma. Proprio in questo motivo si
spiega le punizioni e le pene per le donne, fino a tempi recenti, siano
diverse rispetto a quelle degli uomini. Diverse non vuole affatto dire
minori o più miti, ma semplicemente, ad esempio, che al posto del
carcere vi era la reclusione nei conventi. Inoltre si deve tenere
presente che fino a tempi recenti alle donne non veniva riconosciuta
una responsabilità giuridica.
Ma le donne, come gli uomini, possono essere anche criminali e,
seguendo la linea prima tracciata, bisognava spiegare l'origine di tali
fenomeni senza riconoscerne l'uguaglianza con il cosiddetto "sesso
forte". Vi era poi il problema di tutte quelle persone di sesso femminile
che avevano o assumevano comportamenti differenti dalle modi
comuni e le cui discrepanze nel modo di vita entravano in urto con il
sistema intellettuale dominante.
Per tutte queste persone, a cui si assoggettarono anche le donne che
soffrivano di disturbi mentali, venne creata ad hoc una nuova categoria
che, richiamandosi ad antichi miti e vecchie paure ancestrali
dell'umanità, servì da strumento di controllo (e di soppressione) per
ogni forma di devianza. Nacquero così le streghe e la caccia, una vera
a propria persecuzione, a tutte quelle che venivano ritenute, anche
con prove banali e stupide, tali. Fino alla Rivoluzione francese (1789)
la caccia alla strega con tutte le conseguenze del caso (da processi
per stregoneria al rogo per le povere vittime, senza, ovviamente,
dimenticarsi dell'uso della tortura!) fu diffusa in tutti i paesi e in tutti gli
stati, senza differenza di credo religioso o di sistema politico in uso.
La caccia alla strega era l'attività preferita in tutti i borghi e in tutte le
piccole città d'Europa: una specie di spettacolo per il fine settimana a cui
la popolazione assisteva con un misto di soddisfazione o paura.
Contrariamente a quanto molti pensano la sistematica eliminazione delle
streghe proseguì fino ai primi decenni del XVIII secolo quando in America
latina venne messa al rogo l'ultima donna.
Il ruolo intellettuale delle donne nel medioevo, però, era stato
caratterizzato anche da un grande numero di filosofe che, attraverso lo
studio della mistica religiosa, erano riuscite a penetrare nel campo della
filosofia, che fino ad allora era stato ritenuto un luogo solo e prettamente
maschile.
Nell'età moderna in molti paesi delle donne furono chiamate a ricoprire
ruoli primari alla guida dello stato in qualità di sovrane o più
semplicemente di sole reggenti.
Ma quello che ancora mancava al sesso femminile era la possibilità di
esprimersi e di attivarsi nel campo dell'attività intellettuale e culturale.
Neanche l'Illuminismo permise ciò in maniera maggiore di quanto era
avvenuta nei secoli passati. Anzi uno dei limiti del secolo dei lumi e
dei suoi protagonisti fu quello di non avere appreso a pieno la necessità
di affrontare la questione femminile senza i pregiudizi del passato.
La donna continuò, anche per tutto il XVIII secolo ad essere individuata
come capace solo di occuparsi di beneficenza o attività caritatevoli. Non
solo le erano precluse le attività intellettuali come l'insegnamento o la
carriera nelle magistrature, ma si continuava a ritenere impossibile la
presenza femminile nel campo della politica sia attiva, sia passiva.
Ma molte organizzazioni femminili,
soprattutto nella liberale Inghilterra e nei
paesi nordici (non a caso a maggioranza
protestante e quindi più avanzati su alcune
questioni come quelle di cui ci stiamo
occupando e dotati su di una larga idea
diffusa dell'importanza della responsabilità
individuale, cominciarono a richiedere anche
per le donne il più elementare dei diritti
politici, quello di voto.
La lotta di queste donne fu intrinsecamente legato alle vicende del
movimento operai e socialista: il progresso delle donne e quello del
proletariato andarono di pari passo anche se, ad un certo punto, gli
operai uomini videro nelle donne delle possibile avversarie e reagirono
corporativamente per opporsi all'avvento delle donne in posti direzionali.
Gli strumenti di lotta delle prime femministe furono molto simili a quelli
degli operai: giornali di parte e militanti che procedevano alla diffusione
delle nuove idee e all'educazione delle militanti. Vi erano anche sit-in e
manifestazioni, ciò che mancava (o avveniva in maniera minima) erano
gli scioperi: le donne non erano impiegate in massa e quindi i loro
scioperi non potevano raggiungere i livelli di quelle dei colleghi maschi.
Questo atteggiamento ha caratterizzato molta parte della sinistra fino al
'900 inoltrato. Alla prova dei fatti si può vedere come empiricamente
Voltaire avesse ragione: le donne, soprattutto la prima volta che si recano
alle urne, se prive di una accurata preparazione politica, finiscono con
l'appoggiare i movimenti politici più conservatori.
È noto come la maggior parte dell'elettorato femminile
italiano si sia espresso il 2 giugno 1946 nel referendum
istituzionale a favore della Monarchia e, nel voto per
l'elezione dell'Assemblea costituente, a favore della
Democrazia Cristiana. Anche in seguito l'elettorato
femminile votò più per il partito democristiano (che noi
indichiamo in questa sede come una formazione
moderata anche se una reale collocazione politica del
partito dello scudocrociato richiederebbe un'analisi
molto approfondita per via delle numerose posizioni, a
volte a dir poco antitetiche, esistenti nel partito di
Piazza de Gesù).
Una inversione di tendenza la si ebbe nel referendum
sul divorzio del 1975: le donne votarono per il
mantenimento della legge. Questo fu un fatto che
suscitò scalpore e stupore nella classe politica. Infatti
tutti i leader di partito avevano scommesso sul
tradizionale voto conservatrice delle donne. Nel campo
aveva cercato di evitare il referendum perché temeva il
voto femminile. Ciò non avvenne soprattutto grazie alla
maturità (e maturazione?) dell'elettorato femminile
anche a seguito dell'attività di propaganda fatto dalle
sezioni femminili dei partiti laici e di sinistra.
A capire che le donne andavano
politicamente educate furono i
movimenti politici socialisti che
agirono in tutta Europa fin dalla
seconda metà del XIX secolo. Le
donne cominciarono, all'alba del XX
secolo, a veder riconosciuto nei paesi
scandinavi il proprio diritto di votare e
di essere elette, ma anche in quei
paesi in cui perdurava l'ostracismo
elettorale nei loro confronti, si
cominciarono ad organizzare in
strutture permanenti con lo scopo di
vedere riconosciuti alcuni propri diritti.
Il primo di questi, in una società dove
ancora la figura femminile veniva
assimilata alla sola attività di carità o
di assistenza infermieristica o simile,
fu quello di voler svolgere le stesse
attività dei loro compagni maschi. Non
più quindi lavori per soli uomini e
attività (secondarie) per sole donne. Si
poneva, inoltre un altro grave
problema: le donne chiedevano di
essere retribuite, a parità di
prestazioni date, come gli uomini e
questo, in molti casi, non è stato
raggiunto neanche oggi.
A cavallo fra il XIX e il XX
secolo in molti paesi del
mondo occidentale, invece, la
forza d'urto rappresentata dai
primi timidi tentativi di
emancipazione femminile fu
dirompente e riuscì a fare
breccia negli ambienti
conservatori e maschilisti
imperanti. Ovviamente non
ovunque ciò avvenne allo
stesso modo e con lo stesso
ritmo. I tempi e i modi furono
molto diversi, ma, una volta
giunti in una fase di
progressiva affermazione
dell'uguaglianza, i risultati
sono stati universalmente
positivi.
Il miglioramento del ruolo sociale della donna è stato ovunque un
avvenimento accaduto in parallelo con il miglioramento dello
standard di vita della società, una costante maggior
democratizzazione della medesima con un aumento del tasso di
civiltà della realtà sociale.
Però ciò che ha spinto le donne, a divenire la prima delle classi borghesi,
quelle di origine proletaria, ma anche a voler svolgere attività intellettuali fu
caratterizzato da due motivazioni principali:
•
la necessità (e il diritto) a voler essere considerate al pari degli uomini;
• dalla volontà di non vedere recedere la propria posizione sociale,
anzi di vedere migliorata la propria autonomia economica e culturale.
ma
Infatti da poco più di un secolo, precisamente dalla prima rivoluzione
industriale di inizio ottocento, le donne avevano ottenuto e conquistato il
diritto di lavorare nelle fabbriche e negli opifici. Ma la costante
industrializzazione delle tecniche di lavoro aveva portato all'introduzione di
nuovi macchinari capaci di svolgere molte delle mansioni svolte dagli
operai.
Il maggior impiego di macchine utensili aveva costituito la necessità di
ridurre il numero degli operai impiegati nelle fabbriche e le prime a vedere
messe in discussione il proprio posto di lavoro furono proprio le donne.
Esse si trovarono di fronte al problema per cui la via della fabbrica e della
subalternità come strada per introdursi direttamente nel mondo del lavoro
era loro preclusa dai cambiamenti di cui abbiamo accennato in precedenza.
Avevano di fronte a se due sole opzioni o rinunciare al
processo di emancipazione e rientrare fra le mura
domestiche o sfidare gli uomini nelle loro attività
intellettuali più tradizionali, dall'avvocatura alla medicina
passando per l'insegnamento. Per fare ciò era
necessaria la nascita di specifiche scuole femminili che
preparassero le giovani a svolgere le più moderne e
innovative attività. Anche per continuare a svolgere
attività lavorativa nelle fabbriche occorreva una maggiore
specializzazione che doveva essere loro impartita da
strutture apposite.
Questo fu un sistema attivo per cercare di realizzare una
uguaglianza non solo formale, ma anche sostanziale. Si
insegnavano non solo l'uso delle macchine industriale,
anche le moderne tecniche di scrittura stenografica e
l'uso dei primi mezzi di informazione di massa (telegrafi e
telefoni).
Nell'Europa meridionale, però, vi furono molti ritardi su questa via e
ancora fino dopo il secondo conflitto mondiale le donne furono
pressoché escluse dai processi di formazione professionale. Una
delle principali attività femminile fu quello dell'insegnamento nei
livelli più bassi del sistema educativo.
Potevano essere maestre elementari, ma non docenti universitarie;
però queste giovani donne che dall'unificazione iniziarono a
insegnare nella prima grande scuola di massa italiana contribuirono
a togliere dall'ignoranza in cui si trovavano intere generazioni di
giovani italiani. Le donne erano ritenute tutte alla stregua di
"prostitute", mentre gli uomini erano considerati tutti come socialisti
(cosa molto peggiore e più insultante dell'epiteto riferito alle signore
maestre). Ma, finalmente uniti e uguali (seppur nel disprezzo!)
uomini e donne seppero avviare un processo di emancipazione e di
istruzione di ampi settori della popolazione italiana che fa loro
onore.
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Questione femminile